SDB Risorse

Lettera RM: Chiamati a vivere in fedeltà il progetto apostolico di Don Bosco. Lavoro e temperanza

LETTERE DEL RETTOR MAGGIORE - ACG 413


«TESTIMONI DELLA RADICALITÀ EVANGELICA»

Chiamati a vivere in fedeltà il progetto apostolico di Don Bosco.

“Lavoro e temperanza”

AGC 413 - DE (htm)       AGC 413 - DE (zip)

«Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero» (1Cor 9,19)

>>ACG 413 (zip)<<


Roma, 8 aprile 2012

Solennità di Pasqua di Risurrezione

Carissimi confratelli,

abbiamo appena concluso la sessione plenaria del Consiglio generale, in cui abbiamo riflettuto sul tema e sugli obiettivi del prossimo Capitolo Generale. Già prima delle Visite di Insieme, come Consiglio, avevamo approfondito le sfide che riscontravamo nella Congregazione; le Visite di Insieme ci hanno offerto ulteriori elementi per comprendere la situazione. Ora, la scelta del tema del Capitolo Generale intende proprio essere una risposta a tali sfide, al fine di aiutare la Congregazione a camminare sulle vie che lo Spirito ci indica in questo nostro contesto storico.

1.           CONVOCAZIONE DEL CG27

Nel giorno in cui celebriamo la solennità della Pasqua del Signore sono lieto di scrivervi questa lettera, mediante la quale intendo convocare il Capitolo Generale XXVII, a norma dell’articolo 150 delle nostre Costituzioni.

Esso avrà come tema: “Testimoni della radicalità evangelica”. Si tratta di un momento particolarmente importante per noi, essendo il Capitolo «il principale segno dell’unità della Congregazione nella sua diversità» (Cost 146). Avremo modo di rinsaldare quest’unità riflettendo insieme su come essere «fedeli al Vangelo e al carisma del Fondatore e sensibili ai bisogni dei tempi e dei luoghi» (Cost 146). Fin d’ora ci affidiamo allo Spirito del Cristo Risorto, perché ci illumini e ci accompagni, e a Maria Ausiliatrice, perché ci sia maestra e guida.

Vi invito a guardare a questo evento come a una nuova e promettente tappa nella vita della Congregazione, che dal Concilio Vaticano II ha realizzato un costante e profondo rinnovamento spirituale e pastorale, per essere in grado di rispondere al volere di Dio, per un miglior servizio alla Chiesa, in fedeltà dinamica a Don Bosco e ai bisogni e attese dei giovani (cf. Cost 146).

Il prossimo Capitolo Generale sarà il 27° nella storia della nostra Società. Esso si svolgerà a Roma presso il “Salesianum” nella Casa Generalizia. Avrà inizio il sabato 22 febbraio 2014 a Torino, culla del nostro carisma; là ci recheremo per respirare aria di casa, incontrare il nostro padre Don Bosco, attingere alle sorgenti del carisma fondazionale, così come abbiamo fatto nel Capitolo Generale anteriore. Inaugureremo l’assise capitolare con la concelebrazione Eucaristica nella Basilica di Maria Ausiliatrice e con la visita ai luoghi delle origini salesiane. Partiremo quindi per Roma, sede del Capitolo. Come Regolatore del CG27 ho nominato don Francesco Cereda, che da questo momento ha la responsabilità di accompagnarne la preparazione e lo svolgimento.

Il tema scelto riguarda la testimonianza della radicalità evangelica, che trova nel motto “lavoro e temperanza” (cf. Cost 18) un’esplicitazione del programma di vita e azione di Don Bosco espresso nel “da mihi animas cetera tolle”. Esso vuole aiutarci ad approfondire la nostra identità carismatica, rendendoci consapevoli della nostra chiamata a vivere in fedeltà il progetto apostolico di Don Bosco. Spesso richiamato nelle Visite d’Insieme, il tema è parso a me e ai Consiglieri generali un elemento essenziale della nostra spiritualità; la radicalità di vita rappresenta infatti la nervatura interiore di Don Bosco; essa ha sostenuto la sua instancabile operosità per la salvezza dei giovani e ha consentito il fiorire della Congregazione.

L’argomento è vasto. Vogliamo pertanto focalizzare l’attenzione del CG27 particolarmente attorno a quattro aree tematiche: vivere nella grazia di unità e nella gioia la vocazione consacrata salesiana, che è dono di Dio e progetto personale di vita; fare una forte esperienza spirituale, assumendo il modo d’essere e di agire di Gesù obbediente, povero e casto, e divenendo ricercatori di Dio; costruire la fraternità nelle nostre comunità di vita e azione; dedicarci generosamente alla missione, camminando con i giovani per dare speranza al mondo.

1.1.   I passi compiuti per determinare il tema

Per la scelta del tema del CG27 siamo partiti dalla vita delle Ispettorie. Infatti in preparazione alla Visita d’Insieme le Ispettorie hanno fatto una verifica dell’assimilazione del CG26 e hanno presentato alcune prospettive di futuro; esse hanno pure individuato le maggiori realizzazioni degli ultimi anni, le sfide più importanti, le risorse per far fronte al futuro, le difficoltà che stanno incontrando.

Le Visite d’Insieme sono diventate così il primo passo di preparazione al CG27, perché ci hanno fatto conoscere lo stato della Congregazione nella varietà dei suoi contesti: i suoi punti di forza e di debolezza, le opportunità e le sfide.

Ricorrente e sentito emergeva il bisogno di vivere con maggiore dinamismo, credibilità e fecondità la vita salesiana e la missione giovanile. Tutto ciò rinviava all’urgenza di tornare a quella radicalità evangelica, che è propria della nostra consacrazione apostolica e che trova una tipica espressione salesiana nel binomio tanto caro a Don Bosco “lavoro e temperanza”. Nello stesso tempo, pur con diverse accentuazioni, comparivano altre aree tematiche, quali l’inculturazione, le vocazioni, la formazione, il rinnovamento della nostra presenza educativa pastorale, il ripensamento della pastorale giovanile, la comunicazione sociale.

Al termine della sessione plenaria del Consiglio Generale del giugno - luglio 2011, ogni Consigliere mi aveva già consegnato la sua proposta in vista del CG27. Anche in questo caso il tema più indicato, con motivazioni e sottolineature diverse, si riferiva al bisogno di assicurare maggiore convinzione alla nostra identità («chi siamo»?), alla nostra azione («che cosa facciamo»?), alla nostra proposta educativa pastorale («che cosa offriamo»?), aspetti tutti che fanno riferimento alla radicalità nel vivere la vocazione di consacrati apostoli.

Il processo per la scelta del tema si è concluso ora con la riflessione comune, tenutasi nel raduno straordinario del Consiglio Generale dal 26 marzo al 4 aprile scorso. Essa ci ha portato alla definizione del tema sopra indicato.

1.2.     Obiettivo fondamentale del tema

L’obiettivo fondamentale del CG27 è quello di aiutare ogni confratello e comunità a vivere in fedeltà il progetto apostolico di Don Bosco; il CG27 intende quindi, in continuità con il CG26, rafforzare ulteriormente la nostra identità carismatica. Tale obiettivo è esplicitamente presentato negli articoli iniziali delle Costituzioni: noi salesiani infatti siamo chiamati a «realizzare in una specifica forma di vita religiosa il progetto apostolico del Fondatore» (Cost 2); e in questa specifica forma di vita, «la missione apostolica, la comunità fraterna e la pratica dei consigli evangelici sono gli elementi inseparabili della nostra consacrazione, vissuti in un unico movimento di carità verso Dio e verso i fratelli» (Cost 3).

La nostra Ratio fundamentalis institutionis et studiorum, nel presentare “l’identità vocazionale salesiana come principio e fine della formazione”, ne fa una sintesi evidenziando alcuni tratti fondamentali. Essa dice: «In Don Bosco e nel progetto costituzionale salesiano emergono gli elementi che definiscono quello “stile originale di vita e di azione” (Cost 10), che lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa, quella “specifica forma di vita religiosa” (Cost 2) nella quale “troviamo la via della nostra santificazione” (Cost 2)».[1] Tale vocazione fonda tutta la nostra formazione (cf. Cost 96).

Sempre secondo la “Ratio”, caratterizzazione fondamentale della nostra vocazione è di essere un “progetto di consacrazione apostolica”, concretizzato in cinque elementi che definiscono il profilo del salesiano come:

-       educatore e pastore dei giovani animato dalla carità pastorale (nn. 30-32);

-       membro responsabile di una comunità (n. 33);

-       testimone della radicalità evangelica (n. 34);

-       animatore di comunione nello spirito e missione di Don Bosco (nn. 35-36);

-       inserito nella Chiesa, aperto alla storia e in dialogo con la realtà (n. 37).

I recenti Capitoli Generali - e non si tratta ovviamente d’una semplice coincidenza - hanno sviluppato questi diversi elementi, riconoscendoli come fondamentali. In particolare, i CG XXII e XXVI hanno approfondito il “progetto di consacrazione apostolica”: il primo attraverso la redazione del testo definitivo delle nostre Costituzioni e Regolamenti; il secondo cercando di «rafforzare l’identità carismatica con il ritorno a Don Bosco e risvegliare il cuore di ogni confratello con la passione del “da mihi animas”».[2] Tra questi due Capitoli, troviamo tutti gli altri elementi caratterizzanti il progetto apostolico salesiano: il CG XXIII delinea la figura del salesiano come educatore pastore dei giovani; il CG XXIV come animatore di comunione nello spirito e nella missione di Don Bosco; il CG XXV come membro responsabile di una comunità.

L’ultimo tratto, “inserito nella Chiesa …”, non è tanto un contenuto specifico, quanto il contesto stesso nel quale il salesiano vive e lavora. Del resto, ogni Capitolo Generale si colloca e si realizza dentro l’orizzonte ecclesiale e culturale.

Da questa semplice analisi emerge una costatazione: l’unico tratto del profilo del salesiano che non è stato oggetto di approfondimento da parte di un recente Capitolo Generale è il terzo: “testimone della radicalità evangelica”. In passato la radicalità era riferita prevalentemente ai consigli evangelici di obbedienza, povertà e castità; oggi la teologia della vita consacrata evidenzia che essa è una chiamata e non una scelta volontaristica; ha il suo fondamento in Dio e il suo radicamento nel Signore Gesù; si riferisce a tutti gli aspetti della vocazione consacrata, comprese la vita fraterna e la missione. Anche la nostra regola di vita riconosce la radice della nostra vocazione in Dio e in Cristo, quando afferma che noi salesiani, «aderendo in modo totale a Dio, amato sopra ogni cosa, ci impegniamo in una forma di vita che si fonda interamente sui valori del Vangelo» (Cost 60).

Evidentemente, la testimonianza personale e comunitaria della radicalità evangelica non è un aspetto che si affianchi agli altri, quanto piuttosto una dimensione fondamentale della nostra vita. Per questo sarà importante per noi sviluppare il tema della radicalità evangelica, oltre che in riferimento alla sequela di Cristo obbediente, povero e casto, anche tenendo presente gli altri aspetti della nostra consacrazione apostolica.

1.3.   Frutti attesi dalla realizzazione del tema

Come frutti del CG27 ci attendiamo di rendere la nostra vita salesiana ancor più autentica e perciò visibile, credibile e feconda. Ciò è possibile quando essa si fonda profondamente e vitalmente in Dio, si radica, con coraggio e convinzione, in Cristo e nel suo Vangelo, rafforza la sua identità carismatica. È per questo motivo che, durante il sessennio scorso, ci siamo impegnati a tornare a Don Bosco, risvegliando il cuore di ogni confratello con la passione del “da mihi animas, cetera tolle”. Vivere con fedeltà il progetto apostolico di Don Bosco, ossia vivere la nostra identità carismatica, ci renderà più autentici; dalla identità vissuta nascerà visibilità, credibilità e fecondità vocazionale.

