Santità Salesiana

Esercizi ai Salesiani 1955 - L’obbedienza

Sesta predica - L’OBBEDIENZA
27 luglio 1955 pomeriggio

 

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Vogliamo questa sera proporci con il nostro Don Bosco e sentire la sua parola, in relazione a un punto certamente fondamentale per la nostra vita religiosa: l’obbedienza.
Già ancora prima che il nostro Don Bosco avesse avuto l’approvazione della sua congregazione, si può dire agli inizi delle sue pratiche per potere riuscire nell’intento, cercava di far fare un pò di noviziato sui generis a quei giovani che aveva intorno, in cui vedeva che ci poteva essere la buona stoffa per diventare poi suoi buoni aiutanti, i primi salesiani. 
Nel 1862, fa con loro un piccolo discorsetto in cui parla precisamente dell’obbedienza, proprio in una di quelle prime sedute capitolari che facevano quei primi, quando dovevano ammettere fra di loro qualcuno dei loro compagni. E in una serata parla appunto dell’obbedienza e dice: 
“Oboedientia est voluntas prompta se tradendi ad ea quae vertunt ad Dei famulatum. Questa definizione coincide con quella di devozione. Noi abbiamo bisogno che ciascuno sia disposto a fare grandi sacrifici di volontà; non di sanità, non di macerazioni e penitenze, non di astinenze straordinarie di corpo, di cibo, ma di volontà. Perciò, uno adesso deve essere pronto, ora a salire il pulpito, ora ad andare in cucina, ora a fare scuola ed ora a scopare; ora a fare il catechismo o pregare in chiesa, ed ora assistere nelle ricreazioni, ora a studiare tranquillo nella sua camera, ed ora accompagnare i giovani alla passeggiata; ora a comandare, ed ora ad obbedire. Con tale disposizione di animo operando, avremo la benedizione di Dio perché saremo veri suoi discepoli e servi. Domanda forse il Signore, - diceva Samuele a Saulle - degli olocausti o delle vittime, e non piuttosto che si ubbidisca alla sua voce? Dobbiamo perciò ascoltare e seguire con generosità la voce del superiore che rappresenta Iddio e la voce del dovere. Seguendo questo raggiungeremo il fine della nostra vocazione, ci faremo dei grandi meriti e salveremo le anime nostre e quelle degli altri.”  
Ecco come Don Bosco incominciava ad instillare nei suoi primi aiutanti, il concetto di obbedienza. Rimettersi completamente nelle mani del superiore che rappresenta il Signore, che rappresenta la voce del Signore. È, - diremo - una forma pratica, ed è precisamente quella di cui dobbiamo servirci anche noi. Cercando precisamente di ravvivare la nostra fede, - non c’è altro miei buoni confratelli - e  fare un forte esercizio di volontà e di giudizio.
Con la grazia del Signore, se faremo in questa maniera, e se capiremo, direi, più che teoricamente, l’eccellenza dell’obbedienza, la necessità, eccetera, se comprenderemo praticamente perché abbiamo bisogno dell’esercizio di questo voto e di perfezionarci nella virtù, abbiamo bisogno, dico, in tutti i momenti della giornata, ad ogni nostra azione, perché precisamente il nostro giudizio, la nostra volontà, la nostra sensibilità, continuamente, se non stiamo in guardia, sono in urto precisamente con la volontà del superiore. 
Vi ricordate della circolare di cui abbiamo parlato in cui il nostro Don Bosco parla della unità sia nell’esercizio della moralità, sia nell’esercizio dell’amministrazione. E diceva ancora, che ci doveva essere unità nell’obbedienza e spiega la cosa in quella circolare, in questa maniera. 
