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Il Documento finale del Capitolo Generale 27

IL XXVII CAPITOLO GENERALE AI SALESIANI

 

TESTIMONI DELLA RADICALITA’ EVANGELICA

Lavoro e temperanza

Documento finale

Introduzione

Vivere la “radicalità evangelica” è il tema del CG 27 indetto dal Rettor Maggiore Don Pascual Chavez quale “conclusione aperta” di un percorso che, a partire dalle Costituzioni rinnovate (1984), è proseguito fino ad oggi allo scopo di recepire le grandi istanze del Concilio Vaticano II, in ascolto della voce dello Spirito, con particolare riferimento alla vita consacrata.

Gli ultimi quattro Capitoli Generali hanno concentrato l’attenzione sui destinatari della nostra missione (CG 23), sulla condivisione, comunione e corresponsabilità di salesiani e laici nell’unica missione (CG 24), sulla comunità (CG 25) e sulla spiritualità salesiana (CG 26). Il CG 27, in continuità con i precedenti, evidenzia il radicamento evangelico della nostra consacrazione apostolica.

I tre nuclei (“mistici nello Spirito”, “profeti della fraternità”, “servi dei giovani”), sui quali abbiamo riflettuto e dai quali abbiamo tratto il cammino per il prossimo sessennio, costituiscono l’unico e triplice dinamismo della “grazia d’unità”, dono e compito per le nostre comunità e per ciascuno di noi.

L’esperienza capitolare è stata un invito continuo ad ascoltare in modo intenso e a leggere in profondità la nostra vita, per individuare linee di cammino per la nostra Congregazione. Il Documento capitolare intende esserne un riflesso, quasi un’“onda di ritorno” e una consegna alle Comunità locali e ispettoriali.

1. La vite e i tralci

Il libro dei Vangeli ha accompagnato con umiltà e splendore l’esperienza capitolare. Ogni giorno, nella sala dell’assemblea, la Parola del Signore è stata proclamata nelle diverse lingue e solennemente intronizzata.

Sollecitati da questo ascolto quotidiano, ci siamo sentiti particolarmente interpellati dal  brano evangelico della “vite e i tralci” (Gv 15,1-11), icona del tema e sintesi dei lavori capitolari. Il messaggio centrale rimanda all’essere profondamente uniti, dunque “radicati”, nell’amore a Gesù, come è stato don Bosco, che ha vissuto in profonda unità l’esistenza, attorno alla persona del Figlio di Dio, portando “molto frutto”.

Rimanere, amare, portare frutto sono, pertanto, i tre verbi che illuminano intensamente i nuclei del CG 27. Gesù rimane con noi e invita ciascuno a rimanere in Lui, per imparare l’amore fraterno e per servire con frutto i giovani a noi affidati. In questo amore fedele sperimentiamo continuamente la vicinanza del Padre, grazie all’ascolto della parola di Gesù.

Nell’amore, che si traduce nel dono di sé ai fratelli, sta la piena realizzazione dell’esistenza, sia del singolo sia della comunità. E l’amore che impariamo da Gesù, rimanendo uniti a Lui come il tralcio alla vite, è fecondo, porta sempre frutto.

2. La grazia d’unità

La preparazione da parte delle comunità, locali e ispettoriali, e l’esperienza capitolare ci hanno aiutato a riscoprire l’identità salesiana secondo quattro angolature, richiamate nella lettera di convocazione del CG 27: «Vivere nella grazia di unità e nella gioia la vocazione consacrata salesiana, che è dono di Dio e progetto personale di vita; fare una forte esperienza spirituale, assumendo il modo d’essere e di agire di Gesù obbediente, povero e casto, e divenendo ricercatori di Dio; costruire la fraternità nelle nostre comunità di vita e azione; dedicarci generosamente alla missione, camminando con i giovani per dare speranza al mondo» (ACG 413, p. 5).

I tre nuclei – mistici nello Spirito, profeti di fraternità, servi dei giovani – non sono da considerare a se stanti o separati, ma racchiusi nella “grazia d’unità”: un unico dinamismo d’amore tra il Signore che chiama e il discepolo che risponde (cfr. Cost. 23). È l’unica e multiforme grazia di Dio che si espande, coinvolgendo persone, situazioni e risorse, e che genera un movimento di bontà, di bellezza e di verità.

Per corrispondere alla “grazia d’unità” si richiede un’autentica conversione alla radicalità evangelica, una continua trasformazione della mente e del cuore, una profonda purificazione. È questa la sfida da affrontare con audacia e coraggio, il processo da attivare per rigenerare noi stessi, le comunità educativo-pastorali e i giovani.

Afferma Giovanni Paolo II: «La vita spirituale deve essere al primo posto [...]. Da questa opzione prioritaria, sviluppata nell’impegno personale e comunitario, dipendono la fecondità apostolica, la generosità nell’amore per i poveri, la stessa attrattiva vocazionale sulle nuove generazioni» (VC 93).

Questo riferimento alle radici, alla profondità del cuore lascia scorgere a quanti ci stanno accanto e ci scrutano le motivazioni della consegna della nostra vita a Dio e ai giovani, il senso ultimo del nostro esserci in questo mondo. Si tratta della realtà più vera e profonda che orienta la nostra esistenza.

Basterà contemplare Gesù, Maestro e Signore, per scorgere in lui il Figlio di Dio che con l´incarnazione si è unito ad ogni uomo (cfr. GS, n. 22). Basterà guardare a Don Bosco per avvertire che in lui traspare «uno splendido accordo di natura e di grazia […] in un progetto di vita fortemente unitario: il servizio dei giovani» (Cost. 21).

Ce lo ha ricordato anche Papa Francesco, nell’udienza del 31 marzo: «Immagino che durante il Capitolo […] abbiate avuto sempre davanti a voi Don Bosco e i giovani; e Don Bosco con il suo motto: Da mihi animas, cetera tolle. Lui rafforzava questo programma con altri due elementi: lavoro e temperanza. “Il lavoro e la temperanza - diceva - faranno fiorire la Congregazione”. Quando si pensa a lavorare per il bene delle anime, si supera la tentazione della mondanità spirituale, non si cercano altre cose, ma solo Dio e il suo Regno. Temperanza poi è senso della misura, accontentarsi, essere semplici. La povertà di Don Bosco e di mamma Margherita ispiri ad ogni salesiano e ad ogni vostra comunità una vita essenziale e austera, vicinanza ai poveri, trasparenza e responsabilità nella gestione dei beni».

Contemplazione e azione, la pratica dei consigli evangelici, la comunità fraterna e la missione apostolica, sono così ricondotti all’«unico movimento di carità verso Dio e verso i fratelli» (Cost. 3). In questo senso «il lavoro è la visibilità della mistica salesiana ed è espressione della passione per le anime, mentre la temperanza è la visibilità dell’ascetica salesiana ed è espressione del cetera tolle» (ACG 413, p. 45; cfr. Cost. 18).

