Ksiądz Bosko Zasoby

DON BOSCO EDUCATORE - Sac. PIETRO RICALDONE, Volume II

Sac. PIETRO RICALDONE

DON BOSCO EDUCATORE

VOLUME II.

       

LIBRERIA DOTTRINA CRISTIANA

COLLE DON BOSCO (ASTI), 1951

PROSPETTO DELLA TRATTAZIONE

INTRODUZIONE

1. Brevi cenni sulla preparazione di Don Bosco all’apostolato educativo.

2. Don Bosco, educatore e pedagogista.

a) Doverosa chiarificazione.

b) La scienza pedagogica di Don Bosco.

c) Don Bosco, scrittore di materie pedagogiche.

d) Il « sistema educativo » di Don Bosco.

e) Particolare responsabilità della Famiglia Salesiana.

PARTE PRIMA - DON BOSCO DI FRONTE AL PROBLEMA EDUCATIVO

Capitolo I. Don Bosco, Apostolo dell’educazione.

1. Importanza e necessità dell’Educazione.

2. Il triste quadro.

3. Miserando stato delle fanciulle.

4. Le cause.

5. Dovere dei genitori.

6. La missione dei Cooperatori.

7. Ardore di Don Bosco per l’educazione della gioventù.

Capitolo II. Il concetto di educazione secondo Don Bosco.

1. Una domanda legittima.

2. Il ´primo professore di « Pedagogia Sacra ».

3. La definizione di « Educazione » data da Don Bosco.

4. Brevi considerazioni sulla definizione di Don Bosco.

5. Formazione integrale.

6. Il concetto di educazione secondo San Tommaso.

a) L’anima è signora del corpo.

b) Il primato della volontà.

c) Dio e la pedagogia.

d) Natura e grazia.

e) Il procedimento educativo.

                               f) Educatore ed educando.

PARTE SECONDA - IL SISTEMA PREVENTIVO

Premessa.

Sezione Prima

Elementi fondamentali dell’educazione

Capitolo I. Il sistema.

1. L´opuscolo sul Sistema Preventivo.

2. Dichiarazioni di Don Bosco sul suo sistema,

a) Alcune conversazioni.

1) Col Ministro Rattazzi.

2) Col Prefetto di Torino.

3) Col Maestro Bodrato.

b) Una « Buona Notte » sul Sistema Preventivo.

c) Altri accenni del santo Educatore.

3. Il principio informatore del Sistema Preventivo

a) Il fondamento dell’amore.

1) L’educazione, opera d’amore.

2) L’amore, essenza della vita cristiana.

3) San Francesco di Sales, Santo dell’amore.

4) Don Bosco e la sua missione d’amore.

b) L’amore, anima del Sistema Preventivo.

1) Il Sistema Preventivo nel pensiero di Don Bosco.

2) L’amore nel Sistema Preventivo.

3) Come Don Bosco amava i suoi giovani.

4) La lettera del 1884 da Roma.

c) Le manifestazioni della carità.

1) La dolcezza.

2) La confidenza.

I. Sua utilità.

II. Come avvicinare i giovani: esempi di Don Bosco.

A. All’inizio della sua missione.

B. Don Bosco in Trastevere.

C. Don Bosco in Piazza del Popolo.

D. Don Bosco e Michele Magone.

E. «Vada alla pompa!»

III. Mezzi per guadagnare la confidenza.

A. Le udienze particolari.

B. Le buone maniere.

Capitolo-II Gli educatori.

1. Il Direttore come Padre.

a) Vita di famiglia.

b) Requisiti del Padre.

c) Il Direttore come centro dell’autorità e della responsabilità.

d) Uffici del Direttore.

1) Dirigere.

2) Consigliare e correggere.

3) Vigilare.

4) Altri doveri del Direttore.

2. I collaboratori.

a) Il Prefetto.

b) Il Catechista.

c) Il Consigliere e gli altri Superiori.

3. Requisiti dell’Educatore.

a) La figura ideale dell’educatore secondo Don Bosco.

b) Doveri dell’educatore.

1) Amare i giovani.

2) Essere paziente.

3) Coltivare l’intesa reciproca.

4) Pregare per i giovani.

5) Operare con costanza e con rettitudine d’intenzione,

4. La ricompensa dell’Educatore.

Capitolo III. Gli educandi.

1. Importanza della conoscenza dei giovani.

2. Mezzi per conoscere i giovani.

3. L’indole dei giovani.

4. I giovani pericolosi.

Sezione Seconda - Il metodo

Capitolo IV. La disciplina come mezzo generale di educazione.

1. Amorevolezza e disciplina.

a) Autorità educatrice e perciò amorevole.

b) La mancanza di amorevolezza.

c) Servire il Signore in letizia.

d) Costante allegria del Padre.

e) Sua allegria in mezzo ai giovani.

2. La disciplina educativa.

a) La disciplina all’Oratorio di V aldocco.

b) Concetto di Don Bosco sulla disciplina.

c) Importanza della disciplina.

d) Mezzi per ottenere la disciplina.

1) Rispetto al fanciullo.

2) Non eccedere.

3) Educare al rispetto verso i Superiori.

4) Rispetto reciproco tra i Superiori.

Appendice al Capitolo IV. Un’esperienza disciplinare moderna: « Il villaggio dei ragazzi».

a) Il nome.

b) Autogoverno?

c) Princìpi informatori.

Capitolo V. L’assistenza come mezzo fondamentale di disciplina.

1. Concetto dell’assistenza.

2. Importanza dell’assistenza.

3. L’assistenza come dev´essere.

a) Assistenza positiva.

b) L’assistenza, opera di amore.

c) Assistenza solidale.

d) Altre qualità dell’assistenza.

e) Cose da evitare durante l’assistenza.

f) Particolare vigilanza sulle letture cattive.

1) I libri.

2) Giornali e riviste.

4. Responsabilità degli assistenti.

5. Don Bosco, assistente modello.

6. L’assistenza negli ambienti particolari.

a) In Chiesa.

b) Nello studio.

c) Nei laboratori e nei reparti agricoli.

d) Nel refettorio.

e) In ricreazione.

f) Durante il passeggio e nelle file.

g) In portineria.

h) In dormitorio.

i) Nell’infermeria.

Capitolo VI. Correzione e castighi.

1. La funzione educativa della legge.

a) Far conoscere la legge.

b) Mezzi per far conoscere la legge.

2. L’amorevole correzione negli esempi e nelle parole di Don Bosco.

 a) Come correggeva Don Bosco.

1) Sua delicatezza.

2) La parolina all’orecchio,

3) Nella «Buona Notte».

4) Nel cortile.

5) Efficacia correttiva dello sguardo di Don Bosco.

6) Aspettava la calma.

7) Esortava a ricever bene le correzioni.

b) Come Don Bosco insegnava a correggere.

1) La correzione è un dovere per tutti.

2) Correggere in privato.

3) Longanimità, fermezza e imparzialità nella correzione.

4) Saper dimenticare.

3. I castighi.

a) L’amorevolezza e i castighi.

b) La grande Circolare sui castighi.

1) Prima di punire si adoperino tutti gli altri mezzi di correzione.

2) Si aspetti il momento opportuno.

3) Si eviti anche l’apparenza della passionalità.

4) Si lasci sempre la speranza del perdono.

5) Quali castighi adoperare.

6) A chi spetta castigare.

c) Altre norme di Don Bosco riguardo ai castighi.

d) Come Don Bosco castigava.

Capitolo VII. La scuola come palestra d’educazione.

Premessa.

1. Come Don Bosco usava l’istruzione ai fini educativi.

2. La scuola.

a) Funzione educativa della scuola.

b) Scuola cristiana.

e) L’ambiente della scuola.

d) La scuola in azione.

1) Don Bosco, maestro modello.

2) Preparazione remota.

3) Preparazione prossima.

4) Puntualità, ordine, pulizia.

5) La disciplina nella scuola.

6) La spiegazione.

7) Il metodo induttivo.

8) Il metodo deduttivo.

9) Doti dell’insegnamento.

10) L’interrogazione.

11) Assegnazione dei lavori.

12) Correzione dei lavori.

13) I voti.

14) Lo studio del latino.

15) Per le vacanze.

16) Fuori classe.

e) Come promuovere l’applicazione allo studio.

1) All’Oratorio si studiava.

2) Esortazioni agli studenti.

3) Nove mezzi per studiare con profitto.

4) Industrie di Don Bosco per ottenere lo studio e la buona condotta.

5) Emulazione e incoraggiamento.

Capitolo VIII. L’esemplarità fattore supremo di educazione.

1. Necessità del buon esempio.

a) Valore educativo dell’esempio nel pensiero e nella pratica di Don Bosco.

b) L’esempio, coefficiente di moralità.

2. La moralità degli educatori.

a) Come ne parlava Don Bosco.

b) Importanza della virtù della castità per l’educatore Salesiano. "

c) La scelta degli educatori.

d) Mezzi per la moralità degli educatori.

1) Mezzi negativi.

I. Dignitoso riserbo.

II. Come trattare le varie persone.

III. Fuga delle occasioni e tentazioni.

2) I mezzi positivi.

e) Il primo responsabile della moralità.

f) Il modello dell’educatore Salesiano.

g) Santità è Purezza.

Capitolo IX. II Sistema Preventivo, sistema di Santità.

PARTE TERZA - L’EDUCAZIONE IN ATTO

Premessa.

Capitolo I. L’educazione fisica.

1. Il corpo nel pensiero di Don Bosco.

2. Cura della salute.

a) Preoccupazioni di Don Bosco per la salute dei giovani.

b) L’ambiente e la persona.

c) Alimenti e vestimenta.

3. Il giuoco nel sistema di Don Bosco.

a) Necessità e fine della ricreazione.

b) Ricreazione piacevole.

c) Il giuoco come elemento educativo.

d) La ginnastica.

e) Giuochi passionali e antieducativi.

f) Musica e spettacoli.

Capitolo II. L’educazione estetica.

1. Alla scuola della mamma...

2. Educazione estetica per mezzo della liturgia.

3. Educazione estetica nelle scuole classiche e professionali.

4. La musica e lo spettacolo come mezzi di educazione estetica.

a) La musica.

b) Il teatrino.

1) Sua origine e sviluppo all’Oratorio.

2) Suoi scopi.

3) La materia del teatrino.

4) Cose da escludersi.

c) Il cinematografo.

d) La radio.

Capitolo III. L’educazione intellettuale.

1. L´ingegno di Don Bosco e la sua prodigiosa memoria.

2. Importanza e fine dell´educazione intellettuale.

3. Scuole in funzione di vita.

4. Scuole domenicali e serali.

5. Scuole elementari, diurne ed estive.

6. Scuole interne ´per gli studenti.

7. Scuole professionali interne.

8. Non svilire il lavoro

9. La preparazione dei maestri.

10. Libri e testi adatti.

a) « Biblioteca della Gioventù Italiana ».

b) « Selecta ex scriptorVbus latinis Christianis

c) I vocabolari.

d) La Collana Drammatica.

11. Don Bosco, scrittore-educatore.

12. Gli scritti di Don Bosco e i loro pregi.

a) « La Storia d’Italia ».

b) « La Storia Ecclesiastica ».

c) « La Storia Sacra ».

d) « Le Letture Cattoliche ».

13. Don Bosco, formatore di scrittori.

Capitolo IV. L’educazione sociale.

1. Vita di collegio, vita di famiglia.

a) Il pensiero di Don Bosco.

b) Valore sociale della vita di collegio.

c) Spirito di economia e di risparmio.

d) Paternità di Don Bosco.

e) Spirito di famiglia degli Ex-Allievi.

2. Educazione sociale dei primi collaboratori.

3. Le Compagnie Religiose.

4. Società di mutuo soccorso.

5. Relazioni sociali.

a) Compagni cattivi.

b) Compagni buoni.

c) Apostolato sociale.

d) Il fattore sociale del gioco.

6. La buona educazione.

a) Dovere di essere ben educati.

b) Don Bosco, perfetto gentiluomo.

c) Urbanità dei Superiori e degli educatori.

Capitolo V. L’educazione morale.

1. Formazione della coscienza.

a) Gli insegnamenti del Padre.

b) Formazione al senso del dovere.

c) Formazione al senso della responsabilità.

2. Formazione del cuore.

a) Come la voleva Don Bosco.

b) Un pericolo.

c) Distacco dalle cose.

d) Santo amore fraterno.

3. Formazione della volontà.

a) Come la voleva Don Bosco.

b) Mezzi per la formazione della volontà.

1) Mortificare la volontà.

2) Vincere il rispetto umano.

3) Frenare l’indole.

4) Soggiogare le passioni.

5) Pensare, parlare, agire rettamente.

c) Scritti e parole di Don Bosco intorno alla formazione della volontà.

 4. Formazione alla virtù.

a) Abiti buoni e virtù.

b) Virtù particolari.

1) L’obbedienza.

2) L’umiltà.

3) La moralità degli educandi.

I. Purezza, Grazia, Santità.

II. Preziosità della virtii angelica.

III. Bruttezza del peccato contrario alla purezza,

IV. Mezzi per coltivare la moralità tra i giovani.

A. L’assistenza,

B. L’occupazione continua.

C. La mortificazione del cuore e dei sensi.

D. La preghiera.

E. La frequenza ai Sacramenti.

V. Contro lo scandalo.

A. L’allontanamento degli scandalosi.

B. Prassi di Don Bosco contro gli scandalosi.

C. Correzione, pubblica.

D. Come impedire lo scandalo.

5. Formazione del carattere.

6. Formazione della personalità.

Capitolo VI. L’educazione religiosa.

1. Valore educativo della religione nel pensiero di Don Bosco.

2. Istruzione religiosa.

3. Religione e Pietà.

4. Il santo timor di Dio.

5. Le pratiche religiose.

a) I Santi Sacramenti.

b) Confessione

                1. sua necessità

                2. confessore stabile e direzione spirituale

                3. efficacia educativa della confessione

                4. norme e confessori e agli educatori

c) La Comunione.

d) La Santa Messa e la visita al SS. Sacramento.

e) La divozione alla SS. Vergine.

f) La devozione al Papa.

g) L’imitazione dei Santi.

h) L’Esercizio della Buona Morte.

i) Bitiri Spirituali.

l) Il ciclo delle ricorrenze religiose.

6. il sovrannaturale nell’educazione

Capitolo VII – L’educazione per la vita

1. L´orientamento professionale.

a) Sua natura.

b) Fattori e mezzi dell’orientamento professionale.

2. La vocazione.

a) La vocazione, chiamata divina.

b) Obbligo di seguire la vocazione.

c) . Mezzi per conoscere la vocazione.

d) Necessità di una guida in fatto di vocazione.

e) Libertà nella scelta dello stato.

CONCLUSIONI

PREMESSA

Nel primo volume di Don Bosco Educatore abbiamo preso in considerazione le idee di Don Bosco sulla educazione ed esaminato, alla luce dei suoi scritti, delle sue parole e dei suoi esem.- pi, il sistema di cui egli si valse. Ci proponiamo x di vedere, in questo secondo volume, le realizzazioni pratiche dell’opera pedagogica del nostro Padre.

Sappiamo già quale dev’essere il fine supremo dell’educazione, quali le principali caratteristiche del sistema preventivo, quali le doti che deve possedere la persona dell’educatore. Questo corredo di nozioni sarebbe già sufficiente per poter intraprendere la nostra missione educativa sulle orme del nostro santo Fondatore.

 Ci sembra però cosa di inestimabile valore, . sia teorico che pratico, indugiarci ancora alquanto a considerare, e quasi a sorprendere, Don Bosco in azione, di fronte ai mille problemi dell’educazione: e così vedremo come egli abbia sa- potuto risolverli con abilità e sicurezza.

 Questo gioverà assai, non solo a facilitarci, con la luce dell’esempio, il nostro compito di educatori, ma ancor più a illuminare e approfondire le norme teoriche. E servirà in particolar modo ad accrescere la nostra stima e il nostro amore per il nostro Padre, accendendo vieppiù in noi il nobile desiderió di imitarlo.

PARTE TERZA L’EDUCAZIONE IN ATTO

CAPITOLO I. L’EDUCAZIONE FISICA

 Prima di addentrarci in questo argomento ci sia permessa una costatazione, che pensiamo giovi a meglio capire ciò che verremo esponendo.

 Non ci pare esagerato affermare che, forse, pochi altri educatori furono arricchiti da Dio di doni corporali tanto straordinari quanto Don Bosco: doni che evidentemente gli avrebbero reso più agevole l’educare fisicamente i suoi giovani.

 Era dotato di singolare robustezza e di straordinaria forza muscolare. Fanciullo ancora, sorprendeva tutti per la sua abilità e agilità in ogni sorta di esercizi fisici.

 Attirava a sè i coetanei e anche gli adulti con giochi di ogni genere: danzando sulla corda, facendo salti spettacolosi e audaci acrobazie alla sbarra, e simili!

 Studente a Chieri, accettò la ormai notissima sfida del ciarlatano che, con i suoi giochi, allontanava la gente e in particolare i giovani dalla Chiesa, e lo vinse clamorosamente alla corsa, al salto, nell’arrampicarsi e nel fare giochi di destrezza con la bacchetta.

 Divenuto capo di una turba di monelli, mostrò una meravigliosa resistenza al lavoro, alla fatica e alla veglia.

 Vecchio, infermo e degente, diede ancora prove della sua eccezionale forza fìsica, destando lo stupore dei medici che lo assistevano.

 Questi brevi cenni bastano a convincerci che Don Bosco aveva doti eminenti per fornire ai suoi giovani una conveniente educazione fìsica.

1. Il corpo nel pensiero di Don Bosco.

 Formato allo spirito di San Francesco di Sales, Don Bosco aveva un’idea giusta ed equilibrata di tutto ciò che concerne l’educazione del corpo. Come per il suo Patrono, così anche per lui il corpo non è il nemico dell’anima: lo è solo quando, da noi accarezzato, si ribella contro lo spirito. L’antico adagio, Mente sana in corpo sano, era da lui inteso nel senso di cercare una giusta collaborazione tra l’una e l’altro.

 Egli era persuaso che una buona educazione fìsica contribuisce a una buona educazione intellettuale e morale. Perciò, guidato da motivi soprannaturali, e soprattutto dal desiderio del bene delle anime, volle disporre di tutte le energie del corpo a vantaggio della gioventù e del popolo.

 D’altronde, essendo il corpo parte integrale della nostra natura, è intimamente associato allumina. È vero che vi furono anche dei Santi, i quali credettero di dover con straordinarie penitenze affievolire, ridurre le forze del corpo, affinchè più sicuramente esse non avessero il sopravvento sull’anima.

 Non è questo il luogo per fare discussioni su tali pratiche. Diciamo solo che Don Bosco, mosso da un altro spirito, e seguendo le orme di San Francesco di Sales, ha battuto una via diversa. Egli voleva che non si privasse indebitamente il corpo nè del sufficiente nutrimento, nè del riposo necessario: e ciò per renderlo strumento atto alla gloria di Dio ed al bene del prossimo.

 Premeva a San Francesco di Sales e a Don Bosco poter disporre di un ricco capitale di energie fìsiche per sottrarre il numero più grande possibile di anime al demonio.

 Naturalmente i due Santi seppero armonizzare mirabilmente questo loro principio con lo spirito di mortificazione, predicato dal Vangelo: le mortificazioni, secondo il loro pensiero, non dovevano essere tali da nuocere ai fini della carità verso il prossimo.

 Questa moderazione e questo equilibrio stanno alla base delle idee di Don Bosco riguardo all’educazione fìsica. Ond’è che il nostro Padre, specialmente trattandosi di educare la gioventù, non volle dare ai soliti denigratori della educazione cattolica, nè pretesti nè motivi ad accuse di negligenza, anzi di disprezzo per l’educazione del corpo.

 Egli era persuaso che, per ottemperare ai precetti del Vangelo circa la mortificazione del corpo e dei piaceri terreni, il Cristiano deve essere bensì formato nelle cose che riguardano lo spirito, ma senza trascurare il corpo al punto da nuocere all’anima che tende verso il Cielo. È sempre il grande mònito di Sant’Agostino, il quale afferma che la Chiesa, anche quando parla dei beni del- l´anima, non perde di vista quelli del corpo.

 Allo stesso tempo è bene osservare che altro è l’educazione della gioventù, e altro l’ascetica di penitenti, di eremiti e di altri santi adulti, i quali giudicarono essere cosa utile al loro bene spirituale il far rigide mortificazioni, penitenze, digiuni, allo scopo soprattutto di domare le passioni ribelli.

 Ma qui giova richiamare alla mente che, quando si tratta di adulti, non siamo più nel campo dell’educazione propriamente intesa: ai giovani invece bisogna apprestare l’educazione fìsica e le cure del corpo, secondo il principio che abbiamo enunciato e che fu professato da San Francesco di Sales, da San Giovanni Bosco e da altri Santi.

 È vero che, anche tra i giovani, vi possono essere delle eccezioni: basta ricordare San Luigi Gonzaga e l’angelico Beato Domenico Savio, i quali praticarono una straordinaria mortificazione. Qui però ognun vede che non si tratta più di semplice procedimento educativo, ma di casi particolarmente eminenti di perfezione conquistata anche attraverso eccezionali forme di eroismo cristiano.

 Don Bosco non tralasciò di predicare ai giovani intera la dottrina del Vangelo; ma, parlando delle mortificazioni e penitenze, inculcava quelle proprie della loro età e che, secondo lui, dovevano consistere specialmente nelladempimentc perfetto dei propri doveri, nel frenare i sensi e la fantasia, nel disciplinare l’intelligenza e nel- l’indirizzare rettamente la volontà. Però, mentre raccomandava queste cose, egli insisteva con Ja parola e con l’esempio perchè ai giovani si desse una educazione fìsica, che permettesse lo svolgimento completo delle loro attività individuali e sociali.

 L’educazione fisica per San Giovanni Bosco non doveva ridursi, come taluno potrebbe immaginare, ad un esercizio meccanico o ad un insieme organico di movimenti ginnastici o di lavori manuali e corporali. Nè poteva consistere solamente in particolari sollecitudini o adattamenti per ciò elle si riferisce all’alimentazione, alla distribuzione delle ore di lavoro e di riposo. Era tutto questo, sì; ma soprattutto era compenetrata da ciò che costituisce l’essenza e l’anima di tutta intera l’educazione, vale a dire dallo speciale riguardo al perfezionamento dell’educando, composto di anima e di corpo. Don Bosco voleva che i suoi giovani attendessero alle funzioni, diremo così, di carattere materiale e corporale, secondo le buone regole: che imparassero a nutrirsi, educatamente e sobriamente; a lavorare, con slancio e retta intenzione; a divertirsi, gioiosamente; a riposare, quasi a premio delle attività svolte ordinatamente: insomma, l’educazione anche fìsica doveva essere, secondo il Santo, orientata sempre verso il profitto spirituale.

 In altre parole, anche con l’educazione fìsica bisognava formare l’anima dei giovani in guisa che, usciti più tardi dai suoi Istituti, si trovassero padroni di se stessi e del loro operare, sapessero e potessero regolarsi rettamente anche quando il mondo offrisse loro ricchezze, libertà e quegli allettamenti che generalmente accompagnano le cose riguardanti il corpo e la materia.

 Mentre, più con la pratica che con la teoria, egli insinuava, o meglio radicava, nell’animo dei giovani questa retta e giudiziosa distribuzione delle loro attività, specialmente mediante l’orario che regolava la vita dei suoi Collegi e Istituti, non trascurava però quei mezzi specifici di educazione fìsica che in tutti i tempi, secondo il sano progresso, la scienza pedagogica ha sempre indicato come necessari al completo sviluppo educativo.

 Don Bosco, — con fine accortezza e non comune conoscenza dell’animo giovanile, nonché con quel suo quasi istintivo tatto psicologico, — scelse e preferì quei mezzi educativi che, mentre giovano alla formazione del corpo, son di grande aiuto alla formazione dello spirito. Intendiamo parlare specialmente del gioco, della ginnastica e della ricreazione.

 Leggendo la Vita di Don Bosco, e specialmente quanto di lui riferiscono le Memorie Biografiche, si prova ammirazione nel vedere quanto fossero insistenti le sue raccomandazioni circa tutto ciò che si riferisce a una ben compita educazione fisica.

 Negli Appunti di Pedagogia Sacra, che Don Bàrberis spiegava ai chierici per ordine e secondo le direttive di Don Bosco, quasi un quinto del libro è dedicato all’educazione fisica.

Ma, ripetiamo, il principio fondamentale dell’educazione fìsica, secondo Don Bosco, era questo: che ogni buon educatore contribuisse a conservare la sanità e a perfezionare le energie fìsiche e lo sviluppo dei sensi del fanciullo, nella misura che si richiede perchè il corpo diventi strumento adatto e docile a servizio dell’anima. Sant’Agostino aveva appunto detto che l’uomo è un’anima che si serve del corpo, ricordando così ai materialisti di tutti i tempi che il corpo deve sottostare all’anima, e non viceversa, e che ogni lavoro educativo va rivolto specialmente a irrobustire la volontà nella pratica delle norme morali.

 Per attuare il principio suindicato, il nostro Padre, con una concezione ampia e completa, volle che, in fatto di educazione fìsica, si tenesse conto di tutti gli elementi atti al raggiungimento di un fine sì nobile. Egli poi in particolare non trascurava l’igiene degli ambienti e delle persone, e grandemente si preoccupava della salute e dei mezzi che contribuiscono a difenderla, conservarla e irrobustirla.

2. Cura della salute.

 Per quanto riguarda le persone, sia degli educatori che degli educandi, godiamo di poter affermare che forse nessun padre ebbe tanta cura della sanità dei propri figliuoli quanta Don Bosco se ne prese per i suoi collaboratori e alunni. Egli, per propria esperienza, aveva capito l’importanza del conservare la salute.

 Il Dottor Combal, che nel 1884 si era recato a visitare Don Bosco a Marsiglia, gli aveva espresso questo giudizio: — Lei ha consumato la vita con troppo lavoro! È un abito logoro perchè troppo indossato, i giorni festivi e i giorni feriali. Per conservare questo abito ancora un po’ di tempo, l’unico mezzo sarebbe di riporlo in guardaroba. Voglio dire che per lei la medicina principale sarebbe l’assoluto riposo.

 — Ed è l’unico rimedio al quale non posso assoggettarmi! — rispose sorridendo Don Bosco (1).

 Però negli ultimi anni della sua vita, lo stesso nostro Padre dovette riconoscere di aver sacrificato gran parte della salute con un lavoro proprio eccessivo, specialmente passando anche notti intere nello scrivere libri e sbrigare corrispondenza. « Io — diceva — darò sempre per consiglio ai giovani di fare quello che si può e non di più. La notte è fatta per il riposo. Eccettuato il caso di necessità, dopo cena nessuno deve applicarsi in cose scientifiche. Un uomo robusto reggerà alquanto, ma cagionerà sempre qualche detrimento alla sua salute » (2).

Egli infatti, colpito da gravi malattie, era stato costretto a regolare meglio il suo lavoro, sperimentandone ben tosto i vantaggi. « La qual cosa — egli scrive — mi ha fatto credere che il lavoro ben ordinato non sia quello che reca danno alla salute corporale» (3).

Comprendendo tutto il valore della salute, non ricusava i riguardi che giovassero a mantenerla. Al tempo stesso esortava tutti con la parola e con l’esempio a essere forti nel sopportare con tranquillità d’animo gli incomodi della stagione e altri eventuali disagi: il che sapeva fare con ilarità e piacevolezza.

 « Già — esclamava nei giorni di gran freddo,

— ogni anno bisogna che il freddo ritorni: procurate ripararvi bene perchè non abbiate a soffrire nella sanità ». Nella stagione calda, in certi giorni di afa: « Bene, bene, — l’udivano dire,

— questo ci voleva: le campagne hanno bisogno di calore ». E magnificava i vantaggi che l’estate reca alla natura.

 Era stanco? « Già — diceva sorridendo — mi sono stancato un po’. Oh, un giorno o l’altro, se avrò un tantino di tempo libero, vorrò riposarmi! ». Ai suoi nondimeno ripeteva che non si affaticassero troppo (4).

 Lasciò scritto in proposito Mons. Costamagna: « Egli è certo che se tutti i Salesiani che vissero

 con Don Bosco volessero pubblicare tutte le cure tenerissime cbe egli ha loro prodigato, se ne dovrebbero scrivere molti volumi. Egli, come il Divin Redentore, passò facendo del bene: prendeva a cuore i nostri affanni e le nostre sofferenze, tanto fisiche che morali, come se gli appartenessero esclusivamente. Ci concedeva sempre tutto quello che non fosse di nocumento materiale e spirituale nostro e della Comunità. Egli studiava il modo di alleggerirci il peso della vita di studio e di lavoro, con feste religiose, passeggiate, teatrini e altre ricreazioni, sempre svariate ma innocenti. Voleva che stessimo ben attenti a non perdere la sanità, e che perciò evitassimo le correnti d’aria, l’umidità, lo star fermi al sole, specialmente nei cosiddetti mesi della erre: Mensibus erratis — ci diceva — sub sole ne sedeatis. Voleva ancora che nel passare da un luogo caldo al freddo usassimo gli opportuni ripari; che non ci fermassimo al freddo quando eravamo sudati; e che evitassimo il mangiare e bere troppo o troppo poco, il fare inutili sprechi di voce, l’applicarci a occupazioni mentali subito dopo la refezione, il non dormire sufficientemente (Septem sufficiunt horae — ci ripeteva — iuveni senique: bastano sette ore al giovane e all’anziano; ma lasciava che i Direttori concedessero un’ora in più o in meno, secondo le circostanze). Soprattutto ci esortava a non abbandonarci alla melanconia, lima sorda di ogni più florida salute, e infine di evitare una cura esagerata del corpo andando avanti a forza di droghe e di rimedi che finiscono col rovinarlo, giusta il proverbio: Vive miseramente colui che vive medicinalmente: qui medice vivit, misere vivit» (5).

 Talvolta scendeva a particolari commoventi, occupandosi direttamente del vitto o di quanto poteva occorrere per la cura della persona (6).

 E non solo pei vicini, ma si direbbe che ancor più per i lontani egli moltiplicasse le sue sollecitudini. Ai primi missionari partenti ITI novembre 1875 lasciava questo fra gli altri ricordi: « Abbiate cura della sanità. Lavorate, ma solo quanto le vostre forze comportano » (7). E a Mons. Caglierò ricordava nel 1886: « Raccomanda a tutti cura grande della sanità » (8)

 Sipuò affermare che quasi non scrivesse lettere ai suoi senza toccare questo argomento. Cosi a Don Rua nel 1869: « So che avete molto da fare, ma prima di ogni altra cosa, bada alla tua sanità e a quella degli altri » (9).

 Gli stavano a cuore soprattutto gli ammalati. Appena metteva piede in una delle sue case, « la prima domanda era se vi fossero ammalati, e recavasi subito a visitarli. Per essi nutriva una carità veramente materna ed osservava se fossero provvisti di ogni cosa necessaria. Così pure passava ad esaminare come fossero trattati gli infermicci e anche i sani. — Economia sì — diceva — ma anche grande carità! Si abbia tutta la cura di loro nel cibo, nel vestito, insomma in tutto quello che abbisognano » (10).

 « Io son d’accordo — diceva ai Direttori nell’aprile del 1875 — che quando uno non sta bene, si abbia tutte le cure possibili e gli siano somministrate tutte le cose che possono essergli vantaggiose. Raccomando in modo speciale ai Direttori che non si lasci mancare mai nulla agli ammalati: preferisco che si lasci piuttosto qualcosa da fare che affaticare troppo un individuo. Chi può fare di più, faccia di più e lo faccia volentieri: chi può fare meno, sia tenuto nello stesso conto degli altri e si abbia riguardo alla sua complessione o malferma salute » (11).

a) PREOCCUPAZIONE di DON BOSCO PER LA SALUTE DEI GIOVANI.

 Verso i giovani era sempre il padre buono e l’educatore solerte, che aveva un’unica brama, quella di formare nel modo più completo i suoi cari figliuoli. Ci renderemmo interminabili, se volessimo riferire anche solo sommariamente le costanti sue raccomandazioni per la sanità. Per lui tutto ciò che riguarda il fìsico doveva avere lo scopo, oltre che mettere a disposizione dello spirito attività corporali fresche ed efficienti, anche d’istruire praticamente i giovani a formarsi un corredo di utili cognizioni e pratici accorgimenti, dei quali disporre anche in seguito per la conservazione e l’irrobu- stimento delle forze dell’organismo. D’altronde, persuaso che ai giovani gli avvisi bisogna ripeterli frequentemente, data la loro leggerezza e volubilità, venne in tal modo a lasciarci su questo punto un vero tesoro di paterne- e sapienti raccomandazioni.

 Nel 1864 diceva ai giovani: « Figliuoli miei, pensiamo in questo momento a un massimo nostro dovere, ed è che dobbiamo fare buon uso della sanità in servizio e gloria di Dio. La sanità è un gran dono del Signore, e tutta per Lui noi dobbiamo impiegarla. Gli occhi devono vedere per Iddio, i piedi camminare per Dio, le mani lavorare per Dio, il cuore battere per Dio, tutto insomma il nostro corpo servire per Dio, finché siamo in tempo; in modo che quando Dio ci toglierà la sanità e ci avvicineremo all’ultimo nostro giorno, la coscienza non abbia a rimproverarci di averne usato male » (12).

 Nè si accontentava di raccomandazioni a voce. Nel 1855 pubblicava cinque libretti dal titolo La buona regola di vita per conservare la sanità. Erano dieci conversazioni sugli effetti fìsici e morali dell’intemperanza, dell’abuso del mangiare e del bere, di certe abitudini contro l’onestà dei costumi, dell’ira e delle passioni egoistiche; e vi si suggerivano i mezzi per emendarsene (13).

 Anche nel sistema preventivo indica alcuni mezzi che giovano alla salute (Regolavi., 93).

 Fra i mezzi indiretti, ma efficacissimi, per conservare la sanità, egli raccomandava agli alunni di conservare la pace della coscienza; di applicarsi allo studio moderatamente, perchè ogni sforzo di mente sfibra e svigorisce, oltre l’intelligenza, anche il corpo; e, infine, una cura speciale per conservare l’illibatezza dei costumi, perchè il fuoco delle passioni può consumare prematuramente la salute dei giovani.

 Nel novembre 1859 diceva loro: « Per conservare la sanità e vivere lungamente, è necessario: primo, coscienza chiara, cioè coricarsi alla sera tranquilli, senza timori per l’eternità: secondo, mensa frugale; terzo, vita attiva; quarto, buona compagnia, ossia fuga dei viziosi ». E spiegava brevemente detti punti (14).

 Parlando una sera di maggio del 1875 e rallegrandosi che in casa non vi fosse alcun anunaia- lato, disse che « contribuiva in sommo grado alla longevità la buona morale, che ci dà le regole del ben vivere e c’insegna ad amare la virtù, la temperanza, e molte altre cose utilissime alla conservazione del corpo» (15).

 Nè devono parere esagerate o fuor di luogo queste norme. Chi voglia infatti riconoscere la verità deve ammettere che, per la salute di un giovane, nulla vi è di più nocivo della vita scostumata, la quale porta anche alla lettura dei libri e romanzi che eccitano la fantasia fino ad alterare a volte le stesse energie psichiche e a disseccare, per così dire, le midolle dell’ossa.

 Riguardo poi ai giovani ascritti Don Bosco, scrivendo nel 1879 a Don Barberis da Marsiglia, mostrava il suo interessamento per la salute di quei figliuoli, « pupilla » degli occhi suoi (16). « Io ho bisogno — diceva in una conferenza ai novizi — che voi cresciate e diveniate giovani robusti e che vi usiate i riguardi necessari per conservarvi in sanità, per poter più tardi lavorare molto ». Quindi proibiva loro di studiare durante la ricreazione, benché fossero imminenti gli esami (17). Allo scopo di esercitarli nel moto e irrobustirne l’organismo procurava loro delle belle passeggiate. « A tal fine — afferma Don Barberis — Don Bosco c’invitava con l’esempio e con le parole a fare anche lunghi viaggi a piedi per rinforzare la nostra fibra » (18). « Bisognerà — diceva un giorno il Santo allo stesso Don Barberis — che dopo Pasqua tutti i giovedì si conducano i giovani ascritti a fare una passeggiata di buon mattino a Villa Monti, posta sulla collina di Superga, ad un terzo della salita e in mezzo a boschetti. Potrebbero passare là tutta la giornata e verso sera tornarsene all’Oratorio ». Era convinto che ciò avrebbe recato grande vantaggio alla loro salute (19).

 Don Bosco prevenne le colonie estive conducendo i suoi giovani per mesi interi attraverso le incantevoli colline del Monferrato: in tal modo procurava loro svago e vigore, facendo anche conoscere l’opera sua.

 Nel 1876, così parlava ai suoi alunni: « 11 moto è quello che più giova alla sanità » ; e riconosceva che le lunghe passeggiate da lui fatte gli avevano giovato assai. « Io sono di parere — aggiungeva — che una causa non indifferente della diminuzione di sanità ai nostri giorni provenga dal non farsi più tanto moto come una volta si faceva. La comodità dell’omnibus, della vettura, della ferrovia [ed oggi, con maggior ragione, potremmo dire delle automobili e di altri mezzi di trasporto] toglie moltissime occasioni di fare passeggiate anche brevi, mentre cinquantanni fa si giudicava passeggiata l’andare da Torino a Lanzo a piedi. Mi pare che il moto della ferrovia e delle vetture non sia sufficiente all’uomo per star bene» (20).

b) L’ambiente e la persona.

 È ovvio che non sarebbe ragionevole giudicare gli ambienti, vale a dire gli edilìzi e le loro condizioni igieniche, dei primi tempi di Don Bosco, alla luce dei criteri costruttivi dell’epoca nostra.

 Egli però ci teneva assai a che le sue case, anche se povere, fossero ricche di aria e di luce, e le nuove avessero quell’esposizione topografica che gli igienisti ritenevano maggiormente giovevole alla salute.

 Tutti sanno che, nei tempi in cui Don Bosco incominciò le sue opere, si avevano idee ben diverse da quelle di oggi circa i servizi di decenza e i bagni. Si deve notare però che egli, riguardo all’igiene e a tutti i servizi inerenti, si sforzava di progredire coi tempi. Basterebbe esaminare le sue ultime imponenti costruzioni, fatte sotto la sua immediata direzione, per persuadersi dei notevoli progressi realizzati in proposito.

Una cosa gli stava grandemente a cuore, ed era che, oltre ad una buona distribuzione degli ambienti, qual era richiesta dai criteri di una sana pedagogia, vi fosse in tutte le sue case grande proprietà e pulizia (21).

 Al prefetto e agli assistenti, come abbiamo visto, parlando delle loro rispettive mansioni, egli affidò la responsabilità della pulizia dei vari ambienti.

 Ma Don Bosco esigeva pure particolarmente la pulizia e l’ordine della persona, poiché dalla mancanza di pulizia possono svilupparsi malattie.

 Mamma Margherita lo aveva educato ad essa con costanti lezioni, perchè considerava la nettezza come una forma di rispetto che si deve avere a sé e agli altri. Don Bosco praticò mirabilmente le lezioni della santa genitrice: il costante ordine della sua persona era indizio dell’ordine mirabile dell’anima sua (22).

 Il lunedì, il giovedì. e il sabato ciascun allievo, in ora appositamente fissata, doveva ripulire più diligentemente i propri abiti e il proprio letto. V ’era insomma nettezza nella persona e decenza nei vestiti anche nei giorni feriali. Nelle feste poi e in ogni caso di uscita, gli alunni, benché non avessero altra divisa che il berretto, vestivano tutti convenientemente; e non si faceva distinzione fra studenti e artigiani, fra quelli che pagavano un po’ di pensione e quelli che godevano di un posto gratuito; fra quelli che erano provvisti dai parenti e quelli cui ogni cosa era somministrata dalla casa di Don Bosco. « Era una gioia — dice il biografo — vedere alla domenica tutti i giovani in aspetto così lindo » (23).

c) Alimenti e vestimenta.

 I punti sui quali insisteva maggiormente erano quelli che riguardavano l’alimento e le vesti- menta. È a tutti nota la sobrietà veramente eccezionale di Don Bosco, il quale ripeteva frequentemente: « Di due cose desidererei far senza: dormire e mangiare» (24).

 Egli tuttavia si preoccupava grandemente delle particolari necessità dei suoi. A Don Rua, mandato nel 1863 ad aprire la prima casa salesiana in Mirabello Monferrato, dava norme preziose per il vitto, l’abito e il riposo e per la sanità sua, del personale e degli allievi (25).

 Voleva che il vitto, anche se non tanto fine, fosse però sano ed abbondante. Il pane lo voleva di prima qualità. D’altronde, considerate le condizioni della maggior parte delle famiglie d’allora, il vitto che Don Bosco dava ai suoi giovani era, il più delle volte, migliore (26).

Quando fondò l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice per l’educazione delle fanciulle, mostrò anche verso di esse identiche sollecitudini, desideroso che non mancasse la necessaria alimentazione.

 Sul finire del 1874 si era recato a visitare il Collegio di Borgo San Martino. La Superiora delle Suore addette ai servizi di Casa si presentò tutta afflitta a Don Bosco, lamentandosi che il Direttore insisteva perchè si cibassero più abbondantemente che non a Mornese, ove avevano fatto il loro noviziato, e aveva imposto loro, invece di una, due pietanze.

 Don Bosco rispose con fìnta serietà: « L’affare è grave davvero, e fa d’uopo riflettervi sopra. Prima di decidere però, portatemi, se vi piace, le due vostre pietanze! » Poiché era imminente l’ora del pranzo, gliele portarono subito. Allora il Santo, versando in un solo piatto vuoto quanto contenevano gli altri due e porgendolo alla Direttrice: « Ecco — disse —tolto ogni scrupolo; qui avete due pietanze in un sol piatto ad un tempo: e così nè il Direttore nè quei di Mornese potranno chiamarsi malcontenti di voi »          (27).

 Fin da giovane Don Bosco si era fatto legge rigorosa di non mangiare nè bere fuori del tempo dei pasti: questa stessa raccomandazione egli inculcava frequentemente ai giovani (28).

 Anche in tempo di ricreazione sapeva alternare le amenità con salutari avvisi. Quando qualcuno si lamentava di leggeri incomodi, diceva: « Pitagora prescriveva sempre questi tre rimedi per ogni sorta di incomodi: dieta, acqua fresca, moto ». Altra volta dava la seguente ricetta: Quies, mens hilaris, dieta. Ad uno che aveva sempre paura di ammalarsi raccontava facetamente questo apologo: «Un convalescente per timore che qualche cibo gli facesse male, voleva essere sempre assistito, durante i pasti, dal medico. Ora avvenne che una volta gli portarono un pollo. Il medico cominciò ad osservarlo a fine di togliere quelle parti che credeva dannose all’infermo. Nel tagliare le ali disse: ala, mala, e le pose nel proprio piatto. Nel tagliare le coscie disse: Coxa, noxa, e fece lo stesso; e poi testa, infesta, e fece come prima; e così fece del corpo, e finalmente esclamò: collum sine pelle, bonum; tolta la pelle al collo, lo passò al cliente. Egli intanto si pappò la pelle e il resto». Naturalmente tutti ridevano, e Don Bosco: « Hai capito? Metti dunque da banda le paure e le preoccupazioni non necessarie. Fidati un po’ più della Provvidenza divina. Ricorri a Maria SS. e va’ avanti con tranquillità » (29).

 Ma mentre Don Bosco da una parte si preoccupava che il vitto dei suoi giovani fosse sufficiente e sano, dall’altra non cessava di inculcar loro la virtù della sobrietà, utile alla salute del corpo non meno che alla salute dell’anima.

 Anzitutto ricordava ai suoi giovani la vita spartana e austera di altri tempi, ben differente da quella comoda di allora. Le famiglie di campagna, i cui figli volevano studiare, dovevano pensare anzitutto a collocarli presso qualcuno che si prendesse cura di loro. Il vitto o semplice- mente la minestra venivano somministrati dal padrone di casa, oppure i parenti inviavano loro settimanalmente il pane necessario. Sovente i giovani partivano dal paese con qualche sacco di farina, di meliga, di patate, di castagne, e ciò doveva servire loro di nutrimento tutto l’anno. Per quanto facesse freddo, non si parlava di riscaldamento. Ciò che poi mancava, i poveri studenti dovevano procurarselo prestando qualche servizio, trascrivendo carte, facendo ripetizioni, o in altro modo (30). Ciò ricordava ai suoi alunni per abituarli ad essere forti nelle necessità e nei disagi.

 Di frequente li esortava ad evitare ogni ingordigia, come pure la troppa fretta nel mangiare, ricordando la nota sentenza Prima digestio fit in ore (s’incomincia a digerire masticando). Soleva dire: Datemi un giovane temperante nel mangiare, nel bere e nel dormire, e voi lo vedrete virtuoso, assiduo ai suoi doveri, pronto sempre quando si tratta di far del bene, e amante di tutte le virtù: ma, se un giovane è goloso, amante del vino, dormiglione, a poco a poco avrà tutti i vizi: diverrà sbadato, poltrone, irrequieto e tutto gli andrà a male. Quanti giovani furono rovinati dal vizio della gola! Gioventù e vino sono due fuochi: vino e castità non possono coabitare insieme » (31).

 Nel gennaio del 1864 così parlò ai giovani: « Santa Teresa dice che anche l’anima ha i suoi capelli, i quali, se si lasciano crescere, diverranno corde ». Poco prima aveva accennato ai Cartaginesi, che, spogliati delle loro armi dai Romani, non avendo corde da mettere negli archi per le frecce, tagliarono i capelli alle loro donne, che li avevano lunghissimi, e, intrecciandoli, iie fecero delle corde.

 « I capelli dell’anima — proseguiva il santo Educatore — sono i difetti che ciascuno ha. Sono piccoli da principio, sottili come un capello; ma, se non si tagliano quando incominciano a manifestarsi, diverranno in breve così grossi, così lunghi, che il demonio ne farà delle corde per tirarvi alla rovina. Questi difetti, questi vizi, adesso si possono facilmente tagliare, ma andando avanti diventano abito, mettono profonde radici, diventano corde: e come si fa a tagliare le corde con un paio di forbici?... Uno, ad esempio, ama i liquori, cerca di averne provvista nei baule, di quando in quando ne beve un bicchierino: ecco il capello! Se costui si lascia guidare da chi gli vuol bene, capirà che con ciò s’infiamma il sangue e che non sono convenienti simili bibite ad un giovanetto bene educato: ed ecco il capello tagliato. Se invece vuol continuare a dispetto degli avvisi, farà disordini, il sangue si accende, talora sarà mezzo brillo, le tentazioni assaltano, si cede: ed ecco la corda. V i è un altro... che mangia a tutte le ore: ecco il capello. Se ubbidisce al Superiore che gli dice di mangiare a pasto con certa misura, non fa indigestione, non fa malattie; ma se si lascia vincere dall’appetito, con lo stomaco pieno non può più studiare, a poco a poco aborre dall’applicarsi perchè ciò gli fa male, si dà alla poltroneria, e l’ozio è il padre di tutti i vizi: ed ecco la corda... E così andate avanti discorrendo. S’incomincia dal poco e si va al molto... Insomma, aiutatemi a correggervi delle mancanze leggere con la vostra buona volontà. Lasciatevi tagliare questi piccoli capelli e il demonio non riuscirà ad afferrarvi e strascinarvi» (32).

 Il 6 aprile 1869 indicò tre nemici della virtù, e specialmente della castità: otia, vina, dapes (ozio, vino e gozzoviglia) (33).

 Per conseguenza consigliava frequentemente gran sobrietà nei cibi, nelle vivande, nel riposo (34). Come si vede, Don Bosco mirava anzitutto a salvaguardare la virtù dei suoi giovani, pur preoccupandosi della loro sanità mediante una sana alimentazione.

 Nè trascurava il vestito, che voleva modesto, senza ricercatezze, ma che servisse veramente al suo scopo di difendere il corpo dagli sbalzi di temperatura. Il 23 marzo 1865 diceva: « Oggi è caduta molta neve e sembra che non voglia cessare così presto: anzi è probabile che duri qualche giorno. Tuttavia la stagione è troppo avanzata e quindi presto il sole la scioglierà. V i dico questo perchè vi prendiate cura della salute. Alleggerirvi di vesti, giocare, sudare, e poi andare nella scuola o nello studio può farvi molto male » (35).

 La sera del 7 gennaio 1876 faceva queste altre raccomandazioni: « Siate attenti, miei cari figliuoli, che io vi darò alcuni salutari consigli, i quali, se saranno da voi messi in pratica, vi saranno di grande giovamento. Quando vi trovate in studio, in refettorio od in parlatorio, voglio dire in luoghi in cui l’ambiente è più caldo, non tenetevi molto coperti; e quando ne uscite procurate di mettervi un fazzoletto al collo, oppure alla bocca e al naso, per alcuni minuti secondi, onde impedire che alla respirazione d’aria caldo ne succeda una d’aria fredda, perchè ciò potrebbe produrvi un gran male. Così pure quando andate od uscite di camera. Al mattino, quando vi alzate da letto, procurate di astenervi per alcuni minuti dall’uscire dalla camera... Quando siete in letto guardate che le coperte vi coprano il collo, poiché se il collo e le spalle restassero esposte all’aria, poco o nulla vi gioverebbe l’avere indosso anche un materasso ». Nella stessa esortazione insisteva soprattutto perchè coloro che mancassero di coperte o di vestiti si affrettassero a far presenti le loro necessità, chè si sarebbe tosto provveduto al fabbisogno. E concludeva: « Vedete, tutte queste sono piccole cose, ma si trascurano facilmente: e si possono guadagnare certi raffreddori e certe costipazioni che poi non si curano nè punto nè poco. Vi prego di mettere in pratica i miei avvisi, perchè, vedete, io voglio che stiate bene nell’anima; dico nell’anima, perchè così potrete stare anche bene di corpo» (36).

 Tutte queste norme che Don Bosco dava con paterna insistenza per la cura della sanità ci dicono chiaramente come egli avesse vivo il senso di quella igiene tanto raccomandata oggi dai pedagogisti per il bene del corpo. Ciò spiega pure come molti degli alunni dei primi tempi, educati e cresciuti con spartana sobrietà, siano giunti a un’età invidiabile. Basti citare il Card. Cagliero, morto a 88 anni d’età e Don Francesia, a 91; tutti e due vissuti ai tempi eroici.

 Noi che abbiamo avuto la fortuna di essere stati educati nelle case salesiane quando viveva ancora Don Bosco, ed era nel massimo onore e splendore l’osservanza di quanto egli man mano consigliava e prescriveva ai suoi figli per renderli veramente abili nell’educare i giovani, ricordiamo molte norme igieniche udite nella scuola di Galateo al giovedì, oppure nel sermoncino della Buona Notte. I Superiori ci suggerivano tante belle e utili cose circa il vitto e il vestito, scendendo a volte a particolari: quali ad esempio, il non leggere per conto proprio durante i pasti; l’evitar di trattare a mensa di cose serie o, peggio, disgustose; e altre cose circa il cibo e il riposo, che, ancor oggi, entrati negli ottantadue anni di età, richiamiamo alla memoria con compiacenza e gratitudine.

 Ma è tempo che passiamo ad esaminare anche altri mezzi che i pedagogisti ritengono di grande importanza per la educazione fìsica, e cioè il gioco, la ricreazione, la ginnastica.

3. Il gioco nel sistema di Don Bosco.

 È risaputo — e il metodo dell’educazione moderna lo predica in tutti i toni e in tutte le forme come se si trattasse di una sua invenzione — che il gioco debitamente sorvegliato e moderato serve mirabilmente a sviluppare non solo l’attività, ma indirettamente anche la personalità dell’educando. Si dice con ragione che nei piccoli e ingenui giochi dei fanciulli si concentra il più delle volte tutta l’attività umana della loro incipiente personalità. Lo sforzo che essi mettono nel giocare* l’agonismo per riuscire, la soddisfazione della conquista, segnano come altrettante tappe di sviluppo e, possiamo dire, di formazione del loro animo.

 Il gioco poi è in tutti i sensi una necessità per l’animo giovane, soprattutto nel periodo dell’infanzia, della fanciullezza e anche dell’adolescenza. È una vera distensione del corpo e dell’animo, uno sfogo alle loro molteplici energie, e persino un diversivo per le loro tendenze ed inclinazioni, le quali potrebbero purtroppo dirigersi verso scopi e mete meno giuste e meno oneste.

 A Don Bosco non isfuggì questo aspetto psicologico e spirituale del gioco; anzi egli seppe servirsi del gioco come di uno dei mezzi di più notevole importanza nell’opera educativa che si svolge nei suoi Istituti, e di grande giovamento ai giovani.

 L’Onorevole Alfredo E. Smith, presentando al pubblico Nordamericano la vita di San Giovanni Bosco scritta da Padre Neil BoV ton, dice che il nostro Fondatore potrebbe con ragione essere considerato come il Santo Patrono dei giochi.

 È fuor di dubbio che nessun santo più di lui si è servito tanto ampiamente e attivamente di questo mezzo per il bene della gioventù.

 Ricordiamolo ancora una volta il piccolo giocoliere, acrobata sulla corda, agilissimo nelle corse e nel salto, mago dei bussolotti, attorniato dai suoi conterranei, piccoli e adulti, che egli affascinava coi giochi e poi edificava col racconto di esempi e la recita di prediche udite, con l’esortazione alla preghiera e alle virtù cristiane! Non pochi, di certo, leggendo il primo sogno fatto dal giovanetto Bosco, all’età di nove anni, saranno rimasti colpiti dal fatto che la prima scena, presentatasi al futuro educatore e santo, è un campo di ricreazione, un animato svolgersi di giochi, una moltitudine sterminata di fan- • ciulli che si trastullavano: quasi a indicargli che, anche con i giochi e la ricreazione, avrebbe potuto e dovuto compiere una missione efficace di bene. Anzi fu precisamente durante la foga di quella ricreazione che egli ascoltò, per la prima volta, dall’Uomo venerando e dalla Donna di maestoso aspetto, quei saggi consigli, che avrebbero costituito il fondamento e l’essenza del suo sistema pedagogico.

 Quanto egli aveva praticato ai Becchi, lo continuò alla Moglia, a Chieri. Sacerdote, fondò l’Oratorio Festivo, il cui scopo, — scrisse già nel primo Regolamento, — « è di trattenere la gioventù nei giorni di festa con piacevole ed onesta ricreazione dopo aver assistito alle sacre funzioni di chiesa ». Considerava pertanto la ricreazione « come allettamento ai giovani per farli intervenire » (37).

 Nello stesso Regolamento, in due capitoli, dà norme sapienti per regolare lo svolgersi dei giochi, stabilendo, quando non aveva ancora assistenti, la categoria dei cosiddetti Regolatori della Ricreazione », il cui ufficio era precisamente quello di far sì che i giochi fossero efficaci strumenti educativi.      ´               ,

 Che più? Della ricreazione, come abbiamo detto, egli fu per molti anni animatore e fattore attivissimo; bastava anzi la sua presenza per renderla vivace e pervasa di santa letizia.

 Don Bosco, profondo conoscitore del euore giovanile, era convinto che, per migliorarlo, fosse indispensabile preparargli quell’ambiente di gaiezza e innocente espansione che, mentre gli serve di attrattiva, ne sodisfa le inclinazioni e lo affeziona alle persone e alla istituzione che ne devono plasmare l’animo e formare il carattere. E qui si avverta che il Santo voleva giochi adatti per tutti. Nel già citato Regolamento egli scrive: «È vivo desiderio che nella ricreazione tutti possano prendere parte a qualche trastullo nel modo e nell’ora permessa ». E, dopo aver enumerato negli articoli seguenti i giochi principali e aver dato sapienti disposizioni per regolarne il funzionamento, insiste ancora: « È particolarmente raccomandato agli invigilatori il procurare che tutti possano partecipare a qualche divertimento » (38).

 Del gioco e della ricreazione parlò in non poche circostanze. Quando tratta dell’applicazione del sistema preventivo classifica i giochi « tra i mezzi più efficaci per ottenere la disciplina, giovare alla moralità e alla sanità ». Per questo vuole che ai giovani, a tutti i giovani «... si dia ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento » (Regolam., 93).

 Anzi, a dimostrare quale importanza moralizzatrice dava al gioco, giunse talvolta a farne argomento di fioretti spirituali. Il primo dicembre 1864, nella Buona Notte ai suoi cari giovani, dopo aver avvisato che non voleva si cambiasse l’ora di ricreazione in ora di studio ed aver^ insistito perchè la ricreazione si facesse intera, s’indugiava a indicar norme opportune per renderla ben fatta, e conchiudeva lasciando a tutti questo fioretto: « Una ricreazione ordi nata come si richiede da giovani ben ordinati » (39).

 Don Bosco, da buon educatore, quantunque mirasse, con zelo più intenso e come a fine ultimo, al bene dell’anima, era convinto, come si disse, che tutte le energie umane possono e devono essere mirabilmente e santamente sfruttate a vantaggio di quella. Nel suo pensiero anche il gioco e la piacevole ricreazione dovevano cooperare efficacemente a tal fine.

 Il Locke scrisse essere il motto mens sana in corpore sano la breve ma completa definizione della felicità di questo mondo. Don Bosco avrebbe fatto le sue riserve su questa affermazione, a meno che alla mente sana si fosse dato quell’am- pio significato morale che abbraccia tutto il complesso di una vita veramente cristiana. Neppure egli avrebbe ammesso ciò che fu affermato da taluno, ossia che dalla sanità, come dalla cifra significativa collocata avanti agli zeri, la vita riceve tutto il vigore. Insomma Don Bosco rifuggiva da queste pur velate concezioni di sapore materialistico, che fanno consistere prevalentemente la felicità nel benessere fìsico e nelle sodi- sfazioni del corpo.

 Tuttavia egli era d’accordo con i migliori educatori e psicologi nelFammettere che è notevole l’ihfluenza della robustezza fìsica — acquistata e conservata con esercizi e ricreazioni opportune — sulla intelligenza e sulla volontà.

 È risaputo infatti che le energie fìsiche e morali, e le loro rispettive manchevolezze, s’influenzano a vicenda.

 Mentre i giochi e la ricreazione esercitano un influsso notevole sullo sviluppo fìsico, procurano freschezza e forza di assimilazione all’intelligenza, gioia allo spirito, e sono al tempo stesso un sano diversivo e un freno efficace alle passioni.

 Ecco perchè Don Bosco volle con tanta insistenza e sapiente accortezza che la gioia, il riso, i giochi, fossero in giuste proporzioni mescolati alle occupazioni serie, preparando così il piacere con la fatica e ricreando la fatica con il piacere.

a) NECESSITÀ E FINE DELLA RICREAZIONE.

 Il lavoro intellettuale impone l’immobilità del corpo con la sedentarietà, a volte in un ambiente non bene arieggiato; e a ciò si deve aggiungere lo sforzo dell’applicazione. È doveroso pertanto il meritato e tempestivo riposo all’intelligenza: riposo che non è ozio, poiché presuppone lavoro. Ecco il motivo per cui l’ozioso non gusterà mai le gioie di un meritato riposo, essendo il lavoro piacevole anche perchè vien poi ricompensato dal riposo.

 Questi princìpi, riaffermati dalla pedagogia e dalla psicologia moderna, vengono a dare pienamente ragione a Don Bosco, il quale, mentre fu apostolo e uno dei più alti esponenti del lavoro, fu anche assertore della efficacia che ha la ricreazione — praticata come mezzo e mai come fine — per rinvigorire le energie perdute, rendendole nuovamente atte al lavoro.

 Ricreare, etimologicamente, vorrebbe dire appunto creare di nuovo. Praticamente la fatica (si badi bene, la fatica e non solo l’uso o l’esercizio), affievolisce e quasi riduce a nulla le energie di determinate facoltà: è necessario pertanto riacquistarle, ri-crearle, liberandole da quella specie di narcosi o intossicazione che la stanchezza produce. Ed è praticamente nello stato di riposo o di semiriposo che esse si rinnovel- lano. Il sonno calmo e profondo è il riposo per eccellenza, che meglio ridà le energie perdute.

 E qui è bene osservare che, non solo l’uso eccessivo delle energie intellettuali produce la stanchezza mentale, ma anche il lavoro fisico, che perciò, se esagerato, può rendere l’uomo inetto allo studio.

 Da ciò si conclude che la ricreazione, il gioco, per corrispondere alle finalità dell’educazione devono avere determinati requisiti, che noi ci proponiamo ora di esaminare, studiando il gioco e la ricreazione come furono intesi e praticati da San Giovanni Bosco.

b) Ricreazione piacevole.

 Nell’introduzione al suo già citato Regolamento Don Bosco parla di « ricreazione piacevole », e noi possiamo senz’altro asserire che da questo solo qualificativo e specificativo son fìssati i caratteri, i requisiti pedagogici delle ricreazioni.

 Dicono gli psicologi che l’attività fisica della ricreazione per raggiungere il suo fine dev’essere gradita al fanciullo: solo se è conforme ai suoi gusti, essa suscita in lui sentimenti di piacere. Aggiungono che il gioco deve sviluppare la forza fìsica nella gioia e nella libertà, e svolgersi — per quanto è possibile — non già in sale chiuse, ma all’aria libera e sana, all’aperto. Solo in tal modo il gioco diventa veramente una ricreazione, rinnovando o irrobustendo le facoltà, mediante il riposo dello spirito.

 La gioia viene così a tramutarsi in un tonico efficace e potrebbe definirsi il canto del trionfo di un organismo ben equilibrato: il riso dei fanciulli fu chiamato « la musica di Dio ».

 E così intese e volle la ricreazione Don Bosco, il Santo della piacevolezza e dell’allegria. TI suo saluto più comune era questo: « State allegri ». E perchè la ricreazione riuscisse piacevole e gioconda voleva che si lasciasse ai giova- ni « ampia libertà » nel gioco (Regolarli., 93).

 E qui è bene mettere in evidenza quanta parte sia riservata all’attività del giovane nella ricreazione salesiana. Gli allievi, uscendo dalle aule o dal refettorio, dopo aver fatto una breve visitina in Cappella, si accingono a organizzare i giochi, e ciò essi fanno a seconda dei loro gusti nelle varie epoche dell’anno. Il Superiore, l’assistente, è, tra loro, uno di loro: è un fratello maggiore; non comanda il gioco, generalmente non ne è nemmeno l’arbitro; è sorteggiato al pari degli altri e si trova con essi per dire, quando fosse opportuna, la parola eccitatrice e pacificatrice.

c) Il GIOCO COME ELEMENTO EDUCATIVO.

 Abbiamo ripetuto che Don Bosco, non solo procurava il gioco a tutti i suoi allievi, ma quasi a nobilitarlo, egli stesso, quando il tempo e le forze glielo consentivano, vi si dedicava, essendone non solo l’anima, ma inarrivabile ed indiscutibile trionfatore. Questo fatto costituisce una delle più belle e tipiche nostre tradizioni: il Salesiano che gioca.

 Quante volte i parenti e i visitatori si fermano sorpresi e ammirati a osservare i nostri maestri e assistenti che, agili e trafelati, corrono nei cortili, fatti giovani coi giovani, accomunando, in una sola, la gioia degli alunni e dei precettori nell’ambiente di un mirabile spirito di famiglia, tutto pervaso di semplicità ed eminentemente educativo, come lo volle e praticò il nostro Padre Don Bosco.

 Allora soprattutto l’educatore si rende padrone del cuore dell’educando. Cogliendo il momento opportuno, egli, dietro l’esempio di Don Bosco, sa dire, sia pure di sfuggita, la parola buona che, appunto perchè meno aspettata, colpisce, trova la via del cuore, ottiene risultati insperati. Si realizzano in questa maniera sempre nuovi e mai interrotti anelli della mirabile catena delle magiche paroline che ebbero tanta potenza sulle labbra di Don Bosco.

 A taluno può forse recar meraviglia l’insistenza con cui il nostro Padre proclamò l’intima e logica colleganza tra la ricreazione e la moralità. La sua tenacia nel non permettere giochi sedentari e nel volere all’incontro quelli che mettessero possibilmente in esercizio tutta la persona, derivava dal fatto che da questi ne viene vantaggio alla mente, allo studio, alla disciplina, e soprattutto alla moralità (40).

 A Don Bosco l’esperienza aveva insegnato che là ove non si gioca, regna sovrana la noia, la quale è pessima ispiratrice e consigliera. Dalla noia alla critica, alla mormorazione, e a discorsi meno corretti, non vi è che un passo. I crocchi dei giovani furono paragonati a mucchi di materia infiammabile: basta una scintilla per provocare l’incendio.

 Se gli allievi giocano, non si formeranno crocchi, nei quali entra il diavolo per fare i suoi guadagni; poiché, quando il repertorio della cronaca dell’Istituto e delle altre notizie sia esaurito, spesso si viene alle critiche e ai discorsi più o meno cattivi (41).

 « Se la ricreazione — diceva a Don Bosco la guida nel sogno di Roma — è fatta con svogliatezza, ne proviene la freddezza in tanti nell’ac- costarsi ai santi Sacramenti, la trascuratezza nelle pratiche di pietà in chiesa e altrove, lo stare mal volentieri in luogo dove la divina Provvidenza li ricolma di ogni bene per il corpo, per l’anima, per l’intelletto. Di qui il non corrispondere, che molti fanno, alla loro vocazione. Di qui le ingratitudini verso i Superiori, di qui i segretumi, le mormorazioni, con tutte le altre deplorevoli conseguenze » (42).

 Affinchè il gioco fosse veramente giovevole allo spirito, Don Bosco voleva lo si circondasse di tutte quelle precauzioni che concorressero a renderlo tale. Egli non avrebbe certamente approvato taluni succinti vestiti che oggi sono in voga., specialmente trattandosi di determinati giochi, nei quali gli abiti sportivi offendono la modestia cristiana con il conseguente danno della morale. Una tradizione salesiana, fissata nei Regolamenti, dice appunto: « Si esiga dagli alunni quella modestia e decenza nel vestire, che è voluta dal carattere religioso dei nostri istituti e dallo spirito del nostro Fondatore» (Regolam116).

 Tutti sanno quanto fosse elevato, pudico, santo il sentimento che Don Bosco aveva della modestia, virtù che voleva fosse come il celeste profumo dei suoi Istituti. È doveroso perciò che i suoi figli, eredi del suo spirito, reagiscano fortemente contro certe correnti spudorate, che non si possono, con passività traditrice dei propri doveri, tollerare; ogni debolezza in questi casi può essere peccaminosa. Che avrebbe detto, il grande Padre e Maestro della gioventù, di certi spogliatoi, ove la virtù fa naufragio in un ambiente ammorbante di paganesimo?

 Si difenda pertanto, con tenace ardimento, la ricreazione salesiana quale la volle e praticò Don Bosco, il quale esigeva che si divertissero i giovani appunto perchè non avessero a pervertirsi. Ecco perchè elencò sempre i giochi tra i grandi fattori di educazione. Nel suo pensiero il giovane che gioca, si apre alla gioia come il fiore rugiadoso all’apparire dell’aurora. Tale gioia egli ebbe cara come riflesso e specchio della pace e della purezza del cuore.

 Affinchè il gioco raggiungesse la sua finalità educativa, Don Bosco voleva che tutti i superiori prendessero parte alla ricreazione dei giovani (43), non escluso il Direttore (44).

 Con ciò egli mirava a promuovere quello spirito di famiglia, per cui « la familiarità porta affetto e l’affetto porta confidenza » togliendo «la fatale barriera della diffidenza» (45).

 Ecco perchè i figli di San Giovanni Bosco continuano, sulle orme del Padre, ad essere Magistri ludorum, per far sì che i cortili delle Case salesiane siano perennemente scuole, templi, palestre vivificatrici per il corpo e per lo spirito.

 D’altronde basta udire le testimonianze dei nostri Ex-Allievi per capire come gli educatori più apprezzati e rispettati siano proprio quelli che sanno mettersi come compagni di gioco tra i loro educandi. In questi casi l’affetto e la gratitudine aggiungono forza all’autorità e al rispetto.

 Un educatore che gioca è una vera provvidenza per il suo Istituto, nel quale egli sarà coefficiente valido di buona educazione, vero angelo della ricreazione. Se con i giovani saprà essere uno di loro, sempre con loro, tutto per loro, egli sarà pure, come Superiore, sopra di loro con l’avviso e il consiglio, con la soave correzione e col costante incoraggiamento.

d) La GINNASTICA.

 A proposito del gioco, taluno amerà forse sapere quale fosse il pensiero di Don Bosco riguardo alla ginnastica. Egli la enumera tra i mezzi che possono contribuire al bene dei giovani, e ne fa cenno nel Sistema Preventivo (Regolam., 93). Quando poi «nel 1878 parlò al Ministro Crispi del sistema preventivo come mezzo per la rigenerazione della gioventù, presentandogli all’uopo un apposito memoriale — di cui avrebbe poco dopo inviato copia anche al Ministro Zanardelli, succeduto a Crispi — tra i mezzi educativi mise anche la ginnastica (46).

 Nelle solenni celebrazioni per la consacrazione del tempio di Maria Ausiliatrice, e proprio nel pomeriggio dello stesso giorno, alla presenza del Vescovo di Alba e di un pubblico distinto, vi fu un saggio ginnico dato dai giovani di Lanzo e dell’Oratorio.

 Ma la domanda che qui si affaccia è questa: può e dev’essere la ginnastica considerata come un gioco, e quale vera ricreazione? Rispondiamo subito che, se la ginnastica non è libera, non può essere considerata coinè un gioco. Essa, come scienza regolatrice di movimenti, come arte sistematica di esercizi fìsici, non è che una lezione di più; utile senza dubbio, quando non sia esagerata, allo sviluppo delle membra e all’irrobustimento generale. Ma tutti riconoscono che i movimenti artificiosi e compassati della ginnastica non valgono certamente quanto l’attività libera e spontanea del gioco. Anzi non mancano dei pedagogisti, i quali considerano la ginnastica come un insufficiente surrogato dei giochi naturali della gioventù, poiché essa, oltre ad altri inconvenienti, non procura il piacere che si prova nel gioco libero, e risulta perciò fisiologicamente di meno valore. V’è chi giunge a ritenere che l’insegnamento della ginnastica è più faticoso di tutti gli altri insegnamenti, non escluso quello della matematica.

 In certe nazioni, insigni pedagogisti fecero un’attiva propaganda dei giochi giovanili da contrapporsi alla ginnastica. Quale fosse il pensiero deif pedagogisti dell’Università di Torino ai tempi di Don Bosco al riguardo, ce lo dice l’Allievo: « Spingendo la riflessione teorica oltre il convenevole si sono escogitati sistemi ed intrecci di movimenti ginnastici talmente complicati e artificiali, che ad essere eseguiti importano una fatica di cervello e di applicazione di mente quale si converrebbe allo studio di una materia astratta; ed impacciano lo spontaneo sviluppo delle forze muscolari. La natura ha essa stessa insegnato al fanciullo la libera e salutare ginnastica delle sue membra, e questa ginnastica non va pervertita dalla strapotenza dell’arte » (47).

 Il nostro Padre non avrebbe approvato certe forme di atletismo e non pochi sforzi violenti in vigore presso i ginnasti, che praticamente sottraggono energie al lavoro intellettuale; nè crediamo necessario aggiungere che egli non avrebbe mai permesso un’educazione fìsica che si proponesse lo sfoggio di virtuosismi di forza bruta: a lui bastava formare e mantenere corpi fisicamente e moralmente sani. Quando nel 1865 il Duca d’Aosta, con gentile pensiero, volle regalare ai giovani dell’Oratorio una parte dei suoi attrezzi ginnastici, Don Bosco, anziché collocarli in una palestra per servire di scuola, li volle nell’ambiente libero del cortile per la ricreazione (48).

 Possiamo pertanto conchiudere che il gioco voluto da Don Bosco, e quale si pratica tradizionalmente nei suoi Oratori e Istituti, è il gioco che ridona le energie consumate nello studio e nel lavoro: è il gioco piacevole e libero da costrizioni. Non è adunque la ginnastica che, avendo la coartazione della scuola, esige attenzione e può diventare persino un rompicapo: e nemmeno l’atletismo, che ingrossa eccessivamente i muscoli e può affaticare al punto da produrre alterazioni nervose e psichiche.

e) GIOCHI PASSIONALI E ANTIEDUCATIVI.

 I pedagogisti vogliono siano esclusi anzitutto i giochi che eccitano eccessivamente le passioni. L’anima deve dominare il gioco e non esserne dominata. D’altronde l’esperienza ci dimostra come coloro che si sono abituati ai piaceri violenti perdono il gusto dei piaceri moderati. Il gusto vero e temperato per i divertimenti si può alterare allo stesso modo che si snatura il palato per le vivande: e tutti abbiamo sperimentato che i piaceri semplici, anche se sono meno vivi e sensibili, sono ancora e sempre i più benèfici.

 Don Bosco non voleva nel gioco l’eccessiva tensione, l’eccitamento passionale che può dar luogo a un linguaggio non misurato, a un tono sguaiato, e persino a ingiurie e insulti. Cotesta furia eccitatrice, anziché riposare i nervi e lo spirito, li sottopone a una tensione funesta. Ed egli osserva che tale scomposta eccitazione dura anche dopo; al punto che i giovani, i quali dovrebbero raccogliersi e concentrarsi poi nello studio, non riescono più a fermare la loro attenzione (49). .

Vi sono dei pericoli anche per l’incolumità del corpo, quando il gioco è violento o comunque non misurato.

 Un giorno Don Bosco trova in cortile il giovanetto Besucco, zoppicante e malconcio a causa di urti e scontri con i compagni. Il caro figliuolo avendo inteso che la ricreazione piace al Signore, vi si era impegnato a fondo senza controllo. Don Bosco lo ferma, lo guarda, e sorridendo gli dice: « Vedi, caro Besucco, i giochi e i trastulli devono impararsi un poco alla volta, di mano in mano che ne sarai capace, sempre per altro in modo che possano servire di ricreazione, ma non mai di oppressione al corpo » (50).

 I giochi, come li intese Don Bosco, devono lasciare al loro termine l’animo sereno. Per questo nei nostri cortili, finito il divertimento, il grido gioioso di vittoria dei trionfatori è seguito quasi subito dagli allegri commenti dei vinti, che con i primi si uniscono in conversazione improntata a spirito di famiglia. Tutti poi, sollevati, calmi, contenti, ritornano al lavoro intellettuale con la mente aperta e il cuore tranquillo.

 Don Bosco da .sagace educatore, parla ancora dei giochi che non raggiungono, oppure ostacolano, le finalità del lavoro educativo.

 In particolare egli proibisce i giochi, trastulli, salti, corse, o qualsiasi altra ricreazione in cui vi possa essere compromessa la sanità o la moralità degli allievi. Questa proibizione è fonda- mentale, come pure quella che riguarda i giochi di soldi (51).

 Una volta proibì il gioco della palla, ma ciò fece per un motivo già indicato: egli voleva che il gioco fosse per tutti; di conseguenza, quando il cortile non aveva sufficiente spazio, proibiva quei giochi che consentivano soltanto a pochi di giocare.

 Gli premeva poi l’esclusione dei giochi sedentari, per la ragione che non rispondono al bisogno che il ragazzo ha di movimento e di sfogo. Per questo non volle mai che nei cortili di ricreazione dei suoi Istituti vi fossero panche o sedili di sorta, per evitare di dar occasione a detti giochi. Del resto, i pedagogisti sono unanimi nell’e- scludere i giochi che non siano sufficientemente giochi, quelli cioè che, esigendo troppa riflessione, per ciò stesso affaticano lo spirito anziché riposarlo. Ecco perchè Don Bosco non permetteva nei suoi Istituti il gioco delle carte, del quale aveva sperimentato gli inconvenienti quando era ancora seminarista: fin dal 1836, aveva preso il proposito di non più giocare alle carte, perchè stancano la mente, causano perdite di tempo e appassionano troppo (52).

 Vi sono nel primo Regolamento dell’Oratorio festivo alcune norme che il buon Padre dava, affinchè il trastullo diventasse ancor più ricreativo e formativo, mediante il rispetto alle regole della buona educazione e la pratica della carità. Ivi si proibisce « il grido smodato, il disturbare i giochi altrui, lanciar sassi, palle di legno o di neve, il danneggiare le piante, il porre iscrizioni o pitture, il guastare i muri e i mobili, far segni o figure con carbone o legno e con altro capace a macchiare. È poi in particolare maniera proibito il rissare, il percuotere, ed anche mettere incivilmente le mani sopra i compagni. Siamo tutti figliuoli di Dio e dobbiamo amarci colla medesima carità come altrettanti fratelli » (53).

 Riassumendo, Don Bosco proibiva ogni gioco che includesse « pericolo di offendere Dio, recar danno al prossimo, e cagionare male a se stesso » (54).

 Diceva pure il nostro Padre di non chiamare divertimento uno spasso che lascia nel cuore rimorsi e paura dei giudizi di Dio. Egli voleva, e lo ripeteva frequentemente, che la ricreazione dei suoi giovani fosse sempre fatta in guisa che ognuno di essi potesse ripetere la risposta data da San Luigi a chi lo interrogò, mentre allegramente giocava, che cosa avrebbe fatto se in quel punto fosse stato avvertito da un Angelo che, dopo un quarto d’ora, il Signore lo avrebbe chiamato al suo tremendo giudizio. Egli prontamente rispose che avrebbe seguitato il gioco: « Perchè so di cerio — soggiunse — che questi divertimenti piacciono al Signore » (55).

 Ci è caro infine rilevare che in parecchi cortili dei nostri Istituti fu innalzato un monumento a Don Bosco, il quale, come da un trono, col suo sorriso paterno, presiede alle ricreazioni. Sorgano dappertutto queste statue ammonitrici, non solo a ricordo dell’Educatore insigne e santo, ma soprattutto come garanzia di una ricreazione sana e intemerata.

f) Musica e spettacoli.

 Parlando del divertimento nel sistema educativo di Don Bosco, non si può non ricordare, oltre il gioco che importa un esercizio prevalentemente fisico, anche tutte le altre forme ricreative, quali la musica e lo spettacolo, che egli seppe adoperare da maestro a fini educativi.

 Queste hanno pedagogicamente una importan- tanza straordinaria, come si va sempre meglio riconoscendo ai nostri giorni. La ricchezza e la profondità della loro efficacia derivano dal fatto che esse interessano, non solo il settore dell’educazione fìsica, ma anche quelli dell’educazione estetica e intellettuale, facendo direttamente appello alla emotività e alle facoltà spirituali del fanciullo, nella età in cui egli, meno sensibile agli stimoli puramente intellettuali, è straordinariamente aperto a tutto ciò che parla alla sua fantasia.

 Noi ci riserviamo di indugiarci sul valore educativo della musica e dello spettacolo, trattando dell’educazione estetica. Questa può logicamente occupare un posto intermedio tra l’educazione fìsica e quella intellettuale, dato il suo carattere di maggior aderenza ai bisogni e ai gusti del giovanetto, avido com’è di tutto ciò che possa sodisfare l’intensità della propria vita emotiva e fantastica.

 L’educazione estetica si propone appunto di venire incontro a questo bisogno, sodisfacendolo e insieme disciplinandolo in modo che il carattere del fanciullo, che si va formando, non resti turbato nel suo equilibrio e non ne risenta danno, nè per eccessive e morbose sovraeccitazioni, nè per inopportune e non meno dannose inibizioni.

CAPITOLO II - L’EDUCAZIONE ESTETICA

 L’educazione estetica si propone di aiutare a perfezionare nei giovani il sentimento del bello, nell’intento di far loro apprezzare le bellezze della natura, quelle dell’arte e, più ancora, della religione.

 Don Bosco non trascurò questa parte dell’educazione, che egli già fin da fanciullo aveva preso a gustare alla scuola della venerata madre. Dobbiamo alla sua ferrea memoria se alcune magnifiche considerazioni giunsero fino a noi.

1. Alla scuola della mamma...

 Mamma Margherita, ignara di studi e incapace di speculazioni artistiche, parlando al suo Giovanni delle bellezze del creato e della natura, non si proponeva di suscitare in lui il senso estetico, ma piuttosto il senso di una riconoscenza profonda a Dio, che tutte queste bellezze aveva disseminate sulla terra e negli spazi, a bene dell’uomo. Tuttavia implicitamente educava e sviluppava anche il gusto del bello.

