Santità Salesiana

Esercizi ai Salesiani 1955 - La povertà

Settima predica - LA POVERTA’ EVANGELICA
28 luglio 1955 mattino

 
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La meditazione di questa mattina ci ha portato alla considerazione di quel distacco che il Signore ha stabilito come pena del peccato. Il mezzo per riuscirci: il voto di povertà. La meta da raggiungere: la santa virtù della povertà. L’esempio: Dio, Gesù benedetto. 
È un argomento che ci tocca da vicino, anche per questo, perchè, miei cari confratelli, dobbiamo dircelo chiaramente, qui nella nostra ispettoria non siamo ancora perfetti in relazione a questo. Motivi: sarebbe troppo lungo cercarli, scrutarli; ad ogni modo è certo che, nella realtà concreta di fatto, non eseguiamo ancora bene, nè il santo voto, e penso che siamo ancora lontani dalla perfezione della virtù della povertà. 
Richiamiamo dunque i pensieri del nostro caro padre, più, ricordiamo le promesse che noi abbiamo fatte quando ci siamo legati al Signore. La lettura, oggi, del capitolo in relazione alla povertà, di quanto scrive il nostro Don Bosco nei preliminari delle regole, quanto è prescritto anche dai nostri regolamenti, possono essere un utile esame. 
Liberamente, consapevolmente ci siamo distaccati secondo gli insegnamenti di Gesù benedetto da quanto ci poteva tenere legato alle cose, alle persone di questo mondo. Richiamiamolo, e dal momento che abbiamo fatto questa solenne promessa, ripeto, consapevolmente, liberamente, perchè non dobbiamo cercare di fare in maniera che realmente questa promessa sia mantenuta, il più perfettamente che sia possibile, tanto più che noi per dovere, per obbligo dobbiamo tendere alla perfezione.
Vi ricordate che il nostro caro padre, quando abbiamo letto la circolare sua in relazione all’unità di spirito, dice anche: “Occorre l’unità di amministrazione”, e scrive così: “All’unità di spirito deve andare congiunta l’unità di amministrazione.”
“Un religioso si propone di mettere in pratica il detto del Salvatore, vale a dire di rinunziare a quanto egli ha o possa avere nel mondo, per la speranza di una migliore ricompensa in cielo: padre, madre, fratelli, sorelle, case, sostanze di qualunque genere, e tutto offrire al lavoro di Dio. Senonchè avendo egli ancora l’anima unita al corpo, ha tuttora bisogno di mezzi materiali per nutrirsi, coprirsi ed operare; e perciò, mentre egli rinuncia a tutto quanto aveva, cerca di aggregarsi in una società in cui possa provvedere alla necessità della vita, senza punto avere il peso dell’amministrazione temporale. Come dunque egli deve trovarsi in società in quanto alle cose temporali? 
Le regole della Società provvedono a tutto. Dunque, praticando le regole, rimane soddisfatto ogni bisogno. Per sè una veste, un tozzo di pane devono bastare a un relegioso; quando occorresse di più ne dia un cenno al superiore e ne sarà provveduto.” 
Non dimenticate l’articolo delle regole che dice appunto : “Che non ci sia ansietà nè di domandare e di rifiutare, ma qualunque cosa sia necessaria ci si rivolga al superiore che si deve dare massima cura di provvedere.”
Ma qui deve concentrarsi lo sforzo di ciascuno, ecco: l’unità nella povertà, l’unità nell’amministrazione. 
“Chi può procurare un vantaggio alla Società lo faccia, ma non faccia mai centro da sè. Si sforzi di fare sì che vi sia una sola borsa, come deve esserci una sola volontà. Chi cercasse di vendere, di comprare, cambiare o conservare danaro per propria utilità, chi ciò facesse sarebbe come un contadino che mentre i trebbiatori ammucchiano il grano, egli lo disperde e lo getta in mezzo alla sabbia. A questo riguardo io debbo raccomandare di nemmeno conservar danaro sotto lo specioso pretesto di ricavarne un utile per la Società.” 
Ah, Don Bosco nel problema della amministrazione, nel campo della povertà è veramente rigido, strettissimo. E ricordate che pure avendo al fianco il santo Don Rua, lo rimproverava una volta, “Ma possibile che non possa trovare un prefetto che mi segua nei criteri direttivi, amministrativi della nostra Società!”
