Santità Salesiana

Esercizi ai Salesiani 1955 - La carità

Decima predica - LA CARITA’
29 luglio 1955 pomeriggio

 

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Potevamo considerare questa giornata, la giornata della carità, sia per la meditazione fatta, e poi vorrei concludere queste nostre conversazioni dicendo due parole in relazione a questa che è poi la massima virtù, che “Dio è carità” e i comandamenti della legge di Dio, due: “Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutte le tue forze ed ama il prossimo come te stesso.” E se riuscissimo a far questo, miei cari confratelli, eh, questo basta, sufficit. 
E abbiamo adesso letto anche le parole del nostro caro Padre, in quel bel capitoletto che precede le nostre costituzioni. Nell’ambito delle costituzioni non ci sono cose speciali in relazione alla carità, ma voi lo sapete, il capitolo secondo in cui si tratta della vita comune è tutto impregnato di carità. Poi, sappiamo che l’essenza del nostro sistema educativo è precisamente la carità. E facciamo in modo, miei cari confratelli, che questo benedetto sistema preventivo, non cerchiamo di usarlo semplicemente per gli altri. Incominciamo ad usarlo per noi. Incominciamo ad usare questa santa carità all’anima nostra affinché si prevenga anche da essa il male; affinché nutriamo l’anima nostra di tutti quei mezzi di carità, che mette a nostra disposizione il Signore, che mette a nostra disposizione la regola. 
Ho scelto tra gli scritti di Don Bosco due punti che formano l’argomento di questa sera. Non è che ci siano cose specialissime, ad ogni modo, pensando l’occasione in cui furono scritte queste cose, che adesso brevemente leggeremo, mi pare che debbano essere per noi un grande insegnamento e un grande incentivo.
I primi pensieri sono dieci brevissimi pensieri che il nostro Don Bosco scrive, in quella che siamo soliti chiamare, l’abbiamo già accennato, “Lettera Testamento”. In procinto della persuasione che il Signore lo chiamava, espresse, direi, tutti quanti i suoi pensieri che avrebbe voluto dire ad ognuno dei suoi figlioli, in questa lettera, che senza un ordine realmente logico, ma che viene a toccare tutti i punti più interessanti della vita della nostra congregazione, ha voluto precisamente, a nostra istruzione, fissare quei punti necessari per il buon andamento e per raggiungere perfettamente lo scopo della medesima. 
Vi è un capitoletto intitolato precisamente: "Ai confratelli dimoranti in una medesima casa". 
Carità fra di noi, vita comune fra di noi. Abbiamo già sentito la parola del nostro padre. In unum locum, in unum spiritum, in unicum agendi finem. E ha voluto appunto rinchiudere in questi brevi pensieri il suo modo di pensare i confratelli che dimorano in una medesima casa. Sentite. 
“Primo: Tutti i confratelli che dimorano in una medesima casa devono formare un cuor solo ed un’anima sola col loro direttore.” Non c’è bisogno di commentare.
“Secondo: Ricordino però bene a memoria che la peste peggiore da fuggirsi è la mormorazione. Si facciano tutti i sacrifici possibili ma non siano mai tollerate le critiche intorno ai superiori. Non biasimare gli ordini dati in famiglia, nè disapprovare le cose udite nelle prediche, nelle conferenze, o scritte o stampate nei libri di qualche confratello. Ognuno soffra per la maggior gloria di Dio e in penitenza dei suoi peccati. Per il bene dell’anima sua fugga le critiche nelle cose di amministrazione, nel vestito, nel vitto e nell’abitazione. Ricordatevelo figlioli miei che l’unione tra direttore e sudditi e l’accordo tra i chierici forma nelle nostre case un vero paradiso terrestre.”  
