Santità Salesiana

Esercizi ai Salesiani 1955 - L’unità di spirito

Seconda predica - UNITA’ DI SPIRITO
25 luglio 1955 pomeriggio

 
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"Haec est voluntas Dei sanctificatio vestra." È il Signore che viene in pieno a convalidare quanto ci dicevamo questa mattina. Santifichiamoci e se faremo così, saremo utili strumenti nelle mani del Signore per santificare anche gli altri. 
Non dimenticatevi miei buoni fratelli, perché è un qualche cosa che alle volte può venire nella testa di qualcuno; il pensare cioè che, l’essere noi salesiani, sia una condizione di fatto più che speciale in questo mondo. Sì, siamo stati scelti dal Signore, appunto in questa nostra cara congregazione. Ma badate, che prima di essere salesiani, siamo cristiani; e badate bene, se analizzate precisamente le nostre sante regole, il nostro Don Bosco ci propone precisamente come santificazione questa: la perfezione della nostra vita cristiana. 
Il nostro Don Bosco mette a nostra disposizione dei mezzi che ci facilitano questo nostro obbligo, che ci siamo assunti quando abbiamo ricevuto il Battesimo, quando abbiamo ricevuto la Cresima, quando il Signore è disceso in noi e discende in noi nella Santa Eucarestia: è la perfezione della vita cristiana. Quindi anche, se sentite, diremo così, che i salesiani parlano molto di Don Bosco, noi dobbiamo pensare precisamente a questo: I mezzi e suggerimenti che ci dà il nostro Don Bosco sono precisamente per facilitarci questo che noi abbiamo professato con la nostra regola: la perfezione della vita cristiana.
In base a tutto l’insegnamento del Signore, e anche della lettura che abbiamo fatto questa mattina della circolare del nostro Don Bosco e in quelle che faremo in seguito, non vediamo altro che citazioni del Vangelo di nostro Signor Gesù Cristo; non dimentichiamolo questo, miei pochi confratelli: "Haec est voluntas Dei" è la volontà del Signore "sanctificatio vestra", coi mezzi, nel luogo, in quel tempo, che il Signore, nella sua Divina volontà ha stabilito. A noi il metterci con sforzo a eseguire questi mezzi che uniti alla Grazia del Signore, - evidentemente senza quella non possiamo fare niente, -  riusciremo realmente a santificarci.
 Ed ecco il nostro Don Bosco che insiste ancora su un mezzo, uno forse dei più importanti, e che badate, - è un povero mio pensiero, - è alquanto debole tra i salesiani del Giappone, quello che è chiaramente determinato dal nostro Don Bosco nel secondo capitolo delle nostre costituzioni. Quindi cerchiamo nella parola del nostro caro padre che ci invita precisamente a rafforzare in noi questo “spirito di unità.” 
Siamo storicamente nel periodo in cui Don Bosco, ha approvato finalmente, dopo tutte le difficoltà che conosciamo, la sua congregazione. E mi sembra nel leggere nelle sue parole, di sentire la soddisfazione: che finalmente aveva raggiunto quello che gli era costato tanti anni di lavoro, di sacrifici. 
“La nostra Congregazione è approvata, - siamo nel 1869 quando avvenne appunto l’approvazione della congregazione, - Noi siamo vincolati gli uni agli altri, io sono legato a voi, voi siete legati a me, e tutti insieme siamo legati a Dio. La Chiesa ha parlato. Dio ha accettato i nostri servizi, noi siamo tenuti a osservare le nostre promesse. Non siamo più persone private, ma formiamo una società, un corpo visibile; godiamo di privilegi, tutto il mondo ci osserva. E la Chiesa ha diritto all’opera nostra. Bisogna dunque che d’ora innanzi ogni parte del nostro regolamento sia eseguita puntualmente. Noi siamo quelli che dobbiamo fondare questi principii su rette basi, affinché quelli che verranno dopo non abbiano che a seguirci.”