“La cosa più utile, dunque, debbo raccomandare di nemmeno conservare denaro sotto lo specioso pretesto di ricavarne un utile per la Società. La cosa più utile, - ecco mettiamocela in testa miei cari confratelli, e più che mettercela in testa pratichiamola, - la cosa più utile per la società è l’osservanza delle regole, non il credito; l’osservanza delle regole, sine glossa, sine glossa. Se così facciamo saremo veramente poveri come ci vuole il Signore, non nel senso materiale della parola. La nostra deve essere una povertà interiore.”
Lo sapete. Noi dobbiamo metterci da questo punto di vista: io son povero, ho fatto le mie promesse, le ho fatte io, non le ha mica fatte il mio compagno, non le ha mica fatte il mio direttore, non le ha mica fatte il superiore maggiore, le ho fatte io; e le ho fatte perchè ho capito e perchè ho voluto che così fosse. La regola è chiara. Ecco la nostra povertà interiore, personale, di cui siamo responsabili di fronte al Signore nel giudizio che noi dovremo ricevere.
Ecco miei buoni confratelli. Vi è quella povertà - diremo, - nella nostra casa, perchè come famiglia, come piccola società, che si allarga poi nella società della nostra ispettoria, evidentemente nella osservanza della regola così com’è, com’è scritta.
Lasciatemi dire una parola perchè incominciamo ad introdurre, diremo così, nella nostra vita religiosa quel concetto che si può introdurre in idee filosofiche, se volete anche teologiche, di aggiornamenti e cose simili. La regola è così. E noi l’abbiamo professata così e se cambiasse, - io penso, - di fronte al Signore e di fronte alla Chiesa, saremo liberi di anche andarcene dalla nostra società; ma noi abbiamo promesso così come è. Perchè tante interpretazioni? Perchè tanti sotterfugi e cose simili? 
Questo mi pare che sia il pensiero esatto del nostro caro Don Bosco e così dobbiamo cercare di renderlo pratico nella nostra vita quotidiana. Allora avremo la benedizione del Signore, che non ci lascerà mancare, - l’abbiamo letto, - nulla di quello che è necessario per la nostra vita. 
La cosa più utile per la Società è l’osservanza delle regole. Il religioso deve essere preparato ad ogni momento - ecco, vedete la meditazione di questa mattina - il religioso deve essere preparato ad ogni momento a partire dalla sua cella e comparire al suo Creatore senza alcuna cosa che lo affligga nell’abbandonarla, e senza che trovi motivi il giudice di rimproverarlo. Ecco miei buoni confratelli il pensiero chiaro del nostro Don Bosco al riguardo. 
E ha scritto un’altra circolare, il 4 giugno del 73 “Sull’economia in tutto”.
Ma non esagerate. Facendo tutti quei risparmi che si possono fare. Tutti quanti i presenti e più i vostri, i nostri superiori, e anche avendo avuto la fortuna di avere tra noi il nostro Rettor Maggiore (Don Ziggiotti), hanno constatato e sanno le necessità in cui si trovano le singole case e in cui si trova la nostra ispettoria. Siamo a zero in ciò che si riferisce ai mezzi. Ecco. 
E allora più che in altre considerazioni, ho voluto scegliere precisamente da Don Bosco quanto egli ci dice di pratico, per potere ricostruire pian piano quanto è necessario per l’incremento delle nostre opere. E Don Bosco non trova altra soluzione, guardate, - sembra - non trova altra soluzione che questa. “Non dagli altri ammenicoli, - e continua - Perchè se abbiamo spirito di fede, miei cari confratelli, dobbiamo pensare a questo, che se lavoriamo per il Signore, ma sicuro, il Signore non ci lascia mancare ma neppure la minima cosa: non solo il pane ma anche il companatico. Non lo lascierà mancare, pechè lavoriamo con Lui: Quaerite primum regnum Dei et iustitiam eius. La giustizia, la santità. E tutto iI resto viene da sè.” 
Abbiamo fede miei cari confratelli, e cerchiamo di capire il valore delle nostre promesse e specialmente il valore delle nostre promesse in questo campo. E diremo: è un poco debole, abbiamo tanti altri difetti qui fra di noi fratelli in Giappone; ma questo guardate, che, - ah no, - lo spirito di povertà nostra non è basato ancora solidamente. Ma neppure su quei pilastri di cemento armato di cui sono fornite le nostre costruzioni in cemento armato. La penso così. 