Anche qui non c’è bisogno di spiegazione. Non dimentichiamo la bella meditazione sul giudizio del sabato: Deus qui iudicat me. Teniamo a freno miei cari confratelli la nostra lingua e più che la lingua, la testa. Fortificazione di volontà. Ripeto il medesimo pensiero. Se troviamo qualche cosa che non è perfetto - eh, come mai può esserci la perfezione? La perfezione, dice il nostro San Francesco di Sales, la vedremo quando mettiamo il primo piede in Paradiso. - Certo, delle deficienze, in qualsiasi punto noi vogliamo considerarle, noi le avremo sempre. Ma usiamo questa carità a coloro che sono responsabili in relazione alle varie mansioni, e per cui noi sentiamo il bisogno di dirgli il nostro parere. Delle volte può essere un bene; ma invece di dirlo fra di coloro che non possono assolutamente porre riparo alla questione, ma andiamo direttamente da colui che è responsabile, vero, a dire: c’è questo e questo. E perché invece di fare questo, diciamo: ma perché il tale di quà e di là. Sono cose inconcludenti. Mentre invece se amiamo realmente, identicamente quando si tratta di difetti, - chi è che non ha dei difetti. Ma ne abbiamo tutti. - ma se vogliamo il bene dell’anima di quel nostro confratello, di quel nostro giovane, eccetera, ma perché proprio parlare di questi difetti in una conversazione tra individui che non hanno proprio nessun interesse a sentire quelle cose? Ma non vi sembra logico? miei cari confratelli. Io me lo sono domandato centomila volte; ma dico: ma perché, perché facciamo così e non andiamo alla fonte che potrebbe realmente forse mettere al riparo tutte queste cose? 
Così dite degli approvvigionamenti, come dice Don Bosco, e nei vestiti e nell’alimentazione e nelle cose di casa, eccetera; ma se siamo in famiglia, cerchiamo precisamente di aiutarci in questa maniera.
E ripeto, miei cari confratelli. Facciamo questo proposito. Cerchiamo di togliere precisamente dalle nostre case, dalla nostra ispettoria, togliere questa brutta nomea, che non si fa altro che brontolare. E cerchiamo nelle nostre conversazioni, quando si vede che la conversazione scivola in quel campo, ma avanti, oh, abbiamo il coraggio di dire o togliamoci da queste conversazioni o anche quando specialmente si trattasse di denigrazione dell’onore di un confratello, abbiamo la forza di dire: "Di fronte a me queste cose non si devono dire". E partiamo. È così, non c’è altra forma sapete, ci ho pensato. Mi sembra che non ci sia altra forma. Ed è in questa maniera che noi manifesteremo realmente la carità. 
Ricordatevi, è un pensiero che io ho ripetuto tante volte. Permettete che ve lo ripeta ancora. 
In mezzo ai nostri giovani, in mezzo ai nostri chierici, in mezzo ai nostri cari confratelli, a volte ci formalizziamo nel campo della perfezione, della santità in cose che non hanno neppure, diremo così, l’odore del peccato veniale. Ci son di quelli che si preoccupano delle distrazioni di pensieri inopportuni, eccetera, eccetera, e poi non si preoccupano dei peccati di lingua, dei peccati di pensiero contro la carità. Questi! Miei buoni confratelli, credetelo, io penso che il Signore ci benedirà a mille doppi se noi ci sforzeremo precisamente, nella pratica, a mantenerci fra noi in quella santa carità fraterna che è voluta da lui, e che sono le offese anche in minimis, sapete, quelle che gli dispiacciono di più, perché Dio è carità. 
“Non vi raccomando penitenze e mortificazioni particolari, - abbiamo già sentito, - voi vi farete gran merito e contribuirete alla gloria della congregazione, se saprete sopportare vicendevolmente le pene e i dispiaceri della vita cristiana con rassegnazione. Date buoni consigli tutte le volte che vi si presenta qualche occasione, specialmente quando si tratta di consolare un afflitto o venir in aiuto a superare qualche difficoltà, o fare qualche servizio, sia in tempo che uno goda di salute, oppure quando uno si trova in caso di malattia.”
Oh, questa è carità fiorita; e se ci guardiamo bene, sono fratelli, perché non dobbiamo compiere questo? E abbiamo l’occasione, vedete, tutti i giorni. E pensate questo, che il nostro Don Bosco ce lo suggerisce non mica semplicemente fra di noi salesiani; - ma non è quello che abbiamo letto anche in questi giorni? che egli lo faceva per qualsiasi anima che gli si avvicinasse. Ed è così che noi  realmente dimostreremo la vera carità ai nostri allievi, o a quelli con cui siamo in relazione; i nostri buoni missionari in relazione ai loro cristiani, in relazione a quelle persone, insomma.
