Santità Salesiana

Don Giuseppe Quadrio: Conversazioni - Santa Messa e Mistero Eucaristico

GIUSEPPE QUADRIO CONVERSAZIONI
a cura di
REMO BRACCHI

 

SANTA MESSA E MISTERO EUCARISTICO

023. La santa messa
(28/11/1954, Torino, Crocetta, cappella esterna, omelia)
Prima domenica di Avvento, inizio dell'anno liturgico. Due novità: 1) la messa sarà brevemente spiegata e commentata da un sacerdote; 2) incominciamo un ciclo di conversazioni domenicali sul tema «Risposta alle difficoltà che oggi si fanno più comunemente contro la chiesa cattolica e la sua dottrina».1 Ciascuno di voi può collaborare, presentando dubbi, difficoltà, obiezioni per iscritto in sacrestia; io sarò ben felice di dare una risposta breve e — possibilmente — anche chiara e persuasiva.

Quante volte nelle conversazioni private e pubbliche si sentono obiezioni, difficoltà, imprecisioni, errori intorno a quello che costituisce il cuore del culto e della liturgia cattolica: la s [anta] messa. C'è da temere che un grande numero tra noi non sappia che cos'è la messa, o almeno [che molti] la comprendono male, e per questo si annoiano, spesso la perdono, e in ogni caso essi non vi trovano tutta quella pienezza di vita che Gesù ha voluto mettervi. Quanti cristiani ignorano le meraviglie della messa!
Supponiamo un istante che noi possiamo interrogare i numerosi fedeli che, nelle nostre città e nelle nostre campagne vanno alla messa, e domandare loro: «Che cosa ci va a fare?». Penso di non sbagliarmi troppo, immaginando così le risposte.

1 A questa tematica, come risulta dal foglio di informazione per il Rettor magnifico, don Quadrio attese durante l'anno accademico 1954/1955. Trattandosi della prima domenica di Avvento, siamo esattamente il 28 novembre 1954. Il primo periodo è stato aggiunto a penna in alto, mentre l'omelia è dattiloscritta.

Gli uni diranno: «Vado a messa, perché altrimenti faccio peccato mortale». Questa categoria di cristiani vede dunque nella messa della domenica, prima di tutto, un obbligo: bisogna ascoltare la messa. Come se dicessero: «Bisogna pagare le tasse».

Altri risponderanno: «Io vado a messa per pregare Dio». Ma per pregare c'è bisogno di andare a messa, di recarsi in chiesa? Bisogna pregare Dio «sempre e dovunque». [Questi infatti] vedono nella messa una mezz'ora di preghiera.

Altri infine diranno: «Io vado alla messa per comunicarmi». Questo è esatto, ma non basta. I cristiani che parlano così non considerano in realtà che una parte della messa, la comunione, e volentieri farebbero a meno di tutto ciò che la precede. La messa è la funzione in cui si consacrano le ostie per far la comunione.

È ben vero che la messa domenicale è l'oggetto di un comandamento grave della chiesa; è vero che bisogna parteciparvi con la preghiera; è desiderabile che vi si faccia ogni volta la comunione. Ma la messa è molto più che un obbligo domenicale, molto più che una preghiera o una cerimonia della chiesa, molto più che la presenza reale del Salvatore.

Che cos'è dunque la messa?
La messa è, un pasto, una refezione.

Lo so che questa definizione chiara e sicura sembrerà insufficiente a molti. Il catechismo, che si sforza di esprimere col maggior rigore possibile il mistero della messa, preferisce dire subito che essa è un sacrificio: il santo sacrificio della messa. Ed è verissimo.

Ma ai nostri figliuoli, che già devono comprendere qualche cosa della messa, e a noi stessi, che viviamo in un mondo in cui la nozione di sacrificio si è perduta, c'è da temere che questa definizione esatta non dica gran che. Bisogna presentare la messa in modo più accessibile alla nostra mentalità moderna.

Quando si apre il vangelo, si è meravigliati di vedere con quale facilità piana e semplice nostro Signore ci riveli i misteri di Dio attraverso le realtà più ordinarie della vita: «Guardate, osservate, considerate...», ci dice continuamente.

Ora, anche la messa s'inserisce nel cuore di uno dei nostri gesti più umani: quello della refezione, del pasto. Nostro Signore ha celebrato la prima messa durante l'ultima cena, cioè durante un pasto. Egli ha preso del pane, ha preso del vino, e ha detto: «Prend[et]e, mangiate... Prendete, bevete».

E malgrado il latino incomprensibile ai più, malgrado i riti complicati, talvolta difficilmente accessibili, la messa è rimasta un pasto, una refezione. Essa si celebra sopra una tavola ricoperta di una tovaglia; con del pane, del vino, dell'acqua, una coppa, un piatto dorato. Il prete — e sarebbe desiderabile che non fosse solo a farlo — il prete durante la messa mangia e beve; si nutre, come dice san Giovanni, della carne che è vero cibo; del sangue che è vera bevanda [Gv 6,56].

È vero che la messa è molto più che un pasto comune; è un pasto misterioso e divino; un pasto che è un autentico sacrificio, il sacrificio di Cristo che rinnova misteriosamente la sua morte redentiva a salvezza di coloro che assistono alla messa e di tutti gli uomini. Questo lo ripeteremo e dimostreremo un'altra volta. Riteniamo ora questa sola definizione così luminosa: la messa è una refezione, un pasto. Noi sappiamo che cos'è un pasto.

Noi mangiamo tutti i giorni, e questo atto, che potrebbe essere volgare e che forse talora lo è di fatto, noi l'abbiamo nobilitato, compenetrato di intelligenza e di amore: vi è tutta un'arte e quasi una liturgia della tavola; vi è soprattutto come un clima spirituale. Durante un pasto si parla, si offre, si comunica.

  1. Si parla: il padre e la madre scambiano le notizie, le gioie, le preoccupazioni; i figli ascoltano e, insensibilmente, si istruiscono; gli amici scherzano; gli uomini d'affari negoziano; i politici trattano; gli intellettuali discutono. È precisamente durante la refezione dell'ultima cena che Gesù ci ha fatto le ultime confidenze e rivelazioni sul Padre: «Io vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutto ciò che ho udito da mio Padre» (Gv 15,15).
  2. Si offre, anche, in un banchetto. Gli invitati portano, con la loro amicizia e per esprimerla, dei doni, non si viene a mani vuote; quelli che hanno fatto l'invito offrono una tavola accogliente, dove hanno posto tutto ciò che avevano di meglio; scambi naturali e spirituali, che rendono dolce e ricca l'ora di intimità passata attorno ad una tavola.
  3. Durante una refezione, infine, si comunica. Ci si comunica gli uni con gli altri. Niente è più triste ed anormale che una refezione presa alla svelta, da solo, nell'angolo di una trattoria. La refezione è fatta per radunare e per unire. Non è forse quello uno dei rari momenti in cui, dopo il peso ed il calore del giorno, tutta la famiglia si ritrova al completo? Non è attorno alla tavola che noi raduniamo [i] nostri amici? E per festeggiare i grandi giorni della vita, gli anniversari, i fidanzamenti, i matrimoni, le partenz[e] o i ritorni, è ancora in un pranzo o in una cena che noi c[i] raduniamo. N[ostro] Signore] ci pensava certamente, quando paragonava il Regno del cielo ad un grande banchetto di nozze, in cui saranno convitate le moltitudini degli eletti.

Se ora applichiamo tutto ciò alla messa, tutto diventerà subito chiaro. Poiché la messa è una refezione, [in cui] si parla, si offre, si comunica.

Dal princip[i]o della messa fino al Credo, noi ascoltiamo e parliamo, Dio ci parla per mezzo dei suoi profeti, dei suoi apostoli, di suo Figlio. Sono le letture (epist[ola] e vangelo) [che ci comunicano il suo messaggio]. Noi parliamo a Dio, gli domandiamo perdono con il Confiteor, lo lodiamo con il Gloria, imploriamo il suo aiuto nelle orazioni?
2 Manca lo sviluppo dell'offrire e del comunicare. Cf. le omelie che seguono (C 024 e 026) e R 090.

024. La messa
(05/08/1956, Ulzio, Abbazia, omelia)
Intr [oduzione.]
Miei] fr[atelli], non vi siete mai chiesti perché molti cristiani, anche tra quelli che vengono a messa tutte le domeniche, sopportano poi questa mezz'ora come la più lunga e noiosa di tutta la settimana? Se a coloro che la domenica mattina vengono a messa si chiedesse: «Che cosa ci vai a fare?», si avrebbero a un dipresso queste risposte.

«Vado perché è domenica. A casa mia è un'abitudine a cui ci teniamo». Come se la messa fosse una semplice consuetudine domenicale, come la visita ai nonni, la passeggiata, il cine[ma].

«Vado perché altrimenti faccio peccato». Come se la messa fosse una multa da pagare, sotto pena d'andare all'inferno.

«Vado per pregare un po', per fare la comunione». Come se la messa fosse una semplice preghiera individuale come il rosario, o si riducesse alla semplice comunione. Anime pie abolirebbero tutta la messa, purché si conservasse la possibilità della loro comunione.

Assistere alla m[essa] con queste idee è ignorare il più e il meglio della s[anta] messa, perché la m[essa] è infinitamente più che una multa da pagare a Dio o una preghiera individuale, o una funzione liturgica.

No, la s[anta] messa è la più grande meraviglia dell'universo, l'avvenimento più colossale che la storia oggi registri, il più strepitoso miracolo e il più grande mistero della religione, il cuore stesso del culto cattolico.

È il mezzo con cui possiamo toccare il cuore del Padre] celeste, farlo infinitamente godere, attirare su di noi infiniti torrenti di grazia, di amore, di luce, di conforto. La s[anta] messa a cui assistete è... Ma sapete che la formula è tanto grandiosa che quasi si trema a pronunciarla? E la morte stessa di Cristo, misteriosamente ma realissimamente rinnovata sull'altare.

Se ciò è un grande miracolo e un sublime mistero, miracolo e mistero più grande è che noi possiamo assistervi senza morire di gioia.

Per comprendere la messa bisogna riportarla alla sua essenza semplice e sublime, così come Gesù] l'ha istituita e i primi cristiani l'hanno compresa. Per oggi una sola idea: [la messa è un] banchetto. Gesù ha istituito e celebrato la prima messa a mensa, durante una cena, in quella ultima familiare refezione, in cui egli diede l'addio agli apostoli prima di affrontare la sua passione. Prese un pezzo di pane, lo benedisse, lo spezzò, lo diede a mangiare agli apostoli dicendo: «Questo è il mio corpo». Poi prese una coppa di vino, la benedisse e lai diede da bere agli apostoli dicendo: «Questo è il mio sangue. Fate questo in memoria di me». Ecco la sostanza della messa: essa è una cena.

Al di sotto delle preghiere e dei riti che vennero aggiungendosi, essa è rimasta una cena, un banchetto di tutta la famiglia di Dio attorno alla mensa del Padre celeste.

A capo tavola c'è il Padre, poi il Figlio primogenito, poi gli altri figli, noi. Ecco la famiglia al completo.

Non solo perché c'è di fatti una mensa, l'altare, ricoperto di una candida trovaglia; non solo perché sull'altare c'è una coppa per il vino (il calice), un piatto per il pane (la patena), del pane vero, del vino, dell'acqua come su ogni mensa comune, ma soprattutto perché nella messa si fa ciò che si fa a tavola. E così la messa si inserisce in uno dei più comuni e[d] espressivi gesti della vita umana.

Tra pochi istanti voi, nell'intimità della v[o]s[tra] famiglia, sarete seduti attorno alla tavola. Ebbene, qui tutta la gr[ande] famiglia di Dio è raccolta attorno alla tavola del Signore.

  1. A tavola si parla e si ascolta: i genitori si scambiano impressioni, idee, preoccupazioni, progetti. E i figli ascoltano, interrogano, imparano, e così vengono introdotti nei segreti della famiglia. A tavola i politici trattano, gli affaristi contrattano, gli intellettuali discutono, gli amici scherzano. E il momento dell'intima effusione e dello scambio di idee. Così [è anche] nella messa. La prima p [arte] della messa, dall'inizio al Credo, è riservata a q[uesto] scambio di idee. Il capo della famiglia, Dio Padre, parla ai suoi figli attraverso la voce dei suoi prof[eti] e apostoli (nell'epi[stola]), attraverso il suo stesso Figliuolo primogenito (nel vangelo), attraverso la bocca del sacerdote (ambasciatore con l'altoparlante di Dio). Ma [anche] i figliuoli parlano al Padre, per chiedere perdono (Confiteor), per lodarlo (Gloria), per pregarlo (Oremus), per attestargli la fede (Credo).
  2. A tavola si offre: è uno scambio di doni. Il padrone di casa offre ai suoi ospiti la sua casa, la sua tavola imbandita con q[uan]to di meglio [ha disponibile]; gli ospiti in ricambio offrono al padrone di casa la loro riconoscenza ed amicizia e, come segno di essa, non vengono a mani vuote.

3 Nell'originale: lo...lo.

Nella seconda parte della messa, che va dall'offertorio alla consacraz[ione] inclusa, i figli, attraverso le mani del loro rappresentante ed ambasciatore, offrono al Padre due doni: il pane e il vino, offerta simbolica, tutto sé e le proprie cose. Nella consacraz[ione] il Padre restitusice ai figli questi doni, cambiati nel corpo e nel sangue di Cristo. E allora Gesù, a nome di tutti i suoi fratelli minori e per il loro bene, si offre al Padre, offre il suo corpo e il suo sangue immolato, rinnovando la sua passione e [la sua] morte per la gloria del Padre e la salvezza dei fratelli.

  1. A tavola c'è questa intima comunione di pensieri, affetti, amicizia, intimità. La famiglia si ritrova dopo la depressione della giornata; a tavola ci si trova per celebrare un lieto avvenimento, una promozione, un successo, un anniversario. È il momento dell'unione più intima e cordiale.

Così nella terza parte della messa [abbiamo] la comunione. Tutta la famiglia si ciba dello stesso pane, che è la carne immolata di Cristo. E allora ecco il grande miracolo: il corpo di Cristo diventa vincolo di unione, di fratellanza, di uguaglianza, di amore. Noi che siamo molti diventiamo una sola cosa, perché mangiamo un solo e medesimo pane. Concorporei e consanguinei con Cristo e, in Cristo, tra noi e col Padre.