Il 4 giugno dunque del 1873, - scrive così dopo la visita fatta alle case, - scriveva che: 
“Le costruzioni fatte, - ma sembra proprio che siamo nel nostro caso, -  che le costruzioni fatte e l’aumento del costo dei commestibili e delle merci esigeva di pensare seriamente a qualche economia e studiare insieme quelle cose pratiche da cui possiamo ottenere qualche risparmio.” 
E dà delle norme per le costruzioni, norme che, leggeremo anche in seguito, che ci furono date anche dal nostro Rettor Maggiore: 
“Risparmio nei viaggi, negli abiti, nelle biancherie, nei libri, nelle calzature, nelle suppellettili, negli oggetti di uso; fare a tempo le riparazioni opportune, conservazione delle derrate di ogni genere, compere all’ingrosso, intesa fra le case, attenti alla luce, la legna, il carbone.” 
Aveste in mano, miei cari confratelli, i registri di queste spese in ognuna di queste cose. E quanto si può risparmiare, se c’è realmente questo amore! Non l’avarizia, - brutta parola perchè non è parola di fede. - L’avaro non crede al Signore, crede semplicemente a quelle cose lì. Che se non avesse spirito di fede, non ha la terra fissa sotto i piedi. Lo spirito di povertà deve informare ogni cosa nostra. 
E invita Don Bosco a leggere il capitolo sulla povertà. 
“Con questi ricordi però non intendo introdurre una economia proprio esagerata; ma solo raccomandare risparmi dove si possono fare. È mia intenzione che niente si ometta di quello che può contribuire alla sanità corporale e al mantenimento della moralità fra gli amati figli della Congregazione, quanto fra gli allievi.” 
E in una conferenza tira fuori questo pensiero caratteristico. 
“Poi ho bisogno che ciascuno di voi si metta a fare danaro.”  
E penso che il nostro ispettore dovrebbe dirlo spesso ad ognuno di noi, penso che ogni direttore dovrebbe dire lo stesso a ognuno dei suoi dipendenti. 
“Bisogna che ciascuno di voi si metta a fare denaro. Le spese sono grandi.” 
Come? - dirà qualcuno - Don Bosco ci dice sempre di essere distaccati dalla terrena ricchezza, di non tenere o maneggiare danaro e poi ci esorta a far danaro? Sì, sì, risponde lui. 
“Noi dobbiamo fare danaro e abbiamo un mezzo efficacissimo. E questo è: di risparmiare tutto ciò che si può, tutto ciò che è oltre il bisogno. Dobbiamo procurare di risparmiare quanto si può nei viaggi, nei vestiti; non è che questi piccoli risparmi bastino per le grandi spese che abbiamo, ma se noi facciamo questo, la Provvidenza ci manda tutto il resto, e possiamo esserne certi qualunque possa essere il bisogno. Del resto non dobbiamo darci pensiero, perchè rettificato il fine, i mezzi ce li manda la Provvidenza. 
Mi raccomando tanto, tanto che si abbia cura di non lasciara nulla per fare economia in tutto. Non dico con questo che si abbia a stare mesi e mesi senza mangiare o non abbastanza. No, no. Quello che desidero è che ciascuno mangi quanto si sente e non di più, e che non si guasti nulla. E quel che dico circa i viveri, intendo dirlo di qualsiasi altra cosa.
E perciò io prego tanto, tanto tutti, che si sorvegli nelle case, che non si guasti niente; negli abiti, nulla si sprechi nei viaggi; insomma, che si faccia economia in quanto si può, mi raccomando.”
Chiaro. I nostri miei cari studenti dello studentato possono anche loro, certo, fare economia e non possono dimenticare le tante volte di raccomandazioni specifiche nei singoli casi. E così a ogni altro confratello dobbiamo venire in aiuto alla nostra Congregazione. E qui molto meglio restringiamo: dobbiamo venire in aiuto alla nostra ispettoria, per potere fare sì che, realmente, tutte le opere possano essere sostenute. E vedete che Don Bosco non ci consiglia altro: che osserviamo bene il voto di povertà e miriamo alla perfezione della virtù della povertà. 
“Nelle nostre case non abbiamo da occuparci che delle piccole cose. Il resto viene da sè. - è sempre Don Bosco che parla, - La vita ordinaria non è un tessuto che di cose piccole le quali si tirano dietro tutto il resto. Confidiamo illimitatamente nella Provvidenza, e questa non ci mancò mai. Quando è che ci mancherebbe la Divina Provvidenza? Quando noi ce ne rendessimo indegni, quando si sprecasse il denaro, quando si affievolisse lo spirito di povertà. Qualora ciò fosse, le cose incomincerebbero a procedere male, non seguendo noi gli obblighi impostici dalla nostra vocazione.” -   
E continua sul medesimo tono. 
