Ksiądz Bosko Zasoby

Don Pietro Ricaldone - Le Virtù - la Carità (con citazioni di Don Bosco)

Sac. PIETRO RICALDONE
LE VIRTU
LA CARITA
LIBRERIA DOTTRINA CRISTIANA
COLLE DON BOSCO (ASTI)

VISTO: NULLA OSTA
Tonno, 27 maggio 1946
Sac. L. Camino Rev.

IMPRIMATUR
Can. Coccolo Vic. Gen.
Proprietà riservata
ella Libler. Dottrina Cristiana


1. Introduzione.
Tra le opere che portano il nome di S. Ago­stino ve n´è una, piccola di mole, ma così ricca di dottrina e ardentissima di slanci d´amor di Dio, che ben meriterebbe di essere maggiormente co­nosciuta. L´utilità di tale trattatello è messa in ri­lievo dal nome che porta: Il Manuale: ch´è quanto dire libro da aversi sempre tra mano (1).
Ecco i nobili sentimenti espressi nella Prefazio­ne: « Siccome noi viviamo in un mondo tutto infe­stato di lacci, ne risulta, che troppo facilmente siamo„ esposti a illanguidirci nel ricordo e nel de­siderio delle cose celesti. Abbiamo perciò bisogno di un avvertimento costante — di uno svegliarino,
diremmo noi oggi    che ci richiami a Dio, nostro
vero e sommo bene, non appena incominciamo a dimenticarci di Lui.
4:Per questo motivo, senz´ombra di temeraria presunzione e mosso unicamente dall´amore del mio Dio, ho compilato quest´opuscolo alla sua maggior gloria. Il mio scopo è di poter in tal. modo
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da avere sempre tra mano una parola, breve sì, ma che sia come il fior fiore dei sentimenti e delle più belle espressioni dei Santi, con cui riaccendere l´amor mio verso di Lui, sì tosto che cominciasse a rattepidirsi.
« Oh Signore e Dio miol. Sorreggetemi dunque voi in questa impresa, ben sapendo che io cerco solo voi, che voi solo io amo, voi solo io lodo con la lingua e il cuore, voi solo con tutte le mie forze io glorifico e adoro».
Facciamo nostri i sentimenti del grande Santo e, con le stesse sue parole, con l´infocato suo slan­cio di amor di Dio, invochiamo noi pure il Si­gnore « con grande clamore dal più intimo dell´a­nima », acciocché voglia illuminare la nostra men­te e infiammare il nostro cuore é far s% che quan­to saremo per dire circa la carità serva a staccar­ci dalle cose terrene e a unirci sempre più,,stret­tamente a Lui.
Piaccia al cielo che quanto verremo dicendo abbia realmente l´efficacia di un celeste sveglia- rano, che ci scuota da eventuali assopimenti e perennemente ci ricordi che solo nella carità noi troveremo l´appagamento di quella sete di felici­tà che Dio stesso ha acceso nei nostri cuori per indirizzarci e incessantemente sospingerei verso il cielo, ov´è l´eterna nostra beatitudine.
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2. La prima delle passioni.
L´uomo possiede nella sua parte spirituale una intelligenza, che ha per oggetto il vero e serve a conoscere e valutare le cose, e insieme una vo­lontà, il cui oggetto è il bene.
È proprio della volontà il tendere a quanto l´intelletto le propone come cosa buona e il rifug­gire da ciò che le vien presentato come nocivo al proprio benessere. In tal modo la volontà compie, per dir così, due movimenti: uno in avanti, per unirsi alla cosa presentatale come un bene, e l´altro a ritroso, per isfuggire al male che le causa ripugnanza e ripulsione.
Anche la parte sensibile dell´uomo ha una co­noscenza sua propria, che si effettua appunto per mezzo dei sensi; e ha inoltre un suo appetito, chiamato sensitivo, per causa del quale noi sentia­mo inclinazione verso quelle cose che i sensi pre­sentano come un bene e, viceversa, avversione per tutto ciò che i sensi Mostrano come un male.
Orbene, proprio queste inclinazioni e ripu­gnanze dell´appetito sensitivo, che si riflettono nell´organismo e dànno luogo a emozioni o com.- -mozioni, vengono chiamate dai filosofi passioni.
Cosicché le passioni sono propriamente i mo­vimenti dell´appetito sensitivo o inferiore; mentre


l´appetito superiore, ossia la volontà spiri­tuale, ha movimenti paralleli, ma di natura spiri­tuale, che si potrebbero chiamare affetti.
È subito da rilevare però che nel linguaggio comune, e da S. Tommaso stesso, il nome di pas­sioni viene estesa a detti moti paralleli e pura­mente spirituali, che ha la volontà nel propen­dere a un bene o nel ripugnare a un male (2).
Secondo l´angelico S. Tommaso la prima delle passioni è l´amore, ossia la compiacenza che si prova davanti a un bene percepito come tale. Va da sè ehe un simile bene ci si presenta quale cen­tro di attrattiva e fonte di soddisfazione per noi (3).
La tendenza verso il proprio bene, che spinge incessantemente l´uomo alla ricerca della propria felicità, si riscontra in certo qual modo anche tra le creature. irragionevoli e gli stessi esseri inani­mati. E così il già citato nostro santo Patrono, che suole seminare e illeggiadrire i suoi scritti con esempi graziosissimi a conferma della sua dot­trina, parla del peso che dà la spinta ai corpi solidi, li muove o li ferma; della ealaniita che attrae il ferro; della calce e della spugna che at­tirano e aspirano l´acqua: e couchiude dicendo che le suddette tendenze possono considerarsi e chiamarsi impropriamente come una specie di amore.
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Ecco come il Monsabré illustra siffatta legge universale, che mette in luce sempre più bella l´in­finita sapienza di Dio e l´ammirabile sua provvi­denza: « Questa tendenza, comunicata alle cos- e
da Colui- che creò la natura, non è altro che quel provvidenziale movimento che riadduce cia­scuna parte dell´ordine universale -al principio di ogni ordine. I fluidi sparsi nello spazio si ri­cercano e si, combinano: è il loro amore. L´astro gigantesco, l´atomo invisibile gravitano silen­ziosamente verso il centro che li attrae; è il loro amore. TI fiume scorre per il suo alveo e va a con­fondere le sue acque negli amplessi dell´oceano: è il suo amore. La pianta va sotto terra con le sue radici a cercare i succhi vitali di cui si nutre, e nell´atmosfera il gas, la luce, la rugiada che essa aspira e beve con avidità: è il suo amore » (3).
È chiaro che una simile tendenza al proprio
bene, del tutto incosciente, viene designata col no­me di amore solo per vaga analogia con quella, dell´uomo. Questi invece, essendo dotato di intel­ligenza e volontà, tende a un bene particolare per­ehè lo apprezza e lo vuole, dopo avervi scorto i caratteri dell´amabilità, cioè la bellezza e la bon­tà, che sono per tutti ragione, fonte, argomento di amore.
Udiamo a questo proposito il nostro santo Pa-


trono. « La volontà — egli scrive — ha una sì grande disposizione naturale al bene, che, appena
lo scorge, vi si volge per compiacervisi; come in
suo graditissimo oggetto.... Essa, venendo a co­noscere e a sentire il bene dalla rappresentazio‑
ne che gliene fa l´intelletto; prova nello stesso tempo una `subita dilettazione e compiacenza, che dolcemente, ma potentemente la muove e inclina verso l´oggetto amabile per unirvisi e, affine di-giungere a questa unione, le fa cercare tutti i mezzi più adatti ».
E S. Francesco di Sales insiste, su questo aspet­to, che potremmo chiamare dinamica, dell´amo­re. Ecco come continua ad esprimersi:
« Amore è, a parlare propriamente, la com­piacenia e il movimento o espansione della vo­lontà nella cosa amabile, con questo però, che la compiacenza è solo il principio dell´amore, e il movimento o espansione del cuore che ne con­segue è il vero amore essenziale.
« All´una e all´altra cosa — spiega il Santo ­si può bensì dare il nome di amore, ma in senso diverso; poichè, come l´alba del giorno si può chiamare giorno, ´cosi anche quella prima com­piacenza del cuore nella cosa amata può venir chiamata amore, in quanto è dell´amore la pri­ma sensazione. Ma come il centro del giorno va
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dal terminare dell´alba al tramontare del sole, così pure la vera essenza dell´amore sta nel movi­mento ed espansione del cuore, che segue imme­diatamente la compiacenza e ha per termine l´u­nione. Insomma la compiacenza è la prima vibra­zione o ´la prima emozione prodotta nella volontà dal bene, e a questa emozione tiene dietro il mo­vimento di espansione, con cui la volontà si avan­za, avvicinandosi alla cosa amata, il che è vera­mente e propriamente amore » (5).
Noi Salesiani dobbiamo prender atto della im­portanza che il nostro santo Patrono dà alla vo­lontà, proprio là ove parla dell´amore.
Nell´opera della nostra santificazione persona­le dobbiamo ricordare che, quando la natura fe­rita dal peccato originale sente l´impeto delle sue cattive passioni e tendenze peccaminose, tocca alla volontà sorretta dalla grazia frenarlo, come già diceva il Signore a Caino: Ma l´appetito tuo ti starà sottoposto, e tu potrai e dovrai dominar‑
lo (6).
Come educatori poi siamo chiamati a perfe­zionare nell´alunno tutto l´uomo con le sue facol­tà, sia sensitive che spirituali; ma evidentemente le nostre cure dovranno essere particolarmente rivolte alla regina delle facoltà, che è la volontà.
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E di ciò abbiamo un memorabile esempio nella vita del nostro santo Fondatore.
Quando il giovinetto Luigi Colle fu rapito pre­maturamente all´amore dei genitori, S. Giovanni Bosco, pur ammirando quello che era. stato il la­voro della grazia in quell´anima candida e ben disposta, fece notare al padre di Luigi con de­licate ma chiare parole che l´educazione impar­tita al figliuolo era stata piuttosto sentimentale. E scriveva: Con_ chiudiamo adunque che nell´ascetica cri­stiana e nella pedagogia salesiana, l´amore, che è elemento essenziale, non significa semplicemente sentimento di cuore, ma soprattutto affet4o della volontà. « Poiché"— al dire di S. Agostino — se questa è perversa, perversi pure saranno i suoi movimenti; quando invece sia retta, anche questi saranno non solo irreprensibili, ma degni di lode.
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Infatti la volontà è in tutti i suoi sentimenti e affetti, anzi essi non sono altro che volontà (8).
3. L´amore e i suoi nomi.

Alla compiacenia ed espansione della volontà nel bene venne dato, come abbiamo udito da S. Francesco di Sales, il nome di amore.
Ma di questa bella parola purtroppo si è fatto troppe volte vergognoso abuso, applicandola an­che al fango più abbietto.
Alcuni Padri e Dottori della Chiesa si preoc­cuparono del pericolo che essa potesse diventare occasione d´inciampo per spiriti deboli, sembrando a Volte più atta a significare una passione carnale suscitata dai sensi che non un affetto spirituale di volontà sana e fervente.
Non possiamo qui non rilevare come questa preoccupazione dei Padri sia altamente significa­tiva e particolarmente utile a noi Salesiani, che non dobbiamo mai dimenticare l´ammonimento messo da S. Giovanni Bosco nelle Costituzioni (art. 56): « Le parole.... anche indifferenti sono tal­volta mal. interpretate dai giovani, che furono già vittima delle umane passioni. Perciò si dovrà usare la massima cautela nel discorrere... con essi, qualunque sia la loro età e condizione,.

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Orbene, chi nello svolgere l´opera sua sacerdo­tale o educativa — dal pulpito, in confessionale, dalla cattedra, nelle pubbliche e private esorta­zioni, negli spirituali colloqui — avesse l´abitu­dine di parlare costantemente di cuore e di amore, senza richiamare spesso gli uditori — siano essi giovani o adulti — al sensó genuinamente razio­nale e cristiano di tali parole, darebbe occasione di alimentare almeno il sospetto o, peggio; di fo­mentare il male di leziosaggini e languidezze sentimentali, certo non favorevoli a un serio la­voro pedagogico e tanto meno ascetico.
Il nostro santo Patrono, studiata la cosa, deci­se d´intitolare il suo Teotimo: «Trattato dell´a­mor ´di Dio D, sia per redimere la parala amore dal senso profano e carnale con cui la prende il volgo, sia per indicare piuttosto gli atti che non l´abito della divina carità (9) .
S. Tommaso parla di un amore di amicizia e lo chiama disinteressato e perfette, in contrapposi­zione all´amore interessato e perciò imperfetto.
Chi ama infatti può avere in vista e cercare il proprio interesse, come colui che ama una per­sona perché spera di essere aiutato da essa per il conseguimento di una carica o di altro determi­nato favore. È evidente che codesto amore non ri­guarda il bene della persona amata, ma tende in‑
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vece a favorire l´interesse vagheggiato e ricercato. Viene anche chiamato amore di concupiscenza, benchè in questo caso detta parola non debba es­sere subito intesa come amore sregolato e pecca­minoso, ma semplicemente come un amore in cui si desidera e si cerca di ottenere il possesso di qualche cosa a nostro vantaggio.
Quando per contro colui che ama ha in vista e cerca il bene della persona amata, allora iI suo amore non è più interessato, ma frutto di, benevo­lenza, di amicizia, e viene chiamato amore per­fetto (10).
Altre denominazioni che riceve l´amore, quan­do viene riferito a Dio, sono così ricordale dal P. Secondo Franco., Gesuita, grande ammiratore e amico di Don Bosco: < L´amore divino ha la nobile proprietà che, pur essendo una cosa sola, produce mille disparatissimi effetti, e secondo la diversità degli effetti, prende pure diverso nome. Quindi se chi ama Dio si sforza con la sua volon­tà, di anteporlo. a qualunque altro bene creato. tale affetto vien detto amore di preferenza; se de­sidera all´oggetto amato quel bene di cui è capace, è amore di benevolenza. L´amore di amicizia è quello che porta con sè, oltre che l´unione dei cuo­ri; la comunicazione dei beni- Quando l´amore si posa nelle doti della persóna diletta o nei beni


che ella, possiede, è amore di compiacenza; quan­do la mira come fonte dei beni che a lui proven­gono, si risveglia l´amor di riconoscenza. Talvolta l´affetto si fa più generoso e vuoi ritrarre in sè l´oggetto che si ama, ed è amor di rassomiglianza; talvolta quell´affetto medesimo dilata il cuore e presta maggior accesso a Dio ed è amor di con­fidenza; altre volte ritornando sui propri falli di­viene amore penitente; altre volte finalmente di­menticando la propria meschinità prende ali e vuol trasformarsi nel suo diletto, e allora è amo­re di unione. In breve, l´amore è a guisa di fiam­ma che converte in se stessa qualunque oggetto a cui si apprende, .e con mille oggetti che si propo­ne è sempre amore.» (Il).
L´amore può essere anche chiamato dilezione. Questa parola, poco usata comunemente, denota sempre un affetto ragionevole e puro; anzi, la sua derivazione, dal latino, -vorrebbe indicare qua­si un amore di elezione da parte della volontà che, prima di compiacersi nella cosa amata, ha fatto un esame tra gli oggetti da scegliere. La dilezio­ne perciò è un amore ponderato, conforme alle buone regole della ragione, insomma un, amore di preferenza.
Infine la parola carità aggiunge ancora una certa perfezione di amore, in quanto che tra le
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cose scelte vuole quella di maggior pregio, la più degna di essere amata e perciò la più cara.
Giustamente pertanto questo vocabolo carità viene usato per indicare l´amore che si ha verso Dio, supremo e infinito oggetto di compiacenza per tutti quanti gli esseri ragionevoli. Anzi, si chiama carità non soltanto l´atto passeggero di questo amore, ma la virtù soprannaturale, divina, • infusa, mediante la quale il cristiano ama Dio, Bontà infinita, sopra ogni altro bene é lo ama, come l´oggetto preferito della volontà, come l´es­sere più pregevole, più meritevole di affetto, più amabile e più caro nel tempo e nell´eternità.
4. La terza virtù teologale.
La carità è adunque la terza delle ire virtù chiamate teologali, perchè riguardano direttamen­te Dio stesso: e con le altre viene infusa in modo soprannaturale nell´anima nostra per accompa­gnarla alla conquista del regno ove si gode la fe­licità senza fine.
S. Francesco di Sales paragona appunto la vita del cristiano su questa terra al viaggio com­piuto dagli Ebrei dopo la liberazione dalla schia­vitù d´Egitto; e spiega come la fede, a guisa della
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colonna di nube e di fuoco, chiara cioè e oscura, mostra la strada attraverso il deserto; la speran­za nutrisce come la manna; la carità poi introdu; ce nella terra promessa come l´arca dell´alleanza, facendo passare il Giordano, cioè il Giudizio, e´ rimanendo sempre in mezzo al popolo nella ter­ra celeste (12).
La fede adunq-ue è il fondamento della vita del cristiano, la speranza ne è il sostegno, la ca­rità ne è la perfezione, la sostanza, il compimen­to, anzi l´anima (13). E diciamo l´anima nel senso più comprensivo della parola, perchè propriamen­te la carità dà vita alla sua fede e ia feconda; la carità rende operativa la sua speranza comuni­candole celeste efficacia; la carità ci infonde nell´anima lo Spirito di Gesù. Cristo, per il quale possiamo considerare Dio nostro Padre, chiamar­ci suoi figliuoli, essere di fatto eredi dei beni ce­lesti.
Già S. Paolo, scrivendo ai fedeli di Corinto, dopo aver fatto quel magnifico elogio della ca­rità, quale poteva attendersi dal suo cuore ar­dente, affermava che tre virtù sono necessarie in qualunque tempo e in qualunque circostanza a tutti i cristiani durante la vita presente, perchè costituiscono il fondamento della vita cristiana: la fede, la speranza, la carità. Però l´Apostolo
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conchi-adeva: . La più grande di tutte è la cari­tà (14).
Il nostro santo Patrono dice che la carità è, riguardo alle altre virtù, ciò che è il sole fra le stelle. Vi sono delle virtù che hanno quasi la missione di preparare il posto alla carità nel­l´anima cristiana, come ad esempio la fede, la speranza, il timore, la penitenza; ma, giunta la carità, le obbediscono e, la servono al pari delle restanti virtù: ed essa tutte le anima, le abbelli­sce, le avviva con la sua presenza (15).
È tale e così grande la carità, che non vi può essere virtù vera senza di essa. Infatti è virtù vera soltanto quella che ci conduce al nostro ul­timo fine, e cioè alla eterna beatitudine: ma tale non può essere, se non è vivificata dalla carità, la quale sola segna col suo divino timbro e si­gillo le virtù, pur di loro natura assai pregevoli, perchè siano degne del divino cospetto e della vita eterna.
La carità adunque domina sovrana su tutte le virtù e sugli affetti tutti del cuore: giusta­mente è considerata e chiamata regina.
Essa viene paragonata alle fondamenta senza di cui l´edificio non può reggersi, ed anche alla radice senza della quale rami, le foglie, i fiori non avrebbero nè nutrimento nè vita.
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Queste considerazioni ci stimolino ad accre­scere sempre più in noi questa virtù sovrana. Guai se sventuratamente venisse a mancare la linfa insostituibile della carità! I grossi rami delle al­tre virtù teologali, e cardinali e morali, verrebbero man mano indebolendosi e inaridendo; le foglie, che sono come í polmoni della pianta, avrebbero il respiro di una preghiera fievole e stracca; i fiori e i frutti delle buone opere non spuntereb­bero affatto, oppure rimarrebbero scoloriti, rag­grinziti, insipidi. Solo la carità può dare all´in­sieme. della vita spirituale orientamento e tona­lità celeste.
5. Chi dobbiamo amare?
Ce lo dice l´apostolo S. Giovanni: E questo comandamento abbiamo da Dio: che chi ama Dio, ami anche il proprio fratello (16). La virtù della carità deve rivolgere gli slanci del suo amo­re a due oggetti: il primo e principalissimo è Dio; il secondo´ è il prossimo.
È bene avvertire, come insegna S. Tommaso (17), che l´amoie di Dio e l´amore del prossimo non sono due virtù differenti, ma la stessa virtù della carità. Vi è infatti questa sola differenza: la carità verso Dio ha come fine e oggetto Iddio
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considerato in se stesso, mentre invece la carità verso il prossimo considera e ama Dio in coloro che sono chiamati a partecipare alla vita divina in terra e in cielo.
Per capire meglio questa verità serviamoci di un esempio. Giovanni vuoi bene a un amico di nome Carlo. Questi ha un figliolo teneramente amato, ed ecco che l´amare di Giovanni per Carlo si estende anche al di lui figliuolo, proprio per riguardo al padre: in altre parole, Giovanni ame­rà l´amico non solo in se stesso, ma anche nel
gliuol suo.
La stessa cosa si avvera in certo auai modo riguardo all´amicizia che ci lega a Dio, da noi amato con la virtù della carità. Poichè sappiamo che Iddio, nella sua bontà senza limiti, considera gli uomini come suoi figliuoli, — da Lui creati a sua immagine e somiglianza, redenti tutti dal Sangue preziósissirao di Gesù Cristo e chiamati a essere eternamente felici con Lui in Cielo, — per questo, vale a dire perchè gli uomini sono amati da Dio come suoi figli, anche noi aniia­mo, proprio per piacere al Padre loro e nostro che sta nei cieli, ossia per amor di Dio.
Narra S. Matteo che un giorno si presentarono a Gesù alcuni Farisei e uno di essi, dottore -della legge, gli domandò per tentarlo: « Maestro, qual
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è il più gran comandamento della legge? » Gesù gli rispose: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore; con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo co­mandamento. Il secondo poi è simile a questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Su questi, due comandamenti si fondano tutta la Legge e i Profeti (18).
« Sono due i precetti della carità; — insiste S. Agostino, — ma la carità è una sola: con la stessa carità noi amiamo Dio e il prossimo » (19). E siccome il suo cuore pieno di zelo sentiva il bi­sogno di passare sempre dalla dottrina alla pra­tica, dal precetto alla concreta applicazione, egli scrive: «Pensiamo a queste gravi e solenni pa­role: ricordiamo a ogni istante che bisogna amare. Dio con tutto il cuore, con tutta l´anima, con tut­ta la niente, e amare il prossimo emme noi stessi. Sia questo l´oggetto costante dei nostri pensieri, delle nostre meditazioni, dei nostri propositi, dei nostri slanci, dei nostri sforzi. Sia questo il modo pratico di mantenere viva in noi la carità.
« Essendo Dio infinitamente superiore all´uo­mo, è giusto che, in ordine d´importanza, il pre­cetto dell´amor di Dio preceda quello dell´amor del prossimo. Siccome però, mentre viviamo su questa terra, non abbiamo ancora la felicità di
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vedere Dio faccia a faccia, cosi in pratica avviene che i primi nostri contatti li abbiamo con il pros‑
simo, giacchè con esso. si svolge la vita nostra di   •
ogni giorno. .È questo il motivo Per cui, natural­mente e in ordine di tempo, l´amor del prossimo in noi precede in certo qual modo l´amor di Dio:
anzi, proprio mediante l´amore dei nostri fratelli noi ci dimostriamo e rendiamo degni di amare
Dio prima in terra per poi amarlo eternamente
in cielo. S. Giovanni Evangelista esprimeva que­sto pensiero quando scriveva: Chi non ama il
suo fratello, che vede, come può amare Dio che
non vede? E questo comandamento abbiamo da Dio: che chi ama Dio, ami anche il proprio fra‑
tello (20). Amando il prossimo, ch´è vicino a noi, in certo modo noi ripuliamo e rafforziamo l´oc­chio nostro, affinchè possa vedere Dio con mag­gior chiarezza.
« Qualcuno, __  aggiunge il santo Dottore, --
quando gli viene ricordato il comandamento di
amare Dio, potrebbe forse obbiettare: Ma fatemi
dunque vedere Colui che mi dite di amare. E voi che rispondereste a questo tale? Gli ripete‑
reste forse le parole del Battista:« Nessuno ha ve­duto ´Dio (21)? No, no! Non crediate che sia del tutto impossibile veder Dio, poichè Dio è carità: e chi sta nella carità, sta in Dio e Dio in lui (22). •
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Praticate adunque la carità, amate e aiutate il prossimo: e siate certi che, finchè voi vi conserve­rete nella carità, vi troverete in Dio. Amando il prossimo per amor di Dio, voi amerete anche Dio, e avrete la gioia di- soddisfare, con la stessa carità, ai due precetti dell´amor di Dio e dell´a­mor del prossimo. Orsù, — conchiude il Santo, ­spezza il tuo pane al povero, accogli il pellegrino, vesti il nudo, non disprezzare coloro che sono ri­vestiti della tua stessa Carne, e sarai a suo tempo premiato con quel lume di gloria, che ti permet­terà di vedere Iddio faccia a faccia e di goderlo in eterno :t. (23).
Amare Dio in se stesso e nel nostro prossimo: questa è la ragione potente e celeste per cui da­biamo volere che si estenda il regno di. Dio; che Dio sia conosciuto, rispettato, amato da tutti; che si diffonda il Vangelo di "Gesù Cristo su tutta quanta la faccia della terra; che il suo Vicario, il Papa, sia ascoltato, ubbidito, amato; che il pre­stigio della Chiesa, l´autorità dei Vescovi, lo zelo dei Sacerdoti, la cooperazione dei fedeli crescano e si rafforzino.
Amare Dio in se stesso e nel nostro prossimo: questa è la spiegazione vera e sublime del perchè i sacerdoti, i religiosi, le suore s´imnrolano con gioia sovrumana al capezzale dei moribondi, tra
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i •colerosi, gli appestati, i Iebbrosi e tra i rifiuti
dell´umanità.
Amare Dio in se stesso e nel nostro prossimo: ecco ciò che muove il cristiano fervente, il santo,
amico di Dio, a desiderare che gli uomini tutti godano nella più ampia misura dei doni naturali e soprannaturali che Iddio effonde sull´umanità. La carità abbraccia tutte queste cose e vorrebbe vederle realizzate per amore e gloria di Dio.
Da questo fine altissimo prese le mosse rapo­stolata del nostro santo Fondatore. Leggiamo in­fatti in una vecchia carta scritta di sua mano in un tempo di poco posteriore alla sua Ordinazione Sacerdotale questi periodi, che scegliamo tra gli altri: « Le parole del Santo Vangelo: Ut filios Dei, qui erant dispersi, congregaret in unum (24), che ci fanno conoscere essere il Divin Salvatore ve­nuto di cielo in terra per radunare insieme tutti i figliuoli di Dio, dispersi nelle varie parti della terra, panni che si possano letteralmente appli­care alla gioventù dei nostri giorni... Fra i mezzi atti a diffondere lo spirito di religione nei cuori incolti ed abbandonati, si reputano gli Oratori... Quando mi sono dato a questa parte del Sacro Ministero, intesi di consecrare ogni mia fatica al­la maggior gloria di Dio ed a vantaggio delle ani‑
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rae... Dio mi aiuti a potere così continuare fino all´ultimo respiro di mia vita » (25).
Ed ora, dopo queste brevi considerazioni ge­nerali e l´accenno al duplice oggetto della terza virtù teologale, tratteremo separatamente del­l´amar di Dio e dell´amar del prossimo, adden-.. trandoci così nella considerazione soavissima dei due distinti precetti di una medesima divina carità.


 

 

 

 

CARITÀ VERSO DIO


6. Amore soprannaturale.
11 nostro santo Patrono, dopo aver parlato dei vincoli che legano il cuore umano a Dio quale Au­tore della natura, si chiede se sia possibile con le sole forze naturali amare Dio sopra tutte le cose.
« Se esistessero uomini, — risponde il Santo, ­che (per quanto riguarda la sola natura) fossero nello stato d´integrità e di rettitudine in cui fa Ariamo appena creato, quand´anche non avessero da Dio altra assistenza all´infuori di quella da Lui accordata a ogni creatura perché possa fare le azioni a lei convenienti, non solo sarebbero incli­nati ad amar Dio sopra tutte le cose, ma potreb­bero anche con Ie forze della:natura ridurre allat­to questa si giusta inclinazione ›. Però in questo caso « l´amore di cui parliamo tenderebbe a Dio, solo in quanto riconosciuto dalla ragione come Au­tore, Signore e fine supremo di ogni creatura e perciò stimato degno di amore sopra tutte le cose per inclinazione e propensione naturale
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e, Al presente, — continua S. Francesco di Sa­les, — benché lo stato della natura umana non sia dotato della sanità e rettitudine avuti, dal primo uomo nella • creazione, e noi siamo anzi grande-niente guasti dal peccato, ci è rimasta tuttavia la santa inclinazione ad amar Dio sopra tutte le cose, come pure il lume naturale pér conoscere cbe la somma bontà è sopra tutte Te cose ama‑
bile    (26).
Ma vi è ben di più. Iddio, nella sua infinita bontà, sopravanzando ogni umana esigenza, ha chiamato l´uomo a partecipare della stessa sua beatitudine divina in Paradiso. Va da sè che, per raggiungere questo altissimo fine di vedere Iddio faccia a faccia e di amarlo e goderlo eternamente in cielo, non bastano le nostre forze naturali. Fin dalla vita presente, per .compiere quaggiù atti meritori del Premio eterno, ci occorrono quelle energie soprannaturali che, se non vi mettiamo ostacoli, ci vengono appunto concesse come a fi­gliuoli di Dio, affinché possiamo divinamente vi­vere, pensare, agire e soprattutto amare Dio co­me nostro celeste Padre.
Ed eccoci così sopraelevati a un livello so­prannaturale e divino, iI quale irrobustendo ­attraverso la grazia — il lume e le forze della ragione, trasforma il nostro debole e, insufficiente
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amor naturale in un incendio di amore filiale e celeste per cui´ noi amiamo Dio sopra tutte le cose come infinitamente degno di essere amato, quale Bontà senza limiti e quale Oggetto della nostra eterna felicità in Paradiso. La grazia in­fatti, rendendoci partecipi della ´natura divina (27), ci fa vivere la vita di Dio e ci permette di slanciarci verso di Lui con dilezione sopranna­turale, ossia con quell´amore con cui Egli ama se stesso.
Tanto più che, al dire di S. ToramaSo, la rifà è in noi una partecipazione dello Spirito Santo, vincolo d´amore del Padre e del Figlio (28). Infatti coloro che sono secondo la carne, hanno in cuoi- le cose della carne, e quei che sono se­condo lo spirito, quelle dello spirito... Voi però
-= scrive S. Paolo ai fedeli di Roma        non siete
nella carne, ma nello spirito, se
veramente lo Spi­rito di Dio abita in voi— Quanti son guidati dal­lo Spirito di Dio, questi son figli di Dio. Non
on avete mica ricevuto spirito di servitù da ricader nel timore, ma spirito di adozione a figliuoli, in cui gridiamo: Abba, o Padre! Lo Spirito stesso attesta allo spirito nostro che siamo figli di Dio. E se figli, anche eredi; eredi di Dio, coeredi di Cristo... Parimenti anche lo Spirito ci aiuta a sostenere la _nostra debolezza, — afferma ancora
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l´Apostolo, — giacchè noi non sappiamo che cosa dobbiam dire nelle preghiere per pregar come si deae, ma lo stesso Spirito intercede per noi con ineffabili sospiri (29).
Cosicchè, volendo illustrare con un esempio familiare questo altissimo concetto teologico, pos­siamo dire che in un nostro collegio posto in terra di Missione si troveranno forse accanto: a dire le stesse preghiere e a recitare lo stesso < Atto di Carità » un giovinetto cristiano e uno pagano: ma quanta differenza tra loro due! Il primo prega come figliuolo di Dio, fratello di Gesù Cristo e tempio vivente dello Spirito Santo: il secondo invece si trova in un piano sommamente infe­riore, percliè non è ancora figlio di Dio per la vita della grazia, ma soltanto servo, per quanto volenteroso e affezionato. Opportunamente le no­stre Costituiioni (art. 7) ci ricordano che « tra i giovani meritano la più grande compassione quelli, che, insieme con le loro famiglie e popoli, non sono ancora rischiarati dalla luce del Van­gelo»!
Non fa però meraviglia che non riescano ad amare debitamente Dio, Autore non soltanto del­la natura ma anche della grazia, coloro che non furono e non sono illuminati dalla Fede. Desta invece, più che meraviglia, pena e rammarico il
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fatto che. lo offendano col peccato, o almeno non lo amino con ardore, molti che, mediante il Bat­tesimo, diventarono, come dice l´Apostolo, Corpo di Cristo e partitaznente membra di esso (30).
In quanto a noi, cristiani e religiosi, preoccu­piamoci di vivere non secondo la carne, ma se­condo lo spirito, nell´esercizio costante del di­vino amore. E non ci cadano mai di mente le in­sistenti affermazioni dell´angelico S. Tommaso: « La vita spirituale consiste principalmente nel­la carità. Chi non possiede la carità non è nien­te sotto l´aspetto spirituale. La perfezione della vita spirituale si misura dalla perfezione della carità » (31).
Lungi pertanto dalle anime nostre quella che è per tanti disgraziati´ fratelli la causa della loro perdizione, vale a dire il vivere secondo la na­tura ferita dal peccato originale e bramosa delle soddisfazioni del senso e dell´orgoglio. Evitiamo di preporci a Dio e di trascurare la sua Volontà, perchè sta proprio qui l´errore e il peccato: amare noi stessi e fare la volontà nostra. Proponia­moci invece di anteporre alla nostra la Volontà divina, imparando ad amare noi stessi contrarian­do, anzi odiando noi stessi. Già l´apostolo S. Pao­lo aveva segnalato a Timoteo certi sventurati amatori di se stessi, che, per questo appunto, si
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allontanano sempre più da Dio e finiscono con impeciarsi miserevolmente di terra e di fango (32). All´incontro quanto più il cristiano, il religioso, si libera e svincola dalla terra e dall´amor di se stesso, tanto più si sente unito a Dio, e sperimenta e, gode le soavi dolcezze della vita dello spirito e della carità soprannaturale.
7_ Amicizia con Dio.
S. Tommaso, per provare che la carità è nn´a­inicizia con Dio (33), ricorda le memorande pa­role dette da Gesù agli Apostoli nell´Ultima Cena:
lo non vi chiamo più servi... Io vi ho chiamati amici (34), e aggiunge che esse mettono anzitutto in evidenza l´infinita bontà di Gesù verso degli uomini_
Tali soavissime espressioni ci presentano al­tresì una verità che deve riempirei di gioia e infonderci sovrumano coraggio, perchè ci confer­mano che l´amore di Gesù verso di noi è amore di amicizia. Ciò vuoi dire che anche noi, appunto perchè siamo da Dio considerati e chiamati amici, possiamo´ e dobbiamo amar Dio con amore di amicizia.
Questo mistero, mentre da una parte ci con­fonde, dall´altra ci´ nobilita, ci stimola, ci con‑
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forta. L´abisso che separa l´uomo da Dio è in­finito; ma Dio, nella sua bontà senza misura, io colma quando spinge il suo amore fino al punto di chiamarci e considerarci effettivamente suo´ amici. Noi restiamo presi da meraviglia_ quando un principe, un re, una persona di alta condizione sociale si abbassa fino ´a considerare e trattare come amico un uomo di umile condizione: eppu­re, dopo tutto, il povero e il monarca sono uo­mini e partecipano della stessa natura. :All´incon- . tro la differenza tra Dio e l´uomo è infinita: Dio è il Creatore, l´uomo la creatura; Dio è tutto; l´uomo meno che nulla perchè peccatore; Dio è il benefattore sommo, l´uomo l´ingrato, il ribelle. Ed ecco che proprio a questa creatura, tanto meschi­na., sconoscente e altezzosa, Iddio non rifiuta il nome di amico, appena essa lascia le vie del pec­cato e vive nella giustizia e nella grazia santifi­cante. ‑
Alcune brevi consideraiioni serviranno a darci ´ un´idea sempre più chiara della bontà divina nel­l´onorarci con questo dolce titolo di amici.
L´amore di amicizia ha:certe sue caratteristi­che: esso è amore mutuo e vicendevole, amore cioè che serve a unire due o più volontà, due o più cuori; è chiamato amore, di benevolenza, per­chè chi lo nutre in cuore desidera, vuole, procura
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il bene della persona amata: quest´amore inoltre dev´essere manifestato e apparire all´esterno, e in­fine essere non fuggevole e passeggero, ma consi­stente, stabile, duraturo.
Che Iddio consideri "e tratti come suoi amici coloro che vivono nella sua santa grazia è verità ampiamente dimostrata.
In diversi luoghi. dell´Antico, e del Nuovo Te­stamento (35), e soprattutto nelle Lettere di S. Pao­te, le anime che vivono in grazia sono lodate e glorificate con espressioni tali, che solo possono attribuirsi a chi sia veramente amico di Dio.
I Padri della Chiesa, commentando dette espressioni, fan notare che sarebbe già grande onore per i cristiani quello di potersi chiamare servi di Dio, dal momento che la stessa Vergine Santa volle chiamarsi ancella del Signore, e S.. Pao­lo, l´Apostolo delle genti, uso fregiarsi del titolo di servo di Gesù Cristo. Chi pertanto troverà mai espressioni sufficienti a magnificare la bontà di­vina, che ci onora con il dolcissimo nome di ami­ci? Chi non vorrà indugiarsi a riflettere se è ,pro­prio degno di questo titolo, che tanto lo onora?
S. Tommaso, enumerando le proprietà della ve­ra amicizia (56), afferma in primo luogo che l´a­mico vuole che il suo amico esista e viva. Orbe­ne, Iddio in effetto da parte sua ci ha creati e
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ci. conserva nell´esistenza, ma soprattutto volle renderci partecipi della sua stessa vita divina per mezzo della grazia santificante; e, attraverso i meriti dell´Incarnazione é Redenzione, far sì che avessimo questa vita nella misura più abbon­dante. E noi ,che abbiamo fatto e che faremo per contraccambiare questo dono inestimabile di ami-. cizia che Iddio ci ha dato? Ah, offriamogli al-. meno quella stessa vita che abbiamo da Lui ri­reviita e promettiamogli di renderla meno inde­gna del suo divino cospetto liberando l´anima no­stra da quanto possa impedire elle Egli viva e regni totalmente e sempre in noi. A ´volte bastano anche piccoli difetti, imperfezioni, mancanze di generosità, a renderci indegni delle manifestazio­ni di amicizia che il Signore vorrebbe darci con larghezza ancor maggiore.
In secondo Inogo l´antico desidera all´amico beni in grande abbondanza. E chi potrà enume­rare i beni, le grazie, i faVori con cui Iddio ha seminato i sentieri della nostra esistenza dalla culla alla tomba? E quali beni in contraccambio abbiaMo noi dato a Dio? Purtroppo cu veramente e unicamente nostro nulla abbiamo all´infuori del­le ingratitudini e dei peccati commessi. Eppure Iddio riceve a titolo di amore e di amicizia l´offer­ta di quegli stessi beni che ci ha elargiti- Egli
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stesso. Ah, quale pena e vergogna dovremmo sen­tire in cuor nostro pensando che, non solo ci sia­mo rifiutati di offrire a Dio i beni da, Lui rice­vuti, ma che sventuratamente di quei beni me­desimi ci siamo serviti Per offenderlo!
In terzo luogo ramiccr; si compiace di operare cose che piacciano e riescano gradite all´amico. Il Verbo eterno, per farci piacere ed effettuare il misericordioso disegno di salvarci, discese dal cielo, si rivestì della nostra misera carne, si as­soggettò a una vita di povertà e di stenti, e spinse la sua bontà fino all´estremo di morire per noi. sulla croce. E il nostro amore verso il Redentore quale fu in passato? Qual è presentemente? A quali sacrifici, a quali sofferenze ci siamo assog­gettati per il Signore? Abbiamo avuto almeno il coraggio di romperla con certe abitudini, man­chevolezze, imperfezioni? Quante volte abbiamo ripetuto, anche in occasioni solenni, la formola dei santi voti! Essa ci richiama alla memoria lo strettissimo nostro dovere di tendere incessante­mente, e con praticità di opere, alla perfezione. Eppure, esaininandoci con sincerità, troviamo for-, se di non aver fatto tutto quel cammino che avremmo dovuto. Ah, sia da oggi in poi più ge7 nerosa la dimostrazione pratica della nostra ami­cizia verso Dio!
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In quarto luogo l´amico si diletta di trovarsi con l´amico e si compiace della sua presenza. Mentre la Sapienza eterna dice sua delizia essere coi figli degli uomini (37), e il Verbo Inchrnato -vive avvolto nei veli Eucaristici sotto lo stesso nostro tetto, sentiamo noi compiacenza di visitare e- onorare l´Ospite del santo Taber­nacolo? Nel Sogno dei Dieci Diamanti (38),. irra­diavano dal brillante della Carità queste esorta­zioni: « Si reciti divotamente il. divino Ufficio; si celebri con attenzione la S. Messa; si visiti con trasporto di amore il Santo dei Santi » Li met­tiamo noi in pratica questi santi incitamenti, adat­tandoli anche alle nostre preghiere e Sante Co­munioni? Oppure lasciamo indisturbati i tarli roditori, visti nella seconda parte del Sogno al posto del Diamante della Carità: T Negligenza nelle cose che riguardano Iddio; amano e cerca­no le cose proprie, non quelle di Gesù Cristo»?
Per ultimo, l´amico ha comuni con l´amico pensieri e gli affetti, e prende viva parte alle sue gioie, come alle sue sventure, pene e dolori. — O • figlio, dice Iddio a ciascnno di noi, io ti do il mio cuore, ma anche tu devi, in contraccambio, darmi il tuo. — E che altra cosa significa dare il. cuore a Dio, se non offrirgli la nostra -volontà? Non è gradito a Dio colui che ripete solo con la
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bocca: < Signore? , ma bensì colui che ne compie i voleri. Il Figlio di Dio ebbe compassione di noi fino a caricare sulle sue spalle la croce di tutte le nostre amarezze e angosce. E noi che cosa abbia­- mo fatto per sollevare e confortare Gesù nei suoi accoramenti e sofferenze? Abbiamo almeno evitato di rinnovare a Lui gli strazi della Passione? In verità ciò sarebbe ancor troppo poco! Il vero amico infatti dinanzi ai dolori dell´amico si veste di forza sovrumana, diVenta un eroe, dispo­sto a qualsiasi immolazione. Questa è la storia gloriosa dei veri amici di Dio, la storia dei per­fetti cristiani e religiosi, dei santi, dei martiri_
Ma soprattutto non dimentichiamo che il carat­tere più nobile e maggiormente dimostrativo del­l´amicizia è la saldezza e la stabilità. Da parte di Dio non mancherà mai questa fermezza e con­tinuità. Egli ci ha amati da tutta Feternità e altro non desidera che di vederci eternamente degni del suo amore. E noi? Dovremo forse arrossire, ricono­scendo che purtroppo in passato non abbianio sa­puto rafforzare i soavi vincoli dell´amicizia di­vina? Vi furono da parte nostra incertezze, volubi­lità, freddezze, ingratitudini? Oh, quanto è buono il Signore, che, malgrado tutto questo, ci conservò il suo amore, disposto a darci ancora la sua amici­zia ogni qual volta facciamo a Lui ritorno con
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sentimenti del figlio pentito! Ah, voglia il Cielo che siano oggi talmente generosi i nostri propositi da conservarci,costantemente Uniti a Dio in vita e in morte, fino a rendere la nostra amicizia con Lui imperitura in Paradiso.

8. Prerogative della carità.
Per farei qualche idea delle splendide prero­gative della carità, ne richiameremb brevemente l´origine e, la natura.
La carità viene direttamente da Dio, che "cela infonde nel santo Battesimo. È come un palpito del Cuore divino: è -un raggio del divin Volto: è l´acqua fecondatrice che sgorga dalle sorgenti dell´Augustissixna ´Trinità:- è una fiamma che ir­radiando dal seno stesso della Divinità porta alle anime luce di carità e scintille di amòre.
S. Francesco di Sales, ´dopo- aver detto che Ia carità non è un amore che le forze della natura umana o angelica possano produrre, ma che è effusa nei nostri cuori dallo Spirito Santo, ag­giunge: « Noi la chiamiamo adunque per questo motivo amicizia soprannaturale, é più ancora perchè riguarda Dio e a Lui fende, non se­condo la nostra scienza naturale della sua bon‑
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-là, ma secondo la cognizione soprannaturale che ne abbiamo per fede. Quindi con la fé­de e con la speranza risiede nella punta più elevata dello spirito, e quale maestosa regina sta assisa, come in suo trono, nella volontà, donde sparge su tutta l´anima le sue soavi dolcezze, ren­dendola così tutta bella, grata e amabile alla divi­na Bontà, di modo che, se l´anima è un regno, di cui lo Spirito Santo sia il Re, la carità ne è la regina sedente alla destra di Lui in manto d´ore, con ogni varietà di ricami (39); se l´anima è una regina, sposa del gran Re celeste; la carità è la corona che regalmente le adorna il capo; ma se l´anima è insieme con il suo corpo un piccolo mondo, la carità è il sole che tutto adorna, tutto riscalda, tutto vivifica >> (40).
Prima prerogativa della carità è di non po­ter sopportare mai l´alito pestifero del peccato. La mortificazione, l´umiltà, l´ubbidienza noi le
possiamo trovare anche in anime che non siano
in grazia di Dio. La stessa fede e la speranza rie­scono a sussistere ancora in cristiani che hanno
l´anima insozzata da colpe mortali. La carità inve‑
ce non tollera il lezzo del peccato: nel nostro cuore o regna Dio con la sua grazia o regna il demonio
con la colpa grave, che è ribellione a Dio e morte della carità. Appena il cristiano ha la sventura

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di perdere la grazia con il peccato, perde nel­l´istante stesso la. carità.
Tale prerogativa però, mentre deve ´muovere i cristiani a tenere in gran pregio la carità e a cu‑
stodirla con la massima cura, riesce pure di con­forto ai peccatori quando, corrispondendo a una grazia particolare di Dio, volessero convertirsi, ma fossero nell´impossibilità di accostarsi subito al sacramento della Penitenza. Essi infatti, se sa­prann6 in tale penosa circostanza emettere con l´aiuto della grazia attuale un atto di carità per­fetta, riacquisteranno senz´altro la divina grazia santificante, che non va mai disgiunta dal per­fetto amor di Dio. Naturalmente a tale atto di carità perfetta va unito il proposito di confes­sarsi, il quale dev´essere attuato prima di accostar­si alla sacra Mensa.
Questa considerazione mette in luce sempre più bella Io zelo illuminato del nostro santo Fon­datore, il quale stabilì che nelle Case Salesiane ogni sera, prima di recarsi al riposo, tutti, al ter­mine delle preghiere, dopo breve esame di co­scienza, emettano un atto di dolore perfetto, ossia Per motivo di carità verso • Dio. Detta pratica è un costante richiamo al consiglio, rivolto con tanta insistenza dallo stesso S. Giovanni Bosco a tutti, di non andare mai a riposo col peccato mortale
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sull´anima onde evitare il pericolo della dannazio­´ne eterna, se si dovesse passare dal sonno alla morte. S. Paolo, scrivendo ai Romani, mette in ri­lievo una seconda prerogativa di questa divina virtù. La carità — dice l´Apostolo. — è la pienezia della legge (41). Possiamo pertanto, affermare che tutti i comandamenti, i consigli evangelici, i Sa­cramenti e le pratiche tutte della nostra santa Re­ligione sono comprese nel precetto soavissimo della carità.. Esse infatti non hanno altro scopo che unirci sempre più intimamente a Dio; ma noi sappiamo che questa unione non si effettua in altro modo che per mezzo della carità. E in vero-i comandamenti che ci ordinano di operare il bene

  • fuggire il male, i consigli evangelici che ci stac­cano dal mondo, dal nostro corpo, dalla stessa volontà nostra, che altro fanno se non purifiCare la nostra coscienza, accrescere in noi la grazia
  • renderci così sempre più cari a Dio? Alla stessa guisa ogni pratica di pietà e di religione che altro si prefigge se non rendere più salda la nostra fede
  • più gagliarda la speranza onde avvicinarci di più a Dio per adorarlo e amarlo in spirito e ve=

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rifà? In tal modo la carità si rafforza e perfezio­na fino a che si possa dire con verità, come voleva l´Apostolo, che essa procede da un cuor puro, da una coscienza buona e da una fede sincera (42).
Ecco come. S. FranceSco dí. Sales spiega Fin­immo nesso ché esiste tra la carità, la" pienezza della legge e la perfezione: « La carità è dunque il vincolo di perfezione (43), perciò in. essa • sono contenute fra loro e concatenate tutte le" perfe­zioni dell´anima, e senza di essa non solo è im­possibile avere l´intero correda delle virtù, ma non sì può avere nemmeno la perfezione di virtù alcuna. Senza cemento e calce, che tenga unite pietre e pareti, tutto l´edificio si disgrega; senza nervi, muscoli e tendini tutto il corpo andrebbe in sfacelo; e senza la carità le virtù non´ possono tenersi unite fra loro. Il Signore associa sempre alla carità l´osservanza´ dei comandamenti. Chi ri­tiene i miei comandamenti, dice", e li osserva, que­sti è che mi ama; chi non mi ama, non osserva le mie parole; chiunque mi ama, osserverà la mia parola v (44).
Questo pensiero è della massima importanza, • perciò ci fa comprendere come nella pratica´ delle Singole virtù, anzi in tutte le opere nostre, per quanto modeste e comuni. ci può e ci dev´essere il soffio soprannaturale della divina carità.
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S. Agostino, commentando le parole di S. Paolo: .Frutto dello Spirito Santo è la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la lon­gartimità, la mitezza, la fede, la moderazione, la continenza, la castità (45), spiega come tutta la legge, che è quanto dire la religione intiera, consi­sta nell´osservanza del duplice precetto della ca­rità.
< Tutte le virtù elencate dall´Apostolo, dice il santo Dottore, sgorgano dalla carità come l´acqua dalla sua polla. Chi mai potrà avere il ´cuore inondato da gioia pura, se non colui che ama quei .Bene, che della gioia è sorgente inesausta? Come si potrà godere vera pace, se non si è in pace con Chi è meritevole di tutto il nostro amore? Come praticare la longanimità fino a perseverare in­violabilmente nel bene, se non si mantiene il fer­vore della carità verso Dio? Chi si mostrerà beni­gno con il prossimo, se non ama Colui che nel pros­simo intende .beneficare? Chi sarà buono, se la sua bontà non si abbevera alla sorgente della carità? Chi riuscirà a mantenersi fedele, se non possiede quella fede che opera per mezzo della carità? Quale mansuetudine riuscirà a conquistare i cuori, ove non la guidi e signoreggi la carità? Chi potrà astenersi da tutto ciò che macchia e deturpa, se non ama Colui che, solo, può conservare l´uomo
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casto? Ben a ragione adunque      conchiude il
Santo — il Divin Maestro ci raccomanda e inetti­ca la carità con tale insistenza, come se fosse l´unico precetto da raccomandarsi: poiché senza di essa a nulla giovano tutti gli altri beni; mentre essa alla sua volta non può sussistere senza que­gli altri beni, mediante i quali l´uomo diventa buono » (46).
Quanto è mai consolante questa verità! Dun­que tutto iI bene che noi riusciamo a fare, tutte le manifestazioni della nostra vita cristiana, reli­giosa, salesiana, mentre traggono origine dalla carità, tutte parimenti servono ad accrescerla in noi, perchè essa, come regina, da una parte tutte le vivifica e dall´altra di tutte si serve come di scudo e in tutte trova corona e gaudio_ E così an­che la pratica delle virtù più modeste e delle azioni più umili, sempre che esse siano vivifi­cate da sincera carità verso Dio e verso il pros­simo, procura gloria a Dio e giova alla sal­vezza delle anime come se si trattasse delle virtù più eccelse e delle azioni eroiche praticate dai Santi.
Il nostro Don Giovanni Bonetti, nella sua bella Esortazione alla pratica dell´amor di Dio, ci pre­senta una terza prerogativa della carità, quella cioè di alimentare lo spirito di sacrificio partirò-
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larrnente necessario alla vita di apostolato propria
dei Figli di Don Bosco. « Talora, egli scrive, —
il cooperare alla santificazione delle anime costa sacrificio: sacrificio di libertà, per dover rimanere più ore in un laboratorio, in .un ufficio, in una scuola, in un confessionale, in un´assistenza pro­lungata; sacrificio di stomaco per la.vociferazione, pel lavoro; sacrificio di mente, per le difficoltà dello studio: sacrificio di cuore, ora pel distacco da persone care, che si hanno da abbandonare, ora per vedersi mal corrisposti nelle fatiche, e tal­volta ripagati d´ingratitudine, ed ora per dover tenere le bilance eguali nelle affezioni alle perso­ne affidate alle nostre cure, e spesso per doverle frenare affatto, e così via via. Tutte queste ed,al­tre consimili pene e di corpo e di spirito è presso­ché impossibile abbracciarle e tollerarle con la dovuta costanza, senza un alto grado di divino amore, il quale solo, al dire di S. Agostino (47), vince cigni piìi aspra e dura cosa, e rende leggere e dilettevoli le fatiche anche più gravi e ripo, guanti (48).
Una quarta prerogativa della carità è di per­petuarsi eternamente in cielo, La fede e la spe­ranza cesseranno: la prima, perchè non vi sarà più bisogno di credere là, ove si vedrà Dio faccia a faccia, così com´Egli è; la seconda, perchè una
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volta uniti inseparabilmente a Dio, nostra eterna ricompensa, non avremo più altro da sperare. La carità invece sarà ´il respiro dei nostri gaudi eter­ni. E poichè riguarda tutte le perfezioni divine, essendo tutte infinitamente amabili, da tutte trarrà argomento per amare Dio con slancio sempre mag­giore.
Ma una quinta prerogativa ,della carità, quella elle in certo modo compendia e illustra tutte le al­tre, è di essere la perfezione dell´anima cristiana e religiosa. ´Questo concetto l´udimmo spiegare tante volte, ma è bene approfondirlo attentamen­te. Abbiamo visto che nessuna virtù può sussi­stere senza la carità: ogni virtù infatti è una ma­nifestazione, una scintilla di carità. Quanto più le virtù nostre saranno gagliardamente radicate nel­la carità, tanto più noi saremo perfetti.
In tal modo la carità è effettivamente la mi­sura della santità e della, perfezione che le anime giuste acquistano nella vita presente, é conse­guentemente della gloria e felicità con cui saran­no premiate in Paradiso. Ciò che forma i Santi e la loro perfezione, non sono le opere grandiose da essi compiute, le fatiche sostenute, i sacrifizi sopportati, né i miracoli, ´n´è lo stesso martirio, ma la carità da cui furono animati nell´esercizio del­le virtù e nel compiere il loro apostolato.
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Ne segue che ogni cristiano, per .quanto mode‑
. sto sia il suo stato e umile il suo lavoro, può ar­rivare alla santità dei più grandi santi, sempre che riesca a eguagliarli nella carità. È noto a questo proposito l´episodio dell´umile frate Egidio e del serafico S. Bonaventura. Ecco come ce lo racconta il nostro Patrono: < 11 beato frate Egidio, uno dei primi compagni di. S. Francesco, disse un giorno a S. Bonaventura: — Fortunati voi altri dotti che sapete tante cose, con cui lodate Dio! ma noi altri idioti che faremo? — E S. Bonaventura rispose: — Basta la grazia di poter amare Dio. — Ma, pa­dre, replicò frate Egidio, può un ignorante amare Dio quantò ,un uomo istruito? — Lo può, disse S. Bonaventura, anzi vi dico che una semplice• donnicciuola può amare Dio quanto un dottore in teologia. — Allora frate Egidio, infervorato, escla­mò: — Oh semplice donnicciuola, ama il tuo Sal­vatore ´e potrai essere uguale a frate Bonaventu‑
ra!  E con questo pensiero stette tre ore in esta‑
si » (49).
Questa dottrina deve arrecare grande con­solazione alle persone di umile condizione. ai poveri ammalati, a coloro che non hanno ri­cevuto dal Signore Speciali talenti per compie­re certe opere che destano ammirazione davan­ti agli uomini. Dio non ricerca cose appariscen U.
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ma si contenta della buona volontà, la quale, al. dire dei Santi, è la ricchezza e il tesoro dei poveri. Perciò coloro che, essendo animati da ardente zelo di compiere opere grandi, non riescono ad attuare i loro desideri per cause indipendenti dalla loro volontà, non hanno ragione di rammaricarsi: se essi amano veramente il Signore, possono essere certi che Egli darà loro il premio riservato ai gran­di lavoratori della sua -vigna.
Quanto a noi religiosi, sappiamo che la Chiesa ha canonizzato umili laici e giovani chierici, vis­suti in perpetuo nascondimento o estenuati da lun­ghe malattie, senza aver potuto rendere visibili servizi alla loro Congregazione: il ferVore di ca­rità da cui erano animati e la loro generosità nel patire pel Signore li ha resi modelli di santità e perfezione. Anch´essi, come i grandi martiri, dot­tori e confessori della fede, furono grandi, perchè, come dice Flmiiazione, ( è veramente grande colui, che ha una grande carità) (50.
9. Eccellenza della carità.
Dopo quanto abbianio detto, non dobbiamo stu­pirei che siansi intessuti tanti elogi per proclama­re la sovrana eccellenza della carità.,
S. Agostino, commentando la prima Lettera di


S. Giovanni, prorompe in queste enfatiche espres- „ sioni: « Io non sa se si possa tessere elogio più grande della carità di quello con cui diciamo che Dio è carità (51). Elogio breVe, ma grande: breve, perchè racchiuso in poche parole, grande per la profondità del concetto.; È cosa di un attimo dire che Dio è carità; ma se ti accingi ad approfondire questo brevissimo concetto, non potrai riuscire mai ad apprezzarne dovutamela-te l´immenso valore. Giacchè, come dice ancora 3o stesso Apostolo, chi sta nella carità, sta in Dio e Dio in lui (52).
« Ah, si! — esorta a questo punto il santo Dot­tore — fa´ anche tu in modo che Dio sia la tua di­mora e che tu sia la dimora di Dio: vivi in Dio e viva Dio in ie. Iddio vive in te per tenerti uni­to a se: -tu devi vivere in Lui per non cadere, per non separarti da Lui. S. Paolo, per infonderci fidu­cia, ci assicura che la carità non. finirà mai (53). Come potrà dunque cadere chi è Sorretto da Dio, che è la carità per essenza? »
La carità possiede tutta la grandezza e l´am­piezza dell´eloquio divino: ciò vuoi dire che essa´ riassume tutti gl´insegnamenti e precetti di Dio. Gesù , Cristo stesso affermò questa verità quando pronunciò quelle memorande parole: Ama il Si­gnore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente... Amerai il tuo
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prossimo córn-e te-stesso. Su questi due comanda­menti: si fondano. tutta la Legge e i Profeti (54).
Se dunque alcuno non avrà modo di leggere le pa­gine dei Libri Santi, purchè abbia in cuore la ca­rità, con essa potrà veder chiaro nelle verità divi­ne e penetrarne i segreti.
« Ah, la carità quanto è- mai grande! esclama il già citato Dottore. Essa è Ia vita delle Scritture Sante, l´anima delle profezie, la sostanza dei Sa­cramenti, il consolidamento del sapere, il frutto della fede, il tesoro dei poveri (55): è la cittadella di tutte le virtù (56): è la verissima, la pienis­sima, l´assoluta giustizia (57): è la, pietra di para­gone per discernere i figli dì Dio - dai figli´ del diavolo » (58).
A S. Agostino fanno eco S. Basilio che chiama la carità « radice dei comandamenti » (59), S. Gi­rolamo, che la proclama « fondaMento e base della dottrina cristiana » (60), S. Gregorio Magno, che la saluta « colonna delle altre virtù, custode di tutti i beni > (61), S. Bernardo che scrive- di essa: « ´È la madre degli Angeli e degli uomini, poiché pacificò le cose della terra e quelle del cielo: essa placò Dio Verso l´uomo e ricenciliò l´uomo con Dio. La carità è sempre tenera madre, sia che porti sollievo agli ammalati, sia che spinga i provetti alla perfezione; sia che richiami gli. insofferenti
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della divina legge: essa, pur prodigandosi a tutti in modo diverso, ama tutti come teneri figli (62).
La carità, al dire dei Santi, è vincolo dolce e salutare che rischiara le intelligenze e infiamma i cuori: con essa l´indigente è ricco, e senza di es­sa anche il più ricco è povero. La carità rende for­ti nelle sventure, moderati nei successi, gagliardi nelle lotte contro le passioni, ilari nel percorrere i sentieri della virtù. Nelle tentazioni è scudo, nel prodigarsi a bene degli ospiti e del prossimo vor­rebbe fare sempre di più e di meglio, tra i buoni è serenamente lieta, tra i cattivi eroicamente sop­portatrice e paziente.
La carità fu paragonata a un fuoco ultrapo­tente che fonde. anche i macigni, e all´aquila che fissa le sue pupille nel sole: infatti la vera carità infiamma e strugge i cuori anche più duri, e chi ne è infiammato si libra sulle robuste ali dell´amar di Dio e del prossimo fino a slanciarsi con volo gagliardo verso il seno stesso di Dio.
Ma chi potrà mai cantarne le glorie´ con Più calda ed efficace eiocTaenza di S. Paolo, ispirato dalla stessa eterna Sapienza? Udiamone l´inno me­raviglioso •e sublime: Se le lingue parlo degli uo­mini, se le lingue parlo degli Angeli, ma carità non ho,• sono bronzo sonante, sono timpano squiP lante. E se ho profezia, e conosco tutti i misteri, e
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conosco tutta la scienza, e ho tutta la fede da tra­sportar montagne, ma carità non ho, niente mi serve: La carità è paziente, la carità è benigna; la carità non invidia, la carità non si vanta; la. ca­rità non si gonfia, la carità non offende; la carità non ´cerca il suo, la carità non s´adira; la carità non pensa male, la carità non gode del male; la carità gode del bene, la carità copre tutto; la ca­rità crede tutto, la carità spera tutto; la carità sopporta tutto, la carità non finisce mai (63).
Suggelleremo questo cantico di lodi alla carità, attingendo dal Manuale, già citato sul principio di queste pagine, alcune infiammate espressioni di S. Agostino e di altri Padri e Dottori della Chiesa.
Dia Padre è carità: Dio Figlio è carità: Dio. Spirito Santo è carità, amore del Padre e del Fi­gliuolo. Questa divina carità esige qualche cosa di simile in noi, vale a dire un amore che, .per una specie di affinità e di consanguineità, ci unisca all´amore della Trinità Augustissima. L´amore non conosce gerarchie, non vuole distanze. Chi ama Iddio, s´infiamma di così grande, filiale e corag­giosa fiducia da avvicinarsi a Lui e parlargli fami­liarmente senza esitazione o timore. Per COMTO chi non ama si rassomiglia quasi a un essere senza vita. Chi ama ha del continuo gli occhi rivolti a Dia, oggetto del suo amore, dei suoi desideri, delle
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sue meditazioni, delle sue gioie più pure: lo fa ali­mento dell´anima sua e ne riceve in contraccam, bio nutrimento, gaudio, forza. Colui che per mezzo della carità viene a trovarsi consecrato e intima-. mente unito a Dio, compie tutte le azioni, le pre­ghiere, le letture con l´attenzione e la vigilanza di chi con i suoi propri occhi vedesse realmente Dio, che è dappertutto e in ciascuno di noi. È questa l´eccellenza grande della carità e la sua forza, per cui, sulle ali della preghiera, ci solleva al più alto dei cieli, al cospetto della divina Maestà, fra le miriadi di Angeli che circondano il suo trono, sem­pre pronti a compierne i voleri‑
« La carità quando entra in un´anima la risve­glia da qualsiasi assopimento, la rende tenera é sensibile, la ferisce con i suoi °dardi, vi dissipa le tenebre; la stimola a slanci generosi, infiamma la sua tiepidezza, reprime le impazienze, soffoca •gli impulsi di collera, ne mette in fuga i vizi; ne re­prime i desideri meno santi, ne rende puri i co­stumi: la carità riforma e trasforma lo spirito, estingue i movimenti di ribellione e gli atti di leg­gerezza. Tutto ciò essa opera ov´è presente;. per contro, al suo ritirarsi, l´anima s´illanguidisce e raffredda, come un vaso d´acqua bollente ritirato dal fuoco.
« Ah, dev´essere cosa ben grande ed eccellente
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la carità, se unisce l´anima a Dio con tale intima dimestiChezza da farla aderire a Lui, intrattenersi familiarmente con Lui .e consultarlo in ogni cosa, di modo che più non sa pensare che a Lui, più non sa parlare che dì Lui: tutto il rimanente le diviene motivo di noia; di disgusto, di disprezzo. Quando 14 carità s´impossessa di un´anima, talmente la compenetra e h sua, che pensieri e parole e opere non sono altro che riflessi della ,carità stessa, da cui l´anima è inondata e spinta a volere e procu­rare il suo vero bene.
Chi voglia conoscere Dio, lo ami. Senza la ca­rità anche le pratiche di religione diventano infe­conde. Con la carità tutto in noi resta vivificato e l´anima è disposta anche alle più laceranti
ce pur di corrispondere al divino ambre.                 •
« E chi potrà mai anche imperfettamente ´de­scrivere le delizie che l´anima assapora quando è unita a Dio mediante i soavissimi vincoli della carità? Quantunque slavi un- abisso incolmabile e una sproporzione infinita fra la creatura e il Crea­tore, fra l´anima che ama e Dio che è amato, frp l´amor dell´uomo e l´amor di Dio, tuttavia l´eccel­lenza della carità-fa si che nulla manchi nell´anima che- ama Dio, poiché nulla può mancare là ove tro­vasi Colui che è tutto.
« L´anima infiammata di carità noia è agitata
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da ansie e trepidazioni, non sente vuoto nè timore come chi non ama Iddio: essa viene perennemen­te sospinta verso l´Oggetto dei suoi desideri e delle sue brame, senza preocCuparsi delta propria po­chezza e indegnità; cosicchè, svincolata dai sensi e da se stessa e d´altra parte inebriata da inef­fàbili dolcezze . celesti, si abbandona ai gaudii e aí rapimenti dell´amor divino e vorrebbe che non avessero termine.
< La carità stabilisce tra Dio e noi una ineffa­bile intimità: la familiarità ci rende arditi, l´ardi­tezza ci conduce al gaudio, iI gaudio suscita in noi l´aspirazione e la brama sempre più intensa di - Dio. È tale l´eccellenza della carità, che l´anima amante ad ,altro non pensa, ad altro non sospira che a Dio, ´come il cervo ferito anela ai rivi di acqua refrigerante e pura .» (64).
Queste ardenti considerazioni eccitano certa­mente in noi sentimenti vivissimi di gratitudine verso Dio, che si degnò accendere anche nelle ani­me nostre questa divina fiamma. È giuste perciò che innalziamo a Lui l´inno della riconoscenza no­stra. E• poiché riconosciamo di non esserne capaci, facciamo nastri gli slanci infuocati raccolti nel sul-lodato Manuale:
« O dolcezza della carità e carità inondata di dolcezza, sii tu il celeste nutrimento dell´anima
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mia e il divino nettare che la inebrii e la renda ca­pace di prorompere in parole di bontà e in senti­menti di amore. O carità che sei Io stesso mio Dio, la cui dolcezza supera quella del miele e la cui purezza è più candida della neve: carità, pane ce­leste che irrobustisci e rendi giganti le anime, fa´ che in me cresca incessantemente il desiderio di te; acciocchè tu possa essere l´unico nutrimento del­ranima mia; ed essa ne senta e ne brami senza posa il sapore divino.
< Tn sei l´anima della mia vita, la speranza alla quale sono ancorate -tutte le mie aspirazioni, l´uni­ca gloria cui io tendo con tutta la veemenza di ogni mia forza. Sii tu la regina del mio cuore, l´i­spiratrice della mia mente, la regolatrice e la nor­ma dei miei pensieri, la fiamma che alimenta e ac­cresce gli ardori dell´anima mia, acciocchè essa perennemente a te-unita possa dissetarsi alle sor­genti vivifica-lirici del tuo amore.
Tu, o carità divina, fa´ tacere in me ogni voce ribelle: cancella dalla mia memoria le immagini vane e fallaci della terra, dell´aria, delle, acque, del firmamento, i sogni della mia fantasia, ogni pa­rola, ogni pittura, , ogni cosa insomma che possa recare turbamento e offuscazione al mio spirito. Fa´ che la stessa anima mia sappia chiudere gli occhi e i pensieri a tutto ciò che riguarda lei stes‑
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sa, per pensare sole a te e in te riporre ogni fi­ducia.
< A Te dunque, o Dio, che sei carità, ogni lode, ogni onore, ogni gloria, ogni rendimento Ai gra­zie P (65). Fin qui S. Agostino.
O Vergine Santa, Regina della carità e Ausi­liatrice nostra, che avesti la sorte di unire i batl Liti del tuo cuore a quelli del Cuore dolcissimo di Gesù, dell! fa´ che quel fuoco di carità che il tuo Figliuolo dolcissimo portò sulla terra per infiam­mare tutti gli uomini, divampi ora, sempre, eter­namente nei nostri cuori.
10. Dio è infinitamente amabile.
Dopo aver udito gli elogi della carità, passia­mo a considerare i motivi pei quali dobbiamo ama­re Dio sopra tutte le cose.
Premettiamo che *noi religiosi, chiamati a ser­vire Iddio più da vicino, siamo per una grazia tutta speciale nella felice condizione di poterlo e doverlo amare con Maggior facilità. La vita tutta consacrata al Signore, il lavoro indefesso, le spe­ciali pratiche di pietà, insomma tutta quanta la nostra professione non ha in verità, altro scopo che quello di rendere sempre più ardenti in noi le fiamme della carità. Sempre che le nostre agio‑
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iii siano vivificate dalla retta intenzione di piacere a Dio, noi possiamo essere certi e rallegrarci di vivere una vita di non interrotta carità. Amando, anche il lavoro si converte in oro purissimo di amor di Diò: e ciò ben sapeva la Beata Maria Maz­zarello che, accingendosi a imparar da sarta, di­ceva a una sua amica ´e confidente: < Fin d´ora dobbiamo mettere l´intenzione ehe ogni punto sia un atto di amor di Dio » (66).
Se tale è la nostra invidiabile fortuna, parreb­be quasi superfluo per noi andare alla ricerca dei motivi per cui dobbiamo sentirci stimolati al­l´adempimento del soavissimo precetto della cari­tà. Ma non è così, L´esperienza della nostra debo­lezza e. i pericoli costanti della dissipazione ci per­suadono essere cosa ottima e soprattutto vantag­giosa richiamare alla. mente i motivi, gli eccita­menti, le esortazioni che tante volte udimmo, e fors´anche ripetemmo e ricordammo ad altre ani­me, per stimolarle ad amare Iddio.
§ 1. Dio è perfettissimo.
Diciamo subito che noi dobbiamo amare il Si­gnore per la sua bontà infinita; lo dobbiamo ema-: re perchè in Lui vi sono tutti i motivi e tutti i ti‑
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toli che spingono l´uomo ad amare; lo dobbiamo amare perchè Egli è il´nostro Dio.
Quale deplorevole cecità! Gli uomini, quando si tratta dell´amor di Dio, hanno bisogno di mille ec­citamenti, mentre ne abbisognano così pochi per amare, e tante volte. con amore sregolato, le crea­ture. Dovremmo conchiudere che solo glirrilles­sivi e gringrati possono mettere in dubbio che Dio sia sovranamente amabile.
S. Bernardo vorrebbe che neppur ci indugiassi­mo a cercare per quali motivi si debba amare Id­dio, poiché, egli dice, « la grande ragione per cui Dio dev´essere amato è Dio stesso ». Pare che il santo Dottore si meravigli che taluno possa pen­sare esservi altro motivo più forte di questo per eccitarci all´amor di Dio. E infatti, chi dice Dio, dice l´amabilità per essenza, la bontà infinita, de­gna perciò, per questo solo, di essere amata sopra tutte le cose.
Per poco ehe rifletta, l´uomo illuminato dalla fedé dovrebbe sentirsi portato a generosi slanci di amore di fronte alle bellezze ineffabili delle per­fezioni infinite e all´oceano sconfinato della bontà senza limiti. Non sarà forse amabile l´eterna Ve­rità? Non sarà forse amabile la divina Sapienza? Non saranno forse sufficienti a esigere compiuta­mente il nostro amore tutte e singole le perfezioni
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divine, la Santità, la. Giustizia, la Carità per es- , senza? Ah, noi dovremmò trovare, sia nel tesoro dovizioso degli attributi divini considerati nel loro insieme, sia anche in ciascuno di essi, una sorgen­te inesausta di bellezza che con forza irresistibile ci vinca esci tragga ad amarlo.
Eppure questo sovrano motivo della divina amabilità non è sempre compreso: si direbbe che taluni lo considerino come un´astrazione poco af­ferrabile. Ma quando l´apostolo S. Giovanni dice che Dio è carità: e chi sta nella carità sta in Dio e Dio in lui (6Z), ecco che Dio ci vien rivelato co­me carità per essenza e sorgente di ogni carità. Cosi pure Iddio è verità; .ma verità che vive, si manifesta, illumina e attrae. Dio è giustizia, ma giustizia che fonda e ordina ogni giustizia.
« E badate bene, fa notare S. Agostino, che la sapienza, la verità, la giustizia e le altre perfe­zioni di Dio noi non le amiamo come si possono trovare negli uomini anche più santi, ma come si trovano nella sorgente stessa di ogni sapienza, ve­rità e giustizia, in una parola come si trovano in Dio » (68). « Ognuna di queste perfezioni è Dio e vive immutabilmente in Lui » (69). Cosicché in cia­scuna e nell´insieme di tali perfezioni è sempre Dio che viene amato, come infinitamente buono e perfetto.
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Queste verità noi le abbiamo apprese fin dai ´ più teneri anni dal nostro Catechismo, il quale c´insegnò che Dio, non solo è buono, ma infinita­mente buono, che non solo è sapiente, ma infinita­mente sapiente, non solo santo, ma infinitamente santo: e così dicasi delle altre perfezioni. «Esage­rate, ---´ dice un sacro oratore, — esagerate pure le perfezioni delle creature; quando le avrete tut­te scoperte„ immaginatene di più belle ancora, in­definitamente e sempre. Seguitate a fantasticare traverso i secoli: Dio è, Dio rimane, al di sopra di tutto e per sempre, la perfezione senza rivale, la sovrana bellezza, la sovrana bontà, il sitnrerno amore: ultimum perfectum, ultimum puichrum,, ultimum obiectum. Lui pertanto bisogna preferire a tutti, Lu; amare ai di sopra di tutto, Lui amare unicamente, e tutte le altre cose amarle per mezzo cii Lui, in Lui e per Lui » (70).
«È mai possibile, -- ripetiamo noi pure con Fénélon, --- è mai possibile, o mio Dio, conoscervi e non amarvi, mentre voi superate in virtù, in grandezza, in potere, in bontà, in magnificenza, in liberalità, in ogni sorta di perfezioni e, ciò che mi riguarda più da vicino, in amore per me, tutto ciò che gli spiriti creati possono comprendere?
« Il rispetto e la distanza che. corre tra voi e me pare che dovrebbero farmi esitare: eppure voi
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rai´perinettete, dico troppo poco, voi mi ordinate di amarvi. Se è così, o Signore, io non bado pii". a me stesso e mi abbandono tutto a voi. O amor santo, che avete ferito il mio cuore e che voleste il vostro ferito per amai mio, venite a guarirmi, o piuttosto a rendere ancor più profonda e più viva la dolce ferita che avete aperto nel mio "cuore. Distaccate­mi
da tutte le cose create che, troppe volte, mi assillano con incomodi importuni. A me bastate voi solo, o mio Dio, e io altro non desidero che, voi » (71).
§ 2. Dio ci ha Creati.
L´amabilità di Dio ci si rivela infinita non solo in se stessa, ma anche in rapporto a noi, per averci Dio amati da tutta l´eternità e poi creati, conser­vati, redenti, santificati • e  chiamati alla gloria eterna del Paradiso: . Considerando queste prove della divina Bontà in nostro favore, noi vi trovere­mo eccitamenti e motivi, efficacissimi ad amare Iddio.
Né vale il dire che questo nostro amore è trop­po interessato. Va da sè che, una volta raggiuntci il supremo Oggetto dei nostri cuori, sarà facile, con l´aiuto della grazia, amarlo anche di arnore disintereSsato, purissimo, sopra tutti quanti i van­taggi che a noi ne possono derivare.
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Già S. Bernardo, scrivendo al Cardinale Eirne¬rico, dopo avergli detto che il motivo per cui .dob¬biamo amare Dio è Dio stesso, e che la misura con cui si deve amare è di amarlo senza misura, sog¬giunge: « Dirò adunque che Dio dev´essere amato per se stesso per due motivi: il primo, parche nulla si può ´amare di più giusto; il secondo, per¬chè nulla si può amare di più utile » ,(72). E così
·incoraggia alla conquista del divino amore perfet¬to avanzando per questa via dell´amore santamen¬te interessato.
L´apostolo S. Giovanni esorta ad amare il Si¬gnore con queste memorande parole: Noi dunque amiamo Dio, poiché Egli per il priMo ci ha amati (73).
-z E quando mai, — dice il nostro santo Patrono, — cominciò Dio ad amarti? Egli cominciò ad amarti quando cominciò a essere Dio. E quando cominciò a essere Dio? Mai: perchè Egli lo è sem¬pre stato senza incomincio mento e senza fine. Dunque ti ha amato sempre, da tutta l´eternità, e perciò ti teneva preparate le grazie e i favori che ti è venuto facendo (74).
Per noi Iddio preparò questa reggia del mon¬do creato, che fa sempre risuonare negli spazi l´inno della sua sapienza, potenza e bontà infinita. I santi ben sapevano leggere e scrutare il gran li
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bro della natura e servirsi delle cose create come di celeste scala per elevarsi fino a Dio e cantargli con. gli Angeli l´inno dell´amore riconoscente.
S. Agostino interrogava le creature e parevagli che esse rispondessero: — Non noi tu devi amare, per quanto buone e belle, ma Colui che in noi valle effondere qualche raggio della sua bontà e
bellezza: non -arrestarti a noi, ma sali fino alla Sorgente da, cui deriviamo, che è il nostro e il tuo Creatore? — E il Santo ascoltando questo invito alzava il cuore a Dio ed esclamava: « TI cielo, la terra e tutte le cose che in essa vi sono mi ripe¬tono da ogni parte che io ami te, o Signore » (Z5).
E perchè non doVreino accostare al genio po¬tente del grande Dottore la pietà semplice ma profonda dell´umile contadinellcr dei Becchi, Mara¬. ma Margherita, la quale sapeva, davanti agli spet
tacoli della natura, avvivare continuamente Lei suoi figli la memoria e l´amore del loro Creatore? • « In una bella notte stellata, -ascendo all´aperto, mo
strava loro il cielo e diceva: È Dio che ha creato
il mondo e ha messe lassù tante stelle. Se è così bello il firmamento, che cosa sarà dei Paradiso? -¬Al sopravvenire della bella stagione, innanzi a una vaga campagna o a un prato tutto sparso di fiori, al sorgere di un´aurora serena, ovvero olio spettacolo di un rosea tramonto di sole, eselanpva:
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— Quante belle cose ha fatto il Signore per noi!
— Nell´inverno, quando erano tutti assisi innanzi a un bel fuoco e fuori era ghiaccio, vento e neve, essa faceva riflettere alla famiglia: — Quanta gratitudine non dobbiamo al Signore, che ci prov¬vede di tutto il necessario! Dio è veramente Padre. Padre nostro che sei nei cieli! » (76).
La creazione è come il manto regale della glo-ria di Dio, e noi attraverso gli.splendori del creato dobbiamo ricordare e amare l´Increato.´ Innalzia¬mo adunque le pupille e il cuore a contemplare le opere di Dio, nutriamo la niente di queste visioni e restiamo assorti nella contemplazione di queste´ meraviglie: sono queste le azioni degne di noi, non già le frivolezze mondane e lo sterile turbinio di una vita che si svolge infeconda, lontana da Dio e non vivificata dal suo amore.
Ma Iddio ha tratto dal nulla non solo le me¬raviglie che popolàno l´universo, ma anche l´uomo, intelligente, libero, vero prodigio di perfezione e bellezza, nell´insieme delle site parti che lo ergono verso il cielo, veramente re del creato. t vero, noi ricordiamo tutti i giorni, Mattino e sera, questo beneficio divino, quando preghiamo: •,2c Vi adoro mio Dio.... Vi ringrazio d´avermi creato )• Ma forse dobbiamo riconoscere che queste parole sono da no; ripetute distrattamente e con scarso fervore.
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Eppure deivremmo .riflettere che Dio,, nel cilia-, marci alla vita,_ non aveva alcun interesse proprio; che Egli non sarebbe stato meno grande, se non ci avesse creati; che la creazione nostra
giunge alla sua felicità. Or sé è così, come mai amiamo tanto poco il nostro Creatore?
Altro: beneficio, non meno mirabile di quello della creazione, è la conservazione: beneficio di tutti i giorni, di tutte. le ore, di.ogni istante, e che equivale a. una creazione continuata, poich.è se per un solo istante Dio cessasse dal tenerci in vita, ri¬pioMbereramo immediatamente nel nulla. Iddio con amorosa provvidenza è sempre al nostro fian¬co, o meglio, come. si espresse S. Paolo, in Lui ab¬biam la vita, il. movimento- e l´essere (77).
Anche questa verità noi la riconosciamo e di
fatto, sia allo spuntar del giorno che al cader delle tenebre, noi ringraziamo Iddio non solo di averci creato, ma altresì. conservato. Anche a questo Pro¬posito ci sovviene la commovente scena di Mamma. Margherita, che invitava il figlio già prete a rin¬graziare Iddio specialmente al termine della gior¬nata. Allorchè Don Bosco a ora tarda giungeva a casa nella sua borgata, dopo aver dato faticose missioni nei paesi d´intorno; ovvero, quando stan¬co, sudato ritornava da lungo viaggio; oppure, quando già era nell´Oratorio, se, dopo aver pre
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dicato e´ confessato tutto il giorno, rientrava nella sua stanza, cadente dal sonno, e ´avesse subito dato mano a spogliarsi, la madre lo fermava e interro¬gavalo: — Hai già dette le orazioni? — Il figlio, che già Ie aveva recitate, volendo però recare con
solazione a sua madre, rispondeva: Le dico
subito! — E la madre aggiungeva: — Perché vedi: studia pure il tuo latino, irùpara fin che basta la tua teologia; ma tua madre ne sa più di te: sa che devi pregare. — E il figlio si poneva in gi¬nocchio, e Mamma Margherita intanto girando silenziosa per la camera, ravvivava la´ lucerna, accomodava il capezzale, rimboccava le lenzuola, é quando il figlio aveva finita la preghiera, usciva senza più dir parola (78). Essa voleva che l´ultima preoccupazione della giornata fosse quella del ringraziamento a Dio per averci conservati in vita.
§ 3. Dio ci ha redenti:
Ma vi è un motivo che particolarmente ci 121110- ve e spinge ad amare Iddio, ed erche l´Eterno Pa¬dre ha mandato il suo Figliuolo come propizia¬zione per i nostri peccati (79).
S. Bernardo nella solennità del Santo Natale descriveva ai suoi monaci con patetiche espres-sioni il Bambinello Gesù, che giace sulla paglia
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del presepio, manda vagiti e versa lacrime. 4: Gesù Cristo — diceva il. santo Abate — piange, ma non allo stesso modo, o almeno non per lo stesso mo¬tivo per cui piangono gli altri pargoletti; in questi piange il senso e la passione, in Gesù invece la carità e la compassione. Per coloro stessi pei quali oggi sparge lacrime, Gesù verserà domani, stilla a Stilla., tutto il suo sangue » (80).
Ah, volesse il Cielo che il nostro cuore non fos¬se cosi insensibile e duro come la pietra davanti al. Figlio di Dio che .si fa uomo per noi! Le lacri¬me versate dal divin. Pargoletto nel presepio do-vrebbero almeno essere per noi motivo di pena, poiché proclamano esse pure il mistero della no stra Redenzione, al quale non sempre abbiamo do-vutamente corrisposto.
Per qual motivo il Figlinol di Dio discese dal cielo, e volle rivestirsi, non di manto regale; non di corona, non di scettro, ma delle nostre misere carni, della nostra povertà e mortalità? Per la sua carità infinita verso degli uomini peccatori, se-condo le parole del profeta Isaia: E porterà sopra di sè le.‘ loro iniquità (81).
Chi può enumerare le fatiche e i sacrifizi sop-portati dal divin Redentore per il nostro riscatto? Quando parlò, non mancarono coloro che lo con-traddissero; quando operò, ebbe censori mossi dal
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la più bassa invidia; filaneo quando sofferse e patì, trovò chi lo schernì;• e nell´ora stessa della morte ricevette i più ignobili insulti.´
La Redenzione è l´oceano della coMpassione é della carità di Dio, e noi dovremmo sentir vergo¬gna di non versare lacrime sui patimenti di Gesù, dovuti alle nostre colpe. Quale cecità! Iddio pati¬sce e muore, mentre l´uomo continua a sollazzarsi nella spensieratezza e nel peccato!
O Gesù, ciò che sopra ogni altra cosa, ti rende amabile al mio cuore è il calice che hai bevuto per me e con il quale hai operato la mia redenzione. Questo calice soprattutto vuole per sé tutto il mio amore, jo attrae con maggior dolcezza, lo esige con maggior diritto, lo vincola con più forti.lacci e lo stringe con ardore più veemente.
A comprendere l´infinito amore di Dio per noi basta che consideriamo a quale prezzo siamo stati riscattati. Infatti — come disse Gesù stesso a Ni-codemo — Dio ha talmente amato il mondo da da¬re d suo Figliuolo unigenito (82). in verità il dono della Redenzione sopravvanzò infinitamente la gravità del peccato (83). Mentre il primo Adamo, che peccò, era una semplice creatura. il secondo Adamo; che ci redense, è Dio e, come Dio, ha dato il prezzo del riscatto per tutti i peccati commessi da tutti gli uomini di tutti i tempi. Con ragione
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pertanto Tapòstolo Paolo scrive che dove abbon¬dò il peccato, ivi .sovrabbondò la grazia (84), e la Chiesa nel Sabato Santo dinanzi al sepolcro da cui esce glorioso e trionfante il nostro Salvatore, canta con esultanza: Oh colpa beata, che ci ha meritato un così generoso e grande Redentore!
Gesù Cristo ci manifesta pure il suo amore nel¬la Chiesa da Lui fondata. Durante la sua vita mor-tale`si sarebbe detto che Gesù evangelizzasse qua-si senza successo un piccolo e sperduto angolo del mondo. Invece, dopo, morto e risorto e asceso al Cielo, rischiara con la luce della sua dottrina´ e infiamma con gli ardori della sua carità tutti i popoli della terra. E la Chiesa, malgrado le lot¬te, le persecuzioni e il sangue sparso da milioni di martiri, s´ingagliardisce, estende le sue conquiste e domina sulle macerie del mondo pagano: e le anime sante si moltiplicano incessantemente, per-petuando la conoscenza e l´imitazione del divin
Redentore nel nascondimento, neln
postolato, nelle sofferenze, nel martirio.
LA Chiesa è il corpo mistico di Gesù: Gesù stesso ne è il capo e lo Spirito Santo l´anima (85). La Chiesa continua la missione del Redentore: ne custodisce e propaga la dottrina, ´applica i frutti del suo Sangue preziosissimo, amministra i Sacra-menti istituiti da Lui.
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E, tra i Sacramenti, non possiamo non ricor-dare quello che nel linguaggio dei Padri è l´amo-re degli amori, l´oceano della Bontà divina: il Sa-cramento dell´Altare, in cui il Redentore, giusta il Concilio di Trento, ha dato fondo a tutti i tesori
del sue amore verso gli uomini (86). •
Nella SS. Eucaristia Gesù Si dona perpetua¬mente in sacrifizio e in cibo sotto le specie del pa¬ne e del vino, quale vivente e perenne memoriale della sua vita e passione per noi. Quali soavi vin¬coli di infinito amore (87)! Quanta verità nelle pa¬role dell´evangelista S. Giovanni: Poiché´. Gesù aveva amato i suoi ch´eran nel mondo, li amò sino lla fine (88)!
« Mio Gesù, — esclamava Santa Maria. Madda¬lena de´ Pazzi, — perchè non ho io tal voce che intendere si faccia fino all´estremità della terra? Io pubblicherei dappertutto che questo tuo amore ha da essere conosciuto, amato, stimato come il solo vero bene! Amore, Amore, se altrove non tro¬vate dimora, venite a me, e io vi darò per man¬sione l´anima mia ».
L´opera della Redenzione pertanto, sotto qual¬siasi aspetto la si consideri, ci si presenta sem¬pre come una delle più tenere manifestazioni del¬l´amore di Dio per noi.
E quale dovrà essere il nostro atteggiamento
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verso il divin Redentole? Noi dobbiamo amare Ge¬sù con quel divino amore di amicizia, che Egli è venuto a restaurare nell´uomo miserabile, e pec¬catore.
L´amico sa imporsi privazioni per l´amico: e noi faremo ogni sacrificio per Gesù. L´amico cereo. in tutti i modi di rendersi sempre più caro all´a¬mico: e noi compiremo opere gradite a Gesù. L´a¬mico reca soccorso all´amico e noi a Gesù, che sof¬fre nella persona dei poveri, degli ammalati, dei giovani derelitti, recheremo ristoro e balsamo di conforto. L´amico ama stare con l´amico: e noi pre¬feriremo Gesù, e la sua compagnia presso il San¬to Tabernacolo, al mondo, alle conversazioni ozio¬se e alle persone pericolose per la fede o pei co¬stumi.
Manifesteremo pure il nostro amore a Gesù servendolo con fedeltà. Ci chiede così poco! De¬sidera solo che quanto noi siamo obbligati a fare lo facciamo per amor suo. È dover nostro lavorare: ebbene, lavoriamo per Gesù. Finché restiamo su questa terra di esilio è inevitabile soffrire: ebbe¬ne, offriamo a Gesù le sofferenze, grandi o picco¬le, che incontreremo lungo il sentiero della vita.
D´altronde possiamo ben dire che, mentre Gesù si degna di accettare l´umile nostro servizio, Egli stesso poi si mette interamente a nostra disposi
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zione. Che, non, ha fatto e che non fa ogni giorno per noi? La stessa nostra croce non forse Gesù ci aiuta a portarla? É vero, la croce è sempre croce; ma noi non possiamo dimenticare che essa, innal¬zata come un trofeo sul monte Calvario, effonde sul passato, sul presente e. sull´avvenire dell´uma¬nità gli splendori della Redenzione, che sono fiam¬me di amore. E come mai quelle fiamme non ri¬scalderanno questo nostro cuore?. Essa sarà sem¬pre lo stendardo dei seguaci, degli amidi, dei figli di Dio, come è la fonte e il sostegno di ogni virtù cristiana.
Amiamola la Croce! Da essa la glciria la po-tenza, la luce di Gesù irradia su. tutta quanta la terra. La Croce è veramente la storia dei trionfi dell´amore di Gesù: la Chiesa nostra madre ha Voluto che noi la trovassimo dappertutto, perché dappertutto risplende l´amore di Gesù.
Nell´angusto, sacrificio della Messa, nell´ammi-nistrazione dei Sacramenti, sulla culla, durante la vita, sulla tomba, dappertutto noi la troviamo, ca¬ra e confortatrice, l´adorabile Croce di Gesù. E la fede ci dice che l´ultimo trionfo di Gesù sulla terra, alla fine del mondo, sarà il trionfo della Croce. E anche in cielo, dicono i Padri, tra le schiere degli Angeli e dei Santi, nel bel mezzo del
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la ´Città celeste, si ergerà la Croce, faro dell´eter-: no amore.
Chi voglia corrispondere all´amore di Gesù Redentore de-ve amare la croce, abbracciarla con slancio, portarla con gioia e perseveranza. Ecco in qual modo S. Paolo insegna ai cristiani a ripor¬tare i più grandi trionfi: I seguaci di Gesù Cri¬sto hanno crocifisso´ la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze... Quanto a me sia lungi il gloriarmi d´altro che della Croce del SignOr no¬stro Gesù Cristo, per la quale il mondo è stato per me crocifisso, e io pel mondo (89).
La vita stessa di Gesù Cristo, secondo rimi¬tazione di Cristo, che altro fu se non croce e mar¬tirio? (90). Riproduciamo in noi questa vita, im¬moliamoci ogni giorno con Gesù Cristo sulla croce del lavoro e dell´ubbidienza, e avremo così corri¬sposto degnamente all´amore di Dio che, nella perSona del Verbo fattosi carne, ci ha rédenii dal peccato e salvati da morte eterna.
§ 4. Dio sarà il nostro eterno Amore:
Il nostro cuore per impulso di natura si sente portato a´ cercare quel bene che è duraturo e non viene mai meno. « Qual è ´il bene che noi dobbia
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mo amare? » si domanda S. Agostino. E rispon¬de: « Quello che potrà stare eternamente in no¬stra compagnia! ) (91).
Questo bene sommo, imperituro, che inebria i cuori, è Dio. La sua amicizia, dopo averci illu¬minati e sostenuti durante le lotte dell´esilio ter¬reno, sarà il nostro premio e la nostra felicità nella Patria celeste.
Il pensiero del Paradiso non è soltanto pascolo della nostra fede inconcussa e della nostra spe-ranza confidente, ma anche soave incitamento ad amare sempre più il nostro Dio, che ci renderà eternamente felici con la comunicazione della sua stessa ineffabile beatitudine.
S. Giovanni Bosco soleva appunto eccitare í suoi giovani a praticare la virtù e a farsi santi, in una parola ad amare il Signore, parlando con ca-lore del Paradiso, del gran premio loro preparato, della felicità che avrebbero goduto in cielo in com-pagnia dei Santi e specialmente della Madre di Dio. La sua meditazione sul Paradiso, che tante volte abbiamo letto nel Giovane Provveduto,è un piccolo capólavoro, tutto soavità e nnzione, che incoraggia e sprona all´amor di Dio. Parlando-poi della gloria di. S. Luigi, conchiude le sue riflessio¬ni con queste parole: « Ecco, o giovanetti miei, a che conduce una vita buona e virtuosa! A una

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beata eternità di delizie,´ a una gloria incoMpara.- bile dove contempleremo Iddio faccia a faccia, Io loderemo, lo benediremo• insieme con Maria, con gli Angeli e coi Beati per tutti i secoli. Coraggio, dunque: cominciamo per tempo a lavorare per il Signore. Ci toccherà-patire qualche cosa in que-sto mondo; ma i patimenti della vita presente du-rano poco, e il premio che ne avremo durerà in eterno: breve il patire, eterno il godere ).
E non solo con i giovanetti, ma anche con i Salesiani seguiva la stessa norma per esortarli a mostrare a Dio il loro amore con un lavoro assi¬duo e generoso a salvezza delle anime_ È rimasta celebre la sua proposta a Don Camillo Orttizar nell´invitarlo a entrare in Congregazione: « Qui troverà pane, lavoro e Paradiso » (92). Di queste parole lo: stesso S. Giovanni Bosco diede in altra occasione la spiegazione seguente: « Nella mia . casa c´è pane, e questo ce lo manda giorno• per giorno la Provvidenza; c´è lavoro, ognuno deve faticare per tre; e c´è Paradiso; perché chi man¬gia e lavora per Iddio ha diritto a un cantuccio di Paradiso (93).
A chi dicesse che questo è un amore troppo in-teressato si può agevolmente rispondere che il premio celeste, come già si disse, non è altro chi Dio stesso e che amare l´eterna beatitudine altro
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non è che desiderare intensamente di unirci a Dio, poichè, come dice S. Agostino, l´amore è appunto un legame che unisce o si sforza di uni¬re due persone y (94).
È vero, per mezzo della grazia noi. possediamo Dio già su questa terra; ma ciò avviene in modo ancora misterioso. Quando alla oscurità della fe¬de subentrerà la chiarezza della visione di Dio; allora la nostra carità, pur non cambiando natura, potrà liberamente e pienamente saziarsi di ciò che l´amicizia porta con sè di più intimo, di più profondo, di più penetrante, di più confidente.
« Nell´amicizia eterna, — scrive un dotto e pio Autore, — la visione a f accia a f accia effettuerà l´unione dell´anima nostra con Dio; infatti Egli si darà a noi appunto per questa confidenza eterna degli splendori della sua amabilità infinita. Po-tremo, senza interruzione, in un rapimento conti-nuo, guardarlo, conoscerlo, penetrarlo. La nostra carità vivrà di questa contemplazione, se ne nu-trirà: torrenti di luce usciranno da questa_ visione, e l´anima nostra, cosi immersa in queste ineffabili chiarezze, sarà inebriata d´amore, trasportata dal-la gioia, beatificata » (95).
Il 15 febbraio 1884 S. Giovanni Bosco fece un sogno veramente di cielo. Gli parve di essere in una casa, dove incontrò S. Pietro e S. Paolo che
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gli sorrisero e gli parlarono. A un certo punto S. Pietro, tiratosi in disparte, si pose in atto di preghiera„ Don Bosco voleva seguirlo; ma:
— Lascialo che preghi — gl´ingiunse S. Paolo. Don Bosco rispose:
— Vorrei vedere dinanzi a quale oggetto s´è in-crinocchiato.
Gli andò dunque accanto e vide che stava di-nanzi a una specie di altare, che altare non era, e interrogò S. Paolo:
— Ma non ci sono candelieri?
— Non c´è bisogno di candelieri, dov´è l´eterno sole, — gli rispose l´Apostolo.
— Non vedo neppure la mensa.
— La vittima non si sacrifica, ma vive in eterno.
— Ma insomma l´altare non c´è?
L´altare è per tutti il monte Calvario.
Allora S. Pietro con voce alta e armoniosa, ma senza canto, pregò. cosi: Gloria a Dio Padre Crea-tore, a Dio Figlio Redentore, gloria a Dio Spirito Santo Santificatore. A Dio solo sia onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. A te sia Mode, o Maria. Il cielo e la terra Ei proclamano loro Regina. Ma¬ria... Maria... Maria... Pronunciava questo no¬me con una pausa tra una esclamazione e l´altra e con tale espressione di affetto e con un crescendo
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siffatto di commozione da non potersi descrivere, sicchè là si piangeva di tenerezza.
Alzatosi S. Pietro, andò a´ inginocchiarsi nello stesso luogo S. Paola, che con voce distinta si diede egli pure a pregare così: Oh profondità de¬gli arcani divini! Gran Dio, i tuoi segreti sono inaccessibili ai mortali. Soltanto in cielo essi ne potranno penetrare 1a profondità e la maestà, ac¬cessibile unicamente ai celesti comprensori. O Dio uno e trino, a te sia l´onore, la salute e rendi¬mento di grazie da ogni punto dell´universo. 11 tuo nome, o Maria, sia da tutti lodato e benedetto. Cantino in cielo´la tua gloria, e sulla terra sii tu sempre l´aiuto, il conforto, la salvezza. Regina Sanctorum omnium, alleluia, alleluia.
Don Bosco, raccontando il sogno, conchiuse:
Questa preghiera per il Modo di proferire le parole produsse in me tale commozione, ché ruppi in pianto e mi svegliai. Dopo mi rimase nell´ani¬ma un´indicibile consolazione (96).
Il pensiero del Paradiso inebria l´anima dei Santi. Ne fa fede S. Bernardo, il quale diceva ai suoi monaci: « Non è forse vero che il più delle volte, Mentre preghiamo, ci sobbalza il cuore in petto al ricordare quel gaudio che ha sede nella Gerusalemme di lassù, che è la nostra madre, e mentre meditiamo, un profluvio di lacrime inali
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da le nóstre guance? Oh, se durasse! S´io mi di-mentico di te, o Gerusalemme, sia colta da oblio´ anche la mia destra; s´attacchi la mia lingua alle mie fauci,´se non mi ricordo più di te, se non met¬to Gerusalemme al principio della mia gioia! (97). Veramente al principio, perchè il colmo della gioia è riposto lassù! Quando, Signore Gesù, straccerai il mio lugubre sacco e mi cingerai d´allegrezza, perchè inneggi a te la mia gloria e io non resti desolato? II principio di quella gioia celeste, da noi gustato a volte quaggiù, non è che una stil¬la, una gocciolina discesa da ,quel fiume, il cui corso rallegra la città di Dio. Oh, quando verrà il tempo di immergerci ben profondamente e con eterni gaudi nel fonte stesso della Divinità? Ivi un´onda tien dietro all´altra senza interruzioni nè intrusioni. Quando verrò e comparirò al cospet-- to di Dio? Quando mi recherò al luogo dell´au¬gusto tabernacolo sino alla casa di Dio? Quan¬do, così come abbiamo udito, avremo la gioia di contemplare, nella sua stessa Città, il Signore degli eserciti? » (98).
Siffatte aspirazioni alla Patria celeste ci spie-gano come i Santi ripetano costantemente con S. Paolo: Per me il morire è un guadagno (99): la morte è infatti per essi la chiave d´oro che apre e spalanca le porte di una eternità beata.

