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Servo di Dio Don Filippo Rinaldi di Don Eugenio Ceria 1948

Sac. EUGENIO CERIA

VITA DEL SERVO DI DIO

Sac. FILIPPO RINALDI

TERZO SUCCESSORE

DI

SAN GIOVANNI BOSCO

-SOCIETÀ EDITRICE INTERNAZIONALE

TORINO - MILANO - GENOVA - PARMA - ROMA - CATANIA

Proprietà riservata alla Società
Editrice Internazionale di Torino

(M. E. 21.022)

Stampato nell´Istituto Salesiano per le Arti Grafiche - Colle Don Bosco (Asti)

PREMESSA

Pochi conobbero .a fondo il terzo successore di S. Giovanni Bosco nel corso della sua vita; ma tutti quei pochi riportarono l´impressione che fosse un uomo di straordinarie virtà. Un suo autorevole contemporaneo, Don Giovanni Battista Francesia, discepolo di S. Giovanni Bosco fin dalla prima ora, nel settembre 1929 disse pubblicamente: — A Don Rinaldi manca solo la voce di Don Bosco; tutto il resto l´ha. ‑

Dopo la sua morte cominciarono a conoscersi di lui molte cose ignorate; inoltre la sua copiosa corrispondenza epistolare veniva rivelando un grande maestro di spirito; finalmente fatti prodigiosi, due dei quali storicamente incontestabili; che narreremo al loro luogo, fecero pensare a un santo autentico. Tutto ciò mosse chi gli succedette nel governo della Società Salesiana, a volere che se ne scrivesse una vita assai più completa del primo abbozzo comparso quasi subito dopo la morte. Ecco la ragione del presente lavoro. Nulla qui si narra che non sia attestato da sicure testimonianze, che riceveranno autorevole conferma nel Processo diocesano, iniziato nel 1947 per decreto del Card. _Fossati, Arcivescovo (li Torino.

A Don Rinaldi si possono applicare le seguenti parole scritte recentemente per un noto direttore di anime- (1): « La sua vita, tutta la- sua vera vita si e scavato un alveo interiore per scorrere senza clamori superficiali, fuor da ogni osservazione umana, mistero d´amore tra l´anima sola e Dio solo ».

(1) Don GIOVANNI COLOMBO, La dottrina spirituale del Padre L. Lallemant, pag. 7 - Milano, Ancora, 1945.

-Capo I

La divina chiamata

Lu è un paese del Monferrato nella diocesi di Casale, che merita di esser messo sull´albo d´onore per la fioritura di vocazioni ecclesiastiche e religiose sbocciate dalle rigogliose aiuole delle sue famiglie. Conta poco più di tremila abitanti; eppure oggi ha 217 di queste vocazioni viventi, contingente che dal più al meno dura da un pezzo. Dio chiama dappertutto; ma non dappertutto si risponde con uguale docilità alle divine chiamate.

Uno spettacolo nuovo e bello offriva il pacifico borgo sul principio di settembre del 1946. Il prevosto aveva avuto la geniale idea di convocare nel luogo nativo le due grosse centurie di parrocchiani d´ambo i sessi, che, preti, monaci, religiosi laici e suore, sparsi per il mondo, lavoravano nella vigna del Signore. Da ogni parte si corse con entusiasmo al lusinghevole appello. Per alcuni giorni le stradicciuole che s´inerpicano sui clivi del colle, rividero fanciulli e fanciulle d´un tempo, che, fatti uomini e donne e indossanti abiti di varia foggia e colore, andavano e venivano con passo misurato e grave per dove una volta solevano spensieratamente scorrazzare, uscendo di casa, di scuola e dì chiesa. Chi può descrivere la festevole giocondità delle loro adunanze, presiedute dal Vescovo diocesano e assistite dai vecchi parenti e da una turba irrequieta di nipoti? Là uniti in un cuor solo e in un´anima sola, esaltavano il gran dono di Dìo

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e si comunicavano fra loro fervor di vita e di apostolato. Un nome tornava frequente sulle labbra di tutti, il nome dí Don Filippo Rinaldi, Rettor. Maggiore della Società Salesiana e terzo successore di S. Giovanni Bosco, massima gloria luese recente, aggiuntasi alle non poche glorie antiche nel novero delle vocazioni sacre.

Una breve e non inopportuna parentesi. Coloro che vogliono scorgere in tutte le attività umane il movente economico, si troverebbero imbarazzati a spiegare con la, loro teoria l´esodo di tanti luesi, che non hanno bisogno di nascondere sotto la maschera d´un fine ideale la ricerca dei mezzi di sussistenza. Fra maggiori e minori possidenti, gli abitanti di Lu formano una popolazione, la quale ha a sufficienza di che vivere, nè si è mai sentito che il pungolo della necessità costringesse a emigrare. I Rinaldi poi, che nei rami del parentado si gloriano oggi od di avere sette membri consacrati al Signore, hanno no beni di fortuna più che bastevoli senza andar per il mondo in cerca di fortuna. Anche il nostro Filippo apparteneva ad una famiglia di agiati proprietari, la quale diede con lui alla Chiesa due altri suoi fratelli, uno parroco nella diocesi e l´altro sacerdote salesiano.

Si ricca fecondità di vocazioni ha la sua precipua ragione di essere nell´ambiente domestico, tutto improntato di religiosità e di fede; cosi era della famiglia Rinaldi,. dove Filippo succhiò la pietà insieme con il latte materno. E quanto apprezzava questo insigne beneficio! Nel dicembre del 1930 uno zelante sacerdote della Venezia Tridentina, che s´ingegnava di escogitare mezzi con cui suscitare vocazioni sacerdotali nella propria terra, avendo inteso che nel comunetto di Lu le vocazioni abbondavano oltremodo, volle recarsi sul posto, bramoso di scoprirei il segreto di una cosa che gli stava tanto a cuore; ma dopo aver molto interrogato e osservato partì insoddi‑

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sfatto. Avendo però udito parlare di un luese illustre, di Don Filippo Rinaldi, nel ripassare per Torino venne a trovarlo. Ricevuto cordialmente, ebbe da lui chiarito l´enigma. — Lei, gli disse Don Rinaldi, non riuscì nelle sue indagini, perchè non penetrò nel sacrario delle famiglie. Il mistero sta tutto nella fede e pietà delle nostre madri. Esse di concerto con l´altra Madre, che è la Chiesa, fanno :il possibile per allevare la figliuolanza nel timor di Dio, instillando nelle anime dei loro piccoli quei sentimenti che sono la predisposizione migliore a secondare le chiamate di Dio. ‑

Questa spiegazione, che squarciò come un velo dinanzi alla mente del buon prete, svela anche a noi quale sia stata la parte dell´ottima genitrice nell´indirizzare al santuario il suo Filippo, come pure gli altri due fratelli di lui. Vi è ancora a Lu chi la ricorda donna caritatevole e piissima, tutta casa e chiesa, benedetta dai figli e decantata per la sua inesauribile bontà (1).

Né il salutare influsso materno veniva ostacolato o diminuito dall´opera del padre. Il signor Cristoforo era degno della consorte. Cristiano di stampo antico, praticava per sè la religione e ci teneva a veder crescere la prole nella fede avita. Uomo di gran senno pratico, nelle tendenze di Filippo intuì presto che egli poteva essere chiamato a cose più alte che non fossero le cure di un futuro proprietario rurale; perciò lo guardava con occhio particolare e pur senza darlo a vedere favoriva la religiosità delle sue inclinazioni.

Era nato Filippo il 28 maggio 1856, ottavo di nove

(1) Il movimento in favore delle vocazioni s´intensificò nell´ultimo quindicennio del 1800, quando il prevosto Mons. Gannora istituì l´Associazione delle Madri Cristiane per le vocazioni. Le associate venivano animate in conferenze domenicali a promuoverle e facevano a tale scopo speciali preghiere.

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figli e figlie. Scarseggiano le notizie sulla sua puerizia.

Doveva essere un fanciullo simpatico. Una sua nipote, Figlia di Maria Ausiliatrice, ricorda che una signora, vedendolo costretto a tener socchiuso un occhio debolucdio, non potè trattenersi dall´esclamare: — Che peccato! Un ragazzo tanto carino, con occhi sì belli, averne uno quasi spento! — Purtroppo quell´occhio doveva col tempo spegnersi del tutto. Lo tenne sempre semiaperto; ma la pupilla era morta.

Non frequentò la scuola comunale, ma apprese i primi elementi da un maestro privato, che insegnava alla buona e aveva già ammaestrato altri della famiglia.

Insieme con l´istruzione come si coltivava la pietà cristiana in casa Rinaldi! Da una nicchia aperta nella parete sul pianerottolo della scala, dove questa si divideva in due branche, una statua dell´Immacolata guarda-dava giù nel cortile e i bambini, avviandosi alla scuola. s´inginocchiavano nell´ultimo gradino e dicevano l´Ave Maria. Una volta si pensò di cambiare la statuetta con un´altra più bella; ma Don Filippo non volle. Quell´immagine gli ricordava tante care cose, fra le quali anche questa. Ogni sera la mamma, conducendo i figliuoletti a dormire, li faceva fermare là dinanzi e ripetere con lei: — Vi saluto, o Maria, vi dono il mío cuore, non ritornatemelo mal più. ‑

Che aria si respirassse tra le domestiche pareti, è dato arguirlo anche da un minuscolo particolare, rammentato dalla suddetta suora, figlia del fratello terzogenito di Filippo. Sua madre, entrata nella famiglia Rinaldi, aveva portato con sè l´abitudine di prorompere nell´esclamazione piemontese cristianar, parola che non suonava bene all´orecchio della suocera, la quale perciò ne la veniva riprendendo, come di una sconvenienza. Ma una volta che le fece il rimprovero in presenza di Filippo, questi pigliò le

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difese della cognata dicendo bonariamente: — Oh, non vi sono mica cristiani d´oro; perciò la zia non reca ingiuria a nessuno. — Colpite dalla sensata osservazione, l´una si tranquillò e l´altra si svezzò dal proferire la parola mal gradita. Nell´osservazione di Filippo si scorge già la bonaria e ragionevole indulgenza del futuro superiore.

Fra i cinque e sei anni, nel 1861, Filippo vide Don Bosco. Il Santo giungeva a Lu nel mese di ottobre con una schiera di giovani, entrando in paese a suon di banda. Lo strepito insolito, che ruppe improvvisamente la quiete d´una giornata di lavoro, scosse quanti si trovavano nelle case ed elettrizzò i fanciulli, che scapparono fuori, correndo verso il punto, donde veniva il clangore. Il rumoroso stuolo marciava verso la chiesa parrocchiale. La meraviglia dei grandi fu di vedere un prete menare in giro quei ragazzi con tanto chiasso. Abituati alla ieratica compostezza dei loro sacerdoti, i buoni villici non sapevano che pensare di una tale novità. Il piccolo Filippo seguì l´allegra comitiva, vide come quei giovanetti pregavano in chiesa, udì quello che disse loro il condottiero: non deve aver capito gran che, ma udì che egli parlava in una maniera tutta sua, e appresso osservava come i ragazzi dessero libero sfogo alla loro gioia intorno al prete. Ma egli non poteva aver sentore dell´allarme del sindaco liberale, le cui apprensioni, qualunque ne fosse la causa, ebbero per effetto di farli partire presto. A noi importa più conoscere una sorpresa toccata a Filippo.

La sera si avvicinava. Don Bosco aveva bisogno di una vettura per precedere la squadra verso il luogo, dove intendeva di farla pernottare. Andando su e già per la strada, chiedeva or all´uno or all´altro, che gli prestassero per breve ora il veicolo desiderato; ma nessuno sembrava disposto a esaudirlo. Giunto sulla piazzetta del peso pubblico, proprio davanti a casa Rinaldi, si arrestò pen‑

 

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sieroso. Il papà di Filippo, che, tornato dalla campagna, stava ritto sulla soglia, mosse verso di lui e in bel modo gli domandò che cosa cercasse.

— Cerco una vettura, — gli rispose Don Bosco.

— Io, — ripigliò il Rinaldi, — ho cavallo e carrozza, ma mi manca il vetturino.

— Il vetturino sarà il mio figlio Giovanni, — interruppe premuroso il signor Angelo Ribaldone, che doveva poi divenire grande amico di Don Bosco.

In pochi minuti un veloce biroccino fu pronto. Durante iI dialogo riferito Filippo guardava incantato Don Bosco. La figura di lui dovette averlo impressionato, perché dopo esclamò ingenuamente: — Quel prete conta più di un Vescovo — (1). Nelle campagne piemontesi dire Vescovo era dire il più gran personaggio; onde, quando si voleva che certe cose fossero fatte a dovere, si diceva talvolta: — Fa´ come se dovesse venire il Vescovo. ‑

Intanto il padre vedeva con piacere che egli, cresciuto ín età, andava volentieri a fare. il chierichetto e a servire la Messa nella chiesa di S. Giacomo presso casa.

Ciò lo persuadeva sempre più che il figlio fosse destinato a servire Dio e non il mondo. Non riuscendo poi a levarsi di testa l´immagine di quel prete forestiero, nel quale aveva riscontrato alcun che non visto mai in altri preti, volle informarsi donde venisse. e che cosa facesse.

Seppe così che da tre anni egli teneva aperto un collegio nel vicino villaggio di Mirabello. Pensando e ripensando, risolse di condurvi nel 1866 il suo Filippo a fare il ginnasio. La sua domanda fu subito accettata.

Il giovinetto aveva allora dieci anni. Messo piede nel nuovo ambiente, parlava poco e osservava molto.

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S´avvide presto quanto fascino vi esercitasse il nome di Don Bosco; benchè lontano sembrava che egli più del Direttore governasse la casa. Il Direttore si chiamava Don Giovanni Bonetti, succeduto l´anno prima a Don Michele Rua; da ogni angolo della casa si sentiva il suo influsso, e lo circondava l´affetto e la confidenza generale. Da lui prese a confessarsi con frequenza. Nel personale insegnante distinse fra tutti i chierici Cerruti e Albera, che godevano entrambi particolare stima e rispetto.

Del chierico Albera, al quale la Provvidenza lo destinava successore nel governo supremo della Società Sa‑

lesiana, abbozzò questo schizzo in un quadernuccio scritto poco prima o poco dopo l´ordinazione sacerdotale e rinvenuto fra le sue carte: « Per me fu angelo custode visibile Don Albera. A Mirabello fu lui commesso a vigilarmi e lo faceva con tanta carità, che ne stupisco ogni qualvolta cì penso. Mi traeva dalle compagnie sospette, mi consigliava, mi confortava con fatterelli. Mi faceva passare le lunghe ore di ricreazione come un momento. Ma più delle parole aveva eco nel mio cuore il suo portamento modesto, caritatevole, pio e religioso; per cui lontano dalle case salesiane avevo sempre innanzi come dipinti gli esempi del chierico Albera ».

Degli assistenti alcuni provenivano da seminari e stavano là in prova; in quei primordi Don Bosco utilizzava quanti poteva, nel tentativo e nella speranza di formarseli a modo suo e ritenerli per sè.

Le cose nel loro complesso procedevano bene, quantunque la perfezione non sia di questo mondo e inconvenienti ne possano capitare dovunque. Uno dei detti assistenti, ad anno già avanzato, usò un cattivo modo di fare con Rinaldi, il quale col senso innato della sua personale dignità, che cominciò presto a svilupparsi in

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lui, ne rimase sconcertato. A questo disgusto si aggiunsero le condizioni di salute. Fin da piccino, come dicevo, gli si era manifestata una certa debolezza nell´occhio destro; inoltre pativa palpitazione di cuore, sicchè per ogni breve corsa l´affanno gli mozzava il respiro. Di quando in quando lo assaliva pure il mal di capo. Forse per questi motivi, forse anche per poca inclinazione al lavoro mentale, giacche il ragazzo, se dobbiamo credere a Don Barberis, « non aveva quasi voglia di studiare » (1), il fatto è che, probabilmente senza nemmeno aspettare il termine dell´anno scolastico, se ne tornò in famiglia.

Serbava in cuore una profonda venerazione per Don Bosco, che aveva veduto due volte nel collegio, cioè sul finire del novembre 1866 e il 9 luglio del 1867. Del primo incontro narra egli stesso in una circolare del suo ultimo aprile di vita (2): « Ricordo, come di ieri, la prima volta che ebbi la fortuna di avvicinarlo nella mia fanciullezza. Contavo allora poco più di dieci anni. Il buon Padre era in refettorio, dopo il suo pranzo, e ancora seduto a mensa. Con grande amorevolezza s´informò delle mie cose, mi parlò all´orecchio e, dopo avermi chiesto se volevo essere suo amico, soggiunse subito, quasi per chiedermi una prova della mia corrispondenza, che al mattino andassi a confessarmi. Sono luci, che però brillano di più viva chiarezza, ora che la vita volge al termine ». La seconda volta che Don Bosco andò in collegio, egli, confessandosi da lui, lo vide realmente rifulgere all´improvviso di luce arcana nel volto, come narrò egli stesso allo scrivente. Don Bosco non lo perdette più di vista; infatti non lasciava passare occasione

(1) Don Barberis, suo maestro di noviziato, dice questo in un brevissimo promemoria. dal quale attingeremo ancora qualche altra notizia (Arch. 2971 - I).

(2) Atti del Cap. Sup., pag. 940.

 

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senza mandarlo a salutare, specialmente per mezzo del signor Rota, che aveva nel collegio di Borgo S. Martino un figlio, fattosi poi salesiano. Detto signore di Lu veniva spesso a Torino ed anche all´Oratorio, e tutte le volte aveva da riferire alla famiglia Rinaldi che Don Bosco voleva notizie di Filippo e che domandava perchè non gli piacesse più continuare gli studi. Filippo capiva, perchè Don Bosco s´interessasse tanto di lui; ma per comprendere il suo stato d´animo bisogna che lo seguiamo dopo la sua partenza dal collegio.

Abbandonate le scuole, trascorreva i suoi giorni facendo le cose di casa e un po´ lavorando in campagna, un po´ assistendo ai lavori campestri. Attestava il suo fratello minore Don Giovanni Battista salesiano, che da principio viveva piuttosto appartato, non avendo relazione con alcuno de´ suoi coetanei, fuorchè con un tal Luigi Rollino, lontano parente, più anziano di almeno dieci anni, individuo morigerato e pio. Con lui probabilmente se la intendeva meglio, perchè lo vedeva fornito di qualche istruzione attinta da assidue letture e dotato anche di una bella voce da tenore, che faceva udire nelle sacre funzioni. E poichè colui insegnava pure nella scuola musicale del paese, è probabile che abbia iniziato l´amico alla conoscenza del canto gregoriano, amato poi sempre e coltivato da Filippo.

Intanto Don Bosco, che aveva scorto nel giovane una buona stoffa di prete, gli andava ripetendo amorevolmente i suoi inviti, al quali egli sembrava sordo: solo una volta gli rispose, dicendogli laconicamente che la carriera sacerdotale non era per lui. E il Santo a insistere, esortandolo a provare. Allora, come narrava egli stesso, per liberarsi da ulteriori insistenze, replicò che il mal di testa e la debolezza della vista gli rendevano impossibile tirare avanti negli studi. Credeva così di

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averla vinta, quando al contrario ne ricevette un bigliettino, nel quale Don Bosco gli diceva che il mal di testa sarebbe passato e che di vista ne avrebbe avuto a sufficienza. Ma nulla valse a smuoverlo.

In questo modo passò una decina d´anni: la sua vi-1 ta era quella del buon cristiano. Il suo nipote Luigi,1 fratello della mentovata suora, oggi ottantenne, rammentando d´aver lavorato molto in sua compagnia, attesta che se taluno avesse pronunciato parole scorrette, egli ne manifestava subito gran pena, e così pure se gli si fossero messe sotto gli occhi stampe con figure poco de-i tenti. Tuttavia non sentiva nessuna tendenza a maggior-perfezione; anzi a diciassette anni subì una crisi molto, pericolosa, descritta minutamente da lui medesimo nel quadernetto accennato sopra.

Cominciarono a venirgli in uggia le frequenti pratiche religiose, che si facevano in casa con la madre e in chiesa con i fedeli e lo assalse una smania di spassarsela alquanto con i giovanotti della sua condizione. Una domenica sera, dominato da simili voglie, non si scosse nè al primo nè al secondo segno dei vespri per andare, conni di consueto, alla parrocchia; ma mentre si aspettava il terzo segno, entrò nel cortile di casa sua una brigata divi allegri compagnoni per bere insieme un bicchierotto. (1041 malvasia. La madre passò silenziosa squadrando quelle buone lane e dato al figlio uno sguardo significativo, si ritrasse conturbata.,

Era la festa del Patrocinio di S. Giuseppe giorno di processione. Filippo, essendo stato fin da piccino avvezzato dall´avolo a frequentare la Confraternita di S. Biagio, alle processioni soleva partecipare in cappa bianca; ma allora,,1 vinto dal rispetto umano, non• ebbe il coraggio di staccarsi dalla compagnia. Per altro, dopo un po´ di tempo si alzarono tutti e si diressero alla chiesa. Giunti che

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furono alla porta, egli la aperse e lasciò che passassero prima i compagni; ma poi, quando fece per entrare anche lui, quasi arrestato da mano invisibile, si sentì come respinto. Senza più sostare si rivolse istintivamente indietro, e fuori di sè corse a precipizio verso casa. Appena fu dentro, gli percosse l´orecchio un gemito misto al suo nome. Era la mamma che, inginocchiata dinanzi al quadro di S. Giuseppe, pregava il celeste patrono di liberarle il figlio dai malvagi. Questi, mortificato, afferrò la cappa e andò alla processione. Il ricordo di quel giorno gli fece poi sempre un gran bene, convinto com´era che S. Giuseppe, alle preghiere della madre, gli avesse toccato il cuore, scampandolo da un grave pericolo.

Lo sconvolgimento passeggiero dello spirito non aveva avuto manifestazioni esterne, che dessero nell´occhio alla gente del paese. D´allora in poi compariva più assiduo alle pratiche della Confraternita. Nelle domeniche e feste si trovava puntuale la mattina alla recita dell´Ufficio della Beata Vergine e la sera al canto dei vespri. Sebbene giovanissimo in mezzo a soci assai più anziani, l´anno dopo aveva guadagnato tale ascendente, che con meraviglia di tutto il paese venne eletto priore.

Ma ecco un nuovo scoglio. La serietà del suo contegno, unita a un esteriore piacente, non poteva non attirare sulla sua persona gli sguardi delle buone fanciulle da marito; infatti una per mezzo dei propri genitori fece  pervenire al padre di lui formale proposta di matrimonio. Filippo all´improvvisa comunicazione ebbe un rimescolo. Indi, considerando che il partito era buono, cominciò a pensarci su. Per fare le cose bene, si diede a pregare il Signore, unendo alle preghiere la confessione e la comunione. Ma dopo essersi comunicato sperimentò in sè un cambiamento repentino, parendogli di udire ima voce che gli dicesse essere egli fatto per darsi al Signore,

2 - CERIA, Sac. Filippo Rinaldi.

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non per sposarsi. Quando uscì di chiesa, l´idea di pigliar moglie era bell´e svanita.

Non si creda però che vi sottentrasse il pensiero di ritirarsi dal mondo e di entrare in qualche congregazione religiosa; provava anzi un´invincibile avversione per tal genere di vita. Oggi può sembrare strana in un´anima Intona e cristianamente educata una simile ripugnanza, per non (lire antipatia verso la vita religiosa; ma era il male del tempo. A forza di sentir vilipendere monache o frati, si arricciava il naso perfino in famiglie cristiane a tutto quello che sapesse di claustrale. Filippo dunque si disponeva a menare vita costumata e pia in casa tra i suoi.

Se non che una segreta scontentezza gli amareggiava di continuo il cuore, cagionandogli momenti di vera malinconia. Quella tal voce non l´aveva capita bene; s´immaginava che l´avrebbe assecondata col rimaner celibe. Tuttavia neppure il viver celibe in famiglia finiva di piacergli, perchè il suo naturale allegro gli faceva amare la compagnia. Per altro, non gli andava a genio la vita  (li congregazione, perchè ne aveva un cattivo concetto.

La durò in questo stato per un anno e mezzo. Nel frattempo si trovò libero dalla preoccupazione della leva militare: avendo estratto un numero alto, fu dichiarato esente dall´obbligo del servizio. In quegli anni anche a Lu si parlava molto dei Salesiani, che cominciavano già ad avervi cooperatori. Anzi qualcuno di questi, vedendolo di condotta edificante, ma con manifesti segni di stare sulle spine, gli fece motto di entrare nei Salesiani. Egli non solo non diede retta, ma pregava il Signore che allontanasse da sè un simile desiderio, perchè i Salesiani non gli garbavano. Bisogna anche dire che non aveva ancora

´ avuto modo di ben conoscerli. Nel collegio di Mirabello c´era stato solo pochi mesi e poi era appena decenne; inoltre

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il lamentato incidente gli turbava il giudizio. Si aggiunga infine che a quel tempo la Congregazione Salesiana era ancora sul nascere. Ma un bel giorno ecco Don Bosco arrivare a Lu, e Filippo, per dirla con l´amabilità di Don Barberis, « cade nella trappola ». O se piace meglio, diremo col salmista che laquens contritus est, il laccio si ruppe, ed egli spiccò libero il volo dove la voce di Dio realmente lo chiamava (1).

(3)           Salmo CXXIV, 7.

CAPO II

Con Don Bosco.

L´andata di Don Bosco a Lu avvenne il 22 giugno del 1876. Vi si recava dal vicino collegio di Borgo S. Martino per visitare le Figlie di Maria Ausiliatrice, stabilitesi colà nel novembre dell´anno innanzi. In che modo il cacciatore di anime si sia assicurata la bella preda, Don Barberis non lo dice. Ne scriveva Don Rinaldi nel citato quadernetto; ma disgraziatamente le prime pagine furono strappate proprio fin dove terminava la narrazione dell´abboccamento. Si sono salvati solo questi periodi: « Avea risposto a tutte le mie obiezioni, m´avea guadagnato poco a poco. Distaccato da me stesso, io non avea più difficoltà da superare. I parenti m´avrebbero lasciato libero e la mia scelta cadeva naturalmente su Don Bosco: Don Bosco che m´avea già riguadagnato colle sue attrattive, colle sue spedizioni nell´America ecc. ».

Don Bosco, che l´avea guadagnato a Mirabello, ma senza l´effetto da lui inteso, lo era venuto riguadagnando in seguito con i tratti di bontà accennati nel capo precedente; anche le notizie delle recenti spedizioni missionarie sembra che avessero attirato la particolare attenzione del giovane; finalmente l´incontro aveva compito l´opera. Le obiezioni saranno state circa le condizioni di salute; ma certo la più forte dovette consistere nella difficoltà proveniente dallo studio. Infatti nel documento continua: « Di studiare poi o no, mi sentivo indifferente.

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Anzi, avessi sempre avuto quegli umili sentimenti d´allora! Allora desideravo essere nascosto nella Congregazione e d´attendere ad umili uffici ». Da queste ultime parole si rileva che la grazia operava già molto addentro nel suo spirito.

Dal contesto sembrerebbe doversi dedurre che dopo il colloquio con Don Bosco egli fosse ormai deciso di farsi Salesiano; invece, come vedremo, non fn così. Scrivendo ivi parecchi anni dopo, forse cinque o sei, guardava più alla definitiva conclusione remota, che agli antecedenti, i quali la prepararono, giacchè attraversò ancora un periodo d´incertezze. Allora si sentiva legato intimamente. alla persona di Don Bosco, ma vagamente ancora alla sua opera.

La grazia continuava ad agire sul suo cuore. Senza che nessuno al mondo lo sospettasse, egli a poco a poco era venuto nella risoluzione di farsi salesiano; onde nel settembre del 1877, non palesando nulla ad anima viva, decise improvvisamente dì andare a Borgo S. Martino per confidarsi con Don Bonetti, In quel paese Don Bosco aveva nel 1870 trasferito il collegio dì Mirabello con l´ex-direttore di Filippo. Questi dunque la mattina di una domenica partì per tempissimo a quella volta con il proposito di confessarsi, comunicarsi, parlare con Don Bonetti e disporsi a dare l´addio ai parenti. Ma, essendo le vacanze, trovò il collegio vuoto; non c´era nemmeno il Direttore; anzi gli si disse che Don Bonetti non era più Direttore. Infatti Don Bosco l´aveva chiamato a Torino per affidargli la Direzione del Bollettino Salesiano che nel gennaio 1878 avrebbe preso il posto del Bibliofilo Cattolico. «A Torino!!! — esclama Filippo raccontando l´ingrata sorpresa. — Come un cane bastonato, non aspettai altro: rivolsi i tacchi e prima delle nove ero già di ritorno a Lu ».

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Nessuno di casa erasene avveduto. Pensò allora (li raggiungere Don Bonetti con una lettera. Già da dieci anni non aveva più scritto lettere. Si studiò di aprirgli il cuore come meglio potè. Don Bonetti gli rispose il 3 novembre, il che fa supporre che Filippo abbia impiegato non breve tempo a riflettere e a mettere in carta per bene i suoi pensieri. La risposta cominciava così (1): « Ho ricevuta la tua lettera, e ne ho parlato col Sig. Don Bosco, il quale mi rispose che è ben contento di aggiungere un altro buon soldato nella schiera dei suoi Salesiani. Perciò tu parlerai coi tuoi parenti, e dopo aver pregato Iddio prendi una risoluzione. Se ti accorgi che il tuo cuore senta un attraimento a servire Iddio nella sacra milizia, va´ pure avanti, perchè egli ti darà i suoi aiuti necessari ».

Si vede che Filippo non aveva taciuto i suoi timori sulle difficoltà degli studi; tant´è vero che Don Bonetti continuava: « Non t´infastidire perchè ti pare di non essere capace a far molto. Nella casa di Dio vi sono molti servizi, e se non sarai capace a fare i più alti, tu farai i più bassi, e ne avrai lo stesso merito. Questo è il vantaggio che si gode nelle comunità ». Ciò premesso, con-chiudeva: « Pertanto, se ti risolvi per il si, tu potrai scegliere di andare, per incominciare i tuoi studi, o l´Oratorio in Torino o S. Pierdarena. Io direi che sarebbe meglio S. Pierdarena, perchè vi sono molti della tua età, che studiano per lo stesso motivo ». Espostegli quindi le condizioni dell´accettazione, si diffondeva in riflessi su la bellezza, le soddisfazioni e i premi dell´apostolato a vantaggio delle anime, terminando con dire: « Pensa, e risolvi avanti allo specchio della morte, e questa ti darà dei buoni consigli ».

Da tutto l´insieme traspare che qualche perplessità

(1) Arch., 2971-1.

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inceppava ancora il giovane sul punto di prendere una risoluzione. Forse in una seconda lettera manifestò il suo rammarico, perchè la Madonna non lo aiutava a vincere i suoi dubbi, dandogli la forza di decidersi. Infatti il 20 novembre Don Bonetti tornava a scrivergli: « Maria tutto può, ed Essa molte volte non fa le grazie compiute, se non quando vede che noi ci mettiamo all´opera e facciamo già quello che Ella ci ha inspirato. Così sarà di te, come fa di tanti altri. Dunque confidenza, e avanti. Giovedì Don Bosco sarà al Borgo; domanda al papà, e fagli una visita ».

Filippo andò al Borgo il 22. Nel collegio si faceva la festa di S. Carlo, patrono della casa. Don Bosco lo volle alla sua mensa, alla quale parteciparono il Vescovo di Casale Mons. Ferrò e altri invitati. La Provvidenza con ripetuti segni mostrava di avere sul giovane le sue mire.

Don Bosco, che non aveva ancora potuto discorrere con lui, dopo pranzo lasciò che si ritirassero tutti e lo trattenne seco a parlare da solo a solo. Orbene, durante il

colloquio, l´uomo di Dio a un tratto fece silenzio e, raccoltosi in se steso, rimase là immobile cori gli occhi

bassi e le mani incrocicchiate sul petto, ed ecco illuminarglisi il volto, come già a Mirabello, poi irradiare dalla persona una luce viva, più viva della luce solare, finché, passati alcuni istanti, venne ripigliando il suo atteggiamento normale e riannodò, alzandosi da sedere, la conversazione (1). Le esitazioni si dileguarono. Filippo promise senz´altro che sarebbe andato subito a Sampierdarena

(1) Di una simile irradiazione Don Rinaldi fu testimonio per la terza volta nell´Oratorio verso il 1886, mentre egli, già prete, seguiva Don Bosco per l´angusto corridoio del primo piano. Le tre fotofanìe descrisse a me Don Rinaldi nel collegio salesiano di Villa Sora a Frascati, l´anno 1929, con l´intenzione probabilmente di animarmi a scrivere sull´unione di Don Bosco con Dio, il che tentai di fare nell´operetta intitolata Don Bosco con Dio.

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e Don Bosco gli disse che dopo due anni gli avrebbe dato la veste chiericale.

A Sampierdarena il Santo aveva da un anno riunito nell´ospizio di S. Vincenzo de´ Paoli una cinquantina di quelli che chiamava Figli di Maria, giovani avanzati in età, che tardi avevano sentito la chiamata dei Signore al sacerdozio. Facevano un corso ginnasiale accelerato, diviso in tre classi, con un programma prevalentemente d´italiano e di latino; il periodo scolastico durava da ottobre ad agosto compreso. Certuni già un po´ istruiti e di miglior ingegno con uno studio più intenso guadagnavano un anno. Certo la buona volontà non mancava in individui di quella fatta.

Filippo dunque si fermò ancora tre giorni in famiglia, il tempo strettamente necessario ad • allestire i preparativi per la partenza, e il 26 novembre partì. Il giorno avanti si era presentato al suo confessore per accomiatarsi. Di fronte a quel pezzo di giovanotto, che gli faceva un sì stupefacente discorso, il buon sacerdote cadde dalle nuvole. A tutta prima inarcò le ciglia e lo fissò bene in volto per assicurarsi, se parlava sul serio; poi, visto che non scherzava, ma diceva proprio da senno, gli suggerì alcuni saggi consigli e da ultimo gli diede la sua benedizione. L´indomani, scrive, « volgevo le spalle a quel mondo, che m´avea rubato i più begli anni di vita ». II saluto ai parenti fu senza segni esterni di emozione. I suoi sentimenti sono espressi nelle parole riferite or ora e meglio chiariti in queste altre dettategli alcuni anni dopo dal ricordo di quel giorno: « Facciano il Signore e Maria SS. che dopo avere resistito tanto alla grazia pel passato, non abbia più ad abusarmene in avvenire. Si, o Madre mia SS., piuttosto la morte anziché non corrispondere alla mia vocazione. Fate che col presente e coll´avvenire abbia a riparare il passato ».

Con tutto ciò non è da credere che il distacco dai suoi cari gli sia costato poco, nè che i familiari l´abbiano a ciglio asciutto veduto andar via. Nelle campagne piemontesi le patriarcali famiglie d´una volta, religiose, laboriose e numerose, svolgevano la loro vita in tale intimità d´affetto, che un membro non se ne staccava senza provare uno schianto in cuore e senza lasciare un gran vuoto in casa. Ma omnia vincit amor, massime quando, come nel caso nostro, c´era di mezzo l´amore degli amori.

Quale sarà stata l´impressione provata da Filippo al metter piede nel chiuso ambiente dì un collegio, egli avvezzo alla sana libertà dei campi? e come avrà sentito il doversi assoggettare alla disciplina collegiale nel pieno vigore dei suoi ventun anni compiti? Incominciamo a dire che là dentro incontrò il suo indimenticabile Don Albera. « Mi chiamai ben fortunato, — scrisse poi, d´averlo Direttore ». E fu davvero una bella fortuna, preparata2-11 dalla Provvidenza, che non cessava di vegliare su di lui. « Mi bastava, — soggiunge, — una sua parola, talvolta un suo sguardo per calmare il mio cuore e rallegrarlo. La sua parola che mi fece più tiene fu quando gli dissi che temeva qualche giorno di farne una delle mie fuggendo. Egli mi rispose: Io verrei a prenderti ».

C´erano dunque momenti, nei quali aveva bisogno di rimettere in calma lo spirito, e momenti anche alquanto critici. Lo conferma un foglietto strappato da un taccuino e recante la data di « Sampierdarena 1877 », dunque delle prime settimane. Vi si legge questo energico richiamo: « Filippo?! Allorquando sei tentato rifletti: 1° I pericoli del mondo. - 2° Lo scopo per cui ti sei ritirato. - 3° Che nel mondo non v´è piacere stabile. - 4° Che tutto è dissipazione di spirito. - 5° Che per salvarsi bisogna patire. - 6° Che la preghiera e la fiducia in Dio vincono ogni difficoltà. - 7° Quanto è propizia Maria SS. alle

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preghiere ben fatte. - 8° Che cos´è il mondo ed il corpo, e che cosa l´anima ed il Paradiso ».

Non si può leggere questa serie di incalzanti considerazioni senza provare un senso di stupore e domandarsi come mai un giovane di tale età, vissuto sì da buon cristiano, ma pressochè in balia di se stesso, sia giunto a tanta intelligenza della vita spirituale, quanta se ne scorge attraverso le righe surriferite. Non pare di leggere i titoli di un trattatello d´ascetica? I pochi giorni di Sampierdarena non gli bastarono certo per arrivare così in alto. Altri bagliori si sprigionano da alcuni volanti autografi del medesimo genere: « 3877. Tua consigliera sia la morte. Nelle opere, mira e fine ti sia l´eternità. — 1878. Abbi ognora gran diffidenza di te stesso e gran confidenza in Dio e in Maria SS. ». Ma più delle parole valgono i fatti: « Il dì 22 di settembre del 1878 ho voto fatto di castità per un anno. Il 26 di settembre del 1879 rinnovato ». Dunque la prima volta fu nelle vacanze dopo il primo anno scolastico, e la seconda diciotto giorni dopo che aveva dato principio al noviziato. Come per molti, così era avvenuto per lui che gl´incontri con Don Bosco gli avevano dischiuso nuovi orizzonti; il resto venne compiuto dal lavorio della grazia.

Con pari energia affrontò la fatica dello studio. In uno di quei foglietti, scritto, sembra, nei primi mesi del 1878 (1), versava il suo cuore in queste candide effusioni: « Io sono un bastone nelle mani del signor Direttore. Mi ama, mi vuole in paradiso; dunque devo lasciar Lui che pensi, che m´aiuti. La cura, che mi porti in Paradiso, il pensiero dei miei studi a lui lo lascio, io voglio esser contento, quando posso dire, sin qui ho fatto ciò che ho

(1) Lo stile e certe infantilità di ortografia e di scrittura accusano una mano ancora disavvezza dall´uso della penna.

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potuto, e via. Di scienza, d´ingegno, e memoria ne ho niente senza la protezione di Maria SS. Ebbene, se potrò riuscir bene, sia a Sua gloria e di Dio, se no non ci devo pensar io. Madre SS., ricordatevi, che io intendo di studiare per la gloria di Dio, onde scienza che mi rechi danno non datemela. E che fui sempre da voi sinora soccorso e spero che m´abbandonerete giammai. Evviva Maria e chi la creò ».

Chi l´avrebbe detto? Oltre alle sue doti morali, anche i felici successi scolastici contribuirono a procacciargli ben presto uno straordinario ascendente in mezzo ai compagni. Veramente non aveva mai interrotto del tutto un po´ di lavoro intellettuale. In famiglia occupava la camera già del fratello Don Luigi, che, andato viceparroco a Frassinetto Po, vi aveva lasciato i suoi testi di scuola e altri libri; onde Filippo nelle ore libere riandava cose studiate o s´immergeva in letture. Ma altro è volgere la mente a ciò che le offre un pascolo saltuario e occasionale, altro attendere con metodo e disciplina a un corso regolare di studi. Fu dunque merito del suo forte volere, se si segnalò tanto, quanto è lecito ricavare da buoni documenti.

Questi documenti sono due registri scolastici. Uno va dal novembre 1877 a tutto agosto del 1878. I condiscepoli di Filippo da un massimo di 53 scendono a un minimo di 35. Il suo nome compare sul finire di quella che ivi è detta terza settimana: terza di scuola, non del mese. Egli vi figura o sfigura con un poverissimo due

in componimento italiano. Questo insuccesso lo umiliò e fors´anche lo pungolò: il fatto sta che dalla settimana

dopo incominciano ad alternarsi nelle varie materie gli otto, i nove e i molti dieci. Due volte, che l´insegnante esprime il suo giudizio su ciascun alunno, Rinaldi viene qualificato studiosissimo e buonissimo; una volta vi sì fa la

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graduatoria dei più buoni e dei piu studiosi, e Rinaldi è in capo alle liste. Al termine dell´anno ottiene il primo premio, riportando negli esami finali punti 98 su cento. Gli era toccato solo un 8 di versione dall´italiano.

Un esito così lusinghiero lo incoraggiò a saltare, come si diceva, la seconda classe. Preparatosi nelle vacanze e fors´anche dopo, passò alla terza. Il registro dell´anno è incompleto, contenendo la votazione intera per maggio e giugno e per il principio di luglio, e parziale per tutto agosto. Rinaldi primeggia sempre. Nell´unica volta che vi si fanno osservazioni, ritorna per lui la nota di buonissimo e studiosissimo. La carta di promozione gli assegna punti 95 su cento; aveva avuto un 8 in componimento e tre 9 di latino scritto e orale. Ricevette di nuovo il primo premio.

Chiudeva così due anni di intenso lavoro spirituale e intellettuale, biennio ricco per lui di preziose esperienze, che ameremmo conoscere bene a fondo; ormai però non esiste più nessuno, che sia in grado di somministrare notizie. Don Bosco, secondo la sua promessa, lo chiamò a Torino con parecchi compagni, che volevano pure farsi salesiani. Ignoriamo se, uscito dall´istituto il 1° settembre, abbia fatto una breve visita alla famiglia. Il Santo non tenne i nuovi arrivati nell´Oratorio di Valdocco, dov´era stata fino allora la sede del noviziato. I novizi, crescendo d´anno in anno il loro numero, vi stavano troppo a disagio; perciò proprio nel 1879 Don Bosco aveva apprestato per essi un bel nido nella storica Badia di S. Benigno Canavese, breve distanza da Torino, sicché gli sarebbe tornato agevole visitarli con frequenza. In quell´autunno pertanto i futuri novizi erano stati mandati a godersi ivi alcune settimane di vacanza. Quelli di Sampierdarena, avendo terminato più tardi il loro anno scolastico, giunsero dopo gli altri, sicché diedero il proprio nome l´8 settembre

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, e dopo si prepararono alla vestizione. Le talari furono pronte il 20 ottobre, nel qual giorno Don Bosco eseguì con tutta la solennità possibile quella cerimonia. Fra i 51 vestiendi, aitante della persona, grave nell´incesso e tutto in sè raccolto, gli si accostò Filippo Rinaldi a ricevere dalle sue mani l´abito della sacra milizia, alla quale con tutta l´anima aspirava.

CAPO III

Noviziato, professione, sacerdozio.

Il novizio entrava spiritualmente ben preparato nel suo anno di prova. Con quali disposizioni interiori vi si accingesse, ce lo dicono il rinnovato voto di castità sul finire di settembre, come accennammo, e una promessa posteriore. Il 2 ottobre tutti i novizi si recarono in pellegrinaggio a un santuario mariano, forse a Belmonte, e là, come scrive in uno dei più volte menzionati foglietti, promise alla Madonna di ubbidire sempre a´ suoi superiori. Dei progressi da lui fatti nella via della perfezione parlano eloquentemente tredici articoli, formulati nel corso dell´anno, qual « Metodo giornaliero », come li intitola. Nulla giova meglio a far conoscere il fervore del suo spirito che il riportarli qui integralmente. Eccoli: « 1° La mattina svegliatomi bacerò il Crocifisso dicendo qualche giaculatoria. - 2° Bacerò anche l´abitino o medaglia della SS. Madre e a Lei raccomanderò quel giorno, che ancora il Signore mi concede. - 3° Onde intendo, tutte le volte che suona il campanello, di essere pronto a fare il comando per obbedire a Maria SS. - 4° Discenderò dunque dal letto appena dato il segno ed inginocchiatomi chiederò tutte le mattine a Maria SS. la sua santa benedizione. - 5° Nel vestirmi voglio tenere il pensiero raccolto in Dio. - 6° Del restante del giorno voglio fare quel che piace ai miei superiori. - 7° Voglio vincere le distrazioni che mi verranno sia in chiesa che in studio ed in scuola. - 8° Se il

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mio Superiore non mi toglie il permesso, farò ogni mattina la S. Comunione. - 9° Verserò ogni mia inquietudine nel seno del mio Direttore spirituale. - 10° Voglio cibarmi solamente quando e quanto richiede il mio corpo per conservarsi in salute. - 11° Nella ricreazione mi asterrò dal parlar troppo, a me tanto dannoso. - 12° Nelle passeggiate o in casi d´uscita mortificherò gli occhi per amor di Maria SS. ». Quanto al soverchio parlare, mise talmente in pratica il proposito di astenersene, che chi lo conobbe giovane sacerdote sa quanto fosse misurato nel conversare: il danno forse stava nella non voluta divagazione. Circa l´uso dei cibi, si prefisse questo « Metodo di vita »: « 1° A colazione, mai la tazza piena di latte e caffè, non più d´un quarto di pagnotta. - 2° A pranzo, a sazietà con una mortificazione. - 3° A cena, minestra una scodella, pane mezza pagnotta, non più. - 4° Fuori di pasto, nè cibo nè bevanda ». Questo per tenere a freno la concupiscenza della carne; a domare le superbia dello spirito, facevano riscontro i seguenti propositi: « Mi studierò di acquistare l´umiltà vera e di esercitare la carità verso tutti. A tal fine non lascerò passar giorno senza meditare anche un solo istante su tali virtù ed esaminarmi se ho peccato contro di esse ».

Quale fosse il suo stato fisico, intellettuale e morale nel noviziato, si vede da un rendiconto mensile di marzo, rinvenuto tra le carte del Maestro. Di salute stava abbastanza bene; solo gli si indeboliva la vista, fenomeno che da vari anni si riproduceva nella primavera. Gli studi non gli parevano più tanto duri; egli attribuiva ciò alla protezione di S. Giuseppe. Lottava contro le distrazioni

nella preghiera. Della vocazione, « avendo avuto segni incontrastabili prima di deliberare », non dubitava; ma di

tanto in tanto andava soggetto a turbamenti, temendo di non essere fatto per la Congregazione salesiana e di

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non possedere le doti necessarie per fare in essa tutto quel bene, che avrebbe desiderato.

Don Giulio Barberis, il Maestro dei novizi per eccellenza, non aveva conosciuto il Rinaldi prima di averlo sotto la sua direzione; ma restò così ammirato della sua virile maturità, che non esitò a preporlo ai compagni, creandolo assistente generale, ufficio di grande fiducia e responsabilità in un noviziato. Più tardi gli affidò l´insegnamento del canto gregoriano, del quale, come si disse, aveva più che qualche nozione; infatti nel venerdì santo fece eseguire un Christus factus est armonizzato da lui e lodato da competenti, quando lo fece ripetere dieci anni dopo nella chiesa di S. Giovanni Evangelista. Poi nell´anno 1881-82 lo incaricò della scuola d´italiano e di latino nel primo e secondo corso inferiore; nel solo secondo corso l´anno seguente. Allora i chierici delle singole classi erano divisi in due sezioni, denominate superiore e inferiore, a seconda dell´età e della capacità. Com´egli abbia saputo disimpegnare queste incombenze, l´udimmo da coloro che allora dovettero dipendere da lui: essi ne lodavano a una voce il tatto, la longanimità e l´amore al dovere, congiunto con una crescente padronanza di sè nelle parole e nei modi. Poiché, a detta deí medesimi, non mancarono occasioni atte a provocarne l´indole più vivace e suscettibile che generalmente non sembrasse; gli toccava infatti ad aver da fare a volte con adolescenti che non erano cattivi, ma coí quali ci voleva pazienza da principio e che solo la dolcezza inarrivabile di Don Barberis riusciva a disciplinare. Fu per lui un tirocinio utilissimo nella pratica di quella bontà, con la quale si segnalò in tutto il resto della vita. Infatti di certuni difficiletti scrive nel quaderno citato, che lo aiutarono potentemente a farsi un po´ di carattere.

Dal canto suo egli aveva nel Maestro, che era anche

Direttore, la più filiale confidenza. Terminato da poco l´anno di prova, gli diceva in una lettera d´augurio, scritta alla vigilia del santo Natale: « Un pensiero mi conturba in quest´istante, ed è il timore d´averle recato lungo quest´anno qualche disgusto colla mia imprudente condotta. Quindi, se ciò fosse stato, La prego anzitutto a volere dimenticare il passato, o ricordarlo solo per correggermi ed aiutarmi a mutare il mio incostante carattere.

Sì, Signor Direttore, perchè troppo ho bisogno della sua  vigilanza e se non fosse che Le sarebbe troppo d´incomodo, La pregherei di accrescerla per correggermi e riprendermi. Io poi, di tanta carità unita ai molteplici benefici già ricevuti, non saprei renderle grazie, parendomi Dio solo capace a contraccambiare simili favori ». E quando nel 1883 stava per abbandonare la casa di S. Benigno, sfogava i suoi sentimenti con questa apostrofe, che si legge nel detto quaderno: « Addio, caro Don Barberis, da cui ho ricevuto tanti benefici, tanti incoraggiamenti, tanti aiuti spirituali. Addio, caro Padre, addio. Io non dirò di te mai bene quanto basti. Tu sei il vero tipo del Direttore Salesiano; dolcezza e fortezza non trovai mai in te disgiunte. Mio dovere sarà praticare i tuoi consigli ». Di qui si vede com´egli avesse compresa l´importanza del noviziato, applicandosi tutto a quel lavorio interiore, che con l´aiuto della grazia doveva fare di lui un uomo

di Dio.

L´anno di noviziato terminava per il chierico Rinaldi 1´8 settembre del 1880; ma i suoi compagni. avendolo incominciato parecchie settimane prima, fecero la professione religiosa il 13 agosto, e anche lui fu del numero, pronunciando i suoi voti perpetui dinanzi a Don Bosco. Sei mesi dopo mancò poco che non dovesse dire addio al dolce soggiorno di S. Benigno, dando perciò alla sua vita un indirizzo diverso da quello avuto. Nel febbraio del

- CERIA, Sac. Filippo Rinaldi.

1881 i Superiori lo avevano destinato all´oratorio che stava per essere aperto in Firenze, e Don lima ne avvertiva Don Barberis, dicendogli di mandarlo il 26 a Lucca, dove avrebbe incontrato il Direttore della nuova casa. Che cosa intervenisse a far ritirare un ordine sì formale, non sappiamo; è probabile che Don Barberis sia ricorso a Don Bosco, facendogli presente la difficoltà di supplire Rinaldi ne´ suoi uffici durante il corso del-Panno scolastico. Forse egli non ebbe nemmeno sentore di tale obbedienza. Intento sempre ad avanzare nella perfezione, il 20 marzo scriveva tranquillamente nel suo tacquino: « Voglio salvare l´anima mia. Sopporterò le contrarietà sfogandomi solo con Gesù, Maria e S. Giuseppe ». E il 4 aprile, forse dopo i brevi esercizi soliti a farsi in quel torno nelle case salesiane, formulava questi propositi di riforma: « Qui, qui, che così basta; anzi fu già troppo: faccio punto fermo e colla grazia del Signore voglio assolutamente cessare di lamentarmi: voglio fare, parlare, pensare solo avendo di mira Dio. Quindi sforzarmi per sottomettermi di cuore a qualsiasi superiore, cercando solo la gloria di Dio. Invece di pensare come dovrebbero comandare, penserò come devo obbedire; e quando devo comandare io, cercherò d´aver prima almeno ottenuto un consenso il più prossimo possibile da quel Superiore che m´indica la regola. 1Iio Dio, Mamma SS., lo voglio perchè voi lo volete, ma datemene la

grazia ».

Vi è qui una coperta allusione a qualche superiore in particolare, che non lo trattava coí guanti. L´allusione va messa in rapporto con una croce pesatagli a lungo sulle spalle e rivelata nel noto quaderno, là dove dispensa addii poco prima di lasciare S. Benigno. Il prefetto, ossia amministratore della casa, dopo iniziali significazioni d´affetto, aveva assunto con lui un « contegno or

serio or severo », che gli riusciva al tutto misterioso e che gli faceva passare per la mente, dice, « molti strani pensieri ». Pare che abbia pazientato dissimulando in silenzio o per lo meno lamentandosi solo seco stesso, come fa appunto nel quaderno. Da Bettor Maggiore, avendo frequenti occasioni dì trattare con quel confratello, gli usò sempre ogni sorta di riguardi.

Un grave lutto gli era riserbato in maggio. Il giorno 16 suo padre cessava di vivere. Il decesso lo addolorò tanto più, perchè, sebbene dopo lunga malattia, accadde all´improvviso, senza che egli avesse tempo di volare al capezzale del morente. Si unì a´ suoi cari da lontano nel pianto con un´affettuosa lettera. « Povero Papà! — esclama. — Ci lasciò proprio quando meno l´aspettava, senza che io abbia avuto la consolazione di raccoglierne l´ultimo respiro ». Il timore che l´infermo avesse negli estremi lamentato la sua lontananza gli straziava il cuore. Cercava conforto nella preghiera ed enumerava i copiosi suffragi fatti dalla comunità. Terminava con un alto elogio alla memoria del genitore e con una raccomandazione aì superstiti: « Miei cari, abbiamo perduto un Padre!! Ma non basta, abbiamo perduto di più; poiché egli fu colui, che colla sua pietà ci preservò dalla corruzione del mondo; colui che colla sua prudenza ci tenne lontano dai pericoli; colui insomma che la fece da Padre bensì, ma da Padre cristiano. Ali! tratteniamo pure le lacrime, egli è in Paradiso, ma noi cerchiamo dì conoscere meglio le sue virtù e d´imitarle. E voi specialmente che dovete reggere la famiglia, imitate la sua giustizia nei contratti, il suo attaccamento alla religione, il suo disinteresse sul maneggiare ì beni e le cose di Chiesa, la sua costanza e risolutezza nell´allevare i figli ».

Dal poco che abbiamo detto e da altro che diremo, si vede che nei primordi della sua vita religiosa non gli

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mancarono le spine e le croci. Anche il distacco dalla
sua patriarcale famiglia dovette costargli non poco. Molti anni dopo, confortando un´anima da lui avviata tra le

Figlie di Maria Ausiliatrice e afflitta da pene consimili, scriveva (1): « Coraggio! La tua lettera mi fece ricordare

quanto ho sofferto anch´io in altri tempi. Sta´ di buon umore, che, come passò tutto a me, passerà così tutto a te... e poi saprai un giorno consolare gli altri ».

In morte del padre saltano fuori ordinariamente questioni d´interesse tra i figli. Il testamento del defunto

ingenerava una qualche incertezza d´interpretazione, che avrebbe potuto dare appiglio a contestazioni nei riguardi del fratello prete, parroco di S. Maurizio, del nostro Filippo e di Giovanni Battista, chierico allora nel seminario di Casale, passato poi alla Congregazione Salesiana dopo il servizio militare.´ Fortuna volle che Filippo nell´estate del 1881 dovesse trascorrere un paio di mesi, come diremo, a Borgo S. Martino, donde la poca distanza gli permetteva di recarsi a più riprese in famiglia, secondo ché il bisogno richiedesse, partendo la mattina e ritornando la sera; così aveva ogni comodità di comporre in persona coi fratelli le eventuali controversie. In fondo avrebbe fatto volentieri a meno di quell´andare e venire, anche perchè aveva cose più serie tra mano. Scriveva infatti, con un po´ di esagerazione, al Direttore Don Barberis il 22 luglio: « Se potessi, non vorrei più andare. Che vuole? Ne perdo immensamente nello spirito. Creda, Signor Direttore, questa confessione è una verità: io ho dato nella pietà un ribasso tale da aver distrutto quanto ho fatto in cinque anni. Mi si è allargata la coscienza, non ho più scrupolo a fare quel che anni addietro temeva,

(1) Lett. a Snor Rosetta Dadone, Torino, 2 settembre 1914. Il tono dí confidenza derivava dall´essere st2to Don Rinaldi direttore spirituale della destinataria per dieci anni, fin dalla fanciullezza di lei.

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non so più che dirmi: e quel che è peggio non sento più voglia di rialzarmi. La superbia trionfa in me. Ho un guazzabuglio nella mia testa inesplicabile; perciò non aggiungo altro ». Abbiamo qui una prova di quello che dicono i Santi, cioè che non si è mai sentito dire di alcun religioso che sia andato in famiglia e ne abbia riportato qualche vantaggio spirituale. Comunque sìa, accomodò così bene gli affari, che tutto si conchiuse con reciproca soddisfazione dei congiunti, senza che rimanessero strascichi atti a fomentare litigi. Quanto poi al guazzabuglio che diceva di avere nella testa, era fors´anch effetto di stanchezza mentale a motivo delle occupazioni

e delle preoccupazioni che lo assorbivano.

Diciamo prima di queste ultime. Don Bosco nel 1881 aveva disposto che i chierici di S. Benigno cambiassero aria nell´estate e andassero a passare le vacanze nel collegio di Borgo S. Martino. Il luogo vi si prestava non solo per l´opportunità che offriva di belle gite per le amene colline del Monferrato, ma anche perchè l´edificio, essendo un antico castello, aveva dinanzi un bel parco circondato da folto bosco e nel mezzo un laghetto, deli‑

zie dei chierici nelle loro ricreazioni. Rinaldi era incaricato della loro assistenza disciplinare, mentre il teologo

Luigi Piscetta faceva le veci di Don Barberis, nella direzione spirituale. Ora si sa bene che un tenore di vita più libera di giovani chierici usciti dal chiuso all´aperto,

li mette nell´occasione di manifestare meglio a che punto siano nella loro formazione religiosa, sicché quelli che non posseggono ancora bastante sodezza, rivelano con

facilità i loro lati deboli; del che profitta chi ne ha cura, studiandosi di conoscere i suoi polli e all´uopo mettendo anche il dito su qualche piaga. Non per nulla

Don Barberis voleva che Rinaldi gli mandasse con frequenza relazioni particolareggiate e individuali de´ suoi

assistiti. Tutto questo lo teneva in una certa tensione d´animo, che a lungo andare non poteva non ripercuotersi sui nervi e affaticarli, massime dopo un anno di

lavoro.

Ai fastidioli di tal genere si sovrapponeva il pensiero degli studi, che non gli permettevano riposo; poiché bisogna sapere che per la filosofia e la teologia Don Bosco veniva tracciandogli di mano in mano un programma, nel cui svolgimento gli prestava aiuto il valoroso Don Piscetta, senza dargli tregua in nessun tempo dell´anno. Al qual proposito è interessante un suo colloquio del gennaio 1924 con un giovane laureato in medicina, che stava per entrare nel noviziato salesiano e che ce ne fece una relazione scritta, ripetendo le sue stesse parole: « Io, — disse, — non avevo nessuna intenzione di farmi

prete. Religioso sì, ma sacerdote no. Mi feci tutta la mia carriera sacerdotale, diedi. gli esami di teologia, presi gli Ordini e la Messa proprio solo per obbedienza. Don Bosco mi diceva: — Il tal giorno darai il tal esame, prenderai il tal Ordine. — Io obbedivo di volta in volta ».

L´avere Don Bosco insistito tanto col giovane Rinaldi, perchè si facesse prete, è un caso assai più unico che raro, anzi l´unico che si conosca. Post eventum si ha ragione di dire: Digitus Dei est hic.

Con tutte queste brighe dunque era naturale che la testa non reggesse allo sforzo. Ma peggio fu nelle vacanze del 1882. Allora accompagnò i chierici non più a Borgo S. Martino, ma a Lanzo Torinese. Il collegio, situato sopra un´altura e circondato da monti delle prealpi, è un luogo ideale per ritemprare le forze e ricreare lo spirito nei mesi del gran caldo. Anche là, assistenza e studio si disputavano le ore di Rinaldi.

Superato il disorientamento dei primi giorni, vedeva le cose incamminarsi benino, tanto che scriveva, a Don

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Barberis: « Coll´aiuto del Signore ottengo quel che voglio ». Parecchi dei chierici si preparavano agli esami di maestro; agli altri del primo corso s´insegnava il francese e a quei del secondo l´inglese. Di quando in quando preparavano rappresentazioni drammatiche. Ma non ci sono rose senza spine. Le spine dell´assistente c´immaginiamo quali fossero. Secondo gli ordini ricevuti, teneva informato di tutto quanto succedeva Don Barberis, ma con un senso di ragionevole moderazione, come quando, accennato ad alcuni che lasciavano intravedere di portar poco volentieri il peso dell´obbedienza, egli, non dubitando del loro buon volere, soggiungeva bonario: « Credo che si faran più merito ». In generale però nelle prime lettere si mostra soddisfatto. Gli pare di essere a • S. Benigno. Si gioca, si studia, si prega e, se qualche cosa di più si potrebbe desiderare per la .disciplina, ne incolpa se stesso, che non stimola. abbastanza; tuttavia, se Don Barberis credesse conveniente un po´ più di rigore, si dichiara pronto a obbedire.

Ma poi col passare dei giorni osserva in taluni cose che. non gli piacciono. Pietà e mortificazione in certi individui vanno declinando; due anzi sono sì poco edificanti, che vengono allontanati. A suo giudizio, quella non fu una perdita, ma « il male è per loro, poverini! », esclama. Insomma le soddisfazioni arrecategli dalla grande maggioranza non compensano il dispiacere causato al suo cuore caritatevole dai pochi leggermi o inosservanti. E questo cominciava a essere il suo tormento quotidiano. Anche la salute non gli andava più guarì bene. Alla sera lo prendeva il mal di capo e uno sfinimento tale da non reggersi in piedi: in quei momenti non distingueva i chierici a cinque passi di distanza. Una lettera della seconda metà di luglio tradisce sintomi di nevrastenia. Si giudichi dal suo tenore: è un _documento.

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singolare. Scrive: « La mia vita è un inferno. Non sento Dio; sono abbandonato da tutti e sono orribilmente travagliato nell´animo e nella fantasia. Aborro la conversazione e giurerei che tutti aborrono me; amo la solitudine ed il pianto e non ho una lagrima da versare. Vorrei pregare o sospirare, ma una sola è la preghiera, uno solo il sospiro spontaneo: Por fine a tante miserie. In certi istanti par che prenda fiato, ma mi convinco che è per essere tosto più agitato. Tutto per me è oscuro e soffocante. Mi opprimono gli sguardi dei giovani e mi avviliscono quelli di molti superiori. Non ho pace e non la spero. Chiedo il suo consiglio e non l´apprezzo; scrivo perchè il bisogno del cuore mi spinge. Ma il vedermi innanzi scritto, che non apprezzo il suo consiglio, mi umilia. Sento che Ella mi è Padre... Oh che battaglia!!! No, non apprezzo il suo consiglio. Mi perdoni, così sento internamente; ma la volontà con l´aiuto della Madre SS. voglio piegarla ai cenni del mio Direttore. Queste ultime parole sono uno sfogo ». Poi, dopo aver scritto e firmato, ripiglia: « Se volessi assecondare, direi per un´ora; ma in questo istante me n´accorgo che sono un po´ matto. Disgrazia che non me n´accorgo sempre! ». Il miglior rimedio sarebbe stato chiudere per alcuni giorni i libri e darsi al bel tempo, spassandosi lungo la fresca valle della Stura e su e giù per i monti circostanti. Può essere che l´abbia fatto. Ma intanto arrivò lassù Don Cagliero, il quale fra l´altro tenne ai chierici una conferenza per l´esercizio mensile della buona morte. Il grande missionario aveva una parola vivace e colorita, che_ elevava gli spiriti e allargava i cuori. Or ecco che, dopo, il nostro desolatissimo Rinaldi non era più quello, perchè in altra lettera, ritornando sull´ultima, che chiamava « alquanto impertinente », domandava perdono a Don Barberis, e spiegava: « Era proprio un´ora cattiva,

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e fortuna che il poco tempo non mi permise l´andare più oltre ». Forse il Direttore gli aveva risposto, manifestandogli l´impressione che facesse cattive vacanze, perchè proseguiva: « Io, altro che cattive vacanze! Le faccio buonissime e, tolto quel timore di qualche diavolaccio nascosto, sono sempre stato tranquillissimo ». Si spiegò ancora meglio in altra sua senza data, esponendo a mente calma come stesse in realtà la cosa: « Quando io sono un po´ disturbato e faccio le mie pratiche di pietà colla mente alla caccia delle mosche, allora mi saltano certi fumi al capo, che mi annebbiano il retto giudizio e m´esaltano la fantasia in modo che non discerno più che mi faccia. Che momenti d´inferno! Desidererei solo la morte. Se invece posso fermarmi a meditare un tantino sulla caducità delle miserie del mondo, sulle bellezze delle cose celestiali, si muta la scena: godo una dolce malinconia che pare il paradiso. Quei giorni passati non meditavo, e solo mi trasse l´attenzione quel periodo che a questo proposito Le scrissi. Adesso sono tranquillo, benchè desideri continuamente di tornare immediatamente sotto la sua direzione ». L´impotenza a meditare era effetto anch´essa, non causa di perturbamento psichico, dovuto a soverchia

applicazione della mente.

Una nuova circostanza sopraggiunse a turbarlo. Aveva con sè un bravo aiutante, e gli fu improvvisamente tolto, perchè destinato altrove, sicché si vide là tutto solo. Per soprassello, scorgeva nei chierici segni non ingiustificati di scontentezza per il trattamento di tavola, che non dipendeva affatto da lui. Onde supplicava Don Barberis: « Venga almeno Ella a dirci qualche cosa ». Don Barberis non sarà stato sordo all´invocazione, ma non sappiamo più nulla di preciso sul resto di quelle vacanze, al termine delle quali si approssimava per lui il tempo delle ordinazioni. L´alleggerita responsabilità, gli eser‑

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cizi spirituali e l´imminenza dei primi ordini sacri, insieme con la vicinanza di Don Barberis, gli ridonarono certo la primiera quiete dell´animo. •

La sua ascesa agli ordini cominciò presto e si compiè in brevissimo tempo. Non c´è che un solo esempio simile nella vita di Don Bosco, il quale pochi anni prima aveva accelerato ancor più per il conte Carlo Cais la promozione al sacerdozio (1). Nell´uno e nell´altro caso egli sapeva benissimo quello che faceva, né ebbe davvero di che pentirsi. Riguardo alle ordinazioni di Don Rinaldi dobbiamo purtroppo limitarci ad allineare date. Sebbene S. Benigno si trovi nella diocesi di Ivrea., tuttavia, per assenze dell´Ordinario, bisognò ricorrere anche ad altri Vescovi. 11 17 settembre 1882 il chierico andò a Biella per ricevere la tonsura e ì quattro ordini minori da quel Vescovo Basilio Leto, che venne poi il 23 seguente a dargli il suddiaconato nella chiesa parrocchiale di S. Benigno. Qui pure l´8 ottobre ebbe il diaconato dal Vescovo di Fossano Emiliano 3.1anacorda. Entrambi questi Prelati amavano grandemente Don Bosco, al quale non ricusavano mal qualsiasi favore. Non meno affezionato gli era il Vescovo d´Ivrea Davide dei conti Riccardi che, nella sua cattedrale, conferì al nostro diacono il presbiterato.

La notizia che per il prossimo Natale Don Filippo avrebbe celebrato la sua prima Messa, giunse a Lu sul principio di dicembre, riempiendo di gioia la famiglia, i parenti e glí amici. Il sindaco Giovanni Ribaldone, suo

(1) Il venerando conte Cays di Giletta e Caselette, già deputato al Parlamento subalpino e vedovo da tempo, si fece salesiano a 64 anni d´età. Don Bosco che da lunga data ne conosceva la santa vita, iI molto sapere e la profonda cultura ecclesiastica, vestitolo chierico nel 1887, l´anno dopo gli ottenne il presbiterato dall´Arcivescovo Gastaldi, al quale l´ordinando era ben noto. Don L. Terrone ne ha scritto un´ampia e interessante biografia (Libreria Dottrina Cristiana, Colle Don Bosco, 1947).

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cognato, con una calorosa lettera pregò Don Bosco non solo di mandarlo a celebrarla in paese, ma di volerlo accompagnare egli stesso. L´ordinazione avenne il 23 di.cembre; ma il novello sacerdote celebrò la vigilia di Natale nella sua casa di S. Benigno. « La festa fu tutt´affatto di famiglia », dice una laconica nota di cronaca domestica. In quel giorno Don Bosco gli domandò se era contento. Egli narrò d´avergli risposto con tutta schiettezza: — Se mi tiene con Lei, sì; se no, non saprei che cosa fare. — Don Bosco sorrise. Forse quel sorriso voleva dire qualche cosa; Don Bosco leggeva anche nel futuro.

Nel giorno della sua prima Messa fece il proposito di non lasciar passare mai un anno senza leggere la vita o l´opera di qualche Santo. Dopo molti anni, rivelando questo a una persona di confidenza, soggiunse di poter dire che in ogni Santo aveva trovato sempre qualche cosa dello spirito dì Don Bosco, anche quando si trattava di Santi contemplativi e quindi lontani dalle abitudini dei Salesiani, che sono sempre in moto. Questo induce a credere che non era venuto meno al suo proposito. Egli non fu mai un gran lettore. Le sue letture predilette, e nell´ultimo ventennio della vita esclusive, sembra che fossero o agiografiche o ascetiche.

Don Rinaldi dimorò ancora nove mesi. a S. Benigno, continuando a occuparsi dei chierici e approfondendo lo studio della teologia morale sotto la detta esperta guida.

Ma ecco una particolarità che più nessuno oggi sapeva.

Nel mese di luglio con un gruppetto di chierici diede in Genova gli esami di patente normale. Furono ospiti dei Signori della Missione nel loro collegio Brignole. Nella penuria di notizie continuiamo a sfruttarne la corrispondenza, che se non altro ci solleva qualche lembo del suo interno. Che differenza tra ambiente e ambiente! In tono

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semiserio scriveva a Don Barlieris: « Con questi signori Missionari, l´assicuro io, facciamo proprio gli esercizi spirituali. Silenzio in refettorio, silenzio per le scale, silenzio in ricreazione e silenzio in camera. Poveri noi! Malgrado tanto silenzio, di quando in quando abbiamo qualche vecchiotto alle spalle, che ci rimbrotta, perchè disturbiamo il padre Pacifico o il fratello Felice. Come si fa? Arriviamo a casa pel pranzo ad un´ora, ad un´ora e mezzo dopo d´essere stati quattro o cinque ore nei banchi: allora si ha voglia di chiacchierare sul fatto e sul da farsi, ed i poverini sono a riposo. Ma pazienza; io, quando mi accorgo che abbiamo rotto qualche regola, vado dal Superiore, domando perdono e tiriamo innanzi. Del resto, tutto bene pel luogo, per la tavola, pei superiori ».

Quando scriveva così, erano terminate le prove scritte. Riferito come sembrava che fossero andate, diceva per conto suo: « Caro Sig. Direttore, le confesso proprio che questa ubbidienza l´ho trovata più volte molto difficile. E anche adesso non devo pensarci, altrimenti si scalda la fantasia e non faccio più nulla ». Poi dava informazioni sui chierici: « Dei chierici sono molto contento. Non si scostano mai un passo da me e mi sono di buon esempio. Sono divenuti molto familiari e nel medesimo tempo mi dimostrano molta sottomissione ». In quel periodo di respiro tra gli scritti e gli orali Don Belmonte, Direttore a Sampierdarena, invitò tatti alla festa posticipata di S. Luigi. V´interveniva l´arcivescovo Magnasco e c´era bisogno di aiuto per il canto e per le cerimonie. Fra i motivi per cui ci andavano volentieri Don Rínaldi mette questo come principale: « Così potremo´ correre, saltare un poco a nostro piacimento ». Il buon esito riportato da tutti negli scritti li incoraggiò. Alcuni però dovettero ripresentarsi a ottobre. Don Risaldi

cadde in ginnastica, in pedagogia e forse in altro, che probabilmente ridiede in autunno (1).

Ritornato a Torino, rieccolo per la terza volta con i chierici alle vacanze, trascorse nuovamente a Lanzo. Per l´Assunta fu un avvenimento la visita del missionario Don Costamagna, venuto dall´America per il terzo Capitolo Generale della Società Salesiana. Da abile pescatore, egli gettò la rete per pescare volenterosi da condurre seco, mirando specialmente a Don Risaldi. Questi si schernii come potè e scrisse a Don Barberis: « Sia come vuole il Signore, chè io non desidero nè l´America né ma solo di correggermi dei miei difetti e di fare del bene ai giovani nel modo che pare meglio ai miei superiori e segnatamente a Lei, Sig. Direttore, che mi conosce, spero, intus et in cute ». Finiva la lettera che erano le undici di notte e gli restavano da dire parecchie delle ore canoniche; ma in buon punto si ricordò del genetliaco di Don Bosco e aggiunse ancora due righe: « Non vorrei che passasse questo giorno [15] senza mandare anch´io il mio augurio al caro Papà signor Don Bosco » (2).

Gli assalti di Don Costamagna l´avevano messo in imbarazzo. Diceva nella medesima lettera: « Più d´una volta, non volendo dire le cose come realmente stanno in presenza di tutti, dovetti arrossire e borbottare non so io che cosa ». Noi conosciamo quali fossero queste cose che non voleva dire. L´aspirazione alle Missioni aveva influito molto ad affezionarlo alla Società Salesiana. Le lettere dei Missionari pubblicate dal Bollettino lo infiammavano; stimava che nella lontana Patagonia fosse il campo più adatto per lui a esercitare lo zelo. Non la pensava però così Don Bosco, al quale manifestò tale desiderio.

(1)   Lett. a Don Barberis, senza data, ma certo dell´ottobre 1883.

(2)   Si credette sempre che Don Bosco fosse nato il lo, non il 16 agosto, come risultò dall´atto di nascita.

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Lo disse Don Rinaldi una sera del 1889, parlando in pubblico ai Figli di Maria nella casa di S. Giovanni Evangelista in Torino. « Io pure, — affermò, — feci a Don Bosco la domanda di andare in missione. Egli mi rispose che in missione non sarei andato, ma che sarei stato qui a mandarvi altri. Poi mi soggiunse altro che non dirò più a voi né a chicchessia » (1). Invece lo disse molto più tardi, quando non c´era più alcun motivo di tacerlo. Don Bosco aveva aggiunto che egli avrebbe un giorno aiutato molto Don Rua, come di fatto avvenne. Al qual proposito è notevole ciò che scrisse, quando si avvicinava il cinquantenario della prima spedizione missionaria fatta da Don Bosco l´Il novembre 1875 (2): « Come volentieri volerei a Buenos Aires, a Viedma, a Fortin per le prossime feste! Ma il vostro Don Rinaldi vede sempre più avverarsi il vaticinio del Venerabile Padre: " Andrai quando in America non avranno più bisogno di personale europeo " ». Ecco dunque le cose che non aveva potuto dire nel 1883 a Don Costamagna.

L´ultima lettera citata sopra contiene ancora qualche coserella da non doversi trascurare per la conoscenza dell´animo di chi la scrisse. Nel rendere conto della vita menata a Lanzo da´ suoi assistiti, accentua l´espressione della sua diffidenza in se stesso. Dice: « Io, in Domino; ma guardino bene che sono un povero ignorante imprudente ». Sempre tutto occhi per tener viva insieme con la pietà, con lo studio e con la disciplina anche l´allegria, era impensierito che parecchi non potessero prendere parte alle passeggiate comuni, perchè indisposti e obbligati a stare nell´infermeria. Ma più di tutto, quanto aveva

(1)   Lett. del salesiano Don. Brioschi a Don Ricaldone, Colle Don Bosco, 1932.

(2)   Lett. a Don Manachino, a Fortin Mercedes nella Patagonia, Torino, 2 magg´o 1924.

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a cuore la vita spirituale della comunità! Non doveva deplorare notevoli inconvenienti; ma chi ama, teme. Supplicava quindi il Direttore: « Signor Direttore, non mi dimentichi per carità nella S. Messa, perchè temo di farne o di lasciarne fare delle grosse. M´ottenga dalla Mamma piuttosto la morte più atroce, anziché per me avvenga qualche peccato tra noi ».

Le vacanze durarono fin dopo la ,metà di settembre, I quando venne il tempo degli esercizi spirituali per lui e per i chierici. Intanto si bucinava nell´Oratorio che Don Rinaldi fosse stato nominato Direttore. La voce arrivò a S. Benigno. Fu un fulmine a ciel sereno. Il 23 scrisse a Don Barberis, che si trovava a Torino occupato nelle sedute del Capitolo Superiore: « Io Direttore!!! Ma non sanno che è affidare alla loro rovina i poveri giovanii Io istupidisco a pensarci. Il Signore si è sempre servito degli strumenti più spregevoli per la Sua gloria ». Fatto Rettor Maggiore, a volte, sul punto di chiamare qualcuno a coprire una carica, domandava confidenzialmente a chi lo conosceva: « Il tale è umile? ». Aveva sentito per tempo essere questo un requisito essenziale negli eligendi ad alti uffici di responsabilità.

CAPO IV

Direttore dei Figli di Maria.

Don Bosco amava molto la sua Opera dei Figli di Maria, più che ideata da lui, ispiratagli dal cielo. Gli sarebbe piaciuto tenerla vicino a sè; ma le circostanze lo costrinsero a cercarle un asilo fuori dell´archidiocesi torinese, dove l´aveva incominciata. A costo di non lievi sacrifici, la trapiantò a Sampierdarena nell´ospizio di S. Vincenzo de´ PaoTi, dove ebbe la gioia di vederla vigoreggiare. Ma quegli studenti così diversi dagli altri vi stavano troppo a disagio. Agglomerati quasi a mo´ di appendice in un istituto che aveva finalità differenti, facevano sentire la necessità dí un ambiente autonomo e con direzione speciale per formarli in una maniera più conforme alla loro condizione e alle loro aspirazioni. Ecco perché, caduti d´un tratto nel 1883 gl´impedimenti, Don Bosco li fece passare nel paese di Mathi presso Torino, assegnando loro casa propria, personale proprio e proprio Direttore. Quel Direttore fu Don Rinaldi,

Non si sarebbe potuto trovare nessun altro che più di Don Rinaldi possedesse le qualità necessarie all´importante ufficio. Già Figlio (li Maria egli stesso, mostrava una maturità di senno superiore a´ suoi ventisette anni; anche l´esteriore della persona gli conciliava autorità. Tuttavia, appena fu certo della nomina, sentendosi troppo inferiore al compito assegnatogli, scrisse a Don Rua, Vicario Generale di Don Bosco, che egli sarebbe stato

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l´uomo delle sue delusioni, non delle sue speranze. Don Rua gli rispose (li suo pugno: « Non sono io che ti ho nominato; è Dio che ti manda là ». Allora obbedì senza esitare. Tenuto il . giorno della partenza, prese mestamente commiato dalla comunità di S. Benigno e si avviò solo soletto dove Dio lo mandava.

Il noviziato è una, specie (l´infanzia spirituale. Come un vivo e tenace affetto lega l´uomo alla casa che lo vide nascere, così il religioso non sa staccar il cuore dal luogo, nel quale iniziò una vita nuova. Ci spieghiamo quindi facilmente l´appassionato linguaggio, con cui Don Rinaldi, in procinto di lasciare S. Benigno, disse addio alla sua casa di noviziato. A voce non si sarebb forse mai espresso in modo simile; in seguito nemmeno scrivendo gli cadevano dalla penna frasi dettate da sensibilità; ma quando non aveva raggiunto ancora il perfetto equilibrio fra niente e cuore, non fa meraviglia che si abbandonasse a qualche confidente espansione. Così fece appunto il 10 ottobre in quella specie di diario, che è il quaderno più volte menzionato. Quasi presentandosi personalmente ai singoli superiori e poi ai diversi gruppi di chierici, con termini vibranti di commozione prende commiato da essi, conchiudendo con questo pavido e patetico saluto: « Addio, sacro recinto, mia palestra e mia pace. Addio, San Benigno, addio. Parto, una gran parte del mio cuore e dei miei pensieri ritorneranno sovente qua. Parto, ma qualcosa che non avea entrando ora porto via. Grato e riconoscente pregherò il buon Dio a benedire questo paese, questa casa, questa chiesa, questi abitanti, questi confratelli, questi Superiori, questo caro Padre Don Barberis, Addio, addio ».

Il giorno dono era alle prese con la nuova realtà della vita. Mise piede in una casa piccola e per collegio disadatta. Un cortiletto, un giardino, un orticello le facevano

4 - CERIA, Sac. Filippo Mila».

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come da cornice. Lo aspettavano i primi quattro giovani.

Dentro mancava tutto. Il senso improvviso della sua inesperienza lo assalì e sulle prime gli caddero le braccia.

Si domandava: « Avremo il necessario! Cresceranno i giovani! Ci resteremo? Me la caverò? ». Ma tosto un pensiero di fede lo trasportò "in più spirabil aere ", e disse a se stesso: « Coraggio, e vedremo. Maria Ausiliatrice farà da Madre. A lei la cura di tutto, e io suo umile e fedele servitore ».

Una delle prime cose che fece fu di riprendere la corrispondenza col suo Direttore. Sono poche le lettere rimaste, ma sono quasi l´unica fonte, dalla quale possiamo attingere qualche notizia. Da mane a sera correva dalla camera al cortile e dal cortile alla camera per attendere ai muratori e ai falegnami, che lavoravano a riattare il fabbricato e renderlo abitabile. Andava spesso a Torino in cerca di materiali, di utensili e di mobili. Intanto pensava ai bisogni urgenti della gita. Le domeniche predicava ai giovani, arrivati presto a diciotto e adagio adagio saliti a sessanta. Gli toccava proprio a fare da Marta e da Maria. Il tempo gli fuggiva come un lampo. Scriveva: « Ah quanto pagherei a ritornare coi miei chierici! Io sto bene solo quando ubbidisco ». Sospirava il momento di avere in casa Gesù Sacramentato, la cui assenza lo faceva esclamare: « Ci pare d´essere abbandonati da tutti. Siamo nuovi del luogo ed inesperti dell´ufficio, e ci manca perfino questo conforto ». Finalmente ne parlò con Don Bosco e tutto fu concertato.

I giovani gli parevano buoni. Osservava però: « Avrebbero solo bisogno d´un buon Direttore. Se qualche cosa di male avverrà, diano pure tutta la colpa a me ». Parla così perchè Don Barberis, comunicandogli l´obbedienza, gli aveva detto: — Andrai a Mathi come vicedirettore. — Perciò, quando al principio del 1884 ricevette

il Catalogo dei Soci e si vide Direttore, se ne lagnò con lui come d´un tranello per indurlo più facilmente a chinare il capo e partire. Tuttavia soggiungeva: « Del resto sono sempre contento e tranquillo; come vuole il Signore, voglio anch´io ».

Aveva scarso personale. Porgendo i suoi ossequi a Don Barberis, vi univa quelli del prefetto, del catechista e del consigliere scolastico, i quali scherzevolmente diceva che facevano una cosa sola con lui. Si capisce come. Doveva dunque dirigere, amministrare e badare alle cose religiose e scolastiche, anche insegnare. La parte che più gli pesava, era quella del prefetto, cioè l´amministrazione; « ma sia tutto pel Signore », scriveva rassegnato. Un bel giorno comparve Don Rum, Prefetto generale, per fare un´ispezione d´ufficio. Visitò la casa, esaminò i registri, chiese conto dei superiori e inferiori, indagò sulle care spirituali e materiali. Don Rinaldi ci fa sapere che alla fine si mostrò abbastanza contento. È un po´ meno di ciò che scriveva un suo dipendente di allora (1): « Lo zelo, la carità, la paternità del Direttore fece tosto della casa una vera famiglia. Teneva conferenze, predicava, confessava, animava tutti. Soleva prendere parte ai giochi e di tanto in tanto a qualche passeggiata straordinaria. Regnava in casa una santa allegria e per fomentarla s´improvvisò una banda di canne e cartoni ».

Non si faceva però illusioni: cominciava a formarsi le sue esperienze sulle miserie umane; ma « quello che mi dà più pena, — confessava a Don Barberis, — è che sono io il più miserabile ». Se certe cose inevitabili in una comunità non gli toglievano la pace, la sincera coscienza della sua pochezza lo rendeva delicatissimo nel portar giudizio sugli altri. Informava a malincuore di qualche

(1) Relazione di Don Maggiorino Olivazzo, Barcellona, 26 marzo 1932.

manchevolezza dei confratelli, ma solo dopo aver osservato ben bene ed anche aiutato a correggersi. Eppure, nonostante queste precauzioni, temendo ancora di veder male, pregava di non dare troppa importanza alle sue parole.

Pìù di tutto lo consolava la pietà dei giovani, che aveva ragione di ritenere abbastanza viva e soda. Avevano fatto con tal fervore il mese di S. Giuseppe, che neppure una leggera mancanza esterna in tutto quel tempo era stata commessa. Lo rallegrò particolarmente un fatto, da lui così riferito: « I eri, domenica Laetare, tutti i nostri giovani e chierici vollero fare la santa Comunione per la salute e secondo l´intenzione del nostro caro Padre il Signor Don Bosco. E la fecero con tale spontaneità e fervore, che mi riempì il cuore di piacere e di contento. Noto questo, perchè non sto troppo bene di salute e di borsa, e la pietà dei giovani pare che m´abbia messo a posto ». Di questa pietà vide un crescendo durante i successivi mesi di Maria e del Sacro Cuore. Per la grande festa di Maria Ausiliatrice condusse tutti a Torino, si può immaginare con quanta gioia loro e con qual frutto spirituale. Per il 3 luglio invitò Don Barberis a rendere più solenne la festa del Sacro Cuore e ad infervorare tutti, diceva, « in questa bella divozione ». La pietà faceva passar sopra ai disagi. Erano, per esempio, pigiati come acciughe; ma « che belle feste! che allegria! » esclamava gongolante in una lettera a Don Barberis, dando uno sguardo alla vita degli ultimi mesi dell´anno scolastico.

Pur in mezzo alle faccende, non dimenticava lo studio della morale per l´esame di confessione. In marzo e aprile aveva, secondo la sua espressione, « divorato teologia ». Aveva già la facoltà di confessare in casa; ma bisognava anche ottenere dalla Curia la patente generale. Egli avrebbe voluto presentarsi in maggio, se Don Rua non

ri

l´avesse consigliato di aspettare, studiando più a fondo la materia. Egli si disse contento di avere altri mesi per « ruminare e digerire »; sentiva infatti di « sapere e non sapere ».

II´ Nell´estate un grave pericolo minacciò il paese e la casa. Il colera, dopo aver serpeggiato in Francia e in Limarial´ agosto invase anche il Piemonte. Fra l´agosto e il settembre fece pure a Matbi due vittime. Nello spavento generale i Figli di Maria, mettendo in pratica i consigli che a tutti dava Don Bosco per essere preservati dal morbo, non temevano nulla, anzi erano allegrissimi. La Madonna vegliò sopra di loro, come sopra le altre case salesiane.

Quello fu il primo e ultimo anno passato a Matbi. Don Bosco, Don sappiamo quando, aveva veduto con i propri occhi, che la casa, congestionata com´era e incomoda, non poteva continuare; perciò faceva accelerare i lavori per la costruzione di un grandioso edificio a fianco della sua chiesa di S. Giovanni Evangelista con l´intenzione di trasferirvi al più presto quei giovani. Con la loro presenza intendeva anche di provvedere allo storico oratorio di S. Luigi, il secondo da lui fondato nel 1847, e al servizio religioso della magnifica e frequentatissima chiesa.

Ve li chiamò l´8 novembre. Parve loro di cambiare una casa di campagna con una reggia. Ecco l´ultima nota di Don Rinaldi nel quaderno delle sue confidenze: « E Mathi dov´è? Sparì come un´illusione, un incanto. Quante comodità qui! Che porticati, che cameronì, che scuole, che chiesa! Altro che Mathi! Ma colà eravamo solitari; i giovani si stringevano intorno a me ». Le ultime parole adombravano un timore. Temeva che le maggiori distrazioni ostacolassero la vita di famiglia, che aveva formato il bello di Mathi, Ma fu un´apprensione, che presto svanì.

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Quanto a lui, come non profittare della vicinanza di Don Bosco per la sua vita spirituale? Una volta per settimana alle due e mezzo andava a dargli conto dell´opera affidatagli. Lo trovava nella sua camera seduto al tavolino. Non leggeva, non scriveva, ma stava raccolto. Era per lui quella l´ora del raccoglimento, anche del riposo, se si vuole, ma riposo in Dio. Eppure dalle due alle tre era l´ora, nella quale lavorava di più, osservò una volta parlandone Don Rinaldi (1), perchè era il tempo, in cui trattava direttamente col Signore. Arrivando lo accoglieva molto bene e aveva subito pronta la parola

buona. Ascoltava, consigliava e talora lo trattenne e lo introdusse nella sala del Capitolo Superiore, facendolo

assistere alle sedute. Era un tratto eccezionale. Si direbbe che nella mente del Servo di Dio si profilassero i lontani disegni della Provvidenza divina sul giovane Direttore.

In quelle visite settimanali faceva a Don Bosco anche la sua confessione. Quando il Santo era negli ultimi giorni di vita, Don Rinaldi, sebbene sapesse quanto egli stentasse a parlare, volle tuttavia avere la consolazione di confessarsi ancora una volta da lui. Appena entrato, gli disse: — Signor Don Bosco, desiderei che m´ascoltasse ancora questa volta in confessione; ma, non volendo stancarla, la pregherei di dirmi soltanto una parola dopo la mia accusa. — Don Bosco acconsentì e prima dell´assoluzione gli disse a mezza voce soltanto questa parola:

Meditazione. — Don Rinaldi, narrando il fatto, soleva notare che nella sua accusa non c´era stato nulla che si riferisse alla meditazione; onde soggiungeva,: — Perciò questa parola mí fece grande impressione e- fu come una

(1) Conferenza dattilografata del 1926, fatta alle novizie delle Figlie di Maria Ausiliatrice a S. Margherita presso Marsiglia.

rivelazione dell´importanza che Don Bosco dava alla meditazione. Quando poi diventai Rettor Maggiore, pensai che Don Bosco, prevedendo che io sarei arrivato a questo l ufficio, volesse darmi l´incarico di promuovere l´esatta osservanza di sì importante pratica.

I Figli di Maria, che pigliarono possesso della nuova dimora, non sorpassavano la cinquantina; ma presto il loro numero andò oltre. al centinaio. Don Rinaldi aveva l´arte di concentrare nella casa l´animo degli abitatori, i quali, benchè fossero in una parte popolosa della città, vivevano là dentro come se là dentro stesse tutto il loro mondo. Già si aveva la sensazione che egli si trovasse costantemente in mezzo ai suoi; chi infatti lo vedeva mai con il cappello in testa, sulle mosse per uscire o sul punto di entrare? Quando giungevano i nuovi, se li guadagnava all´istante, grazie all´affabilità delle parole e alla piacevolezza dei modi, con cui li accoglieva; poi, nella vita d´ogni giorno, li trattava sempre con sì abituale equanimità e cortesia, che quelli si legavano sempre più strettamente alla sua persona. Allorchè durante la ricreazione si faceva vedere sotto i portici, gli si ammassavano letteralmente intorno. Fortuna che, per alti che fossero, egli era più alto di loro. « Mercè sua, — scriveva Don Brnnelli che prima di succedergli, era stato là insegnante, — la

vita che si conduceva nell´istituto era una vita dì famiglia. Grande era la confidenza che esisteva fra superiori e alunni, i quali non avevano segreti per il loro Direttore, pronti a qualunque sacrificio, che egli sapeva ottenere da essi con tanta bontà e amorevolezza da renderlo loro gradito ».

Diresse la casa per cinque anni. Fu un quinquennio, che possiamo considerare come il periodo centrale della sua esistenza, perchè ìn esso portò a compimento la trasformazione iniziata; quando conobbe e seguì la sua vocazione

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. Entrò in S. Giovanni con qualche cosa ancora di giovanilmente corrivo o immodico o impulsivo che si voglia dire, e lo mostrava in certa vivacità di espressioni e di atti e in certa esuberanza di sentimenti; ma ne uscì virilmente padrone di sè e spiritualmente superiore alle contingenze della vita quotidiana. Al solo vederlo dava allora un´impressione di fermezza, di benignità e di uomo pio. Utilizzando ricordi personali e scarse no´ tizie avute d´altronde (la cronaca della, casa è su quegli anni pressochè muta e gli ultimi testimoni sono andati al Creatore), studiamoci di osservarlo da vicino nelle sue relazioni con i confratelli e con gli allievi.

Precipuo suo dovere stimava che fosse circondarsi di un personale osservante, esemplare e contento; perciò nulla trascurava per aiutarlo a mantenersi volentieri nella perfetta regolarità. A tal fine faceva sì che i chierici, mandatigli dallo studentato di Valsalice, non subissero la menoma scossa nel passare da un ambiente all´altro; la qual cosa avveniva senza gran difficoltà, giacchè non sperimentavano quasi alcun divario nelle due direzioni. La paternità del nuovo Direttore, non diversa da quella del precedente, avvolgeva, per cosi dire, i nuovi arrivati, fatti oggetto di attenzioni oculate e prevenienti. Commendevole per ogni riguardo era una sua tattica.. Nel giorno del primo rendiconto mensile, venuta l´ora della settimanale passeggiata, chiamava il giovane chierico e lo conduceva a fare un giro per i prossimi viali del Valentino, senza che quegli immaginasse la ragione di quell´uscita, e così andando lo lasciava parlare a suo agio, scandagliandone intanto alla buona l´indole, le attitudini e le disposizioni. Che di pin semplice e di più naturale ´per trovare di ciascuno il manico? Negli altri rendiconti poi soleva da ultimo cavar fuori un suo registrino contenente i nomi di tutti i Figli di Maria divisi per classe

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e interrogava l´assistente o il maestro sul conto di quelli a lui affidati, accompagnando la rassegna con osservazioni, che abituavano a rettamente giudicare e a ben condursi verso i propri dipendenti. Gli addetti alla sorveglianza o all´insegnamento erano tutti chierici o giovani preti, che, trattati a quel modo, riponevano nel Direttore tutta la loro fiducia e quindi agivano con tutta pace sotto la sua ispirazione.

Ma poichè errare humanum est, bisogna anche dire che era ammirabile non solo la sua prontezza nel correggere, ma anche la maniera di farlo. Una sera durante le vacanze, quando non c´erano giovani, un chierico si trattenne a conversare col prefetto nel tempo delle preghiere passeggiando sul marciapiede, che nel cortile corre lungo la chiesa. Il Direttore dopo la prima volta non disse nulla; ma dopo la seconda, incontrato come a caso il chierico gli osservò bonariamente: — In queste due sere sei stato ´ là col prefetto- durante le orazioni. Vedi, questo non è ad aedificationem. — Naturalmente la cosa non si ripetè - mai più.mai più.

Un altro caso. Un chierico insegnante, invitato da un confratello della casa, sacerdote anziano e autorevole addetto alla chiesa e professore di teologia, andò a passare con lui tutto un giovedì nella casa del cappellano di una chiesa a Tetti Piatti, non lungi da Torino. Lo strano fu che il chierico ingenuamente non sognò nemmeno di dover chiedere licenza al Direttore. Egli, quando si fu di ritorno, senza far vista di nulla., gli si mise d´accanto sotto i portici e secondo il solito lo lasciava parlare, intercalando solo qualche rara espressione con la massima serenità. Ad un certo punto scappò detto a colui: — Ah che noia quest´oggi! Io certo non invidio la vita di quel cappellano. — Don Rinaldi rispose: — Oh già, hai ragione; così dev´essere. — Nè aggiunse altro, pago senza dubbio di

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sapere dove si era andati e di conoscere che non c´era stato nessun inconveniente.

Anche questa è da contare. Scendeva a tarda sera Don Rinaldi con due suoi chierici da Valsalice dopo aver assistito in quello studentato salesiano all´accademia solita a farsi nell´onomastico del Direttore Don Barberis. Discorrendosi delle cose viste e udite, uno dei due scattò in parole vivaci su d´una poesia letta lassù dal suo autore. Don Rinaldi pronto, senza scomporsi, strinse con le dita della sinistra l´orlo della propria manica e fece scorrere il suo avambraccio sul braccio destro dell´acceso censore, come se gli volesse levar via della polvere o meglio come si suole, quando si liscia il pelo a una bestiolina imbizzarrita per farla star cheta. L´atto, compiuto con tutta naturalezza e alla. muta, bastò perchè quegli, mangiata la foglia, cambiasse tono.

Ma c´è un fatto, che vale per cento. Era docente della prima ginnasiale un giovane prete, ottima pasta d´uomo, se non fosse stato troppo insofferente di qualsiasi disturbo in classe. Bisogna però anche notare, che aveva una scolaresca di circa sessanta alunni e che in mezzo agli stagionati ve n´erano parecchi giovincelli ancora alquanto irrequieti sui principio dell´anno scolastico: costoro appunto facevano talvolta perdere la pazienza all´insegnante. Orbene, un pomeriggio, che è che non è, si ode un gran colpo di pugno sulla cattedra e poi si sente il maestro sbattere la porta, scendere rumorosamente le scale e andare via. AI pian terreno s´imbatte nel Direttore, che, scorgendolo sconvolto, gli domanda con calma che cosa ci sia di nuovo. Quegli apre bocca e butta fuori una concitata relazione, quale poteva aspettarsi in tale stato d´animo. Il Direttore, lasciatolo sfogare un tantino, l´interruppe dicendo: — Senti, va´ a prendere il cappello e andiamo a fare due passi. — Condottolo così alla vicina stazione

di Porta Nuova, prese due biglietti per Chieri e partirono. In treno fu facile cambiare argomento, commentando le cose che si vedevano lungo il percorso. A Chieri lo menò a visitare il duomo e vari monumenti cittadini, fornendogli spiegazioni a dovizia, finché, giunta l´ora, si tornò a Torino, si rientrò in casa, si salutarono, e via ognuno per i fatti suoi. Don Rinaldi aveva parlato di tante cose, ma dell´accaduto neppure un cenno. Rasserenato e quasi dimentico dell´incidente, l´insegnante infilò la porta e che vide? Gli scolari stavano ancora tutti là in silenzio e mortificati. Mortificato si sentì doppiamente anche lui e di fronte ad essi e di fronte al Direttore; ma ci assicurava egli medesimo quarant´anni dopo che la muta lezione gli era valsa più di qualunque predica e che ne sperimentò il beneficio per tutto il tempo della sua carriera professorale.

Sul personale, oltre alla vigile e paterna azione diretta, operava indirettamente, ma efficacemente il contegno del Superiore. Si verificava il regis ad exemplum, totus componitur orbis. Mai uno scatto, mai un motto pungente, mai un segno di cattivo umore. Taceva senza dar soggezione e parlava quanto bastasse a esprimere il pensiero e in tono sempre moderato, riguardoso e cordiale. Come sapeva prendere ognuno per il suo verso, e con modi insinuanti e persuasivi condurlo dove mirava!

Nei Figli di Maria alimentava soprattutto la pietà, giovandosi a tal fine specialmente di esortazioni spirituali, che faceva loro ogni mercoledì sera nello studio comune. Da principio aveva creduto di ottenere il medesimo effetto mediante una breve meditazione quotidiana, alla quale prendevano parte solo i più adulti; ma Don Bosco, venutolo a sapere, lo mandò a chiamare e gli disse che non era necessario questo e che lo lasciasse; facesse invece ogni settimana una conferenza a tutti in‑

sieme. Vi assisteva per lo più anche qualcuno dei superiori. Con la familiarità bonaria di un padre che parli a´ suoi figli e con il calore di un sacerdote intimamente pio, ma ognora sereno e gioviale, instillava negli animi il desiderio di santificarsi con la preghiera ben fatta, con i sacramenti ben ricevuti, con l´obbedienza praticata per compiere la volontà di Dio, con la mortificazione dei sensi, con lo zelo nell´oratorio festivo e con prestare edificantemente servizio nella chiesa. Ecco gli argomenti ordinari da lui trattati.

Dicevamo essere stata intenzione di Don Bosco, che i Figli di Maria accudissero bene alla chiesa e all´oratorio festivo. La chiesa aveva il suo Rettore, che però non s´ingeriva nelle cose dell´ospizio; spettava dunque al Direttore di questo adempiere i desideri del Santo, ed egli ci si mise fin da principio. Scelti tra i Figli di Maria i più giovani e meno alti di statura, costituì il piccolo clero per il servizio quotidiano delle Messe e per il disimpegno delle cerimonie nelle funzioni solenni. Quelli che avevano buona voce riunì in una scuola di canto, fatta regolarmente prima da lui stesso e in seguito da Don Ottonello, musicista valoroso, che, strenuo promotore della vera musica sacra in quel periodo di lotta per la riforma del canto ecclesiastico, educò un coro poderoso, Ie cui esecuzioni, ammirate dai competenti, aggiungevano decoro al culto. Interamente dal Direttore dipendeva l´oratorio festivo, da lui organizzato come non si sarebbe saputo meglio. Aveva mano felice nella scelta dei catechisti, che educava all´apostolato giovanile. C´era sempre un bel numero dei più grandi, massime provenienti dalla Lombardia, che facevano mirabilia, assistendo í ragazzi nella ricreazione e spiegando loro la dottrina nelle varie classi. Non pochi di essi finirono poi nelle Missioni, segnalandosi con il loro zelo.

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Teneva desta la pietà nei giovani anche per mezzo dei giovani stessi. Introdusse perciò l´uso che ogni venerdì, giorno sacro al Cuore di Gesù, nella ricreazione dopo la cena si facessero i così detti circoli di -pietà. Divisi in gruppi di otto o dieci, passeggiavano riuniti intorno a un loro compagno più influente, che guidava la conversazione spirituale. Si discorreva d´argomenti diversi secondo i tempi dell´anno liturgico, si commentavano cose- udite in prediche o in " buone notti " o nell´ultima conferenza, si pigliavano accordi per eliminare qualche inconveniente nella scuola o altrove, si praticava la correzione reciproca dei difetti. I vantaggi di questo pio esercizio si toccavano con mano.

Un´altra cosa gli stava sommamente a cuore, la con; fidenza degli alunni. La confidenza non s´impone, bisogna guadagnarsela. Per questo un gran segreto d´i • Don Rinaldi era .non lasciar mai partire. da sè nessuno{ malcontento e non perdere mai con nessuno la pazienza.

 Occorreva però anche agevolare i contatti. Quindi ´ ogni mattina durante la ricreazione prima della scuola rimaneva nel suo ufficio per dare udienza a chiunque volesse parlare con lui da solo a solo; onde in quell´ora presso la sua porta stava sempre adunato un gruppo di giovani, che aspettavano il loro turno. In altre ricreazioni faceva, come dicevamo, brevi comparse sotto i portici, e tosto gli si affollavano intorno quanti potevano: minuti preziosi, nei quali una buona parola, una piacevolezza, un´interrogazione, la risposta a una domanda, il racconto di qualche fatterello rallegravano gli spiriti. Quando poi faceva segno di volersi ritirare, tutti, baciatagli la mano, si disperdevano sereni e contenti per il cortile. Quel suo fare abitualmente grave insieme e festevole ispirava fiducia anche ai caratteri per natura timidi o meno aperti. .

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Di raccomandare lo studio non c´era bisogno; piuttosto bisognava incoraggiare di fronte alle prime difficoltà a rompere il ghiaccio dopo anni d´inattività intellettuale. Don Rinaldi, passato per la stessa prova, possedeva un´abilità speciale a far animo. Anzitutto esortava a confidare nella preghiera; poi recava esempi di sacerdoti, che, quantunque d´ingegno limitato, avevano con l´aiuto celeste e con la loro buona volontà raggiunto felicemente la mèta. Sapeva anche ricorrere a paragoni più efficaci di ogni ragionamento. Diceva, per esempio: — Non hai osservato, che sull´altare vi sono candele grandi e candele piccole? Eppure tutte servono per il Signore. Spesso anzi sono più necessarie le piccole che le grandi. Vedi un po´ quando il sacerdote dice la Messa prima che si sia fatto giorno: se allora si accendessero solamente le candele alte, come potrebbe leggere nel messale? Così è dei preti: non devono essere tutti cime! ‑

Con tutte le sue premure così ben corrisposte, non sognava nemmeno che bastassero gli angeli custodi a tener lontano dalla casa il peccato; perciò esigeva dai superiori che non si assentassero dalla ricreazione e che in ogni luogo vi fosse un´assistenza attiva. Il citato Don Brunelli era un prete già abbastanza anziano; eppure una volta gli capitò un richiamo al dovere, che non si sarebbe aspettato. Un giorno dopo pranzo, dovendo sbrigare qualche faccenda, si ritirò nella scuola, ed ecco di lì a pochi minuti un giovane a dirgli che il Direttore lo cerca. Scende all´istante e gli chiede che cosa desideri. — Che lei faccia la ricreazione coi giovani, — si ode rispondere sorridendo.

Di vocazione non parlava mai in pubblico nè permetteva ad altri di parlarne. Non erano là tutti per farsi preti? Mostrare la vanità del mondo, le dolcezze del servir Dio, la ricompensa per chi a lui sí consacra, le infinite anime da salvare, la fortuna di essere prescelti da

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Dio a strumenti di salvezza, tutto questo, sì; ma scendere a forme particolari di vocazione, no. Qualcuno si presentava a chiedere consiglio? Gli si rispondeva semplicemente di andare dal Direttore e consigliarsi con lui. Ed era gran prudenza fare a questo modo. I più, per non dire quasi tutti, venivano a S. Giovanni con l´intenzione di compiere un corso accelerato di studi per poi restituirsi alle loro diocesi. Scriveva Don Rinaldi nel maggio del 1885: « Varii aspirano ad altre religioni, altri al seminario, pochissimi a fermarsi. Le nostre speranze sono nel Sacro Cuore di Gesu ». Stante queste disposizioni di spirito, l´udire cose che avessero l´aria di contrariarli, li avrebbe facilmente indisposti, suscitando commenti, diffidenze e fors´anche divisioni. Ma intanto che avveniva? Quei giovanotti, trasportati dall´ambiente, edificati dalla vita dei superiori, staccavano a poco a poco il cuore dal loro campanile, elevavano la mente a pensieri di una più alta perfezione, spaziavano con lo sguardo su orizzonti più vasti e al momento decisivo, come frutti maturi che cadono dall´albero, domandavano di essere ascritti alla Società Salesiana. Al termine dei due anni scolastici 1886-87 e 1887-88 sopra 30 e 32 alunni dell´ultima classe, furono rispettivamente 28 e 30 quelli che chiesero e ottennero di passare al noviziato di Foglizzo.

Parecchi anni dopo, parlandosi di queste pesche miracolose, Don Rinaldi ci diceva che al noviziato non andavano soltanto coloro, ai quali egli stesso aveva consigliato di prendere altra via.

Dal fin qui detto non s´inferisca che col suo personale Don Rinaldi fosse paterno di quella paternità che il padre esercita con i figli ancora minorenni, cioè facendo tutto lui. Mensilmente chiamava a raccolta i confratelli per esaminare insieme l´andamento generale, e allora ascoltava le osservazioni anche dall´ultimo chie‑

rico e a volte sottoponeva al giudizio dei presenti qualche suo disegno. Anzi in certi casi domandava pure individualmente il parere altrui su provvedimenti, che egli stimava utile o necessario prendere. Una volta vi fu chi giudicò atto (li deferenza l´esimersi dall´esporre il proprio modo di vedere, rimettendosi alla sua saggezza; ma egli insistette dicendo: — Vedi, io credo che convenga darlo quest´ordine; ma non vorrei per nulla che c´entrasse dell´amor proprio. Dimmi francamente che cosa te ne pare. — L´interrogato allora espresse il suo sentimento, ed egli: — Ebbene, farò quello che avevo stabilito, come se fossi stato tu a consigliarlo.

Essendo stato io insegnante a S. Giovanni nell´ultimo anno e mezzo della sua direzione, ho ragione di ritenere che tutti i Figli di Maria avessero i sentimenti espressi qui da Don Giovanni Zolin (1): « Ho conosciuto Don Rinaldi dal settembre 1887 fino all´agosto 1889. Fu mio fermo costante convincimento, che egli era di una bontà senza pari. La prima volta che venni presentato a lui come mio Direttore, ricordo che mi trattò con tanta dignitosa paterna affabilità, che mi sentii tutto sollevato e portato ad aprirgli sempre tutto il mio cuore: nessun altro guardandolo mi aveva fino allora lasciato così profonda impressione. Ho potuto costata-re che era ugualmente buono con tutti e che tutti lo amavano qual tenero padre. Come consolante il suo sorriso così naturalmente buono! Come sapeva da lungi prepararci alle novene e feste principali dell´anno! La vita che si menava àIIora era veramente una vita di famiglia, di fratellevole carità, di attaccamento ai superiori e soprattutto al Direttore, che tutti amavamo ».

Lo stimavano e gli volevano bene sinceramente anche coloro, che gli stavano più vicino. Apparteneva alla casa

(1) Lett., Nizza Monferrato, 5 febbraio 1947.

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I S. Giovanni, come dicevo poc´anzi, e quindi stava alle -dipendenze del Direttore, il sacerdote Don Ottonello, più anziano di lui, cresciuto da piccolo alla scuola di Don Bosco, uomo di studio, laureato in lettere e filosofia, ricco di svariata cultura tanto sacra che profana. Egli andava ogni giorno a insegnare nel liceo di Valsalice fin da quando vi dimoravano ancorai nobili; in casa era l´organista della chiesa, ammirato dal pubblico e avuto in gran pregio anche dai più insignì cultori dell´arte musicale. Orbene, superiore e suddito erano due caratteri che più opposti non si sarebbero potuti mettere accanto: uno la calma in persona, l´altro tutti nervi; uno chiuso nella cerchia angusta degli studi più indispensabili a un ecclesiastico, l´altro aperto a tutte le novità teologiche, filosofiche, letterarie e artistiche; uno temperatissimo nel suo linguaggio, l´altro senza ritegno nel dire e nel giudicare. Non iscandolezzava nessuno. perchè se ne conosceva l´indole schietta e leale; ma non risparmiava chicchessia, ogni volta che fosse persuaso di aver ragione in cose di ordine speculativo o pratico. Ebbene questi due uomini vissero cinque anni insieme senza urti non solo, ma con significazioni evidenti e continue di mutuo rispetto, che culminarono in una manifestazione finale degna di rilievo. Don Binaldi doveva lasciare per sempre S. Giovanni, perchè mandato dai Superiori nella Spagna. La sera precedente alla sua partenza, Don Ottonello durante la cena sentì il bisogno di levarsi e porgergli un saluto, anzi un solenne e sentito omaggio, e lo fece da quel bravo dantista che era, applicando a lui il verso, nel quale il divino poeta riunisce le tre doti dell´uomo di consiglio (1),

che vede e vuol dirittamente ed ama. (1) Par., XVII, 105.

5 - CERII, Sec. Filippo Rinaldi.

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Mente, cuore e gran rettitudine d´intenzione: tale il triplice ricordo che Don Rinaldi lasciò di sè in quanti con lui e sotto di lui vissero a S. Giovanni Evangelista, donde uscì preparato e avviato ad maiora.

CAPO V

Direttore a Barcellona-Sarrià.

Come Don Rinaldi rimanesse, quando nell´estate del 1889 sentì che doveva andare nella Spagna, possiamo immaginarcelo, ma non ne sappiamo nulla. Chi però gli fu vicino negli ultimi tempi, cioè dal 1888 fino alla sua partenza, è persuaso che la spiritualità da lui raggiunta, se non impedì riluttanze interne, gli diede certo la forza di piegare docilmente il capo dinanzi alla volontà del Superiore, astenendosi da ogni pur rispettoso tentativo in contrario. Era troppo palese il movente soprannaturale, a cui soleva ispirarsi, perché si possa nutrire su di questo alcun dubbio.

Dovette per fermo affacciarglisi subito la difficoltà della lingua. A trentatrè anni è malagevole per tutti farsi padrone di una lingua nuova in guisa da poterne usare con la speditezza necessaria a chi assuma la direzione di un collegio in paese straniero, e d´un collegio salesiano, dove il Direttore bisogna che stia continuamente a contatto coi giovani; ancor più malagevole per lui, il quale, mentre aveva buona la memoria intorno a quanto concernesse il maneggio degli affari, stentava non poco a ritenere le cose imparate sui libri.

Tuttavia non perdette tempo, ma subito si accinse allo studio, nel che gli vennero in aiuto i Superiori. La sua destinazione si tenne segreta alcuni mesi. Intanto, perchè avesse maggior libertà di studiare lo spagnolo, gli fu dato

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un incarico provvisorio, che giustificasse il suo allontanarsi da S. Giovanni. Il Vescovo d´Ivrea Richelmi aveva ceduto allora allora ai Salesiani l´uso d´un vasto locale annesso al santuario diocesano di Piova, alle falde delle prealpi eporediesi. Colà nelle vacanze estive del 1889 i Superiori radunarono un centinaio dí giovani ascritti, che si preparavano al noviziato per ottobre, e Don Rinaldi venne mandato a dirigerli. Era una direzione in senso piuttosto largo, nella quale per giunta aveva a´ suoi ordini tre chierici deputati alla sorveglianza e a un po´ d´insegnamento, sicchè egli poteva benissimo dedicare allo studio la maggior parte della giornata. Ci si mise dunque con tutta la sua forza di volontà, sfogliando grammatiche e dizionari e facendo esercizi di versione alla maniera degli scolari; la quale occupazione non impedì che, terminato quel soggiorno, predicasse le meditazioni in un corso d´esercizi spirituali ai confratelli nel collegio di Valsalice. Rimessosi quindi al lavoro ed esercitatosi anche a parlare, arrivò al punto da sostenere passabilmente la conversazione in castigano. Lo favoriva in questo l´abituale pacatezza del suo ragionare, che gli dava tempo di richiamare alla mente i vocaboli e di comporre le frasi.

Bisogna pur dire qualche cosa di quei due mesi passati a Piova. Gli ascritti ivi raccolti rinunciavano a trascorrere le vacanze in famiglia ed i Superiori agevolavano loro tale rinuncia col procurare ad essi gli svaghi convenienti. Don Rinaldi, comprendendo la delicatezza della sua incombenza, dopo aver messe le cose sotto la, protezione dí Maria Ausiliatrice e di Don Bosco, fece in modo che i giorni scorressero lieti; quindi alla chiesa e alla scuola s´intercalavano allegre ricreazioni, divertentissime escursioni quotidiane per i monti, gite periodiche a luoghi anche lontani, e feste di occasione. Sapendo che il Rettor Maggiore Don Rua aveva il pensiero rivolto a

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quelle speranze della Società Salesiana, gli comunicò una notizia, che dovette consolarlo e che ci dà un´idea della vita là condotta, non che dell´animo del Direttore. Sul principio di settembre si apriva a Valsalice il Quinto Capitolo Generale della Congregazione, e il giorno 4 Don Rinaldi scriveva a Don Rua: « Oggi i Suoi figli che sono al Santuario di Piova a godersi le vacanze, in numero di novantanove, prostrati ai piedi di Maria SS. delle Grazie, s´accostano alla santa Comunione per ottenere al Capitolo Generale costì radunato i lumi necessari per regolare sapientemente la nostra cara Società e guidare noi Suoi figli al Paradiso. Accetti, caro Padre, questa santa Comunione anche come attestato della nostra riconoscenza per le felici vacanze, che ci ha preparato in questo stupendo locale, e ci benedica ».

A infervorare i giovani nella divozione alla Madonna e a procurar loro qualche varietà, aveva fatto preparare per la festa della Natività di Maria SS. un´accademia, al cui buon esito dovevano contribuire un po´ tutti con canti e- suoni, con prose e versi. C´era anche una piccola banda formata dai giovani stessi con alcuni strumenti. Per una settimana vi fu un gran da fare. Venuto 1´8 settembre, ogni cosa era pronta. Don Rinaldi invitò solo il prevosto e il sindaco; ma essi senza dir nulla organizzarono una vera dimostrazione di simpatia verso gi ospiti, conducendovi la giunta municipale, il segretario comunale, i maestri e le maestre, il medico, insomma tutte le persone più in vista, insieme con una cinquantina di ragazzi delle scuole. Questi ragazzi venivano quotidianamente a giocare e poi al catechismo, e quella mattina avevano fatto presso i Salesiani la loro confessione e comunione. Il trattenimento riuscì a meraviglia, facendo del bene ai giovani e lasciando un´ottima impressione negli intervenuti. Chi aveva mai visto nulla dì simile da quelle parti?

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La cosa fece rumore anche nei paesi all´intorno, sicchè cominciò un accorrere di parroci, di cappellani, d´insegnanti desiderosi di conoscere il gran Direttore. « Mi vedono tutti colla medesima curiosità, con cui si vede l´orso », scriveva egli il 14 a Don Barberis. Don Rinaldi però non potè più essere testimonio dei durevoli effetti prodotti in ogni dove dall´ammirazione, che aveva saputo destare tra quelle popolazioni non solo intorno alla sua persona, ma anche verso i Salesiani, durante quella non lunga permanenza a Piova.

Lasciò l´Italia verso la fine di ottobre. A S. Giovanni la sera della partenza avvenne una scena indescrivibile.

Che dovesse abbandonarli, i Figli di Maria lo sapevano da poco tempo, ma non si aspettavano che dovesse essere così presto, tanto più che lo vedevano fare ogni giorno con tutta tranquillità le sue parti consuete. Quella sera, nel dare la "buona notte" disse parole di congedo, ma senza sentimentalismi, com´era ormai nel suo stile.

Di lì a pochi minuti fu una vera desolazione. La cappella si trovava allora sotto la chiesa di San Giovanni. Quei giovanotti uscirono ad aspettarlo nell´ampio corridoio, gli si strinsero attorno, gli baciavano e ribaciavano le mani: non uno che non piangesse. Mentre Don Rinaldi moveva lentamente i passi, dicendo or all´uno or all´altro una buona parola, i più sensibili, staccatisi dai compagni e tiratisi nei vani sotto le finestre o appoggiati alle pareti, si struggevano in lacrime, levando anche gemiti, quali si sogliono udire nella perdita di persone care. Il pianto continuò su per le scale e nelle camerate, e una nube di tristezza stese come un velo il di appresso nella casa, donde l´amato padre evasi di buon´ora allontanato.

Mèta del suo viaggio era Sarrià, sobborgo di Barcellona; là si trovava la casa, che doveva dirigere. L´aveva aperta Don Bosco nel 1884 e poteva contenere trecento

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giovani fra studenti e artigiani. Le condizioni di essa da qualche tempo lasciavano a desiderare. I benefattori, fatta eccezione di una santa signora, della quale si sta facendo il processo di beatificazione, Donna Dorotea de Chopitea, « voltavano le spalle » ai Salesiani. Per taluni inconvenienti prodottisi l´anno innanzi, il numero dei convittori era ridotto a metà. Gli amici accagion avan o dello scadimento il Direttore, perchè, molto ricercato per direzione spirituale, stava troppo fuori di casa e quindi non conosceva abbastanza lo stato delle cose; perciò « strillavano » e invocavano un rinnovamento del personale. I loro lamenti giungevano a Torino. Don Rua, il quale sapeva che quel Direttore versava in cattive condizioni di salute, aveva deciso in un primo tempo di mandare al suo posto un « buono, santo e dotto prete cileno » per nome Don Ortuzar; ma da appena un anno egli era salesiano (1). Perciò, cambiato parere, si fissò con sorpresa generale su Don Rinaldi, e Don Rinaldi con semplicità re, ligiosa obbedì.

Egli non aveva pensato solo a studiare la lingua, ma si era anche spiritualmente preparato all´ardua missione. Di questa preparazione troviamo traccia in un foglietto, del quale è bene riprodurre in parte il contenuto; ciò servirà a penetrare sempre meglio i sentimenti del nuovo Direttore. Premesso un esame di coscienza, si prefiggeva di praticare nel suo ufficio quanto segue. « Risolvo: 1° Di fare una sincera confessione. - 2° Carità e mansuetudine

sempre coi confratelli, sopportando qualunque cosa possa avvenirmi ed interrogarli chiedendo regolarmente i rendiconti. Però sarà bene dare del tu a tutti e non chiacchierare di cose vane e sciocche. Qui attento, Filippo! Insistere che attendano ai propri doveri, e vigilarli. - 3° Fa‑

(1) Lett. di Don Lazzero a Mons. Cagliero, S. Benigno, 19 settembre 1889 e di Don Rinaldi a Don Barberis, 9 novembre 1889.

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re regolarmente la meditazione, specialmente sull´umiltà, • l´esercizio della buona morte, le conferenze, i rendiconti,

I la, preghiera prima d´ogni azione per tenermi raccolto in Dio. Nei casi straordinari dirò almeno: Maria Ausiliatrice, pregate per me. - 4° Coi giovani allegro e sempre buono ed esserlo davvero. Trattenermi con loro giocando, chiacchierando.