“Tuttavia mentre ci appoggiamo ciecamente alla Provvidenza raccomando in ogni modo, negli atti, nelle virtù, nella carta, nei commestibili, negli abiti, non si sprechi un soldo, nè un centesimo, nè un francobollo, nè un foglio di carta. Si procuri da tutti di fare e far fare ai sudditi ogni risparmio conveniente e impedire qualunque guasto del quale si avvedono. Nello stesso tempo si cerchi ogni modo per eccitare la carità degli altri verso di noi. Il Signore dice: Aiutati che io ti aiuto. Bisogna che noi facciamo ogni sforzo possibile; non si deve aspettare l’aiuto della Divina Provvidenza stando nei discorsi; essa si muoverà quando avrà visto i nostri sforzi generosi per amore suo.” 
Ed è sempre il medesimo ritornello. E giriamo ai nostri doveri, miei cari confratelli. Noi siamo in una società dove il padrone non è il capitalista che alla fine della settimana, o del contenuto dà il salario ai suoi operai. Il nostro padrone è il Signore. Abbiamo sentito nella prima circolare del nostro Don Bosco. “Il vero superiore della Congregazione è Gesù benedetto.” Noi facciamo il nostro dovere in qualsiasi posizione noi ci troviamo; e il Signore - è evidente, - è giusto e ci darà la ricompensa; e ripeto, ci darà la ricompensa, badate bene, in proporzione della fede che noi impegneremo nel compiere il nostro dovere. E allora non solo il pane, anche il companatico, ma sicuro, anche il bicchiere di birra o di vino che tanti desiderano. 
Ma vedete però, che se in queste cose, che alle volte non sono necessarie, invece che pensare ad obblighi più importanti che noi abbiamo per venire in aiuto alle nostre opere, sperperiamo il danaro in inutili passeggiate, in inutili festini, o diremo, sbevacchiamenti, ah, questo non è povertà, questo non è economia, miei cari confratelli. Siamo religiosi. Quello che è necessario è necessario, ma vedete, voi comprendete benissimo che il necessario deve essere valutato a seconda delle necessità.
E poi conclude il nostro Don Bosco, in quello che noi siamo soliti chiamare, il testamento suo spirituale. Vi ricordate, che nell’angosciosa malattia che ebbe là, a Varazze, pensando di essere vicino alla morte, volle su un quaderno, senza ordine direi cronologico o altro, scrivere quanto egli riteneva opportuno per il bene della Congregazione qualora, il Signore lo chiamasse all’eternità. Ha dato degli ordini ai capitolari, ha dato delle raccomandazioni ai singoli che fanno la carità nella società, ai singoli confratelli, per mettere in ordine anche amministativo tutte le cose della Congregazione e in relazione a questo punto scrive - badate, è, possiamo considerarlo come il testamento, noi siamo soliti chiamarlo testamento paterno – 
“Amate la povertà se volete conservare il buon stato e le finanze della Congregazione. Procurate che niuno abbia a dire: questa suppellettile non dà segno di povertà; questa mensa, questo abito, questa camera non è da poveri. Chi porge motivi ragionevoli di fare tali discorsi, egli cagiona un disastro alla nostra Congregazione, che deve sempre gloriarsi del voto di povertà. Guai a noi se coloro da cui attendiamo la carità potranno dire che teniamo una vita più agiata della loro. Ciò si intende da praticare rigorosamente quando ci troviamo nello stato normale di sanità. Perciò che è nei casi di malattia, debbono usarsi tutti i riguardi che le nostre regole permettono.” 
Ecco, direi così, il pensiero del padre nostro in relazione a questo. Eccolo, lo capite anche voi altri, avrei tante cose da dire. Siamo tutti consci e responsabili di quello che abbiamo promesso al Signore. Siamo tutti consci di quello che non abbiamo mantenuto in relazione precisamente alle nostre promesse col Signore in relazione a questo. E badate, tutto, tutti, missione, centro e Tokyo, tutti, tutti abbiamo delle basi deboli in relazione a questo punto. Fortifichiamoci, miei cari confratelli, se vogliamo realmente che le benedizioni del Signore piovano sopra delle nostre case, sopra delle nostre opere, sopra della nostra ispettoria; e più, che realmente noialtri ci santifichiamo anche su questo punto. 
