Ksiądz Bosko Zasoby

DON BOSCO EDUCATORE - Sac. PIETRO RICALDONE, Volume II Appendici

Sac. PIETRO RICALDONE

DON BOSCO EDUCATORE

VOLUME II.

       

APPENDICI

 IL SISTEMA PREVENTIVONELL’EDUCAZIONE DELLA GIOVENTÙ.

 Più volte fui richiesto di esprimere verbalmente o per iscritto alcuni pensieri intorno al così detto sistema preventivo, che si suole usare nelle nostre case. Per mancanza di tempo non ho potuto finora appagare questo desiderio, e presentemente volendo stampare il regolamento che finora si è quasi sempre usato tradizionalmente, credo opportuno darne qui un cenno che però sarà come l’indice di un’operetta che vo preparando se Dio mi darà tanto di vita da poterla terminare, e ciò unicamente per giovare alla diffìcile arte della giovanile educazione. Dirò adunque: In che cosa consiste il Sistema Preventivo, e perchè debbasi preferire: Sua pratica applicazione, e suoi vantaggi.

I.

In che cosa consista il Sistema Preventivo e perchè debbasi preferire.

 Due sono i sistemi in ogni tempo usati nella educazione della gioventù: Preventivo e Repressivo. Il sistema Repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscerne i trasgres- sori ed infliggere, ove sia d’uopo, il meritato castigo. Su questo sistema le parole e l’aspetto del Superiore debbono sempre essere severe, e piuttosto minaccevoli, ed egli stesso deve evitare ogni familiarità coi dipendenti.

 Il Direttore per accrescere valore alla sua autorità dovrà trovarsi di rado tra i suoi soggetti e per lo più solo quando si tratta di punire o di minacciare. Questo sistema è facile, meno faticoso e giova specialmente nella milizia e in generale tra le persone adulte ed assennate, che devono da se stesse essere in grado di sapere e ricordare ciò che è conforme alle leggi ed alle altre prescrizioni.

 Diverso, e direi, opposto è il sistema Preventivo. Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un Istituto e poi sorvegliare in guisa, che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile del Direttore o degli assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze.

 Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione, e sopra l’amorevolezza: perciò esclude ogni castigo violento e cerca di tenere lontano gli stessi leggeri castighi. Sembra che questo sia preferibili le seguenti ragioni:

 I. L’allievo preventivamente avvisato non rest: vilito per le mancanze commesse, come avviene qu esse vengono deferite al Superiore. Nè mai si per la correzione fatta o pel castigo minacciato oj inflitto, perchè in esso vi è sempre un avviso amichevole e preventivo che lo ragiona, e per lo più riesce a guadagnare il cuore, cosicché l’allievo conosce la necessità del castigo e quasi lo desidera.

 II La ragione più essenziale è la mobilità giovanile, che in un momento dimentica le regole disciplinari, i castighi che quelle minacciano. Perciò spesso un fanciullo si rende colpevole e meritevole di una pena cui egli non ha mai badato, che niente affatto ricordava nell’atto del fallo commesso e che avrebbe per certo evitato 5e una voce amica l’avesse ammonito.

 III. Il sistema Repressivo può impedire un disordine, ma difficilmente farà migliori i delinquenti; e si è osservato che i giovanetti non dimenticano i castighi subiti, e per lo più conservano amarezza con desiderio di scuotere il giogo ed anche di farne vendetta. Sembra talora che non ci badino, ma chi tiene dietro ai loro andamenti conosce che sono terribili le reminiscenze della gioventù; e che dimenticano facilmente le punizioni dei genitori, ma assai difficilmente quelle degli educatori. V i sono fatti di alcuni che in vecchiaia vendicarono brutalmente certi castighi toccati giustamente in tempo di loro educazione. Al contrario il sistema Preventivo rende amico l’allievo, che nell’assistente ravvisa un benefattore che lo avvisa, vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai castighi, dal disonore.

 IV Il sistema Preventivo rende avvisato l’allievo in modo che l’educatore potrà tuttora parlare col linguaggio del cuore sia in tempo della educazione, sia dopo di essa. L’educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo ed anche correggerlo allora eziandio che si troverà negli impieghi, negli uffizi civili e nel commercio. Per queste e molte altre ragioni pare che il sistema preventivo debba prevalere al repressivo.

II

Applicazione del sistema Preventivo.

 La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di s. Paolo che dice: Charitas benigna est, patiens est; omnia suffert, omnia sperat, omnia su- stinet. La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo. Perciò soltanto il cristiano può con successo applicare il sistema Preventivo. Ragione e Religione sono gli strumenti di cui deve costantemente far uso l’educatore, insegnarli, egli stesso praticarli se vuol essere ubbidito ed ottenere il suo fine.

 I. Il Direttore pertanto deve essere tutto consacrato a’ suoi educandi, nè mai assumersi impegni che lo allontanino dal suo uffizio, anzi trovarsi sempre coi suoi allievi tutte le volte che non sono obbligatamente legati da qualche occupazione, eccetto che siano da altri debitamente assistiti.

 IL I maestri, i capi d’arte, gli assistenti devono essere di moralità conosciuta. Studino di evitare come la peste ogni sorta di affezioni od amicizie particolari cogli allievi, e si ricordino che il traviamento di uno solo può compromettere un Istituto educativo. Si faccia in modo che gli allievi non siano mai soli. Per quanto è possibile gli assistenti li precedano nel. si to dove devonsi raccogliere; si trattengano con loro fino a che siano da altri assistiti; non li lascino mai disoccupati.

III. Si dia ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento. La ginnastica, la musica, la declamazione, il teatrino, le passeggiate sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralità e alla sanità. Si badi soltanto che la materia del trattenimento, le persone ché intervengono, i discorsi che hanno luogo non siano biasimevoli. Fate tutto quello che volete, diceva il grande amico della gioventù s. Filippo Neri, a me basta che non facciate peccati.

 IV. La frequente confessione, la frequente comunione, la messa quotidiana sono le colonne che devono reggere un edilizio educativo, da cui si vuole tener lontano la minaccia e la sferza. Non mai obbligare i giovanetti alla frequenza de’ santi Sacramenti, ma soltanto incoraggiarli e porgere loro comodità di approfittarne. Nei casi poi di esercizi spirituali, tridui, novene, predicazioni, catechismi, si faccia rilevare la bellezza, la grandezza, la santità di quella Religione che propone dei mezzi così facili, così utili alla civile società, alla tranquillità del cuore, alla salvezza dell’anima, come appunto sono i santi Sacramenti. In questa guisa i fanciulli restano spontaneamente invogliati a queste pratiche di pietà, vi si accosteranno volentieri, con piacere e con frutto (1).[1]

 V. Si usi la massima sorveglianza per impedire che nell’Istituto siano introdotti compagni, libri o persone che facciano cattivi discorsi. La scelta di un buon portinaio è un tesoro per una casa di educazione.

 VI. Ogni sera dopo le ordinarie preghiere, e prima che gli allievi vadano a riposo, il Direttore, o chi per esso, indirizzi alcune affettuose parole in pubblico dando qualche avviso, o consiglio intorno a cose da farsi o da evitarsi; ve studii di ricavare le massime da fatti avvenuti in giornata nell’Istituto o fuori; ma il suo sermone non oltrepassi mai i due o tre minuti. Questa è la chiave della moralità, del buon andamento e del buon successo dell’educazione.

 VII. Si tenga lontano come la peste l’opinione di taluno che vorrebbe differire la prima comunione ad un’età troppo inoltrata, quando per lo più il demonio ha preso possesso del cuore di un giovanetto a danno incalcolabile della sua innocenza. Secondo la disciplina della Chiesa primitiva si solevano dare ai bambini le ostie consacrate che sopravanzavano nella comunione pasquale. Questo serve a farci conoscere quanto la Chiesa ami che i fanciulli siano ammessi per tempo alla santa Comunione. Quando un giovanetto sa distinguere tra Pane e pane, e palesa sufficiente istruzione, non si badi più all’età e venga il Sovrano Celeste a regnare in quell’anima benedetta.

 VIII. I catechismi raccomandano la frequente comunione, s. Filippo Neri la consigliava ogni otto giorni e anche più spesso. Il Concilio Tridentino dice chiaro che desidera sommamente che ogni fedele cristiano, quando va ad ascoltare la santa Messa, faccia eziandio la comunione. Ma questa comunione sia non solo spirituale, ma bensì sacramentale, affinchè si ricavi maggior frutto da questo augusto e divino sacrificio (Concilio Trid., sess. XXII, cap. VI).

III.

Utilità del sistema Preventivo.

 Taluno dirà che questo sistema è difficile in pratica. Osservo che da parte degli allievi riesce assai più facile, più soddisfacente, più vantaggioso. Da parte degli educatori racchiude alcune difficoltà, che però restano diminuite, se l’educatore si mette con zelo all’opera sua. L’educatore è un individuo consacrato al bene de’ suoi allievi, perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi.

 Oltre ai vantaggi sopra esposti si aggiunge ancora che:

 I. L’allievo sarà sempre pieno di rispetto verso l’educatore e ricorderà ognor con piacere la direzione avuta, considerando tuttora quali padri e fratelli i

suoi maestri e gli altri superiori. Dove vanno questi allievi per lo più sono la consolazione della famiglia, utili cittadini e buoni cristiani.

 II. Qualunque sia il carattere, l’indole, lo stato morale di un allievo all’epoca della sua accettazione, i parenti possono vivere sicuri, che il loro figlio non potrà peggiorare, e si può dare per certo che si otterrà sempre qualche miglioramento. Anzi certi fanciulli che per molto tempo furono il flagello de’ parenti e perfino rifiutati dalle case correzionali, coltivati secondo questi principii, cangiarono indole, carattere, si diedero a una vita costumata, e presentemente occupano onorati uffizi nella società, divenuti così il sostegno della famiglia, decoro del paese in cui dimorano.

 III. Gli allievi, che per avventura entrassero in un Istituto con tristi abitudini non possono danneggiare i loro compagni. Nè i giovanetti buoni potranno ricevere nocumento da costoro, perchè non avvi nè tempo, nè luogo, nè opportunità, perciocché l’assistente, che supponiamo presente, ci porrebbe tosto rimedio.

Una parola sui castighi.

 Che regola tenere nell’infliggere castighi? Dove è possibile, non si faccia mai uso di castighi; dove poi la necessità chiede repressione, si ritenga quanto segue:

 I. L’educatore tra i suoi allievi cerchi di farsi amare, se vuole farsi temere. In questo caso la sottrazione di benevolenza è un castigo, ma un castigo che eccita l’emulazione, dà coraggio e non avvilisce mai.

 IL Presso ai giovanetti è castigo quello che si fa servire per castigo. Si è osservato che uno sguardo non amorevole sopra taluni produce maggior effetto che non farebbe uno schiaffo. La lode quando una cosa è ben fatta, il biasimo quando vi è trascuratezza, è già un premio od un castigo.

 III. Eccettuati rarissimi casi, le correzioni, i castighi non si diano mai in pubblico, ma privatamente, lungi dai compagni, e si usi massima prudenza e pazienza per fare che l’allievo comprenda il suo torto colla ragione e colla religione.

 IV. Il percuotere in qualunque modo, il mettere in ginocchio con posizione dolorosa, il tirar le orecchie ed altri castighi simili debbonsi assolutamente evitare, perchè sono proibiti dalle leggi civili, irritano grandemente i giovani ed avviliscono l’educatore.

 V. Il Direttore faccia ben conoscere le regole, i premi ed i castighi stabiliti dalle leggi di disciplina, affinchè l’allievo non si possa scusare dicendo: Non sapeva che ciò fosse comandato o proibito.

 Se nelle nostre Case si metterà in pratica questo sistema, io credo che potremo ottenere grandi vantaggi senza venire nè alla sferza, nè ad altri violenti castighi. Da circa quarant’anni tratto colla gioventù, e non mi ricordo d’aver usato castighi di sorta, e coll’aiuto di Dio ho sempre ottenuto non solo quanto era di dovere, ma eziandio quello che semplicemente desiderava, e ciò da quegli stessi fanciulli, cui sembrava perduta la speranza di buona riuscita.

Sac. Gio. Bosco.

REGOLAMENTO PER LE CASE DELLA SOCIETÀ DI SAN FRANCESCO DI SALES (Anno 1877)

ARTICOLI GENERALI

 1. Quelli che trovansi in qualche uffìzio o prestano assistenza ai giovani, che la Divina Provvidenza ci affida, hanno tutti l’incarico di dare avvisi e consigli a qualunque giovane della casa, ogni qual volta vi è ragione di farlo specialmente quando si tratta d’impedire l’offesa di Dio.

 2. Ognuno procuri di farsi amare se vuole farsi temere. Egli conseguirà questo grande fine se colle parole, e più ancora coi fatti, farà conoscere che le sue sollecitudini sono dirette esclusivamente a vantaggio spirituale e temporale de’ suoi allievi.

 3. Nell’assistenza poche parole, molti fatti, e si dia agio agli allievi di esprimere liberamente i loro pensieri; ma si stia attento a rettificare ed anche correggere le espressioni, le parole, gli atti che non fossero conformi alla cristiana educazione.

 4 I giovanetti sogliono manifestare uno di questi caratteri diversi. Indole buona, ordinaria, difficile, cattiva. È nostro stretto dovere di studiare i mezzi cbe valgono a conciliare questi caratteri diversi per far del bene a tutti senza che gli uni siano di nocumento agli altri.

 5. A coloro che hanno sortito dalla natura un carattere, un’indole buona basta la sorveglianza generale spiegando le regole disciplinari e raccomandandone l’osservanza.

 6. La categoria dei più è di coloro che hanno carattere ed indole ordinaria, alquanto volubile e proclive all’indifferenza; costoro hanno bisogno di brevi ma frequenti raccomandazioni, avvisi e consigli. Bisogna incoraggiarli al lavoro* anche con piccoli premi e dimostrando d’avere grande fiducia in loro senza trascurarne la sorveglianza.

 7. Ma gli sforzi e le sollecitudini devono essere in modo speciale rivolte alla terza categoria che è quella dei discepoli difficili ed anche discoli. Il numero di costoro si può calcolare uno su quindici. Ogni superiore si adoperi per conoscerli, s’informi della loro passata maniera di vivere, si mostri loro amico, li lasci parlare molto, ma egli parli poco ed i suoi discorsi siano brevi esempi, massime, episodi e simili. Ma non si perdano mai di vista senza dar a divedere che si ha diffidenza di loro.

 8. I maestri, gli assistenti, quando giungono tra i loro allievi portino immediatamente l’occhio sopra di questi e accorgendosi che taluno sia assente lo faccia tosto cercare sotto apparenza di avergli che dire o raccomandare.

 9. Qualora si dovesse a costoro fare un biasimo, dare avvisi o correzioni, non si faccia mai in presenza dei compagni. Si può nulladimeno approfittare di fatti, di episodi avvenuti ad altri per tirarne lode o biasimo, che vada a cadere sopra coloro di cui parliamo.

10. Questi sono gli articoli preliminari del nostro regolamento. Ma a tutti è indispensabile la pazienza, la diligenza e molta preghiera senza cui io credo inutile ogni buon regolamento.

 PARTE PRIMA

REGOLAMENTO PARTICOLARE (Pei Superiori)

 Capo I. Del Direttore.

 1. Il Direttore è capo dello Stabilimento; a lui solo spetta accettare o licenziare i giovani della Casa, ed è responsabile dei doveri di ciascun impiegato, della moralità e dell’educazione degli allievi. Per l’accettazione però potrà delegare il Prefetto, il quale opererà in questo a nome del Direttore, si regolerà secondo le prescrizioni del proprio Collegio, e secondo i limiti e le norme segnate in fine del regolamento.

 2. Il Direttore soltanto può modificare gli uffìzi de’ suoi dipendenti, la disciplina e l’orario stabilito, e senza suo permesso non si può introdurre variazione alcuna.

 3. Al Direttore spetta l’aver cura di tutto 1’ mento spirituale, scolastico e materiale.

Capo II Del Prefetto.

 1. Il Prefetto ha la gestione generale e materiale della Casa, e fa le veci del Direttore in sua assenza, nell’amministrazione, ed in tutte quelle cose di cui fosse incaricato.

 2. Sopra il libro dei postulanti egli scriverà nome, cognome, paese e condizione di coloro che domandano di essere accettati pel lavoro o per lo studio; rileverà specialmente se il postulante trovisi in pericolo della moralità. Questa circostanza ne fa preferire l’accettazione a tutti gli altri. Noterà eziandio le condizioni proposte per l’accettazione, e quelle cose che giudicherà opportune.

 3. Ogni allievo sarà accolto dal Direttore o per delegazione di lui dal Prefetto, che noterà sul libro mastro il giorno dell’entrata, le condizioni con cui fu accettato, se portò seco danaro, od oggetti di vestiario, la classe od il mestiere a cui sarà destinato, e l’indirizzo di chi lo raccomanda colle altre necessarie indicazioni.

 4. Gli farà assegnare un posto in dormitorio ed in refettorio. Se è studente lo invierà al Consigliere Scolastico, perchè lo collochi nella sua classe. Se è destinato al lavoro gli farà pur assegnare un posto in quel laboratorio od in quell’uffizio a cui parrà più adatto secondo il bisogno, e ne tramanderà il nome al Direttore ed al Catechista.

 5. Quando un allievo cessa d’appartenere alla Casa, il Prefetto noterà il giorno e il motivo per cui è uscito. Se ciò avvenisse per motivo di decesso, procurerà di darne immediatamente avviso a chi di ragione, prendendo memoria dei fatti e delle circostanze, che possono tornare di buon esempio e di grata ricordanza.

 6. Il Prefetto è il centro da cui partono le uscite e spese, e dove si concentrano tutte le entrate pecuniarie, sotto qualunque denominazione appartengano alla Casa.

 7. Perciò egli terrà conto, almeno in complesso, delle spese che occorrono pei giovani e per le persone di Casa, per le scuole, pei laboratori, pei commestibili e per la manutenzione della Casa. Ma in questa sua amministrazione egli deve sempre tenersi nei limiti, e negli ordini stabiliti dal Direttore o dal Superiore della Congregazione.

 8. Riceverà tutto il denaro che possa provenire dai laboratori, dai contratti di vendita, dalle oblazioni e pensioni dei giovani e lo consegnerà al Direttore, dal quale riceverà quanto occorre alla giornata e pei pagamenti a data fìssa.

 9. Abbia molta sollecitudine di avere in ordine i registri secondo le norme di contabilità stabilite per le nostre case, e procuri di tenersi al corrente nel riportare, quando occorre, le entrate e le uscite, per essere in grado di poter ogni mese dare conto della sua gestione, qualora ne sia richiesto. Ogni tre mesi procuri di spedire il rendiconto delle pensioni, provviste e riparazioni ai parenti dei giovani allievi, e sistemare anche ogni trimestre le proprie partite colle altre Case della Congregazione e colle persone esterne, con cui si tengono conti aperti.

 10. Oltre la contabilità è affidata al Prefetto la cura del personale dei Coadiutori, e in generale la disciplina dei giovani, la pulizia e la manutenzione della Casa.

 11. Quanto alla manutenzione la sua condotta ed autorità si limiti a riparare ed a conservare qualunque oggetto mobile ed immobile della Casa. Chiunque pertanto avesse bisogno di lavori di questo genere, dovrà indirizzarsi al Prefetto, ma esso non può far novità alcuna senza l’espresso consenso del Direttore; anzi se trattasi d’opere di demolizione o d’altre cose di qualche rilievo, si dovrà attendere il permesso del Rettore Maggiore.

 12. Riguardo ai famigli, d’accordo col Direttore, provvederà un personale proporzionato al bisogno, e veglierà che ciascuno compia i suoi doveri, ed occupi il tempo, soprattutto che niuno s’incarichi di commissioni estranee al rispettivo uffizio. Raccomanderà però che avanzando tempo si prestino volentieri aiuto tra loro, quando ve n’è bisogno.

 13. Al mattino andrà, od incaricherà alcuno che vada a chiamare i Coadiutori e le persone di servizio, affinchè tutte intervengano alla santa Messa, e recitino insieme le orazioni; procurerà di andar a recitar con loro le orazioni della sera, ed indirizzerà quegli avvisi che giudicherà a proposito per loro vantaggio spirituale e temporale. Si farà pur render conto delle proprie loro occupazioni e dei disordini e guasti che si trovassero per la Casa.

 14. A lui è in particolare maniera affidata la cura della pulizia della persona, e degli abiti dei giovani. Almeno una volta per settimana li farà passare a rassegna per assicurarsi della nettezza dei loro abiti, della testa, badando che niuno abbia troppo lunga capellatura.

15. Vigilerà che le porte, gli usci, le finestre, chiavi, serrature non siano guaste. Trovando qualche guasto avrà cura di farlo riparare al più presto possibile, e nel modo più economico.

 16. Per sè o per mezzo di altri assisterà alla distribuzione del pane a colazione, a merenda, ed a mensa. Avvisi costantemente che colui, il quale non sentesi di mangiare qualche commestibile, lo riponga sulla tavola. Chi guasterà volontariamente pane, minestra o pietanza si avverta severamente, e se non si emenda se ne dia immediatamente comunicazione al Direttore.

 17. È cura del Prefetto che i commestibili siano sani e ben condizionati, che il pane non si dia troppo fresco, che si pesino o si misurino le provviste quando sono introdotte in casa, e se ne tenga nota per confrontarla coi pesi e colle misure effettuate dai venditori.

 18. Mentre vigila che i giovani siano puntuali ai loro doveri, d’accordo col Consigliere scolastico e col Catechista con bella maniera procuri che i maestri, i capi d’arte e gli assistenti si trovino ad occupare il loro posto all’arrivo dei giovani nella chiesa, nello studio, nelle scuole, nel laboratorio e ne’ dormitori, e così impediscano i disordini che generalmente sogliono in quei momenti accadere.

 19. Dove son vi laboratori, il Prefetto si tenga in relazione diretta coi capi d’arte e cogli assistenti, faccia tener nota del lavoro che si riceve dall’esterno, dei prezzi pattuiti, di ciò che è pagato e non è pagato, tempo e spesa fatta, delle provviste, e questo per darne conto minuto o almeno complessivo a chi di ragione.

 20. Per sè o per mezzo di chi è addetto all’uffizio dei laboratori riceverà le entrate di ciascun laboratorio, pagherà lo stipendio pattuito per ciascuno, e procurerà che tutti gli utensili siano di proprietà della Casa.

 21. Procurerà di non lasciar andare gli esterni ne’ dormitori, nelle scuole, ne’ laboratori, indirizzando al Parlatorio o all’uffizio dei laboratori, chi ha bisogno di parlare agli allievi, o di trattare di lavori da farsi o già eseguiti.

 22. Il Prefetto potrà avere in suo aiuto un vice Prefetto e segretario, cui potrà affidare la contabilità e la corrispondenza. Potrà pur essere coadiuvato da un economo qualora per l’ampiezza della Casa e la molteplicità degli affari ve ne sia bisogno.

 23. L’Economo sarà incaricato specialmente di quanto riguarda la pulizia della casa e dei giovani, il personale dei Coadiutori e la conservazione e la riparazione delle cose domestiche.

 24. L’Economo, gli spenditori, il Provveditore di libri e di oggetti di cancelleria sono in relazione diretta col Prefetto, e per via ordinaria dipendono da lui. Il Prefetto aumenterà il numero dei suoi collaboratori secondo il bisogno.

CAPO III. Catechista.

 1. Il Catechista ha per iscopo di vegliare e provvedere ai bisogni spirituali dei giovani della Casa.

 2. Appena gli sarà nota l’entrata di un giovane esso procurerà di conoscerlo, d’informarlo intorno alle regole principali della Casa, e con massime e maniere dolci e caritatevoli indagherà di quale istruzione religiosa abbia particolar bisogno, e si darà massima premura per istruirlo.

 3. Badi che tutti imparino almeno il catechismo piccolo della Diocesi. A tal fine ogni settimana assegnerà non meno di una lezione da recitarsi. Terrà nota di quelli che sono già promossi alla s. Comunione, e che hanno ricevuto il Sacramento della Cresima, e si prenderà cura speciale di quelli che abbisognano di essere istruiti per ricevere degnamente questi Sacramenti.

 4. Vegli attentamente sopra i difetti dei giovani, per essere in grado, per la parte che gli spetta, di correggerli opportunamente e dare in fine d’ogni mese il voto sulla moralità di ciascuno.

 5. Veglierà che gli allievi si accostino assiduamente ai SS. Sacramenti, si trovino per tempo alle sacre funzioni, alle preghiere del mattino e della sera, e studierà d’impedire quanto possa disturbare gli esercizi di cristiana pietà, nel che si farà aiutare dagli assistenti e dai decurioni.

 6. Secondo gli accordi presi col Prefetto, procurerà che i Capi dei dormitori si trovino per tempo al loro dovere, che tutti siano puntuali alle sacre funzioni, al posto loro assegnato, precedendo i giovani col buon esempio.

 7. Si darà cura che agli ammalati nulla manchi nè per lo spirituale nè pel temporale, ma non somministrerà rimedi senza ordine del medico.

 8. Conferisca spesso col Prefetto per essere in grado di prevenire ogni disordine.

 9. Il Catechista farà tutto quello che potrà affinchè ciascuno impari bene a servire la s. Messa, sia pronunciando chiaramente e distintamente le parole, sia osservando divotamente le cerimonie prescritte per questo augusto mistero di nostra s. Religione.

 10. Il Catechista degli studenti conferisca spesso cogli assistenti di dormitorio, di studio, coi decurioni e cogli assistenti di scuola, coi maestri e col medesimo Consigliere scolastico, affinchè sia in grado di dare le opportune informazioni degli allievi, e fare le correzioni a coloro che le meritassero.

 11. Promuoverà le compagnie di S. Luigi Gonzaga, del SS. Sacramento, del piccolo Clero, deirimmacolata Concezione. In caso di bisogno potrà farsi aiutare da qualche sacerdote o chierico anziano specialmente per fare le conferenze.

 12. Prenderà cura dei chierici addetti a qualche ufficio della Casa, procurando che imparino le sacre cerimonie ed attendano allo studio della Teologia. Se si può, farà loro recitare ogni settimana un brano del Nuovo Testamento, e preparerà il servizio in occasione di solennità.

 13. Avrà pur cura del servizio della Chiesa, delle funzioni religiose, e degli oggetti destinati al divin culto.

 14. Nelle solennità maggiori, dove si può, vi sarà musica vocale con orchestra; nelle feste ordinarie vi sarà canto gregoriano con organo od harmonium.

 15. Per turno sceglierà due chierici dei corsi inferiori a fare una settimana di servizio in Chiesa. Costoro si troveranno ogni settimana nella Sacrestia al tempo delle Messe, e se vi è bisogno fermeransi fino alle ore 9. Ma nei giorni festivi il loro servizio sarà per tutta la giornata.

 16. Questi chierici procureranno d´imparare a vestire e svestire il Celebrante, a piegare amitto, cottq e camice, preparare il Calice e mettere i segnacoli del Messale a posto, secondo il Calendario della Diocesi.

 17. Terrà catalogo degli oggetti esistenti negli Oratori, ed avrà cura che vi sia quanto è necessario al divin culto; nulla si smarrisca, a tempo debito si faccia il bucato, le soppressature e rappezzature dei sacri arredi.

 18. Si faccia uso moderato di cera, nè sia adoperata se non in cose riguardanti il divin culto. Occorrendo lumi per cose estranee alla chiesa si provveda altrimenti.

 19. Egli deve promuovere il decoro delle sacre funzioni, e^ fare sì che in Sacrestia si osservi rigoroso silenzio, specialmente nel tempo dei divini uffìzi.

 20. Per l’orario delle Messe, per la predicazione, pei Catechismi, pei casi di provvista o di spesa di qualsiasi genere, prenderà gli opportuni accordi col Direttore ed in sua assenza col Prefetto della Casa.

 21. Per la regolare esecuzione di quanto occorre per la Sacrestia, verrà scelto uno o più Coadiutori, che aiuteranno nelle cose che lor verranno affidate.

 22. Ne’ Collegi in cui si ha la chiesa pubblica e clero numeroso, il Catechista potrà avere in suo aiuto un Prefetto di sacrestia, specialmente per ciò che è prescritto dall’art. 14 fino al termine del presente capo (1).[2]

CAPO IV. Catechista degli artigiani.

 1. Il Catechista degli artigiani oltre a quello che è notato nel capitolo antecedente deve procurare, che i suoi allievi si accostino ogni quindici giorni od almeno una volta al mese alla santa Confessione e Comunione, e che niuno manchi alle pratiche di pietà sia nei giorni festivi che nei giorni feriali.

 2. Si terrà in relazione coi capi d’arte, cogli assistenti di laboratorio e di dormitorio, coll’Economo e collo stesso Prefetto per dare e ricevere informazioni dei giovani alla sua cura affidati.

 3. Procuri che gli allievi facciano silenzio quando entrano od escono di Chiesa, quando escono dai laboratori, vanno ed escono dal refettorio; alla sera nel recarsi a riposo, e al mattino dopo la levata, qtiando si portano in Chiesa od altrove pei loro religiosi doveri.

 4. Badi che niuno si fermi a chiacchierare, nè altercare, ed accorgendosi di qualche disordine usi somma diligenza e carità per prevenirlo ed impedirlo.

 5. La sera e, se si può, anche al mattino dei giorni

 festivi, procuri a’ suoi allievi una scuola adattata, e faccia in modo che nessuno rimanga vagando per la casa.    ,

 6. Tutte le sere li assista in tempo che si recitano le orazioni, e dopo di esse raccolga gli oggetti smarriti, e per buona sera dia loro un breve ricordo morale. Sarà pur conveniente che li trattenga qualche volta sui punti più importanti di buona creanza.

 7. Faccia che tutti gli artigiani imparino a servir

 Messa, e promuova fra di loro qualche compagnia, come sarebbe quella di s. Giuseppe, di s. Luigi, e dell’Im- macolata Concezione.

 8. La sua vigilanza dovrà pur estendersi alla scuola di musica istrumentale, specialmente per ciò che riguarda la moralità e la disciplina (1).[3]

CAPO V. Consigliere scolastico.

 1. Il Consigliere scolastico è incaricato di regolare e far provvedere quelle cose, che possono occorrere agli allievi ed ai maestri per le scuole e per lo studio.

 2. Ricevuto un allievo studente, esso lo collocherà nella classe, cui sarà giudicato idoneo, e gli farà segnare un posto nello studio.

 3. Occorrendo bisogno di oggetti di scuola vertenze tra gli studenti, lamenti da parte dei maestri, s’indirizzeranno al Consigliere scolastico.

 4. Se per mancanza di lavoro o per altro motivo taluno rimanesse disoccupato, gli assegni qualche cosa da fare e da studiare, leggere, scrivere e simili, ma noi lasci inoperoso.

 5. Si adoperi che gli studenti siano puliti quando vanno al passeggio, e che niuno si allontani dalle file. Conti grave mancanza a chi allontanandosi dai compagni va a comperare commestibili, liquori od altro.

 6. Assista gli studenti quando si recano alla chiesa, allo studio, alla scuola, al dormitorio, affinchè si os-, servi l’ordine ed il silenzio.

 7. Toccherà al medesimo di far presente al Direttore od al Prefetto le provviste e riparazioni che occorrono per sedili, scrittoi, cancelli per lo studio e per le scuole.

 8. Di concerto col Direttore stabilirà gl’insegnanti dei corsi principali, i supplenti e i maestri dei corsi accéssori, assistenti, decurioni e vicedecurioni dello studio, capi di passeggiata.

 9. È pur sua cura di promuovere il canto gregoriano, la musica vocale, e d’accordo col Direttore stesso stabilirne i maestri, gli assistenti, e vegliare sulla disciplina da osservarsi in tali scuole.

 10. Accolga dai maestri e dagli assistenti i riflessi intorno alla disciplina e moralità degli allievi, per dare loro quelle norme e consigli che egli ravvisasse necessarie. Ricordi sovente ai maestri che lavorino per la gloria di Dio, perciò mentre insegnano la scienza temporale, non dimentichino ciò che riguarda la salvezza dell’anima. Informi il Direttore ed il Prefetto mensilmente e più spesso ove fosse duopo. Si rivenga però che appartiene soltanto al Direttore ed al Prefetto il dar notizie ai parenti dei convittori.

 11. Il fissare l’epoca degli esami semestrali e finali, le variazioni dei giorni di scuola, le vacanze, le dispense, i ripetitori e le ripetizioni a chi ne fosse mestieri, sono di competenza del Consigliere scolastico, ma sempre previa intelligenza col Direttore.

 12. Per regola ordinaria la cura della declamazione, delle rappresentazioni teatrali e delle accademie e simili sarà affidata al Consigliere scolastico.

Capo VI. Dei maestri di scuola.

 1. Il primo dovere dei maestri è di trovarsi puntualmente in classe e d’impedire i disordini che sogliono avvenire prima e dopo la scuola. Accorgendosi che manchi qualche allievo, ne dia tosto avviso al Consigliere scolastico od al Prefetto.

 2. Vadano ben preparati sulla materia che forma l’oggetto della lezione. Questa preparazione gioverà molto per far comprendere agli allievi le difficoltà dei temi e delle lezioni, e servirà efficacemente ad alleggerire la fatica allo stesso Maestro.

 3. Niuna parzialità, niuna animosità; avvisino, correggano se ne è caso; ma perdonino facilmente, evitando quanto è possibile di dar essi stessi castighi.

 4. I più idioti della classe siano l’oggetto delle loro sollecitudini, incoraggino ma non avviliscano mai.

 5. Interroghino tutti senza distinzione e con frequenza e dimostrino grande stima ed affezione per tutti i loro allievi, specialmente per quelli di tardo ingegno. Evitino la perniciosa usanza di taluni, che abbandonano.a loro stessi gli allievi che fossero negligenti e di troppo tardo ingegno.

 b. Occorrendo necessità di castighi, li infliggano nella scuola, ma per castigo non allontanino mai alcuno dalla classe. Presentandosi cose gravi, mandino a chiamar il Consigliere scolastico o facciano condurre il colpevole presso di lui. È severamente proibito di battere ed infliggere castighi ignominiosi o dannosi alla sanità.

 7. Avvenendo il caso di dover infliggere castighi fuori di scuola, o prendere deliberazioni di grande importanza, riferiscano e rimettano ogni cosa al Consigliere scolastico, od al Direttore della Casa. Fuori della scuola il maestro non deve minacciare nè infliggere punizioni di sorta, ma limitarsi ad avvisare e consigliare i suoi allievi con modi benevoli e da sincero amico.

 8. Raccomandi costantemente nettezza ne’ quaderni, regolarità e perfezione nella calligrafìa, pulitezza nei libri e sulle pagine che si devono presentare al maestro.

 9. Almeno una volta al mese dia un lavoro di pro525

 va, e dopo di averlo corretto, ne dia le pagine al Superiore della Casa, o almeno al Consigliere scolastico.

 10. Tenga la decuria in modo da poterla ogni giorno presentare a chi ne facesse dimanda, come nel caso che qualche persona autorevole visitasse le scuole; si ricordi però che spetta al Direttore od al Prefetto il dar notizie degli allievi.

 11. Vegli sopra la lettura dei cattivi libri, raccomandi e nomini gli autori che si possono leggere e ritenere senza che la moralità e la religione siano compromesse, e scelga per temi i passi più adattati a promuovere la moralità, evitando quelli che possono riuscire di qualche danno alla religione ed ai buoni costumi. Stiano però attenti a non mai nominare, per quanto è possibile, il titolo dei libri cattivi.

 12. Dai classici sacri e profani avrà cura di trarre conseguenze morali, quando l’opportunità della materia ne porge occasione, ma con poche parole senza alcuna ricercatezza.

 13. Occorrendo Novena o Solennità, dica qualche parola d’incoraggiamento, ma con tutta brevità, e se si può con qualche esempio.

 14. Una volta per settimana facciano una lezione sopra un testo latino di autore cristiano.

CAPO VII. Del Maestro d’arte.

 1. Il maestro d’arte ha carico di ammaestrare i giovani della Casa nell’arte cui sono destinati dai Superiori. Egli deve compartire il lavoro ai suoi allievi, e fare in modo che niuno rimanga disoccupato.’ ?  •              J

 2. Il principale suo dovere è la puntualità nel trovarsi presente nel tempo di entrata, e ciò per dar tosto occupazione agli allievi, e per impedire che s’incominci qualche disordine di chiacchiere o trastulli.

 3. Se il maestro d’arte dovesse uscire dall’Officina per misure, od altro suo dovere, ne dia avviso all’assistente, senza il cui consenso non dovrà mai allontanarsi.

 4. Osservi e, d’accordo coll’assistente, faccia osservare il silenzio durante il lavoro.

 5. Non deve mai fare contratti coi giovani della Casa, nè assumersi alcun lavoro di sua professione per suo conto particolare, nè occuparsi in cose estranee ai lavori del laboratorio.

 6. Non si cominci mai alcun lavoro in laboratorio, se prima nell’Uffizio dei laboratori o dell’assistente non furono notate le intelligenze, il prezzo convenuto, nome, dimora di colui pel quale si deve intraprendere quel lavoro.

 7. Il maestro d’arte al pari che l’assistente devono darsi la massima sollecitudine per impedire ogni sorta di cattivi discorsi.

 8. Procurino i maestri d’arte di precedere i loro allievi col buon esempio, tanto in laboratorio, quanto nell’adempimento dei loro doveri religiosi.

CAPO VIII. Assistenti di scuola e di studio.

 1. Gli assistenti di scuola sono incaricati d’invigilare sulla disciplina e sul buon ordine per quel tempo e in quella classe, che loro fu affidata, ed in caso di bisogno, anche sulle altre classi.

 2. Dovranno assistere la propria classe nella scuola, in chiesa, in ricreazione e nella passeggiata.

 3. Accompagneranno i giovani dallo studio alla chiesa, e dalla chiesa allo studio, e procureranno che vadano in ordine ed in silenzio: li accompagneranno ancora quando vanno al refettorio fino a che vi siano entrati.

 4. In ricreazione veglieranno che ciascuno stia nel cortile assegnato, impediranno le risse, i discorsi non buoni, le parole grossolane ed offensive, gli atti sconvenevoli, come sarebbe il mettere le mani addosso, e raccomanderanno costantemente che tutti parlino italiano.

 5. Ogni settimana, e più spesso se è mestieri, riferiranno al Consigliere scolastico intorno alla condotta di ciascun giovane, ma avvenendo cose gravi, ne faranno pronta relazione.

 6. Qualora ad un assistente venisse affidata qualche momentanea occupazione, per cui non potesse trovarsi nella propria classe, dovrà prima rendere consapevole il Consigliere scolastico, nè si muova dal suo uffizio, finché non sia sostituito da un altro.

 7. Nella Chiesa veglino affinchè ciascun allievo abbia il libro delle pratiche di pietà e non altro, e si adoperi per sostenere il canto religioso, impedendo nei giovani le grida smodate, che sogliono disturbare invece di conciliare divozione. Accorgendosi che in chiesa manchi qualcuno della sua classe, ne dia tosto avviso al Catechista o Consigliere scolastico appena terminate le funzioni.

 8. Perchè la relazione settimanale riesca esatta si prenda memoria dei difetti conosciuti e delle osservazioni che gli venissero fatte a carico di ciascuno.

 9. Per qualsiasi caso, in assenza del Consigliere scolastico, comunicherà i suoi riflessi al Prefetto.

CAPO IX.Dell’assistente dei laboratori.

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 1. L’assistente dei laboratori è incaricato di vegliare sulla moralità, sull’impiego del tempo, e su tutto quello che può tornare vantaggioso allo Stabilimento.

 2. Si trovi al tempo dell’entrata e dell’uscita dei giovani dal laboratorio per impedire i disordini, che potrebbero in quei momenti accadere, e per notare chi ritarda ed intervenirvi. Mancandovi alcuno, avviserà il Prefetto od il Catechista degli artigiani per gli opportuni provvedimenti.

 3. Veglierà attentamente sulla condotta morale degli allievi, sulla loro assiduità e diligenza, ed in fine d’ogni settimana, udito il parere del maestro d’arte, darà al Prefetto od al Catechista nota della condotta de’ suoi allievi, secondo cui si stabilirà ricompensa o biasimo meritato.

 4. Egli è strettamente obbligato d’impedire ogni sorta di cattivi discorsi, e conosciuto qualcheduno colpevole dovrà darne immediatamente avviso al Superiore. Sarà utile all’assistente trattenersi coi giovani, specialmente coi più avanzati nell’arte, per intendere i guasti ed i disordini che sogliono avvenire e che si possono evitare.

 5. Per quanto può non uscirà mai dal laboratorio. Qualora dovesse momentaneamente allontanarsi ne prevenga il maestro d’arte.

 6. L’assistente (se ciò non fu fatto nell’ufficio dei laboratori) noterà il lavoro affidato al laboratorio colla data, prezzo convenuto, nome, dimora di chi lo porta o lo manda, colle altre necessarie indicazioni; e se occorrono convenzioni, faccia i patti chiari e per quanto è possibile per iscritto. Esso poi registri riferendo le parole testuali dei committenti. Sarà conveniente conservar le lettere e gli scritti analoghi.

 7. Noterà pure il giorno in cui il lavoro viene restituito e se è pagato o no, ma non farà cassa particolare. Perciò consegnerà il danaro al Prefetto od all’Economo, cui farà ricorso qualora ne avesse bisogno.

 8. Nessun lavoro potrà essere eseguito senza previa licenza del Prefetto o dell’Economo.

 9. Dovendosi provvedere oggetti o materiali necessari, l’assistente ne avviserà il Prefetto od il Capo d’uffizio dei laboratori, perchè dia gli ordini opportuni allo spenditore. Egli intanto tenga sotto chiave gli oggetti di maggior valore e che potrebbero andar soggetti ad indebite sottrazioni. Abbia altresì l’occhio alla consumazione del materiale del proprio laboratorio.

 10. Quando si dovessero fare provviste di cui lo spenditore o l’assistente non fossero pratici, condurranno seco il maestro d’arte o qualchedun altro, provvedendo però prima all’assistenza dèi giovani.

 11. Qualora debba far esso nota dei lavori e delle provviste, dovrà tenere i suoi registri in modo da potere ogni anno presentare al Prefetto un quadro comparativo delle uscite e delle entrate, del materiale consumato e degli utensili guastati o resi altrimenti in

 servibili, e di darne conto ai Superiori in qualunque occasione ne fossero richiesti.

 12. D’accordo col maestro d’arte si tenga informato dei perfezionamenti arrecati all’arte, dei prezzi correnti, del lavoro che sogliono gli operai eseguire in un determinato periodo di tempo.

Capo X. Assistenti o capi di dormitorio.

 1. In ogni dormitorio vi è un capo ed un vicecapo, i quali sono obbligati a render conto di quanto avvenisse contro la moralità e contro la disciplina del dormitorio a lui affidato.

 2. Egli deve precedere gli altri col suo buon esempio, e mostrarsi in ogni caso giusto, esatto, pieno di carità e di timor di Dio.

 3. L’assistente è tenuto a correggere i difetti de’ suoi allievi, può minacciare punizioni, ma l’applicazione di esse è riservata al Prefetto od al Direttore. Alla sera prima di coricarsi visiti il dormitorio, ed accorgendosi che manchi un allievo ne dia tosto avviso al Prefetto.

 4. Insista che la sera, dette le orazioni, in dormitorio si osservi rigoroso silenzio fino alla mattina dopo Messa. Dato il segno della levata sia puntuale a levarsi, e, finché non siano usciti tutti gli altri, non esca di dormitorio.

 5. Vegli attentissimamente per impedire ogni sorta di cattivo discorso, ogni parola, gesto o tratto od anche facezia contraria alla virtù della modestia. S. Paolo vuole che tali cose siano in nessuna maniera nominate tra i cristiani. Impudicitia nec nominetur in vobis. Venendo a scoprire alcune di tali mancanze è gravemente obbligato di darne immediatamente avviso al Direttore.           ,

 6. Egli è pure incaricato di vegliare sulla pulizia della persona, del letto e degli abiti dei giovani a lui affidati.

 7. Ogni qual volta i giovani debbano recarsi in dormitorio l’assistente deve essere il primo ad intervenirvi, l’ultimo a uscirne e mostrarsi a tutti modello di buon esempio. Praebe te ipsum exemplum bonorum operum (S. Paolo).

 NB. Se qualche allievo cadesse infermo, l’assistente l’accompagni in infermeria, o ne dia avviso al Prefetto od al Catechista. Per quanto si può non lasci alpun giovane solo in dormitorio.

CAPO XI. Dispensiere.