Ecco la meravigliosa bellezza della messa. Se la comprendessimo, gustassimo, vivessimo, l'ora della messa sarebbe la più bella e attesa della sett[imana]: luce, gioia. Vado alla messa che amo.4
4 Lettura incerta.

025. Ascoltare la messa
(Commento a una celebrazione)
Introduzione. Ancora pochi istanti e davanti a noi si compirà il più grande avvenimento della storia del' mondo; ancora pochi istanti e davanti ai nostri occhi Gesù morirà un'altra volta inchiodato sulla croce, per noi. Sta per incominciare la s[anta] messa, che [è] la rinnovazione, la ripetizione della crocifissione e della morte di Gesù sul Calvario. Ecco alzato dinanzi a noi l'altare, che raffigura5 il Calvario, dominato dalla croce. Ecco il sacerdote, che rappresenta Gesù, che sale faticosamente il monte Calvario. Gli angeli, invisibili, si accalcano intorno all'altare ed assistono atterriti, adorando il grande mistero. Ma Gesù non muore per gli angeli, muore per noi: e noi staremo indifferenti, svogliati, distratti davanti a uno che muore per noi?
Preparazione. La messa è incominciata. ll sacerdote è ai piedi dell'altare: Gesù è ai piedi del monte Calvario, carico del legno pesante della croce. Come pesa la croce sulle spalle di Gesù! Pesa tanto che lo curva, lo fa vacillare e cadere. Gesù, prostrato con la faccia nella polvere, [è] carico della croce, che son tutti i nostri peccati, i peccati di tutto il mondo, dal principio alla fine, tutte le bestemmie, i sacrilegi, le violenze, i furti, gli omicidi, le azioni cattive. Che grosso fardello, che peso schiacciante sulle spalle di Gesù! Per questo Gesù è morto e rinnova qui la sua morte, per cancellare col suo sangue questo enorme cumulo delle nostre malvagità e miserie. E noi non abbiamo aggiunto il nostro peso? E ora c'è qualche peccato che pesa? Ecco il sacerdote curvo verso terra, carico di tutti i nostri peccati, implora da Dio il perdono delle nostre colpe. Uniamoci anche noi a questa invocazione di perdono.

Recitiamo col cuore l'atto di dolore, pensando a quello che diciamo.6
Kyrie eleison. O Signore, abbi pietà di noi. O Gesù, abbi pietà di noi.

Il sacerdote intona' il Gloria in excelsis Deo, il canto che [gli] angeli intonarono sulla grotta di Betlemme nella notte in cui nacque Gesù. Cantiamo anche noi insieme agli angeli, ma cantiamo bene come loro, anzi meglio di loro, in modo da farli arrossire d'invidia.

5 Nell'originale: è rappresente.

6 Nell'originale: dite.

7 Nell'originale: intonare.

Epistola. È una lettera di san Paolo ai suoi cristiani della Galazia. Io vorrei che vedeste la virile e maschia figura del grande apostolo, che dal fondo della prigione di Roma, stretto in catene dai nemici di Cristo, alzava la sua voce e diceva: «Fratelli, sentite. Pensate un momento ai tempi prima di Cristo. Se Gesù non veniva a salvarci, se Gesù non moriva per noi sulla croce, eravamo tutti un branco di pecore condannate al macello, eravamo tutti condannati alla morte, maledetti da Dio e oggetto del suo sdegno e della sua ira. Ma venne Gesù a salvarci con la sua morte, e per questo siamo diventati figli di Dio. Dio ci vuol bene come un padre, non siamo più schiavi, ma figli, i figli di Dio, fratelli di Cristo, eredi del paradiso, e possiamo gridare a Dio: Padre!, Babbo mio».

Vangelo.8
8 Commento interrotto, benché rimanga altro spazio libero sul foglio.

026. La nostra messa
(1957? Esercizi spirituali, sacerdoti)9
Poco prima di morire, il cardinale] Mercier volle dare ai sacerdoti che lo circondavano un ultimo consiglio: «Non voglio dirvi che una cosa sola, ma se voi vi sforzerete di attuarla, darete al vostro sacerdozio tutto il suo valore: mettete ogni cura nel celebrare bene la vostra messa».1°
La messa non è infatti la sorgente più abbondante della santità sacerdotale? Ma per l'abitudine che vi abbiamo contratto, a causa del tempo quasi sempre limitato, della stanchezza, delle preoccupazioni, delle inevitabili distrazioni, noi rischiamo di non trarne più quel profitto, quel nutrimento, quella forza che il sangue di Cristo potrebbe darci. Per salvare la nostra messa dalla vorace usura dell'abitudinarismo sciatto e superficiale, dobbiamo spesso prenderla come oggetto di meditazione. Così potremo comprenderla nella sua efficacia santificatrice.

I. Comprendere le arcane meraviglie della s [anta] messa. Agnoscite quod agitis,11 ci ha detto il vescovo ordinante nel conferircene il potere sovrumano.

a) Comprendere la messa vuol dire anzitutto avere una grande, profonda, affascinante idea della sua indole drammatica e sociale. La messa non è tanto una preghiera quanto un'azione, o meglio è una preghiera sotto forma di dramma; la messa non è culto di persona privata, ma il banchetto sacrificale di tutta la grande famiglia di Dio attorno alla mensa del Padre. Il senso sociale e drammatico della nostra messa, anche di quella celebrata privatamente, davanti all'altare di «s[anta] parete» o di «s [anta] finestra».12
9 In alto in penna: «Ti scongiuro di risuscitare in te la grazia di Dio, che ti fu data per l'imposizione delle mani» (2 Tm 1,6). L'ammonizione sottolinea che la meditazione (probabilmente preparata, come la seguente, per un corso di esercizi spirituali) è destinata a sacerdoti. I fogli di bozze utilizzati per la minuta potrebbero collocare l'intervento verso l'anno 1957. Dattiloscritto.

10 Nelle ultime lettere ai sacerdoti l'insistenza sulla messa rappresenta uno degli appelli più accorati. Cf. per es. L 176, dove si cita il card. Mercier.

11 pR 57.

12 Cioè agli altari laterali, posti in serie davanti alle finestre o agli spazi tra di esse, per la celebrazione di singoli.

Nostro Signore ha istituito e celebrato la prima messa durante una cena. Ed anche oggi, al di là dei riti e delle formule che sono venuti aggiungendosi man mano al nucleo centrale, la messa rimane un banchetto, una refezione: non solo perché vi è una tavola coperta da tovaglie, una coppa, un piatto dorato, del pane, del vino, dell'acqua, ma perché tutto il rito è intonato alla celebrazione del convito o epulum sacrificale. Così anche la messa si inserisce nel cuore di uno dei nostri gesti più umani, quello della refezione familiare; così come ogni altro mistero di Dio, ci fu da Cristo presentato attraverso le realtà più ordinarie della vita.

Noi mangiamo tutti i giorni e questo atto, che potrebbe essere volgare, noi l'abbiamo nobilitato, compenetrato di intelligenza ed amore: vi è tutta un'arte e quasi una liturgia della tavola; vi è soprattutto come un clima spirituale: durante la refezione della famiglia si parla, si offre, si comunica.

  1. Si parla. I genitori si scambiano notizie, gioie, preoccupazioni, progetti, mentre i figli ascoltano, interrogano, imparano. A tavola gli intellettuali discutono, gli amici scherzano, i politici trattano, gli affaristi contrattano, (i frati mormorano). Insomma è uno scambio di pensieri e di affetti. Gesù stesso ha riservato le più intime confidenze sul Padre suo all'intimità dell'ultima cena: «Io vi ho chiamato amici, perché vi ho svelato tutti i segreti che ho udito da mio Padre» (Gv 15,15).
  2. A tavola si offre. Gli invitati portano con la loro amicizia, e per esprimerla, dei doni; quelli che hanno fatto l'invito offrono una tavola accogliente, dove pongono tutto ciò che hanno di meglio: scambi naturali e spirituali, che rendono dolce e intima l'ora passata attorno alla tavola.
  3. Infine il banchetto è una mutua comunione° tra i commensali. È l'ora dell'effusione, dell'intesa, dell'unione. Niente di più triste ed anormale che una refezione presa alla svelta, da soli, nell'angolo di una trattoria. La refezione è fatta per radunare e per unire la famiglia dopo la dispersione della giornata. Per festeggiare un incontro, un ritorno, un matrimonio, un lieto avvenimento, amiamo trovarci tra amici attorno a un desco familiare. Gesù non pensava diversamente, quando paragonava il Regno dei cieli ad un grande convito di tutti gli eletti.

Ora l'applicazione è trasparente: nella messa si parla, si offre, si comunica.

13 Corretto su: comunicazione.

Nella prima parte il capo-famiglia parla ai suoi figli e convitati attraverso i suoi profeti ed apostoli (ep[istola]) e perfino per bocca del suo Primogenito (vangelo); mentre i figliuoli con confidenza parlano al Padre, chiedendogli il perdono nel Confiteor, lodandolo nel Gloria, implorandolo negli Oremus, protestandogli la propria fede nel Credo.
Nella seconda parte della messa si offre: noi offriamo il pane e il vino al Padre ed egli celi ridona trasformati nel corpo e nel sangue del suo Figliuolo. Cristo offre se stesso al Padre e con sé offre tutte le membra di cui è capo. La messa è il sacrificio del Cristo totale, capo e corpo.

Nella terza parte, dal Pater alla fine, che altro si fa se non comunicarsi con Cristo e tra di noi. Mangiando tutti la stessa carne sacrificata, diventiamo tutti una sola cosa con Cristo e tra di noi, tutti concorporei e consanguinei con Cristo e tra noi, figli di Dio.

Così la messa è il convito sacrificale di tutta la famiglia di Dio, attorno alla mensa del Padre, in commemorazione e mistica rinnovazione del più grande avve[ni]mento di questa famiglia e della storia: la morte del Primogenito di Dio a glorificazione del Padre e a salvezza degli altri figliuoli.

Se accanto al nostro altare noi sentissimo tutta la famiglia di Dio radunata, il Padre, il Figlio primogenito, tutti gli [a]ltri figli, quanto maggiormente comprenderemmo e stimeremmo la nostra messa!
II. Comprender[e] meglio la messa significa comprendere e approfondire il suo aspetto oblatorio e sacrificale. La messa non è solo un atto di devozione, una preghiera per quanto collettiva, ma un atto di oblazione, e non solo l'offerta del Cristo, ma la nostra offerta personale, in nome e a profitto della comunità cristiana.

Significa anche comprendere meglio il nostro compito specifico, di sacerdote e di ostia:
— compito di sacerdote che agisce in persona Christi, imprestandogli mano, bocca e cuore; ed anche a nome di tutta la chiesa di cui è ambasciatore e delegato;
— e compito di ostia, facente corpo con la grande ostia del Calvario, avendo in cuore le stesse disposizioni vittimali del cuore di Gesù. «Il sacerdozio è l'immolazione di un uomo aggiunta a quella di un Dio», diceva Lacordaire.

Ma non si comprende bene se non ciò che si gusta. Sì, gustare meglio la nostra messa. Assaporarla! Non abbiamo nessun timore di pronunziare questa parola. Se non gustiamo Dio nella messa, cederemo al bisogno di gustare altre dolcezze, che non si intonano alla nostra solitudine di consacrati. La nostra messa meglio gustata. Noi saliamo tutte le mattine l'altare, ci avviciniamo] a quel Dio, che vuol essere tutta la nostra gioia, «ad Deum quí laetificat»,14 e che potrà esserlo tanto più, quanto più completamente ci daremo a lui. «Inebriabo animam sacerdotum pinguedine» (Ger 31,14).

Si fa sempre bene ciò che si fa con piacere. Un sacerdote che gusta la sua messa, la celebra con tutta l'anima ed essa sarà veramente per lui un sostegno e una forza. La messa presenta per noi tanti aspetti che possono incantarci.

Anzitutto tutte quelle formule venerande, che in parte risalgono alla chiesa primitiva, che in diciannove secoli sono state ripetute milioni di volte da migliaia di sacerdoti e da centinaia di santi, noi dovrem[mo] più che ingoiarle frettolosamente, assaporarle e degustarle a lungo.

E poi la nascita di Gesù tra le nostre mani in virtù delle nostre parole. La santa Vergine non ha avuto che un solo Natale; per noi è natale ogni giorno! Ogni giorno noi possiamo ripetergli: «Tu es filius meus. Ego ho-die genuí te».15 Nella messa noi lo possediamo senza riserva: «Dilectus meus mihi et ego illi».16 «Deus, qui de Virgine natus, per nos saepe renasceris». Egli è nelle nostre mani tutto palpitante di vita, tutto fremente di amore. Come non godere fino all'estasi, pensando che per ipsum, cum ipso et in ipso,'' noi possiamo in quei felicissimi istanti glorificare infinitamente nostro Padre, ottenere la completa remissione dei nostri peccati, pagare sovrabbondantemente tutti i debiti che abbiamo con lui, ripagare per tutti i peccati del mondo, riversare sulle anime un torrente inesauribile di gioia, di grazia, di luce divina?
Se la messa è un grande mistero, uno strepitoso miracolo, ancora più incomprensibile è il mistero che noi riusciamo a celebrarla senza morire di gioia e di amore! Che dire poi del fatto che noi riusciamo persino a sentirne freddezza o noia? Ma non ha illuminato di soavissima gioia la nostra giovinezza il pensiero che un giorno l'avremmo finalmente celebrata?
Ma l'esperienza è lì a dimostrarlo: queste arcane gioie sono gustate durante quell'ora sacra nella misura con cui durante il giorno noi avremol8 vissuto la nostra messa.

14 Dal salmo che si recitava ai piedi dell'altare (Sal 42,2).

15 Sal 2,7.

16 Ct 2,16.

17 Dal Canone romano, conclusione.

18 Nell'originale: avremmo.

— La gioia di trovarci per qualche istante al centro del mondo, nel cuore del Corpo mistico, e con una possibilità magnifica di inondare l'universo di luce, di grazia.

  1. La gioia di trovarmi sul Calvario, sacerdote col divino Sacerdote, con l'ostia divina.
  2. La gioia di ricevere il corpo di Cristo.

027. La nostra messa vissuta
(1957? Esercizi spirituali, sacerdoti)19
Imitamini quod tractatis.20 È la santa consegna che abbiamo ricevuto nella nostra ordinazione. Vivere la nostra messa non deve significare altro che fare della nostra vita una messa, cioè un offertorio, una consacrazione, una comunione.