«La testimonianza di questa santità, che si attua nella missione salesiana, rivela il valore unico delle beatitudini, ed è il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani» (Cost. 25). La santità consiste per noi nella “grazia di unità”, nell’umanità pienamente realizzata, nell’armonia di quanto vi è in noi e attorno a noi di «vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato», di tutto ciò «che è virtù e merita lode…» (Fil 4,8).

3. Un punto di arrivo e un punto di partenza

Il CG 27 ha adottato la metodologia del discernimento comunitario scandita in tre momenti, tra loro collegati e consequenziali: ascolto, lettura, cammino.

Nel primo momento ci siamo messi in atteggiamento di ascolto per captare la situazione nei suoi molteplici e importanti aspetti: quelli più positivi e promettenti, quelli più critici e che in qualche modo ci sfidano e interpellano. Prestare attenzione ai segni e alle espressioni di radicalità evangelica, già presenti nella nostra vita e nel momento storico che stiamo vivendo, ci ha permesso di distinguere le espressioni di fedeltà e di testimonianza da quelle di incoerenza e di conformismo.

A partire dall’ascolto della realtà, abbiamo cercato di leggere, interpretare e illuminare la situazione, i segni e le espressioni di vita precedentemente rilevati, tentando di risalire alle cause che li originano e di cogliere le sfide che essi provocano, andando al di là della superficie e di ciò che appare. Le chiavi interpretative ci sono state offerte dal Vangelo, dalla vita e dall’insegnamento della Chiesa, dall’esperienza carismatica di Don Bosco, dalle Costituzioni e dagli appelli che ci giungono dai giovani. Tenendo presente questa prospettiva è stato possibile sondare la radice profonda della nostra identità di discepoli e apostoli.

Il terzo passo, raccogliendo gli esiti dei primi due, ci ha consentito di delineare il cammino da percorrere, consolidando quanto di positivo è stato rilevato, individuando nuove espressioni di radicalità evangelica e superando forme di infedeltà, debolezza e rischio, per trasformare il mondo. Il cammino propone così un traguardo che costituisce l’orizzonte verso cui orientarsi; prevede alcuni processi che lo rendono maggiormente concreto, prospettando una possibile situazione di partenza e il punto verso cui tendere, che ci avvicina maggiormente al traguardo. I passi  così come sono stati individuati, formulati e disposti, intendono dare concretezza al cammino della nostra Congregazione per i prossimi anni.

Il filo rosso che collega questi tre momenti è espresso nella redazione definitiva in una frase posta all’inizio di ogni sezione: Come Don Bosco, in dialogo con il Signore, camminiamo insieme mossi dallo Spirito, facendo esperienza di vita fraterna come a Valdocco, disponibili alla progettualità e alla collaborazione, “in uscita” verso le periferie, divenendo segni profetici a servizio dei giovani.

              Da questa “mappa” ogni realtà locale e ispettoriale potrà selezionare e disporre il proprio cammino, aderente al contesto in cui vive e alle indicazioni molteplici provenienti dall’esperienza del CG 27, dal sentire della Congregazione e della Chiesa locale e universale.

4. Preghiera a Maria modello di radicalità evangelica

A Maria Immacolata e Ausiliatrice, Madre del “sì incondizionato e radicale”, affidiamo il nostro assenso di fede, il nostro consenso e volontà di comunione, il nostro impegno apostolico tra i giovani.

Benedetta sei tu Maria, Donna dell’Ascolto,

perché hai vissuto nella ricerca del volere di Dio su di Te.

E, quando ti è stato rivelato il Suo disegno,

hai avuto il coraggio di accoglierlo,

abbandonando il tuo progetto di vita

per fare tuo quello del Signore.

Madre dei credenti,

insegnaci ad ascoltare Dio

e a fare nostra la Sua volontà,

affinché Egli possa realizzare il suo disegno

per la salvezza dei giovani!

Benedetta sei tu Maria, Madre della comunità nuova,

che ai piedi della croce hai accolto

come figlio tuo, il discepolo amato da Gesù

e hai aiutato la nascita della Chiesa,

nuovo Corpo del tuo Figlio,

realtà mistica di fratelli uniti dalla fede e dall’amore.

Hai accompagnato la vita e la preghiera degli apostoli,

invocando nel cenacolo l’effusione dello Spirito del Risorto.

Madre dei fratelli del tuo Figlio,

insegnaci a formare comunità

che siano un cuore solo e un’anima sola.

La nostra comunione, la nostra fraternità e la nostra gioia

siano una testimonianza viva

della bellezza della fede e della nostra vocazione salesiana.

Benedetta sei tu Maria, Serva dei poveri,

perché prontamente ti sei messa in cammino

per servire una madre bisognosa

e ti sei fatta presente a Cana,

condividendo le gioie e le tristezze

di una giovane coppia di sposi.

Non hai guardato alle tue esigenze,

ma alle loro necessità

e hai indicato tuo Figlio Gesù

come il Signore che può donare all’umanità

il vino nuovo della pace e della gioia nello Spirito.

Madre dei servi, insegnaci a uscire da noi stessi,

per andare incontro al nostro prossimo,

affinché, mentre rispondiamo ai loro bisogni,

possiamo offrire Gesù, il dono di Dio, il dono più prezioso!

Amen.

Roma, 12 aprile 2014


ASCOLTO

Come Don Bosco, in dialogo con il Signore…

1. Riconosciamo che il momento storico in cui viviamo è un luogo d’incontro con il Signore. Abbiamo il desiderio, come singoli e come comunità, di dare il primato a Dio nella nostra vita, provocati dalla santità salesiana e dalla sete di autenticità dei giovani. Siamo più consapevoli che solo l’incontro personale con Dio, attraverso la Sua Parola, i Sacramenti ed il prossimo, ci rende significativi e autentici testimoni nella Chiesa e nella società. Il desiderio di Dio, che sentiamo presente in noi, è vivo anche nei giovani e nei laici: li troviamo sensibili ai valori della vita espressi nella semplicità, nell’austerità e nei rapporti autentici tra le persone. I giovani, in particolare, cercano adulti significativi che li accompagnino e facciano maturare la loro vita.

Ci troviamo ad operare in diversi contesti culturali nei quali si manifesta in vario modo il senso di Dio. Il desiderio di avere Dio al centro della vita si può scontrare, a volte, con culture che ci possono indurre alla paura di parlare di Lui, per non offendere, per rispetto dell’altro, per proteggerci dall’opinione altrui. Alcune volte non si verifica l’incontro con il Vangelo per l’indisponibilità o l’indifferenza degli ascoltatori; altre volte per la nostra indolenza o per la nostra mancanza di audacia missionaria. Talora, consideriamo il nostro tempo soltanto come un problema; la nostra conoscenza della storia e delle culture odierne è parziale e superficiale. Adeguandoci acriticamente alle richieste e ai bisogni della società, relativizziamo l’esperienza di Dio e rischiamo di non comprendere la nostra missione specifica di religiosi nel mondo di oggi.

