Ksiądz Bosko Zasoby

Don Bosco e la vita spirituale (Francis Desramaut)

FRANCIS DESRAMAUT
SALESIANO INCARICATO PRESSO LE FACOLTÀ CATTOLICHE DI LIONE

DON BOSCO E LA VITA SPIRITUALE

 

INTRODUZIONE

Il tema scelto
Questo libro è nato dal desiderio di chiarire e di ambientare il pensiero religioso di un santo del xix secolo, santo quasi nostro contemporaneo.

Ormai il xix secolo fa parte del passato della Chiesa. Lo storico ha l'impressione, diremmo gradevole, di trovarsi di fronte a un paesaggio nuovo quando analizza quell'epoca così candida in cui gli autori cattolici conoscevano quasi a menadito la data della creazione del mondo. Si era al tempo delle prime ferrovie e delle prime macchine da scrivere...

San Giovanni Bosco è vissuto appunto dal 1815 al 1888, quindi nel vivo di quell'epoca che ci appare nello stesso tempo così vicina e così lontana. Egli non ha conosciuto la critica biblica, la psicanalisi e gli approcci delle Chiese separate; ha cioè ignorato quello che — fortunatamente — ha sconvolto tante abitudini nella mentalità cattolica del xx secolo. La lettura delle sue opere ci pone a contatto con una mentalità che non è più la nostra. Allo scopo di dimostrare che non c'era nulla di straordinario nella sua predicazione, il suo miglior biografo ha steso recentemente un elenco dei temi delle sue prediche, che merita di essere riportato: « Importanza di salvarsi l'anima, fine dell'uomo, brevità della vita, incertezza della morte, enormità del peccato, impenitenza finale, perdono delle ingiurie, restituzione del maltolto, falsa vergogna in confessione, intemperanza, bestemmia, buon uso della povertà e delle afflizioni, santificazione delle feste, necessità e modo di pregare, frequenza dei sacramenti, santa messa, imitazione di Gesù Cristo, divozione alla Madonna, facilità della perseveranza ».1 A un secolo dalla morte di Don Bosco, questi argomenti saranno ancora familiari ai nostri predicatori?
Il fatto di catalogare inesorabilmente Don Bosco nel passato può forse dispiacere ad alcuni suoi devoti, i quali, in cuor loro, sarebbero ben contenti di poter preservare la sua memoria dal logorio del tempo isolandolo in un'equivoca condizione extratemporale. Ma a costoro bisognerebbe ricordare il realismo piemontese, una caratteristica permanente della sua personalità. In realtà, la figura del loro santo non solo non ci rimette, ma anzi ha tutto da guadagnare inserendola criticamente nello spazio, nel tempo e nella vita del suo mondo, e ciò ín forza della sua autentica grandezza. Comunque sia, la trasformazione dell'esistenza incoraggia lo storico a delineare le linee maestre del suo spirito, su uno sfondo sempre più preciso, in modo che la sua figura acquisti a poco a poco un suo autentico rilievo. Grazie a questa prospettiva storica e ambientale, il lavoro di ricostruzione oggi è meno aleatorio di ieri. Se tutto procede bene, quanto prima dovrebbe essere più facile stabilire, attraverso inchieste e sondaggi, qual è la preistoria delle idee e delle tendenze di questo santo.

Gli storici dell'anima e della dottrina spirituale di Don Bosco non hanno ignorato del tutto questi problemi che affiorano nei loro scritti. A nostro giudizio, tuttavia, anche i più validi fra questi autori hanno dato scarso rilievo alla relatività del suo pensiero. Ad esempio, le osservazioni di Don Auffiay sulla sua dipendenza da san Francesco di Sales e da sant'Alfonso Maria de' Liguori sono estremamente scarne? Inoltre, la qualità della loro documentazione oggi cí lascia perplessi. Forse avevano troppa paura di essere considerati dei pedanti,' o non pensavano che, fin dall'inizio, i lettori avrebbero potuto accettare le loro dichiarazioni, anche le più sorprendenti, con un minimo di prudente scetticismo.

1 E. CEIUA, Don Bosco con Dio, nuova ed., Colle Don Bosco, Asti, 1947, p. 189.

2 A. AUFFRAY, En cordée derrière un guide sin., saint Jean Bosco, Lyon, s.d. (1948), pp. 3-4. Le opere di P. Scovri, La dottrina spirituale di Don Bosco, Torino, 1939, e di A. CAVIGLIA, Savio Domenico e Don Bosco, Torino, 1943, sono d'altronde più calibrate e più informate su questo argomento.

3 pedantismo era una delle fobie del caro Don E. Ceria 1957).

Nelle loro opere mancano quasi del tutto i riferimenti alle fonti. Essi attingevano a casaccio (vogliamo essere indulgenti, poiché anche per le anime più rette la faciloneria è una grande tentazione) nell'immenso materiale delle Memorie Biografiche, nelle quali un compilatore coscienzioso, ma poco esperto dei pericoli che comporta un lavoro storico — i suoi successori al riguardo si dimostreranno più saggi — aveva incluso tutte le testimonianze su Don Bosco, senza esaminare attentamente la genesi di ognuna di esse e con un metodo redazionale talvolta discutibile.' Infine, la maggior parte di questi autori 5 non attribuivano la dovuta importanza agli scritti pubblicati dal santo su problemi spirituali, sebbene fossero stati più meditati delle riflessioni captate al volo dai suoi ammiratori e trasmesse ai posteri in condizioni incerte. Uno storico scrupoloso della spiritualità cristiana del xix secolo è naturalmente restio di fronte ad opere spesso meritorie, ma eterogenee e troppo mancanti di profondità storica.

Nel tentativo di rispondere ad alcuni suoi legittimi desideri ci siamo impegnati, a nostra volta, ad affrontare il problema di « Don Bosco e la vita spirituale ». Scegliendo questo titolo, ci esponiamo a una difficoltà preliminare: l'espressione vita spirituale non è intesa allo stesso modo da tutti gli autori.6 Ma dovevamo scegliere.

4 Sul genere letterario delle Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco (Torino, 1898-1948) e loro principali fonti (tra le altre, il processo di canonizzazione di Don Bosco), si veda il mio libro: Les Memorie I de Giovanni Battista Lemoyne, Etude d'un Zivre fondamental sur la jeunesse de saint Jean Bosco, tesi, Lyon, 1962. Del resto, i tre autori successivi di quest'opera (G. B. Lemoyne, A. Amadei e E. Ceria) hanno lavorato con coscienza e i loro « documenti » sono stati generalmente riportati con cura.

5 Escluderò almeno A. Caviglia, già citato, e D. BERTETTO, La pratica della vita cristiana secondo San Giovanni Bosco, Torino, 1961; e La pratica della vita religiosa secondo San Giovanni Bosco, Torino, 1961.

6 Vedere, sui termini di vita interiore, vita religiosa e vita spirituale, le considerazioni di J. DE GUIBERT, Lepns de théologie spirituelle, Toulouse, 1943, pp. 9-12, e di L. BOUYER, Introduction à la vie spirituelle, Paris, 1960, pp. 3-6.

La formula vita spirituale, in questo libro, sarà presa in senso lato. Lo stesso termine « spirituali » qui non indicherà dei cristiani che « hanno vissuto e manifestato nell'anima una mistica della presenza di Dio e del rapporto religioso personale e profondo; [che] si sono dedicati alla stessa unione con Dio, vissuta sia unicamente e semplicemente nella sua essenza
— è il caso di Taulero — oppure sotto l'aspetto di un'esperienza particolare: preghiera, croce, spogliamento... ».7 La stessa esistenza di un'esperienza personale della presenza di Dio nel nostro santo, in quest'opera non verrà messa in causa né per negarla né per confermarla. In conformità col significato del termine spirituale nel Nuovo Testamento, per vita spirituale vorremmo comprendere « tutto ciò che è relativo alla vita del cristiano secondo lo Spirito
— più precisamente, le realtà miste, che partecipano sia dello Spirito di Dio sia dello spirito dell'uomo — e quindi tutta la vita cristiana ».8 Si tratterebbe quindi dell'insieme delle relazioni con Dio secondo il comportamento e l'insegnamento di Don Bosco. Da parte nostra, vorremmo spiegare non tanto la storia della sua coscienza religiosa, quanto le sue convinzioni sul destino del cristiano.

Ogni studioso avvertirà che, posto il problema in questi termini, per affrontarlo dovevamo essere dei grandi ingenui o dei solenni presuntuosi. Infatti, un simile proposito comporta esigenze tali da dare le vertigini, perché « studiare la spiritualità dí un uomo significa cercare nell'immediatezza e concretezza delle testimonianze che lo riguardano — cioè nell'esistenza quotidiana come egli abbia vissuto e interpretato il dogma; ritrovare la sola e viva sintesi che ne ha fatto, la scelta che ha realizzato nei grandi temi trasmessi dalla tradizione, e il modo con cui ha sottolineato certi aspetti, certi particolari dell'insieme che è comune a tutti. Ma significa pure valutare, per quanto possibile, la compenetrazione della sua vita interiore e del quadro storico, geografico, letterario, artistico, scientifico e religioso in cui è nato ».9 Come si vede, si tratta d'un immenso problema storico. (Notiamo una volta per tutte che non dovremo necessariamente prendere posizione sul valore delle dottrine descritte).

7 Y.-M. CONGAR, Langage des spirituels et langage des théologiens, in La mystique rhénane. Colloque de Strasbourg (16-19 maggio 1961), Paris, 1963, p. 16.

8 J.-P. JOS SUA, Chrétiens au monde..., in Supplément à la Vie spirituelle, 1964, p. 457, nota.

9 JEAN LECLERCQ, Saint Pierre Damien, ermite et bomme d'Eglise (Con. Uomini e dottrine, 8), Roma, 1960, p. 8.

Ma di fronte a un simile ideale, riconosciamo che sovente siamo stati costretti a balbettare qualcosa su questioni profonde.

Il renderci conto della vastità dell'argomento ci ha però liberati da uno scrupolo di principio. Le discussioni estemporanee sulla stessa esistenza di una « spiritualità di san Giovanni Bosco » sarebbero state superflue se ci si fosse intesi sul significato delle parole. Probabilmente non è opportuno, come già è stato fatto osservare, classificarlo tra i dottori e gli autori di spirito," sebbene egli abbia voluto esplicitamente diffondere un « metodo di vita
cristiana » " e benché da un secolo molte anime, di cui due sono state dichiarate sante (san Domenico Savio e santa Maria Dome
nica Mazzarello) l'abbiano considerato maestro della loro vita spirituale. Ma, se Don Bosco fosse stato anche solo un cristiano circoscritto nel suo tempo, non gli si potrebbe negare una spiritualità, cioè un suo modo di vivere e, all'occasione, di esprimere
la vita spirituale. Ogni coscienza religiosa ha la sua storia e la sua impronta caratteristica che possono essere meritevoli di atten
zione. Sarebbe per lo meno strano rifiutare una spiritualità « originale » a un fondatore canonizzato; a meno che si voglia giustificare questa stranezza con una rigida interpretazione dell'aggettivo « originale ». Ma, in questo caso,. bisognerebbe dire e ripetere che « c'è, in ogni manifestazione della vita della Chiesa,
una legge costante: la fiamma di un nuovo ideale di perfezione cristiana non si accende mai, negli uomini scelti per diffonderlo,
nel mondo trascendente, freddo e spoglio del puro ideale ».'2Il mondo in cui è vissuto Don Bosco, come pure la struttura del suo carattere, hanno sempre contrassegnato la sua « spiritualità », senza tuttavia sopprimere la sua « originalità ».

La struttura del libro
Per rimanere fedeli al nostro progetto, dovevamo incominciare col descrivere le convinzioni fondamentali di Don Bosco sul piano spirituale.

10 Vedere A. AUFFRAY, En cardée derrière un guide pp. 5-6.

11 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, Alla gioventù, p. 5: « Vi voglio insegnare un metodo di vita cristiana... ».

12 H. RAHNER, Servir dans l'Église, Ignace de Loyola et la genèse des Exercices, trad. fr., Paris, 1959, p. 21.

Il primo capitolo non è, secondo noi, fuori posto. Le stesse opere pubblicate dal santo hanno contribuito a modellare il suo pensiero. Per approfondire la dottrina di Origene occorre conoscere almeno negli aspetti essenziali l'ambiente alessandrino del III secolo, la tradizione filoniana, i metodi di esegesi in uso nelle scuole del tempo, e non ignorare la persecuzione di Settimio Severo, la morte di Leonida, le contese fra Alessandria e Cesarea, e tante altre cose ancora... Chí trascurasse le lotte intime di sant'Agostino e il fascino che per qualche tempo il manicheismo esercitò su di lui, non potrebbe comprendere compiutamente le sue teorie sulla grazia e sul peccato. Per gli storici della loro spiritualità, è rischioso dimenticare il sangue borgognone che scorreva nelle vene di Bernardo di Chiaravalle, lo squallore della predicazione al tempo di Domenico di Osma, le origini spagnole di Iffigo Lopez de Loyola e le sue discussioni giovanili sulla incipiente riforma luterana. Quindi, anche noi dovremo cercar di conoscere un ragazzo vivace, cresciuto nell'Italia appena liberata dalla dominazione francese; seguire Giovanni Bosco nelle scuole piemontesi che gli diedero un'impronta indelebile; soffermarci sui maestri che hanno goduto della sua confidenza e sui libri che più sicuramente ha meditato.

Siccome Don Bosco non ha ideato teorie elaborate, la sua esperienza e il suo pensiero spirituale — oggetto principale di questo libro — non potevano essere presentati sulla base di una « autobiografia » e di opere che sarebbe bastato riassumere. Dovevamo cercare nella sua opera le caratteristiche salienti di una dottrina vissuta o trattata sulla vita in unione con Dio. Le abbiamo scoperte a poco a poco, rivelate da formule che gli erano familiari: « Lavoro e temperanza », « Lavoro, pietà e gioia », « Oportet pati cum Christo », « Siate dei buoni cristiani e dei buoni cittadini », « Per la maggior gloria di Dio e per la salvezza delle anime »; e manifestate attraverso il suo comportamento: lotta a servizio della Chiesa, stima dei sacramenti della Penitenza e dell'Eucarestia, creazione di società i cui membri, ecclesiastici o laici, vivendo o no in comunità, si sarebbero santificati con la « carità attiva » a servizio degli uomini. Don Bosco ha rivelato, più chiaramente di quanto avessimo osato sperarlo, come concepiva la vita cristiana; quali erano, secondo lui, gli strumenti della santità, il compito dell'ascesi e del servizio di Dio e degli uomini in una vita vissuta secondo Cristo. Tutto ciò ci verrà spiegato da lui stesso nei capitoli di questo libro che intendono descrivere la sua spiritualità.

Forse due di essi richiedono una particolare giustificazione. Uno, dedicato alle concezioni religiose del santo, non è estraneo alla sua vita spirituale. La riflessione sul suo tempo ci invitava, infatti, ad esaminare la sua « intenzionalità ». Quante scelte spirituali dipendono dall'idea che ci si fa di Dio, del Cristo e della Chiesa? Basta che Dio sia concepito come giudice o come padre, che il Cristo sia considerato come modello, amico o Signore, che la Chiesa sia vista come accentrata nel Papa oppure nelle sue dimensioni comunitarie, per modificare le caratteristiche essenziali dí una spiritualità. Un altro capitolo riguarderà il perfezionamento umano secondo Giovanni Bosco. Infatti, i rapporti tra la vita spirituale e la vita materiale di tutti i giorni erano, per il nostro santo, troppo importanti perché li potessimo ignorare.

Nel nostro studio su questi diversi problemi cederemo la parola a Don Bosco più che ai suoi commentatori. Un florilegio di citazioni, tradotte e succintamente commentate nell'ultima parte, consentirà al lettore di proseguire la sua conversazione con lui.

Tutto ciò avrebbe dovuto costituire una solida introduzione alla conoscenza storica della vita spirituale secondo san Giovanni Bosco e una risposta particolareggiata al quesito riguardante la sua collocazione nella storia della vita spirituale. Purtroppo, siamo ben lungi dall'esservi riusciti. Talvolta abbiamo dovuto accontentarci di testi di scadente edizione. La molteplicità delle avvertenze ai lettori, quando ce ne sfamo dovuti servire, e il controllo del loro contenuto su testi autentici (questi ultimi sempre citati secondo gli originali o i microfilm che avevamo a disposizione) non ci hanno liberato da ogni rimorso. In questi capitoli si noteranno delle lacune, e sarebbero stati legittimi anche altri punti di vista... Ci consoliamo un poco pensando che considerevoli studi su san Pier Damiani o san Bernardo, ad esempio, furono ispirati da una sola fonte, il Migne latino, mentre la nostra documentazione, nel complesso, è molto più sicura; e che anche una voluminosa opera sul nostro Don Bosco, con innumerevoli suddivisioni e poderosi capitoli, sarebbe sempre stata incompleta. D'altronde, dovrà pur nascere quest'opera quasi perfetta, ispirata da fonti ben controllate e límpide,13 frutto di sapienti studi di dettaglio e di un'ampia conoscenza della spiritualità italiana della prima parte del xix secolo. Nell'attesa, la duplice ambizione di questo modesto libro è di spazzare, con ogni possibile diligenza, un terreno che sembrava ingombro e di calmare provvisoriamente la bramosia — giustificata — di ammiratori e di discepoli che ignorano i tempi d'attesa indispensabili per comporre un'opera « definitiva ». Se, per di più, potessimo anche renderci utili a qualche specialista della storia spirituale del xix secolo — settore in cui, come ciascuno sa, i lavori documentati non abbondano — potremmo dirci soddisfatti.

Chi firma queste pagine, per dovere di giustizia, deve aggiungere che non a caso si esprime al plurale; infatti, esse non sono esclusivamente opera sua. L'autore, senza l'apporto di una trentina di studi parziali ciclostilati, riuniti sotto il titolo Introduction à l'esp-rit de saint Jean Bosco — composti in un « seminario » di studi storici da lui controllato, e precisamente il Groupe lyonnais de recherches salésiennes — non sarebbe andato oltre le pie intenzioni." Di fatto, questo libro ha potuto avvantaggiarsi delle inchieste e delle osservazioni di giovani studiosi coscienziosi, che hanno letto e riletto i discorsi, le lettere e anche i piccoli fascicoli gialli e azzurri di Don Bosco, che nessuno di loro ancora conosceva, e di cui anche i salesiani più avveduti — non solo ín Francia, ma anche in Italia — talvolta ignoravano perfino i titoli.

Lyon-Fontanière, ottobre 1965

13 Nel 1963 è stata istituita la commissione dei .Monumenta Societatis Salesiane Historica.

14 Ecco l'elenco di questi autori: l'uno o l'altro ha fornito alla raccolta parecchi contributi: Jean-Marie Barbier, Edouard Barriga, Aloys Bartz, René Bonnet, Dominique Britschu, Paul Charles, Alezandre Cussianovitch, Gilles Delalande, Victor Deravet, Jean Devos, Michel Duhayon, Alphonse Francia, Francois Garrido, Roland Ghislain, Pierre-Gilles Glon, Julien Lizin, Piene Morteau, Georges Parent, Raymond Parent, Bernard Poulet-Goffard, José Reinoso, Kees Van Luyn, Wim Van Luyn, Adam Xuan.

CAPITOLO I - DON BOSCO NEL SUO SECOLO

I tempi di Don Bosco

Lo spirito di un uomo è modellato dalla vita. Giovanni Bosco non è sfuggito alla legge comune. La sua esistenza si è sviluppata nell'Italia del xix secolo, sotto i pontificati di Pio VII, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XVI, e soprattutto di Pio IX e Leone XIII. Egli è vissuto, dapprima nel piccolo regno sardo, poi, dal 1861, nel regno d'Italia, nel Risorgimento e nell'unificazione della penisola a spese della monarchia pontificia. Durante la sua vita, il secolo è passato da un certo gallicanesimo e da un certo giansenismo allo spirito del Concilio Vaticano I e del liguorismo trionfante.' Giovanni Bosco fu successivamente sacerdote in una borgata, animatore di un gruppo giovanile, fondatore di società religiose. Uomo di azione opposto a tendenze varie, ora vi si è sottomesso, ora ha reagito, ora ha lottato. Ha parlato molto e ha scritto molto. Ma insisteremo sempre nel dire che la sua concezione della vita e della perfezione cristiana — quella che ci sforzeremo di descrivere nelle sue linee fondamentali in questi capitoli — non fu per nulla staccata dal suo tempo. In particolare, i suoi primi trent'anni e l'orientamento apostolico della sua opera sono stati decisivi nella formazione del suo spirito.

1 Su quest'ultimo punto, si veda G. CACCIATORE, S. Alfonso de' Liguori e il giansenismo. Le ultime fortune del moto giansenistico e la restituzione del pensiero cattolico nel secolo xvm, Firenze, 1944, pp. 293-300, 569-574.

L'ambiente rurale della sua infanzia

« Il giorno consacrato a Maria Assunta in Cielo fu quello della mia nascita, l'anno 1815, in Murialdo, borgata di Castelnuovo d'Asti ».2
In realtà, secondo l'atto di battesimo del bambino, datato al 17, il piccolo avvenimento ebbe luogo il 16 agosto.' D'altra parte, conta poco il giorno esatto; un fatto però è certo: Giovanni Bosco nacque in una borgata di campagna a circa 30 chilometri da Torino, allora capitale del Regno di Sardegna, alcune settimane dopo la battaglia di Waterloo (18 giugno 1815), quando, in Europa, la politica di restaurazione, iniziata l'anno precedente, diventava più dura a causa del breve risveglio rivoluzionario dei Cento Giorni.

Ma le agitazioni cittadine non l'avrebbero sconvolta tanto presto. Lo spirito del giovane Bosco sarà dapprima modellato dal quieto mondo familiare e rurale che lo circondava.

Egli conobbe appena suo padre Francesco (1784-1817) e visse con sua madre, Margherita Occhiena (1788-1856), una nonna paterna, Margherita Zucca (1752-1826), molto venerata e altrettanto temuta, un fratellastro, Antonio (1808-1849), nato dal primo matrimonio di Francesco, e un fratello maggiore, Giuseppe (1813- 1862).4 È facile immaginare il trauma subito dal bambino, poi dall'adolescente, con la scomparsa del padre. A sessant'anni, ricordava ancora íl momento penoso in cui sua mamma l'aveva trascinato fuori della camera ardente.' Nella casa dei Becchi, l'autorità fu assunta dalle due donne, poi, quando la nonna morì, dalla sola Margherita. È vero che Antonio — rozzo e vanitoso, secondo il

2 S. GIOVANNI Bosco, Memorie dell'Oratorio..., ed. E. Celia, p. 17. Le Memorie dell'Oratorio di S. Francesco di Sales (non si intenda, come sovente avviene, il termine « memorie » come ricordi personali del fondatore dei salesiani, bensì « delle memorie perché servano alla storia dell'oratorio San Francesco di Sales ») sono state scritte e rivedute da Don Bosco tra il 1873 e il 1878.

3 Memorie dell'Oratorio..., p. 8, h.-t.

4 Date — rivedute sui registri parrocchiali — in Don Bosco nel mondo, 38 ed., Torino, 1964, tavola fuori testo. In questo capitolo ci serviamo anche
di alcune conclusioni di F. DESRAMAUT, Les Memorie Lione, 1962.

5 Memorie dell'Oratorio..., p. 19.

giudizio di suo fratello, che non l'ha mai adulato — tentò di imporsi come capofamiglia, ma la mamma non cedette.

Margherita era una contadina energica, delicata, laboriosa e ricca di spirito soprannaturale.6 I suoi tre figli, quello adottivo e gli altri due, se ne accorsero. Bisognava lavorare: il piccolo Giovanni doveva custodire i tacchini o la mucca e poi zappare la piccola proprietà familiare. Verso i quattordici anni, verosimilmente nel 1828-1829, il nostro adolescente risiedette per circa diciotto mesi in un cascinale dei dintorni, detto Moglia di Moncucco. Tanto ai Becchi che alla Moglia, la religione era onorata, la preghiera quotidiana organizzata, le funzioni religiose della domenica scrupolosamente frequentate.

Giovanni non rimaneva chiuso in casa. Era un ragazzo sveglio, per quanto poco loquace, gli piaceva tendere trappole, saccheggiare nidi, allevare uccelli, talvolta cadeva dagli alberi temerariamente presi d'assalto, e non mancava mai agli spettacoli dei giocolieri nelle fiere e nei mercati del circondario. Si diveniva con i ragazzi del paese che sapeva tenere a bada. La sua arte del comando li soggiogava.' Tutti si stupivano delle sue acrobazie, perché « a undici anni, faceva i giuochi dei bussolotti, il salto mortale, la rondinella, camminava sulle mani; camminava, saltava e danzava sulla corda, come un saltimbanco di professione ».8 Aveva anche imparato a leggere. Le sue storie attiravano già « gente di ogni età e condizione »9 che egli divertiva e istruiva.

L'idea di utilizzare í suoi talenti per fini apostolici gli era venuta fin dall'età di cinque anni, secondo una confidenza fatta in vecchiaia al suo segretario Viglietti." Sovente ebbe occasione di ripetere quanto avesse influito su di lui, in questo senso, un sogno che aveva fatto da bambino. « Un uomo venerando » gli aveva ordinato di conquistare con la dolcezza una moltitudine di monelli che gli indicava, e di istruirli « sulla bruttezza del peccato

6 G. B. LEMOYNE, Scene morali di famiglia esposte nella vita di Margherita Bosco. Racconto edificante ed ameno, Torino, 1886. Questo libro è stato letto da Don Bosco che ne approvava il contenuto.

7 Memorie dell'Oratorio..., pp. 27-28.

8 Memorie dell'Oratorio..., p. 29.

9 Memorie dell'Oratorio..., p. 28.

10 Quaderno di Viglietti, utilizzato in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. I, p. 143; vedere F. DESRAMAUT, op. cit., p. 176.

e sulla preziosità della virtù »." Non gli fu possibile dimenticare quel sogno. Ai suoi ammiratori della domenica, prima di godere dei suoi spettacoli imponeva di recitare insieme il rosario e di ascoltare il riassunto della predica del mattino o una storia edificante."
Una famiglia di tradizione cristiana, ma priva della presenza paterna, un ambiente rurale laborioso, e anche un sogno in cui il ragazzino crede di scorgere che un avvenire missionario gli è preparato da Dio, sembra siano stati i fattori principali della sua formazione nel 1829.

L'iniziazione culturale sotto la. Restaurazione

È naturale che, in un ambiente impregnato di fede, Margherita, donna molto devota, abbia pensato di fare del suo beniamino un sacerdote."
Anche suo figlio era convinto di dover seguire questa via, ma l'opposizione accanita di Antonio gli impediva ancora, a quattordici anni, di iniziare gli studi secondari. Un cappellano di Morialdo gli venne in aiuto nel novembre del 1829." Don Calosso lo iniziò al latino e nel contempo gli inculcò alcuni princìpi di vita spirituale. Questo sacerdote era semplice, più semplice ad ogni modo dei suoi confratelli di Castelnuovo, e il suo allievo ebbe in lui un padre.

La sua morte immatura, avvenuta nel novembre del 1830, se spezzò per qualche tempo le speranze che Giovanni nutriva di ricevere una certa istruzione," decise Margherita a superare la resistenza di Antonio. Costui prese la sua parte di eredità e si ritirò dalla famiglia; così Giovanni poté finalmente frequentare prima la scuola pubblica di Castelnuovo (1831), poi il collegio municipale di Chieri (1 8 3 1-1 8 35).16

11 Memorie dell'Oratorio..., p. 23.

12 Memorie dell'Oratorio..., p. 30.

13 Memorie dell'Oratorio..., p. 25.

14 Per questa data si veda F. DESRAMAUT, op. cit., p. 230.

15 Sulle relazioni tra Giovanni e Don Calosso, vedere Memorie dell'Ora
torio..., pp. 33-44.

16 Memorie dell'Oratorio..., pp. 44-83, con le note di E. Certa sulla cronologia di Don Bosco.

Il mondo della Restaurazione piemontese lo accolse finalmente nelle proprie scuole di stretta tradizione confessionale.

Nel 1814, il Regno di Sardegna era ritornato alla vecchia dinastia savoiarda. Carlo Emanuele I (1802-1821), quindi Carlo Felice (1821-1831), avevano cercato di restituire al Piemonte l'aspetto d'un tempo. Sotto il loro regno, la monarchia legittima, la Chiesa e in generale l'autorità tradizionale, piuttosto maltrattata ai tempi del trionfo della Rivoluzione, ritrovarono ufficialmente il loro prestigio. Ben presto furono ripristinate le solennità religiose del xvm secolo e in più quella di san Giuseppe." Gli Ebrei, tranne i terreni dei ghetti e dei cimiteri, dovettero alienare i beni stabili, che la tolleranza dei governi precedenti aveva loro permesso di acquistare (1816).18 Una parte dei religiosi espulsi poterono far ritorno ai loro conventi, da cui erano stati espulsi dai Francesi e dai loro collaboratori? Fu ricostituita tutta una serie di piccole diocesi: Alba, Aosta, Biella, Bobbio, Fossano, Pinerolo, Susa, Tortona, Alessandria, coi loro rispettivi seminari." Un minuzioso regolamento di ispirazione gesuitica," firmato da Carlo Felice il 23 luglio '1822, contribuì a ridare alle scuole pubbliche una fisionomia decisamente « cattolica », se non clericale. Giovanni Bosco, pertanto, è cresciuto in un clima di Restaurazione, ed è un particolare che non dobbiamo trascurare.

Ascoltiamolo mentre parla, non senza nostalgia, dell'organizzazione scolastica vigente nel collegio di Chieri: « Qui è bene 'che vi ricordi come di quei tempi la religione faceva parte fondamentale dell'educazione (...). La mattina dei giorni feriali s'ascoltava la santa messa; al principio della scuola sí recitava divotamente
l'Actiones coll'Ave Maria. Dopo dicevasi coll'Ave Maria.

17 T. Curuso, La Chiesa in Piemonte dal 1797 ai giorni nostri, t. III, Torino, 1889, p. 12. Qui bisogna notare che il canonico Chiuso, che era stato uno dei collaboratori dell'arcivescovo di Torino, Gastaldi, era molto informato sugli affari della Chiesa in Piemonte.

18 T. Curuso, op. cit., p. 32.

19 T. Gurus°, op. cit., pp. 34-37.

20 T. Cmuso, op. cit., pp. 42-43.

21 Opera di L. Taparrlli d'Azeglio, questo regolamento era, ci si dice, « fatto più per dei novizi di convento che per degli allievi di scuola pubblica » (M. SANCIPIUANO, Il pensiero educativo italiano nella prima metà del secolo XIX, nell'opera collettiva Momenti di storia della pedagogia, Milano, 1962, p. 274).

Ne' giorni festivi poi gli allievi erano tutti raccolti nella chiesa della congregazione. Mentre i giovani entravano si faceva lettura spirituale, cui seguiva il canto dell'uffizio della Madonna; di poi la messa, quindi la spiegazione del Vangelo. La sera catechismo, vespro, istruzione. Ciascuno doveva accostarsi ai santi sacramenti e per impedire trascuratezza di questi importanti doveri, erano obbligati a portar una volta al mese il biglietto di confessione. Chi non avesse adempito questo dovere non era più ammesso agli esami della fine dell'anno, sebbene fosse dei migliori nello studio ».n Don Bosco quando scriveva queste righe, verso il 1875, non era certo influenzato dal liberalismo religioso e non si può quindi pensare che egli abbia recalcitrato, quarant'anni prima, sotto il regime che imponeva misure tanto poco tolleranti.

In questo clima, Giovanni seguì tutti i suoi corsi secondari. Insieme allo studio si dedicò anche a molte altre cose, perché era amantissimo di « canto, suono, declamazione, teatrino ». A « questi trattenimenti diversi prendeva parte di tutto cuore »3' Non aveva fondato, nel suo collegio, una società dell'allegria? 24 Sovente poi (troppo sovente, perché la sua salute ne soffrì gravemente), per distrarsi, di notte leggeva, in un ripostiglio della sua pensione, i classici latini, « Cornelio Nepote, Cicerone, Sallustio, Quinto Curzio, Tito Livio, Cornelio Tacito, Ovidio, Orazio Fiacco ed altri ».25 Riceveva dunque, o si dava, una cultura umanistica secondo la migliore tradizione dei Padri gesuiti. C'era in lui un'armonia tra la pratica religiosa frequente e controllata e í divertimenti e le letture profane. La tappa successiva della sua formazione sarà in contrapposizione con questo umanesimo, ma gli era troppo connaturale perché lo rinnegasse veramente per sempre.

La formazione clericale

in un ambiente prima rigorista, poi liguoriano
Per un certo periodo, il giovane Bosco credette di avere una vocazione francescana e fu anche accolto come postulante nell'Or

22 Memorie dell'Oratorio..., pp. 54-55.

23 Memorie dell'Oratorio..., p. 69.

24 Memorie dell'Oratorio..., pp. 52-53.

25 Memorie dell'Oratorio..., p. 78.

dine." I suoi consiglieri lo dissuasero dal seguire quella strada. Così nel mese di novembre del 1835 il nostro giovane, che aveva allora vent'anni, iniziò la sua vita di seminarista. In diocesi c'erano quattro seminari: a Torino, Bra, Chieri e Giaveno.27 Giovanni fu formato in quello di Chieri, un ex-convento di Filippini da poco acquistato (1829) dall'amministrazione diocesana torinese.

La sua vita di chierico si apriva su un mondo ecclesiastico caratterizzato in Piemonte dallo spirito del xviir secolo, piuttosto rigorista, se non giansenista, portato, nei suoi dementi migliori, più alla pietà che alla scienza " e, inoltre, non privo di sentimenti « gallicani » diffusi da un'attiva propaganda sotto il regime napoleonico.29 L'università di Torino, di orientamento tomista, probabiliorista, regalista e anticurialista nel secolo precedente," continuava ad esercitare la sua influenza. Il caso del professore andliguoriano Dettori sospeso nel 1827, in seguito a un intervento romano, dalle sue funzioni nella facoltà teologica di quell'università in cui era molto apprezzato, conferma il persistente predominio della mentalità probabiliorista." Si insisteva sull'aspetto laborioso della vita cristiana in generale e della salvezza eterna in particolare. Secondo i pastori dell'epoca — spiegava più tardi Giuseppe Cafasso — era « difficile osservare i comandamenti, difficile ricever bene la santa comunione, difficile perfino sentir una Messa con divozione, difficile il pregare come si deve, difficile soprattutto arrivar a salvarsi, ed essere ben pochi quelli che si salvano... ».32

26 Memorie dell'Oratorio..., p. 80.

27 T. Cilluso, La Chiesa..., t. III, pp. 139-140.

28 Essa era poco sostenuta dall'arcivescovo Fransoni, se si sta a M. F. MELLANO, Il caso Fransoni e la politica ecclesiastica piemontese (1848-1850) (Coll. Miscellanea historiae pontificiae, 26) Roma, 1964, pp. 7-8. Fransoni fu arcivescovo di Torino dal 1832 al 1862.

29 Vedere P. STELLA, Crisi religiose nel primo Ottocento piemontese, Torino, 1959; Il giansenismo in Italia, t. I, prima parte, Zurigo, 1966, pp. 15-30.

30 Vedere la seconda parte dell'articolo di P. STELLA, La bolla U nigenitus e i nuovi orientamenti religiosi e politici in Piemonte sotto Vittorio Amedeo II dal 1713 al 1730, nella Rivista di Storia della Chiesa in Italia, 1961, t. XV, pp. 216-276.

31 Vedere ad esempio P. Punti, P. Giovanni Roothaan..., Isola dei Liti,
1930, pp. 137-147.

32 G. CAFASSO, Manoscritti vari, VII, 2791 B; citati da F. ACCORNERO, La dottrina spirituale di S. Giuseppe Cafasso, Torino, 1958, p. 110.

Benché scarsamente entusiasta e con qualche riserva per la pratica sacramentale (si eclissava per andare a comunicarsi) il chierico Bosco si sottomise alla dottrina e al metodo di vita che gli furono imposti durante la sua permanenza nel seminario di Chieri. Era il tempo in cui egli scopriva l'Imitazione di Cristo," studiava il probabiliorista Alasia e leggeva l'Histoire ecclésiastique del Fleury, di cui non distingueva ancora le tendenze « gallicane ».34 Ma il comportamento poco amabile dei suoi superiori gli faceva auspicare uno stile di educazione più cordiale." Quando lavorava o discuteva nei circoli di studio formati dai seminaristi, i suoi gusti lo portavano di preferenza verso la Bibbia e la storia della Chiesa, cioè verso materie poco insegnate o del tutto trascurate. Alle scienze propriamente teologiche prestava quella minima attenzione indispensabile per riuscire — brillantemente, perché era intelligente e dotato di una memoria eccellente — negli esami sui trattati scolastici." Le sue considerazioni sulla condotta del suo amico Luigi Comollo ci sembrano indicative di certe sue esitazioni di quel tempo." Quel giovane aveva la pietà minuziosa e, a volte, tesa che la spiritualità in voga scatenava nelle anime generose che la prendevano sul serio. Le sue crisi sul letto di morte (1839) in cui, allucinato dall'inferno, rasentò la disperazione, si leggono con una certa pena. In realtà, Don Bosco si fece correggere di tutto punto dal Comollo che influì molto su di lui. Ma, ci confida — e questo ci sembra illuminante — « in una cosa sola [sulla quale fornisce subito particolari eloquenti], non ho nemmeno provato ad imitarlo: nella mortificazione »." In certi casi, il rigore lo aveva sbalordito e probabilmente sedotto, ma preferiva una spiritualità che fosse almeno più adatta al suo temperamento, quella stessa di cui, a partire dal 1841, avrebbe trovato certe grandi linee nel convitto ecclesiastico di Torino.

Fondato nel 1817 dal teologo Luigi Guala — coadiuvato dal suo padre spirituale Pio Brunone Lanteri (morto nel 1830), uno dei

33 Memorie dell'Oratorio..., p. 110.

34 Memorie dell'Oratorio..., pp. 111, 113.

35 Memorie dell'Oratorio..., p. 91.

36 Memorie dell'Oratorio..., pp. 94,1_08, 111.

37 Cenni storici sulla vita del chierico Luigi Comollo..., scritti da un suo
collega, Torino, 1844.

38 Memorie dell'Oratorio..., p. 95.

validi artefici della riforma della Chiesa all'inizio del xix secolo questo convitto era destinato alla formazione pastorale del giovane clero." Lo spirito dell'istituzione differiva sensibilmente da quello del seminario di Chieri. Luigi Guala aveva scelto, in morale e in dogmatica, la linea dei Padri gesuiti, e il principio del primato dell'amore sulla legge» Nei suoi corsi, le soluzioni morali erano probabilioriste, l'ecclesiologia « ultramontana », la disciplina sacramentale e l'insegnamento ascetico relativamente ampi." II « benignismo » si sostituiva al rigorismo di moda." Con Luigi Guala, la Compagnia di Gesù trasmetteva, nel convitto, lo spirito che l'animava a quel tempo in Italia: « ascetica ignaziana, lotta aperta contro il giansenismo e il reaalismo, sincera e tenera devozione al S. Cuore, alla Madonna, al Papa, frequenza dei Sacramenti, teologia morale secondqlospirito di S. Alfonso »» Chi usciva da Chieri, non trovava tuttavia un cambiamento radicale. Malgrado il rilievo dato agli studi, l'intellettualismo non insidiava gli allievi del convitto più di quanto non insidiasse quelli del seminario. In compenso, la devozione, con la pratica dell'apostolato,44 aveva una parte importante nella loro vita.

certo che i giovani sacerdoti trovavano in quella casa le tendenze dell'Amicizia cattolica istituita, anche a Torino, dal Padre Lanteri all'inizio della Restaurazione» Sarebbe interessante

39 Di Guala• non esiste una vera biografia, ma A.-P. Frutaz ha preparato su di lui un ragguaglio molto interessante pubblicato nel Dictionnaire de Spiritualité, VI, coli. 1092-1094. Sulle origini del convitto, si trovano numerosi cenni e discussioni in A.-P. FRUTAZ, Beatificationis et canonizationis Servi Dei Pii Brunonis Lanteri... Positio super introductione causae et super virtutibus, Città del Vaticano, 1945, soprattutto pp. 199-215.

40 Vedere Memorie dell'Oratorio..., p. 122. La corrispondenza del Guala col P. J. Roothaan, superiore generale dei Gesuiti, è abbondante (Epistolae J. Roothaan, t. 4, 5, Roma, 1939-1940, passim).

41 Memorie dell'Oratorio..., p. 122, e le biografie dí san Giuseppe Cafasso.

42 F. ACCORNERO, La dottrina spirituale di S. Giuseppe Cafasso, op. cit., p. 108, con le indicazioni bibliografiche della p. 128.

43 F. M. BAUDUCCO, S. Giuseppe Cafasso e la Compagnia di Gesù, in La Scuola Cattolica, 1960, p. 289; secondo P. BRAIDO, Il Sistema preventivo di Don Basco, 2a ed., Zurigo, 1964, p. 80, nota.

44 Memorie dell'Oratorio..., pp. 1121, 123; G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. II, pp. 51-52.

45 C. BONA, Le « Amicizie ». Società segrete e rinascita religiosa, 17701830, Torino, 1962. L'Amicizia di Torino aveva, del resto, finito di vivere nel giugno del 1828, vittima dello spirito di parte (op. cit., p. 453).

conoscere se il pensiero di Giuseppe de Maistre fu anche qui determinante come lo fu nel gruppo in cui lo scrittore savoiardo esplicò la sua attività fin dall'inizio.46 Ad ogni modo, il convitto è stato uno dei crogiuoli in cui il « nuovo stile ecclesiastico e religioso » (R. Aubert) — quello che si è imposto nella seconda parte del xix secolo — ricevette la sua forma, almeno nell'Italia del nord.

Il convitto ha modellato Don Bosco all'inizio della sua maturità, durante i tre anni che seguirono la sua ordinazione sacerdotale (5 giugno 1841). Sotto la direzione dei due maestri Guala e Cafasso, egli vi « imparò ad essere prete », cosa alla quale il seminario di Chieri non lo aveva, secondo lui, sufficientemente iniziato."
L'insegnamento che ricevette in questa istituzione era imperniato sul professore Giuseppe Cafasso (1811-1860). Sarà sempre difficile stabilire esattamente quale sia stata l'influenza di questo futuro santo nella formazione di Don Bosco. Si rifletta per lo meno su questa sua frase: « Se ho fatto qualcosa di bene, lo debbo a questo degno ecclesiastico, nelle cui mani riposi ogni mia deliberazione, ogni studio, ogni azione della mia vita »48 Fu per Don Bosco una guida e un modello di sacerdote e di apostolo, soprattutto tra il 1841 e il 1860.49 Sotto le formule un po' enfatiche dei suoi discorsi funebri del 1860, si scoprono le virtù che il giovane sacerdote Bosco ammirò in quest'uomo e che egli si ingegnò di imitare. Come Don Guala che pose gli occhi su Don Cafasso quando era alla ricerca di un collaboratore per il convitto, anche Don Bosco era stato attratto dalla sua « umiltà profonda, pietà sublime, ingegno non ordinario, innocenza celeste, prudenza consumata ».5° Se qualcuno si stupisce della trasformazione dell'adolescente turbolento di Chieti divenuto, al tempo di Domenico Savio, il direttore equilibrato di Torino, dobbiamo ricordargli non solo la differenza di età, la lezione mai dimenticata del sogno avuto a nove anni e ripetuta in seguito, l'esempio del Comollo, la disciplina relativamente rigorista del seminario e la spiritualità liguoriana, ma anche í venti anni di direzione spirituale di un santo sacerdote, umile, calmo, disinteressato.

46 T. Cumso, La Chiesa..., t. III, p. 37; C. BONA, op. cit., pp. 345-347.

47 Memorie dell'Oratorio..., p. 121.

48 Memorie dell'Oratorio..., p. 123.

49 Vedere gli schemi dei due discorsi pronunciati da Don Bosco dopo la sua morte e radunati sotto il titolo: G. Bosco, Biografia del Sacerdote Giuseppe Caffasso..., Torino, 1860. Don Bosco scriveva Caffasso.

50 G. Bosco, Biografia del Sacerdote Giuseppe Caffasso..., p. 75.

L'apostolato cittadino fra i giovani abbandonati

A ventinove anni, nel 1844, Don Bosco finalmente concludeva gli studi. Certe caratteristiche della sua dottrina e del suo spirito non muteranno più. Egli sarà sempre liguoriano (con alcune sfumature che tenteremo di scoprire), senza rinnegare del tutto íl Dio severo della sua giovinezza. Egli combinerà l'umanesimo, che gli era connaturale, col senso della debolezza estrema della creatura, del dominio di Satana sul mondo e dell'attrattiva della concupiscenza sull'uomo. E tuttavia egli si evolverà. La vita gli offrirà le sue lezioni. il suo senso della Chiesa assumerà sfumature con l'evoluzione della Questione romana, la sua fiducia nell'azione santi ficatrice si affermerà e la sua pietà sacramentale crescerà secondo le linee di forza del tempo e le esperienze personali.

L'apostolato di Don Bosco era cominciato nella città di Torino fin dal 1841. Torino era allora una capitale di circa centotrenta-mila abitanti, non ancora industrializzata, ma polo di attrazione della gioventù rurale dei dintorni. E sacerdote Bosco vi aveva creato una specie di club o di associazione giovanile; vi aveva visitato le prigioni; vi aveva svolto un'intensa opera di predicazione... Dovette però attendere la sua uscita dal convitto per avere una mansione fissa, quella di direttore aggiunto di un pensionato di « oltre quattrocento giovanette ».51 Questo incarico non gli era congeniale. In questo periodo della sua vita lo vediamo agire principalmente in tre ambienti: quello dei giovani operai abbandonati, quello dei futuri chierici provenienti dal popolo e quello delle persone semplici, la cui fede vacillava nello sconvolgimento politico-religioso degli anni che seguirono il 1848.

Egli diede il meglio di sé nel servizio dei predelinquenti. Fin dal 1841 certe scene nelle prigioni torinesi l'avevano sconvolto: « Vedere turbe di giovanetti, sull'età dai 12 ai 18 anni, tutti sani, robusti, d'ingegno svegliato, ma vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare dí pane spirituale e temporale, fu una cosa

51 Memorie dell'Oratorio..., p. 133.

che mi fece inorridire »." Per i giovani fondò un « oratorio », cioè, nel senso originario che egli attribuiva al termine, « un luogo destinato a ricreare con piacevoli trastulli i giovanetti, dopo che essi hanno soddisfatto ai loro doveri di religione »." All'inizio, l'« oratorio » era aperto solo alla domenica e nei giorni festivi. Don Bosco sarà dunque educatore di giovani lavoratori quasi privi di qualsiasi istruzione. A poco a poco, egli li vedrà trasformarsi e santificarsi sotto i suoi occhi, mediante l'insegnamento della religione, la pratica delle virtù, il ricorso alla confessione e all'Eucarestia. La sua fiducia nei metodi che gli erano stati insegnati aumenterà col crescere del successo del suo apostolato. La maggior parte dei suoi princìpi sulla « parola di Dio », gli « esercizi » e la vita sacramentale non varieranno più.

Sempre per i giovani, durante quegli anni pubblicava anche una storia della Chiesa (1845), un libro di aritmetica (1846?) e un libro di devozione a san Luigi Gonzaga (1846). Ma la sua salute era precaria. La marchesa di Barolo, rammaricata nel vederlo logorare le forze in un'attività che sfuggiva al proprio controllo, lo invitò a scegliere tra le sue « giovanette » e i ragazzi: Don Bosco non esitò e diede subito le dimissioni (1846).54 D'ora in poi si sarebbe dedicato esclusivamente all'oratorio di San Francesco di Sales, fulcro della sua attività cittadina svolta nel quartiere più o meno di buona fama dí Valdocco, ove si sarebbe rapidamente sviluppata. Ben presto alcuni giovani furono ospitati in una casa aggregata all'oratorio (la « casa dell'oratorio san Francesco di Sales ») e, dal 1853, alcuni poterono imparare un mestiere in laboratori rudimentali ivi installati. Nasceva così la scuola professionale salesiana anch'essa destinata dapprima ai giovani abbandonati.

Il clima politico e religioso del Piemonte dal 1848 al 1860

Contrariamente a un'opinione diffusa, questa scuola era lungi dall'esaurire tutta l'attività di Don Bosco. I suoi giovani erano

52 Memorie dell'Oratorio..., p. 123.

5 G. Bosco, Il pastorello delle Alpi..., Torino, 1864, pp. 70-71, nota.

54 Memorie dell'Oratorio..., pp. 161-163.

stati prima di tutto degli artigiani, in massima parte muratori. Gli avvenimenti del 1847 e 1848 in Piemonte lo orientarono verso altre categorie sociali, pur senza fargli dimenticare le classi popolari.

Da alcuni anni il clima politico era mutato. Nel 1831, Carlo Alberto era succeduto a Carlo Felice. Ora, come scriveva il canonico Chiuso, quel re sembrava « non averla egli mai rotta affatto con gli uomini della rivoluzione »." Ciò significa che pareva disposto a staccarsi dallo spirito della Restaurazione, che era piuttosto incline a quello liberale e che, con grave scandalo del rigido conservatore Solaro della Margherita, non era insensibile a certe suggestioni del Risorgimento." Quando, dal 1847, le pressioni dell'opinione pubblica fecero prevalere la corrente liberale, tutti ritennero che il re fosse d'accordo. Le riforme costituzionali di quell'anno suscitarono in Torino parecchi entusiasmi." Lo Statuto del 1848, che proclamava la libertà della stampa (art. 11) e garantiva la libertà individuale (art. 12) — anche i cittadini valdesi ed ebrei beneficiavano della legislazione comune — provocò ulteriori entusiasmi popolari." Il mutamento era però troppo brusco. Il conservatorismo era radicato nell'alto clero. Le novità erano attribuite alle .sètte. Ben presto si scatenarono reazioni anticlericali, di cui i Gesuiti, e poi le Dame del Sacro Cuore, furono le prime vittime. L'arcivescovo di Torino, Mons. Fransoni, un aristocratico che non era disposto a lasciarsi sopraffare, fu imprigionato e, nel 1850, dovette andare in esilio a Lione." Una sequela di misure laicizzanti cominciava a trasformare completamente la vita del clero del Regno di Sardegna: soppressione del foro e delle immunità ecclesiastiche (1850), abolizione delle decime in Sardegna (1851),

55 T. Cmuso, La Chiesa..., t. III, p. 125.

56 T. Cm-uso, op. cit., pp. 124-125.

57 Vedere T. Caruso, op. cit., pp. 208-209. Sembra proprio che Carlo Alberto si sia trovato preso in un ingranaggio e che lo Statuto, lungi dall'essere stato opera sua, gli sia stato imposto, dopo una dura lotta, dai suoi consiglieri, in particolare da Thaon de Revel. (Vedere E. CROSA, La concessione dello Statuto. Carlo Alberto e il ministro Borelli redattore dello Statuto, Torino, 1936).

58 Vedere T. C.Hruso, op. cit., pp. 220, 230-231, ecc.

59 Vedere, su Mons. Fransoni, G. MARTINA, Il liberalismo ed il Sillabo, Roma, 1959, pp. 65-67; M. F. MELLANO, Il caso ,Fralisoni e la politica ecclesiastica piemontese (1848-1850), già citato. ;


progetto di legge — del resto senza seguito — che introduceva il matrimonio civile (1852), occupazione del seminario diocesano di Torino (1854)," infine legge dei conventi (1855), secondo cui cessavano di esistere « come persone morali
e riconosciute dalla legge civile, le case appartenenti agli ordini
religiosi, che non si dedicavano alla predicazione, all'educazione
o all'assistenza degli ammalati » (art. 1).61
Oramai bisognava tener conto di una mentalità dannosa per la Chiesa istituzionale, almeno per quanto riguardava le strutture di tempo e di luogo. Don Bosco, senza tenerezze per le « funeste
conseguenze » dei « principi » che avevano preparato lo Statuto del 1848,62 mise le proprie forze a servizio della Chiesa princi
palmente in due campi: la cura dei chierici e la lotta contro l'errore tra la gente semplice.

La cura dei chierici

Egli si preoccupò della diminuzione dei seminaristi. « Mentre gli istituti religiosi si andavano così disperdendo, i preti erano
vilipesi, taluni messi in prigione, altri mandati a domicilio coatto, come mai, umanamente parlando, era possibile coltivare lo spi
rito di vocazione? »." Per assicurare l'avvenire della Chiesa in Piemonte, egli si rivolse, raccontava più tardi, verso « quelli che maneggiavano la zappa od il martello »,64 molto più sicuri, secondo lui, dei figli di famiglia che frequentavano le « scuole pubbliche » e i « grandi collegi ». Nacquero così, dopo il 1849, i corsi secondari nell'oratorio di Valdocco. Li frequentarono Domenico Savio tra il 1854 e il 1857, Michele Magone tra il 1857 e il 1859, Francesco Besucco tra íl 1863 e il 1864. Una parte degli allievi erano vocazioni tardive. Alcuni anni dopo, la cifra dei sacerdoti usciti da questo centro era già impressionante.

60 Questo seminario era chiuso ai seminaristi dopo il 1848. Particolari in T. Camuso, La Chiesa..., t. IV, 1892, pp. 168469. Sull'affare del matrimonio civile, vedere V. ELIGIO, Il tentativo di introdurre il matrimonio civile in Piemonte (1850-1852), Roma, 1951.

61 T. Cimoso, op. cit., p. 209. Vedere anche R. AUBERT, Le pontificat de Pie IX, 2a ed., Parigi, 1963, pp. 77-78.

62 Memorie dell'Oratorio..., p. 217.

63 G. Bosco, Cenno storico sulla congregazione di S. Francesco di Sales
e relativi schiarimenti, Roma, 1874, p. 3.

64 G. Bosco, Cenno..., p. 4.

Si deve concludere che la spiritualità proposta da Don Bosco si rivolgeva ad anime maggiormente illuminate in materia religiosa.

La lotta contro i Valdesi

L'evoluzione politica lo portò a lottare contemporaneamente su un altro fronte. I Valdesi profittavano dell'uguaglianza dei diritti e della libertà di stampa, recentemente conquistata, per estendere la loro influenza, in particolare nel mondo delle persone prive di cultura. Costoro erano certamente numerosi, poiché le statistiche- del 1848 ci dicono che i due quinti dei torinesi non sapevano né leggere né scrivere." Secondo Don Bosco (però su questo punto troppo assoluto) i missionari valdesi operavano con tanto maggior successo in quanto « i cattolici, fidandosi delle leggi civili che fino allora li avevano protetti e difesi, appena possedevano qualche giornale, qualche opera classica o di erudizione, ma níun giornale, níun libro da mettere nelle mani del basso popolo »." Il nostro apostolo rispose nel 1850 (e forse fin dal 1848) con alcuni Avvisi ai cattolici, largamente distribuiti: in due mesi, ci dice, « se ne diffusero oltre a ducentomila esemplari »." Costatato il successo, dal 1853, iniziò un'offensiva su larga scala con la rivista Letture Cattoliche che contrastava il passo alle Letture, evangeliche, di ispirazione valdese. I fascicoli, dapprima mensili, avevano un centinaio di pagine. La battaglia fu animata. Il redattore della nuova pubblicazione ebbe delle visite, fu minacciato e provocato, ma si difese e contrattaccò. I suoi avversari non si limitarono alle dispute verbali: Don Bosco era perfino persuaso di dover imputar loro alcuni attentati da cui, più fortunato dell'abate Margotti," era uscito indenne." Ma le violenze non lo scoraggiarono. Le Letture Cattoliche continuarono

65 G. MELANO, La popolazione di Torino e del Piemonte nel secolo XIX, Torino, 1960, p. 75.

66 Memorie dell'Oratorio..., p. 240.

67 Memorie dell'Oratorio..., p. 241.

68 T. Camuso, La Chiesa..., t. IV, p. 25. Giacomo Margotti era direttore del giornale « integralista » L'Armonia (E. SPDTA, Giornalismo cattolico e liberale in Piemonte, 1848-1852, Torino, 1961, pp. 12, 17-24).

69 Memorie dell'Oratorio..., pp. 243, 246-251.

a uscire, e la storia registra che in Piemonte, « fin dal 1860, l'insuccesso del movimento valdese era evidente »."
Don Bosco, quindi, non è stato solo un saltimbanco per ragazzini. Nella metà del XX secolo, in un tempo e in un paese in cui le persone di Chiesa sentivano franare il terreno sotto i loro piedi, egli difese efficacemente la vita e la fede dei giovani lavoratori e del « basso popolo ». È del massimo interesse considerare lo spirito con cui operava. È facile dedurlo: non era quello del 1848, perché a quel tempo tendeva a. « conservare ». Prova complementare: Mons. Luigi Moreno, vescovo di Ivrea, amministratore delle Letture Cattoliche, era un intransigente.

La fondazione di società religiose

Dal 1858 circa, senza rinunciare alla propria attività editoriale e alla personale direzione dei suoi giovani, Don Bosco si è dedicato soprattutto alla fondazione e allo sviluppo delle sue società religiose. Quest'impresa lo ha indotto a inserire nella sua dottrina un insegnamento sui voti religiosi e, in un ordine diverso, a rafforzare le sue opinioni « ultramontane ».

Il nostro santo lavorava nella Chiesa di Pio IX (1846-1878). Egli ha conosciuto solo i primi anni del pontificato di Leone XIII (1878-1903). Ora, sotto Pio IX, la cattolicità — battuta sul piano temporale con la divisione degli Stati pontifici, conclusa con la presa di Roma del 20 settembre 1870 — si stringeva intorno al suo capo, immortalato da sfortune immeritate e da una serie di scelte religiose di vasta risonanza, come le definizioni dell'Immacolata Concezione di Maria, nel 1854, e dell'infallibilità personale del sovrano pontefice nel Concilio Vaticano I, nel 1870.71 L'ultramontanismo spazzava tutte le resistenze in Italia, in Francia, in Germania, in Gran Bretagna... Diciamolo subito: quando fondava la sua opera mondiale, Don Bosco, discepolo di sant'Alfonso e formato al convitto, condivideva volentieri questo spirito, da cui

70 R. AUBERT, Le pontificat de Pie IX, ed. cit., p. 3, nota. Sui Valdesi nell'Italia nel xix secolo, vedere la notevole opera di G. Sprvt, Risorgimento e Protestanti, Napoli, 1956, che, giustamente, dedica loro un posto importante.

71 R. AUBERT, Le pontificat de Pie IX, ed. cit., pp. 497-503: Il bilancio di un pontificato.

il proprio ideale di perfezione apostolica traeva i lineamenti definitivi. La sua Vergine diventava l'Ausiliatrice, la regina delle battaglie della Chiesa, e questa era oramai personificata, ai suoi occhi, da Pio IX, di cui i vescovi non erano che i delegati. Nel Regno dí Dio egli concepiva l'apostolo come un lottatore cui era riservato il compito di appagare tutti i desideri del papa infal
libile.

Risaliamo di alcuni anni.' Nel 1852, Don Bosco era stato nominato da Mons. Fransoni direttore dei tre oratori torinesi.

Silenziosamente, nel periodo che ne seguì, egli formò i quadri dell'opera che stava progettando. Fin dal 1855, il giovane Michele
Rua (1837-1910), suo futuro successore, pronunciava voti privati. Ma la società nacque, in realtà, solo quattro anni più tardi.

Nel 1858, Don Bosco si era recato per la prima volta a Roma
in udienza da Pio IX, al quale aveva consegnato una lettera commendatizia di Mons. Fransoni e un progetto di « regola
mento » della propria società. Il papa lo aveva ricevuto con molta benevolenza e, secondo le relazioni posteriori del santo, gli aveva consigliato: 1) di creare « una società dai voti semplici, perché senza i voti, i necessari legami di membri a membri e di superiori a inferiori le sarebbero mancati »; 2) di non imporre un abito speciale né pratiche né regole che distinguessero gli associati .dal mondo." Questo programma si adattava benissimo a Don Bosco, da cui riprendeva senza dubbio le proprie idee, confermate dall'esempio di Antonio Rosmini, fondatore dell'Istituto della Ca
rità, e dalle considerazioni di Urbano Rattazzi." Nel 1880, così risponderà a una domanda ufficiale di infoimazioni sull'oratorio

72 Don Bosco ha tracciato molte volte la storia della sua società religiosa, nelle introduzioni delle Costituzioni salesiane, nelle sue precisazioni per le autorità ecclesiastiche e nelle conferenze ai salesiani. Il seguito riprende, con alcune precisazioni complementari, l'inizio di una pubblicazione di E. CEMA, La società salesiana. Fondazione, organismo, espansione, Colle Don Bosco, 1951; e un capitolo del Groupe Lyonnais de Recherches Salésiennes, Précis d'histoire salésienne, Lyon, 1961, pp. 47-50.

73 G. Bosco, Cenno..., pp. 6-7.

74 Don Bosco era in relazione con Antonio Rosmini da una decina d'anni (vedere Epistolario di S. Giovanni Bosco, t. I, p. 31). Il colloquio di Don Bosco e del ministro Urbano Rattazzi, cui alludo, ebbe luogo nel 1857, secondo G. B. Lemoyne. Questo autore lo riporta per intero, secondo G. Bonetti (Storia dell'Oratorio..., in Bollettino Salesiano, 1883, p. 97), nelle Memorie biografiche..., t. V, pp. 696-700.

di Valdocco: « Credo necessario di notare che non esiste tra noi alcun sodalizio, ma solo una pia Associazione detta di San Francesco di Sales, la quale ha per iscopo di occuparsi della educazione della Gioventù specialmente povera ed abbandonata. L'esponente e tutti quelli che vi appartengono sono liberi cittadini e in ogni cosa dipendono dalle Leggi dello Stato... »."
Solo il 9 dicembre 1859 egli ha parlato apertamente del suo progetto ai salesiani; dopo qualche giorno di riflessione, quattordici salesiani si riunirono il 18 successivo. Il verbale della riunione
dice: « Piacque pertanto ai medesimi Congregati di erigersi in Società o Congregazione, che avendo di mira il vicendevole aiuto
per la santificazione propria, si proponesse di promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime, specialmente delle più bisognose d'istruzione e di educazione ».76
Questa chiarificazione sembra necessaria per la giusta comprensione dell'articolo primo delle Costituzioni salesiane nella
più antica redazione pervenutaci. L'articolo dice: « Lo scopo di questa società si è di riunire insieme i suoi membri ecclesiastici,
chierici ed anche laici a fine di perfezionare se medesimi imitando le virtù del nostro Divin Salvatore specialmente nella ca
rità verso i giovani poveri »." Su queste basi, in conformità col
profondo pensiero di Don Bosco e con le esperienze che fino allora ha fatto, la perfezione dei membri della sua società si ottiene
con l'esercizio della carità apostolica.

La congregazione salesiana prese forma, a partire dal 1860,
grazie alla tenacia del suo iniziatore e all'efficace sostegno offertole da personalità romane, tra cui soprattutto Pio IX. « Possiamo
dire che il S. Padre è il nostro fondatore e che ci ha quasi personalmente diretti », scriveva Don Bosco al cardinal Ferrieri il 16 dicembre 1876." L'istituzione fu oggetto di un decreto di lode
nel 1864 e di un'approvazione della Santa Sede nel 1869. L'approvazione definitiva delle Costituzioni è del 1874, e la comuni
cazione dei privilegi dei Redentoristi, che faceva di essa una congregazione di diritto pontificio esente, è del 1884. Durante quegli

75 G. Bosco, Eccellentissimo Consigliere di Stato, Torino, 1881, p. 10.

76 Pubblicato in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VI, pp. 335-336.

77 Congregazione di S. Francesco di Sales. Manoscritto inedito, Torino, ACS, S. 022 (1).

78 Epistolario, t. III, p. 127.

anni, le originarie intenzioni di Don Bosco non erano state troppo manomesse. Tuttavia, nel 1864 e in tutte le redazioni successive, l'articolo riguardante il fine della società introdusse la distinzione fra perfezione e carità attiva, dovendo essere l'una e l'altra ricercate simultaneamente. Inoltre, un breve capitolo che includeva nella società membri esterni alla comunità scomparve nel 1874 malgrado gli sforzi fatti da Don Bosco, tra il 1864 e il 1873,
per mantenerlo. Egli si prese la rivincita negli anni successivi: istituì la pia unione dei cooperatori salesiani (1876) che riprendeva,
con opportuni adattamenti, quest'ultima parte del suo programma. Con la congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice per l'evan
gelizzazione della gioventù femminile (1872) — le cui Costituzioni ripetevano quasi alla lettera quelle salesiane — Don Bosco completava la famiglia spirituale che aveva sognato.

Il suo programma primitivo si era ampliato. Oituai comprendeva ogni attività apostolica, comprese le missioni in paesi lon
tani.' Sarebbe quindi errato supporre che le sue attività si modellassero uniformemente su quella di Valdocco." Nel 1884, un biografo francese rilevava argutamente, ma con ragione: « Fino ad ora, i fondatori di congregazioni e di ordini religiosi si sono proposti un fine speciale in seno alla Chiesa; essi vi hanno praticato la legge che gli economisti moderni chiamano la legge della
spartizione del lavoro. Don Bosco sembra aver concepito l'idea di far compiere dalla sua umile comunità tutto íl lavoro... »."
Questa apertura su orizzonti indefiniti non era dettata da presunzione. Egli era persuaso d'essere guidato dalla Provvidenza, cui attribuiva serenamente certe sue decisioni e tutti i suoi successi."
L'espansione del suo apostolato estendeva anche la sua influenza spirituale. Ormai le sue direttive erano valide non solo per la gioventù italiana, ma per religiosi e laici sparsi in tutto il mondo cristiano e dediti ad ogni sorta di attività.

79 Vedere ad esempio una lettera di G. Bosco a Mons. Ant. Espinoza, segretario dell'arcivescovo di Buenos Aires, in Epistolario, t. II, p. 429.

80 G. Bosco, Eccellentissimo Consigliere di Stato, p. 10.

81 A. nu BOYS, Dam Bosco et la Pieuse Société des Salésiens, Paris, 1884, p. 149.

82 Tra gli altri, vedere il sogno sulla « Casa di Maria », in Memorie dell'Oratorio..., pp. 134-136.

Don Bosco autore

Tali direttive erano fatte conoscere anche dai suoi opuscoli dai suoi libri, di cui parecchi sarebbero stati tradotti in francese e in spagnolo durante gli ultimi anni della sua vita. Le Letture Cattoliche prosperavano, e i loro titoli migliori; i più venduti stando al numero delle loro edizioni, erano costituiti dalle opere stesse di Don Bosco."
A distanza, il loro valore ci sembra molto disuguale. Talune — ad esempio Domenico Savio, Angelina, o anche la Storia d'Italia — sono d'una freschezza deliziosa; altre — per lo più vite di papi e biografie di martiri — sono prive di interesse letterario e, naturalmente, di interesse scientifico. Tuttavia, questi scritti permettono dí ricostruire il pensiero di Don Bosco e di capirlo, inquadrandolo in una tradizione spirituale. Ci preoccuperemo di non trascurarne alcuna.

Dalla loro lettura emerge un insegnamento coerente, soprattutto se si ha l'avvertenza dí chiarire i libri con le lettere e i discorsi. Appare evidente, ad esempio, che Don Bosco aveva una sola spiritualità, quella che egli spiegava quasi indifferentemente sia ai giovani che agli adulti." L'inizio della Chiave del Paradiso, metodo di vita redatto per questi ultimi, è in gran parte la ripetizione del Giovane provveduto, scritto con il medesimo intento per i giovani (più esattamente per gli adolescenti). In diverse pagine l'unica variante viene registrata dal vocativo « cristiano »

83 Dalla bibliografia riportata oltre, si vedrà che ottantatré numeri sono stati firmati o debitamente riconosciuti da lui e che ne ha rivisti, corretti e presentati una sessantina d'altri, in cui un critico accorto potrebbe ritrovare certe sue formule. Da parte nostra, escluse eccezioni motivate — ad esempio, la seconda parte del Regolamento per le case..., Torino, 1877, le cui lezioni ascetiche riprendevano, come abbiamo potuto verificare di persona sui manoscritti, sui capitoli di un Regolamento in parte autografo — in questo libro non citeremo se non le opere esplicitamente riconosciute dal santo, le uniche che, con immediatezza, offrono a chi le esamina sufficienti garanzie di autenticità. L'edizione, che viene sempre indicata, è stata scelta, per principio, per l'interesse particolare che presenta, in generale per la data nella vita di Don Bosco, qualche volta perché ci fa conoscere sia lo stato primitivo oppure quello definitivo di un testo (come nel caso della sesta edizione della Vita di Domenico Savio).

84 Si tratta di una delle interessanti osservazioni della conferenza di E. VALENTINI, La spiritualità di D. Bosco, Torino, 1952, pp. 24-25.

che sostituisce un altro vocativo, « giovani miei ». Sorprendente o no, Don Bosco — che pure conosceva gli adolescenti — non giudicava indispensabile riservar loro, una spiritualità particolare. E le sue lezioni agli adulti derivavano da un educatore di giovani.

Apostolo dei giovani e apostolo del popolo, si preoccupava
di dire cose utili che potessero essere assimilate dai contadini e dagli operai; nient'altro. Non considerava di sua pertinenza le
lunghe ricerche estranee alla sua competenza. Pochi libri di un certo affidamento gli sembravano sufficienti per costituire una
buona documentazione, dalla quale non avrebbe mancato di attingere non solo frasi ma interi paragrafi, specialmente quando fosse pressato dal tempo. Sempre indaffarato e per nulla vanitoso, non
provava nemmeno tanti scrupoli nel farsi aiutare da collaboratori diligenti. A suo modo di vedere, la prima qualità di un autore
popolare è lo stile semplice e limpido. Scriveva a un traduttore:
« Car.mo Turco. Eccoti un libretto da tradurre dal francese. Tu certamente lo volgerai liberamente, non con stile elegante, che non
è il tuo, ma con uno stile popolare, classico, periodi brevi, chiaro, etc. proprio come sei solito di scrivere... »." Giovanni Bonetti,
Giovanni Cagliero, Giovanni Battista Lemoyne... gli furono in tal modo preziosi collaboratori. La corrispondenza di Don Bosco
dimostra quanto generosamente egli ricorse ai servizi di Bonetti.

Da parte sua, Lemoyne ha scritto lettere e persino dei racconti di « sogni » firmati poi da Don Bosco." L'autore principale rive
deva attentamente quello che veniva redatto da altri, quindi assumeva la paternità di scritti il cui contenuto e la forma stessa non erano necessariamente e assolutamente personali.


Le fonti di Don Bosco

La sua vita intellettuale dipendeva da una biblioteca che era meglio fornita di quanto ci sí potrebbe aspettare da un uomo d'azione. Vista l'importanza dell'argomento riguardante le sue fonti sia negli scritti a stampa che nella sua corrispondenza e nei

85 G. Bosco a Turco, 2 settembre 1867, in Epistolario, t. I, p. 497.

86 E. C,EIUA, Memorie biografiche, t. XVI, p. 430; t. XVII, p. 107. Epistolario, t. II, pp. 142-144, 208, 412, 422. F. DESRAMAUT, Les Memorie p. 45, nota.

discorsi familiari, ci si consenta di soffermarsi un poco sull'argomento.

Si potrebbe discutere a lungo sulla sua cultura biblica — non trascurabile, perché ha composto una Storia Sacra —, patristica — avuta sempre di seconda mano, ci sembra, — o storica — si servì degli Acta sanctorum e degli Annales del Baronio. — Ci limiteremo ad alcuni maestri di spirito che certamente gli erano più familiari.

Un giorno o l'altro bisognerà stabilire l'importanza dell'Imitazione di Cristo nella formazione del suo pensiero e nell'elaborazione della sua opera. Sappiamo che in gioventù l'apprezzò per la densità delle massime." Don Ceria faceva osservare che Don Bosco ne meditava volentieri alcuni versetti prima dí coricarsi la sera." Uno dei suoi ex allievi, formato a Valdocco e anch'egli fondatore di congregazione, il can. Giuseppe Allamano, assicurava che l'Imitazione vi era tenuta in grande considerazione." In realtà, viene raccomandata dal nostro santo nella Vita di Domenico Savio 9° e diversi aspetti della spiritualità di Don Bosco non mancano di affinità con la « devozione moderna » del celebre libretto.

Ma Don Bosco è vissuto nel xix secolo italiano, influenzato dalla Riforma e dalla Controriforma espressa dal Concilio di Trento. Tutta la sua opera ne ha risentito. Egli ha avuto più o meno dimestichezza soprattutto con i difensori di una teologia « umanista » — che erano anche gli avversari dell'ideologia riformata — in particolare i Gesuiti d'Italia, san Filippo Neri (1515-1595), san Francesco di Sales (1567-1622) e quelli che, dal xvii al xix secolo, li avevano scelti come maestri. Le loro figure, e fino a un certo punto le loro dottrine, erano presenti nei suoi libri e nelle sue allocuzioni.

Sembra non abbia mai citato sant'Ignazio. Ma i suoi punti di contatto con lui, anche se indiretti per tramite dei seguaci ignazia ni d'Italia, furono numerosi e determinanti. In realtà, per tutta
Vedi sopra, n. 33 e oltre, p. 234.

88 Memorie dell'Oratorio..., p. 110, testo e nota.

89 P. L. SALES, La vita spirituale dalle conversazioni ascetiche del servo di Dio Giuseppe Allamano, 2a ed., Torino, s.d. (1963), p. 627.

90 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico, 6a ed., Torino, 1880, c. 19, pp. 88, 90.

la vita Don Bosco è rimasto vicino alla tradizione ígnaziana. In seminario aveva letto il gesuita Paolo Segneri (1624-1694) — cioè, pensiamo, almeno il Cristiano provveduto, opera impregnata della spiritualità della Compagnia 91 — inoltre aveva trascorso tre mesi e mezzo di vacanza a Montaldo, una casa di campagna dei Gesuiti." Il convitto di Torino, che è stato determinante nell'orientamento del suo pensiero, subiva in qualche modo l'influenza della tradizione spirituale del gesuita Diessbach. Il Padre Secondo Franco (1817-1893), superiore della residenza dei Gesuiti di Torino, doveva fornirgli tre titoli delle sue Letture Cattoliche; nel 1877, su invito di Don Bosco, lo stesso Padre partecipava alle riunioni plenarie del primo capitolo generale dei salesiani e vi prendeva la parola." La vita dí san Luigi Gonzaga, che Don Bosco ha riassunto e commentato ispirandosi al gesuita Pasquale De Mattei, sarebbe bastata a porlo a contatto con la spiritualità di sant'Ignazio." Molto logicamente, all'occorrenza, sí riferiva al Rodriguez..."
Gli insegnamenti di san Filippo Neri li desumeva da scrittori spirituali o dalle biografie di questo santo, probabilmente da quella del Padre Bacci.9° Certe sue tipiche espressioni contenute

91 Memorie dell'Oratorio..., p. 111.

92 Memorie dell'Oratorio..., pp. 111-112.

93 E. CERTA, Memorie biografiche, t. XI, p. 161; t. XIII, pp. 253, 255. Su Secondo Franco, articolo di M. COLPO, nel Dictionnaire de Spiritualité, t. V, col. 1014-1016. Su Diessbach, C. BONA, op. cit., pp. 3-229, 307-314.

94 Le Sei domeniche e la Novena di San Luigi Gonzaga con un cenno sulla vita del Santo (la ed., Torino, 1846) furono diffuse durante tutta la vita di Don Bosco, sia a parte (9a ed., Torino, 1888), sia inserite nel Giovane provveduto (a partire dalla 2a edizione, Torino, 1851). Questo libretto risentiva dell'opera analoga di un gesuita del secolo precedente: P. DE MATTEI, Considerazioni per celebrare con frutto le Sei domeniche e la Novena in onore di S. Luigi Gonzaga della Compagnia di Gesù, Roma, 1766; nuove edizioni. Vedere P. STELLA, Valori spirituali nel «Giovane provveduto » di San Giovanni Bosco, Roma, 1960, pp. 40, 70-76.

95 G. Bosco a G. Bonetti, 30 dicembre 1868, in Epistolario..., t. I, p. 360. L'Esercizio della perfezione cristiana del Rodriguez era consigliato nel Cattolico provveduto (p. 209), compilato da Giovanni Bonetti sotto íl controllo dí Don Bosco e comparso in quello stesso anno 1868.

96 P. J. BACCI, Vita del B. Filippo Neri..., Roma, 1622; nuove edizioni. Pietro Stella (Valori spirituali..., pp. 41-42) ha fatto notare che i Ricordi di san Filippo Neri si trovavano in un'opera anonima che Don Bosco conosceva bene: Un mazzolin di fiori ai fanciulli ed alle famiglie, ossia Antiveleno cristiano a difesa dell'innocenza, Torino, 1836, pp. 243-245.

nel Porta teco... del 1858," nella vita di Magone Michele del 1861 98 e nel Trattato del metodo preventivo del 1877 " — quindi nel vivo di documenti significativi scaglionati nei suoi anni di vita attiva — erano ben integrate nel fondo della sua spiritualità. Fondatore anch'egli di oratori, teneva d'occhio l'immagine di san Filippo Neri ed era certo di continuare nel 3= secolo l'opera e lo spirito del grande fiorentino del xvi secolo."
Più che un autore spirituale, per Don Bosco san Francesco di Sales è stato un modello da offrire all'ammirazione e all'imitazione dei propri « salesiani »."1 Qualche volta lo ha citato o ricopiato, ma molto probabilmente attraverso intermediari 102 Era stato particolarmente attratto dalla sua mansuetudine e dalla sua energia nella difesa della verità. Affermava esplicitamente di' essere pienamente d'accordo con la dottrina dell'Introduzione alla vita devota, che fu raccomandata con perseveranza nelle pubblicazioni di Valdocco." Le affinità della sua anima con quella di questo santo sono innegabili.

97 [G. Bosco], Porta teco, cristiano..., Torino, 1858, pp. 34-36: Ricordi generali di San Filippo Neri alla gioventù.

98 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 9, pp. 44-46.

99 Introduzione al Regolamento per le case della Società di San Francesco di Sales, Torino, 1877, 5 2, pp. 7, 10.

100 Vedere il panegirico di san Filippo Neri, interamente scritto da Don Bosco per essere pronunciato ad Alba, davanti ad un uditorio di ecclesiastici (pubblicato da G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, pp. 214-221).

101 Memorie dell'Oratorio..., p. 141.

102 Alcuni passi delle Controversie, ne Il Cattolico nel secolo..., 28' ed., Torino, 1883; dell'Introduzione alla vita devota, ne Il giovane provveduto..., Torino, 1847, e Porta teco..., 1858; degli Entretiens spirituels, nella Introduzione alle Regole o Costituzioni..., Torino, 1877; delle Costituzioni delle Vísitandine, nelle costituzioni salesiane stesse... Questa lista non è completa. (Vedere, al riguardo, P. STELLA, L'influsso del Salesio su D. Bosco, memoria dattiloscritta, Torino, 1954).

103 L'articolo della Storia ecclesiastica (nuova edizione, Torino, 1870, quinta epoca, c. 4, pp. 301-303; vedi oltre, documento 27) dedicato da Don Bosco a san Francesco di Sales dimostra l'attrattiva del nostro santo per la mansuetudine del suo compatriota e per il suo zelo nel difendere la fede. L'Introduction viene raccomandata nel Giovane provveduto, prima parte, Cose necessarie..., art. 6 (2° ed., Torino, 1851, p. 18; 101a ed., Torino, 1885, p. 17), la Chiave del Paradiso (2° ed., Torino, 1857, p. 38),
A questi tre grandi uomini della Controriforma, per non essere troppo incompleti, bisognerebbe aggiungere almeno san Carlo Borromeo (1538-1584)1°4 e san Vincenzo de' Paoli (1581-1660) dato che a quest'ultimo Don Bosco ha dedicato un intero fascicolo,' del resto, redatto in gran parte sulla base della traduzione italiana (Genova, 1840) di Esprit de saint Vincent de Paul, ou Modèle proposé à tous les ecclésiastiques, 1780, in-12°, di André-Joseph Ansart. Una fonte piuttosto incerta.

Con san Vincenzo si esce dalla Restaurazione cattolica propriamente detta. Nei secoli xvn e xvm nuovi maestri si erano elevati dietro i capifila del xvi secolo. Tra essi, parecchi — che il convitto gli aveva insegnato a scegliere tra le file degli antigiansenisti. — sono entrati anche nei testi di documentazione di Don Bosco.

Uno di questi era il piemontese Sebastiano Valfré (1629-1710) beatificato da Gregorio XVI nel 1834, proprio mentre Giovanni Bosco decideva della propria vocazione sacerdotale. Anche da sacerdote mediterà sui suoi esempi e sulle sue lezioni. San Filippo Neri e san Francesco di Sales erano stati gli unici autori citati dal beato Sebastiano in un regolamento di vita del 1651, che Don Bosco riprodusse nel 1858 nel Porta teco: « Legga volentieri qualche libro divoto, ma non di quelli che trattano di rigori, bensì di quelli che insegnano a servire Dio con amar santo e confidenza cordiale. Potrebbe farsi famigliare la Filotea di San Francesco di Sales e la vita di San Filippo ».106 In realtà, le somiglianze fra i due apostoli sono numerose. Il primo aveva collaborato all'impianto di un oratorio filippino a Torino; il complesso del suo apostolato cittadino nel xvii secolo — cura dei poveri, istruzione dei ragazzini, lotta contro l'errore — aveva curiosamente anticipato quello del secondo nella stessa città tra il 1841 e il 1858.107
il Porta teco... (vedere sopra), il Cattolico provveduto, Regole di vita cristiana (Torino, 1868, p. 209)...

104 Citato in [G. Bosco], Porta teco..., Torino, 1858, p. 3.

105 Il cristiano guidato alla virtù ed alla civiltà secondo lo spirito di San Vincenzo de' Paoli. Opera che può servire a consacrare il mese di luglio ín onore del medesimo Santo, Torino, 1848.

106 [G. Bosco], Porta teco..., ed. cit., p. 55.

107 Sul beato Sebastiano, cenni delle Vies des saints et bienheureux..., ad opera dei RR. PP. Jules Baudot e Chaussin, t. I, Parigi, 1935, pp. 625-627. Charles Gobinet (1613-1690), autore della Instruction de la jeunesse en la piété chrétienne, tirée de l'Ecriture Sainte et des SS. Peres..., 1655, di cui il Padre Stella ha messo in luce l'influenza diretta o indiretta sul Giovane provveduto di Don Bosco (P. STELLA, Valori spirituali..., pp. 22-36), fu un'altra fonte notevole, alla quale converrebbe aggiungere probabilmente il Combattimento spirituale attribuito a L. Scupoli, opera consigliata nel Cattolico provveduto (Torino, 1869, p. 209).


Secondo noi, sant'Alfonso de' Liguori (1697-1787), spiegato dal professore Cafasso al convitto di Torino, ha trionfato su tutte le altre fonti « spirituali » di Don Bosco, almeno considerato il numero e l'ampiezza dei testi da cui ha attinto. Gli studi sulle fonti di due sole opere di spiritualità di Don Bosco analizzate sotto questo aspetto: il Giovane provveduto (1847) e il Mese di maggio (1858), rivelano l'influenza importante o addirittura essenziale che gli scritti liguoriani hanno avuto nella loro elaborazione.1" Ad esempio, le Massime eterne di sant'Alfonso sono state introdotte quasi di peso nel Giovane provveduto.'" È facile rilevare come l'Esercizio sulla misericordia di Dio (1847 circa) risenta l'influenza dell'opera di sant'Alfonso sulla Preparazione alla morte."' Le Glorie di Maria furono una delle fonti del volumetto di Don Bosco sulla novena a Maria Ausiliatrice.111 Gli Atti di devozione da fare davanti al santo Sacramento, che figurano in un libriccino di Don Bosco sul miracolo eucaristico di Torino, sono stati esplicitamente desunti da sant'Alfonso.lu Infine, Don Bosco seguiva fedelmente la dottrina liguoriana nelle sue spiegazioni sulla vita religiosa. L'Introduzione (1875, 1877, 1885) delle Costituzioni salesiane adattava lunghi brani della Vera sposa di Cristo e degli Avvisi sulla vocazione. Le idee di Don Bosco sulla pratica dei sacramenti della Penitenza e dell'Eucarestia, sull'esercizio della mortificazione, sulla fuga delle occasioni pericolose, ecc., erano, almeno parzialmente, quelle stesse che sant'Alfonso aveva difeso al suo tempo.113 Verso il 1875, questo santo era l'autore ufficiale

108 P. STELLA, I tempi e gli scritti che prepararono il « Mese di maggio » di don Bosco, in Salesianum, 1958, pp. 648-695; e Valori spirituali nel « Giovane provveduto »..., già citato.

109 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, p. 35 e ss.

110 L'Apparecchio alla morte, di cui oramai abbiamo l'edizione critica ad opera di O. GREGORIO (Roma, 1965).

111 G. Bosco, Nove giorni..., 3' ed., Torino, 1885, primo e nono giorno.

112 G. Bosco, Notizie storiche intorno al miracolo del SS. Sacramento..., Torino, 1853, pp. 35-39.

113 Alcuni particolari nel mio commento di S. JEAN Bosco, Saint Dominique Savio, 3" ed., Le Puy et Lyon, 1965, pp. 99, 107, 108, 116.

di morale (e di ascetica) dei salesiani.114 Si vedrà in seguito se Don Bosco sia stato esclusivamente liguoriano. Tuttavia si può già notare che il compilatore sa orientarsi con sicurezza nelle sue scelte; che l'originalità di sant'Alfonso stesso — che camminava nello stesso solco di san Francesco di Sales e risentiva, attraverso SaintJure e Nepveu, della prima scuola ignaziana — era relativa; 115 e che, infine, il suo discepolo poteva quindi ritrovare, rifacendosi
a lui, una delle forme della spiritualità moderna.

Ci siamo attenuti all'essenziale. Tuttavia, è probabile che un giorno ci si accorga che è stata misconosciuta l'influenza esercitata sugli scritti e sull'elaborazione del pensiero di Don Bosco da parecchi suoi contemporanei o quasi contemporanei, siano essi umili anonimi, come l'autore della Guida angelica, oppure scrittori politico-religiosi un po' inquietanti, come l'abate de Barruel e Joseph. de Maistre," o neo-umanisti più simpatici, come l'oratoriano Antonio Cesari (1760-1828),117 o filosofi, teologi e scrittori spirituali rinomati, come Antonio Rosmini, Giovanni Perrone, Mons. de Ségur e Giuseppe Frassinetti.115 Ma ciò non sposta le conclusioni

114 G. Bosco, Cenno istorico..., op. cit., p. 15.

115 G. CACCIATORE, in S. ALFONSO M. DE' LIGUORI, Opere ascetiche. Introduzione generale, Roma, 1960, p. 207.

l16 P. Stella (Valori spirituali..., pp. 46-79) ha messo in luce l'apporto, nell'elaborazione del Giovane provveduto, di un anonimo della tradizione di Ch. Gobinet, anonimo per altro molto sfruttato dalla tradizione italiana: Guida angelica, o siano pratiche istruzioni per la gioventù. Opera utilissima a ciascun giovanetto, data alla luce da un Sacerdote secolare Milanese, corretta ed accresciuta, Torino, 1767. Il De Barruel veniva consigliato in G. Bosco, Fondamenti della cattolica religione, Torino, 1883, pp. 36-37. Nella sua Storia d'Italia (5a ed., Torino, 1866, quarta epoca, c. 41, pp. 448451), Don Bosco dedicava un intero capitolo a Joseph de Maistre, che comportava una lunga citazione di questo pubblicista sull'infallibilità del papa; e tutti i lettori della sua biografia sanno a qual punto egli fosse legato personalmente col suo nipote, Eugène de Maistre.

117 Un capitolo su questo personaggio in G. Bosco, Storia d'Italia..., ed. cít., quarta epoca, c. 43, pp. 456-458. Referenze alla sua opera in G. Bosco, Vita di S. Paolo..., 2a ed., Torino, 1878, pp. 116, 145.

118 Sembra che la stima di Don Bosco per Antonio Rosmini (1787-1855) sia stata indefettibile (vedere G. Bosco, Storia d'Italia..., ed. cit., pp. 476479). Dal secondo anno delle Letture Cattoliche, nel maggio, poi nel luglio del 1854, comparivano due puntate del teologo romano Giovanni Perrone (1794-1876), nativo di Chieti: Catechismo intorno al Protestantesimo ad uso del popolo e Catechismo intorno alla Chiesa cattolica ad uso del popolo. Nel gennaio del 1867, Don Bosco gli fornirà una documentazione per un'opera antivaldese (Epistolario, t. I, pp. 443-444). Ben presto sarà l'autore ufficiale dei salesiani in teologia dogmatica (G. Bosco, Cenno istorico..., op. cit., p. 15). C'è da aggiungere che in questo non c'era nulla di particolare: il Padre E. HOCEDEZ, che gli ha consacrato dei cenni (Histoire de la théologie au XIXe siècle, t. III, Bruxelles e Paris, 1952, pp. 353-355), affermava che Perrone fu « il teologo più universalmente conosciuto della sua epoca, e forse il più influente ». Di Mons. de Ségur si riscontrano cinque opere nelle Letture Cattoliche tra il 1860 e il 1879: Le pape, nel 1860; L'Eglise, nel 1861; La très sainte communion, nel 1872; Tous les huit jours, nel 1878; V enez à moi, nel 1879. La très sainte communion viene citata in G. Bosco, Nove giorni..., sesto giorno. Giuseppe Frassinetti (1804-1868), uno dei migliori propagandisti della comunione frequente nella metà del arx secolo (R. AUBERT, Le pontificat de Pie IX, ed. cit., p. 464), era molto legato a Don Bosco (vedere G. VACCARI, San Giovanni Bosco e il Priore Giuseppe Frassinetti, Porto Romano, 1954). Tra i nove fascicoli che preparò per le Letture Cattoliche, a partire dal 1859, meritano di essere segnalati, dato il loro particolare significato: Il Paradiso in terra nel celibato cristiano, nel novembre del 1861, e le Due gioie nascoste, nel dicembre del 1864.


che si delineano. La vena di Don Bosco si alimentava sicuramente dalla Bibbia e dalla tradizione patristica, ma i suoi veri « autori » erano alcuni moderni della Controriforma e dell'antigiansenismo: Paolo Segneri, san Filippo Neri, san Francesco di Sales, il beato Sebastiano Valfré, sant'Alfonso de' Liguori..., senza parlare del suo maestro Cafasso. Anche solo da questa enumerazione, è facile rilevare che egli non apparteneva alla stirpe degli- autori astratti del mondo renano o fiammingo o a quella dei mistici spagnoli
o dei teologi della « devozione francese » del xvu secolo. La sua formazione e i suoi gusti l'avevano trasportato in un mondo abbastanza diverso.

I sogni

Per convincerci rapidamente di questo suo orientamento, basta leggere le sue opere, compresa quella riguardante i suoi
« sogni ». Infatti, nelle Memorie dell'Oratorio, nelle lettere del santo e nelle « cronache » della sua casa, ci imbattiamo in un numero considerevole di « sogni ». In totale, le Memorie biografiche — corpus in cui in principio sono stati tutti riuniti — ne contengono circa centoventi. Don Bosco faceva dei sogni meravigliosi sullo stato d'animo dei suoi giovani, sull'avvenire della sua opera, e li raccontava volentieri ai suoi intimi, anche agli allievi delle sue scuole. Oggi, alcuni li disprezzano, ma altri li fanno dipendere sistematicamente da cause preternaturali. È consentito sostenere che le due posizioni sono criticabili?
I problemi presentati dai « sogni » di Don Bosco devono essere classificati per argomento. Prima di tutto, dovrebbe essere esaminata con cura la tradizione testuale di ognuno di essi. Abbiamo rilevato che i « sogni » del 1831, 1834 e del 1836 erano semplicemente delle varianti del sogno primordiale del 1824 (data approssimativa)219 La prudenza consiglia anche di essere circo spetti nella loro interpretazione. I « sogni » hanno certamente avuto un posto importante nella vita di san Giovanni Bosco ed egli era convinto, attraverso i sogni, di comunicare con l'aldilà. Talune predizioni di morte annunciate dopo sogni notturni sono sorprendenti. Tuttavia conviene non esagerare e, per lo meno, imitare al riguardo la discrezione del principale testimone. Verso í sessant'anni, a proposito dei sogni affermava: « Si dice che non si deve badare ai sogni: vi dico in verità che nella maggior parte dei casi sono anch'io di questo parere. Tuttavia, alcuna volta, quantunque non ci rivelino cose future, servono a farci conoscere in che modo sciogliere affari intricatissimi ed a farci agire con vera prudenza in varie faccende. Allora si possono ritenere, per la parte che ci offrono di buono... ».12° Fino alla sua vecchiaia rimase fedele a questo principio di discernimento. Scriveva nel 1885: « Mi raccomando ancora che non si dia gran retta ai sogni, etc. (sic). Se questi aiutano all'intelligenza di cose morali, oppure delle nostre regole, va bene: si ritengano. Altrimenti non se ne faccia alcun pregio ».121 Tali dichiarazioni non devono essere addolcite, lo esige l'onestà e la semplice prudenza. « La forma narrativa è per sostenere una verità profonda, ed è questa che importa soprattutto » si è scritto dei « sogni » di san Pier Damiani e di altri medioevali « più sottili >>'22 Anziché attribuire sistematicamente

119 F. DESRAMAITT, Les Memorie pp. 250-256.

120 Discorso dí chiusura degli esercizi spirituali, settembre del 1876, se si sta a un testo stabilito da Don Lemoyne e riveduto da Don Bosco, in E. CERIA, Memorie biografiche, t. XII, p. 463.

121 G. Bosco a G. Cagliero, 10 febbraio 1885, in Epistolario, t. IV, p. 314.

122 JEAN LECLERCQ, Saint Pierre Damien, ermite et homme d'Eglise, Roma, 1960, p. 206.

un'origine miracolosa ai sogni narrati da Don Bosco, è meglio cercare prima di tutto in essi, appena hanno un valore morale o spirituale, dei documenti sul suo pensiero, composti sicuramente non senza l'aiuto della grazia del Signore. In tal modo essi non ci deluderanno. Lasciamo agli psicologi e ai cultori di teologia mistica la cura di misurare la parte di intervento speciale di Dio nella loro elaborazione. L'impresa è quanto mai delicata e si capisce che parecchi vi si siano inutilmente provati.23

La controversia con Mons. Gastaldi

La fama di veggente e di taumaturgo attribuita a Don Bosco dai suoi ammiratori ha forse contribuito a indisporre contro di lui l'arcivescovo di Torino, Mons. Lorenzo Gastaldi? Ci farebbe piacere crederlo.

La sua attività, apparentemente tanto benefica, non era gradita da tutti, anche all'interno del corpo episcopale, e per motivi dettati non solo da una meschina gelosia. Essa perseguiva una diversa visione dell'opera della Chiesa. Presa in blocco, la fondazione salesiana mise in urto Don Bosco con la curia torinese, particolarmente con Mons. Gastaldi che fu arcivescovo di Torino dal 1871 al 1883. Eppure, per trent'anni, dal 1841 al 1870, sacerdote, poi vescovo, Gastaldi era stato uno dei migliori confidenti di Don Bosco.'" Ma l'arcivescovo aveva, come Mons. Darboy a Parigi, delle idee di un « altro » tempo sul modo di governare nella Chiesa. Non contento di preferire Rosmini a san Tommaso e di trovare sant'Alfonso de' Liguori troppo largo,y3 era infastidito dai difensori dei privilegi dei religiosi 126 e dagli esaltatori del papa a scapito dell'episcopato.127 È superfluo aggiungere che queste posizioni non concordavano con quelle del direttore dell'oratorio San Francesco di Sales,

123 Tentativi di E. CERTA, in Memorie biografiche, t. XVII, Torino, 1936, pp. 7-13; e in San Giovanni Bosco nella vita e nelle opere, 2'a ed., Torino, 1949, pp. 285-292. Forse sono i migliori.

124 G. Bosco a Mons. Fissore, 12 gennaio 1875, in Epistolario, t. Il,
p. 445.

125 E. CERTA, Memorie biografiche, t. XV, documento 42, p. 751.

126 G. Bosco al vescovo di Vigevano, 1875, in Epistolario, t. II, p. 455.

127 Relazione dí L. Fiore sul sinodo diocesano di Torino, novembre 1881, in E. CERCA, Memorie biografiche, t. XV, documento 21, p. 716.

ex allievo del convitto, liguoriano convinto, il quale, con l'appoggio esplicito del sovrano pontefice, affrancava la sua società dalla tutela episcopale. L'increscioso contrasto, ben presto divulgato da opuscoli anonimi, in cui la curia credeva di scoprire l'influenza di Don Bosco, durò dodici anni. Colpi bassi, libelli, arbitraggio episcopale su richiesta di Roma, citazione di Don Bosco in tribunale ecclesiastico, nulla è mancato a questa controversia penosa alla quale solo la morte dell'arcivescovo e la sua sostituzione con un amico del fondatore dei salesiani posero fine nel 1883.1"


Don Bosco nel nuovo Stato italiano

Umanamente parlando, Don Bosco ha potuto imporsi nel suo tempo, in gran parte per merito della sua abilità diplomatica che gli consentì anche di essere uno dei mezzi di unione tra gli Italiani e la Santa Sede in due vicende cruciali: la nomina di vescovi nelle sedi vacanti e le provviste dei loro beni temporali. Dal 1860, l'insediamento dei Piemontesi nei nuovi territori e la loro opposizione al papa avevano avuto come conseguenza l'esilio o il carcere per molti vescovi; quindi, diverse sedi vescovili erano rimaste vacanti. Nel 1865, centootto diocesi erano senza pastori.129 Don Bosco si intromise nel biennio 1866-1867 e suggerì alle due parti una soluzione che sembra sia stata accettata in occasione della missione Tonello:13° ciascuna di esse avrebbe proposto una lista e, nei limiti del possibile, gli eletti graditi da entrambe le parti — sia pure al di fuori di ogni crisma ufficiale, reso impossibile dalla rottura in atto — avrebbero assunto la direzione delle diocesi vacanti. Fu così che trentaquattro vescovi vennero designati nei concistori del 22 febbraio e del 27 marzo del 1868.