Un offertorio. La vita non è degna di essere vissuta se non come offerta. Ogni istante della nostra esistenza, ogni fibra del nostro essere in tanto hainno] un senso, in quanto vengono restituiti a colui da cui provengono e a cui appartengono 21 Non siamo nostri, che sarebbe egoismo; non siamo di altri, che sarebbe schiavitù; non siamo di nessuno, che sarebbe anarchia; siamo di Dio: Ego sum Dominus vester. Dunque la nostra vita dev'essere un continuo offertorio in, con, per Cristo.

Fare della propria vita un offertorio significa deporre sulla patena il nostr[o] spirito, il nostro cuore, la nostra volontà, i nostri desideri, timori, pene, gioie, lacrime, peccati, speranze, delusioni, fatiche: piccole gocce d'acqua che si perdono nel vino del calice. Suscipe, sancte Pater.22
Dobbiamo fare della nostra vita una consacrazione. Tutto in noi deve essere consacrato e trasfigurato in Cristo: l'anima e il corpo; i pensieri e gli affetti; gli sgu[a]rdi e le parole. Fummo consacrati il giorno dell'ordinazione; dobbiamo riconsacrarci ogni giorno nella messa. Cristo deve poter dire anche di noi: «Questo è un altro me stesso». Dobbiamo essere per lui un poco ciò che sono le apparenze eucaristiche, cioè un involucro trasparente sotto il quale egli si nasconde, ma sotto il quale egli vive, pensa, ama, s'immola e si dà in cibo alle anime. Quale materia di esame: i miei pensieri, affetti, sentimenti, azioni sono sempre sacri, propri di un consacrato, di un altro Cristo?
19 Dello stesso ciclo della meditazione precedente, come dimostrano le caratteristiche esterne e interne del dattiloscritto. In alto, aggiunta in penna, una dedica, come nell'altra: Quatenus mortis dominicae mysterium celebrantes, mortificare membra vestra a vitiis et concupiscentiis omnibus procuretis.
20 Agnoscite quod agitis; imitamivi quod tractatis (PR 57).

21 Nell'originale: ha... viene restituito... proviene... appartiene.

22 Questa espressione, colta nel Canone romano, era uno dei ritornelli costanti di offerta della vita durante il periodo della malattia di don Quadrio. Si veda, ad es., la testimonianza di don M. Grussu (S 940).

Ed infine dobbiamo fare della nostra vita una comunione di intimità, di amicizia, di solidarietà, di sintonia perfetta e continua con Cristo sacerdote e vittima. Vivere in comunità con Cristo, personificandolo continuamente in noi, come l'attore drammatico personifica e rivive in sé profondissimamente i sentimenti, le emozioni, le parole, i gesti, le vicende del personaggio rappresentato, riuscendo ad immedesimarsi e quasi identificarsi tanto con lui, fino a dimenticare completamente se stesso.

Fare della propria vita una comunione con lui significa dilatare il nostro cuore nella misura del cuore di Cristo e amare tutto e tutti con lo stesso amore con cui Cristo ama.

Significa lasciarsi prendere da lui sempre più, agire in ogni cosa in perfetto accordo per lui, con un'appassionata e calda simpatia per la sua persona divina, la sua parola divina, la sua opera divina. Significa «amarlo».

Noi diventeremo allora veramente ostia con ostia, e la nostra messa sarà il cuore e l'anima della nostra vita.

Io mi lamento spesso che il mio sacerdozio sia vuoto, la mia azione sterile, l'ambiente in cui vivo chiuso ad ogni possibilità apostolica, i metodi con cui devo lavorare vecchi e inadeguati: potrà forse essere anche vero. Ma mi rendo conto io della potenza che Dio ha messo nelle mie mani, dandomi il potere di celebrare? Ho una fede abbastanza grande nella potenza di una messa ben preparata, ben celebrata, ben vissuta? Di un prete morto dopo la prima messa, un santo disse: «Ne ha abbastanza per rendere conto al tribunale di Dio». E il Cafasso [confermava]: «Basta la celebrazione di una messa per rendere conto al tribunale di Dio».

Confrontando la messa celebrata stamane con la nostra prima, che cosa dobbiamo concludere? Abbiamo ogni giorno celebrato la n[o]s[tra] messa come se fosse la prima, come se fosse l'unica,23 come se fosse l'ultima?
Solo se ci sforzeremo ogni giorno di meglio comprendere, gustare e vivere la nostra messa, potremo salvarla da tre pericolose profanazioni.

a) Dalla profanazione della impreparazione, per la quale la messa rischia di non produrre i frutti di santificazione desiderati. La messa meglio detta è quella più a lungo e più accuratamente preparata. Dio minacciava di morte il pontefice che osava entrare nel s[anto] dei santi senza le prescritte purificazioni e [le] rituali preparazioni. Il fervore di un prete si misura dalla sua preparazione alla messa. Il rotolare in pochi minuti dal letto all'altare è un'autentica irriverenza ed una imperdonabile profanazione. Il trascurare abitualmente la recita di mattutino e lodi prima della messa non è una negligenza irrilevante.

23 Nell'originale: l'ultima. Altrove è ricordato che la frase è scritta nella sacrestia del santuario del Sacro Monte di Varese.

ll s[anto] sacrificio è una ricchezza infinita in se stessa, ma bisogna ben prepararvisi per appropriarselo e assimilarselo. Ce lo conferma il fatto che tanti sacerdoti, nel corso dei secoli, nonostante la loro messa quotidiana, hanno potuto condurre una vita poco edificante.

Su questo punto è necessario portare l'esame di coscienza e fare seri propositi. Prima di iniziare la celebrazione, mi raccolgo, mi inserisco nel Cristo sommo Sacerdote, che alla mia voce; divenuta sua, tra le mie mani, divenute sue — sanctas ac venerabiles manus suas24 — vuole rinascere sull'altare, rinnovando la sua oblazione di amore?
b) Una seconda profanazione da cui dobbiamo salvare la nostra messa è quella della frettolosità scomposta e irriverente. In alcuni ordini religiosi c'è un punto di regola che prescrive mezz'ora per la celebrazione ordinaria. Io invece non mi lascio troppo facilmente trasportare da una fretta esagerata? Qual è dunque il lavoro così urgente che mi sollecita? Il s[anto] sacrificio sarebbe dunque un'azione così noiosa, che io debba comparirvi animato soltanto dal desiderio di terminare al più presto? E se anche qualche dovere serio mi attende, può questo dovere essere superiore a quello del culto rispettoso dovuto a Dio?
Sembra, si potè scrivere, «che se ci dev'essere qualche cosa di difficile per un sacerdote, debba essere quella di lasciar partire Gesù e di cessare di tenerlo tra le dita» (Isabella Rivière).

E io invece lo lascio partire senza gran pena. Che la mia messa non si riduca a un confuso miagolio di parole accavallate, smozzicate, brontolate, senza senso. Ogni parola ha il suo significato, il suo posto, la sua importanza. Io parlo col mio Dio come nessun uomo parlerebbe neppure col suo gatto.

Caro sacerdote del Signore, un po' più adagio per amor di Dio! Tu demolisci con la tua messa ciò che edifichi con la predica.

Sacerdote come sono, devo esserlo prima di tutto quando celebro messa. Mi richiamerò sovente le parole di san Giov[anni] Eudes: «Il s[anto] sacrificio della messa è qualche cosa di così grande che ci vorrebbero tre eternità per offrirlo degnamente: la prima per prepararsi, la seconda per celebrarlo, la terza per ringraziare».

24 Dal Canone romano, nella formula di consacrazione del pane.

c) Infine dobbiamo ad ogni costo salvare la nostra messa dalla profanazione dell'abitudinarismo superficiale e macchinale, che riduce le parole divine al rango delle parole più trite e sciupate, i gesti più sacri al livello di movimenti vuoti, scomposti e perfino ridicoli: ci [si] abitua anche alla presenza di Dio, e si può giungere al punto di toccarlo e trattarlo come una qualunque cosa inanimata. Tragica possibilità!

028. Messa, passione, vita
Ogni giornata deve essere per sé una messa continuata e prolungata.

Il grande gesto di offerta di Cristo al Padre, di cui la messa è la reale rinnovazione, comprende due tempi: la cena e la passione. Il primo tempo si svolse nel cenacolo; il secondo sul tragico cammino che va dal Getsemani al Calvario.

Nel cenacolo Cristo si offrì al Padre in un modo rituale, con quei gesti e quelle parole che il sacerdote ripete esattamente nella s[anta] messa.

Con queste parole solenni Cristo si dona e si offre al Padre completamente e in precedenza, per la passione imminente; davanti a lui prende un impegno d'onore di accettarla coraggiosamente e amorosamente. E allora, alzandosi, disse: «Usciamo».25
Incomincia il secondo tempo: la realizzazione pratica e particolareggiata della offerta eroica, nelle ore lunghe e dolorose della passione.

Nel Getsemani l'angoscia è tale che un sudore di sangue scorre fino a terra. E ripete: «Questo è il mio sangue sparso per voi...».

  1. Da Caifa lo si percuote, lo si schiaffeggia e gli si sputa in volto: «Questo è il mio corpo sacrificato per voi...».

— Da Pilato i flagelli fanno schizzare26 il sangue sul pavimento e sopra la colonna di marmo: «Questo è il mio sangue...».

  1. Sulla via sassosa del Calvario cade tre volte con le membra rotte da tante sofferenze: «Questo è il mio corpo».

— Eccolo in croce. Secondo il profeta: «dalla pianta dei piedi al vertice del capo non v'è in lui luogo senza ferite».27 «Questo è il mio corpo sacrificato per voi».

— Dai piedi trafitti, dalle ginocchia gonfie, dalle mani stirate, dalle spalle lacerate, dalla testa coronata di spine, dal suo volto ammirevole scorre sangue... Egli l'offre tutto: «Questo è il mio sangue sparso per voi».

Un grande gesto di offerta in due tempi: l'offerta rituale nell'intimità del cenacolo; la realizzazione dell'offerta nelle ore dolorose della passione.

La tua messa di ogni giorno è anch'essa una offerta, la quale, del resto, è identica a quella di Cristo. Come quella, essa abbraccia due tempi.

25 Gv 18,1.

26 Nell'originale: sprizzare.

27 h 1,6.

Prima, durante la mezz'ora del mattino, nell'intimità della chiesa, l'offerta rituale in unione con Cristo, in modo particolare alle parole: «Questo è il mio corpo sacrificato per voi...». Tu ti offri generosamente e tutto in un blocco per le ore che seguiranno. Poi, il secondo atto, facilmente dimenticato ed ugualmente importante come il primo, se non di più: la realizzazione dell'offerta effettiva e particolareggiata nel corso della giornata che si inizia.

L'impegno d'onore di essere «tutto di Dio», preso alla messa del mattino, devi mantenerlo fuori di chiesa, nelle azioni che formano la trama della tua giornata. E questo si chiama «incentrare la propria giornata nella messa», o più semplicemente «vivere la propria messa».

E così al mattino, quando lasci la chiesa e senti chiudersi dietro di te la porta... non pensare: «la messa è finita». No, no, la messa continua... Senza la passione, la cena sarebbe un «non senso», un'ipocrisia.

La tua cena quotidiana (la messa), per te, che cos'è? Miserabile finzione, oppure gesto leale e regale?

029. Messa e chiesa (pensieri)
Non si può capire che cosa è la messa, se non si è capito che cosa è la chiesa. Non ci può essere messa senza chiesa. Sono due realtà inseparabili, che si compenetrano vicendevolmente. La chiesa fa la messa, la messa fa la chiesa. La chiesa, cioè l'assemblea dei credenti, si realizza soprattutto nella messa e per mezzo della messa. La celebrazione eucaristica anticamente era appunto chiama[ta] «riunione», cioè «chiesa».

Nella messa Gesù si offre al Padre come ha fatto sulla croce, ma non lo fa se non per le mani della chiesa. È essa28 che offre al Padre il sacrificio di Cristo. Il sacerdote non è se non il delegato della chiesa, da cui ha ricevuto i poteri e l'investitura. Il sacerdote celebrante impersona tutta la chiesa. Per questo egli usa il plurale: «preghiamo», «ringraziamo», «offriamo». Per questo egli parla di un'offerta «di tutta la tua famiglia», offerta non da lui soltanto, ma dal «tuo popolo santo».

C'è una sola azione che il popolo non può compiere nella messa, perché è riservata al sacerdote, quella di consacrare il corpo e il sangue di Gesù; a tutto il resto il popolo partecipa attivamente insieme al celebrante. Tutta la comunità «celebra» la messa; il sacerdote «presiede»: «sacerdotem oportet praeesse» (dall'ordinazione).29 Come la gerarchia senza i fedeli non sarebbe la chiesa, così l'azione del sacerdote senza l'assemblea (almeno spiritualmente presente e partecipante) non sarebbe la messa.3°
28 Nell'originale: lei, quindi personificata. Si è preferito «essa» per uniformità al testo seguente (redazione di don Mèlesi).

29 Sacerdotem etenim oportet offerre, benedicere, praeesse, praedicare et baptizare (PR 56).

30 Questa sezione è ricavata da un foglio dattiloscritto fornito da don Luigi Mèlesi (in parte diverso dal dattiloscritto dell'Archivio don Quadrio). A questo punto le due stesure si differenziano. Il foglio di don Melesi continua così:
«La messa è anche sacrificio della chiesa, non solo perché essa, per mezzo del ministero dei sacerdoti, offre il Cristo al Padre, ma anche in quanto procura la materia dell'offerta al sacrificio di Cristo, senza cui non potrebbe essere rinnovato. E pane e vino significano la volontà della chiesa di rinunciare, offrendoli, ai beni creati, per ridonarli a Dio; pane e vino sono segni visibili del sacrificio delle singole membra del Corpo mistico: sacrificio che è dono di sé al Padre, rinuncia alla pretesa innata nell'uomo di essere autosufficiente, riconoscimento della superiorità divina, rinuncia al peccato, che rompe l'unità con Dio e tra gli uomini.

La messa è ancora Pasqua quotidiana della chiesa. Nella messa i fratelli uniti nel Cristo, con lui, e per lui, vengono liberati dalle catene e dalla schiavitù del principe del male e delle tenebre e ritornano al Padre buono nel Regno della luce. I membri della chiesa, affratellati nel dolore e nella gioia, camminano verso la Pasqua eterna».