Ci sono dei segni del primato di Dio nella nostra vita: la fedeltà al Signore attraverso il vissuto dei consigli evangelici, il servizio ai ragazzi poveri, il senso di appartenenza alla Chiesa e alla Congregazione, la crescente conoscenza di Don Bosco e del suo Sistema Preventivo, il semplice e ricco patrimonio di spiritualità del quotidiano, caratterizzato dallo spirito di famiglia e da positivi rapporti interpersonali, la sensibilità per l’accompagnamento e la paternità spirituale. Riscontriamo, inoltre, che quanto siamo e facciamo non sempre appare radicato nella fede, speranza e carità, e non indica chiaramente che l’iniziativa parte da Dio e che a Lui tutto ritorna. A volte l’Eucaristia non è percepita e non è vissuta come fonte e sostegno della comunione, e troppo facilmente si tralascia la preghiera in comune che costruisce e irrobustisce la fraternità. Sono i ragazzi e le famiglie in particolare ad interrogarci sulle nostre radici spirituali e sulle nostre motivazioni vocazionali, risvegliando in noi l’identità di consacrati e la nostra missione educativa e pastorale.

… camminiamo insieme, mossi dallo Spirito…

2. Siamo riconoscenti a Dio per la fedeltà di tanti confratelli e per la santità riconosciuta dalla Chiesa ad alcuni membri della Famiglia Salesiana. Veniamo ogni giorno a contatto con adulti e ragazzi, confratelli, giovani e anziani, in piena attività e ammalati, che testimoniano il fascino della ricerca di Dio, la radicalità evangelica vissuta nella gioia e una viva passione per Don Bosco.

Generalmente la nostra consacrazione fa trasparire il senso di Dio nella storia e nella vita degli uomini, nelle situazioni di ricerca di senso o di povertà, con la forza di una testimonianza che dona speranza ed entusiasmo, propone una umanità riuscita, costituendo un’alternativa alla mentalità del mondo (cfr. EG 93-97). La pratica della lectio divina, con la condivisione comunitaria della Parola di Dio, e il progetto personale di vita sono diventati, per non pochi confratelli, una grande risorsa di rinnovamento e un antidoto efficace contro la tentazione della superficialità spirituale.

Nelle difficoltà e sfide odierne, relative all’annuncio del Vangelo, siamo maggiormente consapevoli che vi è uno stretto legame tra carità pastorale e vita spirituale, quale fonte della nostra fecondità.

Notiamo alcuni sintomi di autoreferenzialità che non ci fanno uscire da noi stessi per aprirci alle esigenze di Dio ed andare incontro agli altri: la mancanza di aggiornamento, di riferimento a una guida spirituale stabile e una formazione “fai da  te”. Queste forme di autosufficienza ci fanno spesso dimenticare di essere cooperatori di Dio e ci impediscono di fare di Cristo il punto di riferimento della nostra vita.

… facendo esperienza di vita fraterna, come a Valdocco…

3.    Dal CG25 sta crescendo l’impegno di vivere in forma più autentica la nostra vita comunitaria con una migliore animazione dei momenti di preghiera, con lo sforzo di far crescere la condivisione e con un lavoro apostolico più qualificato e partecipato. Nelle comunità sono aumentati gli appuntamenti di incontro sistematico ed è migliorata la loro qualità. In particolare, alcune scelte comunitarie favoriscono il trovarsi insieme come fratelli per vivere, riflettere e lavorare insieme: il giorno della comunità, la proposta formativa annuale, la lectio divina e la condivisione spirituale, la riflessione sull’esperienza salesiana, i momenti di festa e di relax. Le strutture comunitarie, gli ambienti e la loro collocazione, lo stile e i ritmi di vita esprimono la nostra visione di comunità e ci permettono di viverla.

Alcuni influssi negativi della società si avvertono anche nelle nostre comunità. Rischiamo di perdere i nostri modi di pensare ispirati al Vangelo per assumere le categorie negative della cultura odierna. Nascondiamo, ad esempio, dietro il “rispetto” e la “tolleranza”, la nostra indifferenza e assenza di cura verso il confratello oppure rendiamo pubbliche in modo indebito informazioni a noi riservate. L’imborghesimento e l’attivismo fanno percepire il tempo comunitario come tempo “rubato” alla “sfera privata” o alla missione.

La vita fraterna in comunità risente particolarmente di una scarsa valutazione del senso della nostra vita consacrata salesiana che si manifesta nella debole cura della vocazione del salesiano coadiutore, con il suo apporto specifico alla comunità e alla missione salesiana, e nell’eccesivo clericalismo che manifestano tante volte i nostri rapporti comunitari e pastorali.

Constatiamo che la preghiera e l’offerta sacrificata della vita da parte dei salesiani anziani e ammalati sono vero apostolato con e per i giovani; essi rimangono parte “attiva” della comunità che vive il “da mihi animas”. Le comunità, infatti, si stanno impegnando a non escluderli dalla missione. Troviamo ancora qualche difficoltà ad accogliere e a prenderci cura dei confratelli che vivono situazioni di fragilità, disturbi, senilità e infermità (EG, nn. 209-210).

In noi confratelli e nelle nostre comunità, vi è anche la domanda di paternità spirituale, in un’articolata trama di dare e ricevere, vissuta in un armonico spirito di famiglia. Riconosciamo che in questi anni, soprattutto nella formazione iniziale, si sono sviluppate valide proposte di crescita umana in ambito affettivo, relazionale e spirituale.

… disponibili alla progettualità e alla condivisione …

4.    Il progetto comunitario e il Progetto Educativo Pastorale Salesiano (PEPS) sono stati redatti con più frequenza rispetto al passato, in quasi tutte le comunità e opere salesiane, anche se si registrano ancora una conoscenza limitata e una debole ricezione della funzione essenziale della Comunità Educativa Pastorale (CEP). Riconosciamo l’importanza di lavorare in modo corresponsabile, nonostante la fatica di sentirci parte attiva della CEP e di riconoscerla come soggetto della missione. Talvolta, il nostro progetto educativo-pastorale si limita all’organizzazione delle attività, senza una riflessione condivisa sugli obiettivi, sulle priorità, sui processi e sulla verifica dei traguardi raggiunti. In alcuni confratelli, tuttavia, permane la difficoltà nella condivisione della missione per la tendenza a privilegiare campi di azione personale.

In questi anni si è ampliato il campo d’intervento dei direttori che, oltre al compito di essere guide spirituali dei confratelli e animatori della CEP, sono assorbiti da mansioni gestionali. I direttori, quindi, non sempre sono nelle condizioni di onorare il loro servizio, spesso non ricevono un’adeguata collaborazione da parte dei confratelli e talvolta sono privi di  un sistematico accompagnamento formativo a livello ispettoriale.