Ricordate proprio il pensiero di stamattina, la posizione cioè in cui ci troviamo noi di fronte ai nostri cari confratelli giapponesi, che fra non molti anni evidentemente saranno alla testa della nostra cara Società qui in Giappone. 
“Ricordiamoci sempre che noi abbiamo scelto di vivere in società, noi abbiamo scelto di vivere in UNUM. Che cosa vuol dire questo abitare in UNUM? Vuol dire IN UNUM LOCUM, IN UNUM SPIRITUM, IN UNUM AGENDI FINEM.
Dobbiamo prima di tutto, ed è questa la prima condizione di una società religiosa, abitare IN UNUM, sia unità di corpo. Una congregazione religiosa deve avere come un corpo umano, deve constare come un corpo umano del capo e delle membra, le une subordinate alle altre, tutte poi subordinate al capo.” 
E così il nostro Don Bosco fa poi tanti casi particolari; accenna anche all’ammiraglio, costituzione del corpo mistico della Chiesa, per far capire precisamente questa unità di corpo spirituale.
E continua: “Perché una società come la nostra prosperi, è necessario che sia bene organizzata, ci sia cioè chi comanda e chi obbedisce. Chi faccia una cosa e chi un’altra, secondo le proprie capacità. Nè chi ubbidisce deve invidiare la sorte di chi comanda, nè chi lavora la sorte di chi studia e simili, perché tanto gli uni che gli altri sono necessari; e ove tutti studiassero e tutti comandassero non vi potrebbe più esistere varietà; supponete che nel corpo vi fosse tutto occhio o tutto orecchio o tutto mani; ecco vi sarebbe ancora un corpo vivente? No, ma un mostro. Quindi nella nostra società vi deve essere chi predica, chi confessa, chi studia, chi insegna, chi provvede ai bisogni materiali, chi ai morali; e ciò posto, si richiede obbedienza al capo che metterà uno ad un ufficio e l’altro ad un altro. E questo è come il perno su cui si regge tutta la nostra società; perché se manca l’obbedienza tutto sarà disordinato; se invece regna l’obbedienza allora si formerà un corpo solo e un’anima sola per amare e servire il Signore. Ecco lo scopo. Il servizio divino, la Gloria di Dio, la salute delle anime, e prima, dell’anima nostra; non dimentichiamolo mai.” 
Delle volte, noi con questo frasario: Gloria di Dio e salute delle anime, ci mettiamo sì in mezzo a questo lavoro per fare del bene, ecc. ecc., e dimentichiamo noi stessi, che è precisamente il punto fondamentale. Santifichiamoci e allora santificheremo anche gli altri. 
E Don Bosco qui ci svela quei particolari - direi - che sono propri della nostra vita e fa dei casi: colui che fa scuola, colui magari che scopa, colui che attende a cose materiali... E il frutto? Il frutto, - ecco l’utilità del vivere in comune, - il frutto è sempre uguale per tutti; tanto per uno che esercita un ufficio alto, come per colui che eserciti il più umile; dopodichè tanto avrà di merito chi predica, colui che confessa, che insegna, che studia, come colui che lavora in cucina, che lava i piatti o che scopa. Nella società, il bene di uno resta diviso fra tutti, come anche il male in un certo qual modo resta male di tutti. 
“Perciò qualunque impiego uno abbia lo adempia. Ciascuno davanti a Dio avrà il merito per l’obbedienza. Si lavora in comune e si dorme in comune; se si fa il bene, si ha i meriti uguali dinnanzi a Dio, se si fa il male tutta la congregazione ne perde.” 
Sicuro, perché non ci sarà la benedizione di Dio.
Segue ancora in secondo luogo l’unità di spirito, l’unità di obbedienza, di cui parleremo poi nelle istruzioni successive; questo in generale. 
“In particolare vi dò due consigli: si guardi bene dal rompere tale unità.” 
