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Strumento di lavoro: Testimoni della radicalità evangelica

CG27 Strumento Operativo


INTRODUZIONE

La Commissione precapitolare

TESTIMONI DELLA RADICALITA’ EVANGELICA Lavoro e temperanza

Strumento di lavoro

INTRODUZIONE

La lettera di convocazione del CG27, scritta dal Rettor Maggiore nell’aprile 2012, indica come tema capitolare il seguente: “Testimoni della radicalità evangelica” (ACG 413). Tale tema presenta come sottotitolo il motto che Don Bosco ha proposto alla Congregazione: “Lavoro e temperanza”. Il tema e il sottotitolo ci rimandano alla sorgente evangelica della nostra vita consacrata salesiana e allo stile di vita che Don Bosco ci ha proposto.

Durante il ministero pubblico Gesù ha raccolto intorno a sé un gruppo di discepoli. Così narra il Vangelo di Marco: Gesù “salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici, che chiamò apostoli, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni” (Mc. 3, 13-15). Prima ancora che nella Chiesa nascesse la “sequela Christi” come forma di vita, la tradizione evangelica più antica propose ai credenti il discepolato come via per seguire Gesù. I discepoli sono coloro che Gesù chiama a sé e che subito vanno da lui; essi sono costituiti in comunità con la duplice finalità di stare con lui e di essere inviati a predicare.

Il testo evangelico di Marco costituisce un riferimento biblico interessante per il tema capitolare. Se vogliamo essere autentici discepoli di Gesù, dobbiamo essere anche suoi apostoli appassionati. Gesù ci convoca per stare con lui e per inviarci a predicare a tutti il suo vangelo. I verbi “stare” e “inviare” esprimono il dinamismo della comunità dei discepoli che Gesù continuamente sceglie; indicano aspetti inseparabili da accogliere nella “grazia di unità”. Questo è il dono e l’impegno più esigente per noi oggi sia nella vita personale che in quella comunitaria. Si tratta cioè di vivere congiuntamente, come dice l’Esortazione apostolica “Vita consecrata”, l’identità della nostra vocazione consacrata, che è “misterium Trinitatis”, “signum fraternitatis”, “servitium caritatis”. Al centro della nostra vita deve tornare il primato della grazia, l’iniziativa di Dio e la ricerca della sua volontà, il fascino per Gesù, la vita nello Spirito; ciò esige una vera conversione e l’esercizio del discernimento.

Il CG27 ci chiama a testimoniare la “grazia di unità” con radicalità evangelica. Tutti noi ci siamo interrogati su cosa sia la radicalità evangelica. In questi primi mesi di pontificato ci siamo accorti come il Papa Francesco abbia fatto della radicalità evangelica e della misericordia i pilastri della sua azione pastorale, con uno stile di vita povera e vicina a tutti. Il Papa Benedetto XVI così si è espresso parlando alle giovani religiose: “La radicalità evangelica è rimanere «radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede» (Col 2,7), che nella vita consacrata significa andare alla radice dell’amore a Gesù Cristo con cuore indiviso, senza anteporre nulla a tale amore (Cf. S. Benedetto, Regola, IV, 21), … L’incontro personale con Cristo, che nutre la vostra consacrazione, deve esser testimoniato con tutta la forza trasformante nelle vostre vite; e possiede oggi una speciale rilevanza ... Davanti al relativismo e alla mediocrità, sorge il bisogno di questa radicalità, che testimonia la consacrazione come un appartenere a Dio, sommamente amato”.[1]

Don Bosco ci ha proposto di vivere la testimonianza della radicalità attraverso il motto della Congregazione, che si sintetizza nel binomio “lavoro e temperanza”. Tale motto traduce concretamente la preghiera e il programma di vita di Don Bosco “da mihi animas, cetera tolle”. Il lavoro santificato è la nostra mistica e rende visibile il “da mihi animas”: il salesiano, appassionato per le anime, si dona totalmente ai giovani con un lavoro instancabile. La temperanza è la nostra ascetica e rende visibile il “cetera tolle”: il salesiano, disposto a lasciar perdere tutto, vive con misura, moderazione, autocontrollo per concentrarsi nella “maggior gloria di Dio e salvezza delle anime”. In questo caso, come è tipico per tutti i binomi che Don Bosco propone, si tratta di vivere il lavoro e la temperanza in “grazia di unità”: non si può separare la mistica dall’ascetica e viceversa.

Lo “strumento di lavoro”, che offriamo ora ai confratelli, riflette le molteplici situazioni e sensibilità della Congregazione, che d’altra parte nei Capitolo ispettoriali si è espressa con larghe convergenze sugli aspetti fondamentali. Esso risente pure del diverso stile redazionale dei tre gruppi della Commissione precapitolare; ogni gruppo infatti ha formulato il testo di un nucleo dopo averne condiviso i contenuti nella Commissione.

Lo “strumento di lavoro” offre la sintesi dei contributi dei Capitoli ispettoriali sul tema del CG27 e nello stesso tempo tiene presente la lettera di convocazione del CG27 scritta dal Rettor Maggiore. In questo strumento si trovano i tre nuclei “mistici nello Spirito”, “profeti della fraternità” e “servi dei giovani”, articolati secondo la metodologia di discernimento proposta per i Capitoli ispettoriali:

-       Ascolto: presenta la realtà della Congregazione nei suoi aspetti fondamentali oggi, ossia ciò che la interpella maggiormente e ciò che le appare più promettente o rischioso per la testimonianza della radicalità evangelica; evidenzia ciò che la Congregazione percepisce e vive come realtà importante e prioritaria: desideri e attese da soddisfare, interpellanze e provocazioni a cui rispondere, impegni da rafforzare, sfide da affrontare, preoccupazioni e rischi da tenere presenti.

-       Lettura: presenta le radici, le cause e le motivazioni di quegli aspetti che sono stati rilevati nell’ascolto della realtà; in particolare evidenzia la comprensione delle situazioni, dei segni dei tempi, delle sensibilità percepiti dalla Congregazione, di ciò che la interpella, appare promettente o si manifesta rischioso.

-       Cammino: presenta il traguardo da raggiungere e i passi da compiere per avanzare nella testimonianza della radicalità evangelica, attribuendo a vari soggetti gli impegni da assumere; in particolare evidenzia il cammino da fare attraverso processi da avviare o consolidare, mentalità da convertire, strutture da cambiare, interventi da realizzare.

Il frutto del lavoro della Commissione precapitolare viene inviato ora a tutti i confratelli e soprattutto ai partecipanti al CG27. Si tratta di uno strumento di lavoro, che potrà essere utile per prepararsi all’Assemblea capitolare nella preghiera, nella condivisione comunitaria e nella riflessione. E’ una tappa ulteriore “verso il CG27”, favorita dal clima spirituale di questo terzo anno di preparazione al Bicentenario della Nascita di Don Bosco.

Ci affidiamo allo Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e a Maria, Aiuto dei Cristiani e Sostegno della nostra Congregazione: lo Spirito e Maria ci accompagnino in questo cammino di preparazione con la loro animazione e intercessione, perché possiamo convertirci e portare frutti abbondanti, i frutti sperati della visibilità, credibilità e fecondità.

In Don Bosco

La Commissione precapitolare del CG27

MISTICI NELLO SPIRITO

Salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui.

Ne costituì Dodici, che chiamò apostoli, perché stessero con lui

e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni” (Mc 3,13-15)

ASCOLTO

[1] Dio ci chiama e consacra (Cost. 3)

Dio, creatore e salvatore, il Padre che ha inviato Gesù e lo Spirito, ha preso l’iniziativa di chiamare e consacrare noi Salesiani di Don Bosco al seguito del Signore Gesù, in comunità fraterne, inviandoci ai giovani per il servizio educativo pastorale. A noi tocca rispondere alle attese e sfide che l’iniziativa di Dio ci pone dinnanzi.

Nei Capitoli ispettoriali si può ascoltare il profondo desiderio di confratelli e comunità di dare il primato a Dio nella propria vita. Siamo desiderosi di conoscere la Sua volontà, scrutando la Sua Parola e i segni dei tempi presenti nella vita della Chiesa, della Congregazione e del mondo. Vogliamo compiere sinceramente non la nostra volontà, ma quella di Dio che ci chiama e ci consacra (cf. Gv 6,38; Matt 26,39). Comprendiamo che dare il primato assoluto a Dio è il bisogno più importante di questo tempo, se intendiamo vivere autenticamente la nostra vita di consacrazione apostolica. Non solo c’è un vivo desiderio in noi, ma c’è anche la chiara richiesta da parte dei giovani che noi salesiani siamo testimoni felici e radicali di Dio e manifestiamo nella vita che siamo suoi ricercatori.

Noi, pertanto, vogliamo assumere le espressioni concrete del primato di Dio: le motivazioni coerenti, la profonda vita di preghiera personale e comunitaria, il quotidiano ascolto della Sacra Scrittura, la fedele partecipazione all’Eucaristia e la celebrazione frequente del Sacramento della Riconciliazione, la totale disponibilità al progetto di Dio e il costante atteggiamento di discernimento della Sua volontà, l’esperienza comunitaria che si radica nella comunione trinitaria e si esprime nella testimonianza. Si aggiunge a ciò il lavoro instancabile che esprime la nostra dedizione alla missione e la temperanza che rafforza la custodia del cuore e il dominio di noi stessi e ci aiuta a mantenerci sereni, accettando gioiosamente ogni giorno le esigenze e le rinunce della vita apostolica (Cost. 18).

D’altra parte dobbiamo riconoscere che il nostro profondo desiderio di dare a Dio il primo posto e la richiesta di spiritualità da parte dei giovani non vengono sempre adeguatamente soddisfatti da noi e dalle nostre comunità; tanto meno sono resi visibili e credibili. Ciononostante, chiamati da Dio ad essere Salesiani di Don Bosco, vogliamo con tutte le nostre forze imitare Don Bosco, che “profondamente uomo di Dio, ricolmo dei doni dello Spirito Santo, viveva ‘come se vedesse l’invisibile’ (Eb 11,27)” (Cost. 21).

[2] Dio ci convoca alla sequela di Cristo (Cost. 50)

“Dio ci chiama a vivere in comunità, affidandoci dei fratelli da amare. La carità fraterna, la missione apostolica e la pratica dei consigli evangelici sono i vincoli che plasmano la nostra unità e rinsaldano continuamente la nostra comunione” (Cost. 50). Dai Capitoli ispettoriali questa chiamata è percepita come una grande sfida, tanto più urgente, in quanto ci sentiamo troppo influenzati dal pervadente individualismo che considera l’autorealizzazione come il valore supremo, dal consumismo che crede di trovare la felicità nell’abbondanza dei beni materiali, dalla cultura dei media che favorisce una mentalità egocentrica attenta ai soli bisogni individuali, l’esaltazione emotiva delle relazioni e dei legami sociali, la preferenza dell’effimero, dell’immediato e dell’apparenza.