128 Alcuni particolari del conflitto in A. AUFFRAY, Un grand éducateur, saint Jean Bosco, 7a ed., Lyon, 1953, pp. 430-441. Il racconto e numerosi passi in A. AMADEI e E. CERIA, Memorie biografiche, t. XXVI, passim, e Epistolario, t. II-IV, passim.

129 Calcolo di E. CERTA, in San Giovanni Bosco..., ed. cit., p. 210.

130 Sulla missione Tonello, vedere R. AUBERT, Le pontificai de Píe IX, op. cit., p. 104.

Alcuni anni dopo, nel 1873-1874, le rivelazioni della stampa sugli interventi ufficiosi di Don Bosco per risolvere la controversia confermavano la funzione che egli aveva anche nelle questioni temporali riguardanti vescovi e parroci.. 131
La fiducia che simultaneamente papa Pio IX e i ministri Crispi, Lanza e Vigliani gli accordavano, ci indica la sua posizione nella tenace lotta che, nella seconda metà del xix secolo, oppose una Chiesa conservatrice e una certa società italiana desiderosa di adattarsi al mondo moderno. Da una parte, egli non amava le rivoluzioni 132 e credeva nella necessità della sovranità temporale dei papi."3 La sua amicizia con l'abate giornalista Margotti, sicuramente poco tenero nei confronti del nuovo potere, fu indefettibile."4 D'altra parte, egli predicava la sottomissione ai poteri costituiti — quindi al nuovo Stato, anche se liberale e anticlericale,i" — e teneva contò nella conduzione della sua opera dei progressi economici e sociali del mondo in cui viveva. Sembra, anzi, che dopo il 1870 questa seconda tendenza abbia prevalso sulla prima. Tutto considerato, anche sotto Pio IX egli propendeva per la riconciliazione delle due forze in opposizione.

Questa soddisfazione gli fu negata dal tempo. Impegnato nella direzione quotidiana dí una società religiosa in pieno sviluppo e nelle vicende cui abbiamo accennato (oltre a tanti impegni, come

131 Vedere, ad esempio, E. CERIA, San Giovanni Bosco..., pp. 209-219. Del resto, come la controversia con Mons. Gastaldi, íl problema del compito svolto da Don Bosco nelle relazioni tra la nuova Italia e la Santa Sede non è ancora stato perfettamente chiarito. In questo caso, la documentazione salesiana lascia a desiderare, perché di questi argomenti Don Bosco trattava quasi solo oralmente coi suoi interlocutori e per il rimanente era molto riservato sui colloqui che con essi aveva avuto. Tuttavia, quanto qui riassunto di essenziale ci pare ben fondato.

132 La pubblicazione, nelle Letture Cattoliche, dell'anonimo Catechismo cattolico sulle Rivoluzioni (5a ed., Torino, 1854) che ne faceva un processo sdegnato, è significativa del suo pensiero nella prima parte della sua vita sacerdotale. Non riteniamo che dopo il 1870 abbia cambiato parere.

133 Le sue idee in G. Bosco, Storia d'Italia..., 5a ed., Torino, 1866, pp. 179-180: I beni temporali della Chiesa e il potere del sovrano pontefice.

134 L'elogio dí Giacomo Margotti fatto da Don Bosco, « in virtù dei legami di amicizia che a lui l'uniscono da parecchi lustri, in omaggio ai solidi principii cattolici intrepidamente difesi da lui », qual è stato scritto sull'album inviato a questo sacerdote giornalista il 27 luglio 1873, è stato pubblicato ín Epistolario, t. Il, pp. 294-295.

135 Intervento di Don Bosco nel primo capitolo generale dei Salesiani, 1877, secondo gli atti che rimangono (ACS, S. 046), in E. CERIA, Memorie biografiche, t. XIII, p. 288.

la costruzione di una grande chiesa a Roma, di cui, per non dilungarci, non abbiamo detto nulla), malgrado la sua robustezza nativa, le sue condizioni di salute furono logorate anzitempo. Nel 1884, Don Bosco, pieno di acciacchi, entrava in una vecchiaia prematura. Mori a Torino il 31 gennaio 1888.

Don Bosco nel suo secolo

Riassumiamo. Don Bosco nacque in un ambiente contadino
e di tendenza conservatrice, ma la sua naturale saggezza, le necessità della vita e l'evoluzione della sua epoca lo indussero ad adeguarsi al suo tempo. Il suo amore per le opere letterarie, per i giochi e gli spettacoli avrebbe potuto fare di lui un umanista secondo l'antica tradizione del suo Paese, se una spiritualità originata dall'Imitazione di Cristo non fosse venuta a moderare i suoi entusiasmi giovanili. Egli fu formato da sacerdoti rigoristi, più
o meno giansenizzanti, quindi venne attratto definitivamente dalle scuole liguoriana e ultramontana, dalle personalità e dalle dottrine di san Filippo Neri, di san Francesco di Sales, di san Vincenzo de' Paoli e di altri seguaci delle stesse tendenze, quelle che trionfarono nella Chiesa al tempo del primo Concilio Vaticano. Credette nel valore redentore e santificatore della sua attività apostolica e fondò congregazioni i cui membri, pur avvicinandosi il più possibile alle associazioni cristiane ordinarie, pronunciavano i voti religiosi. Proponeva un metodo di vita cristiana a ragazzi
e a adulti, a laici e religiosi, insomma a tutti quelli che poteva raggiungere con le sue istituzioni, conferenze e numerose opere. L'evoluzione del suo pensiero, evidente in parecchi punti, avvenne senza gravi urti: nella sua vita non si scopre nessuna grave crisi.

Tradizione e progresso, le due correnti del suo secolo, hanno confluito in lui e, in una certa misura, si sono armonizzate nella sua mente e nel suo insegnamento. Le fonti cui attingeva contribuivano a fare di Don Bosco un uomo del « giusto mezzo » in cui si trovavano, con inevitabili opportunisti e teste vuote, realtà
e persone equilibrate. Egli definiva chiaramente i suoi fini e, con lucida determinazione, ne cercava il compimento.

CAPITOLO II -IL CAMMINO DELLA VITA

Un'antropologia molto semplice

Don Bosco non temeva di trattare i problemi più importanti in materia spirituale. Dalle prime righe del suo manuale di preghiera per i giovani, che era anche un libro di spiritualità, egli parlava di Dio, dell'uomo e del suo destino.' Nel primo giorno del Mese di Maria, le sue considerazioni riguardavano « Dio nostro Creatore », nel secondo « l'anima »...2
Sulla natura umana aveva alcune idee molto semplici che non cercò mai di approfondire, dato che il suo carisma non era quello del teologo. Le aveva ricevute al catechismo parrocchiale di Castelnuovo e nel seminario di Chieri. In seguito, le sue letture e ancor più il suo uditorio — ragazzi, pubblico popolare — non l'hanno incoraggiato a studiarle nei particolari, col rischio di complicarle. Tuttavia esse hanno guidato, più o meno coscientemente, le sue scelte spirituali e pedagogiche. Sembra dunque indispensabile, per uno studio del suo pensiero, tentare di scoprirle. Il suo vocabolario impreciso e poco tecnico, d'altronde, rende difficile l'impresa.

Convien notare che le sue formule esprimevano le sue reali posizioni. Un'autentica conoscenza della sua corrispondenza, dei suoi discorsi, delle sue conversazioni e in genere della sua vita, esclude qualsiasi opposizione tra le sue vedute un po' astratte e le sue scelte quotidiane. Esclusi alcuni casi molto rari, non sembra

1[G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, pp. 9-10.

2G. Bosco, Il mese di maggio..., 8a ed., Torino, 1874, pp. 26-35.

si debba mettere seriamente ín dubbio l'omogeneità tra le une e le altre.

Il corpo e l'anima

L'uomo è composto di un'anima e di un corpo. Se Don Bosco non ignorava che il corpo è la « materia » dí cui l'anima è la « forma », col rischio di cadere in un certo dualismo, egli vedeva e diceva le cose in modo più concreto. Il corpo serve da involucro all'anima « datoci per coprire l'anima nostra »,3 ed è ad essa unito.4 Ma per essa è un peso, e la prospettiva di esserne liberato affascinava tanto san Martino quanto Domenico Savio.'
L'anima « è quell'essere invisibile che sentiamo in noi ». Come lo spirito di Dio che, nei primi giorni del mondo, l'ha infuso nel corpo dell'uomo, questo «,soffio » interiore è « semplice », « spirituale » e « immortale ». Esso ha la « facoltà di formare delle idee, di combinarle tra di loro, di produrre certi capolavori... ».' Quando, nell'Esercizio di devozione alla misericordia di Dio, Don Bosco volle specificarne le facoltà spirituali, scrisse: « L'intelletto per cui l'uomo conosce la verità, la ragione per cui si distingue il bene dal male, la volontà con cui l'uomo può seguire la virtù e meritare avanti al Signore, la memoria, la facoltà di parlare, ragionare, conoscere... ».7 Sulla gerarchia di queste facoltà seguiva probabilmente un'opinione poco tomista. Nella vita di Luigi Colle, egli rimproverò gli educatori che « ignorano la natura e la dipendenza reciproca delle nostre facoltà, o le perdono troppo facilmente di vista. Tutti i loro sforzi tendono a sviluppare la facoltà di conoscere e quella di sentire che, per un deplorabile errore, ma disgraziatamente troppo comune, essi prendono per la facoltà di amare. Invece trascurano completamente la facoltà principe,

3 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., terzo giorno, p. 38.

4 « A questo corpo [Dio] ha unito un'anima » (G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., secondo giorno, p. 31).

5 G. Bosco, Vita di san Martino..., 2a ed., Torino, 1886, c. 10, p. 76. G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880, c. 22,
p. 102; c. 25, p. 113.

6 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., secondo giorno, pp. 31, 32.

7 [G. Bosco], Esercizio di divozione..., Torino, s.d. (verso í1 1847), primo giorno, p. 31.

l'unica sorgente del vero e puro amore, di cui la sensibilità non è che un'ingannevole immagine, la volontà ».8 Queste posizioni « scotiste », che uno studio della sua dottrina sulla carità chiarirebbe senza dubbio, l'avvicinavano alla spiritualità francescana e « salesiana » (di san Francesco di Sales).

La meravigliosa natura umana

Don Bosco, di cui è nota la formazione liguoriana e chiaramente antigiansenista, ammirava la natura umana. Era attratto dalla perfezione dei sensi « come altrettanti capi d'opera di un artefice di abilità infinita »,9 come pure dalle meraviglie del pensiero, del coraggio e dell'amore, di cui lo studio della storia dell'umanità gli aveva offerto molteplici esempi. Il giudeo-cristianesimo non aveva il monopolio di queste meraviglie. Egli le ritrovava fuori del mondo cristiano, presso gli uomini virtuosi dell'antica Italia: Catone Uticense: « la sua scienza, la sua diligenza, il suo vivere semplice, la sua affabilità lo rendevano caro a tutti e lo facevano proclamare modello di virtù »; 10 Scipione, « gran capitano » dí « insigne onestà »; " Adriano, evidentemente, che « amava la pace, la giustizia e la sobrietà »; 12 e lo stesso Cesare che seppe farsi « amare dal popolo per la sua dolcezza e per la sua beneficenza »."
Siccome egli interpretava ín senso stretto il principio: fuori della Chiesa non c'è salvezza, non immaginava un'influenza soprannaturale nel comportamento di questi Latini."

8 J. Bosco, Biographie du jeune Louis Fleury Antoine Colle, Torino, 1882, c. 2, pp. 23-24. Sebbene firmata da Don Bosco, questa biografia è stata composta dal salesiano Carnale de Barruel, professore di filosofia.

9 G. Bosco, Il cattolico nel secolo..., 2a ed., Torino, 1883, secondo colloquio, p. 22.

10 G. Bosco, Storia d'Italia.., 8'- ed., Torino, 1873, prima epoca, c. 28, in A. CAVIGLIA, Opere e scritti..., vol. III, p. 79. Secondo il commentatore, questo passo è stato aggiunto per questa edizione.

11 G. Bosco, Storia d'Italia..., 5a ed., Torino, 1866, prima epoca, c. 21, p. 57.

12 G. Bosco, Storia d'Italia..., ed. cit., 1866, seconda epoca, c. 9, p. 101.

13 G. Bosco, Storia d'Italia..., ed. cit., 1866, prima epoca, c. 28, p. 74.

14 « Quando vi dico esservi stati degli imperatori buoni, uopo è che intendiate soltanto quella bontà che può avere un uomo pagano» (G. Bosco, Storia d'Italia..., ed. cit., 1866, seconda epoca, c. 9, p. 100).

Egli ammirava altre virtù, di identica origine, nei bambini, la cui età è « semplice, umile, innocente... »." Avremo l'occasione di dimostrare come egli desiderasse lo sviluppo di queste qualità. Quante volte non ha augurato ai suoi corrispondenti una vita felice quaggiù!
Sotto questo aspetto, Don Bosco, è chiaro, era un umanista.

La via della vita e il cammino della salvezza

Tuttavia non si accontentava nel modo più assoluto della vita transitoria. Egli la considerava una strada che, a condizione di essere stata ben scelta, portava al cielo. « La vita è un viaggio verso l'eternità » gli aveva detto sant'Alfonso.16
Il suo umanesimo molto reale, che lo stimolava a rendere l'universo più abitabile per gli adolescenti e a lavorare utilmente al bene dell'insieme della società umana, non gli impediva di essere molto sensibile al carattere transitorio di questo universo e alle prove che esso impone. Infatti, dopo la morte, non c'è riposo e gioia sicura se non in Dio, e la vita stessa è un viaggio penoso, un « esiguo ove andiamo di luogo in luogo pellegrinando »21 Per fortuna c'è una lampada che lo illumina. Secondo Don Bosco, Domenico Savio aveva fatto notare a un compagno sofferente: « Questa carcassa non vuol durare in eterno, non è vero? Bisogna lasciare che si logori poco per volta, finché vada alla tomba; ma allora, caro mio, l'anima nostra sciolta dagli impacci del corpo volerà gloriosa al cielo e godrà una sanità ed una felicità interminabile »." Se ha veramente pronunciato queste parole," il discepolo aveva ripreso il pensiero del maestro, secondo il quale, morendo « colla ilarità sul volto, colla pace nel cuore andremo incontro al

15 [e,. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, prima parte, art. 2, p. 11.

16 S. ALFONSO M. DE' LIGUORI, Apparecchio alla morte, quattordicesima considerazione, titolo.

17 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880,
c. 6, p. 24.

18 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., ed. cit., c. 22, p. 102.

19 Ho potuto infatti dimostrare altrove che san Giovanni Bosco introduceva delle lezioni nei discorsi dei suoi eroi (F. DESRAMAUT, Les Memorie p. 111; n. 66, 67).

nostro Signore Gesù Cristo, che benigno ci accoglierà per giudicarci secondo la sua grande misericordia e condurci (...) dalle tribolazioni della vita alla beata eternità, per lodarlo e benedirlo per tutti i secoli ».2°
E dramma è che, se sono possibili parecchie strade, una sola è « sicura » e permette di salvarsi.

La salvezza era una delle maggiori preoccupazioni di san Giovanni Bosco. Altre epoche, forse presuntuose, se ne sono affrancate e l'hanno considerata come un relitto del giansenismo. Non è questa la sede per discuterne. L'eventualità di perderla, fu sempre la sua angoscia, per lui e per gli altri. « Ricordatevi, cristiani, che abbiamo un'anima sola; se la perdiamo tutto per noi è eternamente perduto »." « Il primo, il più importante, anzi l'unico affare è quello di salvarti. Oh! grida il Signore: che cosa giova all'uomo se guadagnasse ben anche tutto il mondo, se poi viene a perdere l'anima sua? ».22 Delle tre scritte che aveva fatto affiggere sulla porta e sui muri della sua cameretta, due gli ricordavano la salvezza personale. Vi si leggeva: « Una sola cosa è necessaria, salvarsi l'anima » e « Datemi delle anime e prendetevi il resto », motto che lo incitava ad operare per la salvezza degli altri." Lui stesso, temeva veramente di essere dannato? Tutte le sue frasi sulla sua salvezza non avevano lo stesso valore e talune, forse, non erano che formule divenute abituali. Tuttavia egli ha sovente supplicato í suoi lettori o i suol corrispondenti di aiutarlo ad evitare questa disgrazia.24
Conviene, dunque, non avventurarsi sulla « via della perdizione » e seguire « la via della salvezza ». Quando, nell'introduzione alla Vita di san Pietro, Don Bosco augurava ai suoi lettori e

20 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., ed. cit., c. 27, p. 129. " [G. Bosco], Porta teco..., Torino, 1858, p. 5.

22 G. Bosco, Nove giorni..., 3a ed., Torino, 1885, quarto giorno.

23 Vedere E. CERTA, Don Bosco con Dio, nuova ed., Colle Don Bosco, 1947, p. 85.

24 G. Bosco, Il pastorello delle Alpi..., Torino, 1864, c. 24, p. 181 (vedi oltre, documento 19); G. Bosco alla contessa Luigia. Barbò, 30 maggio 1866, in Epistolario, t. I, p. 396; G. Bosco al Padre Alessandro Checucci, 9 febbraio 1867, op. cit., t. I, p. 446; G. Bosco ai salesiani e agli allievi del collegio dí Lanzo, 26 dicembre 1872, op. cit., t. II, p. 246; G. Bosco agli stessi, 5 gennaio 1875, op. cit., t. II, p. 438; G. Bosco al teologo Giacomo Margotti, 13 settembre 1876, op. cit., t. III, p. 96; ecc.

a se stesso: « Iddio misericordioso (...) ci aiuti a mantenerci costanti nella fede di Pietro, che è quella di Gesù Cristo, e così a camminare per quella strada sicura, che ci conduce al cielo »,n non esprimeva semplicemente un pio desiderio.

Il riposo in Dio

L'uomo viene da Dio. Se è fedele al suo destino, ritorna a lui.

La salvezza viene data a chi, alla fine dei suoi giorni, riposa in lui. La Storia Sacra e il Mese di maggio spiegavano che l'anima fu
creata « ad immagine e somiglianza » di Dio26 e il regolamento delle case, del 1877, affermava che l'uomo fu creato « per amare e servir Dio [suo] Creatore ».27 L'Esercizio di devozione alla mi
sericordia di Dio era andato oltre affermando che Dio cí creò « capaci di profittare della sua grazia »28 Infine, il Mese di maggio
diceva anche che il Creatore ci diede quest'anima che, « in mezzo a qualsiasi piacere della terra (...) è sempre inquieta finché non riposi in Dio, perciocché Dio [è il] solo oggetto che possa renderla felice ».29 Tutto questo sembrerà molto classico. Ma, per capire il senso che Don Bosco aveva dell'uomo e della vita, bisogna immaginarlo centrato sul Dio rimuneratore dell'ultimo giorno.

L'importante tema dei Novissimi

Il nostro autore era logico. Dato che l'uomo si trova impegnato su una strada il cui termine è così grave, il tema dei No
vissimi necessariamente doveva acquistare una grande importanza nella sua catechesi e nella sua pedagogia spirituale. L'insegna
mento ricevuto e le idee personali sul nostro destino, coincidevano in modo così perfetto con le sue esperienze di direttore d'anime
da incoraggiarlo a parlar frequentemente del fine dell'uomo. Verso

25 G. Bosco, Vita di S. Pietro..., Torino, 1856, p. 10.

26 G. Bosco, Storia sacra..., 3a ed., Torino, 1863, Antico Testamento, prima epoca, c. I (in Opere e scritti..., vol. I, prima parte, p. 131); G. Bosco, Il mese di maggio..., 8° ed., Torino, 1874, secondo giorno, p. 31.

27 Regolamento per le case..., Torino, 1877, seconda parte, c. 3, p. 63.

28 [G. Bosco], Esercizio di divozione..., sesto giorno, p. 103.

29 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., secondo giorno, p. 31.

il 1840, già da tempo una lunga serie di maestri consigliavano ai principianti di meditare ogni giorno e in modo concreto su di esso. Sant'Alfonso aveva detto: « Il confessore deve prima di tutto disporre [l'anima] a fare orazione mentale, cioè a meditare sulle verità eterne e sulla bontà di Dio ».30 Don Bosco era un educatore. La morte di uno dei suoi figli spirituali in condizioni incerte era un insuccesso irreparabile. Egli conosceva i suoi ragazzi, le loro debolezze morali, le loro illusioni e le loro false idee sulla vita e
sulla felicità; non ignorava che gli uomini maturi non sono molto diversi. La riflessione sulla morte doveva correggere le deviazioni
degli uni e degli altri.

Parlava quindi sovente dei Novissími. Nella prima parte del manuale di preghiere ad uso dei giovani, l'avvertimento e sei delle sette meditazioni (che sappiamo, per la maggior parte, ispirate da sant'Alfonso) riguardavano la morte, íl giudizio, l'inferno,
il paradiso..." Le sue biografie didattiche di adolescenti raccontavano nei minimi particolari le loro ultime ore.32 In realtà, la
morte preoccupava stranamente questo direttore e questo amico dei giovani.

La morte è un problema personale. Apparentemente, l'opera di Don Bosco non contiene nulla di discretamente originale sui Novissirni della società e dell'universo, problemi che nel secolo
successivo appassioneranno invece í teologi cattolici. Il « giudizio universale » doveva ridursi alla soluzione di casi personali assora
mati.33 Le sue riflessioni sui Novissimi dell'individuo erano conformi alla tradizione affermatasi nel xix secolo. I suoi temi erano: l'ineluttabilità della morte, l'incognita dell'ultimo istante, la sua suprema gravità, l'eternità di felicità o di infelicità conseguente. Il suo insegnamento era pratico e moralizzante, come lo era stato

30 S. ALPHONSUS DE LIGUORIO, Praxis confessarii, ed. Gaudé, Roma, 1912, c. 9, § I, p. 210.

31 [G. Bosco], Il giovane provveduto.., Torino, 1847, pp. 31-50: Sette considerazioni per ciascun giorno della settimana. Queste meditazioni sono state conservate durante tutta la vita di Don Bosco nelle successive edizioni della sua opera.

32 Vedere le biografie del Comollo, Savio, Magone, Besucco, e unirvi la lettera a Margherita Saccardi, del luglio 1866, sulla morte del suo figlio Ernesto (Epistolario, t. I, pp. 408-410). Vedi oltre, documento 16.

33 Vedere G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., 1874, decimosettimo giorno: Il giudizio universale, pp. 110-116.

quello di sant'Alfonso nella Preparazione alla morte, opera che Don Bosco consigliava ai giovani?' Nelle allocuzioni e, in particolare, nelle « buonenotti », ricordava ai ragazzi e ai collaboratori la necessità di essere preparati. Le numerose morti lamentate nella casa di Valdocco gli offrivano l'occasione di ritornare sulle « grandi verità ». Nulla è più incerto dell'istante della morte. Essa non fa anticamera... « Ciò può essere di qui ad un anno, da qui ad un mese, ad una settimana, ad un giorno, ad un'ora, e forse appena finita la lettura della presente considerazione. Cristiano, se la morte ci colpisse in questo momento, che sarebbe dell'anima tua? che sarebbe dell'anima mia? »." Questi avvertimenti Ai bastavano: quasi nessuna o poche descrizioni realistiche che avrebbero urtato i suoi uditori. Don Bosco diffondeva la pace, anche quando parlava della morte. Le immagini dei suoi « sogni » talvolta erano violente, non mai tolinentose. Al riguardo, non si trova nulla di più significativo dell'inserimento nel suo manuale di pietà per i giovani della Preghiera per la buona morte, attribuita a una convertita e che, confrontata con altri brani della letteratura devota del XVIII secolo, sembra tutto sommato ben anodina."
Parlava con eloquenza anche del cielo. Una conversazione sul « gran premio da Dio preparato in cielo a coloro che conservano la stola dell'innocenza » ha fatto andare in estasi Domenica Savio." Quanto a Don Bosco, sappiamo da un testimone attento che ne parlava « come un figlio parla della casa del proprio padre »."
È quindi naturale che considerasse la vita da vivere pienamente in funzione di questo fine. Il cristiano assennato compie tutte le sue azioni come vorrebbe averle fatte nell'ora del trapasso. All'inizio di una delle sue prime prediche, Don Bosco scrisse: « Fine dell'uomo. Memorare novissima tua et in aeternum non

34 L'Apparecchio alla morte è uno dei quattro libri che sono proposti in [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, p. 18.

35 G. Bosco, Il mese di maggio.., ed. cit., 1874, giorno decimoquinto, pp. 100-101.

36 [G. Bosco], Il giovane provveduto.., Torino, 1847, pp. 140-142; la si trova in tutte le nuove edizioni dell'opera.

37 Secondo G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., ed. cit., 1880, c. 20, pp. 96-97.

38 II cardinal Cagliero, citato da E. CEIUA, Don Bosco con Dio, ed. cit., p. 112.

peccabis ».39 Più tardi, spiegherà che san Martino aveva avuto questa avvedutezza. Quando Dio gli rivelò l'approssimarsi della sua morte, leggiamo nella sua biografia, « fu pieno di contentezza, perché ogni azione, ogni parola era stata rivolta a quest'ultimo giorno di vita... ».4° Il nostro santo amava ripetere: « Si raccoglie quanto si è seminato »41 Bisogna acquistare molti meriti per l'aldilà. Chi pensa alla propria fine non può non farlo."
Quindi, egli si trovava d'accordo col pensiero di autori come san Roberto Bellarmino e altri umanisti, pur senza imitare i fanatici di emozioni, come il Padre Giovanni Battista Manni, che aveva dipinto la morte a tinte fosche. Non seguiva letteralmente nemmeno sant'Alfonso, già più moderato."

L'esercizio della buona morte

Questo orientamento di Don Bosco si può spiegare con l'esercizio mensile della morte, cui attribuiva massima importanza, e che gli aveva insegnato a orientare tutta la vita verso il suo fine.

Giuseppe Cafasso, che gliela aveva consigliato,44 non ne era l'autore. Nel 1840, « l'esercizio della morte » era in uso da parecchi secoli:3 Si sa che, dopo essere stato trascurato per qualche

39 Manoscritto autografo, firmato: « Bosco, 3 dicembre 1841 », in ACS, S. 132.

40 G. Bosco, Vita di San Martino..., 2a ed., Torino, 1886, pp. 75-76.

41 Gal. 6, 7.

42 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 24, p. 115; proposito conservato in tutte le edizioni: vedere l'edizione del 1880, c. 25, p.,112. G. Bosco a M. Rua, 1870, in Epistolario, t. III, p. 71. « Ognuno riceverà la ricompensa di quel che avrà fatto mentre era nel suo corpo » (2 Cor. 5, 10), sentenza di un segnalibro del breviario di Don Bosco (vedere E. CEIUA, Memorie biografiche..., t. XVIII, documento 93, pp. 806-808; vedi oltre, documento 5).

43 G. CACCIATORE, nell'opera collettiva S. ALFONSO M DE' LIGUORI, Opere ascetiche. Introduzione generale, Roma, 1960, pp. 212-216, osservava che sant'Alfonso era rimasto, da parte sua, nell'Apparecchio alla morte, a metà strada tra queste due tendenze.

44 Vedere la descrizione dell'esercizio di Don Cafasso in G. Bosco, Biografia del Sacerdote Giuseppe Caffasso..., Torino, 1860, p. 111.

45 Su questo esercizio, alcune note in H. BREMOND, Histoire ilittéraire du sentiment rdigieux..., t. IX, Parigi, 1932, pp. 350-368; P. TIHON, art. Fins dernières, ín Dictionnaire de spirítualité, t. V, col. 372-374.

tempo, era rifiorito nella seconda metà del xvii secolo. I1 suo schema, ad esempio, si trova nel Padre. Claudio Judde (morto nel 1735), che scriveva: « Esercitarsi a morire significa prendere un giorno — o tutti i mesi, o almeno qualche volta durante l'anno in cui facciamo quello che bisognerà fare negli ultimi giorni della vita: una buona revisione, una comunione fervente con gli atti che convengono per ricevere il santo viatico; leggere, in un rituale, le preghiere dell'estrema unzione, quelle che la Chiesa recita per i morti, che sono tanto opportune per i morenti; infine, considerarsi come davanti al tribunale di Dio... ».46
Don Bosco ha raccomandato con insistenza questa pratica in cui ci si confessa e ci si comunica coi sentimenti desiderabili da colui che deve comparire, da un istante all'altro, davanti a Dio. Affermava perfino: « Credo che si possa dire assicurata la salvezza di un religioso, se ogni mese si accosta ai santi Sacramenti, e aggiusta le partite di sua coscienza, come dovesse di fatto da questa vita partire per l'eternità »5 Una vera liberazione per giovani e adulti dalla coscienza turbata o alla ricerca della perfezione. La vita, in questo modo, viene regolarizzata - e le kirze sono rimesse al servizio di Dio. « Non tralasciare l'esercizio della buona morte ima volta al mese [scriveva il nostro santo a un. giovane chierico] esaminando quid sit addendum, quid corrigendum, quid-ve tollendum, ut sis bonus miles Christi »." In poche parole, considerava questo esercizio come « la chiave di tutto ».49

Fiducia equilibrata nell'uomo

Diffidava di un uomo debole e peccatore e tuttavia nel contempo gli dava fiducia. Nulla gli sembrava definitivamente acquisito sulla terra. I severi princìpi della sua giovinezza erano stati solamente stemperati dal liguorismo, che non era la scuola di un

46 C. JUDDE, Oeuvres spirituelles, t. I, p. 181 e ss., in H. BREMOND, op. cit., p. 365.

47 G. Bosco, Introduzione alle Regole o Costituzioni della Società di San Francesco di Sales..., Torino, 1885, p. 37.

48 « quanto devi aggiungere, correggere o togliere per essere un vero soldato di Cristo » (G. Bosco a Tommaso Pentore, 15 agosto 1878, in Epistolario, t. III, p. 381).

49 G. Bosco a G. Cagliero, primo agosto 1876, in Epistolario.., t. III, p. 81.

beato lasciar correre. L'esperienza delle anime non gli permetteva di vedere il mondo tinto di rosa.

Conosceva le debolezze della creatura. La buona volontà del giovane, come quella .di Magone Michele, spesso è solo « una nube » che si dissipa sotto la pressione delle influenze." « Egli è proprio dell'età volubile della gioventù di cangiar sovente proposito »." Anche nel mondo adulto le persone della tempra di DomPnico Savio sono rare, non occorre essere profondi psicologi per accorgersene.

Credeva anche all.'esisten7a del principe delle tenebre e alla sua azione sugli uomini. Nella sua Storia sacra aveva raccontato nel modo più tradizionale in che modo il peccato era entrato nel mondo dopo la tentazione di Adamo." Ha poi fortemente insistito, in particolare nei suoi racconti di « sogni », sulla perniciosa influenza dello spirito del male nella vita degli uomini. Durante i sogni di Don Bosco, questo spirito appare in forme strane, degne della Vita di sant'Antonio e della Divina Commedia. È serpente, elefante, gattaccio o toro infuriato dalle sette corna mobili." I suoi misfatti sono molto coloriti: chiude le bocche in confessione; tende ai disgraziati dei lacci in cui essi si impigliano realmente: superbia, disubbidienza, invidia, lussuria, furto, gola, collera e pigrizia; n si rallegra spudoratamente delle confessioni mal fatte " e delle conversazioni cattive" delle sue vittime. Don Bosco vedeva

50 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 11, p. 58.

51 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a" ed., Torino, 1880, c. 8, p. 30.

52 G. Bosco, Storia sacra.., 3a ed., Torino, 1863, epoca prima, c. 2 (in Opere e scritti..., vol. I, parte prima, pp. 132-133).

53 Vedere G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VII, pp. 238-242, 356; t. VIII, p. 34; E. CERTA, Memorie biografiche, t. XII, p. 469.

54 Sogno dp119 ruota, 1861, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VI, pp. 903, 926. Qui dobbiamo dire che se anche l'edizione dei documenti di questa serie è imperfetta, la loro autenticità sostanziale non ci pare possa essere contestata.

55 Sogno dell'inferno, 1868, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, p. 169.

56 Sogno della valle, 1875, in E. CEIUA, Memorie biografiche, t. XI,
p. 259.

57 Sogno su Ima visita a Lanzo, lettera di G. Bosco ai giovani di Lanzo, 11 febbraio 1871, in A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, p. 43.

che ai salesiani preparava perfino dei tranelli." Verso il 1860, fu anche tentato da Satana come íl Curato d'Ars, suo contemporaneo." Ignorare che, secondo lui, il demonio era sempre in agguato, che si raggirava giorno e notte, sicut leo rugiens, significherebbe trascurare uno degli aspetti salienti del suo spirito e della sua vera dottrina.

Realista, non ignorava nemmeno il male insito nell'uomo. Fin dalla sua giovinezza ha considerato pericolosa la frequenza dei « cattivi compagni » in collegio e perfino nel seminario di Chieri.6° Poi, nelle prigioni di Torino, ha imparato a conoscere « quanto sia grande la malizia e la miseria degli uomini »." La compagnia dei perversi viene denunciata nelle prime pagine del suo principale manuale di preghiere, che ha ripetuto questa lezione a centinaia di mi .liaia di persone che se ne sono servite." Nella sua biografia didattica di Domenico Savio, ha esaltato la prudenza di questo santo giovane, apparentemente invulnerabile, che tuttavia aveva diffidato delle cattive compagnie." Abbiamo trovato un'affermazione un po' pessimistica sotto la penna di questo grande ottimista. Dobbiamo rassegnarci: « Munclus in maligno positus est totus. E non possiamo cangiarlo... »." Il « mondo », per questo amico degli uomini, era un « nemico », « pieno di peccati »." Il male esiste ed è contagioso.

58 E. CERTA, Memorie biografiche, t. XVII, p. 384.

59 Vedere G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. III, pp. 28-30; t. V, p. 694; t. VII, pp. 68-77. I particolari dei fatti e la loro interpretazione da parte dei biografi avidi del meraviglioso dovrebbero essere attentamente criticati, ma Don Bosco credeva certamente all'azione del Maligno nella sua vita e, per noi, questo è l'essenziale.

60 Memorie dell'Oratorio..., pp. 50-52, 91-92.

61 Memorie dell'Oratorio..., p. 123.

62 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., Torino, 1847, Cose da fuggirsi massimamente dalla gioventù, art. 2: Fuga dei cattivi compagni, pp. 2123. Tema invariato in G. Bosco, Il giovane provveduto..., 101a ed., 1885, pp. 20-22.

63 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880, c. 5, p. 21.

64 « Il mondo intero sta sotto il male... » (G. Bosco a G. Bonetti, 17 aprile 1870, in Epistolario, t. II, p. 85). Don Bosco citava / Gv. 5, 19.

65 G. Bosco, Note autografe di conferenze, pubblicate in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, appendice A, p. 986 (vedi oltre, documento 26).

Detto questo, la sua spiritualità, come la sua pedagogia, si basava su due perni: la fiducia in Dío che non abbandona la sua creatura e la fiducia nella saggezza e nel cuore dell'uomo.

Avremo ampia possibilità di dimostrare quanto si preoccupasse di lasciare a Dio il primo posto nell'opera della santità. D'altra parte, anche solo considerando la sua pedagogia, significativa per quanto riguardava il suo senso del progresso umano — in tutti i campi, santificazione compresa — le maniere forti nei confronti dei giovani gli ripugnavano allo stesso modo che rifiutava l'abbandonarli ai loro capricci. Il suo metodo faceva appello alla loro « ragione » e al loro « cuore », termini che ben presto saremo costretti a definire. Egli voleva conquistare la testa del giovane e sviluppare in lui sentimenti e retti giucli7i. Deliberatamente faceva leva su « la ragione, la religione e l'amorevolezza »." Dolce e buono anch'egli, si è proposto di suscitare delle energie per il regno di Dío. Nel clima che sapeva creare, incontrava intelligenze che aspiravano a capire e volontà desiderose di amare e di far bene. Qui ci troviamo nel cuore dei suoi principi più sicuri in spiritualità, come in pedagogia e in pastorale. Infatti egli viveva queste sue convinzioni generali sulla bontà della natura. Perfettamente coerente con la sua ammirazione dell'uomo e del giovane, li rispettava e dava loro — prudentemente — fiducia.

Don Bosco non fu, dunque, né un sempliciotto che navigava nell'illusione, né un pessimista sprezzante dei più evidenti capolavori di Dio sulla terra. Cosciente dei limiti della creatura, credeva alla sua bontà. Al suo ottimismo verbale corrispondeva una reale fiducia nell'uomo.

La chiamata universale alla santità

Egli predicava anche la chiamata universale alla perfezione, più esattamente, alla santità.

Il santo è interamente « del Signore », osservava giustamente Domenico Savio." Lo manifesta con la sua « virtù », pensava Don Bosco: il santo è un uomo di Dio la cui virtù è eroica.

66 G. Bosco, Il sistema preventivo..., I, in Regolamento per le case..., Torino, p. 4.

67 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., ed. cit., 1880, c. 10, p. 42.

« I cristiani dei primi tempi per la vita virtuosa e mortificata che tenevano erano chiamati santi »." L'impostazione delle biografie scritte da Don Bosco per far conoscere la vita di uomini che tendevano alla perfezione lo conferma esplicitamente. Egli, in Michele Magone, lodava successivamente la « sua esemplare sollecitudine per le pratiche di pietà », la sua « puntualità nei doveri », la sua « devozione verso la Beata Vergine Maria », la sua vigilanza per « conservare la virtù della purità » e la sua carità verso il prossimo." In concreto, una strada semplice e diritta verso la perfezione, « niente di straordinario, niente di rumoroso, tutto comune, ordinario, e triviale per dir così »: quella che Giuseppe Cafasso gli aveva sicuramente descritta." Il medesimo maestro gli aveva insegnato che compiere le azioni richieste dalla vita « con ordine, con prudenza, giusta le circostanze ed i bisogni del tempo, del luogo, delle persone, fatto bene basta a far la persona santa, così un secolare, un padre, una madre, così anche un sacerdote »." Dunque, né l'uno né l'altro ha creduto alla necessità di una contemplazione infusa, straordinaria per accedere alla santità' E nulla si rileva nelle massime di Don Bosco, che sono state conservate, a proposito delle tre vie o tre gradi di perfezione...

68 G. Bosco, Vita di san Pietro..., Torino, 1856, c. 19, p. 101. Vedere, per l'ultima parte della vita del santo, questo frammento del sogno del 10 settembre 1881, secondo la versione scritta da lui: « Argumentum praedicationis. Mane, meridie et vespere. Colligite fragraenta virtutum et magnum sanctitatis aedifidum vobis constituetis. Vae vobis qui modica spernitis, paulatim decidetis »( ACS, S. 111, Sogni; E. CERTA, Memorie biografiche, t. XV,
p. 184).

69 G. Bosco, Cenno bografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino,
1861, c. 6-10, titoli.

70 G. CAFAS SO, Manoscritti vari, VI, 2590 A; in F. Accontento, La dottrina spirituale di San Giuseppe Cafasso, Torino, 1958, p. 44.

71 G. CAFAS SO, citato ibid. Il testo seguente, il cui autore ci è ancora ignoto, appartiene a un libriccino presentato da Don Bosco nei suoi ultimi anni: « La santità, noi diremo con S. Filippo e con S. Francesco dí Sales, non è vero che consista in cose tanto difficili e straordinarie, in modo che pochi possano trovarsi in circostanze da poter arrivare a questo grado; no: essa consiste nel far bene tutte le cose che si hanno a fare, ma a chi poi credesse con piccoli sforzi e con momentaneo proponimento poter pervenire a quella meta, noi lo negheremmo affatto » (Anonimo, Biografie dei Salesiani defunti negli anni 1883 e 1884, Torino, 1885, p. 29).

72 Su questa questione, vedere CH. BAUMGARTNER, art. Contemplation, in Dictionnaire de Spiritualité, t. II, col. 2180-2183.

Egli pensava che questo tipo di santità, anziché essere riservata ad alcuni, era proposta e anche imposta da Dio a tutti gli uomini. Dividere l'umanità in una massa di mediocri ridotti a praticare i comandamenti e in pochi eletti, i soli adatti a seguire i consigli, non gli sembrava ammissibile. Egli interpretava nel senso dell'obbligatorietà alla perfezione íl versetto di san Paolo come lo leggeva nel messale: Haec est enim voluntas Dei sanctificatio vestra.73 La santità è per tutti e inoltre è facile, gli aveva
ancora insegnato Giuseppe Cafasso.74 Alla sua scuola, un giorno di primavera dell'anno 1855, il predicatore di Valdocco « si fermò
specialmente a sviluppare tre pensieri che fecero profonda impressione sull'animo di Domenico Savio: È volontà di Dio che ci facciamo tutti santi; è assai facile di riuscirvi; c'è un gran premio preparato in cielo a chi si fa santo »." O questo predicatore si chiamava Don Bosco — ipotesi più probabile — oppure ne con
divideva le idee. Si legge, ad esempio, nel Porta teco del 1858, all'indirizzo di tutti i cristiani: « Dio ci vuole tutti salvi, anzi
è sua volontà che ci facciamo tutti santi »." E i è stato compreso: un ardore, talvolta inquieto, nella ricerca della perfezione è percettibile nella vita di parecchi membri della prima generazione dei suoi discepoli. Domenico Savio è il più noto, Michele Rua è la riprova." La fedeltà di tutte queste anime buone alla ricerca della santità non era, d'altra parte, irreprensibile, perché l'una o l'altra propendeva — chi lo crederebbe? — verso

73 « Quello che Dio vuole da voi è che siate santi » (1 Tess. 4, 3). t in• questo senso che si dovrà interpretare la riflessione di Domenico Savio: « Chi desidera dí fare la volontà di Dío, desidera di santificare se stesso. Hai dunque volontà di farti santo? » (G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 17, p. 86), che potrebbe passare inosservata.

74 Citazioni di manoscritti inediti, in F. AccoRNERo, op. cit., pp. 53-55.

75 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880, c. 10, pp. 40-41.

76 Porta teco..., Torino, 1858, p. 7 (vedi oltre, documento 11). Vedere anche G. Bosco a G. Bongioanní, 29 luglio 1857, in Epistolario, t. I, p. 150 (vedi oltre, documento 9). Il tema della chiamata universale alla perfezione era anche soggiaceste ne li giovane provveduto. Don Bosco proponeva ad esempio ai suoi giovani la seguente preghiera da recitarsi « nel corso del giorno »: « Vergine Maria, Madre di Gesù, s. Giuseppe, s. Luigi Gonzaga, ottenetemi la grazia di farmi santo » (G. Bosco, Il giovane provveduto..., 101a ed., Torino, 1885, p.. 83).

77 Vedere A. AMADEI, Il servo di Dio Michele Rua, Torino, 1931-1934.

un certo pessimismo e, inconsciamente, prendeva in contropiede il maestro..." La storia della posterità spirituale di Don Bosco riserverebbe alcune sorprese.

I fattori del progresso nella ricerca di Dio

Seguiva la propria strada con passo più agile. Le sue formule potevano anche diffondere un innocente pelagíanesirao. Sia a Domenico Savio che al suo direttore sfuggiva l'ambiguità del « farsi santo », formula, del resto, tradizionale nella loro lingua." La dottrina di Don Bosco teneva pur conto di tutto. Il posto che egli dava ai sacramenti nella sua pedagogia basterebbe a darci garanzie sul suo senso della preminenza di Dio nell'impegno verso la santità. Giustamente egli pensava che la grazia di Nostro Signore Gesù Cristo è necessaria a chi vuoi. progredire « nella vita, nella morte e ci tenga fermi nella via che conduce al cielo ».9) Ma credeva anche rigorosamente che « non una piccola violenza » doveva corrispondervi da parte della creatura." Se nessuna santità è concepibile fuori di Dio « senza cui sono vani tutti Ai sforzi degli uomini »," occorrerà, d'altra parte, capire e prendere sul serio la sua « chiamata amorosa »: « gli effetti della grazia di Dio » sono « meravigliosi » solo in quelli « che si adoperano per corrispondervi »." Dobbiamo dire che tutto per lui si equilibrava nella prediletta

78 « L'operare la nostra santificazione sforzandoci di ritrarre in noi il prototipo, l'esemplare per eccellenza, Gesù Cristo, è per fermo impresa ardua .e scabrosa, molto più se poniamo a confronto le deboli nostre forze con quel tanto che devesi fare per giungervi. Il portare con Gesù la Croce del dispregio, dell'umiltà, dell'ubbidienza, della rassegnazione, dell'abnegazione di noi medesimi e da tutto ciò che sente di carnale e di mondano, quanto non costa alla nostra natura corrotta ed attaccata alle cose caduche di quaggiù! Non è da porsi in dubbio: difficile è il cammino che conduce al Paradiso... » (Biografie dei Salesiani defunti negli anni 1883 e 1884, op. cit., pp. 65-66: inizio dei cenni biografici anonimi del chierico Giovanni Battista Fauda).

79 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880, c. 10, p. 40. Passo non modificato dalla prima edizione del 1859.

80 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, Introduzione, p. 6.

81 Formula di G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., ed. cit., c. 16, p. 66, a proposito di Domenico Savio.

82 Memorie dell'Oratorio..., p. 123.

83 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., ed. cit., Introduzione, p. 5.

formula paolina: « Tutto posso in colui che mi fortifica ».' Egli non propendeva né per un piatto naturalismo né per un ange lismo utopistico e inefficace.

La « ragione » nella ricerca di Dio

Poiché la natura è in tal modo, e con tanta insistenza, invitata a partecipare all'opera della perfezione, ci possiamo domandare se Don Bosco non prediligeva, coscientemente o meno, questa o quella facoltà. Certe spiritualità sono credute volontaristiche, altre intellettualistiche o affettive...

La « ragione » assumeva un aspetto dí primo piano nella sua pedagogia religiosa e, per ciò stesso, nell'insieme della sua spiritualità. Con questo termine, egli designava, in un linguaggio spesso impreciso, la capacità umana di giudicare e di riflettere. L'educatore, raffigurato nel trattato sul metodo preventivo e in diverse sue lettere, fa appello alla « ragione » dell'allievo, perché gli spiega il regolamento della sua istituzione, gli prodiga i suoi consigli e giustifica i suoi rimproveri." Quando l'impetuoso Michele Magone, dopo aver separato alcuni ragazzi che si picchiavano, esclamava: « Noi siamo ragionevoli, dunque in noi deve comandare la ragione e non la forza »,86 non faceva altro che ripetere Don Bosco. Questi, in materia religiosa, non ammaliava sistematicamente i suoi giovani; preferiva svelar loro quello che Dio, per mezzo suo, attendeva da essi: la formazione di Domenico Savio è tipica al riguardo.

Il suo spirito lo portava, a volte, a dissertare su punti di morale o di ascetica, a presentare degli « esempi » edificanti, ma non a indugiare sulle speculazioni dogmatiche. Egli ha praticato, per tutta la vita, la lezione ricevuta, lo sappiamo, nella notte del

84 « È vero che vo ripensando ben sovente a quello, che Ella mi disse tante volte che Omnia possum in eo qui me confortat» (passo di una lettera di Carlo Cays a G. Bosco, in Biografie dei Salesiani defunti nel 1882, S. Pier d'Arena, 1883, pp. 28-29: cenni biografici anonimi di C. Cays). La lettura della corrispondenza di Don Bosco conferma questa affermazione del conte Cays.

85 G. Bosco, Il sistema preventivo..., I, nel Regolamento per le case..., Torino, 1877, pp. 4-6; G. Bosco al principe Gabrielli, di Roma, 1879, in Epistolario, t. III, pp. 481-482.

86 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., ed. cit., c. 10, p. 49.

sogno dei nove anni: Mettiti adunque immediatamente a far loro un'istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù »." D'altra parte, un apostolo del xrx secolo non aveva che da lasciarsi trasportare per agire a quel modo. Le sue cognizioni hanno risentito dello spirito moralista dell'epoca che il convitto aveva ulteriormente sviluppato in lui.

Egli però era certamente capace di ragionare sulle proprie convinzioni. Malgrado certe frasi che bisognerà star attenti a non esagerare — ad esempio: « Fede e preghiera, ecco le nostre armi e i nostri sostegni » 88 — egli non aveva assolutamente nulla di un fideista. Alcuni suoi opuscoli contengono anche piccole gare dialettiche sui problemi controversi tra cattolici e riformati: la Chiesa visibile, i sacramenti, il purgatorio, le reliquie o il culto di Maria Vergine. Le « ragioni » vi sono spulciate una dopo l'altra. Il cattolico attacca, fa delle concessioni marginali, discute l'essenziale e infine conclude con sicurezza, forte di un ragionamento che smonta o convince il proprio avversario." Nel 1870, il nostro apologista non ebbe certamente nessuna difficoltà ad accogliere le lezioni del primo Concilio Vaticano sul compito attivo della ragione nell'ordine delle verità soprannaturali.

Al di là della fede comune, gli sembrava che gli sviluppi della santità dovessero articolarsi su una conoscenza sempre più approfondita della dottrina cristiana. Alcune frasi contenute nella sua biografia dí Domenico Savio, rimaste intatte nelle successive edizioni, sono chiarissime al riguardo: « Udendo qualcosa che non avesse ben inteso, tosto facevasi a dimandarne la spiegazione. Di qui ebbe cominciamento quell'esemplare tenore di vita, quel continuo progredire di virtù ín virtù, quell'esattezza nell'adempimento de' suoi doveri, oltre cui difficilmente si può andare »9)

87 Memorie dell'Oratorio..., p. 23.

88 G. Bosco alla Signora Quisard, 14 aprile 1882, in Epistolario, t. IV, p. 436.

89' Vedere G. Bosco, Il Cattolico istruito nella sua Religione..., Torino, 1853; Una disputa. tra un avvocato ed un ministro protestante, Torino, 1853; Due conferenze tra due ministri protestanti ed un prete cattolico intorno al purgatorio e intorno ai suffragi dei defunti..., Torino, 1857; Severino, ossia Avventure di un giovane alpigiano..., Torino, 1868 (c. 24); Massimino, ossia Incontro di un giovanetto con un ministro protestante sul. Campidoglio, Torino, 1874.

90 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 8, p. 39; 6a ed., Torino, 1880, c. 8, p. 31.

Senza un conveniente insegnamento, non ci sarebbe stato, dunque, un san Domenico Savio. Lo sfruttamento religioso della sua « ragione » sta alla base del suo meraviglioso progresso nella conoscenza e nell'amor di Dio. Don Bosco ne constatava il fatto e, con questo esempio, chiedeva ai suoi lettori di trarre, per conto loro, le conseguenze della lezione. Non si deve infatti dimenticare che tutte le sue biografie erano didattiche.

Il « cuore » nella ricerca di Dio

Il temperamento e le esperienze pedagogiche di san Giovanni Bosco bastavano ad impedirgli di non considerare nei suoi allievi solo la loro facoltà nobile. In fondo all'uomo che decide dei suoi stessi orientamenti più « ragionevoli », egli scopriva ciò che definiva il « cuore ». Con questo termine bisogna intendere, a seconda del contesto: i sentimenti, la volontà, l'amore, e anche l'espressione di tutta l'anima o ancora, per parlare un linguaggio attuale, della persona." Ricorre scarsamente il termine « volontà » nei discorsi e negli scritti di san Giovanni Bosco e, a volte, bisogna cercare questa facoltà — superiore, secondo la vita di Luigi Colle 2 - nelle sue formule che indicano il « cuore », buono o cattivo. Sostanzialmente, per lui aver buon cuore significava essere sensibile, comprensivo, disposto a far bene e ad amare.

L'apertura del « cuore »

e la sua conquista da parte di Dio
Don Bosco cercava nei suoi aspiranti alla santità intelligenze illuminate, ma anche e soprattutto « cuori » aperti. Egli pensava all'apertura su Dio e, probabilmente ancor di più, all'apertura

91 Il « cuore » di Domenico Savio era inondato di « santa gioia » alla notizia dell'avvicinarsi della prima comunione (G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1880, c. 3, p. 14). Le critiche dei ragazzi cattivi di Valdocco « raffreddano i cuori » fatti per amare (G. Bosco a tutti i giovani dell'oratorio di Valdocco, 10 maggio 1884, in Epistolario, t. IV, p. 267). Il cuore di Gesù simboleggia il suo amore (allocuzione di Don Bosco, 3 giugno 1875, stando a E. CERIA, Memorie biografiche, t. XI, p. 249). Il « cuore » di Michele Magone era immerso in « grave pensiero » (G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., ed. cit., c. 7, p. 35).

92 Vedere sopra, p. 59.

sugli intermediari di Dio, ministri ufficiali o semplici cristiani. Quando leggiamo nella biografia di Michele Magone che uno dei suoi compagni « assai divagato » gli « fu ín modo particolare raccomandato, affinché studiasse modo di condurlo a buoni sentimenti » e che Michele « comincia per farselo amico », « gli si associa nelle ricreazioni, gli fa dei regali, gli scrive avvisi in forma di bigliettini, e così giunge a contrarre (...) intima relazione » con un elemento difficile," ci accorgiamo attraverso quali umili procedimenti uno dei discepoli di san Giovanni Bosco — assolutamente fedele alle sue direttive — « apriva un cuore » a Dio.

È superfluo rilevare che questo compito spettava anzitutto agli educatori. Nel 1884, Don Bosco ricordava, non senza malinconia, il tempo felice (intorno al 1860) in cui i suoi collaboratori l'avevano ben seguito: « I giorni dell'affetto e della confidenza cristiana tra i giovani ed i Superiori; i giorni dello spirito di accondiscendenza e sopportazione, per amore di Gesù Cristo, degli lini verso degli altri; i giorni dei cuori aperti con tutta semplicità e candore, i giorni della carità e della vera allegrezza per tutti »." Egli temeva, per quanto concerne l'educazione religiosa, le atmosfere fredde che nuocciono alla carità e al progresso spirituale.

Era convinto che il « cuore » aperto finisce'per darsi effettivamente a Dio, purché ci si prenda cura di orientarlo verso di lui. « Dobbiamo cercar di imprimere per quanto è possibile la religione nel cuore di tutti e di imprimerla più profondamente che si possa », ricordava ai suoi direttori di case nel 1877, in occasione del primo capitolo generale della società." Tuttavia, è chiaro che il cuore dell'educando non appartiene al suo educatore — anche se il discepolo, rispondendo ai suoi desideri, glielo offre ma appartiene a Dio al quale bisogna sempre ritornare: « Io voglio che tutti mi diate il vostro cuore, affinché ogni giorno lo possa offerire a Gesù nel SS. Sacramento mentre dico la santa messa »,96 scriveva Don Bosco agli allievi della scuola di Mira

93 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., ed. cit., c. 10, pp. 50-51.

94 G. Bosco a tutti i giovani dell'oratorio di Valdocco, 10 maggio 1884, in Epistolario, t. IV, p. 268.

95 In E. CERIA, Memorie biografiche, t. XIII, p. 284.

96 G. Bosco agli allievi di Mirabello, 30 dicembre 1864, in Epistolario, t. I, p. 332. Augurio analogo nella lettera latina a Giovanni Garino, 25 luglio 1860, ibid., t. I, p. 196.

bello prima di recarsi a trovarli. Era il linguaggio della sua vita. Così si spiega parzialmente la sua grande sollecitudine per le frequenti e convinte confessioni dei ragazzi: esse gli consentivano la padronanza provvisoria dei loro « cuori », per purificarli e rimetterli in pace con Dio."
Se, infine, si dovesse decidere circa l'importanza primaria fra la ragione e l'amore nella ricerca di Dio, così com'era considerata da san Giovanni Bosco, converrebbe senza dubbio dare primato all'amore. La familiarità e l'amorevolezza, cioè uno spirito fatto di cordialità e di affetto, per lui contavano più, tutto sommato, dell'indispensabile ragione. Tutti i progressi spirituali dei suoi discepoli avrebbero dovuto essere penetrati di amore affettivo o, per riprendere il suo modo di dire, dettati dal « cuore ». L'amorevolezza rivestì i suoi consigli e la sua dottrina. Questo composto di saggezza amabile e di affetto chiaroveggente gli meritò « de' maravigliosi effetti e delle emendazioni che sembravano impossibili »." Sebbene si tradisca l'uno e l'altro, immaginandoli sentimentali, la sfumatura affettiva nella sua spiritualità era per lo meno accentuata quanto in quella di san Francesco di Sales.

Conclusione

Abbiamo chiesto a Don Bosco che cos'è l'uomo e che cos'è la vita. Per risponderci egli si è servito di alcune frasi o scene
bibliche e della tradizione ottimistica che le commentavano dopo la Riforma. Tuttavia, egli non era l'uomo di una sola tendenza.

Le descrizioni del testo sacerdotale della Genesi devono essere attenuate con le sentenze amare dell'Ecclesiaste. Certo l'uomo è
creato buono, ma è anche segnato dalla debolezza e dal male. Il corpo è meraviglioso, ma opprime l'anima. L'esistenza è un
dono generoso del Signore, ma dopo la morte non c'è riposo che

97 Vedere, ad esempio, la conversazione di Don Bosco e di Michele Magone che precedette la prima confessione di quest'ultimo, in G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., ed. cit., c. 3, pp. 16-20, in particolare: « Avrei bisogno che tu mi lasciassi un momento padrone del tuo cuore... » (p. 18).

98 G. Bosco, Ricordi confidenziali ai direttori, Torino, 1886; in A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, p. '1044, nota.

in lui. Dio vuole la santità di tutti, ma quanti si incamminano verso l'inferno? L'ottimismo di Don Bosco era, in tal modo, molto temperato. Secondo lui, la vita era una corsa verso la morte, il cui punto d'arrivo poteva anche essere sbagliato. Ma beato colui che progredisce verso Dio con la propria testa, e soprattutto col proprio « cuore », perché allora sarà salvo! Se coltiva la « virtù », forse « si farà anche santo »! Ecco il mondo spirituale ín cui lo spirito del nostro santo si muove: un Dio giusto e buono, un Cristo amichevole, modello e fonte di vita, una Vergine Maria, raggiante di santità e d'inesausta amabilità, tutta una teoria di beati, infine la Chiesa visibile, non poteva che incoraggiarlo a una santità intesa come l'eroismo della virtù cristiana."

99 Non crediamo necessario soffermarci a discutere qui suLl'esse'n7a della santità dal momento che questo concetto ha avuto la sua evoluzione da un secolo a questa parte.

CAPITOLO III - IL MONDO SOPRANNATURALE

Le concezioni religiose

L'originalità d'uno stile di vita religiosa non dipende solo daí mezzi prescelti: preghiera, sacramenti o attività apostolica. Le concezioni che sono familiari all'anima vi svolgono un compito molto importante. Lo stupore della carmelitana spagnola Anna di Gesù, piombata improvvisamente in Francia in un mondo dionísiano, in cui il Cristo era sostituito dall'ineffabile di Dio, è già da solo una lezione: i come la religione, anche la « spiritualità » è necessariamente oggettiva. Lo spirito di Don Bosco evidentemente non è sfuggito a questa legge generale. Egli è vissuto in un mondo soprannaturale, tra concezioni di Dio, del Cristo, di Maria, dei santi e della Chiesa, che hanno deciso, talvolta a sua insaputa, delle sue scelte spirituali. Bisogna, dunque, cercare di chiarirle. Il compito è tanto più necessario in quanto i cristiani contemporanei non accettano più tanto pacificamente alcune di queste raffigurazioni religiose. Qualunque sia l'opinione ín proposito, e pure considerato il patrimonio di una lunga tradizione, esse dipendono parzialmente dal xix secolo.

Le origini di una raffigurazione di Dio

Abbiamo motivi per affermare che il Dío dell'infanzia di Giovanni Bosco fu un Dio severo. Sua madre, Margherita Occhiena, gli aveva inculcato la sua presenza universale e la sua rigorosa

1 Vedere, ad esempio, J. DAGENS, Bérulle et Zes òrigines de la Restauration catholique (1575-1611), Bruges, 1952, p. 208.

giustizia, un po' temperata dalla sua benevola Provvidenza.2 Il seminario di Chieri l'avrebbe poi riconfermato in tali concezioni, che si ritrovano nella seconda parte della prima opera pubblicata da Don Bosco nel 1844, in base agli appunti presi nello stesso seminario. Il Dio della malattia e della morte di Luigi Comollo era un giustiziere. Nei suoi sogni o visioni, la comprensione era incarnata nella persona della Vergine Maria.'
Sappiamo che la vita avvicinò il suo amico ad una dottrina più consolante, di cui il maestro, Giuseppe Cafasso, si era fatto deciso difensore. Il Dio dei liguoristi era un Dio d'amore. La sua paternità e la sua bontà sono state idee forza di Giuseppe Cafasso.4 Egli predicava: « un Dio padre, ma un padre così raro e singolare che, non solo non ha pari né in cielo, né in terra, ma nemmeno sarà possibile idearcene un altro migliore, più tenero, più paziente, più affezionato »,5 ecc.

Giovanni Bosco lo comprese. Una delle sue prime opere fu un libretto anonimo sull'Esercizio di devozione alla misericordia di Dio,' in cui dimostrava come « il Signore dia prove della sua bontà a tutti indistintamente »,' sia ai buoni che ai cattivi. Durante la sua vita sacerdotale, il nostro santo avrebbe insistito sulla bontà

2 Alcuni dati attraverso le massime di Margherita raccolti da G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. I, pp. 44-45; si faccia attenzione a non credere che siano state immaginate dal compilatore.

3 [G. Bosco], Cenni storici sulla vita del chierico Luigi Comollo..., Torino, 1844, c. 4-5, pp. 42-72. Questi capitoli furono composti sulla traccia del manoscritto Infermità e morte del giovane Chierico Luigi Comollo, scritto dal suo collega C. Gio. Bosco, conservato a Torino, ACS, S. 123, Comollo.

4 Vedere il capitolo di F. ACCORNERO sulla confidenza, in La dottrina spirituale di S. Giuseppe Cafasso, op. cit., pp. 107-130.

5 G. CAFAS SO, Manoscritti vari, VIII, 2444 B e ss.; ín F. ACCORNERO, op. cit., p. 115.

6 [G. Bosco], Esercizio di divozione alla misericordia di Dio, Torino, s.d. Questo libro comparve tra il 1846 — dato che contiene un documento di quell'anno (p. 12) — e il 1856, perché viene menzionato nel testamento di Don Bosco del 26 luglio 1856 (secondo la sua edizione in A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, p. 1333). P. Stella (Valori spirituali..., p. 51) ha scorto ne Il giovane provveduto del 1847 delle « reminiscenze » dell'Esercizio, ma le corrispondenze che egli cita non sono convincenti. Tuttavia l'ordine cronologico seguito da Don Bosco nel suo testamento ci induce a datare questo volumetto intorno al 1847.

7 [G. Bosco], Esercizio..., ed. cit., primo giorno, p. 29.

di Dio, senza tuttavia dimenticare la sua giustizia, particolarmente terribile per il peccatore al momento di comparire davanti al tribunale divino dopo la morte.

Dio giustiziere quaggiù e nell'aldilà

Dio, insegnava Don Bosco, rende a ciascuno secondo le proprie opere, e questo giudizio comincia da quaggiù. Questo Dio vigilante castiga sovente in questa vita i trasgressori della sua legge. « Avvi una Provvidenza, la quale dispone delle sorti degli uomini, e per lo più permette che gli oppressori dei deboli paghino íl fio della loro iniquità coll'essere da altri oppressi ».8 Apparentemente, fin dalla sua stessa giovinezza, Giovanni Bosco era ricorso a questa spiegazione un po' angosciosa della sofferenza,' destinata a divenire una delle tesi fondamentali della sua teologia della storia: il male — abitualmente — ricade sul cattivo. Ne trovava le giustificazioni nella Bibbia: « Le anime giuste sono nelle mani del Signore, e il tormento della morte non le toccherà »; l° perciò « colui che rigetta la sapienza è infelice. La sua speranza è vana; le sue fatiche sono senza frutto; tutto ciò che fa vale nulla »." Ne vedeva anche molteplici applicazioni nei più svariati tempi della storia del mondo. Ricordiamo a caso: il diluvio," la morte tragica di Romolo," l'avventura di Tarquinio il Superbo," l'orribile fine di Erode « rosicato dai vermi »," la rovina di Gerusalemme

8 G. Bosco, Storia d'Italia..., 5a ed., Torino, 1866, epoca terza, c. 22, p. 224. Analoga sentenza nella stessa opera, epoca prima, c. 9, pp. 24, 25.

9 Leggiamo infatti in un dialogo con Luigi Comollo: « t la mano del Signore che pesa sopra di noi. Credimi, i nostri peccati ne sono la cagione » ([G. Bosco], Cenni storici sulla vita del giovane Luigi Comollo..., 2a ed., Torino, 1854, c. 4, p. 50), proposizione che non si trova nell'edizione precedente (c. 4, p. 42) e probabilmente suggerita dalla necessità del dialogo.

10 Sapienza, 3, 1. Citato tra le Massime morali ricavate dalla Sacra Scrittura, in appendice a G. Bosco, Maniera facile per imparare la Storia Sacra...., 5a ed., Torino, 1877, p. 100.

11 Sap. 3, 11. Citato ibid., secondo la Volgata.

12 G. Bosco, Maniera facile..., ed. cit., § 6, pp. 18-19.

13 G. Bosco, Storia d'Italia..., 5a ed., Torino, 1866, epoca prima, c. 4, p. 13.

14 G. Bosco, Storia d'Italia..., ed. cit., epoca prima, c. 9, pp. 24, 25.

15 G. Bosco, Vita di San Pietro..., Torino, 1856, c. 21, p. 120.

nel 70,u, il saccheggio di Milano ad opera di Federico Barbarossa nel 1162,17 la tragica morte di Ugolino da Pisa alla fine del =n secolo," ecc. Il braccio del Dio di Don Bosco non era inerte.

In generale però, sulla terra, Dio è misericordioso anche nei confronti degli stessi malvagi che, nella sua misericordia, non annienta. Come diceva Giuseppe Cafasso, la sua giustizia rimane « sospesa » e « questa terra continua a portarmi » 19 Ma con la morte tutto cambia. Il contrasto era chiaro nella mente di Don Bosco: « La misericordia e la giustizia di Dio sono i due attributi 'che maggiormente risplendono nella potenza divina. Finché l'uomo vive su questa terra è tempo di misericordia; ma separata dal corpo, comincia il tempo di giustizia ».20
Gli avvertimenti del nostro santo e talune descrizioni dei suoi sogni didattici volevano dimostrare che « è cosa orrenda il cadere nelle mani di un Dio giudicatore »,21 il quale « farà passare ad 'esame quanto abbiamo fatto in vita nostra »22 Egli scrisse, nel suo Mese di maggio: « di sopra avremo un giudice sdegnato, da un canto i peccati che ci accusano, dall'altro i demonii pronti ad eseguire la condanna, dentro la coscienza che ci agita e ci tormenta, al di sotto un inferno che sta per ingoiarci ».23 Avvicinandosi la morte, il piccolo Michele Magone intravedeva con terrore il terribile passo: « Al giudizio sarò solo con Dio »,24 e non si rasserenava che invocando la presenza tranquillizzante di Maria a quel tribunale? In modo più sfumato, Don Bosco ripeteva questa dottrina nelle Letture Cattoliche, dove pubblicava la vita di questo giovane?

16 G. Bosco, Maniera facile..., ed. cit., § 28, pp. 78-79.

17 G. Bosco, Storia d'Italia..., ed. e:a., epoca terza, c. 22, p. 223.

18 G. Bosco, Storia d'Italia..., ed. cit., epoca terza, c. 28, p. 244.

19 Esercizi spirituali di S. Giuseppe Cafasso al clero, Torino, 1955, p. 173.

20 G. Bosco, Il mese di maggio..., 8a ed., Torino, 1874, diciottesimo
giorno, pp. 116117.

21 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., sedicesimo giorno, p. 107.

22 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., ibid., p. 105.

23 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., ibid.

24 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino,
1861, c. 13, p. 70.

25 G. Bosco, Cenno biografico..., ed. cit., c. 14, p. 76.

26 Le biografie scritte da Don Bosco avevano uno scopo non semplicemente documentario, ma anche didattico: questo non lo si dirà mai abbastanza.


Dio, padre infinitamente buono

La bontà, il secondo massimo attributo dell'Onnipotente, nella concezione di Don Bosco, ebbe il sopravvento sulla giustizia? Uno studio scrupoloso dei suoi scritti e delle sue parole farebbe probabilmente vedere che, nell'ultima parte della sua vita, egli si compiacque di immaginare Dio come padre amoroso e tenero. A quel tempo egli avrebbe realizzato, ma trasferito sul piano religioso, il desiderio della sua infanzia: avere un padre — come sappiamo, era stato orfano a due anni — e la sollecitudine della sua età matura: dare un padre ai giovani abbandonati.

Dio è buono, infinitamente buono. Giovanni Bosco lo dimostrava anzitutto con la creazione. « Alla vista dell'ordine e della maravigliosa armonia che regna in tutto l'universo non si può esitare un istante sopra la credenza di un Dio, che ha creato... »." Tutti i beni, materiali e spirituali, provengono da lui. « Che sentimenti di gratitudine, di rispetto, di amore non dobbiamo avere verso un Dio così grande e nel tempo stesso così buono! ».28 Da questo punto di vista, tutte le creature sono oggetto della sua bontà.

Egli manifesta una speciale benevolenza verso talune creature: i bambini, i battezzati, i peccatori... « I giovanetti sono grande
mente amati da Dio », scriveva Don Bosco basandosi indubbiamente su di un'esegesi poco ortodossa del versetto: Deliciae mene
esse cum filiis hominum.29 E che dire dei battezzati? Quando ne parlava, lui che era di natura piuttosto riservato nel suo modo di esprimersi, diventava quasi lirico: « In quel momento [durante il battesimo] tu sei diventato oggetto di parziale amore per parte

27 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., primo giorno, p. 27.

28 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., primo giorno, p. 28.

29 G. Bosco, Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, parte prima, art. 2, pp. 10-11; ripetuto in tutte le edizioni (vedere la 101a ed., 1885, pp. 10-11). La stessa idea in [G. Bosco], Porta teco..., Torino, 1858, p. 42; riprodotta nella seconda edizione di questo libro, Torino, 1878, p. 49. P. Stella ha notato che Don Bosco, per quanto riguarda Il giovane provveduto, era debitore di questa particolarità a Carlo Gobinet, e alla tradizione di cui era stato il promotore (P. STELLA, Valori spirituali..., pp. 27, 98). Come può sovente capitare, un autore gli avrebbe ricordato delle frasi della Bibbia e delle scene della vita di Gesù Cristo.

di Dio; in te furono infuse le virtù della fede, della speranza e della carità. Fatto così cristiano, tu hai potuto alzare lo sguardo al cielo e dire: Dio creatore del cielo e della terra è anche il mio Dio. Egli è mio padre, mi ama, e mi comanda di chiamarlo con questo nome: Padre nostro, che sei ne' cieli ».3) Sacerdote che operava in un ambiente ancora imbevuto di « giansenismo », ebbe sovente l'occasione di esaltare la bontà di Dio verso i peccatori. È il tema essenziale dell'Esercizio di devozione alla misericordia di Dio, che si ritrova anche in parecchi sogni e nella vita di Magone Michele." « Iddio che prova gran disgusto per le nostre offese ci soffre con bontà infinita, dissimulando i nostri peccati, aspettandoci a penitenza »." Dottrina comune, che le considerazioni precedenti facevano presentire.

La serie dei prediletti da Dio, non è ancora esaurita secondo Don Bosco. Egli aveva avvertito la sua benefica influenza nella propria vita e in quella dei suoi discepoli. La sua « autobiografia » degli anni 1873-1878 fu, fra l'altro, un inno alla Provvidenza. Questo scritto « servirà a far conoscere come Dio abbia egli stesso guidato ogni cosa in ogni tempo... »." Subito dopo il racconto della sua ordinazione sacerdotale, l'autore, con la Vergine del Magnificat, esclamava: « Quanto mai sono maravigliosi i disegni della Divina Provvidenza! Dio ha veramente tolto dalla terra un povero fanciullo per collocarlo coi primari del suo popolo »."
Riassumiamo con le stesse sue parole: « Dio è misericordioso e giusto. È misericordioso con chi vuole approfittare della sua

30 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., nono giorno, p. 69. Quest'idea si ritrova in un altro testo importante — ispirato dal pensiero di sant'Alfonso — ripetuto da san Giovanni Bosco per tutta la sua vita nelle varie edizioni de Il giovane provveduto: « Egli ti fece suo figlio col santo Battesimo. Ti amò e ti ama qual tenero padre, e l'unico fine per cui ti creò si è per essere amato e servito in questa vita, per renderti poi felice in Paradiso » ([G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, parte prima, Sette considerazioni per ciascun giorno della settimana, Considerazione prima, p. 32). Aggiornato solo stilisticamente nella 101a ed.,
Torino, 1885, p. 36.

31 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., ed.cit., c. 3, 4, pp. 16-24.

32 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., ventesimo giorno, p. 128.

33 Memorie dell'Oratorio..., Introduzione, p. 16.

34 Memorie dell'Oratorio..., p. 116.

misericordia, ma usa poi il rigore della sua giustizia verso chi non vuole approfittare della sua misericordia »."

Un Dio provvidente: padre e vindice

I due attributi di giustizia e di bontà erano uniti, in Don Bo
sco, nella figura del Dio provvidente, nel quale egli vedeva sia un padre che un vindice.

È dalla stessa Provvidenza che i buoni sono ricompensati e i cattivi puniti. Verso la fine del piccolo dramma moralizzante: La casa della fortuna, il vecchio Eustachio interpreta, evidentemente, il pensiero dell'autore quando dice, dopo aver appreso che i due buoni orfani avevano ritrovato la casa del loro nonno, mentre il vetturale che li aveva defraudati aveva corso il rischio di essere assassinato: « Io osservo che questa per voi e per tutti è una terribile lezione. Non dimentichiamo mai esservi una Provvidenza la quale veglia sul destino degli uomini; e spesso permette che cadano sopra l'uomo quei mali stessi che egli fa, o vorrebbe fare ad altri »." È la Provvidenza manzoniana de I Promessi Sposi, la quale ricompensa e punisce contemporaneamente."

Il Cristo secondo Don Bosco

La stessa configurazione assume il Cristo di Don Bosco, la cui figura, del resto, era assai complessa. Il nostro santo lo considerava evidentemente con gli occhi di un Latino del xix secolo, cui era meno familiare il Cristo glorioso — capo del suo corpo vivente « che è la Chiesa », e principio di unità del mondo presente e futuro — che non il Cristo storico, padrone e modello di vita cristiana, il Cristo redentore, incarnato per cancellare i

35 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., ventesimo giorno, p. 131.

36 G. Bosco, La casa della fortuna, 2a ed., Torino, 1888, atto secondo, scena quarta, p. 45. Identica riflessione un po' oltre nello stesso libretto (atto secondo, scena quinta, p. 52); in G. Bosco, Storia d'Italia..., 5a ed., Torino, 1866, epoca terza, c. 28, p. 244; ecc.

37 Un recente commentatore de I Promessi Sposi sarebbe propenso a separare i due aspetti di provvidenza benefica e provvidenza giustiziera, che si sorprende di trovare riuniti nel romanzo (M. F. SCIACCA, Il pensiero italiano nell'età del Risorgimento, 2a ed., Milano, 1963, p. 219).

peccati del mondo e il Cristo eucaristico che, con la sua presenza ininterrotta nel corso dei secoli, dà alle anime la forza e la vita di Dio. Se è vero che gli capitava di scrivere che « Gesù Cristo colla sua morte fondò la sua Chiesa e divenne capo di tutti i giusti, che furono e sono tuttora le sue membra principali »," quando, verso la fine della sua vita, nel suo testamento spirituale ai salesiani evocò il Cristo, notò spontaneamente: « Il nostro vero Superiore, Cristo Gesù, non morrà. Egli sarà sempre nostro Maestro, nostra guida, nostro modello; ma ritenete che a suo tempo egli stesso sarà nostro Giudice e rimuneratore della nostra fedeltà nel suo servizio »." Dobbiamo allora applicare a Don Bosco ciò che è stato detto di san Francesco di Sales: « Il Cristo non svolge dunque, propriamente parlando, in questa via [ salesiana] un compito di primo piano, e non vi è guari considerato come Verbo incarnato: quando si parla di lui, è molto più per ricavare da lui un esempio che per cercare in lui un mediatore »? 4° Niente affatto.

Il Cristo, compagno amato e modello da imitare

La spiritualità affettiva di Don Bosco e la tendenza degli adolescenti all'amicizia talvolta l'hanno portato a considerare nel Cristo l'amico e il compagno di strada, sia pure più sotto l'aspetto del martire della Via Crucis che del fanciullo e del lavoratore di Nazaret. È piuttosto strano, ad esempio, che dicesse a dei giovani: « Da quale cosa deriva mai che noi proviamo sì poco gusto per le cose spirituali? Questo avviene dall'essere il nostro cuore poco innamorato di Gesù crocifisso... »." Questa preferenza, per nulla morbosa, sembra debba essere considerata alla luce di una nobile giustificazione: le ultime ore del Cristo furono quelle in cui egli

38 G. Bosco, Storia sacra..., 3a ed., Torino, 1863, Storia sacra del Nuovo Testamento, Introdusione (in Opere e scritti..., vol. I, parte prima,
p. 286).

39 G. Bosco, Testamento spirituale, verso il 1884, ín E. CE1UA, Me
morie biografiche, t. XVII, p. 258.

40 L. COGNET, La spiritualité frangaise au XVIIe siècle, Paris, 1949, p. 52.

41 [G. Bosco], /i giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, Le Sei domeniche e la Novena di S. Luigi Gonzaga, sesta domenica, p. 66. Più tardi passerà alla quinta domenica: vedere Il giovane provveduto..., 101a
ed., Torino, 1885, p. 63.

manifestò pienamente il suo amore per l'uomo e, di conseguenza, furono quelle in cui egli si mostrò, maggiormente degno d'essere amato." I suoi migliori discepoli vivevano felici in compagnia di un Cristo che li sosteneva e li rallegrava. Secondo Don Bosco, Francesco Besucco sul punto di ricevere l'Estrema Unzione esclamò: « Se Gesù è mio amico e mio compagno, non ho più nulla a temere; anzi ho tutto a sperare nella sua grande misericordia »." Qualche anno prima, Domenico Savio aveva usato lo stesso linguaggio, supplicando il suo maestro di proclamare questo « sempre » e « a tutti »." Questo aspetto poco conosciuto del pensiero del santo deve essere accostato alla sua dottrina generale sull'amicizia spirituale."
Le frasi del Besucco e del Savio, per quanto insistenti, non ci vietano di affacciare l'ipotesi che Don Bosco molto spesso vedesse nel Cristo più il maestro e il modello che il compagno e l'amico.

Il Cristo è maestro di sapienza. Alla domanda: « Quali cose G. C. diceva di se medesimo? » rispondeva: « Di se medesimo egli diceva che era il figliuolo unico di Dío, e il Salvatore promesso agli uomini, venuto dal cielo in terra per insegnar loro la strada della salute »." Il Salvatore è un maestro. Si nota, non senza sorpresa, che la metà di un capitolo dottrinale del suo Mese di maggio, pur intitolato: La Redenzione, riassumeva la morale evangelica." Infatti, del Cristo dottore, egli prendeva di preferenza le lezioni di morale sulla « penitenza, il perdono delle ingiurie, il disprezzo delle ricchezze, l'abnegazione a ciascuno di se

42 Vedere G. Bosco, Storia sacra..., 3a ed., Torino, 1863, epoca settima, c. 9 (in Opere e scritti..., vol. I, parte prima, p. 334); e un'allocuzione preparatoria alla festa del Sacro Cuore di Gesù, nel 1875, in E. GEMA, Memorie biografiche, t. XI, p. 249.

43 G. Bosco, 17 pastorello delle Alpi..., Torino, 1864, c. 29, p. 158.

44 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 23, p. 112. Più tardi si troverà nel capitolo 24: vedere la 6a ed., Torino, 1880, p. 110.

45 Vedere sotto, c. 4, nota 107.

46 G. Bosco, Maniera facile per imparare la Storia sacra..., 2a ed., Torino, '1855, § 20 (in Opere e scritti..., vol. I, parte prima, p. 57). La formula era tale e quale nella 5a ed., di quel fascicolo: Torino, 1877, § 19, p. 59.

47 G. Bosco, Il mese di maggio..., 8a ed., Torino, 1874, terzo giorno, pp. 36-38.

medesimo »48 Quando decise di dedicare un capitolo della sua Storia sacra alle parabole, scelse: la pecorella smarrita, il figliuol prodigo, le dieci vergini, Lazzaro e il ricco epulone, episodi la cui morale era immediatamente applicabile.49 Senza dubbio, vi si sentiva spinto dal suo uditorio fatto di giovani, ma anche dalle abitudini del XIX secolo e dalla tradizione liguoriana.

Fin dalla giovinezza egli era stato colpito dalla ricchezza dell'Imitazione di Cristo." Tutta la vita del Cristo è stata per lui una lezione da meditare e da praticare; basterebbero le versioni dei primi articoli delle Costituzioni salesiane a persuadercene. È « imitando le virtù del nostro divin Salvatore » che i membri della società perfezioneranno se stessi." Del resto, « il modello che ogni cristiano deve copiare è Gesù Cristo. Niuno può vantarsi di appartenere a G. C., se non si adopera per imitarlo. Perciò nella vita e nelle azioni di un Cristiano devonsi trovare la vita e le azioni di Gesù Cristo medesimo »."
Non riteniamo comunque che tutti i « misteri » del Cristo fossero indistintamente oggetto delle sue riflessioni. Era normale che certi aspetti lo interessassero più di altri. Quando l'argomento si prestava, faceva notare ai suoi discepoli o ai suol giovani l'obbedienza di Gesù," la sua estrema umiltà " e la sua povertà costante, dal presepe alla croce." Non dimentichiamo che lo spirito

48 G. Bosco, Storia sacra..., 3a ed., Torino, 1863, epoca settima, c. 4 (in Opere e scritti..., vol. I, parte prima, p. 305).

49 G. Bosco, Storia sacra..., ed. cit., epoca settima, c. 6 (in Opere e scritti..., ibid., pp. 316-320).

50 Vedere sopra, c. 1, p. 20, 34.

51 Congregazione di S. Francesco di Sales, manoscritto citato, capitolo: Scopo di questa congregazione, art. 1-2 (vedere oltre, documento 12). La « perfezione cristiana » dei membri, di cui si parla nelle versioni posteriori, cioè a partire dal 1864 sembra (« ut socii simul ad perfectionem christianam nitentes » dirà l'edizione approvata da Roma nel 1874), è la perfezione « ad imitazione di Gesù Cristo » delle stesure precedenti.

52 G. Bosco, La Chiave del Paradiso..., 2a ed., Torino, 1857, p. 20.

53 G. Bosco, Introduzione alle Regole o Costituzioni..., Torino, 1877, p. 21.

54 G. Bosco, Storia sacra..., ed. cit., epoca settima, c. 7 (in Opere e scritti..., ibid., p. 325).

55 G. Bosco, Introduzione alle Regole o Costituzioni..., ed cit., p. 28. D'altra parte non ignoriamo che questa introduzione, basata su un progetto dei collaboratori di Don Bosco, non rivela necessariamente e su tutti i punti le sue abitudini.

dell'epoca rivolgeva il suo interesse verso il Cristo penitente, affranto sotto il peso dei peccati del mondo. Questa era la visione che dovevano ricavare i lettori del suo Mese di maggio, che terminava appunto con questa immagine," che sembra sia stata anche quella preferita da Francesco Besucco, grande devoto della Via Crucis " e, più sicuramente, da Domenico Savio, animato dal fervore di rassomigliare al Cristo crocifisso." Tuttavia, quando, nella sua maturità e nella sua vecchiaia, Don Bosco stesso seguiva i propri gusti, ritrovava soprattutto il Cristo dolce e buono, che cerca la pecorella smarrita o che accarezza i capelli dei bambini. « La mansuetudine è la virtù diletta da Gesù Cristo ».3 Le guarigioni descritte dagli evangelisti per Don Bosco erano i segni della sua « singolare bontà »." Scriveva con estrema chiarezza: « Tutti quelli che hanno letto il Vangelo sanno che G. C. nacque da una Vergine il cui nome era Maria, per sola opera dello Spirito Santo; che nacque in una stalla, visse del lavoro di sue mani, e che tutte le virtù, soprattutto la bontà e la dolcezza, formarono il suo carattere ».61 Non si può essere più espliciti. È lecito concludere che il Cristo di Don Bosco non era solo l'amico comprensivo, ma il maestro sofferente, dolce e buono, attitudine che egli accordava perfettamente con lo « zelo per la maggior gloria del suo Padre celeste »,62 qualità che il nostro santo si compiaceva di rilevare ovunque l'incontrasse.

56 G. Bosco, Il mese di maggio..., Sa ed., Torino, 1874, primo giorno, p. 191.

57 G. Bosco, Il pastorello delle Alpi..., Torino, 1864, c. 9, p. 53; c. 11, pp. 60-61; c. 19, p. 102.

58 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino,
1880, c. 15, p. 65; c. 16, p. 70; c. 22, p. 103; c. 24, p. 108; c. 25, p. 114.

59 G. Bosco, Introduzione alle Regole o Costituzioni..., ed. cit., p. 35.

60 G. Bosco, Storia sacra..., ed. cit., epoca settima, c. 5 (in Opere e
scritti..., ibid., p. 313).

61 G. Bosco, Storia sacra..., ed. cit., Introduzione alla Storia sacra del Nuovo Testamento (in Opere e scritti..., ibid., p. 285).

62 « D. Di quali virtù Gesù Cristo ha dato esempio? — R G. C. ha dato l'esempio di tutte le più sublimi virtù, ma principalmente della carità, della pazienza e dello zelo per la gloria del suo Padre celeste » (G. Bosco, Maniera facile..., 5a ed., Torino, 1877, § 19, p. 59). — Dopo il 1870, Don Bosco era dunque prontissimo a esaltare il Cuore di Gesù insieme ai suoi contemporanei cattolici. Questo culto, è vero, solo più tardi ebbe un posto abbastanza importante nel suo pensiero spirituale. Il giovane provveduto del 1847 conteneva solo le litanie del Sacro Cuore di Gesù (p. 105), senza alcuna spiegazione sul tema. Niente di più nelle prime edizioni della Chiave del Paradiso (Torino, 1856). Per quanto riguarda il Giovane provveduto, la situazione era ancora tale e quale nel 1874 (39a ed.). L'articolo: Devozione al Sacro Cuore di Gesù e la breve preghiera: Offerta al Sacro Cuore di Gesù davanti alla sua sacra immagine, sembra siano comparse solo nel 1878 (75a ed.), e le Promesse fatte da Gesù Cristo alla beata Margherita Alacoque solo nel 1885 (101a ed.). La Chiave del Paradiso del 1881 (3a ed., formato piccolo, p. 10) conterrà un'immagine del Sacro Cuore con una frase di Margherita Maria. Si può pensare che l'autore conoscesse sufficientemente tale devozione, che, a suo tempo, era stata propagata da sant'Alfonso, e non toccasse proprio a lui scoprirla; ma che la pressione dell'epoca, rappresentata probabilmente dall'uno o dall'altro dei suoi collaboratori, ai quali siamo tentati di attribuire le aggiunte posteriori, lo spinse a farsene promotore verso la fine della sua vita. Le prime righe della citata istruzione: « La elivozione al Sacratissimo Cuore di Gesù, che ogni dì più va crescendo, ascoltate, o cari giovani, come ebbe origine... » (G. Bosco, II giovane provveduto..., 101a ed., Torino, 1885, p. 119), darebbero ragione a questa interpretazione.

Il Cristo fonte di vita

Ma vedeva pure nel Cristo il mediatore della vita divina attraverso il mistero eucaristico.

La sua dottrina dell'incarnazione redentrice era piuttosto « negativa ». Egli pensava che il Figlio di Dío si era incarnato « per distruggere il peccato »,63 oppure che « era venuto al mondo per salvare i peccatori » 64 e « colla sua morte liberare tutti gli uomini dalla schiavitù del demonio »65 In un cli7ionario definiva il Redentore in questi termini: « Nome dato per eccellenza a G. C. che ci ha ricomprati dal peccato, dalla morte e dalla schiavitù del demonio »." In modo più positivo, scriveva nella vita di Domenico Savio che « Gesù Cristo ha sparso tutto il suo Sangue per liberarla [l'anima nostra] dall'inferno e condurla seco lui al

63 G. Bosco, Storia sacra..., ed. cit., epoca settima, c. 3 (in Opere
e scritti..., ibid., p. 302).

64 G. Bosco, Storia sacra..., ed. cit., epoca settima, c. 6 (in Opere
e scritti..., ibid., p. 316).

65 G. Bosco, Storia sacra.. ed. cit., epoca settima, c. 7 (in Opere
e scritti..., ibid., p. 323).

66 G. Bosco, Storia sacra..., ed. cit., Dizionario dei vocaboli, s.v. Redentore (in Opere e scritti..., ibid., p. 392).

paradiso ».9 Non importa: il compito vivificatore del Cristo è poco marcato nel suo insegnamento sul Verbo incarnato.

Bisogna cercare altrove le sue idee su Gesù, vita nuova dei credenti. In genere, egli affermava che « Gesù Cristo (...) è la santità per essenza », « la sorgente di ogni santità » e che la sua santità è generatrice di forza: « Non siamo soli ma Gesù è con noi e S. Paolo dice che coll'aiuto di Gesù noi diventiamo onnipotenti »." Il Cristo, principio di forza soprannaturale, si trova sicuramente nella Chiesa che, attraverso i vescovi e il papa, unisce i cattolici al loro capo invisibile," ma si trova in modo tutto particolare nell'Eucarestia, il suo mistero più sacro, in cui íl Salvatore è presente in modo tangibile. Quando, in una breve presentazione di san Luigi Gonzaga, egli doveva scegliere due misteri del Cristo per l'edificazione dei giovani, Don Bosco ricorreva a Gesù Crocifisso e al santo sacramento, Passione ed Eucarestia." La sua dipendenza dalla Restaurazione cattolica, rafforzata dal suo antiprotestantesimo militante, lo portava ad insistere sulla presenza reale. Vedremo che i suoi giovani eroi si santificavano, tra l'altro, con le loro comunioni sacramentali o spirituali." Cosicché, dove noi attenderemmo il Signore o il Salvatore, Don Bosco, talvolta e forse frequentemente, cí parla del Cristo sacramentale, cioè del Cristo nel tabernacolo. Scriveva, ad esempio, ad un salesiano: « Confidate ogni cosa a Gesù Sacramentato ed in Maria Ausiliatrice e vedrete cosa sono i miracoli »."
Accenneremo al posto grandissimo occupato da Maria nella sua spiritualità. Prima, però, era opportuno illustrare come egli concepiva Cristo Gesù. Non è possibile, infatti, capire perché raccomandasse

67 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880, c. 22, p. 104.

68 G. Bosco, Il cattolico nel secolo..., 2a ed., Torino, 1883, parte prima, ventiduesimo colloquio, p. 146.

69 G. Bosco alla suora Maddalena Martini, s.d. (agosto 1875), in Epistolario, t. II, p. 492.

70 Vedere oltre.

71 [G. Bosco], giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851: Le Sei
domeniche..., domenica sesta, p. 65. Il testo non era cambiato in G. Bosco, Le Sei domeniche..., 8a ed., Torino, 1886, p. 32.

72 Vedere oltre, c. 4.

73 G. Bosco a G. Cagliero, 13 novembre 1875, in Epistolario, t. II, p. 518.

con tanta insistenza le virtù della dolcezza e della comprensione e la pratica dei sacramenti della Penitenza e della Eucarestia, se si ignora a qual punto il Cristo « dolce ed umile di cuore » fosse la guida ed il sostegno nelle sue attività di uomo e di sacerdote.

Maria nel mondo di Giovanni Bosco

Maria era ovunque attorno a lui. Aveva scoperto il suo nome sulle labbra della mamma che gli faceva recitare tre Angelus e almeno un rosario al giorno." La borgata dei suoi anni giovanili aveva per festa patronale la Maternità, nel mese di ottobre." Ossequiente ad una raccomandazione della mamma, tanto da collegiale come da seminarista, frequentò prevalentemente giovani devoti del culto mariano." Torino, col suo santuario tradizionale della Consolata, era una città di Maria. Inoltre, non si dimentichi che il suo autore spirituale prediletto, sant'Alfonso de' Liguori, aveva composto le Glorie di Maria, opera a quel tempo celeberrima.

La devozione mariana di Luigi Comollo, di cui parla Don Bosco stesso, è indice di questa atmosfera. Il modo con cui la presenta, ci permette di immaginare in che cosa la facessero consistere i più fervorosi della cerchia dei suoi amici. Luigi riconosceva senza riserva la potenza benevola di Maria, che egli amava « con tenerezza », manifestandole il suo affetto con pratiche lunghe e onerose. « Come poté apprendere a pronunziare i SS. nomi di Gesù e di Maria, gli furono ognor oggetto di sua tenerezza, e riverenza... »." « Quando discorreva della Madonna [col suo confidente, cioè, verosimilmente, con Giovanni Bosco] tutto si vedeva compreso di tenerezza, e dopo d'avere raccontato o udito raccontare qualche grazia concessa dalla Madonna a favore del corpo, egli sul finir tutto rosseggiava in volto, e alle volte rompendo anche in lagrime esclamava: Se Maria cotanto favorisce questo miserabile corpo, quanti non saranno i favori che sarà per

74 Memorie dell'Oratorio..., pp. 21-22, 24.

75 Memorie dell'Oratorio..., pp. 41-42.

76 Memorie dell'Oratorio..., p. 89.

77 [G. Bosco], Cenni sulla vita del chierico Luigi Comollo..., Torino,
1844, c. I, p. 5.

concedere a pro delle anime di chi la invoca? »." Recitava quotidianamente e con zelo il rosario " e, quando aveva un po' di tempo libero, il piccolo ufficio della Beata Vergine « con un altro compagno »." « Premetteva alla Comunione un giorno di rigoroso digiuno in onore di Maria SS. » 81 e « nel sabbato di ogni settimana digiunava per amor della B. V. ».n Infine, dopo aver creduto di aver visto Maria sul suo letto di morte," spirò pronunciando « i nomi di Gesù, e di Maria ».0 Nel 1844, il giovane sacerdote Bosco proponeva questo modello di pietà mariana « Ai Signori Seminaristi di Chieri ».85
Anche per Don Bosco Maria fu sempre una madre santissima, tanto buona e molto potente. Se ha propagato il culto del cuore santissimo di Maria e la devozione a Nostra Signora dei sette dolori, culto e devozione diffusi, d'altra parte, da molti secoli," è indiscutibile che la storia del suo tempo e quella sua personale Io inclinarono a parlare piuttosto dell'Immacolata Concezione e, ancor più, della bontà materna di Maria a servizio della Chiesa.

La bellezza esemplare dell'Immacolata

La definizione del dogma dell'Immacolata Concezione di Maria da parte di Pio IX (1834) lo ha sospinto a considerarla

78 [G. Bosco], Cenni..., ed. cit., c. 2, p. 24.

79 [G. Bosco], Cenni..., ed. cit., c. 3, p. 32.

80 [G. Bosco], Cenni..., ed. cit., ibid.

81 [G. Bosco], Cenni..., ed. cit., ibid.

82 [G. Bosco], Cenni..., ed. cit., ibid., p. 36.

83 [G. Bosco], Cenni..., ed. cit., c. 5, p. 56.

84 [G. Bosco], Cenni..., ed. cit., c. 5, p. 70.