 1. Il Dispensiere è incaricato di tutte le piccole

 somministrazioni che occorrono agli studenti ed agli artigiani, in libri, quaderni ed altri oggetti di cancelleria.  _?

 2. Formerà un catalogo dei giovani, che prendono o in tutto o in parte le somministrazioni nella Casa e noterà qualità, valore dell’oggetto, nome, cognome dell’allievo, e farà almeno ogni mese addizione di quanto importa la spesa di ciascuno.

 3. Sotto la responsabilità e cura del Prefetto terrà nota delle mance degli artigiani, e secondo il merito ne darà non più della metà. Il resto si conserverà a loro favore. Tenendosi cattiva condotta, la mancia sarà ridotta secondo il demerito. Terrà pur conto dei depositi degli studenti, distribuendone secondo l’ordine del Prefetto.

 4. Farà in modo la sua gestione che possa dar conto almeno complessivo al Prefetto della Casa una volta al mese.

 5. Il Dispensiere dipende interamente dal Prefetto, il quale perciò può modificare le attribuzioni nel modo e nel tempo che egli giudicherà tornare a maggior vantaggio della Casa. Ma non distribuirà alcun oggetto se non secondo le norme stabilite e gli ordini dati dal Prefetto medesimo.

Spenditori.

 1. Dal Direttore saranno scelti uno o due spenditori per fare le spese minute della Casa, della cucina, dei laboratori.

 2. Gli spenditori dipenderanno dal Prefetto o da ehi ne fa le veci nelle loro incombenze tanto interne quanto esterne della Casa.

 3. Essi seguiranno gli ordini preventivamente ricevuti dal Prefetto o da chi ne fa le veci, terranno regolati i registri necessari alla propria gestione, per dar poi conto specificato o complessivo alla fine dell’anno ed ogni volta che ne fossero richiesti.

 4. Lo spenditore farà pure le commissioni di cui verrà incaricato dai propri Superiori.CAPO XII.

Dei Coadiutori.

 1. I Coadiutori o le persone cui si affidano i lavori domestici sono specialmente di tre categorie: Cuochi, Camerieri e Portinai, i quali debbonsi aiutare reciprocamente in tutto quello che è compatibile colle rispettive occupazioni.

 2. Ai Coadiutori è altamente raccomandato di non mai assumersi commissioni estranee ai propri doveri, di non ricever mancie da chicchessia, e nemmeno di trattare negozi o contratti che non riguardano la Casa. Occorrendo loro qualche affare personale, ne parlino col Prefetto.

 3. Abbiano fedeltà anche nelle piccole cose. Guai a chi comincia a fare piccoli furti nella compra, vendita o altrimenti. Senza che se ne accorga egli è condotto ad essere un ladro.

 4. Sobrietà nel mangiare e soprattutto nel bere. Chi non sa comandare alla gola è un servo inutile.

 5. Non contrarre familiarità coi giovani della Casa; rispetto e carità con tutti nelle cose che riguardano i loro doveri, senza usare con loro confidenza, peggio ancora contrarre amicizia particolare.

 6. Si accostino non meno di una volta al mese e-m divozione alla santa Confessione e Comunione, e ciò facciano nella propria Chiesa o proprio Oratorio, affinchè la loro cristiana condotta sia conosciuta dai giovani della Casa, e serva loro di buon esempio.

 7. I coadiutori che appartengono alla Congregazione Salesiana devono tenersi alle pratiche di pietà stabilite dalle loro regole.

 8. Nessuno si rifiuti ai lavori bassi; e ritengano che Dio domanda conto dell’adempimento dei doveri del proprio stato, e non se abbiamo coperto un impiego od una carica luminosa: colui che è occupato eziandio nei bassi uffizi, egli ha la medesima ricompensa in Cielo, che ha colui il quale consuma la sua vita in luminose e pubbliche cariche. Siccome poi vi sono doveri speciali di ciascuno, così verrà qui fatta breve divisione di quanto a ciascuno si riferisce.

Capo XIII. Del cuoco e degli aiutanti della cucina.

 1. Il cuoco o capo della cucina deve procurare che il vitto sia sano, economico ed apparecchiato all’ora stabilita. Ogni ritardo cagiona disagio nella comunità.

 2. Al cuoco incombe di procurare che vi sia grande nettezza nella cucina, e che niuna qualità di cibo abbia a guastarsi. Avrà pur cura che non si tengano lumi accesi dove e quando non ve n’è bisogno.

 3. Qualsiasi parte di commestibili, di frutta, pietanza o bevanda che sopravanzi, la metta in serbo e non ne disponga se non nel modo stabilito col Superiore.

 4. Deve rigorosamente proibire l’ingresso in cucina ai giovani e a qualunque persona della Casa, a meno che vi siano ivi addetti a qualche lavoro o debbano compiere qualche ordine superiore:

 5. Secondo il bisogno delle varie Case, egli avrà in suo aiuto altre persone pei lavori di cucina, per la cantina e per i refettori, le quali tutte avranno gran cura della nettezza dei siti di loro occupazione, delie tavole e delle stoviglie, procurando pur la necessaria ventilazione.

 6. Nelle distribuzioni di commestibili si ricordino che essi sono soltanto dispensatori e non padroni, perciò si regolino secondo le norme e gli ordini dei Superiori.

 7. Occorrendo riparazioni o provviste da farsi ne diano avviso al Prefetto od all’Economo..

 8. Terminati i propri lavori, si occuperanno in altri uffizi domestici, ma non istaranno mai in ozio.

 9. Il cuoco o capo della cucina dovrà vegliare sopra tutte le persone a lui subordinate, e qualora scorga qualche disordine, ricorra subito al Prefetto o a chi ne fa le veci.

CAPO XIV. Dei camerieri.

 1. È cura dei camerieri assettare e tener pulite le camere, i dormitori, le scuole, le scale, i corridoi, i portici, i cortili ecc., ed aver gran cura dei letti, pagliericci, biancherie e vestiari.

 2. Se trovano oggetti di biancheria, di vestiario e simili li consegnino a chi di ragione, al proprio padrone o all’assistente od al Prefetto. Anzi finita la ricreazione, un cameriere osservi se vi sono oggetti in abbandono, e li porti al Prefetto.

 3. Daranno pure avviso al Prefetto dei guasti od inconvenienti che incontrano nella casa.

 4. Procureranno di mantenere nei dormitori e nelle camere la necessaria ventilazione, avvertendo di chiudere le finestre a tempo e luogo, specialmente in occasione d’intemperie.

 5. Lungo il giorno, se avranno tempo libero, si metteranno a disposizione del Prefetto, da cui devono essere fissate le rispettive occupazioni.

 6. Quelli che sono destinati alla cura dei letti, biancherie e vestiari, avranno gran sollecitudine che si tengano ben distinti con numeri od altri segni gli oggetti appartenenti agli uni da quelli che appartengono agli altri.

 7. Procurino che a tempo debito abbia luogo il bucato, e si eseguiscano le riparazioni necessarie per le biancherie e per gli abiti.

 8. A tempo debito faranno parimenti la distribuzione di quanto occorre a ciascuno pel letto e per la persona, e raccoglieranno la biancheria sudicia, osservando che niente manchi di ciò che si deve ritirare.

 9. Allontanandosi qualcuno della Casa, un cameriere abbia tosto cura di ritirare gli oggetti e di custodirli diligentemente, tenendo nota ordinata dei bauli, casse, materassi ecc.

 10. L’ordine e la diligenza nel conservare e risarcire ciò che vien loro affidato riesce di gran vantaggio alla Comunità.

CAPO XV Del portinaio.

 1. È strettissimo dovere del portinaio il trovarsi sempre in portineria, ricevere urbanamente chiunque SJ presenti. Quando deve recarsi altrove per compiere i suoi doveri religiosi, prender cibo o per altro ragionevole motivo, egli si farà supplire da un compagno stabilito dal Superiore.

 2. Non introdurrà mai persona in Casa senza saputa dei Superiori, indirizzando al Prefetto quelli che hanno affari riguardanti i giovani della Casa; e secondo le norme, che gli saranno date dai Superiori, indirizzerà al Direttore chi cerca direttamente di lui. Non ammetta alcuno all’udienza dei Superiori se non nelle ore che gli verranno indicate.

 3. Non permetterà mai ad alcuno l’uscita se non è munito del rispettivo biglietto, in cui sia notata l’ora di uscita e di ritorno, eccetto le persone che fossero date appositamente in nota dal Superiore.

 4. Qualunque lettera o pacco indirizzato ai giovani

 o ad altri della Casa, prima che sia portato a desti- ( naziofte sarà presentato in sè od in nota al Prefetto, il quale potrà visitarlo o farlo visitare.

 5. Alla sera avrà cura di chiudere tutti gli usci, che mettono fuori dello Stabilimento.

 6. Sarà eziandio cura del portinaio dare i segnali dell’orario nel modo e nell’ora indicata dal Superiore.

 7. È proibito di vendere o di comprare commestibili, ritenere danaro ed altre cose presso di sè per compiacere ai giovani od ai parenti, come pure è proibito di ricevere mancie da chicchessia.

 8. Procuri la quiete, studi d’impedire le grida, gli schiamazzi ed ogni altra cosa che possa cagionar disturbo alle sacre funzioni, alle scuole, allo studio e al lavoro.

 9. Riceva, se occorre, le chiavi dei dormitori, delle scuole, dei laboratori ed altre, e non le renda se non a chi è incaricato dell’Uffizio per cui quelle sono necessarie. ,               ,               m

 10. Dia permesso di parlare ai giovani nei giorni e nelle ore stabilite dai Superiori. Badi che i parenti o conoscenti non parlino ai giovani fuori del parlatorio, e non chiami alcuno in parlatorio se non secondo le intelligenze avute coi Superiori. Qualora occorra, gli si assegnerà qualcuno in aiuto per chiamare gli allievi.

 11. Sopra un repertorio noterà le commissioni, ma sia nel riceverle sia nel farle, usi sempre maniere dolci ed affabili, pensando che la mansuetudine e l’affabilità sono le qualità caratteristiche di un buon portinaio.

 12. Noti eziandio in appositi registri gli oggetti, che vengono affidati alla sua custodia sia in arrivo, sia in partenza, e qualora sia d’uopo, facciasi rilasciare ricevuta prima di consegnarli. Non lasci uscir nulla senza il permesso dei Superiori.

 13. Dia nota ai Superiori di chi uscisse senza permesso, o si fermasse fuori oltre il tempo assegnatogli. Intanto abbia cura di evitare l’ozio, occupando il tempo libero nel modo che gli verrà indicato.

Capo XV I. Del teatrino.

 Il teatrino, fatto secondo le regole della morale cristiana, può tornare di grande vantaggio alla gioventù, quando non miri ad altro, se non a rallegrare, educare e istruire i giovani più che si può moralmente. Affinchè si possa ottenere questo fine è d’uopo stabilire:

 1. Che la materia sia adattata.

 2. Si escludano quelle cose che possono ingenerare cattive abitudini.

Materia adattata.

 1. La materia deve essere adattata agli uditori, cioè servire di istruzione e di ricreazione agli allievi senza badare agli esterni. Gl’invitati e gli amici che sogliono intervenire, saranno soddisfatti e contenti, se vedono che il trattenimento torni utile ai convittori, e sia proporzionato alla loro intelligenza. Ciò posto si devono escludere le tragedie, i drammi, le commedie ed anche le farse, in cui viene vivamente rappresentato un carattere crudele, vendicativo, immorale, sebbene nello svolgimento dell’azione si abbia di mira di correggerlo e di emendarlo.

 2. Si ritenga che i giovanetti ricevono nel loro cuore le impressioni di cose vivamente rappresentate, e difficilmente si riesce di farle dimenticare con ragioni o con fatti opposti. I duelli, i colpi di fucile, di pistola, le minacce violente, gli atti atroci, non facciano mai parte del teatrino. Non sia mai nominato il nome di Dio, a meno che ciò avvenga a modo di preghiera o di ammaestramento: tanto meno si proferiscano bestemmie od imprecazioni ad oggetto di farne di poi la correzione. Si evitino pure quei vocaboli che detti altrove, sarebbero giudicati incivili o troppo plateali.

 3. Sia dominante la declamazione di brani scelti da buoni autori, la poesia, la prosa, le favole, la storia, le cose facete, ridicole quanto si vuole, purché non immorali; la musica vocale o istrumentale, le parti obbligate ed a solo, duetti, terzetti, quartetti, cori, siano scelti in modo che possano ricreare, promuovere ad un tempo l’educazione ed il buon costume.

Cose da escludersi.

 Tra le cose da escludersi devonsi annoverare gli abiti interamente teatrali.

 1. Si limiti l’abbigliamento alla trasformazione dei propri abiti, o a quelli che già esistono nelle rispettive Case, o che fossero da taluni regalati. Gli abiti troppo eleganti lusingano l’amor proprio degli attori, ed eccitano i giovanetti a recarsi nei pubblici teatri per appagare la loro curiosità.

 2. Altra sorgente di disordine sono le bibite, i confetti, i commestibili, colazioni, merende, che talvolta si distribuiscono agli attori o a quelli che si occupano degli apparecchi materiali.

 3. L’esperienza ha fatto persuasi, che queste eccezioni generano vanagloria e superbia in coloro, cui sono usate; invidia ed umiliazione nei compagni che non ne partecipano. A questi si aggiungono altri più gravi motivi, per cui si crede opportuno di stabilire, che non siano usate particolarità agli attori, e vadano alla mensa ed al trattamento comune. Essi devono essere contenti di prendere parte alla comune ricreazione, o come attori o come spettatori. Il permettere poi d’imparare la musica di canto, di suono, di esercitarsi a declamare e simili, deve .già reputarsi sufficiente soddisfazione. Se poi alcuno si fosse guadagnato un premio speciale, i Superiori hanno molti mezzi per rimeritarlo condegnamente.

 4. Pertanto la scelta della materia, la moderazione negli abiti, la esclusione delle cose soprammentovate, sono la garanzia della moralità del teatrino.

 5. I Direttori poi veglino attentamente, che siano osservate le regole stabilite a parte pel teatrino, e si ricordino, che questo deve servire di sollievo e di educazione pei giovani, che la Divina Provvidenza invia alle nostre Case.

 6. Ogni Direttore pertanto e gli altri Superiori sono invitati a mandare all’Ispettore o Provinciale i componimenti drammatici, che possono rappresentarsi secondo le regole sovraesposte. Esso raccoglierà tutte le rappresentazioni già conosciute, esaminerà quelle che gli fossero deferite e le conserverà se sono adatte, e ne farà le debite correzioni.

Doveri del capo del teatrino.

 1. È stabilito un Capo del teatrino, che deve tener informato volta per volta il Direttore della Casa, di ciò che si vuol rappresentare, del giorno da stabilirsi, e convenir col medesimo sia nella scelta delle recite, sia dei giovani che devono andar in scena.

 2. Tra i giovani da destinarsi a recitare si preferiscano i più buoni di condotta, che, per comune incoraggiamento, di quando in quando saranno surrogati da altri compagni.

 3. Quelli che sono già occupati nel canto o nel suono procurino di tenersi estranei alla recitazione: potranno però declamare qualche brano di poesia o d’altro negli intervalli.

 4. Per quanto è possibile siano lasciati liberi dalla recita i Capi d’arte.

 5. Procuri che le composizioni siano amene, ed atte a ricreare e divertire, ma sempre istruttive, morali e brevi. La troppa lunghezza, oltre al maggior disturbo nelle prove, generalmente stanca gli uditori, e fa perdere il pregio della rappresentazione, e cagiona noia anche nelle cose stimabili.

 6. Il Capo si trovi sempre presente alle prove, e quando si fanno di sera, non siano protratte oltre alle 10. Non permetta che assistano alle prove quelli che non sono a parte della recita. Finite le prove, invigili, che, in silenzio, ciascuno vada a riposo senza trattenersi in chiacchiere, che sono per lo più dannose, e cagionano disturbo a quelli che già fossero in riposo.

 7. Il Capo abbia cura di far preparare il palco nel giorno prima della recita, in modo che non abbiasi a lavorare nel giorno festivo.

8. Sia rigoroso nell’adottare vestiari decenti.

 9. Ad ogni trattenimento vada inteso coi Capi del suono e del canto, intorno ai pezzi da eseguirsi in musica.

 10. Senza giusto motivo non permetta a chicchessia l’entrata sul palco, meno ancora nel camerino degli attori e su questi invigili che, durante la recita, non si trattengano qua e là in colloqui particolari. Invigili pure che sia osservata la maggior decenza possibile.

 11. Disponga in modo che il teatro non disturbi l’orario solito; occorrendo la necessità di cambiare, ne parli prima col Superiore della Casa.

 12. Nell’apparecchiare e sparecchiare il palco impedisca per quanto è possibile le rotture, i guasti nei vestiari e negli attrezzi del teatrino.

 13. Non potendo il Capo disimpegnare da sè solo, quanto prescrive questo regolamento, gli sarà sta- bilito un aiutante, che è il così detto Suggeritore.

 14. Raccomandi agli attori un portamento di voce non affettato, pronunzia chiara, gesto disinvolto, deciso; ciò si otterrà facilmente se studieranno bene le parti.

 15. Si ritenga che il bello e la specialità dei nostri teatrini consiste nell’abbreviare gli intervalli tra un atto e l’altro, e nella declamazione di composizioni preparate o ricavate da buoni autori.

 NB. In caso di bisogno il Capo potrebbe affidare ad un maestro fra gli studenti, ad un assistente fra gli artigiani, che esercitassero i loro allievi a studiare e declamare qualche farsa o piccolo dramma.

Capo XVII. Regolamento per l’infermeria.

 ì. Ogni allievo della Casa che sentasi qualche .male, si presenti dal Catechista, o in sua assenza dal Prefetto, per avere il permesso d’entrare e fermarsi, se occorre, nell’infermeria.

 2. Per tutto il tempo della cura si deve stare all’obbedienza del Catechista, rappresentato da un assistente o dall’infermiere, uno dei quali procuri di trovarsi sempre nell’infermeria.

 3. I convalescenti non devono uscire dall’infermeria senza permesso, nè avere alcuna relazione cogli estranei non malati. Chi trasgredisce questa regola resta considerato come ristabilito, e dovrà quindi riprendere la vita comune e le ordinarie sue occupazioni.

 4. Il giocare o fare schiamazzo non è cosa da malato. Perciò nell’infermeria si deve sempre osservare il silenzio, eccettuato il tempo stabilito per la ricreazione ai convalescenti e leggermente indisposti, ma tra di loro e in luogo apposito. Essi non possono liberamente entrare nella camera degli infermi più gravisenza permesso,, che non si dà, se non in caso di assoluto bisogno.

5. L’infermiere non permetta mai che altri si trattenga vicino al letto dei malati, se non per compiere qualche caritatevole officio, a cui egli stesso non potesse attendere.

 6. Sarà cura dell’infermiere di far visitare dal Dottore i malati, che gli vengono consegnati, al più presto che si possa: è bene che a tal visita sia presente il Catechista o chi ne fa le veci.

 7. Ogni ammalato, appena si accorge che la malattia è un po’ grave, chiami esso stesso di ricevere i Sacramenti, al che dovranno pur badare attentamente il Catechista o l’infermiere. Il possedere la grazia di Dio è il più gran conforto che possa avere chi soffre.

 8. L’assistente procuri che i convalescenti e quelli

che hanno soltanto qualche incomodo, non passino il tempo in ozio, padre di tutti i vizi; secondo la loro condizione, potranno occuparsi in letture amene, studiare il Catechismo, aiutare a tener pulita i’infermeria, e cose simili.      ´               .

 9. Quando il medico o l’infermiere dichiara che qualcuno è ristabilito, questi cessi immediatamente di frequentare l’infermeria, ma si presenti al Catechista o al Prefetto per essere occupato.

 10. È vietato d’introdurre o far uso di cibi diversi da quelli che vengono somministrati nell’infermeria, o suggeriti in particolar modo dal medico. Non si tocchi niente di ciò che si trova nell’infermeria senza licenza.

 11. È poi rigorosamente proibito ogni sorta di cattivi discorsi. Chi venisse a conoscere qualche compagno colpevole di simili scandali, è gravemente obbligato a farne relazione ai Superiori.

 12. Chi desidera entrar nell’infermeria, per visitare qualche infermo, si munisca del permesso del Catechista o del Prefetto.

 13. Assistente ed infermiere facciano sì che questo regolamento sia caritatevolmente eseguito a maggior gloria di Dio.

 14. La pazienza è necessaria agli ammalati e a chi ne ha cura. Patientia vobis est necessaria, dice l’Apostolo. E nella pazienza possederete le vostre anime: In patientia vestra possidebitis animas nestras.

 NB. L’infermiere presenti ogni due giorni al Catechista o al Prefetto la nota di quelli che si fermano a mangiare nell’infermeria.

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PARTE SECONDA

REGOLAMENTO PER LE CASE (Per gli Allievi)

CAPO I. Scopo delle case della Congregazione di s. Francesco di Sales.

 Scopo generale delle Case della Congregazione è soccorrere, beneficare il prossimo, specialmente coll’educazione della gioventù allevandola itegli anni più pericolosi, istruendola nelle scienze e nelle arti, ed avviandola alla pratica della Religione e della virtù.

 La Congregazione non si rifiuta per qualsiasi ceto di persone, ma preferisce di occuparsi del ceto medio e della classe povera, come quelli che maggiormente abbisognano di soccorso e di assistenza.

 Fra i giovanetti delle Città e paesi, non pochi fanciulli trovansi in condizione tale da rendere inutile ogni mezzo morale senza soccorso materiale. Alcuni già alquanto inoltrati, orfani e privi dell’assistenza, perchè i genitori non possono e non vogliono curarsi di loro, senza professione, senza istruzione, sono esposti ai pericoli di un tristo avvenire, se non trovano chi li accolga, li avvii al lavoro, all’ordine, alla religione. Per tali giovani la Congregazione di s. Francesco di Sales apre ospizi, oratori, scuole, specialmente nei centri più popolati, dove maggiore suol essere il bisogno. Siccome poi non si possono ricevere tutti quelli cbe si presentano, così è mestieri stabilire alcune regole che servano a limitare l’accettazione a coloro, le cui circostanze li fanno preferire.

Capo II Dell’accettazione.

 1. Ogni collegio avrà un programma od un prospetto, in cui saranno notate le condizioni di accettazione secondo la classe delle persone a cui sarà destinato; e per accogliere i giovani in un collegio, si dovrà osservare se si verificano in essi tali condizioni.

 2. Per tutti si esigeranno gli attestati di età, di vaccinazione o di sofferto vaiuolo, e dello stato di salute. Alla mancanza del certificato di sanità si potrà supplire colla visita del medico. Si avrà specialmente riguardo a non ammettere fra giovani sani e ben disposti quelli, che fossero affetti da mali schifosi, e attaccaticci, o da deformità, che li rendano inabili al lavoro, ed alle regole e consuetudini del Collegio.

 3. Parimenti si baderà a non ammettere dei giovani od altri individui, che per la loro cattiva condotta e massime perverse potessero riuscire d’inciampo a’ propri compagni, perciò si esigerà da ciascuno un certificato di condotta dal proprio parroco, e per regola generale non si ammetteranno nelle nostre case di educazione allievi, che fossero stati espulsi da altri collegi.

 4. Se trattasi di accettazione gratuita, si esigerà un certificato che dimostri, che sono orfani di padre e di madre, poveri ed abbandonati. Se hanno fratelli, zii od altri parenti, che possono averne cura, sono fuori del nostro scopo. Se il postulante possiede qualche cosa, lo porterà seco nella casa e sarà consumata a suo beneficio, perchè non è giusto che goda la carità altrui chi ha qualche cosa del suo,

 5. Nelle nostre case di beneficenza saranno di preferenza accettati quelli che frequentano i nostri oratori festivi, perchè è della massima importanza il conoscere alquanto l’indole dei giovanetti, prima di riceverli definitivamente nelle case. Ogni giovane ricevuto nelle nostre case, dovrà considerare i suoi compagni come fratelli, e i Superiori come quelli che tengono le veci dei genitori.

 6. Quanto alle persone destinate ai lavori di casa, oltre i certificati sovraccennati, si esigerà da loro una dichiarazione di adattarsi ai regolamenti ed agli ordini dei Superiori in quelle occupazioni ed in quei luoghi che saranno loro assegnati. Per regola generale poi si osserverà che tali persone non siano in età troppo giovanile.

 7. Generalmente parlando, i giovani accettati gratuitamente saranno destinati ai mestieri. Siccome però fra essi se ne incontrano alcuni, cui Dio diede attitudine speciale per lo studio o per un’arte liberale, così le nostre case di beneficenza si offrono in aiuto di questi giovanetti, sebbene non possano pagare nulla o solo una modica pensione. Per tal modo questi giovani potranno rendere fruttuosi a se stessi ed al prossimo quei -, doni che Dio Creatore ha in larga copia loro accordato, e non li lasceranno diventare sterili e fors’anco dannosi, per mancanza di mezzi materiali e di coltura.

 8. Converrà però aver di mira, che tali studi non disturbino il regolamento ed orario della casa, mentre questi studenti devono proporsi di essere modelli di buon esempio ai loro compagni, specialmente nelle pratiche di pietà.

 9. Nessuno però sarà ammesso in tal modo a studiare; 1° se non ha compiuto il corso elementare; 2° se non è dotato di eminente pietà, che per regola generale dovrà essere comprovata da una buona condotta, tenuta almeno per qualche tempo nelle nostre case; 3° lo studio sarà il corso classico o ginnasiale, che si estende dalla prima ginnasiale alla Filosofia esclusivamente.

 10. Gli studenti saranno tenuti a prestarsi a qualsiasi servizio di casa, come sarebbe servire a tavola, fare il catechismo, e simili.

CAPO III. Della pietà.

 1. Ricordatevi, o giovani, che noi siamo creati per amare e servir Dio nostro Creatore, e che nulla ci gioverebbe tutta la scienza e tutte le ricchezze del mondo senza timor di Dio. Da questo santo timore dipende ogni nostro bene temporale ed eterno.

 2. A mantenersi nel timor di Dio gioveranno l’orazione, i SS. Sacramenti e la parola di Dio. 5. L’orazione sia frequente e fervorosa ma non mai di mala voglia, e con disturbo dei compagni; è meglio non pregare che pregare malamente. Per prima cosa al mattino appena svegliati fate il segno della santa Croce e sollevate la mente a Dio con qualche orazione giaculatoria.

 4. Eleggetevi un confessore stabile, a lui aprite ogni segretezza del vostro cuore ogni otto o quindici giorni od almeno una volta al mese, siccome dice il Catechismo romano; una volta al mese, si farà da tutti l’esercizio della buona morte, preparandovisi con qual, che sermoncino od altro esercizio di pietà.

 5. Assistete divotamente alla s. Messa, e non dimenticate di fare ogni giorno, o di ascoltare un poco di lettura spirituale.

 6; Ascoltate con attenzione le prediche e le altre istruzioni morali. Badate di non dormire, tossire o fare altro qualsiasi rumore durante le medesime. Non partite mai dalle prediche senza portare con voi qualche massima da praticare durante le vostre occupazioni, e date molta importanza allo studio della religione e del catechismo.

 7. Datevi da giovani alla virtù, perchè l’aspettare à darsi a Dio in età avanzata è porsi in gravissimo pericolo di andare eternamente perduto. Le virtù che formano il più bel ornamento di un giovane cristiano sono: la modestia, l’umiltà, l’ubbidienza e la carità.

 8. Abbiate una speciale divozione al Ss. Sacramento, alla B. Vergine, a s. Francesco di Sales, a s. Luigi Gonzaga, a s. Giuseppe che sono i protettori speciali d’ogni casa.

 9. Non abbracciate mai alcuna nuova divozione se non con licenza del vostro Confessore, e ricordatevi diquanto diceva s. Filippo Neri a’ suoi figli: Non vi caricate di troppe devozioni, ma siate perseveranti in quelle che avete preso.

CAPO IV. Contegno in chiesa.

 La chiesa, o cari figliuoli, è casa di Dio, è luogo di orazione;

 1. Ogni qualvolta entrate in qualche chiesa, prendete prima l’acqua benedetta e, fattovi il segno di santa croce, fate inchino all’altare se vi è solamente la croce o qualche immagine; piegate un ginocchio ov’è il Ss. Sacramento nel tabernacolo, fate genuflessione con ambo le ginocchia se il Ss. Sacramento sta esposto. Ma badate bene a non fare strepito, non ciarlare nè ridere. In chiesa o non andare o stare col debito rispetto. La chiesa è casa di Dio, casa di preghiera, di divozione e non di conversazione o di dissipazione.

 2. Non fermatevi alla soglia della chiesa; non avvenga mai che v’inginocchiate con un sol ginocchio, appoggiandovi sgarbatamente col gomito sull’altro; non sedetevi sulle calcagna, come fanno i cagnolini, nemmeno sdraiatevi contro il sedile, facendo arco della persona: camminando in chiesa, non cagionate mai calpestìo in modo da recar disturbo a chi raccolto prega. Ricordatevi poi che è mal costume, appena entrati in chiesa, trattenersi a mirare le persone, gli oggetti o i capolavori che sono in essa, prima di fare un atto di adorazione a Dio, come pure è mal fatto lo stare in piedi al tempo della Messa, appena piegando il ginocchio al tempo dell’elevazione, come in alcuni paesi suole avvenire.

 3. Durante le sacre funzioni astenetevi, per quanto potete, di sbadigliare, dormire, volgervi qua e là, chiacchierare ed uscire di´ Chiesa. Questi difetti mostrano poco desiderio delle cose di Dio, e per lo più danno grave disturbo cd anche scandalo ai compagni.

 4. Andando al vostro posto abbiate cura di non smuovere i banchi o le sedie nè farle scricchiolare movendovi ad ogni tratto. Non sputate mai sul pavimento, perchè tal cosa è sconV enevole e mette in pericolo d’imbrattarsi chi presso voi si inginocchiasse.

 5. Siate raccolti anche nell’uscire di chiesa, e non accalcatevi mai alla porta per uscire tra i primi. Aspettate a coprirvi il capo passata la soglia, e badate a non fermarvi, a non far chiasso vicino alla chiesa.

 6. Nel dire le orazioni non alzate troppo la voce, ma nemanco ditele tanto piano da non essere uditi. Le orazioni si. recitino posatamente e non con precipitazione, nè vi sia chi voglia fare più in fretta, terminando mentre altri è ancora a metà.

 7. Cantandosi l’ufficio Divino, osservate le pause assegnate dall’asterisco, e non cominciate il versicolo finché il coro od altra parte abbia terminato. Avvertite di non far dissonanza di voci o gridando a tutta gola, o cantando fuor di tono, o facendo un lungo strascico di voci in fine dei versetti o delle strofe.

 8. Non sia mai che apriate la bocca solo per fare pompa della vostra voce; pensate invece che col canto divoto lodate Iddio, ed alla vostra voce fanno eco gli Angioli del Cielo.

 9. Quando avete la bella fortuna di servire la Messa, attendete anzitutto a quanto dice s. Giovanni Grisostomo: «Intorno al sacro altare, mentre si celebra, assistono i cori, degli angeli con somma divozione e riverenza, sicché il servire il sacerdote in sì alto ministero, è uffizio più angelico che umano ».

 10. Procurate adunque di conoscere con esattezza le cerimonie, facendo bene gl’inchini e le genuflessioni a tempo debito. Dite bene le parole pronunziandole a voce chiara, distinta e divota.

 11. Non tenete mai le mani in saccoccia; guardatevi dal ridere col compagno o voltarvi indietro; solo a tempo debito osservate alla balaustra se vi ha chi desideri comunicarsi.

 12. Andando e tornando dall’altare camminate posatamente; ma procurate che il celebrante non abbia mai, da aspettare.

 13. Andate con buona voglia a confessarvi, nè state mai a girovagare pei corridoi, pei cortili in tempo delle confessioni; procurate di prepararvi bene e di star raccolti.          ´

 14 Non spingete i compagni per passare ad essi davanti; ma aspettate con pazienza il vostro turno, pregando o leggendo qualche libro di voto; ma più che tutto guardatevi dal parlare fosse anche sotto voce.

 15. Nell’atto del confessarvi state nella posizione più comoda al confessore, non obbligando mai lui a star chino o disagiato; nè obbligatelo a farvi delle interrogazioni in principio; ma voi stessi dite subito da quanto tempo non vi siete più confessati, se avete fatta la penitenza e la comunione, e poi farete l’accusa dei peccati.

 16. Nell’accostarvi alla santa comunione non accab catevi per far più presto; non fatevi attendere in fine; chi è piccolo di statura si alzi in piedi.

17. Dopo la santa Comunione fate almeno un quarto d’ora di ringraziamento.

 18. Lungo il giorno prendete la bella abitudine di fare qualclie visita a Gesù Sacramentato. Duri essa anche solo qualche minuto; ma sia quotidiana se vi sarà possibile.

CAPO V. Del lavoro.

 1. L’uomo, miei giovani, è nato per lavorare. Adamo fu collocato nel Paradiso terrestre affinchè lo coltivasse. L’Apostolo s. Paolo dice: è indegno di mangiare chi non vuole lavorare; si qiiis non mi It operar i nec manducet.

 2. Per lavoro s’intende l’adempimento dei doveri del proprio stato, sia di studio, sia di arte o mestiere.

 3. Mediante il lavoro potete rendervi benemeriti della Società, della Religione, e far bene all’anima vostra, specialmente se offerite a Dio le quotidiane vostre occupazioni.

 4. Tra le vostre occupazioni preferite sempre quelle che sono comandate dai vostri Superiori o prescritte dall’ubbidienza, tenendo fermo di non mai omettere alcuna vostra obbligazione, per intraprendere cose non comandate.

 5. Se sapete qualche cosa datene gloria a Dio, che è autore d’ogni bene, ma non insuperbitevi, perciocché la superbia è un verme che rode e fa perdere il merito di tutte le vostre opere buone.

 6. Ricordatevi che la vostra età è la primavera della vita. Chi non si abitua al lavoro in tempo di gioventù.per lo più sarà sempre un poltrone sino alla vecchiaia, con disonore della patria e dei parenti, e forse con danno irreparabile dell’anima propria.

 7. Chi è obbligato a lavorare e non lavora fa un furto a Dio ed a’ suoi Superiori. Gli oziosi in fine della vita proveranno grandissimo rimorso pel tempo perduto.

 8. Cominciate sempre il lavoro, lo studio e la scuola con l’Actiones, e coll’Ave Maria, finite con l’Agimus. Ditele bene queste piccole preghiere, affinchè il Signore voglia esso guidare i vostri lavori ed i vostri studi; e possiate lucrare le indulgenze concesse dai Sommi Pontefici a chi compie queste pratiche di pietà.

 9. Al mattino prima di cominciare il lavoro, a mezzodì ed alla sera, finite le vostre occupazioni, dite l’Angelus Domini, aggiungendovi alla sera il De profundis in suffragio delle anime dei fedeli defunti, ditelo sempre stando inginocchiati, eccetto il sabato a sera e alla domenica, in cui lo direte stando in piedi. Il Regina coeli si dice nel tempo pasquale stando in piedi.

CAPO VI.Contegno nella scuola e nello studio.

 1. Dopo la pietà è massimamente commendevole lo

studio. Perciò la prima occupazione deve consistere nel fare il lavoro d’obbligo e studiare la lezione; solamente finito questo, potrete leggere qualche buon libro.

 2. Abbiatevi molta cura dei libri, quaderni e quanto vi appartiene; procurate di non fare sgorbi sopra di essi, nè guastarli come che sia. Non prendete mai né libri, nè carta, nè quaderni altrui. Occorrendovi bisogno di qualche cosa, chiedetela in modo garbato al compagno vicino. Non gettate carta sotto le tavole o sotto i banchi.

 3. Nella scuola alzatevi in piedi all’arrivo del professore o maestro; e, se tarda a venire, non fate rumare, ma attendetelo seduti silenziosamente ripetendo la lezione o leggendo qualche buon libro.

 4. Procurate di non arrivare mai troppo tardi alla scuola. Nello studio e nella scuola deponete il berretto, il pastrano ed il cravattone se l’avete.

 5. Occorrendo di dover mancare di scuola o da studio, per qualunque motivo, rendetene avvisato il maestro preventivamente; e non potendolo per voi stessi, almeno per mezzo di un compagno. Tornando altra volta a scuola prima d’andare a posto, date ragione della vostra assenza al maestro.

 6. Durante la spiegazione, evitate la brutta usanza di bisbigliare, delineare figure sul libro, far pallottole di carta, tagliuzzare il banco, far segni smodati d’ammirazione per le cose che udite, e peggio dimostrare disgusto, o noia della spiegazione stessa.

 7. Non interrompete mai la spiegazione con interrogazioni importune, e se venite interrogati, alzatevi prontamente in piedi e rispondete senza precipitazione e senza far aspettare.

 8. Ripresi di qualche fallo non rispondete mai arrogantemente, aveste pure mille ragioni; mostratevi umiliati sì, ma contenti d’essere stati avvisati. Nè siate mai di color che s’impennano, gettano a terra il libro, posano la testa sul banco, atti tutti che indicano superbia e mala creanza. ´

 9. Non burlate mai chi sbaglia, o non pronunzia bene le parole o le doppie a suo luogo. È pure contro !a carità prendersi gioco de’ compagni che fossero più indietro nella scuola.

 10. Il fare sgorbi sulla lavagna, lo scrivervi parole che possono offendere o mettere in ridicolo qualcuno, lo sporcare le pareti della scuola o le carte geografiche od altro, il versare l’inchiostro o spruzzare comechessia con quello il vestito altrui, sono tutte cose da cui dovete guardarvi assolutamente.

 11. I lavori siano fatti con grande attenzione, le pagine siano ben pulite, bene scritte, non frastagliate alle estremità e sempre con un poco di margine.

 12. Rispettate i maestri, o siano di vostra classe o siano della classe altrui. Prestate speciale ossequio a quelli che v’insegnavano negli anni andati. La riconoscenza verso chi vi beneficò è una delle virtù che più ornano il cuore d’un giovane.

 13. L’orario dello studio varia secondo l’orario delle scuole, ma tutti sono tenuti ad uniformarvisi.

 14. Lo studio s’incomincia con la recita dell´Actiones e dell’Ave Maria, e si finisce coll’Agimus ed altra Ave Maria.

 15. Cominciato lo studio, non è più lecito di parlare, pigliare o dare imprestito, non ostante qualsiasi bisogno. Si eviti eziandio di fare rumore colla carta, coi libri, coi piedi e col lasciar cadere qualsiasi cosa. Occorrendo qualche vera necessità, se ne darà cenno all’assistente, e si farà ogni cosa col minimo disturbo.

 16. Niuno si muova o faccia strepito finché il campanello non. abbia dato il segno del termine.

 17. Nello studio vi sarà un assistente, il quale è responsabile della condotta che ciascuno tiene, tanto nella diligenza ad intervenire quanto nell’applicazione. In ogni banco dello studio sta un decurione ed un vicedecurione in aiuto all’assistente.

 18. Ogni domenica a sera vi sarà una conferenza per gli studenti, in cui il Consigliere scolastico o chi ne fa le veci, leggerà i voti di ciascuno con qualche paterno riflesso, che serva di eccitamento agli allievi ad avanzarsi nello studio e nella pietà.

 19. Chi non è assiduo allo studio, oppure reca disturbo quando vi si trova, sarà avvisato; che, se non si emenda, sarà tosto destinato ad altre occupazioni o mandato ai propri parenti.

 20. Per contribuire all’esatta occupazione, ed anche perchè nella Casa vi sia un posto, ove possa ognuno tranquillamente leggere e scrivere senza disturbo, nello studio si dovrà osservare da tutti rigoroso silenzio in ogni tempo.

 21. Chi non ha il timor di Dio abbandoni lo studio, perchè lavora invano. La scienza non entrerà in un’anima malevola, nè abiterà in un corpo schiavo del peccato. In malevolam animavi scientia non introibit, nec habitabit in cor por e subdito peccatis, dice il Signore.

 22. La virtù in particolar maniera inculcata agli studenti è l’umiltà. Uno studente superbo è uno stupido ignorante. Il principio della sapienza è il timor di Dio. Il principio d’ogni peccato è la superbia; initium omnis peccati superbia scribitur, dice s. Agostino.

Capo VII.Contegno nei laboratori.

 1. Al mattino, terminate le pratiche di pietà, ogni artigiano prenderà senza strepito la colazione, e si recherà immediatamente e con ordine al rispettivo laboratorio, non fermandosi nè a chiacchierare nè a divertirsi, e procurerà che nulla gli manchi per le sue occupazioni.

 2. Il lavoro s’incomincerà sempre coll’Actiones e con l’Ave Maria. Dato il segno del fine di lavoro, si reciterà l’Angelus Domini prima di uscire dal laboratorio.

 3. In ogni officina tutti gli operai devono essere sottomessi ed ubbidienti, ´all’assistente ed al Maestro d’arte, come loro Superiori, usando grande attenzione e diligenza nel compiere i loro doveri, ed imparare quell’arte con cui dovranno a suo tempo guadagnarsi il pane della vita.

 4. Ogni allievo stia nel proprio laboratorio, nè mai alcuno si rechi in quello degli altri senza assoluto bisogno e non mai senza il dovuto permesso.

 5. Nessuno esca dal laboratorio senza licenza del- l’assisente. Qualora fosse necessario mandare qualcuno per commissioni fuori di casa, l’assistente ne procurerà il permesso o dall’Economo o dal Prefetto.

 6. Nei laboratori è proibito bere vino, giocare, scherzare, dovendosi in questi lavorare e non divertirsi.

 7. Per quanto sarà compatibile all’arte o mestiere che colà si esercita, si osserverà rigoroso silenzio.

 8. Ciascuno abbia cura che non si smarriscano nè si guastino gli utensili del laboratorio.

 9. Pensi ognuno che l’uomo è nato pel lavoro, e che solamente chi lavora con amore ed assiduità ha la pace nel cpore e trova lieve la fatica.

 10. Questi articoli saranno letti dal Catechista o dall’assistente ogni sabato a chiara voce, e se ne terrà sempre copia nel laboratorio.

CAPO VIII. Contegno verso i Superiori.

 1. Il fondamento d’ogni virtù in un giovane è l’ubbidienza a’ suoi Superiori.

 L’ubbidienza genera e conserva tutte le altre virtù, e se questa è a tutti necessaria, lo è in modo speciale per la gioventù. Se pertanto volete acquistare la virtù, cominciate dall’ubbidienza ai vostri Superiori, sottomettendovi loro senza opposizione di sorta come fareste a Dio.

 2. Ecco le parole di s. Paolo intorno all’ubbidienza: Ubbidite a coloro che vi sono proposti per vostra guida, e vostra direzione, e siate loro sottomessi: perchè essi dovranno rendere conto a Dio delle vostre anime. Ubbidite non per forza ma volentieri, affinchè i vostri Superiori possano con gaudio compiere i loro doveri e non colle lagrime e coi sospiri.

 3. Persuadetevi che i vostri Superiori sentono vivamente la grave obbligazione che li stringe a promuovere nel miglior modo il vostro vantaggio, e che nel- l’avvisarvi, comandarvi, correggervi non altro hanno di mira che il vostro bene.

 4. Fanno male coloro che non si lasciano mai vedere dai Superiori, anzi si nascondono o fuggono al loro sopraggiungere. Ricordate l’esempio dei pulcini. Quelli che si avvicinano di più alla chioccia per lo più ricevono sempre da essa qualche bocconcino speciale. Così coloro che sogliono avvicinare i Superiori hanno sempre qualche avviso o consiglio particolare.

 5. Date anche loro quelle dimostrazioni esterne di riverenza che ben si meritano, col salutarli rispettosamente quando li incontrate, con tenervi il capo scoperto in loro presenza.,

 6. Sia la vostra ubbidienza pronta, rispettosa ed allegra ad ogni loro comando, non facendo osservazioni per esimervi da ciò che comandano. Ubbidite, sebbene la cosa comandata non sia di vostro gusto.

 7. Aprite loro liberamente il vostro cuore considerando in essi un padre, che desidera ardentemente la vostra felicità.

 8. Ascoltate con riconoscenza le loro correzioni, e se fosse necessario, ricevete con umiltà il castigo dei vostri falli, senza mostrare nè odio nè disprezzo verso di loro.

 9. Fuggite la compagnia di coloro, che, mentre i Superiori consumano le fatiche per voi, censurano le loro disposizioni; sarebbe questo un segno di massima ingratitudine.

 10. Quando siete interrogati da un Superiore sulla condotta di qualche vostro compagno, rispondete nel modo, che le cose sono a voi note, specialmente quando si tratta di prevenire o rimediare a qualche male. Il tacere in queste circostanze recherebbe danno a quel compagno, ed offesa a Dio.