 Poi parlare di Dio, di Maria Ausiliatrice, e di Don Bosco. - 5° Colle suore pazienza sempre, riservatezza   e non abbandonarle; ma non sciupare il tempo. - 6° Coi benefattori belle maniere, mai opposizione diretta; parlerò specialmente delle opere nostre, cioè di Don Bosco, di Maria Ausiliatrice, del bene da farsi, del bisogno del loro appoggio, di Don Rua, dell´Oratorio. Non entrerò in cose politiche, dichiarandomi ignorante ed occupato nel fare del bene ai giovani, quindi nell´impossibilità di occuparmene». Conchiudeva questi propositi, dicendo a se stesso e pregando: « Umiltà., confidenza in Maria Ausiliatrice e coraggio. Maria Ausiliatrice, aiutatemi. S. Giuseppe, assistetemi ». Infine stabiliva tre cose per quando fosse arrivato colà: « 1° Esaminerò bene la casa: i laboratori, le scuole, la ricreazione, la chiesa, il refettorio, cercando di conoscere bene le usanze. - 2° Interrogherò bellamente tutti i confratelli, chierici, preti, secolari ed ascritti. - 3° Farò una conferenza ».

Arrivò a Sarrià il 29 ottobre. Subito all´indomani fu a visitare in Barcellona la mamma dei Salesiani Donna Dorotea. A lei l´aveva già raccomandato Don ,Rua salvendole, il 10 ottobre, mentre l´altro Direttore stava in Italia,: « Manderemo Don Filippo Rinaldi a sostituirlo. Fin d´ora io lo raccomando alla bontà materna di V. S. e delle altre Signore che dalla S. V. prendono esempio di zelo per le opere salesiane ». La Signora gli fece le migliori accoglienze e per il giorno dopo lo invitò a dire Ia Messa nella sua cappella domestica, da lei riguardata

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come tutta una grande reliquia, perchò vi aveva celebrato più volte Don Bosco nel 1886. La bontà di Donna Dorotea animò Don Rinaldi ad abbracciare la sua croce.

In casa, appena giunto, si era guadagnati gli anjmi. Il salesiano Dqn Emilio Nogués, testimoniò oculare, attesta: « A Sarrià fin dal primo momento produsse -in noi tutti un´ottima impressione l´amabilità del suo fare paterno ». Certo, una figura come la sua, non dico atletica, ma alta, gagliarda e apparentemente più atta a ispirar timore, se invece si presenta con espressione di sincera bontà, esercita sui giovani un fascino irresistibile.

Settondochè aveva stabilito, ascoltò tutti i confratelli e visitò tutta la casa. Dai primi raccolse informazioni non molto confortanti: l´andamento disciplinare non era quale doveva essere e i laboratori non ricevevano quasi più ordinazioni, sicchè non si sapeva in qual modo occupare gli artigiani (1). Inoltre, scarseggiando il personale, dovevano preti e chierici, con le molte loro occupazioni ordinarie, fare in casa tutti i mestieri (2). L´edificio poi abbisognava non solo di riparazioni, ma anche di ampliamenti, già ideati dal suo predecessore, ma non eseguiti per mancanza di mezzi. Don Rinaldi vi mise mano senz´altro. La Signora, stupita che il nuovo superiore si desse cosl presto a costruire, mentre a lei constava, che non c´erano fondi, né essa poteva concorrere nelle spese essendo impegnata in altre opere, un giorno senza tanti preamboli lo interrogò: — Come va che lei ha incominciato queste costruzioni?

—   Perchè, — rispose, — mi .parevano di assoluta necessità.

—  E chi paga?

—   Non lo so. Ma la Provvidenza non mancherà.

(1)     Date e dati desunti da un piccolo diario al Don Rinaldi.

(2)     Lett. cit. di Don Rinaldi.

— Ben ben, se la vedrà.

Ciò detto in tono quasi severo, se n´andò, lasciando intendere che quei lavori non avevano la sua approvazione. Il povero Don Rinaldi non sapeva come cavarsela, quando pochi giorni dopo la Signora andò a vedere i lavori, calcolò la somma necessaria a terminarli e consegnò al Direttore trentamila pesete. Don Rinaldi, narrando poi l´episodio, soleva dire che con quel primo colpo di scena essa aveva voluto mettere lui alla prova (1). Donna saggia ed esperta, intuì presto in Don Rinaldi l´uomo che ci voleva a Sarrià. Infatti le cose pigliarono a poco a poco un indirizzo nuovo e promettente. Chiamato dai Superiori sei mesi dopo a Torino, andò a Foglizzo e tenne ai novizi una conferenza, nella quale parlò del gran bene che già facevano i Salesiani nella Spagna. Un´osservazione specialmente i chierici portarono impressa nella memoria: per dimostrare come tutto fosse opera di Maria Ausiliatrice, addusse quale argomento la propria ignoranza della lingua, con che avrebbe dovuto creare imbarazzi, mentre invece nessuno vi badava.

Riguardo alla lingua, gli era sembrato nel partire da Torino che il grosso della difficoltà fosse superato; ma sul posto si avvide che parlare lo spagnolo in Italia non era lo stesso che parlarlo nella Spagna. L´accento straniero colpiva i nativi; la scioltezza di chi usava il proprio idioma faceva risaltare il suo imbarazzo di, fronte agli interlocutori; la frequente necessità di prendere la

(1) P. JAIME NONELL S. J.,              ejemplar de la exeelen                    senora

Da Dorotea de Chopitea vinda Serra, Barcelona, Typ. y libr. Salesiana, 1892, pag. 332. — P. JACINTO ALEGRE S. J., Un urodelo de earitad. Da Dorolea de Chopitea vinda Serra, Edítorial Iitbrgica Espanola, Barcelona, pag. 135. Il primo biografo confonde qui l´arrivo di Don Rinaldi a Barcellona con un suo ritorno dall´Italia.

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parola in pubblico nella casa e la facile irruzione - di barbarismi nel discorso lo esponevano all´altrui giudizio prima che la conoscenza delle sue doti personali avesse neutralizzato l´effetto, che gli errori linguistici producevano nella comune estimazione. Eppure poche settimane dopo il suo arrivo si arrischiò a predicare in catalano ai confratelli gli esercizi spirituali, non potuti farsi prima. Fu un esercizio che gli costò fatica e che gli diede più occasioni di mortificare l´amor proprio; ma lo sforzo gli recò giovamento.

La difficoltà però scomparve in gran parte più presto che non si sarebbe potuto credere, e questo fu in premio della sua virtù. Conformandosi allo spirito di Don Bosco, valicate che ebbe le frontiere, quasi dimentico della sua terra natale, concentrò tutti i suoi pensieri nel paese che lo ospitava. Quindi lo studio assiduo di parlare e pronunciare correttamente la nuova lingua; quindi la cura d´adattarsi agli usi e costumi locali, non solo evitando di con‑

, trapporvi ne´ suoi apprezzamenti altre abitudini, ma cercando di appropriarseli senza affettazione in casa e fuori; quindi le pressanti raccomandazioni ai confratelli stranieri di farsi spagnoli tra gli spagnoli. Tale atteggiamento, mantenuto senza ostentazione e con costanza, mentre rendeva i Salesiani accetti ai cittadini, faceva sì che al loro Superiore si aprissero volentieri tutte le porte anche nelle alte sfere.

Nella festa dell´Immacolata si stimò felice di poter già vestire tre chierici, dei quali fece le pietre basilari del noviziato salesiano spagnolo. Vi entrarono di lì a poco altri nove; ma intorno a questi ultimi molto gli restava da fare per ridurli, poichè erano ancora « materia greggia » (1). Di quei tre primi anche verso il tramonto della

(1) Lett. a Don Barberis, Sarrià, 16 gennaio 1890.

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vita si compiaceva di ricordare, quanto avessero ben corrisposto alle sue speranze, diventando ottimi sacerdoti, che resero preziosi servigi alla Congregazione. Uno di essi fu l´Ispettore Don Calasanz, nome così caro a quanti lo conobbero, e caduto vittima del proditorio piombo comunista a Valenza nei rivolgimenti spagnoli del 1936.

Quanto Don Rinaldi venisse riconquistando del terreno perduto, si vide nell´occasione di due visite. La prima fu quella ispettoriale. Nella Spagna vi erano solamente le case salesiane di Sarrià e di Utrera, le quali forma: vano con alcune altre isolate altrove un´ispettoria sui generis, dipendente da Don Celestino Durando, membro del Capitolo Superiore. Egli fece l´annuale visita a Sarrià nel gennaio del 1890. Passando da Marsiglia, prese con sè il maestro dei novizi francesi Don Bellamy. Don Rinaldi profittò dell´occasione per indire la prima conferenza ai Cooperatori salesiani nella chiesa parrocchiale di Belem, dove molti rammentavano ancora di aver udito la parola di Don Bosco nel 1886. Nonostante il cattivo tempo, si ebbe un numeroso concorso. Salì il pergamo un eloquente padre Gesuita, che svolse molto bene e con senso dí opportunità il tema sul fine del Cooperatore, sui mezzi di cooperazione e sui vantaggi spirituali di questa. Alla porta della chiesa si distribuiva volentibus et n olentibus un opuscolo di propaganda salesiana, tradotto dal francese. Nel complesso ci fu da essere contenti. « Si semina, si semina, e poi faccia il Signore », diceva Don Rinaldi nella citata lettera a Don Barberis.

La seconda visita, annunciata un mese avanti e aspettatissima, la ricevette da Don Rua, che vi giunse in marzo con Don Barberis. Nell´intervallo Don Rinaldi dava conto di sè e della sua casa in questi termini: « Qui andiamo facendoci buoni, mi pare, ma siamo tuttora molto lontani dalla mèta, a cui dobbiamo giungere. Io finora sono con

tento, perchè mi sembra di essere sotto il pergolato visto da Don Bosco (1). Sono circondato di rose, però ebbi sempre spine pungentissime, il più delle volte note a Dio e a me solo. Grazie a Dio, fui tuttavia sempre allegro ».

La venuta di Don Rua, essendo stato l´ambiente abbastanza ben predisposto, rinfocolò negli amici l´antica fiamma. Egli vide rinnovarsi in essi il buon volere di aiutare il nuovo Direttore. Un fatto importante li chiamò a raccolta intorno al successore di Don Bosco: l´inaugurazione d´un´opera salesiana entro Barcellona. L´aveva fatta sorgere a sue spese Donna Dorotea in un quartiere operaio di circa quarantamila abitanti, con una sola chiesa fuori di mano e senza scuole. La benefattrice, che per l´inaugurazione aveva voluto aspettare Don Rua, ne fece allora legalmente dono ai Salesiani, affinchè vi aprissero per -intanto l´oratorio festivo con scuole diurne e serali; per una chiesa pubblica si sarebbe provveduto in un secondo tempo. La cerimonia inaugurale, presieduta dal Vescovo, si compiè la vigilia di S. Giuseppe, al quale la casa venne dedicata. Don Rinaldi mise tutto il collegio a disposizione del comitato, perchè le cose si svolgessero con la massima solennità. Fu un avvenimento, che rialzò, come si dice, le azioni dei Salesiani. Dopo la festa del Santo Patriarca si recò Don Rua a visitare il collegio di Utrera. Nel ritorno si trattenne ancora un poco a Sarrià, fatto segno nuovamente ad affettuose dimostrazioni da parte dei giovani e dei Cooperatori. Partì consolato per aver visto, che le speranze da lui riposte nel senno e nella virtù di Don Rinaldi non erano state vane.

(1) Don Bosco in un sogno aveva visto la Congregazione simboleggiata in nn magnifico pergolato di rose: rose in alto, rose ai lati, rose in terra. Ma sotto le rose si nascondevano acute spine, che pungevano a sangue piedi, braccia e testa, onde molti, messisi ivi a seguire Don Bosco e non potendo resistere, ritornavano indietro.

comunità le prescritte preghiere. Amava pure dirigere personalmente la via crucis, che nei collegi salesiani si suole fare ogni venerdì della quaresima. Si ascoltavano poi con piacere e con frutto le sue " buone notti ". Erano brevi, ma date con unzione. Sempre, ma particolarmente in occasione di feste, si studiava con geniali industrie d´inculcare l´amor di Dio, ]a divozione a Gesù Sacramentato e a Maria Ausiliatrice, la conoscenza di Don Bosco e l´orrore al peccato. C´è nella Spagna una bellissima usanza: nei rapporti scambievoli si ripete a mo´ di saluto, di complimento o di richiamo l´invocazione Ave, •Maria purisiina, alla quale si risponde con sin pecado eoncebida. Don Rinaldi, secondo questo piissimo costume, abituando sè a far uso del caro´ saluto mariano e porgendo occasione ad altri di rispondervi, otteneva che in casa risonassero frequenti le due soavi giaculatorie. Anche presentandosi a dare la " buona notte " apriva il sermoncino con elevare a quel modo il pensiero suo e degli ascoltatori alla Purisima, come là si chiama per antonomasia l´Immacolata. Questa maniera di cominciare il discorsetto della sera, estesosi per opera di Don Rinaldi a tutte le case salesiane di Spagna, vi dura tuttora: chi parla, dice la prima parte, e gli altri ad una voce pronunciano la seconda. Il salesiano Don Gregorio Ferro, ricordando gli anni giovanili passati a Sarrià sotto Don Rinaldi, scriveva: « Era squisita la sua pietà, le su& parole spiravano soave fragranza di virtù, infondevano coraggio a farsi migliori, evitando le mancanze e correggendosi dei difetti. Con sante e attraenti industrie ci facilitava il cammino della virtù e vi ci faceva entrare, per così dire, senza che ce ne accorgessimo ».

Coloro che furono in quel tempo sotto la sua direzione, levano al cielo la sua maniera di ridonare la calma a, chi l´avesse perduta. Contribuivano già di per sè al buon ef

 

l´etto il suo atteggiamento sereno e paterno, non disgiunto da, una certa temperata gravità, e il tono della -voce sempre tranquillo e riflessivo, modi resiglisi ormai abituali. Nessuno ricorda di averlo mai visto alterato per qualsiasi motivo. Presentandosi a lui alcuno agitato, lasciava che si sfogasse liberamente, mentre egli lo stava osservando con attenzione, e dopo non gli teneva lunghi discorsi, anzi per lo più non entrava ´nemmeno nel merito della questione, ma si limitava a dire qualche parola d´incoraggiamento, che gli veniva dal cuore e andava al cuore come: «_gtreno!... Està tranquilo!... Es l´hombre viejo Tue se rebela, sabes? ». Man mano che proferiva queste o simili espressioni, con quel suo fare che mostrava di comprendere, compatire e voler bene, gli animi irritati si mitigavano.

Il menzionato Gregorio Ferro, condotto in collegio a Sarrià dal fratello Dionisio chierico per fare anche di lui un salesiano, non ci voleva assolutamente rimanere, non parendogli di essere chiamato alla Congregazione. Passò un anno di tortura senza che mai osasse dir nulla, e il suo scontento era tale, che mise in pericolo anche la vocazione dell´altro. Un giorno finalmente decise di andarsene. Entrato nella stanza del Direttore, gli baciò la mano, gli narrò le sue pene e gli dichiarò l´intenzione che aveva di ritornare in famiglia. Don Rinaldi gli rispose: « No, figlio mio, tu sarai salesiano e farai molto bene ». In così dire, gli stringeva paternamente il capo al proprio petto. Don Gregorìo scriveva nel 1932: « Adesso che medito sul gran beneficio della vocazione, mi sembra che sia avvenuto come quando il discepolo prediletto appoggiò la testa sul cuore del divin Maestro. Mí sentii in un subito compk1tamente cambiato, né più provai dubbi sulla mia vocazione. La sua voce amorevolissima mi aveva fatto diventare un altro. Quanti avemmo la for‑

6 - CERIA, Soc. Filippo Rinaldi.

Partito il Superiore, Don Rinaldi si sentì ingombrare lo spirito da un´ombra di tristezza, che gli fece scrivere a Don Barberis: « Eccomi qui solo come prima! Per conoscere che fortuna è quella di stare vicino ai Superiori è necessario andar lontano. E si figuri per soprappiù che cosa si patisce, se si pensa che un Don Rinaldi a Bar- • cellona diviene un Don Rua, essendo la più grande autorità locale della Congregazione. Pover Flip! Ma pazienza. Muchas gratias de su muy querida y cara visita ». Don Barberis aveva predicato gli esercizi spirituali di tre giorni, del che Don Rinaldi si diceva contentissimo, vedendone il frutto. Tuttavia soggiungeva: «Creda, caro Don Barberis, abbiamo bisogno ´di molte orazioni, perchè il diavolo lavora più di noi ».

L´accenno all´autorità, che si vedeva attribuita, richiede una spiegazione. Di mano in mano che il nome di Don Rinaldi si divulgava con la notizia de´ suoi meriti, era un continuo scrivere a lui da più parti, perchè s´interessasse dí nuove fondazioni, quasi che egli fosse il rappresentante ufficiale della Congregazione per tutta la Spagna. « Io non sapevo, — scrisse l´anno dopo a Don Barberis, — che ]a Spagna fosse tanto favorevole ai Salesiani. Dappertutto ci vogliono; in tutte le città vi sono case preperate per noi ». Naturalmente non poteva sempre esimersi dal rispondere ed anche dall´andare qua o là in persona a vedere per poi riferire a Torino.

Il suo da fare non era poco in casa e fuori di casa. Un Direttore, che senta la propria responsabilità, non ricomincia mai l´anno scolastico senza preoccupanti pensieri. Che dire poi, quando, come nel caso di Don Rinaldi, il Direttore trovi insufficiente il personale messo a sua disposizione? Nessuna meraviglia quindi, se, avvicinandosi il tempo della ripresa per il 1891-92, egli fosse un´anima in pena. Se ne aperse col depositarlo delle sue confidenze

grgé

scrivendogli (1): « Vado avanti tanto distratto senza meditazione, senza confessarmi, senza esercizi spirituali, senza una parola dei Superiori, che, se non mi perdo, è un miracolo più grande di quello di fermare il sole. Quanto converrebbe che si mandasse qui un altro superiore! Converrebbe anche per alzare il prestigio della Congregazione, che deve necessariamente perdere con un uomo come me alla testa. Ci son momenti, che io tutto questo lo vedo come due e due fan quattro. Creda, caro Don Barberis, al principio dell´anno, accasciato come mi trovo e carico di tanta responsabilità e con la necessità di animare, mi pento di non essere venuto almeno alcuni giorni a Torino per trattare le mie cose, tranquillare lo spirito, fortificarmi sulla tomba di Don Bosco. Come sarà lungo questo anno, se il Signore non me lo accorcia! ». Si riconfortava tuttavia pensando, che, chi doveva fare, era Maria Ausiliatrice con Don Bosco.

Le brighe esterne non distoglievano affatto la sua attenzione dalle cose domestiche. Viveva per i suoi giovani, dedicando tutte le sue energie alla loro educazione fisica, intellettuale e morale. Lavoro, studio, disciplina, pietà stavano in cima a´ suoi pensieri: specialmente la pietà, che nello spirito di Don Bosco giova a tutto il resto. Otteneva molto per mezzo dei sacramenti. Essendo confessore ordinario della casa, com´era consuetudine allora negli istituti salesiani, si occupava di quel sacro ministero senza risparmio di tempo, spiegandovi efficacemente lo zelo, la bontà e la carità, che gli ardevano nel cuore. Nulla di più incoraggiante de´ suoi consigli e avvertimenti in quegli incontri di anime. Dava la massima importanza all´esercizio mensile della buona morte, nella qual occasione leggeva egli stesso dopo la santa Messa dinanzi a tutta la

(1) Lett. a Don Barberis, Sarrià., 19 settembre 1891.

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tuna di stare al suo lato e palesargli le nostre debolezze, non lo possiamo pin dimenticare. Era la personificazione di Don Bosco ».

Le notizie che abbiamo sulla storia di un secondo giovane ci aiutano a capire il suo metodo di governo. Questo giovane entrò nel collegio di Sarrià a undici anni, ma con una voglia matta di scappar via al più presto possibile. I preti gli facevano paura, perchè qualcuno si era mostrato duretto con lui; invece bastò una carezza paterna di Don Rinaldi nel primo incontro, per fargli mettere il cuore in pace. Pace però di breve durata; chè di lì a poco nel solco della paterna carezza scese un volgare ceffone, discordante in genere, numero e caso con le norme del sistema preventivo insegnato da Don Bosco. Il vivacissimo ragazzo volò senz´altro dal Direttore col proposito di strepitare un poco e quindi fuggire. Don Rinaldi, indovinato subito di che si trattava, lo accolse sorridente, avvolgendolo in uno sguardo di benevolenza silenziosa, e questo calmò un tantino i nervi al piccolo. Poi, senza dargli tempo di aprir bocca, lo chiamò per nome, gli ripetè la carezza di prima e prese a dirgli che era molto soddisfatto di vederlo contento e che in seguito sarebbe contento ancora di piu e che avrebbe trovato superiori amorevolissimi. Intanto, così parlando, lo accompagnò da un chierico, il cui aspetto ispirava confidenza, e gli disse: « Questo ragazzo, sabes, vuol giocare con te ». Essendo suonata la ricreazione, il chierico lo prese con sè, lo menò nel cortile e lo fece ricevere in una partita di corsa per lui nuova e, imparato il gioco, vi pigliò tanto gusto, che la rabbietta svanì; svanì talmente, che il dì appresso scrisse a] fratello prete: « Io sono contentissimo, perchè un prete mi vuol molto bene. Gli altri preti giocano con noi e non mi battono, come fai tu ». I ragazzi sono più o meno tutti così; basta saperli prendere.

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Per due anni consecutivi non capitarono più incidenti di simil genere; anzi il giovane faceva benino, tanto che Don Rinaldi, il quale, desideroso di aver presto salesiani spagnoli, si era applicato fin da principio a coltivare vocazioni, avendo scorto in lui buoni indizi di attitudine alla vita salesiana, lo faceva con altri compagni oggetto di particolari attenzioni. Or avvenne che nel secondo anno di ginnasio fosse assunto a insegnare un tale, già bravo capitano nell´esercito, ma assai mediocre professore in cattedra. Non aveva metodo, non sapeva destare interesse, non riusciva a tenere la disciplina: per gli alunni con l´andar del tempo le sue ore di lezione diventarono un vero martirio. Il brutto è che egli credeva di rifarsi, affibbiando bassi voti in condotta scolastica agli alunni. Una volta toccò pure al nostro uno scadente voto settimanale. Sulle prime si consolò, pensando che il migliore della classe, presidente della Compagnia di S. Luigi, aveva avuto la medesima sorte; ma ben presto si accorse che quella era una magra consolazione. In conseguenza di un voto così cattivo vide perfino crollare le sue speranze di essere ammesso al noviziato, al quale aspirava.

Uscito dunque di scuola, senza curarsi della merenda, corse tutto mortificato dal Direttore. « Che cosa hai, che sei tanto serio? », gli domandò questi. L´altro, con le mani giunte e le lacrime agli occhi: « Non mi mandi via! », gli disse per tutta risposta. Don Rinaldi, ignaro dell´accaduto, lo fece parlare, ascoltando senza dar segno di annettere importanza alle cose che il giovane diceva. Poi giocando sul suo nome (si chiamava Vinas), si mise a discorrere di vigne, di viti e di uve per conchiudere: « Dio farà che tu diventi una buona vigna del Signore. Coraggio! ». Passò quindi a interrogarlo sulle sue intenzioni e sulla sua famiglia e lo invitò scherzevolmente,

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come a volte soleva Don Bosco, a fargli la confessione della sua vita futura. Il giovane, votato il sacco, lo interpellò sulla cosa che maggiormente gli premeva: « Con quel brutto voto di condotta potrò ancora essere salesiano? ». Don Rinaldi, toltasi la berretta e mettendola a lui in capo: « Vediamo, rispose, come ti va... Oh, ti sta bene. Preparati pure a prendere quanto prima la veste. Ma non dir nulla a nessuno, sabes! ». Infine gli fece la solita carezza, che consisteva nel posare la mano sulla testa accompagnando quell´atto con un´occhiata paterna, che infondeva rispetto e confidenza. Ma quella volta aggiunse un colpetto alla nuca e, accompagnato il giovane alla porta, lo accomiatò dicendogli: « Ritorna quando vorrai e sempre che vorrai. Dio ti benedica ». Contento come una pasqua, il ragazzo uscì, tirò via difilato senza nemmeno guardare quelli che facevano la fila, aspettando di entrare dal Direttore per ricevere le osservazioni sui loro voti di condotta, e istintivamente si diresse verso la chiesa a piangere di gioia dinanzi a Maria Ausiliatrice.

Un altro fatto ci appalesa quanta delicatezza di coscienza Don Rinaldi avesse saputo instillare ne´ suoi giovani. Protagonista dell´episodio è ancora il Vinas. Un cartello, appeso alla parete nella sala di studio, recava il motto di Domenico Savio: LA MORTE MA NON" PECCATI. Dopo gli esercizi di Pasqua del 1892 Vinas e due suoi compagni ne pigliarono occasione per un generoso proposito. Un giorno, discorrendo di cose spirituali e soprattutto della felicità di vivere sempre, come iI Savio, nell´amicizia di Dio, s´intesero fra Toro d´incominciare una novena a Maria Ausiliatrice per ottenere che li facesse morire, perchè non avessero la disgrazia di cadere in peccato. Ogni giorno dunque s´inginocchiavano davanti all´immagine della Madonna a ripeterle tutt´e tre insieme la loro supplica. Al quarto giorno Don Rinaldi, al

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quale niente sfuggiva, avendo notato il frequente confabulare di quei tre, chiamò Vinas per sapere quali novità ci fossero. Il giovane ingenuamente rispose: « Durante gli esercizi, dopo la confessione, abbiamo provato tanta contentezza, che ci siamo messi d´accordo per domandare a Maria Santissima la grazia di morire giovani come Domenico Savio per evitare la sventura di offendere il Signore ». Don Rinaldi, posandogli la mano sul capo: « Oh perchè, — disse, — volete morire così piccoli? Io pensavo che mi voleste bene, e invece volete lasciarmi? Continuate pure la novena, ma cambiate l´intenzione: chiedete alla Madonna che vi faccia diventare tre buoni salesiani ». Cosi fecero, e tutt´e tre ottennero quello che domandarono.

Don Vinas, quand´era Ispettore delle case salesiane nell´Andalusia, viaggiando una volta con Don Rinaldi, Rettor Maggiore, riandava insieme con lui quei primi tempi di Sarrià, notando come si facessero le cose un po´ alla svelta: alcuni in quattro e quattr´otto s´improvvisavano assistenti e maestri, ragazzi che quasi di punto in bianco diventavan uomini. Il suo caso poi era stato veramente singolare: a tredici anni vestizione chiericale, a quindici insegnante, a sedici voti perpetui. « Come faceva a fidarsi tanto di noi? », gli chiese. Don Rinaldi con quell´aria di solennità sentenziosa che a volte pigliava improvvisamente nella conversazione, rispose: « Caro Don Vifias, è vero che a quei tempi facevamo tante cose, che oggi si chiamano spropositi. Però tu hai visto che non tutti quegli spropositi riuscirono a male! Io lì faceva, e Don Bosco s´incaricava di aggiustarli ».

Quelli che allora chiamò spropositi, erano stati procedimenti imposti dalla necessità: egli si acconciava alle circostanze, nel modo che noi diciamo-fare di necessità virtù. Premendogli di avere a sua dispOsizione personale

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spagnolo, imitò le industrie di S. Giovanni Bosco nei primordi della Società Salesiana. Il Santo adocchiava i Figli di Maria o studenti che gli sembrassero adatti, li imbeveva del suo spirito e, vestitili chierici, li metteva presto nella condizione di poter lavorare e insieme studiare. Naturalmente questa maniera di procedere non doveva essere la regola, ma l´eccezione, ed eccezione da non protrarsi oltre a imperiose esigenze di momenti eccezionali. AI pari di Don Bosco, egli non ebbe a pentirsi del proprio operato, poichè un´eletta schiera di Salesiani venne su a quel modo. Bisogna aggiungere per altro che Ia sua saggia direzione suppliva, come non da tutti si sarebbe saputo fare, alla immaturità dei s-noi figlioli.

Lo spirito di Dio lo guidava nel procacciarsi buone vocazioni. Il coadiutore Giuseppe Rabasa, perito nei rivolgimenti spag            fece salesiano in questo modo. Lavorava da cuoco in un grande albergo di Barcellona, guadagnandosi lana bella paga, perciò sapeva assai bene il suo mestiere. Avendo saputo che a Sarrià i Salesiani cercavano un cuoco e considerando che il lavoro tranquillo in una casa religiosa gli sarebbe tornato più conveniente, andò a parlare con il prefetto Don Hermida. Questi trovò opportuna la proposta, se non fosse stato della paga richiesta, troppo elevata per le condizioni economiche dell´istituto. Tuttavia, prima di rompere le trattative, salì a consultare il Direttore. Don Rinaldi, udito il caso, scese col prefetto nel parlatorio e senz´altro disse al Rabasa: — Sentite, noi abbiamo bisogno di un cuoco che voglia salvarsi l´anima. Volete voi ´salvarvi l´anima/ — Oh si che lo voglio! — rispose, E Don Rinaldi; — Ebbene, rimanete. — Ma siccome il prefetto esitava a motivo della paga, il Direttore tagliò corto con queste parole: — Noi cerchiamo un cuoco, che voglia salvarsi l´anima, e questo basta. — Il Signore premiò la sua fede.

 

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II cuoco lavorò per un anno con soddisfazione di tutti e senza domandare un soldo; anzi alla fine chiese ed ottenne di poter essere salesiano, consegnando ai super;ori i suoi risparmi, che ammontavano a parecchie migliaia di pesetas.

Del fare di necessità virtù ossia del volgere a esercizio di virtù circostanze inevitabili, egli aveva la buona abitudine anche nella sua vita privata. Un giorno colui che gli riassettava l´ufficio, gli serrò per distrazione la porta, mentr´egli stava dentro, e si mise la chiave in tasca. Trascorso poi molto tempo e accortosi dello sbaglio, volò ad aprire per profondersi in umili scuse. Ma il Direttore non gliene diede il modo. Ecco infatti che, appena ebbe aperto, s´imbattè in lui, che, avanzandosi come se proprio in quel momento si accostasse alla porta per uscire, gli passò accanto sorridendogli e salutandolo secondo il consueto, quasi non avesse avuto sentore della reclusione. Un´altra volta c´era una festa: i ministri della Messa solenne stavano già parati nella sagrestia, meno il diacono che non compariva. Don Rinaldi con la sua caratteristica imperturbabilità si vesti e fece da diacono. Simili atti, da lui compiuti con naturalezza senza il menomo indizio di sentirsi contrariato, mentre rivelavano un´ammirevole padronanza di sè, gli cattivavano la stima e l´affetto dei dipendenti.

Ma osserviamolo anche nn po´ a contatto col pubblico nel tempo che era semplicemente Direttore. Due anni dopo la visita di Don Rua, in una solenne cerimonia confermò nei Cooperatori l´idea, che a Sarrià i Salesiani facevano sul serio. Donna Dorotea aveva voluto ivi una

bella chiesa dedicata a Marìa Ausiliatrice. I fondi da lei stanziati e tosto accresciuti da contribuzioni di altri

Cooperatori permisero di metter mano all´esecuzione del disegno apprestato, sicché nel maggio del 1889 fu collo‑

tata la prima pietra. Don Rinaldi, giunto pochi mesi dopo, caldeggiò l´impresa e appena vide terminata nel 1892 la parte posteriore, che doveva servire di coro, pensò di adibirla al culto; onde fece procedere alla be-, nedizione rituale, diramando larghi inviti. Il 28 maggio, signori e signore barcellonesi in gran numero contennero a Sarrià per assistere alla sacra funzione, compiuta dal Vescovo. Seguirono tre giorni di feste solennissime con straordinario concorso di fedeli. Per la sera del 29 era indetta la Conferenza salesiana. Don Rinaldi colse tale occasione per presentarsi la prima volta al pubblico, senza sgomentarsi di dover parlare in una lingua che non era la sua. Salutati i Cooperatori e ringraziatili della loro carità, fece la storia della casa di Sarrià, esponendo

i risultati ottenuti in otto anni di vita. Commemorò commosso la esimia signora, che, quale angelo di carità, era stata la mano di Dio nella fondazione e che Dio aveva chiamata al premio il 2 aprile precedente. « Dio non lascia le cose imperfette, — soggiunse, — ed è visibile l´aiuto di Dio, è sorprendente il fuoco di carità, col quale Egli accende í Cooperatori e Benefattori salesiani. Questa giornata segna una data importante: la Madonna di Don Bosco pone in mezzo a noi il suo trono, la sua reggia; viene di presenza ad ammirare col suo sguardo lo zelo di quanti appartengono alla milizia di Don Bosco e sembra dire a tutti con la sua voce: Avanti nel santo lavoro dell´opera di Don Bosco, che è opera mia: da me avrete il. premio, che per Maria non si lavora mai invano ». Una relazione (I) ci dà questi particolari: « La parola di Don Rinaldi era dolce, chiara, affettuosag. la voce risonava alquanto tremola per commozione, la qual commozione, vibrante di gioia e di riconoscenza, etilminò,

(1) Riportata dal Bollettino Salesiano di ottobre del 1892.

quand´egli ripetè l´esclamazione di Don Bosco: Quanto è buona Maria! ».

Dicevamo che Don Rinaldi, benchè ancora semplice Direttore, veniva considerato come il rappresentante di Don Rua per tutta la Spagna; quindi gli piovevano proposte di fondazioni. Opere di beneficenza non ne mancavano certo nella Spagna; ma era voce unanime dei Vescovi questa: « Ci sono molte istituzioni; ma non ce n´è alcuna che abbia il fine che avete voi altri » (1). Dal canto suo Don Rinaldi giudicava necessario che, per dar segno di vitalità, bisognasse uscire dai termini ristretti, nei quali si era stati fino allora. « Quel che è sicuro, aveva scritto nel 1891 (2), è che dobbiamo quest´anno aprire un´altra casa in Spagna, se vogliamo dar corso alla vita che deve prendere nella Spagna la Congregazione ». Per fare questo non poteva aspettare subito il personale indispensabile da Torino; egli però si dichiarava disposto ad assottigliare il proprio, a costo dì qualunque sacrificio. Col beneplacito dunque dei Superiori, aperse una casa nel 1891 e una seconda nel 1892. La prima, a Gerona, fu colonia agricola con oratorio festivo, iniziato nel mese di maggio, e l´altra pure in maggio, a Santander. Il Vescovo di questa città da due anni non cessava d´insistere, perchè si andasse in suo aiuto. Appena Don Rinaldi fece paghi i suoi ardenti voti, i Salesiani diedero principio a scuole esterne diurne per giovanetti di classi elementari e a scuole serali per operai, e avviarono un oratorio festivo, popolatosi in breve fuor di misura. Entrambe le dette case, con la benedizione di Dio, prosperarono gradatamente fino a diventare due centri di molteplice attività a favore della gioven1tt.

(1) Lett. di Don Rinaldi a Don Rua, Sarrià, 10 agosto 1891.

(2) Lett. a Don Durando, Sarrià, 18 giugno 1891.

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Tre anni soltanto Don Rinaldi tenne l´ufficio di Direttore a Sarrià, perchè nell´autunno del 1892 fu creato Ispettore per tutta la Spagna. Alla casa di Sarrià nulla mancava più per essere degna residenza ispettoriale. Lo sviluppo delle scuole professionali, il buon andamento del corso classico, il noviziato annesso, le opere esterne raggruppate intorno alla chiesa pubblica, il credito dell´istituto di fronte alle autorità, ai cooperatori e alla cittadinanza, ve la designavano senz´altro a Don Rua, quando parve giunta l´ora di organizzare canonicamente l´Opera salesiana nella penisola iberica allo scopo di accelerarne lo sviluppo. Anche per trovare la persona da mettervi a a capo Don Rua non dubitò un istante che si potesse cercare altrove: lo spirito d´iniziativa, l´autorità morale acquistata fra i suoi e fra gli estranei, il suo indirizzo strettamente conforme alle tradizioni di Don Bosco erano titoli più che bastevoli a segnalare Don Rinaldi come l´uomo fatto per occupare quel posto di tanta responsabilità.

CAPO VI

Ispettore delle case di Spagna e Portogallo.

Don Rinaldi, nominato Ispettore nell´autunno del 1892, sostenne la carica per nove anni. Le notizie relative a quel tempo purtroppo non abbondano quanto sarebbe desiderabile; tuttavia da quel tanto che si è potuto raccogliere e ordinare, sembra lecito attribuire a lui l´elogio, che la Scrittura fa di Giuseppe il casto, ripetutamente dicendolo aeerescens (1). Anche di Don Rinaldi si può asserire che, avanzando nell´età e progredendo nelle ascensioni, andava dì bene in meglio.

Nella casa ispettoriale.

Il luogo della residenza ispettoriale doveva necessariamente risplende-re per buon ordine e regolare osservanza, il che non sarebbe stato possibile, se l´Ispettore stesso non avesse preceduto tutti con l´esemplarità nel praticare il vero spirito della Congregazione. Com´egli sì sia preoccupato subito di questo doppio ideale, ce lo rivela un prezioso documento, che non pare fuor di proposito mettere sotto gli occhi dei lettori. una regola di vita che si prefisse, quando, elevato alla nuova carica, dovette cedere ad un altro la direzione della casa di Sarrià. Fissava   anzitutto in otto punti il tenore della sua vita quo‑

(1) Gen., XLIX, 22.

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tidiana: « 1° Il mio modo di fare bisogna che sia più umile e caritatevole; il mio contegno più canto (occhi, mani, ecc.) e alquanto più grave, però pieno di bontà. 2° Levata: in che modo? Appena mi svegliano, domandare la benedizione di Maria SS. e offrirmi al Cuore di Gesù. Giaculatorie; Veni, Creatori venti, Sancte Spiritus etc. Poi mi metterò a recitare Mattutino o Prima fino alla meditazione. 3° - Meditazione: in comune. Nelle-confessioni moltissima carità; mai parole aspre; non penserò ad altro; darò sempre qualche buon consiglio. - 4° Messa: senza fretta, pronunciando tutte le parole e seguendo col pensiero e con l´affetto. - 5° Colazione: senza fermarmi nel refettorio, a meno che ci sia qualche necessità o convenienza. Così pure dopo il pranzo e dopo la cena. - 6° Ricreazione alle otto e un quarto, sbrigando affari e dando udienza ai soci e ai giovani. Dopo il pranzo e la cena ascoltare chi ne abbia bisogno o trattenermi coi ragazzi. - 7° Nelle ore di studio: al mattino rispondere alle lettere, ricevere, ecc.; dalle due e mezzo alle quattro e mezzo confessare le suore e le fanciulle; dalle cinque alle otto (li sera studiare e badare alla casa. - 8° Riposo: regolarmente dalle dieci alle cinque; più tardi in caso di bisogno; però non mai per leggere ».

Due parole di commento. Riguardo al pregare nel levarsi, c´è chi, dormendo occasionalmente in una camera separata dalla sua con un semplice tramezzo, quand´egli era già Rettor Maggiore, udiva che nel vestirsi pregava di continuo a voce un po´ alta. Per le confessioni è da tenere presente che allora nelle case salesiane i Direttori, gl´Ispettori, come anche il Rettor Maggiore erano confessori ordinari di tutti. Dalle Suore le confessioni non erano quotidiane, ma due giorni per settimana, come dirà più innanzi.

Viene quindi a determinare la maniera di regolarsi

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nelle sue relazioni con i confratelli della casa: « 1° Sarò padre; eviterò i modi aspri; quando vengano a parlarmi, non darò loro a vedere di essere stanco o di aver fretta; provvederò ai loro bisogni. Avrò presente Don Bosco. - 2° Istruirò il Direttore, che non deve scaricare su di me alcuna responsabilità, ma indirizzarli a me, affinchè io li consigli e favorisca, se posso. Dica per esempio: Io non concederei la tal cosa; ma se vuoi parlare... Facciano lo stesso i salesiani inferiori verso i superiori. - 3° Studierò le loro condizioni; li esorterò per mezzo di conferenze; allo scopo inoltre di parlare con tutti quelli della casa, visiterò ogni mese almeno una volta distintamente tutti i laboratori e tutta la casa, e ogni tre mesi le singole scuole degli artigiani e degli studenti, rendendomi conto delle condizioni degli allievi e dei maestri. Di tutto terrò nota, segnando in un quaderno apposito la data e le osservazioni da esporre al direttore. - 4° Alle lettere risponderò con prontezza e senza passione alcuna nell´animo. - 5° La scuola di testamentino la farò per tutti i chierici mezz´ora per settimana? ».

Il quinto punto dimostra fino a qual segno fosse attaccato alle tradizioni salesiane. Don Bosco dai primordi dell´Oratorio soleva fare ai chierici una lezione settimanale sul testo del Nuovo Testamento, chiamandola scuola di Testamentino, denominazione allora corrente nel Piemonte; profittava così dell´occasione per insinuar loro cose che gli stavano a cuore per il loro bene spirituale.

Più tardi la cedette a Don Rua. L´uso si estese: anche i primi Direttori ci tenevano a tale insegnamento. Qui l´interi ogativo forse lascia intendere che egli dubitava che le sue occupazioni gl´impedissero di fare quella scuola e che dovesse incaricarne il Direttore.

Seguono alcune norme circa le visite alle Figlie di Maria Ausiliatrice, alle persone interne, alle scuole e alla

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casa: « 1° Alle Suore: nessuna visita senza necessità;
brevi, ma mostrandomi di buon umore e lasciando un

buon pensiero. Mi conviene farmi un po´ più prezioso,

per non perdere il tempo preferendole ai Salesiani. - 2° Agli esterni: sempre che sia conveniente; sarò umile,

evitando la presunzione e le conversazioni inutili. In tutto debbo cercare il bene della Società: questa è la volontà di Dio. Dovendo fare auguri o condoglianze a persone principali, andrò io stesso; per tutto il resto lascerò che vada il Direttore. - 3° Alle scuole: a) Avvertirò il maestro alcuni giorni prima, affinchè gli allievi preparino compiti scritti. b) Esaminerò questi compiti, domanderò al maestro quanto hanno studiato e mi accerterò, se realmente i ragazzi han fatto profitto. c) Darò un premietto al ragazzo che ha fatto maggior profitto e un altro a quello che ha avuto miglior condotta e diligenza. Con gli studenti mi accompagnerà il consigliere scolastico e con gli artigiani il catechista. - 4° Alla casa: dormitori, laboratori, cucina ecc. Riguardo alla cucina, è necessario che ogni giorno il prefetto o il Direttore dia ordini per il vitto, affinché sia conveniente e gradito. M´informerò se questo si fa ».

Direttore della casa era Don Emanuele Hermida, che prima aveva diretto la casa di Gerona. Nell´ultimo punto parla di prefetto; così è chiamato nelle case :salesiane colui che tiene l´amministrazione materiale e fa le veci del Direttore. È la seconda autorità di ogni casa.

Alcune cose specificò ancora per i rapporti con le Figlie di Maria Ausiliatrice: « 1° Confessioni: martedì e ve‑

nerdì. Ascolterò tutto, risponderò brevemente e con soavi‑

tà. Le guiderò per mezzo dell´obbedienza cieca al confessore e alle superiore, con l´amore a Gesù Sacramentato e

facendo loro capire che servire il Signore è per esse lavorare molto nella vigna della Congregazione. - 2° Confe.

renze di mezz´ora alle novizie dopo le confessioni del martedì o venerdì. Dirò sempre qualche cosa di Don Bosco. - 3° Per le ragazze incaricherò un altro. - 4° Proibirò di andare dalle Suore per qualsiasi motivo. Possibilmente i sacerdoti, che abbiano cose da trattare, lo facciano in occasione della Messa o della benedizione. Ma tutti siano con esse cortesi e premurosi ».

Il noviziato, del quale diremo fra breve, si può dire che fosse la pupilla de´ suoi occhi. Basta vedere questa sua risoluzione: « A S. Vincenzo andrò possibilmente una volta alla settimana per tenere una conferenza e una volta al mese per confessare ». La vicinanza di S. Viceute dels Horts, dov´era il noviziato, gli permetteva queste frequenti visite.

L´ispettore.

La figura di Don Rinaldi brillò di luce meridiana nel periodo del suo Ispettorato. Non tutto d´un tratto però, ma gradatamente, come il sole. Allora nella Spagna salesiana teneva il campo Don Ernesto Oberti, da otto anni Direttore del collegio di Utrera, uomo formato alla scuola di Don Bosco e adorno d´esimie doti; onde, non appena corse voce che si stava per costituire l´Ispettoria spagnola, il pensiero dei confratelli tacitamente si posò sopra di lui, come primo Ispettore. Era una dì quelle idee che germogliano da sè nelle menti senza che ne vengano i germi da fuori. Chi invece doveva deliberare, non la pensava così. Don Rua, avendo conosciuto bene Don Rinaldi a Torino, forse nel mandarlo a Sarrià aveva già avuto il segreto disegno di metterlo col tempo alla testa dei Salesiani di là dai Pirenei. La sua nomina quindi giunse inattesa. La situazione, come si vede, poteva essere delicata. Invece tutto riuscì d´incanto.

3,f

Cominciò subito Don Oberti a precedere gli altri nel fare atti di sottomissione. Ma questo non sarebbe bastato, se il più non avesse saputo farlo Don Rinaldì medesimo. Anche con la miglior volontà del mondo, un sentimento spontaneo, qualora venga contrariato, lascia per lo meno lo scontento d´una delusione, il che smorza ogni entusiasmo. Ora Don Rinaldi andò prendendo posizione in una maniera la più semplice e simpatica, che si potesse aspettare. Le sue prime visite alle case, fatte con molta bonarietà e con l´aria di chi si presenta come uno di tutti, produssero un´impressione generale, che allargò i cuori all´affetto e alla confidenza, nè queste disposizioni vennero meno mai più. Vediamolo all´opera.

Una particolarità è da mettere anzitutto in rilievo. Dal fin qui detto si arguisce quanto la sua attività dovesse essere intensa e continua. Cure per la casa ispettoriale, corrispondenza e viaggi per le fondazioni, viaggi per le visite d´ufficio, affari interni dí vario genere, dirficoltà finanziarie, diretto interessamento per le case e le cose delle Figlie di Maria Ausiliatrice, tutto questo e altro ancora riempiva di occupazioni e di preoccupazioni le sue giornate, tanto più che non aveva con chi condividere le responsabilità, non esistendo allora uffici ispettoriali con personale tecnico. Ci spieghiamo quindi certe sue espressioni. Una volta, per esempio, scriveva (1): « Quest´anno sono ingolfato fino agli occhi. Dal primo dell´anno fino a ieri sera non mi fermai. Il lavoro cresce colla baracca ». Un´altra volta (2): « Certi giorni ho tante cose per la testa che non mi danno tempo di pensare ». E di nuovo (3): « Mi trovo circondato da difficoltà più che mai. Ho bisogno d´orazioni e di consigli, ma neppure si sa

(1) Lett. a Don Barberis, Sarrià, 16 febbraio 1895.

(2) Al med., Sarrià, 2 marzo 1895.

(3) Al med., Sarrià, 5 dicembre 1900. •

come chiederli ». Ciò posto, chi non conobbe Don Rinaldi potrebbe rappresentarselo in stato di perenne agitazione o per lo meno così affaccendato da non aver nè tempo nè modo di prendersi a cuore la sorte dei dipendenti. Niente di tutto questo. Nella familiarità accordatagli da Don Bosco aveva avuto agio d´osservare più volte la calma imperturbabile e il fare bonario che il Santo serbava in qualsiasi contingenza della vita, e quell´immagine ognor presente lo faceva procedere costantemente con pacata compostezza e con perfetta uguaglianza di umore, non permettendogli mai di scordarsi che egli in fin dei conti era il padre di molti figli. t questo un fatto, sul quale abbiamo l´unanime testimonianza di quanti Salesiani, trovatisi allora nella Spagna, poterono esprimerci a voce o per iscritto í loro ricordi. Tutte le attestazioni si accordano nell´affermare che Don Rinaldi era la calma e la paternità in persona.

Calmo e paterno nel ricevere. Chiunque gli si presentasse, interrompeva qualsiasi occupazione, ricevendo generalmente tutti con un: — Oh caro! —, sua forma ordinaria di accogliente benvenuto. Ascoltava con interesse; poi, se aveva da disapprovare qualche cosa, scansava ogni parola che potesse causare disgusto. Un chierico gli riferì sul conto di un superiore alcunchè non ben fatto. Don Rinaldi lo lasciò terminare, e poi, cominciando con un intercalare di sapore italiano: _Eh bien, sabes, gli osservò: — Tu sei ancora molto giovane per giudicare di queste cose; procura d´imitare gli altri in tutto quello che vedrai di buono. — Nel congedare, un — Sta´

allegro                  detto alla maniera di Don Bosco, è tuttora
ricordato da quelli che furono soliti udirlo.

Calmo e paterno negli incontri. In chiunque s´imbattesse, non gli passava dinanzi o d´accanto muto e pensieroso, ma aveva sempre una buona parola o almeno

- C AIA, Sac. Filippo Rinaldi.

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un cenno della mano o un sorriso che rallegrava. Al vederlo così, nessuno sospettava che avesse fastidi, e il più delle volte non gliene dovevano mancare.

Calmo e paterno nei contrasti. A Sarrià durante una sua assenza eran nate dissensioni fra il capo ufficio dei laboratori e i maestri d´arte e si aspettava ansiosamente il ritorno dell´Ispettore per comporre la vertenza. Egli venne, fece una conferenza ai soci e tutti si aspettavano che entrasse nell´argomento; ma non gli uscì di bocca neppure un´allusione. Il silenzio però fu più eloquente delle parole e l´inconveniente si eliminò da sè.

Calmo e paterno con soggetti difficili. Dove non se ne trovano? A volte sembra buon zelo l´accendersi contro certuni; ma Don Rinaldi era di tutt´altro parere. « Sento del tale e del tal altro, — scriveva a un Direttore. — Io mi confermo sempre più nell´idea essere volontà di Dio che ogni superiore porti la sua croce e lavori con tutta l´anima per fare un po´ di bene. Cotesti due individui godevano la nostra fiducia e al principio dell´anno essi formavano la felicità di cotesta casa; ora invece sembra che le siano di peso. Però non si scoraggi, caro Don G.; ricordiamo Don Bosco ne´ suoi primi anni e quello che avvenne di tanti nostri compagni, e impareremo che anta est via, quae ducit ad vitani et pauci... con quel che segue. Con questo non dobbiamo credere che tutto sia perduto; bisogna prendere l´uno dei due come una croce, e l´altro correggerlo, aiutarlo, vigilarlo. Molti mediante l´affetto del Direttore si salvarono ».

Era così anche di fronte ai debiti. Ispettore da poco tempo, ricevette le lamentazioni dì un Direttore, che aveva la casa molto indebitata. Nella risposta, dopo avergli detto che aveva egli pure i laboratori di Sarrià carichi di debiti e pieni di ragazzi che non pagavano, senza contare i novizi da vestire e da mantenere, soggiungeva:

« Allegro, caro Don G. Confidi in Maria Ausiliatrice, che finora non ha mai abbandonato i poveri Salesiani. Il caro Don Bosco innalzava lo sguardo a Maria SS. e i mezzi gli venivano ».

L´uomo calmo irradia bontà e fa amare la vita. I Salesiani vissuti nella Spagna al tempo di Don Rinaldi sono concordi nell´attestare che sotto l´influsso del suo esempio e della sua parola si sentivano fortemente animatn i al bene. « Tutti salmo, — scrive uno di essi, — che no vi era fra noi chi non lo amasse teneramente come vero padre, poichè per tutti ebbe sempre quella parola paer terna, quell´interessamento, quell´affetto che ne terrà penne-mente viva la memoria ». « Conferii spesse volte con lui, — scrive un altro, — riportandone fermezza nella vocazione e ricevendo nelle mie dubbiezze e difficoltà gli aiuti di un buon padre più che non di un Ispettore ». Un terzo lo proclama « grande apostolo che nella diletta Spagna centuplicò l´esercito salesiano ». Un vecchio Salesianentusiao, andato là fin dai primordi del suo governo, si amava scrivendo di lui e diceva: « Per me e per tutti quanti io conobbi, fu un vero padre dal cuor d´oro, amatissimo, benevolissimo, caritatevolissimo, rettissimo; non trovo parole sufficienti per meglio esprimermi ». Vi fu chi lo ritrasse in questi termini: « El snake, mas afeeto de padre que av,toridad de superior ».

Nelle nostre miserie morali abbiamo tutti bisogno d´incontrare non giudici severi e inesorabili, ma giudici che siano anche consolatori benigni e miti. Chi è in colpa, sente la necessità di elevazione e di conforto e così viene a detestare più intimamente il suo fallo. Chi si aspetta parole di fuoco e incontra perdono nella dolcezza, rimane salutarmente scosso. Quanti sperimentarono tali effetti, avvicinandosi in momenti critici all´anima grande di Don Rinaldi

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« Centuplicò l´esercito salesiano », ha detto qui sopra uno dei testimoni. La frase va spiegata. Al suo giungere nella Spagna Don Rinaldi non trovò che due scarsi manipoli di confratelli italiani; ma al suo partire lasciò le case popolate di soci spagnoli. Un buon numero ne reclutò a Sarrià; ma anche nelle sue visite ispettoriali sapeva fare belle pescagioni. Ogni volta che il suo occhio sagace aveva scorto qualche giovane promettente, il quale si aprisse con lui sull´affare della vocazione, non lo perdeva più di vista. Ogni tanto gli si faceva vivo scrivendogli direttamente o accludendo suoi scritti in lettere al Direttore; poche righe però e qualche immaginetta, e il resto lo lasciava alla grazia di Dio. A questi suoi amiguitos, perchè non venissero meno, soleva mandare una immagine di Don Bosco, scrivendovi a tergo questi salutari ricordi in colonna e in forma di acrostico:

Bella virtud Obediencia

Solicitnd en los deberes

Comunion frequente

Obras buenas.

Il numero dei novizi andò sempre crescendo. Incominciato con tre chierici, arrivò nell´ultima sua infornata del 1900 ad averne ventisei, senza contare i coadiutori. Non solo li visitava con la maggior frequenza possibile, ma qualche volta predicò loro anche gli esercizi di dieci giorni, contento di trattenersi a lungo con essi per conoscerli e aiutarli nello spirito. Ci teneva che divenissero buoni salesiani, ma senza cessar di essere buoni spagnoli. Una volta, assistendo a una loro accademia, notò che erano stati eseguiti vari pezzi di opere italiane. Nelle parole che disse a conclusione del trattenimento, raccomandò che in simili occasioni si cantassero cose di autori spagnoli, sacre e profane, e fece parecchi nomi di cele


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brità musicali. Seguiva in questo la massima di Don Bosco di adattarsi al paese, nel quale si lavora, per tutto ciò che non tocca l´essenziale dello spirito salesiano.

Quanto vi sarebbe da dire intorno alle visite delle case! Ma le informazioni pervenuteci sono poche, molto poche. Le visitava più spesso nei loro primordi e in generale non aveva fretta. Scriveva a Don Rua il 21 marzo 1894, spiegando perchè si fosse fermato alquanto a Siviglia e a Santander: « Son case che vanno ampliandosi e formandosi con un personale nuovo che ha bisogno di sentire l´appoggio dei Superiori, rappresentati da questo povero arnese ». E da Braga 1´11 dicembre 1896 a Don Barberis: « Pare che questa visita durerà ancora un poco, ma le assicuro che sono contento, perchè le case si conoscono non nei giorni di festa, ma del lavoro ». Singolare uomo anche in questo! « Nelle visite, — dice un autorevole testimonio, — sembrava fare tutto fuorché la visita ». Che faceva dunque? Faceva puramente e semplicemente la vita, tutta la vita della comunità, con la quale si trovava. Nessuna formalità, nessuna inquisizione; ma partendo aveva ascoltato e osservato e sapeva quanto gli era necessario sapere.

Feste anche in suo onore se ne facevano; ma c´interessano poco, come anche le parti burocratiche della sua carica. Preferiamo continuare a guardarlo nelle sue manifestazioni di carattere personale. Voglio dire ora di una sua nota caratteristica. La sua riflessiva e benevola serenità d´animo gli dettava in svariate occasioni la parola che ci voleva, improntata a grande buon senso e fatta a posta per sciogliere anche scherzosamente dubbi, questioni o difficoltà o per liberare da impicci.

Era stato accettato condizionatamente un aspirante coadiutore privo del braccio sinistro: bisognava che dicesse l´Ispettore l´ultima parola. Il giovanotto, presentatosi a

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lui, aspettava trepidante la sentenza. Don Rinaldi gli rispose: — Coraggio! Non ti angustiare. Potrai essere il braccio destro del Direttore. — Divenne infatti un buon salesiano, anche senza un braccio. Un chierico rompeva spesso le scarpe, correndo con i giovani nella ricreazione, secondo la consuetudine salesiana, e il Direttore se ne lagnava. — Rompi, rompi, — gli disse una volta l´Ispettore alla presenza del Direttore. — Se non vorrà comprartene il Direttore, te le comprerò io. — Durante la visita a una casa l´incaricato di rassettargli la camera, profittando di una sua momentanea assenza, (l´Ispettore era uscito in pantofole) diede di piglio alle sue scarpe per lucidarle. Don Rinaldi, sorpresolo in tempo, glielo proibì dicendo: — Questo è affar mio. Vorresti poi farmi fare brutta figura, contando che hai lucidato le scarpe a Don Rinaldi. Lascia a me. È cosa che ho sempre fatta io e, finché posso, voglio continuare a farla. — Lo ringraziò tuttavia della sua buona intenzione.

Certe sue uscite si riferivano a provvedimenti o a indirizzi finanziari. Il Direttore di Vigo gli proponeva di chiudere quel collegio, perchè menava una vita anemica. Nella sua visita Don Rinaldi disapprovò quell´idea dicendo: — Chiudere non costa nulla; ma dopo costa molto il riaprire. È meglio temporeggiare e intanto vedere se col vostro lavoro assiduo riuscite a tonificarlo. — Il collegio si riebbe e tuttodì è in floride condizioni. Ad un prefetto della casa di Siviglia mandò queste norme: « Guerra risoluta ai debiti e occhio alle spese. I muratori sono i demolitori delle nostre case ». Geniale fu il consiglio da lui dato a un bravo pittore che, essendo ospite a Sarrià, avrebbe voluto decorare il nuovo refettorio dei superiori, dipingendovi l´ultima Cena, della quale teneva già pronto il cartone. Don Rinaldi gli fece notare: — Io

troverei più conforme allo spirito di Don Bosco Ia molti‑

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plicazione dei pani. Questa scena indicherebbe la fiducia da riporre nella Provvidenza, che non ha mai lasciato mancare il pane ai suoi figli. — Il pittore così fece.

Talora la sua prontezza e semplicità di spirito lo trasse da imbarazzanti situazioni. In una famiglia di benefattori la signora, moglie di un ragguardevole uomo politico, si rammaricava dicendogli in presenza di varie personalità: — Ah, Don Rinaldi, mio marito con la sua politica dalle idee liberali mi mette in grande pena! — Don Rinaldi con tutta tranquillità le rispose: — Se di liberali non ve ne fossero peggiori! — Parole caute, che fecero con lode il giro del parentado.

Visitando una casa salesiana, si trovò ìn un bell´impiccio. In suo onore vi si diede un pranzo con inviti. Il trattamento, considerate le circostanze, era stato men che mediocre; tuttavia era stato ordinato, come piatto speciale in ultimo, una tortilla, che non veniva mai in tavola. Per un po´ di tempo si tirò in lungo parlando di cento cose, mentre Don Rinaldi ogni tanto faceva l´atto dì piegare il tovagliolo e chiudere; ma il Direttore seguitava ad accennargli che aspettasse. Aspetta, aspetta, quando ecco alla fine affacciarsi il cuoco e dire davanti a tutti: — La tortilla è scomparsa dalla cucina. — Sarebbe stato per altri un momentaccio. Don Rinaldi con calma sovrumana prese a dire: — Per me, sarebbe stata cosa fuori dell´ordinario, e non so se mi avrebbe fatto bene. Mi rincresce per questi signori, ai quali sarebbe stato forse un piatto di loro gusto. Vedono, signori, come ci complimentiamo fra noi poveri salesiani! ‑

Fu graziosa una sua trovata nel visitare un´altra casa. Non era un imbarazzo, come i precedenti; si trattava solo di lasciare tutti i ragazzi con la bocca dolce al termine di un´accademia data per festeggiare la sua venuta. Alcuni di essi, recitando un dialogo, terminarono con

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offrirgli un vassoietto di caramelle. Nel discorso di chiusa egli fece sul dono questo commento: — Mi avete fatto un presente di caramelle; le accetto ben volentieri per regalarne ai miei amici, che siete tutti voi. Osservo solo, cari ragazzi, che sono poche; dunque, se vi piace, le regalerò a quelli che han recitato il dialogo, e poi domenica ne avremo tante, che bastino per tutti. ‑

Tempestivamente e in modo inatteso intervenne nel noviziato una volta che vi serpeggiava dell´agitazione. Caso strano! Ogni tanto il Direttore, aprendo la cassetta delle lettere, aveva l´ingrata sorpresa di trovarvi insulti anonimi e roba peggiore. La trista faccenda durava da parecchi mesi senza che si venisse a capo di scoprire l´autore. Furono sospettati vari novizi, alcuni dei quali passarono brutti quarti d´ora. Don Rinaldi, informatone e recatosi là, radunò i superiori, udì la loro relazione e i nomi degli indiziati e poi parlò cosi: — Un principe andò col suo seguito a visitare un museo numismatico. Dopo la visita, mentr´egli stava per uscire, il Direttore del museo voleva far intimare l´arresto alla sua comitiva, perchè era scomparsa da una vetrina una moneta rarissima, che poco prima quei signori avevano ottenuto di trar fuori per esaminarla a loro bell´agio; ma il principe si oppose con tanta energia che non si osò procedere oltre. Orbene, non erano ancora usciti tutti i visitatori, che la moneta fu rinvenuta: era scivolata dentro una fessura. Interrogato poi il principe perchè si fosse opposto così energicamente alla perquisizione, rispose che ne aveva ben donde; infatti portava nel suo borsellino una moneta identica e quindi egli sarebbe passato per ladro senza la menoma colpa. — Con questo esordio Don Rinaldi si spianò la via a raccomandare di non essere corrivi nei giudizi e non agire mai contro chicchessia senz´aver in mano prove decisive. A un parlare così paternamente assennato, ritornò nell´ambiente il se‑

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reno, finchè un bel giorno la verità venne a galla e con la verità l´innocenza di tutti i novizi.

Narriamo ancora un episodietto, nel quale un motto

di Don Rinaldi portò fortuna. Alcuni signori, tornando da Roma per nave, soffrivano fieramente il mal di mare; onde, arrivati a Barcellona, si risolvettero di proseguire per terra; ma non avevano più denaro a sufficienza. Viaggiava con loro un parroco di Carmona, che conosceva i Salesiani di Utrera; pensò dunque di presentarsi a Sarrià per ottenere in prestito una somma che bastasse per tutti. A riceverlo si trovò Don Rinaldi, che cordialmente lo compiacque. Volendo poi il sacerdote rilasciargli una carta di ricevuta, sia perchè non era a lui persona nota, sia perchè la somma era rilevante, Don Rinaldi ricusò dicendo: — Quale miglior ricevuta di quest´abito che ella indossa? — Quei signori partirono così edificati, che non dimenticarono mai più tale incontro; anzi il parroco, ve-mito nel 1932 a morte, lasciò una metà de´ suoi beni alla Congregazione e l´altra metà per applicazione dì Messe in suffragio dell´anima sua.

Anche in questa serie di piccoli aneddoti risplende la " buona immagine paterna" dì Don Rinaldi, quale si è venuta sempre delineando da Mathi in poi.

degno di essere conosciuto un atto, che incominciò a

compiere da Ispettore e che ripetè con maggior frequenza in seguito. Nelle maggiori difficoltà o dubbiezze scriveva preghiere indirizzate alla Madonna, mettendo il foglio sotto una statuetta di Maria Ausiliatrice, che teneva sopra lo

scrittoio. La seguente porta la data del 28 ottobre 1898: « Madre mia Santissima, a Voi mi rivolgo oggi più che mai bisognoso. Le mie miserie e afflizioni soltanto in Voi, o Madre di Gesù e mia, possono trovare il necessario conforto. - 1° Vedete come sono impaziente e come tratto gli affari più delicati: ottenetemi la prudenza, carità e pazien‑

LO(

za per risolvere le cose con destrezza e spirito salesiano. - 2° Bejar, Salamanca, Valenza richiedono un Direttore, che io non riesco ancora a determinare. - 3° Il personale di Bejar, di Vigo, del Portogallo, di Utrera non è ancora a posto e forse la casa che meno immagino avrà bisogno dí cambiamenti. - 4° Qui [a Sarrià] si sta lavorando per la vostra chiesa. La volete, o Madre, o preferite che ne tramandiamo il compimento? [Vedremo verso la fine del capo il perchè di questa domanda]. - 5° Don C., Don R, Don O. e molti altri o meglio tutti abbiamo dispiaceri, idee, ecc. che ci cagionano grande malessere... Chi dunque ci soccorrerà? Voi, e ninno pìù della nostra Madre può capirci e provvedere secondo i nostri bisogni. Depongo pertanto questi dubbi e queste domande ai vostri piedi. Voí movetevi a pietà di questi poveri figli: rivolgete a noi i vostri occhi misericordiosi, perchè da Voi attende tutto, o clementissima, o pia, o dolce Vergine e Madre Maria, il vostro povero F. M. RINALDI. Lascio ancora Don B. sotto il vostro manto ». Il tenore di questa supplica e la forma di questo atto mostrano chiaramente da quale spirito soprannaturale fosse animato Don Rinaldi nel suo operare.

Fondazioni.

Prima di essere Ispettore aveva ricevuto da Torino l´incarico di fondare le due case di Gerona e di Santander; da Ispettore in nove anni ne aperse ben sedici nella Spagna. Alla prima di tutte in Siviglia toccò una sorte molto prospera. Da parecchi anni vi s´invocava la venuta dei Salesiani; egli condusse felicemente a termine le pratiche nel 1892. Un buon intuito lo guidò nel trarre dal collegio di Utrera un chierico, al quale affidare l´oratorio festivo, principio della grandiosa opera sorta in pochi

anni. Quel chierico si chiamava Pietro Ricaldone, che divenuto poi ivi Direttore, portò l´istituto alla massima floridezza. Don Rinaldi non immaginava d´aver posto così sul candelabro colui, che doveva succedergli nel governo della Società Salesiana.

Non ebbe egual fortuna in una seconda fondazione del 1893 a Rialp, villaggio situato ìn una valle dei Pirenei, nella provincia di Lerida e diocesi di Urgel. Recatosi a vedere il luogo, i buoni valligiani gli fecero un ricevimento trionfale; non avrebbero potuto fare di più, se si fosse trattato di ricevere il Vescovo. Ma fu corta la vita della nuova casa. Dopo tre anni le impossibili condizioni costrinsero ad. abbandonare il posto. Quella volta Don Rinaldi aveva forse ceduto alle sue simpatie per la gente semplice, ascoltando più la voce del suo buon cuore che non il consiglio della sua naturale accortezza.

Nel 1894 fondò le case di Malaga e di Vigo. A Malaga era Vescovo il santo prelato Spinola, innalzato in seguito alla sede arcivescovile di Siviglia e all´onore della porpora. Don Rinaldi, non sapendo resistere alle calde istanze d´un sì grande amico di Don Bosco, gli condusse personalmente i primi Salesiani nel dicembre di quell´anno. L´opera da umili principi venne grandemente in fiore. Nel medesimo tempo la casa di Vigo andò soggetta a varie peripezie, le quali però servirono ad allargare la sfera della sua azione.

Nell´ottobre del 1894 Don Rinaldi colse a volo una propizia occasione per mettere in bella vista agli occhi

della Spagna l´attività crescente deì figli di Don Bosco.

Si celebrava a Tarragona il quarto Congresso Cattolico Nazionale. Egli fece due cose. Indusse il genero di Donna Dorotea Don Narciso Pascual a tenere dinanzi all´assemblea generale un discorso sul tema " La Congregazione Salesiana e gli operai "; il che quegli eseguì con

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grandissimo effetto. Inoltre vi si fece rappresentare da Don Aime, Direttore della casa barcellonese di S. Giuseppe, con l´incarico di ossequiare in suo nome i ventun Vescovi ivi presenti, fra i quali era il Card. Sanz y Forés, Arcivescovo di Siviglia. Per tutti fu più o meno una rivelazione quanto udirono dei Salesiani, sicché dopo spuntarono da ogni parte proposte per fondazioni.

Il largo favore acquistatosi in quegli anni dalla Società Salesiana nella Spagna era valso già ad ottenerle un insigne beneficio. La recente législazione spagnola accordava alle Congregazioni religiose il riconoscimento giuridico e la loro costituzione in enti morali da parte dello Stato, senza nessun gravame. Era una specie di contratto bilaterale, in cui un´Associazione dichiarava, per esempio, che i suoi membri si occupavano d´insegnamento gratuito o di Missioni nelle colonie spagnole, e il Governo riconosceva legalmente il corpo, concedendo l´esenzione dagli obblighi di leva e il ribasso del cinquanta per cento

nei viaggi ferroviari. Don Rinaldi, autorizzato a presentare la richiesta, ebbe l´appoggio del Vescovo di Barcellona, del Nunzio Apostolico e di qualche senatore. La domanda venne esaudita. Un decreto del 25 ottobre 1893, nel quale si afferma l´efficace contributo recato dai Salesiani alla soluzione della questione operaia, uno dei più ardui problemi sociali, riconosceva ufficialmente alla loro Congregazione il diritto di esistere e di estendersi in tutta la Spagna.

Appena giunto a Sarrià, Don Rinaldi aveva riconosciuta la necessità di moltiplicare i Salesiani spagnoli; quindi lo preoccupò subito il problema delle vocazioni. Con questo intento nulla risparmiò, perchè l´ambiente fosse tale da favorire lo svilupparsi di buoni germi, che Dio avesse messo nei cuori giovanili. Nè le sue sante industrie andarono a vuoto. Di anno in anno il numero dei

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chiamati cresceva. Essi da prima trascorsero il periodo della loro formazione nella medesima casa di Sarrià; ma, com´è facile comprendere, in condizioni disadatte. Finalmente l´Ispettore riuscì a procacciarsi una vera casa di noviziato a S. Vicente dels Horts nei pressi di Barcellona. La inaugurò nel dicembre del 1895. Don Rna volle che fosse intitolata al Sacro Cuore.

Il pagamento di questa casa aveva in modo inatteso affrettata l´accettazione di un´altra. Don Rinaldi scriveva il 15 luglio 1895 a Don Barberis: « Ho da accusarmi cli un grande sproposito che ho fatto, quantunque per discolparmi dirò che lo feci pensando che forse Don Rua e Don Bosco avrebbero fatto lo stesso. Il fatto è che accettai una nuova casa da aprirsi quest´anno a Bejar ». Le cose erano avvenute così. Una ricca signora beiarese, dacchè Don Rinaldi si trovava a Sarrià, non aveva cessato d´insistere, perchè mandasse i Salesiani in quella cittadina della provincia di Salamanca. Egli rifiutava sempre per mancanza di personale. Ma poichè la signora ritornava continuamente all´assalto e minacciava di cambiare il testamento già pronto in favore dei Salesiani, se non si accettava presto, Don Rinaldi le fece dire da persona di fiducia che, se essa voleva lasciare tutto ai Salesiani, incominciasse ad aiutarli subito a pagare la casa di noviziato, dovendosi entro tre giorni redigere lo strumento. Quella gli rispose che, se prometteva d´aprire almeno in ottobre un oratorio festivo a Bejar, avrebbe mandato immediatamente il denaro. Don Rinaldi promise, la signora spedì la somma, e bisognava, mantenere la parola. Il guaio era d´essersi conchiuso l´affare senza chiedere l´autorizzazione dal Capitolo Superiore. Ma come fare, se il tempo stringeva e poi le condizioni erano accettabilissime. Anche i due Direttori più vicini, consultati da lui, ritenevano che i Superiori, conosciute le cir‑

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costanze, non avrebbero negato l´assenso. Onde diceva: « Ora se feci male ad accettare, sono disposto a farne la penitenza; ma la supplico di tener presente che grande penitenza è già questa di strillare pel personale ». Il 2 marzo precedente aveva scritto al medesimo: « La casa di noviziato è comprata, e vedremo come si pagherà ». Comprata qui vuol dire contrattata. In luglio era anche pagata.

Esaudendo la domanda per Bejar, ne aveva lasciate inesaudite quarantasette, delle quali poterono essere accolte tre nel 1897, cioè a Ecija, a Carmona e a Baracaldo di Bilbao. Nella prima città, appartenente all´archidiocesi di Siviglia, i Salesiani erano stati preceduti dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. Don Rinaldi, prima di essere Ispettore, vedeva con rincrescimento che esse, non avendo un sacerdote incaricato di assisterle nelle loro faccende, non sarebbero mai uscite dall´unica loro casa. « Io non ho tempo, — scriveva (1), — di pensare a moltiplicare le loro case e non ne ho la missione. Esse prendono quello che si dà, e non avendo nemanco esse l´incarico di aprire altre case, non pensano ad uscirne. Tuttavia è necessario che si muovano ». Pensò lui a farle muovere, quando fu Ispettore. Dipendendo allora l´Istituto dal Rettor Maggiore dei Salesiani, gl´Ispettori esercitavano sulle Suore a nome di lui una certa autorità, che li obbligava a interessarsi delle cose loro. Don Rinaldi dunque, condotte nel 1895 le pratiche per l´apertura d´una loro casa a Ecija, vi mando due anni dopo anche un sacerdote per Ia loro assistenza religiosa; di R a poco aggiunse a quello alcuni altri Salesiani, perchè vi facessero l´oratorio festivo e scuole popolari.

Si trova pure nell´archidíocesi di Siviglia la città di

(1) Lett. a Don Barberis, Sarrià, 11 luglio 1892.

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Carmona, dove i Salesiani incominciarono dal poco, cioè con l´oratorio e scolette elementari; ma i promotori della fondazione inscenarono una inaugurazione in grande stile, quasi per impegnarli a fare molto di più e presto. Don Rinaldi vi mandò come suo rappresentante alla cerimonia Don Ricaldone, Direttore a Siviglia, il quale, benedetta la casa, pronunciò un discorso d´occasione intonato alla circostanza. Contemporanea alle due precedenti e non dissimile da esse fu l´opera di Baracaldo a Bilbao.

Data dal 1898 l´origine di tre nuove case a Salamanca, a Siviglia e a Valenza. Non differivano per il loro carattere dalle tre mentevate qui sopra. 11 bisogno di oratori festivi e di scuole gratuite esterne per i figli del popolo era generalmente sentito sia dai Vescovi che dalle - persone più influenti. Don Rinaldi secondava volentieri le richieste di fondazioni simili, anche perchè gli consentivano d´impiegarvi meno personale; intanto aveva agio di formare nuovi soggetti, con i quali rafforzare a suo tempo le posizioni e sviluppare le opere. Particolarmente attiva fu subito la seconda casa di Siviglia, denominata da S. Benedetto di Calatrava. Sotto l´impulso di Don Ricaldone divenne centro operoso di varie attività esterne essai benefiche.

Tre di nuovo sono le fondazioni, che risalgono al 1899: a Ciudadela, a Montilla e a Madrid. Ciudadela è nell´isola Minorca, la seconda delle Baleari. Il Vescovo dopo lunghe trattative con Don Rua per corrispondenza, gli diede un ultimo assalto a viva voce in Barcellona nel 1899. Allora Don Rua si arrese e diede senz´altro a Don Rinaldi l´incarico di recarsi sul posto a concertare. Influì molto sull´Ispettore l´aver trovato in Ciudadela radicato da oltre sessant´anni il culto di Maria Ansiliatriee e una popolazione informatissima della vita e delle opere

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di Don Bosco. Un assalto analogo fu dato a Don Rua in Utrera da una Commissione di nobili signori per Montilla nella diocesi di Cordova. Don Rua cedette anche allora; ma quella volta la fondazione subì le conseguenze delle cose affrettate, perchè stentò a procacciarsi una sede stabile, nella quale finalmente fece notevoli progressi.

L´entrata dei Salesiani a Madrid è un fatto da segnalarsi. Don Rinaldi comprese che nella capitale ci voleva un Direttore di non comuni attitudini; perciò non esitò a proporre Don Ernesto Oberti, privandone il fiorentissimo collegio di Utrera. Don Rua approvò. Don Oberti, già favorevolmente noto nella Spagna, rispose alla fiducia. Grazie ai buoni principi da lui posti, l´opera di Madrid potè non solo attecchire, ma elevarsi in grandezza.

Un´ultima benemerenza spetta a Don Rinaldi per l´apertura di un grande collegio a Cordova, il quale divenne l´arca di salvezza della gioventù cordovana. Egli ebbe appena tempo di avviare a buon punto le pratiche, continuate poi da Torino, giacchè per qualche tempo esercitò ancora di là l´ufficio di Ispettore. Le condusse poi a termine Don Ricaldone, succedutogli nel governo dell´Ispettoria.

La carità fece concepire a Don Rinaldi un ardito disegno. Prima che il gesuita padre Carlo Ferris pensasse ad aprire il lazzaretto dei lebbrosi a Fontilles, egli avrebbe voluto che fosse imitato nella Spagna l´eroismo dei Salesiani sacrificatisi per quei grandi infelici nella Colombia; perciò fece i primi passi per ottenere che fosse istituito e affidato ai figli di Don Bosco un lebbrosario a Campello. Ma dovette desistere dalla santa impresa, perchè in quella località mancava l´acqua e d´altra parte non era probabile il totale isolamento richiesto dalla lebbra.

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Le molte e gravi occupazioni non gli fecero dimenticare una delle iniziative più proprie della Società Salesiana, quella della buona stampa; anzi, se si tien conto che si era in periodi d´assestamento, bisogna lodare le sue iniziative anche in questo campo. Nel 181)5 iniziò le Leeturas Catdieas, che tuttora si pubblicano mensilmente in circa cinquemila esemplari. Nel.1900 mise fuori un foglietto settimanale dal titolo El Oratorio festivo, dedicato ai giovanetti. La pubblicazioncella vive ancora con una tiratura di trentamila copie. Don Rinaldi, che aveva avuto a cuore gli oratori festivi, divenuto Ispettore, non lasciava nulla d´intentato per moltiplicarne il numero e promuoverne io sviluppo, sicchè ridonda a sua lode ciò che disse Don Rua, scrivendo d´un suo recente viaggio nella Spagna (1), del quale diremo tra breve: « Una Tra le molte cose, che riempirono il mio cuore di consolazione nel far visita a quelle case, fu il gran numero di oratori festivi che vi ha trovato e l´attenta e sollecita cura che se ne ha ». Sempre in tema di stampa, Don Rinaldi nel 1899 aveva ideato una Biblioteca per la Juventud Estudiosa, simile a quella fondata a Torino da Don Bosco, allo scopo di preparare edizioni dei classici spagnoli espurgate; ma la collezione si arrestò ai tre primi volumi contenenti il Don Quijote. Don Rinaldi stesso durante i suoi viaggi riempiva i ritagli di tempo occupandosi di tale epurazione su diverse opere; se non che il suo trasferimento a Torino fu causa che la provvida iniziativa non avesse séguito.

Ma non abbiamo ancora detto tutto quello che concerne le fondazioni.. Don Rinaldi dovette pure estendere la sua azione al Portogallo. Don Rua nel 1894, vinto dalle molte richieste pervenutegli, lo incaricò di fare un viaggio

(1) Lettera edificante N. 5, Torino, 20 Gennaio 1900.

·  - C aia. Soc. Filippo Rinaldi.

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d´esplorazione in quel regno. Egli andò e al ritorno rese conto del suo giro, scrivendogli il 21 maggio, che in Portogallo senza cercarle aveva trovato sei case, che volevano essere salesiane e che aspettavano i figli di Don Bosco: tre in Braga, una in Oporto, un´altra in una piccola città vicina e la sesta in Lisbona. Le sue preferenze erano per una delle tre di Braga, sulla quale appunto cadde la scelta di Don Rua. L´ultima settimana d´ottobre i Salesiani destinati colà arrivarono a Barcellona, donde, ricevute dall´Ispettore le opportune istruzioni, raggiunsero per le vie di Madrid e di Salamanca la loro mèta.

Nel 1896 venne la volta di Lisbona. Fu allora formalmente offerta la casa visitata due anni prima da Don Rinaldi. Egli riteneva che a Lisbona si potesse fare maggior bene che nelle stesse Missioni; ma consigliava di destinarvi un Direttore « giovane e di polso » (1). Ebbe intanto da Torino l´incarico di condurre le trattative, che si svolsero rapidamente. Sette Salesiani ricevettero la consegna della casa il 10 novembre. Le due case portoghesi furono unite all´Ispettoria di Don Rinaldi insieme con una terza aperta nel 1897.

Diciamo una parola di quest´ultima. Ad assicurare l´Opera salesiana nel Portogallo era indispensabile avere soci nazionali, donde la necessità di coltivare vocazioni di portoghesi. Mosso da questo pensiero, Don Rinaldi aveva raccomandato al Direttore di Braga, che cominciasse a trovare giovani aspiranti, mirando a preparare nella sua casa un noviziato. Difatti si principiò ad avere un gruppetto di novizi. Ma la Commissione che teneva l´amministrazione dell´istituto, non voleva sapere di elementi estranei al programma concertato; perciò esigeva

(1) Lett. a Don Durando, Sana, 27 gennaio 1896.

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che gli aspiranti e i novizi venissero allontanati. Don Rinaldi in una sua visita tentò inutilmente di accomodare la faccenda. Ma pro boro pacis finì con accondiscendere alle pretese di quei signori, senza però rinunciare al suo disegno. Acquistò infatti a Pinheiro de Cima, poco lungi da Lisbona, in luogo appartato e tranquillo, una casa con molto terreno attorno, e là stabilì il noviziato. Così poteva dirsi assicurato l´avvenire della Società nel Portogallo (1).

Un´osservazione generale riguardo alle sue fondazioni è questa, che Don Rinaldi aveva l´ardire dei santi. Scarseggiavano i mezzi e il personale, ma quando una proposta sembrava offrire una possibilità di fare del bene, non aveva paura d´accoglierla e di attuarla. Se poi vedeva la realtà non corrispondere all´aspettazione, non aveva nemmeno l´altra paura di chiudere. Animato da buon zelo, guidato da gran senno e sorretto da forte volere, estese nella Spagna e nel Portogallo l´influenza salesiana, gettando all´Opera di Don Bosco le solide basi, sulle quali poterono poi tranquillamente fabbricare i suoi successori.

Per le Figlie di Maria Ausiliatrice.

Fatto Ispettore, Don Rinaldi doveva occuparsi anche Selle Figlie di Maria Ausiliatrice, cioè assisterle, visitarle, porger loro aiuti di consiglio e di opera tanto nello spirituale che nel temporale, affinchè potessero mantenersi iella regolarità e svolgere tranquillamente e fruttuosanente la loro missione. Egli incominciò così ad avere son esse nella Spagna quei rapporti, che si esplicarono n seguito su più vasta scala e durarono fino all´estremo le´ suoi giorni.

(1) Lett. al medesimo, Sana 24 maggio e 4 giugno 1897.

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Durante il suo Ispettorato, sette residenze le Suore stabilirono nella Spagna. Le irradiazioni partirono da Sarrià, dov´era la prima loro casa e donde si diffuse la notizia della solida direzione spirituale da lui somministrata. A dir vero, quand´egli giunse a Sarrià, le accoglienze fattegli dalle Suore non furono entusiastiche. Allorchè le Suore in generale abbiano riposta la loro fiducia in un direttore di spirito, trovano duro il doverlo cambiare. Partito l´altro Direttore dei Salesiani, consumato maestro di ascetica, era parso impossibile che venisse sostituito adeguatamente; perciò le Suore di Sarrià si mostrarono fredde e financo poco garbate verso il Direttore nuovo, tanto che la Direttrice Chiarina Giustiniani, religiosa compitissima anche per la nobiltà della famiglia romana, dalla quale proveniva, si credette più volte in dovere dí presentargli umili scuse per la condotta delle consorelle; ma egli vedeva e dissimulava, trattandole con tanta carità, che alla fine apersero gli occhi e cambiarono l´indifferenza in ammirazione.

Scorrendo i ragguagli da alcune di quelle inviati, si nota come non poche attribuissero a Don Rinaldi il merito della loro perseveranza nella vocazione. L´esperienza insegna che spesso le Suore o durante il noviziato o a breve intervallo dalla professione religiosa subiscono certe crisi, nelle quali dubbi, timori, ansietà, scoraggiamenti le assalgono, e allora ci vuole ehi saggiamente e pazientemente le aiuti a superare scogli così pericolosi. Orbene Don Rinaldi mostrò di possedere per questo doni e lumi speciali: « I miei continui timori, — dice una, — svanivano dinanzi alla sua inalterabile bontà ». « Al principio della mia vita religiosa, — scrive un´altra, — tutto mi sembrava difficile: la cosa più insignificante era una montagna. Grazie alla sua pazienza e tattica e alla bontà del suo cuore le difficoltà si appianavano, sicchè potei

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contenta e felice seguire la mia vocazione ». Troppo andrei per le lunghe, se volessi riportare tutte le testimo‑

nianze del medesimo tenore. Tali attestazioni corroborano il giudizio espresso da una esperta Direttrice, che Don Rinaldi conoscesse molto bene il cuore della donna. Certo, questa conoscenza, a servizio della carità, può fare prodigi.

Com´egli si regolasse nelle sue relazioni con le Figlie di Maria Ausiliatrice, torna agevole arguirlo dalle norme che nel 1903 dettò da Torino a un Ispettore spagnolo e che si riassumono ìn tre punti: 1° Conservare su di esse l´autorità necessaria per far loro del bene spiritualmente

e  guidarle a Dio per la strada di Don Bosco. - 2° Andare a parlar loro direttamente. - 3° Mostrarsi superiori agl´interessi materiali, senza sacrificare per questo le case salesiane; ma essere giusto col fatto e pieno di carità e bontà nei modi. Il " parlare direttamente" voleva dire non tanto dar loro udienza, quanto udirle in confessione

e  tener loro conferenze o esortazioni spirituali. Per l´una

e  per l´altra parte del sacro ministero egli non rispondeva mai di no agli inviti, nè d´inviti erano avare le Suore, non immaginando affatto quanto a volte gli dovessero riuscire onerosi o imbarazzanti.

In certe occasioni, affinchè la sua parola recasse giovamento a tutte, inviava alle sue « buone figlie in Gesù Cristo », come le chiamava, circolari litografate. Eccone in saggio una per la novena dell´Immacolata: « Si avvicina la festa dell´Immacolata, e ricordando quello che faceva il nostro amato Padre Don Bosco, mi è venuta l´idea d´imitarlo, invitandovi a cogliere alcuni fiori, con cui procurerete di formare un bel mazzo da offrire a sì buona Madre nella sua solennità. Quest´anno potdte cogliere un fiore che è di moda e di stagione, il crisantemo. Ve ne sono d´ogni colore; voi ne coglierete tre bianchi, tre rossi,

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e tre gialli. I bianchi sono purità di anima, purità d´intenzione, purità di cuore; i rossi, amore a Gesù Sacra meritato, amore a Maria Santissima, amore al prossimo, alle consorelle, alle ragazze;´ i gialli, mortificazione della lingua, mortificazione della volontà, mortificazione dell´amor proprio. Osservate come ognuno di questi fiori si componga di moltissimi petali, che figurano i vostri numerosi atti di virtù. Staremo a vedere chi farà così più contenta la nostra Madre celeste e si mostrerà più docile e più degna figlia di Don Bosco, il quale desiderava moltissimo che faceste bene questa festa ». Quanta ottima ascetica in poche righe!

Vi è un´altra circolare assai notevole indirizzata alle maestre; ne rileverò tre cose più importanti. Vuole anzitutto che facciano studiare le alunne. « Ho notato spesse volte, — scriveva, — un grande zelo per far buone le ragazze3 e va benissimo; ma è un grande inganno del demonio, quando taluna si contenta di questo, come se tutto stesse lì. Io vi dico che tutto questo è niente, se alla pietà non si unisce la conveniente istruzione. Persuadetevi che, quando le fanciulle non progrediscono negli studi e nei lavori, si dà al mondo un´arma potente per accusare i religiosi d´ignoranti e oziosi; e le stesse alunne, quando arrivino a conoscere la superficialità dell´insegnamento ricevuto, disprezzeranno le loro maestre e saran le prime a far propaganda contro i religiosi. Occhio dunque e gran diligenza nell´insegnare. Le fanciulle debbono uscir istruite davvero e la superiora sía la prima a dare l´esempio e ricordi che le comunità che dan più da fare ai superiori sono quelle che meno fanno per le allieve ». Tutto vero e ben detto! Poi, annunciando prossima la sua visita d´ufficio, esprime un desiderio: « Invece di mostrare ai superiori che visitano le vostre case i progressi delle ragazze nelle rappresentazioni drammatiche, le quali per

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altro non sono vietate, converrà piuttosto, e sarebbe più utile, che le alunne nelle classi dessero prova della propria istruzione in tutto quanto si riferisce ai loro studi ». Infine raccomanda che non si parli mai di vocazione alle alunne, a meno che lo facciano elleno stesse per consiglio del confessore. « Basta, — dice, — far buone le ragazze, vivere secondo il vostro spirito e parlare qualche volta di Don Bosco ».

Appena giunto a Sarrià, comprese che non solo i Salesiani, ma anche le Figlie di Maria Ausiliatrice versavano in gravi strettezze. Che fece egli? Prese anzitutto a insegnar loro la maniera di presentarsi alle signore per ottenere offerte; poi volle che due di esse si dedicassero particolarmente alla ricerca della beneficenza, e quelle sapevano comportarsi in modo da lasciar intendere la nobiltà del fine per il quale facevano tale parte. Ciò valse anche non poco ad attirare benevolenza e stima alla loro opera.

Nel 1897 le Figlie di Maria Ausiliatrice avrebbero dovuto festeggiare il venticinquesimo dell´Istituto; ma rimandarono le celebrazioni al 1898 per aspettare il ritorno della Superiora Generale Madre Daghero dall´America. Fra le tante adesioni, che ella ricevette in quella circostanza, spicca quella di Don Rinaldi, il quale, scrivendo dalla Spagna dove aveva modo di conoscere da vicino la seconda famiglia di Don Bosco, le dichiarava: « Il vostro Istituto è per me oggetto di ammirazione e dì venerazione, nel suo nascimento, nel suo progredire, nel suo spirito. La sua debolezza, le sue difficoltà me lo fanno comparire più bello, e l´avvenire è suo, se, fedele allo spirito e al nome di Don Bosco, seguita cercando la maggior perfezione possibile dei suoi membri ».

Dopo nove anni di sl sapiente e paterna assistenza, le Figlie di Maria Ausiliatrice sentirono al vivo l´improvvisa mancanza di Don Rinaldi nel 1901. Egli si era allon‑

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tanato senza alcun preavviso; ma, appena potè, indirizzò a quelle di Sarrià il 30 marzo una lunga lettera, che incominciava così: « Sono qui a Torino. So i sentimenti che desterà in voi questa notizia e so quello che ognuna di voi proverà, mie buone figlie, di voi che per tanti anni mi abituai a considerare come poverette affidate alle mie speciali cure e a trattare con tutta la franchezza di un padre che ama ». Fino al mese di agosto conservò titolo e ufficio di Ispettore; perciò più innanzi diceva: « Non potendo dunque io fare più nulla e trovandomi troppo lontano, voi avrete costì í miei rappresentanti con tutte le mie facoltà. Voi saprete dunque chi Dio ha posto alla vostra cura immediata. Non temete, mie buone figlie, sia questo o qualunque altro il rappresentante di quel buonissimo Gesù che vi ama fino alla follia, come dicevano i Santi. Del resto, il confessore ordinario e straordinario basteranno a togliervi ogni macchia, ogni dubbio, ogni timore. Oh mie buone figlie, siate semplici con loro, come siete state con me ». Soggiungeva appresso: « Benchè un po´ da lontano, vivrò pregando molto per ciascuna, secondo le necessità che di ciascuna io so. Oh! le conosco le vostre miserie, so le vostre pene, misuro le vostre tentazioni, capisco le vostre debolezze, e questo mi terrà unito a voi nella S. Messa e nelle mie preghiere. Tutte vi voglio veder sempre fedeli alla vostra vocazione; voglio tenervi nell´ovile a costo della mia vita; nel cielo nessuna deve mancare, ricordatelo bene nei momenti cattivi ». Da ultimo, una parola alle alunne: « E voi altre piccole, non dimenticatevi che dovete essere sempre buone, in qualunque luogo andrete durante la vostra vita; poi vi voglio veder tutte nel cielo, se mai non potrò venirvi a vedere nel collegio ».

Anche da lontano non perdette di vista quelle che aveva conosciute nella Spagna e delle quali sapeva i bi‑

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sogni spirituali. È ammirabile la sua carità nell´interessarsi di loro, massime quando alcuna attraversava momenti critici. La sua corrispondenza spirituale lo attesta. Benchè assediato (la tante cure, come si vede anche dalla rapidità dello scrivere, risponde con sollecitudine alle loro lettere; invia auguri nei loro onomastici o in occasione delle feste natalizie; esprime condoglianze in perdite di 1,!e—one care;. se tardano troppo a farsi vive, domanda notizie; da tutto insomma emerge la premurosa bontà di un padre, che trepida per la sorte delle figlie.

Per questo motivo accade che talune gli si professino debitrici della loro perseveranza. Una pecorella, in prossimo pericolo di smarrirsi, fece ritorno all´ovile, richiamata dalla voce del buon pastore. Nessuna delle consorelle sapeva nulla; ond´egli, vedendola ben disposta a riprendere la diritta via, le scrisse: « Ritornando comprendo quanto fate. Misuro tutto il sacrificio, che mi obbligherà a interessarmi maggiormente di voi. Venite ricordandovi che avrete la croce di Gesù. Cristo. Se voi continuerete ad essere candida e docile, credo che la croce si alleggerirà e la vedrete vestirsi di tanti bei fiori, forse irrigati anche di lacrime, però lacrime dolci ». Incoraggiata così caritatevolmente, ne seguì i paterni consigli e continuò a fare molto bene. Quante insomma l´avevano conosciuto nella Spagna attestavano che Don Rinaldi era stato per esse padre, madre, direttore, provveditore, tutto, sino a preparare loro l´occorrente per le feste, per le accademie, per il teatrino. Sì anche per il teatrino: sono sue infatti alcune composizioni drammatiche in spagnolo, adatte alle loro scene.

Le direttive di Don Rinaldi, avvezzo a lavorare in profondità, non perdettero efficacia per il suo allontanarsi, ma restarono il punto di partenza, donde pigliarono le mosse i successivi sviluppi dell´Istituto nella Spagna. Si

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può dire che quegli indirizzi costituirono il fondo della buona tradizione, la quale informò le numerose opere suscitate ivi dalle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Visita di Don Rua.

Durante l´Ispettorato di Don Rinaldi il Rettor Maggiore Don Rua visitò le case da lui dipendenti nel 1899. Allora la Spagna versava in difficili condizioni economiche e politiche. La breve e sfortunata. guerra del 1898 con gli Stati Uniti aveva avuto disastrose conseguenze per il paese. Rovina della flotta; perdita di Cuba, di Portorico e delle Filippine; crollo dell´impero coloniale; dissesto delle finanze e quindi aumento straordinario delle imposte; critiche condizioni dell´economia privata. Era cresciuto il numero dei fanciulli orfani e bisognosi, ai quali le case salesiane aprivano le porte, nonostante il rincaro della vita. Questo comune disagio non tolse all´Ispettore la fiducia nella carità dei Cooperatori. Con una circolare natalizia del 1898, porgendo loro gli auguri e manifestando tutta la sua riconoscenza per gli aiuti somministratigli fino allora, lasciava chiaramente intendere l´urgenza di nuovi e maggiori soccorsi. Intanto annunciava che, a, fine di sopperire alle più pressanti necessità, aveva ordinato la sospensione dei lavori in corso per l´erezione della chiesa di Maria Ausiliatrice. Il suo appello trovò eco nel cuore dei buoni. Le Cooperatrici, sempre ingegnose, organizzarono una lotteria di beneficenza, per la quale raccolsero da molte parti della Spagna 42.000 doni; concorse anche la Regina Reggente Maria Cristina. Il ricavato procurò un temporaneo sollievo. In tali circostanze la venuta di Don Rua tornava molto opportuna per incoraggiare i Salesiani e animare i Cooperatori. La notizia, giunta improvvisa, fu salutata con gioia anche

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da questi ultimi, perchè Don Rinaldi con le sue fondazioni e ne´ suoi viaggi aveva rialzato di molto il prestigio della Congregazione.

Egli andò a incontrare il Superiore presso la frontiera, nè più si staccò dal suo fianco per tutto il tempo che rimase nella penisola iberica, cioè dal 5 febbraio al 12 aprile. Visitate da prima le quattro case di Barcellona, due dei Salesiani e due delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Don Giovanni Marenco, Vicario generale di Don Rua per le Suore e suo compagno di viaggio, scriveva a Torino: « Qui le cose procedono abbastanza bene. Queste case godono dì grande simpatia .

Dedicati due giorni ai novizi di S. Vincenzo, una sorpresa attendeva Don Rua a Sarrià nel suo ritorno. Don Rinaldi dava prova di una sua predilezione, che avrebbe dimostrata ancor meglio, quando fosse elevato a più alto grado. Aveva disposto che Don Rua, ritornando dal noviziato, trovasse a Sarrià una numerosa adunanza di ex-allievi. « Fu uno spettacolo veramente mirabile, che noi non avevamo mai veduto », riferì un settimanale del luogo (1). Incoraggiati dal successore di Don Bosco quei giovani si costituirono in associazione permanente, con l´intendimento di raggruppare tutti i loro compagni usciti dalle scuole di Sarrià, e quello fu il primo passo verso una organizzazione più vasta.

Veduta la casa di Gerona, Don Rua si diresse al Portogallo, facendo diverse fermate intermedie a Bilbao, Santander, Salamanca e Bejar. Dalla solennità dei ricevimenti si comprese quanto per opera dì Don Rinaldì fosse stimata, ammirata e amata la Società Salesiana nella Spagna. Don Marenco informava così i Superiori di Torino: « Si rinnovano i fatti di Don Bosco, compreso quello

(1) El Serrianes, 25 febbraio" 1899.

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di vedere tagliati i panni addosso al povero Don Rua ». Alludeva al viaggio di Don Bosco nel 1886, quando un entusiasmo indescrivibile verso la sua persona si era propagato da Barcellona a città anche molto lontane, donde si accorreva a lui per vederlo, udirlo e ricevere la benedizione. Più volte ebbe tagliuzzati gli abiti da coloro che volevano portare con sè reliquie del Santo.

Furono a Braga il 4 marzo. Anche dal Portogallo Don Marenco faceva sapere: « L´Opera salesiana è ben ricevuta, in alto e in basso, nel clero e nel popolo. Bisogna dire che digitus Dei est hic ». Di là si deviò fuori dal Portogallo a Vigo. Dalla stazione alla città, per ben tre chilometri, una turba di ragazzi scortò la carrozza di Don Rua, clamorosamente acclamandolo. Rientrato nel Portogallo e fermatosi un giorno a Oporto, arrivò 1´11 marzo a Lisbona, salutato dalle maggiori autorità, onorato dall´aristocrazia e festeggiato dal popolo. Venne pure desiderato e ricevuto a Corte.

Da Lisbona si portò quindi a Siviglia, donde partiva successivamente per visitare le altre case dell´Andalusia a Carmona, Valverde, Ecija. Trascorse a Siviglia gli ultimi giorni della settimana santa e assistette alla grandiosa processione del Cristo morto, lasciando in tutti, come scrisse Don Rinaldi, una profonda impressione. Dalla metropoli andalusa partì consolatissimo del gran bene, che i suoi figli vi stavano facendo nelle loro due case. Da Siviglia, sostato a Mura, proseguì per Malaga e, visitata la casa, s´imbarcò per Almerìa e di lì per l´Africa.

Don Rinaldi rifece tutto solo la via di Barcellona, ringraziando in cuor suo il Signore, che avesse benedetto in modo visibile le fatiche del´ suo Ispettorato; giacche la popolarità che circondava i Salesiani nella Spagna e nel Portogallo, era dovuta in massima parte a lui, sebbene egli fosse lungi le mille miglia dall´attribuirsene il

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merito. In pochi anni vi aveva diffuso largamente il nome di Don Bosco, il culto di Maria Ausiliatrice e la conoscenza delle istituzioni salesiane.

Avremmo voluto poter dire di più dell´opera di Don Rinaldi Ispettore; ma di più non abbiamo potuto sapere. Certo è che lasciò nella Spagna una grande eredità d´affetti. Un monumento soprattutto ne perennò ivi la memoria. Nel gennaio del 1900 radunò a Utrera i Direttori delle case di Andalusia e prese con essi gli opportuni accordi per un´assemblea generale, che fu tenuta in agosto a Barcellona. La presiedette Don Albera nell´occasione che si recava visitatore straordinario nell´America. Scopo dell´adunanza era di esaminare il già fatto e, traendo profitto dall´esperienza, prendere disposizioni per l´avvenire. Le deliberazioni, che vennero stampate, costituiscono un manuale utilissimo a mantenere integro e vivo nella Spagna lo spirito di Don Bosco. Egli allora non sospettò punto d´aver preparato così per que´ suoi cari confratelli il suo testamento spirituale.

CAPO VII

Prefetto Generale.

Il Prefetto Generale fa le veci del Rettor Maggiore assente o impedito nelle cose riguardanti il governo ordinario della Società, come pure in tutto quello, di che fosse particolarmente incaricato dal medesimo Rettor Maggiore. Alla morte di questo egli assume il governo della Società fino all´elezione del successore. Prima del 1923, quindi ancora per tutto il tempo della prefettura di Don Rinaldi, spettava al Prefetto Generale anche dirigere l´amministrazione centrale, passata d´allora in poi all´Economo Generale. In tale tempo, assai più che al presente, la vita del prefetto era vita di tavolino, poco appariscente, ma molto onerosa. Don Rinaldi vi si acconciò per oltre vent´anni.

La nomina.

Il 28 febbraio 1901 venne a mancare per morte repentina il Prefetto Generale Don Domenico Belmonte, nome simpatico di esemplarissima persona. I Capitolari durano in carica sei anni e possono essere rieletti. L´elezione si fa di sei in sei anni dai Capitoli Generali. Allora il Capitolo Generale non si sarebbe radunato se non nel 1904 con un intervallo di tempo troppo lungo, perchè potesse un sì importante ufficio rimanere senza titolare. In casi simili la Regola provvede, autorizzando il Rettor Maggiore a surrogare nel posto vacante chi nel Si

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gnore giudica più adatto, non però oltre al termine del sessennio incominciato dal socio cessante. Don Rua dunque, com´era suo costume in tali occasioni, fece anzitutto molte preghiere per ottenere dal cielo i lumi necessari a conoscere chi avrebbe dovuto scegliere; consultò pure privatamente coloro che riteneva in grado di consigliarlo. Tutti questi gli suggerirono Don. Rinaldi. Parlatone finalmente nel suo Capitolo, la scelta piacque; onde ne diede a lui l´annuncio ufficiale il 1° marzo. Conviene aggiungere che Don Rua, così competente in cose d´amministrazione, ne stimava molto l´abilità amministrativa. Saputo poi che Don Rinaldi stava per intraprendere la visita delle case nella Spagna meridionale, non glielo impedì, ma gli raccomandò di accelerare le sue mosse in guisa da essere a Torino sul finire di marzo o sul principio di aprile. Per il momento gli diceva di non parlarne, essendo sua intenzione di conservargli la carica di Ispettore almeno fino alle elezioni del 1904 (1).

Si vede però che la sua presenza urgeva; infatti prima che il mese di marzo fosse terminato, lo chiamò telegraficamente all´Oratorio. Il telegramma lo raggiunse a Montilla, mentre visitava quella casa. La sua emozione fu così forte, che non riuscì a celarla. Chi in quel momento gli stava vicino, vide i suoi occhi riempirsi di lacrime e poco dopo, nonostante il suo abituale riserbo, non potè alla mensa comune dissimulare più a lungo la cosa. Una viva commozione s´impadronì di quei confratelli, nè si sentirono men commossi gli altri, di mano in mano che la notizia si andava propagando. Non sembrava ad essi vero di non dover più avere fra loro un superiore tanto amato. Don Rua, allorehè poi notificò la scelta ai Soci, scrisse (2):

(1)           Lett. di Don Rua a Don Rinaldi, Torino, 10 marzo 1901.

(2)           Circolare 25 aprile 1901.

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« Ben comprendevo che il vuoto che colà si faceva, togliendo una mente ed una operosità così insigne, era grande; ma ciò era richiesto dal bene generale di tutta la nostra Società, ed il sacrificio fu fatto ».

Prese possesso del suo ufficio il 1° aprile e la mattina seguente Don Rua lo presentò ai Capitolari radunati in seduta ordinaria. Non molti neppure a Torino lo conoscevano intimamente. Schivo per indole e più per virtù dal far mostra di sè, da prima era vissuto tutto per i suoi Figli di Maria, e dopo nelle sue rare comparse dalla Spagna conferiva con i Superiori, predicava anche talora un corso di esercizi spirituali, facendo le meditazioni, ma non era solito andare attorno nè entrare in familiarità con chi. lo avvicinava. Eppure, quando arrivò all´Oratorio, al vederlo così alto e gagliardo della persona, così grave e sereno nell´aspetto, con un portamento insomma che spirava vigore e bontà, si provò subito una favorevole impressione. Al conoscerlo poi da presso, all´osservarlo in azione, all´udirlo conversare, apparve indubbiamente dello stampo dei vecchi Superiori, formati da Don Bosco, nello sguardo dei quali dolce e sereno, chi aveva visto il Santo, sentiva palpitare la sua paterna amorevolezza. Nelle prime " buone notti " gli si perdonavano volentieri gli abbondanti spagnolismi e si accoglievano con un leggero sorriso i suoi soffrimenti, la sua insegnanza, la sua serpente; ma si notava anche lo sforzo di dimenticare la lingua, che aveva sapientemente e con tanto successo adoperata a portare il nome di Don Bosco e a diffondere la sua opera nella Spagna.

Quasi tutti i mesi, il Prefetto Generale diramava alle case nna circolare, nella quale, comunicati gli ordini e le raccomandazioni dei singoli altri Superiori, parlava insieme per conto proprio. Nella prima, scritta da luí il 28 aprile, fece in questi termini la sua presentazione ai

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Soci: « Essendo stato incaricato dall´amato nostro Superior Maggiore di sostituire la bella e grande anima dell´indimenticabile Don Belmonte, chiedo la cooperazione di tutti i Reverendi Ispettori e Direttori, e l´aiuto delle preghiere di tutti i Confratelli, affinché almeno non sia d´impedimento allo sviluppo ognor più crescente della cara nostra Pia Società ». Molti si affrettarono a scrivergli rallegrandosi, del che egli rese loro umili ringraziamenti nella circolare del 24 maggio. Nella parte delle circolari riserbata per sè spesseggiavano ogni volta precise e pratiche norme amministrative; di questo in certo modo si scusò il 1° ottobre scrivendo: « Mi feci ardito dirvi tutte queste cose, pensando che ve le avrebbe dette il defunto mio antecessore, se tuttora fosse fra noi: egli certo ve le avrebbe dette con maggiore autorità e precisione, ma io confido nel vostro buono spirito, e mentre mi riprometto ottimi risultati, prego il Signore ad assistervi durante questo nuovo anno ».

In breve si formò nell´Oratorio e dall´Oratorio si propagò il convincimento, che Don Rua aveva avuto una buona ispirazione a scegliere Don Rinaldi. Un autorevole testimonio scriveva (1): « Don Rinaldi sembra che sia sempre stato Prefetto generale della Congregazione. Tutto procede senza sbalzi ». E già prima aveva scritto: « Secondo me fu l´ottima delle scelte. Don Rinaldi credo che farà mirabilia » (2). Dall´America il Catechista Generale Don Albera, che percorreva, quale visitatore straordinario, il nuovo continente, appena saputo della nomina, scrisse a Don Rua il 10 luglio 1901: « Sono veramente contento dell´elezione di Don Filippo Rinaldi. Non si poteva fare migliore scelta. Io temevo che non si po‑

(1)                      Lett. di Don Barberis a Don Gusmano in America. Torino, 23 maggio 1901.

(2)               Al med., Torino, 20 aprile 1901. - C´ RIA, Sac, Filippo Rinaldi.

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tesse sostituire in Spagna ». Invece la sostituzione avvenne senza scosse e più presto che non si fosse pensato; anzi le fondazioni spagnole si trovavano così saldamente stabilite e in via di tali progressi, che dovettero poi essere divise in tre Ispettorie. La prova più evidente, che la nomina era stata indovinatissima, la offerse il voto di due Capitoli Generali, che nel 1904 e nel 1910 elessero e rielessero Don Rinaldi all´ufficio primamente conferitogli di moto proprio dal Superiore.

All´opera.

Le giornate di Don Rinaldi si succedevano senza notevoli nè frequenti variazioni nell´Oratorio. Alla mattina: Messa sull´alba, meditazione con la comunità, confessionale, e dalle nove ufficio fino a mezzogiorno; nel pomeriggio dalle quattordici alle diciassette, lettura spirituale, Breviario in camera, lavoro personale e a volte quattro passi fuori di casa; dalle diciassette all´ora di cena ufficio. Lavorava chiuso sempre in una cameretta povera di luce e di aria, ma ricca di ricordi; là, al secondo piano del primitivo edificio centrale accanto alla scala, avevano lavorato parecchi antichi superiori, la cui memoria era ed è in benedizione.

In Don Rinaldi Prefetto Generale si vide avverato a puntino il vecchio adagio, che non la carica fa l´uomo, ma l´uomo fa la carica. Fosse pur arido il suo lavoro alla scrivania, fossero pur irte di molestie tante ore delle sue giornate, nulla valeva a oscurarne la fronte, nulla a scoronargliela dell´aureola di paternità, che rendeva quella sua specie di cella monastica ricercata da tutti. Era paterno anzitutto con i suoi aiutanti diretti, che trattava con ogni riguardo, evitando di stancarli troppo, interessandosi della loro salute e curandone il profitto spiri

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tuale; paterno con chiunque ricorresse a lui per bisogni materiali o morali; paterno nella corrispondenza epistolare, che doveva sovente aggirarsi su argomenti fastidiosi; paterno anche con chi per avventura non ne fosse guari meritevole. Scendiamo un po´ al particolare.

Per tradizione nell´ufficio del Prefetto fanno capo le questioni odiose, che egli ha il dovere di esaminare e di risolvere. Don Rinaldi, appena insediato, raccolse lamentele sulla condotta dei coadiutori dell´Oratorio. Egli, senza pronunciarsi in proposito, sì diede a studiarne pacatamente la condotta e trovò che, fatte pochissime eccezioni e non di grande rilievo, le voci correnti non erano vere. — Trovai anzi, — confidò molti anni dopo, che abbiamo dei santi fra i coadiutori: confratelli che pas.sano settimane e settimane senza commettere un peccato veniale; e ce ne accorgiamo, perchè li vediamo pregare e lavorare, e in grazia di essi la casa va avanti come un orologio. ‑

Bussavano sovente alla sua porta prefetti. e direttori, le cui case vivevano della beneficenza raccolta e ripartita dal Capitolo Superiore. Troppe volte egli non aveva modo di soddisfarli, perchè era vuota la cassetta; tuttavia, senza mostrarsi infastidito per importunità nè preoccupato per debiti, intratteneva affabilmente i suoi visitatori a discorrere della loro casa e delle loro cose, licenziandoli con tanta buona grazia, che quelli uscivano tranquilli, benchè a mani vuote.

Nel tempo della prima guerra europea, quando tanti salesiani, anche preti, dovettero andare sotto le armi, il suo cuore si commoveva al pensiero della loro condizione; unanimi sono le attestazioni della sollecitudine e carità, con cui rispondeva alle domande di chi fosse in bisogno, prevenendo anzi perfino le domande. Avvenendogli d´imbattersi in alcuno di loro, tre interrogazioni erano di

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prammatica: se stesse bene di salute, se gli occorresse denaro, se fosse ben coperto nella persona. Poi, a seconda dei casi, venivano i conforti allo spirito. E nelle circolari mensili non cessa di raccomandare ai Direttori che si premiano amorosa cura dei propri soldati e che circondino di attenzioni quelli di altre case, i quali fossero di passaggio o chiedessero ospitalità o dimorassero nelle vicinanze. Talora riproduce brani di loro lettere o perchè contengono cose edificanti o perchè servono a far conoscere le dure condizioni, in cui si trovano.

Ecco mi episodio molto significativo. Un confratello francese sacerdote prestava servizio presso suoi connazionali nell´ospedale militare di Taranto. Desideroso di poter celebrare, ne ottenne dalle autorità il permesso; ma non c´erano arredi sacri e doveva provvederseli a proprie spese. Ci volevano circa quattrocento lire, somma allora non indifferente, massime per la borsa di un soldato. Trovandosi a Roma in licenza, ne scrisse a Don Rinaldi; ma sperando dì guadagnar tempo, consegnò la lettera a un alunno dell´Oratorio, che in giornata sarebbe partito per Torino. Passano due, tre, quattro giorni, e nessuna risposta. Allora, tocco da una punta di rimorso, quasi avesse con la sua richiesta peccato d´indiscrezione, tentò con felice esito un´altra via per trovare quello che desiderava; indi telegrafò a Don Rinaldi, che non gli occorreva più nulla. Don Rinaldi cadde dalle nuvole, perchè la lettera non gli era stata ancora recapitata; avutala poi nelle mani e chiarito iI mistero, temette che il confratello fosse in pena: onde senza far caso del telegramma gli spedì un vaglia bancario di quattrocento lire, scusandosi dell´involontario ritardo. L´invio non era stato superfluo, perchè l´interessato aveva fatto così male i suoi conti, che questa somma unita alla precedente gli bastò appena all´uopo. Di lì a sei mesi, il confratello si trovava


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a Torino per la Messa giubilare del Rettor Maggiore Don Albera. Avendo in tasca duecento lire disponibili, frutto de´ suoi risparmi, e conoscendo le strettezze finanziarie della Congregazione, le presentò a Don Rinaldi, quale acconto della somma ricevuta, che intendeva rimborsare per intero, non appena potesse. Don Rinaldi, che non ignorava le incognite di quella vita sbalestrata, ricusava di accettare; di fronte- però alle reiterate insistenze dell´altro, prese il denaro, ma a patto che sopravvenendogli qualsiasi necessità, scrivesse, ed egli non avrebbe indugiato ad aiutarlo. -P3 un bel raggio dì vita religiosa concepita come vita di famiglia, secondo l o spirito di Don Bosco.

Quanti collaborarono o trattarono con lui, attestano unanimi, che nulla mai negò di legittimo o di conveniente, massime ai Soci. Talora le cose richiestegli si sarebbero potute commutare senza danno e con maggior facilità di esecuzione, a volte importavano spese di qualche rilievo: egli preferiva non contrariare. Anzi, visto il bisogno, provvedeva pure senza tante formalità. Don Alberto Prin, divenuto poi Ispettore, quand´era chierico in Italia, aveva ricevuto l´obbedienza per Schio, come assistente dei novizi.. Salito a riverire Don Rinaldi, questi s´accorse che egli aveva veste e pastrano in non buono stato; onde ordinò all´istante, che gli si confezionassero d´urgenza quegli indumenti. « Poi si alzò, — scrisse Don Prin, mi strinse affettuosamente le mani e mi accompagnò all´uscita con tanta amabilità e cortesia, che non avrebbe potuto fare di più con un personaggio d´importanza ».

Parlavamo qui sopra d´immeritevoli. Fra le mansioni del Prefetto vi è pur quella di ammonire, correggere, riprendere. In qual modo fosse solito Don Rinaldi adempiere questa parte del suo ufficio, lo descrive un suo segretario intimo, che gli stette a fianco per tutti i ventun

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anni che fu Prefetto. « Gli ripugnava, — dice, — condannare; trovava sempre attenuanti. Sull´esempio di Nostro Signore porgeva la mano a chi fosse caduto per rialzarlo, rifarlo sul retto sentiero e riabilitarlo ». A volte gli giunsero lettere sgarbate e financo insolenti. Egli, tacendo i nomi, ne leggeva il contenuto al suddetto segretario, uomo di esperienza e di fine giudizio, facendogli poi sentire le minute per le risposte, allo scopo di assicurarsi che non c´entrasse nulla di passionale. Al segretario il tenore sembrava talora fin troppo blando; ma egli per lo più del primo getto non si contentava, ritoccando lo scritto in modo da non lasciare una paroletta che potesse produrre effetto sgradevole. Riponeva perciò due o tre giorni nel cassetto della scrivania quelle prime stesure, che poi rileggeva al segretario modificate e condite di espressioni non solo calme, ma cordiali. Una delle massime, che amava ripetere, era questa: — Difetti ne abbiamo tutti; bisogna compatire per essere compatiti; nelle mancanze il più delle volte non c´entra vera malizia. ‑

Questo non significa che fosse di manica larga, sicché ne lasciasse passare d´ogni risma senza essere capace di fare a tempo e luogo atti di energia. Ma altro è la severità di chi ama, altro la violenza di chi vuol colpire. IIn coadiutore incaricato dei pagamenti per la casa dell´Oratorio aveva confuso due partite, che andavano distinte. Accortosi dell´errore, si recò da Don Rinaldi, il quale solo poteva rimettere le cose a posto. Don Rinaldi rimediò allo sbaglio, ma impose allo sbadato una penitenza., perchè in avvenire facesse più attenzione. Un´altra volta parve alquanto severo e anche rigido. Addetto al suo ufficio era un sacerdote di vaglia e virtuoso; ma la nervosità in certi casi pigliava il sopravvento, rendendolo poco malleabile. Un giorno dunque s´impazientì con

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Don Rinaldi, che, lasciatolo sfogare, gli diede in presenza del segretario una forte lezione. Il testimonio rimase impressionato da quella che gli era sembrata durezza, nè ebbe timore di confidargli il proprio sentimento. Don Rinaldi allora gli fece intendere, che a illuminare certe persone rette, ma difficili, giova e conviene a titolo di carità usare ogni tanto rigore piuttosto che dolcezza.

Quest´uomo, che, a giudicarlo dall´aspetto, sarebbe parso proclive ad atti autoritativi, si sentiva a disagio allorquando le circostanze lo costringevano a ricorrervi. Egli invece è tutto in questa lettera, indirizzata da Barcellona nel febbraio 1911, al più volte accennato segretario, che rispondeva al nome di Don Luigi Ferrari: « Domenica seppi che hai telegrafato la triste notizia, ma dovetti partire senza mandarti un saluto. So che tu comprendi benissimo che devo aver partecipato al tuo dolore e quindi mi avrai compatito nel lungo silenzio. Ho pregato pel tuo caro defunto e non ho dimenticato la famiglia nella S. Messa. Ricordai la sorella, il fratello e particolarmente te che amavi tanto il tuo buon genitore. Ornai da alcun tempo le tue pene sono anche mie, ma d´ora innanzi ricordati che sarà mio dovere supplire il vuoto che il Signore ha fatto nel tuo cuore ». E quale rispetto dimostrava per i suoi dipendenti! Verso il medesimo tempo ricevette una volta a Foglizzo il Direttore della casa, stando seduto sul divano con la schiena un po´ abbandonata sulla spalliera, del che quegli non aveva nemmeno fatto caso; ma dopo un istante, rimettendosi diritto sulla persona, si affrettò a chiedergli scusa.

Che dire della sua calma ìn occasioni, nelle quali è più difficile conservarla? Scrive il sullodato segretario; « Quantunque durante ìl suo governo l´ufficio della prefettura abbia subìto periodi di massima attività e trepidazione, non vidi mai. Don Rinaldi perdere la sua calma.

k3,t

Una volta sola apparve addolorato e se ne aprì, quando cioè vennero dall´inferno i cosiddetti fatti di Varazze; ma ciò che più lo rese allora pensieroso e triste fu l´ambascia che ne pativa Don Rua ». Il dominio di sè costituisce certo la nota caratteristica degli uomini di vita interiore, e Don Rinaldi possedeva questo dominio in grado eminente, benchè la natura del suo ufficio lo esponesse a cimenti non rari, non ordinari e non preveduti. Il Missionario Don Pietro Bonacina, in procinto di ripartire per la sua Patagonia, una sera dopo cena lo pregò di fissargli l´ora per un´ultima udienza. — Domani no, — gli rispose, — ma posdomani in qualunque momento. — Il Missionario invece, non potendo aspettare fino allora, si presentò egualmente il giorno dopo. Appena entrato nell´ufficio, scorse subito in Don Rinaldi un moto di contrarietà; ma fu cosa di un attimo. In un batter d´occhio gli si spianò la fronte, e lo accolse e lo trattò con la più candida amabilità. Raccontando poi il fatto Don Bonacina soleva dire: — Mi sentii tutto mortificato al primo entrare, ma uscii di là pieno di edificazione.