E badate che Don Bosco fa gli esempi della rottura di questa unità di corpo proprio nell’ambiente, - ne parleremo in seguito, - dove il salesiano deve manifestare tutta la sua caratteristica di educatore salesiano: nel cortile, e accenna a crocchi di chierici, crocchi di superiori che invece di attendere ai giovani, parlano fra di loro. E quindi non curano questo loro dovere così importante dell’assistenza.
“Vigilanza, giri per la casa. - e conclude - Oh se sapeste il bene che fa il salesiano quando di tanto in tanto fa dei giri per la casa. Si scopre sempre qualche cosa di difettoso. Ed è in questa maniera che si possono anche evitare peccati...
Miei cari confratelli, chi di noi è stato molti anni nelle nostre case, pensi alla sua gioventù e pensi le mancanze che scappando fuori dal cortile, noi forse, mi ci metto in mezzo pure io, abbiamo commesso. E pensa, - Don Bosco insiste su questo concetto - anche questa è rottura di unità di corpo.
“Ogni giorno la visita al Santissimo Sacramento.” Santificando prima noi stessi procureremo di santificare gli altri. 
E ha una magnifica circolare che è scritta nel mese di maggio, senza data, ma è certo in questo periodo di tempo dell’approvazione della regola che è intitolata: “Unità di spirito e di amministrazione mediante l’osservanza di ogni articolo delle costituzioni.”
“Io sono persuaso che voi abbiate tutti ferma volontà di essere perseveranti nella Società e quindi di adoperarvi con tutte le forze a guadagnare le anime a Dio e per prima salvare l’anima propria. Per riuscire in questa grande impresa dobbiamo per base generale usare la massima sollecitudine per mettere in pratica le regole della Società. Perché a nulla gioverebbero le nostre costituzioni se fossero come una lettera morta da lasciarsi nello scrittoio e nulla più. Se vogliamo che la nostra Società vada avanti con la benedizione del Signore è indispensabile che ogni articolo delle costituzioni sia norma nell’operare. Tuttavia ci sono alcune cose pratiche e assai efficaci per conseguire lo scopo proposto e di questo voglio parlarvi. Fra queste vi noto: l’Unità di Spirito e l’Unità di Amministrazione. 
E per Unità di Spirito intendo una deliberazione ferma, costante di volere o non volere quelle cose che il Superiore giudica o no a maggiore Gloria di Dio. Questa deliberazione non si rallenta mai; comunque gravi siano gli ostacoli che si oppongono al bene spirituale ed eterno secondo la dottrina di San Paolo: Charitas omnia suffert, omnia sustinet. Questa deliberazione induce il confratello ad essere puntuale nei suoi doveri, non solo per il comando che gli è fatto, ma per la Gloria di Dio che egli intende di promuovere. Da ciò ne deriva la prontezza nel fare all’ora stabilita la meditazione, la preghiera, la visita al Santissimo Sacramento, l’esame di coscienza, la lettura spirituale. È vero che queste cose sono prescritte nelle regole ma se non si procura di eccitarsi ad osservarle per un motivo soprannaturale, le nostre regole cadono in dimenticanza. 
Quello che potentemente contribuisce a conservare l’unità di spirito, è la frequenza ai Santi Sacramenti. I sacerdoti facciano quanto possono per celebrare con regolarità e devotamente la Santa Messa; coloro poi che non sono in tale stato procurino di frequentare la Comunione il più spesso possibile. Ma il punto fondamentale sta nella frequente Confessione.” 
Ne parleremo in un’altra occasione. 
“Ognuno procuri di osservare quanto prescrivono le regole a questo riguardo.”
Dell’unità di obbedienza, e l’unità di amministrazione ne parleremo.
“Animiamoci dunque tutti, specialmente per due cose: per primo cerchiamo di lavorare molto, di fare molto bene; dicano poi gli altri ciò che vogliono. Credetemi, contentare proprio tutti non si può, non è proprio possibile. Posso dirvi che questo è pur sempre il mio impegno, di non fare discontentare alcuno, ma vi avverto sempre più che accontentare tutti è impossibile. Lavoriamo perciò alacremente, facciamo quello che possiamo e facciamolo tutti. D’altronde, possiamo dire, non preoccupiamoci di quanto altri possono dire di noi. Noi diciamo sempre bene di tutti. 