Capo IX. Contegno verso i compagni.

 1. Onorate ed amate i vostri compagni come altrettanti fratelli, e studiate di edificarvi gli uni gli altri col buon esempio.

 2. Amatevi tutti scambievolmente, come dice il Signore, ma guardatevi dallo scandalo. Colui che con parole, discorsi, azioni, desse scandalo, non è un amico, è un assassino dell’anima.

 3. Se potete prestarvi qualche servizio e darvi qualche buon consiglio, fatelo volentieri. Nella vostra ricreazione, accogliete di buon grado nella vostra conversazione qualsiasi compagno senza distinzione di sorta, e cedete parte dei vostri trastulli con piacevoli maniere. Abbiate cura di non mai discorrere dei difetti dei vostri compagni, a meno che ne siate interrogati dal vostro Superiore. In tal caso badate di non esagerare quello che dite.

 4. Dobbiamo riconoscere da Dio ogni bene ed ogni male, perciò guardatevi dal deridere i vostri compagni pei loro difetti corporali o spirituali. Ciò che oggi deridete negli altri, può darsi che domani permetta il Signore che avvenga a voi.

 5. La vera carità comanda di sopportare con pazienza i difetti altrui e perdonare facilmente quando taluno ci offende, ma non dobbiamo mai oltraggiare gli altri, specialmente quelli che sono a noi inferiori.

 6. La superbia è sommamente da fuggirsi, il superbo è odioso agli occhi di Dio e dispregevole agli uomini.

CAPO X. Della modestia.

 1. Per modestia s’intende una decente e regolata maniera di parlare, di trattare e camminare. Questa virtù, o giovani, è uno dei più belli ornamenti della vostra età, e deve apparire in ogni vostra azione, in ogni vostro discorso.

 2. Il corpo e le vestimenta devono essere pulite, il volto costantemente sereno ed allegro, senza muovere le spalle, o il corpo leggermente qua e là, eccetto che qualche onesta ragione lo richiegga.

 3. Vi raccomando la modestia negli occhi, essi sono le finestre per cui il demonio conduce il peccato nel cuore. L’andare sia moderato, non con troppa fretta, ad eccezione che la necessità esiga altrimenti; le mani quando non sono occupate si tengano in atto decente e di notte per quanto si può tenetele giunte dinanzi al petto.

 4. Non mettete mai le mani addosso agli altri nò mai fate ricreazione tenendovi l’un l’altro per mano, nè mai passeggiate a braccetto, od avvincolati al collo dei compagni, come fa talvolta la gente di piazza.

 5. Quando parlate siate modesti, non usando mai espressioni che possano offendere la carità e la decenza: al vostro stato, alla vostra età più si conviene un verecondo silenzio, che il promuovere discorsi che generalmente palesano in voi arditezza e loquacità.

 6. Non criticate le azioni altrui nè vantatevi de’ vostri pregi o di qualche virtù. Accogliete sempre con indifferenza il biasimo e la lode, umiliandovi verso Dio,

quando vi è fatto qualche rimprovero.

 7. Evitate ogni azione, movimento o parola che sappiano alcunché di villano, studiatevi di emendare a tempo i difetti di temperamento e sforzatevi di formare in voi un’indole mansueta, e costantemente regolata secondo i princìpi della cristiana modestia.

 8. È pure parte della modestia il modo di contenersi a tavola, pensando che il cibo è dato a noi, non siccome a bruti, solo per appagare il gusto, ma sibbene per mantenere sano e vigoroso il corpo, quale istrumento materiale da adoperarsi a procacciare la felicità dell’anima.

 9. Prima e dopo il cibo fate i soliti atti di religione, e durante la refezione procurate di pascere eziandio lo spirito, attendendo in silenzio a quel po’ di lettura che vi si fa.

 10. Non è lecito mangiare o bere se non quelle cose che sono dallo stabilimento somministrate; quelli che ricevono frutta, commestibili o bibite di qualunque genere, dovranno consegnarli al Superiore, il quale disporrà che se ne faccia uso moderato.

 11. Vi si raccomanda caldissimamente di non mai guastare la benché minima parte di minestra, pane o pietanza. Non dimentichiamo l’esempio del Salvatore che comandò ai suoi Apostoli di raccogliere le briciole di pane, affinchè non andassero perdute: Colligite frag- menta ne pereant. Chi guastasse volontariamente qualche sorta di cibo, è severamente punito, e deve grandemente temere che il Signore lo faccia morire di fame.

CAPO XI. Della pulizia.

 1. La pulizia deve starvi molto a cuore. La nettezza e l’ordine esteriore indica mondezza e purità dell’anima.

 2. Fuggite la stolta ambizione di azzimarvi o acconciarvi i capelli per fare bella comparsa; ma procurate che gli abiti non siano mai sdrusciti o sporchi.

 3. Tagliatevi le unghie a suo tempo e non lasciate che vi crescano troppo lunghe. Non tenete le scarpe

slegate, lavatevi i piedi con frequenza specialmente d’estate.

 4. Non uscite mai di camera senza aggiustarvi il letto, ripulire ed assettare gli abiti e mettere in ordine ogni cosa vostra. Non lasciate scarpe vecchie od altro ingombro sotto il letto, ma mettetele in qualche ripostiglio o consegnatele a chi di ragione.

 5. Ricordatevi ogni mattino di lavarvi le mani e la faccia, sia per utilità della vostra salute, sia per non cagionare schifo agli altri.

 6. Tenete i denti puliti; questo vi libererà dal puz- zore della bocca molte volte da ciò proveniente, e dal guasto o mal di denti che per lo più ne suole conseguire.

 7. Il pettinarsi deve essere cosa di tutte le mattine. Per impiegarvi meno tempo e per più agevolmente tenervi pulito il capo, portate costantemente i capelli corti.

 8. Non tenete le dita sporche d’inchiostro, e quando le avrete sozze comechessia non sta bene il pulirle colle vestimenta, nè cogli abiti asciugate mai la penna quando finite di serivere.

Capo XII. Contegno nel regime della casa.

 1. Al mattino, dato il segno del campanello, lasciate prontamente il letto, mettendo mano a vestirvi con tutta la decenza possibile, e sempre in silenzio.

 2. Non uscite mai di camera senza aggiustare il letto, pettinarvi, ripulire ed assettare gli abiti, e mettere in ordine ogni cosa vostra. 3. Dato il secondo segno di campanello, ciascuno andrà in cappella al luogo designato per recitare le orazioni in comune ed assistere alla santa Messa nel tempo che sarà fissato.

 4. Mentre si celebra la s. Messa si recitino le preghiere ed il s. Rosario, ed in fine vi si farà breve meditazione.

 5. È proibito guardare e rifrustare nello scrigno o cassa altrui. Lungo il giorno niuno si rechi in dormitorio senza particolare permesso.

 6. Guardatevi bene dall’appropriarvi la roba altrui, fosse anche della minima entità, ed accadendo di trovare qualche cosa, consegnatela tosto ai Superiori, e chi si lasciasse ingannare a farla sua, sarebbe severamente punito a proporzione del furto.

 7. Le lettere, i pieghi che si ricevono o si spediscono, devono essere consegnati al Superiore, il quale se lo giudicasse può leggerli liberamente.

 8. È rigorosamente proibito il tener denaro presso di sè, ma devesi depositare tutto presso al Prefetto, il quale lo somministrerà secondo i bisogni particolari. È eziandio severamente proibito lo stringere contratto di vendita, compra o permuta, far debiti con chicchessia senza il permesso del Superiore.

 9. È proibito d’introdurre in Casa o nel dormitorio persone esterne. Dovendosi parlare con parenti od altra persona, si andrà nel parlatorio comune. Non istate m*>i vicini agli altri quando tengono discorsi particolari. Nè mai introducetevi nei laboratori, nei dormitori altrui, perchè* tal cosa riesce di grave disturbo a chi entra od a chi lavora. È parimenti proibito di chiudersi in camera, scrivere sopra le mura, piantar chiodi, far rotture di qualsiasi genere. Chi colpevolmente guastasse qualche cosa, è obbligato farlo riparare a sue spese. Infine è pure proibito trattenersi nella camera del portinaio, in Cucina, ad eccezione di quelli che sono ivi incaricati di qualche uffizio.

 10. Usate carità con tutti, compatite i difetti altrui, non imponete mai soprannomi, nè mai dite o fate cosa alcuna che detta o fatta a voi, vi possa recar dispiacere.

CAPO XIII. Contegno fuori della Casa.

 1. Ricordatevi, o giovani, che ogni cristiano è tenuto di mostrarsi edificante verso il prossimo, e che nessuna predica è più efficace del buon esempio.

 2. Uscendo di casa siate riservati negli sguardi, nei discorsi, ed in ogni vostra azione. Niuna cosa può essere di maggior edificazione quanto il vedere un giovane di buona condotta; egli deve far vedere che appartiene ad una comunità di giovani cristiani e ben educati.

 3. Quando aveste a recarvi a passeggio, oppure a scuola, od a fare commissioni fuori dell’Oratorio, non fermatevi a mostrare a dito chicchessia, nè fare risa smodate, tanto meno gettar pietre, divertirvi saltando fossi od acquedotti. Queste cose indicano una cattiva educazione.

 4. Se incontrate persone che abbiano cariche pubbliche, scopritevi il capo cedendo loro la parte della via più comoda; altrettanto farete co’ religiosi e con ogni persona costituita in dignità, massimamente se venissero o s’incontrassero nell’Oratorio.

 5. Passando davanti a qualche chiesa o divota immagine, scopritevi il capo in segno di riverenza. Che se v’accadesse di passare vicino ad una chiesa, ove si compissero i divini uffizi, fate silenzio a debita distanza per non recar disturbo a quelli che entro si trovano. Abbattendovi in un convoglio funebre scopritevi il capo, recitando sottovoce un Requiem aeternam o il De profundis. In caso di una processione state col capo scoperto finché sia passata. Qualora incontraste il Ss. Sacramento portato agl’infermi, piegate ambe le ginocchia per adorarlo.

 6. Ricordatevi bene, che se voi non vi portate bene in chiesa, nella scuola, nel lavoro o per istrada, oltre che ne avrete a render conto al Signore, farete anche disonore al Collegio o Casa a cui appartenete.

 7. Se mai qualche compagno vi facesse discorsi o vi proponesse opere cattive, partecipatelo prestamente al Superiore per avere i necessari avvisi e regolarvi con prudenza e senza offendere Dio.

 8. Non parlate mai male de’ vostri compagni, dell’andamento di Casa, de’ vostri Superiori e delle loro disposizioni. Ciascuno è pienamente libero di rimanere o non rimanere, e farebbe disonore a se stesso, chi si lagnasse del luogo dove è in piena libertà di rimanere o di andare dove più a lui piace.

 9. Quando si va al passeggio è proibito fermarsi per istrada, entrare in botteghe, fare visite e andar a divertirsi o comechessia allontanarsi dalle file. Nemmeno è lecito accettare invito di pranzi, perchè non se ne darà mai il permesso.

 10. Se volete fare un gran bene a voi ed alla Casa, parlatene sempre bene, cercando eziandio ragioni per far approvare quanto si fa o si dispone dai Superiori pel buon andamento della Comunità.

 11. Esigendosi da noi una ragionevole e spontanea ubbidienza a tutte queste regole, i trasgressori ne saranno debitamente puniti, e quelli cche le osserveranno, oltre la ricompensa che devono aspettarsi dal Signore, saranno anche dai Superiori premiati secondo la perseveranza e la diligenza.

CAPO XIV.Del passeggio.

 1. Il passeggio è un esercizio molto utile per conservare la sanità, perciò quando le regole lo stabiliscono, non rifiutate mai di prendervi parte.

 2. All’ora dell’uscita trovatevi pronti, mettetevi subito in ordine senza mai farvi aspettare. Si noti che non è lecito ai giovani di una squadra andare con quelli dell’altra.

 3. Ogni squadra deve avere un assistente, il quale è responsabile dei disordini che in essa possono succedere.

 4. Non si lascino uscire coloro che non hanno le vesti monde e le scarpe pulite. Si vada nei luoghi stabiliti; ed in ogni cosa ciascuno obbedisca l’assistente.

 5. La passeggiata non sia una corsa, nè si faccia alcuna fermata senza espressa licenza dei Superiori. Le passeggiate ordinarie siano di un’ora e mezzo, e non oltrepassino mai le due ore. La compostezza della persona, la custodia degli occhi, la gravità del passo debbono osservarsi da tutti. La sbadataggine d’un solo potrebbe procacciar vergogna a tutto il drappello.

 6. La mancanza, di cui si terrà maggior conto, è di chi si allontana dalle file. L’assistente non può dare questo permesso. Chi compera o va ai caffè o trattorie merita l’espulsione dalla casa.

AVVERTIMENTI

 1. Gli assistenti alla passeggiata osservino esattamente l’ora della partenza e del ritorno.

 2. Non ammettano, nella squadra loro affidata, alcuno che appartenga ad altra squadra.

 3. Pongano mente che i giovani siano puliti nella persona e negli abiti.

 4. Non conducano mai giovani nell’interno della città od a visitare musei, gallerie, giardini, palazzi, ecc. senza speciale permesso.

 5. Non permettano mai che alcuno si arresti per via, o si allontani dall’assistente, per nessun motivo.

 6. Se avvenga che alcuno commetta qualche mancanza subito ne rendano avvisato il Direttore degli studi od il Prefetto.

 7. Pensino infine gli assistenti che è grande la responsabilità che essi hanno riguardo ai giovani dinanzi a Dio e dinanzi ai Superiori.

Capo XV. Contegno nel teatrino.

 1. A vostro divertimento e piacevole istruzione sono concesse rappresentazioni teatrali, ma il teatrino, che è destinato a coltivare il cuore, non mai sia causa della più piccola offesa del Signore.

 2. Prendetevi parte allegramente con riconoscenza ai vostri Superiori, che ve lo permettono; non date mai segno di disapprovazione quando si dovesse aspettare od avvenissero cose, che non fossero di vostro grande incanto.

 3. Il recarvisi con precipitazione anche con pericolo di far del male ai compagni, il cercare di passare avanti agli altri ed accomodarsi nel luogo migliore e non nell’assegnato, il tenere il berretto in capo mentre si recita, il volere stare in piedi quando si impedisce la vista agli altri, e tanto più il gridar forte, ed il fischiare in qualunque modo, o dare altri segni di scontentezza sono cose al tutto da evitarsi.

 4. Appena si alza il sipario fate subito silenzio e se non potete vedere abbastanza bene, non ostinatevi a voler pure stare in piedi con disagio altrui. Se altri sta avanti a voi non gridate nè maltrattatelo, ma in bel modo fatelo avvisato, e se non l’intende quietatevi voi e soffrite con pazienza,

 5. Guardetevi dal disprezzare chi sbaglia o non recita bene; non date mai voce di disapprovazione, e nemmanco fuori non fategli rimostranza di sorta. Calando il sipario applaudite sempre ancorché non si sia per avventura proceduto con quella precisione che taluno si aspettava.

 6. All’uscire dal teatro non accalcatevi alla porta, ma uscite con l’ordine che è indicato e copritevi bene, perchè l’aria del di fuori ordinariamente è più fredda e può apportar nocumento alla sanità.

CAPO XV I.Cose con rigore proibite nella Casa.

 1. Nella Casa essendo proibito di ritener danaro, è parimenti proibita ogni sorta di giuoco interessato.

 2. È pure vietato ogni giuoco in cui possa essere pericolo di farsi del male e possa avvenir cosa contro la modestia.

 3. Il fumare e masticar tabacco è vietato in ogni tempo, e sotto qualsiasi pretesto. Il nasare è tollerato nei limiti da stabilirsi dal Superiore, dietro consiglio del medico.

 4. Non si darà mai permesso d’uscire coi parenti e cogli amici a pranzo, o per provviste d’abiti. Occorrendo bisogno di questi oggetti, può farsi prendere la misura per comperarli fatti, o dare ordine che si facciano nell’officina dello stabilimento.

Tre mali sommamente da fuggirsi.

 Sebbene ognuno debba fuggire qualsiasi peccato, tuttavia vi sono tre mali che in particolar maniera dovete evitare perchè maggiormente funesti alla gioventù. Questi sono: 1° la bestemmia, ed il nominar il nome di Dio invano, 2° la disonestà, 3° il furto.

 Credete, o figliuoli miei, un solo di questi peccati basta a tirare la maledizione del Cielo sopra la Casa. Al contrario, tenendo lontani questi mali, noi abbiamo i più fondati motivi di sperare le celesti benedizioni sopra di noi e sopra l’intiera nostra Comunità.

 Chi osserva queste regole, sia dal Signore benedetto. Ogni domenica a sera od in altro giorno della settimana, il Prefetto o chi ne fa le veci, leggerà qualche articolo di queste regole con breve ed analoga riflessione morale.

APPENDICE SUL MODO DI SCRIVERE LETTERE.

Regole generali.

 Tutto giorno occorre di scrivere lettere, perciò sarà opportuno aggiungere qui, a guisa di appendice, alcune regole.

 1. Le lettere sono un mezzo con cui noi possiamo esprimere i nostri pensieri ed affetti agli assenti, come colla voce li esprimiamo ai presenti.

 2. Per comporre buone lettere torna vantaggioso leggere qualche buon epistolario, al quale scopo vi suggerisco Annibai Caro e Silvio Pellico. Bellissime oltremodo sono anche le lettere di san Girolamo, di san Francesco di Sales e di santa Caterina da Siena.

 3. Lo stile delle lettere non vuole il soverchio ornamento ed ama la semplicità; dev’essere spontaneo, perciocché tiene del parlare improvviso, che non è mai ricercato ed astruso. Lo stile dev’essere preciso, breve, senza però nuocere alla chiarezza (Vedi il n. 10 e 11 in fine di quest’appendice).

 4. Quando avete da impetrare qualche favore, non fate proteste esagerate, promesse inviolabili, le quali non possiate poi eseguire, ma pensate, che nulla giova meglio a muovere alcuno in vostro favore, che la semplicità delle parole e la schiettezza dei sentimenti.

 5. Le sentenze, dice san Gregorio Nazianzeno scrivendo a Nicebolo intorno allo stile epistolare, i proverbi, le massime e le facezie danno grazia ad una lettera. Debbono però essere seminate non versate. Il non farne uso mai è rustichezza, il contrario affettazione.

 6. Nelle lettere non vi sia niente di affettato; ma tutto sia facile e naturale.

 7. La civiltà non permette che si facciano interrogazioni ai Superiori; se però ve n’ha bisogno, si possono usare queste e simili forme: Permetta, ch’io le chieda in grazia...; Perdoni la libertà, che mi prendo, di chiederle... Nè si debbono affidare incarichi o commettere saluti; e volendoli pur dare, si vuole usare qualche modo gentile e in forma di preghiera.

 8. È bene osservar questo anche fra eguali, dicendo ad esempio: Degnatevi di procurare che tutto sia preparato... La prego a volere usare la gentilezza di ecc.

 9. Quando si fa menzione di persona locata in dignità, non si nominino seccamente il Canonico tale, il vostro Direttore, ma si deve dire il Signor Canonico, il vostro Signor Direttore, ecc.

 10. Le lettere- possono essere di più specie: Politiche, scientifiche, erudite, artistiche, didascaliche, se riguardano a cose di politica, di scienze, di lettere, d’arti o di studio. Invece si chiamano familiari, quando versano su argomenti della vita comune.

 11. Come nella vita comune parliamo, ora per interrogare o rispondere, ora per pregare o ringraziare, ora per ammonire o riprendere, e quando per consigliare o sconsigliare od augurare, così le lettere familiari possono essere di domanda, o di risposta, di preghiera o ringraziamento, di avviso o di riprensione, di consulta o di consiglio, d’augurio, ecc. ecc.

Parti della lettera.

 12. Le parti di una lettera sono l’introduzione, il soggetto ed il saluto. L’introduzione, ovvero l’esordio è un aprirsi, che fa lo scrivente con modo acconcio per mettere mano al soggetto che ha in mente di trattare. Questa parte deve essere molto breve e talora si può lasciarla affatto ed entrar subito in argomento. Quando però si risponde a lettere o note di persone autorevoli o di pubblici impiegati, conviene citare la data e l’argomento della lettera a cui s’intende di rispondere, dicendo per esempio: Mi fo dovere di rispondere alla gradita sua delli 10 del corrente giugno, relativa a...

 13. Il soggetto comprende ciò che si vuole altrui palesare, sia domanda, sia invito, sia congratulazioni, sia rimprovero ecc.

 14. Sotto nome di saluto s’intendono quegli auguri, quei complimenti, quelle protestazioni di riverenza e di amicizia, con cui siamo usi. a toglier commiato scrivendo altrui. Esso deve variare secondo il grado di nostra attinenza e secondo le relazioni verso della persona cui si scrive. Ad esempio, scrivendo ad un Superiore si conchiuderà: Col più sincero ossequio - colla più alta stima - con tutto il rispetto - colla più profonda riverenza - colla maggior venerazione... Verso i semplici conoscenti non Superiori: Con vera stima. Verso le persone familiari: Con particolare affetto - con sincera benevolenza - con vero amore. Nelle lettere di preghiera gioverà associare queste espressioni: Colla sicura fiducia di essere esaudito... In quelle di ringraziamento: Colla più viva riconoscenza e gratitudine...; e con sentimenti analoghi, negli altri casi. Quando s’inviano lettere ad illustri personaggi si omette il saluto propriamente detto, e si scrivono solamente! proteste di riverenza e di ossequio.

 15. Terminata la lettera si aggiungono qualche volta alcune cose, o perchè dimenticate, o perchè sono estranee al soggetto. Quest’appendice si vuol segnare colle lettere P.S. (Post scriptum, o presso scritto); e siccome per lo più rivela disattenzione ed inavvertenza così non è bene metterlo fuorché nelle lettere familiari.

 16. Nel finire dovete sempre far conoscere che non siamo pagani, perciò sempre aggiungere qualche pensiero cristiano, p. es. Il Cielo vi sia propizio; non mancherò di pregare Dio che vi conservi in buona salute; mi raccomando alle vostre preghiere. Con i Vescovi e coi Cardinali si suol usare questa formula: Chiedo umilmente la sua santa benedizione, e simili.

Corso della lettera e forma della medesima.

 17. Il foglio della lettera sia pulito ed intero; pe’ familiari ed amici può anche servire mezzo foglio; alle persone di alto grado si scriva sopra un foglio più grande.

 18. La scrittura vuol essere nitida e tersa; poiché è cosa incivile lo spedire una lettera che abbia sgorbi o cancellature o sì male scritta che stenti a leggerla chi la riceve.

 19. Le linee siano dritte; si lasci sempre un po’ di margine; il foglio sia sempre piegato per diritto.

 20. Chi scrive lettere deve badare all’iscrizione, alla data, alla sottoscrizione ed al soprascritto.

 21. L’iscrizione od intitolazione della lettera, cioè l’attributo di onore o di affetto che si dà alle persone a cui si scrive, non sia abbreviata.

 22. Dall’iscrizione al cominciainento della lettera si suol lasciare un intervallo più o meno largo secondo maggior o minor grado della persona a cui si scrive; la stessa regola conviene osservare pel margine a sinistra.

 23. Al di sopra e ai di sotto di ogni pagina conviene lasciare lo spazio almeno di una riga intatto, e nella seconda facciata si continua la lettera, cominciando all’altezza dell’iscrizione.

 24. Per non finire la lettera proprio a pie’ di pagina, quando il rispetto della persona a cui si scrive il richiegga, si suol fare in modo, che ancor due o tre linee rimangano per la facciata seguente.

 25. La data deve esprimere il luogo, il giorno, il mese e l’anno in cui si scrive; si colloca d’ordinario a destra quasi sulla sommità della pagina. Quando si scrive ad onorevole personaggio si pone a manca, terminata la lettera dopo la rinnovazione del titolo. Ma si deve badare che la data sia affatto posta prima o dopo la lettera, senza che divida nè pensieri nè parole che alla lettera si riferiscano.

 26. La sottoscrizione è il nome di chi scrive, e si vuole accompagnare con uno o più aggiunti, che esprimono ossequio od amicizia verso la persona a cui s’indirizza la lettera. Si mette un po’ distaccato dal capo della lettera, all’inferiore estremità del foglio a mano destra.

 27. Quando scrivesi a persona ragguardevole, una riga al di sotto della conclusione della lettera dalla sinistra ripetesi il titolo della persona medesima, conforme al suo grado, e più sotto a destra si fa poi la sottoscrizione. Per es. :

Di V. S. Illustrissima

Obbligatissimo Servitore

N. N.

 

 28. Il soprascritto e l’indirizzo contiene il nome e cognome della persona a cui si scrive preceduto dagli analoghi titoli; quindi il nome del luogo a cui s’invia la lettera, e se quegli al quale si scrive si trova in qualche impiego, oppure è necessario indicare l’abitazione di lui, ciò si esprime brevemente in altra linea a sinistra dopo il nome e cognome.

 29. La soprascritta vuoisi fare colla massima esattezza e chiarezza, scrivendosi nella prima linea il titolo generale: ad es. All’illustrissimo Signore; nella seconda il nome e cognome, indi la carica, e solo nella terza linea le indicazioni d’abitazione e simili, e quando queste indicazioni non siano necessarie, allora la carica o l’impiego si può meglio mettere nella terza linea. Il nome poi del paese o della città a cui la lettera è indirizzata, va scritto più grosso in basso a destra, e si suole sottolineare.

 30. Quando la lettera deve pervenire ad un villaggio poco conosciuto, è d’uopo indicare nella sopra- scritta anche il circondario o la provincia ove quello si trova.

 31. Quanto alla frequenza dello scrivere si devono evitare gli eccessi. Sono da biasimare coloro che scrivono a gran furia e per ogni piccola cosa inviano altrui, grandi letteroni; ma non meno sono da biasimare coloro che piegando al vizio contrario, s’inducono a stento a rispondere altrui eziandio, quando vi ha stringente bisogno.

 32". Per la frequenza dello scriver lettere è da tenere la stessa regola, che per le visite. Quando vi è necessità o convenienza di scrivere altrui qualche cosa, niuno dee mostrarsi neghittoso; niuno eziandio dee trascorrere nel soverchio ed imbrattare inutilmente carta.

33. Riguardo ai titoli più iu uso, ecco i principali:

 Al Papa: Sua Santità.

 Ai Cardinali : Sua Eminenza.

 Ai Vescovi ed Arcivescovi: Sua Eccellenza Reverendissima.

 Ai Teologi, ai Canonici e Dignitari Ecclesiastici: Illustrissimo e molto Reverendo.

 Ai Sacerdoti: Molto Reverendo.

 Ai Chierici: Reverendo.

 Ai Professori : Chiarissimo.

 Ai Deputati e Senatori: Onorevole.

 Ai Dignitari secolari ed a qualunque Cavaliere: Illustrissimo.

 Ai Commercianti ed Artisti: Pregiatissimo.

 Ai Giovani Studenti: Ornatissimo e Gentilissimo.

REGOLAMENTO DELL’ORATORIO DI SAN FRANCESCO DI SALES PER GLI ESTERNI (1877)

PARTE PRIMA SCOPO DI QUEST’OPERA

 Lo scopo dell’Oratorio festivo è di trattenere la gioventù nei giorni di festa con piacevole ed onesta ricreazione dopo di aver assistito alle sacre Funzioni di Chiesa.

 Dicesi 1° trattenere la gioventù nei giorni di festa, perchè si hanno specialmente di mira i giovanetti operai, i quali nei giorni festivi soprattutto vanno esposti a grandi pericoli morali e corporali; non sono però esclusi gli studenti, che nei giorni festivi o nei giorni di vacanza vi volessero intervenire.

 2. Piacevole ed onesta ricreazione, atta veramente a ricreare, non ad opprimere. Non sono pertanto permessi quei giuochi, trastulli, salti, corse, e qualsiasi modo di ricreazione in cui vi possa essere compromessa la sanità o la moralità degli allievi.

 3. Dopo aver assistito alla sacre Funzioni di Chiesa; perciocché l’istrazione religiosa è lo scopo primario, il resto è accessorio e come allettamento ai giovani per farli intervenire.

 Questo Oratorio è posto sotto la protezione di s. Francesco di Sales, perchè coloro che intendono dedicarsi a questo genere di occupazione devono proporsi questo santo per modello nella carità, nelle buone maniere, che sono le fonti da cui derivano i frutti che si sperano dall’Opera degli Oratori]´.

 Gli uffizi che devono compiersi da coloro, che desiderano occuparsene con frutto si possono distribuire tra i seguenti incaricati, che nelle rispettive incumbenze sono considerati come altrettanti Superiori.

1. Direttore.

2. Prefetto.

5. Catechista o Direttore Spirituale.

4. Assistenti.

5. Sacrestani.

6. Monitore.

7. Invigilatori.

8. Catechisti.

9. Archivisti.

10. Pacificatori.

11. Cantori.

12. Regolatori della ricreazione.

13. Protettore.

 Le incumbenze di ciascuno sono ripartite come segue:

 CAPO 1. Del Direttore.

 1. Il Direttore è il Superiore principale, che è ri- sponsabile di tutto quanto avviene nell’Oratòrio.

 2. Egli deve precedere gli altri incaricati nella pietà, nella carità, e nella pazienza; mostrarsi costantemente amico, compagno, fratello di tutti, perciò sempre incoraggile ciascuno nell’adempimento dei propri doveri in modo di preghiera, non mai di severo comando.

 3. Nel nominare qualcuno a carica dimanderà il parere degli altri impiegati, e se sono Ecclesiastici consulterà il Superiore Ecclesiastico, o il Parroco della Parrocchia in cui esiste l’Oratorio, a meno che siano notoriamente conosciuti, e si presupponga nulla esistervi in contrario.

 4 Una volta al mese radunerà i suoi impiegati per ascoltare e proporre quanto ciascuno giudica vantaggioso per gli allievi.

 5. Al Direttore tocca avvisare, invigilare, che tutti disimpegnino i rispettivi uffizi, correggere, ed anche rimuovere dai loro posti gli impiegati, qualora ne sia mestieri.

 6. Terminate le confessioni di quelli che desiderano accostarsi al Sacramento della penitenza, il Direttore o un altro Sacerdote celebrerà la Santa Messa, cui terrà dietro la spiegazione del Vangelo, o un racconto tratto dalla Storia Sacra o dalla Storia Ecclesiastica.

 7. Egli deve essere come un padre in mezzo ai propri figli, ed adoperarsi in ogni maniera possibile per insinuare nei giovani cuori l’amor di Dio, il rispetto alle cose sacre, la frequenza ai Sacramenti, filiale divozione a Maria Santissima, e tutto ciò, che costituisce la vera pietà.

CAPO II Del Prefetto,

 1. Il Prefetto deve essere Sacerdote, e farà le veci del Direttore ogniqualvolta ne occorra il bisogno.

 2. Riceverà gli ordini dal Direttore e li comunicherà a tutti gli altri impiegati; invigilerà che le classi del Catechismo siano provvedute a tempo del rispettivo Catechista, e sorveglierà che durante il Catechismo non avvengano disordini o tumulti nelle classi.

 3. In assenza di qualche impiegato, Egli deve tosto provvedere chi lo supplisca.

 4. Deve badare che i cantori siano preparati sopra le antifone, i salmi ed inni da cantarsi.

 5. Il Prefetto compierà anche gli uffizi del Direttore Spirituale nei paesi dove fosse penuria di Sacerdoti.

 6. Al Prefetto è pure affidata la cura delle scuole diurne, serali e domenicali.

CAPO III. Del Catechista o Direttore Spirituale.

 1. Al Direttore Spirituale si appartiene l’assistere e dirigere le sacre Funzioni, perciò deve essere Sacerdote.

 2. Il mattino all’ora stabilita principierà od assisterà al mattutino della B. Vergine; finito il canto del Te Deum andrà a vestirsi per celebrare la santa Messa della Comunità.

 3. Farà il Catechismo in coro, assisterà al Vespro e disporrà quanto occorro por la Bonedizione del Ss. Sacramento.

 4. Dovrà tenersi ben informato della condotta de’ giovani per essere in grado di darne le debite notizie, e spedirne i certificati d’assiduita e moralità qualora ne sia richiesto.

 5. In caso di Solennità Egli procurerà che vi sia un conveniente numero di confessori, e di Messe; disporrà quanto occorre pel servizio delle sacre funzioni.

 6. Il Direttore Spirituale dell’Oratorio è altresì Direttore della Compagnia di san Luigi, le cui incum- benze sono descritte, ove si parla di questa Compagnia.

 7. Se viene a conoscere che qualche giovane grandicello abbia bisogno di religiosa Istruzione, come spesso accade, Egli si darà massima sollecitudine di fissargli il tempo e il luogo più adatto per fare Egli stesso, o disporre che da altri sia fatto il dovuto Catechismo.

 8. Si ritenga che gli Uffizi del Prefetto c del Direttore Spirituale si possono con facilità riunire nella stessa persona.

CAPO IV. Dell’Assistente.

 1. All’Assistente iucumbe di assistere a tutte le sacre Funzioni dell’Oratorio, e vegliare che non succedano scompigli in tempo di esse.

 2. Baderà che non avvengano disordini entrando in Chiesa, e che ciascuno prendendo l’acqua benedetta faccia bene il segno della santa Croce, e la genuflessione all’altare del Sacramento.

 3. Se succederà che si portino in Chiesa ragazzini, i quali disturbino con grida o con pianto, avviserà con bontà chi di ragione affinchè siano portati via.

 4. Nell’avvisare alcuno in Chiesa usi raramente la voce; dovendo correggere qualcuno con discorso un po´ prolungato, differisca di ciò fare dopo le funzioni, oppure lo conduca fuori della Chiesa.

 5. Nel cantare il Vespro od altre cose sacre, indicherà, occorrendo, in qual pagina del libro si trovi quello che fu intonato.

CAPO V. Dei Sacrestani.

 1. 1 Sacrestani devono essere due: un chierico, ed un secolare, scelti fra i giovani dati alla pietà, più puliti, e maggiormente capaci per questa carica.

 2. Il Chierico è primo Sacrestano, e a lui´ particolarmente ineumbe di leggere il Calendario, mettere i segnali a posto nel Messale, c insegnare, se occorre, le cerimonie per servire la Messa privata e per la Benedizione del Ss. Sacramento.

 3. Al mattino giunti in Sacrestia, sarà loro prima cura di aggiustare tosto l’altare per la santa Messa, preparare acqua, vino, ostie, particole, calice, c l’ostensorio, se occorre, per la Benedizione; poscia, mentre si incominciano le Lodi della B. V. M., invitano il Sacerdote a vestirsi per celebrare la santa Messa.

 4. All’ora della predica ne avvisino il predicatore, lo accompagnino sul pulpito, e lo riconducano dopo in Sacrestia.

 5. Alla Messa ordinariamente accendano due candele sole; quattro alla Messa della Comunità nei giorni festivi; sei alle Messe solenni. Nelle feste ordinarie al Vespro quattro, nelle Solennità sei; alla Benedizione del Santissimo se ne devono accendere non meno di quattordici: (Sinod. Dioces. Tit. X. 22. — Taurin).

 6. Non si accendano mai le candele mentre si predica, perchè ciò dà troppo disturbo al predicatore, ed agli uditori.

 7. Nella Sacrestia devesi mantenere silenzio, nè mai introdurre discorsi, che non riguardino a cosa di Chiesa, oppur ai doveri dei Sacrestani.

 8. É caldamente raccomandato ad un Sacrestano di mettersi vicino al campanello solito a suonarsi nella Benedizione per dar segno quando il Sacerdote si volge al pubblico col Santissimo, ma non suonarlo la seconda volta, finché non siasi chiuso il tabernacolo, e ciò per togliere ai ragazzi una specie di voglia di alzarsi, e u- scire di Chiesa con irriverenza a Gesù Sacramentato.

 9. Devono trovarsi in Sacrestia prima che comincino le Funzioni sacre, nè mai partirsi finché i Paramentali non siano piegati, e tutti gli altri oggetti messi in ordine e sotto chiave.

 10. Non usciranno mai di Sacrestia senza chiudere bene le guardarobe ed i cancelli.

Avvisi per coloro che sono addetti alla Sacrestia..

 1. È principalissimo loro dovere aprire e chiudere la porta della Chiesa, mantenere la mondezza di Essa, e di ogni arredo, od oggetto riguardante l’altare, il Sacrifizio della santa Messa, come sono bacini, ampolline, candelieri, tovaglie, asciugamani, corporali, purificatoi, avvertendo il Prefetto, quando faccia bisogno, di lavare biancheria, ripulire oggetti, o rifarli.

 2. Uno dei Sacrestani è incaricato di suonare le campane, e dare col campanello avviso del tempo in cui deve cessare la ricreazione, e della entrata in Chiesa, per le sacre funzioni.

 5. La sera, un po’ prima che suoni l’andata in Chiesa, aggiustino le panche disponendole in classi distinte, come viene indicato dal rispettivo numero affisso alla parete della Chiesa.

 4. Mentre i giovani entrano in Chiesa i Sacrestani distribuiscano ai Catechisti i catechismi numerati, e cinque minuti prima che finisca il Catechismo due di loro, uno a destra, e l’altro a sinistra distribuiscano i libri per cantare il Vespro; verso il fine del Magnificat, passino a raccoglierli e li portino al loro posto; chiudano l’armadio, e consegnino la chiave al capo di Sacrestia.

CAPO VI. Del Monitore.

 1. Il Monitore ha per uffizio di regolare le preghiere vocali che si fanno nell’Oratorio.

 2. Ogni giorno festivo entrato in Chiesa incomincia le preghiere del mattino, e recita la terza parte del Rosario della Beata Vergine Maria.

 3. Nelle feste di maggior solennità ai Sanctus leggerà la preparazione della santa Comunione, e quindi il ringraziamento.

 4. Dopo la predica recita un Ave Maria, ed al mattino vi aggiunge un Pater noster ed Ave per i Benefattori, ed un altro Pater ed Ave a s. Luigi, e finirà coll’in- tonare: Lodato sempre sia.

 5. La sera prima del Catechismo, appena giunto in Chiesa, un competente numero di giovani intonerà il

Padre nostro e il Dio ti salvi. Finito il Catechismo reciterà gli atti di Fede come al mattino, e procurerà di mettersi in quella parte della Chiesa dove più facilmente può essere udito da tutti.

 6. Deve darsi massima sollecitudine per leggere con voce alta, distinta, e divota in modo, che gli uditori comprendano che Egli è penetrato di quanto legge.

 7. Deve parimenti ritenere, che nella santa Messa, all’elevazione dell’Ostia Santa e del Calice, all7fe Mis- sa est, e nell’atto che il Sacerdote dà la benedizione si sospendano le preghiere comuni, dovendo ciascuno in quel gran momento parlare a Dio solamente cogli affetti del proprio cuore.

 8. Lo stesso dovrà osservarsi alla sera nell’atto che si dà la Benedizione col Santissimo Sacramento.

CAPO VII. Degli Invigilatoli.

 1. Gli Invigilatoli sono giovani scelti fra i più esemplari, i quali hanno l’ineumbenza. di coadiuvare l’assistente specialmente nelle sacre Funzioni della Chiesa.

 2. Essi dovranno essere almeno quattro, e prenderanno posto in quattro punti o angoli principali della Chiesa, e se non v’è motivo non si moveranno dal proprio posto. Occorrendo di avvisare devono evitare il correre precipitato, nè mai passare dinanzi all’Altare Maggiore senza fare la genuflessione. (1).[4]

 3. Sorveglino che i giovani, entrando in Chiesa, prendano il loro posto, facciano l’adorazione, stiano con rispetto tanto nell’aspettare quanto nel cantare.

 4. Vedendo taluno ciarlare o dormire, lo correggeranno con belle maniere, movendosi il meno possibile dal loro posto, senza mai percuotere alcuno anche per motivi gravi; nemmeno sgridarlo con parole aspre, o con voce alta. In casi gravi si condurrà il colpevole fuori della Chiesa e si farà la debita correzione.

Capo III. Dei Catechisti.

 1. Una delle principali incumbenze dell’Oratorio è quella di Catechista; perchè lo scopo primario di que- st’Oratorio è d’istruire nella dottrina Cristiana quei giovani che ivi intervengono:

 Voi, o Catechisti, insegnando il Catechismo, fate un’opera di gran merito dinanzi a Dio, perchè cooperate alla salute delle anime redente col prezioso sangue di Gesù Cristo, additando i mezzi atti a seguire quella via che li conduce all’eterna salvezza: un gran merito ancora dinanzi agli uomini, e gli uditori benediranno mai sempre le vostre parole, con cui loro additaste la via per divenire buoni cittadini, utili alla propria famiglia, ed alla medesima civile società.

 2. I Catechisti per quanto si può siano preti o chierici. Ma perchè tra di noi vi sono molte classi, e d’altronde abbiamo la buona ventura di avere parecchi esemplari Signori, che si prestano a quest’opera, perciò a costoro con gratitudine si offra una classe di catechiz- zandi. Nel coro per la classe degli adulti, se è possibile, vi sia sempre un Sacerdote.

3. Qualora il numero dei Catechisti sia inferiore a quello delle classi, il Prefetto farà scelta di alcuni giovani pili istruiti, e più atti, e li collocherà in quella classe che manchi di Catechista.

 4. Mentre si canta il Padre nostro ciascun Catechista dovrà già trovarsi nella classe assegnata.

 5. Il Catechista deve disporre la sua classe in forma di semicircolo di cui egli sia nel mezzo; nè mai si curvi verso gli allievi per interrogarli, e udire le risposte, ma si conservi composto sulla persona facendo spesso girare lo sguardo sopra de’ suoi allievi.

 6. Non si allontani mai dalla sua classe. Occorrendogli qualche cosa ne faccia cenno al Prefetto, o all’Assistente.

 7. Ciascuno assista la sua classe fin dopo gli atti di Fede, Speranza, e Carità, e se può non si muova di posto finché siano terminate le sacre Funzioni.

 8. Cinque minuti prima che termini il Catechismo, al suono del campanello, si racconterà qualche breve esempio tratto dalla Storia Sacra, o dalla Storia Ecclesiastica. oppure si esporrà chiaramente e con popolarità un apologo, od una similitudine morale, che deve tendere a far rilevare la bruttezza di qualche vizio, o la bellezza di qualche virtù in particolare.

 9. Niuno si metta a spiegare prima di aver imparato la materia di cui deve trattare. Le spiegazioni siano brevi e soltanto di poche parole.

 10. Non si entri in materia difficile, nè si mettano in campo questioni che non si sappiano risolvere chiaramente e con popolarità.

 11. I vizi che si devono spesso ribattere sono la bestemmia, la profanazione dei giorni festini, la disonestà, il furto, la mancanza di dolore, di proponimento e di sincerità nella Confessione.

 12. Le virtù da menzionarsi spesso sono: carità coi compagni, ubbidienza ai superiori, amore al lavoro, fuga dell’ozio e delle cattive compagnie, frequenza della Confessione e della santa Comunione.

 13. Le classi del Catechismo sono divise come segue: in coro i promossi per sempre alla s. Comunione, e che hanno compiuto i quindici anni. Alle cappelle di San Luigi e della Madonna quelli che sono promossi per sempre alla s. Comunione ma inferiori ai quindici anni. Le altre classi saranno divise per scienza e per età sino ai piccoli. Nello stabilire le classi di coloro, che non sono ancora promossi alla Comunione, si badi bene di non mettere i piccoli insieme co’ più adulti. Per esempio facciasi una classe di quelli, che sono maggiori di quattordici anni; un’altra da’ dodici a’ quattordici, da’ dieci a’ dodici. Ciò contribuirà efficacemente a mantenere l’ordine nelle classi, a palliare quel rispetto umano che hanno i più adulti quando sono messi a confronto dei più piccoli.

 14. L’ordine da tenersi nelfinsegnare la dottrina cristiana è segnato con numeri posti nelle domande del Catechismo. Le dimande segnate col numero 1 s’insegnino assolutamente a tutti e piccoli e adulti. Quelle segnate col numero 2 a coloro che si preparano per la Cresima o per la prima Comunione; le segnate con 3 e 4 a chi desidera d’esser promosso per tutto l’anno. Le dimande segnate col numero 5 e 6 a chi desidera di essere promosso per sempre.

 15. Il Catechista del coro per lo più ha soltanto giovani già promossi per sempre alla s. Comunione, perciò non esigerà la risposta letterale del Catechismo, ma annunziata ima domanda la esporrà con brevità e chiarézza, e per ravvivare l’attenzione potrà fare casi pratici, analoghi alla materia che tratta, e non mai di cose che non siano adattate all’età, e condizione degli uditori.