Questi tratti salienti della nostra cultura globale negano i valori rappresentati dai consigli evangelici della vita consacrata. Per il vero bene dell’umanità e della gioventù, risulta più necessaria che mai la visibile, credibile e feconda testimonianza della nostra obbedienza, povertà e castità a imitazione di quella di Cristo. Siamo grati a Dio per i numerosi confratelli anziani ed ammalati, esempi di sereno invecchiamento, e per tanti confratelli giovani e meno giovani che lavorano instancabilmente con spirito fraterno e apostolico. Se gli anziani sono la memoria delle nostre comunità, i confratelli giovani ne sono la promessa e noi tutti ne siamo il presente. Ci possiamo chiedere se i confratelli anziani e ammalati sono sufficientemente apprezzati, e se i confratelli giovani sono sufficientemente valorizzati, responsabilizzati e accompagnati all’assunzione generosa della missione.

Siamo coscienti della resistenza che sentiamo, come persone e come comunità, a rispondere generosamente alla chiamata di Gesù (Mc 10, 21). Lo spirito di rinuncia e di sacrificio è un punto debole della nostra epoca. Questo ci impedisce di vivere autenticamente la radicalità evangelica, che abbiamo pubblicamente promessa nella professione religiosa. Ne risulta talvolta una mediocrità di vita che si adagia in una mentalità abitudinaria, impedendoci di elevarci a desideri alti e generosi, di fare nostri i pensieri, i sentimenti, le azioni di Gesù e così di essere suoi discepoli autentici.

Altro punto debole dell’odierna cultura riguarda la temperanza. Alcuni Capitoli ispettoriali parlano di una certa sua mancanza, sia a livello personale che comunitario. Essendo la temperanza parte del motto salesiano, questo punto debole ci tocca sul vivo. A dire il vero manca una corretta e attuale comprensione della temperanza. Nella Sacra Scrittura il termine “temperanza” è usato per la disciplina che l’atleta impone al suo corpo ( 1Cor 9, 25), come pure per il controllo della sessualità (1 Cor 7, 9). Temperante è lo spirito forte che ha messo sotto controllo i suoi desideri e la sua ricerca di piacere. La temperanza è padronanza di sé che è frutto dello Spirito (Gal 5,22-23). E’ la virtù per la quale un uomo diventa così padrone di se stesso da essere pronto a diventare servo degli altri.

Facendo la professione religiosa, concludiamo dicendo: “La tua grazia, Padre, […] e i miei fratelli salesiani mi assistano ogni giorno e mi aiutino ad essere fedele”. I Capitoli ispettoriali notano infine con insistenza e con rammarico la graduale diminuzione in Congregazione della pratica del precetto evangelico della “correzione fraterna” (Matt 18,15-17; Lc 17,3). Parlano di “rispetto umano” da parte di superiori e confratelli, che esitano ad intervenire caritatevolmente in casi di abusi individuali e comunitari in materia di obbedienza povertà e castità, contro-testimonianze che rovinano la bellezza e il valore di segno della nostra vita consacrata per il mondo, per la gioventù e per i laici nella Chiesa.

[3] Dio ci invia ai giovani (Cost. 2)

Il primato di Dio ci permette di offrire al mondo, a cui Dio ci invia, una testimonianza visibile, credibile e feconda. La comunità salesiana è una scuola di vita e testimonianza. Al suo interno ci sono confratelli che lavorano con dedizione sulle frontiere del mondo giovanile. Ha grande valore di testimonianza l’anzianità e la malattia santificata. Tra i nostri confratelli defunti e viventi, giovani e anziani, ci sono stati e ci sono splendidi esempi di santità. E’ una santità riconosciuta e ordinaria, che ha caratteristiche specifiche.

D’altra parte, dobbiamo anche riconoscere che spesso la gente e i giovani non ci vedono come “mistici nello Spirito”, ossia uomini di Dio, chiamati e consacrati da Lui, ma piuttosto come semplici insegnanti, operatori sociali, amministratori e padroni d’azienda. Le nostre profonde motivazioni radicate nei valori del Vangelo non vengono sempre percepite. Noi stessi facciamo fatica a condividere la nostra vita di fede e a coinvolgere giovani, laici corresponsabili e famiglie in cammini di fede. Si manifesta una diffusa perdita di entusiasmo e di passione per la vocazione e la missione salesiana.

Nonostante tutto, noi Salesiani di Don Bosco, dal profondo del cuore, desideriamo vivere la dedizione totale alla missione di Don Bosco che diceva: “Ho promesso a Dio che fin l’ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani” (Cost. 1).

[4] Dio ci offre la “grazia di unità” (Cost. 21)

Sentiamo con sempre maggior forza la chiamata di Dio alla conversione e ad accogliere la “grazia di unità”, condizione essenziale per vivere autenticamente come testimoni della radicalità evangelica. Quando Gesù chiamò i primi discepoli, diede loro questa grazia: “Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì dodici, che chiamò apostoli, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni”. (Mc 3,13-15). Per noi, chiamati da Dio come Salesiani di Don Bosco, la “grazia di unità” consiste in quell’ “unico movimento di carità verso Dio e verso i fratelli” (Cost. 3) che unisce in unità vitale fede speranza e carità, attività e preghiera, lavoro e temperanza, contemplazione e azione, il “da mihi animas” e il “cetera tolle”, come pure i tre elementi inseparabili della nostra consacrazione apostolica: la pratica dei consigli evangelici, la comunità fraterna e la missione apostolica.

Nella nostra tradizione spirituale la “grazia di unità” ha come base fondamentale lo stato di abituale “unione con Dio”, che è stata così abbondantemente concessa al nostro santo fondatore Don Bosco. Di questo meraviglioso stato di unione, frutto di generosa collaborazione con la grazia divina in obbedienza al precetto evangelico di “pregare sempre” (Lc 18,1; 1Tess 5,17; Rom 12,12), ci parlano ripetutamente le Costituzioni.

Il salesiano “coltiva l’unione con Dio, avvertendo l’esigenza di pregare senza sosta in dialogo semplice e cordiale con il Cristo vivo e con il Padre che sente vicino. Attento alla presenza dello Spirito e compiendo tutto per amore di Dio, diventa, come Don Bosco, contemplativo nell’azione” (Cost. 12); “Il bisogno di Dio, avvertito nell’impegno apostolico, porta [il salesiano] a celebrare la liturgia della vita, raggiungendo ‘quella operosità instancabile, santificata dalla preghiera e dall’unione con Dio, che deve essere la caratteristica dei figli di san Giovanni Bosco’ (Reg. 1924, art. 291)” (Cost. 95). Notiamo la necessità di riappropriarci di uno spirito di preghiera continua, come nella tradizione è sempre stata definita l’orazione giaculatoria, per unificare la preghiera e il lavoro quotidiano. Questo è ritenuto urgente nella nostra epoca e nella Congregazione.

L’ostacolo fondamentale a vivere la “grazia di unità” si trova nel fatto che siamo facilmente influenzati dalla odierna visione secolarista e relativista della vita, che conduce spesso a una perdita di motivazioni di fede, attivismo compensatorio, superficialità spirituale, mancanza di assiduità e routine nella preghiera personale e comunitaria, oblio dell’esercizio pratico dell’orazione continua, incapacità di creare la comunione con Dio e con i fratelli, tendenza all’imborghesimento, lavoro senza anima pastorale, mancanza di disciplina e temperanza, uso sbagliato e superficiale delle possibilità dei media, e finalmente perdita del fascino per Colui che un giorno abbiamo scoperto come il vero tesoro e la perla preziosa della nostra vita (Matt 13,44-45).

LETTURA

[5] Dio ci chiama e consacra (Cost. 3)

Alla radice delle nostre difficoltà nel mostrare una testimonianza eloquente e trasparente del vangelo c’è un insufficiente apprezzamento della grazia della vocazione, l’inestimabile dono della chiamata di Dio alla vita consacrata salesiana. I tempi attuali richiedono dalla vita consacrata apostolica di manifestare la sua identità, che consiste nel saper dispiegare ogni giorno la radicalità del Vangelo, cioè assumere pienamente la sequela di Gesù (Lc 14,25-27), in dialogo con il nostro tempo (Mt 16,1-4). Nel momento in cui vogliamo vivere più chiaramente ciò che siamo, prima di ciò che facciamo, è essenziale recuperare con un atto di fede il fulcro che sostiene la nostra ragion d’essere nella Chiesa e nel mondo: il primato di Dio che attraverso Cristo e nello Spirito chiama tutti alla comunione con Lui.

Nelle nostre comunità ci sono però anche alcuni segni di speranza. La presenza costruttiva di confratelli anziani ed ammalati è dovuta alla loro viva fede e al loro rifiuto di considerarsi “pensionati dalla missione”; al contrario, “offrendo con fede le limitazioni e le sofferenze per i fratelli e i giovani, si uniscono alla passione redentrice del Signore e continuano a partecipare alla missione salesiana” (Cost. 53). Inoltre il dono di numerose vocazioni alla vita consacrata salesiana e i giovani confratelli sono di stimolo alla comunità; infatti essi aspirano “a una vita più personale e più fraterna” (Cost. 103); è loro la sfida di mostrare che “la formazione iniziale più che attesa, è già tempo di lavoro e di santità” (Cost. 105); “essi sono più vicini alle nuove generazioni, capaci di animazione e entusiasmo, disponibili per soluzioni nuove” (Cost. 46).

Negli ultimi cinquant’anni, nel processo di rinnovamento della vita consacrata apostolica, per potenziare alcuni elementi se ne sono trascurati altri a scapito del primato di Dio. A volte l’autorealizzazione è stata affermata estenuando la vita comunitaria e le esigenze della missione comune; altre volte la visione di comunità, ripiegata su se stessa e costituita sulla scelta di fratelli con cui vivere in amicizia, è stata promossa indebolendo la coscienza di essere chiamati da Dio a vivere in comunità e di ricevere da Dio fratelli da amare; altre volte ancora una opzione piuttosto esclusiva per i poveri è stata portata avanti trascurando la vita sacramentale, la preghiera personale e comunitaria, il senso pastorale dell’azione apostolica e il servizio aperto a tutti, anche se preferenziale per i poveri.

Superando queste contrapposizioni, oggi abbiamo bisogno di motivarci ad assumere personalmente e comunitariamente quei mezzi indispensabili per mantenere viva l’unione con Dio di giorno in giorno, mezzi che ci sono puntualmente indicati nelle nostre Costituzioni e Regolamenti, mezzi di cui abbiamo bisogno per diventare uomini aperti allo Spirito che offrono ad altri il frutto della loro esperienza di Dio. Don Bosco dice ad ognuno di noi: “Se mi avete amato in passato, continuate ad amarmi in avvenire con l’esatta osservanza delle nostre Costituzioni” (MB XVII,258 e Proemio alle Costituzioni).