Sei anni fa, nella lettera di convocazione del CG26, scrivevo: «Più che di crisi di identità, ritengo che per noi salesiani esista oggi una crisi di credibilità. Ci troviamo in una situazione di stallo. Sembra di essere sotto la tirannia dello “statu quo”; esistono resistenze al cambiamento, più inconsce che intenzionali. Anche se convinti dell’efficacia dei valori evangelici, facciamo fatica a raggiungere il cuore dei giovani, per i quali dovremmo essere segni di speranza. Siamo scossi dal fatto che nella costruzione della loro vita la fede risulti irrilevante. Constatiamo una scarsa sintonia con il loro mondo e una lontananza, per non dire estraneità, dai loro progetti. Percepiamo che i nostri segni, gesti e linguaggi non sono efficaci; sembra che non incidano nella loro vita».[3]

Nella stessa lettera continuavo scrivendo: «Accanto allo slancio vitale, capace di testimonianza e di donazione fino al martirio, la vita salesiana conosce pure “l’insidia della mediocrità nella vita spirituale, dell’imborghesimento progressivo e della mentalità consumistica”[4]. Nei documenti che la tradizione ha chiamato ‘testamento spirituale’, Don Bosco ha lasciato scritto: “Dal momento che comincerà [ad] apparire agiatezza nella persona, nelle camere o nelle case, comincia nel tempo stesso la decadenza della nostra congregazione […] Quando cominceranno tra noi le comodità o le agiatezze, la nostra pia società ha compiuto il suo corso”[5]».[6]

Se noi crediamo alla nostra vocazione e la viviamo con convinzione, allora siamo credibili; infatti scrivevo ancora: «La scarsità delle vocazioni e le fragilità vocazionali mi portano a pensare che molti forse non sono convinti dell’utilità sociale, educativa ed evangelizzatrice della nostra missione; altri forse trovano il nostro impegno di lavoro non adeguato alle loro aspirazioni, perché non sappiamo reinvestire e rinnovare; alcuni forse si sentono imprigionati dalle emergenze, fattesi sempre più incalzanti».[7]

La visibilità non è principalmente la cura dell’immagine, ma è la bella testimonianza della nostra vocazione. Se testimonieremo con fedeltà e gioia il progetto apostolico di Don Bosco, cioè la vocazione consacrata salesiana, allora la nostra vita diventerà affascinante, specialmente per i giovani, e quindi avremo una nuova fecondità vocazionale. Se il Signore Gesù diventa il fascino della nostra vita, allora la nostra vocazione diventerà attraente; dobbiamo per questo curare la testimonianza della bellezza della nostra vocazione.

Sono convinto che per raggiungere l’obiettivo del CG27 è necessaria una conversione spirituale e pastorale. I nuovi contesti, le sfide culturali e le difficoltà all’interno della vita consacrata ci chiedono di continuare a cercare cammini di rinnovamento e di crescita che rendano più significativa la nostra vita. Di fronte alla realtà che viviamo è urgente cambiare strategia. Ciò che sarà veramente decisivo è attuare la nostra identità di consacrati al servizio del Regno. Questa è anche la nostra significatività: centrare la nostra vita in Dio, l’unico Assoluto, che ci chiama e ci invita a seguire il suo Figlio nella consegna della vita per amore; vivere la profezia della comunione e della fraternità; riscoprire la missione tra i giovani come il luogo per eccellenza dell’incontro con Dio che continua a parlarci.

Dovremo ancora continuare ad approfondire e acquisire una sempre miglior conoscenza di Don Bosco: occorre studiarlo, amarlo, imitarlo e invocarlo (cf. Cost 21). Dobbiamo conoscerlo come maestro di vita, alla cui spiritualità attingiamo come figli e discepoli; come fondatore, che ci indica la strada della fedeltà vocazionale; come educatore, che ci ha lasciato quale preziosissima eredità il Sistema preventivo; come legislatore, in quanto le Costituzioni, da lui elaborate e successivamente interpretate dalla tradizione salesiana, ci offrono una lettura carismatica del vangelo e della sequela di Cristo.[8]

È necessario continuare ad accendere il fuoco della passione spirituale e apostolica nel cuore di ogni confratello, aiutandolo a motivare e ad unificare la sua vita con l’impegno di donarsi totalmente per la “gloria di Dio e salvezza delle anime”. Anche questo aspetto, come il precedente, è in continuità con il CG26, che richiede ancora di essere realizzato pienamente.

La vicinanza dell’anno 2015, bicentenario della nascita di Don Bosco, rappresenta una grazia per la Congregazione, che è chiamata a incarnare nei più diversi contesti il carisma, ossia lo spirito e la missione del nostro fondatore e padre. Tale celebrazione costituirà un traguardo del CG27.

Visibilità, credibilità e fecondità sono frutti che ci attendiamo di conseguire, come conseguenza della messa in pratica e del raggiungimento dell’obiettivo fondamentale del CG27; dobbiamo esserne consapevoli. Allora dobbiamo anche fare in modo che questi frutti “accadano” e si realizzino; per questo possiamo dire che essi, oltre che frutti, sono anche obiettivi secondari del CG27 da raggiungere.

1.4. Altri compiti

Oltre l’approfondimento del tema, il CG27 ha altri compiti particolari. Il primo tra questi riguarda l’elezione del Rettor Maggiore e dei membri del Consiglio Generale per il sessennio 2014-2020. C’è poi l’adempimento e la verifica di alcune richieste fatte dal CG25 e dal CG26 o di cambiamenti da essi introdotti.

Si ritiene innanzitutto importante un ripensamento organizzativo e strutturale dei Dicasteri per la nostra missione salesiana: pastorale giovanile, missioni, comunicazione sociale (cf. CG26, 117, 118).

Occorre poi fare una riflessione sulla configurazione delle tre Regioni di Europa (cf. CG25, 124, 126, 129); ciò diventa più necessario in seguito alla decisione di ridisegno delle Ispettorie della Spagna, che dopo il CG27 passeranno da sei a due.

Si sente inoltre l’esigenza, dopo il cambiamento costituzionale avvenuto, di fare una valutazione circa l’affidamento della Famiglia Salesiana al Vicario del Rettor Maggiore (cf. CG25, 133 e CG26, 116).

Infine, una “tale revisione pone l’attenzione sull’intera struttura del Consiglio Generale”, con l’esigenza per il CG27 di fare una verifica delle strutture di animazione e governo centrale della Congregazione (cf. CG26, 118).

2.      VITA E MISSIONE SALESIANA NEL CONTESTO GLOBALE DI OGGI

Il segreto del rinnovamento in Congregazione lo individuiamo nell’articolo 3 delle nostre Costituzioni, dove leggiamo: «La missione apostolica, la comunità fraterna e la pratica dei consigli evangelici sono gli elementi inseparabili della nostra consacrazione, vissuti in un unico movimento verso Dio e verso i fratelli. La missione dà a tutta la nostra esistenza il suo tono concreto».

La missione salesiana non è da identificarsi con le opere o le attività che conduciamo; è piuttosto l’espressione del nostro zelo per la salvezza dei giovani, nasce dalla passione del “da mihi animas cetera tolle”, si alimenta con una mistica che ha la sua sorgente “nel cuore di Cristo, apostolo del Padre” (Cost 11).

Il mondo in cui viviamo e nel quale svolgiamo la missione di Don Bosco a favore dei giovani, non è solo il palcoscenico dove ci rendiamo presenti ed agiamo. Rappresenta piuttosto il luogo all’interno del quale rispondiamo ai giovani e, attraverso di loro e con loro, rispondiamo pure a Dio. È quindi opportuno definire, anche se brevemente, le sfide globali del momento storico che stiamo vivendo a raggio mondiale, riconoscendo che queste sfide sono, nello stesso tempo, delle opportunità per il rinnovamento della nostra vita salesiana e della nostra missione.

2.1.   Sfide culturali

Fenomeno tipicamente occidentale, la prima sfida è, senza dubbio, la post-modernità, che porta con sé aspetti positivi in relazione alla dignità dell’essere umano e al suo benessere, ma anche dei contro-valori. La post-modernità, è vero, non fa sentire ovunque i suoi influssi né, dove è arrivata, viene sentita come un condizionamento gravoso, ma sta, lentamente e progressivamente, conquistando la mentalità e lo stile di vita dell’élite sociale e arriva a mettere radici, purtroppo, anche nel cuore di alcuni salesiani, improntando il loro modo di vita.

Una seconda sfida è l’inculturazione, connotata pure dalla crescente mentalità interculturale. La globalizzazione, la migrazione crescente e la fusione delle culture creano possibilità d’incontri, provocando una certa purificazione delle stesse culture e invitando all’apprezzamento delle differenze. Tali spinte possono, nello stesso tempo, condurre a posizioni relativiste proprie del multiculturalismo, con una pacifica omologazione delle differenze e un inesorabile appiattimento dei valori; ma possono anche indurre al rifiuto delle diversità, alla difesa degli interessi particolari fino a giungere alla contrapposizione e all’esclusione dei diversi da sé.

La terza sfida riguarda la laicità e la secolarizzazione. «Cresce la difficoltà di vivere la propria fede in Gesù in un contesto sociale e culturale in cui il progetto di vita cristiano viene continuamente sfidato e minacciato; […] si ha l’impressione che il non credere vada da sé, mentre il credere abbia bisogno di una legittimazione sociale né ovvia né scontata».[9] Se è vero, infatti, che tale processo può favorire una certa maturazione nell’autonomia e responsabilità delle persone e una partecipazione più consapevole alle dinamiche sociali e ai processi culturali, è altrettanto vero che, talora, diventa immanenza e rende impossibile il fare spazio a Dio. Il processo di secolarizzazione, in continuo sviluppo, è diventato un rischio vero anche per noi salesiani, e non solo per quanti lavorano in paesi molto sviluppati ma anche per quanti vivono tra popolazioni che ancora conservano un profondo senso religioso.

2.2    Sfide ecclesiali

La situazione attuale fa della nuova evangelizzazione non un ‘optional’ ma un obbligo missionario. Neppure in continenti già da tempo evangelizzati la fede «può essere presupposta, ma dev´essere proposta esplicitamente in tutta la sua ampiezza e ricchezza».[10] Siamo, dunque, in un contesto dove molti non hanno ancora sentito parlare di vangelo e quelli che ne hanno sentito parlare devono riconoscere che la catena di trasmissione della fede, costituita dalla famiglia, Chiesa e società, si è ormai interrotta. Questo richiama il problema del nostro linguaggio, che ai più risulta incomprensibile. Spesso i discorsi da noi utilizzati sembrano irrilevanti in contesti culturali e sociali marcati dal pluralismo ideologico o dallo scetticismo religioso.

La Chiesa, e più specificamente la vita consacrata, è “tentata da un offuscamento di speranza”.[11] Questo disagio nella vita consacrata sorge quasi naturalmente, perché il suo compito principale è ‘l’affermazione del primato di Dio e della vita eterna’, mentre oggi deve vivere in un contesto culturale “dove sembrano spesso smarrite le tracce di Dio”.[12] Tale disagio non nasce soltanto da cause esterne, né dalla sua naturale incompatibilità con certe logiche del mondo; esso sorge anche dal di dentro, perché, tra le altre cose, la vita consacrata si è trovata all’improvviso privata di quei ruoli particolari nella società, che per tanto tempo le avevano dato sicurezza e importanza sociale.

Il pluralismo, che può scivolare nel relativismo, ci presenta una sfida di maggiore impegno. È vero che diventa sempre più impellente la necessità di favorire e mantenere un dialogo interculturale e interreligioso per collaborare alla costruzione dell’unica famiglia umana nella diversità dei popoli, culture, lingue e religioni; ma occorre fare ciò, senza trascurare di testimoniare che la salvezza viene da Cristo. Per questo dobbiamo imparare e insegnare a non rigettare «ciò che in esse vi è di vero e di santo» e a rifiutare come «estranea allo spirito di Cristo ogni discriminazione o persecuzione contro persone a motivo della razza, del colore o della condizione di vita o della religione».[13]

2.3.   Sfide istituzionali

Considerando la formazione iniziale notiamo una maggiore debolezza in due aspetti fondamentali: il discernimento vocazionale e l’accompagnamento personale. I “Criteri e Norme” della Ratio non sono conosciuti. Non c’è chiarezza su come l’accompagnamento debba essere strutturato, così che la sua pratica cade in disuso. A ciò possiamo aggiungere la discontinuità e la frammentazione delle fasi della nostra formazione, con impatto negativo specialmente sui due processi evidenziati, e in generale sulla formazione dei confratelli come persone efficientemente mature per assumere la vocazione e la missione salesiana.

Evidente è anche la mancanza di assimilazione delle linee-guida della Congregazione per la pastorale. Esse sono un mezzo per comprendere e portare avanti la missione salesiana nei vari campi dell’animazione missionaria, pastorale giovanile, comunicazione sociale, pastorale vocazionale.

Infine osserviamo nella Congregazione una debolezza di direzione e animazione. Governo e animazione non favoriscono sempre il cambio di mentalità, non promuovono i necessari processi, non riescono a smantellare le resistenze al cambiamento, non aiutano il soggetto ad assumersi responsabilità personali e impegni di responsabilità condivisa.