Constatiamo un maggiore protagonismo dei laici, favorito dalla condivisione e dalla corresponsabilità nella comunità educativo-pastorale. Si sono superate alcune difficoltà riguardanti i rapporti salesiani e laici, nello sforzo unanime di convergere attorno all’unico progetto. Laddove si realizza questa sinergia, mediante un clima di fiducia e lo spirito di famiglia, nel rispetto dei ruoli, l’ambiente diventa propositivo e fecondo, anche vocazionalmente. Rimane debole, in alcuni contesti, la formazione sistematica per i laici.

Alcuni di noi si lasciano prendere da compiti gestionali o si rifugiano in zone di comfort, delegando l’assistenza e la presenza tra i giovani ai confratelli tirocinanti o ai collaboratori. Molti laici stipendiati per ruoli di animazione e per l’assistenza offrono un servizio veramente professionale e salesiano, a fronte di altri che mostrano carenze soprattutto a causa di un nostro mancato coinvolgimento nei processi di formazione.

In questi anni abbiamo accompagnato lo sviluppo di un sano protagonismo dei giovani, specialmente all’interno del Movimento Giovanile Salesiano. Questa realtà ci permette di sperimentare con gioia e soddisfazione la verità rigenerante del carisma salesiano: evangelizzare ed educare i giovani con i giovani. Sempre più ci accorgiamo che il volontariato aiuta i giovani a maturare integralmente, anche nella dimensione vocazionale (cfr. EG 106) e missionaria. All’interno del volontariato giovanile salesiano manca un adeguato accompagnamento spirituale e pedagogico, affinché possa diventare un’autentica esperienza d’incontro con Cristo nei poveri.

Abbiamo acquisito maggiore consapevolezza dell’importanza di accompagnare i giovani alla conoscenza e all’incontro con Gesù. Il Cristo e il suo Vangelo sono un diritto che dobbiamo ai giovani. Fortificati da tale convinzione, abbiamo approfondito in alcuni contesti l’inscindibile rapporto tra educazione ed evangelizzazione, ottenendo risultati apprezzabili.

È cresciuta la coscienza di essere Famiglia Salesiana, anche grazie a positive collaborazioni a livello di comunità ispettoriali e locali, alle “giornate della spiritualità salesiana”, alle strenne annuali del Rettor Maggiore e alla Carta d’identità carismatica. Alcune esperienze di lavoro “insieme” a favore dei giovani ci hanno fatto crescere come un corpo unito e corresponsabile all’interno della Famiglia Salesiana, maturando la consapevolezza di essere un unico movimento carismatico. Inoltre, la corresponsabilità nella missione tra salesiani, altri membri della Famiglia salesiana, laici e giovani ci ha aiutato a migliorare la qualità del nostro ministero, ad allargare gli orizzonti e a dilatare il cuore della nostra missione apostolica.

Un fronte apostolico emergente, che abbiamo iniziato a curare, è la pastorale familiare, non solo nei contesti parrocchiali e di formazione degli adulti, da riconsiderare in stretto collegamento con la pastorale giovanile.

La formazione iniziale rimane a volte slegata dai processi pastorali. Terminata la formazione specifica dei confratelli candidati al presbiterato e dei coadiutori, emergono difficoltà e disagi per un effettivo e significativo inserimento nella pastorale e nelle dinamiche della vita comunitaria. Non tutte le comunità che accolgono i confratelli al termine della formazione iniziale sono provviste di un esplicito progetto che preveda adeguate forme di inserimento nell’attività educativo-pastorale ordinaria.

… in uscita verso le periferie …

5. La Congregazione si sta orientando con maggiore decisione verso i giovani poveri e in situazioni a rischio in ascolto del loro grido d’aiuto. Sta crescendo tra i confratelli una sensibilità verso la cultura dei diritti umani, in particolare dei minori, in alcune scelte profetiche proprie delle nuove frontiere e “periferie esistenziali”.

Si è impegnata, inoltre, a ribadire con forza che l’uso di qualunque modalità non rispettosa dei giovani e il ricorso a qualsiasi forma di violenza, sono chiaramente contrarie alla pedagogia salesiana. In tutte le Ispettorie si sono compiuti o si stanno completando i passi necessari per organizzare sia il codice etico, come statuto della nostra cultura pedagogica preventiva, sia il protocollo di procedura giuridica per far fronte ad eventuali casi di abuso, secondo la normativa canonica e dei Paesi nei quali operiamo.

Prendiamo coscienza che esiste tra noi e i giovani una certa distanza; essa, prima che fisica, è mentale e culturale. In alcuni contesti ci relazioniamo con le nuove generazioni come se fossero un “problema” e non una “opportunità”, un appello del Signore, un riflesso eloquente dei “segni dei tempi” e una sfida che ci interpella.

Le nuove tecnologie di informazione e comunicazione e l’ambiente digitale in cui viviamo costituiscono uno spazio culturale, sociale e pastorale per favorire un’esperienza di vita; sono parte integrante della vita quotidiana e hanno un impatto sul nostro modo di sentire, pensare, vivere e rapportarci. Consentono di mantenere legami e coltivare sane relazioni tra confratelli e giovani, di ridurre le distanze geografiche che impedirebbero altrimenti una comunicazione immediata e ricorrente. Come salesiani sentiamo di non essere presenti in modo significativo come educatori ed evangelizzatori in questo ambiente.

… divenendo segni profetici a servizio dei giovani!

6. Abbiamo sostenuto consistenti sforzi per risignificare e ristrutturare le presenze così da rendere attuale l’identità carismatica e garantire una fedeltà creativa al sistema educativo di Don Bosco, in risposta ai bisogni dei giovani del nostro tempo. In alcuni contesti, però, la preferenza per i giovani più poveri non è sufficientemente chiara. La preoccupazione per sostenere economicamente le strutture tradizionali limita la nostra apertura alle nuove povertà e alle inedite emergenze sociali.

La gente e i giovani ci ammirano spesso per la mole di lavoro che svolgiamo a loro beneficio. Tuttavia, alcuni di noi, sopraffatti dalle molteplici attività, sperimentano un senso di stanchezza, noia, frammentazione, inefficienza e burnout. Talvolta siamo eccessivamente preoccupati da un estenuante sforzo di conservazione e sopravvivenza delle opere. Quando ci occupiamo dei giovani, a volte puntiamo solo al loro benessere sociale e trascuriamo l’accompagnamento della loro vita spirituale e della loro vocazione.

È progressivamente diminuita la visibilità e la credibilità della nostra vita consacrata. Non sempre si coglie in noi la testimonianza del primato di Dio, con la pratica dei voti, con la sobrietà di vita, con l’impegno nel lavoro, con la dedizione per la missione, con la preghiera personale e comunitaria vissuta con fedeltà.