Tanta tranquillità d´animo contribuì grandemente in lui a quella giustezza di criterio, per la quale, a detta de´ suoi collaboratori e di altri, risolveva prontamente difficoltà intricate, trovandone il bandolo con tale semplicità e spontaneità, che riempiva di meraviglia. Un caposaldo della sua imperturbabilità era il convincimento, che esprimeva così: — Mai, neppure nelle maggiori strettezze finanziarie, la Congregiazione patì deI suo prestigio. Don Bosco è che fa, che ispira, che conduce, che provvede; noi non siamo che poveri strumenti nelle sue mani. — Si può ritenere per certo che questa continua padronanza di sè gli giovò assai a rendersi eccellente direttore di anime.

Resse la prefettura sotto due Rettori Maggiori. L´uno,

t3:

Don Rua, ideale di Prefetto al tempo di Don Bosco, lo aiutò molto da principio a orientarsi in una carica, che a prima vista non sembrava fatta per lui, uomo di direzione spirituale e di azione pratica, più che non d´immobile sovrintendenza finanziaria burocratica, nè cessò mai di giovarsi in appresso dei lumi, attinti dalla consumata esperienza di quel santo superiore nel disbrigo degli affari. Con Don Albera, succeduto a Don Rua, le cose cambiarono alquanto. Don Rinaldi, positivo e operatore, mantenendosi fino all´ultimo, per dirla con termine corrente, un dinamico, uomo cioè dalle ardite iniziative, doveva intendersi con un Superiore prevalentemente, diremo così, dalle idee generali e per tendenza piuttosto statico, esitante a intraprendere cose nuove, delle quali per solito valutava con acume i lati difficili e incerti. Ora, poichè il Prefetto è colui che fa e non si scopre, dovendo l´andare della Congregazione pigliar le mosse dal Superiore che in sè la impersona, è ovvio che ne derivassero per Don Rinaldi situazioni delicate anzichè no. Ma uno spirito come il suo era fatto apposta per superarle, e superarle in modo da spingere sempre avanti la nave, che in realtà neppure negli anni della prima grande guerra e dell´immediato difficile dopoguerra non arrestò il corso nè deviò dalla sua rotta.

Quanto Don Albera apprezzasse l´opera del suo maggiore aiutante, è. provato da varie sue testimonianze. Ne scegliamo una del 26 dicembre 1918, quando il Rettor Maggiore gli scriveva da Roma d´aver chiesto a Gesù Bambino che gli ridonasse intera la salute, affine di poter continuare nel suo ufficio « tanto necessario per la buona Amministrazione della Società » e aggiungeva: « Questo io domando al Signore ogni giorno celebrando la S. Messa ».

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Sub tuum praesidium...

Di quelle tali invocazioni alla Madonna, scritte e poste da Don Rinaldi sotto la base della sua statuetta, ne abbiamo rinvenute parecchie in fondo ad un cassetto, che risalgono al primo tempo della prefettura; ne riporteremo alcune qui sotto in ordine cronologico, rimandando-ne altre a luoghi opportuni. Emana da esse un profumo di pietà, che edifica e dimostra come il suo spirito tra le aridità dei calcoli e le spinosità delle questioni non si inaridisse nè si lasciasse soffocare.

La prima è del 1908 e allude a due grosse cause. Il 29 luglio 1907 erano state lanciate improvvisamente e con estrema violenza mostruose accuse contro il Collegio di Varazze. Fu come lo scoppio di una bomba enorme e micidiale. Lì per lì lo sgomento invase il Rettor Maggiore e il suo Vicario. Questi però, ripreso tosto animo, organizzò la difesa. Provvide a far rintuzzare da buona penna gli attacchi della stampa, interessò le autorità, e costituì un collegio di avvocati per l´azione giudiziaria. La causa durò a lungo, passando da un tribunale all´altro; ma finalmente la Corte d´Appello di Genova con sentenza 5 giugno 1912 smantellò il castello d´infamie, destinato, nell´intenzione di chi l´aveva architettato, a disonorare per sempre la Società Salesiana in faccia a tutto il mondo. Deponendo come teste nel processo di Don Rua, ebbe occasione di dover dire che in quella occasione aveva fatto per il suo ufficio quanto poteva a difesa dell´Istituto (1).

Intanto, mentre l´opera defensionale faceva la parte sua, Don Rinaldi si preoccupava dei suoi confratelli, cercando, in giorni amareggiati da tante pene, di sollevarne lo spirito. L´Ispettore romano, proprio il 29 luglio quando

(1) Summ., De her. fide, § 357.

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era stato sollevato lo scandalo, aveva scritto a Don Rua una lettera nella quale gli riferiva un interessante colloquio avuto da lui col Card. Vives y Tuto subito dopo il decreto che riconosceva l´eroicità delle virtù di Don Bosco e allora autorizzava a dargli il titolo di Venerabile. Il Cardinale si era profuso in lodi alla santità di Don Bosco, alla virtù di Don Mia, e alla benemerenza, dei Salesiani. Orbene Don Rinaldi per procurare a tutti un motivo di consolazione, sottratta la lettera a Don Rua, la fece stampare e ne spedì copie il 15 agosto ai Direttori delle case. Poi nella circolare mensile del 24 settembre scriveva raccomandando che il chiasso fatto nel mondo intorno ai Salesiani fosse a tutti di stimolo a lavorare con maggior alacrità e purità di intenzione nel nuovo anno scolastico, che si stava per incominciare. E il 24 novembre, pigliando occasione dal medesimo « chiasso ingiustificato », spronava ad una « costante e sempre più oculata sorveglianza » affinchè durante quell´anno scolastico avesse a « risplendere in tutti e in tutto la virtù prediletta » da Don Bosco.

Nella divota supplica, che ci ha dato occasione a questi ricordi, fa menzione anche di varie liti. Ricadeva sul Prefetto il disbrigo degli affari contenziosi, che non erano nè pochi nè leggeri. I casi d´ordinario si aggiravano intorno a testamenti, dei quali si voleva impugnare la validità. vero che Don Rinaldi affidava tali cause ad avvocati di fiducia; ma anche a lui causavano grattacapi. Notiamo che in queste controversie egli procedeva con larghezza di vedute, per amor di pace non solo rinunciando al sto muori ius, ma venendo a transazioni generose. Delle questioni qui menzionate la più grave concerneva l´eredità della Marchesa Zambeccari di Bologna.

Fu una lunga e laboriosissima lite, che gli diede molto e molto filo da torcere.

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Ecco ora quali erano i suoi sentimenti di fronte a simili vertenze. Diceva alla Madonna: « Madre carissima, l´anno 1907 posi ai vostri piedi due liti pei beni Zambeccari e Turina. La prima fu risolta, la seconda è sospesa. Quest´anno non so quante liti debba porre ai vostri piedi: c´è pendente tutta la causa Varazze, che non so dove incominci e dove termini; ci sono quelle di Silva e Farina, quella di Napoli Giardini, e chissà quante il diavolo susciterà: mi raccomando a Voi, avvocata nostra. Non ho altra speranza io ignorante ed inutile vostro incaricato, che spera non ci abbandonerete in questo 1908 ».

Quanto sentisse il peso della sua responsabilità e donde aspettasse l´ausilio nel tempo opportuno, si fa evidente da questa umile implorazione del 18 dicembre 1908: « Mamma mia SS.ma, alla mia prudenza ed attività sono affidati gli interessi della Pia Società. Voi sapete come sono torpidissimo e come non sappia che pesci prendere; vogliate quindi fare Voi: Voi sapete quello che si deve fare e come Voi siete l´aiuto nostro, Voi siete la nostra Madre. Se vi debbo servire, comandatemi, ma guidatemi: basta che io sia un istrumento nelle vostre mani e vostro sempre degno aglio e servo ».

Nel J 909, mentre stava sub indice la brutta faccenda di Varazze, altre vessazioni simili pigliavano di mira la casa di Marsala. Gente settaria tentava di screditare i Salesiani in Sicilia. Tutto finì in una bolla di sapone; ma intanto che fastidi per Don Rinaldi! Si scorge abbastanza attraverso a queste righe: « Vergine Madre, dopo Varazze viene Marsala. Voi avete risolto perfettamente le cause Zambeccari, Turina, Selva, Varazze ecc.; a Voi quindi avvocata nostra anche Marsala io affido. Dirigete a bene la nostra ignoranza, í miei spropositi e quanto faremo. Voi sapete poi quanti dubbi, quante incertezze accompagnano le mie operazioni; guidatele a bene, pel bene

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delle anime, alla gloria di Dio. Senza di Voi non ne indovina una il vostro in Cristo figlio F. R. Volgete lo sguardo a Bari, Loreto, Alvito ». Questi tre collegi subivano molestie di vario genere, da parte di gente male intenzionata. Egli considera come risolta la causa di Varazze, perchè gli effetti locali erano cessati interamente con il ritiro del decreto che aveva ordinato la chiusura del collegio.

Nel medesimo anno circolavano a Roma voci di color oscuro; si buccinava che il Governo preparasse una misura contro i religiosi, cioè una legge per l´incameramento dei loro beni. Allora successe un po´ di panico nelle varie Congregazioni e si correva ai ripari, studiando i mezzi atti ad assicurare le proprietà. In quelle trepide ore Don Rinaldi il 31 ottobre implorava assistenza dalla sua Ausiliatrice: « Carissima Madre, la questione delle proprietà la metto sotto la vostra direzione, perchè io non so proprio che fare. Anche la libreria e la casa dell´Oratorio non so proprio come aggiustarle. Voi sapete ciò che ci conviene e ciò che io posso fare con vantaggio delle opere vostre; .comandateml adunque o disponete voi direttamente. Sia però io l´esecutore della volontà di Dìo e non della mia. Beneditemi. Vostro in Cristo figlio F. R. ». Allora fu che si presero ad organizzare le Società Anonime, che assunsero la proprietà degli immobili.

Un anno dopo la morte di Don Rua saltò fuori un avvocato suo pronipote, che pretendeva 60.000 lire, quale parte di eredità a lui spettante, minacciando d´intentare lite. La cosa era delicata. Il 20 giugno 1911 Don Rinaldi, mentre pigliava le sue misure, levava la voce supplichevole alla sua celeste Avvocata: « Vergine SS.ma Madre nostra, guardate qua un´altra tribolazione, la minacciata lite De Lanzo per l´annullamento del testamento del vostro servo Don Rua. Voi sapete che io non so che fare in

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questa questione, che pur complicherebbe tanto l´andamento delle cose nostre. Prendete la cosa per conto vostro, o Avvocata nostra, e cavate quel bene che la gloria di Dio richiede. Guidate tutte le altre cose affidate alle cure inutili del vostro F. R. ». Dopo molte brighe si scese ad un accomodamento, col quale, mediante sacrifici, fu messo tutto in tacere.

Personalissima è quest´altra calda preghiera, sfogo accorato dell´anima afflitta, pare, da qnalche pena spirituale e bisognosa di conforto. E del 13 aprile 1914. « Madre mia dolcissima, Voi sapete qual è il tormento ed il pericolo, che mi travaglia; a voi ricorro, perchè mi liberiate. Ricordatevi che sono vostro e voglio esserlo esclusiva-niente e per sempre. Ma Voi sapete che da me non posso nulla, come nulla so nè comprendo. Illuminatemi, fortificatemi, liberatemi, salvatemi, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Dignare me laudare te, Virgo sacrata: da mihi virtutem contro hostes tuos ».

Uno di questi biglietti mise nel santuario a pie´ del quadro di Maria Ausiliatrice, allora assai più in basso di oggi. Fu trovato nel giugno 1921, chiuso in una busta. Colui che trovò questa, fece appena in tempo a dissuggellarla, a estrarne il foglio e a leggervi l´intestazione « Mamma cara » e la firma « Il tuo povero figliuolo Filippo Rinaldi », che Don Rinaldi, là presente, accortosene, gliela strappò di mano. Peccato che non potè dare nemmeno un´occhiata al testo!

C´è anche un esame particolare di coscienza, senza data. Dice alla Madonna: « Madre carissima, da qualche tempo richiamo all´attenzione degli altri Ie cose che mi riuscirono bene e previsioni avverate, sia per soddisfazione del mio amor proprio, sia per ottenere l´ammirazione di quelli che mi ascoltano. Ora questa è superbia, vanità ed amor proprio; debbo correggermi per cercare solo Iddio.

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Aiutatemi a praticare l´ama nesciri et pro nihilo reputarti. Voi sapete che nulla può da solo il povero F. R. ». Com´è sempre vero che iustus prior est accusator sui (1)!

Direzione spirituale, predicazione,

opere giovanili.

Don Rinaldi aveva attitudine, più che non sembrasse, a dirigere nello spirito e a occuparsi di cose spirituali. La natura del suo ufficio poteva far supporre il contrario; invece le aride operazioni amministrative non lo distoglievano dall´attendere al sacro ministero nel tribunale di penitenza. Non trascurava neppure di dispensare la parola di Dio nè si straniava dalle opere di zelo. Appena ebbe terminato di mettersi a posto e di prendere in mano le redini della complicata sua azienda, richiese alla Curia la patente di confessione. Dal 1° marzo 1902 se la fece rinnovare ininterrottamente d´anno in anno fino al 1° marzo 1932, ultimo della sua vita.

Dedicava ogni mattina al confessionale un paio d´ore fino alle otto. Ne aveva il tempo, perchè celebrava un po´ prima delle cinque, aprendosi allora la chiesa di Maria Ausiliatrice alle quattro e mezzo. Tanto zelo a taluno pareva soverchio. Una volta un sacerdote gli osservò che, avendo poi tante ore di ufficio, avrebbe dovuto dispensarsi dallo stare così a lungo nel confessionale. Egli rispose: — Cosa vuoi? Abbiamo bisogno di sentirci preti. ‑

I penitenti crebbero come per incanto; poiché, sparsasi la notizia che a quel dato luogo sedeva un bravo confessore, molte persone di riguardo gli confidavano i segreti della loro coscienza. Non furono poche le Figlie

(1) Prov., XVIII, 17.

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di Maria Ausiliatrice, che benedicevano Iddio d´averlo incontrato, perchè egli, dirigendole da giovinette nello spirito, aveva coltivato in esse e condotto alla maturità il germe della vocazione religiosa. Per lo più erano buone figliuole, che l´avevano conosciuto nell´oratorio delle Suore e, fatte grandicelle, avevano continuato a cercarne la direzione. Anche nella sua stanza di lavoro, sacerdoti secolari o regolari si presentavano a pregarlo di ascoltarne la confessione. Il segretario ammirava la sollecitudine, con la quale in ore d´ufficio accorreva, appena udisse i tocchi convenuti del timpano, che lo chiamavano a confessare. Nulla allora lo tratteneva; quand´anche stesse dando udienza, pregava il visitatore di attendere. Si sarebbe detto che aveva fatto voto di non mai negarsi ai suoi penitenti. ´è.1 notevole questa confidenza fatta al medesimo segretario, che egli in molti anni aveva avuto una sola volta il rammarico di non poter dare l´assoluzione. Sapeva trattare le anime con quel tatto che non s´impara dai libri.

Guidava le anime in una maniera semplice, e confidente, al lume del suo grande buon senso pratico. Un degnissimo ecclesiastico di. Torino diceva: — Don Rinaldi è un vero apostolo. Ho imparato molto da lui sulla maniera di dirigere le anime, perchè, quand´egli era assente da Torino, parecchie sue pecorelle venivano a confessarsi da me. — Giova conoscere alcune norme che si prefisse nell´amministrare il sacramento della penitenza. Si leggono in un suo promemoria: « In confessionario: non dilungarsi, senza necessità; non trattare se non di ciò che spetta allo spirito; non parlare, specialmente se trattasi delle penitenti, fuori del confessionario, schivando ogni esterna relazione ».

Per altro, ogni regola ha la sua eccezione: a un bisogno trattava anche fuori. Così fece con una povera

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maestra, che aveva perduta la fede. Già allieva delle Figlie di Maria Ausiliatrice alla loro Scuola Normale parezgiata di Nizza Monferrato, erari poi smarrita nei labirinti della vita, incappando nelle reti massoniche. Quale fosse il suo stato d´animo, ce lo svelano queste sue confessioni ad un´antica insegnante, che l´aveva esortata a ripigliare le pratiche religiose: « lk inutile, l´animo non può scaldarsi ad una fede spenta, e neppure può cercare di farla rivivere, ché il raziocinio tosto l´ucciderebbe. Invece di perdermi in vani simboli, in vuote credenze, ho imparato a godere della vita quel che la vita può dare » (1). Messa caritatevolmente in relazione con Don Rinaldi, a poco a poco (e non fu impresa nè breve nè facile) si lasciò guadagnare: rientrata in se stessa, si arrese alla grazia, sicchè morì santamente nel 1926.

Bisogna intendere bene quello che dicevamo or ora del suo prestarsi volentieri a confessare. Un Don Rinaldi non avrebbe mai trascurato il minimo de´ suoi doveri per star ad ascoltare penitenti. Questo era per lui opera supererogatoria. Le seguenti sue righe del 28 ottobre 1917 ci dicono abbastanza: « Starò attento di più perchè il confessionario e specialmente le donne non mi distolgano dalla vita veramente salesiana e secondo Don Bosco. Per questo bisogna che preghi molto. Da me sono incapace di stare nel giusto termine. Maria Ausiliatrice, aiutatemi ».

Non poche testimonianze ci permettono di giudicare, quale carattere avesse la sua direzione spirituale. Egli sapeva adattarla ai bisogni delle anime. Conosciutone il debole e il forte, non perdeva di vista l´uno e l´altro lato sì da condurle a saper reprobare malnm et eligere, bonum e sovente anche a scegliere il meglio. Su questa via

(1) Lettera a Suor Caterina Guido, 3 settembre 1915. - C . A. Soc. Filippo

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procedeva con metodo graduale e costante, mirando anzi-, tutto a formare con la longanimità le buone disposizioni interiori. Un suo segreto stava nell´arte d´incoraggiare.

Incoraggiava chi correva, chi andava a rilento, chi cadeva. I frutti sono la prova più convincente della bontà del suo metodo. Quante sue penitenti debbono a lui il fervore e la pace di mia vita veramente cristiana! Quante l´aver abbracciato la vita religiosa o l´avervi perseverato! Possiamo con tutta verità, asserire che Don Rinaldi apparteneva alla schiera di quei direttori d´anime, i quali affezionano i loro penitenti non alla loro persona, ma alla direzione da essi impartita e che la sua direzione era conforme alla bella sentenza di Bossuet: « Bisogna dirigere le anime in modo che imparino a non aver sempre bisogno di direzione ».

Ricca di direzione spirituale era pure la sua predicazione; giacchè, pur in mezzo alle brighe di un´amministrazione assai complessa, non ismise mai di predicare.

Non ve lo moveva naturale inclinazione, ma puro spirito sacerdotale. Dovette sempre vincere non comuni difficoltà a parlare lungamente in pubblico. Questo gli era costato molto nei primi anni di sacerdozio, dovendo allora far i conti soprattutto con la memoria, tarda a rispondere, come appariva dallo sforzo che faceva predicando. Nel periodo della prefettura s´indovinava la fatica della preparazione, ma non c´era più lo stento di ricordare le parole, che sapeva trovare anche lì per lì diverse da quelle scritte. Invece nell´ultimo decennio della sua vita parlava ormai ex abundantia cordis, non con facondia, ma con una continuità andante, frutto del lungo esercizio e dell´abito di meditare.

Da Prefetto dunque predicava e teneva conferenze specialmente nell´oratorio festivo delle Figlie di Maria Ausiliatrice e dettava durante le vacanze esercizi spiri-

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tirali ai sacerdoti salesiani e alle Direttrici e Ispettrici delle Suore. In questi esercizi portava materia soda e ben divisa. Si esprimeva con un certo vigore e senza ripetizioni. Nessuna superfluità, nessuna enfasi, nessuna ricerca dell´effetto; mirava diritto al suo scopo, svolgendo sobriamente le idee essenziali del tema scelto. L´accento di persuasione e un sincero e visibile desiderio di far del bene agli ascoltatori gli cattivava l´attenzione, nonostante la sua abitudine di spegnere le finali delle parole, abbassando la voce sulle sillabe dopo l´accento tonico, il che obbligava l´uditorio a maggior tensione di orecchi e di mente.

In generale si preparava molto alle prediche. Aveva compilato il suo bravo repertorio biblico e patristico, distribuito per argomenti e corredato di indice: vi stanno catalogati numerosi detti, utili a provare e illustrare un assunto o ad offrire spunti per discorsi. Un monte di quaderni contiene gran quantità di svolgimenti, accuratamente condotti, per istruzioni, meditazioni, panegirici, conferenze a varie categorie di uditori. Innumerevoli striscioline di carta, coperte di fitti schemi, indicano la solerzia per la preparazione immediata. Dal tutto si scorge molto bene con quanta serietà fosse suo uso d´accingersi a spezzare il pane della divina parola. Questo spiega come le sue parole fossero così attentamente ascoltate, verificandosi il detto di Don Bosco, che una predica produce un effetto tanto maggiore, quanto meglio fu studiata.

Attraevano poi il suo zelo specialmente le opere giovanili. Il momento era grave. Il socialismo adescava molti incauti e aveva incominciato a far proseliti anche nel primo oratorio di Valdocco. Bisognava trovar modo di legare all´oratorio i giovani, dopo che avevano raggiunto una certa età. Venne ad alcuni il pensiero di fon‑

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dare un circolo. L´idea incontrò fautori e diffidenti, come accade di tutte le cose nuove. I promotori nel 1906 esposero il loro disegno a Don Rinaldi. Egli non solo l´approvò, ma volle essere del circolo confondatore e patrono. Ne assunse la presidenza provvisoria fino alla nomina del presidente effettivo; ne determinò il carattere, che doveva essere la formazione religiosa e sociale (lei membri; curò Ia compilazione dello statuto; procacciò ai soci un locale adatto per i quotidiani convegni; sua fu la denominazione Auxilium data al circolo per significare, com´egli spiegò, aiuto all´oratorio e aiuto reciproco fra i soci e per indicare che sarebbe stato sotto il patrocinio di Maria Ausiliatrice. Incamminate poi le cose, egli non solo interveniva alle adunanze, ma a tarda sera, quando i giovani, tutti operai, accorrevano alla sede per ispassarsi in piacevoli sollazzi, compariva sovente in mezzo a loro, intrattenendosi familiarmente con essi, come un buon papà tra i figli. Anzi, quei giovanotti andavano frequentemente da lui anche in ufficio, considerandolo quasi come il Direttore dell´oratorio. Non ho ancora detto che il circolo giovanile Auxilium fu il primo in Torino, e forse nel Piemonte, che avesse finalità sociali, imitato presto anche da zelanti apostoli della classe operaia. Don Rinaldi da Rettor Maggiore continuò a. guardarlo come sua creatura, aiutandolo in tutte le maniere. Nel 1926, festeggiandosi il ventennio della fondazione, scriveva al presidente e ai soci: « Avanti sempre nella via del bene. Sarò con voi il giorno della vostra commemorazione per rallegrarmi della vostra perseveranza

Nè Don Rinaldi restringeva la sua attenzione all´oratorio di Valdocco. Persuaso che le opere giovanili erano àncore di salvezza per la società, dovunque andasse, incoraggiava simili fondazioni di circoli e spiegava un´azione incessante per moltiplicare gli oratori festivi e per

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rendere prosperi i già esistenti; onde esortazioni, richiami, comandi a voce e per iscritto. Uno dei più fiorenti oratori di Torino deve a lui la sua esistenza. Sua distrazione dal lavoro quotidiano era portarsi negli oratori dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice per farvi funzioni religiose, ma soprattutto per osservarne gli andamenti e spronare al meglio. Durante una di tali peregrinazioni gli occorse un bel caso nel borgo S. Paolo, chiamato Borgo Rosso, continuo teatro di scene selvaggie contro la proprietà e il culto. Un giorno del 1918 Don Rinaldi, accompagnato da Don Ricaldone, allora Consigliere Professionale del Capitolo Superiore, si aggirava per quei paraggi, discorrendo di oratori festivi e dell´opportunità di aprirne uno in quel quartiere, che, formatosi da poco, si popolava sempre più di gente nuova. Percorrevano dunque la via Fréjus, a pochi passi dal viale Racconigi, quando nell´attraversare una prateria, dove poi sorse una gran fabbrica di pianoforti, una frotta di monelli gridò loro dietro a squarciagola: Qua! qual.´! Il saluto della canaglia ai preti, imitante il gracchiare del corvo. Don Rinaldi si fermò un istante e mirando con occhio di pietà i piccoli schiamazzatori, disse sotto voce: — Sì, sì, ci verremo presto qua, ci verremo! — Passarono pochi mesi e con mezzi somministrati dalla Provvidenza, l´oratorio incominciava. Incominciava umilmente, ma a poco a poco si faceva conoscere, attirava ragazzi, opera nasceva da opera, la popolarità lo rendeva centro di vita sempre più intensa. Don Rinaldi ne secondava le iniziative: era il suo oratorio prediletto. Il 12 febbraio 1921 in un´occasione solenne disse dinanzi a un gran numero di personaggi e di autorità: — L´oratorio di S. Paolo dev´essere la casa di tutti. Non la politica, ma soltanto l´amore regni qui dentro, fra voi e per voi. Prima di morire egli ebbe la consolazione di vedere il

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suo caro oratorio divenuto istituzione cattolica di prim´ordine e vide anche per opera dell´ora orio rigenerato il quartiere.

In Torino esiste pure l´oratorio di Monte Rosa, che deve molto a Don Rinaldi. Fn aperto anch´esso alla periferia della città in un quartiere di recente formazione e bisognoso di assistenza religiosa per la gioventù. Incominciò contemporaneamente all´altro di S. Paolo il giorno dell´Immacolata 1918. Don Rinaldi, dopo averne caldeggiata l´apertura, ne divenne, per dir così, il nume tutelare. Procurò da prima che avesse un personale sufficiente. Gli cercò quindi benefattori. Vi largheggiava di consigli e d´incoraggiamenti. Nei primi tempi vi si recava con frequenza, nè mancò mai fino all´ultimo della vita d´andare a presiedervi le annuali premiazioni. Il Direttore sapeva di poter trovare sempre in lui il migliore appoggio; anzi, quando tardava un po´ a informarlo, Don Rinaldi lo faceva avvertire che desiderava di vederlo. Insomma se, nonostante le difficoltà, questo oratorio prese tanto e sì benefico incremento, bisogna dir grazie allo zelo dei suo valido protettore.

Non bisogna passar oltre senza registrare qui un´insigne benemerenza dì Don Rinaldi in altro campo; alludo alla soluzione di un´ostinata vertenza fra un industriale di Torino e i suoi 1500 fra operai e operaie. È vero che la parte ufficiale delle lunghe e complicate trattative, durate cinquanta giorni, si svolgeva in nome di Don Rua, a cui l´industriale, suo amico, si affidava; ma era Don Rinaldi colui che maneggiava coi suo tatto squisito lo spinoso affare. Da un lato pertanto Don Rua non moveva un dito senza Don Rinaldi; dall´altro Don Rinaldi, agendo in persona di Don Rua, si nascondeva interamente nell´ombra di lui, e così non possiamo sapere nulla dei meriti suoi nei condurre a buon termine i negoziati. Sappiamo

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però che Don Rua poco prima di morire raccomandò a  le opere sociali.

De. officiis.

Nel 1904 la casa di Foglizzo accolse tra le sue mura chierici studenti di teologia, convenuti da diversi Stati d´Europa e d´America. I Superiori ponevano ogni cura a far sì che in quelle giovani speranze della Congrega> :zione procedesse di pari passo con la cultura ecclesiastica anche la formazione salesiana. Uno dei mezzi prescelti a tale affetto fu che Don Rinaldi trovasse il tempo di andarvi a tenere frequenti conferenze pratiche sui vari uffici, esercitati dai confratelli nella Società; onde le sue conferenze venivano designate col titolo ciceroniano di De officiis.

Egli vi era adatto quant´altri mai. Dava affidamento  la sua mentalità aliena da spirito di sistema, da ideologie astratte, da erudizioni libresche; buon senso poi e la molta esperienza, che erano il suo forte, l´avrebbero guidato nell´interpretazione delle regole, delle tradizioni e degli ammaestramenti ed esempi paterni. Pertanto dal principio alla fine dell´anno scolastico, ogni quindici giorni, il mercoledì sera, se non fosse impedito, serrato a chiave l´uscio dell´angusta stanzuccia, dove stava lunghe ore rinchiuso, s´incamminava alla volta dello studentato teologico. Non era un gran viaggio; ma i mezzi di trasporto, massime nell´inverno, lo rendevano allora disagiato. Pernottava là, di modo che poteva fare due conferenze, una all´arrivo e l´altra la mattina dopo. Seppe in breve rendersi così gradito, che i chierici ne salutavano ogni volta la venuta come la visita non tanto di un autorevole superiore, quanto d´un buon papà che avesse belle cose da dire a´ suoi figliuoli. Se qualche volta le

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occupazioni non gli permettevano per qualche tempo di andare, suppliva recandovisi poi ogni settimana. Là spendeva tutto il suo tempo per i chierici, ascoltando tutti quelli che avevano dubbi da esporre o spiegazioni da domandare sul sistema preventivo o su qualche punto di vita salesiana. La frequenza delle visite non ne diminuiva. l´interesse. Continuò così dal 1906 fino allo scoppio della prima grande guerra, quando più di quaranta dei chierici, appartenenti a nazioni belligeranti con l´Italia, furono internati nel collegio salesiano di Lanusei in Sardegna e molti degli altri dovettero cambiare lo studentato con la caserma. Ebbe modo così in otto anni di fare due volte il corso delle sue lezioni, senza che alla ripresa vi fosse più alcuno dì coloro che l´avevano seguito dal principio: bastò che la seconda volta cambiasse l´ordine, perchè non dovessero quei di un anno riudire cose già udite.

L´esposizione era così ben divisa e suddivisa, che i preveggenti poterono con facilità ricavarne gli schemi od anche scrivere tutto. Questo lavoro riusciva tanto più agevole, perchè Don Rinaldi aveva l´abitudine di parlare adagio, martellando sulle sillabe accentate, e faceva frequenti pause. Tengo qui due schemi del doppio corso, uno dei quali incompleto, e su di essi è possibile formarsi un´idea della trattazione intera.

Questa si può definire un manuale tecnico per i Salesiani nelle loro differenti mansioni. Poste a fondamento nelle prime conferenze le idee generali più indispensabili sulla superiorità e sull´educazione della gioventù secondo lo spirito di Don Bosco, egli delinea la figura del Direttore salesiano, seguendolo nelle varie sue attribuzioni e relazioni; passa quindi in rassegna tutto il personale delle case regolari e traccia di ognuno i compiti che gli spettano, secondo che vanno intesi e attuati salesianamente. Vengono così un dopo l´altro

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dinanzi agli uditori il prefetto, il catechista, il consigliere scolastico, il consigliere professionale, l´economo degli artigiani, gli insegnanti e gli assistenti. È da rilevare su questi ultimi l´osservazione, con la quale s´introduce a discorrere delle loro incombenze. L´assistente è, dice, un fattore principale nell´educazione dei giovani. Per sè è uno sbaglio che a ciò vengano adibiti giovani chierici; dai Salesiani lo si può fare, perchè anche tutti gli altri superiori della casa sono tenuti all´assistenza. Secondo il vero sistema di Don Bosco, non il semplice chierichetto assiste, ma tutti assistono nei vari luoghi, compreso il Direttore, che esercita l´assistenza su gli altri. Ha infine una parola speciale per coloro che fanno il primo anno nelle case, chiudendo questo ultimo trattenimento con una raccomandazione, la quale va estesa all´intero personale di una casa salesiana: « Bisogna essere buoni veramente. Chi è virtuoso, otterrà buoni risultati, quand´anche non appaia. Bontà con noi, bontà così gli altri, siano essi sudditi, uguali o superiori. Sentendo quanta sia la bontà di Dio con noi, lo amiamo di più; così gli altri, vedendo la nostra bontà verso dì loro, si sentiranno mossi al bene ».

A maggior chiarimento del fin qui detto, riassumerò in pochi periodi la serie delle conferenze sui prefetti delle case. Esordisce sviluppando il pensiero, che quella del prefetto salesiano è una carica speciale creata da Don Bosco e ideata da lui in una forma, quale era richiesta dal Direttore, com´egli lo concepiva. Il Direttore, secondo Don Bosco, dev´essere un padre, una persona sacra, più che un rettore: nella casa, più che di ogni altra cosa, è incaricato delle anime. Il da mai animar, cetera tolle ha per il Direttore nn valore tutto particolare. E poichè la casa, oltre alle cose spirituali, ha pure le materiali ed ha gli affari temporali, ecco che Don Bosco

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ha stabilito che vi debba attendere il prefetto. Affrontare le difficoltà interne ed esterne, addossarsi le odiosità è compito del prefetto, che quindi viene a essere l´uomo del sacrificio, l´uomo sacrificato. I primi prefetti salesiani Don Alasonatti e Don Rua furono tali. Gravi danni causerebbe il non avere nelle case un´idea giusta del prefetto. Egli per primo deve averla. Il prefetto salesiano non è il prefetto dei Gestlití, che provvede a tutto quello che è necessario; non è l´economo dei seminari, non è l´amministratore d´ufficio. Egli è il vicedirettore della casa col personale, coi giovani, coi loro parenti; è il gestore della casa; ne è il contabile. Egli quindi richiama i Soci, quando occorra; egli accetta i giovani; egli sostiene il personale di fronte ai parenti; egli dirige tutto il movimento disciplinare. Se il prefetto non vuole o non sa fare, farà il Direttore, ma a scapito dell´efficacia direttiva o dell´ordine. Perciò il prefetto, sebbene vicedirettore, esercita funzioni direttive. Quanti hanno parte in quello che è materiale, dipendono da lui, come l´economo, il consigliere professionale, il provveditore, il cantiniere, il cuoco, il portinaio e in generale i coadiutori e i famigli. Riguardo alla contabilità, in una casa grande la può cedere ad altri o perchè più capaci o per alleviare se stesso. Posti in sodo questi capisaldi, sviscera in parecchie conferenze le dette tre parti di vicedirettore, di gestore e di contabile, estendendosi anche a parlare di pulizia, d´igiene e di urbanità, d´imposte, di banche e di operazioni bancarie, di testamenti e di successioni, di beneficenza, d´inventari, di bilanci, di registrazioni, tutte cose di spettanza del prefetto. Ma egli nulla concluderà o ben poco se non presta al suo Direttore sottomissione, se non ripone in lui tutta la confidenza, se non gli rende o non gli fa rendere onore. Non possiamo seguire minutamente il conferenziere nell´ampio sviluppo che dà al tema; basti questo poco a

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mostrare la ricchezza e praticità del suo insegnamento.

Nel trattare di qualsiasi ufficio alto o basso è notevole come insista a ribadire il concetto, che per fare le cose bene è necessario a ognuno évere nella debita stima l´ufficio affidatogli; onde ha cura di mettere in rilievo a volta a volta le ragioni, per le quali nelle case salesiane tutti gli uffici meritano di essere tenuti in pregio.

Dovevano uscirgli di bocca non infrequenti sentenze, che facevano impressione; negli schemi, che abbiamo sotto gli occhi, se ne incontrano di quando in quando. Spigoliamone alcune, veri aforismi pedagogici. - Coi ragazzi si deve essere giusti, non giustizieri. - Nell´educazione dei giovani bisogna fare quello che farebbe il padre, ossia quello che Dio può pretendere da lui. - t impossibile essere superiori senza tirarsi addosso qualche odiosità; ma sarà odiosità del momento, che più tardi si convertirà in stima. - Uno sguardo che esprime malcontento, costituisce castigo, quando preceda un´educazione dolce e affettuosa, accompagnata da un´autorità grave dell´educatore. - Sono tre i casi, nei quali il giovane merita castigo: disturbo continuo che rompe la disciplina, pigrizia ostinata, immoralità lieve [quella grave importa l´allontanamento]. - L´educatore oltre ai mezzi umani deve pregare, domandando luce e forza dall´alto per il buon successo, nel quale però non ha da cercare la propria soddisfazione. - Vi sono due sistemi educativi, uno aristocratico, per cui ogni superiore risponde solo della sua carica, e l´altro democratico, per cui tutti sono responsabili in tutto. Don Bosco li unisce in un terzo: ogni superiore nel suo campo, ma uno di aiuto all´altro senza invadere il campo altrui. - Il consigliere scolastico dev´essere buono e risoluto, dev´essere ragionevole e parlar poco con tutti senza mai gridare: ascolti e lasci parlare tanto i-giovani che gli assistenti. - Nell´abbassarci ai giova‑

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ni non dobbiamo metterci alla pari con loro, ma elevarli a noi; non vivere la loro vita, ma innalzare essi a più alti sentimenti. - Per correggere i caratteri più difettosi ci vogliono almeno tre _anni. - Il maestro è quello che lascia nel giovane maggior impressione. - Si vede sempre più con quattro occhi che con due; quindi chiedere spesso consiglio a superiori o a compagni anziani. - I violenti non sono buoni assistenti. - Con un buon amministratore, giovani e superiori sono contenti e la casa va bene. Tre elementi di una buona casa sono un Direttore prudente, un catechista pio e un consigliere scolastico istruito. - La prudenza è dono di Dio; ma può acquistarsi con la osservazione calma e serena delle cose, e la serenità viene con una pietà soda e profonda. - In questi tempi di democrazia gli educatori devono diventare molto più aristocratici, trattando i ragazzi come se fossero figli di principi. - Gli scatti di stizza o di allegria non devono mai esserci in un educatore; ci vuole risolutezza con serenità. - Bisogna rispettare i giovani in quello che sono e in quello che domani saranno. - Frangar, non flectar, può essere un cattivo principio per un educatore.

Contribuiva non poco all´efficacia di questo insegnamento l´invito che Don Rinaldi soleva fare nel principio d´ogni anno a scrivergli o per chiedergli schiarimenti sulle cose udite o per rendergli note le maniere di agire che prevalessero altrove in contrasto con gl´indirizzi da lui raccomandati, libero restando ognuno di firmare o no il proprio scritto. Se non vi era firma, ragionava del contenuto in una prossima conferenza; se la firma c´era, chiamava a sè l´individuo. Poichè, come ho accennato in principio, durante la sua permanenza nello studentato potevano gli studenti andare a parlargli, semprechè, ne avessero il desiderio. Se si considera che quei giovani appartenevano a Ispettorie di tante nazionalità differenti,

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si comprenderà come questa fatica del Prefetto Generale dovesse conferire non poco al mantenimento del buono spirito nella Congregazione.

Viaggi nella Spagna. Tibidabo.

Don Rinaldi portava nel cuore la Spagna e nel cuore portavano Don Rinaldi i Salesiani spagnoli. Sei volte durante il ventennio della Prefettura tornò a rivedere quel campo delle sue fatiche; la prima fu nel 1902 per assistere a una solenne cerimonia, che leniva un grande - rincrescimento da lui provato, dacchè era partito: gli spiaceva assai di non aver potuto far nulla per la chiesa del Sacro Cuore sul Tibidabo. Orbene, allora andava proprio per essere testimone di quello che finalmente s´incominciava a fare.

Tibidabo si denomina un colle, il quale si leva alto e pittoresco su Barcellona. Dalla sua sommità si gode un panorama così splendido, che l´immaginazione popolare collocò lassù la scena della terza tentazione di Gesù, quando il tentatore gli disse: « Tutte queste belle cose che vedi io ti darò (tibi clabo), se cadrai in adorazione davanti a me ». Ecco la storia di quel nome dato alla insigne località barcellonese, che doveva richiamare l´attenzione di Don Bosco.

- Il 5 maggio 1886, trovandosi egli a Barcellona ed essendosi recato a celebrare nella basilica della Mercede, ì proprietari di quell´altura andarono a offrirgliela, affinchè vi facesse un romitaggio dedicato al Sacro Cuore di Gesù per iscongiurare la minaccia che si creasse là un seducente ritrovo di mondanità. Il Santo rispose che non un romitaggio, ma un tempio vi avrebbe innalzato, perchè da quella cima il Sacro Cuore regnasse su Barcellona, sulla Catalogna e sopra tutta la Spagna. Ciò dicendo, appariva

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estremamente commosso: gli astanti n´erano impressionati. Della sua Commozione egli rivelò subito il motivo. Durante il viaggio da Torino aveva pensato fra sè: — Ora che la chiesa del Sacro Cuore a Roma è quasi terminata, che cosa posso fare d´altro in onore de] Cuor di Gesù? — Ed ecco risonargli dentro una voce che diceva: Tibi dabo.:Solo in quell´istante, all´udire l´inattesa proposta, capiva il significato della misteriosa parola.

Tre anni dopo fu mandato Don Rinaldi nella Spagna; ma nel frattempo una serie di vicissitudini avverse aveva fatto perdere ai Salesiani la proprietà dei terreni, dove sarebbe dovuta sorgere la chiesa. Tuttavia non lo abbandonò mai la speranza, che il presagio di Don Bosco si avesse da avverare. Infatti potè far ritornare ai Salesiani tanta area fabbricabile, quanta bastava a una grande chiesa con una casa annessa. Ne gioì egli; ma ben di più avrebbe voluto fare.

Nel dicembre dunque del 1902 tutto era pronto per la collocazione della prima pietra. Si sarebbe desiderato la presenza di Don Rua; ma, dovendo egli compiere nell´anno lunghi viaggi, rispose che avrebbe mandato come suo rappresentante Don Rinaldi. « Questa notizia, — gli scrisse l´Ispettore Don Aime il 16 dicembre, — ha riempito di gioia gli animi di tutti i confratelli, dei giovani e di tutti i nostri Cooperatori, ed io in nome di tutti Le mando i nostri più sinceri ringraziamenti ». Si trovò a Sarrià per le feste di Natale. Vide l´entusiasmo, con cui si aspettava l´avvenimento. In città se ne interessavano moltissimi. D disegno esposto al pubblico destava ardente aspettazione. La funzione fu compiuta il 28; si può dire che l´intera città o in un modo o nell´altro vi prese parte. Ma purtroppo dal disegnare al fare ci fu di mezzo il mare, un gran mare. Ritorneremo sull´argomento.

Il secondo viaggio di Don Rinaldi nella Spagna av

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venne nel 1905. Aveva con sè l´Economo Generale Don Luigi Rocca. Ricevettero dappertutto dai Salesiani e dalle Figlie di Maria Ausiliatrice festose accoglienze. Visitarono tutte le case. Don Rocca potè verificare quanto grande fosse l´affetto per colui che, come fu scritto, « per tanti• anni era stato l´oracolo e il forte campione dei SaJesiani di Spagna » (1). Si spinsero pure fino a Braga e a Lisbona.

Nel febbraio del 1911 lo richiamava nella Spagna un arduo dovere del suo ufficio. Era in discussione dinanzi al Parlamento la legge detta del catenaccio contro le Associazioni religiose. Urgeva mettere al sicuro la proprietà degli immobili posseduti dai Salesiani; questo appunto fu lo scopo dell´andata di Don Rinaldi. Si comprende bene com´egli sentisse la gravità del suo compito. Non poteva dunque mancare una delle sue umili suppliche da porre sotto i piedi della Madonna. Scrisse infatti: « Cara Madre SS.ma, parto per la Spagna. Vi raccomando il viaggio e il fine per cui lo faccio. Senza Voi non faremo nulla o solo spropositi. Benedite il vostro povero F. R. ». L´aiuto della Vergine non gli mancò, se potè con un mezzo legale semplicissimo parare il colpo.

Più lieta fu l´andata del 1912. Aveva l´invito e l´incarico di rappresentare il Rettor Maggiore alle feste delle Figlie di Maria Ausiliatrice per il venticinquesimo del loro ingresso nella Spagna. Come si era già dilatata l´opera loro! La sua presenza, che non fu solamente di parata, servì a confermarle nello spirito della loro vocazione e a incitarle verso il meglio.

Le opere salesiane della Spagna si trovavano nella loro crisi di sviluppo; premeva perciò al Rettor Maggiore . Don Albera di ben rassodarle nello spirito di Don Bosco.

(1) Boletin Sal., luglio 1905, p. 182.

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Ecco la ragione principale, perchè vi mandò altre due volte il Capitolare, che tanta conoscenza vi aveva degli uomini e delle cose. Lo mandò dunque nell´aprile del 1914, poco prima che scoppiasse la scintilla, dalla quale doveva svilupparsi il colossale incendio devastatore di tutta l´Europa.

Si ricorda un grazioso episodio avvenuto allora nel collegio di Campello. Durante il ricevimento un giovane, recitando una poesia, a un certo punto dimenticò quello che veniva dopo e con pena sua e degli ascoltatori andava ripetendo l´ultimo verso che rimava in ia. Dopo alcuni sforzi inutili per ripigliare, Don Rinaldi con la sua bonarietà e calma lo interruppe dicendo: — Evviva Maria! — Questo offerse al poveretto una via di uscita e fece ritornare l´ilarità nei presenti.

Nel periodo bellico le frontiere rimasero chiuse; ma appena vennero aperte, Don Rinaldi partiva di bel nuovo per la Spagna nel gennaio del 1919. Stette fuori tre mesi visitando le case. Un Direttore d´allora ricorda una sua osservazione. Quel Direttore gli si era presentato a riceverlo in compagnia del parroco locale. Don Rinaldi, quando furono soli, gli disse: « Bravo! Sono molto contento di vedere che siete in buone relazioni con i parroci vicini. Cercate di tenervi sempre amici i parroci. Così voleva Don Bosco ». La cordialità, con cui i Salesiani e i loro amici lo ricevevano, non s´intiepidiva mai. Aveva amato ed era riamato. Piaceva ricordare una sua frase del 1912. Presiedendo alla solennissima accademia giubilare delle Figlie di Maria Ausiliatrice, aveva detto dinanzi a un´accolta numerosa di cospicui cittadini: — Gli anni passati nella Spagna sono stati i migliori della mia vita. —

CAPO "VIII

In tre Capitoli Generali.

Furono tre i Capitoli, ai quali partecipò Don Rinaldi nella sua qualità di Prefetto della Congregazione: il nono, il decimo e l´undicesimo. Avrebbe dovuto partecipare per lo stesso titolo anche al duodecimo, se non fosse stato della prima guerra mondiale, che obbligò a rinviarlo dal 1916 fino al 1922, quando egli fu eletto Rettor Maggiore.

Il nono Capitolo si radunò presso la tomba di Don Bosco a Valsalice dal 1° al 5 settembre 1901. Si doveva discutere e deliberare sopra sette temi, previo uno studio preparatorio, affidato ad altrettante Commissioni di tre membri e compiuto con la collaborazione di altri Capitolari in anteriori adunanze di sezione. Ogni Commissione era presieduta da un membro del Capitolo Superiore; Don Rinaldi presiedette la settima, che doveva studiare quali fossero i punti delle Regole, che parevano generalmente meno osservati, e quali rimedi si potessero proporre per una maggiore e più larga osservanza, e per prevenire in tempo le defezioni, che talvolta si lamentavano. Essendo materia disciplinare, era di particolare spettanza del Prefetto Generale. Ma nulla sappiamo dì quello che fece e disse in quelle -riunioni.

Ben poco sappiamo anche della sua azione in seno al Capitolo Generale. Tre volte troviamo accennato nei ver‑

l i - CERIA, Sac. Filippo Rinaldi.

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bali, che egli prese la parola: ma i segretari furono molto laconici. Trattandosi di noviziati, di voti, di studi e di esercizi spirituali, egli intervenne a far rilevare la somma importanza di queste quattro cose, come quelle che servono a formare i veri religiosi. In seguito, essendosi osservato quanto lasciasse a desiderare la diligenza dei Direttori nel mandare a Torino gli annuali rendiconti, fece considerare quale giovamento provenisse ai Direttori dalla diligente preparazione di essi, perché questa li metteva in grado di conoscere bene lo stato finanziario, scolastico e amministrativo della loro casa, con grande vantaggio proprio e della .Congregazione. Infine, dopo essersi lamentato che non dappertutto si praticasse a dovere il sistema preventivo, egli ne colse il destro per una serie di osservazioni, dicono i verbali, sulla maniera di comportarsi dei confratelli con i giovani e dei superiori con i confratelli. S´intravedono qui le manifestazioni di quell´elevato senso pratico, il quale, a detta di tutti, era dote caratteristica in Don Rinaldi.

Nell´ultimo giorno si diede esecuzione a un decreto emanato da Pio IX nel 1848 per l´Italia e le isole adiacenti e non ancora osservato dai Salesiani, perchè Don Bosco ne aveva ottenuto temporanea dispensa, la quale ormai non aveva più ragione di essere. Il decreto imponeva che al noviziato e alla professione religiosa i postulanti italiani fossero ammessi da una Commissione composta di sette membri da eleggersi nel Capitolo Generale. Procedutosi a quella elezione, Don Rinaldi per numero di voti risultò il quinto, portato dagli elettori avanti a due molto più anziani di lui e assai benemeriti, indizio evidente della stima già acquistatasi in così breve tempo.

I Capitoli Generali si radunavano ogni tre anni; ma il decimo fu l´ultimo celebrato dopo un triennio dal prece‑


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dente, perchè d´allora in poi rimase stabilito che fossero convocati di sei in sei anni. Nel decimo si fecero le elezioni dei membri del Capitolo Superiore, cinque dei quali scadevano per essere spirato il sessennio regolare della loro carica, e uno, Don Rinaldi, perciò nominato da Don Rua nel luogo del defunto suo predecessore fino alle prime elezioni, secondochè dispongono le regole per casi simili. Egli venne confermato nell´ufficio con 58 voti su 73 votanti. Durante poi il Capitolo interloquì più volte, sempre intorno a cose d´indole pratica, che qui non pare sempre opportuno ricordare. Diremo solo di alcune poche.

Quando il Capitolo era già avviato, si sentì la necessità di formare quattro Commissioni col compito di studiare alcuni argomenti speciali; una riguardava i mezzi per conservare la proprietà dei beni appartenenti alla Società, e ne fu nominato presidente Don Rinaldi. Egli condusse a uno studio così serio, che ne scaturì una relazione giudicata da tutti un capolavoro. In un´altra occasione mise sull´avviso i Direttori che non pretendessero di far debiti con la scusa che Don Bosco andava avanti a forza di puf. Osservò: « Anzitutto nessuno di noi può credersi un altro Don Bosco e poi è anche bene che si sappia che Don Bosco non voleva punto i debiti e che desiderava di lasciare tutto in ordine prima di morire » (1). Sulla stessa materia Don Rinaldi in una delle ultime sedute diede alcuni suggerimenti di pratica utilità, ricordando pure il fallimento di una casa salesiana del Cile, fatto unico nella storia della Società, e riferendo la risposta data da un pio religioso cileno a Mons. Costamagna, che gli aveva chiesto consiglio intorno al modo di prevenire catastrofi di tal genere. « Il modo, — rispose

(1) Egli non sapeva ancora quello che è narrato in Memorie Biografiche, v. XIV, pp. 470271, perchè venuto a nostra conoscenza trentadue anni dopo. Don Bosco aveva realmente un sacro terrore dei debiti.

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quegli, — è che non crediate di dover fare voi tutto il bene ». E Don Rinaldi commentava: « Quindi se mancano i mezzi per mantenere gratuitamente senza far debiti un certo numero di ragazzi, se ne accettino di meno ».

Nella seduta antimeridiana del 30 agosto, approfittando della momentanea assenza di Don Rua, che la presiedeva indefesso, egli con affetto filiale ne descrisse il cattivo stato di salute e comunicò essere ordine categorico del medico Battistini, che, affranto com´era, si astenesse dal dare udienze, causa di non poca fatica anche per un sano. « Contentiamoci, — conchiuse, — di averlo in mezzo a noi: questo rallegra, il suo cuore paterno; ma risparmiamogli ogni molestia ».

Rieleggendosi la Commissione generale accennata pocanzi, egli (lei sette fu il terzo, ottenendo più suffragi che non antichi membri del Capitolo Superiore. Anche questa era indubbia attestazione che Don Rinaldi cresceva nell´opinione dei Soci.

Veniamo ora all´undecimo Capitolo Generale, di gran lunga più importante dei due precedenti. Esso doveva coincidere col termine del dodicennale Rettorato di Don Rua; fu invece preceduto dalla morte del grande servo di Dio. Secondo le Costituzioni, durante l´interregno, che dura normalmente non meno di tre mesi e non più di sei, la responsabilità del governo ricade sul Prefetto Generale. Dirò subito che Don Francesia nella sua già citata autobiografia scrive che Don Rinaldi « alla morte di Don Rua e in seguito fece molto bene le sue parti ».

Aveva incominciato a presiedere le sedute del Capitolo Superiore dal 9 febbraio, due mesi prima della morte di Don Rua, perchè questi non era più in condizione di farlo. Il giudizio dei medici sul suo stato non dava luogo a speranze, tanto che Don Rinaldi propose allora

di cominciare a vendere le proprietà a lui intestate. Ne presentò l´elenco e fu decisa la vendita di tutto quello che fosse vendibile.

La morte, avvenuta il 6 aprile 1910, troncò la viva aspettazione dei Salesiani e dei loro amici e benefattori per le feste della sua Messa d´oro. I preparativi duravano da un anno. Il 6 febbraio 1909 Don Rinaldi, data ai Soci la notizia del fausto avvenimento, aveva espressa la sua gioia, che il prossimo giubileo offrisse a tutti i Salesiani l´occasione da lungo tempo desiderata e assai propizia per manifestare in modo solennissimo al degno successore di Don Bosco la loro gratitudine, per aver egli saputo non solo continuare l´opera del fondatore, ma darle un ammirabile sviluppo, mantenendola tuttavia nel primitivo suo spirito. Una Commissione centrale, residente nell´Oratorio e presieduta da Don Rinaldi stesso, aveva l´ufficio di esaminare, scegliere, completare, coordinare e armonizzare in un programma unico le varie proposte, iniziative e opere, che si fosse creduto da chicchessia dì sottoporre alla sua considerazione, nello scopo di concorrere a degnamente celebrare una sì cara festa.

Insieme con questi avanzati preparativi caddero pure le disposizioni emanate da Don Rua per l´undecimo Capitolo Generale. Con sua ordinanza del 10 gennaio 1910, d´accordo col Capitolo Superiore, lo aveva indetto per ìl 24 luglio seguente. Dacchè poi i sintomi della malattia si fecero allarmanti, Don Rinaldi teneva i Salesiani informati delle sue fasi e delle più notevoli circostanze che l´accompagnavano. Il 2 aprile, comunicando l´ultimo bollettino rilasciato dai medici, invitava tutti alla preghiera, e a quanto la pietà avrebbe loro suggerito per istrappare la sospirata grazia della guarigione. Ma le cose precipitarono a segno, che egli dì e notte ritornava assiduamente al capezzale del malato, studiandosi di alleviargli le sof‑

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ferenze e di sollevarne lo spirito. La mattina del 5, l´infermo, riunendo le sue forze estreme, si volse a lui che gli stava inginocchiato accanto e lo strinse paternamente al collo con la sinistra, mentre gli posava la destra tremante sul capo. Restò in quell´atto due o tre minuti, mormorandogli sommessamente e con ansia affettuosa alcune parole. Affetto, raccomandazione, commiato era il significato del gesto. Seguirono ore di angosciosa trepidazione, finehè sull´albeggiare del giorno dopo Don Rinaldi ne raccolse l´ultimo respiro.

Nel suo immenso dolore si accinse con dignitosa calma a compiere tutte le pratiche che erano richieste dalla gravità del momento. Diramata la notizia del decesso, provveduto a quanto esigeva la pietà filiale per la salma e per l´anima del defunto e terminati i funebri riti con la deposizione del corpo nella tomba a Valsalice accanto a Don Bosco, si applicò all´adempimento de´ suoi nuovi doveri. L´ll aprile, diede principio alla seduta del Capitolo Superiore dicendo: « la prima volta che i Capitolari si radunano dopo la morte del Veneratissimo Rettor Maggiore e li prego di volermi durante la vacanza non solo compatire, ma assistere con l´aiuto e col consiglio nel governo della Società ». Il 24 aprile, nel qual giorno d´ogni mese il Prefetto Generale indirizzava alle case una lettera da parte del Rettor Maggiore, dei singoli Capitolari e sua, esordiva così: « L´amatissimo e compianto nostro Rettor Maggiore, che da ventidue anni occupava il primo posto in questa circolare, ci rivolge ancora una volta la sua parola ». Così diceva, perchè allora ebbe il felice pensiero di comunicare a tutti le parole pronunciate da Don Rua il 24 marzo prima di ricevere il santo Viatico. Nella parte poi della lettera a sè destinata ringraziava i molti Soci, che gli avevano inviate le loro condoglianze e manifestava la grande consolazione provata nel vedere l´ot‑

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timo spirito religioso da essi dimostrato col professare di voler obbedire a chi faceva in tale congiuntura le veci del Superiore. Era quella una prova di fatto che li animava la fede, perchè, soggiungeva, non si fermavano alla meschinità della persona, ma miravano al rappresentante dell´autorità.

Un gran vuoto però sentiva intorno a sè. « Par quasi che ci manchi la direzione », scrisse il 24 maggio. Raccomandava pertanto di pregare e di far pregare, affinchè la Divina Provvidenza mandasse un altro Rettor Maggiore secondo lo spirito e il cuore di Don Bosco. Contemporaneamente spediva alle case copie di un foglio stampato e intitolato « Per la memoria di Don Rua ». Recava questo un indice particolareggiato, che doveva servire di richiamo ai Salesiani ed ai parenti, amici e ammiratori dell´estinto per annotare e inviare con sollecitudine a lui quanto stimassero degno di memoria.

Nella prima metà di giugno si recò a Roma con il Catechista Generale Don Paolo Albera. Ricevuti entrambi il 14 in privata udienza da Pio X, ebbero la consolazione di udire dal Santo Padre espressioni piene di bontà, le quali indicavano quanta stima egli avesse della Con‑

gregazione Salesiana.

Nella lettera mensile del 24 giugno, ricordando come Don Rua (la qualche tempo sul finire dell´anno scolastico fosse solito raccomandare l´attenta lettura di una sua circolare del 2 luglio 1906 agli Ispettori contenente disposizioni sulla distribuzione del personale, fece sua la raccomandazione e accluse per maggior sicurezza una nuova copia della circolare stessa. Nella sua qualità poi di Superiore interinale dava parecchi avvisi per il sollievo dei confratelli bisognosi di riposo durante le vacanze e inculcava ai superiori grande carità verso i propri dipendenti, verso i confratelli ospiti e soprattat» verso quelli

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ammalati. Queste raccomandazioni ci richiamano un particolare, che rivela il suo animo buono e provvido. Nell´ultimo Capitolo Generale si parlava delle non infrequenti domande di andar a passare qualche tempo in famiglia durante le ferie estive. Egli lasciò che ognuno dicesse la sua; quindi, positivo come sempre, richiamò l´attenzione sulla cagione di tale inconveniente, e questa era il non essersi pensato a provvedere luoghi di temporaneo riposo per chi ne abbisognasse dopo un anno di fatiche. Propose perciò che in ciascuna Ispettoria vi fosse una casa, nella quale i confratelli potessero trascorrere una quindicina di giorni. La proposta fu presa in considerazione e´ rimessa alla prudenza degli Ispettori.

Intanto si avvicinava il tempo del Capitolo Generale per l´elezione del Rettor Maggiore. Dai paesi più lontani incomincia-vano già ad arrivare gli elettori. Chi sarebbe stato il successore di Don Rua? I pronostici non si estendevano a molti, ma si restringevano per lo più a due soli: uno era Don Rinaldi. Gli Spagnoli più di altri, pur non dicendolo apertamente, palesavano abbastanza col contegno chi fosse il loro candidato. Ma li colpiva la sua franca e tranquilla indifferenza; pareva che dicesse: — Questa eventualità non mi tange —. Scorgevano nel suo atteggiamento qualche cosa di misterioso, e non avevano torto.

Il Capitolo si tenne a Valsalice dal 15 al 31 agosto: Don Rinaldi presiedette la seduta di apertura, nella quale, scrive Don Albera in un suo diario, « parlò molto be-´ ne », e il principio dell´adunanza seguente, dedicata all´elezione del Rettor Maggiore. Riuscì eletto Don Paolo Albera, superando nel primo scrutinio la maggioranza assoluta dei voti voluta dalle Costituzioni. Durante lo scrutinio il nome di Don Rinaldi s´intercalava col nome di Don Albera; ma egli manteneva un´impassibilità qua

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si di spettatore estraneo. La cosa fu notata e stuzzicava la curiosità. Appena nella sua qualità di Presidente ebbe proclamato l´eletto e invitatolo a prendere il posto d´onore, domandò la parola e chiese di poter leggere un suo promemoria. Pregò allora il segretario del Capitolo Superiore Don Lernoyne di restituirgli una busta da lui consegnatagli chiusa molto tempo addietro dopo avervi scritto sopra che la si dovesse aprire soltanto avvenuta che fosse l´elezione del successore di Don Rua. La dissuggellò con le sue mani davanti a tutti e lesse. n 22 novembre 1877, quando ancor secolare aveva, come narrammo, visitato Don Bosco a Borgo S. Martino ed era stato dal medesimo trattenuto a mensa, aveva udito chiaramente un colloquio del Santo col Vescovo di Casale. Parlavano di Don Albera, conosciuto già dal Rinaldi nel collegio salesiano di Mirabello. Il Vescovo aveva ricordato i tentativi di autorevolissimi ecclesiastici per trarre il chierico Albera fuori dell´Oratorio e farlo entrare nel seminario. A un dato punto Don Bosco aveva detto: « Don Albera è il mio secondo... ». Rinaldi sapeva bene che Don Albera nè per età nè per grado poteva essere allora secondo a Don Bosco; onde fin da quel tempo si persuase che Don Bosco avesse voluto significare: « Don Albera è destinato a essere il mio secondo successore ». Tanto più che Don Bosco aveva proferito quella proposizione in modo singolare, a guisa cioè di chi parli con se stesso, agitando la destra dinanzi alla fronte e pronunciando a mezza voce le ultime sillabe, quasi temesse d´aver detto troppo e volesse mozzare la frase. Inteso questo, gli elettori compresero finalmente la ragione del suo inesplicabile contegno e si sentirono rassicurati sulla proclamata elezione.

La proclamazione era stata l´ultimo atto dì Don Rinaldi, quale Superiore provvisorio; perciò dopo scese al

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piano fra gli altri capitolari in attesa dell´esito che avrebbe avuto la prossima elezione del Prefetto Generale. Prima però di andare oltre con la nostra narrazione, raccogliamo il piu autorevole giudizio che potesse venir dato sull´esercizio della sua cessata autorità suprema. Il nuovo Rettor Maggiore nella sua prima circolare ai Soci scrisse di lui: « Dopo il compianto Don Rua, si affaccia alla mia mente un´altra persona che ha tali benemerenze verso la nostra Pia Società, che sembra doveroso per parte mia e per parte di tutti voi, o carissimi confratelli, offrirle l´omaggio della nostra sentita stima e riconoscenza. Intendo parlare di colui che, dopo la morte del nostro amatissimo Don Rua,. tenne le redini della Pia Società Salesiana, del carissimo nostro Prefetto Generale Don Filippo Rinaldi. Alla sua specchiata prudenza, al suo tatto finissimo ed al suo noto spirito di iniziativa andiamo debitori se durante la malattia di Don Rua, se specialmente alla morte di Lui, la nostra Congregazione non ebbe a patire alcuna di quelle terribili scosse, che minacciarono l´esistenza di floridissime Comunità religiose al perdere il loro Fondatore o altro Superiore dotato di predare qualità. Durante il governo di Don Rinaldi tutto quanto procedette con ordine e regolarità sia nell´interno, sia nelle relazioni con gli esterni. A lui si deve se non fu peggiorata la condizione finanziaria della nostra Società, malgrado´ la tristizia dei tempi che attraversiamo. In lui parimenti trovarono un buon Superiore, un fratello affettuoso tutti gl´Ispettori e Delegati che convennero dai più lontani lidi al nostro Capitolo Generale undecimo ».

All´elezione del Prefetto Generale il Capitolo procedette nella sua terza seduta. Elezione plebiscitaria. sopra 73 votanti, 71 diedero il loro voto a Don Rinaldi. Dei due voti mancanti uno, molto probabilmente il suo, fu

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´dato a Don Pietro Ricaldone, che andava per la maggiore nella Spagna ed era da lui molto stimato. Dopo una così eloquente dimostrazione da parte di rappresentanti dell´intera Società, egli si rimise al suo quotidiano _ lavoro, non più interrotto per lo spazio di altri undici ´ anni.

Come primo suo atto pubblico appena rieletto Prefetto Generale, notificò ai Soci chi era il nuovo Rettor Maggiore. Tracciato il suo curriculum vitae, ricordava il così detto " Sogno della Ruota ", nel quale Don Bosco aveva visto Don Albera con una lucerna in mano illuminare e guidare gli altri (1). « Miei cari confratelli, — scriveva molto opportunamente, — risuonino ancora una volta alle vostre orecchie le amorose parole di Don -Bosco nella Lettera-testamento: "Il vostro Rettore è morto, ma ve ne sarà eletto un altro, che avrà cura di voi e della vostra eterna salvezza. Ascoltatelo, amatelo, ubbiditelo, pregate per lui, come avete fatto per me" ».

Condotta a termine l´elezione degli altri Superiori, il Capitolo prese ad occuparsi delle materie, sulle quali era chiamato a deliberare. Don Rinaldi, secondo il solito, non parlò nè spesso nè molto, ma solo in cose di sua competenza, quali quelle di amministrazione economica o su argomenti di sua predilezione, come gli oratori festivi e la paternità salesiana. Così una volta sola sollevò una questione, che giova conoscere, perchè ha un riflesso storico. Bisogna premettere che lavoravano per il Capitolo Generale parecchie ~missioni consultive estracapitolari, ognuna delle quali mandava il suo relatore a riferire nell´assemblea le conclusioni degli studi assegnatile. Una di esse aveva l´incarico di esaminare varie proposte sugli oratori festiVi, fra le altre quella di

(1) Mem. Biogr., v. VI, p. 910.

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ritoccare il Regolamento dei medesimi. A Don Rinaldi parve che il criterio seguito dalla Commissione su questo punto distruggesse il concetto di Don Bosco riguardo agli oratori; onde insorse dicendo: « Il Regolamento stampato nel 1877 fu veramente compilato da Don Bosco, e me lo assicurava Don Rua quattro mesi prima della morte. Faccio quindi voti, che sia conservato intatto, perchè, se sarà praticato, si vedrà che è sempre di attualità ».

Il relatore oppose che la Commissione ignorava affatto questa particolarità, ma che quel Regolamento non erari mai praticato integralmente in nessun oratorio festivo, nemmeno a Torino. Opinava la Commissione che il Regolamento fosse stato fatto comporre da Don Bosco sulla falsariga di Regolamenti degli oratori lombardi; avere essa desiderato soltanto di sfrondarlo, cercando d´introdurre quanto di pratico si riscontrasse nei migliori oratori salesiani. Ma Don Rinaldi reagì, aggiungendo essere stato desiderio di Don Rua, che si rispettasse quel Regolamento come opera di Don Bosco, pur con l´introdurvi quanto si ritenesse utile per giovani adulti.

Si levò a rincalzare la sua tesi Don Giuseppe Vespig,nani, Ispettore dell´Argentina e allora eletto Consigliere Professionale al Capitolo Superiore. Egli, venuto all´Oratorio già prete nel 1876, aveva avuto da Don Rua l´incarico di trascrivere dall´originale di Don Bosco tutto il Regolamento, così come fu poi stampato, e ne conservava ancora le prime bozze. Anche Don Barberis assicurò di aver veduto il manoscritto. II punto più critico era quello delle cariche volute da Don Bosco negli oratori, e ciò diede motivo a un´ampia discussione pro e contro. Don Rinaldi non si arrese, persuaso che nessuna di quelle cariche fosse inutile, ma che anzi fossero tutte necessarie. Prolungandosi il dibattito, nuovamen‑

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te Don Rinaldi ribadì energicamente: « Nulla si alteri del Regolamento di Don Bosco, che altrimenti perderebbe l´autorità ».

Don Vespignani confermò un´altra volta il pensiero di lui con esempi dell´America e specialmente dell´Ilruguay, dove, essendosi al tempo di Mons. Lasagna voluto tentare diversamente, non sì era riusciti a nulla. Finalmente fu chiusa la controversia col votare il seguente ordine del giorno: « Il Capitolo Generale. XI delibera che si conservi intatto il Regolamento degli oratori festivi di Don Bosco, quale fu stampato nel 1877, facendovi solo in appendice quelle aggiunte che vi si ritenessero opportune, specialmente per le sezioni dei giovani più adulti ». La tesi difesa con tanto calore da Don Rinaldi aveva trionfato.

Prima che si chiudesse il Capitolo, Don Rinaldi si rese interprete del desiderio di molti, che venisse trattata la questione della posizione dei Direttori nelle case dopo il decreto sulle confessioni. Fino al 1901 i Direttori salesiani erano stati confessori ordinari dei confratelli e dei giovani, e questo faceva sì che nella loro direzione portassero costantemente uno spirito paterno (1). Ora Don Rinaldi osservava che essi andavano smettendo il carattere paterno voluto da Don Bosco nei suoi Direttori, ma si davano ad accudire gli affari materiali, di‑

sciplinari e scolastici, sicchè divenivano Rettori e non più Direttori. « Dobbiamo, — disse, — tornare allo spi‑

rito di Don Bosco e al concetto da lui espressoci specialmente nei " Ricordi confidenziali " (2) e nel Regolamento. Il Direttore sia sempre il Direttore salesiano ». La

(1)                    Questo argomento si trova ampiamente esposto in Annali della S. S., v. III, pag. 170-194.

(2)            Si possono leggere in op. cit., v. I, pag. 49-53.

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sua mozione diede luogo a uno scambio d´idee su questo punto, che terminò con una esortazione di Don Albera sopra un tema di tanta importanza.

Dopo l´osservazione fatta nel capo settimo sul diverso carattere di Don Albera e di Don Rinaldi viene da sè che si ami conoscere quali rapporti personali siano corsi fra il nuovo Rettor Maggiore e il suo primo aiutante. Sopra di questo abbiamo per buona sorte una testimonianza vivente e due documenti non meno sicuri che edificanti. La testimonianza è di Don Ricaldone, chiamato nel 1911 a sostituire Don Vespignani, che aveva rinunciato alla carica di Consigliere Professionale, perchè la sua presenza era necessaria nell´Argentina.

Avveniva che Don Albera a volte vedesse certe cose di Don Rinaldi con occhi altrui, sicchè, volere o no, arrivavano a sua notizia or più or meno deformate. Uomo di non ordinaria intelligenza, aveva insieme una sensibilità assai delicata nè sempre riusciva a dissimulare la sua impressione, e allora erano atteggiamenti riservati o qualche mezza parola non proprio di approvazione o financo osservazioni che sapevano di amaretto. Don Rinaldi senza dubbio capiva, ma sul momento non lasciava trasparire dal suo volto o dal suo contegno il più lieve moto di reazione. In questi casi, trovandosi a tu per tu con un confidente vien. facile a chicchessia di manifestare in qualche modo ciò che si ha nel pensiero. Invece il Capitolare più intimo di Don Rinaldi, che intuiva il suo stato d´animo e che quasi ogni giorno dopo il mezzodì faceva con lui quattro passi fuori di città, attesta di non aver mai udito dal suo labbro il menomo accenno a quanto fosse accaduto poco avanti. Anzi, se talora alcuni credeva di poter fare qualche riserva sul modo di vedere del Superiore, Don Rinaldi con tutta calma rispondeva: « Ebbene, il Superiore pensa e vuole

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così, e così bisogna pensare e volere ». Non una sillaba di più. Aggiungerò un´altra cosa non meno degna di ammirazione. Aveva tanto scrupolo di scostarsi per poco dal pensiero e dalla volontà del Superiore, che tutte - le mattine, prima di rimettersi al telonio, aveva l´abitudine di presentarsi a lui, fargli la relazione degli affari in corso e prendere ordini e istruzioni.

Con tutto ciò, dopo nove anni di collaborazione, un dubbio assillante angustiava ancora la coscienza di Don Rinaldi. Nell´esercizio della propria carica non oltrepassava mai per avventura i limiti della sua autorità? Tocco da questo timore, dopo un ritiro spirituale fatto a Ivrea nel 1919, se ne aperse col Rettor Maggiore per lettera. Don Albera si affrettò a rassicurarlo, dicendogli che lo consolava sempre il buon esito delle sue iniziative, le quali, soggiungeva con commovente umiltà, compensavano a usura la mancanza d´iniziativa che riconosceva in sè e la sua poca pratica negli affari (1).

Eppure egli si era ben premunito fino da principio. In data 11 novembre 1911 aveva fissato sulla carta ima serie di propositi, fra i quali ne spiccano due riferentisi all´argomento, di cui trattiamo. Incominciava dal porsi dinanzi questa sentenza dello Spirito Santo: Honio sanctus in sapientia manet sicut sol; nam sicut luna stultus mutatur (2). Con questo non pare volesse dire che, mutato il Superiore, non ci doveva essere per lui ragione di mutar registro T Poi s´imponeva le seguenti sei regole dì condotta: « 1° Col Superiore sarò umile. Gli esporrò tutto quanto può interessarlo. Quando non sarò inteso, offrirò al Signore´ la pena. Non mi preoccuperò che siano le cose deferite di preferenza agli altri. - 2° Vigilerò per dire sempre bene di tutti con tutti e darò sempre spiegazioni in buon

(1)                    Lett. da Roma, 15 dicembre 1919.

(2)                    Ecci.., XXVII, 12.

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senso, particolarmente per gli atti dei Superiori. - 3° Se il Superiore è contento, mi occuperò delle Figlie di Maria e delle ex-allieve dell´oratorio femminile, ma evitando di andare dalle Suore i giorni feriali. Quando convenisse rinunciarvi, lo farò allegramente. - 4° Parlerò in Capitolo ed altrove solo quando mi sentirò sereno; meglio sentire che parlare. - 5° Non mi lascerò opprimere da troppe occupazioni. Nel dopopranzo regolarmente non entrerò nell´ufficio prima delle diciassette. Starò invece ritirato nella mia camera o fuori di casa. - 6° Non trascurerò la meditazione e la lettura; non mi lascerò cogliere a passeggiare per la casa durante la lettura o ]e orazioni della sera ». Infine terminava con una risoluzione e due giaculatorie, che dovevano essergli familiari: « Sarò buono con tutti, ma giusto e franco. Domine, ad adiuvandum me festina. Maria, Auxilium Christianorum, ora pro nobis ». Quello che dice nel terzo punto, troverà largo commento nel capo che segue. Il « meglio sentire che parlare », sembra che non sia rimasto soltanto sulla carta; infatti, sfogliando i Verbali del Capitolo Superiore, rarissime volte si vede che egli abbia preso la parola.

CAPO l X_

Per la gioventù femminile.

Che Don Rinaldi spiegasse lo zelo che abbiamo veduto per gli oratori maschili, non ci deve sorprendere, benchè la sua indole modestamente riservata e apparentemente schiva sembrasse non inclinarlo a tal genere di ministero; ma in fin dei conti era salesiano e doveva amare l´opera prima e primaria di Don Bosco. Che però con quel suo carattere e con tutt´altre faccende a cui attendere, mettesse tutto l´ardore che vedremo nel dirigere un oratorio femminile, è cosa che non può non destare qualche meraviglia. Del resto la sua vita non ci ha fatto passare finora di sorpresa in sorpresa? Non vuol essere prete, e si fa prete; non appena prete, è fatto Direttore; poi impensatamente viene lanciato nella Spagna e posto a capo prima di un grande collegio e poi di tutta l´ìspettoria salesiana spagnola; infine di punto in bianco assurge alla seconda dignità della Congregazione, per salire infine al vertice della gerarchia salesiana. Stando alle apparenze, ben pochi a tal vista seppero sottrarsi a un senso di stupore; ma la ragione era che, eccettuato forse Don Rua, nessuno conosceva a fondo la ricchezza della sua vita interiore. Soltanto quando egli fu vicino all´ultimo gradino della scala, il suo valore si appalesò talmente, che dalla fiducia generale venne sospinto fino al sommo. Vedremo nel presente capo cose, delle quali due o tre appena dei confratelli più vicini ebbero sentore.

12 - CERIA, Sac. Filippo Risaldi.

Certo egli non si avventurò senza matura riflessione ad assumere la responsabilità dell´oratorio femminile di Valdocco; infatti tra le sue suppliche alla Madonna abbiamo trovato anche questa del 30 dicembre 1909: « Madre carissima, fatemi conoscere se devo lasciare l´oratorio femminile, o quanto e come devo interessarmene. Non permettete che dia pretesto a chiacchiere, a sospetti ed anche a calunnie. Illuminatemi, ma liberatemi pure (la malignità disoneste. Voi amaste tanto la bella virtù e non soffriste il minimo insulto durante la vostra vita; liberate me e noi da tali miserie. Vostro F. R. ». Quando collocò ai piedi della Vergine il foglietto contenente questa preghiera, dirigeva già da due anni quell´oratorio. Il motivo intimo della sua esitanza va ricercato nel basso sentimento che provò sempre di sè in quanto a capacità; ma non dovette essere estraneo neppure il dubbio di taluno altolocato, che un Prefetto Generale avesse ben altro da fare che impegnarsi in tale briga. Eppure egli vi si applicava con sì poco sforzo, che in una delle sue prime conferenze alle Figlie di Maria uscì a dire: « Il tempo che passo nell´oratorio, lo considero come tempo di riposo ». Premettiamo alcune osservazioni generali e dopo scenderemo alle particolarità di maggior rilievo.

Nel " suo oratorio ".

L´oratorio femminile di Valdocco fu aperto da Don Bosco nel 1876, quando chiamò a Torino le prime Figlie di Maria Ausiliatrice, istituite di recente a Mornese nel Monferrato. Dalle origini fino a oggi è stato sempre in fiore, ma non mai probabilmente come nei lunghi anni, durante i quali Don Rinaldi gli consacrò il suo zelo illuminato. Vi prese un primo contatto nel novembre del 1903. Lo dirigeva allora Don Francesia, che, inviato da

Don Rua in Sardegna per una temporanea missione nel collegio di Lanusei, venne sostituito da Don Rinaldi, non sappiamo se di sua iniziativa o per disposizione di Don Rua. Egli vi portò subito una nota di entusiasmo. Nel 1904 si sarebbero compiti cinquant´anni dalla definizione dogmatica della Immacolata Concezione. Don Rinaldi dispose gli animi delle oratoriane più grandi a celebrare con solennità la straordinaria ricorrenza, proponendo che, dall´8 dicembre 1903, all´8 dicembre 1904, l´8 di ogni mese fosse distinto con funzioni speciali. Incominciò a predicare egli stesso la novena dell´Immacolata, infervorando le uditrici, le quali lo ascoltavano con crescente interesse. Nel gennaio successivo, dopo aver assistito a un esercizio della buona morte fatto dalle Figlie di Maria, tenne loro una conferenza, che produsse grande impressione. Sentivano che parlava uno, il quale ne conosceva bene le condizioni e i bisogni. Frattanto in febbraio ritornò Don Francesia ed egli si ritirò; ma il ricordo del suo breve passaggio non si cancellò più dalla memoria dì quelle giovani associate. Lo desiderarono ancora per tre anni, finchè nel novembre del 1907 ricomparve e raccolse definitivamente la successione. Don Francesia in una sua autobiografia inedita scrive: « Quasi per venticinque anni fui all´oratorio festivo delle figlie (1) e dovetti ritirarmi andando a S. Giovanni (2). Appena scomparso io, entrò Don Rinaldi e l´oratorio si è ringiovanito ».

Non espose programmi: non era nel suo costume. Si accinse con tutta calma al lavoro, guidato dal suo finissimo spirito di osservazione e dal suo grande criterio pratico. Così penetrò a poco a poco nell´ingranaggio dell´oratorio, facendo sì che ogni parte di esso sì mettesse

(1)               Piemontesismo, per fanciulle o ragazze.

(2)               Era stato fatto Direttore del collegio di S. Giovanni Evangelista a Torino.

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in movimento e introducendo a tempo e luogo elementi nuovi. Non si creda però che invadesse il campo delle Superiore; queste al contrario potevano compiere liberissimamente tutto l´ufficio loro. Nel settembre del 1917 diceva

 alle Figlie di Maria: « Il vostro regolamento vi dà per superiora la Direttrice della casa, la quale è stata giudicata dalle Superiore degna di coprire tale carica; perciò è la persona indicata, alla quale aprirvi con confidenza, è il vostro angelo consolatore ». Anzi, neppure alle componenti il Consiglio direttivo delle Figlie di Maria imponeva il proprio modo di vedere. Quante volte, come risulta dai verbali, sebbene avesse già senza dubbio il suo disegno in mente, ne faceva loro la proposta, quasi avesse bisogno di sentire il loro giudizio, che esse potevano esprimere subito o dopo qualche tempo di riflessione, secondo la maggiore o minore importanza della cosa! E questo faceva con bonarietà paterna e con dignità insieme.

Così appunto soleva essere improntato il suo modo di trattare con le oratoriane: un fare spirante amorevolezza e riverenza, una riverenza che sapeva di venerazione. Tale venerazione, e lo attestano quelle che ne fecero l´esperienza, non impediva affatto la spontaneità, con la quale gli si manifestavano anche i più gelosi pensieri, nè più nè meno che se fosse col confessore. Insomma, agli occhi delle ragazze, che frequentavano l´oratorio delle Suore, da lui chiamato il suo oratorio, egli era la figura del padre buono e saggio, dal quale accoglievano rispettosamente la parola nelle prediche e nelle conferenze e a] quale non temevano di avvicinarsi per domandare consiglio; poichè tutte le domeniche, anche dopo che fu fatto Rettor Maggiore, si ritirava là nel parlatorio a dire l´ufficio, dando per un´ora udienza a quelle più grandi, che avessero bisogno di parlargli. Si

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.associava poi volentieri alle loro !passeggiate collettive, presiedeva alle loro accademie e premiazioni, assisteva ai loro teatrini, componendo pure egli stesso qualche dramma per insegnare come dovevano essere tali rappresentazioni secondo lo spirito di Don Bosco, e faceva da celebrante nelle principali funzioni, non lasciando possibilmente mancare la sua opportuna parola. Le ragazze quindi ravvisavano in lui il buon genio dell´oratorio ed egli si moveva nell´ambiente a guisa del buon pastore evangelico: cognosco oves meas et cognoscunt me meae.

Con tutto ciò, non era un factotum.. Molto agiva nel suo oratorio e per il suo oratorio, ma sapeva anche far collaborare e riconosceva generosamente la collaborazione altrui. Alla Suora che vi era addetta scriveva subito dopo la premiazione del 7912: « Dopo avere premiato le ragazze, vorrei premiare suor E. e suor G., che con tanto zelo hanno cura delle ragazze, che il Signore ci ha affidato. Voi siete i loro angeli e senza di voi nulla assolutamente potrei io fare a quelle povere creature. Ma nulla saprei offrire, che torni a voi gradito; vi prego perciò di mettervi d´accordo con suor G. per indicarmi ciò che io posso fare per voi. Intanto vi ringrazio in nome del Signore del bene che avete fatto finora, e vi raccomando come so e posso di continuare l´opera anche con qualunque sacrificio. Quando avete qualche difficoltà o pena, desidero dividerla per facilitare la vostra opera. Questa sarà la soddisfazione più grande ch´io possa avere e questa parte dovete darmela sempre. Siccome poi so che tutt´e due volete proprio fare il bene, vi ricordo di tenere sempre presente che per far del bene alle ragazze bisogna vegliare perchè si coltivi colla parola e soprattutto coll´esempio la massima riservatezza in tutto ciò che si riferisce alla bella virtù, e la bontà. Sono le due virtù delle ragazze, che debbono trovare in gra‑

do sommo in tutte le Suore che trattano con loro. Finora sono in questo punto contento di voi due e vi prego di ottenere da Gesù Sacramentato e da Maria Ausiliatrice la grazia di raggiungere ]a perfezione e la perseveranza ».

Le Figlie di Maria.

Appena messo piede la prima volta nell´oratorio, si era accorto che le Figlie di Maria potevano essergli ausiliarie preziose, diventando sale e luce in mezzo alle oratoriane; perciò, avuta più tardi nelle sue mani la direzione dell´oratorio femminile, rivolse ad esse un´attenzione specialissima. L´Associazione esisteva dal 1895, come aggregata all´Arciconfraternita di Maria Ausiliatrice (1); egli si studiò prudentemente di aumentare il numero delle inscritte, portandole oltre al centinaio e adoperandosi insieme a renderle ognor più esemplari e zelanti. Per questo faceva una conferenza la prima domenica d´ogni mese a tutte le socie riunite e un´altra a quelle del Consiglio direttivo, alle quali si accompagnava d´ordinario un gruppo di scelte, come diremo. Spogliando i verbali di queste adunanze, vediamo che Don Rinaldi non parlava a vanvera, ma andava là con un argomento ben definito in

(1) Don Rinaldi mirò sempre a estendere l´Associazione delle Figlie di Maria, fondata nell´oratorio femminile di Valdocco, ma la voleva iudipendente da altre Associazioni congeneri. Incontrò incomprensioni e difficoltà da varie parti; ma egli" tenue fermo o diceva: — Non passeran cinquant´anni e si canterà vittoria. — Così avvenne. All´unico centro torinese del 1895 ue erano aggregati nel 1945 più di 300 altri. L´associazione porta il titolo di " Pia Associazione della Beata Vergine Maria Immacolata Ausiliatrice ". Il Rettor Maggiore della Società Salesiana e Visitatore Apostolico dell´Istituto delle Fi,glié di Maria Ausiliatrice, valendosi di facoltà speciali concessegli dalla Santa Sede, 1´8 dicembre 1941, la erige canonicamente nelle vado case del medesimo Istituto. La Santa Sede ha arricchito d´indulgenze l´Associazione.

!.(mente e con un piano ordinato (la svolgere poco a poco ogni sua parte. Quattro cose infatti sembra che lo preoccupassero essenzialmente: mettere loro in testa idee sane su oggetti d´attualità e di vita pratica., iniziarle a una `religiosità soda, stringerle fra loro col vincolo della muI.•tna carità e spronarle all´apostolato. Siccome per entrare nell´Associazione ci volevano quindici anni compiuti, le Figlie di Maria erano tutte in età da ben afferrare i concetti esposti in quelle vere lezioni di morale e d´asce. tica. Ma alla loro età occorrevano anche indirizzi sictui di pensiero e d´azione, per il che Don Rinaldi possedeva il dono di saper cogliere temi opportuni e presentarli in forma convincente ed efficace.

È da premettere che egli vedeva bene come la Figlia di Maria d´allora non era più quella d´una volta. Prima essa conosceva soltanto la strada della chiesa e della casa vivendo ritirata, tutta dedita alla famiglia, al fianco della mamma, occupata nel filare o lavorare al telaio. Oggi invece deve uscire per andare al laboratorio, all´officina, alla fabbrica, alla scuola, all´ufficio, e lì ba da fare spes so con gente tutt´altro Che timorata di Dio, con perso- ne che manifestano idee contrarie alle proprie. Si sente trascinata senza volerlo nella lotta sociale. Quindi se volesse tenere il contegno dei tempi passati, sarebbe disprezzata. Per farsi rispettare bisogna che porti alta la fronte e nel volto l´allegria e soprattutto star bene in guardia. A illuminare le sue Figlie di Maria su questo punto non si contentava di ragionarne secondo i casi nelle sue conferenze, ma promosse anche nn convegno di Associazioni torinesi, nel quale si trattò il tema " La Figlia di Maria e i nostri tempi ".

Le metteva in guardia di fronte a coloro che parlavano contro la religione, dando loro norme pratiche di condotta. Con persone educate e istruite, ma ignoranti

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in scienza religiosa, potevano ragionare; altro era invece con chi non discuteva, ma rideva delle cose di fede e derideva la pietà.     il colmo della mala educazione, perchè nell´uomo, diceva, ci dev´essere sempre dignità di sentire e obbligo al rispetto verso la donna. Quando ci fosse il disprezzo, la Figlia di Maria reagisce, rispondendo con serietà: — Lei tenga le sue idee e io tengo le mie. — Mai discutere con i derisori, ma richiamarli a correttezza. Nessuna paura dunque, ma franchezza e prudenza; questo modo di fare avrebbe finito col vincere chi voleva vederle vinte. Ma procurassero (l´istruirsi, se amavano far del bene.

In guardia le metteva contro Te false dottrine sociali, che alimentavano i discorsi correnti e la stampa quotidiana. Questo gli consigliò una novità, che vedremo; ma nelle conferenze ordinarie toccava in proposito ora un tasto ora un altro. Il socialismo guadagnava terreno a Torino. Egli ne teneva in mostra un errore fondamentale, il materialismo. Una volta il popolo sapeva elevarsi a Dio; oggi, diceva, si viene materializzando e dimentica anzitutto l´immortalità dell´anima, sicché pensa solo ai bisogni materiali. Sta bene pensare anche al benessere materiale, ma senza immergervisi. Chi lavora a materializzare il mondo è iI socialismo. Per premunirle faceva conoscere alle operaie la Lega Cattolica Bianca, che svolgeva un´azione salutare per loro; esortava quindi le operaie ad associarsi ed a star lontane delle leghe socialiste. Con la lusinga del benessere materiale il socialismo mirava in fondo a seristianare le anime; nessuna si lasciasse sedurre da belle promesse. Per star forti contro le violenze degli avversari, si organizzassero; avrebbero così salvaguardato i diritti cristiani, che ogni Figlia di Maria doveva poter esercitare.

Il socialismo predica la fratellanza; il mondo vuole la

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fratellanza. ti un´idea giusta, osservava Don Rinaldi, detto Gesù Cristo che siamo fratelli. Ma disgraziatamente questa aspirazione bella e cara è caldeggiata da una massa che non ama Gesù Cristo. In generale chi lavora è buono; si tratta di evitare gli errori non solo religiosi, ma anche sociali, che portano al comunismo. Vivere alla comunista è perdere la libertà. Qualcuno più in alto è necessario che ci sia. Essere tutti uguali è umanamente impossibile, perchè chi è forte e sano, chi debole e ammalato: chi ha più ingegno, chi ne ha meno: ciò che va per uno, non va per l´altro. A una sola condizione si può essere comunisti, concludeva egli: fare i voti di povertà, castità e obbedienza. Per essere comunista bisogna essere religioso o militare o schiavo. Onde raccomandava: — Dove lavorate, non discutete di queste cose, ma lasciate dire, voi rispondete solo che non ci credete, e scherzando dite la parola buona quando potete dirla. Tenete un contegno franco e allegro di una Figlia di Maria; con la bontà dell´animo cercate di far del bene intorno a voi.

Nel 1909 i partiti estremi agitavano la scottante questione dell´esecuzione capitale di Ferrer nella Spagna; anche il mondo femminile ci si appassionava. Parecchie Figlie di Maria gli avevano espresso il desiderio di essere informate sulla vera realtà del caso. Don Rinaldi nella conferenza di ottobre fece loro una lezione di storia, della quale ecco a grandi linee il contenuto. Due mesi addietro vi erano stati a Barcellona tumulti e disordini con incendi di chiese e case e con tali devastazioni, che molti si trovavano ancora senza tetto. Per rinnovare bisognava tutto distruggere, e a tal fine avevano cominciato a prendersela con la Chiesa, perchè essa vuole l´ordine e predica la verità, due cose che a certa gente fanno ombra. Entrò in azione la forza pubblica, si operarono

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molti arresti, fra cui quello di Francesco Ferrer, il capo del movimento, che con le sue teorie e le sue scuole moderne minava la monarchia per sostituirvi la repubblica, delitto di lesa maestà e quindi passibile della pena più rigorosa. Nella Spagna, come altrove, vigeva la pena di morte; così Ferrer fu dal tribunale militare condannato alla fucilazione. In Italia avrebbe avuto vent´anni di galera, dalla quale difficilmente sarebbe uscito. Gli Spagnoli erano sorpresi che in Italia si facessero tumultuose dimostrazioni di protesta, trattandosi di punizione inflitta a tenore di legge. Quell´uomo, pur essendo milionario, lasciava la sua famiglia a Parigi nella miseria, non curandosi d´altro che della sua scuola moderna. Finiva dicendo: — Imparate a non giudicare l´operato altrui senza conoscenza di causa; istruitevi per saper confondere chi cerca di offuscare la verità a danno della nostra santa Religione. ‑

Quanti scioperi anche a quei tempi! Come dovevano comportarsi le Figlie di Maria, costrette sovente ad abbassare il capo dinanzi alla massa e ad abbandonare il lavoro? Lo sciopero è un mezzo per ottenere la tutela dei propri diritti; ma non col chiasso o col disordine si risolvono le questioni. — Quando si tratta del necessario miglioramento, — diceva, — fate pur sentire anche voi la vostra voce. Evitate però di compromettere con l´interesse materiale l´interesse dell´anima. Reclamate il giusto, ma non perdete l´onestà. Non si può ammazzare l´anima per far stare bene il corpo. Associatevi, ma non con chi fa perdere la fede. Sappiate vivere in questo brutto mondo. Chi fa il bene con libertà di azione, è rispettato da tutti, anche da quelli d´idee contrarie. Voi non abbassatevi mai, conservatevi buone e oneste e portate con onore il vero e caro titolo di Figlie di Maria. ‑

Inaspettato e curioso fu il diversivo, col quale inse-

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gnava a cavare un´utilità da quell´ozio forzato. — La ragazza che lavora tutto il giorno fuori della famiglia, non impara tante cose indispensabili a sapersi da una futura madre per mantenere l´ordine, il benessere, la serenità nel santuario domestico, per compiere insomma la sua missione. Profittate dello sciopero per imparare a cucire, a rammendare, a preparare e cuocere le vivande, a conoscere il valore dell´economia casalinga, l´ordine, la pulizia, le parti tutte di una moglie e di una madre. P Forse ora non comprendete la necessità di essere buone massaie; ma se non vi pensate in tempo, arrossirete un . giorno della vostra ignoranza. Con molta pena mi sentii ripetere più volte da giovani accasati e da padri di famiglia: Ho sposato una brava ragazza, ma non vuole e non sa fare niente in casa. ‑

Il matrimonio formava uno degli argomenti, sul quale o di passaggio o di proposito ritornava. Ecco il suo pensiero sull´avviarsi alla vita coniugale. Una ragazza, quand´è avvicinata da un giovane Che le si presenta con garbo e dolcezza e che con bei modi sa insinuarsele nel cuore, generalmente ne resta presa e non guarda più in là. Se non vuol essere un´illusa, sia più positiva e osservi se quel giovane, tutto dolcezza con lei, non sia in famiglia aspro con la madre, senza cuore col padre, dedito al gioco o al bere. Egli, che con la sua desiderata è tutto miele, forse, .quand´essa gli sarà sposa, farà con lei come ora fa col padre e con la madre. Talora quest´uomo sembra di un´attività straordinaria. Illusione! Bisogna osservarlo nella sua base. Si badi inoltre a´ suoi principi nè si speri di poterlo cambiare poi; se lo promette alla fidanzata, lo negherà alla sposa. — Non sperate, — ripeteva, — che uno così privo di buone qualità possa rendervi felici. La luna di miele tramonta presto e il vizio abbandonato si risolleva facilmente al sopravvenire di

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crucci e di malanni. — Si cerchi anche se il giovane sia.. in grado di provvedere a una famiglia il bisognevole ´ per vivere; quindi aprir bene gli occhi prima di legarsi. Con tutte le prospettive di felicità la giovane pensi seriamente alle pene e alle responsabilità, alle quali va incontro. La cura e l´affetto al marito e alla famiglia importano gravi doveri di ordine naturale e religioso. Non illudersi che una volta sposati la moglie possa imporsi al marito. Questa è un´assurdità. La donna che contrae matrimonio, rinuncia alla sua volontà. Dio ha creato la donna più debole dell´uomo appunto perchè stia sottoposta a lui; si creerebbe una vita infelicissima colei che ricusasse di soggiogare la propria volontà, perchè non vuole o perchè in coscienza non può. Il giorno delle nozze passa, quell´abito di lusso forse non s´indosserà più; da quel giorno la giovane non è più libera, il legame contratto le impone doveri sacrosanti, ai quali ha da dedicare tutta se stessa. — Non voglio con questo, — soggiungeva, — dissuadere quelle che si sentono chiamate al matrimonio, tutt´altro. Il matrimonio è necessario e Dio l´ha benedetto. Importa solo far cadere la scelta sopra un giovane adorno di buone qualità morali e intellettuali, proveniente da buona famiglia e fornito di mezzi da non trovarsi poi nell´indigenza. — E ripigliava: — Molte di voi non avranno bisogno di questi consigli, ma serviranno loro per consigliare le altre. Quando una giovane vuole accasarsi, non dissuadetela, ma aiutatela ad andare avanti in modo da trovare nell´uomo scelto il compagno che la renda felice, e da essere disposta con la virtù del sacrificio a rendere felici quanti vivranno con lei. ‑

. Quante cose utili e pratiche Don Rinaldi sapeva dire della madre di famiglia! In un primo maggio, festa del lavoro, inneggiava anche lui a tale festa, perchè il lavoro nobilita l´uomo; la donna però dovrebbe fare la festa del

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riposo. A lei basterebbe la dolce missione della famiglia,  missione tutta sua, perchè Dio´l´ha dotata d´un istinto, . che è spirito d´ordine, di economia, di affetto, istinto non posseduto dall´uomo. Dove entra una donna, si vede subito dall´ordine, che vi regna. Fin da bambina essa aspira a essere madre; infatti esercita già questo ministero con la bambola. Deve la donna aver carattere soave, bontà grande, carità senza limiti e saper guadagnare i cuori con belle maniere, non gridando nè castigando; i suoi dolci rimproveri e la sua fermezza correggono e riconducono sulla retta via. Ma guai se perde l´ideale, la fede! Oh, allora non è più l´essere che si fa rispettare e amare. Oggi la donna lavora troppo ed è naturale che, stando tutto il giorno occupata fuori di casa, non possa accudire come dovrebbe alla famiglia, ed ecco perchè in molte famiglie non regna più la pace e il benessere. L´uomo non trova più nella famiglia quella dolce intimità che la rende cara, e quindi se ne allontana, lasciando la moglie nel pianto e i figli nella miseria. La donna ha maggior energia dell´uomo, maggior previdenza, maggior forza nelle prove della vita, e per questo Dio le ha dato la dolce missione di educatrice. Spetta dunque a lei diffondere intorno a sè il conforto e l´aiuto. Terminava poi così: — Nell´attesa di una legge che imponga alla donna minor lavoro manuale, voi lavorate per amore di Dio, adornate il vostro cuore di virtù, arricchite il vostro intelletto di utili cognizioni per poter giovare a voi stesse e a chi vi circonda. ‑

Parlò varie volte del coltivare l´immaginazione. Dio la diede alla donna molto più pronta e più viva che all´uomo, perchè essa è più debole e ha bisogno di molta immaginazione per guardarsi e per fortificare la sua debolezza. Ma l´immaginazione va coltivata bene, non con letture frivole, ma con serietà. I romanzi riempiono la

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testa di nullità. — Se proprio ne volete leggere, consigliava, leggete I Promessi Sposi. Non perdetevi dietro cose di là da venire e che forse non verranno mai. Coltivate l´immaginazione in cose positive, nella bellezza del creato, nei fiori, nell´arte e nella famiglia. — Una madre di famiglia ha da sopportare molti dolori; se è abituata a pensieri belli, sa che dal suo sacrificio verrà del bene a lei e ai suoi cari, qui e al di là, e si contenta, si rasserena e affronta con forza tutte le pene. Anche ima figlia di famiglia, che governi la propria immaginazione, escogita mille industrie per rendere bella e gioconda la vita ai suoi.

Quante cose mi tentano, se non fosse già forse troppo il fin qui detto! Una volta, per esempio, essendosi proclamata a Porta Palazzo la regina del mercato, vi fece sopra i suoi savi commenti. Raccogliamone almeno uno. — Una giovane, finchè non sa o non pensa di essere bella, è cara e simpatica e piace a tutti; ma quando lo sa o lo crede, diventa superba, vanitosa e spregevole. E la conferenza sul bacio? Distinse il bacio di divozione, il bacio di addio, il bacio di pace, il bacio nevrotico, il bacio mondano. Santo il primo dato a cose sacre, permesso il secondo, buono il terzo per riconciliare due persone o per consolare sofferenti; ma il quarto è proprio di squilibrati e l´ultimo è effetto di mollezza, e tutt´e due vanno evitati. Quante e quanti devono la loro perdizione a baci simili!

Delle sue Figlie di Maria non poche spiccarono il volo per la vita religiosa. È comune opinione che egli possedesse un intuito sicuro per discernere le vocazioni vere dalle fittizie; tuttavia andava sempre adagio a pronunciarsi. Una volta però, chi sa mai perchè, additando alla Direttrice una ragazzina d´undici o dodici anni, che giocava nel cortile, le disse: — Quella ragazza sarà un´ot

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tima maestra delle novizie. — Infatti divenne maestra delle novizie nel noviziato (li Pessione presso Chieri. Il :suo pensiero sulle vocazioni religiose si può riassumere così. Molte ragazze lavorano d´immaginazione a fabbricarsi una vita di felicità, sia che desiderino di farsi religiose sia che preferiscano accasarsi. Vedono tutto color ´di rosa. Dietro i muri del chiostro sognano un soggiorno :(1i tranquillità, di gioia, di pace; ma non pensano che, ;anche facendosi religiose, portano con sè il loro carattere impaziente o calmo, ciarliero o taciturno, allegro o malinconico, e il corpo con tutte le sue miserie. Il corpo che soffre nella famiglia, soffrirà nella comunità. Lo si :vesta come si vuole, il corpo è sempre lo stesso; anche sotto l´abito di suora si cela il sacrificio. Non è, no, tutta , fiori la vita religiosa e chi non ha spirito di sacrificio,.non vi godrà pace. Quelle pareti, che i] primo giorno :sembrano dorate, potranno apparire ben diverse; la vita che sembrava seminata di rose, potrà divenire irta di ´;pungenti spine. — Io non voglio, — dichiarava, — togliere la nessuna la vocazione; ma voglio che ci si pensi prima . seriamente per non doversi poi pentire. L´abito non fa il monaco. Sotto le spoglie di una religiosa vi è una donna che sente e soffre. Sarà buona religiosa colei che si farà religiosa non per godere, ma per patire. Ci vuole sacrificio di volontà, di comodità, di tutta se stessa; bisogna cercare la salvezza dell´anima e non il proprio piacere; a Dio si piace col sacrificio.

Sappiamo anche da altre fonti i principi di Don Rinal´di in materia di vocazioni a farsi suore. C´è, per esempio, .su questo argomento la relazione di una sua conferenza. Ecco le linee principali. Come conoscere la vocazione? Primieramente, vedere se c´è volontà. Si vis, ha detto il Signore. Dio dà le ispirazioni, ma bisogna volerle. Poi vedere se ci sono le qualità: salute, intelligenza sufficien‑

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te, equilibrio mentale, carattere buono. Alcune qualità, se I. difettano, si possono coltivare. Infine vedere se esiste un inizio delle virtù necessarie; per le Figlie di Maria Ausiliatrice, che devono occuparsi degli altri, l´amor di Dio e del prossimo. Come coltivare la vocazione? Tenendo le ragazze lontano dal peccato (chi è in grazia di Dio, sente e segue facilmente l´ispirazione), facendo loro amare la pietà (o meglio Gesù Cristo, la Chiesa e le anime), e dando l´esempio di grande carità reciproca. Le vocazioni nascono come i fiori, al sole della carità. Come e quando consigliare? La vocazione non si consiglia, perchè viene da Dio. Parlarne solo a chi domanda consiglio, e allora non rispondere di sì, ma: — Preghiamo, pensaci e studia che cosa vuole Dio da te. ‑

Egualmente ispirate a praticità erano certe cose che diceva sulle virtù proprie delle Figlie di Maria quali la purezza, la mansuetudine, l´umiltà, la pietà. Prendeva esempi e insegnamenti da Gesù, da Maria, da S. Francesco di Sales, da Don Bosco, dalla Mazzarello e dalle sante Martiri antiche, delle quali ricorreva la festa nei vari mesi dell´anno, massime da S. Agnese, esaltata da lui in un modo, che non poteva non fare impressione.

Veniamo ora alla formazione cristiana. Abbondava nell´oratorio l´istruzione religiosa. Oltre alle sue conferenze e alla sua predicazione, c´erano i catechismi con le relative gare e i relativi premi, e c´era l´istruzione serale delle domeniche, per la quale si serviva di Don Amadei, molto abile. E andavano di pari passo le pie pratiche. Intorno a queste egli pensava così (sono parole sue): « Vorrei scancellare dalla mente di certune quell´apparato di bigottismo, che tanto le fa parere odiose agli occhi della gente. La Figlia di Maria non si distingue in null´altro fuorché nella virtù. Allegra, affabile con tutti, canti e rida: allegria: víva:., sincera, ma laboriosa

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e diligente nel compiere il dovere. Sia forte nel dire " Vattene " a chi attenti alla sua virtù. Si vesta ognuna secondo la sua condizione, segua pure la corrente della moda, ma niente di soverchio nè di scandaloso: semplicità e nettezza più di tutto: l´ordine attorno a una ragazza le dà un´aria di onestà ».

Le pratiche erano quelle comuni alle fanciulle cristiane e alcune poche speciali. In quest´ultime avevano il posto d´onore le divozioni a Maria Ausiliatrice e al Sacro Cuore di Gesù. Molto solenni il 24 maggio e 1´8 dicembre, precedute da triduo la prima festa, da novena la seconda; nell´una e nell´altra il predicatore era quasi sempre lui. Trattava argomenti di pratica utilità, mirando a una comunione finale più numerosa che fosse possibile. Quanto fervore in entrambe le occasioni! Queste e altre feste le voleva allegre, perchè diceva: — Le feste malinconiche non fanno mai del bene. ‑

Del suo zelo poi per far conoscere, praticare e propagare la divozione del Sacro Cuore ci sarebbe molto da dire. Quanto sovente ne parlava! Seguiva l´esempio di Don Bosco. 11 Santo per più anni, anche quando costruiva la chiesa del Sacro Cuore a Roma, non parlò mai della divozione al divin Cuore, ma dell´amore di Gesù e a Gesù nella santa Eucaristia, soprattutto mediante la comunione frequente. Negli ultimi anni della sua vita Don Bosco parlava del Sacro Cuore di Gesù Sacramentato. Così. Don Rinaldi, pur discorrendo esplicitamente del Sacro Cuore, finiva sempre con il richiamare le sue uditrici alla presenza reale di questo Cuore nel tabernacolo e alla santa comunione. Quasi sempre esortava le Figlie di Maria a condurre seco alla sacra mensa quante più oratoriane ed. ex-oratoriane potessero. Non potendosi fare i nove primi venerdì del mese, perchè la massima parte delle ragazze nei giorni feriali non avevano libertà suf‑

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ficiente, introdusse l´uso di nove prime domeniche. Quindi dalla prima domenica di novembre, quando l´oratorio dopo il periodo delle vacanze aveva ripresa tutta la sua vita, alla prima domenica di luglio, destinata alla festa del Sacro Cuore, eran nove domeniche di fervida pietà; comunione generale alla Messa celebrata da lui con fervorino, esercizio della buona morte, ora di adorazione da lui predicata nel pomeriggio, pensiero per tutto il mese incominciante: per questo a volte commentava successivamente i nove titoli che distinguono i nove uffici del Sacro Cuore: infine alla sera qualche divertimento speciale, al quale interveniva.

Nel 1916 sbocciò dall´anima piissima di Don Rìnaldi una bella istituzione. Prescelse nove Figlie di Maria, che denominò Piccole Stelline del Sacro Cuore, perchè dovessero risplendere della luce di Dio in mezzo alla leggerezza e vanità di tante loro compagne dell´oratorio Formavano però una compagnia nascosti e modellata su quella dell´Immacolata, della quale Domenico Savio aveva dato le regole, approvate da Don Bosco. Ogni Stellina si obbligava a seguire queste norme di vita: 1° Fare del suo meglio per santificarsi con l´esercizio delle virtù cristiane. - 2° Possibilmente comunicarsi tutti i giorni. - 3° Recitare quotidianamente uno dei nove uffici del Sacro Cuore, estratto a sorte la sera di ogni primo giovedì del mese in una piccola riunione, santificando poi il primo venerdì col rendere divoti omaggi al Cuore Divino. - 4° Prendersi cura ognuna di altre nove oratoriane per far loro recitare giornalmente l´ufficio del Sacro Cuore e condurle alla comunione almeno settimanale, seguendole con affettuosa, attiva e velata sollecitudine, perchè vivessero unite a Dio! - 5° Collaborare con tutte le forze nell´oratorio per facilitare l´opera delle Suore e della Direttrice. - 6° Aiutarsi reciprocamente in ogni

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sogno e difficoltà, ricordandosi le une delle altre nelle preghiere e nella santa comunione. - 7° Lavorare in silenzio, umilmente e nascostamente. - 8° Abbandonarsi totalmente nel Sacro Cuore dì Gesù. Stelline si chiamavano fra loro, ma la loro denominazione ufficiale era Promotrici del Sacro Cuore. Esse formarono intorno a sè un gruppo di ottantuna. Per cinque anni il numero rimase stazionario, mirandosi ad assicurare il buon andamento, anzichè a moltiplicare le ascritte. Nel 1921 vi .furono iniziate altre, anche fuori dell´oratorio e di varia condizione; se ne ebbero così in trentun paesi circonvicini. Anima di tutto era naturalmente Don Rinaldi. Ancora nel 1931, alla festa di Cristo Re, fece loro un´ultima conferenza, affidando ad esse il programma per l´anno seguente, che egli più non vide. L´opera continua. Come ai tempi di Don Rinaldi, le ascritte promuovono la consacrazione delle famiglie e dei fanciulli al Sacro Cuore. A Don Rinaldi in fin d´anno le promotrici presentavano un .Album con l´elenco delle nuove consacrazioni.

Gli stava poi grandemente a cuore che regnasse tra le Figlie di Maria una familiarità fatta, dirò così, di un cameratismo schietto, per il quale vedessero in ogni compagna una sorella, trattandosi bene, con carità, con amore e compatendosi nei difetti. Insinuava loro come dovessero sentire rincrescimento allo scorgere mancanze e quindi avvisarsi a vicenda con molta bontà e prudenza; le esortava inoltre ad aiutarsi nei bisogni spirituali e materiali e ad alimentare la reciproca allegria. Una volta, compiacendosi di veder aumentato il numero delle Figlie di Maria, disse: — Questo è buon indizio che regna tra voi la carità, perchè, quando manca la carità, le file si diradano.

Sempre col medesimo scopo di unirle in stretta carità

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si studiava, senza darlo a vedere, di risvegliare tra loro lo spirito di corpo; quindi ne metteva in onore il candido abito, che insegnava a portare con santo orgoglio, non lasciandolo indossare se non in occasioni solenni, ed esaltava il titolo di Figlie di Maria, mostrandone tutta la bellezza e facendo comprendere come dovessero andarne nobilmente altere. Diceva: — Una figlia, che abbia una madre saggia, si stima ben onorata, se si dice che è la copia vivente della mamma. E voi siete nientemeno che Figlie di Maria. Che gloria esser degne di tal madre! ‑

A un laltro mezzo ricorse per rafforzare l´unione, ed era di tener vivo il pensiero delle compagne defunte. Ogni volta che alcuna passasse all´eternità, la commemorava con parole di edificazione e tosto le uditrici raccoglievano l´obolo per la celebrazione di una Messa, alla quale procuravano tutte di assistere. Destinò poi il 24 d´ogni mese per comunioni e preghiere in suffragio di tutte le consorelle defunte. Non basta. In occasione della festa di Maria Ausiliatrice dava loro appuntamento alle cinque e mezzo nel santuario, dov´egli celebrava la Messa all´altar maggiore per le compagne morte ed esse la ascoltavano riunite per maggior raccoglimento in una delle tribune erette per le maggiori funzioni del giorno.

È mirabile infine la sua arte nell´infervorare le Figlie di Maria all´apostolato. Un saggio l´abbiamo osservato nelle Stelline. Non si limitò a questo. Formò un´as_ sociazione nell´Associazione, scegliendo le più volonterose e zelanti e denominandole zelatrici. Non appena vide che le prime avevano ben compreso il suo pensiero, lasciò che facessero da sè, aggregandosi nuove socie con votazione segreta e governandosi sotto la guida di una suora. Egli esercitava solo un´alta sorveglianza, raccogliendole almeno una volta per mese a conferenza con il Consiglio direttivo e là consigliandole e animandole.

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Era loro missione mantener la pace fra le oratoriane e ricondurre all´oratorio e ai sacramenti, almeno in date circostanze, quelle che si andavano sbandando. Ma voleva anche di più da loro. Lo affliggeva il vedere tante povere ragazze, che appena sui tredici o quattordici anni non avevano più nè freno nè riguardo alcuno nel portamento e nel vestire, accompagnandosi a giovani e stando ferme agli svolti delle vie. Le infelici non capivano, ripeteva egli, tutta l´importanza del serbarsi pure e solo troppo tardi avrebbero compreso la preziosità del tesoro perduto. In una conferenza, com´ebbe ragionato alquanto su questo tono, proseguì: — Otto o dieci anni fa io non avrei osato tenere un simile discorso; ma oggi disgraziatamente anche voi siete spettatrici di quello che accade. Ora nessuno meglio di voi, Figlie di Maria, può mettervi un argine. Forti della vostra dignità di donne, voi troverete il coraggio e la via per guadagnare i cuori delle pericolanti, attirandole ai sacramenti, procurando - loro buoni libri, facendo ad esse conoscere la bellezza e il pregio inestimabile dell´eccelsa virtù, che una volta perduta più non si acquista. -- Affidava inoltre alle zelatrici altre missioni di carità e di amore: edificare quei della propria famiglia con l´esempio, la parola e l´opera; adoprarsi presso gl´infermi del vicinato, perchè ricevessero in tempo i conforti religiosi; visitare e consolare ammalati di loro conoscenza. Che dire poi del promuovere la frequenza ai catechismi quaresimali, massime per le bambine di prima comunione? Voleva che in questo vincessero l´indifferenza di certe mamme. A tutte le Figlie di Maria raccomandava che, non potendo fare altrimenti, istruissero esse stesse e preparassero queste piccine. Terminava spesso tali discorsi dicendo: — Fate voi quello che non può fare la suora e il sacerdote. E che non parlasse a sorde, si arguisce abbastanza dal

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suo rallegrarsi al vedere i frutti del loro zelo in certe feste dell´oratorio.

Veramente degne del nome dato loro da Don Rinaldr si mostravano queste zelatrici. -Una aveva compagna di , lavoro in fabbrica la figlia di un socialista, nemica giurata di ogni pratica religiosa. Eppure la zelatrice voleva tirarla a far Pasqua. Ai suoi inviti quella andava in bestia. Un giorno seppe che essa desiderava ardentemente un grande uovo di cioccolata, veduto nella vetrina di una pasticceria. Ci siamo! pensò fra sè, e decise di acquistarlo e regalarglielo. Ma costava dieci lire, e il suo salario era tutto indispensabile al pane quotidiano della famigliola. Che fece? Le avevano regalato un bel paracqua novissimo. Lo impegnò al Monte di Pietà, ne ricevetti la piccola somma, acquistò l´uovo e lo pose sul telaio della vicina, prima che ella entrasse. Commossa dell´inatteso dono, la giovane abbracciò piangendo la donatrice e le domandò in che modo avrebbe potuto ricompensarla. La risposta è facile a indovinarsi. La domenica dopo si lasciava condurre alla sacra mensa. Ma intanto come riscattare il pegno? L´aveva vincolato per quindici giorni, e i giorni passavano senza che le fosse possibile venirvi a capo. Lo dissero a Don Rinaldi, ed ecco giungerle con dieci lire un biglietto che diceva: « Una persona che desidera partecipare alla tua buona azione, ti prega di andare a ritirare il tuo ombrello ». Colei che ci diede notizia del fatto, scrisse: « Egli era l´ispiratore di tutte le nostre opere di bene, e nella luce della sua carità squisita eravamo pronte a qualsiasi sacrificio ».

Sapeva eccitare così allo zelo, perchè ne era egli stesso infiammato, come chi legge può già esserne persuaso. Fra le tante non dispiaccia conoscere almeno questa testimonianza. Una già Figlia di Maria scrive: « Don Ri

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naldi mi fu padre e guida in mille pericoli che una vita di studente e d´impiegata in una città come Torino mi presentava ad ogni pie´ sospinto. Lo fu più tardi nelle ore oscure di sofferenze, quando la morte orbò la mia famiglia delle persone più care, e le pene e le contrarietà s´addensarono su di me, che, giovinetta inesperta, restai a capo della famiglia con tenere sorelle, che senza di lui non avrei potuto guidare. E lo fu più ancora quando, giunto il momento di realizzare la mia vocazione, spaventata da difficoltà che parevano insopportabili, avrei forse indietreggiato senza la sua parola autorevole e calma, che mi additava la via in modo chiaro e decisivo.

F A lui debbo tutti i sereni ricordi d´una pura giovinezza, a lui il benessere morale e spirituale della mia famiglia, a lui il conseguimento della mia vocazione, a lui ancora la mia perseveranza ».

Quando il dovere lo obbligava ad assentarsi da Torino, è naturale che il suo pensiero si rivolgesse sovente al suo oratorio e in particolar modo alle Figlie di Maria; presso di queste però si faceva sostituire dal fido segretario Don Ferrari. Durante il viaggio del 1911 nella Spagna scriveva da Madrid alla suora loro addetta: « La mia assenza si prolungherà di qualche giorno e temo di non trovarmi a Torino per la prima domenica di marzo.

Mi rincresce, perchè io sto meglio nascosto nell´Oratorio che sbalestrato in queste grandi capitali d´Europa, ma soprattutto perciò non potrò assistere alla conferenza delle Figlie di Maria. Mi sostituirà ottimamente Don Ferrari e dirà loro tante belle cose; ma ciò non toglie che mi spiaccia di non poter io personalmente salutare tante - buone figliuole, che mi sono abituato a considerare come porzione affidata alle mie cure. Quel giorno non so dove . sarò, se a Siviglia, Alleante o Barcellona, ma certamente pregherò per tutte e ciascheduna di loro e pregherò la

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Vergine SS.ma che le copra col suo manto e le faccia divenire molto buone; le consoli nelle loro pene, che, povere creature, hanno tanto frequentemente da soffrire; le aiuti in tutti i loro bisogni. Questa preghiera, a dire il vero, è quella che faccio ogni giorno per ciascuna di loro. La faccio per le buone, perchè perseverino; la faccio per le tiepide, perchè sentano quanto si sta meglio al fianco della Vergine SS.; e la faccio per le birichine se ce ne fossero, perchè, siccome la colpa sarebbe mia di non aver saputo convertirle, lo faccia Essa, che è Madre tanto potente e buona ». Questa lettera, letta nell´adunanza delle Figlie di Maria, sostituì molto bene la conferenza, del Direttore.

Sono da sapersi anche le sue caritatevoli attenzioni ´ per le gravemente inferme e le travagliate da lunghe malattie. Le visitava, confortandole con la paterna sua parola di fede e di pietà; se erano ancora aspiranti e versavano in fin di vita, imponeva loro la medaglia dell´ aggregazione e le consacrava alla Madonna; se bisognose, le soccorreva di piccoli ristori e di medicine; morte che fossero, mandava una del Consiglio con due socie a fare le cristiane condoglianze alla madre. Che cosa non fece nel 1918, quando la spagnola mieteva tante vittime! Senza badare nè alle distanze, nè all´estremo rigore della stagione, si recava al capezzale delle colpite. Dopo una prima visita, mandava qualche suora con uova, marsala o rimedi, se vedeva che fossero poverette. Poi ritornava, le confessava e fra le tre o le quattro andava a comunicarle; quindi al solito si chiudeva nel confessionale in Maria Ausiliatrice fino alle otto. Aggravandosi qualcuna, voleva che le suore non la abbandonassero più; volata poi quella al cielo, s´affrettava a consolarne la famiglia, visitandola il giorno del decesso o scrivendole subito dopo. In una casa ben sette persone giacevano a letto o meglio su

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pagliericci posati al suolo, due per posto, e tutte nella stessa camera. Le condizioni igieniche dell´ambiente si possono immaginare. Egli vi s´introduceva a mala pena e per confessarle s´inginocchiava sul pavimento. In un´altra famiglia vi erano quattro oratoriane colpite. Un dottore esigeva venti lire per visitarle; ma la madre non le aveva. Don Rinaldi, informato della cosa, manda tosto il denaro; poi verso sera va lui a confortare e amministrare

´ i sacramenti. Due morirono nella notte. Durante quasi tutte queste corse incontrava per la strada Figlie di Maria e altre dell´oratorio, che godevano di vederlo e di riverirlo. La sua risposta buona e paterna al loro saluto le riempiva di una gioia spirituale, che durava nei loro cuori lungo la giornata.