Dicevamo questa mattina, non perdiamo neppure un’occasione per potere fare un poco di bene, anche se non riuscirà secondo quello che noi... Ma vedete il Signore comincia a benedire l’intenzione, non va mica a guardare il risultato delle nostre cose. È il cuore con cui noi compiamo i nostri doveri. Sa benissimo il Signore che siamo distratti, sa benissimo il Signore che non riusciamo, ma egli desidera vedere questo desiderio ardente di potere fare del bene all’anima in qualsiasi condizione: bene materiale, bene intellettuale, bene morale e andate dicendo.
“Vedendo che nelle cose della casa sia capitata cosa o fatto biasimevole, specialmente per le cose che solo potessero anche solo interpretarsi contro la legge di Dio, se ne dia rispettosamente comunicazione al Superiore. Esso saprà usare la dovuta prudenza a fine di promuovere il bene e impedire il male. E riguardo agli allievi, ognuno si attenga ai regolamenti della casa e alle deliberazioni prese per conservare la disciplina e la moralità fra gli studenti e gli artigiani. Ciascuno poi, - è questo vedete, che rassoda quei concetti che dicevamo prima in relazione a questo spirito critico - ciascuno poi, in luogo di fare osservazioni su quello che fanno gli altri, si adoperi con ogni possibile sollecitudine per adempire gli uffici che furono a lui affidati. Ognuno faccia la sua parte.”  
Sotto un certo rispetto, ma pensiamo prima di tutto a noi, perché alle volte volendo disperdersi, -  è la difficoltà come dicevo ieri in cui noi ci troviamo, che per ufficio dobbiamo giudicare - ma cerchiamo evidentemente, prima di giudicare noi stessi. 
Questi sono i pensieri che il nostro caro padre ha voluto affidare a tutti i suoi figliuoli che convivono nella medesima abitazione. 
Una seconda serie di pensieri che si riferiscono più direttamente al suo sistema educativo, al sistema cioè preventivo, lo tolgo dalla famosa lettera che ho già accennato, "Lettera sogno", si suol dire così, scritta da Roma nel 1884, in cui Don Bosco in sogno vede lo stato reale, attuale dell’Oratorio, di ognuno dei giovani, e ha inviato anche i giovani. Nella lettera si è detto che Don Bosco ha veduto tutti quanti quelli che sono fuori di regola, e ne ha veduti di quelli, e ha detto in quell’occasione ai superiori, i tali, i tali, i tali saranno assolutamente messi fuori dall’Oratorio. E allora tutti i giovani andavano a domandare a Don Bosco in che categoria essi si trovano. E si può intitolare e la intitola così il nostro Don Bosco: "Pensieri sulla familiarità, sulle relazioni, - diremo così, - di cordialità e di confidenza tra i superiori e gli allievi." 
Miei cari confratelli, uno dei doveri nostri massimi, oltre i doveri religiosi che abbiamo trattato, vi ricordate in questi giorni, e con buoni esami di coscienza alla scorta delle regole, alla scorta dei regolamenti, alla scorta dei consigli che il Signore ci ha dato, in questi giorni, abbiamo cercato di decifrare meglio per vedere nella realtà concreta le nostre responsabilità. Come abbiamo usufruito della Grazia del Signore che in quest’anno certamente abbondantemente ci ha dato affinché noi potessimo riuscire nel risultato della salvezza dell’anima nostra e della nostra santificazione. 
In questi giorni dico che abbiamo fatto questo, non dobbiamo dimenticare quello che è nostro massimo dovere, per quelli specialmente che sono a contatto attualmente nelle case, in qualsiasi condizioni si trovino, siano nelle nostre scuole, nei nostri orfanatrofi e anche nelle missioni, perché la medesima cosa si può dire in relazione ai cristiani, alle anime insomma che il Signore affida a noi. Cioè, in che relazione mi trovo io coi miei giovani; bene, in che relazione mi trovo io con le anime che il Signore ha affidato a me, in qualsiasi posizione al momento attuale, come le altre affidate. 
