Santità Salesiana

Esercizi ai Salesiani 1955 - Il rendiconto

Quarta predica - IL RENDICONTO
26 luglio 1955 pomeriggio

 

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La nostra congregazione, per il bene dell’anima nostra, per la nostra perfezione e inoltre per il sempre progresso della nostra pia Società, mette a nostra disposizione, almeno una volta al mese, un’altra sorta di confessione. L’apertura, - come si suol dire, - della nostra coscienza nel rendiconto. Permettete in questa sera che il nostro Don Bosco ci dica il suo pensiero in relazione a questo. 
È lodevole questo fatto, - come vi dicevo. Le circolari del nostro caro Don Bosco risalgono, si iniziano dal 69, data dell’approvazione della nostra società. E si iniziano con quella prima circolare che abbiamo letto nella nostra prima conversazione, sullo scopo di colui che entra a far parte della nostra congregazione. Seguono su per giù, e siamo nel marzo del 69; un poco più tardi, nella Pentecoste, abbiamo letto la circolare in relazione all’unità di spirito, unità di amministrazione. E nel giorno dell’Assunzione, sente il bisogno di scrivere ancora una circolare che si riferisce precisamente tutta al rendiconto. Penso che nella mente di Don Bosco e mi sembra così chiaro, così ragionevole, il concludere che tutto Don Bosco fa consistere precisamente le basi dello spirito, - diciamo così, - dell’anima della nostra congregazione su questi punti fondamentali. In seguito ne tratterà degli altri ma gli iniziali sono precisamente questi. 
E scrive precisamente nel giorno dell’Assunzione: 
“Figliuoli amatissimi, la Divina Provvidenza dispose che la nostra pia Società fosse dalla Santa Sede definitivamente approvata; e noi mentre nell’umiltà del nostro cuore evidenziamo la bontà del Signore, dobbiamo adoperarci con tutta sollecitudine per corrispondere allo scopo che ci siamo prefissi entrando in congregazione, e mantenere l’esatta osservanza delle regole in tutti quelli che le hanno professate. E tra gli articoli di essi, c’è quello che riguarda le relazioni e la confidenza che devono passare fra superiori ed inferiori.” 
Notate queste parole, perché può essere che anche fra i salesiani ci sia un concetto, direi, non troppo chiaro in relazione al rendiconto. Delle volte si pensa che il rendiconto sia semplicemente un resoconto da farsi insieme al superiore, in relazione agli allievi; si parla piuttosto degli altri che di sè stesso. Oppure, sì, cose che sono utili per il buon andamento, però, ma badate che il pensiero di Don Bosco, - lo vedremo ancora più chiaro in seguito - questo deve servire per mantenere le buone relazioni e la confidenza che devono passare tra il superiore e l’inferiore. E dice precisamente la regola: “Ciascuno abbia grande confidenza con il superiore, nè gli nasconda alcun segreto del cuore”  Si comprende? L’ambito del rendiconto, tutti lo conosciamo, non è confessione. 
“Questo articolo è della massima importanza. E si è osservato che i trattenimenti del superiore coi suoi subalterni tornarono di grande vantaggio; perciochè, in questo modo gli uni possono con tutta libertà esporre i loro bisogni e domandare gli opportuni consigli, mentre il superiore stesso sarà in grado di conoscere lo stato dei suoi confratelli, provvedere ai loro bisogni e prendere quelle deliberazioni che concorrano a facilitare l’osservanza delle regole e il vantaggio dell’intera società.”
Discussione abbastanza lunga e un pensiero abbastanza lungo in cui volle esprimere questo concetto evangelico: “Veh soli! Quia cum ceciderit non habet sublevantem se. Si unus ceciderit ab alio fulcetur”. E cita San Tommaso: “ Iuvatur a sociis ad fulcendum.” E continua: 
“Affinchè si possa riportare questo concetto nella nostra società, si è pensato bene di stabilire alcune cose che si possono dire conseguenze pratiche dell’articolo sopra indicato. 
Primo: ogni mese saranno tenute due conferenze, di cui una intorno alla lettura e spiegazione semplice della regola della congregazione; l’altra conferenza intorno a materia morale, ma in modo pratico e adatto alle persone a cui si parla.” Sono le famose due conferenze di cui, - sono 60 anni che mi trovo in congregazione, e mi pare che in tutti gli Esercizi Sprituali a cui ho assistito, quando specialmente c’erano quelle sante anime dei nostri superiori, negli anni passati, - il santo Don Rua e andate dicendo, non c’era altro ritornello precisamente che questo delle due conferenze, lo sapevamo già... Segno che... 