[6] Dio ci convoca alla sequela di Cristo (Cost. 50)

Le difficoltà che sperimentiamo nel rispondere alla chiamata di Dio a vivere la sequela di Cristo con radicalità sono dovute a una debole fede nella fecondità dei consigli evangelici nel realizzare la comunione in comunità e la missione per i giovani. Così si esprimono al riguardo le Costituzioni: “Don Bosco fa spesso notare quanto la pratica dei voti rinsaldi i vincoli dell’amore fraterno e la coesione nell’azione apostolica. La professione dei consigli ci aiuta a vivere la comunione con i fratelli della comunità di vita consacrata, come in una famiglia che gode della presenza del Signore. I consigli evangelici, favorendo la purificazione del cuore e la libertà spirituale, rendono sollecita e feconda la nostra carità pastorale: il salesiano obbediente, povero e casto è pronto ad amare e servire quelli a cui il Signore lo manda, soprattutto i giovani poveri” (Cost. 61). Al contrario si nota una vita di comunità, priva di relazioni fraterne, che mette in pericolo la nostra obbedienza, povertà, castità e che ci spinge a cercare compensazioni nel successo personale, nelle comodità e agiatezze, e in quegli “atteggiamenti e comportamenti pericolosi e ambigui” (Reg. 68) riguardo ai nostri “rapporti con le persone e alle nostre amicizie”.

La pratica dei consigli evangelici è un dono inestimabile a cui corrisponde una inderogabile responsabilità di risposta. La fatica della nostra risposta vocazionale va ricondotta anche al poco apprezzamento del dono ricevuto. Questo apprezzamento è anch’esso un dono, a cui dobbiamo aprirci con fede: “Non tutti capiscono questa parola, ma solo quelli ai quali è stato concesso” (Mt 19,11). Sull’esempio di Gesù e di Don Bosco, obbedienza povertà castità sono perle preziose da amare appassionatamente. L’amore per l’obbedienza coincide con il nostro amore per Dio, perché si fa la volontà di chi si ama: “Nella vera obbedienza sta il complesso di tutte le virtù” (Don Bosco, “Ai soci salesiani”, Introduzione alle Costituzioni, p. 219). “La povertà bisogna averla nel cuore per praticarla” (Don Bosco, citato da GC26, 87). “La virtù sommamente necessaria, virtù grande, virtù angelica, cui fanno corona tutte le altre, è la virtù della castità” (Don Bosco, “Ai soci salesiani”, Introduzione alle Costituzioni, p. 223). Forse non abbiamo meditato abbastanza il “sogno dei diamanti” in cui Don Bosco ravviva il nostro amore per l’abbondanza di doni che Dio ci ha offerto chiamandoci alla vita consacrata salesiana.

Un’altra ragione dei problemi collegati con la sequela di Cristo è individuata dai Capitoli ispettoriali nella naturale riluttanza a entrare per la “porta stretta” e a camminare per la “via angusta” (Mt 7,13) che porta alla vita ed alla vita “in abbondanza” (Gv 10,10). La porta stretta e la via angusta sono simboli proprio della “radicalità evangelica” espressa da Gesù come precondizione del seguire lui (Lc 14,27.33), che ha saputo “svuotare se stesso” (Fil 2,7). La vita salesiana di comunità intende sostenere ogni confratello in questo impegno di radicalità con la direzione spirituale comunitaria e individuale del direttore, con la reciproca correzione fraterna e con la mutua edificazione. La testimonianza di vite vissute nella fedeltà e nella gioia da confratelli nelle nostre comunità sono il frutto maturo di questa direzione spirituale. In esse tocchiamo con mano la fede nel mistero pasquale, la convinzione cioè che in Cristo la vita abbondante deriva dal saper morire a se stessi. E’ l’esperienza dell’apostolo Paolo: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,19-20) E’ questa anche la sorgente della incondizionata dedizione alla missione educativa pastorale affidataci dalla Chiesa e dalla Congregazione: “L’amore di Cristo ci spinge ” (2Cor 5,14).

Un’ultima causa delle nostre difficoltà è la debolezza della formazione. Troppo spesso limitiamo la comprensione della formazione ai suoi stadi iniziali, invece di vedere la formazione come una sfida permanente della nostra vita, fino al supremo momento della morte. La cura della formazione tanto iniziale che permanente è una condizione essenziale per vivere in pienezza la sequela di Cristo. La formazione ci aiuta a purificare le motivazioni, abituandoci a vivere con retta intenzione; ci fa crescere in maturità affettiva, curando eventuali ferite psicologiche incorse nelle esperienze passate; ci educa al lavoro e alla temperanza con un impegno apostolico disciplinato e disinteressato che sa disegnare i necessari confini nelle relazioni interpersonali; ci allena a uno stile di vita sobrio che non rifugge dalla fatica del lavoro manuale e dagli umili servizi in comunità.

[7] Dio ci invia ai giovani (Cost. 2)

I confratelli totalmente dedicati alla missione sono capaci di grande generosità, perché sono sostenuti da intensa vita di preghiera personale e comunitaria e da salde relazioni fraterne. Essi ci sono di esempio nel saper assumere nella vita e nel lavoro gli appelli positivi della cultura di oggi: gli inviti alla coerenza, alla vitalità, alla libertà, alla ricerca di senso e di pienezza, alla voglia di relazioni profonde e autentiche, ecc.

Alla radice di tante difficoltà di vita e lavoro c’è il fatto che, mandati da Dio nel mondo, talvolta ci lasciamo influenzare, più che dalla Parola di Dio e dalla nostra Regola, dagli aspetti negativi della cultura, cioè dal secolarismo, relativismo, pragmatismo, materialismo, individualismo, prometeismo, borghesismo, consumismo, edonismo, … Di conseguenza diventiamo vittime della frammentazione, della dispersione, della competizione, della sensualità, del dileguarsi dei legami, della superficialità, della ricerca ossessiva delle comodità e così via. Rimaniamo spesso in una situazione di mediocrità apostolica, le cui manifestazioni sono il disimpegno, la stanchezza e la mancanza di entusiasmo; in queste condizioni non siamo più in grado di attirare i giovani e offrire loro ideali e orizzonti vitali.

Non riusciamo allora veramente a “essere nel mondo senza essere del mondo” (cf. Giov 17,10.14-15.18). Noi, chiamati a essere “il sale della terra”, siamo in pericolo di perdere il sapore e allora “se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente” (Matt 5,13; Lc 14,34-35). Urge dunque superare questa mediocrità. Saremo buon sale della terra, se con Don Bosco ognuno di noi potrà dire ai giovani: ”Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono anche disposto a dare la vita” (Cost. 14).

[8] Dio ci offre la “grazia di unità”

In mezzo a queste difficoltà, Dio ci viene in aiuto offrendoci la “grazia di unità”. I confratelli che hanno ricevuto o ricevono questa grazia e che perciò “hanno vissuto o vivono in pienezza il progetto evangelico delle Costituzioni sono per noi stimolo e aiuto nel cammino di santificazione. La testimonianza di questa santità, che si attua nella missione salesiana, rivela il valore unico delle beatitudini, ed è il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani” (Cost. 25). La santità è il frutto della “grazia di unità”; la conoscenza delle figure di santità della Famiglia salesiana ci stimola a essere santi; si tratta di una santità che ha molti volti, determinati dai doni dello Spirito e dalle situazioni storiche.

Un ostacolo alla ricezione di questa grazia è la mancanza di una vera direzione spirituale salesiana. Secondo i Capitoli ispettoriali spesso manca ai nostri direttori una profonda coscienza di essere le guide spirituali delle comunità, proposte anche ai singoli confratelli. La crisi della buonanotte quotidiana e del frequente colloquio con il direttore sono un indizio di ciò che sta capitando. Di conseguenza le nostre comunità non offrono una atmosfera che favorisca il crescere dei confratelli come “mistici nello Spirito”.

Un’altra causa è costituita da una lettura superficiale, se non addirittura sbagliata, del detto di Don Bosco “Lavoro! Lavoro! Lavoro!”. Con tale interpretazione si crede di poter giustificare la debole testimonianza dell’essere “mistici nello Spirito”: la mancanza di assiduità alla preghiera comunitaria, lo sbilanciarci sulle attività come se fossero l’equivalente della missione, il permettere indebitamente al lavoro pastorale di irrompere nella nostra comunità in preghiera disgregandola, il non saper far tesoro delle occasioni di pregare insieme con la gente e con i giovani, il non saper fare in modo che il lavoro diventi aiuto e non ostacolo alla nostra santificazione.

Una terza causa individuata dai Capitoli ispettoriali è data da una certa crisi di identità della vita consacrata apostolica, che serpeggia nelle nostre comunità, composte di presbiteri e di laici. Ci sono salesiani presbiteri il cui ministero pastorale e salesiani laici il cui lavoro professionale indebitamente oscurano l’essere consacrati. I salesiani presbiteri e i salesiani laici hanno bisogno di essere visibili, credibili e vocazionalmente fecondi, testimoni della loro identità di consacrati dediti al ministero educativo pastorale.

Un ultimo ostacolo consiste nella ricerca di comodità e agiatezze che incrina la nostra testimonianza di vita. I consigli evangelici della vita consacrata vanno vissuti in unità. La mancanza di testimonianza di un voto oscura anche la testimonianza degli altri voti. L’infedeltà alla povertà evangelica raffredda il fervore della preghiera, disgrega la fraternità comunitaria, smorza la passione apostolica. Se non ci convertiamo alla “grazia di unità”, rischiamo di vivere una vita adagiata, che rifiuta lo sforzo della formazione permanente, che non sente l’attrazione della insondabile bellezza della vocazione donataci da Dio, che vive lo stesso lavoro non come missione ma come luogo di autorealizzazione individuale.

Per ricevere oggi il dono della “grazia di unità” e per vivere l’unione con Dio, con l’abbondanza che caratterizzò gli inizi della Società salesiana, il profondo desiderio di Dio che sentiamo deve spingerci a rispondere con una conversione autentica della mente e del cuore e con una profonda purificazione. Siamo infatti facilmente inquinati dagli aspetti meno positivi della cultura della nostra epoca, in particolare dal borghesismo e consumismo a cui abbiamo appena accennato. L’articolo 18 delle Costituzioni ci fa ricordare due parole di Don Bosco molto pertinenti al riguardo: la prima parola dice: “Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione” (MB XII, 466); la seconda è una parola dal suo testamento spirituale che ci ammonisce: “Quando cominceranno tra noi le comodità o agiatezze, la nostra pia società ha compiuto il suo corso” (MB XVII, 272).

CAMMINO

TRAGUARDO

[9] Vivere in una continua conversione spirituale, che ci aiuti ad accogliere e testimoniare la “grazia di unità” della nostra consacrazione apostolica.

PASSI DA COMPIERE

Confratello

[10] Accoglie il dono della continua conversione attraverso la grazia di unità e la radicalità evangelica, dandosi un progetto personale di vita (Reg. 99). In esso fa suoi gli impegni del progetto comunitario, discerne nello Spirito la volontà di Dio nel quotidiano, concretizza l’aspirazione a “una misura alta di vita cristiana ordinaria” secondo lo spirito delle beatitudini, esprime lo sforzo per vivere il motto “lavoro e temperanza”, stabilisce i mezzi per lottare contro la superficialità spirituale, la mediocrità e la routine. Formula il progetto di vita attraverso adeguata riflessione e in dialogo con la guida spirituale.

