Ksiądz Bosko Zasoby

Lo spirito di Don Bosco nel cuore del Beato Don Rinaldi (Don Stefano Maggio-1990)

LO SPIRITO DI DON BOSCO
NEL CUORE
DEL BEATO DON RINALDI
Conferenze e scritti
a cura di Stefano Maggio
SOCIETÀ EDITRICE INTERNAZIONALE - TORINO

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Presentazione
Mi congratulo vivamente con chi ha avuto l´iniziativa di apprestare un´antologia degli scritti di Don Filippo Rinaldi, comprese alcune delle molte conferenze da lui tenute in diverse occasioni ai vari gruppi della Famiglia Salesiana.
Gli scritti sono stati scelti tra i più significativi, atti a lumeggiare la sua amabile figura e la ricchezza dell´eredità di Don Bosco. Colpisce la chiarezza, la famigliarità di stile, la serenità, e soprattutto la densità di saggezza profluente da una esperienza di Dio vissuta quotidianamente in umile e ininterrotta operosità.
Egli, dopo la responsabilità di Ispettore in Spagna, fu ai vertici di una Famiglia sempre più vasta, immerso in tanti affari fin nei capelli, con difficoltà quotidiane di uomini, di mezzi, di situazioni politiche. Eppure, quale imperturbabilità e pace, e quanta gioiosa intuizione!
Accanto a questa trasparenza e forza interiore, gli scritti rivestono, specialmente per noi Salesiani, un valore, possiamo ben dire, profetico.
Dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II e i tre grandi Capitoli generali (20°, 21°, 220), siamo entrati in un esigente e delicato clima di rinnovamento. Orbene, la conoscenza non superficiale della figura e del pensiero del terzo successore di Don Bosco (vissuto con lui in intima sintonia), costituisce una luce e un aiuto provvidenziale per tale impegno: ritroviamo in lui un maestro, una guida, un modello di identità, secondo il genuino spirito del Fondatore. La beatificazione aggiunge il suggello della Chiesa alla sua testimonianza.
Che dire poi, delle Figlie di Maria Ausiliatrice, dei Cooperatori, degli Ex-Allievi e delle Volontarie di Don Bosco, a cui Don Rinaldi rivolse cure e orientamenti particolarmente affettuosi e antiveggenti: anche per loro i suoi scritti saranno fonte di ispirazione e di approfondimento.
Per tutti la lettura attenta di queste pagine costituirà, ne sono certo, una valida spinta a voler allargare e approfondire la conoscenza della

I motivi di un titolo
Il presente lavoro, come quelli del genere, è il frutto di tre distinte operazioni. La prima è rivolta a reperire e fare un attento spoglio del materiale a disposizione, che per Don Rinaldi è costituito da scritti vari d´indole formativa, da conferenze tenute ai vari gruppi della Famiglia Salesiana di contenuto assai differenziato, e infine dal copioso Epistolario.
Questa prima operazione, com´è facile intuire, è stata di tutte la più lunga e la più laboriosa; ma nel corso di essa cominciava già a delinearsi la seconda, che consiste nel selezionare l´abbondante materiale ritrovato e sottoposto &l´attenta lettura, in base ad un criterio di fondo, che prendeva man mano luce e contorni dallo scopo che si è inteso dare all´intero lavoro.
Esso è di natura essenzialmente storica, trattandosi di ricostruire, at-traverso i suoi stessi scritti e documenti, la figura davvero poliedrica di Colui che ha realizzato in sé caratteristiche proprie e singolari, di spiccato rilievo per la storia della Congregazione e dell´intera Famiglia Salesiana, così sintetizzate e ben definite da Don Eugenio Valentini:
«Il Servo di Dio Don Filippo Rinaldi (1856-1931), terzo successore di Don Bosco nel governo della Società Salesiana, figura di primo piano nel campo dell´agiografia e della spiritualità, figura-ponte tra la prima e la seconda generazione dei Salesiani, ultimo Rettor Maggiore che abbia avuto con Don Bosco dimestichezza di vita e di pensiero, fu una personalità umile e possente, che del Padre seppe ritrarre la paternità e la santità in modo veramente mirabile» (Don Rinaldi Maestro di Pedagogia e di Spiritualità salesiana, p. 3).
Secondo questo criterio, che non può prescindere dall´elemento cro-nologico, anche se necessariamente relativo, è andata maturando infine la terza operazione: la distribuzione, cioè, dell´intero materiale, raccolto e selezionato, in gruppi di una certa omogeneità quanto a forma e a contenuto.

Troveranno pertanto posto qui documenti di natura diversa, secondo un ordine che terrà conto sia della cronologia sostanziale, come della specifica natura dei medesimi.
Eccone l´elenco:
1° Conferenze alle «Figlie di Maria» dell´Oratorio delle Figlie di Ma-ria Ausiliatrice di Torino-Valdocco (tra novembre 1903 e novembre 1911).
2° Lezioni di Pedagogia salesiana ai chierici studenti di Teologia di Foglizzo (1906-1914), di cui ci offre una ricca e scelta antologia il già citato Don Eugenio Valentini.
3° Conferenze alle «Zelatrici di Maria Ausiliatrice», le future «Volontarie» (maggio 1917-marzo 1922).
4° Conferenze alle «Figlie di Maria Ausiliatrice» (1905-1931).
5° Strenne annuali all´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice (1923-1931).
6° Lettere circolari del Rettor Maggiore ai Soci Salesiani (Atti del Capitolo Superiore, 1922-1931).
7° Epistolario: una larga scelta di lettere indirizzate a diverse catego-rie di persone.
8° Don Filippo Rinaldi, Maestro di Santità salesiana (dall´Epistolario). Di ognuno di questi gruppi si offrirà a suo luogo una sobria illustrazione a modo di prefazione d´indole storica e di contenuto.
Si fa ora cenno di qualche altro criterio seguito nella compilazione di questa antologia storico-biografica.
Anzitutto viene scartato, in linea di massima, tutto ciò che aveva ca-rattere occasionale, per privilegiare invece quello destinato per natura sua a sopravvivere. E anche in questo campo, fu data la preferenza a ciò che contribuiva a stagliare la figura di Don Rinaldi dal suo contesto storico e a presentarla, quale veramente risulta dalla storia salesiana: creativa, ardita, sanamente moderna, pur sempre nel solco sicuro della tradizione e dello spirito di Don Bosco.
Il criterio infatti ch´egli seguiva nella sua vita e nella sua azione di go-verno fu quello che lo portava a non chiedersi tanto che cosa avesse fat-to Don Bosco, quanto piuttosto che cosa avrebbe fatto oggi Don Bosco (cfr. E. Valentini, op. cit., p. 6).
Pensiero e criterio che vediamo del resto tradotti in una conferenza dello stesso Beato del 1911 sulle Ex-Allieve, quando affermava in modo esplicito: «È il terzo anno che dopo gli Esercizi ci troviamo qui a parlare della nuova opera delle Ex-Allieve. In due anni avete lavorato per realizzare l´opera che non è di Don Bosco, ma nello spirito vostro. Don Bosco l´avrebbe fatta, ma non erano maturi i tempi; e se io dubitassi che non era l´idea di Don Bosco, lascerei subito, perché io non voglio scostarmi

in un punto dalle idee di Don Bosco». (Arch. Centr. FMA, verrà ripor-tata per intero a suo luogo).
Atteggiamento opposto tenne, invece, quando si trattò di attribuire o meno a Don Bosco la paternità diretta degli Ex-Allievi, come risulta dalla testimonianza del Presidente Internazionale Arturo Poesio ai pro-cessi del Servo di Dio: «L´organizzazione degli Ex-Allievi deve essere considerata nel novero di quelle "nuove famiglie", per merito di Don Bosco fiorite nella santa Chiesa, a cui si allude nell´Oremus proprio del Beato» (Summarium, p. 28, n. 97). Di Don Rinaldi è invece la rinascita, quasi rifondazione degli Ex-Allievi, con l´organizzazione federativa a raggio mondiale e i relativi primi Congressi internazionali (CE 247-258).
Certo, anche nei riguardi di Don Rinaldi varrà lo stesso criterio da lui seguito nei confronti di Don Bosco, in quanto non tutto quello ch´egli concepì, scrisse e realizzò, poté sopravvivere all´incalzante scorrere del tempo. Da qui il sano giudizio che obbligherà a collocare Don Rinaldi nel suo preciso contesto storico e, solo in base ad esso, misurare la sua genialità, arditezza e modernità di vedute, nella varietà dei settori toccati in queste pagine.
Da tutto l´insieme, comunque, ci pare che emerga un Don Rinaldi an-cora vivo e attuale, specie in certi campi (basti per tutto quello dell´edi-toria che lo vide fondatore, nel 1908, della S.E.I.), un Don Rinaldi che avrà tuttora molte cose da dire e da ricordare, non solo ai suoi figli, ma a tutta una vasta Famiglia, che non rimane d´altronde circoscritta neppure entro la cerchia, pur così ampia e variegata, qual è la Famiglia Salesiana.
È interessante inoltre constatare come questa sua figura, guardata in retrospettiva, risulti ancora più ricca, più viva, immediata e completa di quella medesima tramandataci dai testimoni oculari ed auricolari dei processi canonici, in quanto essi, per necessità di cose, spesso ce la offrono parziale, frammentaria e per lo più meno profonda.
E persino sulle stesse ricostruzioni storiche fornite dai biografi, assai più ampie e più curate, questa presentazione potrà aspirare ad un suo certo vantaggio, oltre che per tutta la cornice storica assicurata nelle va-rie forme, proprio per la riproduzione non di semplici brevi citazioni, ma dei documenti riportati in misura più abbondante e completa.
Ma la conclusione più interessante, dal punto di vista salesiano, che deriverà dall´intera trattazione, sarà — ci sembra — la validità storica e la conferma della verità della frase che, proprio al termine di una prima e sommaria illustrazione generale del tema, il Rettor Maggiore Don Egidio Viganò vergò a matita quasi a mo´ di titolo sulla prima pagina di copertina: lo spirito di Don Bosco nel cuore di Don Filippo Rinaldi.
Ne risulta, con una immagine espressiva, che il Cuore di Don Rinaldi storicamente rappresentò quel vaso di puro alabastro, nel quale venne

riversato direttamente dalla Sorgente, e dal quale siamo noi invitati ad attingere a larghi sorsi, il genuino spirito del santo Fondatore e Padre Don Bosco, passato al filtro di lunga, attenta riflessione e amorosa ap-plicazione nella vita.
Di lui infatti è stato giustamente affermato: «Don Rinaldi fece di tutta la sua vita uno studio continuo e amoroso del pensiero di Don Bosco, e attraverso il lavoro costante per tendere alla santità seppe ricopiarne anche esteriormente i tratti più caratteristici... Egli sentì costantemente questa sua missione, ma in particolare durante gli ultimi anni della sua vita. Così infatti scriveva negli Atti del Capitolo Superiore del 26 aprile 1931: "Mi pare che da più tempo Don Bosco vada ripetendomi: ´T´af-fretta e non ti stancare dal ridire ai miei figli, ora affidati alle tue cure, le cose che ho praticato e insegnato per divenire veri salesiani, secondo il modello additatomi dall´alto ad ammaestramento della vostra Società´.
Ma mentre era preoccupato di conoscere e di far conoscere lo spirito di Don Bosco, era in pari tempo sollecito di conoscere lo spirito dei tempi in cui viveva, e di adeguarsi ad essi, al fine di poterli santificare e portare a Cristo"» (E. Valentini, op. cit., pp. 5-6).
E anche quest´ultima testimonianza trova in queste pagine la più sicu-ra e fedele documentazione.
Roma, 5 dicembre 1989 58° dalla morte
Stefano Maggio

Don Filippo Rinaldi
Profilo storico-biografico
1. Il problema della vocazione (1856-1877)
Don Filippo Rinaldi nasce in Lu Monferrato (Alessandria) il 28 mag-gio 1856, ottavo di nove figli, da agiata famiglia di proprietari agricoli.
I biografi mettono in evidenza il clima intensamente mariano dell´e-poca (1854 Dogma dell´Immacolata, e 1858 Lourdes) (CA 25) e la fe-condità vocazionale del paesino agricolo (CE 7), con le ripercussioni sulla vita spirituale della famiglia Rinaldi (CA 25-26).
Altra circostanza positiva per la maturazione umana del fanciullo vie-ne indicata nella famiglia numerosa, con la presenza di donne esemplari, la mamma anzitutto: «Ringrazio Dio d´avermi dato una mamma forte, una mamma saggia, una mamma santa» (LC 7); e due sorelle, specie la maggiore, Filomena, sua madrina di battesimo e sua confidente: tutto ciò non poté non influire sul suo sentimento, sulla sua formazione mo-rale, e anche sulla sua conoscenza della stessa psicologia femminile (cfr. LC 6-7).
Circostanza pure provvidenziale si rivelerà il passaggio di Don Bosco con i suoi giovani per Lu il 15 ottobre 1861, quando Filippo contava so-lo cinque anni: ne rimase colpito. L´apertura successiva della casa sale-siana nella vicina Mirabello (1863) facilitò nel padre il tentativo di fargli frequentare ivi le prime classi di ginnasio (1866-1867): strinse amicizia col direttore Don Giovanni Bonetti e col chierico Paolo Albera. Per ben due volte vi incontrò lo stesso Don Bosco, che poi il 9 luglio 1867 avvicinò pure in confessione e contemplò per brevi istanti assorto e luminoso in volto.
Tuttavia il problema della vocazione sacerdotale e salesiana, apertogli dal Santo in quella circostanza, lo trovò impreparato e piuttosto contra-rio. Un grave sgarbo ingiusto ricevuto poco tempo dopo da un assistente non salesiano, gli offre il destro per abbandonare in anticipo il collegio,