Anche il nostro santo´ Fondatore, nell´ultima sua malattia, disse ad alcuni distinti Visitatori:

-r No, miei signori, non si preghi affinchè io possa guarire. Si domandi la grazia che io possa fare una buona morte, perchè così andrò in Paradiso e di là potrò aiutare molto meglio i miei figliuoli a lavorare alla maggior gloria di Dio e alla salute delle anime (100).
Fare una buona morte! Questa grazia conceda il Signore anche a noi e alle anime che ci sono affidate, o comunque care, affinché la nostra ami¬cizia con Lui, pur nell´umile e riconoscente at¬teggiamento dell´eterna adorazione e lode, rag¬giunga alfine la soSpirata pienezza di intimità e confidenza divina, tra le delizie della sua infinita amabilità, tra i fulgori della sua luce senza de¬crescenze e tra le caste ebbrezze del suo amore scmpiterno.
11. Il comandamento della carità verso Dio.
Mosè, parlando al popolo d´Israele per co-municargli i comandi del Signore, a un certo pun¬to disse così: Ascolia, Israele. Il Signore Dio nostro è il solo Signore. Amerai´ il Signore Dio tuo´ con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze. Queste parole che- io oggi ti bandi
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sco, staranno nel tuo cuore, e le ripeterai ai tuoi: figliuoli, e le mediterai tanto ´sedendo in casa tua T:tanto camminando per Viaggio, quando an¬drai a dormire e quando ti leverai: le legherai co¬me segno alla tua mano, e staranno e si muore-ranno sotto ai tuoi occhi, e le strinerai sulle so¬glie e sulla porta dì casa tua (101).
Il precetto di amare Dio non si sarebbe potuto = dare in forma più esplicita e solenne nell´Antica Legge: e fu ripetuto in forma non meno chiara e tassativa nella Nuova. Infatti al fariseo che gli domandava: r Maestro, qual è il più gran coman¬damento della Legge? » Gesù rispose: Ama il Si¬gnore Dio tuo Con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo comandamento (102). li Divin Maestro richiamò più volte questo coman-damento agli Apostoli e alle moltitudini che lo se¬guivano, insegnando pure in che modo lo si debba mettere in pratica.
Potremmo chiederci come mai questo precetto non si trovi chiaramente indicato nel Decalogo. S. TOmmaso dice che ciò non è assolutamente necessario, perchè, essendo tutti e dieci i comanda-menti Ordinati all´amor di Dio e del prossimo, ne consegue che il precetto di amare Dio e il prosL simo è realmente incluso nel Decalogo. Si pp.-
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Crebbe anche affermare che il precetto della carità è implicitamente contenuto nel solenne preludio del Decalogo, ov´è detto: Io sono il Signore Dio tuo (103). Pare infatti che con quella enfatica espressione il Signore abbia voluto dire: Se. io sono il vostro Signore, il vostro Creatore, il vo¬stro primo Benefattore, il, vostro Dio, è giusto che voi in riscontro mi amiate con tutto il cuore.
S. Francesco di Sales esalta la bellezza del pri¬mo e massimo comandamento con queste parole:
Questo comandamento è come un sole, che dà lustro e dignità a tutte le sacre leggi, a tutte le ordinazioni divine e a tutte le Sante Scritture. Tutto è fatto per questo celeste amore e tutto al. medesimo si riferisce: dall´albero sacro di quel sto comandamento pendono, come suoi fiori, tutti i consigli, le esortazioni, le ispirazioni e gli altri . comandamenti,, e, come frutto, la vita eterna; e tutto quello che non tende all´amore eterno, ten¬de all´eterna morte. Grande comandamento! Ia cui perfetta osservanza dura nella vita eterna, anzi è per l´appunto la vita eterna :t.. Dopo tali parole il nostro santo Patrono rivolgendosi direttamente a Dio, sommo Legislatore, esclama: i Signore Iddio, non bastava che vi degnaste di permetterci questo divino amore, senza degnarvi anche d´in¬vitarci con esortazioni e ´di obbligarvici con coman
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lamenti? Ma no, Bontà divina: affinchè non ci: rattenesse dall´amarvi nè la vostra grandezza, nè la nostra bassezza, nè qualunque altro pretesto, per questo voi ce lo comandate » (104)..
Il pensiero della propria pochezza e indegnità metteva sulle labbra di S. Agostino queste info-cate espressioni: i O divina Bontà, e chi sono io ° mai, perchè voi comandiate di essere amato da me, e vi sdegniate con me se non vi amo, minac¬ciandomi l´eterna miseria? O Signore, ma non è già la più grande miseria quella di essere pri¬vo del vostro amore e di non amarvi? »
Se Iddio ci avesse proibito di amarlo, noi do-vremmo sentirci presi dalla più grande coster-nazione e struggerci in lacrime per ottenere la revoca di un si fatale decreto. E con ragione: poi¬ché ciò costituirebbe per noi una disperazione, un inferno. Infatti, come nota S. Francesco di Sa¬les, «i dannati si stimerebbero beati, se si pensas¬sero di potere -una buona, volta amar Dio, e i Beati si riterrebbero dannati, se credessero di poter re¬stare un giorno privi di questb santo amore » (105). •
Ed ora possiamo farci una domanda. Se è tanto obbligatorio il comandamento della carità verso Dio, quand´è che dobbiamo fare atti di que¬sto divino amore?
Si sente una vera stretta al cuore vedendoci oh
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bligati a trattare questo punto. Ma dunque, siamo così poco generosi da lesinare il nostro amore a Dio con tanta grettezza e quasi con il contagocce? Eppure è necessario conoscere anche su questo´ punto la dottrina della Chiesa, che mentre pro¬clama essere necessario in ogni tempo l´abito della divina carità nelle anime nostre, esige che ne compiamo gli atti almeno in determinate circo¬stanze.
Non intendiamo entrare in sottigliezze teologi¬che estranee al nostro scopo: ci limiteremo invece a fissare alcuni principi che è bene siano cono¬sciuti dai cristiani e ricordati dalle persone reli¬giose.
1° Il cristiano ha l´obbligo di fare un atto di amor di Dio, appena giunto all´uso di ragione: Perciò il fanciullo che, pervenuto all´età della discrezione, non si curasse di far questo almeno in forma implicita, per esempio con la recita del Pater noster, non sarebbe scusato da grave peccato di omissione. Infatti la prima cosa che si affaccia alla mente di chi incomincia a ragionare è chie¬dersi perché si trova in questo mondo, riflettere chi sia il Creatore e Signore di tutte le cose, ca.-: pire a quale scopo debba orientare la sua esistenza´ e le azioni tutte della sua vita. Pensando a queste cose viene spontaneo un atto di amore, per Colui
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che, essendo nostro Padrone e Regolatore del¬l´universo,
è anche nostro Padre.
Opportunamenté S. Giovanni Bosco propu¬gnò sempre la necessità, non solo di far pregare, ma di portare ai santi Sacramenti i bambini di età ancora tenera, purché già capaci di distinguere il bene dal male. Egli insisteva anche perché i piccoli penitenti non fossero privati con soverchia facilità del beneficio dell´assoluzione sotto pre¬testo Che non sono ancora capaci di malizia. Pre¬meva al nostro Padre .che di quei teneri cuori prendesse possesso l´amor di Dio e voleva che a ogni costo riacquistassero, soprattutto per mezzo della confessione, tutta la bellezza dell´anima offuscata anche solo da lievissime colpe di tra¬scuratezze nella preghiera e nell´adempimento del dovere.
E non mancarono a Don Bosco incoraggiamenti e conferme dall´alto. Così, nel 1883 a Tryères in Francia, durante la Messa, gli apparve Luigi Colle che, dopo avergli indicato una contrada nell´Ame¬rica del Sud, dove bisognava mandar Missionari, gli disse:
— Bisogna che i fanciulli si comunichino con frequenza. Deve ammetterli presto alla santa Co-munione. Dio vuole che si nutrano della santa Eu-caristia.
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— Ma come si fa a comunicarli, quando sono ancora troppo piccoli?
— Dai quattro ai cinque anni si mostri loro la santa Ostia e preghino Gesù guardandola; sarà questa una comunione. I fanciulli devono essere ben compresi di tre Cose: amor di Dio,´Co-munione frequente e amore al Sacro Cuore di Ge¬sù. Ma il Sacro Cuore di Gesù racchiude le altre due (106).
Naturalmente coloro che hanno la responsabi¬lità di educare i fanciulli e di farli riflettere sul perché della loro esistenza in questo mondo devo¬no essere i primi a incoraggiarli a compiere il do¬vere di fare atti di amor di Dio• all´inizio della loro vita morale.
2° Ha l´obbligo di far atti d´amor di Dio chiun-que si trova nel pericolo di morte, quando cioè può essere tentato dall´infernale nemico in forma più grave e veemente. Pertanto è opera sommamente meritoria, quando si assistono gli ammalati, esor¬tarli e aiutarli a formulare, almeno mentalmente, frequenti atti di amor di Dio. La forza del male, la veemenza della febbre o dell´affanno fa si che l´infermo, specialmente´ se in vita non ebbe l´abito della preghiera, in quei momenti estremi non pensi a rivolgersi a Dio: per questo la parola dei parenti, di un amico, di un sacerdote può ride
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stare nel sofferente il pensiero di ricorrere a Dio, il desiderio della preghiera, il bisogno di formu¬lare atti di ardente carità.
3° Hanno stretto´ obbligo di fare atti di amor di Dio coloro che fossero tentati di peccare mor-talmente, e in .particolare quei che si trovassero nella orribile tentazione di odiare Iddio. Casi pure quelli che si trovano in peccato mortale e, non avendo modo di confessarsi, desiderano mettersi in grazia di Dio, devono ricorrere a un atto di contrizione perfetta, ossia motivata appunto dalla carità o amor di Dio, la quale, giova ripeterlo, cancella immediatamente i peccati e riconcilia con Dio anche fuori del sacramento della Peni¬tenza, purché non senza il voto del medesimo che è implicito nella contrizione stessa (107).
4° Anche i giusti hanno l´obbligo di fare di tanto in tanto qualche atto d´amor, di Dio: ob-bligo dolcissimo, che per essi è un vero bisogno del cuore, poiché. Ia carità abituale che arde nel loro intimo tende a effondersi, come dice S. Tom¬m.aso (108), con prontezza e diletto. I cristiani tro¬vano frequenti occasioni di fare atti d´amor di Dio nella loro stessa vita, che è un mirabile intrec¬cio di preghiere e Sacramenti. Anzi, in molte Diocesi c´è l´usanza, introdotta dallo zelo dei Pa¬pi e dei Vescovi, che il, Parroco faccia recitare ai´
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suoi fedeli gli atti di Fede, Speranza ´e Carità. Il nostro santo Fondatore fin dai primordi della sua Opera volle che detti Atti si recitassero dai giovani oratoriani e, quando ebbe alunni interni, stabilì che questi li ripetessero ogni giorno nelle preghiere del mattino.
La carità però è come il fuoco, che ha bisogno di essere costantemente alimentato, se non si vuole che si spenga, Purtroppo le distrazioni e le pas¬sioni distolgono la mente e il cuore da Dio_ La dissipazione può entrare anche nelle anime reli¬giose con pericolo d´intaccare gravemente questa
. regina delle virtù_ A volte poi può bastare una passioncella mal repressa per far perdere poco alla volta il gusto per le pratiche di pietà, l´amo-re alla ritiratezza, la regolarità nel compiere i propri doveri e soprattutto lo slancio nei sacrifi-zi: queste passioncelle bastano per soffocare in noi tante utilissime manifestazioni di amor di Dio. È risaputo che certe rilassatezze nella vita di comu¬nità; le quali man mano possono giungere a gravi trasgressioni dei propri doveri e alla stessa perdita della vocazione, hanno sempre la loro origine nel raffreddamento della carità, non più alimentata con atti frequenti di amor di Dio.
Per parte nostra ringraziami) il Signore di averci chiamati a far parte di una Famiglia reli¬

giosa, nella quale con tutta facilità, e quasi sen- , za che Ce ne accorgiamo, ci è dato moltiplicare senza, misura i nostri atti di amor di Dio. Dalla mattina al suono della levata fino al momento di prender riposo ogni nostra azione e occupazione ci porta naturalmente al Signore: nella recita delle preghiere, nella meditazione, nel celebrare la santa Messa o nell´assistervi, nella Comunione, nel dire il Breviario, nelle preghiere prima e dopo. i pasti, nulla di più naturale e facile che unirci a Dio con brevi ma ardenti atti di amore.
Oltre queste pratiche però, perché non ricor-dare la bella e continua occasione che ci porge di fare frequenti atti di amor di Dio la preziosa Indulgenza del Laooro Santificato, elargita alla Famiglia Salesiana dal Papa di Don Bosco, l´im-mortale Pio XI, e confermata dal suo angelico Successore,. S. S. Pio XII felicemente regnante? Basta che un Salesiano o una -Figlia di Maria Ausiliatrice, un Novizio o una Novizia, un Allie¬vo o un´Allieva, un Exallievo o una Exallieva, un Cooperatore o una Cooperatrice, unisca a un lavoro di qualsiasi genere una pia invocazione, almeno con cuore contrito, perchè. lucri quattro¬cento giorni d´indulgenza ogni volta e inoltre, una volta al giorno, alle solite condizioni, una indul¬genza plenaria (109). Cosiechè; durante una occu
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pazione qualsiasi della nostra giornata, se noi di¬ciamo ad esempio: ‘. Gesù gaio, tutto per Te! » oppure « O Signore, tutto per amor -vostro!» o anche Maria. aiutatemi! », basta una simile in¬vocazione per lucrare la suddetta Indulgenza del Lavoro Santificato. Ecco un mezzo semplice, fa¬cile, pratico, per convertire tutta la nostra vita in un continuo atto di amor di Dio e accumulare te¬sori immensi a vantaggio nostro o delle anime del Purgatorio.
Gli atti di carità verso Dio si possono fare con formule semplicissime, delle quali abbondano gli esempi nei libri e manuali di pietà: è utile for¬marcene un bel corrodo onde servircene opportu¬namente. Si ricordi però che anche le formule più elette non sarebbero che un -vano suono di parole, se non fossero sentite come reale espressione degli affetti, dell´anima nostra. S. Francesco d´Assisi passava le ore e le notti intiere ripetendo queste sole parole: « Mio Dio e mio tutto! » Ma questa semplice espressione prorompeva da un cuore ch´era un -vero vulcano di carità.
Riteniamo adunque ben bene ché l´amore può essere ardentissimo nel cuore, anche se non si manifesta all´esterno con molte e ricercate parole.
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12. La carità verso Dio non ha misura.
Iddio, essendo bontà infinita, è infinitamente amabile. Ma nessuna creatura può amare Dio in¬finitamente, perchè le forze e virtù di qualsiasi essere creato sono finite, sia nell´ordine naturale che soprannaturale. E poi, potrà mai un uomo restituire al proprio padre ciò che ha ricevuto da lui, e cioè l´esistenza, l´educazione, il sosten¬tamento specialmente negli anni più -teneri? No, certamente. E come allora pretenderemo di ren¬dere a Dio un amore degno dei stirpi benefici e della sua infinita bontà? (110).
Il pensiero della propria insufficienza e d´al¬tra parte la vivissima brama di corrispondere in modo adeguato all´amore di Dio per noi, produce¬vano nei Santi un senso di languore e di strug¬gimento. Udiamo a questo proposito le infervora¬te espressioni di quel_ santo monaco, che volle nascondersi sotto l´umile appellativo di Idiota: « Non mi meraviglio, o mio Signore e mio Dio,, che un infedele poco ti ami; perchè poco o nulla ti conosce_ Ma che cosa debbo pensare di me, tua miserabile creatura? lo ti conosco molto bene per mezzo della fede; io so che tu, non solo mi facesti gratuitamente dono della vita, mi colmi di conso¬lazioni, mi governi con ogni cura, ma volesti essere
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anche fl mio Redentore generoso, la mia salvez¬za eterna, il munifico mio Rimuneratore e Glorift¬catore. Ragione e giustizia naturale esigono già che io mi doni. interamente a te, dal quale tutto ho ri¬cevuto. Ma se io debbo tutto me stesso a te che mi hai creato, che cosa non ti debbo per avermi reden¬to? E pensare che non sono stato redento con la fa¬cilità con cui mi hai creato! Per crearmi ti è basta¬ta una sola parola, ma, per ricrearmi ossia redi-mermi, ne hai dette molte, e´ hai operato numerosi miracoli, e hai sofferto pene atroci e subito trat¬tamenti indegni fino alla morte di croce. O Amor mio, che cosa posso darti io in compenso di così grandi benefizi? Nell´ora della creazione desti me a me stesso: nell´opera della Redenzione hai dato te stesso a me e, dandoti a me, hai ridato me a me stesso. Essendo io dunque dato e ridato, crealo e redento, sono due volte debitore di me stesso a te. E che cosa ti posso dare per il dono ´che di te stesso fai a me? Quand´anche io potessi donarti me stesso mille e mille volte, un´infinità di volte, non ti darei nulla, perchè io sono un nulla da¬vanti a te (111).
Queste e consimili espressioni, che leggemmo forse in qualche libro divoto o in vite di Santi, non devono sgomentarci e meno ancora farci pen¬sare che ci troviamo nell´assolata impossibilità dì
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compiere´ il nostro dovere di carità verso Dio. Se è impossibile per noi amare il Signore nella mi¬sura ch´Egli si merita, basta che lo amiamo guaii to a noi ´è possibile con l´aiuto della sua grazia. D´altronde non si esige di più da ogni amore di amicizia, nel quale non si bada se .il contraccam¬bio sia o non sia equivalente, purché l´amico fac¬cia quantó può. Quando Iddio diede all´uomo il precetto di amarlo, intese solo che l´uomo si sfor¬zasse di vivere totalmente unito a Lui. Questo precetto — secondo la dottrina di S. Tomma
so (112) sarà pienamente e totalmente osser
vato nella patria celeste, quando all´uomo verrà concesso di vedere Dio faccia a faccia: invece mentre vi-ve nell´esilio di questo mondo, l´uomo´ po¬trà solo adempierlo imperfettamente, sforzando¬si di vivere sulla terra con una parte almeno di quell´ardentissimo amore con cui i Beati amano
in Paradiso.
Le parole dell´Angelico Dottore hanno un ri-scontro, a noi particolarmente caro, in quelle al-tre che il nostro santo Fondatore rivolse al sera-fico alunno Besucco Francesco, allorchè questi, prossimo omai a lasciare questa terra per il cielo, così gli confidava Una sua grandissima pena:
— Ho una cosa cui ho sempre pensato in mia vita; ma non mi .sarei immaginato che dovesse
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cagionare. tanto rincrescimento al punto di morte.
— Qual è mai dunque la cosa che ti cagiona questa pena e tanto rincrescimento?
— Io provo il più amaro rincrescimento, perché in vita mia non ho amato abbastanza il. Signore come Egli si merita.
Non è detto nelle Memorie Biografiche come Don Bosco sia rimasto a quella accorata dichia-razione, ma´ dalla risposta che diede si deduce come egli dovette rimanere edificato e commosso nel riscontrare sentimenti di ´cosi profonda pietà nel suo caro allievo. Ecco le parole di Don Bosco:.
« Datti pace a questo riguardo, poiché in que-sto mondo non potremo giammai amare il Si-gnore come si merita. Qui bisogna che facciamo quanto possiamo; ma il luogo dove lo ameremo come dobbiamo è l´altra vita, è il Paradiso. Là lo. vedremo come Egli è in se stesso, là conosce¬remo e gusteremo la sua bontà, la sua gloria, il suo amore. Te fortunato che fra breve avrai que¬sta ineffabile ventura! » (115)_ Con queste parole il nostro santo Fondatore riafferma il concet¬to di S. Tommaso .ed entrambi non fanno« che chiarire iI precetto .divino della, carità.
E qui: notiamo che gli Evangelisti non riporta-no tutti allo stesso modo . il comandamento che Dio aveva dato a1 popolo d´Israele per bocca di
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.Mosè:- Amerai il Signore Dio•tuo cori tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue for¬ze (114). S. Matteo infatti tralascia « con tutte le tue forze }, ma aggiunge con tutta la tua men¬te (115). S. Marco invece mette quattro modi con . cui deve amarsi il. Signdre, -e cioè cori tutto il tuo cuore, cori tutta la tua anima, con ´tutta. la tua mente, con tutta la tua forza. (116). Altrettanto fa S. Luca, il quale, •al posto del singolare con. tutta la tua forza », usa invece il plurale con tutte
le tue forze (117). • .
S. Tommaio, dopo aver rilevato che le diciture degli Evangelisti Si equivalgono, perché se qual¬che inciso è omesso da qualcuno, il concetto equi-Valente è compreso negli altri che vengono espres-si; conchiude dicendo: « L´amore .è un atto della volontà, la quale viene qui detta cziore, poiché; siccome il cuore, è il principio di tutti i Movimenti del corpo, cosi la volontà lo è di tutti quelli dello spirito, specialmente ´quanto alla tendenza verso il fine ultimo, che è l´oggetto della carità. Orbe¬ne, i princìpi attivi mossi dalla volontà sono pre- • cisamente tre: l´intelletto, ´significato dalla parola • Mente; l´inclinazione o foria appetitiva inferiore, che qui vien detta anima; e la facoltà o forza ese¬cutiva, che è indicata dalle parole fortezza, virtù, forze. Ci si comanda, insomma, che tutta la no-.
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stra intenzione sia diretta a Dio, ossia che amiamo Dio con tutto il cuore; e che il nostra, intelletto . sia, soggetto a Dio, ossia che . amiamo Dio con tutta la mente; e che i nostri appetiti siano rego¬lati secondo Dio, ossia che amiamo Dio con tutta l´anima.; e che i. nostri atti esteriori obbediscano a Dio, ossia che amiamo Dio con tutta la fortez¬za, o virtù, o forze D (118).
In conclusione, secondo il comandamento del¬la carità verso Dio,, non v´è particella del, nostro essere che non debba essere tutta quanta impe¬gnata, nel divino amore; e così risulta luminosa¬mente vera la massima dei Santi: « La misura nell´amare Iddio è di amarlo senza misura ».
Detto ciò, conviene aggiungere che S. Bernar¬do trova nella formula riferita da Mosè nel Deu¬teronomio, non tanto una misura dell´amor di Dio, quanto una triplice qualità che la divina carità porta seco, vale a dire che è affettuosa per i soavi sentimenti di cui riempie il cuore, è circospetta per la precauzione di cui correda l´anima allo scopo di giudicare e operare sempre alla luce della fede, ed è vigorosa perchè accresce le forze con la fortezza infusa dallo Spirito Santo. «Amiamo dunque, — esorta il santo Dottore, — amiamo af-fettuosamente e prudentemente e fortemente, ber
sapendo che l´amore di cuore, da noi detto affet
,
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tuono, . è dolce, ma seducibile se non c´è amore d´anima, .e che quest´ultimo è ragionevole, ma fra¬gile se noti è accompagnato da amore di forza e costanza » (119).
così, dolce questo argomento della carità verso Dio, che pensiamo di fare cosa utile presen¬tando ancora qualche considerazione sui tre´ pun¬ti suindicati: cuore, anima, forze. Tralasciamo in¬vece il quarto che si riferisce alla mente, perchè esso trova già il suo posto nella trattazione della fede, ove si parla appunto, della sottomissione del nostro intelletto alle verità che Dio ha rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere.
13. .Amar Dio con tuffo il cuore.
La nostra intenzione di amar Dio con tutto il cuore noi. la esprimiamo ogni giorno e anche più volte al giorno, nelle preghiere del mattino e della sera, prima della meditazione, durante le visite al SS. Sacramento, nelle Comunioni Spi¬rituali e soprattutto quando abbiamo la sorte di ricevere Gesù in cuore.
Orbene, chi dice con sincerità e convinzione di amare Dio con tutto il citare, dichiara che in tutte le cose vuoi effettivamente riguardare Iddio co

in" e il suo ultimo fine, come l´oggetto supremo di tutto il suo amore: protesta in.sorarna che lo ama senza limitazione nè riserva di sorta, senza ecce¬zioni nè divisioni. .
Chi ama Dio con tutto il cuore si propone di `non voler pensare, dire o fare cosa alcuna che an¬che sólo lontanamente possa essere in contrasto can quell´amore assoluto e totale che Dio esige da noi. Se Dio vuole tutto il nostro cuore, con ciò Egli ci chiede tutto l´amore di cui il nostro cuore, può essere. capace. Chi ama altre cose e `non le ama per amor di Dio, non può dire di amare veramente Dio. Lo dice ben chiaro S. Ago¬stino: « Ti ama poco, o Signore, colui che, aman¬do te, ama qualche altra coa e non per amor tuo (120).
Santa Giovanna di Chantal, ricordando gli inse¬gnamenti di S. Francesco di Sales, diceva alle sue religiose: Vai domanderete in che consista il puro amor di Dio_ Consiste, non nel conoscerlo bene, nel parlarne bene, nè nel desiderarlo, come nemmeno nel provare grandi consolazioni spiri¬tuali; perchè molte persone hanno tutto questo, e non cessano di, essere piene dell´a/flore di ,se stesse e vuote di quello di Dio: il vero e puro amor di Dio consiste nel fare tutto quello che si è votato e promesso, ciascuno secondo il suo sta
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te. Il puro arilOre non può soffrire nulla nel cuore da esso posseduto che nen sia tutto per Lui: e l´anima che ne. è vivamente tocca non aderisce più ,alla natura » (121).
Amare-Dio con tutto il • cuore vuol dire amar-lo con tutti gli affetti di una volontà che ama. Questi, secondo la´ dottrina dei, maestri di spiri-to, sono- vari -e molteplici; ma noi ci fermeremo su due di essi in particolare: la compiacenza e la benevolenza.
§ 1. Amore di compiacenza:
Ecco come il nostro santo Patrono parla di quest´amore di compiacenza; «La compiacenza è
principàl motivo dell´amore, come l´amore è il movimento principale della compiacenza. Verso Dio questo movimento si pratica nel modo se¬guente. Noi sappiamo per ´fede che l´Essere di¬vino è un abisso incomprensibile di ogni perfe¬zione, ´sommamente infinito Dell´eccellenza -e in-finitamente sommo nella bontà; e questa verità insegnataci dalla fede noi la consideriamo atten-tamente con la meditazione, contemplando l´im-mensità dei beni che sono in Dio, o tutti insieme » quale nn complesso´ di tutte le perfezioni o disii taracrite; considerandone le eccellenze l´una dopo
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l´altra, come per esempio l´onnipotenza, Formi-.scienza, la somma bontà, l´eternità, l´infinità. Quando abbiamo concentrato l´attenzione della nostra mente nel considerare la grandezza dei beni che sono in. quell´oggetto divino, é impossi¬bile che la nostra volontà non• sia tocca da con,» piacenza di tanto bene, e allora, usandi della nostra libertà e dell´autorità che abbiamo su di noi, eccitiamo il nostro cuore a replicare e raf¬forzare la sua prima compiacenza con atti di approvazione e di giubilo.
4: Per tal modo, approvando il bene che vedia¬mo in Dio e rallegrandocene, facciamo l´atto ´d´a¬more detto di compiacenza, perché prendiamo pia¬cere del piacere divino infinitamente più che del piacere nostro. È questo l´amore che dava tanta contentezza ai Santi, quando potevano raccontare le perfezioni del loro Diletto, e che li faceva escla¬mare con tanta soavità che Dio è Dio. Ricono¬scete, dicevano, che il Signore egli è Dio. O Dio, poi siete mio Dio, il mio Dio. Dissi al Signore: Voi siete il mio Dio. O Dio del mio cuore e por¬zione della mia eredità, o Dio, per sempre » (122).
Noi fOrse non diamo tutta la dovuta impor-tanza a queste che taluno potrebbe anche ripatare sfumature: e intanto raramente ci soffermiamo a considerare e approfondire le divine perfezioni.
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og-nuna_. dell e quali ci proclama .la
lità; oppure lo facciamo a solo titolo di studio. senza eccitare gli affetti del cuore.´
A nostra edificazione e incoraggiamento ripor¬tiamo qui l´ultimo tratto di un prezioso libriccino anteriore al nono secolo; intitolato Lo specchio, ove sulla scorta dei Santi Padri sono raccolte bel¬lissime considerazioni atte a rafforzare l´amor di Dio quando fosse indebolito nel cuore del cristia¬no. Ecco come l´amore di compiacenza si effonde nella contemplazione dei divini attributi e parla al Signore:
« O Dio, o Felicità vera e infinita;, da te e per te e in te sono felici tutti gli esseri che posseggono la felicità: o Vita vera e sovrana, da te e per te e in te vivono tutti gli esseri che -veramente e completamente godono della vita: o Bontà e Bel¬lezza, da te e per te e in-te sono buoni e belli tutti gli esseri dotati di bontà e bellezza vera.. O Dio, al disopra di te nulla, all´infuori di te nulla, senza di te nulla, dopo di te nulla, al disotto di te nulla: tutto soggetto a te, tutto con te, tutto in te: da -te ogni cosa, per te ogni cosa, in te ogni cosa.
« O Dio, tu ci ecciti con la fede, ci elevi con la speranza, ci unisci con la carità: tu ci coman¬di di chiedere, ci fai trovare ciò chè cerchiamo e •
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ci apri quando bussiamo. O Dio, separarci da te è cadere, riVolgerci, a te è risorgere, restare in te è star saldi: solo chi è sedotto ti perde, solo, ehi è ammaestrato ti cerca, solo chi è: puro o purifica¬to ti trova.
0 Dio, ignorarti è morire, conoscerti è vivere, disPrezzarti è. perire, servirti è regnare: per l´aia¬to della tua grazia chi è sotto • sa ben ubbidire e chi è. sopra sa ben comandare, obsicchè senza di te nessuno cammina •pel retto sentiero Q nell´ordine
dovuto_ .
e. O Dio, invisibile e immenso, ineffabile ed eterno, incomprensibile e senza corpo, immortale e senza fine, immutabile e senza limiti, ammira¬bile e santo, inespriraibilel Per te, che sei sem, plice e indivisibile, sono una stessa cosa esistenza e vita, sapienza e intelligenza, scienza e potenza, bellezza e splendore. Tu sei il mio Dio qivo e vero, il mio Dio misericordioso, il mio gran Re,
s Sono tante, o Signore, le considerazioni nelle quali l´anima che ti è divota può occuparsi e così progredire nella virtù; ma nessuna di esse tan-, to mi diletta o. fa presa sulla mia mente, quanto la contemplazione dei tuoi Attributi, delle tue perfezioni: Per questo ho stimato necessario com-pormi questo piccolo trattatello circa l´onnipo¬lenza della tua Maestà, nel quale, come io credo
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col cuore si da pervenire alla giustizia, cosi con la bocca faccio la confessione che porta alla sal¬vezza eterna: credo, cioè, e proclamo te Dio Padre non generato, te Dio Figlio unigenito, te Spirito Santo Paraclito, santa e individua Trinità, un solo Dio: infinito in grandezza, onnipotente in forza, semino in bontà, inestintabile-in sapienza: +orri¬bile nei´ consigli, giusto nei giudizi, secretissimo nei pensieri, verace nelle parole,-santo nelle opere: pazientissimo ´coi peccatori, noiseriCordiosissimo verso i penidenti: sempre il medesium, serino. prin¬cipio nè ´fine, immortale e immutabile, nè dilatato da spazio, nè limitato da ristrettezza di luogo, nè compresso da ricetto alcuno: nè influenzato da altrui voleri, nè ´sedotto da amicizie, nè abbattu¬to da Malinconie, nè lusingato da prosperità.
e O Dio, nulla ti fa perdere la dimenticanza, nulla ti restituisce la memoria: per te nè passano le cose antiche nè si sitccedono le nuove: a te nes-suna origine diede principio, nessun tempo dà accrescimento, nessun incidente darà fine: tu vivi prima dei secoli, nei secoli e attraverso i secoli in eterno. A te, o mio Dio, lode perenne e gloria eterna: a te il sommo potere e l´onore supreino: a Ce il regno perpetuo e l´impero senza fine pei secoli dei secoli all´infinito, senza posa, per sem¬pre. Così sia » (123).
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§ 2. ´Amore di benevolenza.
Amar Dio con tutto il cuore significa anche nutrire verso di Lui sentimenti di benevolenza e desiderare ch´egli sia -lodato e glorificato.
S. Francesco di Sales fa notare aie Dio nel suo amore verso di noi comincia sempre dalla benevo-lenza, volendo e facendo tutto quello che in noi vi è di bene, e in questo poi Compiacendosi.
Invece il nostro amore verso Dio comincia dal¬la nostra compiacenza nella somma bontà e in¬finita perfezione, che sappiamo essere nella Divi¬nità; poi veniamo all´esercizio della bene-v-e-lenza: e come la compiacenza di Dio nelle sue creature è continuazione della sua benevolenza verso di esse, così la benevolenza nostra verso Dio è appro-vazione e continuazione della nostra compiacen¬za in Lui (124).
Ma possiamo noi desiderare a Dio qualche bene che Egli già non abbia? non abbiamo forse udito ripetere con insistenza che Iddio non ha bi
sogno alcuno dei nostri beni? No; risponde
il nostro Patrono, — noi non possiamo con vero desiderio desiderare a Dio alcun bene, perchè la sua bontà è infinitamente più perfetta di quello elle noi non sapremmo nè desiderare nè pensare. Il desiderio è di un bene futuro, e non si dà in
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Dio bene futtiro, essendogli ogni bene così pre-sente, che la presenza del bene nella Maestà di-vina è la sua. Divinità stessa. Non potendo dun-que formare per Dio alcun desiderio assoluto, 13,- formiamo d´immaginari e di condizionati, come: Ve l´ho detto, Signore, voi siete il mio Dio, che, ricolmo della vostra infinita bontà, non potete aver bisogno dei miei beni (125) nè di cosa alcuna; ma se per supposizione impossibile io potessi pen¬sare che voi aveste bisogno di qualche bene, non cesserei mai di desiderarvelo, a costo della mia vita, del mio essere e di tutto quanto è nel mon¬do D (120_
I Santi s´infiammavano talmente in questi sen-timenti di benevolenza, che formavano talora del¬le supposizioni ed esprimevano dei desideri che ai profani possono parere meno opportuni e per¬sino strani. Lo stesso nostro Patrono cita a. que¬sto proposito le parole di S. Agostino, il quale in un eccesso di divino amore così parlava al suo Dio: Signore, io sono Agostino e voi siete Dio: ma se si desse il caso irreale e impossibile, che´ io fossi Dio e voi. Agostino, vorrei, cambiando¬mi con voi, diventare Agostino, affinché voi fo-, ste Dio
L´amore di benevolenza adunque contempla le divine perfezioni ed è desideroso d´ingrandirle,
10,5 •

non in se stesse, poichè è impossibile, ma in noi col rendere sempre maggiore la compiacenza no¬stra nella bontà divina.
Da questa santa benevolenza passare alla lode del divino Diletto non è che un passo, conte av-verte S. Francesco di Sales: « Or dunque l´ani¬ma, penetrata da grande compiacenza neliinfi¬nita perfezione di Dio, e vedendo di non potergli desiderare alcun accrescimento di bontà, perchè Egli ne ha infinitamente più di quanto essa ne potrebbe´ bramare e anche pensare,.., desidera al¬meno che il suo nome sia, ognor più benedetto, esaltato, lodato, onorato e adorato. E, comincian¬do dal proprio cuore, non cessa di eccitai-lo a sì santo esercizio, e, quale sacra ape, va svolazzando sui fiori delle opere ,e delle, grandezze divine per raccoglierne una dolce varietà di compiacenze, dalle quali poi fa nascere e fabbrica un celeste miele di benedizioni, lodi e. tributi d´onore, con cui a tutto, potere magnifica e glorifica il nome del suo Diletto; nel che imita´ il grande Salmista, il qua¬le, dopo aver girate e come scorse, in ispirito le meraviglie della Bontà divina, immolava sull´altare del proprio cuore il mistico sacrificio delle sue
clamazioni con cantici e salmi di ammirazione e benedizione » (12?}_..
Lodare Lpdare.degnamente. il Signore: -ecco . desi
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derio di ogni cuore che nutre sincero affetto per
Iddio. • -
Il pio compilatore di un libro molto antico, -- intitolato « Meditazioni », ricco di sentenze ´di Padri e specialmente di S. Agostino, = rifletten-do che in questo mondo non può ´nè cantare nè udire- le divine lodi come vorrebbe, cosi parla a Dio:
.2: Ti lodino, o Signore, i cori immortali dei tuo´ Angeli santi´ e glorifichino il tuo nome le Virtù celesti, che non hanno bisogno di leggere, come noi, la. Sacra Scrittura per conoscere la, tua,, santa e individua Trinità. Essi infatti, vedono sempre la tua faccia, e vi leggono la tua eterna´ volontà senza bisogno di sillabe che si succedano l´una (IO¬po l´altra nel tempo. Essi leggono, eleggono, Pre¬diligono. Sempre leggono citi che mai passa: leg¬gono, eleggendo e amando intensamente, la im¬mutabili-là stessa del tuo volere. Il loro libro mai si chiude, il loro libro rimarrà sempre aperto: -poiclaè tu stesso, o Signore,´ sei per essi q-uesto li¬bra sublime, e lo sarai in eterno.
« Veramente felici e beate le Virtù celesti, le quali puramente e santamente possono lodare te, o mio Dio con straordinaria dolcezza• e •ineffabile gaudio: lodano diti che-Torma l´Oggetto della loro gioia, poichè ´non cessano di vedere quanto le fa
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godere e lodare. A noi, oppressi dai peso del no.:, stro corpo, lontani dalla tua visione durante terreno pellegrinaggio, distratti • da tante cose che il mondo Presenta ai nostri sensi, non è possibile lodarti degnamente: camminiamo infatti per fede, non´ per visione celeste, mentre i celesti Spiriti ti contemplano faccia a faccia e non per fede: Que¬sta è la ragione per cui le nostre lodi sono così differenti dalle loro: •
« Ciò nonostante, a te solo,´ o Dio, . sovrano Creatore di tutto quanto esiste, il cielo e la terra offrono incessantemente un sacrificio di lode. E per la tua misericordia anche noi di quaggiù, ci riuniremo un giorno a quegli spiriti beati, e con essi ti vedremo per sempre e ti loderemo senza mai più finire in eterno » (128).

14. Amar Dio con fatta l´anima.
Il comandamento dellà ´:divina carità non si ferma soltanto al cuore con i suoi affetti e sen-timenti,. ma procede alla parte più nobile dell´uo¬mo che è l´anima razionale con la sua volontà. Al dire di S. Tommaso, amare Dio con tutta l´anima significa fare in modo che -tutta la nostra volontà ripasi in Dio per amore (129).
Si sa, dice ancora l´Angelico, che è propria
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degli amici fare in ,modo che le anime loro siano una, sola nel volere e nel non volere (130). La forza dell´amicizia • si manifesta appunto nella concor¬dia delle volontà. Ecco´ perchè l´amore di ami¬cizia che ci unisce a Dio. fa sì che la nostra volontà si sottometta pienamente a quella divina: in questo casa l´anima nostra ama Dio con amore di soni-missione.
« Niente accade, — dice a questo proposito S. Francesco di Sales, — eccetto il peccato, che non venga dalla volontà di Dio detta assoluta o di beneplacito; volontà che nessuno può impedire e che a noi è nota solo dagli effetti, i quali, av¬venuti che siano, ci fanno conoscere che Dio li ha voluti e designati ). E dopo aver parlato delle meraviglie della potenza e sapienza di Dio nel governo del mondo, della sua giustizia e della; sua misericordia, continua: « Veniamo quindi a noi in particolare e consideriamo una gran quantità di beni interni ed esterni, come pure un numero grandissimo di interne ed esterne pene prepara¬teei dalla," Provvidenza divina conformemente alla sua santissima giustizia e misericordia, e, quasi, aprendo le braccia del nostro consenso, abbrac¬ciamo ogni cosa con Sommo amore, conforman¬doci alla santissima volontà divina e cantando a Dio come inno di eterno consentimento: F acciasi
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la vostra volontà in cielo e in terra (131). Si, o Si¬gnore, la vostra volontà si .faccia in terra, dove non abbiamo piacere senza mescolanza di dolore, nè rose senza spine, né giorno non seguito da notte, nè primavera non preceduta da inverno; in ten-a, o Signore, dove sono rare le consolazioni e innu-merevoli i travagli. Nondimeno, o Signore, si fac¬cia la vostra volontà, non solo nell´esecuzione dei Vostri comandamenti, consigli e ispirazioni, che si debbono da noi praticare, ma anche nelle affli¬zioni e pene che dobbiamo patire, affinché la vo-.
stra volontà faccia con per´ noi e di noi tutto
(meli° che le piacerà » (132).
Non si ha da credere che una disposizione ec- cellente a -seguire la volontà di Dio in ogni cosa e senza alcuna eccezione sia una pratica riser¬vata esclusivamente ad anime privilegiate o già molto avanzate nella santità. Noi tutti, nel recitare la terza petizione del Pater noster, dobbiamo in¬tendere non solo che si faccia la volontà di Dio in genere, nella varietà delle umane vicissitudini, ma che anche in tutto quello che riguarda la no¬stra persona si compia il divino volere indipen-dentemente dal nostro gusto o desiderio: in altre parole, dobbiamo sottometterci a Dio con la pie-nezza della nostra intelligenza e del nostro libera arbitrio, approvando, per così dire, e lodando ciò
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che Egli vuol fare di noi e attorno a noi, senza dare ascolto a quanto il demonio o le passioni ci suggeriscono in contrario.
Pertanto non amerebbe Dio con tutta l´anima sua quel religioso che, troppo tenero del proprio giudizio _e,della volontà propria, svolgesse inizia-tive sue particolari non approvate dall´Ubbidien¬za, oppure lavorasse in una casa e´ occupazioni da lui volute, raggiunte magari con insistenze e raggiri, anziché lavorare dove e come vuole il Signore per mezzo dei suoi rappresentanti. Il fare la propria volontà non è più un cib6 confacente a chi si è fattò discepolo del Verbo Incarnato, il il quale disse di se stesso questa grande parola: Il mio cibo è fare la volontà di Colui che, mi ha mandato (133). Il cibo dell´anima religiosa., nel quale non si trovi il profumo dell´amor purissimo di sommissione, non è gradito a Dio, e Dio lo al¬lontana da sé.
€ Temo, -- diceva S. Bernardo ai suoi monaci,
che anche tra, di noi vi siano di quelli i cui doni Iddio non accetta, perché non esalano il profumo di un amore immacolato. Poichè, se mentre voi digiunate, vi fate schiavi della vostra volontà, al palato dello, Sposo celeste quel digiuno non riesce gradito, non avendo il sapore dell´ubbidien-; za, ma il fetore della volontà propria.. E. quanta,
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, dico del digiuno deve applicarsi al silenzio, alle veglie, alla preghiera, allo studio, ai lavori manua¬li, a qualsiasi altra pratica di vita religiosa, in cui al posto della volontà di Dio venga a trovarsi la nostra. Dette cose, quantunque buone in se stesse, non hanno iI profumo dei gigli, vale a dire non si possono collocare tra le virtù. Ecco, dice il Si¬gnore per bocca di Isaia, col giorno del vostro di
% ginno conciliate la volontà vostra, i vostri inte¬ressi (134). Ah, quale grande male è dunque la volontà, se essa fa sì che si cangi in male lo stesso bene e che le stesse azioni virtuose non risultino tali! » (135).
Dobbiamo riconoscere che la causa più fre-qitente della nostra miseria e infelicità è la volontà nostra, impegolata nelle cose terrene (136). Se riu¬scissimo a staccarci totalmente dalla terra della nostra -volontà, godremmo di un paradiso anti¬cipato, ossia dell´adesione piena di noi stessi a Dio mediante, il glutine della santa carità.
« Chi non ha una volontà retta, — ammonisce ancora S. Bernardo, -- sappia che ciò deriva dai suoi desideri carnali. Chi ha volontà retta, ma non decisa, e gagliarda, ricordi che ciò è dovuto alle sue cattive abitudini non represse. Chi poi ha bensì una volontà che ama, ma non ancor to-talmente pura nei suoi affetti, sappia che ne è
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impedito dal suo attaccamento alla terra. CoStui pertanto, dopo aver riconosciuto la propria -man¬chevolezza, preghi rivolgendosi a Dio con queste parole: O Signore, sia fatta, la vostra volontà come in cielo così in terra! Chi ha buona volontà è in cielo, mentre che ha cattiva volontà è in terra: la distanza che separa la buona volontà dalla cat¬tiva, uguaglia quella che divide il cielo dalla terra (137).
Ma come riusciremo noi a purificare la volontà nostra e a sottometterla, così, pienamente a Dio´
La terra e le miserie che contaminano sono l´amor proprio e gli altri appetiti sregolati. Esa-miniamoci adunque per vedere quali passioni siano più radicate in noi e impediscano alla vo-lontà di unirsi a Dio. r Questo, — dice infatti S. Tommaso, — è amar Dio con tutta l´anima: re-golare i nostri appetiti secondo Dio » (138). N´è´ dobbiamo tiecontentarci ´di un esame generico e superficiale, ma fa d´uopo scendere ai partico-lari. Se effettivamente amiamo il Signore con tutta l´anima, non dobbiamo presentargli una volontà strascicante le catene di tante sia pur piccole passioncelle, che la rendono .a Lui meno accetta. Basterà che noi ci esaminiamo anche solo circa
· l´umiltà, l´ubbidienza, l´amor del prossimo, la fe-deltà ai nostri doveri, per, trovare forse motivo di
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umiliarci, di correggerci, di purificare la volontà nostra e renderla così meno indegna di-Dio.
Dopo esserci esaminati, innalziamo, al Cielo la nostra preghiera per invocare fermezza di vole¬re e generosità di proposito, come già affermava
il sullodato « O Signore, Gesù benedetto,
pienezza di tutto l´amore, tu devi. essere amato con tutta l´anima nostra, cioè con la stessa fe¬deltà con la quale hai amato noi: poiché tu hai preferito che l´anima tua si separasse dal tuo corpo, anzichè permettere che le anime nostre rimanessero da te separate D (139).
E se noi, freddi e incerti, non sapremo trovare parole proprie per formulare suppliche e affetti, aiutiamoci con le ardenti espressioni raccolte nel già citato -Manuale: O piissimo Gesù, fa´ che l´anima mia si consacri interamente .al tuo ser-vizio, in le solo cerchi il suo riposo, all´ombra del¬le tue ali si ritiri per sfuggire all´ardore (3:affetti mondani, in te si calmi, agitata com´è qual mare in tempesta. O Signore, fonte perenne di ogni bene, distributore inesauribile del cibo che sazia in eterno, all´anima mia che è stanca, dà il cibo di cui abbisogna, richiamala dai suoi traviamenti, liberala dalla sua schiavitù,- riconducila all´unità dopo che si è- come divisa per, badare -a troppe. cose. Fecola davanti alla tua porta, che batte con
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insistenza: fàlle aprire, — te ne scongiuro per le, tue viscere . di misericordia, in virtù della quale ci hai visitati dall´alto, — fàlle aprire a questa misera anima mia, affinché senza impedimento alcuno possa avvicinarsi a te, in te riposarsi e ri-storarsi in te, che sei pane del cielo e sorgente della vita, sei riflesso della gloria eterna, sei tutto per le anime giuste, amanti, sante » (140)..
15. Amar Dio con tutte le forze.
Il precetto di amar Dio con tutte le forze,. se-condo S. Tommaso, ´c´inapone di sottomettere al di-vino volere tutte le nostre azioni e opere esteriori (1.41), di modo che ogni opera nostra porti il ce-leste contrassegno del divino amore.
Il fare per amor di DiO ogni azione senz´al¬cuna eccezione è il segreto di quella santità con¬sumata che nvi ammiriamo nei Santi. Tra:questi, perché non ricordare il nostro santo Fondatore, che seppe praticare in modo mirabile questa unio¬ne con ´Dio eccitandosi senza posa a fare tutto per amor suo? Egli´ pratiCava alla perfezione ciò che diceva S. Agostino: « Come´ non passa ora o attimo della mia vita in cui di- un qualche tuo dono, o Signore, io non mi serva, così non deve scorrere momento alcuno ´senza ´ch´io -ti abbia pre
• 115

sente agli occhi dell´anima mia e ti ami con´ tutte le forze del mio cuore » (142).
S. Giovanni Bosco nel « Proemio » alle Costitu-zioni ci ammonisce che il dimenticarci che lavo-riamo pel Signore è uno dei tarli dell´osservanza religiosa e la rovina delle Congregazioni: il che deve intendersi soprattutto della Congregazione Salesiana, che tende principalmente alla vita at-tiva.
Noi dobbiamo, o carissimi, — scriveva Don Paolo Albera, — esser sì, al par- deI nostro Fon- • datore, lavoratori instancabili nel campo affida¬toci, e iniziatori fecondi delle opere più adatte e opportune al maggior bene della gioventù d´ogni paese, per conservare alla Congregazione quel´ primato di sana modernità che le è proprio; ma non ci cada mai- di mente -che tutto questo non ci darebbe ancora il diritto di proclamarci veri figli di D. Bosco: per essere tali dobbiamo crescere ogni-giorno nella perfezione propria della nostra vo-cazione salesiana, sforzandoci con ogni cura di ricopiare lo spirito di vita interiore del nostro Padre. Sul suo esempio rendiamoci familiari; nelle nostre occupazioni, qualcuna delle tante espres-sioni che gli fiorivano spontaneamente sul labbro, vere´ voci del suo cuore, il cui suono mi pare an¬cor adesso una carezza soavissima: Si lavori, sem,
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pre per il Signore! — Nel lavOro alziamo sempre gli occhi a Dio! — Che il demonio non ci abbia a rubare il merito di nessuna azione. — Coraggio! Lavoriamo, lavoriamo sempre, perchè lassù avremo un riposo eterno. — Lavora, soffri per amor di Gesù. Cristo, che tanto lavorò e soffrì per te » (143).
Alla fine della prima muta di Esercizi Spiri-tuali, tenutasi a Trofarello nel 1869, nella predica dei « Ricordi », S. Giovanni Bosco raccomandò di
« lavorare con carità verso´ Dio. Egli solo di
ceva — è degno di essere amato e servito, vero rimuneratore di ogni più piccola cosa che fac-ciamo per Lui. Ei ci riama come un´ padre affet-tuosissimo » (144).
Nessuno si rifiuti, dicendo che le sue sono azioni umili, non appariscenti, anzi vili agli oc¬chi degli uomini. Basta che esse siano conformi al, divino volere per diventare subito preziose al divino cospetto. Scrive appunto S. Francesco di Sales: « É volontà di Dio che voi amiate sincera- - mente l´occupazione del vostro stato. Dico che la amiate e la teniate cara, non per quello che ri¬guarda l´esteriorità, il che può appartenere al gusto e soddisfazione naturale, ma per l´interno vostro e perchè Dio ha voluto cosi; e perchè sotto modesta apparenza si adempie la volontà di Dio.
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O Dio! Quanto spesso ci inganniamo: le idee del Mondo si •infiltrano sempre nei nastri pensieri. Nella casa di un principe non è certamente la stessa cosa essere gentiluomo. di Corte o sguattere di cucina; ma, nella casa del Signore, ben spesso gli sguatteri sono più degni; perchè, sebbene du¬rante il loro servizio debbano lordarsi, lo fanno per amor di Dio e per adempiere la sua volontà. Questa volontà dà valore alle nostre azioni, non già l´esteriore apparenza » (145).
Il Crisostomo insegna, a nostro conforto, che, sé noi ci facciamo uno studio di compiere ogni azione per amor di Dio: « tutto ci parrà facile, tutto ci riuscirà leggero: sopporteremo ogni cosa e supereremo qualsiasi difficoltà » (146).
Oh, sì! Per quanto sta in noi, e con l´aiuto della grazia, facciamo in modo che nessuna nostra a¬zione sia sottratta al divino amore; anzi, proca¬riamo che. nemmeno la più piccola forza del no¬stro essere vada dispersa in quello che non è se¬condo l´aor di D
ta io. -
Verremo forse a trovarci in Condizioni affatto nuove, in situazioni impensate, in circostanze de-licatissime, riguardo all´ubbidire o al comandare, per causa di un apostolato strepitoso ovvero di un lavoro da poco e quasi del tutto ignorato, in tenipo di salute e nel vigor dell´età o quando la
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nostra fibra avrà ceduto, e ci peseranno quanto, mai gli´ anni e gli acciacchi.
Ebbene, allora, allora soprattutto, dovremo ri-cordare il dovere e sentire il bisog,no di amar Dio con tutte le nostre forze. E, cosi facendo, vedremo che, per un mirabile riscontro, il divino amore sosterrà queste nostre forze e le dirigerà al fine voluto, ossia alla nostra e altrui santificazione. Infatti, come fa notare S. Agostino, « l´amore di¬vino rende tolleranti nell´avversità e. temperanti nella prosperità, forti nei duri cimenti e ilari nel¬le buone opere, sicurissimi nella tentazione, lar¬ghissimi nella ospitalità, lietissimi tra i veri fra¬telli, pazientissimi con i falsi. La . divina: carità rese Abele gradito a, Dio nel sacrificio, mise Noè al sicuro dal diluvio, mantenne Abramo fedelis¬simo al: Signore nei lunghi viaggi, conservò Mosè dolcissimo di fronte alle ingiurie e Davide man-suetissimo in mezzo alle tribolazioni. Per la loro carità verso: Dio -i tre fanciulli di Rabilonia. af-frontarono con innocenza le blande fiamme della fornace, e. i IVIacca hei tollerarono con fortezza il fuoco atroce della persecuzione » (147).
Ritorniamo spesso sulle considerazioni fatte-. esse ci Sara11110 di, valido, aiuto, per alimentare e accrescere la carità, soprattutto nell´ora della ten¬tazione, della-prova e del dolore.
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16. Dobbiamo crescere nella divina carità.
Leggendo la parabola dei talenti si resta.col¬piti dalle gravi parole rivolte dal padrone al servo che, desideroso di conservare integro il suo talentò, lo aveva nascosto in luogo sicuro. « È un dono pre-zioso, — avrà pensato il servo, — e perciò io devo conservarlo gelosamente ». Invece fu trattato da iniquo e infingardo: gli fu tolto il talento e venne gettato egli stesso in luogo tenebroso, ov´era pian¬to e stridor di denti (148).
Con tale parabola il divin Salvatore volle in-segnarci che i suoi doni devono essere da noi di-ligentemente trafficati: ora la carità è veramente il dono dì. Dio per eccellenza:. Non basta pertan¬to che ld Spirito Santo abbia infuso questa ec¬celsa virtù nei nostri cuori, ma è dover nostro ac-crescerla e renderla sempre più gagliarda e fe-conda.
S. Agostino scongiurava i fedeli di non segui¬re l´esempio del servo infingardo, accontentandosi di non fare il male. Il Signore non si limitò dire: « Astenetevi dal male »; ma soggiunse: « Ope¬rate il bene ». Gesù Cristo nel Vangelo minacciò i pigri e inoperosi con questa severa parola: « Ogni albero che non dia buoni frutti, sarà re¬ciso e gettato nel fuoco ». « Notate bene, — rilevava
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il Santo, — il Salvatore non dice che Sarà
buttato fuoco l´albero che dia frutti .cattivf,
ma quello che non dia frutti buoni: con ciò Id¬dio cinsegna che non basta una vita indifferente,: oziosa, senza Opere cattive, ma è necessaria una vita feconda .e sempre più ricca di azioni vir¬tuose ».
Pare che tra i cristiani d´Ippona vi fossero ta¬luni che, per scusare la loro infingardaggine e in-dolenza nell´operare il bene, solevano. dire: — Oh, io vorrei ben trovarmi, all´ora della morte, nella fortunata condizione in cui. ero nel giorno del mia Battesimo! — .E così credevano di manifestarsi buoni discepoli di Gesù Cristo. A costoro rispon-deva lo zelante Pastore: « Sarebbe cosa, buona tro-varvi come voi dite, roa nella, supposizione di una morte incontrata subite, dopo il. Battesimo.. Se in-vece questo Sacramento vi è già stato amministra-to da molti anni, non basta che la morte vi colga senza peccato, ma è necessaria che vi trovi con l´anima ricca di opere buone, poiché è certo che una fede e una carità senza opere sono fede e carità morte. A costoro, — continuava il San-. lo, — io vorrei domandare: Se Voi aveste piantato una vigna o un oliveto e, dopo dieci anni, li tro¬vaste allo stesso stato del primo giorno di pian¬tagione, che direste? Sareste soddisfatti? Se il vo
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stro figliuolo, dopo dieci, venti, trent´anni, fosse rimasto piccolo, tenero, delicate come il giorno in cui nacque, ne sareste contenti? No, certamente. Ora, se voi volete Che tutto cresca intorno a voi, e messi, e frutteti, e greggi, e ricchezze, perchè solo nella virtù vi rifiuterete di progredire, e spe-cialmente in quella che di utte è regina e che, col Suo crescere, tutte le´ altre fa pure prosperare é pende feconde di frutti? ;t, (149).
È necessario pertanto che anche noi ci´ diamo attorno per alimentare la carità nelle anime no-stre. Noi infatti, cristiani e religiosi, ´siamo Come viandanti che, se si fermano, non raggiungono mai
· la mèta, e se invece camminano, si van man mano avvicinando sempre più ad essa. E chi non
sa che il termine, il fine al quale tendianm è Dio? Camminare verso Dio vuol dire conoscerlo sem-pre meglio, servirlo con fedeltà sempre maggiore, amarlo con amore sempre più intenso: vuol dire insomma accrescere la nostra carità.
S. Paolo paragona appunto la carità a una via, via per eccellenza, via di gran lunga migliore dei
semplici carismi (150), e ad essa intona il suo ispirato canto. Questa via additataci dall´Aposto-lo non basta conoscerla, ma bisogna percorrerla con passo animoso.
S. Agostino, commentando le parole con cui
Rg´

S. Paolo dichiara, di non aver ancora raggiunto la, perfezione, ma di, fare come gli atleti, che pro
tendono corpo in avanti con l´occhio sempre
fisso alla mèta da raggiungere 151), fa queste_ pratiche applicazioni:: Conte mai il grande Apo,. stolo corre con, tutte le sue forze, e tu ti arresti? Egli riconosce di non aver ancora raggiunto quella perfezione che. Dio vorrebbe, e tu ti illudi e,vanti d´esservi già pervenuto? Ah, sfòrzati senza posa; te ne, scongiuro, di, fare sempre nuovi progressi! Esàminati. accuratamente per vedere ciò che hai di buono per conservarlo e ciò che ti, manca per acquistarlo. Se tu fossi talmente cieco da credere che sei già perfetto a sufficienza, saresti perduto; Percorri adunque con Iena rinnovata i sentieri del
la virtù; av vicinati sempre più al termine della
perfezione; non fermarti lungo il cammino; temi d´indietreggiare. Ricordati che, nelle vie della vir-tù, il non avanzare è andare indietro » (152).
Procuriamo adunque di accrescere in noi Ja carità, ossia di renderla più ,forte, più intensa, più operativa, moltiplicandone gli atti. Come nell´ap¬prendimento delle arti l´esercizio rende l´artista man mano più, abile a esercitarle con maggior perfezione, così ogni atto di carità, compiuto con diligenza e impegno, rende le nostre facoltà più idonee a operare in conformità alla carità stessa
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infusaci da. Dio,. che_ qu.alr19.2 diret:ad. aecrescerne.., l´intensità e la gagliardia. A misura che essa cre¬sce nell´anima, cresce pure la disposizione e ,
ca
pacità dell´anima a riceverne in maggior copia. S. Paolo diceva che il suo cuore si era dilatato: e si avverta che egli parlava del suo amore verso i cristiani di Corinto. Quale non dovrebb´essere la dilatazione del nostro amore verso Dio, degno di amore infinito?
S. Tommaso afferma che nell´uomo, mentre è pellegrino su questa terra, la carità può essere perfetta. Non già che noi riusciamo ad amare Iddio quanto Egli è amabile, ma quanto ´è a noi concesso, sia evitando tatto ciò che possa contra-riare l´amor di Dio, — e questo può farlo ogni cristiano, — sia consacrandoci totalmente a Lui nello stato- religioso, mediante il distacco, per amor suo, dalla terra, dai piaceri del corpo, da noi stessi con la professione religiosa. Questa pe¬rò, ine-ntre ci rende possibile l´acquisto di una ca¬rità, non soltanto progredita, ma perfetta, esige da noi che effettivamente intendiamo la perfe¬zione come la intesero i Santi, e cioè come un impegno •indefesso, un´aspirazione continua, uno sforzo tenace di lavorare ogni giorno per raggiun¬gerla (155).
Curiamo adufique sempre più la nostra vo
12.

Ionià per renderla-retta nelle aue aspirazioni; ga-,• gliarda nei suoi propositi, generosa e lieta nel compiere il bene voluto dalla nostra vocazione: non si giunge a Dio, che è carità, se non mediante la carità, vale a dire con atti e opere di carità.
I Dottori della Chiesa e i Maestri di spirito, quasi per allenare gradualmente le forze a un più facile acquisto della carità, la dividono in gradi, invogliando così chi ne abbia raggiunto il primo a sforzarsi di raggiungerne il secondo e in seguito i successivi.
Il Dottore Angelico parla degli incipienti, che si propongono di evitare il peccato ossia la morte della carità; dei proficienti, che si sforzano di pro-gredire sempre più nell´esercizio di-questa virtù; dei perfetti, che aderiscono totalmente a Dio e, hanno così forte desiderio di vivere a Lui uniti da desiderare di esser liberati dai legami del cor¬po per non essere da Lui separati in eterno (154).
È proprio del primo grado l´impegno di evi¬tare ogni colpa grave e di resistere a tal fine alle ree concupiscenze; corrisponde al secondò grado lo • sforzo di correggere i propri difetti e di ridur¬re al minimo le. colpe anche più leggere; il terzo grado accoglie quelle anime privilegiale, che sono piene di santo fervore nel cercare di piacere in tutto e ,sempre al Signore.
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. Diremo/brevemente di ciascuno di questi tre gradi.

§ 1. Odia al peccato • mortale.
Chi ama il Signore con tutte le sue forze e in tutte le manifestazioni della sua vita,, è .anzitutto disposto a, sopportare qualsiasi• male pur di non causare dispiacere a Dio con l´offesa grave.
Questo primo grado della divina carità, con-siste nell´osservanza totale dei comandamenti di´ Dio, poiché offende gravemente il Signore colui appunto che compie una trasgressione grave della sua legge. ´ parola del divisi Redentore, registrata nel suo Vangelo dal discepolo dell´amore: Chi ha i miei comandamenti e li osserva, mi ama. — Chi non, ìni ama, non osserva le mie parole; ora la parola che voi ascoltaste non, è mia,´ ma è del Pa¬dre che mi ha. mandato. — Se osserverete i miei comandamenti, persevererete nell´amore mio. co¬me io stesso ho osservato i comandamenti del Pa-dre mio e rimango nell´amore di Lui (155).
Come Gesù fu ubbidiente fino alla morte di croce, oosì noi, quando si tratta di ubbidire alla legge di Dio ed evitare il Peccato, dobbiamo es¬sere disposti-a tutto, a tollerare e patire guaina-. q-ue cosa piuttosto che :recare ,pena al. suo Cuore.
.126


Purtroppo non mancano´ coloro che ogni gior¬no Calpestano i precetti di Dio, dimostrando così praticantente di non amare Colui che li ha dati. Costoro non son giunti neppure al primo gradino della carità. Come spiegare questo fatto così do¬loroso? La ragione si è che sventuratamente essi vivono dimentichi di Dio e non ricorrono a lui con la preghiera; di dònseguenZa la loro volontà è debole, non sa resistere alle pasSióni, non si ´de¬cide ad allontanarsi dai pericédi, nei ha la forza di compiere i propri doveri:
Ah! guanto siamo fortunati noi religiosi che,´ lontani dai pericoli del mondo e quasi del con¬tinuo in intimi rapporti Con Dio, ora Con la Me¬ditazione, la lettura spirituale, i santi Sacrafflenti e le frequenti preghiere della giornata, ora me¬diante le differenti manSieni del´ nostro apostolato dirette tutte ad accendere la carità nelle anime nostre e in quelle affidate al nostro zelo, ci tro¬viamo nelle condizioni più favorevoli per evitare l´offesa di Dio! Forse non apprezziamo sempre dovutamente cpiesta. nostra condizione di privile¬gio. Se vi pensassimo più frequentemente, an¬che noi sentiremmo orrore e avversione sempre più grande al peccato ed eviteremmo con maggior diligenza tutto ciò che anche lontanamente possa costituire un pericolo di cadervi.
127

ll nostro santo Fondatore nessun´altra cosa te¬meva tanto quanto il peccato: per evitarlo sareb
" be stato disposto a qualsiasi sacrifizio, anche del¬l´intera Congregazione, che eragli costata tante fatiche e immolazioni. Sono sue queste massime, scelte tra le tante che su questo argomento ingem¬mano le Memorie Biografiche: « Piuttosto non vi¬vere che peccare. — Patire e anche morire, ma non peccare. — Impegni, puntigli, spirito di ven¬detta, amor proprio, ragioni, pretensioni, ed an¬che l´onore deve sacrificarsi per evitare il pecca
, to. La. Santissima Vergine vi protegga e allon
tani da voi tutti il male dei mali, il peccato. — Se mi lasciate solo, mi consumerò più presto, perchè ho risoluto di non cedere a costo di cader morto sul campo. Aiutatemi adunque a far guerra aI peccato. Io vi assicuro che rimango sì faitamente oppresso quando veggo il demonio nascondersi in qualche angolo della casa a far commettere il pec¬cato, che non so se si possa dar martirio più grave di quello che io soffro allora. Io sono cosi fatto: quando vedo l´offesa di Dio, se avessi ben asco un´armata contro, io non la cedo. — La voce pubblica spesso lamenta fatti immorali succeduti con rovina dei costumi e scandali orribili. È un male grande, è un disastro, ed io prego i] Signo¬re a fare in modo che le. nostre case siano tutte
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chiuse prima che in esse succedano somiglianti disgrazie) (156).
I sentimenti del Padre siano pure quelli di tutti i suoi Figli, che-vogliono emularne la carità e le opere di zelo.
§ 2. Guerra al peccato veniale.
Ii secondo grado del divino amore consiste praticamente nel dichiarare guerra senza tregua alla più leggera offesa di Dio.
Va da sè che noi qui intendiamo parlare dei vero peccato veniale, specialmente deliberato, non di semplice imperfezione in cosa di puro consiglio, e neppure di manchevolezze affatto indeliberate.
Sono molti quelli che per nessun conti) vorreb-bero commettere un peccato mortale, ma non so¬no forse altrettanti coloro che sentono il dovuto - orrore pel peccato veniale.. Ammettiamo pure che si tratti di materia veramente leggera, e non di materia grave a cui manchi soltanto la piena av-vertenza o il deliberato consenso: il peccato ve¬niale racchiude però sempre un certo qual di¬sprezzo o ndneuranza verso un dato obbligo che ci viene da Dio, benchè non sotto pena di colpa mortale: in altre parole, iI peccato veniale è sempre una infedeltà contro il divino volere, è
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5

sempre una mancanza che offende Dio, benchè leggermente.
Ora, la più lieve offesa verso Dio è male in-finitamente più grande di tutti i mali che posso-no colpire e opprimere le creature. Il peccato an-. che veniale è sempre il male, di Dio, mentre tutti
· gli altri mali sono il male dell´uomo:, e tra Dio e l´uomo la distanza è infinità.
di fede che, senza un privilegio del Cielo, noi non possiamo evitare tutti i peccati veniali durante il corso della nostra vita- terrena (157). Questo però non. scusa la infingardaggine di chi non volesse lottare contro i suoi difetti e /loti si preoccupasse di ridurre al minimo le sue infedel-tà, benchè non gravi, almeno quelle commesse a occhi aperti, con piena deliberazione. Tanto più, che non ci è negata da Dio la grazia con cui po-ter evitare, volta per volta, ciascun peccato ve-niale preso isolatamente: e tocca a noi sforzarci per. corrispondervi il meglio possibile, mediante la vigilanza e la preghiera.
Non manca a volte chi per scusare la propria tiepidezza nell´amor di Dio adduce come scusa che il peccato veniale non ispegne la carità nel-l´anima; ´che dei peccati veniali non v´è obbligo di confessarsi; che basta la Comunione a cancellare le nostre quotidiane manchevolezze.
130


E in verità deplorevole .che un´anima che vuo-,- le,.com´è•suo dovere, amare Dio con tutte le forze ricorra a simili giustificazioni é pretesti. Chi ama veramente il Signore, non solo non vuole veder • spenta la carità nel suo cuore, ,ma fa di tutto per ravvivarla e accrescerla; non solo non si astie¬ne dal confessare i peccati veniali, ma per amo¬re verso Dio si umilia e li sottopone al Confesso¬re, affinché la grazia sacramentale lo aiuti a evi¬tarli meglio in avvenire; non solo sa che la S. Co¬munione cancella le colpe veniali, ma non si di¬mentica che per ciò ottenere deve spogliarsi del
l´affetto alle medesime, altrimenti come faceva
notare S. Giovanni Bosco ai suoi giovani in mia Buona Notte — « che frullo può ricavare dalla santa Comunione chi va a ricevere Gesù, quasi dicendogli: lo voglio continuare ad offender¬vi? D (158).
Il nostro Don Andrea Beltrami che, special-mente negli ultimi anni della sua non lunga, vi-ta, raggiunse le vette più eccelse dell´amor di Dio, scrisse pagine ^veramente auree per infondere il massimo orrore anche del più lieve peccato ve¬niale. Ecco quanto dice nella prefazione al suo Utilissimo libretto:
« dl peccato veniale! Ecco il grande nemico del¬la perfézione religiosa, alla quale noi tutti -len
17,1

diamo, ecco l´ostacolo che cimpedisce di progre¬dire nell´amOre di Dio. Un´anima che desidera ve-ramente di salire sul monte della Santità deve muovere guerra spietata ai suoi difetti, alle col¬pe veniali e non posarsi mai finché non li abbia sterminati r.
E dopo aver rilevato quanto fosse grande l´or¬rore che Don Bosco aveva per ogni sorta di pec¬cato, conclude: « Io non dubito, che egli fosse pronto, per impedire la più piccola offesa di Dio, di soffrire qualsiasi tormento e persino la morte. Si degni egli, il nostro dolcissimo Patriarca, co¬municarci questa santa delicatezza di coscienza, che ci farà progredire a grandi passi nella via della perfezione ».
Leggiamolo qualche volta questo caro libricci¬no, scritto appositamente pei Salesiani e per le Fi¬glie di Maria Ausiliatrice! Le considerazioni ivi esposte sull´intima malizia del peccato veniale, sui pericoli a cui esso ci espone, sui castighi che può attirarci in questa vita e sulle pene gravissi¬me che gli sono riservate nel Purgatorio, giove¬ranno certamente a farci concepire un odio pro¬fondo anche per le mancanze più lievi..
Dio voglia che in certi pregiudizi, ivi notati e confutati, noi non abbiamo a scoprire alcunchè del nostro modo di pensare e di agire. Scrive Don
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Beltrami: « Noi conserviamo pregiudizi grossolani intorno ai peccato veniale, .che riescono di grande, nocumento al nostro profitto spirituale. Persuasi che sia cosa da nulla, lo commettiamo ogni giorno
e direi ogni ora, senza pensare alla malizia che racchiude in sé, alle tristi conseguenze che lascia
e ai castighi eh; ci accumula sul capo dall´eterna giustizia. — una colpa veniale, diciamo se non con le parole almeno coi fatti, è una imperfezione che si lava con l´acqua santa, con un segno di croce o con una giaculatoria; e non dobbiamo badar tanto pei sottile ed essere scrupolosi. Non v´è neppur l´obbligo di confessarsene e non to¬glie la grazia di Dio. Baie! se avessi a guar¬darmi dalle bugie, dal ridere a spalle altrui, dalle piccole golosità, non la finirei più. Dovrei stare continuamente su me stesso, condurre una vita mesta; ed avrei timore di cadere in scrupoli e rompermi il capo » (159).
Ah, no! Il peccato veniale non è cosa da nulla: esso scema in noi e nelle nostre opere il fulgore della divina carità, contrista lo Spirito Santo, in-fiacchisce la volontà, priva l´anima dell´a.bbon-danza •delle grazie di Dio, permette il ripullulare
e ringagliardirsi delle passioni, rende più ardito
e procace il demonio, ci colloca sulla china che conduce all´abisso del peccato mortale. •
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Basta a volte una scintilla a produrre un gran-de incendio: E che importa., — osserva S. Ago-- stano, — che la nave resti sommersa da un´onda
gigantesca che ne colpisce il fianco, oppure coli a fondo per´ il peso dell´acqua lasciata entrare a poco a poco da un forellino nella stiva per incu
ria dei marinai? (160). Anche le gocce della
pioggia sono piccola cosa, ma agglomerate nell´al-veo dei fiumi straripano e schiantano ogni cosa,
Per questo motivo S. Giovanni Crisostomo vor
rebbe che vi fosse quasi diligenza maggiore nel-l´evitare le piccole colpe; che non quelle mortali. Noi infatti siamo già portati per natura ad avere in orrore i gravi eccessi, mentre non diamo pres-soché importanza alle colpe leggere, sotto il pre-testo che non paiono abbominevoli.
D´altronde Iddio, che con gravissimi castighi ha voluto farci capire quanto abbia in orrore il peccato veniale, è il nostro Padre è sommo te-nefattore, al quale la colpa anche leggera reca una vera offesa. Se vogliamo .pertanto dimostrare a fatti e non solo a parole che amiamo Dio con tut¬te le nostre forze, dobbiamo tendere fortemente a evitare anche la più lieve colpa deliberata in qualsiasi manifestazione della nostra vita.