2.4    Sfide personali

È doveroso registrare alcune carenze nella vita del salesiano: l’individualismo nelle decisioni pastorali, il modo in cui il tempo libero viene impiegato, lo spazio dato al benessere personale a scapito della disponibilità alla missione; ma anche un attivismo che lascia poco spazio alla vita spirituale, allo studio sistematico, all’apprendimento continuo, all’abitudine alla riflessione. I confratelli non sono abituati all’autoformazione, ed alcuni neppure ne sentono l’urgenza.

Spesso non c’è coscienza dell’identità della nostra vocazione di salesiani consacrati, così che viene compromessa l’identificazione personale con la vocazione stessa. Più che la dedizione alla propria vocazione, ciò che interessa sembra essere di sentirsi bene con se stessi e stare bene con gli altri. La lontananza affettiva ed effettiva dal mondo dei giovani è in crescita; essi spesso non sono compresi o percepiti come l’unica nostra ragion d’essere.

Ultima, ma non meno importante, è la dimensione affettiva del salesiano, che risulta scarsamente apprezzata. Emozioni, sentimenti e affetti sono trascurati, se non ignorati; c’è difetto di educazione all’interiorità e all’espressività emozionale, per mancanza di formazione appropriata e di formatori esperti. Tutto ciò si riflette sugli atteggiamenti educativi che assumiamo e sul lavoro pastorale che svolgiamo, in particolar modo per quanto riguarda l’educazione dei giovani all’amore, la cura per le coppie di fidanzati, l’attenzione per la vita matrimoniale e le famiglie.

2.5    I giovani come sfida

In fine – come già scrissi in altra occasione[14] – mi sembra di percepire in Congregazione un fenomeno assai preoccupante: qua e là registro tra i confratelli una resistenza più o meno consapevole, e talora una incapacità dichiarata, ad accostarsi con simpatia, ad illuminare con perspicacia, frutto di studio, e ad accogliere cordialmente le nuove forme di espressione che caratterizzano i giovani d’oggi, non meno che le esperienze collettive con le quali danno forma ai loro ‘spettacolari’ stili di vita[15], quelle cioè che, normalmente, si affermano nel tempo libero, quasi sempre ai margini delle consuete istituzioni sociali.

Il CG26 illustra questa situazione quando, parlando delle nuove frontiere, afferma: «riconosciamo pure le attese dei giovani spiritualmente e culturalmente poveri, che sollecitano il nostro impegno; giovani che hanno perso il senso della vita, carenti di affetto a causa della instabilità della famiglia, delusi e svuotati dalla mentalità consumista, indifferenti religiosamente, demotivati dal permissivismo, dal relativismo etico, dalla diffusa cultura di morte».[16]

Questa solitudine affettiva non è l’unica, né direi la più estesa forma di povertà esistenziale, in cui i giovani d’oggi si imbattono. La stragrande maggioranza di quelli che popolano i paesi in via di sviluppo conosce bene l’indigenza economica, la precarietà familiare, la discriminazione razziale, le carenze educative e culturali, l’impreparazione al lavoro, lo sfruttamento ignobile da parte di terzi, l´impiego abusivo come mano d´opera, la chiusura di orizzonti che soffoca la vita, dipendenze varie e altre devianze sociali.

La mappa attuale dello smarrimento giovanile è un quadro così desolante che chiama a un’urgente conversione alla compassione (cf. Mc 6,34; 8,2-3), non meno che all’azione (cf. Mc 6,37; 8,4-5). Come e con Don Bosco, la Congregazione si è impegnata, mediante l’educazione e la prevenzione, ad aiutarli a ritrovare se stessi, ad accompagnarli con pazienza e fiducia nel cammino della loro costruzione personale, a offrire loro strumenti per guadagnarsi la vita; ma allo stesso tempo a proporre un modo a loro confacente di relazionarsi con Dio.

Per ricreare il carisma salesiano nelle più variegate situazioni dove ci troviamo, non basta adattarlo ai diversi contesti giovanili; ancor più, occorre investire sui giovani, facendoli diventare soggetti protagonisti e collaboratori fidati, senza mai dimenticare che essi sono la ragione della nostra consacrazione a Dio e della nostra missione. Lo vogliamo fare, abitando il loro mondo, parlando il loro linguaggio, affiancandoci a loro non solo come a nostri destinatari privilegiati ma, sopra tutto, come a compagni di viaggio.

3.      RADICALITÀ EVANGELICA DELLA VITA CONSACRATA SALESIANA

Durante le Visite d’Insieme abbiamo potuto constatare che esistono numerosi aspetti positivi nella vita della Congregazione. I confratelli sono, in generale, coscienti dell’identità della vita consacrata salesiana e sono portatori di valori che la manifestano. Per lo più l’impiantazione del carisma nei diversi paesi, luoghi, contesti in cui si trova la Congregazione è stata buona. Soddisfacente in numerose parti del mondo è stata la crescita delle presenze e delle vocazioni. In questi ultimi tempi si sono consolidate esperienze positive di vita fraterna. Soprattutto a seguito del CG26, è cresciuta in tutti la consapevolezza che la conoscenza approfondita di Don Bosco costituisce un elemento irrinunciabile per un rinnovamento profondo della vita salesiana. In alcune Regioni le Ispettorie hanno conosciuto una promettente fioritura e hanno dato vita a nuovi tipi di opere che rendono visibile la fedeltà al carisma di Don Bosco.

Accanto a questi elementi positivi si sono tuttavia sperimentate anche difficoltà significative: in alcune parti della Congregazione l’invecchiamento dei confratelli, la scarsità di vocazioni e la complessità delle opere rendono difficile l’auspicato rinnovamento; in altre si fatica ad orientare l’azione pastorale verso la scelta fondamentale dei giovani. Permangono resistenze nel ritrovare spazio per la vita di comunità e si stenta a promuovere cammini validi ed efficaci di formazione permanente. Qua e là affiora una mancanza di entusiasmo nel vivere la propria vocazione e si denuncia una debole animazione da parte dei confratelli direttori.

Per fronteggiare le sfide attuali e future della vita consacrata salesiana e della missione in tutta la Congregazione, emerge la necessità di tratteggiare il profilo del nuovo salesiano; oggi egli è chiamato a essere:

  •        un mistico: in un mondo che comincia a far sentire sempre più chiaramente la sfida del secolarismo, abbiamo bisogno di «trovare una risposta nel riconoscimento del primato assoluto di Dio», attraverso la «totale donazione di sé» e nella «conversione permanente di un’esistenza offerta come vero culto spirituale».[17]
  •        un profeta: «Nell’odierna situazione multiculturale e religiosa viene sollecitata la testimonianza della fraternità evangelica». Le nostre comunità religiose sono chiamate a essere coraggiose nel vivere il vangelo come modello alternativo di vita e «stimolo alla purificazione, all’integrazione di valori diversi, mediante il superamento delle contrapposizioni».[18]
  •        un servo: «La presenza di nuove forme di povertà e di emarginazione deve suscitare la creatività nel prendersi cura dei più bisognosi»;[19]  ciò ha segnato la nascita della nostra Congregazione e produrrà la rinascita delle nostre Ispettorie, a beneficio dei giovani poveri e di quelli emarginati per ragioni economiche, sessuali, razziali o religiose.

Tutto ciò richiede un cambiamento sia di mentalità che di prassi: entrare in un processo di vera conversione, passando da una mentalità chiusa ad una aperta e pronta al cambiamento, guardando al futuro con speranza ed ottimismo. Occorre allora prendere in considerazione alcuni elementi strategici.

3.1    Radicalità evangelica della vita consacrata

Osservando la situazione attuale della Chiesa, e in essa della nostra Congregazione, non possiamo ignorare che la chiamata alla “radicalità evangelica” costituisce una necessità urgente e un tema di grande attualità, a partire dalla pratica dei consigli evangelici. Per esempio, a riguardo alla castità consacrata, sono sorti negli ultimi anni, suscitando grande scandalo, i problemi della pedofilia e degli abusi sessuali;[20] essi, come lo stesso Benedetto XVI ha scritto, «hanno oscurato la luce del vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione»,[21] anche se conviene ricordare che il problema non è di oggi.

Non è però soltanto l’aspetto della castità consacrata ad essere problematico; molto spesso, infatti, le difficoltà in questo campo sono conseguenza ed espressione di altre situazioni negative relative ai consigli evangelici della povertà e dell’obbedienza. In particolare, la pratica della povertà, che è uno dei punti centrali del CG26 (cf. nn. 79-97), è diventata più impellente, in seguito al crollo finanziario ed economico avvenuto a livello mondiale. In quanto religiosi non possiamo ridurre la povertà a una più vigilata correttezza nella gestione delle risorse, peraltro doverosa; la povertà infatti investe il modo di intendere e di vivere un valore evangelico fondamentale per la nostra consacrazione. Lo stesso Santo Padre Benedetto XVI, a questo riguardo, ha espressioni molto forti ed illuminanti, sulla radice morale dell’attuale crisi economica.

In una delle mie prime lettere, «Sei Tu il mio Dio, fuori di Te non ho altro bene»,[22] ho voluto fare un’analisi approfondita dell’attuale situazione, provocata da un “modello liberale” di vita consacrata, che intacca particolarmente l’obbedienza. Sono convinto infatti che uno dei punti là indicati può essere riconosciuto come una delle radici della problematica attuale; si tratta dell’individualismo, che talvolta si nasconde dietro il diritto alla “privacy”, realtà questa che spesso, parafrasando il testo biblico, “copre una moltitudine di peccati”. Tutto ciò è legato indissolubilmente alle difficoltà nell’obbedienza; riconoscevo infatti tale legame anche nella citata lettera: «Si è introdotta così una grande dose di individualismo, che rende l’obbedienza quasi impossibile».[23]

Comunque, la radicalità evangelica della vita consacrata non si può limitare alla pratica dei consigli evangelici. Essa coinvolge tutto il suo essere, attingendo le sue componenti vitali: la sequela di Cristo e la ricerca di Dio, la vita fraterna in comunità, la missione. Ognuna di queste aree sono impregnate dal fascino della vocazione, e dunque, chiamate alla radicalità evangelica.

Questa radicalità viene dichiarata dallo stesso Gesù lungo il suo ministero profetico, che trova la sua espressione più esplicita nel “Discorso della montagna”, sia nella proclamazione delle Beatitudini, che segnano un capovolgimento della logica del mondo, sia nelle dichiarazioni susseguenti che puntano all’interiorità della legge e all’amore come legge suprema (cf. Mt 5-7). Ancora una volta, la radicalità evangelica appare con luce meridiana quando Gesù presenta le conseguenze del seguirlo, condividendo con lui una vita non comoda, non programmata, ovunque lui vada, subordinando tutto al Regno (cf. Lc 9, 57-62). E, soprattutto, quando, in seguito al primo annuncio della passione e alla resistenza di Pietro, rivolgendosi non solo ai discepoli ma a tutta la folla, dice: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà» (Mc 8, 34-35).

La vocazione (Cost 22 e 25; 97 e 98)

In quanto religiosi, noi salesiani siamo chiamati alla radicalità evangelica nella vita consacrata. Se è vero infatti che la radicalità evangelica riguarda ogni discepolo di Gesù, è altrettanto vero che noi siamo chiamati a viverla concretamente nella vita consacrata. La radicalità per noi è innanzitutto una chiamata, una vocazione. Purtroppo, nella nostra riflessione, nel vissuto e nell’azione concreta il riferimento alla chiamata di Dio risulta piuttosto povero. La vocazione non si sceglie, ma ci è data; noi possiamo solo riconoscerla e accoglierla; così anche la radicalità evangelica, prima che impegno e compito, è dono e grazia.

La vocazione non nasce da iniziativa personale, perché è una chiamata per una missione specifica, che non viene determinata da noi ma da Colui che chiama. Leggiamo nel vangelo di Marco che Gesù «chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni» (Mc 3,13-15). Anche il vangelo di Giovanni conferma che l’essere discepolo e apostolo non è una scelta personale, ma una elezione da parte di Gesù, una vocazione: «non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16a); e la missione è «rimanere nel suo amore» (Gv 15,9b). Solo così coloro che sono chiamati possono ottenere pienezza di gioia: «questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11); entrare nella sua intimità: «voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando» (Gv 15,14); avere fecondità: «vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16b).