e lo allontana per lungo tempo da Don Bosco e dai suoi figli. Il Santo però non lo perderà più di vista e approfitterà di ogni mezzo per conti-nuare a manifestargli il suo interessamento paterno (CE 13-15).
Segue per il giovane Rinaldi un decennio (1867-1877) assai laborioso e sofferto dal punto di vista spirituale, e solo a poco a poco riuscirà a scoprire e a maturare la sua vocazione: «La chiamata del Servo di Dio non fu né un colpo di folgore, né la manifestazione infantile di un ideale che affascina prima di essere capito. Sarà l´evoluzione lenta di una grazia tanto più efficace, quanto più sofferta e quasi respinta» (CA 30). Portava avanti motivi di salute (emicranie, l´occhio destro quasi spento), ma in fondo al suo animo prevalevano quelli morali: senso di indegnità per il sacerdozio e paura di affrontare la vita religiosa, specie ora quella salesiana.
Per lungo tempo non pensa neppure al matrimonio, conduce una vita-seria e lontana da compagnie femminili («Di donne ho amato solo la Madonna», confiderà in seguito: LC 15), da cristiano esemplare in Parrocchia con direzione spirituale e comunione regolare, compreso l´impegno apostolico e direttivo nella Confraternita di S. Biagio. Crede di poter andar avanti così, continuando a prestare la sua opera nei campi coi fratelli.
Una esplicita richiesta seria di matrimonio, ricevuta sui 20 anni, lo costringe a studiare il problema della scelta dello stato di vita: con l´aiuto del suo confessore si persuade che non è quella la sua via, mentre gli sembra di udire una voce interiore che gli dice di essere fatto per darsi al Signore, non per sposarsi (CE 17-18).
Contemporaneamente prova un´invincibile avversione a entrare in qualche congregazione religiosa, e si dispone a menare vita celibe e pia in casa fra i suoi per sempre. Trovando però questa prospettiva difficile e pericolosa per il suo temperamento, arriva ad accettare l´idea di farsi religioso laico in qualche ordine: esclude però sempre il sacerdozio, e quindi anche la congregazione salesiana (CE 18-19).
Annota Don Castano: «Non dunque un pigro o un renitente nelle vie di Dio, ma soltanto un insicuro che viveva in silenzio l´angoscia del suo spirito, senza sapere in che porto avrebbe gettato l´ancora e trovato la pace del cuore. Il particolare ebbe la sua importanza. Fece capire a Don Rinaldi i labirinti, le difficoltà e le sofferenze nelle quali possono dibat-tersi le anime, senza loro colpa, lungo il travagliato cammino che porta a Dio. Egli che tardò a veder chiaro nel suo mondo interiore, fu largo di comprensione e di aiuto ai tribolati dello spirito, li confortò con ani-mo paterno e generoso: e instancabilmente li sorresse tra difficoltà che gli evocavano le asprezze delle sue oscurità giovanili» (CA 39).
Se ne aprirà, in tal senso, parlando molto più in là ad un gruppo di

signorine, in una conferenza per prepararle alla scelta dello stato, con-cludendo: «Io ho pensato ed ho scelto, e sono contento della mia scelta. Pregherò per voi, perché troviate la nicchia, e sarete contente nella vita e nell´eternità» (LC 22).
Si può anche osservare che la sua esperienza lo preparò a comprendere pure l´utilità di una terza via per coloro che non si sarebbero sentite chiamate al matrimonio e neppure — per motivi diversi — alla vita reli-giosa in comunità.
Il suo animo angustiato era ormai preparato ad accogliere un ennesi-mo intervento di Don Bosco, che finì col conquistarlo interamente alla sua causa.
Secondo Don Ceria (CE 20-21), un primo incontro lo ebbe con il Santo a Lu il 22 giugno 1877, in occasione di una sua visita alla nuova casa delle Figlie di M.A. È certo comunque che fu risolutivo il successivo incontro procuratogli dal buon Padre a Borgo S. Martino, il 22 novembre 1877, e durante il quale ebbe di nuovo il privilegio di vederlo diventare luminoso in volto, come dieci anni prima a Mirabello. Le ultime difficoltà caddero, come risulta da una sua nota di diario posteriore, anche se mutila all´inizio: «...Aveva risposto a tutte le mie obiezioni, mi aveva guadagnato a poco a poco. Distaccato da me stesso, io non avevo più difficoltà da superare. I parenti mi avrebbero lasciato libero, e la mia scelta cadeva naturalmente su Don Bosco: Don Bosco che m´aveva riguadagnato con le sue attrattive, colle sue spedizioni nell´America, ecc. Di studiare poi o no, mi sentivo indifferente. Anzi, avessi sempre avuto quegli umili sentimenti d´allora! Allora desideravo essere nascosto nella Congregazione e d´attendere ad umili uffici» (CE 20-21; 23-24).
Fu pure fissata la partenza per Sampierdarena, un istituto che Don Bosco aveva aperto per i così detti «Figli di Maria» o vocazioni tardive, dopo una breve visita di saluto ai suoi parenti. Vi entrava infatti a 21 anni, il 26 novembre 1877, con i sentimenti da lui fissati sulla carta in momenti diversi: «Volgevo le spalle a quel mondo, che m´aveva rubato i più begli anni di vita... Facciano il Signore e Maria SS. che, dopo aver resistito tanto alla grazia pel passato, non abbia più ad abusarmene in avvenire. Sì, o Madre mia SS., piuttosto la morte, anziché non corri-spondere alla mia vocazione. Fate che col presente e coll´avvenire abbia a riparare il passato» (CE 24).
2. Formazione salesiana e primi incarichi (1877-1889)
Sono gli anni in cui matura il religioso salesiano e comincia ad affer-marsi la guida spirituale dei suoi giovani confratelli.

A Sampierdarena Filippo ritrova come giovane direttore Don Paolo Albera, l´amico di Mirabello, che gli fu «proprio padre», anzi «angelo», e nel quale pose ogni sua fiducia. Alla sua scuola procedette sicuro nella via della santità secondo lo spirito di Don Bosco; ne sono una spia gli otto propositi di quello stesso anno (CE 25-26).
Dopo le prime difficoltà, anche nello studio riuscì a primeggiare su tutti i suoi compagni, e in un biennio (1877-1879) superò brillantemente i tre anni di ginnasio riportando sempre il primo premio. In seguito, an-zi, si presenterà come privatista alle scuole statali conseguendo l´abilita-zione oggi detta magistrale (CE 24-29).
L´8 settembre 1879, Filippo entrò nel Noviziato di San Benigno Cana-vese (Torino) ed ebbe come Maestro Don Giulio Barberis, uno dei primi salesiani formati direttamente da Don Bosco. Il successivo 20 ottobre ri-cevette l´abito chiericale dalle mani del Santo e ben presto si impose al-l´attenzione e alla fiducia del suo Maestro, che lo nominò Assistente dei suoi compagni. Al termine dell´anno canonico di noviziato, venne am-messo alla professione perpetua, che emise nelle mani di Don Bosco il 13 agosto 1880. La sua formazione salesiana ebbe così il suo primo sug-gello.
Dopo l´anno di noviziato, il chierico Rinaldi rimase ancora a San Be-nigno per attendere allo studio della Filosofia e della Teologia alla scuo-la dell´impareggiabile maestro Don Luigi Piscetta. Contemporaneamente restava Assistente dei chierici, anche nel delicato periodo delle vacanze in altre case salesiane, incontrandovi le prime e non poche difficoltà pedagogiche, che lo portarono spesso sulle soglie dell´esaurimento.
Don Bosco intanto lo segue personalmente; in due anni (1880-1882) gli fa dare tutti gli esami prescritti, e — con eccezione quasi unica dal 17 settembre al 23 dicembre 1882 gli fa conferire tutti gli ordini sacri fino al presbiterato. Assiste alla sua Prima Messa celebrata in San Beni-gno il 24 dicembre. Il giorno di Natale egli canta Messa a Lu, fra i suoi.
Parallelamente procede e matura anche la sua formazione umana, re-ligiosa e salesiana, sempre sotto la valida guida di Don Barberis, come risulta dai propositi di marzo-aprile 1881 (CE 34-35), e ancora dal ro-mantico addio che egli dava a San Benigno e ai suoi antichi assistiti, al termine del laborioso quadriennio (1879-1883): «Addio, chierici, che ho tormentati per quattro anni! Quante sgarbatezze v´ho fatte! Con quanta poca carità vi ho trattati! E voi, quante battaglie avete sollevato nel mio cuore! Quanti crucci, quante pene, quanti timori! Or è passato tutto. In memoria di voi porto via certe impressioni fortemente sentite, che gettai sulla carta per mia istruzione e che mi fecero già tanto bene. Voi avete potentemente cooperato a farmi un po´ di carattere. Addio, addio!» (LC 28).

Opportune anche le riflessioni che Don Castano dedica a questa prima fase della vita salesiana di Don Rinaldi, con particolare riferimento al velocissimo curricolo di studi che gli consentì Don Bosco, evidente-mente per i suoi fini (CA 45).
Verso la fine di settembre 1883, al novello sacerdote arriva inattesa, da parte di Don Bosco, la nomina a direttore dei «Figli di Maria», tra-sferiti proprio in quei mesi da Sampierdarena nel più vicino centro di Mathi Canavese, a soli 27 km da Don Bosco! Tutto da creare, tutto da organizzare. Obbedisce, e in pochi mesi il direttore novellino riesce a realizzare il miracolo, così descritto da uno di quegli allievi, Don Maggiorino Olivazzo: «Lo zelo, la carità, la paternità del Direttore fece tosto della Casa una vera famiglia. Teneva conferenze, predicava, confessava, animava tutti. Soleva prendere parte ai giochi, e di tanto in tanto a qualche passeggiata straordinaria. Regnava in casa una santa allegria, e per fomentarla s´improvvisò una banda di canne e cartoni» (CE 51).
A gioirne di più dovette essere Don Bosco, che col nuovo anno scola-stico trasferiva i suoi cari «Figli di Maria» a Torino, vicino a sé, in quella che dagli interessati verrà battezzata «la reggia» del San Giovanni Evangelista. L´Opera tanto amata da Don Bosco si afferma e si sviluppa sempre più sotto l´impulso di Don Rinaldi. Così Don Celia sintetizza il nuovo periodo della maturazione umana, sacerdotale e salesiana dell´in-faticabile direttore: «Diresse la casa per cinque anni [dal 1884 al 1889, ancora un anno e più dopo la scomparsa di Don Bosco]. Fu un quin-quennio che possiamo considerare come il periodo centrale della sua esi-stenza, perché in esso portò a compimento la sua vocazione. Entrò in San Giovanni con qualche cosa ancora di giovanilmente corrivo e in certa esuberanza di sentimenti, ma ne uscì virilmente padrone di sé e spiritualmente superiore alle contingenze della vita quotidiana. Al solo vederlo, dava allora un´impressione di fermezza, di benignità e di uomo pio» (CE 55-56).
In questo suo lavoro di maturazione, oltre gli anni (dai 28 ai 33), fu determinante soprattutto la vicinanza di Don Bosco, già al tramonto, che il giovane direttore aveva il privilegio di accostare ogni settimana per fargli il rendiconto della casa, oltre che della sua coscienza mediante la confessione, e riceverne consigli e indirizzi per la sua non facile missione. Memorabile l´ultima parola chiesta e ottenuta ancora pochi giorni prima del luminoso tramonto: «Meditazione»!
Anche per questo periodo si ha la testimonianza autorevole dell´an-ziano direttore di tutta la casa, da cui anche la comunità dei «Figli di Maria» dipendeva, Don Matteo Ottonello [t nel 1926 a 75 anni], uomo di grande cultura e prestigio, che alla cena di addio, porgendo a Don Rinaldi il saluto affettuoso, gli riconosceva le tre doti dell´uomo di go

verno e di consiglio: mente, cuore e gran rettitudine di intenzione (CE 65-66). Don Rinaldi era pronto per più ampie frontiere.
3. Dalla Spagna salesiana a Valdocco (1889-1901)
La stima di Don Bosco per il giovane Don Rinaldi era condivisa in pieno dal Beato Don Rua, che nel 1889, con una decisione improvvisa, lo manda come direttore della casa salesiana di Barcellona-Sarrià (Spa-gna), aperta nel 1884 e che versava in certe preoccupanti situazioni. An-che questa volta egli supera l´iniziale turbamento e accetta, animato da tanta fede, ma premunito da precisi circostanziati propositi per il suo governo (CE 71-72).
I frutti non si fecero attendere, sia all´interno della comunità (rinno-vato impulso alla vita religiosa, grande spirito di paternità tra i confra-telli e i giovani, zelo audace nel promuovere le vocazioni salesiane loca-li), come all´esterno (alto prestigio presso i benefattori e i cooperatori, prima fra tutti la Ven. Dorotea Chopitea, apertura di nuove case entro e fuori Barcellona), a tal segno che nel 1892 veniva creata la nuova Provincia-Ispettoria di Spagna e Portogallo, e nominato primo Ispettore proprio Don Rinaldi, il quale nei nove anni successivi fondò ben 21 case in tutta la penisola iberica, meritandosi il titolo di «Fondatore dell´opera salesiana» in terra di Spagna: alla sua partenza (1901), essa veniva suddivisa in tre Ispettorie (Positio super Virtutibus, Informatio, pp. 22-25).
Ed è proprio in questo periodo che, come Direttore e Ispettore, lo zelo sacerdotale di Don Rinaldi si apre e si estende anche al mondo femminile, tramite le Figlie di M.A. con le loro alunne, oltre che le cooperatrici e benefattrici. Specie alle prime presta la più larga e intensa assistenza spirituale con conferenze, ritiri, confessioni, circolari, occupandosi anche delle vocazioni, tanto che, alla sua partenza, le Suore da 4 erano salite a 63, e le novizie da 3 a 31: «Fu questa la premessa di un più vasto impegno che svolse poi in seguito per le Figlie di M.A.» (Informatio, p. 26).
Tutto questo spiega il vasto e duraturo rimpianto da lui lasciato nel-l´abbandonare la Spagna, e del quale si faranno interpreti ai Processi i testimoni diretti, come Don Thomas Bordas, Don Pietro Ricaldone e Don Antonio Candela, questi due ultimi anche come Ispettori suoi successori.
Valga per tutte la testimonianza del futuro Arcivescovo Salesiano di Valencia Mons. Marcellino Oloachea, quasi raccogliendo l´eco generale di tutta la Spagna salesiana: «Ho l´impressione di non aver trovato nella mia non breve esistenza [t 21 ottobre 1972, a. 83] un sacerdote che mi