La messa si può definire «l'azione sacra dall'assemblea dei credenti, riunita per commemorare e rinnovare il mistero della vita, morte e risurrezione di Cristo». Dunque la messa è la chiesa stessa nell'atto di esercitare la sua funzione essenziale: prolungare nel tempo Gesù Cristo, docente, immolantesi incorporantesi gli uomini, per santificarli e salvarli.

La chiesa è il prolungamento di Cristo maestro, redentore e santificatore degli uomini. Questo prolungamento si attua soprattutto nella messa.

La chiesa è la comunione dei credenti tra loro e con Cristo nella carità. Segno, radice e attuazione di questa comunione è la celebrazione eucaristica. Per gli antichi cristiani una medesima parola (agépe) indicava l'amore, il banchetto eucaristico, la chiesa.

La chiesa è la realizzazione concreta della messa. La chiesa è la res, la messa è il sacramentum. La chiesa è la res significata ed effettuata dal sacramento della messa.

030. Per il [XIV] Congresso eucaristico nazionale (06/09/1953, Torino, Crocetta, cappella esterna)31
Alle cinque di ieri pomeriggio le mille campane delle chiese di To[rino] hanno squillato a festa, annunciando in un tripudio di fede l'inizio del più grande e atteso avvenimento religioso dell'anno, il XIV Congresso euc[aristico] naz[ionale].

La preghiera della sera si è confusa con l'esultanza dei cuori. Campane dal suono sconosciuto di parrocchie e cappelle della periferia; campane illustri di templi veneratissimi (quelle del Duòmo, della Consolata, di M[aria] Ausiliatrice, del Monte dei Cappuccini); le campane dei quartieri operai del Lingotto, di Mirafiori, della Barriera di Milano, le campane delle colline tutte unite in un solo anelito di gioia, in un messaggio di amore.

Ed in questo momento, mentre il Congresso viene solennemente inaugurato col pontificale di s[ua] eminenza] il cardinale] Fossati nel Duomo, quale grandioso [trionfo di folle cosmopolite!] 32
In questa grande vigilia di attesa, mentre Torino si prepara febbrilmente ad accogliere le rappresentanze di tutta Italia, in unione di spirito e di preghiera con tutti i cattolici] ital[iani], vogliamo anche noi, ciascuno per conto proprio, durante questa s[anta] messa, dare inizio al Cong[resso] euc[aristico], sintonizzare l'animo al grande avvenimento, implorare sul Congresso le benediz[ioni] di Dio, senza le quali le manifestazioni] esteriori sarebbero una vuota parata. Perché si sbaglierebbe di grosso chi pensasse a questo Congresso come a un raduno, più o meno grandioso per partecipazioni, che pur sono imponenti, come [a] uno spettacolo per quanto sublime e sacro.

Era la prima settima di giugno del 1453. Nel montano villaggio di Exilles in val di Susa, la soldataglia francese saccheggia la chiesa, asporta gli arredi sacri come bottino di guerra, e li vende sul mercato locale.

31 Scritta sul retro di bozze della propria tesi: G. QUADRIO, Il trattato «De Assumptione Beatae Mariae Virginis» dello Pseudo-Agostino e il suo influsso sulla teologia assunzionistica latina (= AG 52), Roma 1951. Annota don E. Valentini: «Il 6 settembre 1953 tenne nella cappella esterna della Crocetta un discorso sul Congresso eucaristico nazionale». E cita l'inizio (E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 138).

32 La sospensione del periodo è del manoscritto.

Tra i sacri arredi v'è pure l'ostensorio con l'ostia consacrata, che viene comprato da un mercante, racchiuso con altra refurtiva in un sacco, caricato su un mulo, e portato a Torino. Torino era allora una cittadina di dodicimila abitanti. Giunto il mulo col prezioso carico nella piazzetta di san Silvestro (ove oggi a perenne memoria sorge la chiesa del Corpus DIO1mUni.1), vicino al mercato del grano, stramazza a terra: invano il conducente tenta di rialzarlo con urla e colpi di frusta: d'un tratto, mentre incomincia a radunarsi un po' di gente incuriosita dall'incidente, il sacco si apre, l'ostensorio ne esce da solo, ed eccolo alzarsi, alzarsi, alzarsi verso il cielo sotto gli occhi atterriti della gente; ed infine si apre e ricade al suolo, mentre lassù, circondata da un nembo raggiante di luce, rimane sospesa la candida ostia. A quella vista la gente si prostra ginocchioni a terra, altri arrivano, il gruppo diventa folla, la notizia si sparge per le vie, qualcuno corre ad avvertire il vescovo e i canonici del vicino san Giovanni. Subito monsignor di Romagnano col seguito dei suoi canonici si porta sulla piazzetta e, inginocchiato, leva verso l'alto un calice, ripetendo l'invocazione evangelica: «Rimani con noi, o Signore», a cui rispondono i canonici «Rimani con noi».

La preghiera insistente ottiene la grazia. Fra l'emozione più profonda del vescovo e degli astanti, lentamente l'ostia santa discende a va a deporsi nel calice. Intanto la voce del miracolo è corsa per tutte le strade della piccola città, e tutto il popolo accompagna processionalmente, pregando e cantando, il vescovo che regge il calice, fino al duomo, dove l'ostia miracolosa rimane per qualche tempo esposta all'adorazione dei cittadini.

Il prossimo Congresso eucaristico vuol essere non una semplice rievocazione, ma una rinnovazione, una più solenne ripetizione del trionfo eucaristico che i Torinesi tributarono a Gesù cinquecento anni fa; vuole essere un grande e collettivo atto di adorazione e di propiziazione, che noi vogliamo anticipare questa sera nell'intimità della n[o]s[tra] cappella.

Ed anzitutto un atto di adorazione.33
Davanti all'ostia consacrata, miracolosamente sollevata in alto, i nostri padri si prostrarono in adorazione. E noi questa sera, davanti alla medesima ostia consacrata, ci prostriamo adoranti. Davanti a Dio, la creatura deve piegarsi ed adorare la maestà del Creatore con una triplice genuflessione.

33 Segue: «che noi vo[gliamoi», dopo una cancellatura. Don Quadrio ha messo il punto prima, intendendo eliminare la prosecuzione del pensiero.

I. Ed in primo luogo dobbiamo curvare la nostra mente con un profondo atto di fede nella presenza reale. La fede è una genuflessione della mente di fronte alla sovrana maestà di Dio, nascosto sotto i veli eucaristici. Crediamo, fratelli, e formuliamo un atto di fede. Io credo fermamente, con tutta l'anima, con tutta la convinzione, che nell'ostia consacrata è nascosto il vero ed unico Dio creatore e Signore del cielo e della terra. Credo che Gesù è presente nell'eucaristia, non per immagine, per figura, per modo di dire; ma che è realmente, sostanzialmente, fisicamente, corporalmente presente, così come io sono qui presente davanti a voi. Credo che nell'ostia consacrata c'è il vero corpo di Gesù, non un'im[m]agine o figura o rappresentazione, ma quello stesso corpo che Gesù aveva sulla terra ed or ha in cielo glorioso alla destra del Padre; un vero corpo, con il vero sangue, con la vera anima, col cuore, con la divinità. E credo che questa presenza è reale, realissima, per quanto misteriosa ed invisibile.

I miei occhi vedono un po' di pane, ma la mia anima crede che quello
non è vero pane, ma è il vero corpo di Cristo; del pane ha solo il colore, il sapore, il peso, la forma, ma la sostanza è quella invisibile del corpo di Gesù. Lo credo, anche se non lo vedo; lo credo, anche se non lo capisco; lo credo anche se tutto mi sembra il contrario; lo credo, perché Dio stesso me lo ha garantito con la sua parola che non s'inganna né può ingannare.

Parole solenni: «Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue, fate lo stesso in memoria di me». Ed ancora: «La mia carne è vero cibo, il mio sangue è vera bevanda».34 Dio non si sbaglia, Dio non mi inganna, ed allora io credo alla presenza reale di Cristo nell'eucaristia, con certezza mille volte superiore alla certezza con cui ammetto la luce del sole o la mia stessa esistenza. Sono più certo, più infallibilmente certo che Gesù è nell'ostia, che non della realtà di quel muro, che non della vostra presenza, che non della mia stessa esistenza.

E dunque," guardando l'ostia, mi possono ingannare i sensi, ma non la fede. Credo ciò che disse Gesù Cristo. Nulla è più vero della sua parola.

34 1 Gv 6,55.

35 Nell'originale: adunque. Concetti analoghi sulla certezza della fede sono espres‑
si nella C 020.

Non vediamo le piaghe nel corpo di Gesù come le vedeva l'apostolo Tommaso, non vediamo le sue mani trafitte ed il suo costato squarciato, ma tuttavia crediamo con la stessa fede di Tommaso:36 «Signore mio e Dio mio».37

  1. Curviamo adunque anzitutto con38 fede le ginocchia della n[o]- s [tra] mente.

E da questo profondo, sincero, commosso atto di fede, curv[i]amo davanti a Dio la nostra libera volontà con i suoi progetti, il nostro cuore con i siloi affetti ed i suoi sentimenti, assoggettando a lui tutto il nostro essere, libero e spontaneo, la nostra vita, la nostra esistenza, libertà e capricci, voglie e desideri, piani e programmi, gusti e disgusti, sentimenti e risentimenti, simpatie e antipatie, affetti e rancori. Questo significa adorare Dio: piegarci di fronte alla sua divina maestà, riconoscere sinceramente il suo supremo dominio su di noi e le cose nostre, riconoscere che tutto ciò che siamo, abbiamo e possiamo viene da lui e che noi da soli siamo un nulla di fronte alla sua infinita perfezione.

  1. Adoriamo con la mente credendo. Adoriamo con la volontà amando. Adoriamo infine con lo stesso nostro corpo, piegando umilmente e rispettosamente di fronte a lui la testa e il ginocchio. Di fronte a Dio l'uomo deve curvare il ginocchio, in segno anche esterno di piena sudditanza e dipendenza.

Così hanno fatto i padri nostri davanti all'ostia consacrata nel lontano 1453; così facciamo noi oggi, questa sera, prostrandoci ai piedi di Gesù eucaristico, curvando tutto il nostro essere in adorazione profonda [d]avanti a lui, adoriamo il nostro Re divino realmente presente nell'ostia santa, ed in gara con gli angeli ripetiamogli con tutta l'anima l'inno di lode e di adorazione: «Sia lodato e ringraziato [ogni momento il santissimo e divinissimo Sacramento]».

Il prodigioso avvenimento del 1453, che abbiamo or ora ricordato, è come velato dall'ombra sinistra del sacrilegio di Exilles. Cinque secoli sono passati da quell'avvenimento, ma la storia, come non ha dimenticato l'apoteosi dell'ostia consacrata, levata nel cielo di Torino, così non ha potuto nemmeno dimenticare l'onta della sacrilega profanazione che l'aveva preceduta e provocata. E se i Torinesi di allora ripararono e[d] espiarono con solenni adorazioni eucaristiche quell'orrendo misfatto, il prossimo Congresso eucaristico sarà un nuovo, grandioso atto di riparazione. Una processione eucaristica partirà da Exilles e percorrerà la stessa strada violata dal sacrilegio, giungerà a Torino proprio sulla soglia della chiesa del Corpus Domini, purificando in tal modo con l'amore la strada che fu già del sacrilegio.

36 «Credo quidquid dixit Dei Filius: / nil hoc verbo veritatis verius... / Plagas, sicut Thomas, non intueor: / Deum tamen meum te confiteor». Dall'inno Adoro te devote (vv. 7-8 e 13-14).

37 Gv 20,28.

38 Nell'originale: con la.

Ed anche noi siamo qui, questa sera, di fronte a Gesù, per riparare ed espiare non solo per quell'esecrando sacrilegio, ma per tutte le irriverenze, per tutte le freddezze, per la generale indifferenza, per tanti segreti sacrilegi o notorie profanazioni onde è ripagato l'amore immenso di Gesù nel santo tabernacolo. Fra tutti i peccati, quelli direttamente contro l'amore sono certo i più gravi. L'amore disprezzato, l'amore offeso, l'amore ripagato di odio o di indifferenza e di abbandono, questo è ciò che più profondamente e dolorosamente ferisce il cuore eucaristico di Gesù. E, mostrandoci questo suo cuore sanguinante, Gesù ci rivolge quell'accorato lamento che un giorno rivolgeva a s[anta] Maria M[argherita]. «Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini, e non riceve da essi che oblio, freddezza, disprezzo».

Quanto oblio, quanto abbandono, quanta solitudine, quanta freddezza, quanta apatia attorno al tabernacolo, ove Gesù si è condannato per amore a vivere accanto a noi! Solitudine, abbandono, freddezza, oblio; voi sapete che cosa significhi tutto ciò per un cuore umano, per un cuore che ama, per un cuore che ha dato tutto!
Ora Gesù ha appunto il cuore più umano e sensibile, un cuore che ha amato al di là di ogni misura concepibile, un cuore che si è dato interamente e tutto ha sacrificato per noi. Pensate alla stalla di Betlemme, alla croce sul Calvario, al tabernacolo dell'altare.

In questa agonia della solitudine eucaristica Gesù cerca anime che lo capiscano, che lo consolino, che lo confortino.

Come nell'agonia del Getsemani, sentendosi solo nell'immensità incommensurabile dello strazio dell'imminente passione, per tre volte cercò conforto presso i suoi amici, e tutte e tre [le] volte invano: «Perché dormite? Non avete potuto vegliare un'ora con me?»,39 così dalla silenziosa ed oscura solitudine dell'altare si rivolge ai suoi amici, ma, ahimé, troppo spesso invano: «Non avete potuto vegliare un momento con me?». «Ho cercato chi condividesse la mia pena: non ci fu nessuno; ho cercato chi mi confortasse, e non l'ho trovato!».40
39 Mt 26,40.

40 Sal 69 (68),21.

Ora noi intendiamo espiare questa sera una così nera ed universale ingratitudine; vogliamo col nostro amore riparare l'indifferenza, le dimenticanze, l'irriverenza onde troppo spesso è ricambiato l'amore infinito del divin prigioniero." Ciascuno di noi in questo istante consideri come rivolto a se stesso l'invito accorato rivolto da Gesù il 2 luglio 1674 a s[antal Margherita Maria: «Tu almeno dammi questa consolazione, di supplire alle loro ingratitudini».