 In una notte stellata, uscendo all’aperto ella mostrava ai figli il cielo e diceva: «È Dio che ha creato il mondo e ha messe lassù tante stelle. Se è così bello il firmamento, che cosa sarà il Paradiso»? Al sopravvenire della bella stagione, innanzi a una vaga campagna, ad un prato tutto sparso di fiori, al sorgere di un’aurora serena, ovvero allo spettacolo di un rosso tramonto di sole, esclamava: « Quante belle cose ha fatto il Signore per noi ». Se addensavasi un temporale e al rimbombo del tuono i fanciulli si aggruppavano attorno a lei, osservava: « Quanto potente è il Signore, e chi potrà resistere a Lui? Dunque non facciamo peccati ». Quando una grandine rovinosa portava via i raccolti, andando coi figli a osservarne i guasti diceva: « Il Signore ce li aveva dati, il Signore ce li ha tolti: Egli ne è il padrone. Tutto pel meglio; ma sappiate che pei cattivi sono castighi e che con Dio non si burla ». Quando i raccolti riuscivano bene ed erano abbondanti: « Ringraziamo il Signore — ripeteva. — Quanto è stato buono con noi dandoci il nostro pane ) quotidiano». Nell’inverno, quando erano tutti as- sisi innanzi a un bel fuoco, e fuori era ghiaccio, vento e neve, essa faceva riflettere alla famiglia: « Quanta gratitudine noi dobbiamo al Signore, che ci provvede di tutto il necessario! Dio è veramente Padre: Padre nostro, che sei nei cieli» (56).

 Formato a questa scuola e mosso dal suo naturale impulso ad investigare le cose, Don Bosco seppe comunicare in seguito ai suoi giovani, in una forma tutta singolare, quelle lezioni riguardanti il bello, facendo loro apprezzare le bellezze della natura, sviluppando ed elevando per tal modo in essi il senso cristiano e soprannaturale del divino.

 Raccontava egli stesso che una sera, nel 1851, dopo aver lavorato tutta la giornata, era salito verso le undici di notte alla sua camera. « Giunto sul balcone — diceva — mi fermavo a contemplare gli spazi interminabili del firmamento, mi orizzontavo con l’Orsa Maggiore, fissando lo sguardo nella luna, poi negli altri pianeti, poi nelle stelle; pensavo, contemplavo la bellezza, la grandezza, la moltitudine degli astri, la lontananza sterminata fra di loro, la distanza da me e, inoltrandomi in questi pensieri, salivo verso le nebulose e al di là ancora, e, riflettendo che l’ultima stella dell’ultima nebulosa e che ciascuna di quelle che a milioni formano quel gruppo, poteva essere come un centro da cui si poteva godere uno spettacolo quale si gode dalla terra, da qualunque parte, da qualunque punto si volge attorno lo sguardo in una notte serena, tanto ne ero preso che mi venivano le vertigini. L’universo mi appariva un’opera così grande, così divina che io non potevo più reggere a quello spettacolo, e il mio unico scampo, era di correre presto nella mia camera... ». Tutti i giovani a questo punto, sorpresi, e, quasi ritenendo il respiro, aspettavano che cosa avrebbe detto ancora Don Bosco ; ed egli, fatta una breve pausa, ripigliava facetamente: e correvo a cacciarmi sotto le lenzuola! ». I giovani ridevano a quest’uscita. Ed egli, dopo aver detto: « La nostra mente si perde, e non può formarsene un’idea per quanto languida >, concludeva: « Com’è meravigliosa l’onnipotenza di Dio! » (57).

 Su questi argomenti soleva intrattenere i ragazzi nelle frequenti passeggiate in campagna e soprattutto nelle passeggiate autunnali ai Becchi e per le colline del Monferrato, facendo notare le scene pittoresche del paesaggio circostante.

 Era logico questo suo modo di procedere, perchè egli, educatore per natura e per missione, si proponeva la formazione di tutto l’uomo. Perciò, non solo si occupò di quello che avesse potuto giovare al corpo, mediante l’educazione fìsica, e alla mente, attraverso l’educazione intellettuale; ma coltivava pure le potenze immaginative onde sviluppare negli alunni il sentimento del bello, mediante opportuni paragoni, sapienti analogie e magnifici ritratti morali. Particolare menzione meritano gli splendidi sogni, che avevano a volte alcunché del sapore evangelico delle parabole di Nostro Signore.

 Siccome egli era intimamente persuaso che il bello altro non è se non lo splendore del vero e l’incanto del buono, per questo, nella formazione estetica, sapeva assurgere quasi istintivamente, e senza che gli ascoltatori se ne avvedessero, a Colui che è Sommo Vero e Bontà Assoluta.

 2. Educazione estetica per mezzo della Liturgia.

 Mezzo sovrano e di somma importanza, di cui si serviva Don Bosco per la formazione del senso estetico nei suoi giovani, èra il culto sacro.

 Splendore d’arte egli volle nelle Chiese da lui costruite (58).

 Nella casa di Dio esigeva ordine e proprietà somma: nei paramenti, nei vasi sacri, nella sacrestia, in tutto.

 Ciò che si riferiva al culto era da lui tenuto in grande onore. Anche le più piccole cerimonie, come il segno della croce, gl’inchini, le cerimonie, le voleva fatte con dignità e divozione (39).

 Voleva che la Santa Messa fosse servita (60) e celebrata con grande compostezza e divozione (61). Egli stesso, già prete, fu visto fare talora da accolito per dare il buon esempio (62).

 Stabilì per tutti la scuola di cerimonie (63): fomentava ogni atto di culto (64).

 Il suo esempio era mirabile (65). Il Marchese Scarampi veniva alle funzioni di Maria Ausilia- trice attratto dalla divozione e maestà del culto (66): e, come lui, molti altri.

 Per fomentare l’amore e la grandiosità del culto approvò la fondazione della Compagnia del SS. Sacramento e del Piccolo Clero (67).

 Voleva infondere nella mente dei suoi giovani l’idea quanto più eccelsa possibile della maestà di Dio e delle sue perfezioni infinite.

 3. Educazione estetica nelle Scuole Classiche e Professionali.

 Appena ebbe aperte le scuole, altrettanto egli faceva nel campo letterario, ove sapeva mettere in magnifica luce i migliori brani degli autori più insigni della lingua italiana, latina e greca, che egli aveva studiati e gustati nel periodo di formazione. Lo sviluppo da lui dato agli studi, che voleva fatti con diligenza, serietà e costanza, sotto la guida di professori forniti di un ottimo gusto letterario, è anche una prova irrefragabile del suo amore a tutto ciò che fosse bello.

 Avremo occasione di esporle quanto egli seppe realizzare, coadiuvato dai suoi figli, per rendere accessibili ai giovani le bellezze classiche delle diverse letterature senza che ne scapitasse la loro formazione morale.

 Nella misura voluta, altrettanto egli fece nel campo professionale e agricolo, valendosi della sua personale esperienza. Sono da ammirare infatti le vie della Provvidenza nel condurre il giovanetto Bosco all’apprendimento dei diversi mestieri, dei quali avrebbe potuto poi giovarsi a vantaggio dei suoi giovani quando avrebbe iniziato le scuole professionali.

 A questa sua personale esperienza in ogni genere di lavori manuali si deve in parte l’impulso da lui dato alle scuole di arti e mestieri, e quindi anche a quella educazione estetica, che è necessariamente annessa all’apprendimento dell’arte. Ne sono una splendida conferma le deliberazioni del Quarto Capitolo Generale, che si occupò anche di dare un indirizzo estetico agli artigiani, sia dal punto di vista tecnico della esecuzione, che da quello artistico del disegno professionale.

 Ecco le decisioni prese: « Non basta che l’alunno artigiano conosca bene la sua professione, ma, perchè la possa esercitare con profitto, bisogna che abbia fatta l’abitudine ai diversi lavori e li compia con prestezza. Ad ottenere la prima cosa gioverà: secondare possibilmente l’inclinazione dei giovani nella scelta dell’arte o mestiere; provvedere abili ed onesti maestri d’arte, anche con sacrificio pecuniario, affinchè nei nostri laboratori si possano compiere i vari lavori con perfezione. È necessario inoltre che il Consigliere Professionale e il Maestro d’arte dividano, o considerino come divisa, la serie progressiva dei lavori che costituiscono il complesso dell’arte in tanti corsi o gradi, per i quali facciano passare l’alunno, così che questi, dopo il suo tirocinio, conosca e possieda completamente l’esercizio del suo mestiere ». Si parla quindi del tempo necessario per l’apprendimento dell’arte: « Non si può determinare la durata del tirocinio, essendo che non tutte le arti richiedono ugual tempo per apprenderle; ma per regola generale può fissarsi a cinque anni ».

 Riguarda particolarmente la formazione artistica degli artigiani la seguente deliberazione: « In ogni casa professionale, nell’occasione della distribuzione dei premi, si faccia annualmente un’esposizione dei lavori compiuti dai nostri alunni, ed ogni tre anni si faccia un’esposizione generale a cui prendano parte tutte le nostre Case di Artigiani ». Inutile dire che le mostre professionali e agricole salesiane sono tutt’oggi in grande onore presso i figli di Don Bosco.

 Nel medesimo Capitolo Generale si promuoveva inoltre l’emulazione degli allievi, e si procurava di stimolarli alla perfetta esecuzione dei lavori, con un provvedimento speciale inteso a dare settimanalmente ai giovani due voti distinti, uno pel lavoro e uno per la condotta, e a distribuire il lavoro a cottimo, stabilendo un tanto per cento ai giovani, secondo un sistema approvato dalla Commissione incaricata. Quanto poi alla casa degli Ascritti Artigiani, si stabiliva: « Sia ben fornita di materiale occorrente a perfezionarsi nelle diverse professioni ed abbia i migliori capi artisti salesiani » (68).

 L’educazione estetica promossa da Don Bosco nel campo professionale culminò in quella magnifica presentazione dell’arte del libro che volle fare ai benefattori e ammiratori dell’Opera sua nell’Esposizione Nazionale di Torino del 1884. Egli aveva messo in mostra nella galleria per la didattica e la libreria, dove figuravano i prodotti delle arti grafiche, ben mille volumi d’ogni sesto e qualità, e saggi di disegno e di quanto si riferiva a scuole elementari, tecniche e ginnasiali: il tutto in scansie di elegante struttura, dove spiccavano preziose legature.

Ma poi, in un intero padiglione di 55 metri di lunghezza per 20 di larghezza, collocò e mise in azione tutto il macchinario necessario per la produzione del libro. Il suo intendimento era di dare una dimostrazione pratica del molteplice lavoro richiesto dalla produzione materiale del libro. Ora, qui, la curiosità del pubblico assisteva al graduale processo per cui, da un mucchio di cenci, si arrivava alla confezione del volume.

Oltre a una nuova macchina per la fabbricazione della carta, che produceva circa dieci quintali di carta al giorno, vi figurava il magnifico complesso d’altre macchine della cartiera, tipografia e legatoria, e soprattutto si vedevano i giovanetti addetti all’apprendimento: il successo fu straordinario (69).

Già il Regio Provveditore agli Studi, nel 1870, invitando la Direzione della tipografia salesiana a partecipare alla mostra didattica di Napoli, aveva dichiarato che, fra gli editori di Torino, Don Bosco teneva un posto distinto e che il suo nome figurava «a buon diritto tra coloro che onorano la nobilissima delle arti moderne» (70).

Si resta compresi di ammirazione e stupore ancor oggi, quando si pensa al lavoro compiuto da Don Bosco e dai suoi figli in questo campo.

Egli aveva detto al futuro Pio XI, suo graditissimo ospite all’Oratorio nel 1883, che, specialmente nell’arte del libro, intendeva « essere all’avanguardia del progresso» (71). E il grande Pontefice, rievocando, dopo mezzo secolo, quella visita, diceva: « Don Bosco con l’intuito del veggente scorse e sentò di quale decisivo ausilio fosse l’arte tipografica ed editoriale ai nostri giorni per l’apostolato e l’educazione cristiana» (72).

4.            La musica e lo spettacolo come mezzi di educazione estetica. a) La musica.

Per l’educazione estetica dei suoi alunni Don Bosco si servò in larga misura, forse come nessun altro educatore prima di lui, della musica.

Fin da bambino si era esercitato nel canto; più tardi a Castelnuovo aveva imparato a suonare una spinetta, e poi il violino. Si perfezionò in seguito nella musica esercitandosi sopra un vecchio cembalo (73) e riuscendo ad accompagnare durante le funzioni.

Per la mancanza di musica adatta alla capacità dei giovani, fece qualche composizione che servisse allo scopo, ma senza pretese e senz’ombra di ambizione.

Si distinse pure nel canto gregoriano. Fatto sacerdote, fu lui il primo maestro dei giovanetti dell’Oratorio, introducendovi la novità dei cori collettivi di voci giovanili.

Indubbiamente egli era stato dotato da natura di un vivo senso artistico musicale; ma più che altro è da avvertire che, profondo conoscitore dei giovani, aveva notato quale salutare efficacia esercitasse la musica sull’animo loro. D’altronde essa era pure suscitatrice feconda di quell’allegria che egli voleva quasi cielo ridente sulla vita di famiglia dei suoi Istituti.

Il culto della musica doveva poi riuscire uno dei distintivi delle sue case, anzi un elemento necessario alla loro vita.

Al principio ebbe cooperatori valenti (74), pei quali la maggior difficoltà consisteva nel nuovo metodo d’insegnamento praticato da Don Bosco. Egli non faceva la scuola ai singoli separatamente, ma collettivamente. Anzi diversi maestri di musica, desiderosi di conoscere come si svolgesse la scuola fatta da Don Bosco, venivano ad assistervi.

Egli vagheggiava grandi masse di voci come spontanea espressione della preghiera e del fervore del popolo cristiano. «In tal modo — egli diceva — i fedeli troveranno in Chiesa quelle attrattive di cui tante belle cose lasciarono scritte gli antichi, e segnatamente Sant’Agostino» (75).

Per lui sarebbe stata la cosa più gradita udire una Messa in canto gregoriano eseguita nella Chiesa di Maria Ausiliatrice da mille voci divise in due cori. Appena ebbe giovani interni, egli stesso faceva la scuola di canto gregoriano ogni sabato, per far eseguire bene i canti della domenica. Era anche il suo spirito sacerdotale che lo portava ad amare, anzi a prediligere questo canto liturgico per eccellenza, che non voleva eseguito comecchessia. Si era ben lungi dalla perfezione odierna; ma le esecuzioni promosse da Don Bosco segnavano già un certo progresso rispetto a quei tempi e soprattutto erano una pratica affermazione di principio.

Lo studio della musica all’Oratorio era in servizio della Chiesa. Per animare questo insegnamento ottenne da Pio IX particolari indulgenze ai maestri e agli scolari (76).

Lo scopo di Don Bosco nell’educazione artistica era sempre la formazione morale e religiosa dei suoi giovani ed il bene delle anime in generale. Cosò si spiega come egli conducesse nelle diverse parrocchie della città e dell’archidiocesi, c a volte anche più lontano, i suoi giovani cantori, per dimostrare come il canto gregoriano e la musica potessero contribuire efficacemente al bene della Religione, attirando i fedeli alla Chiesa.

Infatti, mentre questi correvano ad ascoltare le melodie musicali, potevano al tempo stesso nutrirsi della parola di Dio, die illumina e guida verso il fine dell’uomo. Fino allora sulle orchestre eransi sempre udite voci robuste di uomini adulti: ora invece canti assolo, duetti e cori di voci giovanili, davano ai fedeli l’impressione di un canto d’angeli e quelle voci bianche toccavano più sensibilmente le fibre del cuore umano. D altronde l’amor proprio dei ragazzi onestamente soddisfatto, le passeggiate che essi sospiravano per giungere alla méta prefissa, le merende ed anche i pranzi che erano apparecchiati nelle parrocchie ove si recavano, facevano dimenticare ogni fantasia meno buona (77).

Nessuno poteva essere eletto cantore, se non era di esemplare condotta, di bella voce e di buona sanità (78)., Volendo poi che i cantori fossero una predica vivente nei luoghi ove andavano, stabilì che appartenessero anche al Piccolo Clero (79).

Sin dalla fondazione della prima scuola di canto, per dimostrare il pregio nel quale teneva la musica, il giorno in cui si celebrava la festa di Santa Cecilia, invitava a pranzo e faceva sedere alla sua tavola i primi cinque o sei giovanetti cantori di migliore abilità e condotta; pratica che amò continuare per molti anni (80). In seguito, per prevenire abusi e disordini, fissava tassativamente quanto si doveva dare ai giovani musicisti in determinate solennità (81).

In tutti gli atti di Don Bosco splende sempre di viva luce l’educatore che ha perennemente dinanzi il fine ultimo dell’uomo. Per questo diceva al chierico Vacchina: «Anche la musica serve a educare! »(82).

Nelle esecuzioni, curava e faceva curare moltissimo l’espressione, volendo giustamente che il canto fosse la manifestazione esterna d’un sentimento interno di fede e di amore a Dio.

Pei giovani musicisti inseriva nel primo Regolamento dell’Oratorio festivo queste avvertenze: «Ai cantori è caldamente raccomandato di guardarsi dalla vanità e dalla superbia, due vizi assai biasimevoli, che fanno perdere il frutto di ciò che si fa, e producono inimicizie tra compagni. Un cantore veramente cristiano non dovrebbe mai offendersi, nè avere altro fine se non lodare Iddio, ed unire la sua voce a quella degli Angeli, che lo benedicono e lo lodano in cielo» ( (83). Nel Regolamento degli Allievi (Capo IV, Contegno in chiesa) ribadisce la stessa cosa dicendo: «Non sia mai che apriate la bocca solo per far pompa della vostra voce; pensate invece che col canto divoto lodate Iddio, e alla vostra voce fanno eco gli Angeli del Cielo. »

Però si avverta che Don Bosco voleva la musica non solo a decoro delle funzioni sacre, ma anche per allietare i teatri, le accademie, le ricreazioni. Insomma le armonie della musica, sia. vocale che strumentale, dovevano giocondare gli spiriti perennemente.

Un giorno, trovandosi a Marsiglia, venne a visitarlo un religioso che aveva fondato in una città della Francia un Oratorio Festivo, e gli chiedeva se approvasse la scuola di musica fra i divertimenti dei giovani, e prese a narrargli tutti i vantaggi che dalla musica potevano trarsi per l’educazione, l’occupazione, la ricreazione dei giovani.

Don Bosco ascoltò approvando; e rispose: «Un Oratorio senza musica è un corpo senz’anima». « Ma, — il religioso soggiunse, — la musica porta i suoi inconvenienti e non piccoli! ». E quindi parlò della dissipazione alla quale induce taluni, del pericolo che i giovani vadano a cantare o suonare nei teatri e nei caffé, nei balli, nelle dimostrazioni politiche e via dicendo.

Don Bosco udì tutto senza dire parola, e poi recisamente rispose: « E’ meglio l’essere o il non essere? Un Oratorio senza musica è un corpo senz’anima! » (84).

D’altronde, per prevenire tra gli allievi del canto e della banda alcuni dei mali indicati, Don Bosco aveva inserito nel Regolamento delle sue scuole diurne e serali quest’articolo: «Da ogni allievo musico si esige formale promessa di non andare a cantare nè a suonare nei pubblici teatri nè in altri trattenimenti in cui possa essere compromessa la Religione od il buon costume » (85).

Voleva poi che i cantori fossero applauditi, ed eventualmente compatiti nelle loro esecuzioni.

Trovandosi a Marsiglia, l’abate Mendre vicecurato di San Giuseppe, gli stava a lato durante un trattenimento. I musici ogni tanto facevano qualche stecca. L’abate, assai competente di musica, scattava. Dopo varie di queste impazienze, Don Bosco gli sussurrò all’orecchio in francese: « La musica dei ragazzi si deve ascoltare col cuore e non colle orecchie! ». Infinite volte il Mendre gustò di ripetere la sapiente sentenza, rifacendo simpaticamente il tono con cui era stata proferita (86).

Don Bosco, persuaso che il canto e la musica fossero da annoverarsi tra i segreti di una buona riuscita nell’educazione (87), dava sempre alla musica vocale il primo posto anche negli Oratori festivi (88), cercando cosò di rendere più amene che fosse possibile le adunanze domenicali.

Durante il periodo del suo insegnamento riuscì a far imparare Messe, laudi, canti sacri, ascoltatissimi ovunque i giovani si recassero (89). Quando poi le sue occupazioni non gli permisero di continuare quella scuola, l’affidò man mano ad altri. Egli però continuò a sorvegliarla, perchè gli premeva soprattutto formare nel modo migliore coloro che avrebbero continuato e perfezionato l’opera sua.

La stessa autorità municipale di Torino assegnò a Don Bosco un premio di mille lire per l’ardore col quale promuoveva la musica vocale e istrumentale (90).

In seguito egli commise l’incarico della scuola di musica e di canto al chierico Giovanni Caglierò, ponendolo al tempo stesso sotto la guida di valenti maestri perchè si formasse nelle differenti materie di quell’arte (91).

Il Caglierò aveva doti eccezionali per la musica, e specialmente per la composizione e l’insegnamento. Scrisse infatti parecchie romanze; Io stesso Verdi ebbe parole di alta lode pel Figlio dell’Esule e Lo Spazzacamino. La musica sacra da lui scritta fu per molti anni eseguita in parecchi luoghi. Nell’Oratorio poi aveva suscitato tra i giovani vero amore alla musica, affinandone il senso artistico. A lui, partito missionario per l’America, successe il Maestro Dogliani, che si distinse per l’abilità eccezionale di formare grandi masse musicali tra i giovani. La tradizione di quei primi si diffuse, insieme alle opere salesiane, in tutte le parti del mondo.

Frattanto la musica sacra ebbe la riforma voluta dalla Chiesa, affinchè rispondesse meglio ai suoi fini. Le scuole di canto create da Don Bosco e dai suoi figli si fecero centri d’irradiamento delle nuove melodie. òà doveroso segnalare tra i migliori propagandisti e compositori del nuovo indirizzo musicale sacro Don Carlo Baratta. Don Matteo Ottonello, Don Giovanni Grosso, Don Giovanni Pagella, Don Raffaele Antolisei, per nominare solo alcuni defunti.

Darà ancora un’idea di quanto abbia fatto Don Bosco per l’educazione estetica dei suoi giovani, un accenno di sfuggita all’imponente esecuzione musicale che ebbe luogo per la consacrazione della Chiesa di Maria Ausiliatrice il 9 giugno del 1868.

Vi presero parte oltre 400 giovani cantori con molti maestri di canto e dilettanti della città  : alle prove intervennero i più distinti maestri di musica di Torino. L’esecuzione della Messa e della celebre antifona Sancta Maria succurre miseris, cantata da tre cori distinti, superò ogni aspettazione e fu un avvenimento artistico di grande risonanza (92).

b) Il teatrino. 1) Sua origine e sviluppo all’ Oratorio.

Don Bosco si distinse nel rendere pratico e fine il gusto dei suoi allievi anche per mezzo delle cosiddette tornate o accademie letterarie e del teatrino. Ne faremo qualche cenno.

Il 24 giugno 1847 (si era proprio agli inizi della dimora stabile a V aldocco) segnò una data memorabile per i giovani di Don Bosco. L’Arcivescovo di Torino Mons. Fransoni aveva accettato di buon grado l’invito a cresimare i birichini di Valdocco ed aveva promesso che vi avrebbe inoltre celebrata la Messa e distribuita la Comunione. La notizia riempì tutti di indicibile gioia, e i preparativi, per rendere la festa più splendida che si potesse, divennero febbrili. L’accoglienza fatta all’illustre Prelato fu quanto mai cordiale. Appunto in quella circostanza l’Arcivescovo, entrato nell’umile Cappella e alzatosi a parlare, s’avvide che colla punta della mitra dava nel soffitto, e, sorridendo, esclamò sottovoce: «Bisogna usare rispetto a questi giovani e predicare loro a capo scoperto». E così fece.

Dopo la Messa —seguita dalla colazione, offerta ai giovani dall’Arcivescovo, — si svolse una festicciola in onore del Prelato. Si lessero componimenti in versi e in prosa, si recitò un grazioso dialogo, ed ecco finalmente comparire il celebre Caporale di Napoleone. Questi procurò una sì amena ricreazione, che l’esimio Prelato ebbe poi ad affermare di non aver mai riso tanto in vita sua (93). Possiamo dire che allora nasceva il teatrino salesiano, il quale però avrebbe preso consistenza solo due anni dopo, nel 1849, per il maggior impulso datogli dal Santo.

Scrive Don Lemoyne che in quell’anno «fu il suo ardente amore alla bella virtù che diede origine al teatrino per gli allievi interni dell’Oratorio» (94). Si noti l’alta finalità che ne determinò l’origine.

Al principio, il giovanetto Carlo Tomatis s’ingegnava a fare i burattini, servendosi di una testa di Gianduia. Più tardi il Marchese Passati regalò un teatrino di marionette, e il buon Tomatis, aiutato da Don Chiappero, divertiva gli spettatori con burle e motti piacevoli. Cosò fino al 1851. S’incominciò allora un tentativo di palcoscenico improvvisato, sul quale recitavansi commediole e farse.

Dal 1858 al 1866 il teatrino si faceva nel refettorio sottostante alla Chiesa di San Francesco di Sales, e, proprio in quegli anni e in quel modestissimo locale, si recitarono le famose commedie latine che attrassero all’Oratorio il fior fiore della cittadinanza torinese.

La commedia intitolata Minerval, del Padre Palumbo, fu rappresentata Pii aprile 1861 con tal successo che si volle il bis. Vennero in seguito le applaudite commedie latine del professore Don Francesia.

Basta l’accenno a questa audace impresa per capire con quanta serietà ed efficacia si adoperava Don Bosco a formare il senso estetico dei suoi alunni.

Quando poi il suddetto locale non potè più contenere il numero crescente dei giovani e degli invitati, s’incominciò a preparare il teatrino nell’ampia sala di studio.

Le accademie si facevano all’aperto, in cortile. Particolare carattere rivestivano le accademie per l’onomastico di Don Bosco, allietate dalle trovate c dai canti del celebre Gastini, che si compiaceva di chiamarsi il Menestrello di Don Bosco. L’ultima, cui prendesse parte il buon Padre, fu quella del 1887, nella Festa di San Giovanni Battista.

In tale occasione egli manifestò il desiderio di costruire un locale destinato esclusivamente al teatrino; ma ciò non potè effettuarsi che nel 1894 dal suo primo successore Don Rua. L’inaugurazione avvenne all’Epifania del 1895 con la recita della Casa della Fortuna, scritta dallo stesso Don Bosco e rappresentata la prima volta nella festa di Santa Cecilia del 1864.

Ci parvero necessari questi cenni storici sull’origine del teatrino salesiano perché, attraverso il suo svolgersi, noi veniamo a conoscere sempre meglio il pensiero pedagogico di Don Bosco rispetto al teatro. Tale pensiero noi lo troviamo fissato nel piccolo Regolamento del teatrino, tracciato nel 1877 dallo stesso Don Bosco e presentato al Primo Capitolo Generale in quel medesimo anno. L’argomento è diviso in quattro parti e vi si tratta del teatrino, della materia adatta, delle cose da escludersi, dei doveri del capo-teatrino.

 E’ da notarsi che Don Bosco, uomo eminentemente pratico, non s’indugiò sulla questione tante volte sollevata, se cioè il teatro fosse un bene o un male. Egli era convinto che avviene pel teatro come per tante altre cose umane, che sono buone o cattive a seconda del fine che uno si propone e dei mezzi adoperati per raggiungerlo.

D’altronde anche la storia del teatro in generale ci parla delle varie sue mutazioni, poichè esso manifestò a volte un carattere religioso, altre volte un carattere patriottico, ed anche un carattere didattico, quale palestra per la formazione estetica. Nella maggior parte dei casi fu un passatempo, che disgraziatamente, soprattutto con la commedia satirica, degenerò in laidezze che nuocevano ai costumi. Purtroppo anche le laudi drammatiche ed evangeliche, e gli atti sacramentali a sfondo essenzialmente spirituale e religioso, non sempre corrisposero alla loro finalità  .

Presentemente poi ognuno sa quanto sia il male che, malgrado nobili tentativi in contrario, ha diffuso e diffonde il teatro. Noi non possiamo ammettere che si sacrifichi la morale all’arte scenica e seguitiamo a credere con Don Bosco che oggetto del teatro debba essere l’elevazione e santificazione della vita. Egli nella breve prefazione al suo lavoro Una disputa tra un avvocato e un pastore protestante scrisse queste parole:«Credo che sia facile rappresentare questo dramma tanto nelle città quanto nei paesi di campagna, e che, mentre la verità e l’intreccio delle cose renderanno piacevole il trattenimento, l’errore verrà pure manifestato e la verità conosciuta a maggior gloria di Dio, a vantaggio delle anime e a decoro della nostra santa cattolica Religione» (95).

Così intese Don Bosco il teatro, e cosò appunto egli si esprime all’inizio del Regolamento: Il teatrino, fatto secondo le regole della morale cristiana, può tornare di grande vantaggio alla gioventù, quando non miri ad altro, se non a rallegrare, educare e istruire i giovani più che si possa moralmente(96).

2) Scopi del teatrino.

1) Rallegrare. Il teatro deve servire anzitutto a rallegrare i giovani. Il 30 gennaio 1871 Don Bosco diceva ai Direttori dei suoi Istituti: « In ogni Casa di educazione, o bene o male, bisogna ´che si reciti, perchè questo è anche un mezzo per imparare a declamare, per imparare a leggere con senso; e poi, se non c’è questo, pare che non si possa vivere» (97).

Se il divertimento era già importante ai tempi di Don Bosco, come d’altronde lo fu in ogni tempo, ben possiamo dire che dalla società moderna è considerato necessario come il pane. Non è più un semplice desiderio, ma una frenesia di divertimenti. E’ uno sviamento e una aberrazione contro cui bisogna reagire, pur riconoscendo che, sventuratamente, ci troviamo dinanzi a una triste ma ineluttabile realtà  .  E’ questo il motivo per cui, pressochò© in tutte le nazioni, sorgono comitati, non solo di cattolici, ma anche di altre confessioni religiose, i quali si prefiggono Io scopo di moralizzare il divertimento.

Don Bosco, quasi presagendo le tristi conseguenze di questa frenesia, anziché indugiarsi a . lamentare i disordini, si preoccupò di eliminarli in ragione delle sue forze, e di rallegrare i giovani secondo le regole della morale cristiana.

2) Educare. «I Direttori — egli scrive — si ricordino che il teatro deve servire di sollievo e di educazione per i giovani, che la Divina Provvidenza invia alle nostre Case» (98).

Con queste parole Don Bosco fissava il secondo, e, vorremmo dire, il precipuo scopo da raggiungere per mezzo del teatrino. Educatore e Fondatore di Famiglie Religiose destinate all’educazione, voleva che tutto servisse a cosò nobile scopo. Il teatrino fu da lui considerato come parte integrante del suo sistema educativo: ed era tanto convinto di ciò che non disdegnò di dedicare al teatrino parte della sua attività di scrittore. Anzi creò a tal fine la «Collana drammatica» nella quale figuravano, tra gli altri lavori di polso, quelli del nostro valente Don Lemoyne.

Lo spirito di quei lavori dovrebbe servire sempre a noi di esempio circa il modo di comporre per le nostre scene.

La casa della fortuna, scritta dallo stesso Don Bosco, è una produzione potentemente educativa. In essa la parola semplice, pervasa di grazia e di freschezza, ci presenta sempre la morale viva e trionfante.

Conoscitore dei cuori, Don Bosco si sforzava di migliorarli anche quando li inondava di gioia serena, liberandoli dalle funeste conseguenze del teatro perverso. Il vizio non si corregge colla rappresentazione del vizio; avverrà anzi il rovescio. Noi sappiamo con quale veemenza il Crisostomo ed altri santi Pastori ed Educatori si scagliavano contro le luride rappresentazioni dei loro tempi. Essi dicevano che la gioventù educata fra questo luridume diventa più infame di qualunque fiera. E di conseguenza Don Bosco volle per i suoi figli un teatro che alla piacevolezza unisse l’idea morale. «Si diano pure commedie — diceva — ma cose semplici, che abbiano una moralità» (99).

Naturalmente, affinchè una rappresentazione sia morale, quale la intendeva Don* Bosco, non basta che contenga qualche espressione religiosa o alcuni sentimenti onesti, mentre l’intreccio rimane del tutto alieno, se pure non è contrario, più o meno velatamente, alla morale cristiana. E’ necessario che tutta l’azione scenica abbia una vera e propria impostazione in senso cristiano, — ossia ‚ per applicare alle composizioni teatrali ciò che San Giovanni Bosco raccomandava a Don Lemoyne per la prosa storica — «la morale sia come impastata nel racconto, e non come materia separata» (100).

3) Istruire. Il terzo fattore del teatro voluto da Don Bosco è l’istruzione. Lo dimostrò pratica-mente quando fece rappresentare sul palcoscenico la sua commedia in 3 atti II sistema metrico decimale. Il celebre pedagogista. Ferrante Aporti, che assistette alla rappresentazione, ne fu ammirato e disse: «Don Bosco non poterà immaginare un mezzo più efficace per rendere popolare il sistema metrico decimale: qui lo si impara ridendo» (101). Lo stesso dicasi della già citata Disputa tra un avvocato e un pastore protestante, che si aggirava intorno alle verità della Fede.

Don Bosco però non si accontentava di fissare in forme generiche le finalità del teatrino. Avviene troppe volte, ed egli lo sapeva, che nonostante la bontà dei principi, se ne possono dedurre conseguenze meno rette, o farne applicazioni errate. Per ovviare a questo inconveniente egli scese ai più minuti particolari, che manifestano, non solo l’alto suo senso morale, ma anche quell’illuminata praticità che d’ordinario è la chiave del successo nelle imprese.

3) La materia, del teatrino.

Il teatro doveva, secondo il nostro Padre, raggiungere il fine per cui era stato istituito, e poichè esso è a vantaggio dei giovani, voleva composizioni semplici, morali e brevi (102).

La materia dunque dev’essere anzitutto semplice, cioè proporzionata alla intelligenza e alla capacità dei giovani. Certi drammi a tesi filosofiche o sociali, infarciti di ragionamenti astrusi che si prestano anche a essere fraintesi, non sono certamente materia adatta per i nostri teatrini.

Egli voleva che non si tenesse gran conto degli esterni, che eventualmente fossero invitati alle nostre rappresentazioni. Queste devono servire d’istruzione e ricreazione agli alunni, e perciò il contenuto dev’essere alla portata dei medesimi. Gli invitati e gli amici che sogliono intervenire, rimangono sodisfatti e contenti vedendo come nei nostri Istituti si cerca in tutto la formazione, il gusto e l’utilità dei giovani educandi : « Non è più teatrino, ma un vero teatro —  lamentò una volta il nostro Padre. E proseguiva: —  Nè io intendo che i nostri teatrini diventino spettacoli pubblici, in modo da far arrabbiare quelli che non possono venire, e da cercare in ogni modo di aver dei biglietti di entrata» (103).

In secondo luogo la cosa che maggiormente preoccupava Don Bosco era che il teatro fosse eminentemente morale. Una buona recita può valere quanto e forse piu di una predica: e perciò — come diceva Don Bosco — « non s’abbiano a vedere di quelle scene che indurir possono il cuor dei giovani o far cattiva impressione sui delicati lor sensi» (104). Nel suo pensiero il teatro doveva essere specchio di virtù e cattedra di verità  , e non già un saggio di psichiatria introspettiva, e meno ancora un’avventura di ladri e di briganti: gioia egli voleva per gli occhi, e nutrimento per lo spirito dei giovani spettatori.

Era sua norma che la nausea del vizio è meglio destarla proponendo la bellezza della virtù . Per questo scriveva: « Si devono escludere le tragedie, i drammi, le commedie, ed anche le farse in cui viene vivamente rappresentato un carattere crudele, vendicativo, immorale, sebbene nello svolgimento dell’azione si abbia di mira di correggerlo ed emendarlo». E ne dà la ragione: «Si ritenga che i giovanetti ricevono nel loro cuore le impressioni di cose vivamente rappresentate, e difficilmente si riesce a farle dimenticare con ragioni o con fatti opposti» (105).

Chi è vissuto tra i giovani sa capire l’alta sapienza di questa considerazione. Purtroppo essi subiscono più fortemente l’impressione dell’atto malvagio che non l’antidoto dell’azione virtuosa.

Per lo stesso motivo Don Bosco vuole che « i duelli, i colpi di fucile e di pistola, le minacce violente, gli atti atroci, non facciano mai parte del teatrino» (106). E’ risaputo che tutto ciò che è violento, anziché educare, turba l’animo del fanciullo. L’educatore attento potrà rendersi conto di ciò, osservando i ragazzi nei giorni successivi a una recita in cui spiccarono caratteri violenti. Anche i più piccini cercheranno di riprodurre al vivo le scene e le mosse più tragiche, ripetendo financo frasi e parole ingiuriose o volgari uscite dalle labbra degli attori.

Come ben si vede, nulla sfugge all’intuito profondamente pedagogico di Don Bosco: egli vuole il teatro essenzialmente formativo, e non lo avrebbe mai concepito puramente come un diversivo amorale, come suol dirsi. Senza voler scendere a discussioni, pensiamo con Don Bosco che non è possibile togliere a una rappresentazione teatrale ogni efficacia morale. Come non esiste praticamente la scuola neutra, cosò neppure esiste il teatro amorale.

Già ai tempi di Don Bosco erano in uso le cosiddette riduzioni, le quali avevano lo scopo di sopprimere dal testo teatrale le scene o le frasi sconvenienti, e soprattutto di cambiare o di togliere le parti affidate a persone di sesso diverso. Egli però non approvava questi sistemi. In una circostanza fu ridotto e rappresentato all’Oratorio Gelindo o La Natività di N. S. Gesù Cristo. Gli inconvenienti furono tali che Don Bosco non lo permise mai più (107).

Certi adattamenti — o perchè non manca a volte chi ne conosca l’intreccio originale e ne renda edotti i compagni, oppure perchè nella maggior parte dei casi la soppressione lascia supporre chissà che cosa — sono grandemente dannosi. E’ poi risaputo abbastanza che certe cose e certi personaggi si tolgono dal contesto ma rimangono sulla scena, oppure, ciò che può esser peggio, tra le quinte.

Don Bosco su questo punto era cosò severo che, essendo stato invitato ad assistere, in un Istituto diretto da religiosi, a una rappresentazione teatrale che non era conforme alle norme suesposte, non potè trattenersi dal dire al Superiore: — E ’danno di queste cose? — E alzatosi, abbandonò il teatro (108).

Don Bosco insiste perchè « non sia mai nominato il nome di Dio, a meno che ciò avvenga a modo di preghiera o di ammaestramento: nè vuole che si proferiscano bestemmie o imprecazioni, sia pure con lo scopo di farne poi la correzione. Si evitino pure quei vocaboli che, detti altrove, sarebbero giudicati incivili o plateali» (109).

Pel raggiungimento delle finalità suindicate Don Bosco suggerisce ancora che tra un atto e l’altro, « sia dominante la declamazione di brani scelti da buoni autori, la poesia, la prosa, le favole, le cose facete e ridicole quanto si vuole, purchè non immorali. La musica vocale o strumentale, le parti obbligate, gli assolo, i duetti, terzetti, quartetti, cori, siano scelti in modo che possano ricreare e promuovere ad un tempo l’educazione e il buon costume » (110).

Don Barberis, maestro di pedagogia all’Oratorio, così enumerava gli effetti di una sana rappresentazione: «Il teatro, se le commedie sono ben scelte:

1) E’ scuola di moralità  , di buon vivere sociale e talora di santità  .

2) Sviluppa assai la mente di chi recita e gli dà disinvoltura.

3) Rallegra i giovani, che ci pensano molti giorni prima e molti dopo.

4) E’ uno dei mezzi potentissimi per preoccupare le menti. Quanti cattivi pensieri e cattivi discorsi allontana, richiamando ivi tutta l’attenzione e tutte le conversazioni!

5) Attira molti giovani ai nostri Collegi poichè durante le vacanze i nostri allievi raccontano ai parenti, ai compagni, agli amici, l’allegria delle nostre Case» (111).

E’ evidente che l’esercizio della memoria e l’apprendimento di scelti brani giovano alla formazione intellettuale e artistica degli alunni. Quando poi i componimenti sono fatti dagli allievi stessi che si presentano a recitarli, si ha pure il vantaggio di un potente contributo alla riflessione e alla formazione del carattere, mediante profonde affermazioni, che diventano insensibilmente programma di vita feconda. Infine l’intervento di molti e molti nelle rappresentazioni e declamazioni contribuisce, secondo Don Bosco, a rendere meno superbi i giovani (112).

Stavano tanto a cuore queste recite, e l’esperienza dimostrò essere tanto benefico il loro influsso, che nel Regolamento del teatrino venne inserito questo articolo di grande utilità pratica: « Ogni Direttore e gli altri Superiori sono invitati a mandare all’Ispettore quei componimenti drammatici che possono rappresentarsi secondo le regole sovraesposte. L’Ispettore raccoglierà tutte le rappresentazioni già conosciute, esaminerà quelle che gli fossero deferite, e le conserverà se sono adatte, e ne farà le debite correzioni » (113)

Con questa semplice misura si andò formando la prima collana drammatica, seguita da tante altre in tutte le lingue: e siamo certi che l’osservanza di detta prescrizione servirà ad arricchirle di sempre nuove produzioni.

Anche nelle accademie Don Bosco voleva che la materia non fosse dissimile da quella del teatro.

Nel 1876, in occasione della festa del Patrocinio di San Giuseppe, gli artigiani fecero un’accademia, in cui l’elemento morale dava l’intonazione a ogni dialogo e sentimenti cristiani sbocciavano qua e là ad affiorare il discorso. Don Bosco ne rimase cosò sodisfatto che, nel suo discorsetto di chiusura, disse, come raramente diceva: «Vorrei che di queste accademie con simili dialoghi se ne facessero tutti i giorni. Io, potendo, verrei ad assistervi ogni volta. Ne sono tanto contento che nulla più . Fatene, fatene ancora, che io mi procurerò il piacere di trovarmi fra voi». Indi raccomandò al Direttore Don Lazzero che quei dialoghi fossero conservati, per ripeterli altrove (114).

Parlando della sodisfazione provata in circostanze simili il cronista aggiunge questo commento: «Mi persuasi di due cose: che questa specie di accademie religiose ben preparate possono essere bellissime, istruttive, e al tempo stesso produrre un bran bene morale ai giovani» (115).

Infine Don Bosco esige che le composizioni teatrali siano brevi. Egli fa notare che la troppa lunghezza dei drammi o delle composizioni, « oltre al maggior disturbo delle prove, generalmente stanca gli uditori, e fa perdere il pregio della rappresentazione, e cagiona noia anche nelle cose stimabili» (116).

«Il bello e la specialità dei nostri teatrini consiste nell’abbreviare gli intervalli tra un atto e l’altro e nella declamazione di composizioni appositamente preparate o ricavate da buoni autori» (117).

Noteremo per ultimo che il santo Educatore insiste che si prepari il palco alla vigilia della recita, « in modo che non abbiasi a lavorare nel giorno festivo» (118), con poca edificazione da parte degli alunni.

4) Cose da escludersi

Ma il pensiero pedagogico di Don Bosco rispetto al teatrino appare anche dalle norme da lui stabilite sia per gli attori che per gli spettatori, e raccolte in due capitoli intitolati: «Cose da escludersi» e «Doveri del Capo del Teatrino». Dovendo le recite essere un mezzo pedagogico, egli anzitutto vuole che possano effettivamente servire di stimolo e di premio.

Tutti sanno come sia vivo nei giovani il desiderio di recitare. Orbene dice Don Bosco: «Tra i giovani da destinarsi a recitare si preferiscano i più buoni di condotta, che, per comune incoraggiamento, di quando in quando saranno surrogati da altri compagni» (119).

Con lo stesso alto senso educativo determinò che si limitasse l’abbigliamento alla trasformazione dei propri abiti, o a quelli che già esistono nelle rispettive case o che fossero da taluni regalati (120). Gli abiti troppo eleganti lusingano l’amor proprio degli attori, ed eccitano i giovanetti a recarsi nei pubblici. teatri per appagare Ja loro curiosità  . Il capo-teatrino sia poi rigoroso nell’adottare vestiari decenti (121).

Udimmo dal Servo di Dio Don Rinaldi che, essendo egli Direttore del nuovo Istituto di Sali Giovanni Evangelista in Torino, per la miglior riuscita di uno spettacolo teatrale, a cui doveva intervenire il Card. Alimonda, si credette bene di prendere a nolo da un teatro pubblico vestiari veramente ricchi ed eleganti. Don Rinaldi osservò che Don Bosco, quando vide i giovani cosò riccamente vestiti, abbassò gli occhi e non li alzò più durante tutto il tempo dello spettacolo.

All’Oratorio restò celebre la rappresentazione dei Tre Re Magi, fatta ancora ai tempi cosiddetti eroici. Siccome si sapeva che Don Bosco non avrebbe autorizzato spese per il noleggio dei vestiti, il buon Tomatis con qualche compagno ricorrendo alle suore del Rifugio e a Parroci, potè avere in prestito alcuni piviali. Quando i Re Magi comparvero sul palcoscenico con i piviali sulle spalle, le risa convulsive degli spettatori non avevano più fine; e Don Bosco tolse d’impiccio i poveri attori ordinando loro di deporre subito quelle sacre vesti (122). Il ricordo dell’ingenua semplicità di quei primi tempi è una lezione salutare per tutti.

Insegna ancora la buona pedagogia che il premio, affinchè abbia il suo effetto salutare, non dev’essere eccessivo. Per questo Don Bosco proibisce che agli attori si facciano altre regalie, oltre il premio della recita stessa.

Secondo il nostro Padre, «il permettere d’imparare la musica, il canto, il suono, di esercitarsi a declamare e simili, deve già riputarsi sufficiente soddisfazione. Se poi alcuno si fosse guadagnato un premio speciale, i Superiori hanno molti mezzi per rimeritarlo condegnamente» (123).

Don Bosco poi considera come sorgente di disordini «le bibite, i confetti, i commestibili, le colazioni o merende, che talvolta si distribuiscono agli attori o a quelli che si occupano degli apparecchi materiali» (124).

«L’esperienza — egli continua — mi ha fatto persuaso che queste eccezioni generano vanagloria e superbia in coloro cui sono usate, invidie e umiliazioni nei compagni che non ne partecipano. A questo si aggiungano altri più gravi motivi, facilmente intuibili, per cui si crede opportuno di stabilire che non siano usate particolarità agli attori, i quali vadano alla mensa e al trattamento comune. Essi devono essere contenti di prender parte alla comune ricreazione o come attori o come spettatori» (125).

E’ veramente mirabile la delicatezza di Don Bosco Educatore, cui nulla sfugge di quanto può contribuire alla formazione degli educandi, secondo la sua massima che il teatrino «deve servire di sollievo e di educazione per i giovani che la Divina Provvidenza invia alle nostre Case » (126).

Riguardo poi agli spettatori, che sono gli alunni, egli inculca la riconoscenza verso i Superiori che s’industriano e si sacrificano per procurar loro una piacevole distrazione. Domanda ad essi compatimento per gli attori, e soprattutto per chi sbagliasse o facesse meno bene. Sempre nel Regolamento per gli Allievi (Capo XV , Contegno nel Teatrino) li esorta a non manifestar disapprovazione o scontento e ad essere invece larghi e generosi nell’applaudire gli attori, i quali si son sottoposti a non lievi fatiche e a perdite di ricreazioni e di sonno per procurare alcune ore liete agli spettatori.

Quando intervengono persone esterne, raccomanda ne sia regolata prudentemente l’entrata, l’uscita e la presenza, in modo da non turbare il buon andamento delle cose.

Don Bosco era convinto che il teatrino potrebbe diventare facilmente un mezzo di perversione, anziché d’educazione, qualora non fosse circondato di tutte le cautele. Per questo stabilisce che durante le prove e le recite sia oculata l’assistenza (127) e che non si permetta la presenza sul palco a coloro che non recitano (128).

La delicata oculatezza di Don Bosco, mentre costituisce una eredità preziosa per i suoi figli, è anche di esempio e di stimolo a chiunque debba occuparsi della gioventù .

c) Il cinematografo.

Parlando del teatro, come elemento di formazione estetica e morale, non si può oggi non dire una parola sul cinema. E’ vero che il cinema non esisteva ai tempi di Don Bosco: noi possiamo tuttavia, alla luce dei suoi concetti pedagogici, vedere se il cinema risponda ad essi e possa considerarsi come mezzo di educazione estetica e morale.

Le persone oneste sono certamente concordi nel dire che, disgraziatamente, il cinema, quale oggi esiste, è nella maggioranza dei casi, strumento di corruzione. Basta leggere i giornali per rendersi conto dell’influenza che esso esercita sugli animi giovanili. Latrocinii, assassini suicidi, furti, fattacci di ogni genere vengono perpetrati da minorenni, corrotti alla perversa scuola del cinema.

Associazioni di padri e madri di famiglia, e gli stessi Parlamenti, invocano un argine contro questa fangosa fiumana che minaccia di travolgere, col pudore della gioventù, le più care speranze dell’umanità  . Dio voglia che i Governi aiutino efficacemente le iniziative e gli sforzi di tutti gli onesti!

Non mancherà forse chi voglia prendere la difesa di certo cinema dicendo che, dopo tutto, si rappresenta al vivo il vizio appunto perchè lo si esecri e fugga. No, il male non bisogna insegnarlo perchè lo si eviti, ma nasconderlo perchè non lo si commetta. C’è poi una passione, la più bassa della nostra natura, con la quale non si lotta, ma dalla quale si fugge. E’ questo l’insegnamento degli educatori, di ogni uomo onesto e dei santi. Diceva in proposito il Manzoni che in noi c’è già troppo fuoco d’amore latente senza bisogno che gli scrittori (e in questo caso, i produttori di films) vi aggiungano l’esca. E poi a causa del peccato originale, è cosò debole e perversamente inclinata la natura umana che, quando il vizio è ben dipinto, tutta la pervade e offusca.

Altri vorrà obiettare che il male esiste e che noi lo abbiamo costantemente sotto i nostri occhi. Ma allora che bisogno c’è di presentarlo ai giovani e agli adulti sotto i colori più smaglianti e con le attrattive più seducenti? òà vero, il male esiste. Ma l’educatore sapiente insegnerà al giovane a rifuggire da esso, perchè non vi si attacchi; lo ammonirà di non scherzare con le fiamme, se non vuole averne bruciate le ali; e soprattutto procurerà  , sollevandolo dal fango che lo circonda, di sublimarlo alle sfere serene del candore.

Cosò insegnava Don Bosco. Questi sono i suoi princìpi, che noi possiamo e dobbiamo mettere in luce e praticare davanti al dilagare del cine corruttore. Nè si dica che certe cose non fanno più impressione. E’ questa anzitutto una menzogna; e poi l’abitudine, non solo non toglie la malizia, ma la rende più degradante.

Don Bosco sapeva, per aver visitato durante lunghi anni le carceri e per aver trattato con i giovani abbandonati nelle vie e nelle piazze, che proprio la perversa abitudine di assistere a certe scene abbassa ogni giorno più il termometro morale, togliendo alla gioventù la fragranza della purezza, la quale è il suo tesoro più ricco, l’ornamento più leggiadro.

Dai princìpi pedagogici di Don Bosco risulta ben chiaro che la vita, alla luce della natura e della Grazia, è qualcosa di ben più grande ed elevato di quel realismo che sventuratamente si risolve in una spudorata ostensione del fango. Dalla lettura del suo Regolamento sul teatrino risulta chiaro che egli non avrebbe mai approvato certi accostamenti di fango e di santità  , certe mescolanze di sacro e di profano, per cui quasi si pretenderebbe che la Religione e la santità debbano servire di pretesto per coonestare l’oscenità  . Per Don Bosco la Religione non è un elemento decorativo: e non avrebbe mai permesso di ridurre la santità a una maschera. I suddetti ibridismi li avrebbe chiamati col loro nome, definendoli una indecorosa profanazione, un insieme di ipocrisia e menzogna per ingannare e corrompere gli incauti. Egli non avrebbe mai permesso che contrasti, impressioni e curiosità malsane, si potessero coonestare poi con una fugace smorfia di pentimento, dopo che, per ore intere di morbosa eccitazione immorale, la fantasia fosse stata stimolata a fomentare i bassi istinti. La smorfia ben tosto va dimenticata, ma permangono gli offuscamenti e i travolgimenti del senso e dello spirito.

Don Bosco avrebbe applicato ai films ciò che, a proposito del teatro, riguarda la riduzione di certi drammi o commedie. Il taglio della pellicola non moralizza certe situazioni equivoche, anche se si tolgono di mezzo le scene direttamente offensive del pudore. E poi, come già si disse per i drammi, i tagli sono troppe volte uno stimolo a curiosità morbose.

Conchiudiamo quest’argomento dicendo che il teatrino, come lo concepì Don Bosco, ha non pochi e non lievi vantaggi sul cinematografo. Soprattutto per ciò che riguarda i giovani attori, il teatrino è un premio, un incoraggiamento, un utile esercizio intellettuale ed artistico, una occupazione veramente formativa.

Pel teatrino poi è assai più facile il controllo della materia, e si può avere anche una compieta sicurezza morale; mentre le pellicole, che anche le case più serie noleggiano come perfettamente morali, riservano troppe ingrate sorprese. Sono note a tutti le precauzioni delle sale cattoliche per accertarsi di un severo controllo morale dei films, perdendosi in ciò molte ore preziose: eppure, anche cosò¨, non mancano tante delusioni e, diremmo, tradimenti.

E’ vero che vi sono pellicole a carattere semplicemente istruttivo e documentario; ma queste, oltre ad essere ancora purtroppo scarse, non rispondono a tutti gli scopi formativi del teatrino. Don Bosco era persuaso che l’uomo è buono, non per quello che sa, ma per quello che fa: ecco perchè col teatrino egli non si limitava a coltivare la mente, premendogli soprattutto d’irrobustire la volontà ed arricchire il cuore.

Questo è certo, che anche Don Bosco, una volta fatto persuaso non potersi più sopprimere il cinema, avrebbe cercato in tutti i modi di limitarlo e migliorarlo, favorendo le iniziative che tendono a cosò nobile scopo.

Il fatto che siano sorti in quasi tutte le Nazioni comitati e società che si propongono la creazione del cinematografo educativo, indica quanto siano giusti i criteri di Don Bosco, ed anche quanto sia grave il male che si lamenta. A questa impresa moralizzatrice e ricostruttrice egli avrebbe stimolato, non solo i suoi figli, ma tutti gli educatori, ai quali stia a cuore la vera formazione della gioventù .

d) La radio.

Taluno vorrà ancora chiedere quale atteggiamento avrebbe preso Don Bosco dinanzi alla radio. Mosso dal suo grande amore alla gioventù, avrebbe anzitutto fatto ogni sforzo per arginare i mali della radio, stabilendo che ne fosse controllato e disciplinato l’uso.

Questo appunto raccomandava Pio XI nell’Enciclica Divini Illius Magisiri con le seguenti notabili espressioni: «Ai nostri tempi si fa necessaria una tanto più estesa e accurata vigilanza quanto più sono cresciute le occasioni di naufragio morale e religioso per la gioventù inesperta, segnatamente nei libri empi e licenziosi, molti dei quali diabolicamente diffusi a vii prezzo, negli spettacoli del cinematografo, ed ora anche nelle audizioni radiofoniche, le quali moltiplicano e facilitano, per cosò dire, ogni sorta di letture, come il cinematografo ogni sorta di spettacoli. Questi potentissimi mezzi di divulgazione, che possono riuscire, se ben governati da sani princìpi, di grande utilità all’istruzione ed educazione vengono purtroppo spesso subordinati all’incentivo delle male passioni ed all’attività del guadagno ». Il motivo principale di questi disordini bisogna cercarlo nella coscienza di chi parla alla radio, la quale non è sempre cristiana; ond’è che la radio non si può ascoltare sempre e da tutti.

Anche Sua Santità Pio XII, il 22 aprile del 1948, denunciava in un messaggio radiodiffuso la responsabilità del criminale che fa della radio uno strumento di corruzione intellettuale e morale, ed esortava chi parla alla radio a portare nell’enunciato di ciò che deve dire quella delicatezza, quella nobiltà di espressione, che gli permetta di farsi comprendere dai grandi, senza destare l’immaginazione o commuovere la sensibilità dei piccoli. Maxima debetur puero reverenti a: si deve al fanciullo il più grande rispetto, diceva il poeta Giovenale. Conciliare questo rispetto con il diritto o il dovere di parlare, ecco il problema che interessa anzitutto i genitori e poi gli educatori.

Don Bosco si farebbe eco dell’appello dei Papi per la salvaguardia della moralità anche nel campo della radio, affinchè non sia causa di tanti traviamenti giovanili. Egli avrebbe esortato i suoi Figli e tutti gli educatori a scongiurare i pericoli della radio, come già quelli del teatro e del cine, con grande vantaggio della moralità e della stessa formazione estetica dei giovani.

Capitolo III.L’EDUCAZIONE INTELLETTUALE

1. L’ingegno di Don Bosco e la sua prodigiosa memoria.

Se notevoli furono le doti fisiche elargite da Dio a Don Bosco, ancor più e, vorremmo dire, del tutto straordinarie, furono le doti intellettuali. Ci scosteremmo dallo scopo principale di questa trattazione se volessimo indugiarci a parlarne; è però doveroso dirne qualcosa, sia pure brevemente e quasi di sfuggita, prima di affrontare il tema della educazione intellettuale.

Pio XI, nel discorso del 20 febbraio 1927 su Don Bosco, intessè mirabilmente le lodi delle straordinarie attitudini intellettuali del nostro Padre: « Forza, vigoria di mente, calore di cuore, luminoso e vasto ed alto pensiero, e non comune, anzi superiore di gran lunga alla ordinaria vigoria di mente e d’ingegno, e proprio anche (cose generalmente poco note e poco notate) di quegli ingegni che si potrebbero chiamare ingegni propriamente detti, l’ingegno di colui che avrebbe potuto riuscire un dotto, il pensatore, lo scrittore» (129).

Sei anni dopo, il 19 novembre 1933, lo stesso Pontefice, dando un rapido sguardo alle cose da lui personalmente vedute e udite, presentò Don Bosco come Una creatura eletta nell’ordine naturale e in quello soprannaturale, «magnifica figura soffusa di molteplici splendori e fatta di molteplici valori, di bontà generosa, di grande ingegno, di intelligenza luminosa, vivida, perspicace, vigorosa, che, anche se si fosse limitata al cammino degli studi e della scienza, certo avrebbe lasciato qualche profonda traccia, come qualche traccia in questo stesso campo ha pur lasciato» (130).

«Don Bosco — disse altra volta — fu certo più uomo di azione che di studio. (Ma) non gli mancava nè un ingegno vasto e vivace nè una grande capacità di lavoro che non lo faceva sgomentare di nessuna impresa» (131).

Di questo suo ingegno Don Bosco diede prova straordinaria (132), scavalcando addirittura le scuole elementari (133) ed abbreviando vari corsi delle scuole medie e superiori. Fu sempre il primo della scuola: il 15 maggio del 1841 subiva l’ultimo esame riportando il plus quarti optime (134).

All´ingegno egli seppe unire sempre un grande amore allo studio. Anche quando lavorava in campagna, teneva un libro aperto, e, appoggiandosi a un tralcio, studiava la lezione (135).

Ed è meraviglioso vedere come egli abbia potuto, in quegli anni, leggere tanti libri, special-mente di classici italiani e latini (136).

Oggi gli studenti che dispongono di tanta dovizia di mezzi per progredire negli studi, apprenderebbero con grande stupore che lo studente Bosco per poter leggere con sua comodità gli autori italiani e latini fece un contratto con un libraio ebreo, di nome Elia, dal quale riceveva in prestito ogni volume della collezione dei classici, pagando un compenso di cinque centesimi per libro (137).

E che diremo della sua prodigiosa memoria? Di essa diede saggi portentosi, ripetendo alla lettera, appena decenne, le prediche udite dalle labbra del suo Cappellano di Murialdo (138).

Iniziato agli studi da quel virtuoso sacerdote, il quale aveva avuto agio di ammirare le sue meravigliose doti, tosto si accorse che per lui leggere era lo stesso che ritenere, perchè ogni cosa gli restava scolpita e indelebile nella mente (139). Lasciò scritto egli stesso: «Quando ero a Chieri, l’attenzione nella scuola mi bastava per imparare quanto era necessario. In quel tempo — aggiunge —io non faceva distinzione tra il leggere e lo studiare» (140). Un saggio del tutto insolito della sua mirabile memoria lo diede appunto a Chieri. Il Professore spiegava la vita di Agesilao scritta da Cornelio Nepote. Giovanni aveva dimenticato il testo a casa. Per non farsi scoprire, teneva avanti la grammatica. I suoi compagni se ne accorsero e incominciarono a sorridere. Il Professore fece allora alzare Giovanni ordinandogli di leggere, di fare la costruzione, e di ripetere la spiegazione del brano che era stato letto.

Giovanni ripetè tutto a perfezione fra lo stupore dei compagni che scoppiarono in un applauso. Il Professore, dapprima sconcertato e poi resosi conto dell’accaduto, disse a Giovanni: «Procurate di servirvi bene della vostra felice memoria» (141).

Restò memorabile la straordinaria prova di memoria a cui lo sottopose il compagno Comollo nel 1837 (142).

Quando venne a capire la bellezza e profondità dei Padri e dei Dottori della Chiesa, lesse molti volumi delle loro opere, come pure parecchi commentari sulla Sacra Scrittura. Prese pure un’esatta conoscenza dei Bollandisti. Si dedicò alla lingua greca ed ebraica, e in particolare alla lettura dei libri storici. Il Testamentino greco lo aveva imparato a memoria, e questa lingua traduceva con grande facilità  . Ancora nel 1886 recitava interi capitoli delle lettere di San Paolo in greco e in latino (143).

Non poche volte parlò egli stesso del gran dono che Iddio gli aveva fatto (144), e del quale egli si servò per formare in seguito i suoi primi col-laboratori dirigendo le loro discussioni scientifiche e letterarie (145).

Se ne valse specialmente per scrivere le vite dei Papi ed altre operette che egli dettava con facilità sorprendente a questo e a quello dei suoi chierici (146). Essa gli rendeva utilissimi servizi: anche a distanza di molti anni ricordava nomi, persone e fatti (147).

Nell’ultimo periodo della sua vita, dopo le udienze di parecchie ore, ricreava i suoi segretari recitando brani dei più famosi classici italiani e latini (148). Aveva una predilezione per Dante, e si era persuasi che lo sapesse tutto a memoria; lo portava sempre nella valigia per sollievo del suo spirito durante i viaggi (149).

A 69 anni egli godeva ancora di questo inestimabile beneficio. Il biografo ci racconta di lui cose veramente fuori dell’ordinario, che egli medesimo potè costatare a Roma e altrove (150).

La stessa attestazione fece il Card. Caglierò, parlando della grande erudizione di Don Bosco nella letteratura italiana, latina e greca (151).

Forte della sua stessa esperienza, il Santo incoraggiava i suoi figliuoli a mandar molte cose a memoria, dicendo: «Se acquisterete svariate cognizioni, avrete un grande aiuto per far del bene specialmente alla gioventù ; ma, senza l’esercizio della memoria, a nulla gioverà averle imparate, perchè troppo facilmente le dimenticherete» (152).

2.            Importanza e fine dell’educazione intellettuale

Con tante doti e con il corredo scientifico preparatosi attraverso un’applicazione allo studio veramente eccezionale, Don Bosco era in grado di affrontare serenamente e con garanzia di successo i problemi dell’educazione intellettuale.

Anzitutto non sfuggì al santo Educatore l’importanza di questo ramo della Pedagogia. Chiamato da Dio a una missione provvidenziale, era naturale che i suoi sforzi, specialmente agli inizi dell’opera sua, fossero dedicati preferibilmente all’insegnamento religioso, che egli fin da bambino aveva saputo impartire in modo del tutto eccezionale ai suoi piccoli, e talora anche già adulti, compaesani.

Continuò l’insegnamento del catechismo durante tutta la sua vita, persuaso che questo apostolato sarebbe stato di grande efficacia per la formazione morale dei giovani e del popolo. Egli riuscì in tal modo uno dei più esperti e più grandi catechisti della Chiesa.

Però, indagatore sagace, fin dai più teneri anni aveva compreso la somma importanza e la necessità di apprendere varie materie, come pure diverse professioni.

Si era agli inizi della campagna che i nemici di Dio avrebbero condotta a fondo servendosi di ogni mezzo per esaltare l’istruzione «scientifica», la quale allora — ed oggi, ancor più decisamente — prescindeva da tutto ciò che trascende la materia, sostenendo perciò i princìpi malsani di quel naturalismo che conduce logicamente all’ateismo.

Erano a lui noti i danni cagionati dalle nuove correnti del suo secolo, le quali praticamente sacrificavano all’istruzione intellettuale la formazione morale. Fin d’allora si pretendeva di distinguere tra istruzione ed educazione fino a scuotere il dovuto equilibrio tra luna e l’altra e a creare cosò degli uomini dalla testa smisuratamente grande ma dal cuore gretto e rattrappito: si rendeva per tal modo vana, tumida e malsana la struttura della formazione intellettuale.

Don Bosco, guidato dal suo intuito profondamente pedagogico, aveva compreso che non vi poteva essere vera istruzione, la quale non fosse al tempo stesso una vera educazione. L’istruzione infatti accompagna di pari passo lo svolgersi ed il compiersi dell’agire umano, il quale deve cominciare sempre con la conoscenza del fine per passare poi a scegliere e ad applicare concretamente i mezzi che conducono al fine stesso.

Questa vigile coscienza del fine educativo, cui deve tendere ogni formazione intellettuale, accompagnò Don Bosco per tutta la sua vita e lo rese instancabile nell’attuazione del suo programma.

La sera del 15 aprile 1885, parlando con un valente avvocato, si soffermava sulla ricerca dei motivi di tante aberrazioni dilaganti. L’interlocutore dava delle spiegazioni piuttosto secondarie; onde il Santo: «No, no, mio buon avvocato. La causa del male è una sola: l’educazione pagana che si dà generalmente nelle scuole. Formata tutta su classici pagani, imbevuta di massime e di sentenze pagane, impartita con metodo pagano, oggi che la scuola è tutto, questa educazione non formerà mai veri cristiani. Ho combattuto tutta la mia vita contro questa perversa educazione che guasta la mente ed il cuore della gioventù . Fu sempre mio ideale riformarla su basi schiettamente cristiane. Per questo ho intrapreso la stampa castigata dei classici latini profani più usati nelle scuole: per questo ho cominciato la pubblicazione di scrittori latini cristiani. Ho mirato a questo con molti avvertimenti dati ai Direttori, maestri e assistenti salesiani» (153).

Don Bosco aveva tracciato a Don Barberis il vero scopo della educazione intellettuale: e cioè abituare l’alunno a percepire, a riflettere, a giudicare e a ragionare rettamente.

Orbene, è notevole lo sviluppo che il primo maestro — vorremmo dire, ufficiale — di Pedagogia nella Società Salesiana, diede, nei suoi Appunti di Pedagogia Sacra, alla educazione intellettuale, seguendo le direttive di Don Bosco. Questi voleva coltivata ed equilibrata tutta l’intelligenza: e ciò, mentre i fautori dell’istruzione laica, ipocritamente chiamata «neutra», si preoccupavano di arricchire l’intelletto degli alunni con molte cognizioni, trascurando poi di formare le giovani menti soprattutto alla riflessione.

Eppure, non l’uomo erudito, ma quello riflessivo e ragionatore porta maggior giovamento alla civile società  . A che servono infatti le molte cognizioni, qualora non siano dovutamente comprese, approfondite, assimilate, e al tempo stesso rettamente orientate? V ’ha di più . Don Bosco, da saggio educatore, mentre s’ingegnava di procurare il debito sviluppo a tutte le attività intellettuali dell’alunno, non dimenticava mai l’alta, divina missione di formare tutto l’uomo, indirizzandolo ai suoi eccelsi destini. Egli stimava essere grave errore il coltivare la sola formazione intellettuale a scapito di quella riguardante anche le altre attività umane, con danno irreparabile per la personalità dell’educando.

L’umana società  , non lo ripeteremo mai abbastanza, ha bisogno di cervelli ben compresi delle vere e altissime finalità dell’uomo: e non di teste ricolme di svariate cognizioni più o meno utili, ma totalmente prive di ciò che maggiormente importa. Forse Don Bosco, nelle sue ripetute conversazioni con l’Allievo, eminente pedagogista di Torino, aveva conchiuso con lui che il buon educatore non deve limitarsi al cranio e al cervello, ma estendersi all’uomo, a tutto l’uomo.

Don Barberis, formato nell’Università Piemontese, non poteva prescindere dall’insegnamento scientifico dei suoi Professori; anzi, delle verità apprese alla loro scuola, egli seppe servirsi per dar vigore al suo insegnamento, appoggiandolo su basi che tenessero nel dovuto conto i nuovi portati della scienza. E così,  nei suoi Appunti, paria dei princìpi fondamentali, delle leggi, dei limiti dell’educazione intellettuale; tratta del buon maestro, delle linee generali della didattica e delle diverse forme d’insegnamento; dedica pure una speciale sezione alla memoria e ai mezzi per esercitarla e rinvigorirla opportunamente.

Tuttavia, formato alla scuola di San Giovanni Bosco, insiste e si preoccupa ancor più perchè l’educazione intellettuale sia impartita, non solo ampiamente, ma, soprattutto, rettamente.

3.            Scuole in funzione di vita.

L’educazione intellettuale, tenuta da Don Bosco in cosò alta stima e presentata alla luce delle migliori tradizioni, doveva comprendere un insieme di norme, di mezzi pratici, di accorgimenti atti a fornire alle menti degli alunni la conoscenza delle lettere e delle scienze indispensabili e convenienti alla loro vita.

Scuola, adunque, i cui risultati dovevano sfociare e rimanere in funzione di vita, e mai da essa disgiunti o ad essa estranei.

Il Santo aveva cominciato l’opera sua didattica ed educativa con la scuola di catechismo: ed è evidentissimo l’influsso di tale insegnamento sulla vita vissuta dell’alunno. Ma, nel pensiero del nostro Padre, anche le scuole serali dovevano migliorare, non solo le condizioni intellettuali, ma anche quelle morali e sociali di tanti poveri manovali e garzoni di bottega, la cui posizione era troppe volte infelice per la loro ignoranza nelle scienze e negli stessi mestieri che esercitavano. Cosò pure le scuole professionali e classiche dovevano essere, secondo le direttive di Don Bosco, in funzione della vita: e lo stesso è a dirsi di quelle agricole e commerciali.

I biografi ci mostrano come le sue scuole erano adatte alla condizione degli alunni, al loro orientamento, alla loro vocazione: tutte quante dovevano gettare fasci di luce sui sentieri della vita percorsi dai giovani, migliorando il presente e garantendo l’avvenire.

Al fin qui detto aggiungeremo ancora una osservazione. Mentre Don Bosco voleva che l’istruzione fosse veramente educativa, non volle mai sostituire la scuola alla famiglia e alla Chiesa.

E’ certo che lo Stato ha nella scuola lo strumento più atto a provvedere alla formazione dei futuri cittadini: e non reca stupore che qua e là abbia modificato la scuola in modo tale da farne quasi un centro di vita famigliare, sociale, morale e religiosa, illudendosi di poter surrogare la famiglia e la Chiesa con la scuola. Questa però è una evidente esagerazione e un fanatismo: è una delle deviazioni di un totalitarismo assai funesto.

La scuola, la vera scuola, deve restare quale ci fu tramandata dalle più sane tradizioni, e cioè palestra d’istruzione in lettere, in scienze ed arti, anzi palestra educativa nel pieno significato della parola: senza tuttavia sostituirsi alla famiglia e alla Chiesa.

4.            Scuole domenicali e serali.

A questo punto è opportuno un breve cenno circa le scuole di vario genere che Don Bosco introdusse man mano all’Oratorio, dimostrando in tal guisa quanto gli stesse a cuore l’educazione intellettuale dei figli del popolo.

Fin da quando era al Convitto Ecclesiastico di San Francesco d’Assisi, egli aveva riconosciuto la necessità d’istruire specialmente certi giovanotti analfabeti, i quali, pur essendo già inoltrati negli anni, ignoravano affatto le verità della Fede.

Per costoro organizzò presto le scuole domenicali e festive.

Interessante il metodo di scuola da lui adoperato con essi.

Per una domenica o due faceva passare e ripassare l’alfabeto e la relativa sillabazione. Di poi prendeva il piccolo catechismo della Diocesi e sopra di esso li faceva esercitare sino a tanto che fossero capaci di leggere una o due delle prime domande e risposte: e queste assegnava poscia per lezione da studiare lungo la settimana. La domenica successiva si ripeteva la stessa materia, aggiungendo altre domande e risposte, e cosò di seguito. In questa guisa egli ottenne che, dopo poche settimane, taluni leggessero e studiassero di per sè intiere pagine della dottrina cristiana.

Per ovviare alla difficoltà di coloro che, per tardo ingegno, dimenticavano lungo la settimana ciò che la domenica avevano imparato, si servò di scuole serali, con le quali istruiva i suoi giovani più profondamente e li teneva lontani dai pericoli nelle ore della sera. Con gare e con premi li innamorava sempre più di tali studi (154).

Dette scuole serali, iniziate dal Santo a Valdocco verso la fine del 1844, vennero ben presto attivate in altri luoghi del Piemonte, e poi largamente promosse e sparse ovunque in Italia.

Molti giovani, che non avrebbero potuto frequentare le scuole statali per motivi di età  , o di lavoro, o di condizioni sociali od economiche, alla sera dei giorni feriali, eccettuato il sabato e la vigilia delle feste di precetto, si recavano a una certa ora da Don Bosco e dal Teologo Borei. Questi cangiavano le proprie camere in scuole e insegnavano a leggere, a scrivere e a far di conto. Ciò allo scopo, non solo di renderli più abili all’apprendimento di un’arte o mestiere, ma soprattutto per impartir loro più facilmente l’istruzione religiosa attraverso lo studio del catechismo (155).

Chiuse l’anno dopo per mancanza di locale, di lò a sei mesi riusciva a riaprirle, in grazia di tre stanze che aveva preso a pigione, per adibirle a scuole, in casa Moretta.

Ogni sera, dopo che in città erano state chiuse le officine, i giovani venivano ad imparare a leggere sui cartelloni murali, escogitati appositamente da Don Bosco.

Ma non tardarono a farsi sentire le incomprensioni e le inimicizie. Quantunque fosse chiara e manifesta la sincerità dello zelo di Don Bosco, non tutti vedevano bene questo suo intromettersi nelle scuole cittadine. Anche la frequenza di tanti giovanotti alla casa Moretta non poteva passare inosservata e non dar da dire agli sfaccendati. Anzi se ne fece un gran rumore, da alcuni in senso favorevole e da altri in senso avverso. In seguito a certe dicerie sparse nell’inverno del 1845-46, l’opera era giudicata, anche da persone serie, vana e pericolosa. Dalle male lingue Don Bosco era chiamato un rivoluzionario, un pazzo, un eretico. Dicevasi essere l’Oratorio un ripiego studiato per allontanare la gioventù dalle rispettive parrocchie e per istruirla in massime sospette.

Queste ultime imputazioni, che erano prevalenti, fondavansi sulla falsa credenza che Don Bosco fosse partigiano di una pedagogia assai dubbia, per il fatto che egli permetteva ai suoi ragazzi ogni sorta di ricreazione rumorosa, benchè non tollerasse nè peccati nè inciviltà  . Il sistema corrente di educazione scolastica era disciplinato dal viso arcigno del maestro e dalla sferza: e le innovazioni di Don Bosco arieggiavano troppo a libertà  .

Alcuni, specialmente di idee settarie, facevano ciò per allontanare da lui i giovanotti, mentre questi, che lo conoscevano, aumentavano la stima e l’attaccamento a lui. Altri invece vedevano in Don Bosco qualche cosa di straordinario e di grande, che non sapevano spiegare, e specialmente la sua arte nel legare a sè gli animi e dominare le moltitudini. «Guai a noi — esclamavano — guai alla Chiesa, se Don Bosco non è prete secondo il cuore di Dio!... Lo sarà ? ». E l’osteggiavano, non sapendo persuadersi che egli secondasse gli impulsi di una missione celeste.

San Giuseppe Cafasso comprendeva Don Bosco, ed ai mormoratori rispondeva invariabilmente con tono grave e con accento quasi profetico: «Lasciatelo fare, lasciatelo fare! » (156).

Dopo qualche mese, nel 1846, Don Bosco potè avere altre sale a pianterreno e vi trasportò alcune classi, divise e suddivise secondo la maggiore o la minore istruzione dei giovani: rendeva cosò più facile l’osservanza della disciplina, e soprattutto più graduale e proficuo l’insegnamento agli alunni, cresciuti di numero fino a trecento (157).

Più tardi, durante le vacanze del 1848, Don Bosco diede maggior impulso alle scuole serali, riservandosi gli adulti illetterati, la maggior parte coi baffi e con la barba: faceva loro scuola a parte, adoperando un metodo tutto suo per insegnar loro l’alfabeto.

Accompagnava la spiegazione con motti arguti e paragoni ameni che rallegravano gli scolari e fissavano loro in mente le lettere da lui scritte sulla lavagna. Disegnava, per esempio, una - O -, poi la tagliava in mezzo con una linea perpendicolare. La parte sinistra era una - C -, quella destra una - D -. E così procedeva segnando linee rette e curve, cancellando e aggiungendo, ma tenendo un ordine logico di idee per non ingenerare confusioni. In fine raggruppava le lettere in sillabe e formava le parole (158).

I suoi scolari, benchè non avvezzi a lavori di mente, imparavano che era una meraviglia, e, dopo breve tempo, sapevano leggere e scrivere correttamente. Non faceva loro mai scuola senza un po’ di catechismo. Ad intervalli un fatterello che ispirava amore alla virtù, orrore al vizio. Al termine, il canto di una lode.

Come li ebbe cosò dirozzati, ne cedette l’insegnamento a un suo giovane aiutante, senza tuttavia tralasciare di vigilarli: e talora impartiva loro perfino lezioni di calligrafia e di aritmetica.

Questi suoi alunni finivano con aiutare Don Bosco a cantare in presbiterio cogli alunni interni e a salvare le anime. Nei casi di necessità li soccorreva con denaro.

Nel 1849 si propose di indirizzare agli studi veri e propri, quattro giovani prescelti, per condurli nel più breve tempo possibile alla vestizione clericale. Aveva compreso che gli ordinari metodi usati nel fare la scuola non gli avrebbero dato frutto sufficiente; quindi ne aveva escogitato uno tutto caratteristico, e l’esperienza diede ragione alla sua ingegnosa audacia. Insegnava la grammatica esponendone con brevità e lucidissima chiarezza le regole, ed esigendone da ciascun allievo la ripetizione, per cosò accertarsi se avessero compreso. In virtù del suo ingegno sò acuto e sò chiaro, della facile sua comunicativa, e soprattutto della sua inalterabile pazienza e carità  , egli potè ben presto renderli in grado di assaggiare il latino. Nè ciò deve fare meraviglia, se si riflette come fossero piene le giornate sue e dei suoi scolari. Basti dire che si levavano alle quattro e mezzo del mattino (159).

5.            Scuole elementari, diurne ed estive.

Oltre alle necessità spirituali degli operai, specialmente adulti, Don Bosco guardava anche all’abbandono in cui giacevano tanti bambini sprovvisti d’ogni istruzione ed errabondi per le strade, esposti al vizio e ad ogni sorta di miseria materiale e morale. Anche per essi il buon Padre ebbe viscere di tenero affetto, e pensò di istituire per loro alcuni corsi di scuole elementari diurne all’Oratorio.

In una Circolare del 1° ottobre 1856, diretta ai benefattori, scrisse: «Alla vista del bisogno ognora crescente di istruire i ragazzi appartenenti alla classe bassa del popolo, mi sono determinato di aprire una scuola diurna per accogliere almeno una parte di quelli che in numero stragrande vanno vagando lungo il giorno, sia perchè i parenti non si danno cura di loro, sia anche perchè si trovano lontani dalle pubbliche scuole. Egli è per occorrere al bisogno di questi ragazzi che ho dato mano alla costruzione di una scuola capace di contenerne 150» (160).