abbia dato piú alta idea della paternità amorosa di Dio. Mi è difficile fare nomi, ma posso attestare di non aver sentito salesiani che, avendolo conosciuto, non parlassero con entusiasmo della sua persona» (Ivi, p. 27).
4. Direttore nell´Oratorio FMA di Valdocco (1901-1922)
Alla morte quasi improvvisa di Don Domenico Belmonte (17 febbraio 1901), Don Rua, con scelta personale, chiamò Don Rinaldi a succedergli nell´ufficio di Prefetto Generale della Congregazione e di Vicario del Rettor Maggiore. In seguito fu la stima dei confratelli che lo confermò in quell´incarico in occasione dei Capitoli Generali, fino alla sua elezione a Rettor Maggiore, il 24 aprile 1922, dopo la morte di Don Paolo Albera.
La vita di Don Rinaldi da questo momento cambiò completamente
im-postazione. Come Direttore e più come Ispettore, egli era stato in conti-nuo logorante movimento; come Prefetto Generale e come Vicario, egli dovette svolgere soprattutto una funzione di ufficio, col compito princi-pale di risolvere le parti odiose della disciplina religiosa e di condurre avanti l´amministrazione e gli affari generali della Società. Vita sedenta-ria, dunque, e per sé lontana da quel ministero sacerdotale, di cui sentiva bisogno vitale per la sua anima.
Il Beato Don Rua lo comprese molto bene, e perciò sin da principio gli consentì volentieri il ministero delle confessioni nella basilica di Ma-ria Ausiliatrice: «Ogni mattina — depose Don Pietro Tirone del Consi-glio superiore — celebrava la S. Messa alle 4.30, e poi per un paio d´ore sedeva al confessionale, sempre molto frequentato [specie da ragazze in cerca di luce e di consiglio per la scelta della vocazione e per la loro vita spirituale]. Chiamato anche di giorno [con apposito segnale], lasciava il suo lavoro e si recava subito in confessionale. A chi si meravigliava, rispondeva: "Così ci ricordiamo di essere preti"» (Informatio, p. 29).
Ma il Beato si rese pure conto che al suo Vicario mancava ancora un campo di lavoro apostolico, che gli facilitasse i pur necessari contatti con le persone che dirigeva, anche fuori del confessionale, e gli consentisse inoltre di esprimere un altro suo talento, quello di ideatore e creatore di iniziative e opere a pro della gioventù, specie femminile. Pensò al vicino Oratorio delle Figlie di M.A., che da oltre 25 anni veniva diretto dal venerando Don G.B. Francesia, ormai in età avanzata. Così, dopo una breve parentesi di qualche mese tra la fine del 1903 e l´inizio del 1904 come sostituto, nel novembre 1907 Don Rinaldi, per volere di Don Rua, vi entrò come Direttore effettivo e vi lavorò instancabilmente fino alla sua elezione a Rettor Maggiore (24 aprile 1922).
Anche se più limitato è il campo del suo zelo sacerdotale nei confronti

della Spagna, tuttavia non meno fervida, innovativa e creativa è la sua azione nei campi più diversi — spirituale, sociale, caritativo, assistenzia-le, culturale —, con iniziative ed opere d´avanguardia che sgorgavano impetuosamente dal suo gran cuore, a contatto con i diversi bisogni della gioventù povera e lavoratrice, e le rispettive famiglie, del popoloso rione di Valdocco.
Nella sua deposizione giurata ai processi canonici, Madre Clelia Gen-ghini, Segretaria Generale dell´Istituto FMA, cerca di illustrare in ordine cronologico le svariate attività di Don Rinaldi nel suo Oratorio. Tra iniziative di carattere religioso e opere più propriamente sociali e assi-stenziali, dal 1904 al 1921, ne risulta un lungo elenco di ben 37 voci (Summarium, pp. 201-216)! Alle quali è da aggiungere la Unione Don Bosco fra insegnanti, tuttora superstite e in attività, di cui tesse la interessante storia Don Celia (CE 331-340).
L´Oratorio, quindi, con Don Rinaldi si trasforma in un autentico can-tiere di iniziative benefiche, che gli imprimono un volto nuovo e ricco di vitalità salesiana. Lo stesso Don Francesia, in una sua auto-biografia inedita, così lasciò scritto a proposito dell´avvenuta sua sostituzione: «Quasi per venticinque anni fui all´Oratorio festivo delle figlie [ragaz-ze], e dovetti ritirarmi andando a S. Giovanni [Direttore del Collegio di S. Giovanni Evangelista di Torino]. Appena scomparso io, entrò Don Rinaldi e l´Oratorio si è ringiovanito» (CE 179).
Di alcune di esse, e di altre attività svolte da Don Rinaldi anche come Rettor Maggiore, si parlerà nelle pagine di questo volume.
Una conferma ancora dello spirito creativo di Don Rinaldi, coraggio-samente aperto ai tempi, la troviamo in un suo appunto autografo del 1909, conservato nel nostro Archivio sotto il titolo: Progetto di un Pe-riodico femminile. Esso è così concepito:
«Indole del Periodico.
Unire le forze interne ed esterne delle FFMA per la formazione della donna specialmente del popolo.
Sia una palestra delle maestre per esercitarsi a trattare argomenti so-ciali, per educare chi legge e formare chi scrive.
Deve segnare l´indirizzo che oggi deve seguire una donna influente (moralmente, intellettualmente e materialmente) per esercitare un apostolato d´educazione cristiana sociale in mezzo alle figlie del popolo.
Come attuare tale concetto col programma del Periodico:
1) Articolo di fondo; 2) Medaglioni moderni di donne d´azione; 3) Eco-nomia domestica; 4) Lavori femminili; 5) Cronaca del movimento fem-minile internazionale; 6) Varietà; 7) Legislazione del lavoro delle donne; 8) Rivista delle riviste congeneri; 9) Igiene del lavoro; 10) Opportuna

mente esporre quei punti di dottrina cristiana che riguardano gli errori più in vista» (A CS, 2971 I. Ms. di D. Rinaldi - 1909).
Don Rinaldi dunque, coglieva la portata di novità della comunicazio-ne sociale, come mostrò riorganizzando le precedenti attività editoriali in una grande editrice, la SEI, per il cui sostegno ricorse a cooperatori di diverse nazioni. Allo stesso modo, parlando ai chierici Teologi di Fo-glizzo del cinematografo (4 febbraio 1915), raccomandava: «Fate buone collezioni di films, quando ve ne siano di educativi, ed allora, come i libri, essi diventeranno un grande coefficiente di educazione. Allora en-trerà anche questo nel sistema educativo di Don Bosco. Come lui ha im-piantato la tipografia e la libreria non solo per le case e le cose nostre, ma anche per il buon esempio e come mezzo di educazione generale, così io credo che sia anche nello spirito di Don Bosco il fondare una casa editrice di pellicole buone che le editi o si appropri delle pellicole buone che si editino altrove. È un ideale che io credo molto desiderabile e che mi auguro che si realizzi. Così, come la Libreria Salesiana ha fatto del bene, così la cinematografia salesiana lo farebbe» (E. Valentini, op. cit., p. 57).
5. Rettore Maggiore (1922-1931)
Don Celia, testimone diretto altamente qualificato, sintetizza così il giudizio sulla figura di don Rinaldi al momento della sua elezione a Rettore Maggiore: «Tra i Salesiani non mancarono osservatori su-perficiali, che non avevano del valore di don Rinaldi la meritata stima. Di questo giudizio poco favorevole la cagione principale va ricercata in quel suo costante studio di nascondimento che a taluni di corta vista rendeva difficile misurarne i pregi. Ma vi fu pure chi, pensando alle sue origini, si domandava: "Che cosa può venir fuori da un figlio di Ma-ria?". Per altro i non giusti estimatori erano pochi, né avevano seguito, come apparve dall´esito dell´elezione a Rettor Maggiore (50 voti su 64) e dalle accoglienze all´eletto. Quasi tutti finirono col doversi ricredere» (CE p. 272).
La stima andò sempre crescendo man mano che, attraverso le udienze frequentissime, le circolari e i numerosi viaggi in Italia e in Europa, ve-niva a contatto con i confratelli delle case, le Figlie di Maria Ausiliatri-ce, i Cooperatori e benefattori, gli amici ed estimatori dell´Opera sale-siana, sia ecclesiastici (dall´umile parroco di villaggio al grande pontefi-ce Pio XI), sia laici (semplici professionisti, uomini di affari e politici, fino ai non pochi membri della Famiglia reale).

Alla sua morte, improvvisa, del 5 dicembre 1931, la partecipazione alla grave perdita della Famiglia salesiana fu molto sentita e a raggio mondiale, accompagnata da speciale venerazione per l´uomo di Dio, a cui presto si unirono fiduciose richieste di grazie sempre più frequentemente ottenute, fino a quella clamorosa del 20 aprile 1945, che fece aprire gli occhi ai Superiori salesiani e li indusse ad avviare le pratiche per i regolari processi canonici sulla santità dell´umile successore di Don Bosco (CE p. 472-481; CA p. 249-253).

Conferenze alle
Figlie di Maria
(1907-1911)

1. Presentazione
Per cogliere in modo pieno le novità e l´apertura con cui Don Rinaldi si avvicina al mondo femminile occorre collocarsi all´inizio del secolo, in una mentalità così assai lontana e chiusa rispetto all´attuale. Anche semplicemente il trattare nelle conferenze riportate i temi del fidanza-mento, del matrimonio e della vita coniugale, del lavoro e della parteci-pazione alla vita sociale e le molteplici attività e iniziative che Don Ri-naldi animava mostrano che egli non temeva le novità, sapeva risponde-re in modo dinamico e originale alle esigenze dei tempi e percepire i tratti dell´animo femminile, valorizzando la donna in tutte le sue componenti.
Giustamente tanto Don Celia quanto Don Castano considerano come prima opera di Don Rinaldi nell´Oratorio, l´Associazione delle Figlie di Maria. Essa esisteva dal 1875, ma specie negli ultimi anni era andata ca-lando di vitalità e di mordente. Il nuovo direttore studiò prudentemente di aumentare il numero delle iscritte, e si adoperò a renderle ancora più esemplari e zelanti dal punto di vista apostolico.
La teste Madre Clelia Genghini nella sua deposizione chiarisce molto bene questo problema, che si presentò subito a Don Rinaldi, dopo essere stato con poco esito affrontato da Don Bosco e da Don Rua con regola-menti presto superati. «Don Rinaldi, fisso sul principio che le Figlie di Maria in azione rispondevano al netto pensiero di Don Bosco e di Don Rua, giudicò doversi vincere la partita con ritocchi al suddetto Regola-mentino [opera di Don Giovanni Marenco per incarico di Don Rua], da sperimentarsi ancora in forma più gradevole a chi voleva farlo proprio... In seguito venne redatto un nuovo Regolamento, e si escogitò un nuovo titolo, di Figlie di Maria Immacolata Ausiliatrice, raggruppando così i due scopi della Pia Associazione: purezza e apostolato. Il Servo di Dio diceva che questa nostra Associazione doveva avere un carattere proprio — un regolamento proprio — perché per i nostri tempi non basta più la pietà, ma è necessaria l´azione, e indulgenze proprie. Il Servo di Dio

si preoccupò subito di attuare questo principio nell´Oratorio nostro di
· quando ne aveva preso la direzione, e che desiderava diventasse l´Oratorio modello» (Summarium, pp. 211-212).
Sin dalle sue prime conferenze, Don Rinaldi cercò di prospettare loro il tipo della Figlia di Maria «moderna e attiva», e allo scopo promosse uno speciale convegno di Associazioni torinesi, nel quale venne trattato il tema La figlia di Maria e i nostri tempi. Annota Don Celia: «Spogliando i verbali di queste adunanze [ne è Segretaria dal 1900 la futura Zelatrice-Volontaria Celestina Dominici: 1875-1964], vediamo che Don Rinaldi non parlava a vanvera, ma andava là con un argomento ben definito in mente e con un piano ordinato da svolgere poco a poco in ogni sua parte. Quattro cose infatti sembra che lo preoccupassero essenzialmente: mettere loro in testa idee sane e su oggetti d´attualità e di vita pratica, ini-ziarle a una religiosità soda, stringerle tra loro col vincolo della mutua carità, e spronarle all´apostolato» (CE 182-183).
A questo punto il biografo offre dai verbali un florilegio dei temi trat-tati dal conferenziere nelle sue efficaci parlate mensili. Ecco i titoli:
— La Figlia di Maria moderna e attiva.
— Irreligione imperante, specie nei luoghi di lavoro: norme pratiche di condotta.
— Socialismo = materialismo. Leghe socialiste e leghe bianche o cat-toliche.
— Comunismo: falsa uguaglianza, perdita della libertà.
— Esecuzione capitale di Francesco Ferrer in Spagna [1909: il fatto del giorno, conferenza espressamente richiesta dalle stesse Figlie di Maria].
— Lo sciopero: legittimo a certe condizioni.
— Il matrimonio: come prepararvisi e norme per una giusta scelta.
— La donna nel lavoro, madre di famiglia.
— L´immaginazione: norme per ben coltivarla.
— Gare di bellezza: il bacio.
— Vita religiosa: realismo cristiano.
— Vocazione religiosa: Principi.
— Figlia di Maria: le virtù.
— Vita cristiana: soda formazione.
— Devozione al Sacro Cuore.
— Carità cristiana nel rispetto reciproco e nella solidarietà (CE 183-196).
Alcune di queste conferenze saranno qui riportate dal Quaderno dei Verbali della Segretaria Celestina Dominici, che abbraccia il periodo 4 novembre 1900 - 3 dicembre 1911, mancando il successivo dal 1912 al 1922. Vengono riportate fedelmente, nello stile piuttosto scarno e un po´