 Nè s´interessava solo delle oratoriane inferme, ma anche dei loro parenti, che, trovandosi in gravi condizioni, o avessero soverchia paura della morte o non volessero pensare ai sacramenti. Allora, andando a visitarli, riusciva con le sue soavi maniere a confortare gli unì e a riconciliare con Dio gli altri. Insomma, quello che dopo molti anni scrive una ex-oratoriana (1) si può estendere più che non si creda: « Egli non era solo padre dell´anima, ma si interessava della salute, delle cose della famiglia, dell´andamento del mìo laboratorio di sarta, degnandosi di ricevere nel suo ufficio tutte le mie allieve, alle quali dava ammonimenti paterni ».

Nel 1914 aveva avuto un´idea luminosa. L´anno seguente sarebbe stato il centenario della festa di Maria Ausiliatrice; l´aveva istituita Pio VII il 15 settembre 1815. Gli era venuto in mente di promuovere un Congresso Internazionale delle Figlie dì Marìa dipendenti dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. Ogni. loro unione avrebbe dovuto man‑

(1) Relazioni della signorina Celestina Dominici.

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dare la sua rappresentanza, formata da almeno due socie. Un´apposita Commissione vi avrebbe studiato gl´interessi dell´intera Associazione. Intanto egli compose una lunga circolare con tutte le istruzioni necessarie, spedita però in proprio nome dal Consiglio direttivo di Valdocco. Ma purtroppo la dichiarazione di guerra fatta dall´Italia pro- i prio in quei giorni troncò le sue liete speranze.

Dopo quanto abbiamo detto, e altro ancora vi sarebbe da dire, è facile pensare quali fossero í sentimenti delle Figlie di Maria verso il loro Direttore. Vi abbiamo già accennato; ma non sarà discaro cogliere dai verbali delle adunanze parole e frasi, con le quali le segretarie si fanno interpreti del comune sentimento. Tornano loro spesse volte alla penna gli epiteti di amato, amatissimo, infaticabile, impareggiabile, zelante, zelantissimo. Dicono che la sua presenza allietava; che la sua parola era dolce, paterna, commovente, consolante, fervida, dettata da un animo pieno di carità divina, e che ogni animo se ne sentiva riconfortato; che davanti al bene egli non si lasciava mai sfuggire alcuna occasione. Ne lodano la paterna bontà e delicatezza e lo spirito di carità; amano ricordare quanto pensasse e studiasse per il bene delle giovani operaie. Se a Natale e nell´onomastico gli si leggevano indirizzi collettivi, non vi si udivano le solite frasi convenzionali, nè i soliti convenevoli stilizzati; ma le vive espressioni di ciò che palpita veramente nei cuori. Festeggiatosi il 1° giugno 1913 il Santo di Don Rinaldi, una delle Figlie di Maria che stendevano a mo´ di cronaca i verbali, dopo aver riferito della funzione religiosa di quella mattina, non può trattenersi dall´aggiungere: « Fu veramente una gara commovente e soave, una dimostrazione d´affetto e di riconoscenza verso il rev.mo signor Direttore, perocchè le sante comunioni raggiunsero il numero di circa settecento ». Poí, accennando all´accademia della sera in suo

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onore, rincalza: « Fu un plebiscito di sentimenti di affetto, di benevolenza verso l´impareggiabile signor Direttore da parte di tutte le oratoriane, Figlie di Maria ed ex-allieve ».

Prima di por fine a questo paragrafo debbo fare un´osservazione. Chi ha letto fin qui e leggerà il rimanente del capo, s´immaginerà che tanto lavorio fosse noto ai confratelli e ammirato; invece nell´Oratorio Salesiano, eccetto un po´ Don Ferrari e Don Amadei e in minima parte qualche altro, nessuno aveva sentore di nulla. Lungo la settimana tutti qui lo vedevano intento nel suo ufficio, nè potevano sospettare di una sì grande attività fuori di casa. L´unico ben informato era lui; ma egli faceva e taceva.

Altre opere di zelo.

Lo zelo scopriva a Don Rinaldi dove ci fosse del bene da fare, lo spingeva a trovare i mezzi di farlo e gli dava la costanza di condurre avanti il bene incominciato. Nulla di moderno, che fosse utile e sano, doveva mancare nel suo oratorio.

Anzitutto egli non considerava l´oratorio femminile di -Valdocco come semplice focolare d´istruzione catechistica e (li vita religiosa, ma credeva necessario non tenerlo estraneo alle idee e alle istituzioni moderne. I partiti - politici sí vantavano di allargare al popolo gli orizzonti mediante la diffusione delle dottrine e delle opere sociali,.

- Egli non volle essere da meno; perciò diede principio a conferenze, che erano una novità in quell´ambiente, tanto più perchè fatte da persone laiche. Esclusa soltanto la politica, glì oratori potevano parlare dì cose sociali, economiche e affini. Non era difficile trovare per questo a Torino uomini e donne di alta capacità scientifica e di retto sentire. Aderivano ai suoi inviti avvocati, professori,

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professoresse e anche qualche dottoressa in medicina. Si incominciò col 1° maggio 1909. Da vent´anni si faceva in tal giorno la festa del lavoro e le fabbriche stavano chiuse. Don Rinaldi, affinchè le oratoriane più grandi non si recassero a comizi, fece aprire l´oratorio come se fosse di festivo, ma senza le relative pratiche. Quella prima volta chiamò l´avvocato Saverio Fino, consigliere comunale di 1 parte cattolica e valente civilista, che ragionò in forma popolare di associazioni operaie e di scioperi, argomento quest´ultimo all´ordine del giorno. Insegnò. quanto importasse non starsene isolate nei frequenti conflitti tra capitale e lavoro, esortando le sue uditrici a entrare in leghe cristiane per poter difendere meglio i loro diritti senza andare contro i dettami della coscienza. Negli anni seguenti al 1° maggio ed anche in altre occasioni si succedevano nel teatro dell´oratorio conferenzieri e conferenziere a sviscerare diversi problemi, che le controversie e le esigenze della vita quotidiana portavano continuamente alla ribalta. Queste conferenze, oltre all´interesse che destavano, parvero elevare il tono dell´oratorio in quanto che le frequentatrici più intelligenti non si sentivano inferiori a loro compagne, le quali si credevano più che donne, perchè correvano ad ascoltare poco ortodossi predicanti del nuovo verbo sociale.

In seguito ne pensò un´altra. Dal 1906, non ancora Direttore dell´oratorio, aveva costituito un comitato di signore torinesi, che sotto la denominazione di " Amiche delle lavoratrici " si valessero dell´influenza derivante dalla loro posizione sociale per proteggere e aiutare specialmente le giovani operaie, che frequentavano l´oratorio delle Suore. Si radunavano esse il primo sabato di ogni mese ed esaminavano i casi presentati, studiando il modo di risolverli. Orbene Don Rinaldi, assunta che ebbe la direzione dell´oratorio femminile, fece sì che alcune di esse

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per turno andassero le domeniche a passare un´oretta del pomeriggio in mezzo alle ragazze, dando loro ampia libertà d´interrogarle, di esporre i loro bisogni e di domandare consigli. Le presentò ima domenica tutte insieme nel teatro alle Figlie di Maria e alle aspiranti, dicendo che, mosse da carità cristiana, quelle signore desideravan avvicinare la gioventù per procurarle un po´ di benessere morale e materiale, mentre le Suore si occupavano del suo bene spirituale. Siccome da principio le giovani si mostravano timide, raccomandò alle zelatrici che precedessero le compagne nell´accostarsi ad esse, accompagnando loro le bisognose di aiuto. Le signore alla lor volta, per ispirare confidenza, si aggiravano familiarmente tra le ragazze durante la ricreazione, compiacendosi nell´osservare i loro trastulli. A poco a poco ne nacque una domestichezza, che apriva i cuori e dava adito a utili scambi d´idee.

Lo sguardo sagace di Don Rinaldi aveva scorto come vi fossero ragazze che, o per naturale riserbo o perchè occupate l´intera settimana, trascuravano in loro indisposizioni di andare dal medico, sicchè a volte covavano malattie pericolose. Che fece egli? Trovò un medico, che ogni domenica nell´oratorio dalle 11 alle 12, assistito da una suora, si tenesse a disposizione di quante avessero bisogno di consultarlo. Andò più oltre durante la terribile spagnola del 1918. Le medicine scarseggiavano e costavano im occhio. Egli formò allora una piccola farmacia, nella quale si potessero avere a modico prezzo rimedi per mali che si portavano in piedi e per cure ricostituenti.

Le geniali trovate di Don Rinaldi si susseguivano le une alle altre. Istituì nell´oratorio una cassa di mutuo soccorso e un´altra di risparmio, curate entrambe da una cassiera con due revisore dei conti. Intorno alla prima organizzò un´associazione, le cui inscritte si obbligavano

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a versare una minima quota mensile, accresciuta dal ricavato dei banchi di beneficenza, che si allestivano ogni anno nella festa di Maria Ausiliatrice. Le socie in caso di malattia o di urgente necessità ricevevano sussidi, che non erano limosine, spiegava Don Rinaldi, ma sovvenzioni spettanti loro di pieno diritto, a tenore del regolamento. Alla revisione dei conti si procedeva periodicamente dinanzi a tutte le interessate. Ogni volta Don Rinaldi aveva parole di lode e di ringraziamento per la diligenza della cassiera, come risulta dai verbali.

La cassa di risparmio aveva per iscopo di educare le ragazze all´economia e alla previdenza. Si accettavano anche solo cinque centesimi per volta. Nelle gare catechistiche venivano assegnati in premio libretti della cassa. Un premio si dava a chi per un tempo notevole non aveva prelevato nulla; parimenti a chi nell´anno non aveva lasciato passare domenica senza depositare almeno un soldo. Le somme accumulate si potevano ritirare tutte o in parte a qualunque momento si volesse, oppure lasciare a frutto finchè piacesse. Don Rinaldi faceva osservare: — È passato il tempo, che i fratelli pensavano e lavoravano per le sorelle avanzate in età, dividendo con esse anche l´ultimo pezzo di pane. Ora, quando si è inabile al lavoro, bisogna andare al ricovero. Ma questo non accade a chi abbia saputo a suo tempo economizzare a soldo a soldo. Il medesimo si dica del procacciarsi col risparmio una risorsa per il sopravvenire di qualche malattia o per il giorno di dover prendere marito o entrare in religione o impiantare un laboratorio. Mancando quel gruzzolo ed essendo i genitori nell´impossibilità di somministrarlo, quante si troverebbero in gravi impicci! Considerazioni così ovvie e persuasive facevano breccia, tanto che il deposito aumentava notevolmente.

Questo aumento mise in pensiero Don Rinaldi. L´ave

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re in sua mano un capitale così forte lo spaventava anche per la minaccia di un´imposta gravosa sui redditi propri, con serio danno della Congregazione, giacchè quel capitale, pur non essendo suo, era però intestato a lui. Dispose quindi che si facessero tanti libretti individuali per quelle che avevano depositi superiori alle cento lire. Tali capitalucci si sperava che non sarebbero stati tassati. I libretti sì potevano portare a casa o lasciare in custodia nell´oratorio, avendo sempre a disposizione un conto corrente. Questa ragionevole modificazione non diminuì l´affluire dei piccoli depositi.

Escogitò ancora nel 1909 un´istituzione di carattere sociale, un " Segretariato del lavoro ". Lo scopo era di poter trovare facilmente lavoro alle oratoriane o ai loro parenti. 17na delle suore addette all´oratorio teneva un registro, nel quale segnava il nome e l´indirizzo di persone che cercavano lavoro o di principali che abbisognavano di operaie. Anche di questo dovevano interessarsi le zelatrici. Sapendo che in una casa si voleva una ragazza o donna di servizio o che in un laboratorio si desi:deravano operaie, esse ne pigliavano nota e ne informavano la suora. Nell´invocare il concorso delle zelatrici rappresentò loro questo come un apostolato accetto a Dio e fecondo di bene materiale e morale. Si, anche morale, osservò, perché con esso si evitava il pericolo, che qualche buona figliuola andasse a finir male.

Feconde di bene, e di molto bene, furono pure le scuole serali di lavoro e di studio. La proposta gli venne fatta dalle zelatrici. il 22 agosto 1909. A tutta prima egli rispose che ci avrebbe pensato, credendo di dover tastare il terreno per vedere quali impressioni avrebbe prodotto l´idea di aprire una scuola serale femminile. Non ci pensò a lungo, poichè già nella prima settimana di ottobre si ricevevano le iscrizioni e 1´11 si dava principio alle lezio‑

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ni. Il programma, che erasi abbozzato sul cominciare, subì modificazioni suggerite dall´esperienza, finchè nell´ottobre 1911 restò fissato a questo modo: lunedì e giovedì, cucito e ricamo; martedì, canto; martedì, mercoledì, venerdì e sabato, stireria; mercoledì e venerdì italiano e computisteria; sabato, calligrafia; domenica, disegno, francese e cucina. Le zelatrici si davano d´attorno per far conoscere la scuola e attrarvi allieve. Diceva alle zelatrici: — Le inscritte non siano spinte subito a frequentare la chiesa. Scopo della scuola è l´istruzione, ma a poco a poco si otterrà pure il fine religioso, che per noi è il principale. — Era stabilita la tassa d´iscrizione di una lira per una sola materia, di due per parecchie materie; ma la si restituiva in fine dell´anno scolastico alle più perseveranti. Per mostrare l´importanza dell´istruzione diceva: — Oggi è assai necessario istruirsi. Una volta per lavorare bastava avere buone braccia; adesso ci vuole buona testa. Degno dell´uomo è il sapere, la forza è del bruto. Anche l´esperienza insegna che una persona, quanto più sa, tanto più può fare del bene. — Studiassero dunque, mentre erano giovani e non trovavano difficile iI ritenere. Opportunamente però faceva intendere la necessità di unire al sapere profano la conoscenza della religione.

Nelle scuole serali, come abbiamo visto dal programma, c´era anche il canto. Don Rinaldi amava la musica, della quale s´intendeva più che non sembrasse, e ci aveva buon gusto. Sotto i suoi auspici prese vita nell´oratorio femminile una scuola dí canto, che egli battezzò " Scuola Ceciliana Maria. Ausiliatrice " e per la quale ebbe la fortuna di trovare un direttore ideale nel maestro salesiano Don Grosso. Seguendo i progressi della scuola, gioiva de´ suoi trionfi; perchè essa non decorava solo le funzioni nella cappella dell´oratorio, ma si faceva sentire anche nella basilica di Maria Ausiliatrice -e altrove in oc_

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casioni straordinarie. Nel 1920, per esempio, sui monti di Oropa, ricorrendo il quarto centenario dell´incoronazione del simulacro là venerato, le oratoriane eseguirono il canto angelico " Corona aurea " composto dal Maestro Dogliani e parteciparono al grandioso oratorio del Maestro Don Magri " La Regina delle Alpi ". Don Grosse faceva, ma chi di dietro alle quinte moveva e sosteneva era Don Rinaldi. Nell´annuale premiazione delle più distinte per frequenza e diligenza, premiazione voluta da lui, distribuiva di sua mano i premi, consistenti in volumi di musica. Vi faceva precedere la Messa e la comunione nella cappelletta di Don Bosco, indirizzando alle allieve la sua paterna e illuminata parola. Un altro ;premio, e questo generale, era ogni anno la gita a un :santuario lontano. A tali passeggiate prese parte sempre con Don Grosso fino a che non fu eletto Rettor Maggiore.

Chi avrebbe detto che Don Rinaldi nell´oratorio femminile si desse pensiero anche della ginnastica? Eppure anche a questo ramo di attività estese le sue sollecitudini, fondandovi un´Associazione, che chiamò delle Filiae Sion. Le giovani ginnaste si dividevano nelle tre sezioni d´effettive con sei squadre, di preparatorie con tre e (Ti aggiunte con quattro. Ogni squadra aveva il suo bel nome particolare. L´assegnazione alle singole squadre dipendeva dall´età. Le Figlie di Sion si ramificarono anche fuori di Torino negli oratori delle suore. All´Assunta del 1917 diedero in Valdocco un saggio stupendo che, riscosse pubbliche lodi per l´ordine, l´agilità e la precisione in ogni esercizio, massime nei più difficili e pesanti. Don Rinaldi dopo si congratulò con loro, che, conservandosi buone e serie, sapessero trovare il tempo da dedicare all´educazione fisica. Quel saggio non fu l´unico nè il primo; se ne ripetevano tutti gli anni, e Don Rinaldi non vi _mancava mai. La ginnastica sì bene organizzata, mentre

14 - CERTA, Sac. Filippo Rinaldi.

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distoglieva le giovani dal lasciarsi attirare in altre associazioni simili, formate con intenti poco buoni, guada, gnava sempre maggiori simpatie all´oratorio da parté´ della gioventù e delle famiglie.

Una parola anche sopra una " Lega dell´allegria ". componevano le discole, chè non delle buone e docili sol-, tanto Don Rinaldi si prendeva cura. Fattasi consegnare da una suora la nota delle birichine, le invogliò a mettersiL d´accordo per preparare svariati divertimenti domenicali, massime rappresentazioni drammatiche. Con questo espediente le teneva legate all´oratorio e le rendeva più disciplinate. Al teatrino egli dava grande importanza. Affinchè riuscisse educativo, esigeva che ogni produzione avesse il suo benestare. Assisteva poi sempre alla prova generale, correggendo pose e gesti, che non andassero bene.

Come egli la pensasse sulle rappresentazioni che si danno in istituti femminili, lo dichiara in una lettera, della quale non sarà inutile riportare la parte, che c´interessa. Dopo essere stato a teatro presso certe Suore scriveva a una Figlia di Maria Ausiliatrice: « Diedero " Serena la Vestale ", un dramma misto, eseguito da ragazze vestite da donna e da uomo. Quelle imperatori e quelle soldati erano una cosa mostruosa. Pare impossibile che non si capisca. Era un dramma per sè inverosimile e dato in quel modo faceva contro l´arte, l´educazione, il buon senso. Sono contento d´aver visto, per prendere sempre più in orrore la donna vestita da uomo. Come sono più belli ed educativi i vostri teatri, che cercano di fare non brutti uomini, ma brave ragazze! ».

Questa lettera fu scritta il 14 febbraio 1912 da Massa, dov´era Vescovo il salesiano Mons. Giovanni Marenco. Quell´assiduo lavoro e la continua tensione di mente incominciavano a produrre in Don Rinaldi i loro effetti con

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un principio di esaurimento nervoso. Il Rettor Maggiore lo obbligò tosto non solo a sospendere ogni occupazione, _ma anche ad andar lontano. A Massa si trovava fuori ´dell´occasione di avere faccende, sicchè il riposo, il cambiamento d´aria, la tranquillità del soggiorno e la compagnia del buon Vescovo in breve gli permisero di ritornare rinfrancato all´Oratorio.

Sorvolando su altre industrie da lui escogitate per moltiplicare i frutti dell´oratorio, non posso tacere almeno di due, le quali certo riuscirono assai benefiche. La prima fu la " Scuola di religione ". Con le operaie venivano all´oratorio anche impiegate, studenti e maestre, per le quali si richiedeva un´istruzione religiosa un po´ elevata. Nel 1909 lanciò l´idea d´una Scuola di religione a parte. La proposta attecchì. In una lezione per settimana Don Ferrari trattava dei punti fondamentali, passando in rassegna i più perniciosi errori correnti. Don Rinaldi non cessava di raccomandare l´assiduità, in modo da riportarne un corpo organico di dottrina; inoltre alle assidue raccomandava di non venire possibilmente sole, ma di condurre seco signorine bisognose di liberarsi da incertezze e da dubbi. Le zelatrici lavoravano a fare propaganda. Nella festa di S. Pietro del 1912, compiendosi il primo triennio della Scuola, le allieve, in omaggio a Don Rinaldi, diedero pubblica prova del loro profitto col rispondere a quesiti su alcuni degli argomenti trattati nel corso e precisamente su questi: " Mistero e dogma - Origine dell´uomo - Immortalità dell´anima - Suicidio - Duello - Pena capitale - Divinità di Gesù Cristo - Eucaristia - Infallibilità Pontificia - Divinità della Chiesa - Supremazia della Chiesa - Matrimonio e Socialismo ". Il saggio era stato preparato silenziosamente, durante un´assenza di Don Rinaldi, con l´intenzione di fargli una sorpresa, e la sorpresa ci fu e gli tornò gradita oltre ogni dire.

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Ultima sua creazione in ordine di tempo e forse la più notevole fu un Circolo di cultura " Maria Mazzarello ". È del 1919, un anno prima che sorgessero in Italia Circoli della gioventù femminile cattolica. Egli, guidato dal suo intuito, aveva prevenuto i tempi. Per lui la cultura era mezzo indispensabile di apostolato. Quando non si vedevano ancora propagandiste cattoliche capaci di parlare in pubblico, egli voleva che le sue circoline si esercitassero a tenere brevi conferenze e vive discussioni nell´oratorio per cacciare via ogni timore e sentirsi pronte a levarsi pubblicamente in difesa dei principi cristiani. Ci volle tutta la sua autorità e fermezza per vincerne la innata ritrosia. — Oggi questo è un bisogno e un dovere, — diceva. — Ormai non basta più alle giovani e alle donne essere buone in seno alla famiglia, ma debbono saper esplicare una missione nella società. — Procurava perciò di metterle al corrente dei problemi sociali più in voga e intanto assegnava loro temi da svolgere per iscritto o proponeva argomenti da discutere a voce. Per esempio, il 25 aprile 1920 presentò alla loro discussione la questione del femminismo, impostandola su questi due punti: 1° Concezione socialista e comunista. - 2° Concezione cristiana e precisamente come il Cristianesimo consideri la donna, quale missione le attribuisca, che cosa voglia oggi da essa.

Nè si limitava a materie sociali o religiose, ma le spingeva anche nel campo letterario. Si ebbero così alcune "Domeniche Manzoniane ", nelle quali or l´una or l´altra esaminava figure de I Promessi Sposi, dando la preferenza alle femminili e studiandole sotto l´aspetto psicologico, morale, estetico, storico. Argomenti di opportunità fece trattare nel sesto Centenario Dantesco, nel terzo di S. Francesco di Sales, nel settimo di S. Tommaso d´Aquino e in altre occasioni simili. Invitava bensì an‑

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che qualche bravo conferenziere; ma esigeva che parlassero esse pure e talora davanti a udienze rispettabili di studiosi, di professori e di autorità. In tali casi curava nei più minuti particolari il programma. Egli presiedeva sempre e diceva l´ultima parola.

Ben inteso che forniva in pari tempo i mezzi dì lavoro. Prestava libri. Allestì per il Circolo una biblioteca che veniva egli medesimo arricchendo. Procurava alle socie conferenze adatte e tenute da persone competenti; ma riserbava per sè i temi più delicati, come il matrimonio e il divorzio, svolgendoli con mirabile chiarezza di concetti e col più fine riserbo. Non bastò ancora: aperse loro un corso settimanale di cultura religiosa, che affidò a un colto sacerdote salesiano. Ottenne inoltre dalle Suore due stanze da mettere a disposizione delle socie, una per giuochi di società e l´altra per lettura. In questa mandava giornali e riviste, segnando gli articoli da leggere. In tal modo esse si formavano un capitale di cognizioni, col quale non avevano paura di affrontare dispute per dissipare errori e pregiudizi.

Senza dilungarmi a dire della sezione filodrammatica, che fioriva nel Circolo (1), dirò piuttosto come Don Ri‑

(1) Nel gennaio 1920 le attrici rappresentarono un bozzetto drammatico di Don Rinaldi in due atti, intitolato Ester. La protagonista vi compare quale figura dell´Ausiliatrice. Lo svolgimento, elaborato con abilità sulla narrazione biblica e intercalato di canti salmodici iu versi, è di una s,-mplicità nobile, che in un sano ambiynte femminile deve non solo piacere, ma anche produrre edificante impressione. Il dramma ci sta qui dinanzi agli occhi dattilografato. Se tutto non dimostrasse che è proprio lavoro di Don Rinaldi, si stenterebbe molto a credere che fosse opera sua. Del resto non era alle sue prime armi, ed ecco un´altra cosa ignorata, Nella Spagna aveva impostato un´azione drammatica in castigliano sulla storia delle Martiri Ispalensi Giusta e Rufina, scritta da Don Ricaldone. E quanti sanno che, prima d´andare all´estero, aveva pure composto musica sacra? Quanto più si va avanti, tanto più si vede che Don Rinaldi è l´uomo delle sorpreso.

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naldi non mirasse soltanto all´intelligenza, ma riponesse il coronamento dell´opera in una vita cristiana, che - unisse bellamente insieme l´esercizio della carità e la pratica della pietà. Riguardo alla carità, basti sapere che nel Circolo formò una numerosa, compatta e attiva Conferenza di S. Vincenzo per le visite ai poveri. La chiamò " Conferenza Don Bosco " e ne assegnò la presidenza a una signorina più anziana ed esperta in tale caritativo apostolato. L´adunanza si teneva al sabato in sua presenza. Per appartenervi bisognava avere diciotto anni compiti. Indicava le famiglie da visitare, dando la preferenza a quelle di oratoriane povere. Vigilava attentar mente, perchè non si avessero a incontrare pericoli. Suggeriva perfino le parole da dire e somministrava danaro, massime a Natale e a Pasqua, nelle quali occasioni venivano preparati pacchi ben forniti. Ascoltava poi volentieri le relazioni delle visite fatte. A Pasqua vi era Messa, comunione e mensa dei poveri, assistiti dalle circoline, serviti nel refettorio delle Suore messo a festa e da lui visitati.

La pietà stava in cima ai pensieri di Don Rinaldi. Cose speciali erano: nel capodanno, riunione nella cappelletti di Don Bosco, Messa sua con fervorino e comunione, e poi colazione nell´attigua biblioteca dell´Oratorio salesiano; ogni prima domenica del mese, sua Messa con comunione generale e parole di circostanza; nei primi venerdì del mese, ora di adorazione da lui predicata dalle 19 alle 20; in preparazione alla Pasqua, triduo predicato da lui; in primavera, gita a Valsalice e Messa sulla tomba di Don Bosco. Il sentimento di Don Rinaldi era espresso sulla bandiera, dipinta e ricamata dalle circoline secondo la sua ispirazione: l´Ostia santa tra fasci di gigli, dai quali emergeva un aureo turibolo aperto, donde uscivano spire d´incenso, e in alto le parole: Qui pa

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seitur inter Lilia. La benedisse in Maria Ausiliatrice egli stesso già Rettor Maggiore nel 1923.

Il Circolo ,aveva un suo regolamento di pochi e semplici articoli, dettati da lui e approvati a unanimità dalle prime ottanta socie. Dipendeva esso dalla Direttrice della casa, assistita dalla Suora cassiera e da un Consiglio direttivo, che si eleggeva annualmente. Si eleggevano pare le assistenti, una per la sala di divertimento e di lettura, l´altra per Pannuale banco di beneficenza, e ]a terza per la Conferenza di S. Vincenzo. Insomma, tutto ora ordinato in modo che si potesse vedere attuato l´ultimo articolo del regolamento così concepito: « La modestia, la carità vicendevole, l´educazione delicata e gentile, la santa allegrezza devono essere i principali ornamenti delle socie del Circolo "Maria Mazzarello " ».

Buona e da non trascurarsi è la testimonianza di Suor Giselda Capetti, Figlia di Maria Ausiliatrice, che fu del Circolo nel primo decennio, durante il quale ne uscirono trenta vocazioni religiose. Scrive: « Del Circolo Don Rinaldi era la vita e tutto. Presiedeva le adunanze di Consiglio e quelle generali; proponeva iniziative e ne curava l´attuazione fin nei minimi particolari; s´interessava di noi a una a una, ci seguiva col consiglio e con l´aiuto paterno. Noi avevamo per lui una venerazione illimitata, congiunta alla più filiale e rispettosa confidenza, e per quanto qualche cosa ci potesse costare, specialmente nelle famose conferenzine, gli obbedivamo in tutto ».

Dopo quello che abbiamo visto e quello che ancora vedremo in questo capo, sembra opportuno ribadire bene una cosa. Lo zelo è fuoco che divora. C´è un fuoco, che sprigiona fiamme e che tutti vedono, e c´è un fuoco che lavora occulto e del quale nulla si scorge, ma si sente solo il calore. Tale era lo zelo di Don Rinaldi nell´ora‑

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torio femminile di ti allocco. Per usare un´altra imma-: gine, possiamo dire che nell´oratorio ogni ruota pareva girare da sè, e pochissimi occhi scorgevano donde partisse la forza motrice, che arrivava da un capo all´altro e dava a tutto la spinta.

Religiose nel secolo;.

L´amore per le anime ispirò a Don Rinaldi un´opera,. che la sua prudenza condusse felicemente a effetto. Nel- , l´esercizio del sacro ministero gli avveniva d´incontrare giovani persone dell´altro sesso, che avrebbero desiderato di abbracciare la vita religiosa, ma che o per motivo di salute o per altra giusta causa non potevano appagare questa loro aspirazione. Tuttavia la brama di maggior perfezione non le abbandonava. Non sarebbe stato possibile dare l´esistenza a una Società di Figlie di Maria Ausiliatrice viventi nel secolo? Egli ci pensava da tempo, aspettando un qualche chiaro indizio del divino volere, quando finalmente la manifestazione venne, sebbeneoin po´ a rilento.

In un convegno dí ex-allieve delle Figlie di Maria Ausiliatrice, tenutosi a Torino nel 1910, quattordici signorine ben note a Don Rinaldi manifestarono pubbli: camente l´idea che si trovasse modo di organizzare un´associazione, la quale avesse per iscopo la pratica dei consigli evangelici in mezzo al mondo. Una delle proponenti fu invitata a stendere un regolamento; ma questo, steso che fu, non potè essere approvato, perché non rispondeva alle condizioni di persone obbligate a vivere nelle loro famiglie. Tuttavia si continuò a parlarne con Don Rinaldi, gli si scrisse pure qualche volta, finché tutto restò in sospeso. Le più fervorose però non s´intepidirono nella loro aspirazione; infatti tre di esse ebbero la costanza di

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presentarsi tre volte al Rettor Maggiore Don Albera per manifestargli la loro brama e averne approvazione e aiuto. Don Albera finì con parlarne a Don Rinaldi, rimettendo la cosa nelle sue mani, pur non nascondendogli qualche sua preoccupazione. Don Rinaldi, che non aspettava altro, si accinse tosto all´opera.

Nel maggio dunque del 1917, conferito con le tre menzionate poc´anzi, espose loro un suo piano generale, che sì sarebbe gradualmente attuato. Le aderenti avrebbero portato il nome di " Zelatrici di Maria Ausiliatrice " e standosene in casa propria avrebbero condotto vita da religiose. Pronto pertanto a dirigerle nello spirito secondo il nuovo intendimento, non ebbe alcuna fretta, ma volle premettere un´adeguata preparazione. Alle tre volenterose fece comprendere anzitutto che dovevano aver di mira unicamente l´acquisto della perfezione e l´esercizio dell´apostolato; poi assegnò loro una Suora come assistente ed egli l´ultima domenica di ogni mese le teneva a conferenza. I verbali di queste conferenze ci permettono di cogliere le linee fondamentali del programma da lui svolto per raggiungere la mèta. Oggi questo non è pìù una novità, perché esistono associazioni di persone che fanno vita religiosa nel secolo, ma allora nessuno ancora ne parlava.

Le associate dovevano attendere alla loro perfezione in primo luogo mediante lo spirito di preghiera. Non molte orazioni, ma quelle in uso presso le Figlie di Maria Ausiliatrice, tranne che la meditazione della mattina e la lettura spirituale della sera, fatte su libri da lui suggeriti, potevano essere pìù brevi; intanto abituarsi al pensiero della presenza di Dio e alla frequenza delle giaculatorie. Tra le virtù, coltivare in special modo l´umiltà, la mansuetudine e la carità. Infine la pratica dei tre consigli evangelici: povertà, con evitare il lusso ne‑

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gli abiti, la ricercatezza nei cibi e ogni spesa superflua; obbedienza, con adempiere fedelmente i doveri di famiglia, di lavoro o d´impiego e stare agli ordini del confessore; castità, osservata in modo da poterne fare a suo tempo il voto. Riguardo all´apostolato, fare del bene al prossimo ín casa, nel laboratorio, nell´officina, nell´ufficio, e questo soprattutto con l´esemplarità di una condotta calma, dignitosa e franca, e prestarsi in aiuto delle suore nell´oratorio. Don Rinaldi, spiegando di mese in .4 mese queste cose, insisteva molto sulla semplicità sia nella pietà sia nelle relazioni domestiche e sociali.

Non c´è conferenza mensile, in cui fino al marzo del 1922 non ritorni su qualcuno dei detti argomenti; ma lo faceva in forma che, come s´intravede dagli scarni verbali, doveva produrre salutare impressione in anime ben disposte. Noi immaginiamo la paterna gravità, con la quale pronunciava sentenze ed esortazioni del seguente tenore: « Molta semplicità in qualsiasi vostra opera e pratica di pietà - Siete poche, appena tre; non importa: le opere del Signore nascono nella povertà, nell´umiltà, nel silenzio - Siate sorelle delle Suore, dov´esse sono, e siate Figlie di Maria Ausiliatrice, dov´esse non sono - Le Figlie di Maria Ausiliatrice nel secolo devono coadiuvare le Suore nell´oratorio, rappresentare le Suore nel mondo, specie nella famiglia, e dove non può arrivare la suora, arriverete voi ed avrete in più il merito di suscitare l´ammirazione e il desiderio d´imitazione Lo spirito di pietà innanzi tutto; senza di questo non si può raggiungere lo scopo - In sostanza, che cosa è lo spirito religioso? Cercar di perfezionare ogni pensiero, parola, atto della nostra vita ».

Quando poi il numero crebbe, parlava cosi dei consigli evangelici: « Ii bene che incominciate a tenere ognuna il suo registrino, in cui segnare le spese personali; ol.

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tre a essere questo un atto di sottomissione molto utile, è cosa bella registrare tutto ciò che avete dovuto spendere per la vostra persona. Può darsi che convenga al confessore di ripassarlo una volta all´anno e farvi qualche osservazione. un mezzo per praticare la povertà

- Nella vita religiosa non è possibile santificarsi senza la perfetta castità. Chi fosse nell´incertezza, è inutile che cerchi di aspirare a legarsi in questa Associazione. Ricordatelo bene, che la base è il voto di castità - Nella santa Messa ogni giorno si ricorda una serie di Sante; tutte si santificarono senza vivere in convento. Questo pensiero vi rallegri, perchè, anche stando al vostro posto, potete imitare le più grandi vergini - Ora non avete superiora, ma è naturale che ci debba essere; preparatevi intanto a quell´obbedienza, che potrà esservi pesante e difficile a praticare ».

Spigoliamo ancora un poco in quello che diceva dì altre virtù e osservanze: « La vita è operare; quando uno non fa niente, è morto. Voi dovete incominciare dalle opere di carità. L´esplicazione pratica della carità è simile a un buon odore, che si propaga e attira; spande un profumo soave di bontà, che guadagna i cuori Senza meditazione la vita religiosa non regge. Non potete farne molta? Non importa; bastano per ora anche solo cinque minuti, purchè sappiate farla bene. Se non potete fare di più, leggete e meditate un punto, sia esso lungo o breve, secondo la possibilità, ma tutti i giorni. La vera. meditazione consiste nel portare la nostra mente al Signore, considerando la sua grandezza, la sua bontà e la nostra miseria - La meditazione non dovete lasciarla senza un grave motivo, sia anche solo per cinque minuti; perchè solo nel raccoglimento, nel silenzio interno si sente la voce di Dio e si forma l´anima religiosa - Fate una volta al mese un giorno di ritiro

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spirituale. Scegliete un giorno festivo per meglio raccogliervi e meditare un po´ di più su qualche punto speciale della vostra vita interna, prendendo propositi per rendervi migliori. Farete poi ogni anno almeno tre giorni di esercizi spirituali ».

Entrava più addentro nei particolari della loro vita interiore ed esteriore: « Voi siete le fondamenta. Ricordatevi che dovete essere umili, piccole di cuore. Non confidate nella vostra abilità, ma confidate nel Signore, che vi sostenga. Non operate per comparire, per ricevere lodi, per innalzarvi; ma lavorate perchè volete fare del bene, perchè amate la Madonna e confidate nel suo aiuto –

Voi vi trovate nella condizione di praticare le virtù delle religiose nel mondo, dando il buon esempio senza che l´esteriore dell´abito colpisca e urti la suscettibilità umana e potete arrivare dove le Suore non possono –

Fate tutto quello che potete. Il Signore per propagare la sua dottrina non sí è servito dei grandi della terra, non di filosofi nè di dottori né di re, ma di poveri pescatori, e con essi ha convertito il mondo – Lavorate con semplicità e candore, senza ostentazione, mostrando la vostra pietà nella parola buona, soave e caritativa - Per fare il bene agli altri è necessario distruggere noi stessi, simili alla candela, che mira in alto, illumina intorno, non rischiara se stessa e si distrugge. Non attaccatevi alle cose vostre; servitevene per il necessario, come il piede che andando calca la terra senza fermarsi a osservare ciò che calpesta ».

Ecco l´ascetica, della quale nutriva le sue religiose secolari: un´ascetica alla buona, ma sostanziosa. Il suo insegnamento riusciva tanto píù efficace, perchè egli presentava ognora in se stesso l´esempio del sacerdote fatto secondo il cuore di Dio, praticando egli pel primo ciò che inculcava agli altri. L´assistente di queste buone fi‑

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gliole, Suor Giuseppina Ciotti, una volta che lo sostituì nella conferenza perchè impedito, non si tenne dal lodarne l´alta saggezza, lo zelo e la carità.

Alle prime tre se ne associarono due in luglio e altre due in novembre. Nel 1928 erano tredici. Si vede che Don Rinaldi non correva; certo alla quantità anteponeva la qualità. A ognuna dava copia del regolamento e dicendo di leggerlo e rileggerlo, raccomandava di studiare specialmente la parte che si riferiva alla meditazione.

— Non dimenticate mai la meditazione, — ripeteva. — Noi sentiamo il bisogno di udire ogni giorno nella meditazione la voce del Signore. Le occupazioni ci assorbono e portano via il buon pensiero. Ogni mattina date con la meditazione principio alla vostra vita religiosa, cercando un pensiero nuovo e nutrendovi dello spirito di Dio. Nell´ottobre del 1919 le prime sette emisero il loro voto triennale di castità nella cappelletta di Don Bosco.

Lo ricevette il Card. Cagliero con l´interrogatorio e la formula che si usano dai Salesiani, ma secondo le modificazioni introdottevi da Don Rinaldi. Fu una festa intima e suggestiva. Altre professioni triennali o annuali si fecero in seguito allo stesso modo. Spirato il tempo, la professione si rinnovava con la medesima solennità. La prima volta le professe ricevevano la medaglia di Maria Ausiliatrice da portare al collo, e la seconda il crocifisso da tenere sul petto, non però ostensibilmente.

Fino al 1920 le postulanti venivano ammesse dai Superiori, che le conoscevano bene; ma in seguito si procedette per votazione segreta da parte di un consiglio, eletto per segreti suffragi dalle sode; lo componevano la maestra delle aspiranti, una segretaria e due consigliere, presiedute dalla Suora assistente, che faceva anch´essa una conferenza mensile. L´aspirantato durava un anno,

il no-viziato due. Da principio le novizie dovevano avere non meno di venticinque anni; in seguito abbassò il limite di età fino a sedici anni.

Fatto Rettor Maggiore, Don Rinaldi designò a dirigerle Don Calogero Gusmano, segretario del Capitolo Superiore salesiano; ma non lasciò mai d´interessarsene, e neppure di riceverne le professioni dopo aver celebrato per le professanti la Messa e data loro la comunione. Il seme da lui gettato fruttò non solamente presso l´ora- torio di Valdocco, ma anche altrove; anzi dettò lui le norme per estendere l´istituzione, massime nelle Missioni, dove le Figlie di Maria Ausiliatrice sentono più impellente il bisogno di ausiliarie zelanti e sicure. A Don Bosco non era venuta in mente, ma vi avrebbe pensato, se i tempi fossero stati maturi. Non vi avevano pensato mai neppure le sue Figlie. L´opera fu ideata da Don Rinaldi perchè la vedeva conforme allo spirito del Fondatore e allo spirito dell´Istituto. Sí trattava di fare del bene direttamente alle ex-allieve e indirettamente alle loro maestre. Mettere alla porta le ragazze giunte a una certa età era troncare a mezzo l´opera di bene intrapresa; bisognava ricondurvele e così provvedere alla loro perseveranza. Per le Suore era questo un nuovo modo di avvicinarsi al popolo e di penetrare nella società con gran vantaggio della Congregazione. E le Suore compresero molto bene il pensiero di Don Rinaldi; infatti, dove in una maniera dove in

un´altra, presero tosto a lavorare con zelo nel nuovo campo, formando dappertutto gruppi di ex-allieve e facendo cosa graditissima alla loro Superiora Generale. In sostanza, l´unione doveva portare le associate a vivere dello spirito di Don Bosco nelle loro famiglie e nella società e a nutrire affettuosa e perpetua riconoscenza verso le loro antiche Superiore. Dopo la morte di Don Rinaldi, l´istituzione, anche per l´infermità di Don Gusmano,

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andò languendo, finchè Don Domenico Garneri, avutane notizia e messosi in relazione con le poche superstiti, riuscì in breve tempo, con l´approvazione dei Superiori, a ridarle vita novella, sicchè oggi conta 86 iscritte. Un nucleo principale è in Torino, le altre vivono raggruppate o isolate in luoghi diversi. Il Regolamento compilato da Don Rinaldi e ristampato con lievi modificazioni continua a servire di norma, con reale vantaggio delle anime.

Ex-allieve.

Don Rinaldi, fin dal primo momento che prese a occuparsi dell´oratorio femminile, vagheggiava il grandioso disegno di stringere le ex-allieve delle Figlie di Maria Ausiliatrice in un´Unione mondiale, novità ardita senza dubbio, ma che non lo spaventò.

Per conseguire l´intento Don Rinaldi non vuotò subito il sacco, ma procedette grado grado. La prima cosa da fare era seminare l´idea e far nascere il desiderio dell´Unione. Don Rinaldi, che era l´uomo delle cose fatte a tempo e luogo, incominciò col raccomandare alle Figlie di Maria e specialmente alle zelatrici, che in certe feste riconducessero all´oratorio quelle che per qualsiasi motivo avevano cessato di frequentarlo. Così ogni domenica si rivedevano facce già note, che s´ingalluzzivano alle " accoglienze oneste e liete" delle Suore. Quì le zelatrici le circondavano di attenzioni. La conoscenza del paterno Don Rinaldi le incantava. Una poi tirava l´altra, e la cosa camminava. Come lo stuolo crebbe discretamente, egli le volle vedere tutte insieme in disparte e disse loro poche parole d´incoraggiamento, che produssero buon effetto. Quindi tornò a radunarle e fece loro una vera conferenza. Le parole " antiche allieve, ex-allieve " risonarono ripetutamente, quasi note d´un suono che carez‑

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zava l´orecchio: parevano voci di richiamo. La comunione dei sentimenti si accentuava. Alla fine si domandarono:

— Ma perchè non facciamo una Società? — Don Rinaldi che accortamente le aveva sospinte fin là, pigliò l´aria di chi approva e asseconda. Ne trattò in proposito con le Figlie di Maria, consegnando loro una lettera d´invito, che esse in- loro nome dovevano diramare e con la quale si pregavano le ex-allieve di voler intervenire 1´8 marzo 1908 a una riunione per intendersi col Direttore sull´oggetto accennato.

Pronte e numerose risposero all´appello. Don Rinaldi, manifestato tutto il suo contento per sì bel concorso, dichiarò dí far sua la loro proposta di Associazione, spiegò com´egli la concepisse e le richiese del loro parere. Plaudirono unanimi al programma enunciato e rimase inteso che nel giorno di S. Giuseppe si sarebbero di nuovo trovate insieme per discutere sul regolamento. Il 19 marzo la discussione si svolse senza incidenti. Furono gettate le basi dell´Associazione con la nomina di un Comitato provvisorio, proposto dal Consiglio direttivo delle Figlie di Maria e accettato dall´assemblea.

Intanto si comprese che di ex-alunne non ne esistevano solo a Torino e che sarebbe stata opera santa associarle nei vari luoghi, dove le Figlie di Maria Ausiliatrice tenevano casa, e poí confederarle. Intuirono prime fra tutte l´importanza d´un simile piano le Suore della Casa Madre di Nizza Monferrato; onde nell´Epifania del 1909, festa assegnata da Don Rinaldi alle ex-allieve, vennero di là a Valdocco la Direttrice dell´Istituto e l´Assistente scolastica generale della Congregazione per studiare il modo di allargare la cerchia dell´organizzazione. Pigliate le opportune intese, ecco il 30 maggio dello stesso anno raccogliersi per la prima volta a Nizza un centinaio di ex-allieve della città e dei dintorni. Don Rinaldi non

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vi poteva mancare; v´intervenne difatti; spiegò lo scopo della riunione e propose la forma da dare alla prima sezione fuori di Torino, annessa all´Istituto più importante che le Figlie di Maria Ausiliatrice avessero. In tutto questo lavorio Don Rinaldi, al solito, quanto più agiva, tanto meno sì mostrava, da ispiratore qual era, figurando quasi come semplice spettatore e buon cmisigliere.

E da lui partì l´ispirazione di un primo convegno generale delle ex-allieve d´Italia. Non paia iperbolica la frase: rapidamente le Figlie di Maria Ausiliatrice, ossequenti alle istruzioni della loro Madre Generale, erano andate a gara per creare accanto alle loro opere di più antica data nuclei di ex-allieve in modo conforme al regolamento torinese e in due anni avevano fatto non molto, ma moltissimo, come lo provò il convegno stesso. Nel periodo preparatorio Don Rinaldi, che aveva messo la macchina in moto, si nascose dietro il paravento delle Figlie di Maria. Infatti il 6 agosto 1912, parlando loro del prossimo evento e incaricandole di fare alle ospiti attese gli onori dì casa, disse: — Da Torino partì la prima scintilla, e proprio le Figlie di Maria manifestarono il desiderio d´invitare alle loro feste e funzioni le antiche compagne oratoriane, e tanto hanno cooperato e fatto, che sorse questa Unione. ‑

La suddetta circolare di convocazione chiamava a Torino le ex-allieve italiane nei giorni 23, ´24, 25 settembre 1921. Il Consiglio direttivo delle Figlie di Maria si spartì il lavoro della preparazione immediata, facendosi coadiuvare dalle socie. Intanto un Numero Unico diffondeva la notizia dal Piemonte alla Sicilia. Le convenute passarono le seicento. Nelle principali funzioni sacre e nelle sedute generali Don Rinaldi si presentava come l´ombra del Ret, tor Maggiore Don Albera, che accettò anche la presi‑

15 - CERIA, Sac. Filippo Rinaldi.

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denza onoraria del congresso. Regnò in questo la massima cordialità e letizia. Vi si studiarono soprattutto due temi: modo pratico di istituire le Associazioni delle ex-allieve e quale dovesse essere il loro spirito caratteristico, e modo di diffondere nelle famiglie e nella società lo spirito benefico di Don Bosco, massime quanto all´educazione e assistenza religiosa, civile, economico-sociale della gioventù. Nell´ultimo giorno fu dato l´appuntamento a Valsalice presso la tomba di Don Bosco, dove pigliarono congedo dopo aver udito la parola di Don Rínaldi, che rivolse loro l´ultimo saluto, augurando che, a imitazione di Don Bosco, fossero quali palme nel deserto della vita, palme sempre verdi di giovinezza spirituale e sempre onuste di frutti soavi per recare a tutti e dappertutto lo spirito genuino del Padre.

Le Figlie di Maria avevano fatto mirabilia. Don Rinaldi se n´era mostrato contentissimo; tuttavia nella conferenza di ottobre confidò loro un pensiero di pena, sebbene temperato da un altro di consolazione. Lo stragrande intervento di ex-allieve aveva imposto la necessità di escludere le Figlie di Maria dalle più importanti manifestazioni, mentre egli le avrebbe volute presenti sempre tutte, e questo gli era stato causa di pena; ma gli era tornato di consolazione il vedere com´esse avessero preso la cosa in buona parte, mantenendo un contegno rispettoso e mostrandosi egualmente contente. Nè qui era tutto. Le prescelte per il servizio, nonostante il loro buon volere, avevano subito mortificazioni, cosa per lui assai penosa; ma l´aveva consolato il sentire come non vi facessero gran caso, sopportando tutto con pazienza e tutto dimenticando. Ringraziò quindi le une e le altre, assicurandole che il Signore le avrebbe benedette per i sacrifici sopportatati cosi bene. Chi non ammirerebbe la prudenza, la bontà e la delicatezza di Don Rinaldi?

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Dal convegno usci tra l´altro un Comitato Centrale delle ex-allieve, residente a Torino e avente per iscopo di coordinare le iniziative. Ricevette per prima cosa l´incarico di redigere la statistica delle Associazioni. In pochi mesi ne compilò l´elenco, registrandone 49 costituite, 17 in via di costituirsi e 14 nell´impossibilità di formarsi. Orbene, il 26 maggio 1912, onomastico di Don Rinaldi, gli presentarono la loro relazione, nella quale, anche calligraficamente espressione dell´affettuosa stima verso la sua persona, egli vien detto « veneratissimo Superiore, Benefattore e Padre» e si protesta che vì s´intende di rendergli «omaggio riverente di filiale affezione e gratitudine ».

Anche alle ex-allieve di Torino egli apriva la scuola di religione, il Circolo di cultura, l´Associazione dì mutuo soccorso, il beneficio del medico; ma avrebbe creduto di fare meno che nulla, se non avesse instillato in esse la pietà. A questo mirava nelle conferenze mensili; a questo con gli esercizi di tre giorni in preparazione alla Pasqua; a questo con gli -inviti alle comunioni generali. La morte di qualche ex-allieva gli offriva l´occasione d´insinuare santi pensieri, indicendo suffragi, ai quali le invitava a partecipare. Introdusse anche fra di loro la pia pratica del 24 d´ogni mese in onore di Maria Ausiliatrice, nel qual giorno voleva che dicessero tre Ave Maria: la prima per se stesse, la seconda per le proprie famiglie, la terza per tutte le ex- allieve. Assegnò loro due feste speciali, la festa dell´Epifania e quella del Sacro Cuore. La prima era tutta intima e gioconda, una vera festa di famiglia; la seconda era una giornata di fervore religioso dalla mattina alla sera. La preparava il loro Consiglio direttivo. La serale processione interna col Santissimo riempiva i cuori di gaudio, tanto bello era tutto ciò che si vedeva e si faceva. Pih volte la parola di Don Rinaldi scendeva calda, opportuna e animatrice.

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Nel 1920 vi fu in Torino un Congresso Internazionale delle ex-allieve, che finì di ribadire i vincoli del collegamento fra le molte Sezioni vicine, lontane e lontanissime. Lo ricordo qui per un particolare, che rivela il senso pratico di Don Rinaldi. Si voleva un periodico mensile delle ex-allieve. Don Rinaldi, che l´avrebbe già voluto assai prima, sostenne la proposta, come se fosse per lui un´idea nuova; anzi la fece talmente sua, che, se non fosse stato della sua ferma volontà, non si sarebbero superati gli ostacoli, che si opponevano all´attuazione. Naturalmente si trattò del titolo. Se ne domandava uno bello, arcibello, poetico, e ne vennero fuori di peregrini. Egli assisteva sorridente alla vivace discussione, e quando sembrava che non si dovesse venir a capo di nulla, propose anche il suo: Unione. Fu l´uovo di Colombo. Un titolo che valeva un programma.

Il 18 giugno 1933 si celebrava il venticinquesimo dei-l´Associazione. Don Rinaldi non c´era più; ma il suo ricordo viveva nei cuori. La Presidente Internazionale, professoressa Stoppino, nel suo discorso ufficiale dinanzi a una solenne assemblea straordinaria, espresse il proprio sentimento e si rese interprete del sentimento comune pronunciando queste parole, con le quali pongo termine a questo ormai lungo capo: « Io non so come si possa parlare da questo palco senza vedere in mezzo di noi la figura paterna del Venerato Signor Don Filippo Rinaldi. Il bene ricevuto da Lui è infinito; è sua l´idea, e gli è uscita dal cuore ». Poi, allargando lo sguardo, l´oratrice soggiungeva: « Io non so come si possa in questo momento non raccogliere dall´animo il migliore sentimento per quel Grande, dal cuore immenso, che tanta parte di sè ha profuso in questo oratorio, di cui ciascuna individualmente conosceva, consigliava, confortava ».

CAPO X

Per le maestre.

Le Figlie di Maria Ausiliatrice hanno dal 1900 nella casa di Nizza Monferrato una scuola Magistrale (allora si diceva Normale) pareggiata, per la preparazione di maestre elementari. Don Rinaldi durante la sua Prefettura vi era a volte invitato non solo per predicazioni, ma anche per conferenze ad allieve, a diplomate e a suore insegnanti: dalla cronaca spremerò il succo di alcune conferenze, donde si vedrà qual ricchezza dì pensiero, conoscenza della donna e maturità dì consiglio vi fosse in Don Rinaldi.

A normaliste dell´ultimo anno.

Ecco i suoi ammonimenti alle uditrici, che, prossime a lasciare l´educandato, si avvicinavano al giorno, nel quale avrebbero dovuto fare la scelta dello stato. Tre cose abbagliano la fanciulla in questa scelta: la sua onestà, la vanità e la leggerezza. Nate da famiglie cristiane e vissute a lungo in case religiose, esse avevano nell´anima un fondo di onestà particolare, il quale faceva lor supporre che tutti fossero buoni, quali sentivano se stesse, mostrando loro il mondo migliore di quel che non sia e spingendole a seguirlo a occhi chiusi. Il Signore permette alla gioventù di vedere il mondo attraverso un prisma

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dilettevole, affinchè l´età giovanile sia gaia e allegra, e non si perda d´animo; ma il mondo non è buono nè bello, come Io crede la gioventù. Dove pare che regnino la felicità e la bontà, dominano spesso miserie, menzogna, malizia, egoismo. Bisogna aprire gli occhi. La vanità poi è tanto propria delle giovanette, che si lasciano scaldare la testa dalla ricerca di quella che si chiama l´attenzione altrui e quindi non pensano a prendere la via conforme alla loro vocazione. E la vanità porta seco la leggerezza, per la quale la giovanetta vuol tornare gradita a chi le sta vicino e così senza un punto fisso si piega a tutti e come farfallina vola qua e là col pensiero, senza motivo e senza scopo. Esse pertanto conservassero la prima qualità, ma fuggissero i due difetti, cercando un indirizzo sicuro.

Per orientarsi, ricordassero anzitutto che la vita deve avere uno scopo. Tutti gli esseri esistenti, inanimati e animati, l´hanno; tanto più gli esseri razionali, dotati di libero volere e di anima immortale. La vocazione indirizza la vita verso un fine speciale, indicando uno stato rispondente alle condizioni fisiche e intellettuali e alle esigenze morali e spirituali di ognuno. In generale le vocazioni delle fanciulle si possono ridurre a tre: matrimonio, stato verginale e vita religiosa. Una vuol diventare madre di famiglia? Consideri se in questo stato potrà avere i mezzi per conseguire la salvezza dell´anima; se saprà affrontare gli ostacoli e vincerli; se le sue qualità, tendenze, condizioni sono adatte a tale stato, e non si lasci trasportare da vanità o leggerezza. Un´altra dirà: — Io temo questo stato per le sue responsabilità e le molte conseguenze. Sento di essere più portata alla vita indipendente e che in essa potrò salvarmi. — Allora scelga lo stato verginale nel mondo. Un´altra sentirà in sè il desiderio di darsi agli altri, di vivere lontana dalla mondanità, di

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avere molti mezzi per fare del bene; allora scelga lo stato religioso. Ma neanche in questo caso l´anima si lasci suggestionare. Chi volesse farsi religiosa per vivere vita tranquilla e non avesse generosità nè spirito di sacrificio, non avrebbe vera vocazione.

Cautela dunque nella scelta, non cedere a impressione, a passione o ad un sentimento indefinito. Le fanciulle son guidate più dal cuore che dalla testa. Ascoltino invece la ragione, che suggerisce i mezzi necessari a far buona scelta, e questi mezzi sono la preghiera, la riflessione e il consiglio di persone sagge, prudenti, scevre di egoismo. Non si dimentichi mai che nel mondo non basta la semplicità, ma occorre la prudenza.

A neo-maestre.

La maestra esercita grande influenza sulle sue colleghe, sulle famiglie e sugli alunni. Facendo bene la scuola e senza presunzione, acquista un ascendente sulle compagne di lavoro. Non badi a loro punture, non si scomponga per le solite ciarle, saluti egualmente chi l´avversa, facendo vista di non capire: vincerà con la bontà! Sulle famiglie potrà agire trattando con babbi e mamme. Però nelle famiglie irreligiose non si entra direttamente con la religione, ma con l´educazione data ai loro bimbi. Il sacerdote fa quello che può, la insegnante quello che vuole; il sacerdote deve aspettare chi vada a lui ed è preso in sospetto, la insegnante non ha nè l´una nè l´altra difficoltà. Un giorno i suoi alunni saran più alti di lei e forse professori; tuttavia, se la maestra non fu farfallina nè tutta gingilli, anche dopo molto tempo influirà su di loro e la sua parola sarà sempre accolta, pur quando venisse disprezzata quella del parroco.

Ma bisogna che sia vera maestra: sì mostri superiore a

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certe piccolezze, non sia di nessun partito e vesta con proprietà degna di un´insegnante moderna. Non• capiscono la loro missione quelle che studiarono solo per aver mia posizione e nella scuola si fanno compatire per il loro modo di diportarsi. Ci vuole lo spirito di Don Bosco.

La neo-maestra va a casa pensando: — Sono una signorina maestra, entro in società con una posizione mezzo fatta e in famiglia con una certa autorità. — vero. Il pensiero di rendersi libero e indipendente nasce con noi e si sviluppa più o meno. Pensiero naturale nell´uomo che sente la sua dignità; io vorrei che la donna lo sentisse di più e capisse bene che cosa s´intende per indipendenza e libertà. Con l´idea della libertà in mente, si vede in pratica che le ragazze sino a trentacinque anni sono ancora inesperte e risultano gingilli o trastulli o serve; e, se non stanno attente, il mondo le balocca come vuole.

La donna ha tre qualità, che son doni di Dio. La prima è la debolezza fisica. Parrà un´umiliazione, ma non è vero. L´uomo non si giudica dalla forza muscolare, ma dall´ingegno. Seconda, la sensibilità. La donna è molto più sensibile dell´uomo e percepisce meglio quello che si fa o succede intorno a lei; questa sensibilità supplisce la debolezza. Qui osservò: « Perchè siete sensibilissime, un astuto che vi sa prendere, vi magnetizza facilmente. Vi conquista con un sorriso, con una lode, con un´incensazione. Voi eravate andate per conquistare, e siete rimaste conquistate. Non avete calcolato la vostra debolezza ». Terza, l´immaginazione. Lo studio è un freno all´immaginazione; ma la giovanetta che esce da un teatro, da un ballo, non ha più il senso della sua personalità. Davanti a una creatura simpatica perde la bussola. La donna che domina queste tre qualità diventa signora di casa e di quanti hanno da fare con lei.


La donna esercita molta influenza con la sua estetica e leggiadria; ma attenzione! Serietà nel vestito. Nella moda la maestra non deve sembrare del secolo passato; ma sía una moda cristiana, senza esagerazione. Seguirla, non precorrerla, e scegliere quella che si addice a maestra. Si giunga pure all´eleganza, se così vogliono i genitori, non mai alla scorrettezza, per non far male a sè e agli altri. La neo-maestra, arrivando in un paese, richiama l´attenzione di tutti; le si fanno complimenti per solleticarne le orecchie. Non si lasci lusingare.

Essa deve trattare con compagne e compagni. Di compagne ve ne sono molte viziate, benchè buone in apparenza. All´erta! Gli uomini potranno essere viziosi o buoni. I primi dan l´assalto con precauzione mediante conversazioni o libri. La neo-maestra, se non sta attenta, perde la libertà. Perfezione di tratto con tutti, anche con preti. « Volete confessarvi bene? — disse. — Non andate troppo dal parroco. Occorre fargli un ossequio´? Fateglielo piuttosto con un biglietto che di presenza, e se è giovane, più ancora. Anche in confessione non stateci a lungo, che non abbiano a dire: — La maestra ci sta troppo. Avete bisogno di un consiglio´? Non richiamate l´attenzione di nessuno. L´attenzione richiamatela con la condotta fine, .con l´amore ai bambini, sicchè si dica:

—    P; tutta per la scuola. — Ecco la più bella lode ». Una parola sui balli La donna ai balli vende la sua libertà e supremazia. Può darsi che i genitori portino la signorina al ballo, anche se maestra. La figlia potrà dire:

—    Babbo, non sono capace. — Ma se egli non ascolta, si ritenga. Il ballo è una cosa pericolosa. Quando è inutile resistere, si sia cortesi; ma non di quelle che portano lo scandalo. Corrette in tutto, mai sole, ma accompagnate dalla mamma, e risolute di non far male. Generalmente egli ha visto che in questo modo si ottiene un

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buon risultato. Fare poi subito una buona confessione, dicendo le impressioni avute.

Conchiuse raccomandando che si facessero Cooperatrici di Don Bosco, diffondendo il suo spirito e arrivando dove non arrivano i Salesiani. Soggiunse: « Dove saprò che c´è una di voi, saprò che c´è un angelo tutelare, una maestra educata non solo nelle lettere, ma anche a ben fare ».

A signore e signorine maestre.

Ecco ora in breve come espose due idee di Don Bosco, una per le insegnanti e l´altra sul loro lavoro. Chí rappresenta l´insegnante? L´autorità. Quale? Non quella della maggioranza (è il principio democratico), non quella dei genitori (sarebbe abbassarsi troppo), non quella della scienza (gli scienziati non vanno d´accordo). Secondo Don Bosco, chi insegna la verità rappresenta Dio. I ragazzi hanno bisogno dí sentire l´autorità divina. La buona maestra dunque entra nella scuola in nome dí Dio. Senza moralizzare o parlar di Dio tutti i momenti, faccia sentire di essere sacerdotessa di Dio. Quanto al suo lavoro, si sa che l´insegnante deve coltivare, correggere e sviluppare le facoltà del fanciullo. Un errore è fissarsi a sviluppare le tendenze dell´individuo: si finisce con sviluppare le passioni. Don Bosco, secondo il principio evangelico, vuoi che si semini e si corregga: seminare non solo per la parte istruttiva, ma anche morale. Don Bosco -voleva pure che, gettando il seme, si vivesse della vita dei ragazzi per insegnare anche con l´esempio. Don Rinaidi parlò poi del catechismo: insegnarlo con molta fede, con una certa gravità e con preparazione. Disapprovò il metodo puramente mnemonico e il metodo progressivo o per divisioni.

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A Suore maestre d´asilo.

Partì dal principio che il bambino porta con sè fino alla tomba le prime impressioni; per tre anni non ve ne sia dunque mai nessuna cattiva e se ne diano di buone. La suora non si è fatta suora per insegnare solo il bello, ma anche il buono e il vero eterno e salvare le anime. Deve presentarsi nella scuola come religiosa; apparendo agli alunni come tutte le altre, scredita la religione e fa male a sè, abituandosi all´insegnamento materialista. Parole testuali: « Alle volte purtroppo si trovano suore maestre, che alla fine dell´anno non si sa se abbiano ancora la fede. Faranno la comunione tutte le mattine, ma per abitudine; non lasceranno la meditazione e la lettura spirituale, ma vacillano. Male per voi; male per la società; male enorme per i fanciulli, che abituerete al sentimentalismo. L´istruzione che viene dopo, non supplisce quella della mamma, e le mamme siete voi, perchè voi comunicate le prime impressioni, che rimangono per tutta la vita ».

Quattro verità principali da scolpire n ell´animo dei bambini: la creazione, la colpa con le sue conseguenze nel mondo, la redenzione, castigo e premio eterno. Queste quattro verità devono essere i punti cardinali dell´educazione infantile, perchè formano le vere coscienze e la base cristiana.

Condannò la scuola promiscua. La si vuol giustificare con due motivi: 1° Unendo i due sessi, si temprano i caratteri, perchè i bambini perdono della loro durezza e le bambine della loro timidezza. Se fosse anche vero, l´unione sarebbe sempre un male, perchè il carattere dell´uomo è diverso da quello della donna, la missione dell´uno non è quella dell´altra, e hanno inclinazioni distinte e qualità discordanti e quasi opposte. - 2° I bambini e le bambine dovranno un giorno essere uniti, formando la

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famiglia; è bene quindi che bi abituino insieme fin dai loro primi anni. Ma in questi anni appunto dimostrano tendenze diverse, non amano neppure gli stessi divertimenti; non è dunque possibile l´intima unione. In seguito poi, unendoli, si fomenta il male, che a volte si deplora sui quattordici anni. Dunque se c´è libertà di scegliere, si preferisca dividere; se no, si faccia di necessità virtù, ma si aprano occhi e orecchie: a cinque anni vi può essere più malizia che non si creda.

Alle maestre della Casa madre.

Le insegnanti formano la parte intellettuale della comunità. Si evita di dirlo, perchè sembra che questo segni divisioni. Ma esse sono più in vista, hanno di più, e nei disegni di Dio chi ha di.più deve dare di più. Debbono essere meno imperfette verso le superiore, tra loro, con le alunne e personalmente.

1° Verso le superiore. Una vera sottomissione a tutte e una grande schiettezza nel parlare ad esse. - 2° Tra compagne. Non credersi separate e distinte, ma assimilarsi, fondersi, risolvere insieme le questioni tenendo presenti gl´ideali pedagogici di Don Bosco, compatire chi non può fare di più, chiudere gli occhi sui difetti altrui. - 3° Con le ragazze. Lasciare in Toro buone impressioni; dopo uno sbaglio cercare di scancellarne l´effetto senza sdolcinature. - 4° Riguardo a sè. Vi sono mali di vario genere. Norma generale, non mai turbarsi. Se il male è fisico, si ricorra alla superiora con confidenza; se è morale (scoraggiamento, avvilimento, mancanza di volontà e di energia), calma, rassegnazione cristiana, pazienza e anche un po´ di filosofia (sbagliano anche le superiore, sbagliano qualche volta anche i Santi), soprattutto la mansuetudine del cuore insegnata da Gesù (perchè Don Bosco aveva tanto

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dominio sui cuori? Perchè era paziente, semplice, mansueto calmo); se il male è spirituale (pensieri, tentazioni), non sconcertarsi, ma cavar fuori le male erbe a una a una e poi seminare il buon grano, prendersi come si è e trattarsi con pazienza.

Sull´insegnamento del catechismo.

In una conferenza sopra questo argomento dimostrò la necessità di correggere due errori nel fare il catechismo. Il primo consiste nel succedersi di domande e risposte, riguardanti individualmente ogni scolaro, terminando con la narrazione di un fatto o esempio. Metodo irragionevole, perchè il bambino ripete a memoria senza capire; metodo noioso, che fa perder tempo. Il catechismo dev´essere scuola, quindi insegnato con metodo razionale, come si fa per tutte le materie d´insegnamento, in locali adatti, con i sussidi didattici, con programma distinto per ogni classe, con libri di testo e di lettura e con registri, esami, premi. L´altro errore sta nel sistema di suddividere la materia in varie parti, assegnandone progressivamente alcune ad ogni classe. L´insegnamento dev´essere completo in ogni classe, proporzionatamente all´intelligenza della scolaresca. Esso consta di tre parti: Dogma (Dio, verità eterne, immortalità dell´anima, il Credo insomma), morale (princìpi, leggi, comandamenti) e mezzi della Grazia (preghiera, sacramenti). Anche ai bambini del primo anno è necessario dare una cognizione sufficiente dì Dìo Creatore, Redentore, Santificatore; dei comandamenti emanati da Lui; dei mezzi di grazia elargitici per osservarli. Prima le sole parti essenziali, poi anche le accessorie e infine le più vaste e profonde. Prima un piccolo circolo, intorno al quale se ne vanno costruendo altri concentrici di mano in mano più grandi. Così se i bambini lasciano

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il catechismo prima del tempo, conosceranno almeno le cose indispensabili. Parlò infine del metodo intuitivo, come più efficace. Magnifica la conclusione: « Per far bene il catechismo tenete presente che insegnare alla gioventù vuol dire dimenticarsi, non cercare se stessi, ma solo il bene della gioventù; vuol dire far morire il vostro amor proprio per far vivere l´amor di Dio; vuol dire accrescere con l´esempio proprio l´efficacia del precetto insegnato, del consiglio dato. Guai se dopo aver parlato molto bene e santamente impressionato, uscite in uno scatto d´impazienza, dando il triste spettacolo delle vostre imperfezioni! Volete far bene il catechismo? Siate molto buone, cioè esemplari, pazienti, imparziali. Mostrate alle ragazze che le amate in Dio, che non vi offendete di quanto si può dire a torto contro di voi; che dimenticate, anzi rispondete con raddoppiata serenità e carità a chi vi fosse stata ingiusta. Allora, forse con le parole avrete insegnato poco, ma la vostra condotta avrà fatto il più. La scienza di Dio è la scienza di salvare le anime, di servire il Signore, di fare del bene ovunque ».

Sull´esercizio del suo ministero a pro delle donne in generale, dice molto questa testimonianza scritta da una persona ben informata: « Fu molto e indefesso il lavoro di Don Rinaldi per la donna, non solo suora, ma umile ragazza o signora, che in qualche modo avesse occasione di avvicinarlo. Fu per tutti un padre e arrivò a dare ad ognuna quello che non solo uno zelante padre spirituale può dare ad un´anima, ma quello che una mamma la più saggia e santa può arrivare a dare ai suoi figli e figlie. Le pagine più belle di lui non saranno mai scritte quaggiù ».

In questi due capi è parso bene allargare la mano per un motivo speciale. Vi sono forse molti che si pensano di conoscere Don Rinaldi e che qui avranno scoperto un Don Rinaldi nuovo e impensato. È tutto un complesso

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di idee e di fatti, che rivelano quali sentimenti gli movessero il cuore. Ignorarli sarebbe avere di lui un´idea molto incompleta. Dico il vero, che non so levare la penna da questi capi, dove ci sarebbe altro da aggiunge A prevenire qualsiasi dubbio di esagerazione addurrò un particolare semplice, ma assai significativo. Il " Notiziario delle Figlie di Maria Ausiliatrice " nel numero di gennaio del 1947 (si noti questa data), annunciando una Borsa " Don Filippo Rinaldi" pro Missioni, la dice promossa dalle propagandiste dell´Oratorio femminile di Valdocco « per ricordare il loro antico impareggiabile Dire lettore, dal cui paterno zelo ebbero vita e impulso tutte più belle iniziative oratoriane d´apostolato ».

CAPO XI

Riorganizzazione dei Cooperatori. Organizzazione degli ex-allievi. Il monumento a Don Bosco.

Nel 1920, dovendosi inaugurare il monumento innal­zato a Don Bosco sulla piazza di Maria Ausiliatrice, del quale diremo, si radunarono nell´Oratorio di Torino tre Congressi Internazionali: uno dei Cooperatori, l´altro degli ex-allievi e il terzo delle ex-allieve. Furono essi il coro­namento dello zelo di Don Rinaldi per il terzo ramo del­l´albero salesiano e per i più vistosi frutti di questo. Di ciò che fece per le ex-allieve abbiamo detto quanto basta nel capo precedente; diremo ora dei Cooperatori, degli ex-allievi e del monumento.

Cooperatori.

Dei Cooperatori Salesiani Don Rinaldi, prima d´an­dare nella Spagna, sapeva quel tanto che udiva tra con­fratelli e che leggeva nei libri e sul Bollettino; ma a Bar­cellona li conobbe da vicino per esperienza diretta. Quan­do vi giunse, li trovò disorientati, come si accennò a suo luogo; eppure senza il loro appoggio l´opera di Sarrià non avrebbe potuto sostenersi. Ma in breve la prudenza delle sue mosse e le altre sue qualità personali fecero rinascere la fiducia e con la fiducia le simpatie e l´inte­ressamento. Nominato poi Ispettore, sperimentò ancora più quanto valessero í Cooperatori negli inizi e negli in‑

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24.1 —

crementi delle nuove fondazioni. Finalmente nel 1895,

accompagnando a Bologna Don Rua, assistette al gran­dioso spettacolo di quel Congresso, nel quale per la prima volta i Cooperatori, convenuti da più parti del mondo, mostrarono tutta l´ampiezza e la forza della loro organiz­zazione.

Questi precedenti, veduti attraverso lo spirito di Don Bosco che lo animava, spiegano yardore di Don Rinaldi nel curare, rinvigorire e promuovere la Pia Unione, dopo che fu nominato Prefetto Generale. Da principio però, ossia finchè visse Don Rua, non fece nulla di notevole.

I Cooperatori dipendono dal Rettor Maggiore, il quale di solito ne affida il mandato al Prefetto Generale; ma Don Rua, seguendo l´esempio di Don Bosco, se ne occupava personalmente con l´aiuto di qualche segretario, e senza nessun organo ufficialmente designato a rap­presentarlo. Fu Don Rinaldi a far sentire la necessità di creare un ufficio centrale, presieduto dal Prefetto della Società e composto di tre Consiglieri, che erano il redat­tore del Bollettino, un propagandista, un incaricato della corrispondenza e uno o più segretari, secondo il bisogno. Questo ufficio non fu da lui lasciato inoperoso.

La sua azione incominciò nel 1913; ma era incomin­ciata molto prima l´esplorazione del terreno. I risultati di questa indagine l´avevano impensierito. Gli pareva che l´opera del Cooperatori andasse affievolendosi. Infatti, spe­cialmente da cinque anni a quella parte, si verificava una diminuzione progressiva delle elemosine; inoltre nel medesimo lasso di tempo alcune nazioni non avevano più mandate nuove liste di Cooperatori e da altre si erano avuti solo pochi nomi isolati diretti al Rettor Maggiore, ma non per il tramite di Direttori diocesani o di Diret­tori salesiani, come soleva avvenire prima. Dinanzi a questo stato di cose, il 24 marzo 1913 rivolse viva pre‑

16 - CE A, Sac. Filippo S inaldi.

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ghiera a chi di ragione, perchè se ne trattasse nelle adu­nanze dei Consigli ispettoriali e dei Capitoli delle case e che a norma delle deliberazioni capitolari vi fosse in ogni casa l´incaricato locale dei Cooperatori e presso ogni Ispettore l´incaricato ispettoriale, i quali venissero resi noti a Torino per metterli in corrispondenza con l´ufficio centrale. Raccomandava da ultimo che non si dimen­ticasse di mandare al Rettor Maggiore o a lui i nomi dei nuovi Cooperatori, sia perchè fossero regolarmente inscritti, condizione indispensabile per l´acquisto delle_ indulgenze, sia perchè si potesse spedire loro il Bollettino e metterli ín relazione col Rettor Maggiore. Ora queste due prescrizioni stavano diventando lettera morta; quindi egli richiamava alla loro fedele osservanza. Egli non igno­rava che in alcuno, così facendo, potesse nascere il timo­re di perdere sussidi necessari alla propria casa; ma osser­vava giustamente: « Il primo benefattore fu il Rettor Maggiore, da cui partì la vita per le altre case e ciascun istituto avrà vita prospera in proporzione che vivrà dello spirito del Fondatore. Ora questo voleva il nostro Ven. Don Bosco, che lo ha manifestato explicitis verbis più volte e in particolare esponendo le sue idee ri­guardo al Bollettino ».

Per isvegliare i dormienti ricorse a un mezzo non meno semplice che efficace. All´approssimarsi delle feste di Maria Ausiliatrice e di S. Francesco di Sales, in occasione delle quali il Regolamento prescrive la conferenza ai Coo­peratori, inviava a chi ne aveva la responsabilità una circolarina di richiamo con un tagliando da staccare e spedire al Rettor Maggiore, dopo avervi specificato il gior­no, la chiesa, l´oratore, l´argomento della conferenza, il quanto dell´uditorio, l´elemosina raccolta, il numero dei nuovi Cooperatori iscritti e in quali altri paesi fosse stata tenuta conferenza. E non dava tregua a chi sembrasse

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fare il sordo. Non eravi stata conferenza? Gli si dicesse il perchè. Non si trovava un buon conferenziere o una chiesa adatta? Non era necessario nè un celebre oratore nè una vasta chiesa, ma bastava spiegare, fosse pure a poche dozzine di amici dell´opera salesiana, che cosa sia il Cooperatore, e dar relazione di quanto si faceva mediante la loro carità. Non c´erano Cooperatori di quella data casa? Non importava, bastando che fossero Coo­peratori delle Missioni o dì altre opere sostenute dal Rettor Maggiore. Si allargasse dunque l´idea della cooperazione. Il punto essenziale era che ogni casa avesse il suo gruppo di Cooperatori dell´opera salesiana. La sopraggiunta guerra distraeva? Non ardeva dappertutto; dove non si combatteva, non si sospendesse la missione as­segnata da Don Bosco ai Cooperatori e si vedesse di trasfonderne lo spirito nei molti o pochi uditori. Più tardi il perdurare dell´immane conflitto scoraggiava i Direttori, rendendoli esitanti a far fare le consuete conferenze? Pensassero all´osservanza del regolamento e alla diffusione dell´idea; il resto l´avrebbe fatto il Signore. Scriveva di nuovo il 24 gennaio 1917, richiedendo la relazione della conferenza tenutasi nella festa dì S. Francesco di Sales: 4( Appunto per i tempi tristi che corriamo, c´incombe mag­giormente il dovere di coltivare i nostri Cooperatori ». Nulla insomma valeva a farlo deflettere da un impegno, che .per sè egli riteneva sacro.

I Direttori dell´Ispettoria Ligure, in un loro conve­gno del 1914 sotto la presidenza dell´Ispettore, avevano preso deliberazioni molto pratiche per secondare i desi­deri di Torino, e Don Rinaldi tutto contento le comunicò a tutte le case, spronando i Direttori a farle proprie. Don Rinaldi voleva ad ogni costo il riordinamento della Pia Unione; perciò ottenne che nel luglio del 1915 il Capitolo Superiore convocasse gl´Ispettori d´Europa per

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discutere e deliberare sulla piena attuazione delle idee di Don Bosco intorno alla Pia Unione dei Cooperatori. L´autorevole assemblea cominciò a tracciare una linea di separazione fra i veri Cooperatori e i benefattori, vecchia idea di Don Rinaldi. I primi svolgono il programma di Don Bosco, cercando di estendere nel mondo l´azione dei Salesiani e perciò facendo da coadiutori dei Parroci; i secondi ottemperano a una parte della cooperazione sa­lesiana in generale. A quelli pertanto e non a questi si volle indirizzata l´attività organizzatrice, secondo le nor­me allora determinate e trasmesse da Don Rínaldi  nel­l´ottobre seguente.

Nel febbraio del medesimo anno era entrato in campo a vele spiegate il Bollettino, che riceveva le direttive dal Prefetto Generale. Essendo il centenario della nascita di Don Bosco, parve opportuno rinverdire il genuino pen­siero di Don Bosco sulla terza delle principali sue istitu­zioni; ecco perciò una serie di articoli intorno a questo argomento. Quando venne il punto del ritiro mensile o esercizio della buona morte, Don Rinaldi richiamò su di esso l´attenzione degli incaricati dei Cooperatori. Non era una novità, perché il Santo ne aveva fatto un arti­colo del Regolamento; ma la pratica era caduta quasi in dimenticanza. Ingiungeva dunque di fare di tutto per ripigliarla, dove non vigeva più, e d´introdurla nei nu­clei di nuova formazione, nè lasciò in appresso di riba­dire il chiodo.

È ammirevole la tenacia di Don Rinaldi nel mirare a un fine, che si fosse proposto di raggiungere. Il 19 marzo 1916 con una sua circolare ai Direttori ritornò sulla necessità di eseguire le deliberazioni prese nell´adu­nanza degli Ispettori. Una di esse diceva di arruolare nella santa milizia dei Cooperatori gli alunni che avessero compiuto i sedici anni e specialmente quelli che stessero

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per lasciare il collegio. Ma prudenza in questo! Tale iscrizione venisse domandata spontaneamente dai gio­vani stessi dopo che, mediante gli opportuni schiarimenti loro dati, si fossero formato un giusto concetto circa la vastità e la benefica efficacia sociale delle opere di Don Bosco, non che circa la natura, la necessità e i vantaggi spirituali della Pia Unione. Si facesse in pari tempo ben rilevare che non c´erano obblighi finanziari, neppure per il Bollettino, organo dei Cooperatori, spedito a tutti indistintamente. Chiedeva infine l´elenco delle mi­gliori famiglie degli allievi, migliori non tanto per censo, quanto e soprattutto per elevatezza di spirito cristiano. L´invio del periodico avrebbe fatto loro del bene. Nel­l´estendere sempre più, consolidare e organizzare meglio la Pia Unione dei Cooperatori egli vedeva l´unico mezzo per diffondere lo spirito di Don Bosco fra i buoni cri­stiani. Anime zelanti così riunite per la salvezza della gioventù avrebbero aiutato i Salesiani con la preghiera, con la limosina e con l´opera, lavorando invece dei Sa­lesiani là dove questi non possono arrivare.

Curò nel 1917 una nuova edizione del Regolamento, introducendovi una novità, che semplificava la pratica delle iscrizioni e tornò gradita ai Cooperatori. Prima sì spedivano separatamente diploma e regolamento; egli nel Regolamento inserì in prima pagina il diploma, ri­producendo questo tale quale usavasi ai tempi di Don Bo­sco e non più con lusso di formato e di fregi.

Fino a un certo tempo si era preoccupato non esclu­sivamente, ma soprattutto di moltiplicare i Cooperatori e d´informarli allo spirito di Don Bosco; dopo invece at­tese e con le maggiori sollecitudini a organizzarli. Il Rego­lamento vuole che siano alla loro testa nei piccoli centri i Decurioni e nei grandi. i Direttori diocesani. Ora da parecchio non solo ai vecchi non se n´erano aggiunti di

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nuovi, ma in molti casi i defunti non avevano avuto chi ne pigliasse il posto. Don Rinaldi si accinse a provvedere direttamente per le Ispettorie d´Italia; per le estere pre­meva sugli Ispettori. Valendosi dunque prima di Don Ste­fano Trione e poi di Don Antonio Fasulo, andò for­mando o completando i quadri. Quest´ultimo specialmente percorse senza posa l´Italia per stabilire dappertutto quei rappresentanti del Rettor Maggiore. Don Rinaldi lo in­coraggiava, lo consigliava, ne seguiva le mosse e ascol­tava sempre con amore le sue relazioni. Per tal modo non ci fu quasi più angolo, dove i Cooperatori non aves­sero o il loro Decurione o il loro Direttore diocesano. Incominciarono durante la Prefettura di Don Rinaldi i convegni particolari dei Direttori diocesani e quelli ge­nerali dei Direttori e Decurioni, e continuarono sotto il suo Rettorato. Dei primi se ne tennero sette, tutti a Valsalice; innumerevoli furono gli altri dal nord al sud dell´Italia.

Il rifiorire poi della Pia Unione spiega come dal 1903 al 1930 siansi potuti radunare nove Congressi internazionali dei Cooperatori, cioè quattro in Italia e cinque nel­l´America latina. Egli agiva per essi attraverso le colon‑

ne anonime del Bollettino, il quale poteva dire: " Senz´esso non fermai peso di dramma " (1). Uno dei più note­voli fu quello di Torino nel 1920, che ebbe lo scopo precipuo di studiare iI modo di attuare l´organizzazione dei Cooperatori e la cooperazione salesiana. Era tanto cosa di Don Rinaldi, che il Rettor Maggiore Don Albera vi si fece rappresentare da lui. Vi si concretò una serie di Norme direttive dell´organizzazione e azione dei Cooperatori Salesiani, che vennero unite al Regolamento. Don Rinal­di le comunicò da parte di Don Albera a quanti ave­vano interesse di conoscerle, ma dopo che aveva chiama‑

(1) Purg., XXI, 99.

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to a convegno nell´Oratorio di Torino Direttori dioce­sani e Decurioni per uno scambio d´idee sulla maniera di promuovere l´azione locale secondo le deliberazioni del Congresso. Questo Congresso insomma segnò una svolta nella storia della Pia Unione.

Intanto Don Rinaldi giungeva quasi alla soglia del Rettorato, durante il quale rimise, come di regola, l´ere­dità dei Cooperatori nelle mani operose di Don Rical­done, succedutogli nella Prefettura, senza però tirarsi in disparte nè limitarsi a far pervenire ai Cooperatori la sua parola nelle lettere di capo d´anno pubblicate, secon­do la consuetudine, dal Bollettino a ogni ritorno del me­se di gennaio, ma non cessava di seguire con occhio vi­gile la vita della Pia Unione.

Ex-allievi.

Con l´entrare di Don Rinaldi a far parte del Capito­lo Superiore si nota il principio di un crescente ardore per l´organizzazione degli ex-allievi del Salesiani. Fatta eccezione degli antichi alunni dell´Oratorio di Valdocco, che fin dai tempi dì Don Bosco erano uniti in società e tranne qualche altro raro caso, prima di allora si ave­vano solo qua e là manifestazioni sporadiche e occasio­nali di ex-allievi; da quel punto invece assistiamo a un progressivo destarsi di zelo per diffondere l´idea, serrare le file e formare associazioni sempre più numerose e at­tive.

La verità è che Don Rinaldi soffiava nella fiamma. Com´egli la pensasse in proposito, l´abbiamo già veduto nella Spagna, quando lo visitò la seconda volta Don Rua; ma dal centro della Congregazione e da un posto così elevato aveva tutte le possibilità di mostrarlo assai più chiaramente. Senza dubbio non poteva per gli ex-alunni dei Salesiani fare meno di quello che andava facendo

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per le ex-alunne delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Se­condo il suo costume, non metteva in mostra .1a propria persona, ma metteva in moto chi avesse buon volere e capacità di secondarne i disegni, facendo poi ordinaria­mente figurare il Superiore. Ai lontani comunicava i suoi desideri nelle circolari mensili, dei vicini si valeva in modo conforme alle attitudini di ognuno.

Intanto il suo grande ausiliare era il Bollettino, due successivi redattori del quale, Don Minguzzi e Don Ama-dei, si rendevano volenterosamente e abilmente interpre­ti delle sue idee dinanzi al pubblico. Dopo un lento lavo­rio di studio e di preparazione incominciò finalmente ad agire. Ed ecco il periodico aprire nel gennaio 1910 la nuova rubrica " Unioni ex-allievi " con lo scopo d´invita­re quanti erano stati educati in istituti salesiani a unir­si, formando circoli e società per vivere dello spirito di Don Bosco e diffonderne l´influsso nella società. Era, co­me si vede, il concetto dominante di Don Rinaldi nel chiamare a raccolta le ex-allieve delle figlie di Maria Ausiliatrice.

Ma dobbiamo dire d´importanti preliminari, che con­dussero a questa conclusione. Alle Unioni proposte do­veva servire di modello un " Circolo Giovanni Bosco ", fondato neI 1906 a Torino, con sede in Piazza Statuto. La fotografia presa nell´inaugurazione di tale Circolo presenta i suoi ex-allievi, che fanno corona a Don Rua, alla cui destra siede Don Rinaldi con l´aria di un estra­neo, mentre ne era stato il vero ideatore e fondatore. L´intenzione sua era che quel Circolo servisse non solo di norma, ma d´impulso a molti altri simili, cominciando dal diffonderne l´idea. A ciò mirava appunto nel 1908 l´iniziativa di esso Circolo d´invitare ad una solenne di­mostrazione di riconoscenza verso Don Bosco tutti colo­ro che nell´Italia e all´Estero avevano ricevuto l´educa‑

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1.1.49 —

zione in istituti salesiani. L´invito non vi accennava nep­pure, ma tutti leggevano fra le righe che si voleva dare una risposta mondiale al mondiale oltraggio dei famige­rati " fatti di Varazze ", della qual cosa s´intuiva facil­mente l´opportunità. Le adesioni dunque piovvero da ogni parte e, trascritte in un Album, vennero presentate al successore di Don Bosco il 31 gennaio 1909, ventunesi­mo anniversario della morte del Santo. Erasi così aperta la via a ulteriori sviluppi.

Una nuova occasione si affacciò nel medesimo anno_ per interessare gli ex-allievi in tutto il mondo. Il 29 lu­glio 1860 Don Rua aveva ricevuto l´ordinazione sacer­dotale, onde si approssimava la data della sua Messa d´oro, entrandosi con il luglio 1909 nell´anno giubilare. Don Rinaldi, al quale spettavano le iniziative dei festeg­giamenti, dopo averne dato calorosamente l´annuncio uf­ficiale il 6 febbraio, faceva di mano in mano conoscere il programma preparato e impartiva le opportune istru­zioni. In una circolare del 25 giugno tra l´altro scriveva ai Salesiani: « Una delle dimostrazioni che certamente riuscirà assai gradita al nostro Venerando Superiore sarà quella che gli si sta preparando dai nostri antichi allievi. Per iniziativa della " Commissione degli antichi allievi di Don Bosco " che promuove l´annuale dimostrazione filiale in questo Oratorio, si sono messe le basi di una Federazione delle unioni, circoli e società fra gli ex-allie­vi dei Salesiani. Sarebbe desiderio dei promotori della Federazione che essa facesse la sua prima e solenne af­fermazione con un " Convegno degli antichi allievi " da tenersi in Torino nel settembre del 1910. Procuriamo tutti di assecondare questa nobile iniziativa e dove an­cora non esiste facciamo che sorga presto un´Associazio­ne dei nostri ex-allievi, perchè possa aggregarsi alla Fe­derazione ».

— ‑

Il Signore, com´è noto, frustrò i bei disegni, chiaman­do a sè Dou Rua nell´aprile del 1910; ma il luttuoso avvenimento non arrestò il corso al grandioso disegno della Federazione. La commissione, che sotto la presi­denza di Don Rinaldi studiava il modo di dargli corpo,

non interruppe i suoi lavori; infatti nel mese di maggio si pregavano le poche Unioni già esistenti d´inviare le loro osservazioni e proposte. Poi in agosto, chiuso il Capitolo Generale dei Salesiani che elesse Don Albera Rettor Maggiore della Società, gli Ispettori e Delegati che vi avevano preso parte, furono invitati insieme col Consiglio direttivo del Circolo " Giovanni Bosco " e con molti ex-allievi italiani a un´adunanza, nella quale Don Rinaldi comunicò i risultati degli studi compiuti, sottopo­nendoli all´esame e al giudizio dei presenti. Dopo lunga e serena discussione venne definitivamente approvato lo Statuto della Federazione e seduta stante si federarono ventisette Associazioni. Dall´assemblea uscì una " Com­missione provvisoria" della Federazione fra le società, unioni e circoli degli ex-allievi. Il moto, nato torinese e fattosi italiano, divenne ben presto europeo e infine mon­diale.

S´imponeva ormai la necessità di un´intesa, possibile solo in un Congresso Internazionale. La detta commis­sione, presi i dovuti accordi con i Superiori salesiani, si costituì in Comitato organizzatore ed esecutivo di un primo Congresso Internazionale degli ex-allievi per i giorni 8, 9 e 10 settembre 1911 nell´Oratorio di Torino, e in marzo ne diramò l´annuncio ai Direttori salesiani, e ai Presidenti delle associazioni. Don Rinaldi, che era il vero artefice, il Nestore e il genio tutelare dell´im­presa, figurava come semplice Vicepresidente del Comi­tato e rappresentante del Superiore Generale. Egli nella lettera mensile di aprile ai Soci, notificando la delibera‑

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zione di tenere il Congresso, esortava: « Sarà ottima cosa che s´interessino tutti i Direttori per ottenere che venga almeno una rappresentanza da tutte le case d´Europa e qualcuna degli altri paesi ». Era ben informato chi a proposito di questo Congresso scriveva in un giornale torinese (1): « Nella mente di Don Rinaldi è germoglia­ta l´idea; le linee direttive si sono concretate nel suo pensiero. La sua idea fu genialissima; ma per attuarla ebbe bisogno di validi cooperatori. E li trovò valentissimi ».

In folta schiera accorsero al Congresso da due emi‑

sferi gli ex-allievi di ventidue Stati. Fu una festa di cuori, un rinnovamento di spiriti, un trionfo di Don Bosco. Si succedettero adunanze piene di vita, si fecero discus­sioni feconde, vennero prese deliberazioni pratiche. Da ultimo i Presidenti e Delegati di 89 Unioni elessero il Consiglio direttivo della Federazione. Finalmente il 7 gennaio 1912, la commissione provvisoria, che in base alle disposizioni transitorie dello Statuto l´aveva retta fino allora, avendo esaurito il suo compito, fatta la pro­pria relazione, si sciolse. Indi il nuovo Consiglio procedette alla nomina del suo Ufficio di Presidenza (2) mettendovi a capo l´ex-allievo prof. Piero Grìbaudi. L´esistenza dun­que della mondiale istituzione poteva dirsi assicurata.

Don Rinaldi, anche dopo eletto Rettor Maggiore, nulla rimise del suo affetto e zelo per gli ex-allievi. Due settimane appena prima di morire si lamentava amara­mente che non tutti ancora comprendessero l´importanza dell´Unione ex-allievi, la quale raccomandava alle cure dei Direttori e Ispettori, pregando i secondi di voler dedi‑

(1)                 Siccome qui non si fa la storia della Federazione, si rimanda per notizie particolareggiate al Bollettino. Del Congresso si riferisce a lungo nel numero di ottobre 1911.

(2)                 Il Momento, 10 settembre 1911.

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care ad essa un´attenzione speciale nelle visite alle case della loro Ispettoria; s´informassero dunque bene di quan­to si era fatto, sentissero le difficoltà e vedessero di risolverle, incoraggiando a fare sempre più e sempre me­glio (1). Il suo pensiero su questo argomento è condensato in alcune parole, che aveva rivolte nell´estate del 1926 a trecento Direttori e venticinque Ispettori da lui convo­cati a Valsalice. Aveva detto loro (2): «Alcuni credono che l´organizzazione degli ex-allievi sia opera inutile, e per­ciò la trascurano. Ricorderei loro che gli ex-allievi sono il frutto delle nostre fatiche. Noi nelle nostre case non lavoriamo perchè ci paghino la pensione e per ottenere che i giovani siano buoni solo mentre stanno con noi, ma per farne dei buoni cristiani. Perciò questa organiz­zazione è opera di perseveranza: con essa vogliamo ri­chiamarli se sono fuorviati, affinchè non vi sia al mondo chi, educato da noi, abbia idee contrarie alle nostre. Ci siamo sacrificati per loro, e il nostro sacrificio non deve andar perduto ». Queste parole ci danno la chiave del mistero del sì vivo e costante suo impegno nell´azione di sostenere e promuovere l´Unione. Fu detto scultoria-mente e con tutta verità che Don Rinaldi « il movimento ex-allievi con genialità d´intuizione disciplinò e volle qual forza viva, organica e operante nel mondo del bene » (3).

Il monumento a Don Bosco.

D Congresso lasciò a Don Rinaldi una sequela di preoccupazioni, che non gli tornarono certo distare, ma che gli diedero senza dubbio un bel da fare. L´ex-allievo

(1)          Atti del Capitolo Superiore, 24 novembre 1931, pag. 976.

(2)          Ivi, pag. 518.

(3)               Don B. ZAR13-21. D´Assoao. La Federazione internazionale ex-allievi di Don Bosco, Dedica. Catania, 1925.

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onorevole Micheli, non avendo potuto venire a Torino, aveva inviato la sua adesione, accompagnandola con la proposta che si celebrasse il non lontano centenario della nascita di Don Bosco con l´erigergli un monumento sulla piazza di Maria Ausiliatrice. L´idea elettrizzò i con­gressisti, che ne formularono un voto. Don Rinaldi intuì subito il vantaggio che da un simbolo reale e perma­nente sarebbe derivato all´attuazione del suo sogno di dare un duraturo consolidamento alla Federazione degli ex-allievi e decise di non lasciar cadere l´idea.

Persuaso che convenisse battere il ferro quando era caldo, appena ne ebbe il modo e il tempo, chiamò a rac­colta parecchi membri del disciolto Comitato esecutivo per prendere con loro in esame la deliberazione del Con­gresso. Poste fuori di discussione l´opportunità e la possibilità dì mandarla ad effetto, i convenuti si accor­darono con lui circa i mezzi d´attuazione. Occorreva an­zitutto un´azione larga e concorde, la quale desse affida­mento di far sorgere un´opera d´arte degna di colui che si voleva glorificare. Per quest´azione Don Rinaldi po­teva disporre dei superiori salesiani sparsi nel mondo; al loro zelo avrebbe dunque raccomandato la cosa, ani­mandoli a incominciare dal formarsi attorno compatte falangi di ex-allievi. Contava pure sul valido concorso delle Figlie di Maria Ausiliatrice, non meno interes­sate a portare il contributo delle loro ex-allieve nel­l´omaggio di riconoscenza al comune padre. Intanto avrebbero lavorato due costituendi Comitati, uno pro­motore e l´altro esecutivo, e si sarebbero moltiplicati dappertutto i Convegni locali. Presidente dell´uno e del­l´altro Comitato fu eletto Piero Gribaudi, Presidente del­l´Associazione internazionale degli ex-allievi, Professore alla Scuola Superiore di Commercio e Consigliere comu­nale di Torino. « Ero presidente per modo di dire, — ci seri‑

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ve egli; — chi faceva e non voleva apparire, era Don Rinaldi ».

Ferveva il lavoro. Nel dicembre 1912 un Convegno regionale piemontese deliberò di proporre che il monu­mento fosse opera esclusiva degli ex-allievi e che il Co­mitato direttivo della Federazione avesse un proprio organo di stampa. Don Rinaldi vi prestò tutto il suo valido appoggio. La prima proposta, appena conosciuta, riscosse universalità di consensi; alla seconda si diede esecuzione con un periodico mensile intitolato " Federa‑

. zione ", il cui primo numero uscì nel marzo 1913, por­tavoce dei due Comitati ed eco di tutte le associazioni. Vi si pubblicavano elenchi lunghissimi di offerte, dai dieci centesimi alle centinaia di lire, e frequentissime relazioni di adunanze. Ex-allievi ed ex-allieve figuravano senza distinzione in quelle filatesse dì nomi.

Mentre, come per tanti rivoli, affluiva il denaro, bisognava pensare all´opera monumentale. A tal fine nel 1912 Don Rinaldi aveva invitato per uno scambio d´idee vari illustri signori, con i quali compilò un programma e stese un appello, che, tradotto in più lingue, mandò in tutte le nazioni civili, indicendo un concorso in­ternazionale fra gli artisti. Il termine all´inaugurazione era fissato per il 16 agosto 1915, centenario della nascita di Don Bosco.

Pervennero da più parti d´Europa e d´America 62 boz­zetti di 59 artisti. Questi bozzetti furono esposti nel marzo del 1913 in un salone dell´Oratorio. L´esposizione venne aperta con grande solennità. La onorarono della loro vi­sita alti personaggi; la stampa italiana non rimase in­differente. Una giuria di sette competenti, fra i quali an­che uno mandato dal Belgio, ne classificò cinque come superiori a tutti gli altri, fra i cui autori fu diviso se­condo il merito un premio di lire diecimila. Dopo questo

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verdetto il Comitato esecutivo indisse un nuovo concorso di quei cinque. Entrarono in ballottaggio Gaetano Cellini piemontese e Cesare Zocchi toscano. La palma toccò al primo, al quale il Comitato affidò l´esecuzione.

Ma le cose non andarono tanto lisce com´era potuto sembrare da prima. Quando tutto pareva finito, incomin­ciarono per Don Rinaldi le dolenti note. Coloro che do­vevano con votazione segreta decidere sulla scelta defi­nitiva, erano divisi in due partiti, moderni e classici. Vin­sero i moderni. Dopo lo scrutinio ecco spargersi la voce di brogli, e lo Zocchi a contestare il verdetto per irre­golarità di procedura. Don Rinaldi dovette mettere in opera tutta la sua grande prudenza per impedire che la controversia s´inasprisse e s´andasse per via di tribunali. Potè finalmente aprirsi una via pacifica d´uscita. Lo Zoc­chi non riceveva più commissioni da molto tempo e si trovava in bisogno. Don Rinaldi che lo sapeva gli com­mise di modellare una statua di Don Bosco in piedi, di grandezza naturale. Fu pattuito il compenso senza lesi­nare. Al Gribandi, che a suo tempo domandava come vi fosse riuscito, Don Rinaldi sorrise e disse d´aver fatto mettere il bozzetto in un magazzino, lasciando capire che la statua non sarebbe stata fusa in bronzo. Intanto Don Rinaldi, da uomo pratico e buono, aveva trovato un modo decoroso di venire in aiuto al celebre autore del monumento di Dante a Trento e insieme tacitarlo.

Possiamo ora accertare che intrighi non vi furono, ma non mancò qualche imprudenza da parte di qualche fau­tore dell´artista toscano, il che valga a scusa della sua reazione. Dobbiamo però anche aggiungere che la con­cezione del Cellmi piacque più dell´altra agli ex-allievi, che avevano conosciuto da vicino Don Bosco e lo vede­vano rappresentato in mezzo aì giovani, quali essi l´ave­vano ordinariamente osservato. Scrive il Gribaudi in una

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già citata Memoria inedita: « Noi sostenevamo che in un monumento nei prati di Valdocco Don Bosco non poteva essere rappresentato che in mezzo ai fanciulli. L´aveva­mo visto così, sempre così. Io stesso, che pure avevo solo dieci anni quando entrai nell´Oratorio, ero rimasto me­ravigliato nel vedere la folla di fanciulli che quasi pen­devano dalle mani di lui, quando attraversava il cortile. Gli correvamo tutti attorno, e ci accontentavamo di toc­care con un dito la sua mano; ed egli ci sorrideva con quegli occhi suoi scuri vivacissimi... Quello era Don Bosco, il padre nostro, il padre di noi fanciulli ».

Mentre per lo Zocchi c´erano state brighe d´ogni sorta, il Cellini non fece nulla per trionfare. Il Gribaudi, con­siderato quasi arbitro della situazione, conobbe il giovane scultore solo dopo l´assegnazione del monumento, perchè questi non si era mai fatto vedere da lui prima, non gli si era fatto mai raccomandare da nessuno. Era povero, ma lavoratore infaticabile. Don Rinaldi lo aiutò in tutti i modi.

In tutto questo spinoso affare, come pure in altre fac­cende di quel periodo, fu di continuo aiuto a Don Ri­naldi il Presidente internazionale degli ex-allievi, a cui la condizione sociale e l´abilità personale, unite all´ar­dore ancora pressochè, giovanile, permettevano di far pro­paganda in ambienti difficili e di dipanare matasse ar­ruffate. Ma qui è il lato curioso, che Don Rinaldi lo so­spingeva blandamente dove gli sembrava opportuno, senza quasi che egli se ne accorgesse e come se agisse di propria iniziativa. Solo più tardi, riandando le vi­cende d´allora, se ne rese conto e diceva scherzevol­mente: — Don Rinaldi mi maneggiava in tutto come vo­leva lui. ‑

Le cose stavano al punto detto sopra, quando nel no­vembre 1914 fu intrapreso sulla piazza lo sterro per i la‑

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vori architettonici della base, mentre lo scultore a To­rino e il tonditore a Firenze curavano gruppi, altorilievi e fregi. Ma purtroppo nel più bello l´uragano della guerra, travolgendo anche l´Italia, costrinse a soprassedere, finche non ritornasse ii sereno. In quegli anni tragici si speri­mentavano gli effetti del movimento suscitato dal voto del Congresso. Migliaia di ex-allievi, pur tra le fatiche e i pericoli della vita militare, amavano tener corrispon­denza con i Salesiani, già loro maestri e superiori. Il mo­numento formava, per così dire, il centro d´unione dei loro cuori. In simili frangenti Don Rinaldi stimolava lo zelo dei Direttori americani, che, in vista dell´impossibi­lità di radunare gli ex-allievi in Europa, intensificassero essi la colletta delle offerte. Non cessarono però del tutto i contributi anche dall´Italia e dalla Spagna.

Sedato il turbine sanguinoso delle armi e inizia­tisi gl´incruenti dibattiti della pace, ritornati tanti ex-al­lievi ai domestici focolari e ingagliarditasi l´attività di entrambe le Federazioni, si riaccese a poco a poco l´en­tusiasmo generale per il monumento. Don Rinaldi si fece vivo nel 1919. Vivo veramente era stato sempre per i suoi tre cari ideali dei Cooperatori, degli ex-allievi e delle ex-allieve; ma la guerra ne aveva mortificato l´azione, che allora al ristabilirsi della normalità egli poteva ripren­dere in pieno. Negli anni della sospensione di quasi ogni attività esterna, era andato maturando un disegno gran­dioso, del quale dava notizia con la data del 25 dicem­bre di quell´anno agli Ispettori salesiani. All´inaugura­zione del monumento, fissata per il 23 maggio 1920, avrebbe fatto da cornice un mondiale Convegno in To­rino sotto la denominazione dì " Congressi internazionali dell´Opera di Don Bosco ". Che cosa voleva egli dire con quel numero plurale? Il Convegno sì sarebbe ripartito in tre rami: un ottavo Congresso dei Cooperatori, un se‑

17 - CERIA, Sac. Filippo Ririalclf.

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condo Congresso degli ex-allievi e un secondo delle ex-al­lieve, da tenersi tutti nell´Oratorio di Valdocco. Ce n´era d´avanzo, perchè gli amanti del quieto vivere si met­tessero le mani nei capelli; ma questo non spaventava Don Rinaldi, che aveva pensato a tutto, anche alle even­tuali opposizioni. Diceva dunque tranquillamente nella lettera agli Ispettori: « È necessaria all´uopo una pronta azione preparatoria dovunque siano Salesiani. Questa pre­parazione noi affidiamo in modo speciale ai RR. Ispet­tori per le proprie circoscrizioni ». Impartite quindi istru­zioni concrete, avvertiva per il terzo Congresso: « Vedano gli Ispettori che le Suore facciano possibilmente per le ex-allieve quello che nelle nostre case si fa per gli ex-al­lievi ».

L´inaugurazione del monumento fu un´apoteosi. Ci sembra di rivedere Don Rinaldi, che grave, calmo, a passo lento attraversa le folle, entra alle adunanze, si asside in posti molto secondari, silenziosamente intento a tutto quello che si svolge sotto i suoi occhi, e che poi sulla piazza nell´ora solenne se ne sta quasi semplice spetta­tore, egli che aveva ideato, dato l´impulso e organizzato tutto. La sua presenza bastava -ad animare coloro che avevano ricevute da lui le direttive e che erano allora gli esecutori di un programma con lui concertato. Egli ebbe la gioia di vedere i rappresentanti di 23 nazioni, che non solo inneggiavano a Don Bosco, ma nella sede centrale delle sue istituzioni s´intendevano per un´organizzazione più vasta e per un´attività più intensa allo scopo dí dif­fondere nel mondo i frutti benefici dello spirito di quel grande apostolo.

CAPO XII

Un´altra volta Vicario del Rettor Maggiore in tempo di sede vacante.

Don Paolo ´Albera, varcato il decimo anno del suo Rettorato, incominciò a dare segni non dubbi di prossi­ma line; presto dunque Don Rinaldi avrebbe avuto un´altra volta sulle braccia il governo interinale della Società. Intanto suppliva già Don Albera, dove questi era dalla salute impedito di fare le parti che gli spet­tavano. Grande impressione produsse nei Soci l´aver do­vuto il Prefetto Generale prenderne quasi il luogo nelle feste annuali di giugno. Fino al 1887 si soleva al 23 e 24 giugno festeggiare l´onomastico di Don Bosco. Vi era sempre una doppia entusiastica dimostrazione, in una delle quali campeggiavano gli ex-allievi e nell´altra i Cooperatori. Morto il santo Fondatore, Don Rua e poi Don Albera credettero bene di mantenere alla stessa data quella consuetudine, destinando un giorno alla com­memorazione di Don Bosco e l´altro alla festa della ri­conoscenza verso ì suoi due successori. Questa disposi­zione incontrò il favore generale, sicchò la ricorrenza continuò a rivestire un carattere di serena e gioconda intimità familiare.

Ora il 1921 portò nella stessa circostanza la novità accennata sopra. Al primo solenne trattenimento acca­demico Don Albera assistette, ma alla fine non parlò, come avrebbe voluto l´uso, perchè le forze non glielo

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permisero; disse quindi in sua vece le parole di chiusa Don Rinaldi, ringraziando tutti e invitando a pregare, affinchè il caro Superiore fosse conservato ancora molti anni all´affetto dei figli. Nel trattenimento poi del secon­do giorno Don Albera non potè nemmeno fare atto di presenza; l´accademia tuttavia si svolse come le altre volte. Al termine Don Rinaldi, approfittando dell´assen­za di lui, tessè l´elogio della sua virtù, de´ suoi • meriti, dei servigi insigni da lui resi alla Società Salesiana e infine rievocò tra la pià viva attenzione del pubblico l´episodio di Borgo S. Martino, quando nel 1877 Don Bosco aveva fatto menzione di Don Albera come di se­condo suo successore.

Avvenuto nell´ottobre seguente il decesso, egli, am­maestrato dall´esperienza (lel 1910 e aiutato dalla padro­nanza che aveva acquistata degli organi amministrativi salesiani, condusse tutte le pratiche proprie del caso e resse dal 28 ottobre 1921 al 24 aprile 1922 la Società in modo, che nulla intervenne a turbare l´andamento ordi­nario della vita nè all´Oratorio nè in tutta la Congrega­zione. Per prima cosa telegrafò la notizia della morte a tutti gli Ispettori salesiani, a molte Ispettrici delle Figlie di Maria Ausiliatrice e alle Autorità; contemporaneamente fece stampare un annuncio mortuario da spedire a gran numero di persone amiche. La mattina poi del 29, radunato il Capitolo Superiore, chiese quando e come si dovessero fare i funerali e dove fosse da tumulare la sal­ma. Dopo breve scambio d´idee fu deciso che il trasporto si facesse nel pomeriggio domenicale del 30 e che la solenne Messa da requie si celebrasse il lunedì, fino alla quale ora la salma rimanesse esposta nella chiesa succursale che dà sulla piazza di Maria Ausiliatrice; quindi se ne sarebbe fatta la tumulazione a Valsalice accanto alla tomba di Don Bosco, dal lato opposto a quello oc‑

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cupato dalla tomba di Don Rua. Il Capitolo però escluse che ciò potesse costituire un precedente per gli altri Ret­tori Maggiori, non potendovene essere più nessuno che come Don Rua e Don Albera fosse stato dei primi col­laboratori del Fondatore.

Ripresasi nell´Oratorio la vita ordinaria, Don Rinaldi soddisfece al naturale comune desiderio di avere una pa­rola autorevole sulla fine del defunto Superiore; onde il 4 novembre mandò a tutte. le case un´ampia lettera ne­crologica. Dato uno sguardo sommario alla vita di lui ed enumerate le sue principali benemerenze verso la Con­gregazione, rilevava assai bene come movente e ispira­trice di ogni attività sua fosse stata la vita interna di pietà, che gli dava « quell´impronta di semplicità e di compostezza così caratteristica in lui ». Riepilogati infine i progressi fatti dalla Società durante il suo decennio di Rettorato, quali l´aumento notevole dei Soci, le nume­rose fondazioni, le nuove Missioni, concludeva con que­sto pensiero: « Don Rua e Don Albera non devono es­sere considerati come semplici successori di Don Bosco, ma i continuatori della sua vita, la quale in loro pro­segue e si svolge e giunge fino al suo compimento ». Urgeva frattanto deliberare sopra alcuni punti dì ca­pitale importanza, e anzitutto sulla data del Capitolo Generale per l´elezione del Rettor Maggiore, Capitolo che secondo le Regole spettava al Prefetto di convocare. Ma qui sorgeva uno scoglio. Le Regole vogliono che tale elezione si faccia non dopo sei mesi dalla morte del Rettore. Ora i sei mesi terminavano col 28 aprile 1922, e meno di quattro mesi dopo, il 16 agosto, scadevano dal loro ufficio i sei membri del Capitolo Superiore, che pure dove­vano essere eletti dal Capitolo Generale. Ne conseguiva che nel 1922 si sarebbero dovuti celebrare due Capitoli Generali, uno in aprile e l´altro In agosto. Don Rinaldi

quindi umiliò alla Santa Sede la domanda della facoltà di celebrare un solo Capitolo Generale per l´uno e l´al­tro scopo il 24 aprile, nel qual caso i membri capitolari avrebbero rinunciato alla loro carica per il tempo che intercedeva tra il 23 aprile e il 16 agosto. La facoltà venne accordata, con la dichiarazione che, eletto il nuo­vo Rettor Maggiore, i sei membri del Capitolo Superiore facessero la detta rinuncia dinanzi al Capitolo Generale radunato. Don Rinaldi fece dunque la convocazione per il 23 aprile, invitando tutti gli aventi diritto a trovarsi il 20 nell´Oratorio di Valdocco per cominciare il giorno seguente un triduo di preghiere. La data del 23 era stata scelta, perché principiava in tal giorno il mese di Maria Ausiliatrice.

Quanto al luogo, si sarebbe voluto fissare la casa di Valsalice, divenuta più preziosa per la tomba di Don Bo­sco; ma in quel periodo dell´anno scolastico la occupa­vano gli studenti. Fu preferita invece la casa di Valdocco, «a noi non meno cara, scriveva Don Rinaldi (1), come culla della nostra amata Congregazione e posta all´om­bra del santuario di Maria Ausiliatrice »; donde egli traeva l´auspicio che questa buona Madre volesse essere lume e guida ai Capitolari, perché fossero in quei gior­ni docili strumenti dei disegni di Dio.

A Don Rinaldi si affacciò una seconda difficoltà. A tenore del nuovo Codice di diritto canonico, promulgato da Benedetto XV nel 1917, il Superiore Generale non può essere l´amministratore. Quale sarebbe stata dunque la sua posizione nel tempo della sede vacante, essendo egli allora Prefetto, cioè amministratore, e insieme Su­periore della Società? Siccome Don Albera non aveva creduto opportuno rimettere la cosa al prossimo Capi‑

(1) Atti del Cap. Sup., 4 Novembre 1921, pag. 212.

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tolo Generale, così neppure lui avrebbe voluto muta­re nulla prima di allora. Esaminato il pro e il contro, fu concluso che ogni cosa rimanesse come prima, nono­stante che allora il Prefetto Generale fosse il Superiore e l´amministratore.

Il pensiero di Don Rua e delle sue straordinarie virtù riempivano la mente di Don Rinaldi, che non vedeva l´ora di fare qualche cosa per la sua glorificazione. Lo incoraggiava a ciò anche il ricordo di quello che era av­venuto nel 1915, allorchè erasì sparsa la voce che si avesse l´intenzione di cominciare gli atti processuali per la sua Causa di Beatificazione e Canonizzazione. Come avrebbe potuto dimenticare l´effetto prodotto da quella notizia? Quante autorevoli e calde approvazioni erano giunte subito ai Superiori! Gli pareva che il prossimo Capitolo Generale offrisse un´occasione propizia per ini­ziare le pratiche e ne fece il 22 novembre la proposta nel Capitolo Superiore. Tutti approvarono. Allora egli prese tosto a occuparsi della cosa, trovando tali consensi nella Curia Arcivescovile, che già il 2 maggio 1922 l´Ar­civescovo Card. Richelmy costituiva il tribunale per il Processo ordinario o informativo.

Nella prima metà di dicembre 1921 andò a Roma per partecipare ai solennissimi funerali di Don Albera. Fu ri­cevuto in udienza particolare il giorno 16 dal Papa Benedetto XV, che lo accolse con grande benevolenza, mostrandosi bene informato delle dimostrazioni avvenute intorno alla salma di Don Albera e chiedendogli parti­colareggiate notizie sul prossimo Capitolo Generale, in cui si sarebbe dovuto compiere il lavoro dì adattamento delle Regole alle disposizioni del nuovo Codex iuris ca­nonici. Volle pure sapere come andassero le cose riguar­do allo spirito, alle regole e alle tradizioni di Don Bo­sco. Durante quella dimora, sebbene occupatissimo, tro‑

vò tempo di visitare le sei case che le Figlie di Maria Ausiliatrice avevano a Roma.

Una sorpresa gli preparava il Card. Pietro Gasparri, Segretario di Stato e Protettore della Congregazione Sa­lesiana. Ricevendone la visita di omaggio, Sua Eminenza gli parlò di un´opera, a cui la Santa Sede avrebbe ve­duto volentieri che partecipassero anche i Salesiani. Le condizioni spaventevoli, nelle quali gemeva la Russia del Sud, dove a migliaia e migliaia perivano i bambini, vit­time della fame, avevano commosso profondamente il cuore del Santo Padre, che dopo un appello a tutti i Vescovi del mondo aveva deciso d´inviare colà membri di varie Congregazioni religiose, perchè attendessero alla distribuzione dei soccorsi, che si sarebbero mandati dal Vaticano. Per quella missione si domandavano anche al­cuni Salesiani. Gli altri religiosi invitati avevano accet­tato ed erano disposti a partire subito; bisognava che così facessero anche i Salesiani. Don Rinaldi non nasco­se la difficoltà derivante dalla scarsezza del personale; promise tuttavia che, appena giunto a Torino, avrebbe insieme coi Capitolari fatto il possibile per annuire ai desideri della Santa Sede. Il 26, sul punto di lasciare Roma, fil richiamato dal Cardinale, che gli disse doversi accelerare la partenza, essendovi il pericolo che i gover­nanti della. Russia avessero a pentirsi. Intanto gli noti­ficò le condizioni. Il governo dava l´alloggio. Gl´inviati sarebbero considerati come diplomatici della potenza che li mandava, e gli lesse la convenzione tra la Santa Sede e la Russia. Le spese sarebbero a carico della Santa Sede. Si escludeva personale appartenente a certe nazioni, pre­ferendosi cittadini italiani, tedeschi, spagnoli o cecoslo­vacchi. La zona destinata ai Salesiani era Odessa. Don Rinaldi, tornato a Torino, non potè fare altro che dire: — Bisogna chinare la testa. — Poco dopo il suo ritorno,

si seppe dal Procuratore che Don Rinaldi a Roma aveva lasciato una ottima impressione (1).

Completiamo la storia di questa spedizione in Russia. Morto il 22 gennaio 1922 Benedetto XV, il suo succes­sore Pio XI fece suo il caritatevole disegno e rinnovò l´appello mondiale; ma, ritenendo che un´organizzazione permanente sarebbe riuscita di più sicuro vantaggio, fon­dò 1´ " Opera. Pontificia di soccorso per i bambini affa­mati in Russia ", e istituì presso la Segreteria di Stato un Ufficio per la raccolta dei soccorsi. Gl´inviati della Santa Sede partirono da Roma il 25 luglio. Erano undici: tre gesuiti, due missionari del Cuor di Maria spagnoli, tre della congregazione del Divin Verbo e tre salesiani. A capo di questi ultimi fu mandato Don Aristide Simo­netti. La vigilia della partenza il Papa li ammise tutti ad assistere alla sua Messa celebrata per essi e distribuì loro la comunione. Dopo li ricevette in particolare udien­za, accomiatandoli con un lungo e affettuoso discorso. Le ultime sue parole furono: — Siete soldati, e vi attendo tutti a rapporto. — S´andò non più a Odessa, ma a Mosca.

Nella sua qualità di Superiore, Don Rinaldi dovette compiere un atto, che si era riserbato sempre il Rettor Maggiore. Dal 1876 in poi Don Bosco e dopo dì lui i suoi successori ogni anno sul Bollettino Salesiano del mese di gennaio pubblicano una lettera aperta, nella quale ri­feriscono ai Cooperatori, quali opere furono attuate nell´ultimo anno e li informano del programma, che si ha in animo di attuare durante l´anno incominciante. Orbene per la prima volta nel gennaio 1922 la circolare del capo d´anno recava la firma del Prefetto Generale. In essa Don Rinaldi esordiva così: «Al pensiero che molti af‑

(1) Lett. di Don Munerati al segretario del Capitolo Superiore, 29 dicembre 1921.