E, oltre le ingratitudini, vi sono specialmente le profanazioni, i sacrilegi, le bestemmie, gli oltraggi verso Gesù. Soprattutto questi vogliamo riparare. In primo luogo quelli pubblici. Per tutti i tabernacoli, gli altari, le chiese spogliate, profanate, adibite ad uso profano e spesso sacrilego nei paesi oltre la cortina di ferro. Gesù cacciato dalla sua casa, dalle sue chiese, come l'ultimo dei malfattori!
Ed ancora, e più vicino a noi, nella nostra cattolica Italia, anche in Torino, un altro pubblico sfregio all'onore di Cristo Dio e Re, il crocifisso rimosso, per istigazione settaria di partito, e con modi sfrontati ed offensivi, dalle aule ove venivano costituiti i seggi elettorali; come se dalla presenza di quel segno sano ci fosse qualcosa da temere, come se Gesù] Cristo potesse nuocere, giungendo perfino al punto di relegarlo nell'adiacente gabinetto di decenza. Ma che cosa temono? Non eripit mortalia, qui regna dat caelestia.42 Non ruba i regni umani, colui che dona i regni celesti! Per tutto questo pubblico oltraggio, vogliamo qui questa sera pubblicamente riparare ed espiare, poiché a pubblica offesa si conviene pubblica riparazione!
Miei fratelli, il 6 giugno 1453, dopo il furto sacrilego di Exilles, sulla piazzetta di San Silvestro parve che Gesù, disgustato per l'oltraggioso affronto subito, volesse sottrarsi alla terra, levarsi in alto ed abbandonare il suo popolo. Ma allora vescovo, clero e popolo con accorata invocazione implorarono ad una voce: «Mane nobiscum, Domine! Mane nobiscum: Resta con noi, Signore! Resta con noi!»." In quest'ora grave ed oscura per l'Italia, mentre tanti pericoli e tante incertezze si delineano all'orizzonte, guai se Gesù, stanco e disgustato, abbandonasse la nostra patria! Ripetiamogli quella che sarà la giaculatoria ufficiale del Congresso: «Resta con noi, o Signore, resta con noi. Salvaci, se no siamo perduti». E Gesù resterà con noi, se noi lo risarciremo dagli antichi e recenti oltraggi.

41 Qui e altrove nell'omelia è riecheggiato l'Atto di riparazione al Sacratissimo Cuore di Gesù di Pio XI (1928).

42 Dall'inno dei vespri dell'Epifania Crudelis Herodes, vv. 3-4.

43 Lc 24,29.

Era un bimbo di 6 anni, innocente e buono come un angelo. Quel mattino per la prima volta si accostava alla balaustra per il primo incontro con Gesù. L'aveva sospirato tanto quel momento. Quando il suo parroco venerando si accostò a lui con l'ostia santa, i suoi occhi puri e luminosi si fissarono con tenerezza immensa sulla piccola ostia, poi si chinarono piamente; ma una lacrima improvvisa era venuta a brillare sul suo ciglio ed era caduta sul piattello. Nessuno ci badò, ma quando il sacerdote ritornò all'altare e vide, tra" i frammenti, luccicare quella lacrima, rimase titubante. Che cosa doveva farne? Era una lacrima ardente di amore, profumata di purezza; non poteva andare a finire fra la polvere del pavimento. Allora inchinò leggermente il piattello: essa scivolò nel calice, e si mescolò, si fuse con le ultime gocce del sangue di Cristo, divenne una cosa sola con quello e così salì al trono di Dío come purissimo olocausto.

Il sangue di Gesù: ecco la grande, infinita riparazione. La lacrima del bimbo: ecco la nostra riparazione, piccola e debole finché si vuole, ma necessaria ed indispensabile, se unita a quella offerta da Gesù al Padre sul Calvario e rinnovata ogni giorno nella s[anta] messa.

Ed allora, in riparazione dei nostri peccati personali e pubblici, ad espiazione dell'ingratitudine e degli oltraggi verso il sacramento dell'amore, ripetiamo con cuore sincero e pentito: «Dio sia benedetto».

Il Congresso non avrà ottenuto il suo scopo, se non sarà per ciascuno di noi un grande (personale e collettivo) atto di fede, di riparazione, di implorazione. Sono questi i tre sentimenti che ci devono animare nella partecipazione alle varie manifest[azioni] del Congresso.

Il Congresso sarà e dovrà essere un grandioso atto di fede di ciascuno di noi, di tutta Torino, di tutta Italia nella presenza reale [di Gesù Cristo nell'ostia consacrata].

Ripetizione e rinnov[amento].

44 Nell'originale: fra.

031. Congresso eucaristico, trionfo di Cristo Re (?/09/1953 )45
I. Congresso eucaristico, trionfo di Cristo Re
Trionfo dell'eucaristia, sconcertante il mondo della incredulità, per lo stridente contrasto, folle alla umana sapienza, tra l'oggetto onorato e l'umile, inerte, bianco disco, l'ostia, appena visibile tra gli ori, le luci, la magnificenza che la circonda, e questa moltitudine, accorsa da ogni parte, dai monti e dai piani, per acclamarla, in un'onda irresistibile di entusiasmo, che non ha paragone.

In quel minuscolo, etereo candore, che si direbbe un nulla, la cattolica Italia, i cui allori di scienza, di cultura, di arte, di storia non valgono le glorie della sua fede, ravvisa, contempla il suo Dio, il figlio di Dio fatto uomo, il suo Redentore e benefattore della umanità, l'autore delle sue speranze immortali e, inginocchiata innanzi a quell'ostia adorabile, ardentemente prega: «Christum Regem adoremus dominantem gentibus!» (Radiomessaggio per il XIII Congresso eucar[istico] italiano, 9 sett[embre] 1951; Discorsi e Radiomess[aggi, vol.] XIII, p. 225).46
II. Regno eucaristico, regno di pace
Quanto si parla oggi di pace e in che diversa maniera! Per alcuni, non è altro che una formalità esteriore, fatta di parole, imposta con una tattica occasionale e costantemente contraddetta con i loro gesti e le loro opere, tanto contrarie a quello che dicono. Per noi no; per noi non si ha che una pace vera e possibile, quella di colui il cui nome è «Princeps pacis» (Is 9,6), e il cui regno non consiste in gioie terrene, ma nel trionfo della giustizia e della pace: «Non est enim regnum Dei esca et potus, sed iustitia et pax» (Rm 14,17); una pace che si deduce come un imperativo inderogabile della fraternità e dell'amore, che germoglia dal più profondo del nostro essere cristiano e che è il supposto indispensabile per altri beni maggiori e di un ordine superiore...

Perché intorno all'eucaristia tutto parla di pace: l'aOpe fraterna, il bacio che la precede, e perfino lo stesso simbolo di molti grani di frumento. La pace è unità; quindi dove andare ad attingerla, se non in questo sacramento «totius ecclesiasticae unitatis»? (Slummal th[eologica] III, q. 83, a. 4, ad 3). È frutto della carità, e perciò dove trovarla, se non in questo «sacramentum caritatis quasi figurativum et effectivum»? (Ibid., q. 78, a. 3, ad 6). E se, come ben sappiamo, nemici della pace sono la superbia, l'ingordigia e, in generale, le passioni disordinate, quale miglior rimedio potremo desiderare se non questa medicina celeste, con cui crescono la grazia e le virtù, siamo preservati dal peccato, si accresce la nostra vita spirituale (Ibid., q. 79, et passim) e, aumentando nell'anima la carità, sono frenate le passioni? (Radiomessaggio per il XXXV Congresso eucar[istrico] internazionale] in Barcellona, 1 giugno 1952; Discorsi e Radiomess[aggi, vol.] XIV, p [p]. 173-174).

45 Su fogli dattiloscritti, con ritocchi autografi a penna.

46 Le citazioni dei Discorsi e Radiomessaggi riguardano il pontificato di Pio XII.

III. Effetti sociali dell'eucaristia nella chiesa e'nella società

  1. Nella chiesa (santità).

Tutto ciò che di vero, di santo, di eterno, di divino, la chiesa ha operato nella sua bimillenaria vita, ha avuto l'origine, lo sviluppo, l'alimento nel mistero eucaristico. La storia è pronta a deporre e a provare che in ogni epoca e in ogni luogo, in cui il culto eucaristico vigoreggiò, là si compirono le mirabili attuazioni cristiane, delle quali mena legittimo vanto il cristianesimo: dalla eroica resistenza tre volte secolare delle prime comunità, attingenti indomabile energia intorno alle sacre mense della «fractio panis», al prodigioso espandersi delle idee e delle istituzioni cristiane, dalle pronte riprese di vigore, dopo temporanei e locali decadimenti, al primo fiorire di santi e di sante, di istituzioni caritative, scolastiche, scientifiche, e alle meravigliose conquiste missionarie. Nessuna azione soprannaturale e santa, buona e grande, fu compiuta sulla terra dai credenti in Cristo, che non traesse ispirazione e forza dalla eucaristia, cioè dal Cristo fattosi cibo delle anime (ricorda san Giov[anni] Bosco, san Gius[eppe] Cattolengo, san Gius[eppe] Cafasso...).

Siate certi, diletti figli, che la riserva per eccellenza delle energie necessarie al rinnovamento della vita e della pietà cristiana, alla difesa e all'azione nel campo di Dio, per tutti e per ciascuno è l'eucaristia. Come per il passato, così al presente, non si dà nella chiesa progresso di santità, che non tragga garanzia di felice successo dal mistero eucaristico.

  1. Nella società (giustizia e amore).

Parimenti nel dominio della vita sociale, i sommi ideali della pace e della giustizia, della uguaglianza e della genuina libertà, accarezzati ardentemente dagli uomini moderni, ma tutt'altro che assicurati pur dopo immani sforzi e dolorose esperienze, avrebbero ben più numerosi ed efficienti alleati, se più folte fossero le schiere degli onesti, viventi il sacramento del Dio-con-noi.

Come sarebbe infatti immaginabile che assidui commensali del medesimo celeste banchetto, nutriti dalle carne dell'unico Salvatore divino, adunati come membri del mistico suo corpo in solidarietà di vita, dal medesimo suo sangue irrorati, cui l'identica fede è dottrina, l'identico destino è speranza, avvolti dalla medesima fiamma di amore misericordioso dello stesso Dio umanato e morto per ciascuno e per tutti, come sarebbe immaginabile — domandiamo — che questi uomini commensali, membri e fratelli, concepiscano rapporti di mutuo odio, fino a scagliarsi gli uni contro gli altri, nel parossismo distruttore delle guerre? Che il fortunato in beni materiali chiuda il cuore e la borsa al povero, immagine del comune Ospite di tutte le anime, e non renda a lui quel che gli è dovuto, ed il povero, alla sua volta, abdicando alle eterne ricchezze, di cui ha in cuore il pegno, cerchi di far valere il suo diritto alla giustizia mediante l'odio, l'irreligione, il delitto, anzic[h]é per mezzo di ragionevoli e più efficaci rimedi? Che vi siano individui e popoli, i quali sperperano il proprio senza misura, vicino ad altri, che per la natura umana simili a loro, invece" languono nella miseria e nella fame, meritevoli quelli perciò del biasimo che già l'apostolo Paolo inflisse ai membri degeneri di una comunità del suo tempo, in virtù dell'uguaglianza, ragionevole e possibile, che la cena del Signore esige? (cf. 1 Cor 11,18 e segg.). Che infine vi sia chi, abusando del potere, opprima individui, gruppi, intere nazioni, a cui il Redentore spezzò definitivamente le antiche catene, sia dello spirito che del corpo, associandoli alla sua propria dignità, come figli adottivi di Dio? No, tali contraddizioni non sarebbero possibili, se i cittadini di una nazione e — Dio voglia — gli uomini tutti conoscessero la realtà del mistero eucaristico e ad esso ispirassero sentimenti e vita (Pio XII, Radiomessaggio per il XIV Congresso eucaristico italiano in Torino, 13 sett[embre] 1953; Discorsi e Radiomessaggi, vol. XV, p [p]. 287-298).

IV. L'eucaristia, fonte di vita soprannaturale per il Corpo mistico
E come dei singoli membri, così di tutto il Corpo mistico, l'eucaristia nutre la vita attraverso le vicende del suo doloroso pellegrinaggio, lo purifica, l'arricchisce in ogni campo, maturando, con la santificazione dei membri, l'esaltazione e la gloria finale dell'intero Corpo, destinato a trionfare del mondo e dell'inferno per virtù di chi lo ha redento.

Trionfo dei giusti, trionfo della chiesa di Dio, infallibilmente garantito dal glorioso, dall'onnipotente, dall'eterno Verbo incarnato, fatto cibo nostro sotto le specie del pane! (Radiomessaggio per il XIII Congresso eucaristico italiano in Assisi, 9 sett[embre] 19.51; Discorsi e Radiomess[aggi, vol.] XIII, p. 225)
47 Nell'originale: che invece.

  1. Congressi eucaristici e regno sociale di Gesù

Quando, al termine del secolo scorso, e con l'intenzione speciale di promuovere e consolidare il Regno sociale di Gesù Cristo nel santissimo Sacramento, incominciava, quasi timidamente e tra non lievi difficoltà, il movimento dei Congressi eucaristici internazionali, chi avrebbe potuto pensare che quella Assemblea di Lilla — giugno 1881 — con tutta la sua modestia, era chiamata ad essere il primo anello di una catena gloriosa, che avrebbe dovuto stringere in breve tempo i continenti e tutte le nazioni in una esplosione di amore, di gloria e di esaltazione trionfale, come quella che stiamo vedendo ai nostri giorni? «Tua est, Domine,... potentia et gloria... et tibi laus» (1 Par. 29,11) (Radiomess[aggio] al I Congresso eucaristico] del Guatemala, 22 aprile 1951; Discorsi e Radiomess[aggi, vol.] XIII, p. 51).