85 Secondo la prefazione della prima edizione di [G. Bosco], Cenni...,
P- 3.

86 Vedere [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851: Orazione al Sacratissimo Cuore di Maria, p. 108; le allusioni al Cuore di Maria e alla Vergine dolorosa nella Vita di Domenico Savio (G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880, c. 13, pp. 55, 56) e il volumetto sulle apparizioni della Salette (G. Bosco, Apparizione della Beata Vergine sulla Montagna di La Salette con altri fatti prodigiosi..., Torino, 1871; apparse in G. Bosco, Raccolta di curiosi avvenimenti contemporanei, Torino, 1854, pp. 46-83). Sull'elaborazione del culto e della devozione nel Medioevo e il loro pieno sviluppo nell'epoca moderna, vedere E. BERTAUD, Douleurs, nel Dictionnaire de Spiritualité, t. III,col. 1689-1701.

come il simbolo per eccellenza della purezza e della santità; Io comprovano le sue considerazioni nel Mese di maggio e nella biografia di Domenico Savio, le cui prime edizioni furono pubblicate rispettivamente nel 1858 e nel 1859. « La Chiesa cattolica esprime questa santità di Maria col definire che ella fu sempre esente da ogni colpa, e ci invita ad invocarla colle seguenti preziose parole: Regina sine labe originali concepta, ora pro nobis. Regina concepita senza peccato originale, pregate per noi che ricorriamo a voi ».87 L'8 dicembre 1854, il suo discepolo Domenico Savio « diede il suo cuore » a Maria e la supplicò di farlo morire piuttosto che commettere un peccato veniale contro la modestia.'
In genere, la contemplazione dell'Immacolata lo doveva rendere, insieme con i suoi imitatori, irriducibile contro le proprie debolezze e avido di santità eroica. Questo spirito esigente si ritrova nell'ultimo articolo del regolamento della Compagnia del
l'Immacolata, nella forma approvata e diffusa da Don Bosco: « La società è posta sotto gli auspizi dell'Immacolata Concezione, di
cui avremo il titolo e porteremo una divora medaglia. Una sincera, figliale, illimitata fiducia in Maria, una tenerezza singolare verso di Lei, una divozione costante ci renderanno superiori ad ogni ostacolo, tenaci nelle risoluzioni, rigidi verso di noi, amorevoli col nostro prossimo, ed esatti in tutto »."

Maria, madre e ausiliatrice

La relativa rigidità di un tale contegno era attenuata dalla contemplazione di Maria, madre di Dio, e quindi madre dei cristiani. « Se il titolo di Madre di Dio è glorioso a Maria, è glorioso eziandio ed utile per noi, che essendo stati redenti da Gesù Cristo

87 G. Bosco, Il mese di maggio..., 8' ed., Torino, 1874, apertura, p. 20. Vedere l'insieme di questo capitolo di introduzione.

88 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 8, p. 40; non modificato nella 6°' ed., Torino, 1880, pp. 32-33. Avvicinare questo testo con un racconto di Don Bosco, del 28 novembre 1876, secondo E. GEMA, Memorie biografiche, t. XII, pp. 586-595.

89 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 16, p. 81. (Vedere l'edizione del 1880, c. 17, p. 77). L'associazione di giovani, detta Compagnia dell'Immacolata Concezione, ebbe la sua forma definitiva nel 1856 nell'oratorio di Valdocco, sotto l'impulso, tra gli altri, di Domenico Savio. I primi salesiani furono formati a questo spirito.

diventiamo figliuoli di Leí e fratelli del suo divin figliuolo. Per-ciocche divenendo ella madre di Gesù vero Dio e vero uomo, divenne eziandio madre nostra. Gesù Cristo nella sua grande misericordia volle chiamarci suoi fratelli, e con tal nome ci costituisce tutti figliuoli adottivi di Maria »."
Fin verso il 1862 circa, Don Bosco non parlava ancora di Ausiliatrice. Nel 1845, nella prima edizione della Storia ecclesiastica,91 non si fa ancora nessun accenno alla vittoria di Lepanto sotto Pio V. È vero che i suoi giovani fin dal 1847 cantavano:
No-i siam figli di Maria, lo ripetan l'aure e i venti lo ripetan gli elementi con piacevole armonia. Noi siam figli di Maria.92
Non era già vagamente raffigurata l'Ausiliatrice prima che le venisse attribuito questo titolo? In realtà, bisognava ancora passare dalla madre della vita alla regina del mondo.

Verso il 1863, Don Bosco cominciò a celebrare Maria sotto il titolo di Ausiliatrice per svariati motivi, fra i quali vi fu certamente la costruzione, per sua iniziativa, di una grande chiesa a Valdocco, portata a termine tra il 1864 e il 1868. Qualche anno prima, nel 1862, nella diocesi di Spoleto un'immagine miracolosa di Maria — che l'arcivescovo locale aveva invocato come Ausiliatrice — era stata scoperta in circostanze tali da suscitare un imponente pellegrinaggio." Inoltre, la crisi degli Stati pontifici sembrava a quel tempo irrimediabile. La Chiesa di Pietro sembrava sconquassata e reclamava un soccorso miracoloso.

90 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., apertura, p. 21.

91 [G. Bosco], Storia ecclesiastica..., Torino, 1845, epoca quinta (in Opere e scritti..., vol. I, parte seconda, p. 124).

92 Vedere [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, pp. 340-341. Per quanto è possibile sapere, questa lode si trova in tutte le edizioni del manuale.

93 Il racconto, secondo l'arcivescovo di Spoleto, Mons. Amala in G. Bosco, Maraviglie della Madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice, Torino, 1868, pp. 95-103. Vedere anche l'articolo documentato di P. BROC.ARDO, L'« Ausiliatrice di Spoleto » e Don Bosco, in Accademia Mariana Salesiana, L'Immacolata Ausiliatrice...., Torino, 1955, pp. 239-272.

Il titolo di Ausiliatrice, già raccomandabile per questi motivi, a Don Bosco pareva tanto più opportuno in quanto ai Torinesi, almeno dal xvm secolo, era ben nota la confraternita di Maria Ausiliatrice eretta a Monaco; 94 inoltre, Pio IX, preventivamente interpellato, sembra che avesse espresso parere favorevole a questa denominazione." Non occorreva di più: la chiesa in costruzione fu dedicata a Maria Ausiliatrice.

Da quel momento il nostro santo si rivolgerà all'Ausiliatrice, madre e regina dei cristiani e della Chiesa. Un grande quadro, dipinto su suo suggerimento, testimoniava, al di sopra dell'altar maggiore del suo santuario, come egli si figurava Maria che gode di questa prerogativa. « Maria SS. vi campeggia in un mare di luce e di maestà, assisa sopra di un trono di nubi e coronata di stelle nonché del diadema con cui è proclamata Regina del cielo e della terra. Una schiera di angeli, facendole corona, le porgono ossequio come a loro Regina. Colla destra ella tiene lo scettro, simbolo della sua potenza... »." È una regina gloriosa che domina il mondo e la Chiesa, simboleggiata nel quadro dagli apostoli e dagli evangelisti Luca e Marco.

Oltre alla nuova chiesa, sei volumetti di Don Bosco, pubblicati tra íl 1868 e il 1879, avrebbero illustrato e magnificato il titolo." Questi scritti ci introducono nel clima delle lotte della « cristianità ». A Maria « la Chiesa attribuisce la sconfitta delle eresie »." L'Ausiliatrice fu la regina delle battaglie di Lepanto nel 1571 e di Vienna nel 1683, e anche colei che salvò Pio VII

94 Particolari in G. Bosco, Meraviglie..., ed. cit., pp. 104-106. Vedere, su questa confraternita, C. MINDERA, Origine e sviluppo del culto di Maria Auxilium Christianorurn in Germania, in Accademia Mariana Salesiana, L'Ausiliatrice della Chiesa e del Papa, Torino, 1953, pp. 77-90.

95 G. Bosco, Meraviglie..., ed. cit., pp. 108,109.

96 G. Bosco, Maria Ausiliatrice col racconto di alcune grazie..., Torino, 1875, c. 6, pp. 54-55. Per sottolineare la forma nuova presa dalla pietà mariana dí san Giovanni Bosco, notiamo, nel Giovane provveduto, l'apparizione, relativamente tardiva, della lode dal primo verso molto significativo: O del Cielo gran Regina, che le due prime edizioni del 1847 e del 1851 non conoscevano. La troviamo nel manuale del 1863 (9a edizione), data verosimile della sua inserzione, ma forse esisteva già nelle versioni scomparse che si sono succedute tra il 1851 e il 1863. Questa lode è testimonianza dell'insistenza dell'autore sulla regalità di Maria.

97 Vedere la bibliografia riportata oltre, pp. 287-288.

98 G. Bosco, Maria Ausiliatrice..., ed. cit., c. 1, p. 9.

dalla prigionia di Fontainebleau nel 1814.99 Fu e rimane la protettrice degli « eserciti che combattono per la fede »." Quando i cristiani si trovano in difficoltà Maria SS. interviene subito col suo aiuto potente. A Don Bosco sembrava che il soccorso di Maria fosse più che mai necessario nel secolo in cui lui ne propagava il culto, perché « non sono più tiepidi da infervorare, peccatori da convertire, innocenti da conservare... ma è la stessa Chiesa Cattolica che è assalita »."' Un vero spirito di crociata!
È necessario aggiungere che l'Ausiliatrice degli ultimi venticinque anni del santo (1863-1888) non ha cancellato dalla sua mente la madre affettuosissima e l'Immacolata esigente dei primi anni della sua vita sacerdotale? Secondo le circostanze, egli trovava in Maria tutto quello che l'anima sua poteva desiderare: fonte di vita, modello insuperabile e forza vittoriosa

E santi, modelli di perfezione

Sul quadro della chiesa di Torino gli angeli e i santi circondano Maria in devota ammirazione. Il mondo spirituale dí Don Bosco era infatti popolato di angeli e di santi, nei quali sicuramente egli vedeva potenti intercessori, ma anche, forse soprattutto, modelli che i cristiani preoccupati dei. loro progressi nella perfezione avrebbero dovuto imitare.

Dopo i suoi primi anni di sacerdozio, quando pubblicò un libriccino su Il divoto dell'angelo custode 192 e chiese a Silvio Pellico dí comporgli l'amabile lode dialogata « Angioletto del mio Dio » inserita nel Giovane provveduto,1°3 tutto sommato, Don Bosco ha parlato poco degli angeli. Ad ogni modo, l'angelo della lode era quello del buon consiglio: ripeteva la sua spiritualità, condensata nel Servite Domino in laetitia. Temerai il tuo Dio,

99 Racconti in G. Bosco, Meraviglie..., ed. cit., c. 9-11, 13, pp. 71-80, 89-94.

100 G. Bosco, Meraviglie..., ed. cit., c. 8, p. 61.

101 G. Bosco, Meraviglie..., ed. cit., prefazione, pp. 6-7.

102 [G. Bosco], Il Divoto dell'Angelo Custode, Torino, 1845.

l03 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., Torino, 1847 (vedere la 23 ed., Torino, 1851, pp. 358-359). L'attribuzione di questa lode a Silvio Panico è « tradizionale » (vedere G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. II, p. 133).

diceva all'anima, ma « come una bambina che osa levare gli occhi verso il proprio padre ». « Ridi dunque, ma che il tuo sorriso sia una gioia del cielo! ».

Anche i santi mostrano il cielo e il Cristo. Anzitutto ci insegnano che Dio è ammirabile. I più straordinari fra loro « racchiudono tale un complesso di virtù, di scienza, di coraggio e di eroiche operazioni, che ci fanno altamente palese quanto Iddio sia meraviglioso nei santi suoi: Mirabilis Deus in sanctis suis ».1"
I cristiani li considerano pure degli eroi « in ogni tempo, in ogni luogo, di ogni età e condizione »; 105 quindi, possono essere imitati in ogni condizione di vita. L'ammirazione per i santi, capolavori di Dio, deve infatti trasformarsi in volontà di imitazione.

Si ille, cur non ego? ».106 Don Bosco scrisse per l'edificazione dei lettori le sue opere su Luigi Comollo,"' san Vincenzo de' Paoli,'°8 san Martino,109 Giuseppe Cafasso,"° ecc. L'edificazione predomina perfino nelle biografie che si potrebbero supporre più specificamente a carattere dottrinale, come quelle di san Pietro l" e di san Paolo."' Concludendo quest'ultima, il nostro autore confessava candidamente: « Non occorre dire alcuna cosa delle virtù di lui [di san Paolo], giacché quel tanto che abbiamo finora esposto non è altro che una tessitura delle virtù eroiche, le quali in ogni luogo, in ogni tempo, e con ogni genere di persone egli

104 G. Bosco, Panegirico citato di san Filippo Neri, 1868, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, p. 214. La stessa idea a riguardo della beata Maria degli Angeli e di Caterina di Racconigi, in G. Bosco, Prefazione alla biografia anonima: Vita della Beata Maria degli Angeli..., 3a ed., Torino, 1866, pp. 3-4; e G. Bosco, Cenni storici intorno... B. Caterina de' Mattei da. Racconigi..., Torino, 1862, p. 3.

105 G. Bosco, Al lettore, in Le Sei domeniche e la Novena di San Luigi Gonzaga..., 8a ed., Torino, 1886, p. 3.

106 Vedere G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880, Prefazione, p. 5.

107 [G. Bosco], Cenni storici sulla vita del Chierico Luigi Comollo..., Torino, 1844, Prefazione, pp. 3-4 (vedere oltre, doc. 6).

108 [G. Bosco], Il Cristiano guidato... secondo lo spirito di san Vincenzo de' Paoli, Torino, 1847, Prefazione, pp. 3-4.

109 G. Bosco, Vita di San Martino.., Torino, 1855.

110 G. Bosco, Biografia del Sacerdote Giuseppe Caffasso..., Torino, 1860.

111 G. Bosco, Vita di San Pietro..., Torino, 1856.

112 G. Bosco, Vita di San Paolo apostolo..., Torino, 1857.

fece risplendere ».1" In definitiva, ciò che diceva della vita di Maria degli Angeli: « Tu insomma, o lettore, troverai nella vita della Beata Maria degli Angeli un perfetto modello di virtù e di santità, tale nondimeno da potersi imitare da ogni cristiano secondo il proprio stato. Ed è in vista di tutto ciò, che si è stimato di pubblicare eziandio nelle Letture Cattoliche il presente compendio della vita di questa incita sposa di Gesù Cristo, per così porgere ai nostri lettori il mezzo opportuno di trarne spirituale vantaggio »,114 vale, mutatis mutandis, anche per diverse sue allocuzioni e volumetti e perfino gli episodi della Storia ecclesiastica. La vita dei santi contribuisce a riprodurre la santità di Dio manifestata al mondo.

La Chiesa visibile nel mondo religioso

Il cielo di Dio, del Cristo, di Maria, degli angeli e dei santi, secondo Don Bosco scendeva sulla terra degli uomini nella Chiesa
visibile, istituzione pontificale e unica arca della salvezza e della santità.

Dopo la formazione al convitto ecclesiastico, le lotte della vita l'hanno portato a difendere con vigore le sue concezioni sulla Chiesa di Pietro. La propaganda valdese, di cui fu un valido oppositore; la questione romana, che fece di lui uno degli uomini di Pio IX a Torino; la creazione della società salesiana, che quel pontefice favorì, l'hanno stimolato a diffondere la teoria di una Chiesa fortemente unita in torno al papa di Roma. Senza essere coinvolto necessariamente nelle sue traversie, egli apparteneva all'avanguardia della Chiesa del xix secolo, rappresentata in Francia da Joseph de Maistre, Louis Veuillot e Mons. de Ségur; quella che si impose nel primo Concilio Vaticano. Anch'egli fu l'uomo del papa, principio dell'indispensabile unità ecclesiale."'"

113 G. Bosco, Vita di S. Paolo apostolo..., 2a ed., Torino, 1878, c. 33, pp. 149-150.

114 G. Bosco, Prefazione alla Vita della Beata Maria degli Angeli..., ed. cit., p. 4.

115 Vedere, per capire le idee del tempo, l'opera collettiva: L'Ecclésiologie au XIX" siècle (coll. Unam sane-tana, 34), Paris, 1960.

La Chiesa è una istituzione « pontificale »

Naturalmente, egli riconosceva la Chiesa « figlia di Dio Padre », « sposa di Gesù Cristo » e « tempio vivo dello Spirito Santo »,116 ma insisteva molto di più sul suo aspetto terreno, sociale e organico che non sulla sua essenza mistica. Nella scia bellarminiana, egli ne dava la definizione seguente: « Gesù Cristo prima di salire al cielo fondò una Chiesa, che è la congregazione dei fedeli cristiani, che, sotto la condotta del sommo Pontefice e dei legittimi pastori, professano la religione stabilita da G. C. e partecipano ai medesimi sacramenti »; i" definizione che riappariva, analoga e talvolta ancor più rigida, ogni volta che doveva parlare in termini rigorosi della Chiesa."' Era, quasi testualmente, la definizione data dal teologo Giovanni Perrone nel suo Catechismo sulla Chiesa cattolica, pubblicato nel 1854 nelle Letture Cattoliche."
Il « regno » o la « famiglia » della Chiesa u0 ha un capo o padre unico, fuori del quale non vi è Chiesa. Secondo la testimonianza di Michele Rua al processo di canonizzazione, il primo

116 Queste formule, che si trovano verso la fine di G. Bosco, Storia ecclesiastica..., nuova edizione, Torino, 1870: Che debbasi imparare dalla Storia ecclesiastica, p. 369 (vedere Opere e scritti..., vol. I, parte seconda,
p. 503) non c'erano nel passo corrispondente della prima edizione (Torino, 1845; vedere Opere e scritti..., ibid., p. 155); ciò farebbe pensare, insieme
con altri indizi, che non erano familiari a Don Bosco.

117 G. Bosco, La Chiave del Paradiso..., 2a ed., Torino, 1857: Compendio di ciò che un Cristiano deve sapere, credere e praticare, p. 10 (vedere R. BELLARMINO, Disputationes de controversiis christianae fidei...,
quarta controversia, lib. III, c. 2).

118 Semplificata e più brusca in [G. Bosco], Storia ecclesiastica..., Torino, 1845: Nozioni preliminari (Opere e scritti..., vol. I, parte seconda,
p. 13); una definizione che vi si avvicina la si trova quasi parola per parola nell'edizione del 1870 di quest'opera, p. 6 (Opere e scritti..., op. cit., p. 242). Definizione simile a quella della Chiave del Paradiso del 1857 in G. Bosco, Il centenario di S. Pietro apostolo..., Torino, 1867, triduo, pp. 202-203; nella 3a ed. di G. Bosco, La Chiave del Paradiso..., piccolo
formato, Torino, 1881, p. 24; ecc.

119 G. PERRONE, Catechismo intorno alla Chiesa Cattolica ad uso del popolo, Torino, 1854, lezione I: Della origine e natura della Chiesa Cat
tolica, p. 5.

120' Il paragonare la Chiesa « a un regno, a un impero, a una repubblica, a sino città, a una fortezza, a una famiglia » si trova in G. Bosco, Il centenario di S. Pietro apostolo..., Torino, 1867, triduo, p. 206.

capitolo del Vangelo che Don Bosco consigliava aí chierici di studiare a memoria era Mt. 16, quello del Tu es Petrus.1-21 Il Cristo ha costruito la Chiesa su Pietro e Pietro ne è rimasto il fondamento. Egli comanda con sicurezza, perché ne è il capo, e deve essere affettuosamente ubbidito, perché ne è il padre.

Pietro è un capo che comanda. Secondo Don Bosco, ogni sorta di guerra che la Chiesa aveva dovuto sostenere — guerre che egli rievocava nelle sue opere storiche — valorizzava questo compito del papa. La sua ammirazione per certi papi caratteristici: Gregorio VII, Pio V e naturalmente Pio IX, sembra sia cresciuta con l'andar degli anni, se vogliamo confrontare i qualificativi riservati ai primi due nella Storia d'Italia del 1855 e nella Storia ecclesiastica del 1870, con quelli della Storia ecclesiastica del 1845. Nel 1870, Gregorio VII era « uno de' più grandi papi che abbiano governato la Chiesa »,m e Pio V « un pontefice dei più illustri che siano saliti sul trono di s. Pietro »."3 Questo capo è ispirato. L'epoca nella quale Don Bosco prese risolutamente la difesa dell'infallibilità del papa, bisogna ammetterlo, è meno delineata nei suoi contorni di quanto non l'abbiano creduto i suoi biografi che si sono basati su G. B. Lemoyne.124 Nel 1854, il Catechismo citato di Perrone si limitava a dire che l'infallibilità del papa che insegna ex cathedra in materia di fede era la « sentenza » più sicura."' Ma, dieci anni dopo, il volumetto del canonico Lorenzo Gastaldi,

121 M. Rua, Processo apostolico di canonizzazione, ad 42, in Positio super virtutibus, t. I, p. 335.

122 G. Bosco, Storia ecclesiastica..., nuova edizione, Torino, 1870, epoca terza, c. 5 (in Opere e scritti..., vol. I, parte seconda, p. 384).

123 G. Bosco, Storia ecclesiastica..., ed. cit., epoca quinta, c. 3 (in Opere e scritti..., ibid., p. 442). Qualunque sia la parte di Giovanni Bonetti in questa edizione, resta il fatto che fu accettata da Don Bosco.

124 Per dimostrare che Don Bosco era un partigiano dell'infallibilità fin dalla pubblicazione, nel 1848, de Il Cristiano guidato alla virtù ed alla civiltà secondo lo spirito di San Vincenzo de' Paoli, questo autore (Memorie biografiche, t. III, p. 380) si è servito di una edizione posteriore di quest'opera. Se, nel « giorno vígesimosecondo » si trovava un capitolo intitolato: Suo attaccamento e figliale ossequio al Sommo Pontefice (vedere la 3a ed., Torino, 1887, pp. 173-184), tale compito non esisteva ancora nell'edizione del 1848, che, in compenso, conteneva un titolo destinato a scomparire in seguito, sulla Conformità al volere di Dio (la ed., 1848, pp. 228-234).

125 G. PERRONE, op. cit., p. 23.

anch'esso pubblicato nella collezione delle Letture Cattoliche, era già molto più asseverativo. Quest'autore, futuro membro del Concilio, riteneva che « la Chiesa possa, quandochesia, dichiarare in termini espressi essere eretico chi non crede nell'infallibilità del Papa ».126 Non ci sí inganna affermando che questa posizione a quel tempo era condivisa da Don Bosco, direttore della collana. Ad ogni modo, alla vigilia del Vaticano I, la sua dottrina era già molto netta: « Noi diciamo che il papa è infallibile... », proclamava nel 1869. E la sosteneva validamente con argomenti storici e teologici.127
Egli traduceva in termini familiari l'autorità e il potere dottrinale del papa: il sovrano pontefice è il padre dei cristiani. L'immagine della famiglia è, ad esempio, molto chiara nel riassunto dottrinale: Avvisi ai cattolici, per quarant'anni riproposto nelle diverse pubblicazioni con questo titolo o con quello di Fondamenti della religione cattolica. « La Chiesa Romana (...) fu sempre veduta a guisa di società visibile de' fedeli riuniti nella medesima fede, sotto alla condotta di un medesimo capo, il Romano Pontefice, il quale come padre di una gran famiglia, guidò pel passato, e guiderà per l'avvenire tutti i buoni credenti suoi figli pel sentiero della verità sino alla fine dei secoli ».128 La storia dei papi della Chiesa deve essere spiegata e letta con questo spirito, diceva Don Bosco: « Siccome un figlio deve essere naturalmente portato ad ascoltare con piacere le gloriose azioni di suo padre; così noi, come figliuoli spirituali di S. Pietro e de' suoi successoti, dobbiamo godere assai nell'animo nostro nel leggere le azioni gloriose di quei sommi uomini, che da diciotto secoli governano la Chiesa di G. C. ».v-9 La sua difesa dí Pio IX fu un gesto filiale. Ovviamente, egli chiedeva ai suoi discepoli di parlare sovente del papa e di pregare per lui. Diverse questue furono organizzate tra
i suoi giovani per aiutare il papa. Nel 1871, una « festa del papa »,

126 L. CASTALDI, Sull'autorità del Romano Pontefice, Torino, 1864, c. 3,
p. 75.

127 G. Bosco, I Concili generali e la Chiesa cattolica, Torino, 1869, conversazione seconda, p. 52 e ss.

128 [G. Bosco], Avvisi ai Cattolici..., Torino, 1850, § 2, p. 13. Vedere G. Bosco, Fondamenti della Cattolica religione, Torino, 1883, § 2, p. 8; e si noti che l'immagine del padre e dei figli applicata al papa e ai fedeli ritorna un po' oltre, in un passo del volumetto (5 7, p. 28), mancante negli Avvisi ai cattolici, prima forma dei Fondamenti.

129 G. Bosco, Vita di S. Pietro..., Torino, 1856, Prefazione, pp. 6-7.

con un programma attraente, caratterizzò il giubileo pontificale di Pio IX.13° Secondo G. B. Lemoyne, in occasione di un'udienza del gennaio 1867, al papa che gli aveva chiesto se i giovani lo amavano, Don Bosco avrebbe risposto senza indugio: « Se vi amano? (...) Vi hanno nel loro cuore! Il vostro nome lo portano intrecciato con quello di Dio! ».131 Non sappiamo se abbia pronunciato esattamente queste parole, ma certamente era quello il desiderio di un uomo che votava la sua società religiosa, cioè l'opera della sua vita, al servizio del sommo pontefice.32
Lo si intuisce. La teoria e l'affetto si univano in lui per limitare nella Chiesa l'autonomia dei vescovi e l'iniziativa dei fedeli.

Tutta l'autorità apparteneva al capo, la gerarchia locale doveva
limitarsi a riceverla da essa ed a trasmetterla fino ai laici. Nel clima degli anni che prepararono il Vaticano I, egli ha sottoscritto
espressioni che, in altri tempi, sicuramente e giustamente appa
riranno sorprendenti. Questa, ad esempio: « I vescovi accolgono le suppliche, sentono i bisogni dei popoli e li fanno pervenire fino
alla persona del supremo Gerarca della Chiesa. Il papa poi, secondo il bisogno, comunica i suoi ordini ai vescovi di tutto il mondo, ed i vescovi li partecipano ai semplici fedeli cristiani ».'" I fermenti dell'epoca non bastano a spiegarla. Fin dai torbidi del 1848, la sua idea madre era stata espressa nella formula lapidaria: « I nostri Pastori, e specialmente i vescovi, ci uniscono col papa, il papa ci unisce con Dio ».134 Il papa per lui era veramente il prolungamento di Cristo nel mondo.

La Chiesa è l'unica arca di salvezza

Questa Chiesa, governata dal papa, è l'unica arca di salvezza e, a fortiori, di santità.

130 Vedere G. Bosco a G. Bonetti, 13 giugno 1871, in Epistolario, t. II, p. 164.

131G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VIII, p. 719.

132 Vedere, su questa conclusione, le sue parole al cardinal Alimonda, il 26 dicembre 1887, in G. ALIMONDA, Jean Bosco et son siècle..., trad. franc., Nice, 1888, pp. 54-55.

133 G. Bosco, Il centenario di S. Pietro..., Torino, 1867, triduo, p. 211. Vedere anche G. Bosco, La Chiesa Cattolica e la sua Gerarchia, Torino, 1869, c. 4, specialmente p. 75.

134 [G. Bosco], Avvisi ai cattolici..., Torino, 1853, epigrafe.

Sola santa, sola divina, essa sola può condurre gli uomini a Dio. Don Bosco è stato guidato da questa convinzione, che spiega, fra l'altro, la sua lotta contro i Valdesi. A quel tempo egli diffuse, a centinaia di migliaia, esemplari di capitoli in cui sosteneva che « una sola è la vera religione », che « le Chiese degli Eretici non hanno i caratteri della Divinità », che « nella Chiesa degli Eretici non c'è la Chiesa di Gesù Cristo ».135 In effetti, Gesù Cristo è col papa che gli eretici hanno abbandonato. In conformità con la sua teologia, Don Bosco faceva proprie proposizioni come queste: « Chi è unito al Papa, è unito con Gesù Cristo, e chi rompe questo legame fa naufragio nel mare burrascoso dell'erro•re e si perde miseramente »,136 oppure: « Fortunati que' popoli che sono imiti a Pietro nella persona de' Papi suoi successori. Essi camminano per la strada della salute; mentre tutti quelli che si trovano fuori di questa strada e non appartengono all'unione di Pietro non hanno speranza alcuna di salvezza; perché Gesù Cristo ci assicura che la santità e la salvezza non possono trovarsi se non nell'unione con Pietro, sopra cui poggia l'immobile fondamento della sua Chiesa ».57 Vi è una sola Chiesa madre degli uomini, ed è la Chiesa di Pietro.

Chi conosce la vita di san Giovanni Bosco sa quanto il suo zelo fosse orientato da questa idea. Il suo apostolato, sia attraverso la stampa e il luogo di culto, sia attraverso la scuola, deve essere considerato alla luce della sua ecclesiologia. Ma non bisogna neppure dimenticare l'influenza che essa ha avuto sul suo concetto di santità. Chi vuol santificarsi deve essere profondamente unito alla Chiesa e al successore di Pietro. Il dovere di un fedele coerente

135 [G. Bosco], Avvisi ai cattolici..., Torino, 1853, titoli dei § 2, 3, 4. Il titolo del 5 4 doveva essere modificato. Più tardi sí leggerà: « La Chiesa di Gesù Cristo non è la Chiesa degli eretici » (G. Bosco, Fondamenti della Cattolica Religione, Torino, 1883, § 4).

156 G. Bosco, Il centenario di S. Pietro..., Torino, 1867, presenta
zione, p. v.

137 G. Bosco, Il centenario..., Torino, 1867, c. 29, p. 190. Da aggiungere, tra molte frasi simili, questa risposta alla domanda: « Quelli [tra gli eretici] che muoiono adulti non si possono salvare? »... « Gli adulti che vivono e muoiono separati dalla Chiesa cattolica non possono salvarsi perché chi non è colla Chiesa cattolica non è con G. C., e chi non è con Lui è contro di Lui. Così nel Vangelo » (G. Bosco, Maniera facile..., 2a ed., Torino, 1855, § 32; in Opere e scritti..., vol. I, parte prima, p. 70. Formula intatta della 5a ed. dell'opuscolo, Torino, 1877, § 31, p. 86).

col suo cristianesimo è di conformarsi alle direttive, alle intenzioni manifeste e anche ai semplici desideri del pastore universale. Per conto proprio, Don Bosco, in età matura — sicuramente al tempo di Pio IX e Leone XIII — teneva gli occhi fissi sul papa che rappresentava Dio sulla terra. La sua fede, la sua speranza e la sua carità erano improntate a questo senso della Chiesa, che la mentalità dell'epoca concentrava nella sede romana.

II mondo religioso di Don Bosco

Tuttavia Don Bosco non si limitava all'istruzione visibile. Sappiamo che il suo mondo religioso era infinitamente più ampio. Non sarebbe falso definirlo teocentrico o cristocentrico. Ma il genere di amore che egli manifestava nei confronti della Chiesa visibile merita un'approfondita riflessione. Era un indice del suo temperamento. Si costaterà che, dopo tutto, nell'universo spirituale di Don Bosco, gli esseri concreti occupano un posto notevole, mentre invece le profondità di Dio, l'anima della Chiesa e perfino lo Spirito Santo vi compaiono ben poco. Ma quand'anche taluni volessero scorgervi solo una prova supplementare della sua deliberata volontà di stare con la gente semplice, una tale scelta era sicuramente diretta dalla sua mentalità. Contadino nella giovinezza, uomo d'affari nell'età matura, sempre piemontese, cioè poco portato alle costruzioni nebulose e inefficaci, egli diffidava delle astrazioni di qualsiasi genere e anche delle opere semplicemente teoriche. E trasferiva questa tendenza nella sua visione del mondo religioso. Che sia vissuto sotto lo sguardo di Dio giudice e padre, in compagnia di un Cristo storico dolce e buono, di un Cristo eucaristico « presente nel tabernacolo », di una Vergine Immacolata e regina « terribile come un esercito schierato in battaglia », di legioni di angeli e di santi capaci di indicare la via della salvezza e della perfezione agli uomini di « ogni età e condizione », tutto ciò è spiegabile con una formazione, con i segni dei tempi, coi desideri dei suoi uditori o dei suoi lettori. Tutto ciò deve anche essere attribuito alle scelte di un uomo che aveva il gusto dell'utile. Ritroveremo la stessa tendenza nelle sue preferenze per taluni strumenti di perfezione: egli optò sempre per i più semplici, i più solidi e, perciò, a suo avviso, i migliori.

CAPITOLO IV - GLI STRUMENTI DELLA PERFEZIONE

Gli strumenti della perfezione

Giovanni Bosco, uomo pratico, più interessato quindi ai modi di esecuzione che alle giustificazioni speculative dei risultati, quando si era prefisso uno scopo, applicava subito la sua duttile intelligenza, con tutte le risorse, ai mezzi di cui si sarebbe servito per raggiungerlo: un « oratorio » per raccogliere i giovani lavoratori, laboratori professionali per dar loro una fonuazione umana e religiosa isolandoli così dai pericoli della città, una rete di propagandisti per diffondere le Letture Cattoliche in tutta l'Italia, l'unione dei cooperatori salesiani per radunare le buone volontà del suo paese, dell'Europa occidentale e, chi sa, del mondo intero... Come procedere? Ecco il suo problema. Nessuno si sorprenderà se ha trattato taluni problemi spirituali con questa stessa visione. Nel corso della vita, l'anima deve essere illuminata, guidata, nutrita e sollecitata da corroboranti o da « strumenti » appropriati.'
Don Bosco credeva certamente all'ascesi e alla mortificazione per mezzo della carità, come dimostreremo in seguito; ma credeva prima di tutto alla virtù illuminante della parola, al sostegno dato dal sacramento della Penitenza, alla forza divina che l'Eucarestia procura e alla duttilità spirituale ottenuta per mezzo degli « esercizi » e delle devozioni.

1 Strumenti, nel senso in cui ne parlava GAS SIANO, Callationes, conf. I, c. VII-X. Vedere, in particolare, il capitolo VII: « I digiuni, le veglie, la meditazione della Scrittura, la privazione e lo spogliamento di ogni bene, non sono la perfezione, ma solo gli strumenti della perfezione... ».

La parola di Dio

Il primo nutrimento dell'anima è la parola di Dio. « Siccome poi il nostro corpo senza cibo diviene infermo e muore, lo stesso avviene dell'anima nostra se non le diamo il suo cibo. Nutrimento
e cibo dell'anima nostra è la parola d'Iddio... ».2
Non bisogna fraintendere il senso che Don Bosco attribuiva all'espressione « parola di Dio ». Se dessimo per scontato che intendeva riferirsi unicamente alla Bibbia che ebbe « Dio per autore », ci sbaglieremmo di molto. La Bibbia, che egli distinse accuratamente dalle parole umane, per lui era sicuramente la parola di Dio per eccellenza. In una nota manoscritta sulle diverse Storie Sacre di uso scolastico al suo tempo, dopo aver rilevato che « una storia sacra destinata per le scuole parrai debba rigorosamente avere queste tre qualità: 1. verace, 2. morale, 3. riserbata », così chiosava il primo aggettivo: « 1. verace. Si trattava della parola di Dio, perciò quello che non è ne' libri santi si deve tacere
o indicarlo al lettore, affinché non giudichi parola di Dio ciò che è parola dell'uomo ».3 Questa riserva non gli impediva di comprendere nell'espressione suddetta tutto l'insegnamento della Chiesa. Il brano del Giovane provveduto qui sopra citato lo definiva: « ... parola di Dio, cioè le prediche, la spiegazione del Vangelo e il catechismo ».4 Per Don Bosco considerare parola di Dio semplicemente il testo della Bibbia, poteva aver sapore di libero esame, peccato grave di cui avevano colpa — secondo lui
e molti altri nella cristianità del suo tempo — i protestanti.' Solo

2 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, parte prima, Cose necessarie..., art. 6, p. 18 (vedere anche, più oltre, doc. 5, sentenza 12).

3 Avvertenza intorno all'uso da farsi nelle scuole delle Storie Sacre tradotte da lingue straniere, s.d. (verso il 1847, secondo A. Caviglia), pubblicata in Opere e scritti..., vol. I, parte prima, Torino, 1929, p. 19.

4 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., loc. c.a. Altrove si legge: « Per tradizione si intende la parola di Dio che non è stata scritta nei libri sacri » (G. Bosco, Maniera facile per imparare la Storia Sacra..., 2a ed., Torino, 1855, § 1; in Opere e scritti..., vol. I, parte prima, p. 30), il che porta a pensare che conoscesse una parola trasmessa, tanto nei libri sacri quanto per altre vie, e una parola viva, quale l'insegnamento della Chiesa del suo tempo.

5 « Presso di loro ciascuno essendo in libertà di spiegare la Bibbia come vuole, può eziandio farsi una religione come vuole » (G. Bosco, Maniera facile..., ed. cit., § 30; in Opere e scritti..., op. cit., p. 68. La formula era intatta nella 2 ed., Torino, 1877, § 29, p. 81). « La credenza degli evangelisti, cioè il modo libero di interpretare la Bibbia, risale fino alla riforma della Chiesa Cattolica » (G. Bosco, Massimino, ossia Incontro di un giovanetto con un ministro protestante sul Campidoglio, Torino, 1874, p. 19). La frase viene attribuita al protestante introdotto in questa parte del libro.

la Chiesa è in grado di dare una vera vita alla parola di Dio « quando è bene ascoltata. Essa genera la fede; ma deve essere
udita e spiegata dai sacri ministri, come diceva S. Paolo: fides ex auditu, auditus autem per verbum Christi ».'
Analoghi risultati produce la parola che anima la vita spirituale. Domenico Savio « aveva radicato nel cuore che la parola di Dio è la guida dell'uomo per la strada del cielo; perciò ogni massima udita in una predica era per lui un ricordo invariabile che più non dimenticava ».2 Sappiamo che questo giovane si accaniva nel ricercare la spiegazione delle difficoltà di questa parola e che, secondo Don Bosco, « di qui ebbe cominciamento quell'esemplare tenore di vita, quel continuo progredire di virtù in virtù, quell'esattezza nell'adempimento de' suoi doveri, oltre cui difficilmente si può andare ».8 La sua santità era dunque basata su una catechesi ecclesiale ben assimilata. Don Bosco sarebbe stato veramente incapace di concepire una carità degna di questo nome, priva, alle fondamenta, di una fede rischiarata dalla Chiesa viva.

Con lodevole coerenza, egli attribuiva alla parola di Dio il primo posto tra gli strumenti di perfezione


La lettura spirituale

Allo studio della parola di Dio univa la lettura spirituale. Il consiglio seguente valeva per ogni « cattolico che pratica i doveri di buon cristiano »: « Lungo il giorno, oppure dopo le preghiere del mattino o della sera procurate di fare un po' di lettura spirituale. Leggete per esempio qualche capo del Vangelo, la vita di qualche Santo, l'Imitazione di Gesù Cristo, la Filotea di S. Francesco di Sales, l'apparecchio alla morte o pratica di amar

6 G. Bosco, Vita di S. Paolo..., 2a ed., Torino, 1878, c. 9, p. 42.

7 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880, c. 8, p. 31.

8 G. Bosco, Ibid. Vedere sopra, c. 2, p. 64.

Gesù Cristo di S. Alfonso di Liguori od altri libri simili ».9 I primi due elementi dell'enumerazione meritano qualche riflessione.

In testa all'elenco troviamo « un capo del Vangelo » e la « Vita di qualche santo ». In nessuna pagina dell'opera di Don Bosco troviamo consigliata la lettura integrale della Bibbia. Convinto della sua forza di istruzione, egli volle tuttavia, con la sua Storia Sacra, « popolarizzare quanto si può la scienza della Sacra Bibbia »» La prefazione della prima edizione di questo libro conteneva un'esaltazione della Bibbia che in seguito, temendo probabilmente di dar ragione ai Riformati, attenuò rivolgendola a favore dei racconti sacri."
Questa Storia Sacra che, sempre secondo la prefazione, fu raccontata prima di essere scritta, dimostra che Don Bosco leggeva e faceva leggere la Bibbia. Egli vi cercava dei fatti che esponeva con cura. Non appena se ne presentava l'occasione, metteva brevemente in risalto le lezioni morali che gli pareva emergessero dal racconta. Si legge, dopo la narrazione del sacrificio di Isacco da parte di Abramo: « Iddio benedice sempre coloro che sono ubbidienti a' suoi precetti »; 12 dopo l'avventura di Dina, « insultata » in occasione di una festa nelle vicinanze di Sichem: « Il fatto di Dina c'insegna quanto i pubblici spettacoli siano pericolosi alla gioventù »; 13 dopo la morte del patriarca Giuseppe: « Quelli che vivono nella virtù non temono l'ora della morte »,14 ecc. Non

9 G. Bosco, La Chiave del Paradiso..., 2a ed., Torino, 1857, p. 38. Analogo consiglio, ma per i giovani, in Ll giovane provveduto, parte prima, Cose necessarie..., art. 6 (101a ed., Torino, 1885, p. 18).

10 G. Bosco, Storia sacra..., Torino, 1847, prefazione (in Opere e scritti..., vol. I, parte prima, p. 6). Stessa frase nella 3a ed., Torino, 1863 (in Opere e scritti..., ibid., p. 122).

11 « La Bibbia è il fondamento della nostra Santa Religione: mentre ne contiene i dogmi e li prova » (G. Bosco, Storia sacra..., Torino, 1847, prefazione; in Opere e scritti..., ibid., p. 6). « Lo studio della Storia Sacra mostra l'eccellenza sua da se stesso, e non ha bisogno di essere raccomandato, giacché essa è la più antica di tutte le storie; è la più sicura perché ha Iddio per autore; è la più pregevole, perché contiene la divina volontà manifestata agli uomini; è la più utile, perché contiene e prova le verità di nostra Santa Religione » (op. cit., 3a ed., Torino, 1863, prefazione; in Opere e scritti..., ibid., p. 213).

12 Op. cit., 3a ed., Torino, 1863, epoca terza, c. 2 (in Opere e scritti..., ibid., p. 150).

13 Op. cit., ed. cit., epoca terza, c. 4 (in Opere e scritti..., ibid., p. 156). 14 Op. cit., ed. cit., epoca terza, c. 7 (ín Opere e scritti..., ibid., p. 169).

trascurava il significato tipico del Vecchio Testamento. L'agnello pasquale « è la figura del Salvatore che, col suo sangue, ci riscattò dalla morte e ci aprì la strada alla salute eterna »; la manna è « la figura della SS. Eucarestia »; il serpente di bronzo, « la figura di G. C. che doveva essere innalzato in croce sul monte Calvario »..." Egli sottolineava il senso cristiano della traversata del deserto da parte del popolo ebreo: « Pellegrinaggio che gli uomini fanno in questo mondo », e quello della terra promessa, che « ricorda il paradiso »." Nel corso del libro, cercava di dimostrare che « tutta la storia del Vecchio Testamento si può dire una fedele preparazione del genere umano allo straordinario avvenimento della nascita del Messia »." Evidentemente, il Cristo era presentato con evidenza di particolari nell'ultima parte dell'opera che narrava la sua vita.

Vite dei santi e « esempi »

Il Vangelo per Don Bosco era il racconto della vita più straordinaria che sia mai esistita. Non a caso è citato prima della « Vita di un santo », tra le letture spirituali del cristiano. Cent'anni fa, il nostro autore credeva alla forza della « testimonianza », vissuta o descritta, sullo sviluppo armonico della vita spirituale. Il vocabolario cambia (egli parlava di esempio), ma il principio sussiste, garantito dall'esperienza. Così facendo, si conformava a una tradizione che, dal Medioevo, era rimasta viva nel suo paese: le verità morali dovevano non solo essere illustrate ma sostenute c14 « esempi ». Col tempo, in alcune regioni guastate dalla spiritualità riformata o giansenista, l'exemplum era diventato sospetto nella letteratura religiosa. Nel xvm secolo e nel xix, la penisola dí sant'Alfonso de' Liguori continuava a servirsene ampiamente, mentre la sua vicina del nord-ovest, più intellettualistica e sempre un po' scettica nei confronti delle « storielle », preferiva ordina

15 Op. cit., epoca terza, c. 10 (in Opere e scritti..., ibid., p. 177); epoca quarta, c. 1 (in Opere e scritti..., ibid., p. 181); epoca quarta, c. 2 (in Opere e scritti..., ibid., p. 187).

16 Op. cit., ed. cit., epoca quarta, c. 3 (in Opere e scritti..., ibid., p. 190).

17 Op. cit., ed. cit., Storia sacra del Nuovo Testamento, Introduzione (in Opere e scritti..., ibid., p. 283).

riamerete i ragionamenti astratti." Si è notato, ad esempio, che la tradizione spirituale del francese Charles Gobinet aveva subìto qualche modifica valicando le Alpi durante la generazione che precedette quella di Don Bosco? Per riprendere l'espressione di un gesuita del muri secolo, gli autori italiani che vi si ispirano « non amano servirsi di puri ragionamenti per inculcare la virtù e magari confermare la dottrina con un esempio, bensì amano presentare la virtù realizzata, per così dire, incarnata in altri giovanetti, i cui esempi siano con facilità raggiungibili... »."
L'esempio, a poco a poco, prendeva il sopravvento e sostituiva l'esposizione ascetica in quelle opere, fra le quali figurava il principale modello cui si ispirò Don Bosco nell'elaborazione del Giovane provveduto.

La Guida angelica, infatti, corrispondeva al modo di procedere della mente del giovane apostolo di Torino che, dieci anni prima della preparazione del suo manuale di devozione, aveva deciso di raccontare ogni giorno una « massima » o un esempio.21 Era un'applicazione un po' remota, ma sostenibile, della vecchia formula di san Massimo di Torino, rintracciata in un segnalibro del suo breviario: « Gli esempi sono più efficaci delle parole e si insegna meglio con le opere che coi discorsi ».? Più tardi, le sue biografie spirituali furono destinate all'edificazione del popolo cristiano. L'esempio è stato una delle manifestazioni dello zelo apostolico del suo discepolo, Domenico Savio, a sua volta proposto

18 Vedere R. CANTEL e R. RICARD, Exemplum, nel Dictionnaire de Spiritualité, t. IV, col. 1885-1902; G. CACCIATORE, La letteratura degli « exemplar>, in S. ALFONSO M. DE' LIGUORI, Opere ascetiche. Introduzione generale, Roma, 1960, pp. 239-290.

19 P. Stella (Valori spirituali..., p. 34) cita come opere tipiche di questa flessione: Guida angelica, o siano pratiche istruzioni..., Torino, 1767; La Gioventù divota dell'angelico giovane S. Luigi Gonzaga..., Carnaagnola, 1805; Voce angelica, ossia l'Angelo custode che ammaestra una figlia..., Pinerolo, 1835.

20 Gius. A. Patrignani, in P. STELLA, Valori spirítudli..., pp. 34-35.

21 Memorie dell'Oratorio..., p. 88 (vedere oltre, doc. 2).

22 Segnalibro del breviario di Don Bosco, in E. CERTA, Memorie biografiche..., t. XVIII, doc. 93, pp. 806-808 (vedere oltre, doc. 5, sentenza 15). Vedere le prime parole della biografia di Luigi Comollo: « Siccome l'esempio delle virtuose azioni val ben di più che qualsiasi discorso elegante... » ([G. Bosco], Cenni storici sulla vita del Chierico Luigi-Comollo..., Torino, 1844, p. 3).

come modello dal maestro? Dopo Michele Magone, che l'ha seguito scrupolosamente," quanti altri lo imitarono? La preferenza, cosciente o no, per l'esempio, è probabilmente una delle caratteristiche della letteratura salesiana della prima generazione.

Del resto, ordinariamente questi autori sceglievano i loro esempi con discernimento. Don Bosco ne ricavava la maggior parte dal mondo familiare dei suoi lettori o uditori. Non che abbia del tutto rifuggito da certe storie riprese a sazietà dai compilatori, come si nota qualche volta nel Mese di maggio; 25 egli si sforzava di rimanere il più possibile vicino al suo pubblico, nel luogo e nel tempo. Gli esempi delle sue opere erano, ad esempio, situati a Modena," a Torino al tempo di Don Cafasso 27 e, ancor meglio, sotto i suoi occhi di principale testimone a Chieri (Luigi Comollo) e all'oratorio di Valdocco (Domenico Savio, Michele Magone, Francesco Besucco)... La forza convincente della virtù altrui, per lui era un'evidenza, soprattutto se vicina nel tempo. Ritenendo che questo accorgimento convenisse non ai soli giovani, come qualcuno potrebbe credere, ma anche agli adulti, diceva ai suoi salesiani: « Ricordiamoci sempre che le virtù degli altri devono servire dí sprone al bene a noi, secondo quel detto di S. Agostino: si ille, cur non ego? ».28
È íl caso di aggiungere che questo suo modo di procedere non gli faceva dimenticare il Cristo e che anzi costantemente vi si riferiva? « Affaticatevi, o giovani, per imitare Gesù nell'ubbidienza, sia egli l'unico modello... ».29 Il Vangelo deve essere, prima della vita dei santi e delle opere di spiritualità più raccomandabili, il nutrimento quotidiano del cristiano.

23 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino,
1880, c. 11, 13, 21, pp. 46, 48, 56, 100.

24 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 13, p. 67.

25 Ad esempio, diversi aneddoti di Padri del deserto oppure l'avventura del soldato Beauséjour, raccontata secondo « molti autori » (G. Bosco, Il mese di maggio..., 8° ed., Torino, 1874, giorno ventisettesimo, p. 169).

26 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., ventesimo giorno, p. 131.

27 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., venticinquesimo giorno,
p. 158.

28 G. Bosco, Presentazione delle Biografie dei salesiani defunti negli anni 1883 e 1884, Torino, 1885, p. rv.

29 G. Bosco, Storia sacra,... 3a ed., Torino, 1863, epoca settima, c. 2 (in Opere e scritti..., ibid., p. 298).

I sacramenti

L'evangelizzazione e lo studio della parola di Dio non lo affascinavano al punto di fargli trascurare i sacramenti, fattori essenziali del progresso dell'anima secondo la comune dottrina cattolica e, d'altronde, occasioni per trasmettere il messaggio della salvezza.

Non attendiamoci rivelazioni sensazionali da parte sua su ciascuno di essi, benché abbia parlato di tutti, dal Battesimo al Matrimonio." In molti casi, non superava il livello d'un modesto catechismo. Essi sono « altrettanti segni sensibili stabiliti da Dio per dare alle anime nostre le grazie necessarie per salvarci » e « come sette canali con cui i celesti favori sono comunicati dalla divinità alla umanità »." Il suo interesse si concentrava su due in particolare, la Penitenza e l'Eucarestia che, nella pratica cristiana di tutti i giorni, a suo giudizio eccellevano sugli altri cinque. Quando diceva: i sacramenti, senza altra indicazione, si riferiva a questi due. Don Lemoyne riferì di lui questa espressione molto conforme al suo pensiero: « Due sono le ali per volare a (sic) cielo; la confessione e la comunione »."

Il sacramento della Penitenza

La stima che nutriva verso il sacramento della Penitenza deve essere ricollegata alle sue considerazioni fondamentali sulla vita eterna, sulla mediazione efficace della Chiesa, sul valore dell'uomo e anche sul peccato. Durante la sua vita sacerdotale, Don Bosco capì sempre di più che il progresso dell'anima fino alla contemplazione celeste non è rettilineo. Secondo i sogni che ha raccontato, egli individuava nella sua scuola gli adolescenti dal cuore roso dal vizio e i veri amici di Satana. Don Bosco credeva al

30 Almeno nel Mese di maggio.

31 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., ottavo giorno, p. 64.

32 G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VII, p. 50, secondo la cronaca di Giovanni Bonetti (gennaio 1862). Analogo proposito nel Regolamento dell'Oratorio di San Francesco di Sales per gli esterni, Torino, 1877, parte seconda, c. 7, art. 1.

peccato grave. Credeva anche all'inferno e parlava della sua esistenza ai suoi lettori e uditori."
Di riflesso, era anche convinto che Dio, rappresentato volentieri sotto i lineamenti affettuosi e longanimi del padre del figliuol prodigo, era la misericordia in persona." La sua bontà fece sì che volle « lasciarci una tavola di salvezza dopo il naufragio »: di qui l'istituzione del sacramento della Penitenza."
Al penitente, Don Bosco chiedeva di farsi una giusta idea del sacramento e delle disposizioni necessarie per riceverlo convenientemente, e anche una giusta idea della reale posizione del confessore.

Circa i primi due punti, Don Bosco non si scosta dalle idee tradizionali. « Se Dio avesse detto di perdonarci i nostri peccati solamente col Battesimo, e non più quelli che per disgrazia si sarebbero commessi dopo aver ricevuto questo Sacramento, oh! quanti cristiani se ne andrebbero certamente alla perdizione! Ma Iddio conoscendo la nostra grande fragilità stabilì un altro Sacramento

33 G. Bosco, Il giovane provveduto..., 101a ed., Torino, 1885, parte prima, Sette considerazioni..., Il peccato mortale, pp. 39-41; L'inferno, pp. 47-49. G. Bosco, La Chiave del Paradiso..., 2a. ed., Torino, 1857, p. 17; e II mese di maggio..., 8a. ed., Torino, 1874, quattordicesimo giorno: Il peccato, pp. 94-99; diciottesimo giorno: Le pene dell'inferno, pp. 116-122; diciannovesimo giorno: Eternità delle pene dell'inferno, pp. 122-127.

34 Vedere sopra, c. 3, p. 73.

35 G. Bosco, Novella amena di un vecchio soldato..., Torino, 1862, c. 2: La confessione e le pratiche di pietà, p. 22. Vi sí troveranno anche delle esposizioni di Don Bosco sulla confessione in [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, parte seconda, Maniera pratica per accostarsi degnamente al Sacramento della Confessione, pp. 93-98, istruzione ben presto modificata e frammentata coi titoli: Del Sacramento della Confessione, Disposizioni per fare una buona Confessione, Modo pratico per accostarsi degnamente al Sacramento della Confessione, Dopo la Confessione (1015 ed., Torino, 1885, pp. 94-105); e, con gli stessi titoli, insieme a un testo adattato per gli adulti, in G. Bosco, La Chiave del Paradiso..., 3a ed., formato piccolo, Torino, 1881, pp. 153-195. Cfr. ancora le seguenti opere di Don Bosco: Conversazioni tra un avvocato e un curato di campagna sul Sacramento della Confessione, Torino, 1855; Il mese di maggio..., 8a ed., Torino, 1874, giorno ventunesimo: La confessione, pp. 133-138; ventiduesimo giorno: Il confessore, pp. 139-143; Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., 3a ed., Torino, 1880, c. 5: Una parola alla gioventù, pp. 22-26; Il pastorello delle Alpi, ovvero Vita del giovane Besucco Francesco..., Torino, 1864, c. 19: La confessione, pp. 100-105; ecc. Vedere oltre, doc. 15.

con cui ci sono rimessi i peccati commessi dopo il Battesimo. È questo il Sacramento della Confessione »." Il suo beneficio è triplice e quadruplo. Esso è stato « istituito da Gesù Cristo per comunicare alle anime nostre i meriti della sua passione e morte, per spezzare le catene con le quali lo spirito maligno le tiene incatenate; per chiuderci l'inferno e spalancarci le porte del cielo »." Si potrà pensare che Don Bosco enumerasse senza alcuna originalità gli atti del penitente che « sono l'esame, il dolore, íl proponimento, la confessione e la soddisfazione », sottolineando bene che « le più importanti (disposizioni) sono il dolore o contrizione e il proponimento »." In realtà, la sua definizione del confessore — agente di progresso spirituale — che egli illustrava anche ai fedeli," è più istruttiva.

ll ministro e il progresso spirituale

Aveva appreso da sant'Alfonso le « quattro funzioni che il confessore. deve esercitare, cioè quella di padre, medico, dottore e giudice »," ma, per conto suo, insisteva più sulle funzioni di padre e di medico che su quelle dí dottore e di giudice.

Prima di tutto, seguendo Giuseppe Cafasso, pensava che il confessionale si presta poco all'insegnamento dottrinale. Nelle sue enumerazioni sul compito del confessore, il dottore scompare per lasciar posto alla guida." Anche il giudice sfumava nelle sue lezioni

36 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., giorno ventunesimo, p. 134.

37 G. Bosco, Conversazioni tra un avvocato ed un curato di campagna..., 3a ed., Torino, 1872, p. 7. Il primo punto, col quale egli indicava il legame tra il sacramento e la morte del Cristo, interessava particolarmente Don Bosco: « Egli [il confessore] sa quanto sia ancora maggiore [delle vostre colpe] la misericordia di Dio che vi concede il perdono mediante il suo intermediario. Egli applica i meriti infiniti del sangue prezioso di Gesù Cristo col quale egli può lavare tutte le macchie dell'anima vostra » (G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 5, pp. 24-25).

38 G Bosco, La Chiave del Paradiso..., ed. cit., p. 58.

39 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., giorno ventiduesimo.

40 S. ALPHONSUS DR Liouosro, Praxis confessarii, ed. cit., c. 1, p. 5.

41 Don Bosco ha preso in considerazione soltanto le funzioni di padre,
medico e giudice, in mese di maggio..., ed. cit., ventiduesimo giorno,
p. 140; e Conversazioni tra un avvocato ed un curato di campagna..., ed. cit., p. 86.

di pastorale e, ancor più, nella sua pratica del sacramento. Nel Mese di maggio, aveva notato che il confessore « è nn giudice, non per condannarci, ma per assolverci e liberarci dalla morte eterna »,42 il che svuotava la funzione di una parte della sua realtà. Più tardi, non ne parlerà più, o quasi più. Nelle loro Costituzioni, da lui rivedute attentamente, le Figlie di Maria Ausiliatrice potranno imparare che Dio destina il loro confessore ad essere « Padre, Maestro e Guida delle anime loro »." Invano si cerca il giudice in questa successione, che segna la fine dí un'evoluzione di cui uno studioso potrebbe determinare le tappe. Questa evoluzione doveva essere cominciata molto presto, perché, fin dal tempo di Domenico Savio all'Oratorio (1854-1857), se Don Bosco si formava un giudizio probabile sulla colpevolezza dei suoi penitenti, le sue domande miravano soprattutto ad assicurare l'integrità dell'accusa e il pentimento per le colpe commesse. Il tempo dei confessori giansenisti del xvin secolo era, per lui, completamente superato.

La paternità spirituale del confessore

Dei quattro sostantivi di sant'Alfonso, a dir vero, rimaneva solo quello di padre per designare il confessore secondo il cuore di Don Bosco. E non è ancora certo che l'avesse pienamente soddisfatto.

Il padre comanda e protegge, e Don Bosco era il tipo capace di ricordare a un cristiano, fosse pure Domenico Savio, l'obbligo di ubbidire al proprio confessore.44 Ma, più che l'autorità, la paternità di Dio e dell'uomo gli evocava la bontà soccorritrice. Più dei suoi maestri d'un tempo, sembra che egli rifiutasse il, soffocamento e la passività infantile del paternalismo spirituale. La sua predilezione per il termine di amico quando indicava il confessore, ce lo confeiiva. Egli ripeteva ai suoi giovani che il confes

42 G. Bosco, Il mese di maggio..., ibid.

43 Regole o Costituzioni per le Figlie di Maria SS. Ausiliatrice..., Torino, 1885, titolo 17, art. 4, p. 83.

44 «La penitenza che il Signore vuole da te, gli dissi, è l'ubbidienza. Ubbidisci, e a te basta » (G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880, c. 15, p. 65).

sore era « l'amico » delle loro anime,' ed esprimeva la sua opera in termini di affetto e di servizio, caratteristiche dell'amicizia. La sfumatura è della massima importanza per il confessore, che è invitato ad abbandonare ogni sufficienza, e per il penitente che deve attendere da lui comprensione e sostegno.

L'amicizia non si impone. Essa è disponibile, pronta a dare. Bisogna dunque offrire « piena comodità di confessarsi tra gli allievi, quando ciò desiderano ».46 Nel 1880, Don Bosco si lamentava con Leone XIII della scarsa sollecitudine del clero per questo ministero.'
Il padre, che è un amico, riceve con dolcezza e con semplicità (con carità, nel linguaggio di Don Bosco) chi si apre a lui. « Accogliete con amorevolezza ogni sorta di penitenti [diceva ai confessori], ma specialmente i giovanetti »." Bisogna ad ogni costo evitare di sgomentarli, piuttosto, si deve predisporli ad una confidenza liberatrice. L'amicizia esige che il confessore rifaccia l'esame dei meno istruiti, in particolare dei giovani. Le confessioni sacrileghe, che credeva frequenti, sgomentavano Don Bosco. Lo si sorprende a scrivere nel 1861: « Vi assicuro, o giovani cari, che mentre scrivo mi trema la mano pensando al gran numero di cristiani che vanno all'eterna perdizione soltanto per aver taciuto o non aver esposto sinceramente certi peccati in confessione! »." Per prevenire tali catastrofi, fedele a sant'Alfonso,"

45 Regolamento dell'Oratorio di San Francesco di Sales per gli esterni, Torino, 1877, parte seconda, c. 7, art. 8; vedere G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., 3a ed., Torino, 1880, c. 11, pp. 49-50, rissunto un po' oltre.

46 G. Bosco a G. B. Francesia, 1878, in Epistolario, t. III, p. 426. Questa libertà fu uno dei leit-motiv di Don Bosco educatore.

47 Da tenersi presente da parte degli storici della pastorale nel xix secolo: « Maggior sollecitudine e maggior carità nell'ascoltare le confessioni dei fedeli. La maggior parte dei sacerdoti non amministrano mai questo sacramento, altri sentono appena le confessioni durante il periodo pasquale, e poi non più » (note per un'udier,79 del Sommo Pontefice, in Epistolario, t. III, p. 561).

48 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone 31 ed.,
Torino, 1880, c. 5, p. 25.

49 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 5, p. 25; vedere la 31 ed., p. 23.

50 Vedere S. ALPHONSUS DE LIGUORIO, Praxis confessarli, ed. cit., c. 2, pp. 41-87.

egli sbrogliava e invitava a sbrogliare le frasi imbarazzate e le reticenze dei penitenti; ne dava l'esempio in alcuni suoi opuscoli." Don Bosco però si insinuava con rispetto e delicatezza nell'anima che gli accordava la propria fiducia. Non rimproveri intempestivi, ma « la carità benigna » raccomandata da san Paolo. « Correggeteli con bontà, ma non isgridateli mai »." Ecco: « Il confessore è un padre, il quale desidera ardentemente di farvi tutto il bene possibile, e cerca di allontanare da voi ogni sorta di male »."

Confessione e direzione di coscienza

Non appena capisce che il suo intervento è utile, l'amico diventa medico e guida. Così è del confessore che Don Bosco considera il direttore di coscienza normale dei suoi penitenti." Perché sia « in grado di dare gli avvisi più adattati pel bene dell'anima »" bisogna sceglierlo bene ed essergli fedele. Dopo san Filippo Neri," il sacerdote dí Valdocco si è fatto l'apostolo del « confessore stabile », in particolare per i giovani. A meno di non amarlo, non sí cambia amico, faceva osservare Michele Magone in un dialogo sulla confessione.". E lo si vede regolarmente. I colloqui col confessore — nell'atto della confessione — devono essere frequenti, in proporzione non solo delle colpe commesse, ma della sollecitudine che il penitente riserva al suo progresso spirituale. « Chi vuol

51 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., 31 ed., Torino, 1880, c. 3, pp. 16-18; e Severino, ossia Avventure di un giovane alpigiano..., Torino, 1868, c. 8, pp. 4445. Questo capitolo descrive la vita di Severino nell'oratorio di Valdocco.

52 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., ed. cit., 1880, c. 5, p. 25.

53 Ibid., p. 22.

54 Vedere il Progetto di Regolamento per la casa annessa all'oratorio San Francesco di Sales, parte prima, Appendice, c. 1, art. 3. (L'edizione di G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IV, p. 746, in questo punto concorda perfettamente — a parte un piccolo ritocco stilistico — con il manoscritto riprodotto che abbiamo collazionato).

55 Ibid., art. 4 (stessa osservazione della nota precedente).

56 Vedere i Ricordi generali di S. Filippo Neri alla gioventù, in [G. Bosco], Porta teco..., Torino, 1858, p. 35.

57 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., ed. cit., 1880, c. 11, pp. 49-50.

poco pensare alla sua anima, vada a confessarsi una volta al mese; chi vuoi salvarla, ma non si sente tanto ardente, vada ogni quindici giorni; chi poi volesse arrivare alla perfezione, vada ogni settimana [diceva ai suoi giovani]. Di più no, eccettoché uno avesse qualche cosa che gli pesasse sulla coscienza »." Sono espressioni del 1876, ma non sembra che in seguito abbia cambiato qualcosa al riguardo. Tra il 1859 e il 1864, le biografie didattiche di Domenico Savio, Michele Magone, Francesco Besucco dicevano già che un adolescente di valore, da lui. diretto, si confessava tutte le settimane, ai massimo ogni quindici giorni.'
L'esercizio di determinate funzioni non basta a spiegare tutto ciò che deve fare il confessore nel sacramento della Penitenza. Don Bosco, da parte sua, agiva più per influsso che per profondità delle parole che diceva. La sua preghiera, la sua chiaroveggenza, tante volte attestata — al punto che, nel suo ambiente, leggere in fronte significava « indovinare i peccati » 60 — la bontà che irradiava sempre più man mano che gli anni passavano, creavano attorno alla sua persona un'atmosfera che operava guarigioni inattese. Tuttavia, era sbrigativo nel mettere il penitente a suo agio. Come Don Cafasso, non si perdeva in lunghe ammonizioni: 61 abitualmente, alcune frasi ordinarie, ma opportune, gli bastavano." Al Padre Vespignani che gli chiedeva come dovesse comportarsi con i giovani abitudinari rispondeva: « Insistere sulla frequenza dei Sacramenti e sul ricordo delle massime eterne, non cessando mai di ripetere il vigilate et orate e d'incoraggiare alla divozíone del Sacro Cuore di Gesù e di Maria Ausiliatrice »."
La sua principale preoccupazione era di suscitare nelle anime da lui dirette atti positivi di pentimento e di miglioramento spirituale. Deplorò frequentemente l'inutilità di confessioni, pur frequenti e integre, alle quali mancava un fermo proposito. Bisogna

58 Buonanotte, 2 novembre 1876, secondo la ricostituzione di E. CERTA, Memorie biografiche, t. XII, p. 566.

59 Non sembra che Don Bosco abbia preso posizione per gli adulti.

60 Vedere E. CERTA, Don Bosco con Dio, ed. cit., pp. 297-301.

61 Vedere A. GRAZIOLL La pratica dei confessori nello spirito del Beato Cafasso, 2a. ed., Colle Don Bosco, s.d., pp. 99-100.

62 E. CERTA, Don Bosco con Dio, ed. cit., p. 181. Da notare che Don Ceda era stato testimone diretto di ciò che, in questo caso, riferiva.

63 Conversazione del 1877, riprodotta da E. CEIUA, Memorie biografiche, t. XIII, p. 321.

prendere delle risoluzioni in confessione, malgrado Satana, che le teme al massimo." L'accostarsi meccanicamente ai sacramenti non era assolutamente motivo di soddisfazione per il nostro santo che faceva scrivere al catechista (direttore spirituale) degli artigiani dí Valdocco: « Intanto dirai a tutti che raccomando dí cuore la frequente confessione e comunione; ma ambidue questi sacramenti
siano ricevuti colle dovute disposizioni in modo che per ogni volta si veda il progresso in qualche virtù »P'
Il perdono di Dio procura all'anima la sicurezza indispensabile al proprio progresso. Esso è generatore di gioia e di pace.66 La pace
del figlio di Dio riconciliato col proprio padre esclude l'alienazione paralizzante, ma non è una forma di sicurezza gratuita, perché, di
confessione in confessione, il penitente, che è anche un'anima che accetta la direzione spirituale, deve sentirsi stimolato a respin
gere ogni forma di male e a praticare le virtù che più gli sono
necessarie. Sempre purificato dal sangue del Cristo nel sacramento, egli è spronato a un costante progresso. Tanto più che Don Bosco
non separava la Penitenza dall'Eucarestia, il più meraviglioso motore della carità cristiana. Occorre, per crescere in santità, confessarsi e comunicarsi!...

La dottrina eucaristica

La sua dottrina sull'Eucarestia, che era « tradizionale » e, secondo noi, solida, era anche modellata sui modi di pensare e di parlare ereditati dalla Controriforma; quindi, quando parlava del

64 G. Bosco ai giovani di Lanzo, 11 febbraio 1871, in Epistolario, t. II, p. 150. Il tema del proposito ritorna in una buonanotte del 31 maggio 1873 (riprodotto da A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, p. 56); in una lettera di Don Bosco agli artigiani dell'oratorio di Valdocco, 20 gennaio 1874 (Epistolario, t. II, p. 339); nella lettera sulla carità nell'educazione, 10 maggio 1884 (Epistolario, t. IV, p. 267); ecc.

65 G. Bosco a G. Branda, s.d. (1879), in Epistolario, t. III, p. 436. Si tratta di una lettera dettata.

66 [G. Bosco], Conversione di una Valdese..., Torino, 1854, c. 11, p. 97; G. Bosco, La forza della buona educazione, Torino, 1855, c. 3, pp. 26-30; Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 26, p. 136, cioè la conclusione della biografia; Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 4, pp. 20-23. Evidentemente l'osservazione si trova anche nelle edizioni posteriori di queste opere, che furono tutte molto diffuse ancora vivente Don Bosco.

l'Eucarestia, nove volte su dieci, non pensava alla messa, ma solo alla comunione.

Tuttavia, gli capitava di dissertare — sempre sobriamente sull'insieme del mistero, messa e comunione, senza d'altra parte riuscire ad accordare l'una con l'altra in modo del tutto soddisfacente. Ad ogni modo, le sue parole erano allora semplici e profonde." La messa, insegnava, è il memoriale della passione: « Nell'assistere alla santa Messa fate lo stesso come se voi vedeste il Di-vin Salvatore uscir di Gerusalemme e portare la croce sul monte Calvario, dove giunto viene fra' più barbari tormenti crocifisso, spargendo fino all'ultima goccia il proprio sangue »68 L'offerta della messa è reale, reale come quella della croce: « La santa Messa è detta Sacramento e Sacrificio del Corpo e del Sangue di Nostro Signor Gesù Cristo, che viene offerto e distribuito sotto le specie del pane e del vino. Questo sacrificio fu fatto da Gesù Cristo sul Calvario, e si dice cruento, cioè collo spargimento di sangue. Il medesimo sacrificio è quello che si ofite nella santa Messa colla sola diversità che questo è incruento, cioè senza spargimento di sangue »." Per quanto riguarda la comunione sacramentale leggiamo in un testo (del resto tardivo e, di conseguenza, si può essere tentati di crederlo suggerito da un collaboratore), essa è per il Cristo « il modo di stringersi con noi in una unione la più ineffabile... »." Tutto considerato, le sue istruzioni ci confermano che egli non solo non ignorava, ma che conosceva bene la dottrina fondamentale del mistero eucaristico.

67 Le stesse frasi riappaiono nei suoi libri dottrinali più noti: [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, parte seconda, pp. 84-86, 98-99, ecc.; G. Bosco, La Chiave del Paradiso..., 23 ed., Torino, 1857, pp. 43-46, 73-74; Il mese di maggio..., Torino, 1858, pp 134-144. Si può già notare che certe considerazioni di ordine pratico sull'Eucarestia hanno avuto delle varianti nelle nuove edizioni di queste opere.

68 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., ed. cit., p. 84.

69 G. Bosco, Il mese di maggio..., 8a ed., Torino, 1874, ventitreesimo giorno, p. 145.

70 G. Bosco, Nove giorni..., quinto giorno (la ed., Torino, 1870). Può darsi che questa idea si scorga già nella seguente risposta (molto anteriore) alla domanda: « Perché ha istituito questo Sacramento? ». « G. C. istituì questo Sacramento per dare un segno del grande amore che portava agli uomini e per dare un cibo adattato alle anime nostre » (G. Bosco, Maniera facile..., 23 ed., Torino, 1855, § 21; in Opere e scritti..., vol. I, parte prima, p. 58).

È vero che preferiva sottolinearne alcuni aspetti che saranno meno significativi per un altro secolo: íl Cristo è realmente presente sotto le specie ed è li per il nutrimento dei fedeli. Così, nella sua Storia sacra, dopo aver narrato l'ultima Cena del Cristo, proseguiva con queste righe rivelatrici, in cui le due verità sembravano costituire, da sole, tutta l'Eucarestia: « È questa l'istituzione del SS. Sacramento dell'Eucarestia, in cui il Salvatore sotto le specie del pane e del vino, mediante la facoltà di consacrare concessa ai suoi Sacerdoti, dà il suo corpo e il suo sangue per cibo spirituale alle anime nostre. Ricordiamoci bene che questo Sacramento non è una memoria di quanto ha fatto Gesù, ma è un Sacramento in cui è dato all'uomo quello stesso corpo e quello stesso sangue che egli sacrificò sulla croce ».71 Tali preoccupazioni dogmatiche non erano novità nel 1860. Si sostiene oggi che esse avevano infuso nei medioevali un « concetto antiliturgico che sepa
rava l'azione liturgica dalla comunione ».72 Gli ispiratori abituali di Don Bosco, cresciuti nell'atmosfera della Controriforma, così
come il contesto della polemica antivaldese degli anni 1850-1860, le avevano ancor più ribadite nel suo spirito. I riformati calvinisti a lui noti non credevano alla presenza reale, se non, nel migliore dei casi, in modo transitorio. I cattolici del xix secolo insieme
con lui replicavano celebrando la presenza reale e continua del Cristo sotto le specie consacrate. D'altronde, Don Bosco ripeteva
anche la dottrina abituale sul pane di vita, sovente spiegata, prima di lui, da sant'Alfonso de' Liguori e da san Leonardo da Porto Maurizio, e a quel tempo ripresa negli opuscoli di contemporanei,
come Mons. de Ségur di cui, nel 1872, avrebbe fatto pubblicare nelle Letture Cattoliche un volumetto sulla santa comunione."
Poiché il Cristo dell'Eucarestia attua ciò che significa, diventa, sotto le specie del pane, nutrimento salutare. « Ora ascoltate come G. C. c'invita alla Santa Comunione. Se voi, egli dice, non mangiate

71 G. Bosco, Storia sacra..., 33 ed., Torino, 1863, epoca settima, c. 7 (in Opere e scritti..., loc. cit., p. 325). Si vede che, nel suo ardore, Don Bosco arrivava quasi a negare la tesi del memoriale, che tuttavia sosteneva nelle edizioni parallele del Mese di maggio.

72 J. DURE, Communion fréquente, in Dictionnaire de Spiritualité, t. II, col. 1259.

73 Mons. DE SEGUE, La santissima comunione (coll. Letture Cattoliche), Torino, 1872. Vi si leggeva: « La grazia propria dell'Eucarestia è dunque una grazia di alimento e di perseveranza » (op. cit., p. 6).

la mia carne e non bevete il mio sangue, non avrete la vita eterna. Colui che mangia la mia carne e beve il mio sangue, abita
in me ed io in lui; ímperocché la mia carne è un vero cibo, e il mio sangue una vera bevanda »."
La nota seguente era più originale. Dato che tutta la creazione dipende dal Cristo, Don Bosco sembra aver professato che il mondo intero, animato e inanimato, trova la sua stabilità e il suo vigore nella comunione dei cattolici con la carne e il sangue del
Figlio di Dio. « Che grande verità io vi dico ín questo momento! La frequente comunione è la grande colonna che tiene su il mondo
morale e materiale, affinché non cada in rovina ».." E insisteva: « Credetelo, o miei cari figliuoli, io penso di non dire troppo asserendo che la frequente comunione è una grande colonna sopra cui poggia un polo del mondo »." Era quindi coerente quando non mancava di raccomandare le proprie preoccupazioni materiali
al Cristo dell'Eucarestia, in particolare durante le visite al SS. Sacramento, di cui parleremo.

La pratica eucaristica

Queste idee — molte delle quali scivolano in secondo piano nella spiritualità corrente della seconda parte del xx secolo — gli
permettevano di giustificare i suoi consigli sulla pratica eucaristica: messa e comunione, con le devozioni annesse.

Don Bosco non è vissuto in un'epoca in cui i cristiani ambiscono non separarsi mai dalla preghiera del celebrante, anche se possiamo scoprire tale tendenza, di un'inattesa modernità, in un opuscolo scritto nel suo stesso ambiente 77 Secondo lo spirito del

74 G. Bosco, La Chiave del Paradiso..., 2a ed., Torino, 1857, p. 74. Questo principio è al centro della conversazione didattica tra Don Bosco e Francesco Besucco sui motivi della comunione eucaristica, conversazione scritta in un momento in cui la sua dottrina su questo sacramento sembra essere del tutto formata (G. Bosco, Il pastorello delle Alpi..., Torino, 1864, c. 20: La santa Comunione, pp. 105-109).

75 G. Bosco Mi allievi di Mirabello, 30 dicembre 1863, in Epistolario, t. I, p. 299.

76 Ibid.

77 « L'importanza che il Santo Sacrificio della Messa ha nell'ordine dell'umana redenzione, e l'obbligo che la S. Chiesa impone a tutti i fedeli di assistervi nei giorni festivi, rendono necessario ai fedeli medesimi il conoscere ed apprezzare rettamente questo grand'atto della nostra santa religione, affinché non ne siero oziosi spettatori, ma sappiano prendervi tutta quella attiva parte e quel vivo interessamento che loro si addice. Perocché il fedele non assiste soltanto al divin Sacrificio, ma l'offre eziandio per mano del celebrante, secondo ce lo indica la Chiesa nella Messa stessa » (Avvertenza non firmata dell'opuscolo anch'esso anonimo: Trattenimenti intorno al sacrifizio della S. Messa (Torino, 1854), comparso nelle Letture Cattoliche (anno II, fasc. 11 e 12), in un'epoca in cui Don Bosco le controllava da vicino. Di conseguenza potrebbe essere stato redatto sotto sua ispirazione, ma lo stile del volumetto non consentirebbe di aiLibuirglielo).

tempo e le usanze del suo paese, i suoi giovani durante le messe quotidiane recitavano il rosario,'$ sostituito la domenica, durante una seconda messa cui tutti assistevano, dal Piccolo Ufficio della Beata Vergine. Ma sbaglieremmo se lo considerassimo un fautore esclusivo di questo metodo, che sembra non abbia mai aver eretto a sistema, perché conosceva e proponeva altri metodi per assistere con frutto al sacrificio eucaristico. Il Giovane provveduto e la Chiave del Paradiso — che si rivelano fonti preziose in materia suggerivano ai fedeli una serie di brevi preghiere in accordo con lo svolgimento della liturgia, destinate ad essere lette durante le messe celebrate in latino, ín cui il celebrante si preoccupava poco di essere capito. A scorrerle oggi, proviamo un po' di pena davanti all'umile supplica: « Ricevete, o Signore, le preghiere che vi sono rivolte per me da questo sacerdote », che accompagnava una colletta perpetuamente ermetica.79 Un autore piemontese del xix secolo avrebbe potuto fare di meglio prima della diffusione, tra i suoi lettori, dei messali tradotti?
Comunque sia, l'insistenza sempre più accentuata di Don Bosco sulla comunione eucaristica dei fedeli prova che egli propendeva per una partecipazione effettiva al santo Sacrificio. Il Cristo è li, « Medico, Maestro e [soprattutto?] cibo »: s° bisogna vivere di lui.

Per questo, a poco a poco, egli si è allontanato dalla pratica comune della generazione che l'aveva preceduto. Senza essere veramente

78 Egli invitava tutti i giovani a sentir la messa ogni giorno (G. Bosco, Il giovane provveduto..., 101a ed., Torino, 1885, parte seconda, p. 87) e dava un analogo consiglio agli adulti (G. Bosco, Il mese di maggio..., 8a ed., Torino, 1874, giorno ventitreesimo, p. 148).

79 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2° ed., Torino, 1851, p. 87; G. Bosco, La Chiave del Paradiso..., 25 ed., Torino, 1857, p. 48.

80 G. Bosco, Il giovane provveduto..., 101° ed., Torino, 1885, parte seconda, p. 111.

giansenista, la gerarchia piemontese propendeva a quel tempo per la cautela nella frequenza eucaristica. Alla fine del xvm secolo, un confessore di religiose che aveva pregato l'arcivescovo di Torino di autorizzare una suora conversa, sua penitente, a comunicarsi tutti i giorni, si sentì rispondere: « La comunione cotidiana non si ha da permettere che a persone di provata, e perfetta perfezione (sia). Qualora la suor Conversa Irene Silvestri sia veramente virtuosa ed animata dallo spirito di Dio sarà umile, docile, anzi ubbidiente ai Superiori; e essa sarà contenta che se le permetta di accostarsi quattro, o cinque volte la settimana alla santa Comunione. Che se non se ne appaga si può dubitare dello spirito onde è mossa. Epperò se le concederà più di rado la santa Comunione... »." Quarant'anni dopo, Giovanni Bosco adolescente si meravigliò quando il suo confessore di Chieri lo invitò a confessarsi e a comunicarsi più frequentemente di quanto non facesse, perché, annoterà in seguito, « era cosa assai rara a trovare chi incoraggiasse alla frequenza dei sacramenti »."
Diventato a sua volta sacerdote, egli optò per la comunione frequente. Tuttavia, nei primi vent'anni della sua vita sacerdotale, si attenne alle regole stabilite da sant'Alfonso. Esortò, quindi, alla comunione settimanale i cattolici ben disposti, cioè coloro che non cadevano in peccato mortale, o che vi cadevano solo raramente, per fragilità, ma che erano decisi a correggersi; raccomandò la comunione frequente, cioè parecchie volte alla settimana, a coloro che tendevano veramente a progredire nella virtù e si astenevano dal peccato veniale deliberato; e consigliò la comunione quotidiana solo a coloro che manifestavano disposizioni ancora più perfette e che corrispondevano alle grazie del sacramento." Applicò questi princìpi a Domenico Savio, suo allievo

81 Risposta dell'arcivescovado di Torino a Giovanni Cappone, a Savigliano, 19 luglio 1793, conservata negli archivi della curia torinese; citata da P. STELLA, Crisi religiose nel primo Ottocento piemontese, Torino, 1959, p. 65, nota.

82 Memorie dell'Oratorio..., p. 55. « In quel tempo [nel seminario di Chieti], non si aveva la comodità di fare la santa comunione eccetto la domenica » (G. Bosco, Cenni sopra la vita del giovane Luigi Comollo..., Torino, 1884, c. 8, p. 66).

83 Vedere, per sant'Alfonso, F.-X. GODTS, Exagérations historiques et théologiques concernant la communion quotidienne, Bruxelles, 1904, pp. 67-70.

tra il 1854 e il 1857. Fino allora « secondo l'usanza delle scuole », Domenico si era confessato e aveva fatto la comunione una volta al mese. A Valdocco « cominciò a confessarsi ogni quindici giorni, poi ogni otto giorni, comunicandosi colla medesima frequenza. Il confessore [cioè Don Bosco], osservando il grande profitto che faceva nelle cose di spirito, lo consigliò a comunicarsi tre volte per settimana, e nel termine di un anno gli permise la comunione quotidiana »." Si noti che Domenico Savio, molto diverso da Michele Magone, era già una piccola perfezione al suo arrivo nella « casa dell'Oratorio ». Inoltre, la sua decisione di « farsi santo », che coincise con progressi decisivi nella sua vita spirituale, prese forma fin dalla primavera del 1855. Bisogna ammettere che Don Bosco, che l'autorizzò a comunicarsi tutti i giorni solo seí mesi dopo, era esigente. Ma passato quel tempo, non gli sembrò più possibile rifiutare questa gioia al giovane. Le sue disposizioni erano « perfette »: « Né pensiamoci che egli non comprendesse l'importanza di quanto faceva e non avesse un tenor di vita cristiana, quale si conviene a chi desidera di far la comunione quotidiana. Perciocché la sua condotta era per ogni lato irreprensibile »." I principi erano salvi.

L'evoluzione della pratica in Don Bosco, iniziata da parecchi anni," è diventata manifesta solo nel 1864." Essa era dovuta, ci sembra, a diverse esperienze pedagogiche che gli avevano rivelato l'influsso dell'Eucarestia in una vita spirituale," e all'influenza di una corrente di pensiero che a quel tempo andava delineandosi a favore della comunione frequente." Il fatto decisivo, che sciolse

84 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 14, pp. 68-69.

85 Ibid., pp. 69-70.

86 « Come la manna fu il quotidiano nutrimento degli Ebrei nel deserto, la santa comunione dovrebbe essere il nostro sostegno e íl nostro nutrimento quotidiano » (G. Bosco, Il mese di maggio..., Torino, 1858, ventiquattresimo giorno, p. 141).

87 A. CAVIGLIA, nel suo importante studio su Savio Domenico e Don Bosco, Torino, 1943, pp. 341-383, presentiva questa evoluzione.

88 « L'esperienza conferma che i due più saldi sostegni della gioventù sono í sacramenti della confessione e della comunione » (sic) (G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 14, pp. 67-68).

89 L'opuscolo di Mons. de Ségur, La très sainte communion, è del 1860 (vedere Mons. nE SÉGUR, Oeuvres, serie prima, t. III, Parigi, 1867, pp. 413-479).

finalmente la sua lingua, sembra sia stato la pubblicazione del libro del priore Giuseppe Frassinetti: Le due gioie nascoste, che
trattava della comunione frequente e quotidiana insieme alla castità perfetta. È molto probabile che egli fosse venuto a conoscenza dell'opera e avesse già deciso di pubblicarla nelle Letture Cattoliche,' quando, in occasione dí Tina buonanotte del giugno del 1864, osava esprimersi in questi termini: « Se poi volete sapere il mio desiderio, eccovelo: Comunicatevi ogni giorno. Spiritualmente? Il Concilio di Trento dice: Sacramentatiteli Dunque? Dunque fate così »."
Allora si mise a proporre la comunione frequente, se non quotidiana, a tutti quelli che, anche mediocri, desideravano progredire nella vita spirituale. La pratica della Chiesa primitiva, sant'Agostino, san Filippo Neri lo aiutavano a sostenere la sua tesi. Ritoccava, in questo senso, alcune opere pubblicate antecedentemente. La risposta alla domanda: « Che volete dire con le parole [applicate ai primi cristiani]: Essi perseveravano nella frazione del pane? » non fu più: « Queste parole significavano che quei primitivi cristiani erano molto frequenti alla santa Eucarestia »," ma: « Queste parole significano che que' primi cristiani frequentavano molto la santa Comunione »." E, nell'opuscoletto sulla novena di Maria Ausiliatrice, pubblicato nel maggio del 1870, si poté leggere questa tesi derivata da san Tommaso (ma presa da Mons. de Ségur): « Quando uno conosce per esperienza che la Comunione quotidiana gli fa crescere in cuore l'amor di Dio, deve comunicarsi

90 G. FRASSINETTI, Le due gioie nascoste..., costituisce il fascicolo del dicembre 1864 della rivista. Sembra che si debba ammettere un intervallo di almeno sei mesi tra la decisione di pubblicarlo e la pubblicazione.

91 Buonanotte del 18 giugno 1864, secondo la Cronaca e la ricostituzione di G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VII, p. 679. Don Bosco ha mantenuto gli stessi pensieri (che, fino a un certo punto, confermano quelli della buonanotte) nella biografia di Francesco Besucco, pubblicata in quello stesso anno nelle Letture Cattoliche (fascicolo di luglio-agosto): G. Bosco, Il pastordlo delle Alpi..., Torino, 1864, c. 20, p. 109. Da notare che Mons. de Ségur (coli. cit., p. 421) ricorreva anche al Concilio di Trento per giustificare la comunione frequente.

92 G. Bosco, Maniera facile..., 2a ed., Torino, 1855, 5 38 (in Opere e scritti..., loc. cit., p. 66).

93 G. Bosco, Maniera facile..., 5a ed., Torino, 1877, § 27, p. 76. I manuali di devozione contenevano ormai un articolo su La Comunione frequente.

ogni giorno »94 Il permesso accordato una volta con parsimonia era dunque diventato un obbligo.

Tuttavia sussisteva una riserva. Il discepolo di sant'Alfonso non ammetteva ancora senza restrizione che il fedele in stato di grazia dovesse normalmente comunicarsi durante le messe alle quali assisteva. Non era, dunque, tanto incline a rassegnarsi alle comunioni meccaniche e di convenienza. La comunione deve « far crescere nell'amore di Dio ». A modo suo, anche in questo modo ribadiva il suo spirito religioso e cristiano. Nessun progresso è pensabile fuori di Dio e del Cristo. L'Incarnazione esige di cercare íl Cristo nei sacramenti, e soprattutto nel sacramento maggiore, « il più grande prodigio della potenza Divina » col quale « Iddio trovò modo di dare alle anime nostre un cibo proporzionato e spirituale, dandoci cioè la medesima sua Divinità »25 Ma come pensar di trovare Dio e il Cristo, se non con la carità soprannaturale che trasfigura solo coloro che pretendono, senza ipocrisia, di cercarli?

Esercizi e devozioni

La ricerca di Dio suppone pazienza e richiede azioni spesso molto umili, pensava Don Bosco. Il gesuita Pasquale De Mattei — che aveva scritto un opuscolo per i giovani al quale Don Bosco si era ispirato per la redazione delle sue Sei domeniche in onore di san Luigi Gonzaga" — premessa una considerazione su san Luigi e sull'amore di Dio, aveva creduto di poter proporre ai devoti di questo santo le seguenti pratiche: « 1. Stabilitevi alcuni atti di amore dí Dio (...). 2. Quando vi sentiate svogliato o freddo ad amar Dio, trattenetevi almeno in desiderare di amarlo. Tal dolore e desiderio vi otterrà l'amor vero. 3. Godete di qualche travaglio che Iddio vi manda o di qualche pena o tedio che incontrate per servirlo »." Don Bosco scese con disinvoltura di un piano e, dopo

94 G. Bosco, Nove giorni..., Torino, 1870, sesto giorno. E vedere G. Bosco, Il mese di maggio..., 8a ed., 1874, giorno ventiquattresimo, pp. 149-153 (vedere oltre, doc. 28).

95 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., ottavo giorno, pp. 64, 65.

96 Vedere sopra, p. 35.

97 P. DE MAI lEI, Considerazioni per celebrare con frutto le Sei Dome
niche e la Novena in onore di S. Luigi Gonzaga..., Novara, s.d. (verso il 1840), p. 53 e ss.

la stessa considerazione, scrisse: « Procurate di recitare le preghiere del mattino e della sera avanti l'immagine di Gesù Croci
fisso e baciatelo spesso (...). Se potete, andate a fare qualche visita a Gesù Sacramentato, specialmente dove è esposto per l'adorazione delle quarant'ore »."
Giuseppe Cafasso gli aveva trasmesso la sua grande considerazione per gli esercizi religiosi più comuni: sacramentali, uso dell'acqua benedetta, preghiere del mattino e della sera, visita al SS. Sacramento, acquisto delle indulgenze, segni di croce, rosari..." Per lui essi costituivano la « scorza » dell'albero spirituale. Senza di essa, l'albero fa in fretta a crollare.'" Sulle tracce di questo maestro, e forte della propria esperienza, insegnava, a sua volta, che « sebbene ciascuna di queste pratiche separatamente non sembri gran cosa, tuttavia contribuisce efficacemente al grande edilizio della nostra perfezione e della nostra salvezza »."1 Stereotipate o no, non le voleva mai complicate né difficili da eseguirsi: « Per questo io consiglierei di caldamente invigilare che siano proposte cose facili, che non ispaventino, e neppure stanchino il fedele cristiano, massime poi la gioventù. I digiuni, le preghiere prolungate e simili rigide austerità per lo più si omettono, o si praticano
con pena e rilassatezza. Teniamoci alle cose facili, ma si facciano con perseveranza ».102
Questi esercizi dovevano essere vari come le virtù.'" Domenico Savio si esercitava tanto nella carità fraterna quanto nella penitenza, nella purezza come nella pietà (cioè nella virtù di religione). Dopo averlo mostrato nel suo impiego di infermiere benevolo,

98 G. Bosco, Le Sei Domeniche..., 82- ed., Torino, 1886, pp. 33-34. L'osservazione è di P. STELLA, Valori spirituali..., pp. 73-74.

99 Vedere L. ZANZI, Le pie pratiche del sacerdote. Spirito del Ven. D. Cafasso, Bagnacavallo, 1914.

100 GIUSEPPE CAFAS SO, Manoscritti vari, V, 2097 B; citati da F. Accozizzo, La dottrina spirituale di S. Giuseppe Cafasso..., p. 103.

101 G. Bosco, Introduzione alle Regole o Costituzioni..., Torino, 1877, p. 37. Vi si trova una enumerazione delle pratiche di pietà, dalla meditazione quotidiana all'astinenza del venerdì, attraverso il rosario.

102 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone 3° ed.,
Torino, 1880, c. 9, p. 41. Don Bosco concludeva: « È il cammino che condusse il nostro Michele a un maraviglioso grado di perfezione ».

103 Sui significati molteplici dell'espressione « esercizi spirituali » vedere A. RAYEZ, Exercices spirituels, nel Dictionnaire de Spiritualité, t. IV, col. 1922-1923.

Don Bosco aggiungeva: « In questa guisa egli aveva la strada aperta ad esercitare continuamente la carità verso il prossimo e accrescersi il merito davanti a Dio ».104
I nostri due santi erano tuttavia lungi dal rendersi schiavi delle loro pratiche. Don Bosco non ha mai dato l'impressione di uno scrupoloso. Domenico Savio fu severamente rimproverato da lui il giorno in cui cadde in questo difetto, e se ne corresse subito. Don Bosco offriva come modello un Michele Magone « d'indole vivace ma pio, buono, divoto », che « stimava molto le piccole pratiche di religione » e tuttavia « le praticava con allegria, con disinvoltura e senza scrupoli ».'"
Qui il direttore di Valdocco pensava agli esercizi quotidiani, settimanali, mensili, annuali o semplicemente occasionali, che si trovavano nei suoi manuali di pietà e di cui siamo costretti talvolta a parlare in questo lavoro: il segno della croce il mattino, le preghiere del cristiano, la meditazione, le giaculatorie, il rosario, la lettura spirituale, la partecipazione agli uffici religiosi, il Piccolo Uffizio della Beata Vergine, la visita al SS. Sacramento e alla santa Vergine, l'esame di coscienza, la coroncina del Sacro Cuore di Gesù, la coroncina della Madonna dei sette dolori, l'esercizio della buona morte, la Via Crucis, il mese di Maria, le Sei domeniche in onore di san Luigi Gonzaga,'" la novena del Natale, ecc. Egli raccomandava anche i colloqui spirituali,'" dava grande importanza alle feste religiose, ricorreva ai « fioretti spirituali » durante le novene che preparavano a queste solennità e alle strenne spirituali quando cominciava un anno nuovo.'" Diremo in seguito

104 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 12, p. 62.

105 G. Bosco, Cenno biografico..., ed. cit., c. 13, p. 57.

106 Esattamente, ad onore dei sei anni passati da questo santo nella Compagnia di Gesù, se stiamo a un titolo anonimo: Divozione di Sei Domeniche in onore de' sei anni che San Luigi Gonzaga della Compagnia di Gesù visse in religione: da praticarsi da chiunque brami efficacemente procurarsi il potentissimo di lui Patrocinio, Torino, 1740 (citato da P. STELLA, Valori spirituali..., p. 38, nota). Lo stesso autore (op. cit., p. 37, nota) segnala un libriccino delle dieci domeniche in onore di san Stanislao Kostka.

107 Attraverso le sue biografie di Luigi Comollo e di Domenico Savio, in cui si vedono i frutti di conversazioni di questo genere tra amici. Don Bosco credeva ai benefici dell'amicizia e della correzione fraterna: « Beato chi ha uno che lo corregga! » (Memorie dell'Oratorio..., p. 54).

108 Strenne spirituali per un direttore di scuola: G. Bosco a G. Bonetti, 30 dicembre 1868, in Epistolario, t. I, pp. 600-601; G. Bosco a G. Bonetti, 30 dicembre 1874, ibid., t. II, p. 434 (vedere oltre, doc. 24, 29). Queste strenne, a Valdocco, erano di prassi corrente.

che tendeva a ridurne il numero. È comunque certo che pratiche ed esercizi tramandati dalla tradizione devozionale locale o universale erano numerosi nella vita e nelle lezioni di Don Bosco."'
Se occorre parlare di quelle che più gli stavano a cuore, non si dovrebbe ricordare la meditazione o l'esame di coscienza di cui non ha parlato molto, tranne che con i suoi religiosi, ma piuttosto, dopo l'esercizio della buona morte e gli esercizi spirituali dell'anno, la visita al Santissimo, tanto apprezzata da sant'Alfonso de' Liguori.

Nella sua prospettiva, la visita al Santissimo permetteva ad ogni credente di incontrare il Cristo, suo amico e suo cibo, e di unirsi a lui nel corso della giornata, anche quando non poteva riceverlo nella forma sacramentale. Ben fatta, essa metteva l'anima in una vera contemplazione. La salvezza eterna, la perseveranza finale, la perfezione spirituale, erano facilitate da questi istanti di raccoglimento davanti al tabernacolo. Don Bosco diceva ai salesiani riuniti per oli esercizi spirituali annuali del 1868: « Si vada ai piedi del Tabernacolo soltanto a dire un Pater, Ave e Gloria quando non si potesse di più. Basta questo per renderci forti contro le tentazioni. Uno che abbia fede, che faccia visita a Gesù Sacramentato, che faccia la sua meditazione tutti i giorni, purché non abbia qualche fine mondano, ah! io dico, è impossibile che pecchi »21° « Io temo assai di ricadere nell'offesa di Dio — faceva dire a Michele Magone, — perciò vado a supplicare Gesù nel SS. Sacramento affinché mi doni aiuto e forza a perseverare nella sua santa grazia ».11' Il lettore della vita di Domenico Savio conosce le lunghe contemplazioni silenziose di questo giovane davanti al tabernacolo e intuisce il loro legame col suo eroico amor di Dio.

109 Come lo vedremo, egli richiedeva, con san Filippo Neri, di non moltiplicarle sconsideratamente (Regolamento per le case..., Torino, 1877, parte seconda, c. 3, a. 9, p. 64) e le riduceva al minimo nel Regolamento dei cooperatori salesiani (c. 8; vedere oltre, p. 275).