E concludo. L’avete letto, l’avrete meditato ma non è male che precisamente in relazione, vero, a questo argomento, sentiamo anche il pensiero del nostro Rettor Maggiore nella sua visita. 
“Il danaro è uno strumento disgregatore, un pericolo per chi si lascia prendere. Cari miei direttori e confratelli, qui bisogna mettersi un’idea chiara che un contributo per l’ispettoria devono darlo anche i poveri. Non tiratemi in campo tante scuse e pretesti. Bisogna partire da questo punto; bisogna dare. Fatene un dovere di coscienza. Vedete, per tutto quello che c’è stato in passato, bisogna perdonare. Ma, quando si vede il pentimento e il buon proposito. Se no, no!  Coraggio dunque, mettevi a posto. In questo consiste la povertà; che sta nell’economizzare per i bisogni dell’ispettoria.” 
Richiamate quanto abbiamo letto da Don Bosco. 
“Nel bilancio di ogni casa dev’esserci una percentuale per l’ispettoria, non un tanto fisso uguale per tutti ma in proporzione delle entrate e dell’età. E questa può essere il 10, il 20 o anche il 50% se così lo comportano le possibilità della casa. Mettete un punto fermo su questo punto. Pensate. 40 aspiranti a Miyazaki. Pare un pò pochino. Siano ben accuditi. Naturalmente tutto questo costa. Non dovete però fare voi i conti delle altre case. - Sarà un punto questo che toccheremo poi parlando dell’obbedienza. - Non dovete voi fare i conti delle altre case. L’unico che lo può fare è l’ispettore, e l’economia deve essere guidata da uno solo.” 
Ma ecco l’unità d’amministrazione, ecco l’unità di pensiero. Ma se tutti vogliamo comandare, se tutti vogliamo essere testa; e se invece il Signore ci ha messo braccia, gambe... 
“Bisogna fare economia nelle case per aiutare l’ispettore. Se tutti vi mettete d’accordo e lasciate che gestisca uno solo avrete ottimi risultati, se no,no! Ma è chiaro, chiaro!” 
Il guaio è sempre questo. Che nella testa di tanti: “Ma io non ne ho dei soldi.” Sempre, sempre così. “Ma io non ho niente.” Macchè non hai niente. È tuo dovere. Facciamo quello che possiamo per potere riuscire a fare, e abbi fede nella Provvidenza.
“Riguardo alle costruzioni, - ricordate, - ci sia un piano unico e razionale. Non fare più lo scherzo dei fatti compiuti. Questa è un’infrazione bella e buona della povertà. Ricordate, che di questo bisogna accusarsi in confessione. E restituire; e sapete che restituire è difficile per noi. Se anche sono venute in passato delle mezze approvazioni, ricevute in tanti modi, non voglio che ciò avvenga più. Quel che è fatto è fatto. Basta! D’ora in poi, amici cari, approvazione scritta. E si richieda a tempo debito; non urgentemente, per via aerea, quando già tutto è combinato e stanno per incominciare i lavori. D’ora in poi non va su un mattone se non si fa tutta la trafila regolare: capitolo della casa, consiglio ispettoriale, capitolo superiore.”
È naturale. Ma è una roba vecchia; da quando l’hanno scritta precisamente sopra dei regolamenti, che si deve seguire questa trafila. Le condizioni della guerra, altre cose, va bene, hanno potuto mettere una disorganizzazione in quello; ma, ciò mi pare che sia naturale, quello che è necessario mettiamoci in quello. Ma insomma, non è chiaro. 
“Se uno va a cercare il danaro lo fa per l’ispettore.” 
Se vi mandano in giro in una nazione o in un’altra, poco importa. Per venire in aiuto anche con questo mezzo, se vi mandano ad elemosinare, evidentemente vi mandano a elemosinare per i bisogni della nostra ispettoria.
“La cassa della casa, delle case, è in mano dell’ispettore.”
 Ma se non è così, ma come si può dire che noi osserviamo le regole. 
“Non sarà molto, ma tutti insieme fa qualche cosa. L’ispettore avendo in mano questo capitale può disporre liberamente per il bene dell’ispettoria. Non tenete nascosto ai superiori quello di cui potete disporre.” 