ampolloso, specie nei titoli, secondo le usanze del tempo (Arch. Casa Maria Ausiliatrice, Via Maria Ausiliatrice 1, Torino).
Anche se limitate agli anni 1907-1911, esse tuttavia offrono un cam-pionario piuttosto ricco e vario di temi della più viva attualità, e per questo gradite e seguite col massimo interesse dalle giovani dell´inizio di questo secolo: «Vere lezioni di morale e di ascetica», contenenti «indirizzi sicuri di pensiero e d´azione», come le definisce Don Celia (p. 183). E con esse Don Rinaldi proponeva alle sue uditrici un ideale arduo non meno che entusiasmante di vita cristiana apostolica, proprio della Figlia di Maria che intendeva camminare coi tempi.
Da notare infine che nel programma di Don Rinaldi l´Associazione delle Figlie di Maria è destinata a divenire la cellula madre di successive istituzioni formative e apostoliche (Zelatrici dell´Oratorio, Zelatrici del Sacro Cuore, ecc.), le quali avranno il loro culmine nell´Associazione delle Zelatrici di Maria Ausiliatrice, un vero Istituto Secolare ante litteram, dalla Provvidenza condotto a maturare — attraverso lunghe e laboriose vicende — nell´attuale Istituto Secolare delle Volontarie di Don Bosco, le quali a buon diritto lo considerano e onorano come loro Fondatore e Padre.
È opportuno un rilievo generale, che varrà anche per gli altri gruppi di conferenze. Esse sono presentate secondo le sintesi proprie dei vari verbalisti; particolare, questo, che se anche non ne diminuisce l´attendi-bilità sostanziale, toglie ovviamente quella freschezza, completezza e fedeltà nei dettagli, che oggi garantiscono i nuovi strumenti della comunicazione. È però saggezza sapersi accontentare del possibile.
E tuttavia valgano a difesa due considerazioni. La prima è la varia ca-pacità tecnica e culturale dei verbalisti, da quella appena sufficiente di Celestina Dominici, a quella man mano superiore di Luigina Carpanera, della suora FMA, dello studente di teologia salesiano. La seconda è sug-gerita dal parlare lento e calmo del conferenziere, che dava tempo e modo di prendere gli appunti agli interessati, come attestano i testimoni di quegli anni, ad esempio Don Valentini.

2. Testi
Essi vengono scelti — come si è detto — e ripresi dal Quaderno dei Verbali (1900-1911) della Segretaria del tempo, Sig.na Celestina Domi-nici, conservato nell´Archivio della Casa Maria Ausiliatrice di Torino. Lo stile risente della cultura appena sufficiente della raccoglitrice.
2.1 La Figlia di Maria oggi (3 novembre 1907)
«Nella I a domenica di Novembre venne fatta l´annuale rielezione del-le Capitolari... Quindi il Sigr. Don Rinaldi chiuse l´adunanza con alcune parole a mo´ di conferenza: si rallegrò con le rielette e con le rielettrici.
Disse che era passato il tempo in cui i nostri vecchi vivevano in casa loro e passavano il tempo nel cantuccio del fuoco. Ora le figlie, se non sono ricche, quantunque cristianamente educate, devono allontanarsi dalla famiglia, trovarsi coinvolte fra una turba che ben differenti idee propaga; perciò, per non essere sbattute dal vento furioso delle passioni che incalzano c´è il bisogno di fare come i marinai sulla tolda del bastimento, che per non essere portirà17Ifera, si lsiallo insieme e così si tengono al sicuro affinché possano aiutarsi a vicenda.
Così anche le giovinette legate in questa S. Compagnia, unite assieme coi cari vincoli della carità, dell´umiltà e della preghiera, potranno te-nersi ben salde e passare vincendo le passioni e combattere tutte quelle stolte massime che tentano di corrompere il cuore.
Raccomandò alle Capitolari di procurare di meritarsi la stima che avevano dimostrato le compagne, procurando di fare fra di loro tutto il bene possibile.
Lasciava per protettrice del mese di Novembre S. Cecilia, e per prati-ca mensile l´allegria del cuore, facendo vedere come la vera virtù sta nel mostrarsi allegre quando la tristezza e le contrarietà ci opprimono» (ff. 108´-109´).

2.2 La fortezza cristiana (1° dicembre 1907)
«Nella conferenza di Dicembre il Rev.mo Sigr. Don Rinaldi parlò della necessità di mostrarsi forti nell´esercizio delle virtù. Nei tempi in cui viviamo ci vuole molta forza e molto coraggio, per affrontare le derisioni, i motteggi del popolo. Disse che le figlie di Maria sono la figura dei tre fanciulli che, rinchiusi nella fornace, non furono tocchi dal fuoco poiché l´Angelo del Signore li protesse.
Anche il mondo adesso è un colosso d´irreligione e di mali costumi, dinanzi a cui si prostrano le moltitudini e si gettano a capofitto nel fan-go delle passioni e delle stolte idee. Una fanciulla che ha il coraggio di guardare in faccia chi la deride, fossero anche cento, questa giovinetta è un eroe, è qualche cosa di glorioso.
Questa forza la figlia di Maria l´attin e dal suo Angelo, che è Maria SS. nella quale neve mettere tutta la con i enza.
Inoltre disse che, come la Vergine Ausiliatrice ci protegge dall´alto, così abbiamo bisogno di stringere fra noi una dolce fraternità come fi-glie di una medesima Madre. E quantunque la figlia di Maria debba es-sere buona per se stessa, pure si desidera che si avvicinino di più alla di-rezione, si uniscano tutte nel pensare, (così) da poter formare un´unione intima, cordiale, onde dar campo alle Capitolari di spiegare il loro zelo fra la compagnia.
Come fioretto lasciò di imitare la Vergine Immacolata e tenerla a spe-ciale patrona del mese di Dicembre» (ff. 109´-110´).
2.3 Società di Mutuo Soccorso (5 aprile 1908)
«Nella conferenza di Aprile fu dato dalla cassiera il resoconto della "Società di Mutuo Soccorso", ed il Rev.mo Sigr. Direttore ne prese spunto per parlare di questa Società e raccomandarla caldamente ad ogni figlia di Maria: a quelle associate per essere perseveranti nell´adempimento degli obblighi e nei pagamenti, ed alle altre ad associarsi presto onde usufruirne i vantaggi in caso di malattia.
Disse come queste Società sono un gran mezzo per aiutarsi a vicenda: come è di conforto il pensare che il sussidio che si riceve non è elemosi-na, ma saldo che ci è dovuto pagando mensilmente la quota, che è ben piccola di fronte al vantaggio che si ha in caso di malattia.
Disse che queste società sono belle, c´insegnano pure ad essere previ-denti per noi, e se fossimo capaci a mettere da parte che un soldo al giorno, sarebbero pure 18 lire all´anno. Raccomandò di pensare anche per l´avvenire, di far economia oggi per non essere poi indigenti domani.

La previdenza dà la Provvidenza! Chi oggi è previdente e pensa afar economia, avrà la Provvidenza nella vecchiaia; e se non si è sicuri di scampare a lungo ad aver da adoperare per noi quest´economia che si è fatta, sarà sempre opera di carità ciò che agli altri si lascia: se non servirà per noi servirà per i fratelli, sorelle, nipoti ecc., ed essi benediranno sempre alla Provvidenza.
Per protettrice lasciò l´unica Santa del mese, Santa Caterina da Siena, e chiuse la conferenza raccomandando di conservare il frutto dei Santi Esercizi, e di attirare molte anime e compagne a far la S. Pasqua» (ff. 112´-113´).
2.4 Moderazione e Modestia (2 agosto 1908)
«Nella conferenza di Agosto il molto Rev. Signor Direttore ricordò come in questo mese ricorrono tre feste di Maria: ai 2 la Madonna degli An
g101i, ai 5 la Madonna della chiamata in Spagna la Vergine bianca;
ed ai 1STAssunzione di Maria, festa solenne in tutto il mondo, anche in Franerà´ in cui non si fa nessun´altra festa della Madonna nei giorni feriali.
Raccomandò alle figlie di Maria di prepararsi con un triduo a detta festa, ed ancorché non possano far preghiere e comunioni, (ma) che facessero qualche cosa in onore di Lei.
Pose poi alla nostra considerazione la parola "modestia" da cui deriva moderazione; dimostrò come una figlia di Maria debba essere moderata nel tratto, nel conversare, nel salutare, moderata negli sguardi e nel por-tamento, moderata nel vestire e nell´adornarsi. Si diffuse nel far toccare con mano come si debba essere affabili con tutti senza affettazione e senza civetteria, che sono due cose molto ridicole in una giovane bene educata.
Disse che Egli non desidera la figlia di Maria racchiusa in sé, taciturna e che si tenga in disparte, no: ma poiché la giovine necessariamente deve trovarsi a contatto di tante persone, anche di sesso diverso, deve ella tenere un contegno affabile ma decoroso e riservato, saper parlare a tempo, non rispondere insolenze ad insolenze, ma sapere col contegno e colle parole tenere a posto anche chi vorrebbe usare troppe libere maniere.
Facendo così, vi farete rispettare e tutti vi loderanno, e non potranno far a meno di amare la virtù...
Per protettrice di questo mese lasciò S. Chiara» (ff. 117´-118´).
2.5 La figlia di Maria dei nuovi tempi (6 settembre 1908)
«Il Reverendissimo Signor Direttore cominciò la conferenza di Settembre dicendo di sapere come eravamo state invitate ad andare a Sassi a rendere omaggio all´antica Direttrice Madre Teresa [Laurantoni], ma che sapeva pure che con sacrifizio c´eravamo astenute poiché c´era la confe-renza: dava il permesso di andare a salutarla un altro giorno da stabilirsi...
Parlò quindi del come Egli desideri la figlia di Maria nel mondo. Disse che vorrebbe scancellare dalla mente di certe figlie quell´apparato di bigottismo falso, che tanto le fa parere odiose agli occhi degli altri. Aggiunse che Egli vorrebbe che la figlia di Maria non fosse distinta dalle altre in nulla fuorché nella virtù.
Disse che la vuole allegra, affabile con tutti, che canti, che rida, quel-l´allegria vivace, sincera; ma a sua volta laboriosa e attenta nel compiere il dovere, che in mezzo all´allegria sua sia però forte, e dinanzi a chi vuole attentare alla sua virtù ella si mostri veramente qual è, ed abbia il coraggio di dirgli con disprezzo: Vattene!...
Ed anche nel vestire, non vorrebbe distinzione: ognuna si vesta secon-do la sua condizione, segua pure la corrente della moda, ma però niente di soverchio e di scandaloso; ognuna deve cercare la semplicità e la pulizia più di tutto: l´ordine attorno ad una ragazza le dà un´aria di onestà.
E si bandisca pure quell´affettazione di voler parere diversa dalle al-tre: ripeteva, desidero assolutamente che non siate distinte dalle altre, che nella virtù e nella voglia di lavorare. Che il mondo, vedendovi a passare, possa dire: quelle sono veramente delle buone figlie, virtuose giovani!
A protettrice del mese lasciò l´Addolorata; che in questo mese ogni sofferenza nostra sia a gloria di Maria, e soffrendo con Lei in questa vita possiamo poi andare con Lei nella celeste gloria» (ff. 118´-120´).
2.6 Iniziative caritative (7 febbraio 1909)
«Nella conferenza di Febbraio il Rev.mo Signor Direttore parlò della carità che in questo mese dobbiamo usare verso gli ammalati, che nella brutta stagione sono molti, e fra cui si trova pure la Presidente [Pios Amalia], che da un mese si trova ammalata ed ora grazie al Cielo si avvia (a star) meglio, ma tuttavia è stata abbastanza male: la raccomandò alle preghiere di tutte, ed anche le altre, fra cui alcune aspiranti. Disse che ammirò lo slancio e generosità onde è animato il nostro cuore nell´aiutarci a vicenda.
Aggiunse che avrebbe desiderato assai di parlare a lungo di questo ca-ro argomento, ma non potendolo fare, dovendo passare ad altro, lo ri-serbava per altra volta.
Passò quindi a dire che, vista la grande necessità, si era stabilito che tutte le domeniche, dalle ore 10.1/2 a mezzogiorno, vi fosse un dottore permanente [Dott. Forni, con l´assistenza di una Suora] nell´Oratorio per la visita medica a quelle ragazze che ne avessero bisogno e che per ragione di lavoro non hanno il tempo di farsi visitare nei giorni feriali, onde, con comodità e senza spesa, si possano curare anche i piccoli mali, affinché questi non si facciano più gravi.
Disse pure che alcune Signore di alta società e di buon cuore si erano offerte per venire nell´Oratorio per fare il bene, in mezzo alle giovani operaie, offrire loro appoggi e protezioni, e cercare di dar loro il benes-sere materiale e morale per quanto sarà possibile. Raccomandò di far loro buona accoglienza quando verranno e di trattarle con tutto il rispetto e buona educazione.
L´uno e l´altro pensiero [iniziativa] si eseguiranno nel mese, e sperava che saranno bene accolti da tutte.
Per protettrice del mese lasciò la gloriosa martire S. Eulalia, aggiun-gendo come questa Santa è venerata nella Spagna come da noi S. Agne-se, e come Egli visse dodici anni nel paese stesso dove visse Ella, a SarriàBarcellona» (ff. 128´-129´).
2.7 Festa del 1° maggio per la donna (1° maggio 1910)
«Il Rev.mo Signor Direttore fece la conferenza di Maggio in Chiesa, e la cominciò ricordando come fosse il 1° Maggio dedicato alla festa del
lavoro. Disse che Egli inneggia a questa festa, poiché il lavoro nobilita l´uomo, ma la donna però dovrebbe fare la festa del riposo, perché essa di ordinario lavora molto più dell´uomo; le dovrebbe bastare la dolce missione della famiglia, missione tutta speciale per lei che è stata dotata da Dio di un istinto, uno spirito d´ordine, di economia, di affetto, che l´uomo certamente non ha. Dove entra una donna, si vede subito dal-l´ordine che vi regna: essa fin da bambina aspira ad essere madre.
La donna deve avere un carattere soave, bontà grande, carità senza limiti, che con bei modi sa guadagnare i cuori: non gridando, non casti gando, ma con dolci rimproveri, colla fermezza del suo carattere deve correggere e condurre sulla retta via; essa ha pure il cuore fatto solo per amare.
Ma quando la donna ha perduto l´ideale, la fede, oh! allora essa non è più l´essere che si fa rispettare ed amare. La donna ora lavora troppo, ed è naturale che, essendo tutto il giorno occupata in fabbrica o in un laboratorio, non può accudire come dovrebbe alla famiglia. Ed è perciò che in molte famiglie non regna più la pace, la tranquillità, ed invece del benessere (regna) la miseria.
L´uomo (perciò) non trova più in famiglia quella dolce intimità che la rende cara, e perciò se ne allontana lasciando la moglie nel pianto ed i figli nella miseria.