Questa dimensione antropologica e teologica della vocazione è affascinante. C’è una Persona che ti guarda, ti ama e ti chiama, e tu puoi accettare o rifiutare la proposta. A un appello personale si può rispondere dicendo “sì” oppure “no”. Tutto ciò avviene nella più grande libertà. A ragione possiamo dire che il consegnare la propria vita, l’unica vita, tutta la vita, rappresenta il più alto livello di coscienza umana. Nella Sacra Scrittura troviamo la storia dei grandi “amici di Dio”: Abramo, Mosè, Davide, Elia, i profeti, Giuseppe, Maria, gli apostoli; essi rinunciarono ai propri progetti e consentirono a Dio di impadronirsi della loro vita per scrivere, insieme a Lui, la storia di salvezza. Però non tutti coloro che furono chiamati accettarono la chiamata. Possiamo, ad esempio, ricordare l’incontro di Gesù con quell’uomo ricco che gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?»; ma all’invito di Gesù «va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi» (Mc 10,17-22), egli, rattristatosi, si allontanò.

Nel passato la vocazione religiosa era presentata spesso come un evento puntuale nella vita di una persona. Anche se, nei numerosi appelli che configurano l’esistenza ci sono eventi che segnano il futuro, la vocazione cristiana va capita sempre più come un dialogo ininterrotto tra Dio che chiama e il discepolo che risponde. Essa richiede pertanto una grande libertà per disporre totalmente di sé e consegnarsi alla persona amata. Ovviamente per lasciare tutto e donarsi interamente ad una persona occorre essere profondamente innamorati. Non a caso l’immagine più eloquente per descrivere questa relazione di amore è l’alleanza. Da ciò si capisce come non si può essere consacrati e non essere nello stesso tempo dei mistici, pieni di passione per Dio e per l’uomo.

La nostra specifica vocazione è la vita consacrata salesiana, che ci pone come discepoli e apostoli del Signore Gesù sui passi di Don Bosco. Essa è descritta in modo sintetico nell’articolo 3 delle Costituzioni, che presenta la nostra vocazione come chiamata alla sequela di Cristo obbediente, povero e casto, alla vita fraterna in comunità, alla dedizione per la missione, in dialogo con Dio e al servizio dei fratelli. Si tratta di elementi vocazionali costitutivi, a cui dare spazio nella vita personale e comunitaria. La nostra vita dovrà offrire spazio “equilibrato e armonico” all’esperienza spirituale, alla fraternità in comunità, alla missione.

La “grazia di unità” tra questi aspetti della nostra vocazione è una sfida fondamentale da affrontare con serietà e determinazione, pena la frammentazione, la dispersione, l’attivismo, la superficialità spirituale, il genericismo pastorale, la perdita del senso vocazionale, lo svuotamento. Per questo presento ora questi elementi fondamentali della nostra consacrazione apostolica, che richiedono di essere vissuti con radicalità evangelica: l’esperienza spirituale, la vita fraterna, la missione.

Esperienza spirituale: discepoli di Cristo (Cost 61-84) e ricercatori di Dio (Cost 85-95)

Non sorprende che l´esperienza spirituale, che è alla base della vita consacrata, e che ci fa dei ricercatori di Dio e dei discepoli di Gesù, si caratterizzi nello Spirito come totalizzante, unitaria e dinamica:

  • totalizzante, perché essa ci colloca di fronte a Dio pieno di zelo che non ammette altri dèi fuori di Lui, con una presenza che avvolge; non vi è spazio per frammentare la nostra consegna a Lui: perché, «chi ama suo padre o sua madre più di quanto ama me, non è degno di me; chi ama suo figlio o sua figlia più di me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me» (Mt 10,37-38);
  • unitaria, perché essa viene a integrare tutti gli elementi della vita intorno all´unico importante e necessario, l´Assoluto, come è illustrato dalla risposta di Gesù a Marta, tutta presa dalle molte cose da fare per Lui tranne quella importante, scoperta invece da Maria (Lc 10, 41-42);
  • e dinamica, perché essa ci dà “un cuore nuovo e uno spirito nuovo”; ciò che si deve fare, la legge da compiere, non è fuori di noi, ma dentro di noi; lo stesso Spirito Santo diviene in noi dinamismo della vita, come dice San Paolo: «Perché la legge dello Spirito che dà la vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte» (Rm 8,2).

Solamente una tale esperienza spirituale può essere fonte di una vita religiosa dinamica e significativa, di una preghiera viva, di una comunità fraterna, di uno zelo apostolico, di una pastorale feconda; essa trasforma dal di dentro la vita della persona e della comunità, dando luogo a nuovi modelli di relazione interpersonale e di condotta, a un nuovo tipo di preghiera e di culto, a una forma tipica di pastorale, e, soprattutto, a un modello culturale alternativo, segno e frutto dell’attesa del Signore che viene.

Discepoli di Cristo (Cost 61-84)

La vocazione religiosa, una volta accolta, porta alla decisione di consegnarci totalmente a Dio che ci consacra a Sé. La vita consacrata è, infatti, una via che parte dall’Amore di Dio che ha fissato il suo sguardo su di noi, ci ha amati, ci ha chiamati, ci ha afferrati; ed è una via che conduce all’Amore, in quanto via sicura per raggiungere la pienezza di vita in Dio. Ciò vuol dire che tutta la vita consacrata è contrassegnata dall’amore e va vissuta alla sua insegna, per cui non può essere vissuta se non nella letizia, anche nei momenti di prova e difficoltà, con la convinzione e l’entusiasmo di chi avverte l’amore come forza trainante della vita. Da qui promanano la serenità, la luminosità e la fecondità della vita consacrata, tratti che la rendono incantevole.

La consacrazione dunque ci fa diventare persone consegnate incondizionatamente a Dio e, più concretamente, ci rende “memoria vivente del modo di essere e di agire di Gesù” obbediente, povero e casto,[24] trasformandoci in segni e portatori dell’Amore di Dio per l’umanità. Questo è difatti il primo contributo che da religiosi possiamo e dobbiamo offrire. Purtroppo ciò non viene riconosciuto, quando un modello antropologico riduttivo priva la vita della sua dimensione religiosa, fondandola su progetti di esistenza a breve scadenza; per esempio i miti della scienza, della tecnica e dell’economia, con l’illusione che il loro progresso sia illimitato, condannano la vita all’immanenza di questo mondo senza orizzonte di trascendenza definitiva, perché alla fine tutto si conclude con la morte. A un mondo centrato sull’efficienza e sulla produzione, sull’economia e il benessere, il religioso si presenta come segno di Dio, della sua grazia, del suo amore. Dio e il suo Amore è quanto è venuto a darci Gesù. Questa è la buona novella! Dio è il primo contributo che possiamo dare all’umanità. Ecco la grande speranza da offrire. Ecco la nostra prima profezia.

Parlando con i giovani che aspirano a essere salesiani, mi convinco che in fondo essi cercano nella vita consacrata la risposta a tre grandi aneliti: una profonda sete di spiritualità, anche se non sempre identificata con una chiara esperienza del Dio di Gesù Cristo; una vita di comunione, anche se non sempre proiettata sulla comunità, soprattutto quando questa non spicca per l’accoglienza, il rapporto interpersonale profondo, lo spirito di famiglia; e infine un impegno deciso a favore dei più poveri e bisognosi, anche se non sempre si è disposti a donarsi definitivamente, il che è facile da capire in una cultura caratterizzata dagli impegni a breve scadenza o almeno non per sempre. Compito della formazione è di costruire cammini di maturazione in quei valori per i quali i giovani consacrati si mostrano più sensibili, aiutandoli peraltro a riconoscere e accogliere anche quegli elementi che avvertono come difficoltà.

La vocazione a seguire e imitare Gesù Cristo comporta una progressiva configurazione a Lui sino a diventare appunto “memoria vivente del suo modo di agire e di essere obbediente, povero e casto”, come Egli lo è stato.

Certo, questa vita così centrata in Dio e nella consegna di sé agli altri è chiaramente ‘controculturale’, contro il valore assoluto dell’economia e del materialismo, contro l’edonismo e il culto al corpo, contro l’individualismo e ogni forma di autoritarismo. Viviamo in un contesto storico, culturale e sociale in cui i consigli evangelici non sono apprezzati; anzi, sono considerati inumani e colpevoli di costruire persone dimezzate, qualcosa da cui ci si dovrebbe liberare. Ad esempio, l’obbedienza sembra attentare contro i diritti fondamentali della persona umana: la libertà di decidere di se stessi, di autodeterminarsi e di auto-realizzarsi. La castità viene vista come privazione dei beni della coniugalità: la rinuncia ad avere una persona su cui contare nei momenti buoni e in quelli cattivi e con cui condividere gioie e tristezze, successi e prove della vita; la rinuncia alla paternità e ad avere figli; la rinuncia al piacere coniugale, con la gioia del corpo che gli sposi si donano reciprocamente, senza ovviamente ridurre tutto al piacere fisico; la rinuncia alla tenerezza, all’intimità ordinaria, al sapere che c’è una persona accanto te, alla dolcezza di uno scambio di sguardi, al sentirti dire “è bello che tu ci sia”. La povertà è ancor meno apprezzata in un mondo che ha fatto del benessere e della economia i valori supremi; ciò fa sì che essa sia vista come un male da sconfiggere, qualcosa da cui liberarsi per essere pienamente autonomi, senza dipendere da nessuno; ciò che importa è di avere per poter essere, il non voler privarsi di nulla, il cercare forme di vita  borghesi e consumistiche, che ci rendono insensibili ai poveri e incapaci di servire i più bisognosi.

Questa mentalità sempre più diffusa, che non rende appetibile la vita evangelica, si può infiltrare nei consacrati, che si sentono tentati di sottrarre a Dio nella vita personale ciò che Gli hanno donato pubblicamente mediante la professione.

Senza idealizzare la forma ordinaria di realizzare la vita umana, è importante sottolineare che i voti non sono una mera rinuncia a dei valori. Essi danno una risposta alle tre grandi forze che compromettono l’esistenza umana e che la prima lettera di Giovanni ha magistralmente così stigmatizzato: «Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui: perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo» (1 Gv 2,15b-16). Gesù ha inaugurato nella sua persona un’altra forma pienamente umana di realizzare l’esistenza, totalmente consacrato a Dio e interamente votato all’Uomo. Ciò è possibile solo se Dio viene riconosciuto come Assoluto nella propria vita, facendo della Sua Volontà il nostro progetto di vita, dedicandoci con generosità a collaborare con Lui nella realizzazione del suo disegno di salvezza dell’umanità: liberi da tutto e da tutti per renderci servi di tutti. Appunto perché questa non è una vita inumana, bensì carismatica, nel senso pieno del termine, frutto dell’azione dello Spirito che abilita per tale forma di vita evangelica, essa richiede idoneità umana, frutto della natura e dell’educazione ricevuta, e maturazione, opera del processo formativo.

D’altra parte, la radicalità dei consigli evangelici non proviene solo dalla tradizione ecclesiale, ma si trova anche nella prospettiva della rivelazione biblica. Mi riferisco, in particolare, all’obbedienza che nella Sacra Scrittura, fin dall’Antico Testamento, viene unita all’atteggiamento fondamentale del credente, cioè la fede. Nelle Scritture, infatti, gli autentici credenti sono radicalmente obbedienti; pensiamo ad Abramo, a Davide, a Mosè e ai profeti. Possiamo persino affermare che nel loro orizzonte non appaiono ancora come valori né la povertà né il celibato. Non si tratta tuttavia di personaggi straordinari, perché anche l’esperienza di Israele è stata descritta così: un popolo di schiavi liberati per diventare un popolo santo che conosce la gioia del libero servizio a Dio.

Questa prospettiva vetero-testamentaria trova l’incarnazione più perfetta proprio in chiave di obbedienza nel Figlio di Dio, Gesù. Sia la Lettera agli Ebrei che la Lettera ai Filippesi mettono in evidenza il fatto che il credente è per sua natura e si definisce come essere obbediente. E ancora, direi che uno dei tratti più affascinanti della cristologia contemporanea è proprio questo recupero della libertà di Gesù, che non si può spiegare se non in quella sua radicale obbedienza al Padre. L’obbedienza rappresenta l’atteggiamento per eccellenza del Figlio di Dio. Mi sembra che questo aiuta un po’ a superare il pregiudizio che c’è nella cultura odierna contro l’obbedienza. La prospettiva biblica aiuta a capire la differenza tra il ‘sottomettersi’, che implica qualcosa di servile e che è indegno dell’essere umano, e l’atto di ‘obbedienza’ che in tutte le lingue bibliche ha come radice l’ascoltare. In pratica, colui che ascolta bene è proprio colui che accoglie quanto ha ascoltato; dunque non c’è autentico ascolto che non venga accompagnato dall’obbedienza.