Badate bene che il problema educativo in genere, e più il problema educativo nel significato del nostro Don Bosco è chiarissimo; è contatto di anime e finchè, miei cari confratelli, la nostra anima non è all’unisono con l’anima del nostro allievo, finchè la nostra anima non è all’unisono con l’anima dei cristiani che noi dobbiamo condurre al Signore, finchè la nostra anima, sempre con la Grazia del Signore, non è all’unisono con l’anima che incomincia per la Grazia del Signore, a capire qualche cosa di lui, e noi dobbiamo condurlo a lui, finchè dico non c’è questo contatto d’anime, è impossibile, è impossibile in questo mondo. Sarà di casa, parteciperà a tutto quello che noi vogliamo farlo partecipare, ma non è educazione, finchè non c’è questa unione.
Non dimenticate quello che ci ha detto Don Bosco in questi santi giorni. La nostra unione intima è lo scopo per cui siamo salesiani; la nostra unione intima di famiglia, la nostra vita comune, la nostra unione intima nella esecuzione delle regole, la nostra unione intimissima nella carità, che nei pensieri, nelle parole, nelle azioni dobbiamo dimostrarci vicendevolmente, non solo per noi ma anche per i nostri allievi.
È importantissima questa lettera. Per me, la ritengo che nel campo educativo e per la spiegazione reale, - perché non sappiamo mica granchè della forma usata nel sistema educativo di Don Bosco - per la valutazione reale del modo con cui Don Bosco desidera che noi educhiamo i nostri allievi è una lettera della massima importanza. 
Don Bosco vede l’oratorio antico, vede l’oratorio presente, vede che le cose non vanno bene; e perché non vanno bene? 
“Adesso c’è noia, spossatezza, musoneria, diffidenza, i giovani non giocano, stanno seduti per le scale, stanno a passeggiare a gruppi, sorrisi nel parlare, occhiate sospettose. E di qui freddezza nell’accostarsi ai santi sacramenti, trascuranza nelle pratiche di pietà, non stanno volentieri all’oratorio, ingratitudine per i benefici, segretumi, mormorazioni, perdita di giovani.” 
Ecco lo stato dell’oratorio nel quale viveva Don Bosco nel 1884. Si capisce no, per i singoli individui. Lo stato generale. 
“Mezzo per ravvivare la carità. Non basta che i giovani siano amati, ma che conoscano di essere amati. Che essendo amati in quelle cose che a loro piacciono, col partecipare alle loro inclinazioni, imparino a vedere l’amore in quelle cose che naturalmente loro piacciono poco, quali sono lo studio, la disciplina, la mortificazione di sè stessi. E queste cose imparino a farle con slancio ed amore.” 
Cosa ci vuole? La carità. Cosa ci vuole? L’assistenza. 
“Dove sono i salesiani? La maggior parte passeggiano fra di loro, parlando, senza badare a che cosa facciano gli allievi. Altri guardano la ricreazione, non dandosi nessun pensiero dei giovani. Altri sorvegliano così alla lontana senza avvertire chi commette qualche mancanza. Qualcuno poi avverte in modo minaccioso, e ciò raramente; qualche superiore che cerca di intromettersi in qualche gruppo di giovani, ma essi studiosamente cercano di allontanarsi dai maestri e superiori. Molti salesiani non si sentono di fare le fatiche di una volta. Amino ciò che piace ai giovani e i giovani ameranno ciò che piace ai superiori. Ora i superiori sono considerati come nemici, non come superiori, non come padri, fratelli e amici e quindi sono temuti e poco amati. 
Alla diffidenza sottentri la confidenza cordiale. Familiarità coi giovani, specialmente in ricreazione. Il maestro, visto solo in cattedra è maestro. Ma se va in ricreazione coi giovani diventa come fratello. E Gesù dev’essere il nostro modello. Questo amore faccia sopportare ai superiori le fatiche, le noie, le ingratitudini, i disturbi, le mancanze, le negligenze dei giovinetti. Si cerchi solo la Gloria di Dio e la salute delle anime.
Che cosa fanno i salesiani, dove sono i salesiani? Stiano attenti; se si lavora per la Gloria di Dio e per la salute delle anime, non si lavorerà per il fine della vanagloria. C’è chi punisce solamente per vendicare l’amor proprio offeso. C’è chi si ritira dal campo della sorveglianza per gelosia di una temuta preponderanza altrui. C’è chi mormorerà degli altri volendo essere amato e stimato dai giovani, esclusi tutti gli altri superiori, guadagnando null’altro che disprezzo e ipocrite moine. Chi si lascia rubare il cuore da una creatura per far la corte a questa e trascurare tutti gli altri giovanetti. Chi per amore dei propri comodi tiene in non cale il dovere strettissimo della sorveglianza. Chi per un vano rispetto umano, si astiene dall’ammonire chi dev’essere ammonito.