  1. Regno eucaristico, regno di amore
  2. Nell'individuo.

«Dio è carità (1 Gv 4,8), e così come diede all'uomo nel crearlo, e gli rinnovò nel redimerlo, una partecipazione della sua intelligenza e della sua verità infinita, così anche accese nel suo petto una scintilla della sua vita, che è vita d'amore. E, come si deve realizzare questo, meglio che per mezzo dell'eucaristia, per mezzo di quel sacramento che è a sua volta espressione della carità di Cristo verso di noi e forgiatore del nostro amore a Cristo?48

  1. Nella società.

L'eucaristia è «vinculum caritatis», il vincolo della carità, il legame che, incorporandoci a Cristo e consumando la nostra unione con lui e con i nostri fratelli, deve essere il principio della fusione delle intelligenze e, soprattutto, dei cuori, tra i membri della grande famiglia umana, tra le diverse categorie della società;... l'eucaristia, finalmente, è «signum unitati s», il segno della unità," una specie di espressione visibile di quel grande comandamento nuovo di Gesù, promulgato precisamente dopo di aver istituito il sacramento del suo corpo e sangue e avendo sott'occhio il tradimento nero dell'apostolo infedele, triste precursore di quanti nel futuro avrebbero obliato l'amore fraterno (Radiomessaggio per il X Congdesso] eucaristico] nazion[ale] del Cile, 14 ott[obre] 1951; Discorsi e Radiomess[aggi, vol.] XIII, p [p] . 288-289).

48 Cf. Summa] th[eologica], 3, q. 73, a. 3, ad 3; q. 78, a. 3, ad 6. 49 S. AUGUST[INUS], In Iofannis evangeliuml 26,13 = PL 35,1610.

Uniti nell'adorazione della medesima ostia divina, nella partecipazione al medesimo sacrificio, sì, voi siete veramente fratelli, più che fratelli; nutriti della medesima carne del Cristo, voi siete tutti «uno» nel Cristo (Radiomess[aggio] per le Giornate eucaristiche del Madagascar, 30 settembre] 1951; Discorsi e Radiomess[aggi, vol.] XIII, p. 269).

  1. Regno eucaristico, regno di giustizia

Parimenti nel dominio della vita sociale, i sommi ideali della pace e della giustizia, della eguaglianza e della genuina libertà, accarezzati ardentemente dagli uomini moderni, ma tutt'altro che assicurati pur dopo immani sforzi e dolorose esperienze, avrebbero ben più numerosi ed efficienti alleati, se più folte fossero le schiere degli onesti, viventi il sacramento del Dio-con-noi. Ecc."

  1. Regno eucaristico, regno di vita e santità. Cuore della chiesa

Quando il Re divino, vicino ad uscire da questo mondo per il Padre, decise nell'eccesso del suo amore infinito di rimanere con noi fino alla consumazione dei secoli, non fu per condannarsi ad essere un eterno prigioniero, dimenticato nelle tenebre dei tabernacoli abbandonati, né fu solo o principalmente per uscire da essi di quando in quando a ricevere, in troni splendenti di luci e inghirlandati di fiori, gli omaggi di adorazione e gloria, che alla sua divina Maestà, quanto più nascosta, tanto sono più dovuti! Se rimase, fu per essere il cuore eternamente vivo e palpitante del suo Corpo mistico; per essere il centro propulsore, la fonte zampillante di vita e vita abbondante per la sua chiesa e per tutti e ciascuno dei suoi membri...

«Si scires donum Dei! ».51 Se i fedeli, se tutti i fedeli comprendessero bene il dono di Dio, con che fervore si precipiterebbero ad attingere alla fonte di vita! Perché infine «per essere buoni cattolici — cioè santi dobbiamo essere tralci di quella frondosa vite, dobbiamo dissetarci a quella fonte che zampilla per la vita eterna, bere quell'acqua che appaga tutta la sete, mangiare quel pane che dà la vita e l'immortalità» (Contar-do Ferrini) (Radiomessaggio per il V Congresso eucar[istico] brasiliano, 31 ott[obre] 1948; DiscLorsi] e Radiomess[aggi, vol.] X, p. 273).

50 Vedi sopra, foglio 1, [punto III B].

51 1 Gv 4,10. Nell'originale: O si...

  1. Regno eucaristico, regno di ogni virtù

Infatti, è lì, nella contemplazione del modello perfettissimo di tutta la santità e al suo misterioso contatto, che si apprendono le virtù che formano il vero cristiano e si attingono energie per praticarle. È lì, ai piedi dell'ara santa, su cui si rinnova l'unico sacrificio che cancella i peccati del mondo, che si vede come la genuina liturgia della chiesa è quella che fa dei fedeli, in unione con la vittima immacolata, un'ostia viva, santa, gradita a Dio per l'immolazione generosa dei vizi e delle cattive concupiscenze, e per la conformità con l'immagine di colui che del trono della croce in terra fece gradino obbligato per il trono eterno della sua gloria.

Lì vedrete crescere ed illuminarsi sempre più la vostra fede, e con essa distinguerete la verità evangelica dai falsi evangeli, che non sono vangelo; la vera spiritualità, che eleva e divinizza l'anima, dai falsi miraggi di spiritualismi fantastici •che la degradano nella frode e nella menzogna. Lì, seduti tutti alla medesima mensa divina, partecipando tutti al medesimo spirituale banchetto, uniti tutti in Cristo e fatti in esso una sola famiglia, un corpo solo, sentirete infiammarsi la carità; ma una carità sincera, antiegoista, generosa, livellatrice di tutte le differenze di razza, approssimatrice di tutte le distanze sociali, conciliatrice di tutti gli antagonismi contrastanti; e allora perfino le crisi sociali che affliggono l'umanità e più o meno si fanno sentire tra di voi, spariranno per incanto; perché o non hanno soluzione, o solo ce l'hanno risolte cristianamente nella giustizia informata dalla carità ([Radiomessaggio per il V Congresso eucaristico brasiliano, 31 ottobre 1948; Discorsi e Radiomessaggi, vol. X], p. 274).

  1. Regno eucaristico, fonte di vocazioni sacerdotali

Ma un'altra grande benedizione di incalcolabile valore possiamo prometterci da questo rifiorire della vista eucaristica, ed è l'aumento delle vocazioni sacerdotali. Chi frequentemente si siede a quella mensa di paradiso ed assapora le dolcezze di essere figlio di Dio, comprende meglio quale grande benedizione è per una patria il sacerdozio, per cui ha, senza cui non può avere Gesù a dimorare in mezzo ad essa, a santificare la sua terra. E allora necessariamente aspira all'onore di veder qualche membro della sua famiglia nobilitato con la divina nobiltà del carattere sacerdotale, fatto altro Cristo in terra, e frattanto collaborerà con gioia quanto è possibile, per l'incremento e la coltivazione delle vocazioni sacerdotali; affinché, moltiplicati i buoni pastori e ben pascolato il gregge di Cristo, il Brasile sia veramente, in tutta la portata della parola, la grande nazione cattolica del continente sud-americano (Radiomess[aggio] per il V Congr[esso] eucaristico brasiliano, 31 ott[obre] 1948; Disctorsi] e Radiomess[aggi, vol.] X, p[p]. 274-275).

XI. Regno eucaristico, salvezza della famiglia
Poche necessità sono oggi tanto preminenti come il consolidamento della famiglia cristiana, arco fondamentale, su cui riposa questa società umana, che è come la cupola che corona tutto l'edificio della creazione; poche così urgenti come il risanamento di questa fonte naturale della vita, se si vuole salvare la esistenza stessa della umanità e fare che non si frustri in essa il frutto della redenzione. Perfino la sua stessa unità e indissolubilità, perfino la sua stessa trascendentale finalità si direbbero oggi in pericolo.

Unione indissolubile dei coniugi tra loro e unione dei genitori con i figli, fondata nell'amore. E come non dovrebbe vigoreggiare questo legame in virtù di quel sacramento che è generatore della nostra carità e per cui formiamo con lui un solo spirito?52
Si assidano uniti anche a questa mensa i membri della famiglia, accolgano nei loro cuori terreni quel cuore divino, che deve fonderli con sé, sublimando i loro sentimenti e voleri, incorporando con se stesso lo sposo e la sposa, i genitori e i figli, ed allora sì che non ci sarà tra loro che un sol cuore e una sola vita, che né le burrasche del secolo, né le pene che trae con sé la lotta per l'esistenza potranno giammai rompere, poiché porta in se stessa il sigillo della perpetuità.

Però la famiglia cristiana ha una missione quasi divina: quella di trasmettere ed accendere la vita, come si propaga il fuoco sacro passando dall'uno all'altro lucignolo dei ceri che si ergono sull'altare. Sposi, genitori e figli! Mistero dell'amor terreno. Eucaristia! Mistero dell'amore divino, che sostenta e perfeziona la vita spirituale, che fa fiorire questo orto eletto della famiglia, elevando fino al vertice del più sublime, la finalità di riempire la terra di figli di Dio, nella cui parola balbettante il Padre onnipotente riconosca la voce del suo divin Figlio.

Trasformati così, mediante questa incorporazione in Cristo, i membri della famiglia cristiana posseggono già quel principio che li farà irradiare la loro influenza santificatrice nel focolare e nella chiesa. Poiché, dove meglio hanno da andare i genitori a trovare i tesori di intelligenza, di prudenza e di oblio di sé, che esige la loro missione educatrice? Dove si svilupperà più armonicamente e integralmente lo spirito dei loro figli?
52 Cf. Sfumma] thfeologica] 3, q. 79, a. 1 e 2; cf. 1 Cor 6,17.

L'eucaristia è fonte di quella «gratia divina quae pulchrificat sicut lux»:53 grazia divina che abbellisce come la luce. Li volete sottomessi e obbedienti? Nell'eucaristia è presente lo stesso Dio incarnato che, obbediente a Giuseppe e a Maria e vivendo con essi nella santa intimità della famiglia, crebbe in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (cf. Lc 5,51-52). Li desiderate, finalmente, di nobili sentimenti e alti ideali? L'eucaristia possiede il fascino delle tenerezze divine ed è la concrezione più luminosa dei piani ineffabili di tutto un Redentore.

Provvidenzialmente quindi la chiesa ha desiderato che la famiglia, cellula vitale della società e pertanto anche sua, si rigeneri e si vivifichi, facendo a sua volta di essa un centro di attrazione degli effluvi eucaristici ed incominciando i più dolci capitoli della storia del focolare con il santissimo Sacramento.

Quella prima comunione, condotti per mano all'altare dai vostri genitori; quella davanti ad un altare profumato di fiori d'arancio; quelle altre prime comunioni dei nuovi rampolli con cui il Signore vi va benedicendo; quelle messe domenicali e festive indimenticabili in famiglia; quella consolatrice comunione di dipartita degli esseri cari! Che la rabbia dell'inferno non riesca a strappare l'eucaristia dalle vostre nozze, dalle vostre ore tristi e serene! Che mai dimentichiate che qui egli sta per sostenervi nel sacrificio! E allora sì che la famiglia cristiana o non lascerà mai di esserlo, o ritornerà ad esserlo, se si fosse allontanata dal retto sentiero (Radiomess[aggio] al Congr[esso] eucarist[ico] bolivariano, 30 genn[aio] 1949; Discorsi e Radiomess[aggi, vol.] X, p[p.] 364-365).

XII. Regno eucaristico, regno di unità della famiglia e della società
Uniti nell'adorazione della medesima ostia divina, nella partecipazione al medesimo sacrificio, sì, voi siete veramente fratelli, più che fratelli, nutriti della medesima carne del Cristo, voi siete tutti «uno» nel Cristo (Radiomess[aggio] per le Giornate eucaristiche del Madagascar, 30 sett[embre] 1951; Disc[orsil e Radiomessaggi, vol.] XIII, p. 269).

Giorni felici quelli, quando tutto il popolo professava, sentiva e viveva una stessa fede, partecipava agli stessi sacramenti e in questo incontrava il più solido vincolo di coesione interiore.

53 S. THOM[AS], In PsalmLosI, 25, n. 5.

Domandate ora al Dio, nascosto sotto le bianche specie, che ritornino presto quei tempi per questa umanità tormentata e dolorante, che col perdere l'unità della sua fede, si precipitò in questo processo di disgregazione, il cui periodo algido stiamo vedendo come testimoni i più angustiati! Proponete alla società come base di questa rinnovazione cristiana, che promettete, il ritorno all'eucaristia, al sacramento dell'amore, senza il quale non si ha, non si può avere perfetta unità! Poiché sebbene sia certo che per la vocazione ad una fede comune, a un medesimo battesimo e ad un identico Spirito, tutti gli esseri umani siano chiamati a formare un corpo, questa unità non sarà consacrata, né otterrà la sua ultima perfezione se non nella partecipazione del medesimo pane celeste. «Tutti noi che partecipiamo di un solo pane — ha detto l'apostolo delle genti — benché molti, diventiamo un solo pane, un solo corpo» (1 Cor 10,17).

Disgregazione dell'uomo, corrotto per il suo allontanamento da Dio; disgregazione del focolare, disciolto per la ribellione dei figli e per la mancanza di amore tra gli sposi; disgregazione della società, incancrenita per l'immoderata ingordigia della ricchezza e del potere. In una parola disgregazione per mancanza di carità!
Ebbene, sette fonti aperte — i sette sacramenti — corrono nel giardino della chiesa per conferire ed aumentare la grazia divina, e per conseguenza la carità, però una sola, l'eucaristia, lo fa direttamente e singolarmente. Il dottor angelico ci dice: «Res autem huius sacramenti est caritas, non solum quantum ad habitum, sed etiam quantum ad actum». L'effetto di questo sacramento è la carità, non solamente abituale, ma anche attuale (S[ummal th[eologica] 3, q. 79, a. 4, in c.).

Correte dunque, amati figli, a questa sorgente inesauribile, in cui Cristo in persona viene a noi per sanare le nostre anime da tutte queste inclinazioni contrarie alla carità; per prendere possesso di esse; per comunicarsi a loro, per identificarle con sé e farle ripetere con verità quelle sue parole: «Io, per loro amore, santifico me stesso, affinché essi siano santificati nel[la] verità» (Gv 17,19) (Radiom[essaggio al IV Congr[esso] eucar[istico] nazion[ale] del Perù, 15 maggio 1949; Disc[orsil e Radiom[essaggi, voi.] XI, p[p.] 73-74).

Quando voi ricevete la sacra] comunione e l'Agnello di Dio diventa il cibo dell'anima vostra, oh, allora l'unione è fatta perfetta. «Non è il pane che spezziamo una partecipazione del corpo di Cristo?», scrive san Paolo (1 Cor 10,16). «Sebbene noi siamo molti di numero, siamo un solo pane, un solo corpo, perché lo stesso pane è comunicato a tutti», e «l'effetto di partecipare del corpo e del sangue di Cristo è di essere trasformati in colui che riceviamo» (san Leone Magno, Serm[ones1 63 = PL 54,357). «Egli è uno, noi siamo molti; egli è uno, e noi siamo uno in lui» (s[ant]'Agost[ino], In Ps[almos] 60 = PL 36,724). «Non dire che egli è uno e noi siamo molti, ma di' che, sebbene noi siamo molti, siamo uno in lui, che è uno» (s[ant]'Agost[ino], In Psalmos 127 = PL 37,1679) (Radiom[essaggio] al I Congdesso] euc[aristico] della Costa d'Oro, 25 febbdaio] 1951; Disc[orsi e Radiom[essaggi, vol.] XII, p. 464).