La seconda cosa in cui vorrei che ci impegnassimo tanto, si è di togliere la mormorazione anche fra di noi. Se qualcuno che abbia qualche nota da dire, ma ne parli coi superiori.” 
Su questo argomento che ci siamo, è vero, detto in tante in tante circostanze negli esercizi e nelle conferenze, in privato e in pubblico, insisto miei cari confratelli perché mi sembra che sia la cosa più semplice e naturale per evitare precisamente questo spirito di mormorazione; io non lo chiamo neppure mormorazione; la mormorazione è un’altra bestiaccia che assolutamente non deve entrare nell’anima di un cristiano, tantomeno nell’anima di un sacerdote. Questo spirito di critica, perché -  direi così, - non siamo convinti ancora di questo spirito di unità, di cui ci parla il nostro Don Bosco. 
Ah, se poteste tutti quanti fare uno studio concreto, direi così, o di fisiologia umana, oppure, vero, studi sopra le tante specie minerali e vegetali e animali; e studiare col microscopio alla mano, studiare con tutti i reattivi e i reagenti che abbiamo a disposizione, elementi chimici, elettricità, e andate dicendo e studiare minutamente anche solo uno dei più piccoli di questi esseri. Vedete, la perfezione di quei singoli elementi che tutti quanti uniti insieme formano l’unità di questo piccolo essere che io con gli occhi miei non posso vederlo se non armato di fortissime lenti. E ognuno ha il suo scopo, e ognuno ha la sua parte. E precisamente, come diceva il nostro Don Bosco, come dice San Paolo, come dice Gesù benedetto stesso “Io sono la vite  e voi  siete i tralci”. Ma se noi ci lamentassimo perché siamo proprio l’ultimo pollone che è là alla base della vita, ma perché il Signore mi tiene così nascosto? Eppure anche quella piccola parte della vita ha la sua importanza, e se manca non compie la perfezione; e così è di noi, miei cari confratelli.
Siamo riuniti in una comunità; c’è il superiore, ma il superiore faccia da superiore e non vogliamo noi fare la sua parte; facciamo la parte che ci è assegnata e facciamola al meglio che ci sia possibile. Abbiamo qualche cosa da dire, diciamolo con carità. Esponiamo pure il nostro pensiero; ma perché alle volte, miei cari confratelli, siamo in tre o quattro e si comincia a parlare di tizio, caio e sempronio; e magari è distante e si tirano fuori le imperfezioni, le pecche, le ....di questo individuo. Ma mi sembra che sia ragionevole e che questo spirito si toglierebbe da noi se ognuno di noi facesse questo proposito: “Ho qualche cosa da dire al mio superiore, ho qualche cosa da dire al mio confratello? ma vado direttamente da lui. “Ma senti caro superiore, succede così, così e così. Ma senti caro confratello, così, così così.” Beh, non vi sembra? 
E così il direttore in relazione ai suoi confratelli, il prefetto per le sue parti e in relazione ai suoi confratelli, i consiglieri scolastici e i catechisti e i consiglieri professionali, e andiate dicendo, ognuno francamente, poi con delicatezza, con carità, con buona educazione, dicesse precisamente quello che gli sembra opportuno, di fronte al Signore, per il bene, per la Gloria di Dio, per la salute dell’anima sua, per la salute delle anime di cui egli è responsabile davanti al Signore. Ma dica. E allora non vi sembra che sarebbero evitate tutte quante queste cose? A me sembra una cosa così naturale!