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frettano col desiderio questa lettera del 1° gennaio, sento crescere la responsabilità nel compimento di questo inat­teso dovere; e non posso trattenermi, o carissimi Amici e Benefattori nostri, dal chiedervi larga indulgenza e dal pregarvi di accogliere i pochi pensieri che vi esporrò, con la stessa bontà, con la quale era accolta la parola di Don Bosco, di Don Rua e di Don Albera. Noi siamo nulla innanzi alle opere di Dio, le quali invece grandeggiano sempre più, quanto meglio dimostrano, con la vitalità ognor fiorente nel volgere degli anni, l´assistenza divina ». Dedicate quindi alcune parole di rimpianto alla memo­ria di Don Albera e altre di ringraziamento ai Coope­ratori e fatto il doppio resoconto, passava a raccomanda­re tre cose: preghiera, un po´ di zelo e azione. Preghiere per il prossimo Capitolo Generale, che doveva eleggere il nuovo Rettor Maggiore, zelo per suscitare vocazioni ec­clesiastiche, azione per celebrare con frutto il terzo cen­tenario di S. Francesco di Sales e iI cinquantenario delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Ma sopra un´altra forma più. determinata di attività richiamava l´attenzione dei Cooperatori. Il 2.7 novembre egli aveva presieduto nell´Oratorio un convegno sui ge­neris, che si ha motivo di ritenere voluto da lui. Eransi radunati 63 gruppi o piccoli Comitati d´azione fiorenti presso istituti e oratori salesiani di Torino; si aveva in esso lo scopo d´inquadrare nel programma di cooperazio­ne salesiana tutte le energie giovanili operanti in città e facenti capo ai figli di Don Bosco. Si erano tenute due riunioni. Aprendo la prima, Don Rinaldi, precisate e il­lustrate le finalità dei Cooperatori, aveva invitato tutti i presenti a portarvi la fiamma del loro zelo giovanile in due modi, cioè inscrivendo ufficialmente le loro singole associazioni come enti della Pia Unione dei Cooperatori e prendendosi dalle rispettive presidenze l´impegno di pro‑

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muovere tra i propri associati l´inscrizione personale alla medesima. Nella seconda riunione non fece che riassu­mere i risultati pratici del Convegno e ringraziare cor­dialmente tutti gl´intervenuti.

Tanto parve necessario premettere per l´intelligenza di quello che scrisse nella lettera a proposito dell´azione dei Cooperatori. Anzitutto si augurava che l´esempio di Torino si allargasse a tutti i luoghi, che avevano un´opera dei Salesiani o delle Figlie di Maria Ausiliatrice ovvero un Direttore diocesano o un Decurione dei Coope­ratori. Quindi chiariva così il suo concetto: « Accanto ad ogni casa di Don Bosco, se è un istituto, vi dovrebbe essere almeno un gruppo di alunni o alunne, entrati nei sedici anni, che vengano diligentemente preparati alla, cooperazione salesiana. Se è un oratorio festivo, dovrebbero sorgere allo stesso scopo almeno altrettanti gruppi d´azione, quanti sono i Circoli regolarmente costituiti nell´oratorio. Similmente le Unioni degli ex-allievi nostri e le Unioni delle ex-allieve delle Figlie di Maria Ausilia­trice, a natural corona del loro particolare programma di attaccamento, di affetto e mutuo aiuto, dovrebbero formare ognuna un piccolo gruppo di soci, capaci e vo­lenterosi, che si proponessero di lavorare attivamente nel modo più consono ai bisogni locali, secondo il programma della cooperazione salesiana. E poichè l´azione tracciata dal Ven. Don Bosco, così varia e provvidenziale, è particolarmente affidata ai piccoli Comitati di zelanti e at­tivi Cooperatori e Cooperatrici, non vi dovrebbe essere nemmeno una città o un paese, aventi un grosso o pic­colo nucleo di Cooperatori, senza un piccolo gruppo. o Co­mitato d´azione ».

Come si vede, Don Rinaldi perseguiva con costanza, con fermezza di propositi e con chiarezza e praticità d´idee il suo disegno di rafforzare e riorganizzare la Pia Unio‑

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ne dei Cooperatori. Quello che qui scriveva dei gruppi o Comitati d´azione, non era una novità, ma rispondeva a una deliberazione presa dopo serio esame nell´ottavo Congresso Internazionale dei Cooperatori, tenutosi all´O­ratorio di Valdocco nel 1920. Ne abbiamo parlato ab­bastanza nel capo precedente. Qui, tra il Convegno di Torino e la lettera del capo d´anno si deve menzionare un atto di Don Rinaldi sempre in vista del medesimo scopo. Le Patronesse delle Opere di Don Bosco avevano ed hanno tuttora in Torino un loro Comitato Centrale, posto sotto la diretta dipendenza del Prefetto Generale. Sul principio di dicembre 1921 queste Cooperatrici diramarono una circolare, nella quale incitavano le Cooperatrici a costituire Comitati e gruppi di Patronesse e di Cooperatrici presso ogni casa salesiana, dando le norme per la costituzione e il funzionamento dei medesimi. Don Ri­naldi l´8 dicembre comunicò tale circolare agli Ispettori e Direttori salesiani con le seguenti istruzioni: « Ove non vi fossero ancora di tali Comitati o gruppi, s´istituiscano quanto prima, o almeno si radunino allo stesso intento due o tre Cooperatrici Salesiane. Per maggior facilità ed effetto, sarebbe pur conveniente, che fuori d´Italia la sud­detta circolare venisse tradotta nella lingua del luogo.

Mi farete cosa gradita, se m´informerete di tale movi­mento d´Azione salesiana femminile ». Avvertiva infine d´aver inviata questa lettera anche alle Figlie di Maria Ausiliatrice. Abbiamo in tutto ciò una novella prova che davvero Don Rinaldi non faceva le cose a mezzo. Sotto quel suo esteriore pacato, che avrebbe indotto a crederlo uomo dí mediocre energia, si nascondeva invece un te­naz propositi vir, il quale voleva ciò che voleva.

Man mano che si avvicinava il tempo del Capitolo Generale la sua maggior preoccupazione era di preparare le- cose in modo, che tutto si avesse a fare nelle forme

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canoniche e con l´ordine più perfetto. Ottenute alcune facoltà indispensabili e chiariti alcuni dubbi, s´applicò insieme con gli altri Superiori allo studio dei temi, che s´intendevano proporre alle discussioni, e questo fu lavoro di numerose e laboriose sedute. Aveva pure procurato di ottenere dal Santo Padre una speciale benedizione, che permettesse di metter mano con buoni auspici all´impre­sa. Il suo desiderio venne appagato in modo superiore all´aspettazione. Il Papa infatti non si contentò d´una semplice benedizione, ma per mezzo del Card. Ga­sparri gli fece dono di un autografo. Sua Eminenza nel trasmettere il documento gli scriveva il 20 aprile: « L´af­fetto vero che il Santo Padre sente • per la benemerita Società Salesiana lo ha mosso in questi giorni ad unire le Sue alle vostre orazioni, affinchè l´elezione del Rettor Maggiore e del Consiglio Generalizio della medesima Società risponda degnamente al suo passato, assicuran­dole paternità e saggezza di governo. E stato di compia­cimento al Santo Padre l´apprendere che lo scopo preci­puo delle imminenti adunanze è pressochè intieramente rivolto a raggiungere la piena identità con le direttive del Diritto Canonico nello svolgersi complesso della vita di famiglia religiosa. E tale preferenza su di ogni altro, per quanto utile, intento, mentre Gli è riescita personalmente gradita, riafferma il filiale attaccamento dell´Opera Salesiana alla Santa Sede, e quella sua sin­cera romanità di pensiero e di azione, per la quale at­trasse sempre gli sguardi benevoli dei Sommi Pontefici ». A queste comunicazioni in nome del Pontefice, faceva seguire i propri autorevoli consigli di Protettore della Congregazione: «Raggiunta  però la doverosa conformità delle vostre Costituzioni e discussioni con i sacri Canoni, sarà necessario rivolgere subitamente ogni altra maggior cura a conservare alla Pia Società Salesiana il suo par‑

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ticolare carattere, per il quale essa riscuote meritamente tanto favore in ogni parte del mondo: carattere che non può altrimenti conservarsi, se non con l´attuare sempre più pienamente e fervidamente gli intenti del Venerabile Fondatore. E poichè l´ardore pel bene può anche spronare alcuni alla ricerca di miglioramenti, è espediente procurare raggiungerli conservando la più fe­dele conformità allo spirito del Venerabile vostro Fonda­tore ».

Ed ecco l´autografo del Papa: « Di tutto cuore impar­tiamo la Apostolica Benedizione a tutta la grande Fami­glia Salesiana, del Ven. Don Bosco e segnatamente ai Superiori e Delegati al Capitolo Generale per la elezione del nuovo Rettor Maggiore, facendo voti che i figli di Don Bosco, sempre meglio imitando le virtù del venera­bile Padre e Fondatore e con immutata fedeltà seguendo e custodendo le ammirabili tradizioni da Lui lasciate, con lo stesso suo zelo in ciascuno di essi riacceso, lavo­rino alla salvezza delle anime. Plus PP. XI ».

Don Rinaldi aveva fatto tutto quanto dipendeva da lui per la preparazione del Capitolo Generale; ma egli per conto proprio teneva chiuso nell´animo un suo personale proposito, che avrebbe palesato al Capitolo stesso, non appena avesse proclamata, come spettava a lui, l´elezione del Rettor Maggiore o meglio forse immediatamente prima che si procedesse a eleggere il Prefetto Generale: vagheggiava di farsi escludere dal numero degli eleg­gibili a questo ufficio. Troviamo tale stia intenzione espressa in un foglio, che certo teneva pronto per darne a suo tempo pubblica lettura. Dice: « Ora prego il Capi­tolo Generale di eleggere un Prefetto giovane. Questa è una carica che richiede molta attività e lavoro. Quando s´invecchia, è difficile sostenere tutta la responsabilità d´un Prefetto Generale dei Salesiani. La carica è creata

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tale quale da Don Bosco e non si deve cambiare. Alla mia età han ceduto le armi Don Alasonatti, Don Rua, Don Durando, Don Belmonte, e questo in tempi che la Congregazione non aveva il lavoro complesso che ci vuole oggi. Aggiungano che con un Rettore nuovo ci vuole un uomo nuovo, che si pieghi facilmente alle nuove aspirazioni e bisogni personali. Si può aggiungere che abbiamo bisogno che nel Capitolo entrino gio­vani, ai quali uniremo, se lo volete, il nostro consiglio ». Ma le sue preoccupazioni e precauzioni furono superate dagli eventi.

Al termine di quest´ultima parte della nostra narra­zione, com´è possibile difendersi da un senso di ammi­razione e di santa invidia dinanzi alla somma di lavoro compiuto da Don Rinaldi nello spazio di oltre quattro lu­stri e in uno stato di sanità tutt´altro che florido/ Tanto po­terono su di lui l´esempio e gl´insegnamenti (li Don Bosco, l´amore intenso verso la Congregazione e lo zelo che gli ardeva in petto per la gloria di Dio e la salvezza delle

anime.

CAPO XIII

Rettor • Maggiore.

Tra í Salesiani non mancarono osservatori superficiali, che non avevano del valore di Don Rinaldi la meritata stima. Di questo giudizio poco favorevole la cagione principale va ricercata in quel suo costante studio di nascondimento, che a taluni di corta vista rendeva dif­ficile misurarne i pregi. Ma vi fu pure chi, pensando alle sue origini, si domandava: — Che cosa può venir fuori da un Figlio di Maria? — Per altro i non giusti estima­tori erano pochi nè avevano seguito, come apparve dal­l´esito dell´elezione a Rettor Maggiore e dalle accoglienze all´eletto. Quasi tutti poi finirono col doversi ricredere. Un´ottima signora torinese, che godette per molti anni della sua direzione spirituale, a chi le rappresentava Don Rinaldi come uomo di limitata cultura, diede una magnifica risposta dicendo: — Non aveva la scienza degli uomini, ma possedeva la sapienza che viene da Dio. ‑

La mattina del 24 ´maggio 1922, ai Capitolari riuniti per. eleggere il terzo successore dì Don Bosco, prima che s´incominciassero le operazioni elettorali, il Regolatore del Capitolo ricordò l´importanza dell´atto che stavano per compiere; s´ispirassero dunque unicamente a motivi fondati sull´idoneità della persona, alla quale darebbero il voto. Tre giorni di speciali preghiere avevano prepa­rato gli animi a guardare le cose dall´alto.

Gli elettori erano 64; ci volevano 33 voti per la mag‑

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gioranza assoluta, prescritta dalle Regole. Chiusa la vo­tazione e fatto lo scrutinio, Don Rinaldi ne aveva ripor­tato 50. Interrogato dal Regolatore se accettava, rispose rassegnatamente di sì. Tutti allora presero a sfilargli di­nanzi, baciandogli la mano in segno di omaggio, dopo di che rivolse all´assemblea le seguenti parole: « Questa elezione è una confusione per me e per voi. Essa fa cre­dere che il Signore voglia mortificare la Congregazione o che la Madonna voglia far vedere che è Essa sola che opera in mezzo a noi. Assicuro che è per me una grande mortificazione. Pregate il Signore, perchè possiamo non guastare ciò che han fatto Don Bosco e i suoi successo­ri ». Suggiunse per altro che ringraziava i suoi elettori, perchè gli porgevano l´occasione, anzi lo mettevano nella necessità, di fare maggior bene. Alla visibile sincerità, con la quale parlava, si univa l´espressione di una bontà paterna, che avrebbe formata la nota dominante del suo Rettorato. Con questo ebbe termine la storica seduta, che, svoltasi nella massima pace e semplicità, lasciò in tutti un senso di soddisfazione derivante dalla consapevolezza di aver fatta la scelta migliore che si potesse desiderare.

Dall´aula i Capitolari si mossero per scendere con lui nel santuario di Maria Ausiliatrice a ringraziare il Si­gnore. Giovani e superiori della casa, già informati, lo attendevano nel cortile e gli sì strinsero intorno a baciar­gli la mano. In tanta ressa egli avanzava a passo lento e con aspetto sereno, ma pensieroso, finchè, giunto alla porta della sagrestia, entrò per primo e dietro di lui tutta la famiglia dell´Oratorio. In chiesa andò difilato ai piedi dell´altar maggiore, dove. s´immerse nella preghiera. Dopo alcuni minuti di generale silenzio, si levò il gio­condo canto del Magnificai:, seguito da quello entusiastico del Te Deum. Egli stesso diede quindi la benedizione euca­ristica. L´immagine di Maria Ausiliatrice pareva sorridere

18 - CIERIA, Sac. Filippo Rinaldi.

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dal quadro inondato di luce. Gli elettori stavano inginoc­chiati per terra alla rinfusa neI presbiterio, con quattro Vescovi salesiani frammisti. Sui gradini della balaustra e nei banchi prossimi si pigiavano confratelli e alunni. I pochissimi estranei piangevano di commozione alla vista d´una sì cara e santa esultanza domestica.

Il rapido diffondersi della notizia suscitò echi di viva gioia in tutte le case salesiane. Il Momento, il maggior organo dei cattolici di Torino e. del Piemonte, fece im­mediatamente intervistare il nuovo Superiore, pregandolo nn pensiero da comunicare ai numerosi lettori, molti dei quali erano Cooperatori Salesiani. Don Rinaldi ri­spose in questi termini, che furono subito pubblicati: « Raccomandino le Opere Salesiane alla carità dei buoni. Faccio mio un pensiero dell´indimendicabile Don Rua: " Se Don Bosco affermava che non avrebbe potuto far nulla senza la carità dei Cooperatori, che cosa potrò fare io poveretto? ". Dica loro che ci aiutino: i bisogni sono molti e gravi: in compenso io pregherò e farò pregare per loro, per le loro famiglie ed amici, perchè il Signore li ricompensi ín questa e nell´altra vita ». Per un giornale politico si guardò bene dal proferire sillaba che non fosse d´intonazione puramente e semplicemente salesiana, alla maniera dí Don Bosco e di Don Rua.

Felicitazioni e auguri gli piovevano da ogni parte con telegrammi, lettere, biglietti, che egli interpretava quali proteste di stima e di affetto per la Società Sale­siana, come pegno di amore a Don Bosco e prova del comune desiderio che avessero ognora incremento e pro­sperità le Opere da lui istituite. A Torino nei Circoli e nelle altre Opere giovanili si sapeva quanto Don Rinaldi si fosse interessato sempre di loro; perciò molte furono le Presidenze, le quali con a capo la Direzione Generale della Gioventù Cattolica Italiana si mostrarono sollecite

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a portargli le proprie congratulazioni, pregandolo di con­tinuare loro il suo favore. Accorsero gli stessi giovani delle Associazioni dipendenti dai due Oratori maschile e femminile di Valdocco. Tali manifestazioni riuscirono particolarmente gradite al nuovo successore di Don Bosco.

Intanto, mentre invocava preghiere dalla sua triplice famiglia salesiana, rendeva noto che sino alla festa di Maria Ausiliatrice egli avrebbe applicato la Messa allo scopo di richiamare sull´Opera Salesiana e sopra gli amici di essa le benedizioni celesti, ricordando ogni giorno nelle settimane che precedevano la solennità, un parti­colare gruppo, e cioè il lunedì i Salesiani, il martedì i Cooperatori, il mercoledì gli ex-allievi, il giovedì gli al­lievi, il venerdì i Missionari, il sabato le Figlie di Maria Ausiliatrice e la domenica tutti i benefattori. Così egli stesso diceva in un biglietto a stampa, col quale ringra­ziava quanti gli scrivevano.

Non pochi di coloro, che erano pieni sempre di ammira­zione per Don Bosco e per i suoi doni soprannaturali, mas­sime per la sua conoscenza dell´avvenire, si domandavano se egli non avesse mai detto nulla, che potesse riferirsi al suo terzo successore. Si dava un certo qual valore di pronostico al fatto che il Santo, contro l´usato, avesse talora introdotto nel suo Capitolo durante le sedute Don Rinaldi, semplice Direttore di collegio; ma dopo l´elezione fu portata a conoscenza una particolarità nota allora a uno solo. Nel 1890 il salesiano Don Giovanni Bonettì aveva confidato al confratello Don Giovanni Rinaldi essergli stato detto da Don Bosco che i primi suoi tre successori sarebbero stati Don Rua, Don Albera, Don Rinaldi. Morto Don Rua, alcuni si aspettavano che gli dovesse succedere il suo Prefetto Generale; ma Don Amadei sentì allora da Don Giovanni Rinaldi, fratello di Don Filippo, che sareb­be stato eletto Don Albera e che egli sapeva chi sarebbe

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succeduto a quest´ultimo, ma non lo volle dire, le quali due cose asseriva rivelategli da Don Tamietti come pre­dette da Don Bosco. Lo stesso Don Giovanni dopo l´ele­zione di Don Albera narrava questo a Don Stefano Trione e ad altri Salesiani, tacendo però sempre dei fratello. Completò poi la sua narrazione il 26 aprile 1922, affer­mando che il terzo nome era stato quello di Don Filippo. 11 segreto così gelosamente da lui conservato permise di agire con piena libertà nell´elezione testè ,descritta (1). Ricaveremo ora dai verbali del Capitolo Generale alcune poche notizie, che possono arricchire in qualche modo la nostra biografia.

Fatte le elezioni, il Capitolo Generale si applicò ai suoi lavori, che non interruppe se non il 4 aprile, quando tutti i Capitolari, accompagnati da Don Rinaldi, dedica­rono l´intera giornata a un pellegrinaggio all´umile casetta di Don Bosco, passando nell´andare e nel venire per luo­ghi sacri alla sua memoria. A Castelnuovo il sindaco, cir­condato da tutte le autorità cittadine, fu ad ossequiare Don Rinaldi, il quale rese pubbliche grazie a quel Consiglio Comunale per avergli tre giorni prima conferito all´una­nimità la cittadinanza onoraria. Il giorno dopo nell´aprirsi dell´adunanza antimeridiana Don Giraudi, Ispettore delle case lombarde e venete, interpretando i sentimenti di tutti, ringraziò il Rettor Maggiore per aver regalato loro una giornata indimenticabile attraverso i luoghi, che ri­cordavano la giovinezza angelica ed eroica di Don Bosco.

Al termine di ogni seduta soleva Don Rinaldi fare

(1) Don Bosco aveva fatto anche a Don Tamietti una predizione che lo riguardava, dicendogli: « Lavorerai fino a 50 anni e arriverai a 72 ». Nato nel 1848, fu reso inabile al lavoro nel 1898 e morì nel 1920. La profezia non gli rese triste l´esistenza nell´aspettazione dell´ultimo suo anno dí vita, perchè una malattia mentale gli aveva fatto perdere poco dopo il 1898 la memoria.

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qualche raccomandazione, suggeritagli o dalle cose trat­tate o da qualche motivo speciale. Una volta, essendosi discusso delle pratiche di pietà, disse: « Non dimenti­chiamo mai che lo spirito è superiore alle norme e alle regole e che i faccendieri battagliano molto, ma conchiu­dono poco. Con una soda pietà si fanno miracoli ». Dopo, in omaggio alla memoria di Don Albera, distribuì ai Ca­pitolari il volume edito allora delle sue " Lettere circo­lari ai Salesiani ", che raccomandò di leggere, perchè ric­che d´insegnamenti sulla pratica della pietà secondo lo spirito di Don Bosco.

Un´altra volta, essendosi ragionato a lungo sull´appli­cazione del sistema preventivo, uno dei presenti chiese alcune spiegazioni, specialmente riguardo a quello che si riferisce alla castità. Don Rinaldi rispose: « Don Bosco ci insegnò ne´ suoi scritti come dobbiamo diportarci coi giovani circa questo discusso tema. Egli fu riservatissimo, praticando il nec nominetur in vobis. Di questa materia non parla se non angelicamente. Fu luí che fece espur­gare i classici e i dizionari, convinto che quanto più il giovane è ignaro delle cose contrarie alla bella virtù, tanto più si conserverà casto. La natura, l´età, il confes­sore con i dovuti riguardi, diranno quello che sarà indi­spensabile. Sono cose che s´imparano un poco alla volta, e quanto più tardi, tanto meglio. Così dice l´esperienza a noi vecchi ». A queste parole sta bene avvicinarne altre, che trovo in un riassunto dell´ultima conferenza tenuta da lui ai teologi di Foglizzo nell´anno scolastico 1914-15: « Alcuni vogliono svelare tutto al ragazzo, dicendo che così distruggono la curiosità, che è anche indice e fomite di malizia. Ma questo sistema alla prova è fallito. I-1´3 bene istruire così i ragazzi nei segreti della natura? Vedete. Io conosceva il sistema di Don Bosco e lo rispettava; ma in fondo in fondo mi rimaneva sempre un punto dubbio:

Chi sa se Don Bosco per troppa delicatezza?... Mi misi a leggere tutte le opere su questo argomento; ma con l´esperienza dì lunghi anni mi avvidi che Don Bosco aveva proprio ragione e che il suo metodo è proprio il migliore. Perchè, considerate: Io svelare ai giovani certe cose è più un male che un bene. L´ignoranza è un´om­bra che preserva dal male, mentre il conoscere è un in­citamento a quello. È un fatto di tutti i giorni, che spe­rimentiamo in noi stessi. Ecco quindi il grande vantag­gio dell´ignorare. Non cade nel male morale l´ignorante. È vero che questa ignoranza non può durare a lungo; ma lasciate che la stessa natura operi gradatamente. Se fosse possibile, bisognerebbe seguire i moti di ciascuno e a suo tempo dare l´istruzione sufficiente, dicendo la pa­rola necessaria, senza precedere e senza andare troppo in là. Alcuni dicono: Si facciano conferenze. Per carità, non si faccia così. Non si parli di queste cose alle col­lettività. Uno per uno, a quattr´occhi. In pubblico si parli della pulizia necessaria in tutto il corpo, inspirando la decenza e la verecondia con se stesso, senza però fare alcune distinzioni. Parlate del male che arreca l´immagi­nazione, del saper attenersi alle cose positive più che non alle fantastiche, del rispetto dovuto alla propria persona e a quella degli altri, del male che è il parlare sgua­iato ».

Don Rinaldi si mostrò sempre decisamente avverso a qualsiasi infiltrazione della politica fra i Salesiani. In una seduta del 3 maggio aperse così il suo pensiero: « Lo spi­rito di Don Bosco vuole che il Salesiano non prenda mai parte alle questioni politiche; la nostra politica è quella del Pater noster: il regno di Dio e ii pane quotidiano dei nostri giovani. Il sentimento nazionale è ottimo, è un do­vere, ma noi siamo Salesiani. Dobbiamo seguire con spi­rito- cattolico Gesù Cristo e cercare solo il bene delle

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anime. Amiamo la nostra patria e rispettiamo l´altrui. Questo sentimento portiamo nelle case e in tutte le parti del mondo ». Egli ne dava l´esempio. Persino in conver­sazioni familiari, quando faceva capolino la politica, de­viava il discorso, interrogando o parlando di tutt´altro, come se non avesse udito di che si trattava. Tanto più lo sbandiva senza umani riguardi, dalle opere. Quando sorse in Italia l´Opera Nazionale Balilla, che mirava a ir­reggimentare militarmente tutta la gioventù fino ai quat­tordici anni (1), ricevette invito dal capo stesso del fa­scismo, che volesse provvedere per mezzo dei Salesiani alla direzione religiosa generale di quelle masse giova­nili; ma egli bellamente se ne schermì. A chi sembrava disapprovare tale rifiuto, perchè ai Salesiani sarebbe stato possibile formare tanti ragazzi secondo lo spirito di Don Bosco: — No, no, — rispose. — Si tratta di un partito. Oggi c´è; ma domani?... — Mirabile tratto di prudenza! Per analogo motivo, mentre raccomandava vivamente di assistere gli emigrati, perchè così volevano la Chiesa e la carità cristiana, badava a ripetere: — Non si faccia distinzione tra emigrato ed emigrato. In questo pure la nostra carità dev´essere universale. Quello che noi cer­chiamo, non è la nazionalità, ma il bene delle anime. ‑

Facciamo un´altra digressione estracapitolare. Don Rinaldi, avendo trovato nel 1925 una lettera di Don Bosco che imponeva ai Salesiani di non parlare dì politica nè pro nè contro, scrisse una lettera piuttosto energica aì Direttori, perchè vigilassero a impedire che i Soci pren­dessero parte in qualsiasi maniera alla politica e se qual­cuno si ostinava a fare diversamente, ne avvertissero

(1) La trasformazione dello storico soprannome del´ giovanetto geno­vese Giambattista Terasso in un uomo comune dei fanciulli organizzati dal fascismo dovette la sua origine a un verso di Mameli: "I bimbi d´Italia — Si chiaman Balilla ".

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senza indugio l´Ispettore. Ci fu allora chi credette che:, questa raccomandazione riguardasse solo i Salesiani dimoranti in Italia; ma egli si affrettò a dissipare nel modo più reciso la falsa idea, scrivendo: « Dichiaro esplicita­mente che intendo, come intesero Don Bosco e i suoi primi due successori, che tale prescrizione obblighi tutti  i Salesiani a qualsiasi nazione appartengano e in qualun­que paese risiedano » (1). Il 1° febbraio 1927 Pio XI in una udienza privata lamentava col Procuratore Don Torna-setti l´esagerato spirito nazionalista, che pervadeva anche Missionari animati da grande zelo apostolico. Aven­dogli allora Don Tomasetti manifestato il sentimento di Don Rínaldi in questa materia, egli esclamò: — Bene, bene! Sono contento. Don Rinaldi è ben intonato — (2).

In una delle ultime adunanze del Capitolo Generale accennò al centenario di S. Francesco di Sales, ricordato già nella lettera del capo d´anno ai Cooperatori. Un pro­gramma di festeggiamenti aveva fatto pubblicare sul Bollettino di novembre 1921. Ora esortò tutti a fare una degna celebrazione non solo con feste, ma soprattutto col divulgare fra gli esterni e specialmente fra le persone di casa la conoscenza dello spirito, delle opere, degli scritti del Santo. « S. Francesco di Sales è, — disse, — il Santo nostro, iI Santo che Don Bosco ci ha messo innanzi co­me modello. Studiandolo, comprenderemo sempre meglio anche lo spirito del nostro Fondatore ».

Nel discorsetto di chiusura, la mattina del 9 maggio, dopo aver richiamato alla memoria (lei Capitolari alcuni dei ricordi lasciati da Don Bosco nel 1883 al terzo Capitolo Generale (3), ringraziò nuovamente per le ele­zioni fatte, anche per la sua, perchè così era obbligato

(1)     Atti del Cap. Sup. pag. 286 e 350.

(2)           Lett. di Don Tomasetti a Don Rinaldi, Roma, 2 febbraio 1927.

(3)           Cfr. Annali della Soc. Sal., v. I, pag. 471-2.

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ad allargare il cuore, amando sempre più la Congregazio­ne. « Sono vecchio, — proseguì, — e bisogna che impieghi bene gli ultimi miei anni, sforzandomi di imitare sempre più Don Bosco e (li avere maggior confidenza nel Signore. Soprattutto vi ringrazio per gli aiutanti che mi avete dato; la scelta non poteva essere migliore e di mia mag­gior soddisfazione. Inoltre faccio mio un pensiero che Don Rua esponeva verso la fine della sua vita ai membri del Capitolo Superiore: " Siamo sette, — diceva, — e desidero che -tutti vi facciate amare da tutta la Congregazione. Po­trà succedere che qualcuno non abbia fiducia in me: desi­dero che l´abbia almeno in uno dei membri del Capitolo Superiore ". Orbene, gli Ispettori, i Direttori, i confratelli scrivano pure a me che desidero essere loro padre, ma scrivano anche a tutti gli altri membri del Capitolo Su­periore, perchè quello che non farò io, sarò ben lieto che venga fatto dagli altri. Uno solo è il mio proposito, quello di giungere al cuore di tutti i confratelli per far del bene a tutti e salvarli. Termino con un ultimo pensiero. Ricor­diamo non solo gli esempi e le parole di Don Bosco, ma anche quelli di Don Rua e di Don Albera. Don Rua fu sempre austero osservante della. Regola e rigido con se stesso fino agli ultimi istanti della sua vita, ma con gli al­tri era di cuore larghissimo; Don Albera è il tipo della pietà. Con la osservanza di Don Rua e la pietà di Don Albera, noi manterremo intatto lo spirito del Fondatore e meriteremo sempre più le benedizioni di Dio. Maria Ausiliatrice -vi benedica, e ci aiuti a mantenere ì propo­siti fatti in questo Capitolo ».

Vivamente tocco da tutto quello che aveva visto e udito, il Direttore Spirituale della Società Don Giulio Barberis non potè trattenersi da levare un pubblico inno di ringraziamento alla Madonna per aver dato ai Sale­siani un tanto padre nella persona dì Don Rinaldi. Le

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sue parole commossero tanto più l´uditorio, perchè nes­suno ignorava essere stato il Rettor Maggiore nei primor­di della sua vita religiosa figlio spirituale di lui, il più anziano di .tutti í soci presenti. Un giudizio lusinghiero era venuto durante il Capitolo da. un personaggio di pri­m´ordine. Don Virion, Ispettore nel Belgio, aveva letto ìl 2 maggio una lettera del Card. Mercier, che si ralle­grava per la scelta di Don Rinaldi a Rettor. Maggiore, per4chè, formato alla scuola di Don Rua e di Don Albera e per loro mezzo imbevuto dello spirito di Don Bosco, do­veva considerarsi l´eletto di Dio. Riporterò ancora il pen­siero del nuovo Consigliere Professionale Don Giuseppe Vespignani, il quale, scrivendo il 22 ottobre seguente a Don ti aula nell´Argentina, gli diceva: « Il Rettor Mag­giore è un degno successore di Don Bosco, di Don Rua e di Don Albera, vero Don Basco IV, come lo chiamia­mo dacchè fu eletto. Io che io odo, lo vedo e lo studio tutti í giorni nelle sedute del Capitolo Superiore, sono intimamente convinto, che è proprio colui, del quale ave­va bisogno in questi tempi la Congregazione e che è un regalo particolare del Sacro Cuore di Gesù e di Maria Ausiliatrice ». Insomma, con esagerazione, se si vuole, ma con espressione di verace sentimento si disse perfino: « In Don Rinaldi manca di Don Bosco soltanto la voce; tutto il resto l´ha ».

Appena fu libero dagli affari, che l´avevano tenuto le­gato durante il Capitolo e dopo, prese il primo contatto di­retto con tutti i Soci e i Cooperatori mediante due lettere ufficiali. Spicca in esse con la fede e la. pietà la candida semplicità, la quale gli fa dire ai primi che la sua elezione è stata per lui una umiliazione e una mortificazione, e agli altri che non possiede virtù, attività e ingegno da poter seguire i suoi grandi predecessori o anche solo reg­gere bene la grande carica impostagli. Il suo linguaggio

ha tutta l´aria non di una modestia convenzionale, ma di sincera confessione. Ogni fiducia però dichiarava di riporre nelle preghiere dei Soci, nella benevolenza e ca­rità dei Cooperatori e nell´aiuto potente di Maria Ausi­liatrice.

Sarebbe stato suo dovere affrettare quanto fosse possi­bile l´andata a Roma per rendere omaggio al Papa; ma Sua Santità gli aveva fatto sapere che l´avrebbe ricevu­to volentieri e con maggior tranquillità nella prima metà di giugno (1). Partì invece per Firenze. Qui í Salesiani avevano benedetto e inaugurato il 7 maggio la parte già eretta della chiesa dedicata alla Sacra Famiglia. Il Rettor Maggiore vi si recò sul finire dell´ottavario. Arrivato il 12, venne accolto con dimostrazioni festose e cordiali non solo dai Salesiani, ma da tutti i Cooperatori e dagli ex-allievi. Lo accompagnavano l´Ispettore inglese Don Sca­loni e quello ligure-toscano Don Costa. A una solenne accademia data in suo onore intervennero molti illustri personaggi. Il 16 era già di ritorno a Torino. Dopo fu un lungo succedersi di Ispettori, le cui relazioni lo occu­parono fino alla sua partenza per Roma ed anche in appresso.

La prima udienza concessagli dal nuovo Papa Pio XI presenta una triplice importanza, sia cioè per l´accoglien­za del Pontefice, sia per le parole del medesimo e sia per un singolare favore chiesto e ottenuto. Avvenne il 6 giu­gno e durò esattamente un´ora, dalle diciannove e un quarto alle venti e un quarto. Il Santo Padre non aveva mai incontrato Don Rinaldi; eppure lo ricevette con tutta la familiarità che si usa rivedendo un´antica conoscenza. Troncò i ringraziamenti, che Don Rinaldi gli veniva fa­cendo per vari atti di benevolenza verso l´Opera Sale‑

(1) Verbali del Cap. Sup., 10 maggio 1922.

siana e con accento paterno prese a dire d´aver potuto trattare due giorni confidenzialmente con Don Bosco e dí averne ammirato l´amabilità e la calma, segni evidenti dell´abituale sua unione con Dio. La sua stima e vene­razione per Don Bosco e la sua fiducia nell´Opera di lui si manifestavano con un crescendo tale, che Don Rinaldi n´era non solo consolato, ma confuso; soprattutto l´affa­bile intimità del tono gli facevano sembrare di essere da­vanti a Don Bosco in persona. L´argomento, sul quale di preferenza si fermò, fnrono alcuni disegni da lui con­cepiti per la rigenerazione della società cristiana e alcu­ne imprese, che avrebbe voluto affidare ai Salesiani. Ascoltò poi le osservazioni di Don Rinaldi sulla scarsità (lel personale e su tante Missioni incominciate da poco e bisognose di tutto. Ma alla fine ripigliò: — Sta bene; veda tuttavia di studiare le cose con i suoi consiglieri, e il personale non le mancherà. — Entrò quindi a dire del sistema salesiano di educazione, che egli conosceva ottimamente, ripetendo quanto sperasse dai figli di Don Bosco. Don Rinaldi con umiltà, ma con effusione di cuore lo assicurò che tutti e sempre i Salesiani volevano essere, come Don Bosco, agli ordini del Vicario di Gesù Cristo. — Tale attaccamento al Papa., — osservò Pio Sl, — ap­partiene all´essenza dello spirito lasciato da Don Bosco ai Salesiani; toglierlo dalla loro Società sarebbe distrug­gerla.

Ebbe anche occasione di esporre al Papa una sua dif­ficoltà. Essendo fra i doveri della sua carica quello di parlare sovente in pubblico, ne era preoccupato, perchè sentiva di non possedere la necessaria facilità di parola. Il Santo Padre lo incoraggiò, dicendo che egli pure non aveva mai avuto gran facilità di parola: ma che dopo essere stato eletto Papa, doveva più volte al giorno par­lare e non provava difficoltà. Realmente Don Rinaldi,

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dacché fu Rettor Maggiore, parlò infinite volte con vera efficacia e senza rivelare alcuno sforzo.

Volgendo l´udienza al termine, Don Rinaldi gli chiese alcune grazie, concesse già dai suoi predecessori a Don Bosco, a Don Rua e a Don Albera. « Vi assicuro, — scrive poi Don Rinaldi (1) — che egli non fu meno generoso di essi verso il vostro povero Superiore attuale, benché sia tanto inferiore a quei nostri grandi Padri ». Ma qui non era tutto; la domanda di un maggior favore la teneva in serbo per ultima e quasi non trovava le parole per esprimerla. Gli era venuta in mente là ai piedi dell´Au­siliatrice poco dopo l´elezione. Accennato che aveva an­cora un desiderio da manifestare, pigliò le mosse dal ri­cordare al Santo Padre quanto Don Bosco inculcasse a´ suoi figli il lavoro e la preghiera e com´egli fosse costan­temente unito con Dio anche in mezzo alle più gravi oc­cupazioni. Infine lo supplicò in termini generici, che si degnasse di dare ai Salesiani, alle Figlie di Maria Ausi­liatrice, ai loro allievi, ex-allievi e Cooperatori uno sti­molo efficace a essere sempre attivi e insieme uniti al Signore. Visto che il Papa ascoltava in modo incorag­giante, gli domandò dì potergli palesare interamente il suo pensiero. — Dica, dica pure, — fece allora il Papa. Ed egli: — Mi pare che un mezzo molto efficace per aiu­tarli in questo sarebbe il concedere loro l´indulgenza di quattrocento giorni da lucrarsi ogni qualvolta in qual­siasi occupazione unissero al lavoro un´invocazione divo­ta, e per chi. così facesse, una indulgenza plenaria tutti i giorni applicabile anche alle anime del purgatorio. — E qui tirò fuori un foglio contenente la. supplica in forma concisa e precisa.

Il Papa, preso in mano lo scritto, appena ebbe lette

(i) Circ. 24 giugno 1922.

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le due prime parole " Lavoro e preghiera" , disse subito: — Lavoro e preghiera sono una cosa sola. Il lavoro è preghiera, e la preghiera è lavoro. Il lavoro non val nulla per l´eternità, se non è congiunto con la preghiera, e questa, perchè sia accetta a Dio, richiede l´esercizio di tutte le facoltà dell´anima.. 11 lavoro e la preghiera sono inseparabili e procedono di pari passo nella vita ordina­ria. Prima però la preghiera e poi il lavoro: ora et labora è sempre stata la parola d´ordine dei Santi, i quali anche in ciò si sono semplicemente modellati sugli esempi di Nostro Signore Gesù Cristo. Perchè l´operosità sia van­taggiosa., deve andar congiunta con l´unione con Dio, in­cessante, intensa. — Pigliata quindi la penna, scrisse in testa del foglio con la frase di rito e con l´augusta sua firma la concessione del segnalato favore spirituale, così com´era ivi domandato. Ciò fatto, si trattenne ancora al­cuni minuti a parlare della sua speranza che tutti ne traes­sero il maggior profitto per la loro santificazione. Pri­ma di licenziarlo, sul punto di accordare la benedizione apostolica per varie categorie di persone, avendo sentito nominare i Cooperatori, dichiarò con certa compiacenza (li essere anche lui Cooperatore Salesiano da molti anni. Don Rinaldi, venendo via, attraversò le sale del palazzo apostolico col cuore ricolmo di santa allegrezza, e non vedeva l´ora di poterne fare parte a tutti i suoi figli e amici.

La natura singolare del favore impetrato così all´ini­zio della sua carica, quasi primo atto del proprio governo, rivela più di qualunque altra testimonianza quanto Don Rinaldi amasse per sè e volesse amata da´ suoi la vita interiore. Alla tradizionale festa della riconoscenza, ce­lebrata nell´Oratorio il 23-24 dello stesso mese di giugno, Don Alberto Caviglia in un elaborato ed elevato discorso, nel quale parlò a nome di tutti i Salesiani, interpretando

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i sentimenti loro verso il novello Rettor Maggiore, uscì in queste felici espressioni, che possono benissimo fare da degno suggello al presente capo: « Oh! non arte di governo noi sappiamo che sarà la Sua, o amatissimo Don Filippo Rinaldi, non argomenti umani, ma la divina po­litica della bontà e della fiducia, che sempre, in ogni mo­mento del suo passato, ispirò ogni atto del suo cuore ve­ramente salesiano, condurrà il nostro lavoro a quella mèta sublime e indeclinabile, verso la quale Ella ci ha chia­mati e ci scorge ».

Uomo di grande vita interiore Don Rinaldi, perchè uomo di non ordinaria santità, come apparirà sempre me­glio di mano in mano che andremo innanzi. Della -san­tità possono essere prova i doni soprannaturali. Miracoli, che si sappia, non ne fece in vita; se ne raccontano però dopo la morte. Possedeva invece in grado eminente l´in­tuizione delle coscienze e la discrezione degli spiriti, come da più parti si attesta. Inoltre si narrano certe sue predi­zioni, che sono vere profezie. t vero che in questa ma­teria non si deve essere corri vi a credere; ma ne voglio dire almeno una che, tenuto conto delle circostanze e vista la serietà della persona che la riferisce, merita fe­de. La metto qui, perchè appartiene al primo anno di Rettorato.

Il salesiano Don Guido Borra sognava fin da chierico le Missioni d´Oriente. Ordinato prete nel 1922 e destinato a dirigere l´oratorio festivo di S. Luigi annesso alla casa di S. Giovanni Evangelista in Torino,• 1´8 dicembre, fe­steggiava il 75° di quella fondazione, fatta da Don Bosco nel 1847. Il nuovo Rettor Maggiore andò a onorare la fe­sta. Parlando nell´accademia, rievocò la figura dei primi campioni, che là avevano lavorato: Don Rua, il ch. Ri­chelmy, poi Arcivescovo e Cardinale, Don Guanella e altri, finchè, giunse al Direttore di allora, disse: — E in‑

fine quel Direttore giovane, che sta ora qui, ma che rimarrà poco. Un giorno andrà nelle Americhe e sarà Ispettore. ‑

Don Borra, che non aveva mai pensato a tale possi­bilità, respinse qualunque idea dell´America., ma o l´O­riente o niente. Stette là veramente poco, un anno ap­pena, e dopo, quante vicende fino a tre anni dopo la morte di Don Rinaldi! I suoi titoli di studio minaccia­vano da ultimo di legarlo per sempre al liceo di Valsa-lice; ma, dopo quattro anni d´insegnamento, nel 1934 ac­cidenti imprevedibili mandarono a monte ogni cosa. Un bel giorno si sentì improvvisamente invitato a partire per Belèm nel Brasile. Era dunque l´America, ma non era una vera Missione, com´egli vagheggiava; tuttavia obbedì. Passarono quattro anni, e nel 1938 ecco giungergli da Torino l´ordine di assumere l’Ispettoría brasilena del Nord, che abbraccia anche le Missioni del Rio Negro e del Rio Madeira. Dopo che per quasi nove anni ebbe percorse quelle inospiti regioni, fu mandato Ispettore al Matto Grosso, altra terra di Missione, dove spende ora le sue apostoliche fatiche. Don Rinaldi aveva dunque avuto pienamente ragione.

CAPO XIV

Nella seconda famiglia di Don Bosco.

L´elezione di Don Rinaldi, se incontrò il plauso dei Salesiani, mandò in visibilio le Figlie di Maria Ausilia­trice, che o direttamente o per sentita dire, sapevano quanto egli amasse, e non solo a parole, il loro Istituto. Il cinquantenario della fondazione veniva opportuno, perchè sul principio del suo Rettorato egli potesse dimo­strare in forma particolarmente solenne i suoi paterni sentimenti verso la seconda famiglia di Don Bosco. Ma prima di entrare nell´argomento soffermiamoci a vedere di che natura fossero allora le relazioni che correvano tra la Società Salesiana e l´Istituto delle Figlie di Maria Au­siliatrice.

Fondate da S. Giovanni Bosco nel 1872, le Figlie di Maria Ausiliatrice dipendettero dal Rettor Maggiore dei Salesiani fino al 1906, quando un decreto della Santa Sede, giusta norme dalla medesima emanate nel 1901, prescrisse alle Suore nuove costituzioni, in forza delle quali il loro Sodalizio veniva a godere d´una sua propria e distinta forma di direzione e di governo. Le Suore vi si adattarono con pena; ma sentivano ogni anno più quanto bisognasse loro l´appoggio dei Salesiani. Final­mente il Card. Cagliero, della Società Salesiana, nel 1917 fu da varie ragioni indotto a umiliare una supplica alla Santità di Benedetto XV per ottenere che nei due Isti­stuti, fondati entrambi da Don Bosco, fossero meglio man‑

- CERI!., Sac. Filippo Rinaldi.

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tenuti in vigore il carattere e la forma data loro dal Fon­datore, al qual fine egli chiedeva istantemente che si dero­gasse, per quanto era possibile, al decreto sopraddetto. II Papa, benignamente annuendo alle sue preghiere, il 17 giugno stabilì e decretò che il Rettor Maggiore della Società Salesiana fosse nominato per un quinquenio De­legato Apostolico presso l´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, affinchè ogni due anni con animo paterno vi­sitasse o in persona o per mezzo d´un suo delegato le loro case, all´unico fine di promuovervi il vero spirito del Fon­datore e di curare il progresso spirituale, morale e scienti­fico, come pure, se facesse d´uopo, e senza intromettersi nell´amministrazione, di sorvegliare e tutelare il retto in­vestimento dei capitali e la sicurezza delle doti versate dalle Suore. Di tutto questo erano informate soltanto le Superiore Maggiori, finchè il 7 agosto Sua Eminenza, re­catosi nella loro Casa madre a Nizza Monferrato, dopo la celebrazione della Messa, avvolto nella pompa magna della porpora, annunciò ufficialmente alla comunità, che Don Albera era Delegato Apostolico presso l´Istituto. Morto Don Albera verso la fine del quinquenio, fu la medesima Delegazione conferita a Don Rinaldi per sei anni, spirato il qual termine gli venne rinnovata per un secondo sessennio. Succedutogli Don Ricaldone, Pio XI ne lo investi per dieci anni, finchè, non ancora trascorso il decennio, la Delegazione fu concessa al Rettor Maggiore pro tempore. Cosi l´assistenza e vigilanza del successore di Don Bosco, dalle Figlie di Maria Ausiliatrice sempre in­vocata, era assicurata loro in modo completo e definitivo.

Don Rinaldi dunque dovette dopo la sua elezione pensare anche ad esse. Il primo suo atto solenne a loro riguardo consistette in una lunga lettera stampata, che diresse alla Madre Generale Caterina Daghero in data 24 maggio 1922, solennità di Maria Ausiliatrice. La let­

tera però non era esclusivamente personale, chò così non sarebbe stato necessario darla alle stampe, ma doveva essere comunicata almeno nel suo contenuto alla Con­gregazione. In essa Don Rinaldi, pigliando le mosse dal giubileo d´oro dell´Istituto e dato uno sguardo ai progressi compiuti nei cinquant´anni dalle umili origini,

l esortava tutte le Figlie di Maria Ausiliatrice a erigere al loro Padre un monumento di riconoscenza, che con­sistesse nel far rivivere in loro il suo spirito di umiltà, di candore, di povertà e di semplicità. Siccome poi tale suo incitamento non avrebbe potuto conseguire piena efficacia senza il concorso della Madre Generale, a lei si rivolgeva, proponendole a grandi linee un programma per private e pubbliche manifestazioni di riconoscenza a Dio e alla Vergine: feste religiose, novene, comunioni generali di bambini e fanciulle del popolo, accademie in onore di Don Bosco e della Madre Mazzarello, il tutto fatto in modo che servisse anche a suscitare nuove e sode vocazioni. Disponesse intanto, perchè a :Sizza in agosto si rendessero straordinarie onoranze a Maria Au­siliatrice, nè si stancasse di esortare tutte le sue figliuole alla pratica delle virtù raccomandate sopra. Conchindeva così la lettera: « Dica, Reverenda Madre, a tutte le sue buone Suore che questi sono i pensieri che il povero rappresentante di Don Bosco vorrebbe trasfondere in loro, perchè il monumento del Padre abbia ad assumere in tutto il mondo quelle giuste proporzioni che Egli si era proposto, e tutta quella bellezza che l´amore alla Ma­donna gli aveva ispirato ».

Fattosi così precedere da questa importante comuni­cazione, tardò ancora due mesi a visitare la prima volta nella sua qualità di Rettor Maggiore la Casa. Aspet­tava per questo un´occasione, nella quale potesse trovarvi radunate in buon numero le Suore, e tale occasione gli

venne offerta dagli esercizi spirituali. Vi giunse la sera del 23 luglio, ricevuto da tutte le Superiore ed eserci­tande. Era l´ultimo giorno del sacro ritiro, e la mattina seguente fece la predica dei ricordi. Detto della ricono­scenza che dovevano a Maria per i tanti benefici rice­vuti da lei in cinquant´anni e soggiunto come, per essere quali le voleva Don Bosco, dovessero imitare la loro celeste Madre, lasciò questi due ricordi: 1° Praticare l´u­nione con Dio, aiutandosi con l´indulgenza del lavoro a mantenerla. - 2° Essere anch´esse ausiliatrici nel mondo, prima con chi stava vicino, poi con tutti. Maria Ausilia­trice, spiegò egli, non ha Gesù per sè, ma l´ha per noi e per il mondo. Anche noi dobbiamo averlo per darlo pure agli altri mediante la nostra carità, la dedizione di tutti noi stessi, secondo l´obbedienza. Mente, cuore, forze, tutto serva e ci aiuti a dare Gesù alle anime. Ecco il modo di essere vere ausiliatrici:

Dopo la funzione ascoltò il saluto della comunità. Nel fare poi loro i ringraziamenti, col suo fare sempre incoraggiante, le esortò a non perdersi d´animo per i loro difetti, ma a far sorgere da essi il fiore dell´umiltà per sè, della confidenza filiale in Dio e dell´indulgenza verso le sorelle. Terminò ribadendo: — Voi mi avete chiamato padre, e io come tale esigo da voi, qual frutto annuale di questi esercizi, l´indulgenza verso le vostre sorelle. — Appresso, come la sera antecedente erasi in­trattenuto con le Superiore sugli interessi generali del--l´Istituto, così la sera del 24 consacrò due ore a studiare insieme con esse le cose da trattare nel loro prossimo Capitolo Generale. Trascorsa la mattina dopo nella casa di noviziato, ripartì nel pomeriggio per Torino.

A Torino gli pervenne di lì a pochi giorni un ma­gnifico Breve deI Papa Pio XI, indirizzato a Don Fi­lippo Rinaldi " Rettor Maggiore della Pia Società Sale­

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siana e Delegato Apostolico dell´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice ". Il Santo Padre, pigliando lo spunto dal cinquantenario, esaltava le origini, lo scopo e le be nemerenze del Sodalizio, faceva voti che le Suore Sale­siane, rinvigorite nello spirito dalla fausta ricorrenza, proseguissero, come ottimamente avevano incominciato, a ben meritare della cristiana e civile società, e conce­deva che, dovunque fosse festeggiato il cinquatenario, tanto le Suore quanto le loro alunne potessero lucrare l´indulgenza plenaria.

Le feste furono celebrate in tutte le case delle Figlie di Maria Ausiliatrice; Don Rinaldi partecipò personal­mente a quelle di Torino e di Nizza. A Valdocco, la domenica 18 giugno, dopo la Messa benedisse un nuovo corpo di fabbrica, eretto per scuole professionali delle orfane dell´altra guerra mondiale e destinato a monu­mentale ricordo del giubileo d´oro. Inaugurò quindi un´e­sposizione dei lavori eseguiti nell´anno dalle cinquecento e più giovanette della scuola serale, quella scuola serale sorta già per sua iniziativa; anche questa era un nu­mero del programma celebrativo. Onorò infine della sua presenza un Convegno piemontese di Figlie di Maria e di ex-allieve, del quale egli era stato, come scrisse il Bollettino Salesiano di luglio, « il saggio e geniale idea­tore ». Nè volle mancare a uno spettacoloso trattenimen­tino accademico, nel quale gli facevano corona primarie autorità cittadine e nobili signori. Anche le squadre ginnastiche, già da liti organizzate, diedero saggi; che furono meritamente ammirati e applauditi.

Nella Casa madre i festeggiamenti durarono dal 5 al 15 agosto, chiudendosi con l´incoronazione della statua di Maria Ausiliatrice, cerimonia straordinaria, eseguita per delegazione apostolica dal Card. Cagliero. Alle varie manifestazioni non solo non rimase estranea, ma parte‑

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cipò con entusiasmo l´intera cittadinanza e accorsero in gran numero specialmente ex-allieve da vicino e da lontano. A noi interessano quasi soltanto la prima e l´ultima giornata, nelle quali vediamo farcisi innanzi Don Rinaldi.

Giunto nel tardo pomeriggio del 4, si presentò dopo cena alla comunità riunita per le orazioni. Disse che non avrebbe davvero potuto recarsi a riposo senza portare a tutte il suo saluto con l´augurio di sante e liete feste. — Feste veramente eccezionali, — continuò, — perchè vengono solo ogni cinquant´anni. Feste che devono consistere specialmente nel rendere a Dio e alla Madonna il tributo della più viva riconoscenza. ‑

La festa del 5 fu tutta intima. Per semisecolare tra­dizione, quello è presso le Figlie di Maria Ausiliatrice il giorno delle vestizioni e professioni religiose. Mentre il Card. Cagliero dava l´abito sacro a cinquanta postulanti, numero fissato evidentemente con intenzione, Don Rinaldi riceveva nella cappella del noviziato la professione di trentatrè novelle spose di Gesù Cristo. Dopo, come si legge in una Memoria a stampa, con «parola facile, sculto­ria, piena d´unzione » rievocò il 5 aprile 1872, data iniziale dell´Istituto, ritrasse l´umile e grande figura della Madre Mazzarello, tratteggiò il rapido espandersi delle sue Figlie e da ultimo si fermò a parlare della molteplice opera di bene che esse erano chiamate a compiere nel mondo, ca­vandone motivi d´incoraggiamento e di conforto. Sulla sera predicò l´ora santa alle Suore « con espressione di padre e di santo », dice un diario manoscritto. Con quat­tro pause, illustrò prima il fine avuto da Don Bosco nel­l´istituire le Figlie dí Maria Ausiliatrice, che fu di erigere un monumento vivente, iI quale testimoniasse al mondo e _ai secoli la sua riconoscenza a Maria SS.; disse poi come a erigere questo monumento lavorassero santi Su­

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periori e Superiore. In un terzo tempo fece vedere come tutte le Figlie di Maria Ausiliatrice dovessero contribuire a crescere bellezza e perfezione al monumento. Mostrò in quarto luogo essere stato desiderio di Don Bosco, che Maria rivivesse nelle sue figlie, sicchè porgessero al mondo l´aiuto che darebbe Maria SS., se fosse in mezzo a noi. Corrispondessero per questo alla grazia della vocazione e alle altre grazie divine: dall´alto avrebbero ricevuto i mezzi necessari a raggiungere la perfezione dell´ideale prefissosi dal padre.

Una splendida accademia coronò la giornata. Delle parole di chiusura pronunciate da Don Rinaldì, queste sono per noi le più notevolfx « Io sono venuto, perché sentivo il dovere dì trovarmi in mezzo a voi; ne sentivo il dovere, perchè chiamato a succedere a Don Bosco, e anche perchè il Santo Padre poco tempo addietro mi ha delegato a suo rappresentante fra voi, a fare perciò quello che farebbe egli stesso, se potesse. Ricevetti que­sto incarico con piacere, perciò avete tanta corrispondenza verso chi lavora per voi e perciò siete le figlie nostre; ma nello stesso tempo lo ricevetti con la grande trepi­dazione di non corrispondere al dovere di responsabilità, che esso presenta. Ma il cuore vince la testa, ed è ciò che accade a me in questo momento; il cuore sente che siete figlie e che mi aiuterete facilitando il mio compito. E poi dietro a me c´è Maria SS., c´è Don Bosco: io ho solamente da lasciar fare. Ma io sono ancora qui rap­presentante dì altri; sono venuto anche a nome del Ca­pitolo Superiore. I miei Confratelli vi vogliono bene. Non possono trovarsi sempre in mezzo a voi; ma volentieri vegliano, cooperano, sono pronti sempre a tutto quello che possono per l´Opera dì Don Bosco, della quale que­sto Istituto è una gran parte. Voi siete una gran parte del Ven. Padre e quindi una gran porzione del Capitolo

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Salesiano, che con l´occhio, con l´orecchio, col cuore cerca che questa massa abbia lo spirito di Don Bosco, man­tenendosi sana, forte, feconda. E quindi tutto il Capitolo Superiore è a Nizza per festeggiare il cinquantenario. A questa la prima giornata, una giornata di famiglia; l´ab­biamo terminata bene, non distratta dal mondo, goduta da noi ai piedi della Madonna. Oh che bella cosa è que­sta elevazione dello Spirito! che bella cosa contemplare l´opera nostra dall´alto! La giornata d´oggi sembra una celeste visione; ma il 15 sarà il giorno della nostra glo­ria, perchè giorno di gloria di Maria SS. Ausiliatrice ».

Seguirono tre giorni di esercizi spirituali per signore, signorine ed ex-allieve. Il 13 fu festa dei benefattori e degli aderenti all´Istituto e il 14 venne dedicata al primo Convegno regionale dei Cooperatori e delle Cooperatrici salesiane. Don Rinaldi ne tenne la presidenza d´onore. Prese egli per primo la parola, dicendo " con paterna bontà ": « Questo Congresso è anche una sorpresa; sape­vamo che molti sarebbero intervenuti, ma il numero su­pera la nostra aspettazione. Maria Ausiliatrice a Nizza è la Madonna delle Grazie (1): non ultima grazia sua è quella di aver qui radunata tutta intera la famiglia sa­lesiana. Veggo rappresentanze di salesiani e di Figlie di Maria Ausiliatrice, di Ex-allieve e di Ex-allievi, di Cooperatori e di Cooperatrici, a cui rivolgo il saluto proprio dí cuore. Domani verrà incoronata la statua di Maria Ausiliatrice con un serto d´oro, ma la sua più bella corona dobbiamo essere noi. Don Bosco con l´associazione dei suoi Ex-allievi mirò ad assicurar loro per tutta la vita iI frutto della buona educazione ricevuta. Egregiamente quindi le Figlie di Maria Ausiliatrice hanno stabilito dí fare altrettanto con le loro Ex-aIlieve. L´opera

(I) Sotto questo titolo è venerata         Madonna a Nizza nel vetusto

santuario, al quale oggi è unita la casa delle suore.

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degli uni e delle altre dev´essere opera di penetrazione dello spirito di Don Bosco nelle famiglie e nella società, perchè essi devono a lor volta attirare la gioventù al bene, valendosi degli stessi mezzi che usò il Venerabile Don Bosco. Sarà questo lo studio della solenne adunanza di oggi. Maria Ausiliatrice benedica i nostri lavori, li fe­condi con la sua benedizione e ci faccia più degni, con i nostri propositi di bene, d´assistere domani al suo trionfo ». Cedette quindi la parola all´avv. Masera, pre­sidente della Federazione internazionale degli Ex-allievi salesiani, che poi presiedette alla riunione. Per tutto quello che già conosciamo dei sentimenti e dell´opera di Don Rinaldi in questo campo, comprendiamo a pieno con quanta verità fosse salutato nel Congresso quale « venerato Rettor Maggiore di tutte le Ex-allieve ».

Trionfale giornata il 15 agosto, sacro all´Assunta! Lo si fece precedere dalla veglia santa, notte di preghiera, che riunì ai piedi della Vergine una moltitudine di anime buone. Nelle svariate funzioni svoltesi da poi anche il popolo nizzese ebbe, come mai in passato, un cuor solo con le ospiti del grande Istituto cittadino. A Don Ri­naldi venne riservata una cerimonia sola, perchè pontefice magno della giornata era il Cardinale: gli fu riservata la benedizione di un grande vessillo dell´Istituto stesso, sim­bolica insegna, che doveva sventolare la prima volta nella processione. Legato a asta come bandiera, dai colori rosso e azzurro, con le auree lettere M. A. intrecciate nel centro, fu benedetto poco avanti che cominciasse la Messa solenne. Don Rinaldi pronunciò una dì quelle sue pen­sate allocuzioni, che rimanevano scolpite nella memoria. Eccone i concetti fondamentali: « Maria Ausiliatrice ha ormai il suo esercito, e all´esercito non deve mancare la bandiera. I colori di questa sono un simbolo. Il rosso simboleggia la carità, che bisogna diffondere in tutto il

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mondo per legare popolo a popolo, famiglia a famiglia, individuo a individuo. L´azzurro ci richiama il cielo, pre­mio e riposo a tutte le fatiche. Le due lettere dipinte sul vessillo ci rammentano che Maria Ausiliatrice ci sarà Madre, difesa, conforto e guida in ogni istante. La ban­diera dell´Ausiliatrice sventolerà questa sera per le vie di Nizza: porti a tutti la parola della pace e della concordia, e tutti indistintamente ne comprendano l´alto linguaggio ».

Nel pomeriggio, ecco il gran momento tanto atteso. La cerimonia dell´incoronazione si compie all´aperto, per­chè la chiesa non avrebbe potuto contenere se non una minima parte della folla accorsa. Quando il Cardinale, delegato del Sommo Pontefice, depose le corone sul capo della Vergine Madre e del Redentore Bambino, un deli­rio di entusiasmo eruppe dall´immensa moltitudine. L´a­poteosi della processione, degno coronamento delle feste, offerse uno spettacolo di fede e di pietà, quale a Nizza non ertisi mai veduto.

Entrava nel ciclo del cinquantenario anche il Capi­tolo Generale delle Suore, tenuto a Nizza nella prima metà di settembre. Le Capitolari vi premisero una set­timana di esercizi spirituali. Durante quei giorni Don Rinaldi diede udienza a tutte le Ispettrici e Delegate, che dovevano formare il Capitolo. Aveva avvertito che desi­derava parlare a ciascuna per avere conoscenza piena dell´Istituto e così poter fare maggior bene. Non si preoccupassero però di quello che dovevano rispondergli; Ie avrebbe interrogate lui. Pregassero intanto e lascias­sero fare a Dio, non mettendo ostacoli alle opere sue. Avrebbero così imitato le prime di Mornese, che avevano fatto molto, appunto perchè avevano lasciato fare a Dio.

Nella festa della Natività di Maria SS., 8 settembre,

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le esortò a imparare dalla Madonna la cooperazione ai doni di Dio, facendone uso unicamente a gloria di Lui e per il bene delle anime. Interessante fu il suo discorso del giorno seguente, che chiamò il giorno delle Superiore, perchè parlò per loro. Ogni Superiora, come rappresen­tante di Dio, deve sforzarsi di rispecchiarne la prudenza, la giustizia e la misericordia verso tutte e sempre. Suoi doveri particolari sono: 1° Amministrare i beni materiali, ritenuti dalla Chiesa come prima base del corpo mate­riale di ogni Istituto religioso. - 2° Vigilare sul patrimonio morale, conservando le vocazioni, facendole fiorire in per­fezione e aumentandone il numero. - 3° Vigilare su di se stessa per conservare e perfezionare in sè lo spirito del Fondatore, vigilare sulle opere per darvi il carattere pro­prio dell´Istituto. Osservò poi: « Il carro della direzione

di una casa, di una Ispettoria, può essere talora tirato da soggetti con viste e tendenze assai diverse fra loro. Non importa. Nelle sacre Scritture si legge infatti che il profeta vide un carro tirato da un bue, da un´aquila, da un leone e da un uomo; ma i quattro seguivano la voce che li dirigeva e guidava. La voce, una semplice voce!

Figura della parola del Superiore, della Superiora, che è voce di Dio. La Superiora dunque ci pensi e dica sempre la parola che sia quella di Dio e non della passione, sicchè le sue aiutanti sappiano di seguire la voce della Superiora che ripete quella di Dio. Così il carro va avanti, la fatica del governo è più leggera e fra tutte le diverse Superiore una sarà l´autorità, e il buon andamento sarà assicurato ».

Nell´ultimo giorno del Capitolo, che fu il 18 settem­bre, parlò in chiesa della sequela di _Gesù. « Gesù vi ha detto: Vieni, seguimi. E voi lo avete seguito. Tutte dunque dietro a Gesù, sullo stesso cammino. V´incontre­rete quello che Gesù incontrò: disapprovazioni e accla‑

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orazioni, croce del Calvario ed esaltazione dell´Ascensione. Non è tutto Calvario la vita; è pure consolazione e con­forto. Restate alla sequela di Gesù. Avrete anime intorno voi, come le aveva Gesù: anime ingrate e riconoscenti, anime maligne e candide, anime che vi tramano la morte e che vi preparano la gloria. Nessuno scoraggiamento. Nella sequela di Gesù faranno il cammino con voi il di­scepolo eletto, la Maddalena, Marta, Maria SS., e tale compagnia è bene delle più desiderabili! Seguite Gesù con animo generoso. Egli, una volta crocifisso, attirò tutte le generazioni a sè. Voi, ben crocifisse dalla volontà di Dio e dalla vostra cooperazione, attrarrete anime, anime, anime al Signore ».

Tutto questo, fuori del Capitolo; assistendo poi alle adunanze, dispensava istruzioni ed esortazioni frequenti. Appoggiava il suo dire sull´autorità di Don Bosco; ma molto traeva anche dal suo grande buon senso, illumi­nato dall´esperienza e dalla carità. Ben fecero dunque le Figlie di Maria Ausiliatrice non solo a raccogliere le sue parole, ma anche a metterle in istampa, formando un fa­scicoletto di 72 pagine. Delibiamone almeno un pochino.

Diede queste norme per l´ammissione delle postulanti. Non postulanti di carattere molle, sdolcinato, buone, se mai, per monasteri di clausura. Facili ad entusiasmi an­che santi, saranno sempre facili agli sviamenti. L´Istituto ha bisogno di Suore serie, informate a profonda e soda pietà. Nou postulanti poco amanti del lavoro. Diano pro­va di vero amore all´Istituto e abbiano buona indole. Vir­tuose, ma senza buona indole, soffriranno esse e non da­ran consolazioni. Però, non esagerare nelle esigenze. A voler troppo, si rischia di perdere soggetti che sarebbero di ottima riuscita. Guidi in questo un senso di vera e sag­gia discrezione.

Al consolidamento dell´Istituto egli desiderava che

Ispettrici e Direttrici si guadagnassero la piena fiducia delle Suore. Tre doti costituiscono il nerbo della fiducia: 1° Essere segrete. E obbligo naturale; si dovesse anche al riguardo prestare giuramento, non se ne sa nulla. ­2° Star attaccate alla verità. Mai restrizioni mentali, sot­terfugi indegni di una Superiora. E amata la Superiora candida e semplice, che dice magari di non poter parlare, ma che non va contro la verità. - 3° Mostrarsi giuste. Con tutte ugual senso materno; non mai due pesi e due misure. Debbono completare la forza di attrazione la pazienza nell´ascoltare, la bontà nell´incoraggiare, la calma e serenità nell´aiutare. A volte parrà di perder tem­po. Non è tempo perduto, ma guadagnato. La Suora do­po ritorna al lavoro tranquilla, mentre altrimenti perde­rebbe la giornata a far castelli in aria. Una Direttrice che non sa farsi amare e rende le Suore scontente, è persona fuori di posto.

Gli stava a cuore di raccomandare il modo di far le correzioni. La correzione deve migliorare, non inasprire; deve anzi tornar gradita e scendere in cuore. Perciò, mai amarezza, mai animosità; se no, invece di riparare uno sbaglio, se ne aggiunge un altro, e invece di giovare, si nuoce. Correzioni quando occorrono; ma sempre calme, serene, soavi, non mai risentite, non mai mortificanti. Pos­sibilmente, come faceva Don Bosco, terminando con una parola faceta, che apre il cuore e rende lieto e affeziona di più; conchiudere con una parola buona, serena, materna. Si è fatti Superiori per servire, non per essere serviti. Ecco un pensiero da aversi presente nel correggere. La correzione sia un vero servizio per aiutare le Suore a farsi più buone.

Nonostante i difetti accennati nelle varie sedute, vo­leva che le Capitolari si consolassero e ringraziassero il Signore: « Il vostro Istituto, — disse, — fa un gran bene; in

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compenso dei difetti, quanta virtù, quanto spirito di sa­crificio, di pietà, di lavoro nella grande maggioranza! Non avvenga dunque che i difetti di una vi facciano dimen­ticare le virtù delle altre. Sappiate volere, apprezzare e rilevare il gran bene che si fa nel vostro Istituto. Vi con­fesso con piacere, che quanto a me vi ho trovato mag­gior perfezione che non credevo. C´è la pietà, c´è la ca­rità, c´è il desiderio di progredire, di lavorar molto per le anime ».

Quante cose vi sarebbero da cogliere in queste pa­gine! Almeno una ancora. Tra le Consigliere ve n´erano di quelle che egli riteneva buone Suore, ma non buone Consigliere. Perchè! Perchè in Consiglio non parlano. Qui non è questione di esercitare l´umiltà nel tacere, ma nel parlare. Non fa il suo dovere quella che la pensa diver­samente dalle altre e tace. Questo non è fare gli interessi dell´Istituto e delle anime. Si teme di sbagliare! Non im­porta; si parli con semplicità e franchezza. Si deve con­trastare! Si contrasti, fino a che non siisi presa una de­liberazione contraria. « Ve ne faccio un obbligo di co­scienza, — insistette; — è un obbligo che vi viene dal posto che occupate in Consiglio ». Certo voleva che nel con­trastare si mantenessero oggettive, calme, serene, usando buone maniere senza offendersi nè offendere. « Cosi c´in­segnò a fare Don Bosco, — conchiuse, — così noi fa­cevamo con Don Rua, così facciamo sempre ».

Alla fine avrebbe voluto ringraziare le Capitolari; ma sapeva che esse non lo volevano. Perciò disse: « La mía ultima parola è che preghiate per me secondo le mie in­tenzioni. Ne ho tanto bisogno! Ho una missione da com­piere; ogni giorno vi sono gravi difficoltà da superare, e non lo posso senza l´aiuto del Signore. Nelle mie pre­ghiere sempre ricorderò tutte come vere figliuole; ricorderò specialmente le Superiore, perchè più bisognose del di‑

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vino aiuto. Voi, venendo a Torino, venite alla casa del padre. Ricordatevi: il Superiore dei Salesiani è il padre delle Figlie di Maria Ausiliatrice ».

Molto si era detto in quel Capitolo di quanto le Suore dovevano agli Ispettori salesiani per l´assistenza da essi prestata loro, secondo le istruzioni impartite ai medesimi dal precedente Delegato Apostolico Don Albera; le Ispet­trici riconoscevano quale aiuto potevano sempre riceve­re dal loro caritatevole interessamento. « Io sono dello stesso pensiero, — scrisse Don Rinaldi nella sua circolare mensile del 24 ottobre seguente. — Faccia il Signore, — augurava egli, — che possiamo renderci utili a qriesta opera, che è pure del nostro Venerabile Padre Don Bosco e aiutarla a raggiungere quella perfezione e santità, che la Santa Sede ebbe in mente nell´affidare tale mandato ». In tutto il suo Rettorato diede Don Rinaldi l´esempio di questo zelo, non risparmiandosi mai, anche a costo di sacrifici, ogni volta che pensasse di poter essere utile alle Figlie di Don Bosco.

Sul finire dello stesso mese stavano radunate nella casa di Torino molte Suore, che sì tenevano pronte a partire per le Missioni o per varie parti d´Italia e del­l´Estero. Il 29 Don Rinaldi fece loro una conferenza, prendendo per argomento la vita di comunità. Ebbe fra l´altro questa osservazione: « Di cento e più che qui voi siete, non una ha carattere uguale all´altra; eppure do­vete vivere insieme e santificarvi. Anche fra i santi quanta differenza! Tra un Don Rua, un Don Sala, un Don Durando, un Don Cerruti, un Don Bonetti quali diverse energie! Don Sala tutto ponti e costruzioni, Don Cerruti tutto libri e numeri, Don Bonetti tutto vita e ardore, e Don Durando!! Eppure Don Bosco ne fece grand´uomini, che, se fossero stati nel mondo, si sareb­bero perduti fra il numero ordinario degli uomini. Come

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mai si resero tanto celebri nella nostra Congregazione e fuori? Perchè Don Bosco seppe prenderli come erano e ne cavò il maggior bene che potevano dare ». Così bi­sogna fare con le consorelle, prenderle come sono, non come si vorrebbe che fossero, compatirle, aiutarle, senza star a osservare e a criticare. Questo non è vostro com­pito. Una dice: " Ma quella superiora non sa, non fa... Aiutala, lavora con essa; se l´hanno data, è tua superiora, e basta. Non preoccupatevi delle altre, ma criticate, giu­dicate voi stesse, condannatevi, convergete su di voi tutte le vostre energie a fine di compiere quel lavoro di miglioramento che volete fatto da altre su di sè ». A _ questo faceva seguire una nota personale: « Vi parlo co­me superiore, eppure vi dico che anch´io debbo pensare a me, debbo fare e dire quanto il Signore m´ispira e poi lasciare a Lui tutto lo svolgersi dell´opera, che ho tra mano. Dopo di aver detto una cosa, dopo di aver fatta un´osservazione, non me ne preoccupo più; avvenga che vuole, dormo tranquillo: ho fatto quanto ho creduto be­ne dinanzi a Dio, e basta ».

La chiusura del giubileo si fece a Nizza nell´Epifania del 1923. Don Rinaldi vi andò la sera della vigilia, trat­tenendosi fino al pomeriggio dell´8 gennaio. In quel tempo si occupò con le Superiore degli interessi deI­l´Istituto, parlò in varie occasioni, assistette a unTacca­demiola, predicò l´ora di adorazione, visitò il noviziato che sorge là presso sulla collina, fece una conferenza alle educande dei corsi normali, preparandole alla vita sociale che le attendeva e premunendole sulla moda, sulle conversazioni e sulle letture, dedicò in più volte varie ore ad ascoltare quante desideravano di parlargli. Come si vede, impiegò bene il suo tempo, dando un saggio della sua instancabile operosità, che dicevamo poc´anzi, a pro delle Suore.

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E le Suore comprendevano e apprezzavano queste sue paterne sollecitudini. L´accennato " Notiziario ", sorto nella Casa madre sull´aprirsi dell´anno giubilare e tut­tora in vita, riferendo nel numero del 24 gennaio 1923 intorno alla chiusura del cinquantenario, scriveva di Don Rinaldi: « Fu anche in questa occasione benignis­simo padre tra le figlie. Nel suo aspetto, nelle sue pa­role era la dolcezza della carità paterna, così indulgente, così previdente, così sapiente, che l´anima se ne sentiva tutta compresa e rinvigorita per l´acquisto e la pratica delle- virtù religiose. Don Bosco perdura veramente con il suo spirito ne´ suoi successori ».

Ora converrebbe dire del bene che faceva individual­mente alle suore. Materia inesauribile! Eccone un saggio. Scriveva Suor Giulia Berra, già Missionaria nell´India e poi propagandista in. Italia: « Quante espressioni che fa­cevano del bene! Egli le diceva anche solo passando in cortile, mentre gli si rivolgeva un saluto. Sempre aveva la parola buona di conforto e il suo sguardo, penetrando fino all´anima, avvinceva e portava a Dio. Io era come una fiammella vicina a spegnersi, ed Egli non la spense, ma la ravvivò con la sua carità; era la canna fessa spezzata, ma Egli non la calpestò, la rialzò, la sostenne e la cambiò in palma. E quante e quante mie consorelle possono dire la stessa cosa! Non umiliava mai e anche dalle miserie sapeva trarre profitto e le sfruttava per fare del bene non solo all´anima con cui parlava, ma alle altre che da quella dipendevano ».

La sua paternità risplendette luminosamente nel feb­braio del 1924, quando morì la Madre Generale Cate­rina Daghero, che aveva governato con grande saggezza l´Istituto per ,quarantatrè anni. Si sarebbe dovuto tenere un nuovo Capitolo Generale a sì breve distanza dal pre­cedente. Egli osservò alle Superiore: « Si potrebbe forse

20 - CEaIÀ, San. Filippo Rinàdi.

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ricorrere all´espediente di una elezione per autorità pon­tificia, anzichè per forza capitolare ». E propose su di questo una votazione segreta per avere il loro pensiero; ma esse spontaneamente e concordemente accettarono con riconoscenza la proposta, per arrivare così al com­pimento del sessennio, che in via ordinaria deve trascor­rere fra un Capitolo e l´altro. Allora le invitò a fargli ciascuna un nome, scritto su biglietto segreto, con o sen­za firma, affine di sapersi regolare, qualora da Roma ve­nisse accettata la domanda. Lasciò loro tempo a pensare e a pregare. Venne così dalla Santa Sede la nomina della Madre Luisa Vaschetti fino al Capitolo del 1928. Il Consiglio Generalizio rese a Don Rinaldi questa te­stimonianza: « Il vuoto immenso è, per somma grazia del Signore, riempito dal Venerando Superiore e Padre, che con sapiente bontà interroga, illumina e guida » (1).

(1) Verb. del Cons. Generalizio, 28 e 29 febbraio 1921.

CAPO XV

Le due divozioni di Don Rinaldi.

Ognuno ha le sue divozioni, dice un proverbio che non si suol usare in significato propriamente ascetico, ma che in ascetica ha la sua origine, dovuta al fatto che tra le divozioni, le quali fioriscono nella Chiesa, ogni fedele si sceglie liberamente quelle che sono più di suo gusto. Ora è indubitato che divozioni preferite da Don Rinaldi furono le due di Maria Ausiliatrice e del Sacro Cuore di Gesù. Non istaremo a ripetere il già detto nel capo che tratta del suo apostolato all´oratorio femminile di Valdoceo, dove con tali divozioni infervorava le orato­riane alla pietà e le animava alla vita cristiana; anche prescindendo da quello, rimane ancora non poco da dire.

La divozione alla Madonna nelle famiglie piemontesi d´una volta faceva parte del patrimonio spirituale, che vi si tramandava religiosamente da una generazione al­l´altra. A mantenere acceso quel fuoco sacro la madre esercitava l´ufficio di sacra Vestale domestica. Abbiamo appreso da Don Rinaldi nelle prime pagine quale fosse al suo paese l´opera delle madri nel formare cristiana­mente la figliuolanza; di qui dunque ebbe origine la te­nerezza che egli nutrì sempre verso la Madre di Dio. Fattosi poi salesiano, questa sua divozione prese la forma voluta da Don Bosco nel presentare alla venerazione dei fedeli e particolarmente de´ suoi figli la Santa Ver­gine sotto il titolo di Ausiliatrice dei Cristiani. sella

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corrispondenza epistolare de´ suoi primi anni di vita sale­siana troviamo espressioni che rivelano un affetto filiale e radicato verso Maria Ausiliatrice. In angustie di spirito, in difficili obbedienze, nelle contrarietà della vita, nei con­sigli da lui dati il pensiero di Maria Ausiliatrice inter­viene spontaneo a rasserenare, a illuminare, a far corag­gio, di modo che quando da Prefetto Generale scrisse nella circolare mensile del maggio 1905: « Maria Ausilia­trice sia sempre la nostra stella », raccomandava una cosa, che egli per conto suo non aveva mai perduta di vista.

E quanto fosse allora da lui sentita la divozione a Maria Ausiliatrice, non si scorge chiaramente dalla can­dida e quasi infantile semplicità, con la quale metteva ai piedi della statuetta i bigliettini contenenti invoca­zioni di aiuto in momenti critici o per affari delicati? Atti così ingenui potranno far sorridere i profani, pos­sono anche sorprendere chi conobbe la gravità dell´eco­nomo; ma dimostrano evidentemente che egli aveva l´a­bitudine di aprire a Maria Ausiliatrice il cuore come fi­glio a Madre. E Madre la chiama ívi ogni volta, anzi cara Madre, Madre carissima, Madre dolcissima, e proprio come se la vedesse a sè dinanzi non in fredda immagine, ma ín persona viva le confida i suoi fastidi, le confessa la sua pochezza e la scongiura di porgergli aiuto.

Di qui si comprende come dovesse sentirsi portato a trasfondere negli altri i medesimi sentimenti di amore e di fiducia mediante pie pratiche. Due di queste pratiche egli caldeggiava sommamente, sicché se ne dovette a lui Ia generalizzazione nelle case salesiane e tra i Coo­peratori, cioè la commemorazione mensile nel giorno 24 d´ogni mese e la celebrazione del mese di Maria Ausi­liatrice. La prima, incominciata nell´Oratorio dopo l´in­coronazione del 1903, fu da lui sostenuta in casa e pro­pagata fuori. Una volta, partecipandovi nella Casa ma‑

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dre delle Suore, disse dopo la Messa quello che bisognava aver presente nel ripetersi di tale pratica: « Abbiate ben presente, proclamò, che la Madonna è guida per andare a Gesù, è luce per iscoprire i tesori del Divin Cuore ed è maestra nel farci una cosa sola con Gesù, sì da poter dire con S. Paolo: Non sono pffl io che vivo, ma è Gesù che vive in me ». Voleva quindi che la stessa pratica servisse non solo a onorare e a far ono­rare Maria Ausiliatrice, ma più di tutto a rinvigorire la volontà d´imitare Maria Ausiliatrice nell´associarsi a Lei per salvare le anime, specialmente quelle dei giovani. E riguardo al mese, non glí piaceva che i Salesiani e le Suore dicessero "mese mariano ", ma consigliava di dire " mese di Maria Ausiliatrice " ed esortava a comin­ciarlo la sera del 23 aprile per chiuderlo con la festa del 24 maggio, com´era stato già indicato da Don Bosco; dopo il 24 si poteva continuarlo fino al termine di mag­gio per soddisfare alla pietà dei fedeli. Al qual propo­sito osservava: « Abbiamo la missione particolare di far conoscere e onorare Maria Ausiliatrice quanto più sia possibile, e questo del suo mese è uno dei mezzi pìù adatti » (1).

Per ravvivare e diffondere il culto di Maria Ausilia­trice profittava accortamente di certe ricorrenze che ri­cordavano fatti importanti. Vede avvicinarsi il cinquan­tenario dell´approvazione della benedizione liturgica di Maria Ausiliatrice, concessa a istanza dì Don Bosco nel 1878, e il venticinquesimo dell´incoronazione, avvenuta nel 1903.e pensa: — Quella benedizione fu apportatrice di tante grazie nel mondo e quell´incoronazione glorificò in modo straordinario l´immagine lasciataci da Don Bo­sco. Sono due date da non doversi permettere che pas‑

(I) Parole e istruzioni dei Superiori. Manoscritto a mo´ di diario della Casa madre delle Figlie di M. A., 22 aprile 1924.

n(

sino inosservate. — E vi richiama l´attenzione dei Sale­siani fin dall´ottobre 1927, nè solo in astratto, ma dando le prime disposizioni per cose da farsi entro l´anno se­guente, cioè congressini di Maria Ausiliatrice in tutte le case salesiane per gli alunni interni ed esterni, per gli ex-alunni e i Cooperatori locali; un Congresso straordi­nario in ogni nazione; maggior solennità nella funzione del 24 d´ogni mese e qualche speciale ossequio a Maria Ausiliatrice ogni sabato. Mirava con questo ad affrettare il compimento di un voto espresso da Don Bosco nel li­briccino La Nuvoletta del Carmelo: « Verrà tempo in cui ogni buon cristiano si farà un vanto di professare una divozione tenerissima a Maria Ausiliatrice. Questa divozione spande sulla terra una vera pioggia di bene­dizioni, le quali la faranno amare e dilatare vie maggior­mente ». Considerava poi questi e simili festeggiamenti come parte integrale del sistema educativo salesiano e molto utili alla formazione degli animi giovanili.

In dicembre scese poi ancor più al particolare, pro­ponendo tre ordini di temi, che nella varietà degli am­bienti e dei programmi offrissero un fondo comune per lezioni, conferenze e congressi. Bisognava aver in mira d´illustrare l´Aiuto di Maria SS. sotto tre diversi aspetti: nell´opera della Redenzione, nell´assistenza secolare della santa Chiesa e di ogni fedele, e nella vita e opera dì Don Bosco. Non basta. Ci teneva tanto a essere ben se­condato, che per facilitare i lavori dei Convegni incari­cò lln salesiano di preparare le tracce di sette argomenti giovevoli alla trattazione dei temi suddetti e le pubblicò negli " Atti del Capitolo Superiore " di quel mese. Né i suoi incitamenti restarono soltanto sulla carta. Oltrechè nelle case salesiane, anche in più di trecento altri luoghi si videro celebrare, in un´onda di vero entusiasmo, gior­nate e adunanze mariane.

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Il suo zelo per la gloria di Maria Ausiliatrice non fu pago di tutto questo. Egli sentiva un gran desiderio di fare per Maria Ausiliatrice qualche cosa di più che non fosse ancor fatto in passato. Gli pareva che il " Bollet­tino Salesiano " diventasse sempre più insufficiente per una trattazione adeguata e decorosa di quanto concer­neva il culto di Maria Ausiliatrice, dovendo dedicare lo spazio a una sovrabbondanza d´altra materia. Perciò -di­spose che si desse principio alla pubblicazione d´un pe­riodico mensile intitolato " Maria Ausiliatrice ", nel quale si parlasse delle glorie di Maria Ausiliatrice, si celebras­sero i fasti del suo santurio, si narrassero le grazie ot­tenute dalla sua mediazione e si facessero conoscere i progressi della sua divozione in tutti i paesi del mondo. Molto i Salesiani avevano già fatto in onore di Maria Ausiliatrice; ma egli aveva la convinzione che si potes­se fare ancora di più, e intese di darne loro l´esempio con questa nuova forma di omaggio.

Ad altro ancora egli dirigeva la sua mira. Avrebbe de­siderato che tutte queste manifestazioni contribuissero a fargli ottenere dalla Santa Sede, che la festa di Maria Ausiliatrice fosse dichiarata festa universale. Un articolo di Don Vismara da lui ispirato e pubblicato nel detto periodico nascondeva questo intento. Per lo stesso mo­tivo non avrebbe voluto che nei convegni del 1928 si parlasse troppo delle opere salesiane, ma si ragionasse dei diritti che aveva la Madonna di essere venerata sotto il titolo di Auxilium Christianorwm. Questo suo pensiero, che traspare nei due primi temi da lui proposti per i con­vegni, è ancor più evidente negli argomenti delle tracce accennate sopra e stese sulle sue indicazioni: Maria Au­siliatrice riguardo a Dio e riguardo agli uomini; Ausi­liatrice della Chiesa e del popolo cristiano; l´Ausiliatrice e il clero, e i giovani, e i genitori. Non si faceva però

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illusioni. — La Santa Sede vuole fatti, — diceva. E i fat­ti erano consenso di popolo e desiderio di carattere mon­diale. Finora iI suo ardente voto non è stato appagato.

Ho menzionato due volte l´incoronazione di Maria Au­siliatrice, compiutasi due anni dopo che Don Rinaldi era tornato dalla Spagna. È cosa veramente spiacevole non poter dire nulla della parte da lui avuta nella lunga pre­parazione e nel solenne svolgersi di un avvenimento, del quale egli´l2er il suo ufficio dovette occuparsi più d´ogni altro. Il fatto assunse tanta grandiosità di appa­rato, di rito, di concorso mondiale e di pubbliche mani­festazioni, che a Torino non erasi mai visto niente di eguale. E tutto si eseguì con tale ordine, decoro e sod­disfazione da lasciare un ricordo indelebile nella memo­ria di quanti ebbero la fortuna di esserne testimoni. Ora, chiunque pensi al complesso lavorio, che necessariamente dovette precedere, accompagnare e seguire tutto quel movimento, e conosca il congegno dell´Oratorio salesiano, sa benissimo quale peso di responsabilità gravasse sulle spalle del Prefetto. Eppure accadde come nei grandi in­granaggi, dove tutte le ruote si vedono girare a loro mo­do, mentre il motore che le fa andare, se ne sta nasco­sto agli occhi dell´osservatore. Nell´Oratorio tutti erano in moto, tutti ricevevano da lui la spinta, e il propul­sore non compariva. Abitudine costante di Don Rinaldi questa di far fare e non mettersi in vista. Ecco perchè ci tocca passar sopra alla meravigliosa celebrazione senza poter specificare che cosa propriamente egli abbia fatto. Tuttavia il ricordo di quel giorno gli rimase indelebil­mente nella memoria. Diciannove anni dopo, nell´indi­rizzare la sua prima parola di Rettor Maggiore ai Cooperatori e alle Cooperatrici, scelse e segnò così la data della lettera: « Torino, 17 maggio 1922, XIX anniversario dell´incoronazione di Maria SS. Ausiliatrice ».

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-Un´altra cosa, che si amerebbe conoscere meglio, è il suo personale contributo in una iniziativa sui generis.

Il 9 giugno 1918 si compivano cinquant´anni dalla consacrazione della chiesa di Maria Ausiliatrice. Sotto la direzione di Don Rinaldi furono organizzate allora funzioni religiose e manifestazioni civili; ma un numero caratteristico del programma fu da lui escogitato, voglio dire un Museo, nel quale raccogliere accanto al santuario memorie e documenti riferentisi alla storia del culto di Maria Ausiliatrice. Ne fece pubblicare la notizia par­ticolareggiata nel " Bollettino " di ottobre 1917 e di feb­braio 1918 con l´avviso d´inviare ogni cosa all´indirizzo di lui. Quindi scrisse agli Ispettori, che si rivolgessero subito con una circolare nella lingua nazionale e con altri mezzi ai loro dipendenti, alle Figlie di Maria Ausiliatrice, ai Coo­peratori e agli amici per informarli e invitarli a mandare sollecitamente buon materiale da esporre. Non cessava inoltre di ritornare sull´argomento nelle circolari mensili, fino a richiedere dagli Ispettori che gli facessero tenere co­pia delle circolari da essi diramate. Oggetti ne arrivarono in abbondanza. Intanto il 12 febbraio 1918 aveva convocato nel suo ufficio l´architetto Ceradini e parecchi Salesiani per determinare i criteri fondamentali circa la sistemazione del Museo; ne fu così fissato nelle linee generali l´ordi­namento in modo che, come disse allora Don Rinaldi, riuscisse per se stesso, anche ai meno intelligenti, chiara espressione della sua ragione di essere, cioè una solenne prova di fatto del favore di Maria Ausiliatrice all´opera di Don Bosco e dell´espansione che questa diede al suo culto, rendendolo universale. Il Museo, diviso in dieci sezioni, venne inaugurato il 23 maggio. La stampa ne parlò; i visitatori si succedevano quasi senza interruzione; l´idea parve geniale e anche s l´ordinamento piacque.

Ma l´ideatore e ordinatore more solito sì tenne dietro

le quinte, lasciando che figurassero i suoi collaboratori.

Tre opere monumentali parleranno eloquentemente ai posteri della pietà di Don Rinaldi verso Maria Ausi­liatrice. La prima è nella Spagna. Giunto a Sarrià, uno de´ suoi pensieri dominanti fu subito d´innalzare a Maria Ausiliatrice una chiesa accanto all´istituto, che egli pre­vedeva dover diventare il centro dell´attività salesiana nel regno. Con visibile compiacenza dava il 9 aprile 1891 a Don Barberis questa notizia: « Oggi abbiamo incomin­ciato i lavori per la chiesa di Maria Ausiliatrice. Che questa buona Madre nostra, come lo fu per Don Bosco, ci benedica ». Abbiamo detto con quale solennità ne inau­gurasse nel 1892 una parte, che potevasi già aprire al culto. Dopo d´allora i lavori andarono a rilento per la difficoltà di raccogliere i fondi a motivo del generale di­sagio economico; egli però senza sgomentarsi persistette nel suo disegno d´innalzare non una chiesa qualunque, ma un tempio degno della Madonna di Don Bosco. I suoi voti furono coronati finalmente nel giugno 1901, sebbene a lui sia mancata la consolazione di essere pre­sente alla benedizione, perché stava da circa tre mesi a Torino. Di quella sua chiesa la divozione dei fedeli fece ben presto un santuario.

Dalla capitale catalana passiamo alla metropoli del mondo cattolico. Il 2 febbraio 1926 un Prelato romano diceva aI Procuratore Don Tomasetti, mentre questi of­friva a Pio XI la tradizionale candela nel di della Puri­ficazione: «I Salesiani devono fare in Roma una chiesa di Maria Ausiliatrice, non essendovene alcuna dedicata alla Madonna sotto questo titolo ». E il Papa intervenne: « Sicuro, dovete fabbricare una Chiesa della vostra Ma­donna ». Rispose tosto il Procuratore: « Santità, il nostro Rettor Maggiore sta pensando alla chiesa di Maria Ausilia­trice da erigersi in Roma, ed anche alle opere che vi

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si dovranno annettere a vantaggio della gioventù del rione, dove la chiesa sorgerà » (1). Don Rinaldi ci pensava realmente e seriamente, e quel pensiero gli era venuto concomitante con un altro. Nell´Ospizio del Sacro Cuore le scuole professionali, essendo unite con un ginnasio numeroso, non potevano prendere lo sviluppo, che sarebbe stato desiderabile e necessario; donde l´idea di dar loro una sede indipendente, comoda e ampia.

La sua attenzione si fermò sopra una località presso la via Tusculana fra Tor Pignattara e la via Appia Nuova, in un quartiere popolare di recente formazione, che si andava rapidamente ingrandendo. Vi difettava ancora l´assistenza religiosa, non essendovi chiesa. — Sorga nel

centro del fabbricato una chiesa, — disse Don Rinaldi, ‑e sia dedicata a Maria Ausiliatrice. Sarà la prima in Roma a portare questo titolo. — Nell´aprile del 1928 i disegni erano pronti. Intanto si preannunciava per il 1929 il giubileo sacerdotale di Pio XI, e l´amore al Vicario di Gesù Cristo parlò alla mente e al cuore di Don Rinaldi, come avrebbe parlato a Don Bosco: volle che le scuole professionali fossero intitolate a Pio XI e che con la chiesa costituissero l´omaggio della Società Salesiana al Papa nell´anno giubilare. Il Papa espresse il suo gradimento; ma quando gli fu presentata dall´economo Don Giraudi la tavola planimetrica, i suoi occhi si posarono subito sul disegno della chiesa e manifestò il desiderio che vi si mettesse mano prima che alle scuole.

L´angusto desiderio fu esaudito, siccbè il 4 giu­gno 1929, due giorni dopo la beatificazione di Don Bosco, il Cardinal Vicario procedette alla benedizione della prima pietra. Don Rinaldì, presente alla cerimonia, parlò di­nanzi a cinque Cardinali, a molti Vescovi, a numerose

(1) Lett. di Don Tomasetti a Don Rinaldi, Roma 3 febbraio 1926.

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autorità ecclesiastiche e civili e ad una folla di sacer­doti d´ogni nazione. Ricordata l´umile condizione, in cui era Don Bosco cent´anni prima, garzoncello in una ca­scina lontano dalla famiglia, e messala a confronto col trionfo recentissimo, rammentò alcune parole dette dal Santo Padre nel 1927, che cioè « Don Bosco è l´autore di quanto fanno i suoi figli, perchè è sempre presente, sempre operante nell´immutata efficacia de´ suoi indirizzi e de´ suoi insegnamenti e nella meditazione de´ suoi esempi ». « Gli esempi e gl´indirizzi suoi, — prosegui Don Rinaldi, — oggi ci suggeriscono e c´impongono un filiale e devoto omaggio verso colui che da giovane sacerdote conobbe e ammirò Don Bosco e che oggi, venerato e be­nedetto da tutto il mondo, governa la Chiesa dalla Cat­tedra di S. Pietro ». Auspicò infine che, come le feste di Don Bosco s´intrecciavano allora con quelle dell´anno giubilare del Pontefice, così il nuovo tempio dell´Ausilia­trice e l´Istituto professionale ricordassero ai secoli ven­turi la faustissima ricorrenza in una di quelle opere di carità e di religione, che il Pontefice Pio XI tanto predili­geva.

I lavori dell´Istituto progredirono con grande alacrità; non così quelli della chiesa: difficoltà incontrate nello scavo dei pozzi di fondazione, attraversanti un sotto­suolo solcato da gallerie d´antiche cave di pozzolana, causarono rallentamenti impensati. Onde avvenne che mentre l´Istituto appena due anni dopo accoglieva già 250 giovanetti, la bella e vasta chiesa potè venir con­sacrata solo nel 1934, anno della canonizzazione di Don Bosco. Quanto avrebbe gioito Don Rinaldi a quel trionfo romano dí Maria Ausiliatrice! Ma, se non in terra, dal Cielo sicuramente vidit et gavisus est.

Della terza opera, la più importante di quelle atte a perpetuare Ia memoria della pietà di Don Rinaldi verso

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l´Ausiliatrice, sarà meglio parlare in un capo a sè; ve­niamo invece senz´altro a dire della sua divozione al Sacro Cuore di Gesù.

Il principio di questa divozione si può ritenere che risalisse all´anno del noviziato. A quei tempi essa era molto meno popolare che non sia oggi. Il Maestro dei novizi Don Barberis, che ne era accesissimo, si studiava di accenderne tutti, ma in special modo le anime che tro - vava più ben disposte. Don Rinaldi ebbe poi agio d´in­fervorarvisi negli anni, che visse, ancora sotto la sua santa direzione. Bisogna però notare una cosa. Questa divo­zione è di natura tale che sveglia il sentimento, e chi si ferma lì, se ne avvantaggia poco nella sua vita spi­rituale. Don Rinaldi non era di questa tempra: egli an­dava al sodo; per lui esser divoto del Sacro Cuore vo­leva dire umiltà, mansuetudine e sacrificio. Ad un Sa­lesiano, che veniva da una lontana Ispettoria, disse un giorno: — Voi laggiù parlate molto del Sacro Cuore, ma poco o nulla del Crocifisso. ‑

Uscito appena dalle mani del suo Maestro e Diret­tore e mandato a dirigere i Figli di Maria, prese subito a comunicare agli altri la fiamma che gli ardeva nel petto; vediamo infatti che quasi subito prega Don Bar­beris di spedirgli alcune centinaia di copie del manualetto: I Nove -Uffici del Sacro Cuore di Gesù. Durante il mede­simo tempo, afflitto da gravi intimi dispiaceri, scrive nel luglio 1884 al salesiano Don Eugenio Bianchi: « Ho solo sfogo nel pianto e nella confidenza nel Cuore di Gesù e di Maria ». E al termine dell´anno scolastico chiude con grande solennità il mese del Sacro Cuore, invitando Don Barberis a rallegrare della sua presenza la festa.

Della sua sentita divozione al Sacro Cuore vi sono due segni, piccoli, se si vuole, ma rivelatori. Il primo è

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quando nello scrivere o nel parlare in pubblico usa le frasi " questa cara divozione, la cara divozione del Sacro Cuore". L´aggettivo, non necessario all´espressione del con­cetto, aggiunge una nota personale, indicante l´intimo suo sentire. L´altro segno è nella sua corrispondenza sia pri­vata che ufficiale, dove prima della firma ama dichia­rarsi così o così in Corde ,Tesu, il che dimostrava chiara­mente come il pensiero del Sacro Cuore fosse vivo e abi­tuale nel suo spirito.

Dalle mensili circolari d´ufficio, quand´era Prefetto Ge­nerale, è dato scorgere in che modo egli concepisse la divozione del Sacro Cuore. Non la riguardava come cosa sentimentale, ma come forza ispiratrice di religiose virtù, di sante azioni e di animosi sacrifici. Quindi addita il Sacro Cuore quale simbolo di generosa carità e cli per­fetta unione fraterna. Avverte che se ne deve diffondere la divozione non solo per le sue promesse, ma anche per­chè, chí è chiamato a lavorare con lo spirito di mansue­tudine e di umiltà, ha da trovare nel Divin Cuore il mo­dello di queste virtù. Esorta tutti ad attingere dal Sacro Cuore costanza nell´adempimento dei propri doveri; dice ai superiori che cerchino in esso la pazienza e l´energia per sopportare le loro difficili cariche; raccomanda ai Sa­lesiani di ritrarne diligenza e persevaranza nel loro deli­cato ufficio di educatori, conforto nelle pene, fervore di zelo nel procurare anime a Dio, esattezza nell´osservanza delle Regole. Il 24 giugno 1918 scrive: « La cara divo­zione al Sacratissimo Cuore di Gesù si può compendiare in quella massima della Beata Margherita Alacoque: " Gesù, il suo amore e la sua croce, ecco in che consiste la felicità di questa vita " ».

Molto ricercata era la sua direzione spirituale. In let­tere ad anime pie da lui dirette si leggono frequenti espressioni come queste: « Il Sacro Cuore di Gesù le dia

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giorni di pace - Confidiamo nel Sacro Cuore - Il Sacro Cuore di Gesù la benedica - Il Cuor di Gesù ci comuni­chi la sua bontà - La supplico di pregare il Cuor di Gesù e di confidare in Lui ». Ad una persona afflitta da pene vuol comunicare la sua fiducia nel Cuore Divino: « Certo spero nella bontà del Sacro Cuore. P, impossibile che un amore infinito abbandoni una povera creatura nella sof­ferenza. È così grande la mia fede in questo momento, che non ammette incertezze. Egli oltre che ha un amore infinito, è anche infinito nella sua potenza ». Per sollevare da angustie di spirito: « Ricorra al Cuore di Dio, che sa intenderci ed esaudirci. Questo Cuore cli Dio è pure fatto come il cuore nostro e conosce tutte le nostre necessità, tutti i nostri bisogni. Oggi qui in casa si fa la sua festa come chiusura dell´anno scolastico; io la farò anche per chiudere in questo Cuore tutte le mie speranze ». Inco­raggiando un´anima sgomentata della propria pochezza e avvilita dinanzi a Dio: « Prendiamo questa piccola ani­ma, mettiamola nel Cuore di Gesù. Egli la farà diventar grande a suo tempo. Nelle difficoltà a vincere la natura ribelle confidi in Lui, come in Lui confida chi con lei la prega e la benedice ».

In tante lettere a Salesiani ha espressioni vibranti di vera carità soprannaturale, ispiratagli dalla sua divozione al Sacro Cuore. Confortando un confratello, che gemeva sotto il peso di una grave croce e che non si sentiva di portarla più a lungo, finiva dicendogli: « Abbandonati nei Sacro Cuore e vivi. tranquillo che Egli pensa a te ». Ad un altro, travagliato da tremenda malattia, dopo aver detto che avrebbe voluto avere lui la forza e il co­raggio d´imitarlo o almeno d´invidiarlo, continuava: « Nel­la mia debolezza prego perchè tu, che sei il preferito, sopporti tutto con infinito amore purissimo, come quello del Cuore Sacratissimo di Gesù. Questo faccio e spero di

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farlo sempre ». A chi non si sentiva di fare un´obbedienza: « Accetta con semplicità l´obbedienza e gettati con grande

fiducia nel Cuore di Gesù, che non lascerà perdere chi, confidato in .Lui, lavora per la salute delle anime. Gli scrupoli, Comunque essi siano, lasciali al tuo superiore che ti vuole bene e ti aiuterà in tutti i tuoi bisogni. D´ora innanzi in qualunque dubbio e timore dirai solo: Cuore di Gesù, confido in voi. Poi tira avanti ». A uno scorag­giato di vedere scarso il frutto spirituale delle sue fatiche: « Non temere, sai; quello che non fai tu, lo farà il Signore e lo farà meglio di te. Tu ripeti sovente: Sacro Cuore di Gesù, confido in voi ». Salutare questo ammonimento: « Ora che le opere s´incamminano, ricordati che sono opere di Dio, che si fanno nelle umiliazioni e regnano nelle sofferenze. Sono parole di Nostro Signore alla Santa Margherita Alacoque ».

Ne] 1924, dopo due anni di Rettorato, fermandosi a considerare le cose della Congregazione, si vide sfilare dinanzi alla mente tanti motivi di riconoscenza verso il Signore per grazie da lui elargite, che sentì la necessità d´invitare tutti i Soci a unirsi in atti collettivi di ringra­ziamento, sia per i favori comuni che per quelli partico­lari ricevuti da ciascuna casa e da ciascun individuo. In qual modo levare questo cantico di gratitudine filiale a Dio? Non suggerì speciali preghiere o funzioni; ma rac­comandò che la prossima festa del Sacro Cuore rivestisse un tal carattere in tutte Ie case (1).

Ma non dimenticava, anzi lo ricorda più volte, che Don Bosco soleva presentare ai giovani il Cuor di Gesù vivente nella Santa Eucaristia, considerando per loro più efficace questo modo di praticarne la divozione. Col suo intuito pedagogico Don Bosco sapeva .che la gioventù

(1) Atti del Cap. BIT., pag. 295.

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ama le cose semplici e limpide, nè vuole moltiplicate le pratiche di pietà; perciò preferiva unificare quasi intera­mente nella divozione a Gesù Sacramentato la divozione al Sacro Cuore. È vero che dopo il 1880, epl49,ndo ricevette dal Papa l´incarico di edificare la chiesa del Sacro Cuore in Roma, divenne l´apostolo del Sacro Cuore nelle sue case e fuori; ma con i giovani anteponeva quella forma, da lui ritenuta per loro più accessibile. Questi ultimi pen­sieri non sono miei ma di Don Rinaldi, il quale in varia forma li andava ripetendo e li teneva presenti secondo le circostanze. « Il Cuore di Gesù vivo nell´Eucaristia, scriveva a una Superiora delle Figlie di Maria Ausilia­trice, Don´ Bosco lo voleva centro della nostra vita ».

Una prova luminosa della sua pietà verso il Sacro Cuore diede pochi mesi dopo che fu eletto Rettor Mag­giore. Si doveva nel 1922 inaugurare dai Salesiani di Casale Monferrato una chiesa del Sacro Cuore, nell´ere­zione della quale egli era stato pars magna. Orbene, a corona dei festeggiamenti volle con ardita idea che sì tenesse un Congresso nazionale del Sacro Cuore. Non lo sgomentò il pensiero che sarebbe stato il primo Congresso di questo genere e che quindi non vi erano precedenti, ai quali ispirarsi. Umiliò pertanto al Papa una relazione, in cui gli faceva conoscere il programma da lui formu­lato e le alte personalità, che formavano i Comitati onorario ed esecutivo, e com´egli stesso ne avrebbe tenuto la presidenza. Il Santo Padre con un Breve del 10 ottobre indirizzato « al diletto figlio Don Filippo Rinaldi, Rettor Maggiore della Pia Società Salesiana, presidente effettivo del primo Congresso nazionale del Sacro Cuore di Gesù in Casale Monferrato », si rallegrava dell´annuncio, lo­dava il programma e diceva quali risultati egli si aspet‑

tasse da quel convegno.

Il Congresso si svolse nei giorni 22 e 23 ottobre.

21 - CERIA. Sac. Filippo 12inaldi.

Nella prima seduta Don Rinaldi illustrò l´opportunità di tenerlo presso mia casa salesiana. Don Bosco e i suoi figli si son dati specialmente all´educazione della gioventù, alla quale bisogna andare con la bontà. Ora il miglior mezzo è d´ispirarsi al Cuore di Gesù, che ebbe per la gio­ventù tanta predilezione. Divozione dunque a Gesù da parte dei giovani, perchè Egli ha possente attrattiva; divozione al Cuore di Gesù da parte degli educatori, perchè sappiano trattare i giovani con la finezza di Colui, che ripete sempre: Sinite parvulos venire ad me.

Le sedute furono sempre affollate di sacerdoti e di laici, attratti anche dall´opportunità e-praticità dei temi trattati: istruzione religiosa e cristiana educazione della gioventù; vocazioni ecclesiastiche, religiose e missionarie; Gesù nella famiglia e nella società; associazioni e pie pratiche. I Cooperatori vi presero parte con tanto slan­cio, che Don Rinaldi se ne disse ammirato; onde scrive­va (1): « C´è proprio da benedire il Cuore Sacratissimo di Gesù con tutte le migliaia di voci dei nostri giovani, per aver suscitato un sì vivo entusiasmo, una sì espres­siva e cordiale benevolenza verso di noi e delle opere nostre ».

Anche qui era pronto a trarre partito da circostanze, alle quali non tutti avrebbero posto mente. Cadeva al 1° gennaio 1925 il venticinquesimo anniversario della consacrazione di tutta la Società Salesiana al Sacro Cuore di Gesù (2). Gli tornava alla memoria il fervore dei con­fratelli e degli alunni di Sarrià in quell´occasione. Perchè non risvegliare nei Soci il vivo ricordo di quell´atto, chiamandoli a rinnovarlo e a proclamare un´altra volta il Sacro Cuore unico Sovrano dei loro cuori, delle loro case e dell´intera Congregazione? Ma bisognava fare le

(1)        Atti del Cap. Sup., pag. 39.

(2)            Cfr.          vol III, pag. 97-103.

cose in modo da ricavare vero frutto spirituale. Dispose pertanto che dopo un divoto triduo di preghiere e di predicazione si ripetesse il 1° gennaio 1925 la consacra­zione, seguendo le norme date da Don Rua venticinque anni prima. Fece ancora dì più. Desideroso di vedere i figli di Don Bosco unicamente intenti all´acquisto della perfezione e pensando che giusto cent´anni avanti Don Bosco aveva avuto il primo sogno all´età di nove anni, non solo raccomandò di rileggere quel sogno, ma volle che lo si commemorasse e commentasse.

Stabilì perciò die in ogni casa il Capitolo locale esa­minasse con serietà, se l´andamento fosse conforme allo spirito e all´indirizzo tracciato a Don Bosco nel sogno; che si tenessero ai confratelli su tale argomento almeno due conferenze, una sulla mansuetudine e carità, e l´al­tra sull´istruzione religiosa; che si preparasse con cura e genialità una giornata commemorativa da chiudersi con un´accademia; che infine si promovesse una conferenza analoga per i benefattori, cooperatori ed ex-allievi, met­tendo in speciale rilievo le idee pedagogiche implicite nel sogno. Questo coordinamento della rinnovata consa­crazione con la commemorazione dell´importante sogno elevò il tono della ricorrenza e la rese più proficua. Don Rinaldi compiacendosi poi di quanto si era fatto per secondare il suo impulso, precisava (1): « Il primo sogno di Don Bosco è il riassunto del metodo educativo tras­messoci in eredità dal Venerabile Padre, è la voce del Cuor di Gesù che parla ancora una volta al cuore degli uomini ».

Questo suo concetto ricompare sott´altra forma in un episodio. Presentatasi a lui una superiora delle Figlie di Maria Ausiliatrice, per primo saluto le domandò a bru‑

1) Atti del Cap. Sup., pag. 333.

n

ciapelo: — Venite proprio a tempo per rispondere a una domanda, che facevo a me stesso. Chi è il più cele‑

bre pedagogista dei tempi passati, presenti e futuri? Ne conoscerete bene qualcuno. Fatemi qualche nome. ­L´altra a stento ne tirò fuori due o tre. Ed egli: — No, no, non avete azzeccato. Il più celebre fra tutti fu, è e sarà il Cuore di Gesù. Che pedagogia sapientissima la sua, adatta per tutti gli uomini e per tutti i tempi! Oh, se sapessimo sempre leggere questo libro divino! Non verrebbero fuori certe idee e certi spropositi anche in fatto di educazione, che vorrebbe dirsi cristiana. — Così dicendo lasciava cadere dalle mani sullo scrittoio alcuni fogli manoscritti, sui quali gettava uno sguardo come di compassione, e ripigliava: — Per conto mio, per conto vostro, facciamo di leggere sempre nel Cuore di Gesù, libro divino, d´infinita sapienza e carità, e non ci sfug­ga occasione per invitare altri a farne assidua lettura con volontà di praticarne le mirabili lezioni. ‑

Sopra un´altra ricorrenza giubilare richiamò la comune attenzione. Il 1930 sarebbe stato l´anno cinquantesimo della prima fondazione fatta da Don Bosco a Roma, fonda­zione legata al Cuore Sacratissimo di Gesù, dal quale fu denominata. Per questo egli andò parecchio tempo prima ruminando un suo disegno. Dopo il primo Congresso del Sacro Cuore, se n´erano organizzati tre altri in America presso chiese salesiane dedicate al Divin Cuore; orbene Don Rinaldi avrebbe voluto il quinto a Roma nel 1930. — Potrà servire, — diceva, — per dare una spinta maggio­re alla pietà dei Soci mediante questa divozione, che è la più adatta, e contemporaneamente presentare all´esterno nella sua vera luce il santuario di Roma, seguito da oltre quaranta chiese e cappelle dedicate nella Congregazione al Cuor di Gesù, le quali a lor volta dovrebbero divenire centri di pie associazioni, di pratiche divote e di opere

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eucaristiche rivolte a coltivare la pietà nel popolo cristia­no. — Essendo in procinto di recarsi a Roma si propo­neva di esporre al Santo Padre la sua idea del Congresso con i seguenti punti programmatici: 1° Divozione in ge­nere al Sacro Cuore di Gesù (relatore gesuita). - 2° Le Missioni e il Sacro Cuore di Gesù (relatore un membro di altra Congregazione). - 3° Il Sacro Cuore e la gioventù (relatore un salesiano). - 4° Il Sacro Cuore di Gesù e la pace. Manifestate queste sue intenzioni ai Capitolari, ne ebbe il pieno consenso. Ma dovette contentarsi del buon desiderio. L´avvicinarsi della beatificazione di Don Bosco, i preparativi, i festeggiamenti, gli strascichi di questi, as­sorbirono talmente i Salesiani, che non ci si potè più pen­sare e quando vi si sarebbe potuto ripensare, ecco le preoc­cupazioni per la salute dì Don Rinaldi, il quale andava purtroppo rapidamente verso la fine. Rimase tuttavia un ricordo di quelle sue sante intenzioni: il " Bollettino " del Sacro Cuore di Gesù, sorto allora a Roma per espresso volere di lui, affinchè fosse la voce ufficiale di quanto i Salesiani facevano per estendere la divozione del Divin Cuore

Come si vede, man mano che si avvicinava al termi­ne del suo mortale pellegrinaggio, Don Rinaldi si mostra­va sempre più infervorato di zelo per la sua " cara " di­vozione. Al fin qui detto ci rimane ancora qualche cosa da aggiungere. Considerando che a mantener vivo nella Congregazione questo sacro fuoco nulla sarebbe valso meglio dell´accenderlo bene nelle case salesiane di formazione, egli fin dal gennaio 1929 aveva dato ordine che il 7 giugno seguente la festa del Sacro Cuore fosse ce­lebrata con la massima solennità possibile in tutti gli aspirantati, noviziati e studentati dì filosofia e teologia. Vi si facesse precedere una fervorosa novena; aspiranti e chierici festeggiassero quel giorno con la vacanza e con

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belle funzioni intonate allo spirito della solennità, come voleva Nostro Signore Gesù Cristo, secondo le rivelazioni fatte a S. Margherita Alacoque. Nè queste disposizioni si limitavano a quell´anno, ma dovevano aver valore anche in seguito; onde nei due anni che gli rimasero di vita lo consolavano oltremodo le notizie dell´ardore, col quale in dette case si era celebrata la festa del Sacro Cuore.

Dopo la partenza dalla Spagna gli erano state spine al cuore le difficoltà, che ostacolavano l´erezione della chie­sa dedicata al Cuor di Gesù sul barcellonese Tibidabo; ma al principio del suo Rettorato le cose volgevano al meglio, ed egli a far fuoco incessantemente, perchè si guadagnasse il tempo perduto. Nel 1923 una magnifica cripta attirava i divo-ti. Intanto si rizzavano svelte colon­ne, che dovevano sostenere una superba cupola. Tuttavia Don Rinaldi non era soddisfatto, parendogli che si andas­se troppo a rilento e non si curasse abbastanza il più essenziale; per questo il 26 dicembre scoteva Don Migliet­ti, messo a capo dell´impresa: « Qualche volta noi ci di­mentichiamo della missione che il Signore ci ha dato su codesto monte, e diamo poca importanza a quello che occupava tanto Don Bosco nella sua andata alla Spa­gna: — Che farò io per il Sacro Cuore di Gesù in Spa­gna? — Si è compiuto un grande lavoro, forse il più diffi­cile; ma ora ci vuole un altro lavoro di non minore impor­tanza. Si tratta ora di dare vita religiosa al monumento eretto già al Sacro Cuore di Gesù. Le pietre e l´arte ora debbono riscaldarsi e attirare gli uomini al Sacro Cuore di Gesù. Tutto quello che si farà perciò d´ora innanzi non deve aver altro di mira che di onorare il Cuore di Gesù e attirare gli uomini al bene. Certamente non si dovranno trascurare i grandi lavori, che spingono la materia (cu­pole e torri) verso il cielo; anche questo è necessario, per­ché l´uomo ha anima e corpo; ma quel tanto che c´è abbia

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anima e vita, serva già al Cuore di Gesù. Io non ho al­tra idea. Le cose da farsi le dirà il Cuore di Gesù. Intèr­rogati tutti i giorni: — Che farò per onorare il Cuor di Gesù? — Questa domanda rendila familiare a quei di casa, alle persone pie, a quanti si avvicinano a quel monte, che il Sacro Cuore di Gesù designò a Don Bosco come l´altare della sua gloria: Tibi-dabo. Ti darò il Tibidabo per onorarmi ».

Lo infiammava talmente questo desiderio, che il 22 marzo 1924 ribadiva: « Vedrei con piacere uno schizzo dei lavori che volete fare. Prego il Cuor di Gesù, che viaiuti a dargli molta gloria. Ricordatevi dell´amor suo e della riparazione vostra. Ogni venerdì dovrebbe il Tibidabo ardere come un braciere, da cui escano incenso e fuoco, cioè preghiere e amore ». Letta quattro anni dopo l´Enciclica Miserentissimus Deus, emanata il 16 marzo 1925 da Pio XI, sul dovere e il modo di riparare il Sacro Cuore di Gesù, rinnovò le insistenze dominate quasi da una santa impazienza: « Approfitta dell´ultima lettera riparatrice del Santo Padre per dare una spinta all´opera del Tibidabo. È una lettera proprio per voi. Anzi la notte anteriore alla festa del Sacro Cuore fate l´adorazione nella vostra chiesa, invitando tutto il inondo barcellonese e catalano a passare la notte in adorazione. Su, più culto; scrivere di più, parlare di più; fate centro il Tibidabo di grande riparazione, tutti i giorni, in par­ticolare tutti i venerdì, soprattutto il primo di ciascun mese, e senza limiti la festa del Sacro Cuore. Coraggio, coraggio, coraggio! Regni il Sacro Cuore; abbia al Ti­bidabo il suo trono di gloria e di riparazione ».

Continuò così fin quasi alla vigilia della morte; ce lo attestano parecchi fatti e documenti. Nell´ottobre del 1929, essendo in vendita alcuni appezzamenti prossimi alla chiesa, volle che si acquistassero, perchè stimava

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che in tale congiuntura valesse più comperar terreno che fabbricare; questo infatti rendeva possibile sviluppare poi largamente l´opera in avvenire. « Il Tibidabo, — rin­calzava, — non dev´essre solo un semplice monumento della città di Barcellona, ma un centro religioso, un´o­pera di apostolato. Bisogna profittare di tutte le occa­sioni per raggiungere la mèta. Il mondo, questo non lo comprende, ma noi dobbiamo farlo. Date vita al Ti­bidabo, maggior vita.. Coraggio! Il Sacro Cuore di Gesù vi scaldi del suo amore e vi faccia operare per la salute di Barcellona, di Catalufm, della Spagna. Non dimenti­cate mai il sospiro e lo zelo di Don Bosco: " Che farò in Ispagna per onorare il Sacro Cuore di Gesù1 ". Tibi­dabo ». In dicembre incaricò ancora un chierico spagnolo, studente di teologia nell´Istituto internazionale della Crocetta in Torino, di ripetere a Barcellona in suo nome le stesse raccomandazioni. Finalmente fece scrivere l´ul­tima volta il 25 dicembre 1930 per annunciare che il Bollettino del Sacro Cuore, edito a Roma per suo vole­re, avrebbe incominciato a dar notizie delle quaranta e più chiese salesiane dedicate al Cuore di Gesù, e in primissimo luogo dell´opera del Tibidabo; mandassero dunque ragguagli; bisognava che tutto il mondo sale­siano, cioè confratelli e Cooperatori, sapessero di quel tempio nazionale della Spagna.

Dopo tutto questo, giustamente il suo successore Don Ricaldone scriveva a Don Miglietti il 1° gennaio 1933:

« Del nostro indimenticabile Padre Don Rinaldi posso attestare che fu di cotesto tempio espiatorio apostolo risoluto ». E l´Ispettore Don Giuseppe Calasanz, tre anni prima di cadere vittima del piombo comunista, confer­mava al medesimo: « Nessuna opera della Spagna sale­siana stette tanto a cuore di Don Rinaldi, nessuna rac­comandò con maggior insistenza come l´opera del Ti‑

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bidabo ». Ed ora Don Rinaldi si rallegrerà dal cielo, ve­dendo che, posto riparo ai vandalismi perpetrati dai rossi nelle sanguinosissime giornate del 1936, la chiesa, che corona il Tibidabo, ha ripreso tutto il suo splendore e che la pietà dei fedeli ne ha fatto ormai un santuario nazionale del Sacro Cuore.