Questa concezione rende possibile, gioioso e fecondo, il vivere i valori del vangelo, fare sempre più nostro il modo d’essere di Gesù obbediente, povero e casto, diventare suoi discepoli. Solo un progressivo immedesimarsi con Cristo realizza la sequela Christi.

Ricercatori di Dio (Cost 85-95)

Parlando ai partecipanti all’Assemblea della USG (Unione dei Superiori Generali) e della UISG (Unione Internazionale delle Superiore Generali), nella Sala Clementina del Vaticano, il 26 novembre 2010, il Papa Benedetto XVI ci diceva: «Le vostre due ultime Assemblee sono state dedicate a considerare il futuro della vita consacrata in Europa. Questo ha significato ripensare il senso stesso della vostra vocazione, che comporta, prima di tutto, il cercare Dio, quaerere Deum: siete per vocazione cercatori di Dio. A questa ricerca consacrate le migliori energie della vostra vita. Passate dalle cose secondarie a quelle essenziali, a ciò che è veramente importante; cercate il definitivo, cercate Dio, mantenete lo sguardo rivolto a Lui. Come i primi monaci, coltivate un orientamento escatologico: dietro il provvisorio cercate ciò che rimane, ciò che non passa (cf. Discorso nel Collège des Bernardins, Parigi, 12 dicembre 2008). Cercate Dio nei confratelli che vi ha dato, con i quali condividete la stessa vita e missione. Lo cercate negli uomini e nelle donne del nostro tempo, ai quali siete inviati per offrire loro, con la vita e la parola, il dono del Vangelo. Lo cercate particolarmente nei poveri, primi destinatari della Buona Notizia (cf. Lc 4,18). Lo cercate nella Chiesa, dove il Signore si fa presente, soprattutto nell’Eucaristia e negli altri Sacramenti, e nella sua Parola, che è via maestra per la ricerca di Dio, ci introduce nel colloquio con Lui e ci rivela il suo vero volto. Siate sempre appassionati cercatori e testimoni di Dio!».

E subito aggiungeva: «Il rinnovamento profondo della vita consacrata parte dalla centralità della Parola di Dio, e più concretamente del Vangelo, regola suprema per tutti voi, come afferma il Concilio Vaticano II nel Decreto Perfectae caritatis (cf. n. 2) e come ben compresero i vostri Fondatori: la vita consacrata è una pianta ricca di rami che affonda le radici nel Vangelo. Lo dimostra la storia dei vostri Istituti, nei quali la ferma volontà di vivere il Messaggio di Cristo e di configurare la propria vita ad esso, è stata e rimane il criterio fondamentale del discernimento vocazionale e del vostro discernimento personale e comunitario. È il Vangelo vissuto quotidianamente l’elemento che dà fascino e bellezza alla vita consacrata e vi presenta davanti al mondo come un’alternativa affidabile. Di questo ha bisogno la società attuale, questo attende da voi la Chiesa: essere Vangelo vivente».

Perciò i consacrati assumono la santificazione come il proposito principale della vita. E questo è anche valido per la nostra Congregazione, come attesta chiaramente il verbale della fondazione della Congregazione Salesiana.[25] Non a caso la nostra Regola di vita conclude la prima parte, subito dopo la formula della professione, affermando in un primo momento che «i confratelli che hanno vissuto o vivono in pienezza il progetto evangelico delle Costituzioni sono per noi stimolo e aiuto nel cammino di santificazione», e, quindi, che «la testimonianza di questa santità, che si attua nella missione salesiana, rivela il valore unico delle beatitudini, ed è il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani» (Cost 25).

Nella sua Lettera “Il Padre ci consacra e ci invia”, don Juan E. Vecchi scriveva: «I consacrati appaiono come esperti dell´esperienza di Dio. Tale esperienza è all’origine della loro vocazione. Il progetto di vita che assumono tende a coltivarla. La privilegia in termini di tempo e di attività. Tutti i cristiani, d’altra parte, debbono e vogliono fare una certa esperienza di Dio; ma vi si possono dedicare soltanto ad intervalli e in condizioni di vita meno favorevoli, per cui rischiano di trascurarla. I consacrati si propongono come interlocutori per tutti quelli che nel mondo sono alla ricerca di Dio. A coloro che già sono cristiani offrono la possibilità di fare, in loro compagnia, un´esperienza religiosa rinnovata; a coloro che non sono credenti si mettono accanto nel cammino di ricerca.

Oggi questo servizio sta risultando attuale e richiesto. L´apertura dei monasteri e conventi, a chi ne voglia approfittare per giornate di riflessione, sta a dimostrarlo. Noi, d’altra parte, siamo chiamati a rendere un servizio simile tra i giovani.
C’è nella vita una legge che viene applicata in tutti gli ambiti: nessun valore permane vivo nella società senza un gruppo di persone che si dedichino completamente a svilupparlo e sostenerlo. Senza la classe medica e l’organizzazione degli ospedali la salute sarebbe impossibile. Senza gli artisti e le istituzioni corrispondenti il senso artistico della popolazione decade. Lo stesso avviene col senso di Dio: i religiosi, contemplativi o no, sono quel corpo di mistici capace di aiutare almeno chi è prossimo a leggere l’esistenza alla luce dell´Assoluto e a farne esperienza.

Ciò appartiene ai propositi essenziali della vita religiosa. Perciò i Fondatori misero il senso di Dio al di sopra di tutte le attività e aspetti della loro istituzione. Credenti e non credenti avvertono la mediocrità religiosa dei consacrati come una difformità. I religiosi medesimi sentono un vuoto incolmabile quando questa dimensione sparisce».[26]

L’affermazione dell’Assoluto di Dio esige da noi un salto profetico: questo è il compito della vita religiosa oggi, questo è il miglior servizio che possiamo rendere ai nostri fratelli, perché solo la fede, la speranza e l’amore hanno l’enorme potere di superare la mediocrità e di dissolvere la decadenza della nostra cultura, frammentata dall’individualismo, dall’edonismo, dal relativismo, dal nichilismo e da ogni tipo di ideologia immanentista.

Se in passato il pericolo della vita religiosa era quello di perdere un sano radicamento alla terra e alla storia, concentrandosi in modo preponderante sulla sua funzione di richiamo alla trascendenza, oggi rischia di svigorirsi in un terrenismo che dimentica ogni prospettiva ulteriore. Questo accade quando si pensa che la salvezza sia opera nostra, quando cediamo alla tentazione del prometeismo e, senza volerlo, facciamo dell’attivismo un’idolatria. Allora la vita religiosa perde la sua ragione d’essere, dimentica della sua missione, e si perverte in una forma paradossale di secolarismo. Pensando di acquisire più rilevanza sociale per ciò che facciamo, perdiamo l’identità e priviamo il mondo della speranza che attende da noi!

Ecco perché dobbiamo coltivare accuratamente la nostra vita spirituale, sia a livello personale che comunitario. Indubbiamente bisognerà superare una concezione della vita spirituale di indole intimista, estranea o marginale alla vita del mondo; ma allo stesso tempo bisognerà potenziare l’esperienza della preghiera, migliorare la qualità della vita comunitaria, svolgere con professionalità e preparazione il nostro servizio evangelizzatore, per poter essere segni profetici di fronte agli attuali valori che questo mondo canonizza, ed essere testimoni inconfutabili del Dio dell’Amore.

Vita fraterna: in comunità fraterne (Cost 49-59)

In una società dove regna l’individualismo, in una cultura dove prevale l’egoismo, in famiglie dove è sempre più diffusa la solitudine, è naturale che la persona avverta la comunicazione come un bisogno fondamentale. Oggi questa viene da una parte agevolata e favorita dai mezzi di comunicazione; basterebbe pensare all’uso del cellulare e a tutti gli altri campi di comunicazione come youtube, facebook, twitter…. Ma, da altra parte, essa può essere ostacolata dalla virtualità. È vero che si può entrare in contatto con tantissime persone, in qualsiasi parte del mondo e in contemporaneità; ma l’uso di tali canali non assicura la comunione, perché questa è sempre frutto di un legame personale, di un rapporto reale con chi chiede accoglienza, riconoscimento e rispetto della propria individualità, accettazione dei limiti propri e altrui, impegno a condividere e a convivere, elementi tutti che sono a fondamento di qualsiasi autentica esperienza familiare o comunitaria.

Per noi salesiani, la vita di comunità è un elemento molto importante della nostra scelta religiosa. Infatti per noi il “vivere e lavorare insieme” è una condizione essenziale che garantisce una via sicura per realizzare la nostra vocazione (cf. Cost 49). Non è concepibile la vita religiosa salesiana senza quella comunione che si concretizza nella vita comune e nella missione condivisa. L’esigenza della fraternità nasce dal fatto di essere figli dello stesso Padre e membra del Corpo di Cristo; la vita religiosa crea un’autentica famiglia costituita da persone che condividono la stessa fede e il medesimo progetto di vita. Da una prospettiva tipicamente salesiana, noi siamo chiamati a creare e vivere lo spirito di famiglia come lo voleva e lo viveva Don Bosco.

Ovviamente, come in altri campi della vita religiosa, anche qui possiamo individuare dei rischi, ad esempio, quello di impostare uno stile di rapporti meramente funzionali o gerarchici o falsamente democratici. I nostri invece devono essere rapporti fraterni e amichevoli, che portano ad amarci fino a condividere tutto. Un tale criterio ci fa vedere che la comunità è ben capita e vissuta, quando si nutre di comunione e tende alla comunione. Una comunità senza comunione, con tutto ciò che questa comporta di accoglienza, apprezzamento e stima, aiuto vicendevole ed amore, si riduce ad un gruppo dove si giustappongono le persone, lasciandole però di fatto nell’isolamento. D’altra parte, nella vita religiosa la comunione senza comunità è una forma narcisistica di vivere la vita e, di conseguenza, una contraddizione, perché è una forma subdola d’individualismo.

Oggi i religiosi devono fare uno sforzo grande e condiviso per creare comunità, dove lo spessore spirituale, la qualità umana e l’impegno apostolico di ciascuno dei membri fanno sì che la vita sia davvero buona, bella e felice. In altre parole, senza qualità umana, spiritualità vissuta e dedizione apostolica non c’è vera fraternità.

Inoltre, in un momento in cui la presenza dei laici nella Congregazione è sempre più maggioritaria, e non solo come impiegati o collaboratori ma anche come corresponsabili e addirittura come dirigenti delle nostre opere, a maggior ragione le comunità devono spiccare per la loro vita di comunione, in modo che questa si diffonda a cerchi concentrici nei gruppi dei corresponsabili e collaboratori e in quelli delle persone vicine alle nostre presenze.

Ancora un altro tratto non indifferente nella vita religiosa oggi è da evidenziare: quello della multiculturalità delle comunità, in una società sempre più pluriculturale. La testimonianza di comunità costituite da persone di età, origine, lingua, cultura, formazione e tradizioni diverse, ma unite dalla fede, dalla speranza e dalla carità, è un vero tesoro, tanto più che la tentazione della xenofobia si fa sentire sempre più fortemente. La comunità religiosa, inoltre, è un grande contributo che offriamo a un mondo diviso dalla ingiustizia sociale, dai conflitti interetnici, e da certi modelli sociali, culturali ed economici che stanno distruggendo la solidarietà e ipotecando per sempre la fraternità. Dio è comunità. Dio è amore. Ecco la buona novella! Ecco quanto siamo chiamati ad offrire per l’umanizzazione del mondo.

Guardando specificamente alla professione dei consigli evangelici, riconosciamo che una vita di comunità di buona qualità è un grande aiuto per l’osservanza dei nostri voti religiosi. Infatti ci aiuta a essere, con più facilità, disponibili alle esigenze dell’obbedienza; ci rende consapevoli del valore della sobrietà e della condivisione nell’uso dei beni; rafforza il nostro impegno per una vita casta e aperta ad un amore oblativo e aiuta la nostra fedeltà, proteggendoci da fughe affettive o da altre esperienze negative (cf. Cost 83).