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§ 3. Fervore di affetto per Dio. •
Le nostre Costituzioni, all´art. 153, ci racco-mandano di offrire a Dio coi più fervore di af
fetto quelle opere che, in occasioni straordinarie, c´impedissero di compiere i prescritti esercizi di pietà.
Perchè mai la santa Regola parla di maggior fervore? È chiara la risposta: perchè intende che ordinariamente le nostre opere siano offerte a Dio con fervore.
— E per i confratelli della Congregazione? -domandò Don Bosco a Don Provera, apparsogli in sogno nel 1883 per, dargli avvisi e consigli vari.
— Ai fratelli della nostra Congregazione co-mandi e raccomandi il fervore — fu la risposta, data con una faccia così bella e luminosa, che a grande fatica ci Si poteva fissare sopra lo sguar¬do (161).
Orbene, in questo fervore di affetto verso Dio, nostro tenerissimo Padre, noi troviamo il terzo grado a cui ci innalza la divina carità, dopo la fuga del peccato mortale e la guerra al peccato veniale.
S. Bernardo, parlando dello Spirito Santo, Amo¬re sostanziale del Padre e del Figlio, dice che le anime religiose lo. ricevono tutte quante come
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fonte di salvezza eterna, ma che non tutte lo ot-tengono quale sorgente di santo fervore. Ecco le sue parole: « Lo Spirito Santo viene poi dato in fervore, quando spira sempre più veemente nel cuore dei perfetti e vi accende un immenso fuoco di carità: cosicchè essi inenan vanto, non solo del-la loro speranza nella futura gloria dovuta ai fi-gliuoli di Dio, ma anche delle tribolazioni pre¬senti; ossia reputano un onore l´esser disprezzati, un godimento l´esser fatti oggetto d´obbrobrio, una esaltazione il venir umiliati. Se non erro, — con-tinua il, santo Abate, — a noi tutti fu dato lo Spirito Santo a nostra salvezza, non tutti però lo riceviamo a´ nostro fervore. Troppo pochi sono quelli ripieni di questo spirito di fervore, troppo pochi quelli vogliosi di ottenerlo. Ci acconten¬tiamo delle nostre strettoie, e non ci sforziamo, non dico di respirare, ma neppur -di aspirare a quella santa libertà (162).
Per raggiungere questo_ eccelso grado di amor di Dio non basta dunque fuggire la tiepidezza spirituale, e neppure accontentarsi di qualche raro e fors´anche indiscreto impeto di ardore nel-l´usare questo o quel mezzo di santificazione. Oh, no! È invece necessaria quella veemenza di af-fetto, consapevole e serena, costante e generosa, che, in ogni circostanza lieta o triste, prospera o
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contraria, facile o difficile, straordinaria o co-mune, ci fa compiere, il nostro dovere per far pia
cere a Dio, per dare gloria a Dio, perchè si vuoi proprio bene a Dio, perchè si cerca di cooperare con Dio a salvar anime incominciando dalla pro-pria. Insomma, questo sincero fervore di affetto verso Dio nostro Padre è la nostra risposta senza pretensioni ma effettiva, senza artificiosità ma pratica, senza pesantezze ma concreta, al sospiro uscito dal Cuore amabilissimo di Gesù: Sono ve-nuto a portare fuoco sulla terra e che cosa desi¬dero se non che s´accenda? (163).
Questo divino fervore di affetto ci spiega come S. Giovanni Bosco si sia prodigato con immolazio-ne totale e costante nel lavoro per la salvezza del-le anime, particolarmente giovanili; come la Beata Maria Mazzarello, sulle orme del Santo, abbia fat¬to per le fanciulle quanto egli operava pei
gio-vanetti; come il Venerabile adolescente Domeni¬co Savio abbia mirabilmente secondato l´intimo bisogno di farsi santo a ogni costo; come Ser¬vo di Dio Don Michele Rua si sia reso la regola vivente, modello indefettibile ai figli tutti del no¬stro grande Padre; come il Servo di Dio, il Prin¬cipe Augusto Czartoryski, addormentandosi nel Signore a 34 anni di età, abbia lasciato si mirabili esempi di rinunzia, di umiltà e perfezione reli
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giosa; come il Servo di Dio Don Andrea Behrami a soli 26 anni sia spirato quale vittima di odoroso olocausto -sull´altare del divino amore e della sof-ferenza eroicamente abbracciata;. come il Servo di Dio Don Luigi Mertens si sia generosamente , sacrificato per l´e anime nel lavoro parrocchiale, -come i Servi di Dio Mons. Luigi Versiglia e Don Callisto Caravario abbiano coronato la loro vita apostolica con. fulgori di purezza, carità e mar¬tirio; come le Serve di Dio Suor Teresa Valsè-Pan¬tellini e Suor Maddalena Morano, da vergini sag¬ge, abbiano atteso la venuta dello Sposo celeste con l´olio di un´angelica pietà e con la luce di un apostolato indefesso; come la Serva di Dio Donna Dorotea de Chopitea si sia conservata pura dallo spirito del inondo éd eSemplare nelle opere di carità; come il giovane Servo di Dio Zeffirino Namuncurà sia stato colto dal divin Giardiniere qual giglio profumato e santificato dal Sole En-caristieo, mentre tutto si struggeva nella fervida aspirazione alla vita sacerdotale e missionaria in pro dei poveri fratelli delle Pampas.
Che se dai nostri Servi di Dio portiamo il pen-siero a fanti nostri indimenticabili Superiori, Ve-scovi, Sacerdoti, Chierici, Coadiutori, Giovani, Exallievi e Cooperatori, troveremo nel loro fer¬vore di affetto per il Signore, da essi amato so
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p-ra tutto e sopra tutti, il segreto dei loro costumi immacolati, del loro lavoro santificato, del tuo sa-crificio fecondatore, della loro bontà conquistatri-ce, delle loro opere ardite a salvezza delle anime. Ahi preghiamo Iddio che si degni tenerci sempre lontani da quel languore spirituale che ri¬ugge da tutto ciò che è sforzo e mortificazione, come pure- da quella povera mediocrità nella quale, più che l´amor di Dio, pulsa´ e. affiora l´a¬mor proprio.
Non macchiamo di tal onta la nostra gloria (164), nata dallo spirito del Fondatore e della Re¬gola Salesiana, e resa splendente dagli esempi dei nostri Santi; ma sempre e in tutto ricordiamo che tale gloria consiste appunto nel fervore di affetto per Iddio, amato in realtà con tutto il cuore, con tutta l´anima, con tutta la mente, con tutte le forze, sopra ogni cosa, in qualunque tempo e luo-go, in qualsiasi, condizione di vita, di apostolato, di lavoro e di sofferenza..
17. Mezzi per crescere nella carità.
5. Francesco di Sales ripeteva frequentemente che s´impara ad amare, amando. P l´esercizio che, rendendo attiva la carità, la mantiene in piena efficienza e la rafforza.
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Orbene, ad accrescere questa divina virtù quali cose potranno servire? La risposta è facile e breve: Tutto può servire. Sappiamo — ammoni
sce l´apostolo S. Paolo che tutto éoopera a bene
per chi ama Dio (165): e parte di questo bene è senza dubbio l´accrescimento dell´amore stesso al nostro Creatore e Padre.
La divina carità opera come il fuoco che, quanto raggiunge di bello o di brutto, di vecchio o di recente, di prezioso o di vile; tutto converte in se stesso, di ogni cosa fa fuoco e dal comunicarsi al di fuori non solo non ne scapita, ma vieppiù si accresce e si avviva.
S. Giovanni della Croce, scrivendo a una reli¬giosa, la quale non sapeva rassegnarsi alla notizia che egli non fosse stato eletto Superiore, le diceva: « Non pensi ad altro,, se non. che il tutto è da Dio ordinato D. Poi subito aggiungeva queste memo¬rabili parole: «E in ciò che non apporta amore, lei ponga amore, e ne riceverà amore » (166 ).
Questa è dunque la nostra invidiabile posi-zione: poter mettere in ogni cosa il divino amore e così trarre da ogni cosa un aumento in noi della carità.
Ad ogni modo, benchè tutto possa e debba servire a sì nobile e salutare effetto, i Dottori e Maestri di spirito indicano alcuni mezzi a ciò par
. 140

ticolarmente atti, efficaci e immediati. Tra essi ve ne sono tre, che meglio si adattano alla nostra vo¬cazione religiosa salesiana.
Il primo è la parola di Dio, la quale, allonta¬nato il gran male della ignoranza religiosa, ri¬media a quella dimenticanza delle cose divine che è tanto facile in una vita di attività e movimento come la nostra.
11 secondo mezzo è l´orazione, che ci mette nel¬l´occasione di fare atti d´amore a Dio e attrae l´aiuto celeste sulla nostra naturale impotenza ad amare il Signore come si deve, se non ci soc-corre la divina grazia.
Il terzo mezzo è la pazienza, la quale dilata il cuore nell´affetto a Colui, pel quale si soppor-tano le tribolazioni, e i patimenti.
Esaminiamo brevemente ciascun mezzo in par-ticolare_
§ l. La parola di Dio.
Siccome non possiamo desiderare ciò che non conosciamo affatto, è assolutamente impossibile che noi vogliamo amare il Signore, se prima non lo conosciamo. Al tempi) stesso però l´oggetto ama¬to presenta l´opportunità, anzi porta con sè l´esi¬genza di essere conosciuto sempre meglio: di´ qui,
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nasce • nelle anime, che a Dio si donano senza riserva alcuna, una santa emulazione tra l´ardore dell´amor divino e la sete della divina Conoscenza.:
I Santi, mentre ci assicurano che l´udire volen¬tieri la parola di Dio per farla fruttificare nei proprio cuore è un segno di predestinazione, fan¬no risaltare la necessità della medesima per cono¬scere Iddio, e specialmente l´efficacia che essa ha d´infiammare nella divina carità. Ne fanno. fede per felice esperienza i due discepoli di Em¬maus dopo la conversazione con quel viandante, che poi si manifestò Gesù Risorto: Non ci ardeva forse il cuore in petto, — essi. esclamano, — !nenire per istrada ci parlava e ci spiegava le Scrittu-, re? (167).
Frecce di guerriero acute — afferma S. Ago-stino — sono le parole di Dio. Ecco infatti che. lanciate, trafiggono i cuori: non però per farli ca¬dere morti, ma per ravvivarli nell´amore divino. Il Signore sa lanciare molto bene i suoi dardi d´a¬more, saettando bellamente con la sua parola cuore amante per aiutarlo ad amare di più, fino a renderlo tutto fiamme di divina carità 5 (168).
Noi dobbiamo essere grati a Dio per l´abbon-danza in cui ci troviamo di divina parola. Pre-diche, conferenze, letture, esortazioni, sia ordinarie che straordinarie, sono altrettante frecce divine
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destinale a infervorarci ogni giorno più nella carità.
Quando più le nostre Costituzioni parlano del-l´istruzione catechistica, della sacra predicazione, della buona stampa, ossia dei mezzi con cui dob¬biamo comunicare agli altri la parola di Dio, lo fanno dopo averci esortati,. nell´art. 2°, a imitare Nostro Signor Gesù Crisio,•il quale incominciò pri¬ma a fare e poi a insegnare: cosicchè le svariate occasioni di apostolato vengono a convertirsi in altrettanti doveri di approfondire prima -noi la divina parola per poi spiegarla agli altri, di ar¬dere noi innanzi di accingerci a infiammare le anime altrui.
Lo stesso dicasi riguardo alla nostra missione di educatori, che deve svolgersi nell´ambiente della religione e della grazia Soprannaturale, e non sol-tanto in quello della sana ragione. È vero che le particolari condizioni del gregge a noi affidato, ossia della gioventù, non permettono lunghe o ricercate esortazioni all´amor divino. Ma anche in ´ questo non abbiamo che da -seguire i metodi, le direttive, gli esempi del nostro santo Padre e Fondatore, il quale, senza causare tedio o .Pesan-tezza, sapeva tenere costantemente i giovani sotto il tiro delle frecce ardenti della divina parola, e perciò dell´orrore al peccato e del divirio amore:
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e si serviva della predicazione a loro appropriata; delle letture in chiesa, in refettorio, in dormitorio; del sermoncino della Buona Notte; delle esorta¬zioni ai Soci delle Compagnie Religiose e delle distinte associazioni ricreative; dei riflessi di mo¬rale cristiana fatti in iscuola e dalle parole di in-coraggiamento dette dal maestro stesso alla vigilia di novelle e feste; dei libri di lettura amena ed educativa; e persino del trattenimento dramma; tico-musicale, diretto sempre a coltivare la mo¬ralità pur Ira lo svago onesto e la serena allegria.
Abbiamo qui copiosa materia per un serio e fruttuoso esame di coscienza. Ciascuno consideri se l´abbondanza in cui vive della parola di Dio lo dilata veramente nel divino amore, e se procura di sentire in se stesso e di vivere lui quanto si pro¬pone di suggerire agli altri; o se per disgrazia s; accontenta dì cercare forme nuove, fresche, at¬traenti per la predica, il catechismo, l´esortazione, l´esempio o la similitudine, il libro di lettura, la composizione poetica o drammatica o musicale, senza chiedere anzitutto a un intimo e ardente amor di Dio la sodezza e utilità di argomentai, la facilità e amabilità di persuasiva e soprattutto quella forza di fervore che lo Spirito Santo tra¬sfonderà poi nel cuore dell´uditore, del lettore, dello spettatore.
l 44-

Il nostro santo Fondatore una sera del 1886 si trovava con Don Rua ospite deI Seminariò di Grenoble e si unì ai seminaristi per fare la lettura spirituale; ma quella volta il leggere fu sostituito da una esortazione di Don Rua. Questi prese a ragionare sul tema dell´amor di Dio per noi. Scrive uno che fu presente: «Le sue ardenti parole rive¬lavano in lui un´anima infocata. Più che medi tazione era contemplazione, ma per il santo Don Bosco diventò estasi. Grosse lacrime gli rigavano le guance e il Superiore del Seminario, come se n´avvide, con la sua voce dolce e simpatica disse forte: — Don Bosco piange. — È impossibile espri¬mere l´emozione prodotta nelle nostre anime da quella semplice parola. Le lacrime del Santo fu¬rono ancor più possenti che gl´infiammati sospiri di Don Rua. Noi ci sentimmo profondamente scos¬si e riconoscemmo la santità • al segno dell´amo¬re » (169).
Facciamo in modo che le nostre esortazioni siano sempre frutto di un verace amore a Dio e alle anime: allora il nostro buon Padre dal Para¬diso, ove non c´è commozione nè pianto, sorriderà a noi con viva e paterna compiacenza, lieto so¬prattutto dell´accrescimento della divina carità nel nostro cuore.
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§ 2. L´orazione.
S. Bernardo, dopo aver spiegato a qual grado di.sublimità, sicurezza e soavità poSsa arrivare l´a¬mor divino, suggeriva a chi volesse raggiungerlo._ ´il gran mezzo dell´orazione. Udiamo le sue parole: « Nessuno diventa sommo tutto in un colpo: non si arriva in cima a una Scala col volare, ma col salire. Saliamo ad ungile anche uni, servendoci della meditazione e della preghiera come di due piedi: in quanto che la meditazione mostra ciò che ancora manca; e la preghiera ottiene che più non manchi; quella mostra il cammino, e questa fa entrare e avanzare in esso; con la meditazione infine conosciamo i pericoli che ci minacciano, e Con la preghiera ci mettiamo al sicuro da es-si » (170).
S. Giovanni Crisostomo ricorda che, quando pre¬ghiamo, noi siamo come figli che ricorrono a un padre amorosissimo e poi aggiunge: « L´orazione è un legame non piccolo d´amore a Dio, dato che ci assuefà a parlare con Lui e ci sprona nell´a¬more della vera sapienza. Se chi avvicina spesso un qualche grande e ammirabile uomo ne ricava • grandissimo frutto, quanto più non approfitterà colui che mantiene con Dio una relazione non mai interrotta? (171).
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L´orazione deve esserci una cosa tanto cara! » esclamava S. Giovanni Bosco in una conferen¬za ai Salesiani, dopo aver specificato, che con tale. parola intendeva indicare ogni sorta di preghie¬ra sia mentale che vocale (172).
Anche noi; se vogliamo crescere nell´amor di Dio, dobbiamo tenere tanto care tutte le nostrt... pratiche di pietà, siano esse quotidiane o periodi¬che: tutte infatti ci ottengono da Dio le grazie necessarie a sviluppare in cuor nostro la fiam¬ma della carità, anzi sono esse, stesse occasione propizia per moltiplicare gli atti del divino amore.
Annualmente noi facciamo gli Esercizi Spiri¬tuali. Orbene, le Costituzioni (art. 8), parlando di Esercizi, li presentano come una conferma, un in¬cdraggiamento nella pietà per coloro che sono mossi dal desiderio di una vita più virtuosa: in al¬tre parole, ce li presentano come giorni dí speciali espansioni con Dio, tenerissimo Padre, che tiene preparate particolari grazie da comunicare in tale occasione alle anime che lo vogliono amare. sem¬pre più e sempre meglio.
Quei santi giorni terminano con la « Rinno-vazione ´dei Voti », la quale non può non ricorda¬re a ciascuno di noi le parole che pronunciammo prima di fare la nostra Professione religiosa: « Co¬nosco pure che professando queste Costituzioni -
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debbo rinunziare a tutte le comodità e a tutte le agiatezze della vita, e ciò unicamente per amo
re del nostro Signore. Gesù Cristo, cui intendo consacrare ogni mia parola, ogni mia opera, ogni mio pensiero per tutta la vita D .
Mensilmente noi facciamo l´Esercizio della Buona Morte, e celebriamo con divozione speciale il Primo Venerdì, il Ventiquattro e l´Ultimo Mar¬tedì del mese.
Nell´Esercizio della Buona Morte innalziamo all´Eterno Padre questa preghiera: « Fate che io, passando nella giustizia e nella santità tutti i giorni della mia vita, possa meritare d´uscire da questo mondo nel vostro santo amore v. Soprat¬tutto in tale Esercizio mensile noi dovremmo eser¬citarci in atti d´amor di Dio e chiedere per il pun¬to di nostra morte « l´ambitissima grazia di fare un perfetto atto di amore di Dio e così veemente, per cui l´anima uscita dal corpo immacolata e pura se ne voli in cielo, senza toccare neppure le fiamme del Purgatorio » (173).
Il Primo Venerdì del mese è consacrato al Sa¬cro Cuore di Gesù, la cui eccellente Divpzione. forte e amabile a tiri tempo, ci spinge non solo a riamarlo, ma anche a risarcirla di tante ingiu¬rie che dai peccatori e dagli ingrati riceve spe¬cialmente nel SS. Sacramento dell´Altare.
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ll Ventiquattro del mese ci raccoglie ai piedi della Vergine Ausiliatrice, la quale, presentandoci il suo Divin Figliuolo, c´invita ad amarlo come si deve, e si offre ad essere in questo santo amore la nostra Maestra, come lo fu per Giovannino Bosco.
L´Ultimo Martedì del mese lo dedichiamo a venerare il nostro santo Padre e Fondatore. Ab¬biamo così uno stimolo efficacissimo a crescere nella divina carità, della quale S. Giovanni Bosco fu apostolo ed eroe_ Come tale infatti ce lo pre¬sentava già Don Rinaldi nella fervida vigilia del¬la Beatificazione, quando scriveva: « Per me Don Bosco è una delle più splendide personificazioni della carità ai nostri tempi. La sua vita non è al¬tro che ardore di carità divina nella completa im-molazione per il bene della gioventù e per la salvezza delle anime. Chi ama è nato da Dio e conosce Dio: come questo. è luminoso in Don Bo¬sco, che non ha respirato che per far conoscere e amare Iddio! Egli proclama solennemente che il Sistema Preventivo, da lui prescelto per la sua missione educativa, non è altro che la carità! Chi sta nella carità, sta in Dio e Dio in lui, perchè la carità è Dio ed è da Dio. E Don Bosco non è stato altro che una non interrotta unione con Dio du¬rante tutta la sua vita! È questa la sintesi più
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perfetta e soave della vita del nostro Padre... Nel gennaio- del 18Z9, — continua Don Rinaldi
— mentre celebrava la santa .Messa nella sua. Cappella privata, all´Elevazione, fu veduto dagli astanti estatico e sollevato dalla predella per ben dieci minuti, con aria di paradiso in volto che sembrava rischiarasse tutta la Cappella. Era un raggio della viVezza della sua unione con Dio che lo profondeva nell´estasi di Lui in cielo... E noi
— conchiude Don Rinaldi — l´abbiamo veduto sempre così, il nostro buon Padre! e la carità vi-vente in lui l´abbiamo. palpata con le ´nostre ma-ni´ Contemplate, o miei cari, Don Bosco da que-sto punto luminoso e completo della sua vita e lo rivivrete nella pienezza della sua realtà» (174).
Settimanalmente il nostro amor di Dio si ve-ste come a lutto nel sacramento della. Penitenza; ma è per muovere il Signore a ripetere anche per noi, sinceramente pelatiti, le parole del padre do-po i1 ritorno del suo figliuolo prodigo: Presto, por-tate qua la peste più bella, e mettetegliela addos sol (175). E così usciamo dal confessionale più splendenti di grazia e più ardenti di carità.
Giornalmente poi le pratiche di pietà ci of-frono moltissime occasioni di ravvivare in noi la fiamma del divino amore.
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. =Anzitutto la santa Messa è un bagno d´amore, secondo la felice espressione del santo Curato d´Ars. E a trarne profitto ci aiuta la Madonna: il Cui Rosario, detto con divozione e meditando i Misteri, Mentre né invoca la Materna assistenza, ci obbliga soavemente a ricordare l´amabile Vita; Passione, Meirie, Risurrezione e Ascensione del suo Di-vin Figliuolo, nostro Redentore. Abbiamo così un mezzo. facile ed eccellente per soddisfare du¬rante il Santo Sacrificio al comando dato da Gesù Cristo nell´Ultima Cena: Fate questo in memoria di me (176).
La santissima Eucaristia, secondo i Padri del-la Chiesa, è un pane pieno di fno-co santamente divorante. Il santo Dottore Efrem Siro osserva che il fuoco scagliato una volta da Dio adirato rag¬giunse i peccatori di Sodoma e Gomorra e li consumò, mentre il fuoco inviato ancora da Dio, ma stavolta´ placato, . discese dal. cielo e rimase, nel Pane Encaristico a infiammare i nostri cuo
ri (177).
La santa Comunione è un tenero amplesso da¬toci dallo Sposo dell´anima nostra e rinnovato poi durante il giorno — non più sotto le specie sacramentali, ma spiritualmente — nelle frequen
. ti Comunioni Spirituali. Queste formano come il centro di ogni nostra Visita a Gesù Sacramentato,
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e una tra esse è pure il più. bel suggello della. no¬stra Lettura Spirituale.
Ma ciò non è tutto. All´inizio della giornata la Meditazione chiama: ciascuno di noi a collo: gaio con Dio,´ al quale diciamo nella preghiera preparatoria: « Vi adoro e vi amo... Mi pento... Fa¬temi .1a grazia, che... mi accenda d´amore per voi a
La nostra Meditazione termina con la filiale Consacrazione a Mària Ausiliatrice, nella quale promettiamo « di sempre operare alla maggior
gloria di Dio e alla salute delle anime ».. que
sto modo rinnoviamo la nostra retta intenzione che, se non verrà ritrattata, perdurerà nella sua efficacia e continuerà a vivificare e perfezionare ogni nostra azione, trasformandola in vero atto d´amor di Dio.
Le preghiere del mattino e della sera, e quelle che durante il giorno diciamo prima e dopo il cibo e il lavoro, o contengono espressamente atti di divina carità o sono occasioni propizie per rav¬vivarla nel nostro cuore.
Nè dobbiamo dimenticare le brevi e preziose giaculatorie, tanto inculcate dai Santi. Esse sono ardenti aspirazioni dell´anima, che riversa i suoi desideri e affetti in Dio. Alcune tornano partico¬larmente gradite al Signore, perchè esprimono
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vivo affetto al Padre celeste e piena conformità al suo santissimo Volere. Gesù Cristo stesso ce ne diede alcune mirabili formale; per esempio quando disse: Affinchè il monda sappia che io amo il Padre! == Sì, o Padre, perchè così t´è pia
- _Non come voglio io, ma come vuoi tu. -- Si faccia non la mia, ma la tua Volontà (178).
Particolare frutto delle giaculatorie si è il fa-cilitarci quel vivere alla presenza di Dio, che è il mezzo dei mezzi per farci santi. « Ricòrdati sem¬pre di Dio, — ammonisce S. Efrem, — e l´anima tua sarà un paradiso » (179). E non può essere diversamente, poiché, grazie appunto a tale ricor¬do, noi pensiamo con semplicità e insieme con affetto che Dio .è ovunque presente: Lui cerchia¬mo in tutte le cose e a Lui ci uniamo nell´inti¬ma del nostro cuore: a Lui ci rivolgiamo frequen¬temente, senza però trascurare dovere alcuna: a Lui indirizziamo ogni pensiero, parola, azione: ci compiacciamo delle sue perfezioni e godiamo di trovarci alla sua presenza, che non reca intimori¬mento od oppressione alcuna, ma benefici, gioia e amore.
Faccia il Signore che ogni Figlio di S. Giovan-ni Bosco senta sempre più viva la responsabilità di approfittare di sì numerosi aiuti che gli sono offerti dalle pratiche di pietà, per nutrire il di
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vino amore, e che nessuno abbia a illanguidire per troppo poco cibo di orazione mentale o voca¬le in tanta abbondanza di occasioni per racco¬gliersi in Dio, invocarlo e amarlo.

§ 3. La pazienza.
Un giorno il nostro santo Fondatore si sentì rivolgere da un esimio sacerdote queste parole:
— Sembrate sofferente... Ma nessuno sa, meglio di
voi quanto la sofferenza sia santificante! E Don
Bosco rispose con un sorriso santamente furbo:
— No, nó, non è la sofferenza che santifica, ma la pazienza (180).
Dopo la parola di Dio e l´orazione,Ja pazienza dev´essere per noi il gran mezzo per crescere nel divino amore.
Scriveva S. Basilio a un giovane desideroso di santificarsi: « Figliuolo, la pazienza è la maggior virtù dell´anima: attàecati ad essa e arriverai pre¬sto a una sublime perfezione » (181). L´angelico S. Tommaso, nello spiegare come i fedeli tanto più crescono nell´amore a Dio quanto più per Dio soffrono e sono tribolati, ricorda questo versetto della Genesi: Le acque crebbero, e sollevarono in alio l´arca (182). 11 santo Dottore vede nelle acque la figura delle sofferenze accettate per Iddio: a
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misura che queste aumentano, l´arca, ossia l´ani¬ma, si innalza sempre più al disopra della terra, cresce cioè nella divina -carità (183). .
La virtuosa tolleranza dei disagi, delle diffi¬coltà, dei dolori, il buon senso cristiano l´ha unita all´amor di Dio in questa bella e spontanea espres
sione, che nostra tante volte fin da piccoli in
n
seno alla ostra « Pazienza! Sia tutto
per amor di Dio.».
Quando noi sentiamo parlare di pazienza, riamo subito col pensiero a quella praticata in grado eroico dai Santi, come ad esempio dal no¬stro Don -Belira.mi, il quale scriveva a Don Rua: « lo sono contento e felice e faccio sempre festa. Nè morire, nè guarire, ma vivere per soffrire: nei natimenti ho trovato la vera contentezza r, (184).
Invece è il casó di ripetere ora quanto S: Gio- , vanni Bosco diceva ai suoi figliuoli a proposito della pazienza: « Non intendo qui di parlare di quella pazienza che si richiede per sopportare grandi fatiche ´o straordinarie persecuzioni; non di quella pazienza che si richiede per sopportare il martirio, nè di quella che devesi esercitare in gravi infermità. Pazienza per certo si richiede in questi casi ed in grado eroico; ma poichè sono casi che si presentano di rado per essere messi in esecuzione, e d´altronde Iddio in quei casi dà
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grazie straordinarie, la pazienza di cui qui inten-do parlare io è quella che è necessaria per com-piere bene i nostri doveri, quella che cì vuole per eseguire in tutto le nostre regole, disimpegnare con precisione le nostre obbligazioni. Di questa io intendo parlarvi. Ne abbisognano e Superiori e inferiori, e può venire in mille circostanze il caso di usarne; perciò bisogna esserne forniti a do
. vizia ».
E il buon Padre scendeva poi a fare qualche esempio: « Vi sarà quel tale che è sovraccarico di occupazioni e gli si vorrebbe ancora aggiungere qualche cosa ed è per irritarsi con colui che lo vuol così occupare, sia perchè non conosce le al-tre sue attribuzioni, sia perchè lo crede atto a quel resto. Pazienza ci vuole_
« Vi è quell´altro che desidererebbe far scuola, e lo mettono ad assistere; quell´altro invece .,49r-: rebbe andar esso a scuola e lo mettono a farla; o se vuole piuttosto stare in un luogo, lo met¬tono in un altro. in tutti questi •casi ci vuole la pazienza.
«.Vi è quel tale che si crede averla il Supe¬riore contro di lui, non vederlo di buon occhio, dar sempre a lui le attribuzioni più vili. Se non ha pazienza ed uno si mette subito a mormora¬re, a mostrarsi mal contento, che ne sarà? Quel
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l´alito ha un´occupazione che è antipatica, non palò far bene in quel luogo;- gli vien mille volte la voglia di piantar tutto lì e andarsene chissà dove. Adagio ai mali passi:. qui bisogna più che mai conservare la pazienza.
« Anche quel maestro, quell´assistente potreb¬bero troncare ogni •questione, dando uno schiaf¬fo di qua, un calcio di là; ma questo, ritenia¬molo bene, se qualche volta tronca un disordine, non fa mai del bene, e non serve mai a far atna.re la virtù o a farla penetrare nel cuore di nessuno. Ci sia il vero zelo, sì; si cerchi ogni modo di far del bene, sì; ma sempre pacatamente, con dolcezza:, con pazienza » (185).
Nelle nostre Costituzioni vi. sono tre articoli, che ´potrebbero chiamarsi gli articoli della pa-zienza salesiana. Opportunamente essi tengono dietro alla formola con la quale tra noi si fan¬no i santi Voti: quasi a ricordarci che soprat¬tutto in forza della nostra professione. dobbia¬mo usare questo mezzo della pazienza per ten¬dere alla perfezione del nostro stato e per pro¬gredire nel divino amore.
L´art. 187, mentre assicura che la nostra So-cietà, appoggiata sulla divina Provvidenza; prov-vederà a ciascuno tutto il necessario, sia in tem¬po di sanità come in caso di malattia, viene a
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imporre ai Superiori un grande esercizio di pa¬zienza coi sudditi, sia sani che ammalati, anzi¬tutto nell´ascoltare le loro richieste, poi forse nel dissuaderli paternamente dal pretendere ciò che non sia veramente necessario, e infine nel prodi¬garsi a procurare loro quanto è indispensabile alla salute, allo studio, al lavoro, all´apostolato eli ciascuno. Si comprende perciò come, confrontando tra loro la Pazienza che occorre ai Superiori e quella che occorre agli inferiori, S. ´Giovanni Bo¬sco abbia detto cosi: « Il Superiore poi, oh quanto più ne avrà bisogno! Poiché se esso sa farla eser¬citare agli altri, i sudditi possono dire: — Noi siamo molti, esso è solo, ed esercitiamo un Po´ di pazienza per ciascuno! — Ma il Superiore resta solo contro. tutti e deve esercitare la pazienza con tutti ,° (186).
I due articoli che vengon subito dopo, 188 e 189, propongono a lutti indistintamente un otti¬mo esercizio di santa pazienza, Mediante tre pres¬santi raccomandazioni.
La prima si è di non lasciarsi legare da abitu¬ tudini di nessun genere,- neanche di cose indiffe¬renti. In molti casi ci vorrà dunque pazienza e
sacrificio, soprattutto per rinunciare a cose che non sono indifferenti, ma addirittura contrarie alle Costituzioni, ai Regolamenti, alle Tradizioni sale
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siane;. ma.— come fa notare S. Giovanni Bosco nella Vita di Besucco Francesca -- quando l´amor di Dio prende possesso di un cuore, niuna cosa del: mondo; iiessun patimento lo, affligge, anzi ogni pena della vita gli riesce di consolazione » (187).
La seconda raccomandazione dice di evitare con ogni impegno l´affettazione e l´ambizione. An¬che qui, potranno venire delle .occasioni, nelle quali ci vorrà non poca virtù per conformarci a questa regola. Ma facciamo coraggio! Se occorre pazienza e sacrificio per allontanare dalla perso¬na, dall´abbigliamento, dal mobilio, ogni vanità e ricercatezza mondana; se occorre pazienza é sacrificio per non ambire assolutamente a titoli, a cariche, a onori; se occorre pazienza e sacrificio nel rimettersi in tutto ai Superiori, i quali pren¬dono pér norma queste parole del nostro santo Fondatore: « Teniamo sempre come regola genera¬le nel prendere le nostre deliberazioni di aver in mira il bene della Congregazione e non dell´indi• vicino ». (188); se occorre pazienza e sacrificio per sopportare in pace il vederci quasi messi in di¬sparte, proprio quando una fine ambizione ci fa-. ceva Credere che il nostro onore era l´onore stes
so di della Chiesa e della Congregazione;
ci, conforti il pensare che l´abbassamento del no¬stro amor proprio è tutto a vantaggio del nostro,
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amore a Dio, e che, in questi casi, la pazienza ci farà progredire a grandi passi nelle vie della di¬vina carità.
Vi è infine la raccomandazione dell´ari. 189, che dice testualmente tosi: « Ciascuno sia pronto a sopportare, qUando occorra, il caldo, il freddo, la ;sete, la fame, le fatiche e il disprezzo, ogni cpial¬volta queste mise servano alla maggior gloria di Dio, allo spirituale profitto del prossimo, e alla salvezza´ dell´anima propria ». Qui abbiamo una norma di penitenza e di progresso spirituale, nor¬ma -tante; frequente sulle labbra di S. Giovanni Bosco, la quale dal facile ci porta soavemente al difficile, fino ad arrivare alla eroica tolleranza dei disprezzi per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime, della nostra in primo luogo_
Noi fortunati, se sapremo far tesoro di questo nostro, proprio nostro, programma di pazienzal Allora ci convinceremo anche noi della verità di
queste parole del santo Curato d´Ars: « Bisogna amare soffrendo, e soffrire amando »; le quali pa
role fanno eco a queste altre dell´imitazione: Sine
dolore non nivitur in amore, ossia: « Non si vive nell´amore senza sofferenza », poiché — com´è det
to ivi stesso — « chi non è disposto a soffrir tutto e a conformarsi alla volontà del suo Diletto, non merita il nome di amatore. Bisogna che chi ama
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abbracci con piacere ogni cosa ardua e amara per amore del suo Diletto, e che non si scosti da Lui per qualunque contrarietà che avvenga» (189).

18. Il santo abbandono.
Il cristiano, il religioso che ha raggiunto un eccelso grado di divina carità, si abbandona a Dio come figlio tra le braccia di padre amantis-simo. Giustamente pertanto Don Albera per si-gnificare l´altissima perfezione raggiunta da Don Bosco dice che « gettarsi in braccio a Dio e non allontanarsene più mai fu l´atto suo più perfet¬to» (190).
S. Francesco dí Sales chiama il santo abban-dono virtù delle virtù, fiore della carità, profu
mo merito della pazienza, frutto del
la perseveranza, virtù degna di essere praticata dai prediletti figliuoli di Dio, e spiega che abbando¬nare la nostra anima e spogliarci di noi stessi .vuol dire liberarci dalla nostra volontà per darla tutta quanta a Dio con una rinunzia totale, che ci porta a una perfetta unione con la divina Bontà.
« Molti = dice il nostro santo Patrono salto
quelli che dicono a Nostro Signore: Io mi dono tutto a Voi senza riservai Ma sono ben pochi
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quelli che praticano questo abbandono. Esso con¬siste in una perfetta indifferenza nel ricevere .gli avvenimenti della vita, come ci sono mandati, dal¬la Divina Provvidenza. Sóno ben pochi quelli che sanno ricevere con ugual animò l´afflizione e la consolazione, la malattia e la sanità, la povertà e la ricchezza, la gloria e l´obbrobrio » (191).
Da queste parole del Santo apparisce come l´abbandono differisca dalla semplice uniformità al volere di Dio, per la quale si è sempre disposti ad approvare quanto venga ordinato dalla Volon-tà divina. Per abbandonarsi interamente fra le braccia di Dio non basta rassegnarsi completa-mente al divino Volere, Ma occorre rimanere ad-dirittura indifferenti, sempre per amor di Dio, a tutto ciò che possa capitare di bene o di male, purehè il male non avvenga per propria colpa e non vi sia peccato.
Si tratta di una disposizione sublime, che esi-ge grande virtù e non comune distacco: ma Un buon religioso non può esimersi dall´aspirarvi. S. Francesco di Sales vuole che imitiamo Gesù, il quale sulla Croce pronunciò queste parole, che sono il compendio di tutta la perfezione cristia: na: Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio (192). « Oh quanto saremmo felici, — esclama il Santo, -- se quando ci consacriamo a Dio co
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minciassimo da questa pratica di rimettere il nostro spirito assolutamente e senza riserva alcu¬na nelle mani della sua divina Bontà! Tutto il ri¬tardo della nostra. perfezione -non proviene che dalla mancanza di questo abbandono.
Pure è verissimo che se noi vogliamo avan-zare nella pedezione, dobbiamo cominciare, conti¬nuare e finire la vita spirituale con la pratica di questa virtù; a imitazione di Nostro Signore che l´ha sempre praticata con una perfezione ammira¬bile. Alcuni, dandosi al Signore, gli dicono: — Si¬gnore, io rimetto il mio spirito nelle vostre mani, ma a condizione che voi mi diate sempre conso¬lazioni e non patinienti, che voi mi diate sempre superiori che mi vadano .a genio, che niente. Sia contrario alla mia volontà.
« Ohùnè1 che fate mai? Non vi accorgete che questo non è rimettere il proprio spirito nelle ma¬ni di Dio, come fece Gesù Cristo? Non sapete che da queste riserve che noi facciamo hanno origine tutti i nostri turbamenti, le nostre inquietudini, le nostre imperfezioni? Perciò se le cose non suc¬cedono come noi ci aspettiamo, ci assale subito la desolazione. E perché? Perchè non ci siamo ab¬bandonati con indifferenza nelle mani di Dio. Oh quanto saremmo felici se praticassimo fedelmente questa virtù! Con tale mezzo noi arriveremmo
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ben presto all´altissima, perfezione di Santa Cate¬rina da Siena, di S. Francesco, della Beata Angela da Foligno e di molti altri » (193). Fin qui il no¬stro santo Patrono.
Anche S. Giovanni Bosco soleva assicurare che
´ per giungere al vero amore di Dio e farsi santi bastava abbandonarsi filialmente in Dio, accettan¬do e riconoscendo in tutti gli avvenimenti e vi¬cende della vita le sapienti disposizioni della Provvidenza celeste.
Un giorno dopo pranzo vari giovani dell´Ora-torio s´erano radunati attorno a Don Bosco e il di¬scorso era caduto sulla santità. Don Bosco venne a dire: «. Quello che v´assicuro si è. che noi avremo dei giovani della casa elevati agli onori degli al¬tari. Se Savio Domenico. continua, così a fare Ini7. racoll, io non dubito punto, se sarò ancora in vita e possa proMuovere la sua causa, che la Santa. Chiesa ne permetta il culto almeno per l´Orato¬rio »: Quindi fece questa domanda al Ch. Anfossi:
Quale credi che sia il mezzo più facile a noi per farci santi? » Gliene furono detti parecchi, ma egli dopo aver udito in silenzio senza interrompe- re, disse:. « È il seguente. Riconoscere la volontà di
·l)io in quella dei nostri Superióri in tutto ciò che ci comandano e in tutto quello che ci acca¬de lungo la vita. Alcune volte ci pare proprio
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— proseguì egli — che le cose non debbano esse¬re così. Allora è tempo di farci coraggio e dire a noi stessi: Mi fu detto così, perciò andiamo avan¬li! Altre volte ci sentiamo oppressi da qualche calamità o angustia di corpo o di spirito: non ci perdiamo di coraggio, confortiamoci col dolce pen¬siero ´che tutto è ordinato da quel pietoso nostro Padre che è nei cieli e per nostro bene: a Lui tutto offriamo, noi e le cose nostre. Questo è il mezzo più acconcio per arrivare con somma fa¬cilità alla più alta perfezione- Vi sarà per esem¬pio chi vuole fare penitenza, digiunare; iI Supe¬riore lo consiglia a ciò non fare: ebbene, ubbidia¬mo, chè così saremo sicuri di fare la volontà di Dio e saliremo un. gradino sulla scala della santi¬tà» (194).
« Il Divin Maestro — fa notare S. Francesco
di Sales ama di un amore tenerissimo le animi-
che sono felici di abbandonarsi totalmente al suo cuore paterno lasciandosi governare da Lui sen¬za preoccuparsi a cOnsiderare se gli effetti di que¬sta Provvidenza sono loro utili o dannosi. Esse sono certe che il cuore paterno e amabilissimo di DiO 13011 permetterà loro nulla che non sia per il loro maggior bene, perciò ripongono in Lui_ tutta la lora confidenza dicendo: Abbandono il mio spi¬rito, il mio corpo, la mia anima e tutto quel cho
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ho nelle vostre sante mani per fare unicamente quello che a Voi piacerà » (195).
Tra. queste anime elette noi possiamo e dob-biamo annoverare con piena certezza il nostro san¬to Fondatore. Anziché fermarci sopra particolari episodi della sua vita, riudiamo la cara e autore¬vole voce di Don Albera, che fissando lo sguardo sulla grande figura di Don Bosco, scrive: «11 no¬stro. Padre si slanciò ,in Dio fin, dalla sua prima fanciullezza, e poi per il resto della sua vita non fece più altro che aumentare questo suo slancio, fino a raggiungere l´intima unione abituale con Dio in mezzo ad occupazioni ininterrotte e dispa-ratissime: unione della quale ra indizio quella inalterabile eguaglianza d´Umore, che • traspariva dal suo volto invariabilmente sorridente.
« Egli, nelle più grandi disgrazie e tribolazio-ni, non usciva. mai in parola di. lamento, nè si mo¬strava triste, pauroso,, trepidante, ma col suo vol¬to ilare e colla sua dolce parola infondeva corag
gio agli altri: Situi Domino placuit... Sii no
men Domini benedictum! Niente ti turbi: chi ha Dio, ha tutto. I]. Signore è il padrone dí casa, io sono l´umile servo_ Ciò che piace al padrone, deve piacere anche a me_ — Quante e quante volte sono stato testimone di questa sua totale sottomissio¬ne alle disposizioni divine! »
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E Don Albéra, spinto da sì dolci e ineffabili ricordi personali, prorompe in questa fervida esor¬tazione, che ogni Figlio di Don Bosco dovrebbe portare scolpita nella mente e nel etiore:
« Gettiamoci fiduciosi, o carissimi, fra le brac-cia di Dio, come fece il nostro buon Padre; al¬lora si formerà in noi pure la dolce necessità di
parlare di e non sapremo più fare alcun di
scorso senza cominciare o terminare con Lui.
« Allora non solo i nostri pensieri e parole, ma anche le azioni nostre risentiranno alcunchè del fuoco del divinò amore, a salutare edificazione dei prossimo: allora soprattlitto ci riusciranno na¬turali, com´erano a Don Bosco, gli esercizi ordina¬ri della perfezione religiosa, e porremo ogni no¬stra cura per non tralasciarne alcuno.
« Altri si servono di questi medesimi esercizi come mezzi per raggiungere la perfezione; noi in¬vece, figli di Don Bosco; li dobbiamo sul suo esem¬pio praticare come atti naturali del divino amo¬re, che già è vivo in noi, per esserci gettati intie¬ramente ed amorosamente fra le braccia di Dio. Per noi essi debbono essere non già la legna che serve ad accendere e alimentare nel cuor nostro il fuoco divino, ma le fiamme stesse di questo fuoco.
« Gettiamoei fra le braccia di Dio, e riuscire-mo facilmente a tenerci lontani dal peccato e a
16? •

sradicare dal nostro cuore ogni cattiva inclinazio¬ne ed abitudine, togliendo così di mezzo i più gravi ostacoli della perfezione religiosa.
«LO conosceremo e lo ameremo sempre più, praticando la sua santa legge e i consigli evan-gelici; ci attaccheremo più strettamente a Lui con la preghiera e il raccoglimenti:i di spirito. col la¬vorare incessantemente e realizzare in noi il Dolo piacere Deo in omnibus (ossia « voglio piacere a Dio in ogni cosa »), conformandoci alla sua vo¬lontà » (196).
19. Un singolare esempio di abbandono in Dio.
lo racconta in un suo Dialogo il grande teo-logo, predicatore e scrittore di ascetica, Giovanni Taulero, Domenicano, chiamato anche ai suoi tempi dottor sottile o. illuminato. Egli parla in ter¬za persona, ma taluni opinano che il teologo, di cui egli parla, altri non sia che lo stesso scrittore. Il dialogo è di tale spirituale bellezza che la sua let¬tura produce sempre edificazione e profitto:
Un teologo — così scrive il Tatdero — da molto tempo pregava il Signore a volergli mandare un uomo che lo istruisse alla vera vita spirituale, Un giorno, mentre questo desiderio si era fatto più ardente nel suo cuore, si senti ispirato a recarsi
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a una chiesa, dove avrebbe trovato l´uomo che egli cercava. Il teologo parti immediatamente e, giun¬to al luogo indicato, trovò presso la porta del tem¬pio un poverello, scalzo e coperto. di miseri cenci. Ne ebbe compassione e prima di entrare in chiesa lo salutò cortesemente, ben lontano dall´inarnagi¬tiare ciò che lo attendeva´.
— Buon giorno, amico mio.
— Grazie! Io però non ricordo d´aver mai avu-to un giorno non buono.
— Allora il Signore vi dia vita felice.
— Vi ringrazio dell´augurio; ma io non Sono mai stato infelice.
— Di grazia. vi prego a volervi spiegare me-glio, perchè io non vi cOmprendo.
— Vi accontento volentieri. Voi mi avete dato il buon giorno ed io vi ho risposto che non ho mai avuto giorni non buoni, perchè quando ho fame, lodo Iddio; quando ho freddo, lo benedico; se cade la neve o la pioggia, se tira il vento, se mi trovo in grave necessità, se mi respingono, se lini disprezzano, io glorifico il Signore.
Il. teologo ascoltava, fuori di sè per la mera-viglia. E il povero continuò:
-- Mi avete augurato, vita felice: ed io vi ho risposto che non sono mai stato infelice. Ed è veramente così, perchè io non voglio mai se non
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quello che vuole Iddio, e mi abbandono nelle sue
mani senza ´riserva alcuna, sicuro come sono che ciò che Dio vuole è ´sempre bene, anzi il meglio e l´ottimo. Perciò tutto quanto accade di prcispera, dí avverso, di dolce, di ´amaro, io lo accetto con allegrezza dalla sua mano divina come quello che fa proprio per me. Ecco la causa della mia feli¬cità, ed ecco perchè non mi sento per nulla in¬felice nel mio stato e la mia vita trascorre sem
pre lieta e felice. • •
Lo stupore del teologo cresceva a dismisura, e,
abituato com´era a. meditare .su alti e difficili pro¬blemi, ne propose uno a quel mendico, con l´in¬tenzione di scandagliare anche meglio 1a virtù di lui.
— .Sta bene quanto avete detto; ma, se dopo esservi interamente abbandonato al Signore, veni¬ste a sapere che Egli; nei suoi decreti, ha stabili-. to di dannarvi__
Dannarmi? — esclamò il pezzente con ac¬cento di infinita sorpresa, come chi ascolta una cosa che ha dell´incredibile. Poi riprese con tutta
· naturalezza e semplicità: — Ebbene, se Iddio vo
lesse arrivare a questa estrema deliberazione, sa¬prei ben io come fare. Ho due braccia vigorose, con le quali mi. avvinghierei strettissimamente a Lui: il braccio sinistro è l´umiltà che mi congiunge
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con la sua santissima Umanità, il destro è l´amore ardente che mi unisce alla sua Divinità. Con que¬ste due braccia -io mi stringerei siffattarnente Lui, che, se volesse precipitarmi all´inferno; sa¬rebbe costretto a, venirvi con .me: e restare con Lui all´inferno•sarebbe- per me cosa più dolce che possedere tutti i godimenti del cielo senza di Lui.
Il teologo non aveva più nulla da aggiungere e non desiderava se non conoscere chi mai fosse quel mendica tanto singolare, al quale il Signore lo aveva indirizzato. Ma il Signore lo voleva, an¬cora per un poco alla scuola di quel felice po¬vr.-:rei io.

Potreste dirmi donde venite?
— Vengo da Dio
E dove lo avete trovato?
— L´ho trovato non appena mi sono distacca¬to da tutte le creature. — Ma dove sta Dio? •
Dio sta nel mio cuore, come sta nel cuore di
tutti gli uomini di buona volontà.
— Ma insomma, ditemi, chi siete?
— Io sono un re.
- E il vostro regno?
— Il mio regno è nell´anima mia, nella quale
tutto è a me sottomesso con tale ordine, che le pas-sioni ubbidiscono alla ragione e la ragione a Dio.
1.71.

Nessun uomo saggio può dubitare che questo re¬gno non sia, il più nobile, il più soave sopra la terra.
Pensate come rimanesse l´insigne teologo. il quale provò allora tutto il desiderio di farsi di-, scepolo del mendico; sicchè gli rivolse quest´ul¬tima domanda:
— E che cosa avete fatto per arrivare a così alto grado di perfezione?
Il mendico, come se non avesse avvertito l´elo¬gio a lui diretto, rispose con umile semplicità:
— Col silenzio: tacendo molto con gli nomini e parlando spesso con Dio. poi?
— Non ho mai saputo prendere consolazione o riposo alcuno nelle creature: perciò ho trovato il mio Dio, nel quale gusto il più giocondo riposo e quella pace così profonda e così vera, che giam¬mai potrà essermi tolta.
20. L´estasi della divina carità.
A conclusione di quanto siamo venuti dicendo sulla carità verso Dio, dobbiamo rilevare che il cuore che ama perfettamente il Signore si può paragonare a un piccolo mondo di meraviglie, le quali sono visibili soltanto agli occhi di Dio e de
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gli Angeli, e superano ogni possibile immagina¬zione.
Disse un giorno Gesù a Santa Caterina da Siena: « Se tu potessi vedere la bellezza di un´a-. nima, ne morresti di amore ).
Qualche simbolo di tale misteriosa bellezza il nostro santo Fondatore potè intravederlo in mi¬rabili sogni, che poi egli raccontava a conforto - e a stimolo dei suoi figliuoli. Le Memorie Biogra¬fiéhe contengono alcune sue impressionanti visio¬ni di gioVani ardenti di carità e fulgenti di can-. dare, i quali si presentavano a Don Bosco illeggia¬driti da sovrumana avvenenza, al riflesso di luci affascinanti, con vesti e corone d´indicibile splen¬dore, in paesaggi tutti ridenti o in sale piene d´in¬canto.
Ecco, per ricordare un sogno particolarmente caro e memorando, come vide il suo alunno pre¬diletto Savio Domenico, che in vita aveva saputo congiungere all´innocenza e all´amor di Dio un singolare ardore di penitenza e mia sete inestin¬guibile di apostolato:
« Savio Domenico racconta Don Bosco —, si
avanzò di qualche passo ancora e si fermò così vicino a me, che se io avessi stesa la mano, l´avrei certamente toccato. Taceva, guardandomi esso pn-,´ re sorridente. Come era belle! Le sue vesti erano .
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al tutto singolari. La tonaca candidissiina che scendevagli fino ai -piedi era trapuntata di dia¬manti, e d´oro tutta intessuta. Un´ampia fascia rossa cingeva. i suoi fianchi, ricamata cosi di gemme preziose, che una quasi toccava l´altra; e intrecciandosi• nel. disegno meraviglioso, presenta¬vano tale bellezza di colori, che io´ nel vederli mi sentiva trasportare fuori dei sensi per l´ammira¬zione. Dal collo gli pendeva un monile di fiori pel¬legrini, ma non naturali: sembrava che le foglie fossero di diamanti uniti insieme su gambi d´oro e così tutto il resto. Questi fiori risplendevano di una luce sovrumana, più viva di quella del sole, che in quell´istante brillava in tutto lo splendore di un mattino di primavera; e riflettevano i loro raggi su quel viso candido e .rubicondo in una maniera indescrivibile; e così lo illuminavano, che non si potevano neppur ben distinguere le loro varie specie. 11 ´capo aveva cinto di una corona di rose. La capigliatura scendevagli ondeggiante giù per le spalle e gli dava un aspetto così bel¬lo. così affettuoso, così attraente che sembrava... sernbrava.._ un angelo! »
E il diarista commenta:. « Don Bosco nel pro¬nunziare queste ultime parole sembrava che fa¬cesse uno sforzo per trovare espressioni adattate; e le finì con un gesto indescrivibile, e un tono di
I 74

voce che scosse tutti; era come uno che sia spos¬sato dallo sforzo di trovare i termini per svelare a pieno la sua idea » (197).
Non v´è dubbio che simili descrizioni, per quanto splendide e avvincenti, non riusciranno mai a esprimere compiutamente la bellezza di un cuore che ama Iddio e per Lui vive, per Lui lavo¬ra, per Lui si sacrifica sino alla totale immolazio¬ne di se medesimo.
D´altronde S. Tommaso e S. Francesco di Sa¬les non insistono tanto sulla interiore bellezza prodotta dall´amor divino, quantO su di un altro effetto non meno meraviglioso e tutto proprio del¬l´amore: l´estasi.
Il mistico scrittore, noto sotto il nome di Dio¬nigi Areopagita, molto caro al Dottore Angelico, scrisse così: « L´amore divino rapisce fuori di se stessi coloro che ne sono presi, a tal segno che non sono più di se stessi, ma dell´oggetto amato... Da ciò proviene che il grande- Paolo, ebbro del santo araore,.-in un trasporto estatico, scriveva di¬vinamente: fo vivo, o piuttosto non più io, ma Gesù Cristo vive in me (198): come un vero aman¬te, fuori di sè. e perduto in Dio, come dice altrove (199), il quale non vive più della sua vita propria., ma della vita sommamente cara del diletto.» (200).
Quantunque l´indole della nostra trattazione
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esiga Soltanto Una parola circa l´estasi spirituale, per cui l´anima sale verso Dio tra gli ardori della carità, non sarà però inutile premettere un cenno a prOpotito dell´estasi corporale, che tanto suole impressionarci per i suoi fenomeni straordinari.
· § 1. L´estasi corporale.
Premettiamo che, soprattutto per causa del peccato originale, la natura umana è assai debole e,che nell´uomo la parte materiale si risente trop¬po presto dell´attività e del fervore della parte spirituale. Nessuna meraviglia, perciò, se per l´a¬nima totalmente immersa nelle verità soprannatu¬rali le cose esteriori e sensibili svaniscono come non più esistenti per essa, se i sensi cessano di agire e se il corpo vien meno fino alla immobi¬lità. L´uomo in tali condizioni vien detto estatico, vale a dire fitori di sè é dei suoi sensi.
Nulla di tutto -questo succederà in Paradiso dopo la finale risurrezione, poichè l´uomo beatifi¬cato potrà contemplare Iddio a faccia a faccia pur conservando l´uso dei propri sensi, che saran¬no fortificati anch´essi dà energie ineffabili di gra¬Zia e di gloria (201).´ ,
Quaggiù il" fenomeno più meraviglioso si ha quando Iddio stesso ´strappa. l´anima all´uso dei
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sensi per comunicarle visioni straordinarie e ar¬cane. Questo è il rapimento o ratto, così chiama¬to perchè la situazione non naturale, in cui allo¬ra viene a trovarsi il prescelto da Dio, è causata da .una certa qual violenza esterna (202). « Spes¬sissimo, infatti — conferma Santa Teresa L-- ti trovi colto da un movimento di una forza e di una impetuosità inaudita. Vedi, senti questo nem¬bo sollevarti in alto, o, se vuoi, quest´aquila po¬tente trasportarti sulle sue ali » (205).
Invece la semplice estasi si ha quando l´uomo,- chiamato da Dio, si slancia fuori di sè e abban¬dona le sue naturali condizioni per l´intensità e veemenza dellaosua mistica e amorosa contempla¬zione: allora infatti l´anima può essere astratta dalle cose sensibili fino a lasciare il corpo come in deliquio. Mentre l´anima cerca così il suo
— riferisce Santa Teresa, si sente, co,:
un piacere vivissimo e pieno di soavità, venir me¬no quasi del tutto. La respirazione manca, le for¬ze fisiche fari difetto; in modo che nemmeno si possono muovere le mani se non con molta dif¬ficoltà. Gli occhi si chiudono, senza volerli chiude¬re, e se si tengono aperti, non si vede quasi nulla.
Se vuol leggere, non si giunge a mettere insie
me le´ lettere, e a inala pena si distinguono chia-ramente. Si vede che sono lì, ma non prestan
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do più la mente il´ suo concorso, comunque si faccia ci si trova fuori della possibilità di, leg-gere. Si ode, ma non si capisce quello che si ode. Così i sensi non sono di alcuna utilità all´anima; anzi impediscono il suo godimento e le nuocciono ´ invece di servirla. Il pagare di-venta impossibile: non si arriva a formare in-teriormente una sola parola, è in quanto ad ar-ticolarla, i più violenti sforzi non ne dànno il mezzo. Perchè tutte le forze esteriori. vengono meno; ma altrettanto crescono quelle
a fine di renderla capace di godere la sua beati-tudine» (204).
La stessa Santa, però, con sonata° accorgimento e virile energia scopre il pericolo di estasi cor¬porali che, lungi dall´essere una grazia concessa gratuitamente da Dio all´anima a Lui unita, sono semplice malattia o. svenimento fisico.. c Si trovano, delle persone, — essa dice, — le quali, in seguito a molte austerità, orazioni e veglie. o semplicemente per debolezza di temperamento, non Possono gustare una Consolazione interiore senza che la loro natura ne sia soggiogata. Pro¬vando un certo piacere interiore, nello stesso tem¬po che una debolezza, un deliquio fisico... ,esse confondono il piacere con il deliquio e si lascia- . no interamente assorbire da questo. Quanto più
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si- abbandonano, tanto più cresce l´assorbimento, perchè la natura s´indebolisce sempre più. Ed
esse prendono ciò per un rapimento. Io lo chia
mo ebetaggine, e _dico che queste persone altro non fanno´ che perdere il loro tempo e sciupare la
loro salute. lo ne conosco una che stava qualche volta otto ´ore in • tale stato, senza perdere il sen¬timento e senza averne. alcuno di Dio. Col sonno, col • cibo e minori austerità, tutto scomparve, per¬chè si era trovato qualcuno cb,e capì donde ciò proveniva ». Fin qui Santa Teresa, la quale dà ancora questo importantissimo avvertimento: .« Si sappia bene che, quando Iddio è veramente l´Au¬tore di ciò che avviene nell´anima, c´è deliquio interiore ed esteriore, è vero, ma l´anima resta for, te e gusta una gioia vivissima di vedersi così vi¬cina a Dio » (205).
S. Francesco di Sales ammonisce che le estasi, i. rapimenti, le insensibilità e impassibilità, le unioni dediche, le elevazioni e trasformazioni mi¬stiche non sono virtù, ma piuttosto ricompensa che Dio dà alle virtù, o meglio saggi di godi¬menti della vita futura, offerti talvolta agli nomi¬ni per farne desiderare loro tutta la pienezza las
sù in -Paradiso. « Nessuno dice il nostro Pa
trono ha il diritto di pretendere tali grazie, non
essendo esse menoma-mente necessarie a servire e
179´

ad amare Dio come si conviene, il che dev´essere l´unico oggetto delle nostre aspirazioni. D´altra parte non sono grazie che si possano acquistare con le proprie fatiche e diligenze, essendo piutto¬sto passioni che azioni, e potendole noi solamente ricevere, non mai produrre in. /Mi. medesimi. Ag¬giungo ancora — insiste il Santo — che il nostro compito è di renderci buoni, divoti, pii, e a ciò dobbiamo rivolgere le nostre sollecitudini: se poi piacerà al Signore di elevarci fino a quelle perfe¬zioni angeliche, allora saremo anche buoni an¬geli Ma per il momento esercitiamoci con sempli¬cità, umiltà e divozione in quelle piccole virtù, il cui acquisto Dio ha posto a nostra portata. La¬sciamo, lasciamo volentieri le cose subliini alle anime più elevate: noi non meritiamo un posta così alto nel servizio di Dio: troppo felici sarem¬mo cli poterlo servire da semplici domestici negli impieghi più umili della sua casa; penserà poi Egli in seguito, se lo crederà, a chiamarci più vi¬cino a sè e nel suo consiglio privato » •(206).
Queste parole del nostro santo Patrono fanno in special modo per noi, che tendiamo principal-mente alla vita attiva e non possiamo dedicarci a -lunghe meditazioni e contemplazioni. Siccome poi svolgiamo la nostra missione a beneficio delle anime, particolarmente giovanili, la nostra pietà
80

dev´essere esemplare, ma senza singolarità este¬riori. S. GioVanni Bosco, fin da quando trovaVasi
´ a Chieri in Seminario, a-vrebbe desiderato che il suo santo amico Luigi Comollo frenasse ogni atto di esterna commozione, come singhiozzi; gemiti e lacrime, pur approvandone, anzi emulandone l´ar¬dore interno della pietà: e a questo spirito volle formati i Salesiani e le Figlie di Maria Ausilia¬trice.
A Don Bosco faceva eco la Beata Maria Maz-zarello, che alle suore soleva ripete con fre-quenza: « Non istate a invidiare quelle che in chiesa mandano sospiri e spargono lacrime davan¬ti al Signore, e intanto non sanno fare un picco¬lo sacrifizio, nè adattarsi a un lavoro umile.: Sa¬pete invece chi dovete invidiare? Quelle altre che con vera umiltà si adattano a tutto e sono conten¬te di essere´ come la scopa della casa » (207).
Questa lezione cli umiltà, dataci dal santo Fon¬datore e dalla beata Confonda-Price, giunge op¬portuna a questo punto, mentre trattiamo dell´e¬stasi. Infatti non si ripeterà mai abbastanza che l´edificio della carità póggia sulle fondamenta del¬l´umiltà e che, se queste non si approfondano sem¬pre più, quello non può crescere` fino al supremo
coronamento. • •
Se prima non guariamo dal tumore della su¬,
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perbia, non possiamo nutrirci del divino amore. Soltanto una umiltà vera e profonda può farei ri¬petere con fiducia le infiammate parole di S. Ago-slitto: Orsù, o Signore, agisci: risvegliaci, richia¬maci, accendici, trascinaci, infiammaci, inebriaci. della ,tua dolcezza: si ami, ´ ormai, e si ´cor¬ra! v (208). .

§ 2. L´estasi spirituale.
L´estasi del corpo deve considerarsi come uno speciale ´fenomeno di debolezza fisica e nulla più, qualora l´anima, strappata così all´uso dei sensi,. non goda di una sovrannaturale e ineffabile unio¬ne con Dio.
Estasi spirituale venne opportunamente chia-´ mata la eccelsa unione dell´anima con´ Dio, ci sia o non ci sia l´estasi del corpo: l´anima infatti che - è completamente unita a Dio si trova come fuori di sè, ossia sciolta dai suoi naturali attacchi a tutto ciò che non è Dio (209). S: Alfonso consi¬dera come una vera estasi il distacco totale dalle cose terrene e da se stessi (210). Ciò vale soprat¬tutto quando — secondo la mirabile dottrina di S. Giovanni della Croce — « iI Signore largisce all´anima la sovrana grazia che tutte Ie cose sue
182 •

e quelle. di lei vengano a formare una cosa sola, pér mezzo di una trasformazione partecipante, per la quale l´anima più sembri Dio che anima: e Dio, infatti; ella è per partecipazione ». Ed è lo stesso mistico Dottore a dirci che « la trasforma¬zione e ´unione dell´anima con Dio per amore al¬lora si compie, quando, fra Dio e l´anima, si giunge ad avere somiglianza di affetti... quando le´ due volontà, di Dio cioè e dell´anima, divengo¬no conformi così che nell´una niente trovasi che ripugni all´altra. Quando l´anima ha totalmente. gittato da sè quanto ripugna .e non è conforme con la divina Volontà, allora si trasforma in Dio per amore » (211).
L´estasi spirituale non è legata a svenimenti . del corpo, e perciò può unirsi mirabilmente alla vita attiva. Anzi, S. Francesco di Sales parla ap-punto di Una estasi dell´opera e della vita e la vuole come uno dei contrassegni per conoscere ehe l´estasi corporale viene da Dio, non dal demonio.
Allorchè scrive il nostro amabile Patrono
si vede una persona aver nell´orazione ratti, nei quali esce di sè e sale sopra di sè in Dio, epp ore non avere estasi nella sua vita, ossia non menare vita elevata e aderente a Dio mediante l´annega¬zione delle concupiscenze mondane e la mortifica¬zione delle sue voglie e inclinazioni naturali, me
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diante interiore dolcezza, semplicità, umiltà e so-prattutto mediante una continua carità, tutti i
suoi ratti sono grandemente dubbi e pericolosi; sono di una specie atta a far ammirare gli nomi¬ni, ma non a santificarli. Infatti che vantaggio può avere un´anima dall´essere nell´orazione rapita in Dio, se nella vita ordinaria è rapita da bassi e naturali affetti terreni? Levarsi sopra di sè nel¬la vita e nelle opere, essere angelica nella medita¬zione e bestiale nella condotta è zoppicare da due parti (212), è giurare in Dio e giurare in Melchon (213), è insomma un vero contrassegno che tali ratti ed estasi sono mere illusioni e frodi dello spi¬rito maligno. Beati coloro che vivono una vita so¬vrumana, estatica, sollevata al di sopra di Ge stes¬si, benché non siano rapiti sopra di sè nell´ora¬zione » (214).
L´estasi spirituale non richiede che le opere esteriori siano straordinarie o miracolose. Tali pu¬re saranno, se Dio così le vorrà per la sua gloria e per il bene delle anime; tuttavia l´estasi della di¬vina carità basta da sola a divinizzare anche le azioni più ordinarie e comuni, anche ogni più mi¬nuto dovere di ubbidienza, di giustizia, di mise¬ricordia.
A questo proposito, ricordiamo che l´immortale Pontefice Pio XT, dopo aver lodato il nostro Pa
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dre e Fondatore con questa enfatica espressione: Possiamo ben dire che ogni anno della vita di Don Bosco, ogni anno, ogni momento di questa vita furono un miracolo, una serie di
» (215), dichiarò pure di aver personalmente notato nel nostro Padre, tanto da vicino e non per fuggevole ora, e cioè in ogni azione anche non appariscente, « uno spirito, mirabile vera¬mente, di raccoglimento, di tranqUillità, di cal¬ma, che non era la sola calma del silenzio, ma quella che accompagnava sempre un vero spi¬rito di unione con Dio, così da lasciare intravve¬dere una continua attenzione a qualche cosa che la sua anima vedeva, con là _ quale il suo cuore si intratteneva: la presenza di Dio, l´unione a Dio. Proprio così » (216).
Non tutti i Santi ebbero estasi corporali, tutti però quella spirituale, perchè tutti amarono inten
samente il .Signore. L´amore — giova ripeterlo
produce l´estasi che rapisce e trasforma. Iddio stesso in una ineffabile estasi di amore per noi si fece uomo: il Verbo Eterno — al dire di S. Pao¬lo — vuotò se stesso, assumendo la forma di schia
vo e facendosi simile all´uomo; e in tutto suo
esteriore atteggiamento riconosciuto come un uo¬mo, umiliò se stesso, fattosi obbediente sino al punto di morire, su una croce (217). Ed ecco che
185 •

tutti i Santi si estasiano di divina carità trasfor-mandosi in . Gesù Cristo e ripetendo con rAlpo-stolo: Vino non più io, ma Dive in me Cristo (218).
E come l´amore alla creatura, trasformò il Ver¬bo Eterno in uomo povero, tormentato a morte,
· apparentemente peccatore, il quale in luogo della gioia che gli si paratia innanzi, sostenne il sup¬plizio della croce disprezzandone l´ignominia (219), così l´amore a Dio trasforma il seguace di Gesù Cristo nel suo Divin Maestro sino a ripetere: so¬no stato crocifisso con Cristo (220).
« Ogni amore — scrive S. Francesco di Sales a conclusione del suo Trattato dell´Amor di Dio -ogni amore non originato dalla Passione del Sal¬vatore è frivolo e pericoloso. Sul Calvario non. è possibile aver vita senza amore, nè amore senza la morte del Redentore n.
E la figlia spirituale del Salesio, l´apostola del Sacro Cuore di Gesù, Santa Margherita M. Ala-coque, • esclamava: « Come non farci santi, aven¬do noi un cuore per amare e un corpo per sof
frire?
La Beata Maria Mazzarello, .prendendo• in ma¬no il Crocifisso che le pendeva dal collo e in-dicando col dito la figura di Gesù, diceva: «Lui qui ». Poi voltandolo e indicando la croce: « E
noi qui D.
186

— Fra le scienze alle quali vi siete applicato,
— domandò una volta Pio IX a Don Bosco, ¬qual è quella che vi è maggiormente piaciuta?
— Santo Padre, — fu la risposta, — non sono molte le mie cognizioni; quella però che mi piace¬rebbe e desidero si è scire Jesum Christum et hunc crucifixum (saper Gesù Cristo e questo cro
cifisso) » (221).
E noi, Figli di S: Giovanni Bosco, non •ci sfor
zeremo di salire incessantemente, grado a grado, patimento, dietro- patimento,, sacrificio dopo sacri¬ficio, verso la cima e la pienezza della divina vir
tù della carità?
. Ci incoraggia il nostro santo Padre e Fonda
tore, ehe ci attende in cielo, dove — com´egli scris¬se nella Lettera-Testamento ai Salesiani — « ci sa¬rà largamente ricompensata ogni fatica sostenuta per amor del nostro Maestro, il nostro buon Gesù ». Ci incoraggia la nostra dolcissima Vergine Au¬siliatriée, Madre del bell´amore, la quale è sem¬pre pronta a soccorrere la nostra miseria e debo
lezza.
Ci incoraggia Dio Padre, che ci ha chiamati a
vivere e a morire nella santità, ossia nel fervore
e nell´estasi della divina carità.
Ci incoraggia Diti Figliuolo, che ci ha reden
ti a prezzo del suo Sangue e ci offre un rifugio
187 •

sicuro nel suo Cuore trafitto e un cibo di vita nel suo Corpo immolato per noi.
Ci incoraggia Dio Spirito Santo, che, dolce Ospite dell´anima insieme al Padre e al Figliuolo. mette a nostra disposizione i suoi Doni e le fiam¬me del suo immenso fuoco d´amore.
« Miracolo stupendo! — dobbiamo esclamare con S. Giovanni della Croée. — Questo fuoco di¬vino, che potrebbe, per la sua forza onnipoten
te, distruggere e liquefare mille mondi con infi
nita più facilità di quella onde il nostro fuoco terrestre riduce in cenere una paglia secca, non
consuma tuttavia e non annienta gli spiriti,- ch´es
so infiamma: Al contrario, anzi, fa loro provare e gustare delizie tanto più delicate, quanto più
crescono la sua potenza e il suo ardore: esso non li consuma, ma li deifica, penetrandoli con le sue fiamme, che fa loro sentire in proporzione della forza, di cui li ha ripieni » (222),
Che questo divina fuoco d´amore ci infiammi e ci trasformi in se medesimo: ecco il supremo anelito che deve incessantemente sgorgare daI no¬stro cuore.
E a tal fine preghiamo il Signore! E come dal Manuale, impropriamente attribuito a S. Agosti¬no, abbianio tolto l´esordio per farne l´inizio di questa nostra trattazione, così ora ne ripetiamo
188

la finale invocazione, a coronamento di quanto abbiamo scritto sulla Carità verso Dio.
« Mio Dio, fa´ che ti conosca e ti ami, di modo che tu solo sia la mia gioia; e, se questo non mi è pienamente possibile in questa vita, che almeno io faccia di giorno in giorno dei progressi, fino a che venga quella pienezza tanto da me sospira¬ta_ La conoscenza che ho di te, progredisca sem¬pre qui in terra. affinchè sia completa in cielo: l´amore che ti porto, cresca sempre quaggiù, af¬finchè sia perfetto lassù: di modo che in te e per te durante la vita presente la mia gioia sia tanto grande in speranza, quanto lo sarà in realtà nella vita futura.
« O Dio verace, dammi, ti prego, quanto hai promesso: affinché la mia gioia sia piena e in¬tera.
« Frattanto a ciò pensi la mia mente, di ciò parli la mia lingua, ciò ami il mio cuore, su ciò
la mia conversazione si aggiri: ne senta fame l´a¬nima. ne abbia sete il corpo: vi tenda e vi sospiri
tutto quanto il mio essere, fino a Che io entri nel" gaudio del mio Signore, del mio Dio in tre Per¬sone, il quale è benedetto per tutti i secoli dei se¬coli. Così sia ».
189

CARITÀ VERSO IL PROSSIMO


21. Il contrassegno del cristiano.
Nel momento solenne dell´Ultima Cena, dalle labbra stesse del Divin Redentore, gli Apostoli ri¬cevettero, il comandamento della carità verso il prossimo, dato loro quale distintivo dei seguaci di Gesù Cristo: Come io ho amato voi, così voi ama¬tevi a vicenda. Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli: se vi amerete scambievolmen, te (223).
Non dobbiamo meravigliarci pertanto che gli Apostoli, alla lor volta, abbiano insistito tanto sull´amor del prossimo.,S. Pietro, S. Paolo e spe¬cialmente S. Giovanni, l´apostolo della carità, tor¬nano spesso su questa raccomandazione: Abbiate perseverante l´un verso l´altro la mutua carità! Si conservi tra voi l´amor fraterno! Amiamoci l´un. l´altrO! (224).
Anzi, ´di S. Giovanni apostolo ed evangelista leggiamo ogni anni nel Breviario, al 27 Dieein¬bre, questo edificante racconto di San Girolamo.
Il beato -Giovanni evangelista, dimorando in
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Efeso fino alla più tarda vecchiaia, e non potendo essere condotto in chiesa se non tra le braccia dei discepoli, nè potendo più fare lunghi discorsi, in ogni adunanza non faceva che ripetere questo: « Figliuolini, amatevi scambievolmente ». Alla fine i discepoli e i fratelli presenti, annoiati di sentire sempre la stessa cosa, gli dissero: « Maestro, "per-ché fai sempre la stessa raccomandazione? » Al¬lora egli diede questa risposta degna di Giovanni:
« Perché è precetto del Signore; e se questo
solo sarà osservato, basta »:
Ti motivo dell´insistenza con cui gli Apostoli, sull´esempio del Redentore, raccomandavano così caldamente la carità verso il prossimo è da ricer-carsi in questo, che essa è indizio sicuro e prova infallibile della vera carità verso Dio. « Il terzo e principale contrassegno che vi do per conoscere se amate davvero il Signore — predicava il nostro santo Patrono --- è di riflettere se amate di vero amore il vostro prossimo; perchè nessuno può dire con verità che ama Dio, se non ama il prossimo, come assicura il grande apostolo S. Giovanni: Chi non ama il suo fratello, che vede, come può ama¬re Dio che non vede? » (225).
Non si ama veramente Dio senza amare il prossimo, come d´altra parte -non si può amare il prossimo senza amare Dio. È noto il paragóne del
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circolo, i cui raggi, a misura che dalla circonfe-renza si uniscono al centro, vanno anche unendo¬si tra di loro. Similmente, dicono i Santi, a misura che l´uomo si avvicina _ al suo centro, che è Dio, si avvicina anche al propria prossimo, che pure converge a Dio come a suo centro; e quanto più si allontana dall´amor di Dio, tanto più si allon¬tana dall´amor del prossimo (226).
S. Tommaso paragona i due precetti della ca¬rità alle due ali della grande aquila, di cui parla l´Apocalisse (227). Al modo stesso che l´aquila su-pera in altezza e velocità di volo tutti gli uccelli, così la carità è al di sopra di tutte le altre virtù; e come soltanto l´aquila può fissare il sole, alla stessa guisa la sola carità fissa l´occhio in Dio, Sole eterno di giustizia, e lo contempla come suo ultimo fine: non riguarda però soltanto Iddio, ma anche gli uomini fatti a somiglianza di Dio..
11 nostro santo Fondatore nel « Proemio» delle Costituzioni scrive con l´abituale sua semplicità e chiarezza: « Non si può amare Dio senza amare il prossimo_ Lo stesso precetto che c´impone l´amo¬re. verso Dio c´impone anche l´amore verso il no¬stro simile. Leggiamo infatti nella Prima Lettera di S. Giovanni evangelista queste parole: Que¬sto comandamento ci è stato dato, che chi ama Dio, ami anche il proprio fratello. E nel luogo
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stesso il medesimo Apostolo ci avverte essere bu-giardo chi dice di amar Dio e poi odia suo fra¬tello» (228).
Si comprende così come S. Paolo, scrivendo ai Romani, abbia formulato in forma categorica que¬sta sentenza: Chi ama il prossimo ha adempiuta la legge (229), vale a dire, ha soddisfatto a tutte le prescrizioni che la legge contiene: poiché nel ve-ro amor del prossimo è incluso l´amor di Dio, che ci muove a osservare i precetti della legge. La ca¬rità è come la radice di tutta la vita cristiana: da essa traggono la linfa vitale il tronco, i rami, i ger¬mogli, le foglie, i fiori, i frutti, tutta Ia pianta celeste del cristianesimo.
Naturalmente è sempre l´amor di Dio che con¬ferisce pregio ed eccellenza all´amor del -prossi¬mo, poiché un amore agli uomini che non avesse Dio per sua principio e supremo motivo, e a Lui non si riferisse come a ultimo termine, non sareb¬be carità e non avrebbe valore per la vita eterna. S. Bernardo ci ammonisce a qtiesto proposito: « Perché il nostro amore sia conforme alla perfet¬ta giustizia, è necessario che in esso entri Iddio, quale causa principale di tale amore. D´altronde potremmo noi amare il prossimo con la dovuta purità d´intenzione, se non lo amassimo nel Signo¬re e pel Signore? » (250).
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· Ne consegue che l´amor di Dio e l´amor del prossimo sono così strettamente uniti da non pó¬ter venire in alcun modo separati. Se muore l´uno, non può sussistere l´altro; se l´uno cresce e si perfeziona, anche l´altro si sviluppa e si innalza. E si comprende pure perché il divin Maestro ab¬bia voluto dichiarare solennemente che il secon¬do comandamento della legge, quello cioè di ama¬re il prossimo, sia uguale al primo, che c´impone di amar Dio con tutto il cuore e -con tutta l´anima e con tutte le forze. È vero che oggetto del primo precetto è Iddio infinitamente buono, mentre og¬getto del secondo è l´uomo imperfetto e. troppe volte difettoso al punto da causare disagi e dan¬ni; ma nell´Uomo noi dobbiamo amare l´essere creato da Dio a sua immagine e somiglianza, e da Lui chiamato a raggiungere l´eterna beatitu¬dine in cielo.
Mediante la pratica dell´amor del prossimo si raggiunge quell´unità e quell´armonia, che — al dire di S.. Giovanni Crisostomo — formò come la preoccupazione di Dio Creatore e dei nostro di-vin Redentore. Infatti il genere umano ha un sol capo e una sola origine; la famiglia è costituita da due creature che formano una carne sola; la so¬cietà riunisce tutti i suoi membri, affinchè tutti cooperino al bene comune; gli stessi territori, ove
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sono disseminati i popoli, hanno mezzi di comu-nicazione tra loro per fiume o per mare. Orbene, anche Gesù Cristo ha voluto unire coni vincoli più stretti e sacri i suoi discepoli nella sua Per¬sona. Nelle parabole e immagini, con cui rende più piana e facile la sua dottrina, sono frequen¬temente elogiate e inculcate l´unione e la carità fraterna. Egli è la pietra angolare: ma vuole che tutte le pietre poggianti su di essa siano aderenti le une alle altre e ben cementate. Egli è il capo: ma insiste che tutte le membra siano strettamen¬te unite, se vogliono essere parte vitale del corpo. Egli è la vite: ma guai ai tralci separati dal tron¬co! O si è con la vite, o si è gettati nel fuoco. Insomma, Gesù Cristo ha voluto fare dei suoi se¬guaci un sol tutto, un solo Corpo Mistico. I suoi discepoli devono aderire gli uni agli altri, e vi¬vere di unione e di carità: ogni separazione è mortale. Questa è l´origine regale e divina dell´a¬mor del prossimo (231).
La splendida prerogativa dell´unità nella ca¬rità, per impetrare la anale il divin Redentore, verso il termine dell´Ultima Cena, rivolse una spe¬ciale preghiera al suo Eterno Padre, è un dono che sorpassa ogni altro dono. S. Paolo ci mette sull´avviso che, qualora ci mancasse la carità, nul-la saremmo davanti a Dio, anche se avessimo la
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scienza e parlassimo il linguaggio degli Angeli e possedessimo la potenza dei taumaturghi e l´eroi-smo dei martiri. In questo dono si assommano tutte le virtù. Infatti l´umiltà, la dolcezza, la pa-zienza, il perdono, l´elemosina, le opere di miseri-cordia, lo zelo, qualsiasi altra virtù, se fossero prive di carità, sarebbero corpi senz´anima, cioè cadaveri. Solo nel dono della carità che ci unisce ai nostri fratelli in Dio, noi traviamo la fortezza che rende impotenti le passioni e spezza le ar¬mi del demonio: la carità vince tutto (232).
Rivestiamoci adunque dei soavi incanti della divina carità: amando il prossimo ameremo Iddio, e saremo amati da Dio e dal prossimo. Non v´è bellezza riè attrattiva che superi il fascino della carità. Quando sul volto delle creature noi tro-viamo qualche raggio misterioso di essa, il cuore si sente rapito. Procuriamo che i suoi incanti ri-splendano perennemente nell´anima nostra: solo così riusciremo a condurre a Dio i nostri fra¬telli. Se saremo amabili, condiscendenti, servizie¬voli, se avremo con tutti parole soavi, modi de¬licati, prestazioni e aiuti generosi, Iddio sarà con noi e a Dio conquisteremo i cuori di coloro che ci circondano.
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22. Il precetto nuovo.
lo vi do il, comandamento nuovo, ,disse Gesù nell´Ultima Cena. Amatevi gli uni gli altri (233). I Padri, i Dottori, i Santi. della Chiesa sí preoc-cuparono di cercare le ragioni per Cui il divin Maestra chiamò nuovo il precetto dell´amor del prossimo. Ne ripeteremo qui le principali.
E ci sia permesso esordire dal nostro Padre San Giovanni Bosco, il quale, esortando i suoi giovanet¬ti alla pratica; dell´amor fraterno, diceva loro che il precetto dell´amor del prossimo fu chiamato nuovo dal Salvatore, non già perchè prima nella Sacra Scrittura s´insegnasse diversamente, ma per¬chè diversamente si operava. Gli Ebrei infatti avevano introdotto, come dottrina, la massima di fare il bene solo a coloro che fanno del bene a noi; mentre a coloro che ci fanno del male si po¬teva liberamente. fare del male; con questa restri¬zione però, che il male fatto al prossimo non fosse maggiore di quello ricevutone. € Noi, — conchiu¬deva il buon Padre, — prOcuriamó di non opera¬re così stoltamente: abbracciamolo questo coman¬damento nuovo: perciò vegliatevi sempre be¬ne » (234).
Il precetto dell´amor del prossimo; vien detto
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nuovo, anche perchè è dato a un popolo nuovo, al popolo. cristiano. Purtroppo gli Ebrei, anzichè accettare la legge di Gesù, perseguitarono a mor¬te e crocifissero il Messia. I pagani poi erano of¬fuscati dalle tenebre dell´errore e Corrosi dalle più basse passioni. Ora la trasformazione del mondo nel nuovo popolo cristiano volle il divin Reden¬tore che si operasse ´per virtù di quel precetto nuovo, che costituisce l´essenza del Vangelo.
S. Agostino osserva che il precetto della carità verso :il prossimo è chiamato nuovo per gli effetti nuovi´ ch´esso produce. « Questa carità — egli di¬´ ce — ci rinnova, affinchè noi siamo uomini nuovi, eredi della Nuova Alleanza, cantori di un nuovo cantico » (255). « È proprio il precetto nuovo -¬afferma S. Gregario — che ha cangiato la vec¬chia vita dei vizi in una nuova vita di virtù » (236). « Questa nuova forma di amare il prossimo ci spoglia dell´uomo vecchio, vale a dire delle , idee e dei sentimenti puramente naturali e gretti, e ci riveste invece dell´uomo nuovo, cioè dei sen¬timenti e dello spirito di Gesù Cristo: essa, unen¬do tutti gli uomini in un sol corpo con il vincolo dell´amor di Dia, li fa figli della Chiesa santa, ch´è la Sposa stessa di Gesù Cristo » (237).
Il precetto dell´amor del prossimo viene pure detto nuovo per il nuovo obbligo che hanno i eri¬,
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. •
stiani di osservarlo. Quest´obbligo o motivo deri¬va dal comandamento espresso e dall´esempio di Gesù, il quale disse: Come io ho amato voi; così voi ani atevi a vicenda (238). Per noi questo è un motivo particolarmente caro ed efficace. L´amore di Gesù Cristo per ciascuno di noi, non. solo- fu gratuito e disinteressato, ma soprattutto Egli ce Io dimostrò con sacrifizi senza limiti, immolando la sua stessa vita sulla croce. Basta ricordare Ge¬sù che dalla croce perdonai suoi crocifissori, apre la porta del Paradiso al buon ladrone e affida noi al cuore materno di Maria Santissima, per sentirei commossi e disposti a praticare il. nuovo precetto, ravvalorato dai divini esempi. Era già una gran¬de norma quella di amare il prossimo come noi stessi: ma siccome l´amore di noi stessi non poche volte tralignò ..e divenne disordinato e falso, per questo Gesù volle darci, con il precetto nuovo, se stesso quale divino modello, non soggetto- a offu¬scamenti e alterazioni.
Possiamo, anzi, dobbiamo anche aggiungere che il precetto dell´amor del prossimo è nuovo, so¬prattutto perchè intimamente legato con il nuovo mistero dell´Incarnazione del Figlio di Dio e •del¬la nuova unione dei fedeli, che formano il Corpo Mistico di Gesù. A nuovi benefici e a nuove rela¬zioni intime e speciali è giusto che tenga dietro
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un nuovo precetto, che noi dobbiamo sforzarci di praticare con la maggior intensità ed estensione,
possibile. ,
Affine a questa osservazione è quella di S. Tommaso, il quale asserisce che il precetto della
carità verso il prossimo vien chiamato nuovo per
lo spirito nuovo da cui deriva. Il vecchio spirito era di servitù, il nuovo invece di amore: tutta la
differenza, a detta dell´Angelico Dottore, sta pro¬prio in ciò, che da una parte v´era il terrore, mentre dall´altra vi è l´amore (239).
Se dalla considerazione dei motivi, per cui il precetto dell´amor del prossimo è chiamato nuo¬vo, noi passiamo a dare uno sguardo a ciò che la carità produsse nel mondo, ci convinceremo chg essa. nella sua nuova forma voluta da Gesù, è il divino balsamo che, attraverso la cooperazione nostra, si effonde a lenire tutte le piaghe dell´u¬manità. MI insigne oratore, parlando di questo prodigio, ch´egli chiama unico e sovrano, ne tesse questo magnifico elogio: « Evocate, se potete, tut¬te le miserie umane, e fatele comparire qui; io vi potrei provare che non ve n´è alcuna, sia del corpo che dell´anima, in ogni tempo e in ogni luo¬go, la quale non sia stata l´oggetto delle solleci¬tudini, delle ricerche, delle cortesie, delle libe¬ralità, delle attenzioni, delle tenerezze, degli eroi
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· ci sacrifici dell´amor cristiano. Esso ammolli i cuori indurati dall´egoismo, ingentilì e trasformò i barbari. Nutrì i poveri, istruì gl´ignoranti, con¬solò gli afflitti, affrancò gli schiavi, liberò i pri¬giOnieri. Agli estranei, ai viandanti, agli orfani, agli abbandonati, ai fanciulli, ai vecchi, agli ope¬rai, ai domestici, ai sordomuti, ai ciechi, agl´infer¬mi, agl´incurabili, ai mentecatti, alla malattia, al¬la convalescenza, alla tentazione, al disonore, a tutte le miserie insomma, apri alberghi, asili, ospe¬dali, rifugi. Mandò ai popoli sepolti nell´ombra della morte, avviliti dall´idolatria, in preda a tut¬te le corruzioni della natura depravata, apostoli e civilizzatori. In una parola creò dappertutto una santa agitazione, che riempì il mondo di opere be¬nefiche » (240).
Questi brevi periodi non sono soltanto un bra¬no di oratoria, ma descrivono una realtà storica, ch´è una delle più confortanti prove in favore del¬la ´religione cristiana, la quale seppe mirabihrienr te applicare in tutte le epoche il precetto nuovo della carità.
Anche il nostro santo Fondatore esaltò con aurea semplicità la bellezza e la soavità dei pre-cetto nuovo. Si era nel 1877 e i suoi giovanetti gli avevano tributato, nel suo giorno onomastico, una imponente dimostrazione di affetto, alla quale si
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trovava presente anche l´Arcivescovo di Buenos Avres, venuto a trattare con Don Bosco dei mis¬sionari .per la Patagonia. Il nostro caro Padre, do¬po aver ringraziato tutti, continuava così: c Quan¬to è mai bello l´amore congiunto alla carità! E perché si provvedono i mezzi per adunare e tirar su tanti giovani pel Paradiso? E perché molte. e . molte pie persone, . sacrificando parte delle loro sostanze, le impiegano santamente nel soccorre¬re questi giovanetti? E perchè molte e molte per¬sone, abbandonando il secolo, si uniscono a Dio coi legami di virtù e di amore fraterno e impie¬gano tutta la loro vita a far crescere pel cielo queste tenere pianticelle? Per la carità! Si,´sono i vincoli di questa virtù che ci tengono ovunque stretti nel Signore, sicchè amorevolmente ci soc-corriamo. gli uni gli altri. È la carità che muove altre distinte persone di regioni lontanissime a ve¬nire a questo Oratorio, ad adattarsi alla povertà di questo luogo per´ soddisfare al santo zelo che hanno di portare la luce del Vangelo in altre re¬gioni incolte e accrescere così di nuovi figli´ la famiglia del cornuti Padre dei fedeli: È la ca¬rità che indusse Molti prodi soldati di Cristo ad abbandonare patria, parenti e ogni altra cosa per´ andare in regioni reMotissime, affrontando disagi e stenti per portare la buona novella ai ,loro fra
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telli... Ed è la carità che ci riunisce stasera in que-sto luogo » (241):
E che dire degli effetti prodotti dal precetto della carità nei nostri giorni, in cui vedemmo il mondo nuovamente e più paurosamente di prima sconvolto dall´odio, che divise nazioni e continen¬ti, e dissanguò l´umanità con una guerra più sel-vaggia di quante furono combattute in passato?
Fu ancora la carità cristiana a confortare i mo-ribondi, a dar sollievo spirituale e materiale ai feriti, a entrare rasserenatrice nelle carceri e nei campi di concentramento, a scendere tranquilla-trice nei rifugi durante l´insidia aerea, a soccor¬rere esuli e dispersi, ad alleviare tante famiglie gettate sul lastrico dai bombardamenti o dall´uc¬cisione del loro capo e sostegno, a spargere la di¬vina parola tra le masse lavoratrici.
Il Santo Padre Pio XII, che fu l´anima di tan¬ta carità cristiana, nell´Epifania del 1946, scrisse un´Enciclica con un pressante invita per l´assisten¬za morale e materiale ai fanciulli indigenti e ab¬bandonati di tutto il mondo, e in particolare delle nazioni devastate dal tremendo flagello della guerra.
Udiamo come il medesimo Sommo Pontefice riassume anzitutto quanto la Chiesa ha fatto fino-ra: sono riflessioni assai confortanti per noi, chia
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mati dalla Divina Bontà a lavorare per la gio¬ventù, particolarmente povera e abbandonata. Scrive Pio XII: « (La Chiesa), mentre niente tra¬lascia di quello che è in sua: facoltà, per Provve¬dere al loro corpo cibo, tetto e vesti, non ignora però nè trascura le loro piccole anime, che, crea¬te dal soffio di Dio, sembrano riflettere un raggio delle bellezze celesti. Anzitutto quindi essa si dà pensiero e premura che non sia contaminata la loro innocenza e si provveda alla loro eterna sa¬lute. Per questa ragione sono sorte innumerevoli istituzioni, che hanno lo scopò di educare retta¬mente la fanciullezza, di farla crescere in integra bellezza morale e di elevarla, in quanto è possi¬bile, ad una condizione di vita, rispondente alle accresciute necessità spirituali e materiali. In que¬sto provvidenziale campo di attività, come sapete, sono impegnate con mirabile solerzia non poche comunità religiose maschili e femminili: e la loro , opera intensa, saggia e vigile contribuisce effica-cemente al bene della Chiesa e della umana so-cietà. Il che non soltanto si attua con abbondan¬ti e salutari risultati fra le nazioni civili, ma an¬che fra i popoli infedeli, non ancora illuminati dalla luce del Cristianesimo, presso i quali gli araldi della verità evangelica — e in modo specia¬le la Pontificia Opera della Santa Infanzia — ri
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donano a tanti fanciulli la libertà dei figli di Dio, sottraendoli al giogo del demonio e ai ceppi della schiavitù, mentre li richiama a una forma supe¬riore di civiltà»:
Passando poi il Santo Padre a parlare dell´av¬venire dice: c Tuttavia in questa paurosa svolta della storia, mentre si accumulano immense rovi¬ne spirituali e materiali, queste provvide iniziati¬ve di carità, che forse potevano sembrare suffi¬cienti ai comuni. bisogni di altri tempi, sona di¬venute purtroppo inadeguate ». E, dopo aver de¬scritto le lacrimdvoli condizioni materiali e spi¬rituali cli tanti fanciulli affamati e vagabondi, pro¬segue: « È per questo, o Venerabili Fratelli, che Noi, amando dell´amore stesso di Cristo (p:testi:vo-stri piccoli figli, rivolgiamo un caldo invito a voi e a quanti sono animati da nobili sentimenti di misericordia e di pietà, affinchè ogni possibile sfarzo e ogni pia industria della cristiana carità siano dedicati con generosi intendimenti di pro¬positi a sollievo e a conforto di tanto compassio¬nevole sorte. Nulla si trascuri di quanto, i nostri tempi suggeriscono: e si escogitino anche nuovi sistemi e metodi, onde si possa, col concorso di tutti i buoni, portare opportuni rimedi ai mali presenti e ovviare alle future deleterie conseguen¬ze. E voglia Iddio, con l´aiuto della sua grazia,
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che quanto prima agli allettamenti dei vizi, che travolgono tanti fanciulli abbandonati, si sostitui¬scano i soavi inviti alla virtù, di modo che il vano ozio e la triste inerzia diano luogo all´onorato e gioioso lavoro, e che la inedia e nudità cli molti ottengano il necessario soccorso dalla divina ca¬rità di Cristo, che specialmente ai nostri tempi deve rivivere, crescere e fiammeggiare nei suoi seguaci 5 (242).
Bastino questi brevi cenni a persuaderci sem¬pre più intimamente che il precetto nuovo è ve¬ramente il riflesso della carità divina. In esso è l´essenza della dottrina evangelica, il fondamen¬to della pace, la forza e l´impulso di tutte le ope¬re di bene, il segreto degli eroismi, l´anima in¬somma della Chiesa.
Sforziamoci adunque, come ci esorta S. Paolo, di conservare l´unità dello spirito nel vincolo del- -
la pace e della carità, stimolati dal pensiero che, formando un sol corpo con Gesù. Cristo nostro
Capo, siamo stati anche chiamati come in unica
speranza della medesima eredità celeste (245). Ai tempo stesso promettiamo di´voler correre pre
murosi a soccorso di qualsiasi membro dolorante di questo Mistico Corpo. Solo così possiamo spe¬rare che risplenda sulla nostra fronte il divino ri¬flesso della carità, che costituiva l´incanto irresi
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stibile e l´irresistibile attrattiva del volto di Gesù. Anche. di S. Francesco di Sales, di: S. Vincenzo de´ Paoli, di S. Giuseppe Benedetto Cottolengo e dell´amatissimo nostro Padre S. Giovanni Bosco, e di altri Santi, fu proprio ripetuto con ammi¬razione profonda dai loro contemporanei: Ecco l´immagine di Gesù.
25. Amare il prossimo in Dio.
Secondo il pensiero di S. Tommaso, la divina legge positiva dell´amor del prossimo può anzi-tutto considerarsi come un aiuto per meglio os-servare la legge di natura, che comanda agli uo-mini di amarsi tra loro. Noi infatti portiamo in-nato nel nostro cuore l´affetto ai nostri simili; co-sicché, per istinto quasi di natura, siamo mossi a soccorrere anche uno sconosciuto, rialzandolo per esempio da terra, se caduto, oppure indicandogli la -via giusta, se smarrita, e via dicendo, come se aualsiasi uomo ci fosse parente o amico (244).
Data poi l´indole socievole, propria dell´uomó, l´amar del prossimo non solo è un bisogno del cuo¬re, ma anche fonte di vantaggi reciproci, come avverte Salomone: geglio esser due insieme che uno solo, perchè han profitto dalla loro unione neì.
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travagli (245). 11 medesimo sapientissimo re fa notare che la compagnia del prossimo aiuta e consola: Un fratello aiutato da un fratello è co¬me una città fortificata. — Dai buoni consigli del¬l´amico l´anima si sente raddolcire (246).
A questo dobbiamo aggiungere che la Sacra Scrittura proclama l´umana progenie, nata da un solo uomo (247). Se tutta l´umanità possiede una sì rigorosa unità di origine, è doveroso che cia-scuno di noi estenda a tutti gli altri uomini le parole del re Davide: Voi siete miei fratelli, mie ossa e mia carne (248), di modo che tutti ci sentia¬mo fratelli e, come tali, ci amiamo e ci aiutiamo.
V´è di più. La grande famiglia umana deve la sua esistenza all´unico vero Dio che ci ha creato, e perciò la nostra fratellanza poggia sullo stes¬so Iddio, nostro Creatore e Padre, come fa no
, tare il profeta Malachia: Non è uno stesso il Pa-dre, di tutti noi? Non è uno stesso Dio, quegli che ci ha creati? Perché adanque ciascuno perfida¬mente disprezza il proprio fratello? (249).
E almeno questo disprezzo si fermasse al pro-prio simile? Ma purtroppo si ripercuote su Dio,
che creò l´uomo a immagine sua (250). Tutto il creato, è vero, porta l´impronta della divina Bon-tà e Sapienza; l´uomo però è immagine di Dio, grazie soprattutto alla propria anima spirituale,
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libera e immortale. Orbene, sappiamo che ricade sulla persona del sovrano il disprezzo fatto al suo ritratto. Al contrario, chi tiene cara l´effigie cli un parente o benefattore, dimostra per questi un affetto tutto speciale: anzi, amando un ritratto, sente aumentare in sè l´amore alla persona stessa che vi è rappresentata. Non ci meraviglieremo più, dunque, se l´Apostolo della Carità fa come deri¬vare l´amor del prossima dall´amor di Dio, quando ci ricorda: E questo comandamento abbiamo da Dio, che chi ama Dio, ami anche i.l proprio fra¬tello (251).
Le considerazioni fin qui fatte, pur già così bel¬le e incoraggianti, sono del tutto insufficienti, qua¬lora non siano seguite e nobilitate d´a altre, che appartengono all´ordine soprannaturale della gra¬zia e della gloria celeste. Iddio infatti, creando il nostro progenitore, si degnò di elevare la natura umana al fine soprannaturale, e, quando essa de¬cadde per il peccato di Adaino, la risollevò e la riparò mediante l´Incarnazione e Morte del suo Unigenito Figliuolo.
Stando così le cose, il nostro amore per tutti gli uomini deve passare attraverso Iddio, non sola¬mente perchè ci ha creati a sua immagine e resi fratelli in Adamo, ma anche e soprattutto perchè ci volle tutti suoi figli adottivi e ci chiamò ad
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essere fratelli in Gesù. Cristo — per esprimerei con le stesse parole dell´Apostolo — mediante il lavacro di rigenerazione e un rinnovamento dello Spirito. Santo, ch´Egli copiosamente diffuse su noi per mezzo di Gesù Cristo Salvatore nostro, affin¬chè giustificati per la grazia di Lui diventassimo, in isperanza, eredi della vita eterna (252).
Ecco perché il nostro amore al prossimo non dev´essere più un semplice amore di fratellanza umana, ma dev´essere un amore di fratellanza so¬prannaturale e scaturire da quella stessa divina carità, con cui amiamo Iddio quale autore del¬l´ordine soprannaturale di grazia e di gloria eterna. •
E così vediamo che l´Apostolo, nel raccoman¬dare la carità verso il prossimo, ricorda ai fedeli di Efeso la loro nobiltà di figli di Dio, per la vita della" grazia, e il dovere, come tali, di imitare Dio Padre e il Verbo incarnato: Siate benigni gli uni perso gli altri, misericordiosi, donandovi a vicenda così come Dio in Cristo donò a noi. Fatevi dunque imitatori di Dio, come figli bene amati, e vivete amandovi, come anche Cristo ama voi, e diede se stesso per noi, oblazione´ e sacrificio a Dio, pro¬fumo di soave odore (253).
Così pure comprendiamo come la carità verso il prossimo ci fa soccorrere in qualsiasi uomo
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Gesù Cristo stesso, come affermò il Divin Maestro descrivendo con solennità impressionante la scena del giudizio universale. Siccome l´avere o no pra-ticato la carità e la misericordia deciderà del premio o della pena eterna, il Divin Giudice dirà agli eletti: In verità vi dico, che tutte le volte che avete fatto qualche cosa a uno di questi mi¬nimi tra i miei fratelli, l´avete fatta a me; e ai re¬probi: Io vi dico in verità che tutte le, volte che voi non l´avete fatto a uno di questi minimi tra i miei fratelli, non l´avete fatto a me (254). In tal modo Gesù Cristo rende come sacra la persona del nostro prossimo, e soprattutto del povero: e la stessa carità che a Lui ci unisce, ci muove a con¬solarlo in ogni suo e nostro fratello infelice e a soccorrerlo in ogni suo e nostro fratello bisognoso.
Abbiamo ricordato il giudizio finale. A questo proposito conviene che ci indugiamo, con i Com-mentatori del Santo Vangelo, a confrontare la sen-tenza per gli eletti con quella contro i reprobi, non tanto per notare l´opposizione tra l´invita al cielo e la condanna all´Inferno, quanto per rilevare due altre notevoli differenze di espressione, che fanno al caso nostro.
Dirà anzitutto Gesù ai giusti: Venite, benedet¬ti dal Padre mio, e ai peccatori: Andate via da me, maledetti, senza aggiungere « dal Padre mio
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quasi a indicare che per questi ultimi, non là vo-lontà di Dio Padre, ma la loro propria perver¬sità sarà stata causa di cosi terribile e irreparabile dannazione. Infatti era volontà di Dio che tatti si salvassero, tanto che l´Eterno Padre aveva man-dato il suo Figliuolo Unigenito a morire per tutti quanti gli uomini (255).
Dirà ancora Gesù agli eletti: Possedete il re¬gno che v´è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Invece ai reprobi: Andate Pia da me, maledetti, nel fuoco eterno, ch´è preparato per il diavolo e i suoi angeli. Perchè mai Gesù non dirà anche ai dannati: € Ch´è preparato per voi fin dalla fondazione del mondo?). Perchè l´inferno fu creato dopo la ribellione degli angeli cattivi, e proprio per loro! Ma gli uomini che ricusano l´ob¬bedienza al Re del cielo e si fanno sudditi del principe dell´Inferno, i malvagi che rifiutano l´in¬vito al banchetto nuziale e regale, o vi partecipa¬no senza la veste voluta, si rendono anch´essi me¬ritevoli di morte e di pena eterna, fra tenebre, pianto e stridor di denti.
.Tutto questo ci conduce a mettere in piena luce che la virtù della carità verso il prossimo, quantunque si svolga nel tempo, è però un amo¬re di eternità. Noi amiamo tutti gli uomini, in quanto che tutti sono chiamati, come noi, agli
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eterni gauclii; in quanto che tutti sono avviati, come noi, al Paradiso, oppure possono, come noi, convertirsi e mettersi sulla via che conduce al cie¬lo; in quanto che tutti hanno tempo fino alla mor¬te, come lo abbiamo noi, di ´assimilare, accrescere, intensificare e far •fruttificare quella vita divina della grazia, che nell´udmo pellegrino sulla terra è già seme e caparra della beatitudine eterna.
A questo punto, come ognun vede, l´amare il prossimo in Dio diventa un amare Dio nel pros¬simo. Che altro è infatti la vita divina nelle ani¬me, se non Dio stesso in loro? E noi nel nostro prossimo amiamo appunto là´ vita divina, che c´è già oppure che vegliamo ci sia, prima che giun¬ga la morte. E siccome, per amare tale vita divi¬na negli altri, noi abbisogniamo della carità, che è la nostra amicizia con Dio e perciò la vita nell´a¬nima nostra, ecco che Dio ci fa amare sopranna¬turalmente se stesso in noi e se stesso in tutte quante le creature capaci di godere l´eterna beati-tudine: in altre parole, una stessa virtù teologale, la Carità, raggiunge Iddio come suo primo e più nobile Oggetto, e poi il prossimo come suo oggetto secondario, ma realmente sublimato dagli effluvii della divina dilezione.
« Quest´amore — concluderemo con S. Ago¬stino — è quanto mai diverso da quello che si
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portano a vicenda gli uomini in quanto, tali; e proprio per distinguerlo da esso Gesù raccoman¬dò: Amatevi, come io vi ho amati. A qual fine, infatti, ci ha amati il Signore, se non perchè pos¬siamo regnare con Lui in cielo? Amiamoci adun¬que anche noi per questo stesso motivo, e così il nostro amore sarà diverso da quello dei monda¬ni, i quali non si amano avendo in vista il Si¬gnore: per questo il loro non è neppure amor vero. Solamente di coloro che si amano per arri-vare a possedere Dio si può dire che si portano verace affetto, anzi che amano Iddio per amarsi veramente a vicenda. Questo, però, non è un amo¬re facile a trovarsi tra gli uomini: troppo pochi si amano tra loro, affinchè Dio sia tutto in tat¬ti» (256).
24. « Da militi animas ».
Rendimi gli uomini, e prenditi tutto il restan, te, disse il re di Sodoma ad Abramo, che aveva li¬berato lui e gli altri sovrani della Pentapoli dal¬la prigionia dei quattro re Elamiti, ricuperando Pure tutto •il bottino di guerra (257). Tali parole mettono in chiaro che, nell´apprezzaMento di quel re, ogni bene, ogni ricchezza, era come un nulla in
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paragone dei propri uomini, che dovevano rico-stituire iI suo regno.
Siccome in linguaggio biblico uomo o vivente è detto anima, le surriferite parole suonano così nella Volgata: Da mihi animas, cetera tolle. Nes-suna meraviglia, pertanto, se gli eroi della carità verso il prossimo abbiano fatto propria detta espressione, intendendo però animas per anime vere e proprie: « Dammi le anime, e prenditi lut¬to il resto ». Così fece il nostro santo Patrono, e così pure il nostro santo Fondatore, il quale scelse tali parole come motto del suo apostolato fin dai primordii dell´Oratorio e poi le volle nello stem¬ma della Congregazione: Da mihi animas, cetera tolle (258).
Amar le anime, salvar le anime non è altro che amare il prossimo in Dio, amarlo al di sopra dí eventuali doti o attrattive e al di fuori di even-tuali difetti o manchevolezze, e praticare la ca-rità verso di esso per puro amor di Dio. Non già perchè, avendo le anime in vista, si trascuri quan¬to possano abbisognare i corpi o quanto impon¬gano i vincoli del sangue e le convenienze cul¬turali e sociali dell´ambiente in cui si vive e si lavora: tutt´altro! Ma perché nei badare a tutto questo e nel compiere le opere di misericordia corporale e spirituale si vuoi soprattutto arrivare
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a favorire ed accrescere nei nostri prossimi la vita divina, mediante la soppressione del peccato e l´accrescimento della: virtù..
Purtroppo, a causa del peccato originale non ancora cancellato o delle colpe attuali, l´anima può avere in s´e scolorita e insozzata l´immagine di Dio e trovarsi perciò — al dire di San Bernar-do — « carica di, peccati, impigliata nei vizi, pre-sa dalle lusinghe, prigioniera in. esilio, schiava del .corpo, avvoltolata nel fango, infissa nel limo, af
· fissa alle membra, confitta nelle sollecitudini, spar¬sa negli affari, contratta dai timori, afflitta dai do¬lori, vagabonda per gli errori, ansiosa per le preoc¬cupazioni, inquieta pei sospetti, insomma, secondo l´espressione del Profeta, sfinita in terra straniera, già prossima alla tomba, già nel numero di quei che scendono nella fossa (259) ; tuttavia — pro
segue il Santo quest´anima, benché così dan
nata e tanto disperata, può tornare ancora in se stessa, di modo che non solamente possa respi-rare nella speranza del perdono e della miseri-- cordia, ma inoltre osi aspirare alle nozze col Ver-bo Eterno, non paventando di far alleanza con -Bio, e non vergognandosi di accettare dal Re degli Angeli il soave giogo dell´amore » (260).
Cooperare in ogni modo possibile a questo trionfo dell´araor di Dio nelle anime fu sempre
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la preoccupazione degli uomini santi e aposto-lici, anche quando parvero prodigarsi unicamen-te per il benessere fisico o intellettuale dei loro fratelli. La vita del nostro santo Padre e Fonda-tore è prova luminosissima di quanto stiamo di-cendo; e noi pure siamo invitati a seguirne le or-me, secondo gli ammonimenti che raggiavano dal Diamante della Carità nei « Sogno dei Dieci Dia¬manti »: Amate e sarete amati. -- Amate però le anime, sia le vostre che quelle di coloro che vi so, no affidati (261).
Si tratta adunque di un segreto e.di una f or-ma tutta salesiana della carità verso il prossimo, e per meglio lumeggiarla scegliamo due episodi scritti da S. Giovanni Bosco nella Vita del suo angelico discepolo Domenico Savio.
« Venuto nella casa dell´Oratorio, Domenico si recò in mia camera per darsi, come egli diceva, intieramente nelle mani dei suoi superiori. Il suo sguardo si posò subito su di un cartello, sopra cui a grossi caratteri sono scritte le seguenti parole che soleva ripetere S. Francesco di Sales: Da Ynild animas, cetera folle. Fecesi a leggere attentamente, ed io desiderava che ne capisse il significato. Per-- ciò l´invitai, anzi l´aiutai a tradurle e cavar que¬sto senso: O Signore, datemi anime, e prendetevi tutte le altre cose. Egli pensò un momento e poi
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soggiunse: — Ho capito: qui non havvi negozio di danaro, ma negozio di anime. Ho capito: spero che l´anima mia farà anche parte di questo commer¬cio » (262).
Non possiamo qui non, rilevare come questa considerazione così assennata del Venerabile gio¬vanetto corrispondesse proprio a queste altre pa¬role, dette da S. Giovanni Bosco in una solenne occasione: « L´unico scopo dell´Oratorio è di sal¬vare anime» (263).
Il secondo episodio ci mostra come la solleci¬tudine pel bene delle anime abbia fatto mirabili progressi in Domenico, alla scuola del suo é no¬stro santo Maestro e Padre. «Un giorno un compa¬gno indiscreto voleva interromperlo mentre rac¬contava un esempio in tempo di ricreazione.
— Che te ne fa di queste cose? — gli disse.
Che me ne fa? — rispose; — me ne fa perchè l´anima dei miei compagni è redenta col San¬gue di Gesù Cristo; me ne fa perchè siamo tutti fratelli, e come tali dobbiamo amare vicendevol¬mente l´anima nostra; me ne fa perchè Iddio rac¬comanda di aiutarci l´un l´altro a salvarci; me ne fa perchè se riesco a salvare un´anima, ´met¬terò anche in sicuro la salvezza della mia » (264).
meditiamo queste parole, uscite dalle lab-bra innocenti del piccolo grande santo: « Siamo
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tutti fratelli, e come tali dobbiamo amare vicen-devolmente l´anima nostra! » Sentiremo allora, la nostra carità verso il prossimo avvamparci in petto e proromperemo nella invocazione dei Santi e degli Apostoli, che è pure il nostro motto: « O Signore, datemi anime, e prendetevi tutte le al¬tre cose ».
25. Carità universale.
Un dottore della legge chiese al divin Maestro: «E chi è il mio prossimo? » E Gesù prese a dire; Un uOuto scendeva da Gerusalemme a Gerico e s -Imbattè in ladroni, i quali, spogliatolo e feritolo, se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Ora, a caso scendeva per• la stessa strada un Sacerdote: vide quell´uomo e passò oltre. Così pure un. -te-vita, giunto nelle vicinanze, guardò e tirò in¬nanzi. Ma un Samaritano che era in viaggio, giun¬to vicino a lui e vistolo, s´impietosì: gli si acca¬´siò, ne fasciò le piaghe, versandovi sopra olio e vino; e, collocatolo sulla propria cavalcatura, lo condusse all´albergo e si prese cura di lui, Il gior¬no dopo, tratti fuori due denari, li diede all´o¬ste e gli disse: Prenditi cura di lui, e quanto spen¬derai di più, te lo pagherò al mio ritorno. Chi di questi tre ti pare sia stato prossimo, per colui che s´imbattè nei ladroni? Quegli rispose: Colui
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che gli usò misericordia. E Gesù gli soggiunse: Va´, e fa´ tu pure lo stesso (265).
Gli Ebrei, come sappiamo, ritenevano loro prossimo soltanto ii figli d´Israele, mentre aveva¬no in avversione tutti coloro che non erano israe¬liti. Anzi, disprezzavano e odiavano gli stessi Sa-maritani, benché di origine israelitica, perehè sci-smatici. Or ecco che Gesù, mettendo in bella luce la carità del Samaritano, obbligò iI dottore della legge a confessare che il Samaritano era prossi¬mo del povero viandante Ebreo.
Ogni uomo = dice S. Agostino — è prossi¬mo a ogni uomo: nè si deve pensare a nessuna di¬stanza di parentela tra coloro che hanno comune la natura » (266). E insiste: « Vedi adunque quan¬ti prossimi abbia un solo uomo! Tutti gli uomini .ch´egli trova sul cammino della vita, tutti coloro con i quali egli ha o potrà avere qualche relazio¬ne, sono suoi prossimi. Che se tu ti ostini a pen¬sare che prossimi sono soltanto i fratelli e i pa¬renti, rispondo che tutti discendiamo dagli stessi primi parenti, Adamo ed Eva. Siccome poi sia¬mo cristiani, aggiungo che siamo fratelli non solo secondo la carne per la discendenza dagli stessi progenitori, ma anche secondo lo spirito, essendo noi tutti figli di Dio e della Chiesa nostra Ma¬dre » (26?).
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« Tutti adunque — ripeteremo con S. Leone -- sono nostri prossimi, siano essi amici o nemici, liberi o. schiavi. Lo stesso sommo Fattore ci ha