[11] Costruisce la comunione con i confratelli con la sua presenza alla preghiera comunitaria. Si impegna alla fedele partecipazione quotidiana in comunità alla Eucaristia e alla Liturgia delle Ore, alla Meditazione e alla lettura spirituale.

[12] Coltiva la preghiera personale: esprime il suo amore a Gesù Eucaristia con frequenti visite (Cost. 88); con la recita quotidiana del Rosario mostra la sua filiale devozione a Maria e, a sua imitazione, si esercita nella contemplazione orante (Cost. 87); celebra con frequenza il Sacramento della Riconciliazione da un confessore regolare e vi si prepara con l’esame di coscienza quotidiano.

[13] Si esercita a “pregare sempre, senza stancarsi mai” (Lc 18.1) con quella “preghiera senza sosta in dialogo semplice e cordiale con il Cristo vivo e con il Padre che sente vicino” (Cfr. Cost. 12 e 95), preghiera continua che nella tradizione spirituale è chiamata orazione giaculatoria e che culmina nell’unione con Dio. In particolare medita e prega lungo il giorno la liturgia della Parola quotidiana nello spirito della Lectio divina, intesa come un modo di vivere totalmente illuminati dalla Parola di Dio.

[14] Assume l’impegno dell’accompagnamento spirituale, determinando la frequenza del colloquio col direttore e con la guida spirituale e cercando insieme la volontà di Dio nell’esperienza personale, nelle circostanze e nei segni dei tempi.

[15] Coltiva l’abitudine “alla lettura e allo studio delle scienze necessarie alla missione” (Reg. 99). Come via alla formazione di una coscienza mistica, si impegna ad approfondire gli scritti spirituali di San Giovanni Bosco e di San Francesco di Sales in occasione dei loro imminenti centenari. Contribuisce a creare un’atmosfera comunitaria di raccoglimento, riflessione, studio e ad arricchire la comunicazione tra confratelli con la condivisione di esperienze spirituali e pastorali.

Comunità

[16] Elabora annualmente il progetto di vita comunitaria, con la conduzione competente ed efficace del direttore quale guida spirituale della comunità; tiene presenti i vari aspetti della vocazione consacrata da vivere secondo la “grazia di unità”: primato di Dio, sequela di Cristo, vita fraterna e azione apostolica; crea in particolare un ambiente favorevole alla continua crescita spirituale dei confratelli e diventa il primo e più importante luogo di formazione permanente.

[17] Programma l’orario della liturgia, ossia Eucaristia e Liturgia delle Ore, e della preghiera comunitaria, ossia meditazione e lettura spirituale, in modo che sia conveniente a tutti i confratelli partecipare regolarmente.

[18] Studia il modo di assicurare “il clima di raccoglimento e di preghiera” (Reg. 43), come disciplina personale e comunitaria e aiuto a formare l’abitudine alla preghiera personale, alla lettura, allo studio e alla riflessione.

[19] Determina le pratiche ascetiche comuni come la “penitenza comunitaria” del venerdì, la “pratica comunitaria di mortificazione” della quaresima (Reg. 73), la “via crucis” e la “via lucis”, ecc. come segni visibili della nostra volontà pasquale di conversione, di temperanza e di condivisione coi poveri.

[20] Assicura una periodica revisione comunitaria su come dare testimonianza visibile, credibile e feconda dei consigli evangelici; riprende la pratica della correzione fraterna (Cost. 90); favorisce una cultura del come abitare il mondo digitale; si confronta sull’uso moderato dei viaggi e  dei mezzi di trasporto.

[21] Accoglie gli opportuni incoraggiamenti e caritatevoli interventi del direttore per prevenire o correggere eventuali deviazioni; anche in questo modo il direttore diventa guida spirituale  autorevole della comunità.

[22] Fa in modo, come sostegno alla lettura, studio e riflessione personali, che la biblioteca sia dotata di opere classiche e attuali di spiritualità, in particolare di San Francesco di Sales e di San Giovanni Bosco, tanto in forma digitale che cartacea.

Ispettoria

[23] Verifica la testimonianza di povertà religiosa di tutte le comunità, prestando attenzione al lo stile di vita, alle strutture comunitarie, all’utilizzo dei mezzi di trasporto e ai viaggi, cominciando dalla sede ispettoriale.

[24] Attualizza il progetto ispettoriale per la formazione, in modo da aiutare i confratelli a chiarificare motivazioni, a rafforzare convinzioni personali, a integrare la vita di fede con la vita di comunità e il lavoro apostolico, a garantire le necessarie competenze per la direzione spirituale e per il lavoro educativo pastorale, a vivere intensamente gli esercizi spirituali annuali e altri incontri ispettoriali e così creare una cultura ispettoriale di “misura alta” che stimoli tutti a vivere la “grazia di unità”.

[25] Verifica e garantisce la consistenza qualitativa e quantitativa delle comunità locali, in modo che i confratelli non siano oberati di lavoro e non siano perciò tentati di tralasciare i momenti di preghiera e la vita fraterna; prepara al riguardo una programmazione di interventi che renda efficace questo orientamento.

[26] Sceglie, nomina e forma direttori che siano capaci di guidare la comunità locale con il giusto equilibrio di preghiera e lavoro, in un ritmo costante di andata da Dio al mondo e di ritorno dal mondo a Dio, per la salvezza dei giovani, in modo che il confratello non è mai lontano da Dio quando è con i giovani, non è mai lontano dai giovani quando è con Dio.

[27] Offre ai confratelli e alle comunità opportuni incoraggiamenti e fermi e caritatevoli interventi da parte dell’ispettore per prevenire, correggere e incoraggiare; nello stesso tempo offre occasione e stimoli per la formazione permanente.

PROFETI DELLA FRATERNITA’

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.

Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete

amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 34-35)

ASCOLTO

[28] Comunità riflesso della Trinità (Cost. 49)

Nella comunità salesiana noi ci sentiamo convocati dal Padre ad essere discepoli di Cristo insieme con i fratelli per una missione di salvezza dei giovani. Percepiamo i legami che ci uniscono gli uni agli altri come un riflesso della infinita comunione d’amore che unisce tra loro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

In unione con il Padre di Gesù nello Spirito, siamo chiamati a portare abbondante frutto, come dice Gesù: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla … Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,5)

Nonostante i nostri limiti di incomprensione reciproca, le chiusure in noi stessi e le nostre fragilità, di cui siamo ben consapevoli, ci sentiamo sorretti dall’amore e pervasi dalla grazia versata nei nostri cuori dallo Spirito di Cristo. Il Corpo e il Sangue di Gesù con cui ci nutriamo ogni giorno fanno di noi “un cuor solo, e un anima sola” (Cost. 50), spinti dalla carità di Cristo a prodigarci per la salvezza dei giovani sulla scia di Don Bosco.

[29] Sete di relazione e di comunicazione (Cost. 51)

La chiamata a vivere la fraternità soddisfa uno dei bisogni più vitali che sperimentiamo: nella fraternità “troviamo una risposta alle aspirazioni profonde del cuore e diventiamo per i giovani segni di amore e di unità” (Cost. 49). Nella grande maggioranza dei confratelli percepiamo una sete di relazioni interpersonali profonde, che superino i legami funzionali.

I Capitoli ispettoriali constatano una crescita nella fraternità; nello stesso tempo percepiscono che manca ancora molto per colmare la sete di relazione e comunicazione. Al di là della diversità delle culture e generazioni, c’è una grande convergenza sul fatto che tutti desideriamo relazioni che riconoscono la nostra dignità come persone, che integrino le nostre differenze, valorizzino le nostre doti e ricchezze. Ascoltare questo desiderio profondo ci aiuta a creare la comunione al di là della diversità, o meglio attraverso di esse. Inoltre, questa sete di fraternità, relazione e comunicazione è anche molto presente nei giovani; in essa troviamo un ottimo punto di contatto con loro.

Nonostante questo desiderio di relazioni, troviamo in noi atteggiamenti contrari alla fraternità: l’individualismo, la fretta che non lascia tempo per l’incontro, la mancanza di gratuità verso la comunità, i pregiudizi, il rifiuto del diverso, l’isolamento, l’incapacità di superare i conflitti, le fatiche del perdono reciproco; alcuni confratelli poi sperimentano nella comunità disagio e solitudine. La percezione, spesso espressa, del tempo comunitario come tempo “rubato” alla missione, la trascuratezza degli ambienti e dei momenti comunitari, la povertà delle relazioni fraterne e della condivisione, affievoliscono la forza della fraternità facendoci rinchiudere in noi stessi.

La dimensione affettiva del confratello risulta scarsamente curata sia nella formazione iniziale che nella formazione permanente. C’è un difetto di educazione all’interiorità e all’equilibrio emozionale, per mancanza di itinerari formativi appropriati e di formatori preparati. Allora la nostra comunicazione diventa fredda e distaccata. Tutto ciò si riflette sugli atteggiamenti educativi che assumiamo e sul lavoro pastorale che svolgiamo, in particolar modo per quanto riguarda l’educazione dei giovani all’amore, la cura per le coppie di fidanzati, l’attenzione per la vita matrimoniale e per le famiglie.

L’ambiente digitale e la rete costituiscono una esperienza di vita; sono parte integrante della vita personale e sociale e del modo di vivere oggi. Il mondo digitale non è parallelo ma parte della realtà quotidiana; è una realtà che ha un impatto forte sul nostro modo di sentire, pensare, vivere e rapportarci. Per questo si parla di relazioni fisiche e relazioni digitali, e non più virtuali. La rete influisce in particolare sul modo di ricercare Dio, sulla vita della comunità, sulle modalità di testimonianza e evangelizzazione. Occorre formarsi alla maturità e alla trasparenza delle relazioni che si stabiliscono attraverso la rete.

Le relazioni formali tra noi si oppongono al desiderio che sentiamo di una comunicazione più profonda. Il ruolo del direttore ha una grande importanza nel superamento delle relazioni funzionali e burocratiche, se non è solo un “organizzatore”. Se egli è scarsamente dedito alla costruzione delle relazioni fraterne, la comunità si raffredda. Le difficoltà della vita fraterna in comune diventano allora una sfida. Abbiamo proposte chiare nella Parola di Dio, nelle Costituzioni e Regolamenti, nei Capitoli generali e nei diversi interventi del magistero salesiano, ma non abbiamo sempre assimilato e non mettiamo in pratica tutti mezzi e le espressioni di comunione, a cui siamo chiamati.

[30] Testimonianza di fraternità (Cost. 52)

Rendiamo visibile la comunione di vita in comunità quando viviamo le esigenze dello spirito di famiglia voluto da Don Bosco (Cost. 16 e 51). La comunione richiede da noi condivisione di fede e di progetto di vita, oltre che uno stile di relazioni segnato dall’ascolto. Essa ci domanda di essere vicino al confratello, curare i suoi bisogni, aiutarlo a vivere fedelmente la vocazione, condividere le sue preoccupazioni e aspirazioni, sacrificarsi per lui, partecipare responsabilmente al progetto comunitario, aprirsi alla correzione fraterna, combattere in sé quanto si trova di anticomunitario. Solo così, la fraternità salesiana è attraente, risvegliando nei giovani e nei laici atteggiamenti di autentico amore evangelico, stimolando a vivere uno stile di rapporti tra persone alternativo a quello della società attuale. “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 34-35).