Il santo Educatore segnala un’altra ragione ancora di tali scuole, affermando che all’Oratorio vi sono «scuole diurne per quei giovanetti che, essendo male vestiti od alquanto indisciplinati, non possono frequentare le classi pubbliche» (161).

Orbene, nel novembre del 1856, il locale situato presso il portone di entrata era all’ordine, corredato di ogni attrezzo e mobile necessario per una scuola diurna e giornaliera. Non molto tempo dopo, lo apriva ai giovanetti esterni. Era un vero nugolo di ragazzi che accorrevano dalle case dei dintorni (162).

All’inizio del 1857 procurava a questi anche la comodità di confessarsi sovente, e, per quelli fra loro che erano promossi alla prima Comunione, fissava, per la successiva Pasqua, il Martedì Santo (163). Simili scuole diurne vennero aperte nel 1859 all’Oratorio di San Luigi (164).

Il lavoro e le preoccupazioni di Don Bosco per quei ragazzi della strada non avevano tregua neppure durante le vacanze: aumentavano anzi; poichè, nel periodo estivo, egli aprò per più anni, agli esterni, corsi elementari negli Oratori di San Francesco di Sales, di San Luigi e di San Giuseppe. I ragazzi vi affluivano in buon numero. Nel 1876 superavano i 600.

In una città grande come Torino, quella era una vera provvidenza per le famiglie, che non potevano tener chiusi in casa i figliuoli, nè preservarli dai pericoli della strada; ma era soprattutto una benedizione per i ragazzi stessi.

Quello soleva essere il tempo per prendere tanti pesciolini, che non andavano mai a confessarsi; e quanti se ne contavano che non si erano curati dei Sacramenti dalla Pasqua! òà vero che da lò a pochi mesi, finite le vacanze autunnali, tanti di quegli alunni improvvisati tornavano in balia di se stessi; ma intanto avevano acquistato una discreta istruzione religiosa, avevano preso la salutare consuetudine dei Sacramenti, non avevano più il rispetto umano nè la vana paura del confessore. Ecco perchè Don Bosco, fintantochè le circostanze glielo permisero, sostenne, a costo di qualunque sacrificio, siffatte scuole durante il periodo estivo e autunnale (165).

6. Scuole interne per gli studenti.

La fondazione delle scuole serali e diurne per esterni, segnò in pratica i primi passi verso le scuole ginnasiali interne, le quali, naturalmente, stavano più a cuore a Don Bosco, tutto inteso a dare ai giovani dell’Oratorio una più soda formazione morale e intellettuale per mezzo di un’assistenza accurata e di un controllo immediato riguardo all’andamento generale degli studi.

Don Bosco si risolvette a stabilire le scuole interne dell’Oratorio nel 1855. Fino allora aveva mandato gli studenti presso ottimi professori della città  ; ma l’andata e il ritorno erano stati pieni di pericoli morali per quello che si vedeva e si udiva.

Procedendo in questo con la solita prudenza, ai primi di novembre destinò ad aula scolastica la sala della prima Cappella. Qui radunò i giovani appartenenti alla terza ginnasiale, e assegnò loro per maestro il chierico Giovanni Francesia, il quale, compiuti i 17 anni, aveva finito in modo splendido i corsi di latinità  .

Don Bosco ben conosceva il valore intellettuale e morale di Francesia e anche degli altri chierici Proverà  , Anfossi, Durando e Cerruti, man mano che li destinava all’insegnamento. In vari modi li aveva messi alla prova con diverse occupazioni simultanee: e, scherzando, faceva loro osservare che i grandi storici, poeti, oratori del foro romano, avevano passata gran parte della loro vita sui campi di guerra, tra i rumori del foro, nelle faccende dello stato, e riuscivano in cose disparate grazie all’esercizio, che perfezionava ogni loro facoltà  . Il Francesia ebbe in quell’anno la fortuna di avere per discepolo il Beato Domenico Savio, che meritò di essere promosso tra i primi.

Frattanto gli studenti di 1° e 2° ginnasiale, e quelli di umanità e rettorica, continuavano a frequentare scuole private in città (166).

Per farci un’idea del coraggio dimostrato da Don Bosco nell’aprire scuole interne all’Oratorio, basta osservare che, dopo pochi mesi, e cioè all’inizio del 1856, il Ministro della Pubblica Istruzione faceva approvare dal Senato e dal Parlamento una legge, secondo la quale l’insegnamento presso i Seminari e i Collegi doveva dipendere dal Ministero.

In tali angustie Don Bosco, meditando la vastità dei suoi disegni per l’istruzione e l’educazione cristiana della gioventù, prevedeva le grandi procelle che si sarebbero sollevate contro di lui; ma procedeva sicuro, dicendo più volte ai suoi figliuoli: « Non dubitate, passerà la burrasca, tornerà il bel tempo, e fortunati quelli che non piglieranno scandalo da me. E’ una promessa che io ebbi da Tale che non s’inganna. L’Oratorio non è cosa mia; anzi, se fosse mia, vorrei che il Signore la disfacesse subito» (167).

Queste infatti non furono che il principio di una lunga serie di difficoltà più grandi, escogitate dai settari allo scopo di distruggere le benefiche istituzioni dell’Oratorio, e culminate nelle famigerate perquisizioni governative, che però non sortirono l’effetto voluto dai nemici di Don Bosco.

Perseverando con indomita costanza nelle sue imprese il Santo giunse a compilare, all’inizio dell’anno scolastico 1860, il Regolamento della Casa, che, pur non essendo ancora stampato, venne letto con solenne apparato agli alunni, presenti tutti i Superiori con Don Bosco (168).

Nel 1863, mentre ferveva ancora una grave questione con l’Autorità scolastica a motivo dei titoli d’insegnamento. Don Bosco, imperterrito, faceva innalzare un nuovo edificio destinato alle scuole ginnasiali.

Nel 1874 apriva le stesse scuole agli esterni. Nè si contentò che ai medesimi s’impartisse l’insegnamento: nel mese di gennaio del 1875 stabilì che anch’essi prendessero parte con i loro condiscepoli interni alle funzioni religiose nella Chiesa di Maria Ausiliatrice, e volle che non si facesse «nessuna eccezione per nessun motivo» (169).

Dell’applicazione allo studio e dell’atmosfera di disciplina che regnava nelle scuole dell’Oratorio sono splendida testimonianza i risultati conseguiti dagli alunni agli esami pubblici, il riconoscimento delle Autorità scolastiche e la gratitudine che dimostrarono in ogni circostanza gli allievi dell’antico Oratorio. Qui ci piace citare un solo fatto.

Nel maggio del 1863 visitò l’Oratorio l’Ispettore delle scuole secondarie classiche, con fini tutt’altro che buoni. Tuttavia restò altamente ammirato per l’ordine e la disciplina che ovunque andava riscontrando. La 3° ginnasiale poi, composta di oltre 120 alunni, lo convinse che tal disciplina non era passeggera e fittizia, ma soda e reale. Infatti, terminata l’ispezione, l’insegnante in segno di gentilezza volle accompagnarlo fino all’altra aula; ma l’Ispettore cercò di dissuaderlo,per timore che durante la di lui assenza ancorchè solo momentanea, tanti vispi giovanetti facessero disordine.

                —Non tema, sig. Professore, perchè io sono sicuro che niuno di essi aprirà bocca o si muoverà di posto.

                —Questo mi pare impossibile ‚ replicò l’Ispettore. Si lasciò nondimeno accompagnare un tratto, e poi disse: —Ritorniamo indietro e andiamo ad ascoltare il silenzio che ella dice.

Accostatosi pian piano all’uscio della scuola, origliò e spiò dal buco della serratura: tutta la numerosa scolaresca stava immobile e silenziosa, come se l’insegnante fosse in cattedra. Allora concluse:

                —Non avrei mai creduto! Non avrei mai creduto! Questa è una meraviglia: e fa onore a lei e ai suoi scolari!

L’insegnante era il chierico Celestino Durando (170).

7.            Scuole professionali interne.

Don Bosco si preoccupò grandemente dell’educazione intellettuale degli artigiani ricoverati all’Oratorio, e diede origine all’opera delle Scuole Salesiane di Arti e Mestieri, la quale doveva avere in seguito cosò notevoli sviluppi.

E’ noto come Don Bosco, nei primordi del suo Oratorio, ricoverasse giovani che, per essere sprovvisti d’ogni coltura, e per giunta orfani o lasciati in abbandono dai propri parenti, non erano in grado di guadagnarsi da vivere. Preoccupato dei loro bisogni materiali, provvide anzitutto ad essi pane e lavoro collocandoli presso qualche officina o bottega in città  . In un secondo tempo fondò laboratori interni di vario genere per garantire loro, con l’apprendimento dell’arte, anche una migliore formazione morale e religiosa. Finalmente, appena poté, istituì scuole professionali allo scopo di completare e perfezionare la formazione dei giovani artigiani con quegli elementi di cultura generale e particolare, che erano convenienti alla loro condizione speciale e all’esercizio del loro mestiere. Don Bosco adunque procedette per gradi.

Il malcostume e l’irreligione degli operai, la stampa pornografica e le produzioni indecorose delle vetrine e delle botteghe lungo le strade, mettevano in serio pericolo l’educazione morale e religiosa che egli cercava di impartire ai suoi figliuoli artigiani, che si recavano a lavorare in città  . Perciò col concorso dei benefattori, l’anno 1853, comprati alcuni deschetti e gli attrezzi necessari, collocò il laboratorio dei calzolai in un piccolo corridoio della casa Pinardi, presso il campanile della chiesa. Contemporaneamente destinò alcuni giovani al mestiere di sarto collocandoli nell’antica cucina.

Don Bosco fu il primo maestro degli uni e degli altri. Aveva già esercitato il mestiere di sarto quando era studente. Cosò pure, di quando in quando, andava a sedersi al deschetto per insegnare ai giovani calzolai il maneggio della lesina e dello spago impeciato, per rattoppare le scarpe (171).

All’inizio del 1854, nella speranza di poter avere in tempo non lontano una tipografia a sua disposizione, apriva quasi scherzando, — com’era solito in molte sue imprese, — un terzo laboratorio: la Legatoria di libri. Ed ecco come.

Fra i giovani dell’Oratorio non v’era alcuno che s’intendesse di questo mestiere, e pagare un capo d’arte esterno non era ancora il caso. Tuttavia un giorno, mentr’era attorniato da alunni, depose sopra un tavolino i fogli del libro che aveva per titolo «Gli Angeli Custodi» e, chiamato un giovane, gli disse:

—Tu farai il legatore!

—Io il legatore? Ma come faccio, se non so nulla di questo mestiere?

—Vieni qua! Vedi questi fogli? Siediti a tavolino: bisogna cominciare dal piegarli.

Don Bosco pure si sedette, e, fra lui e il giovane, piegarono tutti i fogli.

Il libro era formato, ma bisognava cucirlo. Subito con farina si fece un po’ di pasta, e al libro si attaccò anche la copertina.

Quindi si trattò di rifilare i fogli pel taglio voluto. Come fare? Tutti gli altri giovani circondavano il tavolino, curiosi spettatori e testimoni di quella inaugurazione. Ciascuno dava il suo parere. Chi proponeva il coltello, chi le forbici. Non c’erano ancora le lamette.

La necessità rese Don Bosco industrioso. Va in cucina, prende con sussiego la mezzaluna d’acciaio che serviva per tagliare l’aglio e le cipolle,  e, con questo arnese, si mette al lavoro. I giovani sbottavano dalle risa.

—Voi ridete, — esclamò Don Bosco, — ma io so che in casa nostra ci dev’essere questo laboratorio di legatori, e voglio che s’incominci.

Il libro era infine rilegato e rifilato; e Don Bosco: — Ora vogliamo indorarne il taglio.

—Vedremo anche questa! — soggiunse Mamma Margherita.

Egli, fatta comprare un po’ di vernice, scioglieva in essa un po’ di «terra d’ombra» gialla: ed ecco il libro dorato.

Tutti ridevano, anche Don Bosco. Ma il laboratorio era inaugurato e si stabiliva nella seconda stanza della prima parte del fabbricato nuovo, vicino alla scala.

Egli intanto, andando nelle botteghe di Torino, procurava d’imparare le regole di questo mestiere e, di mano in mano, l’insegnava al suo primo legatore.

A questo primo ne aggiunse poi altri, e comperò pure qualche strumento col quale si andava lavorando alla buona. Poi vennero ricoverati alcuni giovanetti che avevano già fatto i legatori in città , ed essi contribuirono al progresso dei lavori, in modo che il laboratorio cominciò a fare le sue prime prove con la piegatura e cucitura delle Letture Cattoliche e di libri scolastici (172).

Anche a noi viene da sorridere. Ma ci voleva tutta la fede e la volontà di Don Bosco per dar principio a cosò grandi imprese, partendo dal nulla.

Due anni dopo, nel 1856, istituiva il primo laboratorio dei falegnami a pianterreno, sotto le sue camerette. Per la fine dell’anno fu provvisto di banchi, di svariati ferri e di un magazzino di legnami (173).

Nel 1861 attuava un gran disegno, che gli stava sommamente a cuore.

Col Vescovo di Ivrea, nel febbraio dello stesso anno, aveva trattato dell’allestimento di una tipografia, per la edizione di classici greci, latini e italiani, nonché di vocabolari purgati, e specialmente per le Letture Cattoliche e per la buona stampa da diffondersi più attivamente in mezzo al popolo. Entrambi si erano mostrati dello stesso parere del Card. Pie, il quale aveva lasciato scritto: «Quando tutta una popolazione, fosse anche la più devota ed assidua alla chiesa ed alle prediche, non leggesse che giornali cattivi, in meno di trent’anni diventerebbe un popolo di empi e di rivoltosi. Umanamente parlando, non v’è predicazione di sorta che valga contro la forza della stampa cattiva» (174).

Don Bosco da undici anni andava vagheggiando una tipografia di sua proprietà  . Ne aveva pure trattato col Rosmini. Finalmente il suo desiderio diventava realtà  .

Nel settembre ordinò lo sgombero di una sala situata presso la portineria e in quel locale fece collocare due vecchie macchine a ruota, con un torchio comprato d’occasione; in più, un banco e le cassette per i caratteri, lavoro dei falegnami dell’Oratorio.

Ripeteva intanto ai suoi giovani: «Vedrete! Avremo una tipografia, due tipografie, dieci tipografie. Vedrete! » (175). Pareva le contemplasse già a Sampierdarena. a Nizza, a Barcellona, a Buenos Aires, a Montevideo, e via dicendo, moltiplicate ora per tutto il mondo e alimentate dal provvidenziale vivaio di Coadiutori per le Arti Grafiche situato presso la sua casetta nativa, sul Colle che porta il suo nome.

Nel 1862 al posto della tipografia, che venne traslocata, iniziò l’officina dei fabbri-ferrai.

Questo aumento progressivo dei laboratori induceva Don Bosco a modificare successivamente i rispettivi Regolamenti al fine di provvedere meglio alla responsabilità del lavoro, alla disciplina, alla economia e alla moralità degli artigiani (176).

Nella scelta dei maestri d’arte Don Bosco era oculatissimo, e rigoroso nel togliere quell’ufficio a chi se ne fosse reso indegno. Essi infatti, più d’ogni altro, avevano influsso sui giovani sia nel bene che nel male, e da loro dipendeva principalmente l’avvenire professionale degli alunni (177).

Da un foglietto aggiunto al fascicolo delle Letture Cattoliche del dicembre 1864 si viene a conoscere che, in quel medesimo anno, il Santo aveva aperto una libreria vera e propria. Vi si annunziavano infatti varie opere messe in vendita.

Questa libreria, che doveva prendere vaste proporzioni, apriva un nuovo campo di attività a un certo numero di giovani, pei quali Don Bosco stabilì una scuola di commercio.

Apprezzando poi tutto il valore della pubblicità  , non tardò a pubblicare, come nuovo mezzo di propaganda per il bene, un catalogo generale, che in novantasei pagine conteneva l’elenco delle edizioni uscite dalla sua tipografia (178).

Tutto sommato, nel 1874 «gli artigiani nei vari stabilimenti dell’Oratorio esercitavano il mestiere di calzolaio, sarto, ferraio, falegname, ebanista, pristinaio, libraio, legatore, compositore, tipografo, cappellaio, musica, disegno, fonditore di caratteri, stereotipista, calcografo e litografo» (179). Migliaia e migliaia di operai uscirono da quei laboratori di Don Bosco, educati cristianamente: e si sparsero dovunque con immenso vantaggio per loro e per la società (180).

Tali furono gli umili inizi dei fiorenti laboratori, che oggi come allora si sforzano, come appunto egli voleva, di porsi all’avanguardia per la preparazione dei capi e maestri, per l’attrezzatura delle macchine, per la regolarità dei corsi di studio, e per la serietà del tirocinio pratico.

E non è a dire a quante fatiche e a quanti sacrifici Don Bosco non si sobbarcasse per mettere e mantenere in efficienza i suoi laboratori. Egli stesso il 4 dicembre del 1885 narrò ai Capitolari alcune difficoltà che aveva dovuto superare nell’istituire le scuole di arti e mestieri all’Oratorio:

«Prima — così disse — obbligai i capi a provvedere i ferri del mestiere anche per i giovani; poi quest’obbligo fu ristretto personalmente al capo, mentre la Casa era obbligata a provvedere i ferri ai giovani; talora si pattuiva che io avrei messo solo certi ferri determinati a disposizione dei capi, mentre gli altri se li sarebbero portati da casa; tal altra che il capo avrebbe dovuto provvedere ai giovani una parte degli strumenti del mestiere e l’altra sarebbe provvista dall’Oratorio. Ma ne seguivano sempre spese a capriccio dei capi, ed ora i giovani non erano provvisti, ora i capi usavano i ferri dei giovani e risparmiavano i loro... Ora c’erano le questioni dei ferri rotti, ora di quelli scomparsi, ora perchè erano stati usati fuori del laboratorio e fuori del tempo di lavoro... Cosò pure sorgevano dissensi sulle modalità dei lavori, negligenze nell’insegnare ai giovani, diverbi sui guadagni quando erano interessati in un’impresa. Ho provato a mandare i giovani nei laboratori in città  , quindi a ritirarli con lo stabilire laboratori in casa. Ho anche posto tutti i giovani sotto capi che nei nostri laboratori esercitassero l’autorità dei padroni di bottega; ma allora i giovani divenivano veri servitori ed erano sottratti all’autorità del Superiore. Non si poteva più esercitare una sorveglianza diretta, i giovani non ascoltavano che il capo, talora lo stesso orario correva pericolo di venire violato per l’urgenza di un lavoro. Furono insomma fastidi sopra fastidi» (181). A tutti questi e ad altri inconvenienti Don Bosco cercò di porre fine con l’istituzione dei Coadiutori messi a capo dei suoi laboratori.

Frattanto, col crescere del personal^ e dei locali, Don Bosco aveva provveduto a sollevare il livello culturale degli artigiani, istituendo per essi, man mano che se ne presentava l’opportunità  , speciali corsi di istruzione, che avevano luogo regolarmente nelle ultime ore della sera.

L’anno 1875 segnava un vero progresso nell’andamento dei laboratori, che s’incamminavano sempre più a divenire scuole professionali. La scuola per gli artigiani, che finiva con l’anno scolastico degli studenti, fu proseguita anche dopo. Essa, limitata precedentemente alle ultime ore della sera, prese a farsi anche al mattino appena terminata la Messa, a cui gli artigiani assistevano da soli, come ancor oggi, subito dopo la levata.

Degno di nota il fatto che Don Bosco non vedeva bene che gli artigiani cambiassero mestiere, ritenendo che da ciò provenisse loro gran danno. Perciò il 30 maggio ammonì chi di ragione che tali cambiamenti non si permettessero. « Bisogna proprio — disse — che chi viene per una determinata cosa faccia quella e non un’altra. Quanti cambiamenti si sono già fatti! E quasi tutti riuscirono male» (182). Vedremo più tardi come egli favorò l’orientamento.

Frattanto le scuole professionali si moltiplica-vano in Italia e all’estero.

Nel settembre del 1886, a dare un notevole impulso a tali scuole intervennero le deliberazioni del IV ¬∞ Capitolo Generale. Il paragrafo 2° dello schema diramato ai Confratelli presentava un duplice oggetto: indirizzo da darsi agli artigiani e mezzi per svilupparne la vocazione religiosa.

Partecipò alla discussione anche il coadiutore Rossi. Le deliberazioni prese meritano di non giacere negli archivi, sia perchè rispecchiano il pensiero di Don Bosco, che certamente le suggerò o fece sue, sia perchè segnano il primo passo, da un periodo basato sulla tradizione, a un altro regolato da leggi scritte circa l’indirizzo intellettuale, tecnico, religioso, delle nostre scuole professionali (183).

Vi si definisce anzitutto lo scopo caritativo della nostra Congregazione: «Fra le principali opere di carità che esercita la nostra Pia Società vi è quella di raccogliere, per quanto è possibile, giovanetti abbandonati, pei quali riuscirebbe inutile ogni cura di istruirli nelle verità della cattolica fede, se non fossero ricoverati ed avviati a qualche arte o mestiere». Si provvede quindi alla creazione di un incaricato straordinario degli artigiani: « In quelle case dove il numero degli artigiani è considerevole, si potrà incaricare uno dei soci che abbia cura particolare di loro, col nome di Consigliere professionale». Quanto ai giovani si stabilisce: «Il fine che si propone la Pia Società Salesiana nell’accogliere ed educare questi giovanetti artigiani, si è di allevarli in modo che, uscendo dalle nostre case, dopo aver compiuto il tirocinio, abbiano appreso un mestiere onde guadagnarsi onoratamente il pane della vita, siano bene istruiti nella Religione, ed abbiano le cognizioni scientifiche opportune al loro stato. Ne segue che triplice deve essere l’indirizzo da darsi alla loro educazione: religioso-morale, intellettuale e professionale» (184).

Dopo aver trattato dell’indirizzo religioso-morale, il quale riflette in generale quello degli studenti — e che da noi verrà opportunamente esposto nel capitolo della educazione morale — il documento viene a parlare dell’indirizzo intellettuale.

Ed è per noi doveroso tener conto dell’epoca in cui queste cose furono deliberate, ricordando la scarsissima coltura allora impartita ai meno abbienti, in gran parte analfabeti.

Quale parte avesse l’istruzione nel quadro della vita degli artigiani all’Oratorio risulta evidente dalla semplice esposizione delle deliberazioni prese in seno al Capitolo: «Perchè gli alunni artigiani conseguano nel loro tirocinio professionale quel corredo di cognizioni letterarie, artistiche, scientifiche, che loro sono necessarie, si stabilisce che abbiano ogni giorno, finito il lavoro, un’ora di scuola; e, per coloro che ne avessero maggior bisogno, si faccia anche scuola al mattino dopo la Messa della Comunità fino al tempo di colazione... Sia compilato un programma scolastico da eseguirsi in tutte le nostre case di artigiani e vengano indicati i libri da leggere e spiegare nella scuola; si classifichino i giovani dopo averli sottoposti ad un esame di prova, e si affidi la loro istruzione a maestri pratici. Una volta alla settimana un Superiore faccia loro una lezione di buona creanza; nessuno possa essere ammesso a scuole speciali, come di disegno, di lingua francese, ecc., se non è sufficientemente istruito nelle cose spettanti alle classi elementari. Al fine dell’anno scolastico si dia un esame per constatare il profitto di ciascun alunno e siano premiati i più degni. Quando, finito il suo tirocinio, un giovane volesse uscire dall’Istituto gli si consegni un attestato notando distintamente il suo profitto nell’arte o mestiere, nell’istruzione e buona condotta» (185).

Fin da allora parte essenziale delle scuole di arti e mestieri di Don Bosco è la scuola detta di teoria e di disegno professionale. Una ben studiata distribuzione delle ore di lavoro, di istruzione generale, di teoria dell’arte e di disegno applicato ha dato splendidi risultati pratici a vantaggio degli alunni formati in dette scuole.

Abbiamo creduto bene di ricordare queste deliberazioni, per dimostrare quanto stesse a cuore a Don Bosco l’educazione intellettuale degli artigiani e quanto avesse egli stabilito concretamente al riguardo, valendosi unicamente del suo profondo intuito e della sua esperienza.

Egli sapeva benissimo che, mentre da una parte il braccio compie quello che la mente detta, dall’altra il solo lavoro, ossia l’esercizio del proprio mestiere non raggiungerà mai gli scopi dell’educazione in genere, e neppure quelli della educazione professionale in ispecie. E’ troppo necessario che l’esperienza venga sostenuta dalla teoria e sia fiancheggiata da nozioni complementari, affinchè il lavoratore sia cosciente di quello che fa e di quello che può e vuole fare. Soltanto a questa condizione il lavoro risulterà riflesso e indice della personalità umana, ossia di tutto l’uomo: il quale è materia e spirito, intelligenza, sentimento e volontà  .

Lo stesso possiamo dire per le scuole agricole di Don Bosco, nelle quali i piccoli agricoltori, mentre sono iniziati nell’esercizio dei lavori della terra e nel maneggio dei relativi strumenti e macchine, ricevono pure quella istruzione teorica agraria che è necessaria per conoscere a fondo i problemi riguardanti le loro attività  .

Noi pertanto, con orgoglio di figli, possiamo affermare che, anche in questo settore del lavoro, Don Bosco è stato antesignano, precorrendo i bisogni dei tempi. Giustamente fu annoverato tra i più grandi benefattori dell’umanità  .

Anzichè perdersi in vane teorie, il Santo ha preferito risolvere praticamente i problemi sociali, mettendo i suoi alunni in grado di guadagnarsi il pane con cognizione della propria-arte e con onestà di costumi. E vi è riuscito mirabilmente, dando a tutti un grande esempio di efficace volontà  , e mostrando col fatto che la Chiesa, sollecita degli interessi spirituali ed eterni degli uomini, non perde di vista i loro interessi e bisogni temporali, facendo convergere anche questi al fine precipuo della salvezza delle anime.

8.            Non svilire il lavoro.

In questi ultimi anni vi fu qua e là il tentativo d’intromettere in forma inusitata il lavoro nella scuola, quasi che ogni scuola, e di qualsiasi grado, dovesse divenire al tempo stesso un laboratorio di arti e mestieri.

Si diceva, o meglio si pretendeva, che in tal modo sarebbe divenuta generale e pratica l’educazione al lavoro: tutti gli alunni, futuri cittadini, si sarebbero resi idonei a guadagnarsi il pane in qualunque condizione fossero venuti a trovarsi, e la patria avrebbe avuto tutti uomini capaci di concorrere al fabbisogno della nazione.

 Nessuno nega l’importanza e la necessità del lavoro per il benessere e la prosperità del paese. Ma non si può approvare la sua intromissione indebita nel quadro dell’istruzione, col grave inconveniente di una contemporaneità di studi e di apprendimenti assai nociva alle condizioni e possibilità degli stessi alunni.

 Era poi in pratica una vera svalutazione del lavoro, rendendolo, agli occhi degli alunni studenti, un curioso gingillarsi e un vero perditempo. Il lavoro va rispettato, perchè è cosa sacra dal giorno in cui le mani del Divin Salvatore in certo modo lo hanno divinizzato.

 D’altronde chiunque ha intrapreso gli studi secondari e superiori, sia per particolari condizioni famigliari o regionali, sia per nativa propensione alle scienze o alle lettere, con ciò stesso si è già messo su un piano di vita, in cui l’opera del lavoro manuale o meccanico delle arti e dei mestieri non costituisce più uno speciale e prescelto strumento d’attività e di produzione per il benessere proprio e altrui.

 Obbligare questi alunni studenti a un apprendimento professionale o agricolo è introdurre nella loro vita, con scapito di tempo, di soldi e di rendimento, un’attività per la quale non sentono alcun interesse professionale, esulando essa dal quadro delle loro aspirazioni pel presente e pel futuro. Del resto, l’esperienza lo ha dimostrato fino all’evidenza: nelle scuole di lavoro, introdotte abusivamente nel quadro degli studi letterari o scientifici, venne a mancare l’attrattiva, lo sprone, e soprattutto il senso di una vera responsabilità per un lavoro che gli alunni sentivano di compiere quasi per inutile sport.

 Il contrario avviene a quegli alunni, che, superati gli studi primari, intraprendono subito gli studi d’avviamento al lavoro, per abilitarsi in un mestiere, in un’arte meccanica o in qualche professione. Essi sanno di avere già iniziato la propria carriera di lavoro, la quale servirà a procurar loro il sostentamento durante tutta la vita; perciò mettono nell’apprendimento del mestiere o dell’arte il maggior interesse, affinchè ogni nuova conquista nell’esercizio del lavoro arricchisca il loro patrimonio.

 E questo interesse pel rendimento del lavoro, o meglio questa responsabilità, gli alunni la sentono, anche perchè c’è chi la fa sentire. Essi infatti, — a misura che vanno superando i primi esercizi, che son come tanti ponti di passaggio verso il perfetto apprendimento del mestiere, — non solo vanno prendendo conoscenza delle materie prime e degli utensili del proprio mestiere, ma possono anche essere avviati a cooperare, in proporzione della loro attività, a un lavoro redditizio, ordinato forse da un cliente, al quale essi e il laboratorio devono rendere conto.

 Per Don Bosco, e nel suo sistema, l’istruzione rimane ben classificata e inquadrata nella impostazione generale dell’educazione intellettuale dei giovani educandi. Gli studenti, gli artigiani, gli agricoltori, formano distinte sezioni, ciascuna al proprio posto, pur essendo oggetto dello stesso interesse morale e delle stesse cure spirituali per una vera formazione integrale e cristiana.

9. La preparazione dei maestri.

 Grande fu la preoccupazione di Don Bosco per evitare che si infiltrassero nelle sue scuole elementi; i quali potessero in qualsiasi modo affievolire o guastare la sana e completa formazione dell’uomo e del cristiano. Si persuase ben presto che i due pericoli principali potevano derivare dalla mancanza di maestri adatti e dal difetto di opportuni libri di testo. Ed ecco che egli, pur assillato da cento altre preoccupazioni, anche d’indole materiale, si accinse alla formazione di insegnanti capaci e alla preparazione di testi die non offrissero pericoli per la moralità degli allievi.

 Leggere nella vita di Don Bosco ciò elle egli j fece per la preparazione di insegnanti idonei, che avrebbero dovuto, seguendo i suoi esempi e le sue norme, continuare l’opera sua, desta sempre viva commozione.

 Egli era solo: non importa. Dapprima si preoccupò di fornire, come già accennammo, le sue scuole festive e serali di buoni maestri di catechismo. Tra coloro che frequentarono l’Oratorio ve n’erano alcuni dei più grandicelli, di eletto ingegno, desiderosi di un’istruzione più estesa. Fece una scelta di questi, e somministrò loro, in ore adatte, l’insegnamento gratuito della lingua italiana, latina, francese, di aritmetica e altre materie; ma a condizione che essi alla loro volta venissero ad aiutarlo nell’insegnare il catechismo durante la quaresima, e nel fare la scuola domenicale e serale ai loro compagni.

 La prova riuscì a meraviglia, quantunque costasse a lui fatica e sudori, e anche disillusioni: taluni infatti, dopo avergli fatto spendere molto tempo e denaro per libri e sussidi dati alle loro famiglie, gli mancarono infine di parola.

 Quei maestrini, da otto a dieci all’inizio, si accrebbero, e non solamente gli furono di grande aiuto nell’istruire altri giovanetti, ma riuscirono ancor essi a prendere nel mondo carriere onorate.

 In alcuni poi, avendo egli scoperto speciali attitudini per una decisa vocazione allo stato ecclesiastico, prese a far loro particolari ripetizioni, sicché divennero sacerdoti eccellenti nel ministero delle anime (186).

 Più tardi da un egregio professore, il quale aveva aperto una scuola privata per elementi scelti della nobiltà torinese, ottenne fossero accettati anche alcuni dei suoi migliori elementi ritenuti meritevoli di quel favore. L’ottimo professore, che stimava assai Don Bosco, ripetutamente ebbe poi a dirgli che quegli alunni avevano contribuito efficacemente a migliorare la sua scuola.

 Mentre i figli dei ricchi e dei nobili avevano forse troppe distrazioni in casa e fuori, e quindi non sempre grande interesse per lo studio, i giovani di Don Bosco portarono la nota di una grande serietà, di un’applicazione, diremmo, eccezionale, e di un profitto tale, che cooperò a rendere man mano la scuola stessa più apprezzata ed attraente.

 D’altronde gli allievi dell’Oratorio ci tenevano a figurare tra i primi, sia per sentimento di dovere, sia per recare soddisfazione a Don Bosco. Il profitto di quei primi giovani fu veramente notevole, cosicché poterono presentarsi agli esami ufficiali e frequentare in seguito l’Università.

 Ad essi, appena rivestiti dell’abito chiericale, Don Bosco affidò i corsi ginnasiali dell’Oratorio.

 Gli premeva soprattutto che quei giovani aiutanti fossero forniti delle necessarie doti pedagogiche e didattiche. A questo lavoro si accinse egli stesso consigliandoli, guidandoli, assistendoli oppure facendoli assistere, nelle prime prove, da professori provetti. Li interrogava e li esaminava frequentemente, nelle riunioni e conferenze che teneva a tale scopo, arricchendo così la loro formazione didattica e pedagogica, non solo coi suoi consigli tanto preziosi, ma anche mediante l’esperienza dei maestri più quotati. Il Santo faceva tutto ciò da pari suo, poiché aveva sortito da natura doti preclare per l’insegnamento.

 Ecco un esempio del come Don Bosco formava i suoi insegnanti. Nell’anno scolastico 1877-78 aveva affidato la scuola di prima ginnasiale inferiore, nell’Oratorio, al chierico Bernardo Vacchina, che aveva appena finito il noviziato: un ragazzo, insomma, vestito da chierico. Egli però lo vigilava paternamente. Gli dava, nella direzione spirituale e in altre circostanze, avvisi sul modo di comportarsi con la scolaresca, di pregare per i suoi alunni, di dar loro buon esempio special- mente in chiesa, narrare fatti edificanti, formarsi idee chiare, non parlare troppo lui medesimo ma far parlare gli scolari, prendersi cura dei meno intelligenti, raccomandare che tutti si avvicinas- ´ sero spesso ai Superiori. Lo esortava anche a lavorare, ora in espiazione dei propri peccati, ora per farsi dei meriti, ora per esercitare la carità verso il prossimo, ora per evitare l’assalto delle tentazioni.

Una volta gli domandò se in classe vi fosse ordine. — Non sempre — rispose Vacchina.

 — Vedi, — gli osservò Don Bosco, — se vuoi essere obbedito e rispettato, fatti voler bene. Ma non carezze, massime sulla faccia o prendendo per le mani.

 Simili raccomandazioni gli ripeteva alle volte incontrandolo in cortile e durante la conversazione in camera. Tra l’altro si faceva dare da lui ogni mese, corretto, un lavoro di prova dei suoi alunni (187).

 È un fatto innegabile, — afferma il biografo, — che, sotto l’influsso di Don Bosco, si formavano di anno in anno certi tipi di chierici, dei quali si sarebbe voluto perpetuare la generazione: riflessivi, studiosi, ferventi nelle pratiche divote, e insieme pronti a far di tutto, sol che sapessero una cosa conforme al desiderio dei Superiori Conducevano una vita che era un misto di rac-ì coglimento e di attività, e che noi oggi potremmo definire come un riflesso della spiritualità stessa di Don Bosco» (188).

 E questa spiritualità Don Bosco cercava d’infondere e di alimentare nel cuore dei suoi primi collaboratori, in tutte le maniere, non ultima quella di riservare ad essi soli dei corsi speciali di Esercizi Spirituali.

 Egli bramava inoltre che i suoi maestri, alla formazione pedagogica, didattica e morale, accoppiassero quella letteraria e scientifica corredata da titoli legali d’insegnamento, per una sempre migliore attrezzatura delle sue scuole. Per questo stabiliva di iscrivere i suoi chierici all’Università.

 Ma qui è bene ricordare che a quei tempi erano pochissimi gli ecclesiastici e religiosi che frequentavano le Università dello Stato, e, se le frequentavano, era per compiervi i loro studi nelle facoltà di filosofia e teologia, che allora formavano parte delle Università statali. Invece quasi nessuno frequentava le altre facoltà letterarie e scientifiche.

 Don Bosco, intuendo i tempi, si era persuaso che i Governi avrebbero preparato leggi restrittive, per proibire l’insegnamento a quei sacerdoti o religiosi che non avessero titoli legali. Infatti il 4 ottobre 1848 era stata promulgata una nuova legge sulla pubblica istruzione, con la quale si abrogava il Regolamento scolastico del 1822. L’insegnamento fu sostanzialmente secolarizzato, in quanto veniva tolta qualsiasi ingerenza dell’autorità ecclesiastica nelle scuole pubbliche e provate pur conservando negli istituti di educazione qualche pratica di pietà, la messa festiva, e il triduo di preparazione alla Pasqua. I Seminari si lasciarono, per grazia, pienamente soggetti ai Vescovi; ma gli studi ivi compiuti erano dichiarati senza valore per gli esami e i gradi nelle scuole pubbliche, qualora non si seguissero i nuovi regolamenti.

Don Bosco subito comprese il bisogno di numerosi Istituti cattolici da erigersi a qualunque costo perché altrimenti, come avrebbero potuto i Vescovi riposare tranquilli sull’ortodossia di un insegnamento religioso impartito da maestri non soggetti alla loro autorità? E poi andando di quando in quando all’Università per assistere a qualche lezione, non tardò a costatare il crescente mal animo di studenti ed insegnanti contro la Chiesa. Un giorno udì che un professore di

 Per di più nell’Università eravi anche la facoltà di teologia: ma non vi fu stranezza nè errore che non si sostenesse, che non si difendesse specialmente contro i diritti e l’autorità del Sommo Pontefice e della Chiesa. I Vescovi reclamarono invano. Alcuni di essi vietarono ai loro chierici di frequentare i corsi universitari, mentre altri dissimulavano, lasciando che i loro diocesani proseguissero a studiare teologia e ne ottenessero la laurea.

 Don Bosco era del parere di questi ultimi. Fermo sempre nella certezza che questa legge sarebbe durata molti anni, era d’avviso che si mandassero a conseguire lauree — e specialmente quelle necessarie per i vari rami d’insegnamento nei ginnasi, nei licei ed anche nelle Università, — chierici e sacerdoti di provata virtù e ingegno: bastava premunirli e assisterli, perchè potessero schivare i temuti pericoli di pervertimento.

 Egli osservava che questo era l’unico mezzo per il quale la Chiesa avrebbe potuto indirettamente influire sull’istruzione pubblica; altrimenti, venendo a cessare i molti ottimi insegnanti di allora, forse e senza forse avrebbero preso il loro posto professori guasti da falsi princìpi.

 Pel Santo Educatore, operare diversamente sarebbe stato un abbandonare col tempo tutta la gioventù agli avversari (190).

 Per questo, superando egli stesso difficoltà di Ogni genere, — le quali, prese insieme, costituirono durante anni interi un vero calvario, — inviò quei suoi primi allievi e figliuoli a prendere titoli legali universitari. L’esito compensò largamente i suoi sacrifici e così man mano potè dotare le sue scuole di maestri e professori ufficialmente patentati.

 Vi furono di quelli che trovarono argomento di critica e fecero le meraviglie per la risoluzione di Don Bosco. Per lui era cosa evidente che gli uomini politici, a dispetto della legge allora vigente, sarebbero stati di anno in anno sempre più ostili alla libertà d’insegnamento, e che avrebbero posto gravi incagli, affinchè gli Ordini religiosi e i Sacerdoti in generale non potessero più attendere nè al pubblico nè al privato insegnamento, sia scientifico sia letterario. « È finita, — andava egli dicendo, — i tempi sono cattivi e non cambieranno così presto. Noi, fra alcuni anni, dovremo o chiudere le nostre scuole od avere maestri e professori patentati per insegnare > (191).     ‘

 Perciò, Come già prima aveva messo a studiare parecchi suoi chierici perchè potessero presentarsi agli esami di corso normale e fornirsi delle patenti per le scuole elementari, allo stesso modo ne preparò alcuni fra i più distinti per il conseguimento delle lauree: cosicché fra i Superiori di Congregazioni religiose fu il primo, e il solo allora, a prendere questo provvedimento, facendo iscrivere alla Regia Università di Torino i suoi alunni per compiervi i corsi di Belle Lettere, di Filosofia e di Matematica.

 Con ciò Don Bosco dimostrava la necessità che il clero si armasse conformandosi alle esigenze delle leggi, al fine di resistere, per quanto sarebbe stato possibile, all’istruzione laica, empia e scandalosa. Mentre tutelava così un gran numero di vocazioni ecclesiastiche, dimostrava pure in faccia alla gente quanta importanza desse agli studi, e preparava infine l’espansione, anche fuori di Torino, della sua Società, la quale altrimenti neppure all’Oratorio avrebbe potuto sussistere come Congregazione insegnante.

 Egli, in questa sua decisione, era andato d’accordo col Vicario generale della Diocesi; e di ciò fu testimone Don Rua. Ma non tutti gli Ecclesiastici, anche di molta pietà, videro bene questa misura. Alcuni Vescovi la disapprovarono, condannando il buon prete quasi che si fosse piegato ad ingiuste pretensioni del Governo: ed essi non permettevano che il loro clero si presentasse agli esami. In seguito però, scorgendo le conseguenze che il loro disparere produceva a danno delle anime, si accorsero quanto prudentemente Don Bosco avesse operato nell’interesse della Chiesa, provvedendo a che le scuole non sfuggissero completamente di mano al clero: e ben tosto imitarono il suo esempio.

Avendo egli stesso consigliato i superiori di vari ordini religiosi di procurare ai loro istituti professori laureati del proprio Ordine, essi sulle prime si mostrarono sorpresi, ma più tardi convennero non potersi fare altrimenti. A questo modo Don Bosco fu stimolo a che molti sacerdoti e chierici, oltre i suoi, si abilitassero all’insegnamento classico inferiore e superiore.

Al Vescovo di Bergamo, che non voleva convenire con le sue ragioni, egli rispose: « Dirò poche parole per non fare questioni. O i Pastori della Chiesa si gettano avanti e riprendono con questo mezzo l’istruzione della gioventù, prevenendo i laici, e allora le cose andranno bene; ovvero si ritirano e stanno inerti, ed allora da qui a dieci anni l’empietà avrà il suo trionfo nelle scuole ». Dopo qualche anno, Monsignore dovette ricredersi, e scrisse a Don Bosco: « Avevate ragione; ma ora è forse troppo tardi » (192).

 Con tutto ciò si continuava ad accusarlo di imprevidenza, perchè l’attendere a questi studi non era senza pericolo per la gioventù ecclesiastica. Il Professore Tommaso Vallauri diceva a Don Francesia: «Don Bosco fa sempre conto di mandare i suoi chierici all’Università? Ditegli da parte mia che qui regna un’aria pestilenziale! » (193). Ma Don Bosco era sicuro che i princìpi cattolici avevano salde radici nel cuore dei suoi figli; e poi questi erano premuniti dai suoi avvisi.

 Diceva loro: « Volete voi essere forti per combattere contro il demonio e le sue tentazioni? Amate la Chiesa, venerate il Sommo Pontefice, frequentate i Sacramenti, fate sovente la visita a Gesù nei suoi Tabernacoli, siate molto di voti di Maria SS., offritele il vostro cuore, ed allora supererete tutte le battaglie e tutte le lusinghe del mondo. Quando si tratta di fare il bene, di respingere o di combattere gli errori, mettete la vostra confidenza in Gesù e Maria, e allora sarete pronti a calpestare il rispetto umano e a subire il martirio» (194).

 Iddio premiò quella sua fatica dandogli la sodisfazione di vedere che la riuscita fatta da quei suoi primi figli superò ogni sua speranza. Basti citare alcuni nomi: Don Giovanni Battista Francesia, elegante umanista, che all’età di novantanni scriveva ancora apprezzate poesie in italiano, e il cui latino classico lo fece stimare e ritenere come il miglior discepolo del Vallauri; Don Francesco Cerruti, organizzatore sagace delle scuole salesiane e scrittore di libri pedagogici e letterari; Don Celestino Durando, autore di dizionari latini; Don Giovanni Garino, autore a sua volta di una grammatica greca assai apprezzata e di altri scritti e commenti in latino ed in greco; Don Giovanni Tamietti, commentatore di autori classici; e altri molti, più vicini a noi, quali Don Paolo Ubaldi, ellenista insigne. Don Sisto Colombo e Don Eugenio Ceria, valenti umanisti, commentatori essi pure di classici italiani, latini, greci.

 Insomma fu una vera eletta generazione di uòmini, i quali, alla lor volta, ne formarono altri non pochi, rendendo così le scuole di Don Bosco sempre più apprezzate, sia dai genitori che vi mandavano i loro figliuoli, sia dagli esaminatori pubblici, che riconoscevano negli alunni di Don Bosco una preparazione degna di lode.

 Ed è bello qui ricordare che questi figliuoli arrivarono a conseguire i necessari diplomi e titoli a prezzo d’inauditi sacrifici, poiché mentre frequentavano i corsi dell’Università, facevano scuola ed attendevano a determinate discipline ecclesiastiche. Si era nei tempi eroici, e quei primi Salesiani erano disposti a tutto.

 È vero che queste occupazioni sottraevano loro un tempo notevole, ma Don Bosco teneva per fermo che essi, senza qualche cosa da fare, si sarebbero forse applicati meno intensamente al proprio studio, mentre, incalzati da altri lavori, imparavano a non perdere il tempo e profittavano di più.

 E qui bisogna notare che allora Don Bosco solo per grave indigenza di personale permise che in alcuni collegi venisse assunto qualche elemento esterno.

 In seguito alla formazione d’un numero sufficiente di insegnanti scelti tra i suoi figli, nella conferenza dei Direttori del 24 settembre 1875, presieduta dallo stesso Don Bosco, fu deciso « che non si prendessero professori esterni, sia per Tingente spesa, sia per un po’ di noncuranza loro . circa il profitto degli alunni, sia per i pericoli morali causati da divergenze di idee, di spirito e di interessi» (195).

10. Libri e testi adatti.

 Un altro pericolo vedeva Don Bosco, e non meno grave, nei testi di scuola. Purtroppo si mettevano nelle mani dei giovani i libri di classici greci, latini, italiani, senza preoccuparsi se contenevano, insieme ai pregi letterari, gravissime deficienze riguardanti i princìpi della morale e del buon costume. Il suo cuore di sacerdote e di educatore cristiano non gli permetteva di esporre quei suoi cari figliuoli al pericolo di avvelenarsi il cuore là dove essi si recavano ad abbeverarsi per arricchire la mente.

 Dopo serie riflessioni, e dopo aver interrogato ed entusiasmato quei suoi primi figli e collaboratori, decise di preparare una sua collana di libri di testo. Essa avrebbe contenuto opere di autori classici greci, latini, italiani, ma espurgati di quelle pagine, di quei brani, o anche solo di quelle parole, che avessero potuto in qualche modo offuscare la delicatezza morale dei suoi alunni.

 Nel 1868 pertanto, sotto la guida del valente Don Francesia, professori salesiani e non sale- lesiani si accinsero all’opera dando alle scuole la nota collana Selecta ex latinis scriptoribus, i cui volumi, assai apprezzati, uscirono in molte edizioni fino ad oggi (196).

 E poiché era persuaso che un altro pericolo di corruzione, e forse più grave, provenisse da quei classici italiani, anche fra i più celebrati, i quali furono troppo dimentichi dei princìpi della morale, Don Bosco, che da tempo aveva ideato la pubblicazione di una piccola biblioteca per la gioventù studiosa levando da quegli scritti tutto ciò che potasse nuocere alla santità dei pensieri e dei costumi, credette giunto il momento di accingersi all’opera.

 Egli ben sapeva che da certi insegnanti, col pretesto e in nome dell’arte, si sarebbe gridato contro questa da essi ritenuta barbara mutilazione: ma non si curò della loro critica la quale, dopo tutto, avrebbe dimostrato la saggezza e la necessità di siffatta revisione.

 Procedette dunque egli stesso alla scelta degli autori e a distribuirli, per la correzione e per il relativo commento, a quei professori che meglio rispondevano al suo pensiero: e ben presto ebbe intorno a sè un’accolta di eletti ingegni, pronti a cooperare a quella saggia impresa.

 Egli se li teneva carissimi, e tutti erano stretti a lui da vera amicizia. Convenivano alle feste famigliari e, a quando a quando, si adunavano per deliberare sulla scelta dei libri. Non avrebbe voluto pubblicare certi classici, come il Macchia- velli e il Leopardi, rimanendo essi, anche corretti, sempre pericolosi: ma i programmi governativi li esigevano. Raccomandò pertanto che di questi autori fossero scelti i passi meno nocevoli e diligentemente purgati: diede pure alcune norme perchè, nello spiegarli, si eliminasse ogni pericolo e si mettesse sempre in piena luce la verità, cui si opponevano i loro errori. Don Bosco voleva insomma che i classici fossero spiegati nello splendore delle idee cristiane (197).

 Ai suoi Salesiani diceva al riguardo: « Ciascuno sappia cavar profitto spirituale da ogni cosa: da quanto vede, sente, opera, studia, legge, anche in autori profani. Per esempio, chi fa scuola, spiegando un autore pagano e incontrando una bella massima, ne faccia tesoro; richiami su questa l’attenzione dei discepoli, ne ricavi utili conseguenze per sè e per gli altri. Guardate come fa l’ape. Essa va lontano anche qualche miglio a raccogliere il miele; e sa separare il miele dalla cera, e lasciare nel fiorellino un sugo velenoso che potrebbe dare la morte a se stessa e alle sue compagne. Così dobbiamo fare noi: scegliere ciò che può giovare, spogliarci di ciò che è difetto e peccato. In questo modo possiamo imparare qualche cosa da tutti e da tutto » (198).

a) « BIBLIOTECA DELLA GIOVENTÙ ITALIANA ».

 Trattandosi di norme squisitamente pedagogiche, crediamo utile pubblicare qui il programma che il Santo Educatore compose e diffuse il 18 novembre 1868.

 « Il bisogno universalmente sentito di istruire la studiosa gioventù nella lingua italiana deve animare tutti i cultori di questa nobile nostra favella ad usare quei mezzi che sono in loro potere per agevolarne lo studio e la cognizione. Egli è con questo intendimento che si è ideata la Biblioteca della Gioventù Italiana. Suo scopo è di pubblicare quei testi di lingua, antichi e moderni. che più da vicino possono interessare la colta gioventù.

 « Per riuscire in questa impresa fu istituita una Società di benemeriti celebri professori e dottori in lettere, i quali si propongono:

 1) Di raccogliere e di pubblicare i migliori classici della nostra lingua italiana ridotti all’or- tografìa moderna, affinchè si possano meglio leggere e comprendere dal giovane lettore;

 2) Trascegliere quelli che per amenità di materia e purezza di lingua gioveranno meglio allo scopo;

 3) Nei commenti, ove ne sia il caso, si fa-- ranno solo brevi annotazioni che servano a dilucidare il senso letterale, nel che si seguiranno le interpretazioni dei più accreditati commentatori;

 4) Noi giudichiamo bene di omettere in parte, ed anche del tutto, quegli autori comunque accreditati, i quali contengono materie offensive alla Religione e alla moralità;

 5) Sarà usata massima cura affinchè la parte tipografica lasci niente a desiderare p<èr la nitidezza dei caratteri, bontà della carta, e per la esattezza della stampa.

 « Ciò posto noi ci accingiamo all’opera, raccomandandone il buon esito agli educatori della gioventù e a tutti gli amanti della gloria dell’italiana favella e del maggior bene della gioventù ». (Seguono le condizioni di associazione) (109).

 L’iniziativa di Don Bosco fu salutata con gioia dalla stampa locale.

 Le pubblicazioni furono iniziate nel gennaio 1869 ed ebbero termine nel 1885, dopo aver pubblicato in 204 volumi le migliori opere dei classici italiani. Da notare che furono numerosi gli associati e che oltre ai volumi ad essi spediti, se ne spacciarono più di mezzo milione nelle scuole e collegi con grande vantaggio morale dei giovani.

 Anche dopo la morte di Don Bosco se ne continuò la ristampa. Il Marchese Giacomo della Chiesa, poi Papa Benedetto XV, si gloriava di essere stato uno degli abbonati a quella collana (200). Un insigne critico, il De Luca, esaltava in un importante giornale romano l’antica biblioteca dei classici italiani editi da Don Bosco che tanto giovamento aveva portato ai cattolici italiani in tempi assai calamitosi; e finiva affermando: «Una storia di tale attività sarebbe senza dubbio un capitolo onorato, quando si volesse narrare la coltura dei cattolici italiani nell’800 » (201).

b) « Selecta ex scriptoribus - LATINIS CHRISTIANIS ».

Allo scopo di mettere in mano ai suoi giovani libri moralmente sicuri, Don Bosco si accinse anche a un’altra importantissima impresa, quella cioè di pubblicare una collana dal titolo Select a ex scriptoribus latinis Christianis.

 Parlando dei suoi studi filosofici, egli accennava ad un grande errore nel quale era incorso, e che avrebbe potuto essergli causa di funeste conseguenze, se un fatto — che egli considerava provvidenziale — non lo avesse liberato. Abituato alla lettura dei classici in tutto il corso secondario, assuefatto alle figure enfatiche della mitologia ed alle favole dei pagani, egli non trovava gusto nello stile semplice dei libri ascetici. Giunse a persuadersi che la buona lingua e la eloquenza non si potesse imparare dai libri che trattano di religione. Le stesse opere dei santi Padri gli sembravano frutto di ingegni assai limitati, eccettuati i princìpi religiosi che essi esponevano con forza e chiarezza. Ciò era conseguenza di discorsi uditi da pèrsone eziandio ecclesiastiche, valenti nella classica letteratura, ma poco rispettose verso questi grandi luminari della Chiesa, perchè non li conoscevano.

 « Sul principio del secondo anno di filosofia, — egli scrive — andai un giorno a far visita al SS. Sacramento e, non avendo meco il libro di preghiera, mi feci a leggere De Imìtatione Chri- sti, di cui lessi qualche capo intorno al SS. Sacramento. Considerando attentamente la sublimità dei pensieri e il modo chiaro e nel tempo stesso ordinato ed eloquente con cui si esponevano quelle grandi verità, cominciai a dire tra me stesso: — L’autore di questo libro era un uomo dotto! — Continuando altre e poi altre volte a leggere quell’aurea operetta, non tardai ad accorgermi che un solo versicolo di essa conteneva tanta dottrina e moralità, quanto non avrei trovata nei grossi volumi dei classici latini. È a questo libro che son debitore di avere cessato dalla lettura profana» (202).

 Si diede pertanto alla lettura dei classici cristiani e, a misura che progrediva negli anni, si fece sempre più profonda in lui la stima dei Padri e degli scrittori latini cristiani.

 Fatto sacerdote e circondato dai suoi primi chierici, seppe infondere in essi tale amore. Fin dal 1851 egli, in tempo di vacanza, spiegava, e tanto bene, a Rua Michele e ad altri suoi alunni, vari brani di questi sacri autori, e special- mente le lettere di San Girolamo: e insisteva che le traducessero, mandassero a memoria e commentassero. Cercava di infondere negli altri il proprio entusiasmo e provava gran pena nel sentire come alcuni professori distinti deridessero il latino della Chiesa e dei Padri, chiamandolo con disprezzo « latino di sagrestia ».

 Egli diceva che coloro i quali disprezzano la lingua della Chiesa, si mostrano ignoranti delie /opere dei Santi Padri, i quali, in buona sostanza, formano da soli la letteratura di più secoli e una splendida letteratura che, per molti lati, eguaglia, nella forma, l’età classica, e per magnificenza di idee la supera infinitamente come il cielo la terra, la virtù il vizio, Dio l’uomo. Anzi aggiungeva che, per eleganza di stile, grazia di lingua, robustezza è sublimità di concetti, alcuni di essi tengono il primato sugli stessi autori del secolo d’Augusto. E lo dimostrava.

 Quando Pio IX nel 1855 in una sua Enciclica sciolse la questione tra Mons. Dupanloup e il Gaume, decidendo che si doveva unire bellamente lo studio dei classici pagani con quello dei classici cristiani, per rivestire con lingua latina, purgata ed elegante, le idee cristiane, e dando norme in proposito, Don Bosco ripeteva essere le sue idee in perfetto accordo con quelle del Papa (203).

 Non è a pensare che egli nutrisse comecchessia poca stima letteraria per i classici latini profani. Li aveva studiati, ne possedeva dei lunghi tratti a memoria, li commentava con maestria; ma, sacerdote, apostolo, e soprattutto educatore, non poteva non vedere il male che, dalfa loro lettura e dai loro insegnamenti, poteva derivare alla gioventù.

 «La rivoluzione francese — egli osservava — ha preso le proprie massime dagli scrittori del paganesimo, anzi sono questi che formarono quella generazione di sicari. E da ciò ne vennero le deplorabili rovine che tutti sanno. Le idee di patria, di odio agli stranieri, di gloria acquistata con la forza brutale, di vendetta encomiata, di superbia, di #dio stato, di conquiste, ecc., sono quelle che guastano le menti tenerelle dei giovani e che fanno giudicare viltà la soave mitezza del cristianesimo » (204).

 Don Bosco poi sapeva a tempo e luogo, con carità e prudenza, diffondere questa sua opinione. Aveva anche un argomento suo proprio. Diceva: « È un delitto disprezzare il latino dei Santi Padri. Noi cristiani non formiamo una vera società gloriosa, santa, divina? Questi scrittori ecclesiastici non sono nostri, e nostra gloria? E perchè disprezzare le còse che ci appartengono, e trovare solo il bello nei nostri nemici, nel paganesimo? E questo si chiama amore alla propria bandiera, alla Chiesa, al Papa? » (205).

 Il celebre Tommaso Vallauri, professore di lettere latine all’Università di Torino, geloso dei propri meriti e insofferente di opinioni contrarie alle sue, in uno scritto stampato aveva biasimato gli autori latini cristiani asserendo che essi, tutti intenti all’insegnamento e alla difesa della Religione, avevano trascurata, anzi deturpata la lingua. Lo seppe Don Bosco, il quale un giorno non si trattenne dal dire in bel. modo al Dottor Vai- lauri : « Ella sostiene che gli autori cristiani latini non scrissero con eleganza i loro libri,, mentre San Girolamo viene paragonato, pel suo modo di scrivere, a Tito Livio, Lattanzio a Cicerone, ed altri a Sallustio e a Tacito». Don Bosco non disse di più. Vallauri riflette alquanto e poi rispose:

 « Don Bosco ha ragione; mi dica pure quello che debbo correggere; io ubbidirò ciecamente » (206).

 Don Bosco, giusto estimatore dell’arte, è più ancora della morale, non poteva soffrire che i giovani fossero obbligati ad usare solamente classici profani senza l’antidoto dei classici cristiani. Egli così rendeva un servizio, anzi una glorificazione alla Chiesa cattolica, procurando al tempo stesso alla gioventù studiosa argomenti di vita cristiana (207).

 Don Tamietti pertanto, dietro suo invito, preparò ed annotò, di San Girolamo, il De viris ìl- lustribus, le Vite di San Paolo primo eremita, di SantTlarione, del monaco Malco. oltre una decina di lettere. In tal modo Don Bosco aveva scelto il momento propizio per risolvere praticamente il grande battagliare che erasi sviluppato in Francia per opera di Mons. Parisis fin dal 1845 intorno all’insegnamento dei classici. Quella lotta, che la Enciclica Inter multos del 25 marzo 1855 non era riuscita a sedare, si era riaccesa, e Pio IX fu costretto a ribadire le raccomandazioni già fatte, pubblicando un Breve in data 22 aprile 1874.

 L’anno seguente, in un altro Breve del 1° aprile a Mons. Bartolomeo, Vescovo di Calvi e Tèano, e poi Cardinale, dopo aver ricapitolato lo stato della questione,„ insisteva nuovamente. Il dotto Prelato esortava allora i suoi professori e sacerdoti a seguire le direttive pontifìcie.

 Con questo favorevole intervento e decisione del Papa, Don Bosco sentì in se stesso crescere la lena nell’attuazione del suo disegno (208). Approfittava di tutte le occasioni per caldeggiare l’opera intrapresa. Ai suoi Direttori faceva questa raccomandazione il 27 gennaio del 1875: « Altra cosa che desidero è l’introduzione nelle nostre scuole dei classici cristiani invece di quelli del paganesimo. Non potremo farlo tutto d’un tratto, ma desidero che, per quanto si può, si cominci a fare... In tal modo potremo mettere un riparo ad un male molto grande dei nostri tempi » (209).

 Nel Capitolo del 1877 insisteva: « Ogni Direttore si faccia con zelo a propagare nei nostri Collegi le collane dei classici. Lungo l’anno procurino tutti in varie circostanze di parlarne, far-i le conoscere, lodarle, e ottenere che molti restino associati. Saranno sempre buoni libri che si spargono neb collegio e che si leggono con grande vantaggio » (210).

 In ogni circostanza riappare l´educatore con tutto il suo zelo e il suo immenso amore ai giovani, che vuole salvare dalla corruzione.

C) I VOCABOLARI.

 Sempre con lo scopo di togliere dalle mani giovanili tutto ciò che potesse offuscare la mente e corrompere il cuore, si accinse a un’altra importante impresa. Egli aveva notato che i vocabolari riboccavano di parole e frasi oscene. Pensò di farne pubblicare dei nuovi, purgati da tutto ciò che potesse nuocere al buon costume.

 A tal fine nel 1868 affidò al Dottor Don Francesco Cerruti l’incarico di comporre un vocabolario italiano, perchè vi eliminasse tutte le espressioni men che delicate in fatto di onestà. Don Cerruti obbedì e fece un’opera pregiatissima in ogni lato (211).

 Al tempo stesso assegnava il lungo e grave lavoro del Dizionario Greco-Italiano e Italiano-Greco al Prof. Teologo Marco Pechenino, dandogli come amanuense un chierico dell’Oratorio. Affidava in pari tempo la cura del Dizionario Latino-Italiano e Italiano-Latino al Prof. Don Celestino Durando, il quale dalla sua opera maggiorein clue volumi estrasse poi un dizionario minore in un sol volume per le classi inferiori del ginnasio (212).

d) La COLLANA DRAMMATICA.

 Una nuova manifestazione dell’importanza che Don Bosco clava alla buona educazione e formazione intellettuale dei suoi alunni — sia per riparare i danni del positivismo e del naturalismo, che lottavano satanicamente al fine di infiltrarsi nelle scuole e nella vita pubblica e privata, sia al tempo stesso per suscitare in tutti il gusto verso nobili ideali ed imprese di sacrifìcio e di eroismo a vantaggio del prossimo — si ebbe nel 1885 con la Piccola Collana di Letture Drammatiche per istituti di educazione e famiglie. Usciva un volume ogni due mesi: il primo fu il noto dramma di Don Giovanni Battista LemoV ne Le pistrine o L’ultima ora del paganesimo.

 Con questa iniziativa Don Bosco ebbe in animo di formare una biblioteca teatrale di operette scelte e rappresentabili da giovani soli, negli Oratori festivi e in altri Istituti. Altrettanto fece per i teatrini delle fanciulle nei collegi.

11. Don Bosco scrittore-educatore.

Sarebbe incompleta la trattazione che riguarda ciò che fece Don Bosco per la educazione intellettuale della gioventù se non dicessimo qualcosa, sia pure brevemente, di lui come scrittore: poiché, lo si avverta bene, Don Bosco fu scrittore in funzione di educatore.

 D’altronde, a detta di molti, « scrivere e diffondere buoni libri ad istruzione della gioventù e del popolo fu un lavoro continuo del Santo » (213).

 Pio XI, che lo conobbe e avvicinò nella intimità, disse della sua vocazione allo studio (214) e delle sue pubblicazioni (215), oltre un centinaio, di cui alcune ebbero un esito straordinario di 40, 70 e persino 600 edizioni (216).

 Della sua preparazione a scrivere sono una testimonianza la serietà degli studi fatti in seminario ed al Convitto Ecclesiastico, e le molte opere, veramente di polso, che egli lesse e studiò avidamente in quei tempi, come quelle di Giuseppe Flavio, del FleurV , del Calmet, del Cavalca, del Passavanti, del Segneri, tutta la Storia Generale della Chiesa dell’Henrion, che gli restò vivamente impressa nella memoria, e molti scritti in materia di Religione, come quelli di Mons. Marchetti, FraV ssinous, Balmes, Zucconi e di molti altri ancora (217).

 Tra i documenti della sua vasta erudizione stòrica, sono notevoli una lettera di « Schiarimenti » in difesa dell’opuscolo II centenario di San Pietro Apostolo, e la lettera da lui scritta 18 aprile 1865 all’Editore della Storia Popolare dei Papi del Chantrel: di questa egli fa una critica esauriente, mettendone a punto le numerose deficienze ed inesattezze, indicando fatti, fonti, testi, citando nomi di Padri, di storici, giudicando e consigliando con una sicurezza e con una competenza che fanno stupire (218).

 Ma, più ancora che della erudizione e della critica, era amante del bene dei giovani e della verità.

 Ecco il giudizio che Don Bosco dava dei Promessi Sposi nella Storia d’Italia: « La stima che abbiamo di quest’opera non ci tratterrà tuttavia dal biasimare altamente il ritratto che ci porge di Don Abbondio e quello della sgraziata Geltrude. Il Manzoni, che voleva dare all’Italia un libro veramente morale ed ispirato da sentimento cattolico, poteva certo presentarci migliori caratteri; gli stessi romanzieri d’oltral’Alpe ben altra idea ci porgono generalmente del Parroco cattolico. Il giovane poi che fin dai suoi primi anni ha imparato, coll’amore ai genitori, la venerazione al proprio Parroco, dovrà necessariamente ricevere cattiva impressione nella mente e nel cuore dopo siffatta lettura ». Quindi — dice il biografo — non ne consigliava la lettura ai giovanetti, perchè inesperti e impressionabili, e solamente la tollerò quando fu nelle scuole prescritta dal Governo. Da ciò si argomenti che cosa Don Bosco pensasse degli altri romanzi. Diceva continuamente che i libri, anche non cattivi, ma leggeri ed appassionati, sono pericolosi, in specie per la moralità (219).

 Sempre a proposito del suo amore alla verità e del suo coraggio nel difenderla, si sentì dire da Pio IX: « Tre Papi sono a voi debitori! Ne avete difesa la fama oltraggiata, con la Storia d’Italia, XEcclesiastica, e le Letture cattoliche » (220).

 Alti Prelati a Roma vollero mettere a prova la preparazione storica di Don Bosco, e ne rimasero pieni di ammirazione (221).

 Il Santo aveva anche una buona preparazione linguistica (222). Lo stesso Leone XIII, che tanto si’ distinse per il suo classico stile latino, restò meravigliato al leggere una supplica scritta in ottimo latino da Don Bosco (223).

 Si occupò pure con risultati notevoli delle leggi e decreti della Chiesa, e ne diede ampie prove in speciali documenti (224). Ma, ancor più che la scienza, amava Gesù Cristo, e Crocifisso, come appunto egli stesso ebbe a rispondere il 21 marzo 1858 a Pio IX, che lo aveva interrogato in proposito (225). Egli nello scrivere non aveva altro fine che quello di far del bene, e non cercava la lode degli uomini. « Il mio studio, — diceva, — nel predicare e nello scrivere, fu sempre ed unicamente rivolto a farmi intendere da tutti, sia neiresposizione come nell’uso dei vocaboli più semplici e conosciuti » (226).

 Abbiamo detto che egli aveva preveduto come la scuola e la stampa, cose eccellenti in sè, sarebbero diventate mezzi potenti per seminare l’errore e corrompere i costumi. Per prevenire il male e giovare alla gioventù e al popolo, egli si dedicò a scrivere buoni libri. A questo fine tòglieva molte ore della notte ai suoi riposi, e durante il giorno occupava tutti gli istanti, che la cura dei suoi giovanetti, il sacerdotale ministero e lo studio della teologia morale gli lasciavano liberi.

 Il tavolino della sua stanzetta era ingombro di quaderni e fogli, zeppi di note che andava diligentemente raccogliendo, soprattutto in difesa della Religione e della Chiesa, e in relazione alla scuola. Con questo preparava materia per i molti libri che andava ideando e dei quali l’opportunità e l’eccellenza sarebbe stata provata dalle molte edizioni e dai giudizi favorevoli pubblicati da personaggi di gran fama.

 Tuttavia, benché Don Bosco sentisse in sè la grazia e la potenza di tale missione, non si atteggiò mai a scrittore, nè manifestò per questo alcun sentimento di vana gloria (227).

 Il suo stile semplice e paterno si rivela soprattutto nelle Memorie dellOratorio di San Francesco di Sales dal 1815 al 1855, da lui scritte per ordine del glorioso Pontefice Pio IX e riservate ai soli Salesiani: Memorie dell’Oratorio che videro la luce soltanto nel 1946, centenario appunto della Casa Madre e centenario pure della elezione di Pio IX a Vicario di Gesù Cristo.

12. Gli scritti di Don Bosco e i loro pregi.

 Presentando ai giovani la sua Storia Sacra e la Storia ecclesiastica, Don Bosco risolse una grande difficoltà: quella di procurare libri di testo adatti alla loro intelligenza ed età. Persino quando egli scrisse VAritmetica con l’originalissimo suo metodo per insegnare il Sistema Metrico Decimale, anche allora tale libro, pur trattandosi di una materia in generale poco gradita ai giovanetti, fu accolto con piacere e segnò un trionfo per le sue scuole: tanto più che provvedeva ai bisogni, non solo intellettuali, ma anche materiali, del popolo.

 Un giornale di Torino, assai quotato per serietà ed erudizione, lodava Don Bosco per la sesta edizione della sua Aritmetica e il Sistema Metrico Decimale: libro « condotto con tanta semplicità, chiarezza d’idee e popolarità, che lo crediamo il più acconcio per le scuole elementari » (228).

 Semplicità e chiarezza erano le sue doti precipue. Egli parlava come scriveva, e scriveva come parlava: sempre familiarmente. Per assicurarsi di essere ben compreso da tutti faceva leggere i suoi manoscritti a semplici operai poco istruiti, perchè poi gliene riferissero il contenuto. Un giorno, leggendo egli a sua madre il panegirico di San Pietro, indicava il Santo Apostolo col titolo di Clavigero. Sua Madre lo interruppe e gli disse: — Clavigero? Dov’è questo paese? — Egli avvertì subito che quella era una parola troppo difficile per intendersi da persone del popolo, e la cancellò (229).

 Prima di stampare II Divoto dell Angelo Custode, leggevaio al portinaio del Rifugio. E quando questi non intendeva, egli, dandone la colpa al suo stile piuttosto elevato, rifaceva con gran pazienza il lavoro fino a che quel brav’uomo capisse (230).

 Nominato membro dell’Accademia dell’Arcadia, vi si recò la sera del Venerdì Santo, 14 aprile 1876, per leggervi una sua composizione sulle parole dette da Gesù Cristo in Croce. Egli non si smentì neppure in quella solenne circostanza; perchè parlò bensì con grande correttezza e profondità di pensiero ma non disgiunte dall’umiltà del suo stile.

 Quel modo semplice e facile nel parlare anche delle cose più difficili, gli cattivò gli animi di tutti, e il suo discorso fu applauditissimo (231);

 Gli premeva di essere capito. Tuttavia, pur amando la chiarezza, non sacrificava mai la purità e la proprietà della lingua (232).

 È meritevole di essere ricordata anche la sua pietà, delicatezza e carità nello scrivere (235). I suoi libri sono un modello della delicatezza somma da lui sempre usata quando trattava materie pericolose. « Alcune volte accadde a me, — affermò il Servo di Dio Don Rua, — e a vari miei compagni di trovarci incagliati nel raccontare alcuni fatti dell’Antico Testamento: e consultando la sua Storia Sacra trovavamo il modo di esprimerci con tale delicatezza da escludere ogni pericolo di sconvenienza » (234).

 I Protestanti, con foglietti, dispute, lettere scritte da apostati, fecero di tutto per farlo tacere, ma egli non desisteva e con le armi della carità di Nostro Signor Gesù Cristo e della dolcezza di San Francesco di Sales, continuava a confutare l’errore, rispondendo senza acrimonia, dissimulando le ingiurie e rispettando le persone (235). A chi non sapeva conservarsi abbastanza calmo nel controbattere accuse ed ingiurie, dava questo ricordo: « Non scrivere parole offensive: gli scritti rimangono ». Un autore gli chiedeva norme e consigli per la pubblicazione di qualche suo libretto. « Ti raccomando — rispose Don Bosco — una cosa in particolare: non offendere la carità» (236). Negli scritti del -Santo tutto è calmo e limpido, senza alcun’ombra di acrimonia!

 Ma la dote che maggiormente rifulse in Don Bosco scrittore fu l’umiltà. Malgrado le sue ampie cognizioni storiche, geografiche, letterarie, passava tutte le sue composizioni per la revisione a persone di riconosciuta scienza e abilità, come a Silvio Pellico, al Professore Amedeo PeV ron, al Professore Matteo Picco, e ad altri. « Anzi, — dice il Card. Caglierò, — alle volte si abbassava fino a far esaminare da alcuni di noi i suoi opuscoli e le lettere da pubblicarsi e da mandarsi ai benefattori delle sue opere » (237).

 Inoltre era vera specialità degli scritti di Don Bosco il loV o fascino. A questo proposito è notevole ciò che gli accadde nel dicembre del 1862 in un colloquio coi Provveditore agli studi, Comm. Francesco Selmi.

 — Lei parla bene, — disse il Professore; -*• ma debbo dirle che mi piacciono assai poco i suoi libri !

 Don Bosco lo pregò di indicargli i difetti, assicurandolo che ne avrebbe tenuto conto in future edizioni. — È ben lei l’autore della biografìa del giovanetto Domenico Savio.

 — Per l’appunto.

 — Ebbene, quel libro è pieno di fanatismo; lo lesse mio figlio e ne fu talmente preso che a ogni ora domanda di essere condotto da Don Bosco; e temo quasi che gli dia volta il cervello.

 — Ciò vorrebbe dire che i fatti ivi contenuti sono chiaramente esposti ed ameni, così da essere con facilità intesi dai giovanetti e da incontrare il loro gusto; questo appunto era il mio divisamente. Ma intorno alla lingua e allo stile, vi ha ella trovato qualche difetto da correggere?

 — Di questi, no : anzi vi ho scorto purezza e proprietà di linguaggio ed uno stile facile e popolare » (238).

 Lo stesso Tommaseo, il quale veniva talora a visitare Don Bosco, gli disse, parlando del suo modo di scrivere: « Caro Signor Don Bosco, sono lieto di poterle dire che lei trovò uno stile facile, il vero modo di spiegare al popolo le sue idee in maniera che le intenda. Anzi lei seppe rendere popolari e piane anche le materie diffìcili » (239).

a) La « STORIA D’ITALIA ».

 Don Bosco vedeva con alto rammarico perfidi scrittori che — per mezzo di Sommarii, Com175

pendii, Storie e via dicendo — facevano barbaro scempio della Storia d’Italia, rimettendo in luce viete e già mille volte confutate calunnie contro i Papi, presentati come nemici d’Italia e responsabili delle sciagure patrie. Tali storie nazionali cominciavano ad adottarsi in varie scuole come libri di testo. Al tempo stesso i Protestanti combattevano fieramente il Papato, e il giornalismo settario ne assaliva il dominio temporale.

 Questi tradimenti della verità, questo avvelenamento delle giovani menti rivoltava l’anima di Don Bosco, che si accinse a prestarvi quell’antidoto più efficace che per lui si potesse: la sua Storia d’Italia.

 Ecco come Don Bosco stesso espone l’intendimento che lo guidò in quel lavoro: « Esporre la verità storica, insinuare l’amore alla virtù, la fuga del vizio, il rispetto all’Autorità e alla Religione, fu intendimento finale di ogni pagina... Se a taluno riuscirà di qualche vantaggio, ne renda gloria al Dator di tutti i beni, cui intendo consacrare queste mie tenui fatiche» (240).

 Parlando poi delle fonti dice: « Posso nondimeno accertare il lettore che non iscrissi un periodo senza confrontarlo con gli autori più accreditati, e, per quanto mi fu possibile, contemporanei o almeno vicini al tempo cui si riferiscono gli avvenimenti. Neppure risparmiai fatica nel leggere i moderni scrittori delle ;cose d’Italia, ricavando da ciascuno quello che parve convenisse al mio /intento. Ho fatto quello che ho potuto perchè il mio lavoro tornasse utile a quella porzione della umana società che forma la speranza di un lieto avvenire, la gioventù» (241).

 Meritano poi speciale attenzione queste sue parole che rivelano come la sana educazione della gioventù fosse il suo continuo pensiero, l’oggetto precipuo di ogni sua fatica: « Egli è un fatto universalmente ammesso che i libri devono essere adattati all’intelligenza di coloro a cui si parla, in quella guisa che il cibo dev’essere acconcio alla complessione degli individui. Giusta questo principio io divisai di raccontare la Storia d’Italia alla gioventù seguendo nella materia; nella dicitura e nella mole del volume le stesse regole già da me praticate per altri libri al medesimo scopo destinati.

 « Tenendomi pertanto ai fatti certi, più fecondi di moralità e di utili ammaestramenti, tralascio le cose incerte, le private congetture, le troppo frequenti citazioni di autori, come pure le troppo elevate discussioni politiche, le quali cose tornano inutili e talvolta dannose alla gioventù » (242).

 Tra i libri pubblicati da Don Bosco forse nessuno riscosse tante lodi come la Storia d’Italia. Fù eletta un monumento di amore alla gioventù. Non si può non fare le più alte meraviglie al sapere come, in mezzo a tanti travagli di mente e a tante fatiche di corpo pel governo della sua numerosa famiglia, Don Bosco abbia ancora trovato tempo per comporre e dare alle stampe una Storia d’Italia, la quale è una delle opere più belle ed importanti uscite dalla sua penna.

 I dotti scrittori della Civiltà Cattolica, levandola al cielo, la chiamarono « un libro che nel suo genere non ha forse pari in Italia». Nel loro periodico espressero quest’altro giudizio: « Sotto la penna dell’ottimo Don Bosco la Storia non si tramuta in pretesto di bandire idee di una politica subdola o princìpi di un’ipocrita libertà, come purtroppo avviene di cert’altri compilatori di epiloghi, sommari, compendi che corrono l’Italia e brulicano ancora per molte scuole, godenti riputazione di buoni. Alla veracità dei fatti, alla copia della materia, alla nitidezza dello stile, alla simmetria dell’ordine, l’Autore accoppia una sanità perfetta di dottrine e di massime, vuoi morali, vuoi religiose, vuoi politiche» (243).

 L´Armonia annunziava la Storia d’Italia di Don Bosco inserendola nel numero dei libri da far conoscere, adatti ai bisogni dell’educazione e dell’istruzione della parte più cara della società, qual è la gioventù.

 Di detta Storia tessè un elogio anche il Tommaseo: « Ecco un libro modesto che gli eruditi di mestiere e gli storici severi degnerebbero forse appena di uno sguardo, ma che può nelle scuole adempire gli uffici della storia meglio assai di certe opere celebrate... L’abate Bosco in un volume non grave presenta la Storia tutta d’Italia nei suoi fatti più memorandi; sa sceglierli, sa circondarli di luce assai viva. Ai piemontesi suoi non tralascia di porre innanzi quelle memorie che riguardano più in particolare il Piemonte, e insegna a fare il simile agli altri maestri, illustrare cioè le cose men note e più lontane con le più note e le più prossime...           ^

 « In tanta moltitudine di cose da dire l’abate Bosco serba l’ordine e la chiarezza, che, diffondendosi da una mente serena, insinuano negli animi giovanili gradita serenità... Soggiungerò che i più fra i giudizi dell’autore mi paiono conformi, insieme, a civiltà vera e a sicura moralità. Nel colloquio quasi famigliare che, raccontando, egli tiene coi suoi giovanetti, saviamente riguarda le cose pubbliche dal lato della morale privata più accessibile a tutti e più direttamente proficua » (244).