Com´è visibile in Don Rinaldi la preoccupazione, che il Sacro Cuore venga onorato non con sole pratiche esterne, ma soprattutto con sante disposizioni dell´animo! Frutto prezioso della vera divozione al Cuor di Gesù è infatti uno studio costante di vita interiore. Questo della vita interiore è uno di quegli argomenti, dei quali egli non parlava quasi mai direttamente; ma lo faceva volentieri quando sapeva di aver da fare con anime semplici. Allora si abbandonava volentieri all´onda dei suoi pensieri, dando a vedere quale fosse l´intimo del suo spirito; poichè non ripeteva cose lette nei libri, ma parlava proprio ex abundantia cordis. A una buona Fi­glia di Maria Ausiliatrice scriveva: « La vita interiore, la vita spirituale, la vita eucaristica in un religioso che capisce quello che egli è, diventano una cosa cosi co­mune, che la vita esteriore è solo un mezzo per dimo­strare a Dio la buona volontà, la nostra docilità ai suoi disegni ». Le raccomandava perciò di saper essere sempre presente e unita al Signore che viveva in lei: unione con Dio nel lavoro e nella ricreazione come nella pre­ghiera, come davanti all´eucaristia, unione di giorno co­me di notte, vegliando e dormendo; unione facendo sem­pre la volontà del Signore nelle sofferenze e nelle umilia­zioni come nella esuberanza dell´allegria. Non credo di esagerare dicendo che in questa esortazione c´è tutto il Don Rinaldi poco noto. Non per nulla deplorava che in Don Bosco si ammirasse l´attività esterna senza ri­flettere abbastanza che omnis gloria eitts ab intus; onde

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suggerì a un confratello di preparare una pubblicazione che ne mettesse in valore l´interna spiritualità. Per conto suo, non conosceva la vita interiore solo in teoria, ma intensamente la viveva. Il suo contegno stesso lo di­mostrava: quell´incedere grave, quel gesto pacato, quello sguardo tranquillo, quel parlare calmo e paterno espri­mevano raccoglimento, ossia abituale attenzione alle operazioni della grazia, nel che risiede il fondamento della vita interiore. Non poteva essere diversamente in un sì gran divoto del Sacro Cuore.

CAPO XVI

La " Unione Don Bosco Ira Insegnanti ".

Le persone che ricevevano la direzione spirituale da Don Rinaldi, si davano facilmente o in piccolo o in grande a qualche forma d´apostolato. Egli ne suscitava nei cuori il desiderio, che per certe anime diventava quasi un bi­sogno. All´apostolato quotidiano, che si esercitava in seno alla famiglia, nella scuola, nell´ufficio, nel laboratorio, non occorrevano mezzi straordinari; ma a volte si trattava di vere opere, e in tali casi Don Rinaldi consigliava, inco­raggiava, porgeva aiuto anche materiale, ma si teneva in disparte, lasciando che si facesse, come se egli non vi entrasse. In questo modo si comportò riguardo a una " Unione Don Bosco fra Insegnanti ", la quale però non sorse di botto, ma fu preceduta da altre opere, che non sembravano dover condurre a quel risultato, mentre in­vece ne furono quasi remota preparazione. Mente diret­trice di siffatto lavorìo fu Don Rinaldi.

Sul finire della prima guerra mondiale, la maestra Ca­rolina Turco ebbe occasione di toccar con mano quanti ge­nitori non si curassero nè punto nè poco di ben disporre i loro figliuoli alla prima comunione. Non rimase indiffe­rente a quella vista, ma, compresa della necessità di ten­tare qualche cosa, ne conferì con Don Rinaldi, da molto tempo suo confessore. Il Servo di Dio, che s´interessava con zelo di tutto quanto si riferisse all´educazione giova­nile, la esortò ad agire, nè staccò più l´attenzione dalla

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sua iniziativa. Coadiuvata da alcune colleghe, la Turco, prendendo contatto con famiglie trascurate nell´adempi­mento di sì importante dovere, riunì a poco a poco una schiera di fanciulli e fanciulle della scuola " De Amicis ", dov´ella insegnava, e 1´8 dicembre 1920, festa dell´Imma­colata, li condusse nella cappella delle Figlie di Maria Ausiliatrice per una gentile cerimonia, che doveva servire a stringerli fra loro, allettandoli a frequentare ivi stesso il catechismo specialmente nei giorni di vacanza. In quella festa dunque, dato a ognuno un fiore bianco, li fece sfi­lare dinanzi alla statua della Vergine, ai piedi della quale ognuno deponeva il suo fiore, simbolo di consacrazione alla Madonna; poi innalzarono una preghiera, perché vo­lesse disporre i loro cuori a ricevere bene per la prima volta il suo Gesù, quando fosse venuto il tempo.

Don Rinaldi, che si trovò presente, benedisse l´inno­cente stuolo, annunciando che nella prossima primavera avrebbero avuto la fortuna di accostarsi la prima volta alla mensa eucaristica.. Ciò si fece nell´aprile seguente. Egli celebrò quella mattina la santa Messa, distribuì il Pane degli angeli e dopo rivolse loro alcune parole. Quel suo dire dolce, pacato e vivo di fede commosse i presenti, piccoli e grandi. Prima dí ritirarsi, disse alla maestra: — Continui, e quando nessuno la aiuterà, io l´aiuterò sempre. — E come promise, così fece,. aiutandola conti­nuamente con la parola, con la presenza e con la bene­dizione paterna. L´opera di preparazione dei fanciulli delle scuole elementari alla prima comunione crebbe, si dilatò e reca tuttora frutti di bene, massime per quelli che non vanno ai catechismi parrocchiali o agli oratori festivi.

Sbocciò di qui un´altra forma di apostolato eucari­stico, nella quale pure Don Rinaldi ebbe la sua parte. Un´altra sua figlia spirituale, la signorina Luigina Carpa-nera, presidente delle già. menzionate Figlie di Maria Au­

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siliatrice Immacolata, anima ricca di umiltà non meno che di zelo, bramosa di promuovere una maggior frequenza ai santi sacramenti tra le oratoriane, si rivolse per con­siglio a Don Rinaldi, che le suggerì di iniziare la pra­tica dei primi giovedì mensili eucaristici in mezzo alle fanciulle. Questo avveniva nel novembre 1921 e già il 24 dello stesso mese, sempre nella cappella delle Suore, Don Rinaldi celebrava alla presenza delle prime bambine, che si proponevano di partecipare al pio esercizio. Erano appena ventiquattro; ma tosto il loro esempio influì sulle compagne, sicché le adesioni si andarono moltiplicando. Anche un gruppo di insegnanti delle quattro scuole ele­mentari " De Amicis, Siopis, Tortona e Lessona ", facendo capo alla prof. Turco, presero a secondare il disegno della Carpanera, di modo che nell´ultima funzione dell´anno scolastico 1921-22 le fanciulle partecipanti mensilmente al banchetto eucaristico sorpassavano le quattrocento.

Il piccolo seme, benedetto da Dio per mezzo del suo fedele ministro, era appena germogliato, che non tardò a farsi albero ognor più grande, allargando i suoi rami fuori del rione di Valdocco, presso quasi tutte le scuole elementari di Torino. Ogni sezione aveva le sue funzioni distinte, sotto l´alta direzione del sacerdote Ispettore mu­nicipale per l´insegnamento religioso e con l´incoraggia­mento del Direttore Generale delle scuole elementari d´al­lora, il prof. Leopoldo Ottino, che honoris causa merita di essere nominato. Confortava davvero il vedere come si comprendesse e si commendasse in quegli anni anche dalle autorità scolastiche la necessità della frequenza ai santi sacramenti nella formazione morale e religiosa dei fanciulli.

Una ricorrenza particolare offerse a Don Rinaldi l´oc­casione di rendere più noto e più gradito alle famiglie anche poco praticanti il nuovo esercizio mensile. Cadeva

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nel 1922 il venticinquesimo delle nozze degli allora Reali Vittorio Emanuele III ed Elena. Don Rinaldi intuì tutto il vantaggio che sarebbe derivato da una manifestazione religiosa, nella quale entrasse pure il sentimento patriot­tico. Nulla turbava ancora i secolari rapporti del popolo torinese con la sua dinastia. Don Rinaldi dunque, per mezzo delle insegnanti, che solevano pigliare da lui le buone ispirazioni, insinuò l´idea di una comunione gene­rale dei fanciulli torinesi nella basilica di Maria Au­siliatrice a fine di pregare per il Re e per la Patria. Una folla di piccoli supplici riempì quel giorno interamente la chiesa, spettacolo dei più divoti e commoventi, che si fossero mai veduti sotto la cupola dell´augusto tempio.

E non fu fuoco dí paglia; maestre e maestri, nei primi giovedì d´ogni mese guidavano le loro schiere di piccoli nelle cappelle più adatte, affinchè compiessero comoda­mente la solita divozione. Questa pia pratica si man­tenne così bene, che neppure gli sconvolgimenti della seconda guerra mondiale la interruppe ed è tuttora in piena attività. Anzi ogni anno Direttori e Insegnanti di scuole cittadine convengono presso l´Istituto delle Fi­glie di Maria Ausiliatrice, dove l´opera sorse, e lì si ac­cordano circa i mezzi da usare per farla fiorire. Il ri­cordo dí Don Rinaldi che con tanta bontà presenziava tali riunioni, vive nella memoria e nel cuore dei più anziani. Nel maggio 1946 si festeggiò il primo venticin­quesimo dell´istituzione. Fanciulli affluiti da molti com­partimenti scolastici e accompagnati da maestri e mae­stre, fecero nuovamente echeggiare dei loro canti e ri­sonare delle loro _ preghiere le volte del santuario. Don Rinaldi non c´era più da «quindici anni; ma non mancò chi rammentasse in quanta parte il merito di quell´o­pera andasse attribuito al suo ardente zelo per la gio­ventù.

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Ed eccoci finalmente al punto, al quale volevamo ar­rivare. L´affiatamento prodottosi tra insegnanti cattolici nelle occasioni descritte non doveva limitarsi a intese reciproche per il bene dei loro alunni. Si vide allora una cosa, che si amerebbe veder ripetersi più di frequente. Anche nel mondo nella scuola gli spiriti disposti a fare buon viso a iniziative di carattere non solo intellettuale, ma anche religioso sono più numerosi che comunemente non si pensi; in generale non manca il volere di manife­starsi, manca la propizia occasione. Ebbene anche qui la mossa partì da una figlia spirituale di Don Rinaldi.

La prof. Melania Borgialli, animata dallo scorgere l´ar­dore di tanti e tante insegnanti nel dar vita e incremento all´opera della comunione mensile tra le scolaresche, si sentì come ispirata a studiare il disegno di un´Associazione magistrale da costituirsi nel nome di Don Bosco col fine di alimentare la vita spirituale ne­gli associati. Questo pensiero non le dava requie; anzi in certi momenti le pareva proprio che il Cielo volesse da lei questa iniziativa.

Naturalmente versò il suo cuore in Don Rinaldi. Aveva bisogno di accertarsi che non fosse illusione la sua; e poi come avrebbe fatto una donna a muovere una classe di persone non facile a collegarsi per cose di simil genere? Ma, sapendo quanto Don Rinaldi fosse positivo e uomo di consiglio, aspettava da lui la parola rassicurante. Espostagli sommariamente a voce la pro­pria intenzione, fu da lui pregata di mettere la cosa in iscritto. Quella obbedì, unendovi pure un abbozzo di re­golamento. Don Rinaldi, manifestatole il suo compiacimento per un sì lodevole tentativo, depose quei fogli sul suo tavolo di lavoro, sotto il Crocifisso, promettendole che, appena avesse potuto, avrebbe esaminato la proposta. Non le nascose però le difficoltà dell´affare.

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— Raccogliere danari, — soggiunse, — per fare costruzio­ni è alla portata di tutti; ma raccogliere anime e unirle in un piano di apostolato, è un altro paio di maniche. ­Intanto le disse di pregare e di mettersi d´accordo con la Carpanera e la Turco. Erano tre creature fatte per in‑

tendersi.

Tanto per incominciare, sembrò loro utile concertare un convegno d´insegnanti a Valsalice presso la tomba di Don Bosco. Don Rinaldi approvò e le assistette nella preparazione, che non fu di breve durata. Il gruppo di maestri e direttori aderenti alla Comunione mensile dei fanciulli doveva costituire il primo nucleo dell´azione. Si radunavano di quando in quando nell´Istituto delle Fi­glie di Maria Ausiliatrice per scambiarsi idee sull´opera della Comunione mensile e intanto tastare il terreno sull´argomento maggiore. Alla prima di queste adunanze nell´aprile 1922 intervenne Don Rinaldi, quasi per darvi la giusta intonazione. Ogni volta il numero aumentava; poi comparvero anche professori di scuole secondarie e da ultimo alcuni professori universitari, come a un inci­piente circolo di cultura. Erano persone di buoni prin­cipi religiosi, non aliene dallo stringere fra loro rapporti speciali nell´interesse dell´educazione. Il momento di par­lare del convegno a Valsalice parve giunto nel 1923. Lo si rappresentò quale omaggio di educatori al grande edu­catore Don Bosco neI trentacinquesimo anno della sua morte. In tutto le promotrici non muovevano un dito senza, sentire Don Rinaldi, il cui nome per altro non si faceva mai nè nelle discussioni nè nelle circolarile

Fu di co mune consentimento fissato il convegno al 10 maggior solennità dell´Ascensione. Nel pomeriggio dunque di quel giovedì festivo salirono a Valsalice assai numerosi professori d´ogni grado, più che non si fosse osato sperare. Onorarono della loro presenza il convegno

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anche primarie autorità cittadine. Don Rinaldi si trovò ad accoglierli, riverito da tutti quale successore di Don Bosco. Presiedette l´adunanza, ma avendo ai fianchi il prof. Gribaudi, che già conosciamo, e la prof. Maria Vit­toria Chiora, presidente della Federazione Internazionale Ex-allieve delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Il Gribaudi spiegò il significato del convegno; succedette un discorso sul sistema preventivo secondo lo spirito di Don Bosco, e parecchi elevarono inni all´apostolo dell´educazione. Se­guirono due altri discorsi di argomento pedagogico. L´u­ditorio era nelle migliori disposizioni che si potessero desiderare, quando si levò Don Rinaldi a dire l´ultima parola. Ringraziati i presenti e ricordato come il Rayneri, professore di pedagogia nell´Università di Torino, consi­gliasse a´ suoi studenti di andare a vedere nell´Oratorio la maniera di praticare gl´insegnamenti teorici da lui impartiti nell´aula universitaria, rievocò l´episodio dei "birichini " di Don Bosco, che nel loro entusiasmo, fattolo sedere sopra un trono da loro improvvisato, lo portavano in trionfo al grido di " Viva Don Bosco nostro Re ".

Narrato brevemente il fatto, concluse con la sua bona­rietà: — Alle acclamazioni degli educandi si riallacciano oggi quelle degli educatori, che, sollevando Don Bosco nel loro pensiero e nella loro ammirazione, lo salutano Maestro. ‑

Piacque ai non ancora iniziati il non aver udito nulla, che potesse contrariare chi fosse di fede diversa; giacchè non pochi insegnanti, che prescindevano abitualmente da ideologie religiose, non avevano ricusato di rispondere al cortese invito di loro colleghi. Questo fu un ottimo prelu­dio, che servì ad allargare il campo della partecipazione all´Unione divisata, ma non resa ancora di pubblica ra­gione. Il convegno di Valsalice vi aperse la via.

La vigilia della Pentecoste vennero invitati a Valsa‑

- CE te, Si". Filippo Rinaldi.

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lice i membri del Comitato esecutivo, che aveva prepa;" rato il convegno. Don Rinaldi, celebrata per loro la santa Messa, spiegò intero il suo divisamento. Occorreva creare ´ un´organizzazione stabile con il suo Consiglio e il suo Statuto. Il titolo si convenne che fosse " Unione Don Bo­sco fra Insegnanti ". A elaborare gli articoli si spese più tempo, che non sembrerebbe richiedere la loro schematica, brevità: «1° È costituita una Unione fra Insegnanti, sotto il titolo di Unione Don Bosco con la prima sede in Torino, Corso Regina Margherita, 178. - 2° L´Unione è apolitica, non fa quindi alcuna distinzione nell´accettazione degli insegnanti. - 3° L´Unione ha per iscopo la formazione mo­rale e religiosa degli associati, in modo particolare con la conoscenza e soprattutto con la pratica del sistema pre­ventivo nell´assistenza e nella cura degli alunni. - 4° Per essere ammessi a far parte di quell´Unione è necessario mandare l´adesione alla locale Presidenza. - 5° L´Unione è retta da un Consiglio nominato ogni anno dagli associati. Il numero dei membri non può essere inferiore a cinque, nè superiore a nove, e ciascuno di essi potrà essere ri­eletto ». Spicca su questi articoli lo spirito pratico e lar­go di Don Rinaldi.

Fu eletto presidente il prof. Aristide Bianchi, preside del Liceo Gioberti e ottimo cattolico. Nel primo articolo si accenna a una prima sede. La ragione è che nella mente di Don Rinaldi era che non fosse una Unione locale, ma che ogni casa salesiana avesse pure i suoi insegnanti colla­boratori per far penetrare, dovunque si potesse, lo spi­rito di Don Bosco nell´educazione della gioventù..

Con una circolare del 24 gennaio 1924 la prof. Turco, segretaria del Consiglio, presentava l´Unione agli inse­gnanti della città, chiedendone l´adesione scritta, me­diante un´annessa cartolina. Vi si ribadiva: « Possono prendervi parte tutti gli Educatori indistintamente, sen‑

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z´altro obbligo da quello in fuori di giovare alla scuola, portando in essa l´applicazione pratica del sistema edu­cativo di Don Bosco, additato dalle ultime disposizioni ministeriali a modello dei Maestri ». Le adesioni arriva rono in breve a 1200. Erano docenti di ogni scuola e grado, uomini e donne, dagli asili d´infanzia alla Uni­versità. L´operi si estese ben presto fuori di Torino, come a Genova, Milano, Trento, Roma e in Sicilia. Ge­neralmente nei vari luoghi se ne facevano iniziatori ex-al­lievi dei Salesiani.

Di regola si tenevano tre adunanze ordinarie all´anno; altre straordinarie erano determinate da occasioni spe­ciali. Tema precipuo delle conferenze e delle discussioni era approfondire la conoscenza pratica del sistema edu­cativo di Don Bosco. Don Rinaldi affidò l´assistenza ec­clesiastica dell´Unione al Direttore Generale delle Scuole salesiane. Il primo fu Don Bartolomeo Fascie, che più volte ragionò del sistema con profondità guadagnandosi molta stima. Riunioni solenni s´indicevano talora a Val-salice, al Colle Don Bosco, a Castelnuovo; falangi di edu­catori accorrevano a trascorrere una giornata di lieto ca­meratismo con banchetto e conferenza. Il 26 maggio 1929 Don Rinaldi benedisse la bandiera dell´Unione. Era l´anno della beatificazione di Don Bosco, e l´Unione ebbe il suo posto d´onore nelle celebrazioni di Roma e di Torino. Allora uscì pure un nutrito Numero Unico di occasione (1).

In anni diversi sorsero pure iniziative di vario genere: un corso di conferenze per maestri, cicli di conferenze sul Vangelo a Torino e fuori, mostra di disegni evange­lici dei fanciulli (detti argutamente prerafaelliti da visi­tatori), saggi dei medesimi disegni presentati a Pio XI, che se ne compiacque e disse sorridendo: — Li metteremo

(1) L´Unione Don Bosco fra Insegnanti, Torino, S. E. I.

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accanto ai Maggiori. — Da quest´ultimo episodio si rileva che l´Unione non ha arrestato il suo cammino dopo lai morte di Don Rinaldi; infatti, cessato l´uragano della guerra, che sconquassò tante cose, viene riprendendo la sua attività.

Sia intanto assicurato alla storia che ispiratore e mo­tore di sì alacre lavorio fu sempre Don Rinaldi. Negli aderenti del primo tempo è rimasta incancellabile la sua ´ figura paterna. Nelle occasioni, in cui egli assisteva alle adunanze, maestri giovani e anziani, professori di scuole secondarie e di Università, non che umili insegnanti di scuole materne si raccoglievano intorno a lui affezionati e riverenti, ed egli, sempre arguto e saggio, aveva per tutti una parola di bontà e di fede. Un giorno disse: — Che cosa faremmo noi senza dì voi? Don Bosco ha molto raccomandato di tenerci vicini ai maestri. — Qualcuno allora si chinò a baciargli la mano, perchè egli sentisse quanto gli erano vicini. « La sua luce inte­riore, — scrive la più volte citata segretaria, — si riverbe­rava sugli astanti e fasciava d´intima, commossa gioia le loro anime 4.

CAPO XVII

Per la chiesa di Maria Ausiliatrice.

La chiesa di Maria Ausiliatrice, diventata presto san­tuario della Madonna di Don Bosco, in questi ultimi tempi divenne anche per grandiosità e splendore un monumento insigne, degno della Madre di Dio e del suo fervido apo­stolo; ma pochissimi seppero e sanno chi abbia il diritto di rivendicare a sè il merito d´avere per primo pensato e osato ideare una tale trasformazione non meno gloriosa che ardita. Ne diremo ora il puro necessario senza en­trare in troppi particolari.

Don Rinaldi amava la chiesa di Maria Ausiliatrice, come la amarono e la amano tutti i Salesiani, che rav­visano in essa il cristiano palladio della Congregazione; ma in lui sopra questo amore s´innestò e crebbe un´af­fezione personale, alimentata, oltreché dalla sua pietà verso l´Ausiliatrice, anche da due altre sorgenti. Per ben -vent´anni tenne egli regolarmente nella chiesa un confes­sionale, divenuto centro di attrazione per gran numero di anime bramose di luce, di conforto, di perdono e di spi­rituale direzione. Di qui coltivava nella vita interiore tante persone secolari, assidue sue penitenti; dì qui av­viava a religiose famiglie tante buone figliole anelanti di consacrarsi a Dio e di dedicarsi al servizio del pros­simo; di qui suscitò quello stuolo di vergini, che sotto la sua guida conducevano vita religiosa stando in mezzo

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al mondo. Questo sacro ministero, esercitato con fatica e frutto per sì lungo spazio di tempo, lo affezionò oltre ogni dire al santuario, dove dispensava i tesori della gra­zia celeste ed era quotidianamente testimonio e strumento dell´arcana azione divina in tanti cuori. Veniva da sè che di tal tempio egli desiderasse il massimo decoro, quel decoro che non è lusso superfluo, ma onore di culto e mezzo di mistica attrattiva. Inoltre, come Prefetto Gene­rale, aveva l´incombenza diretta delle maggiori funzioni, sicchè in molte circostanze vedeva da vicino gli spiacevoli effetti derivanti dalla enorme sproporzione tra le folle dei fedeli e la capacità dell´ambiente, il disagio cioè che si verificava nelle piene di certi giorni, nei quali pure sarebbe stato assai desiderabile poter fare con qualche comodità le proprie divozioni; donde il suo voto segreto di oppor­tuni ingrandimenti. In seguito vi si aggiunse un terzo stimolo a tentare innovazioni, ed era l´avvicinarsi della beatificazione di Don Bosco. Bisognava per lo straor­dinario avvenimento aver pronto un altare monumen­tale, degno di accoglierne le venerate spoglie. Ma erigere un altare di tal fatta nella chiesa così com´era, sarebbe stato creare una troppo stridente stonatura. Tutto dunque gli sembrava concorrere a dimostrare la necessità e l´urgenza di metter mano risolutamente a lavori arditi.

Questi pensieri, che prima gli vagavano per la mente, dopochè fu eletto Rettor Maggiore e quindi tutta dipen­deva da lui l´iniziativa, lo assediavano dì e notte senza tregua. Da principio nessuno era a parte delle sue in­tenzioni; anzi nessuno avrebbe mai potuto immaginare che fosse per venire un momento, nel quale si avesse l´ardire di toccare le pareti della chiesa di Maria Ausi­liatrice. Non nascondendosi pertanto l´impressione che avrebbe prodotto l´annuncio dell´impresa da lui vagheg­giata, meditava e taceva, ma agiva: la sua azione però

si svolgeva circondata da tutte le cautele dettategli dalla sua esimia prudenza.

Ci voleva anzitutto un bravo e sperimentato archi­tetto: un architetto che avesse già un nome anche presso i Salesiani e che offrisse non solo buon affidamento, ma potesse all´uopo fargli scudo contro le critiche e le op­posizioni sicuramente previdibili. Nè ebbe bisogno di cer­carlo molto. Era da un pezzo in ottime relazioni con il professor Mario Ceradini, Presidente della Regia Acca­demia Albertina di Belle Arti in Torino, e posò senz´al­tro gli occhi sopra di lui. Lo raccomandava pure il fatto d´avere già costruito chiese e collegi salesiani in Italia e all´estero. Chiamatolo dunque all´inizio del 1923, poco più di mezz´anno dalla sua elezione, gli affidò il confi­denziale incarico di preparargli un disegno di amplia­mento della chiesa. Ceradini ci studiò a lungo, chè non era davvero impresa da pigliare a gabbo; finalmente gli presentò l´abbozzo di un progetto audace, mirante nien­temeno che a raddoppiare lo spazio del santuario. Don Rinaldi osservò, ascoltò, non disse nulla; ma presi quei documenti, li passò all´Economo Generale, che era Don Arturo Conelli. Questi, essendosi dovuto quasi subito as­sentare per parecchi mesi da Torino, fu poì ai primi di ottobre dello stesso anno sorpreso dalla morte in Roma, senza che gli fosse stato possibile occuparsi dell´affare.

Cn mese dopo, nel novembre del 1924, veniva chia­mato da Don Rinaldi a sostenere la carica del defunto Don Fedele Giraudi, Ispettore nel lombardo-veneto. Il novello Economo era appena giunto all´Oratorio, che Don Rinaldi lo informò della sua iniziativa, gli disse quanto questa gli stesse a cuore e lo incaricò di ricercare tra le carte del suo predecessore l´abbozzo del Ceradìni e di studiare con lui la soluzione dell´arduo problema. La Provvidenza glì aveva fatto trovare l´uomo che occorreva.

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Comprensione, energia e costanza sono le doti più essen­ziali che si richiedono in chi abbia da accingersi a dif­ficili imprese, ed egli le possedeva in grado eminente. Il primo incontro e la prima lunga discussione tra l´Ar­chitetto e l´Economo avvenne il 19 marzo 1925. Seguì poi uno studio amoroso, durato circa quattro anni e con­cretatosi da ultimo in un nuovo disegno, che rappresen­tava il massimo dell´ingrandimento possibile sia rispetto alla chiesa esistente sia di fronte agli edifizi circostanti. Ma non anticipiamo gli eventi.

Ho accennato alla necessità di prudenti cautele da parte di Don Rinaldi; i fatti gli diedero ragione. Quando fu reso noto quello che si aveva in animo di eseguire, il consenso non si palesò unanime non solo nei Soci, ma neppure nei membri stessi del Capitolo Superiore. Mili­tavano contro il tentativo, o addirittura l´attentato, motivi psicologici, i quali sí cercava di appoggiare a ragioni tecniche e finanziarie. Si diceva: — La chiesa di Maria Ausiliatrice è una sacra eredità lasciataci da Don Bosco e la si deve gelosamente conservare e custodire così com´è per un preciso obbligo imposto dalla pietà filiale e dal sacrosanto rispetto alla tradizione. Inoltre l´amplia­mento voluto modifica e trasforma la chiesa dall´Ausi­liatrice ín modo tale da non poterlesi più chiamare la chiesa fatta costruire da Don Bosco. — Taluni arzigogo­lavano anche su inconvenienti nuovi, che ne sarebbero derivati, e su inconvenienti vecchi, che non sarebbero scomparsi. Altri infine andavano ripetendo che per ese­guire il disegno preparato ci sarebbe voluto un subisso di spesa, certo non meno di trenta milioni, somma allora pazzesca. Di tutte queste paure e diffidenze si fece eco un giorno perfino il Card. Cagliero. Ritornava da Roma e non aveva avuto modo d´informarsi bene, come stes­sero le cose, ma era sotto l´impressione delle dicerie al­

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trui. Imbattutosi nell´Economo sulla terrazza della casa capitolare, lo fermò e, puntando solennemente il dito verso il santuario, gli disse e- gli ripetè nel tono rube-sto, che assumeva in certi momenti: Tuca nen cola cesa! Tuca nen mia cesa! (non toccare quella chiesa).

Don Rinaldi, che si aspettava simili reazioni senti­mentali da parte degli anziani, che in tutta buona fede, pieni di affettuosa venerazione per Don Bosco, avreb­bero giudicato poco meno che sacrilegio l´alterare opere da lui create, massime poi la chiesa del suo cuore, lasciava dire, tenendosi al di sopra della mischia, ma non cessando d´incoraggiare l´Economo ad allestire i suoi piani. Era sua intima persuasione, che il tempo e la realtà avrebbero smorzato i sentimentalismi e sfatato le apprensioni, dando luogo alla ragionevolezza.

Intanto veniva maturando col suo Capitolo le cose. Per suo espresso desiderio, nell´autunno del 1926 i Capìtolari presero in esame l´abbozzo del progetto, studiandolo nelle tavole consegnate a ciascuno di essi dall´Eco­nomo. In dicembre Don Rinaldi volle che il gravissimo tema fosse per la prima volta presentato dall´Economo alla loro discussione. Questa, protrattasi a lungo e molto animata, si chiuse con la votazione d´un ordine del giorno, che sonava così: « Il Capitolo Superiore riconosce la convenienza, anzi la necessità di un ampliamento gene­rale del santuario di Maria Ausiliatrice? » Il Capitolo ap­provò.

Gli studi, ripresi nel gennaio 1927, ebbero fine solo il 15 dicembre seguente. Ne comparve il frutto in undici tavole, che sviluppavano e precisavano il tema, appena delineato nei disegni del 1926. Don Rinaldi ordinò all´E­conomo di farne la presentazione il 3 marzo 1928, illu­strandole partitamente. Don Gìraudi lesse pure i lusin­ghieri giudizi dì due ingegneri e architetti competentis‑

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simi, che avevano consentito di prenderne visione. Riferì parimente il parere di alcuni abili costruttori circa l´ammontare della spesa necessaria, la quale non risultava nemmeno un terzo di quella temuta dai computisti im­provvisati.

La sua relazione non potè essere esaurita in una se­duta; quindi Don Rinaldi ne rimandò il seguito al lunedì 5. In tale adunanza l´Economo, terminata che ebbe l´esposizione di quanto gli rimaneva da dire e fatto con­siderare come la votazione del dicembre 1926 non po­tesse ritenersi definitiva, invitò rispettosamente il Capitolo Superiore a mettere ai voti queste tre proposte, con le quali s´intendeva rispondere al quesito formulato e pre­sentato già dal Rettor Maggiore: « 1° Si riconosce l´op­portunità di ampliare, nella misura possibile, il santuario di Maria Ausiliatrice) - 2° Si approva in linea di massima il progetto d´ampliamento del santuario di Maria Ausi­liatrice preparato dall´architetto professor Ceradini? - 3° Si approva in linea di massima di procedere, appena sia possibile, all´esecuzione dell´ampliamento dei due ca­po-croce, incominciando da quello dov´è l´altare di S. Pie­tro per collocarvi l´altare a Don Bosco? ». Tutt´e tre le di­stinte votazioni diedero identico risultato: votanti 7, af­fermativi 6, astenuto 1. Cosicchè Don Rinaldi, dopo aver con chiara visione impostato da principio il problema, l´aveva finalmente con delicatezza di tatto condotto alla soluzione da lui accarezzata.

Dopo quanto abbiamo veduto, è facile a tutti com­prendere a pieno quello che egli scrisse dopo nella let­tera di capo d´anno del 1929 ai Cooperatori: « Qui mi s´affaccia un altro pensiero, che da tempo mí preoccupa e che non vorrei ancora manifestarvi, sebbene mi paia con­veniente comunicarvelo; ve lo dirò quindi in tutta con­fidenza, come se parlassi con ciascuno in privato. Ho

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sempre davanti a me il bisogno di compiere nuovi la­vori nel santuario di Maria Ausiliatrice in Torino. Bi­sogna preparare nella Chiesa madre dell´Opera Salesiana una degna accoglienza al Ven. Don Bosco per il giorno che sarà, come speriamo, elevato agli onori degli altari. Allora Egli dovrà avere non solo un altare bello e de­coroso, ma anche un posto capace d´accogliere i suoi figli e i numerosi divoti che accorreranno a invocarlo ». Appresso, naturalmente, esprimeva la sua fiducia, che i Cooperatori fossero disposti a venirgli generosamente in aiuto.

Purtroppo, passate le feste della beatificazione, Don Rinaldi declinava per il mal di cuore, sicchè il 5 dicem­bre 1931 moriva senza poter vedere l´attuazione del suo caro sogno. Il successore di luì Don Pietro Ricaldone, propugnatore non meno convinto e autorevole della stessa idea, tenendo conto delle gravi difficoltà che il progetto del Ceradini avrebbe incontrate e del sacrificio di alcuni diefici adiacenti alla chiesa che si sarebbero dovuti de­molire, incaricava il medesimo Economo di riprenderlo in esame con lo scopo di limitare l´ingrandimento alle possibilità offerte dal terreno nella parte absidale del santuario. Ne risultò così un nuovo progetto, che presen­tato dall´architetto salesiano Giulio Valotti, discepolo del Ceradini, raccolse l´unanime consenso del Capitolo Supe­riore, onde se ne deliberò l´immediata esecuzione. Al Ce­radini restò non solo il merito d´aver aperta la via alla santa e coraggiosa impresa, ma anche l´onore dì darci l´altare di S. Giovanni Bosco.

Il decoro, del quale oggi rifulge il santuario, è tale che colma di ammirazione gli intendenti e riempie dì gioia l´anima del popolo. Ma qui non è tutto. Coloro che paventavano tanto la scomparsa della chiesa di Don Bo­sco, si son dovuti ricredere. Chi la conosceva com´era

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prima e vi rimise il piede dopo l´ampliamento e gli ab­bellimenti, aspettandosi di trovarla trasformata in modo da non poterla più riconoscere, ebbe la sorpresa di ve­derla invece quale si presentava antecedentemente, così bene erano stati conservati i suoi lineamenti originari. Onde il plauso va universale e caloroso alla memoria del chiaroveggente primo ideatore, che dal cielo dovrà pur compiacersi della sua tenacia, e dell´esecuzione sa­piente fatta dal suo successore, perchè l´opera ridonda gloria di Maria Ausiliatrice, da lui tanto amata.

CAPO X V111
Visite alle case.

Per indole e per temperamento Don Rinaldi non era uomo da sentirsi naturalmente portato a fare molti e lunghi viaggi. Già nel 1922, scrivendo dell´andare da casa a casa, diceva (1): « Ecco la mia vita tanto differente dai miei gusti ». La sua stessa costituzione fisica, quadrata e tardigrada, si conciliava meglio con una operosità, non proprio sedentaria, ma piuttosto raccolta o non troppo sbalestrata, tanto più quando si aggiungeva il peso degli anni. Eppure, lo vedremo, già pressochè settantenne, met­tersi in moto con frequenza e a volte per lontani paesi. Vi si teneva obbligato dai doveri della sua carica.

Frequentissime visite faceva alle case del Piemonte; andò spesso in quelle di Liguria e Toscana, di Lombar­dia e del Veneto, dove prendeva parte a feste comme­morative, assisteva a inaugurazioni, faceva vestizioni re­ligiose, riceveva professioni, dava i ricordi in chiusure di esercizi spirituali. Andò più volte nell´Emilia e nel Lazio e si spinse anche oltre Roma. Nè, dovunque andasse, trascurava di passare dalle Figlie di Maria Ausiliatrice; molto di sovente poi ritornava alla loro Casa madre in Nizza Monferrato: basti dire che dal 23 luglio 1922 al 9 giugno 1927 vi si recò ventidue volte. Là parlava alle

(1) Lett. alla, sig. Emma Caviglione, Torino, 20 agosto 1922.

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educande, alle novizie, alle professe, alle Superiore. A queste ultime concedeva pure udienze collettive, nelle quali ognuna lo interrogava su punti delle Regole, su metodi da seguire, su indirizzi spirituali. Noi ora sor­voleremo sulla massima parte di questi viaggi, sofferman­doci unicamente su alcuni più lunghi in Italia e all´estero.

1923: in Sicilia, a Roma e a Trieste.

Nel 1923 visitò le case di Sicilia. Vi era già stato nel 1916 da Prefetto Generale. In quell´anno, per incarico di Don Albera, visitava le case d´Italia allo scopo di ren­dersi conto del modo, col quale erano coltivate le rela­zioni dei Salesiani con i loro Cooperatori (1). Era cosa che senza dubbio entrava ne´ suoi disegni di riordina­mento della Pia Unione. Di questo suo giro non sappiamo nulla; solo una corrispondenza privata ci apprende che in Sicilia vide allora le case di Messina, Catania, Ran­dazzo e Palermo e che nel collegio di Randazzo, quasi subito dopo l´Assunta, predicò gli esercizi ai confratelli riuniti (2). Un po´ meglio informati siamo intorno al se­condo viaggio nell´isola del Sole.

Imbarcatosi il 2 febbraio a Napoli e giunto a Paler­mo la mattina seguente, volle vedere per primi gli or­fani di guerra in via S. Chiara. Quella sera stessa assi­stette nel collegio Don Bosco di via Sampolo a un´adunan­za di Cooperatori e di ex-allievi. Questi ultimi sapevano di trovarsi dinanzi all´artefice della loro Federazione Inter­nazionale e glielo significarono con le loro calorose dimo­strazioni. Nelle parole finali egli rilevò con particolare compiacenza come un delicato pensiero di Palermo l´aver

(1)          Atti del Cap. Sup., n. 123 (24 novembre 1915).

(2)         Alla med., Catania, 17 agosto 1916.

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voluto mettere nelle mani dei figli di Don Bosco la cura degli orfani di guerra. Il giorno dopo tenne pubblica con­ferenza ai Cooperatori con l´intervento dell´Arcivescovo Card. Lualdi, al quale aveva reso omaggio poco dopo l´arrivo. Nel suo discorso illustrò particolarmente l´opera principe di Don Bosco, l´oratorio festivo, il segreto del cui fascino mostrò essere la dolcezza, voluta dal fonda­tore quale essenzialissimo mezzo, superiore a qualsiasi regolamento. Disse pure delle scuole professionali, racco­mandando l´istituto per gli orfani di guerra, che veniva­no appunto ammaestrati nelle arti più utili alla vita. Tratteggiò infine i compiti dei Cooperatori. Trascorse tutto il terzo giorno in mezzo a quegli orfanelli, facendoli og­getto delle sue attenzioni paterne e distribuendo a venti di essi la prima comunione. Due giorni consacrò poi al convitto Don Bosco, trovando fra una cosa e l´altra il tempo di visitare i due istituti delle Figlie di Maria Au­siliatrice. Aveva speso bene quei quattro giorni, lasciando in tutti un´impressione di serietà, condita di bontà sem­plice e schietta, che ispirava confidenza.

Da Palermo partì per Marsala. L´opera salesiana vi spiegava una notevole e varia attività. Visitò minutamen­te il collegio. Piacque alla cittadinanza una sua visita agli ammalati dell´ospedale e l´aver accettato di benedire i locali nuovi dell´istituzione intitolata " Il boccone del povero ". Proseguito per Trapani, vi trovò un gran fer­vore di lavoro. Si trasformavano locali già esistenti per aggiungere alle opere esterne un capace internato e si gettavano le fondamenta di una chiesa da dedicarsi a Maria Ausiliatrice. Si diresse quindi ad Alì Marina. Lun­go il tragitto alla stazione di S. Agata Militello, dove le Figlie di Maria Ausiliatrice avevano una residenza, la popolazione accorse in massa a salutarlo. Ad Alì era il centro più importante delle Suore, che vi tenevano pure

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una Scuola Normale pareggiata. Portò la sua serena e illuminatrice parola alle insegnanti e alle normaliste.

Da Ali poco dista Messina. Qui la mestizia gli velò il volto, quando vide quello che era stato il collegio sa­lesiano ridotto un cumulo di rovine dal terremoto del 1908: il pensiero delle sue 64 vittime così tragicamente perite gli trasse dall´intimo un´accorata preghiera. Ma tosto lo distolse dai tristi ricordi l´irrompere clamoroso di molti ragazzi, che gridavano evviva ed erano impazienti di ba­ciargli la mano. Venivano dal vicino oratorio. Nel prov­visorio e improvvisato rifugio, dove gli si fece il ricevi­mento, un Minore Conventuale pronunciò un discorso sul tema " Gigli e rose ", il che offerse a lui lo spunto per la risposta. — Anche nelle opere di Don Bosco, — disse, ­vi sono gigli e rose: gigli, i fanciulli bisognosi di cure per la conservazione della loro purezza, rose la carità dei be­nefattori. — E alla generosità di questi raccomandò il rinascente collegio. La bella città risorgeva a poco a poco dall´immane catastrofe e la presenza del successore di Don Bosco accrebbe il buon volere di molti nel favorire la completa ripresa dell´opera salesiana. Visitato quindi l´o­ratorio, una parrocchia tenuta dai Salesiani e due istituti delle Figlie di Maria Ausiliatrice, si rimise in viaggio alla volta di Taormina. La storica deliziosa cittadina fu sem­pre soggiorno invernale a numerosi stranieri, massime in­glesi; le singole categorie gareggiarono con le autorità nel rendergli omaggio. Vide il nuovo edificio dell´istituto salesiano, celebrò per i Cooperatori nella chiesa officiata dai Salesiani, parlò alle Dame Patronesse e si trattenne a lungo tra gli oratoriani e gli ex-allievi.

La mattina del 19 febbraio era a.Randazzo, culla del­l´Opera salesiana in Sicilia. L´imperversare del vento e della pioggia non impedì alla cittadinanza di accorrere a dargli il benvenuto. Una gran folla, nella quale riso­

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navano da ogni parte molte voci giovanili, lo accompa­gnò in trionfo al collegio per la via principale ornata di bandiere e festoni. Il collegio S. Basilio, aperto da Don Bosco nel 1879 e portato a grande floridezza dal primo Direttore Don Pietro Guidazio, godeva somma re­putazione in tutta l´isola e formava l´orgoglio della città; egli potè costatare che tanta stima era meritata. Si trat­tenne due giorni, sempre circondato dall´affetto di tutti. In un numeroso banchetto di autorità, di benefattori e amici gli si fecero i più vivi ringraziamenti per la sua visita e per la bontà da lui dimostrata e di gran cuore fu invitato per il 1929, anno cinquantesimo della venuta dei Salesiani nell´isola. Don Rinaldi, risposto amabilmente ai saluti e agli auguri, dichiarò che accettava molto vo­lentieri l´invito per il giubileo. Queste parole suscitarono un gran battimano. — Ma ad un patto, — ripigliò: — che non manchi nessuno del presenti. — L´augurio fece rinno­vare l´applauso. Instancabile promotore degli oratori fe­stivi, andò a vedere la turba di oratoriaui, che formico­lavano nel chiostro dì un ex-convento, e fece loro una distribuzione di caramelle. Visitate rapidamente le Figlie di Maria Ausiliatrice nella vicina Bronte, donde si erano ritirati i Salesiani, scese a Catania.

Qui è la sede ispettoriale dell´isola, nell´istituto di S. Francesco di Sales. L´Ispettore Don Minguzzi, che era stato per più anni aiutante maggiore di Don Rinaldi nell´Oratorio, come Direttore del Bollettino salesiano e abile organizzatore di associazioni e di congressi, e ne conosceva bene i gusti, aveva organizzato un convegno locale di Cooperatori e un altro regionale di ex-allievi. Col massimo piacere egli assistette a entrambi. Quasi nel centro della città i Salesiani dirigevano pure un ora­torio quotidiano, che per frequenza e buon andamento non la cedeva a qualsiasi miglior oratorio della Congre‑

23 - CERIO, Soc. Filippo Rinaldi.

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gazione. Il 24 celebrò ivi nella grande chiesa di S. Fi­lippo ed eccitò i giovani alla divozione verso Maria Au­siliatrice. Nel pomeriggio ispezionò i catechismi quaresi­mali, e parlò infine a tutta la turba ammassata nell´an­gusto cortile, e ritornò all´istituto con l´animo pieno della più viva soddisfazione. Portò naturalmente la sua parola anche alle Figlie di Maria Ausiliatrice e alle loro edu­cande. Il 25 una solenne serata d´onore festeggiò il suo soggiorno catanese. I Siciliani, acuti osservatori, non du­rarono fatica a scorgere sotto i suoi modesti, ma digni­tosi atteggiamenti una personalità di non comune valore; i Salesiani alla loro volta compresero di avere in lui un vero padre.

Andò poi a visitare le opere di Caltagirone e di Mo­dica, ricevendo anche lungo il percorso fra l´una e l´altra città parecchie dimostrazioni da parte di Cooperatori e amici. Da Modica scriveva a Torino (1): « Il mio viaggio volge verso la fine. Nelle case si fa molto bene e si tro­va molto buono spirito. Abbiamo avuto cinque convegni di Decurioni numerosi e di sacerdoti buoni, zelanti ed affezionati. La difficoltà più grande è difendersi dalle do­mande di nuove case. In questa plaga poi ci voglio­no in tutte le città. Messis quidem, multa, operarli au­tem paueí ».

Fatto ritorno a Catania, si recò dalle autorità e dai be­nefattori e presiedette una terza riunione composta di Dame Patronesse. Il 9 e il 10 marzo, salutate le Figlie di Maria Ausilitrice ad Acireale e a Trecastagni, passò all´i­stituto di Pedara. Qui fu lieto di benedire un nuovo orato­rio festivo. Aveva riserbato l´ultima visita al noviziato e studentato di S. Gregorio sopra Catania. Quello era ed è un paese, che si potrebbe chiamare salesiano; per

(1) Lett. a Don Ricaldone, 4 marzo 1923.

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avere un´idea del ricevimento s´immagini che l´intero abitato formasse un solo collegio. La cerimonia princi­pale fu la benedizione di una nuova chiesa, la seconda dedicata al Sacro Cuore di Gesù negli esordi del suo Rettorato. Ridisceso per l´ultima volta a Catania, par­tiva il 17 marzo per Messina e Napoli. Quanto l´ave­vano consolato l´affetto sincero di quei confratelli, la loro laboriosità in ogni opera di bene per la gioventù e la pratica genuina del metodo educativo di Don Bosco (1)!

I buoni amici siciliani saranno certo poco soddisfatti di una così sommaria narrazione, nella quale non risuo­na quasi neppure l´eco lontana di molte entusiastiche feste e dimostrazioni. Ma pensino che cosa sarebbe di­ventato questo capo col ripetere cento volte le medesi­me cose! Piuttosto un fatto merita di non passare inos­servato. È vero che il siciliano ha l´anima ardente, sicchè qualcuno disse che gli abitanti dell´isola racchiudono un po´ di fuoco del loro Etna nelle vene; ma questo non basterebbe a spiegare le dimostrazioni generali e fervide ricevute dal Successore dì Don Bosco, che vi era ancora sconosciuto. Ne ammiravano, sì, il contegno; ma tanto entusiasmo popolare aveva un´origine più alta dell´indole isolana e della persona onorata: derivava dalla stima e fiducia universale, che i figli di Don Bosco si erano venuti guadagnando dappertutto in quarantaquattro an­ni di zelo instancabile a bene della gioventù sicula. E questo fu che maggiormente rallegrava il cuore di Don Rinaldi nell´attraversare l´isola.

Ne coronò a Roma il viaggio una particolare udien­za pontificia. La mattina del 24 marzo, accolto da Pio XI con la più grande amabilità, lo ringraziò di recenti trat‑

(1) Atti del Cap. Sup., pag. 74.

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ti della sua benevolenza verso la Società Salesiana, spe­cialmente con l´indulgenza del lavoro, la quale egli ave­va potuto osservare quanto fosse tenuta in pregio..x11 Santo Padre, rispostogli che del bene bisogna render grà­zie al Signore, gli domandò varie notizie, volendo sapere perfino della salute generale e della mortalità nella Con­gregazione e come fosse cresciuto il numero dei novizi. — Dal numero di essi, — osservò, — si misura la vitalità delle Congregazioni. — Raccomandò di formarli alla pra­tica delle più sode virtù religiose, sicchè divenissero per­fetti imitatori di Don Bosco nell´attività unita con lo spirito di preghiera. Poi venne a parlare delle Missioni. Udito di recenti iniziative per la preparazione missiona­ria, delle quali diremo nel capo seguente, esortò ad al­lestire presto nuove falangi di operai evangelici, additan­do nuovi campi di apostolato nell´Abissinia, nei Carpazi, nell´Oriente e nell´Occidente ed insistendo sulla necessi­tà di lavorare a pro dei Mussulmani. — Non bisogna, — ag­giunse, — arrestarsi di fronte alle difficoltà, che fra i Mus­sulmani s´incontrano, nè ritenerle, com´è accaduto fin qui, insormontabili. La carità di Gesù Cristo e il sapersi adat­tare alla mentalità loro sono due mezzi di buona riusci­ta. — Gli diede infine alcuni suggerimenti per una seria formazione dei Missionari, sul mandare in tutte le Mis­sioni qualcuno ben istruito in ogni cognizione possibile ad aversi intorno ai popoli da evangelizzare, e di unire ai pii Missionari anche uomini dotti nelle scienze e nella religione. Conoscitore del sistema educativo di Don Bo­sco, ripetè due volte la raccomandazione di portarlo pu­re nelle Missioni, comprese quelle del Giappone, con la certezza di consolanti risultati. Lodò l´unione degli ex-al­lievi. — Ogni ex-allievo, — notò, — è un propagandista meraviglioso del sistema salesiano, se si sa mantenerlo nella piena efficienza dell´affetto e dello spirito di Don

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Bosco. — 11 colloquio durò un´ora. Don Rinaldi dopo il ri­torno ne diede comunicazione ai Soci (1).

La soddisfazione provata nel suo viaggio in Sicilia invogliò Don Rinaldi a ritornarvi nel 1930 per partecipa­re ai festeggiamenti del cinquantenario, dacchè Don Bo­sco aveva mandato nell´isola i Salesiani; ma i medici non glielo permisero assolutamente, perchè il cuore non avrebbe potuto reggere al viaggio (2). Delegò quindi a suo rappresentante Don Bartolomeo Fascie, Consigliere Scolastico Generale e già Ispettore in Sicilia; lo accom­pagnavano l´avv. Felice Misera, Presidente nazionale de­gli ex-allievi, e Don Stefano Trione, Segretario Genera­le dei Cooperatori, uno dei pochissimi superstiti del pri­mo manipolo. Le feste rivestirono una grandiosità ecce­zionale; il nome di Don Bosco echeggiò per tutta l´isola, glorificato anche nelle aule magne delle Università.

Il delegato di Don Rinaldi, uomo quanto mai democratico, si vide nella necessità d´assumere atteggiamenti, che non si sarebbe mai immaginato, tante e tali erano le onoranze, a cui veniva fatto segno.

Nel 1923 era molto aspettato a Trieste ed egli pure desiderava di andarvi; ma non potè recarvisi prima del 29 ottobre. Passando per Venezia, volle vedere due ope­re provvidenziali dirette dai Salesiani, un istituto con scuole professionali e un oratorio irradiante una moltepli­ce attività. Salutando quivi i piccoli oratoriani, parlava loro, come scriveva la Gazzetta di Venezia, « con quella dolcezza e geniale attrattiva, che è il segreto mirabile del­lo spirito salesiano ». Vi benedisse la sede dì un nuovo Circolo. Partì per Trieste la mattina del 31. Vi si fe­steggiava il venticinquesimo di quel rigoglioso oratorio.

(1)                 Atti del Cap. Sup., pag. 74-7.

(2)                 Lett. di Don Rinaldi a Don Candela, Torino, 6 febbraio 1930.

Tali feste coincidevano cou la commemorazione dell´en­trata dei bersaglieri il 3 novembre 1918 e con la solen­nità di S. Giusto, patrono della città (1). Il settimanale cattolico Vita Nuova presentava il terzo successore di Don Bosco quale « veneranda figura di sacerdote, umile, affabile, simpatico », che lasciava in tutti « una soave onda di bene ». Lo accompagnava l´Ispettore Don Girau­di. Seminò la buona parola un po´ dappertutto: fra i pic­coli, nei due Circoli, ín un Congresso di donne Cattoli­che, in un altro di ex-allievi, a una folla di uditori nel teatro dell´oratorio. A tutti parlava, dice il citato gior­nale, « in modo semplice, come usava Gesù con le tur­be ». Nessuna classe di cittadini rimase indifferente verso la sua persona. Nel ritorno si fermò breve tempo nell´i­stituto salesiano di Gorizia; ma tanto bastò, perchè tut­ta la città, senza esagerazione, gli manifestasse la sua simpatia. Quindi con rapide soste a Conegliano Veneto dalle Suore e a Mogliano, Chioggia e Treviglio dai Salesiani, giunse a Milano, dove gli premeva di rendersi conto d´una fabbrica in costruzione presso l´istituto S. Ambrogio da affidare alle Figlie di Maria Ausiliatrice per opere parrocchiali femminili. Finalmente la sera del 5 novembre rientrava all´Oratorio. In sì poco tempo ave­va fatto- molto.

1924: a Bologna e a Roma.

Nel mese di aprile 1924 lo chiamava a Bologna un Congresso degli oratori festivi e delle scuole di religio­ne. Il Papa in un Breve all´Arcivescovo Nasalli-Rocca rilevava che dopo un primo Congresso di tal genere te­nuto nel 1895 a Brescia a cura degli Oratoriani di quel‑

(1) Lett. a Don Ricaldone, Trieste, 3 novembre 1923.

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la città, n´eran seguiti altri cinque « per iniziativa e zelo della Società Salesiana ». Anche il settimo l´aveva promosso Don Rinaldi, che ne ebbe la presidenza effettiva.

Durò dal 24 al 26. Fu udito un importante discorso del dotto Padre Garagnani, gesuita, Direttore dell´Istituto di cultura religiosa nell´Università Gregoriana a Roma. Nell´adunanza finale Don Rinaldi, fatti a tutti i dovuti ringraziamenti, domandò un favore: che la dotta Bolo­gna volesse escogitare il mezzo di conciliare la vitalità dei circoli e quella degli oratori, sicchè vi regnasse la maggior concordia d´azione a salvezza delle anime gio­vanili, unico loro scopo comune. Aveva toccato con ma­no leggera un punto nevralgico. A Torino negli oratori maschile e femminile di Valdocco tale unione sì mante­neva per opera sua in pieno vigore.

Nel rimanente del 1924 non fece lunghi viaggi: il più lungo fu a Roma nella prima metà di giugno. La parti­colarità più notevole deve considerarsi un´altra udienza accordatagli da Pio XI il giorno 17. Sua Santità lo in­terrogò minutamente sulle opere salesiane, passandole in rassegna nazione per nazione e intrattenendosi di più sulle singole Repubbliche americane. Tornò a insistere sulla necessità di dare ai novizi un´accurata formazione per averne poi frutti copiosi e duraturi. Scopo precipuo della visita era di ottenere che le Figlie di Maria Ausi­liatrice potessero avere una nuova Superiora Generale senza bisogno di convocare il Capitolo Generale, essen­dosene tenuto uno da non ancora due anni. Pio XI lo esaudì con la nomina di Suor Luisa Vaschetti, come ab­biamo già detto. Da questo argomento il Papa prese oc­casione per raccomandare che nelle Missioni si mandas­sero molte Suore, tanti essendo i casi, nei quali solo una

Suora può fare del bene.

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1925: nell´Italia centrale e in Polonia, Austria, Ungheria e Baviera.

Nella primavera del 1925 dedicò il mese di aprile e parte di maggio a percorrere l´Emilia, le Marche, l´Um­bria e il Lazio, chiudendo la peregrinazione a Roma. Ri­vide la casa di Bologna e visitò quelle di Rimini, San Ma­rino, Ancona, Porto Recanati, Macerata, Gualdo Tadino, Trevi, Cannara, Perugia. Spesse volte dovette parlare ai giovani o al pubblico. « Fu sempre meraviglioso »: ecco Ia frase dell´Ispettore Don Giovanni Simonetti, che fu dappertutto testimonio. Questo viaggio gli confermò tre cose: la bontà e l´interessamento dei Cooperatori per le opere di Don Bosco, l´opportunità di queste Opere dimo­strata dalle simpatie che raccoglievano presso ogni ceto di persone, e la fama di santità che circondava univer­salmente il nome di Don Bosco.

Il 5 maggio era un´altra volta ai piedi del Vicario di Gesù Cristo. Si trovava in quei giorni a Roma un pelle­grinaggio piemontese, venuto per assistere alla beatifica­zione del Cafasso, e quella mattina aveva assistito alla Messa del Papa e ascoltata la sua parola. Nell´udienza, caduto il discorso su questo fatto, Pio X1 ricordò ammi­rato il nucleo di santi sacerdoti, che avevano dato con­temporaneamente gran lustro alla città di Torino. Poi ma­nifestò il suo desiderio, che si aprissero molte case. Aven­dogli Don Rinaldi risposto, che se ne aprivano già forse troppe: — Oh, — replicò il Papa, — non vogliamo dire che ne apriate oltre il possibile, ma vi diciamo quello che dice uno scrittore: se non possiamo fare tutto ciò che vo­gliamo, dobbiamo fare tutto quel che possiamo. Se faces­simo tutti così, quanto di più si farebbe in questo mon­do! — Intanto s´interessasse delle Calabrie, bisognose

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per molti lati di chi le soccorresse! Già nella prima udien­za del 1922 aveva incoraggiato Don Rinaldi a fare qualche cosa per quei paesi. Sentendo allora che si pensava a fon­dazioni in Taranto e altrove, se ne compiacque vivamen­te. Come già le altre volte, gli parlò dell´altissimo concet­to che aveva di Don Bosco, ricordando i due giorni pas­sati con lui all´Oratorio nel 1884.

Sul principio di ottobre Don Rinaldi varcò le fron­tiere, diretto in Polonia. Negli ultimi anni del secolo scorso le " Letture Cattoliche " di Torino pubblicarono un fascicolo intitolato Un popolo assassinato. Quel po­polo era la Polonia, assassinata, sì, ma non morta; le nazioni non muoiono, proclamò Benedetto XV dopo i di­sastri della prima guerra mondiale. Infatti della Polonia il trattato di Versailles nel 1919 riconobbe l´indipendenza. Veniva a formare una repubblica con 35 milioni di abi­tanti. In quelle nuove condizioni politiche, rimossi gli ostacoli di altri tempi, la Chiesa si trovò a suo agio e anche la Società Salesiana poteva esercitare liberamente la sua missione a pro della gioventù. Da molte parti s´in­vocavano i figli di Don Bosco e man mano che il nu­mero dei Soci polacchi andava crescendo, si moltiplica­vano le fondazioni. A Don Rinaldi il Governo concesse il percorso gratuito in prima classe su tutte le ferrovie. Dovunque arrivasse, le autorità d´ogni categoria ci tene­vano a farglisi presenti.

Nell´andata si fermò a Vienna appena il tempo necessario per vedere i confratelli delle quattro case ivi esi­stenti, riunitisi nella più vicina alla stazione. In Polonia si può dire che non ebbe un giorno di requie. Incominciò dalla casa di Oswiecim, la prima aperta nel 1898. Vi trovò un bel collegio con 400 alunni tra studenti e artigiani e una bella chiesa di Maria Ausiliatrice. Passò quindi a 1.05dz, ov´era una scuola di meccanica. Un gior‑

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ni. Padre e madre di Don Ernesto Carletti, durante nove anni, venivano spesso da Bologna a trovare il figlio al­l´Oratorio in occasione della festa di Maria Ausiliatrice. I vari Direttori succedutisi nel frattempo li trattavano sempre con ogni miglior riguardo. Nel 1929 s´incontrarono con Don Rinaldi. Gli furono presentati da Don Ernesto. Egli, guardandoli con il suo occhio buono: — Oh che for­tuna, — esclamò, — avere tra noi i genitori di un salesia­no! — La mamma, piena di riverenza, balbettò: — ;Siamo venuti a dare disturbi. — E Don Rinaldi: — 15/1a che distur­bi! l un piacere che ai fanno. — Informatosi poi dove prendevano i pasti e il riposo e saputo che il Direttore aveva provvisto a tutto: — Molto bene! — replicò. — Stia­no qui quanto vogliono. — E rivolto al figlio: — Tu mettiti a, loro disposizione e fa´ gli onori di casa. — Infine do­mandò al padre quanti anni avesse e udito che settanta:

— Oh come li porta bene! — osservò facendolo ringalluz­zire. — Anche questo fa parte delle promesse del Signore. Non solo ai figli che si consacrano a Lui, ma anche ai genitori, che li lasciano andare, Egli dà il centuplo in questa vita e il paradiso nell´altra. — Dopo il padre:

— Oh che uomo, che uomo!, — esclamava. — Che santo! puoi dire, — rincalzò la madre. E soggiunse: — Adesso comprendo perchè i Direttori salesiani sono tanto buoni. Con un Rettor Maggiore così! ‑

Nel noviziato di Ensdorf, dopo le orazioni della sera, ricordò un sogno di Don Bosco, quando vide correre a lui da lontani paesi molti giovani, vestiti di pellicce e con alti gambali. — Ora io, — disse, — vedo che Don Bosco anche in quel momento lesse nel futuro, poichè io stesso ho dato in questi giorni l´abito chiericale a circa 200 fu­turi salesiani, tra polacchi, ungheresi e tedeschi, e per questo mi sento in certo qual modo più felice del nostro Venerabile Padre, perchè, quello che egli vide solo in

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sogno, io lo vedo con i miei occhi. — Da ultimo l4er Innsbruck e Trento, ossequiato alla stazione dai confra­telli e dagli alunni dei tre collegi, rientrò all´Oratorio il 28 ottobre.

Più d´un lettore si sarà domandato: Ma come faceva per la lingua? Ecco. Quasi tutti i confratelli conoscevano l´italiano; anzi molti lo parlavano benissimo, avendo fat­to gli studi in Italia. Nelle conversazioni con esterni o aveva da fare con chi capiva l´italiano o scambiava frasi latine o si serviva d´interprete. Quando parlava ai giovani o al pubblico, i suoi discorsi venivano tradotti o per in­tero subito dopo o di tratto in tratto, mentre li pronun­ciava. Ma l´eloquenza maggiore emanava dalla sua per­sona, ossia dal contegno, dall´atteggiamento, dal tono, da tutto insomma il suo esteriore, nel quale i suoi ascol­tatori ammiravano la fortezza, la calma e un fare pater­no e modesto, che anche senza intenderne il linguaggio li edificava.

1926: in Francia e nella Spagna.

Più volte Don Rinaldi, recandosi nella Spagna, quan­d´era Prefetto Generale, aveva attraversato la Francia meridionale senza mai fermarsi; ma nel marzo del 1926 non avrebbe più potuto far così: capo della famiglia sa­lesiana, doveva vedere anche quelle opere, già così care a Don Bosco. — Voi non siete più quelli che trattarono con Don Bosco, — disse agli amici e Cooperatori marsi­gliesi, — quelli sono morti; ma voi avete la bontà, la ca­rità, la delicatezza loro: voì ci trattate come essi trat­tavano Don Bosco. — Capiva allora meglio, perchè Don Bosco amasse tanto la Francia e in particolare Marsiglia.

Una predilezione speciale sentiva il Santo per la vi­cina villa Pastrk veduta in sogno prima di averla, e do‑

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naie dell´industre città scriveva di lui (1): « Con la sua bontà paterna si guadagna il cuore di quanti hanno la fortuna di avvicinarlo ». Dalle accoglienze fattegli potè arguire quanto la cittadinanza apprezzasse la cultura re­ligiosa e professionale impartita dai Salesiani ai loro a­lunni. La medesima cosa potè riscontrare a Varsavia, ca­pitale della rinata Polonia. Prosperava là una scuola pro­fessionale, specialmente nell´arte del libro. Tocco da tutto quello che vedeva e udiva, affermò pubblicamente la sua decisione di fare ogni sacrificio per aprire nella Polonia il maggior numero possibile d´istituti educativi. Scrive­va (2): « In questi paesi si fa molto del bene e la nostra opera, che è molto desiderata ed in pieno sviluppo, ha del­le difficoltà che da lontano non si comprendono ».

Recatosi poi a Wilno, ammirò due ben organizzate scuole d´arti e mestieri e di agricoltura, dirette una dai Salesiani e l´altra dalle Figlie di Maria Ausiliatrice e ap­provate dal Governo. A Rózanystok pure lo attendevano Salesiani e Suore. I primi avevano ginnasio pareggiato, scuole professionali e parrocchia, e le altre un asilo con laboratori di ricamo e cucito. Nel noviziato di Czerwinsk ricevettero da Don Rinaldi l´abito ecclesiastico più di cento ascritti. Un grande collegio con ginnasio e liceo Io accolse ad Aleksandrow e un istituto per Figli di Ma­ria a LO, che ne conteneva 150, in massima parte spe­ranze della Congregazione.

Ritornato a Varsavia, partì per Przmysl, la celebre piazzaforte dei Russi nella prima guerra mondiale. Delle due locali case salesiane, la maggiore, tra le altre opere, ne aveva una caratteristica, una rinomata scuola per or­ganisti con un centinaio di alunni. L´altra era un ospizio per orfani e derelitti. Le ultime case visitate furono due

(1)       Kurjer Lòdzki, num. 269.

(2)       Lett. a Don Ricaldore, Oswieeim, 20 ottobre 1925.

di Cracovia, lo studentato filosofico di La Levsa e la di­mora estiva dei chierici a Klecza Dolna.

Dal poco che abbiamo detto si vede la floridezza della giovane Ispettoria polacca. In 27 anni, 12 istituti; i Co­operatori numerosi e ben organizzati; lo spirito dei Soci eccellente. Assai benemerito di questa floridezza era stato l´Ispettore Augusto Hlond, oggi Cardinale, allora da po­co tempo Amministratore Apostolico di Kattowic, dove Don Rinaldi andò a vederlo. Si sperimentava la prote­zione del Servo di Dio Principe Don Augusto Czartoryski, accolto nella Società da Don Bosco e oggi incamminato, come speriamo, all´onore degli altari.

Lungo lo via del ritorno Don Rinaldi si arrestò nuo­vamente a Vienna, donde si rivolse all´Ungheria. Qui c´erano sei case salesiane. Primi lo salutarono i 400 or­fani di guerra ricoverati in quella di Erztergom-Tabor. Dopo una breve fermata, continuò per NyergesAjfalu, se­de di un collegio-convitto. Di qui pure fu rapido il pas­saggio, premendogli di arrivare al noviziato di Syentlzg­reszt per dare l´abito a sedici ascritti. Indi in automobile prese la via di Budapest alla casa S. Luigi, nella quale s´incontrò con alcuni illustri Cooperatori. Ripartì tosto per RkIkcospalota e poi fece ritorno col treno a Vienna. Non aveva potuto visitare il pensionato e l´oratorio festivo dì Muraszombat.

Appresso fu la volta della Baviera. I Salesiani lavo­ravano variamente a Passavia, Ratisbona, Ensdorf e Monaco. A Ensdorf c´era il noviziato. Don Rìnaldi vestì 63 ascritti. A tale cerimonia egli amava che si trovassero anche i parenti dei vestiendi e rivolgendo ad essi la parola soleva proclamarli il fiore dei Cooperatori, perchè donava­no a Don Bosco quello che avevano di più caro, ì figli. Qui mi sia lecita una digressione. Delicatissimi erano i sentimenti di Don Rinaldi verso i genitori dei Salesia‑

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po aver albergato i chierici salesiani divenuta noviziato delle Figlie di Maria Ausiliatrice. La casa si era potuta salvare dalle usurpazioni del Governo settario, che molte altre ne aveva occupate. Don Rinaldi, visitando le novi­zie, disse loro in una conferenza (1): « Siete rimaste qui nonostante le contrarietà che insorsero: qui per cercare la via buona, non per rimanere così nascoste sempre, ma per mettere le radici più profonde e crescere in se­guito abbondantemente ». E così avvenne poi davvero. Parlò quindi dello spirito di Don Bosco. Toccando questo argomento, era solito far notare una delle doti più ca­ratteristiche del Santo, che operava molto e nulla si tur­bava. « Siate, — disse, — le vere figlie di Don Bosco, che era l´uomo più pacifico di questo mondo. Molti non lo conoscono il nostro buon Padre, ma io l´ho conosciuto e so che egli era tranquillo e in mezzo alle più terribili difficoltà riposava nel Signore e confidava in Dio ». Soggiunse quindi opportunamente e in qualche momento con tono faceto: « State sicure, buone figliuole, verrà il momento, in cui potrete fare dì più e si cercherà la via. Don Bosco si è adattato a tutti i tempi, a tutti i luoghi, e quello che dico a´ miei figli, lo dico anche a voi. In Francia dobbiamo restarci: se la Francia diventasse bol­scevica, diventiamo bolsevichi anche noi. Comunisti lo siamo già, perchè viviamo in comunità. Preparatevi a cercare nelle circostanze presenti il modo di vivere den­tro la legge. La legge è fatta e bisogna conformarvisi; ma dentro la legge vivere ´dello spirito di Dou Bosco. Bisogna lavorare e fare quello che voleva Don Bosco. Il mondo accetta le opere e purchè ci veda lavorare, è presto soddisfatto. Ci sarà il cambiamento dell´abito, ma l´abito conta poco; davanti al Signore è religiosa colei

(1) Questa conferenza fu presa ad litteram, mentre egli parlava.

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che è religiosa: l´abito non fa il monaco... Non c´è niente di meglio per vincere la rivoluzione che accettare tutto quello che non è male... Non già il colore dell´abito, ma la mansuetudine e l´umiltà del cuore, l´obbedienza, la pover­tà sono necessarie ». E si diffuse a parlare di queste vir­tù. Dicendo infine della meditazione, raccomandò: « La Maestra interroghi una a una le novizie per vedere se imparano a meditare. Tenete il sistema semplice, come insegnava S. Francesco di Sales; perciò raccoglietevi alla presenza di Dio, ascoltate Iddio che parla; la lettura è la parola di Dio, non dell´autore, il quale non ha fatto altro che raccogliere i pensieri; e fra tante cose che sen­tite passare, ciascuna prenda quella che fa per lei e vi faccia un po´ d´esame sopra dicendo: Io ho bisogno di questo... questo fa per me... ». Non sappiamo altro del suo passaggio per la Costa d´oro nell´andata in Ispagna.

All´arrivo di Don Rinaldi a Sarrià nel 1889 due sole erano le case salesiane nella Spagna, sei. quando fu eletto Ispettore, ventuna al suo richiamo in Italia; 42, più le 16 delle suore, ne trovò nel febbraio del 1926. Di queste 58 ne potè vedere solamente 33, che erano le principali. Il ricordo della sua paternità, del suo zelo, della sua saga­cia e attività gli procurò dappertutto trionfali accoglienze. Tutte le autorità si fecero un dovere di salutarlo. Di tali feste egli vedeva un´unica ragione, la popolarità dì Don Bosco e della sua Opera. In tutto il viaggio fu suo fidus Acates Don Candela, Consigliere del Capitolo Supe­riore. Come abbiamo fatto qui sopra, lo seguiremo rapi­damente.

Due cose in special modo lo rallegrarono a Barcel­lona. Benedisse una nuova chiesa, eretta presso l´istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e dedicata a S. Dorotea in omaggio alla memoria dell´insigne Cooperatrice Donna Dorotea de Chopitea, avviata oggi all´onore degli altari.

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Vide inoltre molto progrediti i lavori del tempio nazio­nale sul Tibidabo. In Siviglia assistette alla posa della prima pietra di scuole popolari nel quartiere Triana. Men­tre si trovava nella metropoli andalusa, il telegrafo gli annunciò la morte del Card. Cagliero, spirato il 28 feb­braio a Roma dopo breve malattia in età di 88 anni; onde fece sospendere l´accademia preparata per la sera del 4 marzo e celebrare invece il funerale la mattina dello stesso giorno. Scrisse di là che tutte le case facessero un funerale. « È il primo Cardinale, — diceva, — il primo Missionario, un figlio prediletto e quasi primogenito spiritualmente di Don Bosco ». Voleva infine che si fa­cesse sapere a tutte le case essere suo desiderio che quella morte servisse per dar risalto ai Congressi ed alle feste missionarie, di cui diremo nel capo diciottesimo (1).

Le feste più solenni furono a Madrid, anche perchè ri­correva il venticinquesimo di quella fondazione. All´arrivo trovò la piazza della stazione piena di gente accorsa a dargli il benvenuto; ma Io aspettava un gran lutto. Si diede in suo onore un gran banchetto da lui presieduto. Sedutosi appena, gli fu recata della corrispondenza, che mise da parte, tranne un telegremma. Questo gli an­nunciava la morte di una sorella. Ne ebbe il cuore tra­fitto, ma con forza sovrumana non lasciò trapelare nul­la. Dopo, subito che si trovò solo, immerse nella pre­ghiera l´anima addolorata. Disse più tardi: — Almeno alla notizia della morte di mio padre stavo in chiesa a fare la meditazione. Allora, essendo col Signore, potei sentire tutto il mio dolore. — Solenne riuscì la posa della prima pietra d´una grande chiesa presso una casa salesia­na  eretta di recente. Tutta l´aristocrazia, due ministri e iI Vescovo fecero corona al Re, che volle intervenire.

(1) Lett. a Don Ricaldone, Siviglia, febbraio 1926.

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Alfonso XIII, dopo essersi intrattenuto affabilmente con Don Rinaldi alla cerimonia, lo invitò a palazzo. Fu corte­sissimo. S´informò delle cose salesiane, che mostrò di co­noscere, e gli espresse il desiderio che i Salesiani faces­sero qualche cosa per la pacificazione catalana (1).

Nel collegio era bello vedere il tripudio dei giovani, che si stringevano intorno al Padre, più che al Superiore. Là presiedette un Congresso nazionale degli ex-allievi.

Giacchè importanti notizie del viaggio ve ne sono poche, riferirò alcuni particolari, che rivelano, come sem­pre, la delicatezza, il buon senso e il perfetto equilibrio di Don Rinaldi. Nello studentato teologico di Campello il prefetto della casa aveva conchiuso un suo vibrante indirizzo dicendo: — Noi non abbiamo nazionalità; la nostra nazione è la Congregazione. — La cosa ha un fondo di realtà; ma espressa in modo sì paradossale può facilmente dar luogo a interpretazioni poco piacevoli. Don Rinaldi alla fine del trattenimento mise bellamente tutto a posto. — Ho ascoltato, — disse, — con molto pia­cere le parole del signor prefetto e lo ringrazio di cuore. Noi dobbiamo mantenerci estranei a ogni sorta di po­litica. Così ci ha insegnato Don Bosco. Dobbiamo perfino collocarci al di sopra del nazionalismo. Siamo figli di Dio, che è padre di tutti gli uomini; apparteniamo alla Chiesa, che è universale; non dobbiamo quindi lasciarci trasci­nare da nessun nazionalismo. Ma io metto una condi­zione, ed è che, pur non essendo nazionalisti, voi conser­viate tutti un po´ di spagnolismo. — Queste ultime pa­role sollevarono un subisso di applausi. Aveva toccato la nota giusta.

Presiedeva ad Alleante una numerosa assemblea di Cooperatori. L´Ispettore in un discorso, abbandonandosi

(1) Lett. al med., senza data.

24 - CERIA, Sac. Filippo Rinaldi.

9.7(

alla veemenza del suo zelo, aveva battuto un po´ troppo sulla necessità che si venisse in aiuto alla casa, ed enu­merava le spese richieste da urgenti bisogni. Don Ri­naldi, quando si alzò a parlare, alludendo in tono pacato agli assalti dell´oratore, mitigò l´impressione da lui pro­dotta con questa semplicissima osservazione: — Io vedo questa casa, vedo questo bellissimo salone, dove siamo radunati, vedo la magnifica chiesa dedicata a Maria Au­siliatrice, e mi dico: Tutto questo chi l´ha fatto, se non la vostra carità? Il caro Don Miglietti, pur avendovi detto tante belle cose, non ha messo di suo neanche un cente­simo, avete fatto tutto voi. — Nel collegio della mede­sima città ricevette un segno singolare di stima. Al ter­mine del pranzo, al quale partecipavano vari invitati, un canonico non volle assolutamente fumare. Nella Spagna sono rari come le mosche bianche gli ecclesiastici che non fumino. Egli rispose a chi gli offriva un sigaro: — Io ri­spetto la presenza di un sì venerando Superiore, dinanzi al quale noi siamo ben poca cosa. — Don Rinaldi gradi quella forma d´omaggio, tanto più perchè sembrava sug­gerita dal sapere che ai Salesiani il fumare è proibito.

Nella casa di Cordova í ragazzi ricevettero Don Ri­naldi nel cortile, levando festose grida d´acclamazione. Spiccava fra tutti un gruppo formato da 250 legionari di Domenico Savio, che agitavano banderuole e il cui capo precedeva con una bandiera dai colori della Spagna, recante nel centro l´immagine del Sacro Cuore. Don Ri­naldi ne pigliò argomento a un suo discorsetto. Spiegò da prima il simbolismo dei colori: giallo, oro della gloria; rosso, sangue del valore e del sacrificio che conquista la gloria; ma tutto per il Sacro Cuore di Gesù. — Voi però, ­proseguì,. — siete gli emuli di Domenico Savio e io, men­tre ascoltava l´indirizzo del vostro capo, veniva ricordando un sogno di Don Bosco, allorchè vide Domenico Savio

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che portava, come il vostro capo, una bandiera e lo se­guivano molti ragazzi, e pensai che quella bandiera non poteva essere altra se non la bandiera di Spagna. — A. sì inaspettata finale, che a quell´apparato un po´ milita­resco dava una significazione religiosa, scoppiò uno scro­scio di frenetici applausi. Uno dei più graditi ricordi, che portò dalla Spagna, fu appunto l´entusiasmo trovato in tutti i collegi per il santo giovanetto di Don Bosco. La sua impressione generale è compendiata nelle seguenti parole (1): « Queste case migliorano e ci danno molti ar­gomenti per ringraziare il Signore. Si fa del bene e c´è buono spirito, malgrado non manchino difetti ».

Lasciata la Spagna, sì trattenne brevemente in Francia a Nizza Mare, dove assistette alla posa della prima pie­tra dì una chiesa in onore di Maria Ausiliatrice, desti­nata a essere monumento, che consacrasse la memoria del cinquantenario di quella prima fondazione fatta da Don Bosco fuori d´Italia. Il 15 aprile era di nuovo nell´Oratorio, dove due giorni dopo, riprendendo le adunanze capito­lari, aperse la seduta commemorando la grave perdita del Card. Cagliero, avvenuta durante la sua assenza.

In quell´anno il viaggio più notevole fu poi a mezzo autunno. Ne abbiamo solo questo cenno in una sua lettera dell´Il novembre a Don Candela, che si trovava nell´In­ghilterra: « Io fui in Toscana per l´inaugurazione del noviziato di Strada e parto ora per inaugurare il novi­ziato della Lombardia e proseguirò fino alla Jugoslavia ».

1927-28: nel mezzogiorno d´Italia.

Dopo il 1926 i lunghi viaggi all´estero erano per lui terminati. I medici lo sorvegliavano; tuttavia, eludendo

(1) Lett. a Don Ricaldone, Alcazar, 24 febbraio 1926.

:374.

Ritornato a Napoli, si recò alla vicina Torre Annun­ziata. Tutta la città gli uscì incontro. Vi si veniva in­nalzando un edificio, che doveva essere sede di un aspi­rantato salesiano. Condotto a visitare la maggior chiesa, la trovò gremitissima di popolo, bramoso di conoscere da presso il successore di Don Bosco. Ricevuto dalle Au­torità ecclesiastiche e civili e ammessa al bacio della mano quella marea di gente, si affrettò a partire per Ca­stellamare di Stabia. Qui il collegio, fondato nel 1924, godeva le simpatie dell´intera cittadinanza, che gliene offerse una prova nelle dimostrazioni fattegli.

Lo aspettavano a Napoli tutti i Direttori dell´Ispetto­ria, che tennero sotto la sua presidenza un proficuo con­vegno. Il 4 gennaio andò a trovare le Figlie di Maria Ausiliatrice a Ottaiano e poi il loro provvidenziale pensio­nato universitario nel cuore della città. Quindi, dopo una corsa ad Aversa per studiare una proposta di fondazione, rivenne a pernottare nel noviziato di Portici, dove compiè l´indomani la cerimonia della vestizione chiericale, riman­data fino allora, nell´attesa della sua venuta. Proseguito per Caserta, notò ivi pure l´affetto dei cittadini all´opera di Don Bosco, che vi fioriva da trent´anni.

A Napoli era sempre il suo quartier generale. Così il 7 vi rallegrò le Figlie di Maria Ausiliatrice nel loro con­vitto detto degli Istituti Riuniti e nell´altro a Marano.

L´ultimo giorno lo trascorse interamente al Vomero. La partenza da Napoli diede luogo a scene commoventi.

Tutti gli istituti locali dei Salesiani e delle Suore, Auto­rità, Cooperatori, ex-allievi gli si stringevano attorno a baciargli la mano, com´è bel costume del luogo; quando poi il treno si mosse ed, egli mandava con la destra l´ul­timo saluto, gli evviva assordavano l´aria.

A Roma il 14 gennaio fu ricevuto in privata udienza dal Papa, che, dimostrandogli la solita affabilità-e bontà

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paterna, s´interessò di tutto e rispose a tutto. Ripetè la raccomandazione di fare tutto il possibile per il mezzo­giorno d´Italia. Insistette poi, come già altre volte, sulla formazione dei chierici. « L´avvenire della vostra Società, — disse, — dipende tutta dalla formazione dei giovani. Se volete avere domani una Congregazione forte e solida, bisogna che formiate bene i giovani confratelli nello stu­dio, nella disciplina e nella pietà. Gente superficiale, leg­gera, imbevuta dello spirito del secolo, vi servirebbe a poco, anzi vi sarebbe d´ingombro ». E concluse: « Uno solo ben fondato nello spirito dell´Istituto e fornito della scienza necessaria val più di dieci appena sbozzati » (1).

Lasciato l´Oratorio il 17 dicembre, vi rientrava il 25 gennaio, perchè passò ancora per alcune altre case. Quando conosceremo quali fossero le sue condizioni di salute, avremo ben da meravigliarci che avesse avuto animo di fare una serie di viaggi non molto lunghi, se presi isolatamente, ma gravosi nell´insieme, perchè con­tinuati e rapidi. Vorremmo quasi credere, che lo sostenesse in modo singolare la mano della Provvidenza.   -

La prima volta che radunò il suo Capitolo, riferì som­mariamente sul suo viaggio, esponendo d´aver trovato lag­giù le case ben avviate, entusiasmo nei confratelli, aiuto da parte dei Cooperatori, buone direttive nell´Ispettore e il momento opportuno per estendervi l´Opera salesiana (2).

D´allora in poi diede un po´ più ascolto alle racco­mandazioni dei medici, evitando sforzi pericolosi per lo stato del cuore. Se non poteva più visitare molte case, chiamava a sè i Superiori di vario grado, con i quali teneva fruttuose adunanze. Convocò infatti i Maestri dei novizi, i Dirigenti di oratori festivi, i Prefetti delle case, i più rappresentativi dei Coadiutori, i Direttori d´Italia,

(1)          Lett. cit.

(2)  Verb. del Cap. Svp., 3 febbraio e Atti del med., pag. 645-6.

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non di rado i ]oro divieti, andò ancora alcune volte a Roma. Tra il dicembre 1927 e il gennaio 1928 recatosi alla capitale, volle spingersi fino a Napoli, indi passar a visitale quasi tutte le case dell´Ispettoria napoletana, che abbracciava la Campania e le Fughe.

Il motivo di quell’andata a. Roma era stato molto lieto. Dopo la morte del Cagliero il Papa .Pio XI aveva dato alla Congregazione un altro Cardinale, elevando all´alta dignità "Mons. Augusto Hond, Primate della Polonia.

Nel giorno stesso della creazione .0 pubblicazione, 20 giugno, Don Rinaldi aveva ricevuto e letto in Capitolo una sua bellissima lettera, nella quale il neoporporato esprimeva tutti i suoi sentimenti filiali verso Don Bosco, dicendo che doveva interamente a lui quello ch´egli era.

Andava pertanto il Rettor Maggiore ad assistere all´imposizione del Cappello Gardinalizio, fatta nel Concistoro del 22 dicembre. Per le cosiddette visite di calore, nonostante gl’inviti dell´Ambasciata Polacca, il Hiond preferì prendere ospitalità dai Salesiani. Don Rinaldi potè vedere la grande simpatia dimostrata dai Romani al novello Cardinale, figlio della Polonia e della. Congregazione (1).

Egli poi, che più d´ogni altro comprendeva tutto il bene proveniente alla Società Salesiana da quella elevazione, sentiva il bisogno di ringraziare il Papa a nome dell´intera. famiglia. di Don Bosco. Il Santo Padre lo ricevette al ritorno dalla sua peregrinazione, come diremo.

La vigilia di Natale diede principio al giro delle sue visite, La sera di quel giorno arrivava a Napoli, ricevuto alla stagione e accolto nell´istituto del Vomero con. La travolgente espansione propria dei simpatici partenopei.

Cantò ia Messa, di mezzanotte nella chiesa parrocchiale salesiana del Sacro Cuore. Trascorsa la festa in famiglia,

(1) Verb del Cap. Sup., 20 giugno e. 25 ottobre 1927, e 3 febbraio 1928.

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il 26 visitò la casa. ispettoriale delle Figlie di Maria Ausiliatrice e sul tardi fu onorato con una wandiosa accademia. L´indomani volò a San Severo; ivi pure gran movimento di autorità, di ex-allievi, di Circoli giovanili e festose accoglienze anche presso le Figlie di Maria Ausiliatrice.

Ansiosamente aspettato, giunse il 28 a Bari. Il collegio conteneva 300 alunni con scuole professionali. Convennero a ossequiarlo le personalità più rappresentative della metropoli pugliese. Ne partiva già il 29, lasciando in tutti una soave impressione di bontà. Era diretto verso l´estremo lembo d´Italia, alla colonia agricola di Corigliano d´Otranto, dove erano accorse ad attenderlo anche Associazioni giovanili dai vicini paesi. Il Diretto-re della Cattedra ambulante di agricoltura gli presentò pubblicamente i Salesiani come i più fattivi fiancheggiatori dell´opera, alla quale egli presiedeva.

Quanto entusiasmo poi a Taranto sia nel suo arrivo che durante il suo soggiorno! Dista poco dalla città il comune dì Martina Franca, dove le Figlie di Maria Ausiliatrice facevano mirabilia, com´egli ebbe il piacere di costatare. Di ritorno a Taranto, osservò a che punto fossero i preparativi per un erigendo istituto, avendovi allora i Salesiani solo una parrocchia con le opere annesse.

Nella chiesa parlò al popolo per la chiusura dell´anno.

Gli stava particolarmente a cuore l´opera salesiana in quella città, anche perché raccomandatagli già da Pio XI, come dicemmo. Rimase soddisfatto di quanto aveva veduto. Parlandone a Torino, disse (1): « Trovai quell´opera bene avviata. Don Fidenzio è l´uomo della posizione, attivo, da tutti stimato ». Don Angelo Fidenzio, Direttore e parroco, era stato lanciato là dal Piemonte nel 1925

.

(1) ivi, 17 febbraio 1928.

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e quelli della rimanente Europa. Del giocondo spettacolo offertogli da questi ultimi scriveva (I): « Qui abbiamo avuto la riunione dei Direttori d´Europa, eccetto d´Italia, ed abbiamo provato la grande consolazione di vedere che abbiamo dei bravi confratelli in tutti i paesi di tutte le nazioni. Li abbiamo trovati di un cuore e di un´anima sola in Don Bosco. Ringraziamone il Signore, perchè questo è uno spettacolo ed un miracolo come vedere l´agnello col leone. Tutti qui erano agnelli, lo spagnolo, il francese, il belga, il tedesco, lo slavo, il polacco. Dio sia benedetto. Che presto possiamo riunire i giapponesi, i cinesi, gl´indiani ».

(1) Lett. a Don Cimatti, Torino 1° novembre 1930. Don Cimatti era il capo della Missione Giapponese.

CAPO XIX

Per le Missioni Salesiane.

Tutti i Rettori Maggiori della Società Salesiana ereditarono dal Fondatore uno spirito eminentemente missionario, con lo zelo diretto ad ampliare il regno di Dio tra i popoli, che giacciono ancora nelle tenebre e nelle ombre di morte. Molto fece in questo campo Don Rinaldi durante il suo non lungo Rettorato. Sappiamo che un tempo avrebbe voluto andare egli stesso missionario, ma che Don Bosco ne lo distolse, dicendogli che, invece di andare lui, avrebbe mandato tanti altri, la qual cosa si avverò a pieno. Nè solo mandò buone schiere di operai evangelici: iniziò anche opere nuove di preparazione missionaria e alle Missioni esistenti ne aggiunse parecchie altre.

Diciamo subito di un suo provvedimento, che riguardava il governo delle Missioni. Il loro numero e il crescente sviluppo toglieva al Rettor Maggiore la possibilità di tener dietro distintamente ai molteplici loro bisogni; ci voleva chi in questo gli prestasse mano forte. L´articolo 62 dei Regolamenti gli indicava dove cercare la persona, alla quale affidare tale delegazione, cioè tra i membri del Capitolo Superiore. Egli nella scelta si regolò secondo un doppio criterio. Conveniva anzitutto per semplificazione scegliere chi avesse già suoi rapporti d´ufficio con i Mis‑

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sionari, sicchè non occorresse creare un organo nuovo, ma bastasse assegnare una maggiore attività a chi vi avesse già che fare; in secondo luogo questa delegazione non doveva diminuire il contatto del Superiore con i Missionari, così lontani materialmente e così bisognosi di sentirsi spiritualmente a lui vicini. Perciò la sua scelta cadde sul Prefetto Generale Don Ilicaldone. Come Prefetto, egli aveva già con i Missionari relazioni ufficiali; inoltre, quale Vicario nato del Rettor Maggiore, avrebbe naturalmente disimpegnato l´incarico da suo alter ego, già riconosciuto come tale, senza quindi che l´attenzione dei Missionari si distornasse daI Superiore, desideroso di tenerli stretti a sè con i vincoli della paternità, al che grandemente teneva. Annunciò dunque formalmente nel giugno 1924 la nomina fatta (1). Non fu davvero per il delegato una sinecura. Oltre alla necessità di applicarsi a un complesso di affari onerosi e pieni di responsabilità, egli ci metteva anche del suo innato spirito d´iniziativa, non pago di eseguire, ma portato a trovare vie nuove. E qui dobbiamo ripetere cosa già detta e ridetta: Don Rinaldi, pur essendo ispiratore e animatore, sembrava sempre fare una parte puramente decorativa, lasciando al suo rappresentante ogni libertà d´azione.

Prima di addentrarci nel nostro argomento, gioverà fare ancora una premessa. La parola Missioni si continuava a prendere in senso lato, applicandola e alle Missioni propriamente dette e a tutte le case poste fuori di Europa. Orbene, di queste case alcune d´ordinario non avevano bisogno di ricevere personale dal Capitolo Superiore e altre se ne procuravano mantenendo a proprie spese in case missionarie giovani aspiranti alle loro terre. Le vere Missioni invece venivano provviste regolarmente

(1) Atti del Cap. Sup., pag. 296.

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di soggetti e assistite in modo speciale dal Capitolo Superiore. Ecco dunque una delle mansioni spettanti al delegato di Don Rinaldi: interessarsi delle case di preparazione missionaria e occuparsi attivamente delle vere Missioni, consigliando Soci e sciogliendo dubbi, cercando sussidi da centri o comitati per le Missioni e fornendo Missionari. Spettava quindi a lui esaminare le domande di andare alle Missioni, trattarne con gli Ispettori di chi le faceva e proporle al Capitolo Superiore per l´assenso. Si capisce che egli non sostituiva in nulla il Direttore Spirituale, l´Economo e i Consiglieri per le parti religiose, scolastiche e professionali, che li riguardavano (1).

Or eccoci al principio di un´opera provvidenziale, destinata a dilatarsi anche dopo la morte di Don Rinaldi. L´occasione si presentò nel 1922. Glì Ispettori del Messico, della Colombia, dell´Equatore e altri del Centro America, venuti a Torino per il Capitolo Generale delle elezioni, pregarono il nuovo Rettor Maggiore di voler aprire per conto loro una casa, nella quale accettare e formare giovani aspiranti alle Missioni di quei paesi (2). Questa circostanza, aggiunta a un´altra, mosse Don Rinaldi a mettere in esecuzione un disegno, che già volgeva nella mente per favorire le vocazioni missionarie e provvedere alla formazione intellettuale, morale e religiosa dei futuri Missionari. Cadeva in quell´anno la cosiddetta Messa di diamante del Card. Cagliero. Nell´Oratorio di Torino gli si fecero verso la fine di giugno feste cordiali. Don Rinaldi dunque giudicò che si potesse esaudire il desiderio degli Ispettori americani col fondare un istituto per aspiranti missionari, il quale, portando il nome del primo e maggiore Missionario salesiano, restasse a ricordo del suo giubileo sacerdotale. Un tanto nome sarebbe stato di

(1)     Verb. del Cap. Sup., 15 e 16 gennaio 1925.

(2)     /vi, 19 giugno 1922.

buon auspicio e un´ottima presentazione al pubblico, specialmente ai Cooperatori; inoltre i candidati all´apostolato

missionario avrebbero avuto quasi dinanzi agli occhi un modello di zelo e di carità, al quale ispirarsi secondo lo spirito di Don Bosco.

Dedicò pertanto a, questo scopo e sotto il titolo di "Istituto Cardinal Cagliero" una sezione, per allora, della casa d´Ivrea. La notizia attirò subito molti giovani, che nel secondo anno scolastico 1923-24 raggiunsero il numero di 160; per mancanza di posti ne furono accettate alcune decine nell´Oratorio di Valdocco. Si svolgeva nelle classi il programma del corso ginnasiale. Le domande si indirizzavano a Don Rinaldi. Egli visitava con certa frequenza quelle giovani speranze delle Missioni. Fin da principio aveva lasciato loro questa parola d´ordine: « Ricordate che, se sarete molto santi, salverete molte anime; se sarete poco santi, salverete poche anime; se sarete niente santi, non ne salverete nessuna ».

Urgeva intanto sistemare la posizione di quel ginnasio di fronte alle autorità scolastiche; perciò Don Rinal, di ne chiese alla Sacra Congregazione di Propaganda il riconoscimento canonico come di istituto preparatorio per le Missioni. La Congregazione Romana, con decreto 30 aprile 1924, recante la firma del Card. Prefetto Van Rossum, « attesa la necessità di preparare il maggior numero di Missionari per l´opera immensa della propagazione della fede presso tutti i popoli », erigeva l´ " Istituto Cardinal Cagliero " come seminario di aspiranti alle Missioni salesiane e lo dichiarava « alle sue dipendenze e partecipe di tutti i diritti e privilegi, di cui godono simili Istituti ». Ne sanciva quindi e comunicava lo statuto. Questo atto aveva anche per naturale effetto d´innalzare notevolmente il prestigio dell´Istituto con relativo aumento di credito davanti ai benefattori.


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Tutto ciò non sarebbe bastato senza provvedere contemporaneamente ai gravi bisogni dei Missionari e degli aspiranti stessi, che si accettavano gratis et amore Dei. Per questo Don Rinaldi aveva chiesto e ottenuto dal Governo Italiano l´erezione dell´Istituto in ente morale, il cui patrimonio era costituito dagli edifici esistenti sul Colle Don Bosco in quel di Castelnuovo e soprattutto dai lasciti e oblazioni, che sarebbero venuti da benefattori.

Don Rinaldi dedicava alla casa missionaria d´Ivrea particolari sollecitudini paterne, desideroso che vi regnasse il buono spirito. La visitava con frequenza, facendo udire ogni volta agli aspiranti e al personale la sua parola, sempre così piena di unzione, di bontà e d´incoraggiamento. Inoltre, quando i medici gli prescrivevano periodi d´assoluto riposo, preferiva andare a trascorrere là quel tempo. Don Giuseppe Corso, che, mandatovi chierico, vi rimase finchè ne fu fatto Direttore, rende di tali soggiorni testimonianze meritevoli di essere raccolte.

Nei pomeriggi soleva passare un´ora intera, dalle quindici alle sedici, nel coro della cappella, dove certe volte, credendosi solo, era udito da taluno sfogarsi in colloqui con Gesù Sacramentato, nei quali raccomandava i bisogni della Società e di certi Soci, conchiudendo con l´invocazione a Maria Ausiliatrice e a Don Bosco.

Più tardi, alle diciassette e mezzo, attraversando quasi inavvertito lo studio dei giovani, si recava al colle che sorge presso l´istituto e che di grande sassaia era stato trasformato dal lungo e paziente lavoro dei confratelli in magnifica vigna. Nel salire si soffermava a mirare le statue del Sacro Cuore e di Maria Ausiliatrice; poi, fatta divota riverenza, proseguiva il suo cammino, finchè, assiso in luogo appartato, vi stava immerso nelle sue ´meditazioni.

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Tutti ricordiamo il suo amore paterno verso i Coadiutori. Don Corso aveva appena un mese di sacerdozio, quando in una sua visita Don Rinaldi, presolo con sè a passeggiare per i lunghi viali, gli raccomandò di amare, aiutare e sostenere i Coadiutori. Quindi gli parlò dei famigli, che sono una categoria speciale d´inservienti nelle case salesiane. — Anche i buoni famigli, — disse, — debbono essere oggetto delle nostre cure. Vedi, vengono talora da noi, rinunciando a tutto per incontrare aiuto e salvarsi l´anima, e noi non rivolgiamo loro il saluto o la parola, nè diamo ad essi un buon consiglio. Don Bosco non faceva così. Tu trattali bene, avvicinali, incoraggiali e amali come Don Bosco. ‑

A Torino voleva che quasi settimanalmente il Direttore venisse da lui a esporgli le sue difficoltà, il che quegli continuò a fare fino alla morte di lui. Scrive: « Mai dimenticherò la pazienza, la bontà, la paternità, con cui mi ascoltava, nè mai mi cadranno dalla memoria i suoi savi e prudenti consigli, terminando sempre col solito: — Così mi suggeriva Don Bosco, quand´ero Direttore dei Figli di Maria a S. Giovanni Evangelista. Prega, prega, e Gesù t´illuminerà — ».

Un giorno lo trovò in un raccoglimento doloroso. Ascoltava, ma pensando ad altro. Nel raccontargli un caso, lo vide piangere. Temendo di avergli causato pena con la sua esposizione, glielo disse. Egli, asciugatosi le lacrime, ripigliò il suo sorriso, dicendo: — No, no... Pensavo... pensavo... — E dopo un momento di sospensione, rispose sul caso esposto e gli parlò di una classe d´individui, che non fanno per la Società Salesiana. Infine, alzato lo sguardo all´immagine del Sacro Cuore, gli disse: — Vedi, sono stato troppo buono — e gli contò commosso un fatto recente.

I suddetti due alti riconoscimenti da parte della "Chie‑


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sa e dello Stato giungevano tanto più opportuni perchè si era quasi alla vigilia di un vasto movimento missionario, che stava per delinearsi nella Società Salesiana in occasione del vicino giubileo d´oro delle Missioni Salesiane.

Don Bosco aveva iniziato l´attività missionaria della sua Congregazione 1´11 novembre 1875, inviando nell´Argentina i primi dieci Missionari, condotti dal giovane sacerdote Don Giovanni Cagliero. Di questo cinquantenario Don Rinaldi aveva dato il primo annuncio nel gennaio 1923, con l´invito di prepararsi per la celebrazione del fausto avvenimento. Vi ritornò poi sopra nell´ottobre dell´anno seguente. Le feste g,iubilari dovevano, nella sua intenzione, mettere in evidenza il bene operato e suscitare nuove iniziative ed energie per un bene maggiore in avvenire (1). Nel giugno 1925 Don Ricaldone propose un vasto programma, che fu approvato dal Capitolo Superiore (2) e venne poi quasi per intero attuato. Nello stesso mese Don Rinaldi consacrò all´argomento un´ampia circolare, della quale era questo lo schema. Richiamati alla memoria gli ardori apostolici di Don Bosco fin da´ suoi anni giovanili, rifaceva la storia della prima spedizione. Qui intercalava una reminiscenza personale (3): « Lo rivedo il Padre amatissimo nei lontani ricordi della mia vocazione salesiana, proprio negli anni del suo maggior fervore missionario, e l´impressione che me n´è rimasta è indelebile: era un vero missionario, un apostolo divorato dalla passione delle anime ». Mostrato quindi come Don Bosco inserisse allora l´apostolato missionario tra le finalità della sua Congregazione, passava in rassegna i successivi progressi nel campo delle Missioni. Infine tracciava ìl piano generale dei festeggiamenti.

(1)          Atti del Cap. Sup., pag. 37 e 311.

(2)          Verb. del Cap. Sup., 17 giugno 1925.

(3)          Atti del Cap. Sup., pag. 367.

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Questi festeggiamenti però non arrivavano improvvisi, ma si venivano preparando già da due anni. A tale scopo miravano un maggiore sviluppo delle attività missionarie, numerosi Comitati missionari e la partecipazione all´Esposizione missionaria aperta nel Vaticano da Pio XI. Vi contribuiva efficamente la Rivista Gioventìx Missionaria. Dato il risveglio generale per le Missioni, un periodico popolare di tal genere era desiderabile e desiderato; la preparazione del cinquantenario ne accelerò l´uscita. Don Ricaldone ricevette dal Rettor Maggiore l´incarico di pensare al programma, al redattore e alla diffusione. Doveva essere mensile e illustrato. Suo intento: tener desta l´idea missionaria, suscitare tra i giovani vocazioni alla vita missionaria, far conoscere le Missioni salesiane e attirare elemosine per sostenerle. Il primo numero comparve nel gennaio 1923, edito dalla tipografia dell´Oratorio. Da prima si pensava che dovesse essere pubblicazione provvisoria, la quale durasse solamente fino al chiudersi della celebrazione giubilare; ma poi non solo continuò, ma se ne intraprese la redazione in varie lingue, anzitutto in quella spagnola per le istanze pervenute a Don Rinaldi dalla Spagna e dalla Repubbliche dell´America latina (1). Ne diede egli stesso comunicazione agli Ispettori e Direttori interessati il 15 dicembre 1925 (2). Tutto il movimento suscitato da Gioventù Missionaria doveva far capo al Rettor Maggiore.

(1) Verb. del Cap. Sup., 21 gennaio 1925.

(2)   Si stampava nell´Oratorio di Torino. Il Direttore del periodico Don Fiorenzo Síínchez nel 1927 chiese a Don Rinaldi un autografo da riprodurre. Essendo l´anniversario della morte di Domenico Savio, scrisse: «Domingo Savio sí hoy fuera, entre nosotros, él seria el mejor propagandista de "Juventud Mísionera ", pues lo prueba su celo por la salvación de las ahnas. EI puede estar a la cabeza de los jóvenes misioneros y creo que la lettura de su vida serti de estímulo para muchos a trabajar

unis en el campo de las Misiones. Sac. F. Klugldi ».                   M., marzo 1927).

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Il periodico era stato preceduto da un´Associazione giovanile recante il medesimo titolo e nata nel 1920 sotto l´ispirazione di un´Enciclica di Benedetto XV. Questo Pontefice con la Maximum illud del 30 novembre 1919 aveva rivolto un fervido appello missionario a tutto il mondo cattolico: bisognava pregare, aumentare il numero dei Missionari e imporsi sacrifici per soccorrere le Missioni. Alla voce del Vicario di Gesh Cristo vecchie associazioni ripigliavano vita e altre nuove ne spuntavano; una di queste fu l´ "Associazione Gioventù Missionaria" venuta fuori nel 1921 con la benedizione di Don Albera e per ispirazione di Don Rinaldi, mediante lo zelo di Don Vosti, tra i giovani dell´Oratorio festivo di Valdocco. Morto di lì a poco Don Albera, Don Rinaldi ne prese in mano le sorti, facendola penetrare per mezzo di Don Ricaldone nei collegi e oratori salesiani, come anche in quelli delle Figlie di Maria Ausiliatrice, donde poi si propagò anche altrove. Nel 1923 le ottenne dalla Santa Sede indulgenze e favori spirituali, accordati ad septennium, spirato il quale, ne chiese nel 1930 la rinnovazione, concessa per altri sette anni. I congressini missionari, dei quali diremo tra breve, erano promossi e sostenuti specialmente dagli associati. Il periodico divenne subito l´organo ufficiale dell´Associazione. Con la direzione centrale, residente nel primo Oratorio festivo dì Don Bosco, corrispondevano i • gruppi locali, pur operando ognuno con tutta libertà e secondo le esigenze dei vari ambienti. Nel 1929 Don Rinaldi umiliò a Pio XI, il Papa delle Missioni. un Album contenente una ricca statistica di pie pratiche e di opere buone eseguite durante ì primi mesi di quell´anno. Gli rispose, in data 13 settembre, il Card. Pietro Gasparri, Segretario di Stato, dicendogli tra l´altro: « Particolarmente lieto di un´attività spirituale esercitata dai giovani per il nobilissimo fine della dilatazione del Regno di Dio

25 - CERTA, Sac. Filippo Rinaldi.

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nel mondo e conseguentemente per la propria santificazione, l´Augusto Pontefice forma l´augurio che lo spirito di cristiana umiltà conservi sempre a codesti atti buoni il loro grande valore ». Appunto in questo « spirito di cristiana umiltà » l´Associazione prosegui a lavorare silenziosamente, spiegando un´Azione ininterrotta a favore delle Missioni e facendo dei gruppi tante palestre di virtuose azioni. Dopo una sosta causata dall´ultima grande guerra, l´Associazione ha preso una nuova spinta per impulso del successore di Don Rinaldi. Sono ora circa 400 i gruppi organizzati e la Rivista, la cui tiratura era scesa a 4000 copie, ne ha sorpassato ora il quadruplo.

Ho accennato all´Esposizione Vaticana. Pio XI, che diede un impulso mondiale alla propaganda missionaria, volle renderla più efficace, ordinando nel 1923 di preparare per l´anno Santo 1925 dentro il Vaticano un´Esposizione delle Missioni, alla quale concorressero tutte le Congregazioni e Istituzioni missionarie della Chiesa Cattolica. Don Rinaldi, compreso dell´importanza di questa iniziativa pontificia, fece senza indugio appello a quanti erano in grado di recarvi il loro contributo, non escluse le Figlie di Maria Ausitiatrice, perchè gli Istituti religiosi femminili dovevano esporre con l´Istituto maschile, dal quale in qualche modo dipendevano e col quale lavoravano nelle Missioni. Era impresa dispendiosa per la Società e fonte di non pochi disturbi; ma Don Rinaldi non poteva supporre che í propri dipendenti sentissero per le Missioni un entusiasmo minore del suo. Accresceva forza all´invito la coincidenza del giubileo d´oro delle Missioni salesiane. Nè si contentava di tenersi sulle generali, ma presentava anche l´elenco delle case e Missioni che dovevano figurare nella mostra (1); anzi speci‑

(1) Atti del Cap. Sup., pag. 99.

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ficava pure il materiale da spedire a Torino. Affinchè poi tutto procedesse con ordine e compattezza., raccomandava agli Ispettori di designare subito per ogni missione o casa uno o più Soci, che raccogliessero in tempo l´occorrente. Nominò infine una Commissione centrale nell´Oratorio stabilendone presidente Don Ricaldone. A comune incoraggiamento scriveva (1): « Pensate che cosa farebbe il nostro Venerabile Padre, se si trovasse al nostro posto, dopo un invito di questo genere venutogli da Roma, dal Vicario di Gesù Cristo, invito che interessa vivamente la gloria (li Dio, il bene delle anime, l´onore della nostra amata Congregazione! Ricordate ancora che nessun sacrificio è più visibilmente ricompensato anche quaggiù e nelle case, di quello che si fa per favorire le Missioni e dilatare il regno di Dio. Quindi il vostro contributo sia veramente generoso, intelligente, esatto e soprattutto sollecito ». I buoni Missionari non si perdettero in molti ragionamenti. Nonostante le loro gravi occupazioni, risposero con vero slancio e alacrità; nè fu per essi lieve compenso ìl sapere che all´Esposizione le Missioni salesiane avevano meritato più volte il sovrano compiacimento del Santo Padre con espressioni assai lusinghiere, non che il plauso di eminenti personaggi e di numerosi amici dell´Opera salesiana.

Ma Don Rinaldi aveva già da tempo per il 1925 divisato un´Esposizione missionaria salesiana nell´Oratorio di Torino, rimandata poi di un anno a fine di non distrarre l´attenzione dei fedeli dalla celebrazione dell´anno santo. Quella fu dunque organizzata mirabilmente sotto la guida di Don Ricaldone e inaugurata il 16 maggio 1926 in grandiosi locali di costruzione recentissima. Onorarono la cerimonia Principi del sangue e le più alte autorità. Vi tenne

(1) Ivi, pag. 105.

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tosto dietro un Congresso internazionale dei Cooperatori e degli ex-allievi, con orientamento missionario. La mostra stette aperta fino alla prima domenica di ottobre. L´afflusso dei visitatori fu incessante. Non vi mancavano le attrattive di curiosità esotiche. Don Rinaldi non credette esagerato l´affermare un anno dopo in un pubblico documento, che avevano visitata quotidianamente l´Esposizione migliaia di persone, richiamate così al pensiero di milioni d´anime, che aspettano ancora dal missionario la luce della civiltà della fede (1).

Il Congresso, durato tre giorni dal 25 al 27 maggio, riuscì un numero dei più cospicui nel programma della celebrazione cinquantenaria. Don Rinaldi nella seduta inaugurale, dov´erano rappresentati tutti i ceti fino ai più elevati, presa la parola, dopo aver ricordato come all´Esposizione si vedessero i plastici raffiguranti la casetta nativa di Don Bosco e la tettoia che fu umile nido del primo Oratorio salesiano, e un altro plastico rappresentante il divenire delle Missioni salesiane quale apparve a Don Bosco, proseguiva: « Di là si passi ad ammirare i prodigi reali dell´annunciata espansione missionaria, meravigliosi per il breve giro d´anni in cui si compirono,

e       dei quali si ha a riconoscere il segreto nella speciale assistenza celeste e nell´aiuto efficace dell´Unione dei Cooperatori, di cui pure ricorre il cinquantenario ». Augurava infine che la celebrazione della duplice data apportasse ai figli di Don Bosco e ai loro Cooperatori nuova lena e nuovi incitamenti a perseverare nella diffusione dell´opera iniziata dal Venerabile Fondatore, a gloria di Dio e della Chiesa, a bene della civile società e a salvezza di tanti´ idolatri.

Due mesi prima, alla vigilia di partire per la Spagna,

(1) Lett. di capo d´anno del 1927 in Boll. Sal.

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egli aveva inviato al Papa una relazione particolareggiata di quanto erasi fatto all´inizio del cinquantenario e del molto più che si doveva fare a suo tempo, terminando col dire: « Fine precipuo di tutte queste manifestazioni è d´intensificare l´inno del doveroso ringraziamento a Dio, al quale soltanto ascriveva Don Bosco l´idea, l´inizio e il fiorire dell´Opera sua, e in pari tempo di ravvivare nei Cooperatori e nei benefattori nostri la fiamma della carità secondo lo spirito del nostro Fondatore, a pro soprattutto dell´attività missionaria, suscitando vocazioni, ottenendo soccorso di preghiere e anche di denaro, assecondando insomma il provvidenziale movimento che si va accentuando a favore delle missioni Cattoliche ». Il Papa gli rispose poco prima del Congresso con un bellissimo Breve, indirizzato all´Arcivescovo di Torino Mons. Gamba letto pubblicamente tra la commozione generale.

Nell´ultima seduta Don Rinaldi, accostando quel decimo Congresso dei Cooperatori al recente Congresso della Regalità di Gesù Cristo, disse: « Anche i Cooperatori sono valorosi soldati di questo gran Re. Anche noi ci siamo qui radunati per servire questo Re Divino, che vuole e deve regnare assoluto al tutta la terra. Noi pure abbiamo lavorato per la maggiore estensione del suo Regno ». Un´eco importante del Congresso si ebbe in ottobre. I Vescovi del Piemonte, riuniti presso il santuario della Consolata, rivolsero un pensiero di compiacenza e di ara_ mirazione allo sviluppo delle Missioni salesiane nel loro primo cinquantenario, affidando all´Arcivescovo l´incarico di esprimere al Superiore Maggiore le loro più sincere felicitazioni; il che egli fece immediatamente con una lettera molto cordiale.

Scrivendo al Papa, Don Rinaldi aveva detto essere anche scopo delle manifestazioni ravvivare nei giovani e nei Cooperatori l´amore alle missioni. A ottenere que‑

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sto intento egli escogitò il mezzo semplice e geniale degli accennati congressini missionari. Invece delle solite accademie, gli Ispettori dovevano disporre che in ogni casa e oratorio festivo, durante i mesi di novembre e dicembre 1925 e di gennaio 1926, si tenesse un piccolo congresso missionario, con comitato promotore composto di superiori, con comitato esecutivo formato da alunni, con svolgimento di temi adatti alla capacità giovanile e con la redazione degli atti. Nei tre mesi seguenti si sarebbero poi radunati Congressi regionali, promossi e attuati da Cooperatori ed ex-allievi in preparazione del Congresso Internazionale di maggio. Ma qui c´importano i soli congressini. A chi non abbia conoscenza degli ambienti salesiani parrà incredibile l´interesse presovi dagli alunni e dagli oratoriani. Don Rinaldi, allorchè scrisse al Santo Padre, poteva già annunciargli che fino allora aveva avuto notizia di 800 congressini tenuti in tutte le parti del mondo salesiano. L´entusiasmo dimostrato dai giovani per le fatiche dei Missionari e per l´evangelizzazione dei popoli gli sembrava « un vero sorriso dí paradiso ». Era infatti una cosa commovente ed insieme edificante. « Io sono convinto, — scriveva (l), — che la coltivazione di questo spirito ridonda principalmente a beneficio degli alunni medesimi, essendo questo uno dei mezzi più efficaci _ per formare il loro cuore ad. affetti elevati e santi, un mezzo che li distoglie dai sentimentalismi morbosi tanto comuni a quell´età, un mezzo che ricorda loro la realtà della vita e le miserie di questo mondo, fa loro apprezzare il bene d´essere nati in paese cattolico, nella luce e nella verità del Vangelo. e li anima così a corrispondere a sì segnalata grazia del Signore con una condotta veramente cristiana ». I fatti lo

(1) Atti del Cap. Sup., pag. 429.

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dimostravano; giacche si osservava che dove più si parlava di Missioni, regnava tra gli alunni una pietà più sentita e soda con una maggior disciplina e osservanza del Regolamento.

Un´altra esperienza gli diede ragione. L´azione missionaria continuata anche dopo suscitò una vera fioritura di vocazioni missionarie. Non bastando più l´istituto Card. Cagliero, fu ben presto necessario aprirne altri simili. Datano dal Rettorato di Don Rinaldi gli istituti missionari di Penano, Foglizzo,,Gaeta e Bagnolo per aspiranti al sacerdozio, e di Cumiana per coadiutori. Bisognò pure pensare all´estero, massime ad aver Missionari di lingua spagnola e inglese, ed ecco sorgere con l´istituto di .A studillo nella Spagna anche quello di Shrigley Nè questa necessità di aumentarne il nnmero, non che d´ingrandire gli esistenti, finì con Don Rinaldi, ma molto restò ancora da fare in questo campo al suo successore.

Anche il ´numero delle Missioni propriamente dette egli vide notevolmente accresciuto. Dal 1922 al 1930 le otto precedenti furono raddoppiate, venendo otto nuove ad aggiungervisi così in ordine di tempo: Prefettura Apostolica dell´ A ssam, Missioni del Gran Chaco Paraguayo, Prefettura Apostolica dell´Alto Luapula nel Congo Belga, Prelatura Apostolica di Porto Velho nel Brasile, Archidiocesi dì Madras e Diocesi di Krislmagar nell´India, Missioni indipendenti di Mìyazaki nel Giappone e di Rajaburi nella Thailandia. « Mai come in questo momento, — rilevava Don Rinaldi (1), — le nostre Missioni hanno preso un sì grande sviluppo, specialmente in Oriente. Non bisogna però dimenticare quelle di America, che hanno bisogno di essere rinforzate. Alcune di

(1) Verb. del Cap. Sup., 13 settembre 1928.

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esse, come quella della Patagonia e Terra del Fuoco, sono le prime Missioni fondate da Don Bosco, e quella

del Matto Grosso, un tempo di grande onore per la Congregazione ». Toccò poi a Don Ricaldone aiutare i pro_ gressivi sviluppi o i necessari riordinamenti di tutte queste Missioni. Quando giunse al Rettorato, egli aveva raccolto una ricca messe di notizie nelle Missioni dell dia, della Cina e del Giappone, perchè nel dicembre 1926 Don Rinaldi l´aveva mandato da quelle parti come visitatore straordinario con l´incarico « di portare ai Missionari il conforto del suo affetto paterno e l´incoraggiamento del terzo successore di Don Bosco », come scrisse. ii suo rappresentante stesso in una lettera, della quale ora parleremo.

Le Missioni salesiane dell´India e della Cina prendevano sempre più grande sviluppo e non minore ne prometteva pure la recente Missione Giapponese. I bisogni di tali Missioni per la diversità di razza e per altre cause, differivano non poco da quelli delle Missioni d´Occidente. Ecco perchè Don Rinaldi aveva pensato a farle visitare da colui, che, esercitando già in modo speciale la vigilanza sopra questo importantissimo ramo della Società, gli sembrava il più indicato a eseguire tale incarico. Dovendo poi egli rimanere lontano una decina di mesi, Don Rinaldi, affinchè il suo ordinario ufficio non avesse. a riceverne scapito, ne divise le attribuzioni tra due altri membri del Capitolo Superiore.

Della menzionata visita soppravvive il ricordo in una iniziativa dovuta aI visitatore e da Don Rinaldi accolta e favorita. Alludo alla " Crociata Missionaria ". Sul punto di lasciare la Thailandía, Don Ricaldone inviò al Rettor Maggiore una proposta. Come Don Bosco aveva fatto per le terre e i popoli occidentali, perciò-il suo successore non avrebbe alzato la sua voce e bandito una santa

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Crociata in favore dei paesi d´Oriente? Per salvare tanti milioni di anime ci volevano uomini e denari. Non di vocazioni c´era difetto, ma di mezzi per mantenere, istruire e formare tutti i vocali. A svolgere poi un´azione veramente efficace nell´Oriente occorrevano almeno mille borse missionarie per preparare il personale necessario. Non si sarebbero trovate mille persone disposte a fare il sacrificio di 20009 lire per sostenere con i relativi interessi gli aspiranti missionari? I più non avevano modo di dare tanto? Cooperassero in misura più modesti, contribuendo in molti a completare una borsa sola. Con tante opere da fondare e da sviluppare i Salesiani avevano sempre le mani vuote. Don Rinaldi, afferrata a volo l´ardita idea, comunicò la lettera di Don Ricaldone ai Cooperatori per mezzo del Bollettino Salesiano, avvertendo che il periodico avrebbe subito aperta una " Pagina d´oro" coi nomi degli oblatori, se essi lo permettevano, e con l´ammontare delle oblazioni, divise borsa per borsa. Intanto il 24 marzo 1928 ne aveva informato i Direttori, dicendo che la cosa gli stava molto a cuore, perchè ne sperava un gran bene alle anime. « È mio desiderio, — soggiungeva, — che questa Crociata Missionaria sia iniziata e condotta dappertutto e da tutti con slancio e costante fervore di operosità. Date a quest´opera di zelo le vostre migliori energie ». In ogni Ispettoria il desiderio paterno trovò buona accoglienza e immediata attuazione. Il primo a rispondere fu ben degno di dar principio all´opera: il conte Eugenio Rebaudengo decise di far sorgere in Torino un istituto per aspiranti artigia‑

ni missionari, opera grandiosa, che Don Rinaldi non potè veder terminata. Quale sp nta fu quella alla Crociata Missionaria! In ogni numero del periodico la " Pagina d´oro " registrava elenchi sempre pìù lunghi di oblatori. Dall´aprile 1928 la registrazione continua.