110 Note di un auditore durante un corso di esercizi spirituali, Trofarello, 26 settembre 1868; secondo l'edizione di G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, pp. 355-356 (vedere oltre, doc. 23).

111 G. Bosco, Cenno biografico..., ed. cit., c. 12, p. 55.

In questo esercizio, entrava normalmente la comunione spirituale. Secondo san Leonardo di Porto Maurizio, di cui san Giovanni Bosco ha diffuso un trattato eucaristico,m« dicono vari Dottori, che si può dar benissimo questo caso, che taluno faccia con sì gran fervore la comunione spirituale, che venga a ricevere l'istessa grazia, che si riceve nella sacramentale ».113 Don Bosco la pensava allo stesso modo e raccomandava con predilezione questo mezzo di unione a Dio in ogni istante: « Frequentate quanto più potete i santi Sacramenti, e non vi inquietate quando questo non è possibile. Fate allora più sovente delle comunioni spirituali e conformatevi pienamente alla santa volontà di Dio, la più amabile di ogni cosa ».114
Con la Bibbia, dí cui ripeteva volentieri le massime, e con un insegnamento ecclesiastico che gli era familiare, coi. sacramenti della Penitenza e dell'Eucarestia, veri pilastri della sua pedagogia religiosa, la comunione spirituale era uno dei mezzi coi quali manteneva se stesso alla presenza di Dio. La maggior parte erano semplici, basati su un'idea molto cattolica della grazia divina, che dà « íl volere e il fare », e ben adattati a una spiritualità che non era in disaccordo con la ricchezza della natura umana.

112 II tesoro nascosto, ovvero Pregi ed eccellenze della Messa, con un modo pratico e divoto per ascoltarla con frutto (coli. L.C., anno VIII, fasc. XII), Torino, 1861.

113 B. LEONARDO DI PORTO MAURIZIO, Fervorini in onore del Santissimo Sacramento, XII.

114 G. Bosco a Mme e Mlle Lallemand, 5 febbraio 1884, in Epistolario, t. IV, p. 422. Questa lettera è stata scritta in francese.

CAPITOLO V -  PERFEZIONE CRISTIANA E COMPLETAMENTO UMANO

Il perfezionamento umano

« Che cosa vuoi fare con D. Bosco? — replicava a Francesco Provera, vocazione tardiva, un amico al quale aveva appena manifestato la sua intenzione di condividere la vita salesiana —. Quel sito non fa per te; colà non si parla che di Madonna, di Pater noster e di Paradiso! ».1 Sappiamo, in realtà, che Don Bosco non lesinava sui sostegni da dare alla vita spirituale. Tuttavia, la « natura umana », esaltata nei suoi libri, non veniva mai dimenticata sotto il flusso dí prediche, dí sacramenti, di devozioni e di pii esercizi, che davano l'impressione di portare í suoi discepoli lontani dal mondo e dalle sue gioie. Tutt'altro! Essi invece contribuivano ad assicurare loro la pace e l'allegria tanto care al maestro, come avremo occasione di vedere ín seguito. Così facendo, egli probabilmente si allontanava dalla tradizione liguoriana, meno attenta di lui alla letizia terrena, per accostarsi a quella oratoriana di san Filippo Neri e, per essa, all'insieme del Rinascimento italiano.

Gli bastava un avverbio per mettere in risalto quanto fosse distante da un consiglio di sant'Alfonso. Secondo un passo contenuto nelle Massime eterne, sant'Alfonso sembrava ignorasse, per l'uomo, altro fine che quello ultraterreno: « Tu non sei nato né devi vivere per godere, per arricchirti e divenire potente, per mangiare, per bere e per dormire, come i bruti, ma solo per amare il tuo Dio e salvarti per l'eternità ». Apparentemente il santo considerava

1 Secondo la necrologia di questo religioso (1836-1874), nelle Brevi biografie dei confratelli salesiani chiamati da Dio alla vita eterna, Torino, 1876, p. 6.

i beni terreni solo come mezzi offerti all'uomo « per aiutar[lo] a raggiungere il [suo] grande fine »3 Adattando queste espressioni per il Giovane provveduto, Don Bosco — che non ha esplicitamente dimenticato i fini ultimi, al punto di scrivere: « L'unico fine pel quale [Dio] ti creò è di essere amato e servito [da te] in questa vita » — a costo di una implicita contraddizione soggiunse: « Sicché non sei al mondo solamente per godere, per farti ricco, per mangiare, bere e dormire, come fanno le bestie; ma il tuo fine si è di amare il tuo Dio e salvare l'anima tua ».5 Aggiungeva in tal modo un fine naturale: godere, arricchirsi..., a quel fine soprannaturale che si sarebbe detto fosse l'unico che lo interessasse: amare Dio e salvare l'anima propria. Il suo « metodo di vita », che era un metodo spirituale, bastava, come spiega ai giovani, a permetter loro di « diventare — insieme — la consolazione dei vostri parenti, l'onore della patria, buoni cittadini in tetra per essere poi un giorno fortunati abitatori del cielo ».4 Quindi, questo fine non riguardava solo l'aldilà.

Egli voleva il perfezionamento dei legittimi desideri dei suoi allievi e la loro felicità nei due ordini: quello della grazia prima di tutto, ma anche quello della natura. Ad una corrispondente scriveva: « Dio la faccia felice nel tempo e nella eternità »; 5 ad un'altra: « Non mancherò di continuare [a pregare] affinché Dio li conservi tutti in buona sanità, vita felice e in grazia Sua »; 6 a un terzo: « Lavoriamo per essere felici nel tempo, ma non sia mai dimenticato il fine sublime dell'uomo, che è di essere felice per sempre nella beata eternità ».7 L'antropologia dualista, che a volte sembra far capolino nella sua opera e ispirare le sue disposizioni,' tutto sommato, gli era estranea. Una vita cristiana che pretenda di far a meno dei valori umani gli sarebbe apparsa sospetta. Egli

2 S. ALFONSO DE' LIGUORI, Opere ascetiche, t. II, Torino, 1846, p. 473.

3 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., Torino, 1847, Sette considerazioni..., p. 32. La sottolineatura è nostra. Il confronto tra questi testi è stato fatto da P. STELLA, Valori spirituali..., p. 66.

4 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., ed. cit., p. 7.

5 G. Bosco alla contessa C. Canori, 3 ottobre 1875, in Epistolario, t. II,
p. 513.

6 G. Bosco alla contessa G. Corsi, 22 ottobre 1878, in Epistolario, t. III,
p. 397.

7 G. Bosco a A. Boassi, 21 luglio 1875, in Epistolario, t. II, p. 487.

8 Vedere oltre, c. 6, il paragrafo sulla castità.

ha voluto attorno a sé lo sviluppo fisico, intellettuale e morale degli uomini. Il suo cristianesimo non solo ammetteva, ma esigeva un determinato perfezionamento umano.

La salute e la cura del corpo

Il suo atteggiamento nei confronti dei valori del corpo non è stato sempre presentato sotto questo aspetto. Certe immagini e descrizioni — autentici, ma senza la necessaria contropartita nuocciono a una giusta conoscenza del pensiero di Don Bosco sulla cura del corpo. Ce lo raffigurano febbrilmente attivo durante i suoi studi a Chíeri e, a settant'anni, precocemente logorato da una vita di lavoro senza remissione. Le frasi: « Mi riposerò in Paradiso » e: « Sarà una grande vittoria il giorno in cui si dirà che un salesiano è morto sulla breccia » sono ripetute fino alla noia.9 In realtà, guidato da saggi principi e più equilibrato di quanto possano pensare diversi panegiristi, egli non sprecava le proprie forze e meno ancora quelle dei suoi discepoli e collaboratori.

Fedele alla raccomandazione del sogno dei nove anni, aveva voluto essere « robusto » fin dall'infanzia." Alcuni aneddoti, raccontati da lui e riferiti da Don Lemoyne, dimostrano che, fino alla soglia della vecchiaia, rimase molto fiero della sua forza fisica." La salute gli parve sempre essere un gran bene: « un gran dono del Signore »,12 « un dono prezioso del cielo »," un bene « indispensabile »,14 « dopo la grazia di Dio è il primo tesoro »," ecc.

9 Due di queste affermazioni in E. CE1UA, Don Bosco con Dio, ed. cit., p. 113, che, d'altronde, non ne abusa.

10 Memorie dell'Oratorio..., p. 24 (vedere oltre, doc. 1).

11 Vedere G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. I, pp. 130-135. Abbiamo potuto verificare che questi racconti erano stati, in massima parte, ricavati dai quadernetti del segretario di Don Bosco, Carlo Viglietti, che li aveva annotati nel 1884-1885 (ACS, S. 110, Viglietti).

12 Formula di una buonanotte del 1864, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VII, p. 834.

13 G. Bosco ai salesiani e agli allievi di Lanzo, 5 gennaio 1875, in Epistolario, t. II, p. 437.

14 G. Bosco a F. Bodrato, s.d. (maggio 1877, secondo E. Ceda), in Epistolario, t. III, p. 172.

15 G. Bosco a A. Fortis, 29 novembre 1879, in Epistolario, t. III, p. 531.

Ora, il saggio amministra prudentemente i doni del cielo. Don Bosco badava alla salute dei suoi giovani e dei suoi collaboratori. La sua corrispondenza era disseminata di raccomandazioni molto concrete che non erano formule insignificanti. Circondava di premure i suoi religiosi stanchi. Ad uno piuttosto malandato in salute scrive: « Abbi per altro gran cura della tua sanità: e se il camminare ti dà incomodo, manda questi pieghi senza tuo disturbo ».16 « Abbi cura di D. Bonetti, e comincia da parte mia a proibirgli la recita del Breviario fino a che gli dia il permesso di recitarlo di nuovo. Obbligalo al dovuto riposo, a fare moto, ma non faticose passeggiate. Se non può scaldarsi in sua camera, mandalo nella camera dell'Arcivescovo di Buenos Aires ».17 Secondo una sua frase del 1870 — che per la verità riguarda una sola casa — non avrebbe voluto trovare nelle sue opere che dei giovani « sani, robusti e allegri »; avrebbe desiderato che ovunque « l'infermeria si chiuda e si spalanchino le porte del refettorio »." La sua premurosa tenerezza si curava fin dei minimi particolari: non coprirsi troppo negli ambienti caldi; all'uscita, proteggersi il naso e la bocca (e, in questo modo, i polmoni) contro il freddo intenso; non uscire troppo in fretta dal donnitorio al mattino; star ben attenti a coprirsi le spalle e la gola durante la notte, ecc." Si trattava di preoccupazioni veramente materne. Don Bosco parlava sempre delle correnti d'aria, dei raffreddori, delle eccessive sudate, del fermarsi troppo a lungo al sole, ma senza le esagerazioni o le piccinerie di un uomo o di una donna dalla vista corta, dato che aveva sempre avuto come regola la semplicità.

Se, quindi, talvolta l'igiene delle sue case non era perfetta, le deficienze non erano imputabili a un'ascesi inumana, analoga a quella di un qualsiasi sordido collegio. Anche Don Bosco era vittima

16 G. Bosco a G. B. Leraoyne, 29 gennaio 1868, in Epistolario, t. I, p. 539.

17 G. Bosco a M. Rua, 29 gennaio 1878, in Epistolario, t. III, p. 285. La camera di cui si tratta era stata utili77ata dal detto vescovo in occasione di un recente viaggio in Italia. Vedere anche, tra gli scritti dello stesso sapore, G. Bosco a G. Bonetti, 1874, ibid., t. I, p. 327 (vedere oltre, doc. 19); G. Bosco a G. Cagliero, 4 dicembre 1875, ibid., t. II, p. 531.

18 G. Bosco a G. Bonetti, 9 febbraio 1870, in Epistolario, t. II, p. 74.

19 Tutto questo in una buonanotte del 7 gennaio 1876, riprodotto da E. CERTA, Memorie biografiche, t. XII, p. 28. Si noti che a Torino l'inverno è assai rigido.

della carenza di risorse della classe popolare all'inizio dell'èra industriale. Quindi, frequentemente i giovani di Valdocco non furono abbastanza coperti. Veniva loro servito un vitto molto semplice e gli ambienti comuni erano superaffollati.' La mortalità a Valdocco ci sembra eccessiva, anche se non esistono statistiche e confronti precisi che da soli potrebbero essere molto chiarificatori al riguardo. Nel 1878, quando infieriva un'epidemia di congiuntivite, una commissione medica fece pervenire al prefetto di Torino un rapporto sfavorevole sulle condizioni sanitarie della casa.21 Da queste considerazioni si potrà concludere che il nostro santo e i suoi giovani erano dei poveri autentici e che l'organizzazione locale lasciava probabilmente a desiderare, ma non che egli trascurasse la salute di tutti e praticasse superficialmente una stretta austerità, contraddetta peraltro dalle sue direttive e dalle sue norme
Egli voleva che si curassero quei corpi da cui cercava di tener lontane le malattie. Non ci aspetteremo da lui ricette miracolistiche: egli ripeteva i consigli fondamentali che l'esperienza gli aveva suggerito. Le droghe non gli dicevano proprio nulla. Se ignorava l'idroterapia e accennava ai danni dei bagni, senza accennare ai loro vantaggi,22 credeva però nei benefici del sonno, di un buon nutrimento, del lavoro interrotto da riposi ragionevoli, del movimento e della tranquillità mentale. Spesso era angustiato dal tempo e dalla qualità del riposo notturno dei suoi religiosi.23 Egli non li voleva sotto pressione dal principio alla fine della loro vita apostolica. Lui stesso si è talvolta riposato a lungo dopo le sue malattie (del 1846, del 1872) ... Un gioco movimentato è salutare al

20 Una confessione nel cuore di un inverno difficile: « Le miserie tra noi crescono orribilmente: íl pane è a 50 centesimi al chilo; in tutto circa dodicimila franchi al mese ed abbiamo due mesi da pagare; mezzo metro di neve con 'freddo intenso, e la metà dei giovani vestiti da estate; pre• ghiarao... » (G. Bosco a F. Oreglia, allora a Roma, 3 gennaio 1868, in Epistolario, t. I, p. 525).

21 Vedere G. Bosco al dottor Losana, 21 maggio 1878, in Epistolario, t. III, p. 346, con il ragguaglio dell'editore. Tutti gli apprezzamenti di questo genere sull'opera dí Don Bosco non sono stati così sfavorevoli, come ne era stata una prova, nel 1870, una relazione del dott. Serafino Biffi, pubblicata a Milano (estratto in Epistolario, t. II, p. 139).

22 G. Bosco, Biografia del giovanetto Savio Domenico..., 6a. ed., Torino, 1880, c. 4, pp. 18-19.

23 Vedere, nelle Memorie biografiche, i punti indicati dall'Indice, s.v. Sanità.

giovane, una camminata rinvigorisce un adulto. Egli pensava già che l'abuso delle vetture (ippomobili!) e delle ferrovie indeboliva l'organismo dei suoi contemporanei.24 Ai depressi si sforzava di restituire la gioia di vivere rallegrandoli con il suo sorriso, con le sue delicatezze e con la ricerca paziente delle loro doti e dei mezzi
più atti a farli riprendere!' Qui, come in tutte le cose, lo ispirava la carità che vuole il bene degli altri.

Le ragioni morali e sociali della cultura intellettuale

La carità lo guidava anche nella giustificazione della cultura intellettuale, ma non necessariamente come, forse, la vorremmo noi. Secondo un'opera molto autorevole di Don Ricaldone, « Don
Bosco aveva tracciato a Don Barberis — autore, notiamolo, di un trattato di Sacra Pedagogia 26 — il vero scopo della educazione
intellettuale: e cioè abituare l'alunno a percepire, a riflettere, a giudicare e a ragionare rettamente ».v In generale si ha l'impressione che l'opera letteraria del nostro santo non presti molta attenzione a questi eccellenti motivi per coltivare lo spirito. Egli giudicava gli uomini dal loro valore religioso, morale e sociale. Ne apprezzava le virtù e i servizi che rendevano alla comunità umana, pensava poco all'elevazione dell'anima frutto della ricerca della verità, elevazione alla quale la scuola domenicana, ad esempio, è molto sensibile.

Egli giustificava lo studio, come ogni altra attività, con la legge del dovere del proprio stato 28 e coi suoi effetti purificatori ed ener
getici nell'anima: essa combatte l'ozio, aiuta lo sviluppo della volontà. Aggiungete, a questi motivi morali, quelli sociali. Nel mondo contemporaneo si impone una certa cultura popolare, la « società » ha bisogno dí gente istruita e anche di studiosi; ed è

24 Secondo una conversazione riprodotta da E. CE1UA, Memorie biografiche, t. XII, p. 343.

25 Vedere, nei brani già citati, il suo comportamento con Giovanni Bonetti.

26 Torino, 1897.

27 P. RICALDONE, Don Bosco educatore, t. II, Colle Don Bosco, 1952, p. 107.

28 Vedere oltre, c. 6.

impossibile servirla dignitosamente senza un minimo di cognizioni. Infine, Don Bosco riteneva che la Chiesa in generale, e la sua congregazione in particolare, non potessero fare a meno di maestri di riconosciuta competenza. Malgrado l'opinione contraria di certi ecclesiastici di Torino, egli voleva che i suoi religiosi fossero laureati nelle università ufficiali, ma non per il loro bene naturale,
bensì per i vantaggi che ne sarebbero derivata alla sua opera.29 La curia torinese invece gli ha rimproverato di ammettere agli
ordini sacri chierici sprovveduti di scienza sufficiente. Valutazione errata, che Don Bosco confutava con l'elenco delle loro affermazioni.' Qualunque fosse la loro età, í suoi studenti si sentivano dire: « Dopo la pietà, quello che più vi si raccomanda è l'amore allo studio »; e il loro maestro annotava: « Mediante il lavoro potete rendervi benemeriti della Società, della Religione, e far bene all'anima vostra, specialmente se offerite a Dio le quotidiane vostre occupazioni »"

La formazione alla vita

con la cultura professionale
Lo stesso principio reggeva la serietà della cultura professionale che diede a se stesso e ai suoi discepoli.

La lettura della sua « autobiografia » ci dimostra come, fino all'età di trent'anni e oltre, il giovane Bosco, che voleva essere un sacerdote di valore, migliorò le proprie idee e sviluppò le proprie capacità. Ricorse ai libri e ai maestri, osservò, discusse,
sperimentò. I suoi successi di predicatore-acrobata sono stati il frutto di un'applicazione perseverante. Agli inizi di giovane con
fessore fu guidato, in teoria e in pratica, da Giuseppe Cafasso. Quest'uomo di Dio lo iniziò all'apostolato dei giovani sviati. Co
nosciamo l'importanza avuta, nella sua vita, dai libri pubblicati. Sprovveduto quando nel 1844 pubblicò la sua prima opera, dieci
anni più tardi si rivelò adattissimo anche a questo genere di attività. Aveva avuto l'accortezza di farsi controllare e guidare da vicino. Un esemplare dell'interfoglio delle Sei domeniche e la novena di san Luigi Gonzaga (1846),

29 Vedere E. CERTA, Memorie biografiche, t. XI, p. 292.

30 Per esempio, G. Bosco a G. Oreglia, s.j., 7 agosto 1868, in Epistolario, t. I, p. 570.

31 Regolamento per le case..., Torino, 1877, parte seconda, c. V, p. 68.

conservato nell'archivio di Valdocco, basterebbe a confermarcelo con le sue molteplici correzioni di errori di ortografia, sintassi e vocabolario, fatte da un amico più esperto. Le successive edizioni della Storia ecclesiastica confermano i suoi progressi. Nel 1845, il libro, ammirevole nella sua « umile semplicità » come affermava generosamente Don Caviglia, non poteva essere scritto in modo peggiore: « punteggiatura strana », « ortografia incerta », « lingua e stile scorretti o ricercati » e « piemontesisrni tipici ».32 L'edizione del 1870 sarà molto migliorata?' E, nel 1874, certamente « per í buoni uffici dei suoi amministratori », ma finalmente..., il prosatore esitante di Torino veniva ammesso, sotto il nome pomposo di Clistene Cassiopeo, all'Accademia romana dell'Arcadia, uno dei cenacoli dell'umanesimo letterario (e moralizzante) dell'Italia del :tempo." Un rigoroso esame della sua opera dimostrerebbe infine quanto egli si sia dato da fare per studiare la storia e la legislazione degli ordini, congregazioni e confraternite dí religiosi e laici, quando decise di fondare la società salesiana, e poi l'Istituto delle Figlie di 'Maria Ausiliatrice, e la pia unione dei cooperatori salegiani. Le sue letture 'di storia della Chiesa nel seminario di Chieri e, più tardi, a Torino, quando aveva riunito il materiale della sua Storia ecclesiastica e delle sue vite dei papi, lo avevano iniziato, da lontano, a questa singolare attività. Non si accontentò di questo e, soprattutto dal 1857, si informò da diverse parti per ampliare le sue conoscenze: l'archivio di Valdocco, alcune sue affermazioni e l'analisi del testo delle Costituzioni salesiane, non permettono di dubitarne 3s Quindi, anche in questo settore si. è preoccupato di darsi una cultura professionale.

32 A. CAVIGLIA, in Opere e scritti..., vol. I, parte seconda, Torino, 1929, p. 12, nota.

33 Ibid., p. 237 e ss.

34 E. CERIA, Memorie biografiche, t. XII, p. 159. Su questa accademia, vedere G. TOFFANIN, Storia dell'Umanesimo, vol. IV: L'Arcadia, 25 ed., Bologna, 1964, libro d'altra parte con troppi particolari, ma che non parla degli Arcadi del xix secolo; in francese, P. ARRIGHI, La littérature italienne, 2a ed., Parigi, 1961, pp. 50-52.

35 Stiamo preparando un'opera sulle Costituzioni salesiane. (Cfr. F. DESRAMAUT, Les constitutions salésiennes de 1966. Commentaire historique, I, Roma 1969).

I suoi giovani seguivano lo stesso itinerario, quello che íl maestro avrebbe voluto far percorrere a tutti i giovani senza distinzione. Essi all'indispensabile cultura religiosa univano una necessaria cultura specializzata. Nel suo apostolato presso i giovani abbandonati, aveva cominciato con la prima: inizialmente la sua fu una lezione di catechismo," ma in seguito venne dato loro un mestiere. Significativa delle sue intenzioni e conforme a quasi venticinque anni di attività, una frase delle Costituzioni approvate
nel 1874 diceva: « [I nostri giovanetti] si istruiranno nelle verità della Cattolica Fede e saranno eziandio avviati a qualche arte o
mestiere ».37 L'uomo deve potersi guadagnare da vivere. Al termine della scuola, i suoi artigiani avrebbero conosciuto un mestiere
che li avrebbe sotaatti, più tardi, alla fame e alla miseria. Le posizioni di Don Bosco sono curiosamente riflesse da questo passo della
sua biografia di san Paolo: « Era costume presso gli Ebrei di far imparare ai loro figliuoli un mestiere mentre attendevano allo studio della Bibbia. Ciò facevano affine di preservarli dai pericoli che seco porta l'oziosità; ed anche per occupare il corpo e lo spirito in qualche cosa che potesse somministrare di che guadagnarsi il pane nelle gravi congiunture della vita »." Il suo interesse, evidentemente predominante per la loro forza morale, non escludeva la sua preoccupazione circa il valore professionale dei suoi giovani.

La grandezza morale

Siccome, in definitiva, si trattava della salvezza e della santità e poiché, secondo lui, lo sviluppo delle virtù morali umane, fino all'eroismo incluso, andava di pari passo col progresso della santificazione, Don Bosco non poteva non attribuire la massima importanza allo sviluppo delle virtù dei suoi allievi; di talune in particolare, che íl suo temperamento, la sua missione e la sua vita hanno legato alla sua spiritualità, al punto da identificarsi con essa. Oltre alla carità fraterna e ad altre virtù, come la castità — cui accenneremo nel capitolo sull'ascesi —, Don Bosco ha preferito l'energia,

36 Memorie dell'Oratorio..., pp. 124-127.

37 Regulae seti Constitutiones Societatis S. Francisci Salesii..., Torino, 1874, c. 1, art. 4.

38 G. Bosco, Vita di S. Paolo..., 2a ed., Torino, 1878, c. 1, p. 5.

l'audacia, la prudenza e la bontà sorridente, che riscontrava con piacere nei suoi migliori discepoli ed ha esaltato, ad esempio, nella vita di Domenico Savio.

L'energia nel lavoro

L'energia esaltata da Don Bosco si manifesta nella vita quotidiana. Egli amava il lavoro. Con la « temperanza », l'attività laboriosa — cui si riferiva quando usava il termine lavoro• " — garantiva la vera grandezza e la vera efficacia dell'uomo. « Ma tu ricorda sempre a tutti i nostri Salesiani il monogramma da noi adottato: Labor et temperantia. Sono due armi con cui riusciremo a vincere tutti e tutto »." Questo fiero motto forse sembra strano a coloro che pensano soltanto al dodicenne che danza su una corda! Vediamo di approfondire.

Da Siracusa alla frontiera svizzera, l'Italia s'allunga enormemente. Nel xix secolo le sue popolazioni erano ancor più differenziate di oggi. Giovanni Bosco non è cresciuto in un ambiente napoletano, come un francese potrebbe supporre, a torto o a ragione, e secondo le usanze dell'Italia meridionale « nella quale il diritto al riposo è sacro come il diritto al lavoro e la cui regola d'oro è che bisogna lavorare per vivere e non vivere per lavorare »; 41 ma

39 Don Bosco ainibuiva volentieri al vocabolo lavoro, senza determinativo, il significato di lavoro manuale, e in questo caso lo opponeva a studio. Ma, come si vede attraverso la sua corrispondenza coi sacerdoti salesiani, quando egli incoraggiava al « lavoro », intendeva anche, con questo termine, ogni azione produttiva, sia immediatamente, sia a lunga scadenza, sia manuale che intellettuale o apostolica. In compenso, ha sempre distinto il lavoro dal gioco e dalla preghiera.

40 G. Bosco a G. Fagnano, 14 novembre 1877, in Epistolario, t. III, p. 236.

41 J. FOLLIET, Réflexions critiques sur la civilisation du travail, in Recherches et débats, cahier 14, 1956, p. 164. Del resto, l'autore fa l'elogio di questa « vecchia sapienza » « piena di buon senso ». t interessante che il napoletano Alfonso de' Liguori sia stato, fin dal tempo dell'amicizia di Don Bosco con Comollo, uno dei modelli di Giovanni Bosco nella sua costante attività: « [Comollo] aveva letto nella vita di sant'Alfonso, come esso aveva fatto quel gran voto di non perdere mai tempo, la qual cosa era al Comollo motivo di alta ammirazione, e studiavasi con tutto l'impegno d'imitarlo; perciò fin dal suo primo entrare nel Seminario... » ([G. Bosco], Cenni storici sulla vita del chierico Luigi Comollo..., Torino, 1844, c. 3, p. 27).

nella campagna piemontese, in cui, per tradizione, si affronta decisamente la fatica, e nel mondo urbano dell'Italia settentrionale dell'èra preindustriale. Fin dall'infanzia, gli aforismi della mamma gli insegnarono la necessità dello sforzo e dell'abilità su questa terra." Alcuni contadini intolleranti verso gli indolenti gli diedero le prime e incomparabili lezioni sul vero modo di lavorare. Egli visse a contatto, più o meno stretto, con artigiani e capi di imprese torinesi, cellule di un mondo in cui fioriva la religione del lavoro — il laburismo, come doveva chiamarlo Emmanuel Mounier caratteristico della civiltà capitalistica e borghese del xix secolo. Ostinatamente positivi, questi fanatici delle realtà terrene detestavano i parassiti, a cominciare dai monaci e dalle monache dei conventi e dei chiostri." « La morale borghese fa del lavoro la virtù prima. Lavoro, perseveranza, probità, risparmio ».44 San Giovanni Bosco talvolta usava lo stesso linguaggio. La sua spiritualità, nata nel mondo occidentale moderno, che riconosceva solo ciò che era efficace, è stata influenzata dalla mentalità di un secolo che aveva il culto del lavoro
Egli stesso ha lavorato, e intensamente, e analogamente ha fatto lavorare attorno a sé. « Lavoro — scriveva Don Dalmazzo il 7 maggio 1880 — e intendo che tutti i Salesiani lavorino per la Chiesa fino all'ultimo respiro »." Parlava con gioia del « lavoro immenso » che gli incombeva e dell'incessante penuria di personale per la sua opera in continua espansione." In taluni giorni tanto affannosi lo si sorprendeva a scrivere, lui sempre così calmo: « Il lavoro mi fa andar matto »," oppure: « I sòn mes ciouc [di lavoro] »," o ancora: «

42 Vedere G. B. LEMOYNE, Scene morali di famiglia nella vita di Margherita Bosco, Torino, 1886, c. 24. Questo capitolo è dedicato ai Proverbi e battute della madre di Don Bosco.

43 Sopra (capitolo I) abbiamo parlato della « legge dei conventi », promulgata con questo spirito dal governo degli Stati sardi nel 1855.

44 J. FOLLIET, Réflexions critiques..., art. cit., p. 165.

45 Epistolario, t. III, p. 585. Del resto, la parte più importante della frase è la fedeltà della società salesiana alla Chiesa cattolica.

46 G. Bosco a G. Costamagna, 9 agosto 1882, in Epistolario, t. IV, p. 160.

47 G. Bosco a M. Rua, s.d. (aprile 1876, secondo l'editore), in Epistolario, t. III, p. 53.

48 « Sono mezzo ubbriaco (di lavoro) ». G. Bosco a G. Cagliero, 16 novembre 1876, in Epistolario, t. III, p. 114.

Non so più dove cominciare e dove finire ».49 Il suo esempio impediva ai poltroni dí dormire. Riuscì con tanta abilità ad infondere nei suoi collaboratori il suo ardore da credersi in dovere dí ringraziarli, negli ultimi anni della sua vita, per essersi « offerti di lavorar meco coraggiosamente e meco dividere le fatiche, l'onore e la gloria in terra »." La laboriosità dei gruppi che dovevano creare la società salesiana dell'inizio del xx secolo, era infatti degna di ammirazione.

La sua filosofia della vita, ispirata dalla Bibbia e dalle meditazioni sulla storia umana, giustificava il posto primario che egli attribuiva al lavoro nella vita.

Fin dall'origine, prima ancora di peccare, l'uomo ha lavorato. « Iddio per istruirci che dobbiamo fuggire l'ozio aveva anche ordinato ad Adamo di lavorare, ma ciò per diporto soltanto e senza penosa fatica »." Secondo Giobbe, spiegava ancora ai suoi lettori, « l'uccello è nato per volare, l'uomo per lavorare »." Il lavoro è iscritto nel destino umano; senza lavoro l'umanità perisce. D'altronde, l'uomo ozioso si avvilisce, mentre l'uomo laborioso si nobilita. Egli vedeva le prove di questa doppia proposizione da una parte nelle vicende di Annibale, invischiato nelle delizie di Capua," e di Antonio, sedotto da Cleopatra; m dall'altra, in quelle di Augusto che, divenuto imperatore, continuava ad istruirsi," del Muratori, « uno dei più dotti e laboriosi uomini di cui si onora l'Italia » 56 e di tanti personaggi coraggiosi che con entusiasmo

49 G. Bosco alla contessa G. Corsi, 22 ottobre 1878, in Epistolario, t. III, p. 397.

50 G. Bosco ai salesiani, 6 gennaio 1884, in Epistolario, t. IV, p. 249.

51 G. Bosco, Storia sacra..., 3a ed., Torino, 1863, epoca prima, c. 1 (in Opere e scritti..., voL I, parte prima, p. 131).

52 G. Bosco, Maniera facile..., 23' ecL, Torino, 1855, Massime morali ricavate dalla Sacra Scrittura (in Opere e scritti..., voi. I, parte prima, p. 81). La sentenza di Giobbe è sostanzialmente riprodotta in [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2° ed., Torino, 1851, Cose da fuggirsi—, art. I, p. 20.

53 « I soldati avevano perduto l'abitudine delle fatiche e dei disagi. La qual cosa deve insegnarci che l'ozio trae seco i vizi, e che soltanto un lavoro assiduo rende gli uomini virtuosi, coraggiosi e forti » (G. Bosco, Storia d'Italia..., 5a ed., Torino, 1866, epoca prima, c. 20, p. 57).

54 « Questi vizi, cioè l'ozio e la dissolutezza, disonorano gli uomini e li fanno cadere in dispregio presso a tutti i buoni » (ibid., epoca prima, c. 29, pp. 77-78).

55 Ibid., epoca seconda, c. 1, p. 83.

56 Ibid., epoca quarta, c. 24, p. 380.

illustrava nei suoi libri. Tante volte ha deplorato i misfatti dell'oziosità sognatrice. In una serie di Ricordi per un giovanetto che desidera passar bene le proprie vacanze, foglietto anonimo ma al quale aveva dato un contributo essenziale, si legge questa frase che in seguito sembrerà talvolta fuori di moda: « lI tuo più grande nemico è l'ozio; combattilo tenacemente »." Il lavoro invece allontana i desideri perversi e purifica gli uomini? Passando dall'individuo all'umanità, egli paragonava quest'ultima a un alveare in cui ciascuno deve svolgere un compito determinato da una disposizione della Provvidenza. Chi se ne affranca o lo trascura è un parassita, un ladro veramente ripugnante. Amava ripetere con san Paolo: « Colui che non vuol lavorare, non mangi »." In concreto, non facciamo altro che ricordare la ragione principale del lavoro umano secondo san Giovanni Bosco: voluto da Dio, il lavoro lo deve servire. Il vero cristiano è un buon servitore che attende il salario nell'aldilà. « Nelle fatiche e nei patimenti non si dimentichi che abbiamo un gran premio preparato in cielo ».60
Se egli fraternizzava con un mondo dagli orizzonti limitati, di cui condivideva « l'amore al lavoro » al punto da raccomandarlo ai suoi giovani nel loro regolamento," superava i moventi volgari di cui quel mondo si accontentava — l'interesse immediato e l'ambizione

57 Ricordi per un giovanetto che desidera passar bene le vacanze, Torino, 1874, p. 2. Questa pagina sembra sia stata tutta opera di Don Bosco, secondo la sua lettera a M. Rua, s.d. (agosto .1873), in Epistolario, t. II, p. 295.

58 G. Bosco a N.N., 12 gennaio 1878, ín Epistolario, t. III, p. 272. Vedere anche G. Bosco a T. Remotti, 11 novembre 1877, in Epistolario, t. III, p. 235; e gli Avvisi importanti ai giovani intorno ai loro doveri, 5 4, art. 4, incluso in G. Bosco, Porta teco..., Torino, 1878, p. 50.

59 2 T ess. 3, 10. Citato in G. Bosco, Maniera facile..., 2a ed., Torino, 1855, Massime morali... (Opere e scritti..., vol. I, parte prima, p. 81); nel Progetto di Regolamento per la casa annessa..., parte seconda, c. 2, art. 1, pubblicato da G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IV, p. 748; ecc.

60 G. Bosco ai primi missionari salesiani, 11 novembre 1875, in Epistolario, t. II, p. 517. Aggiungere: « Si delectat magnitudo praemiorum, non deterreat certamen laborum » (G. Bosco ai salesiani, 6 gennaio 1884, in Epistolario, t. IV, p. 250).

61 « Ognuno pensi che l'uomo è nato per il lavoro, e che solo chi lavora con assiduità ed amore ha il cuore in pace e trova leggera la fatica » (Regolamento per le case..., Torino, 1877, parte seconda, c. 7, a. 9, p. 75). Tuttavia non si conosce l'autore di questo articolo, che è apparso solo più tardi nel corpus del Regolamento. E però certo che Don Bosco lo ha controllato e approvato.

— per cercarne altri nella natura dell'uomo, nel corpo sociale e, soprattutto, nel destino soprannaturale della creatura riscattata."

L'audacia e la prudenza

Con l'energia nel lavoro, le virtù congiunte della fortezza e della prudenza cristiane gli permettevano di vivere la sua santità in un'epoca in evoluzione, di interessi contrastanti e di innumerevoli pressioni. Egli trovava il modo di sfondare, di affermarsi e, con tutta carità, di essere l'opposto di un imitatore succubo. Un autore, per lo meno, ha ritenuto che il dono della sapienza fosse la caratteristica della sua santità."
Osserviamolo di nuovo crescere e imporsi nel xix secolo, questo piccolo contadino dell'Italia del Nord, che gettò le basi di una delle più grandi imprese della cattolicità contemporanea. Avrebbe potuto diventare un contadino industrioso della campagna astigiana, o un edificante discepolo di san Francesco d'Assisi, oppure anche uno zelante parroco piemontese. La vita, infatti, successivamente gli propose in modo ben preciso queste occupazioni insieme con alcune altre altrettanto chiare." Se scelse strade diverse che dovette aprire personalmente — apostolo di giovani abbandonati, editore cattolico, costruttore di chiese e fondatore di società religiose — lo dovette a un'audacia straordinaria favorita da Dio.

Questa virtù non mancava di precedenti ben radicati. Il xix secolo torinese era favorevole alle vocazioni eccezionali. Diversi avventurieri hanno lasciato il Piemonte per cercar fortuna in America. Uomini d'affari hanno fondato imprese prospere nella città di Torino in espansione. Uomini politici, molti dei quali in relazione con Don Bosco, furono gli artefici dell'unità italiana tra il 1850 e il 1870. L'ambiente in cui viveva nutriva ambizioni fino ad allora sconosciute.

62 Su Don Bosco e il lavoro, alcune note istruttive di E. CE1UA, Don Bosco con Dio, ed. cit., pp. 262-269.

63 C. PERA, o.p., I doni dello Spirito Santo nell'anima del beato Giovanni Bosco, Torino, 1930, pp. 291-309.

64 Per lo meno precettore di ricca famiglia (Memorie dell'Oratorio..., p. 120).

L'audacia era in lui come una seconda natura. Il suo temperamento non si sarebbe adattato ad un'esistenza di funzionario insignificante, meticoloso e sicuro del domani. Egli si imponeva all'attenzione per le sue doti di capo e le sue vedute originali. Spiccò sempre tra i suoi pari: compagni di gioco dell'infanzia, compagni dí collegio e di seminario, sacerdoti della diocesi di Torino." Secondo una « tradizione », che sarebbe interessante poter controllare, la sua originalità colpiva il miglior conoscitore dell'anima sua. Alla domanda: « Chi è Don Bosco? », Don Cafasso avrebbe risposto in modo enigmatico: « Mistero! »." A parte la fondatezza di questa espressione, Don Bosco sorprendeva per le sue iniziative chi gli era vicino. Ma il « mistero » che Io circondava non lo isolava. Giovanni Bosco ha coalizzato attorno a sé molteplici energie. Egli trascinava verso battaglie che, senza il Vangelo, sarebbero state spietate. Nel sogno dei nove anni, il suo primo istinto era stato di colpire. Aveva risposto poco amabilmente al fratello Antonio che lo canzonava per il suo amore per lo studio.•' A diciassette anni aveva preso a cazzotti alcuni coetanei che infierivano contro Luigi Comollo." Questo gusto della lotta si ritrova più tardi nelle polemiche coi valdesi, protestanti e anticlericali. Le sue opere ci confermano che, nell'età matura, la foga non era scomparsa dal suo carattere. Nel xvm secolo, e con un'altra vocazione, sarebbe stato un buon ufficiale degli Stati sardi, riserva militare della penisola.

Uomo d'azione, non si avventurava nel mondo delle teorie.

65 Memorie dell'Oratorio..., pp. 27-28, 52-53, ecc. L'aneddoto dei due ecclesiastici che, incaricati di portarlo in un manicomio a motivo delle sue « idee fisse », corsero íl rischio di esservi loro rinchiusi, è fondato. Infatti viene raccontato da Don Bosco nella sua « autobiografia » (ibid., p. 164), e E. Certa conosceva anche il nome delle vittime: Vincenzo Ponzati e Luigi Nasi (ibid., nota 81).

66 Riflessione posta nel 1853 dalla storiografia salesiana. (Vedere, per esempio, E. CERTA, Don Bosco con Dio, ed. cit., p. 104).

67 Memorie dell'Oratorio..., p. 38. Questa scena permette dí immaginare la violenza di altri alterchi che divisero la famigliuola.

68 Memorie dell'Oratorio..., pp. 60-61. Da notare queste righe sufficientemente eloquenti: « Siccome non avevo sotto mano né sedia né bastone, afferrai per le spalle un condiscepolo e me ne servii come di un bastone per colpire i miei avversari. Quattro di loro caddero a terra, gli altri fuggirono gridando e implorando misericordia... » (p. 61).

Le audacie dí san Giovanni Bosco non hanno interessato i princìpi, tranne forse in educazione, anche se c'è da dubitarne." Ci rendiamo conto sempre di più che la sua filosofia, la sua teologia, le sue idee sociali e politiche — in realtà controllate e, all'occorrenza, smussate dalla sua esperienza — sono state quelle di maestri e di autorità garantite dalla Chiesa. Don Bosco non ambiva assumere posizioni dottrinali originali, o anche solo scegliere fra opinioni controverse.7° Il suo posto non è accanto a Gioberti e Rosmini, bensì a san Vincenzo de' Paoli e al Curato d'Ars. Il suo pensiero può recare l'impronta unica del suo temperamento, ma non fu mai temerario. Come quella di san Vincenzo, la sua mente, sempre sveglia, era sollecitata dalla ricerca e dall'elaborazione dei mezzi di apostolato. Sappiamo che non ebbe timore di compromettere la propria pace e la propria sicurezza nella sua missione di evangelizzazione, prima dei giovani artigiani, poi nel lancio delle Letture Cattoliche che gli procurarono minacce molto precise e tentativi di omicidio. La sua audacia fu per Io meno altrettanto chiara nella fondazione di una congregazione mondiale, malgrado la resistenza dei due successivi arcivescovi di Torino; Riccardi dí Netro, e soprattutto Gastaldi. La povertà delle sue risorse accresceva ulteriormente il merito delle sue innumerevoli imprese: Don Bosco disponeva solo di risorse di fortuna e all'inizio della sua opera non si vedono al suo fianco collaboratori adulti, com'era avvenuto per sant'Ignazio di Loyola, ma soltanto dei giovani, e non tutti si dimostravano dei, geni. Tuttavia, egli osò...

Del resto, egli era spoglio di qualsiasi presunzione. Di intelligenza sagace, temperava la sua audacia con la riflessione e la dirigeva con la prudenza, altre virtù forse troppo misconosciute in

69 Uno studio critico del trattato del Metodo preventivo nell'educazione della gioventù dovrebbe, su questo punto, chiarire le idee.

70 Ma se ne rendeva conto, e in modo positivo, come lo si può capire da ma risposta orale inserita nel diario di Domenica Ruffino in data 16 gennaio (1861 o 1862): « Io studiai molto queste questioni (i sistemi dell'efficacia della grazia); ma il mio sistema è quello che ridonda a maggior gloria di Dio. Che mi importa di aver un sistema stretto e che poi mandi un'anima all'inferno o che abbia un sistema largo purché mandi anime al paradiso » (D. RUFFINO, Cronache, quaderno 2, pp. 8-9, in ACS, S. 110. Il testo di G. B. Lemoyne, in Memorie biografiche, t. VI, p. 832, non è del tutto fedele all'originale).

lui e nella sua spiritualità. Le sue confidenze della vecchiaia testimoniano che, per tutta la vita, egli ha chiesto consigli• e tenuto conto delle opinioni altrui, venissero dalla mamma, da Luigi Co-mollo, dal parroco Comollo, zio di Luigi, da Don Cafasso, dall'arcivescovo Fransoni, dal ministro Rattazzí o da Pio IX." « Non ho mai fatto un passo senza il consenso » del mio arcivescovo, confidava un. giorno a Michele Cavour, padre del celebre Camillo." È vero che ciò avveniva nel 1846, che l'arcivescovo si chiamava Fransoni e che i suoi ordini non contraddicevano i desideri del 'sovrano pontefice! Ma Don Bosco non si abbandonava all'ispirazione; anche i suoi sogni erano più controllati di quanto talvolta si possa immaginare. L'espressione alla buona: così comune' nella sua terra, non gli piaceva. « Il dire che si va avanti alla buona è quanto dire che si va avanti male »." Le sue decisioni erano prese solo dopo un esame talvolta rapido, ma sempre attento alle situazioni. Egli maturò a lungo e ritoccò sovente i regolamenti di oratòri e di società religiose che ebbero alla fine le garanzie congiunte di molteplici modelli e della sua personale esperienza.74 Man mano che gli anni passavano sembra che raccomandasse sempre più insistentemente la calma, l'attesa e il rinvio ad alcuni discepoli più di altri facilmente focosi e temerari.'
La sua audacia non era provocatoria, lo vedremo fra poco. La sua attività non era quella d'un egoista che esibisce la sua bravura, né quella d'un brutale che ignora la presenza altrui. La sua pedagogia presupponeva il rispetto delicato delle persone: educò amabilmente dei fanciulli di cui poco ci si occupava; riunì degli uomini per contribuire, senza ostentazione, alla loro elevazione

71 Memorie dell'Oratorio..., pp. 31, 60, 81, 113, ecc.

72 Memorie dell'Oratorio..., p. 159.

73 Secondo E. CERIA, Memorie biografiche, t. XIV, pp. 114-115. Questa parola, messa nell'ultima parte della vita di Don Bosco e in un tempo ir cui i suoi discorsi erano raccolti con molta cura, ispira fiducia.

74 La maggior parte dei progetti di costituzioni salesiane tra il 1859 e il 1874, dato che sono stati conservati nell'archivio di Valdocco, si possono facilmente controllare.

75 Vedere A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, p. 1018. Da notare qui una sentenza scritta su un segnalibro del suo breviario: « Fratelli miei, portate con voi la chiave delle vostre stanze e la chiave delle vostre lingue » (San Pier Damiani; vedi oltre, doc. 5).

umana e soprannaturale; scrisse senza ricercatezza, ma con semplicità per istruire i lettori. I suoi doni appartenevano a Dio, alla Chiesa e alla « società ». La sapienza gli sconsigliava, tra l'altro, l'agitazione sistematica, disordinata, irriflessiva e quindi inutile se non nociva. Ha ripetuto: « Fate quello che potete: Dio farà quello che non possiamo far noi »," e: « Lavorate, ma solo quanto le proprie forze comportano »." Egli sapeva che il lavoro è un mezzo, e non lo idolatrava. Ma era accorto: ricordiamo i suoi talenti di diplomatico. Certo, secondo una sua espressione, quando si trattava di « salvare la gioventù in pericolo » e di « guadagnare anime a Dio » correva « avanti fino alla temerità »." Non si può infatti negare quello che tutta la sua vita ha testimoniato. Ma Don Ceria, basandosi su una conversazione del 1876 con Giulio Barberis, riassumeva giustamente « lo spirito proprio della società salesiana », qui come al solito confuso con quello del suo fondatore: « Non mai prendere di fronte gli avversari, non ostinarsi a lavorare dove non si può far nulla, ma portarsi dove si possano impiegare utilmente le forze ».79 Coerente con questo principio, il santo sgranava consigli pieni di vecchia sapienza: provate íl valore degli uomini," non procedete in ogni cosa se non con « la prudenza del serpente » unita « colla semplicità della colomba »," non pretendete sconsideratamente di migliorare il mondo col rischio di distruggere quello che esiste, perché « il meglio è nemico

76 G. Bosco a G. Cagliero, 13 novembre 1875, in Epistolario, t. II, p. 518.

77 G. Bosco ai missionari salesiani, 11 novembre 1875, in Epistolario, t. II, p. 517.

78 G. Bosco a Carlo Vespignani, 11 aprile 1877, in Epistolario, t. III, p.,166.

79 E. CERIA, Memorie biografiche, t. XII, p. 255. Questa riflessione è stata sviluppata anche da G. B. Lemoyne nel processo diocesano di cononizzazione, ad 22; in Positio super introductione causae. Summarium, pp. 665-666.

80 « Per quanto riguarda íl professor Nuc (sic), omnia probate, quod bonum est tenete » (G. Bosco a M. Rua, 21 gennaio 1879, in Epistolario, t. III, p. 439).

81 « Questa è accettazione in massima; ora volendo venire al particolare credo bene di maneggiare la cosa colla semplicità della colomba e colla prudenza del serpente » (G. Bosco a G. Usuelli, 26 novembre 1877, in Epistolario, t. III, p. 243).

del bene »," e, pur ricercando la perfezione, sappiate « contentar[vi] del mediocre »."
La marcia verso Dio di un figlio del Regno era intesa in questi termini da Don Bosco che seppe utilmente battagliare e destreggiarsi. Con la sua vita e con le sue esortazioni predicava energia e prudenza, audacia e saggezza. Averle praticate simultaneamente, senza dubbio, gli impedì di essere un'inutile meteora nella storia.

La bontà e la dolcezza

Insomma, non ha mai voluto sbalordire nessuno. I testimoni della sua maturità conservarono il ricordo d'un uomo sorridente, semplice e di una squisita bontà, cioè una rara affabilità, che è « la volontà abituale di rallegrare il prossimo, impedendogli di essere triste ».84 La sua parola aveva ammaliato parecchi suoi testimoni. Aveva- avuto per i suoi figli, í salesiani, per i suoi cooperatori, laici ed ecclesiastici, e per i suoi giovani, delicatezze infinite: interventi disinteressati, piccoli regali, lettere gentili, gesti di attenzione, parole tranquillizzanti, il cui solo ricordo rasserenava i cuori." « Quanti ebbero la bella sorte di vivere al suo fianco, attestano che il suo sguardo era pieno di carità e di tenerezza, e che appunto per questo esercitava sui giovani un'attrattiva irresistibile (...). D'indole intimamente buona, egli dimostrava stima ed affetto verso tutti i suoi alunni » scriveva per esperienza

82 « Riguardo alla sua posizione non dimentichi il detto: chi sta bene non si muove, e chi fa bene non cerchi meglio. Molti furono illusi, e non badando a questa massima cercarono il meglio e non poterono nemmeno più fare il bene, perché, come dice un altro proverbio, il meglio è nemico del bene. Parlo col cuore alla mano... » (G. Bosco a L. Guanella, 27 luglio 1878, in Epistolario, t. III, pp. 369-370). Questa lettera è preziosa per l'esegesi di un proverbio familiare a Don Bosco, proverbio che in questo caso, ma molto a torto, lo ha fatto qualche volta passare per un conservatore sistematico.

83 Consiglio dí Don Bosco a G. Bonetti, 6 giugno 1870, in Epistolario, t. Il, p. 96.

84 H.-D. NOBLE, Bonté, nel Dictionnaire de Spiritualité, t. I, col. 1861.

85 Alcuni dettagli in E. CERTA, Don Bosco con Dio, ed. cit., pp. 76-77, 224-231. La sua corrispondenza ne fornisce altri.

Don Albera." Quanto agli adulti, molti hanno creduto di essere i prediletti," perché egli voleva, naturalmente, diffondere la felicità attorno a sé e, in questo, trovava la sua gioia.

Motivi molto semplici disponevano alla bontà suo cuore pronto ad amare — la sua amicizia di adolescente con Luigi Co-mollo è significativa —: l'attrattiva del mondo e di una natura umana che il peccato non ha completamente avvilita, la debolezza innocente o pietosa dei giovani e degli adulti," e anche testimonianze che lo fecero riflettere. Luigi Comollo era affabile e faceto, delicato e colmo di attenzioni." La bontà di Giuseppe Cafasso, sicuramente molto rara, era dolce e comprensiva. Don Bosco l'ha assunta a modello con tanta perfezione che taluni profili da lui tracciati di questo santo nelle sue orazioni funebri del 1860, potrebbero descrivere indifferentemente il maestro e il discepolo. Questo, 'ad esempio, che si potrebbe credere firmato da un testimone dei suoi interminabili colloqui degli ultimi anni: « Talvolta era stanco a segno che non poteva più far sentire il suono della voce e non di rado egli doveva trattare con gente rozza che nulla capiva, e di nulla mostravasi appagata. Nondimeno era sempre sereno in volto, affabile nelle parole, senza mai lasciare trasparir una parola, un atto, che desse alcun segno d'impazienza »."
Sull'esempio di Don Cafasso, Don Bosco, sebbene audace ed energico come pensiamo di averlo descritto, provava ripugnanza per i sistemi rudi, militari, dei metodi « repressivi » 91 e ornava la sua bontà con la vernice della dolcezza. Quando, dopo alcune delusioni, ebbe finalmente acquisito questa qualità, nessuna scorza austera e burbera, deplorata da lui nel clero della sua infanzia," lo

86 P. ALBERA, Lettere circolari ai Salesiani, Torino, 1922, p. 289: lettera del 20 aprile 1919.

87 Osservazione di E. CERTA, Memorie biografiche, t. XVIII, p. 490.

88 Vedere la sua commozione davanti alle celle dei carcerati di Torino, ín Memorie dell'Oratorio..., p. 123.

89 [G. Bosco], Cenni storici sulla vita del chierico Luigi Comollo..., Torino, 1844, c. 2, p. 24; e passim.

90 G. Bosco, Rimembranza storico-funebre dei giovani dell'Oratorio di San Francesco di Sales verso al Sacerdote Caffasso Giuseppe..., Torino, 1860, c. 5, p. 32.

91 G. Bosco, Il sistema preventivo..., I, in Regolamento per le case..., Torino, 1877, Introduzione, pp. 3-6.

92 Memorie dell'Oratorio..., p. 44.

nascose agli sguardi dei suoi vicini e degli osservatori della sua vita. Egli scelse, per principio, la bontà visibile, palpabile, la man
suetudine nei modi di fare, la valorizzazione delle qualità altrui,
il silenzio sui suoi difetti e la ricerca sistematica del bene umano e soprannaturale. Scriveva a Don Cagliero: « Carità, pazienza,
dolcezza, non mai rimproveri umilianti, non mai castighi, fare del bene a chi si può, del male a nissuno »; " e a Don Bonetti: « Fa' in modo che tutti quelli, cui parli, diventino tuoi amici ».94 Ogni categoria di persone ha beneficiato della sua dolcezza: fanciulli mal allevati," funzionari senza riguardo, sacerdoti (e vescovi) più o meno ostili e perfino autentici banditi che lo assalivano per strada. La dolcezza paziente di Don Bosco ha finito per dare alla sua santità un'impronta caratteristica nel mondo dei santi canonizzati. Si provi a rievocare la sua fisionomia davanti ad un uditorio informato: è raro che i volti non si distendano per assimilarsi al suo.

Da un certo punto di vista, questa dolcezza era tattica. Preoccupato di elevare gli uomini a Dio, Don Bosco si rifaceva volentieri alla seduzione della bontà, quella che il suo sogno dei nove anni gli aveva insegnato, e sul vigore che essa dà all'apostolo. Pregava i direttori salesiani di scegliere, per comandare, formule tranquillizzanti, e soggiungeva: « L'esperienza ha fatto conoscere che simili modi usati a tempo hanno molta efficacia »." A qualche malizioso ciò basterebbe per considerarlo un maestro ipocrita. In realtà, alla radice della sua bontà c'era la carità, quella che gli aveva insegnato san Paolo e che è tutt'altra cosa: « La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo »27 La bontà e la dolcezza, ancelle della carità e autentiche virtù anch'esse, facevano parte delle solide fondamenta della sua spiritualità.

93 G. Bosco a G. Cagliero, 6 agosto 1885, in Epistolario, t. IV, p. 328.

94 G. Bosco a G. Bonetti, 30 dicembre 1874, ín Epistolario, t. II, p. 434 (vedi oltre, doc. 29).

95 La scena tra Don Bosco e il giovane capo di banda, Michele Magone, sulla banchina della stazione di Carmagnola, è un modello di presa di contatto (G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Torino, 1861, c. I, pp. 7-11).

96 G. Bosco, Ricordi confidenziali..., Torino, 1886, art. Il comandamento.

97 Condensato di 1 Cor. 13,4-7, in G. Bosco, Il sistema preventivo..., in Regolamento per le case..., op. cit., p. 6.

La gioia e la pace

La gioia e la pace erano per lui i frutti della virtù, della carità in primo luogo, di cui, d'altronde, condizionavano íl felice
sviluppo.

Capitava, a volte, che in età matura, scrivendo una lettera,
il nostro santo si rimettesse a comporre dei versi come spesso aveva fatto in gioventù." Uno dei suoi corrispondenti, un giorno, ricevette questa quartina senza pretese:
« Ma voi siate tutti buoni, Sempre allegri, veri amici, Ricordando che felici
Rende solo il buon oprar »29
Questi versi nascondevano, per Don Bosco, un'importante verità: la gioia è concessa alla virtù. Egli sigillava con la gioia il suo edificio spirituale.

Dopo l'infanzia, aveva avuto un debole per la gioia, perché, secondo un'eccellente formula di Don Caviglia, era per temperamento « un santo di buon umore ». Osservatore acuto e sensibilissimo agli aspetti umoristici delle varie situazioni, gli piaceva moltissimo scherzare. Mistificò canonici," perpetue," compagni sempliciotti del convitto,102 ecc. Scherzava volentieri coi suoi: dava del marchese, del cavaliere o del poeta ad umili lavoratori le cui famiglie erano tutt'altro che nobili; 103 celiava con un bravo sacerdote mortificato per la sua piccola statura," o con un chierico che si lamentava del suo lavoro; 1" sorrideva di un titolo accademico

98 Nell'archivio di Valdocco esistono alcuni quaderni di versi.

99 G. Bosco a G. Rinaldi, 27 novembre 1876, in Epistolario, t.III p. 119.

100 Citiamo ancora il canonico Burzío, parroco della cattedrale dí Chieri, che supponeva giocasse di magia (Memorie dell'Oratorio..., pp. 72-73).

101 G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. I, pp. 428-431; ecc.

102 Vedere G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. II, pp. 99-102.

103 « P.S. Saluta da parte mia íl cavalier Pelazza, il marchese Barale e Conino il poeta » (G. Bosco a G. Dogliani, 1875, in Epistolario, t. II, p. 462).

104 «E Don Bologna è cresciuto? » (G. Bosco a M. Rua, 8 marzo 1875, in Epistolario, t. II, p. 464).

105 G. Bosco a G. Rinaldi, 27 novembre 1876, in Epistolario, t. III, p. 119.

che, per caso, aveva creduto bene di accettare; 106 rideva coi suoi amici di un ministro che gli aveva fatto un dono insignificante per le sue missioni: « L'è mei ch'un pugn ant'jeui [Questo val meglio che un pugno in un occhio], come dice Gianduja
Non per nulla san Filippo Neri e san Francesco di Sales erano i suoi modelli preferiti.

Amava, dunque, vivere nella gioia. La frase dell'Ecclesiaste secondo la Volgata: « Ho capito che non c'è altra felicità per loro che godere e rendersi lieta la vita »," gli era parsa così preziosa che ne fece un segnalibro del breviario." Una testimonianza, fra tante altre, del suo gusto per la gioia: il « volto allegro » e « l'aria sorridente » di Domenico Savio lo colpirono fin dal suo primo incontro col ragazzino 110 E predicò sempre la gioia. La sua campagna era sicuramente iniziata verso il 1832 quando, all'età di diciassette o diciott'anni, fondava alla scuola di Chieri la Società dell'allegria. La denominazione s'adattava benissimo a questa compagnia, spiegherà più tardi, « perciocché era obbligo stretto a ciascuno di cercare que' libri, introdurre que' discorsi e trastulli che avessero potuto contribuire a stare allegri; pel contrario era proibito ogni cosa che cagionasse malinconia... ».1" Nel 1841, uno degli scopi del suo oratorio fu certamente di tenere allegri i giovani di Torino. A quel tempo abbracciava totalmente le vedute di san Filippo Neri che, tre secoli prima, aveva detto: « Figliuoli, state allegramente: non voglio scrupoli, né malinconie: mi basta che non facciate peccati »,112 e quelle degli autori della tradizione « aloisíana ». Uno di questi, un anonimo, nel 1836 aveva stampato a Torino questi suggerimenti che potrebbero essere benissimo attribuiti

106 Vedere la lettera di cui sopra, datata da « Torino, dal conservatorio della mia Musa » (ibid., p. 119), e, sopra, la nota 34 su Don Bosco e l'accademia dell'Arcadia.

107 G. Bosco a G. Cagliero, 14 novembre 1876, in Epistolario, t. III, p. 112. Nell'originale, la riflessione di Gianduia, buonuomo faceto degli aneddoti torinesi del xix secolo, è in dialetto piemontese.

108 Eccle. 3,12. Si noterà che Don Bosco attribuiva a questa frase un senso morale, che nel contesto del libro biblico non ha.

109 Vedere oltre, doc. 5.

110 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., P ed., Torino, 1880, c. 7, p. 28.

111 Memorie dell'Oratorio..., p. 52.

112 [G. Bosco], Porta teco..., Torino, 1858, p. 34: Ricordi generali di S. Filippo Neri alla gioventù.

a Don Bosco: « Siate allegri nel Signore, divertitevi, rallegratevi, giubilate, avete perfettamente ragione. Dio ne è contento, e sarete anche amati di più dagli uomini »213 Egli conosceva già il. Servite Domino in laetitia, uno dei ritornelli di Luigi Comollo 114 che avrebbe aggiunto al testo della Guida angelica, compilato da lui per servire da introduzione al Giovane provveduto del 1847.'
Senza dubbio si deve riconoscere una sfumatura alla qualità della sua gioia: Don Bosco s'imponeva la castigatezza, la misura, e la sua gioia era tranquilla. Ripeteva la frase di san Filippo Neri: « Schivate l'allegrezza smoderata perché questa distrugge quel poco
di bene che si è acquistato Giustamente, chi l'ha conosciuto
o l'ha studiato da vicino, lo vede solo sorridente e disteso; non lo immagina scosso da risa smoderate.117 Nell'età matura, dopo le rare impennate della giovinezza, Don Bosco univa infatti nelle sue parole e nei suoi atti la calma, la bontà e la gentilezza. Certi ritratti, che agghiacciavano già Don Ceria,"8 gli hanno attribuito un aspetto melenso con un sorriso stereotipato. Per altro verso, più suggestivo forse, ma non altrettanto felice, un biografo di buona volontà ne ha fatto il ritratto di un avventuriero.119 Eh no! Un artista dovrebbe essere capace di rendere la bonaria malizia che trasfigurava lo sguardo della sua anima profonda e perspicace, e la calma pace d'un volto che talvolta bastava a rasserenare cuori angosciati.

Agli impazienti che volevano risolvere in un batter d'occhio questioni complesse« soleva rispondere: « Con calma, con calma, abbiamo fretta ».120 E rimaneva calmo e amabile, praticando a meraviglia P« eutràpelia », una virtù che egli inconsapevolmente

113 Un mazzolin di fiori ai fanciulli ed alle fanciulle..., op. cit., Torino, 1836, p. 235; citato da P. STELLA, Valori spirituali..., p. 45.

114 [G. Bosco], Cenni storici sulla vita del chierico Luigi Comollo..., Torino, 1844, c. 2, p. 24.

115 P. STELLA, Valori spirituali..., p. 50.

118 [G. Bosco], Porta teco..., Torino, 1858, p. 34.

117 Vedere G. B. IgmOYNE, Memorie biografiche, t. I, p. 95; secondo una confidenza di Don Bosco a Carlo Viglietti, come abbiamo potuto controllare.

118 Vedere Don Bosco con Dio, ed. cit., pp. 88-89.

119 M. DUINO, L'homme au chien gris (coli. Marabout junior), Verviers, s.d. (verso il 1956).

120 A.. DU BOYS, Dom Bosco et la Pieuse Société des Salésiens, Paris, 1884, p. 302.

ha proposto alla civiltà del tempo libero che sarebbe nata dall'èra industriale."' Né agitazione né marasma, né tumulto né tensione, ma pace e serenità e da ciò un clima favorevole al bene morale: ecco, secondo lui, le condizioni e anche gli effetti della gioia che ricadeva sull'anima libera, calma e aperta a Dio. La gioia che egli preconizzava era una porta sulla grazia.

Un umanesimo aperto

Se l'umanesimo è una dottrina che vuol rendere l'uomo felice con le sue risorse umane, nessun dubbio che la spiritualità di Don Bosco appaia come una forma di umanesimo. Egli voleva rendere gli uomini felici con la loro natura, le loro possibilità fisiche e morali, e nel mondo che è loro fino alla morte."2 Ma era anche convinto che nessuna felicità è possibile, senza Dio e senza una vera relazione con lui. Parlava della « vera gioia » che nasce « dalla pace del cuore, dalla tranquillità di coscienza ».123 Don Bosco ha ribadito da un capo all'altro della sua vita sacerdotale: « Noi vediamo che quelli, i quali vivono in grazia d'Iddio, sono sempre allegri, ed anche nelle afflizioni hanno il cuore contento. Al contrario coloro che si danno .a' piaceri vivono arrabbiati, e sí sforzano onde trovare la pace ne' loro passatempi, ma sono sempre più infelici: Non est pax impiis ».124 Ammettiamo pure l'esagerazione pedagogica in questa sentenza che oppone in modo crudo la gioia del devoto alla pena dell'empio. Resta però il fatto che, secondo lui,

121 Vedere H. RAHNER, Eutrapélie, nel Dictionnaire de Spiritualité, t. IV, col. 1726-1729.

122 Ecco perché queste righe già vecchie dí un testimone francese ci sembrano pertinenti: « Tutto il metodo consiste nel procurare all'anima un perfetto equilibrio. Nulla di più contrario all'illuminismo di questo peso e di questa misura, che esso richiede nella condotta Mia vita; nulla di più opposto ad un ascetismo fantasioso l'esigere da ogni individuo la più grande attività intellettuale e morale » (A. DU BOYS, Dom Bosco..., op. cit., pp. 310-311).

123 G. Bosco, 'Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 3, p. 16. Vedere anche: « Sii allegro, ma la tua gioia sia vera, come quella di una coscienza libera da peccato » (G. Bosco a S. Rossetti, 25 luglio 1860, in Epistolario, t. I, p. 194).

124 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., Torino, 1847, p. 28: Le Sei domeniche..., a. 6; ripetuto in tutte le edizioni posteriori dell'opera.

la funzione della « religione » — cioè, nel suo linguaggio, della vita con Dio e dei mezzi che l'assicurano — è preminente nella creazione e nel mantenimento della « vera gioia ». Per evitare ogni malinteso, chi vuol interpretare rettamente la frase di Domenica Savio al suo compagno Gavio: « Sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri » "5 ne deve tener conto. Si sa che Don Bosco, che l'inseriva intenzionalmente in una delle sue biografie didattiche, coltivava le gioie umane più semplici, quelle che sono date da una bottiglia dí Frontignan,' da un buon pranzo in collegio,'" o dalla distensione delle gambe su un campo di gioco; 128 e dalle gioie umane più nobili, come l'amicizia di due adolescenti entusiasti di perfezione."' Egli esaltava questa gioia di valore che è il frutto raro e gustoso della virtù.."° Ma voleva, ad ogni modo, una gioia basata su Dio, che rispetta la sua volontà e vi si conforma. Secondo una frase che occorre leggere con le sue volute ripetizioni, egli desiderava: « che stiano allegri di anima e di corpo e che facciano vedere al mondo quanto si possa stare allegri di anima e di corpo, senza offendere il Signore ».131 Questa gioia dell'anima era, in qualche modo, soprannaturale.

Schematizzando il suo pensiero, giungeva a dire che « la sola pratica costante della religione può renderci felici nel tempo e nell'eternità ».132 In un modo o nell'altro, ha ripetuto che « col sostentamento del corpo l'uomo ha bisogno del conforto dello spirito, e che tale conforto non si può altronde trovare se non nella religione, la quale sola può sollevare i pensieri e gli affetti dell'anima

125 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico.... 63 ed., Torino, 1880, c. 18, p. 83.

126 E. CERIA, Memorie biografiche, t. XVI, p. 264.

127 G. Bosco a G. Bonettí, 9 febbraio 1870, ín Epistolario, t. II, p. 74.

128 G. Bosco, Il sistema preventivo..., in Regolamento per le case..., Torino, 1877, Introduzione, p. 7.

129 Lui e Comollo, Domenico e Gavio, Domenico e Massaglia, senza contare gli esempi che trovava nella storia.

130 « Voi vedete, miei cari ragazzi, quanto sia vero che le dignità del mondo non costituiscono la vera felicità. L'uomo non può essere stimato felice se non quando pratica la virtù... » (G. Bosco, Storia d'Italia..., Torino, 1866, epoca seconda, c. 14, p. 115).

131 G. Bosco a tutti gli allievi del collegio di Lanzo, 3 gennaio 1876, in Epistolario, t. III, p. 5.

132 G. Bosco, Il Pastorello delle Alpi..., Torino, 1864, c. 34, p. 180.

ad (sic) bene sublime e perfetto, che nella vita presente non sí trova ».133 Senza la « religione », sia gli individui che le nazioni si impantanano, perché « la sola religione è sostegno degli imperi, la sola che passa formare la felicità dei popoli »."4
Il suo timore che la cultura scolastica dell'intelligenza, a quel tempo basata quasi interamente sulla spiegazione dei testi antichi, non generi menti abbastanza cristiane e comprometta il loro vero bene, è perciò comprensibile. Infatti, egli intervenne con vivacità, nella questione sollevata, nella metà del xix secolo, sull'introduzione degli autori pagani nell'insegnamento secondario, e fu più d'accordo con l'abate Gaume 135 che con Mons. Dupanloup."6 II suo principio era che bisognava purgare questi autori e anche preferir loro i latini cristiani. Sostituendo quelli con questi « noi potremo mettere un argine a un gran male del nostro tempo », spiegava ai suoi direttori di case il 27 luglio 1875137 Avesse torto o ragione, la risposta a questa difficile questione non ci riguarda. Qui ci interessa unicamente il suo rifiuto di una cultura chiusa e di un puro umanesimo, cioè di un umanesimo pagano.

Finché non si è abbandonata alla grazia di Dio, la natura è per se stessa incompleta. Essa attende questa rugiada, ma quando l'ha ricevuta che esultanza! Perfino la morte è trasfigurata in un « sonno di gioia »."8 Il cardinal Alimonda, in un'orazione funebre

133 [G. Bosco], Fatti contemporanei esposti in forma di dialogo, Torino, 1853, dialogo 2, p. 12. Riflessione ripresa più brevemente in G. Bosco, La forza della buona educazione..., Torino, 1855, c. 6, p. 48; ín G. Bosco a G. Turco, 23 ottobre 1867, ín Epistolario, t. I, p. 507; e, ad uso di due giovani fidanzati, in G. Bosco a A. Piccono, 4 settembre 1875, in Epistolario, t. II, p. 508.

134 G. Bosco, La Storia d'Italia..., 52- ed., Torino, 1866, epoca seconda, c. 12, p. 107: ín un articolo sull'imperatore romano Alessandro Severo, il cui sincretismo era favorevole al giudaismo e al cristianesimo.

135 J.-J. GAUME, Le ver rongeur des sociétés modernes, ou le paganisme dans l'éducation, Paris, 1851.

136 Su questa questione, vedere R. AUBERT, Le pontificat de Pie IX, op. cit., p. 57; J. LEFLON, Gaume, Jean-Joseph, ín Catholicisme, t. IV, col. 1783.È celebre la violenza di questa disputa che mise ín urto soprattutto Louis Veuillot e Mons. Dupanloup.

137 Secondo il processo verbale della riunione, riportato da E. CERTA, Memorie biografiche, t. XI, p. 29.

138 Nel caso di Michele Magone (G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 15, p. 84; vedere oltre, doc. 16).

pronunciata trenta giorni dopo la morte del suo vecchio amico, diceva che « esulta in essi [i discepoli di Don Bosco] il corpo, esulta lo spirito, ché la religione invigorisce la natura e la carità perfeziona la scienza »."9 L'osservatore sarà tanto più sensibile a questa incompletezza dell'uomo secondo il nostro autore in quanto come san Francesco dí Sales, anch'egli più severo di quanto le apparenze potrebbero lasciar supporre — Don Bosco attribuiva all'ascesi una parte importante nella vita spirituale cristiana. Non vi è felicità senza Dio, e non vi è nemmeno santità senza rinuncia.

139 G. ALIMONDA, G. Bosco e il suo secolo, Torino, 1888, p. 22.

CAPITOLO VI - L'INDISPENSABILE ASCESI

La « temperanza »

Bisogna rendersi conto e ammettere che il sorriso e le gentilezze di Don Bosco non solo celavano un autentico spirito di ascesi, ma che la stessa ascesi occupava nel suo insegnamento un posto di prim'ordine. Due citazioni cominceranno a convincercene: « Distacchiamo il nostro cuore dai piaceri di questa terra; innalziamo la mente a quella patria celeste, dove godremo i veri beni. Molti nemici ci tendono insidie, e cercano di condurci alla rovina. Noi dobbiamo coraggiosamente combatterli, ma il nostro scudo sia, come dice S. Paolo, una fede viva, una fede operosa che ci faccia abbandonare il male ed amare la virtù »; i e, più nervosamente: « Chi vuole salvarsi bisogna che si metta l'eternità nella mente, Dio nel cuore, il mondo sotto i piedi ».2
Coloro che lo immaginano compiacente e sdolcinato hanno meditato sulla consegna che ha dato alla sua società religiosa? Il suo motto, lavoro e temperanza, richiamava un programma di lotte e di privazioni laboriose, cioè un reale programma di ascesi se gli si vuol attribuire tutto il suo valore cristiano, cioè di privazione prima di tutto, e quindi soprattutto di « adesione » quanto mai difficile. Perché è bene sottolineare, con un autore contemporaneo,

1 G. Bosco, Cenni storici intorno alla vita della B. Caterina De-Mattei..., Torino, 1862, Conclusione, p. 186 (vedere oltre, doc. 17). Qui Don Bosco fa allusione a Ef. 5;14-17.

2 [G. Bosco], Porta teco..., Torino, 1858, Avvisi generali ai fedeli cristiani, sentenza 20 (vedere oltre, doc. 11). Ripetuto nell'edizione del 1878. Questi avvisi non erano tuttavia originali.

« noi consideriamo bene che il cristiano che si impone un digiuno pratichi l'ascesi, ma consideriamo anche (...) che quelli tra noi che hanno conosciuto la fame nei campi di concentramento, potevano praticare la più cristiana ascesi accettando, in un certo modo, e aderendovi interiormente, la privazione che veniva loro imposta dall'esterno ».3 Don Bosco predicava la limitazione volontaria del piacere e l'accettazione di una vita costantemente più o meno austera.

Non addolciamo la « temperanza » del suo motto. Temperanza significava l'astensione deliberata dalle soddisfazioni dei sensi coinvolti, ad esempio nel contemplare, mangiare, bere, dormire, e anche, evidentemente, nel toccare e sentire, con una certa inclinazione a sottolineare tutte le forme di austerità e di penitenza. « Amerò e praticherò la vita ritirata e la temperanza nel mangiare e nel bere, e non prenderò che il numero di ore di riposo strettamente necessario alla mia salute » scriveva il giovane chierico Bosco.4 Quasi al termine della sua vita, il testo autografo di un sogno del 1881 spiegava: « Sulla temperanza. Se tu togli la legna, il fuoco si spegne. Stabilisci un patto coi tuoi occhi, con la tua bocca, col tuo sonno, perché questi nemici non si impossessino delle vostre (sic) anime. L'intemperanza e la castità non possono andare insieme ».5 Non manchiamo nemmeno di rilevare queste frasi esplicative che mettono in rilievo la polivalenza del termine: « G C. raccomandava la temperanza insegnando che se non facciamo penitenza saremo tutti perduti eternamente »; 6 e: « Il quarto segreto [di Don Cafasso per far molto bene] è la temperanza, che meglio

3 L. COGNET, L'ascèse chrétienne (Corso ciclostilato dell'Istituto cattolico di Parigi), Paris, 1965, p. 5. Diverse osservazioni di questo equilibrato lavoro sono state introdotte in questo capitolo.

4 Memorie dell'Oratorio..., p. 88 (vedere oltre, doc. 2).

5 Sogno del 10 settembre 18&1, in E. CERIA, Memorie biografiche, t. XV, p. 184, secondo ACS, S. 111, Sogni. Secondo Don Ceria, scritto da Don Bosco è scomparso, ma diverse copie lo hanno conservato con fedeltà. Vedere anche, nello stesso senso, le allocuzioni pubblicate o riassunte, ibid., t. XII, p. 353 (sogno del 1876, su « la fede, nostro scudo e nostra vittoria »); t. XIII, pp. 432-433 (allocuzione del 31 agosto 1877: « Cercate di essere temperanti nel cibo e nel bere... »); t. XIV, p. 363 (predica degli esercizi, settembre 1879: « A volte devo digiunare per vincere le mie tentazioni... »); ecc.

6 G. Bosco, Maniera facile..., 25 ed., Torino, 1855, § 20 (in Opere e scritti..., vol. I, parte prima, p. 56).

chiameremo la sua rigida penitenza ».' Temperanza significava per lui non solo sobrietà, ma austerità.

Don Bosco si preoccupava di non svuotare il dinamismo della vita cristiana. Gli aspiranti alla santità devono necessariamente abbracciare una forma di ascesi.

Le penitenze afflittive

Il suo senso della moderazione potrebbe trarci in inganno. Però, mentre da una parte nelle sue norme non comparivano le penitenze « afflittive »: digiuni severi, cilici, discipline..., di cui in genere diffidava; dall'altra, le rispettava e, con misura, le raccomandava.

In seminario aveva imitato Luigi Comollo in tutto, tranne nelle sue austerità. Riprendiamo nei particolari questa confessione già segnalata in un altro capitolo: « In una sola cosa non ho nemmeno provato ad imitarlo: nella mortificazione. Il vedere un giovanetto sui diciannove anni digiunare rigorosamente l'intera quaresima, ed altro tempo dalla Chiesa comandato; digiunare ogni sabato in onore della B. V., spesso rinunziare alla colazione del mattino; talvolta pranzare a pane ed acqua; sopportare qualunque disprezzo, ingiuria, senza mai dare minimo segno di risentimento; il vederlo esattissimo ad ogni piccolo dovere di studio e di pietà: queste cose mi sbalordivano... ».8 Qualcuno vorrà scoprire in queste righe una virtuosa gelosia. Può darsi, ma le accosti alle osservazioni che faceva a Domenico Savio, a Michele Magone e a Michele Rua, che ricercavano la sofferenza fisica per santificarsi.' Non si ignori nemmeno la tradizione liguoriana poco propensa alle mortificazioni di questo genere, a vantaggio invece di altre cui vogliamo accennare " e che il semplice cristiano facilmente considera riservate ai santi dall'anima temprata, una categoria in cui è sempre presuntuoso classificarsi. Non senza umorismo Giuseppe Cafasso

7 G. Bosco, Biografia del sacerdote Giuseppe Cafasso..., Torino, 1860, parte seconda, c. 6, p. 94.

8 Memorie dell'Oratorio..., p. 95.

9 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 15, pp. 72-75; Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 8, p. 41; A. AMADEI, Il servo di Dio, Michele Rua..., Torino, 1931, t. I, p. 178.

10 S. ALPHONSUS DE LIGUORIO, Praxis confessarii, c. 9, § 3, ed. Gaudé, pp. 247-253.

aveva detto che per sottomettersi alle mortificazioni affiittive accorrevano « anime più grandi delle nostre »; al suo uditorio di sacerdoti aveva consigliato «.piccole privazioni, una parola, uno sguardo, una coserella, un sollievo di meno; potrei difendermi, scusarmi, divertirmi, secondare quella voglia, andiam dicendo: sia questa una prova che voglia dire 1' [Dio] amo »." E íl sant'uomo non era per niente tenero con se stesso».

Ne quid nimis, insomma! La saggezza decide. Don Bosco non ha cancellato dalla sua ascesi l'astensione deliberata dalle gioie della vita. Ai suoi giovani erano proibite le dure mortificazioni « perché non compatibili colle [loro] età »." Il capitolo che ha dedicato alle « penitenze afELittive corporali » di Domenico Savio si apriva con la dichiarazione: « La sua età, la sanità cagionevole, l'innocenza di sua vita l'avrebbero certamente dispensato da ogni sorta di penitenza »; 14 se interpretiamo logicamente questa espressione dobbiamo dedurre che un adulto in buona salute macera utilmente il proprio corpo nella penitenza. La sua dottrina equilibrata sulle penitenze afELittive non eliminava dalla vita cristiana l'ascesi e nemmeno le pratiche ascetiche severe, di cui una religione rigorista aveva fatto un uso a suo parere troppo esagerato nelle generazioni precedenti. Tnfatti, l'ascesi gli pareva una cosa sola con l'insegnamento vissuto del Cristo.

I motivi dell'ascesi

Il suo ascetismo era ragionato, come dimostra facilmente un'indagine sulle sue parole e i suoi scritti. Se è vero che l'uomo spirituale non è tenuto ad avere in sé sotto foinia di idee chiare e, a fortiori, a spiegare i motivi che lo determinano nelle sue scelte, però i suoi propositi — anche se non ordinati in forma sistematica — possono essere molto significativi.

Chi legge Don Bosco non troverà molte giustificazioni umane alle sue austerità. Esistono ascesi umane: san Paolo stesso notava

11 GIUSEPPE CAFASSO, Manoscritti vari..., in F. ACCORNERO, La dottrina spirituale..., op. cit., p. 61.

12 Vedere il capitolo su « la vita mortificata » di Don Cafasso in G. Bosco, Biografia del sacerdote Giuseppe Caffasso..., Torino, 1860, parte prima, c. 6, pp. 29-34.

13 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., loc. cit.

14 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., op. cit:, p. 72.

che, per una corona peritura, l'atleta s'impone un regime severo." Il nostro santo sembra invece che si sia scarsamente preoccupato dei benefici naturali delle pratiche ascetiche. Ogni tanto, conseguenza di un'antropologia vagamente platonica, una delle sue frasi ricordava che « il corpo è l'oppressore dell'anima », che rassomiglia ad un cavallo restio e deve essere domato con ,la mortificazione..." È tutto.

I motivi che adduceva erano, più frequentemente, di altra natura: prevenire o espiare il peccato, incamminare verso la contemplazione e soprattutto riprodurre il Cristo crocifisso.

Dopo la caduta di Adamo, sussiste nell'uomo un focolaio di peccato. Chi disubbidisce a Dio non può più comandare a se stesso
senza duri combattimenti." Le mortificazioni corporali, che mettono il corpo a disposizione dello spirito, aiutano a vincere le ten
ta7ioni che potrebbero portarlo lontano da Dio. Domenica Savio « sapeva che difficilmente un giovane può conservare l'innocenza
senza la penitenza »,18 e ne era lodato da Don Bosco. (In realtà, seguendo lo spirito più che la lettera del testo, bisognerebbe dire che questa convinzione era prima di tutto quella del biografo che, qui, l'attribuiva all'eroe, e non. senza buone ragioni). Le mortificazioni prevengono il peccato. Don Bosco seguiva san Giovanni: « Ouidquid in mondo est, concupiscentia carnis est (piaceri del senso) concupiscentia oculorum (ricchezze) superbia vitae (la vanagloria) ».19 Non è lo spirito giansenista che• ha ispirato quelle sue dure espressioni sul « mondo », espressioni che ormai ci sono divenute familiari: « Il mondo è pieno di pericoli (...). S. Antonio vide il mondo coperto di lacci »." Il suo senso religioso lo avvertiva dell'influenza universale dí Satana su ciò che il Vangelo definisce il suo impero. Egli intravedeva lucidamente « l'ambiguità » di un

15 1 Cor. 9,25.

16 Foglietto di quattro pagine, ACS, S. 132 e G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, p. 998.

17 Ibid.

18 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 15, p. 72.

19 Estratto di un quaderno dí Don Bosco per alcune prediche ai suoi religiosi, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, pp. 986-987 (vedere oltre, doc. 26), secondo / Gv. 1,16.

20 Ibid. Queste note erano prese da D011 Bosco da Sant'Alfonso de' Liguori (La vera sposa di Gesù Cristo..., c. 2).

universo sempre volto a Dio e sempre contro Dio. Era convinto che certe condiscendenze sono frutto soltanto di fanatismo o di ingenuità. Il regno delle tenebre ha la stessa vastità del regno della luce. Il cristiano che ci vive dentro deve scegliere; la presenza ineluttabile della zizzania l'obbliga a lottare per non essere soffocato da essa e per così dire a « liberarsi dal Male ».

Può essere casuale, ma per quanto ne sappiamo, Don Bosco solo raramente chiedeva alle pratiche di ascesi di espiare le colpe dei peccatori. Piuttosto sottolineiamo che raccontava volentieri storie di santi, autentici testimoni da un capo all'altro della loro vita." Del resto, la sua dottrina sulla Provvidenza gji mostrava un Dio che puniva su questa terra i cattivi. Con questa risorsa, ricuperava il valore espiatorio della sofferenza. Tutt'al più, la sua fiducia nella misericordia divina, incarnata nella Chiesa, gli impediva di insistere su questa funzione tradizionale della penitenza. Basta il sacramento; il penitente confessato riparte con l'anima leggera, definitivamente perdonato da Dio.

Don Bosco non è stato più eloquente sui legami tra mortificazione e contemplazione. Capita che in un suo scritto il distacco dalle cose sensibili sia presentato come un mezzo eminente per fissarsi in Dio e pregare senza distrazioni? Ma questi rilievi sono poco frequenti.

In verità, l'uomo spirituale che approfondisce Don Bosco avverte un solo motivo di ascesi: la « partecipazione » al Cristo, nel senso che lui intendeva. Bisogna « soffrire con il Cristo ». La crocifissione del Cristo era il motivo fondamentale dell'ascesi dí Don Bosco. Il cristiano accompagna per tutta la sua vita il Cristo sofferente. « Il primo passo che devono fare quelli che vogliono seguire Dio è di rinunziare a se stessi e di portare la loro croce » dietro di lui." « Fino a quando? » si domandava Don Bosco in

21 Don Bosco non ometteva di presentare Davide o... Michele Magone che facevano penitenza per i loro peccati (G. Bosco, Storia Sacra..., 3a ed., Torino, 1863, epoca quarta, c. 8; in Opere e scritti..., vol. I, parte prima, p. 209; Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 10, p. 50).

22 [G. Bosco], Cenni storici sulla vita del chierico Luigi Comollo..., Torino, 1844, c. 4, pp. 47-48.

23 [G. Bosco], Il cristiano guidato alla virtù ed alla civiltà secondo lo spirito di San Vincenzo de' Paoli..., Torino, 1848, quattordicesimo giorno, p. 139.

uno schema di predica. E rispondeva: « Usque ad mortem, con minaccia che qui non vult pati cum Christo, non potest gaudere cum Christo ».24
Non crediamo troppo facilmente di attribuire un significato mistico di partecipazione al pati cum Christo, che il nostro autore ha predicato con tanto zelo. « Soffrire col Cristo » è prima di tutto imitarlo nel suo dolore: Domenico Savio, in pieno inverno, intirizziva dal freddo nel letto per questo solo motivo; " è anche provargli il proprio amore con un sacrificio penoso. Nel racconto dell'ultima malattia di Luigi Comollo — non si dimentichi che veniva presentato dal suo biografo come modello a tutti í giovani cristiani — Don Bosco annotava: « Comunque fuori di se (sic), e agitato dalla gagliardia del male: dettogli appena: Comollo: per chi bisogna soffrire? Egli subito ritornava in se (sic), e tutto gioviale, e ridente, quasi tali parole gli alleviassero il male: per Gesù Crocifisso... »." Se interpretiamo bene il suo pensiero, l'autore giudicava che la carità di Comollo verso Dio, manifestata dalla gioia di evocarlo e forse di consolarlo (ascesi di riparazione) si esaltava nella sofferenza « col Cristo », cioè « come il Cristo ». Infine, a lui e agli altri, la sofferenza ascetica apriva la porta della gloria eterna: soffrire col Cristo vuol dire prepararsi alla beatitudine. Fin dal libriccino sulle Seí domeniche in onore di san Luigi Gonzaga (1846) e dal manuale di pietà in cui fu ben presto inserito (1847), Don Bosco ripeterà incessantemente nelle sue opere la formula: Qui vult gaudere cum Christo, oportet pati cum Christo." L'autore non ne trovava altre per provare che l'ascesi è indispensabile all'uomo fin dalla giovinezza. « A chi vi dice che non conviene usar tanto rigore contro del nostro corpo, rispondete: chi non vuol patire con Gesù Cristo non potrà godere con Gesù Cristo »." Cosa piuttosto rara, nel 1867 una lettera indirizzata a tutti i salesiani spiegava questa massima:

24 Foglietto citato, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, p. 998.

25 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 15, p. 74.

26 [G. Bosco], Cenni storici..., ed. cit., c. 5, p. 65.

27 « Chi vuol godere con Cristo, deve soffrire con Cristo ». Vedere 2 Tim. 2,11; Rom. 8,17.

28 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., Torino. 1847, Le Sei domeniche..., secondo giorno, p. 59.

« Ma fino a quando seguirlo [Cristo]? Fino alla morte, e, se fosse mestieri, anche ad una morte di croce. Cíò è quanto nella nostra Società fa colui che logora le sue forze nel sacro ministero, nell'insegnamento od altro esercizio sacerdotale, fino ad una morte eziandio violenta di carcere, di esilio, di ferro, di acqua, di fuoco, fino a tanto che dopo aver patito ed essere morto con Gesù Cristo sopra la terra, possa andare a godere con lui in Cielo. Questo sembrami il senso di quelle parole dí S. Paolo che dice a tutti i cristiani: Qui vult gaudere cum Christo, oportet pati cum Christo »." Eco di un insegnamento familiare, leggiamo ancora le stesse parole nella sua lettera del 1874 agli artigiani della casa di Torino,3° nella sua prima conferenza ai novizi salesiani del 1875 31, e in una lettera circolare che rivolgeva, nel 1884, a tutti i membri della sua società." Nella croce del Cristo egli trovava il motivo sufficiente di un'ascesi cristiana, fosse rinuncia o accettazione.

Un'ascesi di negazione

Malgrado le apparenze, anch'egli rinunciava al « secolo ». Certo, il nostro apostolo delle città moderne è pur rimasto nel « mondo » che talvolta vituperava. I suoi « oratori » erano (o stavano per essere) impiantati nei sobborghi delle città industriali: Torino, Londra, Liegi, Buenos Aires...

Quando lo Stato italiano, uscito dal Risorgimento, contestava alla Chiesa la sua influenza e si affermava anticlericale, egli non si rifugiò in un deserto ipotetico, ma proseguì la sua strada tra i poliziotti e i ministri ostili di un governo laicizzante, alle esigenze del quale era sempre pronto a sottomettersi. Nella misura in cui la legge di Dio gliela imponeva, la sua lealtà verso Cesare sembra sia stata ineccepibile. Forse l'ha scosso una crisi verso il 1860, quando era diviso tra Pio IX e i Piemontesi. Ad ogni modo,

29 G. Bosco ai salesiani, 9 giugno 1867, ín Epistolario, t. I, p. 474. Egli ripeteva san Paolo solo a senso.

30 G. Bosco agli artigiani dell'Oratorio, 20 gennaio 1874, in Epistolario, t. II, p. 339.

31 Pubblicata da E. CERTA, Memorie biografiche, t. XI, pp. 508-518, secondo un manoscritto del maestro dei novizi, Giulio Barberis (vedere pp. 513-514).

32 G. Bosco ai salesiani, 6 gennaio 1884, in Epistolario, t. IV, p. 250.

non fu per nulla violenta e, verso il 1875, era del tutto risolta. Con tono solenne, che non gli era abituale, diceva in occasione del capitolo generale del 1877: « Scopo nostro si è di far conoscere che si può dare a Cesare quel che è di Cesare, senza compromettere mai nessuno; e questo non ci distoglie niente affatto dal dare a Dio quel che è dí Dio. Ai nostri tempi si dice essere questo un problema, ed io, se si vuole, soggiungerò che forse è il più grande dei problemi; ma che fu già sciolto dal nostro Divin Salvatore Gesù Cristo ». La difficoltà di una tale sottomissione non lo faceva indietreggiare: « Nessuno è che non veda le cattive condizioni in cui versa la Chiesa e la Religione in questi tempi. Io credo che da San Pietro fino a noi non ci siano mai stati tempi così difficili. L'arte è raffinata e i mezzi sono immensi. Nemmeno le persecuzioni di Giuliano l'Apostata erano così ipocrite e dannose. E con questo? E con questo noi cercheremo in tutte le cose la legalità. Se ci vengono imposte taglie, le pagheremo; se non si ammettono più le proprietà collettive, noi le terremo individuali; se richiedono esami, questi si subiscano; se patenti o diplomi, si farà il possibile per ottenerli »." Egli ha seguito la via opposta dell'eremita: partito da una piccola cascina sperduta nella campagna, ha operato in una capitale popolosa e a contatto con la folla urbana, quella che, nel 1848, si sollevava contro i nemici della libertà, che era decimata nel 1854 da una spaventosa epidemia di colera, che acclamava nel 1859 i soldati francesi di Napoleone III, alleato del proprio sovrano contro l'Austria; e via dicendo. Don Bosco viveva in mezzo ad un popolo.

La fuga dal « mondo »

Quest'uomo non ha ancora finito di sorprendere i suoi lettori, inclini a semplificare tutto. Infatti, egli raccomandava con perseveranza la fuga dal mondo in cui, tuttavia, egli era immerso. Quest'uomo coraggioso faceva l'apologia della fuga. La « fuga dell'ozio » non era, a rigor di termini, che l'aspetto negativo del-1'« amore del lavoro », anche se questa formula contiene evidentemente il rifiuto, sia degli inganni di Satana, sia di immaginazioni

33 In E. CERTA, Memorie biografiche, t. XIII, p. 288; secondo il processo verbale del capitolo (vedere oltre, doc. 31).

torbide generate nella mente dall'inazione.34 Altrove, il termine implicava chiaramente una rottura col « mondo »: si trattasse di fuga delle compagnie pericolose per la fede e i costumi — praticata da Don Bosco, sottolineiamolo, anche fra le mura del seminario maggiore di Chieri " —, di fuga dalle occasioni pericolose," di fuga delle amicizie particolari," dí fuga dei libri cattivi — contro cui elevava il bastione delle sue Letture Cattoliche38 — e, per riassumere tutto, di « fuga del secolo e delle sue massime ».39 Col rifiuto di ogni connivenza con un « mondo » attraente, ma peccatore e ingannatore, Don Bosco ha praticato e fatto praticare « la vita ritirata », conformemente al proposito della sua vestizione clericale. Egli lodava il piccolo pastore di un villaggio alpestre, Francesco Besucco, il quale, al levarsi, recitava non senza candore: « Lascia il mondo che t'inganna »,40 e manteneva se stesso libero dalle sue insidie con una serie di atti ascetici in grado di impedirgli di soddisfarsi di buone intenzioni.

La fuga ascetica è indispensabile a chi pretende di servire Dio, poiché il male è ovunque e prima di tutto in sé." La lezione

34 Vedere per esempio [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, parte prima, Cose da fuggirsi..., art. I, p. 20.

35 Memorie dell'Oratorio..., pp. 91-92. Vedere [G. Bosco], Cenni storici sulla vita del chierico Luigi Comollo..., Torino, 1844, c. 5, p. 63; Regolamento della compagnia di San Luigi Gonzaga, manoscritto del 1847, corretto da Don Bosco, 38: Fuggire come la peste i cattivi compagni...; [G. Bosco], Il giovane provveduto..., ed. cit., Le Sei domeniche..., p. 61; [G. Bosco], Avvisi ai Cattolici, Torino, 1853, p. 25; [G. Bosco], Porta teco..., Torino, 1858, pp. 34, 41, 44; G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 9, p. 44; G. Bosco a O. Pavia, 15 luglio 1863, in Epistolario, t. I, p. 275; Il Pastorello delle Alpi..., Torino, 1864, c. 11, pp. 62-64; G. Bosco a G. Garofoli, 1° giugno 1866, in Epistolario, t. I, p. 398; ecc. Per prevenire le interpretazioni forzate, facciamo notare che queste raccomandazioni erano tutte rivolte a giovani.

36 Conferenza di Don Bosco ai salesiani, 1878, secondo la bella copia di Giulio Barberis, in E. CERTA, Memorie biografiche, t. XIII, p. 800.

37 Conferenza di Don Bosco ai chierici salesiani, gennaio 1876, ibid., t. XII, pp. 21-22.

38 Vedere, ad esempio, il manoscritto inedito già citato Congregazione di S. Francesco di Sales, capitolo: Scopo di questa congregazione, art. 6 (vedere oltre, doc. 14).