creati; tutti da Lui abbiamo ricevuta che
ci dà vita; tutti viviamo sotto un medesimo firma¬. mento e respiriamo l´aria di una stessa atmosfera; per tutti la vita si svolge nell´ambito dei medesimi giorni e delle medesime notti. Con il dilatarsi poi della grazia di Gesù Cristo si sono accresciuti i motivi di amare il prossimo, poichè la divina gra¬zia, Spandendosi per tutte le regioni della terra, non solo non dimentica e non disprezza nessuno, ma c´insegna a non obliare nessuno, neppure i ne¬mici, neppure gli stessi persecutori » (268).
S. Tommaso dà due ragioni di questa nostra carità verso tutti: perchè tutti sono immagini di Dio e tutti sono chiamati alla ´beatitudine eterna (269). Non è. possibile che noi troviamo una crea¬tura umana che non porti l´immagine di Dio, e, se amiamo il Padre che sta nei cieli, ameremo pu¬re coloro che ne recano le care sembianze. D´al¬" tra parte ogni uomo, anche pagano, anche selvag¬gio; ha un´anima intelligente, libera, immortale, che tende irresistibilmente alla felicità, ´e, se il peccato non glielo impedisce, può raggiungere la beatitudine eterna.
Tutti pertanto sono nostri prossimi, Senza di
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stinzione di razza, di religione, di condizioni so¬ciali. Gesù Cristo stesso,´ giova ripeterlo, ha sta¬bilito così, quando ci ordinò di amare il prossimo come Egli ha amato noi. La nostra carità. deve ras¬somigliarsi alla sua; aia egli amò tutte le anime, senza escluderne alcuna e per tutte versò il suo Sangue, affinchè tutte fossero salve, Imitiamolo_
Nè dobbiamo credere che ci dispensi dal pre¬cetto dell´amor del prossimo il fatto che questi possa apparire ai nostri occhi carico d´imperfe¬zioni o macchiato da peccati. Non tocca a noi in¬dugiarci a considerare il male che crediamo di Scorgere nei nostri fratelli; e poi il male non è ope¬ra di Dio; le umane miserie e i peccati possono bensì deturpare´ o ,distruggere, l´immagine del no¬stro Padre celeste, ma non mai in modo che non si possa restaurare e perfezionare, fino al punto di morte. La mamma ama di più intenso amore il Suo bambino quando l´infermità lo ha ricoperto di pustole o piaghe ripugnanti: così noi dobbiamo sentire maggior compassione e amore per i nostri fratelli feriti dal peccato, considerando che sono ancor capaci, finchè vivono, della beatitudine eter¬na. Se noi — come osserva S. Agostino — amia¬mo il nostro prossimo di amore santo e spirituale, non ameremo in hii altro che Iddio. Così ha fatto Gesù a nastro riguardo,- giacchè egli in noi non
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ha amato se non il suo Padre: non perchè noi possedessinat:; già la vita della grazia, ma perchè l´acquistassimo. Proprio come il medico, che ama in noi la salute che intende ridonarci, e non la malattia da cui ci vuoi liberare (270).
Riteniamo adunque con S. Tommaso che nel peccatore altro è colpa e altro è natura umana, sempre chiamata ai suoi soprannaturali destini. Per la sua natura umana, dotata di anima immor-tale, il peccatore; aiutato dalla grazia, resta capace di convertirsi a Dio e di raggiungere l´eterna bea-titudine: perciò dobbiamo usargli carità e amore, come c´insegnò Gesù Cristo, che venne a patire é a morire per richiamare all´ovile, ossia al suo Cuo¬re, tutti i peccatori. Invece noi dobbiamo odiare la colpa, ovonque essa si trovi, fosse anche in un parente o in un amico, allo stesso modo che odia-mo l´errore in cui è caduta una persona, per quan-to a noi cara. (271). Odiando così il peccato, ma
amando di chi l´ha commesso, noi ci sen
tiremo spinti a. compatire i peccatori, a pregare per essi, ad adoperarci—perehè ritornino quanto prima all´amicizia con Dio.
Quanto S. ToMmaso dice dei peccatori, che sono i nemici di Dio, lo, estende anche ai nemici nostri personali, che ci odiano e perseguitano. Mentre noi dobbiamo aborrire la loro colpa, che
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in questo caso è l´odio da essi portatoci, dobbiamo pur considerare che non cessano di essere uomini e di avere anch´essi un´anima da salvare: perciò sono inclusi nel nostro prossimo, che dev´essere da noi universalmente amato senza eccezione al¬cuna. Se qualche dubbio ci poteva rimanere, è stato tolto dall´esempio e dalla parola di Nostro Signor Gesù Cristo, il quale è morto per noi, quando eravamo ancora peccatori ossia nemici suoi (272), e vivendo sulla terra fece la raccoman¬dazione: Amate i vostri nemici, fate del bene a chi vi odia e pregate per quelli che vi perseguita¬no e vi calunniano (273). È chiaro pertanto il no¬stro obbligo di non escludere i nemici dall´amore che dobbiamo portare a tutte le anime in generale, e di aiutarli anzi secondo che ci è possibile, qua¬lora si trovassero in grave necessità di ricevere il nostro particolare soccorso.
S. Bernardo, considerando che la carità è pro-prio universale, trova che essa nell´adattarsi a tut-ti si assomiglia ai cinque sensi del corpo sano e gagliardo. L´amore naturale ai parenti, che ci sono tanto prossimi pei vincoli del sangue, è come il senso del tatto, che percepisce solo quanto gli sta proprio vicino. L´amore sociale a coloro cui ci lega la compagnia del vivere civile e associato, è come il senso del gusto; così dolce e necessario
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alla vita. L´amore generale a tutti gli uomini è
come senso dell´odorato, che si estende più in
là del tatto e del gusto, quantunque non proCuri dolcezza al par di essi. L´amore ´poi ai nemici, impostoci dalla divina legge, è come il senso del-udito, che è tanto obbediente "ai suoni che lo col¬piscono anche violentemente. Resta il senso della vista, il più nobile, singolare, perspicace ed esteso dei sensi, che ben può raffigurare l´amor di Dio, il quale eccelle sopra tutti gli amori e ogni arnaba cosa vede in Dio e considera sotto la luce di Dio (274). Voglia il Cielo che l´anima nostra sia ognor vegeta e pronta a usar bene di questi suoi cinque sensi, ossia a praticare sempre e con tutti la divi¬na e universale virtù della carità.
26. Carità ordinata.
Noi dobbiamo amare tutti i nostri prossimi senza eccezione, perché caratteristica della cari-tà è l´universalità; ma d´altra parte l´amore che loro portiamo deve essere ordinato, se vogliamo che effettiva-niente la carità sia virtù: una virtù disordinata non sarebbe più virtù. La carità ver¬so il prossimo pertanto può, anzi, deve avere delle differenze e una certa graduatoria nelle sue mani¬festazioni. Ecco come a questo proposito si espri
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me S. Agostino: L´uomo che vive nella giustizia e nella santità,, sa apprezzare le cose nel loro giu.¬-sto valore e sa avere una carità ben ordinata: ama ciò che deve amare, non ama quello che non deve, non ama di più quanto dev´essere amato di me¬no, né ama allo stesso modo ciò che vuoi essere amato o di più G di meno m (275).
Anzitutto la volontà ama il bene, e tanto più´ ardentemente lo, ama, quanto più eccellente lo trova. Per questo motiva l´oggetto della carità me- - rita più o meno amore, a seconda della maggiore o minore sua bontà.
Poi è evidente che sul nostro amore al prossimo influiscono le relazioni più o meno strette che a lui ci -legano: e noi non possiamo prescindere da. esse, se vogliamo che nei nostri affetti e nelle no¬stre azioni esteriori regni l´ordine e non la con¬fusione.
Origene fa´ a questo proposito alcune pratiche
considerazioni. « Pochi — egli dice ;anno con
servare l´ordine nella carità senza sconfinare a destra o a sinistra. Solo nell´amare il Signore non ci vuole misura, perché lo si deve amare quanto è possibile- a iunana creatura. Quando invece si tratta del prossimo, ci vuole ordine e misùra. L´Apostolo c´insegna che noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo in Cristo e, per i rapporti re
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ciproci, siamo membri gli uni degli altri (276): da ciò consegue anzitutto che non dobbiamo consi-derare gli altri corae estranei, ma amarli come no¬stre membra; e in questo senso conviene che per tutti abbiamo un amore uguale. Ma poichè è chia¬ro che nel corpo vi sono membra più nobili e più. degne di altre meno importanti, così è giusto che vi sia modo e modo, misura e misura nell´amarle. Vi sarà pertanto un amore per il padre, un altro per i fratelli, un altro ancora pei congiunti: Vi sarà un amore per i Vescovi e Sacerdoti, che ci diedero la vita della giazia, e un altro pei sempliT ci fedeli. Tutti gli uomini devono essere similmen¬te amati in quanto sono nostri simili; ma poichè alcuni hanno speciali motivi di preminenza o sono legati a noi da speciali vincoli di sangue o di società, ecco che all´amore generale, dovuto a tutti, noi aggiungiamo quello richiesto dalla loro speciale qualità» (277):
« Il nostro amore — fa notare S. Agostino — si´ dilata a misura elle si estende dai coniugi ai figli,
dai figli ai congiunti, dai congiunti agli estranei, dagli estranei ai nemici: e per giungere a queste persone è necessario che salga o scenda come per tanti gradini » (278).
S. Tommaso, dopo aver dimostrato che l´or¬dine della carità richiede che Dio sia amato
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più di noi, stessi e più del prossimo, e che dob-biamo amare noi stessi più del prossimo,- insi¬ste su questi punti particolari: 1) Che si de¬ve amare il prossimo più del proprio corpo, poichè la salvezza di un´anima è da antepor¬si ai disagi, alle sofferenze e alla morte stes¬sa del corpo; 2) che si devono amare i congiun¬ti più degli estranei, quantunque più- virtuosi, sia. perché la natura stessa ci porta ad amare mag¬giormente i nostri parenti; sia perchè a costoro ci uniscono vincoli effettivamente più stretti; 3) che anche nell´amore ai parenti dobbiamo osservare un certo ordine, poiché tra congiunti, e congiun¬ti i vincoli del sangue sono più o meno stretti, ed è doveroso rispettare questa gerarchia di parente¬la; 4) che si deve amare il padre più che i figli, data la sua posizione di capo della famiglia e la sua responsabilità come rappresentante di Dio nel focolare domestico;. 5) che per questi stessi motivi il padre dev´essere amato più della madre, quan¬tunque in pratica la mamma sia a volte più ama¬ta per altre ragioni, ad esempio per la sua vita sa¬crificata; 6) che i genitori, strumenti di Dio nel Chiamare gli uomini alla vita,´ devono essere amati più della moglie, quantunque anche qui possa dir¬si il contrario per causa dell´unione più inti¬ma, che • rende i consorti come una cosa sola;

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7) che il benefattore è più degno di stima eper¬ciò di affetto che non colui al• quale il benefi¬zio è fatto; benchè in pratica il benefattore sia solito amare di più il beneficato, fino a spogliar¬si dei propri beni e a rinunziare alle próprie comodità pur di favorirlo.. Infine S. Tommaso afferma che l´ordine della carità non cesserà nel regno della gloria, ma sarà perfezionato: lassù prevarrà però il criterio della maggiore o minore prossimità a Dio, causa e centro della nostra carità, non essendovi più campo alle ope¬re di soccorso, proprie di questa terra di prova e d´esilio (279).
princìpi dell´AUgelico Dottore ci dànno la chiave per orientarci in altre. pratiche applica-zioni, avendo riguardo sia alla maggior o minor somiglizinza che il prossimo ha con Dio, sia alla maggior o minor congiunzione che il prossiina ha con noi.
Anche nella vita religiosa il nostro amore al prossimo dev´essere ordinato. Conte in generale de¬vono essere oggetto di più intensa carità il Papa, i Vescovi, i Sacerdoti, che non i semplici fedeli, così i Superiori religiosi, nelle differenti gerarchie, devono amarsi più dei semplici confratelli: e eine-, sto per la loro dignità di rappresentanti di Dio, per le maggiori fatiche sostenute a comune pro
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fitto e per la lóro gravissima responsabilità di • fronte a questa e all´altra vita.
S. Bernardo nello spiegare ai suoi monaci co-me la carità debba essere ordinata, distingue tra carità di azione o .attiva e carità di affetto o affet-tiva. «La prima:— così il Santo — si rivolge di preferenza alle cose inferiori, la seconda invece alle superiori. Non v´è dubbio: che un´anima ben ordinata preferirà sempre l´amar di Dio a quello della creatura e, tra gli stessi uomini, darà la pre¬ferenza ai più perfetti sugli imperfetti, al cielo prima che alla terra, all´eterno prima che al terra- poraneo, all´anima prima che al corpo.
« Avviene però,•riguardo alla carità attiva, che con frequenza, per non dire sempre, si procede in ordine inverso. Tl motiva é evidente: non ba-sta avere in vista la legge della carità, ma bi-sogna -pure tener conto della necessità e urgenza con cui dovrà essere praticata. Se la legge della carità ci ordina di anteporre l´amor di Dio all´a¬more dell´anima nostra e l´amore dell´anima ´a quello del corpo, la necessità della carità ci ordi¬nerà a volte il contrario: E così avverse che non solo dobbiamo occuparci anzitutto e con maggior frequenza del corpo, ma che posponendo quanto riguarda direttamente l´anima nostra, ci vediamo spinti a,dedicare cure più sollecite ai fratelli più
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bisognosi e infermi. Inoltre le esigenze sociali e certe calamità pubbliche ci rendono spiasi più sol¬leciti della, pace sulla -terra che della gloria, nel cielo, le cure temporali non ci permettono quasi di pensare alle cose eterne, e le malattie e gli acciac¬chi del corpo ci occupano in modo tale da impe¬dirci troppe volte di pensare all´anima.
t Nessuno dubita che quando l´uomo prega, parla con Dio. Eppure quante volte proprio la carità ci obbliga a interrompere, nostro malgra-do, questo santo esercizio per dedicarci a coloro che han bisogno della nostra assistenza e del no¬stro consiglio! Quante volte la santa quiete spi¬rituale- dev´essere interrotta per dedicarci al tu¬multo degli affari! Quante volte senza scrupolo di coscienza lasciamo le letture spirituali per de-dicarci a opere manuali! Tutto ciò potrà sembra-re un disordine: ma la necessità non ha legge. D´altronde la carità attiva si attiene all´ordine seguito dal padre di famiglia della parabola. il quale ordinò appunto d´incominciare dagli ulti¬mi » (280).
Anche la vita dei Santi è ricca di massime ed esempi riguardanti l´apparente disordine della carità pratica, paragonata alla carità affettiva. Un giorno Santa Gertrude -voleva dedicarsi alla pre¬ghiera, mentre le si presentava l´occasione di fare
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un´opera di carità. Nostro Signore le disse: Ger¬trude, vuoi che io serva te, oppure tu vuoi servire me? » E Santa Maria Maddalena de´ Pazzi sole¬va appunto dire cosi: Quando sono in .contem¬plazione, Dio aiuta me; quando invece lavoro pel prossimo, sono- io che aiuto Iddio
Proponiamoci adunque di praticare la carità, sia affettiva -che effettiva, secondo l´ordine -voluto da Dio. E a Dio stesso rivolgiamoci con questa invocazione di S. Bernardo: « O divina Sapienza, che ti estendi con fortezza da un´estremità all´al¬tra del mondo nel fare e governare tutto, e che procedi con bontà nell´ordinare é nel rendere de¬gni della beatitudine eterna gli affetti! Dirigi le nostre azioni secondo l´esigenza della nostra tem¬porale necessità e regola i nostri affetti secondo il volere della tua eterna verità. Così ciascuno di noi potrà con sicurezza gloriarsi in te e ripetere con la Sposa del Cantico dei Cantici: Ha messo in ordine nel mio cuore /a carità » (281).
27. Amare il prossimo come noi stessi.
il precetto della carità ci ordina di amare il prossimo come noi stessi.
L´amore verso di noi è adunque, per espresso comando di Dio, il modello secondo cui dobbiamo
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praticare l´amore per il prossimo. Dio non ci ha fatto un espresso comando dì amare noi stessi, ma ce lo ha implicitamente ordinato, presentan¬doci l´amore di noi stessi come regola dell´amor del prossimo. D´altronde chi più prossimo a noi che noi medesimi?
L´amore di noi stessi è innato: l´aspirazione al benessere, alla felicità è impressa nell´anima no¬stra da Dio medesimo. S. Tommaso insegna non essere possibile, strettamente parlando, che uno odii se stesso, perchè ciascuno dalla legge di na¬tura è portato a cercare sempre il proprio bene (282). E poi — al dire dì S. Agostino — l´amore non può nascere in noi se non dall´amore di noi stessi (283): perciò anche l´amore che portiamo a Dio e al prossimo ha origine- di fatto dall´amore di noi médesimi.
Parliamo adunque in primo luogo dell´amore a noi stessi, che dev´essere l´esemplare del nostro amore al prossinio.
§ 1. II vero amore a noi stessi.
€ Se tu ami Dio, = dice S. Agostino, non è
possibile che non ami te stesso: ii dico anzi che solo colui che ama Dio sa amare rettamente se stesso) (284). Infatti — come fa, notare S. Tom
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maso (285) — chi ama Dio, ama tutte le cose che, sono di Dio e piaeciono alla sua divina Maestà. Orbene, siccome tutti apparteniamo al Signore, cosi ciascuno può e deve amare. se stesso comé ´creatura del Signore, destinata a vivere quaggiù nella sua grazia. e a godere lassù´ della sua gloria_
Di conseguenza ciascuno può e deve amare di carità, non soltanto l´anima sua, ma anche il prà¬prio corpo, con il quale si rende omaggio a Dio e si procura la sua gloria. Questo amore racco¬mandava appunto S. Paolo, quando scongiurava i fedeli di. Roma a presentare i. loro corpi come ostia vivente, santa, gradevole a Dio, di modo che le loro membra non fossero -più armi d´ingiustizia esibite- al peccato, ma armi di giustizia offerte a Dio (286).
Va da sè che non si deve amare il corpo mac¬chiato • e insozzato dalla colpa, ma il corpo casto, soggetto all´anima, strumento di bene al servizio dello zelo. Si deve insomma giungere all´alta mè- - ta indicata dallo stesso Apostolo, quando scrisse che i cristiani devono portare la mortificazione di Gesù nei loro corpi; affinchè anche in questi si ma¬nifesti e risplenda la vita di Gesù Cristo (287).
Il vero, sano e regolato amore di noi stessi, che deve servirci di norma nell´amare il prossimo, è tutt´altro che l´amor proprio comunemente inteso,
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il quale è il più grande nemico della nostra san-tificazione. Anche di quesfultimo dobbiamo dire una parola.
S. Tommaso spiega come noi possiamo sba-gliarci nel cercare il nostro bene e ´h-lire con pro-cacciarci un vero male. Ciò avviene soprattutto quando, offuscati dalla passione, invece di badare al bene dell´anima, ci lasciamo trascinare dagli allettamenti del corpo. In questo .senso, chi ama l´iniquità è un vero nemico dell´anima sua (288). Pecca colui che si attacca diSordinatamente alle cose. terrene e distoglie il cuore dall´amar di Dio: e tale disordinato amore alle cose temporali pro¬cede appunto dal fatto che noi amiamo disordina¬tamente noi stessi, volendo procurarci quello che giudichiamo essere per noi un bene, mentre in realtà è un male. É evidente perciò che il disor¬dinato amore di noi stessi è -causa di ogni pec¬cato (289).
« La prima sventura e perdizione dell´uomo -dice S. Agostino — fu proprio il disordinato amo-re di sè. Certamente se egli avesse rivolto a Dio il suo amore, sarebbe rimasto di buon grado sot-tomesso al Signore e non avrebbe mai osato an-teporre la propria volontà a quella eli Dio. Impa-ra — ammonisce il Santo — ad amare te stesso non amando te stesso » (290).
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E commentando la frase del divin Maestro: Chi ama la propria vita la perderà, e chi odia la pro¬pria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna (291), lo stesso santo Dottore esclama:
Oh sentenza veramente grande e mirabile! ´Ecco un amore che conduce alla perdizione e un odio ché mena alla salvezza. Se ami te stesso di falso amore, è_ Io stesso che odiarti; ma se´ ti odii san¬tamente, allora ti arai. Sono adunque ben fortunati coloro che odiandosi a questo modo si salvano, e così si odiano per non perdersi amandosi di falso amore » (292).
Sventuratamente questo linguaggio non è com-preso da molte persone del secolo, le quali non sanno immaginare come mai l´uomo possa rinun-ziare alle gioie e alla felicità della vita presente solo per procacciarsi i beni imperituri della vita _ avvenire. Anzi, non pochi ritengono come infelici e nemici di se stessi quei cristiani e sacerdoti e reL ligiosi che, in vista della vita futura, si danno´ a una vita raccolta, morigerata, divola, a una vita di mortificazione e- penitenza.
notevole a questo proposito quanto leggiamo nella vita di S. Bernardo. Alcuni &Stinti perso¬naggi del gran mondo si erano recati a visitare. il santo Abbate per esaminare la vita che condu¬ceva con i monaci. Ne rimasero scandalizzati. e
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atterriti. Quali vesti. grossolane, quali austerità! E poi silenzio quasi, perpetuo,. preghiere intermi¬nabili, e un pane cosi cattivo, quale essi non
avrebbero dato neppure ai loro cani clg caccia. E
non tralasciarono di esprimere la loro meraviglia al Santo, quasi rimproverandolo perché egli e i suoi religiosi nutrissero tanto odio per il proprio corpo. Ma il. santo Abbaia rispose da pari suo: « Noni miei monaci odiano il loro corpo, ma voi odiate voi stessi, perchè pur di concedere al vostro corpo passeggeri diletti sensuali, lo condannate a eterni tormenti. I monaci amano di vero amore il loro corpo perché, affliggendolo per breve tempo durante questa vita, gli procacciano un riposo e una gioia che non avrà più fine ».
Le parole di S. Bernardo ci richiamano alla mente un episodio della vita del nostro santo Fon¬datore. Un´ottima signora di Torino conduceva spesso da lui, ancor giovane sacerdote, i propri figliuoli, affinché ne ascoltassero le parole e ne seguissero i consigli. A Don Bosco però rincresceva che le fanciulle, segnando la moda, si presentassero con poca modestia; ma, delicato e prudente, at¬tendeva il momento opportuno per fare una corre¬zione e dare un avviso che. non avesse l´aria di acerbo rimprovero. Un giorno tutta quella famiglia era venuta a conversare con lui. Egli parlava e

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aveva davanti una di quelle figliuoline, Che a boc-: ca aperta stava ad ascoltarlo. A un. tratto, Don Bo¬sco le rivolge il discorso dicendo: ´— Vorrei che tu mi dessi una spiegazione. — Si, mi domandi — ri¬spose l´altra tutta contenta. —Dimmi, perché di¬sprezzi così le tue braccia? — Io non le disprezzo. —. Eppure mi sembra che sia così. — Oh, tut¬t´altro, entrò a dire la madre; se sapesse, debbo sgridarla, continuamente per la sua vanità: non ha mai finito di lavarle, e quando le sembra di esse¬re al punto, allora le profuma con´ acque odorose.
— Eppure ti dico, continuò Don Bosco rivolto alla piccolina, che -tu diSprezzin le tue braccia. — E perché? in qual raodd? — Perché quando morrai, io voglio pregare che tu vada in Paradiso; ma è certo che queste tue braccia saranno gettate a bruciare nel fuoco. E questo non è disprezzarle?
— Ma io non faccio nulla di male; io all´inferno non voglio andarci. — Eppure bisogna aver pa-zienza, la cosa è così: almeno in purgatorio, e chissà quanto tempo. — Le sorelle maggiori capi-rono che l´avviso era più,per loro che non per la piccina; anzi, avendo una di, esse deplorato di avere scoperto anche il collo, Don Bosco aggiunse: — Ebbene, le fiamme dalle braccia saliranno al
collo e lo cingeranno tutto. Si trattava di una
famiglia religiosa: la madre ´ringraziò Don Bosco
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del caritatevole avvertimento e promise di met¬tere rimedio (293).
Anehe Don Bosco ci avverte dunque che le so-verchie cure della propria persona e l´accarezzare il proprio corpo non è volergli bene ma odiarlo, disprezzarlo e preparargli castighi per l´altra vita: è segno invece di verace amore a noi stessi tenere a freno i sensi e mortificare le passioni´ in confor-mità agli insegnamenti del Vangelo. « Quelle cose che rallegrano e sollevano il corpo — diceva ai Suoi cari figliuoli dell´Oratorio — debbono avere tutte per fine di renderlo più facilmente sottomesso allo spirito, perchè possa servire meglio alla glo¬ria del Signore, e perchè non avvenga mai che il corpo prenda sopravvento sull´anima » (294).
Sentimenti di questo genere sono sparsi in lar¬ghissima copia nelle parlate di Don Bosco, nelle sue conferenze, nei suoi scritti. Nel maggio del 1861, rivolto ai suoi Salesiani, diceva che noi non abbiamo a contentarci di una carità ordina-ria e comune, ma che dobbiamo praticarne un´al-tra più perfetta, ispirata a quella di Gesù Cristo. 11 buon Padre soggiungeva però che, prima di praticare la carità con gli altri, la dobbiamo Tra-ticare con noi stessi, perchè essendo la carità che abbiamo versa di noi regola e modello di quella che dobbiamo usare con gli altri, se noi avremo
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grande carità con noi, l´avremo pure grande con il prossimo. Per questo il nostro santo Fondatore raccomandava specialmente di domare le pas-sioni e vincere l´amor proprio, vale a dire il falso amore di noi stessi, superando qualsiasi ripu-gnanza nella pratica dell´umiltà,
della mortificazione: e tutto ciò per amore di Nostro Signor Gesù Cristo e anche per meritarci il premio eterno (295).
Chi ama rettamente se stesso, amerà retta-mente anche il prossimo. Preghiamo adunque il Signore che c´insegni ad amare noi: stessi con
pu-rità d´intenzione e generosità di opere, di ri-nunzie, di sacrifizi, affirichè anche il nostro amore. al Prossimo sia retto e santo.
§ 2. I1 vero amore del prossimo.
San Tommaso, parlando dell´amor del prossimo, • .fa un sottile ma necessario rilievo, ed è che ci si comanda di amare il prossimo come noi stessi, non già quanto noi stessi (296). Se ci si ordinasse • di amare i nostri simili quanta noi stessi, dovrem¬mo amarli tutti ugualmente; il che non sarebbe giusto, perchè come abbiamo -visto, la carità dev´essere proporzionata alla bontà maggiore o
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Minore del prossimo, come pure ai vincoli più o meno stretti che a noi lo uniscono..
È vero, noi dobbiamo voler bene a tutti, ral¬legrarci del bene di tutti, sentir pena del male di tutti e a tutti desiderare la felicità eterna_ e tutto questo per amor di Dio. Ma ciò non significa che dobbiamo amare tutti egualmente, poichè
del prossimo è una virtù e, come tale, dev´essere de-bitamente ordinata nella sua intensità ed efficacia.
Non dunque uguaglianza, ma somiglianza di amore à noi e al prossimo; e somiglianza riguardo aí tre punti indicati dallo stesso San Tommaso: il nostro amore al prossimo deve avere lo stes¬so firté, lo stesso oggetto e lo stesso principio che anima l´amore che portiamo a noi stessi: entrambi questi amori devono essere santi nel fine, giusti nell´oggetto, sinceri e cordiali nel loro principio.
1) Somiglianza nel fine. L´amore che portiamo a noi stessi non sarebbe soprannaturale, cioè vero e santo amore di carità, se non avesse per fine l´a¬mor di Dio. Perciò, volendo noi amare veramente il prossimo come noi stessi, dobbiamo procurare che esso pure arai Iddio. Sarebbe invero assai meschino il nostro amore pei prossimi, se .ci, con¬tentassimo di desiderare e procurar loro dei be¬ni temporali é perituri, disinteressandoci della loro felicità eterna. Ecco ciò che dice in pro
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posito S. Agostino: Tu devi diportarti con tuo prossimo come con te stesso e far di tatto per¬ché esso pure ami il Signore con amore perfetto. Non potrai perciò affermare di amar il prossimo come te stesso, se non ti adoperi di attirarlo e avviarlo a quello stesso bene, al quale tu aspi¬ri» (297). Non deve perciò succedere, per esem¬pio, che un religioso si preoccupi talmente del come vanno gli affari temperali della sua fami¬glia da perdere la serenità e la pace del cuore, e poi trascuri quanto riguarda il bene spirituale dei parenti e dei congiunti. Come edifica invece il religioso, quando moltiplica le preghiere e le prudenti esortazioni, affinchè i propri cari amino di più il Signore, ne osservino la santa legge, fre-quentino i Sacramenti, vi-vano in pace e concor¬dia, e sappiano rassegnarsi al divino volere nelle prove e tribolazioni! In quest´ultimo Caso l´amore ai parenti ha lo stesso fine dell´amore che por¬tiamo a noi stessi, ed entrambi questi amori sono santificati dal fine dell´amor di Dio.
2) Amore di somiglianza quanto all´oggetto. Questa seconda considerazione chiarisce meglio la precedente. La carità verso ´iI prossimo esige che noi deSideriamo agli altri, come già a noi stessi, solo quanto è conforme alla divina legge: di -modo che anche il prossimo eviti l´offesa di
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Dio e trovi pace e gioia nel divino servizio e nel
- l´osservanza dei divini precetti. I buoni cristiani, e più ancora i religiosi, amano se stessi col tene¬re a freno le proprie passioni, col moltiplicare le preghiere e le buone opere, col mantenersi retti, buoni, virtuosi. Ora, se amiamo i ´nostri prossimi come noi stessi, dobbiamo volere e procurare che anch´essi siano onesti, camminino di virtù in vir-tù e glorifichino il Signore nelle loro opere. Possia¬mo desiderar loro anche beni temporali, alla con¬dizione però che non siano di nocumento alle ani¬me loro, alle quali soprattutto dev´essere rivolta la nostra carità.
3) Amore di somiglianza riguardo al principio. Perché il nostro amore al prossim6 sia vero e ret-to, deve nascere da un cuore sincero, cordiale, di¬sinteressato. L´amore che portiamo a noi stessi è sincero senza dubbio: noi almeno crediamo sem¬pre di fare il nostro interesse, perchè non desi¬deriamo a noi stessi se non ciò che, a nostro giu¬dizio, è un bene. Soltanto quando ci lasciamo do¬minare dalla passione, commettiamo lo sproposito di correre dietrò a beni fallaci, da noi stoltamente considerati come veri. Ora, trattandosi del no-, stro prossimo, dobbiamo evitare di amarlo con amore fallace e stolto, perchè ciò sarebbe con trario al suo vero bene.
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Da questa triplice somiglianza deriva all´amor nostro per il prossimo anche quella, che è ritenuta pure dai mondani la più bella caratteristica del¬l´affezione e amicizia, cioè la sincerità.
Le amicizie del mondo raramente sono del tut¬to sincere: molte volte i discorsi, le proteste d´af¬fezione sono contrarie ai sentimenti del cuore. Si abbonda in cortesie, in complimenti, in offerte di servizi e premure; si hanno tutti´ i riguardi per non venir meno alle regole della civiltà e della buona educazione: ma ordinariamente si è mossi all´interno dalla speranza di qualche bene o dal timore di qUalche danno. Tali amicizie mondane a volte sono la negazione della vera carità: ne sono quasi la maschera e la finzione. Lo ha detto lo Spirito Santo: C´è l´amico ch´è amico solo di nome (298).
Agli occhi di Dio, che legge nel segreto del cuore, non sarebbero manifestazioni di carità e non avrebbero merito quelle- opere, che noi com¬piessimo con intenzione storta, per vanità e su¬perbia: peggio poi, se per basse passioni ed egoi¬stico tornaconto.
S. Agostino porta a questo proposito un esem¬pio semplice, ma convincente. ´t Se fai elemosina a un povero, mosso da vera compassione per lui, — dice il Santo, — il povero resta beneficato e
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nutrito. Così pure, se gli facessi la carità per
vanità o superbia, egli sarebbe -ugrialmente soc-corso e sfaniato. Ma, mentre nel primo caso la tua
carità è sincera, nel secondo non sarebbe che un egoistico amore di te stesso. In quest´ultimo caso la tua azione procederebbe da un principio di-fettoso, e l´opera soccorritrice, che di per s´è è buona ed è pur sempre vantaggiosa al prossimo, . diverrebbe per te occasione di colpa (299).
Può avvenire purtroppo, anche tra persone consacrate a Dio, che certe opere di carità, che
tali appariscono agli occhi degli uomini, risul¬tino invece peccaminose o almeno prive di merito davanti a Dio, perché non rette e non sincere nel loro principio.
Vigiliamo adunque, affinch.è non s´infiltri nel nostro operare l´occulto sentimento di vanità, la
voglia di emergere, di fax parlare di noi, di met-terci in vista: e adoperiamoci che l´amor nostro verso il prossimo, come l´amore a noi stessi, sia tutto e sempre pervaso di amor di Dio.
· § 3. Non trascurare noi sfessi.
Per noi,´ che tendiamo alla vita principalmen¬te attiva, c´è pericolo che un malinteso amore al. , prossimo rechi nocumento all´amore che abbia
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tao il dovere di portare anzitutto a noi stessi_ notevolea questo riguardo una esortazione di S. Bernardo al Beato Pontefice Eugenio
.11 santo patriarca temeva che il suo discepolo, ele¬vato al sommo pontificato e oppresso da mille sol¬lecitudini per il bene delle anime, dimenticasse il suo primo dovere, che è quello di cui parla l´Ec¬clesiastico: s Abbi pietà dell´anima tua, renden¬doti accetto a Dio ;Y. Perciò gli scriveva: « Se tu vuoi essere tutto di tutti,così come S. Paolo si fece ogni cosa a tutti perché tutti fossero salvi• (300), io non avrò che parole di ammirazione e lode per questa tua carità: desidero però che essa sia completa e totale. Ora, come potrà essere to¬tale, se escludi te stesso? Anche tu sei uomo. La tua carità per essere integra e piena deve ri¬cevere, in quello stesso seno che accoglie tutti, anche te. Infatti ché ti gioverebbe salvare tutti,, se poi perdessi proprio te solo? Se pertanto tutti hanno la gioia di. possederti attraverso le manife¬stazioni della tua carità, sii anche tu fra coloro che ti posseggono. Perché proprio tu solo dovrai essere defraudato della tua carità? E fino a quan¬do vorrai essere come un soffio che va e non tor¬na .(301)? Fino a quando, mentre apri le braccia per accogliere tutti, non accoglierai te stesso? L stolto e il sapiente, la schiavo e l´uomo libero, il
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ricco e il povera, l´uomo e la donna, l´anziano e l´adolescente, l´ecclesiastico e il laico; il giusto e iI peccatore, tutti insomma senza eccezione, tutti giungono al tuo cuore paterno come a una fontana pubblica per dissetarsi; e tu solo te ne starai da¬vanti a essa arso e sitibondo? Ah no! Bevi.; bevi an¬che tu alle acque della tua fonte. D´altronde chi è cattivo verso di sè, con chi sarà egli buono? » (502).
Il nostro santo Fondatore aveva costantemente davanti agli occhi la salvezza dell´anima sua. Una volta rispose al segretario, che lo compativa per tante. fatiche. e sudori a vantaggio dei suoi
« Tutto per salvare questa povera anima mia... Per salvare questa povera anima nostra bisogna essere disposti a tutto » (303). A chi gli dimostrò ammirazione pei tanti affari che aveva tra mano, rispose umilmente: « Temo di scordare la cosa più importante di tutte, la ´sola necessaria, la salvezza della mia anima » (304) E a una signora, che, chiedendogli la benedizione, esclamava: — O mio Dio, mi par di vedere Nostro Signore! — disse con le lacrime agli occhi: 4: Preghi per me e per la povera anima mia » (305). Nessuna meraviglia, pertanto, se anche ai suoi figliuoli e collaboratori inculcasse di pensare anzitutto alla salvezza delL l´anima propria. Un giorno un aspirante al sacer-dozio gli domandava che cosa avrebbe potuto fare
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per recargli maggior piacere, e. Don Bosco rispo¬se: « Aiutami a salvare molte anime e prima la tua ». E più volte ripetè queste parole stesse ad al¬tri chierici che rinnovavano così affettuosa doman¬da (306). A un alunno chierico poi egli scriveva: « Avrei bisogno di farti cacciatore di anime, ma pel timore che tu rimanga da altri cacciato, ti ; propongO ,soltanto di farti modello ai timi com-pagni nel bene Operare. Peraltro sarà sempre per te una fortuna grande, quando potrai promuovere qualche´ bene o impedire qualche male tra i tuoi compagni » (307).
Quale sventura per noi, religiosi e sacerdoti, se a causa di ciò che S. Bernardo chiama «svisce-ramento spirituale », venissimo a cadere man ma¬no nella tiepidezza con grave scapito del nostro primo dovere, quello cioè di vivere santamente e di tendere alla perfezione! A che pro sacrificarci, forse in un lavoro di nostro capriccio o in un apo¬stolato non autorizzato dall´ubbidienza, per espor¬ci al pericolo di far del male, oltrechè a noi stes¬si, anche ai nostri fratelli?
Nessuno può dare ciò che non possiede, e noi non recheremo giovamento al prossimo, se il no-stro spirito difetta di ciò che deve dare. Uno dei benefici più grandi che, noi possiamo largire al prossimo è quello del buon esempio, mediante una
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vita profondamente cristiana e religiosa. Ora ciò suppone da parte nostra una costante vigilanza e un generoso impegno per volere sopra ogni altra cosa il nostro bene spirituale: solo così ameremo santamente noi stessi e´ solo così l´amore a noi medesimi potrà essere regola e modello dell´amor
del prossimo, •
28. pericolò dell´invidia.
Siccome dobbiamo amare il prossimo come noi stessi, così é inevitabile che nasca una specie di confronto fra noi e i nostri fratelli, fra i beni che abbiamo noi e quelli che arricchiscono gli altri nel corpo e nello spirito. Ed ecco sorgere il pe¬ricolo dell´invidia, che S. Giovanni Damasceno de¬finisce « la tristezza dei beni altrui » (508).
-Veramente — come fa osservare in proposito
S. Tommaso oggetto della tristezza è il male
proprio. Ma può capitare che stimiamo sia un male per noi il bene altrui, ed è così che noi ci rattristiamo per il bene del prossimo. Anzitutto la nostra tristezza può essere causata dal fatto che viene esaltato al potere un nemico nostro, il quale ci può nuocere dal suo posto di comando: questa però non è invidia, ma timore, ed è esente da peccato. Altre volte siamo tristi, perchè non ab
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diamo noi. un bene posseduto da un altro: e tale tristezza può essere buona, se, non il bene altrui,
ma piuttosto la privazione nostra ci affligge e sti-mola a raggiungere quello di cui siamo sprovvi¬sti. In terzo lubgo si può provare tristezza nel ve¬dere esaltati e arricchiti i malvagi durante la loro vita terrena, e ciò è proibito da Dio, il quale dice a ciascuno di noi per bocca del Salmista: Non ti sdegnare contro i malvagi, né t´ingelosire di quei che fanno il male, perchè seccano prestamente co¬me il fieno, e come verdi erbe tosto appassiséono (309). Infine vi è la tristezza di colui che, nel suo cuore gretto e meschino, concepisce il bene´altrui come una diminuzione del proprio bene e della propria eccellenza, e si rattrista pérchè altri ha raggiunto, per esempio, una carica o dignità di cui egli è privo, e se ne duole e rode come se quel bene, quella carica o dignità fosse di nocu¬mento al proprio benessere o facesse ombra .alla propria gloria. Quest´ultima è la tristezza che cal ratterizza il brutto vizio dell´invidia, poiché ci fa vedere di mal occhio quello di che dovremmo ral¬legrarci, vale a dire il bene del nostro prossi¬mo (310).
Purtroppo l´invidia è un peccato molto antico: • ci dice infatti la Sapienza, che, per invidia del diavolo, entrò la morte nel mondo (311). Lucifero

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non poteva tollerare di essere inferiore a Dio e si ribellò .all´Altissimo. Precipitato nell´inferno, si rodeva d´invidia per timore che l´uomo diventasse a IO superiore e raggiungesse quel bene ch´egli aveva perduto: e non ristette, finché non ebbe tra¬-scinato al male e alla morte i nostri progenitori. Ecco il motivo per cui i Padri e Dottori della Chiesa dicono che non solo la superbia, ma an¬che l´invidia .è un vizio veramente satanico, cioè proprio del demonio.
Basterebbe tale affermazione per farci capire quale perversa natura sia quella dell´invidia e quanta malignità essa racchiuda. La Sacra Scrit-tura chiama l´invidia tarlo delle ossa (312)). S. Ci-priano si sente incapace di esprimere quale tri¬sta tignola dell´anima, quale tabe della mente, quale verme roditore sia l´invidia: e la definisce come radice di ogni male, fonte di contese, se¬menzaio di delitti, congerie di colpe (313).
« — dice un insigne oratore è la
più vile, la più odiosa, la più screditata delle pas-sioni: purtroppo però è forse la più comune, e tale che poche anime ne sono monde, Gli uomini si piccano di delicatezza, ma d´altra parte l´amor proprio li gonfia talmente, che, anche nella più piccola contraddizione, scoprono subito il tenta¬tivo di im attentato contro la loro dignità e feli
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cità: la menoma scalfittura li sconvolge e imbron-cia. Ma il peggio si è che siamo tanto teneri di noi stessi da tenerci offesi anche quando altri non ebbe neppure il pensiero di urtarci: stridiamo co¬me feriti, quando non ci hanno nemmeno sfiorati. Un tale accresce lecitamente la sua fortuna, ed ecco subito chi -se ne adombra e freme. La virtù di un altro ci aduggia e rende tristi. La fama di un terzo ci toglie il sonno. Gli scribi e i farisei non potevano soffrire Gesù Cristo, nè la purezza della sua dottrina; nè la semplicità della sua vita e del¬la sua condotta, perché rimprovero tacito ma po¬tente contro l´ipocrita loro invidia .e il sordido loro orgoglio) (314).
Questo viziò odioso e. diabolico è più perni¬cioso degli altri perché, sotto il manto ipocrita di un falso zelo, attacca la virtù ricoprendola di dif¬fidenza, dileggi, disprezzi: è veramente indice di cuore malvagio e denota assenza di spirito cri¬stiano e umano.
È un -vizio che meno di ogni altro ammette scuse o attenuanti. Il collerico adduce come pre
testo il suo carattere pronto e vivace; l´avaro fa
appello al senso di previdenza per non mancare poi del necessario; l´ambizioso si fa forte dei suoi
natali e della posizione che crede gli sia dovuta; lo stesso sensuale si fa scudo della violenza delle
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passioni, cui non può resistere la, sua debolezza: Soltanto l´invidioso non può addurre scuse: egli opera malvagiamente spinto solo dalla perversità e bassezza del suo cuore, ed è tanto vile da non poter vedere virtù e meriti in nessun altro. Quel¬le cose stesse che dovrebbero estinguere il fuoco della sua passione, come ad esempio la virtù, la santità, l´abilità, il bene, i frutti di apostolato e simili, sono per lui altrettanti incentivi per ali¬mentare le sue basse* tendenze.
Ma perchè l´invidioso si turba e contrista? For-séciaè colui del quale invidia la virtù e i successi gli ha fatto del viale? No. Perché io ha danneg¬giato o ingiuriato? Neppure. Forsechè i talenti di cui vorrebbe veder spogliata quella persona pas-serebbero a lui? In nessun modo. Frantumando la fama del suo fratello, potrà almeno l´invidiosO spe-rare che ne• venga lustro alla propria? Neppure. Ma adunque perché si rode del bene altrui? Uni-camente per la malvagità della sua tristissima passione.
L´invidioso generalmente non rivolge i suoi ve-lenosi attacchi contro i peccatori, i libertini, gli scandalosi, ma contro persone che d´ordinario cc-, cellono per onestà, virtù, capacità; meriti, succes-si; a volte contro persone conoscenti, amiche, del¬la stessa professione, della stessa parentela e,
ri
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pugna il dirlo, anche contro gli stessi benefatto¬ri. Con brama satanica l´invidioso giunge all´ec¬cesso di desiderare che le persone ferventi, sia¬no meno virtuose, che i predicatori, i missionari, gli apostoli non ottengano frutti cotanto copiasi per la gloria di Dio e la. salvezza delle anime.
Mio Dio, quale aberrazione! quale cecità! An¬che l´invidioso ripete le parole dei farisei, che perseguitavano a morte il Redentore rammarican-dosi e dicendo: Ecco, tutti se.ne panno a lui (515). S. Paolo invece godeva di veder predicato il Van¬gelo anche da altri, benchè malevoli verso di se stesso (316). Mosè,,non solo non era geloso che Eldad e IVIedacl avessero anche loro spirito pro¬feticii, ma aggiungeva: Dio volesse che tutto il popolo profetasse e il Signore gli comunicasse il suo spirito! (317.).
S. Tommaso classifica l´invidia trai peccati più-gravi, perché direttamente contraria alla ca¬rità versa il prossimo. S. Paolo poi colloca
_dia tra quei peccati, per cui non si può giungere al possesso del regno dei cieli (318).
In verità non si sa concepire morbo più per-nicioso e pestilenziale; poiché l´invidia non è solo avversa e ostile ai beni che Dio effonde sugli uo-mini, ma financo allo stesso Iddio. tssa si rode di rabbia per i .doni da Lui concessi all´uomo e, non
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potendo nuocere a Dio, tende insidie e tratta di recare nocumento all´uomo (519).
Questo serpe infernale è poi tanto più da te¬mere in quanto che si annida e nasconde dap¬pertutto. Avvelena la pace del focolare domestico e sconvolge i più saggi ordinamenti delle società civili, ove accende dissensioni, odii e guerre. Chi può credersi al sicuro dagli attacchi di questo mo¬stro, .quando si vede l´invidia spingere i figli di Giacobbe a vendere schiavo il loro fratello Giu¬seppe? indurre Aronne e Maria, benchè eletti del Signore, a prendere posizione contro il loro fra¬tello Mosè? quando si vedono rivalità e gelosie tra gli stessi discepoli del divin Salvatore, che si contendevano il primato? Che cosa possiamo aspettarci dagli uomini e da noi medesimi, tanto inferiori in santità a quegli illustri personaggi?
La sottile malizia di questo vizio abominevole sa insinuarsi con arte diabolica perfino nei luoghi più sacri, schizzando il suo veleno contro le stesse membra del Corpo Mistico di Gesù Cristo, turban-do menti e cuori, paralizzando le opere di Dio, affievolendo Ia pietà e cospargendo di fango la Chiesa nostra Madre. Il Crisostomo paragona la comunità dei fedeli a una fattoria ben ordinata, ove tutti gli agricoltori accorrono mattinieri e pre-murosi al lavoro: uno apre i solchi, l´altro pian-
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ta, un terzo sarchia attorno alle radici, un quarr to innaffia, altri difendono il seminato e le pian-tagioni, altri ancora hanno cura del bestiame: -tut¬ti sono impegnati nella massima cura delle semi¬ne e del frutteto. Ma, se vi entra un invidioso, questi si darà subito attorno per sradicare e di-struggere quanto gli altri si saranno affannati, a piantare (320).
Sarebbe questo il triste quadro anche di quel¬la comunità religiosa, nella quale sventuratamen¬te riuscisse ad annidarsi un soggetto che si lascia dominare dall´invidia. Generalmente s´incomincia dal poco, magari da un frizzo satirico: poi non si vedrà di buon occhio che un confratello sia sti-mato, lodato, innalzato. Ai sorrisi maliziosi fanno seguito man mane i motteggi, le frasi mordaci, le interpretazioni maligne: si schizza insomma il satanico veleno dell´invidia. Si può persino giun-gere al punto di spiare e controllare il confratello con la perversa intenzione di scoprirne, e divul-garne eventuali difetti per sminuirne la stima e danneggiarne il buon nome. A volte taluno può lasciarsi dominare siffaitamente dal brutto vizio da non saper tollerare che in sua presenza si parli bene di quel confratello: non v´è più soltanto il silenzio iroso o la frase reticente, ma il biasimo aperto e sfacciato che, mentre intacca e insozza
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doti e virtù, turba la pace della vita religiosa.
La frenesia di certi poveri illusi può giungere fino al punto di credere e quasi volere che Dio sia glorificato solo da loro, come se le anime doves-sero:essere salvate Unicamente attraverso il loro laVciro e zelo. Non v´è nulla di bello, se non ciò che essi dicono; nulla di buono, se non ciò che essi fanno; nulla di interessante e da prendersi in con.- siderazione, se non le loro iniziative e proposte. Ciò che non sia uscito dal loro cervello, ciò che non porti la loro marca di fabbrica, non vale nul¬la. Ah, quanto sarebbe mai triste una simile con¬dizione! Voglia il cielo che tali miserie non ab¬biano mai a contaminare le nostre comunità! Re¬sistiamo perciò energicamente alle prime e più piccole manifestazioni del male,
Purtroppo non è facile correggersi dall´invi¬dia, perchè questo fuoco infernale maggiormente si accende per quello che dovrebbe servire a estin-guerlo. La, superbia è temperata dall´umiltà, l´ira vien placata dalla pazienza: l´invidioso invece si sente più acerbamente contristato proprio dalla virtù e dal bene altrui_ E poichè la divina Bontà. continuerà a effondere le sue benedizioni sugli- uo-mini, l´invidioso in ogni luogo e tempo troverà nei beneficati da Dio motivo di dispetto e di livore, secondo il detto di S. Pier Crisologo: « Quante
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sono le prosperità degli uomini, tanti sono i tor. menti degli invidiosi » (321).
Per parte nostra sforziamoci di accrescere nei nostri cuori la carità e di resistere con forza ai primi impulsi del terribile vizio. S. Bernardo dà a questo proposito un pratico ammonimento. «La carità — diceva ai suoi monaci — deve spingerci a godere di più del grande bene altrui che non del piccolo bene nostro. So tuttavia — soggiungeva il santo. Abate — che quanto vi dico è difficile. Se hen ci esaminiamo, sentiamo, per propria espe-rienza, essere molto rara, la virtù di chi non sol-tanto non si rattrista dell´altrui bontà e merito, ma se ne rallegra fino al punto di provarne sod-disfazione e gioia, anzi, di godere sempre più a misura che si vede superato dagli altri 7 (522).
Leggiamo nel Santo Vangelo che gli stessi di-scepoli del Battista nutrivano gelosia per Gesù e i Suoi Apostoli: non dobbiamo quindi stupirei che anche anime buone e religiose vengano assa¬lite dall´invidia e ne rimangano vittime. Esami-niamoci e stiamo in guardia. Davanti ai successi di qualche confratello, che, giunto magari più tar¬di di noi sul campo del lavoro, ci ha lasciati in-dietro con il suo zelo e le sue doti eccezionali, in-vece di turbarci, affrettiamoci a benedire il Si-, gnore e a pregare perchè scendano ancor più co
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piose le grazie celesti-sul suò apostolato. Sforzia¬moci di imitare i buoni, se il Signore ce ne dà la
forza; e se non riusciamo a calcarne le orme glo
riose, rallegriamoci almeno e godiamo: rendiamoci partecipi e quasi coeredi del loro bene — come
raccomanda S. Cipriano — mediante la comunan¬za della carità e il vincolo della fraternità (323).
Ci aiuterà pure a vincere l´invidia, soprattutto quando ne accertassimo i primi sintomi, l´indu-giarci a considerare la bruttezza di questo vizio e i detti e gli esenipi dei Santi, durante le nostre orazioni, meditazioni, letture e visite.
Se poi il demonio ci suggerisse che non dob¬biamo badare a ciò e che le anime pie difficil¬mente sono vittime degli eccessi sopra accennati, rispondiamogli con S. Francesco di Sales che, quanto più l´uomo è spirituale, tanto più l´invi¬dia diventa fine e insidiosa, camuffandosi ipocri¬tamente per non venire scoperta. Perehè, ad esem-pio, si è così parchi nel riconoscere, nel procla¬mare e lodare il bene compiuto dal nostro prossi¬mo? Non è forse l´invidia che trattiene la nostra lingua? Non sarà forse l´invidia che ci inclina a parole di critica, sotto pretesto.. di un maggior bene da ottenersi? Il nostro santo Patrono rileva che, quando Maria si lagnò con Gesù della ,con¬dotta di Maria, — che, invece di aiutare nelle f ae
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tende di casa se ne stava ad ascoltare Lui´ con gran divozione, — forse non pensava all´imperfe¬zione della sua lagnanza, ma che in realtà questa non era scevra di una punta d´invidia.
Vigiliamo adunque e preghiamo. Se noi pro¬, veremo sempre vera gioia del bene altrui, come se fosse il nostro proprio bene, avremo superato uno dei più insidiosi e formidabili nemici della ca¬rità, qual è l´invidia.
Per riuscire in questa utilissima impresa, che è quella di svolgere sempre meglio il celeste pro¬gramma della carità, proponiamoci di pensar be¬ne di tutti, parlar bene di tutti, far del bene a tat¬ti (324).
29. Pensar bene di tutti.
Pensar bene qui è usar bene della mente a for¬mulare giudizi sul conto del prossimo_
I giudizi che noi foriniamo possono essere giu¬sti, ingiusti, temerari. Sono giusti, se fatti secon¬do le regole della giustizia; ingiusti, se contrari a tali regole; temerari, quando si giudica senza la ..dovuta conoscenza della verità o quando si ha la pretesa di portare iI nostro giudizio su cose oc¬culte, delle quali solo Iddio deve giudicare. San Tommaso dice appunto che si ha giudizio teme_
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rario, -quando qualennO giudica di cose dubbio¬se e non sufficientemente chiare (325).
Difficile; anzi tremenda cosa questa del giudi¬care. Pèrehè anzitutto l´intelligenza, che è la fa¬coltà chiamata a sentenziare, ha riportato dal peccato di origine una duplice ferita, che la in-duce a errare nella ricerca della verità e nella conoscenza: di quanto è lecito od illecito.. Ancor più .difficile per non dire impossibile è poi pe•I netrare nell´animo altrui e scandagliarne le in¬tenzioni. Eppure non si può rettamente giudicare senza una. esatta e totale conoscenza delle cose.
« Iddio solo può giudicare, — diceva S. Ago
stino, perchè Egli solo può leggere nel più re
condito dei cuori ». « Perciò è vizio deplorevole
soggiunge S. Bonaventura — quello di voler giudicare delle intenzioni note a Dio solo ». Nii no ben giudica ciò che ignora. P imprudenza, temerità, è arroganza; è vera pazzia — dicono a coro-i Padri — voler giudicare senza essere guida ti dalla ragione è dalla conoscenza delle cose « Eppure — avverte S. Antonino — quasi non v´ chi sia libero da questo vizio: il sacerdote, il r¬ligioso, il laico, il superiore, il suddito, tutti m sono macchiati, perchè siamo più portati a cen stirare gli altrui difetti che i nostri ».
E chi sei tu —.dice l´Apostolo — che giudic
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d tuo fratello? (326). Chi deve, giudicare è il Si¬gnore. — Gesù Cristo è da Dio costituito giudice dei tini e dei morii (327). Che se poi sei pervaso dalla passione di giudicare, giudica -te stesso: con ciò farai atto di vera umiltà, mentre è da petu¬lante l´arrogarsi il diritto di giudicare gli altri.
Pertanto, quando non siamo chiamati da uno speciale dovere a giudicare, asteniamoci dal far¬lo. Ricordiamo che Dio stesso non ha mandato il Figliuol suo nel mondo per giudicare il mondo, ma perchè il mondo sia salvato per mezzo di Lui (328), e che ciascuno di noi deve ascoltare come rivolte a se stesso le parole dell´Apostolo: Tu sei inescusabile, o uomo, chiunque tu sia che giudichi; poiché in quella che giudichi gli altri, condanni te stesso, giacché tu che giudichi fai le stesse co¬se (329).
È tanto detestabile questo vizio che S. Giovan¬ni Crisostomo lo paragona al vile mestiere di vuo¬tare cloache e di metterne in mostra il luridume. Anzi, S. Gregorio Magno ci avverte esservi in ciò fare tale pericolo, che l´uomo finisce col perdere il bene dell´intelletto, mentre si affanna a giudica¬re ´le altrui miserie.
All´incontro quanto conforta il pensare che, se non giudicheremo nessuno, o se invece di giudi¬care gli altri giudicheremo noi stessi, non saremo
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rario, quando qualcuno giudica di cose dubbio¬se e eon sufficientemente chiare (325).
Difficile, anzi tremenda cosa questa del giudi¬care. Perché anzitutto l´intelligenza, che è la fa¬coltà chiamata à sentenziare, ha riportato dal peccato di ´origine una duplice ferita, che la in¬duce a errare nella ricerca della verità e nella conoscenza di quanto è lecito od illecito.. Ancorpiù .difficile per non dire impossibile è• poi pe¬netrare nell´animo altrui e scandagliarne le in-lenzioni. Eppure non si può rettamente giudicare senza una esatta e totale conoscenza delle cose.
« Iddio solo può giudicare, — diceva´ S. Ago
stino, perchè Egli solo può leggere nel più re
condito dei cuori ». « Perciò è vizio deplorevole
soggiunge S. Bonaventura — quello di voler giudicare delle intenzioni note a Dio solo ». Nin¬no ben giudica ciò che ignora. È imprudenza, è temerità, è arroganza, è vera pazzia — dicano a
coro i Padri voler giudicare senza essere guida
ti dalla ragione e dalla conoscenza delle cose. « Eppure —avverte S. Antonino — quasi non v´è chi sia libera da questo vizio: il sacerdote, il re¬ligióso, il laico, il superiore, il suddito, tutti ne sono macchiati, perchè siamo più portati a cen¬surare gli altrui difetti che i nostri ».
E chi sei tu —.dice l´Apostolo — che giudichi
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il tuo fratello? (326). Chi deve giudicare è il Si- -
gnore. — Gesù Cristo è da Dio costituito giudice dei pini e dei morti (327). Che se poi sei pervaso dalla passione di giudicare, giudica te stesso: con ciò farai atto di vera umiltà, mentre è da peto-
laute rarrogarsi il diritto di giudicare gli altri. •
Pertanto, quando non siamo chiamati da uno
speciale dovere a giudicare, asteniamoci dal far¬lo. Ricordiamo che Dio stesso non ha mandato il
Figliuol suo nel. mondo per giudicare il mondo,
ma perchè il mondo sia salpato per mezzo di Lui (328), e che ciascuno di noi deve ascoltare come
rivolte a se stesso le parole dell´Apostolo: Tu seì inescusabile, o uomo, chiunque tu sia che giudichi; poichè in quella che giudichi gli altri, condanni te stesso, giacchè tu che giudichi fai le stesse co¬se (329).
tanto detestabile questo vizio che S. Giovan¬ni Crisostomo lo paragona al vile mestiere di vuo
tare cloache e di metterne in mostra il luridume. Anzi, S. Gregorio Magno ci avverte esservi in ciò fare tale pericolo, che l´uomo finisce col perdere il bene dell´intelletto, mentre si affanna a giudica¬re le altrui raiSerie.
Alrinconfro quanto conforta il pensare che, se . non giudicheremo nessuno, o se invece di giudi¬care gli altri giudicheremo noi stessi, non saremo
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condannati da Dio! Questa è vera sapienza;
dice S. Bernardo, — questo è lavoro utile che ap¬porta frutti abbondanti di salvezza: esaminare sè
medesimi.- Invece nel giudicare gli altri, oltre a sciupare la fatica, si; erra spesso e si pecca facil¬mente p.
« Oh, quanto dispiacciono a Dio i giudizi te-merari! — scrive il nostro santo Patrono. — I giudizi degli uomini sono temerari, perchè gli no¬, mini non hanno il diritto di farla da giudici gli uni degli altri e, volendo giudicare, usurpano l´uf¬.ficio di Nostro Signore; sono temerari, perchè la malizia principale del peccato sta nell´intenzione del cuore, che è nascondiglio di tenebre per noi; sono temerari, perchè ognuno di noi, non che met¬tersi a giudicare .il suo prossimo, stenta fin trop¬po a giudicare se stesso. Il nostro divin Reden¬tore ha detto: Non giudicate e non sarete giudica¬ti; non condannate e 11072 sarete condannati (330). E S. Paolo aggiunge; Se ci giudicassimo bene da per noi stessi, non saremmo condannati (331). Ma purtroppo si fa tutto il contrario: « Quello che ci è proibito, lo facciamo continuamente, giudicando in ogni occasione il prossinio, e quello che ci è co¬mandato, cioè di giudicare noi stessi, non lo fac¬ciamo mai » (332).
Quando poi è dover nostro giudicare, acciu
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giamoci a farlo con trepidazione, pensando che siamo uómini, facili a errare. Allora. soprattutto dobbiamo avere il coraggio di ripiegarci su noi stessi per metterci dinanzi i molti nostri difetti e l´assenza di tante virtù.
Inoltre ci sia di guida la massima pondera-zione; esaminiamo, studiamo, valutiamo bene le cose: ascoltiamo, come tanto ci raccomanda Don Bosco, le due campane. « corre pazzamente alla morte — avverte S. Bernardo — chi è precipitato nei suoi giudizi ». Ove poi manchino prove o sicuri indizi, non si addivenga a formulare un giu¬dizio di condanna.
Ma ciò che maggiormente deve starci a cuore si è che ogn-i nostro giudizio non vada mai di¬sgiunto dalla carità. S. Francesco di Sales ci esor¬ta a non compiacerci nè comunque rallegrarci del male: vuole all´incontro che abbiamo, paura d´incontrarlo e proviamo gioia allorchè non lo troviamo.
È vero, chi è chiamato a giudicare deve amare la giustizia e attenersi ai suoi dettami: ma Ia giu¬stizia non è asprezza, non è -rigore, non è com¬piacenza del male, nè libidine di vendetta. Essa è soprattutto verità, Ia quale, a sua volta, forma l´aureola più leggiadra della carità.
Se io giudico, dice il Signore,.---L.- è nero il
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mio giudizio (333). Volesse il cielo che anche dei giudizi nostri potesse affermarsi altrettanto! Non avvenga che altri possa dire che giudichiamo av¬ventatamente, dando come certo ciò che è ´incer¬to, come cattivo ciò che è buonó, perchè accecati dalla passione, poco sereni, vittime della preci¬pitazione -e di troppo imperfetta conoscenza delle cose. Per formulare quel retto giudizio (334) in¬culcato da Gesù dobbiamo studiarci di non de¬viare neppure leggermente, di non lasciarci in¬fluenzare, di non permettere nemmeno lontana¬mente qualsiasi accettazione di persone.
Attenti poi alle insinuazioni, paragonate da S. Bernardo, a una. turba di vili che invadono l´atrio della casa. « Non manchi mai — dice il Santo --¬il portinaio vigile, il pensiero cioè della nostra professione ». Siamo religiosi, forse. sacerdoti, .e non sia mai che un servo di Gesù Cristo, un suo discepolo e ministro, dia ricetto, anche solo per breve tempo, nella sua mente, alle perverse insi¬nuazioni.
E ricordiamo pure che profumo della carità è la bontà. Essa esclude quella che il nostro S. Fran¬cesed di SaleS chiaina « amarezza di cuore ». Nel¬la sua Filotea egli ci richiama alla mente il pr6- feta Amos, il quale inveiva contro Israele perchè aveva tramutato il proprio giudizio in assenzio
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(335). Contro il nefasto narcotico dell´orgoglio, del¬l´invidia, dell´ambizione, dell´odio che annebbia e avvelena l´intelligenza e il cuore, in guisa da non lasciar scorgere nelle persone e nelle cose se non il lato peggiore e motivi di biasimo, il nostro san¬to Patrono suggerisce, come contravveleno, ii sa¬cro vino della carità, che, bevuto a larghi sorsi, ci libera da quei germi e da qUegli umori cattivi che ci fanno cadere in tanti giudizi storti.. La carità — continua il Santo — è il gran rimedio per tutti i mali, ma specialmente per questo. Gli oc¬chi degli itterici vedono tutto giallo: il peccato del giudizio temerario è un´itterizia spirituale che fa parer tutto cattivo´ agli occhi di chi ne è colpito » (356), e contro di essa non vi è rimedio più effi¬cace della carità, che purifica gli affetti del cuore e ridà chiarezza all´intelligenza.
Qualcuno potrebbe dire: — Ma quando il male è notorio, come faremo allora a pensar bene di. tutti? — Il Medesimo nostro mite Protettore ce ne addita il modo. Egli vuole ché allora special¬mente si proceda con la massima carità: e alio scopo di renderci più guardinghi insiste perchè badiamo a noi, pensando alle nostre manchevo¬lezze. Se poi in facCia alla realtà non potremo negare il fatto, ne scuseremo almeno l´intenzio¬ne, secondo le ´parole di S. Bernardo: a Pensere
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mio, ad esempio, che la caduta fu casuale, per igno-ranza o per sorpresa, più dovuta a fragilità e a veemenza di tentazione che ad altro » (337). Rife¬risce Mons. Camus che S. Francesco di Sales a chi gli chiedeva come evitare il vizio di giudicare il prossimo suggeriva questa norma eccellente e di sicuro effetto; « Se un´azione può avere cento facce, deve sempre essere considerata quella che è migliore di tutte. Se non. si può affatto scusare un´azione, si può però raddolcirla scusandone l´in¬tenzione: e se neppur questa si può scusare, biso¬gna accusar la violenza della tentazione, o incol¬parne l´ignoranza, o là sorpresa, o l´umana debo¬lezza per procurare almeno di diminuire lo scan¬dalo » (338). Mezzo utilissimo n´ai è riflettere che quanto fece oggi il nostro fratello lo faremo forse noi, e peggio, domani, e, Dio non vaglia, con l´aggravante di non pentircene e di non rialzar¬ci, mentre forse questo stesso seppe o più tardi saprà fare, in modo edificante, colui che noi dura¬mente giudichiamo.
Quanto ne guadagnerebbe la vita di comuni¬tà, se sapessimo pensare di tutti, senza eccezione, can questa nobiltà di sentimenti! Ascoltiamo per¬tanto il consiglio di S. Paolo ai Romani: Non giu¬dichiamoci più gli uni gli, altri (539). Non rubia¬mo questa prerogativa al Signore, il quale lo farà
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a suo tempo. Egli venne a noi come Salvatore e come Giudice, ma di questi uffizi compì solo il primo mentre´ visse tra noi: il secondalo compirà, nello splendore della sua onnipoienza, quando tut¬ti chiamerà al finale giudizio. Come dunque ose¬remo noi giudicare in ogni terapo?´E poi, mentre abbiamo tanti motivi di esaminare e di corregge¬re noi medesimi, pretenderemo giudicare gli altri? Rientriamo pertanto in noi stessi, per vedere qua¬le posto occupi la carità nel nostro cuore. Allor¬chè un granellino di arena ci entra nell´occhio non abbiamo più requie; ed ecco che nella mente e nel cuore rigurgitano tanti pensieri contrari al¬la carità, e viviamo in una falsa tranquillità. Il nemico è nella fortezza dell´anima, e ci culliamo in una incosciente sicurezza. Abbiamo la trave nell´occhio nostro, e non possiamo soffrire la pa¬gliuzza in quello del fratello (340).
Gesù chiese all´adultera: Nessuno ti ha con
dannata? — Nessuno, Signore, ella rispose. —
Ebbene — soggiunse Gesù — neppur io ti. con¬danno (341). E oseremo noi giudicare e condan¬nare il fratello?
Facciamo agli altri ciò che vorremmo fosse fat¬to a noi: pensiamo sempre bene di tutti! E avremo allora quel pensiero e quello sguardo puro, che tutto e tutti vede nella luce di Dio, Carità infi
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vita, e ne attireremo le benedizioni sul nostro apo¬stolato..
30. Parlar bene di tutti.
Il pensar bene di tutti porta come naturale conseguenza il parlar bene di tutti.
La parola infatti venne detta la veste del pen¬siero, del quale è come il segno sensibile. « Se vorrai conoscere il pensiero, l´animo di un uomo, — dice S. Agostino — ascoltane la parola »: tan¬to è intimo e logico il nesso tra questa e quello. S. Bonaventura esprime il medesimo concetto con un bel paragone: « Come le diverse lingue ci fan¬no conoscere la nazionalità degli individui, così la parola ce ne rivela la bontà o la malvagità del
. ». A ragione pertanto la lingua viene con
siderata come la porta della mente: essa infatti ci permette di penetrare nel cuore altrui per scan¬dagliarne ciò che vi è racchiuso.
Dal cuore — diceva Gesù — vengono i cattivi pensieri (342). E ai Farisei: Come potete dire cose buone, mentre siefe malvagi? Perché la bocca par¬la dalla pienezza del cuore (343). Possiamo per¬ciò conchiudere col Crisostomo che la lingua met¬te in chiaro quello che ciascuno è: « Dal nostro interno — continua il Santo — escono le azioni
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buone o cattive, come dal palazzo i messi che manda -l´imperatore. Il pensiero è il germe, il procreatoré dell´azione ».
Ecco un motivo di più per insistere sulla san¬tificazione dei nostri pensieri: se essi. saranno san¬ti, sante pure saranno le nostre parole. r Ricor
date — avverte S. Bernardo che un discorso
vano è indice di una vana coscienza »..
La parola ha per suo naturale strumento la lingua. Questa è chiamata da S. Agostino opera
di Dio; « ma — soggiunge tosto il santo Dotto¬re — di quest´opera buona si fa purtroppo ún uso cattivo ).
Un senso di sgomento ci pervade al leggere ciò che la Sacra Scrittura e i Padri hanno detto del¬la lingua.
Non eccessivi gli elogi. La lingua del saggio vien paragonata alla medicina, quella del pacifico all´albero della vita e quella del giusto all´argento fino (344).
Molte invece le parole roventi, gli anatemi contro di essa. che vien chiamata veleno di aspidi,
spada affilata, scintilla che gran selva incendia,
tizzone che imbratta ogni candore, strumento di
morte, fuoco divoratore, mondo d´iniquità. l´infer
no stesso che si riversa sulla povera umanità (345). Nessuna meraviglia pertanto se, con ´parole al
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trettanto roventi, se ne ´enumerano e condannano i mali.
La lingua senz´osso .frantuma il dosso. .K Essa, — dice S. Pier Damiani. — lecca con l´adulazione, morde con la detrazione, abbatte con la menZO • gnan ci aliena gli amici, moltiplica i nemici, su¬scita risse, semina discordie; come spada letale atterra e trafigge molti con un sol taglio, anzi è più temibile- della spada che trapassa il corpo, poichè dà .1a Morte all´anima s.
· L´apostolo S. .Giacomo, dopo aver detto che chi non Manca nel parlare è un uomo perfetto e può tenere a freno anche tutto quanto il corpo, soggiunge che noi mettiamo il freno in bocca ai cavalli; che ogni specie di bestie, di uccelli, di serpenti e d´altri animali si doma ed è stata do¬mata dall´uomo; ma che la lingua non c´è uomo che possa domarla: è un male che non si può fre¬nare (346). «Essa lega ogni cosa — dice S. Ber¬nardo — e non può essere legata. È più facile impossessarsi di una fortezza che non della lin¬gua: più facilmente si doma il leone che il ser¬mone ».
Da tutto ciò noi dobbiamo dedurre che la lin¬gua, strumento della parola, è di uso difficile e pericoloso oltre ogni dire, e fa d´uopo servirsene con la massima cautela. Per ben abituarsi´ a quc
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sta cautela non c´è mezzo con più insistenza rac¬comandato ed esaltato dai Santi che l´osservanza del silenzio, il quale non consiste nel non parlare mai, ma nel saper tacere e parlare a suo tempo.
Il nostro S. Francesco di Sales chiama il si¬lenzio scuola di perfezione. A Suor Semplicia¬na che ingenuamente gli domandava: — Monsi¬gnore, se foste suora, come fareste per raggiun¬gere più presto la perfezione? — il Santo sorri¬dendo rispondeva: « 1) Praticherei le piccole cose. ´2) Osserverei il silenzio: parlerei solo quando la carità lo esige, e allora parlerei piano, evitando di far rumore con le porte e coi passi. 3) Mi sfor¬zerei di vivere unito a Gesù ».
I fondatori di Ordini religiosi considerano il silenzio come pietra di paragone per distinguere una Comunità osservante da quella ove l´osservan¬za non sia in,fiore, e come mezzo efficace per ri¬stabilirvela. Il nostro S. Giovanni Bosco c´inculca soprattutto il silenzio là dove parla della castità, quasi ad ammonire che quello è lo scudo di questa.
« Fuggi, taci, vivi raccolto » aveva detto l´An¬gelo a S. Arsenio, tracciandogli la via della per¬fezione. Solo quando taceremo noi saremo in grado di udire quello che S. Agostino chiama il sussnr¬ro della voce divina: solo allora impareremo a parlare con Dio, a pregare.
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Ciò ripeteva frequentemente quel grande Mae¬stro di perfezione che fu S. Giovanni della Croce. « Il mezzo più sicuro — egli diceva — per arriva¬re a saper parlare con Dio è quello di parlar poco con gli uomini ».. Il silenzio è una pratica pre¬ziosa, ma purtroppo sconosciuta. Se gli uomini ne conoscessero l´efficacia, le parole uscirebbero dalle loro bocche con la stessa difficoltà che le monete dalla borsa dell´avaro_ Non è forse vero che i peccati di lingua sono quelli che più fre¬quentemente dobbiamo portare ai piedi del con¬fessore? quelli che, ogni sera nell´esame di co¬scienza, ci offrono argomento di rossore e di pena? Dello stesso S. Giovanni della Croce si legge che si vedeva talvolta internarsi nelle gole dei monti e parlare con le rocce, e ne dava la ragione:
Così ho meno materia da dire in confessione che quando parlo cogli uomini :b.
Il nostro santo Patrono diceva graziosamente che « per evitare le mancanze nel parlare dovrem¬mo avere Ia bocca abbottonata, perchè cosi men¬tre la si sbottona si ha il tempo di pensare a ciò che si deve dire S. Giovanni Bosco e il Ser¬vo di Dio Don Michele Rua lasciavano tra i Ri-cordi degli Esercizi Spirituali, non solo i bottoni di S. Francesco di Sales, ma addirittura il luc¬chetto che avrebbe dovuto chiudere le nostre lab
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bra: e non v´è chi non ne riconosca la profonda saggezza.
Il silenzio inoltre è esaltato coi più ampi elo¬gi e dalla Sacra Scrittura e dai Santi. L´uomo sag¬gio tacerà fino al momento buono. Ognuno sia pronto ad ascoltare, lento´ a parlare. Non essere ar)nentato con la bocca. Sian poche le tue parole. Anche lo stolta, se tacerà, sarà creduto saggio, o intelligente, se chiuderà le labbra (à47).
S. Bernardo, commentando tali parole, aggiun¬ge che « è assai più difficile tacere che parlare _)),. e perciò raccomanda di fuggire i parlatori pel pe¬ricolo di venir sedotti da vane parole. Al con¬trario, come dice S. Bonaventura, « il silenzio c´in¬fiamma il cuore di amor di Dio e del prossimo r.
Noi, che come religiosi e sacerdoti siamo stati chiamati all´apostolato delle anime, e che forse avieno, sull´esempio pio del nostro Santo Fondatore, chiesto a Dio l´efficacia della parola, non dimen¬tichiamo che non saPiemo mai parlare fintantochè non avremo imparato a tacere..
Non sempre, infatti, potremo tacere. L´Eccle¬siaste ci ammonisce che c´è tempo di tacere e tem¬po di parlare (348). Orbene, qui appunto si in¬contrano le maggiori difficoltà. Come riuscire¬mo noi a parlar bene?
Non sarà inutile ripetere che il .primo mezzo
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per parlar bene è parlar poco. Lo. Spirito Santo ci avverte che dove molto si ciarla la colpa non mancherà e che le labbra dello stolto la mandano in rovina (349). L´esperienza poi conferma questi ammaestramenti, Chi non sa che i linguacciuti sono i seminatori di discordie, riuscendo talora a seminare la zizzania in mezzo al frumento (350)? Questi disgraziati costituiscono un vero pericolo, sono un fermento terribile nelle comunità religiose.
I Superiori poi sanno per esperienza quanto sia difficile dirigere un ciarlone, che di tutti pre¬tende giudicare e dar su tutto il verdetto del suo insipiente orgoglio. .È cosa provata che general-mente chi più parla meno fa: v´è in questi tali vacuità e infecondità: sono otri vuoti. Con ragione avverte S. Bernardo che r la verbosità è un seme che non dà frutto ». Talvolta si vanno a cercare le cause della sterilità di taluni che, agitandosi scompostamente, sembrano compiere un aposto-lato. Ma come potrà compiere. opera di bene lo stolto incapace di tacere? Come raccoglierà frut¬ti chi non semina che parole inconsulte, genera¬trici di lotte e discordie? No, no: le messi non biondeggiano mai nel camPo del linguacciuto, sul quale non scende la pioggia fecondatrice di Dio nè brilla il sole della divina carità! I manipoli delle opere buone non si custodiscono nelle case

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senza porte e senza finestre: non potrà conservar¬si il calore del divino amore nella fornace sempre aperta. E poi l´Eterna Sapienza ci avverte che nel giorno del giudizio gli uomini dovranno ren¬der conto d´ogni parola oziosa, che avranno deiT ta (351). Ora quale conto non si dovrà render di quelle parole che, non solo non hanno ragione di essere, ma avrebbero tante ragioni di non essere?
Dirà taluno: — Ma dunque, non sarà più le¬cito passare un po´ di tempo in conversazione? Sempre che si tratti di conversazioni condite col sale della carità, nulla vi si oppone. Ma se una conversazione si svolge nella frivolezza, si alimen¬ta di pettegolezzi e degenera facilmente, come troppe volte può avvenire, in maldicenza, allora fa al caso una osservazione di S. Bernardo: « Non avete mai pensato — dice il Santo — a che cosa può servire quell´ora che voi sciupate in vane pa¬role? Essa può servire a far penitenza dei vo¬stri peccati, a ottenerne il perdono, ad acquista¬re grazie, ad accrescere i meriti e la gloria del cielo ».
Non solo, però, con l´eccessivo parlare, ma più ancora col parlar male si vien meno alla carità. Andremmo troppo per le lunghe se c´indugiassi¬mo a passare in rassegna tutti i differenti modi di
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parlar male: limitiamoci a esaminarne i princi¬pali, ossia la maldicenza e la mormorazione.
§ 1. La maldicenza.
Maldicenza è dire male del nostro prossimo in sua assenza, ledendone la buona fama di cui gode presso le persone alle quali si parla. Se l´interes-sato fosse presente, gli faremmo ingiuria o contu-melia, attaccandone addirittura l´onore. Ma, in sua assenza, la maldicenza chiamasi detrazione: si de-trae cioè al prossimo poco o molto della sua buona riputazione, sia direttamente col dire di esso torti non veri, con l´esagerare quelli veri, con lo svelare mancanze occulte, con l´insinuare che il bene fatto fu frutto di cattive intenzioni, sia indirettamente, negando il bene fatto, riferendolo con maligne reticenze o sminuendolo. La calunnia poi aggiun¬ge l´aggravante della menzogna.
Il Crisostomo osserva « non esservi peccato più grave e più facile´ di questo, poiché per commet-terlo non vi è difficoltà di tempo, non si esige pro-roga, non occorre spesa, non ci vuoi preparazio¬ne: solo che si voglia, basta la lingua a dir male del nostro prossimo. Triste condizione la nostra´ Iddio pose sulle nostre labbra unguenti preziosi e noi, a guisa di cadaveri, vomitiamo putredine. Le
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fiere — è sempre il Crisostomo che parla — divo-rano le carogne, ma ciò fanno spinte dalla fame. L´uomo invece, senza che nessuno lo .obblighi o spinga, morde, dilania, divora il fratello ». « Il maldicente non risparmia nessuno — dice S. Ber-nardino: — colpisce l´amico come il nemico, né fa distinzione di parentela o di dignità, di tempo o di luogo ». S. Bernardo fa osservare che « persi¬no i discordi sono concordi nel seminare la discor¬dia, e si affratellano e familiarizzano pur di fare della maldicenza ».
Il maldicente poi, come il serpente, trama e agisce alla macchia, schizza il veleno nel segre¬to. Talora la slealtà del maldicente si maschera di piacevolezza e si ammanta di carità. « Si è trovato
il modo dice il Bourdaloue di far a pezzi e
d´insozzare- il prossimo, non già per odio o per collera, ma per un sentimento di pietà e quasi a glória di Dio ». «.Ma— avverte opportunamente il nostro S. Francesco di Sales — costoro che spar-lano facendo preamboli onorifici o intercalando frasi gentili o motti piccanti sono i maldicenti più sottili e più velenosi di tutti ».
E che dovrà dirsi quando i maldicenti non sia¬no semplici cristiani, ma religiosi´ e sacerdoti? « Quale biasimevole e fatua incongruenza — escla¬ma S. Girolamo illudersi di essersi rinchiusi nel
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chiostro e poi con la lingua divagare sulla fac¬cia della terra! » E non già per salvare, ma per dilaniare le anime!
« Se noi cadiamo nello stesso difetto degli uo-mini del mondo, — dice S. Bernardo, — se noi Ore siamo maldicenti, a che pro tante mortifica-rioni e le penitenze di ogni giorno? Non poteva-forse trovarsi una via più comoda per precipitare nell´Inferno? Ah, io non so --L continua il San¬to — con quale coscienza possa il monaco, pregare Iddio con quella stessa lingua che mentisce, parla male e mormora ». Mio Dio! Con la lingua irro¬rata di fresco del Sangue di Gesù. Cristo si dila¬nia il suo Corpo Mistico! No, no. Grida il Cri¬sostomo: « Chi parla il linguaggio del diavolo, ha la lingua del diavolo ».
Queste gravissime parole dovrebbero riempirei di un salutare spavento. Dio non voglia che nelle Case Salesiane abbia a risonare mai il linguag¬gio di .satana, e che qualche figlio di Don Base--; abbia di satana la lingua maledica! Non avvenga che un giorno Iddio abbia a rivolgere a qualche nostra Comunità le terribili parole, foriere• della maledizione e del castigo, rivolte contro U popolo d´Israele: Sino a q-Uando questo popolo sparlerà di me? (352). Di Lui infatti si sparla nella per¬sona dei suoi figli, dei cristiani redenti col san
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gue del. Figlio di Dio. E d´altra parte non avvenga neppure che qualche confratello, nel suo sconfor¬to, amareggiato dalle maldicenze che lo circon¬dano, debba esclamare; / figliuoli di mia madre (la Congregazione) s´irritarono con me (353).•Spe¬rianao invece che si avverino nel nostro ambiente le parole del Crisologo: « È tale in noi la forza dell´amore, che copre tutto, anche i peccati ». Ar¬da la carità neI cuore dei figli di Don Bosco, do¬nando al loro occhio la celeste purezza che illu¬mina il lato buono delle cose, movendo la loro lin¬gua a intonare l´inno delle parole buone e ad intrecciare le armonie dell´amore.
« Siano le tue parole soavi consiglia appun
to S. Bernardo: — sia la tua risposta umile, sen¬za punta di amarezza o di bieco rimprovero o di derisione_ Quando parli ad altri di, un terzo, im-magina di vedere lui in ascolto presso di te. Nes-suno tenia che, lui assente, tu detrarrai alla sua fama neppure in cosa da poco. È un grande vizio in una persona religiosa dire di un assente quello che non si oserebbe dire, se l´interessato fosse lì a sentire. Tu non ascoltare volentieri quando si sparla del prossimo, ma fuggi il maldicente o, pp. tendo. fallo cessare dalla detrazione » (354).
S. Giovanni Bosco non tralasciava di manife-stare la dolorosa impressione che provava nel
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l´udire certe maldicenze, « ed esortava tuffi a non parlare mai male d´alcuno e canto meno dei membri appartenenti al clero o a qualche ordine• religioso, essendo tale cosa affatto contraria alla carità, e che lascia sempre una .cattivissima im-pressione in chiunque abbia un tantino di cri-terio» (355). Un giorno si trovava a pranzo con Don Rua e parecchi altri invitati presso un par-´rbco di Torino. Uno dei convitati si. permise di parlar male dei Canonici del Duomo, affermando, tra le altre cose, che andavano in coro solamente per i frutti del beneficio e per le distribuzioni. Don Bosco si accorse dell´imbarazzo del Parroco, il quale non osava imporre silenzio a quell´insolente. Per altra parte, essendo come il capo e centro del¬la riunione, si credette in dovere di intervenire e lo fece da pari suo e con una severità che non gli era certamente abituale, tanto era il disgusto che gli recava l´offesa di Dio per mezzo della mormo-razione. Don Rua racconta: « Don Bosco lasciollo . dire alquanto, poi, rivolto a lui, così. Io riprese: — Ma non sa che lei è molto cattivo,? Sarebbe lai capace, ma. con vere prove, di indicarmi uno solo dei canonici che abbia quell´intenzione che lei dice? E posto che ci fosse uno, due e anche, pifi che avessero quel fine, crede lei che con questo non possano averne altro degno di maggior lode?
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Non sa qiiel che dice S. Francesco di SaleS? che ¬se un´azione del nostro prossimo ha cento aspetti, novantanove cattivi e uno solo buono, dobbiamo giudicarla buona da quel solo aspetto buono? 2 (356).
Altra volta Don Bosco si trovava presso una famiglia dove si prese ´a sparlare di un prelato. Egli allora, senza entrare in merito dei fatti e questioni che erano argomento della maldicenza, delicatamente. interrompendo, prese indirettamen¬te le difese del Vescovo, raccontandO vari suoi fatti degni di lode, che dimostravano la sua gran¬de virtù .e carità. A quelle parole nessuno osò più fare osservazioni in contrario. Teneva sempre que¬sta regola quando aveva in casa o a mensa) dei forestieri, i quali si permettevano giudizi sfavo¬revoli sulle autorità ecclesiastiche o su altre per-sone. Egli sapeva far notare qualche- bella quali-´ tà di coloro sui quali cadeva Ia maldicenza, e se gli altri persistevano nell´argomento, allora egli diceva: « Del prossimo o parlar bene o tacere af¬fatto ) (557).
Seguiamo anche in questo i luminosi esempi del nostro santo Fondatore. Qualora poi non ci fosse possibile intervenire direttamente contro il mal¬dicente, potremo sempre mostrare la nostra pena e il nostro disgusto con l´atteggiamento dei volto.
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Il consiglio, più che dagli uomini, viene dallo Spirito Santo: Come il vento di tramontana sgo¬mina la pioggia, così una faccia severa fa tace.: re la lingua maledica. — Con la tristezza del vol¬to si migliora il cuor del colpevole (358).
§ .2. La mormorazione.