Includetelo insieme a questi pensieri del nostro Don Bosco e capiremo allora più profondamente il motivo per cui Don Bosco ha stabilito anche queste due conferenze.
“Secondo: Ogni socio, una volta al mese si presenterà al superiore di quella casa a cui appartiene e gli esporrà quanto egli giudicherà vantaggioso al bene dell’anima sua, quanto crederà vantaggioso al bene dell’anima sua, e se ha qualche dubbio intorno all’osservanza delle regole, lo esporrà chiedendo quei consigli che gli sembrano opportuni per suo profitto spirituale e temporale.” 
Comprendete le parole del nostro Don Bosco, il pensiero del nostro Don Bosco; e vedrete poi la conclusione.
“Dal canto suo, il direttore, con la dovuta carità, ascolterà a tempo determinato ogni cosa, anzi, procurerà d’interrogare separatamente ciascun socio intorno alla sanità corporale, agli uffici che compie, all’osservanza religiosa, agli studi o al lavoro a cui deve attendere; infine, procurerà di incoraggiarlo, aiutarlo, con l’opera e col consiglio, - attenti - per metterlo in uno stato di potere godere la pace del cuore, con la tranquillità di coscienza che deve essere lo scopo principale di tutti quelli che fanno parte della nostra società.”
Prendiamo il rendiconto sotto questo aspetto; e allora vedrete quale forza la congregazione ha dato in mano per potere riuscire precisamente al nostro perfezionamento. 
Chiarissimo il pensiero di Don Bosco. E vuol ripeterlo: 
“Il rendere di sè conto al proprio superiore è pratica generale di tutte le case religiose e se ne trova un gran vantaggio; così io ne spero un gran bene di avvio tra noi, soprattutto per conseguire la tanto necessaria pace del cuore e la tranquillità di coscienza.” 
Miei cari confratelli, uniamo i pensieri che abbiamo meditato questa mattina; ripetiamo nella nostra mente e nel nostro cuore i pensieri di Don Bosco in relazione alla confessione; ricordiamo questi pensieri in relazione al rendiconto, pur - badate - trattandosi anche semplicemente di cose esterne. Noi abbiamo piena libertà; ce lo concede la regola. Ricordate i preliminari della regola e le belle pagine che Don Bosco ha scritto sopra del rendiconto e si è inspirato moltissimo a San Francesco di Sales che ha anche delle pagine magnifiche in relazione a questo argomento. Sappiamone approfittare.
“Animo miei cari figlioli; noi abbiamo una grande impresa fra mano. Molte anime attendono la salvezza da noi e tra queste anime, - ecco vedete il continuo pensiero di Don Bosco, - e tra queste anime, la prima, deve essere la nostra, e poi quella dei nostri soci, - e vedete che allarga il concetto -  e quella di qualunque fedele cristiano, a cui accade, ci accade di poter recare qualche vantaggio.
Dio è con noi, adoperiamoci per corrispondere ai celesti favori che ci ha concessi e che speriamo ci voglia in maggior copia per l’avvenire concedere. La grazia di nostro Signor Gesù Cristo sia sempre con noi e ci conceda lo spirito del fervore e il prezioso dono della perseveranza nella società. Amen. Solenne giorno dell’Assunzione di Maria Santissima, del 1869.” 
Chiaro, il concetto del nostro Don Bosco. Ecco vedete, noi dobbiamo tendere alla perfezione; sì, questa tendenza alla perfezione ci viene ricordata giornalmente in relazione alle varie occupazioni che noi dobbiamo fare, ma ecco il pensiero predominante del nostro Don Bosco. E vedete che vuol mettere, precisamente anche nella congregazione questo mezzo importantissimo, per cui noi altri, aprendo il nostro cuore con quella confidenza familiare, con quella confidenza di figlioli verso il padre, possiamo certamente riuscire ad avvantaggiarne per il bene dell’anima nostra. Chiaro, e lo capite, non c’è bisogno di fare tanti discorsi al riguardo, che questa unione di confidenza, questa unione direi, questa cooperazione individuale di ogni socio, per il benessere anche amministrativo, scolastico, scientifico e andate dicendo della congregazione, viene poi, naturalmente a vantaggio anche di tutta la congregazione.