Ma perché al sistema di prevenire con la vigilanza ed amorosamente, si va sostituendo poco a poco il sistema meno pesante e più spiccio per chi comanda di bandire leggi, che se si sostengono coi castighi, accendono odi, fruttano dispiaceri, se si trascura di farle osservare fruttano disprezzi per i superiori e sono causa di disordini gravissimi.
Il superiore sia tutto a tutti, pronto ad ascoltare sempre ogni dubbio o lamentanze dei giovani; tutt’occhio per sorvegliare fraternamente la loro condotta, tutto cuore per cercare il bene spirituale e materiale per coloro che la Provvidenza gli ha affidato.
Solo in caso di immoralità i superiori siano inesorabili; meglio correre pericolo di scacciare un innocente che di tenere uno scandaloso. Gli assistenti si facciano un dovere di coscienza di riferire ai superiori quelle cose, le quali conoscono in qualche modo essere offesa di Dio. È mezzo preciso l’osservanza esatta della regola di casa. E poi il piatto migliore in un pranzo è quello della buona cera” 
Ecco Don Bosco. E ripete in quella lettera, ai giovani specialmente: “Mettevi in regola.”
Abbiamo già letto in altro appunto:
“La radice di questo male è che i giovani, per quanto riguarda le loro pratiche di pietà e specialmente la confessione, non fanno i propositi o non li mantengono.”

Ecco miei buoni confratelli, questo pensiero, mi sembra, a nome del Signore di doverlo dire ad ognuno di noi, miei cari confratelli. 
E bisogna quindi che noi nelle varie condizioni di fatto in cui noi ci troviamo, la insegniamo bene. E che vedano l’esempio nostro.Quindi bisogna, dico che, noi con qualsiasi sforzo, e più direi, sicuro con la parola, il direttore, il prefetto, il consigliere scolastico, il catechista, tutti quelli insomma che hanno responsabilità diretta specialmente quando i nostri cari chierici sono nel tirocinio, si insegni praticamente che cosa si deve fare; ma bisogna che essi lo vedano anche dal nostro esempio e pian pianino impareranno veramente bene. 
Badate che l’opera di bene che noi possiamo fare, specialmente nei nostri collegi, è nel cortile, è nella ricreazione. Nella scuola abbiamo il gruppo, nella scuola, eccetera, va beh, negli altri locali, ma a imitazione di Don Bosco, non dimenticate che il nostro lavorio massimo educativo, il nostro lavorio massimo spirituale, badate, che più che in qualsiasi altro luogo o circostanza, è nel cortile. È il più gran sacrificio del salesiano, l’assistenza; non solo in cortile, evidentemente. È il vero nostro martirio quotidiano; e badate che non c’è nessuna congregazione religiosa, la quale abbia questo concetto di assistenza come l’ abbiamo noi. È il vero nostro martirio quotidiano.
Ci siamo consacrati al Signore, non dimentichiamolo: “Maiorem caritatem nemo habet, ut ponat animam suam quis pro amicis suis.” Sicuro, è il nostro martirio quotidiano; ed è in questa maniera che realmente, vedete, con l’assistenza, ripeto, non solo in cortile, ma con l’assistenza, è precisamente il massimo atto di carità che noi possiamo fare alle anime.
E quello, - ripeto che si dice dei nostri giovani nei collegi, - con tutte le anime. Ma pensate anche solo i nostri neofiti. Ma se non sono assistiti, specialmente i nostri neofiti giovani battezzati nei nostri collegi. Ah, miei buoni confratelli, “Maiorem caritatem nemo habet, ut animam suam ponat quis pro amicis suis.” E se facciamo bene l’assistenza, credete miei cari confratelli, certamente noi poniamo l’anima nostra per i nostri amici, per queste anime che il Signore ci ha affidato. E Gesù benedetto non ha fatto così? Non ha posto l’anima sua per ognuna delle nostre? Ecco il nostro modello. 
Il nostro venerato Rettor Maggiore disse anche due parole in relazione a questo. 