 Questa Storia fu per quei tempi e in appresso una provvidenza, stimata dai buoni e anche dai non sospetti di troppo cattolicesimo. Dio solo sa il bene che arrecò alla gioventù e il male da cui la preservò. Non appena conosciutine i pregi, i padri di famiglia, i maestri, gli Istitutori, che desideravano avere figliuoli e discepoli eruditi nella Storia patria, ma non attossicati, andarono a gara per loro provvederla.

 In molte case di educazione ed in vari Collegi e Piccoli Seminari venne accolta con favore e adottata come testo (245).

 Nel corso di trent’anni se ne spacciarono oltre 70.000 copie. In principio lo stesso Ministro della Pubblica Istruzione, che era Giovanni Lanza, la fece esaminare, se ne compiacque molto, l’onorò d’un premio di mille lire, e mostrò desiderio che venisse adottata nelle scuole governative. Ciò che sarebbe stato fatto, se Don Bosco si fosse rassegnato a togliere alcuni periodi. Egli però nulla volle mutare e non si curò di un progetto che pure gli avrebbe fruttato un lucro notevole. Anzi era pronto a soffrire con gioia l’ira dei settari che lo avevano preso in sospetto di reazionario e capo di reazione a favore del Sommo Pontefice (246).

 La Storia d’Italia di Don Bosco fu tradotta anche in inglese e adottata come libro scolastico. I nostri Confratelli di Londra trovarono, sopra un panchetto dove si vendevano libri di seconda mano, un magnifico volume in inglese col ti/ tolo Compendio della Storia d’Italia di Giovanni Bosco, traslato dall’italiano da un ex Ispettore Governativo delle scinole I. D. Morell, LL. D. Era edito dalla tipografia Longman, Green, una delle principali ditte editrici di Londra, nel 1881 (247).

b) LA « STORIA ECCLESIASTICA ».

 Anche la sua Storia Ecclesiastica ad uso delle scuole ebbe una accoglienza favorevolissima. Le ragioni didattiche e pedagogiche che hanno ispirato questo volume sono un monumento dell’amore di Don Bosco alla Chiesa, al Papa, ed ai giovani (248).

 Don Bosco, disapprovando il sistema seguito anche dagli autori ecclesiastici di grido, di fare delle Storie Ecclesiastiche piuttosto nazionali, trascurando la parte principale che vi deve avere il Sommo Pontefice, sosteneva che il perno attorno a cui deve aggirarsi una Storia Ecclesiastica è il Papa, e quindi una vera storia della Chiesa doveva essere essenzialmente una « Storia dei Papi ». Tale fu il criterio col quale scrisse la sua Storia Ecclesiastica. Ma non bisogna dimenticare che egli fin dal 1849 aveva incominciato a comporre con queste idee una Storia universale della Chiesa Cattolica, a confutazione delle menzogne e calunnie degli eretici, e a correzione di metodo e di errori di alcuni autori cattolici. Nel 1870 era quasi finito il manoscritto che, nelle vacanze autunnali e durante i viaggi, egli per tanti anni era andato curando. Se non che un giorno smarrì sul treno l’ultima parte che più non potè ritrovale, e l’opera rimase purtroppo interrotta (249).

 Allora compilò la seconda edizione della Storia Ecclesiastica che ebbe un grande successo.

 Degno di nota il riserbo con cui scriveva.

 A Tomatis Carlo, che gli aveva chiesto come si regolava quando si fosse imbattuto in punti difficili a trattarsi, dovendo per esempio dir male di qualche personaggio, Don Bosco rispose:

 « Ove posso dir bene, lo dico: e dove dovrei dir male, taccio ».

 — E la verità?

 — Io scrivo non per i dotti, ma specialmente per gli ignoranti e per i giovanetti. Se narrando * un fatto poco onorevole e controverso, io turbassi la fede di un’anima semplice, non è questo indurla in errore?... Le colpe di uomini, anche eminentissimi, per nulla offuscano la santità della Chiesa; anzi sono una prova della sua divinità... E questo pure intenderebbero i giovani, quando potessero integrare i loro studi. Del resto ricordati che le sinistre impressioni, ricevute in tenera età, per un parlare imprudente, portano sovente lagrimevoli conseguenze, per la Fede e per il buon costume » (250).

 Il Card. Tripepi, parlando delle Vite dei primi Papi della Chiesa, scritte da Don- Bosco, dopo averlo elogiato pel suo senso e valore storico, finisce con queste parole: « Il dotto e venerato Don Bosco si era dato con una mano esperta a delineare le gesta di questo Papa... Vuoisi rendere gloria immortale ed aver obbligo eterno all’erudito e zelante Don Bosco, gran lume di Torino e della Chiesa» (251).

 Appunto pei suoi riconosciuti meriti storici, nel dicembre 1872, Mons. Gastaldi invitava Don Bosco a far parte dell’Accademia di Storia Ecclesiastica che pensava fondare (252).

c) La Storia Sacra.

 Don Bosco aveva rilevato i difetti delle Storie Sacre allora in uso pei fanciulli e in generale inaccessibili ai medesimi per la troppa ricercatezza delle frasi, dello stile, dei concetti.

 « Indotto da queste ragioni, — egli scrive,— mi proposi di compilar un corso di Storia Sacra che contenesse le più importanti notizie dei libri santi e si potesse presentare ad un giovanetto qualunque senza pericolo di risvegliare idee meno opportune. Affine di riuscire in questo divisamento, narrai ad un numero di giovani di ogni grado ad uno ad uno i fatti principali della Sacra Bibbia, notando attentamente quale impressione facesse in loro quel racconto e quale effetto producesse di poi. Questo mi servì di norma per tralasciarne alcuni, accennarne appena altri, e corredarne non pochi di più minute circostanze. Ebbi eziandio sott occhio molti compendi di Storia Sacra e tolsi da ognuno quello che mi parve più conveniente» (253). Insomma il Santo si era di proposito applicato a compilare una Storia Sacra che, « oltre alla facilità della dicitura e popolarità dello stile, fosse scevra dei notati difetti » (254).

 Don Bosco stabiliva poi questi tre corollari: la certezza della venuta del Messia, fondata sull’avveramento delle profezie; l’esistenza di una Chiesa, unica arca di salvezza per tutti gli uomini, divina, infallibile, indefettibile; questa Chiesa essere la Cattolica Romana con alla testa il Sómmo Pontefice.

 Nello stesso tempo era intento a combattere i Protestanti, ma senza lasciarlo intravvedere. Perciò, narrando i fatti del Nuovo e dell’Antico Testamento, pose in risalto il culto esterno, il purgatorio, la necessità delle opere buone per salvarsi, la venerazione delle reliquie, l’intercessione dei Santi, il culto di Maria Vergine, la Confessione, la presenza reale di Gesù Cristo nella SS. Eucaristia, il primato del Papa: elementi che danno a questo libro un carattere di attualità per la rinnovata propaganda protestante nelle regioni d’Italia.

 Pertanto in un volume di circa 200 pagine egli espose i fatti più importanti della Bibbia, con lingua purgata, in forma piana, con stile chiaro, come furono sempre le caratteristiche di tutti i suoi libri, sicché i fanciulli non trovassero difficoltà ad intenderne la narrazione ed a ritenerla a memoria (255).

 Anche per la Storia Sacra seguì il metodo già usato, e andando al Convitto Ecclesiastico per studiare e scrivere, consegnava di tanto in tanto i fogli della Storia Sacra al portinaio perchè li leggesse, e ritornando si faceva dire se ne aveva capito il senso. In caso contrario rimaneggiava il lavoro, rendendosi ancor più semplice e popolare (256).

 Il metodo didattico è ciò che vi ha di più fruttuoso in questo libro. Da ogni fatto scritturale il Santo sa ricavare una massima educativa ed esprimerla in modo adatto alla giovane età (257).

 Il metodo didattico di Don Bosco risalta ancora dalla opportunità della cronologia, del dizionario geografico, delle incisioni, e in modo particolare delle divisioni e suddivisioni inserite nel testo, poiché l’esperienza gli suggeriva essere questo il metodo più facile a far sì che un racconto qualunque dalla mente di un giovane possa esser appreso e ritenuto (258).

d) Le « Letture Cattoliche

 . Sempre per contribuire alla sana formazione intellettuale della gioventù e del popolo, Don Bosco aveva iniziato fin dal marzo 1855 la pubblicazione delle Letture Cattoliche, che hanno superato il migliaio di numeri e inondato l’Italia e il mondo con milioni di copie.

 La Civiltà Cattolica dando un giudizio di esse si esprimeva così: « Librettini di piccola mole, pieni di soda istruzione, adattati alla capacità del popolo minuto, e tutta cosa opportuna per questi tempi: ecco il pregio di queste Letture Cattoliche. Siane lode all’egregio Don Bosco; e i padri di famiglia, per quanto han cara la fede dei loro figliuoletti, se ne valgano per gittar loro nella mente i primi germi di una istruzione qual è richiesta dalla condizione dei tempi» (259).

 Don Bosco infatti, profondo conoscitore dell’epoca in cui visse, aveva visto le rovine della mente e del cuore che si accumulavano per l’influenza settaria ed eretica della libera stampa, e aveva provveduto con le Letture Cattoliche àd una salutare e larga opera di restaurazione in mezzo al popolo e alla gioventù. In quei fascicoli, con ampiezza di vedute, egli sapeva raccogliere quanto di splendido, di commovente, di edificante, si trovava sparso nella Storia della Chiesa e delle Nazioni, e quanto di incantevole ed umile virtù egli aveva visto nella vita dei suoi fan 7 ciulli.

 Non v’era principio dommatico e morale, su cui lo spirito volterriano del secolo non lasciasse cadere il disprezzo e la derisione, senza che il Santo in persona, o per mezzo di popolarissimi scrittori, non sorgesse a difenderlo, dissipando l’immensa colluvie di calunnie e di pregiudizi insinuati nelle anime a danno della Chiesa e della Società (260).

 Le difficoltà, anziché arrestare, stimolavano Don Bosco. Alle villanie ed ingiurie rispondeva con imperturbabile carità, perdonando di buon grado a tutti i dileggiatori, studiandosi di evitare i personalismi, continuando però a svelare Terrore ovunque si nascondesse (261), anche davanti alla prospettiva di feroci vendette (262), delle quali non mancavano gli esempi.

 Quando passò la direzione di tali Letture al Sacerdote Salesiano Conte Carlo CaV s, gli raccomandava: « Non ci sia niente da ledere la tenera e mobile mente della gioventù in morale: neppure la politica del giorno » (263).

 Alcuni numeri, veri gioielli pedagogici, ebbero l’onore di molte edizioni.

 Il fascicolo Severino — per citarne uno dei tanti — fu lodato dal Prof. Vallauri, che lo lesse d’un sol fiato (264).

 Quasi sempre i suoi volumetti venivano segnalati e raccomandati ai lettori, non solo dai giornali cattolici di Torino, ma anche da quelli di Roma. Ad esempio, di un altro volume, dal titolo Massimino, un giornale romano scriveva: « Tutti gli errori che i nemici della Religione nostra santissima vanno spargendo per traviare i semplici e gl’ignoranti, specialmente per ciò che riguarda la venerata Sede del Capo della Chiesa, vi sono confutati con uno stile chiaro, persuasivo e adattato all’intelligenza di tutte le persone » (265).

13. Don Bosco formatore di scrittori.

 Il nostro Padre non fu soltanto scrittore, ma abile formatore di scrittori. Conosceva i suoi figli e, guardando alle attitudini e ai gusti dei singoli, insinuava loro l’idea di fare questo o quel lavoro, cercando d’imprimere in essi bel bello il proprio concetto e il proprio spirito intorno alla trattazione proposta. Indi suggeriva libri di consultazione; correggeva manoscritti, scendendo ai più minuti particolari di stile e di lingua; istradava man mano con avvisi orali e scritti; chiamava non di rado a collaborare seco in lavori da pubblicare. Ecco, per esempio, in qual /modo affidò a Don Bonetti la revisione di un suo manoscritto nel 1875: «Ho bisogno che col tuo occhio di lince e col tuo sagace ingegno dia un’occhiata a questi manoscritti prima di stamparli. Ma io li lascio alla tua responsabilità. Procura che la pietra pomice non solo lisci il legno, ma lo disgrossi e poi lo ripulisca. Capisci? » (266).

 Incaricando Don Giovanni Turco d’un altro lavoro gli scriveva: « Eccoti un libretto da tradursi dal francese. Tu certamente lo volgerai liberamente, non con stile elegante, che non è il tuo, ma con uno stile popolare classico, periodi brevi, chiaro, ecc., proprio come sei solito a scrivere » (267).

 A Don Barberis faceva notare: « Tu prima cerchi i pensieri e poi li ordini e fai da questi risultare il tutto. Invece prima si deve concepire l’intero argomento, ordinarlo e ad esso coordinare poi i singoli pensieri ». Notatigli poi alcuni difetti linguistici, proseguiva: « Sempre periodi corti; in luogo di un sol periodo lungo, ogni volta che si può, farne due o tre. Il verbo alla fine è da lasciarsi ad altri scrittori; noi, che tendiamo all’assoluta popolarità, abbandoneremo sempre quei vezzo. Avviene ancora spesso che sotto varie forme e con diverse parole non si faccia che ripetere uno stesso pensiero: questo è modo da scrittorelli. Espresso un pensiero, rapidamente si passa ad un altro » (268).

 Coi mezzi anzidetti il Santo si sforzò di rendere l’educazione intellettuale dei suoi figliuoli libera da tutto ciò che in qualsiasi modo avesse potuto confondere la mente e soprattutto turbare il cuore degli educandi.

CAPITOLO lV. L’EDUCAZIONE SOCIALE

 L’educare socialmente il fanciullo rientra nella cerchia dei fini che deve prefiggersi l’educatore: si tratta infatti di preparare l’educando, che è destinato alla vita di società, a essere domani un membro degno e attivo della società stessa.

1. Vita di collegio, vita di famiglia.

 E qui è bene mettere in rilievo un carattere particolare dell’educazione collettiva della scuola e del collegio, che è quello appunto di costituire una forma di vita che stia di mezzo tra la vita intima della famiglia, quasi chiusa attorno al focolare domestico, e la vita aperta e pubblica 1 che i giovani, al termine della loro formazione, conduranno poi in mezzo alla società.

Quale raccordo o anello d’unione tra l una e l’altra, la vita di collegio, per essere ben organizzata e ben adattata alla condizione e alle esigenze degli alunni, deve ancora avere molto della vita di famiglia: mentre d’altra parte deve iniziare man mano gli educandi a una forma di vita sociale.

a) IL PENSIERO DI DON BOSCO.

 Don Bosco capì, vorremmo dire, pressoché istintivamente, e attuò questo aspetto della vita di collegio nel suo sistema di educazione. Chi infatti osservi lo svolgimento della giornata educativa nelle Case Salesiane e più ancora si sforzi di penetrare il profondo senso e lo spirito animatore di tutti gli atti che vi si susseguono, e consideri il modo di agire, di parlare, di sentire, dei Salesiani formati secondo lo spirito del Padre, s’accorge subito che in esso si respira e si vive un intenso spirito di famiglia. È questa una tradizione dei primissimi tempi di Don Bosco, la quale costituisce come l’anima del suo sistema. E noi abbiamo appunto visto come egli, fin dagli inizi dell’opera sua, abbia concepito la figura dell’educatore come la figura di un padre.

 Ed egli era tale. Quando raccoglieva i primi alunni dalle strade o da famiglie indigenti, se li portava a casa chiamandoli figli. Quando accettava nuovi giovani, molte volte terminava le pratiche relative con queste parole: « Vieni, io ti farò da padre ». Così fece con colui che poi sarebbe divenuto il Card. Caglierò, e con tanti altri (269).

 Il Collegio, l’Oratorio, era per lui la casa: ed ancor oggi gli istituti salesiani sono di preferenza chiamati Casa Salesiana, e non convento, nè monastero, nè comunità religiosa (270).

 Don LemoV ne, parlando dei primi anni dell’Oratorio, scrive che l’Oratorio era allora una vera famiglia (271), dove Don Bosco aveva la sollecitudine di un padre (272), e Mamma Margherita la sollecitudine di una madre (273). Anzi, sul principio della fondazione dell’Oratorio non vigeva altra regola fuori di quella che lega naturalmente i membri di una famiglia (274), e i giovani non sentivano che vi fosse differenza tra l’Oratorio e la loro casa paterna (275).

 Respiravasi un’aria di famiglia che rallegrava. Don Bosco concedeva ai giovani tutta quella libertà che non era pericolosa per la disciplina e per la morale. Quindi non si esigeva che si recassero in fila ai luoghi ove chiamavali la campana e, nella stagione calda, tollerava eziandio che nello studio deponessero la cravattina e la giubba, e non cedeva alle rimostranze degli assistenti, tanto piace- vagli andare alla buona, sicché tutto sapesse di famiglia. Solo anni dopo acconsentì, quando il numero dei giovani era straordinariamente aumentato (276).

 Di ritorno dai suoi viaggi Don Bosco narrava ai suoi alunni quanto gli era occorso, a volte per più sere di seguito. Era questa la sua costumanza quando stava qualche tempo fuori dell’Oratorio: e i giovani vivevano della sua vita (277).

 Don Paolo Orioli, in un suo opuscolo La Casa di Don Bosco in Torino, ove era stato ospite per qualche tempo, scrive riguardo ai Superiori: « Se li avvicini senza conoscerli, non sospetteresti punto che siano costituiti in autorità... perchè il loro tratto sociale è tale che pare voglian allontanare perfino il sospetto dell’esser loro. Ma più cresce la sorpresa quando vedi quei direttori aggirarsi in mezzo ai giovani studenti, agli artigiani, e porgersi più da amici che da Superiori. Nella casa di Don Bosco non è quell’aria grave d’autorità che spira in certi collegi... Fa consolazione all’animo il vedere quei laureati tanto modesti e non curanti dei loro pregi reali » (278). Don Bosco stesso, come abbiamo visto, si compiaceva di sottolineare questo spirito di famiglia che vigeva all’Oratorio.

 Il 31 maggio del 1876 si era recato con Don Barberis a Villafranca d’Asti, per visitare un sacerdote infermo, alunno dell’Oratorio. Di ritorno, sul treno, diceva a Don Barberis: «Fra noi i giovani adesso sembrano altrettanti figli di famiglia, tutti padroncini di casa; fanno proprigli interessi della Congregazione. Dicono « La nostra chiesa, il nostro Collegio di Lanzo, di Alas- sio, di Nizza », e qualunque cosa riguardi i salesiani la chiamano « nostra »... poi sentendo sempre a dire che bisogna andare nel tal luogo, che la via è aperta a quell’altro, che siamo chiamati da tante parti, in Italia, in Francia, in Inghilterra, in America, pare loro di essere i padroni del inondo» (279).

 Quest’atmosfera di famiglia Don Bosco voleva perpetuata nei suoi collegi quando scriveva nel Sistema Preventivo che l’educatore dev’essere in mezzo ai suoi giovani come un padre amoroso che vigila e cura tutti i loro interessi (Regolarvi., 88). Si capisce allora come in questo ambiente gli alunni diventino come figliuoli e si lascino in generale dominare da tale spirito. Anzi quanto più son da esso pervasi, tanto più dimostrano il loro interesse per la casa ove dimorano e si educano, e per le cose dei loro educatori e della stessa Famiglia Salesiana.

 Così avviene che i giovani parlano delle nostre Missioni », delle « nostre Case », dei « nostri Collegi », come se veramente si trattasse di cosa loro e della loro propria famiglia.

 Perciò nelle Case Salesiane non si viene solo per studiare, per ottenere un certificato di esami felicemente superati, ma si viene per continuare a vivere una vera vita di famiglia, ricca di frutti per l’avvenire, e sovente più piena e completa di quella stessa che i giovani vivevano nel focolare domestico, ove purtroppo non mancano a volte parole sconvenienti ed esempi poco formativi.

b) Valore sociale della vita di collegio.

 In un ambiente educativo così organizzato, il fanciullo è quasi insensibilmente condotto alla conoscenza e alla pratica delle norme del vivere, che sono base indispensabile per una buona riuscita.

 Parlando ai giovani Don Bosco paragonava la vita di collegio alla vita sociale delle api. « Desidero — egli disse nel 1864 — che impariate a fare il miele come lo fanno le api. Sapete come fanno le api a produrre il miele? Con due cose principalmente: 1) Non lo fanno ciascuna da sola ma sotto la direzione di una regina che obbediscono in ogni circostanza; e poi sono tutte insieme e si aiutano a vicenda. 2) La seconda cosa si è che vanno raccogliendo qua e là i succhi dei fiori; ma notate: non raccolgono già tutto quello che trovano, ma ora vanno su di un fiore ora si posano su di un altro, e da ciascuno pigliano solamente ciò che serve a fare il miele.

 « Veniamo all’applicazione. Il miele figura tutto il bene che fate voi con la pietà, con lo studio e con l’allegria, perchè queste tre cose vi daranno tante consolazioni, dolci come il miele. Dovete imitare però le api. Primo nell’obbedire alla regina, cioè alla regola e ai Superiori. Senza obbedienza viene il disordine, il malcontento, e si fa più nulla che giovi. Secondariamente l’essere molti insieme serve molto a far questo miele di allegrezza, pietà e studio. È questo il vantaggio che reca a voi il trovarvi nell’Oratorio. L’essere molti assieme accresce l’allegria delle vostre ricreazioni, toglie la melanconia quando questa brutta maga volesse entrare nel cuore; l’essere molti serve d’incoraggiamento a sopportare le fatiche dello studio, serve di stimolo nel vedere il profitto degli altri; uno comunica all’altro le proprie cognizioni, le proprie idee, e così uno impara dall’altro. L’essere fra molti che fanno il bene ci anima senz’avvedercene.

 « Dovete pure imitare le api nell’andare a raccogliere solo ciò che è buono e non ciò che è cattivo. Ciascheduno osservi nella condotta dei suoi compagni ciò che vi ha di meglio, e poi procuri di imitarli » (280).

 Don Bosco voleva con ciò portare tutti a cooperare al bene comune dentro del collegio.

 La vita collegiale favorisce l’educazione so ciale, poiché la compagnia di molti necessariamente implica, oltre che l’esercizio dei propri doveri e dei propri diritti, anche un complesso di relazioni che si sopportano o si stabiliscono con gli altri. Gli atti di ciascun membro della comunità collegiale sono coordinati al bene di tutti, e quindi regolati dalle leggi della sociabilità, affinchè gli uni non siano di detrimento o di disturbo agli altri: e a questo provvedono i Regolamenti dell’Istituto.

 Dalla vita di collegio adunque è massima- nientè favorito lo sviluppo di quella socievolezza, la quale da una parte esige il sacrifìcio dei propri comodi pel rispetto alla esigenze altrui, e dall’altra, togliendo l’individuo dall’isolamento del suo egoismo, lo fa come uscire da se stesso per darsi agli altri con affabilità, con gentilezza, con espansione di cuore.

 Don Bosco, persuaso dell’importanza che hanno in collegio le relazioni sociali, cercava di promuoverle in ogni maniera, non solamente esigendo che i suoi giovani intervenissero tutti puntualmente alle pratiche della vita comune, ma ancora facilitandone la partecipazione col rimuovere ostacoli e col moltiplicare mezzi ed occasioni.

 Si sforzava pure di infondere nei singoli alunni la virtù della schiettezza e sincerità, la quale è base di ogni rapporto sociale, fondato sopra la reciproca stima e fiducia. « Dite sempre con franchezza la verità, — soleva raccomandare, — perchè le bugie, oltre all’essere offesa di Dio, ci rendono figli del demonio principe della menzogna, e fanno sì che, conosciuta la verità, voi siate reputati menzogneri, disonorati presso i vostri Superiori e presso i vostri compagni » (281).

c) Spirito di economia e di risparmio.

 Una caratteristica dello spirito di famiglia è certamente quel senso di economia e risparmio che fa tesoro di qualsiasi cosa giovevole ai comuni interessi. Tutti i membri di una famiglia bene ordinata sono interessati a cooperare direttamente o indirettamente al benessere comune. Senza questo spirito di collaborazione l’economia domestica è destinata alla rovina, poiché bastano pochi a distruggere quello che altri si sforzano di accumulare per il sostenimento di tutti i membri.

 Don Bosco naturalmente non poteva pretendere dai suoi giovani, la maggior parte* orfani o figli di famiglie povere, una cooperazione diretta e proporzionata ai bisogni della casa. Perciò da un lato si limitava a esigere quel minimo che ciascuno poteva dare per contribuire al suo sostentamento, e dall’altra li educava allo spirito di economia e di risparmio, raggiungendo lo scopo di ottenere che anche i giovani cooperassero almeno indirettamente all’interesse generale della grande famiglia dell’Oratorio.

 Personalmente Don Bosco in fatto di economia aveva per norma il neque largius neque parcius di San Tommaso: non spese superflue, nè grette spilorcerie. Quando una spesa gli sembrava necessaria, agiva in modo da apparire addirittura magnifico. Una massima da lui spesse volte ripetuta era questa: « Io non temo che ci manchi la Provvidenza, qualunque maggior numero di giovani accetteremo gratuitamente, o per le grandi opere anche dispendiosissime nelle quali ci slanciamo per l’utilità spirituale del prossimo; ma la Provvidenza ci mancherà quel giorno in cui si sciuperanno danari in cose superflue o non necessarie » (282).

 Egli dapprima si preoccupò di informare delle sue idee i principali responsabili della economia domestica, cioè i Direttori ed i Prefetti, ai quali, direttamente o per iscritto, impartiva frequenti istruzioni con l’incarico di ammaestrare gli altri. Così, nelle Conferenze di San Francesco di Sales del 1876, dopo aver sottolineato il fatto che la Provvidenza non era venuta mai meno, soggiunse: « Tuttavia, mentre noi ci appoggiamo ciecamente sulla Divina Provvidenza, raccomando a tutto potere l’economia. Risparmiamo quanto si può; risparmiamo in ogni modo: nei viaggi, nelle vetture, nella carta, nei commestibili, negli abiti. Non si sprechi nè un soldo, nè un centesimo, nè un francobollo, nè un foglio di carta. Io ciò raccomando caldamente a ciascuno di voi e specialmente agli assistenti, ai professori e a tutti gli altri, che procurino di fare e di far fare ai loro sudditi ogni risparmio conveniente, ed impedire qualunque guasto del quale si avvedano» (283).

 Suggeriva di « risparmiare tutto ciò che si può, tutto ciò che è oltre il bisogno! », assicurando: « Se noi facciamo questo, la Provvidenza ci manda tutto il resto, e possiamo esserne certi, qualunque sia il bisogno » (284).

 Però, nel raccomandare l’economia, non voleva assolutamente lasciar mancare il necessario ai suoi. Così il 14 luglio 1873, dopo d’aver raccomandato economia quant’era possibile in tutto, soggiungeva: « Con questi ricordi però non intendo d’introdurre una economia troppo esagerata, ma solo raccomandare risparmi dove si possono fare; ma è mia intenzione che niente si ometta di quello che può contribuire alla sanità corporale e al mantenimento della moralità tanto fra gli amati figli della Congregazione quanto fra gli allievi che la Divina Provvidenza affida alle nostre sollecitudini » (285). Ciò diceva perchè confidava nell’aiuto che viene dall’Alto: « Il nostro vivere — ripeteva — è appoggiato sulla Divina Provvidenza, che non ci mancò mai, e speriamo che non sarà per mancarci » (286).

 Gli stava molto a cuore la pulizia, considc randola, non solo come regola di educazione e uno strumento d’igiene, ma anche di risparmio (287).

 A questo senso di risparmio voleva fossero educati anche gli alunni, e per parte sua non si lasciava sfuggire occasione per inculcarlo. Nella Buona Notte del 16 dicembre 1864, dopo aver lamentato lo spreco di pane in casa, diceva ai giovani: « Io apprezzo troppo questo genere necessario per la vita, so quanto costa procurarlo, so che è un dono della Provvidenza, e farei qualunque sforzo perchè non fosse sprecato. Quindi, quando avete qualche tozzo di pane, il quale, perchè è duro o per qualunque altra ragione, volete gettarlo via, piuttosto portatemelo: io me lo porrò in saccoccia e ne farò l’uso che stimerò meglio » (288).

 Approvò in casa una specie di compagnia, detta « dei tozzi di pani », della quale fece parte anche l’angelico alunno Domenico Savio. I singoli membri di questa società si proponevano di servirsi, a preferenza, di tutti gli avanzi del pane lasciati in pasti precedenti, anche dagli altri, prima di spezzare una pagnotta ancora´ intera. Don Bosco era il primo a darne l’esempio (289).

 Come del pane, così della carta voleva che si avesse la massima cura.

 In un discorso da lui tenuto ai Direttori durante le Conferenze di San Francesco di Sales nel 1875, dava queste norme: « In tutti i Collegi si tenga da conto la carta usata. I fogli scritti da una sola parte si destinino a servire per le bozze delle nostre tipografie; i mezzi fogli interamente bianchi si cuciscano in quadernetti per scrivervi memorie o per fare ricevute; la cartaccia d’imballaggio si conservi per le spedizioni; la carta che è tutta scritta si venda alle cartiere. Sarà non piccola economia il far così; saranno migliaia di lire risparmiate » (290).

 Personalmente Don Bosco teneva conto dei mezzi fogli di carta, i quali, con diligenza, staccava dalle lettere che riceveva e metteva da parte per valersene a scrivere o a fare taccuini per memorie di minore importanza. Molto gli rincresceva quando si imbatteva in qualche oggetto in abbandono o sciupato inutilmente, e raccomandava perchè fossero utilizzati nel miglior modo possibile. Faceva riporre la stessa carta straccia, o una cordicella abbandonata nel cortile, osservando che sarebbe venuto il tempo di adoperarla (291).

 In tal modo egli abituava i giovani a quel senso di economia e di risparmio, di cui deve essere informato ogni buon amministratore e del quale avrebbero fatto tesoro anche nella vita avvenire.

d) Paternità di Don Bosco.

 Lo spirito di famiglia, che costituiva una delle più affascinanti caratteristiche dell’Oratorio, aveva la sua fonte e il più luminoso esempio nella persona di Don Bosco. Disse bene Don Rua, quando definì Don Bosco: « Un uomo nel quale Dio elevò la paternità spirituale al più alto grado » (292) : e certamente la sua paternità verso i giovani aveva del celestiale (293).

 In pratica siffatta paternità, universale ma non generica nè trascendentale, gli suggeriva quella moderazione che distingue gli uomini illuminati e veramente superiori, e che, sapendosi adattare con buon criterio ai diversi temperamenti, tutti piega con fortezza e soavità là dove il bisogno o il dovere richiede (294).

 Nel suo cuore paterno infatti dalla preoccupazione per i grandi interessi della Casa e della Congregazione non si dissociava mai l’attenzione minuta ai bisogni individuali dei singoli. Ne fanno testimonianza anche le sue lettere (295).

Che gran preservativo era la bontà di Don Bosco verso i giovani! In chiunque della Casa egli s’imbattesse, il suo animo paterno gli dettava sempre una buona parola; il cbe contribuiva a produrre serenità di ambiente e desiderio di piacergli. L’aureola di bontà che gli splendeva in fronte esercitava un fascino irresistibile sui giovani. Bastava che egli comparisse in cortile perchè tosto, al primo vederlo, fosse un corrergli incontro per baciargli la mano e stare vicino a lui: ed egli a parlare, a ridere, a scherzare, volgendo qua e là lo sguardo benigno e accostando l’orecchio a chi mostrasse di aver segreti da confidargli. I giovani insomma lo amavano e godevano di attestargli il loro amore.

 « Don Bosco per noi era tutto », disse Don Nai. E diede nel segno l’argentino Mons. De Andrea, togliendo a dimostrare nel suo discorso per la festa della Beatificazione, che « Don Bosco Educatore ebbe del pedagogo il puro necessario, del carabiniere niente, del padre tutto» (296).

 Anche nel dar comandi a chiunque, anche al più umile confratello, era della più delicata e squisita bontà. Mai che lo facesse con tono autoritario, ma sempre come se chiedesse un favore (297).

 Il 3 settembre 1877 diceva ai giovani studenti che erano in procinto di partire per le vacanze: « Un padre quando deve abbandonare i suoi figli, o quando vuol mandarli a fare qualche commissione in lontano paese, benché sappia i suoi figli essere obbedienti e conoscere bene il negozio che hanno da fare, tuttavia teme sempre che qualche disgrazia incolga a quei figli che egli ama tanto. Partiti che sono, egli vive in angoscia, pensando che potrebbero cadere in qualche fosso, sdrucciolare giù da qualche pauroso precipizio in mezzo alle montagne, essere sbranati da qualche lupo in mezzo ai boschi, cadere sotto il coltello dell’assassino in qualche burrone, o soffrire incomodi e disagi per la lunghezza del cammino, l’asperità dei luoghi, le intemperie della stagione. E fino a quando vive in angoscia? Quando tornerà ad essere tranquillo? Finché, ritornati al tetto paterno, possa di nuovo stringerli al suo seno.

 « Credetelo: questo padre che teme, padre indegnamente ma di tutto cuore, sono io. Quei figliuoli che devono separarsi per andarsene in lontano paese siete tutti voi che andate alle vacanze » (298).

 Specialmente verso i figli colpiti dalla sventura aveva tratti ineffabili di tenerissimo affetto. Verso la fine di settembre del 1863 moriva quasi improvvisamente al suo paese il padre del giovane Sala Antonio, più tardi Salesiano ed Economo Generale della Congregazione. Don Bosco dopo il pranzo lo mandò a chiamare, che venisse

 in refettorio. Stupito Sala andò subito e gli chiese:

 — Che cosa desidera?

 — Voglio prendere il caffè in tua compagnia!

 E gliene porse una tazza con molta amorevolezza. Sorbito poi il caffè, a poco a poco gli disse la dolorosa notizia.

 Sala diede in un dirotto pianto, ma Don Ala- sonatti sorreggendolo gli sussurrava all’orecchio: — Ti è morto un padre e te ne rimane un altro (299).

 Il Teologo Reviglio, giovanetto ancora, era capo di un gruppo di birichini nei pressi dell’Oratorio. Don Bosco, sapendo che il poveretto da quando aveva preso a frequentare l’Oratorio era perseguitato dai genitori, un giorno del 1847 che lo vide in lagrime, gli disse con grande effusione: « Ricordati che in ogni evento io ti farò sempre da padre, e tu, trovandoti a mal partito, fuggi a casa mia » (300).

 Il Santo poi, quando vedeva qualcuno dei suoi tornato da lontano, provava una contentezza che non si può esprimere. Gli domandava subito: — Hai fatto buon viaggio? Hai già pranzato? Ti occorre qualche cosa? Dillo... Se sei stanco diremo al Direttore che ti prepari subito una camera! — e quasi non dava a nessuno tempo di chiedergli notizie della sua salute.

 Domandava informazione della loro casa, come stessero i confratelli, gli alunni, i benefattori. E, quando ripartivano, li ringraziava della visita e li pregava di portare i saluti a tutti e di ringraziare tutti delle preghiere fatte per lui. « Li benedico tutti, — diceva, — e prego Dio che li tenga in salute in questo mondo, finché non ci riunisca tutti in Paradiso. Le cose di questa terra son passeggere, ma il Paradiso è eterno » (301).

e) Spirito di famiglia degli Ex-Allievi.

 Lo spirito di famiglia tanto inculcato da Don Bosco si perpetua mirabilmente negli Ex-Allievi. Nè dobbiamo meravigliarci che la speciale formazione degli educandi a questa intimità familiare, già per se stessa frutto di un lavoro veramente educativo, abbia una efficienza del tutto straordinaria anche quando l’allievo vive ormai lontano dalla sua casa di educazione e dai suoi educatori.

 Praticamente si avvera il fatto che, ogni qual volta l’alunno lascia la Casa Salesiana, non abbandona ordinariamente l’affetto e il ricordo per la famiglia di cui fece parte e a cui si sente tuttora vincolato in unione di tutti gli altri, che sono Ex-Allievi come lui.

 Gli Ex-Allievi di Don Bosco si trovano ormai sparsi in tutto il mondo, anche là dove non vi sono Case Salesiane: il loro numero è tale da costituire un grosso esercito. Come in generale i Salesiani si distinguono per il loro modo di parlare e di agire e per una certa gioconda spigliatezza, vorremmo dire che per queste stesse caratteristiche si distinguono pure i loro Ex-Allievi.

 Non di rado accade che, incontrandosi due che non si erano mai conosciuti, perchè cresciuti ed educati in località distinte, dopo le prime parole riconoscono con senso di gioia che sono ambedue ex-allievi: ed ecco che, rivivendo l’antico spirito di famiglia proprio delle case salesiane, vengono a parlare di Don Bosco e dei loro antichi superiori, e delle vicende della loro vita di collegio.

 Negli Ex-Allievi di Don Bosco si è formato uno spirito sempre pronto a manifestarsi quasi istintivamente, allorché in viaggio o in pubblica adunanza si presenta loro un sacerdote che parla di Don Bosco e di Maria Ausiliatrice. Lo riconoscono membro della Famiglia dei loro antichi » educatori e lo avvicinano: si ravviva la fiamma latente, e tra il Salesiano e l’Ex-Allievo si crea una corrente di familiarità come tra vecchi amici, grazie a una certa quale affinità spirituale, che solo può essere valutata da chi ne abbia fatta l’esperienza.

 Questa sopravvivenza di Don Bosco nell’animo dei suoi alunni, tra i ricordi della loro infanzia e adolescenza, questa sua paterna immagine perpetuata e venerata nell’intimo santuario del cuore anche attraverso le più svariate e dure vicende della vita postcollegiale, è una prova della profondità e saldezza con la quale si è radicato in loro quello spirito di famiglia che avevano respirato durante il periodo della loro formazione.

 Gli Ex-Allievi di Don Bosco sono ancor oggi il miglior collaudo della bontà e dell’efficienza del suo sistema educativo. Essi possono a buon diritto considerarsi nel mondo, non solo come propaggine della sua opera, ma come il prolungamento dello spirito del Padre, da essi riprodotto e propagato nell’ambiente sociale ove li colloca la divina Provvidenza, con l’affetto del figlio che parla e mette in luce le grandezze del proprio genitore.

 Gli Ex-Allievi Salesiani hanno voluto, nel centenario della sua nascita, erigergli un monumento davanti alla diletta Basilica di Maria Ausiliatrice. Ma il vero monumento da essi innalzato alla figura immortale di Don Bosco, più che scolpito nel bronzo e nel marmo, ha base profonda e inconcussa nei loro cuori.

 Per questo nelle adunanze solenni, in cui vengono ricordati i fasti della storia salesiana, non mancano mai gli Ex-Allievi. Essi vi convengono dalle più diverse nazioni e città; ma (cosa mirabile) questa massa di uomini differenti per razza, per origine, per lingua, per costumi, parla, tutta compatta, il comune linguaggio dell’affetto e della riconoscenza, costituendo il più grandioso trionfo della educazione cattolica e salesiana.

 Vi è ancora un altro aspetto assai interessante dello spirito degli Ex-Allievi da mettere in rilievo: è il fatto, universalmente riconosciuto, del loro facile e pronto adattamento alle varie incombenze della vita sociale. Per questo Don Bosco, e dopo di lui i Salesiani suoi figli, ebbero ed hanno insistenti richieste di Ex-Allievi per cariche pubbliche e posti di direzione o di comando nella società. In particolare gli Ex-Allievi artigiani — e lo diciamo con vero compiacimento — in molti luoghi furono desiderati e impegnati prima ancora che uscissero dalla scuola professionale salesiana: e si è visto praticamente che, per l’educazione ricevuta, essi hanno saputo soddisfare pienamente le esigenze di coloro che li hanno chiamati a dirigere istituti, stabilimenti ed aziende di vario genere.

 Questo fatto, che fu già di conforto a Don Bosco e lo è oggi per i suoi figli, pensiamo debba attribuirsi, oltre che alle doti dei singoli individui, anche al frutto dell’educazione sociale impartita fin dagli inizi da Don Bosco. Egli seppe, con fine tatto psicologico, invogliare gli alunni a compiere ogni loro dovere con gioia e con entusiasmo, traducendo in pratica la grande massima pedagogica oggi tanto esaltata: « Non si tratta di lasciar fare ai giovani ciò che vogliono, ma di farli volere ciò che debbono fare ».

 Prima ancora che si parlasse di quel certo indirizzo delle scuole, detto attivismo, che erroneamente fu proclamato come una novità, Don Bosco, seguendo i princìpi della pedagogia cattolica, aveva saputo ottenere dai suoi giovani prontezza ed esattezza nel loro dovere, interessandoli personalmente a compierlo nel modo migliore: per tal modo li formava ed attrezzava mirabilmente anche per la vita sociale.

 Sarebbe assai interessante, e soprattutto istruttivo dal punto di vista pedagogico, ricordare almeno i più importanti dei mille e mille episodi nei quali si manifesta, in una luce particolarmente simpatica, la forza dell’educazione impartita da Don Bosco a questi suoi figli; ma ci limiteremo a qualche cenno del come si prolungava la sua paternità verso i suoi antichi alunni.

 Il 17 luglio del 1884 era circondato da un gruppo notevole di Ex-Allievi Sacerdoti. All’ora del brindisi il più antico di essi, il Teologo Reviglio, parroco di Sant’Agostino in Torino, si alzò e disse: « Dica, Don Bosco, come potremo noi ricompen sarla di quanto ha fatto e patito in nostro vantaggio » ?

 Ed egli: « Chiamatemi sempre padre, e io sarò felice ».

 « Sì, sempre nostro padre lo chiameremo! » fu il grido unanime dei presenti (302).

 Ognuna di quelle riunioni di Ex-Allievi, sacerdoti o laici, riusciva commovente. E questi sentimenti di commozione si ripetono oggi nei convegni in tutte le case sparse nel mondo.

 L’ex-allievo Girolamo Maria Suttil scriveva dal monastero il 20 giugno 1865, in occasione dell’onomastico di Don Bosco: « Pensai sempre a lei come a un tenero padre... Nulla mi vieta di pregare per lei, di essere vicino a lei, al mio diletto Padre, al mio impareggiabile Signor Don Bosco, che io amo in Gesù e Maria, primo dopo Dio. E dico primo dopo Dio, imperocché, se i miei genitori mi diedero la vita fìsica, lei mi diede la vita dell’anima » (303).

 Il 20 febbraio del 1880 Don Bosco parlando ai Cooperatori ed alle Cooperatrici convenuti a Marsiglia e accennando all’affetto che gli Ex-Allievi conservavano pel loro padre, raccontò questo episodio. Un antico allievo dell’Oratorio di Torino, che erasi stabilito a Barcellona, inteso del viaggio di Don Bosco, non aveva potuto resistere al desiderio, anzi al bisogno di rivedere l’amatissimo suo padre e benefattore; indi, passato il mare, gli comparve dinanzi felice di intrattenersi con lui un poco, dopo tanto tempo, per dargli conto di sè e delle cose sue.

 « Son rimasto fedele — diceva quel bravo ex-allievo — ai suoi buoni consigli e ammaestramenti, e

mi sento ben fortunato. Ho preso moglie, i miei affari vanno discretamente, e non chiedo di più al Signore. Ho voluto vedere ancora una volta lei, mio buon padre, domandarle la benedizione per me, per la moglie, per i miei figli, e aprirle ancora una volta in confessione la mia coscienza, come con tanta gioia del mio cuore facevo trenta- cinque anni or sono » (304).

 2. Educazione sociale dei primi collaboratori.

 L’intenzione di formare i giovani alla vita sociale appare già in modo evidente nel primo ab bozzo del Regolamento dell’Oratorio festivo, compilato nel 1847, del quale poi si fecero edizioni con successive aggiunte.

 In esso Don Bosco, con spirito pedagogico e religioso, ed anche profondamente sociale, si preoccupò di stabilire gli organi od elementi direttivi dell’Oratorio stesso. Si resta, oggi ancora, sorpresi considerando la molteplicità delle cariche da lui stabilite: e ci si domanda come e dove abbia potuto trovare, in quei primi tempi, il personale necessario, non avendo ancora nessun salesiano.

 Chi però penetri a fondo nel pensiero di Do e Bosco si convince che egli, con la divisione delle cariche, intese determinare le diverse mansioni e il relativo lavoro da compiersi; poiché è evidente che la visione chiara delle opere da svolgersi ne rende più esatto lo svolgimento.

 Ma soprattutto egli si prefìggeva di suddividere le responsabilità per cominciare così a formare praticamente i suoi collaboratori all’apostolato, ed estendere per mezzo loro la sfera d’azione a favore della povera gioventù.

 Nella maggior parte dei casi Don Bosco in quei primi tempi, mancando di sacerdoti, si servì, per quanto gli fu possibile, di chierici e anche dei giovani più. grandicelli.

 Però, da esperto educatore, non abbandonava a se stessi quei suoi aiutanti; ma, come è detto precisamente nello stesso Regolamento, li riuniva con frequenza, spiegava´loro le varie mansioni e il modo di compierle, dando norme e direttive, la cui esecuzione controllava poi con grande carità,. avvisando opportunamente quando fosse necessario.

 Chi esamini i doveri delle singole cariche rimane stupito al vedere che certe incombenze sembrano quasi di nessuna importanza: per esempio c’era l’incaricato di suonare il campanello, un altro di aprire le porte, un terzo di chiuderle, un quarto di accendere le candele, e così via fino ad arrivare ad attribuzioni di maggior responsabilità nell’assistenza, nell’ordinare i registri dei voti, nel far recitare le lezioni dando il voto, e via dicendo.

 Oggi ancora nelle Case Salesiane si mantiene la tradizione del Padre, e così vengono affidati ai giovani più seri una parte dei compiti e delle cariche relative allo svolgersi della vita sociale e disciplinare del collegio. Nelle scuole vi sono i decurioni incaricati di prendere le lezioni dei loro compagni: anche nello studio vi sono decurioni e vicedecurioni, e così pure nel refettorio.

 Pel servizio della Cappella, del Piccolo Clero, della musica vocale e strumentale, vi sono speciali incaricati scelti tra i giovani stessi. Tutto ciò è un pratico avviamento alla vita sociale.

3. Le Compagnie Religiose.

 Tra gli ordinamenti escogitati da Don Bosco, meritano specialissima menzione, per la loro grande importanza sia religiosa che sociale, le cosiddette « Compagnie Religiose ».

 Esse sorsero man mano con uno scopo che si direbbe in prevalenza religioso. Però chi studia i piccoli regolamenti delle quattro Compagnie (San Luigi, San Giuseppe, Immacolata, SS. Sacramento, cui era annesso il Piccolo Clero), si convince ben presto che lo scopo di Don Bosco nell’istituirle e fomentarle era triplice: e cioè, il miglioramento deir alunno, un maggior contributo al buon andamento dell’Istituto con l’esercizio dell’apostolato d’ambiente e una opportuna iniziazione all’apostolato sociale.

 Tutti potevano partecipare alle Compagnie Religiose. Oltre alle quattro già enumerate, eranvi anche per i giovani catechisti, interni ed esterni, le «Conferenze di San "Vincenzo»; e così pure una « Società di Mutuo Soccorso » per gli adulti (305), come vedremo.

 Il miglioramento degli alunni risulta evidente dal fatto che essi, per entrare in una Compagnia, dovevano liberamente chiedere di esservi ammessi; quindi passare un periodo di prova, durante il quale dovevano dimostrare di esser degni dell’accettazione. Siamo dunque di fronte a un profondo stimolo educativo pel raggiungimento di una mèta, che era frutto di buona volontà, di fermi propositi e di sforzi continuati.

 Per essere accettato nella Compagnia, il richiedente doveva osservarne il Regolamento: il quale, con tutto il suo insieme di norme e precetti, ad altro non tendeva che a suscitare propositi di virtù.

 adempimento sempre più fedele dei propri doveri, progresso nella condotta morale e religiosa mediante la pratica di determinate opere di bene.

 La stessa solennità, con cui si faceva l’ammis- sione, serviva a suscitare profonda impressione di bene in chi, davanti ai Superiori e ai compagni, pronunciava la formula prescritta per l’accettazione.

 Ognuno comprende l’efficacia educativa e formativa di questi mezzi e il loro benefico influsso sull’andamento generale della casa.

 Veniamo ora a considerare come le Compagnie Religiose preparavano alla vita sociale e all’apostolato d’ambiente. Anzitutto vi erano cariche elettive: perciò i soci, compresi della loro responsabilità, dovevano pensare a chi dare il voto per occuparle. Vi erano poi frequenti riunioni con temi di attualità, svolti generalmente dai soci stessi, i quali venivano così ad assumere, di fronte agli altri membri della Compagnia, l’impegno di compiere pei primi ciò che inculcavano e raccomandavano ai compagni.

 La vita sociale si rendeva ancor più attiva con la partecipazione ordinata alle discussioni che seguivano la breve conferenza e che si aggiravano per lo più su proposte fatte dai singoli per il bene della Compagnia, dei soci e della Casa in generale (306).

 In tal modo il socio si rendeva conscio della sua responsabilità, non solo quando faceva le sue proposte, ma ancora quando si trattava di discutere e approvare quelle dei suoi compagni; giacché, una volta approvate da tutti, doveva farle sue, propagarle e cooperare a sua volta a tradurle in pratica.

 Questo indirizzo prevalentemente pratico delle Compagnie, qual era inculcato da Don Bosco, addestrava i soci alla vita di apostolato, mediante lo spirito di iniziativa, di generosità e di lavoro tra i compagni onde procurare il bene di coloro che stavano loro dattorno; e al tempo stesso li preparava a saper vivere in società, e segnatamente nelle associazioni cattoliche, per il tempo in cui avrebbero dovuto lasciare l’Oratorio e vivere in mezzo al mondo.

 Questa giovanile e rigogliosa vita sociale era praticata fin da quei tempi in un modo che ancor oggi ci riempie di ammirazione. Era un mondo di iniziative, una gara per aiutar a farsi del bene a vicenda. Vi era la cura di portare determinati soccorsi ai bisognosi; vi era l’impe´gno di pregare per i compagni ammalati ed anche, se i Superiori lo avessero permesso, di prestar loro quei servizi consentiti dalla loro età; vi era infine l’obbligo dt suffragare le anime di quei soci che venissero a morire.

 Fin dal 1847, quando Don Bosco pensò di istituire la Compagnia di San Luigi, il suo pensiero era ben chiaro. Egli intendeva migliorare l’alunno mediante l’imitazione delle virtù del Santo, avviandolo a una vita così morigerata e pia da divenire sale e luce in mezzo alla moltitudine dei compagni.

 A questo tendevano le due condizioni che il Santo aveva posto per l’accettazione. La prima era che l’aspirante facesse un mese di prova, mettendo in pratica le Regole e dando buon esempio in chiesa e fuori di chiesa; la seconda, che fuggisse i cattivi discorsi e frequentasse i Santi Sacramenti (307); e ciò, perchè desiderava che la selezione per l’ammissione dei soci fosse fatta con grande serietà e diligenza.

 Queste Compagnie sussistono e fioriscono ancora oggi nei nostri istituti con lo stesso spirito e con gli stessi scopi, regolamenti, iniziative, tradizioni e vantaggi.

 Il bene esercitato allora e in seguito, e anche presentemente in tutte le Case Salesiane, da queste Compagnie, è veramente grande. Don Bosco scrisse: « Io credo che tali associazioni si possano chiamare chiave della pietà, conservatorio della moralità, sostegno delle vocazioni ecclesiastiche e religiose. Nessuno abbia timore di parlarne, di raccomandarle, di favorirle e di esporne lo scopo, l’origine, le indulgenze, ed altri vantaggi che da queste si possono conseguire» (308).

 Gli ascritti alle Compagnie, con l’esempio e l´apostolato, sono come il buon lievito che pervade la massa dei compagni, e neutralizzano l’opera dei cattivi, che, sebbene in piccolo numero, non mancano mai (309).

 Don Bosco asseriva ancora che lo spirito e il profitto morale di un Istituto dipende dal promuovere il Piccolo Clero e le altre Compagnie Religiose (310). La loro efficacia è tale che, appartenendo ad esse, gli allievi da educandi diventano praticamente, quasi senza avvedersene, un buon aiuto ai loro educatori.

 Ecco perchè il nostro santo Fondatore non permise mai che, nelle Case Salesiane, si stabilissero altre Compagnie, E chi non sa che l’eccessivo numero degli organismi è, in generale, la causa prima del loro irregolare funzionamento e della loro decadenza?

 Il 6 dicembre dell’anno 1860 disse recisamente: « Non s’introduca alcuna novità nella casa. Ancorché si veda che una cosa sarebbe migliore, non importa. Lasciamo il migliore e teniamoci al buono ». Indi, riferendosi a una proposta che contemplava la erezione di una nuova associazione religiosa, pur lodandone lo scopo, esortava a non introdurla (311). Raccomandava che si coltivassero bene quelle già esistenti nell’Oratorio (312). « Si abbiano care — insisteva — queste piccole Compagnie che vi sono in Casa... Ciascuno scelga quella in cui potrà eserbitar meglio la sua divozione. Raccomando specialmente ai catechisti, ai maestri, ai Direttori di queste Compagnie, che le rinnovine e le accrescano; che esortino i giovani a farvisi inscrivere; ho detto male: no, non esortino, ma lascino la via aperta ai giovani, affinchè chi vuole possa entrarvi; perchè, io lo so, di esortazioni non ne avete il bisogno » (313).

 Ai maestri e assistenti dava quest’altra importante avvertenza: « Se qualche giovane di queste Compagnie ha qualche difetto, non rimproveratelo mai rinfacciandogli il pio sodalizio al quale si è ascritto, come titolo di scherno. Incoraggiate invece i giovani a farvisi ascrivere e a promuovere così le pratiche di pietà » (314).

 Don LemoV ne sintetizza con queste parole i frutti di dette Compagnie: « Gli alunni, stretti fra loro come falange nelle varie Compagnie, studiavano di trarre sulla strada della vita quanti potevano degli sconsigliati, premunivano e allontanavano gli incauti dalle loro insidie» (315).

 Entravano inoltre, senza quasi avvedersene, in intima relazione coi Superiori: donde i vantaggi che ciascuno può immaginare. Infine, siccome vi era la consuetudine che, col crescere dell’età, si passasse da una Compagnia di minor grado a una di grado più elevato, si notava il progredire di molti nella virtù.

 La conseguenza logica e consolante di tutte queste magnifiche attività era ed è il formarsi di un terreno accuratamente preparato per la vocazione sacerdotale e religiosa, coltivato dalla formazione profondamente cristiana dei soci, dal buon "esempio dei compagni, e da quell’insieme di virtù naturali e cristiane che spinge tutti a perfezione sempre maggiore (316).

 Infine, e non è questo l’ultimo vantaggio delle Compagnie Religiose, i, soci, uscendo dall’Istituto Salesiano, passano naturalmente ad altre Associazioni Religiose, a Circoli Cattolici, e in particolare all’Azione Cattolica, dove possono mantenersi forti contro la corrente del male, perchè vi trovano appoggio ed eccitamento alla virtù e all’apostolato. Soprattutto poi essi vanno a ingrossar le file degli Ex-Allievi e Cooperatori Salesiani, i quali, in tanti campi e in mille modi, lavorano per propagare le idee e i princìpi educativi di Don Bosco.

 Il contributo delle Compagnie Religiose Salesiane alla preparazione di apostoli del bene è parso così notevole, che anche recentemente fu riconosciuto a Roma con invito ufficiale al Primo Congresso Mondiale per l’Apostolato dei Laici.

4. Società di Mutuo Soccorso.

 Bisogna rilevare anzitutto che il nostro Padre fondò una Società di Mutuo Soccorso, riunendo in tale associazione i giovani operai, che frequentavano l’Oratorio, col preciso scopo di provvedere ai loro bisogni temporali e spirituali.

 Intorno al 1850 andavano sorgendo molte società liberali ispirate alla massoneria ed avverse alla Religione. Una di queste era la « Società degli operai ». Molti, ignari dei suoi scopi e dei suoi metodi, vi avevano dato il proprio nome.

 Con l’istituzione della Società di Mutuo Soccorso Don Bosco era corso ai ripari, impedendo che i giovani dell’Oratorio s’invogliassero d’iscriversi a società pericolose. Inaugurata il 1° luglio del 1850, fu uno dei primi esempi di quelle innumerevoli Società o Unioni di Operai Cattolici che in seguito si diffusero ovunque (317).

 Il Regolamento speciale compilato dallo stesso Don Bosco notava chiaramente che il fine della Società era di « prestare soccorso a quei compagni che cadessero infermi o si trovassero nel bisogno, perchè involontariamente privi di lavoro ». I Soci, per essere ammessi alla Società, dovevano essere iscritti alla Compagnia di San Luigi. Ciascuno di essi pagava un soldo ogni domenica, nè poteva godere dei vantaggi della Società che sei mesi dopo la sua accettazione. Il soccorso per ciascun malato era di 50 centesimi al giorno (si pensi che si era nel 1850) fino al suo ristabilimento in perfetta sanità. Quelli poi che, senza loro colpa, rimanevano privi di lavoro, cominciavano a percepire il suddetto soccorso otto giorni dopo la loro disoccupazione.

 La Società era amministrata da un Direttore, Vice-direttore, Segretario e Vice-segretario; da quattro Consiglieri, un Visitatore o sostituto, e un Tesoriere. A ogni socio veniva inoltre consegnato come tessera un libretto apposito, sotto il frontespizio del quale stavano scritte le parole del Salmo 133: « Quanto mai, o fratelli, è piacevole e vantaggioso stabilirsi in società ».

 Questa organizzazione, mentre abituava i giovani al risparmio e al senso di una giusta previdenza, li educava pure a quello spirito di solidarietà, che è fattore sociale di comune benessere. Essa però destò le ire di coloro i quali facevano convergere ogni sforzo al corrompimento delle masse per averle ai loro cenni in date occasioni (318).

 Il 4 agosto 1878 Don Bosco propose anche agli Ex-Allievi la fondazione di una Società di Mutuo Soccorso a loro vantaggio e con le stesse finalità. Gastini, capo degli Ex-Allievi, attendendo all’at- tuazione del benefico disegno, non ebbe a fare di meglio che richiamare in vigore l’antico Regolamento (319).

 Così Don Bosco, prevenendo i tempi, prendeva a cuore la soluzione dei problemi sociali tra gli operai in un’atmosfera di collaborazione e di fratellanza che solamente il cristianesimo può, e di fatto vuole, attuare nel mondo, in pieno contrasto coi princìpi di quell’egoismo e di quell’o- dio di classe, che dividono e lacerano la società moderna.

5. Relazioni sociali.

 Le relazioni sociali tra compagni e compagni costituiscono un altro aspetto dell’educazione sociale che Don Bosco dava ai suoi giovani. Ognuno sa quale importanza rivesta nella società la scelta delle compagnie e delle amicizie, le quali, quando siano moralmente buone, diventano il sostegno morale e spesso economico dell’individuo, mentre, quando disgraziatamente non siano tali, possono costituire anche la sua rovina.

 Orbene, uno dei presupposti della educazione sociale è mettere in guardia i membri della società stessa contro coloro che la danneggiano trascinando al male gli uomini che la compongono, e di favorire gli scambi e le relazioni fra coloro che contribuiscono al miglioramento suo, con l’esempio e con la parola. Questo spiega l’insistenza di Don Bosco, che a volte parrebbe esagerata, nell’insegnare ai giovani la maniera di conoscere i propri compagni e nell’esortarli a far loro del bene con tutti i mezzi di cui dispongono, fuggendo i soggetti pericolosi.

,               a)            COMPAGNI          CATTIVI.

 « Fuggite come la peste — insisteva — i cattivi compagni: cioè state lontani da tutti quei giovani che bestemmiano, oppure nominano il Santo Nome di Dio invano, fanno o parlano di cose disoneste. Fuggite altresì quelli che parlano male di nostra santa Cattolica Religione, criticando i sacri Ministri, e soprattutto il Romano Pontefice, Vicario di Gesù Cripto» (320). A chi si lasciava facilmente adescare dalle lusinghe, diceva sovente: « Non tener per amico chi soverchiamente ti loda » (321).

 Premuniva i giovani contro il pericolo delle cattive compagnie, specialmente in prossimità delle vacanze, quando si sarebbero trovati soli, in balìa di se stessi (322). Per il mese di giugno del 1858 stampava il fascicolo delle Letture Cattoliche intitolato Giuseppe e Isidoro, a scopo di far aprire gli occhi ai suoi giovani sullo scoglio dei falsi amici. Vi si narravano le traversìe di unpovero giovane che, ingannato e poi tradito da Isidoro, era fuggito con lui dalla casa paterna; ma presto, dopo esser caduti insieme nelle mani dei pirati, Giuseppe, rientrato in se stesso, si rivolgeva a Dio, e riusciva a tornare al paese nativo; Isidoro invece periva miseramente (323).

b) COMPAGNI BUONI.

 Don Bosco, ben conoscendo l’inclinazione che spinge i giovani a cercare la compagnia d’altri, si sforzava di promuovere in ogni modo le relazioni coi buoni. Nell’appendice al fascicolo Germano l’ebanista dava questa norma: « Gli amici e i compagni sceglieteli sempre fra i buoni ben conosciuti, e tra questi i migliori; ed anche nei migliori imitate il buono e l’ottimo, e schivatene i difetti, perchè tutti ne abbiamo » (324).

 Indicava anche la maniera di stabilire buoni rapporti in società con altri, praticando la carità e quelle norme di cristiana edificazione, che poi fissò nel capo IV del Regolamento per gli Allievi. In esso Don Bosco raccomanda di amare e onorare i condiscepoli, edificandoli con il buon esempio ed aiutandoli con l’opera e con la parola; li esorta al perdono e al rispetto, fuggendo lo scandalo, le mormorazioni, le critiche, lo scherno, le ingiurie e l’orgoglio.

 Nè si creda che l’insistenza fosse solo per la pratica della virtù, poiché essa si estendeva anche all’adempimento dei doveri, e soprattutto al progresso nello studio. Era convinto che la frequenza dei compagni amanti dello studio contribuisse efficacemente alla formazione generale dell’individuo ed in particolare al profitto negli studi (325).

 Naturalmente, nel suo pensiero, questi contatti dovevano servire a rendere sempre più intimi i rapporti della socievolezza, irrobustendo lo spirito di famiglia e abituando il giovane alla vita di società, ove tali rapporti sono così frequenti e necessari. Dagli avvisi che egli costantemente dava ai suoi alunni, si vede ben chiaro che in tal modo egli non intendeva formarli solamente per il periodo in cui rimanevano nella sua Casa, ma che assai gli premeva di prepararli a essere buon fermento per il tempo in cui avrebbero dovuto, fuori di collegio, mantenere rapporti sociali con ogni categoria di persone.

c) Apostolato sociale.

 Fra compagni, Don Bosco desiderava che si stabilissero soprattutto relazioni di apostolato. D’altra parte la più alta espressione dello spirito di famiglia è certamente quella per cui tutti i membri cercano di farsi del bene a vicenda.

 L’apostolato ha questo di speciale, che costringe il giovane a uscire in certo qual modo da se stesso e dai propri comodi, per cercare gli altri e curarne gli interessi, in virtù di quella legge di solidarietà cristiana, che deve legare gli uomini fra loro.

 Don Bosco, divorato fin da piccolo dalla sete di salvare le anime dei suoi coetanei, comunicava più tardi la stessa fiamma ai suoi giovani, animandoli all’apostolato della preghiera, del consiglio, del piccolo servizio e del buon esempio (326).

 Guidò per la via di questo ideale con felice successo il piccolo Domenico Savio, facendone un eroe e un santo. Sull’esempio dell’angelico giovane si formarono falangi di giovinezze, che si prodigarono con identico zelo anche fuori dell’ambiente di collegio, nelle parrocchie, nelle diocesi, in seno alle associazioni cattoliche, ovunque si trovavano, anche nei posti delle più ampie responsabilità dello Stato, facendo onore a se stessi, alla Chiesa e ai propri educatori.

 Bramoso di portare i suoi giovani alle vette dell’apostolato, Don Bosco seppe accendere nel loro cuore anche lo zelo per le Missioni, allargando in tal modo i loro orizzonti di donazione e di conquista (327). E schiere di missionari ardenti e infaticabili, primo fra tutti il Card. Caglierò, uscirono da questa palestra di apostolato e si slanciarono a salvare le anime dei fratelli lontani, ancora immerse nelle ombre di morte.

d) Il fattore sociale del giuoco.

 Parlando della educazione fisica abbiamo tralasciato volutamente di metterne in evidenza un elemento che deve considerarsi come uno dei più importanti ai fini dell’educazione sociale: intendiamo parlare del fattore sociale del giuoco. È bene dire ora, sia pur brevemente, che i jdiverti- menti all’Oratorio di fatto raggiungevano, oltre che gli scopi di ordine fìsico e morale, anche uno scopo di ordine sociale: e non solamente i divertimenti organizzati e d’indole artistica, come quelli del teatro, del canto e della banda, ma anche, e vorremmo dire soprattutto, i divertimenti liberi del cortile.

 Il giuoco che, come abbiam visto, ha tanta parte e tanta importanza nell’educazione salesiana, mentre da un lato favorisce la massima apertura di espansione così utile per la conoscenza dell’educando, dall’altro converge l’attenzione e gli sforzi dell’educando stesso a controllare del continuo i suoi atti e le sue parole affinchè non siano per recar danno o molestia ai compagni.

Il giuoco mette in azione particolarmente il senso della sociabilità, per cui i giovani tendono a stare insieme; incrementa l’abito sociale della cortesia, dell’affabilità e della buona educazione, escludendo ogni forma di grossolanità nel tratto e nelle parole: fomenta la carità e l’amore fraterno assieme al rispetto per Ja persona e per l’onore del prossimo; e soprattutto con le svariate sue leggi introduce l’esercizio della giustizia e della lealtà, condizioni indispensabili, non solo pel giuoco, ma anche per ogni altra forma di attività sociale.

 Si capisce così perchè Don Bosco abbia dato — e fu già rilevato — tanta importanza e impulso al giuoco.

6. La buona educazione.

 Ma il vivere in società è legato a certe forme e costumanze, le quali — varie secondo i popoli e secondo le epoche — sono talmente entrate nella mentalità e nelle abitudini, che la loro osservanza è diventata una necessità.

 In fondo, dette forme e costumanze sono un aspetto della educazione sociale. Fu giustamente osservato che la mano e il cuore a nessuno si aprono così presto e volentieri come alle persone ben educate, sicché tutti riconoscono che la buona educazione è un fattore di prim’ordine per il successo nella vita di società.

 Quante volte si è verificato il caso che la stima e la riputazione di una persona sia stata legata alla finezza del suo tratto, specialmente nei rapporti tra Superiori e sudditi! Ora il Savio raccomanda espressamente che si abbia cura della riputazione (528). E San Francesco di Sales, nella sua Filotea, afferma che « la riputazione è una delle basi della vita sociale, perchè senz’essa si riesce, non solo inutili, ma dannosi al pubblico, a motivo dello scandalo che questo ne riceve» (329).

 Nostro Signore stesso sembra commendare col suo esempio l’osservanza delle buone costumanze, allorquando muove dolce rimprovero a Simone, detto il lebbroso, perchè, nell’accoglierlo in sua casa, ha trascurato la cerimonia d’uso verso gli ospiti (330).

a) Dovere di essere ben educati.

 La buona educazione rappresenta un complesso di doti e disposizioni, per cui si riesce abitualmente cortesi e gentili, amabili ed accetti. Cristianamente essa è il fior fiore della carità, e San Francesco di Sales non cessava di raccomandarla vivamente, mentre con la finezza dei suoi modi ne dava la più schietta interpretazione.

 Notiamo, ad esempio, la bella sfumatura di carità che ispirano queste osservazioni sulla decenza nel vestire: « La nettezza dev’essere quasi sempre la stessa nei nostri abiti, sui quali non dobbiamo, per quanto è possibile, lasciare macchia o lordura di sorta. La nettezza esterna rivela in qualche modo il buon ordine interiore. Anche Dio esige la decenza esterna della persona in coloro che si accostano ai suoi altari ed esercitano l’ufficio più elevato della divozione ».

 E continua il nostro santo Patrono: « Vesti pure lindamente, o Filotea: nulla si vegga sulla tua persona di negletto e mal raffazzonato, essendo indizio di poca stima degli altri il recarsi ad un convegno con un vestito che faccia spiacevole impressione; ma fuggi tutte le ricercatezze, vanità, singolarità e bizzarrie... Io vorrei che il mio divoto e la mia divota fossero sempre i più ben vestiti della brigata, ma i meno sfarzosi e ricercati; li vorrei insomma adorni di grazia, decoro e dignità» (331).

 San Francesco di Sales insegnava ancora che le parole debbono essere sempre in armonia coi sentimenti, a fine di procedere in tutte le circostanze con semplicità e candidezza di cuore: « l’artificio, l’affettazione, la doppiezza, sono vizi contrarii alla sincerità e semplicità » (332). A riguardo delle conversazioni fa osservare che « la schiettezza, la semplicità, la mansuetudine e la modestia piacciono sempre più d’ogni altra cosa » (333).

 Don Bosco, formato alla scuola, alle dottrine e all’imitazione di San Francesco di Sales, rifulgeva per questa gentilezza in sommo grado. Egli poi la esigeva dagli educatori e dagli educandi nel suo Oratorio: dagli educatori, per influire salutarmente nella formazione dei giovani; dagli educandi, per abituarli a saper vivere in società. Ed era convinto che la buona educazione è un elemento indispensabile alla vita di famiglia che egli voleva rigogliosa nell’Oratorio: poiché senza gentilezza l’armonia della casa facilmente si turba, i vincoli dell’amicizia, come ogni altro vincolo sociale, presto si spezzano, gli sforzi dell’apostolato rimangono inefficaci e la vita di società diviene intollerabile.

b) Don Bosco perfetto gentiluomo.

 Prima che con le parole, Don Bosco cercava d’insegnare ai suoi le regole d’urbanità con l’esempio. Egli era un modello di uomo ben educato. Attento a ogni gesto o parola, non offendeva alcuno, trattando tutti col massimo rispetto. Non venne mai meno a nessuno di quei riguardi che si dovevano usare a chi veniva a fargli visita. I patrizi, che lo osservavano attentamente, se ne meravigliavano, e più volte furono uditi esclamare: — Ma dove ha imparato Don Bosco simili cortesie?

 Don Albera si sentì ripetere mille volte tale domanda anche in Francia. Ed era questa una ragione, se si vuole secondaria ma reale, del desiderio che avevano i grandi signori di ospitarlo nei loro palazzi.

 Simili gentilezze egli usava egualmente coi poveri, e non entrava mai nelle loro case senza scoprirsi il capo. Anche cogli alunni era di una cortesia incantevole. Diceva, ad esempio: — Vorrei affidarti quella tal cosa: che ne dici tu? — Fammi grazia di eseguire una commissione. — Permetti che ti dia un avviso. — Puoi aiutarmi in questo lavoro?

 Nelle sue azioni nulla v’era di affettazione perchè erano informate alla carità di Nostro Signore, come si addice a un prete (334). Un parroco biellese diceva d’aver cominciato ad amare Don Bosco quando conobbe un giovane sacerdote ex-alunno dell’Oratorio; perchè riteneva che le maniere di fare di costui, così diverse dalle consuete, fossero state da lui apprese alla scuola del Santo (335).

 Don Bosco vedeva nella buona creanza il germoglio di molte virtù, perciò si dava d’attorno e mostrava un grande zelo nell’insegnarne le regole ai suoi giovani. Egli voleva che comparissero assennati, e che la compostezza di ogni atto, il garbo, l’ingenuità e l’onesta verecondia, loro conciliassero, presso la gente, stima e benevolenza.

 E i giovani si specchiavano nei portamenti del buon Padre, il quale, sia in pubblico sia in privato, non cessava di far loro sentire i suoi avvisi e le correzioni opportune (336).

 Essendo egli un modello di cristiana dignità nella compostezza della persona, aborriva da ogni scherzo villano, da ogni gioco che portasse a metter le mani addosso ai compagni, e da ogni altra specie di famigliarità sconveniente, come camminare a braccetto, tenersi per mano, e simili. Asseriva essere questi tratti contro il galateo e la buona educazione; e raccomandava agli assistenti che vegliassero perchè fosse osservato con esattezza il suo avviso (337).

 In mezzo al cortile egli vedeva e notava ogni atto dei suoi alunni, e sottovoce dava a ciascuno l’avviso conveniente. A questo diceva: — Sta diritto sulla persona; non curvarti a quel modo: sembra che tu abbia la gobba. — Ad altri: — Non infossare la testa fra le spalle, che fai la figura di una civetta. — Quelle braccia non muoverle così goffamente; pare che tu non sappia cosa farne. — Leva le mani di saccoccia: è un segno sconveniente di padronanza.

 Sovente correggeva uno sbadato con un gesto,, senza che altri se ne avvedesse, per non mortificarlo. Per esempio, se taluno avesse sputato per terra alla presenza di persone di riguardo, o sul pavimento della camera, egli faceva atto di avere un simile bisogno e si portava il fazzoletto alla bocca. Lo stesso faceva se uno tossiva, starnutiva o sbadigliava sguaiatamente. Se scorgeva che qualcuno, dopo aver mangiato, non si era forbito la bocca, egli facevasi passare sulle labbra la sua bianca pezzuola con un gesto significativo del capo. A chi aveva macchie sul vestito, con un sorriso gliele indicava, mettendoci sopra il dito; e ciò bastava (338).

Crescendo i giovani sempre più di numero, presto si accorse della necessità di istituire una scuola in cui s’inculcassero loro le norme del Galateo. Tale scuola si teneva una volta la settimana nella sala di studio, al giovedì mattina, oppure talvolta alla domenica, prima di pranzo. Spettava al Prefetto della casa questa incombenza, e primo a farla fu Don Alasonatti nel 1855. Era il coronamento della cristiana educazione, perchè i giovanetti venuti dalla campagna e dalle officine non avevano ancor appreso le maniere per diportarsi garbatamente in società (339).

 Affinchè i giovani dessero la debita importanza alle lezioni di Galateo, e ne traessero il massimo profitto, Don Bosco stesso talora presen- tavasi a salire la cattedra, al posto del Prefetto. Molti distinti Ex-Allievi attestarono che, ´usciti dall’Oratorio, loro bastarono le norme di buona creanza ascoltate alla scuola di Don Bosco per saper vivere onoratamente in società ed essere stimati persone cortesi e compite (340).

 Egli scrisse anche una commedia in tre atti per esporre come in compendio le mancanze più frequenti contro la civiltà dei modi (341). Lo stesso Regolamento per gli studenti è in gran parte un codice di buona creanza, in cui si parla diffusamente del contegno che i giovani devono tenere con le diverse categorie di persone, a cominciare dai Superiori e compagni; nei vari ambienti del collegio, e cioè in chiesa, nello studio in scuola, in refettorio, in camerata, nel teatrino, in ricreazione; e, fuori casa, a passeggio e rielle visite; infine vi si insegna il modo di scriver lettere, anche a personaggi illustri.

 Sono pagine che non si dimenticano per la concisione e chiarezza, per la brevità e delicatezza con cui sono state scritte.

 Don Bosco aveva il senso della dignità e dell’onore, e si sforzava di comunicarlo agli alunni. Il 19 aprile 1863, in preparazione agli Esercizi Spirituali, raccomandava: « Ho bisogno cbe i predicatori vedano che siete ben educati; perciò, incontrandoli nel cortile o nei corridoi, salutateli: ma non con aria truce, sibbene con aria allegra. Vedete, io sono un po’ superbo che si dica i miei giovani essere buoni ed educati; ma per questo è necessario che vi facciate veder tali, e che per conseguenza procuriate di esserlo » (342).

 Rammentava loro gli insegnamenti ricevuti durante l’anno, specialmente in prossimità delle vacanze, affinchè, tornando presso i parenti, amici, benefattori, dimostrassero all’esterno i segni di quella buona educazione che avevano ricevuto all’Oratorio (343).

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c) URBANITÀ DEI SUPERIORIE DEGLI EDUCATORI.

 Una deliberazione delle Conferenze Generali della nostra Società esortava i Direttori a far sì che i soci conoscessero e praticassero le regole della cristiana educazione, e, a tal fine, queste si facessero imparare nell’anno di Noviziato (344). Oggi ancora è stabilito che, negli Studentati filosofici e teologici, « s’insegnino opportunamente ai chierici le regole della cristiana urbanità. Il Direttore e gli altri Superiori inculchino con l’esempio e con la parola l’osservanza delle norme igieniche, la mondezza della persona e delle vesti, la dignità del portamento, la cortesia dei modi e una certa piacevolezza nel conversare non disgiunta da modestia e gravità» (Regolam., 316).

 Nei suoi Appunti di Pedagogia Sacra Don Barberis, dopo aver sottolineato il fatto che il possesso delle doti civili facilita il compito della educazione, fa questo quadro dell’educatore ben nato: «Le condizioni d’ordine civile riguardano il contegno esterno della persona dell’educatore, e si compendiano nell’osservanza non affettata, ma spontanea, di tutto il galateo; quindi un modo di vestire, di andare, di stare, di parlare, di gestire, che serbi la giusta misura tra gli estremi ed eviti ogni eccesso, o, come suol dirsi, ogni caricatura; ordine e decoro così lontano da ogni trascuratezza che possa offendere la decenza, come da ogni ricercatezza che possa detrarre alla dignità. I fanciulli hanno un senso vivissimo per l’uno e per l’altro vizio, e l’impressione che ne ricevono non vale a promuovere, ma a reprimere i sentimenti di stima e di rispetto per il loro maestro. Veda dunque egli che tutto il suo contegno spiri gravità, ma senza alcuna durezza nè ostentazione; dolcezza, ma senza ombra di moine e di smancerie; serenità che inviti alla confidenza, ed una giocondità che diffonda un’aura di contentezza in tutta la scuola. Insomma abbia il maestro un contegno tutto naturalezza e punto pedanteria, una dignità sempre piacevole ed una piacevolezza sempre dignitosa» (345).

 Don Bosco stesso nelle visite alle Case raccomandava moltissimo che non si omettesse mai la lezione settimanale di galateo, e si avessero cure speciali perchè i più piccoli andassero ben puliti e pettinati (346). Abbiamo già parlato del rispetto col quale Don Bosco voleva trattato il fanciullo (347). Aggiungiamo soltanto un’osservazione del nostro buon Padre:

 « Se un fanciullo passandovi innanzi non vi saluta, forse perchè nessuno glie l’ha insegnato, o perchè per sbadataggine non ci pensa, salutatelo voi per il primo: sarà la migliore lezione. Chi invece pretendesse d’insegnare l’urbanità ad un ragazzo sberrettandolo con uno scappellotto, noti sa che voglia dire urbanità, nè conosce punto il modo di guadagnare il cuore dei giovani. E poi non sono essi i prediletti nobilissimi figli del Re dei Re? E chi ha un po’ di fede e di carità, oserà trattarli aspramente e con disprezzo? » (348).

 Quanto ci tenesse Don Bosco a che i suoi figli praticassero le norme della gentilezza lo mostrano alcuni appunti autografi di una istruzione, che il Santo fece ai Salesiani su tale argomento durante un scorso di Esercizi Spirituali. In quel foglio sono esposte le norme della buona creanza che si debbono osservare a mensa, in ricreazione e, in generale, ovunque.

 L’introduzione è informata a questo bellissimo principio: « La carità in pratica forma la vera educazione e buona creanza » (349).

 Così Don Bosco, sulle orme di San Francesco di Sales, insegnò ai suoi che l’aristocrazia dello spirito come quella dei modi esteriori è la caratteristica del vero cristiano, e in modo speciale dell’educatore animato dalla carità e dallo spirito del Vangelo.

 Dovendo ora chiudere questo importante capitolo della educazione sociale, ci piace sottolineare ancora una volta il fatto che Don Bosco, nell’edu- care i suoi giovani alla vita di società, intendeva che imparassero non soltanto a esercitare i propri diritti e a godere i beni della comunità, ma altresì a sopportare il corrispondente peso dei doveri e sacrifici che il vivere sociale porta con sè. Il benessere collettivo infatti non risulta già dalla sodisfazione degli egoismi e comodi delle singole persone o dei singoli gruppi, ma anzitutto dalla osservanza degli obblighi che a ciascuno incombono. In tal senso Don Bosco educava i suoi giovani, animandoli allo spirito di sacrifìcio, all’adempimento di tutti i propri doveri, allo zelo dell’apostolato. Perciò anche in questo campo egli, precorrendo i tempi, procurò un antidoto alla società moderna, la quale, dando libero sfogo al più sfrenato egoismo di classe e dell’individuo, ha deviato dal retto sentiero e preclusa la via alla ricostruzione morale dei popoli, con grave scapito della pace, della giustizia e del benessere sociale.