Il rinnovamento profondo della nostra vita religiosa e salesiana passa dunque anche attraverso un rinnovamento profondo della nostra fraternità nella vita comunitaria. In questo assume un’importanza particolare lo stile di animazione e governo del direttore, nel suo ruolo di autorità spirituale, che aiuta i confratelli nel loro cammino vocazionale, attraverso una viva e intelligente animazione comunitaria e un attento accompagnamento personale; autorità operatrice di unità, che crea un clima di famiglia atto a promuovere una fraterna condivisone e corresponsabilità; autorità pastorale che guida e orienta tutte le persone, azioni e risorse verso gli obiettivi di educazione ed evangelizzazione che caratterizzano la nostra missione; autorità che sa prendere le decisioni necessarie e ne sa assicurare l’esecuzione.

Missione: inviati ai giovani (Cost 26-48)

Mentre la vita fraterna non ha la stessa importanza e le medesime modalità di attuazioni in tutti gli Ordini e Congregazioni, anche se, come abbiamo visto, la vocazione religiosa è per natura sua convocazione e perciò creatrice di fraternità, la missione è sempre stata riconosciuta da tutti come un elemento d’identità della vita religiosa. Non potrebbe essere diversamente, dal momento che la missione dei religiosi è partecipazione alla missione della Chiesa, e questa a sua volta prolungamento della missione di Cristo. «Chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni» (Mc 3,13-15).[27] Anzi, agli occhi del mondo la missione è ciò che rende la vita religiosa rilevante ed efficace.

Occorre però distinguere tra missione e fini specifici di un Istituto di vita consacrata. La missione non consiste nel fare cose, ma essenzialmente nell’essere segni dell’amore di Dio nel mondo. I fini specifici invece s’identificano, specialmente per la vita consacrata apostolica, con l’azione pastorale o promozionale che i religiosi svolgono nei diversi ambiti della vita umana. Non esiste identificazione dell’essere col fare; semmai è il fare che deve essere conseguenza dell’essere e sua trasparente manifestazione.

In effetti, la missione altro non è che l’espressione storica dell’amore salvifico di Dio, concretizzata nell’invio del Figlio da parte del Padre e nell’invio che Gesù fa con il dono del suo Spirito agli apostoli. La consapevolezza d’essere inviati ci mette in guardia contro la tentazione di volerci impadronire della missione, dei suoi contenuti, dei suoi metodi, di disporre di essa invece di essere disponibili per essa.

Appunto perché annunciamo un Altro e offriamo la sua salvezza, non possiamo annunciare noi stessi e i nostri progetti. Il nostro compito è di rendere presente la salvezza di Dio, diventando suoi testimoni. Questa missione coinvolge tutta la nostra esistenza e ci libera dal rischio, non immaginario, del funzionalismo, dell’attivismo e del protagonismo.

Il vangelo di Giovanni esprime in modo incomparabile l’amore di Dio nella missione del Figlio quando, a seguito dell’incontro di Nicodemo con Gesù, questi afferma che «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3,17). Il vangelo di Marco da parte sua conclude il brano della disputa degli apostoli sul problema dell’autorità con la chiave di lettura che Gesù dà della sua esistenza umana: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45).

Questa è la missione di Gesù ed è anche quella del consacrato. Questo è il vangelo, questa la buona notizia che siamo chiamati a proclamare e incarnare per riempire di speranza il mondo. Ecco perché la vita consacrata ha ancora futuro nel mondo d’oggi! Non c’è dubbio che domani saremo meno numerosi, ma certamente dovremmo essere più significativi di ieri.

Talvolta ci può capitare d’essere inviati in una comunità a svolgere una missione che non corrisponde alle nostre attese; oppure di essere mandati in un luogo in cui i destinatari sembrano non avere nessun interesse a ciò che siamo o proponiamo. Questo è il momento in cui ci viene offerta l’opportunità di maturare il significato della missione, per il semplice fatto che ci pone di fronte a interrogativi che aiutano a purificare e innalzare a un livello teologale e non semplicemente sociologico le nostre motivazioni: «chi sono io? chi mi ha inviato? chi sono quelli cui sono stato mandato? cosa devo fare?». Allora mi renderò conto che quello che è in gioco è la mia vita, ma anche la loro.

Soltanto se in quel momento avrò la capacità di capire che sono una persona consacrata a Dio e votata ai giovani, che è Lui chi mi ha inviato, che loro mi sono stati affidati, che la mia missione è quella di rendermi loro compagno di cammino per aiutarli a dare senso alla loro esistenza e fare scelte di vita, troverò le ragioni e la forza per spendere la mia vita per loro: «mi offro totalmente a Te, impegnandomi a donare tutte le mie forze a quelli a cui mi manderai, specialmente ai giovani più poveri» (Cost 24). Per fare questo c’è bisogno di una cosa molto semplice: aprire le porte del proprio cuore per poter poco a poco conquistare il loro cuore per plasmarlo e orientarlo a Cristo, l’Unico che può riempire di senso e di felicità la loro vita.

Allora non ci basteranno le ore del giorno, spenderemo meno ore guardando la TV o in altre ‘hobbyes’ e molte di più a essere pienamente disponibili a loro: per accoglierli, ascoltarli e orientarli. Allora e solo allora il loro mondo ci diventerà più comprensibile, e faremo nostre le loro difficoltà, i loro dubbi, le loro ragioni, le loro paure, le loro attese, i loro bisogni, perché imparino ad ascoltare se stessi, accettare se stessi, decidere su se stessi, insomma, a non essere semplicemente contestatari o reazionari ma ad agire positivamente scommettendo su quelle cose a cui credono.

La radicalità evangelica nella missione apostolica ha senso, si verifica e si misura nella crescita della carità pastorale, come quella di Don Bosco: «io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto anche a dare la vita».[28] Questa radicalità ci farebbe disponibili ad andare nei luoghi cui la missione ci chiama e in cui non ci sono tutte le comodità, le opportunità, il nostro cerchio di persone care.

3.2    Espressione salesiana della radicalità evangelica: lavoro e temperanza

Arrivati a questo punto, ci poniamo una domanda: se la vita consacrata è l’anima della Chiesa e rappresenta una riserva di umanità e una terapia per questa società, allora quale vita consacrata è necessaria e significativa per il mondo di oggi? La risposta non può essere che quella di una vita religiosa mistica, profetica, serva, con radicalità evangelica sia personale che comunitaria, una vita perciò ricca di umanità e di spiritualità, sorgente di speranza per l’umanità. Anche la nostra Congregazione oggi è chiamata a porsi su questa strada e a trovare le vie per esprimere, secondo la nostra identità, come ogni salesiano possa essere mistico, profetico e servo e, conseguentemente, ogni comunità lo sia.

La missione della vita consacrata ha uno specifico ruolo profetico nella Chiesa e nel mondo. Anzitutto amo dire che la consacrazione stessa è già profezia, nella misura in cui testimonia l’Assoluto di Dio e i valori evangelici che, oggi più che mai, vanno contro corrente, in una società segnata dal secolarismo, dalla indifferenza religiosa e dall’ateismo pratico. I valori evangelici sono un rifiuto profetico degli idoli, che questo mondo ha fabbricato e propone all’adorazione dell’uomo. La vita consacrata, inoltre, è destinata a mettere sempre in questione quelle persone - i giovani in particolare - che si sono rinchiuse in mete puramente terrene, con un immanentismo infecondo perché senza futuro.

Per questo, quando è vissuta in pienezza e in gioioso ringraziamento, la vita religiosa è profezia delle realtà definitive, del destino finale di tutta la creazione, della storia e dell’universo. Si tratta di una profezia oggi più che mai necessaria, appunto perché la nostra epoca post-moderna si caratterizza per un tramonto delle speranze umane e una perdita delle utopie, condannando gli uomini all’inferno del pragmatismo, dell’efficientismo e della funzionalità, senza fede, né speranza, né amore.

La vita consacrata è un segno profetico quando rende presente, visibile e credibile il primato dell’amore di Dio e lo testimonia, con un forte senso di comunione e di fraternità, in uno stile di vita al servizio dei poveri e abbandonati del mondo che rattristano il panorama della società ed oscurano la presenza amorosa di Dio. Siamo consapevoli e convinti che «senza la fede, senza l’occhio dell’amore, il mondo è troppo cattivo perché Dio sia buono, perché esista un Dio buono».[29]

Il primato dell’amore di Dio preserva il consacrato dalla tentazione volontarista e perfezionista. Egli non si impegna perché deve raggiungere una perfezione astrattamente intesa o il pieno controllo di sé. Il suo impegno e il suo sforzo quotidiano sono la forma attraverso cui egli risponde ad un amore, infinitamente più grande dei suoi atti e dei suoi sforzi. Poiché è stato ed è continuamente ed incondizionatamente amato, egli risponde con generosità. La radicalità, quindi, è sempre espressione della sequela. Il «va, vendi tutto» è stato pronunciato nel contesto di un incontro e di un dialogo che si apre con uno sguardo di amore («fissatolo lo amò») e si chiude con l’invito alla condivisione e alla compagnia («seguimi») (cf. Mc 10,21).

Il cuore del progetto della nostra vita di consacrati non è essere perfetti o essere radicali, ma essere «segni e portatori» di un amore che ha preceduto la nostra risposta, ci ha affascinati e fonda il nostro “sì”, per sempre (cf. Cost 2). Il test più sicuro per discernere tra volontarismo e sequela è la presenza della gioia. Essa permette anche di valutare la qualità del lavoro e della temperanza. Un’austerità triste e un impegno nel lavoro che cancella la serenità dal volto e spegne il sorriso sono il sintomo che qualcosa è da rivedere. Questo tocca profondamente anche il “volto” di una comunità: una comunità gioiosa è un chiaro ed evidente segno di “buona salute” vocazionale che la rende “attrattiva” e accogliente.

Lavoro e temperanza

 

Poiché il CG27 è in stretta relazione di continuità con il CG26, ritengo si possa esprimere il loro rapporto attraverso una delle “icone” salesiane più ricche e meglio conosciute: il sogno del personaggio dei dieci diamanti. Tale sogno è stato preso in considerazione anche dal CG25, che ha approfondito il tema della comunità salesiana. Il CG26 poi, proponendosi di “ripartire da Don Bosco per risvegliare il cuore di ogni salesiano con l’identità carismatica e la passione apostolica”, ha contemplato il manto di questo personaggio soprattutto nella sua parte frontale, cioè nella sua testimonianza di Dio attraverso i tre diamanti “di grossezza e splendore straordinario”: la fede, la speranza e la carità pastorale. Parlando infatti dei cinque nuclei tematici del CG26, scrivevo che in realtà si trattava di «un unico tema: il programma di vita spirituale e apostolica di Don Bosco»,[30] che appunto la vita teologale intende favorire e realizzare.

Non possiamo dimenticare che il manto ha due parti. I tre diamanti collocati sul petto si riferiscono alla mistica salesiana, centrata sul “da mihi animas”, cioè sulla carità pastorale accompagnata dalla vitalità delle altre due virtù teologali. I cinque diamanti del tergo costituiscono l’ascetica salesiana. I due diamanti del lavoro e della temperanza, collocati ben visibili sulle spalle, sostengono tutto il manto e «fanno da cerniera tra l’aspetto mistico e quello ascetico, traducendoli insieme nella vita quotidiana».[31]

Nella presentazione di questo sogno, don Egidio Viganò scrisse: «Il contenuto del sogno comporta certamente, nella mente di Don Bosco, un importante quadro di riferimento per la nostra identità vocazionale. La scelta e presentazione organica di determinate caratteristiche è da considerarsi come un’autorevole carta d’identità del volto salesiano; in esse troviamo un abbozzo qualificato della nostra fisionomia. Per questo Don Bosco ci dice che la cura di queste caratteristiche assicura l’avvenire della nostra vocazione nella Chiesa, mentre la loro negligenza e trascuratezza ne distrugge l’esistenza».[32]

L’articolo 18 delle Costituzioni, che ha proprio come titolo “Lavoro e temperanza”, presenta questo binomio, “per noi inseparabile”,[33] come un elemento essenziale dello spirito salesiano, «la parola d’ordine e il distintivo del salesiano»:[34] «le due armi con cui noi, scrisse Don Bosco, riusciremo a vincere tutto e tutti».[35]

Si potrebbe dire, stando al tema del CG27, che esso rappresenta il modo salesiano di capire e realizzare la “radicalità evangelica”, «nella cui concretezza s’incarnano, ora dopo ora e giorno dopo giorno, gli ideali e il dinamismo della nostra fede, della nostra speranza e della nostra carità».[36] Don Bosco non volle altro che fondare «una Congregazione di religiosi ‘con le maniche rimboccate’ e che fossero pure ‘un modello di frugalità’».[37] In effetti, il testo costituzionale dice: «Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione»;[38] «la ricerca delle comodità e delle agiatezze ne sarà invece la morte».[39]

«Per Don Bosco il lavoro non è la semplice occupazione del tempo in qualsiasi attività, anche se stancante. Ma la dedizione alla missione con tutte le capacità e a tempo pieno»,[40] «è mezzo di santità».[41] «Il salesiano si dà alla sua missione con operosità instancabile, curando di far bene ogni cosa con semplicità e misura. Con il suo lavoro sa di partecipare all’azione creativa di Dio e di cooperare con Cristo alla costruzione del Regno. La temperanza rafforza in lui la custodia del cuore e il dominio di sé e lo aiuta a mantenersi sereno. Non cerca penitenze straordinarie, ma accetta le esigenze quotidiane e le rinunce della vita apostolica: è pronto a sopportare il caldo e il freddo, le fatiche e il disprezzo, ogni volta che si tratti della gloria di Dio e della salvezza delle anime» (Cost 18).