La donna ha più energia dell´uomo, più previdenza e più forza nelle prove della vita, ed è perciò che Dio ha dato a questa la dolce missione di educatrice. A lei dunque spetta di spandere il conforto, l´aiuto attorno a sé. Attendendo che venga una legge che imponga alla donna minore lavoro manuale, lavorate per amore di Dio, conchiuse il Sig. Direttore, adornate il vostro cuore di virtù, arricchite il vostro intelletto di utili cognizioni, onde abbiate ad essere utili a voi ed a chi vi circonda.
Per protettrice del mese lasciò la Vergine Ausiliatrice» (ff. 146´-147´).
2.8 Coltivare l´immaginazione, la (10 luglio 1910)
«Il Rev.mo Sig. Direttore cominciò la conferenza avvertendo che la domenica 17 Luglio le oratoriane erano invitate ad andare al pellegri-naggio al Santuario del Sacro Cuore di Gesù.
Avvisò inoltre che col 1° di Agosto si apriva nei locali nuovi una scuola per le bambine delle scuole elementari, nelle vacanze: la tassa per detta scuola sarà di una lira, che verrà restituita alle assidue. Diede questo avviso onde le figlie di Maria facessero propaganda fra le famiglie loro conoscenti.
Pel pensiero del mese lasciò di coltivare la immaginazione. Dio, disse il Sig. Direttore, diede alla donna una immaginazione pronta e viva, molto più di quella dell´uomo...
L´immaginazione va coltivata bene, non nelle frivole letture, ma con serietà. Generalmente le persone che non lavorano sono tutte comprese di molta immaginazione, e colla fantasia fabbricano castelli in aria, spa-ziano l´infinito e vanno dietro a molte chimere, cercandosi sofferenze che non avrebbero se non potessero vagare con la immaginazione. Chi lavora non ha tempo di pensare tanto, essendo comprese delle azioni che hanno da compiere; per obbligo vivono più tranquille e serene, che non le Signore che hanno niente da fare.
L´immaginazione è anche un dono di Dio, fra i tanti che egli ci ha da-to, ed è veramente un dono poiché col pensiero possiamo creare e tessere molte cose prima di compierle. Questa immaginazione va coltivata bene, non nelle frivole letture dei romanzi che riempiono la testa di nullità, non nel pensare a cose che sono al di là da venire e che forse non avver-ranno mai, ma fa d´uopo coltivarla nelle cose positive nella bellezza del creato, dei fiori, nell´arte e nella famiglia. Coltivare la nostra immagina-zione nelle cose belle, abituarla a non pensare che a ciò che è bello e buono.
Una madre di famiglia ha da sopportare molti dolori, ma essa, abituata a pensar bene, sa che dal suo sacrificio non ne verrà che del bene per lei e per i suoi cari, di qui, e poi anche al di là; ed essa si contenta, ritorna serena ed affronta con forza tutte le pene. Una figlia di famiglia, come e quanto bene può fare avendo l´immaginazione bene coltivata, adoperandola per il bene dei suoi cari, immaginando mille industrie on-de rendere bella e lieta la vita di chi la circonda.
Coltivate dunque la vostra immaginazione, conchiudeva il Sig. Diret-tore, nelle cose positive, ma veramente positive, nelle cose liete e serene, nei fiori, nell´arte, e nella famiglia...» (ff. 148´-150´).
2.9 Coltivare l´immaginazione, 2´ (7 agosto 1910)
Il Rev.mo Signor Direttore tenne la conferenza di Agosto sul tema che aveva promesso, cioè sulla immaginazione coltivata su cose positive, ma che debbono ancora succedere, sulla immaginazione di certe ragazze che desideravano e pensavano di farsi religiose.
«Molte di queste ragazze, disse il Signor Direttore, se si potesse vedere come, spaziano con il loro pensiero e si fabbricano nella loro mente una vita felice, tutta beata! Sia che esse desiderino la vita claustrale o no, esse vedono tutto color rosa, vedono al di là di quelle mura la felicità, intessono la vita della religiosa come una vita piena di tranquillità, di gioie, di pace.
E non pensano queste giovani che, anche si facciano religiose, portano nella vita che abbracciano il loro corpo col suo carattere pieno di vita o no, impaziente o calmo, ciarliero o taciturno, allegro o melanconico; che si porta dietro il corpo colle sue miserie e dispiaceri; quel corpo che soffre in famiglia, dovrà pure soffrire in comunità. Questo corpo, in qualunque maniera lo si vesta, è sempre il medesimo e sotto l´abito della Suora si cela il sacrifizio.
Non è dorata, no, la vita della Religiosa, poiché quella che non ha lo spirito di sacrifizio, non potrà godere vera pace. Una Suora può salvarsi, ma può anche dannarsi; può farsi santa, ma può anche divenire demonio; e quelle mura che il primo giorno le sembravano dorate, le appariranno luttuose; la vita che le sembrava di rose, può divenirle di pungenti spine.
Io non voglio, disse il Sig. Direttore, togliere a quelle poche tra quelle che mi ascoltano, la vocazione; ma voglio che pensino positivamente a ciò che fanno e che desiderano, onde non abbiano poi a pentirsi. Non tutte avranno bisogno del mio consiglio d´oggi, ma quelle che ci hanno pensato e che ci sono, si ricordino che: l´abito non fa il monaco, e che sotto le spoglie di una religiosa vi è un corpo che sente e che soffre. Si farà una buona religiosa colei che si farà tale non per godere, ma per sacrificarsi: sacrifizio di volontà, di benessere, di tutta se stessa. Sarà buona religiosa quella che solo pensa di avere un´anima da salvare, e che per salvarla bisogna non cercare il piacere e il benessere, ma fa d´uopo il sacrifizio onde piacere a Dio.
Il Rev.mo Signor Direttore conchiuse lasciando per protettrice del mese la Vergine Assunta in Cielo» (ff. 150´-152´).
2.10 Coltivare l´immaginazione, 3´ (2 ottobre 1910)
«Nella conferenza di Ottobre il Rev.mo Signor Direttore diede alcuni avvisi...
Passò poi a parlare del corso sull´immaginazione tralasciato nel mese di Settembre, volgendo il suo dire sulla immaginazione intorno allo sta-to coniugale. Parlò dell´uomo, e disse: quando una ragazza è avvicinata da un giovane e costui si presenta a lei con garbo, con dolcezza e con bei modi sa insinuarsi nel suo cuore, questa ragazza generalmente ne è presa e non guarda più in là: essa è un´illusa, fa d´uopo invece che questa ragazza sia più positiva e guardi se quel giovane che con lei è tutto dolcezza, forse in famiglia è aspro con la madre, è crudele col padre; molte volte è dedito al gioco o si lascia vincere dal vizio del bere; e co-stui, che colla fidanzata è tutto miele, forse quando essa sarà sua sposa farà poi con lei come adesso fa col padre e colla madre.
Molte volte quest´uomo sembra di un´attività straordinaria: illusione anche questa, e fa d´uopo osservarlo nella sua base. Bisogna pure guar-dare ai principii di questo giovane e non sperare di poterlo cambiare poi, perché, se lo promette alla fidanzata, lo negherà alla sposa. Non sperate, diceva il Signor Direttore, che quest´uomo che manca di buone qualità, possa rendervi felici, oh! no, poiché si sa che la luna di miele tramonta presto e che il vizio, abbandonato facilmente, si solleva quando poi venissero i crucci ed i malanni.
È ancora necessario cercare che questo giovane sia in grado di provvedere per una famiglia ciò che bisogna per vivere: perciò bisogna informarsi bene ed osservare prima di legarsi. E dopo, poi, che due giovani (che) s´incontrano con tutte le prospettive di essere felici, è necessario alla giovane di non farsi illusioni sulla vita che si abbraccia, pensare seriamente alle pene ed alle responsabilità a cui si va incontro.
La cura e l´affetto al marito prima, e quindi alla famiglia; e questa richiede dei grandi doveri verso dell´uomo e verso i figli, doveri di natu-ra e religiosi onde crescerli nel bene. Non farsi illusioni che una volta sposati si possa imporre al marito, questa è un´assurdità...
Si deve pensare che il giorno delle nozze passa, e quell´abito di lusso forse non s´indossa più, e che da quel giorno la giovane non è più libera, ed il legame che ha contratto le impone dei doveri sacrosanti a cui essa deve dedicare tutta se stessa.
Non voglio con questo, disse il Sig. Direttore, dissuadere quelle che si sentono chiamate a questo stato di vita; tutt´altro, poiché il matrimonio è necessario e Dio l´ha benedetto. È necessario perché, se non ci fosse il matrimonio, il mondo finirebbe presto; e poi è necessario anche molte volte per l´individuo stesso. Fa d´uopo dunque far cadere la scelta sul giovane che sia di buona famiglia e che abbia i mezzi onde non aver poi da trovarsi nell´indigenza. Molte tra di voi non avranno bisogno di questi consigli, ma le serviranno per consigliare le altre che desiderassero fare questo passo, ma non dissuaderle: quando una giovane vuole accasarsi, non la dissuada, ma la si aiuti ad andare avanti, onde abbia da trovare nell´uomo che sceglie il compagno che la renda felice, e che alla sua volta possa nella virtù del sacrifizio rendere felici quelli che le vivono al fianco.
Chiuse la conferenza dando per patrono e consigliere l´Angelo Custo-de» (ff. 153´-155´).
«Nella conferenza del 6 Novembre 1910 il Rev.mo Signor Direttore disse che metteva un´appendice sulle illusioni della vita coniugale e della vita religiosa.
Fece rilevare che nell´uno e nell´altro stato, se vi è il sacrifizio, vi sono pure molte cose bellissime. Nella religiosa che si sacrifica, noi vediamo l´angelo che sostituisce, al capezzale dell´ammalato, la madre, la sposa, la sorella; sostituisce la madre educando i figli che sono nell´abbandono; essa è pure venerata e stimata assai anche nel mondo, che vede in lei l´angelo che lavora pel bene della società.
La sposa e madre è pure venerata ed amata grandemente, perché essa con grande amore e sacrifizio prepara una nuova generazione, dà i figli alla patria e prepara buoni cittadini alla società.
Tanto l´uno che l´altro di questi due stati hanno molte cose belle, e quelle che si sentono chiamate seguano con coraggio la vita che è loro segnata, e col sacrifizio troveranno anche liete soddisfazioni» (ff. 156´-156´).


Lezioni di
pedagogia salesiana
(1906-1914)

1. Presentazione
Si tratta delle conversazioni familiari sulla vita salesiana a commento del Sistema Preventivo di Don Bosco, che Don Rinaldi tenne periodica-mente ogni 15 giorni, di mercoledì, per due quadrienni consecutivi (19061914), ai chierici studenti di Teologia dello studentato internazionale di Foglizzo, aperto nel 1904 per i giovani salesiani di Europa e dell´America anche per suo personale interessamento.
Ed è qui forse dove la personalità salesiana del Venerabile potè mani-festarsi in tutta la sua ricchezza e originalità, unendo insieme la scienza pedagogica eminentemente pratica e l´ansia verso la santità apostolica, mediante il sistema preventivo, che — come è stato sottolineato — «nessuno dei suoi predecessori aveva illustrato con tanta profondità e saggezza».
Molte cose, certo, sono cambiate in fatto di opere e attività salesiane, comprese le terminologie tradizionali della gerarchia interna; ma i prin-cìpi di fondo e la sostanza restano immutabili in quanto fondati sulla natura umana, sia pur sempre bisognosi di aggiornamenti secondo i pro-gressi delle scienze dell´educazione. Per questi motivi si sono scelte quelle parti che più hanno potuto resistere all´usura del tempo, e presentano quindi il sapore dell´originalità e la freschezza dell´attualità.
Desumiamo queste pagine dall´interessante monografia di Don Euge-nio Valentini, Don Rinaldi Maestro di Pedagogia e di Spiritualità sale-siana, Torino, 1965, ristampa: «Tali conferenze formative — scrive egli nell´introduzione — furono trascritte dagli uditori che sentirono la pre-ziosità di tali insegnamenti, e il testo che abbiamo fra mano è stato rico-piato da due esemplari manoscritti, appartenenti l´uno al signor D. An-drea Gennaro e l´altro al compianto D. Valerio Bronesi, e coincidenti tra loro quasi alla lettera» (p. 4).
La fedeltà del testo che è presentato dagli originali manoscritti, viene garantita in modo netto dall´Autore, tranne «le necessarie correzioni di

stile là dove o l´eloquenza dell´oratore o la fedeltà del trascrittore evi-dentemente è venuta meno» (p. 17). Accanto ad ogni paragrafo verran-no indicate le pagine del volume.
Uno sguardo alle Note ci rende avvertiti che il pensiero di Don Rinaldi viene arricchito qua e là anche col ricorso a trattazioni analoghe fatte sugli Atti del Capitolo Superiore: è sempre Don Rinaldi che parla.
Ragioni di spazio obbligano a ridurre l´ampiezza delle citazioni. Per-ché si abbia però l´idea dell´intera trattazione, si offre qui l´indice gene-rale del volume a cui seguiranno le pagine prescelte tra le molte altre sa-crificate.
INTRODUZIONE
RITRATTO DI DON RINALDI L´assertore della modernità L´assertore della tradizione
IL SALESIANO È UN EDUCATORE NON UN PEDAGOGISTA I DUE SISTEMI OPPOSTI
IL SISTEMA PREVENTIVO Una gerarchia nuova
Un ambiente nuovo
Locali convenienti nuovi Una nuova grande famiglia
ESSENZA DEL SISTEMA PREVENTIVO Non: educazione sessuale
Non: vacanze lungo l´anno e uscite premio
I FONDAMENTI DEL SISTEMA PREVENTIVO
Ragione Religione Amorevolezza
IL CAMPO DEL SISTEMA PREVENTIVO Le qiialità
Le potenzialità latenti
I difetti
I MEZZI DEL SISTEMA PREVENTIVO Ginnastica, musica, declamazione Cinematografo e passeggiate lunghe Correzioni
Spirito di carità
Punizioni e castighi