 16. Ciascun Catechista dimostri sempre un volto ilare, e faccia vedere, come diffatti lo è, di quanta importanza sia quello che insegna; nel correggere od avvisare usi sempre parole, che incoraggiscano, ma non mai avviliscano.

 17. Lodi chi lo merita, sia tardo a biasimare. Tutti gli impiegati liberi in tempo di Catechismo sono considerati come Catechisti, perchè essi sono più in grado d’ogni altro di conoscere l’indole ed il modo di contenersi coi giovani.

CAPO IX. Dell’Archivista o Cancelliere.

 1. Lo scopo dell’Archivista si è di tenere registro di quanto riguarda l’Oratorio in generale ed in particolare.

 2. Scriverà sopra un cartello nome, cognome e carica di ciascun impiegato, e lo appenderà in Sacrestia. Formerà un catalogo di tutti gli oggetti che servono ad uso di Chiesa, particolarmente quelli destinati e donati per qualche Altare determinato. Nel che seguirà gli ordini del Prefetto.

 3. Avrà cura e ne renderà conto all’uopo, dei libri, catalogo, ed altre cose spettanti alla Compagnia di s. Luigi ed alla Società di Mutuo Soccorso.

 4. In cancello apposito chiuderà sotto chiave tutta * la musica dell’Oratorio, e non la darà se non al capo dei cantori. Non mai impresterà musica da portar via. Può bensì permettere che taluno la venga a copiare nella casa dell’Oratorio.

 5. A lui pure è affidata una piccola Biblioteca di libri scelti per la gioventù, che Egli può liberamente imprestare per leggersi sul luogo ed anche portarsi alle rispettive case, ma dovrà notare nome, cognome, dimora di colui al quale fu imprestato. Si vedano le regole del Bibliotecario nella parte 3a.

 6. È cura principalissima dell’Archivista di vegliare che non si perda alcuna cosa di proprietà dell’Oratorio, nè oggetto di sorta venga di qui allontanato senza che egli ne abbia preso memoria.

CAPO X. Dei Pacificatori.

 1. La carica dei Pacificatori consiste nell’impedire le risse, gli alterchi, le bestemmie, e qualsiasi cattivo discorso.

 2. Quando avvenissero simili mancanze, (che grazie a Dio tra di noi sono rarissime), avvisino immediatamente il colpevole, e con pazienza e carità facciano vedere come simili colpe siano vietate dal Superiore, contrarie alla buona educazione, e quello che è più, proibite dalla santa legge di Dio.

 3. In caso di dover fare correzioni, abbiasi riguardo che siano fatte in privato, e per quanto è possibile, non mai in presenza altrui, eccetto che questa fosse necessaria per riparare un pubblico scandalo.

 4. È pure incumbenza dei Pacificatori il raccogliere i giovani che veggano in vicinanza dell’Oratorio, condurli in Chiesa con promessa di qualche piccolo premio, a cui certamente il Direttore non si rifiuterà.

 5. I Pacificatori procurino d’impedire con modi graziosi, che alcuno esca in tempo delle religiose funzioni. Niuno si fermi a fare schiamazzo o trastulli vicino alla Chiesa durante le medesime; succedendo questi casi si esortino con pazienza a recarsi in Chiesa appena dato il segno del campanello.

 6. È pure affidato ai Pacificatori il riconciliare coi Superiori chi avesse fatto mancanza; ricondurre ai genitori chi da loro fosse fuggito; lungo la settimana in- coraggire i compagni all’assiduità all’Oratorio nel giorno festivo.

 7. Il Priore ed il vice Priore della Compagnia di s. Luigi sono Pacificatori.

CAPO XI. Dei Cantori.

 1. È cosa desiderabile che tutti fossero cantori perchè tutti debbono prendere parte al canto; tuttavia per impedire vari inconvenienti, che potrebbero avvenire, si scelgono alcuni giovani, che abbiano buona voce e sanità, ed a costoro viene affidata la direzione del canto.

 2. Fra di noi vi sono due categorie di cantori: quelli del coro, l’altra davanti all’altare. Niuno però deve essere eletto cantore se non ha buona condotta, e se non sa leggere correttamente il latino.

 3. Per essere poi cantore in coro, si esige che l’allievo sappia solfeggiare e conosca i toni del canto fermo.

 4. La cura del canto è affidata ad un corista, ossia capo dei cantori, e ad un vice-corista. Essi devono adoperarsi che il canto sia ripartito tra i cantori in modo che tutti possano prendervi parte ed essere animati a cantare.

5. Al mattino si canta l’Uffizio della B. Vergine Maria a voce corale, ad eccezione degli Inni, Lezioni, Te Deum, e Benedictus che si cantano secondo le regole del canto fermo. Nelle feste solenni si canta tutto in canto Gregoriano. La sera si canta il Vespro segnato nel Calendario della Diocesi (1).

 6. Intonato un salmo od un’antifona, cantino tutti a voce unisona, evitando gli strilli, le intonazioni troppo alte o troppo basse. Quando taluno sbaglia nel canto, non si rida nè si disprezzi il compagno, ma il Corista procuri di sottentrargli nella voce per metterlo in tono.

7. I cantori posti davanti all’altare devono stare attenti per rilevare nel medesimo tono e grado di voce tutto quello che verrà intonato in coro o dall’orchestra (2).

8. L’ultima Domenica di ciascun mese si canta l’Uffizio dei morti per i compagni, e benefattori defunti, il quale Uffizio sarà parimenti cantato in suffragio d’ogni impiegato e del Padre e della Madre sua immediatamente dopo che ne verrà participata la morte.

9. Ai cantori è caldamente raccomandato di guardarsi dalla vanità, e dalla superbia: due vizi assai biasimevoli,´ che fanno perdere il frutto di ciò che si fa, e producono inimicizie tra compagni. Un cantore veramente cristiano non dovrebbe mai offendersi, nè avere altro fine se non lodare Iddio, ed unire la sua voce a quella degli Angeli, clic lo benedicono e lo lodano in Cielo.

 (1) Dove non si possa cantare il mattutino, si canterà almeno alla sera il Vespro della B. V. oppure la sola Ave Maris Stella con il Magnificat e l’Oremus ecc.

 (2) Il capo Corista procuri clic i salmi ed inni siano cantati alternativamente prima dal coro e poi dalla chiesa.

CAPO XIl - Regolatori della Ricreazione.

 1. È vivo desiderio che nella ricreazione tutti possano prendere parte a qualche trastullo nel modo e nell’ora permessa.

 2. I trastulli e giuochi permessi sono le boccie, le piastrelle, l’altalena, le stampelle, la giostra a passo del gigante, bersaglio a palla, corda, esercizi di ginnastica, oca, dama, scacchi, tombola, carriere, o barra rotta, i mestieri, il mercante, ed ogni altro giuoco che possa contribuire alla destrezza del corpo.

 3. Sono poi proibiti i giuochi delie carte, dei tarocchi, ed altro giuoco che inchiude pericolo di offendere Dio, recar danno al prossimo, e cagionar male a se stesso.

 4. Il tempo ordinario per la ricreazione è fissato al mattino dalle 10 alle 12, e da 1 a 2,30 pomeridiane, e dal termine delle religiose funzioni sino a notte. Nell’inverno anche lungo la sera, non però più tardi delle otto, vi saranno trattenimenti di ricreazione nelle ore, iu cui non si disturbino le scuole.

 5. I trastulli sono affidati a cinque invigilatoti, di cui Uno sarà capo.

 6. Il capo invigilatole tiene registro del numero e qualità dei trastulli, e ne è responsabile. Qualora ci vogliano provviste e riparazioni ai trastulli ne renderà consapevole il Prefetto.

 7. Gli invigilatoli presteranno i loro servizi due per domenica. Il capo veglia solamente che non avvengano disordini, ma non è tenuto a servizio, eccetto che manchi qualcuno degli invigilatoli.

 8. Ogni trastullo è segnato con un numero, per esempio: se vi fossero nove giuochi di boccie, si fanno nove cartelli sopra cui si scrive 1-2-3-4-5-6-7-8-9. Se ci fossero cinque paia di stampelle si noteranno col numero 10-11-12-13-14. E così progressivamente degli altri giuochi.

 9. Giunta poi l’ora della distribuzione, chi vuole un trastullo, deve lasciare qualche cosa in pegno, sopra cui l’invigilatore metterà il numero corrispondente al trastullo preso.

 10. Durante la ricreazione un invigilatore passeggerà pel cortile, per vegliare che nulla si guasti o si porti via; l’altro non si allontanerà mai dalla camera dei trastulli, ma non si permetterà mai ad alcuno l’introdursi per qualsiasi pretesto nel luogo dove quelli si chiudono.

 11. È particolarmente raccomandato agli invigilatori, il procurare che tutti possano partecipare di qualche divertimento, preferendo sempre quelli che sono conosciuti pei più frequenti all’Oratorio.

 12. Terminata la ricreazione, e verificato che nulla manchi, si metteranno in ordine i giuochi, poscia, chiusane la camera, se ne porterà la chiave al Prefetto.

CAPO XIII - Dei Patroni e Protettori.

 1. I Patroni ed i Protettori hanno l’importantissima carica di collocare a padrone i più poveri, ed abbandonati, e vegliare che gli apprendisti e gli artigiani che frequentano l’Oratorio non siano con padroni presso di cui sia in pericolo la loro eterna salute.

 2. È ufficio dei Patroni il ricondurre a casa quei giovani che ne fossero fuggiti, adoperandosi per collocarea padrone coloro che hanno bisogno d’imparare qualche professione, o che sono privi di lavoro.

 3. I Protettori saranno due, ed avranno cura di notare nome e cognome e dimora dei padroni, che abbisognano di apprendisti e di artigiani per mandare all’uopo i loro protetti.

 4. Il Protettore dà opera per assistere e correggere i suoi protetti, ma non si assume alcuna obbligazione pecuniaria, nemmeno presso i rispettivi padroni.

 5. Nelle convenzioni coi padroni abbiasi per prima condizione, che lascino l’allievo in libertà per santificare il giorno festivo.

 6. Accortosi che qualche allievo è collocato in luogo pericoloso, lo assista affinchè non commetta disordini, avvisi il padrone, se parrà conveniente, e intanto s’adoperi per cercare miglior partito al suo protetto.

PARTE SECONDA

CAPO I - Incumbenze riguardanti a tutti gli impiegati di quest’Oratorio.

 1. Le cariche di quest’Oratorio, essendo tutte esercitate a titolo di carità, deve ciascuno adempirle con zelo, come omaggio che presta alla Divina Maestà, perciò debbono tutti incoraggiarsi vicendevolmente a perseverare nelle rispettive cariche ed a compierne gli annessi doveri.

 2. Esortino all’assiduità quei giovani, che già frequentano l’Oratorio, e nel corso della settimana invitino dei nuovi ad intervenire.

 3. È una grande ventura l’insegnare qualche verità della fede ad un ignorante, e l’impedire anche un sol peccato.

 4. Carità, pazienza vicendevole nel sopportare i difetti altrui, promuovere il buon nome dell’Oratorio, degli impiegati, ed animare tutti alla benevolenza e confidenza col Rettore, sono cose a tutti caldamente raccomandate. e senza di esse non si riuscirà a mantener l’ordine, promuovere la gloria di Dio, ed il bene delle anime.

 5. Avvi grande difficoltà a provvedere individui a coprire tanti uffizi, ed a tale scopo si possono riunire più uffizi nella stessa persona: p. e. Tuffi zio dei pacificatori, dei patroni, e degli assistenti, si possono riunire nella stessa persona.

 6. Similmente l’uffizio del Prefetto può costituire una carica sola con quella del Direttore Spirituale. Il pacificatore, vegliatore, monitore, possono formare un uffizio solo. Così pure l’archivista, Tassistente, il bibliotecario può affidarsi ad uno dei Sacrestani che ne abbia la capacità.

CAPO II - Condizioni d’accettazione.

 1. Lo scopo di quest’Oratorio essendo di tener lontana la gioventù dall’ozio, e dalle cattive compagnie particolarmente nei giorni festivi, tutti vi possono essere accolti senza eccezione di grado o di condizione.

 2. Quelli però, che sono poveri, più abbandonati, e più ignoranti sono di preferenza accolti e coltivati, perchè hanno maggior bisogno di assistenza per tenersi nella via dell’eterna salute.

 3. Si ricerca l’età di otto anni, perciò sono esclusi i ragazzini, come quelli che cagionano disturbo, e sono incapaci di capire quello che ivi s’insegna.

 4. Non importa che siano difettosi della persona, purché siano esenti da male attaccaticcio, o che possa cagionare grave schifo a’ compagni; in questi casi un solo potrebbe allontanarne molti dall’Oratorio.

 5. Che siano occupati in qualche arte o mestiere.

 perchè l’ozio e la disoccupazione traggono a sè tutti i vizi, quindi inutile ogni religiosa istruzione. Chi fosse disoccupato e desiderasse darsi al lavoro può indirizzarsi ai protettori, e sarà da loro aiutato.

 6. Entrando un giovane in quest’Oratorio deve persuadersi che questo è luogo di religione, in cui si desidera di fare dei buoni cristiani ed onesti cittadini, perciò è rigorosamente proibito di bestemmiare, fare discorsi contrari ai buoni costumi, o contrari alla Religione. Chi commettesse tali mancanze sarà paternamente avvisato la prima volta; che se non si emenda si renderà consapevole il Direttore, il quale lo licenzierà dall’Oratorio.

 7. Anche i giovani discoli possono essere accolti, purché non diano scandalo, e manifestino volontà di tener condotta migliore.

 8. Non si paga cosa alcuna nè entrando, nè dimorando nell’Oratorio. Chi volesse aggregarsi a qualche Società lucrosa, può ascriversi in quella di Mutuo Soccorso, le cui regole sono a parte.

 9. Tutti sono liberi di frequentare quest’oratorio, ma tutti devono essere sottomessi agli ordini di ciascun incaricato; tener il debito contegno nella ricreazione, in Chiesa, e fuori dell’Oratorio.

CAPO III - Contegno in ricreazione.

 1. La ricreazione è il miglior allettamento per la gioventù, e si desidera, che tutti ne possano partecipare, ma solo con quei giuochi, che tra di noi sono in uso.

2. Ognuno sia contento dei trastulli, che gli sono stati trasmessi, e si contenga nel sito assegnato a quel genere di giuochi.

3. Durante la ricreazione ed in ogni altro tempo è proibito di parlare di politica, introdurre giornali di qualsiasi genere; leggere o ritenere libri senza l’approvazione del Direttore.

4. È proibito il giuocar danaro, commestibili od altri oggetti senza il particolar permesso del Prefetto; si hanno gravi motivi, perchè quest’articolo sia rigorosamente osservato.

5. Dato il caso, che durante la ricreazione entri nell’Oratorio qualche persona, che paia di condizione distinta, ognuno deve darsi premura di salutarla, scoprendosi il capo, lasciando libero il passo, e qualora occorra anche sospendere il giuoco.

6. Generalmente è proibito il giuocare alle carte, ai tarocchi, alla palla, al pallone, lo sgridare smoderato, disturbare i giuochi altrui; lanciare sassi, palle di legno di neve, il danneggiare le piante, le iscrizioni, le pitture; il guastare le mura, ed i mobili, far segni o figure con carbone o legno, o con altro capace a macchiare.

 7. È poi in particolar maniera proibito il rissare, percuotere, ed anche mettere incivilmente le mani sopra i compagni; proferir parole sconce; usare modi che dimostrino disprezzo ai compagni. Siamo tutti figliuoli di Dio, e dobbiamo tutti amarci colla medesima carità come altrettanti fratelli.

 8. Un quarto d’ora prima che termini la ricreazione al tocco del campanello ognuno deve ultimare il giuoco e la partita, che ha tra mano, senza più ricominciare. Suonato poi la seconda volta ciascuno porti il trastullo ove l’ha preso, e colà gli verrà rilasciato l’oggetto dato in pegno.

CAPO IV - Contegno in Chiesa.

 1. Dato il segno di recarsi in Chiesa, ognuno vi si rechi prontamente con ordine, cogli abiti aggiustati, e quelli che sanno leggere non dimentichino il rispettivo libro.

 2. Entrando in Chiesa ciascuno prenda l’acqua benedetta, faccia il segno della santa Croce, vada a mettersi a suo posto per fare ginocchioni una breve preghiera, e pensi che trovasi nella casa di Dio che è il Padrone del cielo e della terra.

 3. In Chiesa non dovrebbe essere necessario alcun assistente; il solo pensiero di trovarsi nella casa di Dio dovrebbe bastare ad impedire ogni divagazione. Ma siccome taluno può dimenticare se stesso, ed il luogo dove si trova, perciò ad ognuno si raccomanda di stare sottomesso agli ordini dell’assistente, e dei pacificatori, nè alcuno cerchi di uscire senza gravi motivi.

 4. Si raccomanda a tutti di non dormire, non ciarlare, non ischerzare, o fare gridi che possono eccitare il riso o il disturbo. Le quali mancanze saranno immediatamente corrette, ed eziandio punite ad esempio del Divin Salvatore, che cacciò dal Tempio a sferzate quelli che ? vi negoziavano.

 5. Quando taluno è avvisato di qualche difetto o a torto o a ragione, accolga in silenzio ed in buona parte l’avviso, e se ha qualche motivo a produrre, ciò faccia dopo le Funzioni di Chiesa.

6. Al mattino niuno cerchi di uscire finché non sia cantato: Lodato sempre sia il nome di Gesù e di Maria. Alla sera niuno si alzi da ginocchioni finché il Sacramento non sia chiuso nel Tabernacolo.

7. Si raccomanda a tutti di fare quanto si può per non uscire di Chiesa in tempo di predica. Terminate le sacre Funzioni ciascuno senza far tumulto si porti a fare ricreazione oppure a casa.

CAPO V - Contegno fuori dell’Oratorio.

 1. Ricordatevi, o giovani, che la santificazione delle feste vi porta la benedizione del Signore su tutte le occupazioni della settimana; ma vi {sono ancora altre cose che dovete praticare, altre cose che dovete fuggire eziandio fuori dell’Oratorio.

 2. Procurate ogni giorno di non mai omettere le preghiere del mattino e della sera, fare alcuni minuti di meditazione o almeno un po’ di lettura spirituale, ascoltare la santa Messa, se le vostre occupazioni lo permettono. Non passate dinanzi a Chiesa, Croce, o Immagine di vota senza scoprirvi il capo.

 3. Evitate ogni discorso osceno, o contrario alla Religione, perchè S. Paolo ci dice che i cattivi discorsi sono la rovina dei buoni costumi.

 4. Dovete tutti in ogni tempo tenervi lontani dai teatri diurni e notturni, fuggire le bettole, i caffè, i ridotti da giuoco, ed altri simili luoghi pericolosi.

 5. Non coltivate l’amicizia di coloro, che sono stati licenziati dall’Oratorio, e che parlano male dei vostri Superiori, o che cercano di allontanarvi dai vostri doveri: fuggite specialmente quelli che vi dessero consiglio di rubare in casa vostra o altrove.

 6. Finalmente è proibito il nuoto, ed il fermarsi a vedere a nuotare, come una delle più gravi trasgressioni delle regole dell´Oratorio.

CAPO VI - Pratiche religiose.

 1. Le pratiche religiose tra di noi sono: La Confessione e Comunione, e a tale fine ogni Domenica e festa di precetto si darà comodità a quelli che vogliono accostarsi a questi due augusti Sacramenti.

 2. L’Uffizio della B. Vergine, la santa Messa, la lezione di Storia Sacra od Ecclesiastica, il Catechismo, il Vespro, il discorso morale, la Benedizione col SS. Sacramento sono le Funzioni religiose dei giorni festivi.

 3. Delle pratiche particolari cui sono annesse le sante Indulgenze si parlerà a suo luogo.

CAPO VII - Confessione e Comunione.

 1. Ritenete, giovani miei, che i due sostegni più forti a reggervi e camminare per la strada del Cielo sono i Sacramenti della Confessione e Comunione. Perciò riguardate come gran nemico dell’anima vostra chiunque cerca di allontanarvi da queste due pratiche di nostra santa Religione.

 2. Fra di noi non vi è comando di accostarsi a questi santi Sacramenti; e ciò per lasciare che ognuno vi si accosti liberamente per amore e non mai per timore. La qual cosa riuscì molto vantaggiosa, mentre vediamo molti ad intervenirvi ogni quindici giorni, ed alcuni in mezzo alle loro giornaliere occupazioni fanno esemplarmente la loro Comunione anche tutti i giorni. La Comunione solevasi fare quotidiana dai cristiani dei primi tempi; la Chiesa Cattolica nel Concilio Tridentino inculca che ogni cristiano quando va ad ascoltare la s. Messa faccia la santa Comunione.

 3. Tuttavia io consiglio tutti i giovani dell’Oratorio a fare quanto dice il Catechismo della Diocesi, cioè: è bene di confessarsi ogni quindici giorni od una volta al mese. S. Filippo Neri, quel grande amico della gioventù, consigliava i suoi figli spirituali a Confessarsi ogni otto giorni, e comunicarsi anche più spesso secondo il consiglio del confessore.

 4. Si raccomanda a tutti e specialmente ai più adulti di frequentare i santi Sacramenti nella Chiesa dell’Oratorio per dar buon esempio ai compagni; perchè un giovane che si accosti alla Confessione e Comunione con vera divozione e raccoglimento fa talvolta maggior impressione sull’anima altrui, che -non farebbe una lunga predica.

 5. I confessori ordinari sono il Direttore dell’Oratorio, il Direttore Spirituale, ed il Prefetto. Nelle solennità s’inviteranno anche altri confessori a pubblica comodità.

 6. Sebbene non sia peccato cangiare confessore, tuttavia vi consiglio di scegliervene uno stabile, perchè dell’anima avviene ciò che fa un giardiniere intorno ad una pianta, un medico intorno ad un ammalato. In caso poi di malattia il confessore ordinario conosce assai facilmente lo stato dell’anima nostra.

 7. Nel giorno che scegliete per accostarvi ai santi Sacramenti, giunti all’Oratorio non trattenetevi in ricreazione pel cortile, ma andate tosto in cappella, preparatevi secondo le norme spiegate nelle sacri istruzioni, e come sono indicate nel Giovane Provveduto ed in altri libri di pietà. Se vi tocca aspettare, fatelo con pazienza ed in penitenza dei vostri peccati. Ma non fate mai risse per impedire che altri vi preceda, o per passare voi stessi davanti agli altri.

 8. Il confessore è l’amico dell’anima vostra, e perciò vi raccomando di avere in lui piena confidenza. Dite pure al vostro confessore ogni secretezza del cuore, e siate persuasi che egli non può rivelare la minima cosa udita in confessione. Anzi non può nemmeno pensarci sopra. Nelle cose di grave importanza, come sarebbe nell’elezione del vostro stato, consultate sempre il confessore. Il Signore dice che chi ascolta la voce del confessore ascolta Dio stesso. Qui vos audit, me audit.

 9. Finita la confessione ritiratevi in disparte, e col medesimo raccoglimento, fate il ringraziamento. Se avete il consenso del confessore preparatevi alla santa Comunione.

 10. Dopo la Comunione trattenetevi almeno un quarto d’ora a fare il ringraziamento; sarebbe una gravissima irriverenza se pochi minuti dopo di aver ricevuto il Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo uno uscisse di Chiesa o si mettesse a ridere ed a chiacchierare, sputare o guardare qua e là per la Chiesa.

 11. Fate in maniera che da una confessione all’altra riteniate a memoria gli avvisi dati dal confessore, procurando di metterli in pratica.

 12. Un’altra cosa riguarda la Comunione ed è: fatto il ringraziamento, dimandate sempre a Dio questa grazia, cioè di poter ricevere colle debite disposizioni il santo Viatico prima della vostra morte.

CAPO VIII - Materia delle prediche e delle Istruzioni.

 1. La materia delle Prediche e delle Istruzioni morali deve essere scelta e adattata alla gioventù, e per quanto si può, essere mischiata di . esempi, di similitudini, di apologhi.

 2. Gli esempi si ricavino dalla Storia Sacra, dalla Storia Ecclesiastica, dai santi Padri, o da altri accreditati autori. Ma si fuggano i racconti che possono eccitare il ridicolo sulle verità della fede. Le similitudini poi piacciono assai, ma bisogna che siano di cose conosciute, o facili a conoscersi dagli uditori; che siano bene studiate ed abbiano un’applicazione chiara ed adattata agli individui.

 3. Si badi che gli esempi devono solamente servire a confermare le verità della fede, le quali devono già essere provate prima. Le similitudini poi devono solamente servire di mezzo per dilucidare una verità provata o da provarsi. Le Prediche si facciano in lingua italiana, .ma nel modo più semplice e popolare che sia possibile, e dove ne sia mestieri si usi anche il dialetto della provincia. Non importa che ci siano giovani, ed -altri uditori, che comprendano l’italiano elegante; chi capisce un discorso elegante, capisce assai più il popolare, ed anche il piemontese (1).

(1) Nei primi tempi dell’Oratorio dal 1841 al 1850 si faceva uso del solo dialetto piemontese; ma di poi venendo giovanetti da ogni parte d’Italia, e di tutte le nazioni, si adottò la lingua italiana, come quella usata ìd tutta la penisola e non mai noia. E la gioventù particolarmente ha bisogno, e desidera anche di ascoltare, ma sia usata grande industria perchè non resti mai nè oppressa, nè annoiata.

4. Le Prediche non devono mai oltrepassare la mezz´ora, perchè il nostro s. Francesco di Sales dice essere

5. Quelli che si degneranno di venire in quest’Oratorio a spiegare la parola di Dio sono caldamente pregati di essere chiari e popolari quanto è possibile; facciano cioè in modo, che in qualsiasi punto del discorso gli uditori capiscano quale virtù sia inculcata, o quale vizio sia biasimato.

CAPO IX - Feste cui sono annesse le sante Indulgenze.

 1. Non c’è giorno di vacanza in quest’Oratorio; le sacre Funzioni si fanno in tutti i giorni festivi poiché i Sommi Pontefici hanno concesse molte Indulgenze per certe Solennità, così in esse si raccomanda particolare divozione e raccoglimento. Il regnante Pio IX concede Indulgenza Plenaria nelle seguenti Solennità:

III. Annunziazione di Maria Vergine.

IV. Assunzione di Maria Vergine.

V. Nascita di Maria.

VI. Rosario di Maria.

VII. Immacolata Concezione.

VIII. S. Angelo Custode.

2. è bene qui notare, che per lucrare la plenaria indulgenza è prescritto: 1° la sacramentale Confessione e Comunione. 2° Visitare questa Chiesa. 3° Far qualche preghiera secondo l’intenzione del Sommo Pontefice.

 3. Le feste di s. Francesco di Sales, e di s. Luigi Gonzaga, sono celebrate con particolar pompa e solennità. Il Rettore, il Direttore Spirituale, il Prefetto prenderanno insieme i debiti concerti col Priore della Compagnia di s. Luigi per quanto occorrerà in quei giorni.

CAPO X - Pratiche particolari di Cristiana pietà.

 1. Un’importante pratica di pietà è la Comunione, che il Sommo Pontefice ha concesso di fare nella mezzanotte del Ss. Natale. Avvi facoltà di celebrare le tre Messe consecutive, di fare la s. Comunione colla Indulgenza Plenaria a chi s’accosta alla Confessione e Comunione. Vi precede la Novena solenne colla Benedizione del Ss. Sacramento. In quella sera poi tutti possono liberamente cenare o fare la colazione, poscia prepararsi per la santa Comunione. La ragione si è, che bisogna essere digiuni dalla mezzanotte in giù, e tal Comunione si fa dopo mezzanòtte.

 2. Nei quattro ultimi giorni della Settimana Santa vi sono i Divini Uffizi, e si fa il santo Sepolcro. Al Giovedì poi alle cinque di sera, se il tempo non impedisce, andranno tutti processionalmente a visitare i santi Sepolcri. Dopo di che avrà luogo la solita funzione della lavanda dei piedi.

 3. Si fanno pure esercizi particolari di pietà nel mese di maggio in onore di Maria Ss., e nell’ultima settimana di questo mese avrà luogo un Ottavario, che servirà come di chiusa del mese.

 4. Nell’ultima Domenica di ciascun mese si farà l’esercizio della buona morte che consiste in una accurata preparazione, per ben confessarsi e comunicarsi, e raggiustare le cose spirituali e temporali, come se ci trovassimo al fine di vita. Nella solennità delle Qua- rantore e per l’esercizio della buona morte vi è l’Indulgenza Plenaria.

 5. Nella prima Domenica di ciascun mese si suol fare una processione in onore di san Luigi Gonzaga nel recinto dell’Oratorio, e tutti quelli, che intervengono, guadagnano 300 giorni di Indulgenza concessa dal regnante Pio IX.

 6. Vi è pure Indulgenza Plenaria all’esercizio delle sei Domeniche di s. Luigi Gonzaga. Consiste questo esercizio nello scegliere le sei Domeniche precedenti alla festa del Santo, e fare in esse qualche pratica di divozione, come fu stampato in piccolo libretto ed anche nel Giovane Provveduto. Chi si confessa e si comunica in queste Domeniche può guadagnare l’Indulgenza Plenaria in ciascuna di esse.

 7. Per lucrare le sante Indulgenze è indispensabile lo stato di grazia, perchè non può ottenere la remissione della pena temporale chi meritasse la pena eterna.

 8. Tutte le mentovate Indulgenze sono applicabili alle anime del Purgatorio.

CAPO XI - Compagnia di s. Luigi.

 1. Il regnante Pio IX ha concesso l’Indulgenza Plenaria pel giorno in cui uno si fa ascrivere alla com pagnia di s. Luigi. Lo scopo che si propongono i soci si è di imitare questo Santo nelle virtù compatibili al proprio stato, ed avere la protezione di Lui in vita, e in punto di morte.

 2. L’approvazione dell’Arcivescovo di Torino, e del regnante Pio IX, devono animarci ad aggregarci a questa Compagnia.

 3. A maggior tranquillità di tutti vuoisi notare, clic le regole della Compagnia di s. Luigi non obbligano sotto pena di peccato nemmeno leggero; perciò chi trascura qualche regola della Compagnia si priva di un bene spirituale, ma non fa alcun peccato. La promessa che si fa all’Altare di s, Luigi non è un voto; chi però non avesse volontà di mantenerla fa meglio a ti on iscriversi.

 4. Questa compagnia è diretta da un Sacerdote col titolo di Direttore Spirituale, e da un Priore, il quale non deve essere Sacerdote.

 5. Il Direttore Spirituale è nominato dal Superiore dell’Oratorio. È suo uffizio di vegliare che tutti i Confratelli osservino le regole; fa l’accettazione di quelli, che gli paiono degni; tiene il catalogo de’ vivi e dei defunti; è visitatore degli ammalati della Società di Mutuo Soccorso. Il tempo della sua carica non è limitato.

 6. Il Priore si elegge a pluralità di voti da tutti i confratelli della Compagnia insieme radunati. La sua carica dura un anno e può essere rieletto. Il tempo stabilito per la elezione del Priore è la sera del giorno di Pasqua.

 7. La carica del Priore non porta alcuna obbligazione pecuniaria. Se fa qualche oblazione in occasione della festa di s. Luigi, di s. Francesco di Sales, od in altre circostanze, è a titolo di limosina. È pure uffizio suo di vegliare nel coro, e procurare che le solennità si facciano con decoro.

8. Al priore è raccomandata la parte disciplinare delle regole dell’oratorio, ed è coadiuvato dal vice priore che è pure eletto a plurità di voti la domenica in albis.

PARTE TERZA - DELLE SCUOLE ELEMENTARI DIURNE E SERALI

CAPO 1 - Classi e condizioni di accettazione.

 1. Le scuole dell’Oratorio comprendono l’intero corso elementare annuale, le scuole serali dal principio di novembre alla Pasqua e le autunnali.

 Le materie sono quelle prescritte dai programmi governativi.

 2. Tutti possono prendere parte a queste scuole, eccetto quelli, che non hanno compiuta l’età di 6 anni o sono infetti da male contagioso, a norma del regolamento dell’Oratorio festivo (parte seconda, cap. I, art. 4).

 3. Nell’atto di accettazione debbono indicare il no-´ me, cognome, paternità, luogo di nascita, età e domicilio, se sono promossi alla comunione e quante volte, se cresimati.

 Tutti gli scolari sono strettamente obbligati a frequentare le funzioni dell’Oratorio festivo.

 4. La scuola è gratuita, ma ciascuno è tenuto a provvedersi libri, quaderni e quanto occorre per la scuola, e chi per estrema povertà non potesse provvedersi del necessario ne potrà far domanda al Direttore, che non rifiuterà di aiutarlo quando, verificatosi il bisogno, vi sia buona condotta da parte dell’allievo.

 5. Sebbene queste scuole sieno aperte a tutti, tutta- via nei casi di ristrettezza di posto, si preferiscono i più poveri ed abbandonati, e quelli che già frequentano l’Oratorio nei giorni festivi.

Avvisi generali.

1. Ogni allievo deve portare rispetto ai superiori ed ai maestri; e chi non potesse più frequentare la scuola ne renda avvisato il Direttore o il proprio maestro.

2. Al cominciar dell’anno si darà a ciascuno un libretto sopra cui sarà segnato l’intervento alle funzioni dell’Oratorio festivo. Si abbia cura di farlo bollare mattino e sera d’ogni Domenica, e ogni Lunedì mattino lo porti con sè a fine di poterlo presentare al Superiore, nel caso che ne faccia richiesta.

 3. I genitori devono aver cura di mandarli puliti nella persona e negli abiti, e venire di tanto in tanto a prendere informazioni della condotta dell’allievo.

 4. È proibito rigorosamente a tutti gli allievi: 1° di far commissioni per gli interni; 2° d’introdurre libri, giornali, scritti o stampe di qualsiasi genere, senza che siano prima veduti dal Direttore dell’Oratorio.

 5. È rigoroshmente proibito di gettare pietre, far risse o schiamazzi nel venire a scuola o nell’uscita.

CAPO II- Del Portinaio.

 1. È strettissimo dovere del portinaio trovarsi per tempo in portineria, ricevere urbanamente i giovani e chiunque si presenta.

 2. Venendo qualche giovane nuovo lo accolga amorevolmente, lo informi dell’andamento dell’Oratorio, lo indirizzi al Direttore od a chi ne fa le veci, perchè sia iscritto sul registro degli allievi, e gli si assegni una classe.

 3. È rigorosamente proibito di lasciar passare persone forestiere collo scopo di penetrare neH’Istituto. In tali casi devonsi indirizzare al portinaio della casa ovvero dell’ospizio.

 4. I genitori dei giovani venendo a domandar informazioni dei loro figli, se sono donne si facciano fermare in fondo al cortile.

 5. Deve impedire le comunicazioni delle persone interne colle esterne, le commissioni, le compere, le vendite di qualsiasi genere di cose.

 6. I giovani, entrati nel cortile, non debbono più uscire, e quando occorresse qualche ragionevole motivo ne ottengano il permesso dal Superiore, o almeno dal rispettivo maestro.

 7. È proibito severamente lasciar uscire alcuno degli interni per la porta degli esterni.

 8. Il portinaio deve vegliare che nessuno introduca nel cortile libri, giornali, fogli di qualsiasi genere, se prima non sieno veduti dal Direttore. Rinnovi costantemente la proibizione di fumare o masticar tabacco nei cortili o in altri siti dell’Oratorio.

CAPO III - Delie scuole serali di commercio e di musica.

 1. Le scuole commerciali e di musica sono gratuite; ma chi desidera frequentarle è obbligato d’intervenire alle pratiche di pietà dell’Oratorio festivo; gli allievi devono aver compiuti gli anni 9 di età. Per la scuola di canto bisogna almeno essere in grado di leggere il latino e l’italiano.

 2. Nell’atto di accettazione devesi indicare nome, cognome, paternità, luogo di nascita, professione, età e domicilio; se sono promossi alla Comunione e quante volte; se cresimati.

 3. Da ogni allievo musico si esige formale promessa di non andare a cantare nè a suonare nei pubblici teatri, nè in altri trattenimenti in cui possa essere compromessa la Religione od il buon costume.

 4. In principio della scuola si reciterà l’Actiones nostras ecc., coll’Ave Maria. Finita la scuola si dirà l’Agimus coll’Ave Maria e la giaculatoria: Maria Auxilium ecc. quindi ciascuno si ritirerà a casa sua.

 5. Chi dovesse per qualunque motivo esentarsi dalla scuola ne darà avviso al maestro od al Direttore.

 6. In fin dell’anno sarà fatta pubblica distribuzione di premi a quelli che si sono segnalati nella condotta morale e nel profitto scolastico.

CAPO IV - Dei Maestri.

 1. il Maestro procuri di trovarsi puntuale in classe per impedire che succedano disordini prima e dopo la scuola. 2. Procuri di andar preparato sulla materia della lezione; ciò servirà molto per far comprendere le difficoltà dei temi, e tornerà di minor fatica allo stesso maestro. .

 3. Niuna parzialità, niuna animosità; avvisi e biasimi se ne è caso, ma perdoni facilmente.

 4 I più idioti della classe sieno oggetto delle sue sollecitudini; incoraggi, ma non avvilisca mai.

 5. Interroghi tutti senza distinzione e con frequenza, e dimostri grande stima ed affezione per tutti i suoi allievi.

 6. I castighi sieno inflitti nella scuola; nè per castigo allontanisi mai alcuno dalla classe. Ma si ritenga che è rigorosamente proibito di dare schiaffi, battiture o percuotere come che sia gli allievi. Presentandosi casi gravi mandi a chiamare il Direttore, o faccia condurre il colpevole presso di lui.

 7. Dovendo prendere deliberazioni di grave importanza intorno a qualche allievo, ne parli prima col Direttore.

 8. Raccomandi nettezza nei quaderni, regolarità e perfezione nella calligrafia; pulitezza nei libri o sulle pagine, che si devono presentare al maestro.

 9. Almeno una volta al mese dia un lavoro di prova, e dopo d’averlo corretto, ne dia le pagine al Direttore.

 10. Tenga la decuria in modo da poterla presentare ogni giorno a chi ne facesse domanda, e nel caso che qualche persona autorevole visitasse le scuole.

 11. Vegli sopra le letture di cattivi libri, raccomandi e nomini gli autori che si possono leggere e ritenere senza che la religione e la moralità sieno compromesse.

 12. Dai classici sacri e profani avrà cura di trarre le conseguenze morali, quando l’opportunità della materia ne porga occasione, ma senza ricercatezza.

 13. Sono proibite ai maestri le visite ai parenti dei giovani.

 14. Venendo qualche parente a domandar informazioni di un allievo, dia soddisfazione, ma ciò si faccia in cortile o nel parlatorio, e non nella scuola.

CAPO V - Norme generali per la festa di s. Luigi e di s, Francesco di Sales.

 1. Nei nove giorni che precedono la festa, si canterà in Chiesa l’Iste confessor... o l’Infensus hostis etc., con qualche preghiera ed un sermoncino, o almeno un po’ di lettura della vita del Santo, o sopra qualche verità della fede.

 2. Nelle Funzioni del mattino e della sera precedente si esortino i giovani ad accostarsi aiSS. Sacramenti della Confessione e Comunione.

 3. In questo tempo si provvedano i cantori, sieno insegnate le cerimonie al piccolo clero, e le cose che concernono alle sacre Funzioni; nè si ometta di avvisare i giovani, che accostandosi ai SS. Sacramenti in questi giorni, possono lucrare l’Indulgenza Plenaria.

Del fine del carnovale e principio della Quaresima.

 1. Nella Domenica di Sessagesima si avvertano i giovani che, la Domenica seguente, essendo l’ultima di carnovale, si farà qualche cosa di particolare in giuochi od altri trattenimenti.

 2. Si avvisi che l’Oratorio sarà aperto anche il lunedì e martedì ultimi di carnovale. In quei tre giorni, o almeno nella domenica e martedì dopo mezzogiorno, dopo la ricreazione, si canteranno i Vespri, cui seguirà l’istruzione in forma di dialogo, e .la benedizione col Ss. Sacramento.

Del Catechismo della Quaresima e della Cresima.

 1. Fin dai primi giorni della Quaresima si osservi se,

fra quelli che frequentano l’Oratorio, ve ne siano da cresimare. Nel caso affermativo si dividano in due o tre classi i cresimandi e si facciano loro istruzioni a parte sul modo di ricevere questo Sacramento. Non più tardi della metà della Quaresima debbono essere cresimati perchè vi sia tempo a prepararli per la Pasqua.        .               .

 2. I giovani siano classificati secondo la loro età, e la scienza, e gli allievi non sieno più di dieci circa.

 3. Il Catechista tenga nota esatta de’ suoi alunni, ed ogni giorno dia il voto di condotta e di profitto.

 4. Prima che sia finita la Quaresima procuri che gli allievi sieno sufficientemente istruiti nei Misteri principali e specialmente sulla Confessione e Comunione.

 5. Nella settimana di Passione esamini i suoi allievi, e li promuova se sono idonei, e ne dia il voto al Direttore che lo metterà in registro a parte.

 6. Quando in classe si avesse qualcuno già adulto, ma ignorante di religione, lo deve consegnare al Direttore, perchè possa fargli dare un’istruzione adatta.

 7. Il giovedì, che separa la Quaresima per metà, non si fa il Catechismo nè mattino nè sera, e ciò per evitare certi scherzi che spesso sono cagione di risse e di scandalo.

 8. Al sabato sera si fa pure la dottrina, ma si lascia comodità di confessarsi a quelli, che lo desiderano. Si abbia massima cura, che i Catechizzandi nel corso della Quaresima si confessino almeno una volta ed anche di più, e ciò per evitare inconvenienti che sogliono accadere quando si accostano per la confessione Pasquale. Sul fine della settimana di Passione si darà avviso che nella seguente settimana cominceranno i santi Spirituali Esercizi.

Degli Esercizi e della Pasqua.

 1. Gli esercizi cominceranno in quel giorno ed ora della Settimana Santa, che il Direttore giudicherà di maggior comodità a’ suoi giovanetti.

 2. In ciascun giorno vi sarà il numero di prediche compatibile alla condizione ed occupazione degli allievi.

 3. Il lunedì mattino dopo la Domenica delle Palme vi saranno le confessioni dei più piccoli non ancora promossi alla santa Comunione (1).

 5. La Domenica della Risurrezione è destinata alla Pasqua degli artigiani.

Delle sette Domeniche di san Giuseppe e delle sei Domeniche di san Luigi.

 1. Nelle sette Domeniche precedenti alla festa di s. Giuseppe e nelle sei precedenti la festa di s. Luigi Gonzaga avvi Indulgenza Plenaria pei; chi si accosta al santo Sacramento della Confessione e Comunione; perciò se ne dà avviso per tempo, e si indirizzano ai giovani speciali parole d’incoraggiamento.

 (1) Dove sono molti quelli che fanno la prima Comunione, è bene che la facciano in un giorno distinto, da sè soli, a scelta del Direttore.

Classificazione dei giovani pel Catechismo.

 1. Due volte all’anno conviene ordinare le classi; dopo Pasqua, perchè allora arrivano molti giovanetti forestieri e d’altra parte bisogna dare un nuovo posto a coloro, che furono poco prima promossi alla santa Comunione.

 La seconda volta si fa sul principio delle scuole autunnali pel gran numero di giovani, che sogliono frequentare l’Oratorio. Allora è bene di fare due categorie, cioè: Artigiani e Studenti.

Delle Lotterie,

 1. Si è stabilito, che le lotterie si facciano ogni trimestre, cioè: a s. Francesco di Sales, la festa di Maria Ss. Ausiliatrice, a s. Luigi Gonzaga, alla festa di tutti i Santi.

 2. Chi guadagna avrà un premio corrispondente alla frequenza ed alla morale sua condotta.

 3. Gli oggetti di lotteria saranno libri di divozione, o di amene letture, quadretti, crocifissi, medaglie, giuo- eattoli di diverso genere, ed anche pei più esemplari qualche paio di scarpe o qualche taglio di vestiario.

 4. Nella Domenica in Albis si fa solenne distribuzione di premi a quelli che colla loro buona condotta si sono segnalati nell’intervenire al Catechismo in tempo della Quaresima.

 5. Nella seconda Domenica dopo Pasqua si fa la lotteria per quelli che hanno frequentato l’Oratorio festivo.

 6. I pacificatori stanno nel cortile vicino alla lotteria per quietare quelli che cagionassero qualche disturbo.

Del Bibliotecario.

 1. Al Bibliotecario verrà affidata una piccola scelta di libri utili ed ameni da distribuirsi ai giovani, che desiderano, e che fanno sperare di fare qualche profitto.

 2. Noterà sopra un registro nome e cognome di quelli cui impresta il libro, avvisandoli, che allo scadere del mese procurino di riportare il libro somministrato.