L’interculturalità all’interno delle nostre comunità è un’opportunità, una testimonianza di unità per il mondo; rivela anche alcuni limiti della nostra carità e svela pregiudizi che resistono alla fraternità evangelica. Le comunità internazionali e la collaborazione a progetti mondiali contribuiscono a creare un maggiore senso di fraternità e di solidarietà.

Riconosciamo che la responsabilità per la custodia del creato è una sensibilità emergente anche nelle nostre comunità. Tuttavia, non siamo ancora sufficientemente persuasi di tale priorità nella scelta del nostro stile di vita sobrio ed essenziale e nell’educazione dei giovani.

LETTURA

Come Don Bosco, in dialogo con il Signore, camminiamo insieme mossi dallo Spirito…

7.    Immersi nella storia, segnata da attese e fragilità, siamo sostenuti dalla certezza che Dio accompagna l’umanità con i suoi interventi di salvezza che hanno il loro culmine nella Pasqua del Signore Gesù: «La sua risurrezione non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione» (EG, n. 276). Al seguito di Gesù, che si trasfigura e coinvolge i suoi discepoli nella luce del Tabor (cfr. VC 14-16) e ascoltando gli ammonimenti di Don Bosco nel “sogno dei dieci diamanti”, apprezziamo la grazia della vocazione salesiana, la fecondità dei consigli evangelici, la fraternità nella comunità e tra i giovani. Guardiamo alla Vergine Maria che nel Magnificat canta a Dio che guida fedelmente il suo popolo sui sentieri della storia, operando meraviglie e prodigi in favore degli umili e dei poveri. Con Lei riscopriamo la gioia della fede che infonde ottimismo e speranza.

Come per Don Bosco, così per noi il primato di Dio è il fulcro che dà ragione della nostra esistenza nella Chiesa e nel mondo. Tale primato dà senso alla nostra vita consacrata, ci fa evitare il rischio di lasciarci assorbire dalle attività, dimenticando di essere essenzialmente “cercatori di Dio” e testimoni del suo amore in mezzo ai giovani e ai più poveri. Siamo, dunque, chiamati a ricondurre il nostro cuore, la nostra mente e tutte le energie al “principio” e alle “origini”: la gioia del momento in cui Gesù ci ha guardati, per evocare significati ed esigenze sottesi alla nostra vocazione (cfr. CIVCSVA, Rallegratevi, n.4).

La nostra mistica si esprime come umanizzazione profonda della vita personale e comunitaria (cfr. EG 87, 92, 266). Essa si radica nel mistero dell’Incarnazione: Gesù ha fatto proprie le necessità e le aspirazioni della gente e ha compiuto la volontà del Padre suo nella costruzione del Regno. Don Bosco ha vissuto e ci ha trasmesso uno stile originale di unione con Dio da vivere sempre (cfr. C 12, 21, 95) e dovunque secondo il criterio oratoriano (cfr. C 40). Il salesiano, dunque, testimonia Dio quando si spende per i giovani e sta con loro con dedizione sacrificata “fino all’ultimo respiro”, vive il “cetera tolle”, sa raccontare loro la propria esperienza del Signore.

 

L’esperienza dell’incontro con Dio chiede una risposta personale, che si sviluppa in un cammino di fede e in un profondo rapporto con la Parola, perché «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 1).

Oggi, oltre a constatare i cambi culturali, siamo convinti di vivere una svolta epocale (cfr. EG 52, 61-70) forse senza precedenti. Tale svolta ha sensibilmente modificato le motivazioni che inducono a scegliere e a vivere la vita consacrata. Papa Francesco ci invita ad ascoltare il grido dei poveri, a uscire per cogliere i bisogni più urgenti, a vivere la cultura dell’incontro e del dialogo (cfr. EG, n. 220) evitando l’autoreferenzialità e incarnando una spiritualità missionaria.

Le difficoltà che sperimentiamo nel rispondere alla chiamata di Dio, a vivere la sequela di Cristo con radicalità, sono dovute a una debole convinzione nella fecondità dei consigli evangelici nel realizzare la comunione in comunità e la missione per i giovani. L’assunzione del dono della vocazione e la responsabilità del nostro percorso di formazione continua ci aiutano a modellare la cultura con il Vangelo e ad essere uomini di compassione, soprattutto per i poveri.

Chiamati a testimoniare le realtà del Regno e a dialogare con un pensiero che talvolta tende a relativizzare e ad emarginare il discorso religioso, diventiamo irrilevanti quando ci sottraiamo al nostro ruolo profetico nel proporre una cultura ispirata al Vangelo.

Il pericolo d’essere facilmente considerati soltanto come “lavoratori sociali”, anziché come educatori e pastori capaci di testimonianza del primato di Dio, annuncio del Vangelo e accompagnamento spirituale, esige da noi la cura della nostra vocazione. La sfida chiave consiste nel trovare modi creativi per affermare l’importanza dei valori spirituali e l’incontro personale con il Dio della vita, dell’amore, della tenerezza e della compassione (cfr. EG 88). Ciò richiede che favoriamo l’esperienza di fede e l’incontro con Gesù Cristo: i giovani esigono concretezza e coerenza dal nostro stile di vita.

… facendo esperienza di vita fraterna, come a Valdocco, disponibili alla progettualità e alla collaborazione…

8.    Crediamo che la comunità “si propone come eloquente confessione trinitaria” (VC 21; cfr. 16) e il nostro vivere insieme è frutto dell’iniziativa di Dio Padre, che ci chiama ad essere discepoli di Cristo per una missione di salvezza (cfr. C 50). Per non smarrire questo particolare dono, offerto a noi e a tutta la Chiesa, la visibilità della dimensione fraterna della nostra vita deve essere più consapevole, più diretta, efficace e gioiosa (cfr. Sal 133,1).

Riconosciamo che la vita di comunità è uno dei modi di far esperienza di Dio. Vivere la “mistica della fraternità” (cfr. EG, nn. 87, 92) è un elemento essenziale della nostra consacrazione apostolica e un grande aiuto per essere fedeli ad essa. Vi è un chiaro legame con la nostra missione e con il mondo giovanile, assetato di comunicazione autentica e di relazioni trasparenti. In un’epoca di disgregazione familiare e sociale, offriamo un’alternativa di vita basata sul rispetto e sulla cooperazione con l’altro; in un’epoca di disuguaglianza e di ingiustizia, offriamo una testimonianza di pace e di riconciliazione (C 49). La comunità rivela se stessa anche nella missione comune. L’unanimità nell’azione apostolica realizza la profezia della comunità e tale testimonianza favorisce il nascere di nuove vocazioni.

I nostri limiti di incomprensione reciproca, le chiusure in noi stessi e le nostre quotidiane fragilità, dipendono dalla mancata accoglienza dell’amore e della grazia versati nei nostri cuori dallo Spirito di Cristo (cfr. Rm 5,5). Riconosciamo che la comunione al Corpo e al Sangue di Gesù (cfr. 1Cor 10,16), con cui ci nutriamo ogni giorno, fa di noi “un cuor solo e un’anima sola” (At 2,42; C 50). L’Eucaristia costituisce il culmine e la fonte della nostra fraternità, consacrazione e missione (cfr. LG 11). Spinti dalla carità di Cristo e partecipi del dono di sé di Gesù Buon Pastore, partecipiamo all’esperienza spirituale di Don Bosco e ci prodighiamo come lui per la salvezza dei giovani.