Capitolo V. L’EDUCAZIONE MORALE

 È certo che il punto centrale di tutta l’opera educativa è quello che si chiama normalmente « Educazione morale e religiosa ». Soffermiamoci ora sull’aspetto morale: subito dopo esamineremo anche quello religioso.

 Va da sè che tutta quanta l’opera dell’educazione dell’uomo dev’essere morale, in quanto che tutto ciò che comunque tocca la persona umana non dev’essere in nessun modo difforme dai dettami della moralità: la stessa educazione fìsica non può prescindere dalle leggi morali, se vuol davvero concorrere a formare la personalità dell’educando.

 Tuttavia, quando nell’educazione si distingue il settore morale dagli altri settori, gli si vuol riconoscere, come caratteristica sua propria, la formazione della coscienza retta e l’ammaestramento all’onesto esercizio della libera volontà, affinchè l’educando impari ad agire moralmente, ossia in conformità alla natura umana e in preparazione al conseguimento dei suoi eterni destini.

 Come ognun vede, criterio dominante di tutto il procedimento dell’educazione morale è lo stretto rapporto che la creatura umana ha con la legge di natura e col suo Fine Ultimo. L’uomo deve aver sempre in mano la fiaccola della moralità per chiarire ed illuminare con essa tutti i suoi passi, tutto il sentiero ch’egli percorre, viaggiatore verso i suoi destini temporali ed eterni. Questi passi sono le sue azioni; questo sentiero, o questa strada che dir si voglia, è la sua vita, o meglio la sua vocazione nel pieno sviluppo della propria personalità.

 Orbene, alle azioni veramente umane concorrono mente, cuore e volontà: la mente, mediante la saggezza e la coscienziosità; il cuore, mediante l’orientamento dell’affettività; la volontà, mediante la fermezza della decisione e la fedeltà dell’esecuzione. Di qui scaturisce la necessità, per l’educazione morale, di formar debitamente coscienza, cuore e volontà dell’educando: il che porterà senza dubbio alla pratica della virtù, alla conquista di un carattere adamantino e al raggiungimento della vera personalità.

Noi non possiamo indugiarci eccessivamente a distinguere, nell’insieme dell’educazione morale praticata da Don Bosco e trasmessa ai suoi figli nella luce e sotto la guida del Sistema Preventivo, tutti gli aspetti degli elementi testé accennati.

 Ci limiteremo a fare soltanto qualche rilievo, dando maggior sviluppo a ciò che riguarda la formazione alla virtù.

1. Formazione della coscienza.

a) GLI INSEGNAMENTI DEL PADRE.

 Vediamo anzitutto quali siano, nel sistema di Don Bosco, gli elementi destinati propriamente alla formazione della coscienza dei suoi giovani.

 Balzano subito ai nostri occhi tanti savi accorgimenti per formare in loro quell’intelletto pratico, che anzitutto conosce la legge morale e poi valuta bene ogni azione, scoprendone la concordanza o discrepanza con detta legge morale.

 Notiamo ancora con quale frequenza e insistenza Don Bosco si adoperava per far conoscere tutte queste cose ai suoi alunni. Le sue conversazioni familiari durante la ricreazione, i colloqui privati, le sue paterne e veramente pratiche Buone Notti, le conferenze e prediche, insomma tutte le sue parole rivolte ai giovani, non avevano altro scopo se non quello di insinuare nelle menti, e perciò nelle coscienze, il retto giudizio pratico circa le cose e le azioni della vita.

 Altrettanto dicasi per le letture, ch’egli faceva fare in pubblico e in privato; e per tutte le attività della casa, tanto adatte a ispirare buone idee e savi giudizi.

 L’educazione, per Don Bosco, era davvero la formazione dell’uomo, soprattutto riguardo alla moralità e al raggiungimento dell’ultimo suo fine: e di ciò in particolare si preoccupava nei suoi insegnamenti, nei suoi atteggiamenti pratici e in tutto il suo lavoro educativo.

 Fin da piccolo era stato abituato dalla mamma ad agire per dovere, vale a dire, secondo la coscienza illuminata da motivi assai elevati, quali l’amor di Dio e l’affetto ai parenti (350).

 Mamma Margherita, ricordando la legge di Dio con piccoli richiami ora all’uno e ora all’altro dei suoi figli, li abituava a giudicare della convenienza o sconvenienza delle loro azioni (351).

 Lo stesso fece a sua volta Don Bosco nell’Oratorio, dove — secondo l’affermazione di Don LemoV ne — « la coscienza era la prima regola » (352).

 Il Santo infatti voleva che i giovani apprendessero a fare il bene e a fuggire il male, non già per riguardo all’uomo, ma per riguardo a Dio; non pei premi o pei castighi del maestro o del Superiore, ma per dovere di coscienza (353).

 Agli inizi era solo, ma sapeva educare in modo tale che, al posto dei suoi aiutanti che ancor / non aveva, agisse la coscienza stessa dei giovani; e questi si astenevano dal male per amore di Dio e del loro buon Direttore; e allorché erano caduti in qualche fallo, si riconoscevano spontaneamente colpevoli.

 Il detto di San Paolo Chi lavora non mangia era invalso nell’Oratorio come assioma impreteribile. Se qualcuno talora, per poltroneria o per altro motivo, aveva commesso qualche mancanza, Don Bosco, saputa la cosa, andavagli incontro dicendogli: « Ebbene, come va? Come ti regoli? È vero quello che ho udito di te? Possibile che tu non voglia una buona volta metterti a fare del bene? Se tu fossi Superiore ed io al tuo posto, e mi regolassi come ti regoli tu, che cosa faresti? Giùdi- cati da te stesso. Che cosa ti meriti? » (354).

 Diceva altre volte ai ragazzi dell’Oratorio: « Dovete dire al demonio quando vi chiede qualche cosa contro coscienza: — Non posso, non posso, perchè ho un’anima sola. — Questa è la vera logica cristiana, /questo è un ragionamento migliore che non tutti quelli dei sapienti secondo il mondo» (355). Nel 1875, dopo d’aver raccomandato ai giovani il silenzio nei tempi prescritti, soggiungeva: « Non lo voglio imporre con minac ce o castighi, ma lascio alla coscienza di ciascuno il mettere diligentemente in pratica questo avviso. Sappiate che continuando con tale ordine è un vero piacere che fate a Don Bosco. Ma non fatelo solo per questo motivo: fatelo per piacere al Signore e alla Beata Vergine » (356).

 Esortava i giovani ad aspirare non alla mercede umana, ma a quella divina con queste parole: «´È impossibile piacere al mondo. Il miglior consiglio si è di fare bene quanto possiamo e poi non aspettarci la mercede dal mondo, ma da Dio solo» (357).

 Quindi abituava i giovani ad avere sempre una grande purità d’intenzione, e ne specificava il modo dicendo: « Purità d’intenzione è fare quello che più piace-a Dio; e noi ce ne assicuriamo con l’obbedienza » (358).

b) FORMAZIONE AL SENSO DEL DOVERE.

 Per formare la coscienza dei suoi giovani Don Bosco doveva mirare in pratica a sviluppare in essi il senso del dovere.

 Questo senso in lui era profondamente radicato. Ancora studente a Chieri aveva fatta sua e seguiva questa norma: Ogni cosa ha il suo tempo (359). Si può affermare che l’adempimento di tutti i propri doveri fu regola costante del suo operare (360).

 Educatore e Superiore, raccomandava poi agli altri, e specialmente ai suoi giovani, quanto egli stesso aveva fatto e continuava a fare. Nel 1856 scriveva: « Quello che ha da rendere un giovane virtuoso e onesto, cioè un vero galantuomo, è l’adempimento di tutti i doveri che l’uomo ha verso di Dio, verso se stesso, e verso i suoi simili; doveri che voi non potete imparare se non sotto il magistero della Chiesa, alla scuola del catechismo» (361).

 Egli soleva proporre ai suoi educandi il motto che il Comollo aveva fissato e scritto su di un libro, perchè gli servisse come programma -di vita: «Fa molto chi fa poco, ma fa quello che deve fare; fa nulla chi fa molto, ma non fa quello che deve fare» (362).

 « Si adempia con diligenza — diceva — ogni nostro dovere. Con diligenza, cioè con amore, perchè la parola diligenza viene dal verbo diligere: amare » (363). Esortava tutti a eseguire i doveri del proprio ufficio alla presenza di Dio, offrendo a lui ogni azione e lavoro, perchè ridondasse a sua gloria (364).

 Nel regolamento per la nuova Casa di Mirabello introdusse questo articolo: « Niuno si rifiuti a qualsiasi basso lavoro e ritenga che Dio domanda conto dell’adempimento dei doveri del proprio stato, e non se si abbiano coperti impieghi e cariche luminose. Nelle quotidiane occupazioni ognuno si ricordi come tanto colui che è occupato nei bassi uffici, quanto colui che consuma la sua vita nel predicare, confessare, ed in altre più sublimi cariche del ministero sacerdotale, avranno in cielo la medesima mercede, purché lavorino per la maggior gloria di Dio » (365).

 Sapeva approfittare di ogni occasione per inculcare il sentimento del dovere, e in modo speciale nelle grandi solennità, quando la volontà è più disposta.

 Nell’esatto adempimento dei propri doveri vedeva il mezzo più adatto e potente sia per trionfare delle passioni (366), sia per onorare questo o quel Santo (367).

 Don Bosco non tralasciava di fare qualche salutare rimprovero ai negligenti. La sera del 18 aprile 1875 diceva ai giovani: « Ma per altro, se ho da dire una parola di lode ai buoni, non è men vero che me ne rimanga un’altra di rimprovero per coloro che non sono cattivi, ma come si suol dire, nè freddi nè caldi, quelli cioè che sanno essere cosa buona andare in chiesa, cosa buona il pregare, lo stare attenti ai propri doveri. Lo sanno e lo dicono; ma per essi altro è il sapere e altro il fare, perchè loro sembra di trovarsi in mezzo ad un ostacolo gravissimo che impedisca l’operare: questo è realmente la loro indifferenza » (368). Voleva inoltre che chi ne avesse l’incarico facesse osservare agli altri i loro doveri (369).

c) FORMAZIONE AL SENSO DELLA RESPONSABILITÀ.

 Connessa intimamente con la formazione al dovere da eseguire è la formazione al senso di responsabilità di fronte a Dio e agli uomini.

 Per questo Don Bosco portava ai suoi alunni l’esempio di San Bernardo che aveva scritto in tutti i luoghi del convento pei quali doveva passare: Ad quid venisti? (A che scopo sei venuto qui?) e concludeva: « Ecco il mio consiglio. Scrivete in un angolo di qualche libro o quaderno questa parola: Ad quid venisti? E pensate: ad quid venisti in questo mondo? Per amare e servire Iddio e guadagnarti il Paradiso: se fai altrimenti, sei fuori di riga. Ad quid ranisti in questo Oratorio? Sono venuto per studiare, per fare profitto nella scienza e nella pietà, per conoscere quale sia la mia vocazione: se non faccio questo profitto il mio tempo è perduto! » (370).

 Quanto all’impiego del tempo usava questa esortazione: « Se conosceste la grande fortuna che è la vostra, di aver un mezzo da poter studiare vi sforzereste con ogni impegno per non perdere neppure un briciolo di tempo! » E richiamava l’esempio degli anziani che rimpiangevano il tempo perduto in gioventù, e accennava a tante migliaia di giovani di buona volontà, i quali non avevano i mezzi per poter studiare, o non potevano essere accettati in collegio. E concludeva: « E voi siete i preferiti dalla Divina Provvidenza. Se fra di voi ci fosse chi non volesse studiare preferendo la poltroneria, nonostante tanti sacrifici da parte dei parenti, da parte dei Superiori che fanno tutto quello che possono per aiutarvi, da parte dei compagni che dànno tanti buoni esempi, qual conto rigoroso dovete rendere a Dio, se non approfittate del tempo che avete. Il r Signore ci domanderà conto anche di un sol minuto che avessimo perduto! » (371).

 Richiamava gli alunni studenti a un particolare senso di responsabilità dicendo loro: « V oi che avete maggior istruzione e siete occupati in cose più alte, non dovete usare parole e modi grossolani, ma dimostrare coi fatti la vostra educazione » (372).

2. Formazione del cuore.

a) COME LA VOLEVA DON BOSCO.

Don Bosco, che tanto si adoperò per la formazione della coscienza, si occupò pure intensamentedella formazione del cuore, insegnando agli alunni a ben orientare gli affetti non sempre regolati che ne emergono.

 L’infanzia, la fanciullezza, l’adolescenza e la stessa giovinezza, sono epoche di una straordinaria fioritura di sentimenti e di affetti: e non è qui il caso di indugiarci a discuterne la natura, l’occulta provenienza, la maggior o minor estensione. Il fatto si è che all’educatore, nella strada ardua e penosa della sua missione, i sentimenti del giovanetto si presentano sovente, ora come aiuto, ora come ostacolo all’opera educativa. Anzi, appunto perchè a detta degli stessi migliori psicologi, si tratta di un settore pedagogico meno conosciuto ed esplorato, l’educazione del cuore presenta difficoltà non facili a superare.

 Don Bosco non trascurò l’educazione del cuore; non la sacrificò all’educazione della mente, credendo di aver fatto tutto, quando avesse procurato di immettere nelle menti un’idea, per buona e geniale che fosse; nè tanto meno confuse l’educazione del cuore con quella che forma la volontà all’abito della decisione ferma ed onesta.

 Puntando direttamente sul nucleo più centrale e profondo della sentimentalità umana, egli cercò di trasformare l’amore nella più fine e sublime carità: carità verso Dio, carità verso il prossimo.

 Chi legge la sua vita, vien presto a conoscere con quale zelo e con quante industrie egli si perasse per allontanare dalla mente e dalla fantasia dei suoi alunni qualsiasi cosa, che potesse generare nei loro cuori sentimenti meno nobili ed onesti.

 Anzitutto, però, dava egli stesso l’esempio di un virtuoso distacco da quanto può ingombrate il cuore.

 Personalmente aveva sperimentato le conseguenze degli attacchi sensibili. All’età di dieci anni aveva preso, allevato e addestrato nel canto, un merlo. Quell’uccello era la sua diuturno delizia. Ma allorché un giorno lo vide mezzo sbranato nella gabbia, ne provò tanto dolore e rammarico che pianse più giorni. Ragionando poi sulla frivolezza di quell’amore, prese una risoluzione superiore alla sua età: cioè di non attaccare mai più il cuore a cosa terrena.

 Più tardi, incontrandosi a Chieri con Luigi Comollo, giovane di un candore verginale e di una straordinaria purezza e semplicità di costumi, entrò con lui in tenera e profonda amicizia. Quantunque quell’amore fosse tutt’altro che terreno e sentimentale, e anzi, tutto santo ed unicamente diretto a vicendevole perfezione, tuttavia anche di questo ebbe a pentirsi. Il vivo dolore che provò alla morte dell’amico fu così grande, che fece un nuovo proposito per cui niuno, da Dio in fuori, avrebbe mai posseduto il suo cuore(373)

 Studente, la sua carità non ammetteva eccezioni nell’aiutare i condiscepoli nelle cose di scuola (374). Divenuto sacerdote, fu ammirabile il pieno dominio sulle passioni e la padronanza sopra il suo cuore: moderava gli affetti di simpatia, di sensibilità, come pure di collera e di avversione, in guisa da assoggettarli sempre alla retta ragione, agli insegnamenti della Fede, allo zelo per la maggior gloria di Dio.

 Erano abiti che egli possedeva in grado eroico (375).

 Parlando un giorno ai suoi, fece questa categorica affermazione: « Io stesso posso dirlo schiettamente di non aver nessuno in Casa che io prediliga più di un altro, tanto il più alto di voi io amo come il più umile. Tutti sono miei figli, e per salvarli volentieri darei la mia vita stessa, perchè essi sono e devono essere tutti, giusta il detto di San Paolo, gaudium meum et corona mea: allegrezza e corona mia » (376).

b) Un pericolo.

 Alla formazione del cuore possono essere un grave ostacolo le affezioni non regolate, anche verso i compagni.

 Rigorosamente, ma con prudenza, Don Bosco inibiva le amicizie particolari, per quanto sulle prime non presentassero pericoli di sorta (377).

 In una conferenza, nella quale aveva trattato della bella virtù, disse: « Un’altra cosa, che non è punto di vantaggio alla castità, si è l’amicizia: non l’amicizia vera, fraterna, ma quell’amicizia particolare che il cuore nostro nutre più per uno che per un altro. Certuni, e non sono i pochi, attratti da qualche dote, sia corporale che spirituale, di qualche compagno o subalterno, tendono ad amicarselo offrendogli ora un bicchiere di vino ora un confetto, ora un libro, ora un’immagine, ora altre cose. Si comincia in tal modo a coltivare le amicizie che escludono gli altri e preoccupano mente e fantasia. Quindi occhiate appassionate, strette di mano, baci; poi più avanti qualche letterina, qualche altro regalo, dicendo: — Fammi questo piacere; fammi quest’altro; vieni, andiamo in quel luogo, in quell’altro! — Intanto i due amici si trovano impigliati nel laccio senza che se ne accorgano » (378).

 Per evitare il pericolo di tali amicizie, dava anche questo consiglio: « Non lodare mai nessun giovane in modo speciale; le lodi rovinano i più bei naturali. Uno che canta bene, un altro che reciti con disinvoltura, è subito lodato, corteggiato, tenuto prezioso » (379).

Metteva anche in guardia contro i danni che potevano derivare dal teatro, ove la voce canora, l’abilità nel porgere, i vestiti e le truccature, possono diventare occasione per tali amicizie, dalle quali poi derivano tanti disordini, e fìnanco la rovina morale di alcuni (380).

 Per stroncare in tempo nel corso dell’anno siffatte nocive relazioni, aveva stabilito che si facessero a metà anno, e non alla fine, gli Esercizi Spirituali. « Questi Esercizi — diceva — sono il gran mezzo per rompere certe relazioni o amicizie malsane. Allora è che il giovane si determina a far bene, prendendo forti risoluzioni che gli serviranno di guida almeno per il corso dell’anno. Se invece gli Esercizi sono al termine dell’anno, ecco che non c’è più tempo di eseguire i proponimenti fatti e poi, col far così a lungo quel che si vuole, i mali incancreniscono » (381).

c) Distacco dalle cose.

 Don Bosco però, desideroso di dare una buona formazione al cuore, raccomandava ai giovani di distaccarlo, non solo dalle persone, ma anche dalle cose della terra. Insomma si prefìggeva di fare di essi degli uomini spiritualmente liberi e non degli schiavi.

 « Per distacco del cuore dalla terra — dicevain preparazione alla festa di San Luigi del 1864, — per distacco del cuore dalla terra intendo distacco dalle persone poco buone, dai piaceri illeciti, dalle amicizie troppo particolari; il distacco dai cibi e dalle bevande, che sono a voi occasione di golosità; il distacco non fosse altro da un vestito, da quattro stracci pei quali vi lasciate dominare dal desiderio di far figura, e comparire leggeri ed ambiziosi così da sembrare damerini... Chiedete dunque al Santo di sollevarvi un po’ da queste vanità del mondo e d’innalzare un poco il cuore verso le cose del Cielo» (382).

 Sembra di ascoltare un provetto maestro di spirito che parla ad una accolta di Religiosi, i quali han fatto voto di povertà: sì grande è il distacco del cuore che Don Bosco domanda - ai suoi giovani. Ma egli ben sapeva di quanta generosità e di quanto eroismo son essi capaci, e non si peritava di lanciarli per le vie della più alta perfezione dopo d’essersi sforzato di piantare nel loro cuore le solide basi della vita cristiana.

 Nella stessa parlata del 20 giugno 1864 soggiungeva: « Vedete, io vorrei che voi faceste come fanno gli uccelli ancora piccini, quando vogliono snidare. Incominciano ad uscire sull’orlo del nido, poi scuotono le aiucce, tentano di alzarsi un poco ed intanto fanno prova delle loro forze. Così dovete fare voi: scuotere un poco le ali per alzarvi al cielo... Incominciate dalle cose piccole e da quelle che sono necessarie per l’eterna salute» (383).

d) Santo amore fraterno.

 Finora noi abbiamo esaminato la parte che potremmo chiamare negativa della formazione del cuore: vediamo ora come Don Bosco faceva a sollevare il cuore dei suoi alunni ai più casti ed eccelsi amori. Li premuniva anzitutto contro gli sbandamenti di simpatié ed antipatie, fomentando tra Superiori e giovani, tra studenti e artigiani, la più viva amicizia. Era in certo modo il cuore stesso di Don Bosco che legava insieme tutti i cuori (384).

 Li incoraggiava a battere la via della virtù con l’esempio della sana e santa amicizia che legava fra di loro Gregorio Nazianzeno e Basilio, studenti ad Atene (385).

 Altre volte spiegava il comandamento dell’amore dicendo: « Ricordatevi dell’avviso che dava San Giovanni Evangelista ai suoi discepoli: Dili gite altérutrum: Amatevi a vicenda. Questo amore non è semplice consiglio: è un comando, c perciò pecca chi non l’osserva. Quindi mai ci siano tra voi parole ingiuriose, risse, invidie, vendette, scherni, malignità. Fatevi del bene l’un l’al tro,´ e sarà prova che vi amate tutti a vicenda come fratelli. Oh! Che bel Paradiso terrestre sa- rebbe questa nostra Casa, quanti atti virtuosi si ammirerebbero dagli angeli, quante benedizioni di più il Signore invierebbe sui nostri capi, quale sarebbe la consolazione di Maria SS., se tutti ci mettessimo d’impegno nel compatirci, aiutarci, sopportare, perdonare, perchè trionfi sempre la carità » (386).

 Era poi sua norma costante: « Io vi esorto ad essere o amici di tutti o di nessuno » (387).

 Parlando ai suoi giovani nel 1876 replicava: « Un’altra cosa che voleva dirvi, si è che tutti vi vogliate bene tra di voi, che vi amiate per farvi del bene a vicenda, per darvi buon esempio, per darvi dei buoni consigli. Ma non mai e poi mai vi siano di quelle amicizie che purtroppo si fanno per darsi scandalo a vicenda, per fare discorsi cattivi, per essere assassini dell’anima uno dell’altro » (388).

 « Una cosa — diceva ancora — mi preme di raccomandarvi, ed è che procuriate di amarvi a vicenda e che non disprezziate nessuno. Perciò accogliete tutti senza eccezione in vostra compagnia, e fate a tutti parte volentieri dei vostri trastulli. Via perciò certe antipatie verso qualche compagno, delle quali non si sa quasi rendere ragione... È dovere dei giovani, non solo bene educati, ma cristiani, il far buone accoglienze a tutti ed usare cortesie con tutti » (389).

 Con l’amor del prossimo fomentava anche Iunior di Dio, di Gesù e di Maria, dicendo che solo l’amor di Dio può unire le menti e i cuori (390). A un giovane scriveva questa massima: « Soffri volentieri qualche cosa per quel Dio che tanto sofferse per te » (391). E di Gesù Sacramentato parlava cosi: « Vedete, questo è e dev’essere l’unico e il vero vostro amico: Egli, la consolazione nelle afflizioni, Egli il distributore della grazia e delle allegrezze ». E continuava a passare in rassegna i benefizi di questo Amico Divino per ispirarne ai giovani un amore sempre maggiore (392).

 In un’altra circostanza, dopo aver animato tutti a scuotere le due ali spirituali dell’amore a Gesù e alla Vergine Santa per sollevarsi in alto, soggiungeva: « Oh, se io potessi un poco mettere in voi questo grande amore a Maria e a Gesù Sacramentato, quanto sarei fortunato! Vedete, dirò uno sproposito, ma importa niente. Sarei disposto, per ottenere questo, a strisciare con la lingua per terra di qui fino a Superga. È uno sproposito, ma io sarei disposto a farlo. La mia lingua andrebbe a pezzi, ma importa niente: io allora avrei tanti giovani santi» (393).

Così Don Bosco in maniera delicatissima coltivò tutti i sentimenti più nobili del cuore giovanile: dall’affetto filiale alla dedizione per il prossimo, dall’amore della Chiesa e della patria sino alle forme più sublimi della carità verso Dio, verso Gesù Sacramentato e il suo Cuore Sacratissimo, e verso Maria SS., che voleva fosse considerata dai suoi alunni quale tenera e dolcissima Madre.

 Può forse desiderarsi una educazione del cuore migliore di questa?

3. Formazione della volontà.

a) Come la voleva Don Bosco.

 Il nostro Padre, pur occupandosi direttamente dell’educazione del cuore, amava però insistere piuttosto sull’educazione della volontà, dalla quale dipende in definitiva il vero amore, nonché il dominio degli affetti disordinati.

 Com’è noto, l’azione propria della volontà si svolge mediante la deliberazione, la decisione e l’esecuzione. Don Bosco però, nel suo modo di fare eminentemente pratico, non si indugiava certo in queste distinzioni: egli preferiva andare subito diritto al risultato concreto di questi tre elementi, considerandoli nel modo con cui dovevano attuarsi.

 La sua educazione della volontà consisteva anzitutto nel renderla forte, allontanando da essa gli impedimenti che avessero potuto ostacolarne il retto esercizio. Con accorgimenti veramente preventivi egli circondava in certo modo la volontà dei suoi alunni con un sistema di difese, prevenendo, alle volte molto remotamente, l’azione di quei fattori che avrebbero potuto influire negativamente su di essa. Moltiplicava perciò l’in- flusso degli esempi buoni, sia mediante la vita edificante degli educatori e la virtù non ordinaria degli alunni, sia proponendo esempi tratti da racconti, parabole, episodi e buoni libri, o anche creando egli stesso esempi, a guisa di similitudini e apologhi. Allo stesso scopo si affrettava a destinare qualche compagno buono e virtuoso ai nuovi arrivati, per iniziarli alla vita della Casa e alla pratica della virtù. Tutto l’insieme poi della vita dei suoi Istituti, l’orario, l’assistenza, il controllo, la caritatevole correzione, il coltivare la vita della grazia, contribuiva a formare la volontà dei suoi giovani.

 Quanto gli premesse l’educazione della volontà risulta dalle seguenti mirabili pagine della Vita di Luigi Colle:

 « Il privilegio più grande di tutti i fanciulli, di cui gli adulti non isdegnano occuparsi abbassandosi al loro livello per addestrarli all’esercizio delle funzioni della vita spirituale, viene considerato lo sviluppo dell’intelligenza. Ma troppo spesso mancano di prudenza questi educatori, perché non conoscono, o assai facilmente perdono di vista, la natura umana e la reciproca dipendenza delle nostre facoltà. Rivolgono ogni sforzo a sviluppare la facoltà del conoscere e quella del sentire, che per triste errore, ma dolorosamente troppo comune, confondono con la facoltà di amare: ed invece trascurano completamente la facoltà sovrana, la volontà, unica sorgente del vero e puro amore, di cui la sensibilità non è che una falsa immagine. Se si occupano talora di questa povera volontà, non è tanto per regolarla e fortificarla col ripetuto esercizio di piccoli atti di virtù chiesti all’affezione del fanciullo e ottenuti facilmente dalle buone disposizioni del cuore: ma. col pretesto di dover domare una natura ribelle, si ostinano a piegare la volontà con mezzi violenti, e così, invece di raddrizzarla, la distruggono.

 « Per questo errore fatale turbano l’armonia che deve presiedere allo sviluppo parallelo delle facoltà dell’anima, e guastano i troppo delicati congegni affidati alle loro mani inesperte.

 « L’intelligenza e la sensibilità sovraeccitate da una coltura intensa, attraggono tutte le forze dell’anima, ne assorbono tutta la vita, e acquistano ben presto una vivacità estrema, unita alla più squisita delicatezza. Il fanciullo concepisce prontamente; l’immaginazione sua è ardente e mobile; la memoria fedele rintraccia senza sforzo e con scrupolosa esattezza i più piccoli particolari: la sensibilità incanta quanti si avvicinano.

 « Ma tutte queste brillanti qualità nascondono a stento l’insufficienza più vergognosa, la debolezza più fatale. Il fanciullo, e più tardi purtroppo il giovane, trascinato dalla prontezza delle concezioni, non sa pensare nè agire con criterio; manca affatto di buon senso, di tatto, di misura, insomma di spirito pratico.

 « In lui non cercate nè ordine nè metodo; imbroglia tutto, confonde tutto, tanto nei discorsi quanto nelle azioni; e vi sconcerta con mosse brusche e impetuose, e con strana incoerenza. Ieri vi affermava Con entusiasmo una pretesa verità; domani, con eguale incrollabile convinzione, vi sosterrà precisamente il contrario. La ragione, offuscata - e non sorretta dalla debolezza della volontà, non gli permette di pensare seriamente da sè. Egli riceve tutti i giudizi degli altri e li fa suoi unicamente perchè seducono la sua immaginazione o lusingano la sua sensibilità; e con la stessa leggerezza li abbandona, perchè non gli piacciono più, o perchè altre teorie più seducenti hanno affascinato la sua viva intelligenza.

 « Troppo rapido per leggere in fondo all’anima, non ne conosce che la superficie, cioè le commozioni passeggere, e, pronto a coglierne i minimi moti, crede di aver deciso con fermezza tutto ciò che gli sembra di volere: e, incapace d’imporsi a se stesso, si affretta a metterlo in pratica. Triste e ridicolo zimbello dello spirito maligno, che non cessa d’ingannarlo destandogli nell’interno delle impressioni che egli, povero cieco, crede propositi ben saldi e lungamente meditati.

 « Nè più nè meno come il suo pensiero ha la rapidità del lampo, così egli si piega a ogni movimento: talora di mal animo, perchè in fondo al cuore ha ancora un resto di rettitudine, ma in fine si piega. Far diversamente gli sembrerebbe mancanza di sincerità; vuol essere al di fuori quel che è al di dentro; gli parrebbe un’ipocrisia frenare le proprie passioni. E così crede di voler ciò che in realtà non vuole, così crede di non volere ciò che effettivamente vuole.

 « La virtù lo seduce, ma, poiché ripugna alla debolezza della sua natura, interpreta questa interna ripugnanza come volontà contraria. Ingannato dalla propria stoltezza, l’infelice si di spera di non poter credere nè volere ciò che in fondo invece crede e vuole.

 « Inutilmente le grazie più preziose cadono su quest’anima, poiché non può raccoglierle: la sua coscienza è come un mare in burrasca, agitato di volta in volta dalle più contrarie correnti.

 « Schiavo del proprio umore, il disgraziato vede ogni cosa attraverso la passione che lo domina in quell istante. Si tratta di decidere e di voler fare un’azione importante? Invece di considerare l azione in se stessa, e di esaminarne i motivi, le circostanze, il fine, interroga l’oracolo ossia la sua sciocca sensibilità. In balìa delle proprie impressioni chiede a se stesso: — Che te ne pare? — e, secondo l’attrattiva o ripugnanza che sente nell’animo, opera o meno. E codesto per lui è riflettere!

 «E, se sbaglia, guardatevi dal rinfacciarglielo: non riconoscerà mai d’aver sbagliato, c dirà sempre di aver agito come doveva agire: — Ho dovuto fare ciò che mi diceva la mia coscienza! Ero in buona fede.

 « Più tardi, se in circostanze difficili dovrà dar saggio di carattere ben temprato, non aspettatevi nulla da lui. Capace degli slanci più generosi, è invece soggetto alle più strane debolezze. La violenza e l’ostinazione saranno le uniche manifestazioni di una volontà debole, e per giunta lo vedrete praticare sempre il rovescio.

 « Ma almeno le qualità del cuore compenseranno tanti difetti? E la sensibilità, tanto coltivata nei primi anni, l’avrà reso più tenero e amorevole di cuore? Anche qui purtroppo troviamo lo stesso vuoto elle abbiamo riscontrato nelle altre facoltà. Si affeziona facilmente, ma con ia stessa facilità dimentica. Il suo amore non ha stabilità. Senza essere realmente cattivo, non conosce altra legge che il capriccio. Non ha mai saputo conservarsi degli amici, perchè non è stato mai capace di imporsi qualche riguardo verso di loro, ma li ha sempre feriti, o con un’allusione crudele, o con una trascuratezza sprezzante, o con una punta amara, o con una frecciata insolente, o con un sospetto infondato e ingiurioso. E con tutto ciò, egli si stupisce che l’amicizia, misconosciuta e ferita in quel che ha di più delicato, si ritiri da lui! Povero essere incompleto, si lagna di essere sempre incompreso!

 « Precipitazione ed incostanza, ecco le linee più marcate di questo carattere. Se ne voleva fare un uomo, e non si è riusciti che a farne un essere intelligente ed amante, ma debole e irragionevole: in breve, una specie di animale perfezionato.

 « E non si dica che questo ritratto è esagerato. Guardiamoci intorno, e purtroppo vedremo che ve ne sono tanti. Quante ne abbiamo incontrate anche noi di queste nature attraenti, ma incomplete, che la nostra pittura ritrae perfettamente! Andando al fondo delle cose riconosceremo che un tal vuoto lagrimevole è frutto della prima educazione.

 « Dappertutto si deplora l’indebolimento dei caratteri; ma la causa della decadenza, almeno in parte, non sarebbe da ricercarsi nella dimenticanza, anzi nel disprezzo dei princìpi più elementari di educazione cristiana? E donde tale disprezzo? Donde tale educazione falsa e monca? Senza dubbio dall’ignoranza, ma anche e soprattutto dall’egoismo e da una tenerezza mal intesa.

 « Si cerca di godere il fanciullo invece di sacrificarsi per lui. Ciò che uu’affezione sincera, sana, se si vuole, ma limitata e imprevidente nel suo incosciente egoismo, domanda a un bimbo così teneramente ma ciecamente amato, è anzitutto un trionfo dell’amor proprio, una soddisfazione della propria sensibilità. Si gode di poter far sfoggio dappertutto delle qualità precoci del fanciullo prodigio! Si bevono avidamente gli elogi die gli son fatti: lo si loda persino quando è presente, senza appunto accorgersi dei rapidi progressi della sua vanità crescente, che diviene presto presunzione, vanagloria ed orgoglio insopportabile! Comunemente ci si trova diletto e ci si culla nelle dimostrazioni affettuose, proprie dell’indole del fanciullo: si è rapiti nell’ammirare le sue grazie native. Si ricevono e si provocano i suoi vezzi come si farebbe delle carezze di un cagnolino, lo si adula precisamente come si fa

con questo animale, e lo si castiga per malumore o per collera quando annoia o si rifiuta di ubbidire o di stare quieto.

 « Lo si vuole assai carezzevole, bene educato, istruito... e basta. Qual è invece l’obbligo dell’educatore cristiano? Egli, secondo lo spirito di Gesù Cristo e la pratica della sua morale, fugge dal dare ai fanciulli a lui affidati questa educazione animalesca: deve incamminarli subito per la via della santità, i cui estremi sono rinuncia e generosità. Per comunicare loro tale spirito di sacrificio deve rivolgere le sue cure soprattutto a coltivarne la ragione e la volontà, senza trascurare alcuna delle altre facoltà » (394).

b) Mezzi per la formazione DELLA VOLONTÀ.

 La citazione è stata lunga, ma era necessaria e, come ci sembra, suggestiva. Passiamo ora a parlare dei mezzi dei quali si serviva Don Bosco per formare e irrobustire la volontà. Lasciò scritto Mons. Reggio, Vescovo di Ventimiglia, che trovandosi nell’Oratorio, udì dalle labbra di Don Bosco questa definizione della sapienza: « Essa è l’arte di ben governare la propria volontà » (395). Quest’arte il Santo la possedeva in modo mirabile

1) Mortificare la volontà.

 Era persuaso che la volontà anzitutto bisognava domarla e fortificarla. Don Barberis un giorno gli presentò il caso di un giovane ascritto, il quale, un po’ per astio e un po’ per puntiglio, voleva essere dispensato da certi studi letterari. Nonostante che Don Barberis avesse risposto un no assoluto, il giovane ascritto continuava a insistere. — Si tratta — diceva Don Barberis — di un giovane d’ingegno non comune e di carattere fermo e capace di molta virtù, quando, calmato il bollore dell’indole, si mettesse a far bene. —Domandava perciò se fosse opportuno, senza mostrar di cedere, chiudere un occhio e lasciar fare, cercando di coprire la cosa alla meglio.

 — No, — rispose Don Bosco; — procedi pure con le dolci, non dirgli parole da irritato, dògli pure a divedere che non fai gran caso della sua pertinacia e che l’attribuisci a leggerezza giovanile; ma tieni fermo sul punto di volere che faccia quanto gli hai detto di fare. Su questo non transigere. — E soggiungeva che cedere era rovinarlo per l’avvenire (396).

 E a che cosa miravano tutte le cure e insistenze di Don Bosco per avvezzare i giovani a mortificare gli occhi, la gola, la lingua, i sensi interni ed esterni, se non a rafforzare in essi la volontà nella lotta contro le passioni e le ribellioni interne?

2) Vincere il rispetto umano.

 Un gran nemico della volontà è il rispetto umano: esso trascina ad abbandonare l’adempimento della legge e del proprio dovere, sacrificando tutto a vani timori e a false considerazioni che, specialmente pei giovani, diventano purtroppo giganteschi fantasmi e spauracchi.

 Il Santo Educatore non si stancava di esorta- re ed aiutare in mille modi, perchè i suoi giovanetti sapessero calpestare e vincere il rispetto umano.

 In occasione di una solenne premiazione a fine d’anno, li avvertiva che durante le vacanze si guardassero dal rispetto umano, soggiungendo: «Dite francamente con San Paolo: Non erubesco Evangelium. Io non mi vergogno dell’Evangelo! Siate uomini e non frasche: Esto viri Fronte alta, passo franco nel servizio di Dio, in famiglia e fuori, in chiesa e in piazza. Che cos’è il rispetto umano? Un mostro di cartapesta, che non morde.Che cosa sono le petulanti parole dei tristi? Bolle di sapone che svaporano in un istante. Non curiamoci degli avversari e dei loro scherni.

 « Il coraggio dei tristi non è fatto che dell’altrui paura. Siate coraggiosi e li vedrete abbassare le ali. Siate di buon esempio a tutti e avrete la stima e le lodi di tutto il paese.

 « Un villanello che abbia fede, che baci e ribaci nella sua capanna un crocifisso, mi innamora; ma un professore, un capitano, un magistrato, uno studente che al tocco della campana recita colla famiglia l’Angelus, il De profundis pei suoi morti, questo, dico, mi si impone e mi entusiasma... Fate insomma che la gente, vedendovi senza rispetto umano, fedeli alle leggi di Dio e della Chiesa, interrogando chi siate, possa sentirsi rispondere stupefatta: — Egli è un figliò di Don Bosco! » (397).

 Diceva ai giovani artigiani: « Non lasciatevi mai vincere dal rispetto umano. Può darsi che taluno vi metta in canzone e si beffi di voi, ma non importa. Verrà il tempo in cui il ridere e il burlare dei maligni si cangerà in pianto nell’inferno, e il disprezzo dei buoni si muterà nella più consolante allegria in paradiso. Notate peraltro che, stando voi fedeli al Signore, ne avverrà che gli stessi vostri dileggiatori saranno costretti a pregiare la vostra virtù, di maniera che non oseranno più molestarvi coi loro perversi ragionamenti » (398).

 Una sera del 1858 Don Bosco diceva ancora ai giovani: « L’uomo talora non ha paura di affrontare il cannone, non teme le armi, non le bestie feroci, non il mare burrascoso, non i viaggi per foreste immense, per deserti senza confini, ma poi non si sente il coraggio di vincere un vile rispetto umano, un vile rossore. Ha paura di uno scherno, di un sorriso maligno. Eppure si tratta di obbedire a Dio e alla sua santa Chiesa in cose gravissime... E, facendo diversamente, ne va di mezzo l’eterna salute! Non è questa una pazzia? Perdere l’anima per le vane parole di qualche scioccherello, che si riderà della vostra dappocaggine! ». E ricordava la minaccia del Salvatore contro coloro che si vergognano di confessarlo dinanzi agli uomini (399).

3) Frenare L’indole.

 Altro mezzo da lui consigliato per acquistare il dominio della volontà era la lotta contro la propria indole, se permalosa o comunque infelice.

 Personalmente usava grande prudenza nel compatire le suscettibilità giovanili e nel prevenirle non prendendo mai nessuno di fronte nel parlare, comandare, e specialmente nel distribuire impieghi. Non mancava mai di correggerli al minimo difetto che in essi scoprisse, ma stava in grande attenzione a non disgustare nessuno. Il suo avviso non era mai un rimprovero che irritasse, e tutti intendevano come egli ciò facesse per il loro bene (400).

 Parlava chiaro, esortando i giovani a conservarsi sereni e a non invanirsi. « Talora si vede un giovane — diceva il Santo — che ha qualche speciale dono dal Signore, che è riuscito a far bene il suo lavoro, o ad avere un posto distinto nella scuola, o un bel voto all’esame, pavoneggiarsi, ringalluzzirsi tutto per l’onore guadagnato, credersi perciò qualche cosa di grosso, andare a stuzzicare l’uno e l’altro per farsi ripetere il proprio panegirico, tenere i propri compagni come inferiori a sè, offendersi se non è trattato come crede di meritarsi. Questa è superbia che reca discapito, perchè ci facciamo ridere alle spalle, offendiamo la suscettibilità degli altri, e Dio presto o tardi ci umilierà».

 << Così pure — aggiungeva — vi sono dei giovani che non sanno soffrire una paroletta, e molto meno una burla, un atto ironico, un motto ingiurioso; diventano rossi come la cresta del gallo, saltano su, rispondono per le rime, menano le mani, e guai a chi li guarda. E questa è superbia che ci fa mancare alla carità, che ci fa dimenticare il precetto del perdono, ci aliena gli animi dei compagni, e ci rende odiosi a tutti, finché non troviamo qualcuno più forte di noi, che ci rende pan per focaccia. E allora dispiaceri, malumori, rabbie e brutte figure.

 « Dunque — concludeva — se siamo lodati, se le nostre cose van bene, ringraziamone il Signore: ma siamo umili, pensando che tutto viene da Dio e che Dio può toglierci tutto in un momento. Se siamo biasimati, osserviamo se il biasimo è ragionevole, e correggiamoci; se non è ragionevole, pazienza e calma, sopportiamolo per amor di Gesù che fu umiliato per noi. Assuefatevi a saper frenare voi stessi, che è questo il modo di avere amici e nessun nemico » (401).

4) Soggiogare le passioni.

 Don Bosco, ragionando del modo di vincere le passioni, raccontava che una volta era venuta da lontano una persona per parlare a Don Cafasso e chiedergli come dovesse fare per vincere le proprie passioni. Don Cafasso non disse altro che una parola sola: « Mortificarle ». Questo bastò a quell’uomo perchè andasse via contento. E Don Bosco soggiungeva: — Io volli poi esaminare in pratica la forma di questo consiglio, e lo trovai sempre mezzo esatto ed infallibile per ottenere lo scopo (402).

 « Chi non si mortifica — soleva dire — non è nemmeno capace di far buone preghiere » (403). Raccomandava ancora che non si trascurassero le piccole mortificazioni cagionate dallo stare composto e modesto, pregando, sedendo, studiando, passeggiando (404). Agli educatori suggeriva di chiedere frequentemente, agli allievi, piccoli atti di virtù.

5) Pensare, parlare, agire rettamente.

 Sempre per educare la volontà dei suoi alunni Don Bosco voleva si esercitassero a pensare, a parlare e agire rettamente. « Procura — suggeriva — di agir sempre con un principio di fede, e non inai a caso o per fini umani. Dà sempre grande importanza a tutte le cose che fai ». E altra volta: « Di Dio pensa secondo la fede, del prossimo secondo la carità, di te bassamente secondo l’umiltà. Di Dio parla con venerazione, del prossimo come vorresti che si parlasse a te, di te stesso parla umilmente o taci » (405).

 Raccomandava di riflettere due volte prima di parlare, rammentando la sentenza dell’Ecclesiastico: « Il cuore degli stolti è nella loro bocca (cioè parlano senza pensare) e la bocca dei saggi è nel cuor loro! (pensano e considerano tutto quello che debbono dire) ». E dimostrava quanto fosse necessaria tale riflessione ad ottenere ciò che si desidera, per evitare spropositi, per non tradire segreti, per non crearsi dei nemici, per non tirare sopra di noi stessi gravi danni, per non offendere il Signore (406).

 Egli era convinto che ordinariamente con la riflessione si riducono tutti i giovani a riconoscere i propri errori ed a correggerli. Quindi non stanca vasi mai di avvisare e consigliare con una pazienza veramente eroica (407). E non ometteva di richiamare alla riflessione certi naturali sbadati, sospettosi, di primo impeto, i quali, se non sono messi a freno, prorompono facilmente in sfuriate, insultano quelli dai quali credono di aver ricevuto offesa, malignano sulle intenzioni altrui, e sono persuasi di avere tutte le ragioni del mondo. E intanto si alienano gli amici, diventano odiosi alla società, sono la favola di tutti.

 Quanti se ne incontrano di questi screanzati, i quali non cadrebbero in ridicolo se ponessero attenzione ad essere tardi nel parlare, lasciando sbollire la loro fantasia, anzi dissimulando e tacendo sempre (408).

 Parlando agli alunni dava loro, tra le altre, queste norme: « Siate sempre facili a giudicar bene del prossimo, e, quando non potete altro, giudicate bene delle intenzioni, scusandolo almeno per queste; non rinfacciate mai i torti già perdonati. Fate del bene a tutti, del male a nessuno (409). Imparate da Domenico Savio, da Magone, da Besucco, a fuggire le mormorazioni. Se il prossimo ha dei difetti, sappiate compatirlo. Sopportiamo a vicenda gli uni i difetti degli altri, poiché nessuno di noi è perfetto (410). Siate~^orja nel giudicare. Volete voi che il vostro compagre_ vi stimi? Pensate sempre bene di tutti; e siate pronti ad aiutare il vostro prossimo, e sarete contenti » (411).

 Sapeva infondere in essi lo spirito di fortezza con frasi ed impressioni buttate là a caso, ma in realtà per risvegliare un sentimento addormentato. A chi era angustiato da tribolazioni di corpo o di spirito diceva: « Tutto passa! ». E a chi era in difficoltà: «Niente ti turbi! » (412).

 Incoraggiava sempre, e a chi provava qualche ostacolo negli studi o nelle occupazioni, infondeva coraggio, ricordandogli il proverbio piemontese: « Per la via si aggiusta la soma all’asinelio » cioè: operando, si superano le difficoltà (413).

c) SCRITTI E PAROLE DI DON BOSCO INTORNO ALLA FORMAZIONE DELLA VOLONTÀ.

 Ma Don Bosco non pensava solo ai giovani dell’Oratorio : egli avrebbe voluto salvare tutti i giovani del mondo. Ecco perchè, pur assillato da mille occupazioni e preoccupazioni, non cessava dal pubblicare libri e opuscoli di carattere educativo, soprattutto in relazione alla formazione della volontà.

 Nel 1855 scriveva un volumetto dal titolo: La forza della buona educazione: curioso episodio contemporaneo. Un giovane converte il padre con l’ottima condotta (414). Nel settembre dell’an- jio seguente ne pubblicò un altro, scritto pure per i giovani, in cui si dipingeva per contrapposto la sventura di uno di essi, che, sprezzando la santa educazione ricevuta, si lasciò trascinare dal vizio al delitto, con tutti gli orrori dei rimorsi, calmati infine da una sincera conversione (415).

 Nell’aprile del 1862 pubblicava L’orfano di Fènelon, ossia Gli effetti di una educazione cristiana (416), e nel 1875 Goffredo: racconto morale per il popolo. È un racconto commovente, molto educativo. Un giovane contadino procura la conversione del padre e di due fratelli, che da molti anni vivevano dimentichi di Dio e della sua legge (417).

 In tal modo egli si adoperava per guidare tutti al vivere onesto e cristiano, e cioè a vivere bene. Scriveva nel Galantuomo del 1871: « Se vuoi vivere felice, protetto da Dio, rispettato e amato dagli uomini, bisogna che te lo meriti coll’essere di buon cuore con tutti, amare i tuoi amici, essere paziente e generoso coi tuoi nemici, piangere con chi piange, non aver invidia della felicità altrui, far del bene a tutti e del male a nessuno » (418).

 A chiusura della terza edizione della Storia d’Italia poneva queste parole: «Dobbiamo temer grandemente quello che altri saranno per dire intorno alle nostre azioni, e vivere in modo che gli uomini abbiano argomento di parlare bene di noi» (419).

 Ecco con quali norme e consigli invogliava i suoi giovani a viver bene: « Tutti dobbiamo portare la croce come Gesù, e la nostra croce sono le sofferenze che tutti incontriamo nella vita (420). Al punto di morte si raccoglie quello che abbiamo seminato nel corso di nostra vita (421). Tutta la vita dell’uomo dev’essere una continua preparazione alla morte (422). I tre nemici dell’uomo sono: la morte (che lo sorprende), il tempo (che gli sfugge), il demonio (che gli tende i suoi lacci). Beato in questa vita è colui che non ha rimorsi di coscienza (423). Bisogna operare come se non si dovesse morire mai, e vivere come se si dovesse morire ogni giorno » (424).

 Il pensiero della morte era frequente sulle labbra di Don Bosco. Eccone alcuni altri saggi: « Colui il quale vuol passar bene il suo ultimo istante in questo mondo bisogna che viva bene. Un proverbio latino dice così: Qualis vita, finis ita. Quale sarà la vita, tale sarà la morte (425). La vita è troppo breve. Bisogna fare in fretta quel poco che si può, prima che la morte ci sor prenda (426). Se vi piace condurre vita lunga, bisogna che vi mettiate tostò in grazia di Dio e vi manteniate costantemente in essa, perchè il peccato è uno stimolo che ci fa venire più presto la morte addosso » (427).

 A Parigi diceva alle educande della Visitazione: « Ricordatevi che vi è un Dio solo, che vi è un solo paradiso in cielo, che vi è una sola vita sulla terra, e che vi è un’anima sola » (428). A Magone Michele, che gli domandava insistentemente quanto sarebbe ancora vissuto, rispondeva: « Datti pace, non affannarti. La nostra vita è nelle mani del Signore, che è un buon Padre. Egli sa fino a quando ce la debba conservare. D’altronde il sapere il tempo della morte non è necessario per andare in Paradiso, ma bensì il prepararci con opere buone » (429).

4. Formazione alla virtù.

 L’Uomo dall’aspetto venerando che, nel sogno di nove anni, aveva insegnato a Giovannino a conquistare l’animo dei fanciulli con la mansuetudine e con la carità, gli aveva ordinato: « Mettiti dunque immediatamente a far loro una istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù ».

 Don Bosco spese tutta la sua vita nel mettere in pratica questo suggerimento per assicurare l’esito della formazione morale dei suoi giovani.

 Anzitutto ingaggiò una lotta implacabile contro il peccato, vera e propria deformazione morale, che offende Iddio, dà morte all’anima e neutralizza ogni sforzo educativo.

 Perciò non si lasciava sfuggir occasione alcuna per ispirare ai suoi giovani orrore contro il peccato, descrivendone con sorprendente efficacia la natura, gli effetti, le cause, le occasioni, i danni e i castighi: e specialmente suggeriva mezzi e moltiplicava industrie per impedirlo o almeno scongiurarne le nefaste conseguenze per le anime e per l’ambiente stesso ove si faceva opera educativa.

 In particolare diceva ai suoi collaboratori:

 « È una grande ventura l’insegnar qualche verità della Fede ad un ignorante e l’impedire anche un sol peccato.

 « Bisogna che teniamo lontano il peccato dalla Casa e che i nostri giovani si mettano tutti in grazia di Dio: senza di questo le cose non possono andar bene.

 « Pregate pure, ma fate del bene più che potete alla gioventù; fate il possibile per impedire anche solo un peccato veniale.

 « Impegni, puntigli, spirito di vendetta, amor proprio, ragioni, pretensioni ed anche l’onore, tutto deve sacrificarsi per evitare il peccato.

 « Noi qui nella Casa sopportiamo ogni capriccio, ogni fanciullaggine, ogni dispiacere, ma non mai l’offesa di Dio » (430).

 A più forte ragione il santo Educatore invitava a sradicare le eventuali abitudini cattive, che possono essere causa di dannazione anche per i giovani (431). E ne spiegava il perchè: « Quanto è difficile sradicare un vizio che abbia messo le radici in gioventù! » (432).

 Un punto della « strenna » pel 1880 era questo: « Tener lontane le abitudini anche indifferenti in cose non necessarie » (433). Particolarmente raccomandava di evitare gli eccessi nel mangiare e nel bere, e l’uso del tabacco: «Vedete, — diceva, — purtroppo di abitudini ne abbiamo già varie, cui siamo obbligati di soddisfare. Non prendiamocene altre da noi, non creiamoci necessità» (434).

 Combatteva gli oziosi e i poltroni, spiegando che « l’ozio è vizio che tira sempre con sè molti altri vizi » (435).

a) ABITI BUONI E VIRTÙ.

 Per Don Bosco educare la volontà significava soprattutto arricchirla di virtù, perchè appunto la stabilità di questi abiti buoni la rende forte e feconda di bene. Noti dobbiamo stupirci perciò se nelle sue parlate, nei suoi scritti, nei suoi incontri e conversazioni coi giovani, li esortasse sempre all’acquisto della virtù e in modo speciale di quelle più necessarie alla loro formazione umana e cristiana.

 « Ciascuno — inculcava — si sforzi di acquistare molti abiti buoni, perchè in questo modo potrà molto più facilmente praticare la virtù » (436). E ne dava la ragione: « Le abitudini formate in gioventù per lo più durano tutta la vita: se sono buone, ci conducono alla virtù e ci danno morale certezza di salvarci » (437).

 Nella seconda edizione della Storia d’Italia scriveva: « La Storia insegna come in ogni tempo è stata amata la virtù e furono sempre venerati quelli che l’hanno praticata; al contrario fu sempre biasimato il vizio e furono disprezzati i viziosi. La qual cosa deve essere a noi di eccitamento a fuggire costantemente il vizio e praticare la virtù » (438).

 Per innamorare i giovani della virtù, spesso la rassomigliava a fiori smaglianti. È celebre il sogno del 30 maggio 1865 nel quale vide i giovani presentare i loro mazzi di fiori ad un Angelo, che li deponeva sopra un grande altare dedicato a Maria (439).

 Rilevava soprattutto l’importanza di darsi alla pratica della virtù fin dalla giovinezza: « Colui il quale vuole realmente divenire grande, — diceva — ha bisogno di incominciare fin da giovane a battere coraggiosamente la via della virtù»(440). Bonum est viro: non che sarà beato, ma che è già beato in questa terra, cum portaverit iugum ab adolescentia sua, chi incomincia a darsi tutto al Signore fin dalla sua gioventù. Difatti uno che incomincia da giovane a fare bene, venendo anche vecchio sarà beato, perché non ha niente che gli rimorda la coscienza. Sarà anche povero, ma è contento perché ha la pace del cuore. Esso è beato perché non teme la morte»(441).

 Nel Regolamento per gli Allievi (Capo III, Della Pietà) lasciò scritto: « Datevi da giovani alla virtù, perchè aspettare a darsi a Dio in età avanzata, è porsi in gravissimo pericolo di andare eternamente perduti ».

 Parlando di alcuni fra di essi che avevano da Dio grazie e carismi speciali, Don Bosco commentava: « A me però è più cara una virtù costante che le grazie straordinarie, poiché questi segni di predilezione sono molto pericolosi, tanto più quando fossero frequenti, se uno si lasciasse vincere dalle tentazioni della superbia » (442).

 Incoraggiava i giovani alla virtù con questa interrogazione: «Un giovane virtuoso, ma veramente virtuoso, non è vero che è amato da tutti? che è carissimo ai Superiori, ai suoi genitori, ai suoi maestri? » (443). Scriveva nel 1876 agli alunni del Collegio di San Nicolas nell’Argentina : « Continuate il cammino della virtù, e voi avrete sempre la pace del cuore, la benevolenza degli uomini e la benedizione del Signore » (444).

b) Virtù particolari.

 Taluno vorrà conoscere quali fossero le virtù particolarmente raccomandate dal Santo. La risposta non è facile, per due motivi: anzitutto perchè il grande zelo di Don Bosco avrebbe desiderato che i suoi alunni brillassero di luce singolare in tutte le virtù; in secondo luogo perchè egli, profondo conoscitore dei loro cuori, si preoccupava, da esperto educatore, di inculcare ai singoli le virtù delle quali avevano maggior bisogno.

 Se parlava a una massa di giovani, allora dava norme e proponeva virtù, che servissero per tutti. Ecco ad esempio i ricordi dati a un gruppo di giovani torinesi:

 « 1° — Ricordatevi, o giovani, che voi siete la delizia del Signore. Beato quel figlio che da giovane comincia ad osservare la legge del Signore.

 2° — Iddio merita di essere amato perchè ci ha creati, ci ha redenti, e ci ha fatto e ci fa innumerevoli benefizi, e tiene preparato un premio a chi osserva la sua legge.

 3° — La carità è quella che distingue i figliuoli di Dio dai figliuoli del demonio e del mondo.

 4° — Colui che dà buoni consigli ai suoi compagni fa grande opera di carità.

 5° — Obbedite ai vostri Superiori, secondo il comando di Dio, ed ogni cosa vi riuscirà bene » (445).

 Ben si può dire che egli non si lasciasse sfuggire occasione per inculcare nell’animo dei suoi giovani or questa or quell’altra virtù, secondo l’opportunità. Però nel Regolamento per gli Allievi (Capo III, Della Pietà) scrive: «Le virtù che formano il più bell’ornamento di un giovane cristiano sono: la modestia, l’umiltà, l’obbedienza e la carità ».

 Non staremo più qui a insistere sulla sua cura perchè nei giovani regnasse sovrana la carità, essendoci già trattenuti su questo argomento parlando dell’educazione sociale e della formazione del cuore.

 Ci limiteremo pertanto a parlare dell’obbedienza, dell’umiltà e della purezza, a coltivare le quali nel cuore dei suoi figli, Don Bosco dedicò le sue più grandi sollecitudini. Daremo una maggiore estensione all’argomento della bella virtù, in relazione alFimportanza che egli sapientemente annetteva all’acquisto di questa gemma preziosissima, ai fini di un’educazione profonda, efficace e completa.

1) L’obbedienza,

 Don Bosco inculcava con particolare sollecitudine l’obbedienza. « La prima virtù di un giovane — diceva — è l’obbedienza al padre e alla madre» (446). «Invece di fare opere di penitenza — insisteva — fate quelle dell’obbedienza» (447).

 Nel 1868 dava ai giovani, per salvarli dalla perdizione, questi tre mezzi a lui suggeriti in un sogno da una guida misteriosa: « Hanno i Superiori, li obbediscano; hanno le Regole, le osservino; hanno i Sacramenti, li frequentino » (448). « Il Signore — affermava in altra circostanza —- stabilisce i Superiori e dà loro le grazie necessarie pel buon governo dei loro sudditi. Omnis pote- stas a Deo (Da Dio è ogni potere). Non so come non intendano alcuni essere l’obbedienza tanto accetta a Dio, e che colui che obbedisce non sbaglia mai, mentre sempre sbaglia chi non obbedisce. Tenetela profondamente scolpita nella vostra mente questa grande verità» (449).

 Il 16 maggio 1857 un giovane domandò a Don Bosco in pubblico qual fu la regola o la chiave che Domenico Savio usò per divenire così buono e santo. Don Bosco rispose: « La chiave e la serratura che usava Savio Domenico per entrare nella via del Paradiso e chiudere il passaggio al demonio era l’obbedienza e la gran confidenza nel Direttore spirituale » (450).

 Su di un’immagine scrisse: «Fuggi l’ozio, ama la virtù ed il lavoro. L’ubbidienza è la chiave di tutte le altre virtù » (451). « L’obbedienza — diceva ancora — unisce, moltiplica le forze, e, colla grazia di Dio, opera portenti » (452).

 Insegnava poi anche il modo di obbedire: «Se qualcuno venisse in particolare comandato di fare qualche cosa, la faccia con tutto piacere e prontamente » (453).

Parlando della bellezza e dei vantaggi di questa virtù, osservava: « L’obbedienza è il compendio della perfezione di tutta la vita spirituale, è la via meno laboriosa, men pericolosa e la più sicura e la più breve che vi sia, per arricchirsi di tutte le virtù e per arrivare al Paradiso (454). Dove regna l’umile obbedienza, ivi è il trionfo della grazia » (455).

2) L’umiltà.

 Parlava frequentemente dell’umiltà come d’un mezzo indispensabile per pregar bene, per saper ubbidire e per vivere puri. In tutte le sue esortazioni splende sempre la scienza ^ l’arte di grande Educatore. Diceva agli studenti: « Non vi insuperbite mai di ciò che sapete. Quanto più uno sa, tanto più egli conosce di essere ignorante. Socrate diceva: Hoc unum scio, me nihil scire (Questo solo so, che non .so nulla). Quindi siate umili: 1° col persuadervi di non saper nulla; 2° col non servirvi in male della scienza; 3° col sapere ciò che ci insegna Gesù Crocifisso: perdonare le ingiurie ricevute, perdonare ai nemici» (456). Inculca questa virtù nel Regolamento degli Allievi (Capo V I, Contegno nella scuola e nello studio, n. 22) : « La virtù che è in p articolar maniera inculcata agli studenti è l’umiltà. Uno studente superbo è uno stupido ignorante. Il principio della sapienza è il timor di Dio: Indium sapientiae timor Domini, dice lo Spirito Santo. Il principio di ogni peccato è la superbia: Indium omnis peccati superbia scribitur, dice Sant’Agostino ». Li metteva in guardia contro la superbia con quest’altro avvertimento: « Solo il sapere che uno è superbo, questo basta per conoscere che è anche disonesto. Io lo so dai libri che ho letto e dalla esperienza di trentacinque anni» (457).

 Sottoponeva a particolari prove di umiltà gli adulti, laici o sacerdoti, che domandavano di farsi Salesiani. Per assicurarsi della loro virtù e della loro perseveranza nella risoluzione presa, ad un professore di filosofia affidava una scuola di prima elementare; ad un oratore di merito la sorveglianza dei famigli; ad un signore distinto l’assistenza di un laboratorio; ad altri destinava un posto meno onorevole alla mensa dei Superiori. Ma soprattutto osservava come si adattassero alla vita comune e agli incomodi che da questa sono cagionati; e, conoscendo che una occupazione non andava a genio a qualcuno, un bel giorno lo incaricava proprio di questa con un « Mi faccia il piacere di far la tal cosa, gliene sarò grato » (458).

 L’esempio dell’umiltà, secondo il Santo, doveva partire dagli stessi educatori.

 Scriveva ad un Direttore: « Fare il bene che si può senza comparire. La violetta sta nascosta, ma si conosce e si trova all’odore » (459).

 Attestò un sacerdote, antico allievo dei tempi eroici dell’Oratorio: « S’informava dei nostri studi, esortandoci a metterci in grado, con una santa vita ed una soda scienza teologica, di salvare quante più anime avremmo potuto. Ed aggiungeva: — Ma, se avremo la scienza senza l’umiltà, non saremo giammai figliuoli di Dio, sibbene figli del padre della superbia, che è il demonio. — E talora ripeteva a chi era facile nel parlare dei suoi studi: — Non dir sempre quello che sai, ma fa’ di saper bene quello che dici » (460).

 Don Bosco insisteva ancora: « Perchè la vostra parola abbia prestigio e ottenga l’effetto voluto, bisogna che ciascun Superiore, in ogni circostanza, distrugga il proprio io. I giovani sono fini osservatori e se si accorgono che in un Superiore c’è gelosia, invidia, superbia, smania di comparire e primeggiare egli solo, è perduta ogni influenza di lui sopra del loro animo. La mancanza di umiltà è sempre a danno della unità! E un Collegio, per l’amor proprio di un Superiore, può andare in rovina. Ah! sì, fioriranno sempre i tempi antichi dell’Oratorio, se si guarderà solamente a procurare la gloria di Dio; ma, se cercheremo la nostra gloria, ne verrà malcontento, divisione, disordine. I Confratelli facciano un corpo solo col Superiore; e questi un cuor solo con tutti i suoi dipendenti, senza aver mire secondarie, che non servono pel nostro santo scopo » (461).

 « La gloria dell’Oratorio — proclamò una volta — non deve consistere solamente nella scienza, ma in modo speciale nella pietà. Uno di mediocre ingegno, ma virtuoso e umile, fa molto maggior bene e più grandi cose che uno scienziato superbo; non è la scienza che faccia i santi, ma la virtù » (462).

 Infine, ricordava spesso che « la via sicura e più breve per arrivare alla perfezione è la via dell’umiltà e della obbedienza» (463).

3) La moralità degli educandi.

 Si può dire che lo sforzo educativo di Don Bosco e tutte de sue maggiori cure e preoccupazioni fossero rivolte in modo particolarissimo a promuovere, a curare e a difendere nei suoi giovani la pratica della bella virtù.

 Era sua abituale espressione che, quando in un giovane fosse stata messa ben al sicuro la purezza, si poteva essere tranquilli di lui, del suo avvenire e della sua eterna salvezza. Il lavoro intenso e costante compiuto da Don Bosco a questo scopo, ci dà veramente la misura del suo zelo, del suo amore per le anime e dell’efficacia del suo sistema educativo.

 Il P. Giovanni Semeria, parlando di Don Bosco, fa questa asserzione: « Il suo metodo educativo fu la morale più austera nella forma più gioconda, il metodo di San Francesco di Sales e di San Filippo Neri, la gioventù rispettata nei suoi istinti . migliori, corretta risolutamente ed energicamente nei suoi istinti più bassi » (464).

 Verremo ora esponendo man mano i mezzi coi quali Don Bosco circondava i suoi giovanetti per tener a bada il più basso dei loro istinti e per difender la purezza dell’anima loro. « Salviamo la purezza dei giovani e salveremo la gioventù»: è la parola d’ordine ch’egli lasciò in eredità ai suoi figli, persuaso che il problema centrale dell’educazione giovanile fosse appunto quello di salvare la purezza. Risolto bene questo problema, è ben risolto il problema di tutta la vita: al contrario, risolto male il problema della purezza, restano compromessi tutti gli altri valori, in p articolar modo quelli soprannaturali. E così avviene che, a causa delle colpe più vergognose, la fede della maggior parte dei giovani fa naufragio nell’età più bella, con grave pericolo di perdizione eterna.

 Queste ragioni indussero Don Bosco a non lasciare nulla di intentato per mettere al sicuro la virtù dei suoi giovani, convogliando anzi in questa direzione tutti i mezzi, umani e divini, naturali e soprannaturali del suo sistema educativo, che si chiama preventivo proprio perchè intende di prevenire, prima di dover correggere, le mancanze e le colpe giovanili.

 Il mezzo dei mezzi, quello che Don Bosco stesso propose come sintesi di tutti gli altri, è appunto questo: « Studio e sforzi per introdurre e praticare il sistema preventivo » (465).

 Come si vede, il Santo Fondatore, per la salvaguardia della moralità, fondeva insieme pedagogia e religione.

 Trattando di questo argomento coi suoi figli, egli non faceva distinzione fra luna e l’altra, persuaso che ogni più piccola regola o raccomandazione, soprattutto in questo campo, rivestisse un immenso valore, tanto sotto l’aspetto pedagogico quanto sotto quello morale e religioso. Certo si rimane profondamente colpiti dalla praticità con la quale egli ha saputo presentare e risolvere una questione così ardua e delicata. Anziché attardarsi in considerazioni teoriche di natura mistica e psicologica sulla essenza della bella virtù, egli è disceso subito al pratico, preoccupandosi dei mezzi, di cui precisamente ha bisogno la gioventù per affrontare e risolvere il problema centrale della sua età. Egli era profondamente convinto che il brutto vizio è la causa della rovina del corpo, della mente, del cuore dei giovani, e il flagello più funesto delle famiglie e della società: e perciò, tra i mezzi per combattere piaga sì purulenta, egli scelse i più semplici, i più facili e, come l’esperienza insegna, i più efficaci, tutti legati alla pratica del suo sistema preventivo.

I. Purezza, Grazia e Santità.

 Alcuni Santi preferirono teorizzare sopra l’a- mor di Dio che, quale aspetto positivo della purità, necessariamente implica il distacco dalle creature e particolarmente dal fango del peccato impuro. Ma essi in genere si rivolgevano a persone adulte, già progredite nella virtù.

 Don Bosco invece, sapendo che pei ragazzi il problema si riduce tutto a fuggire la colpa, e specialmente « quella colpa », a fine di vivere la vita della grazia, è trovando le considerazioni teoriche non sempre adeguate alle loro menti e quindi meno efficaci, rivolse tutta la sua attenzione alla ricerca dei mezzi più pratici, ma adatti alla poca riflessione giovanile: e volle che i suoi figli facessero altrettanto.

 Riflette questo indirizzo pratico persino la definizione che della santa purezza egli diede ai giovani nel 1858: « Dicono i teologi che per purità s’intende un odio, un aborrimento a tutto ciò che è contro il sesto precetto, sicché qualunque persona, ciascuna nel suo stato, può conservare la virtù della purità» (466). Don Bosco qui mette in particolare evidenza l’aspetto negativo della purezza: l’odio e l’aborrimento al peccato impuro.

 Però non sarebbe esatto il dire che Don Bosco abbia trascurato, nella formazione dei giovani alla bella virtù, il fattore dell’amor di Dio. Anzi a lui spetta il merito d’aver come concretizzato questo aspetto positivo della purezza, presentando alle anime giovanili l’amor di Dio sotto forma di divozione all’Eucaristia e al Sacro Cuore, che sono rispettivamente il Sacramento e il Simbolo dell’amor di Dio. Ed è così che i giovani, a contatto con Gesù Sacramentato e col suo Cuore Sacratissimo, si accendevano del più puro amor di Dio, e quindi del più profondo odio e aborrimento al peccato, secondo quello che dice l’Apostolo: Qui suni Jesu Christi carnem suam cru- cifixerunt curri vitiis et concupiscentiis : coloro che sono di Gesù Cristo hanno crocifìsso la loro carne con i rispettivi vizi e concupiscenze (467).

 A conferma di ciò, porteremo questa testimonianza del biografo: «La ragione di tanta carità e purità nei giovanetti ce la disse un esimio vecchio professore, già alunno nell’Oratorio: — Giudicando adesso le cose che io vidi per dieci e più anni nell’Oratorio, conchiudo che nessun altro sacerdote, di molti che ne conosco, vidi ardere di tanto puro amore di Dio come Don Bosco, e che tanto si sia adoperato perchè tutti Lo amassero » (468).

 Don Bosco era assillato dalla diuturna preoccupazione di salvare nel cuore dei suoi giovani la grazia di Dio; e poiché era convinto che questa è continuamente e particolarmente minacciata dal brutto peccato — quasi l’unico peccato che egli temesse per la gioventù — corse subito ai ripari per combatterlo, sicuro che, col trionfo su di esso, sarebbe trionfata la grazia di Dio nelle loro anime. Egli non visse che per questo, e per questo volle che anche i suoi figli spendessero la loro vita. La sua e nostra missione è questa: lavorare per tener lontano dai giovani il peccato, e specialmente « quel peccato », per coltivare in essi la grazia di Dio. Sì, Don Bosco fece del problema della purezza una questione di grazia: di modo che la purezza dev’essere, nel suo pensiero, ordinata alla grazia. Secondo il santo Fondatore, giovane puro equivale a giovane in grazia di Dio: educazione quindi alla purezza non tanto per la virtù della purezza, quanto per la grazia di Dio. Aggiungiamo anzi, in ultima analisi: educazione alla purezza per la santità.

 Infatti — e non è un mistero per nessuno — sono tali e tanti i pericoli contro la bella virtù che in tutti i tempi, ma specialmente al giorno d’oggi, il giovane incontra nel mondo, e perfino in casa propria, da autorizzarci a dire che egli per conservarsi puro deve raggiungere anche l’eroismo.

 A questo proposito noi ricordiamo che il grande Pontefice Pio XI, nel suo discorso dopo la lettura dei Decreti per la proclamazione del martirio di Cosma da Carboniano, gloria dell’Armenia, e per il Tufo riguardo alla beatificazione di Don Bosco, partendo dal concetto che « le celebrazioni dei Màrtiri sono esortazioni ai martìri -» diceva, riferendosi appunto alla purezza: « Ci sono infatti le anime, le vite cristiane che, infiammate dagli esempi del martirio, volontariamente si consacrano al prezioso martirio incruento, necessario per custodire inviolata la castità... Quanti veri martìri affrontati per custodire la purezza e la dignità delle famiglie! Quante lotte talvolta veramente sanguinose, di quel sangue morale che sono le privazioni e le lacrime, per non acquistare, a prezzo di onestà, dei vantaggi troppo cari! Quanti martìri incruenti per mantenersi puri, illibati, degni del nome di uomini e di cristiani in mezzo a così profonda depravazione! » (469).

 Ora questo esercizio eroico della purezza suppone l’esercizio eroico della carità verso Dio: per amor di Dio infatti il cristiano si distacca in modo perfetto dalle creature e aderisce compieta- mente alla Divina Volontà.

 Udiamo, per convincercene, la categorica affermazione fatta e ripetuta da San Paolo nella prima lettera ai Cristiani di Tessalonica: Perocché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione, la quale consiste nell’astenersi da ogni impurità... Dio infatti non ci ha chiamati all’immondezza, ma alla santità (470).

 Il Padre Dionisio BuzV , commentando quest’ulti- me parole, illustra le tre ragioni presentate da San Paolo per allontanare i fedeli dall’impurità. Nel trattare della seconda ragione, scrive: « Ci crediamo nello stretto dovere di affermare che la grazia della vocazione (s’intende al cristianesimo, e perciò assai più per chi è chiamato alla vita religiosa) implica e postula il trionfo della purità: DaH’esame di questo versetto (il 7°) e del 3°, — conchiude il dotto Padre — risulta che la purezza è l’elemento caratteristico della santità » (471).

 Già San Tommaso aveva dichiarato apertamente nella Somma Teologica che la santità importa mondezza e purezza: ebbe ragione pertanto Don Bosco di ripetere spesso che « un giovane puro è un giovane santo » (472).

 Ed è questo l’aspetto profondo, la finalità specifica del sistema preventivo. Ciò non sempre viene inteso nel mondo. Ecco perchè a volte si vuol presentare questo sistema educativo sotto un aspetto puramente naturale, puramente disciplina- re, puramente umano. Ciò significa svuotarlo del vero suo contenuto, che consiste nel tener lontano dai giovani il peccato per farli vivere nella grazia di Dio: per farli vivere, cioè, castamente, cristianamente, santamente.

II. Preziosità della virtù angelica.

 Don Bosco sapeva mirabilmente entusiasmare i giovani per la bellezza della santa purità e della conservata innocenza (473).

 Pel Santo l’innocenza è « lo stato fortunato della grazia santificante conservato mercè la costante ed esatta osservanza della divina legge: e la conservata purità dell’innocenza è fonte ed origine di ogni scienza e di ogni virtù » (474).

 Agli innocenti il santo Fondatore rivolge le più fervide e trepide parole, come quando, la sera della festa della Santissima Trinità del 1867, dopo aver raccontato un sogno in cui aveva visto alcuni suoi giovanetti innocenti vagamente incoronati, esclamava: « Figliuoli miei, siete voi tutti innocenti? Forse ve ne saranno tra voi alcuni e ad essi rivolgo le mie parole. Per carità, non perdete un pregio di valore inestimabile! È una ricchezza che vale quanto vale il Paradiso, quanto vale Iddio! Se aveste potuto vedere come erano belli questi giovanetti coi loro fiori! L’insieme di questo spettacolo era tale che io avrei dato qualunque cosa del mondo per godere ancora di quella vista, anzi, se fossi pittore, l’avrei per una grazia grande poter dipingere in qualche modo ciò che vidi. Se voi conosceste la bellezza di un innocente, vi assoggettereste a qualunque più penoso stento, perfino anco alla morte, per conservare il tesoro dell’innocenza » (475).

 Ma anche coloro che erano ritornati in grazia di Dio gli recavano grande sodisfazione. E tutti il buon Padre animava dicendo: « I puri di cuore vedranno la gloria di Dio. E per puri di cuore s’intendono coloro che non ebbero la disgrazia di cadere nel brutto peccato o, se caddero, si rialzarono subito» (476).

 Riportiamo qui ancora qualche saggio della maniera affascinante con la quale Don Bosco sapeva innamorare i giovani della santa purità.

 Scrive nel Giovane Provveduto: « Ogni virtù nei giovanetti è un prezioso ornamento, che li rende cari a Dio ed agli uomini. Ma la virtù regina, la virtù angelica, la santa purità è un tesoro di tal pregio, che i giovanetti i quali la possiedono, diventano simili agli Angeli di Dio nel Cielo, sebbene siano ancora mortali sopra la terra: Erunt sicut Angeli Dei in coelo, sono parole del Salvatore. Questa virtù è come il centro intorno a cui si raccolgono e si conservano tutti i beni, e se per disgrazia si perde, tutte le altre virtù sono perdute. Venérunt autem mihi ómnia bona pàriter curn illa, dice il Signore.

 « Oh, quanto io mi stimerei felice, se potessi insinuare nei vostri teneri cuori l’amore a questa angelica virtù! » (477).

 Nella celebre predica da lui fatta nella terza domenica di ottobre del 1858, dopo aver parlato della protezione con cui Dio circonda gli innocenti in questa vita, usciva in questi accenti sulle predilezioni di Gesù per coloro che avevano serbato intatta la loro innocenza: « Qual credete voi che fosse il motivo, pel quale Gesù Cristo amava tanto di stare e di conversare coi fanciulli, di accarezzarli, se non perchè questi non avevano ancor perduta la bella virtù della purità? Gli Apostoli volevano cacciarli, avendo le orecchie intronate dai loro schiamazzi, ma il Di- vin Salvatore riprendendoli, comandò che li lasciassero venire a Lui: Sinite parvulos venire ad me; talium est enim regnum caelorum: lasciate che i fanciulli vengano a me; di tali infatti è il regno dei cieli; soggiungendo che essi (gli Apostoli) non sarebbero entrati nel regno dei cieli, se non fossero divenuti semplici, puri e casti come quei fanciulletti. Il Divin Salvatore risuscitò un fanciullo ed una fanciulla; ma perchè? Perchè, interpretano i Santi Padri, non avevano perduto la purità. Perchè Gesù Cristo dimostrò tanta predi- lezione per San Giovanni? Quando ascende al monte Tabor per trasfigurarsi conduce per testimonio San Giovanni. Nell’ultima cena lascia che Giovanni declini il suo capo sovra il Suo petto, lo vuole compagno nell’orto del Getsemani, lo vuole testimonio sul monte Calvario. Confìtto in Croce si rivolge a Giovanni e dice:                Figlio,    ecco qui tua Madre. — Poi: — Donna, ecco qui tuo figlio. — A Giovanni venne affidata da Gesù Sua Madre, la più grande creatura che sia mai uscita dalle mani di Dio, e simile alla quale nessuna giammai uscirà! Ma perchè tanta preferenza? Perchè, o cari giovani, San Giovanni aveva un titolo speciale all’affetto di Gesù per la sua verginale purità. E questo amore di predilezione di Gesù verso di lui era tale da destare gelosia negli altri Apostoli, sicchè già credevano che Giovanni non avesse a morire, avendo Gesù detto a Pietro: - E se volessi che costui vivesse, finchè io venga a te che importa?- San Giovanni infatti fu colui che sopravvisse di molti anni a tutti gli altri Apostoli, e a lui Gesù Cristo fece vedere la gloria che godono in cielo coloro hanno in questo mondo conservata la bella virtù della purità» (478).

Come ognuno può costatare, Don Bosco era maestro inarrivabile nella descrizione dei pregi della bella virtù. Attestò il Cardinal Cagliero: «Egli preferiva trattenerci sulla virtù della castità, dicendola fiore bellissimo del paradiso, e degno di essere coltivato nei nostri giovani cuori, e giglio purissimo che col suo candore immacolato ci avrebbe fatti somiglianti agli angeli del cielo. Con queste ed altre belle immagini, Don Bosco ci innamorava di questa cara virtù, intanto che il suo volto raggiava di santa gioia, la sua voce argentina usciva calda e persuasiva, ed i suoi occhi inumidivansi di lacrime, per timore che ne appannassimo la bellezza e preziosità anche solo con cattivi pensieri o brutti discorsi. »(479)

Avrebbe voluto che tutti i giovani del Piccolo Clero fossero come altrettanti gigli attorno al Cuore di Gesù Sacramentato: e spiegava che il giglio è bianco, e quindi purità; cbe il giglio olezza, e quindi buon esempio; che il giglio deve custodirsi bene, altrimenti avvizzisce subito, e quindi mortificazione (480).