“In ogni corpo vi deve essere una mente che regga i suoi movimenti. E tanto più attivo e doveroso sarà il corpo, quanto più le membra saranno pronte ad ogni suo cenno. Così nella nostra Società, sarà necessario che qualcuno comandi e che gli altri ubbidiscano. Accadrà talvolta, - eh vedete come alle volte noi giudichiamo velocemente anche i nostri superiori, ed è anche la realtà, non c’è mica da impressionarsi, - accadrà talvolta che chi comanda sia il meno degno; - si può anche aggiungere, sia il meno capace a nostro modo di vedere. - Capiterà anche questo. Si dovrà perciò negargli ubbidienza? No, perché così facendo il corpo resta disorganizzato, e perciò inetto ad ogni operazione. Si abbia sempre presente che il superiore è il rappresentante di Dio e chi ubbidisce a lui, obbedisce a Dio. Che importa che in molte cose sia inferiore a me? Si ha più merito, è più meritoria la mia sottomissione. E d’altra parte si pensi che il comandare è un peso enorme, e quel povero superiore volentieri se ne sgraverebbe, qualora non l’obbligasse a tenerlo il vostro bene medesimo. Per la qual cosa procurate di alleggerirglielo col mostrarsi pronti all’ obbedienza, soprattutto accettando di buon animo qualunque suo comando e ammonizione, perché egli fa uno sforzo nel comandare, e quando vedete che le sue parole vi sdegnano e date indietro, forse non oserebbe ammonirvi altre volte e allora il male sarebbe vostro e suo. 
Se noi considerandoci membri di questo corpo che è la nostra società, ci accorgeremo a qualsiasi funzione che ci tocchi di fare; se questo corpo sarà animato dallo spirito di carità e guidato dall’obbedienza, avrà in sè il principio della sua sussistenza e l’energia ad operare grandi cose a Gloria di Dio, al bene del prossimo e alla salute dei soggetti. Non si vuol però intendere che uno sia obbligato ad indossare pesi che non possa portare. Ciascuno, quando non si sentisse di fare quel tale ufficio che gli è stato affidato, ne parli, e gli sarà tolto. Quello solo che si richiede sia che ognuno sia disposto a fare ciò che può quando gli venisse imposto; di modo che, se anche un prete fosse in necessità di lavare i piatti, eh lo faccia.” 
Vedete, sono pensieri, che sembrano molto semplici, molto ragionevoli. Ma vedete il fondo su cui insiste il nostro caro padre; ci vuole un pò di spirito di fede, che comprendiamo precisamente che l’autorità proviene dal Signore, e che colui che ci comanda e quelli che con lui cooperano al buon andamento della casa e ci guidano, sono rappresentanti del Signore da cui proviene l’autorità.
E in un’altra occasione nel 1876 chiarisce ancora più fortemente la posizione del superiore, perché si possa ottenere realmente questa unità di azione fra tutti i confratelli della casa, fra tutti i confratelli, possiamo dire, dell’ispettoria, fra tutti i membri della congregazione.
“Tra noi il superiore sia tutto. Ciò che avviene per il Rettor Maggiore per tutta la società, bisogna che avvenga per il direttore in ciascuna casa. Esso deve fare una cosa sola col Rettor Maggiore, e tutti i membri della sua casa devono fare una cosa sola con lui. In lui ancora deve essere come incarnata la regola. Non sia lui che figuri, sarà la regola. 
Si procuri inoltre di conservare la dipendenza fra il superiore e l’inferiore e ciò, spontaneamente, non coacte, per forza. I subalterni si impegnino molto a circondare, a aiutare, sostenere, difendere il loro direttore, e stargli fitti attorno; far quasi una cosa sola con lui. Nulla facciano senza dipendere da lui, perché così facendo non dipendono da lui, ma dalla regola. Non voglio dire qui che non si faccia nessuna azione, volta per volta, senza il consenso del direttore; ma intendo che tutti si regolino secondo gli avvisi e le norme che il direttore ha dato. E nelle cose in genere o improvvise da farsi, non si proceda a capriccio ma si abbia sempre lo sguardo rivolto al centro di unità.” 
Vedete miei buoni confratelli, ripeto questo pensiero, perché mi pare che sia così utile, direi così, più capibile sotto questa formula a noi, affinchè realizziamo precisamente questa unità di corpo, questa unità di spirito, senza della quale le forze si disperdono; e ripeto, se nella nostra cara ispettoria, come nelle singole case non si riesce a fare tutto quel bene che si fa, è precisamente da questo. Non siamo uniti in un corpo solo, in una mente sola, in una parola sola, in una azione sola. Segni per la propria e la purezza delle anime, non sono in questi termini.