Mentre il maldicente si propone di diminuire e togliere la fama altrui, il mormoratore fa di peg¬gió: semina la discordia, mette male e stronca l´amicizia tra il prossimo. Per questo motivo la mormorazione è peccato più grave della detrazio¬ne. Spiega infatti S. Tommaso: « Il peccato con¬tro il prossimo è tanto più grave, quanto più gra¬ve è il danno recato, e questo danno è tanto mag¬giore, quanto maggiore è il bene di cui resta pri¬va la persona danneggiata. Ora tra i beni este¬riori nessuno è così prezioso come l´amicizia, se¬condo le parole dell´Ecclesiastico: A un amico fe¬dele non c´è nulla che possa compararsi, e non c´è peso d´oro e d´argento che valga l´eccellenza della sua fedeltà (359). Per conseguenza la mor¬morazione è più grave della maldicenza e dell´in¬giuria, perché è Molto meglio essere amati che stimati » (360).
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Il nostro Padre considerava la mormorazione come uno dei peggiori nemici di una Casa é di
tutta la Congregazione. Parlandone, qualche vol¬ta il suo dire fu interrotto dai singhiozzi e tron¬cato dal pianto.
Nei Ricordi ai suoi figliuoli Salesiani dedica un capitolo ai Confratelli dimoranti in una me
desima casa. ,Dopo aver detto che tutti devono formare un cuor solo e un´anima sola col loro Di-rettore, soggiunge: « Ritengano però ben a me¬moria che la peste maggiore da fuggirsi è la mor-morazione » (361).
La mormorazione fu detta giustamente uno dei più disastrosi flagelli della società, una delle più nefaste piaghe del genere umano. Il suo alito pe-stifero tutto ammorba e isterilisce,
· Empio è il mormoratore: infatti non ha pietà nè verso Dio che lo ha creato e redento, nè verso
di quelli che gli sono uniti dai vincoli di fratel
lanza spirituale o di sangue. Iddio lo addita al- l´odio e alla esecrazione degli uomini con la pa
rola: Maledetto (362). Si direbbe che l´eterna Sa-pienza abbia cercato gli anatemi più terribili per colpire i peggiori violatori della carità_ Iddio stes¬so prende le difese dell´uomo fatto a sua imma¬gine: Gesù Cristo stende il braccio onnipotente a scudo del suo Corpo Mistico.
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Il mormoratore è il grande nemico di Dio:
« Esso — al dire di S. Girolamo — è un vero de¬monio, ´e.; del demonio ha la lingua di fuoco che tutto incenerisce ». « Questa vipera satanica con un solo alito infernale tre ne avvelena d´un colpo solo: chi mormora;; chi ascolta,. chi è oggetto del¬la mormorazione. Non vi è nulla di più ablaomi¬nevole, di più orrendo e di più orribile: è questa la massima turpitudine »: così S. Bernardo. E la ragione è chiara: il mormoratore, attaccando la
´ carità, attacca. Iddio stesso che è carità. A quel
la guisa che Dio considera e premia il bene che si fa anche al più piccolo dei suoi figli come fatto a se stesso, così condanna e castiga-il male fatto a qualsiasi di essi. Questo ci spiega l´unanime in¬sorgere dei Padri e dei Santi contro questo gran¬de vizio, contro que´sla iniquità che, come dice il Crisostomo, « distrugge la carità, scioglie l´uni¬tà, mette in fuga l´umiltà, turba la pace, genera le risse, fomenta le discordie, produce odii, distrug¬ge ogni santità».
Il mormoratore non è solo omicida e fratrici¬da, ma « un matricida che dissangua e poi con¬tamina col fiele del vituperio e del tradimento la stessa Madre Chiesa che lo ha generato »: così il serafico S. Bonaventura. Esso non rispetta nè i vivi, nè i defunti: « Come la iena — dice il CTi
.
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sostomb — va a dissotterrare i cadaveri per saziare la sua fame libidinosa D. « Sono cannibali i mor¬moratori » incalza il mite S. Bonavéntura, ripe¬tendo sotto altra forma il pensiero del Crisosto¬mo, il quale aveva detto essere i mormoratori « an¬che più esecrandi di chi mangia il corpo umano,
perché ne dilaniano e divorano ». « Non
rispettano nessuno — aggiunge S. Bernardino — zita divorano tutti ». A chi dovremmo. paragonare quel disgraziato Che, penetrando in un magnifi¬co palazzo, non degnasse neppure di uno sguardo gli arazzi, le pitture, gli ori e quant´altro siavi di prezioso, ma si affannasse invece alla ricerca del pattume e là trovasse ogni suo godimento, tra le ossa putride? Nulla sono, nulla significano pel mormoratore le bellezze morali e intellettuali di un individuo o di una comunità! Egli -va solo in cerca del piccolo difetto, delle immancabili umane fralezze per metterle in vista, per saziare la sua libidine di dir male. Ed è ancora S. Bo¬naventura che, sull´esempio del suo serafieo Pa¬triarca S. Francesco d´Assisi, chiama i mormo¬ratori « cani di macello », i quali hanno il muso,- ributtante, perché sempre intriso di sangue..,
Ma almeno saranno essi, i mormoratori, ì cri¬stiani più virtuosi; i religiosi più esemplari? No, no: si avvera tutto l´opposto. « Questa somma
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quità — dice S. Anselmo — nasce soprattutto dal-l´ozio ». L´esperienza insegna appunto che mormo-. razione e oziosità sono tristi e inseparabili com-pagni. 11 mormoratore vien marchiato cagli epite¬ti di infingardo, scansafatiche, fannullone. La sua impudenza arriva al punto di deridere financo quelli che devono addossarsi la stia parte di lavo¬ro. Verrà però il giorno in cui Iddio stesso, Ca¬rità infinita e Vindice di essa, si riderà e si farà beffe dei disgraziati che la conculcarono, allorchè saranno travolti nell´estrema rovina.
E qui.è bene ricordare che della stessa colpa si rendono responsabili coloro che ascoltano il 1110T-moratore. Uguale delitto — dice S. Bada Vene¬´ rabile — viene commesso e da chi mormora e da
Chi, volente, ascolta il mormoratore Bonaven
. tura ci ammonisce che anche noi « saremo conta-minati dal loro alito pestifero, se non avremo il santo coraggio di chiudere loro la bocca i. Non abbiamo familiarità di sorta coi mormoratori, per-chè d´improvviso verrà la loro rovina (363): e noi pure ne saremmo travolti.
Questa e non altra è l´opera del mormoratore che altezzosamente si atteggia a riformatore. Egli non farà che accumulare rovine su rovine. S. Pao¬lo, dopo aver ricordato ai cristiani di Corinto i castighi del -popolo ebreo nel deserto, dice loro:
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Non mormorate come alcuni di loro mormoraro¬no, e perirono per opera dello sterminatore. E con¬tinua: Queste cose accaddero loro a scopo di esem¬pio, e furono scritte per ammonimento a noi (364). Sono già troppe le nostre colpe passate, né dobbia¬mo aggravarle con la mormorazione, rendendoci indegni di qualsiasi scusa o perdono.
Purtroppo alla mormorazione va, tristemente unito lo spirito di critica, che avvelena le inizia- • tive e trascina al pessimismo. La parola critica non ha ´per se stessa significazione odiosa, altro non indicando, secondo l´etimologia, che l´arte di giudicare, mercè la quale si ricerca e si appura il vero. Ma in un senso più ristretto vale l´esame dei difetti di un lavoro; onde nel linguaggio cor¬rente passò a denotare la malsana tendenza a co¬gliere e biasimare, nelle qualità, nei costumi • o nelle azioni dei nostri simili, i lati mancanti o creduti tali. Questa inclinazione non repressa de¬genera in una boriosa fatuità, che arriva al punto da illudersi persino d´aver fatto cosa utile, quan¬do, con la piccozza demolitrice, abbia ridotto a macerie uomini • e cose. Chi è affetto da questo morbo non pensa che, anzichè abbattere e distrug¬gere, urge costruire: e S. Paolo ci ricorda appun
to che la carità édifica (365). • •
Una critica siffatta, con la maschera della
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scienza e dell´arte nell´ordine intellettuale e arti.- Mieti, e con la parvenza del maggior bene nell´or¬dine morale, tutto attacca, di tutto discute, nulla rispetta. Le doti e le azioni degl´individui, siano sudditi o superiori, gli ordini dell´ubbidienza, le iniziative dei confratelli, le loro opere scritte o ef¬fettuate con fatita e sacrifizi, l´andamento delle case, lo sviluppo e l´organizzazione della nostra Società, tutto, senza eccezione e senza riguardo, deve passare attraverso il vaglio dei cosiddetti critici, impancati sempre a farla da giudici. Glai poi desse credito alla loro lingua avvelenata nul¬la più incontrerebbe di buono, nè in alto nè in basso. Se di questi cotali ne ´spuntassero fra noi, si vedrebbe che, mentre la Chiesa e le Nazioni, il Papa e i Reggitori di popoli, i buoni e financo quelli che militano in altre file, tessono elogi del-la Congregazione e fanno istanze per rintrapren-dimento di nuove opere o per l´ampliamento di quelle ´esistenti, il ,loro occhio miope e ingiallito dalla critica biliosa, altro •non saprebbe scorgervi fuorchè difetti e miserie.
Ma il male non resterebbe in• essi soli. La sfrontatezza del dire e il veleno dell´acrimonia esercitano un´azione nefasta sull´animo dei più giovani, dei più timidi, soprattutto dei novellini e ancora inesperti. La critica, che troppo volte è
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resa aneor più esiziale dalla satira, dal sarcasmo, dal frizzo, dal motto salace, dall´arguzia, che S. Francesco di Sales dice essere la più crudele mal¬dicenza, finisce con intimidire, facendo avvizzire in fiore tante iniziative di zelo che moltiplichereb¬bero il bene. Dove poi il timore e lo scoramento, come spesso accade, si comunicano e divengono contagiosi, si addensa allora sopra una casa la nebbia del pessimismo; che pesando su ciascuno come cappa di piombo ne paralizza la benefica azione.
Ora noi, formati alla scuola di S. Giovanni ,Bosco e nello spirito di S. Francesco di Sales, sia¬mo e vogliamo essere sereni e costanti ottimisti. E lo siamo non solo per prineipio,- perché è illi¬mitata la fiducia nostra in Dio e la convinzione che anche l´uomo caduto è capace, con l´aiuto
la grazia, di compiere, in nome di Dio e per la sua gloria, le opere più meravigliose, ma ancora perché l´esperienza — e a noi basta quella del
l´umile nostra Società ci ammaestra quanto sia
stata grande e munifica la bontà divina coi po¬veri figli di Don Bosco. Un solo sguardo alla fio¬ritura mirabile delle Opere Salesiane basta per conservarci ottimisti. Non vale la cecità del criti¬co a negare questa luce meridiana, nè può lo stri¬dio della sua voce maledica soffocare l´inno di
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esultanza che sale al cielo dai quattro angoli del mondo a lode dell´Opera del nostro Padre, il qua¬le vuole al suo trionfo associati i suoi figli. Pie¬ghiamo il ginocchio e gridiamo: Non a noi, o Si¬gnore, non, a noi, ma al tuo nome dà gloria (566).
Ah! ne siamo certi, nessun figlio di Don Bosco ascolterà mai quei disgraziati che ferissero nel cuore stesso la Congregazione nostra Madre, semi-nando il contagio del prurito di. critica e di ri¬forma. « Si deve fuggire — diceva il nostro Pa¬dre un giorno ai chierici dell´Oratorio — si deve fuggire la compagnia di quelle persone che senza essere manifestamente rilassate nella condotta mo¬rale censurano tutto Ciò ´che fa tendere a maggior perfezione nella pratica dei regolamenti e nelle opere di pietà, e che nemmeno risparmiano l´au-torità, gli ordini e ammonimenti dei superiori (367). Altra volta, lamentando pubblicamente la diminuzione di fervore nella comunità, parlava così: ´r E come fare a fuggir tutte queste miserie? Bisogna sradicare un cancro pestifero che c´è nel¬la casa ed è quello del censurare, è quello, della critica sulle disposizioni che prendono i superiori. Se per sventura questo spirito di critica regnasse nei maestri o negli assistenti, sarebbe molto dan-noso, dando scandalo ai subalterni. Si sradichi questo spirito di critica e vedremo di nuovo l´Ora
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torio ritornare in sul fiore dei primi tempi » (368).
Sono ancora di Don Bosco qtieste parole ai gio-vani confratelli: « Nessuno critichi il vitto e le di-. sposizioni dei superiori in faccia ai giovani, per¬chè anch´essi imparerebbero presto a mormora¬re: e dalla mormorazione viene l´immoralità, quin¬di la rovina delle anime, ed allora qual conto da rendere a Dio! » (369). E in una conferenza a tutti i Salesiani, dopo aver raccomandato l´amore al lavoro, proseguiVa: « La seconda cosa in cui vor¬rei che c´impegnassimo tanto si è nel togliere le mormorazioni anche tra noi. C´è qualcuno che ab-bia qualche cosa, a dire? Ne parli coi Superiori. Si cercherà ogni modo di togliere i motivi di ma-lumore. Specialmente sosteniamoci gli uni gli al¬tri sempre, sia tra noi che con altri, sia interni che esterni. Questo contribuirà grandemente aIri l´incremento e al bene della Congregazione » (570).
Nei già citati Ricordi ai suoi figliuoli Sale¬siani, il nostro santo Fondatore lasciava scritto: « Si facciano tutti i sacrifici possibili, ma non sia¬no tollerate le critiche intorno ai superiori. Non si biasimino gli ordini dati in famiglia, nè si disap-provino le cose udite nelle prediche, nelle con-ferenze o scritte o stampate, nè i libri di qualche confratello. Ognuno soffra per la maggior gloria di. Dio e in penitenza dei suoi peccati, ma, pel
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bene dell´anima sua, fugga la critica nelle cose di amministrazione, del vestito, nel vitto o abitazio-ne, ecc. Ricordatevi, o figliuoli carissimi, che l´u¬nione tra Direttori e sudditi e l´accordo fra i me¬desimi forma nelle nostre case un vero paradiso terrestre. Non vi raccomando penitenze o- morti¬ficazioni particolari: voi vi farete gran merito. e formerete la gloria della Congregazione, se sapre¬te sopportare vicendevolmente le pene e i dispia¬ceri della vita con cristiana rassegnazione  (371).
S. Giovanni Bosco nel Sogno dei qiiattro chio-di che travagliano le Famiglie, religiose vide per terzo quello ch´egli chiama fatale per le Congre-gazioni, cioè ì mormoratori, i sussurroni, quelli che cercano sempre, di criticare e per diritta e per traverso (372). E nell´altro Sogno della. Fillossera, che è la disubbidienza portata lontana dal vento della mormorazione, .e ch´egli espose e commentò in una chiusa di Esercizi Spirituali, leggiamo il seguente passo: 4: I danni che porta questa fillos¬sera spinta da siniil vento sono incalcolabili. Nel¬le case più fiorenti fa prima scemare la carità vicendevole, poi lo zelo per la•salute.delle anime; quindi genera ozio; poi toglie tutte le altre virtù religiose e infine lo scandalo le rende oggetto di riprovazione da parte di Dio e da parte degli un-mini. Non fa bisogno che alcuno dei depravati
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passi da un collegio all´altro: basta questo vento che soffia da lontano. Persuadetevi! Questa fu Ia causa che condusse alla distruzione certi Ordini religiosi » (373).
Nel Sogno delle galline che beccano il grano sparso per seme, la Guida così gli spiegò sì triste spettacolo: .« Galline e uccelli indicano le mormo¬razioni. Sentita quella predica che porterebbe ef¬fetto, si va coi compagni. Uno fa la chiosa a un gesto, alla voce, a una parola del predicatore, ed ecco portato via tutto il frutto della predica. Un altro accusa il predicatore stesso di qualche difet¬to o fisico o intellettuale; un terzo ride sul suo. italiano, e tutto il frutto della predica è portato via. Lo stesso deve dirsi di una buona lettura, del¬la quale il bene resta tutto impedito da una mor¬morazione. Le mormorazioni sono tanto. più cat¬tive, in quanto che esse generalmente sono segrete, nascoste, e colà vivono e crescono, ove punto noi non ce Io aspettiamo. Il grano sebbene sia in un campo non molto coltivato, tuttavia nasce, cresce, viene su abbastanza alto e produce frutto. Quando in un campo di fresco seminato viene un tem-porale allora il campo resta pestala e non porta più tanto frutto, ma pure ne porta.´ Se anche la semenza non sarà tanto bella, pure crescerà: porte¬rà poco frutto, ma pure ne porterà. Invece quando
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le galline o gli uccelli si beccano la semente, non c´è più verso: il campo non rende né punto né poco; non porta più frutto di sorta. Così se alle prediche, alle esortazioni, ai buoni propositi ter¬rà dietro qualche, altra cosa come distrazione, tentazione, ecc. farà menò frutto; ma quando c´è .la mormorazione, il parlar male o simili, qui non c´è poco che tenga, ma c´è subito.il tutto che vien portato via. E a chi tocca battere le mani, insi-stere, gridare, sorvegliare, perché queste mormo-razioni, questi discorsi cattivi non. si facciano? Lei lo sa! z
« Ma che cosa facevano mai questi chierici? --chiese Don Bosco. — Non potevano essi impedire tanto male?
Non impedirono nulla — proseguì la guida.
Taluni stavano a osservare come statue mute, altri non ci badavano, non ci pensavano, non vedevano e se ne stavano con le braccia conserte, altri non avevano il coraggio d´impedire questo male; alcuni, pochi però; si univano anch´essi ai mormoratori, prendevano parte alle loro maldi-cenze, facevano il mestiere di distruggitori della parola di Dio. Tu che sei prete insisti su questo; predica, esorta, parla, non aver paura di dir mai troppo; e tutti sappiano che il. fare le chiose a chi predica, a chi esorta, a chi dà buoni consigli
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è ciò che reca più del male. E lo star mirti quando si vede qualche disordine e non impedirlo, special¬mente chi potrebbe o dovrebbe, questo è aI tutto rendersi complice del male degli altri ».
A proposito di questo Sogno diceva Don Bosco ad alcuni confratelli: « Guai al prete e al chie¬rico, il quale, incaricato della vigilanza, vede i , disordini e non li impedisce! Desidero si.sappia e si ritenga che con la parola mormorazioni io non intendo solamente il tagliarci i panni addosso, ma ogni discorso, ogni motto, ogni parola, che possa in un compagno sminuire il frutto della parola di Dio udita. in generale poi intendo di dire che è un gran male starsene quieti, allorchè si conosce qualche disordine, non impedendolo o non cer¬cando che io impedisca chi di ragione » (574).
Le parole del nostro santo Fondatore e Padre ci guidino ognora nella nostra condotta e nel no-stro apostolato_
3. La vigilanza sulle nostre parole..
Del nostro prossimo noi non solo non vogliamo parlar male, ma soprattuto ci proponiamo di parlar bene. « Cristiano. — diceva S. Bernardo, – vedi di abituarti alle parole buone ». E S.. Giro-1 larno: « La tua lingua non dovrebbe .saper par
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lare se non di Gesù Cristo e di cose sante ». Se uno parla, — raccomandava S. Pietro, — parli come parole di Dio (375). E S. Paolo scriveva di se stesso ai fedeli di Corinto: Davanti a Dio noi parliamo in Cristo, e il tutto, o diletti, è per la vostra edificazione (376).
Non dimentichiamo mai che la carità è il di-stintivo dei discepoli di Gesù Cristo e diportiamo¬ci in modo che anche di noi si possa dire ciò che i pagani dicevano dei primi cristiani: « Vedete come si amano! D
Ma noi siamo inoltre religiosi. Non siamo più della terra pur vivendo sulla terra, e perciò non si devono più applicare a noi quelle parole: Chi viene dalla terra è terreno e parla come uomo ter¬reno (377). All´incontro dovremmo anche noi, in intima unione con Dia, poter dire con Gesù: Le parole `che io vi dico, non le dico da -me stesso: ma il Padre che è in me compie queste opere (378). ,kggiungasi che il nostro primo dovere come reli¬giosi è di tendere alla perfezione! Ma S. Alberto Magno ci ammonisce che, « giammai la raggiunge¬remo, se non sapremo moderare la lingua ». D´al¬tronde la carità, che della vita religiosa costitui¬sce l´essenza, non è solo un consiglio, ma un precetto.
Questa verità dovrebbe risuonare con maggior
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frequenza nelle nostre conferenze ed esorta¬zioni e nei sermoncini della sera ai confratelli. Nè si tema di esagerare: ove occorra ricorderemo anche noi con l´apostolo S.. Giovanni che questo è il precetto del Signore e che basta la so-la sua osservanza a renderci perfetti. Ci aiuterà a pra¬ticarlo l´aureo Consiglio di S. Ambrogio: e La per
sona saggia, — egli dice, .allorehè dovrà parla
re, penserà prima ciò che deve dire, a chi lo deve dire´ , dove, quando e come deve dire ».
Anzitutto noi dobbiamo dire la parola bliona. La Sacra Scrittura ce lo raccomanda: Effonde´ il mio cuore una soave parolai la parola verace ti faccia da battistrada; retta è la parola del Si¬gnore (379). Non a caso nelle sacre pagine ci viene ricordata la parola délla fede, della pace e della giustizia, della salute, la parola dolce, sana e irreprensibile (380).
I Santi Padri alla lor volta ci raccomandano la parola veridica, utile, mansueta, insomma le pa¬role che, come wiellé di Gesù, siano spirito e vita (381). Se poi, invece di parole buone ed edifican¬ti, fosse giunta al nostro orecchio ´qualche cosa che possa essere di nocumento al nostro prossi¬mo, muoia in noi (382).
Dobbiamo inoltre badare con chi parliamo, per¬chè non si parla con tutti allo stesso modo. Col
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superiore useremo filiale confidenza, col fratello non dimenticheremo che dobbiamo edificarlo e con la parola e con l´esempio; coi giovani, sulle orme del Calasanzio, parleremo loro come se ciascuno fosse Gesù stesso; con altre persone avremo di¬gnitoso riserbo, che è scudo della carità e della castità.
Vi sono poi luoghi dove la vigilanza sulle no-stre parole deve essere più attenta. Ciascuno esa¬. minando Ia propria coscienza ha potuto conoscere quali siano tali luoghi. Ci limitiamo a indicarne uno: il refettorio.
Il vescovo Possidio, che visse quarant´anni cira ca• con S. Agostino e ne scrisse la vita, dice che quel grande Santo e Dottore, per combattere la
· mormorazione, « peste dell´umana convivenza », aveva scritto nella sala da pranzo un distico la-tino, il quale ammoniva: « Chiunque voglia con le sue parole rodere la vita degli assenti, sappia che questa mensa non è fatta per lui ». Talvolta poi il Santo riprese severamente financo alcuni coepiscopi suOi familiari, dimentichi ´di quell´av-viso, dicendo loro´ che, o scancellassero _quella iscri¬zione, oppure egli si sarebbe visto obbligato a la¬sciare la mensa e rinchiudersi in camera. « Di ciò
dice Possidio posso dar fede io e altri con
me presenti ». Gran profitto ne verrebbe pure a
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noi se, non solo nel refettorio, ma dappertutto vedessimo scritto a grandi caratteri e praticas-simo quell´aureo consiglio.
S. Bernardo ricordava allo stesso Pontefice Eu¬genio III che « è sempre utile la custodia della lingua, la quale deve soprattutto frenarsi a men-sa ». Un episodio, una lepidezza, un´arguzia, tut¬to serve da piano inclinato per far scivolare nel precipizio della mormorazione.
Gli stessi avvenimenti pubblici possono farci cadere sul terreno della politica, la quale troppe volte accalora, esalta, divide, rompe la carità e trascina financo alla formazione di gruppi e par-titi. Noi sappiamo con quanta insistenza il nostro buon Padre raccomandasse ai suoi figli di non occuparsi di politica. « La mia politica — diceva a Pio IX — è quella di Vostra Santità: la PeIi¬fica del Pater noster (383).
A una rappresentanza di Exallievi Don Bosco diceva: s Noi rispettiamo le autorità costituite, os-serviamo le leggi da osservarsi, paghiamo le im-poste e tiriamo avanti, domandando solo che ci la¬scino fare del bene alla povera gioventtie salvare anime.. Se si vuole, noi facciamo anche della po¬litica; ma in modo affatto innocuo, anzi vantag¬gioso a ogni Governo. La politica si definisce la scienza e l´arie di ben governare lo Stato. Ora
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l´opera dell´Oratorio in Italia, in Francia, nella Spagna, nell´America, in tutti i paesi dove si è già stabilita, esercitandosi specialmente a sollievo del¬la gioventù più bisognosa, tende a diminuire i discoli e i vagabondi, a scemare a numero dei piccoli malfattori e dei ladroncelli, a vuotare le prigioni; tende in una parola a formare buoni cittadini, che lungi dal recare fastidi alle pubbli¬che autorità saranno loro di appoggio per man¬tenere nella società l´ordine, la tranquillità e la pace. Questa è la nostra politica; di questa sol¬tanto ci siamo occupati finora e di questa ci oc¬cuperemo in avvenire » (384).
Al primo Capitolo Generale, tenutosi a Lanzo nel 1877, Don Bosco parlò così. a riguardo della politica: Generalmente l´associazione dei Coope¬ratori è benvisa a tutti, perchè in nessun modo entra in politica, e sono di parere che se noi sia¬mo lasciati operare, si è appunto perchè la no¬stra Congregazione è al tutto aliena dalla politica. Anzi io avrei persino voluto che vi fosse un ar¬ticolo nelle nostre Costituzioni che proibisse di immischiarsi comecchessia in. cose di politica, e questo era nelle copie manoscritte; ma allorchè si presentarono a Roma le nostre Regole e si appro¬vò per la prima volta la Congregazione, questo articolo fu tolto dalla Congregazione deputata
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appositamente a esaminare le nostre Regole. Quan¬do poi nel 1870 si trattò di approvare definitiva¬mente la Congregazione, e si dovettero nuovamen¬te mandare le Regole a essere esaminate, io, come se nulla fosse avvenuto antecedentemente, Vitt¬serii di nuovo quest´articolo, in cui si diceva es¬sere vietato -ai Soci entrare in questioni politiche: me lo cancellarono di nuovo. Io che era persuaso dell´importanza di questo, nel 1874, in cui si trat¬tava di approvare i singOli articoli delle Costitu¬zioni, cioè si trattava dell´ultima approvazione de¬finitiva, presentando le Regole alla Sacra Con¬gregazione dei Vescovi e Regolari, ve l´introdussi ancora, e nuovamente mi fu cancellato, e questa volta la cancellatura fu motivata e mi si scris¬se: — È per la terza volta che questo articolo si cancella. Sebbene in generale paia che esso si potrebbe ammettere, in questi tempi alle volte avviene in coscienza di dover entrare in politica, poichè spesso le cose politiche sono inseparabili dalla religione. Non è dunque da approvarsene l´esclusione fra i buoni cattolici. — Così quell´ar¬ticolo fu tolto definitivamente e noi in caso di utilità e di vera convenienza potremo trattarne; ma fuori di questi casi teniamoci sempre al prin¬cipio generale di non intrigarci in cose politiche, e questo ci gioverà immensamente » (385).
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Still´esempio del nostro santo Fondatore con¬tribuisca ognuno di noi alla grandezza della Pa¬tria e al miglioramento della Società, consacrando le proprie energie alla educazione della gioven¬tù, plasmando cristiani ferventi e cittadini inte¬merati. Fedeli alle sue direttive, rispettiamo le Autorità costituite ed evitiamo apprezzamenti e discussioni che possono rmanco compromettere le opere che ci sono affidate. Ecco quanto dice in proposito S. Francesco di Sales: « È costume ge¬nerale criticar liberamente i prìncipi e sparlare d´intere Nazioni, secondo la diversità, dei sentimen¬ti che si nutrono a loro riguardo: rión commettere
esorta il nostro santo Patrono — questo fallo,
che, oltre l´offesa di Dio, potrebbe tirarti addosso un mondo di brighe ». In una Congregazione che come la nostra accoglie, nel nome di Don Bo¬sco, soggetti di quasi tutte le Nazioni, il consiglio di S. Fra´ncesco ´di Sales, è da aversi ognora pre¬sente.
Don Bosco, per tenerci lontani dalle passioni politiche, ci consiglia di non leggere giornali. Udimmo raccontare da chi ne fu testimone che -un giorno il nostra Padre, avendo visto Don Duran¬do sotto i portici dell´Oratorio, circondato dai gio¬vani, con un giornale in mano, lo riprese pubblica
mente. Tale lettura — soleva dire toglie gran
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parte del tempo agli studi severi, volge l´animo a molte cose inutili e per certuni anche dannose, e accende le passioni politiche » (386). Del resto le´ nostre Costituzioni (art. 14) ci dicono tassa¬tivamente che dipende dal solo Ispettore il de¬terminare quali giornali si possano leggere e da chi: ora va da sè- che Coloro che hanno il debito permesso useranno le opportune cautele, e soprat¬tutto non faranno mai tale lettura in pubblico, ma in privato.
Se vogliamo evitare che, fra noi, ´vi sia il re-gno diviso e l´abominazione della desolazione di cui parla il Redentore (38Z), dobbiamo allonta-tanarne tutte le cause, e tra queste non sono le meno funeste la lettura dei giornali, i partiti e la politica.
Anche la ricreazione o, meglio, le conversazio¬ni durante la ricreazione posSono divenire uno scoglio contro la carità e trascinarci alla mormo¬razione. Per quanto è possibile, facciamo la ricrea¬zione coi giovani: ne avvantaggerà il corpo e la spirito. Durante la conversazione poi seguiamo il consiglio del Crisostomo: « V´è qualcuno che dice male?- Tu loda. Altri biasimi? Tu esalta »..
Si debbono inoltre evitare le questioni. S. Pao¬lo dice a Timoteo che lo spendere parole nelle contese è cosa del tutto inutile (388). Il nostro san
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to Fondatore ci fa la stessa raccomandazione, met-tendope in rilievo le cause e le tristi conseguenze: .z Alle Tolte — egli dice nei « Proemio» alle Co¬stituzioni — per bagattelle da niente sorgono certi contrasti, dai quali poi si passa a diverbi e a in¬giurie, che rompono l´unione e offendono la ca¬rità in modo altamente deplorabile D.
Durante la ricreazione v´è ancora pericolo di trascorrere a certe facezie e spiritosità, che facil¬mente degenerano in burle e beffe contrarie alla carità. Qui viene in acconcio il consiglio del no¬stro buon Padre: « Guardatevi dal pungere qual¬che - fratello, ancorchè lo facciate per burla. Le burle che dispiacciono al prossimo e l´offendono sono contrarie alla carità. Piacerebbe a voi l´es¬sere derisi e posti in canzone davanti agli altri, come voi ponete quel vostro fratello? ».
S. Francesco di Sales fa notare che « lo spiriti) di beffa è una delle peggiori disposizioni d´animo: Dio odia a morte questo vizio, e certe volte lo punì con straordinari castighi. Nulla è tanto con¬trario alla carità, e più ancora alla divozione, quanto la poca stima e il disprezzo del prossimo, e non c´è mai burla o beffa senza dileggio; questo è dunque un gravissimo peccato, e i dottori han¬no ragione di dire che la burla è la peggiore of¬fesa che si possa fare al prossimo con parole; P•ii
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chè le altre offese si fanno d´ordinario con qual¬che stima verso l´offeso, mentre questa è accom¬pagnata sempre da vilipendio ».
Quando dovremo parlare?
L´Ecclesiastico dice che l´uomo saggio tacerà fino al momento buono (389). 11 Salmista pregava il Signore: Poni una guardia alla mia bocca, una sentinella alla porta delle mie labbra (390). Gesù, Sapienza infinita, davanti a Pilato taceva, men-tre forse taluno potè pensare che allora appun-to avrebbe dovuto far uso di sfolgorante eloquen¬za a sua difeSa, poiché si trattava di vita o di morte. Quanto sono diversi i giudizi di Dio da quelli degli uomini!
Seguiamo l´aurea regola di S. Francesco di Sa¬les: « Si parli sempre che lo esiga la carità Non adunque per fare sfoggio di cultura, non per vana esibizione, meno poi per mettere in ridicolo o criticare il prossimo, ma solo e sempre per ca¬rità e a incremento della edificazione.
« È veramente saggio — dice S. Bernardo — chi sa parlare a tempo . Domandiamo a Dio questa saggezza.
Infine, come dovremo parlare? •
Il già citato Santo, volendo metterci in guardia, ci ricorda che la lingua non conosce misura; per¬ciò vuole-"che le nostre parole, oltre che rare • e
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vere, siano ponderate. La parola misurata, a guisa di pioggia benefica, è sempre feconda di bene.
S. Francesco di Sales, dopo averci esortati a vedere Iddio in tutti e tutti in Dio, vuole che « il nostro dire sia dolce, franco, schietto, sincero, na-turale e verace, come se parlassimo con Gesù stesso ». Era convinto, e non si stancava di ripe-terlo, che r lo spirito di dolcezza è il vero spirito cristiano ». Perciò non voleva parole aspre, ar¬cigne, concitate, sguaiate. Di lui si potè scrivere che il suo parlare era serio e pieno di carità, ma insieme il più umile, dolce e affabile che si fosse mai udito.
Altrettanto possiamo dire di S. Giovanili Bosco, che così scrive: « Net parlare e nel trattare usate dolcezza non solo coi superiori, ma con tutti, e massimamente con coloro che per lo passato vi hanno offeso, o che al presente vi mirano di mal occhio ». S. Bernardo ci esorta «a raccoglierci piut-tosto in un amore silenzioso anziché turbare il fra-tello con clamori scomposti.».
« Se si ha da cadere in un eccesso. — diceva ancora il nostro santo Patrono, — sia quello del¬la gentilezza. Chi ti dice una verità con cortesia ti getta in faccia delle rose. Or come -si può resi¬stere a un nemico armato solo .di perle e di dia
manti? » -
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Il Faber chiamava le buone parole « la musica celeste di questo mondo ». Voglia Iddio che questa musica gibcondi perennemente ogni nostra casa e si diffonda sotto tutti i cieli con fascino irre¬sistibile a conquista dei cuori. La parola soave dice l´Ecclesiastico — moltiplica gli amici e placa
nemici (591). Nulla vi è di più efficace della mi-tezza per attirare le anime. S. Francesco di Sales conquistò a. Dio il Cbiablese con la carità è con la soavità inalterabile della sua parola. È sempre vero che i miti si rendono padroni dei cuori (392).
Inoltre deve esulare dalla nostra conversazione tutto ciò che, in qualsiasi modo, possa: riuscire meno gradito al prossimo. EVitiamo perciò di parlare di noi stessi; nè in bene nè in male, per¬chè, come disse Fénélon, parlando male di sè pare che s´invitino gli altri a dirne bene quasi forzatamente D. Nè dobbiamo ostinarci cocciuti a difendere il nostro parere. Ove poi sianvi per¬sone più attempate e costituite in dignità, staremo ad ascoltare. Alla stessa guisa che è sconveniente interrompere l´altrui discorso, cosi chi risponde prima d´aver ascoltato si mostra sciocco e degno di biasimo (393). Si dirà che queste sono norme di buona educazione, anzichè di carità, ma Bos¬suet avverte che « la civiltà non è altro che il fiore della carità, la quale avendo ricolmato l´interno
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del vaso spande poi all´esterno una grazia spon¬tanea e un´aria di cordialità temperata, spirante la più schietta affezione ».
Che se volessimo sintetizzare il fin qui esposto in una sola frase, potremmo dire che noi parle¬remo bene di tutti e lé nostre parole saranno ´buone, quando esse usciranno dalle nostre labbra come parole di Dio (394), carità infinita. Di Dio è il soffio che ci anima; sua è l´immagine che ci splende in volto; in Lui abbiamo la Dita, il mo¬vimento e T essere, di Lui vivente siamo i tem¬pli (395); è giusto pertanto che noi soprattutto, chiamati a continuarne l´opera redentrice e a pre¬dicarne la dottrina, di Lui abbiamo i pensieri, gli affetti, le parole. Siamo e dobbiamo essere apostoli sempre, in ogni luogo, con tutti.
Escano pertanto soavi, eccitatrici, dalle nostre labbra, le parole di sapore divino, parole che fac¬ciano nascere Iddio nelle menti e nei cuori. E saranno corna di Dio le nostre parole, se ispirate sempre dalla carità.
31. Far del bene a tutti.
«La forza della parola è l´opera »; dice S. Ber¬nardo. Egli scrive all´abate Balduino: « Ricordati di dare alla tua voce la voce della virtù. Mi dirai:
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— In che modo? — Procurando che le tue opere siano in armonia con le parole, o meglio queste con quelle, sforzandoti cioè di fare prima d´inse¬gnare ». Anche S. Agostino raccomanda: « Parlate con le opere, più che con le parole ».
Così fece il divin Salvatore, del quale è detto non solo che prese a fare e a insegnare, ma che
visse´ facendo il bene (396): Procuriamo che a cia-scuno di noi, come già a S. Giovanni Bosco, pos¬sano applicarsi le stesse par&p.
Anzitutto dobbiamo fare, e cioè operare, la¬vorare.
Il nostro buon Padre, dal letto di morte, ripetè
ben tre volte ai suoi figli: « Lavoro; lavoro, la-voro ». Questa parola, che fu programma costante
della sua vita, volle lasciarcela come preziosa ere
dità. Al dottor. Combal, che gli raccomandava il riposo per prolungare i suoi giorni, rispondeva: « È l´unico rimedio che non posso prendere: fin
ché mi rimanga un EI di vita, voglio spenderlo per i giovani ». Gli esempi del Padre siano ognora luce e stimalo ai, figli,
Anche noi finumo chianiati alla eccelsa ´mis¬sione di « coadintori di Dio » (397). Dobbiamo per
tanto continaarne.le opere. Ecco — Egli dice ¬che io creo nuovi cieli e nuova terra (398). E quali sono queste novelle creazioni? Ce lo indica
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S. Paolo: Se uno è, in Cristo, è una creatura nuova: quel ch´era vecchio è sparito; ecco è sorto il nuovo
(399). Queste sono le novelle creazioni, cui dob¬biamo, cooperare. Lo stessa Apostolo scrivendo ai Galati li chiama col vezzeggiativo figliuoletti (400), considerandoli tali per avere loro comuni¬cato la vita di Gesù Cristo. Questa è la missione nostra: far nascere Gesù Cristo in noi e nelle anime. Questo il nobilissimo nostro lavoro.
Che se i cieli, già nuovi per la grazia, si oscu¬rassero un giorno, e la terra, un tempa nuova per l´innocenza, si macchiasse di peccato, anche allora dobbiamo essere i coadiutori di Dio nel¬l´opera sua redentrice. Quante anime gemono og¬gi ancora nell´errore e nella colpa! I loro gemi¬ti sono giunti sulle ali degli Angeli fino al cuo¬re di Dio, il quale vuole che i suoi sacerdoti, i suoi religiosi, e tra questi anche gli umili figli di Don Bosco, corrano, come già fece Mosè, a sal¬vezza del suo popolo. Non turbiamoci al consi¬derare la nostra pochezza: anche a noi dice l´on¬nipotente: Io sarò teco (401): D´altronde ci avver¬te S. Paolo che le cose stolte del mondo ha scel¬to Dio per svergognare i sapienti, le debolezze del mondo ha scelto per svergognare i forti, e le cose vili del mondo e le spregevoli elesse Dio, cose che non son nulla, per annientare le cose che sonò;
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acciocchè nessun individuo si glorii al cospetto di Dio (402).
Quante mirabili creazioni, quante stupende re¬denzioni furono compiute dal nostro santo Fon¬datore e Padre! Se dalla sacrestia della chiesa di S. Francesco d´Assisi, ove l´otto dicembre 1841 egli iniziava l´opera sua, noi stendiamo oggi lo sguardo sulla faccia della terra per contemplarvi il lavoro multiforme dei suoi figli, in tutte le plaghe e sotto tutti i cieli, lo spettacolo che ci si presenta innanzi è così grandioso e consolan¬te da farci esclamare col Salmista: Presso il Si¬gnore è la misericordia e copiosa redenzione è presso di Lui (403).
Coadiutori di Dio, a Lui dobbiamo consa-crare ogni nostra energia, generosamente, sem-pre, senza riserva.
Il lavoro è l´esercizio delle umane attività. Tutto nell´universo è lavoro incessante. Il. primo Adamo, anche nello stato d´innocenza, fu col¬locato nel paradiso di delizia perchè lo lavo¬rasse (404). Il secondo Adamo, Gesù Cristo, -ve-mito a instaurare tutte le cose (405), -volle santifi¬cato il lavoro al contatto delle sue mani divi¬, ne. I discepoli, sulle orme del divin Maestro, spe¬sero la loro esistenza in un apostolato che non conobbe riposo. S. Paolo potè dire di se stesso
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di aver faticato più di tutti, fino alle catene (406): Le pagine mirabili della storia della Chie¬sa, delle vite dei Santi e dei Fondatori di Or¬dini e Istituti religiosi sono una splendida apo-.. logia del lavoro. s Lavoriamo, lavoriamo sempre, — diceva Don Bosco ai suoi figli, — perchò lassù avremo un riposo eterno ». Tra i propositi della sua prima Messa troviamo anche questo: « Il la¬voro .è un´arma potente contro i nemici dell´a¬nima: perciò non darò al corpo più di cinque ore di sonno ogni notte_ Lungo il giorno, spe¬cialmente dopo il pranzo, non prenderò riposo ». « Come volete — ripeteva spesso — ch´io mi pigli riposo, mentre il demonio non riposa mai? Anche se dessi la vita, non farei che il mio puro dove¬re ». Sembrava che il lavoro fosse per lui un go
dimento. « Iddio — diceva mi ha fatto la gra
zia che il lavoro e la fatica invece di essermi´ di peso, mi riuscissero sempre di ricreazione e di sol¬lievo » (407). Nelle Memorie pei suoi figlinoli Sale¬siani si leggono queste parole: « Quando avverrà che un Salesiano soccomba e cessi di vivere lavo¬rando per le anime, allora direte che la nostra Congregazione ha riportato un gran trionfo e so¬pra di essa discenderanno copiose le benedizioni del cielo ».
II giorno in cui potessimo leggere raccolti in
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apposito volume i mirabili esempi di operosità instancabile lasciatici da Don Bosco e da tanti suoi figli, avremmo innanzi, non solo un magnifico argomento di edificazione, ma uno stimolo potente a moltiplicare le nostre opere di zelo. All´incon¬tro come sarebbe triste se si dovesse dire che un figlio di Don Bosco non lavora, ma sciupa neghit¬tosamente il tempo in conversazioni inutili, in vi¬site, passeggiate, letture, curiosità pericolose!
L´oziosità fu giustamente paragonata al mar morto, alla sepoltura. di un uomo vivo, alla stol-tezza, alla carestia, al fetido semenzaio ove ger-minano e brulicano tutti i vizi. Ora chi di noi non si sente stringere ere il cuore solo al pensare che una Casa Salesiana possa vedersi ridotta. un giorno a uno stagnò di putride acque, al campo del pigro infestato di sterpi e di gramigne? Mentre Don Bosco dal ´cielo´ continua a gridare: «Anime. date¬mi anime! », vi sarà anche un solo dei suoi figli che sperperi il tempo, ch´è così breve e tanto pre¬zioso "come il Sangue di Gesù Cristo, come Dio stesso?
Diceva il Lacordaire: e Quando si può leggere Davide, S. Paolo, S. Agosti:no, Santa Teresa, Bos¬sudi, Pa.scaI e altri, è peccato perdere il. tempo nelle sciocchezze di un salotto ». E noi potremmo aggiungere che si aggrava a Mille doppi il peccato,
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quando chi sciupa il tempo è un religioso, è un Sa¬lesiano che si è consacrato a Dio facendogli so¬lenne-promessa d´impiegare ogni sua energia a salvezza delle anime. E la carità non ce li mette forse dinanzi questi milioni e milioni di nostri fra¬telli che, dal fango della colpa o dalle tenebre del¬l´errore, invocano per mezzo dei" loro Angeli Cu¬stodi il nostro soccorso? Don Bosco, solo al consi¬derare la carta geografica dell´Asia, piangeva.
Non avvenga che nessun Successore di Don Bo¬sco debba ripetere anche per uno solo dei suoi fi¬gli le parole che S. Paolo scriveva un giorno ai Cristiani di Tessalonica: Sentiamo dire che alcuni fra voi si conducono disordinatamente, non facen¬do nulla, ma. dandosi da fare in cose che non ap-partengono loro (408). Seguiamo invece il consiglio dello stesso Apostolo, che dice: Non stanchiamoci nel fare il bene (409).
11 bene poi deve farsi bene: per essere. tale, dev´essere completo e integro: anche una sola manchevolezza lo rende difettoso. Facciamolo per¬" tanto con. bontà, con grazia, con bei modi. « O
folle superbia, o stoltezza somma! diceva Se
neca. — Da te non giova ricevere nulla, perché converti gli stessi benefìci in ingiurie e avveleni quanto dài .». Quando ci vien dato di fare un be-nefizio facciamolo subito, ricordando inoltre che
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il Signore, il quale Io riceve attraverso la persona del fratello cui lo facciamo, ama l´ilare donatore (410). « Chi dà subito, dà due volte » dice iI ,pro-verbio. Un benefizio quasi strappato a forza la
scia un senso di disgusto in chi lo dà e in chi lo riceve. Ricordare poi a ogni passo, e quasi buttare in faccia al fratello il benefizio fattogli, è avvele¬nare il benefizio stesso.
Identica o maggiore bontà deve usarsi quando siamo nell´impossibilità di fare il benefizio. Allo¬ra soprattutto, anzichè usare modi aspri o asciutti, giova far capire la ragionevolezza e il rincresci¬mento del diniego, come pure la gioia che prove¬remo appena ei verrà dato di concederlo. « La cor
tesia dice Graziano — empia il vuoto del di
niegato favore, e la dolcezza delle parole suppli-sca il difetto dei buoni effetti ». Un no di alcuni piace più di un sì di altri, perchè il no condito di civiltà aggrada più del sì guastato da cattiva maniera. La carità -Lutto sa e ´deve profumare di celeste fragranza!
E a chi dobbiamo fare il bene? A tutti senza ec¬cezione, secondo le nostre possibilità. Se voi amate colóro che vi amano, — faceva notare il Salva¬tore, — qual ricompensa meritate? Non fanno for¬se altrettanto anche i pubblicani? E se voi salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario?
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Non fanno forse altrettanto anche i gentili? (411). S. Paolo non solo esortava i cristiani di Roma a promuovere il bene vicendevolmente e a pro di tutti,, ma anche a vincere nel bene il male (412).
Frequenti occasioni per ciò fare ci vengonoof¬ferte dalla vita di comunità e dall´esercizio del nostro aposiolato. Ricordiamo spesso le parole che verranno pronunziate da Gesù Cristo nel fi¬nale giudizio: in verità vi dico; che. tutte le volte che anéte• fatto qualche cosa a uno di questi mi¬nimi tra i miei fratelli, l´avete fatta a me (415). Ecco perché S. Agostino diceva: ( Non credere che altra cosa sia Iddio, e altra i figli di Dio ».
Quale consolante pensiero! La cortesia, il pic¬colo favore, l´aiuto prestato al mio fratello, la ca¬rità, l´opera di misericordia compiuta in Mezzo ai giovani, nel ministero sacerdotale, negli Ora¬tori Festivi, nelle MisSioni, forse tra gli infelici lebbrosi: tutto Premierà Iddio come fatto a se stesso. Per renderci facile l´esercizio della carità Egli ha voluto nascondersi sotto tutte le umane ´ miserie, sotto tutte le imperfezioni, sotto lo stes¬so peccato. Volle farsi abbietto, l´ultimo degli uo¬mini, l´uomo dei dolori, che conosce la sofferenza e quasi cerca di nascondere la faccia ´(414): volle caricarsi non salo delle nostre infermità, ma de¬gli stessi nostri peccati. Ovunque noi correremo
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a sollievo del prossimo, ogni volta ehe´ci chinere¬ino per versare balsamo su qualche ferita, o por¬geremo la mano al Caduto, o tergeremo le lacrime al derelitto, o faremo splendere la luce della fede -e della verità nella mente ottenebrata del pagano o del fratello traviato, dappertutto e sempre tro¬veremo Gesù • che ci ripete: — Ciò che hai fati. to all´ultimo dei miei fratelli, lo hai fatta a Me: Io te ne darò:ampia riCompensa!
Con questo penSiero, con questa visione che affascina e stimola la mente, sarà facile vincere le differenze di umore e di: carattere, le antipatie, i difetti, le internperanze, le sgarbatezze, le stesse offese, le calunnie, le persecuzioni: tutto, sì, Sa¬prà vincere la carità; perché avrà sempre dinan¬zi Gesù benedetta vivente nella persona di ogni nostro fratello.
32. Le opere di misericordia.
Strumento veramente celeste per fare del bene a tutti sono le, opere di misericordia.
S. Tommaso dice che a dimostrare la vera ca¬rità verso il prossimo non è sufficiente il solo af¬fetto, ma è necessario anche l´effetto, e cioè l´o¬pera; questa sola infatti è prova e diMostrazio¬ne di vero amore. Solo così •la carità sarà ben or¬dinata, se dall´affetto passerà all´effetto (415).
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L´apostolo S. Giovanni scriveva ai primitivi cri¬stiani: Figliuolini miei, non amiamo a parole e con la lingua, ma con l´opera e la verità (41,6). Sono molti che manifestano-il loro amore a parole, ma
· purtroppo lo smentiscono coi fatti. Lo Spirito San¬to dice che dove sono molte parole, ivi spesso è la penuria (41Z), No, non sono i lunghi e neppure gli eloquenti discorsi che manifestano la carità: solo quando avremo saputo dare ai nostri fratel¬li quakosa di noi, dei nostri beni, dell´operosità nostra con effettivo soccorso, ´solo allora avremo dimostrato di amarli. •t La carità --- afferma S. Agostino — ha inizio effettivo solo quando ´co¬lui che è in grado di soccorrere il fratello biso¬gnoso, lo libera dalla tribolazione in cui geme » (418).
La miseria del prossimo può essere duplice: miseria di cose temporali e miseria di cose spiri-tuali. Vi è infatti un bene che consiste nelle co-se esteriori e corporali, e un altro che ha la sua sede nelle cose che riguardano l´anima e la feli-cità eterna. Quando si perdono i beni esteriori e corporali; si cade nella miseria corporale, men-tre, perduti i beni dello spirito, si ha la mise
ria spirituale. •
Noi per obbligo di carità abbiamo il dovere di sovvenire sia alla miseria del corpo che a quel
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la´ dell´anima. Queste opere a sollievo del pros-simo sono chiamate d opere di misericordia ».
S. Agostino, dice che la misericordia è la com¬passione che noi sentiamo in cuore per l´altrui miseria e che ci muove al soccorso del prossimo, quando ne abbiamo la possibilità (419). Essa è la principale tra le virtù che riguardano il nostro prossimo (420).
A noi religiosi, che ci siamo. proposti d´imitare Gesù Cristo, dovrebbe bastare il solo suo esempio per spronarci alla pratica di onesta virtù. Ben possiamo dire che l´intera vita del .Redentore fu una catena non mai interrotta di opere di mise¬ricordia. E dopo averla praticata la insegnò ri¬petutamente in mirabili parabole, la collocò tra le otto beatitudini, e la raccomandò esplicitamen¬te cori queste, parole: Siate, misericordiosi, come è misericordioso il vostro celeste Padre (421). Dio infatti è ricco di misericordia (422), anzi il padre delle misericordie (423); ond´è che la Chiesa af¬ferma nella Liturgia che « l´aver misericordia e perdonare è cosa tutta propria di Dio ».
Abbiamo già indicato che la nostra misericor¬dia può essere rivolta alle miserie corporali op¬pure a -quelle spirituali del prossimo. Il Catechi¬sino enumera anzitutto le sette opere di miseri-. cardia corporale: « Dar da mangiare agli alfa
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mati; dar da bere agli assetati; vestire gl´ignudi; alloggiare i pellegrini; visitare gl´infermi; visitare i carcerati; seppellire i morti 2. Poi le sette opere di misericordia spirituale: ,x Consigliare i dubbio¬si; insegnare agli ignoranti; ammonire i peccato¬ri; consolare gli afflitti; perdonare le offese; sop¬portare pazientemente le persone moleste; prega¬re Dio peri vivi e per i morti ».
Delle opere corporali parlò Gesù Cristo, quan¬do descrisse il divin. Giudice che, rivolto agli elet¬ti collocati alla sua destra, dirà loro:. Venite, o be¬nedetti dal Padre mio; possedete il regno che v´è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Perché io ebbi fame e voi mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e m´a¬vete accolto; fui ignudo e m´avete rivestito; fui infermo e mi visitaste; fui in prigione e mi veniste a trovare (424).
, 5. Tommaso osserva che il divin Maestro enu
- mera solo sei opere, tralasciando la settima del seppellire i morti. Ma fa notare che .quest´ultima opera è lodata nella Sacra Scrittura, specialmen¬te nel libro di Tobia. Gestì stesso poi ebbe parole di elogio per la Maddalena, la quale, ungendo il suo corpo, lo aveva in certo modo preparato per la sepoltura (425)..
S. Tontrnaso ancora s´indugia a spiegare come •
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ogni opera di misericordia risponda a un bisO-1 gno del corpo o a una necessità dell´anima. Si soccorre il corpo internamente col dargli cibo o bevanda, esternamente invece con vestito o con ospitalità. Se poi il corpo è malato ´o prigioniero, allora gli si porge aiuto coI visitarlo; se è morto, lo si soccorre dandogli sepoltura. Per l´anima in¬vece può occorrere consiglio o, insegnamento al¬l´intelligenza dubbicisa o ignorante, ovvero con¬forto alla volontà rattristata, e, se agisce mala¬mente, la si ammonisce, o la si sopporta, o la si perdona. Per tutti infine, vivi e defunti, si deve pregare il Signore.
L´angelico Dottore ha voluto, con questa ac
curata analisi, farci capire che la carità sa giun¬gere a tutto e che non v´è situazione, disagio, in¬fermità, necessità d´anima o di corpo, che noi non dobbiamo soccorrere nel nostro prossimo con gli aiuti della più squisita prestazione. In tal mo¬do avremo compiuto il magnifico programma trae
. dato da S. Paolo: Portate i pesi gli uni degli al-tri, così adempirete la legge di Cristo (426). Compiere tali opere di misericordia equivale a offrire a Dio un sacrificio graditissimo, secon-do le parole dei Proverbi: Praticar la carità e la giustizia, è più sgradito a Dio che le vittime (427). Gesù stesso disse ai Farisei: Andate a imparare F
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che cosa significhi: Io voglio misericordia, e non sacrificio (428). Perciò S. Paolo scriveva agli Ebrei.: E non dimen,ticatevi di far-del bene e di parteci¬pare il nostra ad altri; poichè di tali sacrifici Dio
· si compiace (428).
Per tale motivo i Santi consigliano di non ac-contentarci di fare dette opere di tanto in tanto, ma di esercitarci del continuo in esse, anche per, chè l´esercizio le ´rende facili, dilettevoli e stabili; di compierle con ilarità e prontezza; di aiutare il fratello appena ci rendiamo conto ch´egli si tro¬va in bisogno; di ricordare le parole dello Spi¬rito Santo: Chi è inchinevole a compassione sarà benedetto (430).
S. Tommaso aggiunge ancora tre cose, che ci stimolano a praticare la misericordia (431). An-zitutto .la nostra propria necessità. Infatti chi non dà aiuto, neppur lui troverà aiuto quando ne avrà di bisogno. E S. Giacomo dice queste severe pa¬rale: Il • giudizio sarà senza misericordia per chi non ha usata misericordia (432). In secondo luogo viene la nostra propria utilità, pensando ai pre¬ziosi gua.dagni spirituali che ci arrecano le ope¬re buone. Per ultimo c´è la convenienza che, rice¬vendo noi benefizi da tutte le creature, effondia¬mo su tutte il balsamo della nostra misericordia. È al sommo conveniente che chi abbisogna dell´o
326 •

pera di tutti, presti la sua opera misericordiosa a tutti.
Pratichiamole con slancio le opere di miseri-cordia: e ci conforti il pensiero che con esse noi imitiamo il Padre nostro misericordiosa, che sta nei cieli, gli dimostriamo praticamente il nostro amore e, grazie alle preghiere che faranno per noi le anime beneficate, otterremo da Lui miseri¬cordia nella tribolazione nostra.
« Esercitiamo adunque la misericordia, o fra
telli, — dice anche a- noi S. Agostino, perchè
non v´è altra veicolo del quale noi possiamo ser-virci per essere condotti da questa vita alla pa-tria celeste a (433),
33. L´elemosina.
· Generalmente parlando- tutte le opere di mise¬ricordia possono essere comprese sotto il nome di elemosina: perciò è bene spiegare in che cosa essa consista. Ne tratteremo con relativa ampiezza; sia perchè l´elemosina è molto: inculcata dalla Sacra Scrittura e particolarmente dal divin Redentore, sia anche perchè quesfargamento stava molto a cuore a S. Giovanni Bosco.
Narra, infatti, Don Francesia che nel 1887 stan-do alcuni Salesiani attorno al buon Padre dopo la refezione, a un ´tratto egli fe´ cenno di voler
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parlare é disse rivolto a quei suoi cari figliuoli:
La vostra età mi fa quasi dimenticare la mia. Vissi tra i poveri, ed. ebbi pure da frequentare ricchi Quanti bisogni ebbi -mai a vedere? E se non mi sentissi mancare le forze, vorrei scrivere un libro che servisse di: vero svegliarino agli uni e agli altri. Ma sono vecchio, ma sono logoro, ed ormai non mi rimane ché la morte ». Vedendo poi che quelle sue parole avevano profondamente corrimossO i- suoi figli, soggiungeva: in generale io ho visto che si fa po.ca elemosina, e che molti signori fanno Poco buon liso delle loró ricchezze. Nessuno può immaginarsi come il Signore doman¬derà stretto conto di Guanto Egli ha loro dato, per¬chè si adoprasse a beneficio dei poverelli. Essi hannc in Mano la chiave del paradiso, e corrono invece pericolo ,di andare all´inferno. Il libro. che io vorrei Stampare, dovrebbe avere per titolo: Il Paradiso assicurato ai ricchi nella persona:dei´ po-veri: Qualche ,tempo fa aveva già; con questa in-tenzione...raccolti vari -pensieri della Sacra Serit¬-tura e. de:i. Santi Padri, e. disposto tutto l´insieme
in un bel fascicolo di-viso nei suoicapi, Ma ora
devo cedere le armi erintinziare a quest´impresa. che: riii; stava, tanto- a cuore-D. Quei cari figliuoli a,iebbero voluto dirgli che erano tutti =a: sua di¬snosiziOne, ma rida osavano davanti alla: diffic21-
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là´ dell´impresa. Allora Don.Basco rivolgendosi a
Don Francesia: E se mettessi mano tu? — Sì,
Padre, volentieri: in •vérbo tuo laxabo rete. — Ma, soggiunse Don Bosco, lo farai presto, perché mi preme di vederlo e leggerlo. Ho molte cose a dirti che ti saranno utili. --
Purtroppo Don Francesia, distolto da pressanti occupazioni, non potè pubblicare il suo lavoro ¬dal titolo: .L´Elemosin,a, ossia il Paradiso assicu¬rato ai ricchi nella persona dei poveri — se non dopo, la morte di Don Bosco; è da rimpiangere che il nostro buon Padre non lo abbia così potuto esaminare com´era suo vivo desiderio. Quel trat¬tatene fu poi edito in successive edizioni con van¬taggio delle anime.
Ma vi sono ancor altre ragioni per trattare con quasi eccezionale ampiezza questo importan¬tissimo argomento della elemosina.. La -Società Sa¬TeSiana è una famiglia religiosa che vive di bene¬ficenza: per noi è questione di vita o di morte il conservarci nello spirito in cui ci ha voluti il no¬stro Padre e. siamo stati approvati dalla Chiesa. Ma appuntò perchè viviamo di elemosina è bene che noi conosciamo a fondo, per poterne parlare compiutamente, tutto ciò - che riguarda ´la bellez¬za, la "necessità, l´obbligo, i vantaggi, i meriti, i premi della. elemosina.
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Nessuno di noi dovrà dimenticare mai che sulla. tomba del nostro santo Fondatore furono scolpite queste parole: Qui giace •.Don Giovanni Bosco, Padre degli orfani. Chiamati a essere i for, tunati eredi e cOntinuatori dell´onorifica missione di :padri degli orfani e dei poveri, dobbiamo es¬sere in grado di difenderne i legittimi interessi, che sono in fondo anche i veri interessi dei ricchi, facendo noi a questi, come voleva Don Bosco, la carità d´insegnar loro il buon uso delle ricchezze onde procurarsi con esse la gioia di fare del bene e ´ di assicurarsi effettivamente così il Paradiso nella persona dei poveri.
S. Tommaso dice che l´elemosina è un atto di misericordia, poiché la stessa parola elemosina altro non significa che compassione e carità ver¬so il prosssimo. Ond´egli la definisce a un´opera con cui per amor di Dio si dà Qualcosa all´indi¬gente, che ci muove a compassione » (434).
Che l´elemosina sia un atto della virtù della carità apparisce chiaramente dalle parole di. S. Giovanni, il quale dice: Se uno avrà dei beni di questo mondo e vedendo il suo fratello nella ne¬cessità gli chiuderà il proprio cuore, come la ca¬rità di Dio dimora in lui? (435). E siccome tale necessità non è limitata esclusivamente al cib0).e al vestito, così ogni opera di carità è elemosina,
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secondo che scrive S. Agostino: Non solo chi ´dà vitto all´affamato e bevanda all´assetato, vestito al¬l´ignudo e ospitalità al pellegrino, ma anche chi fa una buona correzione, chi :consiglia, chi guida al bene, chi prega pel prossimo, fa elemoSina e opera di mis´èricordia » (346).
L´elemosina è anzitutto un atto di bontà di Dio verso il ricco, perchè lo distacca dal vischio dei beni terreni, lo indirizza verso il mondò so¬prannaturale, lo richiama ai suoi eterni destini e ló vuole più vicino a sè. Chi si accosta a Dio è più facilmente in grado di ascoltarne gli appelli, i. desideri, la volontà; in tal modo il ricco viene scosso dalla disastrosa illusione in cui a volte vive, dimenticando l´incertezza e caducità di tut¬to ciò che è temporaneo e fugace, e non pensan¬do affatto. al -tremendo tribunale cui dovrà un giorno presentarsi per render conto del modo con cui si è deportato -verso i poveri. Purtroppo da molti non si pensa che la vita è un soffio e che al tribunale di Dio le ricchezze non: hanno più, come nel mondo, il prestigio di sfondare tutte le porte, di comprare l´appoggio dei potenti e per¬sino talora di tentare il corrompimento dell´inte¬grità dei giudici.
Inoltre, i ricchi non sempre pensano che sono soltanto depositari e amministratori dei beni che
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posseggano o per eredità o per il buon successo dei loro affari. Iddio potrebbe dare direttamente il necessario ai poveri, ma vuole invece che cpie¬sti lo ricevano dai suoi mandatari o ambascia¬tori, che sono appunta i ricchi. Don Bosco diceva, enunciando Uno dei grandi principi di soluzione dell´angosciosò problema sociale: 4; Dio ha fatto il povero, perchè si guadagni il cielo con la ras¬segnazione e la pazienza; ma ha fatto il ricco, per¬chè si salvi con la carità e la limosina x (347). E un´altra volta, con espressione forte, — che fa ri¬saltare l´elemosina quale perentorio dovere, che entra nell´àmbito di quella che oggi si chiama
«-giustizia sociale », il nostro buon Padre parlò
così ai Cooperatori, a proposito di tanti cristia¬ni che guazzano nelle delizie senza muoversi a dare una Limosina per cooperare alla salute eter¬na dei fratelli: « A cristiani di tal fatta si po¬trebbero rivolgere le parole, che S. Pietro in al¬tra occasione pronunziò contro Simon Mago: Pe¬cunia tua tecurn sit in perditionern, il tuo denaro perisca con te. G.:iali cristiani dovrebbero riflet¬tere che Dio chiederà, conto un giorno dei beni che haa loro concessi. Egli dirà a ciascun facol¬toso: — io ti aveva dato delle sostanze, ´affinché una parte ne disponessi alla Mia gloria e a van¬taggio del tuo prassiinci; tu invece che ne facesti?
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1] lusso, i divertimenti, i viaggi di piacere, le goZ-zoviglie, le partite, le comparse, ecco la voragine
dei tuoi beni, Taluno dirà:. — I miei beni io
non li spreco; me li tengo cari, li accresco ogni anno; compero case, campi, vigne e via dicendo: — Anche a costoro dirà il Signore: — Li accu¬mulaste! li accresceste! Si, è vero; ma intanto i poveri soffrivano la fame; ma intanto migliaia di fanciulli abbandonati crescevano nell´ignoranza della religione e nel mal costume; ma intanto le anime redente dal mio Sangue cadevano nell´in¬ferno. Aveste più a cuore i vostri danari che non la mia gloria, più care le vostre borse che non le anime dei vostri fratelli. Ora coi vostri piaceri, coi vostri tesori, con le vostre sostanze andatevene al¬la perdizione: pecunia tua tecum sit in perditio-nem Y; (438).
Gesù Cristo poi per infondere in tutti un gran¬de rispetto e amore pei poveri vuole´ che in ognu¬no di essi venga considerato Egli stesso. Disgra¬ziati pertanto coloro che disprezzano o respingo¬no i poveri! Gesù Cristo, disse che di poveri ne avremmo avuto ´sempre in mezzo a noi, e difatti li troviamo dovunque al nostro passaggio: essi stantio a guisa di sentinelle alla porta delle basi¬liche e dei templi, affinché la vista del povero sia conte una luce celeste, un´ avviso di Dio., che ri
.
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schiari la vita terrena con i fulgori di quella eter-na. Chi accoglie i poveri accoglie Gesù. Quel toz-zo di pane, quella bevanda, quel vestito, quella lieta accoglienza, che si negano al povero, son ne¬gati a Gesù stesso, il quale dice: — Io vivo nei miei poveri: in essi e per essi io soffro fame e sete, sono ignudo e infermo, cerco asilo e ristoro. -¬« Dare ai poveri il nostro obolo — diceva Don Bo-sco — è come darlo nelle mani di Gesù Cristo »
(439).
In questa identificazione del povero con Gesù Cristo è la solida base della carità verso il pros-simo: perciò rifiutare l´elemosina é il soccorso al povero è un certo qual delitto .di lesa divina Mae¬stà. Per questo motivo il disprezzo di Dio nel po¬vero sarà castigato con la pena eterna. Con ra¬gione fu detto che, quando i poveri non sono soc¬corsi, non si deve incolparne il Signore, il quale procura all´umanità beni tanto copiosi, che ve ne sono per tutti in abbondanza. Egli però incarica i ricchi di distribuirli: su di questi pertanto ricade il delitto di non soccorrere i poveri.
Fortunati invece coloro che, secondo il consi-glio del divin Maestro, invitano ai loro banchetti, vale a dire a partecipare delle proprie ricchezze, i poveri, i deboli, gli zoppi, i ciechi! Essi saran¬no premiati, non dai poverelli, ma da Gesù Cristo
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stesso, ristorato e confortato nella persona dei bi
sognosi. « Chi protegge i poveri avverte anco
. ra il nostro santo Fondatore — sarà largamente ricompensato al divin Tribunale. Chi protegge gli orfani, sarà benedetto da Dio nei pericoli della vita e protetto da Maria in morte (440)..
§ i. preceilo dell´elemosina.
« Alcuni credono — diceva S. Giovanni Bosco in tum conferenza ai Cooperatori — che il fare li-raosina sia un consiglio. e non un precetto; quin¬di, purchè non si servano male dei loro averi,:si pensano di fare abbastanza per salvarsi. Questo è un inganno fatale, che impedisce purtroppo tante opere buone nel mondo e trascina molte anime all´eterna perdizione, come vi ha menata il ricco Epulone. È più facile, ha detto Nostro Signor Ge¬sù Cristo, a un cammello passare per la cruna di un ago, che. a un ricco salvarsi, se egli mette il suo cuore nelle ricchezze e non si cura dei pove¬relli. Costui, se si vuole, non peccherà contro la giustizia, ma Peccherà contro la carità; ora che differenza c´è tra l´andare all´Inferno per aver mancato contro la giustizia e l´andarvi per aver mancato contro la carità?.» (441).
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Il precetto dell´elemosina è fondato sulla so-vranità di Dia e sulla indigenza del povero. Dio è il solo vero padrone di tutti i beni: chi li pos¬siede ne è un semplice amministratore. Se i beni sono di Dio, è giusto che a Lui si paghi un tri¬buto di vassallaggio e riconoscenza. Perciò l´ele¬mosina, mentre riguardo al povero è un alto di carità, riguardo a Dio è un atto di giustizia. « Chi non dà il superfluo, ruba al Signore » diceva S. Giovanni Bosco (442). I poveri sono gl´incari¬cati di riscuotere le tasse e il tributo che i ricchi devono pagare a Dio. Per questo l´elemosina deve farsi con sentimento di umiltà, come riconosci
- mento della propria dipendenza dalla sovranità del Signore.
Il precetto di dare l´elemosina è grave, poichè chi non Io pratica non può avere la carità di Dio nel cuore. D´altronde nel giudizio universale verrà condannalo al fuoco eterno chi, potendo, non avrà fatto elemosina. Ora, non si può supporre che Iddio condanni alle pene eterne chi non abbia praticato un semplice consiglio: l´elemosina per-. tanto dev´essere un precetto ben grave, se la sua osservanza verrà premiata con l´eterna beatitu¬dine, mentre l´inosservanza sarà punita con l´eter¬na dannazione.
S. Tommaso dice con buona logica che, es
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sendo l´amor del prossimo di, precetto, ne consegue che sono pure di Precetto quelle cose senza di cui detto amore non può essere nè praticato nè. con¬servato. Orbene, l´amor del prossimo esige non solo che desideriamo agli altri il bene, ma che lo pratichiamo verso di essi, giusta il detto di S. Giovanni: Non amiamo a parole e´ con la lin¬gua, ma con l´opera e la verità (443). Praticare il bene è lo stesso che sovvenire ai bisogni del. pros¬simo, e ciò si fa mediante l´elemosina: oud´è che la elemosina è di precetto (444).
Figliolo, — dice lo Spirito Santo, — non frau-dare ir povero delle limosine, e non volger via da lui i tuoi occhi (445). E S. Paolo scriveva agli Ebrei: Non dimenticatevi di far del bene e di par-tecipare il vostro ad altri: poichè di tali sacrifizi Dio si compiace (446).
I Padri della Chiesa ricordano spesso e con energiche espressioni il precetto dell´elemosina. S. Ambrogio afferma essere in grave colpa chi, sa che un fratello patisce la fame e non lo soccorre:
« Se non lo hai alimentato, — giunge a dire, Io
hai ucciso ». E paragona al peccata di furto il delitto di chi vive nell´abbondanza e nega l´ele
·,mosina ai bisognosi (447)..
E qui è doveroso notare ché la Chiesa, sempre madre, riconosce e rispetta le particolari esigen
337

ze di chi è ricco e deve vivere, non soltanto se-condo la necessità di natura ossia con vitto e ve¬stito, ma anche secondo la necessità del proprio stato: poichè è evidente che la condizione di un principe, di un marchese, di un ambasciatore ha esigenze, che non ha un campagnuolo o altro ope¬raio. Però la Chiesa stessa mette in guardia, af¬finchè la vanità e l´amor proprio non traggano da ciò argomento per defraudare i poveri di quan to è loro dovuto in elemosina. « Che cos´è questo stato? -- domanda a certi ricchi un noto oratore ´sacro. — È uno stato cristiano o uno stato paga¬no? È uno stato reale o uno stato, frutto di fanta¬sia? È uno stato regolato da giuSta misura, oppu¬re senza limiti? È -tino stato voluto da Dio, oppure creato dalle proprie passioni? Ahl Se è uno Stato
senza misura, uno stato fondato sulle idee sconfi¬nate dell´orgoglio, uno stato di cui gli stessi pagani
condannerebbero gli eccessi e il cui fasto smodato
è motivo di scandalo e di vergogna per i cristiani, allora può essere vero che non avete nulla di su¬perfluo, anzi che vi manca persino il necessa¬rio » ´(:448).
Quando si vogliono ricchezze per tutti i ca-pricci e per tutte le sregolatezze, allora non ri
marrà nulla di certo per i poveri. Si può vivere secondo il proprio stato e anche migliorarlo, ma
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vivendo- cristianamente e moderatamente: e cosi i poveri riceveranno carità in abbondanza. Qualche ricco potrà dire: — Io accumulo, per i miei figli. — « Fa´ pure ciò,. -- gli risponde S. Agostino, — ma con moderazione, affinché non avvenga che il pretesto di pietà diventi motivo d´iniquità» (449).
— Ma io non ho di che fare elemosina — di-cono altri. Risponde Io stesso Santo: € E- sia. Vi
prego però di interrogare diligentemente la vo-stra coscienza, poichè è -tanfo facile che avvenga ciò che non. dovrebbe capitare, e cioè che si scitt
pi e si perda in ebrietà quanto si sarebbe dovuto dare in elemosina; che si consumi e scialacqui in
golosità su questa terra quanto si doveva teso
reggiare pel cielo mediante l´elemosina; che si di¬lapidi in illecite soddisfazioni del sensO e della
lussuria quanto poi manca per soccorrere i poveri e assicurarsi la salvezza dell´anima; che infine, mentre nelle rimpinzite guardarobe la tignola rode le vesti preziose, si neghi ai poveri perfino il più_ umile vestito » (450).
È da temere che certe scuse non trovino ac-coglimento al tribanale di Dio: esortiamo pertan-to i ricchi a compiere generosamente questo loro dovere di carità, anche a costo di qualche sacri-ficio.
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Maestro: Dà — Egli dice — a chiunque ti chiede
(452). Nessuno è escluso dalla carità: perciò nes¬suno dev´essere escluso dalla misericordia e dalla elemosina, di cui abbisogna. S. Paolo protestava di voler bene a tutti nelle Viscere di Gesù-Cristo
(453). Chi sappia amare così, saprà pure allar-gare la mano a soccorso del prossimo che si trova in necessità. Dice il Savio: Se il tuo nemico avrà • farne, dagli da mangiare; se avrà sete,´ dagli acqua da bere (454). Dunque anche ai nemici, anche ai cattivi: la ragione si è che essi pure sono nostro prossimo e figli di Dio. A tuffi perciò dobbiamo fare limosina senz´accettazione di persona, e non solo a coloro pei quali nutriamo simpatia.
Taluni si rifiutano a volte di fare la carità, perchè dicono • che i mendicanti sono indegni, fal¬si, scrocconi. Anzitutto procediamo con cautela nel giudicare, perché alla stessa stregua che giu¬dichiamo gli altri, saremo poi giudicati anche noil Ma poi, chi è animato da sentimenti cristiani ed è persuaso di fare l´elemosina allo stesso Gesù Cristo nella perSona dei poveri, lascia da parte giudizi e supposizioni, che in moltissimi casi pos¬sono anche essere contrari a verità; anzi, egli soccorrerebbe il povero persino se fosse certo dei suoi difetti. In quest´ultimo ,caso, dopo il soccor¬so materiale, si potrebbe con prudenza e carità
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aggiungere l´elemosina ancor più fiorita di un av
· viso o consiglio salutare:. e si avrebbe motivo di sperare che il povero, commosso dal soccorso e dall´interesse a suo riguardò, praticherebbe il con-siglio ricevuto. Non dimentichiamo che l´apostolo Paolo, dopo aver usato parole assai severe contro taluni che erano considerati pigri e sfruttatori, ag-giunge subito di non trattarli come nemici, ma co¬me fratelli e di non cessare di far loro del bene (455).
Dell´elemosina giova ripetere ciò che fu detto della carità, e cioè che dev´essere ordinata. Natu¬ralmente i congiunti e i più prossimi a noi per vincoli di parentela, di amicizia, dovranno essere preferiti. Deve inoltre tenersi contò della maggiore
o minore necessità, la quale può essere ordinaria
o lieve, straordinaria o grave, estrema o gravissi¬ma. Chi si trova in necessità estrema merita ogni precedenza. E se per la necessità ordinaria- sarà sufficiente dare parte del superfluo, e per quella straordinaria si deve a volte sacrificare anche tut¬to il superfluo, per la necessità estrema ognuno dev´essere disposto a dare, ove occorra, anche ciò che è dovuto al proprio stato.
In certi casi poi non basta dare a quei´ che do-mandano, ma anche a coloro che tacciono. Sonvi infatti casi pietosissimi di nobili o benestanti de
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caduti, i quali non osano stender la mano e in-tanto intristiscono nella penuria e nella fame. Quando si viene a conoscenza di queste situazio¬ni compassionevoli converrà agire con prudenza e delicatezza per:evitare tutto ciò che possa ferire eventuali suscettibilità.
Neppure si può dire che debbansi preferire sempre i buoni ai cattivi, perché in certi casi il bene spirituale dei cattivi può far sì che questi abbiano la Precedenza sugli altri. Nè si pensi che si deve soccorrere i poveri solo nei bisogni estremi e straordinari, ma´ anche in quelli comuni. S. Pao¬lo scriveva ai Corinti: La vostra sovrabbondanza supplisca alla loro indigenza (456). I Padri affer¬mano a coro che il superfluo dei ricchi è il ne¬cessario .dei poveri.
L´elemosina poi sia elemosina e non restitu zione di un bene rubato o di un salariò sottratto. Non sarebbe secondo giustizia dare un salario in¬sufficiente e far dopo l´elemosina: prima la giu¬stizia e poi la carità.
Infine S. Giovanni Bosco ripeteva che l´elemo-sina, per quanto è possibile, venga fatta in vita e non dopo morte. « Vi sono persone ricche di buon cuore e di pietà, — disse una volta in un • corso di Esercizi Spirituali per signore, — le qua¬li lasciano per testamento una patte delle loro

sostanze per opere di carità. Buona é santa cosa! Bisogna però notare che nel Vangelo non è scrit¬to: Lasciate in morte il superfluo:,ai .poveri, ma: Date il superfluo ai poveri. Come vedete, la co¬sa è ben diversa» (457). D´altronde non si di-mentichi la ben nota: e significativa sentenza: il¬lumina di più una luce davanti che non dieci col¬locate di dietro. Senza dire che tante volte i testa¬menti vengono impugnati e le volontà del defunto non sono rìAprettate: è tanto facile cercare pre¬testi e motivi di liti, e frustrare anche le inten¬zioni ´OHI. saniel
La nostra. Congregazione conta fra i suoi be¬nefattori alcune di. queste anime privilegiate che vollero spogliarsi in vita delle loro sostanze per donarle a´ vantaggio dei poveri, come appunto in¬culcava S. Giovanni Bosco. «È stato sempre mio
intendimento scriveva .a una CoOperatrice
di fare tutto il possibile per distaccare .il cuore degli amici-dalle cose miserabili di questo mondo é innalzarli a Dio, al Bene eterno » (458); e a un´altra_ diceva ancor più apertaMente: «Desidero che Muoia povera -e che si distacchi totalmente:dal¬le cose della terra per portare seeò al cielo il frutto di tutte le.sue opere. di carità » (459):
Fra queste anime generose eccelle il Conte Eu¬genio . R.ebaudengo, .che Rubò. considerasi: conte- il
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più insigne benefattore della nostra Società. Egli si spogliò in vita di tuffi i suoi beni, e il Signore
gli concesse - vedere i primi, risa già copiosi
frutti della sua grande carità, trovandosi circon¬dato, nell´Istituto intitolato al suo nome; da cen¬tinaia é centinaia •di giovanetti ivi accolti dalla sua munificenza.
Può destare meraviglia la risposta data a una benefattrice di Sestri Ponente dal nostro santo Fondatore. Sul punto di congedarsi la signora gli domandò: — Mi dica,• Don Bosco, che cosa debbo
fare io per assicurarmi l´eterna salvezza?... Lei
per salvarsi dovrà diventare povera come Giob-be » (460). Dobbiamo pur ricordare che tale po-vertà diventa estremamente ricca, soprattutto pel cielo, ma anche per • questa terra. Nella Spagna il munifico nostro benefattore Don Rafael Romero, morto all´età di 99 anni, ara felice di essersi di¬staccato in vita dalle sue sostanze e. non tollera
va che lo si ringraziasse. « Sono io interrom
peva subito — che devo ringraziare i Figli di Don Bosco, perchè sono tante le consolazioni che Iddio mi concede nel vedere il bene che si fa con quanto ho donato, che non avrei mai potuto im-maginarmele così soavi ». Dunque, è proprio vero che la elemosina è una semente. Se non la si se¬mina, non produce nulla; invece, appena sparsa,
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fa una messe così abbondante da compensare ol-, tre ogni misura il generoso seminatore, già´ du.- rance la vita;l; ma soprattutto poi nella eternità.
§ 2. La pratica dell´elemosina.
Anzitutto- l´elemosina deve farsi con spirito di fede, .che ci fa vedere nei poveri la nostra stessa carne; i fratelli nostri e figli di Dio, le membra del Corpo Mistico di Gesù Cristo. Sotto la veste del povero si nasconde Gesù. Cristo. Se rispettiamo i santi altari, sui quali viene sacrificato Gesù be¬nedetto. dobbiarao, pur prendere in considerazio¬ne le persone dei poveri, nelle quali il Signore viene aiutato e ristorato.
Per non perdere il merito dell´elemosina, biso¬gna che la nostra intenzione sia retta e pura, sen¬za mescolanza di orgoglio o di vanità. — Quando fai elemosina, — dice il Salvatore, — non sappia la tua sinistra quello che fa la destra, cosicchè la tua elemosina sia fatta in segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompen¬sa (461).
Né basta la sola tenerezza e bontà di cuore, o un- sentimento di compassione naturale, per dare valore e merito all´elemosina. Il cristiano, diurni
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nato dalla fede, dòna a. Dio, oggetto finale del suo amore e, nell´intenzione, termine ultimo della. sua beneficenza: in altre parole, egli è mosso dalla virtù della carità: S. Paolo dice categoricamente: E se anche distribuissi in nutrimento dei poveri tutto quel che ho... e non avessi amore, non ne avrei alcun giovamento (462). La carità stessa ci muoverà a dare con gioia e con buon garbo, se¬condo la raccomandazione. dello Spirito Santo: Figliuolo, nei benefizi che fai non infligger vitu¬perio, e in un dono qualsiasi non dar tristezza con male parole (463).
Neppure l´elemosina deve farsi troppo atten¬dere con futili e a volte mortificanti pretesti. Dice il Savio: Non dire al tuo amico: — Va e torna; te la darò domani — se quella cosa la puoi dare su¬bito (464). e E che sai tu. — domanda S. Basilio -¬di ciò che ti riserva il domani? 2› (465).
./È giusto poi che nel fare l´elemosina si consi¬deri l´età, la debolezza, il bisogno, a volte il pudo¬re del povero, senza dimenticare mai che, in certe situazioni, urge il soccorso spirituale più ancora di quello materiale. Versare balsamo su di un cuore ulcerato, liberare un´anima dalle tenebre dell´errore e un cuore dal veleno dell´odio, è ele¬mosina non meno accetta a Dio deI tozzo di pane o del vestito dato all´indigente.
´34S