Senza questo impegno di convivere in comunità s’indebolisce la vita del salesiano e il frutto del lavoro pastorale, perché non è credibile il messaggio che cerca di offrire. La vita comune in fraternità è contenuto irrinunciabile della missione della comunità.

La comunità salesiana è aperta alla Chiesa e ai valori del mondo in cui svolge la sua azione apostolica ed è solidale con il gruppo in mezzo a cui vive; e così diventa segno rivelatore di Cristo e fermento di vocazioni (Cost. 57).  La comunione di vita in comunità  vissuta con coerenza e passione, gioia e ottimismo, diventa profezia per la società odierna, per i laici coinvolti nell’azione educativo pastorale e per i giovani con cui ci troviamo, i quali possono vederci come “segni di amore e di unità” (Cost. 49). In modo particolare, quando si uniscono confratelli con diversità di condizione, età, formazione, origine sociale, cultura, nazionalità, mentalità, qualificazione, e condividono lo stesso progetto di vita e azione, si rende palese la testimonianza della fraternità.

Tra queste diversità di condizione c’è la multiculturalità, che è un fenomeno presente in numerosi contesti e non solo occidentali, a causa della migrazione dei popoli oppure della presenza in uno stesso luogo di diversi gruppi etnici. Questa situazione multiculturale e plurietnica è presente in numerose nostre comunità; ciò ha portato nuove vocazioni e ci ha richiesto nuove modalità di vita comunitaria e di azione pastorale. Siamo consapevoli che la multiculturalità è una sfida e anche una ricchezza da assumere e trasformare in interculturalità; nel Vangelo troviamo ciò che ci aiuta a costruire l’unità nelle differenze.

Nel rinnovamento profondo della fraternità salesiana c’è bisogno, come voleva Don Bosco, di rinforzare il servizio di animazione e governo del direttore, come guida spirituale, fraterna e pastorale. La complessità delle opere e la diversità delle funzioni a lui affidate impediscono la cura della fraternità e la corresponsabilità nel progetto di vita comunitaria e nel progetto educativo pastorale. (Cfr. CG21, 46-57, CG25, 63-65; ACG 413, 36).

[31] Comunità centro di comunione (Cost. 57)

La comunione fraterna che sperimentiamo e la missione che ci è affidata ci spingono, come Don Bosco, a coinvolgere una rete di persone in comunione di spirito e di fraternità e con dedizione alla stessa missione. Il cerchio delle persone coinvolte con noi nella comunione e missione include i laici che vedono in Don Bosco un punto di riferimento e di convergenza e condividono con noi responsabilità e impegno; con questi costituiamo il nucleo animatore della comunità educativa pastorale per animare, orientare e realizzare la missione, insieme ai giovani e alle famiglie. Con i gruppi che in vario modo si ispirano a Don Bosco formiamo una vera famiglia, la Famiglia salesiana, animati dallo stesso carisma, uniti nella stessa vocazione e permeati dallo stesso ideale di servizio ai giovani.

Riconosciamo che mentre è cresciuta in questi anni la coscienza di essere Famiglia salesiana e la convinzione dell’importanza della comunità educativa pastorale, manca ancora la messa in pratica della piena condivisione dello spirito e della missione con i laici (CG24). Alle volte ci arrochiamo su posizioni padronali; non c’è ancora una vera condivisione di ruoli e corresponsabilità di impegni; prevale ancora l’abitudine di utilizzare i servizi dei collaboratori senza valorizzare le loro specifiche competenze e senza affidare loro delle responsabilità. A ciò si aggiungono molte volte i pregiudizi sulla collaborazione con i laici; si impoverisce così il senso della famiglia e lo spirito di comunione.

Questa comunione iniziando nella comunità, si estende in cerchi concentrici alla comunità educativa pastorale e alla Famiglia salesiana, e si allarga anche alla chiesa locale e al territorio. Notiamo a proposito che abbiamo bisogno di crescere molto di più nel senso di appartenenza alla Chiesa locale e nel rafforzare i rapporti all´interno del territorio. Molte volte ci accorgiamo che siamo chiusi nelle nostre opere e non riusciamo ad andare oltre; dobbiamo ampliare questi livelli di comunione, per essere vera profezia di fraternità.

LETTURA

[32] Comunità riflesso della Trinità (Cost. 49)

Il nostro stile salesiano di fraternità si caratterizza per rapporti semplici, familiari e vicini. Perciò molti ci vedono come persone, che sanno offrire una testimonianza di comunione visibile e leggibile. Quando le comunità sanno creare spazi di dialogo, vivono in atteggiamento di discernimento comunitario e irrobustiscono i loro rapporti nella consapevolezza della loro vocazione, diventano un riflesso della comunione trinitaria.

La carica educativa pastorale della nostra proposta ha bisogno dell’ambiente come condizione essenziale per attuare il sistema preventivo. Constatiamo in molte delle nostre opere che questo ambiente è curato con attenzione. Perciò si constata l’apprezzamento generale che la nostra proposta raccoglie tra la gente. Alla base di questo sta l’esperienza spirituale e le motivazioni profonde che vivono tanti confratelli.

Gli ostacoli alla comunione fraterna provengono spesso dalla dimenticanza delle origini profonde della nostra fraternità, che stanno nell’amore trinitario, e da una visione parziale della fraternità. Talvolta ci siamo lasciati contagiare dalla cultura secolarizzata che privilegia l’individualismo e gli interessi particolari rispetto alla solidarietà, che favorisce la privacy e la chiusura in sé piuttosto che la trasparenza, che facilita la superficialità delle relazioni invece che legami profondi e duraturi. A volte l’Eucaristia non è vista e non è vissuta come fonte e sostegno della comunione e troppo facilmente si tralascia la preghiera in comune che costruisce e irrobustisce la fraternità.

Nell’ascolto abbiamo percepito che la mancanza di comunità, cioè di vita fraterna in comune, è una grande sfida. Le difficoltà che incontriamo al riguardo sono dovute fondamentalmente al fatto che, in pratica, tendiamo a non credere che “vivere e lavorare insieme è per noi salesiani una esigenza fondamentale e una via sicura per realizzare la nostra vocazione” (Cost. 49). Abbiamo bisogno di nutrire in noi con la fede un genuino senso di mutua appartenenza come fratelli convocati insieme da Dio.

[33] Sete di relazione e di comunicazione (Cost. 51)

Abbiamo una forte voglia di superare le relazioni funzionali tra di noi, di approfondire i nostri legami, di comunicare in profondità la nostra esperienza di vita. Ci aiuta a creare comunione l’identificazione forte con don Bosco e la tradizione salesiana. Il senso di famiglia (Cost. 51), l´ambiente costruito su rapporti reciproci di confidenza e affetto (Cost. 16), la relazione educativa basata sulla simpatia e la volontà di contatto con i giovani (Cost. 39), la spiritualità della amorevolezza e della vicinanza (Cost. 20), il nostro “esserci” tra i giovani sono elementi chiave del nostro patrimonio carismatico, che rispondono al grande desiderio di comunione e di rapporti intensi.

Alcune delle cause che ci impediscono di assumere la profezia della fraternità si possono identificare nell’incapacità di vedere i problemi comunitari come occasioni di crescita insieme, invece che come ragioni di chiusura e distacco; nella mancanza di chiarezza nella descrizione dei diversi ruoli di azione, che porta a interferenze, competizioni e sovrapposizioni; nella natura prevalentemente amministrativa, superficiale e abitudinaria di tanti raduni comunitari; nella scarsa consistenza quantitativa e qualitativa delle comunità; nella multiculturalità non vista e ricondotta a ricchezza per la comunione; nella mancanza di correzione fraterna nel confrontare casi di confratelli in difficoltà e quindi nella rinuncia a essere “custode di mio fratello” (Gen 1, 4); nella incapacità di affrontare i conflitti.

Per soddisfare la sete di relazione, non bastano i ruoli differenziati, i compiti distribuiti e un’esperienza di comunità che soltanto ci organizza la vita. Sappiamo che questa sete non si appaga solo con relazioni mature e cordiali; sentiamo il bisogno di vivere la comunione attingendo alla fonte della vita spirituale che sostiene tutta la fraternità. Inoltre riconosciamo la tendenza naturale a cercare il proprio interesse prima di quello degli altri; come pure constatiamo una scarsa visione di insieme e del bene comune.

La formazione iniziale e permanente svolgono un ruolo cruciale nel preparare alla vita comunitaria. Le immaturità psicologiche e i problemi affettivi distruggono la comunità; perciò dobbiamo dare più attenzione alla dimensione umana, consapevoli che la grazia costruisce sulla natura. Senza una solida formazione umana, le eventuali ferite non curate condizionano le relazioni interpersonali. Se la formazione non viene personalizzata, le esigenze radicali e contro-culturali del vangelo di Gesù, quali l’accettazione incondizionata dell’altro, il fare il primo passo nella riconciliazione, il perdono sincero, il non giudicare le persone, l’amore gratuito, ecc., non vengono recepite ed assimilate.

Anche il mondo digitale ha influenza sulle nostre relazioni. Alla radice di una mentalità inadeguata circa la rete c’è la nostra incapacità di abitare il mondo digitale, conoscendolo nei suoi aspetti positivi e nei suoi rischi: l’immediatezza della comunicazione a larga estensione offre numerose possibilità, ma dall’altra parte presenta i limiti nello stabilire legami profondi: “È vero che si può entrare in contatto con tantissime persone, in qualsiasi parte del mondo e in contemporaneità; ma l’uso di tali canali non assicura la comunione, perché questa è sempre frutto di un legame personale, di un rapporto reale con chi chiede accoglienza, riconoscimento e rispetto della propria individualità …” (ACG 413, p. 34).

La stessa ambiguità si riscontra nel mondo del social network: in esso si costituiscono gruppi di persone con interessi comuni che si comunicano tra di loro con facilità e frequenza, ma c’è il rischio dell’omologazione che fa perdere l’alterità, la tensione, l’integrazione delle differenze. Bisogna riconoscere che i candidati che arrivano in Congregazione portano con sé un bagaglio di conoscenze, affetti e amicizie che sono creati nella rete; occorre aiutarli a discernere e selezionare le relazioni, che hanno una risonanza affettiva, orientandoli così a un uso pastorale proficuo della rete.

[34] Testimonianza di fraternità (Cost. 52)

La fraternità vissuta nella comunità è più visibile, credibile e feconda quando è ben guidata dal direttore e sostenuta dalla fedeltà vocazionale dei confratelli. Invece quando ci sono manifestazioni di individualismo, quando non partecipiamo all’elaborazione, attuazione e valutazione del progetto comunitario, veniamo meno alla testimonianza della fraternità. I Capitoli ispettoriali mettono in luce che l’autosufficienza, l’egoismo, le relazioni solo funzionali, la gestione personalistica degli impegni, l’assenza negli incontri in comunità, la mancanza di qualità nell’elaborazione e valutazione del progetto comunitario, l’incapacità di gestione dei conflitti, le ferite personali non guarite, oltre che rovinare lo spirito di famiglia fanno perdere visibilità, credibilità e la fecondità alla nostra testimonianza di vita.