Se amiamo la nostra congregazione, dobbiamo essere soci, direi così, co-interessati insieme ai superiori per potere fare sì che tutte le cose vadano bene. Noi saremo una piccola cellula, noi saremo una parte, diremmo, infinitesima in questo corpo della congregazione. Non importa, - l’abbiamo detto, ce l’ha detto chiaro Don Bosco - non è la posizione che conta. È l’esercizio del nostro dovere, sia pure umile, nascosto. In concreto, ma di fronte a Dio, in questo congegno armonioso di anime che si uniscono insieme per la Gloria di Dio e per la salvezza dell’anima loro e degli altri, vedete anche voi altri, che il rendiconto ha la sua parte morale importante. 
È difficile, sicuro, è difficile fare bene il rendiconto. Regola 1-2-3 fino al numero 8, è ovvio, questo lo dice “Quello che crede opportuno”, se lo consideriamo, vero, da questo punto di vista. Ma se lo consideriamo per il profitto spirituale, per la direzione spirituale dell’anima nostra, lo comprendete anche voi altri che ha le sue difficoltà. Difficoltà che si sanno, le abbiamo provate tutti e le proviamo; così ci si dimentica, non ci si dà importanza, si sente il peso del rendiconto. E come lo sentono i soci lo sente colui che deve ricevere il rendiconto. 
Miei cari confratelli le difficoltà sapete da che cosa derivano? Le difficoltà dipendono prima dal nostro amor proprio. Diceva il buon Garbellone, molti di voi altri lo conoscono: “Sì, sì! Un pò di umiltà l’abbiamo tutti!” E in quella parola “umiltà” intendeva... la ripugnanza assoluta, o meglio la ripugnanza all’assoluta sottomissione. Lo spirito d’indipendenza! E badate che questo - non fatevene meraviglia - lo proverete, e questo spirito di indipendenza vedete, questo spirito di difficoltà di assoluta sottomissione, il dominare perfettamente il nostro amor proprio cresce col crescere degli anni. Proverete quando sarete vecchi, che cosa voglia dire la difficoltà, e la difficolta del rendiconto.
Abbiamo alle volte troppa fiducia nelle nostre forze, troppa fiducia nella nostra scienza e andate dicendo. Pensiamo di non aver bisogno di nessuno, più di nessuno che ci regga, che ci diriga, che ci consigli, che ci guidi. Solo i bambini devono essere guidati! Basta la Confessione! Perché devo andare dal direttore, al giudizio di un altro? Le mie vedute in relazione anche alla dimensione dei miei doveri... I giovani specialmente hanno paura di essere rimproverati, di ricevere le paternali. E alle volte, per molti, credete, per molti il rendiconto non è altro che uno sfogo per poter dire le proprie ragioni che si pensano essere conculcate, che si pensa essere non capite; oppure domandare dei permessi, domandare dei favori. Ah, è così miei cari confratelli.
E quindi per tutte queste ragioni si capisce che il rendiconto è difficile, perché precisamente è difficile. Se noi abbiamo questo senso di convinzione di volere ottenere la santificazione dell’anima nostra, e se comprendo, - come penso che comprendiamo tutti, - che questo della direzione spirituale intesa come ce la presenta Don Bosco, - è un mezzo importantissimo per potere riuscire in questa perfezione che noi abbiamo abbracciato e che per dovere dobbiamo giornalmente continuare, penso, che nonostante tutte le difficoltà possibili, noi dobbiamo cercare di fare meglio che ci sia possibile il rendiconto. 
Delle volte senza fare il rendiconto, direi così, oralmente, ma fatelo per iscritto. A noi insegnavano, il nostro caro Don Piscetta, i nostri vecchi direttori ci insegnavano così. Beh, c’è tanta difficoltà andare dal direttore e dire: “Senta caro direttore sono venuto per il mio rendiconto; in questo mese mi sembra che non ci sia niente di cambiato dal mese scorso.” No, no, nessuno avrebbe niente da rimostrare, proprio niente. Qualche volta, io ricordo, sono andato dal mio direttore Don Piscetta: “In questo mese niente!” “Bravo caro, continua!” E avanti! È difficile? No, perché delle volte sono tutte fantasticherie, immaginazione, specialmente ai giovani vengono in testa. 
Non facciamo le cose difficili; non stiamo lì a strologare. Facciamo con tanta semplicità e naturalezza quello che è nostro dovere. Si capisce; il rendiconto è basato sulla confidenza; e alle volte questa confidenza non la sentiamo. Sono allora, precisamente che sorgono tante e tante difficoltà, ma miei cari confratelli, siamo religiosi, e non dobbiamo dimenticare che anche questa pratica religiosa può essere considerata, e in tanti casi è proprio così, come una croce che ci invia il Signore. Abbracciamola, sennò non faremmo mai, neppure un passo nella via della perfezione. 