 Don Bosco praticava egregiamente un elementare principio della psicologia umana, la quale vuol conoscere prima gli aspetti utili ed attraenti duna legge pesante, d’una virtù difficile, affine di trovarvi una spinta e un aiuto alla sua debolezza per osservarla. Di questo principio bisogna giovarsi non solo nel campo delle conquiste materiali, ove i beni sensibili hanno un maggior mordente, ma anche e soprattutto in quello spirituale ove i beni sovrasensibili sono oggetto di fede. Don Bosco con descrizioni e rappresentazioni sensibili rendeva anche questi beni sommamente cari: con ciò dimostrava di tener conto di tutto l’uomo, il quale è materia e spirito, ragione e sentimento.

 A questo deve aggiungersi la forza della grazia e della sua santità personale: ciò spiega l’effetto mirabile che le sue parole producevano in quelli che l’udivano. « Solamente chi è puro e casto come gli angeli — andavano esclamando — saprebbe parlare della purità in tal modo» (481) Scrive Don Bonetti: «Più volte dal pulpito l’ho udito parlare di questo argomento, ma sempre una volta più dell’altra, lo confesso, sperimentai la forza delle sue parole, e sentivami spinto ad ogni sacrificio, per amore di così inestimabile tesoro. Questo non sono io solo a dirlo, ma ho il testimonio di quanti con me l’udivano.

 « Usciti di Chiesa molti venivano meravigliati ad esclamare con me e con altri: — Oh! che belle cose disse mai stamane Don Bosco! io passerei il giorno e la notte ad ascoltarlo! Oh! quanto bramerei che Iddio mi concedesse il dono di poter io pure, quando sarò sacerdote, innamorare in tal modo il cuore della gioventù e di tutti per questa sì bella virtù » (482).

 E Don Bosco scriveva col medesimo incanto e con la medesima delicatezza con cui parlava. Ne! 1856 fece litografare, su doppio foglio, i quindici misteri del Rosario. Si trovava presente il Teologo Golzio, quando il Santo correggeva l’esposizione di questi misteri. Al terzo gaudioso, giunto alle parole « Si contempla come la Vergine SS.... » si volse al Teologo e lo interrogò: — Diede alla luce? — Può andare, — disse il Teologo. Ma Don Bosco pensò e poi soggiunse: — Nacque da Maria Vergine? — E, dopo aver ripensato, disse a un chierico che era in sua compagnia: — Nota: « Si contempla come il nostro Redentore nacque nella città di Betlemme » (483).

III. Bruttezza del peccato contrario alla purezza.

 Don Bosco trattava quest’argomento con termini riservati e prudenti. Evitava di pronunciare i nomi di tale peccato; alle tentazioni non dava altro epìteto che quello di cattive; una caduta appellava disgrazia. Per contrario lo stesso vocabolo castità non gli sembrava abbastanza sodisfacente. V i sostituiva quello di purità che presentava un senso più esteso e secondo lui meno risentito dalla fantasia (484). Per molti anni non osò trattare della bruttezza del vizio opposto, tanto gli era in aborrimento: e, solo in ultimo, vedendo essere cresciuta continuamente la malizia nei giovani, i quali fin da bambini erano stati vittime o spettatori di cose nefande,.per due o tre volte si indusse a svelare le spaventose conseguenze di tale colpa (485). Però anche in tali casi egli parlava piuttosto della bruttezza del peccato in genere, e non ne trattava mai senza parlare nel contempo della preziosità della bella virtù, affinchè nel contrasto lo scosso animo del giovane concepisse un maggior orrore al vizio opposto. Non scendeva mai a particolari che potessero offuscare anche solo lontanamente il candore del giglio, ma ricorreva ad immagini, allegorie e rappresentazioni simboliche. Così paragonava lo stato dei disonesti allo stato degli animali immondi, di un agnello piagato, di un fazzoletto stracciato; a una refezione di quaglie schifose, di pane ammuffito, di carne serpentina.

 Tanta riservatezza nel parlare di questo argomento Don Bosco la inculcava anche ai suoi figli.

 « Perchè non entri il demonio, — diceva loro, — chiudete la porta: questa è la bocca, perchè è colla lingua che si fanno i riprovevoli discorsi. Non dirò di quelli che offendono direttamente la bella virtù, ma sibbene di certi parlari che sembrano indifferenti; di certi racconti, favole, storielle non cattive in sè, ma per certe circostanze; di motti non troppo castigati: questi bastano certe volte a destar cattivi pensieri nei giovani, che furono già vittime di certe miserie; ovvero inducono altri a interpretarle, cagionando disistima verso chi ha parlato. E i buoni in tali casi, potendolo, si allontanano. Quindi non parlar più del necessario e sempre di cose utili all’anima » (486).

 Udendo qualcuno parlare con qualche frase imprudente, egli diceva: « Queste sono di quelle cose che l’Apostolo San Paolo non vuole si accennino fra i cristiani ». E soggiungeva: « Perchè non potete encomiare la virtù angelica, invece di bruttarvi la bocca con queste parole? ». Dichiarava un giorno al giovane Tomatis Carlo: « Ricordati che le sinistre impressioni ricevute in tenera età per un parlare imprudente, portano so- rente lagrimevoli conseguenze per la fede e pel buon costume > (487).

 Radunati un giorno i confessori della Casa, anche a loro « raccomandò molta cautela nell’in- terrogare i ragazzi sulle cose lubriche, per non insegnar loro quello che non sanno » (488).

 Stando così le cose, non si vede come possa conciliarsi con queste direttive del nostro santo Fondatore l’assai « diffuso errore di coloro, che con pericolosa pretensione e con brutta parola — e ci esprimiamo con l’ispirato linguaggio dell’immortale Pontefice Pio XI — promuovono una cosiddetta educazione sessuale, falsamente stimando di poter premunire i giovani contro i pericoli del senso, con mezzi puramente naturali, quale una temeraria iniziazione ed istruzione preventiva per tutti indistintamente, e anche pubblicamente, e, peggio ancora, con esporli per tempo alle occasioni, per assuefarli, come essi dicono, e quasi indurirne l’animo contro quei pericoli » (489).

 Don Bosco non avrebbe esitato a far suo iì pensiero e le direttive del grande Pontefice. D’altronde noi abbiamo già chiaramente esposto il suo atteggiamento di fronte a tale problema (490).

 Ma poiché il male, anziché arrestarsi, va maggiormente estendendosi col dilagare del materia

 lismo ateo, il quale purtroppo ai nostri giorni addirittura inscena l’immoralità organizzata, urge, sulle orme di Don Bosco, ricorrere a tutti i mezzi che sono a nostra disposizione per arginare l’onda pestifera di questo naturalismo terribilmente pericoloso, che, ricusando di riconoscere la nativa fragilità della natura umana e l’esperienza stessa dei fatti, espone la gioventù a essere travolta nel fango.

IV. Mezzi per coltivare la moralità fra i giovani.

.               A — L’assistenza.

 Il primo mezzo che quasi si identifica col sistema preventivo è quello dell’assistenza, perchè assistere significa precisamente vigilare in guisa da mettere i giovani nella morale impossibilità di commettere mancamenti, specialmente contro la bella virtù. Per questo la vigilanza deve dirsi ufficio più angelico che umano, servendo allo scopo di tener lontani i peccati più dannosi alla salute dell’anima e anche del corpo.

 Si è già parlato dell’assistenza in generale, ma non si può non ricordare Finsistenza con cui Don Bosco raccomandava agli assistenti la continua vigilanza, per allontanare dalle mani e dagli occhi dei giovani qualunque cosa potesse far nascere in loro qualche mala curiosità o insegnare qualche malizia (491). E insisteva: « L’assistenza sia solidale; nessuno se ne creda dispensato, quando si tratta d’impedire l’offesa di Dio » (492).

 «Fate sacrifizi, ove occorra, per assistere e vigilare » (495). Poiché « seme di buon costume fra gli allievi sono la precisione dell’orario e la puntualità di ciascuno al proprio ufficio » (494), a tutti i Superiori, insegnanti, assistenti e maestri d’arte, ricordava l’obbligo di prevenire i disordini e mantenere ferma l’osservanza del regolamento, salvaguardia della moralità (495).

 A riguardo di alcuni gravi inconvenienti che erano successi all’Oratorio, Don Bosco sottolineava la responsabilità dei colpevoli dicendo nella buona notte del 13 febbraio 1865: « Lasciate che io mi sfoghi, che sfoghi il mio cuore con voi, che per voi non ho mai segreti. Io ho bisogno di sfogarmi: se molta colpa vi è in chi obbedisce, non ne manca in chi comanda. Se ciascuno facesse il proprio dovere nell’ufficio che gli venne assegnato, certi disordini non avverrebbero. Chiunque ha qualche autorità nella casa procuri di servirsene per la salute delle anime » (496).

 Il principale impegno di Don Bosco consisteva dunque nel togliere i giovani dai pericoli; per questo motivo andava straordinariamente guardingo nello stabilire gli assistenti ed i maestri; e voleva cortili ampi, e che tutti i giovani potessero essere sótto gli occhi degli assistenti (497).

 Diceva ai suoi collaboratori: « Tollerate tutto: vivacità, sbadataggine, ma non l’offesa di Dio e in modo particolare il vizio contrario alla purità. Star bene in guardia su questo e mettere tutta l’attenzione sui giovani che ci hanno affidati. Piuttosto che si commettano peccati contro la purezza è meglio chiudere la casa» (498).

 « L’esperienza ci mostra che un segno dell’immoralità è il fuggire i Superiori » (499).

 Voleva si facesse oggetto di comune sollecitudine lo scoprire allievi pericolosi e, una volta scoperti, lo svelarli al Direttore (500).

 « Qualunque cosa si venga a scoprire, si dica al Direttore. Non vi è segreto che tenga, eccetto quello della confessione, perchè il Direttore, come padre di famiglia, ha diritto di sapere tutto ciò chè riguarda i suoi figliuoli per poter adempiere il suo ufficio. Tacere ciò che può recare danno alla comunità è rendersi complice e responsabile. Il Direttore saprà usare prudenza e non compromettere alcuno. Non si abbia mai timore di offendere o di dar disgusto palesando certe cose. Alcune volte si tace per mesi e intanto si mormora perchè il Direttore non provvede. Nemmeno si temano rigorose misure per colui del quale si fa rapporto. La nostra mira sia sempre la gloria di Dio e la salute delle anime! Si manifestino al Direttore anche i sospetti. Il Superiore può liberamente sospettare, non del peccato, ma delle inclinazioni del giovane. Quindi è carità sospettare. Il Direttore domandi sovente informazioni ai maestri, assistenti e capi-camerata, a chi accompagna a passeggio, a chi assiste in chiesa, della condotta dei singoli giovani » (501).

 Diceva a Don Viglietti: « Qui sta la scienza del Direttore e degli altri Superiori, nel saper togliere di mezzo ai giovani tali erbe velenose (libri cattivi e cattivi discorsi). E non è cosa tanto facile antivenire, scoprire, tagliare. È un lavoro da sega e non da falce, perchè s’incontrano dei grossi sterpi e dei tronchi disseccati. L’unione fra i Superiori e le correzioni fatte in tempo, se non riusciranno ad impedire tutto il male, tuttavia faranno sì che la strada non s’ingombri di sterpi » (502).

 L’assistenza e la vigilanza le esigeva special- mente sui libri (503). « Allontanate dai nostri allievi — diceva — ogni libro proibito, anche quando fosse prescritto per le scuole, nè si pongano in vendita. Qualora ve ne sia necessità, si farà un’eccezione, ma soltanto per coloro che dovessero presentarsi ai pubblici esami. Si leggano e si diano a leggere preferibilmente le vite dei nostri allievi > (504). In particolare le vite dei santi

giovanetti, beato Domenico Savio, Besucco Francesco e Michele Magone, soffuse di un profumo celestiale di fragrante purezza, dovevano esercitare un fascino irresistibile sopra quegli allievi che venivano educati nello stesso ambiente e da quel medesimo artefice di giovinezze liliali, che era Don Bosco.

B — L’occupazione continua.

 La fantasia del ragazzo, così mobile e vivace, se non è tenuta a freno od impegnata in altro, è un’arma potente nelle mani del demonio per far strage della sua innocenza. Per questo Don Bosco diceva ai suoi: « I ragazzi bisogna tenerli continuamente occupati. Oltre la scuola o il mestiere, è necessario impegnarli a prender parte alla musica o al piccolo clero. La loro mente così sarà in continuo lavoro. Se non li occupiamo noi stessi, si occuperanno da sè, e certamente in idee e cose non buone » (505). Raccomandava spesso la fuga dell’ozio e l’amore al lavoro (506). Ripeteva ai suoi giovani le parole di San Filippo Neri: «Ozio e castità non possono andare insieme». E spiegava: « L’ozio è il vizio che tira con sè molti altri vizi. È ozioso chi non lavora, chi pensa a cose non necessarie, chi dorme senza bisogno. Quando si vede un compagno ozioso, si ha da temere subito per lui: la sua virtù non è al sicuro... Non lavorate voi? Lavora il demonio! Il nemico delle anime gira sempre attorno tentando di farci del danno, e, se vede qualcuno disoccupato, approfitta subito di quella occasione propizia per mandare ad effetto i suoi disegni. La vostra mente è lì ferma che non pensa a nulla? Ebbene, il demonio suscita subito immaginazioni di cose vedute, udite, lette, incontrate. Si continua a stare neghittosi? Queste immaginazioni fanno presa nella mente, lavorano, lavorano: e non ci si resiste, e la tentazione resta vincitrice. Il pericolo è poi maggiore quando Uno riposa più del bisogno, e specialmente ancora quando ha il ticchio di riposare lungo il giorno » (507).

 Perchè gli allievi fossero sempre occupati nello studio, voleva che nella scuola si assegnassero loro il lavoro e le lezioni (508). Nello stesso tempo consigliava di « non prolungare troppo il tempo dello studio per i piccoli o per coloro che sono poco occupati » (509).

 Insisteva anche riguardo al cortile: « Non permettete mai che i giovani stiano oziosi in tempo di ricreazione» (510). «Cercate di animare molto la ricreazione con quei giochi che ai giovani tornano più graditi » (511), sbandendo « quegli altri che portano a tratti di mano, baci, carezze » e simili (512). Perciò esortava gli assistenti a « trovarsi in ricreazione e in questa impiegare il tempo stabilito ». E proseguiva: « Ma mi direte voi: — Cos’ha da fare la ricreazione con la virtù della castità? — Ed io vi dirò esser ella un mezzo efficacissimo onde conservarla. Voi necessariamente assistete i giovani o dovrete assisterli. Certe volte vi verrà dato di vedere un giovane che sta bene di corpo ma è pensieroso. Parla con nessuno e, quando è interrogato, dice parole ingarbugliate, delle quali nessuno capisce il senso. Coloro che sono istruiti, ed hanno la grazia di conoscere il cuore umano, di penetrarne le più intime latebre, conoscono che, in quella mente, si aggirano pensieri non verecondi; conoscono che, se quel giovane non è ben tenuto d’occhio, è capace di andarsi a ficcare in qualche bugigattolo per ivi leggere libri osceni: conoscono che la castità in lui corre sommo pericolo. Da che cosa procede questo? Tutto dall’ozio della ricreazione. Col fermarsi lì, solo, la sua mente cominciò a fabbricare certi castelli, cui prima poco o nulla pensava; pensandoci sopra ne venne il compiacimento, quindi il diletto, e dal diletto all’opera è breve il passo » (513).

 Ripeteva sovente che si somministrassero continuamente, sempre e dovunque, buoni pensieri, che, nel momento del pericolo, reagissero contro le maligne insinuazioni. Giudicava mezzo assai* valido per preservare i giovani dal male, il tener sempre occupata, con nuove e singolari idee, la loro mente e la loro fantasia. E perciò in ricreazione, oltre ad intrattenerli in mille cose interessanti, proponeva loro problemi ed interrogazioni di svariata natura, lasciandone ad essi la soluzione e promettendo premi. Così molte volte accadeva che, dopo le prediche, proponesse qualche questione che dovevano essi stessi cercare di sciogliere lungo la settimana (514).

 Sempre per timore che i giovani potessero trovare pericolo per la moralità, voleva che le vacanze di fine danno scolastico fossero abbreviate il più possibile, e che, prima di esse, gli allievi fossero premuniti contro i pericoli che avrebbero potuto incontrare. Favoriva pure particolarmente la permanenza degli studenti e degli artigiani negli istituti durante le vacanze stesse (Regolarli., 125-6).

 « Le vacanze non fanno del bene ai giovani » ripeteva spesso (515). Giungeva persino a chiamarle « la vendemmia del diavolo » (516). E, non potendo limitarle del tutto e a tutti, cercava di prevenirne i perniciosi effetti, col dire ai suoi alunni: «Fate belle vacanze, ma non state mai inoperosi. Se non lavorate voi, lavora il demonio. Di giorno lavorate, divertitevi, conversate, giocate. Non si stia mai senza fare qualche cosa »(517).

 Per lo stesso motivo non voleva che si permettessero le vacanze in famiglia per Natale, Carnevale, Pasqua: e neppure che si concedesse l’uscita per la città e nelle trattorie in occasione di visite da parte dei parenti (Regolarti., 123), provvedendo piuttosto nella casa un luogo dove potessero trattenersi a mangiare assieme genitori ed allievi.

C — La mortificazione del cuore e dei sensi.

 Questo mezzo fondamentale Don Bosco suggeriva direttamente ai giovani, quando diceva: « Custodite il vostro cuore e i vostri sensi» (518).

 La mortificazione del cuore comprende la fuga delle amicizie sensibili e dei cattivi compagni. Anzitutto la fuga delle amicizie particolari. Con l’assistenza Don Bosco mirava a togliere i giovani dalle occasioni pericolose. Perciò era rigoroso nel volere che si impedissero, sia pure con prudenza, le amicizie particolari sensibili, per lo più fonte di disordini morali e disciplinari, per quanto sulle prime non presentino pericoli di sorta (519).

 « Giovani che per gli anni addietro — esclamava un giorno — davano moltissime speranze di buona riuscita, ora o non sono più all’Oratorio o, se ci sono ancora, menano una vita ben differente dalla primiera. Avvisati di troncare, di rompere certe amicizie particolari, non sapevano darsi ragione di simile avviso; essi credevano in ciò esservi nulla di male; ma intanto venivano sempre più freddi verso gli altri compagni, verso i Superiori e verso Dio stesso » (520).

 « Guai, — diceva un’altra volta, — guai se si concedesse ai giovani quello che sovente domandano colle parole e anche coi fatti. Quante volte berrebbero il veleno! E ciò sia detto specialmente per ciò che riguarda la modestia. Vorrebbero andare con certi compagni, desidererebbero continuare certe amicizie, e i Superiori non vogliono. Infatti, vi è alcuno che ha un po’ di malizia e la lascia intravvedere agli altri; ed ecco: gli innocenti, subito curiosi, chiedono con istanza spiegazioni, e purtroppo le intravvedono a loro danno, e sono anche date da quei disgraziati che fanno le parti del demonio: e intanto gli incauti bevono il veleno » (521).

 Riguardo poi alla fuga dei cattivi compagni, i quali generalmente allacciano il cuore dei più deboli, Don Bosco ne fece argomento in una conferenza sulla castità.

 « In primo luogo San Filippo Neri diceva: — Fuggite le cattive compagnie! — Ma come? Io qui, in questo Oratorio, vi avrò da dare il consiglio di fuggire le cattive compagnie? Forse che tra noi vi sono dei cattivi compagni? Non voglio neppure supporre che ve ne siano. Ma osservate. Si chiama cattivo compagno quello che in qualunque maniera può occasionare l’offesa di Dio. Molte volte avviene che, anche coloro 1 quali in fondo al loro cuore non sono cattivi, diventino, per un altro, pericolo di offesa a Dio: e questo non si può fare a meno di dirlo compagno pericoloso per quell’altro. Si vedono spesso certe amicizie particolari e certe affezioni geniali, le quali in sè non saranno cattive, cioè non ne avviene nessuna cosa gravemente peccaminosa; ma, se uno dei due non è cattivo, è almeno rilassato; ma non si vuol distaccare più da questa affezione. Ed ecco che tu ti accorgi che si comincia a raffreddare la pietà in loro: più poca divozione, meno frequenza ai santi Sacramenti, meno zelo nefl’adempimento dei propri doveri, negligenza nell’osservanza di certe regole, maggior libertà nel discorrere; e, poco alla volta, a un compagno buono, per aver frequentato molto un altro, questi diventa pietra d’inciampo; e si può dire che, benché buoni tutti e due, uno diventa di inciampo all’altro. Se i Superiori non prendessero qualche ripiego, entrambi sarebbero perduti. Queste amicizie particolari od affezioni geniali recano del danno, non fosse altro perchè sono contro l’obbedienza: per ciò solo, non si possono dir buone. La disobbedienza poi priva della grazia speciale di Dio, ed ecco il motivo per cui poco alla volta se ne riceve danno.

 « Qualcuno mi dirà per scusarsi: — Non vi sono compagni cattivi nella nostra Casa! — Ma io vi dico che possono benissimo esservene. Il passato ci deve ammaestrare del presente. I! demonio ha dei servitori dappertutto. Molte volte si va avanti per lungo tempo, e poi uno se ne accorge che quel tale era piuttosto un lupo rapace, e ciò solamente dopo che la rovina del gregge fu assai grande. Vari erano con noi gli anni scorsi, la cui apparenza era tutta buona ed ora sono Dio sa come. Questo vuol dire, o che essi non erano realmente buoni, oppure, se lo erano, vi fu chi poco alla volta fece loro del male. Questi, a dir vero, per grazia speciale di Dio, sono pochi, ma ve ne sono. — Son tutti buoni! — ripetono taluni; ma l’esperienza, e non il cuore, deve ammaestrarci in ciò. E l’esperienza c’insegna che, tra gli Apostoli, vi fu un Giuda: e, negli Ordini religiosi più santi, vi fu sempre la scoria. E se sorgesse un po’, di mezzo a noi, un Giuda, come suol dirsi? Ah! lontani, lontani, dai compagni pericolosi! Si frequentino invece i buoni, quelli che volentieri vanno a far visita al SS. Sacramento, che incoraggiano al bene: e la nostra affezione tratti egualmente ogni compagno colla stessa carità; ma si fuggano i sussurroni, quelli che cercano di esimersi dalle pratiche di pietà, quelli che vogliono essere esclusivi nelle loro ami- i cizie » (522).

 Per lo stesso motivo voleva che s’impedisse la trasmissione di biglietti o lettere tra compagni ed ogni speciale relazione tra interni ed esterni (523). Costoro, infatti, vivendo nel mondo, non hanno quella particolare sensibilità per il problema della purezza che caratterizza il collegiale, onde potrebbe facilmente assumere certi atteggiamenti o pronunciare certe parole, che, senza essere apertamente oscene, possono tuttavia turbare la fantasia di chi vive sotto una speciale vigilanza, col pericolo di offendere, col sentimento del pudore, anche la legge di Dio.

 Nel trattare poi della mortificazione dei sensi, soprattutto si rivela la sapienza e l’equilibrio di Don Bosco, il quale teneva sempre in gran conto le particolari condizioni del giovane.

 « Io non intendo già che facciate rigorose penitenze o lunghi digiuni e maceriate la vostra carne coi flagelli come fecero molti Santi. Oh! no. Il vostro corpo è ancora tenero e ne potrebbe soffrire. Volete però che io vi suggerisca un modo di fare anche voi un po’ di penitenza, adattata alla vostra età e alla vostra condizione?... Attenti ai sensi esterni! Fate digiunare i vostri occhi. Gli occhi sono chiamati le finestre per le quali en325

tra il demonio nell’anima. Chiudete queste finestre, quando vanno chiuse. Non permettete mai che gli occhi si fermino in nessun modo a guardare cose o dipinti o fotografie, che siano contrarie alla virtù della modestia. Ritirate subito gli sguardi, quando s’incontrano con oggetti pericolosi. Un’altra mortificazione degli occhi è frenare la curiosità » (524).

 « Vi è poi da mortificare, da far digiunare, l’udito con non mai fermarsi ad ascoltare discorsi che possono offendere la bella virtù, o discorsi di mormorazione » (525). « Non vi è altra cosa che possa fare più danno, specialmente quando si è ancora in giovanile età, dei cattivi consigli » (526).

 «Far digiunare la lingua, con proibirle ogni parola che possa dare scandalo, astenendosi sempre dal dire motti pungenti contro qualche compagno, rifuggendo dal parlare male di chicchessia: insomma non tener mai un discorso che non osereste fare al cospetto di un Superiore » (527). Parimenti: « Astenetevi dal dire anche una parola sola in dialetto piemontese. È un fioretto che sembra di nessuna utilità, ma vi sarà di grande giovamento nell’imp arare bene la lingua italiana » (528). Questo pure può cooperare alla moralità, poiché parlando in dialetto il giovane è in più facile occasione di uscire in espressioni non buone, magari udite da altri a casa sua, ed anche perchè forse, in qualche caso, è meno compreso da chi ha l’incarico della sorveglianza.

 Ma Don Bosco, come esecrava il turpiloquio, così non poteva soffrire che si pronunziassero parole plateali, che potessero suscitare un pensiero, un sentimento, men che onesto, ed esclamava: «Certe parole nec nominentur in vobis! » (529). Non permetteva mai alla sua presenza scherni anche solamente grossolani; una frase un poco liberale lo faceva arrossire e non esitava ad avvertire chi l’aveva pronunciata (530). Un giorno un giovane dell’Oratorio sbadatamente si presentò in un crocchio di compagni, tra i quali stava Don Bosco, col vestito non accomodato alla persona secondo le strette esigenze della modestia. Tutti al vederlo presero ingenuamente a ridere, ma Don Bosco rimase impassibile. Interrogato in questa ed altre circostanze di simil genere, come facesse a trattenere le risa, rispose: — Io rido quando voglio, e quando non voglio non rido (531).

 In quanto al contegno esteriore, sovente, in nome della buona educazione, della urbanità e del reciproco rispetto, proibiva la soverchia familiarità e voleva che si insistesse coi giovani perchè osservassero le regole della buona creanza (532). Non tollerava che fra loro fossero sgarbati o che si abbracciassero anche solo per ischerzo . ben sapendo che la rozzezza del tratto facilmente ingenera rozzezza anche nei sentimenti del cuore, col pericolo di suscitare la ribellione dei sensi. Li esortava a regolare ogni azione in modo da allontanare ogni sospetto sulla loro condotta (533).

 Infine, mortificazione della gola: « Non nutrite delicatamente il corpo. Questo non vuol dire che non gli si dia il necessario, ma che non si cerchi nei cibi di contentare il suo gusto. San Pietro Apostolo grida: Fratres, sobrii estote et vigilate. Mette il sobrii estote prima ancora del vigilate o del fortes in fides; perchè, chi non è sobrio, non può vigilare, non può esser forte nella fede, non può vincere colui che circuit quae- rens quem dévoret. Invece chi è sobrio può vigilare e farsi forte e vincere il demonio... Ah! non cerchiamo delicatezze pel nostro corpo!... Diceva un santo direttore di anime che il corpo deve aiutare l’anima a fare il bene e deve servirla. L’anima è la signora del corpo. Il nostro corpo ha da essere considerato come un somaro che deve portare l’anima: poiché al padrone tocca di andare a cavallo. Ma guai se questo padrone lascia troppa libertà a questo suo somaro! Quando si nutrisce troppo il corpo allora vuole comandare esso, e, se lo si contenta in ciò che domanda, l’anima resta sotto e sarebbe un voler obbligare il padrone a portare il somaro. Il corpo S in questo caso non è più un aiuto, ma un impedimento. Non facciamo questa mostruosità. Ciascuna cosa tenga il suo posto stabilitole da Dio. Guardiamoci dal troppo cibo e specialmente dal i troppo bere. Molti giovani cbe erano qui specchi di santità, perdettero la vocazione per non aver usato i debiti riguardi in questo, ed ora sono nel mondo pietra di scandalo al prossimo. Sappiamo adunque tenere non soddisfatto, mortificato, questo misero corpo: e non recalcitrerà; e vivremo tranquilli e felici nella pace di Dio » (534).

 « Guardate di essere temperanti nel mangiare e nel bere. I Santi Padri dicono che noi viviamo con un nemico, e questo è il nostro corpo. Se noi gli diamo tutto ciò che egli domanda, allora esso prende baldanza e può farci del male: ma se gli diamo poco nutrimento, — a somiglianza di un cavallo, al quale se gli si dà da mangiare poco fieno e poca biada diventa docile, — allora egli piega subito le orecchie ed obbedisce allo spirito. Ricordatevi che, al dire dei Dottori della Chiesa, gola e castità non possono stare insieme. Di più San Paolo, scrivendo avvisi per i vari ceti di persone, pei giovani dà solamente questo: ut sobrii sint. — Possibile? — voi mi direte. — San Paolo non trovava altri avvisi più importanti da dare loro? — No: poiché quando i giovani sono sobrii potranno fare molto profitto nella virtù. Se manca la sobrietà, il demonio tenta, e si cade in molti peccati» (535).

 All’eccesso nell’uso della carne e del vino Don Bosco attribuiva l’immoralità dominante in qualche paese. Perciò non si stancava di ammonire i giovani: « Grande temperanza nel mangiar carne e nel bere vino » (536). Soleva anche raccomandare ai suoi cuochi che evitassero le vivande eccitanti (537). Quanto al vino, diceva ai Superiori nel dicembre 1875: «Vorrei che si facesse una prova: si dia quest’oggi anche solo un bicchiere di vin buono a tutti i giovani dell’Oratorio e domani si faccia fare un buon esame di coscienza: si vedrà quel che successe! I giovani non ne sognano nemmeno la causa, non san nulla del che e del come; ma molti pensieri cattivi, molte tentazioni e, credo di poterlo dire con sicurezza, molte cadute in peccato, ne furono la conseguenza » (538).

 Strettamente collegato con la mortificazione dei sensi, per Don Bosco è il non eccedere nel sonno. Gli premeva che si evitasse di mandare i giovani a letto subito dopo pranzo: « Io trovo pericolosissimo il riposo dopo pranzo: è proprio quel demonio meridiano di cui parla la Sacra Scrittura, che si insinua anche nelle anime più buone. Lo sa il povero re Davide! È un momento, quello, in cui l’anima è meno preparata; invece il corpo sazio è, in quel momento, più preparato. Allora il demonio occupa l’immaginazione, poi l’intelletto, quindi si fa strada alla volontà, ed ecco che si deplorano miserevoli cadute » (539). Perciò Don Bosco insisteva: «Per i giovani si continui quanto da noi già si pratica; nei paesi di gran caldo, dopo aver fatto un po’ di ricreazione, si radunino nello studio o nella scuola e, quivi, ciascuno al proprio posto, studii o dorma a suo piacimento, purché siano assistiti affinchè regni il silenzio e chi vuol riposare non ne venga impedito. Così chi sente il bisogno di riposare, può farlo; gli altri, cui il sonno non si concilia, hanno occupazione e tutti i pericoli scompaiono. Insomma quel che si riprova è l’abitudine di andare a letto dopo pranzo ». A chi fece notare che nei paesi caldi questa abitudine era proprio generale, sicché pochissimi non la seguivano: « Ebbene — replicò il Santo — procuriamo di essere noi nel numero dei pochissimi, e credo che non ci troveremo malcontenti d’aver schivato quest’abitudine. Così facendo, si potrà lavorare di più, si acquisterà maggior riputazione e altri imiteranno forse il nostro esempio » (540).

D — La preghiera.

 Finora, seguendo Don Bosco, abbiamo trattato di mezzi che, bene usati, tolgono i giovani dai pericoli di cadere in certi peccati. Ma egli raccomandava pure l’orazione ed i Santi Sacramenti.

 Quando parleremo della educazione religiosa, passeremo in rassegna i principali mezzi di pietà inculcati da Don Bosco. Qui ricordiamo solo qualche sua raccomandazione circa la preghiera, presentata come mezzo potente per vincere le tentazioni e i nemici della purezza.

 Egli desiderava che si coltivasse la pietà in tutte le sue forme, private e pubbliche, perchè essa ci unisce a Dio, santità e purezza infinita e baluardo onnipotente contro ogni specie di tentazione.

 Nel 1865, traendo qualche pratica applicazione dal sogno del gattone, disse : « Queste vittorie sono difficili! Ma l’eterna Sapienza ci ha detto qual è il mezzo per conseguirle: — Hoc genus daemoniorum non eiicitur nisi per orationem, et jeiunium (Demoni siffatti non si scaccian se non con la preghiera e col digiuno). Alzate il vostro braccio, sollevate in aria il vostro fiore e sarete sicuri. La modestia è una virtù celeste, e chi vuole conservarla bisogna che s’innalzi verso il cielo. Salvatevi adunque con l’orazione. Orazione che v’innalza al cielo, sono le preghiere del mattino e della sera, dette bene; orazione è la Meditazione e la Messa; orazione è la frequente Confessione e la frequente Comunione; orazione sono le prediche e le esortazioni dei Superiori; orazione è la visita al SS.mo Sacramento; orazione il Rosario; orazione lo studio. Con questa orazione il vostro cuore si dilaterà come un pallone e si eleverà verso il cielo e così potrete dire quello che diceva Davide: Viam mandatorum tuorum cucurri, curri dilatasti cor meum (La via dei tuoi precetti io corro, quando tu allarghi il mio cuore). Così porrete in salvo la più bella delle virtù: e il vostro nemico, per quanti sforzi faccia, non potrà strapparla dalle vostre mani » (541).

 « Con la parola orazione, — diceva altra volta, — intendo ogni sorta di preghiera, sia mentale che vocale, le giaculatorie, le prediche, le letture spirituali. Chi prega, vince sicuramente ogni tentazione per forte e gagliarda che sia; chi non prega, è in prossimo pericolo di cadere. L’orazione deve esserci una cosa tanto cara! Essa è come un’arma che dobbiamo sempre aver pronta per difenderci nel momento del pericolo. Io raccomando questa orazione specialmente alla sera quando si va a riposo. È questo uno dei tempi più pericolosi per la bella virtù... » (542). Oltre alla preghiera accennava a certi « rigagnoli, per cui le grazie e le benedizioni scorrono e si fanno via al cuore dei giovanetti », e cioè Piccolo Clero, Compagnie, Sacramenti, tridui, novene, esercizi spirituali, funzioni e solennità di chiesa (543).

 Gli stavano molto fa cuore le divozioni a San Giuseppe, sposo castissimo di Maria, e a San Luigi per la sua straordinaria innocenza. Per ottenere la protezione di questo santo Protettore della gioventù, faceva recitare tutti i giorni una preghiera da lui composta in suo onore e inserita poi nel Giovane Provveduto.

 Insisteva particolarmente sulla divozione a Maria Vergine, modello di ogni purezza e santità, madre di tutte le virtù, ma in modo speciale della castità. Ad essi la presentava sotto i titoli di Ausiliatrice e di Immacolata, affinchè trovassero nell’Ausiliatrice l’aiuto potente per praticare quella virtù di cui l’Immacolata è emblema. « Una pratica — diceva — che io consiglio in modo particolarissimo è di baciare la medaglia di Maria Ausiliatrice e ripetere la giaculatoria Maria Auxilium Christianorum, ora pro nobis: giaculatoria trovata in ogni circostanza tanto opportuna e tanto profìcua. Da tutte le parti si vedono effetti straordinari prodotti da questa confidenza in Maria Ausiliatrice. Ma state certi che se la Madonna aiuta tutti, ha poi cura di noi in modo peculiarissimo, come figli prediletti; invocata non mancherà certo di venirci in aiuto nei momenti opportuni » (544).

 Raccomandava inoltre il pensiero della presenza di Dio, affinchè il sentimento del santo timor di Dio li distogliesse, nel momento del pericolo, dal commettere peccati.

 « Rinnoviamo con frequenza — diceva — questo pensiero nella nostra mente e fuggirà da noi la voglia di peccare. Si pensi inoltre che noi siamo creature, immagini di Dio; che il Signore è il nostro Padrone, che vede ogni azione, ogni pensiero; che noi siamo cristiani cattolici, ossia dichiarati seguaci di Gesù Cristo, e che i Sacramenti hanno anche santificato il nostro corpo... Pensiamo che Dio è nostro Giudice, e, quando siamo tentati diciamo: — Come oserò disgustare un Dio così buono, che mi ha sempre beneficato e che mi giudicherà? » (545).

E — La frequenza ai Sacramenti.

 Don Bosco considerò sempre la frequenza ai santi Sacramenti come il principale mezzo per evitare peccati e disordini (546).

 L’Eucaristia infatti mette il cuore del giovane in contatto con le carni immacolate del divino Agnello, il quale unendoci strettamente a Sè, ci divinizza e ci fa pregustare l’ebbrezza delle gioie celesti. Per questo insisteva: «Fate con molta frequenza delle fervorose Comunioni. Andando a ricevere Gesù nel vostro cuore, e sovente, l’anima vostra resterà tanto rinforzata dalla grazia, che il corpo sarà costretto ad essere obbediente allo spirito» (547).

 Addestrava i suoi figliuoli, come abbiamo visto, all’amicizia con Gesù Sacramentato, affinchè in Lui trovassero sfogo i sentimenti dei loro cuori bisognosi di amare e di essere amati.

 Voleva però che ai Sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza i giovani si accostassero con le dovute disposizioni.

 Ecco due difetti che, secondo lui, rendono nulle o inefficaci, e financo sacrileghe, le confessioni, soprattutto in materia di purezza.

 Il primo difetto è la mancanza di dolore e di proponimento. « La pianta si conosce dai frutti se è buona o no: così dal frutto riportato possiamo conoscere la natura delle nostre confessioni. Alcuni vanno a confessarsi sempre con le medesime mancanze. Ciò che cosa indica? Che la confessione, non recando frutto, non è buona? Eh! sì! quando si fanno tali confessioni, se proprio non vi è miglioramento, vi è grandemente i temere che le confessioni non siano buone, che siano nulle. Ciò indica o che non venne fatto il proponimento o che non si ebbe cura di metterlo in pratica. Si direbbe qualche volta che si va a confessarsi per cerimonia e che si vuole burlare il Signore. Io dunque raccomando molto che ciascuno procuri, nelle confessioni, di eccitarsi ad un veramente grande dolore dei peccati commessi: e poi, di tanto in tanto, si pensi un poco sui frutti delle confessioni passate. Facciamo proponimenti fermi che non mutino più... Altrimenti sixandrà sempre avanti con le medesime colpe e siccome qui spernit mòdica paulatim dècidet (chi disprezza il poco, andrà tra breve in rovina), così noi ci metteremo in evidente pericolo di dannarci, essendo per nostra natura già tanto proclivi al male » (548).

 Il secondo difetto è la mancanza di confessore stabile. Perciò, oltre alla confessione settimanale, Don Bosco consigliava ai giovani di non mutare la sicura guida del confessore fìsso: « E se taluno si fosse lasciato sopraffare dal demonio? Attenti a non fare il primo passo falso dopo quella miseria. È un gran passo falso, e molto fatale, quello di coloro i quali, se loro càpita qualche disgrazia, cambiano confessore. Io non trovo altra cosa che faccia più male, perchè qui non si tratta solamente di ricevere l’assoluzione, ma si tratta di direzione. Qualunque confessore potrà darvi l’assoluzione; ma come volete che vi possa dirigere colui al quale narrate solo le cose ordinarie e, se vi è qualche cosa più grave, non gliela narrate? Qual giudizio potrà dare di certe mancanze che, non sapendo altro, potrà giudicar leggere, e che pur son causa di ciò che voi nascondete? Quali mezzi spirituali potrà darvi, quali consigli suggerirvi, se credendovi quali voi dite, crederà scrupolo ciò che è consenso, sbadataggine ciò che è conseguenza di quello che non sa?... Ah! sentite! La più gran medicina per guarire in questi casi, il gran ritegno per non fare ulteriori cadute, è confessarsi dal confessore ordinario » (549).

 Il terzo difetto, sul quale Don Bosco non si stanca mai di insistere, è la mancanza di sincerità. Il 1° marzo del 1863 diceva a Don Bonetti: « Povero me! Io trovo che le confessioni di molti giovani non possono reggere colle norme date dalla Teologia. Per lo più non si fa conto dei mancamenti commessi dagli otto ai dodici anni; e se un confessore non va propriamente a cercare, ad interrogarli, essi ci passano sopra e vanno avanti fabbricando così su falso terreno » (550).

 Perciò raccomandava caldamente ai confessori di non rendere, con impazienze e con sgridate, odiosa e pesante la confessione, perchè i giovani facilmente non osano più parlare, e quindi sacrilegi su sacrilegi; ma di procurare con tutta carità di guadagnarsi la loro confidenza (551).

 Come ognun vede, i mezzi suggeriti da Don Bosco per mantenere e incrementare la moralità dei giovani, possono ridursi a due: prevenire il male coll’astenersi da tutto ciò che porta al pee- cato, e « praticare tutte le cose che possono contribuire a conservare la santa virtù della modestia » (552).

 Il Santo non esige mezzi straordinari: si appiglia a quelli più ordinari e facili ma veramente fondamentali, facendone la massima applicazione per trarne il massimo vantaggio. Così, nelle sue parlate in pubblico ed in privato, in cortile ed in chiesa, nei suoi sogni e nelle sue raccomandazioni, ne tratta nel modo più vario, più esteso ed edificante. Essi però sono in fondo sempre gli stessi: quelli cioè che indicava a educatori ed educandi e che un giorno suggerì al giovane Michele Magone in un biglietto che diceva così: « Leggi e pratica. Cinque ricordi che San Filippo Neri dava ai giovani per conservare la virtù della purità. Fuga delle cattive compagnie. Non nutrire delicatamente il corpo. Fuga dell’ozio. Frequente orazione. Frequenza dei Sacramenti, specialmente della Confessione ». Ciò che ivi era detto in breve, glielo espresse altre volte più diffusamente in questa forma:

 1) Mettiti con filiale fiducia sotto la protezione di Maria: confida in Lei, spera in Lei. Non si è mai udito al mondo che alcuno abbia con fiducia ricorso a Maria, senza che ne sia stato esaudito. Sarà essa tua difesa negli assalti, che il demonio sarà per dare all anima tua.

 2) Quando ti accorgi di essere tentato mettiti sull’istante a fare qualcosa. Ozio e modestia non possono vivere insieme. Perciò, evitando l’ozio, vincerai eziandio le tentazioni contro questa virtù.

 3) Bacia spesso la medaglia, oppure il Crocifìsso; fa’ il segno della santa Croce con viva fede, dicendo: — Gesù, Giuseppe, Maria, aiutatemi a salvare l’anima mia. — Questi sono i tre nomi più terribili e più formidabili pel demonio.

 4) Che se il pericolo continua, ricorri a Maria, colla preghiera propostaci da santa Chiesa, cioè: — Santa Maria, Madre di Dio, prega per me peccatore.

 5) Oltre a non nutrire delicatamente il corpo, oltre alla custodia dei sensi, specialmente degli occhi, guàrdati ancora da ogni sorta di cattive letture: anzi, qualora cose indifferenti fossero a te di pericolo, cessa tosto da quella lettura; per opposto leggi volentieri libri buoni, e, tra questi, preferisci quelli che parlano delle glorie di Maria e del SS. Sacramento.

 6) Fuggi i cattivi compagni: al contrario fa’ scelta dei compagni buoni, cioè di quelli che, per la loro buona condotta, hai udito lodare dai tuoi superiori. Con essi parla volentieri, fa’ ricreazione, ma procura di imitarli nel parlare, nell’adempimento dei doveri e specialmente nelle pratiche di pietà.

 7) Confessione e Comunione con quella maggiore frequenza che giudicherà bene il tuo confessore; e, se le tue occupazioni il permettono, va’ sovente a fare visita a Gesù in Sacramento » (553).

V. Contro lo scandalo.

 L’estirpazione dello scandalo era un rimedio adoperato da Don Bosco per la salvaguardia della moralità nei suoi Istituti e Oratori. La considerazione dei danni che esso cagionava all’individuo e alla comunità, gli faceva preavvertire i giovani: « Ciascuno si guardi specialmente dalla immodestia negli atti e nelle parole. Questo è il vizio che maggiormente danneggia la gioventù » (554). Ai Direttori poi diceva: «Si vegli attentamente perchè non s’introduca nei giovani il veleno della immoralità. Se per sventura entra questo veleno, s’infiltra inosservato, non si lascia scorgere e finisce con portare un danno generale irrimediabile» (555). «Un giovane cattivo può disonorare il collegio con una sola parola » (556). « Conosciuto un giovane per malvagio, non lasciamoci illudere da speranze di ravvedimento » (557).

A — L’allontanamento degli scandalosi.

 Don Bosco provava sommo orrore quando sentiva parlare dei mali cagionati dagli scandalosi (558); perciò nei loro confronti era severo e intransigente.

 Nella decima conferenza del Primo Capitolo Generale, dopo aver suggerito alcuni mezzi per la conservazione della moralità nei nostri collegi, proseguiva: « Queste sono precauzioni, con le quali si potranno già ottenere molti buoni effetti; tuttavia nè con questo nè con altro si potrà mai ottenere una moralità assoluta in tutti: bisognerebbe non essere figli di Adamo. Si faccia quanto si può, e poi ancora un poco, e in seguito ricordiamoci di pregare molto, e la preghiera otterrà quanto non potremo ottenere coi nostri sforzi. E ricordiamoci che i due mezzi, i più atti a togliere dalla radice ogni azione d’immoralità e a introdurre la bella virtù in grado pressoché perfetto nei nostri allievi sono: 1) La molta frequenza dei SS. Sacramenti. Questo è il principale: e, checché si dica, se veramente i Sacramenti si frequentano molto e nelle dovute maniere, non si radicherà nessun disordine. 2) Si restituiscano alla propria famiglia coloro che cagionassero scandali di questo genere. Non c’è verso: quando il mal abito è inveterato, solo per miracolo uno si converte. Quel tale si confesserà, ne sarà veramente pentito, ne domanderà perdono in privato e in pubblico; ma non passerà gran tempo, e saremo da capo. Con costoro bisogna procedere irremissibilmente. Avranno tutto il dolore necessario per avere l’assoluzione del peccato; ma noi non possiamo fidarci di loro per il tempo avvenire » (559).

 E Don Bosco torna ripetute volte sulla necessità di adottare queste misure: « Siano severamente allontanati quelli che dicessero, insinuassero o facessero cose biasimevoli contro la moralità. Non si tema di usare in ciò troppo rigore» (560). «Non si è mai troppo severi nelle cose che servono a conservare la moralità» (561).

 « Solo in caso di immoralità i Superiori siano inesorabili. È meglio correre il pericolo di scacciare dalla casa un innocente che ritenere uno scandaloso » (562). « Conosciuto un alunno come scandaloso o pericoloso, si consegni al Prefetto, il quale tosto lo allontanerà dall’Oratorio » (563). « Piuttosto diminuire della metà i giovani in un collegio, che permettere che le cose vadano male. Sì, piuttosto si mandi via una metà dei giovani, ma i nostri collegi siano al sicuro. Quando in un collegio vi è del male morale, non bisogna menarne rumore. Se si conosce qualche caporione, incominciare ad espellere questo; dopo qualche tempo un altro e poi un altro. Mancando chi potrebbe seminare la zizzania e ingenerandosi timore in chi vede questi atti risoluti, improvvisi e senza tante parole, la moralità si ristabilisce perfettamente in casa» (564).

 Il nostro Padre però insisteva sempre che, nel prendere questi gravi provvedimenti, si usasse la massima prudenza; ed in certi casi egli stesso ricorreva al consiglio altrui (565).

B — Prassi di Don Bosco contro gli scandalosi.

 Agiva secondo i casi, ma sempre con carità.

 Sul principio di ogni anno scolastico gli educatori sagaci sono dolorosamente costretti a toccar con mano che le vacanze fanno sempre le loro vittime. Sono giovani che le cattive compagnie o altre pericolose occasioni hanno purtroppo trasformati da quelli di prima; perciò, se si vuol prevenire lo scandalo e incutere un salutare timore nei male intenzionati, bisogna far violenza al proprio cuore e dare qualche esempio solenne. Tale profilassi entrava nel metodo di Don Bosco (566).

Quando, malgrado la debita cautela, accadeva di accettare allievi espulsi da altri collegi o altrimenti constava essere di mali costumi e pericolosi per gli altri, seguiva questa regola che dava anche ai Direttori: « Fissargli subito un compagno sicuro, che lo assista e non lo perda mai di vista. Qualora egli manchi in cose lubriche, si avvisi appena una volta, e, se ricade, sia immediatamente inviato a casa sua » (567).

 L’espulsione dunque doveva essere l’ultima cosa. Dal canto suo prendeva tali e tante precauzioni perchè non recassero danno ai compagni, che quasi mai avveniva alcun inconveniente grave a questo riguardo; anzi, si ottenevano conversioni straordinarie (568).

 Per prima cosa voleva che i giovani pericolosi fossero isolati dai più piccoli e ingemii, da coloro che avessero simili propensioni o si conoscessero deboli nella virtù; consigliava di circondarli di amici sinceri e sicuri che in bel modo cercassero di attirarli alle pratiche di pietà e alla frequenza dei SS. Sacramenti. Fatto ciò, esoitava a non stancarsi di avvisarli ad ogni mancanza. «Parlare, parlare! Avvertire, avvertire! > era sempre la sua frase con gli assistenti e i prefetti. Avessero mancato tutti i giorni: tutti i giorni mandarli a chiamare, anche più volte al giorno se tale fosse stato il bisogno. Amorevoli nei modi,ma fermi nell’esigere da essi l’adempimento dei propri doveri. Così facendo, o costoro cambiavano condotta, o annoiati, finivano con l’andarsene a casa, senza che si dovessero usare con essi misure coercitive. « Ed è appunto di grande importanza — ammoniva — che i giovani non partano dall’Oratorio col fiele nel cuore, poiché venendo il tempo del disinganno, ricordano allora la carità con la quale furono trattati, ritornano in se stessi, pensano ai buoni consigli ricevuti, all’affetto che loro venne dimostrato, riconoscono chi fossero i loro veri amici, e, spesse volte, dopo anni ed anni, se si risolvono a fare una buona confessione, si è proprio e solamente nella chiesa dell’Oratorio da coloro che li accolsero negli anni della loro gioventù. Essi ritornano perchè sanno che spontaneamente se ne sono allontanati. Invece se il Superiore fosse ricorso a un inconsulto e precipitoso rigore, senza prima averli avvisati, allora si accende in tanti un’avversione che non manca presto o tardi di avere le sue conseguen- ze.Tanto più se talora qualche assistente si fosse lasciato andare a menare le mani per sfogo di rabbia» (569).

 Se erano parecchi gli scandalosi, li mandava a chiamare tutti insieme in una sua stanza e, fattili aspettare per qualche tempo in anticamera perchè riflettessero sul motivo della chiamata, incominciava a parlare come la carità sapeva suggerirgli: « Non vi ho fatti avvertire, e non vi ho avvertiti abbastanza? Si dice di voi questo e questo: debbo crederlo? E perchè volete darmi tanti dispiaceri? Perchè volete costringermi ad un passo che tanto mi dà pena? Perchè da voi stessi non aiutate Don Bosco a salvarvi? Protestate di non far nulla di male! E la disobbedienza è un bene? Obbedite una volta. Non fate che vi vedano più assieme. Lasciate quei discorsi! fatemelo per piacere. È l’ultima volta che io vi avviso. Andatevene, prima che io abbia il dolore di dovervi mandar via. Se vedo che voi continuate ad essere cattivi, la mia decisione è presa. Allora piangerete! ». Talora usava frasi più serie. In generale riusciva bene questa prova, come asserì lo stesso Don Bosco (570).

 Ma se accadeva che taluno avesse dato scandalo, si accendeva di santo zelo ed eseguiva ciò che più volte era solito protestare innanzi a tutta la comunità radunata: « Don Bosco è d più gran . bonomo che vi sia sulla terra; rovinate, rompete, fate birichinate, saprà compatirvi; ma non state a rovinare le anime, perchè egli allora diventa inesorabile ». E infatti, riconosciuto e convinto un tale per scandaloso, lo allontanava senz’altro dalla casa; e non solamente lui, ma anche i suoi complici (571).

 Se talora per imperiose circostanze doveva sospendere l’esecuzione della sua sentenza, avvisava ancor una sola volta lo scandaloso; lo isolava rigorosamente dalla compagnia degli alunni e procurava che fosse di continuo sorvegliato; ma se ricadeva, lo cacciava di casa, checché potesse accadere (572).

C — Correzione pubblica.

 Don Bosco provvedeva sempre ad allontanare prima i più responsabili, nel tentativo di salvare i meno colpevoli. Per riuscire più sicuramente nel suo intento talvolta ricorreva a correzioni e minacce anche in "p ubblico. Per esempio la sera del 13 febbraio 1865, dopo aver denunciato le mancanze di alcuni giovani, ladri e disonesti, soggiungeva: « Perciò coloro che si fecero capi del disordine, saranno messi in nota e senz’altro domani saranno avvisati acciocché partano immediatamente da quell’Oratorio che essi hanno profanato coi loro peccati. Quegli altri poi che furono meno colpevoli, restano ora avvisati in pubblico, e lo saranno poi particolarmente da me, uno per uno. A questi io dico: — Guarda, figliuolo mio, cambia costume: altrimenti lo stesso castigo che ha colpito gli altri, colpirà anche te; emendati, hai ancora aperta la strada del pentimento; perchè se continui nella via incominciata, tu vai diritto all’eterna perdizione » (573).

 Dopo l’espulsione, Don Bosco non mancava di segnalare ai giovani il suo rincrescimento di padre che piange per aver dovuto prendere certe misure contro i figli degeneri; in più ne dava là ragione: « Quando uno in mezzo ai suoi compagni non ascolta più la voce dei Superiori e fa il mestiere di lupo rapace, io non posso in coscienza tenerlo qui a fare del male agli altri: in questo caso voi sapete che non si transige; quando c’entra lo scandalo dei compagni io non posso tollerarlo. Laonde bisogna che stiate attenti; e quelli che, per loro disgrazia, fossero già caduti in qualcuna delle mancanze summentovate, per carità, non continuino, ma si emendino; anzi procurino di tener ben celate le loro sconsigliate azioni, perchè altrimenti perderebbero il loro buon nome, la stima degli altri, ed anche si metterebbero in pericolo di essere allontanati dall’Oratorio. Se vi fosse qualcuno non deciso ad emendarsi, che cioè non voglia stare alle regole, sapete che cosa io consiglio? Venga a dirlo, che esso non sta più volentieri in casa; e si cerchi un posto altrove: noi gli faremo ancora i suoi buoni certificati. E così le cose procederanno d’accordo: amici prima, amici dopo. Perchè se sono i Superiori che vengono a scoprire le mancanze, allora costui dovrà subirne la vergogna, coll’essere scacciato dall’Oratorio, e il danno di non essere collocato in luogo ove possa guadagnarsi il pane e di sentirsi rifiutare i buoni certificati riguardo alla sua condotta per essere accettato negli impieghi. E questi certificati sono richiesti, ovunque uno si presenti per domandar lavoro » (574).

 Usava speciali riguardi verso la vittima. Il pensiero che, tornando in mezzo al mondo, avrebbe peggiorata la sua condizione morale e religiosa e fors’anche perduta la fede e fatta una mala morte, lo consigliava a fare del tutto per ritenerlo presso di se, ma se non riusciva nel caritatevole intento di ridurlo sulla buona via, non tardava a rimandarlo. « Da un canestro pieno di frutti sani — diceva — bisogna togliere un frutto guasto, per evitare la corruzione degli altri » (575).

 Nell’espellere faceva di tutto per salvare l’onore dei colpevoli. Si vide talvolta scomparire all’improvviso qualcuno dall’Oratorio, e nessuno vi badò, neppure i chierici, perchè rimasto sconosciuto il vero motivo di quella partenza. Tutt’al più si credette di dover attribuire ciò alla volontà dei parenti o ad affari di famiglia o a malattia (576).

 Richiesto un giorno dal Teologo Murialdo Leonardo quale fosse il suo metodo di procedere quando avvenissero mancanze contro i buoni costumi dell’Istituto, Don Bosco gli rispose: « Avvenendo tali casi, io chiamo a parte nella mia camera il giovane accusato, osservandogli che mi obbliga a parlare di quell’argomento di cui San Paolo non vuole che si tenga parola; quindi gli faccio notare la gravità del male commesso. Se così esige la carità verso gli altri, alla chetichella lo faccio restituire ai suoi parenti. Ma non gli infliggo nessun castigo, evitando maggiori mali, quali sarebbero i discorsi che naturalmente ne farebbero gli altri allievi » (577).

 Per salvare il buon nome del colpevole suggeriva che nel licenziare questi giovani, si desse loro qualche buon consiglio e si facesse qualche affettuosa esortazione. Anche questo per lo più fa sì che essi poi conservino sempre l’affetto e la gratitudine verso gli antichi Superiori. Testimoniò il Card. Caglierò: « Io sempre osservai che gli stessi giovani che avevano meritata l’espulsione dall’Oratorio conservavano pur sempre l’affetto e la gratitudine verso Don Bosco, che era stato loro padre e benefattore » (578).

D — Come impedire lo scandalo

 Per preservare i buoni dallo scandalo, Don Bosco li metteva in guardia contro gli scandalosi dicendo: « Quando vi si avvicina uno di questi cattivi compagni, dite fra voi: — Costui è un ministro di Satanasso » (579).

 Li incitava anche a salvare i compagni pericolanti e a smascherare i pericolosi con queste parole: « Se vedete un compagno che è in pericolo di cadere, correte per carità, correte a soccorrerlo, allontanatelo da certi compagni, avvisatelo, pregate per lui, insomma salvatelo. Ne avrete un merito in faccia a Dio e a Maria. Se poi vedete che qualche compagno cerca di guastare gli altri, muovetevi tosto contro di lui, strappategli dalle unghie la sua preda, gridate: — Al lupo! al lupo! — Che fareste se, nella vostra greggia, si cacciasse il lupo e incominciasse a sbranare le pecore e non vi sentiste la forza di combatterlo e salvare le vostre pecorelle? Chiamereste aiuto, gridereste:

 — Al lupo! al lupo! — Così fate ancora contro questi lupi infernali che rovinano le anime dei vostri compagni. Gridate: — Al lupo! al lupo! — Gridatelo ai vostri compagni; e se non basta, gridatelo ai Superiori, ed essi sapranno combatterli » (580).

 Infine imponeva di denunciare senza remissione i lupi rapaci: « Un mezzo, che per tanti sembrerà impossibile, è questo: denunciare i capi del disordine o del peccato. Questi sono la vera pe ste dell’Oratorio, perchè il demonio li prende per suoi aiutanti e li spinge in mezzo ai giovani per far loro male più che sia possibile. Accusateli costoro, svelateli; sono tante anime che voi salvate. Ma voi direte che avete paura d’essere chiamati spie. Ebbene, perchè alcuni sciocchi vi chiameranno spie, volete voi astenervi dal fare un’opera buona? Se un ladro entrasse in una casa a rubare, voi vi tratterreste dal gridare al ladro, per paura che egli vi dica che siete una spia?... Lasciate che gli sciocchi vi chiamino pure con questo nome; il Signore vi chiamerà con altro nome e vi darà Egli il premio dlella. vostra carità » (581).

5. Formazione del carattere.

 Ci siamo indugiati a considerare .quanto stesse a cuore a Don Bosco la formazione della volontà. Come abbiamo visto, egli si serviva a tale scopo della mortificazione, della lotta contro il rispetto umano, del dominio della suscettibilità e delle passioni, dell’acquisto di abiti buoni, e specialmente di quelle virtù che egli riputava più adatte alla formazione morale dei giovani.

 Ora è bene concludere osservando come tutto questo lavorìo portava di natura sua a formare e irrobustire nell’educando il carattere. Era questa una delle più calde e frequenti esortazioni, ed era pure il risultato di tutto il suo intenso lavoro pedagogico (582).

Plasmata infatti la volontà nel modo suindicato, e mediante la precedente necessaria formazione del cuore e della coscienza morale, l’animo è ormai pronto ad emettere atti umani completi e perfetti. Questi atti, se ripetuti, come ognuno sa ed è comunemente insegnato dagli psicologi, a poco a poco formano gli abiti, e questi, nel loro complesso organico, il carattere.

 Il carattere è così la risultanza degli atti buoni o cattivi divenuti abitudini o abiti. Dagli abiti buoni, ossia dalle virtù, nasce il vero carattere, il carattere buono ed onesto. E qui giova ricordare che, nel pensiero di Don Bosco, ciò che deve contribuire efficacemente alla formazione del carattere è la ragione e la Religione, con l’insieme delle virtù naturali e soprannaturali, teologali e morali, che sono come i cardini e il fondamento di tutta la vita morale.

 Mediante la grazia l’uomo viene elevato al piano soprannaturale, e gli vengono infuse le virtù teologali della Fede, della Speranza e della Carità, che, collocandolo in diretto contatto con Dio e facendolo vivere della stessa vita divina, costituiscono, per la formazione del carattere, ciò che si può immaginare di più efficace e di forte, irrobustito per di più dai doni dello Spirito Santo.

 Il carattere quindi lo si può con ragione considerare come la virtù che, giunta al suo pieno vigore, garantisce una vita feconda di bene.

 L’educatore perciò può essere già legittima- mente sodisfatto quando sia riuscito a formare il carattere del suo educando.

6. Formazione della personalità.

 Chi però studi più profondamente l’essere umano, specialmente sotto il punto di vista morale e fattivo, dovrà persuadersi che, per ciascuno, vi è un’ultima tappa da raggiungere: essa consiste precisamente nella personalità vera e propria.

 La personalità è la stessa persona* umana che, orientatasi verso il suo Ultimo Fine, percorre decisamente quella strada che costituisce la sua vocazione, dominando e regolando tutte le sue azioni verso l’ideale della propria vita.

 Il suo raggiungimento presenta agli educatori alcuni problemi di grande importanza.

 Anzitutto, come vedremo più ampiamente, occorre aiutare il giovane nell’orientare la vita verso quell’ideale prossimo e remoto che raccolga e indirizzi tutte le sue attività verso un determinato fine; e poi bisogna coadiuvarlo nell’organizzare totalmente la propria vita a servizio e in funzione di quel medesimo ideale.

 Don Bosco curava da pari suo la formazione della personalità nei suoi educandi, cercando di risolvere i problemi stessi della personalità nella cornice della vita di ciascuno. In tal modo egli seppe schiudere davanti agli occhi della loro mente gli orizzonti luminosi di una vita orientata verso Dio nell’adempimento del proprio dovere, e posta tutta quanta al suo santo servizio col conoscerlo, amarlo e servirlo in questo mondo per partecipare poi della sua ineffabile felicità nell’altro.

 Il Santo col suo esempio inculcava quell’armonia e coerenza di sentimenti e di azioni, che corrisponde alla franca professione di vita cristiana: la qual professione avrebbe poi dovuto contraddistinguere tutta l’esistenza di ciascuno nella via liberamente prescelta.

 Si direbbe che egli avrebbe voluto che ogni suo Ex-Allievo avesse potuto ripetere, ciascuno nella propria sfera sociale, quanto egli con santa fierezza disse un giorno al Ministro Ricàsoli, a Firenze, prima di sedersi a intavolare con lui importanti trattattive: « Eccellenza, sappia che Don Bosco è prete all’altare, prete in confessionale, prete in mezzo ai suoi giovani, e come è prete in Torino, così è prete a Firenze, prete nella casa del povero, prete nel palazzo del Re e dei Ministri! » (583).

 Animato da così nobili e robusti sentimenti, egli voleva che i suoi giovani vivessero una vita armonicamente e profondamente cristiana, anche per servire di esempio e di stimolo a tutti.

 E così, quale esimio coltivatore delle anime, dopo aver messo ogni cura nella conveniente pre- perazione del terreno, nel gettare nei solchi il buon seme e nel curare con frequenti sarchiature le pianticelle a misura che crescevano, le seguiva con cure ininterrotte sino al loro completo sviluppo. In tal modo egli assicurava un’abbondante fioritura e un copioso raccolto.

Capitolo VI.L’EDUCAZIONE RELIGIOSA

 Quale sia la funzione della religione negli ambienti educativi appare dalle seguenti parole del Servo di Dio Don Michele Rua, primo Successore di Don Bosco, rivolte ai. padri e alle madri eli famiglia: «L’educazione non è altro che la continuazione dell’opera del Creatore nel fanciullo: essa deve prendere questa giovane creatura e guidarla al suo fine supremo. È necessario quindi che la Religione tutto signoreggi nella scuola e nell’istituto: l’insegnamento, la disciplina, la stessa ricreazione. La Religione non dev’essere uno studio od un esercizio, a cui sia solo assègna- to il suo tempo e la sua ora; è una fede, una legge, che deve farsi sentire costantemente e dovunque, ed esercitare la sua azione naturale sulla intera formazione. Finché non si sarà dato a Dio il suo posto di sovrano nella educazione, nulla si potrà sperare di buono da essa. A questo solo patto, la scuola, l’istituto raggiungeranno il nobile e sublimissimo scopo di veramente e sodamente educare i giovanetti » (584).

 La cosa appare evidente, quando si pensi che soltanto la Religione cristiana è in grado di fornire i mezzi necessari al raggiungimento dell’Ultimo Fine: la Divina Rivelazione, attraverso il magistero infallibile della Chiesa Cattolica, fa conoscere all’educando tutto quello che deve fare o evitare per conseguire la vita eterna; mentre i Sacramenti e l’orazione gli conferiscono la grazia di osservare tutta quanta la legge di Dio e di perfezionare in se stesso la vita divina, che, rendendolo figlio di Dio, ed elevando ogni sua azione al piano soprannaturale, lo conduce effettivamente all’acquisto del Paradiso.

1. Valore educativo della Religione nel pensiero di Don Bosco.

 Don Bosco era profondamente convinto del- l’importanza e necessità della Religione ai fini educativi, al punto da farne un perno del suo Sistema educativo insieme alla ragione e all’amorevolezza (Regolam., 89). Anzi, « la sola Religione — egli diceva —- è capace di compiere la grande opera di una vera educazione » (585). Nelle sapienti pagine che trattano del Sistema Preventivo lasciò scritto: « Ragione e Religione sono gli strumenti di cui deve costantemente far uso l’educatore, insegnarli, egli stesso praticarli, se vuol essere obbedito ed ottenere il suo fine » (Regolarti., 90.)

 Quest’idea voleva che fosse ben radicata nel- l’animo degli educatori della gioventù: « La malattia che guasta il mondo — asseriva — è l’immoralità, l’incredulità e il materialismo che cerca di infiltrarsi nel cuore dei giovani. Per porre un argine a tanto male è necessario avvicinarli, coltivarli, e dar loro un’educazione veramente religiosa» (586). Fissava pertanto con queste parole il compito dell’educatore: « Poiché l’educazione deve sviluppare nel giovane la passione per il bene e l’odio al male, è compito dell’educazione fargli comprendere l’uno e l’altro come effetto della corrispondenza o della mancanza di conformità alla volontà di Dio: dimodoché bene voglia dire obbedire a Dio e male disobbedire a Lui, riassumendo così tutta la direzione morale pratica nell´unico principio di un Dio da amarsi al di sopra di tutte le cose e in tutte le cose; e tutte le cose, secondo Lui, in Lui e per Lui » (587).

 Si sforzava pure di far capire che, se l’educando ama, rispetta e obbedisce a Dio in tutte le cose, altettanto farà con l’educatore che gli parla in nome di Dio. Altro vantaggio infine che il Santo faceva notare era questo: nella pratica della Religione l’educatore stesso trova quel complesso di grazie, di aiuti e di benedizioni che renderanno maggiormente efficace il suo lavoro educativo (588).

 Dell’importanza della Religione Don Bosco voleva fossero compresi anche tutti gli alunni studenti e artigiani. « Si richiami sovente — egli dice — agli alunni il pensiero di Dio e del dovere, e si persuadano che la bontà dei costumi e la pratica della religione è propria e necessaria ad ogni condizione di persone » (589).

 « Vi rimanga altamente radicato nell’animo — scriveva a chiusura della sua Storia d’Italia — il pensiero che la Religione fu in ogni tempo reputata il sostegno dell’umana società e delle famiglie, e che, dove non vi è Religione, non Vi è che immoralità e disordine » (590).

 « Non si tolleri assolutamente — insisteva — ciò che reca sfregio alle cose di Religione e di pietà» (591). Verso coloro che offendevano la Religione Don Bosco era rigoroso come verso i ladri e gli scandalosi.

 Parlando il 25 luglio 1880 ad un gruppo di Ex-Allievi, tornava a inculcare quello che essi avevano da lui ascoltato negli anni della loro giovinezza: «Dovunque vi troviate, mostratevi sempre buoni cristiani e uomini probi. Amate, rispettate, praticate la nostra santa Religione: quella Religione, con la quale io vi ho educati e preservati dai pericoli e dai guasti del mondo; quella Religione, che ci consola nelle pene della vita, ci conforta nelle angustie della morte, ci schiude le porte di una felicità senza confini » (592).

 Concludendo, possiamo dire che tutta la fiducia che il Santo Educatore aveva nell’opera della formazione della gioventù e nella efficacia della missione educativa, si basava sopra la Religione, come risulta da queste sue dichiarazioni: «Le parole del Santo Evangelo: Ut filios Dei qui erant dispersi congregaret in unum (593) che ci fanno conoscere essere il Divin Salvatore venuto dal cielo in terra per radunare insieme tutti i figliuoli di Dio, dispersi nelle varie parti della terra, parali che si possono letteralmente applicare alla gioventù dei nostri giorni. Questa porzione, la più delicata e la più preziosa della umana società, su cui si fondano le speranze di un felice avvenire, non è di per se stessa di indole perversa. Tolta la trascuratezza dei genitori, l’ozio, rincontro dei cattivi compagni, specialmente nei giorni festivi, riesce facilissima cosa insinuare nei teneri cuori i princìpi di ordine, di buon costume, di rispetto, di religione; perchè se accade talvolta che già siano guasti in quella età, lo sono piuttosto per inconsideratezza che per malizia consumata. Questi giovani hanno veramente bisogno di una mano benefica che prenda cura di loro, li coltivi quindi alla virtù, li allontani dal vizio. La difficoltà consiste nel trovar modo di radunarli, loro poter parlare, moralizzarli. Fu questa la missione del Figliuolo di Dio: questo può solamente fare la sua santa Religione. Ma questa Religione, che è eterna ed è immutabile in sè, che fu e sarà mai sempre in ogni tempo la maestra degli uomini, contiene una legge così perfetta, che sa piegarsi alle vicende dei tempi e adattarsi all’indole diversa di tutti gli uomini» (594).

2. Istruzione religiosa.

 Prima e indispensabile base dell’educazione religiosa è una soda istruzione religiosa. A questa Don Bosco dava una tale importanza, che incominciò l’Opera degli Oratori Festivi con io « scopo primario » d’istruire i giovani nel catechismo. L’istruzione religiosa perciò, nel suo pensiero, costituisce il centro di tutte le attività salesiane.

 Profondo conoscitore della Storia della Chiesa. Don Bosco sapeva che gran parte delle eresie erano sorte perchè si ignoravano le formule tradizionali destinate ad esprimere con esattezza le verità della Fede. Perciò insisteva perché il catechismo fosse bene spiegato e ben capito e altresì perché le formule fossero imparate bene a memoria. Per lui, la necessità di mandare a mente il catechismo era fondata su una costatazione di fatto. Quando il fanciullo ha imparato a memoria le formule per lo più risponde con precisione anche a senso; viceversa, se ha trascurato di fare questo sforzo, difficilmente risponde con esattezza, frequentemente cade in errore e ben presto confonde o dimentica le nozioni apprese.

Per meglio assicurarsi che questo studio non venisse trascurato si faceva dare sovente dai maestri i registri e le decurie settimanali e mensili, sulle quali era riportato il volto di catechismo meritato da ciascun giovane.(595)

Convinto della grande importanza della Religione, voleva che essa avesse un vero primato di onore.

Perciò faceva si che l’insegnamento catechistico fosse circondato di grande stima(596). Esigeva che, per essere promossi in catechismo, gli alunni non ottenessero meno di otto decimi. E siccome l’esame di cultura religiosa doveva darsi alcuni giorni prima degli esami delle materie letterarie e scientifiche, dispose che chi non fosse approvato dovesse ripetere quell’esame prima di dare gli altri.

 Anche nel distribuire i premi, non voleva che la Religione fosse in certo modo equiparata con le altre materie; ma stabiliva, per coloro che l’avessero meritato, un premio speciale; e proibiva di dare il premio a chi si fosse distinto in altre materie, ma non nella Religione (597).

 Speciale entusiasmo suscitò fra gli artigiani, nel 1876, una riuscitissima Accademia Catechistica (598). I Regolamenti fissarono poi la tradizione salesiana delle gare catechistiche e di apologetica, da tenersi ogni anno sia negli Istituti che negli Oratori Festivi (Regolam., 130 e 386).

 Su quest’importante materia vi sarebbe ancora molto da dire, ma rimandiamo chi voglia espressamente occuparsene alla nostra trattazione dal titolo Oratorio Festivo, Catechismo, Formazione religiosa (599).

 Aggiungeremo solo che Don Bosco voleva che ai giovani più avanzati negli studi fosse data una più soda istruzione religiosa, conforme al loro sviluppo intellettuale e culturale, affinchè non accadesse che, mentre facevano grandi progressi nelle scienze profane, restassero terra terra in fatto di religione, con grave pericolo di naufragare in seguito nella fede.

 Quanto gli stesse a cuore che i giovani conoscessero i fondamenti razionali della nostra fede, lo dimostra il trattatello apologetico Fondamenti della Santa Religione da lui composto e inserito addirittura nel manuale delle pratiche di pietà 11 Giovane Provveduto: il che — sia detto di passaggio — vale tutto un poema a onore della pietà soda e illuminata inculcata dal Santo Educatore. Lo spiegare detto trattatello nelle classi superiori (Regolam., 131) è un punto importante delle nostre tradizioni circa l´istruzione religiosa.

 In questi tempi in cui purtroppo la religione, non soltanto la si vuole ignorata, ma disprezzata e calpestata, ogni figlio di Don Bosco deve sentire il dovere di arginare con tutte le sue forze l’onda pestifera di un materialismo rinnegatore i del soprannaturale e corruttore specialmente della gioventù, ricordando il monito che il nostro buon Padre ricevette dall’Alto per sè e per tutta la Famiglia Salesiana: « Catechizzate i fanciulli! » (600).

 L’istituzione della Libreria della Dottrina Cristiana nel centenario del primo catechismo fatto l’S dicembre 1841 da Don Bosco al giovanetto Bartolomeo Garelli, — Libreria che in pochi anni svolse già un’azione feconda, diretta dal corrispondente Centro Catechistico Salesiano — non ha avuto e non ha altro scopo all’infuori di que366

 sto: promuovere lo studio e la pratica della Religione, alla luce delle tradizioni e delle norme pedagogiche cattoliche e salesiane.

3. Religione e Pietà.

 La Religione, nel pensiero di Don Bosco, dev’essere insegnata, non come semplice teoria, ma soprattutto come pratica doverosa per tutti.

 Parlando con Don Cerruti biasimava « coloro che nell’insegnare riducono la Religione a puro sentimento. — Tu ricordati bene — soggiungeva — che una delle mancanze della pedagogia moderna è quella di non volere che nell’educazione si parli delle massime eterne, e soprattutto della morte e dell’inferno » (601).

 Una religione a base puramente sentimentale non può mettere un freno alle passioni. Don Bosco è convinto che regolare la vita del giovane, indirizzarne i passi verso le vette della perfezione, non è opera del sentimento, troppo incostante e soggetto ai preponderanti influssi dell’ambiente, bensì della volontà avvalorata dalla Grazia. Non è pago di una religione che restringe i suoi compiti a esteriorità passeggere e che, pascendosi di forme appariscenti, snatura il carattere giovanile con le viltà della ipocrisia. La Religione per lui dev’essere una palestra spirituale: una santa ginnastica, che pieghi i cuori al rispetto e all’amore di Dio e del prossimo, nonché all’esatto adempimento dei propri doveri.

 Per Don Bosco pertanto la Religione non è una cosa astratta. Come la virtù, essa per lui non è solo luce, ma soprattutto forza. Egli desidera nei suoi educandi una Religione vigorosamente attuata e costantemente vissuta: non si appaga di fiori, esige frutti. Ma v’è di più.

 Pervaso dallo spirito di San Francesco di Sales, vuole, come estrinsecazione pratica della Religione, la pietà e la divozione dolce e amabile.

 Purtroppo non erano mancati ai tempi del nostro Padre i seguaci della pietà giansenistica, imbronciata, rigorista, inesorabilmente distanziata dall’uomo, addirittura scoraggiante e irraggiungibile. Ci sembra oggi strano, ma è purtroppo vero che, con idee chimeriche diametralmente opposte all’essenza dello spirito cristiano, si pretendeva avviare al cielo le anime, rendendone loro inaccessibili le vie. E se ne allontanava specialmente la gioventù, la quale, priva dei carismi e dei conforti divini, anziché fissare lo sguardo nelle perfezioni del Padre Celeste che dovevano essere la mèta eccelsa di filiale imitazione, se ne ritraeva sbigottita, piombando nel fatalismo e financo nella disperazione.

 Non è questa la pietà che deve ricostruire sulle rovine della nostra natura ferita: e meno ancora è la pietà dei grandi plasmatori d’anime, quali San Francesco di Sales e San Giovanni Bosco.           ´

 È canone ammesso da tutti gli educatori e psicologi che, nel mondo della natura come in quello della Grazia, si è più portati a cercare, ad abbracciare, a praticare ciò che riesce gradito e dilettevole. E Don Bosco si adoperò in mille modi perchè tutto contribuisse a render soave ed attraente la pietà dei giovani verso il loro Padre che sta nei cieli: quella pietà, che era appunto destinata a fornir loro le ali potenti che dovevano innalzarli fino a Dio. Alla scuola del Santo, la pietà divenne conversazione con Dio ed elevazione fiduciosa del cuore dei figli, che riversano le loro suppliche nel cuore del Padre: divenne come il respiro dell’anima che vive di Dio, come dell’aria vive l’uccello e dell’acqua il pesce.

 E poiché nell’educazione la molla dell’esempio è di una efficacia irresistibile, Don Bosco inculca, esorta, scongiura che quanti lavorano tra i giovani concorrano ad alimentare la fiamma della pietà nei cuori. « Il Direttore — scrive — deve precedere gli altri nella Pietà... egli dev’essere come un padre in mezzo ai propri figli ed adoperarsi in ogni maniera possibile per insinuare nei giovani cuori l’amore di Dio, il rispetto delle cose sacre, la frequenza ai Sacramenti, filiale divozione a Maria Santissima, e tutto ciò che costituisce la vera Pietà » (602).

 Chi legga attentamente il suo primo Regolamento si persuaderà facilmente come tutti gli articoli, che determinano le mansioni del Direttore e dei suoi collaboratori nonché il lavoro da compiere, sono indirizzati a fomentare la Pietà, rendendoli, per mezzo di essa, sapienti plasmatori di anime.

 Scultoria e decisiva è, a questo riguardo, la testimonianza di Don Bonetti che una delle massime più fedelmente praticate e inculcate da Don Bosco ai suoi collaboratori era: «Far passare Iddio nel cuore dei giovani, non solo per la por- 4a della Chiesa, ma anche della scuola o dell’officina » (603).

4. Il santo timor di Dio.

 Dalla pietà Don Bosco non voleva mai disgiunto il timor di Dio. « Questo timore — dice il biografo — ispirato dalle parole di Don Bosco, era guida e freno alla condotta dei giovani, e li addestrava a robusta virtù» (604).