Alla radice di questi limiti c’è la cultura odierna che proietta l’idea dell’uomo autonomo, autosufficiente e potente, trascurando i reali limiti e debolezze di ogni persona. La gratuità nei rapporti e nel prendersi cura del fratello rimedia questa prospettiva e porta ad un giusto rapporto tra persone. Una comunità che si sforza di unire fratelli di diverse culture, età e sensibilità per portare avanti un progetto comune diventa testimonianza eloquente della fratellanza proclamata dal Vangelo per tutti gli uomini, e appello a praticare nella società l’atteggiamento di accoglienza del diverso.

Il direttore “al centro della comunità, fratello tra fratelli, che riconoscono la sua responsabilità e autorità” (C55), compie un servizio essenziale per animare i confratelli nella vocazione, per unire le persone e per orientare tutti verso gli obiettivi educativi pastorali. Secondo i Capitoli ispettoriali il dialogo e il colloquio fraterno sono strumenti importanti da ricuperare. Abbiamo bisogno di direttori che hanno un’autentica comprensione del loro ruolo e non permettono alle funzioni amministrative di prendere il sopravvento sul loro dovere di animazione spirituale, fraterna e apostolica della comunità.

[35] Comunità centro di comunione (Cost. 57)

Spesso ci troviamo rinchiusi nei vecchi schemi di eccessivi protagonismo, organizzazione e centralizzazione, che si riflette anche sulla vita fraterna e sull’azione apostolica nella comunità educativa pastorale. Tali schemi sono residui di una mentalità efficientista e burocratica; essa sembra ispirarsi più alla mentalità imprenditoriale del mondo delle aziende e del business che non al senso della Chiesa come comunione di amore. Dimentichiamo che la nostra fraternità è radicata nell’esperienza di Chiesa e trae la sua vitalità dalla linfa eucaristica come i tralci dall’unica vite che è Cristo. Manca l’ottica credente che la nostra comunione fraterna è la prima realtà da testimoniare per la missione; è la più chiara profezia davanti ad un mondo frantumato da divisioni laceranti.

La mentalità efficientista non ci permette poi una vera condivisione di ruoli e corresponsabilità negli impegni con i laici. Abbiamo sfiducia nelle competenze dei laici coinvolti o paura di delegare loro le responsabilità di gestione. Spesso manca in noi la capacità di lavorare gomito a gomito con loro con mentalità progettuale e con un senso di équipe. In fondo c’è in noi una deficiente visione di Chiesa come comunione di persone con diversi carismi e ruoli a servizio della costruzione del Regno. Quindi non siamo ancora riusciti a mettere in pratica pienamente le indicazioni del CG 24.

Quando si cura l’animazione della Famiglia salesiana, la testimonianza è più forte e significativa. Tuttavia, spesso trascuriamo l’accompagnamento della Famiglia salesiana perché ci concentriamo più sull’efficacia del nostro lavoro pastorale. Ci rendiamo conto che la nostra capacità di animazione è scarsa, perché non siamo convinti della forza di testimonianza che la Famiglia salesiana possiede.

Allo stesso modo la nostra appartenenza alla Chiesa locale lascia talvolta a desiderare, perché ci focalizziamo troppo sul lavoro all’interno delle opere e sulle nostre proposte educative pastorali, senza scoprire la ricchezza di una comunione in sinergia. Lo stesso vale per il nostro rapporto con il territorio; sembra che ci sia una mentalità di autosufficienza; questo porta, magari senza accorgerci, a chiusure delle nostre presenze.

CAMMINO

TRAGUARDO

[36] Testimoniare la conversione fraterna, valorizzando le relazione interpersonali e le espressioni visibili di fraternità.

PASSI DA COMPIERE

Confratello

[37] Concretizza nel progetto personale di vita gli elementi del nostro patrimonio carismatico per la costruzione della fraternità; cerca i mezzi per far maturare la sua capacità di stringere legami liberi e vitali e di riconoscere i propri limiti; si impegna a curare la fonte che alimenta la sua fraternità e coltiva la spiritualità della comunione.

[38] Accetta e pratica la correzione fraterna e valorizza gli scrutini comunitari per contrastare tutto ciò che trova in sé che va contro la comunità.

[39] Sviluppa le capacità che lo abilitino ad essere uomo di comunione: il dialogo, la corresponsabilità, il lavoro condiviso, la comunicazione sincera, l’attenzione ad altri, ecc.

[40] Assume in maniera aggiornata i mezzi che la nostra tradizione propone per costruire un vero spirito di famiglia: il colloquio con il direttore, gli incontri comunitari, i servizi domestici, la comunicazione interpersonale, la condivisione del proprio vissuto, ecc.

Comunità

[41] Elabora il progetto comunitario di vita in chiave di discernimento della volontà di Dio e in vista di garantire l’identità comune, la visione comunitaria del lavoro apostolico e l’attenzione alla comunione con i laici corresponsabili.

[42] Privilegia il giorno della comunità come genuina occasione di comunicazione profonda e di formazione spirituale e pastorale permanente e cura la dimensione formativa e fraterna degli incontri comunitari regolari.

[43] Crea spazi di convivenza, di preghiera e di formazione con i giovani, con i laici e le famiglie della comunità educativa pastorale e con la Famiglia salesiana.

[44] Elabora e verifica con i laici collaboratori il progetto educativo pastorale, assicurando unità dei fini da raggiungere, convergenza di strategie da adoperare, e creando una comunione più stretta tra tutti.

[45] Il direttore dà priorità al suo compito principale che è la cura dei confratelli e della comunità in vista di un’efficace missione; offre risorse per l’accompagnamento personale e comunitario; cura i momenti formativi della comunità cercando di riqualificare i mezzi della nostra tradizione salesiana: la buona notte, il colloquio fraterno, i ritiri mensili e trimestrali, gli scrutini comunitari, la vicinanza ai confratelli, specie i giovani e gli anziani.

Ispettoria

[46] Porta avanti con coraggio il processo di ridisegno delle sue presenze nel territorio, studiando come dare maggior significatività ad alcune, ridimensionandone altre, aprendone di nuove secondo i bisogni e le nuove frontiere dei giovani, e impegnandosi a individuare opere da realizzare insieme a qualche gruppo della Famiglia salesiana.

[47] Cura la consistenza qualitativa e quantitativa delle comunità; evita di accorpare le comunità, senza cambiare la modalità di gestione delle opere; propone alcune opere alla responsabilità diretta dei laici con l’accompagnamento ispettoriale; si impegna a raggiungere la regolarità del numero dei confratelli per le presenze di recente apertura.

[48] Costituisce, soprattutto in contesti multietnici e pluriculturali, comunità internazionali che siano segni profetici e scuole di comunione in mezzo alla gente tra cui si vive e alla chiesa locale, favorendo l’accoglienza reciproca tra i membri della comunità, la valorizzazione delle differenze, il riconoscimento degli aspetti culturali, carismatici ed evangelici comuni, la complementarietà.

 

[49] Accompagna i direttori con particolare cura; si impegna alla formazione dei confratelli alla “leadership” fin dalla fase della formazione specifica e del quinquennio; propone itinerari concreti di formazione dopo la loro assunzione di responsabilità; li rende capaci di favorire e animare la fraternità nella comunità, nella comunità educativa pastorale e nella famiglia salesiana, nella presenza nel territorio e nella Chiesa locale.

[50] Assicura che nella formazione, a partire da quella iniziale, i candidati e i confratelli siano accompagnati nella loro maturazione affettiva.

Rettor Maggiore e Consiglio

[51] Provvede all’aggiornamento del manuale del direttore, con attenzione ai nuovi sviluppi della vita e degli orientamenti della Congregazione, maturati specialmente negli ultimi Capitoli generali.

SERVI DEI GIOVANI

Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni,

battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo,

insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato.

Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28:19-20)

ASCOLTO

[52] Unione con Dio, sorgente della missione (Cost. 12)

Siamo coscienti che Dio ci chiama al servizio dei giovani e alla sequela di Cristo per essere segni e portatori del Suo amore come Don Bosco. Siamo altresì consapevoli che la nostra missione è partecipazione alla missione di Dio, che manda il Figlio Gesù redentore e lo Spirito santificatore e quindi è inserimento nella missione della Chiesa, realizzata per mandato del Signore risorto e animata dallo Spirito. Ci ricorda Gesù che il nostro lavoro è sulla scia della sua opera e di quella del Padre: “Come il Padre opera sempre, anch’io opero” (Gv 5,17). Perciò per noi “la scienza più eminente è […] conoscere Gesù Cristo e la gioia più profonda è rivelare a tutti le insondabili ricchezze del suo mistero” (Cost. 34).

Abbiamo ricevuto attraverso Don Bosco il dono della predilezione per la gioventù: “Per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono pronto a dare la mia vita” (Cost. 14). Tale predilezione si esprime nel lavoro pastorale che è la via della nostra santificazione. Vivere la radicalità evangelica ci rende più disponibili alla missione giovanile. La passione di don Bosco per la salvezza dei giovani si realizza nel sistema preventivo, che ispira il nostro modo di esser presenti nella missione. Ci aiuta in questo uno stile di vita, basato sul senso di sacrificio, sul dono di noi stessi e sulla temperanza, che fortificano il lavoro pastorale portato avanti quotidianamente.

Tocchiamo con mano nella nostra vita che la passione apostolica e la carità pastorale sono proporzionali allo spessore spirituale personale e comunitario; sperimentiamo che la misura della nostra radicalità e la fonte della nostra fecondità sono determinate dallo zelo apostolico; siamo convinti che la passione apostolica e la carità pastorale non hanno età. C’è quindi uno stretto legame tra azione pastorale e vita spirituale.

Riconosciamo le stanchezze, che vengono a noi dalla perdita del senso della presenza di Dio e dal secolarismo; tali situazioni indeboliscono prima di tutto la nostra identità, trasformando anche il molto lavoro in un fare frenetico senza prospettiva apostolica e carismatica. Sappiamo bene che l’affievolirsi dell’unione con Dio porta alla povertà di riflessione pastorale, alla mancanza di creatività nell’annuncio del Vangelo, all’indebolimento della presenza tra i giovani. La sorgente della nostra fecondità ed efficacia nel lavoro apostolico ci viene dal vivere la grazia di unità e l’unione con Dio.

[53] Comunità soggetto della missione (Cost. 44)

Per vocazione e missione carismatica, noi salesiani lavoriamo in comunità, dove tutti i confratelli offrono il loro contributo all’azione pastorale comune. La comunità è aperta al coinvolgimento dei laici, al protagonismo dei giovani, alla collaborazione con le famiglie, cosciente che la missione è condivisa con tutta la comunità educativa pastorale. Il servizio ai giovani è pure dono carismatico per tutta la Famiglia salesiana; a noi salesiani tocca la responsabilità di tenere vivo questo dono, di sollecitarne l’attenzione, di favorire la qualificazione. La comunità salesiana è il soggetto del coinvolgimento nella missione, lasciandosi aiutare da tutti e camminando nello spirito della comunione; talvolta però i laici sono sentiti ancora più come esecutori o collaboratori che come corresponsabili.