E allora Don Bosco insiste ancora su un altro punto, quello che egli chiama “la disciplina”. 
“Esatta osservanza di tutte le regole, tanto delle costituzioni, come delle particolari per i vari uffici che vengono assegnati.” È una magnifica circolare del 15 novembre 1873, proprio nell’anno dell’approvazione della Congregazione. 
“Voglio parlarvi del fondamento della moralità e dello studio, che è la disciplina fra gli allievi. Voglio esporvi i mezzi che l’esperienza di 45 anni trovò fecondi di risultati buoni. Per disciplina, non intendo la correzione, il castigo, la sferza, cose che da noi non vanno date. Nemmeno l’artificio o la maestria di una cosa qualunque. Ecco, per disciplina intendo un modo di vivere, conforme alle regole e costumanze di un istituto. ...Per ottenere buoni effetti dalla disciplina, prima di tutto conviene che le regole siano tutte, e da tutti osservate. Questa osservanza devesi considerare nei soci della Congregazione e anche negli allievi dalla Divina Provvidenza affidati alle nostre cure. Quindi la disciplina rimarrà senza effetto se non si osservano le regole della società o della congregazione; credete miei cari, da questa osservanza dipende il profitto morale e scientifico degli allievi, oppure la loro rovina.
A questo punto voi vi domanderete: quali sono queste regole pratiche che ci possono giovare all’acquisto di tanto prezioso tesoro. Due cose: una generale e l’altra particolare.
In generale, osservate le regole della congregazione e la disciplina trionferà. 
In particolare, nessuno ignori le regole proprie del suo ufficio. Le osservino, le facciano osservare dai dipendenti. Se chi presiede agli altri non è osservante, non può pretendere che i suoi dipendenti facciano quello che egli trascura, altrimenti si direbbe: Medice cura te ipsum.” 
E continua nella lettera a distinguere precisamente i doveri del direttore, i doveri del prefetto, i doveri del catechista, dei maestri e degli assistenti. 
Ecco un consiglio pratico che ci davano sempre i nostri superiori. Durante gli esercizi spirituali, mentre siamo invitati alla lettura della regola, - pur facendosi anche in pubblico quel poco che si può, - ad ogni modo uno fa la lettura di tutte le regole dei regolamenti, ma in modo speciale in occasione degli esercizi Spirituali, e sarebbe più che lodevole in occasione dell’Esercizio di Buona Morte, ognuno si prenderà il libretto, e l’ispettore ha i suoi doveri, il direttore ha i suoi doveri; vi sono elencati i doveri del prefetto, del catechista, del consigliere e anche dei lavori e doveri particolari per i maestri d’arte, degli assistenti, eccetera. Ognuno deve prenderle in mano, - questa è la forma più pratica, - e allora in questa forma pratica noi veniamo proprio a vedere se abbiamo osservato i nostri doveri, se li abbiamo compiuti bene; e siamo in grado di valutare precisamente cosa ci sarebbe da rifare. Non è una cosa difficile. Mi sembra una cosa più che ragionevole su questo punto.
Le nostre case si possono paragonare a un giardino. Il direttore è il giardiniere, le pianticelle sono gli allievi; tutto il personale sono i coltivatori che dipendono dal padrone, ossia dal direttore che ha la responsabilità delle azioni di tutti. 
“A tutti poi è caldamente raccomandato di comunicare al direttore tutte le cose che possono servire di norma a promuovere il bene ed impedire le offese del Signore.” 
Il rendiconto; tutte le volte che abbiamo bisogno. Specialmente coloro che hanno delle responsabilità speciali, bisogna che siano in contatto continuo col direttore. Allora vedrete che le cose possono procedere bene.
La raccomandazione che continuamente fanno i nostri superiori: che funzionino i capitoli delle case, che funzioni il capitolo ispettoriale, che funzioni il capitolo superiore. Che siano eseguite quelle conferenze, che siano eseguite quelle radunanze, o settimanali o mensili che sono prescritte nei nostri regolamenti. Delle volte non si ricordano, ...non si può... e intanto rimaniamo privi precisamente di questa unificazione di tutte le forze della casa, di tutte le forze dell’ispettoria per poter riuscire a fare i nostri doveri. 