Il commento che a questo articolo fa “Il Progetto di vita dei Salesiani di Don Bosco” dice che «il testo della Regola mette anzitutto in risalto il ruolo che “lavoro e temperanza” hanno nella vita e nella missione della Congregazione. Per Don Bosco essi sono un programma di vita (un “motto” che si collega con il “da mihi animas, cetera tolle”) e una garanzia di futuro».[42]

E continua: «Nella nostra tradizione i due elementi sono inscindibilmente collegati. Nel sogno dei dieci diamanti, i due diamanti del lavoro e della temperanza, collocati sulle due spalle, appaiono sorreggere il manto del Personaggio. Nella fisionomia del salesiano e nella sua vita apostolica lavoro e temperanza non possono essere disgiunti: essi hanno una funzione complementare di spinta e di sostegno. È la stessa realtà della vita che esige da una parte entusiasmo e dall’altra rinuncia, da una parte impegno e dall’altra mortificazione.

Si osservi che nella visione salesiana “lavoro e temperanza” appaiono come realtà di senso positivo. Il lavoro lancia la persona all’azione, la stimola all’inventiva, la spinge a una certa affermazione di sé e la invia al mondo; qualità del lavoro sono, per esempio, l’alacrità, la spontaneità, la generosità, l’iniziativa, l’aggiornamento costante, e, naturalmente, l’unione con i fratelli e con Dio. La temperanza, come virtù che conduce al dominio di sé, è “cardine” intorno a cui ruotano varie virtù moderatrici: continenza, umiltà, mansuetudine, clemenza, modestia, sobrietà e astinenza, economia e semplicità, austerità; questo insieme costituisce un atteggiamento globale di dominio su noi stessi. In tal modo la temperanza diventa un allenamento ad accettare tante esigenze non facili né gradevoli del lavoro quotidiano… Per noi - scriveva don Viganò - “la misura della nostra temperanza salesiana non è la somma delle rinunce, ma è la crescita nella prassi della carità pastorale e pedagogica”».[43]

Sembra importante anche evidenziare la relazione tra lavoro e temperanza. Il lavoro ha pure una caratterizzazione ascetica; va evitato un lavoro disordinato, che genera stress nel confratello; occorre autodisciplina e capacità di riposo. Come pure, per evitare il rischio dello sforzo volontaristico, la temperanza si situa in un orizzonte mistico, ossia è connotata dalla missione.

Cercando un collegamento tra il programma di vita di Don Bosco “da mihi animas, cetera tolle” e questo motto del salesiano “lavoro e temperanza”, potremmo dire che il lavoro è la visibilità della mistica salesiana ed è espressione della passione per le anime, mentre la temperanza è la visibilità dell’ascetica salesiana ed è espressione del “cetera tolle”. Anche in questo riscontriamo una continuità tra CG26 e CG27.

Lavoro

Ben conosciuta è la grande stima che Don Bosco ha avuto per il lavoro, sino ad arrivare a un certo “scandalo”, stando alle parole di don Alberto Caviglia, che parlando di Don Bosco diceva: «Ecco lo scandalo di un santo: dice molte più volte “lavoriamo” che non “preghiamo”».[44] Sono infatti moltissime le citazioni che troviamo della sua esortazione al lavoro: «Ebbene, guardate, - disse parlando alle FMA ad Alassio nel 1877 - quando io vado nelle case e sento che c’è molto da lavorare, vivo tranquillo. Dove c’è lavoro, non c’è il demonio».[45] E un’altra volta: «Chi vuol entrare in Congregazione, bisogna che ami il lavoro…. Non si lascia mancar nulla del necessario, ma bisogna lavorare… Niuno vi entri colla speranza di starvi con le mani sui fianchi…».[46] Per questo ha potuto promettere ai suoi salesiani «Pane, lavoro e paradiso» e azzardarsi ad affermare che «Quando avverrà che un salesiano soccomba lavorando per le anime, allora direte che la nostra Congregazione ha riportato un gran trionfo».[47] Lui stesso ha lavorato tanto da morire non di malattia, ma consumato per troppo lavoro, secondo le parole del medico che lo ha accudito.[48] Queste poche citazioni bastino per essere sicuri che il lavoro è il distintivo del salesiano, una caratteristica della nostra propria indole, che ci riporta alle nostre origini.

Per questo per Don Bosco non hanno posto in Congregazione, quelli che egli chiamava i “poltroni”, ossia coloro che non sanno prendere iniziativa, sono pigri e indolenti, non sanno faticare; è questo per noi salesiani un criterio di discernimento vocazionale.

Comprendiamo che la insistenza unilaterale sul lavoro, confermata da citazioni isolate di Don Bosco, potrebbe giustificare comportamenti non infrequenti di confratelli eccessivamente concentrati sul “proprio” lavoro o che fanno del lavoro, sia pure apostolico, l’unico orizzonte della propria vita consacrata. Non è questo il pensiero di Don Bosco. Egli associava il lavoro all’ “unione con Dio” e una ininterrotta tradizione sin dalle prime generazioni salesiane ha coniato l’espressione del “lavoro santificato”.[49] Il lavoro è “missione apostolica”. Se si perde di vista chi è Colui che manda e sostiene con la forza del suo Spirito e qual è il fine della missione, si rischia di far diventare il lavoro un “idolo”. Non qualsiasi lavoro, dunque, è lavoro apostolico.

Il lavoro “in autonomia” non è proprio di noi salesiani; al contrario, siamo chiamati a “vivere e lavorare insieme” (Cost 49), ben sapendo che ciò non vorrà dire sempre lavorare “gomito a gomito”, negli stessi ambienti e negli stessi tempi, bensì secondo un progetto condiviso comunitariamente, sostenuto e verificato assieme, poiché “in clima di fraterna amicizia … condividiamo corresponsabilmente esperienze e progetti apostolici” (Cost 51). La comunità locale e la comunità ispettoriale sono l’orizzonte entro cui spendere generosamente le proprie forze.

Aggiungiamo, inoltre, una considerazione sulla “professionalità” nel lavoro, sul senso di responsabilità che deve accompagnare qualsiasi lavoro, e ancor più ciò che chiamiamo “apostolato”. Il pressappochismo, l’improvvisazione, la ripetizione monotona di quanto non è più adeguato ai destinatari, l’allergia a riflettere e a progettare non sono segnali che indicano “passione apostolica”, quanto piuttosto “pigrizia”.

Condividere abitualmente la riflessione con i confratelli e i laici, individuare alcuni obiettivi possibili, dedicare tempo alla fase preparatoria, fare delle verifiche scrupolose e sincere, migliorare alla luce dell’esperienza, confrontarsi con le indicazioni della Congregazione e della Chiesa locale, leggere i segni dei tempi con acutezza, adoperare gli strumenti che le scienze umane ci offrono, sono solo alcuni degli indicatori della propria serietà ed onestà del nostro lavoro.

La riflessione di don Viganò sul tema è ancora valida e attuale: «Veniamo dai poveri, da una cultura popolare. Ed è un disegno di Dio, perché siamo per i poveri, per il popolo […] Siamo all’aurora di una nuova cultura che è stimolata dalla civiltà del lavoro; è l’ora della tecnica e della industria, dove il lavoro occupa un posto centrale. Ebbene: quando parliamo del nostro lavoro, vorremo sentirci “profeti” e non dei semplici “asceti”. Dobbiamo parlare del lavoro in modo profondo e ampio. Non è solo un moralismo di condotta, dovrebbe essere una profezia religiosa, dove c’è anche un posto non indifferente per l’ascesi, ma dove c’è tutta una testimonianza per la gente d’oggi, evangelicamente utile al mondo del lavoro».[50] Appunto, e come è stato detto, Don Bosco seppe rispondere alle necessità educative e sociali del suo tempo, con una geniale originalità, educando col lavoro e al lavoro; fece del lavoro uno strumento educativo, ma pure un modo e un contenuto di vita.[51]

Ovviamente a noi interessa riflettere sul come la fede, la speranza e la carità spingono il salesiano a essere non solo una persona impegnata nella trasformazione del mondo attraverso il suo lavoro, ma anche un grande lavoratore nella Chiesa. Da questa prospettiva, ciò che identifica il salesiano non è una professione qualsiasi, ma la sua vocazione di consacrato apostolo; non meraviglia quindi che si parli della “professionalità” del “lavoro del salesiano”, appunto perché è visto in rapporto con la missione, è un lavoro pedagogico, pastorale, educativo, qualificato e aggiornato con l’apporto delle scienze umane e delle discipline teologiche, e vissuto secondo lo stile salesiano «curando di fare bene ogni cosa con semplicità e misura». «È questo il lavoro che finisce per modellare la fisionomia spirituale della persona»[52] del salesiano.

Il testo costituzionale sottolinea infatti che con il suo lavoro il salesiano coopera nell’azione creatrice di Dio, rendendo il mondo più umano, e collabora  anche con Cristo all’opera della Redenzione. In questo modo, il salesiano s’identifica non solo con la sua professione ma soprattutto con la sua vocazione. Ecco perché l’«operosità instancabile», di cui parla l’articolo 18, non significhi né agitazione né attivismo, ma lavoro apostolico per la salvezza delle anime e la propria santificazione.

La spiritualità e l’impegno nel lavoro caratterizzano ogni salesiano, sia il prete che il coadiutore; il lavoro è un aspetto della comune identità carismatica. D’altra parte, ognuna delle due forme della vocazione consacrata salesiana ha un suo modo specifico di vivere il lavoro, con attenzioni prevalenti nel campo ministeriale o laicale, senza per questo che si accentui in modo esclusivo l’uno o l’altro campo. Proprio per questo ogni salesiano, qualunque sia la sua forma vocazionale, non disdegna il lavoro manuale con cui egli si prende cura della casa, rende bello l’ambiente educativo, educa i giovani alla manualità.

Temperanza

Commentando il sogno dei dieci diamanti, don Egidio Viganò ha fatto una interpretazione assai profonda ed attuale della temperanza: «Essa viene concepita come una custodia di sé, una moderazione delle inclinazioni, degli istinti, delle passioni, una cura del ragionevole, una rottura con la mondanità, non fuggendo nel deserto ma restando tra gli uomini con padronanza del proprio cuore: stare nel mondo, senza essere del mondo. Tale temperanza è un atteggiamento esistenziale di fondo, di dominio di sé… A ragione la tradizione teologica parla della temperanza come di una “virtù cardinale”: un asse di rotazione su cui fanno perno vari e complementari atteggiamenti di dominio di sé. Infatti, ecco quali virtù ruotano intorno al nucleo centrale della temperanza: la continenza, contro le tendenze della lussuria; l’umiltà, contro le tendenze della superbia…; la mansuetudine, contro gli scatti dell’ira…; la clemenza, contro certe inclinazioni alla crudeltà e alla vendetta; la modestia, contro le vanità dell’esibizione del corpo (la moda!); la sobrietà e l’astinenza, contro gli eccessi nelle bevande e nel cibo; l’economia e la semplicità, contro le liberalità dello spreco e del lusso; l’ austerità nel tenore di vita (una vita spartana), contro le tentazioni di comodismo».[53]

Si tratta, in fondo, della necessaria ascesi cristiana tanto poco apprezzata nella società d’oggi, fortemente condizionata dall’edonismo e dal relativismo etico, in nome della libertà assoluta, che rifiuta ogni limite e che, in nome dello spontaneismo della natura e delle ideologie, la ritiene una nevrosi alienante. La mancanza di ascesi è conseguenza ed espressione del rifiuto di Dio. Il senso, la giustificazione e la fecondità dell’ascesi cristiana si trova nella fedeltà al mistero della morte e resurrezione di Cristo.