L´elemosina infine deve farsi pure con umiltà, secondo la raccomandazione del Divin Maestro: e Quando fai l´elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gl´ipocriti nelle sinago¬ghe e nelle strade per essere onorati dagli uomini. In verità vi dico che hanno già ricevuto il loro prernio» (466). La carità cristiana non vuoi essere strombazzata, esaltata, acclamata. Essa riceve la sua forza, la sua nobiltà, la sua gloria, il suo vero premio, celeste ed eterno, quando è simile a quel¬la del divino Modello. Iddio, elemosiniere e bene¬fattore per eccellenza, si nasconde: noi non vedia¬mo mai la sua mano, che pure del continuo span¬de su di noi benefizi senza numero. Gesù stesso, quando faceva l´elemosina dei suoi miracoli, im¬poneva il silenzio a coloro che li ricevevano.
Questo sentimento di umiltà non deve venir meno, neppure quando la prudenza esige che del¬le nostre elemosine si renda conto ai benefattori, che ci dànno i mezzi per compierle, oppure alle superiori Autorità.
e Non mancò a più riprese — scrive il biografo del nostro santo Fondatore — chi fece carico a Don Bosco, perché ricorresse alla´ pubblicità o per mezzo dei giornali o con opuscoli di occa¬sione. Noi vorremmo dire piuttosto che spiccò an¬d´e in questo la sua virtù. Infatti .il Santo non
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ignorava gli umori di certuni e le critiche di certi altri, né poteva sfuggirgli come per tal modo egli scapitasse nella stima di qualche personaggio al-tolocato; talora la disapprovazione gli veniva espressa in faccia., Del suo operare egli dava la ragione cosi: — Siamo in. tempi, in cui bisogna operare. Il inondo è divenuto materiale, perciò bisogna lavorare e far conoscere il bene che si fa. ´Se uno fa anche miracoli pregando giorno e notte e stando nella sua cella, il mondo non ci bada e non ci crede più. Ti mondo ha bisogno di vedere e toccare, — Parlando poi della canvenien.- za ´di dare alle opere buone la massima pubblicità, diceva: — Questo è l´unico mezzo per farle co-noscere e sostenerle. Il mondo attuale vuole ve
dere le opere, vuole vedere clero lavorare a
istruire e a educare la gioventù povera e abban-donata, con opere caritatevoli, con ospizi, scuole, arti, mestieri— E, questo è l´unico mezzo per sal-vare la povera gioventù istruendola nella´religio¬ne e quindi. di cristianizzare la società (467) .
· A S. Giovanni Bosco premeva pure che i gover-nanti sapessero quanto i suoi facevano •e si per-suadessero che non si agiva in segreto né si navi-gava sotto acqua, ma si operava alla luce del sole. « Castoro, -- insisteva egli, — vedendo essere pa¬lesi le nostre intenzioni e le nostre opere, sono
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contenti e non cercano più oltre... Quando si pre-senta l´occasione, ci, fa bene il parlare, il dire, il manifestare, sicché, conoscano le cose nostre; poi-chè adesso da questi altolocati si va avanti con la paura e col sospetto in ogni cosa. Basta che si sappia che una Congregazione opera, ma non´ si conosca che cosa faccia, perchè temano subito e si mettano sulle vedette. Con noi non c´è bisogno di occhiali: diciama tutto a chi vuoi sapere e persino a, chi non vuoi sapere » (468).
Ma il nostro santo Fondatore seppe conciliare mirabilmente la necessaria pubblicità, richiesta dall´indole della sua beneficenza, con un costan¬te sentimento di profonda umiltà. Ne fanno fede queste parole da lui dette ad alcuni suoi intimi:
Quanto di nostra fama noi lasciamo su questa terra, altrettanto di gloria. ci sarà scemato in cielo— se pure saremo trovati meritevoli di an-darci. Del .resto io ho fatto tutto- il .possibile per occultarmi. Si parlava da ogni parte di questo po-vero prete: chi ne diceva una e chi ne diceva un´altra, e Don Bosco taceva sempre. Ma quando la Congregazione ebbe forma stabile, allora fui
costretto, non dico a pubblicare le cose mie, ma a non appormi così energicamente come nel pas
sato aveva fatto a coloro che volevano ricorrere alla stampa per far conoscere le opere nostre. La
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persona di Don Bosco restava identificata con la nostra Pia Società, e questa bisognava che fosse conosciuta » (469).
Preghiamo perch.è l´ardore di beneficenza del Padre si conservi in tutti i suoi figli e cooperatori. Dobbiamo ripetere con evangelica schiettezza che l´elemosina procura soprattutto l´immenso bene¬fizio di staccare il -cuore dalle ricchezze.. Nella tempesta di questo mondo sconvolto da tante pas¬sioni, è al sommo fortunato colui che ha il co¬raggio di dare i suoi beni, o tutti o in parte, a vantaggio ´dei poveri: la- sua navicella giungerà .sicurainente al porto´ndella- eterna salvezza:
. .
§ 3. I vantaggi dell´elemosina.
Abbiamo già veduto vari premi e vantaggi dei-l´elemosina: tuttavia avremo adesso la.fortuna di udirli Compendiati dalla bocca stessa del nostro santo Fondatore, secondo che li espose nella ´sua prinia conferenza ai Cooperatori ´e alle Coopera¬trici di Casale, nel 1882. È da rilevarsi con il bio¬grafo come S. Giovanni Bosco insistette sulla ele¬mosina, non soló come un religioso dovere, ma an¬che come ´una vera necessità. sociale (470). Ecco
adunqiie parte del largo resoconto della
cOnferenza stessa: •
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« Tutti disSe Don Bosco — abbiamo bisogno
di ricevere limosina da Dio. Abbiamo bisogno che il Signore dia la sanità del corpo a noi e -alle no¬stre famiglie, la fertilità delle campagne, la buo¬na riuscita dei nostri affari e via dicendo. Orbene, qual è il mezzo più efficace per ottenere questa limosina da´ Dio? Uditelo dalla bocca dello stes¬so nostro Signore Gesù Cristo: Date et dabitur vo¬bis, date e vi. sarà dato (471); fate limosina agli altri e Dio la farà a voi. In altro luogo lo stesso Divin Salvatore promette di retribuire quaggiù il cento per uno di quanto si sarà dato. ´per amor suo: Centuplum aceipiet in tempore Iioc (472). Questo centuplo Iddio lo dà non solo in beni spi¬rituali, ma, come spiegano i Santi Padri, anche in beni temporali.
Oggidì — continuava Don Bosco — si la-mentano-forti rapine, incendii, grassazioni, e peg¬gio. Sono mali questi, sono disordini dolorosi, ma diciamo anche: di una buona parte di questi ma¬lanni sono pur causa coloro, che potendo non fanno limosina. Se quel facoltoso, se quel ricco al¬largasse un po´ meglio la mano verso gl´Istituti di carità, se vi facesse ritirare a sue spese quei gio¬vanetti, che sono pressoché abbandonati, egli le¬verebbe tanti individui dal pericolo di diventar ladri e malfattori. Se quei signori, se quelle si
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griore, se •quei possidenti facessero limosina to-glierebbero molte persone dalla mala vita, e in-tanto sarebbero- più amati dai poveri, e sarebbe¬ro eziandio più rispettati nelle Toro campagne, nei loro negozi, nei loro possessi; e casi non si avreb¬bero a deplorare tanti delitti. Invece coll´avari-_ zia, con l´interesse, con la spilorceria´, con la du-. rezza di cuore,..mentre lasciano crescere tanti. mal¬fattori in mezzo alle vie, mentre lasciano languire tante famiglie nel fondo della miseria e le metto¬no come nella : dura necessità di procacciarsi per forza ciò; che vien loro negato per carità, si fanno eziandio mal volere e odiare, e in un subbuglio saranno essi i primi a pagarla. E poi che avverrà? In un giorno, :forse non lontano, si avvereranno anche quaggiù i guai pronunziati da Gesù Cristo e dall´apostolo S. Giacomo contro i ricchi senza cuore: Vae vobis dioitibus, guai •a´ voi, o ricchi. Agite none, diDites, plorate rtlitantes in miseriis tbestris, quae acIDenierit Dobis: Su via, o. ricchi; Piangete, alzate le grida a motivo delle miserie che verranno sopra di voi (473).
« Ma quelli che ci devono più efficacemente spronare a fare limosina, — proseguiva Don Bo¬sco, — sono i vantaggi spirituali che essa ci ar¬reca. L´arcangelo Raffaele parlando al vecchio Te¬bia in nome di Dio pronunziò sulla limosina que
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ste parole: Eleemosyna a morte liberat, et ipsa est quae purgai peccata, et facit invenire miseri-. cordiam et ritam aeternam (474). La litnosina li¬bera dalla. morte. Ciò può intendersi in tre sensi. Libera dalla morte dell´anima, o coll´ottenerci di non cadere in peccati mortali, o ccil meritarci il pentimento dei medesimi e la grazia di confes¬sarcene con le dovute disposizioni, quindi il per¬dono. Libera dalla morte eterna, ossia dalla eterna dannazione, in quanto che ci ottiene il dono della perseveranza finale, la grazia cioè di morire nel¬l´amicizia di Dio. Libera anche dalla morte cor¬porale non già nel modo assoluto, come se ci ren¬desse immortali, ma relativamente coll´ottenerci la guarigione di malattie anche gravi e disperate. La Sacra Bibbia ci narra di una certa Tabila da S. Pietro risuscitata da morte a cagione delle sue limosine: Quando poi giunga l´ora nostra, la li¬mosina ci libererà dal fare una morte crudele e spaventosa, ci otterrà di terminare la vita ras¬segnati e confortati, ci renderà la morte come il sonno di un bambino, che si addormenta placida¬mente nelle braccia di amorosa madre. Eleemo¬syna a morte liberat.
· ( L´Arcangelo aggiunge: Ed essa è che purga i peccati; et ipsa est quae par. gai peccata. La limo-sina purga i peccati in questa e nell´altra vita: Una
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persona che faccia limosina per amor di Dio- e del prossimo, esercita un atto- di carità; ora un atto di carità perfetta verso Dio cancella dal¬l´anima non solamente i peccati veniali, ma an¬che i mortali, purchè abbia il desiderio di confes¬sarli, quando le si presenti l´occasione. Lí purga eziandio coll´ottenercene più facilmente il perdono da Dio; Ii • purga col rendere più disposta
a ricevere in maggior abbondanza le grazie del Sacramento della Confessione e della Comunione. Li purga non solo per questa, ma eziandio per l´altra vita; poichè la limosina, specialmente quan¬do viene fatta con qualche sacrifizio, soddisfa pei peccati commessi, ci libera dalla pena che per causa dei medesimi dovrem soffrire in questo o nell´altro mondo, e ci impedisce di cadere o di ri-manere a lungo nel Purgatorio. E questo vantag¬gio Io apporta la limosina non solo a chi la fa, ma alle anime che già si trovato in pena, sod¬disfacendo pei loro peccati, liberandole dalla loro prigione e mettendole più presto al possesso della eterna gloria.
« Finalmente facit inDenfre misericotdiam. et &Mut aPternam: la limosina fa trovare miseri¬cordia e la vita eterna: Guai a noi, se il Signore cì trattasse a tutto rigor di giustizia! Chi non avrebbe a temere di cadere da un momento aI
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l´altro, sotto i flagelli dell´ira sua?. Chi: non avreb-be a tremare nel presentarsi al suo giudizio? Ab-biamo quindi assoluto bisogno che Dio ci usi mi-sericordia, pietà e compassione. E questa compas-sione, questa pietà e misericordia Egli la userà con noi, se noi la usiamo verso gli altri mediante le no¬stre limosine. Gesù Cristo ce lo promise con queste parole: , Beati i misericordiosi,´ p erchè troveranno misericordia; ed invece ha fatto minacciare dall´a¬postolo S. Giacomo un giudizio senza misericor¬dia a colui, che toga avrebbe fatta misericordia: judicium sine misericordia ei, qui non fecit mise¬ricordiarn (475)
r Ma non solo la limosina fa trovare miseri-cordia, ma, altresì la vita eterna, vale a dire, il Regno dei cieli. Il divin Redentore ce lo assicura, Ià do Ve parlando del giudizio universale, ci dice le parole, con le quali nell´ultimo giorno decrete¬rà ai benedetti il premio e ai maledetti il casti¬go, eterno: Venite benedetti del Padre mio, pren¬dete possesso del regno a voi preparato sino dal¬la fondazione del mondo; imperocchè nella perso, na del vostro prossimo io ebbi fame e voi mi de¬ste da, mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi ricoveraste; era ignudo e mi ve-stiste; era ammalato e carcerato e mi visitaste. Po•i rivolto ai cattivi: Via da me, o maledetti, Egli di
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rà, al fuoco eterno; imperciocchè nella persona dei vostri fratelli io era nel bisogno, e voi non mi avete assistito.
« Sì, — conchiuse Don Bosco, — eleemosyna a morte liberai, purgai peccata, et facit invenire misericordiarn et oitarn aeternam. Procurate adun-que di farla ora e in avvenire; e per non render-velo impossibile abbiate l´occhio a non sprecar il danaro con delle inutili spese. Sappiate fare dei risparmi nella persona, negli abiti, nella tavola, nei mobili, nei viaggi e via dicendo; e qualora poi per sostenere le opere di religione e di carità do-veste fare anche dei gravi sacrifizi, vi conforti il pensiero che le vostre sostanze al di là della tom-ba non varranno più niente, e invece adoperan-dole quaggiù a. procurare la salute delle anime altrui voi assicurate la salvezza dell´anima vo¬stra » (476).
34. Come Don Bosco
-seppe pratiCare l´elemosina,
S. Giovanni Bosco, cresciuto alla scuola della sua buona madre, ben poteva ripetere le parole di Giobbe: Fin dalla mia infanzia crebbe, insie¬me con me la compassione (477). Infatti massima costante eli Mamma Margherita era di fax sempre del bene a chi poteva, e guardarsi dal far del ma
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le ad alcuno, fosse pure con una parola meno ri-verente o poco amorevole. Il suo animo era sem-pre tranquillo, nè mai, fu che nutrisse risentimen
to verso alcuno. Non ebbe mai occasione di per-donare, perchè non si reputò mai offesa. Eppure
era di carattere sensibilissimo; ma questa sua sen
sibilità era talmente trasnaturata in carità, che a buon diritto poteva chiamarsi la mamma di
coloro che si trovavano nel bisogno. Ella non sep¬pe mai dare a nessuno un rifiuto, e nulla mai negò di quanto gli altri la richiedevano: cosicché fu una vera maestra di carità pel Giovanni verso i poveri, i banditi, i pellegrini, gli infermi, i. bJ- •
sognosi. Come ricompensa ai suoi ospiti chiedeva che si unissero a pregate in comune con lei e coi
figliuoli: e in quel momento — osserva il biogra¬fo — giubilava nel suo cuore, poiché´ il fine prin-cipale della sua ospitalità era precisamente questo di trarre dalle labbra dei beneficati un inno di lode al Signore (478).
Del nostro santo Fondatore possiamo dire che praticò tutte Ie opere di misericordia in sommo
grado. Egli aveva compreso tutta la forza del pre-cetto dato da Dia: Ti comando d´aprire, la tua mano al tuo fratello povero e bisognoso (C9); lo praticava´ religiosamente e non si stancava di rac-comandarlo agli altri.
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Quanti giovani .furono da lui ricoverati affat¬to gratuitamente! Quanti orfani si presentarono a lui per aiuto ed .egli li accOlse fra i suoi. figli! Quanti furono da lui accettati dietro promesse di benefattori o parenti che avrebbero corrisposto mensilmente una minima quota; e avvenendo che questa non fosse pagataa egli tuttavia li ritenne, purc,hè li vedesse compiere esattamente il loro do--vere! E quanti dall´Oratorio Festivo ebbero scar-pe, vestiario, cibo e mestiere!
Il biografo raccoglie preziose testimonianze, dalle quali risulta che Don Bosco, povero com´era, estendeva la sua generosa beneficenza anche agli adulti estranei alla sua casa. Sensibilissimo alle disgrazie altrui, era pieno di coMpassione per i poveri e i sofferenti_ Molti di cpielli che manca¬vano assolutamente di mezzi per mantenersi da loro, in vari tempi li accolse in sua casa, o prov¬visoriamente finché avessero trovato utile occu¬pazione, o anche stabilmente: altri cercava di farli ritirare in istituti di beneficenza. Elargiva assai grosse elemosine, specialmente quando si trattava di persone decadute, di donne pericolanti, di apo¬stati ritornati alla fede e privi di mezzi di sus¬sistenza, di acattolici entrati nel grembo della Chiesa e privi di sostegno (480).
Non cadevagli sott´occhio una miseria, senza
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che egli per quanto potesse non cercasse di prov
· vedere. Un giorno, era con Don Rua e Don Dal-mazzo in una della principali vie di Torino. Ed ecco un garzone muratore, che trascinava un car¬retto sovraearico, a cui si sentiva impotente: e lo dimostrava piangendo. Don Bosco senza dir nulla ai suoi compagni, li lascia: e con loro stupore lo vedono spingere avanti quel carretto per un trat¬to abbastanza lungo.
Egli nelle creature rimirava il loro Creatore e non faceva distinzione di persona, portando a tutti l´opera sua benefica, fossero ricchi o poveri, sia spiritualmente sia corporalmente. Non guar-dava agli errori, alle colpe, alle inimicizie, alle ingratitudini, alle opinioni contrarie; o a qual par¬tito appartenessero i supplicanti, Le simpatie o le antipatie non avevano prevalenza in lui. Qua¬lora si potesse dire che avesse qualche predile¬zione, ciò èra per i più miserabili (481).
S. Giovanni Bosco era in continue strettezze fi-nanziarie, ma queste non impicciolivano il suo cuore: e la sua elemosina fu talvolta mirabilmen-te ricompensata dal Signore. Narra Don Rua:
« Il 10 gennaio 1868 Don Bosco sul far della sera camminava per la città, quando .fu raggiun¬to da un poverello che si fece a chiedergli l´ele¬mosina. Nella giornata aveva dovuto spendere
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quanto denaro possedeva, né più altro gli restava che una pezza da lire una. Mosso a compassione del poverello gli dice: — Non mi rimane altro. che questa moneta; prendetela e il Signore vi be-nedica. Prima però di recar-vi a casa, passate al Santuario della Consolata a dire una Salve Re-gina, affinché la Madonna mi mandi altri aiuti. -Ciò detto, si separò. Un´ora dopo, una per´sona gli rimise un pacco proveniente da Roma, senza nep-pur dirgli quale fosse il contenuto. Credette Don Bosco che vi si rinchiudessero alcuni Mazzetti d´immagine-tic. Ma che? Giunta a casa sciolse i legacci ed aprendolo vi trovò la somma di lire milleseicento in biglietti di banca, che servirono tanto bene a rimarginare alcune partite di debito che aveva » (482).
Ma l´oggetto costante e supremo delle cure e della carità di S. Giovanni Bosco furono i giova-netti. Ecco come il « Regolamento per gli Alunni », al capo D, parla dello scopo precipuo dei suoi istituti:
« Scopo generale delle Case della Congregazio-ne è soccorrere, beneficare il prossimo. special-mente con l´educazione della gioventù, allevandola negli anni più pericolosi, istruendola nelle scienze e nelle arti, e avviandola alla pratica della Reli¬gione e della virtù.
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« La Congregazione non si rifiuta per qualsiasi ceto di persone, ma preferisce di occuparSi del ceto medio e della elaSse povera, come quelli che maggiormente abbisognano di soccorso e di assi-stenza.
« Fra i giovanetti delle città e pagi, non pochi fanciulli trovansi in condizione tale da rendere inutile ogni mezzo morale senza soccorso mate-riale: Alcuni già alquanto inoltrati, orfani o privi dell´assistenza, perché i genitori non possono. o non vogliono curarsi di loro, senza professione, senza istruzione, sono esposti ai pericoli di un tristo avvenire, se non trovano chi li accolga, li avvii al lavoro, all´ordine, alla religione. Per tali gio¬vani la Congregazione di S. Francesco di Sales apre ospizi, oratori, scuole specialmente nei centri più popolati, dove maggiore suol essere il biso¬gno ». Fin qui Regolamento per le nostre Case.
II biografo ci dice appunto che Don Bosco in generale dava la preferenza agli orfanelli più bi-sognosi e abbandonati, esposti al pericolo di com-mettere, dei delitti, /o a essere guasti dagli scandali che avevano in famiglia, o a rimaner irretiti da qualche cattivi) compagno. Egli diceva tutto com¬mosso e con le lacrime agli occhi: n: Per questi giovani farò qualunque sacrifizio: anche il mio
sangue darei volentieri per salvarli ». racco
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mandava ai ´suoi coadiutori la stessa compassio-ne (483).
Egli però — notano ancora le Memorie Bio-grafiche -- non condonava l´intera pensione se non a qUelli che erano veramente poveri, ed esi-gevala con tina ragionevole risolutezza, chiunque fosse il protettore,´ da chi poteva pagarla. Soleva dire: « Io non. sono il padrone, ma semplice distributore dei tesori che mi affida la Divina Provvidenza; non è giusto che mangi il pane del povero chi tale non è » (484).
A vantaggio dei giovanetti ammessi agli studi largheggiava in beneficenza non solo per rispet-tare la volontà dei benefattori, ma soprattutto per¬ché la sezione Studenti dei suoi ospizi doveva essere un semenzaio di vocazioni ecclesiastiche e religiose. Dicono appunto le nostre Costituzioni (art. 7): r Questa Società nelle sue scuole e cól¬legi accoglierà anche i giovani per gli studi pri¬mari e secondari; ma si preferiscano quelli che sono più poveri e appunto perciò non possono compiere i loro studi altrove, purché diano qual¬che speranza di vocazione allo stato ecclesiastico ».
Ben presto però anche famiglie piuttosto agiate pregarono S. Giovanni Bosco di estendere ai loro figli la carità, non già corporale ´(di cui potevano far senza, potendo anzi corrispondere tutte le tas
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se scolastiche e la intera pensione), ma spirituale, ossia una, educazione profondamente cristiana. Per tal modo non tardò il nostro buon Padre ad apri¬re, oltre le case di beneficenza propriamente det¬ta, anche istituti per alunni interni ed esterni del¬le scuole piimarie e secondarie: i quali istituti dalle nostre Costituzioni (art. 5) sono´ appunto compresi tra « le opere di carità verso i giovani ».
S. Giovanni. Bosco aveva pure previsto che . per le vocazioni si sarebbero dovute istituire le « scuole apostoliche » (485), ossia Case apposite per le vocazioni ecclesiastiche e religiose; Oggi infat¬ti sono una realtà,, sotto il nome di Aspirantati, che corrispondono a quanto dicono le Costituzioni (ar¬tic. 6): « Essendo poi gravissimi i pericoli che cor¬rono i giovani che aspirano allo stato ecclesiastico, questa Società si darà massima cura di coltivare nella pietà e nella vocazione quelli che si mostras-sero specialmente commendevoli per istudio e pie-tà. Perciò si aprano ospizi, il cui programma ed orario siano ordinati a coltivarne le vocazioni ec-clesiastiche ».
Non possiamo poi non rilevare che la bene-ficenza verso i giovanetti poveri era con particola¬re impegno praticata dai nostro santo Fondatore per mezzo delle scuole di arti e mestieri e poi an- _ che di agricoltura: scuole organizzate con estrema
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praticità di intenti e sodezza di programmi. Il bio-, grafo ci ricorda che Dor( Bosco molte volte biasi-mava il sistema di certi Istituti di quel tempo, nei quali i poveri giovani ricoverati ricevevano un trattamento oltre la loro condizione e in seguito, dovendo uscire dall´Istituto, non si adattavano più a certe privazioni con loro danno materiale e an-che morale (486). Queste parole ci spiegano la preoccupazione del nostro buon Padre che la sua beneficenza non servisse a creare degli spostati, ossia giovani avviati per una carriera che non avrebbero potuto poi proseguire per mancanza di mezzi. Perciò voleva che, generalmente parlando, i giovani accettati gratuitamente fossero destinati ai mestieri per così fornire loro un mezzo sicuro di sussistenza. In questo stesso senso si esprimono le nostre Costituzioni (art. 5): « Siccome poi avviene spesso ché s´incontrino giovanetti talmente abban¬donati, che per loro riesce inutile ogni cura se non sono ricoverati in qualche ospizio; cosi, con la maggior sollecitudine possibile si apriranno Case, nelle quali, con l´aiuto´ della Divina Provvidenza, verrà loro somministrato ricovero, vitto e vestito. E questi ospizi abbiano di mira non solo l´istru¬zione religiosa dei giovani, ma anche di abilitarli a guadagnarsi onestamente il pane; perciò i labo¬ratori non abbiano scopo di lucro, ma siano vere
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scuole di arti e mestieri. Tuttavia si faccia in mo-do che gli alunni lavorino e che i laboratori pro-ducano quel tanto che è compatibile con la con-dizione di scuola. Dicasi il medesimo delle scuole di agricoltura ».
Ma ecco che, anche in questo campo professio¬nale e agrario, vi furono• famiglie agiate ch,e, sen¬za chiedere pei loro figliuoli la carità corporale del vitto e vestito e alloggio, supplicarono la carità spirituale della cristiana educazione impartita in appositi corsi professionali e agricoli.
E poichè il nostro Padre non voleva fosse ne-gata la carità a nessuna classe di persone, special¬mente poi se si trattava di giova-oi, così sono sorte e sviluppate ormai dappertutto scuole professio¬nali e agricole, nelle quali vengono accolti anche giovani di media condizione. Ciò naturalmente è dovuto anche al fatto delle migliorate condizioni del ceto operaio.
Al tempo stesso però fu costante raccomanda.- zione dei Successori di Don Bosco che, allo scopo di conservare genuino e integro lb spirito del Fon-datore, si desse sempre la preferenza ai giovanetti più poveri e perciò si conservasse la pensione in una cornice modica e modesta, anche in quelle na¬zioni o regioni ove le classi lavoratrici godono di relativo benessere; e in ogni caso non si tralascias
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se di accogliere nelle ,scuole professionali e agri¬cole giovanetti orfani o bisognosi, gratuitamente o a condizioni di faVore, procurando che non si sap¬pia quali sono i giovani che, a differenza dei com¬pagni, godono della carità dell´Istituto. Questa for¬ma di elemosina, meno appariscente agli occhi de¬gli estranei e di coloro stessi che´ vivono nella Ca¬sa, ma tanto cara al cuore del nostro, santo Fonda¬tore, spiega l´abbondanza delle celesti benedizioni sulla nostra Congregazione, che, in grazia special
´ mente di tali scuole professionali e agricole, gode ovunque di vere simpatie in tutte le sfere sociali.
V´è di più. Questa carità, sia spirituale che cor¬porale, è al tempo stesso la miglior salvaguardia del buono spirito nelle nostre Case professionali e agricole, che, per forza di cose, generalmente si dibattono tra non lievi preoccupazioni materiali. Ancor più che l´assillo economico pesa su di esse come un incubo la riflessione fatta da S. Giovanni Bosco a Don Albera: « Ciò che ha anche solamen¬te ombra di commercio fu sempre fatale agli Or¬dini religiosi » (487). Tale sventura non accadrà alla Società Salesiana, finché i Direttori ricorde¬ranno queste parole del, nostro santa Fondatore ai Superiori dell´Oratorio circa l´accettazione di po¬veri giovani: « Accettatene quanti più potete. Riempitene la casa e i sottotetti: se non bastano i
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posti, metteteli nei sottoscala; se anche questi so¬no occupati, collocateli in mia camera e sotto il mio lettola (488).
· 35. te opere di misericordia corporale..
Il Catechismo così enumera le sette opere. di misericordia corporale: Dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire gl´i¬gnudi; alloggiare i pellegrini; visitare gl´infermi; visitare i carcerati; seppellire i morti ».
All´udire gli elogi che le Sacre Scritture e i Padri hanno fatto di queste opere, qualcuno po¬trebbe sentir in cuore un. senso.. di rammarico, pen¬sando di non poter godere deglimraensi vantaggi e premi ch´esse procurano, perchè, essendosi fat¬to religioso, non può disporre liberamente di sè, del suo tempo, delle cose sue.
Anzitutto questo rammarico è già un segno di buona. Ivolonià, che non rimarrà senza ricompen¬sa. « Se puoi dare, dà — es-orta. S. Agostino. — Se non puoi dare, mòstrati affabile..Iddio, là dove non trova le sostanze, piemia la buona volontà (489). Egli infatti, più che le cose nostre, desidera noi stessi: tanto è vero che anche le opere più in¬signi di beneficenza sarebbero vuote e senza me¬rito, se non vi fosse in chi le pratica vera carità.
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Come religiosi, poi, su questo punto dell´elemo-sina, siamo di gran lunga superiori anche ai ricchi più benèfici, perché abbiamo dato proprio tutto. « È vero — .ci dice S. Giovanni Bosco nel « Proe: mio » alle Regole — che le nostre Costituzioni per¬mettono il possesso e l´uso di tutti i diritti civili; ma entrando in Congregazione non .si può più né amministrare, nè disporre delle cose proprie, se non col consenso del Superiore, .e nei limiti da que¬sto stabiliti, u,segno che in Congregazione egli è considerato letteralmente come se nulla possedes¬se, essendosi fatto povero per divenire ricco con. Gesù Cristo ». Orbene, chi ha dato tutto per amor di Gesù Cristo può essere sicuro circa la rettitu¬dine delle sue intenzioni e della buona volontà di fare opere buone.
Ma soprattutto dobbiamo gioire come Salesia¬ni. avendo dato a Dio noi stessi, il nostro corpo, l´anima nostra, ogni nostra attività senza riserva di sorta secondo il fine esplicito della nostra vo7 cazione, che è quello di esercitare ogni opera di carità spirituale e corporale verso i giovani, spe-• cialmente i più poveri: Cosicchè, chi in un modo e chi in un altro, tutti contribuiamo alla pratica e al trionfo della carità, che rende tanto preliosa agli occhi di Dio, e degli uomini la Congregazione nostra Madre.
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Considereremo brevemente le singole opere di misericordia´ corporale, ´raggruppando le prime quattro, che riguardano il vitto, il vestito, l´al¬loggio.
§ 1. Dar da mangiare agli affamati; dar da, bere agli assetati; vestire grignudi; allOggiare i pellegrini.
Ogni figlio di S. Giovanni Bosco, fedele alla sua vocazione; concorre coi suoi fratelli Salesiani a procurare giornalmente il vitto a centinaia e cen¬tinaia di poveri orfanelli e giovani bisognosi. Qua¬le ventura poter spezzare il nostro pane all´affa¬mato, come raccomanda Isaia! (490). Di quale conforto non devono essere al nostro spirito le pa¬role del Divin Redentore: E chi darà da bere an¬che un solo bicchiere d´acqua fresca ad uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, io vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa (491). Nei refettori dei nostri istituii vediamo ogni giorno i nostri cari giovanetti sfamarsi e dissetarsi me¬diante il concorso dell´opera nostra. Nei,, dormi¬tori della nostra Casa li ripariamo dal freddo, e poi li accompagnano decentemente vestiti al¬la chiesa, allo studio, alle scuole, sempre sotto un
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tetto amico. Erano esposti a mille pericoli per l´a¬nima e pel corpo, ed, ora´noi,,dopo che furono ac¬colti in basa nostra, ne abbiamo cura come una madre che s´immola pei propri figliuoli. Assecon¬dando l´invito di S. Paolo (492), abbiamo preso parte ai bisogni dei santi, -vale a dire dei nostri fratelli: e questo non solo nei paesi civili, ma an¬che nelle missioni abbiamo aperte le porte dei no¬. siri istituti ai pagani e ai selvaggi.
Tuttavia non dobbiamo accontentarci di quan¬to abbiamo. fatto finora, ma proporci di fare an¬cor di più. Tutti noi possiamo contribuire ad au-. mentare la beneficenza e l´elemosina che si fa nella nostra Congregazione mediante la pratica delle prime quattro opere di misericordia. I modi possono´essere diversi: eviteremo ad esempio ogni spreco nel vitto e specialmente nel pane, come in¬sistentemente raccomandava S. Giovanni Bosco ai suoi figliuoli; avremo cura di non sciupare né ve¬stiti né calzature; specialmente in occasione del¬l´Esercizio di Buona Morte, sapremo disfarci di tante cosette diventate praticamente a noi-super¬fiue e consegnarle al superiore incaricato, ricor¬dando queste parole del nostro santo Fondatore: « Io credo che la nostra Congregazione avrebbe fatto un gran passo, quando, nell´andare da una casa all´altra, non vi fosse bisogno di far baule,
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ma. Si potesse partire. issof atto .con un piccolo in-volto sotto il bradcio v (493).
Avendone poi occasione propizia, raccoman¬deremo l´elemosina alle persone con le quali trat¬tiamo; dal pulpito, nell´esercizio del ministero sa¬cerdotale, talvolta anche con lettere private e ma, gari con foglietti o libretti speCiali. Se sarà, d´uo¬po, metteremo anche noi´ sotto i piedi ogni timi¬dezza inopportuna, ogni rispetto umano, come fe¬ce Don Bosco. Noi che conosciamo dalle Memo¬rie Biografiche con quanta facilità egli escogi¬tasse •mezzi pratici per avere elemosine, non im-magineremmo di certo quale mortificazione _di amar proprio abbia, esercitato al principio delle sue questue. Nel 1886, essendogli stato dettó da Taluno, non aver il coraggio per imitarlo e. man¬cargli la franchezza -che formava il carattere prin¬cipale di Don Bosco, ei gli rispose: « Ah! Tu non sai quanto mi sia costato il chiedere la cari¬tà Y? (494).
In tal modo attraverso la pratica esatta del nostro voto di povertà e la nostra cooperazione. si potrà accogliere, alimentare e. vestire un maggior numero di erfandli..e´ giovanetti bisógnosi,
. Nella conferenza 13a del- Primo Capitolo´ Ge-nerale Don Bosco diede sul soccorrere i poveri -al-cune norme sapienti, che sono insieme documen.-
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te della sua carità generosa, ma illuminata. Quan¬tunque esse riguardino il Superiore della Casa, o chi fu da esso incaricato di fare la carità ai po:- veri che eventualmente si presentassero a chie¬dere l´elemosina, le ricopiamo qui a comune no¬stra edificazione.
Raccomando tanto tanfo — disse Don Bo-. sco — di sostenere, quanta si può, i forestieri po-veri, perchè d´ordinario non sono conosciuti ed anche se conosciuti, non sono curati dal paese. Tro¬vandosi di costoro che si conoscono proprio neces¬sitosi, si soccorrano in tutti i modi possibili; per¬chè sono sempre in pericolo maggiore che non i paesani in egual condizione;
· Bisogna anche • aver riguardo specialissimo ai giovani e a quegli omaccioni, che si vedono di tanto in tanto domandare la limosina. Il motivo di questo è che, se costoro si adattano a doman¬dare la limosina mentre sono forti e robusti, li spinge vera necessità e sono buoni cristiani. Se tali non fossero, si getterebbero al ladroneccio e per lo più non vi è nefandità che non si mettano poi a fare • questi tali, qualora comincino a battere la mala via. Se poi sono giovanetti, ci sono già più raccomandati, appunto perché più conformi alla nostra missione, ed anche perchè, non potendo an¬cora avere principi abbastanza .fermi, basta un
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nonnulla, a gettarli per la strada dell´iniquità, la quale seguiteranno forse per tutta la vita.
Qualora poi avvenisse che chiedano la carità zitelle, oh, allora si soccorrano immancabilmente e con ogni carità e con la maggior larghezza che per noi si possa. Non vi è forse al mondo classe di persone più in pericolo dell´immoralità che queste zitelle cosi povere e abbandonate. Io per me darei ben volentieri la parte mia del pranzo, se non _avessi altro, per toglierle dal pericolo. Nè si dica che forse non ne avranno bisogno o che sarai-1)M già rotte ad ogni vizio. Se non fossero in bisogno, per lo più non verrebbero a chieder soccorso a noi. D´altronde, ancorchè´ non fossero virtuose, si toglierebbero almeno per quella volta dal pericolo. Ed è già una gran cosa!
s Non si dica generalmente che coloro i quali domandano limosina, non siano bisognosi; si cre¬da, pure che Ia miseria ai nostri tempi ha forme molto più estese di quel che sembra esteriormen¬te, e si trovano di quelli´ degni d´ogni eompassione, i quali all´esterno sembrano di agiatissime fami¬glie. Quanti stettero già da me a domandarmi qualche cosa, anche del pane, i quali tengono il posto di pubblici impiegati e molte volte sono as¬sai ben vestiti! Eppure, avuto quel poco, mesco¬larlo ´a lacrime ´di consolazione, che loro cadeva-.
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no involontariamente dagli occhi! (495). Fin qui S. Giovanni Bosco.
Le nostre comunità sono come tante famiglie: se pertanto a qualche confratello si presenterà un caso speciale, si rivolga al Superiore, il quale, co¬me capo di casa, giudicherà il da farsi. Il sacrifi¬zio che ci toccherà fare di non poter dare neppu¬re una piccola elemosina ai poveri, che alle volte troviamo al nostro passaggio, sarà per noi dop¬piamente meritorio: saremo premiati come se aves¬simo dato, perché tale è la nostra volontà, e pre¬mio non minore avremo per la pena che provia¬-mo nel non poter dare.
Tutti però potremo sempre diffondere attorno a noi quel sorriso di bontà, quella parola buona, quel caritatevole interesse e quel consiglio ´o con¬forto che, tante volte, riesce ancor più gradito della stessa offerta materiale. Se ci arderà in cuo¬re la carità, saremo, sempre e con tutti, strumenti della Divina Provvidenza per effondere su tutti i cuori il balsamo celeste della misericordia.
§ 2. Visitare d´infermi.
Tra le opere di misericordia quella di visi¬tare gl´infermi è certamente una delle più no¬bili, perché in via ordinaria le necessità, dell´ara¬.
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malato sono più gravi é urgenti di chi è sano. Gli affamati, gli assetati, coloro che abbisognano di vestito o di un tetto amico, hanno ancora qual¬che possibilità di pensare a se stessi e di procu¬rarsi il necessario. L´ammalato invece nulla puù da sé: inchiodato sul letto dei suoi dolori, ha bi¬sogno di tutti.
Inoltre quest´opera di misericordia, appunto perché richiede a volte sacrifici speciali e non leg¬geri é la pratica di particolari virtù, quali la pa¬zienza, l´umiltà, la discrezione e non comnne ´spi¬rito di fede e generosità, è assai gradita a Dio, Coloro stessi che, per Uffizio o impiego, attendono alla.´ cura degli infermi, come pure i parenti e gli amici, possono nobilitare le loro prestazioni con atti di fede, ed elevare cosi l´opera loro alla digni-tà di carità soprannaturale e averne grande me¬rito.
Questo spirito di fede è necessario, non sol¬tanto perché la cura degl´infermi si nobiliti diven¬tando esercizio di carità soprannaturale, ma anche ´perché a chi pratica quest´opera di misericordia sia possibile prestare tutta quell´assistenza di cui l´ammalato abbisogna. I mali corporali, il più delle volte, non vanno disgiunti da afflizioni di spirito, da insofferenza, diffidenza, ripugnanza, avversio-ne.. Quanta carità non si richiede per insinuare
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sentimenti di pazienza, fiducia, rassegnazione in certi sofferenti? Per questo è necessario che chi assiste l´ammalato riesca anzitutto a fargli capire il . grande interesse che ha per alleviarne le pene: in tal modo, dopo averne guadagnata la fiducia, po¬trà più facilmente ridurlo alla serenità, docilità e ubbidienza, quando si tratta di pensare -alle cose
dell´anima.
Quest´opera di misericordia è di tale eccellenza che sono sorte, nel seno della .Chiesa, numerose
e importantissime famiglie religiose, i cui membri si consacrano totalmente all´assistenza degl´infer¬mi. t questa una delle pagine più belle ed elo¬quenti dell´apologia cristiana. Chi può numerare gli ospedali sorti su tutta quanta la faccia della terra, ove questi angeli di carità giorno e notte, con pienezza di dedizione, versano balsamo di con¬forto su tutte le piaghe della umanità sofferente? Non v´è infatti Malattia, per quanto ributtante
e pericolosa, che non- sia affrontata e circondata di cure affettuose, in nobile emulazione, da queste creature più celesti che terrene.
Negli stessi lebbrosari è tale una gara di Ca¬rità sovrumana da suscitare in tutti ammirazione
e commozione. Fortunata e benedetta l´umile no¬stra Congregazione che, nell´assistenza di questi fratelli sventurati, ha già scritto pagine raeravi
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gliose. L´eroica figura di Don Michele Unia ha trovato, nei confratelli Salesiani e nelle Figlie di Maria Ausiliatriee, tali e così numerosi imitatori, che i Superiori e le Superiore si trovano in im¬barazzo per accontentare le richieste di tanti cuo¬ri eroicamente generosi.
Qualcuno può obbiettare che non sempre nè a tutti è permesso di praticare questa forma di cari¬tà, non, essendo tutti infermieri: ciò non toglie però che anche a noi sia possibile di tempo in tempo praticare quest´opera di misericordia. Così è tra¬dizione all´Oratorio, come pure in altre Case, che i confratelli, riuniti generalmente in una specie di associazione intitolata a San Camillo de Lellis, Patrono degl´infermi, si prestino, quando Ia ne¬cessità lo richieda, ad assistere, per turno, special¬mente di notte, gli ammalati gravi o bisognosi di particolari sollecitudini. Fu detto giustamente che per conoscere se veramente regna lo spirito di Dio in una comunità, basta osservare come vengano trattati gli ammalati. Il nostro santo Patrono af¬fermava che le malattie lunghe sono ottime scuole di misericordia per coloro che assistono gl´infermi e di amorosa pazienza per coloro che soffrono. Gli uni infatti sono ai piedi della Croce con la Vergine benedetta e con S. Giovanni, dei quali imitano la cOmpassione, mentre gli altri sono sulla Croce con
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nostro Signor. Gesù Cristca. di . cui .continnana _la passione. Perciò, se durante le ore in cui si presta la propria caritatevole assistenza, la fatica è ac¬casciante oppure le veglie privano delle ore di riposo prescritte,- è pur consolante il riflettere con la Beata Caterina di Pallanza: Quante notti ha passato il Signore senza dormire, per amor mio! Quante volte sopportò il caldo e il freddo, per me! Ed io troverò penoso il soffrire qualcosa, per I ? »
Un modo pratico di manifestare la nostra: ca¬rità. verso gl´infermi è il -visitarli per rendere me¬no penosa la loro solitudine. Queste visite però devono essere fatte con discrezione e non durar molto, specialmente per certi malati, che abbiso¬gnano di tranquillità e silenzio. Sempre siano ani¬mate dallo spirito di fede, che lascia all´infermo un buon pensiero e l´assicurazione di un cordiale ricordo nelle proprie preghiere.
Il nostro santo Fondatore ci ha lasciata mirabili esempi di carità verso i malati. Nei primi tempi del suo sacerdozio si recava con frequenza negli ospedali e specialmente in quello del Cottolengo_ Nel 1854 egli, assecondato e imitato da 54 giovani di buona volontà, allievi dell´Oratorio,. compiè atti memerabili di carità e di eroismo nell´assistere i poveri colerosi di Torino (496). Sebbene occupi.-
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tissimo, 11.0J1 tralasciava di-visitare: d´infermi: della. Casa, ed affretta-vasi subito Se il caso era grave. Soleva dire: « Si faccia economia in altre circo¬stanze, ma agli infermi si provveda tra. anto è ne¬cessario ». Se l´ammalato peggiorava, egli; occor¬rendo, stava pressa di .lui non solo di giorno, ma anche- lunghe ore di, notte, e soprattutto si adope¬rava perchè ricevesse i SS. Sacramenti per tempo e con le dovute disposizioni. Le sue maniere erano così incantevoli, le sue parole così affettuose e pie¬ne di santa unzione, da parere che gli ammalati più non sentissero pena. « Era voce comune di tutti
noi dissero Don Turchi e il Card. Cagliero —
che dolce sarebbe stato il morire all´Oratorio, pur¬chè si avesse l´assistenza del nostro cara Pa¬dre » (497).
Don Bosco continuò quest´opera di misericor¬dia, finchè gli fu possibile, anche con gli esterni. Andando nei palazzi dei borghesi e nelle case dei poveri, se veniva a sapere che vi fossero degli am-malati, appartenenti alla famiglia del padrone o alla servitù, chiedeva di vederli per dir loro la sua parola di conforto spirituale. E gl´infermi sem¬bravano sollevati dai loro mali, quando potevano averlo vicino: e lo desideravano, quasi per, essere più sicuri del Paradiso.
Il biografo ricorda pure un grande insegnamen
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to di Don Bosco, confermato dal suo stesso esem-pio,. sul modo di diporiarsi con gli: ammalati che si vanno aggravando. Un giorno, dopo d´aver dei, to ai suoi chierici come il passo della morte avesse spesso Spaventato tanti buoni cristiani e perfino dei grandissimi ,santi, aggiungeva queste parole: « Io però quando vado a vedere qualche amma¬lato grave, non istò a dirgli che bisogna pre¬pararsi, chè può essere che non muoia e gua¬risca: sono modi che non diminniscono punto l´af¬fanno della morte. Io invece gli fo notare che sia, mo nelle mani di Dio; che è un padre il più buono che ci sia, che veglia di continuo al nostro bene, e sa quel che è meglio per noi e quello che non è. Perciò lo esorto ad abbandonarsi nelle sue mani come un figlio si abbandona nelle mani di suo pa¬dre e a stare tranquillo. in questo modo ranatna¬lato resta sollevato da quell´affanno di morte, trova un supremo piacere nel pensare che la sua, sorte e nelle mani di Dio, e sta in pace e si prepara aspet¬tando quello che :nella sua bontà infinita voglia disporre di lui» (498).
Questa raccomandazione vien bene non soltan¬to ai sacerdoti, ma a chiunque visita grinfermi. L´ammalato che riceve assidue e autore-oli cure dall´infermiere e da altri, è disposto a ricevere an¬che da- loro suggerimenti e pie esortazioni alla
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santa rassegnazione e alla tranquilla fiducia. E se talvolta avvenisse che, malgrado le più sol-lecite attenzioni e precauzioni, non sia possibile avere un sacerdote presso l´ammalato che è in pe¬ricolo, l´infermiere stesso o l´assistente dovrà dar prova del suo zelo illuminato e della sua fra¬terna carità.
L´ufficio d´infermiere poi dev´essere esercitato con grande spirito di sacrifizio, che non risparmia nessuna prestazione caritatevole verso i sofferenti; con molta equanimità, che presta a tutti i migliori uffici senza accettazione di persona; con partico¬lare dolcezza, che a volte vale assai più della stessa medicina; e infine con pazienza senza li¬miti, che attribuisce alla malattia, anziché ´al-l´ammalato, le cosiddette esigenze o capricci del¬l´infermo.
Naturalmente quest´opera di misericordia viene racComandata soprattutto ai superiori. Si direbbe che i Fondatori delle famiglie religiose a questo riguardo non avessero nessuna Misura. Di Santa Teresa in particolare si raccontano certe delica¬tezze, che solo potevano sgorgare da un cuore più che materno. La Beata Maria Mazzarello un giorno che seppe non esservi nell´istituto neppure un´am¬malata esclamò: « Ho timore che il Signore non sia contento di noi: le ammalate sono una prova che
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il Signore non ci dimentica,. S. Alfonso diceva che, in caso necessario, per non lasciar mancare il necessario agl´infermi, si vendessero anche i libri della biblioteca. Il nostro santo Fondatore dimo¬strava praticamente di considerare gli ammalati come una vera benedizione. Appena metteva piede in una casa, la sua prima domanda era se vi fos¬sero infermi, e reeavasi subito a visitarli. Per essi nutriva una carità veramente materna, ed osserva¬va se fossero provvisti di ogni cosa necessaria.. Co¬sì pure passava ad esaminare come fossero trattati gli infermicci e anche i sani. Economia sì, ¬diceva, — ma anche gran carità (499).
Non dobbiamo lasciarci impressionare, quando il Signore visita la:nostra .Casa con la malattia di qualche confratello. Sarebbe indizio di poca ca-rità brigare perchè:l´ammalato venga al più presto trasferito altrove, adducendo futili pretesti; così pure sarebbe segno di poco spirito religioso il ri¬fiutarsi di ricevere o l´accogliere mal volentieri
nella nostra casa quegli, ammalati o convaleScenti che i superiori intendono inviarci. Il nostro pa
trono S. Francesco di Sales scriveva a questo pro
posito: a Io sono partigiano degl infermi, e temo sempre che gli incomodi che essi recano, eccitino
nelle case uno spirito di prudenza, che suggeri¬sce di scaricarsene, senza licenza dello spirito di
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carità. Io.sono dunque del partito della vostra in-ferma e, parchè sia umile e si conosca obbligata alla carità, bisognerà riceverla. Questo sarà un santo e continuò esercizio per l´amore delle so-relle » (500).
Infine, siccome domani una malattia potrebbe rendere anche noi oltremodo inquieti, insofferenti e soprattutto bramosi di voler guarire a ogni co-sto, riflettiamo fin d´ora che la conformità al di-vino Volere sarà un coefficiente efficace per -sof-frire con merito, per guarire più facilmente e per rendere meno gravosa l´opera di carità a coloro che ci assisteranno.
Ci confortino pertanto queste parole del nostro. amabile Patrono: « La volontà di Dio si trova tanto nella malattia quanto e epra´si sempre meglio che nella sanità. Se dunque si ama di preferenza la sanità, non si dica che è per servir meglio Id¬dio; poicbè chi non vede che si cerca la sanità nella volontà di Dio, e non la volontà di Dio nel¬la sanità? » (501). Quando cadi ammalato, offri a Gesù tutti i tuoi dolori, pene e miserie, e sup-plicalo di unirti ai tormenti da lui sofferti per te. Obbedisci al medico, piglia le medicine, gli ali-menti e ogni sorta dì rimedi per amor di Dio, richiamandoti alla memoria il fiele che egli be-vette per nostro amore. Desidera di guarire per
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servirlo; non ricusar di patire per obbedirgli: e sii disposto anche a morire, se così piace a Lui, per andarlo a lodare e godere in cielo (502).
§ 3. Visitare i carcerati.
Non tutti sono in grado di visitare i carcerati, nè tutti hanno la possibilità di farlo, anche per¬chè sono pochi fortunatamente i centri ove sianvi prigioni: ed è da pregare che queste siano sempre più rare e vengano man mano sostituite dalle Chiese, ove s´insegna ad amare Dio e a osservare la sua legge; si è visto .infatti che a misura che sono meno frequentate le Chiese, maggiormente si popolano le carceri. È grande carità visitare, quan¬do sia possibile, ´i poveretti in esse racchiusi, an¬che perché il più delle volte purtroppo vi si tro-vano moralmente assai abbandonati.
Soprattutto visitando le. carceri Don Bosco, giovane sacerdote, si persuase della necessità di allontanare la gioventù dall´ozio, dalle piazze e dai ritrovi pericolosi, scuole di malcostume e di
ogni vizio. Egli spendeva intiere giornate fra que¬gli infelici, insegnando il catechismo e dettando
esercizi spirituali: ogni sabato sera vi si recava carico di regalucci, per guadagnarsi il cuore an¬che dei più restii e avvicinarli ai Sacramenti. A
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tutti poi- sono noti i prodigi della sua carità in questo campo: il fatto della storica »passeggiata dei giovani reclusi alla Generala, ch´egli ottenne di condurre liberamente fuori, e che tutti ricon¬dusse senza eccezione alla sera, sta a provare quanta fosse la potenza della sua opera educatri¬ce, riconosciuta dallo stesso Ministro Urbano Ra¬tazzi (503).
Nelle Memorie Biografiche è detto in che modo il nostro buon, Padre esercitava il suo apostolato tra quegli infelici. Dopo che si era guadagnati e fatti amici i prigionieri, chiedeva spesso che fa¬cessero per lui; Onde recargli piacere, quello che essi gli avrebbero forse ricusato, se avesse loro semplicemente dimostrato esser quello un dovere da compiersi. E così, per far cosa grata a Don Bo-sco, cessavano dal turpiloquio, - dalle bestemmie, dalle risse. II» detenuto si inteneriva al vedersi amato e stimato da un prete conosciuto per san¬to. E in questa maniera Don Bosco li tirava a sè per condurli a Dio, che loro descriveva come amorosissimo padre, sempre al loro fianco per bene¬ficarli, mentre tutti coloro, da cui si credevano amati, li avevano ´misti in abbandono: acquistava tale ascendente sopra di essi, che al suo comparire tutti lo accoglievano con allegria e cordialità. Con quel. suo sguardo acutissimo e quasi spirituale,
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Don Bosco studiava nei singoli individui le incli-nazioni, i desideri, le lotte interne, e trovava al
l´improvviso e scopriva soavemente nei loro cuo--
ri germi di virtù soffocati dalle spine dei vizi, ri-cordi della loro innocente fanciullezza, di amore
al paese natio, di oppressione per la lontananza dalla famiglia, di desolazione per l´onore perduto, e questi germi sapeva così ben coltivare, da co-stringerli in fine a inginocchiarsi davanti a Dio, risoluti di mutar vita (504).
Un giorno del Maggio 1860, quando il nostro santo Fondatore continuava ancora a prendersi cura degli ammalati e a frequentare le prigioni, molti chierici gli si affollarono intorno nel refet¬torio. Il discorso cadde allora sulla necessità di buoni e coraggiosi sacerdoti per la cura e l´assi¬stenza dei poveri carcerati. Osserva il biografo che Don Bosco riflettendo a questi infelici, biso¬gnosi della parola di Dio per essere svincolati dalla obbrobriosa schiavitù del vizio, rimase al¬quanto pensosó (505). Avrà forse avuto il nostro Padre una fitta al cuore, temendo che a tanti poveri disgraziati, che pure hanno un´anima da salvare, mancasse un amico, un fratello, un padre, un cuore sacerdotale insomma, che si preoccupas¬se e sacrificasse per la loro salute? Avrà forse pensato con riconoscenza al suo santo maestro
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Don Cafasso, che lo aveva incoraggiato e istruito nelle prime prove di quest´opera di misericordia?
Ah, noi pensiamo che il suo cuore paterno, si-tibondo di anime, abbia ´fondati Motivi di gioire vedendo, dal cielo che, in molti luoghi, i suoi figli continuano l´apostolato caritatevole del Pa¬dre nelle prigioni. Il loro lavoro, come ce ne con-- ferma l´esperienza, è benedetto da Dio, perchè fe-delmente modellato sulla prudenza e sul sacrificio del Padre, che, senza sconfinare mai dal campo religioso, raccolse messe copiosa di bene.
Non vogliamo chiudere quest´argomento senza rilevare che l´opera di Misericordia iniziata nelle prigioni dovrebbe continuarsi quando i poveri carcerati ritornano alla vita civile dopo scontata
la loro pena. Purtroppo il loro passato li circon¬da di diffidenza e non sempre riesce loro di tro
vare una porta aperta per qualche occupazione
o ufficio. In questi casi l´esasperazione può far si che taluno, vedendosi ripudiato da tutti, ritor
ni al malfare. Se pertanto il Cappellano o il Sa
cerdote che si occupa dei carcerati avesse modo, o per mezzo delle Conferenze di S. Vincenzo o di
altra speciale associazione, di seguire e assiste¬re questi poveretti trovando loro nel lavoro una conveniente sistemazione, farebbe un´opera di ca¬rità non meno importante e vantaggiosa di quel
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la che si fa visitandoli mentre scontano la pena.
S. Giovanni Bosco teneva appunto d´occhio in modo speciale quei giovani che uscivano dalle carceri: Fu allora che toccava con mano come quei
disgraziati se trovano una persona benevola che
di loro si prenda cura, li assista nei giorni festivi, studi di collocarli a lavorare presso un padrone
veramente cristiano visitandoli qualche volta al-la settimana, volentieri si danno a una vita ono-rata, dimenticano il passato, diventano osservanti della religione e onesti cittadini (506).
Susciti il Cielo anche in questo campo apostoli dal cuore ripieno di quella carità, che, tutti ab-braccia per tutti condurre a Dio.
§ 4. Seppellire i morti
Quando il patriarca Giacobbe espresse le sue ultime volontà al figlio Giuseppe, tra le altre cose gli chiese di essere sepolto nella tomba dei suoi avi. Davide lodò i Galaaditi, perché avevano usa-to misericordia al re Saul, seppellendone il cada-vere. A tutti poi è nota la pietà veramente .straordinaria di Tobia, il quale affrontava i mag-giori pericoli e si esponeva a. perdere la vita nel seppellire i cadaveri dei suoi connazionali. A lui l´arcangelo Raffaele rivolse queste consolanti Dà
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roIe: Quando tu pregavi con lacrime, e seppellì-Di i morti, e lasciavi il tuo pranzo, e durante il giorno tenevi nascosti in casa i tuoi morti, e dì notte li seppellivi, io presentai al Signore la tua orazione (507).
S. Agostino fa osservare che lo stesso Divin Salvatore, °che doveva risuscitare il terzo giorno, lodò e volle fosse predicata in tutto il mondo l´o-pera buona di Maria Maddalena, -che gli aveva unto i piedi con balsamo prezioso, come se si fosse trattato d´imbalsamare il corpo per la se-poltura. E così pure vengono elogiati nei Vange¬lo coloro che, deposto dalla Croce il corpo di Ge¬sù, lo avvolsero con cura e divozione e poi lo portarono al sepolcro (508).
D´altronde quest´opera di pietà fu ed è tuttora in onore presso tutti i popoli, quantunque a volte sia profanata da pratiche superstiziose. La Chie-sa Cattolica ce Ia presenta come particolarmente lodevole e meritoria, annoverandola tra le opere di misericordia corporale.
Nel pensiero cristiano l´espressione «seppellì¬` re i morti » non indica semplicemente il fatto ma¬, feriale della inumazione, ma il complesso di -tutte
quelle cure che vengono usate alle salme dei de--t´unti. Esse devono essere animate da un profon¬No spirito di fede. Quel corpo che stiamo per por
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tare al sepolcro è stato lo strumento, di cui l´ani-ma si è servita per compiere :tante opere di bene. Inoltre esso è destinato a risorgere: e noi speriamo che, rivestito di gloria, parteciperà con l´anima della gloria eterna. Se pertanto si conserva con ogni cura una veste, un anello, un oggetto che appartenne al defunto, con quanto maggior ri¬spetto dev´essere trattato il corpo, già -vivificate dalla sua anima!
In -noi tutti è innato il desiderio che questo corpo, con. il quale l´anima nostra ha trascorsa la vita in intima unione, ricevapoi amorevole sepol-tura. Ecco perchè è tanto desiderata ai funerali la presenza dei parenti, dei congiunti, degli amici.
Mentre fanti mondani vanno dietro al feretro come si andrebbe a una passeggiata, forse distrai--E o, peggio, impegnati´in conversazioni frivole .0 riguardanti interessi materiali, i fratelli di fede devono praticare quest´opera di carità con reste¬.riore atteggiamento di compassione e di preghiera
divota.
Quando pertanto il Signore chiama alla vita eterna qualche nostro confratello, o. famiglie, o giovane, non dimentichiamo questo dovere di pie-tà. Ogni nostra Casa è una vera famiglia: nelle famiglie la dipartita di un membro è un lutto per tutti.
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Molti ricordano sempre con• commozione le ira- = pressioni riportate alla Casa Madre, ogni. volta ehe si verifica un decesso. Tutti, studenti, artigia-ni, superiori, prendono parte all´accompagnamen¬to e al rito funebre. Don Giuseppe Vespignani, che nel 1S76 assistette per la prima volta al tra¬sporto della salma di uno defunto nell´Oratorio, ne riportò un´impressione così profonda, che più di mezzo secolo dopo scriveva: « Quella proces¬sione dei giovani, il clero cantante i salmi, i soci della Compagnia di S. Luigi e del Santissimo. Sacramento che accompagnavano e portavano l´a-mico estinto, davano un senso di pietà soave e commossa: Era uno degli atti di vera educazione cristiana e salesiana 3. (509).
Noi però abbiamo un´altra grande famiglia, ed è quella"dei nostri Exallievi, Cooperatori e
Benefattori, I loro lutti devono essere anéhe no-atri: e in tali dolorose contingenze dobbiamo nia
aifestar loro la nostra adesione e riconoscenza, ol¬trechè inviando condoglianze e assicurando suf fragi per l´anima del defunto e preghiere a con¬forto di coloro che lo piangono, anche partecipan¬do ai funerali, quando ciò sia possibile.
Forma parte di quest´opera di misericordia il far visita alla tomba delle persone care e in ge-nerale a tutti i defunti che riposano al cimitero,
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come pure la buona tenuta dei"sepolcri. Noi ve-diamo con quanta cura le famiglie curano le tom-. be dei propri cari, e non solo in occasione della Commemorazione dei Fedeli Defunti: ebbene, i religiosi non debbono essere a nessuno secondi nel¬l´esercizio di quest´opera di pietà.
Ciascuno di noi pertanto ritenga come rivolte a sè ´queste parole dell´Ecclesiastico: Figliuolo, ver-sa lacrime sul morto.., e secondo´ ch´è dovere, rive¬sti il suo corpo, e non trascurare la sua sepoltura. Gradito è il dono a tutti i viventi: e neppure al morto non negar la tua grazia (510).
36. Le opere di misericordia spirituale.
A certe religiose che, vivendo in comunità, si affliggevano forse di non poter fare molte opere di carità corporale, S. Agostino scriveva:
Voi dovete abbracciare nel seno della vostra ca-rità l´indigenza dei poveri, i gemiti degli orfani, la desolazione delle vedove, lo sconforto dei tri¬sti, i bisogni dei, pellegrini, i pericoli dei navi¬ganti, i voti delle vergini, le prove dei monaci. le sollecitudini dei prelati, le lotte dei combatten¬ti. A tutti dovete aprire il seno della vostra ca¬rità, per tutti piangere, per tutti pregare. Sonò queste per voi le elemosine più accette a Dio, più
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gradite da Gesù Cristo, più conformi alla vostra professione, più giovevoli al bene vostro. Questo genere di beneficenza è consono ai vostri propo-siti, non turba l´amor del pros‘simo, anzi lo accre-sce invece di diminuirlo, e conserva la tranquil-lità dello spirito senza causargli nocumento (511):
Stiamo adunque di buon animo: i vantaggi e i premi dell´elemosina sono anche per noi, poichè, se l´ubbidienza non ci assegna la pratica diretta della. carità corporale, avremo sempre modo di praticare la carità spirituale.
Il Catechismo enumera così le sette opere di misericordia spirituale: .c Consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ammonire i peccatori; consolare gli afflitti; perdonare le offese; soppor-tare pazientemente le persone moleste; pregare Dio per i vivi e per i morti 3..
Faremo di ciascuna di esse qualche breve con-, siderazione, che ci aiuti a stimarle e praticarle come si conviene.
§ 1. Consigliare i dubbiosi.
La prima opera di misericordia spirituale è consigliare i dubbiosi, ossia dare un occasionale e breve suggerimento, diretto a illuminare coloro che. sono incerti sul come regolarsi in qUalche ca¬so particolare.
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Il consiglio strettamente, inteso è quello dato a chi nel suo dubbio si è rivolto a noi per essere illuminato. Anche le persone più sagge sentono talora il bisogno di consultare altri per assicu-rarsi di essere nella verità e nella rettitudine in certi casi .della loro vita. Per tutti vale l´avverti-mento di Tobia: Chiedi sempre consiglio al sa:
vio (512).
In-un senso più ampio e generico per consiglio ´si intende qualsiasi avviso che si dà al prossimo, anche senz´esserne richiesti_ In questo caso non si bada se vi sia propriamente nn dubbio, oppure se iI prossimo si sia già messo per una falsa via, dalla quale la nostra carità vorrebbe ritrarli. ,
Di questa seconda maniera di consigliare ci dà esempio il profeta Daniele, quando fu invitato dal Re di Babilonia a interpretargli il sogno dell´al¬bero gigantesco. Dopo essersi raccolto in se stesso per quasi un´ora; conturbato dai suoi pensieri, fu incoraggiato dal re a parlare, Il Profeta parlò, spiegò, e poi, senza esserne richiesto, mosso uni-camente da carità, aggiunse: Ti sia accetto o Re, il mio consiglio: risalitati con elemosine dai tuoi
peccati (513).
Il dare un buon consiglio è sempre un atto di carità spirituale, con cíti si presta al prossimo l´aiuto della propria esperienza.,Ed è chiaro che
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ogni buon cristiano dev´essere disposto a ciò fare con, coraggio, non mai disgiunto da prudenza, quando si presenti favorevole occasione.
Però non tutti sono in grado di dar consigli in senso stretto, ossia di sciogliere dubbi e suggerire norme di condotta convenienti ai vari casi della vita. Consigli di tal natura, specialmente quando si tratti di affari importanti e di decisioni molto gravi, possono essere dati soltanto da persone spe¬rimentate e sagge, le quali siano ben al corrente degli affari di cui è questione e posseggano quel¬la prudenza che sa indicare i mezzi più adatti alla riuscita.
Di S. Giovanni Bosco racconta il biografo che, ´richiesto su qualche affare, non rispondeva imme¬diatamente, ma prima interrogava sulle varie cir¬costanze dell´argomento propostogli. Quindi egli era solito alzare gli occhi al cielo, come chi va cercando da Dio- i Pomi necessari. Più volte con¬tinuava a discorrere di dose meno importanti, mentre con la sua mente esaminava in tutti i suoi lati la questione, e poi, ritornando al punto principale, dava l´avviso che più seinbravagli ac¬concio alla gloria di Dio e al bene delle anime. Talvolta però trattandosi di dubbi più intricati non fidavasi, interamente di sè e si riservava a dare la risposta dopo qualche giorno, raccoman
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dando a chi vi era interessato di aiutarlo con la preghiera. Nel frattempo consultava autori, op-pure ricorreva a uomini competenti nella materia; indirizzava anche ´i suoi visitatori all´uno o al¬l´altro di questi, e non di rado all´esimio morali¬sta il Teol. Bertagna, perchè a quei sapienti espo¬nessero i loro dubbi. Talora ner questioni che ri¬guardavano anche le leggi civili,, mandava Don Rua a interrogare dotti avvocati, anche ecclesia
stici (514),
É superfluo notare che la vera prudenza e sa-pienza non è mai disgiunta dalla rettitudine del¬la vita: non si chiede mai consiglio a persone del¬la cui morale condotta o serietà non si è piena¬mente convinti. .z Neanche si vada a chiedere con¬sigliò — disse una volta Don Bosco in conferen¬za — a quelli che, per usare un termine moderno, sono un po´ liberali: ma si vada da quelli che ci paiono i più fervorosi, ed i più zelanti s (515).
Non rare volte da un consiglio buono e dato in tempo opportuno può dipendere la salvezza di un´anima, il benessere di una famiglia, e anche di una città o di. uno Stato. Richiamiamo l´epi¬sodio dei priunissimi tempi della Chiesa. S. Pie¬tro e gli altri Apostoli predicavano ´con zelo ar¬dente e senz´alcun -timore il Vangelo, a dispetto dei principi dei sacerdoti, i quali erano sul punto
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di decretare la loro morte. Allora Gainalide, uo¬mo assai dotto e rettissimo; prese córaggiosamen- , te la parola e diede con tutta calma un consiglio così assennato, che bastò a disarmare tutta l´as-semblea, salvando la Chiesa nascente da una pro-:va che sarebbe stata terribile. Uomini israeliti, — egli disse, — badate bene a quel che state per fare di questi uomini. E dopo alcune considerazio¬ni su avvenimenti passati, continuò: E adesso vi dico: Non Di occupate di questi uomini, e lascia¬teli andare; perchè se il fatto loro è´ opera di uo¬mo,.cactrà da sè. Ma se è da Dio, voi non potrete distruggerla; e correte il pericolo di combattere contro Dio stesso. E gli dettero ascolto (516).
Per quanto riguarda la nostra vita vissuta, dobbiamo ricordare che è assai più facile trova¬re buoni amici che prudenti consiglieri, secondo la parola dello Spirito Santo: Molti siano che oi¬nono in pace con te, ma uno tra mille sia il tuo consigliere (517). Per nostra sorte abbiamo il Su¬periore, che dirige la casa e i. singoli religiosi in qualità di rappresentante di Dio: a lui pertanto, prima che a ogni altro, dobbiamo rivolgerci, quan¬do fossimo assaliti da qualche dubbio oppure ab-bisognassimo di particolari consigli per il. disim-pegno delle nostre attribuzioni. x Il Signore, -ricordava S. Giovanni Bosco, — stabilendo i Su
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periori e Direttori, dava loro lumi e autorità. Ai .sudditi poi diceva: Siate /pro sottomessi, giacchè essi vegliano per le anime vostre come ne devano render conto (518). La parola del Direttore va ascoltata come voce di Dio e chi vi resiste, a Dio stesso deve temere di resistere » (519). •
Nel raccomandare la confidenza con i Supe¬riori il nostro santo Fondatore insiste perché spe-cialmente in cose di vocazione si palesino i propri timori al Direttore. Così egli scrive nel « Proemio » alle Costituzioni: « Disgraziato colui, che nascon¬de i dubbi di sua vocazione, o prende risoluzio¬ni di uscire dalla Congregazione, senza essersi ben prima consigliato, e senza il parere di chi diri¬ge l´anima sua. Costui potrebbe mettere in peri¬colo l´eterna sua salute ». E non contento di que¬sta grave ainmonizione. fatta ove parla dei Ren¬diconti e della loro importanza, dedica un capi¬tolo appósito al « Dubbio sulla Vocazione ».
Egli vuole soprattutto che non si prendano ri-soluzioni di sorta quando il cuore e la mente sono agitati da dibbi o da qualche passione, e con¬clude: « In questi casi io vi consiglio di presen¬tarvi ai vostri Superiori,´ aprire loro sinceramen¬te il vostro cuore, e seguirne fedelmente gli avvi¬si. Qualunque cosa siano essi per suggerirvi, fate¬la, e non la sbaglierete certamente; poichè nei
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consigli dei Superiori è impegnata la parola del Salvatore, il quale ci assicura che le loro risposte sono come date da. Lui medesimo, dicendo: Chi ascolta voi, ascolta me » (520).
Dovranno astenersi dal dare consigli in cose di alta, importanza, e specialmente in materia di direzione: spirituale, coloro che non ne hanno iI mandato, o missione specifica. « E ciò -- ripetere-mo con Don Bosco — perchè il Signore ha po¬sto i Superiori •a. suo luogo e dà loro le grazie necessarie per dar buoni consigli e condurre a salvamento quelli che loro vengono affidati; e perchè vuole che gli inferiori obbediscano alle voci sue. che Egli fa sentire per mezzo loro » (551).
Altri mancano pure delle doti necessarie, per scarsa esperienza e preparazione. « Non andiamo mai a- chiedere consiglio dagli orgogliosi, riè da chi non ha esperienza » (522), lasciò scritto S. Gio¬vanni Bosco nella sua Storia Sacra: Ai confratelli occupati nell´assistenza e cura dei giovani soleva raccomandare che indirizzassero al Direttore gli alunni che mostrassero desiderio di trattare di co¬se loro spirituali o che volessero esporre timori in¬terni e chiedere soluzione di dubbi. I nostri an¬tichi Regolamenti, che conservavano parecchie esortazioni alquanto diffuse, . tratte dalle lettere. di Don Bosco e dai primi Capitoli Generali, così
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esprimevano questo punto nel capo sulla Castità: Nessun maestro od assistente tenga gli alunni per mano passeggiando, o usi carezze secolaresche, nè faccia con gli alunni discorsi intimi, che lo mettano in pericolo di ricevere confidenze di co¬scienza; se vede che qualche alunno ha bisogno di aprire il suo cuore, lo rivolga al Direttore, o a persona da lui designata D (523). Questo infatti è il miglior consiglio che si possa dare ai giovani che ci volessero interessare delle loro cose spiri¬tuali: invitarli a presentarsi al Superiore.
Riguardo •alla seconda classe di consigli, quelli cioè che non vengono richiesti per sciogliere dub¬bi di coscienza da cui il prossimo possa essere tra¬vagliato, l´esercizio di questa priMa opera di mi¬sericordia spirituale si presenta meno, difficile: una sincera carità associata a una prudenza ordinaria può essere sufficiente. Si tratta qui di paterni o fraterni avvisi o suggerimenti, dati anche a chi non ce li ha chiesti, ma che noi crediamo cosa buona non lasciar mancare. Colui ché dà buoni consigli ai suoi compagni fa grande opera di ca¬rità » (524), scriveva´ Don Bosco. E tra i Ricordi ai Confratelli lasciò anche questo: Date buoni consigli tutte le volte che vi si presenta qualche occasione, specialmente quando si tratta di con¬solare un afflitto o venirgli in aiuto a superare
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qualche difficoltà, o fare qualche servizio ´sia in tempo che uno gode di salute o che uno si trovi in casi di malattia » (525). Agli assistenti in parti-colare faceva questa raccomandazione: Intorno a voi vi sono molti giovani, che vi tengono d´oc-chio continuamente; adoperatevi con tutto il vo-stro potere per- bene indirizzarli e col )buon esem-pio e con le parole, coi consigli e cogli avverti-menti caritatevoli (526),
Non possiamo pretendere di avere l´abilità di Don Bosco nel dare ai nostri giovanetti quegli avvisi che Egli chiamava parole all´orecchio e che con frase -felice furono detti consigli del cortile; sia nulla impedisce che ai nostri alunni interni ed esterni, e specialmente a quelli dei quali più di-rettamente ci occupiamo, noi indirizziamo a tempo opportuno qualche buona parola, qualche racco¬mandazione diretta al bene delle loro anime.
I professori e maestri poi abbiano presente que-sto energico richiamo del nostro Padre: « I maestri si ricordino che la scuola non è che un Mezzo per far del bene: essi sono come parroci nella loro parrocchia, missionari nel campo del loro aposto-lato; quindi di quando in quando debbono far ri-saltare le verità cristiane, parlare dei doveri vergo Dio, dei Sacramenti, della divozione alla Ma-donna; insomma le loro lezioni siano cristiane; ´e
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siano franche ed amorevoli nell´esortare gli alunni a. esser buoni cristiani. È questo il gran segreta per affezionarsi la gioventù e acquistarne tutta la confidenza. Chi ha vergogna di esortare alla pietà, è indegno d´essere maestro; e i giovani lo disprezzano, ed egli non riuscirà che a´ guastare i cuori che la Divina Provvidenza gli ha affida¬ti» (527).
Non dobbiamo pertanto limitarci a essere mae-stri o professori ricchi di risorse solo nella spie-gazione delle materie scolastiche, e magari instan-cabili nel dare avvisi disciplinari; ma bisogna altresì, specialmente in occasione di feste e ricor-- renze religiose, trovar modo di dire una parola, che-si riferisca al bene dell´anima, a tutta la scolare¬sca o a qualcuno degli alunni maggiormente biso¬gnoso. Chi non avesse ancora quest´abito faccia di tutto per acquistarlo, onde non trovarsi poi impac¬ciato nel momento opportuno: questo è un dovere che riguarda direttamente il nostro apostolato sa¬lesiano. Si ricordi pure che il Regolamento (ari. 20(i) prescrive ai maestri di mantenere le nostre usanze tradizionali, fra le quali la breve esorta¬zione agli alunni perché celebrino divotamente le novene e le feste »_
Per questa ragione non si raccomanderà mai abbastanza ai nostri confratelli della terza prova
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di abituarsi a parlare volentieri di cose spirituali, e a prepararsi magari un piccolo corredo o pron-tuario di massime ascetiche, di. fatterelli
canti, per´ aver poi più tardi sempre la porta; aperta per inserire con prudente disinvoltura nella
conversazione, talora di cose futili e secolaresche,
discorsi buoni e vantaggiosi Così faceva
iI nostro santo Fondatore con ogni genere di per-sone, anche distintissime, e sappiamo con quale successo e frutto. Noi non avremo forse mai modo di dare consigli a ministri, a sovrani, a grandi di-gnitari; ma abbiamo frequenti contatti con per-sone secolari, e con queste dobbiamo diportarci da religiosi seri, sempre preoccupati della gloria di Dio, al cui servizio ci siamo dedicati.
Un genere particolare di consigli, dati da Don Bosco per determinate Categorie di persone o per tutti in generale, sono le Strenne annuali e cosi pure i Fioretti per novene o mesi sacri. Di questi fioretti dice ´espressamente il biografo che erano sugo, essenza dei consigli, delle prediche, delle esortazioni private che Don Bosco´ dava fin diti primi tempi continuamente ai suoi giovani » (528).
Conchinderemo pertanto con un fioretto per la novella dell´IMmacolata del 1859, così propo¬sto e spiegato da Don Bosco stesso nella Buona• Notte: « Il fioretto per domani Sia: Darò un buon
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consiglio a un mio compagno. Vi sono mille occa-. sioni .per esercitare quest´opera di carità. Se un negligente, un mormoratore, uno un po´ libero nelle parole, un rissoso avesse al fianco chi gli dicesse una buona parola, quanto male sarebbe impedito, quanto bene di più si farebbe. Consigliare una visita in chiesa, di andarsi a confessare, di fare una buona lettura, quante volte è il principio del¬l´eterna salvezza di un giovane! Chi poi riceverà il consiglio, lo riceva in buona parte. Un buon consiglio non si può avere sempre e noi dobbiamo crederci fortunati quando lo possiamo avere. Se qualcuno di voi lo darà a me, mi farà un gran piacere e gli prometto eterna gratitudine (529).
§ 2. Insegnare agli ignoranti.
Un noto autore dice- essere questa d´insegnare agl´ignoranti l´opera di .misericordia per eccel-lenza. Rivolgendosi alle persone dedicate per vo-cazione all´insegnamento, esclama: « Qual mis-sione stupenda è mai la vostra! t un ministero angelico. Gli angeli sono per ufficio i messaggeri di Dio. A loro spetta di far arrivare agli uomini i raggi del sole eterno e di versare su noi quelle celesti rugiade, che sono come la libera .evapora
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zione dell´oceano increato. Si dice che nel cielo i dottori si assidono in mezzo ai Cherubini. Per
trovare il vostro esemplare bisogna salire più in alto ancora. Che cosa è venuto a fare Gesù tra noi? Senza dubbio a soffrire e morire: era questo lo scopo della sua missione e la conclusione del-l´opera. Ma innanzi tutto che cosa venne a fare? Ce lo dice S. Paolo: Egli è apparso per insegnare, è venuto per istruirci (530). Gesù è un Istitutore divino, che venne a educare i figli più ignoranti, Più grossolani, più induriti, purtroppo i più per-versi, e spesso i più ingrati. Beati voi per quella vocazione, che vi rende simili a Lui, che vi fa pe-netrare così a fondo nell´opera sua. Voi conti¬nuate l´opera di Gesù 2, (531).
Quale fu infatti l´opera svolta dal. divin Re-dentore durante i tre anni della sua vita pub¬blica, se non quella di catechizzare, ´istruire, far da maestro specialmente fra le turbe semplici e ignoranti? E quale il gran comandamento da Lui dato agli Apostoli, che dovevano conquistare il . mondo alla fede Cristiana, se non questo: An¬date dunque, ammaestrate tutte le genti... inse¬gnando loro a osservare tutto quanto v´ho coman¬dato (532)?
Ormai sono tutti persuasi che la più grande piaga della moderna società è l´ignoranza religiosa,
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e non solo neI popolo, ma anche nelle classi colte. Si Cerca di arricchire l´intelligenza di tutte le scienze che riguardano la, vita´ terrena, mentre è negletta e disprezzata la più alta scienza, quella che parla delle vere finalità della vita e dei no¬stri eterni destini. « Quale anomalia! — osserva: S. Giovanni Crisostomo. — Ogni arte, ogni pro-fessione ha nn suo corso di studio e un suo tiroci-nio, e ciascuno vi si dedica, vi si ingolfa per ec-cellere su tutti. Ed ecco per contro che solo il cri-stiano, la cui arte è divina, non si cura affatto di approfondire lo studio e raggiungere l´appren-dimento » (535).
Taluni pensano forse che l´istruzione religiosa sia cosa che riguardi solo i sacerdoti e i religiosi, Mentre invece chi ne ha particolare bisogno è pro-prio colui che vive in mezzo al monda, esposti) ai suoi pericoli e alle sue funeste influenze, ammor-balo dal secolo, ove è tanto facile esser travolto da-gli scandali e dalle pas´ sioni_ Il religioso invece, lontano dal male, protetto dal ritiro della vita co-mune come da uno scudo, sorretto dai buoni esem¬pi di coloro che lo circondano, costantemente oc¬cupato nel lavoro, nell´apostolato, nella preghiera, è in grado di meglio difendere la sua virtù e la sua fede che non colui che, nel mondo, è come sbattuto dai flutti in mezzo a terribile procella.
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Ora i mondani, che lasciano da parte l´istru-zione religiosa, s´ingolf ano in mille affari e bagat-telle, che frutteranno loro sterilità e rovina. La di-serzione della parola di Dio può anzi divenire a volte più vergognosa e colpevole. Non più solo glinteressi e vanità della terra assorbiranno l´at-tenzione di certi sventurati cristiani, ma le stesse attrattive e malvagità mondane li avvolgeranno man mano nelle loro spire. Nella chiesa tutto tro-veranno noioso e poco interessante: nei giochi, nei . teatri, nelle compagnie pericolose, nel fango di illeciti piaceri provano invece soddisfazione e di-letto. Si sanno a memoria pagine innominabili di romanzi, poesie procaci, frasi equivoche, sconce, provoCanti, udite nei teatri e in certe sale ove trionfa l´immondezza e regna il demonio: e invece si ignorano le verità anche più elementari della fe-de e lo stesso segno della santa Croée. Logicamente dall´ignoranza religiosa vieti favorito il lavoro criminale di scristianizzazione, che compiono in tanti settori della vita sociale e familiare l´ex-rare, la calunnia, il turpiloquio, l´immoralità di¬lagante.
Come stupirci pertanto se il, livello dei costumi precipita, se il malcostume dilaga, se la giustizia viene conculcata e la personalità umana avvilita e trattata alla stregua degli schiavi e dei bruti?
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Chi non vuoi alzare gli occhi al cielo, li sprofonda sempre più nel fango della terra. D´altronde gli scettri delle autorità e le ferale delle leggi che pre-scindono dal potere e dalle sanzioni di Dio, sono esposte a ogni momento a essere conculcate e ri-dotte in frantumi da coloro che, con lotte e guerre fratricide, non riconoscono se non il diritto del più forte. Disgraziati quei popoli, che più non voglio¬no ascoltare la parola di Dio! Su di essi si adden¬sano le sciagure e le guerre, frutto esiziale delle dottrine di uomini accecati dall´errore e dalle pas¬sioni.
Anche in certe, regioni, ove la religione costi-tuiva la tradizione più bella e cara delle famiglie e dei paesi, ora non risplende più la luce della fede, della dottrina, delle pratiche cattoliche, ma son tornate a infittirsi le tenebre della più crassa ignoranza religiosa. Le conseguenze sono evidenti: pervertito il senso morale nell´individuo, resta scardinata la famiglia ed esposta ai più gravi pe-ricoli la società, che non potrà mai essere assog-gettata solo ´dalla forza bruta, la quale d´altronde renderebbe le nazioni civili novellamente sel¬vagge.
Solo la parola di Dio, la sua, dottrina, i suoi in-segnamenti possono risanare l´umanità. Diceva già S. Pietro a Gesù: Signore, e a chi ce ne
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andremo? Tu solo hai parole di vita eterna (534). All´uomo, creato per il cielo e la felicità eterna, non possono bastare le parole vane e le cose ef¬fimere della terra. Le anime, quando non siano
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luminate dalla luce immarcescibile delle verità eterne, brancolano miseramente fra il tenebrore di questa selva oscura. La parola di Dio è parola di vita e, ove essa non risuona, c´è freddo di morte. Non è necessario recarci nelle missioni e tra i po-poli selvaggi per capire cosa sia l´uomo, la fami-glia, la società senza Dio. Gli orrori e le scene sel-vagge della guerra ci dicono a quali estremi di ab-brutimento giungano coloro che, calpestando la re¬ligione cristiana ch´è soprattutto amore, pro-clamano invece la religione dell´odio, come se fos-sero selvaggi feroci di foreste inospitali.
Urge pertanto tornare alle pure sorgenti del Vangelo, e tutti dobbiamo farci un dovere di es¬sere banditori della parola e della dottrina di Ge¬sù Cristo.
Le anime, nel Vangelo, sono paragonate dal di-vi": Maestro a un campo, che deve produrre frut¬ti di vita eterna; ma senza semente la terra non può germinare e da buona semente è la parola di Dio (535)..
Fortunati noi, che possiamo spargere in tanti modi questo seme divino. I sacerdoti attraverso la
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predicazione, il confessionale, le istruzioni alle va¬rie associazioni religiose; i missionari, trai popoli pagani e talora tra i selvaggi; i maestri, gl´inse¬gnanti di qualsiasi categoria, gli assistenti, con istruzioni a carattere religioso e saggi avvertimen¬ti agli alunni; tutti, sacerdoti, chierici e coa.clin.- tori, impartendo lezioni di catechismo e prodigan
· doci negli. ´Oratori Festivi, come pure svolgendo attiva propaganda per la diffusione di buone let-ture, di foglietti e libretti tra il popolo, usando a tal fine — come dicono le nostre Costituzioni (art. 8) --- tutti i. mezzi suggeriti da un´ardente carità.
Non mancano, grazie a Dio, trai figli di S. Gio-vanniBosco, quelli che si prestino con coraggio e spirito di abnegazione ad affrontare la missione catechistica tra gli operai e gl´impiegati industria¬li per ricondurre a Dio tanti fratelli traviati; si cerca insomma — come vogliono le Costituzioni (art. 8) — con le parole e con gli scritti di porre un argine all´empietà e all´eresia, che tenta tutti i modi per insinuarsi tra i rozzi e gl´ignoranti.
Però l´opera principalissima:, alla quale noi siamo chiamati per vocazione è quella di rac-cogliere i giovanetti poveri e abbandonati per istruirli nella santa cattolica religione.
Nè solo negli Oratori Festivi, ma in tutti gli
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altri nostri Istituti noi abbiamo agio di compiere questa squisita opera di misericordia. Ed è bene ricordare, come avverte il Biografo che Don Bo, sco vedeva e prevedeva le insidie -tese alla gio¬ventù da scuole eretiche, irreligiose e pestifere: spesse volte se ne lamentava coi suoi collaborato¬ri, dimostrando la necessità di aprire numerose scuole cattoliche; e pregava, Iddio a volerlo sov-venire anche in questa impresa. Il Signore infat¬ti lo aiutò a moltiplicarle prodigiosamente con ri-sveglio meraviglioso di fede nel popolo. Era ap¬punto questo il principale intento di Don Bosco. Le scuole salesiane, pur curando coscienziosamen¬te il profitto,nei vari rami della cultura, vigilano scrupolosamente sulla purezza della fede e Costi-tuiscono una vera missione e un efficace apostolato a sostegno della religione. Ben a ragione pertanto possiamo asserire che l´apertura sì grande di scuo¬le da parte dai Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice sia stato « un premio per lo zelo di ´ Don Bosco, il quale, appoggiato alle promesse di Maria Santissima, non aveva negletto i mezzi an¬che più esigui posti in sua mano per fare quel maggior bene che poteva a ogni ceto di giovanetti col fine primario dell´istruzione religiosa » .(536);
Tra le scuole fondate da S. Giovanni Bosco e , dai suoi figli meritano qui un rilievo speciale le
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cosiddette scuole professionali del libro». Mai come ora esse sono destinate a compiere un´opera
Mirabile di bene, e noi non dobbiamo chiudere
quest´argomento della seconda opera di miserieor, dia spirituale senza esortare coloro che sono ad
´ detti alle tipografie, litografie, legatorie, librerie e reparti annessi, ove si producono pellicole, illu-strazioni, filmine e simili, a lavorare con grande
spirito di fede, avendo la persuasione di compie re, e in modo del tutto efficace e meraviglioso, l´opera d´istruire gl´ignoranti. Ogni libro, ogni pa¬gina, ogni riga, ogni parola è un apostolato, è l´eco della voce dei catechisti, dei sacerdoti, dei missionari, dello stesso Gesù Cristo che, attraver¬so quei libretti, quei foglietti, quelle
illumina le menti con la luce della fede e infiam-ma i cuori con la divina carità. Chiunque pertan¬to contribuisce a comporre, stampare, illustrare, legare, propagandare e diffondere il libro buono. il libro religioso, il libro morale ed educativo, il foglietto o la filmina, catechistica, contribuisce a dissipare le tenebre dell´ignoranza religiosa e a dilatare il regno di Gesù Cristo.
Ogni sacrificio per non sopraelevare i prezzi dei libretti; specialmente se indirizzati alla gio-ventù, sarà graditissimo al nostro Santo Fondatore, il quale disse un giorno al Direttore della tipogra
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fia, che aveva tassato con un prezzo troppo alto la biografia di Besuceo: z Io non guardo a nessun prezzo, io guardo solo che si diffondano buoni libri. Noi due non c´intendiamo ancora; ella sa che Don. Bosco ha bisogno di danaro e perciò vuol dargliene: io so esserci bisogno che i buoni libri si diffondano, perciò non guardo a danari (537).
L´otto dicembre 1941 ricorreva il primo cente-nario dell´Oratorio Festivo; iniziato dal nostro Pa-dre nel 1841 con una lezione di catechismo al gio¬vanetto Bartolomeo Garelli nella sacrestia della chiesa di S. Francesco d´Assisi in Torino. Il Bel¬-for Maggior volle che la data memoranda fosse commemorata con un´attiva Crociata Catechistica, potenziala dalla fondazione della Libreria della Dottrina Cristiana sul Colle presso l´umile caset¬ta, che vide nascere Giova.nnino Bosco. L´inizia¬tiva fu salutata con esplosione di gioia e slancio diapostolato da tutti i figli e le figlie del grande Apostolo della gioventù. Noi dobbiamo augurarci e procurare che quella Crociata non abbia .a ter¬minare mai e che Librerie o Vetrine della Dottrina Cristiana sorgano possibilmente ovunque slavi una Casa di Salesiani e di Figlie di Maria Ausiliatrice su tutta quanta la faccia ´della terra. Chiunque forma parte della Famiglia Salesiana dev´essere
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un crociato della Dottrina Cristiana, che fa ri-splendere per ogni dove la luce redentrice della
fede.
§ 3. Ammonire i peccatori.
La prima´ opera di misericordia spirituale — consigliare i dubbiosi — tende a impedire che il nostro prossimo s´inganni o cada in peccato; la terza — ammonire i peccatori — ha invece lo scopo di aiutare a rialzarsi chi è caduto nel male.
Ora il peccato, non soltanto è nocivo a chi lo commette; ma può esserlo anche ad altri, se per¬turba la´ giustizia o la carità. Ed ecco perchè la correzione. è duplice.
L´una considera il peccato come male del pec¬catore, e si sforza di rimediarvi con bontà, ridu¬cendo fraternamente il colpevole a detestare il male e a riabbracciare la .Virtù.
L´altra correzione è un rimedio al peccato o alle conseguenze del peccato, in quanto tale péc-Calo, ad esempio un furto, un omicidio, reca dan¬no agli altri e turba il bene comune: questa cor¬rezione è mi atto di giustizia, alla quale spetta il far sì che nessuno sia dannoso al prossimo e per¬turbatore dell´ordine pubblico.
Questo secondo modo di ammonire, fatto da persone rivestite di autorità, le quali possono an
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che minacciare e usare la violenza del castigo, co7 stitaisce quella che si chiama semplicemente cor¬rezione.
invece il primo modo di ammonire, con il qua, le uno, mosso da fraterna carità verso un suo pros¬simo, lo esorta in bel modo, senz´ombra di minac¬cia o di castigo, a lasciare il -vizio e a riabbrac¬dare la virtù, vici chiamato propriamente corre¬zione fraterna (538). È di questa che noi intendia¬mo ora parlare.
È necessario anzitutto che la correzione fra
terna sgorghi veramente .da un cuore che ama. S. Agostino; servendosi del paragone di quella ch´egli chiama « amicizia volgare », fa queste con¬siderazioni: « Il marito ama la sua Consorte, e qitesta il suo sposo: che si desiderano essi Fun l´altro se non la sanità e il benessere? Un padre ama i suoi figliuoli: che cosa egli brama se non vederli crescere sani e buoni? Un amico ama l´a-mico ammalato e arso dalla febbre: che cosa vuo¬le, se non vederlo libero dal male? Allo stesso mo¬do tu, come cristiano, se ami veramente il tuo pros¬simo, devi desiderargli l´eterna beatitudine. Perciò quando scorgessi in lui esplosioni d´ira, di sde¬gno, di odio, di peccato; devi adoprarti per allon¬tanare dall´anima sua tale malattia, allo stesso modo che l´amico mondano si adopera per allon
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tanare dall´amico la malattia del carpo. Per que-sto infatti tu ami il tuo amico, perchè egli pure sia sano come te: solo così posséderai la carità perfetta » (539).
Non è carità la negligenza, l´eccessiva remis-sività, Ia pigrizia nel correggere amorevolmente il prossimo. Il non correggerlo è segno che non lo si ama. L´amore cerca l´emendazione. Dice ancora S. Agostino: « Nel tuo prossimo non devi amare l´errore e il male, ma l´uomo. Iddio fece l´uomo, mentre l´uomo fece l´errore e il male. Ama ciò che fu fatto da Dio, e non amare ciò che fu fatto dal-l´uomo. Se ami l´uomo, tu lo correggerai » (540).
Siamo tutti membra del Corpo Mistico di Gesù Cristo e perciò obbligati da stretto dovere di ca-rità ad aiutarci, specialmente quando si tratta di allontanare da noi i mali spirituali. Così di¬segnò il divin Maestro: Se il tuo fratello ha pec¬cato contro te, va e riprendilo fra te e lui solo
(541). E S. Paolo scriveva agli Efesini: Dite la verità ciascuno al suo prossimo, perchè siamo
membri gli uni degli altri (542) S. Giacomo poi,
per animare i fedeli a compiere volentieri que-st´opera di misericordia, ne ricorda l´effetto mi
rabile e il premiai eccelso, vale a dire la salvezza dell´anima colpevole e la santificazione di colui che compie quest´opera di misericordia (543).
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Ma se questo precetto è dato, a tutti i cristiani in genere, molto più obbliga. le persone che, per
divina vocazione, fanno professione di vita spi-rituale. Per costoro specialmente devono ritenersi scritte le parole di S. Paolo: Fratelli, se uno è caduto per sorpresa in qualche fallo, voi che sie¬te spirituali, richiamatelo al dovere con spiritó di dolcezza (544).
San Giovanni Bosco tra i ricordi dati ai primi missionari scrisse anche queste parole: Fra di voi amatevi, consigliatevi, correggetevi ».
Fin dalla sua giovinezza aveva sperimentato l´efficacia di avere uno o più monitori segreti; Egli stesso dichiara che nelle riunioni. della So¬cietà dell´Allegria s´intrattenevano pure nel no¬tarsi a vicenda quei difetti personali, che cia¬scuno avesse osservato o dei quali avesse da altri udito parlare (545). In Seminario poi Bosco e Cornollo reciprocamente si ammonivano per cor¬reggersi dei propri difetti (546).
Ai membri della Compagnia dell´Immacolata suggeriva di scegliersi tra i compagni più zelanti qualche monitore segreto. cui dovevano pregare di usar loro la carità di avvisarli de´i loro di¬fetti, ogni qualvolta ne avessero scorto il biso¬gno. «-Ed io stesso — attestò il Servo di Dio Don Michele Rua -1 ebbi a provare di quanta utilità
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ci fosse tale spirituale industria del nostro buon Padre, poiché, avvisato nella mia fanciullezza, da chi mi ero scelto per monitore segreto, imparai a conoscere il pregio del tempò e.cominciai ad oc-cuparlo più utilmente (547). •
Del Ven. Domenico Savio D,on Bosco volle fissare, a monito dei suoi figliuoli, questo edifi-cante episodio. « Vehuto il tempo pasquale, Sa¬vio Domenico e Giovanni Massaglia furono assi¬dui cogli altri giovani agli esercizi spirituali con malta esemplarità. Terminati gli esercizi, Dome¬nico disse al compagno:
— Voglio che noi siamo veri amici per le cose. dell´anima; perciò, desidero che d´ora in avanti siamo l´uno monitore dell´altro in tutto ciò che può contribuire al bene spirituale. Quindi se tu scorgerai in me qualche difetto, dimmelo tosto, affinché me ne possa emendare;. oppure se scor-gerai qualche cosa di bene che io possa fare, nan mancar di suggerirmelo.
— Lo farò volentieri per te, sebbene non ne abbisogni; ma tu lo devi fare assai più verso di me, che, come ben sai, per età, studio e scuola mi trovo esposto a maggiori pericoli.
— Lasciamo i complimenti da parte ed aiu-tiamoci vicendevolmente a farci del bene per l´anima.
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« E mantennero con fedeltà, la parola (548). « Don Bosco stesso — attesta Don Rua — ri¬ceveva con grande´ umiltà i suggerimenti dei suoi allievi e prendeva in buona parte le loro osserva¬zioni. Ricordo come avendolo assistito io una volta a dir messa, dopo mi permisi di fargli notare qualche inesattezza che mi parve aver osservato. Egli mi, ringraziò e fin d´allora in poi tenne sem: pre presso di sè libro delle rubriche della Santa Messa e leggevate di tratto in tratto ». Desiderava 7- nota il suo segretario Don Serto — ed accettava di buon animo le osserva: zioni, persino dei più infimi suoi subaIterni. Più
volte disse a me stesso: Desidererei che tu os
servassi quanto ha-v-vi in me di riprovevole e me lo, facessi francamente notare. --L Il che io feci più volte di cose minime e scevre da ogni più lieve colpa; ed egli tuttavia non solo le prendeva in benevola considerazione, ma si mostrava rico-noscente come di un benefizio ricevuto » (549).
Nessuna meraviglia pertanto, se il nostro santo Fondatore abba voluto assicurare anche ai suoi Successori e ai Direttori delle case il vantaggio del fraterno ammonimento, fissando nelle Costi¬tuzioni (art. 75 e 117) il Catechista Generale e il Catechista: della Casa; rispettivamente, come
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incaricati di praticare quest´opera di misericordia
verso il Superiore.
E qui vien bene rilevare che S. Tommaso si propone il quesito se il suddito sia tenuto a cor
reggere il suo superiore, e risponde affermativa
mente dandone questo motivo: la correzione fra¬terna è un´opera di misericordia, ed è giusto,
anzi doveroso, che la si usi anche ai superiori (550). Siccome però — aggiunge il santo Dottore — qualsiasi atto virtuoso dev´essere regolato dalle dovute circostanze, perciò nel correggere, si deve usare un modo congruo, accompagnato dalle do¬vute cautele, senza audacia o durezza, ma con mansuetudine e riverenza, ricordando che San Paolo raccomanda a Timoteo a. proposito della correzione degli anziani (e i superiori debbono essere considerati e trattati come tali): Non muo-ver rimprovero all´uomo d´età, ma rivolgigli la tua esortazione come a un padre (551).
Proponiamoci di non voler tralasciare quest´o¬pera di misericordia, quando ci si presenterà fa¬vorevole occasione di farla. Imitiamo però S. Ago¬stino, che si era fatto a questo proposito un pro¬gramma veramente perfetto: « O Signore, io non mi permetterò mai di intraprendere la correzione degli altri, se non quando, dopo d´aver esami¬nato con cura la mia coscienza, potrò confessarti
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candidamente che agisco animato da sincera ca¬rità » (552).
San Giovanni Bosco nel Regolamento dell´O¬ratorio Festivo dà questa norma, veramente pru¬dente e caritatevole: « Il Catechista nel correggere od avvisare usi sempre parole che incoraggiscano, ma non mai avviliscano » (553). Di ciò troviamo un bell´esempio nell´apostolo S. Paolo il quale,
volendo correggere Corinti di alcuni difetti,
prima li loda, con un ringraziamento a Dio per le opete buone da essi compiute, acciocchè non si abbiano "ad avvilire e siano meglio disposti ad • accettare con frutto la correzione (554).
Contribuirà molto ad assicurare l´emendazio-ne del colpeVole, il correggerlo in un -momento di calma. Anzitutto deve trovarsi con l´animó tran¬quillo colui ché corregge. A questo proposito dice la cronaca dell´Oratorio, nel Giugno del 1864: «Don Bosco non manca mai di avvertire o di rimproverare i trasgressori; ma ciò fa con grande calma e si tiene. dalle rimostranze quando sente che il suo animo è agitato » (555). Ma poi bi¬sogna attendere a fare la correzione fraterna quan¬do sia in calma anche colui che deve´ riceverla. Se vogliamo correggere il prossimo, mentre è an¬cora turbato o in preda all´ira, ne vorremmo piut¬tosto la perdizione che la correzione, e resterebbe
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compromessa l´opera di carità che intendevamo compiere. Non dimentichiamo .i detti del Savio:
Un discorso oppo,rtuno è cosa ottima. — Pomi d´oro in legature d´argento è una parola detta a suo tempo (556).
Don Bonetti tenne memoria di alcune norme che sull´argomento della correzione S. Giovanni Bosco dava ai suoi figli nelle conferenze. Eccole: « Se dovete dare un avvertimento, datelo da solo a solo, in segreta, e con la massima dolcezza. In generale, cioè tolto qualche raro caso, non si lascino mai moltiplicare gli atti difettosi, prima di fare una correzione. Si parli subito e schietta-mente. Lodare chi si corregge e incoraggiare gli indolenti (557). Notiamo le ultime parole. In opposizione a ,z lodare chi si corregge » ci atten-deremmo «biasimare chi persevera nel male . Invece il Santo consiglia di far animo edesortare, come se fossimo sicuri che nel corrigendo non manca il buon volere.
Nelle raccomandazioni del nostro Padre e Fon-datore sono riassunte le qualità di, una buona correzione: segretezza, soavità, prontezza con le debite riserve, schiettezza. Don Bosco vi´ aggiunge ancora un prezioso consiglio, e cioè quel sano ottimismo che è tanta parte del suo spirito e del
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suo sistema educativo, quale potentissimo fattore di successo,
Oh quanto maggior risultato otterremo nel no-stro apostolato, specialmente a pro della giotentà, se ci atterremo fedelmente alle sapienti direttive del nostro santo Fondatore anche nel compiere quest´opera di misericordia spirituale, ossia. nel-l´ammonire i peccatori!
§ 4; Consolate gli afflitti.
Leggiamo nella Gènesi" che Iddio, dopo il pec¬cato dei nastri progenitori, disse ad Ada o: Poi¬ehè hai. ascoltata la voce della tua donna„ ed hai mangiato del frutto del quale t´avevo comandato di non. mangiare, maledetta la terra del tuo la¬voro; tra le fatiche ne rieauerai il nutrimento in tutti i giorni della tua vita:.• ti germoglierà triboli e spine (558).
S. Tommaso, commentando queste parole, dice che le tribolazioni Si chiamano così; perchè sono come il frutto dei triboli che, non solo sulla terra materiale, ma anche su quella spirituale, germo-gliano senza posa dopo il peccato di origine.
La nostra vita è una serie non interrotta di patimenti. Non intendiamo qui parlare di quelle pie e salutari afflizioni, le quali, mentre recano
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pena all´anima, non sono disgiunte da un senti-mento di gioia che solleva e rende felici. Tali sono, per esempio, il dispiacere di vedere offeso il Signore, il dolore dei propri peccati, la pena di non poter ritrarre tante anime dalla rovina che loro sovrasta, quale castigo del loro allontanamen¬to da Dio. Noi siamo certi che queste sante af¬fliiioni verranno a suo tempo premiate dal Si¬gnore con premi degni della sua Bontà sovrana. Egli stesso asciugherà le lacrime di coloro che hanno sofferto per la sua gloria e li consolerà in¬troducendoli nelfallegrezza e nel gaudio che non avrà più fine.
L´Opera di misericordia spirituale, della quale ora parliairio, riguarda invece quelle afflizioni e tristezze di spirito, che derivano da cause ordi-narie; da dispiaceri ricevuti, da disgrazie, da con-dizioni speCiali di famiglia o di lavoro, o da qual¬siasi altro accidente che entra nei disegni sapien-. tissimi della Divina Provvidenza. Queste pene di spirito sono talora cosi opprimenti, che lo stesso corpo ne patisce e inferma. L´uomo che si trova assalito da tali afflizioni, se non è dotato di gran¬de virtù e spirito di fede, si abbatte: e anzichè ricorrere all´aiuto del Cielo, perde il gusto delle cose spirituali e ogni vigoria per fare del bene. Per queste ragioni si rende necessaria l´opera di
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misericordia, la quale ha per iscopo di portare sol¬lievo e conforto alle anime tribolate e afflitte.
L´esperienza: insegna che, per l´uomo assalito e afflitto da cialche prova, la prima preoccupa¬zione è quella di cercare il modo di uscirne con i suoi mezzi e con le industrie che la prudenza gli suggerisce. Ma l´afflizione, specialmente se è grave, diventa una vera infermità spirituale: e come nelle Malattie del corpo occorrono rimedi fisici per riacquistare la salute, così alle persone afflitte bisogna suggerire ´motivi spirituali di ras¬segnazione, di sollievo e di conforto. .Difatti la persona che si vede compatita nella • sua tribola¬zione, si sente come alleggerita di un gran peso; le pare che l´intera pena scemi a misura che l´a¬mico, comprendendola, mostra di farla sua: essa respira con maggior libertà e, dilatandosi il suo cuore, sente rinascere il coraggio per sopportare con pazienza le prove alle quali è sottoposta.,
E qui si avverta che quest´opera di misericor-dia, frutto di cristiana carità, è di gran lunga più eccellente di quella partecipazione naturale ai do¬lori altrui; che è un semplice indizio di cuore bennato, ma che talora si riduce a. vani compli
menti. Anzi non è raro il caso vedere taluni che
per consolare chi soffre credono opportuno tessere lunghi ragionamenti, .dimóstrando che quel male
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era da aspettarsi, che forse era stato procurato con imprudenze o negligenze, e che dopo tutto la cosa doveva andare così. Nell´anima oppressa dalla tri¬stezza tali dichiarazioni non hanno alcuna, effica-, cia e, anzicbè recar sollievo, accrescono il males¬sere. Come pure a nulla giova voler rilevare e far credere" che le cause delle afflizioni sono di poca importanza e che sarebbe meglio non farne caso: il bruciore della ferita lo sente colui che ha le
carni lacerate.
A chi soffre è necessaria una mano soave, e non quella ruvida che esacerba; una voce tutta di bontà e compassione, e non la parola stridula di chi rimprovera e rimbrotta; un cuore che sappia innalzare sè e l´afflitto a considerazioni celesti, e non un cuore impaniato nelle cose terrene senza voler distaccarsene. Quando gli accenti della fede riescono a far vibrare un´anima,. questa, dimen¬-Lica .di tutto, si slancia verso Dio: ecco l´arte ce
leste del consolatore.
E queste voci, che sono le voci dei santi, giun-sero da tutti i secoli fino a noi, acciocchè noi ce ne facciamo eco .e le ripetiamo a conforto di -chi soffre. Ricordiamolo: solo alzando gli occhi al cie¬lo, scenderà la rugiada benefica del conforta sui
cuori umani.
Ed è utile ricordare a chi soffre che il Signore
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ci assoggetta alle tribolazioni o per correggerci, o per preservarci, o per farci progredire nella ;virtù,
o perchè si manifesti in noi la sua gloria, o per
provarci. come fece con Tobia e Giobbe, o per´ confermarci nella umiltà e perciò nella sua grazia._ Naturalmente i vari motivi di conforto dovran-, no essere presentati in modo opportuno alle dif
ferenti classi di persone che si vogliono consolare, avendo riguardo all´età, alla condizione sociale, al-la cultura religiosa e alle disposizioni del sof-ferente.
S. Giovarmi Bosco era di una abilità singola-rissima nel recare conforto alle anime afflitte: Non potendo talora suggerire un ,rimedio immediato a disgrazie, a infortuni; a persecuzioni o discordie, consolava e leniva i dolori, con questa o simile espressione: « II Signore è un buon padre e non permetterà mai che siamo afflitti sopra le no¬stre forze ». Se i dolenti ricordavano le opere buo¬ne che avevano fatte e loro sembrava che Dio le avesse dimenticate, Don Bosco esclamava: « Dio nulla dimentica. Pagherà poi tutto abbondante¬mente in Paradiso ». Altre volte diceva a chi non era corrisposto nelle sue fatiche e premure dai famigliari e dipendeUti: « Rammentatevi che il Signore paga non in proporzione del successo, ma secondo la fatica che si è spesa. È miglior paga
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tore di quello che lo siano gli uomini! » (559). Udendo qualcuno dei suoi a lamentarsi di qualche tribolazione, fatica o ufficio, tosto lo incoraggiava: « Ricordati che soffri e lavori per un buon pa¬drone qual è Dio. Lavora e soffri per amore di Gesù Cristo che tanto lavorò e soffrì per te. Un pezzo di Paradiso aggiusta tutto » (560). Se com¬pativa un infermo, il suo affetto lo. riempiva di pace e di speranza. Si videro madri desolate pre¬sentargli dei figli quasi morenti: ed egli li bene¬disse, non promise guarigione, ma tranquillò ed esortò. le buone donne a portare quella croce che il Signore loro aveva data. Una di queste si con¬gedò da lui baciandogli la mano ed esclamando: — Parto, ma tanto consolata, come se avessi visto mio figlio risanato (561).
Aveva poi uno specialissimo dono nel conso¬lare coloro che avevano perduto un amico o un pa¬rente. Fra tante lettere di conforto scritte da. Don Bosco e disseminate nelle Memorie Biografi¬che, ne riproduciamo una di condoglianza al conte Eugenio De Maistre, vedovato della consorte: .
«•Carissimo Sig. .Conte Eugenio, non so come Cominciare questa lettera! Giunto dalla visita delle case della Liguria mi è data la tristissima notizia che la Signora Contessa di Lei moglie non è più tra i vivi. lo mi immagino il dolore e la coster
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nazione che tale disgrazia avrà cagionato in Lei, in tutta la sua famiglia! Mi rincresce di non saper che fare se non delle preghiere. Questo abbiamo fatto e facciamò per lei e per la, compianta Defun¬ta. Quando ella era gravemente ammalata la Sig. Duchessa ce lo fece sapere chiedendo preghiere. Si fecero in tutte le nostre case, ma Dio non giudicò di esaudirci o meglio giudicò che quella rosa fosse pervenuta a tal segno di bellezza agli occhi di Dio Creatore da meritare di essere svelta dal giardino terrestre per venire trapiantata nel giardino dei godimenti imperituri del cielo. Adoriamo i De¬creti divini e diciamo:. Fiat voluntas tua.
« Ella però, Sig. Eugenio, ha più cose da conso-larsi in questa afflizione. Di aver perduta una vera madre di famiglia in terra, ma ha guadagnato una celeste protettrice. Di poterla raggiungere un giorno, e può essere presto, in uno stato assai mi-gliore che non era quello´clella vita mortale; che fino a tanto che vivremo potremo colla preghiera e colle buone opere suffragarla se è ancora neces-sario o almeno accrescerle la gloria accidentale del Paradiso qualora si trovasse già colà accolta.
« Dio la benedica, o sempre caro Sig. Eugenio, e con Lei benedica tutta la sua famiglia, e tutti li illumini e li diriga con sicurezza per la´ via del cielo. Amen.
. •
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Con tutta venerazione ed affezione ho il pia-cere di potermi professare in G. C. di V. S. Car.ma .(Torino, 15 Ottobre 1879) Affinata Amico Sac. Gio¬vanni Bosco » (562).
_Anche il nostro amabile Patrono aveva una sin¬golare carità ed efficacia nel consolare gli afflitti. Ci limiteremo ad alcune brevi citazioni.
Per. aiutare le -anime a sopportare con calma e rassegnazione le tribolazioni e afflizioni, San Francesco di Sales stabilisce un saldissimo princi¬pio di fede, che dai cristiani non può essere ricor¬dato senza efficacia. Commentando Ie parole di Giobbe: Se abbiamo ricevuto i beni dalla mano di Dio, i mali perchè non dovremo riceverli? (563), esclama: « O Dio, qual parola di grande amore non è mai questa! Egli pondera che dalla mano di Dio ha ricevuta i beni non tanto come beni, quanto perchè provenienti dalla mano del Signore; e, ciò posto, ´couchiude che dunque bi-sogna sopportare amorosamente le avversità, per-: chè procedenti dalla stessa mano del Signore, egualmente amabile sia che distribuisca afflizioni sia che versi consolazioni. l beni si ricevono vo¬lentieri da tutti, ma ricevere i mali è casa propria soltanto dell´amore perfetto, il quale tanto più li ama in quanto sono amabili solamente rispetto alla mano che li dà » (564). Il valore di queste pa
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role del Santo è tutto nell´affermazione che è sem¬pre la mano di Dio che manda le afflizioni.
A un´anima che gemeva-sotto il pesa di grandi tribolazioni il Santo scriveva: c Quanto alle affli-, zioni del vostro cuore vi sarà facile distinguere quelle alle quali vi è rimedio e quelle che non lo hanno. Dove il rimedio è possibile, bisogna pro-curare di apportarlo con dolcezza e con quiete; quelle alle quali non si può recare rimedio cercate di sopportarle come una mortificazione che Nostro Signore vi manda per esercitar-v-i e farvi tutta sua. Fate il possibile per non uscire in lamenti; anzi sforzatevi di obbligare il vostro cuore a soffrire in pace. Che se qualche moto di impazienza vi sfug¬gisse, appena ve ne accorgete, rimettete il vo¬stro cuore in pace e dolcezza. Credetemi, Dio ama le anime che sono agitate dalle burrasche e tempe¬ste del mondo, purchè esse ricevano dalla sua divina mano il travaglio e, a guisa di valoroso guerriero, procurino di mantenere la loro fedeltà tra. gli assalti e i combattimenti » (565).
A un´altra persona, già avanti nella perfezione tua oppressa da molte pene, così scriveva: « Mi dicono che avete, ricevuto qualche afflizione, senza nominarmela. Certamente, qualunque cosa sia, mi cagiona bensì dolore, ma anche consolazione.:, per¬ché ve l´ha mandata il Signore, e niente esce dalla
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sua divina mano se non per l´utilità delle anime che lo temono e per raffinarle.nel suo santo amore. Voi sarete felice, se riceverete con un cuore vera¬mente amoroso ciò che Nostro Signore vi manda con un cuore tanto paternamente sollecito della vostra perfezione » (566).
Un altro potentissimo motivo di conforto nelle afflizioni il Salesio proponeva nella considerazione di quanto Gesù benedetto´ ha sofferto per nostro amore. Ascoltiamo le sue parole: « Non v´è cosa che possa procurare maggior tranquillità in questo mondo, ´che il considerare spesso Nostro Signore in tutte le afflizioni patite dalla nascita fino alla morte. Poiché vi scorgeremo tanti disprezzi, tante calunnie, povertà, indigenza, abbiezione, pene, tor¬menti, nudità, ingiurie e ogni sorta di amarezze, a paragone delle quali noi conosceremo che a torto chiamiamo afflizione, pena e contraddizione, quei piccoli incidenti che ci succedono » (567).
Finalmente il nostro santo Patrono ricorda che le afflizioni sopportate cristianamente per amor di Dio sono per le anime una garanzia- di salvezza e segno di predestinazione. Di una di tali anime, prossima a lasciare la vita terrena, egli scriveva: Per quell´anima che sulla terra ha sofferto molte afflizioni non si può fare miglior presagio. Eisa è
, stata coronata di spine: dobbiamo dunque credere
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che riceverà una corona di rose. Vada perciò a godere l´eterno riposo in grembo alla misericordia di. Dio » (568).
Per quanto rare e modeste siano le occasioni che a noi si presentano di esercitare quest´opera di misericordia, non lasciamocele sfuggire: adope¬riamoci con spirito di carità e di fede a pro dei nostri confratelli, non restando indifferenti quando veniamo a: conoscere che qualcuno è in preda al dolore e alla tristezza. Ripetiamo a lui quanto San Giovanni Bosco scriveva nel 1863 al Ch. Gio¬vanni Bonetti, esortandolo a cantare con S. Fran¬cesco d´Assisi: « Tanto è il bene che io m´aspetto — Che ogni pena m´è diletto. — Il dolor si fa
piacere, Ogni affanno è un bel godere, = Ogni
angoscia allegra il cuor » (569).
§ 5. Perdonare le offese.
S. Agostino, cominci/tanto la prima Lettera di S. Giovanni, si fa questa domanda: « Qual è la perfezione della carità? » E risponde: « Amare i nemici e amarli col desiderio che diventino nostri fratelli » (570).
Soprattutto considerando la quinta opera di misericordia spirituale, che è di perdonare le of
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fese, noi comprendiamo perché l´amore da portarsi agli uomini dev´essere soprannaturale ed avere come principio e motivo Dio stesso. Solo così la mente umana trova ragionevole e possibile l´amore dei nemici. Disse Gesù Cristo: Sè POi amate coloro che vi amimo,´ qual ricompensa meritate? Non fanno forse altrettanto anche i Pubblicarti? (571). Con ciò Egli volle raccomandarci che il nostro amore non sia un semplice affetto di simpatia na¬turale, ma un sentimento sgorgante dalla grazia e dalle virtù teologali.
Non sembri poi strano o fuor di luogo che fer-miamo l´attenzione su quest´opera di misericordia, parlando a religiosi che si occupano di perfezio¬ne. Considerando le cose attentamente, ci persua¬deremo che questo punto importantissimo della carità deve essere anche da noi preso in seria considerazione.
Anzitutto è bene determinare quali siano i ne¬mici che noi abbiamo il dovere di amare. Non intendiamo parlare di quelli che un insigne ora¬tore chiama nemici di occasione, ossia di quelle buone e oneste persone che i padroni del mondo armano e mandano a muover guerra ad altre buone e oneste persone. « Il nemico d´occasione, fratello prima e dopo la battaglia, che si deve combattere di diritto per difendere il propriò pae
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se e i propri focolari, non può essere odiato che da coloro il cui gretto e stupido patriottismo ri¬cusa ´di capire là grande legge dell´amore del pros¬simo m (572).
Vi è una seconda categoria di nemici, i nemici immaginari, quelli cioè che talora ci ´facciamo noi spontaneamente. Ci siamo messi in capo che una persona, magari un nostro confratello, nutre a nostro riguardo delle cattive intenzioni o ci vuo¬le male: perciò ci troviamo a disagio, coviamo sentimenti di astio, ci riteniamo ingiustamente of¬fesi e siamo tentati di adoperarci per prendere la rivincita. « Se cii fosse una radioscopia spirituale —dice il testò Citato oratore — che ci permet¬tesse di vedere il fondo dell´anima di quella per¬sona, non vi scopriremmo assolutamente nulla che ci potesse allarmare. A difetto di, questo mez¬zo di esame, quel che di meglio ci rimane a fare è di dire alla nostra immaginazione che è sciocca e che non teniam conio delle sue suggestioni ).
Ecco un punto sul quale dobbiamo portare fre-quentemente il nostro esame, quando il demonio ci insinuasse pensieri contro la carità, quando sor¬gessero in noi sospetti e giudizi avventati. Non è lecito supporre senza un serio fondamento che il nostro prossimo manchi al do-vere della carità fra¬terna.
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Resta la terza Categoria, quella dei nemici veri,. di quelle persone cioè che, qualunque siala ragio¬ne che le muove, ci odiano, ci desiderano del male, o, comunque, ostacolano i nostri progetti e non fi¬niscono più di criticarci e dir male di noi. È pos¬sibile amare persone dì tal fatta? La risposta l´ab¬biamo dallo stesso .divin Maestro, e non può es
ser dubbia. •
Il perdono delle offese e dei torti ricevuti è un espresso comandamento del Signore, e non un semplice consiglio che l´uomo possa a: suo talento praticare o trascurare. Gesù ci, ha intimato que¬sto precetto in forma insolitamente solenne, -im¬piegando, per così dire, tutta la forza della sua autorità: Voi avete udito che è stato detto: ´— Amerai il tuo proèsimo e odierai il tuo nemico.
Io invece dico a voi: Amate vostri nemici, fate del bene a chi vi odia e pregate per quelli che vi perseguitano e ai calunniano » (573).
Gesù pertanto, con l´espressione «Io invece dico a voi » intese, nella sua qualità di Reden-tore, Legislatore e Maestro, dare nuova forza al-l´antico precetto dell´amor del DrosSimo, interpre¬tato malamente dai dottori giudei, i quali conside¬ravano come loro prossimo soltanto quelli che ap¬partenevano al popolo eletto, mentre ritenevano tutti gli altri come nemici.
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" Pertanto non ci possono più essere scuse nè pretesti, che dispensino dall´osservanza di questo formale comando di Gesù; non la ripugnanza sug¬gerita dall´amor proprio, non il puntiglio d´onore, non il timore di comparire deboli e vili col perdo¬nare a chi ci ha offeso.
Il Divin Redentore ordina, non solo di non odiare, di non voler vendicarsi, di perdonare le offese, ma anche di amare. Nè si potrà dire che ciò sia contro natura, perchè chi diede questo co¬mandamento è. lo. stesso Dio che ha creato l´umana natura, che ha perfezicmato l´antica legge e che mediante i grandi misteri dell´Incarnazione e della Redenzione ha reso meno difficile la Mutua ri¬conciliazione fra gli uomini. Anzi, lo Spirito Santo dà tanta importanza a cpiesta legge del perdono e ne giudica sì impórtante l´applicazione, che non vorrebbe neppure la dilazione di una notte: Il sole non tramonti sul vostro sdegno, dice S. Paolo