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A ravvivare il ricordo dell´il novembre 1875 nulla parve più opportuno che aprire i festeggiamenti con una grande spedizione di Missionari nel giorno del cinquantesimo anniversario. Perciò Don Ricaldone, per ordine di Don Rinaldi, nel mese di febbraio 1925 pregò quanti desideravano di partire che rivolgessero a lui con sollecitudine le domande; così per la data prefissa si trovarono pronti a salpare 172 Salesiani e 52 Figlie di Maria Ausiliatrice. Alla cerimonia della partenza aggiunse solennità la parola dell´unico grande superstite di quell´altro 11 novembre, il Card. Cagliero. Ma non fu questo il drappello più numeroso di Missionari spedito da Don Rinaldi. Quattro anni dopo, nelle feste della Beatificazione di Don Bosco, volle onorare il novello Beato con l´invio di una falange ancor maggiore, forte di 174 fra sacerdoti, chierici e coadiutori e di 103 suore. Possiamo misurare l´interessamento suo per le Missioni dal numero di Salesiani lanciati nei paesi più remoti durante i nove anni del suo Rettorato. Sommano essi a 1868, il quale numero dà una media di quasi 208 per anno, proporzione non raggiunta nè da Don Rua nè da Don Albera. I fatti dunque avverarono il presagio di Don Bosco, ricordato nel principio del capo; sicché ben a ragione fu attribuito a sua gloria particolare l´avere « con larghezza di vedute e con gran fede nella Provvidenza » alimentata la vita e promossa l´espansione delle Missioni (1). Il numero dei Missionari era una cosa; ma un´altra cosa importava ancor più a Don Rinaldi, che la espresse così in forma lapidaria al XII Capitolo Generale del 1929, durante la seduta pomeridiana del 18 luglio: « Noi dobbiamo andare alle Missioni con umiltà per imparare dagli altri, pur portando il nostro corredo di esperienza e di

(1) Avvenire d´Italia, 6 dicembre 1931.

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buona volontà, per lavorare e per pregare. Il vero bene lo fanno so´amente i santi ».

Qui potrebbe il presente capo aver termine; ma parrebbe mancarvi qualche cosa, se non si dicesse una parola anche delle Suore. Qual Vicario Apostolico per l´Istituto delle Figlie dì Maria Ausiliatrice, Don Rinaldi non poteva non darsi pensiero di mantener vivo tra esse

lo spirito missionario, acceso dal Fondatore. Abbiamo alcune fonti, che mentre ci somministrano elementi utili alla nostra narrazione, ci aiutano pure a comprendere sempre meglio i criteri suoi in materia di Missioni. Queste fonti consistono in verbali di conferenze da lui tenute alle Suore e di colloqui scambiati familiarmente con le Superiore Maggiori.

Don Rinalcli aveva fatta propria l´opinione manifestatagli da Pio XI sulla necessità delle Suore nelle Missioni. — Non si può avere Missione senza Suore, — gli aveva detto il Papa. — Anzi nelle Missioni ci devono essere più Suore che Missionari ». Glielo confermava l´esperienza, e lo rivelò una volta alle Superiore. Nel Congo i Salesiani, dopo alcuni anni d´intenso lavoro, avevano conchiuso poco o nulla, perchè, mancando l´opera delle Suore, avveniva che ì giovani cristiani si unissero in matrimonio con ragazze ancora pagane. « Ci vuole la donna che educhi la donna, — diceva. — La Suora poi presso popoli infedeli è riguardata come un essere celeste e gode straordinaria fiducia, accresciuta dal quotidiano esercizio della carità. Senza la Suora non sì può convertire un paese ». Mosso da queste idee, largheggiava di consigli, d´incoraggiamenti e di aiuti con le Figlie dì Maria Ausiliatrice.

Naturalmente la prima preoccupazione doveva essere quella di preparare soggetti adatti e in numero sufficiente. Aveva dato principio da pochi mesi al primo istitu‑

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to per aspiranti missionari, quando prese a caldeggiare presso di loro un´opera della stessa natura. Ne parlò alle Superiore il 28 febbraio 1924, suggerendo in proposito alcune norme pratiche: scegliere dai convitti e dagli oratori le giovanette che mostrassero spiccata voca‑

zione missionaria e riunirle per tre anni in una casa dipendente dal Consiglio Generalizio a fine d´istruirle e formarle; mantenere questa casa .mediante le contribuzioni delle Ispettorie estere, che ne avrebbero goduto il beneficio; a tali aspiranti insegnare la lingua da usare nella Missione, e impartire nozioni di storia, di geografia e di altre cose utili negli ambienti ad esse destinati; mandarle poi a fare il noviziato nelle suddette Ispettorie; fare sempre una buona selezione, eliminando le fannullone e i caratteri non buoni. Le Superiore, solite a dare il massimo peso alle sue direttive, studiarono le proposte e, se non subito, le attuarono quando e come parve loro opportuno.

Per mettere insieme con qualche ordine i suggerimenti da lui dati in svariate occasioni, ridurremo a sei capi I principali, presentandoli come diretti a risolvere altrettanti problemi d´interesse missionario.

Primo problema, le vocazioni. Trovava che per le vere Missioni le Suore scarseggiavano ancora troppo. Forse le vocazioni sarebbero spuntate più numerose, se fosse stato più largamente noto, che anche le Figlie di Don Bosco lavoravano nelle Missioni, Difettavano per questo acconce pubblicazioni. Ci volevano opuscoletti scritti da Suore in modo che piacessero alle ragazze, e darne via a iosa. Anche nei loro foglietti locali vi doveva essere sempre qualche spunto missionario: partenze per le Missioni, lettere e notizie di Missionarie, cenni biografici di chi morisse santamente in paesi di Missione, aneddoti missionari, notevoli esempi di virtù. « Non c´è nulla

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di così efficace, — disse, ,— come la luce della santità, della pietà, della vita religiosa ». Ma che sarebbe valso stampare, se poi non si leggesse? Di qui la necessità d´interessare determinati gruppi di oratoriane, di alunne interne ed esterne, di ex-allieve, perchè tenessero dietro alle pubblicazioni, propagassero l´idea, redigessero artico-letti appositi, avessero anche corrispondenza epistolare con la tal missione e cou la tal missionaria. Egli era convinto che non poche giovanette, conoscendo bene quello che le Suore facevano nelle Missioni, sarebbero andate all´Istituto.

Secondo problema, lo spirito missionario tra le Suore. Bisognava cercare d´infondere nelle Suore zelo missionario, parlando sovente di Missioni, ma parlandone bene, non già usando certe espressioni, che spengono l´entusiasmo missionario, come: — Sì, sì, altro è dire, altro è l´essere là! — Le Missionarie di ritorno dicessero invece: — Venite, venite anche voi. Sarete ricevute a braccia aperte. E fate poi di starci più che potete. — S´invitassero Missionari a fare conferenze. Con tutto questo però non si creassero illusioni, e si spiegava con un esempio. Dal Giappone gli si domandavano continuamente Suore. Va bene, ma non si sognasse di andar là e operare subito conversioni. Era necessario stare un primo anno sul posto a studiare, un secondo ancora a studiare e ad imparar a fare qualche cosa, un terzo sempre a studiare e lavorare. Nessuna si scoraggiasse.

Gesù, per tre anni Missionario nelle sue terre, quanti aveva convertiti de´ suoi?... Dovette prima morire; le conversioni vennero dopo. Se le partenti avessero avuto sempre ben chiari questi concetti, non sì sarebbero a volte disorientate per quello che ebbero a soffrire. « La discrezione sarà nelle Superiore Maggiori, — osservava; nell´Istituto regni l´idea missionaria, tanto più che lo spi‑

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rito missionario modifica pure certe altre idee di comodità nelle case e nelle opere ».

Terzo problema, la preparazione diretta delle 1VIissionatie. Le case missionarie dovevano rispecchiare la povertà religiosa, anche perchè le Suore ivi formate imparassero a sopportare poi rassegnatamente le immancabili privazioni. « La povertà religiosa, — insegnava egli, è uno dei mezzi più efficaci per coltivare lo spirito (li lavoro, di sacrificio e di sapersi aggiustare ». Giudicava utile nel noviziato, e anche dopo, la lettura della vita di S. Teresina del Bambino Gesù, protettrice delle Missioni. « È una santa, — diceva, — senza estasi ». E domandava: « Credete che sia arrivata alla santità, perchè Carmelitana? In qualunque Istituto si può essere santi come lei. La fece- santa l´amore e l´unione intima con Dio. Amava il patire, ma era contenta di patire ciò che Dio le mandava da patire, pienamente abbandonata in Lui ». Con lo spirito di pietà, di lavoro e di sacrificio bisognava unire molta pratica della carità vicendevole, perchè le Suore, trovandosi lontane dalla patria e dalle Superiore, se non erano ben preparate a mantenere la carità nella comunità, si sarebbero facilmente trovate molto a disagio e, peggio, sarebbero state di ostacolo a sé e alle altre. Un´esigenza speciale presentavano le Missioni d´Oriente. Quelle richiedevano Suore ben istruite, massime nel catechismo. Oltre a una buona istruzione religiosa, occorreva qualche studio di apologetica, potendosi dare il caso che una Suora dovesse combattere errori seminati dai protestanti. Anche nelle arti belle e decorative e nella musica conveniva acquistare competenza. Il Giappone particolarmente è molto progredito; nella Cina poí le Suore possono farsi strada più presto, se munite di diplomi, in medicina, per esempio, e in farmacia. Pensassero dunque le Superiore a prepararne con


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questi intendimenti. Le medesime Superiore andassero di frequente a visitare le case missionarie per farsi conoscere e amare, sicchè in seguito le Missionarie, quando fossero lontane, potessero nei casi di bisogno ricorrere con libertà a chi dovevano considerare come Superiore e Madri, e avere gli aiuti necessari per sostenersi nella vocazione e perseverare.

Quarto problema, esaudimento delle domande. Qui citerò testualmente le sue parole, dette 1´11 giugno 1926 alle Superiore durante gli esercizi spirituali nella casa di S. Paolo a Torino: « Vengono le vocazioni per andare in Missione, e intanto ve le tenete qui per dedicarle all´Ispettoria, alle case di qui, ai vostri studi. Allargate il cuore, date a Dio. Purché si faccia del bene, il maggior bene... Anche noi per un tempo abbiamo fatto così, e ci siamo accorti di non essere con Don Bosco. Don Bosco ci ha richiamati al suo principio e abbiamo dato e diamo... e ci troviamo contenti ». Ciò che diceva di Don Bosco, rispondeva a verità. Ai pavidi, che temevano il finimondo perchè egli mandava troppi Salesiani nelle Missioni, il Santo chiudeva la bocca assicurandoli con le cifre alla mano che tanti erano da lui inviati nell´America e tanti gliene restituiva la Provvidenza, fossero essi preti o chierici o coadiutori, cioè in egual numero e della medesima condizione.

Quinto problema, abbondano di residenze missionarie. La casa delle Suore a Pringles nella Patagonia era stata quasi atterrata da un turbine e quindi provvisoriamente chiusa. Da Balfia Blanca si aspettava la decisione del Consiglio Generalizio sul da farsi. Il 28 marzo 1928, Don Risaldi, interrogato se si dovesse chiudere definitivamente quella casa, rispose: « No, no! Le case di Missione, fondate che siano, non è bene che muoiano. Non dobbiamo abbandonare i campi già lavorati dai nostri

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primi campioni per passarli ai protestanti o peggio; ma piuttosto aumentare Io zelo e l´industria per metterli in fiore e ottenerne frutti copiosi ». Questa risposta, comunicata all´Ispettrice di Balia Bianca, segnò il principio di una nuova vita per quella residenza missionaria. Vi era anche la questione grave dei luoghi di climi micidiali, come l´alto Rio Negro. Non andare in quei centri di Missioni o dopo esservi andati ritirarsi? Ecco il suo pensiero: « Mah! La questione è seria. Si fa come si può. La Santa Sede vede al disopra di tutto le anime. Del resto anche in tali località, vivendoci un po´ (e lasciandoci pure qualche vittimal...) con industrie ed esperienze proprie e altrui, si vengono a vincere anche le non poche difficoltà del clima e di ogni altra nociva conseguenza ».

Sesto problema, le vocazioni indigene. S. Paolo usò il metodo delle vocazioni indigene, ricordava Don Rinaldi, formate dall´Apostolo per estendere più rapidamente e più efficacemente il Regno di Gesù Cristo in tutto il mondo. Così hanno fatto e fanno i Benedettini, i Cappuccini, i Gesuiti e altri per la necessaria penetrazione nelle terre più inospitali; e questo è lo spirito della Chiesa. È un fatto incontestabile: quei del paese sono più interessati di noi a fare del bene ai propri fratelli, e conoscono meglio di noi l´ambiente per isfruttarlo a maggior bene e a un bene più sollecito. Gl´indigeni sono in possesso della lingua, non hanno da vincere le difficoltà dell´acclimatarsi e delle inevitabili diffidenze tra indigeni ed estranei; possono esigere dai connazionali ciò che non otterrebbero mai quelli venuti di fuori. Perciò, tanto di guadagnato per ogni verso. Come regolarsi in pratica? Alle indigene, specialmente nell´India e nella Cina, far fare sul posto il noviziato; poi quelle che promettessero di più, chiamarle da professe in Italia

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a perfezionarsi un paio d´anni in rami di studio o di lavoro a bere lo spirito genuino dell´Istituto. Per le estere in genere che venivano qui a fare il noviziato, non conveniva stabilire definitivamente di trattenervele ancora più anni. Le circostanze l´avrebbero detto. Conchiuse: « Chiamatene da tutte le parti per prepararle e per prepararvi l´elemento avvenire. Sì, chiamatele per il noviziato, trattenetele un po´ di tempo dopo, perchè possano poi sostenere le case e lo spirito nelle proprie nazioni, tutto questo va bene; ma non fate leggi. Decidete caso per caso, perchè è evidente che non tutte daranno le medesime speranze e il medesimo risultato ».

Ho davanti agli occhi una tavola diligentissima e minuta, nella quale sono indicate tutte le partenze di Suore per le Missioni, con la nota specificata dei luoghi di destinazione e il relativo numero delle Missionarie. Risulta pertanto che al tempo del Rettorato di Don Rinaldi, dal 18 agosto 1922 al 22 ottobre 1931 partirono 613 Figlie di Maria Ausiliatrice, delle quali 450 erano al loro primo viaggio e 163 facevano ritorno dopo un perìodo trascorso in Italia, specialmente per ragioni di salute. A ingrossare così la corrente missionaria nell´Istituto non è da escludere che abbia influito anche l´autorevole azione di Don Rinaldi.

Chiuderemo questi appunti con un´ultima osservazione sempre di Don Rinaldi. La missione della Suora, secondo lui, è duplice: istruire e curare: curare per introdursi e penetrare nelle famiglie e nella simpatia generale. Darsi all´istruzione soltanto è cadere nel pericolo di istruire per far denari: un vero danno! Nel Giappone c´è molta scienza, ma non si conosce la carità. Vanno le Missionarie, all´istruzione uniscono la carità, e fanno fortuna. I Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice debbono tenere questa via. Il necessario per mantenersi, sì; accumulare denaro,

26 - CERIA, Sac. Filippo Rinaldi.

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no! Il denaro che si potrà avere dall´insegnamento deve circolare per le opere di carità.

Un inatteso avvenimento missionario segnalò il suo Rettorato, già vicino, anzi quasi prossimo al termine. Il 25 febbraio 1930 accadde in Cina l´eccidio dei due Missionari salesiani Mons. Versiglia, Vicario Apostolico di Shiu-Chow, e Don Caravario, che lo accompagnava nella sua visita pastorale. I particolari barbari e insieme gloriosi del tragico fatto, appena notificati a Torino, furono da Don Rinaldi recati a conoscenza di tutta la Società « con sovrana eloquenza », come scrisse Don Ricaldone (1). Dolorando e adorando le disposizioni della divina Provvidenza, egli ne esaltava la morte eroica e riferiva la voce unanime dei Vescovi cinesi, che si era levata dinanzi a due martiri, non senza speranza chef quella voce venisse un giorno ratificata dalla Chiesa. Intanto esprimeva il suo convincimento, che la recente Beatificazione di Don Bosco fosse stata glorificata pure con l´effusione del sangue di un doppio olocausto, accolto indubbiamente in odore di soavità (2).

(1)  Atti del Cap. Sup., 24 aprile 1930.

(2) Lett. di capo d´anno ai Cooperatori, Boll. Sal., gennaio 1931.

CAPO XX

Nella Beatificazione di Don Bosco.

Dio non concesse a Don Rinaldi la consolazione di assistere alla canonizzazione di Don Bosco, avvenuta nel terzo anno dalla sua morte; ma si può asserire senza tema d´esagerare che la beatificazione del grande Padre lo fece esultare della gioia più viva da lui provata in tutto il corso della sua vita. Sospirava quel giorno come si sospira l´appagamento d´un lungo ardentissimo desiderio. Negli anni, in cui la causa sembrava arenarsi e stentar a trovare una via d´uscita, la sua trepidazione era al sommo; dissimulava prudentemente, ma soffriva. Quando poi ebbe la certezza che le cose s´incamminavano verso il bramato epilogo, incominciò per lui un periodo di crescente letizia, che arrivò al colmo il 2 giugno 1929. Nel breve tempo che sopravvisse, Don Bosco beatificato entrava continuamente ne´ suoi discorsi pubblici, nelle sue conversazioni private e nelle sue circolari ai Soci salesiani. Non aveva mai dubitato; ma le vicende della procedura, acuendone l´aspettazione, finirono con preparargli un´allegrezza più intensa.

Aveva incominciato a occuparsi della causa, appena era stato nominato Prefetto Generale della Congregazione. Colui che l´aveva preceduto nell´ufficio, aveva fatto da Vicepostulatore; venuto lui a Torino nell´aprile 1901, Don Rua lo designò a quell´incarico, che sostenne fino alla sua elezione a Rettor Maggiore. Toccava quindi a lui, d´ac‑

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cordo con il Postulatore, che doveva risiedere a Roma ed era il Procuratore Generale della Società presso la Santa Sede, promuovere gli atti, provvedere alle spese, presentare i nomi dei testi e i documenti necessari, preparare gli articoli, sui quali i testimoni erano chiaMati a rispondere dinanzi ai giudici del tribunale ecclesiastico: un insieme di brighe, le quali nella causa di Don Bosco diedero molto da fare. In questa sua qualità di Vicepostulatore, il 1° dicembre 1918 portò a Roma il voluminoso incartamento del processo apostolico, chiusosi a Torino pochi giorni innanzi (1). Se ve Io accompagnò la speranza,. che si fosse vicini al termine, non tardò a ricredersi. Capita raramente una causa così complessa per moltiplicità di opere e infinità di relazioni da mettere nel crogiuolo; ecco perchè la causa di Don Bosco andò più a lungo che non si potessero immaginare coloro che lo amavano e avrebbero voluto vederlo presto glorificato.

Fu notevole una parte da lui avuta otto anni dopo. La Sacra Congregazione dei Riti stava conducendo l´esame sull´eroismo delle virtù praticate dal Servo di Dio. Questo esame si compie in tre momenti, ossia in tre Congregazioni o adrmanze a non brevi intervalli, dette antipreparatoria, preparatoria e generale. Il 30 luglio 1926, tenendosi la seconda, due Cardinali desiderarono maggiori prove sulla vita di preghiera e sullo spirito profetico di Don Bosco e maggiori schiarimenti sull´origine di certi opuscoli, che taluno si ostinava ad attribuirgli (2). Per questa terza cosa Intervennero testimonianze apodittiche (3); invece per le prime ebbe gran peso una lettera dí Don Rinaldi al Cardinal Prefetto della Congregazione dei Riti in data 29 settembre; in essa egli portava a co‑

(1) Portava pure il piccolo processo di Domenico Savio.

(2)  Mem. Biogr., v. XV, pag. 227.

(3)  Ivi, v. XIX, pag. 401 e 403. •

—io: —

noscenza di lui, sotto il vincolo del giuramento, fatti ignorati e decisivi, sicchè in una nuova preparatoria i dubbi svanirono e la causa seguì il suo corso normale fino al riconoscimento dell´eroicità delle virtù (1).

Si era compiuto un gran passo; il Santo Padre fissò il 20 febbraio 1927 per la pubblicazione del decreto, del quale fu data lettura nella vasta aula concistoriale, alla presenza del Pontefice e della sua Corte e dinanzi a numerosissimo pubblico. Subito dopo avrebbe dovuto Don Rinaldi avanzarsi verso il trono pontificio e leggere un indirizzo di ringraziamento; ma lo sostituì il Procuratore Don Tomasetti, perchè un attacco influenzale l´aveva ritenuto a Torino. Quanto gli rincrebbe quel contrattempo! Lo scrisse egli stesso (2): « Il Signore non volle concedermi la gioia di trovarmi presente, come da tanto tempo desideravo. Sia benedetta ora e sempre la Santissima Volontà Sua! ».

Tuttavia, non appena potè, volle compiere anche personalmente il suo dovere, andando per questo a Roma verso la fine dì marzo. Il Papa, accoltolo il 2 aprile con paterna cordialità e gradita l´espressione della sua riconoscenza, gli manifestò tutta la propria ammirazione per Don Bosco, dicendo: « La santità di lui risplenderà ancor più in avvenire ed. egli continuerà sempre a vivere in tutte le sue opere, finchè queste corrisponderanno ai nuovi bisogni della gioventù con modernità di metodi, d´iniziative e dì mezzi, senza però allontanarsi mai dallo spirito che v´impose il fondatore ». Aggiunse essergli di grande gioia e soddisfazione, che la causa di Don Bosco procedesse bene e speditamente. « Mì auguro, — disse, di vedere presto Don Bosco sugli altari, perchè è un uomo che rappresenta tante opere, che furono da lui promosse

(1) Ivi, pag. 339.

(2) Alti del Cap. Sup., pag. 537.

1,0,1 —

e sono di attualità nella vita della Chiesa. Faccio voti che vengano esaminati presto i miracoli per condurre a termine la sua beatificazione ».

Sentendo parlare così di Don Bosco, come poteva Don Rinaldi trattenersi dall´accennare alla causa e quindi alle difficoltà, che ne avevano intralciato il corso? Lo fece manifestando la sua pena al veder criticato il sistema di Don Bosco, il suo modo di agire, il suo operato. « Io, — disse, — fin da quando incominciai ad avvicinare Don Bosco, fui sempre convinto che egli era un santo; ma tante opinioni contrarie, tanto ritardo della Chiesa sul pronunciarsi!.. ». Il Santo Padre gli rispose: « Finora poteva avere questa pena, ma ora non ha più motivo di averla. La Chiesa ha parlato; l´opera di Don Bosco, le sue parole, Ia sua condotta, tutto in lui era da Dio e di Dio; il riconoscimento dell´eroicità delle sue virtù è il suggello divino sulla sua vita. Se taluno dicesse che gli altri Santi non han fatto così, risponda che Don Bosco dovette fare così per essere santo e che, se così non avesse operato, non si sarebbe fatto santo ». Riferendo queste parole del Papa, Don Rinaldi ne tirava la conseguenza, che dunque, come aveva fatto Don Bosco, potevano e dovevano fare i suoi figli e le sue figlie, perchè tutto il suo operare fu, per sentenza della Chiesa, un operare secondo Dio (1).

Contemporaneamente all´esame delle virtù era proceduto quello dei miracoli, che avrebbero rappresentato la sanzione divina al giudizio della Chiesa. Tale esame, condotto prima dal tribunale di Torino e poi riveduto minutamente a Roma, ebbe esito positivo, cosicchè Pio XI con la solennità consueta fece leggere il decreto di approvazione il 19 marzo 1928. Neanche questa volta ci potè

(1) Queste notizie sull´udienza pontificia sono attinte da una conferenza tenuta alle Suore in Torino il 2 giugno 1927 e dattilografata. (Arch. generalizio delle Figlie di Maria Ausiliatrice).

essere Don Rinaldi, trattenuto dai medici; lo sostituì di nuovo il Procuratore nel rendere pubbliche grazie al Papa. Trascorso più d´un anno, il 21 aprile 1929, seguì l´atto che era l´epilogo dei processi e che preparava la beatificazione, il decreto detto del Tuto, col quale s´intende significare potersi con sicurezza da ogni pericolo venire alla grande cerimonia finale. Quanto si era detto di Don Bosco prima e dopo la sua morte! Ma nessuno aveva ancora parlato di lui come Pio XI nelle tre allocuzioni per l´eroismo delle virtù, per i miracoli e per il Tuto, e poi in altra occasione che diremo.

Quando le cose erano a questo punto, Don Rinaldi aperse l´animo suo ai Capitolari nell´adunanza del 26 aprile. Godeva nell´apprendere da lettere, che gli pervenivano da tutte le parti, quanto entusiasmo suscitasse la beatificazione di Don Bosco, quanta fiducia ispirasse la sua elevazione agli onori degli altari anche in personaggi eminenti, pieni di confidenza nella sua protezione. Godeva nel sentire le grandiose manifestazioni, che andavano delineandosi a Roma e a Torino e in seguito nelle varie case salesiane. Tutto questo lo rallegrava moltissimo; ma ai Salesiani, per onorare degnamente Don Bosco, egli vedeva essere indispensabile ravvivare la vita religiosa. Confidava pertanto che essi l´avrebbero fatto e che avrebbero comunicato il proprio fervore ai loro alunni e a quanti avvicinavano. Desiderando poi che l´esempio scendesse dall´alto, disse ai membri del Capitolo Superiore: « Noi, che saremo i primi a celebrare le feste del nostro Beato, cerchiamo di darvi un carattere divoto, introducendo in esse e facendovi risaltare la parte religiosa e procurando nel nome di Don Bosco di attirare quanti più sarà possibile alla pietà, ai sacramenti, al Signore. Così soleva fare Don Bosco. Quindi nel parlare con i confratelli e con altri studiamoci di far penetrare sempre

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meglio questo pensiero. Nei nostri programmi si avverta che vi sarà comodità di accostarsi ai sacramenti, e si provveda a darla realmente questa comodità. Un tal pensiero è da svolgere nei vari Bollettini e in Gioventù Missionaria, prendendo motivo da quanto è detto negli Atti del Capitolo Superiore ». Il pensiero di Don Rinaldi era il pensiero di tutto il Capitolo Superiore, che lo accolse col proposito di tradurlo in atto (1).

L´accenno agli Atti del Capitolo Superiore ci dischiude una fonte di altre notizie, che, pur obbligandoci a fare un passo indietro, completeranno il già detto non a modo di appendice, ma come parte di un dittico. Atti del Capitolo Superiore è il titolo generale delle comunicazioni ufficiali, che il Rettor Maggiore e con lui i membri del suo Capitolo sogliono fare in circolari ordinarie mensili e straordinarie per date circostanze. Gli Atti appartenenti al Rettorato di Don Rinaldi sono stati raccolti in un volume dopo la sua morte. Orbene, parecchi di tali documenti contengono materia utile a chi debba trattare di Don Bosco beatificando in rapporto con la biografia del suo terzo successore. Vediamo le cose principali.

Giuntagli da Roma « la cara notizia » che il 30 giugno 1925 si sarebbe tenuta dalla Congregazione dei Riti l´adunanza antipreparatoria sopra l´eroismo delle virtù, Don Rinaldi la comunicò ai Soci nella circolare del 24 febbraio, illustrando la comune opinione della santità di Don Bosco e indicando quello che si aveva da fare per affrettarne la beatificazione: santità di vita, osservanza regolare e preghiera. Il 24 maggio 1926 informò gli Ispettori, che il 20 luglio seguente vi sarebbe stata la preparatoria, invitandoli a indire pie pratiche speciali per ot‑

(1) Verb. del Cap. Sup., 26 aprile 1929.

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tenerne dal Cielo esito favorevole. Ripetè analoga raccomandazione a tutti i Soci il 24 giugno. Ma, come dicevamo sopra, fu necessaria una seconda preparatoria, fissata per il 18 dicembre e terminata con voto positivo. Del rinvio non si fece pubblicità; ma la cosa non poteva non trapelare. Perciò Don Rinaldi nella circolare del 24 dicembre, tornando a chiedere preghiere per la causa, s´indugiava a mettere in risalto i criteri seguiti dalla Chiesa nell´accertarsi della santità de´ suoi membri. Essa, diversamente da quello che fa il mondo, non si lascia impressionare dalle opere esteriori, per quanto straordinarie o anche prodigiose, ma scruta a fondo nella vita di un Servo di Dio, non proclamandone la santità se non dopo minutissime indagini, che escludano ogni dubbio circa il grado eroico delle virtù di lui.

Del decreto su questa eroicità Don Rinaldi diede partecipazione il 24 febbraio 1927, unendo il testo dei relativi documenti dopo averli nella circolare commentati. Per rendere grazie a Dio del fausto avvenimento, ordinò che si cantasse in tutte le case un Te Deum, preceduto dalla lettura del discorso fatto dal Papa nella pubblicazione del decreto, ma evitando qualsiasi pubblicità, che avrebbe potuto nuocere alla causa. Dedicò poi la circolare del 24 maggio a descrivere l´udienza accordatagli il 2 aprile dal Papa, che, oltre a quanto abbiamo già riferito, gli raccomandò vivamente di rafforzare l´opera salesiana negli Stati Uniti, dove sperava molto dallo zelo dei figli di Don Bosco per il bene delle anime, specialmente dei numerosi italiani, i quali spesso partivano di qui con la fede nel cuore e, giunti là, a poco a poco la perdevano.

Col cuore riboccante di gioia ripigliò la penna il 6 aprile 1929 per informare i Salesiani sullo stato della causa dopo la solenne approvazione dei miracoli. Alla circolare mandava uniti il testo del decreto e l´allocuzione

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del Papa dopo un sobrio commento dell´uno e dell´altra. Dava inoltre le prime sommarie disposizioni per le imminenti feste. Ma, nemico sempre delle soverchie esteriorità, diceva: « Buona cosa sono i festeggiamenti, se servono a renderci migliori e a migliorare i nostri giovani ». Insisteva perciò sullo studio serio d´imitare il prossimamente beatificando Padre.

Pose termine ai preliminari della beatificazione il decreto del Tuto, dopo di che si doveva procedere alla ricognizione del corpo. L´atto fu compiuto il 16 maggio con tutta le formalità volute dai canoni, presente anche Don Rinaldi col suo Capitolo. Delle preziose reliquie estratte venne consegnata a lui una parte, affinchè ne disponesse a suo piacimento. Fra queste spiccavano la lingua e il polmone destro non consunti. Egli ricevette pure tutta intera la sostanza cerebrale essiccata, che i medici avevano fatto uscire dal capo per il foro occipitale. Passate le feste, Don Rinaldi ebbe la felice idea di ripartire una porzione di questa materia in tante fialette vitree, che, collocate entro eleganti teche, diede agli Ispettori salesiani e alle Ispettrici delle Suore. È facile intuire il suo intendimento nel fare il simbolico dono. Intanto, approssimandosi il giorno 2 giugno 1929 fissato per la beatificazione, l´attenzione universale si rivolgeva sempre più a Roma. Dico universale, perchè del fatto mostrava di volersi interessare tutto il mondo.

Questa volta Don Rinaldi potè assistere nella eterna città alla glorificazione del Padre. All´arrivo ricevette una entusiastica accoglienza da notabilità, da ex-allievi e da allievi. La stampa della capitale senza distinzione di colore seguiva con interesse le fasi dell´avvenimento. Don Bosco che non fu uomo dí parte, ma l´uomo della carità, aveva amici o almeno simpatizzanti in ogni ceto della nazione. Inoltre non era spenta ancora l´eco del giubilo suscitato 1´11

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febbraio dalla inattesa, ma desideratissima conciliazione fra la Santa Sede e lo Stato italiano, conciliazione, che generalmente si sapeva avere il novello Beato auspicata, anzi in qualche modo iniziata più di sessant´anni prima. Nel gran giorno dunque Don Rinaldi fu testimonio di un trionfo, che superò, al dire di lui, ogni più ardita previsione e aspetta zione. La sua circolare del 9 luglio ha pagine eloquenti sui particolari più notevoli della gloriosa giornata. Vi si fa poi una specificata narrazione dell´udienza pontificia avuta la mattina appresso insieme con il Capitolo Superiore e del meraviglioso ricevimento papale della sera nell´affollatissimo cortile di S. Damaso.

Nell´udienza particolare del 3 giugno Don Rinaldi vide il Papa raggiante e ancora tutto commosso per le manifestazioni del giorno precedente e udì dalle labbra di lui la sua particolare soddisfazione per l´ordine perfetto, col quale si erano rivolte le diverse fasi delle cerimonie, nonostante la marea del popolo così sterminata da rendere quasi piccola l´immensa basilica. Nella imponente udienza pubblica, alla quale erano presenti oltre dodici mila tra Salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice, ex-allievi, giovani, Cooperatori e Cooperatrici, egli, letto un devoto indirizzo di omaggio al Santo Padre, ne ascoltò con indicibile gaudio il discorso, che definisce « inno trionfale al Beato Don Bosco, inarrivabile, indimenticabile e commoventissimo » e pronunciato con parole « tutto fuoco e tenerezza paterna ».

Segue la descrizione dell´epico ritorno di Don Bosco da Valsalice al suo Oratorio. La visione del trionfale corteo, goduta da lui con la gioia delle lacrime, gli balenava ancora dinanzi allo spirito, mentre un mese dopo lo descriveva ai confratelli: « Non è stata opera degli uomini, — diceva, — ma del Signore. Da noi si è fatto del nostro meglio, perchè riuscisse imponente e ben ordina‑

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t o ; ma lo straordinario, che è stato l´anima di tutto, è Dio che ce l´ha messo ».

Ma se le feste fossero finite ]ì, vi sarebbe mancata la nota propriamente salesiana e il vero omaggio dei figli al padre. L´una e l´altra dovevano essere espressi in forma concreta. Ecco perciò l´annuncio di due fondazioni, che a Roma e a Torino avrebbero perpetuato degnamente il ricordo del faustissimo avvenimento. A Roma una chiesa dedicata a Maria Ausiliatrice accanto all´istituto professionale Pio XI e a Torino l´istituto professionale missionario " Conti Rebaudengo ", due opere delle quali abbiamo avuto occasione di parlare in due capi precedenti.

Don Rinaldi infine chiudeva il lungo scritto con l´esortazione a contribuire tutti personalmente alla gloria del Beato Padre, mantenendosi all´altezza della propria missione. Gloria patria fui sapientes, aveva detto il Papa, ed egli ne sviluppava così il pensiero: « Siamo sapienti della vera sapienza, che ci stimoli a essere più puri, più mortificati, più laboriosi, più caritativi, più divoti di Gesù Sacramentato e di Maria SS. Ausiliatrice; che ci ecciti ad attaccarci e a fare ricorso con illimitata fiducia al nostro Beato, perchè ci ottenga tutto dal Signore; che ci faccia conoscere, insieme con la grandezza della nostra missione, la nostra miseria e distanza da Lui ».

Ebbe un nesso con la beatificazione di Don Bosco il XIII Capitolo Generale. Si sarebbe dovuto indire per il 24 aprile 1928; ma Don Rinaldi ottenne dalla Santa Sede di poterlo rinviare al luglio 1929. Nella domanda adduceva motivi di carattere interno, che furono giudicati sufficienti; ma nel suo segreto egli mirava a far coincidere le maggiori assise della Congregazione con lo storico avvenimento, che già balenava nell´aria sicuro. Notificò ai Soci l´aggiornamento il 6 gennaio. Riparlandone poi il 6 aprile, scriveva tra l´altro: « Questo XIII Capitolo

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Generale si riannoda direttamente ai primi quattro che furono presieduti da Don Bosco vivente, perchè egli vi interverrà nella gloria e nella potenza della santità. Esso sarà tenuto proprio sotto gli sguardi del Beato con il proposito di farlo vivere nella nostra vita, nelle sue opere, nella gioventù delle nostre case e nelle lontane Missioni che furono sempre l´anelito più ardente del suo cuore ».

Sede del Capitolo fu la casa di Valsalice, dove la salma di. Don Bosco aveva riposato per 41 anni. Se questa ne era partita, il suo spirito rimaneva lassù a ispirare l´inponente assemblea. La sua presenza quasi si vedeva in mezzo agli 88 suoi figli, venuti anche dalle regioni più remote. Il fresco ricordo dei trionfali festeggiamenti contribuiva non poco a formare di tutti un cuor solo e un´anima sola, il cuore e l´anima del beato Padre riflessa e quasi vivente in essi. E parvero proprio giorni di paradiso: il nome di Don Bosco si udiva ripetere con sentimento filiale, come se egli fosse ancora personalmente in mezzo a loro. Don Rinaldi vi godette una soavità indimenticabile. Basta leggere quello che scriveva ai confratelli il 24 ottobre: « I Capitolari accoglievano le mie povere parole con visibile soddisfazione della più intima gioia, perchè io non facevo che tradurre alle loro orecchie quanto essi avevano già scolpito nel cuore. Nè poteva essere altrimenti, se si pensa che i membri di quel venerando consesso erano già tutti ripieni dello spirito del nostro Beato e àrdenti del suoi medesimi ardori apostolici. Mi sia permesso ringraziarli di nuovo della loro bontà e del loro affetto verso di Don Bosco e soprattutto dell´efficacissima regolarità alla vita comune, specie alle pratiche di pietà. Com´era edificante vedere gli Ecc.mi Vescovi e Prefetti Apostolici confusi con tutti gli altri e senz´ombra di distinzione, durante la meditazione, la lettura spirituale e le altre preghiere comuni! Questo è caparra

che nelle case precedono con il buon esempio. Deo gratias! ». Che queste disposizioni d´animo regnassero nel l´ambiente, quasi sotto il sensibile influsso di Don Bosco, può attestarlo anche chi scrive, essendovi stato presente.

I Rettori Maggiori, continuando la tradizione di Don Bosco, sogliono dare nella vigilia di ogni capo d´anno una strenna spirituale ai giovani dei collegi, agli ex-allievi e ai Salesiani: A ricordo della beatificazione quell´anno Don Rinaldi prese argomento dalla circostanza, viva ancora nello spirito di tutti. Durante la cerimonia della beatificazione in S. Pietro egli, quando aveva veduto l´immagine di Don Bosco risplendere nella gloria del Bernini e cadere in ginocchio Cardinali, Arcivescovi, Vescovi, e tutto il popolo invocare pubblicamente il novello Beato, allora egli pure, prostrato con tutta la Chiesa Cattolica ivi rappresentata, aveva innalzato al Padre la sua umile preghiera, chiedendogli queste quattro cose: che la Congregazione fosse sempre divota di Gesù Sacramentato e di Maria Ausiliatrice; che i Salesiani amassero ognora la gioventù come l´aveva amata Don Bosco; che lavorassero indefessamente come lui e che come lui fossero sempre uniti a Dio. Di questa preghiera fece dopo una specie di litania per impetrare dalla divina bontà, a mezzo del Beato Padre, queste quattro grazie, contenenti le principali caratteristiche della sua vita; indi, fattala stampare e distribuitala come ricordo nei vari corsi di esercizi spirituali, ne ricavò tre invocazioni da dare in strenna, così concepite: « AI GIOVANI : Perchè possiamo essere divoti di Gesù Sacramentato e di Maria Ausiliatrice, o beato Don Bosco, pregate per noi! — AGLI Ex.-ALLIEVI: Perchè possiamo essere assidui al lavoro nel senso e nel modo che siete stato voi, o beato Don Bosco, pregate per noi! Ar SALESIANI: Perchè possiamo amare la gioventù come l´avete amata voi, beato Don Bosco, pregate per noi! ».

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Nel comunicare questa strenna il 24 ottobre, affinchè giungesse in tempo anche nei luoghi più lontani, illustrava così l´amore di Don Bosco ai giovani: « Egli amò in particolare gli orfani, i poveri, gli abbandonati; ma amò l´anima dei suoi giovani, e non il resto: cetera tolle! Li amò con una purezza angelica, che rivelò nel tratto, negli scritti, nelle parole: purezza che molti confratelli mi assicurano di sentir crescere in se stessi quanto più lo invocano e si raccomandano a lui. E non potrebbe essere altrimenti, trattandosi dei suoi figli e dell´opera sua ».

I trionfi della beatificazione, i festeggiamenti mondiali che tosto li seguirono, gli straordinari frutti spirituali derivatine, il propagarsi della divozione al Beato e la fioritura di grazie prodigiose, che si asserivano ottenute per intercessione sua, incoraggiavano a domandare la ripresa della causa per il compimento dell´opera, per giungere cioè alla canonizzazione. Don Rinaldi, sul principiare del 1930, fece presentare alla Sacra Congregazione dei Riti formale istanza, che la causa venisse riassunta. A tal fine fu inviata la relazione di due miracoli, richiesti dai canoni: di questi Don Rinaldi vide ultimati soltanto i processi diocesani, spediti a Roma nell´ottobre 1931 per il processo apostolico. Ma purtroppo non passarono due mesi che il buon Superiore era chiamato da Dio a ricevere il premio delle sue virtù e a rimirare dal cielo l´altra suprema glorificazione del Padre tanto amato.

CAPO XXI

Ultimi documenti di vita spirituale.

La beatificazione di Don Bosco aveva riempito il mondo. Come la rinomanza di lui vivo e la fama di lui morto, così la notizia di lui glorificato si propagò in ogni dove, rallegrando coloro che lo ammiravano e richiamando l´attenzione degli altri, che o non lo conoscevano o lo conoscevano poco. Don Rinaldi, sebbene ciò potesse parere un voler portare acqua al mare, sentì il bisogno, anzi il dovere di ripetere la grande notizia individualmente a tutti i suoi figli, consegnando in un atto ufficiale l´avvenimento, che segnava una fase nuova nella storia Salesiana. Lo fece in una circolare del 9 luglio 1929. Esordiva con questo affettuoso ed enfatico preludio: « Il cielo e la terra hanno riconosciuto il culto filiale che era tributato privatamente nell´intimo dei nostri cuori alla santità del Padre, dal giorno fortunato in cui l´abbiamo conosciuto personalmente, o da quando la divina Bontà ci ha chiamati a rivestirci del suo spirito e a divenire suoi figli. L´altare alla santità del Padre era finora eretto solo nei nostri cuori; invece adesso è innalzato nel cuore medesimo della santa Chiesa, al cospetto di tutto il mondo ». E prosegue ancora per un tratto sul medesimo tono.

Le feste in onore del nuovo Beato si susseguivano allora da oltre quattro mesi senza interruzione, dovunque sí trovassero figli, amici, allievi e Cooperatori suoi. In tutte le relazioni che riceveva, Don Rinaldi riscontrava

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specialmente due note comuni: una soavità d´impressioni analoghe a quelle riportate da quanti avevano partecipato ai festeggiamenti di Roma e di Torino, e non semplici esteriorità di occasione, ma vere effusioni del suo spirito. Gli sembrava che nelle feste locali Don Bosco desse a godere i medesimi effetti, che i più fortunati avevano goduti appie´ dell´altare e dell´urna racchiudente la sua sacra spoglia e che il Beato Padre rinnovasse in qualche modo le antiche finezze d´amore verso i suoi: perciò sul cadere del 1929 si augurava che il prossimo anno fosse da tutti i Salesiani impiegato nel rendere se stessi e le loro opere sempre più conformi alla fede, alla carità e alla santità del Padre (1).

La sua mente non sapeva staccarsi da Don Bosco. Ogni novità che si riferisse a lui, lo faceva gioire e nulla lo tratteneva dal partecipare la propria gioia ai figli e alle figlie. Così nel gennaio 1930 comunicava loro la sua grande consolazione per tutto quello che il Papa aveva scritto intorno al Beato nelle due Encicliche Mens nostra sugli esercizi spirituali e Quinetagesbno anno sulla questione sociale: doppia altissima testimonianza, che avrebbe avuto rimorso di non presentare a tutti, perchè ne serbassero memoria. Venne poi una terza Enciclica, quella sull´educazione della gioventù. In essa il Papa non menzionava Don Bosco, ma in sostanza ne consacrava il sistema. Don Rinaldi la segnalò ai Salesiani, manifestando il desiderio che ognuno ne avesse copia e la considerasse quale magna charta degli educatori (2). In febbraio uscirono l´ufficio e la Messa del Beato, ed egli li portò subito a conoscenza dei confratelli, affinché potessero valersene il 26 aprile, al quale giorno era stata da prima assegnata la festa.

(1)   Atti dei Cap. Sup., pag. 758 e 804.

(2)  Atti del Cap. Sup., pag. 839.

2 - CERIA, Sec. Filippo Rinaldi.

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Rifacendoci (la un po´ addietro, seguiremo ora passo passo Don Rinaldi nei mesi ultimi di vita, durante i quali, o parlasse o scrivesse, il Beato ci doveva sempre entrare. Più che fatti, scarsi di numero e d´importanza a motivo della salute, ne raccoglieremo i detti, che servano a illuminare sempre meglio la sua figura.

Egli era ormai uno dei pochissimi superstiti, che avevano goduto la familiarità di Don Bosco, e diceva che, quando pregava dinanzi all´urna benedetta, sembravagli di rivederne lo sguardo e di riudirne la voce, che gli raccomandava di ripetere ai suoi figli le cose da lui insegnate e volute, e davvero non si stancava di farlo. All´Oratorio di Valdocco nell´esercizio mensile dalla buona morte suole tenere la conferenza prescritta uno dei Superiori Maggiori; ma nell´esercizio che cade entro la novena dell´Immacolata, la conferenza è riserbata ab antico al Rettor Maggiore. 11 3 dicembre dunque del 1930 Don Rinaldi, benchè il suo stato di salute ne lo sconsigliasse, non volle venir meno alla consuetudine; questo anzi gli offerse il tema, che fu la fedeltà alle tradizioni. Parlato in genere del loro valore, si fermò a discorrere di due in particolare, la povertà salesiana e l´amore ai ragazzi, pig,Hando le mosse da Don Bosco.

Per la povertà ricordò due cose. Allorchè l´Opera salesiana incominciava a grandeggiare, quando si costruirono i nuovi locali della scuola tipografica e si fabbricò il bel collegio di S. Giovanni Evangelista, Don Bosco fece nna conferenza sulla povertà salesiana, parlando in modo che Don Rinaldi esclamò fra sè: — Non è così rigida neppure la povertà dei Cappuccini e degli Ordini mendicanti! — Premesso questo, indicò la distinzione che bisogna fare tra povertà interiore, personale di ciascuno, e le esigenze dell´Opera. Queste richieggono che Don Bosco, secondo un´espressione sua al futuro Pìo XI, sia

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sempre all´avanguardia del progresso. Non è così nella vita individuale e di comunità. Accennò particolarmente al vestire, alla stanza, al vitto.

La seconda cosa riguardava il denaro. La povertà salesiana ha, è vero, qualche cosa di proprio; ma per il denaro Don Bosco si mostrava rigorosissimo. Don Rinaldi ricordava d´averlo udito dire in una " buona notte " non poter egli ammettere che un giovane facesse la comunione, tenendo nascostamente denaro contro il divieto del Regolamento. Donde inferiva Don Rinaldi: — Che dire se si trattasse d´un religioso, di un salesiano? E confidò che da salesiano, prima di esser fatto Direttore, non aveva mai tenuto un soldo in tasca.

Riguardo ai ragazzi, commentò una lettera, che Don Bosco scrisse da Roma nel 1884 sopra alcune deviazioni dell´Oratorio. Richiamava in essa i Superiori all´antica vita di famiglia ed enunciava la grande massima che bisogna amare i giovani in modo che sentano di essere amati; quindi vivere coi ragazzi, giocare con loro, con loro conversare. Chi non può più correre coi ragazzi, viva con loro, s´interessi dei loro studi o dei loro lavori, senza darsi tono, ma con allegria. Conchiuse questo punto dicendo: — Quando vediamo i ragazzi correrci dietro, è buon segno; sarebbe cattivo segno invece vedere che stanno lontano da noi. ‑

La Casa madre doveva essere casa maestra. Nel discendere le scale per venire a fare la conferenza, incontrato il Direttore, gli aveva chiesto, se per l´Immacolata si sarebbe fatto accademia o teatro. L´accademia, era stata la risposta. Don Rinaldi, narrato questo, finì la conferenza commentando: — Bene! Ecco osservata la tradizione: per l´Immacolata è tradizionale l´accademia, non il teatro. Dove si fa l´accademia, è segno che c´è pietà. —

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Un´altra consuetudine era che il Rettor Maggiore passasse la festa dell´Immacolata nel collegio di Valsalice, il quale ne portava il titolo. Quel collegio aveva subito varie trasformazioni. Ebbe prima giovani nobili, poi chierici studenti di filosofia, poi chierici e laici. Nel 1930, trasferiti i chierici a Foglizzo, rimasero i soli laici liceisti. Don Rinaldi andò la vigilia della festa a trovare i chierici, assistendo nel ritorno all´inaugurazione d´una nuova cappella nell´Istituto Rebaudengo a Torino; ma osservò la tradizione di trascorrere l´8 dicembre a Valsalice. La sera per altro presiedette all´accademia nell´Oratorio. Tanti luoghi, tanti discorsi, e Don Bosco fece le spese di´ tutti.

Durante la novena di Natale, benchè con grave disagio, portò la sua paterna parola nei noviziati delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Pessione e a Casanova, distanti alcuni chilometri da Torino. La sera poi del 23 volle parlare a tutto l´Oratorio riunito nella basilica, dando la " buona notte ". Celebrò le tre Messe di mezzanotte presso le Suore della Casa generalizia, certo per istancarsi meno. Nel periodo natalizio la corrispondenza, una delle sue grandi fatiche, cresceva a dismisura. Solito a rispondere personalmente, quella volta s´indusse a farne due parti, la confidenziale e la rimanente. Disse a un confratello, indicando la prima: — Vedi, quella lì è che mi fa pena. Già da tre giorni attende. L´altra gira facilmente; ma la, confidenziale debbo vederla tutta io. ‑

Ha la data della vigilia di Natale 1930 una sua lunga circolare, divisa in due parti. Le tradizionali Compagnie religiose istituite da Don Bosco per i giovani gli sembravano in decadenza e voleva richiamarle al primitivo fervore; si diffondeva perciò nell´analizzarne la forma, lo spirito e i frutti e stabiliva che i Direttori delle case e degli oratori festivi, tutti senza eccezione, celebrassero

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una " giornata delle Compagnie " con solenni funzioni religiose e adunanze particolari e generali. Fece anche diramare i relativi programmi. Dette adunanze dovevano aver pure lo scopo di preparare " Congressi delle Compagnie " da tenersi nelle sedi ispettoriali. Dedicava quindi la seconda parte della lettera alle case di perfezionamento per i chierici e i coadiutori. Qui mise per base una visione avuta da Don Bosco nel 1881. Era stato mostrato al Santo il modello del vero salesiano in un misterioso personaggio, che indossava un manto adorno di dieci fulgidi diamanti, simboli di dieci virtù scritte su ciascuno. Gli fu però presentato anche 11 rovescio della medaglia: vide lo scempio del magnifico manto e al posto dei brillanti profondi guasti causati dal tarlo e da altri piccoli insetti. Era un avvertimento celeste sui mali, che sarebbero toccati alla Congregazione, se non si fossero praticate le virtù indicate prima. Altre volte Don Rinaldi commentò nelle sue conferenze questa visione, che gli dava modo di entrare nel vivo dell´anima salesiana e di mettere in guardia dai pericoli che la minacciavano. Lo faceva anche colle Suore. Il cinquantenario della visione gli suggeriva l´opportunità di questa insistenza.

L´ultimo giorno dell´anno visitò gli studenti teologi nell´Istituto Internazionale della Crocetta a Torino, facendo loro una conferenza sulla necessità di conoscere Don Bosco nella sua vita interiore. Quella sera, secondo la tradizione, diede la " buona notte " a tutto l´Oratorio radunato nel santuario, annunciando la tradizionale strenna per il nuovo anno. Ai confratelli: « Facciamo conoscere meglio il Beato Don Bosco ». Ai giovani: « Fuggire l´oziosità ». Essendo questi l´immensa maggioranza, parlò quasi solo ad essi.

Nel capo d´anno fu a porgere i suoi paterni auguri alle Figlie di. Maria Ausiliatrice, riunite con le Madri;

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ragionò di vita interiore, modellata sulla vita intima di Don Bosco. È notevole questo passo: — Marta non era, una religiosa, ma una semplice signora di casa; vergine. se volete, ma signora di casa. Eppure Gesù la riprese, perchè si agitava troppo nelle faccende esteriori e non dava l´importanza dovuta alle cose dello spirito. Quindi alle Figlie di Maria Ausiliatrice, che si occupassero troppo affannosamente in cose materiali, bisognerebbe dire che la nostra vita religiosa vuole, come l´aveva Don Bosco, l´unione con Dio. — E qui spiegò ín che modo il Santo la praticasse.

Il 2 gennaio, nell´esercizio della buona morte, fece nuovamente la conferenza per sviscerare ai Salesiani la loro strenna, lasciata in disparte due giorni innanzi parlando ai giovani. Battè dunque sul conoscere e far conoscere, studiare e far studiare, amare e far amare Don Bosco, ma nella sua vita interiore. Chi non avesse cercato di imitarlo in questa, fosse anche un gran genio o un colosso del sapere e dell´azione, avrebbe concluso ben poco. Di vita interiore parlò pure nella vigilia dell´Epifania alle Suore dell´Istituto Maria Mazzarello e nel dì della festa alle novizie di Arignano.

Se fosse possibile raccogliere e ordinare tutti gli ammaestramenti, che Don Rinaldi andava dispensando qua e Ià secondo le occasioni, si avrebbe un tesoro di dottrina ascetica; tanto più che egli non amava fare della teoria, ma preferiva tenersi alla pratica, una pratica dí persona illuminata nelle vie dello spirito. Tra le Figlie di Maria Ausiliatrice vi era quasi sempre chí scriveva, mentre egli parlava; ecco perchè nel corso di questa biografia sono spesso menzionate le cose dette a loro. I Salesiani ne notarono alcune poche solo nei due ultimi anni della sua vita; meritano lode per questo Don Virginio Battezzati e Don Giacomo Vacca.

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Ecco un´osservazione importante registrata da Don Battezzati sotto il 27 febbraio. Ritornava un confratello la predicare gli esercizi ai giovani di un collegio. Don t;inaldi gli disse tra l´altro: « Don Bosco faceva dipendere la santificazione delle anime dalla confessione ben fatta. La comunione doveva essere preparata da quella; ecco perchè parlava più della confessione che della comunione. Prima la grazia santificante, poi la rinnovazione delle anime. Negli esercizi spirituali bisognerebbe insistere massimamente sulla confessione e far comprendere ai giovani che non è necessario in quei giorni fare tutte le mattine la comunione, ma prepararsi bene alla confessione e poi fare la comunione ». Completò l´osservazione il 28 marzo con due predicatori di esercizi, presente il Direttore spirituale della Congregazione. Disse: « Accade che durante gli esercizi certi giovani, prima di fare una comunione bene, ne facciano tre sacrileghe. Voi predicatori dovete insistere di più sulla confessione, e fino dal principio. Non si proibisca dì fare la comunione ogni giorno; ma s´insinui che nei primi giorni la si può anche lasciare. Esaminino prima la coscienza, poi facciano una confessione più accurata e infine, come frutto degli esercizi, la comunione ».

Conoscere Don Bosco nella sua vita interiore, imitarlo in questa, custodire le sue tradizioni erano tre temi ordinari nelle sue conferenze e nelle sue corrispondenze. Non lì aveva mai dimenticati, ma durante l´ultimo biennio della sua vita formavano quasi un ritornello abituale. Sembrava dominato da un bisogno imperioso di comunicare quanto aveva veduto di Don Bosco e da lui udito, quasi presentisse che gliene dovesse mancare il tempo. Eccolo perciò in una circolare di aprile ripigliare e trattare a fondo il tema delle tradizioni, riguardandole come quelle che dànno il colore e imprimono il ca‑

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rattere alla Congregazione di Don Bosco. Le considera prima nella loro totalità, quali inte-pretazioni pratiche delle Regole e del sistema educativo salesiano. Delle tradizioni addita le fonti per conoscerle, fa la classificazione, passa in rassegna le più essenziali. Sapendosi da noi che questa fu la sua penultima circolare, si prova l´impressione che egli avesse fretta di dire tutto quello che gli stava a cuore per il bene dei suoi figli.

Intanto lo affliggevano in quei giorni le notizie della Spagna cattolica, fieramente perseguitata. Le sfortunate vicende della guerra marocchina si erano ripercosse nel paese, dando origine o pretesto a crescenti agitazioni. I partiti estremi, sostenuti dalla massoneria e dagli agenti bolscevichi, aizzavano le plebi contro la Chiesa e la monarchia. Don Rinaldi ricevette allora da Alfonso XIII una nobilissima lettera, nella quale il Re si raccomandava alle sue preghiere e gli comunicava di aver dato ordine al suo Ambasciatore presso la Santa Sede che portasse a conoscenza del Santo Padre, quanto fosse vivo il suo desiderio che venissero introdotte le cause dei Servi dí Dio Don Michele Rua e Don Augusto Czartoryski. La lettera recava la data del 13 aprile 1931, vigilia della partenza di Re Alfonso per l´esilio (1).

La causa del primo successore di Don Bosco, certo la più gloriosa dopo quella del fondatore, iniziata a Torino il 2 maggio 1922 col processo informativo, che si protrasse fino al 31 agosto 1927, fu introdotta a Roma nel gennaio 1936 e chiusa l´8 maggio 1939. Quella del principe polacco, ricevuto nella Società da Don Bosco nel 1887 e morto nel 1893, ancora nella sua seconda fase, cioè verso il termine del processo apostolico. Don Rinaldi, che aveva promosso l´una e l´altra, era stato uno dei

(1) Verb. dei Cap. Sup., 16 aprile 1931.

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testi più autorevoli nel processo diocesano per Don Rua.

Il bisogno di assoluto riposo lo indusse a passare otto giorni di maggio nella casa di Cumiana. Era questa, come accennammo, una Scuola Agricola per aspiranti missionari, aperta nel 1927. Di tale dimora colui che lo accompagnava, ci trasmise due ricordi, concernenti un fatto da lui narrato e una sua conferenza. Il fatto gli era stato riferito da Don Ricaldone, che l´aveva udito nel 1906 a Lisbona dal protagonista di esso. Il racconto entrava nel suo programma di far conoscere lo spirito di Don Bosco e del suo sistema educativo. Un gesuita portoghese, nominato Rettore del collegio di Campolide e conscio delle gravi responsabilità, alle quali andava incontro, dovendo andare a Roma, aveva ottenuto dai Superiori la licenza di recarsi a Torino per consultare Don Bosco sul modo di governarsi. Venne dunque portando seco un lungo questionario da sottoporre al grande educatore. Ricevuto da lui, tirò fuori il suo promemoria e si mise a leggere. Ad ogni quesito si fermava ìn attesa dì risposta; ma Don Bosco, senza dir mai nulla, gli faceva cenno di andare avanti. Com´ebbe finito, vedendo che Don Bosco sempre taceva insistette: — Ma mi dica qualche cosa, la prego. Si tratta di un collegio per figli della prima nobiltà. Come debbo fare per dirigerli bene? — Don Bosco, guardandolo calmo e sereno, gli rispose semplicemente: «Amandoli ». Fu come se, mentre uno si arrovella per aprire un forziere, sopravvenga un altro, che gli dica: — Eccoti la chiave. — Il religioso aveva ripetuto a Don Ricaldone quella parola con l´espressione di chi fosse depositati() di un oracolo, rivelatore d´un grande mistero.

Nella conferenza illustrò cinque dei diamanti, che risplendevano con le loro scritte sul manto del personaggio nella visione accennata sopra. Quel misterioso personaggio raffigurava la Congregazione salesiana. Dei cin‑

que diamanti illustrati tre erano sul petto e portavano scritto fides,  spes, earitas, e due sulle spalle con le parole labor e temperantia. Ecco in riassunto le sue osservazioni. Il labor della spalla destra e temperantia della spalla sinistra indicavano le due caratteristiche salesiane. Lavoro, quale fu praticato da Don Bosco, cioè non da solo, non fine a se stesso, che non varrebbe nulla. In che modo? Lo diceva fides,  che vi stava sotto: accompagnandolo con la fede, che ci fa lavorare per Iddio, ci fa vivere nel soprannaturale, ci eleva al di sopra della materia. Senza di questo, si lavora anche molto, ma a sbalzi, con nervosità, per fini men retti; senza la fede che ci tiene uniti a Dio, manca nel lavoro la calma, la costanza, l´eguaglianza. Ecco perchè Don Bosco nelle sue tante fatiche procedeva ordinato e tranquillo. — Don Bosco era l´uomo più tranquillo e più " adagioso ", che io abbia mai conosciuto, disse testualmente. Oh no, non era affrettato Don Bosco, non si affannava. Lavorava nel Signore, per il Signore e come voleva il Signore. — Quanto all´altro distintivo della Congregazione, si trattava di quella temperanza, che è data dal buon ordine, dalla disciplina, dall´essere contenti di ciò che la comunità somministra; ogni cosa a suo luogo e a suo tempo (1). Ma neppure la temperanza può essere fine a se stessa; dev´essere sostenuta dalla speranza di beni migliori. Quindi sotto vi si leggeva spes: speranza del cielo, dei beni superiori, cioè beni dell´anima in questo mondo e dell´eternità nell´altro. Infine il brillante caritas, che dal centro del petto irradiava sugli altri la sua luce, creando armonia e splendore di vivaci colori, signi‑

(1) Si sente ancora ripetere che il binomio "lavoro e preghiera" è lo stemma della Congregazione voluto da Don Bosco; invece Don Bosco diceva "lavoro e temperanza" (cfr. Mem. Biogr , v. XII, pag. 466). La sostituzione fu fatta da un nostro poeta, ehe aveva bisogno di una rima ín era. Il poeta era valente, la poesia era bella, e la preghiera pigliò il posto della temperanza.

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ficava l´amore verso Dio e verso il prossimo. Ecco perchè si deve lavorare, essere temperanti, aver fede e speranza: per amor di Dio e delle anime, come voleva Don Bosco.

Dal 25 maggio al 1° giugno le Superiore Maggiori delle Figlie di Maria Ausiliatrice, le Ispettrici e le Maestre delle novizie fecero gli esercizi spirituali a borgo S. Paolo nell´Istituto Mazzarello. Ogni giorno Don Rinaldi andava a trovarle e a dir loro la sua buona parola. Alle Madri impartiva anche istruzioni a parte. La segretaria, che prendeva larghi appunti, notava a volte che la sua voce era fioca. I suoi discorsi oltrepassavano financo l´ora, ascoltati con devota attenzione. Poteva egli rinunciare al suo argomento prediletto? Eccone un saggio: « Chi vive la vera vita interiore, cioè di unione con Dio, cioè di amore, non si contenta di godersi le ore presso il tabernacolo in meditazione profonda e in aspirazioni sante; ma sente il bisogno di muoversi, di darsi all´attività per guadagnare anime a Dio. Santa Teresa di Gesù era religiosa di vita contemplativa; ma ferita dall´amore divino, cominciò a girare per fondar monasteri, dove Gesù fosse amato da tante anime elette; cominciò a darsi attorno cercando di ottenere che i padri Carmelitani si rinnovassero col ritornare all´osservanza primitiva, per essere così più vantaggiosamente i portatori di Gesù mediante la predicazione e il sacro ministero in patria e fuori. Santa Maria Maddalena è simbolo della vita contemplativa, come Marta dell´attiva; ma quella, una volta presa dall´amore di unione con Gesù, si dà all´apostolato, mentre Marta resta nella sua attività casalinga. Vita interiore dunque, che si traduca nell´azione ».

Il mese di giugno gli apportò un grave dolore. Imperversava in Italia la persecuzione governativa contro le istituzioni giovanili cattoliche. Dopo l´ecatombe dei Circoli, furono presi di mira anche gli oratori festivi. A

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Torino venne intimata la chiusura degli oratori salesiani di S. Paolo e di Monterosa. I Superiori ordinarono allora, qual misura di prudenza, che si sospendesse per alcuni giorni ogni attività e s´intensificassero intanto le funzioni di chiesa. Non istettero però con le mani in mano, ma fecero pervenire al prefetto della provincia una rispettosa rimostranza (1). Quando poi l´ordine di chiusura venne esteso anche all´oratorio festivo di Valdocco, il colpo fu troppo grave per Don Rinaldi. Chiudere così senza motivo dopo 85 anni il primo oratorio di Don Bosco! Era un affronto da non potersi tollerare in silenzio. Inviò quindi al Prefetto una sua dignitosa, ma energica lettera, nella quale dichiarava che, non reggendogli l´animo di vedere la domenica seguente deserto l´oratorio, si sarebbe allontanato dalla sua sede. Partì difatti per Roma. Qui Pio XI, ricevutolo il 20, gli confidò le sue pene per il succedersi di violenze indegne, e si raccomandò alle preghiere sue e de´ suoi. In tutta l´Italia era un fremito dei buoni, massimamente per le offese-9,1 Vicario di Gesù Cristo; fremevano pure i Salesiani. Don Rinaldi, sebbene amareggiato al pari di tutti, non avrebbe però voluto che per zelo poco misurato si compromettessero maggiormente le cose. Onde, ritornato a Torino. riferendo dell´udienza ai Capitolari, prese occasione per dire che s´inculcasse la massima discrezione nel parlare. « Credo, — continuò, — che difenderemo meglio la causa del Papa parlando meno e pregando di più » (2). La riapertura degli oratori non si fece aspettare a lungo.

La presenza di Don Rinaldi a Roma tornò opportuna per una cerimonia, che doveva farsi proprio in quei giorni. Al grandioso campanile, che sorge accanto alla basilica del Sacro Cuore, mancava ancora il suo natura‑

(1)     Verb. del Cap. Sup., 10-11 giugno 1931.

(2)     Verb. del Cap. Sup., 2 luglio 1931.

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 le complemento, la piramide della cuspide. Nel 1925 si cominciò a buccinare di una statua del Sacro Cuore da sostituirvi. Piaceva oltremodo a Don Rinaldi pensare che i pellegrini, sollevando lo sguardo nel giungere a Roma per la stazione di Termini, avrebbero veduto il Sacro Cuore là quasi a riceverli; ma c´era la spesa. Intervenne la Provvidenza sollecitata da Don Trione. Quegli alunni ed ex-alunni si entusiasmarono alla proposta di essere essi a lanciare nel cielo della città eterna un monumento così nobile e duraturo. La colletta ebbe principio nell´anno della beatificazione di Don Bosco e vi si univa l´idea di omaggio della gioventù americana all´apostolo dei giovani. La statua, pronta nel 1931, era alta sei metri e mezzo, in rame sbalzato e cesellato a mano, e completamente dorata. Don Rinaldi il 19 giugno accolse ben volentieri l´invito di andare a benedirla. Vi assistevano tutti gli alunni dei tre collegi salesiani di Roma e vari superiori; non altri, perchè la funzione aveva carattere privato. Oggi la bella statua del Salvatore benedicente domina, fulgida nel sole, la mole dell´ospizio e della basilica e sovrasta i tetti dei circostanti grandi fabbricati. Pare una visione celestiale di serenità e di pace sul movimento rumoroso, che ferve sotto tutt´intorno.

Pochi giorni dopo che fu ritornato, Don Rinaldi andò con tutti ì membri del Capitolo Superiore allo studentato teologico della Crocetta per la festa di chiusura dell´anno scolastico e insieme per quella dei neosacerdoti, che sarebbero subito partiti per le loro Ispettorie vicine, lontane e lontanissime. A mensa egli, salutando questi ultimi, disse: — Andate pure: allontanatevi dal centro della Congregazione: non è per voi allontanarvi dalla famiglia. Ovunque andiate, sarete ricordati, ora e dopo morte. Abbiamo desiderato in questo momento supplire a tante persone care, che ora la vostra mente ricorda e che avreste

tst

voluto veder qui. Avremmo voluto supplire a tanti ricordi di luoghi, di campanili, di chiesette, di bei paesi, che la vostra immaginazione vi ha certamente richiamati in questa circostanza, e per questo siamo venuti. Ma siamo venuti anche per dirvi tutto il nostro affetto come a membri della nuova famiglia spirituale, a cui appartenete, e assicurarvi del vivo interessamento che avremo sempre per voi. Andate, e dite ai cari confratelli lontani, che noi non li dimentichiamo. Oh, con quanto piacere attendiamo le loro notizie, con che ansia ce le ripromettiamo, con che amore le prevediamo e andiamo a cercarle sui giornali per condividere gioie e pene! Dite loro che conosciamo quanto essi soffrono e lavorano per il bene della Congregazione; che siamo consci dei loro bisogni; che li vorremmo in tutti i modi aiutare. Dite loro che si facciano coraggio, che dopo la mortificazione verrà il trionfo. La mortificazione è la via della vita. Che gioia serena dopo un istante di mortificazione! Andate: non sarete mai soli; più che non della famiglia di quaggiù, la quale finalmente scompare e come fantasma si dilegua, voi siete di una famiglia che non muore: la Congregazione, che vi accompagnerà in questa e nell´altra vita. Nei due anni antecedenti volli lasciare ai partenti il Manete in dilectione mea e poi L´anima dell´apostolato; quest´anno vi lascio un libro noto, ma poco letto, che vi servirà molto, ricordandovi cose utilissime e che desidero da voi praticate per essere in mezzo ai giovani, cioè al più prezioso dei tesori che il Signore si prepara a consegnarvi, veri maestri e padri e ministri: vi do Un aiuto all´educatore (1). Colui che

(I) N. N., Manete in dilectione mea. Riflessioni ascetico-pastorali ai giovani sacerdoti, perchè diventino apostoli del Cuoi. di Gesù. Padova, Gregoriana. — CHAUTARD, L´anima dell´apostolato, Torino, S. E. 1. — MAccosro, Un aiuto all´educatore. Considerazioni pedagogico-ascetiche, Torino, S. E. I.

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ci ha salutati a nome dei compagni, chiedendo perdono ai Superiori della casa, ha chiesto che vi siano indulgenti per le birichinate commesse durante l´anno. Io sono ben lieto di dire che tali birichinate, se son fatte con animo buono e retto, sono assai gradite: dispiacciono le birichinate fatte con mal animo, ma le altre esilarano. ‑

In agosto e settembre corse da luogo a luogo per dare i ricordi in esercizi spirituali di Salesiani e di Suore. Il 23 agosto lo troviamo a Nizza Monferrato per questo motivo. Lasciò per ricordo la carità reciproca, nata dall´amor di Dio e alimentata dalla pietà. « Siate figliuole di pietà, — disse; — non di quella pietà esteriore, che si manifesta solo nell´atteggiamento della persona a volte ridicolo, nell´andare sovente in chiesa, nel dire tante parole, ma poi guai a chi ci tocca! No, dico la pietà vera, quella che si nutre di sacrificio e fa suo cibo e vanto la santa volontà di Dio. Quello che dà vita alle nostre opere, alle nostre attività è l´unione di cuore, di mente, di volontà con Nostro Signore ». Terminò così: « Adesso dite a me di fare anch´io quello che ho raccomandato a voi. Fatemi questo augurio qui ai piedi dell´altare. Ditemelo, ditemelo, che possa anch´io amare il mio prossimo, celebrare bene la santa Messa, dire bene le mie orazioni, così come vi ho raccomandato ». Gli risposero: — Ma lei lo fa già! — Ed egli: — Si può fare meglio, si può sempre migliorare. Avanti, avanti sempre, fino al paradiso. ‑

Il suo culto per le tradizioni si confondeva con la riverenza verso ì venerandi confratelli più anziani, che circondava di affettuose attenzioni. Don Giovanni Grosso, già carissimo a Don Bosco e maestro insuperato di musica sacra, festeggiava il cinquantesimo anno dell´ufficio ricevuto primamente da Don Bosco, quando l´aveva mandato a dirigere il canto liturgico in una chiesa pubblica di Marsiglia. Si dava in suo onore un´accademia, alla qua‑

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le volle assistere. Un´altra accademia si teneva per celebrare il cinquantesimo anniversario, dacehè Don Bosco aveva messa Madre Enrichetta Sorbone come Vicaria a fianco della Madre Generale, e vi era poi rimasta fino allora senza interruzione; anche là Don Rinaldi volle esserci. In entrambe le occasioni espresse pensieri di alta spiritualità. 11 3 ottobre sette sacerdoti salesiani celebravano il loro cinquantesimo di professione religiosa, fatta dinanzi a Don Bosco nel 1881. Don Rinaldi, che era stato loro assistente nel noviziato, li fece venire anche da lontano a festeggiare presso di sè la cara ricorrenza e sedette in mezzo a loro dinanzi alla macchina fotografica (1).

Il suo cuore si effondeva più che mai, quando nei noviziati riceveva le professioni religiose. In ottobre a Villa Moglia presso Torino, dove sono chierici destinati alle Missioni, espresse un bel pensiero, vestendolo di una felice immagine. Si stava allora per inaugurare a Rio de Janeiro una statua colossale di Cristo Re sulla vetta del monte che sovrasta alla città, e il senatore Guglielmo Marconi avrebbe nell´istante solenne illuminato per radio dall´Italia il monumento. — Anche voi, — disse, andrete presto in varie parti a prepararvi per rappresentare Cristo Re. Ricordatevi che sempre, dovunque siate, il tocco illuminatore del vostro apostolato dovrà partire di qui, da Don Bosco. ‑

Nel corso di tutte queste faticose peregrinazioni la salute lo favorì sufficientemente; ma sul finire di settembre alcuni giorni di tavolino lo stancarono. Si rammaricava di non poter pìù scrivere a tutti di suo pugno. A chi gli suggeriva di dettare al dattilografo, rispose: — Non mi sento di dettare. E poi i confratelli non ci crede‑

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(1) Boll. Sal., dicembre 1931, pag. 356.

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rebbero che detto io o non rimarrebbero soddisfatti, non vedendo più la mia scrittura. Non si deve e non si può abbandonare il regime del cuore, che vale più di quello dell´intelligenza. Mi limiterò tuttavia al minimo, ai casi che proprio esigono il mio lavoro personale, che pure non è poco, nemmeno per un individuo nella pienezza delle sue forze. Ormai si dovrebbe capire che per me il meglio è la giubilazione. ‑

Nonostante la sorveglianza del medico, partì il 16 ottobre di nascosto dall´Oratorio per andar a vedere la nuova casa di Montodine e a vestire i chierici nei noviziati di Chiari e di Este. A Montodine in provincia di Cremona si ultimavano i lavori per aprire fra breve la casa. Don Rinaldi benedisse l´edificio, diede consigli per le costruzioni in corso ed esortò il Direttore a fare intanto qualche cosa a beneficio del paese. Quanto all´oratorio festivo, chiedesse al parroco, se consentiva che i Salesiani si occupassero della gioventù. — Sempre d´accordo col parroco!, — disse. Era questo un saggio avvertimento che ripeteva anche alle suore, essendo sua massima che è meglio nei paesi restare in buona armonia con i parroci ed essere veduti bene da loro senza l´oratorio, anzichè veduti male con l´oratorio. A Chiari, come sappiamo dalla Cronaca, terminò la sua esortazione ai novelli chierici dicendo: « Forse io non vi vedrò più, figli miei. Siate fedeli alla vostra vocazione fino alla morte, studiate la vita di Don Bosco, vivete secondo il suo spirito e vi assicuro farete gran bene ».

Abbiamo visto come viaggiasse molto e come non lo facesse punto per inclinazione o per gusto. A prescindere dal suo stato abituale di salute, doveva pesargli l´andar fuori, massime all´estero, anche per il suo carattere. Con i confratelli la sua paternità si trovava facilmente a suo agio; ma nei vari luoghi doveva pur ricevere o visitare

2 - CERIA Sac. Filippo Risaldi.

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persone esterne. Ora egli non aveva per questo la naturale disinvoltura, che tanto giova nel presentarsi e nel trattare; anzi, sebbene si studiasse di dissimularlo, non riusciva a nascondere un certo imbarazzo. 1).) vero che la sua figura morale suppliva a tutto nell´impressione altrui; ma la cosa non poteva non dargli fastidio. Perciò nel suo recarsi da casa a casa scriveva (1): « Ecco la mia vita tanto differente dai miei gusti ». Erano dunque sacrifici che faceva per amore della Congregazione e per non venir meno agli esempi de´ suoi predecessori.

Chiuderò il capo con un cenno sull´ultima sua circolare ai Soci, datata dal 24 novembre 1931. Avvicinarsi a Don Bosco e vivere accanto a lui per imitarlo, acquistandone una sempre maggior conoscenza attinta da buone fonti, è l´argomento della prima parte: era il pensiero che continuamente lo assediava. Nella parte seconda, rappresentate le strettezze finanziarie del momento, raccomanda l´imitazione di Don Bosco principalmente nella pratica della povertà religiosa, attuata con una rigida economia. In terzo luogo propone la strenna per l´anno, che egli non doveva più vedere. Prima di finire domanda carità di preghiere per la sua cara Spagna cattolica in rivoluzione e per quei confratelli esposti a gravi difficoltà e pericoli. Invoca da ultimo su tutti una particolarissima benedizione di Maria Ausiliatrice e dà l´appuntamento accanto a Don Bosco nel paradiso. La lettera ha un andamento più alla buona e un tono più affettuoso del solito. Traspare quasi l´indizio, che lo scrivente abbia la sensazione di avvicinarsi a grandi passi verso la fine.

Donde attingeva Don Rinaldi la sua dottrina ascetica? Due fonti erano certamente la sua esperienza e i lumi

(1) Lett. alla sig. Caviglione, Torino, 20 agosto 1922.

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interni dello Spirito Santo; ma leggeva anche molto su questa materia.. Per limitarci al tempo del suo Rettorato, sappiamo che, quando si ritirava a Ivrea o altrove per rimettersi in salute o per farvi ritiri spirituali, portava sempre con sè qualche libro di buon autore ascetico, che non si contentava di leggere, ma di cui si faceva pure un riassunto. Amava in special modo il De conditionibus boxai Superioris del gesuita Venerabile Nicola Lancisio, che diceva opera stupenda. Avvenendogli non rare volte di non poter dormire la notte: — Dopo di aver pregato, disse all´Ispettore Don Cerrato, accendo la luce e leggo libri di pietà. — Così ci spieghiamo la sodezza dottrinale, che si ammirava nelle sue conferenze; ma la dottrina appresa dai libri egli se l´era convertita in succo e sangue e la esponeva con impronta personale.

CAPO XXII

Nello spirito e per lo spirito di Don Bosco.

Sebbene dalle cose dette appaia abbastanza quale si sia mostrata la persona e l´opera di Don Rinaldi nel suo Rettorato, tuttavia non sembra inutile nè inopportuno concentrare qui all´ultimo la nostra attenzione sui lati più caratteristici del suo decennale governo. A. ben comprendere e apprezzare la sua attività dì Rettor Maggiore gioverà, dopo un´ampia esposizione di fatti vari e staccati, riguardare sotto un unico punto (li vista ciò che formò l´anima della sua azione.

Si può dire che caposaldo del suo programma di governo sia stato quello di mantenere vivo e operante nei Soci lo spirito di Don Bosco. Diceva: — I superiori non hanno mai avuto da pentirsi di nulla quando si attennero all´esempio di Don Bosco, mentre dovettero più volte ristare da certi provvedimenti presi non in tutto conformi alla tradizione paterna. — Un giorno, a chi, magnificando un´opera costata assai e condotta felicemente a termine, diceva essere quella un segno di grande vitalità della Congregazione, rispose: — Tutto questo importa poco; ciò che importa è che qui come altrove ci sia la sicurezza che si è fatto e che si fa nè più nè meno di quanto avrebbe fatto o farebbe Don Bosco. Un´altra volta, rivedendosi nel Capitolo Superiore il Regolamento dei Noviziati secondo il mandato del XII Capitolo Generale, si voleva nell´articolo del lavoro inse

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rire qualche affermazione, che caratterizzasse il lavoro dei Salesiani. Tutti guardavano a Don Rinaldi, aspettando da lui una parola decisiva. Egli, fermatosi un istante a riflettere, dettò la finale di un comma, nel quale fra le virtù necessarie a un buon Salesiano è messa « quella operosità instancabile santificata dalla preghiera e dall´unione_con. Dio, che dev´essere la caratteristica dei figli di Don Bosco » (1). In una circolare dell´ottobre 1929 (2) ammoniva che nel lavorare alla formazione cristiana della gioventù i Salesiani debbono « usare i metodi, le industrie, l´amore, le finezze, lo zelo di Don Bosco, evitando con sollecite cure di cambiarli o trasformarli, sotto pretesto che gli altri non fanno ciò che facciamo noi; che i nostri metodi, le nostre industrie non sono ben visti e non piacciono; che si mormora intorno al. nostro operare e si criticano le nostre intenzioni medesime; che perciò è forza adattarsi alle esigenze e alle abitudini dei tempi e dei luoghi dove lavoriamo. La nostra missione, non dimentichiamolo, non è di essere trascinati, ma di trascinare gli altri, non di ricevere le impressioni del luogo e delle persone dove andiamo, ma di imprimere noi il nostro spirito salesiano ».

Ricordato questo in generale, veniamo al particolare. Don Rinaldi ci si presenta con la caratteristica d´uomo dalla vita interiore. La praticò per sè, la predicò agli altri. Era suo convincimento che a voler vivere secondo lo Spirito di Don Bosco bisognasse non perdere di vista la sua vita interiore. Ecco perchè a base del. suo programma stava il fermo proposito di orientare la vita salesiana verso la vita interiore di Don Bosco. Lo diede chiaramente a vedere fin dai primi giorni dopo la sua elezione, quando portò al Papa l´istanza per ottenere una

(1)  Regolamento della Soc. Sal., 291, 4°.

(2)  Atti del Cap. Sup., pag. 800.

— 438 o-razia che fosse valido mezzo a facilitare l´imitazione di

Don Bosco proprio nella sua vita interiore. Questo mezzo era l´indulgenza del lavoro, della quale abbiamo parlato. Rivelava il suo intento nel preambolo della supplica, dove diceva essere stato lo spirito di Don Bosco spirito d´intima e costante unione con Dio pur fra un intenso e incessante lavoro e dover essere più agevole imitarlo in questo, se ci fosse un´indulgenza da lucrarsi ogni volta che durante il lavoro si elevasse la mente a Dio con qualche invocazione divota. Evidentemente fin d´allora il novello Rettor Maggiore manifestava la volontà di adoperarsi a far penetrare negli animi la persuasione essere riposto in questo il vero spirito di Don Bosco ed essere suo desiderio il modellarvi la propria attività e quella de´ suoi. Anche in seguito tale intenzione diede il tema impresse il tono alle esortazioni che veniva facendo in esercizi della buona morte o in chiusure di esercizi spirituali o in conferenze o in circolari e lettere, come tanti possono ricordare e come tutti possono verificare negli Atti del Capitolo &Tenore.

Come intendesse la vita interiore secondo la pratica di Don Bosco, lo disse in molte occasioni. In una lettera del 13 agosto 1930 scriveva a una Superiora delle Figlie di Maria Ausiliatrice: « Raccomandate a coteste Suore che animino tutte le loro opere sempre e dovunque con la vita interiore. La vita interiore è il senso spirituale che deve accompagnarci, è la presenza di Dio entro di noi, ricordato, invocato, amato. Si abituino a ricordare la presenza di Dio nelle loro anime e nei loro cuori e vivranno della sua grazia, della sua presenza, della sua vita. Bisogna che arrivino a dare vita spirituale alla scuola, alla ricreazione, e questo senza nemmeno dirlo, ma solo pensandolo. Così non saranno religiOse di vestito, assorte nelle cose materiali, piene di se stesse, ma religiose vere, vivente Dio con loro. Que‑

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ste cose inculcatele. Senza distrarle dalle loro occupazioni le faranno vere Figlie di Maria Ausiliatrice e del Beato Don Bosco, perchè così visse Maria SS., così visse Don Bosco ».

Dopo aver detto e ridetto le cento volte queste cose ai Salesiani e alle Suore, quando la sua vita volgeva al termine, sembrava credere di non aver fatto abbastanza per inculcare la necessità di studiare la vita interiore di Don Bosco; donde la sua insistenza a parlarne opportune importune, non istancandosi di correggere un comune errore di prospettiva nel guardare la figura di Don Bosco. Il 31 dicembre 1930, recatosi a vedere i teologi della Crocetta e preso a ragionare di questo argomento, lamentò che Don Bosco fosse ancora poco conosciuto, specie in quelle nazioni, dove le pubblicazioni salesiane erano appena agli inizi. — Tocca a voi, continuò, acquistarne qui una perfetta conoscenza per il vostro futuro apostolato. Non preoccupatevi delle opere esteriori di Don Bosco, già abbastanza note, perchè di queste sempre si parla. Badate bene che la vera fisionomia del Padre non ce la danno le opere: queste per sè ci porterebbero a credere in una sua attività agitata e sorprendente. Niente di più falso: Don Bosco non è così. Don Bosco è l´uomo sempre tranquillissimo all´aspetto, sempre calmo e sereno, mai affrettato nelle sue azioni e relazioni. Perciò la vera grandezza e giusta fisionomia di Don Bosco si potrà e si dovrà conoscere solamente dal suo intimo. ‑

Ribadì il medesimo concetto la dimane, capo d´anno, alle Figlie di Maria Ausiliatrice riunite con le Madri nella casa generalizia di Valdocco. — Don Bosco, disse, uomo di azione indefessa e instancabile, era sempre calmo, unito con Dio, non mai preoccupato delle opere grandi che fece: non si preoccupava che di formare lo spirito de´ suoi giovani e de´ suoi figli. La vita religiosa è vita interiore, vita

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dello spirito; chi vuol salvare le anime, deve avere lo spirito interiore, lo spirito di Dio. La vita interiore, che sembra straniera per noi, è invece la vera vita religiosa, poichè è la vita dello spirito. Insisto che è necessario preoccuparci di più di formare in noi la vita spirituale, di lavorare perchè Gesù Cristo viva in ciascuno di noi d´una vita più sentita e più attiva per la sua grazia; e una persona religiosa la deve manifestare questa vita con l´esempio, con le opere, con le parole, come dice S. Paolo, il quale non si riferiva ai religiosi, ma ai cristiani in generale: Voi siete morti; ma d´ora innanzi la vostra vita si deve manifestare con Cristo; deve apparire in voi Gesu Cristo, che è la vostra vita. Questi pensieri ho bisogno di raccomandarveli, perchè non dovete pensare che la vostra vita debba essere solo materiale, solo data alle cose esterne. Vi sono famiglie religiose che si danno solo alla vita contemplativa; ma non è possibile che vi siano famiglie religiose, le quali non debbano darsi alla vita interiore, pur essendo consacrate alle opere di apostolato. ‑

Era pertanto sua persuasione che Don Bosco aveva bisogno di essere conosciuto meglio da´ suoi figli. Tanti e tanti guardavano Ie case, le opere, il numero delle persone, il loro prodigioso moltiplicarsi e credevano di conoscerlo per aver visto tutto questo. Ma le opere hanno importanza non perchè ci sono grandi edifici, numerose persone, bensì perchè in esse c´è lo spirito che le anima, lo spirito di Dio che animava Don Bosco. — Bisogna studiare, ripeteva, la vita effettiva di Don Bosco, la sua vita interiore: come pregava, come operava, come viveva, sempre raccolto, calmo, sereno, tutto in Dio e di Dio. Fin dalla prima volta che 1´aveva avvicinato, egli aveva visto in lui un uomo che non era come gli altri: modesto, regolato, corretto. Non si poteva maí trovare in lui qualcosa di meno perfetto, neppure nel ridere,Snello scherzare,

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nel discorrere familiarmente. La correttezza rivelava l´uomo di Dio. Non si fermava mai a guardare alcuno, neppure coloro con cui parlava. Era l´uomo interiore. Cosí voleva che si studiasse Don Bosco per imitarlo nella sua vita interiore e che nessuno più dicesse: — Noi siamo di vita attiva. — No, no; ma approfondirsi nello spirito interiore, essere come lui uomini di Dio, come lui vivere di Dio e far vivere Dio nella propria attività.

Ecco quasi un luogo comune delle sue esortazioni, massime sull´ultimo della vita. Per questo faceva un´assidua propaganda al libro del certosino Don Chautard: L´anima dell´apostolato. Nel luglio 1930 ne distribuì per ricordo una copia ai teologi della Crocetta, che ritornavano alle loro Ispettorie; e l´anno dopo in analoga circostanza ne riparlò dicendo: — Molti mi hanno ringraziato del dono. Io vorrei che nessuno si mettesse all´apostolato senza averlo letto, meditato e studiato. — Egli ne aveva (lato l´esempio. Quand´era Prefetto Generale, predicando gli esercizi spirituali ai prefetti delle case riuniti nel collegio di Valsalice, in tutte le sue istruzioni aveva attinto largamente a quella fonte, e non ne fece alcun mistero. Anche alle Figlie di Maria Ausiliatrice raccomandava l´attenta lettura di quel libro. Il motivo di siffatta predilezione fu da lui manifestato il 3 marzo 1930 in un colloquio familiare. — La vita interiore di Don Bosco, disse, non fu ancora scritta. Vi è difficoltà, perchè poco manifestò del suo interno. Bisognerà cavarla fuori dai sogni, dagli scritti, dalle lettere e dalla tradizione. Il Chautard col suo libro potrebbe dare la biografia interna di Don Bosco. Ogni pagina è applicabile alla vita di Don Bosco. Volendosi parlare dì lui, se ne dovrebbe parlare come là si parla dell´apostolo, che vive unito con Dio e solo per le anime. — Poi tornò a insistere: — Don Bosco non è conosciuto come dovrebbe esserlo neanche da noi Salesiani.

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Facilmente se ne travisa la figura. Don Bosco è tutto di Dio e con Dio. Se lavorava, se si metteva in azione, era unicamente per le anime: egli non vedeva che anime. Il lavoro non lo distraeva nè lo agitava. Non appariva mai affrettato, ma sempre calmo. Quando parlava, non fissava nessuno in volto; ma, concentrato in sè, parlava adagio: non metteva neppure la mano sulle mani di chi lo ascoltava. Il suo raccoglimento non lo abbandonava un istante. ‑

Simili citazioni si potrebbero moltiplicare, tratte da appunti di uditori o di uditrici ed anche dalla loro memoria, essendo cose che ripeteva frequentemente ai Salesiani e alle Suore. In certi momenti, ascoltandolo, veniva spontaneo di pensare che egli allòra ritraeva se stesso. Tutto il suo contegno, il suo modo di parlare e specialmente il pieno e continuo dominio di sè rivelavano un uomo che non derivava dallo studio di autori quello che diceva, ma lo ricavava della sua esperienza personale.

Posto in sodo questo punto fondamentale, veniamo a dire di alcune particolarità, nelle quali spiccò la cura di Don Rinaldi per mantenere vivo il genuino spirito di Don Bosco. E sia in primo luogo l´azione educativa. Riguardo ai giovani, il vero spirito di Don Bosco importa la fedele applicazione del sistema preventivo e la pratica della bella e serena pietà. Senza l´armonico accordo di questi due elementi si devia nell´educazione dallo spirito di Don Bosco per andar a cadere nel genere comune. Il sistema preventivo e una pietà aperta e allegra diversificano i collegi di Don Bosco da tutti quanti gli altri.

Applicare integralmente il sistema preventivo è cosa più ardua che non sembri a chi vive fuori degli ambienti salesiani. Ci vogliono continui sacrifici personali di comodità e di tempo, che a lungo andare stancano. Non fa quindi meraviglia se or qua or là si cede alla tentazione

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di usare metodi più sbrigativi. Ma anche per questo ci sono i Superiori e vi è soprattutto il Superiore dei Superiori. A tempo e luogo i moniti di Don Rinaldi non mancarono. Mosso dal desiderio di ravvivare in tutti l´amore del sistema, volle ristampata e commentata in ogni casa la già menzionata lettera, che Don Bosco scrisse da Roma nel 1884 per richiamare l´Oratorio di Valdocco alle buone tradizioni sul modo di trattare i ragazzi; gli era stato segnalato dall´alto che l´essersene allontanati era causa di gravi inconvenienti, ivi lamentati purtroppo da qualche tempo. Nel 1925, centenario del primo sogno di Don Bosco, ne aveva ordinato la commemorazione in tutte le case ed egli stesso tenne conferenze ai Salesiani e alle Suore su tale argomento, con lo scopo speciale di far vedere come fin d´allora fosse stato indicato a Don Bosco il suo sistema educativo, fondato sullo spirito di bontà e di mansuetudine. -Un punto sul quale insisteva era che il sistema di Don Bosco non si riduceva a non bastonare, a non castigare, ma stava soprattutto in una cosa semplicissima, cioè nel vivere in mezzo ai ragazzi. Diceva: — Don Bosco viveva in mezzo ai suoi ragazzi, conversava con essi, come Nostro Signore conversava coi peccatori, coi farisei, coi fanciulli. Il nostro è il sistema della familiarità, del contatto. Don Bosco non risplendette come grande oratore; non i suoi discorsi commovevano, ma la vista di lui, l´intrattenersi con lui. Neppure si presentava Don Bosco come professore: la sua scuola era il cortile. Insomma l´ideale di Don Bosco era vivere in mezzo ai suoi. Per lui educare è stare in mezzo ai ragazzi, non per imporsi, ma per conversare, per intrattenersi con loro, in modo che tutti ci si avvicinino e si possano così guadagnare i cuori di tutti. — Considerava, come parte essenziale del sistema preventivo, la " buona notte ", ma purché non tralignasse. Ecco il suo pensiero:

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praticata quaggiù in grado sommo, quasi unico, verso la gioventù e verso tutti con totale dedizione e sacrificio di sia. E come la sua vita non fu altro che paternità, così le sue opere e i suoi figli non possono sussistere senza di essa ». Ecco dunque per Don Rinaldi un´altra conditio sine qua non per consolidare lo spirito di Don Bosco in tutte le sue istituzioni: quella paternità, che, da lui sempre più largamente esercitata nelle sue graduali ascensioni per la scala della gerarchia religiosa, dal vertice del Rettorato sfolgorò di luce meridiana. È questo un aspetto così caratteristico della personalità di Don Rinaldi, che non si può fare a meno di fermarci alquanto a considerarlo.

Aveva così vivo il senso della paternità, che non gli piaceva essere chiamato dai suoi Rettor Maggiore. Nel marzo del 1925, dopo una solenne accademia tenuta dalle Suore a Nizza Monferrato per commemorare il centenario del primo sogno di Don Bosco, presa in ultimo la parola, esordi con un appunto sul programma, nel quale egli veniva designato con quel titolo, e parlò così: — Don Bosco si fece chiamare sempre Don Bosco, Don Rua si faceva chiamare Don Rua e Don Albera lo stesso; e voi qui mi mettete tanto di Rev.mo Rettor Maggiore. Non sapete chi sia il Don Rinaldi, che è qui con voi? Per chi non lo conosce, passi; ma per voi, che siete della famiglia, no. Don Bosco volle sempre essere chiamato così, e perchè voleva che si sentisse la paternità nell´autorità. Egli si abbassa ai suoi figliuoli per farsi a loro accessibile e guadagnarsene la confidenza; non volle tono nè alterigia nè dominio di forza e di potenza, ma dominio del cuore. — E noi sappiamo che, a volte, sentendosi da qualche salesiano salutare " Signor Rettor Maggiore ", bonariamente rispondeva: — Eh, di´ Don Rinaldi! ‑

Amava chiamare l´Oratorio la casa del padre. Tutti difatti vi erano sempre per lui i benvenuti e tutti egli

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paternamente accoglieva, dando l´esempio di ´quello che raccomandava ai Superiori subalterni di fare, come quando scriveva: « Il superiore salesiano è padre e desidera ascoltare e parlare con i suoi figli ». Nella sua corrispondenza con Ispettori e Direttori gli usciva spesso dalla penna l´invito a essere e mostrarsi paterni con i loro dipendenti. Espressioni come le seguenti sì leggono nelle sue lettere: « Cerca di renderti sempre più paterno con tutti, affinchè possa godere la fiducia di tutti, che ti trovino sempre calmo e buono. La padronanza dei nostri nervi ci fa padroni degli altri. - Edifica sempre tutti con una grande bontà. Voi Ispettori lontani dovete far conoscere il nostro Beato, ed il mezzo più sicuro ed efficace è la bontà. - Sii padre. Con la paternità farai miracoli (1). Certo la paternità è il grande mezzo per migliorare i cuori e rendere la vita religiosa più soave anche in terra » (2).

La sua corrispondenza epistolare è tutta un documento della sua paternità., praticata per conformarsi allo spirito di Don Bosco, che così trattava con ,i suoi figli. Chiunque gli scrivesse, era certo di averne risposta, e una risposta improntata a sensi paterni, di qualunque cosa si trattasse. A volte anzi taluno, che si trovava in angustie, si vide giungere una sua letterina d´incoraggiamento, senza che gliene avesse scritto nulla: da buon padre, saputa la difficoltà, aveva obbedito all´impulso del cuore porgendo Ia mano a trarre un´anima di pena. Nell´ultimo anno, ridotto a servirsi del segretario, perchè le forze non gli bastavano più a maneggiare la penna, gli diceva: — Mettici molto cuore. — Un confratello nell´agosto 1929 aveva gravi tribolazioni e si sentiva mancare il

(I) Lettera a Don Manchino, Ispettore nella Patagonia, Torino, 17 marzo, 25 maggio, 13 luglio 1926 e 23 dicembre 1927.

(2) Lett. a Don Armando De Rosa, Torino, 12 aprite 1929.

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coraggio. Egli, saputolo, gli scrisse animandolo con questi paterni riflessi: « Il desiderio di risponderti io personalmente mi ha ritardato fino ad oggi una risposta alla tua pregiata del 24 maggio. Abbiamo avuto tante cose, tante feste ed anche tanto lavoro! Non ti ho tuttavia dimenticato. In cambio di risposta ho pregato tante volte il nostro Beato Padre per te. Egli sento che ti vuol bene e che veglia sopra di te. Mi pare che ti voglia santo. Ora non si può giungere alla perfezione che passando per le prove e le tribolazioni. Abbi pazienza, portale bene e con grande rassegnazione. Abbandònati nel Sacro Cuore e vivi tranquillo, che Egli pensa a te. Sta tranquillo, qualunque cosa ti avvenga. A suo tempo vedrai che come le notti, le tempeste, la burrasca, così le miserie delle creature servono tutte a nostro bene ed a gloria del Signore ».

Era la paternità in persona con gli ammalati. I degenti in cliniche o in ospedali se lo vedevano improvvisamente accanto, vero angelo di conforto. Quando visitava i confratelli infermi a Piossasco presso Torino nella salesiana casa di salute, il suo sorriso paterno vi entrava come un raggio di sole. Andava pure alla casa di salute delle Suore poco lungi dalla città ed era commovente e consolante la sua paterna sollecitudine per quelle povere tribolate. Un sacerdote salesiano, Don Amilcare Bertolucci, pativa da parecchi anni un vero martirio, essendo da artrite deformante ridotto quasi in un gomitolo. Il 10 settembre 1929 Don Rinaldi gli scrisse una lettera piena di soprannaturale paterno affetto. Diceva: « Ti scrivo poco, ma tí ricordo molto. Don V. deve averti portato le nostre notizie ieri e i miei saluti; ma oggi rispondo alla tua scritta col lapis. Tí ringrazio di tutte le notizie che mi dai, comunque esse siano. Penso che fai un´opera di santificazione, per la quale so che è comune la croce di Nostro Signore Gesù Cristo; penso che ogni chiodo che ti

44t.ì

piantano, è un legame di più con Nostro Signore Gesù Cristo; penso che l´amore si manifesta ponendo l´anima propria per la persona amata. Guardandoti comprendo le tue sofferenze; ma se io avessi la forza ed il coraggio, vorrei imitarti o invidiarti. Nella mia debolezza prego perchè tu, che sei il preferito, sopporti tutto con infinito amore purissimo, come quello del Cuore sacratissimo di Gesù. Questo lo faccio, e spero di farlo sempre. Il Signore ne´ suoi disegni non può avere altro di mira che di prepararti maggior premio in Paradiso... Ricordati di chiedere sempre tutto ciò che desideri ».

Le sue visite non portavano sempre soli conforti morali agli infermi. Ecco quello che racconta Don Clemente Lussiana, Direttore del collegio salesiano di Cuneo. Nel 1930 quando egli era prefetto ossia amministratore dell´istituto di Valsalice, un ascesso freddo, profondo, comprimente, ostacolante il decorso della sciatica, gli causava dolori acutissimi e continui. Un´incisione vuotò l´ascesso, ma ne rivelò un altro ancor più profondo. Il dolore non gli lasciava un momento di tregua nè dì nè notte. Una domenica di novembre Don Rinaldi andò a visitarlo. Accostatosi al letto, prese paternamente la mano sinistra dell´infermo tra le sue, dicendogli parole atte a distrarlo e a dargli sollievo; ma le addentature del male non cessavano di martoriarlo. Quando il Superiore stava per ritirarsi, il povero sofferente, che aveva fatto sforzi erculei per contenersi, lo pregò che, prima d´uscire, volesse dargli la "sua" benedizione. Gli rispose: — Si, volentieri, ti do la benedizione di Maria Ausiliatrice. — Lo benedisse e uscì. Subito un dolcissimo torpore chiuse al malato gli occhi brucianti per la lunga insonnia. Dormi più dì una lunga ora. Dopo quel pieno e gradevole riposo, avvertì che i dolori erano scomparsi e portata istintivamente la mano sull´ascesso per palparlo e sentire se fosse maturo, s´accorse con stu‑

2 - CERTA, Sac. Filippo Rinaldi.

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pore che s´era aperto e svuotato e che non doleva più affatto. La paterna benedizione aveva ottenuto quello che inutilmente impacchi, pennellazioni e medicine avevano tentato inutilmente di conseguire.

Che dire poi della sua inesauribile generosità paterna con chi vacillasse o avesse demeritato? Un tale, pendutosi d´animo, perchè, dove si trovava, gli pareva di non. veder praticato e di non poter praticare tutto il sistema di Don Bosco, meditava di andarsene. Don Rinaldi, informatone, gli scrisse tra l´altro: « In primo luogo io ho bisogno che quelli che capiscono lo spirito di Don Bosco, restino con noi, e restino nelle case dove lo spirito di Don Bosco non fosse compreso. Qui con la loro parola e il loro esempio potrebbero fare un gran bene. In secondo luogo se tu non ti sentissi di restare in cotesta casa, io te ne provvederei un´altra, ma non devo lasciarti uscire dalla Congregazione... Ricordati, caro Don R, che io voglio essere padre di tutti senza distinzione ». La lettera produsse l´effetto desiderato. Un giovane sacerdote di molto ingegno, ma alquanto traviato da idee modernistiche, aveva deciso dí lasciare la Congregazione. La lasciò difatti, con l´incoscienza di chi crede di cercare il meglio. Conobbe tardi chi fosse Don Rinaldi, allora Prefetto Generale; ma aveva ormai rotto i ponti con gli altri Superiori, onde confessò ad un suo intimo che, se si fosse recato subito da lui, non avrebbe mai fatto quel passo.

Così un altro, vittima, come sembra, di scrupoli, se n´era andato con i Trappisti, informando prima il Rettor Maggiore Don Rinaldi della sua decisione. Don Rinaldi paternamente gli rispose: « Va´ pure; ma se non ci riuscirai, ricordati che ti rimane sempre la porta aperta ». Venne difatti il giorno dello sconforto, e le buone parole del Superiore furono la sua salvezza. Uno sconsigliato, affetto probabilmente da mania di persecuzione, si sveleniva contro il Rettor Maggiore,

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scrivendogli insolenze perfino in cartoline aperte. Eppure un giorno che l´Ispettore trattava confidenzialmente della posizione di quel tale, Don Rinaldi disse: — Non voglio assolutamente che abbia a soffrire nulla per quanto ha fatto a me. — Era proprio suo studio costante di non umiliare nessuno; copriva col paterno velo dell´oblio qualsiasi mancanza di riguardo verso la sua -persona.

Un padre è sempre padre, anche con i poveri figli prodighi. Nel 1929 a Bosconero, paese poco lontano da S. Benigno Canavese, menava vita miserrima un sacerdote, che aveva lasciato la Congregazione, quand´era in America. Ormai vecchio rimbambito e oberato di debiti, riceveva gli alimenti da una buona cristiana, che gli portava un po´ di minestra e di pane. Non celebrava più, perchè il Vescovo da tempo l´aveva sospeso, non potendo più andare all´altare decentemente vestito. Più volte l´avevano udito esclamare. — Signore, ho fatto i capricci ed ora me li fate scontare. ‑

Il Direttore della casa di S. Benigno Don Silvio Santini, conosciute le sue tristissime condizioni, ne informò il Prefetto Generale, il quale gli rispose che da troppi anni quel disgraziato era fuori e che uscendo aveva trovato modo di andarsene col portafoglio ben fornito sperperando poi tutto col viaggiare all´estero in compagnia di sfruttatori. Don Rinaldi, messo al corrente delle cose dal medesimo Don Santini, gli disse: — A vero che Don M. ci ha abbandonati, ma noi in questo momento non dobbiamo abbandonarlo. Farai conoscere al Prefetto il mio desiderio che si faccia tutto il possibile per soccorrerlo. Si combinò allora di ricoverarlo al Cottolengo. Data pertanto una generosa offerta alla Piccola Casa, vi fu trasportato a spese del Capitolo Superiore dopo essere stato vestito da capo a piedi. Là dopo alcuni mesi divenuto furioso (pare che fosse alcoolizzato), venne fatto

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accogliere nel manicomio, dove non visse più d´un anno. Don Rinaldi mandò ai funerali il Consigliere del Capitolo Don Vespignani, già Ispettore del povero defunto.

Si potrebbe aggiungere ancora qualche osservazione sulla sua sollecitudine per mantenere la vita di famiglia, così conforme allo spirito di Don Bosco e così propria delle comunità salesiane; ma è cosa che non ha bisogno di speciale dimostrazione, dopo quanto è detto qui sopra e altrove. Mi limiterò solo a riferire su tal riguardo un suo rilievo degno di attenzione. In una Ispettoria estera dominava una certa minuziosità di norme, di prescrizioni, di direttive, dettate certamente da zelo per il bene comune, ma non scevre di inconvenienti per la vita di famiglia. Don Rinaldi li mise a nudo dicendo: C´è in quei confratelli una tendenza a voler tutto definito, tutto determinato, anche le più insignificanti manifestazioni della vita di comunità. La Regola, pur determinando tutto quanto è necessario per conservare una comune fisionomia, non si perde in prescrizioni di particolarità, che sono lasciate invece alla tradizione, al buon senso e all´equilibrio di chi dirige. Diversamente, si verrebbe a togliere uno dei più bei lati della nostra vita, quel senso cioè di libertà familiare, il quale permette di adattarsi in certi momenti a circostanze di squisita opportunità, che un rigidismo di quella sorte non ammetterebbe mai. — Cosi parlando, egli era perfettamente nello spirito di Don Bosco. Il 24 febbraio 1887 nel Capitolo. Superiore si stava esaminando il Regolamento delle case, nel quale taluno avrebbe desiderato che si desse sviluppo maggiore a certi articoli. Allora Don Bosco disse, come si legge nei verbali: « Non si cerchi di rendere troppo prolissi e specificati i nostri Regolamenti, quando sembrino un po´ concisi. Ove non vi sia necessità di regola, si proceda con bontà paterna

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e i sudditi aiutino il superiore pel buono andamento della casa ».

Il caro argomento della paternità di Don Rinaldi è inesauribile. La mostrerò in atto ancora con due episodi. Don Giuseppe Orsingher, Direttore a Intra, ricevette nel 1930 l´ordine di andar a dirigere l´istituto di Casale Monferrato. Dovendo succedere a un Direttore molto stimato per la sua cultura, si sgomentò, perchè temeva che il confronto dovesse tornare tutto a suo grave discapito. Espose per lettera e oralmente a Don Rinaldi il suo imbarazzo. Alla lettera Don Rinaldi rispose il 13 settembre: « Ho letto la tua pregiata. Mi pare che tu dica le cose in serio e mi fa piacere. lo credo che si deve prendere in considerazione tutto quello che dici, ma per raccomandarti che a Casale tenga piesente quanto vali e così veda di operare con prudenza e secondo le tue forze. Colà non uscire dal campo religioso e occupati della formazione salesiana dei confratelli e dei giovani. Approfondisci quel tanto di più che ti sarà possibile la scienza ecclesiastica e parla solo dì quello che sai. Il Signore farà il resto ». A voce gli tenne poco dopo questo quasi ingenuo, ma efficace discorso: — Vedi, al mattino la mamma veste bene i suoi figliuoli e questi spensierati vanno poi a giocare, si sporcano, macchiano e strappano i vestitini. Tornati a casa, essa dà loro la cena e li manda a dormire. Mentre dormono, la mamma buona e paziente ne ripara e pulisce gli abiti e al domani i figliuoli trovano tutto a posto. Tu vai a Casale. Di giorno rovinerai l´opera della Madonna e di notte Maria Ausiliatrice aggiusterà tutti i tuoi guasti e spropositi. — Ciò detto, lo fece inginocchiare e gli diede la benedizione dell´Ausiliatrice. Gli amabili consigli scritti e la semplicissima osservazione orale furono al buon Direttore un prezioso viatico per tutta la vita.

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Con diversa forma di paternità si comportò in un altro caso. Don Luigi Colombo da catechista dell´Oratorio di Torino era passato a dirigere l´Ospizio del Sacro Cuore a Roma nel 1926. Spirato il primo triennio, parve bene a Don Rinaldi di chiamarlo alla Direzione dell´Oratorio. Quegli, dopo averci riflettuto, decise di far presenti al Superiore i motivi´, che aveva di trovare troppo ardua tale obbedienza. Don Rinaldi gli rispose il 20 agosto 1929: « Hai ragione di lamentarti della obbedienza che ti abbiamo chiesto. Purtroppo non misuriamo sempre i sacrifici dei nostri confratelli e non li pesiamo quanto si meritano. Ti prego di scusarmi e di compatire la mia miseria ». Fatta questa umile dichiarazione, ripigliava bonariamente: « Ora dopo averci pensato e di essermi consultato debbo chiederti il sacrificio di venire ugualmente all´Oratorio. Lo farai per amore del Signore, non per noi, che non te ne saremo mai grati quanto dovremmo esserlo. Non pensare a quel che si dice dagli uomini, ma che il Signore sarà la tua merces magna nimi9. Qui troverai Don Bosco che ti accoglierà come figlio, e la compagnia del nostro Beato ti sarà di grande aiuto e conforto. Se poi proprio non ti sentissi, scrivimi ancora una parola, e il nostro Padre ci suggerirà chi dobbiamo mettere al tuo posto. In questo caso tu ci aiuterai con le tue preghiere a indovinare nella scelta ». A un linguaggio così paterno, cioè così semplice e cordiale, che cosa si poteva rispondere se non: Vengo! E così fece Don Colombo.

Ancora un particolare. I due bravi maestri di musica e compositori Don Pagella e Don Antolisei risiedevano da molti anni il primo a Torino e secondo a Roma; onde parve opportuno ai Superiori traslocarli, mandando uno nel luogo dell´altro. n facile comprendere come tale provvedimento dovesse saper amaro a entrambi. D011 Rinaldi alcuni giorni dopo, ripensando alla decisione,

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disse in Capitolo: « Perchè dobbiamo fare due scontenti/ » E non si parlò più della cosa. Gl´interessati, venuti a sapere quel fatto paterno, ne furono commossi e gliene serbarono riconoscenza_

Sulla sua paternità non sarebbe detto tutto, se non si dicesse quanto la sperimentarono le Figlie di Maria Ausiliatrice. Nominato dalla Santa Sede Delegato Apostolico per il loro Istituto, si prese vivamente a cuore gl´interessi spirituali di tutte e di ciascuna, incamminandole per i diritti sentieri tracciati dal Fondatore. Non diceva mai di no ai loro inviti per cerimonie, prediche, conferenze; ma esse non seppero mai a costo di quali sacrifici si prestava così generosamente, massime negli ultimi anni, quando i suoi incomodi fisici si facevano sempre più acuti: e non lo potevano sapere, perchè quei suoi modi paterni le incantavano e non lasciavano loro por mente ad. altro.

Con particolare assiduità il suo pensiero si volgeva alle novizie, tenendosi in relazione con le loro maestre, alle quali diede un programma particolareggiato per le meditazioni, le letture spirituali e lo svolgimento della catechèsi religiosa, condotta sulla dottrina di S. Francesco di Sales e sugli insegnamenti di Don Bosco. Nel 1930 e ´31 parlò sovente nei noviziati dell´imparar a meditare; anzi a volte, per verificare come si facesse, interrogava all´improvviso or l´una or l´altra sulla meditazione del mattino, esortando le maestre a usare lo stesso mezzo per abituare le novizie a raccogliere la mente nel pensiero di cose spirituali durante il corso della giornata.

Dove non voleva mancare mai, checché sì dicesse da chi paventava per la sua preziosa salute, era alla chiusura degli esercizi spirituali tanto dei Salesiani che delle Figlie di Maria Ausiliatrice. In quelle importanti occasioni le sue parlate fervide, pratiche e spiranti bontà pa‑

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terna, avevano momenti felici e scendevano al cuore.

Tra le Figlie di Maria Ausiliatrice la persuasione che andare da Don Rinaldi fosse come andare dal padre, era così diffusa e radicata, che non solamente le Madri e le Direttrici, ma anche le più umili suorine si presentavano a lui con la più filiale semplicità e confidenza e senza il menomo sospetto del disturbo che non di rado gli arrecavano, non foss´altro per il tempo sottrattogli.

In quanto a questo, difettavano di discrezione molto più altre persone o già per l´addietro da lui dirette nello spirito o attirate dalla fama della sua illuminata paternità nel dirigere le anime; eppure egli le sopportava sull´esempio di Don Bosco, senza dare verun segno di fastidio o d´impazienza. Un´anima buona dopo la morte di Don Rinaldi ci scriveva di sè in terza persona: « Merita speciale ricordo la sua eroica pazienza e carità esercitata per oltre venticinque anni verso una povera scrupolosa, insolente, indiavolata, ribelle, con la mente ottenebrata e cocciuta, che nessuno poteva nè capire nè tollerare; la povera disgraziata era sempre agitata, addolorata, piangente; andava, tornava e ritornava più volte, anche in uno stesso giorno, dall´incomparabile e santo Don Rinaldi, che trovava sempre ugualmente buono, inalterabile, sempre desideroso di consolarla, di tranquillarla, di farle del bene, di strappare l´infelice anima dal male e dagli artigli di satana; sempre sereno, sempre pronto a ripetere, con una calma di paradiso, anche le cento e le mille volte le stesse cose, pur di riuscire a darle un po´ di pace e a farla buona... Non c´era nessun altro che la potesse tollerare neppure per venticinque ore, neppure per venticinque minuti! Ma l´incomparabile Sacerdote riuscì dopo venticinque anni di eroismo a porla nella buona via ». Vi fu bene chi con tutta confidenza osò dirgli che in simili casi a tagliar corto non

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ci rimetteva nulla nessuno; ma egli rispose: — Si tratta sovente di persone ottime, che fanno gran bene in mezzo agli altri, ma che poi non sono capaci di governare se stesse ed han bisogno di essere illuminate, guidate e sorrette. ‑

Questa è e non è una breve digressione. Serve a dimostrare da quale fondo venisse quella paternità, della, quale era largo con i suoi. Veniva dal medesimo fondo, donde scaturiva la paternità di Don Bosco, cioè dalla immensa carità di Gesù Cristo. Non si può tuttavia nascondere un senso di ammirazione dinanzi alla sua grande pazienza nei casi simili a quello che abbiamo veduto. Un´espressione sfuggitagli, certo senza volerlo, dalla penna contiene una rivelazione, che ci dà la chiave del mistero. Scriveva in una lettera (1): « Io ho fatto voto di dedicarmi agli altri ». Queste poche parole spiegano molte cose.

Nei due anni e mezzo che sopravvisse alla beatificazione di Don Bosco, obbligato dalla malferma salute a passare la maggior parte de´ suoi giorni nell´Oratorio di Valdocco, divideva il tempo fra la sua stanza e il santuario di Maria Ausiliatrice, dove si prostrava dinanzi alla venerata urna del Beato, dicenti() poi a intimi che era stato a fare un po´ di rendiconto a Don Bosco. Di là toglieva l´ispirazione agli appelli che ogni mese indirizzava ai Salesiani e con qualche frequenza anche alle Figlie di Maria Ausiliatrice, pigliando per lo più argomento dai fatti o da sogni di Don Bosco, per incitare tutti a mostrarsi ognora degni figli d´un tanto Padre.

(1) Lett. alla sig. Emma Caviglione, Torino, 31 maggio 1920.

CAPO XXIII

Placido tramonto e luminosa aurora.

Il tramonto sarebbe troppo mesto, se il giorno che muore, morisse per sempre. Un´arcana mestizia invade bensì l´animo nell´ora, in cui Ia luce del dì va scomparendo; ma è una melanconia dolce e tranquilla, perchè la luce che si dilegua nel crepuscolo della sera, sappiamo che albeggerà di nuovo dopo la notte nel cielo a rallegrare del suo sorriso l´universo. Quanto sarebbe più triste il terminar della vita terrena di chi amiamo, se non ci fosse il conforto di una seconda vita assai migliore! Molti piansero la morte di Don Rinaldi; ma le loro lacrime erano consolate dal pensiero del premio che non poteva mancare da parte di Dio al suo servo fedele in un mondo più bello. Specialmente le anime da lui dirette nelle vie dello spirito, chiuse per poco nel loro dolore, aprivano il cuore alla fiducia del suo continuo ausilio dal regno dei beati, sperimentandone pure i reali effetti.

Nel giugno del 1931 il Bollettino Salesiano annunciava l´avvicinarsi dell´anno giubilare di Don Rinaldi l´anno della sua Messa d´oro, avendo egli ricevuta l´ordinazione sacerdotale il 23 dicembre 1882; poi in luglio riferì della lieta e larga risonanza avuta da tale notizia anche fuori degli ambienti salesiani; finalmente in dicembre pubblicò un programma di festeggiamenti, avvertendo essere espressa volontà del festeggiando che le manifesta_

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zioni non avessero nulla di profano, ma fossero esclusivamente intime e religiose. Intanto il 20 novembre Don Ricaldone, nella sua qualità di Prefetto Generale, ne aveva fatto oggetto di comunicazione speciale ai Soci, sicuro di trovarli tutti unanimi nel rendere tributo di stima, di affetto e di riconoscenza al Padre comune e degnissimo successore di Don Bosco. Invero i loro cuori non avevano bisogno di stimoli per onorare, come si conveniva, l´amato Superiore; anche dagli amici della Congregazione l´avvenimento era salutato con simpatia e già si ideavano svariate dimostrazioni.

Egli vedeva e lasciava fare; ma nel suo segreto formava pensieri di profonda umiltà. Ce lo rivela una sua nota autografa sopra una copia della circolare di Don Ricaldone. Si vede che in un momento di quella vita inoperosa, alla quale lo obbligava la salute, avuto in mano e letto il foglio e meditandovi su, aveva lasciato correre la penna a gettare in carta ciò che gli passava per la mente. Premetteva: « Messa d´oro!? » I due punti ammirativo e interrogativo debbono voler dire, se non erro, che egli si domandava stupito, come mai una cosa simile avesse ragione dì essere. Sembra confermarlo quello che segue; scrive infatti: « 1° Devo ricordare che resistetti interiormente ed esteriormente alla vocazione da dieci a vent´anni compiuti. - 2° Fu Don Bosco che mi tracciò la via: che mi mandò a ricevere le sacre ordinazioni senza che io ne facessi cenno o domanda a lui o ad altri. - 3° Fatto sacerdote, mi chiese se ero contento. Risposi: — Restando con Do-n Bosco, va tanto bene; ma se Don Bosco mi mette fuori della Congregazione, ìo mi troverei ben a disagio — ».

Se non sapessimo come andò il fatto della resistenza, saremmo quasi tentati di credere che avesse agito con non buona volontà; invece la riluttanza proveniva dal

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timore di non essere atto agli studi. Tant´è vero, che, quando pur pensava di ritirarsi dal mondo ed entrare nella Società Salesiana, si proponeva di restarvi da semplice laico ossia da coadiutore. Questa causa della sua antica esitazione fa capolino, se bene si considera, nell´osservazione ultima, che ritrae le sfiducia nella propria capacità. Tuttavia l´aver ricusato per tanto tempo di seguire iI consiglio di un Don Bosco, gli era motivo di rimorso, perchè certo la coscienza, fatta più delicata, gli rimproverava d´aver allora resistito alla voce di Dio.

Ma, prescindendo da questo, egli sentiva di dover fare i conti anche con la salute; scriveva difatti in una circolare ai Salesiani: « Suppongo che i miei Capitolari se la siano intesa con Nostro Signore, perché tutto abbia a procedere regolarmente. Non è il caso che vi parli di me, perchè non tengo più preziosa di me la mia vita e non ricuso il lavoro, finchè al Signore piacerà richiedermelo e darmi la forza di compierlo. Tuttavia, io che sono più vecchio, ricordo come in un tempo ormai lontano si facessero dei grandi progetti per la Messa d´oro del nostro Beato Fondatore; ma si fecero troppo presto e andarono in fumo. Ventun´anni dopo, per Don Rua, si sperava di essere più fortunati, tanto che si era già celebrato il primo giorno del suo anno giubilare con grande entusiasmo; ma tutto finì lì, perché fu chiamato a perennare la sua Messa d´oro tra glí splendori e gli osanna dei Santi. Conviene quindi che tutti lasciamo fare al Signore quello che è meglio per me, per voi e per la nostra diletta Congregazione ».