I rapporti personali in comunità possono diventare formali, frammentati e poco significativi a causa di vari fattori: l’individualismo e la reticenza personale, una formazione poco coinvolgente, la preoccupazione eccessiva per il proprio lavoro o l’essere sottoccupati, l’interazione limitata alla funzionalità, il riflusso nel privato e l’uso non sempre equilibrato dei personal media. Questi fattori diventano un facile alibi per non affrontare l’impegno della vita comunitaria. Le conflittualità non devono essere vissute solo come realtà negative, ma come opportunità di maturazione: vanno illuminate dal Vangelo, affrontate e risolte con maggior coraggio, competenza umana e misericordia (cfr. Mt 5, 20-26; EG, nn. 226-230).

Una certa tendenza al perfezionismo e, all’opposto, all’immobilismo sta alla base del mancato rinnovamento comunitario. Viene meno la capacità di essere realisti e, allo stesso tempo, di saper sognare. Ci sentiamo sfidati da Papa Francesco: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze […] Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione» (EG, nn. 49. 27).

La nostra proposta comunitaria intende rivelare una “Chiesa in uscita” (cfr. EG 20-24; 46), e realizzare un ambiente educativo aperto e una Comunità educativo-pastorale “estroversa”. La comunità salesiana ha il compito di creare fraternità anche coi laici corresponsabili, in particolare con i membri della Famiglia Salesiana, superando ogni forma di clericalismo e dirigendosi verso nuove frontiere, lasciando “le porte sempre aperte” (cfr. EG 46-47).

Vivere la spiritualità di comunione è quanto ci chiede oggi la Chiesa integrando vita comunitaria e servizio nell’opera (cfr. NMI, nn. 43-45), in un rinnovato senso di appartenenza. Per costruire la comunità occorre passare dalla vita in comune alla comunione di vita, in tal modo ciascun confratello instaura legami profondi e si dona senza riserve, non sentendo il bisogno di estraniarsi o trovare forme compensative e mondane (cfr. EG, nn. 93-97).

Nella Chiesa, che è popolo di Dio in cammino e comunione di persone con diversi carismi e ruoli, condividiamo con i laici il servizio della costruzione del Regno di Dio. È carismatico curare il coinvolgimento e la corresponsabilità di tutti i membri del nucleo animatore della CEP (cfr. C 47), salesiani e laici, per promuovere una mentalità progettuale e un’azione comune a beneficio dei giovani, delle famiglie e degli adulti degli ambienti popolari.

Il Sistema Preventivo non è solo per l’animazione pastorale ma regola in modo salesiano anche le relazioni all’interno della comunità. Ci ispira ad essere profeti gli uni per gli altri, soprattutto nei momenti di sofferenza e nella ricerca di profondità. Siamo, dunque, “segni e portatori dell’amore di Dio” (C 2) non solo nei confronti dei giovani, ma anche dei confratelli.

“Casa” e “famiglia” sono i due vocaboli frequentemente utilizzati da Don Bosco per descrivere lo “spirito di Valdocco” che deve risplendere nelle nostre comunità. In questo senso accogliamo l’appello evangelico e carismatico alla mutua comprensione e corresponsabilità, alla correzione fraterna e alla riconciliazione.

La formazione, sia iniziale, sia continua, è chiamata ad incidere, avvalendosi del contributo delle scienze umane, sulle dinamiche profonde relazionali, della vita affettiva e della sessualità che influiscono sugli equilibri della vita comunitaria. Nei processi formativi, è bene affrontare tali argomenti in modo più competente, frequente e condiviso senza confinarli esclusivamente nella direzione spirituale e nella pratica del sacramento della riconciliazione.

La formazione, personalmente accolta, ci aiuta a purificare le motivazioni, abituandoci a vivere con retta intenzione; ci educa al lavoro e alla temperanza con un impegno apostolico disciplinato e disinteressato che sa disegnare i necessari confini nelle relazioni interpersonali; ci allena a uno stile di vita sobrio che ci permette di svolgere il lavoro manuale e gli umili servizi in comunità.

Il Direttore è una figura centrale; egli, più che gestore, è un padre che riunisce i suoi nella comunione e nel servizio apostolico. A causa della complessità delle nostre opere, dei molteplici incarichi e di una formazione poco adeguata, egli non sempre è nella condizione di prendersi cura della vita fraterna, del discernimento e della corresponsabilità secondo il progetto di vita della comunità e il progetto educativo-pastorale. Incide, in alcune situazioni, il debole sostegno da parte dei confratelli.

… in uscita verso le periferie, divenendo segni profetici a servizio dei giovani!

9.    I giovani sono il “nostro roveto ardente” (cfr. Es 3,2ss.; EG 169) attraverso il quale Dio ci parla. E’ un mistero da rispettare, accogliere, di cui scorgere i lineamenti più profondi, davanti al quale togliersi i sandali per contemplare lo svelamento di Dio nella storia di tutti e di ciascuno. Questa forte esperienza di Dio ci permette di rispondere al grido dei giovani (EG 187-193; 211).

Ci rendiamo conto che l’unione con Dio va vissuta tra i giovani: “Noi crediamo che Dio ci sta attendendo nei giovani per offrirci la grazia dell’incontro con Lui e per disporci a servirlo in loro, riconoscendone la dignità ed educandoli alla pienezza della vita” (CG23, 95). La missione si sviluppa autenticamente quando noi l’accogliamo come proveniente da Dio, e quando da Lui traiamo sostentamento per il nostro servizio.

Siamo consapevoli che la forza e la condivisione delle motivazioni di fede e la ricerca quotidiana dell’unione con Dio arricchiscono la riflessione pastorale, conferiscono creatività all’annuncio del Vangelo, ci spingono a dare la nostra vita ai giovani. Si realizza così il duplice movimento proprio del sistema preventivo: alla scuola dell’amore di Dio, che ci precede amandoci (cfr. 1Gv 4,10.19) anche attraverso i giovani, diveniamo capaci di un “amore preveniente” (C 15).

Vogliamo essere una Congregazione di poveri per i poveri. Come don Bosco riteniamo che questo sia il nostro modo di vivere con radicalità il Vangelo, così da essere più disponibili e aderenti alle esigenze dei giovani, operando nella nostra vita un autentico esodo verso i più bisognosi (cfr. EG 105-106). Gli immigrati, i profughi e i giovani disoccupati ci interpellano come salesiani in tutte le parti del mondo: ci invitano a trovare forme di collaborazione e ci spronano a dare risposte concrete e ad avere una mentalità più aperta, solidale e coraggiosa (cfr. EG 210).