agli Efesini (574).
Il perdonare è un´azione tanto nobile e grande da essere considerata nella religione cristiana co¬me uno dei più splendidi trionfi della grazia sulle nostre passioni e come segno evidente che Gesù Cristo abita in noi. Il perdono da noi dato all´of¬fensore non solo non ei abbatte nè umilia come vinti, mi ci rende vincitori_ « Chi trionfò sul Cal
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vario? I nemici e carnefici di Gesù. Cristo, ovvero il Redentore che dalla Croce pronunciava parole di perdono? Ah! = esclama S. Giovanni Criso
storno in verità iI perdono è cosa tanto grande
ed eccelsa, che ci fa trionfatori e simili a colui che siede al disopra dei Cherubini del Cielo » (575). Il perdono delle offese è proprio un trionfo del tutto divino, perchè Dio ce ne ha dato il pre¬cetto e l´esempio, e Dio ci dà anche la forza per praticarlo. Chi perdona è proclamato vincitore, non in virtù della forza brutale dimostrata in una lotta di corpi, ma in virtù della forza della pro¬pria volontà ravvalorata dalla carità divina.
La legge del perdono e dell´amore dei nemici vuole che coloro che ci hanno offesi e danneggiati, noi li consideriamo come nostro prossimo, come
- creature di Dio e portanti in fronte la sua imma¬gine, come redenti da Gesù Cristo che li vuole salvi. Non dobbiamo escluderli perciò nè dal no¬stro amore nè dalle nostre preghiere: anch´essi sono capaci di amare Iddio e di raggiungere l´eterna beatitudine. Se Iddio Ti ama e per essi morì in croce, perchè non li ameremo noi? Se poi il ne¬mico è pentito e chiede scusa, allora non è più nemico e noi, soprattutto come religiosi che vo¬gliano la perfezione, dobbiamo non solo perda¬nargli, ma dargli segni di verace affetto. E poichè
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la carità si manifesta con le opere, dobbiamo in caso di necessità essere disposti anche ad aiutare ì nostri nemici.
II precetto dell´amare i nemici a volte non è praticato, perchè non si ha una chiara idea del modo con il quale il nemico dev´essere perdonato. Anzitutto non è proibito ai cristiani chiedere ri¬parazione dei torti ricevuti nell´onore o nelle so¬stanze. La reintegrazione nei propri diritti deve però avvenire cristianamente, senza spirito di pas¬sione nè per desiderio di vendetta.
Neppure è da credere che la legge di amare i nemici esiga dai cristiani quelle speciali manife¬stazioni di tenerezza, che si dànno ai propri cari e agli amici intimi. Gesù vuole semplicemente che i suoi discepoli non conservino in cuore nè odio nè malevOlenza e che, pur rivendicando an¬che in giudizio i loro diritti, siano pronti a rifug¬gire da ogni vendetta, a rendere bene per male e soprattutto a perdonare •e dimenticare le offese ricevute.
San Giovanni Bosco diceva appunto che, per-donata una cosa, non la si doveva più rinfacciare: « Non già perdonare un´offesa — egli diceva ai suoi Egli — e poi, dopo 10 o 15 giorni, venuta l´occa¬sione, gettare in faccia all´offensore quella parola, quella mancanza, quell´ammonizione ricevuta,
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quello sbaglio fatto. Ciò non va; perdonare vuol dire dimenticare per sempre » (5Z6).
Altra volta faceva questa raccomandazione ai superiori: « Quando un allievo si dimostra pentito di -un fallo commesso siate facili a perdonargli, e perdonate di cuore. ´Dimenticate tutto in questo caso. Nessuno mai e poi mai dica a un ragazzò o ad altri che abbia disubbidito, detta qualche pa¬rola insolente, o Mancato in altra maniera di ri¬spetta: Me la pagherai! Questo linguaggio non è da cristiano » (577).
Nei Rieordi lasciati per testamento ai Sale-siani scrisse: « Se poi volete ottenere molto dai vostri allievi, non mostratevi mai offesi contro ad alcuno.´ Tollerate i loró difetti, correggeteli, ma dimenticateli r (578).
Don Bosco non ebbe mai bisogno di riconciliarsi con alcuno, perchè non fu mai nemico di nessuno. Tante volte invece si umiliò davanti a persone cha egli non aveva offese, unicamente per togliere dal¬l´animo loro ogni amarezza, per chiarire equivoci e per dissipare il mal animo che esse avevano ver¬so di lui e verso le opere che il Signore gli aveva
· affidate. Egli poi era sempre pronto e generoso a perdonare e dimenticare qualsiasi offesa. « Non co¬nosceva vendette — dice il Biografo. — Le sue ven¬dette erano il cercar di rendere qualche servizio ai
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suoi nemici e godeva grandemente quando se ne presentava occasione propizia. In questo modo ri-dusse favore-voli, anzi benefattori, tanti che pri¬ma l´osteggiavano » (579). Così i suoi figliuoli pote¬rono dichiarare in coro con a capo Don Rua: « Don Bosco segnalò la sua grande carità nel perdono delle offese pubbliche e private, nel trat¬tare con dolcezza i suoi offensori e nel pregare per loro, e non ricordava gli insulti ricevuti_ nelle, più disgustose circostanze » (580).
Richiesto un giorno perchè trattasse con tanta dolcezza e con la più grande carità:, persone ne-miehe, le quali avversavano l´Oratorio, scrivevano contro di lui e inventavano calunnie, egli rispose: Perchè è nostro dovere amare tutti, anche i no¬stri nemici » (581). E Don Bonetti attesta: a´Ci raccomandava sempre che pregassimo per i nostri nemici, affinché aprissero gli occhi a conoscere l´errore, e così non demeritassero la. divina mise-ricordia » (582),
Possiamo noi, anche su questo punto, stimarci degni figli del nostro grande Padre? A noi reli¬giosi, in via ordinaria, non succede di aver nemici che ci odiino mortalmente e ci coprano di ingiu¬rie: verso i nemici della Chiesa, dei sacerdoti, del¬le persone consacrate a Dio, noi già sappiamo quale debba essere la nostra condotta, e cioè per
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donare sull´esempio di Gesù, che morì perdonan¬do sulla croce. •
Tuttavia, neppure nelle comunità più ferventi possono a volte mancare òccasioni di screzi, rottu¬re, astii e, se non si è -vigilanti, può rimanere in.tap-, tata e scossa la carità. I Santi ci avvisano che, so
· praitutto quando si tratta di questa virtù, dob¬biamo evitare anche le infrazioni più leggere, le quali d´altronde tra persone religiose rivestono sempre una certa gravità.
Appunto perché qualcuno giudica che queste siano: cose non gravi, può darsi che si creda auto
. .rizzato a difendere la cosiddetta sua• posizione, a non volersi abbassare, a rifiutar di fare il primo passo per ristabilire la concordia. a non lasciarsi Avvicinare, fors´anche a pensare a piccole rivin
· cife per . appagare Ie pretese dell´amar próprio. Tutto ciò sarebbe in aperto contrasta con il pre¬cetto dell´amore e del perdono, e dimostrerebbe ben poco amare a quella perfezione che si assom¬ma appunto nella carità.
II nostro buon Padre premuniva i suoi figli contro queste deviazioni e, mosso dalla grande ca¬rità che gEinfiamma.va il cuore, scrisse nel « Proe¬mio » alle Costituzioni: « Quando accadesse che il fratello che:vi ha offeso venisse a cercarvi perdono, badate bene dai riceverlo con cera brusca o di
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rispondere con parole ´mozze; dimostrategli anzi belle maniere, affetto e benevolenza. Se avvenisse
all´incontro che voi aveste offesi() altri, subito cer¬cate di placarla e di togliere dal suo cuore ogni
rancore verso di vai. E, secondo l´avviso di S. Pao
lo, non tramonti il sole senza che ´di buon cuore voi abbiate perdonato qualunque risentimento, e
vi siate riconciliati col fratello. Anzi fatelo tosto che potete, sforzandovi di vincere la, ripugnanza che sentite nell´anima ».
I Padri ci esortano a far noi i primi passi,
cordando le parole di Gesù: Se dunque tu, nel fare la tua offerta sull´altare, ti rammenti che il
tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia
lì la tua offerta davanti all´altare e va´ prima a riconciliarti col tuo fratello; poi ritorna a fare
l´offerta (583). Dunque il divin Maestro non si
limita a raccomandarci di deporre noi il rancore contro il prossimo, ma vuole che siamo i primi ad
andare dal fratello per pregarlo, di mettersi in
pace con noi. E ciò sta tanto a cuore a Gesù, che vuole lo si faccia prima di pregare e di offrire il
sacrificio: preghiera e sacrificio che saranno a Lui tanto più graditi, quanto più pura e ardente sarà la carità dei nostri cuori.
Tra i motivi e vantaggi che devono stimolarci a—perdonare le offese ce n´è uno, che dovrebbe
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portare alla nostra mente pieno convincimento: e con esso -conchiuderemo le considerazioni fatte sul¬la quinta opera di misericordia spirituale.
« Sono molte le forme di misericordia, dice
S. Agostino, — con le quali ci sforziamo di otte-nere da Dio il perdono dei nostri peccati; ma nes-suna è più eccellente di quella con cui perdoniamo di cuore a chiunque ci abbia offeso) (584). È adun¬que il bene, l´interesse nostro che c´impone il per¬dono delle offese altrui, secondo l´espressa condi¬zione posta • da Gesù Cristo: Se voi perdonate agli uomini le loro mancanze, anche .a voi le per¬donerà il Padre vostro celeste: ma se non perdo¬nate agli uomini, nemmeno il Padre vostro vi per¬donerà i vostri peccati (585).
Come adurtque potremo chiedere a Dio per-dono dei nostri. peccati, se abbiamo il cuore furen¬te d´ira verso i nostri fratelli? Pronunciando le parole «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori », noi pronunce-remmo la nostra condanna.
V´è forse fra noi chi pensi di non aver bisogno del perdono di Dio? Basta interrogare la nostra coscienza per convincerci che purtroppo anche noi abbiamo tanfo bisogno di compassione e • di per¬dono_ Quale fu infatti la nostra vita prima di en¬trare in religione? E non è forse vero che, anche
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da quando viviamo in Congregazione, abbiamo tanti motivi di umiliarci davanti a Dio per nume-rosi mancanze commesse proprio nella sua Casa? Quante distrazioni, irriverenze; omissioni?. Quante preghiere e azioni non animate da spirito di fede! E qual è la nostra ubbidienza, la povertà, la pu¬rezza, la mortificazione, la carità che pratichiamo? Ah, c´è da arrossire pensando alla somma dei no¬stri mancamenti al termine di ogni giorno,, di ogni mese, di ogni anno, di tutta la vita! E di tutto a.- Tremo rendere stretto conto a Dio, e tanto -più ri¬goroso quanto più abbondanti saranno state le grazie da Lui ricevute.
E allora, perchè non perdoneremo al nostro fratello? Ah, perdoniamo, perdoniamo di cuore, sinceramente e senza riserva di sorta, per ottenere noi pure da Dio il totale perdono dei nostri pec¬cati. Altrimenti, incombe su di noi la minaccia con la quale Gesù Cristo concluse la parabola dei debitori: Così farà con voi il Padre mio celeste, se ognun di voi non perdonerà di cuore al proprio fratello (596).
E poi, come ardiremmo di accostarci al santo Altare e di protendere la nostra lingua ulcerata da parole di rancore, odio, vendetta, perchè su di essa venga a posarsi Gesù, Carità infinita? Come
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oseremmo introdurre il Re d´Amore in un cuore ri¬pieno di acrimonia e animosità?
Siamo adunque generosi nel dimenticare e pron¬ti a ristabilire i nostri buoni rapporti di fraterna amicizia, quando per qualsiasi ragione fossero stati turbati. E non limitiamoci a dire: — Io non ho più nulla con quel tale, ma non intendo di aver , da oggi in poi a che fare cón lui. -- Così si per-. petuerebbe Io scandalo di confratelli che non si rivolgono la parola e neppur si guardano, mentre vorrebbero far credere di praticare la carità.
Conchiudiamo pertanto con queste nobili espressioni di S. Agostino: «. Se qualche inimicizia contro i nostri fratelli, che non avrebbe mai do¬vuto nascere in noi o che avremmo dovuto spe¬gnere subito appena nata, continua a regnare in cuor nostro, o per negligenza, o per testardaggine, o per vergogna ispirata ben più dall´orgoglio che dalla modestia, facciamo in modo che almeno oggi finisca e sparisca del tutto. Il sole non avrebbe do¬vuto tramontare sulla nostra ira; ma, poichè ab¬biamo permesso che tante e tante volte si levasse e ´tramontasse su di essa, facciamo sì che finalmen¬te si estingua, e tramanti una buona volta per non levarsi mai più » (587).
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§ 6. — Sopportare pazientemente
le persone moleste.
Chi è disposto a sopportare le persone che gli daranno dolore, noia, fastidio, ben può dirsi che in cuor suo abbia già perdonato il dispiacere prima ancora di averlo ricevuto. Perciò la siesta opera di misericordia spirituale, ossia il sopportare pa¬zientemente le persone moleste, può definirsi una specie di perdono anticipato. Essa consiste nel tollerare con cristiana pazienza le persone che, volendolo o no, dànno noia e disturbo: sopportare vuol dire non irritarsi, non offendersi e soprattutto non rendere la pariglia.
Tante volte Ia pratica di quest´opera di ca¬rità può riuscire ancor più difficile che non la stesso perdono delle offese. Queste in generale ca¬pitano di rado, mentre invece le molestie sono frequenti, anzi costanti, poichè vivendo in società ci troviamo del continuo in contatto con i difetti del nostro prossimo. t infatti la stessa natura urna-.na, che brulica di imperfezioni e manchevolezze, le quali sono appunto la causa di inevitabili noie, disgusti, scontri e pene.
Ora è bene precisare anzitutto che il soppor-tare gli altri è un dovere, non solo di carità, ma anche di giustizia. Come ciascuno ama di incon
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trare compatimento negli altri, così è giusto che alla sua volta sia disposto a compatire i difetti
« Sopportiamo, — diceva bonariamente Don Bosco, — sopportiamo a vicenda gli uni i difet¬ti degli altri, poichè nessun di noi è perfetto » (588).
La vita di comunità fu paragonata, con ap-propriata immagine, a una fascina. Tra i rami di cui questa è composta, difficilmente si riesce a tro-varne anche uno solo che non abbia qualche curvatura più o meno pronunziata, qualche nodo. rigonfiatura o altro: Quando poi si vogliono riunire e stringere insieme quei rami, ciò che prima di ogni altra cosa viene a trovarsi in contatto sono proprio le curve, le protuberanze, le imporle¬ziOni insomma dei rami stessi. Anzi, a misura che la fascina- viene più strettamente avvinghiata, ecco rendersi più aderente, più forte e quindi più molesto il mutuo contatto delle difettosità dei singoli rami, aí quali ndn resta altra risorsa che adattarsi nel miglior modo alla posizione loro consentita dallo spazio, in cui trovatisi forzata¬mente ristretti. E così ogni ramo, mentre coi suoi difetti è cagione di disturbo agli altri, è alla sua volta vittima delle imperfezioni e nodosità
Altrettanto possiamo dire di chi vive in co¬muni-1a. Ogni religioso, per quanto desiderosis
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situo di perfezione, ha i propri difetti: e quanto più la carità affratella e stringe i cuori, tanto più intimi e forti diventano i contatti fra i difetti degli uni e degli altri. Chi adunque pretendesse com-patimento, ma non volesse compatire,. sarebbe ir-ragionevole e ingiusto.
La pazienza però è soprattutto imposta, dalla. carità e dalla misericordia. Noi abbiamo il dovere di amare tutti e gli stessi nostri nemici. Orbene, coloro con i quali conviviamo, non ci sono ostili l´é. avversi, per quanto difettosi e fors´anche strani e antipatici. Ci recano bensì molestia e fastidio; ma• ciò fanno il più delle volte senza pensarci e senza volerlo. La nostra pazienza pertanto dev´essere ancor più generosa.
A tal fine incominciamo a persuaderci che la prima persona molesta, che abbisogna di grande opportazione, siamo proprio noi, con il nostro carattere pronto e impetuoso, con i nostri nervi facilmente scoperti, con l´intolleranza e l´orgoglio, che mai si adattano ad accettare idee, progetti, ini-ziative altrui, con le nostre indisposizioni e malat-tie, che ci rendono eccitabili e insofferenti. Quando riuscissimo a convincerci di questo, l´animo nostro sarebbe assai più facilmente incline a sopportare, tollerare, dimenticare.
Questa raccomandazione faceva spessa il no
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stro santo Fondatore nelle prediche e conferenze, e ce la lasciò scritta nelle sempre care pagine del « Proemio » alle Costituzioni: ,z Su questa terra — egli dice — non v´è uomo, per virtuoso che sia, il quale non abbia i suoi difetti. Se egli dunque vuole che gli altri sopportino i suoi, ´cominci a sop¬portare quelli degli altri e cosi adempirà la legge di Gesù Cristo
Dobbiamo pur ricordare spesso che le persone son quel che sono, e non quali le vorremmo noi. Anche gli altri vorrebbero che noi fossimo più be-nigni, più pazienti, più caritate-v-oh; ma purtrop¬po, con tutto il nostro buon volere, non sempre riusciamo a liberarci dai nostri difetti e a essere più accetti al nostro prossimo. È inutile preten¬dere l´impossibile: noi troveremo sempre dei difet¬ti, piccoli se si vuole, ma in tutti e dappertutto. Si tratterà di semplici punture di spillo, ma sem¬pre punture. Per questo udimmo ripetere tante volte che di nessuna virtù abbiamo tanto bisogno come della pazienza.
S. Agostino, nel commentare il Salmo ottanta-cinquesimo, osserva: « Vedete che Davide non dice grido a te un giorno, o Signore, ma lutto il giorno, vale a dire in ogni tempo. Dal momento infatti in cui il Corpo di Gesù Cristo incominciò a essere come stretto sotto iI torchio, fino alla fine dei se
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coli quando cesserà ogni pressione, l´uomo dovrà gemere e gridare a Dio. Ciascuno di noi ha la parte sua in questo clamore di tutto il Corpo Mi-stico di Gesù Cristo. Noi gridiamo durante.i gior¬ni del viver nostro, che passeranno; a noi succe-deranno altri, i quali grideranno alla lor volta, chi in un posto, chi in un altro. Tutto il giorno, ossia in ogni tempo, il Corpo di Gesù Cristo lancia gri¬da e clamori, mentre le varie membra soccombono e si succedono sei*a posa. Come un sol uomo, fino alla consumazione dei secoli, le membra di Cristo non cessano di alzar forte la loro voce: mentre alcune già riposano in Lui, altre gridano adesso.; quando avremo cessato di gridare noi, altre gride¬ranno; e, dopo queste, altre e altre ancora. E per
chè continua il santo Dottore —; tutto questo
incessante innalzarsi di clamori a Dio? Perchè ogni giorno, vale a dire in ogni tempo, si tribola e si soffre. E si tribola e si soffre, perché non siamo giunti ancora alla Patria; perché fino a tanto che, come dice l´Apostolo, saremo rinchiusi in questo corpo di morte e andremo raminghi e pellegrini lontani da Dio, dovremo soggiacere alle mille sof-ferenze della vita. Se poi paragoniamo il viver nostro, si breve, a un giorno, con ragione possia-mo dire anche per conto nostro che triboliamo tutto il giorno, e cioè tutta la vita » (589).
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Le nostre passioni, le cattive tendenze, certe .abitudini da noi contratte sono vere fungaie di piccoli e grandi difetti, che amareggiano la Vita nostra« e altrui. Se questa persuasione fosse ben radicata nei nostri cuori, da una parte saremmo più guardinghi per evitare le nostre cadute, e dal-l´altra meglio preparati e più forti per soppor¬tare le manchevolezze altrui.
Né si pensi che i difetti si trovino solo tra le persone del mondo. Neppure´ nelle comunità re-ligiose, dove tutti devono -tendere alla perfezione, trovatisi uomini del tutto perfetti. Ciascuno ha il suo temperamento, il suo carattere, la sua edu-cazione, la sua cultura, la sua patria, la sua .re-gione, la sua famiglia, la sua età, i suoi acciacchi, le sue manchevolezze: tutti, anche senza volerlo, possono con la -voce, la parola, il passo, l´atteggia-mento, l´azione e il gusto proprio, concorrere a crearci noia, molestia, difficoltà. I membri della famiglia religiosa furono paragonati a scultori ar-mati di scalpello e martello, schierati dinanzi a ciascuno di noi, come se fossimo tanti blocchi di marmo da scolpire. Iddio così ha disposto, per¬ché con tali scalpellature noi ci rendiamo somi¬glianti a Gesù e degni di Lui, che fu chiamato l´Uomo dei dolori. Insomma, ´tutti i nostri confra¬telli, anche più perfetti, concorrono in un modo
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o in un altro a fare di noi una vittima, che pos¬sa meritare le benedizioni e la mercede di Gesù per averlo seguito, portando ogni giorno dietro di Lui la propria croce.
) Per parte nostra procuriamo di non essere di coloro che, per eccesso di zelo o per naturale tem-peramento, vorrebbero che tutti gli altri la pen-sassero come loro, trattassero come loro, conver-sassero come loro. Questi infelici, che soffrono e fan soffrire, si son fatta la convinzione che il loro tenor di vita, la loro condotta, iI loro criterio nel giudicare persone e cose, debba essere seguito da tutti, imitato da tutti: perciò, appena sembra loro di scorgere in altri qualcosa di meno confor¬me alle proprie idee, non si dànno più pace, ne prendono scandalo, si mettono_ a sindacare di pro¬posito quasi ne avessero una speciale investitura e giungono talvolta al punto di volersi imporre in tutto ai propri fratelli. Queste aberrazioni trop7 pe volte hanno la loro origine dall´orgoglio, an¬che se camuffato di pietà e di esteriore osser¬vanza.
Chi é animato da vera carità non s´impanca a giudice dei difetti altrui, non impone a nes¬suno le proprie idee, perché si crede l´ultimo di tutti. Il vero caritatevole interpreta tutto bene, o almeno sa dissimulare, tacere, scusare, sopportare,
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e soprattutto prodigarsi con la preghiera e con l´opera a vantaggio deI prossimo.
È necessario pertanto chiedere a Dio che ci dia calma, serenità, dolcezza e ci aiuti a non divenire insofferenti, irascibili, collerici.
Vi è una collera buona, della quale dobbiamo servirci per combattere il peccato e lo scandalo: essa ci viene data da Dio stesso ed è una delle anni del soldato di Cristo.
Ma v´è un´altra collera, paragonata da S. Gio¬vanni Crisostomo alla bile_ « Contemplate — egli dice — il •nostro corpo quando è sano: tutto è vi¬gore, armonia, bellezza. Ogni organo compie re¬golarmente le sue funzioni, alimentato dal sangue puro e generoso che lo feconda- Se però disgra¬ziatamente la bile, deviando dal suo Corso natu¬rale, si spande attraverso l´organismo, si mescola col sangue e lo coinquina, penetrando nelle visce¬re, nella canae, nei tessuti, allora tutto resta tur¬bato. Il corpo ingiallisce e si sfigura: l´occhio, le forze, la vita si affievoliscono e, se non giunge a tempo il rimedio, vien minacciata la stessa esi¬stenza. identiche sono purtroppo le funeste con¬seguenze della collera nella vita dello spirito: es¬sa turba le facoltà, avvelena le azioni, scuote e abbatte le virtù. Lo stesso bene si converte in male,
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attossicato dai suoi odiosi e intollerabili eccessi (510).
Quest´infermità della collera e dellimpazien¬za diviene poi facilmente cronica e inguaribile. Si vede l´impaziente divenire sempre più insofferen¬te, scattare per un nonnulla, offendere • e insul¬tare. Con il suo linguaggio e i suoi atti allontana tutti da sè e così contribuisce all´affievolimento della carità, a inaridire i rapporti fraterni, a. di¬sunire. le menti e i cuori. A volte, con qualche scatto violento, è come un fulmine che d´un colpo tutto distrugge, accumulando rovine su rovine.
Noi dobbiamo pure ricordare la necessità della pazienza per adempiere alla nostra missione di educatori. Nessuno forse ha tanto bisogno dello spirito di sopportazione quanto chi si occupa del-l´educazione dei giovanetti. Questi sono per na¬tura irriflessivi, incostanti, portati alle distrazioni, insofferenti della disciplina specialmente in certi giorni di mutate condizioni ´atmosferiche, e per¬ciò hanno sommo bisogno di essere compatiti e tollerati. Guai, se l´educatore si lascia andare a impazienze, a scatti, a escandescenze, che possono anche degenerare in manifestazioni violente, le cui conseguenze non è possibile misurare.
L´educatore deve compiere la sua missione an¬zitutto con l´esempio. Ebbene, anzichè di edifi
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cazione, egli sarebbe motivo di scandalo, se si mostrasse ai suoi educandi insofferente, agitato, iroso; se gridasse scompostamente, facesse gesti in¬coerenti, avesse sguardi furenti; se insomma non fosse più il discepolo del mitissimo S. Francesco di Sales e il figlio del dolcissimo S. Giovanni Bosco.
Nel 1885 il nostro santo Fondatore scriveva a Don Costamagna, Ispettore degli Istituti Salesia¬ni dell´Argentina: « Vorrei fare a tutti io stesso una predica o meglio una conferenza stillo spi¬rito salesiano, che deve animare e guidare le nostre azioni e ogni nostro discorso. Il sistema preventivo sia proprio di noi. Non mai castighi penosi, non mai parole, umilianti, non mai rimproveri severi in presenza altrui. Ma nelle classi suoni la parola « dolcezza, carità e pazienza ». Non mai parole mordaci, non uno schiaffo grave o leggero. Si fac¬cia uso dei castighi negativi e sempre in modo che coloro che sono avvisati, diventinó amici nostri più di prima e_non partano mai avviliti da noi... La dolcezza nel parlare, nell´operare, nell´avvisare, guadagna tutto e tutti (591).
Dell´eroica pazienza usata da S. Giovanni Bo¬sco coi giovani potremmo riempire moltissime pa¬gine. Ci piace invece mettere in rilievo la ca¬rità e Io spirito di sopportazione del nostro Pa
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dre in quella che fu una delle sue più grandi croci, vale a dire le udienze incessanti, intermi-nabili, che egli concedeva a ogni classe di per-sone. Infatti, oltre alle persone serie che assiepa¬vano continuamente´ la sua anticamera, molte al¬tre accorrevano a lui per, affari noiosi, per bagat¬telle, e talora pér vere sciocchezze: e Don Bosco non perdeva mai la sua calma abituale. « Talvol¬ta per opinioni contrarie sull´equità di un princi¬pio o di un fatto, qualcuno rendevasi molesto con la sua insolenza; e Don Bosco, interrogato poi per¬chè si fosse mostrato così longanime con quegli impronti, più volte rispose: Costoro bisogna trat¬tarli da ammalati » (592).
Ecco qui una utilissima riflessione, che è a un tempo un vero aiuto a portare la croce delle per¬sone moleste: esse, dopo tutta, sono dei malati spi¬rituali: costoro soprattutto noi dobbiamo amare in Dio e per Iddio, memori di queste parole dì S. Francesco di Sales: « Chi riguarda il prossi¬mo fuori dal petto del divin Salvatore corre il ri¬schio di non amarlo nè puramente, nè costante¬mente, nè imparzialmente: ma chi non amerebbe il prossimo nel cuore di Dio? Chi non soffrirebbe, chi non sopporterebbe le sue imperfezioni? Chi lo tratterebbe di mala grazia? Chi lo riputerebbe noioso? È proprio per, questo prossimo, che è nel
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petto del Salvatore e vi risiede come dilettissimo e tanto amabile, che l´amanlissimo Gesù muore di amore » (593).
Che se in qualche periodo della nostra vita ci trovassimo nella condizione di dover soffrire inevitabilmente le naie e le intemperanze di qual-che nostro confratello, immaginiamoci che´ S. Gio-vanni Bosco ripeta a noi la raccomandazione fat¬ta a un suo zelante missionario, che mal soffriva le scontrosità di un suo coadiutore: « Una tua let¬tera mi ha dato a conoscere che tu non sei in ar¬monia con qualche tuo confratello. Questo m´ha fatto cattiva impressione. Ascoltami, mio caro: un missionario dev´essere pronto a dare la vita per¬la maggior gloria di Dio; e non deve poi essere capace di. sopportare un po´ di antipatia per un compagno, avesse anche notabili difetti? Dunque ascolta ciò che dice S. Paolo: « Portate i pesi gli uni degli altri; così adempirete la legge di Cristo. La carità è benigna, è paziente, soffre ogni cosa. Che se alcuno non pensa. ai suoi, massime a quei di casa, è peggio di un infedele). Dunque, mio caro, dammi questa gran consolazione, anzi fam¬mi questo piacere; è Don Bosco che te lo chiede; per l´avvenire quel tale sia tuo grande amico, e se non lo puoi amare perchè difettoso, amalo per amor di Dio. Lo farai, non è vero? » (594).
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Al nostro buon Padre non possiamo che dire di sì, promettendo di sforzarci per sopportare sem¬pre e dovunque le persone moleste nell´ambiente della più soave carità e della fede più viva ed efficace.
§ 7. Pregare Dio peri vivi e per i morti.
Pregare Dio per i vivi e per i morti è, fra le opere di misericordia spirituale, l´ultima nella classifica, ma ben potrebbe dirsi la prima per no¬biltà ed eccellenza, poichè partecipa della digni¬tà stessa della virtù della religione e della pietà: con essa infatti noi ci mettiamo in diretto rap¬porto con Dio, oceano di carità infinita.
Alle persone religiose che vivono in comunità non è sempre possibile praticare certe opere di mi-sericordia, o perchè manca l´occasione, o perché non c´è per loro la possibilità. Ma l´opera di cui ora trattiamo può essere praticata da tutti e a ogni ora con. relativa facilità. Anzi, le stesse preghiere prescritte per le pratiche di pietà in comune al mattino e alla sera, dopo la Meditazione e la Lettura Spirituale, prima e dopo i pasti, dopo l´Esercizio della Buona Morte, dopo gli- Esercizi Spirituali, ci facilitano l´adempimento di quest´o-pera di misericordia spirituale.
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Tutti i cristiani sono membra del Corpo Mi-stico di Gesù. Cristo e formano una grande Fami-glia, i cui figli, si offrono reciproco aiuto, nel mo¬do che è a ognuno possibile. La preghiera è ap¬punto un. aiuto, che tutti indistintamente possono prestarsi a vicenda.
Quest´opera di misericordia ci fu implicita-mente comandata da Gesù Cristo, quando ci pre-scrisse di pregare per i nostri nemici. Se abbia¬mo il dovere di pregare per coloro che ci odiano e perseguitano, con più forte ragione siamo obbli-gati a pregare per quelli che ci hanno fatto o ci fanno del bene e in generale per chi si trova in qualche necessità.
Inoltre il divin Redentore vuole che tutti gli uomini si salvino eternamente. Purtroppo però non tutti percorrono la via che conduce al Cielo: non pochi battono altre strade, che lì conducono alla -rovina. La carità vuole che noi corriamo .a salvare questi fratelli nostri, almeno con la pre-ghiera. L´apostolo S. Giacomo dice appunto: Pre-gate l´uno per l´altro, per essere salvi: perchè la preghiera assidua del giusto ha gran potenza (595):
S. Paolo poi non cessa dal raccomandare che si preghi per lui e per tutti i fratelli di fede, e così pure per coloro che non hanno ancora la ventura di appartenere alla santa Chiesa. Scrive ,
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l´Apostolo ai Romani: Vi esorto, o fratelli, per il Signore nostro Gesù Cristo e per l´amore dello Spirito Santo, che mi aiutiate con le vostre pre¬ghiere dinanzi a Dio (596). Prima però aveva già protestato loro: Mi è testimone Iddio — a cui id rendo culto nel mio spirito propagando la buona novella relativa al Figlio di Lui — che non trala¬scio mai di far memoria di noi nelle mie preghie¬re (597).
Anche ai Coristi e ai Filippesi fa calde esor-tazioni a pregare per lui, per i suoi compagni di apostolato e per i fedeli delle diverse chiese, con queste parole: Cooperando anche Doìa favor no¬stro con la preghiera. Perchè so che ciò mi riuscirà. a salvezza per via delle vostre preghiere (598).
Per parte sua poi assicura i cristiani di Efeso, Tessalonica e Colassi ché egli e i suoi collabo¬ratori hanno per essi un ricordo costante nelle preghiere (599). Al suo fedele Timoteò rivolge eroe¬sfaccorata esortazione: Ti esorto dunque prima di tutto a far preghiere, supplicazioni, invocazio¬ni, azioni di grazie per tutti gli uomini... Que¬sto è bello e accetto al cospetto di Dio Salvatore´ nostro, il quale vuole che tutti gli uomini si sal¬vino, e pervengano al. riconoscimento della veri¬tà (600).
Dall´inSistenza e dal fervore con cui S. Pao
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lo raccomandava di pregare per i fedeli in par-ticolare e per tutti gli uomini in generale si de¬duce chiaramente che egli intedeva inculcare un´o¬pera di carità da compiersi attraverso la preghie¬ra. La tradizione apostolica, mantenuta viva at¬traverso i secoli dai Padri e dai Santi, è giunta fino a noi profumata di purissima carità cristiana.
È così radicato questo dovere nei-cristiani dei primi secoli, che S. Cipriano può scrivere que¬ste severe parole: « Iddio ci fa abitare tutti in¬sieme, unanimi e concordi nella sua casa, e non ammetterà nella sua eterna dimora se non coloro che pregano con questo spirito di sòlidarietà e di unione » (601).
Dobbiamo adunque pregare per tutti. Come cristiani dobbiamo ricordare nella preghiera la Chiesa, il Sommo Pontefice, i Vescovi, i Sacer¬doti, Ie Famiglie religiose, l´Azione Cattolica, le pie Associazioni; così pure gli eretici, gl´incredu¬li, gl´infedeli, e i missionari che lavorano e si immolano per convertirli; e inoltre i peccatori, gli ammalati, i moribondi, gli orfani, le vedove, i po-veri e bisognosi. Come cittadini, dobbiamo rivol-gere a Dio suppliche speciali per le autorità, per la prosperità della patria, soprattutto in tempo di sventure e calamità, guerre e persecuzioni: co¬sì cinsegnò con la parola e con l´esempio il nostro
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santo Fondatore. Egli fece pregare per scongiu-rare Ia guerra fra due grandi nazioni (602). In caso di grave malattia di personaggi autorevoli faceva chiedere a Dio la grazia della guarigione
o di un morte cristiana. Continue erano poi le preghiere che faceva fare nelle sue Case per i be-nefattori dell´Opera Salesiana.
Oltre a questo dovere di carattere generale vi sono gli obblighi speciali per le varie categorie di persone. I genitori devono pregare per i loro fi-gliuoli, e questi per quelli; i superiori per i sud-diti, e viceversa; gli educatori per gli allievi ed exallievi, e questi per coloro che si sacrificarono
o si sacrificano a loro vantaggio; i pastori d´aniine per i loro figli spirituali, e costoro per quelli; i beneficati per i benefattori; chi poi -fosse stato motivo di scandalo, per coloro che ne furono vit¬time.
Qualcuno forse, dopo aver letto questa non breve enumerazione, si sentirà come smarrito, pen¬sando di dover moltiplicare in modo impressionan¬te le sue preghiere. Rispondiamo subito che ciò non è assolutamente necessario: è sufficiente in¬fatti richiamare genericamente le differenti inten¬zioni nelle preghiere ordinarie e comuni, oppure pregare secondo le intenzioni del Sommo Ponte¬fice, e dei Superiori, aggiungendo solo in casi parti
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solari quelle che potrà suggerirci la nostra carità e divozione.
S. Giovanni Bosco nelle biografie dei suoi santi giovinetti narra e approva il sistema di proporsi per ogni giorno della settimana una o più inten
zioni fisse, in armonia del Santo cui il giorno è. dedicato.
Il Servo di Dio Don Andrea Beltrami aveva lunghe liste, nelle quali erano elencate le per
sone per le quali intendeva offrire a Dio pre
ghiere e sofferenze. Non potendo per la sua grave malattia assecondare il suo vivissimo desiderio
di dedicarsi alle molteplici attività della Congre-gazione, si offerse come vittima di espiazione per tutti gli uomini e in particolare per la Famiglia Salesiana, innalzando incessantemente a Dio sup-pliche e preci.
Noi, che a causa del grande lavoro non possia-mo procurarci la gioia di dedicarci a prolungate
preghiere, possiamo invece offrire a vantaggio del prossimo la nostra preghiera attiva, vale a dire il lavoro santificato da grande purezza d´inten¬zione per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime: ecco un modo pratico di compiere la pri¬ma parte di quest´opera di misericordia spiri¬tuale.
Ci resta ora a fare un breve cenno delle pre
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ghiere. per i defunti; senza però entrare qui di proposito ne] tenta della Divozione ,alle anime del Purgatorio.
Ci limitiamo a ricordare che la carità c´impone il dovere di pregare per tutti i defunti in generale, che, costituendo la Chiesa Purgante, sono mem¬bra del Corpo Mistico di Gesù Cristo e per ciò stesso nostri ´fratelli.
Ma, oltre a questo dovere generale, sonvi do¬veri particolari che ci legano a speciali catego¬rie di persone. 7e più che giusto infatti che suf¬fraghiamo le anime dei parenti e congiunti, dei nostri contraigli, dei nostri benefattori personali e dei Cooperatori e amici delle nostre Opere. Le Costituzioni poi stabiliscono i suffragi d´obbligo da farsi in determinate occasioni. La nostra ca¬rità non vorrà però limitarsi al semplice dovere, ma si sforzerà di abbondare nell´aiuto spirituale da prodigarsi alle anime dei confratelli defunti. La lettura del Necrologio, l´anniversario della di¬partita dei Superiori e dei Salesiani più insigni per santità e zelo o più noti e cari per speciali attività e benemerenze, susciterà nelle anime no¬stre un più acceso desiderio di offrir loro l´o¬maggio dei nostri suffragi.
D´altronde in tutte le nostre Case, nella recita delle preghiere e alla fine di determinate pratiche
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di pietà mensili e annuali, non manca mai il ri-cordo dei defunti, mentre la Chiesa nella sacra liturgia c´invita frequentemente a fare suppliche speciali per i poveri morti. Converrà forse rav-vivare di quando in quando le nostre intenzioni su questo punto, ricordando, per esempio, che nelle stesse preghiere che recitiamo dopo i pasti la Chie¬sa vuole che rivolgiamo un pensiero alle anime dei fedeli defunti.
La carità è l´anima della nostra santa religio-- ne e deve pervadere tutte le manifestazioni della vita spirituale, mentre la fede ci assicura che, tra tutte le manifestazioni di affetto che intendiamo rivolgere ai nostri cari trapassati, nessuna è ad essi di tanto giovamento quanto la preghiera e le buone opere a loro suffragio.
S. Agostino, dopo aver parlato diffusamente della cura da usarsi ai morti, conehiude il suo libro al venerando Vescovo Paolino con queste pa-role: « Non v´è nulla di vantaggioso per´i morti, se non quello che noi chiediamo a Dio per essi o nel santo Sacrificio della Messa o nella preghiera o per mezzo della elemosina. Queste preghiere e opere buone non possono giovare a tutti, ma sol-tanto a quelli che durante la loro vita hanno meri-talo che esse siano poi loro effettivamente utili; ma noi dobbiamo pregare per tutti, affinché non
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tralasciamo qualcuno, che da esse possa o debba, ritrarne -vantaggio. È preferibile infatti che le no-stre preghiere e opere buone siano superflue per coloro, cui non occorrono, anzichè -vengano a man¬care a coloro, che ancora ne han di bisogno ».
37. Lo zelo.
Quando i superiori del Seminario di Chieri, nell´anno 1841, si radunarono per lo scrutinio sulla condotta degli ordinandi, formularono questo giudizio su Giovanni Bosco: « Zelante e di Buona riuscita» (603). Fin da chierico il nostro santo Fondatore sperimentò la verità di queste parole, da lui pronunciate nel 1862 nella scuola di T esta¬mentino ai Chierici dell´Oratorio: «Ah, fortu-nato quel chierico, il quale abbia gustata quanto sia dolce il lavorare per la salute delle anime! Egli allora non teme più nè freddo, nè caldo, nè fame, nè dispiaceri, nè affronti, e neanche là mor¬te. Ogni cosa egli sacrifica, purchè possa guada¬gnare anime al Signore. Qui facit veritalem, verdi ad lucem (604). Colui che fa il bene, viene tosto ad ammirarne lo splendore. Provate e vedrete» (605).
Durante tutta la sua vita S. Giovanni Bosco diede prove luminose di zelo per impedire il pec-cato e promuovere la virtù, per conservare e pro
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pagare la fede, per salvare le anime. Le Memorie Biografiche sono piene di fatti eloquenti a riguar¬do dello zelo con cui Don Bosco si prodigò nei ca¬techismi, nelle prediche, nelle confessioni, nella buona stampa, nel raccogliere giovanetti poveri e abbandonati, nel suscitare vocazioni, nel promuo¬vere l´onore della Chiesa e del Papa, nel cercar anime non solo in paesi cristiani ma anche in terra di missione.
E a questo ardore di zelo egli volle formare i suoi giovanetti, specialmente quelli raccolti nella Compagnia dell´immacolata, e più particolarmen¬te poi i suoi collaboratori.
Nessuna meraviglia, pertanto, che le nostre Costituzioni, vera specchio dei sentimenti del san-to Fondatore, ripetano tante volte la parola « ze-lo » o altra equivalente. Secondo le Regole infatti i Salesiani devono adoperarsi con zelo in aiuto del prossimo (art. 2); devono procurare con sem- • pre maggior impegno l´apertura e lo sviluppo degli Oratori (art. 4); devono, con la maggior solleci¬tudine possibile, aprire ospizi (art. 5); devono dars; massima cura di coltivare le vocazioni (art. 6); de¬vono dedicarsi con zelo alle Missioni estere (art. 7); devono adoperarsi con zelo in favore di chi fa qualche giorno di ritiro spirituale (art 8); devono diffondere buoni libri nel popolo, usando tutti i
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mezzi suggeriti da un´ardente carità (art. 8); de-vono adempiere con zelo i propri doveri (ah. 43).
A proposito dello zelo da cui dev´essere anima¬to un operaio evangelico, ecco quanto S. Gio¬vanni Bosco diceva in una memorabile Conferenza ai suoi Salesiani:
« Questo io domando: che tutti, ma special¬mente l´ecclesiastico sia luce che illumini tutti co¬loro che lo circondano e non tenebre che inganna¬no chi lo segue.
« Ma questa luce non si manifesti solo in pa¬role: venga alle opere. Ciascuno procuri di ornarsi il cuore di quella carità, che fa dare la vita per salvare le anime; la quale fa sì che non si guardi a nessun interesse corporale quando si tratta di fare del bene: anche noi, sull´esempio e còn le pa¬role di S. Paolo, dobbiamo ritenere gl´interessi mondani e le cose di qUesta terra come sozzure, per far lucri d´anime a Gesù Cristo: Omnia arbi¬tror ut stercora, ut Christum lucrifaciam (606).
« Bisogna che nessuno si lasci dominare dalla gola, dall´intemperanza che è ´quella che mise¬ramente mena a naufragio tanta gioventù, e di¬ciamolo pure, tanti ecclesiastici. Bisogna che si sappia moderare e mortificare specialmente nel vino colui che desidera lavorar con frutto nella vigna del Signore, in qualunque stato si trovi.
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« Vero operaio evangelico, dovunque si trovi, è colui che prende parte volentieri alle pratiche di religione, le promuove, le rende solenni. Se c´è una novena, essi ne sono contenti, fanno essi qual¬che pratica speciale, invitano altri a farne.
« Per essere vero operaio evangelico, bisogna non perder tempo, ma lavorare, chi da una parte, chi da un´altra, chi tra gli studi, tra le assistenze e le cattedre, chi tra le cose materiali, chi tra i pulpiti e confessionali, chi tra Uffizi e prefetture; ma si tenga bene a mente che il tempo è prezioso e che chi lo perde o non si sforza di utilizzarlo bene, non sarà mai un buon operaio evangelico.
Ecco, miei cari figliuoli, le cose che vi ho esposte per divenire buoni operai evangelici. Oh se queste cose esattamente si praticassero da noi! Volgiamo un po´ uno sguardo attorno: si praticano esse nella nostra Congregazione? Oh se io po¬tessi un po´ dire che veramente queste cose ci so¬no, e sono praticate esattamente, me fortunato, io potrei veramente andarne superbo! Oh se. i Sale¬siani mettessero veramente in pratica la religione nel modo che la intendeva S. Francesco di Sales, con quello zelo che aveva lui, diretto da quella ca¬rità che aveva lui, moderato da quella mansuetu¬dine che aveva lui, sì che potrei andarne veramen¬te superbo e vi sarebbe motivo a sperare un bene
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stragrande nel mondo! Anzi io vorrei dire che il mando verrebbe dietro a noi e noi c´impadroni-remmo di lui » (607). Fin qui il nostro santo Fon-datore.
Quando la carità cresce e diviene intensa,
· dice S. Tommaso, — allora si converte in zelo (608). S. Francesco di Sales lo chiama « amore in ar¬dore », o meglio « ardore nell´amore » (609). « In che consiste lo zelo? — si domanda il nostro ama- • bile Patrono. E risponde: — Il suo primo ufficio è di odiare, fuggire, impedire, detestare, ributtare, combattere e, se è possibile, abbattere tutto quello che è contrario a Dio, ossia alla sua volontà, alla sua gloria e alla santificazione del suo nome. In secondo luogo lo zelo ci -rende ardentemente ge¬losi della purezza delle anime che sono spose di Gesù Cristo. In. terzo luogo lo zelo ci fa temere di non essere intieramente di Dio, di non amarlo abbastanza, di avere ancora nell´anima qualche radice di affetto a qualsiasi cosa che non sia di Dio » (610).
Dall´anima nostra lo zelo si riversa sulle anime - altrui, Messo ama nel Signore e vuoi salvare pei Signore. Cosicché ci fa´ ripetere le infocate espres¬sioni di S. Agostino: « Non voglio, o Signore, essere solo ad esaltare le tue-grandezze, non voglio essere solo nell´amarti, non voglio essere solo ad abbrac
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ciarti, poichè non c´è pericolo che, abbraccian¬doti io, altri non abbia più dove porre le proprie Mani. Se tale fosse il mio amore per te, dovrei ar¬rossire dalla vergogna, mentre darei prova di bas¬sa invidia. Voglio piuttosto trascinare al tua santo amore tutti coloro che mi appartengono e che vivono sotto il mio tetto. Voglio portare al tuo amore tutti coloro che mi sarà possibile, con le esortazioni, con le preghiere, ragionando con loró, recando delle prove, sempre però con ogni man-suetudine e dolcezza. Si, sì, voglio costringerli ad amarti, e se vi potrò riuscire, ti esalterò insieme con essi» (611).
Non basta però avere zelo: bisogna che esso sia ordinato, discreto, costante.
§ 1. Zelo ordinato.
S. Paolo ricorda al suo diletto discepolo Timo¬teo che´ chi prende parte alle gare atletiche, non riceve la corona se non ha combattuto secondo le regole (612). Questo avvisa fa anche per noi, ´che sospiriamo di veder un giorno coronato in cielo il nostro apostolató: e lo sarà, qualora sia stato conforme alla nostra vocazione cristiana, religiosa, salesiana.
Non è nostra intenzione ora il soffermarci so
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pra la necessità che il nostro zelo non sia offuscato da mescolanze, adulterazioni, vedute umane, neb¬bie di vanità, fumi di amor proprio. Saremmo troppo infelici se, mentre diciamo di volere dare a Dio, dessimo a noi stessi, alla nostra repu¬tazione; se volessimo lavorare, ma secondo i no¬stri gusti e preferenze; se ci piacesse il sacro ministero, ma tra i ricchi e le persone che ci piac-ciono, ci lusingano, ci lodano; se affrontassimo anche gravi sacrifici, ma con l´interna brama che ce ne derivi lode e premio umano.
Piuttosto dobbiamo qui smascherare la tenta-zione di subordinare l´obbedienza allo zelo, invece di sottomettere il nostro zelo a quell´ubbidienza, che abbiamo solennemente Professata con voto.
I nostri talenti personali, i carismi sacerdotali e religiosi, la facilità nel compiere ogni azione del sacro ministero, sono doni di Dio: e non po¬tremmo compiere dovutamente la nostra missione senza restituirli a Dio, consacrando a Lui, e a Lui solo, lavori, veglie, cure, sofferenze, tutto in¬somma, con l´unico intento di compierne la Volontà e dilatarne la gloria con sante conquisl.e.
Orbene, le nostre CosiHuzioni, dopo averci det¬to che «il voto di obbedienza è appunto diretto ad assicurarci che noi facciamo la santa volontà di Dio » (art. 40), ci incoraggiano a praticare l´ob
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bedienza e a non assumere incarichi di sorta sen¬za il consenso dei nostri Superiori (art. 43).
Forsechè da questa. regola `il nostro zelo re¬sta impedito? Noi ma soltanto ordinato.
« Ora che le Regole sono approvate, -- insi¬steva il nostro santo Fondatore, — è necessario che da qui avanti procediamo con ordine preciso. Bi¬sogna che il Superiore possa disporre a suo pia¬cere degli individui, specialmente nel sacro mi¬nistero. Rinunziamo alle propensioni individuali e facciamo uno sforzo per formare un corpo solo » (613). « L´obbedienza ben sostenuta è l´anima delle Congregazioni religiose, è quella che le tiene uni¬te. Quanto bene si può fare quando molti membri
. dipendono tutti assolutamente da un solo, il quale per ragione stessa della sua posizione ha vedute molto ampie, vede in grande cos-e´ che va bene ed occorre fare, e dice a costui: Sta qui, e lui sta; fa´ ciò, e lo fa; va´ là, e subito quel tale s´incamminai 11 bene si moltiplica, ed è un bene che non si può fare, se non vi è ´assoluta obbedienza » (614).
Lungi pertanto da noi il timore che, subordi-nando il nostro zelo all´obbedienza, ci stia per mancare il lavoro o sia troppo scarso il frutto del¬le nostre fatiche. «Io ho un gran pensiero da ester-narvi, — disse Don Bosco nel 1876 ai Direttori "convenuti per. le Conferenze di S. Francesco di
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Sales e già sul punto di far ritorno alle proprie co¬munità, — un pensiero molto vantaggioso a tutte le Case, che deve servir di guida specialmente in quest´anno e sempre: un pensiero che, secondato, farà fiorire la nostra Società. Questo pensiero si esprime con una sola parola: Obbedienza ». E il buon Padre, quasi per far pregustare i frutti di uno zelo ordinato e sostenuto da questa virtù, continuava: « Io non voglio intrattenervi di più. Non occorre che dica più altro; solo voglio prima di finire esporvi ancora un grande riflesso, perchè tutti ci animiamo a percorrere generosamente la nostra strada. Se un povero prete con niente e con meno di niente, perchè bersagliato da tutti e da ogni parte, potè portare le cose fino al punto in cui ora si trovano; se, dico nuovamente, un solo fece tutto ciò che voi vedete e con niente, qual bene, il Signore non aspetterà da trecentotrenia individui, sani, robusti, di buona volontà, forniti´ di scienza, e coi mezzi potenti che • ora abbiamo in mano? Qual cosa non potrete fare appoggiati alla Provvidenza? Il Signore aspetta da voi cosn grandi: io le vedo chiaramente e distinte in ogni parte e potrei già esporvele una per una, o per lo meno accennarvele; ma per ora non giudice bene parlarvene...
« Dio ha incominciato e continuerà le sue +pipe
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re, alle quali tutti voi avrete parte. Queste ri-guardano il florido stato della Congregazione, le quali, mentre io già noi troverò alla mia eternità, porteranno rilevanti conseguenze per la salute del¬le anime, a, gloria dí Dio; gioveranno al bene uni¬versale della Chiesa, saranno cagione di gloria (si, lasciatemi dire questa parola) alla nostra Congre¬gazione. Ed in verità, le meraviglie, a compiere le quali il Signore vuol servirsi di noi miserabili Salesiani, sono grandi. Voí stessi vi meraviglierete e sarete stupiti nel vedere come voi abbiate po¬tuto fare tutto questo innanzi agli occhi dell´u¬niverso e pel bene dell´umana società» (615).
Chi di noi non vorrà partecipare, con uno zelo guidato dall´obbedienza, a si splendida mes¬se di apostolato Salesiano?
§ 2. Zelo discreto.
Il vero zelo, quanto più è ardente e infiamma¬to di carità, altrettanto diviene più vigilante nel temperare ogni impeto indiscreto. Nel trattare col prossimo essa studia i caratteri, scruta gli animi, sa distinguere tra chi è indurito nel vizio e chi è caduto nella colpa per disattenzione e debolezza; e inforcaLa in ogni caso il suo operare alle norme il-lumiliate dalla propria e altrui esperienza. Prima
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di parlare o agire sceglie il momento opportuno; ma, mentre evita la fretta, non si appesantisce in una lenteiza sconcertante e mai disposta a inco-minciare. Esso è riguardoso con tutti, prodiga le sue attenzioni verso coloro che vuoi condurre al bene e s´insinua gradualmente con le tenerezze della carità per. accaparrarsi la fiducia e poter penetrare nei cuori. Non urta i caratteri impul¬sivi, incoraggia i tiniidi: sa trovare le vie e coglie: re il momento della Provvidenza.
Una delle cose più difficili è saper dosare le medicine, specialmente quelle dello spirito. Que-sta nostra povera natura è così fatta, che a volte la più piccola inavvertenza può prevenire o indi-sporre l´ammalato e fargli rifiutare la stessa me-dicina che doveva guarirlo. Nell´esercitare lo ze¬lo, soprattutto chi sia rivestito di autorità o do¬tato di speciali talenti, non deve dimenticare quella discrezione, che giovi a renderlo più effi¬cace a sollievo dei fratelli. « Non basta che lo ze¬lo sia fervido, — ammonisce S. Bernardo, — ma dev´essere anche circospetto; se non deve mancare di slancio, vuoi pur essere ricco di discrezione, poiché la discrezione, mentre ordina, modera, raf¬forza e guida tutte le altre virtù, tiene anche sog¬getti gli affetti e regola i costumi» (616). Essa in¬fatti, pervasa di prudenza e carità, ci istruisce sul
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tempo di parlare e di tacere, sul modo di conser¬vare i segreti, sulle regole con cui debbonsi gui
dare le anime al bene.