Aveva purtroppo giusti motivi di parlare così. Un vecchio malore minava la sua preziosa esistenza: l´organo della vita non funzionava più bene da parecchio tempo. Incominciò a provare disturbi cardiaci prima del Ret‑

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tonato. Si acuirono questi nel 1932, sicché i medici gli prescrissero di allontanarsi dall´Oratorio per poter stare più facilmente in riposo. Andò allora in una villa detta La Moglia situata presso Chieri e acquistata allora per stabilirvi un noviziato. Il beneficio durò poco; in agosto e settembre, mesi laboriosi per lui, si sentiva tratto tratto diminuire le forze e talora gli pareva di soffocare. L´anno dopo fu ancora più brutto. In febbraio i soliti incomodi gl´impedivano di lavorare con regolarità. Il medico, senza dirlo nè a lui nè ad altri, lo curava di angina pectoris e lo voleva isolato da tutto, financo dalla corrispondenza. Un po´ di occupazione, un po´ di freddo, un po´ di conversazione bastavano a sollevargli sussulti, impedendogli la respirazione e ricordandogli, come scriveva ad una penitente, che era vecchio e che doveva dimenticare la terra. Questo pensiero della fine gli si affacciava insistente. Anche a Don Ricaldone scrisse il 14 febbraio: « Siamo nelle mani di Dio. Prega, perché riempia bene la mia ora ».

Visto il suo stato, i sanitari, dopo avergli proibito di andare a Roma, secondo che aveva divisato, gli ordinarono almeno venti giorni di perfetto riposo. In casa nessuno sapeva niente, perchè egli faceva tutto come per l´ad-dietro, dicendo la Messa alle cinque e prendendo parte alla vita comune. Finalmente in aprile si decise a fare un soggiorno funghetto in Nizza Monferrato, donde il 28 scrisse a Don Ricaldone: « Sono oggi sette giorni che faccio il " signore " nel vero senso della parola piemontese. Credo di trovarmi meglio, quantunque non siano scomparsi i sintomi del mio male. I riguardi che mi usano sono senza fine e nessuno viene a disturbarmi ».

Andarono a trovarlo in maggio Don Ricaldone e Don Conelli con altri: una " carovana ", diceva lui. Quella visita gli fece bene. Abitando con il cappellano del noviziato, in luogo alto e solitario, riceveva dalle Suore della

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Casa madre i riguardi lodati sopra; onde 1´11 maggio in una lettera a Don Ricaldone esprimeva tutta la sua gratitudine dicendo: « Le Suore di qui non saranno mai compensate adeguatamente per le delicatezze, spese e fatiche senza limiti fatte, pur dì giovarmi ». Tuttavia qualche disagio gli cagionava il non poter chiedere cose che nell´Oratorio avrebbe chieste a buoni coadiutori di sua particolare fiducia.

Nell´agosto di quel 1924 passò un po´ di tempo a Monte Oliveto, ameno colle presso Pinerolo, dove negli ultimi anni prima della guerra mondiale aveva aperto un istituto per orfani di caduti: ma la lontananza dall´Oratorio gli pesava e lo teneva in pena, perchè non gli permetteva di tener dietro alle vicende della Congregazione. Si sfogava così con il suo Vicario il giorno dopo l´Assunta: « Ho varie cose che mi preoccupano e sento il bisogno di essere informato. Ricordo come il compianto Don Albera mi disse chiaro che voleva sapere tutto, quando era già molto grave negli ultimi mesi. Quanto a me, non so se sia per curiosità o responsabilità, ma è certo che sento il bisogno di seguire le cose nostre, anche avendo in te piena fiducia e grande riconoscenza per tutto quello che fai ».

Ritornò difatti a Torino e portatosi a Valsalice per salutare gli esercitandi, si recò a Nizza, dove egli stesso aveva fatto radunare più di duecento Direttrici con sei Ispettrici, alle quali tutte stimava doveroso rivolgere per alcuni giorni la sua parola, oltre alle prediche ordinarie degli esercizi, che stavano incominciando. Parlò ogni giorno, anche due volte al giorno, dal 20 al 26, come risulta da un diario, che riassume le cose da lui dette. Quanta sapienza di osservazioni e di consigli traspare da quegli appunti! Essendo il centenario del primo sogno avuto da Don Bosco tra il nono e il decimo anno, fece

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la predica dei ricordi con uno stupendo commento di esso.

Non dispiacerà un saggio almeno di sue esortazioni. L´ultimo giorno, sul punto di partire, essendosi riunite nel parlatorio le Superiore e le ispettrici per salutarlo. diede a queste alcuni avvertimenti: « 1° Visitate le case della vostra Ispettoria anche due, anche tre volte all´anno. - 2° Visitatele come Madri più che non come Superiore. Vedete tutto, girate per la casa come farebbe una persona di casa, con libertà piena, materna, a guisa di una che non vuol dare soggezione e intanto vuol vedere per provvedere. - 3° Fate che la vostra visita sia desiderata, goduta: siate una festa per tutti i cuori e per le interne e per gli esterni. - 4° Viso lieto, materno, tratto piacevole e con chi è buono e con chi non lo è troppo; con chi ha salute, abilità, buon carattere e con chi non ha tutto questo. - o° Non abbiate nemici o contrari e, se li avete, fate che Te rivalità sfumino per la vostra bontà e carità. 6° Coltivate le vocazioni nella forma che già ho detto ».

Non fu davvero fatica da poco la sua in quei sette giorni, tanto più se si tiene conto anche delle immancabili udienze; eppure non sembra che ne abbia sofferto conseguenze notevoli. Tuttavia in ottobre lamentava di essere ridotto a fare un terzo del lavoro di altri tempi. Nulla di straordinario sappiamo che gli sia occorso nel resto del 1924 e nemmeno per tutti i tre anni seguenti. Dico di straordinario in senso relativo; perchè, per esempio, il 16 agosto 1927 comunicava a una nipote: « Io sto abbastanza bene e direi meglio dell´anno passato. Tuttavia bisogna che non perda di vista il cuore e lo curi continuamente ». Nel luglio poi del 1928 il medico gli proibì non solo di scrivere, ma anche (li leggere e poi persino di uscire. Quest´ultimo divieto fu perchè da un viaggetto, sebbene fatto in automobile chiusa era ritor‑

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nato male. Non ismetteva di confessare e in novembre, avendo nel confessionale dovuto prendere una posizione scomoda, -si buscò un violento attacco cardiaco, durato poco meno di due ore.

Nella seconda. metà del 1929 le cose presero una piega peggiore. Il mese di luglio gli portò giornate di grande pressione. Poi nella festa dell´Assunta non potè celebrare e dopo si vide costretto a vivere tappato in camera. Scriveva allora: « uno dei forti richiami del mio cuore, il quale mi dice che debbo sempre stare preparato ». In seguito questo richiamo ammonitore si fece più frequente. Tuttavia non rinunciava a recarsi dove credeva che potesse tornar utile la sua presenza. Da una di queste uscite il 6 novembre rientrò col cuore alquanto strapazzato. Egli lo attribuì al freddo; ma si sa bene che nelle sue condizioni ogni sforzo produce sul cuore spiacevoli effetti.

Il 1930 segnò un crescendo precipitoso. I Superiori l´avevano pregato di permettere che il già ricordato Don Vacca fosse addetto esclusivamente alla sua persona, e quegli con devozione filiale non viveva, si può dire, se non per lui dì e notte. Così era l´unico che ne conoscesse le condizioni momento per momento. Trascorse una parte di febbraio e del mese appresso nella casa d´Ivrea, donde ai primi di marzo scriveva: « Sia tutto come Dio vuole. Si tratta di pochi anni, se tutto va bene; ma di guarire non c´è speranza ».

A Ivrea ritornò in luglio. Di là diceva in una lettera del 20 indirizzata a una pia signora torinese: « Sono qui da pochi giorni, ma il respiro diminuisce e l´affanno cresce. Come è necessario, vedendo le miserie di questo mondo, sollevare sempre più il nostro pensiero a Dio! Egli solo è il centro della nostra vera vita. Bisogna che ci avviciniamo sempre più a Lui, perché al fine della vita in Lui ci perdiamo per tutta l´eternità ».

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Ormai le sue giornate erano un alternarsi di lavoro e di assoluto riposo. Sul finire di ottobre avrebbe desiderato andare a Sampierdarena, dove sapeva di essere molto atteso; ma il medico, che vedeva quale spada di Damocle gli pendesse sul capo, non gliene volle dare il permesso. Venne dicembre, ed ecco una specie di euforia, che gli faceva sembrare di non essere mai stato meglio da un anno a quella parte. Si sentiva di fare tutto, meno però le scale e l´andare fuori di casa a piedi. Ma il medico non la pensava come lui; quindi metteva sull´avviso coloro, i quali gli prestavano assistenza. Onde questi non cessavano di muovergli rispettosi rimproveri, del che egli stentava a rendersi ragione, dato il nuovo benessere.

Ad aggravare il suo stato si aggiungevano i paterni d´animo, causatigli dalla coscienza della responsabilità, che gli pesava sulle spalle. Il medico gli ripeteva bene non essere alcuno obbligato a dare più di quello che ha; ma Don Rinaldi con calma inalterabile aveva pronta sempre or l´una or l´altra di queste risposte: — Se uno non ha, vi può essere un altro che abbia - A questo mondo tutti siamo utili, ma nessuno è indispensabile ‑

Se io stento a camminare, non ho il diritto di costringere la Congregazione a misurare il suo passo sul mio Vengono qui continuamente da cento parti Salesiani, che non vogliono partire senza avere una mia parola. Ora il brutto si è che io ho un aspetto apparentemente florido, sicchè non si vorrà credere che la mia salute sia così malandata. — Da simili discorsi trapelava il suo proposito di deporre la carica. Pur rendendosi conto della gravità, di questo atto, sembra certo che egli vi sarebbe arrivato, se in modo inatteso non ne l´avesse liberato Iddio. Infatti, come appare da un cartoncino, in cui aveva notate sei ragioni per « chiedere alla Santa Sede il permesso di

3 - CERIA. Sac. Filippo Rinaldi.

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dimettere la carica », era stata sua intenzione di farne parola nel Capitolo Generale del 1929; ma ignoriamo perchè se ne sia astenuto, e questo più tardi gli rincrebbe, perché scrisse posteriormente: « Non lo feci; ed ora? Beato Don Bosco, Maria Ausiliatrice, illuminatemi ».

Che dire del 1931? Per una parte di gennaio la palpitazione del cuore lo obbligò a non lasciare la camera.

Nel mese appresso s´illudeva di essere più forte, sebbene dovesse confessare, che qualunque soffio di vento gli causava alterazioni nell´organismo, alcune delle quali erano anche visibili, come l´ambascia del respiro e la cianosi alla faccia; ma pochissimi sapevano delle sue ostinate insonnie, che lo costringevano ad abbandonare il letto. Allora sedeva al tavolino, non senza fare qualche cosa, e questo ne aumentava poi la spossatezza. Insomma, tirava innanzi con infiniti riguardi, impostigli dai suoi rigidi custodi, i quali non riuscivano sempre a impedire che parlasse in pubblico, come non valsero a trattenerlo dalla scappata di ottobre, narrata nel capo ventunesimo, con le conseguenze facili a indovinarsi. Alludendo appunto a questo fatto il Crispolti scriveva nel Pro Familia del 12 dicembre: « La lunga vita sacerdotale ha avuto il più invidiabile dei coronamenti, l´essere stata in fine abbreviata dall´adempimento sovrabbondante dei doveri suoi ».

Tutta questa esposizione così particolareggiata gioverà più di qualsiasi ragionamento a dimostrare l´eroica fortezza di Don Rinaldi, che, secondando unicamente gl´impulsi del proprio zelo, non faceva caso delle sue esigenti necessità fisiche.

Un nuovo periodo di relativo benessere sembrava annunciarsi verso gli ultimi giorni di novembre; perfino il medico vedeva nel cuore un principio di ritorno a un po´ di normalità. Approfittò di tal sollievo per scrivere ai

Cooperatori la lettera, che doveva uscire nel Bollettino Salesiano il l° gennaio e che era necessario consegnare presto in tipografia. La lettera occupa poco più di due facciate del periodico: commuove in essa l´illimitata fiducia di Don Rinaldi nella Provvidenza di Dio e nella carità dei Cooperatori.

Intanto Don Ricaldone poteva con l´aiuto dei dottori liberarlo dell´affaticante corrispondenza. Ora gli dava molestia il pensiero d´essere in certi momenti isolato. Si moltiplicarono dunque i mezzi di richiamo, sicché da qualsiasi punto della stanza gli fosse facile chiamare al soccorso, sicché in ogni istante del giorno e della notte si potesse accorrere. Egli faceziando disse: — Per Don Albera le tante preoccupazioni da parte dei Superiori non giovarono a nulla. Così sarà adesso. Con due qui vicino e con tanti campanelli, io me ne andrò e voi non ve ne accorgerete. In quel momento, questo qui (e indicava il cuore) farà TAC, e io me ne resterò bell´e tranquillo senza neppure pensare ai vostri campanelli ». I medici gli consigliavano di non affaticarsi e dì non celebrare la Messa; egli quindi ogni mattina riceveva la comunione e la sera verso le diciotto chiamava il segretario, perché lo aiutasse a fare un po´ di meditazione. Del resto egli meditava continuamente, tanto lo si vedeva sempre raccolto, come chi nel sno intimo si trattiene con Dio.

Nei due primi giorni di dicembre lo travagliò un singulto convulso. Quello scotimento, la mancanza di riposo e l´impossibilità di prender cibo lo spossarono al sommo. Volle a sè il confessore per affidargli un incarico e fare da letto la sua confessione settimanale, che fu l´ultima. A chi lo compativa, bonariamente rispose: — Il paradiso non costa mai troppo. — Sentendo che si pregava molto per lui, esclamò: — Ebbene, se non posso la lavorare, almeno servo a far pregare. —

Il giorno 3 una sua nipote, Figlia di Maria Ausiliatrice, dovendo prossimamente partire per il Venezuela, chiese di essere ammessa a vedere lo zio. Egli con tono scherzevole e parlando a stento, disse al segretario: — Oh, lascia un po´. Stiamo così bene qui da soli, lontano dal mondo! Vedi: se si concede a una, bisogna concedere a tutte. Tutte hanno le loro buone ragioni, e allora la nostra tranquillità sarebbe finita. — IVguardo a visite di simil genere, anche altre volte non aveva mai voluto consentite.

La mattina del 4 il medico lo trovò meglio; anche un professore specialista si mostrò più soddisfatto che nei giorni precedenti: si levò da letto, fece qualche passo nel corridoio dinanzi alla camera, ma un senso di nausea gli impediva di parlare; si sforzava tuttavia di mostrarsi gioviale. Rientrato nella stanza e accomodatosi nel suo seggiolone, riposò quasi tutto il rimanente della giornata sonnecchiando.

Spuntò il 5 dicembre, roseo di speranze: l´infermo aveva passato una notte buona, come poche altre delle ultime settimane. Alle quattro e mezzo domandò la comunione. Verso le otto si levò con insolita energia. Erasi ridotta a cappella una cameretta vicina alla sua; ivi avrebbe potuto celebrare a miglior agio, non appena il medico glielo permettesse. Si credette con qualche probabilità, che nella festa dell´Immacolata potesse essergli concessa tale consolazione. Intanto quella mattina si pensava di dir Messa la prima volta sull´altare improvvisato. Egli voleva assistervi. Quando l´infermiere gli porgeva le solite pantofole aveva detto: — Questa mattina devo andare a messa. Vuoi che vada in pantofole? — Celebrò l´Economo Generale Don Giraudi. Con segni di viva, pietà Don Rinaldi seguiva il celebrante, stando ora in ginocchio, ora seduto. Subito dopo, il medico, che lo visitava

con molta frequenza, gli fece i suoi rallegramenti e scherzando gli disse: — Se si va di questo passo, lei potrà rimettersi in moto e uscire e prendere anche il trenol Questa nota di convenzionale ottimismo, divulgatasi, riempì di allegrezza l´Oratorio.

Alle nove e mezzo conversò lietamente col segretario e poi disse: — Vedrei volentieri Don Cartier. — Don Luigi Cartier, savoiardo, figlio dell´Oratorio, veterano della Congregazione e oltremodo benemerito dell´istituto di Nizza Mare, anzi della Francia salesiana, si trovava già da alcuni giorni in casa; ma per quanto desiderio avesse di riverire il Rettor Maggiore, si asteneva per delicatezza dall´avvicinarlo. Il segretario dal canto suo, fedele alla consegna avuta, faceva di tutto per impedire la visita. Solo i primari Superiori accostavano con la massima discrezione l´infermo. Ma questa volta le manovre del segretario andarono fallite; poichè, ritiratosi appena, sentì che Don Rinaldi aperse l´uscio della stanza e salutò Don Cartier, il quale proprio nello stesso istante passava a caso per il corridoio in punta di piedi. Chi mai l´aveva detto a Don Rinaldi?

Invitato a entrare, Don Cartier si sedette di fronte a lui; ma furono poche le parole che si scambiarono, perchè non più di tre minuti dopo Don Rinaldi ebbe alcuni colpi di tosse. Allora il venerando interlocutore, non osando seguitare, si pose in ginocchio e lo pregò di dare a lui e ai suoi confratelli la paterna benedizione. Il buon Padre, alzatosi da sedere, lo benedisse, e quegli subitamente si ritirò commosso. Il segretario, che stava fuori in vedetta, pronto ad abbreviare, se fosse stato necessario, l´udienza, vide Don Rinaldi rimettersi sul seggiolone, come l´aveva lasciato poco prima. Dalla sua stanza udì che tossiva, ma non diversamente dal consueto. Poi non più tosse, non più movimento alcuno.

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Passati brevi istanti, il segretario, dovendo introdurre il barbiere, aperse pian piano la porta, ma non udì il solito " Avanti ", pronunciato a mezza voce e in tono affettuoso. Pensò che dormisse. Difatti il suo atteggiamento era di chi assopito riposa. Stava seduto accanto al letto. Chiusi gli occhi, la testa leggermente reclinata sulla spalla destra, le mani appoggiate alle ginocchia, quasi immutato il colore del volto: solo la parte superiore della fronte e quella posteriore delle guance erano un tantino smorte. Lo chiamò sotto voce e gli baciò la mano. La sentì calda nella sua. In quella sopraggiunse Don Ricaldone. Si pensò che fosse solo un collasso e che una iniezione valesse a richiamarne gli spiriti vitali. Ma quel gran cuore dopo tanto soffrire aveva cessato di battere In silenzio, senza uno spasimo, tutto raccolto in sè come un orante, tranquillo e sereno com´era vissuto, senza che nemmeno fisicamente lo sfiorasse il tormento di morte (1) il caro Padre aveva reso la sua santa anima al Creatore. La sua cura costante di nascondere agli sguardi altrui il meglio della sua attività, sembrò avergli fatto domandar a Dio la grazia di compiere in segreto anche l´estremo sacrificio.

Aveva 75 anni, 6 mesi e 7 giorni. Era stato Rettor Maggiore anni 9, mesi 7, giorni 11.

Accorsi Superiori e confratelli, Don Ricaldone gli amministrò l´estrema unzione e recitò le preci rituali. Subito dopo, mentre si pregava intorno alla spoglia esanime adagiata sul letto, i Superlori, unitisi nella sala capitolare e aperta la seduta con la recita del De profundis, diedero al segretario le istruzioni per l´invio di molti telegrammi e presero sommarie disposizioni per tutto il resto. Su quel letto era stato trovato il primo volume

(1) Sap., III, 1: Non tane-t ilios (i giusti) tormeatunt neortin.

della vita di Don Rua, scritta da Don Amadei. Era aperto alle pagine 220 e 221, e su questa seconda una fascetta di per odico conteneva appunti tracciati a matta. Incominciavano così: «Tutto rivela il lavorio di Don Bos: o per coltivare la vita spirituale ». Seguivano indicazioni di. pagine, che contengono cose riferentisi a tale argomento. Don Rinaldi dunque cessò di vivere, mentre forse preparava una conferenza sul suo tema prediletto.

Verso sera la salma, accompagnata dai Capitolari e da altri in corteo, venne portata a spalla da confratelli nella chiesa succursale di Maria Ausiliatrice e deposta su d´un alto catafalco, circondato da ceri accesi. Don Rinaldi era là, rivestito di cotta e stola, con un´espressione di candida serenità, che attirava gli sguardi e ricordava a chi aveva avuto la fortuna d´avvicinarlo vivo, la sua virile, ma paterna e incoraggiante figura. Diffusasi la notizia della morte, fiumane di gente presero a sboccare da tre parti sulla piazza. Tutti convergevano alla chiesetta, aspettando di poter rendere al defunto l´ultimo omaggio, accompagnato da divote preghiere. Quel movimento di folla continuò per due giorni. Il trasporto era fissato per le quindici del giorno 8. Un carro modestissimo ne accolse la benedetta spoglia e al seguito di un´interminabile sfilata passava lento lento fra due fitte ale di popolo riverente. Intorno e dietro venivano personaggi d´ogni grado. La lunga teoria, percorse alcune vie principali, entrò nella basilica, dove, circondato da autorità e rappresentanze, l´Arciv. Mon. Fossati, assistito dal clero, impartì l´ultima benedizione. Prima di andare al riposo tutta la famiglia salesiana si riunì intorno alla cara salma per effondere nella preghiera l´affetto filiale al Superiore estinto e udire la commossa parola del Vicario Don Ricaldone.

La mattina del 9 l´Arcivescovo cantò la Messa, pre‑

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sente cadavere. Gli facevano corona sei Vescovi. Intorno al catafalco avevano preso posto con i membri del Capitolo Superiore i rappresentanti di tutte le autorità cittadine e degli ordini religiosi. Gremito era il tempio. La funzione riuscì solenne e commoventissima. Dopo l´assoluzione, lo schianto del distacco. Come frenar le lacrime al vedere l´amato Rettor Maggiore varcare per sempre la soglia di quella chiesa, testimone di tanto suo zelo sacerdotale! Con un grandioso accompagnamento di sacerdoti, suore, salesiani, ex-allievi e allievi oranti la salma si avviò all´estrema dimora, dove fu tumulata nei loculi riservati alla Società Salesiana. Il terzo successore di Don Bosco riposa tra i confratelli che ve lo precedettero e che ve lo seguirono.

Nel lutto domestico profondamente sentito, Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice piangevano la perdita di un vero padre, la cui bontà ritenevano difficile uguagliare, impossibile superare. Gli uni e le altre ne magnificavano le virtù e le opere. I primi ricordavano tra le virtù soprattutto la carità, lo spirito soprannaturale, l´amore a Don Bosco e lo zelo per farlo conoscere e imitare; fra le opere, l´espansione delle Missioni, la creazione degli istituti missionari, la coltura delle vocazioni sacerdotali e missionarie, lo sviluppo degli oratori festivi, il rinvigorimento della Pia Unione dei Cooperatori, l´organizzazione degli ex-allievi, la diffusione delle divozioni di Maria Ausiliatrice e del Sacro Cuore di Gesù, le 250 nuove fondazioni, il vigoroso impulso dato alle case salesiane nella Spagna, l´ardita iniziativa dei lavori per l´ingrandimento e l´abbellimento del santuario di Maria Ausiliatrice. Le Suore esaltavano con infinita riconoscenza i sacrifici da lui sostenuti per il loro bene sia nel formarle alla vita spirituale sia nel dirigerne l´attività e promuoverne le imprese, nè potevano rammentare senza aceo

rata tenerezza i preziosi consigli e incoraggiamenti individuali, la pace che con la sua illuminata parola sapeva infondere negli animi turbati, e il numeroso stuolo di postulanti da lui indirizzate al loro istituto.

Nel mondo profano la morte di Don Rinaldi non poteva produrre impressioni vaste e profonde; il tenore della sua vita operosa, ma senza esteriorità notevoli, non era fatta per acquistargli quella che si dice popolarità. Egli non attirava particolare attenzione se non da coloro che avessero da fare personalmente con lui. Telegrammi e lettere di condoglianza ne arrivarono in gran numero: il Papa e il Re, Principi e Cardinali, Vescovi e altri raguardevoli personaggi manifestarono la loro partecipazione al lutto dei Salesiani; tuttavia, se bene si osserva, il loro rammarico, più che dalla persona dello scomparso, era ispirato da stima e amore per l´Opera in lui personificata. Non mancano interamente impressioni individuali. Il Card. Minoretti, per esempio, Arcivescovo di Genova, accennava alla sua « vita di sacrificio ». Il Prof. C. Renda, già Provveditore agli studi in Torino e allora in Venezia, protestava che non ne avrebbe mai dimenticato « i consigli e aiuti dati con spontaneo slancio in difficili circostanze ». Il Generale di Corpo d´Armata Gustavo Rostagno scriveva: « Avrò sempre dinanzi agli occhi e nel cuore la figura angelica e piena, nello stesso tempo, di fascino e dignità sacerdotale dello Scomparso materialmente, ma vivo in eterno presso Dio e il Beato Don Bosco ».

Ma un pregio tutto particolare contengono le dichiarazioni di persone che ebbero con Don Rinaldi diretti rapporti per ragioni di ministero. E moltissime furono tali anime. Orbene esse parlando o scrivendo di lui sono unanimi non solo nel dirlo uomo di straordinarie virtù e doni non comuni, ma anche nel proclamarlo sacerdote

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santo. Inoltre quanti e quante sono persuasi di non Ti-correre mai invano alla sua intercessione in momenti difficili! Una religiosa sua penitente dice di aver prove così tangibili che egli le continua l´antica assistenza, da non provare più alcun dubbio sulla propria eterna salvezza; al pensiero di lui sente irresistibile il bisogno di santificarsi. Teniamo qui numerose relazioni, nelle quali la nota della santità, e la fiducia nel suo patrocinio costituiscono il fondo. Se ne potranno leggere alcune in appendice, che saran trovate edificantissime. Meritevole di considerazione è poi il giudizio espresso da Salesiani, che praticarono maggiormente Don Rinaldi. Ripensando al dominio che egli aveva di sè, benchè conoscessero la sua fermezza di carattere, pure non esitano a ritenere che il padroneggiarsi così abitualmente e in ogni circostanza anche grave, anche improvvisa, sia proprio solo di chi abbia raggiunto il vertice della perfezione cristiana.

Ma c´è ben altro. Per obbedire alle leggi della Chiesa, premettiamo non essere nostra intenzione di pretendere, su quanto diremo, una fede più che umana, nè di attribuire alle nostre narrazioni se non un valore storico, come per qualsiasi avvenimento attestato da persone degne di fede. Il corpo di Don Rinaldi non era stato ancora calato nella tomba, che già circolavano voci di grazie ottenute per sua intercessione. Eccone una attestata da chi vide. Nel marzo del 1932 il giovanotto Cesare Bassani di circa 25 anni, figlio di Maria a Casale Monferrato, frequentando la quarta ginnasiale, fu colto da influenza, degenerata poi in nefrite acuta con vomiti continui, sicchè da vari giorni non inghiottiva più nulla. Il medico disse una sera al Direttore, che l´infermo era gravissimo e poteva mancare da un momento all´altro. La mattina appresso il Direttore, andato a vederlo, lo trovò sveglio e tutto allegro. Diceva: — Sono guarito. Don Rinaldi

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mi comparve stanotte proprio dove si trova lei adesso, mi fece coraggio e mi disse: " Figliuolo, su, bevi qualche cosa. sei guarito ". Io mi credeva di vaneggiare; ma di lì a poco m´accorsi d´aver bevuto realmente. I vomiti erano cessati e mi sentiva completamente sfebbrato. Difatti lo stesso giorno riprese la vita comune senz´ombra di male.

I fatti si moltiplicarono con l´andare del tempo, massime in questi ultimi anni; qui ne sceglierò ancora due soli, i più rilevanti e accertati.

Il primo purtroppo non si può più provare apoditticamente, essendosi trascurato di ottenere subito certificati medici e testimonianze autentiche; tuttavia, poichè si trattava di cosa facilmente verificabile, il racconto deí testimoni presenta un grado di certezza morale da non doversi disprezzare. A Chiusa Pesio nella provincia di Cuneo, la mattina del 20 agosto 1940, Rita Dadone, fanciulla di undici anni, trastullandosi nell´orfanotrofio delle Suore Missionarie della Passione, si aggrappò al sedile dell´altalena in movimento. Quando quello ebbe raggiunta la maggiore altezza, la bambina cadde al suolo e si ruppe una gamba. Sua madre, accorsa poco dopo, la prese in braccio e la portò a casa. Il medico, verificata la frattura, ingessò l´arto, applicandovi pesi per impedirne la contrazione. Tolto a suo tempo il gesso, la bambina soffriva forti dolori. Portata a Mondovì nella clinica Bosio per sottoporla ai raggi, la radiografia rivelò che l´osso erari unito fuori di posto, sicchè ci voleva l´operazione. Il padre andò a far vedere il radiogramma a un primario di Torino, il quale riconobbe la necessità di operare.

La sera dello stesso giorno accaddero due scene ben diverse. Il padre, avendo udito dal professore che la figlia, nonostante l´operazione, sarebbe rimasta zoppicante, era andato in bestia; onde, venute sul tardi le Suore a pren‑

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dere notizie, le investì in malo modo, quasi fossero responsabili della disgrazia. Le poverine sbigottite e mortificatissime, ritornate a casa, non ebbero nemmeno più voglia di cenare, ma, entrate in cappella, vi si fermarono a lungo, pregando con gran fiducia Don Rinaldi per ottenere il miracolo, che la gamba non restasse offesa. Chiamarono poi anche le loro orfanelle a scongiurare di tanta carità Don Rinaldi.

Le preghiere furono esaudite oltre l´aspettazione. Giunto il dottore con i ferri del mestiere, e osservata la gamba, vide, trasecolato, che la piccina non aveva bisogno di nessuna operazione. Si limitò a ordinare di farle per due tre giorni qualche massaggio, perchè camminava bene. Da allora a oggi la Rita continuò a camminare come tutti camminano, nè risenti più alcun incomodo.

La documentazione del secondo fatto è ben assicurata, ne valeva la pena. Suor Maria Carla De Noni, della Congregazione Missionaria, che abbiamo menzionata sopra, il 20 aprile 1945 si trovava sul tram elettrico, che va da Villanova, luogo di sua residenza, a Mundovi per portare viveri a famiglie perseguitate, quando all´improvviso un aereo nemico mitragliò la vettura. Vi furono quatto feriti, più grave di tutti la Suora. Mentre venivano trasportati alla clinica Bosio in città, le si amministrò l´estrema unzione. Colpita in più parti, aveva la mandibola completamente stritolata. Nella clinica, pensandosi che stesse in agonia, i medici da prima dedicarono le loro cure a chi ancor offriva speranza di guarigione, medicando sommariamente la Suora in attesa della fine. 11 dottor Bosio disse alla Superiora che non c´era modo di salvarla e che pregassero perchè morisse presto per finir di soffrire.

Rimase cosi tra la vita e la morte, ormai dissanguata senza poter prendere nulla, dal venerdì 20 aprile al

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giovedì successivo, quando per volere della Superiora, fu trasportata a casa. Sviluppatasi la setticemia, la morte si avvicinava. Già era stata visitata dal confessore. La Superiora, radunata la comunità in cappella, raccomandò che si pregasse molto Don Rinaldi per la morente. Le mandò intanto un fazzoletto appartenuto a lui. Suor Carla, appena l´ebbe, si sentì rinvenire e, sicura che non sarebbe morta, chiese da bere e inghiottì un po´ di latte fra lo stupore dei circostanti. Subito cominciò un sensibile miglioramento, che andò crescendo fino a farla uscire di pericolo. Ma della mandibola le rimanevano solo due brevi tronconi penzolanti, affondati nelle guance; il re-ito le era stato asportato pezzo per pezzo dal chirurgo. Aveva ino tre la lingua penzoloni, e la carne dei mento, già lacera e disfatta tanto da sembrare doversi staccare da un momento all´atro, era floscia e ricadente sul petto per mancanza del sostegno osseo.

In un pomeriggio di giugno avvenne un repentino cambiamento di scena. Dopo lunghe notti d´insonnia la paziente si ass 12 e dormi un´ora e mezza circa. Le preghiere a Don Rinaldi non erano mai cessate. Allo svegliarsi le parve che l´osso ci fosse di nuovo; infatti, tastandusi il mento, se lo sentiva sotto le dita. Chiamò le Suore, venne la Superiora, e tutte videro che l´osso c´era davvero. Il medico constatò che nell´assopimento l´osso erasi rifatto, e disse che la cosa naturalmente parlando, non sarebbe potuta accadere.

In seguito i medici osservavano stupiti come l´osso andasse ancora crescendo. I due tronconi si avvicinarono fino a saldarsi e la suora ricominciò a parlare speditamente. Oggi le sono ricomparse le gengive e può masticare cibi che non siano duri. Un avvallamento alla guancia destra indica il foro del proiettile.

Le consorelle non ebbero fretta a divulgare la cosa.

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Solo dopo un anno e più il Vescovo, saputo il fatto, consigliò d´informarne i Salesiani. Allora la Superiora in viò a Torino una breve relazione con due attestati medici. Nel primo il dottor Bosio certificava la condizione disperata della colpita al suo giungere nella clinica; con il secondo il dottor Fenoglio dichiarava umanamente inspiegabile la guarigione. Allora la Curia aperse un processicolo canonico per raccogliere in tempo utile le prove. Poi il Rettor Maggiore Don Ricaldone, dopo essersi ben assicurato che non c´erano esagerazioni fantastiche, fece venire da Roma il dottor Sympa, consultore ufficiale della Sacra Congregazione dei Riti circa presunti fatti miracolosi attribuiti a Servi di Dio, allinchè esaminasse il caso e desse il suo parere. Il medico dopo diligente esame ritenne trattarsi di un grande miracolo. Il successore di Don Rinaldi non si fermò li, ma fece le pratiche per ottenere che s´iniziasse ìl processo diocesano sulle virtù del Servo di Dio. Il Card. Fossati, dopo maturo esame, vi diede principio la vigilia di S. Pietro del 1947.

Il lettore amerà sapere come mai quella Superiora fosse tanto dívota di Don Rinaldi da pregarlo quasi fosse un santo canonizzato. Ecco. Suor Maria Margherita Lazzari, Fondatrice e Superiora Generale di detta Congregazione, prima d´esser religiosa, era stata segretaria ín una Scuola pubblica secondaria a Torino e fino alla morte di DO3 Rinaldi fu sua penitente. Del suo direttore spirituale essa ricorda con venerazione la bontà, la paternità, la prudenza e i lumi superiori. Oltre a tutto questo ella afferma avere Don Rinaldi previsto con grande sicurezza e dovizia di parricolari il suo Istituto, il che le agevolò assai il compito di fondatrice, tanto che lo considera come opera di lui e da lui riconosce molte grazie in affari materiali ed economici, non che in svariate necessità spirituali. Onde gli rende questa autorevole testimonianza: « Io

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vidi sempre in lui l´Uomo di Dio, tale lo definivano tutti, compreso il Parroco D. Riccardi; un altro S. Giovanni Bosco, un confessore e direttore, di cui non era facile trovare un secondo, un Santo di impareggiabile virtù, tanto che il suo confessionale era sempre assiepato di penitenti, di ogni condizione e stato, molte delle quali, come me, venivano da lontano; ma la parola del Padre illuminato e buono ci pagava di ogni sacrificio ». (1)

Da qualche tempo si succedono senza interruzione notizie di grazie straordinarie attribuite a D. Rinaldi. Una di queste avvenne a favore dell´aspirante missionario Luigi Secol di Legnano, alunno dell´Istituto "Cardinal Cagliero" a Ivrea. Ecco la dichiarazione firmata del medico curante dottor Attilio Yon: «Il giorno 28 Aprile 1947 fui chiamato d´urgenza alla casa salesiana "Cardinal Cagliero" di Ivrea per visitare il ragazzo Luigi Secol di anni 15, e lo trovai affetto da grave setticemia con gonfiore all´inguine destro dolente sia alla pressione sia a tutti i movimenti dell´arto inferiore destro. In base ai vari sintomi rilevati diagnosticai osteomielite acuta del femore con setticemia.

« Il giorno seguente, visto il peggiorare dell´ammalato che presentava talvolta anche delirio da febbre alta, si iniziò subito la penicillina ogni tre ore. Dopo un palmo miglioramento si ebbe un nuovo peggioramento di tutti i sintomi e si cominciò ad avvertire una lieve rigidità alla nuca (lievi sintomi di meningismo) e si notò cianosi agli arti superiori e inferiori. Peggiorando sempre più e dimostrandosi chiaro il pericolo di vita, dietro insistenza dei parenti che desideravano che il loro figliolo morisse almeno a casa, acconsentii al suo trasporto da Ivrea a Legnano a mezzo Croce Rossa. Il viaggio fu male sopportato dal ragazzo, che giunse, come mi riferiscono i pa‑

(i) Cfr. pag. 517-522.

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renti, in condizioni disperate e venne ricoverato in quell´Ospedale civile. Posso quindi dichiarare che il ragazzo Luigi Secol lasciò la casa salesiana di Ivrea in condizioni disperate e poca fiducia si aveva ormai nei medicamenti a disposizione.

« Da attestazioni dei parenti seppi poi che dopo due giorni si notò un forte miglioramento e totale scomparsa della tempentura, ed in più anche la lesione ossea continua a migliorare senza alcun intervento operatorio e con piena guarigione e funzionalità perfetta dell´arto leso ».

11 Direttore Don Lorenzo Chiabotto aggiunge che, quando la mamma del ragazzo si recò dal Primario dell´Ospedale civile (li Legnano per ringraziare Mi e i medici curanti, quegli cispose così: — Noi abbiamo fatto quanto abbiamo potuto; ma la guarigione viene dal Cielo. — Si erano fatti nel! Istituto due tridui a Don Rinaldi, cominciati uno il 19 aprile e l´altro il 3 maggio. Il 21 giugno quel giovane potè compiere comodamente il viaggio da Legnano

A Santiago del Cile, il sacerdote salesiano Don Giovanni Vitali, desideroso di dedicarsi all´assistenza dei lebbrosi in uno dei lazzaretti della Colombia, non potè farne la domanda ai Superiori, perchè nel 1943 lo colse un grave male: una fistola perirettale di certa profondità. Varie circostanze gl´impedirono di sottoporsi a un intervento chirurgico; finalmente, dopo due anni, avendo sentito di una guarigione ottenuta per intercessione di Don Rinaldi, si raccomandò a lui e appese alla parete della propria cella una sua fotografia. Alcuni giorni dopo si avvide all´improvviso che la fistola si era chiusa e che era sparito un certo indurimento, da più mesi persistente nella parte inferma. Il medico curante D(dtor Saffo gli rilasciò il 5 dicembre 1947 un attestato,

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nel quale, dichiarata la gravità e la durata del male, certifica d´aver costatato che « da oltre sei mesi la fistola si trova perfettamente chiusa e i tessuti vicini sono in perfette condizioni » (1).

Intanto la fama di santità si diffondeva, anche perchè molti di coloro che avevano conosciuto il servo di Dio, ricordando molti particolari della sua vita, scorgevano in essi le prove di virtù assai superiori alle ordinarie.

Ma sulla santità di Don Rinaldi speriamo di avere a suo tempo un giudizio di gran lunga superiore a tutti i giudizi degli uomini. Intanto ci sia consentito di applicare a lui le parole, che la Scrittura dice del Patriarca Giacobbe (2): Il Signore lo condusse per istrade diritte e gli diede a vedere il regno di Dio; gli accordò la scienza delle cose sante, lo arricchì negli affanni ed ampia mercede rendette alle sue fatiche.

(1)       Cfr. anche pag. 515 e pag. 521

(2)        Sap., X, 10.

FINE

-, - CEcEA. Sec. Filippo Rinaldi.


APPENDICE
Scopo di questa appendice è di documentare cose narrate nella biografia circa l´azione spirituale di Don Rinaldi sulle anime e intorno all´opinione di santità, che lo circondava durante la vita e che crebbe dopo la morte. Parranno molti questi scritti; eppure non sono tutti.
I.
ALCUNI PERSONALI RICORDI
SUL VENERATISSIMO SUPERIORE E PADRE
DON FILIPPO RINALDI.
Mi sono incontrata con Lui, la prima volta, una sera del febbraio 1915. Mi avviavo alla volta di una Chiesa qualunque, iu cui trovare un Confessore, per poter celebrare la mattina seguente una non so più quale festa della Madonna. Mi lasciai portare da una giovinetta che si dirigeva verso Maria Ausiliatrice e con lei infilai il corridoio un po´ scuro, in cui era un confessionale già circondato di penitenti.
Non conoscevo per nulla nè Don Rinaldi, nè alcun altro Sacerdote di quella grande Chiesa, in cui mi recavo una sola volta all´anno a onorare Maria Ausiliatrice, .nel dì della Sua Festa.
da notare che l´animo mio si trovava in uno di quei momenti decisivi in cui ansiosamente si cerca la luce di una parola che sia espressione chiara della Volontà di Dio. Da lungo tempo vagavo nel buio e nell´incertezza di che dovessi fare del mio avvenire ed avevo chiesto alla Madonna di essermi guida Lei, la Madre di Dio, l´Ausiliatrice dei Cristiani.
La lunga attesa a quel confessionale incominciava a co

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starmi assai, una strana tentazione mi assaliva di abbandonare il mio posto, per affrettarmi ad un altro Confessore; ma nello stesso tempo una mano mi tratteneva là, ove casualmente ero capitata e dove sentivo essere legata qualche grazia speciale. Venne alfine il mio turno, ma avevo fretta e non dissi precisamente di che si trattasse, solo mi aprii sui bisogni momentanei della mia anima e in breve me ne venni, sentendo però nel cuore una consolazione inesprimibile e una sicurezza nuova.
Avevo trovato forse chi avrebbe risolto il problema della mia vita.
Molte altre volte tornai a Lui, senza aver neppure mai cercato di vederlo fuori di quel benedetto confessionale in cui Egli versava in tante anime giovanili i tesori della Sua luce e della Sua esperienza.
Ricordo che una sera oscura d´inverno arrivai a• Maria Ausiliatrice sotto una nevicata che gelava gli abiti indosso. Desideravo confessarmi. Nessuno ad attendere. Io sola! E per me sola dovevo disturbare un Confessore? Eppure... vidi il campanello, mi feci animo e suonai. Poi, come pentita, mi chiusi la testa fra le mani, in attesa. Dopo pochi minuti sento un passo sicuro avvicinarsi, intravedo la figura alta del Superiore, tutta avvolta nel vasto mantello, la Sua testa bianca... Compresi che era Don Rinaldi anche se prima non l´avevo visto mai, e rimasi tanto più confusa per il mio ardire e per la Sua bontà paterna così pronta, generosa!
Circa un anno dopo, il 27 gennaio 1916, entravo in Congregazione tra le Figlie di Maria Ausiliatrice, ove Egli mi aveva indirizzata, facendomi fare fuori un bell´anno di attesa e di preparazione.
La riconoscenza che mi unì a Lui fin da quegli anni di mia giovinezza, non si rallentò mai più, anzi si intensificò e divenne incondizionata devozione, culto di venerazione profonda.
La Sua parola era sempre rivolta a fare amare il Signore, il Sno consiglio era sempre una spinta a tutto superare per essere fedele al Signore. Aveva il dono di tranquillare le anime  di risolvere con la fede e la pietà ogni divergenza, ogni difficoltà, ogni esigenza di ´amor proprio.

lir                                     — 485.. —
Passarono gli anni della mia formazione religiosa in cui ricordo il Venerato Superiore e Padre al Noviziato di Arignano, sempre pronto ad ogni bisogno di noi piccole Novizie, che riceveva, anche individualmente, quando lo si desiderava, intrattenendoci come fossimo grandi personaggi e interessandosi delle cose nostre con la più larga comprensione.
Era una grande festa per me anche una sola Sua parola,
e questa non mancò mai nelle circostanze varie della vita, parola piena di fede, di incoraggiamento, di forza e di bene. Mi
permetto trascriverne a parte alcuna.
Dopo il volgere di qualche anno io ebbi la fortuna di ritro
varmi nella Casa di Maria Ausiliatrice, proprio a Torino presso il Santuario della Madonna. Don Rinaldi era allora Prefetto della Congregazione Salesiana ed anche Direttore del nostro
Oratorio femminile Maria Ausiliatrice.
Come potrò dire le cure che Egli aveva ed ebbe sempre,
anche quando fu Rettor Maggiore della Società Salesiana, di quell´Opera femminile che fu l´Oratorio festivo? Le conferenze che faceva regolarmente al personale addetto, la guida, le direttive, l´esempio, l´interessamento, il sacrificio di cui fu
largo in ogni occasione?
Non mancava mai (l´interessarsi sul programma di lavoro
da svolgere nelle varie domeniche e lo voleva ben predisposto, mese per mese, anticipatamente, e pubblicato all´albo dell´Oratorio. Desiderava che ogni solennità avesse la sua veste nuova, la sua nuova iniziativa ed era inesauribile nel pensarle, nel
suggerirle.
Organizzazioni generali con scuole di catechismo di ogni or
dine e grado, suddivisione dì lavoro, Comitati di propaganda, consigli di opere. Quella del S. Cuore gli era cara fra tutte, ad Essa le Sue predilezioni. L´organizzò In molte attività animandole del suo soffio efficace di pietà e zelo. A quante consacrazioni di famiglie al S. Cuore Egli ha presieduto! Nella nostra stessa Casa di Maria Ausiliatrice venne Egli stesso per la bella funzione, cui volle presente tutta la Comunità di Suore, Orfanelle, esterne ecc. E disse parole di ardente fervore raccomandandoci di farei apostole di questa pia pratica, veramente

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Salesiana, tutta di Don Bosco. E fu Lui il primo a cercare il gruppo delle Zelatrici e delle Promotrici cui facevano capo altre belle e care attività, per la diffusione della divozione al S. Cuore.
Affiancate a queste Opere erano: Centri missionari, laboratori pro Missioni, scuole serali, mostre per lavori di economia domestica e di altre attività pratiche della donna; formazione di squadre ginniche con regolare programma, orario, divisa, premiazione, partecipazione a gare ecc. Scuole di canto in vasto stile, con intervento ad esecuzioni anche fuori città; gite di sollievo, corsi di Esercizi, giornate di particolare interesse, conferenze Don Bosco per visite alle famiglie povere malate, casse mutue, filodrammatiche, preparazione di teatri, feste ecc... Egli stesso scriveva drammi sacri, li faceva musicare dai Suoi Figli e poi li affidava a noi per l´esecuzione, interessando così una larga cerchia di giovinette, tutte felici di poterlo seguire, tutte prese dal desiderio di essere buone o più buone, per non fare pena al buon Padre, il Quale dí tutte s´interessava col Suo cuore paterno, col Suo gesto riservato, col Suo sorriso che, a volte, tradiva un rimprovero, a volte un desiderio, una raccomandazione, sempre ed a tutte era di conforto e di sprone.
Le belle giornate annuali in gita al Noviziato, che suscitavano tanti santi desideri nel cuore delle fanciulle: per la festa delle spighe, per la festa dell´erede e le lunghe serate in teatro, a cui Egli, già Superiore Maggiore, presiedeva, circondato, quasi soffocato, da quel piccolo mondo che aveva preso posto vicino a Lui, e Lo acclamava fino al delirio, a volte, senza compassione per la fatica che il povero Padre poteva pure risentire dopo giornate intere di lavoro, di predicazione, di confessionale ecc...
Alle figliole pareva che ognuna avesse dei diritti ineccepibili su di Lui, ed Egli sorrideva e lasciava fare, sempre serbando quel Suo contegno grave e modesto che Lo faceva veramente amare e rispettare insieme.
Che dire del Suo amore alle vocazioni?
Quante ne coltivò! Con quali cure seppe dare vita al pic

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colo prezioso seme gettato da Dio in cuori giovanili che a Lui, ricorrevano! Fu Sua virtù caratteristica, la calma, la discrezione, l´incoraggiamento. Il fiore doveva sbocciare per virtù di Dio, ma Egli, da buon giardiniere, non trascurava nulla per farlo fiorire. Un anno, 17 giovinette entrarono tra le Postulanti dal solo Oratorio di Torino. Tutte avevano avuto da Lui o direttamente o indirettamente aiuti spirituali e forse anche temporali.
I Suoi occhi s´illuminavano di una luce veramente celeste allorchè si vedeva circondato da queste anime vergini, nella freschezza della loro donazione, ed invitava le Superiore ad averne cura, a prepararle con apposito aspirantato, con corsi di studi al tutto particolari e ne intravedeva, quasi direi, ne divinava la riuscita. Il tempo poi Gli dava ragione.
Questo senza enfasi o parole inutili, ma con quel tocco maestro che è proprio di chi sta a contatto con Dio, di chi è santo.
E nel campo della carità materiale? Quante visite alle ammalate povere dell´Oratorio! Angelo di provvidenza, Angelo di pace, Angelo di salvezza eterna! Rincasando, sovente, passava alP Istituto, chiamava la Direttrice e le raccomandava or questa or quella fra le più bisognose. Una sera venne appositamente per dirmi che due povere ragazze erano a letto col tifo, in una soffitta e mancavano di tutto, anche degli indumenti più necessari. Mi consegnò del denaro e mi pregò di provvedere. Egli stesso, già stanco ed anziano (si era agli ultimissimi Suoi anni) era salito lassù, al 50 piano, ed aveva confessato quelle povere figliole le quali, trovandosi in estreme angustie, avevano semplicemente chiamato di Lui.
In questi casi mi pregava di non dire, ma di adoperarmi perché la carità arrivasse a tante povere figliole infelici.
La Sua pazienza era inesauribile. Veramente questa virtù è prova dì santità. Egli non si smentì mai. Le- anime più bisognose, più riottose, esigenti a volte fino all´indiscrezione avevano sempre per risposta una parola di bontà, di compatimento e di perdono.
Fuori la porta del Suo ufficio era gente di ogni genere, che

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trovava facile l´ingresso, ed Egli si rammaricava quando noi, sapendo di qualche oratoriana indiscreta, si cercava di evitargli qualche noia: — Lasciatela venire — era la risposta, e la riceveva con quella bontà che disarma, o che incontrandosi con la prepotenza e la cocciutaggine, confonde e ammonisce senza parlare!
Povero Padre santo! Quanta bontà in quel grande cuore!
L´ultima volta che Lo vidi, il 28 ottobre 1931, nel saluto che Gli feci prima di partire per la mia nuova destinazione, benedicendomi con la più copiosa delle Sue benedizioni, mi soggiungeva: — Ci troveremo in Paradiso!
E non lo ritrovai più, che sulla bara, quasi altare eretto nella Chiesa di Maria Ausiliatrice, ove tutta la folla si pigiava per fargli toccare oggetti, corone ecc... ove gli occhi piangevano lacrime di devozione, e i cuori Lo chiamavano già santo.
Suor Teresa Graziano.
(Ispettrice a Catania).
Catania, 1.ò ottobre 1947.

ESTRATTI DA ALCUNE LETTERE
DEL VENERATISSIMO SIG. DON FILIPPO RINALDI.
«Buona Sr... e figlia in G. C.
... questa mattina avete visto come si edifica un edificio grande ed incrollabile. Don Bosco nascosto, povero, piccolo, trascurato fu scelto a compiere le opere di Dio. Le compie ricordandosi dovunque che chi fa è il Signore.
Mia buona figliuola, fate altrettanto voi e non temete. Il Signore si serve delle cose e persone spregevoli perchè si sappia che è Lui che opera il bene. Pregate per il vostro in C. J. ».
(2 agosto 1918).
« Buona Sr...
... mi fa tanto piacere il proposito di voler santificarvi per poter giovare agli altri. È proprio così; nessuno può dare quello che non ha•. Bisognerebbe avere molto per dare qualche cosa. Di qui la necessità di avvicinarsi a Nostro Signore che è fonte viva di grazie, di virtù, di santità. Lui solo può scaldarci, sostenerci e darci la vera vita.
A Lui perciò avviciniamoci:
1° con le giaculatorie e preghiere;
2° con la meditazione;
3´ con i Sacramenti, specie la S. Comunione.
Coraggio, Sr... perchè la missione di fare delle sante religiose e delle vere Figlie di Maria Ausiliatrice è la più nobile che si possa compiere in questo mondo. È proprio dare anime a Gesù Cristo che come Gesù Cristo si diano poi a salvare le anime.
È una missione per la quale vorrei io vivere e morire. Non

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essendo a me data questa fortuna, spero che Sr... sappia essa apprezzarla e compierla con tutte le sue forze. Non si dimentichi tuttavia che avvicinarci a Gesù è partecipare di tutto quello che è suo, comprese le umiliazioni, l´Orto, le spine, la Croce. Prendi bene, Figlia mia, soprattutto queste cose non lasciandole mai mai vedere a nessuno. Raccomandami al Signore... ».
(Torino, 24 agosto 1920).
« Buona Sr...
. ringrazio le Novizie degli auguri che ricambio. Vedano di rendersi degne della vocazione che loro ha fatto N. S. A voi Sr... ha dato poi una grande missione! Come Egli è venuto dal Cielo per salvare le anime, così ha chiamato voi a continuare l´opera Sua. Ora siete nella Casa di Nazareth a prepararvi degnamente nella vita nascosta, di lavoro, di elevazione a Dio e di obbedienza. Imitino, le Novizie, Gesù quanto sarà loro possibile. G. C. sia sempre avanti ai loro occhi come lo era agli occhi di Maria SS. Maria SS. visse per Gesù, e così debbono fare loro. Fate voi amare G. C. portandole sempre a Lui e facendolo conoscere sempre più... Non altro mi resta a dirvi anche per Sr... Quanto più conoscerà N. S., tanto più lo amerà e tanto meno farà caso del Suo io. Attenta a non perdere un respiro. Pregate per me. Vostro in C. J. ».
(Torino, 20 dicembre 1923).
« Buona Sr...
... sono proprio a Nizza da 20 giorni a partecipare della pietà di questo sacro asilo. Domani ritornerò a Torino con un ricordo incancellabile. Nella pietà ho sentito gli effetti della carità, dell´aria, del riposo e Deo gratias.
Non ho dimenticato Sr... avanti il Signore. Essa ha ora la sua missione tracciata e conosce la via da percorrere. Avanti senza voltarsi indietro. Si corre alla conquista della gloria di Dio e del paradiso. Avanti senza preoccuparci delle piccole spine. Preghiamo vicendevolmente perchè raggiungiamo la meta. In C. J. ».
(Nizza, 14 maggio 1924).

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« Buona Direttrice.
... leggo or ora la triste notizia della morte dell´ottima Sorella e ne comprendo tutta la pena e vi partecipo con tutta l’anima mia.
Come si fa duro il sentiero della virtù in certi momenti!
Come è grave la croce in certi giorni! Vorrei aiutarvi a portarla o almeno vorrei alleggerirvela, ma come riesce difficile; si termina col non fare nulla.
Tuttavia pregherò tanto il Signore per la buona Sorella, per la Mamma, per Sr...
Il Signore aggravando la mano non opprime, anzi provvede al nostro meglio e ci rende dolce il soffrire. Abbandoniamoci nella Sua bontà infinita. In C. J. ». (Torino, 8 giugno 1925).
« Buona Direttrice Sr...
... approfitto poi dell´occasione per farvi i più lieti auguri per S. Teresa. La Santa Madre e la Santa Figlia vi prendano sotto la loro protezione e vi aiutino a raggiungere quella unione con Dio che fu dì ambedue il più grande distintivo. In C. J. ».
(Torino, 14 ottobre 1930).
— « ... Mi rallegro che cominciate presto i vostri Esercizi. Bisogna che segnino un progresso nella sfiducia di sè per confidare di più nel Signore. Vederci più piccoli per vedere più grande il Signore ».
— « ... Prego il buon Dio vi faccia trovare la via della perfezione e della santità. Tutto il resto è vanità ed afflizione di spirito. Se qualche volta costa e fa soffrire il seguire N. S. ricordiamoci, figlia mia, che in paradiso saremo largamente ricompensati. Ben vale soffrire qualche poco qui per godere Dio nell´ eternità. Coraggio! ».
— « Auguri per le vostre feste. Tenete buona compagnia a N. S. G. C. vivo e vero in mezzo di voi come quando era con Maria a Betlemme, Nazareth ed è ora in Cielo ».

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  1. « Coraggio, figliuola, nessuno giunge al Cielo senza sentire la croce. Il giorno che non soffrissimo potrebbe essere mi giorno perduto. Soffre umiliazioni e disprezzi Gesù Cristo. Fortunati noi se in qualche modo fossimo a Lui associati. Faccia del bene, porti a Dio le anime ».
  2. « Il Sac. F... R... prende viva parte a tutte le feste che le Figlie di M. A. fanno in onore dell´Immacolata. Prega questa buona Madre a benedirle con le loro Superiore ed alunne. Spera che, tutte insieme, fedeli alla consegna del Beato Don Bosco, non solo onoreranno con le parole la Tota Pulchra,

 Virgo gloriosa et benedicta super omnes speciosa, salde decora, ma che andranno a gara per correre dietro i Suoi esempi di santità ripetendo col fatto ogni momento: Post te curremus in odorem unguentorum tuorum, sancta Dei Genitrix. Amen, così sia e si ricordino anche del sottoscritto ».
(8 dicembre 1930).

  1. « Buon Viaggio.

Soli Deo honor et gloria. Noi, che siamo sempre figli, servi, schiavi della Sua infinita carità.
Allegria! In C. 3. ».

  1. « ... Domani seguirò dalla mia camera la giornata Eucaristica dell´Oratorio.

Uniti´ a N. S. diamo onore e gloria alla SS. Trinità e preghiamo perchè sia dalla nostra gioventù meglio compreso lo spirito di pietà che è una unione più intima e vera con Dio per mezzo di N. S. G. C., vivo nell´Eucaristia. In C. J. ».

  1. « Vedere, sentire, avere tutte le miserie, tutti i difetti, tutte le impotenze e colpe, e gettarsi, con una ignoranza somma nel Cuore di Gesù, ma piena di confidenza filiale, è il più bello omaggio che possa offrire a N. S. una creatura che si è consacrata a Lui e vorrebbe consacrarsi ogni momento mille volte ».

Don Filippo Rinaldi

MEMORIE DEL COMPIANTO E VENERATISSIMO
DON FILIPPO RINALDI.
Veneratissimo Padre [Don Ricaldone],
E’ un dovere di riconoscenza filiale ed un bisogno irresistibile del cuore che m’invita a rispondere al suo appello,  Veneratissimo Padre, per contribuire, sia pure in forma meschina, ad accrescere il cumolo (li preziose memorie ch´Ella a quest´ora ha già raccolte, fra le falangi innumerevoli di anime amate, beneficate e santificate dal loro veneratissimo e compianto Superiore scomparso, Don Filippo Rinaldi.
Ho avuto la fortuna di godere della sua direzione spirituale sin dalla più tenera età. Egli fu la mia luce, il mio consigliere, la mia guida, ed ogni istante, torbido della mia vita fu sempre soavizzato dall´incanto dolcissimo del suo consiglio, persuasivo sempre perchè sempre ispirato  a sentimenti elettissimi di fede e di carità, ed equilibrato sempre da un senso pratico non comune, e da una prudenza impareggiabile.
Religiosa Figlia di Maria Ausiliatrice e missionaria da venticinque anni nell´ America del Nord, ancor mi risuona nell´orecchio il suono dolcissimo di quella voce paterna, e nel tesoro immenso di consigli accumulati nel mio cuore e nella memoria, ancor trovo la soluzione ai problemi quotidiani che l´adempimento della mia missione mi presenta.
Mi è impossibile dir tutto. Certe pagine intime, rivelate, perdono il profumo, Sono e saranno note solo a Dio. Cercherò di spigolare qua e là e riportare quel poco che mi sia sufficiente per dimostrare com´io ben a ragione Lo veneri nel santuario

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del mio cuore, non solo come Padre amatissimo, ma come un vero Santo del buon Dio, la cui protezione invoco e spero.
Padre e Guida.
La sua paternità era così tenera ed evidente da non venir mai meno, e si rivelava in mille espressioni di bontà che gli fiorivano sul labbro, nello sguardo affabilissimo, nel tono della voce. In tatto l´atteggiamento della persona, un poco curva sotto il peso degli anni e degli affanni, e forse anche pel continuo chinarsi a sollevare le miserie dei piccoli... come me. Ero una ragazzina come tante, dell´Oratorio di Torino, e non sempre era un vero bisogno che mi spingeva a Lui, per rubargli non solo il tempo del Confessionale (a cui dedicava non so quante ore ogni mattina) ma anche le ore d´ufficio.
Quante volte Egli non lasciò un´anticamera piena di gravi visitatori, per attendere a me, ai miei fastidi e sfoghi infantili, con tutta la calma e 7a, dolcezza di un padre che non ha altro da fare, e che anzichè abbreviare, invita a dir di più, a sedere ancora un po´, per assicurarsi che il colloquio ha ritornata la calma e la felicità, e sanata una ferita sia pur immaginaria, d´una sua bimba.
Oh, la dolcezza di quello sguardo che mi sorrideva caratteristicamente di sopra agli occhiali, l´incanto di quel semplice « sii buona », « facciamoci santi », « niente ti turbi », « quando hai fastidi portali a me », ecc.; il fascino di quella benedizione che Egli mi dava, a suggellare il colloquio, dopo che con tutta l´effusione del mio affetto riconoscente, baciavo ripetutamente quella Sua grande mano benefica, pronta sempre a soccorrere e ad asciugare ogni categoria di lacrime!
Ei mi fu padre e guida nei mille pericoli che una vita di studente e d´impiegata, in una città come Torino, mi presentava ad ogni pie´ sospinto. Lo fu più tardi, nelle ore oscure di sofferenza, quando la morte orbò la mia famiglia delle persone più care e le pene e le contrarietà s´addensarono su di me, che, giovinetta inesperta, restai a capo della famiglia, con tenere sorelle, che senza di Luí, non avrei saputo guidare.

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E lo fu più ancora quando, giunto il momento di realizzare la mia vocazione, spaventata da difficoltà che parevano insormontabili, avrei forse indietreggiato, senza la sua parola autorevole e calma, che mi additava la via in modo chiaro e decisivo, cercando, in tutto e sempre, il vero bene della mia anima e la volontà del buon Dio.
A Lui debbo tutti i sereni ricordi d´una pura giovinezza, a Lui il benessere morale e spirituale della mia famiglia, a Lui il conseguimento della mia vocazione, a Lui ancora la mia perseveranza.
Sì, anche la mia perseveranza, poichè l´espressione del Suo paterno affetto giunse a me ripetute volte anche oltre l´oceano, in brevi, ma preziosissime lettere che gelosamente conservo, ricevute sempre nel momento del bisogno, e recanti sempre il raggio della volontà Divina e l´invito irresistibile a nuove ascensioni.
Parole e scritti.
Ho un prezioso quadernetto, sul quale, conscia della, santità della mia guida, appuntavo ogni volta, il più letteralmente possibile, quelle fra le sue espressioni che più mi impressionavano e che pensavo mi sarebbero state utili anche in avvenire. Ne riferisco alcune, che dimostrano l´elevatezza di quella Sua anima eletta.
Essere santa vuol dire fare la volontà di Dio, e questa si fa adempiendo rettamente il proprio dovere, in ogni istante del giorno.
Fare il proprio dovere con semplicità, con volto sereno, è l´omaggio più gradito che possiamo fare a Dio, e la via migliore per santificarci.
Non è perfezione maggiore una disciplina o un digiuno impostoci di nostra propria volontà, che una giornata di lavoro fatto per volontà di Dio.

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Il fervore è dato da Dio nella preghiera come il gusto alle vivande, affinchè c´invitino a mangiare; ma come non è il gusto che dà nutrimento, bensì la vivanda, così non è il fervore che ci forma, ma la sodezza e la costanza nell’operare.
Per stabilire la nostra unione continua con Gesù è indispensabile una continua mortificazione. La mortificazione dei sensi dobbiamo cercarla da noi, tenendo a freno gli occhi, le orecchie, la lingua, l´odorato, il tatto e tutta la nostra persona, concedendoci meno soddisfazioni possibili. La mortificazione dello spirito ci viene offerta dalle occasioni e dalle persone con cui viviamo.
Se siamo di Gesù. Egli può far di noi ciò che Gli piace. Inebriandoci del Suo amore ci fa sentire che ci vuole; lasciandoci freddi ed in tentazione, prova la nostra fedeltà.
Saper meditare è una grande scienza che spinge alla perfezione.
Scoraggiarsi deí propri difetti significa mancanza di fede in Dio, troppa confidenza nelle proprie forze.
da preferirsi l´essere ingannati che l´ingannare. La semplicità è il distintivo dei santi.
L’arte fina del demonio l´aggrovigliare matasse e far vedere tutto torbido intorno a noi, perchè dal torbido egli può sempre pescare qualche cosa, non fosse che l´omissione di qualche opera buona, impossibilitata dalla mancanza di fermezza della mente. Niente ti turbi. Le nubi nascondono lo splendore del sole, ma il sole non scompare per questo, anzi, riappare più bello al termine del temporale.
Le opere sante devono assoggettarsi anche al contrasto dei buoni. Che t´importa la disapprovazione degli uomini, quando hai l´approvazione di Dio?

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Servi il Signore con mani pure, e non preoccuparti di di quanto si dice attorno a te.
Amare il Signore quando il cure è calmo e sereno, quando siamo allegri e tutto c´invita a Lui, non è gran merito. E invece merito lo star uniti ugualmente a Lui quando tutto ci distrae, ed in noi stessi è irritazione e sconcerto. In questi momenti si distingue la virtù vera.
Il fervore sensibile è un dono dell´amore di Dio; la costanza nell´aridità è il nostro ricambio.
Solo chi persevera è saggio e si fa santo.
L´affetto è un mezzo che Dio ci dona per condurci vicendevolmente a Lui. Tanto più amiamo e siamo amati, tanto maggiore è il bene che possiamo fare. Attenzione però di non concentrare l´altrui affetto su di noi, solo per noi. Dobbiamo essere scale che innalzano a Dio.
Il bene fatto alla gioventù genera frutti moltiplicati.
Gesù nel rappresentarci la vergine, ce la presenta con la lampada accesa. Il giglio non fiorisce se non è esposto ai raggi cocenti del sole. Non vi è verginità se non vi è carità.
L´umiltà non deve impedire la carità.
Chiedi pure la Croce a Gesù, ma chiedigli anche la forza per portarla.
Se la bocca parla dall´abbondanza del cuore, non sono queste espressioni sufficienti a dimostrare come nel Suo gran cuore ardesse vivissima la carità, e come la Sua vita fosse una realizzazione continua dell´unione con Dio del Beato Don Bosco, ed una continua aspirazione alla perfezione´?
Senza dubbio era pur dotato di spirito profetico e divinatore
32 - CERIA, SaC, Filippo Rinaldi.

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Potrei dire di mille volte in cui il Suo sguardo mi scese in cuore a trovarne i segreti, prima che il mio labbro osasse rivelarli. Ma queste sono appunto le pagine occulte, che non è lecito svelare. Altri fatterelli sono citabili.
Avevo circa 10 anni, quando un giorno, essendosi Egli interessato dei miei studi, venne a sapere che avevo avuto qualche lezione di lingua inglese, ma che poi, per incostanza giovanile, avevo lasciato. Mi guardò seriamente, concentrandosi alquanto. Poi...: « Converrà che tu riprenda questo studio, perchè ne avrai bisogno. Anzi, sarei contento, se cominciando da domani, dirai le preghiere del mattino e della sera in inglese... ». Restai imbarazzata, specialmente per quanto riguardava la seconda parte, che mi garbava assai poco. E poi, come e quando avrei avuto bisogno dell´inglese? Non discussi però, e solo azzardai dí dirgli timidamente che non avevo nessun libro di preghiere in inglese. « Io te ne darò uno », fu la risposta. E mantenne la parola. Dopo circa dieci anni, quando le Superiore mi destinarono agli Stati Uniti, compresi « come » e « quando » avrei usato l´inglese, e mi pentii di non aver obbedito con più prontezza e costanza.
Eravamo un gruppo di giovinette dell´Oratorio, tutte dirette dalla Sua bontà paterna, che, infervorate dal Suo zelo, sentendo vivo il desiderio dí far del bene, iniziammo una piccola Lega del Sacro Cuore, che aveva per scopo la promozione della Comunione frequente.
A me, che più ardita, interpretava i sentimenti del gruppo, disse ponderatamente e chiaramente: « Approvo e benedico la vostra Lega. Fate in _Nomine Domini. Ma per impegnarvi in tale opera, è necessaria l´accettazione volontaria di qualunque sofferenza. Avrete malintesi, contraddizioni e croci. Inutile cominciare se non siete disposte ad affrontare tutto con serenità e calma ».
Non intesi il significato delle Sue parole se non in modo astratto ed. oscuro. Sofferenze? Ma se tutto, animato e diretto dal Suo spirito prudente e soave procedeva così bene, così trionfalmente; se tale dedizione non era per noi che causa di soddisfazioni soavissime e di purissime gioie?

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Ma venne l´ora della sofferenza, dell´incertezza, del malinteso. e fu per tutte, e per me particolarmente, un´ora di prova dolorosissima, permessa dal buon Dio. Allora ricordai le parole del buon Padre, e mi persuasi che il Signore concedeva a quell´anima tutta Sua, dei doni veramente particolari.
Ravvivai la fede e la confidenza. La piccola Lega vacillò, pericolò, parve scomparire, sciogliersi nel furore della tempesta, ma solo per ricomparire più forte, più purificata, più esperiente, e fare, più tardi, quando io ero già lontana, larga mèsse di anime, a gloria del Cuor di Gesù, sorretta sempre, vivificata sempre dalla Sua direzione prudente e santa, previdente e sicura.
Un´altra volta, accettando paternamente il mio caldo invito, venne Egli stesso per la Consacrazione della nostra famiglia al S. Cuore di Gesù. Recitata la preghiera rituale, ci rivolse poche parole occasionali, fra cui ricordo questa espressione: « Il Cuor di Gesù, simbolo di carità e d´unione, è posto qui, nella vostra casa come un segno di separazione ». Separazione? La parola, pronunziata con intenzione e con un certo senso di mestizia, mi ferì come una spina. Ma la « separazione » avvenne, pochi mesi dopo, quando la famigliuola, si sciolse e ciascuna delle sorelle superstiti seguì la propria vocazione, cosa che pur pareva in quel tempo lontana e irrealizzabile.
Novizia fra la Figlie di Maria Ausiliatrice, sentii forte in me la vocazione missionaria, benchè con tutte le forze cercassi di reprimerla e persuadermi che non fosse vera.
Ma quando da quelle labbra che pur pesavano e contavano le parole uscì la sentenza: « Andrai lontano, attraverserai l´oceano... » non ebbi più dubbio alcuno e chinai il capo, ringraziando, benchè fra lagrime, il Signore.
Dolorosissimo fu per me il separarmi da Lui che fino ad allora era stato tutto per me. Era il Gennaio 1923, e stavo per partire per gli Stati Uniti. « Dove e quando La rivedrò?» Mi guardò col Suo sguardo dolce, velato da una lagrima di commozione. Il Suo silenzio mi strinse il cuore e... compresi. « Dove e quando ci rivedremo? » egli chiese a sua volta, ed attese la mia risposta per vedere se avevo compreso la sua.

« In Paradiso? » chiesi titubante, fra il timore e la speranza di essermi ingannata. « Sì, — Egli proseguì, — in Paradiso! — e per addolcire la sentenza, aggiunse, — prima della fine del secolo ».
Oh Padre Venerato, una parte di questa Tua ultima profezia si è già avverata. Tu già fosti rapito dagli Angeli alla gloria del Paradiso. Non ti rivedrò più quaggiù. Oh fa´ che pur la seconda si avveri, ed io pure ti raggiunga colà dove non vi sarà più separazione!
Termino trascrivendo alcuni brani di lettere scrittemi di Suo pugno, in occasioni diverse.
... Ricordiamoci che la croce deve essere la nostra porzione. Amiamola ed attacchiamoci ad essa, affinchè possiamo redimere noi e molte anime. (Ottobre 1922).
... Il lavoro indispensabile per salvare le anime porta facilmente alla dissipazione, se non amate molto di più Nostro Signore che le creature e se non vedete solamente Gesù nel cuore delle creature che vi sono affidate. Se vedete solamente in loro nostro Signore sopporterete tutto senza disanimarvi e senza soffrirne nello spirito. Perciò fate bene la meditazione, la visita a Gesù Sacramentato, e vivete unita a Dio sempre. Coraggio Sr... facciamoci santi a tutti i costi! (Gennaio 1924).
In tutto noi cerchiamo solo Iddio e la salute delle anime, mai la vanità e la gloria umana. Attenta, figlia mia, attenta. Non dobbiamo dare un pensiero, un respiro, un battito del cuore ad altri fuori che a N. S. Gesù Cristo. Per Lui studiare, lavorare, insegnare, patire, essere disprezzati, morire, ma col sorriso sulle labbra e la gioia nel cuore di essere solamente di N. S. Gesù Cristo... (Marzo 1924).
... Il tempo passato deve lasciarci migliorati e ricchi di tesori che nè il ladro, nè la tignuola, possano distruggere... (Luglio 1925).

— SO: –
... Tutto passa quaggiù; solo Iddio resta in eterno. Restiamo nell´amore di Dio, anche distruggendo noi stessi... (Marzo 1927).
... Il darsi per fare del bene è una necessità se amiamo davvero il Signore. Voglio credere che lavori mossa proprio dall´amor di Dio. Che vuoi, mi sta tanto a cuore che ami il Signore. Ogni giorno di più mi convinco che solo questo è un bene, anzi l´unico bene, e che il colmo del bene è amare la croce e Gesù, nascosto nell´Eucaristia. (Gennaio 1928).
... La croce è la via del Cielo; qui vult venire post me, tollet crucem santi. Colla croce siamo in buona compagnia. Ciò non toglie che il Signore ci aiuti Lui a portarla ed a farla diventar dolce, soave, cara, e la nostra consolazione e gloria...
... Anche Don Bosco ebbe le sue croci, ma non dimenticiiamolo che le portò col sorriso sulle labbra e colla piena confidenza nel Signore... Facciamoci santi anche noi, cercando di vivere della sua vita attiva per la salute delle anime, ma sempre raccolta, come voleva San Paolo, in N. S. Gesù Cristo, talmente che mangiando, bevendo, lavorando, predicando, ecc. il suo vivere era Gesù Cristo. (Aprile 1929).
... Studi, scuola, lavori, pene e consolazioni siano tanti gradini per innalzarci ed avvicinarci a Nostro Signore, che dobbiamo conoscere, amare e servire meglio che ci sia possibile in questo mondo. (Settembre 1929).
... L´amore del Signore regna nella sofferenza, trionfa nel.), umil tà. (Novembre 1929).
... Questa arriverà quando sarai già unita a N. S. Gesù Cristo coi S. Voti Perpetui. Deo Gratias! L´incorporazione con Nostro Signore si può ora dire perfetta se all´atto esteriore va unita la unione di pensiero, di cuore, di anima a Chi è la Vita vera, la Luce degli uomini, la Misericordia, la Bontà, l´Amore infinito.
I S. Voti che sono la dedizione e consacrazione assoluta

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di se stesso, cioè dell´anima con tutte le sue facoltà e del corpo con tutti i suoi cinque sensi, vengono a formare un vincolo tale della creatura col Creatore che li fa vivere della medesima vita.
La vita interiore, la vita spirituale, la vita eucaristica, in un religioso che capisce quello che è, diventano una cosa così comune, che la vita esteriore è solo un mezzo per dimostrare a Dio la buona volontà, la nostra docilità ai Suoi disegni. Conviene perciò che d´ora innanzi sappia essere sempre presente ed unita a Nostro Signore che vive in te. L´unione con Dio sul lavoro, nella ricreazione come nella preghiera, come davanti l´Eucaristia•. L´unione con Nostro Signore di giorno, come di notte, vegliando e dormendo. L´unione facendo sempre nelle sofferenze ed umiliazioni la volontà di Nostro Signore, come nella esuberanza dell´allegria. (Agosto 1930).
Mi fece tanto piacere la notizia che si comincia una vera missione in Tampa, dalle Figli di Maria Ausiliatrice. Deo Gratias
La nostra piccola esistenza deve essere consumata pel Signore e per le anime. Servitevi di tutti i mezzi che non sono cattivi per ottenere lo scopo. La scuola, i divertimenti, la chiesa, l´educazione, i grandi, i piccoli, l´Italia (con discrezione) e l´America; ma soprattutto del Beato Don Bosco, Maria Ausiliatrice e Gesù Sacramentato.
Coraggio ne´ momenti difficili, ma coraggio che vuol dire fede, speranza, carità, che metta in azione tutte le industrie ed il sacrificio completo della propria persona.
Ecco un programma illimitato come lo zelo delle anime ardenti di amor di Dio. -
Cercatelo nella pazienza, volendovi bene tra di voi sorelle, compatendovi, chiudendo gli occhi sui difetti vostri che vi sforzerete di convertire in virtù. Sono tanto contento di cod esto campo immenso da dissodare; prego tanto per voi... (Dicembre 1930).
Ringrazio il Signore del bene che avete potuto fare a Tampa

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durante l´anno scolastico u. p. P la prima prova a stile missionario che tentate negli Stati Uniti. Essa deve insegnarvi a fare di più e meglio. Il perfezionamento verrà in seguito, ma bisogna cercare non il perfezionamento delle vostre comodità, ma dell´azione, per arrivare a più anime giovanili abbandonate a se stesse. Avviene sovente che al principio le missionarie si adattano a tutto, ma poi poco alla volta, con buoni pretesti, temperano il loro zelo e diminuiscono il bene. Attente, buone figliuole?...
Come è buono il Signore! Vorrei dire tante cose ma non posso. Mi manca il tempo;....
Preghiamo perché un giorno possiamo trovarci riuniti in Paradiso. Colà saranno finiti i timori, le malinconie, e tutto sarà felicità ed amore. (Agosto 1931).
Ho terminato di « spigolare ». Se volessi continuare compilerei un volume. Egli non necessita di questo mio contributo, perché già gode del premio pel bene fattomi, ma a me incombe il dovere della riconoscenza.
Obb.ma
Suor Cecilia Lanzio
Figlia di Maria Ausiliatrice.
Patersou, 17 aprile 1947.

IV.
ALCUNI RICORDI EDIFICANTI
DEL COMPIANTO DON FILIPPO RINALDI.
Avevo circa undici anni quando ebbi la grazia d´incontrarmi per la prima volta con Don Rinaldi nell´Oratorio festivo delle Figlie di Maria Ausiliatrice in Torino. Tutte lo chiamavano col caro titolo di « Signor Direttore », tutte gli correvano incontro festosamente, come figlie al proprio Padre. La sua figura austera, ma tanto paterna nello stesso tempo, il sorriso buono e il suo sguardo che si posava specialmente sulle più piccole mi fecero subito pensare a Don Bosco, di cui già avevo sentito parlare; mi avvicinai timidamente come tutte le altre a baciargli la mano e sentii il suo sguardo a posarsi sopra di me, forse perché non mi aveva mai vista (che le conosceva bene tutte le sue birichine). Quello sguardo accompagnato da un sorriso tanto paterno mi conquise, e, subito dopo, chiesi ad una Suora: il Sig. Direttore non confessa? Mi venne indicato il luogo dove Egli confessava nella grande Basilica di Maria Ausiliatrice. D´allora Egli divenne il Padre, il Direttore, la Guida della mia povera anima, per circa vent´anni.
La Sua direzione spirituale, semplice, piana, Salesiana in tutto il senso della parola, soave e forte nello stesso tempo, chiara. Pochi minuti bastavano a chiarire la situazione della coscienza che si apriva spontaneamente al tocco della Sua parola facile e buona: non si poteva nascondergli nulla, non solo, ma si voleva e si poteva dirgli tutto. I Suoi consigli erano brevi, ma sempre appropriati, si traducevano in un proposito pratico e sicuro, sempre diretto a formare sodamente e ad estirpare quanto doveva essere tolto. Più che alle mancanze dava molto importanza all´atteggiamento abituale dell´anima, e ne aiutava a sostenere la parte più debole e consigliava i mezzi

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per irrobustirla. Mortificazione - umiltà - Sacramenti - meditazione - buone letture. Le penitenze sacramentali brevi erano quasi sempre giaculatorie, da ripetersi varie volte in tempi stabiliti della giornata o della settimana; avevano così pure il fine di ricordare i consigli del Confessore e la pratica dei propositi.
- Mai parole inutili, domande inopportune; sempre incoraggiante, ma fermo; sempre paterno, ma forte. Talvolta dopo la confessione richiedeva un punto della meditazione fatta, e il proposito ricavato dalla medesima; aiutava così l´anima alla riflessione e soprattutto ad un lavorio spirituale serio e sodo.
Ho detto della meditazione. A questa pratica tanto salutare m´indirizzò ben presto. I libri di meditazione erano da Lui indicati e generalmente consigliava i volumi del Moncourant. Voleva che se ne leggessero poche pagine, talvolta anche una sola, Ma, attentamente. Voleva dessi molta importanza alla considerazione del quanto letto, all´applicazione e soprattutto al proposito pratico. Quanta pazienza usò con me il Buon Padre, per indirizzarmi in questa pratica!
Esigeva poco per volta, non faceva confusioni, voleva soprattutto che si venisse al pratico: il dovere compiuto bene, il proprio dovere di figlia, di scolara, di oratoriana, d´impiegata, ecc. Non cose ideali, ma il bene compiuto sempre semplicemente e praticamente nel proprio campo con i mezzi che ne dava il Signore. Voleva che la coscienza fosse retta. Quante volte mi sono sentita ripetere il « cammina alla mia presenza e sii perfetto » della Sacra Scrittura! Camminare alla presenza di Dio, senza badare a quanto diranno o penseranno le creature; la verità nella carità; ma sempre la verità.
Abituava al sacrificio, senza dare molta importanza. Quando andava a Lui per manifestargli pene o contrasti, questi, secondo Lui, erano sempre cose da poco; e non per mancanza di comprensione teneva questo contegno, poiché io sentivo di essere ben compresa, specialmente per i consigli paterni che ne venivano, ma perché voleva crescermi spiritualmente forte. Diceva: « 11 vero cristiano, come il buon soldato, non deve mai lasciarsi far paura dalle battaglie ». E fu gran fortuna che mi abituò da giovane a questi combattimenti, che la vita

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ne riserva sempre dei nuovi e più crudi. Ma il poter attingere in ogni evenienza nel tesoro ben prezioso di un patrimonio spirituale lasciato da un Santo, è pure una grande gioia e Dio volesse che sapessi sempre approfittarne!
Nella formazione spirituale dava pure molta importanza all´apostolato del bene in mezzo alle anime, ovunque. Ho già detto che la. Sua era una formazione pratica, alle parole i fatti dovevano corrispondere.
La famiglia, la scuola, il lavoro, l´Oratorio, erano tanti campi di apostolato, da compiersi dimenticando i propri interessi per il bene altrui. Citerò alcuni fatterelli.
In famiglia, qualche piccolo contrasto con le sorelle; ma chi doveva cedere ero sempre io, alla maggiore perchè doveroso, alle più piccole per il buon esempio.
I tempi correvano tristi, la vita imponeva sacrifici, nella giornata piena di lavoro per far fronte ai bisogni della famiglia, c´era l´assistenza alla mamma ammalata, alle sorelle più piccole; ma per Lui era tutto dovere e dovere da compiersi serenamente e possibilmente con gioia!
Non voleva che ci « misurassimo » (1) e quindi, alla sera dopo il lavoro, insisteva perchè, in quelle, che dalle Suore non c´era la scuola serale, invitassimo in casa nostra a gruppi le figliuole, a lavorare, diceva, a cantare. « Fate quello che volete, ma tenetele vicine! »
Anche nell´estate, quando un breve periodo di sollievo pareva necessario, consigliava che anche questo lo facessimo fruttare, e nel piccolo ridente paesello montano di Coassolo Torinese, dove si andava per qualche giorno a respirare un po´ di aria salubre, volle che si iniziasse una specie di oratorio fra le ragazze, con teatrino e centro dell´opera del S. Cuore. Quelle buone figliuole corrisposero tanto che di quando in quando, venendo qualcuna a Torino, non mancavano di fare una visitina anche al Buon Padre, per dargli il resoconto del loro lavoro, e Lui, con tutte le Sue preoccupazioni, le seguiva con tanta bontà e interesse paterno!
(1) Misurarsi qui vuoi dire risparmiarsi scansando la fatica. (N. d. e.).

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Come- Don Bosco.
In una via presso il Santuario di Maria Ausiliatrice un operaio (mio padre) che lavora nella sua piccola botteguccia di calzolaio. Don Rinaldi sa che quell´uomo, retto, naturalmente buono, laborioso, di null´altro desideroso che del bene della propria famiglia, ha bisogno di rafforzare i suoi contatti con Dio. Don Rinaldi quasi settimanalmente passa nel giorno e nell´ora più propizia a fa-re una visita, da amico, al buon papà. Non sdegna di sedersi accanto a lui presso il suo deschetto e gli parla da padre, da fratello, s´informa dei suoi affari, partecipa con interesse da tutte le sue pene e difficoltà, lo benedice e lo lascia contento.
Alla sera, quando la famiglia si riunisce attorno al focolare, il buon papà è più sereno, quasi allegro, e s´indovina: « Oggi ho avuto una visita di Don Rìnaldi e quanto ci siamo parlati e ci siamo intesi! Don Rinaldi è un Santo come Don Bosco! ». Chissà quante volte il Buon Padre avrà forse ridonata la grazia di Dio a quell´anima là presso il suo deschetto!!!
Padre!
Lo fu per noi specialmente, quando il Signore chiamò a sè la nostra cara Mamma. Essa ci lasciava, quando di lei nella vita avremmo avuto più bisogno. Il Buon Padre l´assistette fino all´ultimo istante, pianse con noi, e ci confortò tanto, quando, dopo pochi minuti ch´essa era volata al Cielo, ci disse: « Ho promesso a vostra madre che avrei avuto cura di voi. Io da essa vi ho ereditate ». E come mantenne la sua promessa, pur con un riserbo di Santo!
Quante volte più avanti negli anni, già religiosa, andavo da Lui, per consigli, per riversare nel Suo grande cuore tutte le mie rosette! Al termine del colloquio, quando, ricevutane la paterna benedizione, lo ringraziavo con tutta l´effusione di figlia riconoscente, Egli rispondeva sorridendo paternamente: « Ma non vi ricordate che io vi ho ereditate? ».

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Anche nel periodo della cosiddetta « febbre spagnola », nella circostanza dolorosa della morte di una cara sorella tredicenne, avvenuta sei mesi appena dopo la morte della mamma•, Don Rinaldi ci seguì con bontà impareggiabile. E, con noi, centinaia di oratoriane colpite dalla sventura possono attestare la stessa cosa. Con tutte le occupazioni e preoccupazioni del suo gravoso ufficio di Prefetto Generale, trovava modo di accorrere e portare a tutte, non solo il conforto della Religione e della Sua presenza, ma all´occorrenza di provvedere al necessario per le care ammalate! Oh, se tutte le beneficate d´allora potessero parlare, un coro di benedizioni salirebbe a glorificare il Direttore e Padre, che, non badando alle mille difficoltà e forse anche alle incomprensioni, spandeva a piene mani, nel silenzio e nascondimento, i tesori della sua carità, confortando, sollevando e, molte volte, riportando al Signore le anime, vinte dalla Sua generosità disinteressata!
Rimaste orfane e sole, quasi ad invocare una protezione particolare sulla nostra piccola abitazione rimasta semivuota, pensammo di consacrarla al S. Cuore di Gesù, con un´intronizzazione solenne! Invitammo per questa circostanza il Sig. Don Rinaldi, che, sempre prudente, accettando, manifestò il desiderio che vi prendesse parte anche la Direttrice dell´Oratorio. E venne il bel giorno tanto sospirato, l´angusta, modestissima, ma tanto cara abitazione, che aveva visto il versarsi di tante lacrime, ordinata a festa, con al posto di onore il bel quadro del S. Cuore, attendeva il Direttore per la consacrazione. Giunse, il Buon Padre, come Gesù alla casa di Betania, contento di portare il suo conforto e, come diceva. Lui, di rappresentare i cari scomparsi. Dopo le preghiere della consacrazione tenue un breve discorsino. Fra l´altro disse chiaro: « In tutti i luoghi dove s´intronizza il Cuore di Gesù, Egli rimane Re, Padre, segno di unione nella famiglia. Questa intronizzazione invece segna in questa casa divisione dei suoi membri, perchè avvenga quella unione più perfetta in Lui, che è lo Sposo delle anime fedeli ». E così avvenne! Dopo qualche mese ognuna di noi lasciò il piccolo nido tanto amato, per seguire la voce di Dio. La famigliuola veniva dispersa, ma il

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Cuore di Gesù regnava nei nostri cuori, e ci univa con il vincolo ben più nobile e santo della vita religiosa!
Alcune profezie avverate!
Un giorno la sorella maggiore giunge a casa con un libro delle preghiere proprio delle Figlie di Maria Ausiliatrice, in inglese; me lo fa vedere e mi confida: « Don Rinaldi mi ha fatto questo dono, e vuole che ogni mattina incominci a dire le preghiere in inglese per abituarmi ». La lingua inglese l´aveva un po´ studiata nelle prime classi medie. Io sorrido e la guardo come per farle una domanda; ma la sorella mi risponde: « Don Rinaldi vuole così, e così sia. Lui certamente ne saprà il motivo, a me conviene obbedire ». Nell´anno 1922 la sorella, già Novizia tra le Figlie di Maria Ausiliatrice, viene a casa per avere il permesso dal papà di andare in Missione e per riprendere il caro libriccino che le doveva ben servire ed essere caro per tutta la vita. Partiva per gli Stati Uniti, dove si trova tutt’ora!
Un anno dopo circa, alla vigilia della mia entrata in religione pure tra le Figlie di Maria Ausiliatrice, un forte dubbio m´assale. Da mia Madre morente avevo ricevuta in eredità la tenera sorellina di cinque anni appena. L´aveva consegnata a noi sorelle, come un sacro deposito e la cara morente, facendosi promettere che l´avremmo seguita e tenuta sempre con noi, posava su di me con insistenza, più che sulla sorella maggiore, il suo sguardo, forse presaga della missione che l´avrebbe portata lontana. Più volte, trovandomi sola con Essa, le avevo fatto formale promessa che alla piccina avrei pensato sempre e che l´avrei seguita in tutte le vicende della vita. Questa promessa era per me come cosa sacra e il pensiero di lasciare la sorellina ad altri mi tormentava il cuore: mi pareva dì venir meno ad un grande dovere assunto.
Esposi filialmente i miei dubbi e ansie al Venerato Don Rinaldi, che, sentita la cosa, sì mostrò pensoso, ristette un momento, e poi, guardandomi con uno sguardo da Santo, che io non dimenticherò mai più, mi rispose con molta calma, co

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me soleva rispondere Lui, specialmente nelle cose di una certa importanza: « Sta´ tranquilla, ho considerato bene la cosa, il Signore chiede ora ad entrambe il distacco, ma penserà Lui a riunirvi, e tu potrai assolvere fino alla fine la promessa fatta a tua Madre ». La risposta era scultoria, dissipò in me ogni dubbio ed io entrai fiduciosa nell´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, sicura che quanto mi aveva detto il Buon Padre era formale volontà di Dio.
Intanto Lui paternamente buono, nonostante fosse già Rettor Maggiore, seguiva la tenera sorellina. Ora le faceva giungere un libro, assegnandole il compito di farne il riassunto, oppure di comunicargli qual cosa del libro medesimo l´avesse più. colpita. Ne studiava così i sentimenti interni e la correggeva e l´aiutava a formarsi. Talvolta invitava la piccola studente a passare qualche istante nel Suo Ufficio, come se si fosse trattato di un grande personaggio. Era un´anima, da conservare e portare a Dio e questo bastava al Suo cuore di Padre e di Apostolo!
E la piccola studente, oratoríana, crebbe alla Sua scuola, fervente cristiana e nel 1930 entra anch´essa a far parte dello stuolo delle Figlie di Maria Ausiliatrice. La giovane postulante viene mandata per la prima prova a Chiari, dove già io mi trovavo in qualità di assistente delle postulanti. Ho così avuto modo di seguirla passo passo nel primo periodo della vita religiosa, in seguito dall´obbedienza vengo trasferita al Noviziato, e per 2 anni ancora mi viene data la dolce consolazione di essere al lato della sorella e accompagnarla all´altare per la sua totale consacrazione al Signore. Consideravo già questa grazia, come il compimento della promessa fattami dal Santo Don Rinaldi; ma no, che il Signore mi riservava più tardi il conforto di aver adempito in pieno la• mia promessa!
Nel 1941 la sorella ritorna dalla Sicilia a rivedere il Padre, grave. Sulle mosse per ripartire, la coglie un malanno che le impedisce di ritornare al suo campo di lavoro. Le Superiore la trattengono in Piemonte. Nel Maggio 1945, la sorella viene trasportata alla casa di cura di Villa Salus, dove per bontà delle Superiore mi è dato (li poterla seguire in quell´ultimo

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periodo! Nonostante i disagi e le difficoltà del momento tanto burrascoso per il nostro caro Piemonte, più volte posso recarmi dalla cara ammalata e per grazia singolare mi trovo vicino ad essa proprio negli ultimi giorni e posso accompagnarla fino alla soglia del Cielo! In quell´ora satura di dolore ho sentito il Santo Don Rinaldi presente, nella persona di un venerato Superiore che tanto conforto donò alle anime nostre, e con il Suo spirito, nell´adempimento completo della sua promessa profetica.
Le anime soprattutto!
Si può asserire che, quasi tutte le oratoriane, ed era l´oratorio molto fiorente, erano pure sue Figlie Spirituali. Conosceva tutte e per tutte aveva tenerezze di Padre, ma specialmente seguiva le più discolette. Se qualcuna si allontanava per poco dall´oratorio, Lui se ne accorgeva subito, e tosto, come il Buon Pastore, andava in cerca della pecorella smarrita. Si serviva delle oratoriane già Figlie di Maria e le componenti della « Lega S. Cuore » e le mandava sulle tracce delle sperdute, che lasciate a loro stesse non avrebbero forse più trovata la via del ritorno. Quando le rivedeva al sicuro, le richiamava dolcemente a sè, e, come il Padre del Figliol prodigo, usava verso di loro tanta carità. Era largo di aiuti spirituali, ma anche di materiali. Il Padre Buono comprendeva tutto e, senza venirne richiesto e senza mostrare qual fosse la mano benefica, faceva giungere quanto era necessario per far fronte ai bisogni della vita. Quante anime ha così delicatamente salvate dalla perdizione e dal male!
Già religiosa addetta alle postulanti, un giorno, recandomi a Torino, andai da Lui per alcuni consigli. Mi ricevette con la solita bontà affabile; ma mentre stava dicendogli le cose che più m´interessava esporgli, entra improvvisamente in ufficio il Rev. Direttore della Casa. per annunziargli l´arrivo di una personalità straniera, che da tempo si attendeva. Naturalmente io faccio subito atto di alzarmi e di uscire. Non dimenticherò mai più la calma e la tranquillità di Don Rinaldi in

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quell´occasione, che, sentito quanto gli dice il Direttore, prima ancora di rispondere a Lui fa cenno a me di sedere e poi: « Sta bene — risponde — fate voi tutto quello che occorre per un buon ricevimento ». Il Direttore lo guardava con uno sguardo interrogativo come dire: « Ma Lei non viene? ». « Non è necessario ch´io venga — riprende il Buon Padre — fate voi, io lo vedrò stasera a cena ».
Di questo fatto rimasi così salutarmente impressionata, che quasi non sapevo più trovare il filo del discorso; ma Lui con quella chiarezza che gli era propria continuò nel suo dire ed a porgermi quei consigli, dei quali più abbisognavo. Avevo compreso! Per Lui anzitutto era il bene delle anime: questo lo interessava soprattutto! La gran lezione pratica rimase scolpita nel mio cuore a corona delle esortazioni e dei consigli ricevuti!
Fatterelli e vita di Oratorio.
Nelle Domeniche della stagione invernale quasi sempre nell´Oratorio vi era il teatrino; ma noi mezzanette non eravamo sempre troppo gradite, perchè, dove entravamo, ci facevamo sentire. Per questo naturalmente non eravamo invitate; quando poi per entrare al trattenimento bisognava pagare qualche monetina, la cosa si faceva più difficile, chè eravamo sempre al verde. Ma cosa facevamo? Ecco. Il Signor Direttore dopo le funzioni si tratteneva quasi sempre un po´ in sagrestia in attesa che tutte le oratoriane entrassero nel salone, per poi andare anche Lui, che quasi sempre presiedeva e seguiva! Noi, una squadra di oltre una quarantina che ci volevamo un ben dell´anima e che ci aiutavamo a vicenda anche nelle scappatelle, senz´altro incominciavamo a giocare in cortile: il campo era libero e noi eravamo felici. Non appena però dal limitare della scaletta che dalla sagrestia scende in cortile, appariva il Buon Padre, senz´altro interrompevamo ogni gioco per correre a Lui, per baciargli la mano e salutarlo. Egli col Suo sguardo paterno e buono ci osservava tutte di sfuggita e poi sorridendo; « E voi non venite in teatro? ». « Padre, ci pare che siano

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più contente che noi non andiamo e poi bisogna pagare. Oh, e è solo per questo, ci penso io. Ma starete buone, nevvero?  Sì sì, Signor Direttore ». E attorniandolo (pareva Gesù tra fanciulli) lo seguivamo! Il Buon Padre estraeva il suo borsellino, faceva con una mano un vuoto fra le monete che già ´istavano nel vassoio, vi metteva dentro la monetina che bastava per tutte, poi svelto copriva il volto. E volgendosi alla buona e fedele Cristina: « Ho pagato per me e per tutta questa squadra! ».
Noi felici come di vittoria riportata correvamo giù in salone le davamo con il nostro allegro cinguettare l´annuncio che il Sig. Direttore giungeva. Ma, come per assicurarlo che eravamo fedeli alla promessa fatta, andavamo quasi sempre a prendere posto nella prima arcata presso il palco. Là di teatro ne vedevamo ben poco, ma eravamo molto più contente di sentirci sotto lo sguardo di Lui, che sentivamo Padre e che di quando in quando paternamente ci salutava con la mano, specialmente quando negli intermezzi tutte d´accordo e con tutto cuore si esplodeva nel grido: Viva il Sig. Direttore!
La prima Domenica del mese con maggior gioia si correva anche prima del tempo all´oratorio. Perchè? Per preparare il ´ ;salone; dove il Direttore avrebbe tenuta la conferenza alle Figlie di Maria. Non appena poi impartita la benedizione Eucaristica, in Chiesa avveniva un fuggi fuggi, e si andava a gara per giungere le prime a prendere i primi posti. Non era avvero necessario essere invitate a scendere, chè in un attimo il salone era gremito. E il Buon Padre c´intratteneva !familiarmente; con la Sua parola calma, serena, spiegava qualche punto del Regolamentino, ma poi dava consigli appropriati a seconda dei tempi, deì bisogni. Consigli chiari, semplici, incomprensibili a tutte; soprattutto insisteva sulla prudenza nei contatti colle persone nelle fabbriche, nei laboratori, negli uffici; sulla bontà, sul compatimento reciproco, sul sapere perdonare sempre. Questa era la vera forma dì apostolato che :.Lui voleva venisse adottata dalle sue figlie. Non troppe parole, ma fatti, ma sacrifici!
E terminata la conferenza, come si farebbe con un buon Pa

 

33 - CERIA, Sac. Filippo Rinaldi.

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dre, invece di uscire, si correva tutte ad attorniare la piccola cattedra, e Lui ascoltava, sorrideva, incoraggiava tutte, lasciava parlare.
Per ognuna aveva una buona parola, ci sentivamo proprio in famiglia! Lasciava che tutte esponessero semplicemente il proprio pensiero su quanto egli aveva detto e su altri argomenti: così aveva modo di venire a conoscere i sentimenti di ognuna e all´occorrenza poi privatamente o anche alla conferenza successiva correggeva o chiariva.
Oh ricordi santi che risvegliano nell´anima tanti cari sentimenti! Come si gode a riviverli anche solo nel pensiero, e come hanno la forza ancora oggi di suscitare nuovi desideri di bene e di santità.
Già, si è parlato di un´opera, a cui il venerato Don Rinaldi diede molta parte della sua attività di apostolato nell´Oratorio Maria Ausiliatrice, e voglio dire dell´Opera S. Cuore e propriamente della « Lega del S. Cuore », ideata e seguita con tanto interesse da Lui.
Iniziatasi fin dagli anni 1913-14, secondo il pensiero del Direttore doveva essere nell´oratorio come la Compagnia dell´Immacolata presso i Salesiani. Il programma era simile a quello che si rivelava nella vita di Domenico Savio, doveva essere segreto, e le partecipanti, in un primo tempo in numero dí dodici, avevano come mezzo per giungere alle compagne la distribuzione dei nove Uffici del S. Cuore, di cui ognuna era capo gruppo.
La « Lega » aveva inoltre lo scopo di preparare e indirizzare i membri della medesima al vero apostolato, ma prima e soprattutto di formare alla soda pietà e vera virtù le appartenenti che dessero indizio di vocazione religiosa. Ricordo con viva commozione le molte conferenzine tenute dal venerato padre. Quanto fervore suscitavano e quanti propositi di bene si formulavano dopo le medesime! Per seguire i consigli paterni e le direttive Sue, ognuna era pronta ad imporsi anche veri sacrifici!

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Perchè ritengo Don Rinaldi un « Santo! ».
Ho detto che come Oratoriana e figlia spirituale dì Don Rinaldi, ben presto nel mio cuore Gli ho eretto un altare! Egli continua ad essermi tutt´oggi Direttore Saggio e Santo. I Suoi esempi fulgidi di bontà longanime; di pazienza smisurata, costante; di paternità prudente, senza debolezze, ma sentita, vera, disinteressata; di purezza e riservatezza angelica, e di tutte le virtù praticate da Lui, sono un preziosissimo tesoro spirituale che tengo racchiuso nel cuore, in cui ogni giorno attingo, e sono tuttora luce, forza, refrigerio, specialmente nei momenti della prova e nelle inevitabili difficoltà della vita!
IÈ meraviglioso e caro poter attestare che, nel corso di venti anni in cui ebbi la grazia di avvicinare Don Rinaldi come Direttore della mia anima e dell´oratorio di Maria Ausiliatrice, mai una sola volta ho sorpreso in Lui un atto, una parola, una sguardo che non fosse improntato a paternità dolce e amabile, prudente e riservata. Mai, frequentando assiduamente l´anibiente dell´oratorio, ambiente in cui il Padre Buono si prodigava con tutti i mezzi e in tutti i modi, in tempi difficili, in cui il contatto femminile poteva per certe circostanze dare motivo ad interpretazioni poco favorevoli, mai, ripeto, ho sentito una sola persona, affezionata o meno all´ambiente, che anche menomamente dicesse una parola poco riverente al Suo indirizzo. Un´aureola di paternità purissima lo circondava e Lo faceva venerare e amare da tutte, piccole e alte, buone e meno buone!
Nell´ufficio non facile di maestra di Noviziato, quante volte in momenti difficili di decisione per alcuni soggetti, mi rivolgo a Lui con una preghiera o anche solo uno sguardo, sempre ne viene il consiglio chiaro che non mi dà più motivo a indecisioni e incertezze. Questa la ritengo una grazia che il Buon Padre mi ottiene continuamente.
Anche le Novizie ricorrono con fiducia alla Sua intercessione per i bisogni spirituali e materiali propri e delle famiglie. Ultimamente una di esse, affetta da scarlattina complicata da un

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ascesso maligno nel collo che dava serie preoccupazioni per la febbre altissima e la debolezza del cuore, si affida al caro Don Rinaldi e in pochi giorni tutto si risolve in bene, a meraviglia stessa del medico curante, che disse poi essersi trattato di caso gravissimo più di quanto noi pensavamo. Un´altra pure affetta da ascesso in bocca in difficile posizione, che le causava febbre, prima ancora di applicare i rimedi prescritti, invocò l´intercessione di Don Rinaldi e il male si risolse, con sollievo suo e di tutte noi. E così anche a riguardo dei parenti che ormai conoscono bene la valida intercessione di Don Rinaldi. Il Buon Padre ci fa sentire sensibilmente che protegge in modo particolare questo Noviziato già da Lui tanto beneficato!
Un desiderio unico, intenso è in tutte, che il Signore si degni glorificare il Suo Servo fedele, e che presto possiamo vedere introdotta la Causa di Sua Beatificazione e Canonizzazione, e vederlo così all´onore degli Altari!
In fede Devotissima
Sr. Maria Lanzio
(Figlia di Maria Ausiliatrice)
Festa di S. Giuseppe, 1947.

V.
BREVE RELAZIONE
su quanto ricordo dell´incomparabile Sig. Don Filippo Rinaldi, III successore di S. Giovanni Bosco.
Dopo aver pregato lungamente Maria SS. Ausiliatrice che mi facesse la grazia di trovare un confessore, conforme i bisogni del mio spirito, mi recai nel primo sabato del mese di settembre del 1906, in Maria SS. Ausiliatrice, per confessarmi, non però coll´intenzione di fissarmi colà con un direttore di spirito, perchè troppo lontano dalla mia abitazione, che era vicina alla Chiesa Salesiana di S. Giovanni Evangelista, dove fino allora mi ero abitualmente confessata dal Sac. Prof. Don Carlo Baratta, trasferitosi da poco a Parma per motivi di salute.
Mi rivolsi, quindi, al Sagrestano perchè mi chiamasse un confessore, e venne un Sacerdote venerando, dal quale mi confessai e nel quale riconobbi subito un´anima tutta di Dio, e mi trovai molto bene; vi ritornai altre volte, ad intervalli, fin che mi persuasi che meritava la pena e la spesa di attraversare tutte le settimane la città di Torino, sebbene fossi occupatissima, per avere la direzione di un Sacerdote che mostra-vasi il vero scelto da Maria SS. Ausiliatrice, per la cura della povera anima mia, e passai sotto guida sì santa oltre 25 anni di vita.
In questo periodo io vidi sempre in Lui l´Uomo di Dio, tale lo definivano tutti, compreso il Parroco Sac. Don Roberto Riccardi; un altro S. Giovanni Bosco, nn confessore e direttore, di cui non era facile trovare un secondo, un Santo di impareggiabile virtù, tanto che il suo confessionale era sempre assiepato di penitenti, di ogni condizione e stato, molte

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delle quali, come me, venivano da lontano; ma la parola del Padre illuminato e buono ci pagava di ogni sacrificio.
Egli comprendeva tutto, leggeva nel cuore, sapeva anche quello che io non gli dicevo; in varie circostanze diede prova di sapere perfettamente l´avvenire, e molte cose da lui annunziate, parecchi anni prima della sua morte, si sono poi avverate pienamente dopo che se ne volò al Cielo.
Con tutta verità posso dire che non lo trovai mai, neppure menomamente, mancante in nessuna virtù cristiana o religiosa, anzi le trovai e ammirai sempre tutte in Lui in grado veramente non comune, sebbene nascoste e dissimulate sotto un´apparenza di profonda umiltà, di semplicità, di naturalezza. Si sarebbe detto che l´esercizio costante della virtù avesse assunto in Lui il carattere di una seconda natura, anzi si sarebbero dette del tutto naturali. In ogni circostanza lo si vedeva esercitare la virtù più eminente, e, talvolta, eroica, senza sforzo, senza mostrare fatica, nè contrasto, nè disgusto, nè lotta, come se in Lui i moti delle passioni, della suscettibilità, di un carattere men perfetto, di impazienza, non esistessero affatto, tanta era la calma, la pace, il sorriso che infiorava il suo viso sempre sereno, sempre uguale, sempre paternamente e umilmente buono.
Era buono della bontà dei Santi.
Sempre paziente, anche quando avrebbe avuto tutte le ragioni, se così mi si permette di dire, di perdere la pazienza. Pazienza che Egli esercitò, in modo veramente eroico e senza mai stancarsi, per anni ed anni, con anime scrupolose che ricorrevano a Lui; con anime sofferenti di spirito e non sempre docili ai suoi insegnamenti; con una povera giovane che non aveva del tutto la testa a posto, che era entrata e uscita più volte dal manicomio; con persone talvolta arroganti, esigenti, importune.
Era un vero padre e una vera madre per tutti, sebbene di carattere non espansivo, nè sdolcinato e di non molte parole.
Fermo e soave nella sua direzione, sapeva rendere la pietà amabile, facile e desiderabile l´esercizio della perfezione e delle

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sode virtù. Conduceva le anime a Dio quasi senza che se ne avvedessero e sapeva infondere divozione e amore ardentissimi verso Gesù e Maria SS. Ausiliatrice.
Nelle anime assecondava la grazia, non la preveniva; sapeva attendere l´ora di Dio; guidava ognuna alla perfezione dello stato a cui era chiamata, non secondo vedute personali, ma secondo i disegni particolari del Signore.
Consigliere saggio, prudente, esperto, sapeva riflettere, prendere tempo, pregare, prima di pronunciarsi in cose di qualche rilievo. In ogni evenienza si poteva riposare tranquilli sulla sua parola; con la certezza di compiere la Divina Volontà.
Egli non cercava che il bene, il maggior bene possibile e il bene di farlo bene, come tante volte raccomandava, e si occupava di ciascuna anima e di ogni affare che gli veniva affidato, come se non avesse avuto altro od altri di cui occuparsi.
Sull´esempio di S. Giovanni Bosco, da Lui tanto amato, e soprattutto del Divino Maestro, Egli passò benefacendo tutti, a tutti prodigando i tesori della sua carità, che sembrava universale e inesauribile: era una fulgida irradiazione della carità di Dio.
Ricchi e poveri, dotti e ignoranti, religiosi e religiose del suo o di altri Istituti, secolari, ragazze, donne, uomini, fanciulli, tutti accoglieva con uguale bontà, e a tutti dava comprensione ed aiuto, per tutti si prodigava in tutto quanto gli era possibile, come fosse non solo padre, ma servo umile e devoto.
Possedeva il discernimento degli spiriti, per cui le anime che erano sotto la sua guida si sentivano al sicuro. Era schivo di ogni onore mondano: ricordo un giorno in cui gli parlai delle grandi feste di cui era stato oggetto, in un suo viaggio in Calabria, riportate sui giornali di Torino; al sentirle menzionare si fece mesto, crollò il capo, e rispose: A tutto fumo che passa; pensiamo seriamente a farci santi, perché tutto il resto è vanità ».
Era un angelo in carne, modestissimo, mortificatissimo:

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amava la purezza in grado massimo e la raccomandava e la faceva amare; avrebbe preferito la morte piuttosto che commettere deliberatamente un solo peccato veniale; abborriva la colpa anche minima, non solo, ma anche tutto quello che, in qualsiasi modo, potesse suonare imperfezione.
In tutte le sue cose mostrava di osservare la massima povertà: lo vidi raccogliere anche i minimi pezzetti di carta, di; cui si serviva per scrivere qualche appunto o qualche biglietto2 Era perfettamente distaccato da ogni cosa terrena; si vedi va chiaramente che, per sè, non cercava mai nulla. Viveva per la Sua Congregazione, per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.
Rifuggiva dal parlare di sè, come se fosse morto ad ogni cosa e a se stesso; e se, qualche volta, si parlava di Lui, sapeva prontamente troncare e cambiare argomento.
Era molto divoto della Passione di Gesù, del Suo SS. Cuore, prendendo tutte le occasioni per divulgarne e perfezionarne il culto. Vero Figlio di Maria SS. Ausiliatrice, la amava con trasporto, la onorava e la faceva amare, e ne riceveva in cambio grazie non comuni. Se abbia mai vista la Madonna non lo so; ma so per certo che in qualche occasione, la SS. Vergine si è fatta, a Lui sentire; ho cercato di saperne di più, ma non ha voluto dirmi.
Era molto divoto anche di S. Giuseppe. S. Giovanni Bosco era veramente suo Padre e suo modello, perchè in ogni evenienza cercava. di imitarlo, di fare quello che avrebbe fatto Lui.
Anche infermo non si risparmiava mai nel compimento del suo dovere e quando si trattava dí far del bene, o anche semplicemente di dire una parola di conforto ad un´anima sofferente.
Credo per certo sapesse da molti mesi addietro la data della sua morte, perchè mi faceva raccomandazioni, come farebbe persona che sa di lasciarci: di fatto, quando me ne ritornavo a casa, dicevo, in cuor mio, con grande dolore, « Il Padre muore! ». E morì davvero nel primo sabato di dicembre e nella novena dell´Immacolata, che Lui tanto ci aveva insegnato

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ad amare qual Madre tenerissima, e che solennizzava ogni anno in modo particolarissimo; e proprio nel giorno dell´Immacolata e alla medesima ora nella quale ogni anno si recava alle Figlie di Maria per la funzione, si fece il suo corteo funebre che fu un trionfo, perchè altamente stimato :ed amato da tutti.
Non si possono contare quante persone, di ogni ceto, ininterrottamente, mentre fu esposto nella chiesetta succursale di Maria Ausiliatrice, facessero posare medaglie, corone, panni, occhiali, oggetti di ogni qualità sulle sue Venerate Mani, quasi per implorare ancora da Lui una benedizione e un soccorso. ,E so di molte persone che ottennero grazie preziose per Sua intercessione.
Da qualche tempo io avevo un principio di cataratta al-,l´ occhio sinistro, causata, diceva l´oculista, dal molto lavoro con la luce elettrica, tanto che avevo come una nebbiuzza nell´ occhio che mi impediva di vedere chiaramente; attorno alla sua bara la cataratta scomparve per incanto in un attimo. Ricordo di essermi raccomandata a Lui che pregasse, quando era ancor vivo, per il mio povero occhio.
Un giorno, nella mia scuola, pochi mesi dopo la sua morte, mi capitò di smarrire un documento di molta importanza; dopo averlo lungamente e inutilmente cercato, mi rivolsi con fiducia al Padre Rinaldi perchè mi facesse la carità di trovarlo, sebbene io non sapessi proprio più dove cercarlo; appena terminata la mia breve preghiera, sento, in mezzo alla stanza, cadere a terra una carta facendo molto rumore, come se cadendo, qualcuno la sbattesse: ero sola. Mi alzai subito da sedere per raccogliere il foglio e non è a dire con quanta emozione e- riconoscenza, abbia raccolto il documento tanto cercato e desiderato.
E quante e quante altre grazie e favori abbiamo ricevute Dio e le mie suore per sua intercessione! Non si potrebbero enumerare perchè ricorriamo a Lui in ogni bisogno e, posi siamo dire, mai invano.
Una mia amica, insegnante nelle scuole di Torino, nelle vacanze pasquali erasi recata, come il solito, nella sua villa a

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Saint-Vincent; di ritorno, forse per umidità presa, in causa! delle molte piogge, si sentì male: un tremito freddo le invase tutte le membra; nonostante tutte le cure, non riusciva a riscaldarsi, la febbre era forte, e, più che altro, era dolente per q, non poter il giorno appresso, riprendere l´insegnamento, essendo
proprio il primo giorno di scuola dopo le vacanze. gli ricordò che le avevo detto di rivolgersi all´anima bella di Don Filippo Rinaldi per ogni bisogno, e incominciò ad invocarlo con; tre Pater, Ave, Gloria. Dopo il primo, le passò il tremito, dopo il secondo le passò la febbre, e dopo il terzo si sentì compietamente bene, e il giorno appresso, tutta contenta, riprese il suo insegnamento e venne a raccontarmi l´accaduto.
Ci vorrebbero pagine e pagine per descrivere quanto si poteva  comprendere in Lui di virtù, di carità, di bontà, di sacrificio, di santità, e di tante altre cose che potremo vedere solo in Cielo; perchè ne nascondeva molte la sua profondissima umiltà.
Tanto a gloria di Dio e riconoscenza al Veneratissimo Padre per il bene che ci ha prodigato in terra e in Cielo.
Suor Maria Margherita Lazzari
(Missionaria della Passione di Gesù).
Villanova-Mondovì, 15 ottobre 1946.                                        -

VI.
RICORDI DI DON FILIPPO RINALDI.
In ogni incontro, non trovai mai l´umano, ma il santo vivente, sempre calmo, sorridente, incoraggiante. Non trattava mai le anime con la fretta. Negli scrupoli sapeva dissiparli con paragoni semplici, persuadenti; l´ubbidienza non era imposta, ma offerta. Nelle tentazioni sapeva elevare l´avvilimento, dicendo che si stupiva come mai quelle cose non fossero successe prima. Ogni difficoltà sapeva chiarirla subito con felice effetto.
In certi casi d´impossibilità della confessione, diceva che un´anima in grazia di Dio poteva benissimo fare la S. Comunione quotidiana con la Confessione di sei mesi. La sua Direzione era formativa per tutta una vita. Egli era un faro, che ci illuminava la via. Possedeva la veggenza interiore delle anime; era paterno, caritatevole, benigno, semplice, d´una purezza liliale. Egli emulò con la carità, amabilità e pazienza il suo Patrono S. Francesco di Sales.
Don Rinaldi è stato il mio Direttore Spirituale dall´età di 10 anni sino al 23°, ed eletto Rettor Maggiore continuò ancora parecchio ad attendere alle mie Confessioni e sino alla morte sempre mi seguì con paterno interessamento. A Lui tatto devo unitamente alla mia famiglia che pure conosceva personalmente.
Le assicuro, Sig. D. C., che ogni qualvolta avevo modo di avvicinarlo, provavo l´impressione di avvicinare un Santo e qualche volta gli espressi questa impressione ed Egli bonariamente distoglieva sorridente il discorso, e tutto era finito. Aveva un intuito delicatissimo e leggeva nelle coscienze e nei cuori ed. anche di più: una mia carissima Collega già scomparsa, e se Le notificassi il nome Lei la ricorderebbe, mi con

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fidò un giorno, che il Sig. Don Rinaldi già Rettor Maggiore, essendo caduto il discorso sugli anni di vita, tra il serio ed il faceto le disse quanti anni ancora sarebbe vissuta, precisando la durata, e fu esattissimo; nemmeno un giorno di più; la figliola da me visitata all´ospedale, il giorno antecedente alla sua morte, mi ricordò la confidenza fattami, e con edificazione si preparò per una santa morte. Questo, Sig. Don C., non l´ho mai confidato a nessuno.
Pierina Wendé
Impiegata alla S. E. I.

INDICE
Premessa ...................................................................................................  pag.5
I.             La divina chiamata ....................................................  »        7
Con Don Bosco                   .     .     .    .     .     .  ........ »        20

  1. Noviziato, professione, sacerdozio .    .  ........ »        30
  2. Direttore dei Figli di Maria .          .     .   »................. 48

VA          Direttore a Barcellona-Sarrià . . . .........................  »       67
VI•          Ispettore delle case di Spagna e Portogallo »             91

  1. Prefetto Generale ...........................................................  » 126
  2. In tre Capitoli Generali ...............................................  » 161
  3. Per la gioventù femminile         . , . . ........................  » 177
  4. Per le maestre   » 229
  5. Riorganizzazione dei Cooperatori. Organizzazione degli ex-allievi. Il monumento a

Don Bosco .                       . .     .     .    .     .     .         »       240

  1. Un´altra volta Vicario del Rettor Maggiore in tempo di sede vacante .   .           .           . » 259
  2. Rettor Maggiore ............................................................  » 272
  3. Nella seconda famiglia di Don Bosco . ................  » 289
  4. Le due divozioni di Don Rinaldi . . .........................  » 307
  5. La « Unione Don Bosco fra Insegnanti » ...........  » 331
  6. Per la chiesa di Maria Ausiliatrice . ..........................  » 341
  7. Visita alle case        .     .     .                           .   » 349
  8. Per le Missioni Salesiane .        .     .     . .........  » 377
  9. Nella Beatificazione di Don Bosco       . .........  » 403
  10. Documenti di vita spirituale . . .                     » 416
  11. Nello spirito e per lo spirito di Don Bosco » 436

Placido tramonto e luminosa aurora .                           » 458

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APPENDICE

  1. Alcuni personali ricordi sul veneratissimo Superiore e Padre Don Filippo Rinaldi . . pag. 483
  2. Estratti da alcune lettere del veneratissimo

Signor Don Filippo Rinaldi .........................................................  » 489

  1. Memorie del compianto e veneratissimo Don

Filippo Rinaldi                                                                   193

  1. Alcuni ricordi edificanti del compianto Don

Filippo Rinaldi ..................................................................................  » 504

  1. Breve relazione su quanto ricordo dell´incomparabile Signor Don Filippo Rinaldi, III suc

cessore di S. Giovanni Bosco...................................................... » 517
VI, Ricordi di Don Filippo Rinaldi . .                                » 523
Visto: per la Congregazione Salesiana Torino, 14 aprile 1948
Sac. Dott. Don RENATO ZIGGIOTTI
Visto: nulla osta alla s toni pa Torino, 4 maggio 1948.
Sac. Don LUIGI CARNINO, Revisore
IMPRIMATUR
Can. GASPARE DESTE FANI, Pr °vie. Gen