Il genericismo pastorale non rivela un’efficace adesione al carisma salesiano e non si traduce in un’adeguata progettazione (cfr. ACG 334). Esso è dovuto a una scarsa adesione alle attese più profonde dei giovani, ad una mancata valorizzazione delle indicazioni del magistero salesiano e ad una debole osservanza delle Costituzioni.

La nostra azione educativa e pastorale è in sintonia con la Chiesa locale e collabora con le istituzioni del territorio, per un servizio più incisivo e qualificato a favore dei giovani e degli ambienti popolari. La pastorale giovanile e la proposta pedagogica salesiana non sono nostra proprietà riservata o ad esclusivo uso interno della Congregazione, ma un dono prezioso per la Chiesa e per la trasformazione del Mondo.

Il Sistema Preventivo per noi salesiani è metodologia pedagogica, proposta di evangelizzazione giovanile, profonda esperienza spirituale. Occorre impegnarsi maggiormente per una sua rinnovata comprensione e pratica nelle mutate condizioni odierne. Vorremmo mettere particolarmente in luce come sia una “spiritualità da vivere”; la fecondità del nostro lavoro è frutto di un’intensa vita spirituale vissuta con i giovani (C 20) e per la loro salvezza.

L’assistenza salesiana è un aspetto fondamentale della nostra spiritualità. L’essere con i giovani e farsi loro prossimi, guadagnarne la confidenza ed accompagnarli nell’adesione di fede, permette di incontrare Dio e di ascoltarlo, di donare tutte le forze “fino all’ultimo respiro” (MB XVIII, 258) e di testimoniare il dono della nostra vita secondo la logica della croce. Vivendo così, facciamo nostro l’intero dinamismo pasquale, certi che la bellezza della risurrezione colma di gioia e di pace l’autentica donazione di noi stessi.

Vivere il binomio lavoro e temperanza riempie la vita del salesiano, alimenta il suo zelo apostolico e lo rende prossimo ai giovani, al Signore e ai confratelli. Il fronte apostolico deve essere proporzionato alla consistenza qualitativa e quantitativa della comunità e della CEP.

Ribadiamo la necessità che la formazione tenga conto di un allenamento e di una preparazione al servizio dei giovani anche attraverso lo studio approfondito, il dialogo culturale ed esperienze pastorali significative, curando un continuo aggiornamento secondo gli orientamenti della Chiesa e della Congregazione.

Il mondo digitale, “nuovo areopago del tempo moderno” (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, 37), ci interpella come educatori dei giovani: esso è un “nuovo cortile”, un “nuovo oratorio” che richiede il nostro esserci e stimola in noi nuove forme di evangelizzazione ed educazione. La nostra “era della conoscenza e dell’informazione”, tende però a una mercificazione dei rapporti umani e a una monopolizzazione del sapere umano, divenendo così “fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo” (cfr. EG 52) che dobbiamo affrontare con il nostro impegno pastorale ed educativo.

CAMMINO

I. Traguardo

10. Testimoniare la “radicalità evangelica” attraverso la continua conversione spirituale, fraterna e pastorale

a)   vivendo il PRIMATO DI DIO nella contemplazione del quotidiano e nella sequela di Cristo;

b)   costruendo comunità autentiche nelle relazioni e nel lavoro secondo lo SPIRITO DI FAMIGLIA;

c)    ponendoci in modo più deciso e significativo a servizio dei GIOVANI più poveri.

II. Processi e passi

Come Don Bosco, in dialogo con il Signore …

11. Per essere MISTICI nello Spirito è necessario passare:

a)   da una spiritualità frammentata ad una spiritualità unificante, frutto della contemplazione di Dio in Gesù Cristo e nei giovani.

b)   dall’atteggiamento di chi si sente già formato all’umile e permanente ascolto della Parola di Dio, dei confratelli e dei giovani.

12. Per realizzare questi processi, ci impegniamo a:

a)   Vivere quotidianamente l’Eucaristia come fonte della nostra fecondità apostolica e celebrare il Sacramento della riconciliazione come ripresa frequente del nostro cammino di conversione.

b)   Coltivare la preghiera personale nel contatto quotidiano con la Parola di Dio, impegnandoci nella meditazione, e curare la qualità della preghiera comunitaria, condividendola con i giovani  e i membri della CEP.

c)    Caratterizzare il progetto di animazione e di governo a tutti i livelli per il prossimo sessennio, mettendo al centro la Parola di Dio.

… camminiamo insieme mossi dallo Spirito …

13. Per essere MISTICI nello Spirito è necessario passare:

a)   da una testimonianza debole dei consigli evangelici ad una vita piena di passione nella sequela di Gesù capace di svegliare il mondo, richiamando ai valori essenziali dell’esistenza.

b)   da uno sguardo pessimistico sul mondo ad una visione di fede che scopre il Dio della gioia nelle vicende della vita e nella storia dell’umanità.

14. Per realizzare questi processi, ci impegniamo a:

a)   Vivere con gioia e autenticità la grazia della consacrazione elaborando o ridefinendo il progetto personale di vita e il progetto comunitario.

b)   Avere una guida spirituale stabile e riferirsi ad essa periodicamente.

c)    Approfondire la nostra spiritualità mediante la lettura frequente delle Costituzioni e lo studio delle Fonti salesiane.

d)   Prevedere momenti di condivisione spirituale comunitaria a partire dalla Parola di Dio, valorizzando particolarmente la lectio divina.

e)   Verificare e promuovere come comunità e come singoli confratelli l’armonia tra preghiera e lavoro, tra riflessione e apostolato, attraverso adeguati scrutinia.

f)     Curare la traduzione delle Fonti salesiane nelle diverse lingue.

g)   Aggiornare il manuale In dialogo con il Signore e gli altri sussidi di preghiera.

h)   Attivare iniziative di formazione per salesiani e laici e qualificare a livello regionale un Centro di formazione permanente o valorizzare quelli di altre Regioni.

… facendo esperienza di vita fraterna come a Valdocco …

15. Per essere PROFETI della fraternità è necessario passare:

a)   da rapporti funzionali e formali a relazioni cordiali, solidali e di comunione profonda;

b)   dai pregiudizi e dalle chiusure alla correzione fraterna e alla riconciliazione.