 3. Terrà pure conto dei libri che entrano ed escono dalla Biblioteca per poterne dar conto a chi di ragione.

 4. Gli addetti alla Biblioteca saranno due, cioè: il Bibliotecario, che distribuisce i libri, e l’Assistente generale, che ne dà il permesso, e prende nota del nome, e dimora dell’allievo, e del titolo del medesimo libro.

 5. L’uffizio di Bibliotecario, e di Assistente si possono riunire nella stessa persona, come pure si possono a vicenda supplire, in assenza dell’uno o dell’altro.

 6. Sia raccomandato a tutti di non perdere .libri, guastarli, o scrivervi sopra il proprio nome, e di restituirli entro un mese.

 IV. RICORDI CONFIDENZIALI A DON RUA Direttore del Piccolo Seminario di Mirabello (Ottobre 1863)

 Al suo amatissimo figlio D. Rua Michele il Sacerdote Bosco Giovanni salute nel Signore.

 Poiché la Divina Provvidenza dispose di poter aprire una casa destinata a promuovere il bene della gioventù in Mirabello, ho pensato tornare a maggior gloria di Dio il fidarne a te la direzione.

 Ma siccome non posso trovarmi sempre al tuo fianco per darti o meglio ripeterti quelle cose che tu forse avrai già veduto praticarsi, così stimo farti cosa grata scrivendoti qui alcuni avvisi che potranno servirti di norma nell’operare.

 Ti parlo colla voce di un tenero padre che apre il ´ cuore ad uno de’ più cari suoi figliuoli.

 Ricevili adunque scritti di mia mano come pegno dell’affetto che io ti porto, e come atto estremo del mio vivo desiderio che tu guadagni molte anime al Signore.

Con te stesso.

 1) Niente ti turbi.

 2) A te raccomando di evitare le mortificazioni nel cibo e in ciascuna notte non fare meno di sei ore di riposo. Questo è necessario per conservare la sanità e promuovere il bene delle anime.

 3) Celebra la Santa Messa e recita il breviario pie, devote, attente. Questo procura di praticarlo tu e insinuarlo anche nei tuoi dipendenti.

 4) Ogni mattina un poco di meditazione, lungo il giorno una visita al SS. Sacramento. Il rimanente come è disposto dalle regole della Società.

 5) Studia di farti amare prima di farti temere; nel comandare e correggere fa sempre conoscere che tu desideri il bene e non mai il tuo capriccio. Tollera ogni cosa quando si tratta di impedire il peccato; ogni tuo sforzo sia diretto al bene delle anime de’ giovanetti a te affidati.

 6) Pensaci alquanto prima di deliberare in cose d’importanza e ne’ dubbi appigliati sempre a quelle cose che sembrano di maggior gloria di Dio.

 7) Quando ti è fatto rapporto intorno a qualcheduno, procura di rischiarare bene il fatto prima di giudicare. Spesso ti saranno dette cose che sembrano travi e sono soltanto paglie.

Coi Maestri.

 1) Procura che ai maestri nulla manchi di quanto loro è necessario pel vitto e per il riposo. Tien conto delle loro fatiche; ed essendo ammalati o semplicemente incomodati, manda tosto un supplente nella loro classe.

 2) Procura di parlare spesso con loro o separatamente o simultaneamente; osserva se non hanno troppe occupazioni, se loro mancano abiti, libri; se hanno qualche pena morale o fisica; oppure trovansi in classe allievi che abbiano bisogno di correzione o di speciale riguardo nel grado o nel modo d’insegnamento. — Conosciuto qualche bisogno fa quanto puoi per provvedervi.

 3) In conferenza apposita raccomanda che interroghino indistintamente tutti i giovani della classe, leggano per turno qualunque lavoro di ciascuno; fuggano l’amicizia particolare e la parzialità fra i loro allievi; quando occorre solennità, novena od anche semplice festa in onore di Maria SS. se ne dia cenno in classe con un semplice annunzio.

Cogli assistenti o capi di camerata.

 1) Quanto si è detto pei maestri si può in gran parte applicare agli assistenti e capi di camerata.

 2) Procura che loro nulla manchi perchè possano continuare i loro studi; perciò fa’ in modo che qualcuno faccia loro scuola ed abbiano tempo per studiare.

 3) Procura di trattenerti con essi per udire i pareri sulla condotta dei giovani loro affidati. Si trovino puntuali al loro dovere: facciano la loro ricreazione coi giovani.

 4) Se tu scorgerai che taluno di essi formi amicizia particolare o te ne accorgi di lontano la sua moralità essere in pericolo, con prudenza lo cangerai di sito, se occorre gli darai altra occupazione; e se mettesse in pericolo la moralità di qualche compagno o di qualche giovane lo toglierai dall’impiego e mi parteciperai tosto la cosa.

 5) Radunerai qualche volta i maestri, gli assistenti, i capi camerata e passeggiata e a tutti dirai che si sforzino per impedire i cattivi discorsi, allontanare ogni libro, scritto, immagine, hic scientia est, e qualsiasi cosa che metta in pericolo la regina delle virtù, la purità. Diano dei buoni consigli, usino carità coi giovani, conoscendo qualche allievo pericoloso ai compagni, te lo dicano e se ne faccia oggetto delle comuni sollecitudini.

Colle persone di servizio.

 1) Non abbiano molta famigliarità coi giovani e fa in modo che possano ogni mattina ascoltare la S. Messa ed accostarsi ai Santi Sacramenti ogni quindici giorni od una volta al mese.

 2) Usa sempre carità nel comandare ed in ogni circostanza fa sempre conoscere che desideri il bene dell’anima loro. Non si permetta che entrino donne ne’ dormitori de’ giovani od in cucina, nè trattino con alcuno della casa se non per cose di carità o di necessità.

 3) Nascendo dissensioni tra le persone di servizio ed i giovani od altri del Seminario, ascolta ognuno con bontà; ma per via ordinaria dirai separatamente il tuo parere in modo che uno non sappia quanto si dice all’altro, ad eccezione che intervengano circostanze che persuadano diversamente.

 4) Sia stabilito un capo alle persone di servizio di probità conosciuta; costui invigili specialmente sul lavoro e sulla moralità dei subalterni e si adoperi con zelo, affinchè non succedano furti e non si facciano cattivi discorsi.

Coi giovani studenti.

 1) Per nessun motivo non mai accettare un giovane che sia stato cacciato da altri collegi o che ti consti altrimenti essere di mali costumi. Se malgrado la debita precauzione accadrà di accettarne qualcheduno di tal genere, dàgli subito un compagno sicuro che non l’abbandoni mai. Qualora egli manchi, sia appena una volta corretto e la seconda immediatamente mandato via dal Seminario.

 2) Fa quanto puoi per passare in mezzo ai giovani tutto il tempo della ricreazione; e procura di dire all’orecchio qualche affettuosa parola, che tu sai, di mano in mano si presenta l’occasione e tu ne scorgerai il bisogno. Questo è il gran segreto per renderti padrone del cuore dei giovani.

 3) Offriti pronto ad ascoltare le confessioni dei giovani, ma dà loro libertà di confessarsi da altri se lo desiderano. Procura di allontanare fin l’ombra di sospetto che ricordi quanto fu detto in confessione. Nè siavi ombra di parzialità a chi si confessa da uno a preferenza di un altro.

 4) Procura d’iniziare la Società dell’Immacolata Concezione ma ne sarai soltanto promotore e non direttore: considera tal cosa come opera dei giovani.

Cogli esterni.

 1) La carità e la cortesia siano le note caratteristiche di un Direttore tanto verso gli interni quanto verso gli esterni.

 2) In caso di questioni intorno a cose materiali accondiscendi in tutto quello che è possibile anche con qualche danno, purché si conservi la carità.

 3) Se poi trattasi di cose spirituali o semplicemente morali allora le dissensioni devono sempre rivolgersi nel senso che tornano a maggior gloria di Dio e bene delle anime. Impegni, puntigli, spirito di vendetta, amor proprio, ragione, pretensioni ed anche l’onore, tutto deve sacrificarsi in questo caso.

 4) Se per altro la cosa fosse di grave importanza è bene di chiedere tempo per pregare e domandare consiglio a qualche pia e prudente persona


GLI SCRITTI EDITI DI DON BOSCO

1) Nella Collana delle «Letture Cattoliche»:

1 - Introduzione alle « Letture Cattoliche ». Avvisi ai

Cattolici. Fondamenti della Cattolica Religione, pp. 32, Torino, Tipografia P. De-Agostini, 1853.

2 - Il Cattolico istruito nella sua Religione. Tratte

nimenti di un padre di famiglia coi suoi figliuoli secondo i bisogni del tempo (in 6 fase.), pp. 452, Torino, Tipografia P. De-Agostini, marzo-settembre 1853.

3 - Notizie storiche intorno al miracolo del SS.mo Sa

cramento avvenuto in Torino il 6 giugno 1453, pp. 48. Torino, Tipografia P. De-Agostini, giugno 1853.

4 - Fatti contemporanei esposti in forma di dialogo,

pp. 48, Torino, Tipografia P. De-Agostini, agosto 1853.

5 - Dramma. Una disputa tra un Avvocato ed un Mini

stro protestante, pp. 68, Torino, Tipografia P. De- Agostini, dicembre 1853.

6 - Cenni sulla vita del giovane Luigi Comoìlo, morto

 nel Seminario di Chieri ammirato da tutti per le sue rare virtù, pp. 100, Torino, Tipografia P. De-A- gostini, gennaio 1854 ( 7j~ Conversione di una valdese. Fatto contemporaneo, pp. 108, Torino, Tipografìa P. De-Agostini, marzo 1854

8 - Raccolta di curiosi avvenimenti contemporanei, pp.

 108, Torino, Tipografia P. De-Agostini, aprile 1854.

9 - Le sei domeniche e la novena in onore di San

Luigi Gonzaga con alcune sacre lodi, pp. 56, Torino, Tipografia P. De-Agostini, giugno 1854

10 - Il Giubileo e le pratiche divote per la visita delle Chiese, pp. 64, Torino, Tipografia P. De-Agostini, novembre 1854.

11 - Maniera facile per imparare la Storia Sacra ad uso del popolo cristiano, pp. 96, Torino, Paravia, marzo 1855.

12 - Conversazioni tra un Avvocato ed un Curato di campagna sul Sacramento della Confessione. Saggio dogmatico storico dell’apostata Luigi De-Sanctis, pp. 128, Torino, Paravia, giugno 1855.

15 - Vita di San Martino vescovo di Tours, pp. 96, Torino, Tipografia Ribotta, ottobre 1855.

14;- La forza della buona educazione. Curioso episodio contemporaneo, pp. 112, Torino, Paravia, novembre 1855.

15 - Vita di S. Pancrazio martire, con appendice sul Santuario a Lui dedicato vicino a Pianezza, pp. 96, Torino, Paravia, maggio 1856.

16 - Vita di San Pietro Principe degli Apostoli, primo Papa dopo Gesù Cristo, pp. 182, Torino, Paravia, gennaio 1857.

17 - Due conferenze tra due Ministri Protestanti ed un Prete Cattolico sopra il Purgatorio e intorno ai suf-

 fragi dei Defunti, con appendice sopra le Liturgie, pp. 128, Torino, Paravia, febbraio 1857.

18 Vita di S. Paolo Apostolo Dottore delle genti, pp. 168, Torino, Paravia, aprile 1857.

1-9 - Vita dei Sommi Pontefici S. Lino, S. Cleto, S. Clemente, pp. 108, Torino, Paravia, giugno 1857.

20 - Vita dei Sommi Pontefici S. Anacleto, S. Evaristo, S. Alessandro I, pp. 80, Torino, Paravia, agosto 1857.

21 - Vita dei Sommi Pontefici S. Sisto, S. Telesforo, S. Igino, S. Pio I con appendice´ sopra S. Giustino apologista della Religione, pp. 96, Torino, Paravia, settembre 1857.

22 - Vita dei Sommi Pontefici S. Aniceto, S. Sotero, S. Eleutero, S. Vittore, S. Zeffirino, pp. 88, Torino, Paravia, marzo 1858.

25 - Il mese di maggio consacrato a Maria SS.ma Immacolata ad uso del popolo, pp. 192, Torino, Paravia, aprile 1858.

24 - Porta teco cristiano ovvero avvisi importanti intorno ai doveri del Cristiano, acciocché ciascuno

possa conseguire la propria salvezza nello stato in cui si trova, pp. 72, Torino, Paravia, luglio 1858.

25 - Vita del Sommo Pontefice Callisto I, pp. 64, Torino, Paravia, novembre 1858.

26 - Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell’O- ratorio di S. Francesco di Sales, pp. 144, Torino, Paravia, gennaio 1859.

27 - Vita del Sommo Pontefice S. Urbano I, pp. 112, Torino, Paravia, febbraio 1859.

28 - Vita dei Sommi Pontefici S. Ponziano, S. Antero e S. Fabiano, pp. 100, Torino, Paravia, agosto 1859.

29 - La persecuzione di Decio e il Pontificato di S. Cornelio 1, Papa, pp. 112, Torino, Paravia, dicembre 1859.

 50 - Vita e martirio dei Sommi Pontefici S. Lucio 1 e Santo Stefano 1, /pp. 120, Torino, Paravia, aprile 1860.

51 - Il pontificato di San Sisto II e le glorie di San Lorenzo Martire, pp. 80, Torino, Paravia, agosto 1860.

52 - Biografia del sacerdote Giuseppe Cafasso esposta in due ragionamenti funebri, pp. 144 Torino, Paravia, novembre 1860.

55 - Una famiglia di Martiri ossia Vita dei Santi Martiri Maria, Marta, Audiface ed Abaco e lóro martirio con appendice sul Santuario ad essi dedicato presso Caselette, pp. 96, Torino, Paravia, agosto,1861.

54 - Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele allievo dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, pp. 96, Torino, Paravia, settembre 1861.

55 - Il pontificato di S. Dionigi con appendice sopra S. Gregorio Taumaturgo, pp. 64, Torino, Paravia, ottobre 1861.

56 - Biografia di Silvio Pellico, (estratto dalla « Storia d’Italia » di D. B.), quale prefazione alle Notizie intorno alla Beata Panasia raccolte dallo stesso Silvio Pellico, Torino, Paravia, dicembre 1861.

57 - Il pontificato di San Felice primo e di Sant’Euti- chiano papi e martiri, pp. 96, Torino, Tipografìa dell’Oratorio di San Francesco di Sales, agosto 1862.

58 - Amena novella di un Vecchio Soldato di Napoleone I, pp. 64, Torino, Tipografìa dell’Oratorio di San Francesco di Sales, dicembre 1862.

59 - Cenni storici intorno alla vita della B. Caterina De-Mattei da Racconigi dell’Ordine delle Penitenti di S. Domenico, pp. 192. Torino, Tipografìa dell’Oratorio di San Francesco di Sales, gennaio-febbraio 1865.

Il pastorello delle Alpi ovvero Vita del Giovane Jesucco Francesco d’Argenterà, pp. 192, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, luglio-agosto 1864.

44 - La casa della fortuna. Rappresentazione drammatica, con appendice « Il buon Figliuolo » (di Mulloif abate), pp. 96, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, gennaio 1865.

45 - Dialoghi intorno all’Istituzione del Giubileo colle pratiche divote per la visita delle Chiese, pp. 96,

.´´Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, febbraio 1865.

46 - La pace della Chiesa ossia il Pontificato di San Eusebio e San Melchiade, ultimi martiri delle dieci persecuzioni, pp. 80, Torino, Tipografìa dell’Ora torio di San Francesco di Sales, giugno 1865.

47 - Vita della Beata Maria degli Angeli Carm. Scalza, pp. 192, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Fran- :esco di Sales, novembre-dicembre 1865.

- Severino ossia Avventure di un giovane alpigiano raccontate da lui medesimo, pp. 192, Torino, Tipografìa dell’Oratorio di San Francesco di Sales, febbraio 1868.

53 - Meraviglie della Madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice, pp. 184, Torino, Tipografia delTOratorio di San Francesco di Sales, maggio 1868.

54 - Vita di San Giovanni Battista (anonimo, compilato però per ordine e sotto l’assistenza di D. Bosco, dal Sac. Stefano Bourlot, poi Parroco Sales, di S. Giov. Ev. in Buenos Aires), pp. 64, Torino, Tipografìa dell’Oratorio di San Francesco di Sales, giu-, gno 1868.

55 - Rimembranza di una solennità in onore di Maria Ausiliatrice, pp. 172, Torino, Tipografìa dell’Oratorio di San Francesco di Sales, novembre-dicembre 1868.

56 - La Chiesa Cattolica e la sua Gerarchia, pp. 152, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, febbraio 1869.

57 - L’Associazione dei Divoti di Maria Ausiliatrice canonicamente eretta nella Chiesa a Lei dedicata in Torino con ragguaglio storico su questo titolo, pp. 96,

 66 - II Giubileo del 1875, sua istituzione e pratiche divote per la visita delle Chiese, pp. 120, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, A- prile 1875.

67 - Maria Ausiliatrice col racconto di alcune grazie ottenute nel primo settennio della consacrazione della Chiesa a Lei dedicata in Torino, pp. 320, Torino, Tipografia dell’Ora torio di San Francesco di´ Sales, maggio 1875.

68 - La nuvoletta del Carmelo ossia la divozione a Maria Ausiliatrice premiata di nuove grazie, pp. 120, S. Pier d’Arena, Tipografia di San Vincenzo de’ Paoli, maggio 1877.

69 - Il più bel fiore del Collegio Apostolico ossia la elezione di Leone XIII, con breve biografia dei suoi elettori, pp. 288, Torino. Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, settembre 1878.

70 - Il cattolico nel secolo. Trattenimenti famigliari di un padre coi suoi figliuoli intorno alla Religione, pp. 464, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, gennaio-febbraio-marzo 1883.

71 - Nuovi cenni sulla vita del giovane Luigi Comollo morto nel Seminario di Chieri, ammirato da tutti pelle sue rare virtù, scritti dal Sacerdote Giovanni Bosco suo collega, pp. 120, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, marzo 1884.

 NB. - Afferma Don G. B. LemoV ne: « Nei primi quindici anni si può dire che gran parte di quei fascicoli (delle « Letture Cattoliche ?») furono opera sua e gli altri tutti vennero da lui esaminati attentamente, completati, corretti, e non solo per ciò che riguarda il manoscritto originale, ma eziandio le bozze di stampa » (M. B., V, 18; cfr. IX, 312, 740).

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2) Fuori della Collana «Letture Cattoliche»:

72 - Cenni storici sulla vita di Luigi Comollo morto nel Seminario di Chieri, ammirato da tutti per le sue singolari virtù, scritti da un suo collega, pp. 82, Torino, Tipografia Speirani e Ferrerò, 1844.

73 - Corona dei Sette Dolori di Maria, con sette brevi considerazioni sopra i medesimi esposte, in forma di Via Crucis, pp. 42, Torino, Tipografia Speirani e Ferrerò, 1844.

74 - Una lettera scritta da D. Bosco nel 1845 al P. Felice Giordano, oblato di Maria Vergine (stampata in una operetta che ha per titolo: Cenni istruttivi di perfezione proposti a’ giovani nella vita edificante di Giuseppe Burzio, pubblicata dal medesimo P. Felice nel 1846) pp. 82, Torino, Tipografia Speirani e Ferrerò, 1844.

75 - Storia ecclesiastica ad uso delle scuole, utile ad ogni ceto di persone, dedicata all’Onorat.mo Signore F. Ervé de la Croix Provinciale dei Fratelli D. I. D. S. C., op. 398, Torino, Tipografia Speirani e Ferrerò, 1845.

76 - Il Divoto dell’Angelo Custode, pp. 72, Torino, Paravia, 1845.

77 - L’Aritmetica e sistema metrico decimale ridotto a semplicità e preceduto dalle quattro operazioni dell’aritmetica, ad uso degli artigiani e della gente di campagna, pp. 80, Torino, Paravia, 1846.

78 - L’enologo italiano, pp. 150, Torino, 1846.

79 - Esercizio della divozione alla Misericordia di Dio, pp. 112, Torino, Tipografia Eredi Botta, 1846.

80^- Storia sacra per uso delle scuole, utile ad ogni stato di persone, arricchita di analoghe incisioni,

 pp. 216, Torino, Tipografia Speirani e Ferrerò, 1847.

81 - Regolamento della Compagnia di S. Luigi Gonzaga, Torino, Tipografia Speirani e Ferrerò, 1847.

82 - Il Giovane Provveduto per la pratica dei suoi doveri, negli esercizi di cristiana pietà, per la recita dell’Uffizio della Beata Vergine e de’ principali Vespri dell’anno coll’aggiunta di una scelta di laudi sacre, ecc., pp. 352, Torino, Paravia, 1847.

83 - Il Cristiano guidato alla virtù ed alla civiltà secondo lo spirito di S. Vincenzo de’ Paoli. Opera che può servire a consacrare il mese di Luglio in onore del medesimo Santo, pp. 250, Torino, Para- via, 1848.

84 - Società di Mutuo soccorso, pp. .8, Torino, Tipografia Speirani e Ferrerò, 1850.

85 - Tre Ricordi ai giovani per conservare il frutto della Comunione Pasquale, Torino, Paravia, 1850.

86 - Avvisi ai Cattolici, pp. 23, Torino, Tipografia Speirani e Ferrerò, 1850.

87 - Breve ragguaglio della festa fattasi nel distribuire il regalo di Pio IX ai giovani degli Oratori di Torino. Torino, Tipografia Eredi Botta, 1850.

88 - Avviso sacro per gli Esercizi, Torino, Paravia, 1850.

89 - Regolamento per dormitorio, Torino, Paravia, 1852.

90 - Regolamento dei laboratori, Torino, Paravia, 1853. - La storia d’Italia raccontata alla gioventù dai suoi primi abitatori sino ai nostri giorni, corredata da una carta geografica d’Italia, pp. 558, Torino, Paravia, 1855.

92 - Avvisi alle Figlie cristiane, Torino, Paravia, 1856.

93 - La chiave del Paradiso in mano al cattolico che pratica i doveri del buon cristiano, pp. 496, Torino, Paravia, 1856.

94 - Regole del teatrino, Torino, Paravia, 1858.

95 - Regolamento del parlatorio, Torino, Paravia, 1860.

96 - Rimembranza (dialogo), 1865.

97 - Chi è Don Ambrogio? Dialogo tra un barbiere ed un teologo, pp. 16, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, 1866.

98 - De Societate S. Francisci Salesii brevis notitia et nonnulla Decreta ad eamdem spectantia, pp. 19, Torino, Tipografia dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, 1868.

99 - Sommario ovvero Riassunto della Pia Società di San Francesco di Sales nel 23 Febbraio 1874, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, 1868.

100 - Il Cattolico Provveduto per le pratiche di pietà con analoghe istruzioni secondo il bisogno dei tempi, pp. 765, Torino, Tipografia dell’Oratorio di san Francesco di Sales, 1868.

101 - Ricordi per un giovanetto che desidera passar bene le vacanze, Torino, Tipografia dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, 1874.

102 - Maniera pratica per assistere con frutto alla S. Messa, pp. 28, Torino, Tipografia dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, 1874.

103 - Cenno istorico sulla Congregazione di S. Francesco di Sales e relativi schiarimenti, pp. 20, Roma, Tipografia Poliglotta, 1874.

104 - Unione cristiana, pp. 8, Torino, Tipografìa dell’Oratorio di San Francesco di Sales, 1874.

105 - Confratelli salesiani dall’esilio chiamati alla vita eterna nell’anno 1873. (In appendice al Catalogo della Società Salesiana del 1874), Torino, Tipografia Salesiana, 1874.

106 - Confratelli salesiani chiamati alla vita eterna

21 (II)

nell’anno 1874 (In appendice al Catalogo Generale del 1875), Torino, Tipografia Salesiana, 1875..

107 - Ricordi confidenziali ai Direttori, Torino, Tipografìa Salesiana, 1875.

108 - Associazione di buone opere, pp. 14, Torino, Tipografia deH’Oratoriò di San Francesco di Sales, 1875.

109 - Opera di Maria Ausiliatrice per le vocazioni allo stato ecclesiastico, pp. 8, Torino, Tipografìa dell’Oratorio di San Francesco di Sales, 1875.

110 - Regole o Costituzioni della Società di San Francesco di Sales secondo il Decreto di approvazione del 3 Aprile 1874 (precedute dalla Introduzione alle Regole, del Fondatore), pp. XLII-49, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, 1875.

111 - Opera dei Figli di Maria Ausiliatrice per le vocazioni allo stato Ecclesiastico benedetta e raccomandata dal S. Padre Pio IX, pp. 8, Fossano, Tipografìa Saccone, 1875.

112 - Brevi biografie dei Confratelli salesiani chiamati da Dio alla vita eterna, 1874-75, pp. 40, Torino, Tipografìa Salesiana, 1876.

113 - Regolamento per l’infermeria, Torino, Tipografia Salesiana, 1876.

114 - Preghiere del mattino e della séra con altre pratiche, pp. 32, Torino, Tipografìa Salesiana, 1876.

115 - Cooperatori salesiani ossia un modo pratico per giovare al buon costume ed alla civile Società, pp. 18, Torino, Tipografia Salesiana, 1876.

116 - Inaugurazione del Patronato di S. Pietro in Nizza a Mare, pp. 33, Torino, Tipografìa Salesiana, 1877.

117 - Regolamento dell’Oratorio di San Francesco di Sales per gli Esterni (la prima pubblicazione risale al 1852), pp. 62, Torino, Tipografìa Salesiana, 1877.

118 - Regolamento per le Case della Società di San Francesco di Sales, comprendente: a) Il sistema Preventivo nella educazione della gioventù (pp. 3-18);

b) Il Regolamento per le Case Salesiane (pp. 19-58);

c) Il Regolamento per gli Alunni (pp. 59-100), pp. 100, Torino, Tipografia Salesiana, 1877.

119 - Opera dei Figli di Maria Ausiliatrice per le vocazioni allo stato ecclesiastico eretta nell’Ospizio di S. Vincenzo de’ Paoli in S. Pier d’Arena, pp. 28, S. Pier d’Arena, Tipogr. di S. Vincenzo de’ Paoli, 1877.

120 - Capitolo Generale della Congregazione Salesiana da convocarsi in Lanzo nel prossimo Settembre, 1887, pp. 24, Torino, Tipografìa Salesiana, 1877.

121 - Regole o Costituzioni per l’Istituto delle Figlie di Maria SS. Ausiliatrice, aggregate alla Società Salesiana, pp. 63, Torino, Tipografia Salesiana, 1878.

122 - Deliberazioni del Capitolo Generale della Pia Società Salesiana tenuto a Lanzo Torinese nel settembre del 1877, pp. 96, Torino, Tipografìa Salesiana,

´ 1878.

123 - L’Oratorio di San Francesco di Sales Ospizio di beneficenza, pp. 44, Torino, Tipografia Salesiana,

124 - Le scuole di beneficenza dell’Oratorio di San Francesco di Sales in Torino, davanti al Consiglio di Stato, pp. 32, Torino, Tipografia Salesiana, 1879.

125 - Arpa cattolica o raccolta di laudi sacre in onore di Gesù Cristo, di Maria Santissima e dei Santi, pp. 80, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Fram cesco di Sales, 1879.

126 - Conseils à un jeune homme pour acquérir l’habi- tude de la vertu, et indication des principales choses qu’il doit surtout éviter, pp. 32, Turin, Imprimerie Salésienne, 1879.

127 - Courte méthode pour faire le Chemin de la Croix, Chapelet de N. D. des Douleurs. Du choix d’un état de vie, pp. 32, Turin, Imprimerle Salésienne, 1879.

128 - Manière pratique de s’approcher dignement des Sacrements de la Confession et de la Communion, pp. 32, Turin, Imprimerle Salésienne, 1879.

129 - Sept considerations pour chaque jour de la semaine, pp. 32, Turin, Imprimerie Salésienne, 1879.

130 - Visite au Très-Saint Sacrement et à la S.te Vierge. Recueil de neuvaines, chapelets et prières, pp. 32, Turin, Imprimerie Salésienne, 1879.

131 - Letture amene ed edificanti ossia biografìe salesiane, pp. 60, Torino, Tipografìa Salesiana, 1880.

132 - La figlia cristiana provveduta per la pratica dei suoi doveri, negli esercizi di cristiana pietà, per la recita dell’Uffizio della Beata Vergine e de’ principali Vespri dell’anno, coll’aggiunta di una scelta di laudi sacre, ecc., pp. 496, Torino, Tipografìa Salesiana, 1881.

133 - All’Eccellentissimo Consigliere di Stato (Ricorso per le scuole dell’Oratorio), pp. 11, Torino, Tipografia Salesiana, 1881.

134 - Esposizione agli Eminentissimi Cardinali della Sacra Congregazione del Concilio, pp. 76, San Pier d’Arena, Tipografia di San Vincenzo de’ Paoli, 1881.

135 - Favori e grazie spirituali concessi dalla Santa Sede alla Pia Società di San Francesco di Sales, pp. 132, Torino, Tipografia Salesiana, 1881.

136 - Biografìe. Confratelli salesiani chiamati da Dio alla vita eterna nell’anno 1881, pp. 31, Torino, Tipografia Salesiana 1882.

137 - Biographie du jeune Louis FleurV  Antoine Colle par Jean Bosco prètre, pp. 127, Turin, Imprimerie Salésienne, 1882.

6 U

 138 - Deliberazioni del Secondo Capitolo Generale della Pia Società Salesiana tenuto in Lanzo Torinese nel settembre 1880, pp. 88, Torino, Tipografia Salesiana, 1882.

139 - Biografie dei Salesiani defunti nell’anno 1882, pp. 64, S. Pier d’Arena. Tipografia Salesiana, 1883.

140 - Norme generali pei Decurioni della Pia Unione dei Cooperatori Salesiani, pp. 11, San Pier d’Arena, Tipografia di San Vincenzo de’ Paoli, 1883.

141 - Biografie dei Salesiani defunti negli anni 1883 e 1884, pp. 48, S. Benigno Canavese, Tipografia Salesiana, 1885.

142 - Breve notizia sullo scopo della Pia Società Salesiana e dei suoi Cooperatori, pp> 3, San Benigno Canavese, Tipografia Salesiana, 1885.

143 - Ammaestramenti ed esortazioni di Don Bosco alle Figlie di Maria Ausiliatrice da pag. 1 a pag. 8 (come introduzione alle Regole o Costituzioni per l’Istituto delle FF. di M. A.), pp. 103, San Benigno Canavese, Tipografìa Salesiana, 1885.

144 - Lettera circolare ai Cooperatori e Cooperatrici, del 15 ottobre 1886, pp. 4, Torino, Tipografia Salesiana, 1886.

145 - Regolamenti delle Figlie di Maria Ausiliatrice e deliberazioni del secondo Capitolo Generale, pp. 100, Torino, Tipografìa Salesiana, 1887.

146 - Deliberazioni del terzo e quarto Capitolo Generale della Pia Società Salesiana tenuti in Valsalice nel settembre 1883-86, pp. 28, San Benigno Canavese, Tipografia Salesiana, 1887.

147 - (Postuma) Vita di collegio ossia fatti edificanti estratti dalle biografie di alcuni giovanetti dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, pp. 240, San Benigno Canavese, Tipografia Salesiana, 1889.

148 - (Postuma) Memorie dell’Oratorio di San Francesco di Sales, dal 1815 al 1855 (con introduzione e commento del Sac. E. Ceria), pp. 260, Torino, S.E.I., 1946.

3) Scritti in serie:

149 - L’amico della g:oventù, giornale politico-religioso, fondato e diretto da Don Bosco fino al 61° Numero. Fuso poi con L’Istruttore del Popolo. Torino, Tipografìa Speirani e Ferrerò, 1849.

150 - Tavole sinottiche intorno alla Chiesa Cattolica, 1851.

151 - Foglietti volanti. 1851.

152 - Bollettino salesiano organo dei Cooperatori Salesiani, iniziato nell’agosto del 1877 a S. Pier d´Arena col titolo di Bibliofilo cattolico, e col sottotitolo di Bollettino salesiano mensuale, S. Pier d’Arena, Tipografia di San Vincenzo de’ Paoli 1877.

153 - « Il Galantuomo. Almanacco Nazionale », iniziato nel 1854.

4) Probabili scritti di Don Bosco:

1* - Le Sette Allegrezze che gode Maria in Cieìo.

Risale verso il 1844-45,

2* - Vita infelice di un novello apostata, pp, 48, Torino, Tipografia P. De-Agostini. 10 dicembre 1853, 3* - Cenno biografico intorno a Carlo Luigi Dehaller membro del sovrano consiglio di Berna in Svizzera e sua lettera alla sua famiglia per dichiararle il motivo del suo ritorno alla Chiesa Cattolica Apo stolica e Romana, pp. 94, Torino, Paravia, 1855.

4* - Vita di S. Policarpo vescovo di Smirne e marti-- . re e del suo discepolo S. Ireneo/ vescovo di Lione e martire, pp. 96, Torino, Paravia, Dicembre 1857.

5* - Esempi edificanti proposti specialmente alla gioventù. Fiori di lingua, pp. 176, Torino, Paravia, aprile 1861.

6* - Un’appendice di 12 Ricordi per i giovani del mondo, aggiunta a « Germano l’ebanista », anonimo, pp. 80, Torino, presso la Direzione delle « Letture Cattoliche », novembre 1862.

7* - Diario mariano (anonimo), ovvero eccitamenti alla divozione della Vergine Maria SS. proposti in ciascun giorno dell’anno per cura di un suo devoto pp. 280, Torino, presso la Direzione delle « Lettura Cattoliche », giugno-luglio 1862.

8* - Le due orfanelle ossia le Consolazioni nella Cattolica Religione (anonimo), Torino, Tipografi. dell’Oratorio di San Francesco di Sales, ottobre 1862.

9* - Luisa e Paolina. Conversazione tra una giovane cattolica ed una giovane protestante (di Mons. vie, Vesc. di BelleV ), traduzione dal francese del Sac. Giovanni Bosco, pp. 118, Torino, Tipografia dell´Oratorio di San Francesco di Sales, marzo 1864.

10* - U cercatore della fortuna (anonimo), Torino, Tipografia dell Oratorio di San Francesco di Sales, Giugno 1864.

11* - Un’appendice al fascicolo Storia della inquisizione, intitolata: Maria provvidenza e soccorso di chi prega, pp. 53-92, Torino, Tipografia dell Oratorio di San Francesco di Sales, maggio 1865.

12* - La perla nascosta (di S. Em. il Card. Wiseman), traduzione dal Francese, corretta da D. Bo647

sco, pp. 118, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, Febbraio 1866.

13* - Lo spazzacamino, farsa aggiunta al fase. Daniele e i suoi tre compagni in Babilonia, pp. 45-64, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, 1866.

14* - I Papi da San Pietro a Pio IX. Fatti storici, pp. 96, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, gennaio 1868.

15* - Il pio scolaro ossia la vita di Giuseppe Quaglia chierico cantore nella Chiesa di San Carlo di Marsiglia, tradotta dal Francese per cura della Direzione dell’Oratorio di San Francesco di Sales, pp. 160, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, febbraio 1877.

16* - Scelta di laudi sacre ad uso delle missioni e di altre opportunità della Chiesa, pp. 80, Torino, Tipografia dell’Oratorio di San Francesco di Sales, 1879.

 5) Collane fondate da Don Bosco (oltre le « Letture Cattoliche >)i

1 - Select a ex latinis scriptoribus (progettata già nel

settembre 1867 per l’edizione dei classici latini purgati), Torino, Tipografia Salesiana, 1868.

2 - La Biblioteca della gioventù italiana (annunziata

il 18 novembre 1868, iniziava le pubblicazioni il 9 gennaio 1869 con la Storia della letteratura italiana del Maffei. Terminavale nel 1885 .col 204» volumetto. Scopo: edizione dei classici italiani purgati. Dirett.: D. C. Durando), Torino, Tipografia Salesiana, 1869./r

3 - Latini christiani scriptores in usum scholarum

a cura del Sac. Giovanni Tamietti. Iniziò eon la pubblicazione del De uiris illustribus di S. Girolamo, Torino, Tipografia Salesiana, 1875.

4 - Piccola collana di letture drammatiche per istituti

di educazione e famiglie, diretta da sacerdoti esperti sotto la guida e per incarico del Sac. Giovanni Bosco, Torino, Tipografia Salesiana, 1885.

5 - Letture amene ed educative (annunziata nel 1886),

Torino, Tipografia Salesiana, 1887.

6) Raccolte dagli scritti di Don Bosco:

1 - Deliberazioni dei sei primi Capitoli Generali della

Pia Società Salesiana precedute dalle Regole o Costituzioni della medesima, pp. 383, San Benigno Canavese, Tipografia Salesiana, 1894.

2 - Giovanni Bosco-Rua Michele, Lettere circolari

ed altri loro scritti ai Salesiani, pp. 140, Torino, Tipografia Salesiana, 1896.

3 - Lettera circolare di Don Bosco ed altri suoi scritti

ai Salesiani (n. 14), pp. 54, Torino, Tipografia Salesiana, 1896.

4 - Pensées édificantes extraites de ses divers écrits et

distributes pour chaque jour de l’année. Traduction de M. l’Abbé JaunaV  prètre Salésien, pp. 120, Marseille, École Tipographique Saint-Léon, 1898.

5 - Le oite dei Papi dei tre primi secoli: V ol. 1: da S.

Pietro a S. Pio I (anni 29-167), pp. 528, Torino, Libreria Salesiana Editrice, 1902.

6 - Voi. 2: da S. Aniceto a S. Stefano I “(anni 167-260),

pp. 304, Torino, Libreria Salesiana Editrice, 1902.

7 - Voi. 3: da Sisto II a S. Melchiade (anni 260-313),

 AMADEI ANGELO, Don Bosco e il suo apostolato, 2 Voi., pag. 526-557, Torino, S. E. I., 1940.

ANZINI ABBONDIO, Don Bosco, Commemorazione tenuta a S. Pier d’Arena, 1892.

— Maria SS. Ausiliatrice nella vita di Don Bosco, pag. 127, Varsavia, Tip. Sales., 1924.

— Il culto di Don Bosco, pag. 164, Torino, S. E. L, 1950.

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 Ma poi, in un intero padiglione di 55 metri di lunghezza per 20 di larghezza, collocò e mise in azione tutto il macchinario necessario per la produzione del libro. Il suo intendimento era di dare una dimostrazione pratica del molteplice lavoro richiesto dalla produzione materiale del libro. Ora, qui, la curiosità del pubblico assisteva al graduale processo per cui, da un mucchio di cenci, si arrivava alla confezione del volume.

 Oltre a una nuova macchina per la fabbricazione della carta, che produceva circa dieci quintali di carta al giorno, vi figurava il magnifico complesso d’altre macchine della cartiera, tipografia e legatoria, e soprattutto si vedevano i giovanetti addetti all’apprendimento: il successo fu straordinario (69).

 Già il Regio Provveditore agli Studi, nel 1870, invitando la Direzione della tipografìa salesiana a partecipare alla mostra didattica di Napoli, aveva dichiarato che, fra gli editori di Torino, Don Bosco teneva « un posto distinto » e che il suo nome figurava « a buon diritto tra coloro che onorano la nobilissima delle arti moderne » (70).

 Si resta compresi di ammirazione e stupore ancor oggi, quando si pensa al lavoro compiuto da Don Bosco e dai suoi figli in questo campo.

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 Egli aveva cfetto al futuro Pio XI, suo graditissimo ospite all’Oratorio nel 1883, che, special- mente nell’arte del libro, intendeva « essere all’avanguardia del progresso » (71). E il grande Pontefice, rievocando, dopo mezzo secolo, quella visita, diceva: « Don Bosco con l’intuito del veggente scorse e sentì di quale decisivo ausilio fosse l’arte tipografica ed editoriale ai nostri giorni per l’apostolato e l’educazione cristiana » (72).

 4. La musica e lo spettacolo come mezzi di educazione estetica.

I              ’               .                             •              ´               *              ´               .

a) LA musica.

 Per l’educazione estetica dei suoi alunni Don Bosco si servì in larga misura, forse come nessun altro educatore prima di lui, della musica.

 Fin da bambino si era esercitato nel canto; più tardi a Castelnuovo aveva imparato a suonare una spinetta, e poi il violino. Si perfezionò in seguito nella musica esercitandosi sopra un vecchio cembalo (73) e riuscendo ad accompagnare durante le funzioni.

 Per la mancanza di musica adatta alla capacità dei giovani, fece qualche composizione che servisse allo scopo, ma senza pretese e senz’ombra di ambizione. Si distinse pure nel canto gregoriano. Fatto sacerdote, fu lui il primo maestro dei giovanetti dell’Oratorio, introducendovi la novità dei cori collettivi di voci giovanili.

 Indubbiamente egli era stato dotato da natura di un vivo senso artistico musicale; ma più che altro è da avvertire che, profondo conoscitore dei giovani, aveva notato quale salutare efficacia esercitasse la musica sull’animo loro. D’altronde essa era pure suscitatrice feconda di quell’allegria che egli voleva quasi cielo ridente sulla vita di famiglia dei suoi Istituti.

 Il culto della musica doveva poi riuscire uno dei distintivi delle sue case, anzi un elemento necessario alla loro vita.

 Al principio ebbe cooperatori valenti (74), pei quali la maggior difficoltà consisteva nel nuovo metodo d’insegnamento praticato da Don Bosco. Egli non faceva la scuola ai singoli separatamente, ma collettivamente. Anzi diversi maestri di musica, desiderosi di conoscere come si svolgesse la scuola fatta da Don Bosco, venivano ad assistervi.

 Egli vagheggiava grandi masse di voci come spontanea espressione della preghiera e del fervore del popolo cristiano. In tal modo — egli diceva — i fedeli troveranno in Chiesa quelle attrattive di cui tante belle cose lasciarono scrit64

te gli antichi, e segnatamente Sant’Agostino » (75).

 Per lui sarebbe stata la cosa più gradita udire una Messa in canto gregoriano eseguita nella Chiesa di Maria Ausiliatrice da mille voci divise in due cori. Appena ebbe giovani interni, egli stesso faceva la scuola di canto gregoriano ogni sabato, per far eseguire bene i canti della domenica. Era anche il suo spirito sacerdotale che lo portava ad amare, anzi a prediligere questo canto liturgico per eccellenza, che non voleva eseguito comecchessia. Si era ben lungi dalla perfezione odierna; ma le esecuzioni promosse da Don Bosco segnavano già un certo progresso rispetto a quei tempi e soprattutto erano una pratica affermazione di principio.

 Lo studio della musica all’Oratorio era in servizio della Chiesa. Per animare questo insegnamento ottenne da Pio IX particolari indulgenze ai maestri e agli scolari (76).

 Lo scopo di Don Bosco nell’educazione artistica era sempre la formazione morale e religiosa dei suoi giovani ed il bene delle anime in generale. Così si spiega come egli conducesse nelle diverse parrocchie della città e delFarchidiocesi, c a volte anche più lontano, i suoi giovani cantori, per dimostrare come il canto gregoriano e la musica potessero contribuire efficacemente al bene della Religione, attirando i fedeli alla Chiesa. 3 (II)

Infatti, mentre questi correvano ad ascoltare le melodie musicali, potevano al tempo stesso nutrirsi della parola di Dio, die illumina e guida verso il fine dell’uomo. Fino allora sulle orchestre eransi sempre udite voci robuste di uomini adulti: ora invece canti assolo, duetti e cori di voci giovanili, davano ai fedeli l’impressione di un canto d’angeli e quelle voci bianche toccavano più sensibilmente le fibre del cuore umano. D altronde l’amor proprio dei ragazzi onestamente soddisfatto, le passeggiate che essi sospiravano per giungere alla mèta prefissa, le merende ed anche i pranzi che erano apparecchiati nelle parrocchie ove si recavano, facevano dimenticare ogni fantasia meno buona (77).

 Nessuno poteva essere eletto cantore, se non era di esemplare condotta, di bella voce e di buona sanità (78)., Volendo poi che i cantori fossero una predica vivente nei luoghi ove andavano, stabilì che appartenessero anche al Piccolo Clero (79).

 Sin dalla fondazione della prima scuola di canto, per dimostrare il pregio nel quale teneva la musica, il giorno in cui si celebrava la festa di Santa Cecilia, invitava a pranzo e faceva sedere alla sua tavola i primi cinque o sei giovanetti cantori di migliore abilità e condotta; pratica che amò continuare per molti anni (80). In se66

 guito, per prevenire abusi e disordini, fissava tassativamente quanto si doveva dare ai giovani musicisti in determinate solennità (81).