Sappiamo che è una difficoltà comune quella di lavorare in équipe all’interno delle comunità; esse a volte vivono tensioni pastorali a causa della dialettica tra l’ascolto del mondo con le sue sfide e le forme pastorali della comunità, spesso datate e sganciate dalla realtà.Altre volte sono i rapporti tra generazioni dentro le comunità che creano situazioni di conflitto. Siamo però convinti che la dimensione comunitaria della missione è cruciale per l’efficacia educativa, evangelizzatrice e vocazionale della nostra azione.

Paghiamo la fatica di non aver sufficiente impegno nella formazione e aggiornamento secondo gli orientamenti pastorali della Congregazione. Ci sono resistenze a far evolvere le nostre opere, per mantenerle vive in funzione della domande che ci vengono dai giovani; talvolta siamo più preoccupati della conservazione e perpetuazione delle opere stesse. Allora in questo campo il direttore, che ha il compito specifico di animare il discernimento pastorale, di motivare alla missione, di coinvolgere tutti nell’azione apostolica, rischia di trovarsi in difficoltà di fronte a mentalità pastorali diverse.

[54] Presenza tra i giovani (Cost.39)

Riconosciamo che la presenza tra i giovani è il luogo del nostro incontro con Dio e della possibilità di manifestare loro la Sua vicinanza. Nella tradizione salesiana la presenza tra i giovani viene chiamata “assistenza”; si sente la necessità di approfondirne la pienezza di significato e di avviare a questa pratica i giovani confratelli e i laici:. Si tratta di una presenza vicina, che anima e accompagna, con l’impegno di avvicinarsi sempre di più ai giovani e di manifestare loro la nostra prossimità. Ci sentiamo interlocutori dei giovani, impariamo dalle loro domande e grazie ad esse siamo stimolati a rinnovarci.

La presenza tra i giovani ci interpella a porre attenzione al futuro e quindi a saper leggere i “segni dei tempi”. Il discernimento pastorale diventa lettura intensa e positiva della realtà sociale e giovanile; diventa capacità di interrogarsi sui desideri di giustizia del mondo, sulle speranze di vita della gente, sui bisogni di spiritualità che la nostra epoca ci pone davanti; nello stesso tempo ci apre alla verità delle tragedie, disperazioni, fatiche, incomprensione e ingiustizie che il nostro mondo crea e che le generazioni giovanili patiscono, finendo per farsi rubare il futuro. L’attenzione ai segni dei tempi ci spinge e ci provoca a una missione ancora più viva, vera, vicina alla gioventù, alla scuola di don Bosco. Riconosciamo gli atteggiamenti positivi dei giovani nei confronti della nostra missione e apprezziamo la testimonianza dei nostri confratelli anziani ed ammalati che continuano a vivere la missione giovanile benché in modo diverso; di questo siamo riconoscenti a Dio.

Siamo coscienti che questo non sempre avviene e conosciamo le “distanze culturali”, prima che generazionali, sapendo che sono freno per l’azione pastorale e per la nostra presenza tra i giovani stessi. Queste distanze provocano effetti concreti: lo spegnersi dello zelo, la mancanza di accettazione e di vicinanza al mondo giovanile, la distanza da esso per ignoranza, paura e incomprensione; la mancanza di creatività e di passione nella progettazione pastorale; le rigidità e gli arroccamenti nelle nostre sicurezze. Quando capita questo, i giovani cessano di essere la nostra principale preoccupazione.

I Capitoli ispettoriali sottolineano la difficoltà di raggiungere i giovani dove vivono: diversi confratelli manifestano forme di paura di fronte a loro, sensi di inadeguatezza, o addirittura rifiuto di stare con loro; pochi salesiani lavorano direttamente tra i giovani preferendo “nascondersi” dietro ruoli e incarichi gestionali; si nota la prevalenza a lavorare in opera istituzionali; ancora poche sono le opere per i giovani bisognosi e le forme di coraggio pastorale per le nuove frontiere. Mancano delle proposte concrete di spiritualità e dei percorsi di fede adeguati. Siamo a volte troppo sbilanciati su percorsi sociali ed educativi, per cui l’educazione prevale sull’evangelizzazione. Non siamo sempre in grado di intercettare il protagonismo giovanile con le sue positività. Tutti i motivi sopra descritti evidenziano non solo la difficoltà a esser presenti tra i giovani ma, molto più profondamente, l’annebbiamento della coscienza del senso e della pratica dell’assistenza che di fatto scardina la presenza educativa, accompagnatrice di ogni cammino.

Di fronte al mondo digitale ci sentiamo ancora agli inizi e siamo deboli nella riflessione sulla positività di questo nuovo grande continente. Nel nostro lavoro pastorale constatiamo molte volte l’assenza della famiglia come interlocutrice nell’educazione dei giovani, e la mancanza da parte nostra di una pastorale per la famiglia stessa.

[55] Il nostro servizio ai giovani (Cost. 31)

Il nostro approccio educativo pastorale viene concretizzato nella pratica del sistema preventivo fondato sulla ragione, religione e amorevolezza e sull’assistenza come presenza vicina, animatrice e accompagnatrice.

Stiamo superando la mentalità che confonde la missione con le attività, cercando di essere servi dei giovani, non delle opere né delle strutture. Ci stiamo impegnando nell’accompagnamento personale, oltre che comunitario, che orienta ciascun giovane alla realizzazione del sogno di Dio su di lui. Il rapporto non sempre chiaro tra educazione ed evangelizzazione non ci aiuta nell’accompagnamento spirituale dei giovani. Siamo riconoscenti a Dio per la significatività ecclesiale e sociale che le nostre opere continuano ad avere e per il servizio ai giovani in situazione di difficoltà; stiamo pure impegnandoci a raggiungere tanti ragazzi poveri portando avanti una cultura dei diritti umani.

Constatiamo la fatica a preparare i giovani ad assumere la responsabilità nella società, con la capacità di trasformarla secondo lo spirito del Vangelo come agenti di giustizia e di pace, con una acuta sensibilità sociale che sa discernere le strutture di ingiustizia e di peccato. La stessa situazione si verifica anche per la preparazione dei giovani a vivere come protagonisti nella Chiesa. Ci manca l’attenzione a formare i giovani alla “leadership”. Il nostro lavoro pastorale deve anche avere più attenzione alle situazioni multiculturali, plurietniche e plurireligiose in cui i giovani vivono, aiutandoli a superare tutte le barriere di sesso, etnia, nazionalità, cultura, religione e condizione sociale.

Nel lavoro pastorale sovente prevale un genericismo che riempie di lavoro, ma svuota di significato carismatico la nostra azione. Le presenze delle nostre opere continuano ad esser piene di giovani, ma la qualità pastorale che noi diamo loro è, a volte, carente. Siamo sbilanciati sull’educazione, anziché curare una forte proposta educativa evangelizzatrice. La mancanza di qualità pastorale si manifesta anche nel non saper sempre esser punto di riferimento per la Chiesa e il territorio in cui ci troviamo, e nel non saper intercettare i giovani che non frequentano la Chiesa e i nostri ambienti.

Nel nostro lavoro pastorale è abbastanza frequente l’abbandono dei giovani, quando arrivano nella stagione delle scelte di vita e degli orientamenti sociali e professionali. Ugualmente constatiamo che tra i molti giovani che sono con noi, non sempre sappiamo accompagnarli personalmente nelle scelte della loro vita, e nei cammini vocazionali. In modo particolare tra tutti i cammini vocazionali vediamo ancora insufficiente l’accompagnamento alla cura delle vocazioni apostoliche e alla vita consacrata salesiana nelle sue due forme; in questo modo i cammini di fede non raggiungono il loro vertice.

LETTURA

[56] Unione con Dio, sorgente della missione (Cost. 12)

Gli aspetti positivi, riscontrati dai Capitoli ispettoriali e riportati nella parte dell’ascolto, si fondano sulla certezza che la nostra vocazione è feconda se vive dell’energia di Dio e della grazia di unità. La fonte della nostra passione apostolica è la coscienza permanente di essere chiamati e inviati da Dio, consacrati per una missione, sull’esempio di Gesù, il Figlio dell’Uomo e il Servo di tutti, che “non è venuto per esser servito,ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10.45). Sappiamo bene che la missione non è nostra, è partecipare alla missione di Dio e alla missione della Chiesa, come ha fatto don Bosco, collaborando con tutti, e andando a tutti, specie i più poveri. Questa fedeltà è garanzia di futuro; Gesù ce lo ricorda: “senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).

Viviamo la nostra identità di consacrati e misuriamo la radicalità evangelica della nostra vita quotidiana sulla consapevolezza della missione che Dio ci ha affidato: “realizzare in una specifica forma di vita religiosa il progetto apostolico del Fondatore: essere nella Chiesa segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri” (Cost. 2). L’impegno di essere “segni dell’amore di Dio ai giovani” determina il modo di comprendere la qualità della nostra vita di consacrati, la radicalità evangelica e il primato assoluto di Dio. Solo da questa fonte possiamo animare i laici, con cui condividiamo vita e missione, ed aprirci a una reciprocità vocazionale che ci arricchisce vicendevolmente.

Condividiamo concretamente la convinzione di don Bosco circa la bontà del giovane su cui poter far leva e circa la visione positiva sull’umanità che è stata creata da Dio, redenta da suo Figlio e santificata dallo Spirito. Siamo convinti che la Famiglia salesiana ha un grande contributo da dare alla salvezza della gioventù, anche di quella al di fuori della Chiesa. Le spinte di rinnovamento della Chiesa sulla nuova evangelizzazione e sull’educare alla vita buona del Vangelo rinnovano e provocano il nostro zelo apostolico.

Sappiamo di non vivere sempre la “grazia di unità” con visibile, credibile e fruttuosa testimonianza; siamo coscienti di non poter essere veri servi dei giovani se allo stesso tempo non siamo mistici nello Spirito e profeti di fraternità. Causa della nostra frammentazione di vita sta nella ricerca delle comodità e nella mancanza di temperanza, che soffocano il fuoco della nostra sacrificata dedizione al bene della gioventù. Nelle relazioni con i giovani e con la gente, la temperanza ci permette di esser loro vicini con il distacco necessario per un vero rapporto educativo pastorale. Pur nella ricchezza della nostra tradizione e della nostra storia, constatiamo che a volte esauriamo l’idea di missione salesiana nella sola presenza delle nostre opere a favore della gioventù.

I cambiamenti culturali ci mettono in difficoltà; la poca consapevolezza di ciò che muta rapidamente, la fatica a dedicarci alla formazione permanente e lo scarso impegno nell’aggiornamento carismatico affievoliscono le nostre energie. Allo stesso modo l’indebolimento della spiritualità e la perdita del senso della presenza di Dio, come pure l’individualismo nell’azione e la mancanza di fraternità, attenuano la forza della missione.