Ma su miei cari confratelli, mettiamoci tutti quanti con grande impegno. Mi sento di poter dire praticamente: se noi osserviamo le nostre regole, - ve lo ricordate là, quel capitoletto dei 5 difetti da evitare, - se ognuno fa la sua parte meglio che sa e può, e nei limiti del possibile, nelle difficoltà, nei dubbi, si concorda fraternamente, sia coi suoi confratelli, sia col direttore, beh, vedete, le cose ma  non possono non andar bene, se noi eseguiamo benissimo l’obbedienza in questa forma pratica. 
Il nostro superiore nella sua visita ha parlato anche dell’obbedienza. 
“L’ubbidienza ci fa rimirare Dio nei superiori. Assieme all’ubbidienza la familiarità è una caratteristica salesiana che costa. Questa familiarità però non abbia a guastare l’obbedienza, non abbia a rendere il confratello giudice del suo superiore, quasi fosse un compagno di classe.” 
Anche se siete stati compagni, quando uno è superiore bisogna rispettarlo e riverirlo; ma noi che facciamo?… Ha visto bene, ha toccato bene; e può essere precisamente che in relazione a questo punto il sottoscritto debba dire il suo: Mea maxima culpa! e se ci fosse un superlativo ancora più grande, meglio. Perché forse, è dipeso, direi, da questo povero uomo, forse questa eccessiva familiarità. 
Perciò chi non è superiore, deve evitare la critica, deve evitare l’intervento fuori posto nelle attribuzioni del superiore, perché questo guasta l’ubbidienza e la carità. Attenti a quel che vi dico: Chi non ha dirette responsabilità, prima di giudicare ci pensi dieci volte; prima di parlarne con altri e di criticare, ci pensi cento volte. E badate che, - questo è sicuro, - non bisogna che abbiamo timore di fronte al Signore di dire i nostri peccati, che diciamo in segreto quando ci confessiamo; ma diciamo, facciamo pure questo rendiconto. Badate che è uno dei tanti punti debolissimi della nostra ispettoria. 
Proprio questo pensiero. Ricordo che negli ultimi esercizi, mi sembra - divento vecchio e la memoria... e poi non ho l’abitudine, non ci penso più. Non venitemi a domandare cose degli avvenimenti passati, date, e cose simili, non mi ricordo. -  Ma ricordo questo, che, mi sembra sia stato l’ultima muta di esercizi che ho predicato ai miei cari confratelli prima di andare in Italia. E so che feci una calorosa raccomandazione ai miei cari confratelli dicendo: “Facciamo tutti insieme questo proposito fermo, di togliere tra di noi in nome della carità, in nome della giustizia, di togliere tra noi questo difetto. Quali siano stati i risultati, non saprei. Quale sia stato l’impegno dei singoli per potere riuscire a questo intento non so. So questo, e lo trovo qui scritto e l’ho udito coi miei orecchi dalle parole del nostro caro Rettore Maggiore. 
Ecco miei cari confratelli, vogliamo essere davvero obbedienti, ognuno faccia la sua parte. L’ispettore ha le sue responsabilità come le hanno i superiori maggiori; il direttore di ogni casa ha la sua responsabilità come l’hanno tutti i direttori delle case; ognuno di noi, prefetto, consigliere, e andate dicendo, avete le vostre responsabilità di cui dovete rendere conto al Signore. Abbiamo sentito la bella meditazione del giudizio; ed è questo, vedete, la cosa più terribile per un superiore. Specialmente per un superiore che non solo ha la responsabilità dell’anima sua, ma ha la responsabilità dell’anima di tutti i suoi dipendenti. 