Né va dimenticato che il lavoro tra i più poveri, la vicinanza a coloro che soffrono, la prossimità agli ambienti popolari e la condivisione di «gioie e speranze, tristezze e angosce»[54] di tanti uomini e donne e giovani che faticano per vivere, sono una potente spinta a rifiutare ogni forma di mollezza e di imborghesimento per ciascuno di noi e per le nostre comunità e quindi a vivere in sobrietà, essenzialità e temperanza. I poveri possono diventare nostri autentici “formatori”, poiché ci chiedono quotidianamente di essere fedeli alla promessa che abbiamo fatta di donare tutta la nostra vita per loro.

È vero che l’ascesi «dev’essere relativa all’antropologia culturale del tempo in cui si vive. E oggi la temperanza deve tener conto del concetto più approfondito di uomo, delle scoperte acquisite dalle scienze antropologiche (specialmente dalla psicologia), delle caratteristiche della nostra realtà somatica, del valore profondo della sessualità, del processo di personalizzazione, della situazione di pluralismo, dell’importanza della dimensione comunitaria, delle esigenze della socializzazione».[55]

Un’ascesi cristiana dunque che faccia i conti con l’integrazione armonica tra anima e corpo; che apra le persone all’amore oblativo; che sia capace di affrontare cristianamente le alienazioni che la vita moderna implica: lo ‘stress’, la monotonia del lavoro, la superficialità dei rapporti. È necessaria un’ascesi del silenzio in questa civiltà del frastuono, al fine di non perdersi nell’ammasso di significati; un’ascesi che sappia disciplinare i mezzi di comunicazione sociale, il sonno, lo svago, il cibo, i sensi, ecc… La fecondità dell’ascesi non si misura dalla sofferenza delle rinunce o dall’intensità dello sforzo, bensì dal suo progresso nella carità e dalla sua efficacia evangelica. Come gli asceti di tutti i tempi, Don Bosco sottolineò il nesso indissolubile tra mortificazione corporale e preghiera: “Chi non mortifica il corpo non è capace di pregare!”. La temperanza è indispensabile per la santità, appunto perché genera quella libertà dello spirito che rende disponibili per l’amore sino all’estremo.

La riflessione sull’ascesi di Don Bosco, al di là delle contingenze che l’hanno caratterizzato, ha tanto da dirci oggi. Don Bosco fu un santo educatore che amò profondamente e seppe farsi amare praticando, in grado eroico, la temperanza. Ciò che Don Bosco ha chiesto a Don Rua, inviandolo come giovane direttore a Mirabello, “studia di farti amare”, è possibile solo con una forte ascesi che nasce dalla pratica della temperanza.[56] Per Don Bosco questa è sempre in funzione della mistica del “da mihi animas”, perché è una disciplina di educazione al dono di sé stessi nell’amore: “Signore, fammi salvare la gioventù con il dono della temperanza!”. Perciò la temperanza salesiana deve essere allegra, quotidiana, gentile, semplice, intelligente, eroica, simpatica e rendersi visibile nel volto sereno, radiante, gioioso del salesiano.

3.3    Condizioni per concretizzare il tema

Per poter facilmente concretizzare il tema e realizzare l’obiettivo del CG27, occorre assicurare alcune condizioni, avviando alcuni processi, favorendo la conversione della mentalità, realizzando il cambiamento di alcune strutture.

Processi da avviare

Il CG27 si propone l’obiettivo di aiutare ogni confratello e comunità a vivere in fedeltà il progetto apostolico di Don Bosco, e cioè di continuare a rafforzare la nostra identità carismatica.

Questo ci permetterà di rendere visibile, credibile e feconda la nostra vocazione consacrata salesiana; in particolare ciò ci metterà in grado di proporre con convinzione ai giovani la vita salesiana, come un progetto di vita che vale la pena assumere, e dare così fecondità vocazionale alla nostra presenza.

Da questi obiettivi nascono alcuni processi da privilegiare, che sono come le strade fondamentali da percorrere per facilitare il raggiungimento degli obiettivi.

Il primo processo riguarda il modo di vivere oggi la nostra vocazione consacrata salesiana nella grazia di unità e nella gioia, come testimonianza della radicalità evangelica e della nostra espressione tipica del lavoro e della temperanza.

Il secondo processo riguarda la conoscenza di Don Bosco, che occorre approfondire continuamente e rendere motivo ispiratore della nostra vita spirituale e azione pastorale, sia personalmente che comunitariamente.

Il terzo processo riguarda il riferimento vitale, personale e comunitario, alle Costituzioni, che è il progetto apostolico di Don Bosco e costituisce la nostra identità carismatica, da vivere in fedeltà e gioia vocazionali.

Mentalità da convertire

Qui vanno ripresi quelli atteggiamenti già descritti nelle sfide istituzionali e personali, che sono da cambiare, tanto nel vissuto della vocazione come nella realizzazione della missione.

Innanzitutto va curata un’attenzione alla cultura e alle culture in modo da creare una mentalità comune che sappia cogliere le opportunità che offrono le sfide culturali, in particolare con riferimento alla post-modernità, all’inculturazione e alla interculturalità, alla secolarizzazione.

Inoltre vanno approfondite le sfide ecclesiali, in modo che si trovino le vie per rispondere alle esigenze della nuova evangelizzazione, al rinnovamento della vita consacrata, al superamento del relativismo.

Va anche curata la crescita della cultura della Congregazione, in particolare in riferimento alle esigenze formative di un serio discernimento vocazionale e di un efficace accompagnamento personale, alla condivisone di criteri condivisi circa la nostra azione pastorale, alla formazione di leaders di confratelli, giovani e laici.

Infine c’è una mentalità da convertire a livello personale, al fine di favorire il superamento delle forme e degli stili di individualismo, di approfondire l’identità della vita consacrata, di acquisire una maturità affettiva, sessuale ed emozionale.

Strutture da cambiare

Ci sono anche alcune strutture da cambiare, che riguardano il nostro modo di vivere e di organizzarci, in ordine al raggiungimento dell’obiettivo fondamentale del CG27, ossia in modo che possiamo vivere realmente e pienamente il progetto apostolico di Don Bosco.

Innanzitutto vanno cambiati lo stile e l’organizzazione della vita della comunità; essa va irrobustita, garantendo la sua consistenza quantitativa e qualitativa, l’equilibrato rapporto tra comunità e opera, la semplificazione della complessità delle opere, la ridefinizione dei ruoli, il ridisegno delle presenze.

Inoltre va cambiato il modo di presenza e di esercizio del compito del direttore della comunità; va assicurata la qualità dei direttori, favorendo per tutti i confratelli già nella formazione iniziale la preparazione alla “leadership”, abilitando i direttori a compiere il compito di accompagnamento, aiutandoli ad animare e motivare la comunità religiosa e la comunità educativa pastorale, assicurando loro l’aiuto necessario perché possano svolgere i loro compiti fondamentali.

Infine va cambiato il modo di gestione delle risorse delle persone; va rafforzato il coinvolgimento e la valorizzazione carismatica delle risorse, cercando nuove forze, accrescendo il senso di Famiglia Salesiana, favorendo la corresponsabilità dei laici, assicurando lo sviluppo carismatico della presenza nel territorio.

4.      CONCLUSIONE

Carissimi confratelli, concludo questa lettera di convocazione del CG27 invitando tutti voi, come pure tutte le comunità e ispettorie, a promuovere, sin d’ora, quegli atteggiamenti e quell’ambiente che traducono nella concretezza “il lavoro e la temperanza”. Così potremo essere i “testimoni della radicalità evangelica” che attendono la Chiesa, la società e i giovani, e ritornare all’essenzialità del Vangelo, tanto amata e voluta da Don Bosco.

Questa è la risposta credibile da dare a chi, come quel novizio che mi scrisse mesi fa, aspetta che la nostra vita quotidiana non sia un reale ostacolo affinché Gesù abbia giovani discepoli e apostoli, disposti ad essere testimoni gioiosi, credibili, della radicalità evangelica. Si tratta di giovani che vengono alle nostre comunità convinti ed entusiasti della loro vocazione e che però talvolta si trovano con un’esperienza diversa di vita religiosa; essa non coincide con quella che viene loro offerta nell’animazione vocazionale e nella formazione iniziale.

Qualcuno potrebbe giustificarsi dicendo che a volte questi giovani coltivano un’immagine ideale della vita consacrata, una vita che non esiste nella realtà. Comunque quando sentono le parole povero, casto e obbediente o la chiamata a fare proprio “il modo d’essere e agire di Gesù obbediente, povero e casto”, si attenderebbero di trovare una fedele sequela e una generosa imitazione di Gesù, come hanno fatto tanti uomini e donne fin dai tempi della Chiesa primitiva che, afferrati dalla persona del Signore, lasciavano tutto e tutti pur di diventare suoi discepoli e testimoni.

A questo punto è normale che sorga la domanda, «ma è possibile vivere come Cristo?». La domanda non è certo retorica. Essa sorge dall’immagine di vita consacrata che progettiamo attraverso il nostro stile di vita (cibo, bevande, vestiti, impiego del tempo, ecc.), la nostra esperienza di preghiera, il nostro rapporto interpersonale nella comunità, la nostra dedizione e professionalità nella realizzazione della missione. Ci sono confratelli e comunità che vivono con grande gioia, generosità, fedeltà e radicalità, e altri che invece impostano una vita agiata, individualista, disinteressata agli altri, ai giovani, ai poveri.

È evidente che, proprio perché il dono più prezioso che abbiamo è la vita, rinnegare noi stessi, rinunciare ad avere una moglie, dei figli, una casa, ad organizzare l’esistenza attorno ad un progetto personale, e consegnare tutto questo a Cristo nella Congregazione per i giovani poveri ed abbandonati, vale la pena solo a condizione che si prenda sul serio l’impegno a riprodurre fedelmente in noi la sua immagine, ad essere suoi testimoni. Non possiamo ridurre la Congregazione a una istituzione di servizi sociali o pastorali. Noi siamo una famiglia, nata non dalla carne o dal sangue, ma generata dallo Spirito che ci convoca e ci riunisce in comunità di discepoli ed apostoli di Cristo per i giovani, sulle orme di Don Bosco.

Oggi come ieri Dio ci chiama alla santità nella vita salesiana. E questo è possibile se viviamo come Cristo, come ha vissuto il nostro amato fondatore e padre, con immensa gioia, simpatia, un volto radiante, ma con una grande radicalità evangelica, espressa nel suo binomio “lavoro e temperanza”.

Ci avviciniamo al Bicentenario della sua nascita e dobbiamo arrivarci avendo recuperato la gioia, l’entusiasmo e la fierezza di essere Salesiani, sì da poter proporre con onestà ai giovani di oggi la bellezza della nostra vocazione.

A Maria, Immacolata Ausiliatrice, affido questo CG27 e, soprattutto, tutti e ciascuno di voi, cari confratelli, che amo con il cuore di Cristo Gesù.

5.      PREGHIERA A SAN GIOVANNI BOSCO

Tenendo conto che il CG27 è, da una parte, punto di arrivo del tempo di preparazione al Bicentenario della nascita del nostro amato fondatore e padre e, al tempo stesso, punto di partenza per un nuovo periodo della storia della Congregazione, vi prego di usare la preghiera a Don Bosco che già vi avevo proposta per questo triennio 2012-2015. Essa è la preghiera della sera, che corrisponde alla preghiera di affidamento a Maria Ausiliatrice del mattino.

Padre e Maestro della gioventù,

San Giovanni Bosco,

docile ai doni dello Spirito e aperto alle realtà del tuo tempo

sei stato per i giovani, soprattutto per i piccoli e i poveri,

segno dell’amore e della predilezione di Dio.

Sii nostra guida

nel cammino di amicizia con il Signore Gesù,

in modo che scopriamo in Lui e nel suo Vangelo

il senso della nostra vita

e la fonte della vera felicità.

Aiutaci a rispondere con generosità

alla vocazione che abbiamo ricevuta da Dio,

per essere nella vita quotidiana

costruttori di comunione,

e collaborare con entusiasmo,

in comunione con tutta la Chiesa, 

all’edificazione della civiltà dell’amore.

Ottienici la grazia della perseveranza

nel vivere una misura alta di vita cristiana,

secondo lo spirito delle beatitudini;

e fa’  che, guidati da Maria Ausiliatrice,

possiamo trovarci un giorno con te

nella grande famiglia del cielo. Amen

Don Pascual Chávez Villanueva, SDB

                                                                     Rettor Maggiore