GLI EDUCATORI NEL SISTEMA PREVENTIVO
Le qualità del direttore educatore
Il direttore educatore dei confratelli
Il direttore educatore dei giovani
Il direttore confessore
Consigli per tutti gli educatori
Missione del prefetto
Missione del catechista
Missione del consigliere professionale
La missione del confessore
CONCLUSIONE
Preparazione alla vita Gli Ex-Allievi
Lo spirito salesiano
Ed ecco l´elenco delle pagine riportate nell´ordine e con i titoli che of-fre il volume:
Il sistema preventivo
Il campo del sistema preventivo: il ragazzo Gli educatori nel sistema preventivo
Conclusione

2. Testi
2.1 II sistema preventivo (pp. 20-32)
Don Bosco ha aperto una via nuova nella storia della pedagogia. Egli ha messo per base del suo sistema questo semplice princinettere gli allievi nell´impossibilità di commettere delle mancanze.
Questo principio in sé non è nuovo, è sempre stato lo scopo di tutti i sistemi antichi e moderni, la sua novità tnei mezzi e nell´applicazione pratica che Don Bosco ne ha fatto.
Molti si sono decisi di mettere a fianco dei giovani un carabiniere, per farli filar diritto. È l´ideale di tutti i sistemi aver degli assistenti, degli educatori che possano impedire nella maniera più assoluta che il ragazzo commetta delle mancanze. Ma questo lo vogliono ottenere opprimendo e soffocando i giovani. Don Bosco non vuole assolutamente questo.
Questo è impedire che il ragazzo si sfoghi, è soffocare le sue tendenze, è togliergli la libertà, non è educarlo. Per questo, Don Bosco ha voluto escogitare mezzi nuovi. Ha dovuto creare una gerarchia nuova, un ambiente nuovo, locali convenienti nuovi e una serie particolare di mezzi nuovi.
Una gerarchia nuova (pp. 21-23)
Una gerarchia nuova, cioè un ordine diverso di superiori nei collegi, diverso da quello usato da altri. Lasciando tutto quello che non si pote-va cambiare, come i professori, ecc. lui li ha trasformati secondo il suo spirito, secondo le sue idee, insegnando loro un nuovo modo d´insegna-re. Così per gli altri uffizi. Il nostro Direttore non è il Rettore di altri istituti, collegi, seminari, e se lo fosse sbaglierebbe strada. Don Bosco non cambiò solo le parole, ma anche l´ideale.
I Rettori stanno ben lontani dai loro diretti. Essi, in conformità col-

titolo che posseggono, reggono ma non dirigono, governano ma non educano.
Il nostro Direttore invece sta insieme ai suoi diretti, si trova sempre in mezzo ad essi, e la sua direzione si svolge a contatto con i singoli.
Anche le sue attribuzioni sono differenti dalle attribuzioni dei rettori degli altri istituti. Più che superiore .è padre. Rappresenta nell´educazio-ne la parte del cuore. È il capo, il responsabile, il padre della casa.
La parte disciplinare che comanda, ordina, castiga è tolta a lui. C´è un altro, dietro le sue spalle, che regge, che comanda, ed è il Prefetto. Questo bisogno, che già sentono altri istituti di educazione, di mettere il Rettore sotto una luce più mite, creando un vice-rettore, Don Bosco l´ha già risolto in radice, creando il Prefetto. A questo spetta la parte cosidetta odiosa, mentre al Direttore è riservata la parte paterna, la pa-dronanza dei cuori.
Accanto a lui Don Bosco creò un Catechista, che però non è un con-fessore ma è un superiore, chiamato anche direttore spirituale, che ha cura della pietà e della disciplina nella chiesa. Quest´ufficio, inteso come
Bosco l´ha creato, non esiste in alcun altro istituto; e, insieme agli altri due, è una delle tre cariche caratteristiche del sistema di Don Bosco.
Ma per ottenere il risultato occorre che siano veramente tali come Don Bosco le ha fatte. Sono le vere ed uniche cariche dei nostri collegi, e se fossero ben intese e coperte si eviterebbero molti vuoti nelle nostre case. Le altre cariche sono anche cariche, ma sono come dipendenti dalle prime. Esse sono come negli altri istituti, colla caratteristica però che tutti gli educatori sentono il dovere di vivere continuamente in mezzo argiovani in tutte le parti.
Bisogna che noi facciamo tutto questo, perché questo era veramente l´ideale di Don Bosco. Vederli tutti questi superiori in chiesa, in cortile, e, come era una volta, tutti anche in istudio in mezzo ai giovani. Era il tempo classico quello. Tutti i professori insieme ai giovani. Tutto an-dava bene. Erano capitavola tutti schierati, dal catechista al consigliere scolastico, fino ai professori di ciascuna materia. L´Assistente generale studiava come gli altri. C´era Don Albera (allora chierico e professore di 5a ginnasiale), c´era D. Cerruti... c´erano tutti.
Questo il sistema: Rina famiglia che lavora insieme, che vive insieme, che esce insieme, che fa ricreazione insieme. Allora anche nei superiori la stessa vita dei giovani, l´amore e l´impiego del tempo. Questo il vero pensiero di Don Bosco, a questo noi dobbiamo ritornare. Allora avremo il vero sistema preventivo. Finché visse Don Bosco, questo lo impose colla sua volontà e l´ottenne. Adesso. Oh! io ben so. Adesso nelle nostre case non è più così. Vedo dalla vostra attenzione, dai vostri occhi, dal vostro volto che dice: oh! adesso non è più così. Sì, noi non siamo più ai primi

principi e in questo voi troverete la causa di tutti i disordini che avete visto nelle nostre case. Noi ci siamo evoluti, siamo troppo istruiti, ab-biamo studiato troppa pedagogia e siamo usciti fuori di via.
Un ambiente nuovo (pp. 23-26)
Un altro elemento del sistema di Don Bosco è l´ambiente. Dato il ca-rattere delle nostre case si ha diversità di ambiente secondo la condizio
ne dei giovani con cui dobbiamo trattare. Ai nostri tempi è grande la necessità di educare la gioventù già corrotta, e questo lo si fa nelle cosi-dette case di correzione. Ora Don Bosco non ha mai voluto accettare queste case, né ha mai permesso che le sue case fossero chiamate con questo nome. Eppure se lo avesse voluto, se si fosse messo in questa opera, sarebbe stato molto accetto e lodato. Lui non ha mai rigettato nessun giovane perché corrotto o incorreggibile, ma non ha mai voluto che le sue case fossero considerate come case di correzione. Il giovane uscito da una casa di tal genere avrà sempre vergogna di esserci stato, e abbasserà la fronte passandovi davanti. Ora Don Bosco voleva elevare i giovani e non abbassarli, voleva che fossero liberi di entrare e di uscire dalle sue case. Dovevano cioè trovare in esse un ambiente sano che li sollevasse e li avviasse al bene. Uno dei segreti d´una buona riuscita è appunto quello di mettere il giovane in un ambiente sano e buono. Messo in questo ambiente il ragazzo si corregge, diventa sano lui stesso e non corrompe gli altri. Qualcuno dice: ma in qualche paese si sono accettati dei correzionali. Questo è vero, ma in essi ci siamo riservati la piena libertà; la piena applicazione del sistema nostro, e presto tali case sono state trasformate. Giovani di tale condizione sono stati messi insieme a giovani di altre condizioni e tutto questo in un ambiente elevato e onorato. Questa è la prima condizione per lavorare efficacemente alla rigenerazione del giovane, sia che egli venga dalla famiglia che lo vorrebbe mettere al correzionale, sia che provenga dalle case di correzione propriamente dette. Ma per costituire questo ambiente il primo fattore è lo spirito di famiglia nelle relazioni dei superiori coi giovani, come abbiamo detto sopra. Poi certo si devono allontanare i giovani guasti, o meglio i giovani che sono di danno agli altri.
Un altro elemento, che distingue il sistema di Don Bosco dagli altri, è quello di servirsi dell´opera dei ragazzi come di collaboratori nell´edu-cazione.
Don Bosco ha fatto questo non solo per necessità, come si crede, ma per sistema. Non è l´auto-educazione, usata in alcune parti dell´America, la quale serve sì per sviluppare le tendenze e il carattere del giovane, ma non arriva a correggere e a seminare, come abbiamo già detto, ma

è una vera opera di collaborazione e di apostolato. Bisogna mettere que-sti giovani come capi o vice-capi di tavola in istudio o in refettorio, non solo perché abbiano un posto di onore ma proprio per assistere i loro compagni a cui dovranno dare il voto di condotta settimanalmente. In tal modo il giovane riflette, s´industria, diventa serio. Questo è elevare il morale dei giovani ed educarli, far loro sentire la fiducia che i superiori hanno per loro, è farli governare prima se stessi per essere in grado di governare gli altri. Oggi c´è la tendenza a metterli in banchi separati e questo lo si vuol far passare come progresso, come un miglioramento. Per me questo è un indizio dell´assenza del sistema di Don Bosco. Sepa-rate i giovani perché non vi fidate di loro. Li livellate per poterli più fa-cilmente dominare, trascurando di farne dei vostri collaboratori, e non ottenete né lo scopo di dominarli più facilmente, né quello di formarli mediante la partecipazione all´autorità.
Un altro grande mezzo educativo, che mette il giovane nella condizio-ne di prendere parte attiva nell´educazione dei compagni, sono le Com-pagnie.
A questo proposito Don Rinaldi così si esprimeva negli Atti del Capi-tolo del 24 dicembre 1930: «A prescindere dalle singolari sue doti personali che resero Don Bosco dominatore dei cuori, il segreto d´un esito così straordinario va ricercato nelle varie Compagnie e Associazioni religiose, che gradatamente, a tempo opportuno e per le varie categorie dei giovani, fece sorgere, Deo inspirante et adiuvante, nei suoi Oratori ed Istituti. L´appartenervi doveva essere un premio, più che alla bontà naturale, al desiderio sincero di volere divenire un po´ per volta veramente buoni, perché, secondo lui, doveva bastare la volenterosa osservanza del Regolamento per essere in breve realmente buoni.
Inoltre egli aveva saputo immettere nei singoli Regolamenti una segreta virtù che trasformava i giovani, senza che essi quasi se ne accorgessero, in altrettanti piccoli apostoli tra i loro compagni» (ACS, XI, n. 55, p. 914).
«Da questo possiamo facilmente valutare la grande importanza delle nostre Compagnie e la conseguente necessità che ci adoperiamo tutti perché siano fondate, fatte fiorire e tenute in continua efficienza negli Oratori Festivi, Ospizi, Collegi, Pensionati, Parrocchie e Missioni. Ma perché producano i frutti sopra accennati, occorre che siano non il fuoco di un momento di entusiasmo, ma organizzate in modo stabile e conti-nuativo, come il dovere proprio della Casa che non cesserà se non quan-do venisse meno la stessa Casa.
La cura delle Compagnie il Direttore la deve annoverare tra i suoi do-veri professionali più importanti. Pur lasciando la necessaria libertà d´a-zione, s´interessi di tutte le Compagnie, le visiti, prenda visione dei registri

Conferenze alle
«Zelatrici di M.A.»
(1917-1922)
(Le future
«Volontarie di D. Bosco»)