 In tutti gli atti di Don Bosco splende sempre di viva luce l’educatore che ha perennemente dinanzi il fine ultimo dell’uomo. Per questo diceva al chierico Vacchina: « Anche la musica serve a educare! » (82).

 Nelle esecuzioni, curava e faceva curare moltissimo l’espressione, volendo giustamente che il canto fosse la manifestazione esterna d’un sentimento interno di fede e di amore a Dio.

 Pei giovani musicisti inseriva nel primo Regolamento dell’Oratorio festivo queste avvertenze: « Ai cantori è caldamente raccomandato di guardarsi dalla vanità e dalla superbia, due vizi assai biasimevoli, che fanno perdere il frutto di ciò che si fa, e producono inimicizie tra compagni. Un cantore veramente cristiano non dovrebbe mai offendersi, nè avere altro fine se non lodare Iddio, ed unire la sua voce a quella degli Angeli, che lo benedicono e lo lodano in cielo » (83). Nel Regolamento degli Allievi (Capo IV, Contegno in chiesa) ribadisce la stessa cosa dicendo: « Non sia mai che apriate la bocca solo per far pompa della vostra voce; pensate invece che col canto divoto lodate Iddio, e alla vostra voce fanno eco gli Angeli del Cielo ». Però si avverta che Don Bosco voleva la musica non solo a decoro delle funzioni sacre, ma anche per allietare i teatri, le accademie, le ricreazioni. Insomma le armonie della musica, sia. vocale che strumentale, dovevano gioeondare gli spiriti perennemente.

 Un giorno, trovandosi a Marsiglia, venne a visitarlo un religioso che aveva fondato in una città della Francia un Oratorio Festivo, e gli chiedeva se approvasse la scuola di musica fra i divertimenti dei giovani, e prese a narrargli tutti i vantaggi che dalla musica potevano trarsi per l’educazione, l’occupazione, la ricreazione dei giovani.

 Don Bosco ascoltò approvando; e rispose: « Un Oratorio senza musica è un corpo senz’anima ». « Ma, — il religioso soggiunse, — la musica porta i suoi inconvenienti e non piccoli! ». E quindi parlò della dissipazione alla quale induce taluni, del pericolo che i giovani vadano a cantare o suonare nei teatri e nei caffè, nei balli, nelle dimostrazioni politiche e via dicendo.

 Don Bosco udì tutto senza dire parola, e poi recisamente rispose: «È meglio l’essere o il non essere? Un Oratorio senza musica è un corpo senz’anima! » (84).

 D’altronde, per prevenire tra gli allievi del canto e della banda alcuni dei mali indicati, DonBosco aveva inserito nel Regolamento delle sue scuole diurne e serali quest’articolo: « Da ogni allievo musico si esige formale promessa di non andare a cantare nè a suonare nei pubblici teatri nè in altri trattenimenti in cui possa essere compromessa la Religione od il buon costume » (85).    ´

 Voleva poi che i cantori fossero applauditi, ed eventualmente compatiti nelle loro esecuzioni.

 Trovandosi a Marsiglia, l’abate Mendre vicecurato di San Giuseppe, gli stava a lato durante un trattenimento. I musici ogni tanto facevano qualche stecca. L’abate, assai competente di musica, scattava. Dopo varie di queste impazienze, Don Bosco gli sussurrò aH’orecchìo in francese: « La musica dei ragazzi si deve ascoltare col cuore e non colle orecchie! ». Infinite volte il Mendre gustò di ripetere la sapiente sentenza, rifacendo simpaticamente il tono con cui era stata pro-´ ferita (86).

 Don Bosco, persuaso che il canto e la musica fossero da annoverarsi tra i segreti di una buona riuscita nell’educazione (87), dava sempre alla musica vocale il primo posto anche negli Oratori festivi (88), cercando così di rendere più amene che fosse possibile le adunanze domenicali.

 Durante il periodo del suo insegnamento riuscì a far imparare Messe, laudi, canti sacri, ascol69

tatissimi ovunque i giovani si recassero (89). Quando poi le sue occupazioni non gli permisero di continuare quella scuola, l’affidò man mano ad altri. Egli però continuò a sorvegliarla, perchè gli premeva soprattutto formare nel modo migliore coloro che avrebbero continuato e perfezionato l’opera sua.

 La stessa autorità municipale di Torino assegnò a Don Bosco un premio di mille lire per l’ardore col quale promuoveva la musica vocale e istrumentale (90).

 In seguito egli commise l’incarico della scuola di musica e di canto al chierico Giovanni Caglierò, ponendolo al tempo stesso sotto la guida di valenti maestri perchè si formasse nelle differenti materie di quell’arte (91).

 Il Caglierò aveva doti eccezionali per la musica, e specialmente per la composizione e l’insegnamento. Scrisse infatti parecchie romanze; Io stesso Verdi ebbe parole di alta lode pel Figlio dell’Esule e Lo Spazzacamino. La musica sacra da lui scritta fu per molti anni eseguita in parecchi luoghi. Nell’Oratorio poi aveva suscitato tra i giovani vero amore alla musica, affinandone il senso artistico. A lui, partito missionario per l’America, successe il Maestro Dogli ani, che si distinse per l’abilità eccezionale di formare grandi masse musicali tra i giovani. La tradizione di quei primi si diffuse, insieme alle opere salesiane, in tutte le parti del mondo.

 Frattanto la musica sacra ebbe la riforma voluta dalla Chiesa, affinchè rispondesse meglio ai suoi fini. Le scuole di canto create da Don Bosco e dai suoi figli si fecero centri d’irradiamento delle nuove melodie. È doveroso segnalare tra i migliori propagandisti e compositori del nuovo indirizzo musicale sacro Don Carlo Baratta. Don Matteo Ottonello, Don Giovanni Grosso, Don Giovanni Pagella, Don Raffaele Antolisei, per nominare solo alcuni defunti.

 Darà ancora un’idea di quanto abbia fatto Don Bosco per l’educazione estetica dei suoi giovani, un accenno di sfuggita all’imponente esecuzione musicale che ebbe luogo per la consacrazione della Chiesa di Maria Ausiliatrice il 9 giugno del 1868.

 Vi presero parte oltre 400 giovani cantori con molti maestri di canto e dilettanti della città: alle prove intervennero i più distinti maestri di musica di Torino. L’esecuzione della Messa e della celebre antifona Sancta Maria succurre miser is, cantata da tre cori distinti, superò ogni aspettazione e fu un avvenimento artistico di grande risonanza (92).b) Il teatrino.

1) Sua origine e sviluppo all’ Oratorio.

 Don Bosco si distinse nel rendere pratico e fine il gusto dei suoi allievi anche per mezzo delle cosiddette tornate o accademie letterarie e del teatrino. Ne faremo qualche cenno.

 Il 24 giugno 1847 (si era proprio agli inizi della dimora stabile a V aldocco) segnò una data memorabile per i giovani di Don Bosco. L’Arcivescovo di Torino Mons. Fransoni aveva accettato di buon grado l’invito a cresimare i birichini di V aldocco ed aveva promesso che vi avrebbe inoltre celebrata la Messa e distribuita la Comunione. La notizia riempì tutti di indicibile gioia, e i preparativi, per rendere la festa più splendida che si potesse, divennero febbrili. L’ac-. coglienza fatta all’illustre Prelato fu quanto mai cordiale. Appunto in quella circostanza l’Arcivescovo, entrato nell’umile Cappella e alzatosi a parlare, s’avvide che colla punta della mitra dava nel soffitto, e, sorridendo, esclamò sottovoce: « Bisogna usare rispetto a questi giovani e predicare loro a capo scoperto ». E così fece.

 Dopo la Messa — seguita dalla colazione, offerta ai giovani dall’Arcivescovo, — si svolse una festicciola in onore del Prelato. Si lessero componimenti in versi e in prosa, si recitò un gra72

zioso dialogo, ed ecco finalmente comparire il celebre Caporale di Napoleone. Questi procurò una sì amena ricreazione, clie l’esimio Prelato ebbe poi ad affermare di non aver mai riso tanto in vita sua (93). Possiamo dire che allora nasceva il teatrino salesiano, il quale però avrebbe preso consistenza solo due anni dopo, nel 1849, per il maggior impulso datogli dal Santo.

 Scrive Don LemoV ne che in quell’anno « fu il suo ardente amore alla bella virtù che diede origine al teatrino per gli allievi interni dell’Oratorio » (94). Si noti l’alta finalità che ne determinò l’origine.

 Al principio, il giovanetto Carlo Tomatis s’ingegnava a fare i burattini, servendosi di una testa di Gianduia. Più tardi il Marchese Passati regalò un teatrino di marionette, e il buon Tomatis, aiutato da Don Chiapperò, divertiva gli spettatori con burle e motti piacevoli. Così fino al 1851. S’incominciò allora un tentativo di palcoscenico improvvisato, sul quale recitavansi com- mediole e farse.

 Dal 1858 al 1866 il teatrino si faceva nel refettorio sottostante alla Chiesa di San Francesco di Sales, e, proprio in quegli anni e in quel modestissimo locale, si recitarono le famose commedie latine che attrassero all’Oratorio il fior fiore della cittadinanza torinese. La commedia intitolata Minerval, del Padre Palumbo, fu rappresentata Pii aprile 1861 con tal successo che si volle il bis. V ennero in seguito le applaudite commedie latine del professore Don Francesia.

 Basta l’accenno a questa audace impresa per capire con quanta serietà ed efficacia si adoperava Don Bosco a formare il senso estetico dei suoi alunni.

 Quando poi il suddetto locale non potè più contenere il numero crescente dei giovani e degli invitati, s’incominciò a preparare il teatrino nell’ampia sala di studio.

 Le accademie si facevano all’aperto, in cortile. Particolare carattere rivestivano le accademie per l’onomastico di Don Bosco, allietate dalle trovate c dai canti del celebre Gastini, che si compiaceva di chiamarsi « il Menestrello di Don Bosco ». L’ultima, cui prendesse parte il buon Padre, fu quella del 1887, nella Festa di San Giovanni Battista.

 In tale occasione egli manifestò il desiderio di costruire un locale destinato esclusivamente al teatrino; ma ciò non potè effettuarsi che nel 1894 dal suo primo successore Don Rua. L’inaugurazio- zione avvenne all’Epifania del 1895 con la recita della Casa della Fortuna, scritta dallo stesso Don Bosco e rappresentata la prima volta nella festa di Santa Cecilia del 1864.

 Ci parvero necessari questi cenili storici sull’origine del teatrino salesiano perchè, attraverso il suo svolgersi, noi veniamo a conoscere sempre meglio il pensiero pedagogico di Don Bosco rispetto al teatro. Tale pensiero noi lo troviamo fissato nel piccolo Regolamento del teatrino, tracciato nel 1877 dallo stesso Don Bosco e presentato al Primo Capitolo Generale in quel medesimo anno. L’argomento è diviso in quattro parti e vi si tratta del teatrino, della materia adatta, delle cose da escludersi, dei doveri del capo-teatrino.

 È da notarsi che Don Bosco, uomo eminentemente pratico, non s’indugiò sulla questione tante volte sollevata, se cioè il teatro fosse un bene o un male. Egli era convinto che avviene pel teatro come per tante altre cose umane, che sono buone o cattive a seconda del fine che uno si propone e dei mezzi adoperati per raggiungerlo.

 D’altronde anche la storia del teatro in generale ci parla delle varie sue mutazioni, poiché esso manifestò a volte un carattere religioso, altre volte un carattere patriottico, ed anche un carattere didattico, quale palestra per la formazione estetica. Nella maggior parte dei casi fu un passatempo, che´disgraziatamente, soprattutto con la commedia satirica, degenerò in laidezze che nuocevano ai costumi. Purtroppo anche le laudi drammatiche ed evangeliche, e gli atti sacramen75

 tali a sfondo essenzialmente spirituale e religioso, non sempre corrisposero alla loro finalità.

 Presentemente poi ognuno sa quanto sia il male che, malgrado nobili tentativi in contrario, ha diffuso e diffonde il teatro. Noi non possiamo ammettere che si sacrifichi la morale all’arte scenica e seguitiamo a credere con Don Bosco che oggetto del teatro debba essere l’elevazione e santificazione della vita. Egli nella breve prefazione al suo lavoro Una disputa tra un avvocato e un pastore protestante scrisse queste parole: « Credo che sia facile rappresentare questo dramma tanto nelle città quanto nei paesi di campagna, e che, mentre la verità e l’intreccio delle cose renderanno piacevole il trattenimento, l’errore verrà pure manifestato e la verità conosciuta a maggior gloria di Dio, a vantaggio delle anime e a decoro della nostra santa cattolica Religione » (95).

 Così intese Don Bosco il teatro, e così appunto egli si esprime all’inizio del Regolamento: « Il teatrino, fatto secondo le regole della morale cristiana, può tornare di grande vantaggio alla gioventù, quando non miri ad altro, se non a rallegrare, educare e istruire i giovani più che si possa moralmente » (96). J

2) Scopi del teatrino.

 1) Rallegrare. 11 teatro deve servire anzitutto a rallegrare i giovani. Il 30 gennaio 1871 Don Bosco diceva ai Direttori dei suoi Istituti: c In ogni Casa di educazione, o bene o male, bisogna ´che si reciti, perchè questo è anche un mezzo per imparare a declamare, per imparare a leggere con senso; e poi, se non c’è questo, pare che non si possa vivere » (97).

 Se il divertimento era già importante ai tempi di Don Bosco, come d’altronde lo fu in ogni tempo, ben possiamo dire che dalla società moderna è considerato necessario come il pane. Non è più un semplice desiderio, ma una frenesia di divertimenti. È uno sviamento e una aberrazione contro cui bisogna reagire, pur riconoscendo che, sventuratamente, ci troviamo dinanzi a una triste ma ineluttabile realtà. È questo il motivo per cui, pressoché in tutte le nazioni, sorgono comitati, non solo di cattolici, ma anche di altre confessioni religiose, i quali si prefiggono Io scopo di moralizzare il divertimento.

 Don Bosco, quasi presagendo le tristi conseguenze di questa frenesia, anziché indugiarsi a . lamentare i disordini, si preoccupò di eliminarli in ragione delle sue forze, e di rallegrare i giovani secondo le regole della morale cristiana.

 2) Educare. « I Direttori — egli scrive — si ricordino che il teatro deve servire di sollievo e di educazione per i giovani, che la Divina Provvidenza invia alle nostre Case » (98).

 Con queste parole Don Bosco fissava il secondo, e, vorremmo dire, il precipuo scopo da raggiungere per mezzo del teatrino. Educatore e Fondatore di Famiglie Religiose destinate all’educazione, voleva che tutto servisse a così nobile scopo. Il teatrino fu da lui considerato come parte integrante del suo sistema educativo: ed era tanto convinto di ciò che non disdegnò di dedicare al teatrino parte della sua attività di scrittore. Anzi creò a tal fine la « Collana drammatica » nella quale figuravano, tra gli altri lavori di polso, quelli del nostro valente Don LemoV ne.

 Lo spirito di quei lavori dovrebbe servire sempre a noi di esempio circa il modo di comporre per le nostre scene.

 La casa della fortuna, scritta dallo stesso Don Bosco, è una produzione potentemente educativa. In essa la parola semplice, pervasa di grazia e di freschezza, ci presenta sempre la morale viva e trionfante.

 Conoscitore dei cuori, Don Bosco si sforzava di migliorarli anche quando li inondava di gioia serena, liberandoli dalle funeste conseguenze del teatro perverso. Il vizio non si corregge colla rap78

presentazione del vizio; avverrà anzi il rovescio. Noi sappiamo con quale veemenza il Crisostomo ed altri santi Pastori ed Educatori si scagliavano contro le luride rappresentazioni dei loro tempi. Essi dicevano che la gioventù educata fra questo luridume diventa più infame di qualunque fiera. E di conseguenza Don Bosco volle per i suoi figli un teatro che alla piacevolezza unisse l’idea morale. « Si diano pure commedie — diceva — ma cose semplici, che abbiano una moralità » (99).

 Naturalmente, affinchè una rappresentazione sia morale, quale la intendeva Don* Bosco, non basta che contenga qualche espressione religiosa o alcuni sentimenti onesti, mentre l’intreccio rimane del tutto alieno, se pure non è contrario, più o meno velatamente, alla morale cristiana. È necessario che tutta l’azione scenica abbia una vera e propria impostazione in senso cristiano, « ossia — per applicare alle composizioni teatrali

Ì

ciò che San Giovanni Bosco raccomandava a Don LemoV ne per la prosa storica — « la morale sia come impastata nel racconto, e non come materia separata» (100).

 3) Istruire. Il terzo fattore del teatro voluto da Don Bosco è l’istruzione. Lo dimostrò pratica- mente quando fece rappresentare sul palcoscenico la sua commedia in 3 atti II sistema metrico decimale. Il celebre pedagogista. Ferrante Aporti, che assistette alla rappresentazione, ne fu ammirato e disse: « Don Bosco non poterà immaginare un mezzo più efficace per rendere popolare il sistema metrico decimale: qui lo si impara ridendo» (101). Lo stesso dicasi della già citata Disputa tra un avvocato e un pastore protestante, che si aggirava intorno alle verità della Fede.

 Don Bosco però non si accontentava di fissare in forme generiche le finalità del teatrino. Avviene troppe volte, ed egli lo sapeva, che nonostante la bontà dei princìpi, se ne possono dedurre conseguenze meno rette, o farne applicazioni errate. Per ovviare a questo inconveniente egli scese ai più minuti particolari, che manifestano, non solo l’alto suo senso morale, ma anche queirilluminata praticità che d’ordinario è la chiave del successo nelle imprese.

3) La materia, del teatrino.

 Il teatro doveva, secondo il nostro Padre, raggiungere il fine per cui era stato istituito, e poiché esso è a vantaggio dei giovani, voleva composizioni semplici, morali e brevi (102).

 La materia dunque dev’essere anzitutto semplice, cioè proporzionata alla intelligenza e alla capacità dei giovani. Certi drammi a tesi filosofì80

 che o sociali, infarciti di ragionamenti astrusi che si prestano anche a essere fraintesi, non sono certamente materia adatta per i nostri teatrini.

 Egli voleva che non si tenesse gran conto degli esterni, che eventualmente fossero invitati alle nostre rappresentazioni. Queste devono servire d’istruzione e ricreazione agli alunni, e perciò il contenuto dev’essere alla portata dei medesimi. Gli invitati e gli amici che sogliono intervenire, rimangono sodisfatti e contenti vedendo come nei nostri Istituti si cerca in tutto la formazione, il gusto e l’utilità dei giovani educandi : « Non è più teatrino, ma un vero teatro — lamentò una volta il nostro Padre. E proseguiva: — Nè io intendo che i nostri teatrini diventino spettacoli pubblici, in modo da far arrabbiare quelli che non possono venire, e da cercare in ogni modo di aver dei biglietti di entrata » (103).

 In secondo luogo la cosa che maggiormente preoccupava Don Bosco era che il teatro fosse eminentemente morale. Una buona recita può valere quanto e forse piu di una predica: e perciò — come diceva Don Bosco — « non s’abbiano a vedere di quelle scene che indurir possono il cuor dei giovani o far cattiva impressione sui delicati lor sensi » (104). Nel suo pensiero il teatro doveva essere specchio di virtù e cattedra di verità, e non già un saggio di psichiatria introspet81

tiva, e meno ancora un’avventura di ladri e di briganti: gioia egli voleva per gli occhi, e nutrimento per lo spirito dei giovani spettatori.

 Era sua norma che la nausea del vizio è meglio destarla proponendo la bellezza della virtù. Per questo scriveva: « Si devono escludere le tragedie, i drammi, le commedie, ed anche le farse in cui viene vivamente rappresentato un carattere crudele, vendicativo, immorale, sebbene nello svolgimento dell’azione si abbia di mira di correggerlo ed emendarlo ». E ne dà la ragione: « Si ritenga che i giovanetti ricevono nel loro cuore le impressioni di cose vivamente rappresentate, e diffìcilmente si riesce a farle dimenticare con ragioni o con fatti opposti » (105).

 Chi è vissuto tra i giovani sa capire l’alta sapienza di questa considerazione. Purtroppo essi subiscono più fortemente l’impressione dell’atto malvagio che non l’antidoto dell’azione virtuosa.

 Per lo stesso motivo Don Bosco vuole che « i duelli, i colpi di fucile e di pistola, le minacce violente, gli atti atroci, non facciano mai parte del teatrino » (106). È risaputo che tutto ciò che è violento, anziché educare, turba l’animo del fanciullo. L’educatore attento potrà rendersi conto di ciò, osservando i ragazzi nei giorni successivi a una recita in cui spiccarono caratteri violenti. Anche i più piccini cercheranno di ripro82

 durre al vivo le scene e le mosse più tragiche, ripetendo financo frasi e parole ingiuriose o volgari uscite dalle labbra degli attori.

 Come ben si vede, nulla sfugge all’intuito profondamente pedagogico di Don Bosco: egli vuole il teatro essenzialmente formativo, e non lo avrebbe mai concepito puramente come un diversivo amorale, come suol dirsi. Senza voler scendere a discussioni, pensiamo con Don Bosco che non è possibile togliere a una rappresentazione teatrale ogni efficacia morale. Come non esiste praticamente la scuola neutra, così neppure esiste il teatro amorale.

 Già ai tempi di Don Bosco erano in uso le cosiddette riduzioni, le quali avevano lo scopo di sopprimere dal testo teatrale le scene o le frasi sconvenienti, e soprattutto di cambiare o di togliere le parti affidate a persone di sesso diverso. Egli però non approvava questi sistemi. In una circostanza fu ridotto e rappresentato all’Oratorio Gelindo o La Natività di N. S. Gesù Cristo. Gli inconvenienti furono tali che Don Bosco non lo permise mai più (107).

 Certi adattamenti — o perchè non manca a volte chi ne conosca l’intreccio originale e ne renda edotti i compagni, oppure perchè nella maggior parte dei casi la soppressione lascia supporre chissà che cosa — sono grandemente dannosi. È poi risaputo abbastanza che certe cose e certi personaggi si tolgono dal contesto ma rimangono sulla scena, oppure, ciò che può esser peggio, tra le quinte.

 Don Bosco su questo punto era così severo che, essendo stato invitato ad assistere, in un Istituto diretto da religiosi, a una rappresentazione teatrale che non era conforme alle norme suesposte, non potè trattenersi dal dire al Superiore: — E dònno di queste cose? — E alzatosi, abbandonò il teatro (108).

 Don Bosco insiste perchè « non sia mai nominato il nome di Dio, a meno che ciò avvenga a modo di preghiera o di ammaestramento » : nè vuole che « si proferiscano bestemmie o imprecazioni, sia pure con lo scopo di farne poi la correzione. Si evitino pure quei vocaboli che, detti altrove, sarebbero giudicati incivili o plateali » (109).

 Pel raggiungimento delle finalità suindicate Don Bosco suggerisce ancora che tra un atto e l’altro, « sia dominante la declamazione di brani scelti da buoni autori, la poesia, la prosa, le favole, le cose facete e ridicole quanto si vuole, purché non immorali. La musica vocale o strumentale, le parti obbligate, gli assolo, i duetti, terzetti, quartetti, cori, siano scelti in modo che possano ricreare e promuovere ad un tempo l’educazione e il buon costume» (110).

 Don Barberis, maestro di pedagogia all’Oratorio, così enumerava gli effetti di una sana rappresentazióne: « Il teatro, se le commedie sono ben scelte:

 1) È scuola di moralità, di buon vivere sociale e talora di santità.

 2) Sviluppa assai la mente di chi recita e gli dà disinvoltura.

 3) Rallegra i giovani, che ci pensano molti giorni prima e molti dopo.

 4) È uno dei mezzi potentissimi per preoccupare le menti. Quanti cattivi pensieri e cattivi discorsi allontana, richiamando ivi tutta l’attenzione e tutte le conversazioni!

 5) Attira molti giovani ai nostri Collegi poiché durante le vacanze i nostri allievi raccontano ai parenti, ai compagni, agli amici, l’allegria delle nostre Case » (111).

 È evidente che l’esercizio della memoria e l’apprendimento di scelti brani giovano alla formazione intellettuale e artistica degli alunni. Quando poi i componimenti sono fatti dagli allievi stessi che si presentano a recitarli, si ha pure il vantaggio di un potente contributo alla riflessione e alla formazione del carattere, mediante profonde affermazioni, che diventano insensibilmente programma di vita feconda. Infine l’intervento di molti e molti nelle rappresentazioni e declama zioni contribuisce, secondo Don Bosco, a rendere meno superbi i giovani (112).

 Stavano tanto a cuore queste recite, e l’esperienza dimostrò essere tanto benefico il loro influsso, che nel Regolamento del teatrino venne inserito questo articolo di grande utilità pratica: « Ogni Direttore e gli altri Superiori sono invitati a mandare alllspettore quei componimenti drammatici che possono rappresentarsi secondo le regole sovraesposte. L’Ispettore raccoglierà tutte le rappresentazioni già conosciute, esaminerà quelle che gli fossero deferite, e le conserverà se sono adatte, e ne farà le debite correzioni» (115)

 Con questa semplice misura si andò formando la prima collana drammatica, seguita da tante altre in tutte le lingue: e siamo certi che l’osservanza di detta prescrizione servirà ad arricchirle di sempre nuove produzioni.

 Anche nelle accademie Don Bosco voleva che la materia non fosse dissimile da quella del teatro.

 Nel 1876, in occasione della festa del Patrocinio di San Giuseppe, gli artigiani fecero un’accademia, in cui l’elemento morale dava l’intonazione a ogni dialogo e sentimenti cristiani sbocciavano qua e là ad affiorare il discorso. Don Bosco ne rimase così sodisfatto che, nel suo discorsetto di chiusura, disse, come raramente diceva: « Vorrei che di queste accademie con simili??is            ´               - ?           ?

 dialoghi se ne facessero tutti i giorni. Io, potendo, verrei ad assistervi ogni volta. Ne sono tanto contento che nulla più. Fatene, fatene ancora, che io mi procurerò il piacere di trovarmi fra voi ». Indi raccomandò al Direttore Don Lazzero che quei dialoghi fossero conservati, per ripeterli altrove (114).

 Parlando della sodisfazione provata in circostanze simili il cronista aggiunge questo commento: « Mi persuasi di due cose: che questa specie di accademie religiose ben preparate possono essere bellissime, istruttive, e al tempo stesso produrre un bran bene morale ai giovani» (115).

 Infine Don Bosco esige che le composizioni tea- » trali siano brevi. Egli fa notare che la troppa lunghezza dei drammi o delle composizioni, « oltre al maggior disturbo delle prove, generalmente stanca gli uditori, e fa perdere il pregio della rappresentazione, e cagiona noia anche nelle cose stimabili» (116).

 « Il bello e la specialità dei nostri teatrini consiste nell’abbreviare gli intervalli tra un atto e l’altro e nella declamazione di composizioni appositamente preparate o ricavate da buoni autori » (117).

 Noteremo per ultimo che il santo Educatore insiste che si prepari il palco alla vigilia della recita, « in modo che non abbiasi a lavorare nel giorno festivo» (118), con poca edificazione da parte degli alunni.

4) Cose da escludersi.

 Ma il pensiero pedagogico di Don Bosco rispetto al teatrino appare anche dalle norme da lui stabilite sia per gli attori che per gli spettatori, e raccolte in due capitoli intitolati: « Cose da escludersi » e « Doveri del Capo del Teatrino ». Dovendo le recite essere un mezzo pedagogico, egli anzitutto vuole che possano effettivamente servire di stimolo e di premio.

 Tutti sanno come sia vivo nei giovani il desiderio di recitare. Orbene dice Don Bosco: «Tra i giovani da destinarsi a recitare si preferiscano i più buoni di condotta, che, per comune incoraggiamento, di quando in quando saranno surrogati da altri compagni» (119).

 Con lo stesso alto senso educativo determinò che si limitasse l’abbigliamento alla trasformazione dei propri abiti, o a quelli che già esistono nelle rispettive case o che fossero da taluni regalati (120). Gli abiti troppo eleganti lusingano l’a- mor proprio degli attori, ed eccitano i giovanetti a recarsi nei pubblici. teatri per appagare Ja loro curiosità. Il capo-teatrino sia poi rigoroso nelFadottare vestiari decenti (121).

 Udimmo dal Servo di Dio Don Rinaldi che,

 essendo egli Direttore del nuovo Istituto di Sali Giovanni Evangelista in Torino, per la miglior riuscita di uno spettacolo teatrale, a cui doveva intervenire il Card. Àlimonda, si credette bene di prendere a nolo da un teatro pubblico vestiari veramente ricchi ed eleganti. Don Rinaldi osservò che Don Bosco, quando vide i giovani così riccamente vestiti, abbassò gli occhi e non li alzò più durante tutto il tempo dello spettacolo.

 All’Oratorio restò celebre la rappresentazione dei Tre Re Magi, fatta ancora ai tempi cosiddetti eroici. Siccome si sapeva che Don Bosco non avrebbe autorizzato spese per il noleggio dei vestiti, il buon Tomatis con qualche compagno ricorrendo alle suore del Rifugio e a Parroci, potè avere in prestito alcuni piviali. Quando i Re Magi comparvero sul palcoscenico con i piviali sulle spalle, le risa convulsive degli spettatori non avevano più fine; e Don Bosco tolse d’impiccio i poveri attori ordinando loro di deporre subito quelle sacre vesti (122). Il ricordo dell’ingenua semplicità di quei primi tempi è una lezione salutare per tutti.

 Insegna ancora la buona pedagogia che il premio, affinchè abbia il suo effetto salutare, non dev’essere eccessivo. Per questo Don Bosco proibisce che agli attori si facciano altre regalie, oltre il premio della recita stessa. Secondo il nostro Padre, « il permettere d’imparare la musica, il canto, il suono, di esercitarsi a declamare e simili, deve già riputarsi sufficiente soddisfazione. Se poi alcuno si fosse guadagnato un premio speciale, i Superiori hanno molti mezzi per rimeritarlo condegnamente » (123).

 Don Bosco poi considera come sorgente di disordini « le bibite, i confetti, i commestibili, le colazioni o merende, che talvolta si distribuiscono agli attori o a quelli che si occupano degli apparecchi materiali » (124).

 « L’esperienza — egli continua — mi ha fatto persuaso che queste eccezioni generano vanagloria e superbia in coloro cui sono usate, invidie e umiliazioni nei compagni che non ne partecipano. A questo si aggiungano altri più gravi motivi, facilmente intuibili, per cui si crede opportuno di stabilire che non siano usate particolarità agli attori, i quali vadano alla mensa e al trattamento comune. Essi devono essere contenti di prender parte alla comune ricreazione o come attori o come spettatori » (125).

 È veramente mirabile la delicatezza di Don Bosco Educatore, cui nulla sfugge di quanto può contribuire alla formazione degli educandi, secondo la sua massima che il teatrino « deve servire di sollievo e di educazione per i giovani che la Divina Provvidenza invia alle nostre Case > (126).

 Riguardo poi agli spettatori, che sono gli alunni, egli inculca la riconoscenza verso i Superiori che s’industriano e si sacrificano per procurar loro una piacevole distrazione. Domanda ad essi compatimento per gli attori, e soprattutto per chi sbagliasse o facesse meno bene. ^Sempre nel Regolamento per gli Allievi (Capo XV , Contegno nel Teatrino) li esorta a non manifestar disapprovazione o scontento e ad essere invece larghi e generosi nell applaudire gli attori, i quali si son sottoposti a non lievi fatiche e a perdite di ricreazioni e di sonno per procurare alcune ore liete agli spettatori.

 Quando intervengono persone esterne, raccomanda ne sia regolata prudentemente l’entrata, l’uscita e la presenza, in modo da non turbare il buon andamento delle cose.

 Don Bosco era convinto che il teatrino potrebbe diventare facilmente un mezzo di perversione, anziché d’educazione, qualora non fosse circondato di tutte le cautele. Per questo stabilisce che durante le prove e le recite sia oculata l’assistenza (127) e che non si permetta la presenza sul palco a coloro che non recitano (128).

 La delicata oculatezza di Don Bosco, mentre costituisce una eredità preziosa per i suoi figli, è anche di esempio e di stimolo a chiunque debba occuparsi della gioventù.

c) Il CINEMATOGRAFO.

 Parlando del teatro, come elemento di formazione estetica e morale, non si può oggi non dire una parola sul cinema. È vero che il cinema non esisteva ai tempi di Don Bosco: noi possiamo tuttavia, alla luce dei suoi concetti pedagogici, vedere se il cinema risponda ad essi e possa considerarsi come mezzo di educazione estetica e morale.

 Le persone oneste sono certamente concordi nel dire che, disgraziatamente, il cinema, quale oggi esiste, è nella maggioranza dei casi, strumento di corruzione. Basta leggere i giornali per rendersi conto dell’influenza che esso esercita sugli animi giovanili. Latrocinii, assassini^ suicidi, furti, fattacci di ogni genere vengono perpetrati da minorenni, corrotti alla perversa scuola del cinema.

 Associazioni di padri e madri di famiglia, e gli stessi Parlamenti, invocano un argine contro questa fangosa fiumana che minaccia di travolgere, col pudore della gioventù, le più care speranze dell’umanità. Dio voglia che i Governi aiutino efficacemente le iniziative e gli sforzi di tutti gli onesti!

Non mancherà forse chi voglia prendere la difesa di certo cinema dicendo che, dopo tutto,si rappresenta al vivo il vizio appunto perchè lo si esecri e fugga. No, il male non bisogna insegnarlo perchè lo si eviti, ma nasconderlo perchè non lo si commetta. C’è poi una passione, la più bassa della nostra natura, con la quale non si lotta, ma dalla quale si fugge. È questo l’insegnamento degli educatori, di ogni uomo onesto e dei santi. Diceva in proposito il Manzoni che in noi c’è già troppo fuoco d’amore latente senza bisogno che gli scrittori (e in questo caso, i produttori di films) vi aggiungano l’esca. E poi a causa del peccato originale, è così debole e perversamente inclinata la natura umana che, quando il vizio è ben dipinto, tutta la pervade e offusca.

 Altri vorrà obiettare che il male esiste e che noi lo abbiamo costantemente sotto i nostri occhi. Ma allora che bisogno c’è di presentarlo ai giovani e agli adulti sotto i colori più smaglianti e con le attrattive più seducenti? È vero, il male esiste. Ma l’educatore sapiente insegnerà al giovane a rifuggire da esso, perchè non vi si attacchi; lo ammonirà di non scherzare con le fiamme, se non vuole averne bruciate le ali; e soprattutto procurerà, sollevandolo dal fango che lo circonda, di sublimarlo alle sfere serene del candore.

Così insegnava Don Bosco. Questi sono i suoi princìpi, che noi possiamo e dobbiamo metterein luce e praticare davanti al dilagare del cine corruttore. Nè si dica che certe cose non fanno più impressione. È questa anzitutto una menzogna; e poi l’abitudine, non solo non toglie la malizia, ma la rende più degradante.

 Don Bosco sapeva, per aver visitato durante lunghi anni le carceri e per aver trattato con i giovani abbandonati nelle vie e nelle piazze, che proprio la perversa abitudine di assistere a certe scene abbassa ogni giorno più il termometro morale, togliendo alla gioventù la fragranza della purezza, la quale è il suo tesoro più ricco, l’ornamento più leggiadro.

 Dai princìpi pedagogici di Don Bosco risulta ben chiaro che la vita, alla luce della natura e della Grazia, è qualcosa di ben più grande ed elevato di quel realismo che sventuratamente si risolve in una spudorata ostensione del fango. Dalla lettura del suo Regolamento sul teatrino risulta chiaro che egli non avrebbe mai approvato certi accostamenti di fango e di santità, certe mescolanze di sacro e di profano, per cui quasi si pretenderebbe che la Religione e la santità debbano servire di pretesto per coonestare l’oscenità. Per Don Bosco la Religione non è un elemento decorativo: e non avrebbe mai permesso di ridurre la santità a una maschera. I suddetti ibridismi li avrebbe chiamati col loro nome, definendoli una indecorosa profanazione, un insieme di ipocrisia e menzogna per ingannare e corrompere gli incauti. Egli non avrebbe mai permesso che contrasti, impressioni e curiosità malsane, si potessero coonestare poi con una fugace smorfia di pentimento, dopo che, per ore intere di morbosa eccitazione immorale, la fantasia fosse stata stimolata a fomentare i bassi istinti. La smorfia ben tosto va dimenticata, ma permangono gli offuscamenti e i travolgimenti del senso e dello spirito.

 Don Bosco avrebbe applicato ai films ciò che, a proposito del teatro, riguarda la riduzione di certi drammi o commedie. Il taglio della pellicola non moralizza certe situazioni equivoche, anche se si tolgono di mezzo le scene direttamente offensive del pudore. E poi, come già si disse per i drammi, i tagli sono troppe volte uno stimolo a curiosità morbose.

 Conchiudiamo quest’argomento dicendo che il teatrino, come lo concepì Don Bosco, ha non pochi e non lievi vantaggi sul cinematografo. Soprattutto per ciò che riguarda i giovani attori, il teatrino è un premio, un incoraggiamento, un utile esercizio intellettuale ed artistico, una occupazione veramente formativa.

 Pel teatrino poi è assai più facile il controllo della materia, e si può avere anche una compieta sicurezza morale; mentre le pellicole, che an95

 che le case più serie noleggiano come perfettamente morali, riservano troppe ingrate sorprese. Sono note a tutti le precauzioni delle sale cattoliche per accertarsi di un severo controllo morale dei films, perdendosi in ciò molte ore preziose: eppure, anche così, non mancano tante delusioni e, diremmo, tradimenti.

 È vero che vi sono pellicole a carattere semplicemente istruttivo e documentario; ma queste, oltre ad essere ancora purtroppo scarse, non rispondono a tutti gli scopi formativi del teatrino. Don Bosco era persuaso che l’uomo è buono, non per quello che sa, ma per quello che fa: ecco perchè col teatrino egli non si limitava a coltivare la mente, premendogli soprattutto d’irrobustire la volontà ed arricchire il cuore.

 Questo è certo, che anche Don Bosco, una volta fatto persuaso non potersi più sopprimere il cinema, avrebbe cercato in tutti i modi di limitarlo e migliorarlo, favorendo le iniziative che tendono a così nobile scopo.

 Il fatto che siano sorti in quasi tutte le Nazioni comitati e società che si propongono la creazione del cinematografo educativo, indica quanto siano giusti i criteri di Don Bosco, ed anche quanto sia grave il male che si lamenta. A questa impresa moralizzatrice e ricostruttrice egli avrebbe stimolato, non solo i suoi figli, ma tutti gli educatori,ai quali stia a cuore la vera formazione della gioventù.

d) La RADIO.

 Taluno vorrà ancora chiedere quale atteggiamento avrebbe preso Don Bosco dinanzi alla radio. Mosso dal suo grande amore alla gioventù, avrebbe anzitutto fatto ogni sforzo per arginare i mali della radio, stabilendo che ne fosse controllato e disciplinato l’uso.

 Questo appunto raccomandava Pio XI nel- l’Enciclica Divini Illius Magisiri con le seguenti notabili espressioni: « Ai nostri tempi si fa necessaria una tanto più estesa e accurata vigilanza quanto più sono cresciute le occasioni di naufragio morale e religioso per la gioventù inesperta, segnatamente nei libri empi e licenziosi, molti dei quali diabolicamente diffusi a vii prezzo, negli spettacoli del cinematografo, ed ora anche nelle audizioni radiofoniche, le quali moltiplicano e facilitano, per così dire, ogni sorta di letture, come il cinematografo ogni sorta di spettacoli. Questi potentissimi mezzi di divulgazione, che possono riuscire, se ben governati da sani princìpi, di grande utilità all’istruzione ed educazione vengono purtroppo spesso subordinati all’incentivo delle male passioni ed all’attività del guadagno s>. Il motivo principale di questi disordini bisogna 4 (II)

cercarlo nella coscienza di chi parla alla radio, la quale non è sempre cristiana; ond’è che la radio non si può ascoltare sempre e da tutti.

 Anche Sua Santità Pio XII, il 22 aprile del 1948, denunciava in un messaggio radiodiffuso la responsabilità del criminale che fa della radio uno strumento di corruzione intellettuale e morale, ed esortava chi parla alla radio a portare nell’enunciato di ciò che deve dire quella delicatezza, quella nobiltà di espressione, che gli permetta di farsi comprendere dai grandi, senza destare l’immaginazione o commuovere la sensibilità dei piccoli. Maxima debetur puero reverenti a: si deve al fanciullo il più grande rispetto, diceva il poeta Giovenale. Conciliare questo rispetto con il diritto o il dovere di parlare, ecco il problema che interessa anzitutto i genitori e poi gli educatori.

 Don Bosco si farebbe eco deH’appello dèi Papi per la salvaguardia della moralità anche nel campo della radio, affinchè non sia causa di tanti traviamenti giovanili. Egli avrebbe esortato i suoi Figli e tutti gli educatori a scongiurare i pericoli della radio, come già quelli del teatro e del cine, con grande vantaggio della moralità e della stessa formazione estetica dei giovani.

 propriamente detti, l’ingegno di colui che avrebbe potuto riuscire un dotto, il pensatore, lo scrittore » (129).

 Sei anni dopo, il 19 novembre 1933, lo stesso Pontefice, dando un rapido sguardo alle cose da lui personalmente vedute e udite, presentò Don Bosco come Una creatura eletta nell’ordine naturale e in quello soprannaturale, « magnifica figura soffusa di moltéplici splendori e fatta di molteplici valori, di bontà generosa, di grande ingegno, di intelligenza luminosa, vivida, perspicace, vigorosa, che, anche se si fosse limitata al cammino degli studi e della scienza, certo avrebbe lasciato qualche profonda traccia, come qualche traccia in questo stesso campo ha pur lasciato » (130).

 « Don Bosco — disse altra volta — fu certo più uomo di azione che di studio. (Ma) non gli mancava nè un ingegno vasto e vivace nè una grande capacità di lavoro che non lo faceva sgomentare di nessuna impresa » (131).

 Di questo suo ingegno Don Bosco diede prova straordinaria (132), scavalcando addirittura le scuole elementari (133) ed abbreviando vari corsi delle scuole medie e superiori. Fu sempre il primo della scuola: il 15 maggio del 1841 subiva l’ultimo esame riportando il plus quarti optime (134). All´ingegno egli seppe unire sempre un grande amore allo studio. Anche quando lavorava in campagna, teneva un libro aperto, e, appoggiandosi a un tralcio, studiava la lezione (135).

 Ed è meraviglioso vedere come egli abbia potuto, in quegli anni, leggere tanti libri, special- mente di classici italiani e latini (136).

 Oggi gli studenti che dispongono di tanta dovizia di mezzi per progredire negli studi, apprenderebbero con grande stupore che lo studente Bosco per poter leggere con sua comodità gli autori italiani e latini fece un contratto con un libraio ebreo, di nome Elia, dal quale riceveva in prestito ogni volume della collezione dei classici, pagando un compenso di cinque centesimi per libro (137).

 E che diremo della sua prodigiosa memoria? Di essa diede saggi portentosi, ripetendo alla lettera, appena decenne, le prediche udite dalle labbra del suo Cappellano di Murialdo (138).

 Iniziato agli studi da quel virtuoso sacerdote, il quale aveva avuto agio di ammirare le sue meravigliose doti, tosto si accorse che per lui leggere era lo stesso che ritenere, perchè ogni cosa gli restava scolpita e indelebile nella mente (139). Lasciò scritto egli stesso: « Quando ero a Chieri, l’attenzione nella scuola mi bastava per imparare quanto era necessario. In quel tempo — aggiungere — io non faceva distinzione tra il leggere e lo studiare » (140). Un saggio del tutto insolito della sua mirabile memoria lo diede appunto a Chieri. Il Professore spiegava la vita di Agesilao scritta da Cornelio Nepote. Giovanni aveva dimenticato il testo a casa. Per non farsi scoprire, teneva avanti la grammatica. I suoi compagni se ne accorsero e incominciarono a sorridere. Il Professore fece allora alzare Giovanni ordinandogli di leggere, di fare la costruzione, e di ripetere la spiegazione del brano che era stato letto.

 Giovanni ripetè tutto a perfezione fra lo stupore dei compagni che scoppiarono in un applauso. Il Professore, dapprima sconcertato e poi resosi conto dell’accaduto, disse a Giovanni: « Procurate di servirvi bene della vostra felice memoria » (141).

 Restò memorabile la straordinaria prova di memoria a cui lo sottopose il compagno Comollo nel 1837 (142).