E allora, ma pensiamo alle nostre responsabilità. Che cosa dobbiamo andare a immischiarci nelle responsabilità degli altri. Facciamo il nostro dovere. Non trovo altra soluzione, miei cari confratelli per riuscire precisamente a che, la nostra ispettoria venga risanata più fortemente in relazione precisamente a questo punto, non c’è altro che questo. Cerchiamo di vederlo meglio e ognuno faccia  proprio proposito, - speriamo che l’abbiamo fatto tutti nella meditazione di ieri sera – di essere veramente padroni della nostra bocca, della nostra lingua e del nostro pensiero. E poi miei cari confratelli, mi sembra, che non c’è altra soluzione che questa, che tutti quanti prendiamo il coraggio a due mani, e dovremmo averlo, perché si tratta della Gloria del Signore, si tratta della carità, si tratta del bene delle anime. Questo è il vero bene delle anime; perché cioè, quando noi ci troviamo in conversazione e si cade, perché non ci si pensa, ah non si pensa neppure all’ennesima, - non saprei come dire, - intenzione. Ma non che retta, proprio non ci si pensa, è un’abitudine talmente incarnata che non ci si pensa. Si parla di tutto, di tutti, e specialmente, evidentemente, dei superiori. 
Non c’è, ripeto, altra che questa soluzione. Che abbiamo anche il coraggio di dire: ma, in questa situazione ma piantiamola lì. E se non si pianta lì, ognuno abbia, - direi così, - scuse; e - se ha paura,-  scuse per dire: Ho idee contrarie,e se non si possono trovare scuse, piantiamo la conversazione. E in qualche altra occasione, se ci fossero conversazioni gravi in relazione a questo, in relazione a tizio, caio, sempronio, superiori, inferiori, superiori maggiori, ma si dica: basta! Di fronte a me questi discorsi non si possono, non li voglio sentire. Ed è finito. Bisogna che veniamo a questi punti, sennò, miei cari confratelli, in questo non ci correggeremo; e quindi non accontenteremo il Signore. 
Vi ricordate Sant’Agostino, Sant’Agostino là nella sala del Vescovo, viveva insieme ai suoi preti. E aveva tutti gli invitati e c’era scritto là: “Coloro i quali intendono di venire a questa mensa e intendono di sparlare del prossimo, pensino che qui non trovano posto e se ne vadano.” 
Perché, dunque, non lo possiamo fare anche noi. Ah, questo miei buoni confratelli, sarebbe proprio un buon proposito. Insieme certamente parlate però spesso di cose per l’anima individuale ancora più importanti. Io questo non so, è affare di ognuno di noi. - Ma penso che per riuscire a questo intento, per me non trovo altra soluzione. Prego il Signore che ci aiuti realmente a comprendere questo e a correggere nel più breve tempo possibile.
“La vostra ispettoria è formata e vitale; potrà vivere e svilupparsi. Ha un bell’avvenire; ringraziamo il Signore. Se sarete santi e se sarete uniti, ben organizzati e alle dipendenze di chi vi deve dirigere, farete dei miracoli. Eppure, vedete, fra di voi altri, ci sono non pochi che sono pessimisti in relazione a questo. Sembra che non si riesca a far niente.”
No, no, no, questo è un cattivo pensiero; perché vedete, il pessimismo ci irrigidisce, non ci fa valere delle forze. È la superbia, diremo così, che diffida della Grazia del Signore. “Omnia possum in eo qui me confortat.” È così che dobbiamo pensare, è così che dobbiamo pensare il bene dell’anima nostra; è così che dobbiamo pensare l’apostolato missionario tra i nostri allievi, tra i nostri cristiani, fra tutto il popolo giapponese. Almeno indirettamente, con la parola, con la stampa, nelle forme insomma che ci sono possibili.
No, no, non siate pessimisti. Ricordatevi che nell’apostolato noi siamo zero; chi salva è il Signore. E quando vedete il bene che si fa, dovete dire: “A Domino factum est istud.” Noi siamo dei semplici strumenti. Se noi corrispondiamo, Iddio farà dei miracoli. Ma delle difficoltà, non dobbiamo parlarne troppo; bisogna essere ottimisti. Ma che ci siano delle difficoltà, chi lo nega? Cominciamo a prendere la prima difficoltà, il clima, le usanze, la lingua. Se potessimo dire, il carattere del popolo e andate dicendo, e tante altre difficoltà che conoscete specialmente voi, che vivete nella vita della missione, che vivete nella vita della casa a contatto col personale insegnante giapponese, a contatto con tante e tante persone.