[57] Comunità soggetto della missione (Cost. 44)

Il “vivere e lavorare insieme” tra noi contiene un’energia diffusiva di bene e ci porta a maggiore corresponsabilità con la comunità educativa pastorale secondo il progetto educativo pastorale, che ci consente di condividere il nostro carisma con i laici corresponsabili, con i giovani stessi e con le famiglie. Questo stile partecipativo in spirito di famiglia è la condizione essenziale dell’efficacia della nostra azione pastorale; vissuto in comunità, esso si trasmette anche agli altri soggetti con lui operiamo.

Le comunità poco significative, sia quantitativamente che qualitativamente, possono indebolire fortemente la missione. L’anzianità in alcuni contesti, all’interno delle dinamiche comunitarie può esser elemento di debolezza, là dove non c’è coinvolgimento e corresponsabilità. Siamo coscienti che il ruolo del direttore, per la sua fondamentale importanza, vada pensato ed aggiornato in questo contesto.

Quando viene a mancare una vera progettazione e valutazione, tanto a livello locale che ispettoriale, restiamo attaccati alle strutture e istituzioni attuali, finendo per perdere la dimensione di testimonianza comunitaria nella missione. Questa è anche la ragione della fatica che proviamo nel ripensarci come comunità e come opere in obbedienza alla realtà, verificandoci non sul fare tutto, ma sul far bene quello che possiamo fare. Cosi si spiega come in alcuni contesti non sappiamo sempre coinvolgere i laici e i giovani in corresponsabilità nella vita della comunità educativa pastorale.

[58] Presenza tra i giovani (Cost.39)

Riconosciamo le radici di alcune condizioni essenziali che ci permettano di essere veri servi dei giovani: la presenza, l’empatia, il desiderio di annunciare il Vangelo e promuovere la loro crescita integrale, la disponibilità ad accompagnare. Sono queste energie che determinano la gioia che proviamo nello stare coi giovani e la capacità di rimanere tra loro. Solo la presenza ci permette di comprendere i loro veri bisogni.

Ci collochiamo esplicitamente tra coloro che si impegnano nella costruzione di un cammino educativo di accompagnamento fraterno dei giovani per permettere a tutti e a ciascuno di vivere una esperienza di speranza verso l’incontro personale con Dio. Questo avviene con particolare attenzione alla pastorale famigliare, all’educazione all’affettività, alla costruzione del senso civico nella trasmissione della dottrina sociale della Chiesa, all’accompagnamento vocazionale. La perdita di questa prospettiva determina l’allontanamento dai giovani, lo spegnersi della creatività nell’avvicinarci a loro, la mancanza di flessibilità nel trasformare le nostre opere. Diventiamo rigidi nelle forme e duri nelle letture della condizione giovanile, perdendo la capacità di comprendere il positivo e di lasciarci interrogare da questo.

Una sottolineatura particolare merita la perdita del senso dell’assistenza, quindi della concreta presenza tra i giovani. Ciò è dovuto alle distanze culturali, ma soprattutto al calo dello zelo pastorale e di conseguenza al diminuito senso dell’urgenza pastorale per la salvezza dei giovani che ci vengono affidati; alle rigidità di mentalità da cui deriva la mancanza di comprensione della nostra epoca e della gioventù con la loro positività; alla complessità delle opere in cui ci releghiamo, molte volte, in compiti organizzativi e gestionali che ci allontanano dalla prima linea della missione. Constatiamo anche che la fatica della presenza e della pratica dell’assistenza dipende anche dalla scarsa formazione di cui ci nutriamo e diamo ai nostri collaboratori sul senso e sulla profondità della presenza stessa che diventa veicolo nell’accompagnamento di ogni cammino proposto. Il sistema preventivo è per molti solo una metodologia educativa e non una scuola di spiritualità; ciò provoca un radicale cambio di ottica rispetto a don Bosco.

L’influsso del secolarismo sui giovani, porta ad un indebolimento della ricerca di Dio in tanti contesti; lo stesso influsso tende a spegnere in noi lo zelo apostolico. Siamo quotidianamente a contatto con le situazioni difficili che vive la famiglia e di cui cerchiamo di farci carico. Per mancanza di temperanza portiamo il peso dei casi di pedofilia e delle altre deformità che se non ci allontanano dagli altri, allontanano gli altri da noi.

[59] Il nostro servizio ai giovani (Cost. 31)

Noi troviamo la via della nostra santificazione nell’impegno educativo pastorale vissuto ogni giorno con dedizione genrosa. Questo è profezia per la nostra epoca: “La storia della Chiesa, dall´antichità ai nostri giorni, è ricca di ammirevoli esempi di persone consacrate che hanno vissuto e vivono la tensione alla santità mediante l´impegno pedagogico, proponendo allo stesso tempo la santità quale meta educativa. Di fatto, molte di esse hanno realizzato la perfezione della carità educando. Questo è uno dei doni più preziosi che le persone consacrate possono offrire anche oggi alla gioventù, facendola oggetto di un servizio pedagogico ricco di amore, secondo il sapiente avvertimento di san Giovanni Bosco: «I giovani non siano solo amati, ma conoscano anche d´essere amati”. (VC 96)

Il cammino di riflessione che la Congregazione ha fatto in questi anni sull’identità della pastorale giovanile salesiana, è ritenuto una radice di crescita importante e preziosa, punto di riferimento per le ispettorie e le comunità. Il bicentenario della nascita di Don Bosco ci sprona all’imitazione del nostro fondatore e del suo zelo, all’approfondimento della nostra identità carismatica e allo studio e attualizzazione del sistema preventivo. L’apertura a tutte le forme giovanili di povertà è garanzia di fedeltà al carisma, come pure l’impegno nella nuova evangelizzazione, nella proposta di itinerari educativi e nell’imparare ad accompagnare i giovani nella loro crescita e nella scoperta della loro vocazione.

Constatiamo che la mancanza di vera progettazione e valutazione, tanto a livello locale che a livello ispettoriale è una radice del genericismo pastorale. Se non curiamo il pensiero e l’aggiornamento possiamo solo continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto. Nella perdita del senso della presenza di Dio, rischiamo di diventare impiegati e non apostoli, sotto l’effetto della cultura secolarizzata in cui viviamo. I cambiamenti culturali veloci, a cui non siamo preparati, incentivano genericismo e mancanza di qualità pastorale. Finiamo per esser residuali nella proposta educativa evangelizzatrice, non conoscendo a fondo i giovani e le loro domande. Ragioni di genericismo e di mancanza di qualità sono anche le condizioni strutturali delle nostre opere, o gli stili di vita superficiali e borghesi. Queste cause disperdono e impoveriscono la forza del carisma e del sistema preventivo e impediscono la crescita della corresponsabilità dei laici.

La mancanza di qualità pastorale ci porta alla incapacità di preparare i giovani a essere protagonisti della vita sociale ed ecclesiale. Essi non si rivolgono a noi per esser accompagnati, ma ad altri; allo stesso tempo il nostro allontanarsi da loro ci fa sparire dal loro orizzonte. Le proposte della nostra pastorale giovanile si rivelano deboli; la riflessione delle ispettorie e delle comunità sulle proposte educativo pastorali è a volte insufficiente; così come la verifica delle stesse. Anche dal punto di vista dell’evangelizzazione e della cura delle vocazioni apostoliche e alla vita consacrata, siamo spesso deboli nella proposta e inadeguati ad accompagnare i singoli, fermandoci a proposte di massa. Soprattutto in questo campo pesa il clima secolarista con la perdita del senso di Dio, che compromette la comprensione stessa della chiamata, cominciando dalla vocazione alla famiglia.

CAMMINO

TRAGUARDO

[60] Promuovere la conversione pastorale, curando il discernimento apostolico in comunità e impegnandosi nella presenza tra i giovani.

PASSI DA COMPIERE

Confratello

[61] Cura la vita spirituale che lo rende aperto alle ispirazioni e mozioni dello Spirito, elaborando e verificando la dimensione pastorale del suo progetto personale di vita, confrontandosi con il direttore della comunità e la guida spirituale.

[62] Studia i tratti della missione salesiana per scoprire il suo fondamento nella missione di Dio e della Chiesa, a cui partecipiamo, e le dinamiche della spiritualità del sistema preventivo, confrontandosi con la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa e la tradizione della Congregazione.

[63] Partecipa al dialogo comunitario per la ricerca della volontà di Dio in vista della realizzazione della comune missione e si impegna nella condivisione dello spirito e della missione di Don Bosco con i laici all’interno della comunità educativa pastorale e nell’ottica del progetto educativo pastorale.

[64] Cura la presenza tra i giovani e il senso dell’assistenza salesiana per creare relazioni educative, con attenzione in modo particolare alle nuove frontiere e alle realtà più povere, all’accompagnamento spirituale e alla promozione vocazionale.

[65] Accetta con cuore aperto le conclusioni del discernimento comunitario (Cost. 66) e si applica con generosità alle decisioni della comunità in cui è inserito.

Comunità

[66] Fa una lettura della realtà, particolarmente per ciò che si riferisce alla situazione dei giovani, e si pone alla ricerca della volontà di Dio con la preghiera allo Spirito Santo e la costruzione del progetto comunitario con la dinamica del discernimento; in essa il direttore si mette in particolare a guida del discernimento pastorale.

[67] Indica le sorgenti di ispirazione per il discernimento pastorale: Parola di Dio, Costituzioni, segni dei tempi, quadro di riferimento della pastorale giovanile, progetto educativo pastorale ispettoriale, ... Pone i confratelli in condizione di aver tempo per rendere significativo questo discernimento.

[68] Entra in dialogo per la ricerca generosa e coraggiosa delle opzioni pastorali più adeguate ai bisogni dei giovani come risposta alle attese di Dio su di noi, con particolare attenzione alle povertà del mondo e alle nuove frontiere e all’animazione vocazionale.

[69] Crea un clima di collaborazione e di corresponsabilità intorno alla missione coinvolgendo la Famiglia salesiana e i laici all’interno della comunità educativa pastorale; mantiene viva la testimonianza della comunità salesiana dentro il nucleo animatore della comunità educativa pastorale stessa.

Ispettoria

[70] Nella costruzione del progetto organico ispettoriale e del progetto educativo pastorale ispettoriale evidenzia criteri di significatività sulla base dell’identità stessa dell’ispettoria, delle sfide del territorio e della presenza salesiana, della Famiglia salesiana.

[71] Forma i confratelli e le comunità a pratiche e linee di discernimento pastorale che superino l’individualismo e altre forme di arroccamento o chiusura.

[72] Accompagna e cura la formazione dei direttori nel compito del discernimento pastorale, fornendo loro ascolto, supporto e conforto.

[73] Aiuta le comunità salesiane e le comunità educative pastorali ad assimilare e attuare il quadro di riferimento della pastorale giovanile.

Rettor Maggiore e Consiglio

[74] Fornisce strumenti di verifica dei criteri usati dalle ispettorie nel discernimento pastorale sulla base del quadro generale della Congregazione.



[1] BENEDETTO XVI, Discorso alle giovani religiose, Monastero di San Lorenzo all’Escorial, 19 agosto 2011.