Che gli uomini lascino produrre finalmente all'eucaristia i suoi effetti, specialmente come principio e radice dell'unità, ricordando a tutti l'obbligo di amarsi, di unirsi come fratelli, se vogliono presentarsi davanti ad un medesimo altare, offrire una stessa oblazione, bere ad un medesimo calice, mangiare di uno stesso pane ed elevare al cielo — «meum ac vestrum sacrificium»54 — una supplica comune! Poiché «ecco il piano che ha immaginato il Figlio di Dio... perché possiamo unirci con Dio e tra di noi... Egli benedice in un solo corpo, nel suo, i credenti. E così tanto con se stesso, quanto tra di loro li fa «concorporales» (san Cir[illo] Aless[andrino], In Ioannis evandeliuml 1,2 = PG 74,559).

In una parola... in questo celeste banchetto, in questa realissima unione con Dio, deve incontrare principalmente la sua forza, la sua santità, da questa unione e da questa santità devono ricevere vigore e consistenza il vincolo familiare, sociale e internazionale, affinché, finalmente, nella santità e nell'unità fiorisca il dono prezioso della pace: «Ti preghiamo, Signore, concedi propizio alla tua chiesa i doni dell'unità e della pace, misticamente designati nei doni che ti offriamo» (Missa in festum Corpforisl Christi, Secreta), (Radiom[essagio] per il III Congdesso] euc[aristico] nazion[ale] del Perù, 31 ottobre] 1943; Discforsi] e Radiomess[aggi, vol.] V, p. 127).

  1. [Regno eucaristico, regno di coesione della] famiglia

La cellula fondamentale della società (la famiglia) minaccia di disfarsi, come un blocco di cemento mal costruito, precisamente perché le manca la santità, le manca l'unione col Dio eucaristico, senza la quale nemmeno è possibile la coordinazione mutua dei diversi elementi, non è realizzabile l'armonia e con l'armonia la pace (Ibid., p[p]. 126-127)...

Lontano da questa fonte di vita, tutto il complesso sociale non tarderebbe a dare segni di dissoluzione, come un corpo morto, nel quale ogni elemento pare lottare per distaccarsi dagli altri e ritornare ribelle alla sua inorganica indipendenza (Ibid., p. 127).

54 Dall'Orate, fratres, nell'offertorio della messa.

  1. Regno eucaristico, regno di carità e concordia

Quest'ostia santa, sede della carità. Lontano da essa, l'uomo uccide l'uomo, in essa adoriamo il Principe dei sacerdoti che si sacrifica per il mondo. «Vidimus principem sacerdotum ad nos venientem, vidimus et audivimus offerentem pro nobis sanguinem suum» (sant'Ambr[ogio], Enarr[ationes1 in Ps[almos] 38, n. 25 = PL 14,1102); lontano la divisione e la separazione violenta, in essa vince la calamita delle anime, che unisce tutti nella fede e nella partecipazione di se stesso e dei suoi doni, «radice e principio dell'unità cattolica» (Const. apost. de ss.ma euch(aristia] promiscuo ritu sumenda; Acta] A[postolicae] S[edis] 1912, p. 615); lontano la discordia, alimentata dall'egoismo e dall'ansia del dominio e delle gioie terrene, in essa offre l'alimento che fortifica l'anima e la educa nella scuola del desiderio delle cose celesti, insegnandole il valore del sacrificio...; lontano la tirannia della morte, in essa, la speranza della vita, perché, come si potrebbe pensare che deve corrompersi e non deve vivere una carne che si alimenta con il corpo e con il sangue del Signore? (Radiomess[aggio] al IV Congresso euc[aristico nazion[ale] dell'Argentina, 15 ott[obre] 1944; Di sc[orsd e Radi om[essaggi, vol.] VI, p. 177).

XV. Regno eucaristico, regno di unità dei cuori e delle menti
A. O sacramento di tenero amore! O segno di unità! O vincolo di carità! esclama sant'Agostino (In Iofannis] evang(elium], tr[actatus] 26, c.

6, n. 13 PL 35,1610]). E lo zelante apostolo dei Gentili... ci ha insegnata la verità divinamente ispirata con queste parole: «Perché noi, sebbene siamo molti, siamo un pane solo, un corpo solo, quanti partecipiamo di un pane solo» (1 Cor 10,17). «Perché, qual è il pane? domanda san Giov[anni] Crisostomo. «Il corpo di Cristo. E che cosa diventano quelli che partecipano di esso? il corpo di Cristo, non molti corpi, ma un solo corpo... Non vi è un corpo per te, un altro per il tuo vicino, per nutrirsi, ma un solo e medesimo corpo per tutti» (In Epist. I ad Cor., hom. 24, n. 2 = PG 61,200).

Sì, il sacramento dei nostri altari è una sorgente di unione che trascende tutte le differenze della storia, tutti i tratti e le peculiarità che diversificano, che hanno diviso la nostra dispersa famiglia umana in differenti gruppi. Esso riconsacra, esso eleva, esso santifica quell'unione che la nostra comune natura e il destino da tutti partecipato proclamano. Esso purifica quell'amore che ogni cuore umano deve nutrire per tutti i suoi simili — quell'amore che spinge il nostro zelo alla difesa dei diritti spirituali e morali dei nostri simili — esso approfondisce e rende fermo quell'amore, così che nessun colpo mortale lo può far languire e morire. «Per questo tutti gli uomini riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amate e vicenda» (Gv 13,35). E se attraverso la s[anta] comunione noi diventiamo uno con Cristo, come possiamo mancare di amare tutti gli uomini, per amore dei quali Cristo morì sulla croce?
È sant'Agostino, che ha espresso questa sublime e tremenda ver[i]tà così limpidamente, scrivendo sul santissimo Sacramento: «Se tu hai ricevuto degnamente, tu hai ciò che hai ricevuto» (Sermtones] 227 = PL 38,1099). San Tommaso, seguendolo, dice che noi siamo trasformati in Cristo (Expfositio] in ep. I ad Cor., c. 10, lect. 4) (Radiomess[aggio] al IX Congresso euc[aristico degli Stati Uniti, 26 giugno 1941; Discforsd e Radiomess[aggi, vol.] III, p[p.] 124-125).

«O sacramentum pietatis! o signum unitatis! o vinculum caritatis! Qui vult vivere habet ubi vivat, habet unde vivai. Accedat, credat; incorporetur, ut vivificetur» (s[anctus] Aug[ustinus], In Io[annis] evandeliuml, tr[actatus] 26, n. 13).

B. Regno eucaristico, regno di amore.

Mistero di amore e di unione. Nell'ostia divina è concentrato tutto l'amore infinito del Cuore di Gesù, quale si manifestò nelle grandi ore della redenzione; poiché la santissima eucaristia è il cenacolo ed il Calvario dilatati nello spazio fino ai confini della terra, prolungati nel tempo fino alla fine dei secoli... E come l'amore è unione, questo amore infinito vuole essere unione innalzata fino all'identità mistica: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me ed io in lui... Come io vivo nel mio Padre e per il mio Padre, chi mi mangia, vivrà di me e per me» (Gv 6,57-58)...

Serva il culto e la frequente comunione della divina eucaristia a fomentare ogni volta di più l'amore e l'unione con il Cuore di Gesù, da dove poi trabocchi in carità e unione fraterna tra gli operai e i padroni, tra i fedeli e il clero, tra i sudditi e le autorità, tra il nord e il sud, tra i cittadini del medesimo stato e gli stati tra loro, per il bene comune di tutti, in una sola grande famiglia che è la patria brasiliana. Anche umanamente l'unione fa la forza, come la disunione è la rovina. Quanto più se fosse prima unione delle anime in Dio, vivificata dall'amore di Gesù Cristo e da lui cementata e benedetta (Radiomess[aggio] al Congresso eucaristico] nazion[ale] brasiliano, 7 sett[embre] 1942, Disc(orsil e Radiomessfaggi, vol.] IV, p[p]. 189-190).

XVI. Regno eucaristico e stor[i]a del Brasile
(Radiomess[aggio] al Congdesso] euc[aristico] nazion[ale] brasiliano, 7 sett[embre] 1942; Discorsi e Radiomes[saggi, vol.] IV, pp. 187-193).

  1. Il trionfo di Cristo Re mediante l'eucaristia

Cercate la giustizia e il regno di Dio in voi e nelle vostre opere. Fate che Cristo regni sempre in mezzo a voi, nel vostro popolo destinato a grandi cose. Che regni nella famiglia, nel talamo immacolato, nella corona dei figli, nelle scuole pubbliche, nella stampa, negli spettacoli offerti agli occhi giovanili e al popolo, nelle trasmissioni radiofoniche, nelle case, nella vita sociale, nei laboratori disseminati in nuove regioni agricole e industriali. Brilli davanti agli occhi dei vostri governanti la luce di Cristo e la sua giustizia che eleva le nazioni e le protegge, come un muro, contro le insidie e gli assalti dell'empietà che mina i suoi fondamenti (Radiomess[aggio] per il Congr[esso] euc[aristico] nazion[ale] argentino, 13 ottobre] 1940; Di sc[orsz] e Radiomessaggi, vol.] II, p. 253).

Glorificatelo in voi con questo amore che vi fa vibrare davanti a lui, che dissipa le ombre del vostro cammino, che purifica gli aneli[ti] del vostro cuore, che signoreggia le passioni, che vi eleva sopra la corruzione del mondo, che vi equipara agli angeli, che vi sublima in quel fuoco che Cristo venne ad accendere sulla terra. Trionfi Cristo nei suoi prediletti, i piccoli; trionfi nella gioventù studiosa con la fede che vince le insidie dell'incredulità; trionfi nella famiglia con il sacro vincolo che ordina e fa santo l'amore nella gloria dei figli; trionfi nell'Azione cattolica, palestra di apostolato dei secolari sotto la direzione dei sacri pastori; trionfi in entrambi i cleri, affinché risplenda in essi la luce della pietà, dello zelo, dello spirito di abnegazione, delle virtù sacerdotali e religiose per edificazione e salvezza dei fedeli (Radiomess[aggio] al Congresso euc[aristico] nazion[ale] del Perù, 27 ott[obre] 1940; Disc[orszl e Radiomess[aggi, vol.] II, p [p]. 293-294).

  1. L'eucaristia, salvezza della famiglia

La famiglia ha bisogno, come di base, di intima unione di anime soprattutto, non solo di corpi, unione fatta di amore e di pace scambievole. Ora l'eucaristia è, secondo la bella espressione di s[ant]'Agostino, segno di unione, vincolo di amore, signum unitatis, vinculum caritatis,55 e perciò unisce e quasi rinsalda tra loro i cuori.

A sostenere i pesi, le prove, i dolori comuni, ai quali ogni famiglia anche ben ordinata non può sfuggire, vi è bisogno di quotidiane energie; la comunione eucaristica è generatrice di forza, di coraggio, di pazienza e, con la letizia soave che diffonde nelle anime ben disposte, fa sentire quella serenità che è il tesoro più prezioso del domestico focolare.

55 In Ioannis evangelium, tractatus 26, n. 13 = PL 35,1610.

Pensiamo con gioia, diletti figli, che voi, ritornando alle vostre città, ai vostri paesi, alle vostre parrocchie, darete questo bello ed edificante spettacolo di accostarvi spesso alla mensa eucaristica, e dalla chiesa rientrerete nelle vostre case portando tra le pareti domestiche Gesù e, con Gesù, ogni bene.

Verranno poi i figli, i piccoli figli che voi educherete e formerete nella vostra stessa fede, nella fede e nell'amore dell'eucaristia, e li avvierete per tempo alla comunione, persuasi non esservi mezzo migliore a salvaguardare l'innocenza dei vostri bambini, e li condurrete con voi all'altare per ricevere Gesù, e il vostro esempio sarà per essi la lezione più eloquente e persuasiva (Discorso del 7 giugno 1939 ad un gruppo di sposi novelli; Disc[orsi e] Radiomess[aggi,vol.] I, p. 170).

XIX. Regno eucaristico, regno di unità ecclesiastica
Conc[ilio] Trident[ino], sess. XIII.

— Proem[io]. «(Eucharistiam) Salvator noster in ecclesia sua tamquam symbolum reliquit eius unitatis et caritatis, qua christianos omnes inter se coniunctos et copulatos esse voluit» (Dz. 873a).

  1. Cap[itolo] 2. «(Eucharistia) symbolum est unius illius Corporis, cuius ipse Caput exsistit, cuique nos, tamquam membra arctissima fidei, spei et caritatis adstrictos esse voluit, ut idipsum omnes diceremus, nec essent in nobis schismata» (Dz. 875).
  2. Cap[itolo] 8. «Admonet sancta synodus... ut omnes et singuli qui christiano nomine censentur, in hoc unitatis signo, in hoc vincolo caritatis, in hoc concordiae symbolo, iam tandem aliquando conveniant et concordent» (Dz. 882).

XX. L'eucaristia fonte di vita e di virtù vera
Fra questi benefici provenienti dall'eucaristia, chi attentamente e religiosamente consideri vedrà primeggiare e risplendere quello che tutti gli altri contiene, cioè che da essa deriva negli uomini quella vita che è vita vera: «Il pane che io vi darò è la carne mia per la vita del mondo» (Gv 6,52; cf. [anche] 6,27.48.52.54.55)...

Inoltre la carne castissima di Gesù reprime l'insolenza della carne nostra, come ammonì Cirillo Alessandrino: «Cristo essendo in noi sopisce la legge che infuria nelle nostre membra». È anche un singolare e giocondissimo frutto della eucaristia quello che è significato da quel profetico detto: «Qual è il suo bene e qual è il suo bello, se non il frumento degli eletti, il vino che fa germogliare i vergini?» (Zc 9,17), cioè il forte e costante proposito della sacra verginità, il quale, anche in mezzo a un mondo stemperantesi nella mollezza, di giorno in giorno più largamente nella chiesa cattolica fiorisce rigoglioso: con quanto vantaggio e decoro della religione e della stessa convivenza umana non è chi non vede (Leone XIII, Enc[iclica] «Mirae caritatis», 28 maggio 1902).