1. Presentazione
Don Castano, nella biografia di Don Rinaldi, giudica questa nuova istituzione «l´opera più indovinata e personale del Servo di Dio» (p. 118). Siccome poi vi ritroviamo le stesse persone che avevamo incontrate nei vari gruppi precedenti (Oratoriane, Figlie di Maria, Zelatrici dell´Oratorio, Zelatrici del Sacro Cuore), con impegni di santificazione personale e di apostolato sempre più esigenti, se ne deduce che nella sua azione sacerdotale di formatore di anime Don Rinaldi doveva agire secondo un piano ben preciso, almeno nella sua mente, che andava poi attuando secondo i momenti e le circostanze. Lo attesta già Don Ceria a proposito delle Figlie di Maria (p. 183).
In base a questo piano, con la soda formazione ricevuta negli anni precedenti, alle veterane non restava più che fare ancora un passo avanti, ponendo a fondamento di essa una vera consacrazione a Dio, continuando a rimanere nel loro ambiente familiare, professionale, apostolico. Ed ecco gli elementi essenziali di un vero Istituto Secolare, che Don Rinaldi non si stancherà di proporre, illustrare ed inculcare alle prescelte, con una tale chiarezza di intuizione profetica, da meritare di essere annoverato fra i «precursori degli Istituti Secolari» (A. Oberti, Gli Istituti Secolari a venti anni dalla Perfectae Caritatis, «Vita Consacrata» XXI 1985, n. 4, p. 442).
Da qui, il passo compiuto nel settembre 1911 dalle 14 Ex-Allieve presso i Superiori: quasi sicuramente presso lo stesso Don Rinaldi, che amava sempre restare nell´ombra. Esse esprimevano il desiderio di «unirsi maggiormente a Don Bosco, di vivere dello stesso suo spirito, di perfezionarsi e di esercitare nel mondo le stesse opere esercitate dai Salesiani». Fu proprio lui che, volendo legger chiaro nel progetto avanzato oralmente, pregò una delle medesime «a tracciare un regolamento, il quale però, esaminato, non è stato trovato corrispondente ai bisogni di anime che dovevano vivere nel mondo». Dunque venne bocciato per carenza

di ... «secolarità», secondo una sensibilità tutta moderna! Per il momento
venne rimandato.
Il vero regolamento lo aveva egli stesso maturato negli anni attraverso
il sacro ministero di direttore spirituale di anime generose. Ed eccolo, in nuce, venir fuori in una prima bozza, allegata ad una sua lettera al Rettor Maggiore Don Albera del 3 ottobre 1916.
«Rev. e cariss. Don Albera,
Conviene che V.R. sappia come alcune pie persone seguono il tenore
di vita qui unito. Esse non formano corpo a parte, ma possono determi-nare una corrente di idee che un giorno o l´altro potrebbe arrivare a V.R.
come Rettor M. della Pia Società (Salesiana).
Per quanto conosco io, sono disposto a darle quegli schiarimenti che
desiderasse.
Torino, 3 ottobre 1916
F. Rinaldi Sac.»
Dunque, la «corrente» era già in movimento, e la guida ne era proprio
lui!
Ed ecco lo Statuto allegato alla lettera manoscritta, ma battuto a mac
china, segno che ne erano state fatte più copie per le «pie persone».
1° - Sono iscritte fra i Cooperatori Salesiani e ne zelano la regola e lo spirito, tenendo un tenore di vita, per quanto si può, simile a quella che si pratica nella vita comune.
2° - Fanno voto di castità annuale o triennale o perpetua, secondo il consiglio del confessore ed il loro stato.
3° - Compiono con esattezza tutte le pratiche di pietà e di religione secondo il Regolamento dei Cooperatori e lo spirito del Ven. Don Bo-sco. In particolare ogni anno faranno alcuni giorni di Eserc. Spirituali. Ogni mese l´esercizio della buona morte, ed ogni giorno possibilmente
la S. Comunione.
4° - Nella famiglia e nella società debbono essere secondo il loro stato
di buon esempio e prendere parte alle opere di pubblica carità e pietà. 5° - Diffondono il bene colla buona stampa, coi catechismi e coltivando le vocazioni religiose.
6° - Hanno cura speciale della gioventù bisognosa di appoggio spiri-tuale o materiale.
7° - Celebrano con particolare devozione le feste di S. Fr. di Sales, di Maria A. e del S. Cuore.

Già da una prima lettura si resta colpiti dalla completezza, pur nella sobrietà, di un vero e proprio Regolamento di vita consacrata (voto di
castità), secolare («secondo il loro stato», che era appunto quello seco
lare), salesiana (collegamenti colla Pia Unione dei Cooperatori Salesia-ni), in tutte le sue varie componenti: quelle stesse che troveremo svilup
pate e approfondite nelle successive redazioni del Regolamento della nuova Associazione ad opera dello stesso Don Rinaldi, di cui ci restano gli esemplari. Sono tre: uno manoscritto in 18 articoli (primi mesi del 1918); lo stesso, con qualche ritocco e spostamento e l´eliminazione di un articolo (luglio 1919, battuto a macchina); e infine lo stesso, stampato in opuscoletto (agosto 1919), in preparazione alle prime professioni del 26 ottobre 1919.
Da notare che il collegamento con la Pia Unione dei Cooperatori, fondata da Don Bosco, mentre da una parte fugava la preoccupazione di vedere apparire e giudicare la nuova Associazione come «corpo a par-te», non ne escludeva dall´altra una certa autonomia, necessaria per ga-rantire la sua speciale identità giuridico-spirituale. Vi pensò lo stesso Don Rinaldi a mettere bene in chiaro questa esigenza nella nuova stesura del Regolamento, che, a cominciare dalla redazione manoscritta, all´art. 15 così si esprimeva: «Quest´Associazione è istituita colla Pia Unione dei Cooperatori Salesiani, perciò ha il medesimo governo». L´articolo 15 passa tale e quale nella redazione dattiloscritta, mentre nel testo stampato per la soppressione dell´art. 5, compare sotto l´art. 14.
Nello Statuto del 1916 mancava ancora il titolo della nuova Associa-zione che tante ansie e preoccupazioni aveva alimentato nelle interessa-te, le quali avrebbero gioito di sentirsi chiamare «Figlie di Maria Ausi-liatrice nel secolo» strettamente unite alle loro Suore e all´Istituto delle Figlie di M.A. Tuttavia vi troviamo tutta la sostanza, tanto da far dire a Don Castano: «In una paginetta e in sette schematici punti costituzio-nali, Don Rinaldi presenta al Successore di Don Bosco quale poteva es-sere l´ideale di vita salesiana consacrata nel mondo, secondo i criteri che "le pie persone" in parola seguivano da anni sotto la sua direzione» (p. 121).
Il titolo venne finalmente scelto ed elaborato, con larghezza e moder-nità di idee, dal medesimo Don Rinaldi e posto in testa al regolamento manoscritto del 1918: «Associazione delle Zelatrici Salesiane»: aperta quindi a tutta la Famiglia Salesiana e facente capo al Successore di Don Bosco. Devono però essere intervenute difficoltà nell´accettare quel tito-lo, e nella copia dattiloscritta del luglio 1918 vi compare quest´altro, evidentemente frutto di un ... compromesso, oltre tutto non elegante: «Figlie di Maria Zelatrici della Società di San Franc. di Sales».
Esso passerà nella copia stampata, e tale resterà fino alla morte del

Fondatore (5-12-1931). Solo che al momento delle prime professioni, nel preparare il Formulario delle medesime, su varie copie comparvero intitolazioni diverse, finché prevalse nella pratica quello che si perpetuò fino alla rinascita dell´Associazione ad opera del 5° Successore di Don Bosco, Don Renato Ziggiotti (1955), e cioé: «Zelatrici di Maria Ausiliatrice». Non deve essere stata estranea una gherminella della Segretaria Luigina Carpanera!
A questo punto sarà opportuno riportare alcune brevi considerazioni che Don Castano dedica a questi avvenimenti, del massimo interesse per la storia salesiana. Accennate le esperienze pastorali di Don Rinaldi in Spagna, così prosegue: «Qui (in Torino ed entro l´Oratorio) Don Rinaldi arrivò a concepire ed attuare una forma nuova di vita consacrata nel mondo e a porre gli inizi di un Istituto, che oggi in lui si riconosce e lo onora come ispiratore e padre [le Volontarie di Don Bosco]. Si potrebbe dire che fu questa l´opera più indovinata e personale del Servo di Dio, anche se è verissimo che egli volle restare nell´ideale di Don Bosco, attribuendo al Fondatore ciò che faceva, e al principio poteva sembrare una semplice derivazione del suo spirito, ma in realtà non lo era. Più che a condividere la missione del Padre e Maestro, Don Rinaldi mirava ad allargarne le opere, a diffonderne gli orientamenti, ad accrescere la vitalità dell´albero salesiano.
«Di fatto, guardato alla luce della storia, egli riuscì ad emulare e com-pletare la figura del suo grande Modello, e ad acquistare cittadinanza fra gli ideatori e iniziatori di nuove associazioni religiose nella Chiesa. Intuì, cioè, e percorse la via che portava alla secolarità consacrata per la elevazione e santificazione del mondo. Il che era del tutto nuovo allo spirito salesiano» (p. 118).
Ora, allo scopo appunto di facilitare la lettura dei documenti che of-friamo, in una esatta interpretazione storica, saranno ancora necessarie due osservazioni riguardanti i termini che adopera spesso Don Rinaldi, il quale rimane pur sempre figlio del suo tempo. Anzitutto egli ignora e non poteva non ignorare il termine tecnico «secolarità», che si incontrerà solo nei documenti ufficiali con cui Pio XII darà vita agli Istituti Secolari (la costituzione Provida Mater con l´annessa Lex peculiaris del 2 febbraio 1947). Per farsi capire, Don Rinaldi adopera le espressioni «secondo il vostro stato», «secondo la vostra condizione» e simili, mar-tellate con insistenza sia quando parla dei voti, sia quando illustra la loro vita di preghiera e dello stesso apostolato: tutta la loro vita, insomma, dovrà essere da loro vista e vissuta in un clima di autentica secolarità, con tutte le sue legittime esigenze, a differenza di quella «religiosa» canonica comunitaria. Se non si tiene presente questa avvertenza, il lin-guaggio di Don Rinaldi resterebbe oscuro ed ambiguo. Basta pensare che parla non a «religiose», ma a «secolari»!

La seconda osservazione riguarda appunto il termine «religioso» che ricorre così spesso sulle sue labbra, ma che non deve trarre in inganno. Al suo tempo si conosceva il solo «stato di perfezione» canonico, quello «religioso», mentre con il sorgere degli Istituti Secolari si sentì il bisogno di creare un nuovo termine che abbracciasse ambedue le forme di vita di perfezione approvate dalla Chiesa, quella «religiosa» e quella «secolare», e fu appunto «vita consacrata». Così, quando Don Rinaldi parla alle Zelatrici del loro nuovo genere di vita che implica la consacrazione, adopera il termine, di per sé ambiguo, «religioso», ma con l´idea di non orientarle certo alla vita religiosa canonica, preoccupato anzi com´era di distoglierle da tale vocazione per loro irrealizzabile.
Non a caso è stato fatto osservare da chi scrive, che la maggiore fatica del Servo di Dio fu quella di proporre, e quasi imporre la vocazione se-colare a creature che continuavano a nutrire nostalgia per la vita religio-sa. Dunque, nella maggior parte dei casi, quando adopera il termine «re-ligioso», oggi Don Rinaldi adoprerebbe quello più proprio di «consa-crato nel secolo» o «secolare».
Questa premessa ai documenti, piuttosto abbondante, la si è ritenuta necessaria per una comprensione esatta, dal punto di vista storico e dot-trinale, delle Conferenze che vengono proposte, scelte tra le più vive e originali del Servo di Dio, tutte dedicate ad una ricca e profonda esegesi da parte sua del testo del Regolamento, che le interessate avevano tra mano, a partire dal 26 ottobre 1919.´
´ Cfr. il Manoscritto in Arch. VDB, stampato nella Collana «Documenti e Testi» V (Roma 1980) con il titolo «Quaderno Carpanera». I titoli premessi alle singole conferenze sono nostri.

2. Testi
2.1 Prima conferenza: i fondamenti (20 maggio 1917)
Terzo giorno della Novena in preparazione alla Pentecoste e vigilia del Triduo in preparazione alla Solennità di Maria SS. Ausiliatrice.
La Rev.ma Signora Ispettrice Sr. Felicina Fauda presentò le tre Figlie di Maria: Verzotti Maria, Riccardi Francesca e Carpanera Luigina, al Re
verendissimo Signor Direttore Don Filippo Rinaldi, Prefetto Generale della Pia Società Salesiana e gli espose il loro vivo desiderio di essere Figlie di Maria Ausiliatrice nel secolo, pregandolo di rivolgere loro una parola.
Il Reverendissimo Superiore che già le conosceva personalmente, le chiamò ciascuna col proprio nome e così parlò a loro:
«Da parecchio tempo i Rev.mi Superiori ricevono diversi inviti affin-ché si istituisca una Società di Figlie di Maria Ausiliatrice nel secolo.
Questo desiderio sentito da diverse anime di unirsi maggiormente a Don Bosco, di vivere dello stesso suo spirito, di perfezionarsi e di esercitare
nel mondo le stesse opere esercitate dai Salesiani, è stato pubblicamente
espresso da quattordici distinte persone nel Convegno delle Ex-Allieve, tenutosi a Torino nel 1910, anzi una delle suddette, fu invitata a traccia
re un regolamento, il quale però esaminato, non è stato trovato corri-spondente ai bisogni di anime che dovevano vivere nel mondo; tuttavia se ne parlò ugualmente ancora per un po´ di tempo, alcuna scrisse qual-che volta; ma poi nessuna non si è più presentata, e allora la cosa fu la-sciata sospesa.
I Superiori accolsero sempre bene questi desiderata, tanto più che questa cosa era veramente nella mente e nel programma del venerabile Don Bo
sco. Nella relazione che Egli stese dell´opera Sua, parlava appunto di due Classi distinte di persone, osservanti una stessa regola, una delle quali formasse Comunità e l´altra vivesse nel mondo, per ivi promuovere lo spirito della Congregazione, nella esplicazione pratica dell´azione.