E - ripeto,- ecco se poteste voialtri vedere e anche studiare e dire ognuno onestamente la struttura di tutti quanti gli esseri, che tutti tendono a questa unità, e tutti gli studi di modelli non tendono a questa unità? Unità di idee nel campo filosofico, unità di idee scientifiche, l’unità della materia e andate dicendo; tutti si riuniscono insieme per vedere di trovare dei punti per poter andare d’accordo tutti insieme. E noi altri che dovremmo formare una famiglia, noi che dobbiamo esser uniti in uno, ma dobbiamo proprio mangiarci vicendevolmente, e non essere capaci, diremo così, con franchezza, ma ripeto, con buona educazione? Perché alle volte si manifesta al superiore, lo si manifesta al compagno quello che si crede opportuno di non so, proprio in una forma triviale che non si farebbe neppure di fronte ad un uomo qualsiasi di questo mondo. Dov’è la carità? 
Tutti possiamo sbagliare, ma si capisce. E allora per evitare precisamente questo, ecco vedete, è Don Bosco che ce lo consiglia. 
“C’è qualcuno che ha qualche cosa da dire? Ma ne parli con i superiori.”  
Io direi: ne parli con i superiori responsabili. Sarà il direttore che avrà la responsabilità di tutto, ma in casa c’è anche il prefetto, in casa c’è il consigliere, c’è il catechista, e andate dicendo; ognuno ha le sue attribuzioni. Anche ognuno di voi altri a casa sua avrà le sue attribuzioni; non siete assistenti? non siete insegnanti? non siete voi cari coadiutori capi del vostro laboratorio? e non c’è il sacrista, e cose simili? Ma se abbiamo proprio qualcosa da dire, qualunque cosa voi vogliate: quel sacrista lì non fa niente, di quà e di là, di sù e di giù... Andate a dirglielo! ma attento, accendi le candele, fa di quà e di là, mi pare... Non vi sembra? Ma mi sembra così e così logico, così ragionevole! 
Ecco allora che ci sarebbe realmente - lo comprendete anche voi altri - questa unità di cuore, questa unità di mente, questà unità di carità che è più importante. Si cercherà ogni modo di togliere i motivi di malumore, ma nessuno si è mai lamentato di nulla. 
“Specialmente sosteniamoci gli uni agli altri, sempre, sia tra noi che con altri; sia interni che esterni. Questo contribuirà grandemente all’incremento e al bene della congregazione.”
Mi sembra che più chiaro di così, non poteva parlare il nostro Don Bosco.

Nel primo capitolo generale del 1877 di cui vi parlavo questa mattina, Don Bosco ha stabilito lui il programma e sono 4 punti sostanziali che egli riteneva opportuni per il buon andamento della Società fino dall’inizio. E in uno di questi punti, e ha scritto in grosso proprio: 
“Principio fondamentale: La vita comune è il legame che sostiene le istituzioni religiose; le conserva nel fervore, nell’osservanza delle loro regole; senza vita comune tutto va a soqquadro.” 
Non faccio altre citazioni dei suoi ricordi confidenziali e cose simili; basta questo spirito, questo che abbiamo accennato al riguardo. Ma voglio concludere con i ricordi che Sua Santità, Pio IX, diede appunto a Don Bosco quando lo congedava rallegrandosi che finalmente aveva ottenuto l’approvazione della sua congregazione. Siamo al primo di marzo del 1869; dice il Papa: 
“Nello spirito e nell’unione, osservate ed imitate i gesuiti. Essi in primo luogo non manifestano a nessuno ciò che riguarda l’ordinamento e l’andamento interno delle loro case; quindi non danno appiglio alla gente di mettere lingua nei loro affari. Attenti quindi, nessuno conosca ciò che fate nell’interno: chi vada, chi venga, quali ordini diano i superiori, se vi saranno cambiamenti di personale e via discorrendo. Tenete celati tutti i difetti della comunità. Se qualche cosa avvenga che possa in qualche modo macchiare o diminuire il nome e la reputazione della società fate che rimanga sepolta ad ogni estraneo.”
Collegate, con questo principio di corpo, di cui tutti dovremmo investirci per compiere sempre meglio la nostra santificazione. Badate, non pensa tanto al bene che ne viene alla Società, quanto alla nostra santificazione. 