39 G. Bosco ai salesiani, 12 gennaio 1876, in Epistolario, t. III, p. 8.

40 G. Bosco, Il Pastorello delle Alpi..., ed. cit., c. 11, p. 62.

41 Vedere questa riflessione pertinente sui « cattivi compagni » nella casa di Torino: « Non voglio neppur supporre che ve ne siano. Ma osservate. Si chiama cattivo compagno quello che ín qualunque maniera può occasionare l'offesa di Dio. Molte volte avviene che anche coloro i qualí in fondo al loro cuore non sono cattivi, diventino per un altro pericolo d'offesa a Dio: e questo non si può fare a meno di dirlo compagno pericoloso per quell'altro » (Conferenza citata del 1878, in E. CERIA, op. cit., t. XIII, p. 800).

del Cristo tentato nel deserto vale per tutti: « Se alcuno volesse darci tutto il mondo per indurci ad adorare Satanasso, vale a dire commettere un solo peccato, rigettiamo con orrore qualsiasi offerta. Piuttosto perdere tutto che peccare »."
Tuttavia, eccettuate queste « occasioni », Don Bosco imponeva ai suoi discepoli solo rare restrizioni nella vita sociale. Pochi istanti di silenzio nella giornata, poche preghiere nella pace delle loro celle. I momenti di respiro erano brevi nella loro vita agitata: una brevissima orazione al mattino, una giornata di raccoglimento ogni mese,' circa sei giorni di esercizi spirituali ogni anno, secondo il programma comune aí religiosi con voti e ai suoi cooperatori laici." Don Bosco adottava una posizione media per le vacanze dei suoi giovani. Sensibile ai danni del « falcone »,n preferiva tenerli presso di sé. La tesi dell'« opera cristiana » riparo contro il mondo, che urta i cattolici contemporanei entusiasti di missione e di libertà, è difesa solamente da Domenico Savio nella biografia scritta da Don Bosco. Il maestro la sfuma, e manda i ragazzi a rasa loro per un tempo limitato." Tuttavia, quando parlava delle vacanze dei suoi religiosi, seguiva chiaramente le orme degli spirituali della Controriforma (e di molti altri che li avevano preceduti, non ignoriamolo). Nel 1868, proponeva questa « strenna » in una lettera a un direttore di una casa: « Per la Società: Risparmiate viaggi, e per quanto si può, non si vada a casa dei parenti.

42 G. Bosco, Storia sacra..., 3a ed., Torino, 1863, epoca settima, c. 3 (in Opere e scritti..., vol. I, parte prima, p. 301).

43 Vedere sopra, c. 2, il paragrafo su « l'esercizio della buona morte ».

44 È vero che in principio, in conformità con l'esempio debitamente richiamato del Cristo a Nazaret, i primi erano preparati a questa vita con una iniziazione spirituale e intellettuale sufficiente: « Gesù Cristo cominciò fare (sic) ed insegnare, così i congregati comincieranno a perfezionare se stessi colla pratica delle interne ed esterne virtù, coll'acquisto della scienza, di poi si adopreranno a bene5zio del prossimo » (Congregazione di S. Francesco di Sales, c. cit., art. 2; vedere oltre, doc. 12).

45 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 18, p. 91.

46 Ibid., pp. 91-92.

Il Rodriguez ha stupenda materia su tale argomento ».47 La necessità di limitare le visite familiari, che fino a quel momento non avevano nulla di biasimevole per i salesiani che vivevano vicino al loro paese natio, ma che ormai stavano per diventare onerose per una società che sciamava lontano, non spiega da sola l'insistenza di Don Bosco. Egli prendeva alla lettera il consiglio evangelico del distacco dalla società familiare, che formulava in questi termini: « Se qualcuno viene a me e non odia il padre e 'la madre, ecc., costui non può essere mio discepolo. I nemici dell'uomo sono quelli della sua casa »." E per sostenerlo sceglieva dalla Bibbia frasi paradossali. Leggiamo, ad esempio, sotto la sua penna: « Colui che disse dí suo padre: "Chi è?"; e di sua madre: "Non l'ho vista"; non riconobbe più i suoi fratelli, volle ignorare i suoi figli. Osservarono, infatti, la tua parola, custodiscono la tua allenn7a »." I passi delle sue numerose conferenze sui parenti e le visite in famiglia ripetono le stesse considerazioni: i soggiorni in famiglia indeboliscono la vita cristiana e, a maggior ragione, la vita religiosa del consacrato; costui (e il sacerdote, aggiungeva occasionalmente il nostro santo) ha cambiato famiglia; la famiglia del religioso è, come quella di Cristo, formata da coloro « che fanno la volontà del mio Padre Celeste »." È necessario aggiungere

47 G. Bosco a G. Bonetti, 30 dicembre 1868, in Epistolario, t. I, p. 600 (vedere oltre, doc. 24). La fonte principale di Don Bosco sembra proprio sia stata, più che il Rodriguez, la Vera sposa di Gesù Cristo... di sant'Alfonso de' Liguori, c. 10. Del distacco dai parenti, e da altre persone, di cui si trovano nelle sue conferenze non solo le idee, ma le citazioni bibliche o patristiche.

48 Vedere Mt. 10,35-37. Questa citazione si trova nel quaderno di schemi di prediche di Don Bosco, pubblicato da G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, p. 900: I parenti (ACS, S. 132, Prediche, E, 4, p. 8).

49 Ibid., secondo Deut. 33,9.

50 Conferenza ai salesiani dell'oratorio di Valdocco, 25 giugno 1867, pubblicata in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VIII, pp. 852-853; conferenza di esercizi spirituali, Trofarello, 16 settembre 1869, in op. cit., t. IX, pp. 703-705, 990-991; conferenze generali del 17 e 18 aprile 1874, in A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, p. 1071; buonanotte dell'il maggio 1875, in E. CERIA, Memorie biografiche, t. XI, p. 240; buonanotte del 20 maggio 1875, ibid., pp. 242-243; conferenza ai chierici dell'oratorio di Valdocco, 6 luglio 1875, ibid., p. 297; conferenza ai novizi, 13 dicembre 1875, ibid., pp. 516-517; conferenza di esercizi spirituali, Lanzo, 1875, ibid., pp. 575, 580; circolare di Don Bosco ai salesiani, 12 gennaio 1876, in Epistolario, t. III, p. 8; conferenza di esercizi spirituali, Lanzo, 17 settembre 1876, ín E. CEEIA, Memorie biografiche, t. XII, pp. 452-454; conferenzaai salesiani di Valdocco, 30 ottobre 1876, ibid., pp. 561-562; conferenze agli stessi, 25 dicembre 1876, ibid., p. 602; buonanotte del 18 giugno 1878, op. cit., t. XIII, p. 807.

ancora una volta che, nella sua duttile saggezza, Don Bosco non mancava, dopo aver proclamato questi princìpi, di permettere all'uno o all'altro dei suoi religiosi brevi periodi di riposo nel loro paese natale? "
Il fatto è che, mentre rifiutava il peccato, sí lasciava guidare, ancora una volta, dall'oportet pati cum Christo. L'orientamento del suo pensiero era ascetico. Con l'antica tradizione spirituale, egli voleva che il cristiano rimanesse un viandante e che, soprattutto in certe vocazioni, si sentisse estraneo anche nella propria terra, veramente pellegrino al servizio del Cristo e del suo Regno.'

Il distacco dai beni

Il Figlio dell'uomo non aveva pietra su cui posare il capo. In altri tempi e con altra missione, sí potrebbe immaginare un Don Bosco intransigente come san Francesco d'Assisi nella rinuncia ai beni terreni; per qualche tempo aveva anche pensato di seguirne l'esempio. In realtà, ci sembra che la sua spiritualità sia stata sensibilmente diversa su questo punto da quella del poverello d'Assisi.

Don Bosco non ha maledetto il « detestabile denaro ». « Quanto abbiamo nel mondo, tutto è dono prezioso fattoci da Dio »." « Quando Dio dà delle sostanze ad un uomo, fa una grazia... ».54 Per tutta la sua vita di apostolo sempre senza soldi, stese perpetuamente la mano, raccolse somme imponenti e, grazie ad esse, moltiplicò le sue opere. Dio stesso, che interviene in questa sua

51 Vedere G. Bosco a G. Giulitto, 26 settembre 1871, in Epistolario, t. II, p. 181; G. Bosco a Louis Carrier, 17 settembre 1880, ibid., t. III, p. 626.

52 Sul pellegrino, vedere A. STOLE, L'ascèse chrétienne, trad. franc., Chevetogne, 1948, pp. 87-102, e passim. La spiritualità sacramentale di Don Bosco, probabilmente, non era estranea alla rinuncia che professava. (Su questi problemi, vedere A. STOLZ, Théologie de la mystique, 2a ed., Chevetog,ne, s.d. [1947], pp. 50-57, 215-236).

53 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880, c. 16, p. 71.

54 G. Bosco, Angelina..., Torino, 1869, c. 9, p. 46 (vedere oltre, doc. 25). La storia di Angelina, oggi dimenticata e tuttavia composta molto bene e di gradevole lettura, era tutta un elogio della povertà ascetica.

opera, non si serve dei denari, questi mezzi « che la sua divina Provvidenza ha posto nelle vostre mani »? " Don Bosco aveva stima di ciò che il denaro permette di acquistare. Il fondatore delle scuole professionali salesiane seguiva con attenzione le scoperte del suo secolo. In occasione di un'esposizione tecnica a Torino, nel 1884, fu accolta con meraviglia la macchina per cartiera destinata alla sua casa di Mati." Qualcuno diceva che in quel periodo egli possedesse la migliore biblioteca ecclesiastica e la tipografia più moderna della città»
Tuttavia, ripeté la maledizione dí san Luca contro i ricchi e insegnò che i beni della terra sono pericolosi per coloro che li possiedono. Don Bosco aveva un senso profondo del nulla temporale, in cui si godono i beni passeggeri, al confronto della pienezza dell'eternità in cui Dio solo deve bastare. Con ciò interpretava l'opinione del popolo italiano del suo tempo che non accettava le profezie ottimiste della borghesia al potere nella seconda metà del xtx secolo. Il ricco che si compiace delle sue risorse a scapito di Dio e degli uomini, che non comincia ad esercitare durante la sua vita il distacco ineluttabile in punto di morte e che, infine, inaridisce la sua carità con la bramosia del denaro, gli pareva nocivo e ridicolo." Egli avrebbe fatto volentieri proprie le frasi toccanti di Giuseppe Cafasso: non sperar nulla dai beni terreni; sii sempre pronto ad esserne sprovvisto." La salvezza dell'anima è la sola cosa veramente necessaria per il cristiano; tutto il resto, sulla terra, vi deve essere riferito. Siamo logici: « Se vogliamo anche noi distaccare il nostro cuore dalle cose di questo mondo ed affezionarci alle cose di Dio cominciamo dal disprezzare i beni terreni che c'impediscono e stimare solo quelle cose che giovano per condurci alla beata eternità dicendo come diceva s. Luigi: Ciò che

55 Circolare dí Don Bosco ai suoi cooperatori, nel Bollettino salesiano, 1882, anno VI, p. 4.

56 Vedere E. CERIA, Memorie biografiche, t. XVII, pp. 243-248.

57 Secondo i cataloghi conservati, la sua biblioteca avrebbe contenuto circa trentamila volumi, computo che meriterebbe però di essere controllato. Del resto, in una recensione dell'edizione francese di questo libro Eugenio Valentini ha osservato che, comunque sia, la biblioteca metropolitana di Torino era assai più ricca di quella di Don Bosco.

58 Vedere, ad esempio, Angelina..., c. 8-9 (vedere oltre, doc. 25).

59 Vedere le citazioni riunite in F. Accoazzao, La dottrina spirituale..., op. cit., pp. 70-71.

non è eterno è un nulla »." Don Bosco leggeva questo insegnamento nel Vangelo: « Egli [Gesù] inculcava íl buon uso delle ricchezze dicendo che una cosa sola è necessaria, e che nulla serve all'uomo di guadagnare tutto íl mondo se poi viene a perdere l'anima propria »." Nell'uso dei beni terreni, il cristiano fissa gli occhi al suo fine che gli insegna la necessità del distacco e l'utilità della povertà.

Il povero secondo Don Bosco

Qualunque sia « la sua età e condizione », il discepolo di Cristo è interiormente distaccato. Se possiede qualcosa, rimette il superfluo alla comunità che lo circonda. Laico, religioso o sacerdote, si impegna a vivere in un'austerità il più possibile evidente.

Don Bosco predicava a tutti il distacco, anche ai suoi giovani che sicuramente non dovevano possedere nulla di molto considerevole. Ci vien tramandato che gli capitava di chieder loro « il distacco dai cibi e dalle bevande che sono a voi occasione di golosità; il distacco, non fosse altro, da un vestito, da quattro stracci, pei quali vi lasciate dominare dal desiderio di far figura, e comparire leggeri ed ambiziosi di sembrar damerini... »."
A suo modo di vedere, il distacco si conciliava col possesso anche con il voto di povertà. Le Costituzioni salesiane ammettevano la legittimità della proprietà personale dei religiosi: « L'osservanza del voto di povertà nella nostra Congregazione consta essenzialmente nel distacco da ogni bene terreno... »." Questa norma contenuta nelle versioni più antiche dà un senso e un'anima alle spiegazioni giuridiche nelle quali è stata in seguito soramersa.64

60 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, Le Sei domeniche..., quarto giorno, p. 62. Frasi ripetute in tutte le edizioni del Giovane provveduto e delle Sei domeniche.

61 G. Bosco, Maniera facile..., 23 ed., Torino, 1855, S 20 (in Opere e scritti..., vol. I, parte prima, p. 56).

62 Preparazione della festa di san Luigi Gonzaga, 1864, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VII, p. 680.

63 Società di S. Francesco di Sales, 1864, c. 6; in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VII, p. 877.

64 Vedere Constitutiones Societatis S. Francisci Salesii, 1874, c. 4; in A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, p. 960.

La morale cristiana portava Don Bosco a considerare l'utilizzazione dei beni per lo meno in termini sociali, se non del tutto comunitari. Tutti i beni sono per i poveri come per i ricchi. Questi ultimi possono trattenere soltanto il necessario. Il resto, al quale attribuiva in senso stretto il nome di superfluo, deve essere distribuito. In un tempo in cui la proprietà personale, definita dal « diritto di usare e di abusare », sembrava intangibile, tali richiami urtavano l'opinione corrente. Il Bollettino Salesiano dovette pubblicare, nel luglio 1882, una Risposta a una Osservazione cortese sull'obbligo e la misura dell'elemosina." L'anno precedente, in cattivo francese, ma con una chiarezza che non lasciava dubbi, il nostro apostolo della gioventù aveva espresso il suo pensiero ai « cooperatori » di Marsiglia: « Voi mi dite: che cosa intendete per superfluo? Ascoltate, miei rispettabili cooperatori. Tutto il bene temporale, tutte le ricchezze vi sono state date da Dío. Ma, dandole, egli ci dà la libertà di scegliere tutto quello che è necessario per noi. Niente di più. Dío, che è padrone di noi, delle nostre proprietà e di tutto il nostro denaro, Dio domanda un conto severo di tutte le cose che non ci sono necessarie, se noi non le diamo secondo il suo comandamento (...). Voi direte: È un obbligo dare tutto il superfluo in opere buone? Non voglio darvi altra risposta all'infuori di quella che il divin Salvatore ci comanda di dare: Date il superfluo. Non ha voluto fissare dei limiti; ed io non ho l'ardire di cambiare la sua dottrina »." I suoi religiosi ascoltarono da lui lezioni analoghe: « Tutto quello che eccede alimenti e indumenti per noi è superfluo, è contrario alla vocazione religiosa ».9 Don Bosco non ammetteva le loro piccole o grandi riserve, fossero personali o comunitarie. Scriveva ai suoi discepoli d'America: « Raccomanda a tutti di evitare la costruzione o l'acquisto di stabili che non siano strettamente necessari a nostro uso. Non mai cose da rivendersi, non campi o terreni, o abitazioni da

65 Bollettino salesiano, 1882, anno VI, pp. 109-116. La « cortese osservazione » proveniva da un « rispettabile cooperatore », come ci informa l'articolo (p. 109).

66 Conferenza di Don Bosco pronunciata a Marsiglia il 17 febbraio 1881, secondo una traccia manoscritta in ACS, S. 132, Prediche, H. 5 (Memorie biografiche, t. XV, doc. 4, p. 694; vedere la nota, ibid., p. 49).

67 G. Bosco, Introduzione alle Regole o costituzioni..., Torino, 1877,
p. 29.

farne guadagno pecuniario »." Come quello dei laici, il superfluo deve essere distribuito ai poveri o a quelli che se ne occupano.

Se hanno il senso cristiano e il desiderio di essere perfetti, laici e religiosi usano dello stesso necessario con semplicità, se non con austerità. Il vero povero secondo il Cristo conduce una vita semplice, compatibile con la propria condizione sociale. Tutti, pensava Don Bosco, potevano praticare il programma che egli assegnava ai cooperatori salesiani: « Modestia nei vestiti, frugalità nel cibo e semplicità nel mobilio »." Sapeva che, di per sé, questo minimo talvolta diventa una croce in regioni in cui il benessere è generalizzato. I consigli che dava ai suoi religiosi, cui vietava tutte le « comodità mondane », cioè í diversi mezzi di rendere confortevole la vita, erano, d'altra parte, più severi. Certe esigenze di capitoli generali convocati durante la sua vita e sotto il suo controllo, lasciano perfino una curiosa impressione di spilorceria. Date le difficoltà di una tesoreria sistematicamente deficitaria, occorre giustificarle con la volontà del fondatore dei salesiani dí ridurre il tenore di vita dei suoi religiosi. Cibo, vestito, viaggi, libri, costruzioni, tutto in essi avrebbe dovuto ricordare più le ristrettezze che non l'agiatezza." Il loro maestro dava l'esempio. La Varende parla giustamente della sua sottana verde e dei suoi scarponi, quelle sue « scarpe di fante » di cui molti che gli erano vissuti accanto avevano conservato incancellabile il ricordo!' Talvolta le sue stringhe erano pezzi di spago tinti con l'inchiostro.

Sua madre, una « povera di Yavéh » sotto la nuova alleanza, gli aveva insinuato il gusto dell'austerità che si identificava col suo cristianesimo. È noto il discorso che essa tenne al figlio quando decise di seguire la sua vocazione: « Non prenderti fastidi per me. Io da te voglio niente: niente aspetto da te. Ritieni bene: sono nata in povertà, sono vissuta in povertà, voglio morire in povertà. Anzi te lo protesto: se tu ti risolvessi allo stato di prete secolare e per sventura diventassi ricco, io non verrò a farti una sola visita ».72 La povertà era incarnata nel suo figlio. « La

68 G. Bosco a G. Cagliero, 6 agosto 1885, in Epistolario, t. IV, p. 328.

69 Cooperatori salesiani..., 8, art. I (vedere oltre, doc. 33).

70 Deliberazioni del secondo Capitolo generale..., Torino, 1882, distinzione 5: Economia, pp. 77-78.

71 J. »E LA VARENDE, Don Bosco, le XIXe saint Jean, Paris, 1951, c. 21, p. 235.

72 Secondo G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. I, p. 296; molto probabilmente secondo una confidenza diretta di Don Bosco nei suoi ultimi anni, come il resto del testo fa supporre.

povertà, bisogna averla nel cuore per praticarla » amava ripetere Don Bosco,73 che visse senza complessi questa rinuncia effettiva ai beni della terra, sotto l'egemonia della borghesia capitalista e al tempo dell'arricchitevi.

L'equilibrio del suo pensiero era notevole. Stimava i beni materiali, ne ammetteva il possesso, anche in coloro che praticavano í consigli evangelici: la creatura di Dio è sempre amabile, ma voleva che il cristiano praticasse un costante distacco interiore, che il suo superfluo fosse messo a disposizione degli altri e che regolasse con un'austerità autentica l'uso del suo stesso necessario.

La « purità »

Il discepolo di Don Bosco controllava con altrettanta e ancor maggiore austerità l'uso della sessualità. Infatti il maestro, come in genere tutta l'opinione cattolica di allora, aveva la massima preoccupazione per la « purità », virtù che, diceva ancora, solo un'ascesi rigorosa può preservare o ristabilire.

Se vogliamo capirlo, è necessario che ci caliamo nel suo mondo. Un brano di una sua predica del 1858, così come ci è stata tramandata, riflette bene il suo pensiero su questa virtù: « Dicono i Teologi che per purità si intende un odio, un aborrimento a tutto ciò che è contro il sesto precetto, sicché qualunque persona, ciascuna nel suo stato, può conservare la virtù della purità ».74 « In quel tempo [cioè alla fine del xrc secolo] la purità del cuore e del corpo non era una delle virtù cristiane. Era la virtù... ».75 E Don Bosco abbondava in questo senso: non si limitava a farne solo una virtù e nemmeno una « grande virtù ». Nessun aggettivo gli pareva potesse degnamente celebrare lo splendore di « la bella, la sublime, la regina delle virtù, la santa virtù della purità ».76 La castità, o « purità », è una virtù più che umana,

73 Secondo G. B. LEMOYNE al processo apostolico di canonizzazione, ad 67, in Positio super virtutibus, t. I, p. 905.

74 Predica di Don Bosco, secondo la cronaca di Giovanni Bonetti, ACS, S. 110, Bonetti, I, p. 2 (Memorie biografiche, t. VI, p. 63).

75 F. MAURIAC, Ce que je crois, Paris, 1962, pp. 71-72.

76 G. Bosco ai ragazzi del collegio di Mirabello, 30 dicembre 1864, in Epistolario, t. I, p. 332.

essa è virtù d'angeli e, ín conformità col Vangelo di san Matteo, essa assimila agli angeli che ne vivono.77 La tradizione aloisiana, di cui si intuisce sempre più l'influenza su di lui, aveva insistito sulla rassomiglianza tra l'angelo e l'uomo casto?' Nel libretto del nostro autore sul Modo facile di imparare la storia sacra, ricordava l'unico accenno alla castità nel Vangelo che « per animarci alla virtù della castità Egli [il Cristo] consigliava di imitare sopra la terra la purità degli Angeli che sono in cielo ».79 Essendo gli angeli puri spiriti, l'integrazione sessuale nella vita cristiana poneva un problema di soluzione evidentemente ardua. Non faremo colpa a Don Bosco di non averlo nemmeno sfiorato.

L'ammirabile virtù della purezza è anche una virtù fondamentale, senza la quale l'edificio della perfezione cade ben presto in rovina. « Io non so se dica uno sproposito — osservava un giorno Don Bosco —; ma son di parere che chi la possiede, è sicuro di avere tutte le altre, e chi no, può ben possederne alcun'altra, ma tutte restano offuscate e senza questa ben presto spariranno ».n Santità e purezza arrivavano persino a sovrapporsi nel suo insegnamento, quando, aiutato dalla frase: Haec est voluntas Dei, sanctíficatio vestra, spiegava che la santità richiamata da essa consiste nel « mostrarsi puri e casti come lo fu C. C. ».54 A seguito di una confusione allora frequente," cercava la purezza perfetta nel candore e nell'innocenza del bambino.

Infine, lodava per esperienza le meraviglie del cuore puro: « Quelli che hanno la bella sorte di poter parlare colle anime, che conservano questo prezioso tesoro, discoprono una tranquillità,

77 Vedere Mt. 22, 30.

78 « Virtù di un prezzo tale che colui che la pratica alla perfezione merita di essere chiamato un angelo » ([Anonimo], Divozione di Sei Domeniche in onore de' sei anni..., op. cit., Torino, 1740, p. 11; citato in P. STELLA, Valori spirituali..., p. 37).

79 G. Bosco, Maniera facile..., 2a ed., Torino, 1855, § 20 (in Opere e scritti..., vol. I, parte prima, p. 56).

80 Conferenza ai salesiani, estate 1875, secondo le note di Giulio Barberis, in E. CERTA, Memorie biografiche, t. XI, p. 581.

81 Conferenza ai salesiani, 16 giugno 1873, secondo le note di Cesare Ghiaia, in A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, p. 1089.

82« L'innocenza e la purezza sono due virtù che si possono chiamare gemelle; una rassomiglia tanto all'altra che esse si confondono quando le si vuol distinguere » (G. A. PATRIGNANI, Vite di alcuni nobili convittori stati e morti nel seminario romano segnalati in bontà..., Torino, 1824, t. II, p. 167; citato in P. STELLA, Valori spirituali..., p. 36, nota).

una pace di cuore, una contentezza tale, che supera ogni bene della terra. Tu li vedi pazienti nella miseria, caritatevoli col prossimo, pacifici alle ingiurie, rassegnati nelle malattie, attenti ai loro doveri, fervorosi nelle preghiere, ansiosi della parola di Dio. Tu scorgi nel loro cuore una fede viva, una ferma speranza ed una infiammata carità »." In realtà, « tutti i beni mi vennero con essa ».8' Nella castità, secondo la sua definizione, scorgeva tante ricchezze, e così conformi. allo spirito che voleva diffondere, che faceva di questa virtù una caratteristica dei suoi discepoli. Leggiamo: « Ciò che deve distinguere fra gli altri la nostra Società — soleva ripetere nettamente il Santo Fondatore — è la castità, come la povertà contraddistingue i figli di S. Francesco d'Assisi e l'obbedienza i figli di S. Ignazio »."

L'ascesi sessuale

Forse ora si capisce come Don Caviglia abbia potuto fargli dire, senza troppo esagerare: « Lasciamo a parte la teologia, la morale, la mistica e l'ascetica; tutto si riduce a questo: preservarsi puri e santi al cospetto di Dio »." Don Bosco non poteva fare a meno di insistere sui mezzi per conservare o ritrovare la purezza. Ben inteso, insieme con i mezzi « positivi » — come un'atmosfera salubre e tonica, la preghiera, la devozione a Maria, la vita sacramentale — lasciava ampio spazio ai mezzi che definiva « negativi », veri esercizi di ascesi della vita sessuale."

83 G. Bosco, Il mese di maggio..., 8a ed., Torino, 1874, ventesimo giorno, p. 162.

84 Conferenza ai salesiani, 4 giugno 1876, ín E. CEIUA, Memorie biografiche, t. XII, p. 224.

85 A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, p. 35. Vedere anche E. CEIUA, ibid., t. XII, p. 224; ecc.

A. CAVIGLIA, Conferenze sullo spirito salesiano (fasc. litografato), Torino, 1949, p. 55.

87 Sugli uni e sugli altri, vedere G. Bosco a G. D., 7 dicembre 1855, in Epistolario, t. I, p. 118; G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 9, p. 44; un manoscritto di Don Bosco sulla novena dell'Immacolata Concezione, dicembre 1862, ín G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VII, p. 331; un'istruzione ai salesiani, 1869, ibid., t. IX, pp. 708, 922; un'istruzione ai salesiani, 1875, in E. CERIA, ibid., t. XI, pp. 581-583; G. Bosco ai salesiani, 12 gennaio 1876, in Epistolario, t. III, p. 8; ecc.

La separazione klei sessi considerata essenziale per la « custodia » della castità. Il programma di Don Bosco si riduceva qui alla riserva, una riserva talvolta definita « selvaggia » da commentatori che forse non ne hanno avuto una visione globale. Tra i segnalibro del suo breviario, l'imita massima sulla castità diceva: « Lungi da lei [dalla donna] i tuoi passi, né ti avvicinare alla porta di casa sua »." In termini chiari, bisogna fuggire. Ritroviamo qui un principio ascetico già incontrato... « I mezzi negativi si passano
tutti compendiare in quella regola che ci diede S. Agostino: Apprehende fugam si vis referre victoriam.89 Per combattere gli altri
vizi bisogna prenderli di fronte; per questo, la vincono í poltroni, dice San Filippo, cioè chi fugge »." La spiritualità di Don Bosco aveva integrato bene la raccomandazione divenuta ormai classica: « Se volete vincere le tentazioni della carne e le passioni che sug
gerisce, non sognate neppure di proporre loro il combattimento, piuttosto fuggite; è l'unico mezzo che vi rimane per trionfare.

Chi avrà preso la fuga più rapidamente e più alla lontana, ecco chi sarà più sicuro della vittoria »"
La fuga è un'ascesi; un'altra è la mortificazione sistematica dei sensi per dominare la vita sessuale, la riservatezza vera e propria. Don Bosco chiedeva al casto di controllare gli sguardi, l'udito e il contegno. Egli temeva gli occhi, queste indiscrete « finestre » dell'anima di cui parlava il suo manuale di devozione per i giovani." I suoi libri proponevano a modello san Luigi Gonzaga che non li aveva alzati sul volto della regina di Spagna; Luigi Comollo, costretto a dire ai compagni che si burlavano di lui che solo dalle loro ombre disegnate sul terreno giudicava molto alte le giovani cugine che andavano a trovarlo in seminario, poiché sarebbe stato incapace di aggiungere qualsiasi altra considerazione sul loro aspetta esteriore; e infine Domenico Savio che rifiutava ostinatamente di soffermarsi sul via vai delle vie di Torino, e avere « forti mal

88 Prov. 5, 8 (vedere oltre, doc. 5).

89 « Prendi la fuga se vuoi riportar vittoria ».

9° Conferenza citata del 1875, in E. CEIUA, Memorie biografiche, t. XI, p. 581.

98 Combattimento spirituale, c. 19: « Come bisogna combattere il vizio dell'impurità ».

92 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, Divozione a Maria Santissima, p. 53.

di capo » a causa del vegliare sui suoi occhi che riservava alla contemplazione di Maria in cielo." I religiosi di Don Bosco sentivano gli stessi consigli ascetici sulla custodia dei sensi, cui s'aggiungeva la sorveglianza degli affetti e dei gesti che li manifestavano." Essi dovevano inoltre escludere dal loro vocabolario termini come impurità, impudicizia... che avrebbero potuto suscitare immaginazioni sospette in se stessi, nei loro uditori o lettori. « Nec norninentur in vobis! »95 Don Bosco si sorvegliava rigorosamente su questo punto, soprattutto quando si trattava dei giovani.96 Lottava così contro tutti gli squilibri, grossolani o sottili, che minacciano íl tempio della purezza, cristallo che anche un soffio può appannare.

Principi come questi, se applicati senza discernimento, evi
dentemente rischiano dimettere insieme una triste compagnia di orsi o dei disgraziati pusillanimi. Fortunatamente, la dotaina spi
rituale del nostro santo non li isolava. Egli metteva l'ascesi al ser
vizio della virtù e dell'uomo virtuoso, e non inversamente. Per conto suo, forse dopo un periodo difficile, fu, almeno dopo la
quarantina, la cordialità in persona con tutti e con tutte. La sua corrispondenza con alcune donne, verso le quali nutriva una particolare confidenza: Carlotta Callori, Gerolama Uguccioni, Gabriella Corsi..., è di un abbandono incantevole." Essa dà il tono delle sue risposte negli ambienti in cui si sentiva a suo agio. È molto utile scorrerla, perché la generazione che lo seguì era tentata di forzare, come sempre capita, la portata di affermazioni generali, che la misura, la saggezza e un'amabile carità ,

93 Le Sei domeniche..., 8a ed., Torino, 1886, pp. 26-27; [G. Bosco], Cenni storici sopra la vita del chierico Luigi Comollo..., Torino, 1844, c. 3, p. 35; G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 65 ed., Torino, 1880, c. 13, p. 55; c. 16, pp. 66-67.

94 Istruzione del 1869, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, pp. 706-707; istruzione del 24 settembre 1870, secondo uno schema ritrascritto, ibid., p. 922; lettera citata, 12 gennaio 1876, in Epistolario, t. III, p. 8.

95 Vedere Ef. 5, 3. A questo versetto dava il significato: « L'impurità... non sia nominata », significato che era evidentemente estraneo all'originale biblico.

96 La lettura della sua Storia sacra è significativa.

97 La prima era nata nel 1827. Vedere, ín Epistolario, questa corrispondenza che permetterebbe forse di comporre su di lui un libro analogo a quello di H. RAHNER, Ignace de Loyola et les femmes de son temps, trad. franc., Paris. 1964.

ispirate da san Francesco dí Sales, temperavano nella pratica quotidiana. Durante la sua vita (1882), queste sfumature erano sfuggite ad esempio al suo amico divenuto più tardi salesiano, il conte Carlo Cays che, durante la sua ultima malattia a Valdocco, non osava autorizzare la c. "ogZt-.9,` a vegliarlo durante la notte. Il vegliardo fu rimproverato da un salesiano, cui si riconosceva una sicura austerità: « Non essendo l'Oratorio un convento, ma un Ospizio, dove già altre volte madri e sorelle avevano assistiti allievi e persone malate, e ciò permetteva anche a lui... ». Il conte Cays accettò.'
Don Bosco non si impegolava nei suoi principi: la riservatezza molto severa che comandava e praticava non lo faceva cadere in un puritanismo.

Un'ascesi di accettazione

Tra questi principi, il lettore contemporaneo scopre, forse non senza sorpresa, l'espressione « compiere il proprio dovere ».

Essa appare inattesa sulle labbra d'un uomo più vicino al. profeta che non all'« uomo del dovere » e che pareva non conoscere altra
legge che l'imitazione del Cristo. In realtà, Don Bosco ebbe una grande preoccupazione del « dovere », sia che vi scorgesse l'inter
mediario della volontà dí Dio, sia che ne facesse un esercizio di ascesi. L'ascesi più profittevole è imposta dalla vita quotidiana
che Dio ci fa un « dovere » di assumere."
La formula ritorna insistentemente nell'opera letteraria di
Don Bosco. « Ognuno è obbligato di adempiere i doveri dello stato in cui si trova » insegnava, in modo generale, il Porta teco del 1858.1'9° L'anno seguente veniva pubblicata la prima edizione della biografia di Domenico Savio, che avrebbe proclamato davanti ai suoi compagni: « Il mio divertimento più bello è l'adempimento
de' miei doveri: e se voi siete veri amici, dovete consigliarmi ad adempirli con esattezza e non mai a trasgredirli »."' Un giorno
avendo chiesto al suo direttore, cioè a Don Bosco, come celebrare

98 [Anonimo], Il Conte D. Carlo Cays di Giletta, nelle Biografie dei Salesiani defunti nel 1882, S. Pier d'Arena, 1883, pp. 40-41.

99 Vedere l'interessante articolo di J. ToNNEAu, Devoir, nel Dictionnaire de Spiritualité, t. III, col. 654-672, soprattutto 659-672.

100 [G. Bosco], Porta teco..., Torino, 1858, p. 7 (vedere oltre, doc. 11).

101 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 9, p. 48.

santamente il mese di Maria, ricevette per prima consegna: « Lo celebrerai coll'esatto adempimento de' tuoi doveri ».1" Passavano due anni e, nella vita di Michele Magone, Don Bosco esaltava la vittoria del dovere sulla fantasia. « Fugi l'ozio, sta allegro fin che vuoi, purché non trascuri i tuoi doveri » avrebbe detto Michele, quell'argento vivo, a un compagno di cui fraternamente sí occupava."' Quanto a Michele, « dato il segno dello studio, della scuola, del riposo, della mensa, della chiesa, egli interrompeva ogni cosa e correva a compiere i suoi doveri ».104 Don Bosco, che dedicava un intero capitolo alla « puntualità » del giovanetto nel suo « dovere »,105 trovava questa premura meravigliosa. Nel 1878, una delle sue strenne spirituali, molto severa nella sua forma bonaria, non avrebbe raccomandato agli abitanti di Valdocco « l'esattezza nel dovere del proprio stato, cominciando, da Don Rua fino a Giulio » cioè a tutti, dal prefetto (vicedirettore) allo scopino? 106 Numerosi salesiani formati alla sua scuola saranno elogiati per il loro « attaccamento straordinario al [loro] dovere »1°7 o per la loro « straordinaria puntualità in tutto ciò che era [loro] dovere »10' Certe ripetizioni non mancano di eloquenza...

Il dovere è dettato dalla volontà dell'autorità e dagli alti e bassi dell'esistenza che manifestano le intenzioni dí Dio.

Vicario di Dio, il capo, sia nella società umana che nella Chiesa, deve essere pronto a rendergli conto degli atti dei suoi subordinati. I genitori rappresentano Dio presso i figli, i responsabili civili presso gli amministrati, i superiori religiosi presso i sudditi, e così via."' « Ogni potere viene da Dio »: Don Bosco avrebbe piuttosto forzato il principio di san Paolo ."° « Il vero. Cristiano

102 Ibid c. 20, p. 101.

103 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 10, p. 53.

104 Ibid., c. 7, p. 33.

105 c. 7, pp. 33-39.

106 G. Bosco a M. Rua, 27 dicembre 1877, in Epistolario, t. III, p. 254.

107 II chierico Giovanni Arata (1858-1878), nel libretto anonimo Bio grafie dei Salesiani defunti negli anni 1883 e 1884, Torino, 1885, p. 14.

108 Il chierico Francesco Zappelli (1862-1883), ibid., p. 82.

109 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 23 ed., Torino, 1851, parte prima, Cose necessarie..., art. 4, p. 15.

110 Vedere, per esempio, una buonanotte del 30 marzo 1876, in E. CERIA, Memorie biografiche, t. XII, p. 147.

obbedisce a' suoi genitori, a' suoi padroni, a' superiori, perché egli non riconosce ín quelli se non Dio medesimo, di cui quelli fanno le veci ».111 Uno dei suoi scritti anzi, da questo trarrà una conclusione eccessiva: « Siate -ubbidienti ai vostri superiori e state sottomessi ai loro ordini, impercioc'ché non gli inferiori, ma i superiori devono vegliare come se dovessero a Dio rendere conto delle cose, che riguardano al bene delle anime vostre »."2 Per lui, « l'ubbidienza prestata [da un giovane cristiano] ai superiori è lo stesso come se fosse prestata a G. C. »...113
L'avvenimento, strumento della Provvidenza, è anche una forma del linguaggio di Dio. « Il mezzo più facile a noi per farci santi », leggiamo nel testo di una conversazione di Don Bosco datata da Don Lemoyne il 13 settembre 1862, « è il seguente: Riconoscere la volontà di Dio in quella dei nostri Superiori in tutto ciò che ci comandano e in tutto quello che ci accade lungo la vita (...). Altre volte ci sentiamo oppressi da qualche calamità od angustia di corpo o di spirito: non ci perdiamo di coraggio, confortiamoci col dolce pensiero che tutto è ordinato da quel pietoso nostro Padre che è nei cieli e per nostro bene... ».114 Egli stesso ha vissuto di questa certezza quando aveva delle pene, ad esempio quando costruiva, Dio sa a prezzo di quante difficoltà, la grande chiesa di Maria Ausiliatrice: « Si immagini quante spese, quanti disturbi, quante incombenze caddero sopra le spalle di Don Bosco. Non si pensi per altro che io sia abbattuto; stanco e non altro. Il Signore diede, cangiò, tolse nel tempo che a lui piacque; sia sempre benedetto il suo santo nome! ».115
Il compimento del dovere, l'obbedienza e la sottomissione alla vita avevano per Don Bosco una virtù ascetica e purificatrice.

111 G. Bosco, La Chiave del Paradiso..., 23 ed., Torino, 1857, parte prima, Ritratto del vero Cristiano, pp. 21-22 (vedere oltre, doc. 8).

112 G. Bosco, Introduzione alle Regole o Costituzioni..., Torino, 1877, p. 22. Il versetto (Eb. 13, 17), di cui in questo punto, ignora infatti la negazione: « non sono gli inferiori... ».

113 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., loc. cit., p. 15. Il testo aggiunge, ed è curioso: « ... alla santissima Maria e a san Luigi »!

114 Secondo la cronaca di Giovanni Bonetti (ACS, S. 110, Annali, III, pp. 54-55). Vedere G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VII, p. 249.

115 G. Bosco alla contessa C. Callori, 24 luglio 1865, in Epistolario, t. I, pp. 355-356. Cinque dei suoi principali collaboratori si erano ammalati, Don Rullino era appena morto e Don Alasonatti era in punto di morte.

Conosciamo la sua rude risposta a Domenico Savio che si imponeva ogni sorta di penitenze affLittive: « La penitenza, che il Signore vuole da te, è l'ubbidienza. Ubbidisci, e a te basta ».1" Michele Magone fu elogiato perché « perdonava volentieri qualunque offesa in onore di Maria. Freddo, caldo, dispiaceri, stanchezza, sete... »."7 Don Bosco non raccomandava ai direttori di case altre austerità se non quelle: « Le tue mortificazioni siano sulla diligenza a' tuoi doveri e nel sopportare le molestie altrui »,l" e scriveva — molto salesianamente — ad alcune corrispondenti francesi: « In quanto alle penitenze corporali, non sono adatte a voi. Alle persone d'una certa età, basta sopportare le pene della vecchiaia per amor di Dio; alle persone cagionevoli di salute, basta sopportare dolcemente per amor di Dio le loro incomodità e seguire il consiglio del medico o dei parenti con spirito di obbedienza; è più gradevole a Dio un cibo delicato con l'obbedienza che un digiuno contro l'obbedienza... Conformatevi alla santa volontà di Dio amabilissimo su tutte le cose »219

Una sottomissione umile e gioiosa

Praticava e raccomandava l'ascesi quotidiana dei lavoratori e di tutti i cristiani fedeli alle esigenze del loro stato. Bisogna aggiungere che la sua attività non lasciava spazio alla mollezza. Nato in una famiglia di contadini, vi aveva conosciuto pagliericci molto scomodi, levate antelucane, vitto grossolano e un lavoro faticoso. Ai suoi giovani e ai suoi salesiani che venivano da ambienti consimili, non offriva case con tutte le comodità e una vita tranquilla, soprattutto se avevano accettato di pronunciare i voti religiosi. Tutti vivevano nella semplicità e, nei limiti delle loro forze, lavoravano. Autentici proletari, non avevano nemmeno la libertà di scegliere le loro penitenze: le intemperie, la fame, la sete, i vestiti mal fatti, un lavoro assillante, la fatica e le privazioni di ogni genere

116 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 15, p. 74.

117 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 8, p. 40.

118 G. Bosco, Ricordi confidenziali..., Torino, 1886; riprodotto in A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, p. 1041.

119 G. Bosco alla Signora e alla Signorina Lallemand, 5 febbraio 1884, in Epistolario, t. IV, p. 422 (secondo la copia di una delle destinatarie).

erano il loro pane quotidiano. Se erano fedeli al loro maestro, le accettavano volentieri.

Per avere il suo pieno valore ascetico, la sottomissione deve essere infatti « pronta, umile e allegra », una serie di aggettivi per i quali Don Bosco mostrava un debole. Un articolo del regolamento delle case salesiane riassumeva un insegnamento tante volte ripetuto: « Sia la vostra ubbidienza pronta, rispettosa ed allegra ad ogni loro comando, non facendo osservazioni per esimervi da ciò che comandano. Ubbidite, sebbene la cosa comandata non sia di vostro gusto »22° Don Bosco ricordò per tutta la vita la prontezza dell'obbedienza di Luigi Comollo che interrompeva il lavoro al primo tocco della campana del seminario.12i Anche Giuseppe Cafasso è stato presentato da Don Bosco come singolarmente rigoroso nella sua sottomissione.122 Alla prontezza, i discepoli di Don Bosco univano l'umiltà, cioè la sottomissione rispettosa del suddito al superiore, che evitavano di criticare e di cui, come l'eccellente Besucco,123 prevenivano affettuosamente i desideri. Non avevano per modello « l'umile Don Bosco »? il « povero Don Bosco »? Infine, la spiritualità che veniva loro insegnata li portava a preferire ai « volti accigliati » mal rassegnati, le persone che ubbidivano di buon animo.124 Hilarem datorem diligit Deus.v-5
« Nulla domandare, nulla rifiutare ». Don Bosco faceva sua questa direttiva di san Francesco di Sales alle Visitandine, direttiva che probabilmente gli era stata illustrata da Giuseppe Cafasso.126
Sulle sue labbra sono stati raccolti elogi dell'ubbidienza cieca, e gli capitava di paragonare il giovane cristiano a un fazzoletto

120 Regolamento per le case..., Torino, 1877, parte seconda, c. 8, art. 6, p. 76.

121 [G. Bosco], Cenni sulla vita del chierico Luigi Comollo..., Torino, 1844, c. 3, p. 28; vedere la 4a ed., Torino, 1884, c. 6, p. 46.

122 Vedere G. Bosco, Biografia del Sacerdote Giuseppe Caffasso..., Torino, 1860, parte prima, c. 5, p. 28.

123 Vedere G. Bosco, Il Pastorello delle Alpi..., Torino, 1864, c. 3, p. 17.

124 Vedere una conferenza ai salesiani, 30 ottobre 1876, in E. CERTA, Memorie biografiche, t. XII, p. 564.

125 « Dio ama l'allegro donatore » (2 Cor. 9, 7).

126 GIUSEPPE CAFASSO, Manoscritti vari, VI, 2240 A, citato in ACCORNERO, La dottrina spirituale..., p. 38, nota '18. Vedere, per Don Bosco, Regole o Costituzioni..., Torino, 1874, c. 3, art. 3: « Nemo anxietate vel petendi vel recusandi afficiatur ».

nelle mani del superiore. Se ne dovrà forse dedurre che la sua ascesi formava dei molluschi limpidi e flaccidi? Certo, ridotta a una sottomissione senz'anima, l'ascesi della volontà che egli proponeva non avrebbe potuto far molto di più. Ma lui stesso praticava e si aspettava dai suoi collaboratori, o dai suoi stessi allievi, un'obbedienza illuminata e dinamismo. La lettura della biografia di Domenico Savio ci assicura che questo giovane sottomesso, modello permanente dei discepoli del santo, era un inventivo che il maestro non ha spezzato. Anzi! I processi verbali dei consigli presieduti da san Giovanni Bosco ci mettono in condizione di renderci conto della spontaneità dei suoi collaboratori, molto meno sorvegliata, se ci si permette un confronto, dí quella contenuta negli analoghi scritti di san Vincenzo de' Paoli.127 Varrebbe la pena di riportare qui la scena, ampiamente descritta, in cui Don Lemoyne e Don Costamagna ricevettero, nel 1877, le loro ubbidienze più decisive, uno per la cappellania delle suore salesiane, l'altro per le missioni d'America del Sud. Don Bosco, superiore presente, ascoltava, sorrideva, approvava. Alla fine, Costamagna prese in giro il povero Lemoyne.1
Niente agere contra sistematico da parte dei capi responsabili. « Alle volte sí pensa che sia virtù il far rinnegare la volontà con questo o quell'altro ufficio, contrario al gusto individuale, mentre ne deriva danno alla Suora ed anche alla Congregazione — spiegava alle suore salesiane. — Piuttosto sia vostro impegno di insegnar loro a mortificarsi, ed a santificare e spiritualizzare queste inclinazioni ».129 Diceva analogamente ai salesiani: « Il Superiore studii l'indole de' suoi soggetti, il loro carattere, le loro inclinazioni, le loro abilità, i loro modi di pensare, per saper comandare in maniera da rendere facile l'obbedienza ».130 E ancora: « Né mai si diano comandi ripugnanti; anzi abbi massima cura di secondare

127 Vedere St. VINCENT DE PAUL, Entretiens spirituels aux missionaires, ed. Dodin, Paris, 1960.

128 Vedere G. B. FRANCESIA, Suor Maria Mazzarello. I primi due lustri delle Figlie di Maria Ausiliatrice, S. Benigno Canavese, 1906, pp. 295-297.

129 Conferenza alle superiore salesiane 15 giugno 1874, in A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, p. 637.

130 Conferenza ai salesiani, 18 settembre 1869, secondo G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, p. 713.

le inclinazioni di ciascuno affidando di preferenza Ie cose che si conoscono di maggior gradimento ».131
I doni di Dio, comunque essi siano, non dovrebbero mai essere sprecati. Ecco perché Don Bosco attendeva dai cristiani, religiosi compresi, l'ubbidienza cosciente, alla ricerca del meglio che egli stesso praticava. QuPlli che conoscono la sua vita non possono immaginarlo diversamente di fronte alle autorità civiche o politiche del Piemonte, alle autorità religiose di Torino e di Roma. Egli condusse, sempre con umiltà e correttezza, lunghe battaglie che non gli sembravano contrarie a una sana abnegazione della volontà.

Ascesi e felicità

La pace viene garantita da Don Bosco a chi pratica una tale ascesi di rinuncia e più ancora di accettazione. « Dio sa largamente ricompensare i sacrifizi che si fanno per obbedire alla sua santa volontà ».1" « Voi siete sicura di trovare la vostra felicità spirituale e la tranquillità del cuore nell'ubbidienza cieca agli avvisi del vostro confessore ».'" Insomma, l'obbedienza è un pegno di « vita veramente tranquilla e felice ».m
Egli conduceva sorridendo una vita difficile. Non ci riferiamo, ora, alla sua vita apostolica. La malattia, sempre più tenace a mano a mano che egli invecchiava, l'ha messo a dura prova. I testimoni dei suoi ultimi dieci anni sapevano quanto i suoi occhi e le sue gambe lo facevano soffiire. Una delle sue croci fu conosciuta solo dopo la sua morte, al momento di rivestire la sua salma: una specie di erpete contratto, pare nel 1845, durante un'epidemia propagatasi nell'ospedale del Cottolengo. Non avrebbe potuto sopportare cilicio più orribile, scriveva Don Ceria."5 Questo cilicio

131 G. Bosco, Ricordi confidenziali..., Torino, 1886; in A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, p. 1046.

132 Buonanotte, 20 maggio 1875, secondo E. CERIA, Memorie biografiche, t. XI, p. 243.

133 A una Signorina N.N., 10 novembre 1886, in Epistolario, t. IV, p. 405.

134 G. Bosco, Introduzione alle Regole o Costituzioni..., Torino, 1877, p. 23.

135 E. CERIA, Don Bosco con Dio, ed. cit., p. 150.

non impediva assolutamente a Don Bosco di continuare ad essere allegro e sorridente. Egli stesso trovava una specie di dolcezza in un'ascesi di corpo e di anima, più spesso sopportata che scelta, che lo avvicinava al Cristo nella sua passione e gli dava la speranza di raggiungerlo nella gloria, perché « bisogna soffrire con Cristo per essere con lui glorificati ».

La « temperanza », la lotta contro il male e la sottomissione laboriosa alla vita che, malgrado un certo rigore, evitava di trasformare in assoluto, erano per lui un modo di servire Dio nella gioia, scopo supremo della sua esistenza e via breve della santità, secondo il suo più costante insegnamento.

CAPITOLO VII - IL SERVIZIO DELLA MAGGIOR GLORIA DI DIO

Il servizio del Signore

La vita spirituale di san Giovanni Bosco era fondata su Dio che la sostenne fino alla fine: « Sono stato creato da Dio affinché io lo conosca, lo ami, lo serva in questa vita, e con questo mezzo vada un giorno a goderlo in Paradiso »,1 faceva recitare al fedele devoto che leggeva o ascoltava il suo Mese di maggio. Tuttavia, non era né il primo né il secondo dei tre verbi che godeva le sue preferenze. Egli non era tentato dalla gnosi, il che gli impediva di mettere in primo piano la conoscenza; inoltre, nemmeno l'amore, cui spesso attribuiva un risalto troppo affettivo, poteva essere considerato come il compendio della vita cristiana. Rimaneva il servizio, che d'altronde egli concepiva con caratteristiche che noi attribuiamo alla carità. Ma, in realtà, il Cristo non ha amato il Padre servendolo? « Bisogna che il mondo riconosca che io amo il Padre, e che opero come il Padre mi ha ordinato ».2 Don Bosco, dunque, diceva semplicemente che Dio « ci ha creati per servirlo ».3 E quando voleva presentare ai suoi giovani discepoli un « metodo di vita cristiana » non decideva, come sicuramente faremmo noi, che avrebbe insegnato loro ad « amar Dio », ma li avrebbe messi in grado di ripetere « con Davide »: « Serviamo al Signore in santa allegria ».

1 G. Bosco, Il mese di maggio..., 8a ed., Torino, 1874, dodicesimo giorno, p. 83.

2 Cv. 14, 30.

3 G. Bosco, Il mese di maggio..., loc. cit., p. 85.

4 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 23- ed., Torino, 1851, p. 6. La frase veniva da Sal. 99, 2.

Talvolta egli ha illustrato questo servizio in termini abbastanza legalistici: « Questa parola servirlo vuoi dire far quelle cose che gli piacciono, e fuggire tutte quelle che gli possono recare disgusto. Onde il servizio di. Dio consiste nella esatta osservanza de' comandamenti di Dio e della Chiesa ».5 Come rileva un capitolo importante della biografia di Domenico Savio, il santo compie allegramente la volontà di Dio e, di conseguenza, eseguisce « minuziosamente il suo dovere e le sue pratiche di pietà », perché tutto è ancora riassunto con la formula: « Serviamo il Signore in santa allegria ».6 Ma, in fondo, Don Bosco predicava qui solo la sottomissione alla volontà divina, cara al suo maestro sant'Alfonso. D'altronde, egli invocava sovente un principio molto religioso di discernimento fra ciò che piace e ciò che non piace a Diò, il che dava alla sua massima la profondità cristiana desiderabile.

L'unico assoluto

Tutto sommato, Don Bosco non conosceva che un assoluto: la gloria di Dio, alla quale si riferiva in tutto, sia nella vita spirituale che in quella apostolica. Il dovere, il servizio, il lavoro, la stessa salvezza, rappresentavano, valori relativi; era la gloria di Dio che costituiva la norma suprema della perfezione delle sue azioni.

Diremmo che i testimoni del processo di canonizzazione sono stati unanimi nell'affermarlo: « Tutto per il Signore — diceva il servo di Dio —; facciamo quello che si può ad majorem Dei gloriam; riposeremo poi in Paradiso ».7 « Ammirabile ed eroica fu la fortezza di Don Bosco nel frenare le proprie passioni, nel sopportare fatiche, incomodi, tribolazioni; nell'intraprendere e sostenere le più ardue imptese, sempre alla maggior gloria di Dio ed al vantaggio delle anime ».8 Con Don Barberis e Don Rua, autori delle frasi riportate, l'abate Giacomelli,9 il canonico Ballesio," il

5 G. Bosco, Il mese di maggio..., loc. cit., p. 86.

6 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 17, pp. 86-87 (vedere oltre, doc. 14).

7 G. Barberis, Processo diocesano di canonizzazione, ad 22; in Posítio super introductione causae. Summarium, p. 427.

8 M. Rua, ibid., ad 22, in Positio..., op. cit., p. 667.

9 Ibid., ad 22, in Positio..., op. cit., p. 732.

10 Ibid., ad 22, in Positio..., lac. cit., p. 734.

parroco Reviglio 11 ed evidentemente i suoi fedelissimi discepoli, Mons. Cagliero '2 e Don Berto,u ai quali si potrebbero aggiungere il suo maestro e amico Giuseppe Cafasso,N l'hanno ripetuto con enfasi: Don Bosco lavorava per la maggior gloria di Dio.

Ora, quando questi testimoni si esprimevano in questi termini non si rifacevano gratuitamente a un'espressione devota che servisse alla causa del loro eroe. Costui aveva sempre la gloria di Dio sulle labbra e sotto la penna: « Nel parlare ai Salesiani, nelle comunicazioni ai Cooperatori, negli scritti, nella corrispondenza epistolare le adoperava di continuo ».15 Avremo modo di dimostrare che l'avverbio non è eccessivo. La ripetizione finisce, anzi, per destare qualche dubbio sulla vera portata di questi termini. È vero 'che vi sono frasi legate alla tradizione che si ripetono nei nostri discorsi e nelle conclusioni delle nostre lettere, alle quali sarebbe superfluo attribuire grande importanza. Come il primo, anche quesealtro dubbio è poco fondato. Quando nel 1845 Don Bosco affermava nella sua Storia ecclesiastica di averla scritta « unicamente alla maggior gloria di Dio ed a vantaggio spirituale principalmente della gioventù. »,15 forse aveva usato soltanto una formula di comodo, abituale fra persone di Chiesa. Ma la stessa intenzione sicuramente assumeva un valore personale nella prefazione al Sistema metrico decimale, verosimilmente pubblicato l'anno seguente: « Se le mie deboli fatiche non potranno tutti appagare, saranno almeno degne di benigno compatimento. Si provi ogni cosa e si ritenga ciò che pare più buono sempre a maggior gloria di quel Dio che è di ogni bene Datore »." Analogo rilievo si potrebbe fare per una lettera in cui Don Bosco dichiarava di

11 Particolarmente affermativo: «'II servo di Dio aveva come fine primario e assoluto Ia gloria di Dio e la santificazione dei suoi protetti » (ibid., ad 16, in Positio..., op. cit., p. 154).

12 Ibid., ad 22, in Positio..., op. cit., p. 651.

13 Ibid., ad 22, in Positio..., op. cit., p. 600 (secondo i Ricordi confidenziali ai direttori).

14 Citato (ma secondo chi?), nella Responsio ad Animadversiones RP.D. Prornotorís fidei super dubio, Roma, 1907, p. 3, 5 5.

15 E. CERTA, Don Bosco con Dio, ed. cit., p. 244.

16 G. Bosco al Frate Hèrvé de la Croix, s.d. (ottobre 1845, secondo Don Ceria), in Epistolario, t. I, p. 15.

17 G. Bosco, Il Sistema metrico decimale ridotto a semplicità..., 4a ed., Torino, 1851, p. 4.

rifiutarsi di pubblicare alcune « profezie », perché la loro diffusione non gli sembrava « convenire alla gloria di Dio ». Sebbene si astenesse dal giudicare del loro « merito », affermava che non vi scorgeva « Io spirito del Signore che è tutto carità e pazienza »." Quindi, aveva ben ponderato la frase che i suoi giovani recitavano dopo la comunione eucaristica: « Custodite voi tutti questi sentimenti miei, acciocché ogni pensiero, ogni azione non abbia altro di mira se non quelle cose che sono di vostra maggior gloria e di vantaggio spirituale dell'anima mia ».19 Era ancora lui che scriveva a una persona preoccupata della divisione dei suoi beni: « Faccia così: se egli [il marchese Massoni che doveva prendere la decisione] conosce in ciò il bene dell'anima e la gloria dí Dio. Se gli pare di sì, compia il divisamento; se di no, ne sospenda l'esecuzione ».20 Una conferma ancor più significativa: egli era l'autore di questo consiglio a Don Rua, suo principale collaboratore: « Pensaci alquanto prima di deliberare in cose d'importanza e ne' dubbi
appigliati sempre a quelle cose che sembrano di maggior gloria di Dio ».21
È evidente che la gloria di Dio fu uno dei fari della sua vita. Del resto, egli dimostrava che essa aveva illuminato il cammino delle anime sante che egli descriveva: san Paolo che « nulla più desiderava che promuovere la gloria di Dio »;22 san Filippo Neri che « mosso dal desiderio della gloria di Dio » aveva abbandonato tutto quanto amava e intrapreso un difficile apostolato nella Roma

18 G. Bosco al conte U. Grimaldi de Bellino, 24 settembre 1863, in Epistolario, t. I, p. 280.

19 [G. Bosco], Il giovane provveduto.., ed. cit., parte seconda, dopo la comunione, p. 102.

20 G. Bosco alla contessa di Camburzano, 26 dicembre 1860, in Epistolario, t. I, p. 201.

21 G. Bosco a M. Rua, 1863, in Epistolario, t. I, p. 288. L'evoluzione del documento, destinato a diventare classico nella tradizione salesiana, lascerebbe intendere che l'espressione non era più del tutto intelligibile per i salesiani durante gli ultimi anni di Don Bosco. Nel 1886, si leggerà semplicemente: « Nelle cose di maggior importanza fa' sempre breve elevazione di cuore a Dio prima di deliberare » (Ricordi confidenziali ai direttori, 1866, in A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, p. 1041). È assai curioso.

22 G. Bosco, Vita di S. Paolo..., 2a ed., Torino, 1878, c. 2, p. 12. Più sotto, con Barnabé: « I santi apostoli, che cercavano unicamente la gloria di Dio... » (ibid., c. 6, p. 25).

del xvi secolo; 23 san Francesco di Sales che era morto « dopo una vita tutta consumata alla maggior gloria di Dio »; 24 e anche Domenico Savio, che avrebbe detto: « Io non son capace di fare cose grandi, ma quello che posso, voglio farlo a maggior gloria di Dio ».2s « Le virtù e le azioni dei Santi siano tutte orientate verso lo stesso fine che è la maggior gloria di Dio... ».26 Per se stesso, non poteva scegliere principio di vita più elevato.

Così facendo, palesava la sua affinità con sant'Ignazio di Loyola tanto preoccupato della maggior gloria dí Dio da richiamarla, si dice, duecentocinquantanove volte nelle sole sue Costituzioni.' Tale rassomiglianza non desta sorpresa in un ex-allievo del convitto e in un assiduo frequentatore degli esercizi spirituali di sant'Ignazio sopra Lanzo.

Il servizio della maggior gloria di Dio

Sfortunatamente per noi, il nostro santo non ha cercato di spiegarci il suo pensiero al riguardo, e sarebbe oltremodo arbitrario ricercare il significato di questa espressione direttamente nella Bibbia, nei teologi e negli autori spirituali. L'unico procedimento oggettivo da seguire è il confronto dei testi in cui la locuzione gloria di Dio è stata usata da Don Bosco e, se si vuole, da coloro che hanno interpretato il suo pensiero con cognizione di causa.

Prima di tutto risulta che, sulle sue labbra, gloria e onore di Dio erano sinonimi. Il loro accostamento, abbastanza frequente, non ci pare fortuito. Secondo un confidente perspicace, Don Bosco diceva che « senza l'aiuto di Dio non avrebbe potuto compiere

23 Panegirico scritto, maggio 1868, già citato; in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, p. 215.

24 G. Bosco, Storia ecclesiastica..., nuova edizione, Torino, 1870, epoca quinta, c. 4, p. 302 (vedere oltre, doc. 27).

25 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880, c. 16, p. 71. Vedere anche il discorso del professor Picco sul suo allievo Domenico, ibid., c. 26, p. 122.

26 Il testo aggiunge: « ... e la salvezza delle anime » (Panegirico citato di san Filippo Neri, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, p. 214). Distinguiamo i due fini prima di tentar di unirli un po' oltre.

27 Secondo A. Brou, citato da P. POURRAT, La spiritualité chrétienne, t. III, Paris, 1925, p. 51.

nessuna delle sue opere, e ne attribuiva tutto l'onore e gloria all'Altissimo, ed alla protezione di Maria Ausiliatrice ».28 Talvolta anche
i suoi scritti accoppiavano in modo significativo l'onore e la gloria? Nessun uso di quest'ultimo termine è contrario a questa assimilazione. Altra osservazione: la gloria di Dio è ottenuta con la manifestazione delle sue opere nel mondo. Dopo aver dedicato un capitolo alle grazie speciali ricevute da Domenico Savio, Don Bosco scriveva nella biografia di questo giovane: « Ometto molti altri fatti somiglianti, contento di scriverli, lasciando che altri li pubblichi, quando si giudicherà che possano tornare a maggior gloria di Dio »." Conseguenza normale: nel cuore veramente cristiano una tale conoscenza delle opere di Dio suscita un atto di ringraziamento: egli glorifica il Signore. « Nota però che io desidero che tale opera sia conosciuta, affinché il suo esempio serva a far glorificare Iddio in faccia agli uomini »." E pregava una certa Madre Eudosia di comporgli, circa la protezione straordinaria della sua opera in Parigi sotto la Comune del 1871, la « relazione più lunga e circostanziata possibile », « alla maggior [gloria] di Dio e dell'Augusta sua Madre ».32 Render gloria a Dio significherà dunque testimoniargli l'onore che è dovuto per il suo intervento nel mondo. Don Bosco si sforzava di non mancarvi mai: « Divenuto sacerdote, fece tutto il suo possibile per render onore e gloria a Dio. Egli gli attribuiva tutto », affermava il salesiano Secondo Marchisio."
Oggi la formula ha perso mordente per motivi che non tocca a noi ricercare. Mà bisogna dare un. senso completo alle espressioni contenute nella corrispondenza di Don Bosco, che le ha usate con ogni categoria di persone, dalle più umili alle più alte nella

28 G. Cagliero, Processo diocesano di canonizzazione, ad 22; in Positio super introductione causae. Summarium, p. 748.

29 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880, c. 14, p. 63; G. Bosco ai salesiani, 1868, in Epistolario, t. I, p. 551; G. Bosco a C. Louvet, 3 maggio 1887, ibid., t. IV, p. 477.

30 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., ed. cfr., c. 20, p. 98. Un'analoga riflessione si legge nel capitolo 27, p. 128.

31 G. Bosco a A. Savio, 13 settembre • 1870, in Epistolario, t. II, p. 117.

32 G. Bosco alla superiora delle Fedeli compagne, 16 giugno 1871, ibid., p. 165.

33 S. Marchisio, Processo diocesano di canonizzazione, ad 22; in Positio super introductione causae. Summarium, p. 604.

gerarchia. Ci limiteremo agli anni dal 1866 al 1870. A quel tempo scriveva a una marchesa: « Faccia quel che può a maggior gloria di Dio »; 34 a un chierico: « Tu abbi solamente di mira di scegliere quel sito che sarà di maggior gloria di Dio e di maggior vantaggio all'anima tua »; " a un laico: « Nel lavoro si cerchi la gloria di Dio »;" a un canonico: « Le dimando come vero favore di volermi sempre dare quegli avvisi e que' consigli ch'Ella giudicherà tornare alla maggior gloria di Dio »; " a un sacerdote salesiano che aveva appena assunto la carica di prefetto della casa dí Mirabello: « Tu riuscirai: 1° Col cercare la gloria di Dio in quello che fai... »; 38 a un Cardinale: « Mi ascolti con bontà, e poi si degni di darmi quel consiglio che a V. E. parrà migliore per la gloria di Dio »;" a un Arcivescovo di Torino: « L'unica mercede che ho sempre dimandato e che con tutta l'umiltà del cuore di-mando si è compatimento e consiglio nelle cose che V. E. giudi
casse tornare alla maggior gloria di Dio »; " e infine, a una Congregazione romana: « Qualunque osservazione o consiglio che
l'autorevole Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari giudicasse di dare a maggior gloria di Dio, si avrebbe come un gran tesoro per tutti i socii della Congregazione di S. Francesco dí Sales ».41 « Ad ogni modo offriamo tutto alla maggior gloria di Dio »42
Il senso di questa gloria, così cara al suo cuore,

34 G. Bosco alla marchesa M. Fassati, 21 aprile 1866, in 'Epistolario, t. I, p. 387. La data, che l'editore di questa raccolta sembra aver dimenticato di trascrivere, è stata rimessa secondo G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. 1X, p. 38.

35 G. Bosco a G. B. Verlucca, 18 luglio 1866, in Epistolario, t. I, p. 413.

36 G. Bosco, strenna spirituale a un membro della famiglia Provera, 1868, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, p. 38.

37 G. Bosco al canonico A. Vogliotti, 20 maggio 1869, in Epistolario, t. II, p. 29.

38 G. Bosco a D. Belmonte, 22 settembre 1869, in Epistolario, t. II, p. 48.

39 G. Bosco al cardinal P. De Silvestri, 21 luglio 1869, in Epistolario, t. II, p. 38.

40 G. Bosco all'arcivescovo di Torino, 28 novembre 1869, in Epistolario, t. II, p. 63.

41 Relazione alla Santa Sede sulla società salesiana nel 1870, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, p. 788.

42 G. Bosco alla contessa C. Canori, 28 aprile 1870, in Epistolario, t. IL p. 87.

nasce e si sviluppa col timore del Signore, virtù alla quale Don Bosco attribuiva un'importanza probabilmente misconosciuta, ma molto con
forme all'insegnamento che gli era stato dato: Dio è grande, egli è l'onnipotente creatore e sarà il giudice dell'ultimo giorno. Questo timore è « la vera ricchezza » dell'uomo." Si legge nel Porta teco, questo tesoro di consigli fondamentali: « Allevateli [i vostri figli] con ogni cura nel santo timor di Dio, dipendendo da questo la propria loro salute, e la benedizione della casa... ».44 Il timore riverenziale dà alla creatura il senso dell'onnipotenza del Signore e della propria relatività, il senso di Dio indispensabile ad ogni atteggiamento religioso.

Lo stesso servizio della gloria di Dio — al quale Don Bosco, in forza delle sue posizioni essenziali, doveva soprattutto dedicarsi — in lui assumeva innumerevoli aspetti: predicare, scrivere, lavorare, costruire, pregare..., suggeriti dalla preoccupazione di favorire l'onore del Signore in conformità alla sua volontà.

A noi sembra che egli distribuisse le sue opere in due grandi categorie: le opere di devozione e le opere di carità; poiché le une e le altre permettono non solo di servire la gloria di Dio ma, contemporaneamente, di crescere in santità. Nel regolamento per i cooperatori salesiani, riconosceva solo due modi di raggiungere la perfezione: la devozione e l'esercizio attivo della carità." Analogamente, una delle sue ultime circolari parlava di « riprendere le opere di religione e di carità, che sono altamente reclamate dalla maggior gloria di Dio e dal bene delle anime »."
Uomo delle realizzazioni, Don Bosco non poteva avere che questa meta. Una volta posto il principio e ben fissata nella mente la convinzione, non gli rimaneva che il desiderio di tradurli nella vita concreta. Secondo lui, la « devozione » e la carità in atto consentono di rendere a Dio la gloria o l'onore che gli sono dovuti.

43 G. Bosco agli allievi di Lanzo, 26 dicembre 1872, in Epistolario, t. II, p. 245.

44 [G. Bosco], Porta teco..., Torino, 1858, p. 24; secondo Ef. 6,4. 45 Vedere Cooperatori salesiani... (vedere oltre, doc. 33).

46 G. Bosco ai salesiani, 1° maggio 1887, in E. CEIUA, Memorie biografiche, t. XVIII, p. 759.

47 Vedere, ad esempio, oltre, doc. 23, le note di una conferenza del 26 settembre 1868, secondo G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, pp. 355-356.

La devozione e la preghiera

Il devoto è un uomo di preghiera. Ora, la preghiera, anche di epura domanda, come si vede praticata quasi esclusivamente da Don Bosco, serve la gloria di Dio. L'implorazione, per se stessa, onora colui che ne è l'oggetto. Anzi, il nostro santo riteneva che questa glorificazione richiedesse per la preghiera talune
qualità e in modo del tutto particolare la semplice verità e la dignità.

Educatore e pubblicista cristiano, moltissime volte dové deci
dere tra preghiere lunghe o brevi, profonde o semplici, varie
o uniformi. A tutti: ai fanciulli, agli adolescenti, ai laici e agli
ecclesiastici, che erano suoi cooperatori, e poi ai suoi religiosi
e all'insieme dei cristiani, propose uno stesso stile di pietà semplice e dignitosa. I suoi Ricordi per un giovanetto che desidera
passar bene le proprie vacanze: « Ascolta ogni giorno la santa Messa e, se ti è possibile, servila; fai un po' di lettura spiri
tuale. Recita piamente le tue preghiere del mattino e della sera. Ogni mattina fa' una breve meditazione su una verità della fede »,
rassomigliano molto ai programmi che tracciava nelle sue allocuzioni a corrispondenti adulti e a religiosi esperti.

Per tutti temeva la moltiplicazione delle pratiche di pietà. Paragonate a quelle del suo più costante maestro, sant'Alfonso
de' Liguori, le sue istruzioni manifestano una reale tendenza alla semplificazione di un regime di pietà che, deliberatamente, voleva comune." « Non caricatevi di troppe devozioni », ripeteva con san Filippo Neri.49 Egli non accettava di fabbricare una spiritualità per gruppi specializzati e, nello stesso tempo, esigeva un minimo di pratiche, senza il quale ogni vita spirituale fa in fretta a crollare. La sua semplicità era quella del povero che
domanda a Dio il suo soccorso nelle difficoltà quotidiane e il progresso faticoso verso l'eternità. Benché praticasse la lode e
il ringraziamento — come testimonia la formula iniziale della preghiera del mattino inserita nel Giovane provveduto e nella Chiave del Paradiso: « Vi adoro e vi amo con tutto il cuore;

48 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 9, pp. 46-47, già citato.

49 Regolamento per le case..., Torino, 1877, parte seconda, c. 3, art. 9, p. 64.

vi ringrazio di avermi creato, fatto Cristiano, e conservato in questa notte. Vi offerisco tutte le mie azioni »2 — le sue riflessioni abitualmente erano concentrate sulla domanda, la sola forma di orazione che conosca, ad esempio, il capitolo sulla preghiera nelle Sei domeniche e la novena in onore di S. Luigi Gonzaga.51
Egli insisteva perché questa preghiera di povero, senza splendore, senza formule ricercate, fosse autentica, per « la lode della gloria del Signore ». Don Bosco non si rassegnava alla superficialità che, disgraziatamente, degradava la preghiera degli umili da lui diretti. Secondo un suo ex-allievo, Giovanni Battista Anfossi, rispose a una persona che gli rimproverava le troppo numerose preghiere dei suoi giovani: « Io non esigo di più di quanto si fa da ogni buon cristiano, ma procuro che queste preghiere sieno fatte bene »; u ad ogni modo: « Orazione vocale senza che intervenga la mentale, è come un corpo senz'anima » " e « È meglio non pregare che pregare malamente »."
Il contegno nella preghiera e la pronuncia delle formule
lo preoccupavano molto. Nella sua giovinezza aveva ammirato e tentato di imitare Luigi Comollo, il seminarista dalle preghiere lunghe e fervorose." A questo modello univa più tardi, nei suoi scritti, Domenico Savio — di cui diceva che « immobile e composto a divozione in tutta la persona, senza appoggiarsi altrove, fuorché sopra le ginocchia, colla faccia ridente, col capo alquanto chino, cogli occhi bassi; l'avresti detto un altro S. Luigi » 56 — e gli emuli di questo santo giovane, Michele Magone e Francesco Besucco, che si rivolgevano a Dio

50 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, parte seconda, p. 77; G. Bosco, La Chiave del Paradiso..., 23 ed., Torino, 1857, p. 30.

51 In [G. Bosco], Il giovane provveduto..., ed. cit., parte prima, Le Sei domeniche..., ottavo giorno: S. Luigi modello nella preghiera, pp. 68-70.

52 G. B. Anfossi, nel Processo diocesano di canonizzazione, ad 22; ín Positio super introductione causae. Summarium, p. 442.

53 Note autografe, ACS, S. 132, Prediche, C, 3; vedere G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. TX, p. 997.

54 Regolamento per le case..., Torino, 1877, parte seconda, c. 3, art. 3, p. 63.

55 G. Bosco, Cenni sulla vita del giovane Luigi Comollo..., 4a ed., Torino, 1884, c. 4, p. 32.

56 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 13, p. 63.

mettendosi in ginocchio, con il busto retto e il volto sorridente." Quanto alla pronuncia « chiara, devota e distinta » delle frasi, volle farne una delle caratteristiche dei suoi religiosi." Egli trovava da ridire esplicitamente sulla « rapidità eccessiva » delle preghiere dei suoi giovani, che non articolavano le « sillabe e le consonanti » come avrebbe desiderato."

Meditazione e spirito di preghiera

Queste direttive riguardavano la preghiera vocale, la più abitualmente menzionata nelle sue opere: i suoi manuali di devozione erano zeppi di formule. In compenso, parlava poco di meditazione. Un realismo, forse discutibile, gli impediva di considiare l'orazione mentale alla media dei cristiani. Quando diceva ai laici: « Impieghiamo almeno un quarto d'ora mattino e sera a fare orazione >>,60 non siamo certi che pensasse alla meditazione. Fatto senza dubbio più sorprendente in un ammiratore di san Francesco di Sales, le prime redazioni delle Costituzioni salesiane prevedevano solo una mezz'ora di preghiera quotidiana « tra mentale e vocale »; " e la « mezz'ora » di meditazione quotidiana per i suoi religiosi venne introdotta soltanto dopo le osservazioni di un trasecolato consultore romano."

57 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 5, pp. 29-31; Il Pastorello delle Alpi..., Torino, 1864, c. 22, pp. 114-115.

58 « Compositus corporis habitus, Clara, religiosa et distinta pronuntiatio verborum, quae in divinis officiis continentur, modestia domi forisque in verbis, adspectu et incessu, ita in sociis nostris praefulgere debent, ut his potissimum a caeteris distinguantur » (Constitutiones Societatis S. Francisci Salesii, approvate nel 1874, c. 13, art. 2; ed. A. AMADEI, in Memorie biografiche, t. X, p. 982).

59 G. Bosco agli allievi dell'oratorio di Valdocco, 23 luglio 1861, in Epistolario, t. I, p. 207.

60 G. Bosco, La Chiave del Paradiso..., 2a ed., Torino, 1857, p. 29.

61 Vedere, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. V, p. 940, l'edizione — di cui abbiamo potuto qui controllare l'esattezza — di un manoscritto antico di queste costituzioni, capitolo: Pratiche di pietà, art. 3.

62 S. SVEGLIATI, Animadversiones in Constitutiones Sociorum sub titulo S. Francisci Salesii in Dioecesi Taurinensi, 1864, art. 8: « Optandum est ut sodi plusquam unius horae spatio orationi vocali et mentali quotidie vacent... » (pubblicato in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VII, p. 708).

Del resto, Don Bosco faceva meditare tanto i laici che gli ecclesiastici. Per convincersene, basta consultare di nuovo i suoi manuali di devozione, aggiungendovi il Cattolico provveduto di Giovanni Bonetti. Ma non immaginiamoci nulla di complicato: questo esercizio consisteva sovente in una lettura spirituale lentamente assaporata. Troviamo il suo metodo elementare — che può, del resto, appellarsi alla tradizione benedettina — in certe istruzioni ai suoi religiosi, in cui proponeva di seguire le tappe seguenti: scegliere il soggetto, mettersi alla presenza di Dio, leggere o sentir leggere il testo, riflettere sui suggerimenti che hanno un valore personale, prendere risoluzioni pratiche e non dimenticare atti di amore, di riconoscenza e di umiltà." Se, a rigor di termini, si possono riconoscere ín questo metodo alcune caratteristiche di quello adottato da san Francesco di Sales nella Introduction à la vie dévote, bisogna dire che nulla prova che san Giovanni Bosco l'abbia consigliato, neppure che l'abbia conosciuto attraverso uno studio personale. Molto più probabilmente era influenzato da Don Giuseppe Cafasso che « nella meditazione per i laici voleva che si leggesse un pio testo per un tratto di tempo, con varie piccole pause e riflessioni e con affettuosi intimi colloqui »,M e dalla pratica del seminario di Chieti dove era stato formato in gioventù."
Queste considerazioni, unite ad altre sull'impiego delle giornate di Don Bosco, hanno indotto parecchi a immaginare che egli riducesse al minimo il servizio di Dio attraverso la preghiera," senza accorgersi dí essere rimasti troppo alla superficie dei suoi comportamenti.

Le elevazioni spirituali, che nutrivano le sue giornate e quelle dei suoi discepoli, correggono questa impressione negativa. « In

63 Secondo un'istruzione del santo pronunciata a Trofarello, 26 settembre 1868, e la sua edizione in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche,
t. IX, p. 355.

64 Relazione Prato, al Processo diocesano di canonizzazione di Giuseppe Cafasso, p. 875; secondo A. GRAZIOLI, La pratica dei confessori..., op. cit., p. 92.

65 Stando alle Regulae Seminariorum archiepiscopalium clericorum, Torino, 1875, regole che in questo caso sono del tutto conformi alle norme dei religiosi salesiani.

66 Vedere, ad esempio, quello che dice E. CERTA, Don Bosco con Dio, ed. cit., pp. 2-3.

dirizzate ogni vostra azione al Signore dicendo: « Signore, ío vi offro questo lavoro, dategli la vostra santa benedizione ».67 Un altro correttivo è fornito dalla sua dottrina sullo spirito di preghiera. Le pie elevazioni o giaculatorie dovevano riuscire a creare nell'anima, col soccorso della grazia di Dio, uno stato di
preghiera, da lui denominato pietà, o, meglio, spirito di preghiera." L'aveva ammirato in san Luigi Gonzaga, in Domenico
Savio e Francesco Besucco. Questi giovani lo aiutavano, con i suoi libri, a dare lezioni pratiche sullo spirito di preghiera.

Il primo, aveva ottenuto il raro « privilegio » di non soffrire distrazioni nelle sue preghiere e doveva anzi imporsi « una grande
violenza » per cessar di pregare." Il secondo, « fra i doni, di cui
Dio lo arricchì, era eminente quello del fervore nella preghiera. Il suo spirito era così abituato a conversare con Dio che in qual
siasi luogo, anche in mezzo ai più clamorosi trambusti, raccoglieva i suoi pensieri e con pii affetti sollevava il cuore a Dio ».7° Il terzo,
« era così amante della preghiera, ed erasi cotanto abituato ad essa, che appena rimasto solo o disoccupato qualche momento si metteva subito a recitare qualche preghiera. Nel medesimo tempo di ricreazione non di rado si metteva a pregare, e come trasportato da moti involontaril talvolta scambiava i nomi dei trastulli con giaculatorie... ». Si raccontava che, in pieno gioco, intercalasse alle sue grida dei Pater e delle Ave. I compagni ne ridevano ma, continuava Don Bosco, ciò dimostrava « quanto il suo cuore si dilettasse della preghiera, e quanto egli fosse padrone di raccogliere il suo spirito per elevarlo al Signore. La qual cosa, secondo i maestri di spirito, segna un grado di elevata perfezione che raramente si osserva nelle stesse persone di virtù consumata ».71
Quindi., il nostro autore non proponeva ai suoi discepoli e ai suoi lettori un tipo di santità che avrebbe fatto a meno della pre

67 G. Bosco, La Chiave del Paradiso..., ed. cit., p. 39.

68 Vedere gli articoli o capitoli sullo spirito di preghiera, in G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 13, p. 62; Il Pastorello delle Alpi..., Torino, 1864, c. 22, pp. 113-119.

69 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, parte prima, Le Sei domeniche..., ottavo giorno, p. 69.

70 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., ed. cit., c. 13, p. 62.

71 G. Bosco, Il Pastorello delle Alpi..., ed. cit., c. 22, pp. 117-118.

ghiera. Questa, con le brevi orazioni che, come una rete eh piccole arterie in un organismo pieno di sangue, irrigavano la sua anima, trasfigurava la sua azione e quella dei suoi migliori allievi. Il cardinal Cagliero ha detto di Domenico Savio che « non viveva che di Dio, con Dio e per Dio ».72 Quanto a Don Bosco, aveva notato che « l'innocenza della vita, l'amore verso Dio, il desiderio delle cose celesti avevano portato la mente di Domeníco a tale stato che si poteva dire abitualmente assorto in Dio »." Ecco il suo personale atteggiamento spirituale, secondo quelli che meglio lo conobbero. Don Bosco conversava con l'aldilà non solo nei sogni notturni, ma nel trambusto delle giornate apostoliche."
È il caso di insistere e di ripetere che indubbiamente si sbaglierebbe immaginandolo immerso in pura adorazione, come i Serafini del santuario nel libro di Isaia? " Non crediamo di sminuirlo affermando che tali splendori non riguardavano il « povero Don Bosco » che, facendo eco alle preghiere angosciose disseminate nei Salmi, scriveva: « Procuriamo anche noi di acquistare questo spirito di preghiera. In ogni nostro bisogno, nelle tribolazioni, nelle disgrazie, nell'intraprendere qualche azione difficile, non tralasciamo mai di ricorrere a Dio. Ma soprattutto ne' bisogni dell'anima ricorriamo a lui con fiducia »." Sì, « proteggi l'anima mia, ché pio son io; fa salvo il tuo servo, o tu, mio Dio, che in te s'affida. O Signore, abbi di me pietà, ché tutto il giorno io t'invoco ».77 Con le sue implorazioni, a modo suo, serviva la gloria di un Dio dí cui celebrava la potenza e la bontà.

Il servizio di Dio con l'azione

Alla « pietà » univa la carità attiva. Pensava anche che, nei « tempi difficili » in cui viveva, il modo più urgente di servire

72 G. Cagliero, al Processo apostolico di Domenico Savio, ad 17; nella Positio super virtutibus, Roma, 1926, p. 129.

73 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., ed. cit., c. 19, p. 97.

74 Abbondantemente sviluppato da E. CERTA, Don Bosco con Dio, ed. cit., c. 17: Dono di orazione, pp. 327-349.

75 Is. 6,1-3.

76 [G. Bosco], Il giovane provveduto..., ed. cit., parte prima, Le Sei domeniche..., ottavo giorno, p. 69.

77 Sal. 85, 2-4.

la gloria di Dio era questo genere di carità." Supponendo che la vita di perfezione possa essere assicurata, sia con la « pietà », sia con l'esercizio della carità attiva, era pronto di preferenza a dedicare a quest'ultima le sue risorse. Spiegava che gli « antichi terz'ordini. » « tendevano alla perfezione con l'esercizio della pietà », mentre « il nostro scopo principale [nell'unione dei cooperatori salesiani] è l'esercizio della carità verso del prossimo specialmente verso della gioventù esposta ai pericoli del mondo e della corruzione... »." Questa riflessione valeva per tutti coloro che si appellavano al suo spirito.

Il servizio degli altri è prima di tutto temporale. Si conosce l'insistenza dí Don Bosco sul cedere il superfluo ai bisognosi. Chi lo rifiuta loro deruba il Signore e, « secondo san Paolo non possederà il Regno di Dio ».8° Facetamente, si felicitava con quelli che offrivano per testamento il loro superfluo, ma sottolineava: « nel Vangelo non è scritto: "Lasciate in morte il superfluo ai poveri" ma "date il superfluo aí poveri" »." Nello stesso ordine temporale, il vero cristiano cura i malati, istruisce ed educa i fanciulli, dirime i conflitti tra gli uomini senza farsi pregare e appena ne ha l'occasione." La storia dei santi della Chiesa soprattutto quella di san Vincenzo de' Paoli, che Don Bosco cono-, sceva bene — gli sarebbe stata sufficiente per dimostrare che la carità cristiana è inesauribile."
Ma qui si è solo al primo grado: Don Bosco praticava e predicava una carità missionaria. Egli mette in opera un programma di vita che ben conosciamo: datemi delle anime e prendetevi il

78 Cooperatori salesiani..., I (vedere oltre, doc. 33).

79 Ibid., 3.

80 Conferenza pronunciata a Lucca, nel Bollettino salesiano, 1882, anno VI, pp. 81-82.

81 Predica pronunciata a Nizza, 21 agosto 1879, secondo E. CERTA, Memorie biografiche, t. XIV, p. 258. La mancanza di fonti rende sospetta questa asserzione, ma è in pieno accordo con altre frasi certamente autentiche di Don Bosco.

82 G. Bosco, Il mese di maggio..., 8a ed., Torino, 1874, ventinovesimo giorno, p. 178.

83 « La carità cristiana, che aveva già operato tante meraviglie, doveva operarne delle nuove e, per certi riguardi, più maravigliose nella persona di san Vincenzo de' Paoli » (G. Bosco, Storia ecclesiastica..., nuova edizione, Torino, 1870, epoca quinta, c. 5, p. 308).

resto.84 Come si avrà avuto occasione di rilevare, sovente raddoppiava una delle sue formule preferite, dicendo: per la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime. Agli esempi già citati ne aggiungeremo due soltanto presi dalla storia della Chiesa. Al suo tempo, san Paolo, interponendo appello a Cesare, aveva voluto recarsi a Roma « dove per divina rivelazione sapeva quanto doveva lavorare per la gloria di Dio e per la salute delle anime »." Il Non recuso laborein di san Martino alla fine della sua vita era interpretato allo stesso modo: « Colle quali parole dimostrava il vivo desiderio di andare al cielo, ma che avrebbe ancora differito, qualora ciò fosse tornato a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime »." Don Bosco non riusciva, quindi, a immaginare che il servizio temporale non dovesse sfociare nel servizio spirituale. Egli insegnava che gli ammalati devono essere preparati alla vita eterna, i giovani istruiti nella scienza della salvezza, i libri cristiani diffusi perché la buona novella venga annunciata, ecc." Sono tanto pochi gli uomini che si occupano dello spirituale, mentre esso dovrebbe invece occupare il primo posto, osservava melanconicamente." Mentre notava che Domenica Savio e Michele Magone rendevano ai loro compagni ogni sorta di servizi: rifare i letti, pulire le scarpe, spazzolare i vestiti, curarli quando erano sofEerenti," consigliava di imitarli di preferenza nella loro « industriosa carità »: quando avevano costituito gruppi di apostolato o assecondato amici nei loro progressi religiosi.' Don Bosco fu sempre un uomo dell'eternità.

84 Vedere ancora G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., ed. cit., c. 8, p. 38.

85 G. Bosco, Vita di S. Paolo..., 2a ed., Torino, 1878, cc. 21, p. 99.

86 G. Bosco, Vita di San Martino..., 2a ed., Torino, 1886, c. 11, p. 79.

87 G. Bosco, Il mese di maggio..., loc. cit., p. 178.

88 Vedere, ad esempio, la sua conferenza ai salesiani, 18 settembre 1869, già citata.

89 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880, c. 16, p. 71; Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., ed. cit., c. 10, pp. 48, 49.

90 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., ed. cit., c. 11 (vedere oltre, doc. 13); Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., ed. cit., c. 10, 11, passim. Qui facciamo ancora una volta notare le affinità del suo insegnamento con quello di sant'Alfonso, ad esempio nella Vera sposa di Gesù Cristo..., c. 12: Della carità del prossimo.

Carità attiva e perfezione spirituale

Cí guadagnano gli uni e gli altri: sia i cristiani attivi sia quelli che beneficiano dei loro sudori. « Chi salva un'anima salva la propria ». Don Bosco vedeva le sue comunità che crescevano ín perfezione per merito delle opere di carità spirituale.

Diceva a tutti i cristiani: « Un mezzo molto efficace, ma assai trascurato dagli uomini per guadagnarci il paradiso, è la limosina »," termine che qui bisogna interpretare, come sempre in Don Bosco, nel suo significato più ampio: « Per limosina ío intendo qualunque opera di misericordia esercitata verso il prossimo per amar di Dio ».92 Il giorno in cui, nel 1885, Domenico Savio chiese al suo direttore un programma di santificazione, si sale immediatamente su un piano più elevato: « La prima cosa che gli venne consigliata per farsi santo fu di adoprarsi per guadagnar anime a Dio »." Circa quattro anni dopo, una delle prime versioni delle Costituzioni salesiane, a sua volta, affermava: « Lo scopo di questa Società si è di riunire insieme i suoi membri (...) a fine di perfezionare se medesimi imitando le virtù del nostro Divin Salvatore specialmente nella carità verso i giovani poveri ».94 Don Bosco non aveva certamente cambiato parere nel 1868 quando, nel suo panegirico di san Filippo Neri, notava sulla scia di sant'Ambrogio che « collo zelo si acquista la fede, e collo zelo l'uomo è condotto al possesso della giustizia » e, seguendo san Gregorio Magno, che « niun sacrifizio è tanto grato a
Dio quanto lo zelo per la salvezza delle anime »." Saltiamo ancora sei o sette anni per leggere in un progetto preparatorio al rego
lamento dei cooperatori, più chiaro a questo riguardo del testo definitivo: questa associazione « potrebbesi considerare come una specie di Terz'Ordini degli antichi, colla differenza che in quelli si proponeva la perfezione Cristiana nell'esercizio della pietà;

91 G. Bosco, Il mese di maggio..., loc. cít., p. 175.

92 Ibid., p. 175. La definizione viene data dall'autore in modo esplicito.

93 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 11, p. 53 (vedere oltre, doc. 13).

94 Congregazione di S. Francesco di Sales, manoscritto citato, c.: Scopo di questa congregazione, art. 1 (vedere oltre, doc. 12).

95 Panegirico già citato di san Filippo Neri, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, p. 216 (vedere oltre, doc. 21).

qui si ha per fine principale la vita attiva nell'esercizio della carità del prossimo e specialmente della gioventù pericolante. Ciò costituisce il fine particolare dell'Associazione »." Brani come questo sono sicuramente rari, ma sono contenuti in documenti curati e maturati, e la loro chiarezza evita qualsiasi equivoco. Don Bosco riteneva che la carità vissuta, esercitata però con spirito di preghiera, consente di raggiungere la stessa santità che altri ricercano per vie diverse, o meglio, insistendo su valori diversi.

Questa posizione dottrinale di Don Bosco, che non godeva di tutte le simpatie del mondo ecclesiastico contemporaneo?' è di un interesse troppo ,importante perché non gli si chieda come la sostenesse. L'insieme di queste « ragioni » non è deludente.

Egli osservava che, secondo la Scrittura, « la limosina ottiene il perdono dei peccati, quando anche fossero in grande moltitudine » e ne deduceva che la carità fraterna « libera dalla morte eterna », « impedisce » all'anima di cadere « alle tenebre dell'infernQ » e le permette di ottenere « misericordia agli occhi di Dio »." La sua fiducia nel valore meritorio delle opere buone non era estranea a queste riflessioni. « È certo che o più presto o più tardi la morte verrà per ambidue [Don Bosco e il lettore] e forse l'abbiamo più vicina di quel che ci possiamo immaginare. È parimenti certo che se non facciamo opere buone nel corso della vita, non potremo raccoglierne il frutto in punto di morte, né aspettarci da Dio alcuna ricompensa »99 La carità attiva,

96 Associazione di opere buone, Torino, 1875, III, p. 6. Dopo aver ricevuto il breve di Pio IX, Don Bosco, nel testo definitivo, attribuirà a questa idea il patrocinio pontificio (vedere oltre, doc. 33).

97 In mancanza di più precisa documentazione, deduciamo questa conclusione dall'evoluzione dell'articolo citato delle Costituzioni salesiane, dí cui la finale unica del testo primitivo: la perfezione cristiana con l'esercizio della carità, cominciò ad essere scissa in due scopi congiunti: la perfezione cristiana e l'esercizio della carità, verso il periodo ín cui queste Costituzioni furono sottoposte all'approvazione di Roma. Nella versione approvata del 1874 sí leggerà: « Huc spertat Salesianae Congregationís finis, ut sodi simul ad perfectionem christianam nitentes, quaeque charítatis opera tum spiritualia tum corporalia erga adolescentes, praesertim sí pauperiores sint, exerceant... » (ed_ AIVIADEL Memorie biografiche, t. X, p. 956).

98 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., pp. 175-176.

99 G. Bosco, Il Pastordlo delle Alpi..., Torino, 1864, c. 24, pp. 179-180,nella conclusione del libro (vedere oltre, doc. 18). Aggiungere, nello stesso senso: Maniera facile..., 5a ed., Torino, 1877, p. 101: la diciannovesima e ventesima sentenza ricavata dalla Sacra Scrittura.

soprattutto se apostolica, è fonte di opere eccellenti e conseguentemente di meriti. Don Bosco si appellava all'autorità di
sant'Agostino: « Animam salvasti, animam tuam praedestinasti ».101 Egli faceva dire a Domenico Savio: « Se riesco a salvare un'anima metterò anche in sicuro la salvezza della mia »,1°1 affermazione che, evidentemente, era ispirata da questa sentenza, e concludeva un paragrafo sull'amore fraterno di questo giovane con le seguenti parole: « In questa guisa egli [Domenico Savio] aveva la strada aperta ad esercitare continuamente la carità verso il prossimo e accrescersi il merito davanti a Dio »,102 in cui l'aumento dei meriti è abbastanza chiaramente dato come proporzionale all'esercizio della carità cristiana. Bisogna ricordare che, in questa teologia che prendeva ín contropiede i Riformati, la carità era strettamente associata al merito.

Don Bosco non ignorava che l'amore del prossimo e l'amore di Dio sono egualmente solidali. Come Michele Magone, che praticava « la più industriosa carità verso de' suoi compagni », egli « sapeva che l'esercizio di questa virtù è il mezzo più efficace per accrescere in noi l'amore di Dio ».103 Il caritatevole si avvicina a Dio per mezzo di Gesù Cristo visto nei suoi fratelli. Malgrado la spinta di socialismo religioso del 1848, del resto piuttosto effimera, la generazione di Don Bosco discuteva molto meno della nostra stilla fraternità cristiana e sull'unione degli uomini nel Cristo. Tuttavia, al nostro santo erano noti gli elementi più tradizionali di queste verità. Secondo lui, un giorno che gli chiedevano í motivi del suo darsi da fare per il servizio degli altri, Domenico Savio rispose tra l'altro: « Me ne fa perché siamo, tutti fratelli ».104 Don Bosco stesso parlava con tutta

100 Panegirico citato di san Filippo Neri, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, p. 221; Cooperatori salesiani..., S. Pier d'Arena, 1877, Introduzione.

101 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 11, p. 56.

102 Ibid., c. 12, p. 62.

103 G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., ed. cit., c. 10, p. 47.

104 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., ed. cit., c. 11, p. 55.

naturalezza dei suoi fratelli poveri.25 Il capitolo di san Matteo sul giudizio universale gli aveva insegnato l'unione del Cristo e degli uomini, soprattutto se sono degli infelici: « È di grande stimolo alla carità, il mirare Gesù Cristo nella persona del prossimo e il riflettere che il bene fatto ad un nostro simile, il divin Salvatore lo ritiene come fatto a se stesso, secondo queste sue parole: In verità, vi dico: Ogni volta che avete fatto qualche cosa per uno de' più piccoli di questi fratelli, l'avete fatta a me ».'95 Infine, ultimo motivo, apparentemente poco sfruttato dal nostro santo ma che meriterebbe da solo un esame approfondito: la carità apostolica santifica perché assimila al Cristo redentore. « Non avvi cosa più santa al mondo, che cooperare al bene delle anime, per la cui salvezza Gesù Cristo sparse fin l'ultima goccia del prezioso suo sangue ».107 Questa riflessione contenuta nella vita di Domenica Savio è dello stesso biografo.

Riassumendo, la carità apostolica, soprattutto quando tende sinceramente alla trasformazione cristiana degli uomini, quand'è paziente e misericordiosa ad immagine di quella di Dio, conduce a una santità eroica. Non è forse la strada che portò Don Bosco alla perfezione spirituale che la Chiesa si è compiaciuta di riconoscere in lui?
Ma tutto ciò non ha reso complicata la vita dí colui che affermava frequentemente di lavorare solo per la maggior gloria di Dio. La salvezza di un'anima aumenta tale gloria, come notava esplicitamente una frase delle prime edizioni del Giovane provveduto." I due fini, prima subordinati, tendevano, è vero, a

105 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., ventinovesimo giorno, p. 177: « Ma non dimenticare che i poveri sono tuoi ».