Va be’, noi a Chofu forse siamo qui a insegnare qui, quae, quod, - vedete – la storia, la filosofia. Non lo so, ma bisogna fare anche questo. Ma dico, miei buoni confratelli, se di fronte alle difficoltà, non si riesce di qua e di là, di su.. e giú. Ma io ricordo nei primi tempi. I missionari, di cui ho già parlato: “Ma perché voi altri salesiani perdete tanto tempo coi ragazzi; non riuscirete a fare niente.” Vedete adesso le nostre scuole; e se non avessimo fatto niente, sicuro, saremmo riusciti precisamente a non fare, come han fatto gli altri. Non voglio criticare, dopo quello che ci siamo detti. Ma i nostri cari confratelli della Cina, per 25 anni non hanno fatto niente, perché? Perché vivevano il sistema missionario delle missioni estere di Parigi. Non una vocazione, niente!
Ecco, miei buoni confratelli; dunque non lasciamoci disanimare. Avanti, facciamo bene il nostro dovere. E specialmente dico, ci sia precisamente questa unione. Ritornerò forse sull’argomento anche nel punto della carità, perché quello è poi il massimo sforzo che noi dobbiamo fare per amare intensamente il Signore, amare noi stessi, perché se non ci vogliamo bene come fratelli, ma come possiamo lavorare insieme. È impossibile. Mangiarsi gli uni con gli altri, con la testa e con le parole; e invece di aiutarci e stenderci generosamente la mano, specialmente vero, quando siamo nelle necessità, ecco che facendo così non si riesce, non si riesce.  
Ecco, miei buoni confratelli. Ascoltiamo la parola del nostro Don Bosco: 
“Il superiore, chiunque sia, è il rappresentante del Signore.” 
In altri tempi, facevo, - forse lo ricordate, - l’esempio che a me rappresenta il paragone più facile. Noi abbiamo la necessità dell’acqua. Dove la si prende quest’acqua? Ma ci son tanti punti; ci sono i serbatoi di qua e di là. Andate là nelle alte montagne; vedete come fanno a raccogliere l’acqua, questa brava gente là, dei murà (paesi) spersi nelle conche; un tubo di bamboo, di takè va benissimo, che, avanti piglia il piccolo filetto dell’acqua e lo conduce là, e quest’acqua dopo si raccoglie. Dopo ci sarà un tubo, magari, di terracotta; poi dopo più tardi ci sarà una diga; e di lì partiranno tubi di ferro. Li abbiamo visti là, vero, nelle grandi montagne; e vengono in città, e l’acqua si ammassa, si ammassa, si ammassa e si distribuisce a tutte le case. Tubi di piombo, li volete più ricchi? Ma mettete i tubi d’oro, d’argento. Che cos’è che importa? È il tubo? È l’acqua miei cari confratelli. 
Sì, sì; il superiore rappresentatelo come il tubo; alle volte può essere un povero takè (bamboo), un’altra volta può essere un povero coccio di terracotta; sicuro. Perché vedete, perché uno è superiore, non vuol mica dire che sia la quinta essenza della bontà, dell’ingegno, della prudenza. È il rappresentante del Signore. A me l’importante è questo: di udire la voce del Signore, da qualunque parte mi venga. E son sicuro che quando mi viene dal superiore, è la volontà di Dio, ed è questa che io devo fare; è questo che io ho promesso di fare. L’ho promesso con voto; e inoltre - l’ho detto, - voglio spingere la mia obbedienza ancora più in sù. Non essendoci altro materiale, non essendoci atto di volontà, magari nella testa brontolando e gemendo e non si sa perché, dopo aver promesso, faccio, faccio, faccio, e poi quando si tratta all’opera di dovere fare, avanti, avanti, avanti. 
Oh, questo non va di qua e di là, e di su e di giù... Il giudizio è la cosa più difficile. E il Signore mi ha dato questa testa: debbo giudicare. E noi siamo, vedete, in questa alternativa, lo capite anche voi. Per dovere debbo giudicare. Debbo giudicare me stesso prima di tutto; debbo giudicare i miei allievi. Avete le vostre adunanze settimanali, le vostre adunanze mensili; in occasione degli esami dovete valutare i vostri allievi. Son giudizi; i giudizi non solo sulle capacità, ma sulla diligenza, sulla condotta, e andate dicendo. Questo è il dovere. Il dovere di ognuno di noi che ha una responsabilità è riferire nel rendiconto precisamente quanto egli compie più o meno esattamente del suo dovere. Non è così miei cari confratelli? E dall’altra parte io non debbo giudicare. Non debbo giudicare quello che non è direttamente sotto la mia responsabilità. Non debbo giudicare il comando del superiore.