Anche S. Francesco di Sales metteva in guar
dia contro le intemperanze dello zelo poco illu-minato. Taluno -- egli scrive — potrà doman¬dare: — Ma si può dunque trasmodare anche nel
l´amor di Dio? È vero, nell´amor di Dio non
si debbono temere esagerazioni; ma il pericolo di indiscrezione ci può essere nei mezzi che lo stesso zelo adopera per raggiungere i suoi scopi. Può cioè avvenire che la nostra mente ci sugge¬risca di prendere strade troppo aspre e violente, oppure che l´ira e l´audacia, una volta mossa, non sappia contenersi dentro i limiti della ragione e trasporti il cuore nel disordine: uno zelo di que¬sta fatta, cioè senza discrezione e regola, è me¬ritevole di biasimo » (61?).
È notorio con quanta discrezione abbia proce-duto nelle sue opere di zelo il nostro santo Fonda-tore, ispirandosi alla prudente massima di S. Fran-cesco di Sales: c Seguire e non precedere i passi della Divina Provvidenza ». Abbondano le prove nella sua vita. Noi ci lirreitia-mo a riprodurne una sola, quella cioè che riguarda la tanto da Liii -vagheggiata introduzione degli Esercizi Spirituali per i suoi Salesiani. La non breve citazione, tolta
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dalle Memorie Biografiche, riuscirà a noi tutti, non solo cara, ma assai istruttiva.
« Dalla fondazione dell´Ospizio fino al 1866 i chierici e i preti dell´Oratorio avevano, ogni anno, preso parte con edificante raccoglimento agli Eser-cizi Spirituali degli alunni, ma per essi in parti-colare non eravi stato alcun ritiro, tranne quello che prescrivono i sacri Canoni avanti ogni sacra ordinazione. Don Bosco soleva condurne a S. Igna¬zio qualcuno di cui forse conosceva necessario rinnovare lo spirito; ma erano pochi. Perciò ave¬va deciso di radunare in luogo appartato i suoi figli ed insieme con essi meditare le verità eter¬ne e l´importanza dei propri doveri come religiosi: con ciò voleva eziandio contentare chi desidera¬va che la Società Salesiana pigliasse esternamen¬te qualche costumanza di vita più ascetica, se¬condo le Regole. E nel 1866 esegui il suo disegno.
« Ma Don Bosco era solito a fare le cose con discretezza, in modo che non fossero di peso, si facessero volentieri, e a poco a poco divenis¬sero con l´abitudine ben accette e volontarie. Si noti che la massima parte dei Salesiani era com¬posta di chierici e giovani preti, ai guaii si do¬vevano togliere aléuni giorni di vacanza: ed ave¬vano studiato e preso esami, assistito gli alunni e fatto scuola regolare tutto l´anno e dovevano
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farla ancora interrompendo le ferie autunnali, poiché a quei tempi gli alunni dalla metà di ago-sto alla metà di settembre ritornavano in buon numero nell´Oratorio e nei collegi per le ripeti-zioni, e molti giovani non venivano ritirati dai parenti: perciò continua era l´assistenza anche per le passeggiate più frequenti e più lunghe, per ren¬der loro meno spiacevole la lontananZa dalle pro¬prie case. Nell´agosto era anche grave occupa¬zione ultimare le faccende dell´anno scolastico spi¬rato, e nel settembre e nell´ottobre preparare tut¬to l´occorrente pel nuovo anno.
« Per questi e per altri motivi potevano sor¬gere ripugnanze e Don Bosco voleva evitarle.
« Indisse adunque due corsi •cli esercizi spiri:- inali, l´uno nella prima, l´altro nell´ultima setti¬mana di agosto_ Coll´introduzione e la chiusura avrebbero durato solo cinque giorni, cioè tre in-licei: si sarebbero udite quattro prediche al gior¬no. Oltre la visita al SS. Sacramento prima di mezzodì e le litanie dei Santi finita la ricreazione del dopo pranzo, vi sarebbero state letture spi
, rituali, si sarebbe recitato il piccolo ufficio della Madonna e la giornata si sarebbe chiusa con la
benedizione del SS. Sacramento preceduta dal Ro¬sario. Però in tutto il tempo libero dalle funzio¬ni di chiesa Don Bosco annunziava che vi sareb
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be libertà di parlare, ridere, passeggiare: voleva che mentre si sarebbe pensato di proposito alle
cose dell´anima, quei giorni fossero destinati an¬che al.riposo dalle fatiche ed all´allegria; quindi a pranzo antipasto e una pietanza più dell´ordi¬nario.- La proposta fu accolta con entusiasmo.
« Con questa prudenza condusse i confratelli insensibilmente al termine voluto. Nel 1867 si in¬cominciò a raccomandare il silenzio dalle 10,30 al¬le 12 meridiane. L´anno seguente si aggiunse il si¬lenzio dalle 4,30 pomeridiane alle 5,30, tollerando le infrazioni di qualche irrequieto. Nel 1869 si in¬culcò il parlare sotto voce dopo colazione e dopo cena, proibendo amorevolmente i giuochi rumo¬rosi, che spontaneamente furono tralasciati anche dopo pranzo. Erano però permessi i canti dopo pranzo e dopo cena. Verso il 1870 i tre giorni in-fieri di Esercizi. divennero sei e otto, e furono ac¬compagnati da quel silenzio e da quella serietà anche nelle ricreazioni, che col moltiplicarsi del numero degli esercitandi sono indispensabili per ricevere pienamente il frutto del quale l´anima ha di bisogno, per rivestirsi di quell´armatura di fe¬de, che infonde coraggio e difende dalla punta delle armi del nemico » (618). Fin qui le Memorie Biografiche.
La prudenza e discrezione di S. Giovanni Bo--
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sco nel proporre ai suoi figli nuove pratiche reli-giose guidi anche il nostro zelo e fervore, soprat-tutto in certe fioriture di nuovi metodi e divozio¬ni. Saranno magari cose piccole e di poco peso per se stesse: ma si rifletta che, assommate a quanto si fa già,´ verrebbero ad aggravar troppo le forze disponibili di tutta la comunità o le modeste ri
sorse dei giovani affidati alle nostre cure. .
§ 3. Zelo fermo e costante.
Il vero zelo è fermo e costante anche io mezzo . alle avversità, lotte e persecuzioni: fermo, perchè non cede innanzi alle difficoltà, e costante, poichè non si scoraggisce per la loro durata. Ogni opera di bene porta sempre impresso il sigillo della con-traddizione, perchè il nemico dell´urna"´ genere non può sopportare che, attraverso le azioni e opere virtuose, siano sottratte al suo dominio le anime. Carissimi, — scriveva il Principe degli Apostoli ai primi cristiani, — non vi stupite del gran fuoco accesovi contro per provarvi, come se vi avvenisse cosa. nuova. Ma dovete rallegrarvi di partecipare ai patirnenti di Cristo, affin.claè vi ral-legriate ed esultiate quando si manifesterà la sua gloria. Se siete trattati ignominiosamente per il nome di Cristo, sarete beati, poiché l´onore, la
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gloria e la virtù di Dio e io Spirito di Lui ri¬posa su di poi (619).
Mai forse fu tanto necessaria la fermezza di uno zelo che soffre e s´immola, quanto nell´ora presente, davanti a una superficialità di idee che sconcerta e a una deplorevole mollezza di volontà che, con somma indifferenza, fa professione di ve¬rità. e di errore, e si inclina ora alla virtù e ora al vizio.
La fermezza dello zelo, mentre sa rivestirsi di amabilità e d´indulgenza quando questa possa
rialzare il caduto, non si lascia piegare a debolez¬ze di fronte a coloro che, invece di propositi e fatti generosi, hanno solo parole vuote e promes¬se vane; ma neppur qui scende a scatti audaci e a .provocazioni irritanti.
La fermezza illuminata sa anche tollerare a
volte certi mali minori pur di evitarne dei peg
giori: perchè conosce per esperienza che, nella vi
ta vissuta, è grande abuso il non vOier sopportare neppure un difetto e pretendere una perfezione irraggiungibile dalla nostra povera natura. E non è il caso, come si dice facetamente, di dar fuoco alla casa per bruciarne le ragnatele.
Lo zelo fermo non pensa che tutto debba sem-pre lasciarsi all´azione del tempo, ma trova il mo-mento opportuno di portare la scure anche alla
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radice. Di questa fermezza dev´essere soprattut¬to dotato chi sia investito di autorità, per evitare
che s´infiltri l´indisciplina. Guai se in
s´comincias
se a cedere: le debolezze aggiunte a debolezze formerebbero man mano una catena di tiepidi e
di indocili.
Al tempo stesso, però, lo zelo. fermo è pronto ad accogliere e riconoscere le giustificazioni dei
colpevoli, senza scendere a piccinerie o pettego
lezzi, nè ricorrere a sospetti, diffidenze, vigilanze offensive. Esso ha sempre la parola serena e in
coraggiante, e mai quella gonfia di passione, che avvilisce e abbatte. Non è suscettibile né geloso per mancati riguardi. Ama e ascolta con riconoscenza chi è franco nell´esporgli la veri¬tà, anche se questa può talvolta dispiacere.1 vero zelo, rivestito di serena fermezza, non va in cerca di pace e tranquillità personale, cedendo magari alle pressioni delle amicizie, del sangue, della carne, o al timore di crearsi dei nemici: al-l´incontro nessuna intimidazione potrà farlo ta-cere, sempre che si tratti di difendere l´ortodossia della fede e le sane regole della morale. Chi ha zelo fermo è pronto a ripetere il celebre detto: Posso morire, ma non posso tacere.
Lo zelo fermo poi non vive di illusioni, ben sapendo che in questo misero mondo è difficile
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trovare vera pace e quiete, perché. tutto infestato dal maligno che vi suscita dissensioni, risse, guer¬re. Esso sa pure che non sarà mai possibile ac¬contentare tutti e che non mancheranno in ogni -tempo gli insoddisfatti e i malcontenti: perciò mentre evita di offendere chicchessia, si mantiene però sulla breccia -a difesa degl´interessi di Dio e delle anime. Esso prega, riflette, prevede, non perde la calma, persuaso che alla fine la vittoria sarà della fermezza caritatevole e paziente: non si lascia sopraffare dallo sgomento, perchè pensa che Iddio, a cui è affidata la sita causa, non esige successi, ma solo operosità indefessa e buona vo¬lontà. È proprio del vero zelo perdonare, dimen¬ticare e, come Gesù dalla Croce, chiedere all´E¬terno Padre pietà e misericordia per i propri per¬secutori e crocifissori.
Di questo zelo fermo e costante diede mirabile esempio il nostro santo Fondatore in tante circo¬stanze, in cui ebbe a superare ostilità, opposi¬zioni, contrarietà assai gravi. Il Biografo rileva che, una volta decisa un´impresa, non conosceva più i se e i ma, e diceva lepidamente: « Giacchè ci siamo messi in ballo, bisogna che procuriamo di condurre la danza al fine » (620). « Quando io incontro una difficoltà, sia pure delle più grandi, — confidava Don Bosco ai suoi intimi, — faccio
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come colui che andando per la strada a un punto la, trova sbarrata da un grosso macigno.. Se non posso levarlo di mezzo ci monto sopra, o per un sentiero più lungo vi giro attorno.. Oppure la¬sciata imperfetta l´impresa incominciata, per non perdere inutilmente il tempo nell´aspettare, do su¬bito mano ad altro. Non perdo però mai di vista l´opera primitiva interrotta. Intanto col tempo le nespole maturano, gli nomini cangiano,. le diffi¬colta si appianano D (621).
Tanta costanza nelle opere di zelo era soste¬nuta.da una profonda umiltà e da una fiducia in¬crollabile nella protezione della Madonna. Spes¬sissimo usciva in questa invocazione: « Se l´ope¬ra è vostra, o Signore, voi la sosterrete; se l´opera è mia, sono contento che cada ». (622). E una volta spiegò a Mons. Cagliero: « Io non lascio mai di f are. un´opera che so essere buona e da farsi, per quanto siano numerose e grandi le difficoltà che mi si presentano. Si tratta di andare a far visita
a un grande personaggio, il quale io sappia ezian¬dio essermi contrario? Ci vado senz´altro! Ma pri
ma di incominciar quell´impresa dico un´Ape Ma¬ria: la dico pure prima di presentarmi a qualsi¬voglia, altra persona. Poi. avvenga quel che vuole. Io pongo tutto ciò che è in me, il resto lo lascio
al. Signore D (623).
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Voglia il cielo Che siano questi i sentimenti questo lo zelo di quanti abbiamo la gioia di chia¬mare Don Bosco nostro Padre e di seguirne lo spi¬rito e gli esempi.
§ 4. Qual è il nostro zelo?
Dopo aver considerato la natura e le caratte-ristiche dello zelo, è doveroso che ciascuno di noi
domandi a se´stesso che cosa ha fatte. in passato e che cosa si propone di fare in avvenire per ri¬vestirsi di zelo. Ne abbiamo il dovere come cri¬stiani, religiosi e, molti tra noi, sacerdoti.
Iddio non tollera nella sua Casa servitori pi¬gri. « Solo chi non ama, non zela », dice S. Ago
stino (624). Ma la Chiesa è il regno della carità: chi ne fosse spoglio, non meriterebbe il nome di vero e degno cristiano.
Ripetute volte al giorno, recitando il Pater no¬ster: prima di chiedere a Dio il pane quotidiano, rivolgiamo a Lui la supplica che venga il suo re¬gno_ Ora, che facciamo noi praticamente, perch.è questo regno si dilati e si salvino le anime? Chi elargisce in elemosina qualcosa delle sue sostanze • fa certamente opera buona e meritoria; ma opera ben più grande è quella di contribuire alla con¬versione e salvezza di un´anima- No•n dimentichia¬mo che, prima del Corpo, ´vi sono le anime. « Si -
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direbbe — rileva S. Clemente Alessandrino — che Dio non si curi che di una cosa sola, e cioè che gli uomini si salvino » (625). Gli apostoli e i sa¬cerdoti dei primi tempi della Chiesa convertirono il mondo, piuttosto chiedendo che facendo elemo¬sina. Essenza del cristianesimo è la carità, che cerca anzitutto e soprattutto le anime.
Il religioso poi con studio e sforzo indefesso si sforza di volere a ogni costo ciò che vuole Iddio; e, conoscendo che Dio brama la salute delle ani-me, egli procura di guadagnarne più che può, me¬diante le sue pratiche religiose e le opere di zelo. Sarebbe illusione pensare che vi possa essere per¬fezione propria disgiunta dall´amore della salvez¬za del prossimo. L´apostolato, svolto nelle foro e consentite dalle regole, è uno dei più grandi do¬veri dei religiosi. Iddio minacciò pene gravissime ai sotterratori dei talenti e ai cani muti. Chi ve¬ramente ama Dio e si è del tutto a Lui consacrato, vuol farlo amare anche dagli altri.
Come Salesiani, noi troviamo il nostro pro-gramma di zelo chiaramente tracciato dalle Co-stituzioni e dai Regolamenti, e ricordato dalle pa-role e dagli scritti dei nostri Superiori. Ebbene, certi tentennamenti di fronte all´obbedienza, al cambio di casa e di occupazione; certe preferenze e vedute personali, magari in contrasto con la tra
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dizione paterna; qualche, sia pur leggero, sban-damento non sono forse causati dal non avere noi una giusta idea di ciò che è imposto dalla carità e dallo zelo? Non si avvera forse che invece del¬l´amór dì Dio abbiamo un amore tutto nostro, e uno zelo in contrasto con il divino volere? Pur-troppo nella cura dei giovani c´è il pericolo di lasciare la realtà per le apparenze, e di dimenti-care la sostanza per badare a ciò che è acciden-tale e superficiale. Il preoccuparsi esageratamente di pulizia, ardine, eleganza; d preparare parate e gare con raffinatezza di divise e di particolari, e forse con atteggiamenti che Don Bosco non avreb¬be mai voluti nei snoi istituti; l´organizzare certe passeggiate e certi divertimenti in contrasto con norme precise, che mai si dovrebbero dimenticare; il cercare insomma la soddisfazione dell´occhio e il successo di sapore inondano; tutto ciò togliereb¬be naturalmente il pensiero, il gusto e il tempo per le cose veramente formative e sostanziali. Or¬sù, riflettiamo- seriamente. Non abbiamo forse mo¬tivo di rimproverarci di aver pensato poco all´a¬nima dei nostri giovani? di aver dedicato le no¬stre migliori attività a insegnamenti profani, tra-scurando l´istruzione religiosa degli alunni a noi affidati? di aver accorciato o soppresso certe pre-ghiere in comune, sacrificandole a vedute nostre
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persi:inali? Guai, se si badasse troppo al successo temporale e troppo poco al bene eterno dei nostri
giovani!
Soprattutto se siamo sacerdoti, possiamo noi forse considerarci liberi da ogni responsabilità di fronte agli sconvòlgimenti sociali e alla perdita di tante anime-che costarono a Gesù tutto il suo Sangue? Di fronte al dilagare dell´errore, del mal¬costume; della cattiva stampa, come abbiamo ac¬colto le nuove iniziative di . bene proposteci dai Superiori? Come abbiamo • promosso la crociata catechistica? e quella della buona stampa? Ci, siamo offerti al Superiore, secondo le nostre pos¬sibilità, per volare, a Soccorso delle masse operaie che, con il miraggio di miglioramenti economici, si vorrebbero strappare ´a Dio, avvelenandole con teorie atee e costumanze pervertitrici? Va da si; che non basta moltiplicare le sterili lamentele, formulare proteste, aggredire dal pulpito i pochi
rimasti fedeli: urge lavorare, prodigarsi, affrontare sacrifizi_ Dobbiamo metterci con rinnovata gene
regia nelle mani dei Superiori ed essere disposti
ad abbandonare vita tranquilla, studi accarezzati, programmi personali per correre ad arginare la
corrente che minaccia di travolgere nei suoi gor-ghi i nostri poveri fratelli, ovunque pericolino: nelle città, nelle officine, nelle campagne, in patria
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o nelle missioni più lontane. Questa è divina ca-rità, questo è vero zelo. Vi sono difficoltà? Non si devono dissimulare, ma neppure ingrandire. La carità trionferà sempre, di tutto e di tutti.
Nel sacerdote, in particolare, ogni cosa recla¬ma carità e zelo: la dignità, chiamata dai Padri divina; le prerogative, che incutono spavento agli angeli stessi; il ministero salvatore, che è quello stesso di Gesù Cristo. Giustamente fu chiamato uomo di Dio, perché deve curarne gl´interessi; luce del inondo, perchè deve rischiarare la via che conduce al cielo; ambasciatore dei fedeli, per¬ché porta le loro preghiere al trono di Dio. Ma un nome che onora in modo speciale il Sacerdote è quello di Pastore. Anche Gesù volle ripetuta¬mente rassomigliarsi al buon pastore, perchè nel¬le mansioni del pastore, più che in altre, sono sin-tetizzate e meglio si manifestano la vigilanza, le sollecitudini, le tenerezze della carità_
Il buon pastore si assoggetta a qualsiasi disa¬gio per le sue pecorelle: le guida a piedi, acce
cato dalla polvere, sotto la sferza del sole o lo
scrosciare delta pioggia: paSsa vegliando le bin-ghe notti; cerca di condurre il gregge ove più ric
chi siano i pascoli e più pure e cristalline le acque_ « Questo nome — fa notare S. Gregorio Magno ¬fu imposto ai Sacerdoti a titolo non di riposo, ma
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di eccitamento alla fatica. Manifestiamo adunque nelle opere ciò che portiamo nel nome » (626).
Abbiamo noi compreso appieno quest´alta mis¬sione pastorale di condurre le anime a Dio? S. Paolo diceva di se stesso che, pur essendo libero da tutti, si era fatto servo di- tutti; che si era fatto giudeo coi giudei, per guadagnare a Dio i giudei; che, pur essendo nella legge di Cristo, con gli estranei alla legge mosaica si era fatto come estraneo alla legge, per guadagnare anche costoro a Gesù Cristo; che coi deboli si era fatto debole, per guadagnare i deboli; che, insomma, si faceva a tutti ogni cosa per salvare tutti (627). E i discepoli dell´Apostolo crescevano degni di lui. Di Epafra egli potè scrivere ai Colossesi: Si adopra sempre nelle sue orazioni a pro di voi.... Si preoc¬cupa molto di voi, e di quei di Laodicea, e di quei di Gerapoli (628). Di Epafrodito scrisse ai Filip¬pesi: Per l´opera di Cristo s´avvicinò fino alla mor¬te (629). Perchè adunque non vorremmo rivolgere a noi stessi la raccomandazione che l´Apostolo fa¬ceva ad Archippo: Pada al ministero che hai ri¬cevuto nel nome del Signore, e fa´ di adempir¬lo » (630)?
Lo stesso apostolo Paolo affermava ai Corinti che faceva le veci di ambasciatore di Cristo, co´ me se Dio stesso li esortasse per mezzo suo (631).
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Ora, quali sono le nostre parole ed esortazioni? quali le nostre sollecitudini? quali i nostri sacri¬fici e immolazioni? quali i nostri esempi?
Esaminiamoci un po´! E facciamo in modo che la carità e lo zelo si accendano cosi potentemen¬te in noi, che ogni nostro pensiero, ogni parola, tutte le azioni nostre siano totalmente consacrate a Dio e, per amor suo, alla salvezza delle anime.
38. Amore di preferenza pei giovani.
Come Salesiani, noi abbiamo la specifica mis¬sione di educare e salvare la ´gioventù. Non sa¬remmo pertanto degni figli di S. Giovanni Bosco, se, nella esplicazione della nostra carità e del no¬stro zelo, noi non dimostrassimo un affetto tutto speciale ai giovani, sforzandoci di far loro del bene.
Nella memoranda lettera sulla pratica del Si¬stema Preventivo, scritta da Roma il 10 maggio 1884 ai suoi « carissimi figliuoli in Gesù Cristo », S. Giovanni Bosco scolpisce il suo vero ritratto nel _ riferire il dialogo tenuto in sogno con l´antico al¬lievo Giuseppe. Bozzetti, allorchè si sente additare la carità come rimedio alla presente aPatia dei giovani e prorompe in queste parole: 4; Con la ca¬rità? Ma i miei giovani non sono amati abbastan
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za? Tu lo sai se io li amo. Tu sai quanto per essi ho sofferto e tollerato pel corso di ben Quarant´an¬ni, e quanto tollero e soffro ancora adesso. Quanti stenti, quante umiliazioni, quante oppósizioni, quante persecuzioni, per dare ad essi pane, casa, maestri e specialmente ,per procurare la salute delle loro anime. Ho fatto quanto ho saputo e po¬tuto per coloro che formano l´affetto di tutta la mia vita » (632),
E ai giovanetti accolti nell´Oratorio, special¬mente ai nuovi arrivati, dava avvisi come questo, che ricaviamo da una sua Buona Notte del 1863: « Ho da dirvi una cosa di molta importanza e questa si è che mi aiutiate in una impresa, in un affare,- il quale tanto mi sta a cuore:. quello di salvare le anime vostre. Questo è non solo il prin¬cipale, ma l´unico motivo, per cui venni qui.. Ma senza il vostro aiuto non posso far nulla. Ho bi¬sogno che ci mettiamo d´accordo e che fra me e voi regni vera amicizia e confidenza » (635).
È necessario pertanto che. anche noi seguiamo
le orme del nostro santo Fondatoré, il quale, in-terpellato una volta da parte di uno zelante sa
cerdote di quale segreto si servisse per attirare a sè così potentemente il cuore dei giovani, rispose con gran semplicità: « Io l´ignoro. Se quel buon prete ama Dio, riuscirà pure in ciò assai meglio
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di me » (634). La risposta apparentemente evasiva racchiude il più gran segreto pez riuscire nell´o
pera eccelsa dell´educazione della gioventù. Sen¬za amor di Dio non è possibile l´amor del pros¬simo: solo la carità opera la. conquista dei cuori, attingendo luce e forza dal Cuore araantissimo del Signore.
La prima dote pertanto della nostra carità ver¬so i giovani è ch´essa sia divina nella sua origine.
Don BoSco — scri-ve il biografo — scorgeva e amava in ciascuno dei suoi giovani la persona di ´Gesù Cristo adolescente, ed era sua cura che risplendessero con la grazia di quel modello di¬vino. E i fanciulli con un intuito che si direbbe quasi infallibile, ´proprio della loro ingenua età,. erano certi del suo puro affetto verginale, pronto per loro a qualunque sacrificio » (635).
Don Bosco stesso conferma l´affermazione- del biografo con queste espressioni, scritte nella pre-fazione del Giovane Provvedute): «Miei cari, io vi amo di tutto cuore; e mi basta sapere che siete giovani perchè io vi ami assai. Troverete scrittori di gran lunga più virtuosi e più dotti di me, ma difficilmente potrete trovare chi più di me vi ami in Gesù Cristo ».
Questo è il primo esame che noi dobbiamo-fa¬re, allorehè ci domandiamo quale sia la nostra ca
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rifà verso i giovani. E ciò è tanto più necessario, in quanto il nostre buon Padre vuole che la no-stra carità sia così sincera, così calda, così ef-ficace, che i giovani stessi si rendano conto di es¬sere da noi santamente amati. Guai se, anche per un sOlo istante, l´alunno. potesse dubitare che l´a¬more dimostratogli dal suo educatore non sgorga direttamente dall´amor, di Dio!
La seconda dote della nostra carità verso i .giovani dev´essere l´universalità. Nessuna diffe-renza pertanto tra giovani poveri e giovani ricchi, ira quelli che per le loro doti fisiche, intellettuali e morali possono attirare la nostra simpatia e quegli altri che per l´aspetto, la mancanza di edu-cazione e la condotta non buona, potrebbero su¬- scitare in noi ripulsione: tra i giovani dei paesi ci-vili e cattolici, e quelli eretici, pagani o selvag¬gi. Tutti ci devono essere cari, a tutti dev´essere rivolta la nostra carità, perchè sulla fronte di tutti splende l´immagine di Dio e tutti hanno un´anima da salvare.
«Don- Bosco — scrive il biografo — trattava tutti i suoi giovani senza parzialità, con le me
desime dimostrazioni di benevolenza. Li amava tutti egualnaenie• e, per evitare fra di loro ogni
gara, li assicurava di tratto in tratto dì questa sua eguaglianza di affetto. E ben la, dimostrava con
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l´interessarsi pel bene spirituale e temporale di ognuno di essi, con l´ascoltarli pazientemente non solo in confessione, ma anche in ogni circostanza che ne lo richiedessero. E tutti erano persuasi di essere amati indistintamente, e nessuno aveva mo¬tivo di concepire gelosia ed invidia (636).
La terza dote della nostra carità verso i giovani è di essere generosa ed anche eroica nel sacrificio. L´amore vero non si dimostra a parole, ma can immolazioni. L´intera vita di Don Bosco fu una costante immolazione pei suoi giovani. Se doves¬simo parlare delle sue sollecitudini, preoccupa¬zioni, lavori, veglie, viaggi, umiliazioni per fare del bene alla gioventù, ci renderemmo intermina¬bili, perchè dovremmo trascrivere quasi per intero la sua lunga vita di lavoro e di sacrificio. An¬che quando, spossato dalle snervati fatiche, i medici lo consigliavano a prendersi´ un po´ di me¬ritato riposo, egli rispondeva che, finchè Iddio gli avesse concesso un filo di vita, era sua ferma vo¬lontà spenderla. per quella gioventù, alla cui sal¬vezza la Divina Provvidenza lo aveva suscitato chiamato. Se anche noi, suoi figli, avremo sempre dinanzi agli occhi gli esempi del gran Padre, po¬tremo essere certi di perpetuarne le opere di zelo.
Infine la nostra carità verso i giovani dev´es-sere purissima in tutte le sue manifestazioni.
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Quando l´amor nostro procede veramente da Dio, non è contaminato da impurità terrene. fl ´demo¬nio si adoperi pure per macchiare la nostra ca¬rità verso i giovanetti con sentimentalismi, sim¬patie, svenevolezze, leziosità e smancerie; ma, co¬me dice S. Gregorio, «il vero amore è virile e non snervante » (637). Il vero amore non ha nulla a che fare con quelle amicizie particolari e insensate, che turbano lo sguardo, agitano l´anima, inari¬discono il cuore e finiscono per gettarvi quel de¬testabile e pericoloso sentimento che si chiama
noia di Dio. logico che chi si è allontanato da
Dio e ne ha contaminato l´amore purissimo, si senta a disagio pensando che Dio lo vede e ne scruta la bassezza del cuore.
D´altronde le astuzie del demonio sono così sottili e ipocritamente fini, che dobbiamo costante-niente vigilare -su noi stessi per impedire che la polvere terrena penetri nell´anima nostra. « Tan¬te volte• -- ammonisce S. Francesco di Sales --¬noi pensiamo di amare una persona per il Si-gnore, mentre invece l´amiamo per noi stessi. Ci serviamo di questo pretesto, e cioè di amarla in Dio, e lo diciamo ben anche: ma in realtà l´a¬miamo per il piacere e la gioia che a noi ne pro--viene: Infatti non c´è cosa più dolce e soave che veder venire a voi un´anima ripiena di affetto, che
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pratica fedelmente i vostri consigli e che con tran¬quilla semplicità cammina per la via che le avete mostrato; mentre non provate tale gioia quando un´altr´anima si mostra inquieta, disturbata e che non ha la forza di praticare ciò che le avete sug¬gerito, cosicchè siete costretti a ripetere mille -vol¬te la stessa´ cosa. Ciò è segno che voi non amate per Iddio: questa seconda persona è tanto cara a Dia come la prima, e voi dovreste amarla di più, per-che avete motivo di far di più per il Signore (638).
Questa dottrina ci aiuta a scoprire se i no-stri rapporti ,con i giovani sono tutti e sempre basati sull´amar di Dio. Guai se per leggerezza e debolezza ci lasciassimo dominare da qualche sentimento men santo: ne scapiterebbe la nostra perfezione e potremmo anche compromettere il buon nome nostro e dell´istituto. Sarà bene pertan-to vigilare e paventare anche l´inizio e l´ombra dì qualsiasi amicizia, che non sia radicata nell´ami¬cizia con Dio.
Se la nostra carità avrà le doti indicate, pos¬siamo essere certi che, al suo divino calore, sor¬geranno mille sante iniziative delle quali ci po¬tremo valere per guidare le anime dei giovani alla virtù. ll dotto e santo MODS: Bertagna scrisse appunto: « La carità suggeriva a Don Bosco tan
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te sante industrie per guadagnare anime, a Dio, che dire di tutte e della pazienza da lui adopera-ta, sarebbe cosa oltremodo difficile. Esse furono tante, e tanto degne, da superare ogni elogio ,
(639).
Le più belle ed efficaci noi le troviamo rac-colte nelle inagnifiché pagine da lui scritte sul Si¬stema Preventivo, che ben possiamo chiamare la più eloquente manifestazione della carità di San Giovanni Bosco V-erso le anime giovanili.
A conclusione´ di quanto abbiamo detto circa il nostro . amare di preferenza per i giovani. ci accontentiamo di ricordare che, nella solenne ce¬rimonia della Beatificazione dei nostro Fondatore e Padre in S. Pietro, il suo terzo successore Don Filippo Rinaldi, quando vide la paterna Imma¬gine nella gloria del Bernini, innalzò al neo-Beato quattro speciali invocazioni. La seconda di esse fu poi fissata in questo modo dallo stesso Don Rinaldi, e data come Strenna ai Salesiani: « Per¬ché possiamo amare la gioventù come l´avete ama¬ta voi, o beato. Don Bosco, pregate per noi! »
(640).
POssa questa cara invocazione continuar ad attirare snll´apostolato dei Figli e delle Figlie di S. Giovanni Bosco tesori di benedizioni celesti, ir-radiate di carità e di candore:
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39. Carità ira i confratelli.
Le nostre Costituzioni proclamano solennemen¬te che tutti i membri della Società Salesiana sono « stretti solamente dal vincolo ´della carità fra¬terna e dei voti semplici, il quale li unisce in guisa, che formino un cuor solo e un´anima sola, per amare e servire Iddio (art. 12).
La carità adunque unisce nello spirito, nelle opere e nel cuore di S. Giovanni Bosco i con-fratelli di qualsiasi nazione o condizione, senza arrestarsi dinanzi a nessuna barriera o confine.
Non è necessario che noi li conosciamo tutti di, vista i nostri fratelli, né che sappiamo a qua-le casa ciascuno appartiene: pregando li racco-manderemo tutti al Signore, perché sono a noi uniti da particolari -vincoli spirituali, perchè con noi lavorano nella stessa -vigna e con gli stessi metodi, perchè con noi intendono di dar gloria a Dio e salvare le anime, specialmente giovanili:
Questo pensiero della fraterna carità inondò. . di purissima gioia il nastro santo Fondatore, quan-do potè alfine annunziare ai suoi carissimi figliuo¬li che la Congregazione era stata approvata da Roma: « La nostra Congregazione — esclamava — è approvata, siamo vincolati gli uni con gli altri. Io sono legato a voi, voi siete legati a me, e tutti
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siamo legati a Dio. Dio ha accettato i nostri ser¬vigi, noi siamo tenuti n osservare le nostre pro¬mise ). E dopo varie considerazioni preliminari, si fermava « su poche cose, — diceva, — Tria da ri¬tener bene, perché sono come le basi della nostra Società. Noi siamo quelli che dobbiamo fondare questi principi su ferme basi E, in un lungo me¬morabile discorso, spiegava quali dovevano esse¬re tali basi: unità ai corpo, unità, di spirito, unità `di fine. Il preludio allo svolgimento di questi tre punti è tutto un caloroso inno alla carità e allo spirito di unione fraterna: « Ricordiamo sempre — insisteva il buon Padre — che noi abbiamo eletto di vivere in società. O quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum, escla¬mava il santo profeta DaVid, divinamente ispira
to: oh, com´è bella e dolce cosa vivere come
fratelli in società! È bello il vivere uniti col vin¬colo di un amore fratellevole, confortandosi a vi¬cenda nella prosperità e nelle strettezze, nel con¬tento e-nelle afflizioni, prestandosi mutuo soccor¬so di consiglio; è bello vivere liberi da cigni ter¬reno impaccio camminando diritto verso il cielo sotto la guida del Superiore. Ma se vogliamo che questi beni ci derivino dalla nostra Società, è d´uopo che ad essa abbiamo sempre rivolto il no¬stro sguardo, perchè viva e prosperi, O gitani iu
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cundurn... E perchè sia cosa dolce qUesto abitare insieme, bisogna togliere ogni invidia, ogni gelosia: bisogna amarci come fratelli, sopportarci gli uni gli altri, aiutarci, soccorrerci, stimarci, compatirci. Ciascuno deve guardarsi attentamente dal dire male della Congregazione, anzi deve procurare di farla stimare da tutti. Noi abbiamo scelto di abi¬tare in unum. Che cosa vuol dire in unum? E Don Bosco svolgeva poi ampiamente i tre punti annunziati, a riguardo dell´unità di corpo, di spi¬rito e di fine (641).
La, vita religiosa è tanto elogiata dai Padri e Maestri di spirito, appunto perchè è tutta perva¬sa di carità: questa è la vera cagione della sua grandezza. Il nostro santo Fondatore lasciò scrit¬to nel «Proemio3. delle Costituzioni: «.Quando in una Comunità regna questo atnor fraterno, e tutti i soci si amano vicendevolmente, ed ognuno gode del bene dell´altro, come se fosse un bene pro¬prio, allora quella casa diventa un Paradiso ».
Il nostro Padre però aggiunge che, ove manchi tale virtù e domini l´amor proprio, la casa reli¬giosa diventa un inferno. E come, infatti, po¬trebbe essere la dimora dell´Altissimo, senza la fiarnina celeste della carità? Dio è carità. E si av¬verta che Dio non può volere se non la vera ca¬rità: non gli tornerebbe gradita una carità este
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fiore, ufficiale, di parata, mancante della sua vera e intima anima. Egli la vuole sincera, piana, schietta, ingenua; la vuole universale nella sua estensione, tale cioè che non escluda nessuno di coloro che formano parte della famiglia religiosa; soprattutto la vuole generosa nelle immolazioni, sempre disposta a sacrificarsi pel bene altrui, an-teponendolo al suo proprio.
Era questa la carità dei primi cristiani. « Quan-do poi il primitivo fervore — come scrive S. Fran-cesco di Sales —si andò raffreddando nelle co-munità cristiane, allora sorsero quelle religiose, nelle quali si prescrisse che tutti i membri si chia-massero fratelli e sorelle per contrassegno del vero e cordiale amore che debbono nutrire scambievol-mente... I santi religiosi, quando si incontravano, dicevano Deo gratias per manifestare la grande gioia che provavano nel vedersi l´un l´altro, come se avessero voluto dire: — Ringraziamo il Signo¬re, mio caro fratello, della consolazione che mi dà di vederti — » (642). La famiglia religiosa pertan¬to dev´essere l´ambiente celeste nel quale si con¬serva e perpetua quello spirito di carità perfetta, che era il distintivo e il vanto dei primi fedeli.
Il nostro santo Fondatore nel Proemio » alle Costituzioni scrisse quell´aureo capitolo, che tutti conosciamo, sulla carità fraterna. Sia nostro im
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Pegno rileggerlo con frequenza e specchiarci in esso per -vedere se pratichiamo veramente la ca-rità, soprattutto verso i confratelli con i quali conviviamo.
Nell´ambiente della nostra casa non mancano mai occasioni di contribuire con prudente zelo al¬la conservazione del buono spirito e dell´unione fraterna, particolarmente quandq salta agli oc¬chi qualche difetto altrui. Dice un illustre autore che r nell´ordine comune della soprannaturale provvidenza, Dio dà tanta grazia all´uomo per evitare il peccato, ma gliene dona assai meno per correggere le proprie imperfezioni naturali. Dio ha i suoi motivi per agire così, e tutti adorabili (645). Viene spontaneo pensare che uno di tali motivi possa essere questo, che i religiosi si aiu¬tino scambievolmente nel migliorare se stessi.
Nelle comunità religiose anche meglio regola¬te e di esemplare osservanza, non possono manca¬re le imperfezioni e i difetti propri della nostra fragile natura. C sono talora dei confratelli i qua¬li, senza volerlo, anzi senza neppur sospettarlo, con il loro modo di parlare, di diportarsi, dì trat¬tare, riescono molesti agli altri. Si tratterà altre volte di infrazioni compiute senza malizia, ma con tale frequenza da eccitare l´impazienza comune. In questi casi, prima che il Superiore intervenga
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con una correzione formale, si rende necessaria una buona parola, un consiglio fraterno, un av-vertimento suggerito dalla carità. Noi possiamo accostare il confratello é con delicato riguardo in-trodurre e incamminare il discorso verso ciò che ci preme dirgli: il confratello, che supponiamo in buona fede e di. buono spirito, ci sarà grato del consiglio e si sforzerà di eliminare dalla propria condotta ciò ché può impressionare in modo sgra-devole la comunità. Certo è cosa assai più facile criticare e mormorare, che non avvertire caritate-volmente: ma con tali critiche, anzichè evitare un male, si incorre in un altro anche più grave, poi-chè le conseguenze della mormorazione sono sem-. pre deplorevoli.
´Ci potrà forse distogliere dal dare un buon consiglio il fatto che non abbiamo con quel con-fratello confidenza e intimità tali da permetterci di compiere così squisita opera di carità spi¬rituale. Ciò è vero; ma in questo caso abbiamo a disposizione un altro mezzo assai facile: se cono¬´ sciamo qualcuno che sia in rapporti più stretti con chi vorremmo avvertire, lo pregheiemo• al¬lora di voler compiere egli stesso l´opera di fra¬terna carità. Anche questo è un buon consiglio e arriva, indirettamente, al nostro scopo. Aggiungiamo ancora che in alcuni casi il por
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Bere un buon consiglio al confratello non è sol-tanto opera di carità, ma preciso dovere di co-scienza. Se noi venissimo a conoscere che un no-stro fratello. è in procinto di commettere qualche grave sbaglio per debolezza o ignoranza, o anche perchè agitato da qualche 13‘ assione, e noi cre-diamo che il nostro intervento possa riuscire ef-ficace a impedirlo-, siamo obbligati a farlo. Pro-cedere diversamente, cioè astenersi dall´intervenire e permettere che il confratello venga meno al suo dovere e Commetta uno sproposito, forse irrepara¬bile, sarebbe dimostrare che non si hanno in cuo¬re fiamme di amore per il Signore e per il pros¬simo.
Quante volte è avvenuto che l´intervento pru-dente di un caritatevole confratello -potè raffor-zare una vocazione vacillante e trattenere da un precipizio il fratello che stava per cadervi! I va¬ni timori di disgustare o che il consiglio non rie¬sca accetto, scompaiono se la carità è veramente ardente e sincera: dopo tutto, in colui che viene avvertito con soave carità e con dolce prudenza l´impressione sarà sempre salutare e benefica.
« Molte volte diceva Don Bosco basta una
sola parola per far si che uno stia o si metta sulla buona strada » (644).
Tra i Ricordi dati dal nostro santo Fondatore
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ai primi Missionari ve n´è uno, che illumina pra-ticamente- questo importantissimo precetto della carità fraterna tra di noi: imprimiamolo nella no-stra mente e nel nostro cuore, affincbè, da noi fedelmente praticato in quella che è la missione della nostra vita quotidiana in seno alla Comuni-tà, ci porti a un altissimo grado di perfezione re-. ligiosa e salesiana. Esso dice così: « Fra di voi amatevi, consigliatevi, correggetevi, ma non por-tatevi mai nè invidia, nè rancore, anzi il bene di uno sia il bene di tutti; le pene e le sofferenze di uno siano considerate come pene e sofferenze di tutti, e ciascuno studi di allontanarle o almeno mi¬tigarle» (Reuolarn, art. 69, n. 13).

40. Conclusione.
Nel c Proemio » alle Costituzioni il nostro san-to Fondatore termina il capitolo sulla carità fra-terna con queste parole: a Da tutto ciò che si è detto ben vedete quanto è necessaria e quanto è bella la virtù della carità! Praticatela adunque e ne avrete copiose benedizioni dal Cielo ».
Questa paterna esortazione viene bene anche qui, al termine della presente trattazione sulla carità verso Dio e verso il prossimo.
Sia pertanto nostro impegno passare dalla dot
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trina alla pratica, dal precetto alla sua applica¬zione, secondo l´esortazione di S. Agostino: Pen¬siamo sempre e a ogni istante che bisogna amare Dio con tutto il cuore, con tutta l´anima, con tutta la mente; e il prossimo come noi stessi. Sia questo l´oggetto costante dei nostri pensieri, delle nostre meditazioni, dei nostri propositi, dei nostri slanci, dei nostri sforzi. Sia questo il modo pratico di mantenere viva in noi la fiamma della carità. Es¬sendo Dio infinitamente superiore all´uomo, è giu¬sto che, in ordine -d´importanza, il precetto dell´a¬mor di Dio preceda quello dell´amor del prossimo_ Siccomeperò, mentre viviamo su questa terra, non abbiamo ancora la felicità di vedere Dio a faccia a faccia, così in pratica avviene che i primi nostri contatti:li abbiamo con il prossimo, giacchè con esso si svolge la vita nostra d´ogni giorno. È questo il motivo per cui, naturalmente e in ordine di tem¬po, l´amar del prossimo in noi precede in certo mo¬do l´amor di Dio; anzi è proprio mediante l´amore dei nostri fratelli che noi ci dimostriamo e rendia¬mo degni di amare Dio prima in terra per poi amarlo eternamente in cielo » (645).
Figli dello stesso Padre celeste, la cui immagine splende sul nostro volto, chiamati allo stesso fine soprannaturale, membra dello stesso Corpo Mi¬stico di Gesù Cristo, illuminati dalla stessa fede,
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sorretti dalla stessa Speranza, infiammati dalla stessa carità, alimentati dallo stesso Pane di vita, cresciuti nel grembo della stessa Chiesa, stretti sot¬to i vessilli della stessa Società Salesiana, dobbia¬mo sentirei animati e sospinti alle più nobili con-, quiste dallo stessa amore. Lungi da noi tutto ciò che possa ostacolare o anche soli) affievolire la ca¬rità! Non vi sia pertanto nè morte nè vita, nè an¬geli nè principati, nè virtù, nè cose presenti nè future, nè potestà, nè altezza nè profondità, nè alcun´altra creatura che ci separi dall´amore di Dio in Cristo Gesù Signor nostro (646).
Immaginiamoci che il nostro dolcissimo Padre S. Giovanni Bosco. ci ripeta le parole del grande Apostolo delle Genti: Io piego le ginocchia da¬vanti al Padre dei Signor Nostro Gesù Cristo, de cui ogni famiglia e nei cieli e sulla terra prende nome, affinchè dia a voi, secondo la ricchezza del¬la sua gloria, di essere per mezzo dello Spirito di Lui fortemente corroborati nell´uomo interiore, e faccia sì che Cristo dimori nei vostri cuori per mezzo della fede, e voi, radicati e. fondati in amo¬re, sia-le resi capaci di comprendere con tutti .i santi qual sia la larghezza e la. lunghezza e l´al¬tezza e la profondità, e intendere questo amore di Cristo che sorpassa ogni scienza, affinché siate ripieni di tutta la vienezza di Dio (647). Rendete
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compiuto il mio gaudio della concordia vostra, avendo uno stesso amore, una stessa anima, uno stesso sentire; nulla si faccia per spirito di rivali¬tà o per vanagloria, ma per umiltà, ritenendo cia¬scuno gli altri superiori. a.se stesso: ,non guardi ciascuno solo alle cose proprie, ma anche a quelle degli altri (648). Tutto si faccia ira voi con amo¬re (649).
Sì, rimanga fra noi la carità fraterna (650): e questa comunanza di amore renda sempre più fe¬condo il nostro apostolato a salvezza delle anime, nel nome e con Io spirito del nostro santo Fonda¬tore e Padre, a gloria di Dio, Carità infinita.
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(1) Si tratta, qui, non del noto Enchirldieor, sine´ De Fide, Spe et Charitate. liber units, opera genuina di S. Agostino, ma soltanto di una raccolta di vari scritti patristici, fatta da ignoto autore, che le diede per titolo: Manuale. Questo °pascolo, che fu pure attribuito a S. Anselmo e a Ugo di S. Vittore, sí Cova in Appendice al Volume XXII delle Qeuvres complaes de Saint Augustin, in latino e in francese. edite da Louis Vivès (Paris, 1870).
(2) Cfr. la 2", q. 22, a. 3, ad 3; 5. ´Fruivo. DI SALES.. Teotimo, L I, c. 5, (Trad. di E. Certa).
(3) la 2", q. 25, a. 2; q. 26, a. 2.
(41 MoJisA.Bat, Piccolo Quaresimale, 1901, la Dont.
(5) S. FI-LANC. DI SALES, Teotimo, 1. I, c. 7..
(6) Sed sub te erit appetittrs eius, et tu dormivaltéris
Il
lius (Gen., IV, 7).
(7) Mem. Bicgr., XV, 77 seg. .
(8) S. Aeosr., De civii. Dei, XIV, 6.
(9) 5. FRANC. DI SALES, Teotimo, 1. i, e. 14. (H) Cfr. 2 2", q. 17, a. 8; q. 23, a. 1.
(11) P. SECONDO FRANCO, Della Divozione al S. Cuore, e. a.
(12) Cfr. S. FaANc. DI SALES, Teotimo, L I, c. 6.
(13) Cfr. S. BERN., in Cant., Serra. XX.
(I4) Maior autem horum est charitas (i Cor., X113; 13).
(15) S. FEANC, DI SALES, Teotimo, I. XI, e. 9.
(16) Et hoc mandatimi habemus .a Dea, ut qui dUigit Deum, diligat et, fratrem suum (I Man., IV, 21):
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(17) 2a 2", q, 25, a. 1.
(18) Diliges Domi= Deum tuum ex toto corde tuo, et in tota anima tua, et in tota mente tua. Hoc est maximum, et primum mandatum. Secundum autem simile est buie: Diliges proximum tuum, sicut teipsum. In his duobus mandatis uni¬versa lex pendet, et prophetae (MATra., XXII, 37-40).
(19) S. Acosr., Serra., VI.
(20) Qui enim non diligit fratrena suum quem videt, Deum, quem non videt, quomodo potest diligere? Et hoc rnandatum babemus a Deo, ut qui diligit Deum, diligat et fratrem salmi (I loan., IV, 20-21).
(21) Deum nemo vidit unquam (IoAN., I, 18).
(22) Deus charitas est, et qui menet in charitate, in Deo -menet, et Deus in eo (I Ivan., IV, 16).
(23) Cfr. S. AGOST., in Joon., tr. XVII, 10.
(24) TOAN.., XI, 52.
(25) Mem. Biogr., H, 45.
(26) S. Fasac. DI SALES, Teotimo, .1. I, e. 16.
(27) Divinae consortes naturae (l Petr., I, 4).
(28) linde charitas non potest neque naturaliter messe, neque per vires naturales est acquisita, sed per iniusionein Spiritus Sancti, qui est amor Patris et Filii, cuius participatio in nobis •est ipsa charitas creata (2a 2", •q. 24, a. 2).
(29) Qui enim secundum camera sunt, quae earnis sunt sapiunt; qui vero secundum spiritum sunt, quae sunt spiritus sentitua... Vos autem in carne non estis, sed in spirito; si te¬naci Spiritus Dei habitat in vobis... Quicumque enim Spiritu Dei agontur, ii sunt filii Dei. Non enim accepistis spiritura servitutis iterum in timore, sed accepistis spiritum adoptionis filiorum in quo clamamus: Abba (Peter). Ipse enim Spiritus testimonium reddit spiritui nostro, quod ,sumus filii Dei. Si autem filii, et herecles: heredes quidem Dei, coheredes autem Christi... Similiter autem et Spiritus adiuvat infirmitatem no
51s

stram: nana quid oremus, sicut oportet, neseimus; sed ipse
Spiritus postular pro nobis gemitibus inenarrabilibus (Romr., VIII, 5, 9, 14-7, 26).
(30) Vos autem estis corpus Christi, et membra de membra (I Cor., XII, 27).
(31) S. Toan Opuse. De perfect. vitae spir., c. I (cit.
da H. D. NOBLE O. P., L´amicizia con Dio; Prefaz.).
(32) Erunt homines seipsos amantes (Il Tira., M, 2).
(33) Charitas amicizia quaedam est hominis ad Deum (2´ 2", q. 23, a. 1).
(34) Iam non dicam vos servos... Vos autem dixi emices (IoAN., XV, 15).
(35) Cfr. Sap., VII, 14; MArru., IX, 15; Luc., XII, 4; IoAN., XV, 14; Inc., II, 23.
(36) 2a 2", q. 25, a. 7.
(37) Deliciae meae esse cum filbs hominum (Prov., VIII, 31).
(38) Mem. Biogr., XV, 183.
(39) Cfr. Ps., 44, 10.
(40) S. FRANc. DI SALES, Teotirno, I. II, e. 22.
(41) Plenitudo ergo legis est dilectio XIII, 10).
(42) Cnarites de corde puro, et conscientia bone, et fide non fitta (I Tira., I, 5).
(43) Quod est vinculum perfectionis (Col., III, 14)..
(44) Qui habet mandata mea, et servat ea, ille est, qui diligit me... Qui non diligit me, sermones meos non servat.,. Si quis diligit me, sermanem meum servabit (IoAN., XIV, 21, 24, 23). Cfr. S. Dure. DI SALES, Teotimo, 1. XI, e. 9.
(45) Fructos autem spiritus est charitas, gaucliturc, pax,´ patientia, benignitas, bonitas, Ionganimites, mansuetudo, fides, modestia, continentia, castitas (Gai., V, 22).
(46) S. AeosT., in Man., tr. 87.
(47) S. AoosT., in Ivan., tr. 48, et De Sono viclait., c. 519

(48) Sae. Giov. BONETTI, Esortazione alla pratica del
l´amar di Dio, 1.
(49) S. FRANC. DI SALES, Minimo, 1. VI, e. 4
(50) Vere rnagnus est, qui magnam habet eharitatern (De
Imit. Christi, I, 3, 5).
(51) Deus charitas •est (I Ioan., IV, 8).
(52) Qui manet in charitate, in Deo manet, et Deus in,
eo (I Ioan.; IV, 16).
(53) Charitas nunquam excidit (I Cor., XIII, 8).
(54) Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo, et in tuta anima tua, et in tuta mente tua... Diliges profimum tunin, sicut teipsum. In bis duobus mandatis universa lex
pendei, et prophetae (MATTA., XXII, 37, 39-40).
.(55) S. AGOST., Serm., 250.
· (56) S. AGOST., De Temp., Semi., 53.
(57) S. AGOST., De nat. ai gr., c. 49.
(58) S. AGosT., in /min.; tr. 5.
· (59) S. BASILIO, Orat., 3.
(60) S. C.r.,1´ BoLAmo, Ep. ad Teoph.r.
(61) S. GREG. Ep., 60..

(62) S. BEns., Ep., 2.
(63) I Cor., XIII, 1-8. La versione ritmica é del nostro
Sac. Antonio Cojazzi.
(64) S. AGOST. ,(?), Manuale, e. 19-20
(65) S. AGOST. (?), Manuale, e. 12.
(66) Sac. FErum.N. MAcGoNo, Sr. Maria Mazzarello, Ed.
1C4, pag. 67.
(67) Deus charitas est, et qui manet in charitate, in Deo manet, et Deus in eo (I loan., IV, 16),
(68) S. AcosT., De catechiz. rad., e. alt.
(69) S. AGOST.- Ep., 120, 18.
(70) MONSADRÉ, Piecol. Quaresim., 1901, 23 Dom.
(71) ri.-NALon, Lett. Spir., 11° giorno.
520

(72) Ob duplicem ergo causam Deum dixerira propter
seipsum diligendum: sive quin iustius, sive quía nihil
fruetuosius diligi potest (S. BERN., De dilig. Deo, I, 1) .
(73) Nos. ergo diligarnus Deum, quoniam Deus prior di¬lexit nos (I Man., IV, 19).
(74) S. FRADIc." DI SALES, Filotea, V, 14.
(75) Coelum et terra, et omnia quae in eis Sunt, undique nlihí dieunt ut amem te (S. AGOsT., Confess.; I, 6).
(76) Mem. Biogr., I, 45.
(77) In ipso enitn ,vivimus, movemur et sumus Met., XVII, 28).
(78) Mera. Biogr., I, 47:
(79) Misit Filium sui= propitiationem pro peccatis no¬stris (I ben., IV, :10)
(84) S. BERN., In Nativ, Dom., Serm. rv, 3,
(81) Et iniquitates eorum ipse portabit LUI, 11)
(82) Sic ening. Deus dilexit mundun,. ut Filiunt suum uni-genitum daret (roAlf., III, 16).
(83) Cfr. Rara., V, 15.
(84) Uhi autem abundavit delicturn, superabundavit gra¬fia (Rom., V, 20).
(85) Cfr. PIO XII, Liti. Enc. « Mystici Corporis a, 29 giugno 1943.
(86) Cone. Trid., s. XIII, e, 2.
(87) Cfr, Os., XI, 4.
(88) Cum dilexisset suol qui erant in mundo, in &nem dilexit eos (I0AN., XIII, 1) -
(89) Qui autem sant Christi, camera snam crucifixerunt cura ritìis et conouPiseentiis... Mihi autem absit gloriari, nisi n cruee Domini nostri. Iesu Christi, per quem mihi mundus erueifixus est, et ego mundo! (Gai., V, 24; VI, 14).
(90) ´rota vita Christi drux fuit et martyrium (De Irnit
Christi, II, 12, 7).
521

· •
(91) Quid amandum est? Quod nobisctim potest esse in
aeternum (S. .AcosT., in Ps., 41).
(92) Mem. Biogr., XVIII, 419.
(93) Meni. Biogr., XVII, 251.
(94) Amor est iunctura quaedara, duo aliqua copulans
aut copulare appetens (S. Acosi., De Trinit., VIII, 10).
(95) H. D. NOBLE O. P., L´amicizia con Dio, e. VII, 1.
(96) Mem. Biogr., XVII, 27 seg.
(97) Ps., 136, 5. •
(98) S. BERN., de Diters., Serra. XIX, 6-7. •
(99) Et mori lucrum (Pia, I, 21).
(100) Mem. Biogr., XVIII, 419.
(101)• Deut, VI, 4-10.
(102). Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo, et in tota anima tua, et in tota mente tua. Hoc est maximum,
et primum raanclatum (MATTM., XXII, 37-8).
(103) Ego seni Dominus Deus tuus (Ex., XX, 1).
(104) S. FRA_NC. DI SALES, Teotinw, L X, e. 1.
(105) S. FEANC. DI SALES, Teotimo, 1. X, o_ 1.
(106) Mem. Biogr, XV, 87.
(107) Cone. Trid., s. XIV, c. 4; Cat. ad Par., 11, 5, 27.
(108) 2a 2ae, q. 23, a. 2.
(109) S. Paen. Ap., 15 maii 1941 et 22 maii 1943.
(110) S. TOMMASO, in I IL, I, I, ad 7. (III) IDIOTA, Contempl. de amor. divin„ 10.
(112) 2" 22e, q. 44, a. 6.
(113) Mem. Biogr., VII, 593.
(114) Diliges Dorninum Deum ex toto corde ´tuo, et •ex
tota anima tta, et ex tota mente tua (Deut., VI, 5).
(115) Et in trita mente tua (MAI-1´H., XXII, 37). . (116) Et diliger Dorainmn tuum ex toto corde tuo, et ex tota anima tua, et ex tota mente tua, et ex tota virtute tua
(mAnc., XII, 30).
529

(117) Et ex omnibus viribus tuis (Lue., X, 27).
(118) 22 2ae, q. 44, a. 5.
(119) Ergo amemus afectuose, circumspeoe, et valide: scientes amorem cordis, quem afectuosum dici/una, absq-ue eo qui animae, dulcem quidem, sed seclucibilem: istum vero absque
illo qui virtutis est, rationabilem esse, sed fragilem (S. BERN., in Cant., Serra, XX, 4).
(120) S. AGOST., SoliZ., c. 19.
(127) S. GIOVANNA DI CHANTAL, Tratten., 70.
(122) Ps., XCIX, 3; XXI, 1, 11; XV, 2; LXXI i;_ 26. S. FRANE. DI SALES, Teotirno, 1. V, e. I.
(123) S. AcosT. (?), Speculam, e. 33 (Ed. L. Vivès, Pa
ris, 1870, voI. 22, Append.). -
(124) S. FRANE. DI SALES, Teotirno, L V, e. 6.
(125) Ps., XV, .2,
(126) S. ERMO. DI SALES, Teotimo, 2. V. C. 6.
(127) S. FRAN-e. Di SALES, Teotimo, L V, e. 8.
(128) S. AcosT. (?),, Meditcaiones, e. 33 (Ed, L. Vivès, Paris, 1870, vol. 22, Append.).
(129) Ut tua voluntas tota in Deum per amorem quiescat (S. TOMMASO, in loan„, XXI, 1. 3)1
(130) Hoc est proprium azuicorum, ut eorum anima una
sit izt nolendo et volendo (S. TOMMASO, in Ep. ad Plzilenz., Prol.).
(131) Fiat voluntas tua, sicut in caelo et in terra (141ATTEL. VI, 10).
(132) S. FRANE. DI SALES, Teotinzo, I. IX, c. 1.
(133) Meus cibus est m faciam voluntatem eius qui misit me (IoAN., IV, 34).
(134) Ecce in die ielunii vestii invenitur voluntas vestra LVIII, 3).
(135) S. BERN:, in Cara, Serm. LXXI, 13-4. •
9_ l´


(136) Non est quod cuipiam nostram adscribanaus aerurn¬nara, nisi voluntati (S. AMBROGIO, De off „ 11, 4).
(137) S. BERN., De Divers., Serm. CXXIV, 2.
(138) 2´ 2", q. 44, a. 5.
(1g9) IDIOTA, Contempl. de amor. divin„ 13.
(140) S. AGOST. (?), Manuale, e. 4.
(141) 2a 2", q. 44, a. 5.
(142) Sicut ergo nulla est bora vel punctum in ornai vita mea, quo tuo beneficio non utar: sic n-allusn debet esse mo¬mentum quo te non fiabe= ante oculos in mea memoria, et te non diligam ex omni fortitudine mea (S. AGOST., SON.,
e. ´18).
(143) Sac. PAo.(9 ALBERA, Circolari, pag. 334.
(144) Mem. Biogr., 1X, 713. .
(145) S. FRANC. DI SALES, Lett., III, 3.
(146) Omnia nobis facilia apparebunt, omnia portabilia: omnia sustinehimus, omnibus superiores efficiemur (S. Clov. CRISOST., in Ep. ad Hebr., hemz. XXVI).
(147) S. ACOST., de Temp., Serm. 39.
(148) Cfr. MATTE., XXV, 14 seg.
(149) S. AGOST., Serm., 263. (:50) Cfr. l Cor., XII, 31.
(151) Cfr. Phil., i.ii, 13.
(152) S. AcosT., De verbis Apost., Serm. 15.
(153) 2´ 2", q. 24, a. 8. Minime pro certo est bonus, qui melior esse non vult: et ubi incipis nulle fieri melior, ibi etiam desinis esse bonus (5_ BERN., Ep., XCI, 3).
(154) 28 2´´, q. 24, a. 9.
(155) Qui habet mandata mea, et servat ea, Me est, qui diligit me... Qui non diligit me, sermones meos non servat. Et sermonem quem audistis, non est mens, sed ci:11s qui misit me, Patrie... Si praecepta mea servaveritis, manebitis in dilectione
524

mea, sicut et ego Patrie mei praecepta serravi, et mano in eius dilectione (Ioan, XIV, 21, 24; XV,-10).
(156) Mem. Blogr., V, 637; IX, 567; X,´ 1045; XV, 806;. VII, 376; X, 1105.
(157) Coma. Trid., s. VI, can. 23.
(158) Mem. Biogr., XII, 145-6.
(159) Sac. ANDREA BELTRAMI, Il peccato veniale, e. I.
(160) S. AGOST., Ep. ad Seleuc., 108.
(161) Mem. Biogr., XVI, 16.
(162) S. BERN., In fest. Peni., Serm. III, 8.
(163) Ignem vesti mittere in terreni, et quid volo nisi ut accendatur? (Luc., XII, 49).
(164) Et non inferamus crimen gloriae nostrae (I Mach., IX., 10).
(165) Scimus autem quoniam difigentibus Deum omnia cooperantur in bonum (Roco., VIII, 28).
(166) S. Giov. DELLA CROCE, Lett. spirit., 16.
(167) Nonne cor nostram ardeus erat in nobis, dum lo
queretur in via, et aperiret nobis Scripturas? (Luc.,XXIV, 32).
(168) S. AGOST., in Ps., 119, 4.
(169) Mem. Biogr., XVIII, 131.
(170) S. BERN., In fest. S. Andreae Ap., Semi. I, 10.
(171) S. Ginv. CRISOST., in Ps., 4.
(172) Mem. Biogr., X111, 803.
(173) Sae. Giov. BONETTJ, Esortazione alla pratica dell´a-mor di Dio, n. 14.
(174) Atti del Cap. Sup., 6 genn. 1929 (A. X, N. 47, pag. 714).
(175) Cito proferte stolam primam (Luc., XV, 22).
(176) Hoc facite in meam commemorationem (Luc. XXII, 19).
(177) S. EritRea, Adv. Scrutatores, Serm. 10.
(178) Ut cognoscat mundus quia diligo Patrem
525 _

XIV, 31). Ita Pater: quoniam sic init placimm ante te (MATTE., XI, 26). Non sicut ego volo, sed sicut tu (MATTI_, XXVI, 39). Non mea voluntas, sed tua fiat (Luc., XXII, 42).
(179) S. EFREM, Tract. de Patientia.
(180) Mem. Biogr., XVIII, 657.
(181) S. BAstmo, Admonit_ ad filium spirit.
(182) Et muItiplicatae sunt aquae, et elevaverunt arcam in sublime a terra (Geni, VII, 17).
(183) S. TOMMASO, Op. 4, Par. 3.
(184) Sac. E. CERI., Servo di Dio D. A. Beltrami, e. 23.
(185) Mens. Biogr., XII, 455.
(186) Mem. Biogr., XII, 455.
(187) Sac. G. Bosco, Vita di Besucco Francesco, c. XXIII.
(188) Mem. Biogr., XI, 292.
(189) De imitai. Christi, III, 5, 7-8.
(190) Sac. P. ALBERA, Circolari, pag. 336.
(191) S. FRAINC..ra SALES, Tratzenim.,
(192) Pater, in manus tuas commendo spiritum meum (Luc., XXIII, 46).
(193) S. FRANc. m SAtiEs, Serra., 16 e del Venerdì Santo:
(194) Mem. Biogr., VII, 249.
(195) S. FRANc. DI SALES, TrattertiM., II.
(196) Sac. P. ALBERA, Circolari, pag. 336-7.
(197) Mem. Biogr., XII, 588.
(198) Vivo autem, iam non ego: vivit vero in me Qui¬stus (Gal., II, 20).
(199) Sive enim mente excedimus, Deo (II Cor., V, 13).
(200) Ps. DiaNrstes, De div. nomin., IV, 13.
(201) S. TONIMASO, De Verit., q. 13, a. 3.
(202) 28. 2", q. 175, a. 1; a. 2, ad 1.
(203) S. TERESA, Vita scritta da lei stessa, c. XX.
(204) S. TERESA, Vita scritta da lei stessa; c. XVIII.
(205) S. TERESA, Costello, Mans. IV, a. III.
526

(206) S. FniNc. DI SAA..£s, Filotea, III, 2.
(207) Mem. Biogr., XII, 283.
(208) Age, Domine, et fac; excita et provoca -nos: accen¬de, et rape; fragn, dulcesce: iam amemus, et curramus (S. AeosT., Confess., VIII, 4).
(209) 15 2", q. 28, a. 3; Quod/ib., 3, a. 17; P. F. D. :0- RET O. P., La contemplazione mistica secondo S. Tommaso quino, e. ult.
(210) S. ALFONSO, Pratica del Confessore, n, 137.
(211) S. GIOV. DELLA CROCE, La salita del Monte Carmelo, II, 5.
(212) Usquequo claudicatis in duri. panca? (111 Reg., XVIII, 21).
(213) Et iurant in Domino, et iurant in Melchom I, 5).
(214) S. FRANC. DI SALES, Teotimo, I. VII, o. 7.
(215) Pro XI, 19 marzo 1929 (Cfr. Atti del Cap. Sup., A. X, N. 48, pag. 750).
(216) Pio XI, 9 luglio 1933 (Cfr. Atti del Cap. Sup., A. XIV, Ti. 63 bis, pag. 109).
(217) Semetipsunt exinanivit, formam servi accipiens, in si-militudinem hominum factus, et habitu inventus ut homo. Hnmiliavit semetipsum, factus obediens, usque ad mortem, mortem antem crucis (Phi./., II, 7-8). Cfr. CORNELIO ALAPSDE, Comment. in Ep. ad Gai., II, 19-20.
(218) Vivo autem, iam non ego; vivit vero in me Cbristus (Gai., II, 20).
(219) Proposito sibl gaudio sustinuit crucem (Hebr., XII, 2).
(220) Christo confixus sum truci (Gal„ II, 19).
(221) I Cor., II. 2. Mem. Biogr., V, 883.
(222) S. Giov. DELLA CROCE, Fiamma d´amor viva, II, 1.
(223) Sicut dilexi vos, ut et vos diligatis in,vicem. In hoc
527

cognoscent omnes quia discipuli mei estis, si dilectionem ha¬bueritis ad invicem (104.N., XIII, 34-5).
(224) Mutuam in vobismetipsis charitatem continuam ha¬bentes (I Petr., DT, 8). Charitas fraternitatis maneat in vobis (Hebr., XIII, 1). Diligamus nos invicem (I Man., IV, 7).
(225) Qui enim non diligit fratrem suum quem videt, Deum, quem non videt, quomodo potest diligere? (I loan., IV, 20). S. FRANC. DI SALES, Semi.; 43, Dedic. della Chiesa.
· (226) Cfr. CORNELIO ALAPIDE, Comment., in Ioan. XIII, 35. (227). Cfr. Apoc., XII, 14.
(228) Et hoc mandatum habemus a Deo, ut qui diligit Deum, diligat et fratrem suum (I Ioan., IV, 21). Si quis di¬xerit quoniam diligo Deum, et fratrem suum oderit mendax est (I Ioan., IV, 20).
(229) Qui enim diligit proximurn, legem implevit (Rorn. XIII, 8).
(230) S. Esnr.r., De diligendo Deo, VIII, 25.
(231) S. Giov. CRISOST., in I Cor., hom. 34.
(232) S. Giov. CRISOST., in i Cor., hom. 32.
(233) Mandatum novum do vobis, ut diligatis invieem (IoAlv., XIII, 34).
(234) Mem.. Bdogr., XI, 250. (285) S. AGOST., in I Ioan.
(236) S. GREG., in Ev., bora. 32.
(237) S. AGosT., in loan., tr. 63.
(238) Ut invieem, sicut dilexi vos (I0AN.,
XIII, 34).
(239) S. TOMMASO, in loan., XIII, 1. 7.
(240) MONsARRÉ, Piccol. Quaresinz., 1902.
(241) Mem. Biogr., XIII, 149.
(242) Pio xii, Litt, Eec. Quemadrnodurn, Epifania 1946. Cfr. « Osservi. Rora. », 10 gennaio 1946.
(243) Cfr. Eph., IV, 3-4.,
528

(244) Contra Geni., o. CXVIL.
(245) Melius est ergo duos esse- simul quam usum; ha
· hent enim emolumentum societatis suae (Eccle., IV, 9).
(246) Frater qui adiuvatur a fratre quasi ebritas fuma (Pi•ov., XVIII, 19)... Et bonie amici consiIiis anima •dulcoratur (Prou., XXVII, 9).
(247) Ex uno omne genus hominum (Act., XVII, 261.
(248) Fratres mei vos, os ineum et caro mea vos (II Reg., XIX, 12).
(249) Numquid non pater unus omnium nostrum? num¬nuid non Deus unus creavit nos? Quare ergo despicit unu¬squisque nostrani fratrem. sauna? (Mal., IL 10).
(250) Et creavit Deus hominem ad bnaginem strani (Gen., I, 27).
(251) Et hoc mandatum habeinus a Deo, ut qui diligit. Danni, diligat et fratrem guarii (I loon.,• /V, 21).
(252) Per lavacrum regeneratichnis et renovationis Spiritus Sancti, quem effudit in nos abunde per /esimi Christum sal¬vatorem nostrani; ut bastificati gratia ipsius, heredes simus seeuncium spero vitae aeternae (Tit., III, 5-7).
(253) Estate eutem invicem benigni, misericordes, dorma¬,.tes invicem, sicut et Deus in Christo donavii vobis. Estote ergo imitatores Dei, sicut fdii charissimi; et ambulate in di¬lectione, sicut et Christus dilexit nos, et tradiclit semetipsurn pro nobis oblationem et hostiam Deo in odorem suavitatis (Eph., IV, 32; V, 1-2).
(254) Amen dico vobis, quamdiu fecistis uni. ex bis iratribus mais minirnis, mia. fecistis.„. Amen dico vobis:
Quarndiu non fecistis uni de . minoribus neo mia feci
stis (MATTH., XXV, 40, 45).
(255) Cfr. l Tinz., II, 4,
(256) Ut sii Deus omnia in omnibus (i Cor., XV, 28.)„
S. AcosT., in Ioan., tr. 83. ´
529

(257) Da mihi animas, cetera tolte tibi (Gen., XIV; 21).
(258) Mem. Biogr., XVII, 366.
(259) Inveterasti in terra aliena, coinquinatus es cum mor¬tnis, deputatus es cum descendentibus in infernum (Bar., III, 11).
(260) S. BERN., in Cani., Serm. 83, 1.
(261) Mem. Biogr., XV, 183.
(262) Sac. G. Bosco, Domenico Savio, c. VIII,
(263) Mem. Biogr., IX, 295. •
(264) Sac. G. Bosco, Domenico Savio, c. XI.
(265) Loc., X, 30-7.
(266) Omnis quippe homo est omasi homini proximus: nec olla cogitanda est longinquitas generis, nbi est natura coni
munis (S. AGOST., in Ps., 118, 2). •
(267) S. Aeosr., De discipl. Christ., III, 2.
(268) S. 1.,%0DIE M., De ieiun., Serm. 11.
(269) 25 2", a. 44, a. 7.
(270) S. AGOST., in Tom, tr. 65.
(271) 25 2", a. 25, a. 6.
(272) Cfr. Rom., V, 8-9.
(273) Diligite inimicos vesiros, benefacite his qui oderunt vos, et orate pro persequentibus, et calumniantibus vos (M.A,Tru.,
V, 44).
(274) S. BERN., De Divers., Serro, 10, 2-3.
(275) S. AGOST., De doctr. Christ., I, 25, n. 28.
(276) Multi unum corpus sumus in Christo, singoli autem alter alterius membra (Bora., XII, 5).
(277) ORIGENE, in Cani., hom. 3.
(278) S. _MOS T., De ara. hora, in hom.,. Serm. 385.
(279) P 2", a. 25.
(280) S. BERN., in Cant., Serm. 50, 5.
(281) S. BERN., in Cani., Serm. 50, 8.
(282) la 2", q. 29, a. 4.
550

(283) Dilectionem nonnini´ a nobismetipsig incipere• posse (S. ACOST., Confess., XIII, 9).
(284) S. AGOST., De mar. Eccl., c. 26.
(285) 2a 2", q. 25, a. 4, 5.
(286) Cfr. Rom., XII, 1; VI, 13.
(287) Semper mortificatIonem Iesu in corpore nostra eir¬cumferentes, ut et vita Iesu manifestetur iu corporibus no¬stris (I Cor., IV, 10).
(288) 1´ 2", q. 29, a. 4.
(289) la 2", q. 77, a. 4.
(290) S. AGOST., Serra., 96.
(291) Qui amat animarli suam, perdet earn; et qui odit animam suam in boe mando, in vitam aeternam custodit eam (Ioari., XII, 25).
(292) S. AcosT., in Ioan., tr. 51.
(293) _Vent. Biogr., II, 96.
(294) Mem. Biogr., XII, 143.
(295) Mem_ Biogr., VI, 933.
(296) 25 2", q. 44, a. 7.
(297) Quod agis tecum, id agendum cum proximo est, ut ipse etìam perfecto amore diligat Deum, non enim diligis taxa¬qu2m teipsum, si non id bonum, ad quod ipse tendis, addi¬cere satagis (S. Acosz., De mar. Ecci., e. 26).
(298) Est amicus solo nomine amicus (Eccli, XXXVII, i).
(299) S. AGOST., in loan., tr. 8.

(300) Cfr. I Cor., IX, 22.
(301) Ps., 77, 39.
(302) Qui cibi nequara est, cui alii bonus erit? XIV, 5). S. BERN., De Consider., I, 5, n. 6.
(303) Mem, Biogr., XI, 118.
(304) Mem. Biogr., XVII, 462.
(305) Mern. Biog,r., X, 441.
(306) Mem. Biogr., III, 620.
531

(307) Mero. Biogr., IX, 736.
(308) S. Giov. Dmusc., De orth. fid., II, 14.
(309) Ps., 36, 1-2.
(310) 2a 2", q. 36, a. 1.
(311) Cfr. Sap., II, 24.
(312) Putredo ossiuro invidia (Prov., XIV, 30).
(313) Radix est malorum omnium, fons cIaclium, semina-Anna delintorum, materia cuiparum (S. CIPRIANO, De zel. et
(314) BOSSUET, Serm. della Passione.
(315) Ecce mundus totus post cura abiit (I0A.N., XII, 19).
(316) Cfr. Phil., I, U.
(317) Qnis trilmat ut omnis populus prophetet, et det eis Dominus spìritum suum? (Num., XI, 29).
(318) Cfr. Gal., V, 21. Cfr. 22 222, q. 36, a. 3.
(319) Indignatur enim in Deum ob praeclara dona homi¬ni concessa. Quando Deo nocere non valuit, ipsum insirliis pe¬tit hominem (S. BASILIO, De invid., hom. 11).
(320) S. GIOV. CRISOST., in II Cor., hom. 27.
(321) Quot sunt prosperitates hominum, tot tormenta stmt Invidorum (S. PIER CRISOLOGO, Serra., 172).
(322) S. BEna., in Cant., Serra. 49, 7. •
(323) Bonos imitare, si sectari potes: si autem eos non sectari potes, collaetare certe, et gratulare me]ioribus; fac te il1is adunata dilectione participem, fac te consortio charitatis et fraternitatis vinculo cohaeredem (S. CianuNo, De zel. et liv.).
(324) « Pensar bene di tutti - Parlar bene di tutti
Fare del bene a tutti » fu la Strenna. del 1933, commentata negli Atti del Cap. Sup. del 24 marzo 1933 (A. XIV, N. 61 bis). Nei capitoli immediatamente seguenti viene utilizzato detto Commento, le cui citazioni patristiche in massima parte furono desunte dal « Thesaurus sententiarum SS. Patri.= et
532


Doctorum contra amaritudinem cordis, oris et iudicii » dei Card. Vives (Fr. I. C. Card. Vivas O. IVI. Cap., Lectiones SS. Patrurn contra Murntaratores, Ed. Altera, Romae, 1910). L´Em.mo A. però, nel suo « Thesaurus », cita i Padri e ne riproduce i testi senza indicarne le fonti.
(325) S. TOMM_ASO, in I rior:, IV, 1. 1.
(326) Tu autem quid iudicas fratrem tuum? (Roin., XIV, 10).
(327) Qui autem iudicat me, Dominus est • (I Cor., IV, 4). Ipse est qui constitutus est a Deo iudet vivoram et mar
norma (Acz., X, 42).
(328) Non enim misit Deus Filium suum in mundarn, ut indicet mundum, sed ut g´alvetur mundus per ipsum III, 17).
(329) Propter quod inexcusabilis es, o homo omnis qui
iudicas; in quo iudicas alterum, teipsum condemnas:
eadem enim agis quae iudicas (Rom., II, 1).
(330) Nolite indicare, et non iudicabimini; nolite con¬demnare, et non condemnabimini (Luc., VI, 37).
(331). Quod si nosmetipsos dilidicaremus, non utique
in
dicaremuur (I Cor., XI, 31).
(332) S. FRANE. DI SALES, Filotea, 1. III, c. 28.
(333) Et si indico ego, iudicium meum verum est (Ioaihr.. VIII, 16).
(334) hist= iudicium indicate (Ioarr., VII, 24).
(335) Cfr.. Ani., V, 7.
(336) 5. EnArzc. ai SALES, Fìlotea, 1. III, e. 28.
(337) Etiamsi perperam actum quid deprehendas, nec sic
indices proximum, magis autem excusa. Excusa intentionem, si opus non potes: puta ignorantiam, puta subreptionem, puta casum (5. BERN.. in Cant., Serra. 40, 5).
(338) Mons. G. P. Cessus, Lo spirito di S. Frane. di Sales, XII, 7. 533

(339) Non ergo arnplius invicem iudicemus (Rom., XIV, 13).
(340) Cfr. MArru., VII, 3.
(341) Nemo te condamaavit?... Nec ego te condemnabo
(IoAD.i., VIII, 10.11).
(342) De corde enim exeunt- cogitationes malae (MATTE., XV, 19).
(343):Quomodo potestfs bona loqui, cuti sitis mali? Ex abundantia enim cordis os loquitur (MATTE., XII, 34).
(344) Cfr. Prov., XII, 18; XV, 4; X, 20.
(345) Cfr. Ps., 139, 4; 56, 5; fac., III, 5F6.
(346) Cfr. /cm., III, 7-8.
(347) Homo sapiens tacebit • usque ad tempus (Eccli., XX, 7). Sit autem omnis homo velox ad audiendum, tardus ad loquendum (iac., I, 19). Ne temere quid loquaris (Eccle.,
V, 1). Sint pauei sermones tui (Eccle., V, 1). Stultus quoque, si taeuerit, sapiens reputabitur, et si compresserit labia sua, intelligens (Prov., XVII, 28).
(.548) Tempus tacendi, et tempus Ioquendi (Ecclesiaste, III, 7)´.
(349) In multiloquio non deerit peccati= (Prov., X, 19). Labia •insipientis praecipitabunt eum (Eccle., X, 12).
(350) Zizania in medio tritiei (M.krTE., XIII, 25). _ (351) Omne verhum oilosum, quod bacati fuerint homines, reddent rationem de eo in die iudicii (MATiu., XII, 36).
(352) Usquequo detrahet mihi populus irte? (Numeri, XIV., 11).
(353) Filii matris meae pugnaverunt contra me (Cant.,
5)- . -•
(354) S. BERIV., Ad quid venisti?, e. 18.
(355) Mem, Biogr., IX, 98.
(356) Mem. Biogr., VI, 1005.
(357) Mem. Biogr., VI, 1006.
334

(358) Ventun aquilo dissipat pluvia.s, et facies trlítis lin¬guam detrahentem (Prov., XXV, 23). Per tristitiam vultus cor¬rigitus animus deIincluentis (Eccle., VII, 4).
(359) Amici fideli .nulla est comparatio, et non est digna ponderatio aeri et argenti contra bonitatem fidei inius (Eccli., VI. 15).
(360) 2a 2", q. 74, a. 2.
(361) Mem. Biogr., XVII, 267.
(362) Susurro et bilinguis maledictus (Eccli., XXVIII, 15).
(363) Cfr. Eccli., XX, 20.
(364) Neque murmuraveritis, sicut guidarci_ eorum murmu-raverunt, et perierunt al) exterminatore. Haec autem omnia in figura contingebs.nt ìllis; scripta sunt autem ad correptio¬nem nostram (I Cor., X, 10-11).
(365) Charitas vero aedifscat (I Cor., VIII, 1).
(366) Ps., 113, 9.
(367) Mem. Biogr., VI, 998. •
(368) Mem. Biogr., VIII, 869.
(369) Mem. Biogr., X, 1019.
(370) Mem. Biogr-, XI, 169.
(371) Mem. Biogr., XVII, 267.
(372) Mem. Biogr., XII, 468.
(373) Mem. Biogr., XII, 478.

(374) Mem. Biogr., XII, 44 e 49.
(375) Si quis loquitur, quasi sermones • Dei (I Petr., IV, 11).
(376) Coram Deo in Christo lotruimur; omnia autem, charissimi, propter aedificationem vestram (II Cor., XII, 19).
(377) Qui est de terra, de terra est, et de terra loquitur III, 31).
(378) Verba ous.e ego loquor vobis, a meipso non lo
´ 535

quor. Pater autem in me manens, ipse facit opera (Iolt-N., XIV, 10).
(379) Cfr. Ps., 44, 2; Eccli., XXXVII, 20; Ps., 32, 4.
(380) Cfr. Rom., X, 8: Eccli., V„12; Tob., I, 15; Eccli., VI, 5; Tit., II, 8.
(381) Verba quae ego locrdus sum vobis, spiritus et vita sunt (Ioni., VI, 64).
(382) Cfr. Eccli., XIX. 10.
(383) Mem. Biogr., VIII, 593.
(384) Mem. Blog,r., XVI, 290-1. •
· ´
(385) Mem. l3logr., XIII, 265.
(386) Mem. Biogr., III, 488-9.
(387) Cfr. MATTH., XII, 25; XXIV, 15.
(388) Cfr. 1.1 Tim., II, 14.
(389) homo sapiens tacebit usque ad tempus (Becit., XX, 7).
(390) Ps., 140, 3.
(391) Verhum dulce multiplicat amicos et mitigat (Eccli., VI, 5).
(392) Cfr, MATTH., V, 4,
(393) Qui prius respondet quam audiat, stultum se esse deraonstrat et confusione dignum (Prov., XVIII, 13).
(394) Si quis loquitur, quasi sermones Dei (I Petr., IV, 11).
(395) In ipso enim vivirnus, et movemur, et sumus (Act., XVII, 28). Vos enim estis templum Dei vivi (// Cor., VI, 16).
(396) Quae coepit Iesus facere et lacere (Act., 1, 1). Pertransiit benefaciendo (Act., X, 38).
(397) Dei enim sumus adiutores (I Cor„ 11I, 9).
(398) Ecce enim ego• creo caelos novos et terram no
vam LXV, 17).
536

(399) Si qua ergo in Christo nova creatura, vetera tran
sierunt: ecce (acta sunt omnia nova Cor., V, 17).
(400) Filiali mei (Gai., IV, 19). •
(401) Ero tecum (Ios.; I, 5).
(402) Sed quae stulta sunt mundi elegit Deus; ut . con- • fundat sapientes; et infirma mundi elegit Deus, ut éonftmdat fortia. Et ignobilia mundi, et contemptibilia elegit Deus, et ea quae non sunt, ut ea quae sunt destrueret; nt non glo¬rietur omnis caro in conspectu eius (I Cor., I, 27-9).
(403) Ps., 129, 8.
(404) Ut operaretur et custocliret illum (Gen., II, 15)_
(405) Instaurare omnia in Christo (Eph., I, 10).
(406) Abundantius illis omnibus lahoravi Cor., XV,
10). In quo laboro usque ad vincula (II Tim„, il, 9).
(407) Mem. ifiogr., IV, 212; XVII, 273.
(408) Andivimus enim inter vos quosdam ambulare in¬quiete, nihil operantea, sed curiose agentes (II Thess., III, 11).
(409) Bonum autem facientes, non deficiamui (Gai., VI, 9).
(410) Hilarem cialda datorem diligit Deus (il Coi-, IX, 7).
. (411) Si enim.diligitis eos qui vos diligunt, quam merce¬dem habebitis? nonne et publicani hoc facinnt? Et si saluta. veritis frafres vestros tantum, quid amplius facitis? nonne et ethnici hoc faciunt? (MATTM, V, 46-7).
(412) Cfr. Ronz., XII, 21.
(413) Amen dico vobis, quamdiu fecistis uni ex bis fra¬tribus mais minimis, mihi feeistis (MAIm., XXV, 40).
(414) Despectum, et novissimum virorum, virtus, dolorum, et scientem infirmitatem; et quaSi absconditus vultus eius et despectus (/s., LEI, 3).
(415) S. To2mAso, Ad Annib., in :3 d., 29, a. 3.
(416) Filiali mei, non diligamus verbo, neque lingua, sed onere et veritate (1 ken., III, 18).
53´

(417) Ubi autem verba sunt plurima, ibi frequente ege¬stas (Prov., XIV, 23).
(418) S. AGOST., in I ken., tr. 6.
(419) Misericordia est alienae miseriae in nostro corde compassio, qua utique, si posstunus, subvenire compellimur (S. AGOST., De civ. Dei, IX, 5).
(420) Sed inter virtutes quae ad proximum pertinent, po¬tissima est misericordia (2´ 222, q. 30, a. 4).
(421) Estate ergo misericordes, sicut et Pater verter mi¬sericors est (Lue., VI, 36).
(422) Deus autem, qui dives est in misericordia (Eph., Il, 4).
(423) Pater misericordiarum (H Con, 1, 3).
(424) Venite benedirti Patris mei, possidete paratum vo¬bis regnum a constitutione mundi: esurivi enim, et dedistis mini manducare: sitivi, et declistis mini bibere: hospes eram, et collegistis me: nudus, et cooperuistis me: infirmus, et vi¬sitastis me: in carcere eram, eL ve:119.gs ad inc (MATTH.,
XXV, 34-6).
(425) Quid molesti estis huic mulieri? opus enim bonum operata est in me: nam semper panperes habetis vobiscum: me autem non semper habetis. Mittens enim haec ungnentum, hoc in corpus mem:a, ad sepeliendum me fecit. Amen dico vobis, nbicumque praedicatum fuerit hoc evangelium in toto mundo, dicetur et quod haec fecit in memmiam eius (MATTA.,
XXVI, 10-3). Cfr. 2´ 222, q. 32, a. 2.
(426) Alter alterius onera portate, et sic adimplebitis le-geni Christi (Gai., VI, 2).
(427) Facere misericordiam et IudIriuM magis-placet Do¬mino quarti victimae (Prov., XXI, 3).
(428) Euntes autem discite quid est: Misericordiam volo, et non sacri_ficiam (MArra., IX, 13).. Cfr. 0.s..; VI, 6.
(429) Beneficentiae autem et communionis nolite Oblivi
558

sci; talibus enim hostiis promeretur Deus (Hebr., XIII, 15).
(430) Qui pronus est ad misericordiam benedicetur (Prov.,- XXII, 9).
(431) S. TommAsO, in Ev. Dorn. IV post Pent.
(432) Iuclicium enim sine misericordia ilIi qui non fecit misericordiam (Inc., II, 13).
(433) S. AcOsT., in Ps., 102.
(434) 2´ 2", q. 32, a. 1.
_ (435) Qui habuerit substantiam huius mundi, et viderit fratrem suum necessitatem habere, et clauserit viscera sua
ab eo, quomodo charitas Dei manet itt eo? loan., III, 17).
(436) S. AGOST., Enchirid. e. 72, n. 19_
(437) Men. Biogr., XV, 518.
(438) Mem. Biogr., XV, 158.
(439) Mem. Biogr., XVII, 70.
(440) Mem. Biogr., XVIII, 482.
(441) Mem. Biogr., XIV, 546.
(442) Mem. Biogr., XV, 525.
(443) Filioli mei, non diligamus verba, neque lingua, sed opere et ventate (I boati., III, 18) . (44.4) 28 2", q. 32, a. 5.
(445) Fili, eleemosynam pauperis ne clefraudes, et oenlos tuos ne transverms a panpere (Erebi., IV, 1).
(446) Beneficentiae autem et communionis nolite oblivisci; talibus enim hostiis promeretur Deus (Hebr.; XIII, 16).
(447) S. AMBROGIO, De off. eccl., I, 31; De .TVaboth.
(448) Boum:41.1.01a, Quaresima., Serba, dell´Elemos.
(449) Haec est vox pietatis, excusatio iniquitatis (S. A¬GOST., in Ps., 38, 11),
(450) S. AGOST., Serra., 306_
·(451) Mem. Biogr., XV, 169.
(452) Omni autem petenti te,. tribue (Luc. VI, 30)..
(453) Cfr. Phil., I, 8.
539

(454) Si esurierit inimicus tuus, ciba ilium: si sitierit, da ei aquam bibere (Prov., XXV, 21).
(455) Cfr. II Tess., III, 15.
(456) In praesenti tempore vestra abundantia iiiorum ino
piam suppleat Cor., VIII, 14).
(457) Mem. Biogr., XIV, 258.
(458) Mem. Biogr., XV, 602.
(459) Mem. Biogr., XV, 648.
(460) M€711. Biogr., XVIII, 306.
(461) Te autem faciente eleemosynam, nesciat sinistra ´tua . quid laciat dextera tua, ut sit eleemosyna tua in abscondito; et Pater tuus, qui videt in abscondito, reddet tibi (MATra., VI, 3-4).
(462) Et si distribuero in cibos pauperurn omnes faculta¬tes ineas.„. charitatem autem non habuero, nihil mihi prodest
(I Cor., XIII, 3).
(463) Fili, in bonis non des querelam, et in cenni dato non des tristitiam verbi mali (Eccli., XVIII, 15).
(464) Ne dieas antico tuo: Vada, et revertere, cras dabo tibi; cum statini nossis dare (Prov., III, 28).
(465) Ignoras enim quid sequens pariet dies (S. BASI.., in Ditesc. Aver., boro. 6).
(466) Cum ergo facis eleemosynam, noli tuba casere acute te, sicut hypocritae faciunt in synagogis et in vicis, ut hono¬rificentnr ab hominibus. Amen dico vobis, receperunt merce clem suam (MATTE-, VI, 2).
(467) Mem. Biogr., XIII. 126.
(468) Mem. Biogr., XII, 305.
(469) Mem. Biogr., XVII, 225.
(470) Mem. Biogr., XV, 442.
(471) Luc., VI, .38.
(472) Cfr_ .1113.-fm., ´XIX, 29.
(473) Iac., Y. 1.
540

(474) Tob., XII, .9.
(475) Iac., II, 13.
(476) Mem. Biogr., XV, 791.
(477) Ab infantia mea crevit mecum miseratio (lob, XXXI, 18).
(478) Mem. Biogr., I, 149-58.
(479) Ego praecipio tibi, ut aperias manum fratri tuo egeno et pauperi, qui tecum versatur in terra (Deut., XV, 11).
(480) Mem. Biogr., IV, 414-5.
(481) Mem. Biogr., IV, 416.
(482) Mem. Biogr., IX, 42.
(483) Mem. Biogr., IV, 335.
(484) Mem. Biogr., V, 191.
(485) Mem. Biogr., XVII, 500.
(486) Mem.. Biogr., 1V, 335.
(487) Mem. Biogr., XVIII, 269.
(488) Mem. Biogr., IX, 316.
(489) Si potes dare, da: si non potes, affabilem te prae¬sta. Coronat Deus intus voluntatem, obi non invenit facultatem (S. AGOST., in Ps., 103, 19).
(490) Cfr. /a., LVIII, 7.
(491) Et quicumque potum dederit uni ex minimis istis ´ca-licem. i aquae frigidae tantum in nomine discipuli: amen dico vobis, non perdet mercedem sua.m (MATTE, X, 42).
(492) Cfr. Rorn., XII, 13.
(493) Mem, Biogr., XIII, 268. •
(494) Mem. Biogr., II, 261. " (495) Mem. Biogr., XIII, 274. (a96) Mem. Biogr., V, 87 seg.
(497) Mem. Biogr., V, 17.
(498) Mem. Biogr., VII, 121-2.
(499) Mem. Biogr., X, 1017.
(500) S. ERANO. m SALES, Lett., IV, 95.
541

(501) S. FRA. C. DI SALES, T eotirno,. 1. IX, c. 10.
(502) S. FaAive. SALES, Filotea, c. 3.
(503) LEmorNE-AmAnEr, Vita di S. Giovanni Bosco, p. ´t´,
c, 7 (voi. II, p. 293 seg., Ed. 1935).
(504) Mem. Biogr., Il, 175 seg.
(505) Mem. Biogr., VI, 531.
(506) Mem. Biogr., II, 257.
(507) Quando orabas cum lacrymis, et sepeliebas mor¬tuos, et dereLinquebas prandium tuum, et mortuos absconde¬bas per diem in domo tua, et notte sepeliebas eos, ego obtuli orationem tuam Domino (Tob., XII, 12).
(508) S. AGOST., De cura gerenti. ad mort., I, 3.
(509) Mem. Biogr., XII, 211.
(510) Fili, in mortuum produr lacryroas... et sectuadura iudicium contege corpus illius, et non despicias sepulturain
il
lius. Grafia dati in conspectu omnes viventis, et mm-tuo non
prohibeas gratiam (Eccli., XXXVIII, 16; VII, 37).
· (511) S. AC0sT., De vita eremit., e. 46.
(512) Consilium semper a sapiente perquire (Tob., IV, 19).
(513) Qua.mobrem, reti, consilium melma plaeeat tibi; et peccata tua eleemosynis redime (Dan., IV, 24).
(514) Mem. Biogr., VII, 22.
(515) Mem. Biogr., VI, 105,9.
(516) Act., V, 34 seq.
(517) Multi, pacifici sint tibi; et consiliarius sit tibi unus de mille (Fedi., VI, 6).
(518) Subiacete eis; ipsi enim pervigilant, quasi rationem pro animabus vestris reddituri (Ilebr., XIII, 17).
(519) Mem. Biogr., XI, 300.
(520) Qui vos audit, me audit (Lue., X, 16).
(521) Mem. Biogr., XII, 148.
(522) Mem. Biogr., II, 395.
.5,19

(523) Regolamento per le Case dello P. S. di S. Frane. di Sales, p. I, e. IV, a. 58 (Ed. 1920, p. 17).. Cfr. Mem. Biogr., X, 1021 e 1094.
(524) Mali,. Biogr., III, 607.
(525) Mem. Biogr., XVII, 267.
(526) Mem. Biogr., VI, 70.
(527) Mem. Biogr., X, 1018-9.
(528) Mem. Biogr., II, 261-2,
(529) Mem. Biogr., VI, 319.
(530) Cfr. Tit., H, 12.
(531) Mons. GAY, Le virtù cristiane, III,- 2.
(532) Euntes ergo docete omnes gentes... docentes eos serva-re omnia quaecuntque mandavi vobis (MATTH., MCVIII, 19-20).
(533) S. GIOV, ICIUSCIST, in _Toon., hom. 18.
(534) Domine, ad quem ibimus? verba vitae aeternae ha-bes (Ios_Tv., VI, 69).
(535) Semen est verbuin Dei (Lue., VIII, 11).
(536) Mem. Biogr., VII, 53.
(537) Mem. Biogr., VII, 687.
(538) 22 2", q. 33, a. 1.
(539) S. AcoST., De amore hom. in hom., Semi. 385.
(540) S. AGOST., in iogin., tr. VI, U
(541) Si autem peccaverit in te Irater tuus, vade, et con ripe eum inter te et ipsum soluna (MATTH., XVIII, 15).
(542) Loquimini veritatem unusquisque cum proximo suo, quoniam sumus invicem membra (Eph., IV, 25).
(543) Cir. lac., V, 19.
(544) Fratres, et si praeoccupatus fnerit uomo in aliquo delitto, vos qui spirituales estis, huiusmodi instruite in spiri-tu lenitatis (Gai., VI, 1).
(545) Mem. Biogr., I, 263.
(546) Mem. Biogr., I, 340.
(547) Mem. Biogr., V, 487.
543


(518) San. C-. Bosco, Domenico Strio, c. XIX.
(549) Mem. Biogr., VIII, 976. •
(550) 22 28e, a. 33, a. 4.
(551) Seniorem ne increpaveris, sed obsecra ut patrem
(I Tim., V, 1).
(552) S. AcesT., in Ep.. ad Gai., 57.
(553) Mem. Biogr., III, 104. • • .
(554) Cfr. I Cor., I, 4 seq.
(555) Mem. Biogr., VII, 672.
(556) Sermo opportunas est optimus. - Mala aurea in. lectis argenteis, qui loquitur verbum in tempore suo (Pron„ XV, 23 XXV, 11).
(557) Mem. Biogr., VII, 508.•
(558) Quia audisti vocem uxoris tuae, et comedisti de
li¬gno, ex quo praeceperam tibi ne comederes, maledieta terra in opere tuo; in laboribus comedes ex ea cunctis diebus tuae. Spinas et tribulos germinabit tibi (Gen., III, 17-8)..
(559) Mem. Biogr., VII, 26.
(560) Mem. Biogr., VIII, 444. (56]) Mem. Biogr., VIII, 617.
(562) Mem. •Biogr., XIV, 147.
(563) Si bona suscepimus de manu Dei, mela quare non suscipiamus? (106, II; 10).
(564) 5. FRANE. ni SALES, Teotimo, 1. IX, e. 2_
(565) S. • FICSIVC. DI SALES, Lett., 20.
(566) S. FRANE. DI SALES, Lett., 15.
(567) S. FRANE. DI SALES, Lett., 52..
(568) S. Fa c. DI SALES, Lett, 80.
(569) Mem. Biogr., VII, 485.
(570) Quae est Derfectio charitatis? Est inimicos .diligere, et ad hoe diligere, ut sint fratres (S. AGOST., in I 1oun., tr. 1, 9).
(571) Si enim diligitis eos qui vos diligunt, quam met.ce,
544


dem habebitis? nonne et publicani hoc faciunt (MATTE.,
V, 46). •
(572) NIoNsAisaÉ, Piccol. Quaresim., 1902, Dom. delle Palme.
(573) Audistis quia dictum est: Diliger proximum tram, et odio habebis Lnimicum tuum. Ego autem dico vobis: Dili-gite inimicos vestros, benefacite bis qui oderunt vos, et orale pro persequentibus, et ealumniantibus vos (MATTI., T, 434).
(574) Sol ´non occidat super iracundiam vestram (EA., IV, 26).
· (575) S. Giov, CRISQST., in I Cor,, hom. 26.
(576) Mem. Biogr., VI, 363.
(577) Mem. Biogr., VI, 393.
(578) Mem. Biogr., XVII, 271,
(579) Mem. Biogr., VI, 693.
(580) Mem. Biogr., VI, 694.
(581) Mem. Biogr., VI, 693.
(582) Mem. Biogr., VI, 691.
(583) Si ergo offers munus tuum ad altare, et ibi recor¬datus fueris quia frater tuus habet aliquid adversum te, relin¬que ibi munus tuum ante altare, et vade prius reconciliari fra¬tri tuo, et tane venienti oileres 12:11.11111S tuum (MATTEL, V, 234).
- (584) -Multa sunt genera miserationum, quae eum faei
mus, adiuvamur ut dimittantur nobis nostra peccata; sed ea nihil est maius, qua ex corde dimittimus quae quisque pec
cavit (S. AGOST., De Temp., Serm. 203). •
· (585) Si enim dimiseritis hominibus peccata eorum, di¬mittet et vobis Pater vester caelestis denota vestra. Si autem non dimiseritis hominibus, nec Pater verter dimittet vobis pec¬cata vestra (MATTR., VI, 14-5).
(586) Sic ct Pater meus caelestis facies vobis, si non re-miseritis unusquiscrue frat=i suo de cordibus vestris ´(MATTIL, XVIII, 35).
545

(587) S. AGOST., in Quaclrag, Serm. 29.
(588) Mem. Biogr., VII, 831.
(589) S. AGOST., in Ps., 85, 7-11.
(590) S. (iov. CRisosT., in Ep. dd Eph., hom. 15.
(591) Mem. Biogr., XVII, 628.
(592) Mem,. Biogr., VII, 27.
(593) S. FRANO. DI SALE; Tratten., XII.
(594) MoM. Biogr., XII, 107.
(595) Orate pro invicena ut saivemini; multum enim valer deprecatio insti assidua (The., V, 16).
(596) Obsecro ergo vos, fratres, per Dominuto nostro= Iesum Christum, et per charitatem Sancti Spiritus, ut acliuve¬tis me in orationibus vestris pro me ad Deum (Rom., XV, 30). .
(597) Testis enim mihi est Deus, cui servio in spirito meo in evangelio Fitti eius, quod sine intermissione memoriam ve¬ste facio semper in orationibus meis (Rom„, I, 9-10).
(598) Adiuvantilus et vobis in oratione pro nobis (II Cor. 1, 11)."- Scio enim quia hoc mihi proveniet ad salutem, per vestram orationem (Phil.. I, 19).
(599) Cfr. Eph., I, 16; i Thess., I, 2; Col., IV, 12.
(600) Obsecro igitur primum omnium fieri obsecrationes, orationes, postùiationes, gratiarum actiones, pro omnibus
hb-minibus Hoc enim bonum est, et acceptum corani salvatore nostro Deo, qui omnes homines vult salvos fieri, et ad agnitio¬nem veritatis venire (I Tim., TI, 1, 3).
(601) Deus, qui unanimes facit habita,re io: domo, non admittit in divinam et aeternam domum, nisi apud quos est unanimis oratio (S. CIPRIANO, De Orat.
(602) Mem. Biogr., VII, 88.
(603) Meni. Biogr., I, 515.
(604) IOAN., III, 21.
(605) Mem. Biogr., VII, 48.
(606) Phil., III, 8.
546

(607) Mem. Biogr., XII, 629-30.
(608) Zelus, quocumque modo sumatur, ex intensione amo¬ris provenit (la 22´, q. 28, a. 4).
(609) S. FRAME. D/ SALES, Teotirno, 1. X, e. 11.
(610) S. FRANe. DI SALES, Teotimo, 1. X, e. 13.
(611) S. AGOST., De vita christ., 179, 80.
(612) Nani et qui certat in agone, non coronatur nisi le¬gitime certaverit (II Tini-, II, 5).
(613) Mem. Biogr., X, .1071.
(614) Mem. Biogr., XII, 459.
(615) Mem. Biogr., XII, 82-3.
(616) Cfr. S. BERN., in Cani., Serm. 49, 5. •
(617) S. Fame. DI SALES, Teotimo, 1. X, e. 16.
(618) Mem, Biogr., VIII, 442.3.
(619) Charissimi, nolite peregrinari in fervore, qui ad .ten• taiionem vobis fit, quasi novi aliquid vobis contingat; sed com.
municantes Christi passionibus gaudete, ut et revelatione
gloriae eius gaudeatis exsultantes. Si exprobraroMi in nomine Christi, beati eritis; quoniam quod est honoris, gloriae, et vir¬tutis Dei, et qui est eius Spiritus, super voi requiescit (i Petr., IV, 12-4).
(620) Mem. Biogr., XII, 119.
(621) Mem. Biogr., VII, 457.
(622) Mem. Biogr., VII, 319.
(623) Mem. Biogr., VI, 671.
(624) Qui non zelat, non amat (S. AGOST., in Ps., 118).
(625) Nibil aliud est Domino cuiae, praeterquam hoc SO¬IRM optgs, ut homo saivus fiat (S. CLEMENTE ALESS., Admon. ad Geni.).
(626) Nom.en pastoris non ad requiem, sed ad laborem su-scepisse, cognascite. Exlgibegrarus ergo in opere, quod asse¬gownur in nomine (5. GRE,G. M., I. IV, ep. 5).
(627) Cfr. I Cor., IX, 19-22.
347

(628) Semper soIlicitus pro vobis in orationibus... Habét multum laborem pro vobis, et pro iis qui sunt Laodiciae, et qui Ilierapoli (Coi., IV, 12, 13).
(629) Propter opus Christi usque ad mortem accessit, tra¬dens animam suam (PI3i/., II, 30).
(630) Vide ministerium quod accepisti in • Domino, ut illud inipleas (Coi. IV, 17). (531) Cfr. Il Cor., V, 20.
(632) Mem. Biogr., XVII, 109.
(633) Mem. Biogr., VII, 504.
(634) Mem. Biogr., VI, 895,
(635) Mem_ Biogr., III, 165.
(636) Mem. Biogr.,´ III, 361.
· (637) Amor fortis et non molliens (S. GREG. M., Moral., 1. VII, e. 10).
(638) S. FRANC. ni SALES, Tratten., IV.
(639) Mem. Biogr., VI, 400.
(640) Atti del Cap. Sup., 24 ottobre 1929 (A. X, N. 50, pag. 303).
(641) Merri. Biogr., LX, 572-3. •
(642) S. Faanc. DI SALES, Tratten., IV.
(643) Mons. GAY, Le virtù cristiane, III, p. 266.
(644) Mem. Biogr., XII, 626.
(645) S. ACOST., in. loan., tr. XVII, 10.
(646) Cfr. R0771., VIII, 38-9_
(647) Eph., III, 14-9.
(648) Implete gaudium meum, ut idem sapiatis, eamdem charitatem habentes, unanimes, idipsum sentientes; nihil per contentiouem, neque per inanem gloriam, sed in hutnilitate superiores sibi invicem arbitrantes; non mine sunt singrli considerantes, sed ea quae allorum (Phil., TI, 2-4).
(649) Omnia vestra in charitate fiant (I Cor., XVI, 14).
(650) Charitas fraternitatis maneat in vobis (Hebr., XIII, 1) .
548

INDICE
La Carità
1. Introduzione . . . • • Pag
2. La prima delle passioni . . . 3
L´amore e ì suoi nomi . . . . . 9
4. La terza virtù teologale ..... . 5 13
5. Chi dobbiamo amare? 16
Carità verso Dio
6. Amore soprannaturale ...... » 25
7. Amicizia con Dio . . . . . » 30
8. Prerogative della divina carità . . , » 37
9. Eccellenza della divina carità . - » 47
10. Dio è infinitamente amabile » 56
§ L Dio è perfettissimo . . . » 57
§ 2. Dio ci ha creati » 61
§ 3. Dio ci ha redenti . . • . » 66
§ 4. Dio sarà il nostro eterno Amore . » 73
11. II comandamento della carità verso Dio . . » 30
12. La carità verso Dio non ha misura . . » 91
549

13. Amar Dio con tutto il cuore .pag. 97
§ 1. Amore di compiacenza . • • ´ • » 99
§ 2. Amore di benevolenza 5 104
14. Amar Dio con ttitta l´anima . . . . » 108
15. Amar Dio con tutte le forze » 115
16, Dobbiamo crescere nella divina carità . . -5 120
§ 1. Odio al peccato mortale . . » 126
§ 2. Guerra al peccato veniale . . » -129
§ 3. Fervore di affetto per Iddio . . . » 135
17. Mezzi per crescere nella carità » 189
§ 1. La parcila, di Dio » 141
§ 2. L´orazione » 146
§ 3. La pazienza . , . . » 154
12. Il santo abbandono´ • » 161
19. Un singolare esempio di abbandono in Dio . . : 168
20. L´estasi della divina carità - » 172
§ ,l. L´estasi corporale » 176
§ 2. L´estasi spirituale » 182
Carità verso il prossimi
21. Il contrassegno dei cristiano » 193
22. II precetto nuovo . . . . » 200´
23. Amare il prossimo in Dio . . 210
24. a Da mihi animas » . • • . • » 217
550

25 Carità universale . . jx,,g. 222
26. Carità ordinata » 228
27. Amare il prossimo come noi stessi . . 235
§ I. II vero amore a noi stessi . . » 236
§ 2. II vero amore del prossimo . . . » 243
§ 3. Non trascurare noi stessi . . a 248
28. II pericolo dell´invidia » 252
29. Pensar bene di tutti » 263
30. Parlar bene di tutti » 272
· § 1. La maldicenza a 280
§ 2. La mormorazione a 286
§ 3. Vigilanza sulle nostre parole - » 299
31. Far del bene a tutti » 312
32. Le opere di misericordia . . • » 321
33. L´elemosina 327
§ 1. Il -precetto dell´elemosina .• . i -335
§ 2. La pratica dell´elemosina . a´ 347
§ 3. I vantaggi dell´elemosina . » 352
34. Come Don Bosco seppe praticare l´elemosina a .358
35. Le opere di misericordia corporale » 359
§ 1. Dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire gl´ignudi; al
loggiare i pellegrini » 371
§ 2. Visitare gl´infermi » 376
§ 3. Visitare i carcerati » 386
§ 4_ Seppellirei morti . . » 390
551

36. Le opere di misericordia spirituale - . . pag. 394
· § 1. Consigliare i dubbiosi » 395
§ 2. Insegnare agli ignoranti ´ 406
§ 3. Ammonire i peccatori . 416
§ 4. Consolare gli afflitti » 425
§ 5. Perdonare le affese » 435
§ 6. Sopportare pazientemente le persone trio
. leste . ..... . 449.
§ 7. Pregar Dio per i vivi. e peri morti . » 461
37. Lo zelo » 469
§ 1. Zelo ordinato » 474
§ 2. Zelo discreto » 478
§ 3. Zelo fermo e costante . , . » 484
§ 4. Qual è il nostro zelo? . . . , » 489
38. Amore di preferenza pei giovani . . » 494
-39. Carità tra i confratelli • ´ »
40. Conclusione . • . . . » 51i
NOTE .... .. . . . . » SL

• •
· •
/inno di :stampare
tiell´ittitztto Salesiano per le Arti GreftehA
· •
Calle Don Socco, (Asti) - 15 _Gin,» ´1946