106 G. Bosco, Introduzione alle Regole o Costituzioni..., Torino, 1885, c.: Carità fraterna, p. 34. Il capoverso, che manca nelle edizioni del 1875 e del 1877, è quindi tardivo, ma, come era nelle abitudini di Don Bosco, fu, secondo noi, firmato con cognizione di causa. D'altra parte, viene espressa la stessa idea in G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., .ventinovesimo giorno, p. 175; e in una allocuzione ai cooperatori salesiani di La Spezia, 9 aprile 1884, secondo il Bollettino salesiano, maggio 1884, in E. CERTA, Memorie biografiche, t. XVII, p. 70.

107 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., ed. cit., c. 11, p. 53. Lo stesso motivo ricomparirà un po' oltre nello stesso capitolo (p. 55), ma in una forma meno precisa (vedere oltre, doc. 13).

108 « Il Signore (...) faccia sì che, mettendo in pratica questi pochi suggerimenti, voi possiate arrivare alla salvezza dell'anima vostra e aumentarecosì la gloria di Dio, unico scopo di questo libricino » ([G. Bosco], Il giovane provveduto..., 2a ed., Torino, 1851, p. 8). Più tardi si leggerà, forse perché la frase era sembrata un tempo troppo complessa per dei ragazzi: « Il Signore (...) faccia sì che, mettendo in pratica questi pochi suggerimenti, voi possiate accrescere la gloria di Dio e arrivare così a salvare l'anima vostra, scopo supremo per il quale noi siamo stati creati » (op. cit., 101a ed., Torino, 1885, p. 8). Comunque sia, questo spostamento di accento meriterebbe di essere studiato a fondo.

sovrapporsi. Si direbbe che si siano sovrapposti sempre di pii, nella tradizione salesiana posteriore, una volta iniziato questc procedimento fin dal tempo di Don Bosco. Ma non dimenticheremo quanto egli fosse attaccato alla gloria divina. Supposto fedele al suo totale pensiero, anche quando non era espresso nei minimi particolari, il discepolo serviva l'onore di Dio con la sua « pietà » certo, ma soprattutto con la sua carità attiva. In tal modo, la santità che egli cercava nella semplicità cresceva nell'unione col Cristo.

I vari stati di vita del cristiano

Don Bosco vedeva questa santificazione nei vari stati di vita del cristiano. L'abbiamo sentito ripetere che ciascuno guadagna il cielo col compimento del proprio « dovere di stato »109 Forse è bene notare che con questo termine non intendeva riferirsi solo ai grandi stati di vita cristiana. Il sottotitolo del Porta teco, opera rivolta per il suo contenuto ai padri e alle madri di famiglia, ai giovani e alle giovani, agli impiegati e alle persone di servizio, era così formulato: « Avvisi importanti intorno ai doveri del cristiano acciocché ciascuno possa conseguire la propria salvezza nello stato in cui si trova ». Come si vede, questo libretto riguardava solo i laici. Ma, data la sua posizione, Don Bosco evidentemente doveva spiegare a sacerdoti e religiosi come giungere anch'essi alla perfezione. Di fatto, nel corso della sua esistenza, egli ha tenuto presente le tre principali vocazioni del fedele: la vocazione laica, che chiamava semplicemente cristiana, la vocazione religiosa e quella sacerdotale 11° Le sue riflessioni sulla prima
possono essere state abbastanza dimenticate, ma non furono le meno numerose.

109 Vedere sopra, c. 6.

110 Il problema della vocazione alle varie condizioni di vita secondo il pensiero di Don Bosco meriterebbe uno studio particolare. La sua dottrina ricalcava quella di sant'Alfonso: chi rifiuta la chiamata del Signore mette in grave pericolo la sua salvezza. (Vedere, per sant'Alfonso, G. CACCIATORE, in S. ALFONSO M. DE' LIGUORI, Opere ascetiche. Introduzione
generale..., 1960, pp. 228-229). -

Il laico cristiano

Ricordiamoci che Don Bosco fu, soprattutto tra íl 1850 e il 1860, uno degli ispiratori religiosi dei cristiani piemontesi, per i quali scrisse volantini, opuscoli, riassunti di dottrina e biografie edificanti; che in diverse occasioni tentò di unire i cattolici e, più particolarmente, i laici, in associazioni di apostolato; e che, per tutta la vita, consigliò laici con i quali manteneva relazioni epistolari ed innumerevoli altre persone che gli chiedevano un colloquio. Ebbe dunque mille occasioni per esprimere le proprie idee sulla vita del cristiano che vive nel mondo.

Come abitualmente facciamo anche noi oggi, capitava a Don Bosco di partire dall'eminente dignità acquistata nel battesimo, dall'entrata « in grembo alla santa Madre Chiesa ». Il laico cristiano si può dire figlio di un Dio che è suo padre, fratello di un Cristo al quale egli appartiene e beneficiario dei tesori di grazie della Chiesa. « I Sacramenti, da questo amoroso Salvatore istituiti, furono istituiti per me. Il Paradiso, che il mio Gesù aprì colla sua morte, lo aprì per me, e me lo tiene preparato. Affinché poi avessi uno che pensasse per me, volle darmi Iddio stesso per padre, la Chiesa per madre, la Divina parola (sic) per guida »."' Sappiamo che non destinava alla mediocrità gli artigiani incolti e i rozzi contadini: il titolo di battezzati bastava per trasfigurarli ai suoi occhi.'" La santità gli sembrava possibile nei più umili stati di vita. « In seno alla Chiesa cattolica tutti, qualunque sia la loro condizione, possono arrivare alla perfezione delle virtù. Ben lo dimostrò un povero contadino... »21' E raccontava la storia di sant'Isidoro l'aratore.

Diretto da lui, il laico aspirante alla santità non doveva fare il chierico o il monaco, genere che non gli piaceva. Diceva alla madre di famiglia: « Sappia attemprare le sue divozioni in modo

111 G. Bosco, Il mese di maggio..., ed. cit., nono giorno, pp. 68-70.

112 Vedere sopra, c. 2.

113 G. Bosco, Storia ecclesiastica..., nuova edizione, Torino, 1870, epoca terza, c. 6, p. 216.

che non le impediscano quelle funzioni portate dall'obbligo di madre di famiglia »."4 Il laico si santifica nel suo « stato » e nella sua « condizione ». Infatti, come si legge in un'opera sovente attribuita a Don Bosco e certamente da lui riveduta, « la santità non consiste nel fare cose straordinarie, ma nel fare bene ciò che è di nostro dovere secondo il nostro stato e la nostra condizione. La nostra grande occupazione deve dunque essere di ben fare le nostre azioni, anche le più semplici, del nostro stato. Da questo dipende la nostra santità, la nostra salute, la nostra felicità, o infelicità eterna. Le azioni le più indifferenti come le opere manuali, le oneste ricreazioni, il mangiare, il bere ci possono esser di grande merito ».'" La santità del laico è una santità del dovere di stato inteso, secondo quanto precedentemente detto, non come un freddo imperativo categorico, ma come l'espressione della volontà di Dio. In questo dovere di stato sono inclusi i doveri religiosi, ma il buon laico, secondo Don Bosco, non è solo un perfetto praticante: egli è del mondo e lo serve come meglio può. Nei libri del santo sono illustrate figure di madri di famiglia che si guadagnano il paradiso nel cucire, scopare e preparare i pasti; 116 delle donne di servizio che si santificano attendendo alla cura del bestiame e obbedendo ai loro padroni; 117 anche dei soldati, come Pietro in Crimea, che si santificano sui campi di battaglia e al servizio della loro patria.118 Quando il laico riveste una funzione pubblica ha il dovere di santificarsi lavorando per la « società ».'" San Luigi, re di Francia, « provvide efficacemente alla retta amministrazione della giustizia e all'incremento della religione, e promosse costantemente il bene e lo splendore del suo popolo », raccontava Don Bosco,120 e non pensava che

114 [G. Bosco], Porta teco..., Torino, 1858, p. 50: in una serie di consigli ricavati da una lettera del beato Valfré.

115 [Anonimo], Il 'Cattolico provveduto..., Torino, 1868, p. 532; nel corso di una meditazione molto probabilmente copiata.

116 Così la madre di Pietro, in G. Bosco, La forza della buona educazione..., Torino, 1855.

117 G. Bosco, Angelina o l'Orfanella degli Appennini, Torino, 1869.

118 G. Bosco, La forza..., c. 1145, pp. 75-101.

119 [G. Bosco], Porta teco..., Torino, 1858, Avvisi particolari pei capi di famiglia..., Condotta pubblica nel paese, pp. 30-32.

120 G. Bosco, Storia ecclesiastica..., nuova edizione, Torino, 1870, epoca quarta, c. 2, p. 237.

questo modo di compiere le sue funzioni di uomo di Stato avesse nuociuto alla sua santità. Il buon cristiano è necessariamente un buon cittadino; anzi, volentieri avrebbe capovolto la proposizione per affermare che solo i buoni cristiani, o perlomeno gli amici di Dio, sono dei buoni cittadini. « I miei giorni ritornarono ad essere sorgente di consolazione, provando col fatto che soltanto la pratica della religione può consolidare la concordia nelle famiglie e la felicità di coloro che vivono in questa valle di lagrime », spiegava un suo portavoce."' Qui riappare una delle sue tesi preferite.

Le virtù del laico cristiano

La professione cristiana esige dal laico una fede di combattente. Anche in vecchiaia Don Bosco ripeterà, raccontando un sogno: « Prendete lo scudo della fede, onde poter lottare contro le insidie del diavolo ».122 La caduta di certe istituzioni cristiane e il capovolgimento dell'opinione, avevano paralizzato attorno a lui un gran numero di battezzati. Uno dei suoi nemici fu il « rispetto umano » che impediva ai deboli di pregare in pubblico, di frequentare i sacramenti, di difendere la verità; in una parola, li divideva."' Esprimeva in questi termini la sua pena in una vita dell'apostolo san Pietro: « Se i cristiani dei giorni nostri avessero il coraggio de' fedeli de' primi tempi, e superando ogni rispetto umano professassero intrepidi la loro fede, certamente non si vedrebbe tanto disprezzo di nostra santa religione; e forse tanti che cercano di mettere in burla e la religione ed
i sacri ministri sarebbero dalla giustizia e dalla innocenza costretti a venerare la stessa religione insieme co' suoi sacri ministri »"4
Incoraggiava i laici a praticare anche un'altra virtù che gli stava a cuore. Egli non tollerava una certa idea della Provvidenza fatta per favorire la pigrizia. Naturalmente, non reclamava sistematicamente la promozione sociale delle classi non

121 G. Bosco, Severino..., Torino, 1868, c. 26, p. 175.

122 Sogno scritto del 10 settembre 1881, in E. CERTA, Memorie biografiche, t. XV, p. 183.

123 G. Bosco, Severino..., op. cit., c. 22-23, pp. 146-161 e passim.

124 G. Bosco, Vita di S. Pietro..., Torino, 1856, c. 14, pp. 80-81.

abbienti e gli capitava perfino, ma molto raramente, di predicare ai più sfortunati la semplice rassegnazione."' La « rivoluzione » non era una tentazione per il suo spirito moderato, ma sappiamo anche che spese tutte le sue forze a soccorrere efficacemente í bisognosi. Agiva per convinzione e non per il solo piacere di dimenarsi: « Riponiamo in lui [Dio] la nostra fiducia e facciamo quanto possiamo per addolcire le amarezze di un tristo avvenire »126 « Coraggio adunque, economia, lavoro, preghiera siano il nostro programma ».127 Malgrado la loro formulazione maldestra, Don Bosco poteva far propri i consigli che il suo amico Pietro aveva rivolto alla famiglia e che lui stesso diffondeva nel Piemonte del 1855: « Dite a' miei fratelli ed alle mie sorelle, che íl lavoro fa buoni cittadini, che la religione [intendere probabilmente: la pratica religiosa] fa buoni cristiani; ma che lavoro e religione conducono al cielo »128
La fede viva e il lavoro assiduo sono sufficienti a garantire la fecondità di una vita di laico cristiano? Sicuramente il nostro santo predicava ancora ai fedeli la castità, la pazienza, la prudenza, la dolcezza e la bontà, come abbiamo dimostrato nei capitoli precedenti."' Non ci ripeteremo. Vorremmo soltanto riuscire a comprendere se il suo ritratto del laico — così profondamente contrassegnato dalla mentalità operaistica del xix secolo — comportasse, e in quale misura, lo spirito di servizio,

125 Ci pare di riscontrare solo questi pensieri di Allegro, uno dei simpatici personaggi della Casa della fortuna: «No, no, il denaro e la ricchezza non possono appagare il cuore dell'uomo, bensì il buon uso delle medesime. Ciascuno pertanto si contenti del suo stato senza pretendere più di quanto gli abbisogna. Un tozzo di pane, una fettina di polenta, un piattello di minestra mi bastano » (G. Bosco, La casa della fortuna, 2' ed., Torino, 1888, atto I, scena I, p. 9).

126 G. Bosco, Severino..., op. cit., c. 4, p. 22. Questa riflessione del padre di Severino fu certamente fatta propria dall'autore della biografia.

127 Ibid. Notiamo, di passaggio, che l'equivalenza: lavoro uguale preghiera, non si trova minimamente in Don Bosco, qualunque cosa si sia detto su questo punto. 31 capitolo del Padre A. AUFFRAY, in En cordée derrière un guide sdr, saint Jean Bosco, Lyon, s.d. (1948), pp. 31-36, intitolato: Travailler, c'est prier (lavorare è pregare), non è quindi molto felice.

128 G. Bosco, La forza della buona educazione..., op. cit., c. 11, p. 89.

129 Vedere anche G. Bosco, La Chiave del Paradiso..., 2a ed., Torino, 1857, pp. 20-23 (vedere oltre, doc. 8).

mentre, secondo noi, in quel tempo regnava in modo indiscutibile l'individualismo.

Grazie a Dio, non c'è di che scandalizzarci: i laici esemplari proposti da Don Bosco non credevano di essere i soli nel mondo. Anche oltre i loro doveri di stato, essi servivano il prossimo nel corpo e nell'anima.

Il padre pensa prima di tutto alla moglie, ai figli e ai suoi familiari.130 Poi pratica largamente Pospitalità,131 ma collabora anche alla vita della comunità locale. Un parrocchiano modello è descritto con queste caratteristiche: « Oltre ad intervenire ai vespri, alla benedizione, alla Messa cantata, era anche riuscito a farsi una scelta di giovanetti di buona voce e di ferma volontà, ai quali aveva egli stesso insegnato il canto (...). Era capo del coro, cassiere dí molte opere di beneficenza, consigliere comunale, e fu qualche volta sindaco. Il prevosto aveva in Pietro un parochiano (sic) fedele e poteva calcolare sopra di lui in caso di aiuto e di consiglio negli affari più importanti e confidenziali ».132 Una tale dedizione è già apprezzabile, e sembra che ai laici il Porta teco del 1858 non domandasse altro. L'apostolato di Don Bosco e l'estensione della sua società fecero sì che ampliasse poi l'orizzonte dei suoi lettori ed uditori molto al di là del loro campanile. Egli stesso a quel tempo considerava il servizio cristiano nelle dimensioni di tutta la Chiesa che, d'altronde, vedeva, come sappiamo, come una famiglia diretta dal sovrano pontefice. « Fra cattolici non vi sono né opere nostre né opere di altri. Siamo tutti figli di Dio e della Chiesa; figli del Papa, che è nostro padre comune ».1" Nello spirito del loro movimento, í cooperatori salesiani operavano per le loro parrocchie, diocesi e, attraverso le missioni, per tutta la cattolicità.

I laici dí Don. Bosco erano apostoli con l'esempio e con l'azione. Diffondevano la verità cristiana, ricercavano e sostenevano le vocazioni sacerdotali, si sforzavano di educare i giovani

130 [G. Bosco], Porta teco..., op. cit., pp. 22-29.

131 Vedere, ad esempio, G. Bosco, Severino..., op. cit., c. 2, pp. 1041.

132 G. Bosco, Angelina..., op. cit., c. I, pp. 7-8.

133 Conferenza citata, Lucca, 1882; secondo il Bollettino salesiano, 1882, anno VI, p. 81. Su Don Bosco e l'apostolato dei laici ci si riferirà volentieri a G. FAVINI, Il cammino di una grande idea. I Cooperatori Salesiani, Torino, 1962 (numerose citazioni di cui parecchie inedite).

sui quali si fonda l'avvenire della società e della Chiesa di Cristo. In quest'opera, il loro ispiratore li avrebbe voluti, imitando in ciò gli increduli e anticlericali del suo tempo, molto più uniti di quanto non lo fossero: « Noi, che facciamo professione di essere cristiani, dobbiamo riunirci in questi tempi difficili per propagare lo spirito di preghiera e di carità con tutti i mezzi che ci fornisce la religione... »."4 L'unione dei cooperatori è nata da una preoccupazione di efficacia: un filo triplice si spezza meno facilmente d'un filo solo. Del resto, Don Bosco associava a questo principio' i motivi dottrinali dell'apostolato che metteva sulle labbra di Domenica Savio, cioè l'universalità della redenzione, la fraternità di tutti i cristiani nel Cristo, l'obbedienza a Dio e, infine, la crescita individuale della santità."'
Per magnificare Don Bosco non è indispensabile considerarlo il precursore della spiritualità e dell'apostolato dei laici della seconda metà del xx secolo, tuttavia è interessante rilevare che pensò ai cristiani adulti, al modo di esistenza che loro conveniva, al loro compito missionario nella Chiesa e alla loro santificazione nella vita corrente e nell'apostolato diretto. Prese nel loro insieme, le sue idee non sembra abbiano subìto molte variazioni: ha ripetuto che conviene proporre ai laici una spiritualità e uno stile apostolico molto semplice che non li estraneino dal loro ambiente di vita e dalle loro occupazioni ordinarie. Certa rassomiglianza tra questa dottrina e quella di contemporanei insigni, che parlano ín nome di vasti gruppi di opinione,'" non manca di essere molto singolare. Il nostro santo fu tra coloro che nel xix secolo prepararono i cristiani alle battaglie del secolo successivo.

Il religioso di vita attiva

Don Bosco si è occupato innanzi tutto dei laici fino a metà della sua età matura. Il problema della vita religiosa, che gli si era affacciato solo occasionalmente nella giovinezza, rientrò

134 Cooperatori salesiani..., I (vedere oltre, doc. 33).

135 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 11, pp. 55-56 (vedere oltre, doc. 13).

136 Vedere J. GUITTON, L'Eglise et les laics, Paris, 1963, pp. 143-150.

nel suo insegnamento solo a partire dal 1855 circa. Da allora cercò uno stile religioso conforme alla vita dei sacerdoti educatori che meditava di riunire in una nuova congregazione. Questa non nacque improvvisamente dal suo cervello. Tutto, nella sua formazione e nell'ambiente in cui sí era evoluto fino a questa data, lo portava verso i chierici regolari e le società di sacerdoti. Prese dunque l'ispirazione dalle lezioni dei Gesuiti, dei Barnabiti, dei Redentoristi, degli Oblati di Maria del Padre Lanteri, dei Rosminiani e dei Lazzaristi.137 Evidentemente, è questo fatto che ci sconsiglia di ricercare in lui una qualsiasi teoria della vita eremitica o monastica. In realtà, egli ha avuto di mira solo il religioso attivo, che si separa dal mondo senza fuggirlo, che non digiuna e non prega più del laico fervente, che pratica semplicemente i consigli evangelici di povertà, di castità e di obbedienza in comunità organiche, e che tenta inoltre di armonizzare la ricerca della « perfezione » richiesta dal suo stato di consacrato con le necessità dell'apostolato al quale si è votato."'
Ad evitare ogni equivoco, diremo subito che Don Bosco voleva fare dei suoi salesiani dei veri religiosi. Solo motivi di prudenza o di opportunità gli suggerivano di evitare i titoli di

137 E anche altre società meno note, come la congregazione dei Sacerdoti secolari delle scuole di carità, fondata a Venezia da Antonio Angelo e Marco De Cavanis e approvata da Gregorio XVI il 21 maggio 1836.

138 La dottrina di Don Bosco sulla vita religiosa sí trova specialmente nelle sue conferenze e nelle lettere circolari ai salesiani. Vedere, in particolare, gli schemi di conferenze dal 1872 al 1875 riuniti in A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, pp. .1083-1091, e le lettere circolari seguenti: sull'entrata nella società, 9 giugno 1867, in Epistolario, t. I, pp. 473-475; sull'unità di spirito e di amministrazione, s.d., op. cit., pp. 555-557 (questa lettera, pubblicata secondo un progetto autografo, forse non fu mai spedita); sullo spirito di famiglia, 15 agosto 1869, op. cit., t. II, pp. 43-45; sull'economia, 4 giugno 1873, op. cit., pp. 285-286; sulla disciplina religiosa, 15 novembre 1873, op. cit., pp. 319-321; sulle Costituzioni salesiane, 15 agosto 1874: Introduzione alle Regole o Costituzioni..., Torino, 1875 (testo accresciuto nelle edizioni del 1877 e del 1885, senza che sia stata modificata la data del documento); su alcuni punti di disciplina religiosa, 12 gennaio 1876, in Epistolario, t. III, pp. 6-9; ai direttori di case, su alcune questioni di vita religiosa, 29 novembre 1880, op. cit., pp. 637-638; sull'osservanza delle Costituzioni, 6 gennaio 1884, op. cit., pp. 248-250; testamento spirituale, verso il 1884, in E. CEIUA, Memorie biografiche, t. XVII, pp. 257-273; vedere anche, per quest'ultimo argomento, Epistolario, t. IV, pp. 392-393.

padre, superiori, provinciali..., che avrebbero fatto fiutare odore di convento a narici divenute attorno a lui molto delicate. Egli proponeva ai suol figli spirituali uno stile di vita che, lontano dai pericoli del mondo, avrebbe loro offerto armi ben affilate contro la « triplice concupiscenza » e li avrebbe aiutati a santificarsi."' È verosimile che un giorno abbia detto loro, come si legge nella sua biografia: « [Lo scopo della Società salesiana] si è di salvare la nostra anima e poi anche di salvare quella degli altri ».14G
Secondo la sua concezione, la vita religiosa era determinata dai voti, dalla pratica delle Costituzioni e dalla vita comune. I voti sono un dono di sé a Dio, ma è un dono che si è sempre tentati di riprendere. « Vegliate e fate che né l'amar del mondo, né l'affetto ai parenti, né il desiderio di una vita più agiata vi muovano al grande sproposito di profanare i sacri voti e così tradire la professione religiosa, con cui ci siamo consacrati al Signore. Niuno riprenda quello che abbiamo dato a Dio ».141 I voti sono, dunque, una cosa seria. Ricordatevi, diceva ancora Don Bosco, la storia di Anania e Saffira, quegli infelici che mancarono alla povertà promessa e furono subito castigati.'" Ricordava volentieri che « secondo sant'Anselmo » una buona azione compiuta non secondo un voto rassomiglia al frutto di una pianta, mentre se compiuta secondo un voto, è paragonabile alla pianta e al suo frutto.'" Infine, i voti hanno il vantaggio di unire i religiosi al loro superiore, costui e la sua congregazione al papa e,

139 Vedere Ie note autografe di conferenze sulla vita religiosa, pubblicate in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. DC, appendice A, pp. 986-987 (vedere oltre, doc. 26); G. Bosco, Introduzione alle Regole o Costituzioni..., Torino, 1877, Entrata in religione, pp. 4-5.

140 Conferenza del 29 ottobre 1872, secondo le note dí Cesare Chiala, riprodotte in A. AIVIADEI, Memorie biografiche, t. X, p. 1085. Vedere anche: « Per assicurare la salvezza dell'anima propria (Luigi Gonzaga) risolse di abbracciare lo stato religioso... » ([G. Bosco], Le Sei domeniche..., 8a ed., Torino, 1886, Cenni sopra la vita..., p. 15).

141 Testamento spirituale, in Epistolario, t. IV, p. 392.

142 Conferenze del 1° settembre 1873, note di Cesare Gala, in A. AmAnEI, Memorie biografiche, t. X, p. 1087.

143 Conferenza citata del 1° settembre 1873, ibid.; G. Bosco, Introduzione alle Regole o Costituzioni..., ed. cit., Voti, p. 19.

attraverso il papa, a Dio,' perché l'ecclesiologia di Don Bosco era determinata dalle sue idee sulla vita religiosa.

L'osservanza dei voti è definita dalle Costituzioni, « queste regole che la Santa Madre Chiesa si degnò approvare per nostra guida e per bene dell'anima nostra e per vantaggio spirituale e temporale de' nostri amati allievi ».145 Don Bosco non aveva voluto che queste regole — espressione della volontà divina manifestata dai suoi mandatari più autentici — fossero pesanti: il giogo di Cristo è per principio « leggero »; tuttavia, riconosceva il carattere ascetico delle sue Costituzioni, per quanto fossero benigne. « Miei cari, vogliamo forse andare in Paradiso in carrozza? Noi appunto ci siamo fatti religiosi non ,per godere, ma per patire e procacciarci meriti per l'altra vita; cí siamo consacrati a Dio non per comandare, ma per ubbidire; non per attaccarci alle creature, ma per praticare la carità verso il prossimo, per amor di Dio; non per farci una vita agiata, ma per essere poveri con Gesù Cristo, patire con Gesù Cristo sopra la terra per farci degni della sua gloria in cielo »34'
I voti e le Costituzioni obbligano il religioso ad una vita comune, che Don Bosco concepiva volentieri sul modello della Chiesa dí Gerusalemme in cui tutti í beni erano messi in comune, le risorse di ciascuno servivano alla felicità di tutti, e, in cui, per dirla in breve, i fedeli costituivano « un cuor solo ed una anima sola »24' « I membri della Società conducono una vita in tutto comune, in quanto al vitto e al vestito ».'48 Essi si aiutano vicendevolmente a crescere in perfezione. « Disgraziato chi è solo » (Vae soli), invece il religioso guidato da superiori ai quali si affida volentieri con fiducia, sente e applica i consigli opportuni per la sua santificazione e per il successo

144 G. Bosco, Introduzione alle Regole o Costituzioni..., ibid.

145 G. Bosco ai salesiani, 6 gennaio 1884, in Epistolario, t. IV, p. 249.

146 Ibid., p. 250.

147 Vedere, sulla Chiesa di Gerusalemme, G. Bosco, Vita di San Pietro..., Torino, 1856, c. 15, p. 82; Storia ecclesiastica..., nuova edizione, Torino, 1870, epoca prima, c. 2, p. 24; Maniera facile..., 5a ed., Torino, 1877, S 27, p. 75; ecc. È chiaro che l'espressione cosa frequente: « Un cuor solo e un'anima sola » derivava dall'idea che si faceva di questa Chiesa.

148 Regulae seu Constitutiones..., 1874, c. 4, art. 7 (vedere l'edizione A. AMADEI, Memorie biografiche, t. X, p. 962).

della sua opera apostolica.'49 Del resto, una carità benefica per l'anima aveva il potere di trasfigurare le comunità che crescevano secondo il cuore di Don Bosco, comunità sulle quali ci informano, purtroppo non compiutamente, soltanto ricordi commossi e lettere affettuose e risolute?' In realtà,' la vita in comune avrebbe dovuto moderare l'asprezza dei voti. Malgrado l'ascesi, che esse non ignoravano, non c'era nulla idealmente di più gradevole di queste allegre società. Don Bosco si rallegrava della loro felicità, perché l'allegria è un bene troppo prezioso per essere visto dí malocchio. « Oh! se i nostri fratelli entreranno in Società con queste disposizioni, le nostre case diventeranno certamente un vero paradiso terrestre (...). Si avrà insomma un famiglia di fratelli raccolti intorno al loro padre per promuovere la gloria di Dio sopra la terra e per andare poi un giorno ad amarlo e lodarlo nell'immensa gloria dei beati in Cielo »."'
Questa finale è meno enfatica di quanto possa sembrare. Infatti, il nostro santo unificava tanto la vita religiosa che la vita apostolica per mezzo del costante principio del servizio di Dio e della sua gloria. Perché è vero che « í nostri voti (...) si possono chiamare altrettante funicelle spirituali, con cui ci consacriamo al Signore, e mettiamo in potere del Superiore la propria volontà, le sostanze, le nostre forze fisiche e morali, affinché tra tutti facciamo un cuor solo ed un'anima sola, per promuovere la maggior gloria di Dio, secondo le nostre Costituzioni...! ».152

Il prete

Al centro della vita sacerdotale Don Bosco metteva ancora e sempre il servizio del Signore.

Il prete difende « il grande interesse di Dio » 1" e non attende da lui alcuna ricompensa. Ad una marchesa che lo ringraziava

149 G. Bosco ai salesiani, 15 agosto 1869, in Epistolario, t. II, pp. 43-44.

150 Vedere, per esempio, G. Bosco a G. Garino, 1863, in Epistolario, t. I, p. 276; G. Bosco a G. Bonetti, 1864, ibid., p. 327; G. Bosco a D. Tomatis, 7 marzo 1876, ibid., t. III, pp. 26-27 (vedere oltre, doc. 18, 20, 30).

151 G. Bosco ai salesiani, 9 giugno 1867, in Epistolario, t. I, p. 475.

152 G. Bosco, Introduzione alle Regole o Costituzioni..., Torino, 1877, Voti, p. 19.

153 Don Bosco diceva, secondo un sicuro testimone del suo processo di canonizzazione: « Un prete è sempre prete... Essere prete vuol dire aver continuamente in vista il grande interesse di Dío, cioè la salvezza delle anime » (G. B. Lemoyne, Processo diocesano di canonizzazione, ad 13; in Positio super introductione causae. Summarium, p. 122).

di aver introdotto nelle sue istituzioni « il canto dei cantici, il canto gregoriano, la musica, l'aritmetica e persino il sistema metrico », Don Bosco rispondeva: « Non occorre ringraziamenti. I preti devono lavorare per loro dovere. Dio pagherà tutto, e non si parli più di questo »."4 Quando si presenta la necessità, egli si batte per lui: « C'è da lavorare? Morrò sul campo del lavoro sicut bonus miles Christi ».155 Egli è certamente « il turibolo della divinità », secondo una sua espressione di alcuni anni dopo l'ordinazione sacerdotale."' E quando rifletteva sulla particolarità della sua funzione, Don Bosco incontrava evidentemente il sacrificio della messa e il sacramento della Penitenza, che dànno al prete la precedenza « sugli stessi angeli ».57 Ma non crediamo di sbagliarci affermando che, per lui, il prete era soprattutto il ministro, cioè l'operaio o il soldato di Dio.

Dopo tanti autori della Controriforma — tra i quali c'era soprattutto sant'Alfonso, a sua volta seguace in modo particolare di san Carlo Borromeo 158 — da questa funzione Don Bosco ricavava le virtù indispensabili al prete. Quanto mai chiaro, nel suo programma, il distacco ascetico. « Per lo stato ecclesiastico poi si devono seguire le norme stabilite dal nostro Divin Salvatore: Rinunziare alle agiatezze, alla gloria del mondo, ai godimenti della terra per darsi al servizio di Dio »."9 Lo spirito di preghiera, molto necessario al laico, lo è ancor dí più per il prete: « L'orazione al sacerdote è come l'acqua al pesce, l'aria all'uccello, la

154 Secondo le Memorie dell'Oratorio..., p. 161.

155 G. Bosco a un parroco di Forlì, 25 ottobre 1878, in Epitolario, t. III, p. 399 (vedere oltre, doc. 32).

156 Foglietto di risoluzioni prese da Don Bosco dopo gli esercizi spirituali del 1847, secondo E. CERTA, Don Bosco con Dio, ed. cit., p. 93.

157 Appunti presi da un uditore dí Don Bosco durante una predica sul sacerdote, pubblicati in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, pp. 343344 (vedere oltre, doc. 22).

158 Vedere, sulle fonti delle opere di sant'Alfonso che riguardano il sacerdozio, G. CACCIATORE, nell'opera collettiva S. ALFONSO M. un' LIGUORI, Opere ascetiche. Introduzione generale..., op. cit., pp. 224-231.

159 G. Bosco agli allievi delle lassi superiori di Borgo San Martino, 17 giugno 1879, in Epistolario, t. III, p. 476.

fonte al cervo », scriveva fin dal 1847.1' E lo zelo, nutrito di fede e di carità, gli pareva senza dubbio la caratteristica virtù sacerdotale.

Qualche volta era deluso dalla debolezza della fede, della carità e dello zelo degli ecclesiastici che Io attorniavano, tra i quali riteneva che fossero troppo rari gli imitatori di san Vincenzo de' Paoli.'" Tuttavia ne erano esistiti in passato e ne vedeva anche nel suo tempo. Erano san Filippo Neri, Giuseppe Cafasso o anche quel suo amico sacerdote, il parroco di Marmo-rito, Carlo Valfré (1813-1861), che ebbe diritto a una nota elogiativa nella vita di Domenico Savio: « Era indefesso nello adempimento de' suoi doveri. L'istruzione ai poveri ragazzi; l'assistenza agli infermi; sollevare i poverelli erano le doti caratteristiche del suo zelo. Per bontà, carità e disinteresse poteva proporsi a qualunque sacerdote che abbia cura di anime... ».162 Il panegirico di san Filippo Neri, pronunciato davanti ad un uditorio di sacerdoti, fu centrato anch'esso sullo « zelo che è come il cardine intorno a cui si compierono, per così dire, tutte le altre sue virtù; cioè lo zelo per la salvezza delle anime! Questo è lo zelo raccomandato dal Divin Salvatore quando disse: Io son venuto a portare un fuoco sopra la terra, e che cosa io voglio se non che si accenda? ».'"
La funzione sacerdotale esige questo zelo « ardente ». « Qualcuno dirà: Queste meraviglie operò S. Filippo Neri perché era un Santo. Io dico diversamente: Filippo operò queste meraviglie perché era un sacerdote che corrispondeva allo spirito della sua vocazione (...). Ma ciò che ci deve assolutamente spingere a compiere con zelo questo ufficio [sacerdotale] si è il conto strettissimo che noi, come ministri di G. C. dovremo rendere al suo Divin Tribunale delle anime a noi affidate ».164 Lo zelo spinge all'azione

160 Foglietto di risoluzioni sopra citato, in E. CE1UA, Don Bosco con Dio..., ed. cit., p. 93.

161 Vedere [G. Bosco], Il Cristiano guidato..., Torino, 1848, Prefazione, p. 4; note citate di un uditore nel 1868, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, p. 344 (vedere oltre, doc. 22).

162 G. Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico..., 6a ed., Torino, 1880, c. 19, p. 92, nota.

163 Panegirico scritto, già citato, del maggio 1868, in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, p. 215.

164 Panegirico citato, ibid., pp. 219, 220.

più necessaria che esista: « Le anime sono in pericolo e noi dobbiamo salvarle. Noi. siamo a ciò obbligati come semplici cristiani, cui Dio comandò aver cura del prossimof Et mandavit illis unicuique de proximo suo [a ciascuno domanderà conto del suo prossimo]. Siamo obbligati perché si -tratta delle anime dei nostri fratelli essendo noi tutti figli del medesimo Padre Celeste. Dobbiamo anche sentirci in modo eccezionale stimolati a lavorare per salvare anime, perché questa è la più santa delle azioni sante: Divinorum divinissimum est cooperari Deo in salutem animarum (Areopagita) [la più divina delle cose divine è di cooperare con Dio alla salvezza delle anime] ».165

Conclusione

La migliore conclusione di questo capitolo è appunto questo elogio di san Filippo Neri, una delle « maraviglie del secolo decimosesto » 166 e le cui attività, secondo le espressioni di Don Bosco, « bastano a dare un perfetto modello di virtù al semplice cristiano, al fervoroso claustrale, al più laborioso ecclesiastico »; 167 un uomo le cui azioni furono, come quelle di tutti i santi, orientate verso un unico fine: « la maggior gloria di Dio e la salute delle anime »; 168 un uomo che praticò le virtù alle quali il nostro santo attribuiva il massimo valore: la castità, grazie alla quale « conosceva al solo odore chi era adorno di questa virtù e chi era contaminato dal vizio opposto »,169 e la carità soprannaturale, né irragionevole né ruvida, bensì dolce, benigna, resa gradevole da un'allegria inesauribile e che egli riservava' ai poveri e ai piccoli, i prediletti di Gesù Cristo.170

165 Panegirico citato, ibid., p. 220.

166 G. Bosco, Storia ecclesiastica..., nuova edizione, Torino, 1870, epoca quinta, c. 4, p. 295.

167 Panegirico citato, ,/oc. cit., pp. 214-215.

168 Ibid., p. 214.

169 G. Bosco, Storia ecclesiastica..., ed. cit., loc. cit., pp. 295-296.

170 Panegirico citato, loc. cit., pp. 217, 219.

CONCLUSIONE -  DON BOSCO NELLA STORIA DELLA SPIRITUALITÀ

La vita spirituale secondo Don Bosco

Ora è possibile riunire le principali caratteristiche della vita spirituale secondo Don Bosco, prima di cercare dí collocare il suo pensiero nella storia della spiritualità cattolica.

Don Bosco immagina la vita terrena come una via della felicità che con la maggior santità possibile porta alla felicità personale. L'uomo vi si trova incamminato con tutte le sue risorse, naturali e soprannaturali. Strada facendo, purché non ci si discosti dal cammino, in questa ricerca, l'uomo trova la gioia e la pace. Il suo cammino procede secondo le direttive della Chiesa e in un mondo popolato da Dio, dal Cristo, dalla Vergine Maria immacolata e ausiliatrice, dagli angeli, dai santi, dal papa e dai fratelli nella fede. Il Cristo e i santi sono, in particolare, immagini della perfezione divina da ammirare e da imitare. In questa spiritualità la Chiesa visibile ha una massima importanza: in essa, oggi, è Dio che parla. E c'è una certa tendenza a concentrarla nella persona del sovrano pontefice.

Nel suo cammino spirituale, il cristiano è guidato e sostenuto da Dio. La parola del Signore che si trova nella Chiesa gli indica íl fine da ricercare, gli propone verità essenziali da credere e una morale da praticare. Il sacramento della Penitenza risolleva chi cade, e il sacramento dell'Eucarestia nutre il fedele col corpo del Cristo. I sacramenti sono i pilastri della vita religiosa. Questa è anche ricca di « esempi » e di pie pratiche che dovrebbero essere, il più possibile, molto semplici e accessibili a tutti.

Ma ciò non basta. La vita cristiana è virtuosa, il suo sviluppo faticoso. Bisogna « soffrire con il Cristo, per essere con lui glorificato ». Nell'essenziale, l'ascesi di Don Bosco suppone una sottomissione intelligente alla vita, perché Dio ne è all'origine e ogni anima deve riferirsi a lui. Non vi è santità se non nel compimento, sovente pesante, della sua volontà, frequentemente confusa col « dovere ». Inoltre, il cristiano deve sapersi liberare dagli impacci. Conserva solo i beni necessari alla sua Condizione, si sottomette umilmente agli uomini che gli parlano in nome di Dío e, con particolare attenzione, evita ogni ombra di colpa, specialmente nel campo della castità in cui « la riserva » del nostro santo era piuttosto pesante. Infine, serve Dio e la sua gloria. La preghiera semplice e continua, alla quale si dedica, lo mantiene a contatto col sacro. Tuttavia, sebbene la pietà gli paia indispensabile nel servizio del Signore, il fedele trova nella « carità attiva », praticata « per la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime », il vero trampolino della sua perfezione.

Questa strada è aperta a tutti: sacerdoti, religiosi e laici. La santità è « facile », nient'affatto riservata a un ristretto numero di eletti. Don Bosco non divideva il percorso in tappe: a torto o a ragione, ignorava la via purgativa, illuminativa e unitiva, come pure le altre divisioni degli specialisti. Infine, non si vede come i fenomeni mistici, la cui presenza fu riconosciuta nella vita di Domenico Savio e nella sua, gli siano sembrati essenziali per una santità consumata.

Caratteristiche del pensiero spirituale di Don Bosco

Ogni pensiero spirituale che si rifà al Cristo suppone un certo senso dell'uomo, uno stile di ascesi e di preghiera, e qualche preferenza per uno dei due generi di vita cristiana rappresentati tradizionalmente da Marta e Maria.

Don Bosco era un ottimista. Ricordiamo una delle sue sentenze preferite, ricopiate su un segnalibro del breviario: « Ho capito che non c'è altra felicità per loro che godere e rendersi lieta la vita ».1 Per temperamento, per sottomissione a maestra venerati e per convinzione acquisita, ammirava l'uomo e faceva affidamento sulle sue risorse. Le tracce di un « agostinianesimo > eccessivo sono rare nel suo pensiero maturo. Tuttavia, si è viste che non aveva la faciloneria di professare un semplice umanesimo E fomes peccati deve essere sorvegliato perché rischia sempre d imporsi; tutt'al più, un uomo senza religione è un eterno infelice
La sua ascesi era esigente, sebbene ciò sia sfuggito a più d'ur osservatore superficiale. Il motto « lavoro e temperanza », che dava al suo discepolo, l'obbligava a una costante sorveglianza ci se stesso. Non approvava le penitenze esteriori e le macerazion clamorose. Le sue preferenze erano per la mortificazione spiri tuale, che domina la volontà, e per la mortificazione obbligatoria che si accetta per sottomissione a Dio. Predicava un'ascesi na scosta, di cui trovava il modello nel Cristo crocifisso. Ad ogn modo, la sofferenza e la rinuncia gli parevano inerenti alla vita cristiana.

Lo stile di devozione al quale ricorreva, era non oserei dire liturgico, ma sacramentale. Certo, raccomandava e propagava le pie pratiche in uso nel suo ambiente; nessun'altra, ci sembra, ac eccezione forse dell'esercizio della buona morte e mai al punte da soffocare la vita sacramentale. Ha parlato poco dell'orazione metodica, ha molto insistito sulla Penitenza e sull'Eucarestia.

Infine, ha scelto per sé e per i suoi discepoli la santità pei mezzo dell'azione senza, tuttavia, rinunciare a una specie di contemplazione abituale, mantenuta con uno « spirito di preghiera al quale era molto attaccato. Imitava il Cristo nella sua carità attiva, industriosa, laboriosa a servizio dei piccoli. La sua spiritualità era dinamica. Un temperamento pignolo forse lo accuserebbe di pelagianesimo. Senza una visione sufficientemente ampia delle sue posizioni, lo si calunnierebbe; ma, sicuramente, Don Bosco nor ha mai provato la più piccola tentazione per il quietismo.

Don Bosco aveva dunque una grande idea dell'uomo, che voleva mortificato in segreta, nel quale voleva far crescere la santità con la pratica sacramentale e la carità attiva e, questa, nutrita di preghiera.

1 Eccle. 3, 12 (vedere oltre, doc. 5, sentenza 5).

L'inserimento di Don Bosco in una tradizione spirituale

Queste caratteristiche permettono di classificare il pensiero spirituale di un italiano del xix secolo che ammirava san Filippo Neri e san Francesco di Sales probabilmente più di tutti gli altri santi canonizzati.

È evidente che le filiazioni che stiamo per far notare non spiegano tutto íl pensiero di Don Bosco. Don Bosco fu originale, come ogni spirito fedele a se stesso, che non accetta di essere semplicemente lo specchio dei modelli che incontra. Lo sí è scritto, a volte perfino con un'enfasi un po' buffa, e lo diremo anche noi. Ma è altrettanto vero che non ha mai cercato di brillare per la sua singolarità; anzi, è vero il contrario. Infatti, si è preoccupato di esprimere le posizioni più sicure della Chiesa di sempre, senza pretendere di ripensare, con l'aiuto della Bibbia e di alcuni Padri, il cristianesimo e i princìpi generali di perfezione. La logica del suo antiprotestantesímo e del suo antigiansenismo vi si opponeva. Egli si ricollegava a una tradizione presa dal mondo spirituale che gli si confaceva: più o meno quello dei liguoriani e, genericamente, dei migliori autori della stia terra verso il 1850-1860. Quindi, si inseriva in una storia ben definita. Tentare di negare questa realtà — tentazione cui si vorrebbe che nessuno avesse ceduto — non fa che complicare il problema che invece andrebbe risolto.

Don Bosco e la scuola italiana della Restaurazione cattolica

Di fatto e intenzionalmente, san Giovanni Bosco appartiene al periodo post-tridentino del cattolicesimo occidentale in cui si distinguono, esclusa la Germania e l'Inghilterra, scosse dalla Riforma, tre o quattro grandi correnti spirituali nazionali: quelle della scuola spagnola, della scuola francese, della scuola italiana e della scuola fiamminga. Quest'ultima, veramente, viveva della tradizione medioevale.' Ogni divisione presenta dei rischi;

2 Il Pourrat, dal quale prendiamo questa classificazione, metteva san Francesco di Sales a parte (P. POURRAT, La spiritualité chrétienne, t. III, Paris, 1925, pp. vi-vrx, e passim).

ma almeno questa ,è semplice e in parte fondata, perché, sempre presenti, le caratteristiche nazionali si sono certamente affermate in Europa a partire dalla fine del Medioevo.

Il pensiero di san Giovanni Bosco non ha gran che a vedere con la « scuola francese » dei Bérulle, Olier, Condren, Bourgoing, ecc., forse solo tramite il canale di san Vincenzo de' Paoli. Ad ogni modo, non ne ritenne i grandi princìpi: devozione al Verbo incarnato, predilezione per la virtù di religione, concezione agostiniana della grazia... La scuola spagnola gli fu meno estranea. Le sue affinità con santa Teresa e sant'Ignazio di Loyola sono certe: della prima, egli aveva la tenera devozione alla maestà di Dio; del secondo, l'energia nella lotta contro il male; e il suo culto della maggior gloria di Dio affondava verosimilmente le sue radici nella spiritualità ignaziana. Infine, parecchi credono di poter classificare san Giovanni Bosco tra i discePoli di san Francesco di Sales, ma le rassomiglianze manifeste tra i due santi provengono dalla somiglianza dei loro gusti e delle loro opere più che da una subordinazione dottrinale che non è stata provata. Di fatto, essi sono uniti nello sfruttamento del patrimonio della scuola italiana della Restaurazione cattolica.

Questa « scuola » in senso largo, poco omogenea, ma reale,3 nata nel medioevo francescano, caratterizzata dal clima umanistico del xv e dell'inizio del xvi secolo, aveva assunto il suo aspetto moderno nell'atmosfera sacramentalista e battagliera della riforma tridentina. La sfumatura mistica, così forte in Italia al tempo di santa Caterina da Genova, si era molto attenuata. La spiritualità dominante, che comincia ad essere ben studiata,4 era ormai caratterizzata, in questo paese, da un ottimismo umanistico, che la risposta protestante aveva piuttosto accentuato, sebbene si sia poi indebolita nel clima rigorista del xviii secolo; una pietà semplice, poco preoccupata dei metodi; una preferenza evidente per la pratica;

3 Vedere, ad esempio, P. POURRAT, La spiritualité chrétienne, t. III, p. 344 e s.; L. COGNET, De la dévotion moderne à la spiritualité frangaise, Paris, 1958, pp. 44-47.

4 Attendiamo con ansia l'articolo che le sarà riservato nel Dictionnaire de Spíritualité e quanto ne dirà l'ultimo volume della Histoire de la spiritualité chrétienne (Paris, 1960 e s.). Note sommarie nella prima parte del t. III di quest'opera: L. COGNET, La spíritualité chrétienne; L'essor, 1500-1650, Paris, 1966, pp. 220-224.

un'ascesi interiore che si celava sotto parvenze gradevoli; una ricerca cosciente della gioia e della pace dell'anima, elementi di una vita spirituale sana; e, infine, un'opposizione abituale al paganesimo e al protestantesimo, le grandi tentazioni del cattolicesimo dell'epoca. In gradi diversi, queste caratteristiche hanno contrassegnato sia le dottrine di san Filippo Neri e di santa Caterina de Ricci sia quelle del Combattimento spirituale, del cardinal Bona, di Giovanni Battista Scaramelli e di sant'Alfonso de' Liguori.

Esse sono riapparse, molto chiare, anche in Giovanni Bosco.' Non insisteremo di nuovo sull'ultima, che è troppo nota nel discepolo di sant'Alfonso e nell'avversario dei Valdesi del Piemonte. Ma alcune osservazioni sugli altri cinque ci aiuteranno a meglio collocarlo nel suo mondo.

Seguendo gli umanisti — sebbene non senza alcune reticenze dovute al riflusso tridentino, a una prima formazione rigorista, a un certo timore della carne è a un rifiuto profondo di ogni sistema religioso chiuso in se stesso — Don Bosco pensava che fosse necessario santificare la gente qual è, trattare le generazioni quali si presentano, credere alla mortificazione dello spirito più che all'eccessiva macerazione del corpo, diffidare del terrore e della durezza nella direzione delle anime e vedere in Dio un padre da amare, non un tiranno da temere.' Il « sogno » che fece verso i nove anni e che ha avuto nella sua vita un'influenza considerevole, illustrava princìpi di questo genere. La sua condiscendenza per la natura umana era grande e favoriva quanto mai questa natura. Si legge, tra le frasi che ha ricopiato: « Correggi íl male che scopri in te. Conserva quello che è retto, aggiusta quello che è orrido, mantieni quello che è bello, proteggi quello che è sano, sostieni quello che è debole ».7 Egli ha permesso ad alcuni giovani la comunione frequente e, non appena attorno a lui si indebolì la resistenza, perfino quella quotidiana. Il progresso tecnico, i giochi, la musica, gli spettacoli, in una parola la gioia sensibile, ben lungi dall'essere

5 La sua appartenenza alla linea umanistica italiana è stata fatta notare da P. SCOTTI, La dottrina spirituale di Don Bosco, Torino, 1939, pp. 76-77.

6 Enumerazione ispirata da F. BONAL, Le chrétien du temps..., Lyon, 1672; citato da H. BREMOND, Histoire littéraire du sentiment religieux..., t. I, Paris, 1916, pp. 406-408.

7 Su un segnalibro del breviario (vedere oltre, doc. 5).

contrastati, trovavano in lui un ammiratore e un alleato.' In ciò imitava san Francesco dí Sales, ma, secondo noi, ancor più san Filippo Neri, e si incontrava con altri illustri membri della scuola italiana, come san Gaetano da Tiene, santa Maria Maddalena de' Pazzi, sant'Angela Merici e l'autore del Combattimento spirituale.' Li imitava perfino in ciò che talvolta a noi potrebbe sembrare contraddittorio, come la fuga davanti alle passioni carnali: secondo il consiglio del Combattimento spirituale," la vittoria contro tali passioni è chimerica se non si fugge « con tutta l'attenzione possibile ogni occasione e ogni persona che presenti il minimo pericolo ».

Don Bosco ha ancora scelto più chiaramente la linea italiana col suo genere di pietà semplice e col rifiuto dei metodi più o meno complicati. Si distingueva così dagli spirituali moderni, fiamminghi, francesi e spagnoli e anche da san Francesco di Sales. Se ha letto forse l'Introduction à la vie dévote," sicuramente non ha preso nulla dai capitoli sul meccanismo della meditazione. Le sue prediche — quelle che si conoscono — sulla preghiera non vi fanno alcun cenno. E i suoi scritti non contengono nemmeno una traccia dei sapienti esami di coscienza. La scioltezza in materia spirituale gli sembrava un gran bene. Egli si vantava della libertà nel modo di procedere dei suoi giovani quando si confessavano e si comunicavano. La direzione spirituale, che era ben lungi dal misconoscere, non ebbe in lui la forma rifinita caratteristica dell'opera di san Francesco di Sales e della tradizione ignaziana. Se bisogna cercargli dei maestri e autori di spirito che gli convengano, bisogna ancora rifarsi a san Filippo Neri e al Combattimento spirituale. La spiritualità italiana, al suo apogeo, rifiuta gli impacci non indispensabili: « Il temperamento dello spirito rinascimentale italiano male s'adatta a ciò che è complicato, che opprime. Ha bisogno di spazio, di aria. Ciò che impaccia i suoi movimenti gli è insopportabile », ecc.'2
Il nostro santo optava anche per una spiritualità pratica, non teorica e scientifica, com'era avvenuto per quella dí Francia e di

8 Vedere E. VALENTINI, Spiritualità e umanesimo nella pedagogia di Don Bosco, Torino, 1958.

9 Vedere P. POURRAT, La spiritualité chrétienne, t. III, pp. 390-394.

10 C. 19: Come bisogna combattere il vizio dell'impurità.

11 Attualmente il problema è insolubile.

12 P. POURRAT, op. cit., p. 392.

Spagna all'inizio del xvn secolo_ La sua opera non contiene dissertazioni sfumate, e la natura del pubblico cui era destinata non basta a spiegare questa assenza. « La spiritualità italiana resterà sempre orientata verso l'azione; essa sarà meno speculativa della spagnola. È la spiritualità in atto nelle istituzioni religiose e nella vita dei santi — come in Francia nel xvi secolo — ancor più che la spiritualità in teoria, nei libri... »." Don Bosco insegnava la spiritualità dinamica nelle sue prediche che sono piene di esempi, nella sua Storia della Chiesa o anche d'Italia, nel suo Mese di maggio e, più ancora, nelle sue biografie o raccolte di aneddoti edificanti, da Luigi Comollo ai racconti di fatti contemporanei dí cui fu sempre molto ghiotto. E poi, come gli spirituali della riforma cattolica, — ad esempio, fra tanti altri, un Battista da Crema (morto nel 1534)14 — egli credeva alla santità per mezzo della virtù, cioè prima di tutto per mezzo dell'impegno contro le cattive tendenze personali e contro il male nella società."
Non si dimentichi, infine, che secondo la biografia di Domenico Savio, i discepoli di Don Bosco facevano « consistere la santità nello stare sempre allegri ». Anche questo principio era proprio della tradizione italiana che lo combinava col senso della mortificazione nascosta e col culto della passione del Signore. Secondo uno storico di san Filippo Neri, la mortificazione spirituale fu una delle caratteristiche di questo santo." Abbiamo la prova che lo stesso Filippo ricordava a Don Bosco la necessità della gioia nell'anima. Non era un'eccezione nel mondo spirituale italiano del xvi secolo e nella sua posterità fino al secolo xix. Santa Maria Maddalena de' Pazzi voleva che le sue religiose fossero guidate secondo lo stesso spirito di distensione." Santa Caterina de Ricci predicava attorno a sé la gioia cristiana." Infine, per citare ancora

13 P. POURRAT, op. cit., p. 344.

14 Vedere I. CoLoszo, Carioni, Giovanni Battista, nel Dictionnaire de Spiritualité, t. II, col. 153-156.

15 Vedere il regolamento Cooperatori salesiani..., S. Pier d'Arena, 1877, I.

16 A. CAPECELATRO, La vita di san Filippo Neri, t. I, Roma, 1901, c. 11. Vedere anche L. PONNELLE e L. BORDET, Saint Philippe Néri et la société romaine de son temps (1515-1595), Paris, 1928, p. 535.

17 S. MARIA MADDALENA DE' PAZZI, Opere (ed. Brancaccio), parte quarta, c. XXX.

18 P. POURRAT, op. cit., p. 374.

una volta il Combattimento spirituale, « se noi conserviamo in mezzo ai tormenti, anche i più fastidiosi, questa tranquillità d'anima e questa pace inalterabile, noi potremo fare molto bene; altrimenti i nostri sforzi non avranno che poco o nessun successo ».19 La besychía fa parte della migliore tradizione spirituale della cristianità, d'Oriente e d'Occidente; ma come non essere colpiti dalla somiglianza tra le raccomandazioni di questi sapienti italiani e la gioia tranquilla di Don Bosco?
Quest'appartenenza del nostro santo alla generazione madre dell'Italia moderna non può stupirci quando abbiamo imparato a riconoscere tra i suoi abituali ispiratori san Filippo Neri (col filippino Sebastiano Valfré), sant'Alfonso de' Liguori, un gruppo di gesuiti italiani, tra gli altri propagatori della devozione a san Luigi. Gonzaga, e infine Don Giuseppe Cafasso, che si era sforzato di riunire nella sua dottrina l'apporto dei. liguoriani e degli ignaziani, per lottare contro le infiltrazioni straniere, gianseni77anti e altre, che turbavano le anime attorno a lui. Malgrado i numerosi autori rimasticati da sant'Alfonso, è difficile considerarlo un maestro di Spirito sul piano europeo. Napoletano, è rimasto nella penisola. D'altronde, come san Francesco di Sales, fu sovente di collegamento tra i suoi predecessori e Giovanni Bosco. Costui gli fu debitore, in qualche modo, di certe sfumature della sua spiritualità, come l'affettività del suo amore di Dio e di Maria, la sua stima della santità per mezzo della virtù; ma non del suo umanesimo e della sua allegra bonomia. Egli scelse nei suoi trattati i passi che gli convenivano. Un giorno probabilmente sarà possibile dimostrare che a quel tempo era guidato dal suo spirito francescano e filippino, con un alone di realismo settentrionale. Se non altro, senza dimenticare un clima generale italianizzante che diffusosi nella metà del xrx secolo perfino in Inghilterra — basterebbero a dimostrarlo l'Oratorio di Londra e il successo di Tutto per Gesù del Padre Faber 2° — san Francesco d'Assisi " e san Filippo Neri l'hanno reinserito, al momento opportuno, nella vena

19 Combattimento spirituale, c. 25.

20 Vedere, ad esempio, L. COGNET, Faber, Frédéric-William, nel Dictionnaire de Spiritualité, t. V, col. 5, 9.

21 Ricordiamo ancora una volta che Don Bosco credette per un po' di tempo di avere la vocazione di francesraoo. Fu anche aggregato al terz'ordine di san Francesco (E. CERTA, Memorie biografiche, t. XVIII, pp. 154-155).

spirituale genuinamente italiana. I suoi immediati maestri, le pressioni della vita apostolica, ín particolare le sue controversie coi riformati, e la recente vittoria tridentina, che fu veramente stabile in Piemonte solo verso il 1830, lo hanno orientato verso la forma che tale spiritualità aveva assunto alla fine del xvr secolo.

Don Bosco, uomo spirituale del XIX secolo

Diverse caratteristiche del suo spirito ne fanno un uomo spirituale originale del XIX secolo, quello del primo Concilio Vaticano e della Rerum Novarum. Uno storico della spiritualità contemporanea ha potuto scrivere senza troppo sacrificare al genere oratorio: « L'atteggiamento di san Giovanni Bosco (...) ricapitola tutte le correnti della spiritualità del tempo ».22
Potremmo parlare della sua pietà per l'uomo e per il fanciullo, della sua stima dei valori umani e, fino a un certo punto, della libertà; della sua passione per l'educazione, del suo spirito di fraternità coi poveri e del suo desiderio di giustizia (attraverso mezzi legali) per le categorie non abbienti, in paesi industrializzati come in paesi sottosviluppati,23 tutte caratteristiche per le quali era sicuramente in sintonia col suo secolo. Ma sembra che il suo culto per il papa nella Chiesa e la sua volontà di santificarsi attraverso il lavoro più comune abbiano in modo particolare caratterizzato la sua spiritualità. Nella seconda parte della sua vita attiva, il suo senso della Chiesa è stato caratterizzato da una devozione al sovrano pontefice che altri santi non hanno conosciuto così intensamente in paesi e in tempi diversi. Ad esempio, san Bernardo e sant'Ignazio, pur nel loro fervore indiscutibile per la Santa Sede, non ci sembra che abbiano insegnato una sottomissione amorosa e quasi assoluta verso il papa come quella che si trova in san Giovanni Bosco. Egli viveva, al riguardo, in sintonia con il ritmo di un'epoca che glorificava, talvolta in modo esclusivo, il papa nella Chiesa. Quanto all'azione, una pietra miliare del suo metodo spirituale, la faceva coincidere soprattutto nel lavoro, questo trionfo

22 F. WEYERGANS, Mystiques panni nous (coll. Je saís, je crois), Paris, 1959, p. 89.

23 Vedere M. NÉDONCELLE, Les legons spirituelles du XIXe siècle, Paris, 1937.

del primo secolo industriale. Attraverso il lavoro si incarnava volutamente nel suo mondo. Non ci sembra che Don Bosco, che
citava Cassiano, abbia predicato una spiritualità del deserto (che d'altronde sicuramente rispettava), e ciò riteniamo che lo allontani perfino dal suo maestro più caro, Giuseppe Cafasso, la cui vita fu molto più ritirata della sua."
E siamo giunti al nocciolo del problema, per molti, essenziale, che è quello dell'originalità del suo pensiero in materia di vita spirituale.

Pare che un dato sia indiscutibile: nel xix secolo vi fu un uomo, Giovanni Bosco, che fece un'esperienza spirituale concreta,
fondata certamente sulle tendenze della sua nazione, guidata da maestri e all'interno di una congiuntura storica particolare, ma anche del tutto singolare, non solo perché si sottomise a indicazioni provvidenziali,n ma semplicemente perché lo riguardò personalmente. Non è stato né san Filippo Neri, né Antonio Maria Zaccaria, né Gaetano da Tiene, né Alfonso de' Liguori, né Giuseppe Cafasso, malgrado l'ammirazione incondizionata per questi santi: egli è stato Don Bosco.

Osserviamolo, ascoltiamolo al termine della sua vita con le caratteristiche che la posterità raccoglierà. Aveva imparato la santità nella lotta con temperamento generoso. La sua robustezza era leggendaria. Il termine « virtù » sulle sue labbra aveva un senso forte. Vi si era esercitato tra í giovani che immancabilmente semplificavano le sue esigenze, che gli ricordavano i benefici della gioia apportatrice di pace e l'utilità dell'istruzione spirituale attraverso la testimonianza vissuta, e che, a volte, lo sbalordivano con le altezze che sapevano raggiungere. La tradizione che lo attorniava rifiutava di complicare le cose semplici, ed egli abbondava in questo senso. Avendo visto degli adolescenti percorrere a grandi passi la via che porta a Dio, credeva con tutto il suo essere alla forza dei sacramenti e della carità attiva che li avevano condotti a quelle altezze. Il suo attaccamento alla virtù della purezza — per quei giovani fondamentale — si era affermato con la conoscenza delle loro lotte e delle loro vittorie. Egli aveva deplorato la debolezza degli abitudinari e apprezzato la robustezza e il dinamismo delle

24 Vedere G. CAFASSO, Manoscritti vari, citati da F. Accoiutaao, La dottrina spirituale..., op. cit., pp. 62, 79-93.

25 Chi conosce Don Bosco può qui ricordare i suoi principali sogni.

anime caste che non soccombevano mai. D'altra parte, la sua vita battagiera a servizio della maggior gloria di Dio nella Chiesa era stata un successo. Aveva percepito, in modo palpabile secondo lui, l'influenza di Dio nella sua opera. Qualsiasi canonizzazione dell'in
successo lo avrebbe per lo meno sorpreso. Aveva progredito sotto
« i colpi di bastone », è vero,26 ma l'esistenza gli aveva insegnato
che il Dio degli eserciti non abbandona í suoi soldati. Qualunque cosa se ne pensi, i suoi « sogni » l'avevano mantenuto nell'orbita
divina e in quella della Vergine Ausiliatrice. La sua fede e la sua speranza erano cresciute con entusiasmo allegro e docile, quasi fa
cile. Questo realista univa al buon senso ancestrale un « misticismo » ardito. Il progresso spirituale di san Giovanni Bosco, uma
nista di gusto e positivo come può esserlo un piemontese, vi ha guadagnato uno stile proprio. La sua prudenza fu briosa, la sua
saggezza disinvolta, la sua bontà lucida, il suo « umanesimo » mol
to religioso.

Queste caratteristiche si ritrovano, sebbene a volte un po' ve
late, nei suoi scritti didattici, e sprigionano senza grande difficoltà dalle sue biografie spirituali (Domenico Savio, Michele Magone...)
e dalle osservazioni dei suoi familiari.

La sua spontaneità spiega perché taluni siano restii a classi
ficarlo in una serie di personaggi catalogati dalla storia. Chi è vissuto in sua compagnia, fosse pure con l'intermediario di testimoni
diretti ancora viventi o, per mancanza di meglio, di lettere o di semplici libri, capisce la loro perplessità. Analoghe esitazioni devono essere state provate dí fronte a san Francesco d'Assisi, a san Filippo Neri e a san Francesco di Sales. Le loro personalità — così naturali — colpivano troppo i loro ammiratori. Tuttavia, ciò non ci impedisce di collocare utilmente il primo nel movimento
evangelico del xn e xtii secolo, il secondo nell'umanesimo della prima riforma cattolica ed il terzo in un umanesimo caratterizzato
dalla riforma post-tridentina. Così si può dire di san Giovanni Bosco che, per quanto non si possa negare la sua originalità, ha affondato le sue radici in un secolo — il xix — in cui il Concilio di. Trento portava i suoi frutti e in cui la spiritualità riprendeva

26 Prendiamo lo spunto dalla frase seguente: « Nel 1872 dice: "L'Oratorio è nato con DD colpo di bastone, è cresciuto sotto i colpi di bastone e, tra í colpi di bastone, contínua a vivere" » (E. CEIUA, San Giovanni Bosco nella vita e nelle opere, ed. cit., p. 173).

con naturalezza — al di là delle austerità e delle idee ristrette contrarie al suo genio — le grandi lezioni dell'Italia moderna.

— Ci fermeremo qui, lasciando ad altri la cura di affrontare la teologia di questo pensiero, e di illustrare, a loro rischio e pericolo, quanto essa possa apportare alla cristianità in periodi molto diversi dal suo, come quello successivo al Concilio Vaticano II. Tuttavia sembra che, a fianco delle sue idee pedagogiche, il pensiero spirituale di Don Bosco continuerà ad essere utile. In verità, come altri punti di convergenza: san Francesco di Sales nel XVII secolo e sant'Alfonso de' Liguori nel xvm, questo santo del xix secolo è per molti un maestro seguito. L'espansione continua delle società da lui fondate ne sono la testimonianza, così come altri fatti, ad esempio il favore incontrato in tutto il mondo dalla storia di Domenico Savio. La sua ricchezza d'animo e di cuore, il gusto dell'azione e alcune altre caratteristiche ereditate dal migliore umanesimo del xvi secolo, avvicinano lo spirito di san Giovanni Bosco a quell'altro umanesimo che, per suo maggior profitto, secondo gli ottimisti — nella schiera dei quali lo storico prova forse qualche difficoltà ad orientarsi — conquista il mondo cristiano occidentale della seconda parte del xx secolo: preoccupazione dell'igiene del corpo e dello spirito, gioia di vivere, « demistificazione » della preghiera a beneficio dell'azione, accettazione della soddisfazione, umiltà senza masochismo; 27 aggiungiamo anche l'amore vicendevole. Ma non potrebbe darsi che contenga anche alcuni antidoti alle inevitabili deviazioni? Ieri, i panegiristi di san Giovanni Bosco lo trovavano in perfetto accordo col suo tempo. Forse domani essi mostreranno che il senso spiccatamente religioso della sua spiritualità, una vera e completa rinuncia; un certo « escatologismo » che — autentica sopresa! — sí armonizzava in lui facilmente con la « incarnazione » nella realtà; una sensibilità genuinamente cattolica per la presenza viva e sacramentale di Dio nel mondo e altri preziosi valori, correggono o completano quelle tendenze contemporanee che non possono valersi delle promesse della vita eterna. Perché, in qualsiasi secolo viva, il cristiano non troverà vera santità se non nel Cristo morto e risuscitato.

27 Secondo J. LACROIX, Le sens de l'athéisme moderne, Paris, 1958, pp. 86-89. Prospettive analoghe in A.-M. BESNARD, o.p., Visage spirituel des temps nouveaux, Paris, 1964.

DOCUMENTI

1. Il sogno iniziale su Cristo e su Maria 1
S. GIOVANNI Bosco, Memorie dell'Oratorio..., ed. E. Certa, 1946, pp. 22-26.

A quell'età ho fatto un sogno, che mi rimase profondamente impresso nella mente per tutta la vita. Nel sonno mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli, che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giuocavano, non pochi bestemmiavano. All'udire quelle bestemmie mi sono subito lanciato in mezzo di loro, adoperando pugni e parole per farli tacere. In quel momento apparve un uomo venerando, in virile età, nobilmente vestito. Un manto bianco gli copriva tutta la persona; ma la sua faccia era così luminosa, che io non poteva rimirarlo.

1 Giovanni Bosco ebbe questo sogno verso l'età di nove anni e, secondo quanto lui stesso racconta, gli rimase « profondamente scolpito nella mente per tutta la vita ». Lo scopo è pedagogico, ma la spiritualità attiva di Don Bosco, appresa alla scuola del Cristo e di Maria (senza dubbio in stato di sogno, ma anche, è chiaro, allo stato cosciente!) vi si trova almeno formata in antecedenza. D'altronde, si noti che l'autore di questo racconto aveva una sessantina d'anni quando gli diede la forma definitiva che leggeremo e che, di conseguenza, vi ha inserito con tutta probabilità idee della sua maturità.

Vogliamo sottolineare all'inizio di questo florilegio che le sue note sono state sistematicamente ridotte al minimo. Sarà dunque inutile cercarvi tutti gli schiarimenti sui nomi propri, tutte le referenze precise ai testi citati, tutte le indicazioni di eventuali fonti, che un'edizione commentata delle opere di Don Bosco potrebbe fornire. È un lavoro che rimane da fare. Il nostro proposito era diverso: completare l'informazione del lettore curioso della sua spiritualità, con saggi vari e sostanziosi dei suoi scritti, resi accessibili con alcune sobrie osservazioni.

Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di que' fanciulli aggiungendo queste parole: — Non colle percosse, ma colla mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti dunque immediatamente a fare loro un'istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù.

Confuso e spaventato soggiunsi che io era un povero ed ignorante fanciullo, incapace di parlare di religione a quei giovanetti. In quel momento que' ragazzi cessando dalle risse, dagli schiamazzi e dalle bestemmie, si raccolsero tutti intorno a colui che parlava.

Quasi senza sapere che mi dicessi: — Chi siete voi, soggiunsi, che mi comandate cosa impossibile?
— Appunto perché tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili coll'ubbidienza e coll'acquisto della scienza.

— Dove, con quali mezzi potrò acquistare la scienza?
— Io ti darò la maestra, sotto alla cui disciplina puoi diventare sapiente, e senza cui ogni sapienza diviene stoltezza.

— Ma chi siete voi, che parlate in questo modo?
— Io sono il figlio di colei, che tua madre ti ammaestrò di salutar tre volte al giorno.

— Mia madre mi dice di non associarmi con quelli che non conosco, senza suo permesso; perciò ditemi il vostro nome.

— Il mio nome dimandalo a mia madre.

In quel momento vidi accanto di lui una donna di maestoso aspetto, vestita di un manto, che risplendeva da tutte parti, come se ogni punto di quello fosse una fulgidissima stella. Scorgendomi ognor più confuso nelle mie dimande e risposte, mi accennò di avvicinarmi a lei, che presomi con bontà per mano: — Guarda — mi disse. Guardando mi accorsa che quei fanciulli erano tutti fuggiti, ed in loro vece vidi una moltitudine di capretti, di cani, di gatti, orsi e di parecchi altri animali. — Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Renditi umile, forte, robusto; e ciò che in questo momento vedi succedere di questi animali, tu dovrai farlo pei figli miei.

Volsi. allora lo sguardo, ed ecco invece di animali feroci apparvero altrettanti mansueti agnelli, che tutti saltellando correvano attorno belando, come per fare festa a quell'uomo e a quella signora.

A quel punto, sempre nel sonno, mi misi a piangere, e pregai a voler parlare in modo da capire, perciocché io non sapeva quale cosa si volesse significare. Allora essa mi pose la mano sul capo dicendomi: — A suo tempo tutto comprenderai.

Ciò detto, un rumore mi svegliò; ed ogni cosa disparve.

Io rimasi sbalordito. Sembravami di avere le mani che facessero male pei pugni che aveva dato, che la faccia mi duolesse per gli schiaffi ricevuti; di poi quel personaggio, quella donna, le cose dette
e le cose udite mi occuparono talmente la mente, che per quella notte non mi fu più possibile prendere sonno.

Al mattino ho tosto con premura raccontato quel sogno, prima a' miei fratelli, che si misero a ridere, poi a mia madre ed alla nonna. Ognuno dava al medesimo la sua interpretazione. Il fratello Giuseppe diceva: — Tu diventerai guardiano di capre, di pecore e di altri animali. — Mia madre: — Chi sa che non abbi a diventar prete. Antonio con secco accento: — Forse sarai capo di briganti. — Ma la nonna che sapeva assai di teologia, era del tutto analfabeta, diede sentenza definitiva dicendo: — Non bisogna badare ai sogni.

Io era del parere di mia nonna; tuttavia non mi fu mai possibile togliermi quel sogno dalla mente. Le cose che esporrò in appresso daranno a ciò qualche significato. Io ho sempre taciuto ogni cosa; i miei parenti non ne fecero caso. Ma quando, nel 1858, andai a Roma per trattar col Papa della congregazione salesiana, egli si fece minutamente raccontare tutte le cose, che avessero anche solo apparenza di soprannaturali. Raccontai allora per la prima volta il sogno fatto in età di nove in dieci anni. Il Papa mi comandò di scriverlo nel suo senso letterale, minuto, e lasciarlo per incoraggiamento ai figli della Congregazione, che formava lo scopo di quella gita a Roma.

2. Risoluzioni della vestizione clericale2
Memorie dell'Oratorio..., ed. cit., pp. 87-88.

Per farmi un tenore di vita stabile da non dimenticarsi ho scritto le seguenti risoluzioni:
1° Per l'avvenire non prenderò mai più parte a pubblici spettacoli sulle fiere, sui mercati: né andrò a vedere balli o teatri: e per quanto mi sarà possibile, non interverrò ai pranzi, che soglionsi dare in tali occasioni.

2° Non farò mai più giuochi de' bussolotti, di prestigiatore, di saltimbanco, di destrezza, di corda: non suonerò più il violino, non andrò più alla caccia. Queste cose le reputo tutte contrarie alla gravità ed allo spirito ecclesiastico.

2 Secondo il loro preambolo, queste risoluzioni furono prese da Giovanni Bosco nel 1835, poco dopo la sua vestizione, per « riformare radicalmente » una vita che egli considerava troppo « dissipata ». Esse sembrano testimoniare la sua volontà di adattamento a un mondo clericale severo, se non rigorista.

3° Amerò e praticherò la ritiratezza, la temperanza nel mangiare e nel bere: e di riposo non prenderò se non le ore strettamente necessarie per la sanità.

4° Siccome pel passato ho servito al mondo con letture profane, così per l'avvenire procurerò di servire a Dio dandomi alle letture di cose religiose.

5° Combatterò con tutte le mie forze ogni cosa, ogni lettura, pensiero, discorsi, parole ed opere contrarie alla virtù della castità. All'opposto praticherò tutte quelle cose anche piccolissime, che possano contribuire a conservare questa virtù.

6° Oltre alle pratiche ordinarie di pietà, non ometterò mai di fare ogni giorno un poco di meditazione ed un po' di lettura spirituale.

7° Ogni giorno racconterò qualche esempio o qualche massima vantaggiosa alle anime altrui. Ciò farò coi compagni, cogli amici, coi parenti, e quando non posso con altri, il farò con mia madre.

Queste sono le cose deliberate quando ho vestito l'abito chericale; ed affinché mi rimanessero bene impresse, sono andato avanti ad un'immagine della Beata Vergine, le ho lette, e dopo una preghiera ho fatto formale promessa a quella Celeste Benefattrice di osservarle a costo di qualunque sacrifizio.

3. Letture in seminario
Memorie dell'Oratorio..., ed. cit., pp. 109-111.

Intorno agli studi fui dominato da un errore che in me avrebbe prodotto funeste conseguenze, se un fatto provvidenziale non me lo avesse tolto. Abituato alla lettura dei classici in tutto il corso secondario, assuefatto alle figure enfatiche della mitologia e delle favole dei pagani, non trovava gusto per le cose ascetiche. Giunsi a persuadermi che la buona lingua e la eloquenza non si potesse conciliare colla religione. Le stesse opere dei santi Padri mi sembravano parto di ingegni assai limitati, eccettuati i principii religiosi, che essi esponevano con forza e chiarezza.

Sul principio del secondo anno di filosofia andai un giorno a fare la visita al SS. Sacramento e non avendo meco il libro di preghiera, mi feci a leggere De imitatione Christi, di cui lessi qualche capo in
torno al SS. Sacramento. Considerando attentamente la sublimità dei pensieri e il modo chiaro e nel tempo stesso ordinato ed eloquente,
con cui si esponevano quelle grandi verità, cominciai a dire tra me stesso: — L'autore di questo libro era un uomo dotto. — Conti
nuando altre e poi altre volte a leggere quell'aurea operetta, non tardai ad accorgermi, che un solo versicolo di essa conteneva tanta
dottrina e moralità, quanta non avrei trovato nei grossi volumi dei classici antichi. 2 a questo libro che son debitore di aver cessato dalla lettura profana. Datomi pertanto alla lettura del Calmet, Storia dell'Antico e Nuovo Testamento; a quella di Giuseppe Flavio, Delle Antichità giudaiche; Della Guerra giudaica; di poi di Mons. Marchetti, Ragionamenti sulla Religione; di poi Frayssinous, Balmes, Zucconi, e molti altri scrittori religiosi,3 gustai pure la lettura del Fleury, Storia Ecclesiastica, che ignorava essere libro da evitarsi. Con maggior frutto ancora ho letto le Opere del Cavalca, del Passavanti, del Segneri, e tutta la Storia della Chiesa dell'Henrion.4
Voi forse direte: — Occupandomi in tante letture, non poteva attendere ai trattati. — Non fu così. La mia memoria continuava a favorirmi, e la sola lettura e la spiegazione dei trattati fatta nella scuola mi bastavano per soddisfare i miei doveri. Quindi tutte le ore stabilite per lo studio io le poteva occupare in letture diverse. I superiori sapevano tutto e mi lasciavano libertà di farlo.

4. Il Convitto ecclesiastico e sant'Alfonso de' Liguori
Memorie dell'Oratorio, ed. cit., pp. 120-123.

Sul finire di quelle vacanze5 mi erano offerti tre impieghi, di cui doveva scegliere uno: l'uffizio di maestro in casa di un signore genovese collo stipendio di mille franchi annui; di cappellano di Murialdo, dove i buoni popolani, pel vivo desiderio di avermi, raddoppiavano lo stipendio dei cappellani antecedenti; di vicecurato in mia patria.' Prima di prendere alcuna definitiva deliberazione ho voluto fare una gita a Torino per chiedere consiglio a D. Caffasso, che da parecchi anni era divenuto mia guida nelle cose spirituali e temporali. Quel santo sacerdote ascoltò tutto, le profferte di buoni stipendii, le insistenze dei parenti e degli amici, il mio buon volere di lavorare.

3 Flavio Giuseppe (c. 37-c. 100), Augustín Calmet, o.s.b. (1672-1757), Giovanni Marchetti (1753-1829), Denys Frayssinous (1745-1841), Ferdinando Zucconi, s.j. (1647-1732). Lo spagnolo Jaime Balmés (1810-1848), allora quasi ancora sconosciuto in Piemonte, sembra essere stato introdotto qui erroneamente.

4 Claude Fleury (1640-1725), Domenico Cavalca, o.p. (1270?-1342), Jacopo Passavanti, o.p. (1302?-1357), Paolo Segneri, s.j. (1624-1694), Matthieu Henrion (1805-1862).

5 Estate 1844. Giovanni Bosco è stato ordinato sacerdote in giugno.

6 Castelnuovo d'Asti, oggi Castelnuovo Don Bosco.

Senza esitare un istante egli mi indirizzò queste parole: — Voi avete bisogno di studiare la morale e la predicazione. Rinunciate per ora ad ogni proposta e venite al Convitto. — Seguii con piacere il savio consiglio, e il 3 Novembre 1841 entrai nel mentovato Convitto. Il Convitto Ecclesiastico si può chiamare un complemento dello studio teologico, perciocché ne' nostri seminari si studia soltanto le proposizioni controverse. Qui si impara ad essere preti. Meditazione, lettura, due conferenze al giorno, lezioni di predicazione, vita ritirata, ogni comodità di studiare, leggere buoni autori, erano le cose intorno a cui ognuno deve applicare la sua sollecitudine.

Due celebrità in quel tempo erano a capo di questo utilissimo Istituto: il Teologo Luigi Guala e D. Giuseppe CafEasso. Il Teologo
Guala era il fondatore dell'opera. Uomo disinteressato, ricco di
scienza, di prudenza e di coraggio, si era fatto tutto a tutti in tempo del governo di Napoleone I. Affinché poi i giovani leviti, terminati i
corsi in seminario, potessero imparare la vita pratica del sacro ministero, fondò quel meraviglioso semenzaio, da cui provenne molto bene alla Chiesa, specialmente a sbarbare alcune radici di giansenismo, che tuttora si conservava tra noi.

Fra le altre era agitatissima la questione del probabilismo e del probabiliorismo. In capo ai primi' era l'Alasia, l'Antoine con altri
rigidi autori, la cui pratica può condurre al giansenismo. I probabi listi seguivano la dottrina di S. Alfonso, che ora è stato proclamato dottore di S. Chiesa, e la cui autorità si può dire la teologia del Papa, perché la Chiesa proclamò le sue opere potersi insegnare, predicare, praticare, né esservi cosa che meriti censura. Il T. Guala si mise fermo in mezzo ai due partiti, e per centro di ogni opinione mettendo la carità di N. S. G. C., riuscì a ravvicinare quegli estremi. Le cose giunsero a tal segno che, mercé il Teologo Guala, S. Alfonso divenne il maestro delle nostre scuole con quel vantaggio, che fu lungo tempo desiderato, e che oggidì se ne provano i salutari effetti. Braccio forte del Guala era D. Caffasso. Colla sua virtù che resisteva a tutte prove, colla sua calma prodigiosa, colla sua accortezza, prudenza poté togliere quell'acrimonia che in alcuni ancora rimaneva dei probabilioristi verso ai liguoristi.

Una miniera d'oro nascondevasi nel sacerdote torinese T. Golzio Felice, egli pure convittore. Nella sua vita modesta fece poco rumore;
ma col suo lavoro indefesso, colla sua umiltà e colla sua scienza era un vero appoggio o meglio un braccio forte del Guala e del Caffasso. Le carceri, gli ospedali, i pulpiti, gli istituti di beneficenza,

7 Il contesto prova che Don Bosco qui parlava dei probabilioristi, di conseguenza, dei « secondi ».

gli ammalati a domicilio, le città, i paesi e possiamo dire i palazzi dei grandi ec i tuguri dei poveri provarono i salutari effetti dello zelo di questi tre luminari del Clero Torinese.

Questi erano i tre modelli che la Divina Provvidenza mi porgeva, e dipendeva solamente da me seguire le traccie, la dottrina, le virtù. D. CafEasso, che da sei anni era mia guida, fu eziandio mio direttore spirituale, e se ho fatto qualche cosa di bene, lo debbo a questo degno ecclesiastico, nelle cui mani riposi ogni mia deliberazione, ogni studio, ogni azione della mia vita.

5. Sentenze predilette da Giovanni Bosco sacerdote
ACS, S. 132, 16. Vedere E. CERIA, Memorie biografiche, t. XVIII, documento 93, pp. 806-808.

1. Tutti i fiumi se ne vanno al mare e il mare non si piena (Eccle. 1, 7).

2. Il Signore è buono, è un rifugio nel giorno della tribolazione (Nah. 1, 7).

3. Lungi dalla donna siano i tuoi passi, né ti avvicinare alla porta di casa sua (Prov. 5,8).

4. Procuratevi la mia dottrina,
preferitela all'argento, [dice la Sapienza].

Cercate la mia scienza più che l'oro fino (Prov. 8, 10).

5. Ho capito che non c'è altra felicità per loro che godere e rendersi lieta la vita (Eccle. 3, 12).

6. Onora Dío coi beni che possiedi, offri a lui le primizie d'ogni tuo raccolto;
allora i tuoi granai saranno ricolmi,
i tuoi tini traboccheran di vino (Prov. 3, 9-10).

7. Se sei a conoscenza, rispondi al tuo prossimo,
se no, mettiti la mano alla bocca.

Onore e infamia sono nelle ciarle,
e la lingua è per l'uomo la sua rovina (Eccli. 5, 12-13).

8 Queste massime si trovavano sui segnalibro del breviario di Don Giovanni Bosco quando egli morì nel 1888. Anche solo la loro scelta si presta a molte interpretazioni. Le frasi bibliche — secondo la Volgata — e patristiche nell'originale erano in latino, le frasi di Dante e di Silvio Pellico, in italiano. I riferimenti ai libri sacri sono stati precisati da noi.

8. Ognuno riceva la ricompensa di quel che avrà fatto mentre era nel suo corpo, sia in bene che in male (2 Cor. 5, 10).

9. Figlio, non privare il povero del suo sostentamento, e non volger l'occhio dall'indigente (Eccli. 4, 1). 9.

10. Non gloriarti dell'ignominia di tuo padre, perché non può esserti di gloria il suo disonore (Eccli. 3, 10).

11. Per qualunque torto
non serbar rancore al tuo prossimo,
e non far niente nei momenti d'ira (Eccli. 10, 6).

12. Correggi il male che scopri in te. Conserva quello che è retto, aggiusta quello che è orrido, mantieni quello che è bello, proteggi quello che è sano, sostieni quello che è debole. Leggi con costanza la parola di Dio. Per mezzo di essa sarai in grado di conoscere la via da seguire e i pericoli da evitare (san Bernardo).

13. Conserva la fede [del papa Innocenzo...] e non accettare alcuna dottrina straniera, per quanto ti possa apparire saggia e dimostrata (san Gerolamo).

14. Fratelli miei, portate con voi la chiave delle vostre stanze e la chiave delle vostre lingue (san Pier Damiani).

15. Gli esempi sono più efficaci delle parole e si insegna meglio con le opere che coi discorsi (san Massimo di Torino).

16. Le nostre ricchezze, il nostro tesoro siano la conquista delle anime e il capitale delle nostre virtù sia nascosto nel segreto dei nostri cuori (san Pier Damiani).

17. Inf. Salimmo su ei primo ío secondo Tanto che vidi delle cose belle Che porta il ciel per un pertugio tondo
E quindi uscimmo a riveder le stelle.

18. Purg. Io ritornai dalla SS. onda Puro e disposto a salir le stelle.

19. Par. L'amor che muove il sole e le altre stelle.

20. Ad ogni alta virtù l'Italo creda
Ogni grazia di Dio lo Stato speri
E credendo e sperando ami e proceda
Alla conquista degli eterni veri (Silvio Pellico, Gli Ang.).
6. Il valore dell'esempio'
Cenni storici sulla vita del Chierico Luigi Comollo..., Torino, 1844, Prefazione, pp. 3-4.

Siccome l'esempio delle azioni virtuose vale assai più di un qualunque elegante discorso, così non sarà fuor di ragione, che a voi si presenti un cenno storico della vita di colui, il quale essendo vivuto nello stesso luogo, e sotto la medesima disciplina che voi vivete, vi può servire di vero modello perché possiate rendervi degni del fine sublime a cui aspirate, e riuscire poi un dì ottimi leviti nella vigna del Signore.

È vero che a questo scritto mancano due cose molto notevoli quali sono uno stile forbito, un'elegante dicitura; perciò ho indugiato finora, perché penna migliore che la mia non è, volesse assumersi un tale incarico; ma scorgendo vana la mia dilazione, mi son determinato dí farlo io stesso nel miglior modo a me possibile, indotto dalle replicate instane fattemi da diversi miei colleghi, e da altre persone ragguardevoli, persuaso che la tenerezza che verso questo degnissimo compagno vostro mostraste, e la distinta vostra pietà sapranno condonare, anzi suppliranno alla pochezza del mio ingegno.

Benché però non possa allettarvi colla bellezza del dire, mi consola assai il potervi con tutta sincerità promettere che scrivo cose vere, le quali tutte ho io stesso vedute, o udite, o apprese da persone degne di fede, del che ne potrete giudicare anche voi che pur ne foste in parte testimonia oculari.

Che se scorrendo questo scritto vi sentirete animati a seguire qualcheduna delle accennate virtù, rendetene gloria a Dio, al quale, mentre lo prego vi sia ognor propizio, questa mia fatica unicamente consacro.

7. Lettera di direzione spirituale a un seminarista"
Al chierico G. D. (non indicato altrimenti) del seminario di Bra. Epistolario, t. I, p. 118.

Torino, 7 dic. 1855.

Amatissimo figlio,
Ho ricevuto la sua lettera. Lodo la sua schiettezza e ringraziamo il Signore della buona volontà che le inspira. Secondi pure gli avvisi

9 È la prefazione del primo libro pubblicato da Don Bosco all'età di ventinove anni, quando terminava la sua vita al convitto. Lo stile era certamente laborioso, ma bisogna andar oltre l'impressione di debolezza che ne risulta, impressione di cui l'autore era cosciente e che ammetteva con semplicità, e vedervi delinearsi la sua spiritualità concreta in cui l'esempio ebbe immediatamente un posto importante.

10 Una delle lettere dí direzione spirituale di Don Bosco, tutte caratterizzate da un'estrema brevità, dalla mancanza di riflessioni dogmatiche e da una marcata preferenza per í consigli semplici e pratici. Da notare che l'anno di perseveranza senza « ricadute » (molto verosimilmente in una colpa di impurità) richiesta da questa lettera, sarà ridotta a sei mesi in un'altra lettera allo stesso seminarista, datata del 28 aprile 1857 (Epistolario, t. I, p. 146).

del confessore: qui vos audit, me audit,11 dice G. C. nel Vangelo. Si adoperi per corrispondere agli impulsi della divina grazia che le batte al cuore. Chi sa che il Signore non la chiami a sublime grado di virtù!
Ma non illudiamoci: se non riporta compiuta vittoria di quell'inconveniente, non vada avanti, né cerchi mai di inoltrarsi negli ordini sacri se non almeno dopo un anno in cui non ci siano state ricadute.

Preghiera, fuga dell'ozio e delle occasioni, frequenza de' santi Sacramenti, divozione a Maria SS. (una medaglia al collo) e a S. Luigi; lettura di libri buoni. Ma grande coraggio. Omnia possum in eo, qui me confortat,12 dice S. Paolo.

Amiamoci nel Signore, oremus ad invicem, ut salvemurB e possiamo fare la santa volontà di Dio e mi creda suo
AfE.mo Sac. Bosco Gio.

S. Ambrosi, ora pro nobis.14
8. Un'ascesi evangelica 13
La Chiave del Paradiso in mano al cattolico che pratica i Doveri di Buon Cristiano, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni, 2a ed., Torino, 1857, pp. 20-23.

Disse un giorno Iddio a Mosè: Ricordati bene di eseguire gli ordini miei: e fa ogni cosa secondo il modello che ti ho mostrato sopra la montagna. Lo stesso dice Iddio ai Cristiani. Il modello che ogni

11 « Chi ascolta voi, ascolta me » (Lc. 10,16).

12 « Tutto posso in colui che mi rende forte » (Fil. 4,13).

13 « Preghiamo uno per l'altro, perché abbiamo da essere salvi. » (vedere Giac. 5,16).

14 Questa invocazione a sant'Ambrogio si spiega con la data della lettera, redatta nel giorno della festa liturgica di questo santo.

15 Estratto di una raccolta, esplicitamente compilata, di consigli e di preghiere, ad uso del « cattolico che pratica i suoi doveri di buon cristiano » (titolo). Il « vero cristiano » è, ad immagine del Cristo, umile, buono, obbediente, sobrio, cordiale e paziente.

Cristiano deve copiare è Gesù Cristo. Niuno può vantarsi di appartenere a Gesù Cristo, se non si adopera di imitarlo. Perciò nella vita
e nelle azioni di un Cristiano devonsi trovare la vita e le azioni di Gesù Cristo medesimo. Il Cristiano deve pregare, siccome pregò Gesù
Cristo sopra la montagna con raccoglimento, con umiltà, con confidenza. Il Cristiano deve essere accessibile come lo era Gesù Cristo,
ai poveri, agli ignoranti, ai fanciulli. Egli non deve essere orgoglioso, non aver pretensione, non arroganza. Egli si fa tutto a tutti per guadagnare tutti a Gesù Cristo.

Il Cristiano deve trattare col suo prossimo, siccome trattava Gesù Cristo coi suoi seguaci: perciò i suoi trattenimenti devono essere edificanti, caritatevoli, pieni di gravità, di dolcezza e di semplicità.

Il Cristiano deve essere umile, siccome fu Gesù Cristo, il quale ginocchioni lavò i piedi ai suoi Apostoli, e li lavò anche a Giuda,
quantunque conoscesse che quel perfido doveva tradirlo. Il vero Cristiano si considera come il minore degli altri e come servo di tutti.

Il Cristiano deve ubbidire, come ubbidì Gesù Cristo, il quale fu sottomesso a Maria ed a san Giuseppe, ed ubbidì al suo celeste Padre fino alla morte e alla morte di croce.

Il vero Cristiano obbedisce a' suoi genitori, a' suoi padroni, a' superiori, perché egli non riconosce in quelli se non Dio medesimo, di cui quelli fanno le veci.

Il vero Cristiano nel mangiare e nel bere deve essere come era Gesù Cristo alle nozze di Cana in Galilea e di Betania, cioè sobrio, temperante, attento ai bisogni altrui, e più occupato del nutrimento spirituale che delle pietanze di cui nutrisce il suo corpo.

Il buon Cristiano deve essere co' suoi amici siccome era Gesù Cristo con s. Giovanni e s. Lazzaro. Egli li deve amare nel Signore e per amor di Dio; loro confida cordialmente i segreti del suo cuore; e se essi cadono nel male, egli mette in opera ogni sollecitudine per farli ritornare nello stato di grazia.

Il vero Cristiano deve soffrire con rassegnazione le privazioni e la povertà, come le soffrì Gesù Cristo, il quale non avea nemmeno un luogo ove appoggiare il suo capo. Egli sa tollerare le contraddizioni e le calunnie, come Gesù Cristo tollerò quelle degli Scribi e dei Farisei, lasciando a Dio la cura di giustificarlo. Egli sa tollerare gli affronti e gli oltraggi, siccome fece G. C. allorché gli diedero uno schiaffo, gli sputarono in faccia e lo insultarono in mille guise nel Pretorio. Il vero Cristiano deve essere pronto a tollerare le pene di spirito, siccome Gesù Cristo quando fu tradito da uno dei suoi discepoli, rinnegato da un altro, ed abbandonato da tutti.

Il buon Cristiano deve essere disposto ad accogliere con pazienza
ogni persecuzione, ogni malattia ed anche la morte, siccome fece Gesù Cristo, il quale colla testa coronata di pungenti spine, col corpo lacero per le battiture, coi piedi e colle mani trafitte da chiodi, rimise in pace l'anima sua nelle mani del suo celeste Padre.

Di maniera che il vero Cristiano deve dire coll'Apostolo s. Paolo; (sic) non sono io che vivo, ma è Gesù Cristo che vive in me. Chi seguirà Gesù Cristo secondo il modello ivi descritto, egli è certo di essere un giorno glorificato con Gesù Cristo in Cielo, e regnare con lui in eterno.

9. Regolamento di vita per un giovane chierico " Epistolario, t. I, p. 150.

Car.mo Bongioanni,
Se potrò, ben volentieri somministrerò a tua zia la somma che mi accenni; ma non posso dir nulla finché sia giunto a casa ed abbia fatta la sottrazione dei debiti dai crediti.

Dirai a tua zia che speri nel Signore ed egli avrà cura di noi; tu poi accudisci lo studio e la pietà; sta molto allegro; procura di farti presto santo: haec est voluntas Dei sanctificatio vestra,17 dice S. Paolo.

Credimi nel Signore
AfE.mo Sac. Bosco Gio.

S. Ignazio, 29 luglio 1857.

10. La speranza del cristiano " Epistolario, t. I, p. 158.

Car.mo Anfossi,
Chi sa che ne sia di Anfossi? Egli avrà senza dubbio fatta sempre la parte sua. Dunque porge. Ma ricordati che Dominus promisit coronar vigilantibus; e che momentaneum est quod delectat, aeternum

16 Il programma di vita cristiana riassunto nella seconda parte di questa lettera a un giovane che Don Bosco ospitava nel suo oratorio, era anche quello di Domenico Savio, morto durante lo stesso anno, 1857.

17 « La volontà di Dio è la vostra santificazione » (1Tess. 4,3). La nostra traduzione, che tiene sempre conto della versione latina che Don Bosco leggeva e del significato che le attribuiva, può essere a buon diritto un po' diversa da quella degli esegeti moderni.

18 «La corona di gloria » (1 Pietro, 5,4) era uno dei temi dí Don Bosco. Questa lettera al chierico Giovanni Battista Anfossi parla solo di speranza, del resto per nulla beata.

est quod cruciat; e che non sunt condignae passiones huius temporis ad fulturam gloriam quae revelabitur in nobis.19
Amami nel Signore e Maria ti benedica.

Aff.mo Sac. Bosco
Roma, 18 marzo 1858.

11. Avvisi generali ai fedeli cristiani "
Porta teco, cristiano, ovvero avvisi importanti intorno ai doveri del cristiano, acciocché ciascuno possa conseguire la propria salvezza nello stato in cui si trova, Torino, 1858, pp. 5-7. Pagine intitolate: Avvisi generali ai fedeli cristiani.