 Nel Regolamento per gli Allievi (Capo III, Della Pietà) si leggono i seguenti articoli:

 « 1° Ricordatevi, o giovani, che noi siamo creati per amare e servire Dio nostro Creatore, e che nulla ci gioverebbe tutta la scienza e tutte le ricchezze del mondo senza timor di Dio. Da questo santo timore dipende ogni nostro bene, temporale ed eterno.

 2° A mantenerci nel timor di Dio gioveranno l’orazione, i Santi Sacramenti e la parola di Dio ».

 « Credete pure —- esortava il Santo — che se anche foste sani e robusti, ma non fosse ben radicato nel vostro cuore il santo timor di Dio, non potreste far nulla. E ritenete invece che, coll’aiuto del Signore, potrete far tutto » (605). E a un giovane scriveva: « Studia per diventare molto ricco, ma ricco di virtù, perchè la più grande ricchezza è il santo timor di Dio» (606).

 Ma non si pensi che, inculcando il timor di Dio, Don Bosco rendesse in certo modo Iddio meno caro ed amabile ai suoi giovani. Timor di Dio per lui significava vivere alla presenza del Signore, e, considerandone Tinfinita Bontà, evitare tutto ciò che potesse clispiacerGli: insomma il timor di Dio doveva servire ad eccitare nell’educando la docilità e la buona condotta (607).

 Anzi, formato alla scuola di San Francesco di Sales, egli voleva che l’educazione cristiana, per corrispondere adeguatamente al suo scopo, evitasse di ispirare al fanciullo il timore esagerato di Dio. « Questo Dio di bontà — diceva — troppo spesso viene dipinto come uno spauracchio atto a intimidire, mentre il cuore dei fanciulli si allontana facilmente da tutto ciò che li mette in soggezione. È l’amore di Dio che diminuisce la soggezione e la diffidenza, e che, al posto di essa, fa nascere l’espansione fiduciosa e l’abbandono giocondo e filiale.

 « Si deve dimostrare ai fanciulli che Dio per noi è il padre più buono e generoso. Noi dobbiamo al Suo Amore ogni cosa: l’esistenza, i genitori, tutto ciò che noi amiamo. Egli solo ci conserva tutti questi beni, e la Sua Bontà lo sospinge a darcene sempre di più, e, in compenso, altro non chiede da noi che l’amore e le prove della nostra riconoscenza. Per questo noi dobbiamo obbedire a quelli che Egli ci ha messi accanto per comandarci in suo nome, e ringraziarlo con tutto il cuore e parlargli con confidenza di quanto ci preoccupa e chiedergli quanto desideriamo senza timore di riceverne un rifiuto. Egli può far tutto ciò che vuole; Gli basta volere; e ha promesso d’esaudirci. E, se per caso noi gli chiediamo cosa che possa farci del male, Egli stesso ha cura di cambiarcela con un’altra che sia vantaggiosa.

 « Nella sua grandezza infinita Egli non aveva alcun bisogno di noi; era perfettamente felice prima che noi fossimo; eppure ha voluto crearci per avere il piacere di amarci e d’essere amato da noi. Non aborre che una cosa: la disobbedienza! Questo solo Gli impedirebbe d’amarci e lo obbligherebbe a punirci per il nostro bene. Di più: è tanto buono che, se talora manchiamo, si affretta a perdonarci quando confessiamo la nostra colpa e Gli mostriamo sincero pentimento e dolore d’averlo disgustato.

 « E nessuna delle nostre azioni può sfuggire a Lui, perchè Egli è dappertutto e vede tutto, anche i pensieri più segreti. Ha sempre gli occhi fìssi sopra di noi, non per coglierci in fallo e punirci, il che fa sempre a malincuore, ma per amarci e incoraggiarci con la sua presenza a far il possibile per esserGli più graditi e per soccorrerci quando occorra. Vuoi anche aiutarci internamente a fare il nostro dovere, traendoci quasi per mano. Per questo ha voluto fissare la sua dimora nel centro dell’anima nostra, per rallegrarci, consolarci, darci forza e luce a ben comportarci, e calore per amare tutto ciò che dobbiamo amare.

 « Per dimorare con noi, che lo abbiamo offeso, questo Dio di amore volle farsi uomo come noi e morire per noi tra i più crudeli tormenti. In questo modo Egli stesso ha soddisfatto per noi e ci ha meritato di andare un giorno accanto a Lui in Paradiso, dove lo vedremo e lo conosceremo perfettamente senza timore di perderlo mai più. Là ci intratterremo familiarmente con Lui, e tutta la nostra felicità sarà nellamarlo e nel comprendere quanto sia degno di essere amato e quanto Egli ci ami » (608).

5. Le pratiche religiose.

 È fuori d’ogni dubbio, come d’altronde risulta dalle Memorie Biografiche del nostro Padre, che la base di tutta l´educazione ch’egli impartiva ai giovani era la pietà (609). Nel novembre 1878 Don Bosco aveva avuto un incontro con Mons. Ferrè, Vescovo di Casale. Quest’insigne Prelato, uomo dotto e profondo osservatore, volendo spiegare il motivo per cui la Congregazione si estendeva tanto e le Case Salesiane progredivano così bene, espresse in presenza di ragguardevoli personaggi che tutto ciò si doveva a due grandi segreti, che erano la chiave di tutto il bene operato dai Salesiani: la pietà e il lavoro.

 Riguardo alla pietà così si esprimeva: « (Don Bosco) imbeve talmente i giovani delle pratiche di pietà che, quasi direi, li inebria. L’atmosfera stessa che li circonda, l’aria che respirano è* impregnata di pratiche religiose. I giovani, così impressionati, non osano quasi più, anche volendo, fare il male: non hanno mezzi di farlo; devono assolutamente muovere contro la corrente per divenir cattivi; trascurando le pratiche di pietà, si. troverebbero come pesci fuor d’acqua. Questo è che rende i giovani così docili, che li fa operare per convinzione e per coscienza. Le cose vanno bene per forza irresistibile ».

 Don Bosco fece alle parole del dotto Prelato questo commento: « Quanto alle pratiche di pietà, si cerca di non opprimere i giovani, anzi di non istancarli mai; si fa che esse siano come l’aria, la quale non opprime, non istanca mai, sebbene noi ne portiamo sulle spalle una colonna pesantissima: la ragione è che interamente ci circonda, interamente ci investe, dentro e fuori »                (610).

 «La pietà — scrive Don LemoV ne — non s’imponeva, ma le si dava quotidiano alimento nella comune preghiera, nella Santa Messa, nella frequente Confessione e Comunione, negli acconci sermoncini d’ogni sera prima del riposo » (611).

 Ai Direttori riuniti diceva Don Bosco il 17 gennaio 1876: « Il punto principale attorno a cui deve versare la nostra obbedienza si è intorno alle pratiche di pietà, le quali sono come il cibo, il sostegno, il balsamo della stessa virtù. L’obbedienza, specialmente per le pratiche di pietà, è la chiave maestra dell’edificio della nostra Congregazione, è quella che la sosterrà» (612).

 Raccomandava al tempo stesso che si avesse; somma cura di non sovraccaricare i giovani con pratiche devote (613). A chi gli fece l’appunto di trattenere i giovanetti in eccessive orazioni, rispose: « Io non esigo di più di quanto si fa da ogni buon cristiano, ma procuro che queste preghiere siano fatte bene» (614).

 Consigliava inoltre, specialmente in certe circostanze in cui i nemici da tutto prendevano argomento per combattere la Chiesa, somma prudenza e discrezione: «Dobbiamo cercare d’imprimere, per quanto è possibile, la Religione nel cuore di tutti, e d’imprimerla più profondamente che si possa: ma con il meno di esteriorità che sia possibile. E, sebbene nelle cose necessarie a farsi non bisogna guardare in faccia a nessuno, tuttavia, nelle cose non necessarie, conviene evitare qualunque manifestazione che ci metta troppo in vista per quel che siamo » (615).

 E a Don Bonetti, Direttore di Mirabello Monferrato, scriveva nel 1868: « Ho giudicato bene di togliere tutte quelle cose che possono dare pretesto di accusarci che noi spingiamo le pratiche di pietà troppo avanti » (616).

 Riguardo poi alle preghiere, voleva che si recitassero in comune e ad alta voce: « I ragazzi — egli dice — sono così fatti che, se non pregano ad alta voce cogli altri, lasciati a sè, non direbbero più le preghiere nè vocalmente nè mentalmente. Quindi, posto anche che le dicessero solo materialmente, anche distratti, mentre sono occupati a pronunziare le parole, non possono parlare coi compagni; e le stesse parole che dicono anche solo materialmente, servono a tener lontano da loro il demonio » (617).

 Desiderava inoltre che le preghiere si recitassero senza alzare troppo la voce e posatamente, non con precipitazione: come chi sa di parlare al Padre che sta nei cieli e a Gesù, Amico dolcissimo dell’anima.

 Per questo scriveva ai giovani dell’Oratorio il 23 luglio 1861 : « Havvi una cosa di grande importanza da rimediare, ed è il modo troppo accelerato con cui tra di voi si recitano le comuni preghiere. Se volete fare a me cosa ´ graditissima e nello stesso tempo piacevole al Signore ed utile alle anime vostre, studiate di essere regolati nel pregare, distaccando una dall’altra le parole e pronunciando compiute le consonanti e le sillabe, che le parole compongono » (618).

 Per aiutare i giovani a compiere le loro pratiche religiose con piacere e con frutto, indicava i mezzi che servono a renderle amabili e care: decoro della chiesa o cappella, grandiosità di esecuzioni musicali, splendore del culto, varietà di funzioni, esattezza nelle cerimonie, silenzio raccolto e via dicendo (619). Allo stesso scopo esigeva il silenzio perfetto, detto anzi « silenzio sacro », dalla sera dopo le orazioni sino al mattino dopo la Santa Messa. « Questo silenzio repu- tavalo di somma necessità perchè gli animi, non divagati, potessero conseguire tutto il frutto della preghiera » (620).

 Come si vede, Don Bosco non voleva una pietà faticosa, sostenuta da teorie e da pratiche complicate, ma una pietà assai facile, alimentata da esercizi semplici, ordinari, indispensabili, e per ciò stesso più graditi e fruttuosi.

 Una volta, in tema di purezza, si espresse al riguardo con le seguenti parole: « Forse taluno potrà dire che simili pratiche di pietà sono troppo ordinarie. Ma io osservo che, siccome lo splendore della virtù di cui parliamo può oscurarsi e perdersi ad ogni piccolo soffio di tentazione, così qualunque più piccola cosa che contribuisca a conservarla, deve tenersi in gran pregio. Per questo io consiglierei di caldamente invigilare che siano proposte cose facili, che non ispaventino e neppure stanchino il fedele cristiano, massime poi la gioventù. I digiuni, le preghiere prolungate e simili rigide austerità per lo più si omettono o si praticano con pena e rilassatezza. Teniamoci alle cose facili, ma si facciano con perseveranza » (621).

 Passiamo ora a esaminare brevemente quali siano le pratiche di pietà inculcate di preferenza ai giovani dall’esimio Educatore.

a) I SANTI SACRAMENTI.

 Per Don Bosco i Sacramenti erano l´ossatura principale della pietà e la chiave di volta di tutto l’edifìcio spirituale. Fu veramente eccezionale l’importanza formativa da lui data ai santi Sacramenti. Si resta sorpresi e ammirati considerando gli sforzi diuturni del Santo per infondere nel cuore dei suoi giovanetti la divozione alla Santissima Eucaristia, per cui l’educando vive di Gesù e si trasforma in Lui. L’Eucaristia veniva così a costituire il centro e l’essenza della divozione che egli inculcava verso Nostro Signore.

 Nel Sistema Preventivo il Santo scrisse: « La frequente Confessione, la frequente Comunione, la Messa quotidiana, sono le colonne che devon reggere un edifìcio educativo, da cui si vuole tener lontane la minaccia e la sferza » (Regolarti., 94). Ed altrove: « Ricordatevi che il primo metodo per educar bene è il far buone Confessioni e buone Comunioni » (622).

 Don Bosco si era persuaso, dal suo lungo lavoro in mezzo ai giovani, che ben poco sarebbe riuscito a fare qualora gli fosse venuto meno l’aiu379

 to del tutto straordinario dei santi Sacramenti. Ma dove riteneva assolutamente indispensabile la forza al tutto divina dei medesimi, era nel conseguimento della moralità (623).

 Nella Vita di Francesco Besucco scrisse queste forti parole: «Dicasi pure quanto si vuole intorno ai vari sistemi di educazione, ma io non trovo alcuna base sicura se non nella frequenza della Confessione e della Comunione, e credo di non dir troppo asserendo che, omessi questi due elementi, la moralità resta bandita » (624).

 E nella Vita di Domenico Savio: «Egli è comprovato dalla esperienza che i più validi sostegni della gioventù sono i Sacramenti della Confessione e della Comunione. Datemi un giovanetto che frequenti questi Sacramenti: voi lo vedrete crescere nella giovanile, giungere alla virile età e arrivare, se così piace a Dio, fino alla più tarda vecchiaia, con una condotta che è l’esempio di tutti quelli che lo conoscono. Questa massima la comprendano i giovanetti per praticarla; la comprendano tutti quelli che si occupano della educazione dei medesimi, per insinuarla » (625).

 D’altronde per esperienza egli considerava la pietà e i Sacramenti come mezzi efficacissimi pel mantenimento della disciplina. Nel 1875 alcuni signori, trasecolati allo spettacolo di tantigiovani nello studio silenziosi e attenti ai loro doveri, dissero a Don Bosco che li accompagnava:

 — Per mantenere così la disciplina ci vorrà un bel numero di assistenti !

 — Osservino: ve n’è uno solo.

 — Ma allora chissà che rigore si userà!

 — Oh, no, non ci sono rigori.

 — Ma, che cosa c’è allora?

 — Vedano: ciò che rende questi giovani buoni e studiosi non è il timore dei castighi, ma il timore di Dio e la frequenza dei santi Sacramenti. Ecco ciò che fa fare miracoli alla gioventù » (626).

 Attestava il Canonico Ballesio: « Il freno al male, l’eccitamento al bene, la giocondità e la soddisfazione nostra, l’ordine nella Casa, la nostra riuscita nello studio e nel lavoro, tutto nasceva dalla pietà razionale, intima e fervorosa, che il servo di Dio sapeva infonderci col suo esempio, colle prediche, colla frequenza ai Sacramenti, a quei tempi cosa quasi nuova fra i giovani » (627).

 E infatti Don Bosco non si stancava di ripetere: « Ritenete, giovani miei, che i due sostegni più forti a reggervi e camminare per la strada del Cielo sono i Sacramenti della Confessione e Comunione. Perciò riguardate come gran nemico dell’anima vostra chiunque cerca di allontanarvi da queste due pratiche di nostra santa Religione » (628). Procurava che tali pratiche fossero veramente ben fatte (629).

 « La sola frequenza ai Sacramenti — disse un giorno a Don Barberis — non è indizio di bontà. Vi sono di quelli che, sebbene non facciano sacrilegi, vanno però con molta tiepidezza a ricevere la Comunione; anzi, la loro mollezza non lascia loro capire tutta l’importanza del Sacramento a cui si accostano. Chi non va alla Comunione col cuore vuoto di affetti mondani e non si getta generosamente nelle braccia di Gesù, non ottiene i frutti che si sa teologicamente essere effetto della Santa Comunione » (630).

 Promuoveva la frequenza ai Sacramenti, anche a scopo di edificazione: « Ciascuno procuri di dare buon esempio ai compagni, particolarmente nella frequenza ai Sacramenti » (631).

 E, nel primo Regolamento dell’Oratorio Festivo, insisteva: « Si raccomanda a tutti e special- mente ai più adulti di frequentare i Santi Sacramenti nella chiesa dell’Oratorio per dar buon esempio ai compagni; perchè un giovane che si accosti alla Confessione e alla Comunione con vera divozione e raccoglimento, fa talvolta maggior impressione sull’anima altrui, che non farebbe una lunga predica » (632).

 Con questo sistema Don Bosco praticamente mostrava di non voler forzare i giovanetti alla frequenza dei Santi Sacramenti, ma soltanto d’incoraggiarli (633). Ai suoi figli raccomandava di seguire la stessa norma scrivendo nell’Opuscolo sul Sistema Preventivo: « Nei casi di Esercizi Spirituali, tridui, novene, predicazioni, catechismi, si faccia rilevare la bellezza, la grandezza, la santità di quella Religione che propone mezzi così facili, così utili albi civile società, alla tranquillità del cuore, alla salvezza dell’anima, come appunto sono i Sacramenti. In questa guisa i fanciulli restano spontaneamente invogliati a queste pratiche di pietà, vi si accosteranno volentieri, con piacere e con frutto » (Re gol am., 94).

 Egli era di una delicatezza del tutto straordinaria per tutelare la libertà di coscienza degli alunni. « Non s’interroghino mai i giovani — diceva — su cose di coscienza nè si investighi se uno si confessa o no, se va o non va alla Comunione » (634). Tanto meno poi voleva che alcuno si facesse scorgere ad osservare chi andasse o non andasse ai Sacramenti (635). Diceva ancora: « In classe i maestri, rimproverando i negligenti, non accennino mai alla loro frequenza ai santi Sacramenti come in contrasto con la loro condotta» (636). Di questo suo modo di procedere credeva opportuno informare i giovani con questo avviso: « Fra di noi non vi è comando di accostarsi a questi Santi Sacramenti; e ciò per lasciare che ognuno vi si accosti liberamente, per amore e non mai per timore. La qual cosa riuscì molto vantaggiosa, poiché vediamo molti ad intervenirvi ogni quindici od otto giorni, ed alcuni, in mezzo alle loro giornaliere occupazioni, fanno esemplarmente la loro Comunione anche tutti i giorni » (637).

 Così Don Bosco mentre s’industriava a servirsi dei mezzi più acconci alla formazione morale dei suoi alunni, aveva sempre presente, da buon educatore, il pensiero di non intaccarne mai la libertà. Specialmente trattandosi di cose religiose, egli non voleva vi fosse assolutamente neppur l’ombra di un abuso d’autorità da parte dell’educatore nei riguardi dell’educando. A questo fine metteva in pratica uno dei capisaldi di tutto il suo sistema educativo, vale a dire la ragione. Nei suoi libri, nei suoi discorsi, nelle sue esortazioni, e potremmo citarne a centinaia, egli, mentre si sforza di metter nella luce più chiara la ragionevolezza e i vantaggi, per esempio, della Confessione ed i beni che essa arreca alFanima, con non minor impegno fa capire all’allievo che non vi è da parte sua obbligo di sorta, nè da parte dei Superiori veruna imposizione per indurlo alla Confessione.

b) La confessione. I) Sua necessità.

 La prima cosa che Don Bosco richiedeva da un giovanetto nel suo entrare in Collegio era la riforma morale: e si sa che il principio di essa sta in una buona Confessione.

 Egli potevasi ben dire maestro in questa riforma, e da tutti conoscevasi l’efficacia morale dei suoi consigli. Il Teologo Ballesio, parlando della vita intima di Don Bosco, disse: « Amante ed èspansivo, schivava nel suo governo con noi il formalismo artificiale ed il rigorismo che pone come un abisso tra chi comanda e chi obbedisce; ed esercitava l’autorità ispirando rispetto, confidenza e amore. E le anime nostre gli si aprivano con intimo, giocondo e totale abbandono. Tutti volevamo confessarci da lui, che a questa santa, e a un tempo dura fatica, consacrava da sedici a venti ore per settimana, e ciò con tutto il suo da fare, e per tanti anni» (638).

 Moltissimi Ex-Allievi furono uditi attestare: « Egli mi diresse spiritualmente per cinque, otto, dodici anni 0, se attualmente son quello che sono, e per riguardo allumina e alla mia onorevole posizione sociale, devo tutto a lui» (639).

Anche i giovani più adulti lo preferivano ad ogni altro confessore, perchè li trattava con molta carità, parlava loro di Dio, della divina misericordia, della vita eterna, con una unzione che li commoveva; ed aveva pronti certi modi e certe frasi, varie all’infinito, singolari, inaspettate, per far rivivere sodi proponimenti nelle loro anime.

 Eppure, malgrado un sì lungo esercizio e una esperienza non comune, dichiarava quanto numerose e gravi sono le difficoltà per far sì che i giovani si servano bene del Sacramento della Confessione.

 Trovandosi nel 1875 a Sampierdarena in conversazione con Don Albera, dopo esser rimasto alquanto in silenzio, esclamò: « Quanto è difficile far del bene alle anime! Adesso che ho sessant’anni mi accorgo ancora delle difficoltà che si incontrano nel confessare i giovanetti. Eppure Don Bosco qualche lume l’ha ricevuto! » (640).

 Probabilmente si riferiva alla integrità della Confessione, data l’estrema ripugnanza che specialmente i giovani provano a manifestare certe miserie. Di qui tutte le sue industrie per ispirare confidenza nel confessore: « Il confessore è l’amico dell’anima vostra — diceva loro — e perciò vi raccomando di avere in lui piena confidenza. 1 Dite pure al vostro confessore ogni segretezza del cuore, e siate persuasi, che Egli non può rivelare la minima cosa udita in Confessione. Anzi jnon può nemmeno pensarvi sopra » (641). Li esortava alla frequenza del Sacramento, come si legge nel primo Regolamento dell’Oratorio Festivo: « Io consiglio tutti i giovani dell’Oratorio a fare quanto dice il Catechismo della Diocesi, cioè: è bene confessarsi ogni quindici giorni od una volta al mese. San Filippo Neri, quel grande amico della gioventù, consigliava i suoi figli spirituali a confessarsi ogni otto giorni, e a comunicarsi anche più spesso secondo il consiglio del confessore » (642).

 Infine, gli stava molto a cuore la pratica della Confessione generale. Nel 1876 diceva ai Direttori riuniti: « Ora veniamo ad un punto che io credo della massima importanza per far camminare bene i giovani nella via della salute. Purtroppo una lunga esperienza mi ha persuaso esservi bisogno di far fare la confessione generale ai giovani che vengono nei nostri Collegi; o almeno almeno questa confessione essere loro vantaggiosissima » (643).

 2) II confessore stabile e la direzione spirituale.

 L’efficacia della Confessione per i giovani era da Don Bosco particolarmente riposta nella scelta di un confessore stabile e nella confidenza con lui onde essere ben conosciuti e guidati.

Di ciò parlava con frequenza ai suoi figliuoli. Ad esempio, nell’agosto del 1864 diceva loro: « Io son solito di consigliare ai giovani che entrano nuovi nella Casa quello che Pitagora — celebre filosofo italiano dell’antichità — esigeva dai suoi discepoli. Ogni qual volta si presentava a lui qualche nuovo alunno, per ammetterlo alla sua scuola voleva che prima in confidenza gli facesse una minuta dichiarazione, ossia una specie di confessione, delle azioni di tutta la sua vita passata. Notate che egli era un filosofo pagano, il quale però cercava colle molte cognizioni acquistate di rendersi utile al suo simile. Chiedeva adunque tale manifestazione, e ne dava la ragione dicendo: — Perchè, se io non so tutte le azioni che hanno fatte pel passato, non posso consigliare i rimedi che richiede il loro stato, e la moralità dei loro costumi. — Quando un giovane poi era accettato nella sua scuola come allievo, voleva che gli tenesse il cuore aperto in ogni cosa: — Perchè — soggiungeva — se io non conosco il loro interno, mi riesce impossibile far loro il bene che desidero e di cui essi hanno bisogno.

 « Lo stesso io consiglio a voi, miei cari giovani. Alcuni credono che basti aprire intieramente il cuore al Direttore Spirituale per incominciare una vita nuova, e che sia confessione generale quando dicono tutto... È una gran cosa, ma qui non è tutto... Si tratta, non solo di rimediare al passato, ma anche di provvedere all’avvenire con fermi proponimenti... In quanto all’avvenire, per camminare con sicurezza dovete rivelare i vostri difetti abituali, le occasioni nelle quali eravate soliti cadere, le passioni dominanti; stare ai consigli e agli avvisi che vi verranno dati, mettendoli fedelmente in pratica; e poi continuare a tenere aperto il vostro cuore con piena confidenza, esponendo di mano in mano i suoi bisogni, le tentazioni, i pericoli; dimodoché chi vi dirige possa guidarvi con sicurezza» (644).

 Per questo Don Bosco raccomandava ai giovani di avere un confessore stabile. Il confessore, nel- campo soprannaturale, è come il medico nella vita fìsica che è destinato a conservare e, in casi necessari, a guarire l’organismo. Ora è evidente che chi volesse cangiare ad ogni momento il medico commetterebbe un grave errore, perchè non avrebbe mai nessuno che lo conosca bene a fondo e che lo abbia studiato specialmente nel corso di qualche malattia: ciò si avvera anche per il medico dello spirito.

 « Io credo — scrisse Don Bosco — che la più grande fortuna per un giovane sia la scelta di un confessore stabile cui apra il suo cuore; confessore che si prenda cura dell’anima di lui e che, coll’amorevolezza e colla carità, lo incoraggi alla frequenza di questo Sacramento » (645).

 « Si eviti il difetto di alcuni che cangiano confessore quasi ogni volta che vanno a confessarsi, oppure, dovendo confessare cose di maggior rilievo, vanno da un altro, ritornando poscia dal confessore primitivo. Facendo così costoro non fanno alcun peccato, ma non avranno mai una guida sicura che conosca a dovere lo stato di loro coscienza. A costoro accadrebbe quello che ad un ammalato, il quale in ogni visita volesse un medico nuovo. Questo medico difficilmente potrebbe conoscere il male dell’ammalato; quindi sarebbe incerto nel prescrivere gli opportuni rimedi » (646).

3) Efficacia educativa della Confessione.

 Per ben capire l’insistenza di Don Bosco su questo punto è bene soffermarci ora a considerare l’efficacia grande della Confessione in fatto di educazione morale. Il Santo era d’avviso che la Confessione costituisce propriamente il « punto culminante per ottenere la moralità » nella Casa (647). Inoltre diceva di non aver trovato altro mezzo migliore che la Confessione settimanale per allontanare i giovani dal vizio ed avviarli alla virtù (648). E ne dava la ragione: « Chi non ha pace con Dio, non ha pace con sè, non ha pace con gli altri... Se il cuore non ha pace con Dio, rimane angosciato, irrequieto, insofferente di obbedienza, si irrita per nulla, gli sembra che ogni cosa vada a male; e, perchè esso non ha amore, giudica che i Superiori non lo amino » (649).

 « Le anime giovanili, nel periodo della loro formazione, hanno bisogno di sperimentare i benèfici effetti che derivano dalla dolcezza sacerdotale. Vivendo sotto questo influsso sin dalla tenera età, si rammentano poi più tardi della pace goduta dopo le sacramentali assoluzioni, e, qualora si abbandonino agli umani traviamenti, sanno sempre ricorrere per aiuto agli amici della loro infanzia » (650).

 Quei pedagogisti che non professano la Religione cattolica, forse faranno le meraviglie al vedere come da Don Bosco, e dai suoi figli che ne seguono le norme e gli esempi, si dia tanta importanza alla Confessione, come a primo fondamento di riforma e preservazione morale, e come a forza di tutta la missione educativa (651). Ci sia permesso di chiarire questo concetto.

 Nella Confessione settimanale, anche prescindendo dal suo grandissimo valore soprannaturale, troviamo dei fattori educativi di una efficacia eccezionale. La Confessione esige anzitutto, nell’alunno che si prepara a farla, una seria riflessione per esaminare lo stato della sua coscienza, cioè le mancanze, la loro maggiore o minore malizia, il loro numero e altre circostanze: cose tutte da considerarsi attentamente per capire la gravità della colpa commessa, sentirne il dolore e farne una sincera dichiarazione al confessore. Tale riflessione forma il giovane a quella serietà che non è certo una delle caratteristiche della sua vita. L’introspezione, magnificata oggi come un grande ritrovato scientifico, è sempre stata indispensabile per fare una buona Confessione.

 Un secondo aspetto dell’efficacia pedagogica di questo Sacramento si ha nel dolore che l’alunno deve sentire delle sue mancanze. Se egli riconosce di aver offeso Dio, Bontà infinita, dal quale ha ricevuto tanti e così splendidi benefizi, è certo che nel suo cuore nascerà un sentimento di pena, di dolore, per avere cagionato disgusto, e, in certi casi, gravissima ingiuria a Colui che egli avrebbe dovuto amare sopra ogni cosa e fedelmente servire. Ognuno si rende conto di qual forza formativa sia il dolore che fa sbocciare tali sentimenti, radicando nell’animo nobiltà di pensare, di sentire e di agire.

 Un terzo fattore educativo è costituito dalla manifestazione delle colpe al Ministro di Dio. È il caso di dire che chi sa inginocchiarsi generosamente, da peccatore, s’innalza e diventa gran

de, La virtù dell’umiltà, esercitata con siffatte manifestazioni, incide nell’anima e lascia in essa una forza per un non comune profitto spirituale.

 Altrettanto dicasi della sincerità nella mani- — festazione delle proprie mancanze. Tutti sanno quanto sia grande la debolezza dei giovani a questo riguardo: le bugie sono uno dei difetti che .maggiormente si riscontrano in essi. Si direbbe che siano convinti di difendere con esse la naturale loro debolezza. Guai, se questo vizio si radica nei cuori: li snatura. Ora, la Confessione ha anche l’altissimo compito di formare il giovane alla sincerità, procurandogli così un bene di valore inestimabile.

 Un altro vantaggio, esso pure di non dubbia importanza, procura la Confessione al giovane, facendogli capire che non basta conoscere le proprie colpe, sentirne dolore e manifestarle, ma che è necessario fare propositi per l’avvenire, onde correggerle e sradicarle. Ecco perchè Don Bosco raccomandava tanto ai suoi alunni che, andando a confessarsi, pensassero con serietà a formulare propositi di bene per l’avvenire. Chi si è reso conto delle proprie mancanze deve pur comprendere quali possono esserne le cause, quali le occasioni da evitare, quali le virtù da contrapporvi: ed ecco che in tal modo l’alunno viene a trovarsi nelle migliori condizioni per formulare propositi veramente ben ponderati, i quali, se praticati, contribuiranno a renderlo migliore, irrobustendone la volontà e il carattere.

 Vi è un ultimo motivo dal quale l’educatore può formarsi una giusta idea dell’efficacia formativa della Confessione, ed è il dover fare la penitenza imposta dal confessore. L’animo del fanciullo sente naturale ripugnanza per tutto ciò che è penitenza, considerata da lui come castigo. Quando una penitenza gli viene data nella scuola, nello studio e in altri luoghi, egli sente in se stesso quasi un istintivo movimento di ribellione. Non così nella Confessione. Fu lui stesso infatti che ha voluto andare a confessarsi, che ha riconosciuto e manifestato le sue colpe, che ha risoluto di non commetterne più in avvenire: e perciò prova quasi un senso di sollievo compiendo la piccola espiazione che gli viene imposta. In fine, la parola del Sacerdote che gli suggerisce qualche buon consiglio, egli la considera come parola del Rappresentante di Dio, anzi di Dio stesso, dalla cui mano paterna e amorosa riceve con piena sottomissione qualsiasi penitenza, e si dà premura di compierla.

 Non è facile trovare nella vita umana un’azione, la quale presenti un insieme di motivi tanto efficaci per la buona educazione del fanciullo. Queste considerazioni ci fanno capire sempre meglio con quanta ragione Don Bosco inculcasse tanto la pratica di questo Sacramento e raccomandasse che, entrando un giovane nell’Istituto, il Superiore, avutolo a sè, gli facesse capire perchè il Signore ve l’avesse condotto (652), e gli dicesse subito chiaro e senza ambagi, dopo le interrogazioni di uso e qualche barzelletta, ciò che si desiderava pel suo bene, invitandolo a mettere in assetto le cose dell’anima. Ma in tutto voleva che si usasse grande moderazione, adattando gli avvisi alle varie indoli, in modo da non riuscire molesti, ma invece graditi e accetti.

 Ricorderemo infine che la preoccupazione che nulla venisse a turbare la serenità di una pratica spiritualmente e pedagogicamente sì importante, ispirò pure al Santo la norma che nei suoi Istituti non si leggessero mai i voti di condotta al sabato, se in quel pomeriggio si fanno le Confessioni: affinchè il malumore di quelli che ebbero note di negligenza non diminuisse o comecchessia disturbasse le Confessioni stesse (653).

4) Norme ai confessori e agli educatori.

 Gli stavano tanto a cuore le Confessioni ben fatte che non voleva fossero ammessi come Confessori se non sacerdoti conosciuti e ben preparati. Era convinto che per le Confessioni dei giovani ci vogliono abilità, esperienza e risorse speciali. Taluni saranno molto adatti per gli adulti, ma non riescono coi giovani (654). Di ciò era talmente persuaso, che avrebbe voluto scrivere un trattatelo in proposito.

 Nella Vita di Michele Magone inserì questi avvertimenti ai confessori sul modo di confessare i fanciulli:

 « 1) Accogliete con amorevolezza ogni sorta di penitenti, ma specialmente i giovanetti. Aiutateli ad esporre le cose di loro coscienza; insistete che vengano con frequenza a confessarsi. È questo il mezzo più sicuro per tenerli lontani dal peccato. Usate ogni vostra industria affinchè mettano in pratica gli avvisi che loro suggerite per impedire le ricadute. Correggeteli con bontà, ma non sgridateli mai; se voi li sgridate, essi non vengono più a trovarvi oppure tacciono quello per cui avete loro fatto aspro rimprovero.

 2) Quando sarete entrato in confidenza, prudentemente fatevi strada ad indagare se le confessioni della vita passata siano ben fatte. Perocché autori celebri in morale, in ascetica, e di lunga esperienza, e specialmente un’autorevole persona che ha tutte le garanzie della verità, tutti insieme convengono a dire che per lo più le prime confessioni dei giovanetti se non sono nulle, almeno sono difettose, per mancanza d istruzione o per omissione volontaria di cose da confessarsi.

 « Si inviti il giovanetto a ponderare bene lo stato di sua coscienza, particolarmente dai sette sino ai dieci, ai dodici anni. In tale età si ha già cognizione di certe cose che sono grave male, ma di cui si fa poco conto, oppure si ignora il modo di confessarle. Il confessore faccia uso di grande prudenza e di grande riserbatezza, ma non ometta di fare qualche interrogazione intorno alle cose che riguardano la santa virtù della modestia » (655).

 In una memoria scritta pei suoi Salesiani, Don Bosco si esprime così:

 « Quando si è richiesti di ascoltar le confessioni, ciascuno si presenti con animo ilare e non si usi mai sgarbatezza nè mai si dimostri impazienza. I fanciulli si prendano con modi dolci e con grande affabilità. Non mai si strapazzino, nè si facciano le meraviglie per l’ignoranza o per le cose deposte in confessione. Qualora si vedesse necessità in qualcuno di essere istruito, esso sia invitato in tempo e luogo adattato, ma a parte. Le cose che ordinariamente mancano nelle confessioni dei fanciulli sono il dolore dei peccati e il proponimento. Quando manca Luna o l’altra di queste qualità, causa l’ignoranza, si consigli il fanciullo ad istruirsi frequentando il catechismo, o studiando la dottrina stampata se egli è capace di leggere e comprendere quel che legge. Nel dubbio però, se non appare colpa grave, si può loro dare soltanto la benedizione » (656).

 Concluderemo ora con la fervida esortazione inserita dal nostro santo Fondatore e Padre nella Vita di Francesco Besucco: « Se per avventura questo libretto fosse letto da chi è dalla divina Provvidenza destinato all’educazione della gioventù io gli raccomanderei caldamente tre cose nel Signore. Primieramente inculcare con zelo la frequente Confessione, come sostegno della instabile giovanile età, procurando tutti i mezzi che possono agevolare l’assiduità a questo Sacramento. Insistano secondariamente sulla grande utilità della scelta di un Confessore stabile da non cangiarsi senza necessità, ma vi sia copia di Confessori, affinchè ognuno possa scegliere colui che sembri più adatto al bene dell’anima propria. Notino sempre peraltro che chi cangia Confessore non fa alcun male e che è meglio cangiarlo mille volte, piuttosto che tacere alcun peccato in Confessione. Nè manchino mai di ricordare spessissimo il grande segreto della Confessione. Dicano esplicitamente che il Confessore è stretto da un segreto naturale, ecclesiastico, divino e civile, per cui non può per nessun motivo, a costo di qualunque male, fosse anche la morte, manifestare ad alcuno cose udite in Confessione o servirsene per sè; che anzi può nemmeno pensare alle cose udite in questo Sacramento; che il Confessore non fa alcuna meraviglia, nè diminuisce l’affezione per cose comunque gravi udite in Confessione: al contrario acquista credito al penitente. Siccome il medico quando scopre tutta la gravezza del male dell’ammalato gode in cuor suo, perchè può applicarvi l’opportuno rimedio, così fa il Confessore, che è medico dell’anima nostra, e a nome di Dio con l’assoluzione guarisce tutte le piaghe dell’anima. Io sono persuaso che se queste cose saranno raccomandate e a dovere spiegate, si otterranno grandi risultati morali fra i giovanetti, e si conoscerà coi fatti qual meraviglioso elemento di moralità abbia la Cattolica Religione nel Sacramento della Penitenza » (657).

c) La COMUNIONE.

 A volte vien fatta ai figli di Don Bosco questa domanda: — Come mai nell’ambiente di vita di famiglia dei vostri Istituti, e soprattutto senza che generalmente vi serviate di mezzi repressivi, potete ottenere notevoli risultati nell’educazione dei giovani, affezionandoli a voi e all’Istituto in modo tale che essi, anche in seguito, ricordano con piacere la vita passata nei vostri Collegi?

 La ´risposta si può leggere nell opuscolo sul Sistema Preventivo, dove Don Bosco narra la visita di un Ministro Inglese all’Oratorio.

 Il visitatore illustre rimase stupito del silenzio e della disciplina che regnavano nella sala di studio di circa cinquecento giovani, e specialmente all’udire che i Superiori non ricorrevano a mezzi coercitivi. E ne chiese la spiegazione.

 — Signore, — rispose Don Bosco, — il mezzo che si usa tra noi non si può usare tra voi.

 — Perchè?

 — Perchè sono arcani soltanto svelati ai cattolici.

 — Quali?

 — La frequente Confessione e Comunione, e la Messa quotidiana ben ascoltata » (Regolam94, nota).

 Le parole di Don Bosco potrebbero ripeterle oggi la maggior parte dei suoi figli che spendono le loro energie nell’opera educativa della gioventù.

 La Confessione, come abbiamo visto, e soprattutto la Comunione, sono il gran mezzo di cui si servì Don Bosco e si servono tuttora i suoi eredi nell’apostolato per ben educare i giovani. Quando Gesù abbia preso possesso dei cuori giovanili, resta ben poco da fare all’educatore. L’anima del fanciullo che alberga la Divinità acquista tale disposizione e agevolezza a operare il bene, che non è facile immaginare.

 Per questo Don Bosco voleva che i giovanetti fossero ammessi per tempo alla prima Comunione. « Si tenga lontana come la peste — diceva — l’opinione di taluno che vorrebbe differire la prima Comunione ad una età troppo inoltrata, quando per lo più il demonio ha preso possesso del cuore d’un giovanetto, a danno incalcolabile della sua innocenza » (Regolarti., 97).

 Era suo desiderio che fosse Dio stesso nel Sacramento dell’Amore a occupare per primo il cuore di un giovanetto. La pratica seguita da lui, e che si riallaccia alla prassi primitiva della Chiesa, fu solennemente ratificata dal Beato Pio X in data 20 dicembre 1905.

 Si noti anche qui la forza educativa della Comunione. Il ragazzo che vuol ricevere Gesù Sacramentato, anzitutto deve purificare il proprio cuore: e noi abbiamo già visto la forza formativa della Confessione. Egli inoltre, compreso dell’atto che sta per compiere, fin dallo svegliarsi — rivolgendo il suo saluto filiale e il suo omaggio di adorazione a Dio, che lo ha creato e lo conserva, — richiama alla mente la santa Comunione: « Devo ricevere il mio Dio! » Questo pensiero lo muove a osservare una condotta veramente esemplare neH’adempimento di tutti i suoi doveri. Quando poi in chiesa si avvicina l’istante fortunato, egli vi si dispone con atti di fede, di speranza, di amore, di pentimento, di offerta e di proponimento: insomma è tutto un susseguirsi di riflessioni e di affetti utilissimi a rafforzare nel cuore del giovane l’amore a Dio e, di conseguenza, il desiderio di servirlo poi fedelmente durante tutta la giornata.

 Altrettanto dicasi degli atti che egli si industria di compiere dopo aver ricevuto Gesù in cuore. Darà sfogo a santi affetti, gli chiederà nuovamente perdono delle sue manchevolezze, e soprattutto rinnoV erà il proposito di far piacere all’Ospite e Amico dell’anima sua, evitando determinati difetti e praticando particolari virtù.

 Ora non vi è chi non veda quali energie educative sviluppi nell’animo dell’alunno la Santa Comunione, anche se si volesse prescindere — il che non è possibile — dalle grazie di cui Iddio arricchisce il cuore del giovane che lo riceve con disposizioni tanto filiali.

 Ecco perchè Don Bosco favoriva la Comunione frequente ed esortava i suoi alunni a ricevere Gesù benedetto il più sovente possibile.

 Nel dicembre 1887 egli era a pranzo con distinti prelati ed ecclesiastici. Dopo la mensa il di scorso cadde sulla importanza ed efficacia della Comunione frequente per l’emendazione della vi

ta, massime dei giovani, e per il loro avanzamento nella perfezione. Don Bosco, rivolto al Vescovo di Liegi Mons. Dutreloux, ivi presente, esclamò d’un tratto: « Sta lì il gran segreto! » E proferì queste parole con voce fievole, ma con tale accento di fede e di amore, che commosse vivamente il Vescovo, come questi ebbe a dire poi a Don Rua (658).

 « La base della vita felice di un giovanetto è la frequente Comunione », scrisse il Santo agli alunni di quarta e quinta ginnasiale di Borgo San Martino (659). E a chi gli manifestò il proprio timore di abituarsi troppo alla Mensa Eucaristica, non esitò a rispondere che continuasse a fare ogni mattina la Santa Comunione, aggiungendo: « Quando l’abitudine è buona e ci porta al bene, dobbiamo seguirla e praticarla » (660).

 Nella Buona Notte del 18 giugno 1864 spiegò il suo pensiero circa la frequenza alla Comunione: « Gli Ebrei, quando erano nel deserto, mangiavano la manna che cadeva tutti i giorni. Ora ci dice il Vangelo che la manna è figura dell’Eucaristia e perciò dobbiamo anche noi mangiarla ogni giorno su questa terra, che è figurata dai 40 anni passati dal popolo Ebreo nel deserto. Quando noi saremo giunti alla Terra Promessa non l’avremo più a mangiare, perchè vedremo e avremo sempre Iddio con noi colla sua essenza.

 « I primi fedeli — continuava Don Bosco — si comunicavano tutti i giorni, e andando alla Messa quei pochi che, per qualche motivo, non si potevano comunicare, ad un certo punto di essa dovevano uscire. Anche più tardi, ma ancora in quei tre primi secoli, nessuno andava alla Messa senza accostarsi alla Comunione. La santa Chiesa poi, radunata nel Santo Concilio di Trento, dichiarò essere suo desiderio che i fedeli, andando alla Messa, tutti si accostassero alla sacra mensa. Difatti se il cibo del corpo si deve pigliare tutti i giorni, perchè non il cibo dell’anima? Così dicono Tertulliano e Sant’Agostino. — Ma dunque — voi mi osserverete — avremo tutti ad accostarci propriamente ogni giorno? — Vi risponderò che il precetto non c’è di accostarsi tutti i giorni. Gesù Cristo lo brama, ma non lo comanda. Tuttavia per darvi un consiglio, che sia adattato alla vostra età, condizione, divozione, preparazione e ringraziamento, che sarebbe necessario, io vi dirò: intendetevela col Confessore e fate secondo il suo avviso. Se poi volete sapere il mio desiderio, eccovelo: comunicatevi ogni giorno. Spiritualmente? il Concilio di Trento dice: sacramenialUer! Dunque? Dunque fate così: quando non potete comunicarvi sacramentalmente, comunicatevi almeno spiritualmente.

 « Ma prima di lasciarvi andare a riposo— concludeva il Santa Educatore — vorrei ancora togliere un inganno grande che è nella mente dei giovani. Dicono alcuni che per comunicarsi spesso bisogna essere santi. Non è vero! Questo è un inganno. La Comunione è per chi vuol farsi santo, non per i santi: i rimedi si danno ai malati, il cibo si dà ai deboli. Oh! quanto io sarei fortunato, se potessi vedere acceso in voi quel fuoco, che il Signore è venuto a portare sulla terra! » (661).

 Tutte queste espressioni ci paiono ancor più notevoli, se ricordiamo che Don Bosco visse in un’epoca, in cui il giansenismo aveva ancora un influsso funesto, con grande danno della vita cristiana e religiosa. Partendo da un concetto esagerato della giustizia di Dio, presentato ai fedeli quasi come un giustiziere e un tiranno, i giansenisti avevano creato una insormontabile barriera tra Dio e l’uomo, imponendo condizioni tali per ricever Gesù Sacramentato, da riuscire questo inattuabile alla gran maggioranza dei fedeli, cui pertanto era resa quasi impossibile la vita eucaristica.

 Contro sì funesto rigorismo insorse pratica- mente Don Bosco, che lasciò scritto nel Sistema Preventivo: « I catechismi raccomandano la frequente Comunione. San Filippo Neri la consigliava ogni otto giorni e anche più spesso. Il Concilio                Tridentino dice chiaro che desidera sommamente che ogni fedele cristiano, quando va ad ascoltare la Santa Messa, faccia eziandio la Comunione non solo spirituale, ma bensì sacramentale, affinchè si ricavi maggior frutto da questo augusto e divino Sacramento» (Regolarti98).

 E ben possiamo dire che il contributo dato con sapiente fermezza da Don Bosco alla santa battaglia in favore della Comunione frequente e anche quotidiana sia stato indubbiamente efficace.

 Da quanto abbiamo detto apparisce chiaro che la Santa Comunione era la causa prima dell’ascendente che Don Bosco acquistava sulla gioventù, riducendola con tanta facilità ad essere morigerata e docile (662). Ma al tempo stesso che ne raccomandava ai giovani la frequenza, non li sforzava. Lasciava a tutti la massima libertà. Non si piegò mai a permettere che nei giorni di Comunione generale si facessero uscire dai banchi i giovani ordinati per fila, per andare all’altare; voleva evitare ad ogni costo che chi non era preparato si lasciasse vincere con gran suo danno dal rispetto umano, o fosse segnato a dito dagli altri. Meglio la libertà, anche se unita a un po’ di confusione. Ed alla Messa di comunità erano tanti i giovani che si accostavano alla Santa Comunione, che parecchi forestieri chiesero più di una volta quale festa si celebrasse, perchè loro sembrava di aver assistito a una Comunione generale (663).

d) LA SANTA MESSA E LA VISITA AL SS. SACRAMENTO.

 Don Bosco diede tale e tanta importanza alla Messa, da volerla al posto d’onore nelle quotidiane pratiche di pietà in tutte le sue Case: di guisa che ogni giornata di lavoro e di studio cominciasse con l’azione più augusta della nostra santa Religione.

 Egli parlava con frequenza ai giovani della Santa Messa, rilevandone la natura, gli scopi, gli obblighi e il modo di ascoltarla con frutto (664). Con particolare unzione trattò di essa nel Giovane Provveduto. Troppo gli premeva che dalla rinnovazione incruenta del Sacrifìcio del Calvario i suoi giovani traessero ogni giorno abbondanza di grazie per la loro genuina formazione cristiana.

 A rendere particolarmente viva e fruttuosa la partecipazione ai Divini Misteri, Don Bosco volle concorresse la recita del Santo Rosario durante la Messa della Comunità. Per tal modo alla celebrazione del Mistero Eucaristico, — il quale è l’augusto Memoriale della vita, passione, morte.risurrezione ed ascensione del Divin Redentore, — va unita la meditazione dei Misteri di Gesù e la replicata invocazione dell’aiuto della Madonna, e i giovani imparano praticamente ad andare a Gesù per mezzo di Maria: ad Jesum per Mariam.

 Si fecero, già ai suoi tempi e anche dopo, osservazioni e critiche acerbe circa la recita del Rosario durante la Santa Messa. Don Bosco anche in ciò seguiva gli insegnamenti di San Francesco di Sales. Questo Santo, dopo aver presentato alle anime che dirigeva, diversi metodi per assistere alla Messa, asseriva di non essere contrario a che durante il Santo Sacrifìcio si recitasse il Rosario e di avere, anzi, a volte consigliato proprio tale pratica piuttosto che altre preghiere, lasciando naturalmente libertà d’interromperlo durante certi punti, soprattutto all’Elevazione (665). Aggiungiamo che oggi non è più il caso di far critiche, dopo le vive raccomandazioni di Papa Leone XIII, il quale ne suggeriva la, recita durante la Santa Messa nel mese di Ottobre, arricchendo questa pratica con speciali indulgenze; e soprattutto dopo l’Enciclica di S.S. Pio XII sulla Liturgia, ove è detto che i fedeli possono partecipare al Sacrifìcio Eucaristico, oltre che usando opportunamente il Messale Romano, anche « in altra maniera che ad alcuni riesce più facile: come, per esempio, meditando piamente i misteri di Gesù Cristo, o compiendo esercizi di pietà e facendo altre preghiere che, pur differenti nella forma dai sacri riti, ad essi tuttavia corrispondono per la loro natura » (666).

 Don Bosco conosceva bene l’indole del giovane, e sapeva che egli non è portato alla riflessione. Faceva di tutto per abituarlo ad essa; ma, siccome la natura non fa salti, voleva che non si avessero esigenze eccessive. Non possiamo ad esempio pretendere che i giovani assistano alla santa Messa ogni giorno leggendo il Messalino. Praticamente il risultato di tale pratica si dimostrò negativo, poiché, data la difficoltà di seguire e comprendere le preghiere e formule liturgiche, dopo qualche giorno il Messalino troppo facilmente diventa esso pure un balocco e una causa di distrazione. Al contrario, la recita alternata e ben fatta del santo Rosario, mentre permette ai giovani di seguire il Santo Sacrificio che si svolge davanti ai loro occhi, accompagna questo stesso pensiero con le più belle preghiere della Liturgia cattolica, interrotte di quando in quando dall’invito a meditare qualcuno dei misteri più importanti della nostra santa Religione, intimamente connessi con il Mistero Eucaristico.

 Ma Don Bosco intendeva pure che la Messa quotidiana e la Comunione frequente servissero a stabilire, nei giovani, rapporti di vera intimità con Gesù Sacramentato, in tal guisa che il loro pensiero si rivolgesse quasi istintivamente, a Lui anche nel rimanente della giornata, visitandolo qualche volta in chiesa, fosse pure per brevi istanti (667). E ripeteva agli alunni dell’Oratorio: « Gesù è l’Amico da frequentare, da amarsi, da riverirsi, da coltivarsi. Oh! quanto bene vi procurerà questo Amico! » (668).

 Su tale punto delle visite a Gesù Eucaristico, Don Bosco insisteva di frequente. Nelle Case Salesiane è tradizione universalmente praticata che i giovani, uscendo di refettorio dopo pranzo, prima d’iniziare la ricreazione, si rechino liberamente in chiesa o in cappella per una breve visita: ciò taluno fa anche in altre ricreazioni. Don Bosco amava dire che Gesù Sacramentato è in attesa che Gli si vadano a chiedere grazie e favori, e che quanto più spesso Gli si domandano grazie, tanto più contento Egli è e altrettanto abbondantemente le concede.

 Anche questo è un mezzo pedagogico assai efficace. Praticare spontaneamente qualche rinunzia per compiere senza costrizione di sorta un esercizio di pietà, serve a rafforzare la virtù e a irrobustire il carattere mediante la riflessione e la spontaneità, che portano il giovane ai piedi dell’altare del Dio vivente per ricevere speciali benedizioni.

 Risuonino adunque ognora agli orecchi dei nostri giovani le parole di Don Bosco: « Nel Tabernacolo non vi è il Tesoro più grande che possa trovarsi in cielo e in terra? Purtroppo che gli uomini ciechi non lo conoscono questo Tesoro, ma è certo, certissimo, di Fede, che là vi sono immense ricchezze. Gli uòmini sudano per aver danari: ebbene nel Tabernacolo vi è il Padrone di tutto il mondo. Qualunque cosa che-Gli chiediate e che vi sia necessaria, Egli ve la concederà » (669). Diceva altra volta: «Volete che il Signore vi faccia molte grazie? visitatelo sovente. Volete òhe ve ne faccia poche? visitatelo di rado. Volete che il demonio vi assalti? visitate di rado Gesù in Sacramento. Volete che fugga da voi? visitate sovente Gesù. Volete vincere il demonio? rifugiatevi sovente ai piedi di Gesù. Volete essere vinti? lasciate di visitare Gesù. Miei cari! La visita al Sacramento è un mezzo troppo necessario per vincere il demonio. Andate dunque sovente a visitare Gesù e il demonio non la vincerà contro di voi » (670).

 Per tal modo regnerà in ogni Casa Salesiana quella soda e fervente Pietà Eucaristica, che stava tanto a cuore al nostro santo Fondatore e Padre. Egli diceva ai suoi giovani in una BuonaNotte del 1876: « Vi raccomando adunque ancor io, e tanto, una Comunione o una visita in chiesa, e anche entrambe queste due cose insieme. Oh che felicità poter ricevere nel nostro cuore il Divin Redentore! quel Dio che ci deve dare la fortezza e la costanza necessaria in ogni momento di nostra vita. Il Sacro Tabernacolo poi, cioè Gesù Sacramentato che si conserva nelle nostre chiese, è fonte di ogni benedizione e di ogni grazia. Egli sta apposta in mezzo a noi per confortarci nei nostri bisogni. Credetelo pure, miei cari figliuoli, colui che è divoto del Santissimo Sacramento, cioè va con frequenza a fare buone Comunioni, e colui che va a far visite a Gesù Cristo nel tabernacolo, costui ha un pegno sicuro della sua eterna salvezza» (671).

e) La DIVOZIONE ALLA VERGINE SANTISSIMA.

 Altro mezzo pedagogico di gran efficacia nel sistema educativo di Don Bosco fu sempre la divozione alla Santissima Vergine. Pedagogisti insigni hanno messo in luce, anche recentemente, la forza formativa di questa divozione. Don Bosco si industriava di persuadere i giovani che, come nell’ordine della natura Iddio aveva loro dato una madre, così un’altra Madre aveva donato nell’ordine soprannaturale. Eccitando in essi un amore filiale e costante verso questa Madre tenerissima e potentissima, era persuaso che i giovani si sarebbero impegnati, per amore di Essa, a non recarle dispiaceri con le loro mancanze. D’altronde si sa che non pochi figliuoli, pur di evitare anche iin solo disgusto alla loro madre terrena, sono capaci anche di compiere non comuni sacrifici.

 Don Bosco ripeteva ai suoi giovani che la divozione a Gesù Sacramentato e a Maria SS. sono tra i mezzi più efficaci per progredire nella virtù, e due potenti ali spirituali, scotendo le quali il giovane non tarderà a sollevarsi verso il cielo (672). E ancora: « Credetelo, o miei cari figliuoli, io penso di non dire troppo asserendo che la frequente Comunione è una grande colonna sopra di cui poggia un polo del mondo; la divozione poi alla Madonna è l’altra colonna sopra cui poggia l’altro polo » (673).

 Così Don Bosco congiungeva le due fondamentali divozioni della pietà cristiana, persuaso che non si può separare la Madre dal Figlio e che ´ la divozione alla Vergine Maria deve effettivamente condurre le anime a Gesù nella pratica di ogni più bella virtù.

 Ora, essendo appunto questo lo scopo specifico della cristiana educazione, appare chiaro che la Madonna ha una funzione importante nell’opera educativa. Perciò l’educatore non può e nondeve prescindere dal materno aiuto di Lei; anzi è suo dovere invocarlo sempre e meritarselo col diffondere la divozione della Madonna tra i giovani alle sue cure affidati.

 Don Bosco aveva sperimentato l’efficacia di questo intervento di Maria nell’opera educativa fin dal primo sogno, in cui la Madre di Dio gli era stata data come Maestra. Il segreto del suo successo nel campo pedagogico consiste appunto nell’aver egli docilmente seguiti gli impulsi e gli ammaestramenti che di mano in mano gli venivano impartiti, pel bene della pericolante gioventù, dalla sua celeste Ispiratrice.

 Anzi, Don Bosco attribuiva alla Vergine Ausiliatrice, di cui si considerava strumento, tutto il bene compiuto personalmente e per mezzo dei suoi figli; e a questi volle lasciare, quale preziosa eredità e quale garanzia di successo educativo, la divozione a Maria Ausiliatrice, col mandato esplicito di diffonderla sempre e ovunque. E ai giovani inculcava « soprattutto una grande, una tenera, verace e costante divozione a Maria Santissima. Oh! se sapeste — scriveva — che importa questa divozione, non la cambiereste con tutto l’oro del mondo! Abbiatela e spero che direte un giorno: Venerunt omnia mihi bona pari- ter com illa (Mi vennero poi con essa tutti i beni insieme) » (674).

 Di qui quel complesso di pratiche divote, che egli escogitò e stabilì in onore di questa celeste Madre: la recita quotidiana del S. Rosario; la pratica del sabato mariano; la celebrazione particolarmente solenne delle feste e novene mariane, e soprattutto del mese di maggio e del 24 di detto mese; il bacio della medaglia e la recita delle tre Ave Maria ogni sera prima del riposo; l’annuncio in classe delle solennità della Madonna; e i fioretti e le mortificazioni in onore di Lei (675).

 Ma ciò che maggiormente gli stava a cuore era l’imitazione delle virtù della nostra Madre celeste. Fu scritto, e l’udimmo specialmente dai più antichi allievi di Don Bosco, che quando parlava della Madonna, la parola, sempre così piana e sobria e meditata, rivestiva un tono e un timbro speciale ed aveva un’efficacia tale da rapire i cuori e far versare lagrime di tenerezza ai giovani che l’ascoltavano. Non si limitava però a considerazioni mistiche o speculative, pur sapendo attingere dai Padri ciò che essi avevano scritto di meglio in onore della Madre di Dio. Le sue erano generalmente esortazioni pratiche per indurre i giovani a imitare Colei, che è specchio di ogni virtù. Ne abbiamo raccolte, in parte, nella Circolare sulla Divozione a Maria Ausiliatri- ce (676).

f) La DEVOZIONE AL PAPA.

 Con Gesù e con Maria Don Bosco amò il Papa: e anche questo terzo grande amore si studiò di istillare con ogni mezzo nel cuore dei suoi giovani. Non ci diffondiamo al riguardo, avendone già trattato ampiamente a suo luogo (677).

Ricorderemo solo che Don Bosco parlava ai giovani del Sommo Pontefice con la più grande venerazione, volendo che fosse da tutti riconosciuto come Vicario di Gesù Cristo e Rappresentante di Dio in terra. Stimolava i suoi educandi a pregare per il Papa, ad assecondarne le direttive e persino i desideri, a prendere parte alle sue gioie e ai suoi dolori, a onorarlo con feste, con scritti, con dimostrazioni speciali. E i giovani, fatti persuasi che, ubi Petrus ibi Ecclesia (ov’è Pietro e il suo Romano Successore, ivi è la Chiesa), crescevano pure figli devoti e servitori fedeli di santa Madre Chiesa; mentre la loro educazione, davvero cattolica, si arricchiva di inestimabile universalità nelle idee, vaste quanto il mondo, e nei sentimenti, proporzionati a uno zelo missionario sempre più generoso e intraprendente.

g) L’IMITAZIONE DEI SANTI.

 Coloro che si occupano dell’educazione dei giovani sanno quanta forza abbia su di essi l’esempio. Fu già rilevato come, in non pochi casi, esso nell’opera educativa sia tutto o quasi tutto: per questo Don Bosco attribuiva all’esempio dei Santi un’efficacia particolarmente formativa. Egli, che sapeva servirsi con abilità del tutto straordinaria dei fatti edificanti tratti della storia, prediligeva gli esempi ricavati dalle vite dei Santi: anzi voleva che i giovani si mettessero sotto la protezione di questo o quel Santo col proposito di imitarne le virtù.

 Il giovane, di fronte all’ideale virtuoso e particolarmente ai sacrifìci ch’esso esige, facilmente si sgomenta, parendogli troppo difficile il bene da compiere e troppo arduo il sentiero da percorrere. Se invece gli si mette dinanzi un Santo coi suoi fulgidi esempi e con l’efficacia della sua potente intercessione presso Dio, allora egli pure si sente stimolato all’imitazione, al sacrifìcio, all’eroismo.

 Ciò spiega come Don Bosco insistesse particolarmente sulla divozione a San Luigi Gonzaga, modello d’innocenza conservata con la penitenza e di completo superamento dello spirito mondano; sulla divozione a San Francesco di Sales, modello di rettitudine ed elevatezza di carattere, di solida eppur soave pietà, di generosità nel seguire la vocazione e nel compiere la propria missione di zelo; sulla divozione al glorioso San Giuseppe, modello di operosità silenziosa, incessante, santificata dalla più intima unione con Gesù e con Maria; e infine nella divozione all’Angelo Custode, quale fedele compagno di tutta la nostra vita e quale sicura difesa contro i pericoli dell’anima e del corpo.

h) L’Esercizio della Buona Morte.

 Premettiamo che Don Bosco fu il santo dell’allegria. Sapeva suscitarla e coltivarla in mille modi; anzi, gli era tanto cara, che il saluto più ordinario da lui rivolto ai suoi giovanetti era questo: «State allegri». Se poi si fermava ad interrogare qualcuno, generalmente gli chiedeva per prima cosa: « Sei allegro? ».

 Per lui l’allegria era come il sorriso di un’anima che vive felice nella grazia di Dio; mentre dove regna il peccato, non vi può essere che un’allegria fatta di sola esteriorità. La vera allegria non affonda le radici in un cuore scom volto dalla colpa.

 Oggi ancora, una delle cose che causano maggior stupore in chi visita gli Istituti di Don Bosco, è vedere la serenità del volto dei fanciulli e il loro ingenuo sorriso.

 Orbene, quello stesso Don Bosco, che le sue Case volle inondate di allegria, fu pure colui che tra gli educatori ricorse con maggior frequenza ed insistenza al pensiero della morte. Proprio perchè i suoi educandi evitassero il peccato, stroncatore di ogni vera letizia, egli ripeteva loro di considerare con frequenza le parole della Sacra Scrittura: In tutte le opere tue ricordati delia tua fine, e non peccherai in eterno! (678).

 Don Bosco non voleva un’educazione monca, incompleta, ma bensì tale che effettivamente servisse a formare l’uomo per la vita e per la morte fino al raggiungimento della beata eternità. E bisogna riconoscere con lui che, prescindendo da questa visione completa, l’opera pedagogica mancherebbe del miglior mordente e della più sicura efficacia: diverrebbe anzi mollezza, irrealtà, se non proprio un vero tradimento.

 Bramava adunque il Santo Educatore che i suoi giovani pensassero alla morte e che fin dai loro verdi anni vi si andassero già preparando convenientemente. Per aiutarli in ciò efficacemente, stabilì una pratica speciale, da lui chiamata appunto Esercizio della Buona Morie, da farsi in tutti i suoi Istituti al principio o al termine di ogni mese, anche in coincidenza con qualche particolare circostanza.

 Detto Esercizio della Buona Morte consisteva soprattutto nel fare una Confessione e una Comunione, proprio come se fossero le ultime della vita. Udiamo come ne parlava Don Bosco ai suoi alunni: « Colui che esercitandosi a morir bene, fa Confessioni proprio nel modo che le farebbe in punto di morte, fa Comunioni fervorose come se fossero le ultime della sua vita, oh! costui, quando si troverà sul letto dell’agonia, non proverà più difficoltà a morir bene. Egli vi è già esercitato; sulla coscienza non avrà più nulla che lo conturbi, o solo avrà da esaminarsi delle disgrazie che gli successero in queU’ultimo mese, in quelle ultime settimane, e non più. Costui morrà contento con ogni speranza di andar subito in Paradiso » (679).

 « Io penso — insisteva — che si possa affermare assicurata la salvezza dell’anima di un giovane che fa ogni mese la sua Confessione e Comunione come se fosse l’ultima della sua vita » (680).

 Esigeva perciò che l’Esercizio della Buona Morte non lo si tralasciasse mai (681), appunto perchè i giovani ne capissero tutta l’importanza e ne prendessero l’abitudine anche per la vita avvenire. Gli alunni erano avvertiti sempre, qualche giorno prima, di prepararvisi; lo si faceva con una certa solennità; e per dare un’aria festiva a quel giorno, dopo la santa Messa, si distribuiva companatico o altro, secondo l’opportunità (682).

 I continuatori dell’opera educativa di San Giovanni Bosco sono così persuasi dell’immensa efficacia di questo esercizio di pietà, che si sforzano di farlo praticare sempre e nel miglior modo in tutte le Case.

i) Ritiri Spirituali.

 Oltre l’Esercizio mensile della Buona Morte, Don Bosco volle, per tutti i suoi allievi, gli Esercizi Spirituali annuali; vale a dire una serie di pratiche religiose, a base di brevi meditazioni ed appropriate istruzioni, per richiamare in forma più solenne i giovani al raccoglimento, all’esame di se stessi, ed anche a uno studio accurato della propria vocazione.

 L’età giovanile è portata alla leggerezza e alle distrazioni. Il Santo anche con questo grande mezzo si proponeva di rimediare a tale difetto proprio dell’età, formando nei giovani una più chiara coscienza del loro presente, stimolando una più viva sollecitudine pel loro avvenire e suscitando, di conseguenza, promesse e impegni, fervore e zelo.

 È risaputo che gli Esercizi Spirituali arrecano grande vantaggio a coloro che li fanno, e ciò risulta il più delle volte dal miglioramento della condotta religiosa e morale dei giovani. Come gli esercizi fisici contribuiscono all’irrobustimento delle energie corporali, così gli Esercizi Spirituali rendono l’anima più forte nella pratica della virtù, rafforzando al tempo stesso e ritemprando il carattere. In taluni poi si è visto che gli Esercizi operano una vera trasformazione spirituale, non momentanea, ma duratura, e tale da decidere sull’avvenire della loro vita.

 Don Bosco, che iniziò tali Esercizi all’Oratorio fin dal 1847, suggeriva alcuni mezzi che dovevano giovare alla loro buona riuscita. Voleva che si pensasse per tempo alla scelta di predicatori adatti, consigliava che antecedentemente e alla lunga si preparasse l’animo dei giovani, e che si facesse in modo che questi avessero a trovarsi nelle condizioni migliori per il dovuto raccoglimento, badando però a non ingenerare negli animi noia o stanchezza. Seguendo poi l’impulso educativo del suo spirito di bontà, dolcezza ed allegria, suggeriva che, dopo gli Esercizi, si procurasse ai giovani qualche passeggio od altro divertimento (683).

 Sempre agli stessi scopi morali e religiosi Don Bosco nel 1877 introdusse la predicazione di un Triduo all’inizio di ogni anno scolastico. Egli sapeva che gli alunni, dopo le distrazioni e i pericoli delle vacanze estive ed autunnali, hanno bisogno di un po’ di raccoglimento, per rientrare in se. stessi, mettere in ordine la loro coscien422

 za e così riprendere con serenità e buona lena lo studio. Detto Triduo serve soprattutto a prepararli a far subito una buona confessione, cbe assicuri loro il buon andamento dell’anno scolastico nella disciplina, nella moralità e negli studi (684).

I) Il CICLO DELLE RICORRENZE RELIGIOSE.

 Don Bosco voleva sempre acceso il fuoco della pietà e sapeva ravvivarlo in mille modi. A tal fine aveva stabilito un concatenamento ammirabile di pratiche religiose e di feste, che, quasi senza interruzione, suscitavano durante il corso dell’anno sentimenti di devozione nel cuore dei suoi alunni. Era tutto un susseguirsi quasi ininterrotto di esercizi religiosi, cosicché all’Oratorio non restavano giorni di vacanza (685). E avrebbe voluto mantenervi costante lo stesso fervore, riaccendendolo nel cuore dei suoi giovani con sempre nuovi e santi accorgimenti. Nè si pensi. che egli in tutto ciò procedesse alla leggiera e si accontentasse di sole esteriorità; all’incontro gli premeva andare alla radice e lavorare in profondità, perchè, lo ripetiamo, aborriva dalle pratiche religiose che fossero un vuoto e sterile formalismo, e non incidessero sulla vita morale.

 Il mese del Rosario lo voleva consacrato alla Vergine SS., onorandola con una recita particolarmente divota di tale preghiera, che, come abbiamo visto, si diceva ogni mattina durante tutto l’anno. Del Rosario spiegava l’origine storica nonché il senso delle singole preghiere delle quali è formato. Ricordava inoltre frequentemente ai giovani i misteri, abituandoli così alla riflessione durante la preghiera.

 Giova qui ricordare che rimase celebre, all’Oratorio, la risposta data da Don Bosco al Marchese Roberto d’Azeglio, il quale visitando la Casa, ammirava ogni cosa, lodava altamente tutto, ma giudicava tempo perduto quello che s’impiegava nelle lunghe preghiere, e diceva che a quell’anticaglia di 50 Ave Maria infilzate una dopo l’altra non ci teneva guari e che Don Bosco avrebbe dovuto abolire quella pratica noiosa. « Ebbene, .— rispose amorevolmente il Santo, — io ci sto molto a tale pratica: e su questa potrei dire che è fondata la mia istituzione: e sarei dispósto a lasciare piuttosto tante altre cose ben importanti, ma non questa; e anche, se facesse d’uopo, rinunzierei alla sua preziosa amicizia, ma non mai alla recita del santo Rosario » (686).

 Al mese di ottobre seguiva quello dei morti. Abbiamo già visto quale importanza formativa desse Don Bosco al pensiero della morte. Durante quei giorni invitava i giovani a mantenersi in grazia di Dio; e in più, con delicato sentimento di pietà umana e soprannaturale, li esortava a rivolgere a Dio le loro preghiere o per il padre o per la madre, forse defunti, o per qualche altro membro della famiglia, ed anche per l’anima di qualche loro benefattore o amico, nome pure per le anime dei benefattori dell’Istituto; e in generale per le anime tutte del Purgatorio, le quali aspettano da noi l’aiuto onde poter più presto volare al possesso del Premio eterno.

 Che dire poi dell’impegno particolarissimo con cui egli voleva si celebrasse la festa della Vergine Santissima Immacolata? La Congregazione da lui fondata era nata precisamente l’8 dicembre 1841: e gli premeva che questo fatto fosse ricordato, facendo con fervore, in onore della Vergine Santa, una novena di preghiere per ottenere da Lei, oltreché favori particolari per ciascun individuo, grazie straordinarie per la Congregazione e per la Chiesa.

 In quei giorni poi tutto doveva spirare purezza e virtù angelica: e così gli alunni si sentivano portati dal mutuo esempio e dalle esortazioni di Don Bosco ad accrescere nei loro cuori l’amore verso la Madre celeste, e soprattutto a irrobustire il fermo proposito d’imitarne le virtù, e in particolare l’ineffabile candore.

 Così, quasi senz’avvedersene, gli alunni si trovavano alle porte della novena e della festa del Santo Natale, tutta pervasa di poesia e di giocondità. Le funzioni speciali, e in particolare la Messa della mezzanotte, esercitavano sui giovani un fascino potente, e l’immagine di Gesù Bambino, nato per amor loro tra i rigori dell’inverno nella Grotta di Betlemme, serviva a stimolarli a sentimenti di viva riconoscenza, che dovevano tradursi in fervore e generosità nell’adempimento dei propri doveri.

 Cessato il periodo natalizio, Don Bosco metteva loro innanzi la figura mite e soave di San Francesco di Sales, Patrono della Società Salesiana, stimolandoli a imitare il santo Dottore nella maschia virtù, nella carità illuminata dalla Fede e dalla scienza, e nell’amore alla Chiesa.

 Anche il Carnevale, — che in città si svolgeva con manifestazioni purtroppo contrarie ai princìpi della morale, e diventava un motivo per moltiplicare le offese di Dio, — Don Bosco sapeva sfruttarlo santamente. Vedeva volentieri che i giovani si divertissero, e a tale scopo procurava loro una serie di recite teatrali e di giochi che contribuissero a tenerli santamente allegri; ma al tempo stesso metteva loro dinanzi il moltiplicarsi delle offese fatte a Dio e li esortava ad innalzare a Lui preghiere più ardenti, come riparazione dei peccati e come manifestazione del loro amore. Era sempre la formazione morale che egli voleva irrobustire in tutti i modi.

 La Quaresima, la Settimana Santa, la Pasqua con la sua splendida Liturgia, con i ricordi della Passione e Risurrezione di Gesù Cristo, fornivano considerazioni efficacissime, che l’esperto Educatore sapeva sfruttare ai fini dell’educazione.

 Frattanto si era giunti al mese più bello dell’anno: Maggio, con il profumo dei suoi fiori e con l’incanto della dolcissima divozione alla Madre di Dio. Bisogna leggere nelle Memorie Biografiche il lavoro compiuto da Don Bosco tutti gli anni, fin da quando iniziò il suo apostolato educativo in favore dei giovani, durante quel mese! Si resta commossi davanti alle sue calde esortazioni e alle sue impressionanti Buone Notti. Sapeva suscitare una intensa gara tra quei cari giovanetti perchè manifestassero il loro affetto filiale alle Vergine Santa; e con tale efficacia, che loro non bastava più la chiesa: e così collocavano altarini nei dormitori, nello studio, nelle scuole. E la Vergine benedetta, aureolata di purezza e prodiga di materno aiuto, stava sempre dinanzi allo sguardo dei giovani a ricordare loro che, se veramente l’amavano, dovevano sforzarsi di imitarne le virtù.

 Infine il mese del Sacro Cuore veniva a suggellare tutto un ciclo di pietà fervente, che aveva operato miracoli di trasformazioni educative. In quel mese parlava soprattutto l’amore: il quale, per Don Bosco, come abbiamo visto, non era un vuoto sentimentalismo, ma un rafforzamento della volontà, esercitata nel manifestare a Dio e al prossimo quella carità, cbe si traduce soprattutto nell’adempimento di tutti e singoli i propri doveri.

 Nè si deve dimenticare, in questa pur breve rassegna, uno dei mezzi che Don Bosco praticava per stimolare il fervore in occasione delle suddette ricorrenze religiose. Nelle novene, nei tridui, nel mese di maggio, e nel mese di marzo praticato particolarmente dagli alunni artigiani in onore di San Giuseppe, egli suggeriva ai giovani ogni sera un fioretto da offrire a Dio, alla Madonna, al Santo che si onorava. Il fioretto altro non era che un ricordo, un omaggio, una preghiera, una piccola mortificazione, un atto di virtù insomma, che, mentre voleva essere manifestazione di devozione, era altresì un mezzo efficace di formazione.

 In questi ultimi tempi i pedagogisti e gli psicologi hanno parlato molto di sintesi mentali, vale a dire di parole brevi che sintetizzano un pensiero e una pratica. Vere sintesi mentali, ai fini dell’educazione sodamente cristiana, erano per l’appunto i fioretti dati da Don Bosco ai suoi alunni. Di tali fioretti si conservano raccolte interessantissime, che ancor oggi negli Istituti Salesiani vengono utilizzate per la buona formazione dei giovani (687).

6. Il soprannaturale nell’educazione.

 Da quanto abbiamo esposto risulta che, nel sistema educativo di Don Bosco, l’educazione religiosa, — vale a dire cristiana e perciò soprannaturale, — occupa un posto di preferenza; anzi, tutto il sistema medesimo è basato su di una profonda religiosità che è frutto di Fede, di Carità e di Grazia. Sì, Don Bosco fu in verità l’educatore soprannaturale per eccellenza.

 Taluni, colpiti da questa particolarità del sistema preventivo, lo dissero senz’altro stretta- mente teologico e giunsero all’eccesso di affermare che, per la pedagogia soprannaturale di Don Bosco, non vi può essere posto tra le scienze pedagogiche naturali: secondo essi, starebbe solo bene in un quadro di scienze teologiche.

 A confermare questa loro asserzione contribuì certamente l’abbondanza di mezzi educativi religiosi ispirati dalla Fede Cattolica, dei quali Don Bosco si servì costantemente, come pure la gran quantità di elementi soprannaturali di cui fu intessuta l’esistenza del Santo Educatore, tanto da far dire a Papa Pio XI che « nellavita di Don Bosco il soprannaturale era divenuto naturale, lo straordinario quasi ordinario » (688).

 È fuor di dubbio che la sua pedagogia è e deve chiamarsi — per usare ancora una espressione di Pio XI — « profondamente, compieta- mente, squisitamente cristiana e cattolica » (689). D’altronde il Santo medesimo, come abbiamo rilevato a suo luogo, volle denominarla « Pedagogia Sacra ».

 Tuttavia giova ricordare — e in tutto il corso della nostra trattazione lo abbiamo tante volte ripetuto — che Don Bosco, mentre si serviva largamente dei mezzi religiosi, non trascurava però nè gli aspetti nè i mezzi naturali dell’educazione.

 Ma poi, non è forse vero che la vita soprannaturale Iddio la vuole innestata su quella naturale? È evidente perciò che l’educatore nel servirsi di mezzi educativi religiosi e soprannaturali, non può prescindere dalla natura; la quale viene precisamente perfezionata e rafforzata da detti mezzi soprannaturali, contribuendo così a formare uomini completi: uomini che, appunto perchè buoni cristiani, risultano onesti e utili cittadini.

 Queste considerazioni però ci conducono logicamente ad altre ben più gravi. Infatti ciòche più profondamente divide la pedagogia cattolica da quella che non è o rifiuta di essere tale, è proprio e soprattutto il settore e, più ancora, il senso morale e religioso, che, come abbiamo visto, meritamente viene considerato come quello che caratterizza l’educazione per eccellenza.

 Chi si occupa di educazione si sarà persuaso che le aberrazioni del pensiero pedagogico e della pratica di non pochi pedagogisti degli ultimi secoli si possono riassumere in una sola parola: il naturalismo. Esso ebbe inizio ufficiale con Rousseau e, dopo aver dilagato per mezzo del razionalismo e poi dell’idealismo e del positivismo, continua ora la sua azione malefica e per- vertitrice con un insieme di errori diversi che hanno dato luogo alle dottrine più contraddittorie, e, ciò che più addolora, ad attuazioni pratiche esiziali: poiché con la pedagogia, che è come il ponte di collegamento tra la filosofìa e la vita, è intimamente connessa l’opera educativa che ne è l’espressione più immediata.

 Da tutta quella nefasta congerie naturalistica la pedagogia non cattolica ha attinto princìpi, metodi, procedimenti, ricoprendoli con un paludamento cosiddetto « scientifico », ma spogliandoli di ogni riguardo per l’ordine soprannaturale.

 Negato il peccato originale e misconosciuto l’unico supremo Bene dell’uomo, ecco che, dinanzi all’educatore « laico », si colloca un educando « buono per natura », il quale deve trovare in se stesso e in ciò che lo circonda il suo bene su- premo a cui può e deve aspirare. Anzi toccherà allo stesso educatore « laico », servendosi di false elucubrazioni, determinare questo bene supremo dell’educazione, escogitando al tempo stesso il metodo e la tecnica del suo raggiungimento.

 È proprio di qui, lo ripetiamo, che trae origine il quadro pauroso delle aberrazioni di dottrina e di metodo di gran parte della moderna scienza pedagogica, la quale, in troppi casi, quando non è ostentatamente atea, è sempre però praticamente atea perchè naturalistica. Essa poi, posta di fronte all’educando, deve, se vuol agire logicamente e giusta i suoi princìpi, divinizzarne ed idolatrarne la natura, anche se considerata nei suoi istinti più bassi e nelle sue passioni più violente.

 È questa purtroppo la triste realtà che ci si presenta dinanzi. Quando Rousseau, prescindendo dal peccato originale, proclamava il ragazzo naturalmente buono, e poneva a fondamento della sua educazione lo spontaneo sviluppo della natura in un ambiente di sconfinata libertà individuale, tuttavia poneva ancora a conclusione di tale educazione una vaga religione e morale naturale ». Ma l’illusoria religiosità e moralità del Rousseau furono ben presto ridotte a una religione della patria e dell’umanità, a una vacua morale civica, a una filantropia puramente umanitaria.