16. Per realizzare questi processi, ci impegniamo a:

a)   Dare spazio alla pratica del dialogo con l’altro (cfr. EG 88), attivando dinamiche positive di comunicazione interpersonale tra confratelli, giovani, laici e membri della Famiglia salesiana, avvalendoci anche del contributo delle scienze umane.

b)   Vivere relazioni di fraternità, vicinanza e ascolto nei confronti dei nostri dipendenti e collaboratori, evitando atteggiamenti autoritari e controtestimonianze.

c)    Incoraggiare ogni confratello a sostenere insieme al Direttore e al suo Consiglio la responsabilità della comunità.

d)   Andare incontro ai bisogni dei confratelli ammalati e anziani e coinvolgerli nella vita e nella missione comune, secondo le loro effettive possibilità.

e)   Sostenere in particolare le comunità che lavorano nelle “frontiere”.

f)     Assicurare la consistenza qualitativa e quantitativa delle comunità attraverso un ridisegno saggio e coraggioso delle presenze.

g)   Curare le due forme complementari della vocazione religiosa salesiana, assumendo gli orientamenti del CG26 (cfr. 74-78) e continuando la riflessione sia sul versante della vita consacrata, sia sulla specificità dei coadiutori in ordine alla vita fraterna e alla missione.

h)   Rafforzare i cammini di maturazione umana e spirituale e prevedere adeguati percorsi di sostegno per confratelli in difficoltà.

i)     Assicurare adeguati percorsi di accompagnamento per i soggetti coinvolti in eventuali casi di abuso.

j)     Verificare e rilanciare, nel piano del prossimo sessennio, la proposta per la formazione dei direttori (cfr. CG 21,46-57; CG 25, 63-65).

k)    Provvedere da parte del RM e del Consiglio generale all’aggiornamento del Manuale del Direttore e dell’Ispettore.

… disponibili alla progettualità e alla collaborazione …

17. Per essere PROFETI della fraternità è necessario passare:

a)   dall’intraprendenza pastorale individualistica alla disponibilità incondizionata alla missione e al progetto comunitario ed ispettoriale.

b)   dalla considerazione dei giovani come semplici destinatari e dei laici come collaboratori alla promozione dei giovani come protagonisti e dei laici come corresponsabili dell’unica missione.

18. Per realizzare questi processi, ci impegniamo a:

a)   Crescere nella comunione e nella corresponsabilità, mediante l’assunzione del progetto comunitario e del PEPS, dando sviluppo e visibilità alla “cultura salesiana” (cfr. ACG 413, p. 53).

b)   Creare sinergie con altri gruppi della Famiglia Salesiana che lavorano per e con i giovani e ne promuovono i diritti (cfr. Carta d’identità della FS, 21, 41).

c)    Lavorare in rete collegandosi efficacemente con la Chiesa locale, le altre Famiglie religiose, le agenzie educative, sociali e governative.

d)   Strutturare percorsi più adeguati nella formazione iniziale diretti al coinvolgimento nella pastorale giovanile, all’inserimento nei problemi sociali con relative attitudini alla pianificazione e alle dinamiche culturali del territorio.

e)   Integrare nel PEPS ispettoriale e locale la pastorale familiare, prevedendo la formazione e il coinvolgimento dei laici come animatori (CG26, 99, 102, 104).

f)     Organizzare una pastorale salesiana organica e integrale nelle comunità ispettoriali e locali, secondo il Quadro di riferimento della pastorale giovanile e la progettazione concorde dei Consiglieri di Settore e Regionali.

g)   Assicurare l’attenzione alla pastorale delle famiglie e alla formazione dei laici a tutti i livelli e favorire da parte dei Settori della missione salesiana e della formazione il coordinamento delle riflessioni e degli interventi.

... in uscita verso le periferie …

19. Per essere SERVI dei giovani è necessario passare:

a)   dalla distanza dai giovani alla presenza attiva ed entusiasta in mezzo a loro con la passione del Buon Pastore.

b)   da una pastorale di conservazione ad una pastorale “in uscita” che parte dai bisogni profondi dei giovani più poveri considerati nel loro ambiente familiare e sociale.

20. Per realizzare questi processi, ci impegniamo a:

a)   Promuovere nelle Ispettorie una profonda verifica sulla significatività e presenza tra i più poveri delle nostre opere, secondo i criteri offerti dai Capitoli Generali e dai Rettori Maggiori, in vista di una “conversione pastorale strutturale” e di una maggiore finalizzazione verso le nuove povertà (cfr. Reg. 1).

b)   Assumere insieme ai laici il Quadro di riferimento della pastorale giovanile, attivando processi di rinnovamento, valorizzando le forze del volontariato esistenti e considerando le nuove frontiere esistenziali e geografiche dei giovani più poveri.

c)    Promuovere e difendere i diritti umani e dei minori attraverso l’approccio innovativo del Sistema preventivo, prestando particolare attenzione al lavoro minorile e al commercio sessuale, alla dipendenza da droghe e a tutte le forme di sfruttamento, alla disoccupazione e migrazione giovanile e al traffico di persone.

d)   Favorire nei nostri ambienti un clima di rispetto della dignità dei minori impegnandoci a creare le condizioni che prevengano ogni forma di abuso e di violenza, seguendo da parte di ogni Ispettoria gli orientamenti e le direttive del Rettor Maggiore e del Consiglio generale.

e)   Educare i giovani alla giustizia e alla legalità, alla dimensione sociopolitica dell’evangelizzazione e della carità accompagnandoli ad essere agenti di trasformazione sociale in una logica di servizio al bene comune.

f)     Sensibilizzare le comunità e i giovani al rispetto del creato, educando alla responsabilità ecologica, mediante concrete attività di salvaguardia dell’ambiente e di sviluppo sostenibile.

… divenendo segni profetici a servizio dei giovani!

21. Per essere SERVI dei giovani è necessario passare:

a)   da una vita segnata  dall’imborghesimento  ad una comunità missionaria e profetica, che vive la condivisione con i giovani e i poveri.

b)   da una pastorale di eventi e attività ad una pastorale organica e integrale capace di accompagnamento dei processi di maturazione vocazionale, in sintonia con le nuove prospettive ecclesiali e salesiane.

22. Per realizzare questi processi, ci impegniamo a:

a)   Sviluppare la cultura vocazionale e la cura delle vocazioni alla vita salesiana, coltivando l’arte dell’accompagnamento e abilitando salesiani e laici a diventare guide spirituali dei giovani.

b)   Vivere il binomio lavoro e temperanza, curando uno stile di vita visibilmente povero, eliminando gli sprechi e rendendoci disponibili per i servizi domestici e comunitari.

c)    Praticare una fattiva solidarietà con coloro che si trovano nel bisogno, con i poveri e tra le case salesiane.

d)   Entrare in modo significativo ed educativo nel mondo digitale particolarmente abitato dai giovani, assicurando una adeguata formazione professionale ed etica dei confratelli e collaboratori, applicando il Sistema Salesiano di Comunicazione Sociale (SSCS).

e)   Favorire le comunità internazionali anche attraverso la globale ridistribuzione dei confratelli e la promozione dei progetti missionari della Congregazione.

f)     Attivare procedimenti, anche tramite auditing, che garantiscano la trasparenza e la professionalità nella gestione dei beni e delle opere.

g)   Operare un’attenta verifica della Casa generalizia e di altre strutture edilizie della Congregazione, affinché siano segno chiaro e credibile di radicalità evangelica.