  1. L'eucaristia vincolo di fratellanza cristiana

Ed è davvero una bellissima e consolantissima espressione di fratellanza cristiana e di eguaglianza sociale l'accorrere che fanno promiscuamente ai sacri altari il patrizio e il popolano, il ricco ed il povero, il dotto e l'ignorante, partecipando egualmente al medesimo convito celeste. Che se giustamente nei fasti della chiesa nascente si attribuisce a lode sua propria che «la moltitudine dei credenti era un sol cuore ed un'anima sola» (At 4,32), è evidente che questo gran bene essi dovevano alla frequenza della eucaristia, perché leggiamo di loro: «Erano assidui alle istruzioni degli apostoli e alla comune frazione del pane» (At 2,42) (Leone XIII, Enc[iclica] «Mirae caritatis»).

  1. L'eucaristia anima della chiesa

Così appare chiaramente donde abbiano avuto origine le ardue fatiche degli uomini apostolici, e donde tanti e sì svariati istituti di beneficenza insieme con l'origine traggano le forze, la costanza e i felici successi... Finalmente essa è ancora come l'anima della chiesa, e ad essa si dirige la stessa ampiezza della grazia sacerdotale attraverso i vari gradi degli ordini. E di là attinge ed ha la chiesa tutta la virtù e gloria sua, tutti gli ornamenti dei divini carismi, ed infine ogni bene...

La storia poi ci dimostra che la vita cristiana allora fiorì più rigogliosa, quando maggiore fu la frequenza a questo divino sacramento. Per contrario è manifesto che quando gli uomini avevano questo pane celeste in noncuranza e come in fastidio, a poco a poco veniva languendo il vigore della professione cristiana (Leone XIII, Enc[iclica] «Mirae caritatis»).

  1. Unità

A. La mensa eucaristica è simbolo, radice e principio dell'unità cattolica (Pio X, Constigutiol apostolica] de sanctissima Euch[aristia] , AAS 4 (1912), 615).

Il sacramento dell'eucaristia, vivida e mirabile immagine dell'unità della chiesa, in quanto il pane da consacrarsi deriva da molti grani che formano una cosa unica (cf. Didaché 9,4), ci dà lo stesso autore della grazia santificante, affinché da lui attingiamo quello Spirito di carità con cui viviamo non già la nostra vita ma la vita di Cristo, e in tutti i membri del suo corpo sociale amiamo lo stesso Redentore (Pio XII, Enc[iclica]
«Mystici corporis», 29 giugno 1943).

Valida eucharistia habeatur illa, quae sub episcopo peragitur vel sub eo cui ipse concesserit... Non licet sine episcopo neque baptizare neque agapen celebrare (Ignatius Antiochenus).56
Studeatis igitur una eucharistia uti: una enim est caro Domini] nostri] I[esu] Christi, et unus calix in unitatem sanguinis ipsius, unum altare, sicut unus episcopus cum presbyterio et diaconis, conservis meis (Ignat[ius] Ant [iochenus], RJ 56).57
Sicut hic panis fractus dispersus erat sopra montes, et collectus factus est unus, ita colligatur ecclesia tua a finibus terrae in regnum tuum (Didaché, RJ 6).

Quoniam unus panis et unum corpus multi sumus. Quid enim, inquit, dico communicationem? Illud ipsum corpus sumus. Quid est enim panis?
Corpus Christi. [Quid autem fiunt communicantes? Corpus Christi]; non corpora multa, sed unum corpus. Sicut enim panis, ex multis granis constans, unitus est ita ut grana nusquam appareant, sed sint quidem ipsa, non manifesta autem sit illorum differentia propter coniunctionem; sic nos et mutuo et cum Christo coniungimur. Non enim ex altero corpore hic, ex altero ille nutritur, sed ex eodem ipso omnes (san Giov[anni] Crisost[omo], RJ 1194).58
Commendatur vobis in isto pane quomodo unitatem amare debeatis.
Numquid enim panis ille de uno grano factus est? Nonne multa erant tritici grana? Sed antequam ad panem venirent, separata erant; per aquam coniuncta sunt, et post quamdam contritionem (s [anctus] August[inus], RJ 1519).59
B. Caro mea est, inquit, pro mundi vita [Gv Fiant corpus Christi si volunt vivere de spiritu Christi. De spiritu Christi non vivit visi corpus Christi... O sacramentum pietatis! O signum unitatis! O vinculum caritatis! Qui volt vivere, habet ubi vivat, habet unde vivat. Accedat, credat; incorporetur, ut vivificetur (s[anctus] August[inus], RJ 1824).60
56 Citazione fatta probabilmente a memoria. Il testo latino recita: Illa firma gratia-rum actio reputetur, quae sub episcopo est, vel quam utique ipse concesserit. Ubi utique apparet episcopus, illic multitudo sit, quemadmodum utique ubi est Christus lesus, illic catholica ecclesia. Non licitum est sine episcopo neque baptizare neque agapen facere (Ad Smyrnaeos 8,1-2).

57 Enchiridion PatriStiCUM. Cf. PG 5,700.

58 PG 61,200. Nell'ultima frase don Quadrio scrive: ex altero pane.
59 PL 38,1099.

60 PL 35,1610.

Vos ad unum omnes nominatim per gratiam convenitis in una fide et in uno Iesu Christo... Ut oboediatis episcopo et presbyterio mente indivulsa, frangentes panem unum, qui pharmacum immortalitatis est, antidotum ne moriamur, sed vivamus semper in Iesu Christo (Ignatius Antioch[enus],RJ 43).61
XXIV. L'eucaristia forza dei martiri
Ut quos excitamus et hortamur ad proelium non inermes et nudos relinquamus, sed protectione corporis et sanguinis Christi muniamus, et cum ad hoc fiat eucharistia ut possit accipientibus esse tutela, quos tutos esse contra adversarios volumus, munimento dominicae saturitatis armemus. Nam quo-modo docemus aut provocamus eos in confessione nominis sanguinem suum fundere, si eis militaturis Christi sanguinem denegamus? aut quomodo ad martyrii periculum idoneos facimus, si non eos prius ad bibendum in ecclesia poculum Domini iure communicationis admittimus?... Primo idoneus esse non potest ad martyrium qui ab ecclesia non armatur ad proelium, et mens deficit quam non recepta eucharistia erigit et accendit (s[anctus] Cyprianus, PL 3,856).62
61 PG 5,661.

62 I fogli continuano, riportando due schemi per due possibili trattazioni del materiale raccolto. Li riportiamo qui.

I schema: «Il trionfo di Cristo re mediante l'eucaristia»
Introduzione: Christum regem adoremus dominantem gentibus (Invit. Corp. Ch.).

  1. Il Congresso eucaristico è il trionfo di Cristo re tra le folle cosmopolite accorse da ogni parte ad adorarlo (n. I);
  2. dal primo congresso all'attuale, tutti hanno per scopo l'esaltazione del regno sociale di Cristo (n. V);
  3. il trionfo del regno eucaristico, nella gloriosa storia del Brasile cattolico (n. XVI).

1) Mediante l'euc[aristia] il regno di Cristo trionfa nell'individuo.

  1. L'eucar[istia] generatrice di carità (nn. VI, A; XV, A).
  2. L'eucar[istia] alimento di purezza, n. XX.
  3. L'eucar[istia] fonte di virtù (n[n]. IX; XX).
  4. L'eucar[istia] fucina di eroismo e forza dei martiri (n. XXIV).
  5. L'euc[aristia] scaturigine di vita e scuola di santità ([nn.] XXXIII, B; VIII).
  6. L'euc[aristia] mezzo soprannaturale per acquistare, conservare e perfezionare la pace ed unione individuale con Dio, giacché essa esige e suppone la purezza di coscienza (1 Cor 11,17-34), e fu considerata, nell'antica disciplina penitenziale, come termine del processo di ricuperazione della pace perduta col peccato.

2) Mediante l'eucaristia il regno di Cristo trionfa nella famiglia.

  1. L'euc[aristia] salvezza della famiglia contro i moderni attentati (nn. XI; XIII).
  2. L'euc[aristia] simbolo, sigillo e fonte della pace ed unione domestica ([n.] XVIII).
  3. L'euc[aristia] aiuto e sostegno nell'e[d]ucaz[ione] dei figli (n. XI).
  4. Le date eucaristiche della vita familiare: nelle nozze, nella prima comunione dei figli, nella messa festiva di tutta la famiglia, nel viatico ai propri cari (ibid.).

3) Mediante l'eucar[istia] il regno di Cristo trionfa nella società.

  1. L'euc[aristia] scuola e fonte di carità e giustizia sociale (nn. III, B; VII).
  2. L'euc[aristia] vincolo di fratellanza umana tra gli individui, le classi e i popoli (nn. VI, B; XV, A,B; XXI).
  3. L'euc[aristia] centro e glutine dell'unità della famiglia umana (n[n]. XXIII; XII; XIV).
  4. L'euc[aristia] garanzia e salvezza della vera pace tra le nazioni (nn. II; XIV).
  5. L'eucar[istia] degnamente celebrata e ricevuta è indicata da san Paolo come mezzo di restaurazione della pace turbata dalla discordia sociale nella comunità di Corinto (1 Cor 11,17-34).

4) Mediante l'eucar[istia] il regno di Cristo trionfa nella chiesa.

  1. L'euc[aristia] fonte della vitalità e fecondità della chiesa (n. III, A).
  2. L'euc[aristia] sorgente della santità nel Corpo mistico (n. IV).
  3. L'euc[aristia] cuore vivo e palpitante del Corpo mist[ico] (nn. VIII; XXII).
  4. L'euc[aristia] causa e sprone delle vocazioni ecdes[iastiche] e religiose ([n.] X).
  5. L'euc[aristia] vincolo dell'unità ecclesiastica ([nn.] XIX, XXIII).
  6. L'euc[aristia] tutela e forza della chiesa perseguitata ([n.] XXIV). Conclusione (n. XVII).

II schema: «Le caratteristiche del regno eucaristico di G[esù] C[risto]»
Introduzione: come nello schema I, il regno eucaristico di Gesù è
«regnum veritatis et vitae;
regnum sanctitatis et gratiae;
regum iustitiae, amoris et pacis (praefratiol in festo Domini] nostri] Itsus.1
Regis)».
Queste caratteristiche si realizzano mirabilmente mediante l'eucar[istia].

1) Il regno eucaristico di G[esù] C[risto] è regno di verità e vita.

  1. Di verità: NB. Regno di verità perché la presenza di Cristo è vera, reale, sostanziale, e non solo simbolica e figurativa. Così ha definito il Conc[ilio] Trident[ino], sess. XIII, can. I, Dz. 883: «Vere, realiter et substantialiter».

«Quae sub his figuris vere latitas». «Nil hoc verbo veritatis verius» [Dall'inno «Adoro te devote» (v v. 2 e 8)].

«Umbram fugat veritas» [Dall'inno «Lauda Sion Salvatorem» (v. 23)].

«Caro mea vere est Gibus, et sanguis meus vere est potus» (Gv 6,56).

  1. Di vita:

a. di vita soprannaturale
— per gli individui ([nn.] VI, XX; Gv 6,27.48.52.54.55);

  1. per il Corpo mistico ([nn.] IV, VIII, XXII);

b. di vita eterna

  1. per l'anima,
  2. per il corpo, farmaco di immortalità, caparra di risurrezione e gloria eterna ([nn.] XXIII, B; Gv 6,54-60).

2. Il regno eucar[istico di G[esù] C[risto] è regno di santità e grazia.

a. L'euc[aristia] è fonte di santità individuale:
— fonte di virtù (nn. IX, XX);

  1. alimento di purezza ([n.] XX);

— palestra di santità ([nn.] VIII, XXIII, B).

  1. L'euc[aristia] è fonte di santità familiare ([nn.] XI, XIII).
  2. L'euc[aristia] è fonte di santità per tutto il Corpo mistico ([nn.] III, A, IV, VIII, XXII). 3. Il regno eucaristico] di G[esù] C[risto] è regno di giustizia, di amore e di pace:
  3. di giustizia ([nn.] III, B, VII);
  4. di amore:
  5. l'euc[aristia] generatrice di carità ([nn.] VI, A, XV, A); — glutine dell'unità domestica ([n.] XVIII);
  6. simbolo e vincolo di fratellanza tra gli individui, le classi, i popoli, le razze ([nn.] VI, B, XV, A, B, XXI, XXII, XVI, XXIII);

c. di pace:

  1. tra gli uomini e Dio, poiché è memoria e rinnovazione dell'umana riconciliazione operata da G[esù] C[risto] sulla croce: «Novum foedus in sanguine Christi» (1 Cor 11,25); poiché è il sacramento dell'unione con Dio in Cristo: «In me manet et ego in illo... et ipse vivet propter me» (Gv 6,57-58); poiché corona il processo penitenziale della riconciliazione del peccatore con Dio; poiché suppone ed esige la purezza della coscienza, cioè la pace con Dio (1 Cor 11,17-34);
  2. tra i membri della stessa famiglia, tra le diverse lassi, razze e nazioni ([nn.] XVIII, II, III, B, XI, XIV, XV).
  3. La manna, figura eucaristica, è indicata da san Paolo come simbolo di equilibrio sociale (2 Cor 8,13-15).
  4. La «fractio panis» nella comunità apostolica di Gerusalemme (At 2,42) era la radice dell'unione di tutti in un cuor solo ed un'anima sola (At 4,32; n. XXI).
  5. Allorché apparve la discordia sociale nella comunità di Corinto, san Paolo propose l'eucar[istia], degnamente celebrata e ricevuta, come mezzo per restaurare la pace turbata (1 Cor 11,17-34).
  6. L'eucaristia fu nel m[edio] e[vo] il glutine che univa le diverse classi sociali: «manducat Dominum pauper servus et humilis» [Dall'inno «Sacris Solemnis» («l'anzi angelicus»), v v . 23-24].
  7. Ancora oggi si uguagliano, seduti alla stessa mensa, il povero e il ricco, l'operaio e l'industriale (n. XXI).

«Il Signore ha consacrato sulla sua mensa il mistero della nostra pace e della nostra unità» (sant'Agost[ino], Sermones 272 = PL 23,1248).

«Le molte membra del nostro Salvatore, collegate sotto lui stesso, il Capo, per il vincolo della carità e della pace, sono un solo uomo» (sant'Agost[ino], Enarrlitiones1 in Psalmos 1 = PL 36,866).