In una conferenza del 1875 Don Bosco dice così: 
“Il rendiconto è la chiave principale per il buon andamento della casa; generalmente in questi rendiconti i confratelli aprono il proprio cuore, dicono tutto ciò che dà loro pena, e se c’è qualche disordine lo palesano; è poi un mezzo efficacissimo per fare correzioni, se fosse necessario anche severe, senza recare lo sdegno. Sempre in privato. Ciò che poi ritengo come la chiave di ogni ordine e di ogni moralità, il mezzo con cui il direttore può avere in mano la chiave di tutto, si è che si ricevano puntualmente i rendiconti mensili; non si lascino mai, per qualsiasi motivo, e si facciano posatamente con impegno. Ogni direttore si ricordi di domandare sempre questi punti.”  
Notateli questi punti e vedrete il pensiero di Don Bosco e dell’azione religiosa. 
“- Nel tuo ufficio, trovi qualche cosa che ti sia proprio contrario o ripugnante e che possa impedire la tua perseveranza nella vocazione?
- A te consta qualche cosa che possa farsi o impedirsi per allontanare l’offesa di Dio, per togliere qualche disordine e qualche scandalo in casa? - Articolo 8 del rendiconto.  -
- Dall’altro rendiconto a questo ti pare di avere fatto un qualche profitto spirituale?”
Ma vedete miei cari confratelli, ecco l’essenza del rendiconto: pensare all’anima nostra; pensare che la nostra santità consiste nell’adempiere i nostri doveri. E noi questi doveri delle volte non li abbiamo eseguiti; è un fatto esterno, non li abbiamo eseguiti; l’assistente, tu assistente non ti sei trovato tempo ed è successo questo disordine, e un disordine non indifferente... e andiamo dicendo. Dovremmo aver paura di dirlo al direttore? Eh lo sanno tutti quello che è capitato. Se abbiamo un poco di esperienza della vita nelle nostre case. Pensate anche voi altri, alle conseguenze alle volte di mancata assistenza e per un certo periodo di tempo. 
Chi vi parla, mi pare di averlo accennato, una volta ho trovato tutti i chierici della classe che camminavano sù e giù, giù e sù per i banchi della scuola. Non c’era l’insegnante. Esigenze di allora. Facevano passeggio sui banchi!...  Non è un peccato, nè mortale nè veniale, mah insomma! comprendete anche voi altri! 
Ma, e in mezzo ai giovani, non succedono altre cose? Eh, ricordo quando era assistente il nostro bravo Don Balzola, chierichetto a Faenza, quando il sottoscritto era ragazzetto... eh, non è arrivato a tempo in laboratorio. Assistenza difficilissima, specialmente in Romagna, con quei caratteri! È entrato 5 minuti dopo, non vedeva altro che mortaretti che volavano a destra e a sinistra; se li tiravano l’un con l’altro, capito. 
Per lo più i confratelli parlano e scoprono cose alle quali noi non penseremmo mai e che essi molte volte credono che noi sappiamo già, o che le teniamo in poco conto. In questi rendiconti dunque, ciascuno apra intieramente il suo cuore al superiore; si capisce, si aggiri sulle cose esterne, a meno che il socio ne voglia parlare.
In un biglietto del 1876, piccolo semplice biglietto come questo, registrato in archivio, fra le norme pratiche del buon governo della casa è scritto così, in carattere grosso:
“Assolutamente necessario: -  sottolineato - Primo: rendiconto mensile. Secondo: ogni settimana leggere una parte delle regole e una parte delle deliberazioni capitolari.”
Ricordiamo certamente tutti, miei buoni confratelli, il famoso sogno del 1876, il sogno in cui si è sentito quella voce spiegativa che diceva: “Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la nostra congregazione.”  In quel sogno si parla anche di alcuni chiodi che tormentano le congregazioni religiose. I 4 chiodi: 
“Quorum deus venter est. 
Quaerunt quae sua sunt, non quae Iesu Christi. 
Aspidis lingua eorum. 
Cubiculum otiositatis.
E poi, - dice Don Bosco, - vedevo uno speciale scompartimento su cui c’era scritto: 
“Latet anguis in herba”, nell’erba c’è nascosto il serpente. – 
E commenta: “Vi sono certi individui che stanno nascosti; non parlano, non aprono il loro cuore ai superiori; ruminano sempre in cuore i loro segreti. Sta attento, “Latet anguis in herba”, sono veri flagelli, vera peste delle congregazioni.” 