 Quando venne a capire la bellezza e profondità dei Padri e dei Dottori della Chiesa, lesse molti volumi delle loro opere, come pure parecchi commentari sulla Sacra Scrittura. Prese pure un’esatta conoscenza dei Bollandisti. Si dedicò alla lingua greca ed ebraica, e in particolare alla lettura dei libri storici. Il Testamentino greco lo aveva imparato a memoria, e questa lingua traduceva con grande facilità. Ancora nel 1886 recitava interi capitoli delle lettere di San Paolo in greco e in latino (143).

 Non poche volte parlò egli stesso del gran dono che Iddio gli aveva fatto (144), e del quale egli si servì per formare in seguito i suoi primi col- laboratori dirigendo le loro discussioni scientifiche e letterarie (145).

 Se ne valse specialmente per scrivere le vite dei Papi ed altre operette che egli dettava con facilità sorprendente a questo e a quello dei suoi chierici (146). Essa gli rendeva utilissimi servizi: anche a distanza di molti anni ricordava nomi, persone e fatti (147).

 Nell’ultimo periodo della sua vita, dopo le udienze di parecchie ore, ricreava i suoi segretari recitando brani dei più famosi classici italiani e latini (148). Aveva una predilezione per Dante, e si era persuasi che lo sapesse tutto a memoria; lo portava sempre nella valigia per sollievo del suo spirito durante i viaggi (149).

 A 69 anni egli godeva ancora di questo inestimabile benefìcio. Il biografo ci racconta di lui cose veramente fuori dell’ordinario, che egli medesimo potè costatare a Roma e altrove (150).

 La stessa attestazione fece il Card. Caglierò, parlando della grande erudizione di Don Bosco nella letteratura italiana, latina e greca (151).

 Forte della sua stessa esperienza, il Santo incoraggiava i suoi figliuoli a mandar molte cose a memoria, dicendo: «Se acquisterete svariate cognizioni, avrete un grande aiuto per far del bene specialmente alla gioventù; ma, senza Fe- sercizio della memoria, a nulla gioverà averle imparate, perchè troppo facilmente le dimenticherete » (152).

 2. Importanza e fine dell’educazione intellettuale.

 Con tante doti e con il corredo scientifico preparatosi attraverso un’applicazione allo studio veramente eccezionale, Don Bosco era in grado di affrontare serenamente e con garanzia di successo i problemi dell’educazione intellettuale.

 Anzitutto non sfuggì al santo Educatore l’importanza di questo ramo della Pedagogia. Chiamato da Dio a una missione provvidenziale, era naturale che i suoi sforzi, specialmente agli inizi dell’opera sua, fossero dedicati preferibilmente all’insegnamento religioso, che egli fin da bambino aveva saputo impartire in modo del tutto eccezionale ai suoi piccoli, e talora anche già adulti, compaesani.

 Continuò l’insegnamento del catechismo durante tutta la sua vita, persuaso che questo apo

 stolato sarebbe stato di grande efficacia per la formazione morale dei giovani e del popolo. Egli riuscì in tal modo uno dei più esperti e più grandi catechisti della Chiesa.

 Però, indagatore sagace, fin dai più teneri anni aveva compreso la somma importanza e la necessità di apprendere varie materie, come pure diverse professioni.

 Si era agli inizi della campagna che i nemici di Dio avrebbero condotta a fondo servendosi di ogni mezzo per esaltare l’istruzione « scientifica », la quale allora — ed oggi, ancor più decisamente — prescindeva da tutto ciò che trascende la materia, sostenendo perciò i princìpi malsani di quel naturalismo che conduce logicamente all’ateismo.

 Erano a lui noti i danni cagionati dalle nuove correnti del suo secolo, le quali praticamente sacrificavano all’istruzione intellettuale la formazione morale. Fin d’allora si pretendeva di distinguere tra istruzione ed educazione fino a scuotere il dovuto equilibrio tra luna e l’altra e a creare così degli uomini dalla testa smisuratamente grande ma dal cuore gretto e rattrappito: si rendeva per tal modo vana, tumida e malsana la struttura della formazione intellettuale.

 Don Bosco, guidato dal suo intuito profondamente pedagogico, aveva compreso che non vi poteva essere vera istruzione, la quale non fosse

al tempo stesso una vera educazione. L’istruzione infatti accompagna di pari passo lo svolgersi ed il compiersi dell’agire umano, il quale deve cominciare sempre con la conoscenza del fine per passare poi a scegliere e ad applicare concretamente i mezzi che conducono al fine stesso.

 Questa vigile coscienza del fine educativo, cui deve tendere ogni formazione intellettuale, accompagnò Don Bosco per tutta la sua vita e lo rese instancabile nell’attuazione del suo programma.

 La sera del 15 aprile 1885, parlando con un valente avvocato, si soffermava sulla ricerca dei motivi di tante aberrazioni dilaganti. L’interlocutore dava delle spiegazioni piuttosto secondarie; onde il Santo: « No, no, mio buon avvocato. La causa del male è una sola: l’educazione pagana che si dà generalmente nelle scuole. Formata tutta su classici pagani, imbevuta di massime e di sentenze pagane, impartita con metodo pagano, oggi che la scuola è tutto, questa educazione non formerà mai veri cristiani. Ho combattuto tutta la mia vita contro questa perversa educazione che guasta la mente ed il cuore della gioventù. Fu sempre mio ideale riformarla su basi schiettamente cristiane. Per questo ho intrapreso la stampa castigata dei classici latini profani più usati nelle scuole: per questo ho cominciato la pubblicazione di scrittori latini cristiani. Ho mirato a questo con molti avvertimenti dati ai Direttori, maestri e assistenti salesiani » (153).

 Don Bosco aveva tracciato a Don Barberis il vero scopo della educazione intellettuale: e cioè abituare l’alunno a percepire, a riflettere, a giudicare e a ragionare rettamente.

 Orbene, è notevole lo sviluppo che il primo maestro — vorremmo dire, ufficiale — di Pedagogia nella Società Salesiana, diede, nei suoi Appunti di Pedagogia Sacra, alla educazione intellettuale, seguendo le direttive di Don Bosco. Questi voleva coltivata ed equilibrata tutta l’intelligenza: e ciò, mentre i fautori dell’istruzione laica, ipocritamente chiamata « neutra », si preoccupavano di arricchire l’intelletto degli alunni con molte cognizioni, trascurando poi di formare le giovani menti soprattutto alla riflessione.

 Eppure, non l’uomo erudito, ma quello riflessivo e ragionatore porta maggior giovamento alla civile società. A che servono infatti le molte cognizioni, qualora non siano dovutamente comprese, approfondite, assimilate, e al tempo stesso rettamente orientate? V ’ha di più. Don Bosco, da saggio educatore, mentre s’ingegnava di procurare il debito sviluppo a tutte le attività intellettuali dell’alunno, non dimenticava mai l’alta, divina missione di formare tutto l’uomo, indirizzandolo ai suoi eccelsi destini. Egli stimava essere grave errore il coltivare la sola formazione intellettuale a scapito di quella riguardante anche le altre attività umane, con danno irreparabile per la personalità dell’educando.

 L’umana società, non lo ripeteremo mai abbastanza, ha bisogno di cervelli ben compresi delle vere e altissime finalità dell’uomo: e non di teste ricolme di svariate cognizioni più o meno utili, ma totalmente prive di ciò che maggiormente importa. Forse Don Bosco, nelle sue ripetute conversazioni con l’Allievo, eminente pedagogista di Torino, aveva conchiuso con lui che il buon educatore non deve limitarsi al cranio e al cervello, ma estendersi all’uomo, a tutto l’uojno.

 Don Barberis, formato nell’Università Piemontese, non poteva prescindere dall’insegnamento scientifico dei suoi Professori; anzi, delle verità apprese alla loro scuola, egli seppe servirsi per dar vigore al suo insegnamento, appoggiandolo su basi che tenessero nel dovuto conto i nuovi portati della scienza. E così, nei suoi Appunti, paria dei princìpi fondamentali, delle leggi, dei limiti dell’educazione intellettuale; tratta del buon maestro, delle linee generali della didattica e delle diverse forme d’insegnamento; dedica pure una speciale sezione alla memoria e ai mezzi per esercitarla e rinvigorirla opportunamente.

 Tuttavia, formato alla scuola di San Giovanni Bosco, insiste e si preoccupa ancor più perchè l’educazione intellettuale sia impartita, non solo ampiamente, ma, soprattutto, rettamente.

3. Scuole in funzione di vita.

 L’educazione intellettuale, tenuta da Don Bosco in così alta stima e presentata alla luce delle migliori tradizioni, doveva comprendere un insieme di norme, di mezzi pratici, di accorgimenti atti a fornire alle menti degli alunni la conoscenza delle lettere e delle scienze indispensabili e convenienti alla loro vita.

 Scuola, adunque, i cui risultati dovevano sfociare e rimanere in funzione di vita, e mai da essa disgiunti o ad essa estranei.

 I] Santo aveva cominciato l’opera sua didattica ed educativa con la scuola di catechismo: ed è evidentissimo l’influsso di tale insegnamento sulla vita vissuta dell’alunno. Ma, nel pensiero del nostro Padre, anche le scuole serali dovevano migliorare, non solo le condizioni intellettuali, ma anche quelle morali e sociali di tanti poveri manovali e garzoni di bottega, la cui posizione era troppe volte infelice per la loro ignoranza nelle scienze e negli stessi mestieri che esercitavano. Così pure le scuole professionali e classiche dovevano essere, secondo le direttive di Don Bosco, in funzione della vita: e lo stesso è a dirsi di quelle agricole e commerciali.

 I biografi ci mostrano come le sue scuole erano adatte alla condizione degli alunni, al loro orientamento, alla loro vocazione: tutte quante dovevano gettare fasci di luce sui sentieri della vita percorsi dai giovani, migliorando il presente e garantendo l’avvenire.

 Al fin qui detto aggiungeremo ancora una osservazione. Mentre Don Bosco voleva che l’istruzione fosse veramente educativa, non volle mai sostituire la scuola alla famiglia e alla Chiesa.

 È certo che lo Stato ha nella scuola lo strumento più atto a provvedere alla formazione dei futuri cittadini: e non reca stupore che qua e là abbia modificato la scuola in modo tale da farne quasi un centro di vita famigliare, sociale, morale e religiosa, illudendosi di poter surrogare la famiglia e la Chiesa con la scuola. Questa però è una evidente esagerazione e un fanatismo: è una delle deviazioni di un totalitarismo assai funesto.

 La scuola, la vera scuola, deve restare quale ci fu tramandata dalle più sane tradizioni, e cioè palestra d’istruzione in lettere, in scienze ed arti, anzi palestra educativa nel pieno significato della parola: senza tuttavia sostituirsi alla famiglia e alla Chiesa.

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4. Scuole domenicali e serali.

 A questo punto è opportuno un breve cenno circa le scuole di vario genere che Don Bosco introdusse man mano all’Oratorio, dimostrando in tal guisa quanto gli stesse a cuore l’educazione intellettuale dei figli del popolo.

 Fin da quando era al Convitto Ecclesiastico di San Francesco d’Assisi, egli aveva riconosciuto la necessità d’istruire specialmente certi giovanotti analfabeti, i quali, pur essendo già inoltrati negli anni, ignoravano affatto le verità della Fede.

 Per costoro organizzò presto le scuole domenicali e festive.

 Interessante il metodo di scuola da lui adoperato con essi.

 Per una domenica o due faceva passare e ripassare l’alfabeto e la relativa sillabazione. Di poi prendeva il piccolo catechismo della Diocesi e sopra di esso li faceva esercitare sino a tanto che fossero capaci di leggere una o due delle prime domande e risposte: e queste assegnava poscia per lezione da studiare lungo la settimana. La domenica successiva si ripeteva la stessa materia, aggiungendo altre domande e risposte, e così di seguito. In questa guisa egli ottenne che, dopo poche settimane, taluni leggessero e studiassero di per sè intiere pagine della dottrina cristiana.

 Per ovviare alla difficoltà di coloro che, per tardo ingegno, dimenticavano lungo la settimana ciò che la domenica avevano imparato, si servì di scuole serali, con le quali istruiva i suoi giovani più profondamente e li teneva lontani dai pericoli nelle ore della sera. Con gare e con premi li innamorava sempre più di tali studi (154).

 Dette scuole serali, iniziate dal Santo a Val- docco verso la fine del 1844, vennero ben presto attivate in altri luoghi del Piemonte, e poi largamente promosse e sparse ovunque in Italia.

 Molti giovani, che non avrebbero potuto frequentare le scuole statali per motivi di età, o di lavoro, o di condizioni sociali od economiche, alla sera dei giorni feriali, eccettuato il sabato e la vigilia delle feste di precetto, si recavano a una certa ora da Don Bosco e dal Teologo Borei. Questi cangiavano le proprie camere in scuole e insegnavano a leggere, a scrivere e a far di conto. Ciò allo scopo, non solo di renderli più abili all’apprendimento di un’arte o mestiere, ma soprattutto per impartir loro più facilmente l’istruzione religiosa attraverso lo studio del catechismo (155).

 Chiuse l’anno dopo per mancanza di locale, di lì a sei mesi riusciva a riaprirle, in grazia di

tre stanze che aveva preso a pigione, per adibirle a scuole, in casa Moretta.

 Ogni sera, dopo che in città erano state chiuse le officine, i giovani venivano ad imparare a leggere sui cartelloni murali, escogitati appositamente da Don Bosco.

 Ma non tardarono a farsi sentire le incomprensioni e le inimicizie. Quantunque fosse chiara e manifesta la sincerità dello zelo di Don Bosco, non tutti vedevano bene questo suo intromettersi nelle scuole cittadine. Anche la frequenza di tanti giovanotti alla casa Moretta non poteva passare inosservata e non dar da dire agli sfaccendati. Anzi se ne fece un gran rumore, da alcuni in senso favorevole e da altri in senso avverso. In seguito a certe dicerie sparse nell’inverno del 1845-46, l’opera era giudicata, anche da persone serie, vana e pericolosa. Dalle male lingue Don Bosco era chiamato un rivoluzionario, un pazzo, un eretico. Dicevasi essere l’Oratorio un ripiego studiato per allontanare la gioventù dalle rispettive parrocchie e per istruirla in massime sospette.

 Queste ultime imputazioni, che erano prevalenti, fondavansi sulla falsa credenza che Don Bosco fosse partigiano di una pedagogia assai dubbia, per il fatto che egli permetteva ai suoi ragazzi ogni sorta di ricreazione rumorosa, ben113

 chè non tollerasse nè peccati nè inciviltà. Il sistema corrente di educazione scolastica era disciplinato dal viso arcigno del maestro e dalla sferza: e le innovazioni di Don Bosco arieggiavano troppo a libertà.

 Alcuni, specialmente di idee settarie, facevano ciò per allontanare da lui i giovanotti, mentre questi, che lo conoscevano, aumentavano la stima e l’attaccamento a lui. Altri invece vedevano in Don Bosco qualche cosa di straordinario e di grande, che non sapevano spiegare, e specialmente la sua arte nel legare a sè gli animi e dominare le moltitudini. « Guai a noi — esclamavano — guai alla Chiesa, se Don Bosco non è prete secondo il cuore di Dio!... Lo sarà? ». E l’osteggiavano, non sapendo persuadersi che egli secondasse gli impulsi di una missione celeste.

 San Giuseppe Cafasso comprendeva Don Bosco, ed ai mormoratori rispondeva invariabilmente con tono grave e con accento quasi profetico: « Lasciatelo fare, lasciatelo fare! » (156).

 Dopo qualche mese, nel 1846, Don Bosco potè avere altre sale a pianterreno e vi trasportò alcune classi, divise e suddivise secondo la maggiore o la minore istruzione dei giovani: rendeva così più facile l’osservanza della disciplina, e soprattutto più graduale e profìcuo l’insegnamento agli alunni, cresciuti di numero fino a trecento (157).

 Più tardi, durante le vacanze del 1848, Don Bosco diede maggior impulso alle scuole serali, riservandosi gli adulti illetterati, la maggior parte coi baffi e con la barba: faceva loro scuola a parte, adoperando un metodo tutto suo per insegnar ^ loro l’alfabeto.

 Accompagnava la spiegazione con motti arguti e paragoni ameni che rallegravano gli scolari e fissavano loro in mente le lettere da lui scritte sulla lavagna. Disegnava, per esempio, una - O -, poi la tagliava in mezzo con una linea perpendicolare. La parte sinistra era una - C -, quella destra una - D -. E così procedeva segnando linee rette e curve, cancellando e aggiungendo, ma tenendo un ordine logico di idee per non ingenerare confusioni. In fine raggruppava le lettere in sillabe e formava le parole (158).

 I suoi scolari, benché non avvezzi a lavori di mente, imparavano che era una meraviglia, e, dopo breve tempo, sapevano leggere e scrivere correttamente. Non faceva loro mai scuola senza un po’ di catechismo. Ad intervalli un fatterebo che ispirava amore alla virtù, orrore al vizio. Al termine, il canto di una lode.

 Come li ebbe così dirozzati, ne cedette l’insegnamento a un suo giovane aiutante, senza tuttavia tralasciare di vigilarli: e talora impartiva loro perfino lezioni di calligrafìa e di aritmetica.

Questi suoi alunni finivano con aiutare Don Bosco a cantare in presbiterio cogli alunni interni e a salvare le anime. Nei casi di necessità li soccorreva con denaro.

 Nel 1849 si propose di indirizzare agli studi veri e propri, quattro giovani prescelti, per condurli nel più breve tempo possibile alla vestizione clericale. Aveva compreso che gli ordinari metodi usati nel fare la scuola non gli avrebbero dato frutto sufficiente; quindi ne aveva escogitato uno tutto caratteristico, e l’esperienza diede ragione alla sua ingegnosa audacia. Insegnava la grammatica esponendone con brevità e lucidissima chiarezza le regole, ed esigendone da ciascun allievo la ripetizione, per così accertarsi se avessero compreso. In virtù del suo ingegno sì acuto e sì chiaro, della facile sua comunicativa, e soprattutto della sua inalterabile pazienza e carità, egli potè ben presto renderli in grado di assaggiare il latino. Nè ciò deve fare meraviglia, se si riflette come fossero piene le giornate sue e dei suoi scolari. Basti dire che si levavano alle quat- ´v tro e mezzo del mattino (159).

5. Scuole elementari, diurne ed estive.

Oltre alle necessità spirituali degli operai, specialmente adulti, Don Bosco guardava anche

all’abbandono in cui giacevano tanti bambini sprovvisti d’ogni istruzione ed errabondi per le strade, esposti al vizio e ad ogni sorta di miseria materiale e morale. Anche per essi il buon Padre ebbe viscere di tenero affetto, e pensò di istituire per loro alcuni corsi di scuole elementari diurne all’Oratorio.

 In una Circolare del 1° ottobre 1856, diretta ai benefattori, scrisse: « Alla vista del bisogno ognora crescente di istruire i ragazzi appartenenti alla classe bassa del popolo, mi sono determinato di aprire una scuola diurna per accogliere almeno una parte di quelli che in numero stragrande vanno vagando lungo il giorno, sia perchè i parenti non si danno cura di loro, sia anche perchè si trovano lontani dalle pubbliche scuole. Egli è per occorrere al bisogno di questi ragazzi che ho dato mano alla costruzione di una scuola capace di contenerne 150 » (160).

 Il santo Educatore segnala un’altra ragione ancora di tali scuole, affermando che all’Oratorio vi sono « scuole diurne per quei giovanetti che, essendo male vestiti od alquanto indisciplinati, non possono frequentare le classi pubbliche » (161).

 Orbene, nel novembre del 1856, il locale situato presso il portone di entrata era all’ordine, corredato di ogni attrezzo e mobile necessario per

una scuola diurna e giornaliera. Non molto tempo dopo, lo apriva ai giovanetti esterni. Era un vero nugolo di ragazzi che accorrevano dalle case dei dintorni (162).

 All’inizio del 1857 procurava a questi anche la comodità di confessarsi sovente, e, per quelli fra loro che erano promossi alla prima Comunione, fissava, per la successiva Pasqua, il Martedì Santo (163). Simili sòuole diurne vennero aperte nel 1859 all’Oratorio di San Luigi (164).

 Il lavoro e le preoccupazioni di Don Bosco per quei ragazzi della strada non avevano tregua neppure durante le vacanze: aumentavano anzi; poiché, nel periodo estivo, egli aprì per più anni, agli esterni, corsi elementari negli Oratori di San Francesco di Sales, di San Luigi e di San Giuseppe. I ragazzi vi affluivano in buon numero. Nel 1876 superavano i 600.

 In una città grande come Torino, quella era una vera provvidenza per le famiglie, che non potevano tener chiusi in casa i figliuoli, nè preservarli dai pericoli della strada; ma era soprattutto una benedizione per i ragazzi stessi.

 Quello soleva essere il tempo per prendere tanti pesciolini, che non andavano mai a confessarsi; e quanti se ne contavano che non si erano curati dei Sacramenti dalla Pasqua! È vero che da lì a pochi mesi, finite le vacanze autunnali,

tanti di quegli alunni improvvisati tornavano in balìa di se stessi; ma intanto avevano acquistato una discreta istruzione religiosa, avevano preso la salutare consuetudine dei Sacramenti, non avevano più il rispetto umano nè la vana paura del confessore. Ecco perchè Don Bosco, fintantoché le circostanze glielo permisero, sostenne, a costo di qualunque sacrifìcio, siffatte scuole durante il

periodo estivo e autunnale (165).

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6. Scuole interne per gli studenti.

 La fondazione delle scuole serali e diurne per esterni, segnò in pratica i primi passi verso le scuole ginnasiali interne, le quali, naturalmente, stavano più a cuore a Don Bosco, tutto inteso a dare ai giovani dell’Oratorio una più soda formazione morale e intellettuale per mezzo di un’assistenza accurata e di un controllo immediato riguardo all’andamento generale degli studi.

 Don Bosco si risolvette a stabilire le scuole interne dell’Oratorio nel 1855. Fino allora aveva mandato gli studenti presso ottimi professori della città; ma l’andata e il ritorno erano stati pieni di pericoli morali per quello che si vedeva e si udiva.

 Procedendo in questo con la solita prudenza, ai primi di novembre destinò ad aula scolasticala sala della prima Cappella. Qui radunò i giovani appartenenti alla terza ginnasiale, e assegnò loro per maestro il chierico Giovanni Francesia, il quale, compiuti i 17 anni, aveva finito in modo splendido i corsi di latinità.

 Don Bosco ben conosceva il valore intellettuale e morale di Francesia e anche degli altri chierici Proverà, Anfossi, Durando e Cerruti, man mano che li destinava all’insegnamento. In vari modi li aveva messi alla prova con diverse occupazioni simultanee: e, scherzando, faceva loro osservare che i grandi storici, poeti, oratori del foro romano, avevano passata gran parte della loro vita sui campi di guerra, tra i rumori del foro, nelle faccende dello stato, e riuscivano in cose disparate grazie all’esercizio, che perfezionava ogni loro facoltà. Il Francesia ebbe in quell’anno la fortuna di avere per discepolo il Beato Domenico Savio, che meritò di essere promosso tra i primi.

 Frattanto gli studenti di la e 2a ginnasiale, e quelli di umanità e rettorica, continuavano a frequentare scuole private in città (166).

 Per farci un’idea del coraggio dimostrato da Don Bosco nell’aprire scuole interne all’Oratorio, basta osservare che, dopo pochi mesi, e cioè all’inizio del 1856, il Ministro della Pubblica Istruzione faceva approvare dal Senato e dal Parlamento una legge, secondo la quale l’insegnamento presso i Seminari e i Collegi doveva dipendere dal Ministero.

 In tali angustie Don Bosco, meditando la vastità dei suoi disegni per l’istruzione e l’educazione cristiana della gioventù, prevedeva le grandi procelle che si sarebbero sollevate contro di lui; ma procedeva sicuro, dicendo più volte ai suoi figliuoli: « Non dubitate, passerà la burrasca, tornerà il bel tempo, e fortunati quelli che non piglieranno scandalo da me. È una promessa che io ebbi da Tale che non s’inganna. L’Oratorio non è cosa mia; anzi, se fosse mia, vorrei che il Signore la disfacesse subito » (167).

 Queste infatti non furono che il principio di una lunga serie di difficoltà più grandi, escogitate dai settari allo scopo di distruggere le benefiche istituzioni dell’Oratorio, e culminate nelle famigerate perquisizioni governative, che però non sortirono l’effetto voluto dai nemici di Don Bosco.

 Perseverando con indomita costanza nelle sue imprese il Santo giunse a compilare, all’inizio dell’anno scolastico 1860, il Regolamento della Casa, che, pur non essendo ancora stampato, venne letto con solenne apparato agli alunni, presenti tutti i Superiori con Don Bosco (168).

 Nel 1863, mentre ferveva ancora una grave questione con l’Autorità scolastica a motivo dei titoli d’insegnamento. Don Bosco, imperterrito, fa121

ceva innalzare un nuovo edifìcio destinato alle scuole ginnasiali.

 Nel 1874 apriva le stesse scuole agli esterni. Nè si contentò che ai medesimi s’impartisse l’insegnamento: nel mese di gennaio del 1875 stabilì che anch’essi prendessero parte con i loro condiscepoli interni alle funzioni religiose nella Chiesa di Maria Ausiliatrice, e volle che non si facesse « nessuna eccezione per nessun motivo » (169).

 Dell’applicazione allo studio e dell’atmosfera di disciplina che regnava nelle scuole dell’Oratorio sono splendida testimonianza i risultati conseguiti dagli alunni agli esami pubblici, il riconoscimento delle Autorità scolastiche e la gratitudine che dimostrarono in ogni circostanza gli allievi dell’antico Oratorio. Qui ci piace citare un solo fatto.

 Nel maggio del 1863 visitò l’Oratorio l’Ispettore delle scuole secondarie classiche, con fini tutt’altro che buoni. Tuttavia restò altamente ammirato per l’ordine e la disciplina che ovunque andava riscontrando. La 3a ginnasiale poi, composta di oltre 120 alunni, lo convinse che tal disciplina non era passeggera e fittizia, ma soda e reale. Infatti, terminata l’ispezione, l’insegnante in segno di gentilezza volle accompagnarlo fino all’altra aula; ma l’Ispettore cercò di dissuaderlo.

 per timore che durante la di lui assenza ancorché solo momentanea, tanti vispi giovanetti facessero disordine.

 — Non tema, sig. Professore, perchè io sono sicuro che niuno di essi aprirà bocca o si muo- verà di posto.

 — Questo mi pare impossibile — replicò l’Ispettore. Si lasciò nondimeno accompagnare un tratto, e poi disse: — Ritorniamo indietro e andiamo ad ascoltare il silenzio che ella dice.

 Accostatosi pian piano all’uscio della scuola, origliò e spiò dal buco della serratura: tutta la numerosa scolaresca stava immobile e silenziosa, come se l’insegnante fosse in cattedra. Allora concluse:

 — Non avrei mai creduto! Non avrei mai creduto! Questa è una meraviglia: e fa onore a lei e ai suoi scolari!

 L’insegnante era il chierico Celestino Durando (170).

7. Scuole professionali interne.

 Don Bosco si preoccupò grandemente dell’educazione intellettuale degli artigiani ricoverati all’Oratorio, e diede origine all’opera delle Scuole Salesiane di Arti e Mestieri, la quale doveva avere in seguito così notevoli sviluppi.

 È noto come Don Bosco, nei primordi del suo

 Oratorio, ricoverasse giovani che, per essere sprovvisti d’ogni coltura, e per giunta orfani o lasciati in abbandono dai propri parenti, non erano in grado di guadagnarsi da vivere. Preoccupato dei loro bisogni materiali, provvide anzitutto ad essi pane e lavoro collocandoli presso qualche officina o bottega in città. In un secondo tempo fondò laboratori interni di vario genere per garantire loro, con l’apprendimento dell’arte, anche una migliore formazione morale e religiosa. Finalmente, appena potè, istituì scuole professionali allo scopo di completare e perfezionare la formazione dei giovani artigiani con quegli elementi di cultura generale e particolare, che erano convenienti alla loro condizione speciale e all’esercizio del loro mestiere. Don Bosco adunque procedette per gradi.

 Il malcostume e l’irreligione degli operai, la stampa pornografica e le produzioni indecorose delle vetrine e delle botteghe lungo le strade, mettevano in serio pericolo l’educazione morale e religiosa che egli cercava di impartire ai suoi figliuoli artigiani, che si recavano a lavorare in città. Perciò col concorso dei benefattori, l’anno 1853, comprati alcuni deschetti e gli attrezzi necessari, collocò il laboratorio dei calzolai in un piccolo corridoio della casa Pinardi, presso il campanile della chiesa. Contemporaneamente de124

 stillò alcuni giovani al mestiere di sarto collocandoli nell’antica cucina.

 Don Bosco fu il primo maestro degli uni e degli altri. Aveva già esercitato il mestiere di sarto quando era studente. Così pure, di quando in quando, andava a sedersi al deschetto per insegnare ai giovani calzolai il maneggio della lesina e dello spago impeciato, per rattoppare le scarpe (171).

 All’inizio del 1854, nella speranza di poter avere in tempo non lontano una tipografìa a sua disposizione, apriva quasi scherzando, — com’era solito in molte sue imprese, — un terzo laboratorio: la Legatoria di libri. Ed ecco come.

 Fra i giovani dell’Oratorio non v’era alcuno che s’intendesse di questo mestiere, e pagare un capo d’arte esterno non era ancora il caso. Tuttavia un giorno, mentr’era attorniato da alunni, depose sopra un tavolino i fogli del libro che aveva per titolo « Gli Angeli Custodi » e, chiamato un giovane, gli disse:

 — Tu farai il legatore!

 — Io il legatore? Ma come faccio, se non so nulla di questo mestiere?

 — Vieni qua! Vedi questi fogli? Siediti a tarolino: bisogna cominciare dal piegarli.

 Don Bosco pure si sedette, e, fra lui e il giovane, piegarono tutti i fogli. Il libro era formato, ma bisognava cucirlo. Subito con farina si fece un po’ di pasta, e al libro si attaccò anche la copertina.

 Quindi si trattò di rifilare i fogli pel taglio voluto. Come fare? Tutti gli altri giovani circondavano il tavolino, curiosi spettatori e testimoni di quella inaugurazione. Ciascuno dava il suo parere. Chi proponeva il coltello, chi le forbici. Non c’erano ancora le lamette.

 La necessità rese Don Bosco industrioso. V a in cucina, prende con sussiego la mezzaluna d’acciaio che serviva per tagliare l’aglio e le cipolle, v e, con questo arnese, si mette al lavoro. I giovani sbottavano dalle risa.

 — V oi ridete, — esclamò Don Bosco, — ma io so che in casa nostra ci dev’essere questo laboratorio di legatori, e voglio che s’incominci.

 Il libro era infine rilegato e rifilato; e Don Bosco: — Ora vogliamo indorarne il taglio.

 — Vedremo anche questa! — soggiunse Mamma Margherita.

 Egli, fatta comprare un po’ di vernice, scioglieva in essa un po’ di «terra d’ombra» gialla: ed ecco il libro dorato.

 Tutti ridevano, anche Don Bosco. Ma il laboratorio era inaugurato e si stabiliva nella seconda stanza della prima parte del fabbricato nuovo, vicino alla scala. Egli intanto, andando nelle botteghe di Torino, procurava d’imparare le regole di questo mestiere e, di mano in mano, l’insegnava al suo primo legatore.

 A questo primo ne aggiunse poi altri, e comperò pure qualche strumento col quale si andava lavorando alla buona. Poi vennero ricoverati alcuni giovanetti che avevano già fatto i legatori in città, ed essi contribuirono al progresso dei lavori, in modo che il laboratorio cominciò a fare le sue prime prove con la piegatura e cucitura delle Letture Cattoliche e di libri scolastici (172).

 Anche a noi viene da sorridere. Ma ci voleva tutta la fede e la volontà di Don Bosco per dar principio a così grandi imprese, partendo dal nulla.

 Due anni dopo, nel 1856, istituiva il primo laboratorio dei falegnami a pianterreno, sotto le sue camerette. Per la fine dell’anno fu provvisto di banchi, di svariati ferri e di un magazzino di legnami (173).

 Nel 1861 attuava un gran disegno, che gli stava sommamente a cuore.

 Col Vescovo di Ivrea, nel febbraio dello stesso anno, aveva trattato deH’allestimento di una tipografia, per la edizione di classici greci, latini e italiani, nonché di vocabolari purgati, e spe127

 cialmente per le Letture Cattoliche e per la buona stampa da diffondersi più attivamente in mezzo al popolo. Entrambi si erano mostrati dello stesso parere del Card. Pie, il quale aveva lasciato scritto: « Quando tutta una popolazione, fosse anche la più devota ed assidua alla chiesa ed alle prediche, non leggesse che giornali cattivi, in meno di trent’anni diventerebbe un popolo di empi e di rivoltosi. Umanamente parlando, non v’è predicazione di sorta che valga contro la forza della stampa cattiva » (174).

 Don Bosco da undici anni andava vagheggiando una tipografia di sua proprietà. Ne aveva pure trattato col Rosmini. Finalmente il suo desiderio diventava realtà.

 Nel settembre ordinò lo sgombero di una sala situata presso la portineria e in quel locale fece collocare due vecchie macchine a ruota, con un torchio comprato d’occasione; in più, un banco e le cassette per i caratteri, lavoro dei falegnami dell’Oratorio.

 Ripeteva intanto ai suoi giovani: « Vedrete! Avremo una tipografia, due tipografie, dieci tipografie. Vedrete! » (175). Pareva le contemplasse già a Sampierdarena. a Nizza, a Barcellona, a Buenos Aires, a Montevideo, e via dicendo, moltiplicate ora per tutto il mondo e alimentate dal provvidenziale vivaio di Coadiutori per le Arti Grafichesituato presso la sua casetta nativa, sul Colle che porta il suo nome.

 Nel 1862 al posto della tipografìa, che venne traslocata, iniziò l’officina dei fabbri-ferrai.

 Questo aumento progressivo dei laboratori in- duceva Don Bosco a modificare successivamente i rispettivi Regolamenti al fine di provvedere meglio alla responsabilità del lavoro, alla disciplina, alla economia e alla moralità degli artigiani (176).

 Nella scelta dei maestri d’arte Don Bosco era oculatissimo, e rigoroso nel togliere quell’ufficio a chi se ne fosse reso indegno. Essi infatti, più d’ogni altro, avevano influsso sui giovani sia nel bene che nel male, e da loro dipendeva principalmente l’avvenire professionale degli alunni (177).

 Da un foglietto aggiunto al fascicolo delle Letture Cattoliche del dicembre 1864 si viene a conoscere che, in quel medesimo anno, il Santo aveva aperto una libreria vera e propria. V i si annunziavano infatti varie opere messe in vendita.

 Questa libreria, che doveva prendere vaste proporzioni, apriva un nuovo campo di attività a un certo numero di giovani, pei quali Don Bosco stabilì una scuola di commercio.

 Apprezzando poi tutto il valore della pubblicità, non tardò a pubblicare, come nuovo mezzo § di)

di propaganda per il bene, un catalogo generale, che in novantasei pagine conteneva l’elenco delle edizioni uscite dalla sua tipografìa (178).

 Tutto sommato, nel 1874 « gli artigiani nei vari stabilimenti dell’Oratorio esercitavano il mestiere di calzolaio, sarto, ferraio, falegname, ebanista, pristinaio, libraio, legatore, compositore, tipografo, cappellaio, musica, disegno, fonditore di caratteri, stereotipista, calcografo e litografo » (179). Migliaia e migliaia di operai uscirono da quei laboratori di Don Bosco, educati cristianamente: e si sparsero dovunque con immenso vantaggio per loro e per la società (180).

 Tali furono gli umili inizi dei fiorenti laboratori, che oggi come allora si sforzano, come appunto egli voleva, di porsi all’avanguardia per la preparazione dei capi e maestri, per l’attrezzatura delle macchine, per la regolarità dei corsi di studio, e per la serietà del tirocinio pratico.

 E non è a dire a quante fatiche e a quanti sacrifìci Don Bosco non si sobbarcasse per mettere e mantenere in efficienza i suoi laboratori. Egli stesso il 4 dicembre del 1885 narrò ai Capitolari alcune difficoltà che aveva dovuto superare nel- l’istituire le scuole di arti e mestieri all’Oratorio:

« Prima — così disse — obbligai i capi a provvedere i ferri del mestiere anche per i giovani; poi quest’obbligo fu ristretto personalmente al capo, mentre la Casa era obbligata a provvedere i ferri ai giovani; talora si pattuiva che io avrei messo solo certi ferri determinati a disposizione dei capi, mentre gli altri se li sarebbero portati da casa; tal altra che il capo avrebbe dovuto provvedere ai giovani una parte degli strumenti del mestiere e l’altra sarebbe provvista dall’Oratorio. Ma ne seguivano sempre spese a capriccio dei capi, ed ora i giovani non erano provvisti, ora i capi usavano i ferri dei giovani e risparmiavano i loro... Ora c’erano le questioni dei ferri rotti, ora di quelli scomparsi, ora perchè erano stati usati fuori del laboratorio e fuori del tempo di lavoro... Così pure sorgevano dissensi sulle modalità dei lavori, negligenze nell’insegnare ai giovani, diverbi sui guadagni quando erano interessati in un’impresa. Ho provato a mandare i giovani nei laboratori in città, quindi a ritirarli con lo stabilire laboratori in casa. Ho anche posto tutti i giovani sotto capi che nei nostri laboratori esercitassero l’autorità dei padroni di bottega; ma allora i giovani divenivano veri servitori ed erano sottratti all’autorità del Superiore. Non si poteva più esercitare una sorveglianza diretta, i giovani non ascoltavano che il capo, talora lo stesso orario correva pericolo di venire violato per l’urgenza di un lavoro. Furono insomma fastidi sopra fastidi » (181). A tutti questi e ad altri inconvenienti Don Bosco cercò di porre fine con l’istituzione dei Coadiutori messi a capo dei suoi laboratori.

 Frattanto, col crescere del personal^ e dei locali, Don Bosco aveva provveduto a sollevare il livello culturale degli artigiani, istituendo per essi, man mano che se ne presentava l’opportunità, speciali corsi di istruzione, che avevano luogo regolarmente nelle ultime ore della sera.

 L’anno 1875 segnava un vero progresso nell’andamento dei laboratori, che s’incamminavano sempre più a divenire scuole professionali. La scuola per gli artigiani, che finiva con l’anno scolastico degli studenti, fu proseguita anche dopo. Essa, limitata precedentemente alle ultime ore della sera, prese a farsi anche al mattino appena terminata la Messa, a cui gli artigiani assistevano da soli, come ancor oggi, subito dopo la levata.

 Degno di nota il fatto che Don Bosco non vedeva bene che gli artigiani cambiassero mestiere, ritenendo che da ciò provenisse loro gran danno. Perciò il 30 maggio ammonì chi di ragione che tali cambiamenti non si permettessero. « Bisogna proprio — disse — che chi viene per una determinata cosa faccia quella e non un’altra. Quanti cambiamenti si sono già fatti! E quasi tutti riuscirono male» (182). Vedremo più tardi come egli favorì l’orientamento.

 Frattanto le scuole professionali si moltiplica- vano in Italia e all’estero.

 Nel settembre del 1886, a dare un notevole impulso a tali scuole intervennero le deliberazioni del IV ° Capitolo Generale. Il paragrafo 2° dello schema diramato ai Confratelli presentava un duplice oggetto: indirizzo da darsi agli artigiani e mezzi per svilupparne la vocazione religiosa.

 Partecipò alla discussione anche il coadiutore Rossi. Le deliberazioni prese meritano di non giacere negli archivi, sia perchè rispecchiano il pensiero di Don Bosco, che certamente le suggerì o fece sue, sia perchè segnano il primo passo, da un periodo basato sulla tradizione, a un altro regolato da leggi scritte circa l’indirizzo intellettuale, tecnico, religioso, delle nostre scuole professionali (183).

 V i si definisce anzitutto lo scopo caritativo della nostra Congregazione: «Fra le principali opere di carità che esercita la nostra Pia Società vi è quella di raccogliere, per quanto è possibile, giovanetti abbandonati, pei quali riuscirebbe inutile ogni cura di istruirli nelle verità della cattolica fede, se non fossero ricoverati ed avviati a qualche arte o mestiere ». Si provvede quindi alla creazione di un incaricato straordinario degli artigiani: « In quelle case dove il numero degli artigiani è considerevole, si potrà incaricare

 uno dei soci che abbia cura particolare di loro, col nome di Consigliere professionale ». Quanto ai giovani si stabilisce: « Il fine che si propone la Pia Società Salesiana nell’accogliere ed educare questi giovanetti artigiani, si è di allevarli in modo che, uscendo dalle nostre case, dopo aver compiuto il tirocinio, abbiano appreso un mestiere onde guadagnarsi onoratamente il pane della vita, siano bene istruiti nella Religione, ed abbiano le cognizioni scientifiche opportune al loro stato. Ne segue che triplice deve essere l’indirizzo da darsi alla loro educazione: religioso-morale, intellettuale e professionale » (184).

 Dopo aver trattato dell’indirizzo religioso-morale, il quale riflette in generale quello degli studenti — e che da noi verrà opportunamente esposto nel capitolo della educazione morale j— il documento viene a parlare dell’indirizzo intellettuale.

 Ed è per noi doveroso tener conto dell’epoca in cui queste cose furono deliberate, ricordando la scarsissima coltura allora impartita ai meno abbienti, in gran parte analfabeti.

 Quale parte avesse l’istruzione nel quadro della vita degli artigiani all’Oratorio risulta evidente dalla semplice esposizione delle deliberazioni prese in seno al Capitolo: « Perchè gli alunni artigiani conseguano nel loro tirocinio professionale quel corredo di cognizioni letterarie, artistiche, scientifiche, che loro sono necessarie, si stabilisce che abbiano ogni giorno, finito il lavoro, un’ora di scuola; e, per coloro che ne avessero maggior bisogno, si faccia anche scuola al mattino dopo la Messa della Comunità fino al tempo di colazione... Sia compilato un programma scolastico da eseguirsi in tutte le nostre case di artigiani e vengano indicati i libri da leggere e spiegare nella scuola; si classifichino i giovani dopo averli sottoposti ad un esame di prova, e si affidi la loro istruzione a maestri pratici. Una volta alla settimana un Superiore faccia loro una lezione di buona creanza; nessuno possa essere ammesso a scuole speciali, come di disegno, di lingua francese, ecc., se non è sufficientemente istruito nelle cose spettanti alle classi elementari. Al fine dell’anno scolastico si dia un esame per constatare il profitto di ciascun alunno e siano premiati i più degni. Quando, finito il suo tirocinio, un giovane volesse uscire dall’Istituto gli si consegni un attestato notando distintamente il suo profitto nell’arte o mestiere, nell’istruzione e buona condotta » (185).

 Fin da allora parte essenziale delle scuole di arti e mestieri di Don Bosco è la scuola detta di teoria e di disegno professionale. Una ben studiata distribuzione delle ore di lavoro, di istru135

zione generale, di teoria dell’arte e di disegno applicato ha dato splendidi risultati pratici a vantaggio degli alunni formati in dette scuole.

 Abbiamo creduto bene di ricordare queste deliberazioni, per dimostrare quanto stesse a cuore a Don Bosco l’educazione intellettuale degli artigiani e quanto avesse egli stabilito concrètamente al riguardo, valendosi unicamente del suo profondo intuito e della sua esperienza.

 Egli sapeva benissimo che, mentre da una parte il braccio compie quello che la mente detta, dall’altra il solo lavoro, ossia l’esercizio del proprio mestiere non raggiungerà mai gli scopi dell’educazione in genere, e neppure quelli della educazione professionale in ispecie. È troppo necessario che l’esperienza venga sostenuta dalla teoria e sia fiancheggiata da nozioni complementari, affinchè il lavoratore sia cosciente di quello che fa e di quello che può e vuole fare. Soltanto a questa condizione il lavoro risulterà riflesso e indice della personalità umana, ossia di tutto l’uomo: il quale è materia e spirito, intelligenza, sentimento e volontà.

 Lo stesso possiamo dire per le scuole agricole di Don Bosco, nelle quali i piccoli agricoltori, mentre sono iniziati nell’esercizio dei lavori della terra e nel maneggio dei relativi strumenti e macchine, ricevono pure quella istruzione teorica

agraria che è necessaria per conoscere a fondo i problemi riguardanti le loro attività.

 Noi pertanto, con orgoglio di figli, possiamo affermare che, anche in questo settore del lavoro, Don Bosco è stato antesignano, precorrendo i bisogni dei tempi. Giustamente fu annoverato tra i più grandi benefattori dell’umanità.