E ce ne sono stati dei casi. Non proprio qui, quasi in tutta la Congregazione. Un direttore, quando è morto, gli furono trovati in un baule dei pacchi di biglietti da mille; nessuno si scandalizzi; l’ho già detto anche in altre occasioni, siamo uomini, tutti possiamo mancare. Ma ho il ricordo di un carissimo confratello, morto il quale abbiamo sollevato il materasso per fare pulizia; sotto c’erano dei soldi, biglietti di banca. Si può dire, “Chi giudica da un sacco di un letto?” Ma dico. Esternamente parlando, si può dire che questi confratelli, va benissimo, non è il caso di dire che avessero dei permessi, perchè evidentemente il danaro non si custodisce sotto un materasso. Capite anche voialtri i dissesti che ne possono venire anche se sudasse semplicemente. Ad ogni modo… che responsabilità! È una grave infrazione alla regola, ed è anche un grave scandalo perchè tutti presto o tardi lo vengono a sapere, e specialmente qui nella nostra ispettoria. Son cose che sapete tutti quanti. 
Cari chierichetti, voi lo sapete, la mia frase è, che non si tira un sospiro a Chofu o in altra casa, vero, di Tokyo, che Miyazaki non lo sappia subito. Non si sa come; sarà una gabbia specialistica che capta anche i sospiri degli uomini.
“Per le costruzioni che in seguito dovrete fare bisogna avere un piano regolatore, bisogna organizzarci. Vi propongo l’esempio delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Dappertutto dove sono passato, in India, in Siria, anche qui in Giappone, ho visto che hanno fatto e fanno delle belle costruzioni. Cose che noi ancora non siamo stati capaci di fare. Mi sono chiesto come fanno e l’ho chiesto a loro. Sapete come fanno? Quando hanno stabilito di fare una costruzione tutta l’ispettoria concorre. Dalla casa madre ricevono quello che occorre a sufficienza; però in seguito devono restituire fino all’ultimo centesimo, quando la casa renderà. Prima cosa che devono pensare è questa; che tutte concorrano con una saggia economia ad estinguere questo debito verso le loro superiore.” 
Miei cari confratelli, mi pare – credo – che più chiaro di così, vero? 
Questi i concetti del nostro Don Bosco, sottolineati per quanto avete potuto capire dal nostro Rettor Maggiore in materia. 
Così, mi sembra che la conclusione più semplice sia proprio questa, miei cari confratelli. Cerchiamo, primo, di ravvivarci un pò più fortemente nello spirito di fede. Un pò più fortemente nella esecuzione esatta delle nostre regole in relazione alla povertà. Via da noi quelle interpretazioni,   un metro che io non so, - mi sbaglierò ma, - il metro teologico adoperiamolo per chi ne ha bisogno, per le anime che ne han bisogno. Ma per noi stiamo fissi alla nostra regola. Ah, il nostro Don Piscetta. Ne studiate i precetti anche in questo punto nella sua teologia. Ma aveste veduto che persona strettissima in relazione alla povertà. Noi che lo vedevamo giorno per giorno... Eppure, evidentemente non poteva non dire nella sua teologia quello che era conveniente dire in relazione anche a questa materia. Ma è cosi che dobbiamo essere noi se vogliamo essere santi e santificare, miei cari confratelli. 
Una norma semplice permettete, una norma semplice, specialmente per noi che dobbiamo dare dei permessi. Vedete questa era la norma che dava Don Bosco: “ Non permettere a te stesso quello che tu doverosamente non puoi permettere agli altri”. Eh perchè prima di tutto noi che dobbiamo essere alla testa dobbiamo dare il buon esempio di tutto ; e se concediamo a noi quello che negheremmo agli altri, perché è disforme dalla perfezione religiosa per esempio nel campo della povertà, perchè dobbiamo averlo per noi? Ecco miei buoni confratelli. 
E concludo. Nel bel sogno dell’avvenire della Congregazione, sul diamante fulgente che risplendeva sul petto di quell’uomo misterioso, - si pensa a San Francesco di Sales, - sul diamante della povertà uscivano questi raggi chiarissimi su cui era scritto: “Ipsorum est regnum coelorum.” Tutti comprendiamo. “Paupertas non verbis sed corde et opere conficitur.” Non con le parole, ma col cuore e con le azioni si manifesta. “Ipsa coeli ianuam aperiet et introibit.” Il premio è questo: la ricompensa. Diamo a Dio quello che è suo ed egli, regalmente, come solo sa e può far lui, ci ricompenserà in eterno.
Sia lodato Gesù Cristo.