Ma si possono considerare figlioli, queste persone, che vedono il male in casa e non parlano?
Certamente l’ultimo punto del rendiconto, miei cari confratelli, per ciò che si riferisce allo spirito di moralità, al concetto di responsabilità, che non solo per l’anima nostra, ma per le anime che sono a noi affidate, per i nostri prossimi; eh, più prossimi dei nostri confratelli cosa volete pensare? 
Delle volte si sa che un povero confratello è lì vacillante per la vocazione; è amico, ha parlato con voi, e voi tenete quello nel vostro cuore e non dite niente al superiore. E così dite, di altre cose che possono capitare in mezzo ai giovani, specialmente in relazione alla moralità. 
Pensate questo anche in relazione alle letture; si scoprono dei libri, si scoprono dei giornali che bisognerebbe subito buttare al fuoco e vi sono degli allocchi, - chiamiamoli così per non dire altra parola, - che stanno lì poi ad assorbirsi tutto questo veleno, e poi, o dimenticano quel libro che va poi in mano a tanti altri e non parlano. “Latet anguis in herba.” Sono veri flagelli, vera peste della congregazione. Ancora che cattivi, se fossero svelati si potrebbero correggere, ma no, stanno nascosti. Noi non ce ne accorgiamo e intanto il male si fa grave, il veleno si moltiplica nel cuore di costoro e quando fossero conosciuti non vi sarebbe più tempo a riparare il danno che già hanno prodotto.
Se procureremo di evitare il vizio della gola, il cercare le agiatezze, le mormorazioni, l’ozio, allontanandole da noi e a cui è da aggiungere che ciascuno sia sempre aperto e schietto e confidente coi propri superiori, faremo del bene alle anime nostre e nello stesso tempo potremo anche salvare quelle che la Divina Provvidenza affiderà alle nostre cure.

Ci sarebbe ancora un materiale immenso, - non esagero la parola, - se volessimo ricavare pensieri su questo argomento dal nostro Don Bosco. Mi sembrano punti fondamentali e specialmente, il considerare - come vi ho detto, - il rendiconto come mezzo fortissimo per la nostra Società oltre che tutti gli altri motivi per cui si deve fare bene il rendiconto. Il rendiconto è una potenza di informazioni, il rendiconto è una potenza di attrazione che unisce insieme gli animi. 
Miei cari confratelli, ma pensate che il pensiero genuino di Don Bosco in relazione alla nostra congregazione è che questa una famiglia; non solo fra noi salesiani, ma fra noi e i nostri allievi. E quindi questo spirito di famiglia, come potrà esistere se non c’è questa vicendevole confidenza amorosa che deve legare tutti i nostri cuori, tutte le menti, tutte le nostre azioni in unità di spirito, in unità di locale, in unità di azione identica per attuare la Gloria del Signore e la salvezza delle anime? 
Concludo, miei cari confratelli, perché è probabile che l’abbiate già sentito, me lo sono proposto anche in questi esercizi, oltre alla parola del nostro Don Bosco, di richiamare quella del nostro venerabile Rettor Maggiore, e della parlata che ha fatto a quelli - per modo di dire perché ce n’erano tanti, - ad ogni modo ai confratelli, presenti, vero, nell’ultima sua conferenza al Don Boscosha: 
“Un altro punto importante è il rendiconto. Vedete, lo dico sempre; la direzione della congregazione si basa sul capitolo superiore, sul consiglio ispettoriale, capitolo delle case e il rendiconto. I confratelli bisogna farli parlare. Che non ci sfugga la vita della casa, e per non lasciarcela sfuggire non c’è altro mezzo che il rendiconto. Ricordiamolo bene, l’educazione dei confratelli avviene per mezzo del rendiconto.”
Voi mi direte: “Ma legga questo qui a coloro che devono ricevere il rendiconto.”
Dobbiamo sapere anche noi quello che dobbiamo fare, perché il rendiconto non lo fa mica il direttore; il direttore e l’Ispettore lo farà per i suoi superiori. Va benissimo eh, noi dobbiamo fare il rendiconto vero al nostro superiore. 