1. Ricordatevi, cristiani, che abbiamo un'anima sola; se la perdiamo tutto per noi è eternamente perduto.

2. Avvi un solo Dio, una sola fede, un solo battesimo ed una sola vera religione.

3. Questa unica e sola vera religione è la Cristiana, cioè quella che professano coloro che si trovano nella Chiesa di Gesù Cristo, fuori di cui niuno può salvarsi.

4. La Chiesa dì Gesù Cristo ha questi quattro caratteri che la distinguono da tutte le sétte (sic) che pretendono di chiamarsi anche Cristiane: la Chiesa di Gesù Cristo è una, santa, cattolica ed apostolica.

5. Il fondatore e capo invisibile della Chiesa è il medesimo Gesù Cristo, che dal cielo la assiste tutti i giorni sino alla fine dei secoli.

6. Il capo visibile è il Romano Pontefice, che da Gesù Cristo assistito, ne fa le veci sopra la terra, perciò si suole appellare Vicario di Gesù Cristo.

7. Per assicurarci che la santa Chiesa non sarebbe mai caduta in errore, Gesù Cristo disse a S. Pietro: Io ho pregato per te, o Pietro, affinché la tua fede non venga meno.

8. I successori di S. Pietro sono i Sommi Pontefici che uno dopo l'altro governarono la Chiesa di Gesù Cristo fino al regnante Pio IX, e la governeranno sino alla fine del mondo.

9. Ricordiamoci bene che il capo della Chiesa Cattolica è il Papa,

19 « ... Di conseguenza continua. Ma ricordati che il Signore ha promesso la corona ai vigilanti; che effimero è il piacere, eterno il tormento; e che le sofferenze del tempo presente non sono per nulla paragonabili alla gloria futura che in noi verrà rivelata » (Es. 4,12; Mc. 13,33; 2 Cor. 4,17).

20 L'essenziale della spiritualità di san Giovanni Bosco ad uso dei laici è contenuta in queste tradizionali proposizioni (vedere, in particolare, i numeri 1, 2, 9, 19, 20, 21), di cui tuttavia nessuna riguarda ancora l'apostolato.

e che niuno è cattolico senza il Papa, e che niuno può appartenere alla Chiesa di Gesù Cristo se non è unito a questo capo da lui stabilito.

10. Un buon cattolico deve osservare i Comandamenti di Dio e della Chiesa; la trasgressione di uno di questi Comandamenti rende l'uomo colpevole di tutti.

11. Quelli che trasgrediscono questi Comandamenti saranno puniti con un supplizio eterno nell'inferno, ove si soffrono tutti i mali senza alcuna sorta di bene.

12. Chi cade nell'inferno non uscirà mai più!
13. Quelli che osservano i Comandamenti di Dio e della Chiesa, saranno da Dío premiati col Paradiso, ove si godono tutti i beni senza alcuna sorta di male.

14. Se avremo la bella ventura di andare in Paradiso, ci staremo per tutta l'eternità; colà saremo per sempre felici.

15. Un solo peccato mortale basta per farci perdere il paradiso e condannarci all'inferno per tutta l'eternità.

16. Noi dobbiamo credere fermam. ente tutte le verità rivelate da Dio alla Chiesa, e che la Chiesa propone di credere.

17. Chi non crede alle verità della fede, egli è condannato.

18. Noi dobbiamo essere pronti a morire piuttosto che negare la fede o commettere un peccato mortale di qualunque genere.

19. Dio ci vuole tutti salvi, anzi è sua volontà che ci facciamo tutti santi.

20. Chi vuole salvarsi bisogna che si metta l'eternità nella mente, Dio nel cuore, il mondo sotto i piedi.

21. Ognuno è obbligato di adempiere i doveri dello stato in cui si trova.

12. La carità attiva e la perfezione'
Congregazione di S. Francesco di Sales. Manoscritto (ACS, S. 022(1), pp. 5-6).

Scopo di questa società.

1° Lo scopo di questa società si è di riunire insieme i suoi membri ecclesiastici, chierici ed anche laici a fine di perfezionare se medesimi imitando le virtù del nostro Divin Salvatore specialmente nella carità verso i giovani poveri.

21. II più antico manoscritto (1858-1859) attualmente conosciuto delle Costituzioni salesiane è ancora inedito. Eccone il primo capitolo, tenuto conto delle aggiunte autografe che Don Bosco vi ha apportato. Ví si notano talune di quelle forme che, secondo lui, dovevano caratterizzare la carità apostolica, e i legami che essa aveva con la perfezione (art. I).

2° Gesù Cristo cominciò fare (sic) ed insegnare, così i congregati comincieranno a perfezionare se stessi colla pratica delle interne ed esterne virtù, coll'acquisto della scienza, di poi si adopreranno a benefizio del prossimo.

3° Il primo esercizio di carità sarà di accogliere giovani poveri ed abbandonati per istruirli nella santd,i.:-étgione, particolarmente nei giorni festivi come ora si pratica in questa città di Torino nei tre oratorii di S. Francesco di Sales, di S. Luigi Gonzaga e in quello del Santo Angelo Custode.

4° Si incontrano poi alcuni giovani talmente abbandonati che per loro riesce inutile ogni cura se non sono ricoverati; a tale uopo per quanto sarà possibile si apriranno case di ricovero, ove coi mezzi che la Divina Provvidenza porrà fra le mani, verrà loro somministrato alloggio, vitto e vestito. Mentre poi verranno istruiti nelle verità della fede, saranno eziandio avviati a qualche arte o mestiere come attualmente si fa nella casa annessa all'oratorio di S. Francesco di Sales in questa città.

5° In vista poi dei pericoli che corre la gioventù desiderosa di abbracciare lo stato ecclesiastico, questa congregazione si darà cura di coltivare nella pietà e nella vocazione coloro che mostrano speciale attitudine allo studio ed eminente disposizione alla pietà. Trattandosi di ricoverare giovani per lo studio saranno di preferenza accolti i più poveri, perché mancanti di mezzi onde fare altrove i loro studi.

6° Il bisogno di sostenere la religione cattolica si fa gravemente sentire anche fra gli adulti del basso popolo e specialmente nei paesi dí campagna, perciò i congregati si adopreranno di dettare esercizi spirituali, diffondere buoni libri, usando tutti que' mezzi che suggerirà la carità, affinché e colla voce e cogli scritti si ponga margine all'empietà e all'eresia che in tante guise tenta d'insinuarsi fra í rozzi e gli ignoranti; ciò al presente si fa col dettare di quando in quando qualche muta di esercizi spirituali e colla pubblicazione delle letture cattoliche.

13. Lo zelo per la salvezza delle anime n
Vita del giovanetto Savio Domenico, allievo dell'Oratorio di san Francesco di Sales, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni, Torino, 1859, c. 11, pp. 53-56.

22 I principi di Don Bosco sul compito dell'azione apostolica nell'aumento della santità furono chiari fin dalla prima edizione (1859) della biografia di Domenico Savio, dí cui è noto l'intendimento didattico.

La prima cosa che gli venne consigliata per farsi santo fu di adoprarsi per guadagnar anime a Dio; perciocché non avvi cosa più santa al mondo, che cooperare al bene delle anime, per la cui salvezza Gesù Cristo sparse fin l'ultima goccia del prezioso suo sangue. Egli conobbe tosto l'importanza dí tale pratica, e fu più volte sentito dire: Se io potessi guadagnare a Dio tutti i miei compagni, quanto sarei felice! Intanto non lasciava sfuggire alcuna occasione per dare buoni consigli, avvisar chi avesse detto o fatto cosa contraria alla santa legge di Dio.

Un giorno avvenne che un fanciullo di forse nove anni si pose ad altercare con un compagno in vicinanza della porta della casa, e nella rissa proferì l'adorabile nome di Gesù Cristo. Domenico a tal parola, sebbene sentisse un giusto sdegno in cuor suo, tuttavia con animo pacato si intromise tra i due contendenti e li acquetò; poi disse a chi aveva nominato il nome di Dio invano: vieni meco e sarai contento. I suoi bei modi indussero il fanciullo ad accondiscendere. Lo prese per mano, lo condusse in chiesa avanti all'altare, di poi lo fece inginocchiare vicino a lui dicendogli: dimanda al Signore perdono dell'offesa che gli hai fatta col nominarlo invano. E poiché il ragazzo non sapeva l'atto di contrizione, lo recitò egli seco lui. Dopo soggiunse: Di' con me queste parole per riparare l'ingiuria fatta a Gesù Cristo: sia lodato Gesù Cristo, e il suo santo e adorabile nome sia sempre lodato.

Leggeva di preferenza la vita di quei santi che avevano lavorato in modo speciale per la salute delle anime. Parlava volentieri dei missionari che faticano tanto in lontani paesi pel bene delle anime e non potendo mandar loro soccorsi materiali offeriva ogni giorno al Signore qualche preghiera, e almeno una volta alla settimana faceva per loro la santa comunione.

Più volte l'ho udito esclamare: quante anime aspettano il nostro aiuto nell'Inghilterra; oh se avessi forza e virtù vorrei andarvi sul momento, e colle prediche e col buon esempio guadagnarle tutte al Signore. Si lagnava spesso con se medesimo, e spesso ne parlava ai compagni del poco zelo che molti hanno per istruire i fanciulli nelle verità della fede. Appena sarò chierico, diceva, voglio andare a Mondonio,n e voglio radunare tutti i ragazzi sotto di una tettoia e voglio far loro il catechismo, raccontare tanti esempi e farli tutti santi. Quanti poveri fanciulli forse andranno alla perdizione per mancanza di chi li istruisce nella fede! Ciò che diceva con parole lo confermava

23 La borgata, vicina a Castelnuovo, dove allora abitava Domenico.

coi fatti, poiché per quanto comportava la sua età ed istruzione faceva con piacere il catechismo nella chiesa dell'Oratorio, e se qualcheduno avesse avuto bisogno gli faceva scuola e lo ammaestrava nel catechismo a qualunque ora del giorno della settimana, ad unico scopo di poter parlare di cose spirituali e far loro conoscere rimportann di salvar l'anima.

Un giorno un compagno indiscreto voleva interromperlo mentre raccontava un esempio in tempo di ricreazione; che te ne fa dí queste cose? gli disse. Che me ne fa? rispose; me ne fa perché l'anima de' miei compagni è redenta col sangue di Gesù Cristo; me ne fa perché siamo tutti fratelli, e come tali dobbiamo amare vicendevolmente l'anima nostra; me ne fa perché Iddio raccomanda di aiutarci l'un l'altro a salvarci; me ne fa perché se riesco a salvare un'anima metterò anche in sicuro la salvezza della mia.

Né questa sollecitudine pel bene delle anime in Domenico si rallentava nel breve tempo di vacanza che passava nella casa paterna. Oltre l'esattezza nell'adempimento di ogni più minuto suo dovere egli prendevasi cura di due fratellini, cui insegnava a leggere, scrivere, recitare il catechismo e li assisteva nella preghiera del mattino e della sera. Li conduceva in chiesa, porgeva loro l'acqua benedetta, mostrava loro il vero modo di far il segno della santa croce. Il medesimo tempo che altri avrebbe passato qua e là trastullandosi egli passava raccontando esempi ai parenti, o ad altri compagni che l'avessero voluto ascoltare. Anche in patria era solito a fare ogni giorno una visita al Santissimo Sacramento, ed era per lui un vero guadagno quando poteva indurre qualche compagno ad andargli a tenere compagnia. Onde si può dire che non presentavasi a lui occasione di far opera buona, di dare un buon consiglio, che tendesse al bene dell'anima, che egli la lasciasse sfuggire.

14. Santità e gioia 24
Vita del giovanetto Savio Domenico..., Torino, 1859, c. 17, pp. 85-87.

Il Gavio dimorò solamente due mesi tra noi, e questo tempo bastò per lasciare santa rimembranza di sé presso i suoi compagni. La sua

24 La santità consiste nel compiere allegramente la volontà di Dio, faceva notare Domenico Savio al suo futuro amico, Camillo Gavio. Questo capitolo della sua biografia ripeteva, in forma di dialogo, l'insegnamento di. Don Bosco stesso, per esempio nell'introduzione del Giovane provveduto (23 ed., Torino, 1851, pp. 5-8).

luminosa pietà e il suo gran genio per la pittura e la scultura, avevano risolto il municipio di quella città (di Tortona) ad aiutarlo affinché potesse venire a Torino a proseguire gli studii per l'arte sua. Egli aveva fatto una grave malattia in patria; e come venne all'Oratorio sia per essere convalescente, sia per trovarsi lontano dalla patria e dai parenti, sia anche per la compagnia di giovanetti tutti sconosciuti, se ne stava osservando gli altri a trastullarsi, ma assorto in gravi pensieri. Lo vide il Savio, e tosto si avvicinò per confortarlo, e tenne seco lui questo preciso discorso; (sic)
Il Savio cominciò: ebbene, mio caro, non conosci ancora alcuno, non è vero?
Gavio: è vero, ma mi ricreo rimirando gli altri a trastullarsi.

— Come ti chiami?
— Gavio Camillo di Tortona.

— Quanti anni hai?
— Ne ho quindici compiuti.

— Da che deriva quella malinconia che ti traspira in volto, sei forse stato ammalato?
— Sì, sono veramente stato ammalato: ho fatto una malattia di palpitazione, che mi portò sull'orlo della tomba, ed ora non ne sono ancora ben guarito.

— Desideri di guarire, non è vero?
— Non tanto: desidero di fare la volontà di Dio.

Queste ultime parole fecero conoscere il Gavio per un giovane di non ordinaria pietà, e cagionarono nel cuore del Savio una vera consolazione; sicché con tutta confidenza continuò così: chi desidera dí fare la volontà di Dio, desidera di santificare se stesso; hai dunque volontà dí farti santo?
— Questa volontà in me è grande.

— Bene: accresceremo il numero dei nostri amici, e tu sarai uno dí quelli che prenderai parte a quanto facciamo noi per farci santi. Ma sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri. Noi procureremo soltanto di evitare il peccato, come un gran nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore, di adempiere esattamente i nostri doveri, e frequentare le cose dí pietà. Comincia fin d'oggi a scriverti per ricordo: servite Domino in laetitia, serviamo il Signore in santa allegria.

Questo discorso fu come un balsamo alle afflizioni del Gavio, che ne provò un vero conforto. Che anzi da quel giorno in poi egli divenne fido amico del Savio, e costante seguace delle sue virtù.

15. Il sacramento della Penitenza
Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele, allievo dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni, Torino, 1861, c. 5, pp. 24-27.

Le inquietudini e le angustie del giovane Magone da un canto, e dall'altra la maniera franca e risoluta con cui egli aggiustò le cose dell'anima sua, mi porge occasione di suggerire a voi, giovani amatissimi, alcuni ricordi che credo molto utili per le anime vostre.

Abbiateli come pegno di affetto di un amico che ardentemente desidera la vostra eterna salvezza.

Per prima cosa vi raccomando di confessare sempre qualunque peccato, senza lasciarvi indurre dal demonio a tacerne alcuno. Pensate che il confessore ha da Dio il potere di rimettervi ogni qualità, ogni numero di peccati. Più gravi saranno le colpe confessate, più egli godrà in cuor suo, perché sa essere assai più grande la misericordia divina che per mezzo di lui vi offte il perdono, ed applica i meriti infiniti del prezioso sangue di Gesù Cristo, con cui egli può lavare tutte le macchie dell'anima vostra.

Giovani miei, ricordatevi che il confessore è un padre, îl quale desidera ardentemente di farvi tutto il bene possibile, e cerca di allontanare da voi ogni sorta di male. Non temete di perdere la stima presso di lui confessandovi di cose gravi, oppure che egli venga a svelarle ad altri. Perciocché il confessore non può servirsi di nessuna notizia avuta in confessione per nessun guadagno o perdita del mondo. Dovesse anche perdere la propria vita, non dice né può dire a chicchessia la minima cosa relativa a quanto ha udito in confessione. Anzi posso assicurarvi che più sarete sinceri ed avrete confidenza con lui, egli pure accrescerà la sua confidenza in voi e sarà sempre più in grado di darvi quei consigli ed avvisi che saranno maggiormente necessari ed opportuni per le anime vostre.

Ho voluto dirvi queste cose affinché non vi lasciate mai ingannare dal demonio tacendo per vergogna qualche peccato in confessione. Io vi assicuro, o giovani cari, che mentre scrivo mi trema la mano pensando al gran numero di cristiani che vanno all'eterna perdizione soltanto per aver taciuto o non aver esposto sinceramente certi peccati in confessione! Se mai taluno di voi ripassando la vita trascorsa venisse a scorgere qualche peccato volontariamente omesso, oppure avesse

25 Estratto della prima edizione della biografia di Michele Magone, sulla confessione, sulla sua integrità e stilla direzione spirituale che essa rende possibile. Si rileverà che per Don Bosco il confessore era un padre e un amico.

solo un dubbio intorno alla validità di qualche confessione, vorrei tosto dire a costui: Amico, per amore di Gesù Cristo, e pel sangue prezioso che egli sparse per salvare l'anima tua, ti prego di aggiustare le cose di tua coscienza la prima volta che andrai a confessarti, esponendo sinceramente quanto ti darebbe pena se ti trovassi in punto di morte. Se non sai come esprimerti, di' solamente al confessore che hai qualche cosa che ti dà pena nella vita passata.

Il confessore ne ha abbastanza; seconda solo quanto egli ti dice, e poi sta sicuro che ogni cosa sarà aggiustata.

Andate con frequenza a trovare il vostro confessore, pregate per lui, seguite i suoi consigli. Quando poi avrete fatta la scelta di un confessore che conoscete adattato pei bisogni dell'anima vostra, non cangiatelo più senza necessità. Finché voi non avete un confessore stabile, in cui abbiate tutta la vostra confidenza, a voi mancherà sempre l'amico dell'anima. Confidate anche nelle preghiere del confessore íl quale nella santa messa prega ogni giorno pe' suoi penitenti, affinché Dio loro conceda di fare buone confessioni e possano perseverare nel bene; pregate anche voi per lui.

Potete però senza scrupolo cangiare confessore quando voi o il confessore cangiaste dimora e vi riuscisse di grave incomodo il recarvi presso di lui, oppure fosse ammalato, o in occasione di solennità ci fosse molto concorso presso il medesimo. Parimente se aveste qualche cosa sulla coscienza che non osaste manifestare al confessore ordinario, piuttosto di fare un sacrilegio cangiate non una ma mille volte il confessore.

16. La morte sotto Io sguardo di Maria 26
Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele..., Torino, 1861, c. 15, pp. 80-84.

Era cosa che riempiva di stupore chiunque lo rimirasse. I polsi facevano conoscere che egli trovavasi all'estremo della vita, ma l'aria serena, la giovialità, il riso, e l'uso di ragione manifestavano un uomo di perfetta salute. Non già che egli non sentisse alcun male, imperciocché l'oppressione di respiro prodotta dalla rottura di un viscere cagiona un affanno, un patimento generale in tutte le facoltà morali

26 La gioia e la pace accompagnano fino alla morte il cristiano che ha amato il Cristo e Maria durante la propria vita. Don Bosco lo faceva capire, tra l'altro, con questo racconto commovente della morte del suo giovane discepolo, Michele Magone, avvenuta il 21 gennaio 1859.

e corporali. Ma il nostro Michele aveva più volte domandato a Dio di fargli compiere tutto il suo purgatorio in questa vita a fine di andare tosto dopo morte in Paradiso. Questo pensiero era quello che gli faceva soffrire tutto con gioia; anzi quel male, che per via ordinaria cagionerebbe affanni ed angustie, in lui produceva gioia e piacere.

Quindi per grazia speciale di nostro Signore Gesù Cristo non solo pareva insensibile al male, ma pareva sentire grande consolazione nei medesimi patimenti. Né occorreva suggerirgli sentimenti religiosi, poiché egli stesso di quando in quando recitava commoventi giaculatorie. Erano le dieci e tre quarti, quando mi chiamò per nome, e mi disse: ci siamo, mi aiuti. Sta tranquillo, gli risposi, io non ti abbandonerò finché tu non sarai col Signore in Paradiso. Ma poscia che mi dici d'essere per partire da questo mondo, non vuoi almeno dare l'ultimo addio a tua madre. (sic).

— No, rispose, non voglio cagionarle tanto dolore.

— Non mi lasci almeno qualche commissione per lei?
— Sì, dite a mia madre, che mi perdoni tutti i dispiaceri che le ho dati nella mia vita. Io ne sono pentito. Ditegli che io la amo; che faccia coraggio a perseverare nel bene, che io muoio volentieri; che io parto dal mondo con Gesù e con Maria e vado ad attenderla dal Paradiso.

Queste parole cagionarono il pianto in tutti gli astanti. Tuttavia fattomi animo, e per occupare in buoni pensieri quegli ultimi momenti, gli andava di quando in quando facendo alcune domande.

— Che cosa mi lasci da dire a' tuoi compagni?
— Che procurino di fare sempre delle buone confessioni.

— Quale cosa in questo momento ti reca maggiore consolazione di quanto hai fatto nella tua vita?
— La cosa che più di ogni altra mi consola in questo momento, si è quel poco che ho fatto ad onore di Maria. Sì, questa è la più grande consolazione. O Maria, Maria, quanto mai i vostri divori sono felici in punto di morte!
Ma, ripigliò, ho una cosa che mi dà fastidio; quando l'anima mia sarà separata dal corpo e sarò per entrare in Paradiso, che cosa dovrò dire? a chi dovrò indirizzarmi?
— Se Maria ti vuole ella stessa accompagnare al giudizio, lascia a lei ogni cura di te stesso. Ma prima di lasciarti partire pel Paradiso vorrei incaricarti d'una commissione.

— Dite pure, ío farò quanto potrò per obbedirvi.

— Quando sarai in Paradiso e avrai veduta la grande Vergine Maria, falle un umile e rispettoso saluto da parte mia e da parte di
quelli che sono in questa casa. Pregala che si degni di darci la sua santa benedizione; che ci accolga tutti sotto la potente sua protezione, e ci aiuti in modo che ninno di quelli che sono, o che la divina provvidenza manderà in questa casa abbia a perdersi.

— Farò volentieri questa commissione; ed altre cose?
— Per ora niente altro, riposati un poco.

Sembrava di fatto che egli volesse prendere sonno. Ma sebbene conservasse la solita sua calma e favella, ciò non ostante i polsi annunciavano imminente la sua morte. Per la qual cosa si cominciò a leggere il proficiscere; alla metà di quella lettura egli come se si svegliasse da profondo sonno, colla ordinaria serenità di volto e col riso sulle labbra mi disse: Di qui a pochi momenti farò la vostra commissione, procurerò di farla esattamente; dite a' miei compagni che io li attendo tutti in Paradiso. Di poi strinse colle mani il crocifisso, lo baciò tre volte, poscia proferì queste sue ultime parole: Gesù, Giuseppe e Maria io metto nelle vostre mani l'anima mia. Quindi piegando le labbra come se avesse voluto fare un sorriso, placidamente spirò.

Quell'anima fortunata abbandonava il mondo per volare, come piamente speriamo, in seno a Dio alle ore undici di sera, il 21 gennaio 1859, in età appena di quattordici anni. Non fece agonia di sorta; nemmeno dimostrò agitazione, pena, affanno od altro dolore che naturalmente si prova nella terribile separazione dell'anima dal corpo. Io non saprei qual nome dare alla morte di Magone se non dicendola un sonno di gioia che porta l'anima dalle pene della vita alla beata eternità.

17. Consigli generali di vita cristiana 27
Cenni storici intorno alla vita della B. Caterina De-Mattei da Racconigi, dell'Ord. delle pen. di s. Dom., per cura del Sacerdote Bosco Giovanni, Torino, 1862, Conclusione, pp. 186-187.

Ora che abbiamo percorso brevemente le gloriose azioni della Beata Caterina, vorrei, caro lettore, che facessimo insieme qualche considerazione a comune vantaggio dell'anima nostra.

La vita dell'uomo è breve; i nostri giorni passano come un'ombra, come un'onda, come un lampo, cose tutte che più non ritornano. Deh! non perdiamo inutilmente quei giorni che Dio ci dà per guada

27 Alcuni dei principi generali di san Giovanni Bosco sulla vita spirituale sono riassunti in questa conclusione della biografia di una religiosa.

gnarcii (sic) i beni eterni. Tmitiamo la Beata Caterina; facciamo del bene mentre siamo in tempo. Distacchiamo il nostro cuore dai piaceri di questa terra; innalziamo la mente a quella patria celeste, dove godremo i veri beni. Molti nemici ci tendono insidie, e cercano di condurci alla rovina. Noi dobbiamo coraggiosamente combatterli, ma il nostro scudo sia, come dice S. Paolo, una fede viva, una fede operosa che ci faccia abbandonare il male ed amare la virtù. Le nostre armi siano la fervorosa preghiera, le buone opere, la frequenza della santa Comunione ed una tenera divozione a Maria santissima. Ah! sì, se noi useremo queste armi, e ci conserveremo veri figli di Maria, viviamo sicuri, che riporteremo compiuta vittoria contro ai nemici dell'anima nostra. Ma non ritardiamo a metterci sul cammino della virtù. Fin da questo momento diamoci di cuore e diamoci interamente a Dio come fece la Beata Caterina. Così facendo potremo sperare anche noi la grazia del Signore e la pace del cuore nella mortale nostra vita e nel punto di morte. Quella grazia e quella pace che può soltanto aspettarsi chi visse nel bene operare. Quel bene operare che ci merita i favori del cielo nel corso della vita; ci consola in morte, e ci porge non dubbia caparra di una beata eternità.

18. Lettera di direzione a un giovane salesiano un po' timido" Epistolario, t. I, p. 276. Data completata da E. Ceria.

Car.mo Garino,
La tua ultima lettera ha dato nel segno. Fa' come hai scritto e vedrai che saremo ambidue contenti; ma come ti dissi già altra volta, io ho bisogno da te di una confidenza illimitata, cosa che certamente mi concederai, se pensi alle sollecitudini usate e che vie più userò in avvenire in tutto ciò che può contribuire al bene dell'anima tua ed anche al tuo benessere temporale.

Intanto ricordati di questi tre avvisi: fuga dell'ozio, fuga dei compagni dissipati e frequenza dei compagni dati alla pietà; per te questo è tutto.

Prega per me che ti sarò sempre
Aff.mo in G. C. Sac. Bosco Gio. S. Ignazio, 20 luglio 1863.

18 Il chierico Giovanni Garino ricevette in questa lettera alcuni consigli fra i prediletti da Don Bosco: confidenza, lavoro, fuga delle compagnie pericolose.

19. Il coraggio cristiano'
Il Pastorello delle Alpi, ovvero vita del giovane Besucco d'Argentera, per Sacerdote Bosco Giovanni, Torino, 1864, c. 24, pagine 179-181.

Qui metto termine alla vita di Francesco Besucco. Avrei ancora parecchie cose a riferire intorno a questo virtuoso giovanetto; ma siccome esse potrebbero dar motivo a qualche critica da parte di chi rifugge di riconoscere le meraviglie del Signore nei suoi servi, così mi riserbo di pubblicarle a tempo più opportuno, se la divina bontà mi concederà grazia e vita.

Intanto, o amato lettore, prima di terminare questo comunque siasi mio scritto vorrei che facessimo insieme una conclusione, che tornasse a mio e a tuo vantaggio. È certo che o più presto o più tardi la morte verrà per ambidue e forse l'abbiamo più vicina dí quel che ci possiamo immaginare. È parimenti certo che se non facciamo opere buone nel corso della vita, non potremo raccoglierne il frutto in punto di morte, né aspettarci da Dio alcuna ricompensa. Ora dandoci la divina Provvidenza qualche tempo a prepararci per quell'ultimo momento, occupiamolo ed occupiamolo in opere buone, e sta sicuro che ne raccoglieremo a suo tempo il frutto meritato. Non mancherà, è vero, chi si prenda giuoco di noi, perché non ci mostriamo spregiudicati in fatto di religione. Non badiamo a chi parla così. Egli inganna e tradisce se stesso e chi lo ascolta. Se vogliamo comparire sapienti innanzi a Dio, non dobbiamo temere di comparire stolti in faccia al mondo, perché Gesù Cristo ci assicura che la sapienza del mondo è stoltezza presso Dio. La sola pratica costante della religione può renderci felici nel tempo e nell'eternità. Chi non lavora d'estate non ha diritto di godere in tempo di inverno, e chi non pratica la virtù nella vita, non può aspettarsi alcun premio dopo morte.

Animo, o cristiano lettore, animo a fare opere buone mentre siamo in tempo; i patimenti sono brevi, e ciò che si gode dura in eterno. Io invocherò le divine benedizioni sopra di te, e tu prega anche il Signore Iddio che usi misericordia all'anima mia, affinché dopo aver parlato della virtù, del modo di praticarla e della grande ricompensa che Dio alla medesima tien preparata nell'altra vita non mi accada la terribile disgrazia di trascurarla con danno irreparabile della mia salvezza.

29 Conclusione della vita di un giovane allievo dell'oratorio di San Francesco di Sales, il quale, per praticare la « virtù », aveva tranquillamente resistito al rispetto umano. L'autore ne approfitta per far un elogio convinto delle « buone opere ».

Il Signore ajuti (sic) te, ajuti me a perseverare nell'osservanza de' suol precetti nei giorni della vita, perché possiamo poi un giorno andare a godere in cielo quel sommo bene pei secoli de' secoli. Così sia.

20. L'umanità di Don Bosco" Epistolario, t. I, p. 327.

Caro mio Bonetti,
Appena avrai ricevuto questa lettera va' tosto da Don Rua e digli schiettamente che ti faccia stare allegro. Tu poi non parlare di breviario fino a Pasqua: cioè sei proibito di recitarlo. Di' la tua messa adagio per non istancarti. Ogni digiuno, ogni mortificazione nel cibo è proibita. Insomma il Signore ti prepara il lavoro, ma non vuole che tu lo cominci se non quando sarai in perfetto stato di sanità, e specialmente non darai più un getto di tosse. Fa' questo e farai quello che piace al Signore.

Tu puoi compensare ogni cosa con giaculatorie, con offerte al Signore dei tuoi incomodi, col tuo buon esempio.

Dimenticava una cosa. Porta un materasso nel tuo letto, aggiustalo come si farebbe ad un poltrone matricolato; sta' bene riparato nella persona in letto e fuori letto. Amen.

Dio ti benedica.

Tuo aff.mo in G. C.

Sac. Bosco Gio.

Torino, 1864.

21. L'ammirevole carità apostolica di san Filippo Neri i1
Estratto da un panegirico di san Filippo Nerí, interamente scritto da Don Bosco per essere pronunciato ad Alba, davanti a un uditorio

30 « Don Bosco era andato in novembre 1864 alla casa salesiana di Mirabello, dove aveva trovato Don Bonetti afflitto per qualche malinteso e anche infermiccio. Tornato a Torino, si affrettò e scrivergli per confortarlo» (E. CERTA, in S. GIOVANNI Bosco, Epistolario, t. I, p. 327). La sua lettera è anche prova del suo buon cuore come pure del suo rifiuto per ogni ricerca volontaria della sofferenza.

31 Il Filippo Neri che Don Bosco descrisse in questa predica era sicuramente l'apostolo ideale, che si dà tutto a tutti, che si santifica con lo zelo, quello stesso cui egli tentava di conformarsi. Secondo G. B. Lemoyne (op. cit., p. 221), fu questa l'impressione degli uditori.

di ecclesiastici alla fine di maggio del 1868 (ACS, S. 132, Prediche, F). Vedere G. B. LFMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, pp. 215-217.

(...) Per farmi strada al proposto argomento ascoltate un curioso episodio. t di un giovanetto che appena in sui vent'anni di età, mosso dal desiderio della gloria di Dio, abbandona i propri genitori, di cui era unico figlio, rinuncia alle vistose sostanze del padre e di un ricco zio che lo vuole suo erede: e solo, all'insaputa di tutti, senza mezzi di sorta, appoggiato alla sola Divina Provvidenza, lascia Firenze, va a Roma. Ora miratelo: egli è caritatevolmente accolto da un suo concittadino (Caccia Galeotto): egli si arresta in un angolo del cortile di casa: sta col guardo verso la città assorto in gravi pensieri!
Avviciniamoci e interroghiamolo:
— Giovane, chi siete voi e che cosa mirate con tanta ansietà?
— Io sono un povero giovanetto forestiero; rimiro questa grande città, e un pensiero occupa la mente mia; ma temo sia follia e temerità.

— Quale?
— Consacrarmi al bene di tante povere anime, di tanti poveri fanciulli, che per mancanza di religiosa istruzione camminano la strada della perdizione.

-- Avete scienza?
— Ho appena fatto le prime scuole.

— Avete mezzi materiali?
— Niente; non ho un tozzo di pane fuor di quello che caritatevolmente mi dà ogni giorno il mio padrone.

— Avete chiese, avete case?
— Non ho altro che una bassa e stretta camera il cui uso mi è per carità concesso. Le mie guardarobe sono una semplice fune tirata dall'uno all'altro muro, sopra cui metto i miei abiti e tutto il mio corredo.

— Come dunque volete senza nome, senza scienza, senza sostanze e senza sito, intraprendere un'impresa così gigantesca?
— t vero: appunto la mancanza di mezzi e di meriti mi tiene sopra pensiero. Dio per altro che me ne inspira il coraggio, Dio che dalle pietre suscita figliuoli di Abramo, quel medesimo Iddio è quello che...

Questo povero giovane, o Signori, è Filippo Neri, che sta meditando la riforma dei costumi di Roma. Egli mira quella città, ma ahi! come la vede! La vede da tanti anni schiava degli stranieri; la vede orribilmente travagliata da pestilenze, da miseria, la vede dopo essere stata per tre mesi assediata, combattuta, vinta, saccheggiata e si può dire distrutta.

Questa città deve essere il campo in cui il giovane Filippo raccoglierà copiosissimi frutti. Vediamo come si accinga all'opera. Col solo aiuto della Divina Provvidenza egli ripiglia il corso degli studii; compie la filosofia, la teologia, e, seguendo il consiglio del suo Direttore, si consacra a Dio nello stato sacerdotale. Colla Sacra Ordinazione si raddoppia il suo zelo per la gloria di Dio. Filippo, divenendo sacerdote, si persuade con S. Ambrogio che: Collo zelo si acquista la fede, e collo zelo l'uomo è condotto al possesso della giustizia. Zelo fides acquiritur, zelo iustitia possidetur (S. Amb. in ps. 118). Filippo è persuaso che niun sacrffizio è tanto grato a Dio quanto lo zelo per la salvezza delle anime. Nullum Deo gratius sacrificium offerri potest quam zelus animarum (Greg. M. in Ezech.). Mosso da questi pensieri parevagli che turbe di cristiani, specialmente di poveri ragazzi, di continuo gridassero col profeta contro di lui! Parvuli petierunt panem et non erat qui frangeret eis. Ma quando egli poté frequentare le pubbliche officine, penetrare negli ospedali e nelle carceri e vide gente di ogni età e di ogni condizione data alle risse, alle bestemmie, ai furti e vivere schiava del peccato, allorché cominciò a riflettere come molti oltraggiavano Dio Creatore senza quasi conoscerlo, non osservavano la divina legge perché la ignoravano, allora gli vennero in mente i sospiri di Osea che dice (4, 1-2): A motivo che il popolo non sa le cose dell'eterna salvezza, i più grandi, i più abbominevoli delitti hanno inondato la terra. Ma quanto non fu amareggiato l'innocente suo cuore quando si accorse che gran parte di quelle povere anime andavano miseramente perdute, perché non erano istrutte nelle verità della Fede? Questo popolo, egli esclamava con Isaia, non ha avuto intelligenza delle cose della salute, perciò l'inferno ha dilatato il suo seno, ha aperte le sue smisurate voragini, e vi cadranno i loro campioni, il popolo, i grandi ed i potenti: Populus meus quia non habuit scientiam, propterea... infernus aperuit os suum absque ullo termino, et descendent fortes eius, et populus eius, et sublimes, gloriosique eius ad eum (Isaia, 5, 13-14).

Alla vista di que' mali ognor crescenti, Filippo, ad esempio del Divin Redentore che, quando diede principio alla sua predicazione, altro non possedeva nel mondo se non quel gran fuoco di divina carità che lo spinse a venir dal Cielo in terra; ad esempio degli Apostoli che erano privi di ogni mezzo umano quando furono inviati a predicare il Vangelo alle nazioni della terra, che erano tutte miseramente ingolfate nell'idolatria, in ogni vizio o, secondo la frase della Bibbia, sepolte nelle tenebre di morte, Filippo, si fa tutto a tutti nelle vie, nelle piazze, nelle pubbliche officine; s'insinua nei pubblici e privati stabilimenti, e con quei modi garbati, dolci, ameni che suggerisce la vera carità verso il prossimo, comincia a parlare di virtù, di religione
a chi non voleva sapere né dell'una né dell'altra. Immaginatevi le dicerie che si andavano spargendo a suo conto! Chi lo dice stupido, chi lo dice ignorante, altri lo chiamano ubbriaco, né mancò chi lo proclamava pazzo.

Il coraggioso Filippo lascia che ciascuno dica la parte sua, anzi dal biasimo del mondo egli è assicurato che le opere sue sono di gloria a Dio; perché quanto il mondo dice sapienza è stoltezza presso Dio: perciò procedeva intrepido nella santa impresa.

22. Le virtù del sacerdote
Appunti schematici presi da un uditore di Don Bosco nel settembre del 1868, in un corso di esercizi spirituali predicati a Trofarello e pubblicati da G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, pagine 343-344.

Oggi vi dirò quel che dobbiamo praticare come sacerdoti o come aspiranti al sacerdozio; vi dirò che cosa sia 31 sacerdote e che cosa debba egli essere.

Il sacerdozio è la più alta dignità a cui possa essere innalzato un uomo. A lui, e non agli angeli, fu data la potestà di mutare il pane e il vino nella sostanza del Corpo e del Sangue di N. S. Gesù Cristo; a lui e non agli angeli la facoltà di rimettere i peccati.

È ministro di Dio tre volte santo...

Or quale dovrà essere la santità di un sacerdote o di un aspirante allo stato sacerdotale? Egli deve esser tale da essere un angelo, ossia un uomo tutto celeste: deve possedere tutte le virtù richieste a questo stato, e specialmente grande carità, grande umiltà e grande castità.

Il sacerdote è la luce del mondo, il sale della terra. Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza, e quindi suo massimo impegno occuparsi degli studi, sacri.

Noi esaminiamoci se abbiamo tutte le virtù necessarie per divenir buoni sacerdoti e se non le abbiamo ancora, almeno facciamoci coraggio per acquistarle e praticarle.

Escludiamo nello stesso tempo dalle nostre intenzioni ogni nostro interesse e scopo non conforme alla volontà di Dio, perché è il Signore che ci deve eleggere: Non vos me elegistis, sed ego elegi vos.32
Il sacerdote deve avere una fede, una carità ardentissima, le quali purtroppo, alle volte, non si trovano, in quel chierico, per non dire in quel sacerdote; e invece si trovano vivissime in quel contadino, in

32 « Non siete voi che avete scelto me, ma son io che ho scelto voi » (Gv. 15,16).

quello scopatore, in quel servo; si trovano in un discepolo, e il maestro che le insegna, che le dovrebbe possedere in un grado assai maggiore, alle volte ne è quasi privo.

Oh! il buon esempio! Ricordiamoci che il sacerdote non va mai all'inferno né al paradiso da solo, ma sempre accompagnato.

23.1 quotidiani esercizi di pietà"
Appunti di un uditore presi durante gli stessi esercizi spirituali di Trofarello, il 26 settembre del 1868, e pubblicati in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, pp. 355-356.

In questi giorni avrei voluto parlarvi anche delle pratiche di pietà della nostra casa, ma vedo che cí è mancato il tempo. Molto si ebbe a dire sui voti e sulla vita religiosa. Tuttavia accennerò almeno alcune cose. Le pratiche giornaliere sono la meditazione, la lettura spirituale, la visita al SS. Sacramento e l'esame di coscienza.

La meditazione è l'orazione mentale. Nostra conversatio in coelis est," dice S. Paolo; e si potrebbe fare_inuegstamodo. Scegliere il soggetto che si vuol meditare, mettendosi prima alla presenza di Dio. Quindi riflettere attentamente su ciò che meditiamo e applicare a noi ciò che fa per noi. Venire alla conclusione risolvendo di lasciar certi difetti e esercitarci in certe virtù, e quindi mettere in pratica lungo il giorno quel che abbiamo risolto al mattino. Dobbiamo anche eccitarci ad affetti di amore, di riconoscenza, di umiltà verso Dio; chiedergli tante grazie delle quali abbisognamo; e domandargli colle lagrime perdono dei nostri peccati. Ricordiamoci sempre che Dio è padre e noi siamo i suoi figliuoli... Raccomando adunque l'orazione mentale.

Chi non potesse fare la meditazione metodica a cagione di viaggi, o di qualche impiego o affare che non permetta dilazione, faccia almeno la meditazione che io dico dei mercanti. Questi pensano sempre ai loro negozii in qualunque luogo si trovino. Pensano a comprare le merci, a rivenderle con loro profitto, alle perdite che potrebbero fare, a quelle fatte e come ripararvi, ai guadagni realizzati o quelli maggiori che potrebbero conseguire e via discorrendo... Tale meditazione è anche l'esame di coscienza. Alla sera prima di coricarsi esami

33 Questi appunti di un uditore, pubblicati probabilmente senza eccessivi scrupoli da Don Lemoyne, rivelano almeno l'orientamento del pensiero di Don Bosco in materia di « pratiche di pietà » ad uso dei suoi religiosi.

34 « La nostra conversazione è coi cieli » (Fil. 3,20.) Ripeto che traduco queste frasi bibliche come, secondo me, Don Bosco le capiva.

niamoci se abbiamo messo in pratica i proponimenti già fatti su qualche difetto determinato: se siamo in guadagno o se siamo in perdita. Sia un po' di bilancio spirituale; se vediamo di aver mancato ai proponimenti si ripetano per l'indomani, fintantoché non siamo giunti ad acquistare quella virtù e ad estinguere o fuggire quel vizio o quel difetto.

Vi raccomando pure la visita al SS. Sacramento. « Il dolcissimo Signor Nostro Gesù Cristo è là in persona » esclamava il parroco d'Ars; si vada ai piedi del Tabernacolo soltanto a dire un Pater, Ave e Gloria quando non si potesse di più. Basta questo per renderci forti contro le tentazioni. Uno che abbia fede, che faccia visita a Gesù Sacramentato, che faccia la sua meditazione tutti i giorni, purché non abbia qualche fine mondano, ah! io dico, è impossibile che pecchi."
Raccomando poi anche la lettura spirituale specialmente a chi non fosse capace a far la meditazione senza libro. Perciò leggere qualche tratto, riflettere a quel che si è letto, per conoscere ciò che dobbiamo correggere nella nostra condotta. Ciò servirà anche ad innamorarci sempre più del Signore e a prendere lena per salvar l'anima.

Chi può, faccia la lettura e la visita in comune; chi non potesse la faccia in privato. La meditazione può farla anche in camera.

Ricordatevi che ciascuno è obbligato anche dalle regole a recitare tutti i giorni il Rosario. Quanta gratitudine dobbiamo professare a Maria SS. e quante grazie Ella tiene preparate per noi!
Confessatevi ogni otto giorni, anche non avendo nulla di grave sulla coscienza. t un atto di umiltà dei più graditi al Signore, sia perché si rinnova il dolore dei peccati già perdonati, sia perché si riconosce la propria indegnità nei difetti anche leggeri, nei quali si inciampa ogni giorno.

24. Strenna spirituale (1868) 36 Epistolario, t. I, pp. 600-601.

Car.mo Don Bonetti,
Grazie del buon capo d'anno. Mi serve a meraviglia per estinguere le passività della casa. Grazie anche a Don Provera."

35 Per Don Bosco, quindi, meditazione e lettura spirituale si rassomigliavano molto.

36 Alla fine dell'anno 1868, Don Giovanni Bonettí, allora direttore della scuola di Mírabello, aveva presentato i suoi auguri a Don Bosco aggiungendovi alcuni risparmi. Nella forma nervosa che gli era propria nella corrispondenva coi suoi allievi, Don Bosco gli rispose con questa strenna spirituale.

37 Don Provera era economo di Don Bonetti.

Ora passiamo alla strenna.

Tu e Don Provera ditevi sempre i difetti senza mai offendervi.

Per la Società: Risparmiate viaggi, e per quanto si può, non si vada a casa dei parenti. Il Rodriguez ha stupenda materia su tale argomento.

Ai giovani: Che promuovano colle opere e colle parole la frequente comunione e la divozione alla Beata Vergine.

Tre argomenti a chi predica: 1° Evitare i cattivi discorsi e le cattive letture. 2° Evitare i compagni dissipati o che danno cattivi consigli. 3° Fuga dell'ozio, e pratica di tutte le cose che possono contribuire a conservare la santa virtù della modestia.

Tu poi vedi tutto; parla con tutti; il resto lo farà la bontà del Signore.

Ogni bene a te, a tutta la Mirabellese famiglia. Amen.

Aff.mo in G. C.

Sac. G. Bosco
Torino, 30 clic. 68.

PS. - Il Direttore delle scuole promuova l'Associazione alla Biblioteca Italiana.38
25. Ricchezze e distacco 39
Angelina, o l'Orfanella degli Appennini, pel sacerdote Giovanni Bosco, Torino, 1869, c. 8 e 9, pp. 41-48.

Le mie afflizioni si accrebbero dallo spreco che si faceva del danaro in cose inutili e talvolta dannose. — Quaranta persone di servizio per quattro persone: io, i miei genitori ed un fratello. Due carrozze caduco, una per l'estate, l'altra per l'inverno con un numero corrispondente di cavalli e di cocchieri; due guardiaportone, due cocchieri, due maggiordomo, due maestri di etichetta, o come si dice,

38 La Biblioteca italiana era una collezione di classici italiani fondata e diretta da Don Bosco.

39 Angelina è una storia il cui sfondo era presentato da Don Bosco come veritiero. Questa giovane borghese, che in casa si trovava a perfetto suo agio, ma che era turbata dalle ricchezze, finirà per fuggire e terminerà la sua vita in qualità di umile serva in una cascina. Nell'ultima parte del racconto che proponiamo e che era messo interamente sulle labbra dell'eroina, si leggerà la dottrina dí Don Bosco sulla ricchezza e sullo povertà: la ricchezza è un dono di Dio, ma bisogna servirsene in bene e sapersene distaccare.

di cerimonie. Il rimanente era occupato nei vari Uffizi domestici. Tante persone di servizio, mentre la decima parte avrebbe bastato a tutto e per tutti! Nelle sedie, nei pavimenti, nei letti, nella mensa l'oro e l'argento erano scialacquati. — Non è che mio padre non avesse religione; ché trattava bene i frati e i preti ogni volta che se ne presentava l'occasione; anzi godeva quando poteva seco avere a mensa qualche illustre personaggio, come sarebbe un canonico prevosto o prelato; ma ciò con fine umano, per far parlare dí sé e per essere lodato.

Se era richiesto di qualche carità, per lo più sciamava che aveva molte spese, molte imposte, diminuzione di entrate e simili. Intanto si trovavano somme enormi per dare delle serate agli amici, intraprendere lunghi e spendiosissimi viaggi, cangiare e rimodernare ogni anno i suppellettili di casa, senza calcolar il continuo cangiare, vendere, comperare carrozze, cavalli con immensi dispendi.

Nelle stesse limosine io non vedeva certamente quello che dice il vangelo: la sinistra non sappia quello che fa la tua destra. Tutto l'opposto. Se non facevansi profondi inchini, pubblici e ripetuti ringraziamenti, o se non si dava in qualche modo pubblicità alle offerte, per lo più quella offerta era l'ultima; né più avrebbesi potuto cavargli un soldo sotto allo specioso pretesto che quel tale era un ingrato, ma in realtà perché non aveva suonato la tromba ai quattro venti. Mi sembrava potersi dire col Salvatore: Hanno già ricevuto la loro mercede. Un giorno ho dimandato a mio padre come intendeva le parole del vangelo: Date il superfluo in elemosina ai poveri. Rispose egli che questo era consiglio, ma non precetto. Mi sembra, aggiunsi, che la parola Date sia di modo imperativo e perciò un vero comando e non un consiglio. Non mi fece alcuna risposta. Altra volta gli di-mandai come intendesse quelle altre parole del vangelo: Guai ai ricchi; è più facile che un cammello passi per la cruna d'un ago, che un ricco si salvi. Queste cose, egli disse, bisogna che si studino, si sappiano, ma non fermarcisi troppo sopra, altrimenti fanno perdere la pace del cuore, anzi farebbero dare la volta al cervello, se uno di troppo se ne desse pensiero.

Tale risposta fu come una scintilla, alle mie perturbazioni. Se è una verità, io diceva, perché non meditarla sempre? Perché dal mondo è dimenticata? Quel guai ai ricchi vorrà forse dire che essi debbano andare tutti perduti? siccome ci vuole un gran miracolo perché un cammello passi pel foro di un ago, così è forse d'uopo che si operi un miracolo di questo genere perché un ricco si salvi? Se è così difficile che un ricco si salvi, non è meglio mettere in pratica il consiglio del Salvatore: vendete quello che possedete e datelo in limosina ai poveri? Mio padre dice che il pensare seriamente a queste
cose potrebbero far dare volta al cervello. Ma se produce questo terribile effetto íl solo pensiero, che sarà di chi avesse la sventura di provarne le conseguenze della minaccia del Salvatore, che sarebbe l'eterna perdizione?
Agitata dal pensiero delle difficoltà che ha un ricco per potersi salvare, mi sono recata da un venerando ecclesiastico per avere istruzioni e conforto. Quell'uomo di Dio mi rispose che queste parole vogliono essere nel loro vero senso interpretate. Volle il Salvatore significare, diceva, che le ricchezze sono vere spine e sorgente infausta di pericoli nella via della salvezza, e ciò pel grande abuso che per lo più se ne fa; spese inutili, viaggi inopportuni, intemperanze, balli, giuochi, oppressione dei deboli, fraudazioni della mercede agli operai: appagamenti di passioni indegne, liti ingiuste, odio, rabbia e vendette, ecco il frutto che molti raccolgono dalle loro ricchezze. Per costoro le sostanze temporali sono un gran rischio di perversione spirituale, e di costoro appunto disse il Salvatore: Guai ai ricchi; e più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco si salvi.

Ma coloro che fanno buon uso delle ricchezze, che se ne servono a vestire i nudi, a dar da mangiare ai poveri affamati, dar da bere agli assetati, albergare pellegrini; quelli che senza vanagloria e senza ambizione danno il superfluo ai poveri, costoro, dico, hanno un mezzo di salvezza nella loro sostanza temporale, e sanno cangiar le ricchezze, che sono vere spine, in fiori per l'eternità. Credetelo: quando Dio dà delle sostanze temporali ad un uomo, fa una grazia, ma la grazia è assai maggiore, quando inspira il coraggio di fame buon uso.

Voi intanto, conchiuse quel direttore, non datevi affanno per le ricchezze che avete; giacché con esse voi potete fare molte opere buone, e acquistarvi gran merito per l'altra vita. Procurate solamente di fame buon uso. Vi raccomando però due cose assai importanti. La prima di non essere tanto stretta nel calcolare il superfluo. Alcuni sí pensano che dando un decimo o un ventesimo in limosina, possano del resto fare quell'uso che loro tornerà più gradito. Non è così. Disse Iddio di dare il superfluo ai poveri senza fissare né decimo né ventesimo. Perciò dobbiamo soltanto tenerci per noi il necessario dandone il rimanente ai poveri.

Vi raccomando in secondo luogo di non mai dimenticare che non porteremo con noi alcuna sostanza temporale alla tomba, e che perciò, da volere o non volere, o per amore o per forza, o in vita o in morte dobbiamo abbandonare tutto. È meglio pertanto staccarci dalle cose terrene volontariamente con merito e farne buon uso nella vita, che abbandonarle poi per forza e senza merito al punto della morte.

Questa risposta semplice e chiara invece di acquetarmi accrebbe
ognor più le mie angustie. Mi sono confermata nella persuasione che le ricchezze sono un gran pericolo di perversione, e che è cosa molto difficile farne buon uso.443

26. I vantaggi della vita religiosa"
Appunti di due conferenze ai salesiani, scritti da Don Bosco stesso (ACS, S. 132-126) per gli esercizi spirituali di Trofarello, nel settembre del 1869 (senza dare un giudizio prematuro delle postille autografe posteriori, che la presente traduzione non ha separato dallo schema primitivo). Pubblicate in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. IX, pp. 986-987.

Il Cristiano: sua creazione nella cattolica religione, educazione, istruzione, mezzi di salvezza.

Entrata nel mondo pieno di pericoli - Maggior sicurezza in religione - Esempio di viaggio in bastimento od in una barchetta; in carrozza o a piedi; dimora in una fortezza o in un campo aperto.

Segni di vocazione: propensione - se la vita è migliore di quella che fosse nel secolo - essere già accolti in Comunità. Manete in vocatione, etc.42
Similitudine del negoziante che lavora nella speranza del guadagno.

In Congregazione Homo vivit purius - cadit rarius - surgit velocius - incedit cautius - irroratur frequentius - quiescit securius - moritur confidentius - purgatur eitius - remuneratur copiosius (S. Bernardo, De bono Relig.).43

40 La lettura di san Gerolamo e le traversie dopo la morte della mamma decideranno, alla fine, Angelina ad abbandonare la casa paterna.

41 Questi appunti ci sembra che illustrino felicemente il procedimento del pensiero di Don Bosco in materia spirituale: le due vie, argomenti d'autorità ricavati dalla Bibbia e dalla tradizione, esempi, immagini e applicazioni concrete. In questo seguiva l'esempio di sant'Alfonso de' Liguori (La vera sposa di Gesù Cristo, c. 2) che pure ricorreva a vari autori. L'intelaiatura: Vivit purius..., derivava da una omelia su san Matteo: « Il regno dei cieli è simile... », « comunemente » attribuita a san Bernardo (leggerla nella Patrologie latine di J.-P. MIGNE, t. CLXXXIV, col. 1131-1134). Questa esposizione sui vantaggi della vita religiosa è stata ripresa più tardi nella Introduzione alle Costituzioni salesiane.

42 « Rimanete nella vostra vocazione » (vedere 1 Cor. 7,20).

43 « L'uomo vive con maggior purezza, cade più raramente, si rialza più presto, cammina con più cautela, sopra dí lui cade più spesso la rugiada delle grazie celesti, riposa con più sicurezza, muore con maggior confidenza di sua eterna salvezza, è per lui più breve il Purgatorio, in Cielo ha più copiosa rimunerazione » (vedere sopra, nota 41).

Vivit purius perché privo delle sollecitudini secolari (da volere a non volere, bisogna che nel secolo pensi alle cose temporali). Purità
d'intenzione è fare quello che più piace a Dio e noi ce ne assicuriamo coll'obbedienza. Nel secolo si fa il bene che si vuole e quando si vuole. Il religioso non fa mai la propria volontà, ma sempre quella del Signore, mercé l'ubbidienza. La propria volontà guasta le opere: Quare jejunavimus et non aspexisti; hurniliavimus animas nostras et nescisti? Perché ecce in die jejunii vestri invenitur voluntas vestra (Isaia, 58, 3).44 — Esempi diversi.

Cadit rarius. — Più uno è lontano dai pericoli, più è sicuro di non cadere. Il mondo è pieno di pericoli. Quidquid in mundo est, concupiscentia carnis est (piaceri del senso), concupiscentia oculorum (ricchezze), superbia vitae (la vanagloria).45 S. Antonio vide il mondo coperto di lacci. — Chi vive in Congregazione vive fuori di questi pericoli e si separa da tutto coi tre voti; perciò difficilmente cadrà. Inoltre ha immensi aiuti per sostenersi in Religione, che nel secolo mancano.

Surgit velocius. — Regole, avvisi, letture, meditazioni. Esempi altrui. - Vae soli quia, cum ceciderit, non habet sublevantem se.46 Ma, in Società si unus cecíderit, ab altero fulcietur (Eccl. 4, 10).47 Juvatur a sociis ad resurgendum (L'ang. S. Tommaso).

Incedit cautius. — Cammina con maggior cautela. - Ritiro. - Regole... - Come fortezza la santa legge di Dio, cui stanno in difesa alcuni forti avanzati, come sono le Costituzioni. - Urbs fortitudinis Sion, ponetur in ea murus et antemurale (Isaia, c. 26, 1)49 Difeso, essendo in Congregazione. - Rendiconto mensile. - I grandi del mondo, ricchi, potenti, non hanno monitori, ma adulatori, ecc.

Irroratur frequentius. — Terreno irriguo è il secolo; terreno sotto acqua è la Congregazione. Frequente la rugiada celeste sulle anime da Dio, per cui tutto si abbandonò, per cuì si lavora; - dai Sacramenti che per regola si frequentano, dai superiori che per ufficio ci debbono

44 « Perché digiunare se tu non vedi, perché mortificarci se tu non ci badi? ». Perché « nel giorno del vostro digiuno voi avete fatto la vostra volontà ».

45 « Tutto ciò che è nel mondo, cioè la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e superbia delle ricchezze, non vengono dal Padre, ma vengono dal mondo » (/ Gv. 2,16).

46 « Guai a chi è solo: se cade non ha nessuno che lo rialzi » (Reti. 4,10).

47 « In caso di caduta, uno rialzerà l'altro ».

48 « I membri della società lo aiutano a rialzarsi ».

49 « Sion è una città forte, essa avrà per proteggersi un muro e un antemurale ».

consigliare e correggere. - Un secolare spesso vorrebbe, ma non ha i mezzi, di cui abbonda un religioso.

Ouiescit securius. — Nulla può contentarci nel mondo. Vanitas vanitatum,50 ecc. - Teodosio nella cella di un solitario, disse: Padre? Sapete voi chi sono? Io sono l'Imperatore Teodosío. Oh beati voi che menate qui in terra vita contenta, lontani dai guai del mondo. Io sono un gran signore della terra, sono imperatore; ma per me, o padre mio, non v'è giorno in cui mi cibi con pace. - Poi: Cum fortis fuerit armatus, secura sunt omnia.51 La Congregazione è una fortezza in cui si può riposare tranquilli. Gesù Cristo, i superiori, le regole, i confratelli sono altrettante guardie dell'anima, ecc.

Ob. 1° Nella religione vivono scontenti. Ma perché non osservano le regole.

2° Molte tribulazioni anche nella religione. Ma queste sono le croci quotidiane, che ci condurranno alla gloria.

Consulto Deus gratiam religionis occultavit, nam si ejus felicitar cognosceretur, omnes, relicto saeculo, ad eam concurrerent (S. Lorenzo Giust.)."
Moritur confidentius. — Morte di chi vive nel secolo: medici, notaio, parenti, tutti parlano di cose temporali, difficilmente di spirituali.

Il Religioso tra' suoi fratelli che l'aiutano, pregano, lo confortano. In terra tutto è disposto; egli è preparato pel cielo. Omnis qui reliquerit, etc. (Mat. 19, 29)." Promisit Deus vitam aeternam ista relinquentibus. Tu reliquisti omnia ista: quid prohibet de hujusmodi pro-missione esse securum? (S. Chris. de Prov.).54 Un fratello di S. Bernardo morendo nel Monastero cantava; perché beati mortui qui in Domino ,moriuntur."
Purgatur citius. — San Tommaso dice che entrando in religione si ottiene il perdono di tutti i peccati e della pena come nel battesimo; di poi soggiunge: Unde legitur in vitis Patrum quod eamdem gratiam consequuntur religionem intrantes, quam consequuntur

50 « Vanità delle vanità... » (vedere Eccle. 1,2).

51 « Quando l'uomo forte è armato, tutti i suoi beni sono al sicuro » (Lc. 11,21).

52 « È con preciso intendimento che Dio ha nascosto la grazia della vita religiosa, perché, se si conoscesse la felicità che essa procura, tutti abbandonerebbero il secolo e si precipiterebbero verso dí essa ».

53 « Tutti quelli che avranno abbandonato... ».

54 « Dio ha promesso la vita eterna a coloro che hanno abbandonato queste cose. Tu le hai abbandonate tutte: che cosa ti impedisce di essere tranquillizzato dalla sua promessa? ».

55 « Beati i morti che muoiono nel Signore » (Apoc. 14,13).

baptizati.56 - Poi conforti, preghiere, Comunioni, rosarii, Messe, ecc. - O niente o poco in purgatorio. Est facilis via de cella in coelum (S. Bernardo)."
Remuneratur copiosius. — Dio ricompensa un bicchiere d'acqua fresca dato per lui; che mercede darà a chi lasciò tutto, o meglio diede tutto per amor suo? Tutte le azioni della vita religiosa, mortificazioni, astinenze, ubbidienze, quale mercede avranno in cielo? Poi il merito che si acquista per le opere buone che si faranno per lui. Fulgebunt fusti, etc.58
Il mondano invece dirà: Erravimus, etc.59
S. Alfonso dice che nel secolo xvii di 60 santificati, soltanto 6 erano secolari. Gli altri tutti religiosi.

Vantaggi temporali:
1° Quelli di Gesù Cristo che nella nascita, nella vita, nella morte non aveva dove reclinare ecc. Promise però non mancarci niente, se ecc.: Respicite
2° Ci manca niente nello stato di sanità, di malattia, di morte. Esempio di...

3° Quanti stentano nel mondo! Noi abbiamo vitto, vestito, alloggio, ecc.

27. San Francesco di Sales "
Storia ecclesiastica ad uso della gioventù, utile ad ogni grado di persone, pel Sacerdote Giovanni Bosco, nuova edizione migliorata ed aumentata, Torino, 1870, epoca quinta, c. 4, pp. 301-303 (ed. A. CAVIGLIA, in Opere e Scritti, t. I, seconda parte, Torino, 1929, pp. 451-452).

56 « Ecco perché leggiamo nelle vite dei Padri che alla loro entrata nella vita religiosa, i religiosi ottengono la stessa grazia dei battezzati al loro battesimo » (san TOMMASO D'AQUINO, Somma teologica, 2a 2", quest. 189, art. 3, ad 3).

57 « È facile la via che porta dalla cella al cielo » (Lettera ai fratelli del Monte di Dio, attribuita a Guglielmo di Saint-Thierry, c. 4).

58 « I giusti risplenderanno... » (vedere Sap. 3,7).

59 « Ci siamo ingannati... » (vedere ibid., 5,6).

60 « Guardate gli uccelli » (vedere Mt. 6,26).

61 Il santo Francesco di Sales che si è imposto a Don Bosco non fu il teorico del Trattato dell'amor di Dio, dei Trattenimenti, e neppure dell'Introduzione alla vita devota, ma l'apostolo pieno di comprensione e di zelo, di cui ha tracciato il ritratto nella sua Storia ecclesiastica.

S. Francesco di Sales e il Chiablese. — San Francesco di Sales fu dalla divina Provvidenza suscitato per combattere, e si può dire, distruggere gli errori di Calvino e di Lutero in quella parte della Savoia che dicesi Chiablese, e che era stata infetta da que' mostruosi errori. Egli è detto di Sales dal luogo di sua nascita, che è un castello della Savoia. Da giovanetto datosi tutto a Dio, conservato gelosamente il candore verginale, formossi il cuore a tutte le virtù, specialmente alla dolcezza, alla mansuetudine. Non senza gravi ostacoli da parte del padre, rinunziò alle brillanti offerte del mondo, e si consacrò al ministero degli altari. Spinto dalla voce di Dio, che lo chiamava a cose straordinarie, colle sole armi della carità egli parte pel Chiablese. Alla vista delle chiese abbattute, de' monasteri distrutti e delle croci rovesciate, tutto si accende di zelo e comincia il suo apostolato. Gli eretici schiamazzano, lo insultano, e tentano assassinarlo. Egli colla pazienza, colle prediche, cogli scritti e con miracoli acqueta ogni tumulto, guadagna gli assassini, disarma l'inferno, e la fede cattolica trionfa per modo, che in breve nel solo Chiablese riconduce al grembo della Chiesa più di settantadue mila (sic) eretici. Sparsa la fama di sua santità, egli suo malgrado fu creato vescovo di Ginevra, risiedendo per altro in Annecy. Quiví raddoppiò lo zelo, non rifiutandosi anche, quando occorreva, al più umile uffizio dell'ecclesiastico ministero. Dopo una vita tutta consumata alla maggior gloria di Dio, riverito da popoli, onorato da principi, amato da sommi pontefici, rispettato dagli stessi eretici, rese a Dio l'anima sua in Lione, nell'abitazione del giardiniere del monastero della Visitazione, ove aveva voluto pigliare albergo.

Era la festa degli Innocenti del 1622.

Egli è il fondatore dell'ordine delle monache della Visitazione, nel quale volle che trovassero ricetto quelle, che per ragione di età o infermità non avessero potuto essere ricevute in altri monasteri.

28. La Comunione eucaristica"
Il mese di maggio consacrato a Maria SS. Immacolata, ad uso del popolo, pel sacerdote Bosco Giovanni, 8a ed., Torino, 1874, giorno vígesimoquarto, pp. 149-153.

62 La dottrina — solida — di san Giovanni Bosco sull'Eucarestia era quella del diciannovesimo secolo, come si può rilevare dalle seguenti considerazioni, ricavate da un libriccino scritto, d'altra parte, per delle persone semplici. Ma, a leggerle, si constata che già nel 1874 egli consigliava apertamente la comunione quotidiana ai laici; non era cosa di poco conto a quel tempo. Le frasi latine, che sono tradotte nel testo italiano, sono state prese dal canone della messa; da (Gv. 6,51; da / Cor. 11,23; da Mt. 11,28.

1. Comprendi, o cristiano, che cosa vuol dire fare la santa Comunione? Vuoi dire accostarsi alla mensa degli angioli per ricevere il corpo, il sangue, l'anima e la divinità di nostro Signor Gesù Cristo, che viene dato in cibo all'anima nostra sotto alle specie del pane e del vino consacrato. Alla Messa, al momento che il Sacerdote proferisce sul pane e sul vino le parole della consacrazione, il pane ed il vino diventano Corpo e Sangue di Gesù Cristo. Le parole usate dal nostro divin Salvatore nell'istituire questo Sacramento sono: Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue: hoc est corpus meum, hic est calix sanguinis mei. Queste medesime parole usano i sacerdoti a nome di Gesù Cristo nel sacrifizio della santa Messa. Pertanto quando noi andiamo a fare la Comunione riceviamo il medesimo Gesù Cristo in corpo, sangue, anima e divinità, cioè vero Dio e vero uomo, vivo come è in Cielo. Non è la sua immagine, nemmeno la sua figura, come è una statua, un crocifisso, ma è Gesù Cristo medesimo come è nato dall'Immacolata Vergine Maria e per noi morto sulla croce. Gesù Cristo medesimo ci assicurò di questa sua real presenza nella santa Eucarestia quando disse: corpus quod pro vobis tradetur. Questo è quel pane vivo, che discese dal Cielo: hic est panis vivus, qui de coelo descendit. Il pane che io darò è la mia carne. La bevanda che io dò è íl mio vero sangue. Chi non mangia di questo corpo e non beve di questo sangue, non ha con sé la vita.

2. Gesù avendo istituito questo Sacramento pel bene delle anime nostre desidera che noi vi ci accostiamo sovente. Ecco le parole con cui egli ci invita: Venite a me tutti, o voi, che siete stanchi e doppressi (sic) ed io vi solleverò: venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos. Altrove diceva agli Ebrei: « I (sic) vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono; ma colui che mangia il cibo figurato nella manna, quel cibo che io dò, quel cibo che è il mio corpo e il mio sangue, egli più non morrà in eterno. Colui che mangia la mia carne e beve il mio sangue egli abita in me ed io in lui; imperocché la mia carne è un vero cibo, e il mio sangue una vera bevanda ». Chi mai potrebbe resistere a questi amorevoli inviti del divin Salvatore? Egli è per corrispondere a questi inviti che i cristiani dei primi tempi andavano ogni giorno ad ascoltare la parola di Dio ed ogni giorno si accostavano alla santa Comunione. Egli è in questo Sacramento che i martiri trovavano la loro fortezza, le vergini il loro fervore, i santi il loro coraggio.

E noi con quale frequenza ci accostiamo a questo cibo celeste? Se esaminiamo i desiderii di Gesù Cristo e il nostro bisogno, dobbiamo comunicarci assai sovente. Siccome la manna ogni giorno servì di cibo corporale agli Ebrei in tutto il tempo che vissero nel deserto, finché giunsero nella terra promessa, così la santa Comunione dovreb
b'essere il nostro conforto, il cibo quotidiano nei pericoli di questo mondo per guidarci alla vera terra promessa del Paradiso. S. Agostino dice così: Se ogni giorno dimandiamo a Dio il pane corporale, perché non procureremo anche dí cibarci ogni giorno del pane spirituale colla santa Comunione? S. Filippo Neri incoraggiava i cristiani a confessarsi ogni otto giorni e comunicarsi anche più spesso, secondo l'avviso del confessore. Finalmente la santa Chiesa manifesta il suo vivo desiderio della frequente Comunione nel Concilio Tridentino, ove dice: « Sarebbe cosa sommamente desiderabile che ogni fedele cristiano si mantenesse in tale stato di coscienza da poter fare la santa Comunione ogni volta che interviene alla santa Messa ». Il pontefice Clemente XIII per incoraggiare i cristiani ad accostarsi con gran frequenza alla santa Confessione e Comunione concedette il seguente favore: Quei fedeli cristiani, che hanno la lodevole consuetudine di confessarsi ogni settimana, possono acquistare indulgenza plenaria ogni qual volta fanno la santa Comunione.

3. Taluno dirà: io sono troppo peccatore. Se tu sei peccatore procura di metterti in grazia col Sacramento della Confessione, e poi accostati alla santa Comunione, e ne avrai grande aiuto. Un altro dirà: mi comunico di rado per avere maggior fervore. È questo un inganno. Le cose che si fanno di rado per lo più si fanno male. Altronde essendo frequenti i tuoi bisogni, frequente deve essere íl soccorso per l'anima tua. Alcuni soggiungono: io sono pieno d'infermità spirituali, e non oso comunicarmi sovente. Risponde Gesù Cristo: Quelli che stanno bene non hanno bisogno del medico: perciò quelli che sono maggiormente soggetti ad incomodi loro è mestieri essere sovente visitati dal medico. Coraggio adunque, o cristiano, se tu vuoi fare un'azione la più gloriosa a Dio, la più gradevole a tutti i santi del cielo, la più efficace per vincere le tentazioni, la più sicura a farti perseverare nel bene, ella è certamente la santa Comunione.

29. Strenna spirituale (1874) 63 Epistolario, t. Il, p. 434.

Car.mo Don Bonetti,
A te: Fa' in modo che tutti quelli, cui parli, diventino tuoi amici. Al prefetto: Tesaurizzi tesori pel tempo e per l'eternità.

Ai maestri, assistenti: In patientia possidebitis animas vestras.64

63 I princìpi di Don Bosco si manifestavano benissimo nelle strenne spirituali che regolarmente proponeva ai suoi discepoli.

64 « Con la vostra pazienza, vi renderete padroni delle anime vostre » (Lc. 21,19).

Ai giovani: La frequente comunione.

A tutti: Esattezza ne' propri'. doveri.

Dio vi benedica tutti, e vi conceda il prezioso dono della perseveranza nel bene. Amen.

Prega pel tuo in G. C.

amico
Sac. Gio. Bosco
Torino, 30-12-74.

30. La carità fraterna"
Epistolario, t. III, pp. 26-27.

Mio caro D. Tomatis,
Ho avuto tue notizie e provai gran piacere che tu abbia fatto buon viaggio e che abbi buona volontà di lavorare. Continua. Una tua lettera scritta a Varazze ha dato a conoscere che tu non sei in armonia con qualche tuo confratello. Questo ha fatto cattiva impressione, specialmente che si lesse pubblicamente.

Ascoltami, caro D. Tomatis: un Missionario deve esser pronto a dare la vita per la maggior gloria di Dio; e non deve poi essere capace di sopportare un po' di antipatia per un compagno, avesse anche notabili difetti? Dunque ascolta quello che ci dice S. Paolo: Alter alterius onera portate, et sic adimplebitis legem Christi. Caritas benigna est, patiens est, omnia sustinet. Et si quis suorurn et maxime domesticorum turam non habet, est infideli deterior.66
Dunque, mio caro, dammi questa gran consolazione, anzi fammi questo gran piacere, è D. Bosco che te lo chiede: per l'avvenire Molinari sia tuo grande amico, e se non lo puoi amare perché difettoso, amalo per amor di Dio, amalo per amor mio. Lo farai, non è vero?

65 Poco dopo il suo arrivo nell'America del Sud, uno dei primi missionari salesiani, Don Domenico Tomatis, aveva scritto a un amico una lettera abbastanza dura, in cui affermava che « non andava poi tanto d'accordo con qualcuno e che, fra poco, sarebbe rientrato in Europa » (G. Bosco a G. Cagliero, 12 febbraio 1876, in Epistolario, t. III, p. 17). La lezione dí Don Bosco nella lettera che si leggerà, fu secca quanto amichevole. Essa esprime a meraviglia il tono dei rapporti che egli aveva coi suoi figli.

66 « Sopportate gli uni i pesi degli altri e così adempirete perfettamente la legge di Cristo. La carità è longanime, la carità è benigna, non è invidiosa, essa sopporta tutto e, se qualcuno si disinteressa dei suoi, in particolare di quelli di casa, è peggiore di un infedele » (Gal. 6,2; 1 Cor. 13,4.7; 1 Tim. 5,8).

Del resto io sono contento di te, ed ogni mattina nella S. Messa raccomando al Signore l'anima tua, le tue fatiche.

Non dimenticare la traduzione dell'Aritmetica, aggiungendo le misure e pesi della R. Argentina.

Dirai al benemerito Dott. Ceccarelli che non ho potuto ricevere il catechismo di cotesta Archidiocesi, e desidero averlo, il piccolo, per inserire gli atti di Fede nel Giovane Provveduto conformi ai diocesani.

Dio ti benedica, caro D. Tomatis; non dimenticare di pregare per me, che ti sarò sempre in G. C.

Aff.mo amico
Sac. Gio. Bosco
Alassio, 7-3-76.

31. Date a Cesare quello che è di Cesare
Estratto degli atti del primo capitolo generale dei salesiani (1877), quaderni Barberis, ACS, S. 046; vedere E. CERTA, Memorie biografiche, t. XIII, p. 288.9
(...) Scopo nostro si è di far conoscere che si può dare a Cesare quel che è di Cesare, senza compromettere mai nessuno; e questo non ci distoglie niente affatto dal dare a Dio quel che è di Dio. Ai nostri tempi si dice essere questo un problema, ed io, se si vuole, soggiungerò che forse è il più grande dei problemi; ma che fu già sciolto dal nostro Divin Salvatore Gesù Cristo. Nella pratica avvengono serie difficoltà, è vero; si cerchi adunque di scioglierle non solo lasciando intatto il principio, ma con ragioni e prove e dimostrazioni dipendenti dal principio e che spieghino il principio stesso. Mio gran pensiero è questo: studiare il modo pratico di dare a Cesare quel che è di Cesare nello stesso tempo che si dà a Dio quel che è di Dio.

— Ma, si dice, íl Governo sostiene i più grandi scellerati, e talvolta si propugnano false dottrine ed erronei principii. — Ebbene, allora noi diremo che il Signore ci comanda di obbedire e di portar

67 Per interpretare correttamente questi propositi di Don Bosco in un intervento durante un capitolo generale dei salesiani, si ricordi il clima creato in Italia e nel mondo dalla presa di Roma nel 1870 e il rifiuto della « legge delle guarentigie » senza dimenticare Né eletti né elettori dell'abate Margotti e il Non expedit della Sacra Peniten7ieria (vedere, per esempio, F. FoNZI, I cattolici e la società italiana dopo l'unità, 25 ed., Roma, 1960, pp. 31-32, 53-54). Don Bosco era, lo si vedrà, conciliante, forse anche, fino a un certo punto, « conciliatore », nel senso che la storia dà a questo termine (vedere R. AUBERT, Le pontificar de Pie IX..., op. cit., pp. 98-100).

rispetto ai superiori etiam cliscolis," finché non comandano cose direttamente cattive. Ed anche nel caso che comandassero cose cattive, noi li rispetteremo. Non si farà quella cosa che è cattiva; ma si continuerà a prestare ossequio all'autorità di Cesare, come appunto dice San Paolo, che si obbedisca all'autorità, perché porta la spada.

Nessuno è che non veda le cattive condizioni in cui versa la Chiesa e la Religione in questi tempi. Io credo che da San Pietro fino a noi non ci siano mai stati tempi così difficili. L'arte è raffinata e i mezzi sono immensi. Nemmeno le persecuzioni di Giuliano l'Apostata erano così ipocrite e dannose. E con questo? E con questo noi cercheremo in tutte le cose la legalità. Se ci vengono imposte taglie, le pagheremo; se non si ammettono più le proprietà collettive, noi le terremo individuali; se richiedono esami, questi si subiscano; se patenti o diplomi, si farà il possibile per ottenerli, e così s'andrà avanti.

— Ma ciò richiede fatiche, spese: crea pasticci! — Nessuno di voi può vederlo come lo vedo io. Anzi la maggior parte degl'imbrogli non ve li accenno neppure, perché non si resti spaventati. Sudo io e lavoro tutto il giorno per vedere di metterli a posto e ovviare agli inconvenienti. Eppure bisogna avere pazienza, saper sopportare e invece di riempire l'aria di lamenti piagnucolosi, lavorare a più non si dire, perché le cose procedano avanti bene.

Ecco che cosa s'intende di far conoscere a poco a poco e praticamente col Bollettino Salesiano. Questo principio con la grazia del Signore, e senza dir molte parole direttamente, lo faremo prevalere e sarà fonte d'immensi beni sia per la società civile che per quella ecclesiastica.

32. A un parroco sfiduciato " Epistolario, t. III, p. 399.

Car.mo nel Signore,
Ho ricevuto la sua buona lettera e li fr. 18 entro la medesima. La ringrazio: Dio la rimeriti. manna che cade in sollievo delle nostre strettezze. Ella poi stia tranquilla. Non parli d'esentarsi dalla parrocchia. C'è da lavorare? Morrò nel campo del lavoro, sicut bonus miles Christi.7° Sono buono a poco? Omnia possum in eo qui me confortat.71

68 « Anche discoli » (vedere 1 Piet. 2,18).

69 Alcune righe meravigliose a un parroco scoraggiato di Forlì: fiducia,
lavoro, il Cristo è vivente!

70 « ... come un buon soldato di Cristo » (vedere 2 Tim. 2,3).

71 « Tutto posso in colui che mi rende forte » (Fil. 4,13).

Ci sono spine? Con le spine cangiate in fiori gli Angeli tesseranno per lei una corona in cielo. I tempi sono difficili? Furono sempre così, ma Dio non mancò mai del suo aiuto. Christus beni et hoclie.72 Di-manda un consiglio? Eccolo: prenda cura speciale dei fanciulli, dei vecchi e degli ammalati, e diverrà padrone del cuore di tutti.

Del resto quando venga a farmi visita, ci parleremo più a lungo.

Sac. Gio. Bosco
Torino, 25 ott. 78.

33. Attività apostolica e perfezione dei Cooperatori salesiani
Cooperatori salesiani, ossia un modo pratico per giovare al buon Costume ed alla civile società, Albenga, 1876, pp. 25-26, 27-28, 33-34.

I. t necessario che i cristiani si uniscano nel bene operare.

In ogni tempo si giudicò necessaria l'unione tra i buoni per giovarsi vicendevolmente nel fare il bene e tener lontano il male. Così facevano i Cristiani della Chiesa primitiva, i quali alla vista dei pericoli, che ogni giorno loro sovrastavano, senza punto sgomentarsi, uniti con un cuor solo ed un'anima sola, animavansi l'un l'altro a stare saldi nella fede e pronti a superare gl'incessanti assalti da cui erano minacciati. Tale pure è l'avviso datoci dal Signore quando disse: Le forze deboli quando sono unite diventano forti, e se una cordicella presa da sola facilmente si rompe, è assai difficile romperne tre riunite: Vis unita fortior, funiculus triplex difficile rumpitur.74 Così sogliono fare eziandio gli uomini del secolo nei loro affari temporali. Dovranno forse i figliuoli della luce essere meno prudenti de' figliuoli delle tenebre? No certamente. Noi cristiani dobbiamo unirci in questi difficili tempi, per promuovere lo spirito di preghiera, di carità con tutti i mezzi, che la Religione somministra e così rimuovere o almeno mitigare quei mali, che mettono a repentaglio il buon costume della crescente gioventù, nelle cui mani stanno i destini della civile società.

72 « Il Cristo era ieri; egli è oggi » (vedere Ebr. 13,8).

73 Uno dei documenti in cui egli ha espresso con la maggior chiarezza la sua fiducia nel valore santificante dell'azione apostolica, intesa, del resto, soprattutto come una battaglia contro il male e sicuramente non escludente íl distacco e la preghiera.

74 Facciamo notare che questa frase non è tolta dal Vangelo, ma dall'Eccle. 4,12.

III. Scopo dei Cooperatori Salesiani.

Scopo fondamentale dei Cooperatori Salesiani si è di fare del bene a se stessi mercé un tenore di vita, per quanto si può, simile a quella che si tiene nella vita comune. Perciocché molti andrebbero volentieri ín un chiostro, ma chi per età, chi per sanità o condizione, moltissimi per difetto di opportunità ne sono assolutamente impediti. Costoro facendosi Cooperatori Salesiani possono continuare in mezzo alle loro ordinarie occupazioni, in seno alle proprie famiglie, e vivere come se di fatto fossero in Congregazione. Laonde dal Sommo Pontefice quest'Associazione è considerata come un Terz'Ordine degli antichi colla differenza, che in quelli si proponeva la perfezione cristiana nell'esercizio della pietà, qui si ha per fine principale la vita attiva nell'esercizio della carità verso il prossimo e specialmente verso la gioventù pericolante.

VIII. Pratiche Religiose.

1. Ai Cooperatori Salesiani non è prescritta alcuna opera esteriore, ma affinché la loro vita si possa in qualche modo assimilare a quella di chi vive in comunità religiose, loro si raccomanda la modestia negli abiti, la frugalità nella mensa, la semplicità nel suppellettile domestico, la castigatezza nei discorsi, l'esattezza nei doveri del proprio stato, adoperandosi che le persone dipendenti da loro osservino e santifichino il giorno festivo.

2. Sono consigliati di fare ogni anno almeno alcuni giorni di esercizi spirituali. L'ultimo di ciascun mese, od altro giorno di maggior comodità, faranno l'esercizio della buona morte confessandosi e comunicandosi come realmente fosse l'ultimo della vita. Sia negli esercizi spirituali, sia nel giorno in cui si fa l'esercizio della buona morte, si lucra Indulgenza Plenaria.

3. Ciascuno reciterà ogni giorno un Pater, Ave a s. Francesco di Sales secondo l'intenzione del Sommo Pontefice. I sacerdoti e coloro che recitano le ore canoniche o l'Uffizio della Beata Vergine sono dispensati da questa preghiera. Per essi basta che nel divino ufficio aggiungano a quest'uopo la loro intenzione.

4. Procurino di accostarsi colla maggior frequenza ai santi Sacramenti della Confessione e della Comunione, perciocché ciascuno può ogni volta guadagnare Indulgenza Plenaria.

5. Queste Indulgenze plenarie e parziali, per modo di suffragio si possono applicare alle anime del Purgatorio eccetto quella in articulo mortis, che è esdusivamente personale, e si può solamente acquistare quando l'anima separandosi dal corpo parte per la sua eternità.

ABBREVIAZIONI RICORRENTI

ACS Archivio centrale salesiano, depositato a Torino
Valdocco.

Epistolario Epistolario di S. Giovanni Bosco, ed. E. CERTA, Torino, 1955-1959, 4 vol.

L. C. Letture 'Cattoliche, Torino, 1853 e ss.

Memorie biografiche G. B. LEMOYNE, A. AMADEI e E . GEMA, Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco, San Benigno e Torino, 1898-1948, 20 torni.

Memorie dell'Oratorio S. GIOVANNI Bosco, Memorie ddl'Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855, ed. E. CERTA, Torino, 1946.

Opere e scritti « Don Bosco ». Opere e scritti editi e inediti nuovamente pubblicati e riveduti secondo le edizioni originali e manoscritti superstiti, a cura della Pia Società Salesiana, Torino, 1929 e ss.

Positio super introductione causae Summarium Taurinen. Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Ioannis Bosco Sacerdotis... Positio super . introductione causae. Summarium et Litterae Postulatoriae, Roma, 1907.

Positio super virtutibus Sacra Rituum Congregatione..., T aurinen. Beatificationis et Canonizationis V en. Servi Dei Sac.Ioannis Bosco... Positio super virtutibus. Pars I: Summarium, Roma, 1923.

BIBLIOGRAFIA
La nostra bibliografia è ridotta alle fonti e alle opere che riguardano direttamente san Giovanni Bosco. Ma, com'è facile comprendere, abbiamo fatto ricorso anche alle opere generali più atte a calare il santo nel suo tempo e a far capire il suo pensiero: quelle di R. AUBERT, sulla storia generale della Chiesa sotto Pío IX; di T. Caiuso, A. C. JEMOLO, M. VAUS SARD, F. FONZI, sulla storia della Chiesa in Italia nel xix secolo; di H. BREMOND, P. POURRAT, JEAN LECLERCQ, L. COGNET, sulla storia della spiritualità; di E. HOCEDEZ, sulla storia della teologia nel xix secolo; e infine, per certe precisazioni che riguardano la vita spirituale, di J. DE GUIBERT, A. STOLZ, L. BOUYER... La maggior parte di esse figurano nelle note del libro, con vari nomi di studiosi italiani, non molto noti al pubblico di lingua francese.

1. Documenti manoscritti
I documenti manoscritti di Don Bosco o che lo riguardano sono stati riuniti nella misura del possibile nell'Archivio Centrale Salesiano (sigla: ACS) di Torino, in gran parte nelle posizioni S. 131: Lettere di Don Bosco; S. 132: Manoscritti di Don Bosco 'da lui non destinati alla pubblicazione. Programmi e sottoscrizioni; S. 133: Manoscritti destinati alla pubblicazione; e S. 110: 'Cronache e altre testimonianze di salesiani su Don Bosco. I documenti che interessano le Costituzioni o i regolamenti della società salesiana costituiscono un gruppo a parte (S. 02). La maggior parte di questi documenti sono stati pubblicati o sfruttati nelle Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco (vedere oltre), 1-11elle appendici documentarie dei volami di E. CERTA. Talune lettere e certi discorsi di Don Bosco erano comparsi mentre era ancora in vita nel Bollettino Salesiano. Nel 1963, è stata creata
una commissione, sotto gli auspici del Pontificio Ateneo Salesiano di Roma, per pubblicare l'edizione critica di tutti questi documenti. Ma disponiamo già di edizioni recenti, molto utili, delle lettere e dell'« autobiografia » del santo:
1. S. GIOVANNI Bosco, Memorie dell'Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855, ed. E. Certa, Torino, 1946.

2. S. GIOVANNI Bosco, Epistolario, ed. E. Certa, Torino, 19551959, 4 vol.

A questo gruppo di documenti bisogna aggiungere gli atti del processo informativo e apostolico di beatificazione e canonizzazione, depositati presso la curia di Torino e presso la S. Congregazione dei Riti a Roma. Solo una parte delle deposizioni è stata pubblicata in:
3. Taurinen. Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Joannis Bosco Sacerdotis Fundatoris Piae Societatis Salésianae. Positio super introductione Causae. Summarinm et Litterae Postulatoriae, Roma, 1907.

4. Sacra Rituum Cangregatione... Taurinen. Beatificationis et Canonizationis V en. Servi Dei Sac. Ioannis Bosco Fundatoris Piae Societatis Salesiane necnon Instituti Filiarum Mariae Auxiliatricis. Positio super virtutibus. Pars I: Summarium, Roma, 1923.

II. Documenti pubblicati
Preliminare. — Questo gruppo è molto vario: autentici e meno autentici vi si mescolano a piacimento. Ecco perché il nostro elenco è diviso in tre sezioni: 1. Pubblicazioni firmate o riconosciute da Don Bosco. 2. Pubblicazioni anonime presentate e, almeno, rivedute da Don Bosco. 3. Pubblicazioni nella maggior parte anonime, di origine imperfettamente precisata, ma attribuite sovente a Don Bosco. Questa ripartizione, che è discutibile, ha almeno il merito di non decidere a casaccio sui problemi di autenticità: un'opera firmata può essere stata composta da un segretario, un'opera anonima può essere stata lungamente meditata da Don Bosco.

Occorre tener presente che un certo numero di anonimi sono stati riconosciuti da lui nel suo testamento del 26 luglio 1856 (conservato in ACS, S. 132, e pubblicato in A. AIVIADEI, Memorie biografiche, t. X, pp. 1032-1033); che parecchi libri, anonimi secondo il frontespizio della prima edizione, sono comparsi successivamente sotto il suo nome; infine, che alcuni cataloghi pubblicati durante la sua vita nella casa di Torino, gli hanno, legittimamente o no, attribuito altri lavori anonimi.

Il nostro punto solito di riferimento è l'unica bibliografia completa (sebbene ridotta alle edizioni) di Don Bosco pubblicata fino ad oggi, in P. RICALDONE, Don Bosco educatore, t. II, Colle Don Bosco, Asti, 1952, pp. 631-650. Ha il grande merito di esistere; ma da allora le ricerche sono progredite, soprattutto per merito del lavoro infaticabile di Don Piero Stella, un tempo archivista a Torino, che ha avuto la bontà di farci presente alcuni risultati a cui è arrivato. Per conto nostro riportiamo qui i titoli completi della prima edizione delle opere, e ciò permette di distinguere gli anonimi dai testi firmati e di sottolineare importanti sfumature come compilata o per cura che non vanno nemmeno esagerate. Generalmente, le traduzioni non sono state menzionate. In quanto alle edizioni (indicate da cifre a esponente) sono state solo prese in considerazione quelle che abbiamo potuto consultare di persona fino all'anno della morte dell'autore (1888).

Infine, per il perfetto aggiornamento dí questo elenco, rimandiamo al catalogo (ci auguriamo, commentato) delle opere di Don Bosco, che Don Pietro Stella da parecchi anni, ci promette di compilare e, forse, dí pubblicare.

Pubblicazioni firmate o riconosciute da Don Bosco
5. Cenni storici sulla vita di Luigi Comollo, morto nel seminario di Chieri ammirato da tutti per le sue singolari virtù, scritti da un collega, Torino, 1844. Nuove edizioni: 1854', 18673, 18844. Firmato a partire dal 1854 (coll. L. C.). Nella stessa data, nel titolo, giovane fu sostituito a chierico.

6. Storia ecclesiastica ad uso delle scuole, utile ad ogni ceto di persone, dedicata all'Onoratra° F. Ervé de la Croix, Provinciale dei D.I.S.C., compilata dal Sacerdote B. G., Torino, 1845. Nuove edizioni: 18482, 18703 (L. C.), 18714, 18799, 188810. Firmato con tutte le lettere a partire dal 1848.

7. Il Sistema metrico decimale ridotto a semplicità, preceduto dalle quattro prime operazioni dell'aritmetica, ad uso degli artigiani e della gente di campagna, per cura del Sacerdote Bosco Gio., Torino, 1846 (?). Nessun esemplare conosciuto della prima edizione, il cui titolo è stato ricostituito secondo la seconda edizione. Nuove edizioni: 18492, 18514, 18555, 18756, 18817. La sesta edizione era intitolata: L'Aritmetica e il Sistema metrico portati a semplicità...

8. Il Divoto dell'Angelo Custode. Aggiuntevi le indulgenze concedute alla compagnia canonicamente eretta nella chiesa di S. Francesco d'Assisi in Torino, Torino, 1845. Anonimo, ma manoscritto con correzioni autografe in ACS, S. 133, e pubblicato, riconosciuto col titolo: Il Divoto dell'Angelo Custode. Anonimo, nel testamento del 1856.

9. I sette dolori di Maria considerati in forma di meditazione. Anonimo. Titolo del testamento del 1856. Secondo noi, la bibliografia di Don Ricaldone (n° 73) ne ha ricostituito il titolo sulla terza edizione di un'opera comparsa in Torino, Speirani & Figli, nel 1871: Corona dei Sette dolori di Maria, con sette brevi considerazioni sopra i medesimi esposti in forma della Via Crucis, 3a ed., Torino, 1871. Ci sono dei dubbi.

10. Esercizio di divozione alla misericordia di Dio, Torino, s.d. (verso il 1847). Citato: Esercizio di divozione alla misericordia di Dio. Anonimo, dal testamento del 1856. Autenticità poco contestabile.

11. Le Sei domeniche e la Novena di San Luigi Gonzaga con un cenno sulla vita del Santo, Torino, 1846. Nuove edizioni: Le Sei domeniche e la Novena in onore di San Luigi Gonzaga con alcune sacre lodi (L. C.), Torino, 1854, presentato Al [lettore dal Sac. Bosco Giovanni, e riconosciuto dal testamento del 1856. Stesso titolo in una edizione del 1864. Diventerà: Le Sei domeniche e la Novena in onore di S. Luigi Gonzaga colle Regole [della Compagnia in onore del medesimo santo e con altre lodi sacre, S. Pier d'Arena, 18787; id., Torino, 18868 (L. C.), 18889.

12. Storia sacra per uso delle scuole, utile ad ogni stato di persone, arricchita di analoghe incisioni, compilata dal Sacerdote Giovanni Bosco, Torino, 1847. Nuove edizioni: 18532, 18633, 18664, 18748, 188113, 188114, 1882 (?)18.

13. Il giovane provveduto per la pratica de' suoi doveri, degli esercizi di cristiana pietà, per la recita de l'Uffizio della Beata Vergine e de' principali vespri dell'anno, coll'aggiunta di una scelta di laudi sacre, ecc., Torino, 1847. Nuove edizioni: 18512, 18639, 187333, 187439, 187543, 187765, 187875, 188081, 188183, 1885101, 1888118. Firmato almeno dopo il 1863.

14. Il cristiano guidato alla virtù ed alla civiltà secondo lo spirito di San Vincenzo de' Paoli. Opera che può servire a consacrare il mese di luglio in onore del medesimo Santo, Torino, 1848. Nuove edizioni: 18772, 18873. Firmato a partire dal 1877.

15. Maniera facile per imparare la Storia Sacra ad uso del popolo cristiano, con una carta geografica della Terra Santa, per cura del Sac. Giovanni Bosco, Torino, 1850. Nuove edizioni: 18552 (L. C.), 18633, 18775, 18826.

16. Avvisi ai Cattolici. La Chiesa Cattolica-Apostolica-Romana è la sola e vera Chiesa di Gesù Cristo, Torino, 1850. Ripetuto coi titoli: Avvisi ai Cattolici. Introduzione alle Letture Cattoliche, Torino, 1853; Fondamenti della Cattolica Religione, per cura del Sacerdote Gio
vanni Bosco, Torino, 1872. Ristampe con quest'ultimo titolo: 1882, 1883 (L. C.).

17. Il Cattolico istruito nella sua Religione. Trattenimenti di un padre di famiglia co' suoi figliuoli secondo i bisogni del tempo, epilogati dal Sac. Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1853. Ripetuto col titolo: Il Cattolico nel secolo. Trattenimenti famigliari di un padre co' suoi figliuoli intorno alla Religione, pel Sac. Giovanni Bosco, 2a ed. (L. C.), Torino, 1883. Nuove edizioni: 18833, 18875.

18. Dramma. Una disputa tra un avvocato ed un ministro protestante (L. C.), Torino, 1853. Nuovamente pubblicato con nome d'autore: Luigi, ossia Disputa tra un avvocato ed un ministro protestante, esposta dal Sacerdote Giovanni Bosco, 2a ed., aumentata, Torino, 1875.

19. Notizie storiche intorno al miracolo del SS.na° Sacramento avvenuto in Torino il 6 giugno 1453, con un cenno sul quarto centenario del 1853 (L. C.), Torino, 1853. La presentazione Al lettore è firmata: Sac. Gio. Bosco, e questo libretto è stato riconosciuto dal testamento del 1856.

20. Fatti contemporanei esposti in forma di dialogo, Torino, 1853. Scritto anonimo apparso nella collezione delle Letture Cattoliche (anno I, fasc. 10-11) e riconosciuto nel testamento del 1856.

21. Conversione di una Valdese. Fatto contemporaneo esposto dal Sac. Bosco Gioanni (L. C.), Torino, 1854.

22. Raccolta di curiosi avvenimenti contemporanei, esposti dal Sac. Bosco Gioanni. (L. C.), Torino, 1854.

23. Il Giubileo e Pratiche divote per la visita delle chiese (L. C.), Torino, 1854. Sarà nuovamente intitolato col nome dell'autore: Dialoghi intorno all'istituzione del Giubileo colle pratiche divote per la visita delle chiese (L. C.), del Sacerdote Bosco Giovanni, 2a ed. riveduta dall'autore, Torino, 1865, per poi diventare definitivamente: Il Giubileo del 1875. Sua istituzione e pratiche divote per la visita delle chiese, pel Sac. Giovanni Bosco, 2' ed. (L. C.), Torino, 1875.

24. [Conversazioni tra un avvocato e un curato di campagna sul Sacramento della Confessione, per cura del Sac. Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1855. Nuova edizione: 18723.