Vedete la bontà però della nostra regola, la ragionevolezza della nostra regola. Lo dice chiaro Don Bosco, lo abbiamo letto: “Non ti senti, hai delle difficoltà? Ma esponile.” 
Ecco questa familiarità; ecco il vedere nel superiore - ed è per questo che Don Bosco dice precisamente che “L’ obbedienza si rassomiglia alla devozione, alla pietà.” È questo amore filiale, la pietà, - vero, - verso il Signore. E questo amore filiale, noi  lo dimostriamo verso il nostro superiore, chiunque esso sia. 
Ecco miei buoni confratelli, quello che è il giudizio. Non posso non giudicare, - dico. - Io mi figuro il giudizio come l’occhio, mi figuro il giudizio come il mio orecchio, mi figuro il giudizio come i miei sensi. I miei sensi hanno il loro ufficio: c’è la luce, leggo. Ma quando non voglio vedere, chiudo gli occhi. Ho le orecchie: e sento i suoni. Oh, la bellezza dell’armonia, dei suoni! Ma quando non voglio sentirla perché mi disturba, perché può suscitare in me delle passioni, chiudo, gli occhi. Dovremmo chiudere continuamente, quando ci viene l’idea di giudicare, la nostra bocca con un lucchetto che salvasse fortemente questo strumento così grande che ci ha dato il Signore per potere compiere il nostro apostolato di bene, in poche parole, e nello stesso tempo, questo strumento così terrificante quando noi lo adoperiamo nel male.
E così è nel giudizio. Sicuro, non posso non giudicare, perché non posso non vedere. Ma posso chiudere gli occhi. Posso chiudere il giudizio, - non è espressione filosofica, poco importa - capite il pensiero. Debbo chiudere il giudizio. - No! E si fa, contrariamente al nostro pensiero e non c’è bisogno di discutere. Se il nostro pensiero è contrario a quello del superiore, anzi si chiude, e si continua e si fa il proprio dovere. 
È così che bisogna che ci abituiamo miei cari confratelli se vogliamo diventare veramente obbedienti ed acquistare il merito dell’obbedienza. - Che merito c’è? - Il Signore ci dà, anche ci fà questa carità di darci il merito anche quando non ci costa nessuna fatica. Ma è certo che quando è una rinunzia del nostro io, del nostro modo di pensare, certamente il merito che noi abbiamo nell’obbedienza è infinitamente superiore. 
Su dunque, miei cari confratelli! Santa allegria, perché l’allegria per Don Bosco rappresenta la pace, la tranquillità dell’anima, in pace con Dio. Santa allegria in pace coi nostri confratelli. Ma vogliamoci bene veramente come fratelli. Pace coi nostri superiori, che anche loro hanno le loro difficoltà da combattere. Aiutiamoli, - come dice Don Bosco; - stringiamoci intorno ai nostri superiori, - potremo dire così, - una cosa sola con loro. E allora, ma non ce l’ha ripetuto tante volte il nostro Don Bosco, che per noi salesiani la nostra santità consiste nel compiere il nostro lavoro ordinario giornaliero per amore del Signore? È una roba difficile? Su, su, dunque! 
Ci aiuti Maria Santissima, la Madre dell’umiltà: “Ecce ancilla Domini. Fiat mihi secundum verbum tuum.” E quando noi ci troviamo di fronte all’obbedienza, ci piaccia o non ci piaccia, - e d’altra parte le nostre obbedienze son poi tutte lì scritte nelle regole, che abbiamo già promesso, ve lo dico ancora, - ci piaccia o non ci piaccia, non possiamo far altro che un bel atto di umiltà. E domandiamo al Signore e alla nostra buona Madonna, la forza di eseguire questa obbedienza. “Vir obediens loquetur victoriam.”