Secondo: “In secondo luogo non sentirete mai un padre della Compagnia parlare meno favorevolmente di uno di loro, anzi è sempre con grandi elogi che rispondono a chi entra con loro in discorso di qualsiasi loro confratello. La carità è ingegniosa, nel trovar sempre argomento di lode; allo stesso modo sanno sostenere e far conoscere i pregi di quanti fra di loro si dà alle stampe o comunque si opera a vantaggio della chiesa, dei popoli, delle missioni e della gioventù. Uno per tutti e tutti per uno. Ecco la loro insegna. Così voi, difendetevi a vicenda. In ogni circostanza; non si palesino le miserie di un membro della società per quanti difetti egli abbia. Ogni membro sia disposto a sacrificare sè stesso per salvare il corpo e a vicenda animatevi al bene. Vi sia un solo spirito per raggiungere un unico fine. I molti e i cattivi, imbrogliano. La vostra congregazione fiorirà se si osserveranno le regole; e fino a che non vi entreranno troppi nobili e ricchi, perché con essi incominceranno ad introdursi le agiatezze, le parzialità e quindi la rilassatezza. Procurate sempre di attenervi ai poveri figli del popolo. Non falsate il vostro scopo per niente; finchè vi occuperete della gioventù povera, degli orfanelli, sempre con lo scopo di dare membri al clero, -  ricordate il primo capitolo, i vari articoli, -  con lo scopo di dare membri al clero, la vostra società andrà avanti bene, altrimenti degenererà.”
Ho voluto raccogliere anche questo pensiero perché si unisce precisamente, sia al momento storico della congregazione nostra, sia all’argomento che abbiamo trattato questa sera. E invito, cari confratelli, ognuno di voi, a rileggere il secondo capitolo delle nostre costituzioni, in cui, fondamentalmente, e in altre forme pratiche che tutti conosciamo e con cui pure dobbiamo esaminarci se le osserviamo.
Mi sembra dico, che se, terremo conto anche di questo, che in questa piccola conversazione famigliare ci ha fatto sentire il nostro padre, - ripeto, - ne avvantaggerà assai assai l’anima nostra per poter raggiungere la finalità per cui ci siamo fatti salesiani: la santificazione dell’anima nostra. 
Miei cari confratelli, certo, tutto questo deve essere poi basato, o meglio, la pietra fondamentale che deve guidarci a questa unità di corpo, nella nostra testa, nei nostri pensieri, nelle nostre parole, nella nostra azione, tutto quanto questo deve animarci e in questi giorni specialmente con un poco di meditazione, che ci faccia pensare se realmente in mezzo di noi esiste questa carità, questa ardente carità verso il Signore. Al cristiano è indicata, dicevamo questa mattina, la perfezione di amore. A noi è indicata, oltre questa, la perfezione religiosa che è, direi, la perfezione più perfezionata, se si può dire così, della vita cristiana. 
Amiamoci tutti miei cari confratelli. E specialmente, facciamo questo proposito; stiamo attenti alla nostra maniera di parlare; e ripeto, abbiamo la franchezza, vedete per il bene dell’anima anche del confratello, e per il bene dell’anima anche del superiore perché ne ha bisogno anche lui. 
In  altre circostanze Don Bosco rassomiglia il superiore, a uno, direi, che deve sostenersi per la responsabilità che ha, a uno già un pò anziano che ha il bastone in mano e a volte dice ci sono i confratelli che danno la spinta al bastone affinchè il superiore cada; e delle volte capita così anche coi nostri confratelli.
Ripeto, abbiamo qualche cosa da dire; ma diciamocelo con carità, in belle maniere. Certamente questo servirà ad unire sempre di più le nostre anime, ripetiamo la solita frase: Per la Gloria di Dio e per la salvezza delle anime nostre e per la salvezza delle anime che il Signore ci affiderà. 
Sia lodato Gesù Cristo.