“Un direttore che fa bene il rendiconto dei confratelli, fa il 90% della direzione della casa. Il rendiconto è fatto perché i confratelli vengano a parlare, a confidarsi, a sfogarsi. Come può un direttore sapere tante cose della casa, se i confratelli non parlano? E non dia loro modo di parlare? Che dicano le loro impressioni, che manifestino quanto trovano di irregolare, di fuori posto, - io aggiungerei, specialmente nella loro  anima.- Se c’è qualche cosa che non va, può darsi che l’interessato si guardi bene dal dirlo; ma qualcuno si sarà bene accorto; qualcuno avrà saputo. Parli e manifesti chiaro al direttore. Se vediamo nei confratelli quello che noi non ci saremmo aspettati, non è sorpresa; siamo insieme per aiutarci. Ab altero fulcetur. È naturale che capitino queste cose; a chiunque possono capitare, anche a me che sono Rettore Maggiore, perché siamo uomini e niente di quello che è umano è impossibile. È per questo che abbiamo bisogno di guida. Ricordatevelo bene, uno che non si lascia dirigere, casca. Questo è il primo dovere del direttore; farlo senza fretta nel tempo più adatto; e io direi, questo è il dovere anche dei singoli soci. Di fare il loro rendiconto senza fretta e nel tempo adatto. Perchè il dovere del rendiconto non è un semplice dovere del direttore; è il dovere di ogni socio. Nella regola c’è che ognuno deve presentarsi. Attenzione ai giovani e ai confratelli isolati; i giovani hanno bisogno di essere amati e di amare, in tirocinio soprattutto. Hanno bisogno di essere amati questi cari confratelli.”
Qui si parla in generale dei chierici; avrei voluto dire, al nostro Rettor Maggiore, parli anche dei nostri giovani coauditori. E sotto un certo rispetto forse più hanno bisogno di direzione questi giovinotti, che i nostri chierici, pur avendone estrema necessità e bisogno anche loro. E quando sono giovanotti non crediate che si accontentino dell’amore della mamma, sentono il bisogno di un altro amore, e se non lo trovano nel superiore o nel direttore lo cercano altrove. È la storia della congregazione. Ed è una statistica che fa pensare. 300 e più perdite in un anno; con una sessantina d’ispettorie risultano in media 6 per ispettoria. E badate bene, si tratta soprattutto di quelli che sono in tirocinio. 
Voi mi direte che non furono curati nello studentato o nelle case di formazione. Quando eravamo là, nei bei tempi di Valsalice, sapeste le lettere che arrivavano al povero direttore. Ma cosa fanno nello studentato quelli là, che razza di chierici ? Ben fatto che qui il Rettor Maggiore dice: 
“Non dite che non furono curati nello studentato o nelle case di formazione. Furono mandati nelle case pieni di entusiasmo e di buona volontà; e si sono perduti durante il tirocinio. Questo lo so. Alcuni direttori pensano solo a tirar su fabbricati, a sistemare locali. Ma che importa a me di muri se perdete i confratelli che sono la vita delle mura. Quando un chierico si sente soprattutto lasciato solo, non curato, - e pensate agli assistenti, soprattutto agli assistenti generali che son sempre coi giovani, mai con la comunità; - quando un giovane chierico si trova... e si sente non trattato bene, rimproverato, si scoraggia e se ne va. Ricordatevi che la parola dura non si dimentica più.” 
E adesso cari chierici, non spaventatevi: 
“Non pretendete da loro quello che non possono dare. I chierici sono ancora bambini e quindi bisogna saperli comprendere, compatire, aiutare e soprattutto incoraggiarli.”  
Questo “bambini,” intendetelo, nella vita della perfezione. 
Ecco, miei cari confratelli; questi pensieri più o meno coordinati, ma mi sembra che in questi c’è tutto il cuore di Don Bosco, nel dare ai suoi figlioli con la vita religiosa questo mezzo che è così importante per il bene dell’anima, oltre che per tutti gli altri vantaggi. 
Nonostante le difficoltà, facciamolo bene il rendiconto. Coloro che lo devono ricevere, lo ricevano bene. E direi così: a dimenticanze, a difficoltà, si cerchi di venire incontro con l’invito, in maniera tale che realmente tutti i nostri cari confratelli salesiani possano usufruire di questo gran mezzo che personalmente è importantissimo - ripeto - per il bene dell’anima e, socialmente parlando, è più che indicatissimo e importantissimo per il bene della nostra congregazione. 
Confidenza, amiamoci vicendevolmente dell’amore di Gesù Cristo, vivificante la potenza della nostra buona Madre la Madonna, ci aiuti realmente a compiere anche questo nostro dovere.
Sia lodato Gesù Cristo.