25. Vita di San Martino, vescovo di Tours, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1855. Nuova edizione: 18862.

26. La forza della buona educazione. Curioso episodio contemporaneo, per cura del Sac. Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1855. Sarà nuovamente intitolato: Pietro, ossia la Forza della buona educazione.

Curioso episodio contemporaneo, pel Sac. Giovanni Bosco, 2a ed., Torino, 1881. Nuova edizione: 1885 (nella Bibliotechina dell'operaio).

27. La Storia d'Italia raccontata alla gioventù dai suoi primi abitatori sino ai nostri giorni, corredata da una carta geografica •d'Italia, dal Sacerdote Bosco Giovanni, Torino, 1855. Nuove edizioni: 18592, 18613, 18634, 18665, 18738, 188014, 188215, 188516, 188718.

28. Vita di S. Pancrazio martire, con appendice sul santuario a Lui dedicato vicino a Pianezza (L. C.), Torino, 1856. Nuove edizioni: 18673, 18734, 18765, 18886. La terza e la quarta edizione è stata firmata; la quinta fu anonima; non si può far assegnamento sulla sesta, pubblicata dopo la morte dell'autore.

29. La Chiave del Paradiso in mano al cattolico che pratica i doveri di buon cristiano, Torino, 1856. È poi comparsa sotto due formati: 1) 18572, 18726, 187536, 18884'; 2) 18742, 18813, 1888. Il libro ha circa 200 pagine nel primo formato e circa 500 nel secondo. È stato firmato dopo il 1857.

30. Vita di San Pietro, principe degli apostoli, primo Papa dopo Gesù Cristo, per cura del Sac. Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1856 (in realtà: 1857). Nuove edizioni: a) col titolo: Il centenario di S. Pietro apostolo, colla Vita del medesimo principe degli apostoli ed un triduo di preparazione della festa dei santi apostoli Pietro e Paolo, pel Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1867; Roma, 1867; b) col titolo: Vita di San Pietro..., Torino, 1867, 1869, 1884.

31. Due conferenze tra due ministri protestanti ed un prete cattolico intorno al purgatorio e intorno ai suffragi dei defunti, con appendice sulle liturgie, per cura del Sac. Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1857. Nuova edizione: 18742.

32. Vita di S. Paolo apostolo, dottore delle genti, per cura del Sac. Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1857. Nuova edizione: 18782.

33. Vita dei Sommi Pontefici S. Lino, S. Cleto, S. Clemente, per cura del Sac. Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1857.

34. Vita dei Sommi Pontefici S. Sisto, S. T elesforo, S. Igino, S. Pio I, con appendice sopra S. Giustino, apologista della Religione, per cura del Sac. Bosco Giovanni (L. C.) Torino, 1857.

35. Vita dei Sommi Pontefici S. Anacleto, S. Evaristo, S. Alessandro I, per cura del Sac. Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1857.

36. Vita de' Sommi Pontefici S. Aniceto, S. Sotero, S. Eleutero, S. Vittore e S. Zeffirino (L. C.), Torino, 1858. Anonimo, ma probabilmente autentico, perché il testamento del 1856 attribuisce a Don Bosco
le Vite dei papi fino all'anno 221. Quindi, questo volumetto sarebbe già stato composto nel 1856.

37. Il mese di maggio consacrato a Maria SS.zaa Immacolata ad uso del popolo, pel Sacerdote Giovanni Bosco (L. C.), Torino, 1858. Nuove edizioni: 18642, 1869 ,(?)3, 18734, 18735, 18736, 18748, 187911, 188512.

38. Porta teco, cristiano, ovvero Avvisi importanti intorno ai doveri dei cristiano, acciocché ciascuno possa conseguire la propria salvezza nello stato in cui si trova (L. C.), Torino, 1858. Nuove edizioni: 1878, con indicazione dell'autore.

39. Vita del Sommo Pontefice S. Callisto I, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1858.

40. Vita del giovanetto Savio Domenico, allievo dell'Oratorio di San Francesco di Sales, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1859. Nuove edizioni: 18602, 18613, 18664, 18785, 18806.

41. Vita del Sommo Pontefice S. Urbano I, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1859.

42. Vita dei Sommi Pontefici S. Ponziano, S. Antero e S. Fabiano, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1859.

43. La persecuzione di Decio e il Pontificato di San Cornelio
Papa, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1859.

44. Vita e Martirio de' Sommi Pontefici San Lucio I e Santo Stefano I, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1860.

45. Rimembranza storico funebre dei giovani dell'Oratorio di San Francesco di Sales verso il Sacerdote Caffasso Giuseppe, loro insigne benefattore, pel sacerdote Bosco Giovanni, Torino, 1860.

46. Biografia del Sacerdote Giuseppe Caffasso esposta in due ragionamenti funebri, dal Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1860.

47. Il Pontificato di San Sisto II e le glorie di San Lorenzo Martire, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1860.

48. Una famiglia di Martiri, ossia Vita dei Santi Martiri Mario, Marta, Audiface ed Abaco e loro martirio con appendice sul Santuario ad essi dedicato presso Casellette, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1861.

49. Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele, allievo dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1861. Nuove edizioni: verso il 18622, 18803.

50. Il Pontificato di S. Dionigi, con appendice sopra S. Gregorio Taumaturgo, per cura del sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1861.

51. Il Pontificato di S. Felice primo e di S. Eutichiano, Papi e martiri, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1862.

52. Novella amena di un Vecchio Soldato di Napoleone I, esposta dal Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1862.

53. Cenni storici intorno alla vita della B. Caterina De-Mattei da Racconigi dell'Ordine delle pen. di S. Dom., per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1863.

54. Il Pontificato di S. Caio Papa e martire, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1863.

55. Il Pontificato di S. Marcellino e di S. Marcello, Papi e martiri, per cura del Sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1864.

56. Il Pastorello delle Alpi, ovvero Vita del Giovane Besucco Francesco d'Argentera, pel sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1864. Nuove edizioni: 18782, 18863.

57. La casa della fortuna. Rappresentazione drammatica pel Sacerdote Bosco Giovanni... (L. C.), Torino, 1865. Nuova edizione: 18882.

58. Valentino, o la Vocazione impedita. Episodio contemporaneo, esposto dal sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1866. Nuova edizione: 1883.

59. Novelle e racconti tratti da vari autori ad uso della gioventù (coll. L. C.), Torino, 1867. Nuova edizione con titolo: Novelle e racconti tratti da vari autori ad uso della gioventù, coll'aggiunta della Novella amena di un vecchio soldato di Napoleone I, pel sacerdote Bosco Giovanni, Torino, 1870. Stesso titolo: 18803, 18875.

60. Severino, ossia Avventure di un giovane alpigiano, raccontate da lui medesimo ed esposte dal sacerdote Giovanni Bosco (L. C.), Torino, 1868.

61. Maraviglie della Madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice, raccolte dal Sacerdote Giovanni Bosco (L. C.), Torino, 1868.

62. Rimembranza di una solennità in onore di Maria Ausiliatrice, pel Sacerdote Giovanni Bosco (L. C.), Torino, 1868.

63. Associazione de' Divoti di Maria Ausiliatrice canonicamente eretta nella Chiesa a Lei dedicata in Torino con ragguaglio storico su
questo titolo, pel sacerdote Giovanni Bosco (L. C.), Torino, 1869. Nuove edizioni: 18782, 18813, 18874.

64. I Concili Generali e la Chiesa Cattolica. Conversazioni tra un Parroco e un giovane parrocchiano, pel sacerdote Bosco Giovanni (L. C.), Torino, 1869.

65. Angelina, o l'Orfanella degli Appennini, pel Sacerdote Giovanni Bosco (L. C.), Torino, 1869. Nuova edizione: 1881 (?).

66. La Chiesa Cattolica e la sua Gerarchia, pel Sacerdote Giovanni Bosco (L. C.), Torino, 1869.

67. Nove giorni consacrati all'Augusta Madre del Salvatore sotto il titolo di Maria Ausiliatrice, pel Sac. Giovanni Bosco (L. C.), Torino, 1870. Nuove edizioni: 18802, 18853.

68. Regole pel teatrino, Torino, 1871. Firmato: Sac. Giovanni Bosco.

69. Apparizione della Beata Vergine sulla Montagna di La Salette con altri fatti prodigiosi raccolti dai pubblici documenti, pel sacerdote Giovanni Bosco (L. C.), Torino, 1871. Altra edizione: 18773.

70. Confratelli salesiani chiamati dall'esilio alla vita eterna nell'anno 1873, nell'annuario Società di S. Francesco di Sales, Torino, 1874, p. 14. Pagina firmata: Sac. Gio. Bosco.

71. Massimino, ossia Incontro di un giovanetto con un ministro protestante sul Campidoglio, esposto dal sacerdote Giovanni Bosco (L. C.), Torino, 1874. Nuova edizione: 18752.

72. Cenno istorico sulla Congregazione di S. Francesco di Sales e relativi schiarimenti, Roma, 1874. Firmato: Giovanni Bosco.

73. Riassunto della Pia Società di S. Francesco di Sales nel 23 febbraio 1874. Firmato: Sac. Gio. Bosco. Pubblicato nella Positio della Congregazione particolare dei Vescovi e Regolari: Torinese. Sopra l'approvazione delle 'Costituzioni della Società Salesiana. Relatore Ill.m° e Rev.m° Monsignore Nobili Vitelleschi, Arcivescovo di Seleucia, Segretario, Roma, 1874. Documento n° XV.

74. Maria Ausiliatrice col racconto di alcune grazie ottenute nel primo settennio dalla consacrazione della Chiesa a Lei dedicata in Torino, per cura del sacerdote Giovanni Bosco (L. C.), Torino, 1875. Nuova edizione: 18772.

75. Ricordi confidenziali al direttore della casa di..., Torino, 1875. Litografato. Diventerà: Strenna natalizia, ossia Ricordi confidenziali, Torino, 1886. Litografato.

76. Regolamento per l'infermeria, Torino, 1876. Firmato da Don Bosco.

77. Inaugurazione del Patronato di S. Pietro in Nizza a Mare. Scopo del medesimo esposto dal Sacerdote Giovanni Bosco, con appendice sul Sistema Preventivo nella educazione della gioventù, Torino, 1877. Edizione francese e franco-italiana nello stesso anno.

78. La nuvoletta del Carmelo, ossia la Divozione a Maria Ausiliatrice premiata di nuove grazie, per cura del sacerdote Giovanni Bosco
(L. C.), S. Pier d'Arena, 1877.

79. Il più bel fiore del Collegio Apostolico, ossia la Elezione di Leone XIII, con breve biografia dei suoi Elettori, pel Sac. Giovanni Bosco (L. C.), Torino, 1878.

80. Le scuole di beneficenza dell'Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino davanti al Consiglio di Stato, pel Sacerdote Giovanni Bosco, Torino, 1879.

81. Esposizione alla S. Sede dello stato morale e materiale della Pia Società di S. Francesco di Sales, S. Pier d'Arena, 1879. Firmato: Sac. Giovanni Bosco, Rettore Maggiore.

82. L'Oratorio di S. Francesco di Sales ospizio di beneficenza. Esposizione del Sacerdote Giovanni Bosco, Torino, 1879.

83. La Figlia cristiana provveduta per la pratica de' suoi doveri
negli esercizi di cristiana pietà, per la recita de della B. V.,
de' Vespri di tutto l'anno e dell'Uffizio dei Morti, coll'aggiunta di una scelta di laudi sacre, pel Sacerdote Giovanni Bosco, Torino, verso il 1879 (prima edizione non ritrovata); 8a ed. (?), 1881; 4a ed., 1883.

84. Eccellentissimo Consigliere di Stato, Torino, 1881. Firmato: Sac. Giovanni Bosco.

85. Esposizione del sacerdote Giovanni Bosco agli Eminentissimi Cardinali 'della Sacra Congregazione del Concilio; S. Pier d'Arena, 1881.

86. Biographie du jeune Louis Fleury Antoine Colle, par Jean Bosco, pr'ètre, Turin, 1882. Pubblicato in francese.

87. Regolamento della Compagnia di S. Giuseppe per gli operai esterni che lavorano nell'Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino, Torino, 1888. Il regolamento è firmato: Sac. Giovanni Bosco.

Non abbiamo creduto di dover notare tutte le lettere circolari del santo, raccolte in genere nel suo Epistolario. E fin d'ora si noterà che, se ne avesse avuto l'occasione, Don Bosco avrebbe ancora quasi certamente riconosciuto la paternità dei numeri 93, 97, 141, 143, 144, 145, 148, 150 (vedere oltre).

()Pubblicazioni anonime presentate e, er lo meno, rivedute da Don Bosco*
88. Scelta di laudi sacre ad uso delle Missioni e di altre opportunità della Chiesa, 3a ed., Torino, 1879. Nuova edizione: S. Pier d'Arena, 1882. Non si conosce la prima edizione; la seconda forse è: Lodi spirituali da cantarsi nelle Sacre Missioni coll'esercizio del cristiano modo di recitare il Rosario e le Litanie della SS. Vergine, ed. riveduta e aumentata, Torino, 1847.

89. Società di Mutuo soccorso di alcuni individui della Compagnia di San Luigi eretta nell'Oratorio di San Francesco di Sales, Torino, 1850. Avvertenza firmata: D. Bosco Giovanni.

90. Catalogo degli oggetti posti in lotteria a favore dei tre Oratori di S. Francesco di Sales in Valdocco, di S. Luigi a Porta Nuova, del Santo Angelo 'Custode in Vanchiglia, Torino, 1857. Introduzione di Don Bosco. Opere simili: Elenco degli oggetti..., Torino, 1862; Lotteria d'oggetti..., Torino, 1865; Elenco degli oggetti..., Torino, 1866.

91. Vita della Beata Maria degli Angeli, Carmelitana Scalza, Torinese (L. C.), Torino, 1865. Prefazione (col pronome noi) firmata: Sac. Bosco Giovanni. Nuova edizione: 18662. Classificata tra le opere di Don Bosco dal Catalogo generale delle 'librerie salesiane, 1889, e da G. B. Lemoyne nelle Memorie biografiche, t. VIII, p. 269.

92. Vita di S. Giuseppe, sposo di Maria SS. e Padre putativo di Gesù Cristo. Raccolta dai più accreditati autori, colla Novena in preparazione alla Festa del Santo (L. C.), Torino, 1867. Introduzione firmata: Per la direzione, Sac. Giov. Bosco. Nuova edizione: 18783. Fu classificata durante la sua vita (1877), tra le opere di Don Bosco.

93. Societas Sancti Francisci Salesii, Torino, 1867. Versioni posteriori: Regulae Societatis S. Francisci Salesii, Torino, 1873; Regulae Societatis S. Francisci Salesii, Roma, 1874; altra edizione, stesso titolo, stesso luogo, stessa data; Regulae seu Constitutiones Societatis S. Francisci Salesii, juxta Approbationis decretum die 3 aprilis, 1874, Torino, 1874. Traduzione italiana con introduzione originale: Regole o Costituzioni della Società di San Francesco di Sales, secondo il Decreto di approvazione del 3 aprile 1874, Torino, 1875. Nuove edizioni di questa traduzione: 1877, 1885. Numerosi manoscritti, scritti da Don Bosco o riveduti da lui, in ACS, S. 022.

94. Il Cattolico provveduto per le pratiche di pietà con analoghe istruzioni secondo il bisogno dei tempi, Torino, 1868. Prefazione fir
* NB. La bibliografia di Don Ricaldone sistema un po' abusivamente la maggior parte di queste pubblicazioni tra le opere certe.

mata da Don Bosco, che non si presenta chiaramente come autore dell'opera. Il manoscritto (ACS, S. 133) era stato scritto da Don G. Bonetti, poi, almeno parzialmente, riveduto da Don Bosco.

95. Fatti ameni della vita di Pio IX raccolti dai pubblici documenti
(L. C.), Torino, 1871. La presentazione Al lettore è firmata: Per la redazione, Sac. Gio. Bosco. Sarà pubblicato, dopo il 1888, con nome d'autore (per cura del Sac. Giovanni Bosco, Torino, 18932). Almeno in parte, era stato elaborato da lui, come lo confermano alcuni brani autografi (in ACS, S. 133).

96. Il Centenario decimoquinto di S. Eusebio il Grande e la Chiesa dell'Italia occidentale (L. C.), Torino, 1872. Opera di C. Mella che la bibliografia di P. Ricaldone (n° 64) ha messo tra le opere certe di Don Bosco, probabilmente a motivo della presentazione a' devoti lettori, firmata da quest'ultimo.

97. Unione cristiana, Torino, 1874. Regolamento dei futuri cooperatori salesiani, che ricomparirà successivamente coi titoli: Associazione di opere buone, Torino, 1875; 'Cooperatori salesiani, ossia Un modo pratico per giovare al buon costume e alla civile società, Albenga, 1876; S. Pier d'Arena, 1877 (con una presentazione Al lettore, firmata: Sac. Giovanni Bosco). Testo di Don Bosco, come lo provano í manoscritti autografi o corretti da lui, in ACS, S. 133.

98. Confratelli salesiani chiamati alla vita eterna nell'anno 1874, nell'annuario: Società di S. Francesco di Sales. Anno 1875. Torino, 1875. Presentazione firmata: Sac. Gio. Bosco.

99. Brevi biografie dei confratelli salesiani chiamati da Dio alla vita eterna, Torino, 1876. Prefazione di Don Bosco.

100. Regolamento dell'Oratorio di San Francesco di Sales per gli esterni, Torino, 1876. Testo anteriore di Don Bosco, in ACS, S. 02.

101. Regolamento per le case della Società di San Francesco di Sales, Torino, 1877. Introduzione cli Don Bosco. Come abbiamo potuto verificare di persona, il testo, soprattutto nella sua parte ascetica, dipende ampiamente dalle redazioni antecedenti del regolamento per la casa di Valdocco (in ACS, S. 02).

102. Regole o Costituzioni per l'Istituto delle Figlie di Maria SS. Ausiliatrice..., Torino, 1878. Nuova edizione: Torino, 1885, con una lettera di introduzione firmata da Don Bosco e datata 1'8 dicembre 1884.

103. Deliberazioni del Capitolo generale della Pia Società Salesiana tenuto a Lanzo Torinese nel settembre 1877, Torino, 1878. La Lettera di. presentazione è stata firmata: Sac. Giovanni Bosco.

104. Favori e Grazie spirituali concessi dalla Santa Sede alla Pia Società di S. Francesco di Sales, Torino, 1881. Presentazione ai salesianí firmata: Sac. Giovanni Bosco.

105. Arpa cattolica o Raccolta di laudi sacre in onore di Gesù Cristo, di Maria Santissima e dei Santi, S. Pier d'Arena, Torino, Nizza, 1881.

106. Arpa cattolica o Raccolta laudi sacre in onore dei Santi
e Sante protettori della Gioventù con gli inni per le feste dei medesimi, S. Pier d'Arena, 1882. Presentazione Al lettore firmata: Sac. Giovanni Bosco.

107. Arpa cattolica o Raccolta di laudi sacre in onore del S. Cuore di Gesù e del SS. Sacramento coi Salmi ed Inni che si cantano nella Processione del Corpus Domini, S. Pier d'Arena, Torino, 1882. Presentazione di Don Bosco.

108. Arpa cattolica o Raccolta di laudi sacre sulla Passione, sulle feste principali del Signore e sui novissimi, S. Pier d'Arena, Torino, 1882. Presentazione di Don Bosco.

109. Deliberazioni del secondo Capitolo generale della Pia Società Salesiana tenuto in Lanzo Torinese nel settembre 1880, Torino, 1882. Presentazione firmata: Sac. Giovanni Bosco.

110. Biografie, 1881, Torino, 1882. Presentazione di Don Bosco di queste notizie necrologiche per l'anno 1881.

111. Biografie dei Salesiani defunti nel 1882, S. Pier d'Arena, 1883. Presentazione di Don Bosco.

112. Biografie dei Salesiani defunti negli anni 1883 e 1884, S. Benigno Canavese, 1885 (secondo la pagina del frontespizio). Presentazione di Don Bosco.

113. Deliberazioni del terzo e quarto Capitolo generale della Pia Società Salesiana tenuti in Vdsalice nel settembre 1883-86, S. Benigno Canavese, 1887. Presentazione firmata: Sac. Giovanni Bosco.

°Pubblicazioni di origine imperfettamente stabilita, ma attribuite sovente a Don Bosco
114. Le Sette allegrezze che gode Maria in cielo. Verso il 18441845. Ignorata dal testamento del 1856, classificata tra le opere probabili dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 1).

115. L'Enologo italiano. Libro scomparso fin dall'inizio del XX secolo, ma attribuito a Don Bosco da G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, Torino, 1901, t. II, pp. 473-474), che lo datava 1846. Ignorato
dal testamento del 1856. Classificato tra le opere certe dalla bibliografia di Don. Ricaldone (n° 78), che, in verità, lo descriveva solo su indicazioni di Don Lemoyne.

116. Breve ragguaglio della festa fattasi nel distribuire il regalo di Pio IX ai giovani degli Oratori di Torino, Torino, 1850. Pubblicazione corretta da Don Bosco in ACS, S. 133. Ignorato dal testamento del 1856. Descrizione bibliografica in Memorie biografiche, t. IV,
p. 84. Classificato tra le opere certe di Don Bosco dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 87).

117. Avviso sacro, Torino, s.d. (verso il 1850). Annuncio di esercizi spirituali. Descrizione in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. III, pp. 604-606, che l'attribuiva a Don Bosco. Classificato tra le opere certe di Don Bosco dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 88).

118. Vita infelice di un novello apostata (L. C.), Torino, 1853. Le bozze erano state corrette da Don Bosco, secondo G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. IV, p. 649), ma l'opera è ignorata dal testamento del 1856. Classificata tra le opere probabili dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 2*).

119. Il Galantuomo. Almanacco nazionale pel 1855, coll'aggiunta di varie utili curiosità, Torino, 1854. Attribuito a Don Bosco da G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. V, pp. 137-138).

120. Cenno biografico intorno a Carlo Luigi Dehaller membro del Sovrano Consiglio di Berna e di Svizzera, e sua lettera alla sua famiglia per dichiararle il motivo del suo ritorno alla Chiesa Cattolica e Romana (L. C.), Torino, 1855. G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. V, pp. 307-308) ha descritto il libro senza parteggiare per l'autore. Classificato tra le opere probabili dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 3*).

121. Avvisi alle figlie cristiane del Venerabile Monsignor Strambi, aggiunto un modello di vita religiosa nella giovane Dorotea, Torino, 1856. La bibliografia di Don Ricaldone (n° 92) la classifica, certamente per errore, tra le opere certe di Don Bosco.

122. Vita di S. Policarpo vescovo di Smirne e martire, e del suo discepolo S. Ireneo vescovo di Lione e martire (L. C.), Torino, 1857. « Anonimo, ma scritto da Don Bosco » secondo G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. V, p. 777). Classificata tra le opere probabili dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 4*).

123. Esempi edificanti proposti specialmente alla gioventù. Fiori di lingua (coll. L. C.), Torino, 1861. Nuovamente pubblicato: vedere Cento esempi edificanti proposti..., Torino, 18845. Presentato da
Don Bosco secondo G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. VI, pp. 858-859). Classificato tra le sue opere probabili dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 5*).

124. Una preziosa parola ai figli e alle figlie, Torino, 1862. Questo opuscoletto di 24 pagine, stampato nell'oratorio San Francesco di Sales, è stato scritto con uno stile che ricorda quello di Don Bosco.

125. Notizie intorno alla Beata Panasia, pastorella Valesiana, nativa di Quarona, raccolte e scritte da Silvio Pellico. Premessa una biografia dell'Autore (L. C.), Torino, 1862. Nuova edizione (vedere 18813). La biografia di Silvio Pellico è stata scritta da Don Bosco, secondo G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. VI, p. 1073) e classificata tra le sue opere certe dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 36).

126. Le due orfanelle, ossia le Consolazioni nella Cattolica Religione (L. C.), Torino, 1862. Secondo G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. VII, p. 156), Don Bosco aggiunse al racconto « tre spaventosi esempi dei castighi divini, che colpirono in quegli anni i nemici di Dio, del papa e dei vescovi. E, in ultimo, vi inserì il regolamento della pia società delle comunioni mensili... ». Classificata tra le sue opere probabili dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 8*).

127. Diario mariano, ovvero Eccitamenti alla divozione della Vergine Maria SS. proposti in ciascun giorno dell'anno per cura di un suo divoto (L. C.), Torino, 1862. « Autore anonimo », dice semplicemente G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. VII, p. 61). Classificato tra le opere probabili dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 7*).

128. Specchio della Dottrina Cattolica approvato dal vesc. di Mondovì per la sua Diocesi e caldamente raccomandato ad ogni classe di persone, Torino, 1862. Piccolo catechismo di 32 pagine, pubblicato dall'oratorio San Francesco dí Sales, e che potrebbe ben essere compilata da Don Bosco.

129. Germano l'ebanista, o gli effetti di un buon consiglio (L. C.), Torino, 1862. I Ricordi aggiunti alla fine sono attribuiti a Don Bosco da G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. VII, pp. 291-293) e sono classificati tra i suoi scritti probabili nella bibliografia di Don Ricaldone (n° 6*).

130. Luisa e Paolina. Conversazione tra una giovane cattolica ed una giovane protestante (L. C.), Torino, 1864. Traduzione dal francese ad opera di Don Bosco. Classificata tra le sue opere probabili dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 9*) (Vedere su quest'opera G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VII, p. 630).

131. Episodi ameni e contemporanei ricavati da pubblici docu
menti (L. C.), Torino, 1864. Opera anonima, non presentata, ma in cui G. B. Lemoyne ha letto: Episodi ameni e contemporanei ricavati dai pubblici monumenti dal Sacerdote Bosco Giovanni (vedere le Memorie biografiche, t. VII, p. 660) il che deve spiegare la sua presenza tra le opere certe nella bibliografia dí Don Ricaldone. (n° 42).

132. Chi è D. Ambrogio?! Dialogo tra un barbiere ed un Teologo, Torino, 1864. Anonimo, che G. B. Lemoyne attribuiva a Don Bosco (Memorie biografiche, t. VII, p. 731) e che è catalogata tra le sue opere certe dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 97).

133. Il cercatore della fortuna (L. C.), Torino, 1864. G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. VII, p. 660) vi ha riconosciuto « la mano di Don Bosco ». Classificata tra le sue opere probabili dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 10*).

134. Nella solenne inaugurazione della Chiesa dedicata a Maria Ausiliatrice in V aldocco, addi 27 aprile 1865, Torino, 1865. L'inno di questo foglietto molto più probabilmente è di G. B. Francesia. (Vedere G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche, t. VIII, p. 102).

135. Rimembranza della funzione per la pietra angolare della chiesa saccata a Maria Ausiliatrice in Torino-Valdocco, il giorno 27 aprile 1865, Torino, 1865. Il « dialogo » di questo ricordo, « nel quale si trovava il resoconto della solennità di quel giorno », era stato « scritto da Don Bosco », secondo G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. VIII, p. 102). Classificato tra le sue opere certe dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 96).

136. Appendici a P. BOCCALANDRO, Storia della Inquisizione ed alcuni errori sulla medesima falsamente imputati, Torino, 1865. Classificate tra le opere probabili dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 11*). In realtà, G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. VIII, pp. 60-61) aveva solo riconosciuto alcune correzioni e aggiunte di Don Bosco sulle bozze di queste appendici.

137. La Pace della Chiesa, ossia il Pontificato di S. Eusebio e S. Melchiade, ultimi martiri delle dieci persecuzioni (L. C.), Torino, 1865. Né firmata né presentata da Don Bosco, ma catalogata, mentre era ancora in vita (dai 1883 per lo meno) tra le sue opere e attribuita a lui da G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. VIII, p. 117). Un manoscritto di questo opuscolo, in parte di Don Bosco, si trova in ACS, S. 133, Papi. Classificato tra le sue opere certe dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 46).

138. La Perla nascosta, di S. Em. il Cardinale Wiseman, Arcivescovo di Westminster (L. C.), Torino, 1866. Classificata tra le opere
probabili dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 12*). Un manoscritto di questo libro con aggiunte e correzioni di Don Bosco si trova in ACS, S. 133.

139. Lo spazzacamino. Commedia pubblicata in appendice a Gnmo METTI, Daniele e tre suoi compagni in Babilonia (L. C.), Torino, 1866, pubblicata dall'oratorio San Francesco di Sales. « riflette lo spirito di Don Bosco, che sembra l'abbia scritta », secondo G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. VIII, p. 439). Classificata tra le sue opere probabili dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 13*).

140. I Papi da S. Pietro a Pio IX. Fatti storici (L. C.), Torino, 1868. G. B. Lemoyne non l'attribuisce a Don Bosco (Memorie biografiche, t. IX, p. 25). Classificato tra le opere probabili dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 14*).

141. Notitia brevis Societatis S. Francisci Salesii et nonnulla Decreta ad eamdem spectantia, Torino, 1868. Pubblicato una seconda volta. Anonimo attribuito con ragione a Don Bosco da G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. IX, p. 365), come dimostra un manoscritto autografo in ACS, S. 133. Classificato tra le opere certe dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 98).

142. Vita di S. Giovanni Battista (L. C.), Torino, 1868. Nuove edizioni: 18772, 18862. Col titolo dell'autore a partire dalla quarta edizione: Vita di S. Giovanni Battista raccontata al popolo dal Sac. Giovanni Bosco, Torino, 18994. L'elenco del Cattolico nel secolo del 1883 non la catalogava fra le opere di Don Bosco. Il catalogo delle librerie salesiane del 1889 invece ve lo include. G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. IX, p. 295), non ha preso posizione. Sarebbe un'opera di Don Stefano Bourlot, ma riveduta da Don Bosco, secondo la bíbliografia di Don Ricaldone (n° 54).

143. Biblioteca della gioventù italiana. Appendice a Del dominio temporale del Papa..., pel sac. Boccalandro Pietro (L. C.), Torino, 1869. Manoscritto autografo del progetto in ACS, S. 133. Vedere le osservazioni e la copia di G. B. Lemoyne (Memorie biografiche, t. IX, p. 429 e 475).

144. Ricordi per un giovanetto che desidera passar bene le vacanze, Torino, 1874. Questo opuscoletto non firmato di quattro pagine è stato quasi interamente redatto da Don Bosco, secondo G. Bosco a M. Rua, [agosto] 1873, in Epistolario..., t. II, pp. 295-296. Classificato tra le opere certe dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 101).

145. Opera di Maria Ausiliatrice per le vocazioni allo stato ecclesiastico benedetta e raccomandata dal Santo Padre Pio Papa IX, Fos
sano, 1875. Altre edizioni sotto titoli analoghi in Torino, 1875, e a S. Pier d'Arena, 1877. Diversi manoscritti autografi di Don Bosco, in ACS, S. 133, col titolo Figli di Maria. Classificata tra le sue opere certe dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 119).

146. Il pio scolaro ossia la Vita di Giuseppe Quaglia, chierico cantore della chiesa di San Carlo di Marsiglia, tradotta dal francese per cura della direzione dell'Oratorio di S. Francesco di Sales (L. C.), Torino, 1877. Classificata, per dei motivi non chiari, tra le opere probabili dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 15*).

147. Confratelli chiamati da Dio alla vita eterna nell'anno 1876. Estratto dal Catalogo della Pia Società Salesiana, Torino, 1877, pp. 23-60. Per lo meno, la biografia di Giacomo Piacentino (pp. 2-29) venne ritoccata da Don Bosco (manoscritto in ACS, S. 133, Biografie di Salesiani).

148. Capitolo generale della Congregazione salesiana da convocarsi in Lanzo nel prossimo settembre 1877, Torino, 1877. Classificato tra le opere certe dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 120). Manoscritto autografo ín ACS, S. 02.025.

149. Letture amene ed edificanti, ossia Biografie salesiane, Torino, 1880. Anonimo classificato, pare a torto, tra le opere certe dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 131): la stessa presentazione di queste biografie (pp. 3-4) non è firmata e non sembra sia stata scritta da Don Bosco.

150. Breve notizia sullo scopo della Pia Società Salesiana, Torino, 1881. Ripresa col titolo: Breve notizia sullo scopo della Pia Società Salesiana e dei suoi Cooperatori, San Benigno Canavese, 1885. Il progetto del 1881 è stato scritto, poi corretto da Don Bosco (ACS, S. 133). Classificata con ragione tra le opere certe dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 142).

151. Norme generali pei Decurioni della Pia Unione dei Cooperatori Salesiani, San Pier d'Arena, 1883. Classificata, non sapremmo perché, tra le opere certe dalla bibliografia di Don Ricaldone (n° 140).

Nota. - 152. La nuova edizione commentata di queste opere è stata intrapresa nella collezione: « Don Bosco ». Opere e scritti editi e inediti nuovamente pubblicati e riveduti secondo le edizioni originali e manoscritti superstiti, a cura della Pia Società Salesiana, Torino, 1929 e ss. Sei « vob,mi » sono usciti (i primi due in due parti), in cui si trova la Storia Sacra, la Storia ecclesiastica, le Vite dei papi, la Storia d'Italia, le vite di Savio Domenico, Michele Magone, Francesco Besucco e Luigi Comollo.

W. Studi
Parecchie di queste opere hanno il valore di fonti. Comunque sia, bisogna adattarsi a operare una scelta tra opere molto disuguali. (Vedere un elenco, che dice di essere molto incompleto, in P. RICALDONE, Don Bosco educatore, t. II, pp. 651-705: senza contare le traduzioni, qualcosa come settecentosettanta titoli, in ventisette lingue).

1. Biografie di san Giovanni Bosco
153. Storia dell'Oratorio di San Francesco di Sales. Anonimo. Comparve a puntate nel Bollettino Salesiano, tra il 1878 e il 1886. Redatta da Don Giovanni Bonetti, secondo le varie testimonianze e in particolare secondo le Memorie dell'Oratorio..., allora inedite, di Don Bosco. Questa storia fu pubblicata in un volume l'anno successivo alla morte del suo autore (1891), col titolo:
154. G. SONETTI, Cinque lustri dell'Oratorio fondato dal Sac. Don Giovanni Bosco, Torino, 1892.

155. C. D'ESPINEY, Dom Bosco, Nizza, 1881. Numerose nuove edizioni. Prima biografia dignitosa di Don Bosco comparsa in forma di volume, ma dal contenuto molto aneddotico.

156. A. DU BOYS, Dom Bosco et la Pieuse Société des Salésiens, Parigi, 1884. Grosso volume di 378 pagine. Don Bosco ammirava la perspicacia di questo autore che aveva indovinato bene Io spirito della sua società religiosa.

157. J.-M. VILLEFRANCHE, Vie de Dom Bosco, fondateur de la Société Salésienne, Parigi, 1888. Nuove edizioni. Biografia ben sviluppata (356 pagine).

158. G. B. LEMOYNE, A AMADEI e E. CERTA, Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco, San Benigno Canavese e Torino, 1898-1948, 20 torni (ivi compreso l'Indice generale di Don E. Foglio, che costituisce l'ultimo torno). Opera fondamentale.

159. G. B. FRANCESIA, Vita breve e popolare di D. Giovanni Bosco, Torino, 1902. Nuova edizione. Non sempre esatta nei panico-lari, ma giusta, pittoresca e in buono accordo con certi aspetti dello spirito di Don Bosco.

160. F. CRISPOLTI, Don Bosco, Torino, 1911. Nuovamente pubblicato. Questo autore poteva servirsi dei primi sette volumi delle Memorie biografiche (descrizione delle fonti, pp. 9-13).

161. G. B. LEMOYNE, Vita del venerabile servo di Dio Giovanni
Bosco, fondatore della Pia Società Salesiana, dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e dei Cooperatri Salesiani, Torino, 1911-1913, 2 tomi. Nuovamente pubblicata dopo la morte dell'autore. Biografia fondamentale per la generazione che ha seguito Don Bosco.

162. G. ALBERTOTTI, Chi era Don Bosco. Biografia fisico-psico-patologica, Genova, 1929. Opera postuma dell'ultimo medico di Don Bosco.

163. C. SALOTTI, Il beato Giovanni Bosco, Torino, 1929. Nuovamente pubblicata, 19556. Ampia biografia (x11-686 pagine) di uno dei più profondi conoscitori del processo di beatificazione di Don Bosco, al quale era stato direttamente interessato.

164. A. AMADEI, Don Bosco e il suo apostolato, dalle sue memorie personali e da testimonianze di 'contemporanei, Torino, 1929.È stato nuovamente pubblicata in due volumi (1940). Don A. Amadei, succeduto a Don G. B. Lemoyne, disponeva di fonti manoscritte raccolte
a Torino.

165. A. AUFFRAY, Un grand éducateur, le bienheureux Don Bosco, Lione, 1929. Nuovamente pubblicata: 1953v. Autore della figura di Don Bosco che si è imposta nei paesi di lingua francese nella metà del xx secolo. Opera veramente piacevole.

166. E. CERIA, San Giovanni Bosco nella vita e nelle opere, Torino, 1937. Nuovamente pubblicata: 19492. Eccellente biografia dell'autore degli ultimi nove tomi delle Memorie biografiche.

167. E. CERIA, Annali della Società Salesiana, t. I, Torino, 1941. Questo torno presenta la storia della società salesiana tra il .1841 e l'anno di morte di Don Bosco (1888).

168. J. DE LA VARENDE, Don Bosco, le XIXe saint Jean, Parigi, 1951. Il lavoro è basato sugli scritti ,del Padre Auffray, ma i suoi punti di vista su Don Bosco sono per lo meno personali.

169. H. Bosco, Saint Jean Bosco, Parigi, 1959. Buona volgarizzazione.

170. P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, Zurigo, 1968-1969, 2 vol. pubbl. La data della sua pubblicazione non ci ha permesso di citare quest'opera, documentata e interessantissima, quanto avrebbe meritato.

2. Studi sullo spirito di san Giovanni Bosco
171. G. ALIMONDA, Giovanni Bosco e il suo secolo, Torino, 1888. Orazione funebre in onore di Don Bosco, del cardinal-arcivescovo di
Torino: Don Bosco ha « divinizzato » la pedagogia, la cultura operaia, lo spirito associazionistico e l'opera civilizzatrice del xix secolo.

172. G. BALLESIO, •Vita intima di Don Giovanni Bosco, Torino, 1888. Orazione funebre di un sacerdote diocesano che era stato allievo di Don Bosco.

173. A. CAVIGLIA, Don Bosco, Torino, 1920. Genere biografico, ma traccia un ottimo quadro spirituale di Don Bosco.

174. P. ALBERA, Don Bosco, modello del Sacerdote Salesiano, in Lettere circolari ai Salesiani, Torino, 1922, pp. 388-433. Scritta da uno dei discepoli prediletti di Don Bosco, che aveva conoscenze approfondite in materia spirituale.

175. E. CERIA, Don Bosco con Dio, Torino, 1929. Edizione riveduta e aumentata nel 1947 (coli. Formazione salesiana, Colle Don Bosco, Asti). Ottime osservazioni sulla vita di unione con Dio praticata da Don Bosco.

176. C. PERA, I doni dello Spirito Santo nell'anima del beato Giovanni Bosco, Torino, 1930. Non molto documentato e un po' troppo scolastico.

177. Pio XI, Don Bosco santo e le sue opere nell'augusta parola di SS. Pio P. P. XI, Roma, 1934. Si noti che Pio X1 aveva conosciuto personalmente Don Bosco.

178. G. B. BORINO, Don Bosco. Sei scritti e un modo di vederlo, Torino, 1938. Intelligente. Don Bosco viene spiegato per mezzo del suo candore verginale.

179. P. SCOTTI, La dottrina spirituale di Don Bosco, Torino, 1939. Sintesi disuguale, ma molto ricca di meriti per il suo tempo: fa vedere la relazione di Don Bosco con l'umanesimo del xvi secolo.

180. A. CAVIGLIA, Savio Domenico e Don Bosco, Torino, 1943. Studio molto abbondante (610 pagine) su vari aspetti della spiritualità di san Giovanni Bosco, veduta attraverso la sua influenza su Domenico Savio.

181. A. AUFFRAY, En cordée derrière un guide si r, saint Jean Bosco, Lione, s.d. (1948). Saggio sullo spirito di san Giovanni Bosco presentato come una guida spirituale.

182. A. CAVIGLIA, Conferenze sullo spirito salesiano, Torino, 1949. Litografato.

183. P. RICALDONE, Don Bosco educatore, Colle Don Bosco, 19511952, 2 tomi. In un certo senso, anche altre opere di questo autore
fecondo e bene informato meriterebbero di essere qui notate, ma riguardano piuttosto la spiritualità salesiana secondo san Giovanni Bosco.

184. E. VALENTINI, La spiritualità di Don Bosco, Torino, 1952. Conferenza.

185. H. BOUQUIER, Les pas dans les pas de Don Bosco, ou Spiritualité salésienne, Marsiglia, 1953.

186. P. BRAIDO, Il Sistema preventivo di Don Bosco, Torino, 1955. Nuova edizione: Zurigo, 19642. Preziose note sullo spirito di Don Bosco attraverso uno studio della sua pedagogia.

187. L. TERRONE, Lo spirito di S. Giovanni Bosco, nuova edizione, Torino, 1956. Raccolta di testi, sfortunatamente non critici.

188. E. VALENTINI, Spiritualità e umanesimo nella pedagogia di Don Bosco, Torino, 1958. Don Valentini si è anche dedicato a parecchie opere per definire altri aspetti della spiritualità di Don Bosco.

189. J. CMUSTOPHE, Saint Jean Bosco ou la paternité retrouvée (coli. Situation des saints), Parigi, 1959. Libretto scritto con le migliori intenzioni, ma con informazione semplicistica e trattata senza spirito critico.

190. P. STELLA, Valori spirituali nel « Giovane Provveduto » di san Giovanni Bosco, Roma, 1960. Estratto di tesi. Interessanti considerazioni partendo dall'analisi di un libro di capitale importanza dí Don Bosco.

191. D. BERTETTO, La pratica della vita cristiana secondo San Giovanni Bosco, Torino, 1961.

192. D. BERTETTO, La pratica della vita religiosa secondo San Giovanni Bosco, Torino, 1961. Questo libro e il precedente sono soprattutto raccolte di testi.

193. G. FAVINI, Alle fonti della vita salesiana, Torino, 1965.

INDICE ANALITICO
Abnegazione, 62, 181. Vedere Ascesi.

ABRAMO, 110, 256.

ACCORNERO Flavio, 19, 21, 60, 61,
70, 120, 156, 166, 179.

Acta sanctorum, 34.

ADAM, 57, 136, 157.

ADRIANO, Imperatore romano, 49. Affetto, 58-59, 66-68. Spiritualità affettiva, 67-68, 76-77.

Agere contra, 180-181.

AGOSTINO, d'Ipponia, sant', 10,
103, 118, 173, 201, 270.

ALASIA, Giuseppe Antonio, 20, 236.

ALASONATTI, Vittorio, 177.

Alba, 17, 36.

ALBERA, Paolo, 144, 299. ALBERTOTTI, Giovanni, 298. Alessandria, 17.

Alessandria d'Egitto, 10.

ALESSANDRO SEVERO, 151.

ALFONSO DE LIGUORI, Sarte, 6, 13, 21, 28, 38-40, 42, 50, 53, 54, 55, 74, 80, 82, 100, 101, 106, 108, 113, 116, 119, 125, 126, 134, 155, 157, 164, 184, 191, 198, 204, 214, 222, 225, 227, 229, 235, 236, 264, 267.

ALIMONDA, Gaetano, 93, 152, 298.

ALLAmANo, Giuseppe, 34.

AMADEI, Angelo, 7, 43, 57, 61,
70, 111, 141, 155, 164, 171,
Apocalisse, libro della Bibbia, 266.

Apostolato, 45, 196-198. — di Giovanni Bosco, 10, 15, 16, 23, 24, 26-27, 37, 94. — e vita religiosa, 213. — e santità, 197, 199-203, 209, 245, 247.

Apparizione della Beata Vergine, opuscolo di Don Bosco. Vedere Salette.

ARATA, Giovanni, 176.

Arcadia, accademia, 132, 147. Argentina, 272.

Armonia, giornale, 27.

ARNALDI, Giovanni Battista, arcivescovo di Spoleto, 85. ARRIGIII, PAOLO, 132.

Ars, Francia, 58, 140, 260. Ascesi, 20, 62, 152, 153-182, 218,
219, 224, 233, 240-242, 252.

— e vita religiosa, 212, 213. Assisi, 165.

Asti, Piemonte, 138.

AUBERT, Roger, 22, 26, 28, 40, 43, 151, 272, 279.

Audacia, 138-141.

AUFFRAY, Agostino, 6, 9, 43, 207, 280, 298, 299.

AUGUSTO, Imperatore romano, 136. Austerità, 155-156, 167. Avvertenza intorno all'uso..., nota
di Don Bosco, 98.

Avvisi ai cattolici, opuscolo di Don Bosco, 27, 92, 93, 94, 162, 282.

Azione, 223-224, 226-227, 274. Vedere Apostolato, Carità.

acca, Pietro, 35.

BALLESIO, Giacinto, 184, 299. BALmts, Jaime, 235. BARALE, Pietro, 146. BARBERIS, Giulio, 130, 142, 160,
162, 171, 184, 272. BARBIER, Giovanni-Maria, 12. BARBO, Luigia, contessa, 51. BARNABA, san, 186. BAROLO, Giulietta di Colbert, mar
chesa, 24.
BARONIUS, Cesare, 34.

BARRIGA, Edoardo, 12.

BARRUEL, Agostino di, 39. BARRUEL, Camillo di, 49.

BARTZ, Luigi, 12.

Battesimo, 73, 74, 104, 204. BATTISTA DI CREMA, 224. BAUDOT, Giulio, 37.

BAUDUCCO, Francesco M., 21. BAUMGARTNER, Carlo, 60. Beatitudine, 159. Vedere Novissimi. Becchi, I, Borgata di Castelnuovo,
14, 15.

BELLARMINO, Roberta, san, 55, 90. BELMONTE, Domenico, 189. BERNARDO, di Chiaravalle, san, 10,
11, 226, 238, 264, 267. BERTAUD, Emilio, 83.

BERTETTO, Domenica, 7, 300. BEATO, Gioachino, 185.

BERULLE, Pietro di, 221.

BESNARD, Alberto-M., 229.

BESUCCO, Francesco, 26, 77, 79, 103, 162, 179, 192, 195. Biografia di —, scritta da Don Bosco, 24, 51, 53, 77, 79, 105, 110, 114, 118, 150, 162, 179, 193, 195, 200, 286, 296.

Bibbia, 20, 37, 40, 71, 73, 98, 99-101, 133, 136, 164, 200, 257, 264.

Biella, Piemonte, 17.

BIFFI, Serafino, 129.

BOASSI, Andrea, 126.

Bobbio, Piemonte, 17.

BOCCALANDRO, Pietro, 294, 295. BODRATO, Francesco, 127. Bollettino salesiano, 29, 166, 168, 197, 202, 208, 273, 279, 297. BOLOGNA, Angelo, 146.

BONA, Candido, 21, 35.

BONA, Giovanni, cardinale, 222. BONAL, Francesco, 222.

BONETIT, Giovanni, 29, 33, 35, 58, 91, 93, 104, 122, 128, 130, 143, 145, 150, 164, 170, 177, 194, 213, 255, 260, 290, 297.

BONGIOANNI, Giuseppe, 61, 242.
BONNET, Renato, 12.

Bontà. — della creatura, 59. — del
l'uomo, 143-145. — del Cristo
78, 79. Vedere Dio. BORDET, Luigi, 224. BORELLI, Giacinto, 25. BORINO, Giovanni Battista, 299. Bosco, Antonio, 14, 16, 139, 233 Bosco, Francesco, 14. Bosco, Giuseppe, 14, 233. Bosco, Henri, 298. BOUQUIER, Enrico, 300. BOURGOING, Francesco, 221. BOURLOT, Stefano, 295. BOUYER, Luigi, 279. BOYS, Alberto di, 31, 148, 149,
297.

Bra, Piemonte, 19, 239. BRAIDO, Pietro, 21, 300. BRANDA, Giovanni, 111. BREMOND, Enrico, 55, 222, 279. BRITSCHU, Domenico, 12. BROCARDO, Pietro, 85. BROU, Alessandro, 187. Buenos Aires, Argentina, 128, 160. BURZIO, canonico, 146.

CACCIATORE, Giuseppe, 13, 39, 55, 102, 204.

CAFASSO, Giuseppe, san, 19, 22, 38, 40, 55, 60, 61, 70, 72, 103, 106, 110, 120, 131, 141, 144, 154, 155, 166, 179, 185, 194, 215, 225, 227, 235, 236, 237. Biografia di —, opera di Don Bosco, 22, 55, 88, 144, 154, 155, 179, 285.

CAGLIERO, Giovanni, 33, 41, 54,
56, 81, 128, 135, 142, 145, 147,
169, 185, 188, 196, 271.

CALLORI, Carlotta, 126, 174, 177, 189.

Calma, 141, 148.

CALMET, Agostino, 235.

CALOSSO, Giuseppe, 16.

CALVINO, Giovanni, 268.

CAMBURZANO, Giovanna, contessa di, 186.

CANTEL, Raimondo, 102. CAPECELATRO, Alfonso, 224. Capua, Italia, 136.

CARTONI, Giovanni Battista, 224. Carità, 10, 30, 31, 60, 66, 118
119, 145, 196-203, 212, 215,
216, 219, 241, 258. — fraterna,
120, 121, 145, 200, 241, 271. — temporale, 197, 198, 238. — missionaria, 197499, 246-247, 255. — fraterna e santità, 199203, 218, 244-245, 274275. fraterna e amor di Dio, 201-202.

CARLO-ALBERTO, 25.

CARLO BORRONLEO, san, 37, 214. CARLO-EMANUELE I, 17. CARLO-FELICE, 17, 25. Carmagnola, Piemonte, 145. CARTIER, Luigi, 165.

Casa della fortuna, opera di Don Bosco, 75, 207, 286. CAssIANo, 97, 227.

Castelnuovo d'Asti, Piemonte, 14, 16, 47, 235.

Castità, 154, 170-175, 216, 218,
234, 240, 258, 261.

CATERINA, da Genova, santa, 221.

CATERINA, da Racconigi, beata, 88, 252, 253. Biografia di —, firmata da Don Bosco, 88, 153, 252, 286.

CATERINA, da Siena, santa, 222. CATERINA DE Ricci, santa, 222, 224. CATONE, Uticense, 49.

Cattolico istruito, opera di Don Bosco, 64, 283.

Cattolico nel secolo, opera di Don Bosco, 49, 81, 283, 295.

Cattolico provveduto, compilazione di G. Bonetti, 35, 37, 38, 194, 205, 289.

CAVALCA, Domenico, 235.

CAVANIS, Antonio e Marcantonio, 210.

CAVIGLIA, Alberto, 6, 7, 49, 117,
. 132, 146, 172, 267, 299.

CAVOUR, Camillo, 141.

CAVOUR, Michele, 141.

CAYS, Carlo, 63.

CECCARELLI, Pietro, 272.

Cenno istorico..., Opuscolo di Don Bosco, 26, 29, 39, 287.

CERIA, Eugenio, 6, 7, 16, 29, 33, 35, 41, 42, 43, 44, 51, 54, 57, 60, 65, 66, 76, 84, 102, 110, 127, 128, 130, 131, 132, 138, 139, 141, 142, 143, 144, 148, 150, 154, 160, 161, 162, 163, 164, 166, 171, 172, 173, 176, 179, 181, 185, 190, 194, 196, 197, 206, 210, 228, 237, 255, 279, 280, 298.

CESARE, 49.

Cesarea, Palestina, 10.

CESARI, Antonio, 39.

CHARLES, Paul, 12.

CHAUSSIN, o.s.b., 37.

CHECUCCI, Alessandro, 51. Chiablese, 268.

QuALA, Cesare, 171, 211.

Chiave del Paradiso, opera di Don Bosco, 32, 36, 78, 80, 90, 100, 105, 106, 112, 114, 115, 177, 191, 193, 195, 207, 284.

Chieri, 16, 17, 19, 20, 21, 22, 39, 47, 58, 70, 103, 116, 127, 147, 162, 194.

Chiesa, 11, 17, 23, 24, 26, 42, 69, 76, &1, 85, 86, 90-93, 98, 99, 100, 104, 130, 131, 135, 141, 197, 204, 208, 212, 217, 226, 227, 243, 244, 273, 274. - e salvezza, 50, 92-93, 273.

Chiesa (La) cattolica e la sua Gerarchia, opera di Don Bosco, 93, 287.

Caucaso, Tommaso, 17, 22, 25, 26, 279.

QIRISTOPHE, Giacomo, 300. CICERONE, 18.

Cielo. Vedere Novissimi.

CLEMENTE XIII, 270.

CLEOPATRA, 136.

COGNET, Luigi, 76, 154, 221, 225, 279.

COLLE, Luigi. Biografia di opera di Don Bosco, 48, 49,
65, 288.

Colloqui spirituali, 121.

Colloqui spirituali, opera di san Francesco di Sales, 36. CoLoslo, Innocenzo, 224.

COLPO, Mario, 35.

Combattimento spirituale, 38, 173, 222, 223, 225.

COMOLLO, Giuseppe, 141.

COMOLLO, Luigi, 20, 22, 82, 103, 134, 139, 141, 144, 148, 150, 155, 159, 173, 179, 192. Biografia di -, opera di Don Bosco, 20, 53, 70, 71, 82, 88, 102, 116, 121, 134, 144, 148, 158, 159, 162, 174, 179, 192, 224, 281, 296.

Completamento umano, 125-152.

Comunione eucaristica, 83, 111-112, 268-270. Frequenza della -, 20, 40, 111, 115-118, 253, 261. - spirituale, 123.

Concili generali, opera di Don Bosco, 92, 287.

CONDREN, Charles de, 221.

Confessione, 18, 67, 103-111, 117, 249-250. - e direzione, 53, 109-111, 239-240. Opuscolo di Don Bosco sulla -, 105, 106, 283. Vedere Penitenza.

Confidenza. - in Dio, 37, 59, 62-63, 65-68, 273-274. - nell'uomo, 58-59. - nell'educatore,
66, 253. Vedere Provvidenza. CONGAR, Yves-Marie, 8. Consolata, Il santuario mariano, 82. Contemplazione, 122, 158, 195,
196, 219.

Controriforma, 34, 37, 40, 111, 113, 163, 214.

Controversie, opera di san Fran
cesco dí Sales, 36. Conversazioni, opera di Don Bo
sco, 105, 106, 283.

Conversione di una Valdese, opera
di Don Bosco, 111, 283.
Convitto ecclesiastico, Torino, 20, 21, 22, 28, 35, 37, 38, 43, 64, 89, 146, 187, 235-236.

Cooperatori salesiani 31, 97, 132, 168, 169, 201, 274-274. Vedere Regolamento.

Cooperatori salesiani, opuscolo. Vedere Regolamento.

Coraggio, 138, 254.

Corinzi, I lettera, 145, 157, 264, 268, 271. II lettera, 55, 179, 238, 243.

CORNELIO NEPOTE, 18.

Corpo, 48, 127, 150, 151, 182, 222, 251, 252.

Correzione fraterna, 121, 261.

CORSI, Gabriella, 126, 136, 174.

COSTAMAGNA, Giacomo, 135, 180.

Costituzioni. - dei salesiani, 29-31, 36, 38, 56, 78, 79, 120, 132, 133, 141, 162, 167, 168, 177, 181, 193, 199, 200, 202, 210, 212, 213, 264, 279, 284. - delle Figlie di Maria Ausiliatrice, 31, 107, 290.

Corrano, 146.

COTTOLENGO, Giuseppe, san, 181. Crimea, 205.

CRISPI, Francesco, 44.

CRISPOLTI, Filippo, 297.

Cristiano guidato, opera di Don Bosco. Vedere Vincenzo de Paoli. CRISTO. Vedere Gesù.

Croce, 76, 78-79, 106, 112, 120. - e ascesi, 158-159, 219. Vedere Passione.

CROSA, E., 25.

Cultura umana, 18, 153-177. Cuore, 65-67, 212. Vedere Gesù, Maria.

CUSSIANOVITCH, Alessandro, 12. Custodia, 172-173.

DAGENS, Giovanni, 69. DALMAZZO, Francesco, 135. DANTE ALIGHIERI, 238. DARBOY, Georges, arcivescovo di
Parigi, 42.
DAVIDE, 158.

DEHALLER, Carlo-Luigi, 292. DELALANDE, Gilles, 12.

DERAVET, Vittorio, 12.

DE SLLVESTRI, Pietro, cardinale, 189.

DESRAMAUT, Francis, 7, 14, 15, 16, 33, 41, 50.

DETToxi, Giovanni Maria, 19. Deuteronomio, libro della Bibbia, 164.

DEVOS, Giovanni, 12.

Devozione dell'Angelo custode. Ve
dere Divoto dell'Angelo custode. DIESSBACH, Nicolao Giuseppe Al
berto von, 35.

Digiuno, 83, 120, 154, 155, 178. DINA, 100.

Dio, 89, 95, 98, 99, 126, 141, 142, 145, 153, 211, 241, 243, 244, 246, 249, 253, 259, 266, 273, 293. Bontà di -, 52, 70, 73-75, 237, 254, 261. Paternità dí 70, 73, 75, 88, 177, 204, 209, 216, 222, 259. Legge di -, 265. Giustizia di -, 71-72. Misericordia di -, 73, 105, 158, 249. Volontà di -, 123, 176, 178, 184, 205, 218, 240, 248, 258. Rappresentazione di -, 69-75, 95. Confidenza in -, 257. Vedere 'Gloria, Provvidenza.

DIONIGI L'AREOPAGITA, 216.

Direzione di coscienza., 109411, 223, 240, 242, 250, 271.

Distacco, 163-170, 214, 261-264.

Divoto dell'Angelo custode, opera di Don Bosco, 87, 281.

DOGLIANI, Giuseppe, 146.

Dolcezza. - del Cristo, 78, 79. Virtù della -, 144, 145, 232, 241, 257, 268.

DOMENICO, d'Osma, san, 10. DOMENICO, Vedere Savio.

Dovere, 60, 64, 121, 130, 175-178,
184, 214, 244, 248, 251, 270, 275. - e santità, 205, 218.

Due conferenze, opera di Don Bo
sco, 64, 284.

DUHAYON, Michele, 12.

DUHR, Giuseppe, 113.

Dunvo, Michele, 148.

DUPANL OUP , Felice, 151.

EBREI, Lettera, 176.

Eccellentissimo consigliere di Stato, opuscolo di Don Bosco, 30, 31, 288.

Eaclesiaste, libro della Bibbia, 67,
147, 237, 265, 266: Ecclesiastico, Libro della Bibbia,
237, 238.

Ecclesiologia, 20, 28, 49, 90-93, 208, 212.

Efesini, lettera, 153, 174, 190. Elevazione spirituale, 194-195. ELIGIO, V., 26.

Energia, '134-138.

ERODE, 71.

Esame di coscien7a, 121, 223, 259, 260.

Esempio, 16, 63, 65, 101-103, 217,
224, 234, 238, 239, 247. Esercizi, 119.

Esercizi. -- della buona morte, 54, 55-56, 275. - di devozione, 24, 119-123, 125, 248, 259-260. spirituali, 163, 275.

Esercizio di devozione alla miseri
cordia di Dio, opuscolo di Don
Bosco, 38, 48, 52, 70, 282. Esodo, libro della Bibbia, 243. ESPINEY, Carlo d', 297.

E S PINOZA, Antonio, 31.

Eucaristia, 66, 81, 111-119, 268270. Sacrificio, 112. Presenza reale, 113. Alimento, 112, 113, 114, 217, 269. Sacramento di amore del Cristo, 112. Vedere Comunione.

Eutrapelia, 148.

Exempinm. Vedere Esempio.

FABER, Frédéric-William, 225. FAGNANO, Giuseppe, 134.

FAS SATI, Maria, marchesa, 189.

Fatti contemporanei, opera di Don Bosco, 151, 283.

FAUDA, Giovanni Battista, 62. FA VINI, Guido, 300.

Fede, 27, 36, 99, 153, 154, 206,
238, 244, 252, 257, 258. FEDERICO BARBAROS SA, 72. FERRIERI, Innocenzo, cardinale, 30. Figlie di Maria Ausiliatrice, 132.

Vedere Costituzioni.

Filippesi, Lettera, 240, 259.

FILIPPO NERI, san. 34-36, 37, 40, 45, 60, 109, 118, 122, 125, 147, 173, 186, 191, 215, 216, 220, 222, 223, 224, 225, 226, 227, 228, 255-258, 270. Panegirico dí -, di Don Bosco, 36, 88, 187, 199, 200, 215, 216, 255-258.

Fine dell'uomo, 50-52, 108.

FIORE, Luigi, 42.

FIS SORE, Celestino, 42.

FLAVIO GIUSEPPE, 235.

FLEURY, Claudio, 20, 235.

FOGLIO, Ernesto, 297.

FOLLIET, Giuseppe, 134, 135.

Fondamenti della cattolica religione, opuscolo di Don Bosco, 39, 92, 94, 282. Vedere Avvisi ai cattolici.

Fontainebleau, 87.

FONZI, Fausto, 272, 279.

Forlì, Italia, 273.

FORTI S , Alfonso, 127.

Forza (La) della buona educazione, opera di Don Bosco, 111, 151, 204, 207, 283.

Forza morale, 137, 184.

Fossano, Piemonte, 17. FRANCESCO, d'Assisi, san, 18, 138,
165, 172, 225, 228. Ordine dí
-, 18, 225.

FRANCESCO, di Sales, san, 6, 34, 36, 37, 39, 40, 45, 49, 60, 76, 99, 147, 152, 174, 179, 187, 193, 194, 220, 221, 223, 225, 228, 267-268, 275.

FRANCESCA, Giovanni Battista, 108, 180, 297.

Francia, 28, 69, 205, 223. FRANCIA, Alfonso, 12.

FRANCo, Secondo, 35.

FRANS ONI, Luigi, arcivescovo di Torino, 19, 25, 29, 141.

FRA S S INETTI, Giuseppe, 39, 40, 118.

FRAYS SINOUS, Denys-Luc-Antoine, 235.

FRUTAZ, Amato Pietro, 21.

GABRIELLI, principe, 63.

GAETANO, da Tiene, san, 223, 227. Gelati, lettera, 271.

CARINO, Giovanni, 66, 213, 253. GAROFOLI, Gregorio, 162. GARRIDO, Francesco, 12. GASTALDI, Lorenzo, arcivescovo di
Torino, 17, 42-43, 44, 91, 140. GAMME, Giovanni-Giuseppe, 151. GAvio, Camillo, 150, 247-248. Genesi, Libro della Bibbia, 67. Germania, 28.

Gerusalemme, 71, 112, 212.

GES ù, 5, 10, 50, 51, 56, 61, 62, 66, 69, 73, 82, 83, 85, 88, 89, 90, 94, 95, 100, 113, 114, 119, 123, 154, 161, 163, 165, 170, 177, 211, 212, 216, 231, 240, 243, 245, 249, 251, 254, 258, 260, 266, 272-273. Presentazione di -, 75-82. Cuore di -, 21, 65, 80, 110. Sacrificio di -, 112, 159, 160, 219, 249, 250, 269. Imitazione di -, 76, 78, 175, 240-242. Fraternità in -, 201202, 204, 209, 216. - Redentore, 202, 246, 247. Mediazione di -, 80, 81.

GHISLAIN, Rolando, 12. GIACOMELLI, Giovanni, 184. Giacomo, lettera, 240.

GIANDUIA, 147.

Giansenismo, 13, 19, 21, 40, 49,
50, 74, 116, 157, 236.

Giaveno, Piemonte, 19.

Ginevra, 268.

GIOBBE, 136.
GIOBERTI, Vincenzo, 140.

Gioia, 10, 51, 66, 88, 111, 125, 146-148, 149-150, 175, 179, 183, 184, 213, 217, 224, 237, 242, 247-248, 252.

Giovane provveduto, opera di Don Bosco, 32, 35, 36, 37, 38, 47, 50, 53, 58, 61, 70, 73, 74, 76, 80, 81, 83, 85, 86, 87, 98, 100, 102, 105, 112, 115, 126, 136, 148, 149, 159, 162, 167, 173, 176, 183, 186, 191, 195, 196, 202, 247, 272, 282, 300.

GIOVANNI, l'apostolo, san, 241. Giovanni, I lettera 58, 157, 265. Giovanni, vangelo, 183, 268. GIOVANNI BA M STA, san, 295. GIOVANNI CRISOSTOMO, san, 266. GIULIANO, l'apostata, 161, 273. GIULITTO, Giuseppe, 165. GIUSEPPE, patriarca, 100. GIUSEPPE, san, 17, 61, 241, 252.

Biografia di -, 289.

GLON, Pierre-Gilles, 12.

Gloria di Dio, 30, 79, 140, 184190, 216, 218, 228, 256, 257, 268, 270. - e salvezza delle anime, 202-203. - e vita religiosa, 213.

GOBINET, Carlo, 37, 39, 73, 102. GODTS, Francesco-Saverio, 116. • GoLzio, Felice, 236.

Gran Bretagna, 28.

Grazia di Dio, 62, 63, 122, 126,
127, 140, 149, 151, 152, 240, 242, 253.

GRAZIOLI, Angelo, 110, 194. GREGORIO MAGNO, san, 199. GREGORIO VII, san, 91.

GREGORIO XVI, 13, 37.

GREGORIO, Oreste, 38.

GRIMALDI, Ugo, 186.

GUALA, Luigi, 20, 21, 22, 236. GUANELLA, Luigi, 143. GUGLIELMO, di Saint-Thierry, 267. Gurszarr, Giovanni da, 7, 279. Guida angelica, 39, 101, 102, 148.

RENRION, Matteo - Riccardo -Augusto, 235.

HOCEDEZ, E., 40, 279.

Igiene, 128, 129.

IGNAZIO, di Loyola, sant', 10, 34, 35, 140, 172, 187, 221, 226.

Imitazione. - del Cristo, 30, 78, 103, 199, 240-242, 245, 257. - di Maria, 83, 84. - dei Santi, 87-89, 257. - dei cristiani virtuosi, 103, 248.

Imitazione di Cristo, 20, 34, 45, 78, 99, 234.

Inferno, 20, 105, 244.

Inghilterra, 225, 246.

Innocenza, 27, 50, 54, 171. INNOCENZO, sant'; 238.

Intenzione, 194, 265.

Introduzione alla vita devota, opera di san Francesco di Sales, 36,
99, 194, 223, 267.

ISACCO, 100.

Isaia, libro della Bibbia, 196, 265. ISIDORO, il lavoratore, sant', 204. Italia, 12, 13, 21, 28, 32, 34, 43,
49, 132, 134, 135, 138, 166,
221, 224, 225, 229, 272, 279.

TEMOI o, Arturo Carlo, 279. JossuA, Gian-Piero, 8. JUDDE, Claudio, 56.

LACROIX, Giovanni, 229.

Laico, 191, 204-209, 243, 274-275,
et passim.

LALLEMAND, Sig.ra e Sig.na, 123,
178.

LANIERI, Pio Brunone, 20, 21,
210.

LANZA, Giovanni, 44.

Lanzo, Piemonte, 51, 57, 111, 127,
150, 164, 190.

La Spezia, Italia, 202.

Lavoro, 10, 134-138, 142, 207,
214, 227, 253, 273.

LAZZARO, san, 241.
LECLERCQ, Giovanni, 8, 41, 279. LEFLON, Giovanni, 151.

LEMOYNE, Giovanni Battista, 7, 15, 21, 29, 30, 33, 36, 41, 57, 58, 70, 87, 91, 92, 93, 104 109 118, 122, 127, 135, 137, 140, 142, 146, 148, 157, 159, 164, 167, 170, 174, 177, 180, 187, 189, 191, 192, 194, 199, 214, 215, 258, 259, 289, 292, 293, 294, 295, 297.

LEONARDO, da Porto-Maurizio, san, 113, 123.

LEONE XII, 13.

LEONE XIII, 13, 28, 95, 108, 288. LEONIDA, 10.

Lepanto, Grecia, 85, 86.

Lettura spirituale, 18, 99-101, 121,
191, 234, 236, 259, 260.

Letture cattoliche, pubblicazione di Don Bosco, 27, 28, 32, 35, 39, 40, 44, 72, 89, 90, 92, 97, 113, 115, 118, 140, 162, 245.

Liegi, Belgio, 160.

Lione, 25.

LIZIN, Giuliano, 12.

Londra, 160.

LORENZO GIUSTINIANO, san, 266. LOSANA, dottore, 129.

LOUVET, Claire, 188.

Luca, vangelo, 86, 166, 240, 270. Lucca, Italia, 197, 208.

Luigi, opera di Don Bosco, 283. LUIGI, san, re di Francia, 205. LUIGI GONZAGA, san, 24, 35, 61,
81, 119, 121, 166, 167, 173,
177, 192, 195, 211, 225, 240.

Spiritualità « aloisiana », 147,
170. Vedere Sei domeniche. LUTERO, Martin, 268.

Madonna, 6, 18, 21. Vedere Maria. MAGONE, Michele, 26, 57, 60, 63,
66, 103, 108, 109, 117, 120, 122,
145, 151, 155, 158, 176, 178,
192, 198, 201, 249, 250-252. Biografia di -, opera di Don
Bosco, 36, 53, 57, 60, 62, 63, 65, 66, 72, 74, 102, 105, 106, 109, 111, 118, 120, 145, 149, 151, 156, 158, 162, 172, 176, 178, 191, 193, 198, 199, 201, 228, 249-252, 285, 296.

MAISTRE,, Eugenio di, 39.

MAISTRE, Giuseppe di, 22, 39, 89.

Maniera facile, condensato di Storia Sacra di Don Bosco, 71, 77, 79, 94, 112, 118, 136, 154, 167, 171, 201, 212, 282.

MANNI, Giovanni Battista, 55. Maraviglie della Madre di Dio,
opera di Don Bosco, 85, 86,
286.

MARCHETTI, Giovanni, 235. MARCHISIO, Secondo, 188.

Marco, vangelo, 86.

MARGHERITA. Vedere Occhiena. MARGHERITA-MARIA-ALACOQUE, santa, 80.

MARGOTTI, Giacomo, 27, 44, 51, 272.

Maria Ausiliatrice, opera di Don Bosco, 86, 287.

MARIA, Madre di Gesù, 14, 29, 31, 38, 47, 60, 61, 64, 69, 70, 79, 81, 82-87, 89, 95, 155, 172, 174, 176, 177, 217, 225, 231, 234, 240, 241, 243, 251, 252, 253, 260, 261. Cuore di -, 83. Immacolata concezione di -, 28, 83-84. - Ausiliatrice, 28, 84-87, 110, 294. -, madre di Dio e della Chiesa, 84-87, 253.

MARIA DEGLI ANGELI, beata, 88, 89.

Biografia di -, 88, 89, 289. MARIA MADDALENA DE PAZZI, san
ta, 223, 224.

Marsiglia, 168, 296.

MARTINA, Giacomo, 25.

MARTINI, Maddalena, 80. MARTINO, di Tours, san, 55, 198.

Biografia di -, opera di Don
Bosco, 48, 55, 88, 198, 283. MASSAGLIA Giovanni, 150.

Massimino, opuscolo dí Don Bo. sco, 64, 99, 287.

MASSIMO, di Torino, san, 102; 238.

MASSONI, marchese, 186.

MATTEI, Pasquale de, 35, 119. Matteo, vangelo, 164, 171, 202, 266, 267, 268.

MAUIUAC, Frangois, 170.

MAZZARELLO, Maria Domenica, santa, 9, 180.

Mazzolin di fiori, opuscolo anonimo, 35.

Meditazione; 53, 121, 122, 191,
193-195, 223, 234, 236, 259. MELANO, Giuseppe, 27.

MELLANO, Maria Franca, 19, 25. Memorie biografiche, biografia di Don Bosco, raccolta di documenti, 7, 15, 21, et passim. Memorie dell'oratorio, scritto di Don Bosco, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 26, 27, 31, 33, 34, 36, 40, 58, 62, 64, 74, 82, 102, 116, 121, 127, 131, 138, 139, 141, 144, 146, 147, 154, 155, 162, 231, 235, 280, 297.

Merito, 121, 201, 205, 267.

Mese di Maggio, opera di Don Bosco, 38, 47, 48, 52, 53, 72, 73, 74, 75, 77, 79, 84, 85, 103, 104, 105, 106, 107, 112, 113, 115, 119, 172, 183, 184, 197, 198, 199, 201, 202, 224, 268, 285.

Messa, 17, 19, 66, 111, 112, 115, 191, 269. Vedere Eucaristia.

Metodo preventivo nell'educazione della gioventù, opera di Don Bosco, 36, 59, 63, 140, 144, 145, 150. Vedere Regolamento per le case.

METTI, Giulio, 295.

Milano, Lombardia, 72, 129. MINDERA, Carlo, 86.

Mirabello, Piemonte, 66-67, 114,
170, 189, 255, 261.

Missioni, 207-209, 245-247. Modena, Emilia, 103.

Maglia (La), località di Moncucco, 15.

MOLINARI, Bartolomeo, 271. Monaco, Baviera, 86.

Moncucco, Piemonte, 15. Mondovì, Piemonte, 293. Montaldo, Piemonte, 35. Moralismo, 53, 64, 77, 100. MORENO, Luigi, vescovo di Ivrea,
28.

Morialdo, borgata di Castpin uovo
d'Asti, Piemonte, 14, 16, 235. Morte, 51, 52-56, 72, 152, 200,
250-252, 253, 266, 267. MORTEAU, Piero, 12. Mortificazione. Vedere Ascesi, Cro
ce, Penitenza.

Mosà, 240.

MOUNIER, Emanuele, 135. MURATORI, Ludovico Antonio, 136.

Nahum, libro della Bibbia, 237. NASI, Luigi, 139.

Natura, 49-50, 59, 62, 63, 125,
151, 152, 222.

Nazareth, 76, 163.

NÉDONCELLE, Maurizio, 226. NEPVEU, Francesco, 39.

Nizza, 197.

NOBLE, Enrico Domenico, 143. Notizie storiche, opuscolo di D. Bosco, 38, 283.

Nove giorni, opuscolo di Don Bo
sco, 38, 40, 51, 112, 119, 287. Novella amena, opuscolo di D. Bo
sco, 105, 286.

Novena (La) di Maria Ausiliatrice, opuscolo di Don Bosco. Vedere Nove giorni.

Novissimi, 52-56, 72, 242, 244,
251, 253, 254, 255.

Nuc, professore, 142.

Obbedienza, 107, 177, 178, 178
181, 241, 265, 272.
OCCHIENA, Margherita, madre di Giovanni Bosco, 14, 15, 16, 69, 135, 233.

OLIER, Gian-Giacomo, 221.

Opere buone, 200, 253, 254, 267. Oratorio, istituzione, 24, 35, 37,
147, 175, 228, 245, 297. Ve
dere Filippo Neri.

ORAzio, 18.

Orazione. Vedere, Meditazione, Preghiera.

OREGLIA, Federico, 129.

OREGLIA, Giuseppe, 131.

Origene, 10.

OVIDIO, 18.

Oziosità, 133, 137, 161, 176, 253, 261.

Pace spirituale, 50, 111, 137, 146, 147, 149, 171, 217, 225, 248, 251, 252, 253.

PANASIA, beata, 293.

PAOLO, san, 61, 81, 99, 109, 137, 145, 160, 176, 186, 197, 198, 240, 242, 259, 271, 273. Biografia di -, opera di Don Bosco, 39, 89, 99, 133, 186, 198, 284.

Papa. Devozione al -, 21, 29, 42, 95, 226, 227. Infallibilità del -, 29, 91. - nella Chiesa, 90-93, 209, 211, 217, 243.

PARENT, Georges, 12.

PARENT, Raymond, 12.

Parola di Dio, 24, 98-99, 204, 238. - e vita spirituale, 99. PASSAVANTI, Jacopo, 235.

Passione del Cristo, 76, 79, 81,
158-160, 182, 224, 241. Pastorello (Il) delle Alpi, opera di
Don Bosco. Vedere Besucco. PATRIGNANI, Giuseppe Antonio,
102, 171.

PAVIA, Ottavio, 162.

Pazienza, 144, 145, 177-178, 179, 224, 241, 270.

Peccato, 15, 64, 70, 71, 104, 105,
122, 123, 149, 157, 158, 163, 244, 248.

PELAZZA, Andrea, 146.

PELLico, Silvio, 87, 238, 293.

Penitenza. Sacramento, 104-111, 158, 217, 249-250. Virtù, 108, 155, 178, 224. Atti, 20, 155-156, 255.

PENTORE, Tommaso, 56.

PERA, Ceslao, 138, 299. Perfezione, 274. - e carità apostolica, 30, 31, 197, 199. - e esercizi, 120, 122. - e gloria di Dio, 202. - e vita religiosa, 210, 212. Appello universale alla - 59. Vedere Santità. PERRONE, Giovanni, 39-40, 90, 91. Picco, Matteo, 187.

PICCONO, Angelo, 151.

Piemonte, 17, 19, 25, 26, 27, 138,
181, 207, 226, 279.

PIER DAMIANI, san, 8, 11, 41, 141, 238.

Pietà, 10, 22, 194-195, 196, 197,
200, 218, 223, 242, 259, 275. Vedere Esercizi.

PIETRO, san, 90, 91, 92, 94, 161, 273. Vita di -, opera di D. Bosco, 51, 60, 71, 88, 90, 93, 94, 206, 212, 284.

Pietro, I lettera, 242.

Pietro, opera di Don Bosco. Vedere Forza della buona educazione.

Pinerolo, Piemonte, 17.

Pio V, san, 85, 91.

Pio VII, san, 13, 86.

Pio VIII, 13.

Pio IX, 13, 28, 29, 30, 44, 83,
86, 89, 91, 92, 93, 95, 141,
160, 200, 233, 290-291, 292. Pio XI, 299.

PiRiti, Pietro, 19.

PONNELLE, Luigi, 224.

PONZATI, Vincenzo, 139.

Porta teco, opuscolo di Don Bo
sco, 36, 37, 51, 61, 73, 109, 137, 147, 148, 153, 162, 175, 190, 203, 205, 208, 243, 244, 285.

POULET-GOFFARD, Bernardo, 12. POURRAT, Piero, 187, 220, 223, 224, 279.

Povertà, 165-170, 218, 241, 261264, 275. Voto di -, 167, 211, 212, 261.

Preghiera, 15, 16, 120, 121, 134, 163, 172, 191-196, 252. - di domanda, 114, 191, 192, 196. - e lavoro, 207. Spirito di -, 194-196, 214-215.

Prete. Vedere Sacerdote.

Probabiliorismo, 19, 236. Probabilismo, 21, 140, 236. Progresso spirituale, 50-68, 88, 99,
104, 109, 111.

Promessi Sposi, di Manzoni, 75. PROVERA, famiglia, 189.

PROVERA, Francesco, 125, 260. Proverbi, libro della Bibbia, 173,
237.
Provvidenza, 70, 71, 74, 75, 137,
157, 158, 165, 177, 206, 251,
254, 256, 257, 268.

Prudenza, 22, 58, 138, 140-141,
238.
Purezza, 60, 84, 170-172, 228, 240, 268. Virtù « angelica », 170. Vedere Castità.

Purgatorio. Vedere Due conferenze.

QUAGLIA, Giuseppe, 296. Questione romana, 23, 89. Quimio CuRzio, 18.

QuisARD, Sig.ra, 64.

rkagione, 59, 63-64.

RAENER, Ugo, 9, 149, 174. RATrAzzi, Urbano, 29, 141. Redenzione, 80, 202, 209. Riforma, 34, 201, 220. Regolamento dei cooperatori sale
siani, 122, 169, 190, 196, 199,
209, 224, 274, 290.

Regolamento della compagnia di S. Luigi, 162.

Regolamento per gli esterni, 104, 108, 290.

Regolamento per le case, 32, 36,
52, 59, 63, 109, 122, 131, 137,
145, 150, 179, 191, 192, 290. Regole. Vedere Costituzioni. REINOSO, Giuseppe, 12.

Religione. - e felicità umana, 149,
150, 151, 206, 207, 254. - e educazione, 17, 59, 66.

Religiosi, 38, 163, 167, 169, 174,
180, 181, 191, 192, 209-213,
259-260, 264-267.

REmorn, Taddeo, 137.

Restaurazione dopo Napoleone I, 16, 17, 18, 21, 25. Restaurazione cattolica, dopo il concilio dí Trento, 37, 69, 220, 221.

REVEL, Genova Thaon di, 25. REVIGLIO, Felice, 185.

RICALDONE, Pietro, 130, 281, 282,
289, 291, 292, 293, 294, 295, 296, 297, 299.

RICARD, Roberto, 102.

RICCARDI DI NETRO, Alessandro, ar
civescovo di Torino, 140. Ricchezze, 165-167. Vedere Po
vertà.

Ricordi confidenziali, scritto di Don Bosco, 67, 145, 178, 181, 185, 186, 287.

Ricordi per un giovanetto... foglietto, 137, 295.

RINALDI, Giovanni, 146.

Riposo in Dio, 52.

Risorgimento, 13, 25, 160. RODRIGUEZ, Alfonso, 35, 164, 261. Roma, 28, 43, 44, 89, 129, 181,
186, 198, 233, 256, 272, 279,
280.

Romani, lettera, 159.

Romow, 71.

ROOTHAAN, Giovanni, 19, 21. Rosario, 16, 82, 83, 115, 120, 260. ROSMINI, Antonio, 29, 39, 42, 140. RossErri, Stefano, 149.

RUA, Michele, 29, 55, 61, 91, 128,
135, 137, 142, 146, 155, 175,
176, 184, 186, 255.

RUFFINO, Domenico, 140, 177.

`RACCARDI, Ernesto, 53.

#Sacerdote (Sacerdozio), 213-216, 240, 257, 258, 273. Virtù del -, 22, 258, 259. Giovanni Bosco -, 237, 238.

Sacramento, 10, 18, 20, 21, 24, 56, 81, 104-119„ 165, 217, 275. Opuscolo di Don Bosco sul miracolo del santo - a Torino, 38, 283.

Sacro-Cuore. Vedere Gesù. SAFFIRA, 211.

SAINT-JURE, Giovanni Battista, 39. SALES, P. Lorenzo, 34.

Salette (La), Libretto di Don Bosco su -, 83, 287.

SALLUSTIO, 18.

Salmi, libro della Bibbia, 183, 196. SALOTTI, Carlo, 298.

Salute fisica, 127.

Salvezza, 10, 19, 30, 50-52, 56, 78, 94, 100, 126, 133, 142, 166, 167, 186, 198-199, 200, 201, 202, 203, 205, 211, 216, 243, 246, 250, 255, 257.

SANCIPRIANO, Mario, 17.

Santi, 69, 87-89, 99, 197, 217, 246, 254.

Sant'Ignazio, Piemonte, 187, 242.

Santità, 59-62, 68, 84, 133, 182, 242. - e gioia spirituale, 150, 247-248. - e purezza, 171. e parola di Dio, 99. - e carità, 199-203. - e apostolato, 209, 216, 246, 247. - attraverso Cristo, 80. - nella Chiesa di Pietro, 93-95. - del prete, 258. -
nella vita quotidiana, 205. Vocazione universale alla -, 204 218, 244, 248.

Sapienza, 137, 141.

Sapienza, libro della Bibbia, 71, 267.

Sardegna, 25.

SATANA, 23, 57, 58, 111, 157, 161, 163.

SAVIO, Angelo, 188.

SAVIO, Domenica, san, 6, 9, 22, 26, 32, 38, 48, 50, 54, 57, 58, 59, 61, 64, 77, 79, 99, 102, 103, 107, 116, 121, 147, 150, 155, 156, 157, 163, 174, 175, 178, 187, 188, 192, 195, 196, 198, 199, 201, 209, 218, 229, 245248, 299. Biografia di -, di Don Bosco, 34, 38, 48, 50, 53, 54, 55, 57, 58, 59, 61, 62, 64, 65, 77, 79, 81, 83, 84, 88, 99, 102, 107, 110, 111, 116, 117, 121, 134, 147, 150, 156, 157, 159, 163, 165, 174, 175, 178, 180, 184, 192, 195, 196, 198, 199, 201, 202, 209, 215, 224, 228, 245, 247, 285, 296.

Savoia, 268.

SCARAMELLI, Giovanni Battista,
222.
SCIACCA, Michele Federico, 75. Scienza, 18, 19, 20, 21, 22, 163, 232, 242, 258.

SCIPIONE L'AFRICANO, 49.

SCOTTI, Pietro, 6, 222, 299. SCUPOLI, Lorenzo, 38.

SEGNERI, Paolo, 35, 40, 235. SEGUR, Luigi-Gastone-Adriano di,
39-40, 89, 113, 117, 118.

Sei domeniche, opuscolo di Don Bosco, 24, 35, 76, 81, 88, 119, 120, 132, 159, 166, 174, 192, 211, 282.

Semplicità, 66, 95, 141, 142, 191,
223.
Servizio. - di Dio, 37, 87, 183-
216, 248. - della società 207209.

SETTIMI° SEVERO, 10.

Severino, opuscolo di Don Bosco,
64, 109, 206, 207, 208, 286. Sichem, 100.

Silenzio, 163.

SILVESTRI, Irene, 116.

Siracusa, Sicilia, 134.

Sistema metrico, opera di Don Bosco, 185, 281.

Sistema preventivo, opera di Don Bosco. Vedere Metodo preventivo.

Società dell'allegria, 18, 147. Sogni, 16, 22, 32, 33, 40-42, 54,
57, 58, 59, 139,141, 154, 206,
222, 231.

SOLARO DELLA MARGHERITA, Gemente, 25.

Spagna, 224.

Speranza, 20, 61, 182, 242. Vedere Provvidenza, Salvezza.

SPINA, E., 27.

SPINA, G., 28.

Smitrro SANTO, 90, 95.

Spiritualità, 8, 9, 10, 20, 35, 45, 49, 59, 69, 76, 81, 88, 135, 140, 173, 174, 179, 209, 217-230, 239, et passim.

Spoleto, Italia, 85.

STANISLAO KOSTKA, san, 121. Stato dí vita, 87, 88, 176, 178, 203-216, 244.

STELLA, Pietro, 19, 35, 36, 38, 39,
70, 73, 102, 116, 120, 121, 126,
148, 171, 281, 298, 300.

STOLZ, Anselmo, 165, 279.

Storia d'Italia, opera di Don Bosco, 32, 39, 44, 49, 71, 72, 75, 91, 136, 150, 151, 224, 284, 296. Storia ecclesiastica, opera di Don Bosco, 24, 36, 85, 89, 90, 91, 132, 185, 187, 197, 205, 212, 216, 224, 267, 296.

Storia Sacra, opera di Don Bosco,
34, 52, 57, 76, 78, 79, 80, 100,
103, 136, 158, 174, 282, 296. STRAMBI, mons., 292.

Strenne spirituali, 121, 163, 176, 189, 260.

Strumenti della perfezione, 95, 97123.

Superfluo, 168-169, 197, 262. Susa, Piemonte, 17.

SVEGLIATI, Stanislao, 193.

TACITO, 18.

TAPARELLI D'AzEoLio, Luigi, 17. TARQUINIO, íl Superbo, 71. TAULER, Giovanni, 8. Temperanza, 10, 137, 153-155, 241. TEODOSIO, imperatore, 266. TERESA, d'Avila, santa, 221. TERRONO, Luigi, 300.

T essalonicesi, I lettera, 61, 137, 242.

Testamento spirituale, di Don Bosco, 76, 211, 212.

Timor di Dio, 190.

Timoteo, I lettera, 271. II lettera, 159, 273.

TITO LIVIO, 18.

TOFFANIN, Giuseppe, 132. TOMATIS, Domenico, 271, 272. TOMMASO, d'Acino, san, 42, 118, 265, 266.

TONELLO, Michelangelo, 43. TONNEAU, Giovanni, 175.

Torino, 14, 17, 19, 20, 21, 22, 23, 27, 37, 38, 42, 44, 58, 82, 87, 89, 103, 116, 129, 131, 132, 139, 147, 160, 162, 181, 189, 235, 245, 247, 255, 279, 280, 297, 298, 299.

Tortona, Piemonte, 17, 248. Trento, concilio, 34, 118, 228, 270. Trofarello, Piemonte, 122, 164, 194, 259.

TuRco, Giovanni, 33, 151.

UGOLINO, di Pisa, 72.

UGUCCIONI, 174.

Umanesimo, 18, 23, 45, 49, 50, 59,
126, 127, 149-152, 219, 222, 226, 229, 238,
Umiltà, 22, 179, 241, 258. USUELLI, Giovanni, 142.

VACCARI, G., 40.

Valdocco, quartiere di Torino, 24, 26, 30, 31, 34, 36, 54, 61, 65, 66, 84, 85, 103, 109, 111, 117, 122, 129, 1131, 132, 140, 141, 146, 165, 176, 193.

VALENTINI, Eugenio, 32, 166, 223, 300.

VALFRÉ, Carlo, 215.

VALFRE, Sebastiano, beato, 37, 40, 205, 225.

Vangelo, 98, 100, 103, 166; 240, 262.

VAN LUYN, Kees, 12.

VAN LUYN, Wim, 12.

Varazze, Liguria, 271.

VARENDE, Giovanni della, 169, 298.

Vaticano I, concilio, 13, 28, 45, 64,
89, 91, 92, 93, 226.

Vaticano II, concilio, 229. VAUSSARD, Maurizio, 279. VERLUCCA, Giovanni Battista, 189. VESPIGNANI, Carlo, 142. VESPIGNANI, Giuseppe, 110. VEUILLOT, Luigi, 89, 151.

Via, 218.

Vienna, Austria, 86.

Vigevano, Piemonte, 42. VIGLIANI, Paolo Onorato, 44. VIGLIETTI, Carlo, 15, 127, 148. VILLEFRANCHE, J. M., 297. VINCENZO DE PAOLI, san, 37, 45,
140, 180, 197, 215, 221. Opera
di Don Bosco su -, 37, 88, 91,
215, 282.

Virtù, 16, 22, 64, 120, 153, 163,
170, 171, 204, 216, 239, 245,
255. - naturale 49, 50. - del
Cristo, 30, 77-79. - del battezzato, 60, 206-210. - del prete, 213-216. - dei santi, 87, 88, 216. Progressi della -, 64, 111, 253. - e santità, 59-60, 68, 133, 218, 224, 225, 240. - e lavoro, 137. - e gioia, 146, 150. - e pietà mariana, 84.

Visita al Santo Sacramento, 114, 119, 122-123, 247, 259, 260.

Vita comune, 212, 213, 261, 265, 271.

Vite dei Papi, opere di Don Bosco, 132, 284, 285, 286, 297. Vocazione, 203, 215.

VOGLIOTTI, Alessandro, 189.

Volontà, 49, 65, 180, 181. Vedere Dio, Obbedienza.

Voti religiosi, 29, 45, 211, 265.

Waterloo, 14.

WEYERGANS, Franz, 226.

WISEMAN, Nicola, cardinale, 294.

XuAN, Adamo, 12.

ZANZI, L., 120.

ZAPPELLI, Francesco, 176.

Zelo, 79, 102, 215-216, 245, 257,
268.

ZUCCA, Margherita, 14.

ZUCCONI, Ferdinando, 235.

INDICE GENERALE
Introduzione
Il tema scelto . . . . . . . . . pag. 5
La struttura del libro . . . . . . . » 9
Capitolo I
DON BOSCO NEL SUO SECOLO
I tempi di Don Bosco . . . . . . . pag. 13
L'ambiente rurale della sua infanzia . . . » 14
L'iniziazione culturale sotto la Restaurazione . » 16
La formazione clericale in un ambiente prima rigo
rista poi liguoriano . . . . . . » 18
L'apostolato cittadino fra í giovani abbandonati . » 23
Il clima politico e religioso del Piemonte dal 1848
al 1860 . . . . . . . . • . » 24
La cura dei chierici . . . . . . . » 26
La lotta contro i valdesi . . . . . . •» 27
La fondazione di società religiose . . . . . » 28
Don Bosco autore . . . . . • • . » 32
Le fonti di Don Bosco . . . . . . » 33
I sogni . . . . . • • • . . . » 40
La controversia con Mons. Gastaldi . . . .» 42
Don Bosco nel nuovo Stato italiano . . . .» 43
Don Bosco nel suo secolo . . . . • •» 45
Capitolo II
IL CAMMINO DELLA VITA
. . ..„ _
Un'antropologia molto semplice . . . . . pag. 47
Il corpo • e l'anima . . . . . . . . » 48
La meravigliosa natura umana . . . . . » 49
La via della vita è il cammino della salvezza . » 50
Il riposo in Dio. . . . . . . . » 52
L'importante tema dei Novissimi . . . . » 52
L'esercizio della buona morte . • . . . . . » 55
Fiducia equilibrata nell'uomo . . . . . . » 56
La chiamata universale alla santità . . . . . » 59
I fattori del progresso nella ricerca di Dio . .» 62
La « ragione » nella ricerca di Dio . . . . . » 63
Il « cuore » nella ricerca di Dio . . . . . » 65
L'apertura del « cuore » e la sua conquista da parte
65
Conclusione . . . . . . . » 67

Capitolo III
IL MONDO SOPRANNATURALE
Le concezioni religiose . . . . . . . pag. 69
Le origini di una raffigurazione di Dio . . . » 69
Dio giustiziere quaggiù e nell'aldilà . . . » 71
Dio, padre infinitamente buono . . . . . » 73
Un Dio provvidente: padre e vindice . . . » 75
Il Cristo secondo Don Bosco . . . . . . » 75
Il Cristo, compagno amato e modello da imitare . » 76
Il Cristo fonte di vita . . . . . . . » 80
Maria nel mondo dí Giovanni Bosco . . . » 82
La bellezza esemplare dell'Immacolata . . . » 83
Maria, madre e ausiliatrice . . . . . . » 84
I santi, modelli di perfezione . . . . . . » 87
La Chiesa visibile nel mondo religioso . . . » 89
La Chiesa è una istituzione pontificale . . . » 90
La Chiesa è l'unica arca di salvezza . . . » 93
Il mondo religioso di Don Bosco . . . . 95
Capitolo IV
GLI STRUMENTI DELLA PERFEZIONE
Gli strumenti della perfezione . . . . pag. 97
La parola dí Dio . . . . . . . . » 98
La lettura spirituale . . . . . . . . » 99
Vite dei santi e « esempi » . . . . . . » 101
I sacramenti . . . . . . . . . » 104
Il sacramento della Penitenza . . . . . . » 104
Il ministro e il progresso spirituale . . . . » 106
La paternità spirituale del confessore . . . . » 107
Confessione e direzione di coscienza . . . . » 109
La dottrina eucaristica .» 111
. . . . .

La pratica eucaristica . . . . . . . » 114
Esercizi e devozioni . . . . . . . . » 119
Capitolo V
PERFEZIONE CRISTIANA E COMPLETAMENTO UMANO
Il perfezionamento umano . . . . . . pag. 125
La salute e la cura del corpo . . . . . . » 127
Le ragioni morali e sociali della cultura intellettuale . » 130
La formazione alla vita con la cultura professionale . » 131
La grandezza morale . . . . . . . . » 133
L'energia nel lavoro . . . . . . . . » 134
L'audacia e la prudenza . . . . . . . » 138
La bontà e la dolcezza . . . . . . . » 143
La gioia e la pace . . . . . . . » 146
Un umanesimo aperto . . . . . . . » 149
Capitolo VI
L'INDISPENSABILE ASCESI
La « temperanza » . . . . . . . . pag. 153
Le penitenze afflittive . . . . . . . » 155
I motivi dell'ascesi . . . . . . . . » 156
Un'ascesi di negazione . . . . . . . » 160
La fuga dal « mondo » . . . . . . . » 161
Il distacco dai beni . . . . . . . . pag. 165
Il povero secondo Don Bosco . . . . . . » 167
La « purità » . . . . . . . . » 170
L'ascesi sessuale . . . . . . . . . » 172
Un'ascesi di accettazione . . . . . . » 175
Una sottomissione umile e gioiosa . . . . . » 178
Ascesi e felicità . . . . . . . . . » 181

Capitolo VII
IL SERVIZIO DELLA MAGGIOR GLORIA DI DIO
Il servizio del Signore . . . . . . pag. 183
L'unico assoluto . . . . . . . . . » 184
Il servizio della maggior gloria di Dio . . . » 187
La devozione e la preghiera . . • . » 191
Meditazione e spirito di preghiera . . . . . » 193
Il servizio di Dio con l'azione .. » 196
. .

Carità attiva e perfezione spirituale . . . . » 199
I vari stati di vita del cristiano . . . . . » 203
Il laico cristiano . . . . . . . . . » 204
Le virtù del laico cristiano . . . . . . » 206
Il religioso di vita attiva . . . . . . » 209
Il prete . . . . . . . . . . » 213
Conclusione . . . . . . . . . . » 216
Conclusione
DON BOSCO NELLA STORIA DELLA SPIRITUALITÀ
RiMe*"....ianeca.ner waga.44".0rniew
La vita spirituale secondo Don Bosco . . . . pag. 217
Caratteristiche del pensiero spirituale di Don Bosco . » 218
L'inserimento di Don Bosco in una tradizione spiri
tuale 220
Restaurazione cattolica . . . . . . . » 220
Don Bosco uomo spirituale del XIX secolo . . » 226
Documenti . . . . . . . . . . » 231
Abbreviazioni ricorrenti . . . . . . . » 277
Bibliografia . . . . . . . . . . » 279