 Anziché perdersi in vane teorie, il Santo ha preferito risolvere praticamente i problemi sociali, mettendo i suoi alunni in grado di guadagnarsi il pane con cognizione della propria-arte e con onestà di costumi. E vi è riuscito mirabilmente, dando a tutti un grande esempio di efficace volontà, e mostrando col fatto che la Chiesa, sollecita degli interessi spirituali ed eterni degli uomini, non perde di vista i loro interessi e bisogni temporali, facendo convergere anche questi al fine precipuo della salvezza delle anime.

8. Non svilire il lavoro.

 In questi ultimi anni vi fu qua e là il tentativo d’intromettere in forma inusitata il lavoro nella scuola, quasi che ogni scuola, e di qualsiasi grado, dovesse divenire al tempo stesso un laboratorio di arti e mestieri.

 Si diceva, o meglio si pretendeva, che in tal modo sarebbe divenuta generale e pratica l’educaBERTL WILLIB., Don Bosco und die Musik, in « Festschrift zur Heiligsprechung »,. Miinchen, Sales., 1934

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Traduzioni di varie opere di D. Bosco, Anzini, AuffraV , Barberis, Bonetti, Cassano, Ceria, Cojazzi, D’Espi- neV , Fascie, Torres Fierro, Francesia, Kerer, Le- moV ne.

Riviste in polacco, n. 11.

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JEDLICSKA PAVEL, Zivotopis Jàna Don Bosku, 1899.

Anonimi:

Kurze Begebenheiten J. Bosco, pag. 36, Bratislava, Tip.

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SvatV  Don Bosco, pag. 40, Bratislava, Casa Salesiana, 1934.

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Traduzioni di varie opere di D. Bosco, Francesia, Kerer, LemoV ne.

Riviste slovacche: n. 2.

V. SLOVENO.

KNIFIC FRANC, Junak s prist ave, pag. 172, Zagreb, Tiskara Narodnih Novina, 1929.

 KNIFIC FRANC, Sveti Janez Bosko, pag. 48, Rakovnik- Ljubljana, Tipograf. Salesiana, 1934.

MEZE JOSIP, Don Bosko in salezijanske napraoe, pag. 32, Ljubljana, Katoliska tiskarna, 1902.

— Casiitljioi Janez Bosko, apostol mladine, pag. 170, Corica, Goriska Matica, 1925.

SMREKAR JANEZ, Nasi Salezijanci, Ljubljana, Tisk Josipa Blasnika nasledniki, 1896.

Valjavec Josip, Castitljivi Janez Bosko, pag. 160, Sa- lezijanska tiskarna in zalozba, 1924.

Traduzioni di varie opere di AuffraV , Ceria, D’EspineV , LemoV ne.

Riviste in sloveno: n. 3.

IV. Arabo (Libanese).

ARMALE L, L’apostolo della gioventù, Giovanni Bosco, pag. 291, Beirut, Stamperia dei Missionari Libanesi, 1948.

CHALHOUB GEORGES, Le miracle du XIX siècle: Jean Bosco, 1929.

Anonimo:

(A. M. D. G.), La scienza di Giovanni Bosco, pag. 38, Scutari, P. P. Gesuiti, 1930.

Anonimo:             V´            U‘uan0Salezieciii Bendradarbiii Jstatai ir veikimo Taispkles, pag. 5-20, Torino, S. E. L, 1929.

Traduzione del LemoV ne.

Riviste Lituane: n. 3.

-r

VI. Maltese.

FORBES A., San Guann Bosco Sajjed tal eruieh, pag.

175, Sliema Malta, Tip. Sales., 1936.

Grima P. P., Beatu Guanni Bosco, pag. Ill, Malta, Tip. Sales., 1930.

GALEA M., Dun Bosco Kaddis, pag. 117, Malta, Tip. Sales., 1934.

VII. Ungherese.

CZUCZOR JÀNOS, Tiszteletreméltó Bosco Jànos élete, pag. 160, Esztergom, LaiszkV  Jànos, 1923.

FITTLER VILMA IN LINTNER, SziizanV a kis pàsztora. Don Bosco élete sziilésétdl a szeminàriumba vaiò belépé- séig, Ràkospalota,, Szalézi Miivek, 1936.

— Az ifjusàg apostola. Bosco Szent Jànos élete pap- pàszenteléséiòl halàlàig, Ràkospalota, Szalézi MiiV ek, 1937.

JEDLICSKA PAL, Don Bosco Janos, pag. 328, Budapest, A. St. N., 1904.

MÀTHV ÀS HUNV ADI, A szalézi cooperàtorok intézménV e, Budapest, 1882.

MESTER JÀNOS, Bosco Szent Jànos neoeldi rendszere, Budapest, Korda, 1936.

Anonimi:

Boldog Bosco Janos, Rakospalota, Tip. Sales., 1929. Szentkilenged Bosco szent Janos Tiszteletere, pag. 24, Ràkospalota, Tip. Salesiana, 1934.

SzuzanV a kis pasztora, pag. 67, Ràkospalota, Tip. Salesiana.

Traduzioni di varie opere di D. Bosco, AuffraV , D’Auxerre, Cojazzi, D’EspineV , Fascie, Kerer, Le- chermann, LemoV ne.

Riviste in Ungherese: n. 7.

B) ASIA

I. Cinese.

Anonimi:

The Ven. Father Don Bosco, pag. 66, Macao, Tip. Sales., 1924.

Solennità in onore del novello Beato Giovanni Bosco, Macao, Ed. P. A. Barreto, 1929.

Traduzione di D. R. Uguccioni.

Riviste in Cina: n. 6.

II. Giapponese.

MARGIARIA A., La vita del Ven. Don Bosco, MiV azaki, Tip. Nagahama, 1928.

— Vita breve di Don Bosco, TokV o, Don Bosco Sha, 1932.

OKA-CIMATTI-MARGIARIA, Don Bosco Santo (Trittico), TokV o, Don Bosco Sha, 1935.

TANAKA KOTARO, Un grande Educatore ed un grande lavoratore: Don Bosco, TokV o, Editr. Don Bosco, 1942.

— Don Bosco Educatore sociale e fondatore di Opere sociali, TokV o, Don Bosco Sha, 1942.

TASSAN D. N., Un santo sacerdote: Don Bosco, TokV o, Editrice Don Bosco, 1941.

Anonimi:

(A cura della Missione Cattolica di MiV azaki), L’Opera di Don Bosco, MiV azaki, Tip. Nagahama, 1929.

Don Bosco, MiV azaki, Tip. Salesiana, 1929.

Il Beato Don Bosco, pag. 210, TokV o, Tip. Sales., 1930. (A cura dei Salesiani), La vita di Don Bosco, pag. 370, Oita, Editr. Don Bosco, 1930.

Traduzioni di varie, opere di D. Bosco, AuffraV , Ceria, Cojazzi, Fascie.

Riviste in Giapponese: n. 9.

III. Lingue Indiane.

1) ASSAMESE.

Don Bosco, pag. 64, Shillong, Tip. Sales., 1934.

Don Bosco, Calcutta, Catholic Orphan Press, 1955.

Riviste in Assamese: n. 1.

2) BENGALESE,

Anonimo:

(P. P. Gesuiti), Don Bosco, Calcutta, Lega Letteratura Cattolica, 1936.

3) INDI.

Anonimo:

Don Bosco, Calcutta, Catholic Orphan Press, 1935. Traduzione di D’ Sami.

Riviste in Indi: n. 3.

NOTE

Spiegazione delle sigle

A. P. S. — Sac. GIULIO BARBERIS, Appunti di Pedagogia Sacra, Litografia Salesiana, 1897.

B. S. — Bollettino Salesiano.

D. S. — Sac. GIOVANNI BOSCO, Vita di Domenico Savio.

F. B. — Sac. GIOVANNI BOSCO, Vita di Francesco Besucco. O. P. — Sac. GIOVANNI BOSCO, Il Giovane Provveduto.

L. G. — Sac. Giovanni Bosco, Vita di Luigi Fiorito Colle.

M.           B. — Memorie Biografiche di Don Bosco, in 19 volumi. M. M. — Sac. GIOVANNI BOSCO, Vita di Michele Magone. M. O. — San GIOVANNI BOSCO, Memorie dell’Oratorio di San

Francesco di Sales, a cura del Sac. E. Ceria, Torino, S.E.I., 1946.

(1)

M.

B.,

 XVII, 56-9; XVIII,

124.

(2)

M.

B.,

 I, 318.

(3)

M.

B.,

 II, 517.

(4)

M.

B.,

 XIV, 50-1.

(5)

M.

B.,

 X, 1016-17.

(6)

M.

B„

 VII, 803; X, 1280..

(7)

M.

B.,

 XI, 390.

(8)

M.

B.,

 XVIII, 244.

(9)

M.

B.,

 IX, 527; XIII, 878,

960.

(10) M. B., X, 1017-18.

(11) M. B., XI, 169.

(12) M. B., VII, 834-5.

(13) M. B., V, 135.

(14) M. B., VI, 302.

(15) M. B., XI, 290.

(16) M. B., XIV, 25.

(17) M. B., XIII, 89.

(18) A. P. S., p. 106.

(19) M. B., XI, 281.

(20) M. B., XII, 343.

 707

 (21)

M.

 B.,

 VIII, 185.

(55)

M.

 B.,

 II, 31; G.

 P„

(22)

M.

 B.,

 I, 73.

P.

 I,

 Sez. II, b. 1.

(23)

M.

 B.,

 VIII, 185.

(56)

M.

 B.,

 I, 45.

(24)

M.

 B.,

 IV, 200.

(57)

ili.

 B„

 IV, 202-3.

(25)

M.

 B.,

 VII, 524-5.

(58)

M.

 B.,

 XV, 375.

(26)

M.

 B.,

 IV, 334-7.

(59)

M.

 B.,

 IV, 450.

(27)

M.

 B.,

 X, 650-1.

(60)

M.

 B.,

 IV, 456.

(28)

M.

 B.,

 II, 26-7.

(61)

M.

 B.,

 IV, 453.

(29)

M.

 B„

 VI, 411.

(62)

M.

 B.,

 IV, 452.

(30)

M.

 B.,

 I, 248.

(63)

M.

 B.,

 IV, 456; XI, 348;

(31)

M.

 B.,

 IV, 184.

III,

 613.

(32)

M.

 B.,

 VII, 600.

(64)

M.

 B.,

 Vili, 351.

(33)

M.

 B.,

 IX, 599.

(65)

M.

 B„

 IV, 451.

(34)

M.

 B.,

 XIII, 802-3.

(66)

M.

 B.,

 IV, 455.

(35)

M.

 B.,

 VIII, 80.

(67)

M.

 B.,

V, 790; XI, 225-6.

(36)

M.

 B„

 XII, 28.

(68)

M.

 B.,

 XVIII, 701-2;

 X,

(37)

M.

 B.,

 Ill, 91.

946.

(38)

M.

 B.,

 Ill, 106-7.

(69)

M.

 B.,

 XVII, 243-6.

(39)

M.

 B.,

 VII, 823.

(70)

M.

 B.,

 IX, 859.

(40)

ili.

 B.,

 VII, 822.

(71)

M.

 B„

 XIX, 322.

(41)

M.

 B„

 XIV, 840.

(72)

M.

 B.,

 XIX, 323.

(42)

ili.

 B.,

 XVII, 109.

(73)

ili.

 B.,

 I, 232.

(43)

M.

 B.,

 XIV, 840;

 Ili,

(74)

ili.

 B.,

 Ili, 150.

126;

 IV,

 553; VI, 402.

(75)

ili.

 B.,

 Ili, 151.

(44)

M.

 B.,

 VII, 526.

(76)

ili.

 B.,

 IV, 451.

(45)

M.

 B.,

 XVII, 108.

(77)

ili.

 B.,

 Ili, 321.

(46)

M.

 B.,

 XIII, 556.

(78)

ili.

 B.,

 Ili, 105.

(47)

GIUSEPPE ALLIEVO,

O(79)

ili.

 B.,

 V, 793.

Tpuscoli Pedagogici, Torino,

(80)

ili.

 B.,

 III, 149.

1909,

 P131.

(81)

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 B.,

 XVIII, 380.

(48)

M.

 B.,

 Vili, 103.

(82)

ili.

 B.,

 XIII, 828.

(49)

M.

 B.,

 VII, 822.

(83)

ili.

 B.,

 Ili, 106.

(50)

F.

 B.,

 capo XVII.

(84)

ili.

 B.,

 V, 347.

(51)

M.

 B.,

 IV, 755; XIII,

(85)

ili.

 B„

 VII, 855.

247;

 Ill,

 125.

(86)

M.

 B.,

 XV, 76, nota

 2a.

(52)

M.

 B.,

 I, 382-3.

(87)

ili.

 B.,

 XI, 222.

(53)

M.

 B.,

 Ili, 125.

(88)

ili.

 B.,

 V, 347.

(54)

M.

 B.,

 Ili, 106.

(89)

M.

 B.,

 Ili, 145.

 (90) M. B., Ill, 151.

(91) M. B„ IV, 342.

(92) M. B., IX, 250; X, 159.

(93) M. B., Ill, 231.

(94) M. B., Ill, 592.

(95) M. B., IV, 694.

(96) Regolam. 1877, P. I,

C. XVI, Del Teatrino; M. B., X, 1057.

(97) M. B., X, 1057.

(98) Regolarti. 1877, P. I, C. XVI, Cose da escludersi, 5.

(99) M. B., X, 1057.

(100) Sac. E. CERIA, Profili dei Capitolari Salesiani, L.D.C., Colle Don Bosco (Asti), 1951, p. 396.

(101) M. B„ III, 601.

(102) M. B., XII, 135; XIII, 31; X, 1057.

(103) Regolam. 1877, P. I, C. XVI, Materia adatta, 1; M. B., X, 1057.

(104) X, 1057.

(105) Regolam. 1877, P. I, C. XVI, Materia adatta, 1-2.

(106) Regolam. 1877, P. I, C. XVI, Materia adatta, 2.

(107) M. B., Ili, 594.

(108) M. B„ III, 594.

(109) Regolam. 1877, P. I, C. XVI, Materia adatta, 2.

(110) Regolam. 1877, P. I, C. XVI, Materia adatta, 3.

(111) M. B., XII, 135-6

(112) M. B., XIV, 839.

(113) Regolam. 1877, P. I,

C. XVI, Cose da escludersi, 6.

(114) M. B., XII, 231.

(115) M. B., XII, 140.

(116) Regolam. 1877, P. I, C. XVI, Doveri del Capo del Teatrino, 5; M. B., VI, 106.

(117) Regolam. 1877, P. I. C. XVI, Doveri del Capo del Teatrino, 15.

(118) Regolam. 1877, P. I. C. XVI, Doveri del Capo del Teatrino, 7.

(119) Regolam. 1877, P. I, C. XVI, Doveri del Capo del Teatrino, 2; M. B., VI, 106.

(120) M. B., IV, 14; X, 1057.

(121) Regolam. 1877, P. I, C. XVI, Doveri del Capo del Teatrino, 8.

(122) M. B„ IV, 14.

(123) Regolam. 1877, P. I,

C.            XVI,        Cose       da           esclu

dersi, 3.

(124) Regolam. 1877, P. I,

C.            XVI,        Cose       da           esclu

dersi, 2.

(125) Regolam. 1877, P. I,

C.            XVI,        Cose       da           esclu

dersi, 3.

(126) Regolam. 1877, P. I,

C.            XVI,        Cose       da           esclu

dersi, 5.

(127) M. B., Ili, 594.

(128) Regolam. 1877, P. I, C. XVI, Doveri del Capo del Teatrino, 10.

 im

23* (II)

(204) M. B., IV, 636.

(205) M. B., IV, 635.

(206) M. B„ V, 326.

(207) M. B., IX, 426-7.

(208) M. B., XI, 430.

(209) M. B., XI, 29.

(210) M. B., XIII, 286.

(211) M. B., IX, 427.

(212) M. B., IX, 426.

(213) M. B., X, 205.

(214) M. B., XIX, 318-9.

(215) M. B., XIX, 234-5.

(216) M. B., XIX, 102.

(217) M. O., p. 110-111; M. B., I, 411.

(218) M. B., VIII, 784; VII, 388-9.

(219) M. B., V, 502.

(220) M. B., VIII, 605.

(221) M. B., V, 888.

(222) M. B., I, 423.

(223) M. B., XV, 430.

(224) M. B., XVII, 125.

(225) M. B., V, 883.

(226) M. B., IV, 649-50.

(227) M. B., II, 192-3.

(228) M. B, X, 1351.

(229) M. B., IV, 650.

(230) M. B., II, 270; 392; 193.

(231) M. B„ XII, 160.

(232) M. B., II, 194.

(233) M. B., V, 578-9.

(234) M. B., V, 158.

(235) M. B., V, 449.

(236) M. B., IV, 208.

(237) M. B., IV, 650.

(238) M. B., VII, 323-4, 474.

(239) M. B., V, 118.

(240)

 M. B., V, 498.

(241) M. B., V, 498.

(242) M. B., V, 497.

(243) M. B., V, 498-9; Civiltà Cattolica, a. XIII, s. V, v. Ill, p. 474.

(244) M. B., VI, 291-3.

(245) M. B., V, 499.

(246) M. B., V, 503.

(247) M. B., V, 504.

(248) M. B., II, 330.

(249) M. B„ V, 576-7.

(250) M. B., Ill, 313-4.

(251) M. B., VIII, 118.

(252) M. B., X, 688,

.(253) M. B., II, 396-7.

(254) M. B., XVII, 851.

(255) M. B., II, 393.

(256) M. B., II, 392.

(257) M. B., II, 394.

(258) M. B., II, 396-7.

(259) M. B., IV, 649; Civiltà Cattolica, a. IV, s. II, v. Ill,

p. 112.

(260) M. B., IX, 426.

(261) M. B., V, 33.

(262) M. B., IV, 573.

(263) M. B., XIII, 866.

(264) M. B., IX, 106.

(265) M. B., X, 1352.

(266) M. B., XI, 435-6.

(267) M. B., VIII, 925.

(268) M. B., XIII, 401.

(269) M. B., IV, 290.

(270) Ml B., IX, 569.

(271) M. B., Ill, 353.

(272) M. B„ III, 360.

(273) M, B., XI, 201.

(274) M. B., IV, 542.

(275) M. B., IV, 679.

(276) M. B., VI, 592.

(277) M. B., VI, 516.

(278) M. B., XV, 563.

(279) M. B., XII, 255.

(280) M. B„ VII, 602.

(281) M. B., Ill, 166.

(282) M. B., XII, 376.

(283) M. B., XII, 79.

(284) M. B., X, 1056.

(285) M. B., X, 1100-1.

(286) M. B., XIII, 248.

(287) M. B., X, 1118.

(288) M. B., VII, 837.

(289) M. B., IV, 190.

(290) M. B., XI, 352; X, 1117.

(291) M. B„ V, 672-3.

(292) M. B., IX, 818.

(293) M. B., XVIII, 476.

(294) M. B., XIV, 9.

(295) M. B., XIV, 474.

(296) M. B., XI, 224.

(297) M. B., X, 1026.

(298) M. B., XIII, 434.

(299) M. B., VII, 508.

(300) M. B., Ill, 341.

(301) M. B., X, 292.

(302) M. B., XVII, 175.

(303) M. B., VIII, 150.

(304) M. B., XIV, 424.

(305) M. B., VI, 189.

(306) M. B., Ill, 219-20.

(307) M. B., Ill, 216-19.

(308) M. B., XII, 26.

(309) M. B., VIII, 39.

(310) M. B., X, 1103.

(311) M. B., VI, 721.

(312) M. B., VIII, 229.

(313) M. B., XI, 523.

(314) M. B., IX, 455.

(315) M. B., VIII, 39.

(316) M. B., XIII, 400.

(317) M. B., IV, 73.

(318) M. B., IV, 73-8.

(319) M. B., XIII, 758-9.

(320) M. B., IV, 55.

(321) M. B., Ill, 617.

(322) M. B., XIII, 428.

(323) M. B„ VI, 17.

(324) M. B., VII, 292.

(325) M. B., VII, 818.

(326) M. B., XII, 32.

(327) M. B., VI, 12; X, 1322; XIII, 757; XI, 407.

(328) Curam habe de bono nomine (Eccli., XLI, 15).

(329) S. FRANCESCO di SALES, La Filotea, P. Ill, C. VII, trad. E. Ceria. S.E.I., Torino, 1940.

(330) Luc., VII, 44-7.

(331) S. FRANCESCO DI SALES, La Filotea, P. Ill, C. XXV.

(332) S. FRANCESCO di SALES, La Filotea, P. Ill, C. V.

(333) S. FRANCESCO DI SALES, La Filotea, P. Ill, C. XXIV.

(334) M. B,, VI, 211.

(335) M. B., XII, 333.

(336) -M. B., VI, 211.

(337) M. B., V I, 215.

(338) M. B., VI, 216.

(339) M. B., VI, 210.

(340) M. B., VI, 220.

(341) M. B., VI, 218.

 (342) M. B„ VII, 420.

 (343) M. B., XII, 368.

 (344) M. B., X, 1115.

 (345) A. P. S., p. 374-5.

 (346) M. B., X, 1022.

 (347) M. B., XIV, 846.

 (348) M. B., X, 1081.

 (349) M. B., IX, 996.

 (350) M. B., I, 68.

 (351) M. B„ I, 55.

 (352) M. B., IV, 679.

 (353) M. B., VII, 447.

 (354) M. B„ III, 370.

 (355) M. B., VII, 507.

 (356) M. B., XI, 253.

(357) M. B., VII, 418; Vili, 869.

 (358) M. B., IX, 986.

(359) Omnia tempus habent (Eccle., Ill, 1).

 (360) M. B., IV, 3.

 (361) M. B., V, 515.

 (362) M. B., I, 401.

 (363) M. B., XII, 610.

 (364) M. B., XII, 605; III, 166.

 (365) M. B., VII, 519.

 (366) M. B„ VIII, 43.

 (367) M. B., XI, 232.

 (368) M. B., XI, 232.

 (369) M. B., XIII, 259.

 (370) M. B., VI, 319.

 (371) M. B., VI, 353.

 (372) M. B„ VI, 355,

 (373) M. B., I, 118-19.

 (374) M. B„ I, 308.

 (375) M. B., IV, 212.

(376) Phil., IV, 1; M. B., XII, 22.

(377) M. B., V, 163.

(378) M. B., XII, 21.

(379) M. B., XIV, 847.

(380) M. B., VIII, 114.

(381) M. B., XII, 55.

(382) M. B., VII, 680.

(383) M. B., VII, 680.

(384) M. B., IV, 336.

(385) M. B., VI, 99.

(386) M. B., VII, 601.

(387) M. B., XII, 22.

(388) M. B., XII, 575.

(389) M. B., VII, 681.

(390) M. B., VII, 236.

(391) M. B., VI, 442.

(392) M. B., XI, 522.

(393) M. B„ VII, 680-1.

(394) L. C., Capo II.

(395) M. B., IX, 933.

(396) M. B., XI, 278-9.

(397) M. B., VIII, 165-6.

(398) M. B., Ill, 131-2.

(399) M. B., VI, 104.

(400) M. B., Ill, 615.

(401) M. B., VI, 101-2.

(402) M. B., VII, 682.

(403) M. B., IX, 352.

(404) M. B., IV, 206.

(405) M. B., Ill, 614.

(406) In ore fatuorum cor il- lorum, et in corde sapien- tium os illorum (Eccli., XXI, 29);-M. B., VI, 213.

(407) M. B., IV, 553-4.

(408) M. B., VI, 213.

(409) M. B., VI, 694.

(410) M. B., VIII, 831.

(411) M. B., IV, 439.

 713

 (412) M. B., VÌ, 404.

 (413) M. B., VI, 405.

 (414) M. B., V, 346.

 (415) M. B., V, 515.

 (416) M. B., VII, 61.

 (417) M. B., XI, 445.

 (418) M. B., IX, 962.

 (419) M. B., VII, 251-2.

 (420) M. B., X, 648.

 (421) M. B., Ill, 18.

 (422) M. B., Ill, 19.

 (423) M. B., V, 926.

 (424) M. B., VII, 484.

 (425) M. B., XI, 322.

 (426) M. B., XI, 409.

 (427) M. B., XII, 133.

 (428) M. B., XVI, 177.

(429) M. M., capo XIII; M. B., VI, 120.

(430) M. B., Ill, 108; IV, 554; X, 586, 1045; XII, 585.

 (431) M. B., XII, 585; IX, 172.

 (432) M. B., XIV, 383.

 (433) M. B., Ill, 607-8.

 (434) M. B., XII, 447.

 (435) M. B„ XIII, 801.

 (436) M. B., XII, 447.

 (437) M. B„ III, 607.

 (438) M. B., VII, 252.

 (439) M. B., VIII, 129-32.

 (440) M. B., VI, 99.

 (441) M. B., VIII, 941.

 (442) M. B„ VI, 969.

 (443) M. B., VIII, 941.

 (444) M. B., XII, 278.

 (445) M. B., Ill, 607.

 (446) M. B., Ill, 165.

 (447) M. B., XIII, 89.

(448) M. B„ IX, 173.

(449) M. B., XII, 147.

(450) M. B., V, 649.

(451) M. B., IX, 861.

(452) M. B., V, 10.

(453) M. B., VII, 246.

(454) M. B., VII, 694.

(455) M. B., VIII, 174.

(456) M. B., VII, 581-2.

(457) M. B., IX, 436.

(458) M. B., VIII, 238.

(459) M. B., XVIII, 860.

(460) M. B., Ill, 614.

(461) M. B., VI, 389.

(462) M. B., VIII, 931.

(463) M. B., XVII, 217.

(464) M. B., X, 35.

(465) M. B., XVII, 376.

(466) M. B., VI, 63.

(467) Oal., V, 24.

(468) M. B., V, 169.

(469) M. B., XIX, 113-14.

(476) Haec est enlm voluntas

Dei, sanctiflcatio vestra: ut abstineatis vos a fornica- tione... Non enim vocavit nos Deus in immunditiam, sed in sanctiflcationem (/ Thess., IV, 3, 7).´

(471) PIROT, Santa Bibbia, v. XII, p. 156.

(472) 2-2, q. 81, a. 8. Cfr. Sac. P. Ricaldone, I Voti, Castità, n. 4, p. 7, L.D.C., Colle D. Bosco (Asti), 1944.

(473) M. B., V, 162.

(474) M. B., XVII, 723.

(475) M. B., VIII, 844.

 714

 476) M. B., XV III, 19.

(477) G. P., P. I, Sez. II, a. 3; M. B„ V I, 63.

(478) M. B., VI, 64-5.

(479) M. B., IV, 478.

(480) M. B., XVII, 77.

(481) M. B., V, 162.

(482) M. B., VII, 168.

(483) M. B., V, 596.

(484) M. B., V, 163.

(485) M. B., VII, 81. .

(486) M. B., IX, 706-7.

(487) M. B., IX, 387; III, 314.

(488) M. B., VII, 192.

(489) Pio XI, Enc. Divini illius Magistri, 31 dicembre 1929.

(490) Sac. P. Rioaldone, I Voti, Castità, n. 36, p. 130-38, L.D.C., Colle Don Bosco (Asti), 1944. ´

(491) M. B., V, 166.

(492) M. B., XIII, 85.

(493) M. B., XIII, 84.

(494) M. B„ XIII, 247.

(495) M. B., VIII, 490.

(496) M. B., Vili, 4i.

(497) M. B., X, 37.

(498) M. B., II, 164.

(499) M. B., XVII, 367.

(500) M. B., X, 1043.

(501) M. B., XIV, 841.

(502) M. B., XVII, 434.

(503) M. B., X, 1043.

(504) M. B., XVII, 376.

(505) M. B., V, 347.

(506) M. B., XIII, 431.

(507) M. B., XIII, 801.

 (508) M. B., XIV, 841.

 (509) M. B., XIII, 85.

 (510) M. B„ XII, 17.

 (511) M. B., XIII, 85.

 (512) M. B., XIII, 247.

 (513) M. B„ XII, 16.

 (514) M. B., Ill, 129.

 (515) M. B., V, 729, 278.

 (516) M. B., XII, 362.

 (517) M. B., XIII, 433.

 (518) M. B., XII, 143.

 (519) M. B., V, 163.

 (520) M. B., XII, 22.

 (521) M. B., VII, 696.

 (522) M. B., XIII, 799-800.

 (523) Regolam. 1920, art. 320.

 (524) M. B., XII, 143.

 (525) M. B., XII, 143.

 (526) M. B., XII, 32.

 (527) M. B., XII, 143.

 (528) M. B., XII, 556.

 (529) M. B., V, 163.

 (530) M. B„ V, 158.

 (531) M. B., Ill, 592.

 (532) M. B., IX, 386.

 (533) M. B., V, 163.

 (534) M. B., XIII, 802.

 (535) M. B., XIII, 432.

 (536) M. B., XIII, 85.

 (537) M. B., IV, 190.

 (538) M. B., XI, 274-5.

 (539) M. B., XIII, 801.

(540) M. B„ XIII, 279-80, 433; IV, 184.

 (541) M. B., VIII, 34.

 (542) M. B., XIII, 803.

(543) M. B., XIII, 247; XII, 606.

 715

 (544) M. B., XIII, 804.

(545) M. B., XIII, 804.

(546) M. B., XIII, 273.

(547) M. B., XII, 144.

(548) M. B., XIII, 804-5.

(549) M. B., XII, 564-5.

(550) M. B., VII, 404.

(551) M. B., Ill, 466.

(552) M. B., IX, 458.

(553) M. B., VI, 7-9.

(554) M. B., XII, 583.

(555) M. B„ XVII, 192.

(556) M. B., XIV, 850.

(557) M. B., XVII, 186.

(558) M. B., X, 37.

(559) M. B., XIII, 273.

(560) M. B., XVII, 191.

(561) M. B., II, 154.

(562) M. B., XVII, 112.

(563) M. B., VI, 391.

(564) M. B., XIII, 398.

(565) M. B., X, 1025.

(566) M. B., XII, 567.

(567) M. B., X, 1043.

(568) M. B., X, 38.

(569) M. B., IV, 566-7.

(570) M. B., IV, 567.

(571) M. B., VIII, 40; IV, 568.

(572) M. B., IV, 569.

(573) M. B., VIII, 41.

(574) M. B., XII, 150.

(575) M. B., IV, 569.

(576) M. B., IV, 570.

(577) M. B., IV, 569.

(578) M. B„ IV, 570.

(579) M. B., VIII, 43.

(580) M. B., VII, 836.

(581) M. B., VIII, 41.

I

(582) M. B., VIII, 165, 930, 931; VI, 104; VII, 233, 292.

(583) M. B., VIII, 534.

(584) B. S., Agosto 1899, pagina 193.

(585) M. B., Ill, 605.

(586) M. B., X, 244.

(587) L. C., capo II.

(588) M. B., VII, 761.

(589) M. B„ XVIII, 700.

(590) M. B., VII, 252.

(591) M. B„ IX, 401.

(592) M. B., XIV, 511.

(593) Jo., XI, 52.

(594) M. B„ II, 45.

(595) M. B., X, 31.

(596) M. B., II, 348-9.

(597) M. B„ X, 31.

(598) M. B., XII, 209.

(599) L.D.C., Colle Don Bosco (Asti), 1947.

(600) M. B., X, 64.

(601) M. B., II, 214.

(602) M. B., Ill, 98, nota.

(603) M. B., VI, 815.

(604) M. B., VI, 76, 381.

(605) M. B., XVII, 562.

(606) M. B., VI, 697.

(607) M. B., XIII, 427.

(608) L. C., capo II.

(609) M. B„ III, 7.

(610) M. B., XIII, 889.

(611) M. B., IX, 932.

(612) M. B., XII, 82.

(613) M. B., XIII, 283.

(614) M. B., IV, 683.

(615) M. B., XIII, 284.

(616) M. B., IX, 307.

 716

(617) M. B., VI, 173.

(618) M. B., VI, 991.

(619) M. B., IV, 450; III, 110.

(620) M. B., VI, 173.

(621) M. B., VI, 9.

(622) M. B„ IV, 555.

(623) M. B., XIII, 270, 804.

(624) F. B., capo XIX.

(625) D. S., capo XIV.

(626) M. B., XI, 221.

(627) M. B., IV, 556.

(628) M. B., Ill, 162.

(629) M. B., XIII, 270; VIII, 54.

(630) M. B„ XI, 278.

(631) M. B., IV, 337-8.

(632) M. B., Ill, 163.

(633) M. B., IX, 932.

(634) M. B., X, 1021.

(635) M. B., XIII, 827.

(636) M. B., X, 1021.

(637) M. B„ III, 162.

(638) M. B., VI, 387.

(639) M. B., Ill, 160.

(640) M. B., XI, 308.

(641) M. B., Ill, 163.

(642) M. B., Ill, 163.

(643) M. B., XII, 91.

(644) M. B., VII, 720.

(645) F. B., capo VI.

(646) F. B., capo XIX.

(647) M. B., XIII, 270.

(648) M. B., Ill, 353.

(649) ilf. B., XVII, 113.

(650) M. B., XVI, 169.

(651) M. B., II, 532; IV, 555.

(652) M. B., VI, 385-6; M. M., capi III e IV.

(653)

 M. B., VI, 390.

(654) M. B„ XIV, 842; 885-6.

(655) M. M., capo V.

(656) M. B„ II, 153.

(657) F. B., capo XIX.

(658) M. B., XVIII, 438.

(659) M. B., XIV, 126.

(660) M. B., XV, 605.

(661) M. B„ VII, 678-9.

(662) M. B., II, 259.

(663) M. B., IV, 555.

(664) M. B„ III, 112; IV, 54, 56; VI, 853, 1071.

(665) S. FRANCESCO DI SALES, Lett, a M.me Bourgeois, 9 settembre 1604.

(666) Pio XII, Enc. Mediator Dei, 20 novembre 1947, P. II, Sez. II, c.

(667) M. B„ IV, 457.

(668) M. B., XI, 522.

(669) M. B., VI, 320.

(670) M. B., VIII, 49.

(671) M. B„ XII, 29.

(672) M. B., VII, 680.

(673) M. B„ VII, 583, 585.

(674) M. B., VII, 293.

(675) M. B., Ill, 15-16; V, 152t6; VI, 931; VII, 525; X, 32.

(676) Sac. P. RiCALDONE, La Pietà, Maria Ausiliatrice, L.D.C., Colle Don Bosco (Asti), 1951.

(677) Sac. P. Ricaldone, La Pietà, Il Papa, L.D.C., Colle D. Bosco (Asti), 1951.

 717

( 678) In omnibus operibus tuia memorare novissima tua, et in aetemum non peccabis (Eccli., VII, 40).

(679) M. B., XI, 464.

(680) M. B., IV, 683.

(681) M. B., IV, 117.

(682) M. B., IV, 638; XI, 268; XII, 459, 471, 490; III, 355.

(683) M. B., Ili, 221-4.

(684) M. B., XIII, 66, 438.

(685) M. B., Ili, 136.

(686) M. B., Ili, 294.

(687) M. B., Vili, 351-3; IX, 33-7; X, 32-4.

(688) M. B., XIX, 100-1.

(689) M. B., XIX, 156.

(690) M. B., Ili, 605.

(691) M. B., XVIII, 702.

(692) M. B., XVIII, 791.

(693) M. B., V, 706-7.

(694) M. B., V, 509-10.

(695) M. B„ XVII, 108.

(696) M. B., XVIII, 701.

(697) Sac. Prof. G. LOKENZINI, L’Orientamento Professionale nella prassi educativa salesiana. (Relazione letta al I Congresso Naz. di Orientamento Professionale, Torino, 1948). Vedi anche Sac. Prof. ALBERTO.CA VIGLIA, L’Orientamento Professionale nella Tradizione e nell’Opera di Don Bosco, in « Salesianum » (a. IX, n. 4, p. 553-76).

(698) M. B., XVII, 616.

(699) O. P., P. I, Sez. II, a, 6.

 (700)

 II Petr., I, 10.

 (701) M. B„ Vili, 55.

 (702) M. B., XIII, 407.

 (703) M. B., XIV, 125-6.

 (704) O. P., P. II, C. VII, 6.

 (705) G. P., P. I, Sez. II, a, 6.

 (706) M. B., VII, 292.

 (707) M. B., XVII, 77.

 (708) M. B., XVIII, 20.

 (709) M. B., I, 453.

(710) G.P., P. I, Sez. II, a, 6.

 (711) M. B., XIII, 399-400.

 (712) M. B., XIII, 422-3.

 (713) M. B., VII, 828.

 (714) M. B., VII, 831-2.

 (715) M. B., VII, 832-3.

 (716) M. B., I, 287.

 (717) M. B., I, 296.

I, 363-7.

 (720) M. B., V, 411.

 (721) M. B., V, 399.

 (722) M. B„ V, 704-6.

 (723) M. B., XII, 87.

 (724) M. B., XIII, 422-3.

 (725) M. B., V, 400-1.

 (726) M. B., V, 402-3.

 (727) M. B., V, 403-4.

 (728) M. 13., XII, 332t3.

 (729) M. B., XII, 11.

 (730) M. B., VII, 182.

 (731) M. B., XII, 629.

 (732) M. B., XIX, 82.

 (733) M. B., XIX, 216.

 (734) Is., XXXIII, 18.

 718

INDICE

 PARTE TERZA

L’EDUCAZIONE IN ATTO

INDICE GENERALE           pag.       v

PREMESSA            »             xix

CAPITOLO PRIMO — L’educazione fisica ....              »              3

1. Il corpo nel pensiero di Don Bosco ....     »              4

2. Cura della salute            »             10

a) Preoccupazione di Don Bosco per la

salute dei giovani               »             15

b) L’ambiente e la persona              »             20

c) Alimenti e vestimenta  »             22

3. Il giuoco nel sistema di Don Bosco                          »              30

a) Necessità e fine della ricreazione ....        »              36

b) Ricreazione piacevole  »             38

c) Il giuoco come elemento educativo ..       »              39

d) La ginnastica  »             44

e) Giuocbi passionali e antieducativi ....      »              47

/) Musica e spettacoli       »             51

V;

CAPITOLO SECONDO — L’educazione estetica pag. 53

1. Alla scuola della mamma            »             53

2. Educazione estetica per mezzo della Li

turgia      »             57

3. Educazione estetica nelle scuole classiche

e professionali     »             58

4. La musica e lo spettacolo come mezzi di

educazione estetica            »             j33

a) La musica         »             63

b) Il teatrino         »             72

1) Sua origine e sviluppo all’Oratorio, 72

2) Suoi scopi, 77

3) La materia del teatrino, 80

4) Cose da escludersi, 88

c) Il cinematografo            »             92

d) La radio            »             97

CAPITOLO TERZO — L’educazione intellettuale                                      ....            »             99

1. L´ingegno d Don Bosco e la sua prodigiosa memoria .,     »             99

2. Importanza e fine delVeducazione intellettuale      »             104

3. Scuole in funzione di vita            »             109

4. Scuole domenicali e serali          »             111

5. Scuole elementari diurne ed estive                           »              116

6. Scuole interne per gli studenti     »             119

7. Scuole professionali interne        »             123

8. Non svilire il lavoro                      »             137

9. La preparazione dei maestri                        »             14010. Libri e testi adatti ... ....                     pag.       153

a) «Biblioteca della Gioventù Italiana»         »              156

b) « Selecta ex scriptoribus latinis Christianis »        •              »             158

c) I vocabolari                     »             165

d) La Collana Drammatica                                               »             166

11. Don Bosco scrittore-educatore                »             166

12. Gli scritti di Don Bosco e i loro pregi ....               »              171

a) La « Storia d’Italia »       »             175

b) La « Storia Ecclesiastica »                           »             181

c) La « Storia Sacra »...       »             183

d) Le « Letture Cattoliche »               »             186

13. Don Bosco formatore di scrittori            »             188

CAPITOLO QUARTO — L’educazione sociale .          »              191

1. Vita di collegio, vita di famiglia                                                »              191

a) Il pensiero di Don Bosco             »             192

b) Valore sociale della vita di collegio         ..              »              196

c) Spirito di economia e di risparmio           . .             »              199

d) Paternità di Don Bosco                                               »             204

e) Spirito di famiglia degli Ex-Allievi           . .             »              208

2. Educazione sociale dei primi collaboratori           »              214

3. Le Cotnpagnie Religiose               »             216

4. Società di Mutuo Soccorso          »             224

5. Relazioni sociali             »             226

a) Compagni cattivi            »             227

b) Compagni buoni                             »             228

c) Apostolato sociale         »             229

d) Il fattore sociale del giuoco ........               »              231

 6. La buona educazione    pa(f.      232

a) Dovere di essere ben educati     • » " 233

b) Don Bosco perfetto gentiluomo ....            »              235

c) Urbanità dei Superiori e degli educatori  »             240

Capitolo quinto — L’educazione morale      .               .               »              245

1. Formazione della coscienza       »             247

a) Grli insegnamenti del Padre       »             247

b) Formazione al senso del dovere               ....            »              250

c) Formazione al senso della responsabilità               »             253

2. Formazione del cuore   »             254

a) Come la voleva Don Bosco          »             254

b) Un pericolo      »             257

c) Distacco dalle cose       »             259

d) Santo amore fraterno    »             261

3. Formazione della volontà           »             264

»

a) Come la voleva Don Bosco         »             264

b) Mezzi per la formazione della volontà.   »              272

1) Mortificare la volontà, 273

2) Vincere il rispetto umano, 274

3) Frenare l’indole, 276

4) Soggiogare le passioni, 278

5) Pensare, parlare, agire rettamente, 279

c) Scritti e parole di Don Bosco intorno

alla formazione della volontà                         »              281

4. Formazione alla virtù   »             284

a) Abiti buoni e virtù         »             286

b) Virtù particolari            »             2891) L’obbedienza, 291

2) L’umiltà, 292

3) La moralità degli educandi, 295

I. Purezza, Grazia e Santità, 298

II. Preziosità della virtù angelica, 303

III. Bruttezza del peccato contrario alla purezza, 310

IV. Mezzi per coltivare la moralità fra giovani, 313

A. L’assistenza, 313

B. L’occupazione continua, 317

C. La mortificazione del cuore e dei sensi, 321

D. La preghiera, 332

E. La frequenza ai Sacramenti, 335

V. Contro lo scandalo, 311

A. L’allontanamento degli scandalosi, 342

B. Prassi di Don Bosco contro gli scandalosi, 344

C. Correzione pubblica, 348

D. Come impedire lo scandalo, 351

5. Formazione del carattere              pag.       353

6. Formazione della personalità     »             355

Capitolo sesto — L’educazione religiosa . . »              358

1. Valore educativo della Religione nel pensiero di Don Bosco            »             359

2. Istruzione religioso,      »             363

3. Religione e Pietà            »             367

4. Il santo timor di Dio     »             370

5. Le pratiche religiose     »             374

a) I Santi Sacramenti                          »             379

b) La Confessione              »             3851) Sua necessità, 385

2) Il confessore stabile e la direzione spirituale, 387

3) Efficacia educativa della Confessione, 390

4) Norme ai confessori e agli educatori, 395

c) La Comunione pag.       399

d) La Santa Messa e la Visita al SS. Sacramento           »             407

e) La divozione alla Vergine Santissima »   412

/) La divozione al Papa     »             416

g) L’imitazione dei Santi    »             416

li) L’Esercizio della Buona Morte  ....            »              418

i) Ritiri Spirituali                »             421

l) Il ciclo delle ricorrenze religiose               ....            »              423

6. Il soprannaturale nell’educazione                             »              429

CAPITOLO SETTIMO — L’educazione per la

vita          »             441

1. L’orientamento professionale     »             442

a) Sua natura         »             442

b) Fattori e mezzi dell’orientamento professionale  »             446

2. La vocazione    »             452

a) La vocazione, chiamata divina   ....            »              454

b) Obbligo di abbracciare la vocazione.       »              459

c) Mezzi per conoscere la vocazione            ....            »              462

d) Necessità di una guida in fatto di vocazione           »             474

e) Libertà nella scelta dello stato                   »              486

CONCLUSIONE     »             494APPENDICI    pag.       497

I. — Il Sistema Preventivo nella Educazione della Gioventù  »             499

II. — Regolamento per le Case della Società di San Francesco di Sales (Anno

1877)      »             509

a) Articoli generali             »             509

b) Parte I — Regolamento particolare (pei

Superiori)             »             512

c) Parte II — Regolamento per le Case

(per gli Allievi)   . . :           »             547

III. — Regolamento dell’Oratorio di San

Francesco di Sales per gli Esterni (1877)    »              581

IV. — « Ricordi confidenziali » a Don Rua

Direttore di Mirabello (Ottobre 1863) . .     »              625

V. — Gli scritti editi di Don Bosco ....           »              631

VI. — Scritti su Don Bosco               »             651

NOTE    »             707