"Meglio che possiamo, trattiamoci bene. Dobbiamo amarci e compatirci molto, e se è avvenuto qualche dissapore fra di noi, dobbiamo metterci d’accordo in giornata". 
E narrava precisamente un episodio che gli era capitato quando egli era direttore a Pordenone. Il fondatore di quella casa, massimo benefattore di quella casa, è un certo Don Malesi, già passato all’eternità, che diede tutto il capitale necessario per quella magnifica fondazione. E diceva che, “Questo bravo prete quand’era viceparroco, con il suo parroco già anziano ed egli giovane, evidentemente, di tanto in tanto, - era poi un carattere vivissimo - di tanto in tanto aveva degli urti col suo parroco. E in una giornata, mentre egli era già a riposo, stava per andare a riposo, recitava ancora un poco di breviario in camera verso le 10 di sera, sente battere pian piano alla porta. Va ad aprire e vede il suo vecchio curato che gli dice: “Mio caro Don Malesi, non posso andare a dormire se non facciamo la pace.” E quando raccontava questo, quel santo prete, Don Malesi, calde lacrime. Rimpiangeva la sua scorrettezza verso il parroco. "Non posso andare a dormire se non facciamo la pace".
E delle volte, non capita, miei cari confratelli, nelle nostre case, che proprio succedono episodi analoghi? E perché noi dobbiamo andare a dormire senza riconciliarci col nostro fratello. Nelle nostre case si trovano talvolta di quelli che si fanno cattivo viso per anni ed anni, ed è così, sapete, ed è così. 
Ricordatevi, la disunione è un tarlo roditore in una casa. Se due confratelli sono in disaccordo devono riconciliarsi, o per dritto o per traverso. E il direttore favorisca questa riconciliazione. Si farà tutto quello che si può, ma la massima parte la devono fare i due contendenti. 
Miei cari confratelli, il Signore è carità. E una delle preghiere che noi facciamo ogni giorno sia appunto questa. Don Bosco nelle preghiere ha messo l’”Ave Maria per la pace in casa.” Cerchiamo realmente di dirla con convinzione, che quando alla sera facciamo il nostro esame di coscienza, quando ci fosse stato qualche urto, quando ci fosse stato anche qualche semplice interruzione di carità, se non altro preghiamo per il nostro confratello. Se non ci sentiamo la forza, diremo, di fare questo atto di carità, nel senso di dire, “Sù, facciamo la pace”, almeno preghiamo, preghiamo per l’anima nostra, preghiamo per l’anima del nostro confratello, preghiamo perché i medesimi problemi non possano sorgere fra noi e le anime che a noi sono affidate. 
Dovrebbero i nostri cari missionari, dirvi tanti, tanti e tanti episodi di questi urti che capitano, che succedono, fra il missionario e il catechista, tra il catechista ed i cristiani, i cristiani contro il missionario, catechista e cristiani contro il missionario!
Carità, carità, carità! E la carità, eh, dev’essere sempre, vedete, condita con sacrificio. 
È venerdì, siamo soliti ricordare il Sacro Cuore; è venerdì, siamo soliti ricordare la Passione di nostro Signor Gesù Cristo. Ma quale esempio più grande di carità! Direbbe San Paolo: “Sappiamo misurarne la larghezza, la lunghezza, l’altezza, la profondità.”

Ebbene, miei cari confratelli, chiudiamo queste nostre care conversazioni con domandare intensamente al Signore a che la carità regni veramente nelle nostre famiglie, regni in tutta la nostra ispettoria, regni in tutta la nostra congregazione, regni in tutto il mondo.
Miei buoni confratelli, ho finito il mio compito. 
Non avete ascoltato la parola di questo povero uomo; ho cercato di dirvi la parola di Don Bosco. I tre quarti di quello che ho detto sono tutte parole scritte da Don Bosco, suoi insegnamenti; cerchiamo di farne tesoro. Vedete che si riassumono poi in poche cose: stiamo fermi e attaccati alla nostra regola; cerchiamo di diffondere nei nostri cuori la carità più ardente.
E Maria Santissima che in tutte le difficoltà, nella fondazione, nel progresso, nello sviluppo della congregazione è sempre stata la nostra maestra, continui ad essere la nostra buona Madre, la nostra buona maestra.
Sia lodato Gesù Cristo.