 E così nell’educazione, impartita dalla scuola del filosofo ginevrino, si ha il trionfo del laicismo liberale, che, nella scuola e nella vita, coltiva l’illusione di far dei galantuomini senza Dio e senza Chiesa, col solo sussidio della scienza e della filosofia. Ma una scienza e una filosofia senza Religione e senza Dio si sbarazzerà ben presto anche del moralismo liberale e laico, come l’esperienza ha dovuto registrare.

 In tal modo alla pseudo-religione e alla morale « naturale » del Rousseau e al mito della sua libertà si andò sostituendo fatalmente il culto dell’io carnale, individuale e collettivo, schiavo dei suoi istinti e delle sue bassezze. Attraverso le audaci aberrazioni di una biologia e di una psicologia mai orientate, l’uomo chiamato « buono per natura » diventò man mano nient’altro che un buon animale da rendersi felice con la sodisfazione dei suoi istinti e inclinazioni. Animati dallo stesso spirito naturalistico sorsero quindi Istituti dotati a dovizia di uomini e di mezzi, a servizio di scuole pedagogiche, le quali troppe volte, sotto il velo di sperimentazioni scientifiche, nascondono un mascherato materialismo. A tal proposito ci limitiamo a nominare la tristemente famosa scuoladella psicanalisi con il suo pansessualismo che dilagò come una peste. Da queste basi scaturì un riprovevole complesso di pratiche educative, — quali la cosiddetta « eugenetica », la vita promiscua, l’educazione sessuale, il nudismo, il metodo delle introspezioni morbose, l’attivismo fisico-psichico, — ed un certo sviluppo della personalità « integrale », che finisce per diventare la compiacente giustificazione del capriccio, dell’ambizione, dell’egoismo, della ricerca senza scrupoli del successo e di una felicità chimerica: cose tutte che troppo spesso coincidono con l’appagamento delle proprie voglie più sfrenate, le quali non s’arrestano dinanzi a nessuna disonestà, e talvolta neppure di fronte al delitto.

 Questa fu la strada battuta dal naturalismo pedagogico e dall’educazione « laica », divenuti cinicamente anticristiani ed atei. E a questo triste quadro si potrebbe aggiungere quello dei mali causati in questo stesso campo dalla politica e da una malintesa sociologia: alludiamo al marxismo, al razzismo, al pragmatismo strumentali- stico del DeweV , per nominarne solo alcuni.

 Nè si pensi che il naturalismo pedagogico sia meno esiziale che non quello che di proposito è ateo e materialista. Anch’esso con i suoi portati scientifici, con le sue tecniche moderne e con la sua morale naturale, è sempre il malefico errore che conduce fatalmente alla negazione della vera morale, della religione e quindi anche di Dio.

 Non si ripeterà mai abbastanza che qualsiasi concezione pedagogica dovrà sempre essere definita sul terreno religioso e morale, perchè proprio qui si decide la sorte dell’educando, sia per la vita eterna, sia per la stessa vita temporale, individuale e sociale: e qui ancora si fissa, di conseguenza, il vero compito dell’educatore.

 Il Sommo Pontefice Pio XII, il 6 maggio di quest’anno 1951, — nel 1° centenario del Collegio San Giuseppe-Istituto De Mérode, diretto dai Fratelli delle Scuole Cristiane, così benemeriti della cristiana educazione della gioventù sulle orme del loro Fondatore San Giovanni Battista de la Salle, — esponendo le note essenziali dell’arte educativa autorevolmente ammoniva: Sviluppare, secondo una saggia pedagogia, la coltura intellettuale; valersi della sanità, del vigore del corpo e dell’agilità delle membra, ottenuti mediante l’educazione fisica, a vantaggio della prontezza e della duttilità dello spirito; affinare, col felice accordo dei sensi e dell’intelligenza, nella formazione artistica, tutte le facoltà per dare al loro esercizio grazia ed amabilità, e quindi una efficacia maggiore, più estesa, meglio accolta: tutto ciò è assai bello e buono, ma non avrebbe valore eterno nè soddisfacente pienezza, se la coltura religiosa non venisse a dare, con la sua ampiezza e la sua magnificenza a tutta l’educazione la sua unità e il suo vero valore ». E il 5 agosto di questo stesso anno, nel suo messaggio radiofonico a chiusura del Congresso interamericano di Educazione Cattolica, Sua Santità ribadiva i seguenti fondamentali concetti: « Che cosa è più trascendentale nella vita dell’umanità dell’educazione? Il bambino, l’adolescente (è stato bene già detto) è “una speranza”: promettente speranza della famiglia, della patria, di tutta l’umana società, ma insieme preziosa speranza della Chiesa, del Cielo, di Dio stesso, alla cui immagine e somiglianza è stata fatta, di cui è figlio o deve esserlo. Affinchè questa speranza non manchi, ma pienamente si realizzi, bisogna educarla e bene. Educazione fisica, che irrobustisce le energie del corpo; educazione intellettuale che sviluppa e arricchisce le capacità dello spirito; soprattutto educazione morale e religiosa che illumina e guida l’intelligenza, che forma e fortifica la volontà, che disciplina e santifica i costumi, e sola dà all’immagine di Dio la somiglianza con il protòtipo divino, che la rende degna di figurare fra gli eletti ».

 Ora, dalla concezione pedagogica di Don Bosco, che abbiamo ampiamente esposta e precisata, scaturiscono alcune conclusioni che è ben» ricordare ed opporre alla pedagogia naturalistica.

 1) Per Don Bosco l’educando ha un’anima da salvare e l’educatore è educatore cristiano che educa il giovanetto cristiano. Ne deriva perciò che pel Santo la finalità dell’educazione è essenzialmente religiosa e soprannaturale tanto da parte dell’educatore quanto da parte dell’educando, e che la sua pedagogia è, come egli la volle qualificare, e come dev’essere, « Pedagogia Sacra ».

 2) Don Bosco educa soprattutto con quei mezzi soprannaturali, che la Religione fornisce. Orbene, siccome il metodo educativo si risolve appunto nella scelta dei mezzi adatti per raggiungere il fine, e, per Don Bosco il mezzo dei mezzi è la Religione, ne consegue che anche il suo « metodo educativo » è per eccellenza soprannaturale.

 3) Stabilito così che la finalità educativa, e il metodo che ne è la logica e necessaria manifestazione, per Don Bosco sono in modo prevalente soprannaturali, è evidente che sia tutta pervasa di elementi soprannaturali anche la sua « pratica educativa ». È bene perciò non lasciar di insistere anche su questo punto, se si vuole sradicare inesorabilmente la peste del naturalismo, che minaccia appunto di infiltrarsi nella pratica dell’educazione cristiana. Giacché, purtroppo, è da lamentare che anche nell’ambiente dell’educazione cristiana siano penetrate qua e là debolezze, quali possono, oggi o domani, risultare vere deviazioni naturalistiche. Infatti si indulge talora, senza avvedersene e con le migliori intenzioni, a certi sofismi, che indeboliscono l’educazione morale come l’intende la Chiesa e la praticò Don Bosco: e ciò, sotto pretesto di combattere il cosiddetto moralismo.

 Se vi furono alcuni eccessi moralistici, quello ad esempio del giansenismo, è a tutti noto che la Chiesa fu la prima a condannarli. Ma si espongono al pericolo di cadere man mano nelle dottrine negatrici della morale cristiana coloro che, per non cadere — com’essi dicono — nel moralismo, pretendono di separare l’uomo dal cristiano e l’educazione naturale da quella soprannaturale; e così rèlegano e riducono poi praticamente l’educazione morale a una morale svuotata dei princìpi e priva dei mezzi soprannaturali.

 Non s’avvedono costoro che, una volta collocati sul falso piano di quella cosiddetta « educazione umana » che considera e rigetta, quale vieto moralismo formalistico, la dottrina morale cattolica, corrono pericolo di cadere inevitabilmente nel naturalismo di Rousseau, coi suoi assurdi filosofici e storici di una morale e di una religione puramente naturalistiche.

 Ora, una pretesa educazione morale-religiosa elle si appoggiasse su tali chimere, non potrebbe non risultare assurda e illusoria, sia come dottrina, sia come metodo.

 4) Il solco, che si apre tra l’educazione genuinamente cristiana, professata da Don Bosco, e le aberrazioni del naturalismo, assume le proporzioni di un abisso. È proprio questa la forza, la grandezza, l’efficacia potente della pedagogia di Don Bosco: l’essere essa per eccellenza soprannaturale come dottrina e come metodo.

 Nè dobbiamo temere che la cosiddetta « pedagogia scientifica » riesca a intaccarne le salde basi, o che i nuovi portati della scienza riescano a sminuirne il valore. Per la Famiglia Salesiana resterà veramente irrefragabile la già ricordata solenne affermazione del santo Fondatore: «La sola Religione è capace di cominciare e compiere la grande opera di una vera educazione » (690).

 Solo potenziando questo suo principio, il quale riassume tutto ciò che siamo venuti esponendo circa l’educazione religiosa, si riuscirà a creare l’atmosfera più adatta e indispensabile all’educando e all’educazione.

 Se non permetteremo incrinature o mutilazioni in questo settore, noi avremo assicurato perpetuità e forze perennemente nuove al Sistema Preventivo di Don Bosco; e l’atmosfera soprannaturale delle Case Salesiane non solo avvolgerà l’educando, ma penetrerà fino a vivificarne la mente e il cuore. A questo fine lavoreranno concordi tutti i membri della Famiglia Salesiana, divenuti testimoni viventi e costanti del messaggio educativo soprannaturale portato alla Chiesa e all’umanità dal Padre e Maestro della gioventù, San Giovanni Bosco.

 CAPITOLO VII. L’EDUCAZIONE PER LA VITA

 Non sarebbe completa la trattazione dell’educazione impartita da Don Bosco, se non si indicasse il lavoro particolare e specifico da lui compiuto per orientare i suoi giovani nella scelta dello stato di vita e della professione a loro più adatta per formarsi una buona posizione sociale.

 Oggi il tema del cosiddetto orientamento è, in tutte le nazioni, un argomento pedagogico di primo piano: ed è indispensabile che l’educatore si aggiorni con lo studio costante del come questo problema viene ora impostato, ben sapendo che mentre una scelta felice del proprio statò e della propria professione compie e garantisce il lavoro educativo, uno sbaglio inconsulto in questo campo può compromettere irrimediabilmente i risultati di anni e anni di formazione.

 Ai tempi di Don Bosco non si parlava di orientamento, ma, con parola più semplice, discelta della professione e di vocazione. Non crediamo che le due parole si equivalgano. L’orientamento da molti è inteso come il mezzo per conoscere quale professione sociale sia conveniente ed utile ad un alunno, affinchè questi trovi nella vita il posto e l’occupazione a lui più acconcia. La parola vocazione invece viene presa in un senso, diremmo, più stretto e più alto, con particolare riferimento alla scelta dello stato sacerdotale o religioso a preferenza di quello laicale.

 Sulla vocazione faremo qualche rilievo più avanti; qui invece considereremo l’orientamento professionale alla luce dei princìpi pedagogici e della pratica di Don Bosco.

1. L’orientamento professionale.a) SUA NATURA.

 Fummo interessati, anni or sono, da alte Autorità ad esporre il pensiero di Don Bosco su quest’argomento. Si pensò che la prima cosa da farsi fosse quella di dare la definizione dell’orientamento professionale; e si reputò essere ciò tanto più necessario, in quanto che taluni, essendosi occupati di quest’argomento ed avendo trascurato questa indispensabile premessa della definizione, privi di base, si lasciarono trascinare, nelle loro deduzioni, a lamentevoli conseguenze.

 Fissata la definizione, fu redatto e presentato un memoriale dal titolo L’Orientamento Professionale nella tradizione e nell’opera di Don Bosco.

 L’Orientamento Professionale, dalle discussioni fatte in proposito, risultò definito: « La coordinazione dell’opera dell’educatore e dell’educando intesa a conoscere e preparare la professione più consona alle condizioni individuali, familiari e sociali dell’alunno ».

 Secondo questa definizione l’alunno e l’educatore, in collaborazione, convergono a una stessa mèta: il primo con la sua libertà e le sue inclinazioni e condizioni; il secondo con la sua esperienza e conoscenza dell’alunno. Nella definizione stessa si tiene conto di tutti i valori della persona: intelligenza, propensioni e doti naturali; nonché delle condizioni familiari e ambientali. E così l’orientamento, formulato alla luce dei valori suindicati, si fonda su un criterio integrale e adeguato.

 Questa definizione fu approvata, perchè riconosciuta consona ai criteri pratici dei quali Don Bosco e i suoi figli costantemente si servirono per destinare i giovani a questa o a quella professione, a questo o a quel mestiere. Una deliberazione del IV Capitolo Generale, ancora degli artigiani dice testualmente: « Secondare possibilmente l’inclinazione dei giovani nella scelta dell’arte o mestiere » (691). Questo principio naturalmente suppone e implica due cose: confidenza da una parte e conoscenza dell’alunno ed esperienza dall’altra. Più esplicito e più completo è ancora un articolo della convenzione stipulata da Don Bosco per l’apertura dell’Ospizio Salesiano di Parma: « Nella scelta del mestiere si avrà riguardo alla robustezza, istruzione, propensione ed anche alla condizione dell’allievo » (692).

 Che poi il Santo abbia avuto doti straordinarie per giudicare dell’orientamento professionale dei suoi giovani, lo si rileva dal suo caratteristico intuito naturale circa attitudini e propensioni giovanili; dall’esercizio pratico, si può dire, di tutti i principali mestieri professionali e agricoli durante la sua giovinezza; e dalla esperienza accumulata in tanti anni di direzione delle sue stesse scuole, così svariate e numerose. Infine era anche e soprattutto la sua carità senza confini che lo portava a interessarsi dei suoi allievi per procurar loro sia un mestiere appropriato mentre erano nel periodo della loro formazione, sia anche, quando gli era possibile, una sistemazione dopo che avevano lasciato la Casa Salesiana.

 A proposito di questo, ricordiamo di passaggio che « anche ai giovani operai che avevano terminato il loro tirocinio, o che per qualche altro motivo dovevano uscire dall’Oratorio, Don Bosco procurava di assicurar l’esercizio della loro professione nelle officine più oneste della città e dei dintorni, con una paga conveniente. In questa premura era aiutato dall’Economo del Convitto Ecclesiastico e da vari membri della Società delle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli. Di più ancora: egli stesso, o per mezzo di quei bravi Signori, cercava commissioni di lavoro, per i capi di fabbrica o di bottega che avevano accettati i suoi operai, ovvero si prestava a rendere qualche servizio da essi domandato» (693).

 Serve ancora a manifestare tale suo interesse quest’attestazione di un Ex-Allievo dell’Oratorio (ne scegliamo una tra mille) : « Ed ora la mia agiata condizione attuale nel commercio la debbo alla educazione ricevuta da Don Bosco e ai suoi buoni uffici presso quelli che mi aiutarono a conseguire una fortuna» (694).

 Ritornando ora al nostro problema, è importante rivelare come la conoscenza dell’allievo da parte dell’educatore — che Don Bosco voleva quanto più profonda possibile come base dell’Orientamento — doveva secondo lui fondarsi principalmente sulla confidenza dell’alunno e doveva sempre essere frutto di bontà, di lavoro, di dedizione completa e di sacrifici compiuti dall’educatore stesso. Solo allora si aprono i cuori e si può effettivamente comprendere e conoscere le intime aspirazioni dei giovani.

b) Fattori e mezzi dell’orientamento professionale.

 Abbiamo già parlato dello spirito di famiglia. Qui, seguendo il pensiero or ora enunciato, considereremo tale spirito come elemento di grande efficacia per FOrientamento Professionale nelle Case Salesiane. « La familiarità — leggiamo nella famosa lettera del 1884 da Roma — porta affetto e l’affetto porta confidenza. Ciò è che apre i cuori, e i giovani palesano tutto senza timore ai maestri, agli assistenti ed ai Superiori » (695).

 Importanza grande ha pure il lavoro coordinato compiuto dagli educatori nelle Case salesiane. Considerando ora questo punto in funzione dell’Orientamento, ci limiteremo a costatare la coordinazione del lavoro dei singoli educatori stretti attorno al Direttore, fa sì che il lavoro sia unitario e costante. Cosicché l’alunno in ciascuno dei Superiori, Assistenti e Professori, trova sempre un padre, un amico, un fratello, il quale vuol conoscere e studiare, per guidarli sempre meglio, coloro che gli sono affidati, preparandoli soprattutto pel giorno in cui dovranno lasciare la casa salesiana.

 Altro fattore assai importante per la conoscenza dell’alunno a vantaggio del suo orientamento è il colloquio privato col Direttore: colloquio che possono fare spontaneamente gli alunni. Questi colloqui, che si svolgono in un ambiente di santa paternità, sono quelli dai quali a volte sprizza la parola luminosa e decisiva. In essi il Direttore, con prudenza e senza pressioni di sorta, dispone man mano l’alunno a manifestare le sue preferenze e attitudini a un dato mestiere o genere di vita, facilitandone così la scelta a tempo opportuno.

 Sono pure coefficienti per l’Orientamento la Religione e lo spirito di lavoro che Don Bosco voleva come distintivo delle sue Case e dei suoi figli. La Religione attira lumi e grazie dall’alto: il lavoro stesso, mentre rivela e conferma certe attitudini oppure la loro assenza, disciplina le forze e rettamente le indirizza.

 Si aggiunga che, ai fini dell’Orientamento Professionale, è indispensabile la conoscenza profonda della natura e delle esigenze delle varie professioni. Tale conoscenza è generalmente posseduta dagli educatori salesiani, essendo essi stessi i maestri, i capotecnici, i periti, le guide insomma che vivono in contatto costante eon g]i alunni di dette scuole. Don Bosco poi voleva che il Direttore ogni due mesi tenesse « una conferenza agli assistenti e ai capi di laboratorio, per udire le osservazioni che avessero a fare, e dar loro le norme e le istruzioni opportune pel buon andamento dei laboratori » (696).

 Dobbiamo poi notare che le scuole professionali di Don Bosco non sono il gigantesco complesso industriale, ove l’operaio a volte suol essere legato per sempre a un tornio o a una fresatrice quasi quasi come l’antico schiavo al suo remo. Don Bosco, stabilendo che le sue officine o laboratori fossero « vere scuole di arti e mestieri » (CostU., 5), voleva che i suoi giovani artigiani imparassero a conoscere talmente la propria professione da potere — una volta compiuto il tirocinio o apprendimento pratico — godere nel lavoro di una certa autonomia, tanto utile al miglioramento progressivo della propria posizione professionale non solo, ma anche familiare e sociale. Ond’è che gli allievi artigiani capiscono assai bene l’importanza del lavoro che vanno man mano compiendo. Premessi i necessari esercizi didattici e vinte le prime difficoltà o ponti di passaggio, intraprendono il vero lavoro, graduato secondo la progressiva capacità dei singoli. Questo giova assai all’orientamento degli allievi per la vita: anzi, ne è questa la prova vissuta e quasi il termometro della loro abilità « a guadagnarsi onestamente il pane » (Costit., 5).

 D’altra parte, siccome Don Bosco raccomanda: « Si faccia in modo che gli alunni lavorino e che i laboratori producano quel tanto che è compatibile con la condizione di scuola » (Costi/., 5), i giovani artigiani sanno che, dietro il proprio lavoro, non vi è soltanto la vetrina-mostra della scuola, ma un cliente con tutte le giuste pretese di chi, spendendo il proprio denaro, ha diritto di vedersi ripagato con lavori corrispondenti alle condizioni previamente fissate: e questo, mentre è uno stimolo alla propria abilità, porta anche un contributo a un orientamento sempre più coscienzioso e illuminato.

 In particolare, per l’Orientamento Professionale fra gli artigiani e gli agricoltori, pensiamo che nella maggior parte dei casi conserverà un grande valore il metodo tradizionale: dopo a- ver avuto le informazioni familiari e ambientali, nonché quelle riguardanti le inclinazioni e tendenze del futuro alunno, vi è la visita medica, la consulta con il capo d’arte, l’esame delle attitudini specifiche d’intelligenza e di robustezza per determinati mestieri, e possibilmente una visita a tutti i laboratori per notare simpatie e preferenze. Per certi mestieri poi si dovrà te ner conto, in modo del tutto particolare, della salute, della potenza visiva e auditiva, delle inclinazioni artistiche,

 In tutte queste valutazioni purtroppo avranno sempre un grande peso le esigenze e le possibilità familiari.         ,

 D’altronde può anche esservi un periodo di prova: abbiamo già visto però che leggerezza e velleità giovanili possono trovar qui un non lieve pericolo. È questo il motivo per cui Don Bosco, ammaestrato da lunga esperienza, era piuttosto restìo a questi cambi, perchè possono essere contagiosi e costituire generalmente un vero perditempo.

 Accanto ai mézzi tradizionali non sono però da trascurare, per la più esatta conoscenza delle doti personali, i numerosi dati oggi forniti da studi e da strumenti sempre più perfetti. Per questo, in ossequio alle pratiche tradizioni di Don Bòsco, è sorto, nel Pontifìcio Ateneo Salesiano, un Istituto Superiore di Psicologia, con indirizzo eminentemente pedagogico e pratico, per formare insegnanti capaci di usufruire di tutti gli apporti della scienza a vantaggio dell’Orientamento dei nostri alunni. Inoltre in non poche Case si sono già stabiliti Centri di Orientamento Professionale nei quali, mediante l’uso delle tecniche psicologiche, si facilita la ricerca delle attitudini o delle controindicazioni di qualche professione per gli allievi.

 Quanto poi alle scuole secondarie e superiori, valgono naturalmente le considerazioni fatte, badando però che qui si ripresentano più spesso, lungo il percorso degli studi, dei momenti in cui, rinnovandosi la necessità di una scelta, occorre pure rinnovare e approfondire il lavorìo di Orientamento. Ciò è da farsi, per esempio, al termine delle scuole elementari, del ginnasio e del liceo. E si avverta come questa categoria di giovani studenti sia maggiormente esposta alle lusinghe e fantasie, derivanti dalla loro posizione familiare e sociale.

 Don Bosco, in questo terreno così irto di difficoltà, ottenne risultati notevoli. Egli infatti diede alla Società uomini ben preparati nelle scienze e nelle arti, ben temprati nella Religione e nella morale, e soprattutto dotati della ricchezza inestimabile di un forte abito e amore per il lavoro.

 L’Associazione degli Ex-Allievi Salesiani, ogni dì più fiorente, mettendoci a contatto con amici carissimi che un giorno popolavano i nostri Collegi, e che spesso tornano a noi a parlarci delle loro posizioni sociali, ci conforta con la realtà di una splendida riuscita della maggior parte di essi.

 Porremo termine al fin qui detto ricordando la relazione presentata al Primo Congresso Nazionale di Orientamento Professionale, tenutosi a Torino nel 1948, dal Direttore dell’Istituto Superiore di Psicologia del nostro Pontifìcio Ateneo.

 In quella relazione egli sostenne scientificamente le conclusioni suindicate, e ricordò, con affetto e gioia di figlio, che l’eminente psicologo S.E. il Padre Gemelli, nelle relazioni precedenti aveva chiamato Don Bosco « il Santo Orientato- re », e che l’illustre Prof. Ponzo dell’Università di Roma aveva salutato Don Bosco quale « Pioniere dell’Orientamento Professionale », avendolo il Santo attuato con gran successo ed efficacia già ai suoi tempi, quando nel mondo scientifico e pedagogico il problema non era ancor sentito (697).

2)        La        vocazione.

 Frutto squisito dell’opera educativa è senza dubbio la scelta dello stato, quando viene fatta nel modo più prudente dall’alunno che, attraverso gli anni della propria formazione, ha saputo attrezzarsi bene in preparazione al suo avvenire.

 Quando poi detta scelta va a posarsi sullo stato sacerdotale o religioso, il frutto deve ritenersi prezioso tra i più preziosi. Poter favorire il più sovente possibile la maturazione di tale frutto era la costante brama di San Giovanni Bosco, il quale — per citare un solo esempio — nel 1885 scriveva a un suo missionario d’America: « Che se nelle Missioni o in qualunque altro modo tu giungi a ravvisare qualche giovanetto che dà qualche speranza pel sacerdozio, sappi che Dio ti manda tra mani un tesoro. Ogni sollecitudine, ogni fatica, ogni spesa per riuscire in una vocazione non è mai troppa: si calcola spesa sempre opportuna» (698).

 Vorremmo poter indugiarci a lungo su questo graditissimo tema della vocazione, la quale può a ragione considerarsi vero dono di Dio e desiderato coronamento di tutta un’opera di educazione cristiana e salesiana; ma per amore di doverosa brevità, al termine ornai della nostra trattazione, ci limitiamo a riportare taluni fra i molti e preziosi pensieri del nostro Padre in proposito.

 Non ignoriamo che il problema della vocazione presenta alcuni aspetti, specialmente teorici e sistematici, che sono oggetto di studio fra insigni teologi: lasciando perciò ad essi il prendere posizioni ponderate, noi ci limiteremo a mettere in luce il sano equilibrio pratico di Don Bosco, quale può risultare anche solo dalle poche ma scelte parole, che stiamo per riferire, da lui rivolte ai suoi giovani sull’argomento.

a) La vocazione, chiamata divina.

 Pel santo Educatore Punico punto di partenza in tutto questo gravissimo negozio era la Volontà di Dio.

 E così nel Giovane Provveduto (699) parla in questi termini del « Giovane nella scelta dello stato » : « Nei suoi eterni consigli Iddio ha destinato a ciascheduno di noi una condizione di vita e le grazie relative. Come in ogni altra circostanza, così anche in questa, che è capitalissima, il cristiano deve cercar di conoscere la divina Volontà, imitando Gesù Cristo che protestava di essere venuto quaggiù solo per compiere i voleri del suo Eterno Padre. Importa dunque moltissimo, figliuoli miei, che procuriate di venirne bene in chiaro, per non impegnarvi in occupazioni a cui il Signore non vi destina ».

 Alludendo ancora alla Volontà di Dio, il Santo disse nella Buona Notte del 3 marzo 1865: « In ultimo darò un avviso a coloro che in quest’anno sono per compiere il loro studio di latinità: Fra- tres, satagite ut per bona opera certam vestram vocationem et electionem faciatis (Fratelli miei, studiatevi sempre più di rendere certa la vostra vocazione ed elezione per mezzo delle buone opere) (700). Esaminate in questo tempo quaresimale qual sia lo stato al quale vi chiama il Signore.Cercate colle vostre buone opere di domandare alla Divina Maestà che vi indichi qual sia la strada per la quale dovete camminare. Alcuni di voi mi dicono: — Noi non ci vogliamo far preti. — Va bene; ma vorrete essere buoni secolari, vorrete anche da secolari guadagnarvi il Paradiso;. pregate adunque il Signore, per non sbagliare la strada anche essendo secolari. — Ora non ci vogliam pensare; ci penseremo poi. — E quando ci vorrete pensare? Quando non sarete più a tempo? Perciò preghiamo, facciamo delle buone Comunioni, miei cari figliuoli » (701).

Il buon Padre poi, nella Buona Notte del 13 maggio 1877, si esprimeva così: « È specialmente in questa Novena dello Spirito Santo che io soglio raccomandare il pensiero della vocazione: è il tempo più opportuno per conoscere ciò che il Signore vuole da noi ». Si noti l’espresso riferimento alla Volontà di Dio. « Tutti — proseguiva Dòn Bosco — debbono pensarci, ed in special modo quelli che hanno già indossato l’abito, che sono iniziati nella carriera ecclesiastica, cioè i chierici che hanno bisogno di perseverare... E non solamente i chierici, ma anche gli altri giovani devono pensare alla loro vocazione, e per i primi quelli di quinta ginnasiale, che di quest’anno debbono prendere una stabile risoluzione; anche quelli della quarta e qualcuno delle altre scuole inferiori incomincino a pensare adesso a quello che dovranno fare in avvenire, per assicurarsi un felice stato anche in questo mondo. Se deliberano per tempo e prendono consiglio, ai fine dell anno si troveranno contenti e sicuri » (702).

 Potremmo moltiplicare le citazioni, ma preferiamo riportare qui una lettera scritta appositamente dal Santo sull argomento della vocazione ai suoi « amati figli di quarta e quinta ginnasiale di Borgo San Martino ».

 « Ritenete adunque — così Don Bosco, dopo un paterno preambolo — che in questo mondo gli uomini devono camminare per la via del Cielo in uno dei due sitati: Ecclesiastico o secolare. Per lo stato secolare ciascuno deve scegliere quegli studi, quegli impieghi, quelle professioni, che gli permettano Fadempimento dei doveri del buon cristiano e che sono di gradimento ai propri genitori. Per lo stato ecclesiastico poi, si devono seguire le norme stabilite dal nostro Divin Salvatore: Rinunziare alle agiatezze, alla gloria del mondo, ai godimenti della terra per darsi al servizio di Dio e così vie meglio assicurarsi i gau- dii del Cielo, che non avranno più fine. Nel lare questa scelta ciascuno ascolti il parere del proprio Confessore e poi senza badare nè a Superiori, nè a parenti, nè ad amici, risolva quello che gli faciliti la strada della salvezza e lo consolial punto della morte. Quel giovanetto che entra nello stato ecclesiastico con questa intenzione, egli ha morale certezza di fare gran bene all’anima propria ed all’anima del prossimo.

 « Nello stato ecclesiastico inoltre — continua Don Bosco — vi sono molte diramazioni che devono tutte partire da un punto e tendere al medesimo centro che è Dio. Prete nel secolo, prete nella religione, prete nelle missioni estere sono ´i tre campi in cui gli evangelici operai sono chiamati a lavorare ed a promuovere la gloria di Dio. Ognuno può scegliere quello stato che gli sta più a cuore, più adattato alle sue forze fisiche e morali, prendendo consiglio da persona dotta e prudente. A questo punto io dovrei sciogliervi molte difficoltà che si riferiscono al mondo, che vorrebbe tutta la gioventù al suo servizio, mentre Dio la vorrebbe tutta per Sè. Tuttavia procurerò verbalmente di rispondere, o meglio spiegare le difficoltà che a ciascuno possono occorrere nel prendere qualcuna di queste importanti deliberazioni.

 « La base poi della vita felice di un giovanetto — conchiude il santo Educatore — è la frequente Comunione e leggere ogni sabato la preghiera a Maria Santissima sulla scelta dello stato, come sta descritta nel Giovane Provveduto» (703).

 Questa preghiera è così caratteristica, che stimiamo necessario riprodurla, anche perchè si veda sempre meglio quanto Don Bosco insistesse sul punto che si abbraccia la vocazione per compiere la Volontà di Dio che chiama. Detta preghiera è così concepita:

 « Eccomi ai vostri piedi, o Vergine pietosa, per impetrare da Voi la grazia importantissima della scelta del mio stato. Io non cerco altro che di fare perfettamente la volontà del vostro di- vin Figlio in tutto il tempo della mia vita. Desidero ardentemente di scegliere quello stato che più mi renderà contento quando mi troverò al punto della morte. Deh! Madre del Buon Consiglio, fatemi risuonare agli orecchi una voce che allontani ogni dubbiezza dalla mia mente. A Voi, che siete la Madre del mio Salvatore, s’appartiene altresì d’esser la Madre della mia salvezza. Perchè se Voi, o Maria, non mi partecipate un raggio del divin Sole, qual luce mi rischiarerà? Se Voi non m’istruite, o Madre deH’Incarnata Sapienza, chi mi ammaestrerà? Udite dunque, o Maria, le mie umili preghiere. Dubbioso e vacillante indirizzatemi, guidatemi nella retta via che conduce alla vita eterna, giacché Voi siete la Madre del bell’amore, del timore, della cognizione e della santa speranza, i cui fiori producon frutti d’onestà e d’onore » (704).

b) Obbligo di abbracciare la vocazione.

 Su quest’obbligo Don Bosco voleva fossero ben istruiti i suoi giovani, specialmente verso li termine della loro educazione in collegio.

 Però ne aveva già scritto nel Giovane Provveduto, confortando il suo dire con l’esempio del Patrono San Francesco di Sales, Ecco le sue parole:

 « Proponetevi di fare la volontà di Dio, checché ve ne possa avvenire, e malgrado la disapprovazione di chi giudica secondo le viste dei secolo.

 « Ove i genitori o altre persone autorevoli volessero distogliervi dal cammino a cui Dio v’invita, ricordatevi che quello è il caso di mettere in pratica il grande avviso del Vangelo, di ubbidire prima a Dio che agli uomini. Non dimenticate, no, il rispetto e lonore che dovete loro: rispondete e trattate sempre con umiltà e mansuetudine, ma senza pregiudicare al supremo interesse dell’anima vostra. Chiedete consiglio sul contegno da osservare e confidate in Colui che può tutto. Consultate persone sagge e timorate del Signore, specialmente il confessore, dichiarando con piena schiettezza il vostro caso e le vostre disposizioni.

 « Quando San Francesco di Sales ebbe palesato in casa sua che Dio lo chiamava al sacerdozio, i genitori gli osservarono che come primogenito della famiglia doveva esserne l’appoggio ed il sostegno; che l’inclinazione allo stato ecclesiastico derivava da una divozione indiscreta, e ch’egli avrebbe benissimo potuto santificarsi anche vivendo nel secolo; anzi, per meglio impegnarlo a secondare le loro intenzioni, gli proposero un matrimonio onorevole e vantaggioso. Ma nulla valse a smuoverlo dal suo proponimento. Antepose costantemente la volontà di Dio a quella dei genitori, che pur teneramente amava e profondamente rispettava; e preferì di rinunciare a tutti i vantaggi temporali, anziché venir meno alla grazia della sua vocazione. E i genitori che, nonostante qualche men retta idea originata da viste mondane, erano persone di pietà, ebbero in seguito a chiamarsi contenti della sua risoluzione » (705).

 Ancora pei giovani che stanno in famiglia e in mezzo ai pericoli del mondo, il Santo scriveva, tra altri Ricordi, il seguente: « Una delle cose, cui dovrebbero sempre pensare e studiare i giovanetti, si è la elezione dello stato. Per loro disgrazia ci pensano poco e perciò la più parte la sbagliano; si fanno infelici in vita, e si mettono a gran rischio di essere infelici per tutta l’eternità. Voi pensateci molto, e pregate sempre perchè Dio vi illumini: e non la sbaglierete» (706).

A Don Bosco stavano a cuore particolarmente gli alunni interni della 4a e 5a ginnasiale. « Desiderava che ciascuno gli scrivesse un biglietto per dirgli in confidenza a quale stato sembra- vagli di essere chiamato, se cioè allo stato ecclesiastico o al secolare; e chi aspirava allo stato ecclesiastico, gli dicesse se intendeva prepararsi per entrare in seminario oppure romperla definitivamente col mondo e consacrarsi a Dio nella vita ritirata, com’era appunto quella dei Salesiani; ma ognuno partisse dal principio di voler scegliere quello stato che a lui pareva meglio confacente alla salvezza dell’anima propria » (707).

 A questi alunni il 14 gennaio 1886 Don Bosco parlò così: « Ho visto che molti stamattina sono venuti qui per le Confessioni, a far la Comunione e l’Esercizio della Buona Morte. Io sono molto contento; ma naturalmente che questo eccita negli altri un po’ d’invidia. E i piccolini possono dire: — E non abbiamo anche noialtri i nostri peccati da confessare a Don Bosco? — Eh, sì, ma Don Bosco, come ho già detto, non può più attendere a tutti. Egli perciò si limita a quei di quarta e quinta, perchè essi si trovano nell’ultimo anno in cui debbono deliberare della, loro vocazione, da cui quasi sempre dipende la salute eterna di un giovane... Vi ripeto che mi preme solo di sapere i vostri pensieri sulla vocazione, sia ecclesiastica, come non ecclesiastica, perchè desidero la vostra felicità temporale ed eterna » (708).

 Con ragione pertanto il biografo potè affermare che il nostro Padre « conoscendo qual favore inestimabile sia una chiamata del Signore al suo divino servizio, nei suoi discorsi familiari coi giovanetti sapeva trovare il momento opportuno per infondere nel loro animo un’altissima idea dello stato sacerdotale e Fobbligo stretto di ottemperare alla divina chiamata » (709).

c) Mezzi per conoscere la vocazione.

 Da quanto abbiamo fin qui udito da Don Bosco, si deduce che in tema di orientamento il vero problema per l’educando consiste nel conoscere il più sicuramente possibile lo stato cui il Signore lo chiama: di modo che la stabile decisione riguardante tutta la sua vita avvenire sia da lui presa in conformità ai dettami della prudenza umana e cristiana.

 Scrive al riguardo il nostro Padre nel Giovane Provveduto: « A qualche anima, che Dio volle favorire in modo singolare, Egli manifestò per via straordinaria lo stato a cui la chiamava. Voi non pretendete tanto; ma consolatevi nella sicurezza che il Signore vi guiderà sul retto cammino, purché dal canto vostro non trascuriate i mezzi opportuni per una prudente deliberazione ».

 Quindi il santo Educatore passa a specificare quali sono i mezzi da lui ritenuti più opportuni:

 « Uno di questi è di passare illibata la fanciullezza e la gioventù, ovvero di riparare con una sincera penitenza gli anni disgraziatamente trascorsi nel peccato.

 « Altro mezzo è la preghiera umile e perseverante. Vi gioverà ripetere con San Paolo: Signore, che volete ch’io faccia? Oppure con Samuele: Parlate, o Signore, che il vostro servo Vi ascolta. O col Salmista: Insegnatemi a fare la vostra volontà, perchè siete Voi il mio Dio. O qualche altra consimile affettuosa aspirazione.

 « Allorché dovrete venire alla risoluzione, rivolgetevi a Dio con più speciali e frequenti orazioni: indirizzate a questo intento la santa Messa che ascoltate; applicate a questo scopo qualche Comunione. Potete anche praticare qualche novena, qualche triduo, qualche astinenza, visitare qualche insigne santuario.

 « Ricorrete altresì a Maria, che è la Madre dpi Buoi! Consiglio; a San Giuseppe suo sposo, fedelissimo ai divini comandamenti; all’Angelo Custode, ai vostri Santi Protettori.

 « Sarebbe ottima cosa, potendo, il premettere a una decisione di tanta importanza gli Esercizi Spirituali o qualche giorno di ritiro» (710).

 Premeva tanto a Don Bosco quest’ultimo mezzo che ne inculcava la necessità anche ai predicatori degli Esercizi Spirituali. A Don Barberis, che stava dettando tali Esercizi ai nobili convittori di V alsalicc, il Santo espose così il suo pensiero: « Nel tempo degli Esercizi Spirituali bisogna assolutamente trattare sempre della vocazione, e trattarne, per esempio, così: — Il Signore, creando un uomo, vuole da lui qualche cosa di speciale. Lo pone, direi quasi, in capo ad una via che Egli sparge di grazie. Arrivati a un certo punto della vita, è da prendersi una decisione: bisogna incamminarsi risolutamente per quella tal via che si para dinanzi. Questa via può essere di due specie, una della vita secolare e l’altra dello stato ecclesiastico, e la via di quest’ultimo si dirama in due, di cui una è per i sacerdoti sciolti e l’altra per quelli regolari, che si ritirano dal mondo per mettersi più al sicuro dai pericoli. — E così si continua a ragionare sul tono di una semplicissima esortazione. Rac- comandare, e molto, che non si vada alla cieca, ma che ci si pensi assai assai, e si preghi, si preghi, essendo questo un punto di capitalissima importanza nella vita dell’uomo. Poi soggiungere: — Vi è qualcuno che si senta speciale inclinazione alla vita sacerdotale o religiosa? Ebbene, costui si arrenda e si consigli specialmente in questi santi Esercizi. V i è qualcheduno già avanzato in età, che non si sentì mai nessuna inclinazione a questi due stati? Ebbene, costui non vi è chiamato; segua pure il genere di vita, nel quale si trova. — In questa maniera io credo che si possa parlare a tutti di vocazione, in qualunque collegio si predichi e a qualunque classe sociale i giovani appartengano, siano essi nobili o borghesi o contadini. Questo punto insomma nei nostri Esercizi ai giovani non si deve mai tralasciare» (711).

 Nell’aprile del 1877 Don Bòsco stesso parlò dinanzi a tutti i giovani della casa, toccando l’argómento della vocazione:

 « Abbiamo compiuta una gran cosa, siamo in buone condizioni: abbiamo fatto gli Esercizi Spirituali. Non tutti, è vero, perchè finora i soli studenti li fecero, ma fra poco li faranno anche gli artigiani. Voi mi fate fare sempre festa! Sì, è una vera festa per Don Bosco il poter prendere cura delle anime dei suoi giovani. Questo è il fine per cui si lavora, per questo fine esiste questa casa: perchè i giovani facciano del bene all’anima loro ». E dopo altre paterne espressioni e avvisi per le confessioni, il Santo proseguiva:

 « Qualcuno mi domandava una regola generale riguardo al conoscere la propria vocazione. La prima regola che io do è questa che tutti sanno: se uno non si sente inclinato allo stato´ecclesiasti co, non si faccia prete; se non si sente inclinato allo stato secolare, non si faccia secolare; se poi nonostante Finclinazione, alcuno vedesse che uno stato è pericoloso per l’anima sua, prenda consiglio. Così pure faccia chi non sente speciale inclinaz’o- ne a nessuno stato. Se poi uno non fosse non inclinato, ma avverso allo stato ecclesiastico, siccome questa avversione può essere tentazione del demonio, prescinda dal deliberare senza esame e si consigli. Altre regole sono gli Statuti Ecclesiastici, la probitas morum (probità di costumi), lo spirito di santità, e questa sarebbe una buona caparra per attirare la benedizione del Signore.

 « Io do poi un’altra regola — proseguiva Don Bosco — per scegliere lo stato, ed è questa. Si metta in un luogo donde possa vedere il Crocifisso, e dica: — Mio Dio, io voglio abbracciare quello stato che più mi deve consolare al punto di morte. Voi illuminatemi e fatemi conoscere la vostra santa Volontà. — Poi dica un Pater noster, e quindi aspetti un poco, e consideri quanto gli dice il suo cuore. Molti a cui io ho già suggerito questo mezzo, deliberarono per uno stato contrario a quello che prima avevano l’intenzione di abbracciare. Il Signore queste grazie le fa a chi le domanda sinceramente, risoluto di seguire la divina vocazione...

 « Anche gli artigiani, e non solo i signorini studenti, hanno da pensare alla loro vocazione; perchè se io vedessi in alcuno di loro la volontà di farsi Salesiano, me lo prenderò molto a cuore, e sarò ben sollecito di raccogliere questa perla preziosa, e conservarla nell’Oratorio.

 « Noi tutti intanto — concludeva il buon Padre — pregheremo il Signori, perchè ognun di voi ricavi il maggior frutto possibile´ dagli Esercizi che ha fatti o che farà, e che voglia assistere quelli che sono già avviati alla carriera ecclesiastica, ed illuminare quelli che stanno per abbracciarla o per scegliere qualunque sia stato della loro vita, affinchè noi tutti possiamo passare nella virtù i giorni del nostro pellegrinaggio su questa terra e, dopo una santa morte, trovarci un giorno tutti insieme riuniti a lodarlo in Paradiso. Buona Notte! » (712).

 Sono già molte e notevoli le cose udite finora da San Giovanni Bosco. Tuttavia, sui mezzi per conoscere la vocazione, abbiamo, per così dire, una trattazione organica, fatta dal nostro santo Fondatore in tre Buone Notti del dicembre 1864. Le riportiamo integralmente, ben sapendo che alcune eventuali ripetizioni di pensiero verranno largamente ricompensate dalla parola sempre tanto cara e attraente del nostro grande Padre su di un tema così importante e vitale.

 Il 5 dicembre Don Bosco disse: « Vi ho promesso di parlarvi dei mezzi necessari per scoprire la vostra vocazione. Stasera vi dirò poche cose, riserbandomi a parlare poi distesamente un’altra volta. Molti di voi saran preti, moltissimi resteranno secolari. Ma non bisogna che voi, perchè dite: — Mi farò prete! — vi crediate di riuscire preti; e voi perchè dite: — Io prete non mi voglio fare! — che crediate dover essere secolari. No e poi no. Molte volte Iddio chiama ad essere preti certi giovani che neppure se lo sognavano, e molte volte giovani che si credevano chiamati al Sacerdozio, anzi chierici che avevano già presa la veste, cambiarono strada.

 « Dunque, finché abbiamo tempo, preghiamo il Signore che ci insegni la strada per la quale dobbiamo camminare. E primo mezzo per far certa la nostra "vocazione, è quello che ci suggerisce San Pietro: Fratres, satàgite, ut per bona opera certam vestram vocationem et electionem faciatis: condurre una vita piena di buone opere, una vita col santo timor di Dio. Tutto quello che facciamo, farlo alla maggior gloria del Signore, e allora il Signore ci dirà quello che vuole da noi, per che strada dobbiamo incamminarci, qual carriera abbiamo da scegliere » (713).

 Continuò l’argomento il 10 dicembre:

 « Abbiamo detto che primo mezzo per scoprire a che stato Dio ci chiami, sono le buone opere. Il secondo è quello del quale così parla San Paolo: Oportet autem ilium et testimonium habere bonum ab iis qui foris sunt. Chi sono costoro che, essendo fuori di noi, debbono renderci testimonianza? Sono il padre, la madre, il parroco, i compaesani, il Direttore del Collegio o Casa di educazione nella quale ci troviamo. Nè per Direttore, per esempio, qui nel nostro Collegio, intendo parlare di me solo: ma di tutti quelli eziandio che qui entro hanno cura di voi. I giovani ben presto colla loro condotta dimostrano dove Dio li chiami, e, secondo questa condotta, coloro che foris sunt, proferiscono la loro sentenza.

 « Vedendo certi giovani che sono raccolti in Chiesa, riserbati nel tratto, affabili con tutti, sentite che si va dicendo di loro: — Che buon prete sarà costui! — Di quell’altro si dice: — Che buon soldato diventerà! — E di un terzo: — Di questo ne faremo un eccellente panettiere! [Qui Don Bosco facetamente colpisce certi poltroni e golosi, che facevano la raccolta del pane per mangiarlo fuori tempo e fuori luogo]. Stiamo attenti a far tutto, eziandio i doveri più piecoli, con diligenza, se vogliamo che il Signore ci faccia conoscere la strada per la quale egli intende che noi camminiamo.

 « Vi sarà un giovane al paese, del quale si sa da tutti che ha intenzione di farsi prete; ina in quanto *a studiare, studia poco; in chiesa va meno che può e vi sta con poca divozione; giuoca volentieri, frequenta certi compagni, si lascia sfuggire certe parolacce. La popolazione parla di lui e dà la sua testimonianza: — Che cattivo prete ha da riuscire costui! — Questo stesso giovanetto viene all’Oratorio, mandato dai parenti e talora senza chiedere consiglio al Parroco. Ma, ohimè, che freddezza! Prendete in mano la lista dei voti, in chiesa, medie; in iscuola, medie; in refettorio, medie; in studio, medie; in camerata, medie. Tanti medie possono fare un optime? Mai no!

 « Ah, miei cari! Diportatevi bene acciocché i Superiori possano dirvi francamente il loro parere sulla vocazione. State attenti a quello che vi dico adesso, perchè son cose che nei libri non si trovano, oppure si trovano in libri che voi, nel vostro stato presente, non potete procurarvi. Abbiate confidenza nei vostri Superiori, venite a consultarli, perchè è nostro piacere giovarvi in tutto quello che possiamo.

 « Vi sono giovani che in tutto Fanno non si accostano mai ai Superiori e non si curano menomamente di pensare alla loro vocazione. Vengono le vacanze, si presentano al Parroco e domandano consiglio se debbono farsi preti o prendere altra professione. Il Parroco domanda loro: —, Che cosa ti ha detto Don Bosco? — Non mi ha detto nulla — rispondono essi. Ed io sfido chiunque a dir loro qualche cosa, se non si lasciano mai vedere. E poi con gli occhi bendati prendono uno stato: si fanno preti, per esempio, senza badare menomamente se Dio li abbia chiamati. Che sarà mai di loro, privi delle grazie necessarie?

 « In ultimo dirò chi sono quelli dai quali si deve prendere consiglio. Primi, i genitori. Essi però non sempre sono consiglieri sinceri, perchè molte volte non prendono, per guida de] loro consiglio, il benessere spirituale del figlio, la volontà del Signore, ma sibbene l’interesse del benessere temporale. Se hanno speranze di una buona prebanda, lo spingono al sacerdozio; se no, lo incamminano per altra carriera: e alcune volte si oppongono risolutamente, se manifestasse qualche desiderio di farsi prete.

 « Ma, se i parenti vivono da buoni cristiani, allora sono i migliori consiglieri che si possano desiderare. Essi vi hanno osservati accuratamente molti anni della vostra vita, ed il loro consiglio non può essere non giusto e sensato. Comunque sia, domandate sempre questo consiglio ai vostri genitori, che, in generale, se voi lo domanderete come va domandato, vi sarà dato come si conviene» (714).

 Don Bosco conchiuse l’argomento il 12 dicembre:

 « Abbiamo parlato del testimonio di coloro qui foris sunt, l’ultima volta. Ora parlerò di colui che solo può giudicare le cose interne della nostra anima, e questi è il Confessore. A lui perciò dobbiamo aprire schiettamente la nostra coscienza ed egli saprà dirci dove il Signore ci vuole. Scelto che abbiamo un Confessore dobbiamo con assiduità andare dallo stesso, perchè altrimenti che giudizio potrà fare della nostra vocazione, se non ci conosce perfettamente? Quindi non bisogna che voi abbiate due Confessori, uno per i giorni feriali e l’altro pei giorni di festa; che quando avete sulla coscienza qualche cosa che sia più grave del solito o almeno che vi sembri più grave, andiate a confessarvi da un altro, lasciando il solito; a questo modo accadrà che il vostro Confessore si crederà di avere un angioletto e invece avrà un diavoletto, e darà un giudizio oh quanto diverso dal vero! V oi quindi vi incamminerete per uno stato per il quale il Signore non vi voleva. Peggio se faceste come certi giovanetti che, tutte le volte che si confessano, cambiano Confessore e sembra che vadano ad assaggiarli tutti per sapere di che gusto sono. Quindi, miei cari figliuoli, vi dico schiettamente: mio desiderio è che vi scegliate un Confessare e che andiate sempre dallo stesso, se volete sapere ciò che il Signore vuole da voi. Confessori estranei alla Casa ne vengono pochi, ma ne avete tanti nella Casa, che potete scegliere uno che faccia per voi. Per gli artigiani questa regola non fa di bisogno. La loro vocazione è già determinata. Ma per gli studenti, per i quali la vocazione non è ancor bene determinata, corre tutt’altra regola. Tuttavia con ciò non voglio dire che chi muta Confessore faccia peccato. Questo no. Anzi faccio notare che, se qualcuno di voi avesse per disgrazia qualche grave peccato nell’anima e non avesse coraggio, di confessarlo al suo Confessore ordinario, è molto meglio, piuttosto che fare una confessione sacrilega, che vada da un altro Confes- fessore: cambi anche tutte le volte. È meglio che sia incerto del proprio stato che commettere un sacrilegio, tacendo un peccato in confessione.

 « Ma costui, prima di decidere sulla vocazione alla fine dell’anno, faccia una buona Confessione generale. Il confessore lo ascolterà con carità, lo aiuterà a dire ciò che ha vergogna di dire, e gli mostrerà qual sia la sua vocazione. Ricordatevi adunque che il primo giudice della vostra vocazione è il confessore. Se i vostri parenti, se il Parroco, se il Direttore della Casa di educazione vi dicessero di farvi preti, se aveste anche voi una certa inclinazione di farlo, ma il confessore vi dicesse: — Figlio mio, questo stato non è per te! —, a nulla valgono tutte le altre testimonianze: è questa sola che voi dovete seguire.

 . « Nello stato secolare poi vi sono anche molte gradazioni di mestiere, professione, grado sociale. Anche in ciò è meglio che stiate a ciò che dirà colui il quale conosce bene il vostro interno. Vi potrà dire per esempio: — Il fare il maestro non è per te. Il fare l’avvocato o il medico o il militare non è per te. Prendi invece questa o quest’al- tra arte o professione! — Il confessore, uomo di esperienza, ne sa più di voi. Egli vi può anche suggerire j mezzi per fare la vostra carriera. Naturalmente se vorrete farvi per esempio avvocato, e non ne aveste i mezzi, egli non potrà sommini- strarveli, ma almeno tante volte potrà additarvi il modo col quale conseguire il vostro fine» (715).

d) Necessità di una guida IN FATTO DI VOCAZIONE.

 Furono molte e gravi le lotte sostenute da Don Bosco nella sua giovinezza pel raggiungimento della sua vocazione: esse confermarono il Santo nella necessità di una guida saggia e sperimentata per la felice riuscita di una impresa sì importante e decisiva.

 Mamma Margherita, da lui interpellata o anche spontaneamente, gli aveva sempre fatto capire che gli lasciava la massima libertà, premendole solo la pace e l’eterna salvezza del figlio, con assoluta esclusione del calcolo dell’interesse o del miglioramento di famiglia (716). Anzi, quando il prevosto le disse qualche parola sul suo caro Giovanni accennando all’aiuto che avrebbe potuto prestarle nella tarda età, non entrando in convento ma facendosi sacerdote secolare, ella si recò dal figlio per dirgli con cristiana fierezza che, se fatto prete secolare fosse diventato ricco, ella non avrebbe mai messo piede in casa sua (717). Avvicinandosi il tempo, nel quale avrebbe dovuto deliberare della sua vocazione, si trovò assai perplesso. Lasciò scritto nelle Memorie: « Oh, se allora avessi avuto una guida, che si fosse presa cura della mia vocazione, sarebbe stato per me un gran tesoro; ma questo tesoro mi mancava! Aveva un buon confessore, che pensava a farmi un buon cristiano, ma di vocazione non si volle mai mischiare» (718).

 Grazie a un sogno e ad autorevoli consigli, si decise a entrare in Seminario; il che si affrettò a fare, raccomandandosi alle preghiere di vari amici perchè non gli mancasse il divino aiuto(719).

Quando finalmente, dopo lunga esperienza, ebbe raggiunta la mèta, dimostrò uno zelo straordinario, senza badare né a fatiche né a sacrifizi, per guidare le anime nella scelta dello stato sacerdotale e religioso. Una diligente statistica, fatta redigere dal Santo nel 1883, ossia cinque anni prima della sua morte, dimostrò che erano più di duemila i giovani che, formati nelle Case Salesiane, avevano poi raggiunto il sacerdozio nelle rispettive diocesi, senza naturalmente contare quelli che erano rimasti a lavorare nella sua famiglia religiosa (720).

 Rileva il biografo: « Se Don Bosco era premuroso di accogliere ed istruire i giovani, speranza della Chiesa, non si può descrivere lo zelo veramente straordinario col quale li aiutava a conoscere la propria vocazione. Dopo affettuosi eccitamenti per interessarli alla virtù e alla divozione a Gesù e a Maria, parlava loro di questo importantissimo affare. E non una sola volta, ma li voleva a sè più e più volte: interrogava ciascuno sulle proprie inclinazioni, sulla pratica delle opere di pietà e soprattutto come se la passassero quanto a costumi. Generalmente li preveniva che, colui che non fosse veramente chiamato allo stato clericale, piuttosto che mettersi in una falsa strada, si facesse operaio. Raccomandava a tutti di avere un confessore stabile, e facevasi volentieri direttore delle loro coscienze » (721).

 In fatto di vocazione, Don Bosco usava di una grande prudenza nel dare il suo consiglio. Ecco un fatto che, al dire del biografo, « vale una lezione ».

 Nel 1857 il giovane T... doveva terminare il suo corso ginnasiale. La sua condotta lasciava niente a desiderare. In tutti quei cinque anni non gli si parlò mai di vocazione. Aveva più volte domandato a Don Bosco a qual genere di vita lo consigliava di appigliarsi, compiuto che avesse il ginnasio.

 — Sta buono, — ei gli rispondeva, — studia, prega, e a suo tempo Dio ti farà conoscere ciò che sarà meglio per te.

 — Che cosa debbo praticare, affinchè Dio mi faccia conoscere la mia vocazione?

 — San Pietro dice che colle buone opere noi possiamo renderci certi della vocazione e delia elezione dello stato.

 Alla Pasqua dovendosi cominciare gli Esercizi Spirituali, il giovane desiderò trattare della sua vocazione e, sebbene da qualche tempo si sentisse grande propensione allo stato ecclesiastico, tuttavia temeva di esserne impedito dalla sua condotta passata. Si presentò pertanto in quei giorni a Don Bosco, e tenne con lui un colloquio, che noi abbiamo trovato scritto fra le sue carte. Eccolo:

 — Quali sono — chiese il giovane — i segni che manifestano essere o non essere un gioV aue chiamato allo stato ecclesiastico?

 — La probità dei costumi, la scienza, lo spò rito ecclesiastico — rispose Don Bosco.

 — Come conoscere se vi sia probità di costumi?

 — La probità dei costumi si conosce special- mente dalla vittoria sui vizi contrari al sesto co- mandamento, e di ciò bisogna rimettersi al parere del confessore.

 — Il confessore già mi disse che per questo canto posso andar avanti nello stato ecclesiastico con tutta tranquillità. Ma, e per la scienza?

 — Per la scienza tu devi rimetterti al giudizio dei Superiori, che ti daranno gli opportuni esami.

 — Che cosa s’intende per spirito ecclesiastico?

 — Per spirito ecclesiastico s’intende la tendenza ed il piacere che si prova nel prendere parte a quelle funzioni di chiesa che sono compatibili con l’età e con le occupazioni.

 — Nient’altro?

 — Vi è una parte dello spirito ecclesiastico che è più di ogni altra importante. Essa consiste in una propensione a questo stato, per cui uno è desideroso di abbracciarlo a preferenza di qualunque altro stato, anche più vantaggioso e più glorioso.

 — Tutte queste cose trovansi in me. Una volta desiderava ardentemente di farmi prete. Ne fui avverso per due anni, per quei due anni che Lei sa; ma al presente non mi sento a nessun’altra cosa inclinato. Incontrerò alcune difficoltà da parte di mio padre che mi vorrebbe in una carriera civile, ma spero che Dio mi aiuterà a superare ogni ostacolo.

 Don Bosco gli fece ancora osservare che il farsi prete voleva dire rinunziare ai piaceri terreni; rinunziare alle ricchezze e agli onori del mondo; non aver di mira cariche luminose; esser pronto a sostenere qualunque disprezzo da parte dei maligni, e disposto a tutto fare, a tutto soffrire per promuovere la gloria di Dio, guadagnagli anime e per prima salvare la propria.

 — Appunto queste osservazioni — ripigliò il giovane — mi spingono ad abbracciare lo stato ecclesiastico. Imperciocché negli altri stati havvi un mare di pericoli, che trovansi di gran lunga inferiori nello stato di cui parliamo. .

 Ma le difficoltà dovevano appunto incontrarsi da parte del padre, il quale essendo ricco con

 quell’unico erede, appena seppe della sua risoluzione, cercò dissuaderlo prima con lettere, e poi venne all’Oratorio per condurlo a casa. 11 giovane si arrese. Nel congedarlo Don Bosco gli indirizzò queste parole: — Mio buon figliuolo, una gran battaglia ti aspetta. Guàrdati dai cattivi compagni e dalle cattive letture. Abbi sempre la Madonna per madre tua e ricorri spesso a lei. Fammi presto sapere delle tue notizie.

 Il giovane, molto commosso, tutto promettendo partì col padre alla volta della patria. E mantenne la sua parola. Cedendo per obbedienza alle insistenze paterne, prese la patente di geometra; ma stette saldo nella sua vocazione. Aveva portato con sè l’amore all’Oratorio e sentiva risuonar sempre nel suo cuore le parole di Don Bosco: « Se perdi l’anima tutto è perduto, se salvi l’anima tutto è salvo in eterno! » Scrupoloso osservatore delle feste, per amor di guadagno non lasciavasi in tali giorni tirare a far qualche perizia o a prendere qualche pubblica misura: — Alla festa voglio andare in Chiesa, — diceva, — e non voglio far altro. — Il suo esempio, la suo parola era di mirabile effetto, e prestava ano zelante aiuto al parroco in tutte le opere buone. Finché, nel 1871, ritornava con Don Bosco, abbracciava lo stato religioso e a suo tempo veniva ordinato sacerdote (722).

 Un caso assai delicato, e che esige la massima prudenza nella guida spirituale, si ha quando sorge nell’educando il dubbio se farsi prete nel clero diocesano o in una famiglia religiosa.

 Sulla decisione, com’è noto, possono influire motivi di vario genere. Don Bosco però, gelosissimo dell’onore sacerdotale, si studiò sempre di allontanare dall’ingresso nel Seminario quei suoi alunni che, rivelatisi deboli di fronte alle occasioni e ai pericoli delle vacanze, riuscivano a conservarsi puri ed edificanti soltanto nella vita in comune, lungi dagli allettamenti delle persone e cose del mondo. Egli, che nel Seminario aveva passato anni felici, desiderava che le vacanze, per chi aspirava allo stato sacerdotale nel secolo, costituissero effettivamente come una garanzia di quella virtù, che sa mantenersi tale anche in mezzo alle lusinghe e ai pericoli del mondo.

 Parlando ai Direttori e ai membri del Capitolo Superiore il 4 febbraio del 1876, Don Bosco toccò anche questo punto a proposito della cura delle vocazioni.

 « Non occorre — così disse il Santo — che io vi ripeta nuovi avvisi, perchè si coltivino molto le vocazioni allo stato ecclesiastico. Questo è lo scopo principale, a cui tende ora la nostra Congregazione. La straordinaria scarsità del clero, che ogni anno più si deplora, è il maggior male che presentemente ci minaccia. Ciò che io desidero dirvi sono alcune regole, o sante astuzie, per coltivare con profitto queste vocazioni. Si indaghi adunque chi sono coloro che hanno propensione per la Congregazione, ma non si spinga mai nessuno ad entrarvi; anzi, coloro che desiderano andare in Seminario, si lascino in libertà, e speriamo, purché siano atti, che faranno del bene. Ma quando alcuno ci domanderà consiglio sulla vocazione, come rispondere? E specialmente quando siamo interrogati da chi è indeciso e propende più per farsi prete secolare che per entrare in Congregazione? Ecco questo, che io credo un gran consiglio. Quando si vede che ud giovane assai buono in collegio, è solito nelle vacanze a far qualche mancanza grave contro la moralità e, rientrato in collegio, aggiusta la partita dell’anima, e per vari mesi e per tutto l’anno non ha più nulla da rimproverarsi su questo punto, se costui desidera farsi prete, il consiglio che assolutamente gli darei sarebbe questo: — Se tu vuoi farti prete e vivere nel mondo, tu la sbagli; non farti prete; oppure entra in una Congregazione od in un Ordine religioso. — Questo è chiaro: poiché se costui si fa chierico e va in Seminario, come resisterà nelle vacanze tanto lunghe e tanto disastrose?

« Invece, se sta ritirato, allora e per i minori pericoli e per i grandi aiuti di letture, di meditazioni, di Sacramenti, si può benissimo conservare in grazia. Ma se costui si fa chierico per la diocesi, avverrà di lui come di molti che ci tocca vedere, i quali vestono l’abito ecclesiastico e dopo poco tempo lo depongono, ovvero i Superiori ecclesiastici sono costretti a farlo loro deporre. In questo caso si dica pure schietto in confessione a quel giovane: — Se ti piace la vita ritirata, va nei Cappuccini, nei Domenicani, nei Certosini; vieni fra noi; fa’ tutto come credi meglio, e così ritirato potrai fare gran bene a te e salvar anime: ma io non ti consiglio il Seminario; piuttosto sta’ secolare; un buon secolare può benissimo operare la sua eterna salute » (723).

 Informando di questi criteri i giovani stessi in una Buona Notte, il Santo nel 1877 così si esprimeva: « Un’altra cosa ancora molti mi hanno già domandato: qual differenza esista tra prete salesiano e prete nelle diocesi o dei Seminari. Io rispondo: nessuna, rispetto alle persone sacre ed alla Messa, perchè sono sempre le stesse persone e la stessa Messa.         ´

 « Ma vi sono molti che si fanno Salesiani, a cui io non consiglierei di farsi preti nel secolo, poiché certo correrebbero grave pericolo. E questi sono quelli che provarono per loro danno nelle vacanze, quanto sia loro fatale vivere in mezzo al mondo. Mi domandano consiglio, ed io chieggo loro:

 — Le cose tue in collegio come vanno? qui sei tranquillo?

 — In collegio vanno sempre benissimo, mi rispondono, qui non trovo nessun pericolo; in quanto a cose di coscienza sono sempre sicuro. Solamente le vacanze mi son proprio fatali!

 « Ebbene, costui, cui le vacanze sono causa di cadute, come potrà tenersi ritto in piedi stando continuamente nel mondo, e anche durante le vacanze del Seminario? Sarà facilmente preso negli agguati del demonio. Invece in Congregazione potrà divenire un buon sacerdote e salvare l’anima sua.

 « Generalmente si crede che per farsi religioso sia necessaria maggior santità. Ciò non è vero. Se si è santi, certamente è meglio; ma per costui non è tanto necessaria la santità quanto ad uno che stia nel secolo. Il Signore gli darà i suoi aiuti secondo la sua buona volontà. E perciò almeno potrà farsi Salesiano, Domenicano, Agostiniano, Francescano od altro, mentre non potrebbe essere buon sacerdote in diocesi. Chi sta ritirato in una Congregazione, se cade ha subito chi lo solleva. La frequente Confessione c la frequente Comunione, le meditazioni, le visite a Gesù Sacramentato, le letture spirituali, gli avvertimenti dei Superiori, le frequenti conferenze che si fanno a tutti i confratelli radunati insieme, lo sosterranno e lo faranno subito risorgere da qualsiasi caduta. Questo vantaggio non l’ha certamente il sacerdote che vive nel secolo » (724).

 Afferma il biografo che « i chierici di Seminari diocesani gli chiedevano conforto e aiuto nelle difficoltà che talora incontravano, gli esponevano dubbi sulla scelta che aveano fatta, gli si raccomandavano perchè suggerisse loro dei mezzi per far progresso in qualche speciale virtù, ed egli si affrettava a consolarli. Taluno gli scriveva in certe perplessità d’animo, avvicinandosi il tempo delle sacre Ordinazioni; e Don Bosco, che seguiva le norme dettate dai teologi più severi nell’escludere dal Santuario chiunque non è saldo nella virtù, rispondeva, ma con frasi di tale soavità, che manifestavano in lui l’uomo del Signore > (725).

 « Ma dobbiamo notare — continua Don LemoV ne — che Don Bosco, quantunque fornito di tanta dottrina, perspicacia, prudenza, conoscimento degli alunni e anche di lumi straordinari, non si fidava interamente di sè. Per la scelta della vocazione, se trattavasi di giovani che non fossero suoi penitenti, voleva che prima sentissero l’avviso del loro confessore. Sovente, per non dir quasi sempre, li mandava da Don Cafasso ad udire l’ultima parola. Non aveva gelosia che si ricorresse al consiglio di altri sacerdoti prudenti. — Io ricordo — narra Don Francesco Cerruti — che giovanetto e ancora alunno, se non erro, della terza ginnasiale, dissi a lui che sentiva piuttosto disposizione ad entrare fra i Cappuccini. — Ebbene, — mi disse, — andremo un giorno al Convento della Madonna di Campagna e là parlerai al Guardiano. — Infatti fu egli medesimo che mi presentò al Padre Guardiano, perchè potessi liberamente parlargli della mia vocazione. Ed altri ebbero da lui consiglio, licenza di presentarsi ai Superiori di vari Ordini, per esempio Gesuiti, Domenicani, Minori Osservanti, Oblati di Maria » (726).

 Queste preziose testimonianze ci portano a toccare un ultimo punto, che è davvero di primaria importanza a riguardo della vocazione sacerdotale e religiosa.

e) LIBERTÀ NELLA SCELTA DELLO STATO.

 Quando l’educatore vien scelto dall’educando come guida per la propria vocazione, può trovarsi esposto al pericolo o alla tentazione di esercitare, se non proprio violenza o coazione, almeno una pressione morale, affinchè il giovane segua, anche contro voglia, la via battuta dall’educatore stesso.

Orbene San Giovanni’Bosco, mentre insisteva sullo stretto obbligo di ponderare seriamente la scelta dello stato per assecondare la divina chiamata, lasciava poi libertà massima all’interessato, affinchè prendesse la sua decisione senza falsi riguardi nè a parenti nè a educatori nè a persone ecclesiastiche o religiose, anche costituite in autorità.

 Il biografo fa notare che, allorché Don Bosco domandava a taluno se nel sacerdozio si sentisse disposto di preferenza ad aiutarlo nelle opere sue, facendo vita comune con lui, « esprimeva un suo vivo desiderio e una grande necessità degli Oratori, anzi una condizione indispensabile perchè non venisse a mancare l’opera stessa delle vocazioni ecclesiastiche. Don Bosco però non faceva mai detta domanda se non a chi era moralmente certo che fosse chiamato dal Signore a far parte della sua Congregazione. Egli professava la gran massima di San Vincenzo de’ Paoli: — Spetta a Dio solo scegliere i suoi ministri e destinarli alle varie mansioni; le vocazioni prodotte dall’artifìcio, e mantenute da una specie di mala fede, recan poi disonore alla Casa del Signore » (727).

 Notevole al riguardo fu il caso di un alunno della quinta ginnasiale, chiamato Giuseppe Mino. In cinque anni non aveva mai dato motivo di lagnanze. Cantore valente e assai simpatico, si era trovato in occasioni e pericoli maggiori di qualunque altro, dovendo andare a trattenimenti e pranzi, dov’era ammirato da tutti. Eppure si era mantenuto sempre buono, tanto che pensava unicamente a farsi prete. Ora Don Bosco, subito dopo gli Esercizi Spirituali del 1876, disse a parecchi sacerdoti, fra cui Don Barberis, che ne consegnò alla cronaca le parole: « Se Mino si fermasse nell’Oratorio come chierico e facesse parte della Congregazione! Oh come desidererei che si fermasse! Io gli ho prestate tutte le cure che si possono prestare ad un giovane, ho faticato molto, e posso dire che egli mi ha sempre corrisposto. Non avvenne mai che io gli dicessi una parola e gli dessi un consiglio, e questo consiglio o questa parola sia caduta a vuoto. Io poi non ho lasciato passare circostanza alcuna senza fare per lui, anche con mio grande incomodo, ciò che giudicavo potessi fare nel Signore per il suo bene. Ora, avendo egli finita la quinta ginnasiale e dovendo mettere la veste da chierico, quanto sarei contento che si fermasse con noi! Ma non sarà cosa tanto facile, perchè è bersagliato dai genitori e dal parroco, e il Vescovo lo vuole in Seminario ». Difatti andò nella sua diocesi di Biella, senza che il Santo nulla mai facesse o dicesse che avesse l’aria di costringerne la libertà. Ancor giovane sacerdote, vi fu rapito da violento morbo poco dopo la morte di Don Bosco (728).

 Bisogna bensì notare col biografo: « Gli sciami di chierici che si vedevano volteggiare dentro e fuori dell’Oratorio facevano dire che là c’era la fabbrica dei chierici. Anche Monsignor Zappata (Vicario dell’Archidiocesi Torinese) ai genitori che andavano da lui per consiglio sulla vocazione dei loro figli, diceva: — Mandate vostro figlio alcuni mesi da Don Bosco, e se non ha vocazione, gliela fa venire ». Tuttavia prosegue il biografo: « Non si creda con questo che Don Bosco di leggeri passasse sopra alle cautele volute dalla prudenza e dalla Chiesa. Proprio il giorno innanzi (si era nel gennaio del 1876) erasi presentata a lui una famiglia, padre, madre e figliuolo, che si dicevano mandati appunto da Monsignor Zappata. Dissero i genitori: — Questo figlio voleva farsi prete; ha promesso tanto, ed ora non vuol più saperne. Poveri noi! — Martoriavano quindi il povero giovane per fargli dire di sì. Don Bosco li riprese in presenza del figlio, dicendo loro: — Ma la vocazione non è mica cosa che si possa imporre! Se egli sente in sè questa inclinazione, rifletterà, pregherà e sarà capace di decidersi da sè a ciò che voi desiderate. Ma se non sente inclinazione a questo stato, non deve in nessun modo venirvi spinto per forza » (729).

 Aggiungeremo che i giovani stessi dell’Oratorio, nei loro discorsi familiari con Don Bosco, toccavano anche il punto se in gualche caso, svoltosi sotto i loro occhi, dovesse reputarsi libera la vocazione allo stato ecclesiastico. Narra la Cronaca del 15 giugno 1862 che uno dei giovani più adulti interpellò in tempo di ricreazione Don Bosco, circondato da un numero di giovanetti, da chierici e da preti:

 — Mi permette, Don Bosco?

 — Parla pure.

 — Giudicando secondo la nostra corta intelligenza, pare che talora la scelta della nostra vocazione non sia del tutto libera, o almeno non senza morale costringimento: per esempio, il suo nipote Luigi non si sentì chiamato allo stato ecclesiastico e fu costretto a lavorare la terra, mentre non gli fu lasciata libera nessuna strada per altra carriera. Un secondo esempio: quando Ri- gamonti andò a casa, dicendo che non si sentiva chiamato allo stato ecclesiastico, i suoi parenti gli risposero: — Bene, se è così, ti metterai a lavorare con noi. — Venuta questa decisione a sua notizia, Lei approvolla, dicendo essere questo il vero modo di fare.

 Don Bosco ascoltò; poi rispose: « L’elezione dello stato qui nella Casa è pienamente libera, e senza tutti i necessari requisiti, per esempio, nessuno è ammesso a vestire l’abito clericale. Chi fu vestito di questo ha un segno di vocazione; ma chi non è chiamato a questo stato, nei tempi miserabili in cui viviamo, io giudico assai meglio che lavori la terra. Per quello che spetta agli esempi addotti, a Bosco Luigi furono date le norme intorno all’elezione dello stato; finito l’anno di rettorica disse che non sentivasi di farsi prete, andò a casa, fu messo a lavorare la terra, ma nemmeno allora seppe decidere quale carriera più aggradisse. Rigamonti poi ha i suoi parenti contadini: questo è da badare; perchè se fosse un giovane nato di civil condizione, non sarebbe conveniente il metterlo a lavorare la campagna; ma uno, stato tolto dai campi e mandato allo studio per vedere se il Signore lo chiamasse, posto che non corrisponda, non gli si fa torto, ed è meglio per lui, rimandandolo a lavorare la terra » (730).

 Al fin qui detto, in fatto di vocazione, metteranno il suggello le seguenti parole, pronunciate dal Santo nella conferenza tenuta la sera della festa di San Giuseppe del 1876. Erano presenti Salesiani, Ascritti, Aspiranti, Figli di Maria ed altri tra i giovani più grandicelli.

 « Oh, sì — disse Don Bosco — che desidererei vedervi tutti slanciati a lavorare come tanti Apostoli! A questo tendono tutti i miei pensieri, tutte le mie cure, tutte le mie fatiche. Si è per questo che si accelerano gli studi, si dà ogni comodità affinchè si possa far presto ad indossare l’abito ecclesiastico, si imprendono scuole particolari. E come, in vista di tanti e sì pressanti bisogni, potrei tacere? Potrei io, mentre da ogni parte ci chiamano (e par proprio la voce di Dio che si manifesti per bocca di tanti), ritirarmi? E dopo i manifesti segni della Divina Provvidenza, che tanto grandi cose vuol operare per mezzo dei Salesiani, stare muto e non cercare di aumentare il numero degli operai evangelici?

 « Ora — proseguiva Don Bosco, venendo al punto che qui a noi interessa, — ho ancora una cosa da dirvi, ed è la più importante. Nel mentre che io invito tutti voi a stare costanti, o a farvi iscrivere nella Congregazione Salesiana, non voglio che chi non ha la vocazione cerchi di entrarvi. Io vedo il gran bene che possiamo fare, vi espongo come sia grande la messe che sta davanti ai nostri occhi, come abbisogni di molti coltivatori la vigna del Signore, affinchè coloro che si sentono un’interna voce che dica: — Tu nella Congregazione potrai fare più facilmente la salute dell’anima tua e la salute delle anime del prossimo, — sappiano come stanno le cose, ed abbiano comodità di farsi inscrivere: mentre intendo che tutti gli altri secondino la propria vocazione.

 « Quello che voglio e quello su cui tanto insisto si è che, dovunque uno sia, sia proprio come si legge là nel Vangelo: Lucerna ardens et lucens. Io non sono contrario a un giovane che voglia andare in Seminario e farsi prete nel secolo. Quello che io voglio, e su cui insisto ed insisterò sempre finché avrò fiato e voce, si è che colui il quale si fa chierico sia santo chierico, come colui che si fa prete sia un santo prete: si è che colui il quale vuol partecipare dell’eredità del Signore abbracciando lo stato ecclesiastico, non s’impigli in cose secolaresche, ma attenda solo a salvar delle anime. Questo io domando: che tutti, ma specialmente l’ecclesiastico sia luce che illumini tutti coloro che lo circondano e non tenebre che ingannano chi lo segue » (731).

 Dio voglia che l’anelito santo e costante del nostro buon Padre si compia in tutti noi e in particolare nelle vocazioni che noi, sulle sue orme, cercheremo di scoprire e coltivare nei giovani alle nostre cure affidati.

 Questi stessi giovani noi ci sforzeremo con sollecitudine veramente paterna di condurre come per mano fino alla scelta dello stato, la quale costituisce la decisione più importante per l’orientamento della vita verso gli eterni destini.

CONCLUSIONE

 Ed ora che, con la grazia di Dio e con l’aiuto di Maria Ausiliatrice, siamo giunti al termine di questa non breve trattazione, che tanto ci stava a cuore di portare a compimento, sentiamo il vivo bisogno d’innalzare un inno di ringraziamento al Signore e una fervida preghiera alla nostra Madre Celeste, affinchè benedicano queste umili pagine, ricche solo dell’inestimabile tesoro di sapienza pedagogica del nostro grande Fondatore e Padre Don Bosco. Tale sapienza gli fu riconosciuta dalla Chiesa nella sacra Liturgia, là ove è detto: « Dedit illi Deus sapientiam et prudentiam multam nimis: Iddio gli diede sovrabbondante sapienza e prudenza ».

 Possano queste pagine cooperare a tener sempre viva, in ciascun membro della Famiglia Salesiana, quella fiamma di carità che ispirò il Sistema Preventivo di Don Bosco: carità che è luce, calore e forza di purissimo amor di Dio, e che sboccia in zelo ardente per le anime. Detto zelo è paragonato, nella Liturgia della Messa in onore di Don Bosco, alle sconfinate arene delle spiagge del mare: Et latitudinem cordis, quasi arenarli quae est in littore maris. Magnifiche parole, che l’immortale Pio XI si compiaceva di applicare a Don Bosco, affermando: « Si possono dire di lui, e sembrano scritte anche per lui, come per alcuni altri dei più grandi eroi della carità e dell’azione caritativa » (732).

 Il prolungato richiamo dei grandi princìpi educativi che hanno animato e guidato il nostro Padre, e l’attenta considerazione del metodo col quale esplicò la sua azione caritativa e pedagogica tra i giovanetti, specialmente poveri e abbandonati, ci han fatto comprendere sempre meglio tutta la consapevolezza con cui Santa Madre Chiesa ha voluto invocare Don Bosco Educatore, nel suo Oremus, con l’espressione: Adolescentium pa- trem et magistrum: Padre e Maestro della gioventù.

 Ci sorride il pensiero che il magistero del nostro Santo sarà sempre più fecondo, perchè attinto alle fonti della Sapienza Infinita, e anche perchè collaudato con la glorificazione dell’angelico Domenico Savio, salutato da Pio XI come il « frutto tra i primi, fra i più belli, tra i primi il più bello, si può dire, il più squisito dell’opera

sua educativa » (733).

 Oh, possa il Sistema Preventivo di Don Bosco, il Sistema della Carità senza misura, penetrare ovunque a incremento della cristiana educazione della gioventù: possa trionfare a bene di tutte le novelle generazioni! Cesserà allora, completamente, Faccorato lamento già registrato da Isaia: Ubi doctor parvulorum? Ma dov’è il dòttore dei fanciulli? (734).

´ Gloria eterna adunque a Don Bosco Educatore, il cui serto l’Altissimo renderà, ne siamo certi, sempre più fulgente.