Forse il Ven. Don Bosco avrebbe effettuato questo progetto, se la mole dell´opera Sua diffondendosi rapidamente in modo straordinario, non
l´avesse completamente assorbito. Si era allora tra l´anno 1875-1880; ed è questo il motivo per cui più tardi non si trova un accenno a quest´ope-ra ch´era veramente nella sua mente.
Tuttavia i Superiori studieranno il modo e i mezzi di poter iniziare quest´opera, anzi, soggiunse il Reverendissimo Signor Direttore, il Rev.mo Sig. Don Albera, dopo la visita che voi tre per la terza volta le avete fatto, esponendole sempre il vostro desiderio; me ne parlò, manifestandomi la grave sua preoccupazione di iniziare una nuova opera di bene, opera che richiede un´assistenza speciale, in un momento difficilissimo come il presente che attraversiamo, per la mancanza di personale, peroché un numero straordinario di Sacerdoti è stato richiamato sotto le armi.
Ma poiché l´Ispettrice s´incarica di occuparsene Lei stessa, noi inco-minciamo [iniziare] quest´opera nell´oscurità, e daremo principio con le tre presenti, le quali, unite moralmente nello stesso spirito, si perfezionino soprattutto nell´esercizio particolare della preghiera, secondo però lo spirito del Venerabile Don Bosco: molta semplicità, nessun complicazioni.
Nessuno deve sapere quello che sta maturando nel vostro cuore, con-tinuate ad essere quali siete. Alla Suora che vive in comunità riesce più facile la pratica delle opere di pietà, perché regolate da un orario fisso, mentre voi lo dovete adempiere, quando e come potete; ma però è indi-spensabile che anche in voi vi sia ordine, unione e uniformità di preghiere. Innanzi tutto studiate bene lo spirito del Ven. Don Bosco; ordine diligente nelle pratiche di pietà che saranno le medesime delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ma in senso ridotte, cioè: ogni giorno assistere alla S. Messa, nel frattempo recita delle preghiere del buon Cristiano, dieci minuti di meditazione, recita del S. Rosario. Si può far servire come preparazione alla S. Comunione la recita del S. Rosario e come ringraziamento la meditazione, e viceversa come si crede meglio.
La meditazione non la dovete lasciare senza un grave motivo; anche solo cinque minuti; perché è nel raccoglimento, nel silenzio interno che si sente la voce di Dio e si forma l´anima religiosa. Come pure le altre pratiche di pietà, cioè assistere la S. Messa e la S. Comunione ogni giorno.
Nel pomeriggio farete una visita a Gtsù Sacramentato, durante la quale se potete, fate un po´ di lettura e poi raccoglietevi un momento. Se vi succede di non aver il tempo né di fare la visita, né la lettura, raccoglietevi brevemente alla sera nella vostra camera prima di prendere il riposo e portatevi in ispirito in Chiesa ai piedi di Gesù Sacramentato, fate in questo modo anche in casa, la vostra visita e la lettura. La Signora Ispettrice cercherà i libri a voi più convenienti per potervene servire.

Il Rev.mo Signor Direttore soggiunge: La recita del S. Rosario durante la S. Messa è una preghiera molto semplice, ma di straordinaria efficacia, Don Bosco introdusse questa pratica in tutte le sue Case molti anni prima che il Sommo Pontefice la istituisse in tutta la Chiesa. Guarda, si diceva da alcuni, Don Bosco ha preceduta l´istituzione del Papa! ... E ciò per dimostrare il potere di questa preghiera.
Un´altra pratica di pietà, è di fare una volta al mese un giorno di ritiro spirituale. Scegliete un giorno del mese possibilmente festivo per meglio raccogliervi e meditare un po´ di più su qualche punto specialmente della vostra vita interna, prendendo quelle risoluzioni e propositi per rendervi migliori, pensando di santificarlo come fosse l´ultimo giorno della vostra vita. Fate ogni anno almeno tre giorni di Santi Spirituali Esercizi.
Esercitate nel mondo quelle virtù che certo acquisterete con una vita più perfetta, adoperandovi e prestandovi per fare il maggior bene possi-bile, secondo sempre lo spirito del Ven. Don Bosco. Ma ripeto: molta semplicità in qualsiasi vostra opera o pratica di pietà. Siete poche, sol-tanto tre, non importa; le opere del Signore nascono nella povertà, nel-l´umiltà e si formano nel silenzio. È meglio poche, ma di spirito buono; è meglio un solo arboscello, ma dalla radice sana e forte, che molti sparsi, e dalla radice debole.
Tacete, non chiamate nessuna a seguirvi, il vostro buon esempio ba-sterà; siate unite tra voi tre, formate un cuor solo, un´anima sola. Siete in tre, è questo il numero perfetto, ché tre sono pure le Persone della SS.ma Trinità.
Il Rev.mo Signor Direttore soggiunse che si rallegrava che la prima adunanza avvenisse alla vigilia del Triduo di Maria SS. Ausiliatrice e nella Novena dello Spirito Santo raccomandando di pregare perché lo Spirito Santo illumini i nostri Superiori».
Nelle pagine successive il verbale della riunione fa emergere un orientamento parzialmente diverso dell´Ispettrice M. Felicina Fauda:
«Il Rev.mo Signor Direttore lasciò le presenti con la Signora Ispettri-ce, la quale riepilogò la sua Conferenza, insistendo che formassero fra loro un cuore e un´anima sola. Soggiunse: "Della Suora voi non portate l´abito, quest´abito che è necessario ove noi siamo e che non può stare ove noi non possiamo essere; ma della Suora dovete avere l´ideale.
Siate le sorelle delle Suore ove esse sono, e siate Figlie di Maria Ausiliatrice ove esse non sono. Le Figlie di Maria Ausiliatrice nel secolo, devono aiutare, coadiuvare nell´Istituto, nell´Oratorio le Suore, rappresentare le Suore stesse nel mondo, specie nelle Famiglie, e dove non può arrivare la Suora con l´abito, arriverete voi, ed avrete in più il merito di suscitare l´ammirazione e il desiderio d´imitazione. Vivendo nel mondo una vita perfetta e non portando l´abito religioso che vi distingua,

viene tanto naturale di ammirare una persona che viva nel secolo come tutti, eppure sia capace di fare del bene, di operare in modo edificante; certo che l´ammirazione vi viene a colpire e l´esempio vostro può essere imitato. Noi Suore, si può dire che viviamo la vita della piazza con le Scuole, gli Asili, gli Oratori, i laboratori ecc., si è in continuo contatto col mondo esterno; ma abbiamo l´abito religioso che in casa nostra può avere molto valore morale, ma nel mondo in certi casi no. Siete voi che potrete sostituirci compiendo il bene che noi non arriveremmo mai a fare.
Però dovete praticare tutto in segreto, nessuno ancora deve sapere niente e tanto meno della vostra unione morale, né di quanto si è detto. Si effettuerà questo nostro e vostro desiderio? Non si sa; ma intanto vi serva quel che siete ora tanto per la vita come per la morte. Cominciate domani, primo giorno del Triduo in preparazione alla Festa di Maria SS. Ausiliatrice, le vostre pratiche di pietà, unendo ad esse l´intenzione di ciascuna e cioè che tutte benché divise di corpo, siete unite nello stesso spirito praticando tutte le stesse opere di pietà, vivendo con uno scopo unico, per cui siete unite anche alle Figlie di Maria Ausiliatrice".
La Signora Ispettrice s´informò del libro che usavano le presenti per la meditazione, disse di continuare provvisoriamente con il medesimo intanto che ne sceglierà qualcuno da sottoporre all´approvazione del Rev.mo Signor Direttore; consigliò pure di ritornare al saluto di Suor Maria Mazzarello: "Viva Gesù! Viva Maria!" ogni volta si fossero trovate sole, e con questo saluto si è chiusa una giornata veramente memorabile» (Quaderno Carpanera, pp. 1-10).
2.2 La nuova associazione: natura e scopi (30 giugno 1918)
«Il Rev.mo Signor Direttore prese occasione di quanto Sua Em.za il Cardinale Cagliero disse alla nostra Sorella Maria Verzotti nella visita fattale, e cioè, che avrebbe lavorato per fare preparare un piccolo rego-lamento studiando nello stesso tempo il nome da dare a questa novella comunità, perché non abbia da colpire troppo nel senso di apparire una nuova istituzione.
Il Rev.mo Signor Direttore ci raccomandò di stare tranquille e di non turbarci per niente, qualunque fosse il titolo che ci venisse dato e la re-gola che ci fosse presentata. Soggiunse: Pregate il Signore per trovare in quelle regole la sua via; saranno certamente regole ad un indirizzo di vita pratica, conveniente a voi e nel tempo vostro; prendetele con amore e studiate di uniformare la vostra vita in tutto, alla regola che sola potrà sostenervi e farvi progredire gradatamente nel bene.

È un anno che fate le pratiche di pietà secondo le norme di Don Bo-sco; avete fatto tutto quello che avete potuto per adempierle bene; non ci sarete forse riuscite perfettamente, non importa; continuate come avete cominciato: giornaliere, settimanali, mensili, annuali. Ora desiderate fare un passo avanti e cioè avete chiesto di fare i tre voti: Povertà - Ubbidienza - Castità. La povertà, voi tutte già la praticate; Povertà vuol dire non sprecare e il di più darlo ai poveri; quindi senza esagerare secondo lo stato vostro la praticate.
Ubbidienza: è compiere il proprio dovere; saranno perciò solo promesse. La Castità invece sarà il voto che dovrà legarvi, unirvi.
Non dimenticate che è una caratteristica di questa Comunità, di con-servare ognuna il proprio carattere per arrivare a fare del bene. La vita dei primi Cristiani Don Bosco voleva metterla nei nostri cuori, per rin-novare nel mondo lo spirito cristiano e compiere il bene. Un anno è pas-sato, in cui parlandovi vi raccomandai l´osservanza esatta delle pratiche di pietà secondo le norme del Ven. Don Bosco e le medesime praticate dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. Quest´anno faremo un passo avanti: vi raccomando di fare del vostro meglio per formarvi lo spirito cristiano religioso secondo Gesù Cristo; ciascuna si presenti qual è nella Società, con lo spirito del Signore; chi è impiegata non deve crearsi altra forma esterna di vestire; chi è nel negozio, nel laboratorio, nella fabbrica, nien-te di esterno che la renda distinta; l´essenza è che dove siete, dove vi tro-vate: siate buone.
Ho notato come tante ragazze pie e buone vivono in mezzo alle fab-briche, sanno presentarsi bene e continuare nella vita buona, cristiana per parecchio tempo, poi si lasciano a poco a poco trascinare dalla catti-va corrente, incominciano col trascurare le pratiche di pietà e gradata-mente cadono trasportate dalla corrente che le trascina, scoraggiate che nessuna è venuta in aiuto a sostenerla, animarla, rimetterla di nuovo sulla buona via. Questo corpo ha lo scopo, il carattere di sostenervi reciprocamente, animarvi, aiutarvi a trovare anche fuori nel mondo un appoggio solido nel momento del pericolo; è necessario però essere legate per continuare perseveranti; sciolte non raggiungereste mai il fine propostovi; non cambi per niente l´esteriore, la virtù sia più forte, rapida, santa, religiose buone dove vi troverete. Fate quest´anno l´interno buono, lo spirito buono, senza affannarvi né preoccuparvi della riuscita; questo è veramente diventare religiose secondo Gesù Cristo, rinnovare nella società moderna la Vita dei Santi. Ricordate che la regola è niente, è lo spirito buono che è necessario; osservate un´artista: sia vestito da straccione o da Re è la stessa cosa, va sempre bene, perché il suo genio, la sua arte la mette sempre fuori, ugualmente. Noi abbiamo dei Santi che si sono presentati nel mondo in vari modi; chi ha attirato le turbe, chi

ha vissuto nel deserto, chi nella reggia; e tanto si onora S. Clotilde regi-na come S. Zita, serva. Nella storia della Chiesa troviamo S. Genoveffa e S. Clotilde che vissero contemporaneamente, una regina e l´altra pove-ra giovanetta, entrambe vissero nel mondo e fecero molto bene. S. Ge-noveffa rimase orfana e sola in giovane età; presso il letto della madre morente il S. Vescovo la consacrò al Signore; Essa ha fatto un bene im-menso nella Francia, è diventata la grande Apostola della Città di Parigi nell´epoca dal 1420 al 1500; era una religiosa che viveva nel mondo e così pure S. Clotilde. Questo dimostra che la missione si compie con lo spirito buono; lo spirito di Dio è infinito e si manifesta sotto diverse forme, come vuole Lui; quello che veramente mi preoccupa è che abbiate lo spirito buono; la vostra missione non consiste soltanto nel farvi sante, ma adattarvi alle necessità della vita, ai tempi, per fare del bene. Per essere delle buone giovani non è necessario associarvi; ma invece per poter compiere questa missione di bene, sì. Insisto su questa idea: comunità per farvi sante e sostenervi nella vita pratica del bene; sante nello stato in cui siete e vi trovate; aspirate ad essere perfette, studiate e lavorate per portare lo spirito religioso nella vostra condizione e dove vi trovate.
Fra un anno ritorneremo su questo pensiero e vedremo cosa avete sa-puto fare.
Lasciò in ultimo a ciascuna un Patrono per il mese» (Quaderno Car-panera, pp. 36-41).
2.3 Spiritualità, preghiera, apostolato secolare e salesiano (15 agosto 1918)
Festa dell´Assunzione di Maria Santissima e anniversario della nascita del Ven. Don Bosco (sic).
Pensiero del Rev.mo Signor Direttore Don Rinaldi:
«La pietà è come il cibo, ed è la prima cosa che si dà alla creatura. Il mangiare è cosa naturale per fare la forza e mantenerla; se si cessa di mangiare viene meno la forza e la vita. La pietà è l´alimento della vita cristiana, quindi non si deve cessare di alimentarla perché non venga meno in noi la vita spirituale. Infatti al Noviziato si lavora soltanto per alimentare la pietà, tutti gli altri lavori sono secondari, non hanno nessuna importanza. Una religiosa che non sia pia, non vive; lasciando la pietà perde lo spirito, e la sua opera non è benedetta dal Signore.
Nel primo anno ho cercato d´instillare nel vostro cuore la pietà, la quale dev´essere penetrata in voi in tutte le varie sue forme. La pietà nasce da un cuore pio, l´anima formata alla presenza di Dio, prega, si rinvigorisce nella meditazione, nell´esame, nella lettura spirituale, nell´entrare in

se stessa; la manifestazione vocale viene dopo che si è entrati in noi stes-si, nel concentramento, nel raccoglimento. Il raccoglimento è necessario perché predispone alla riflessione, la quale prepara alla orazione vocale. Dovete dare importanza alla riflessione; il raccoglimento è mezzo alla medesima, la quale è alimentata dalla meditazione, dall´esame, dalla let-tura, dall´entrare in noi stessi. La riflessione è una preghiera efficace, necessaria per conoscere le nostre debolezze, i nostri bisogni, studiare noi stessi, sveglia l´amore di Dio, cresce il desiderio della Santa Comu-nione, la conoscenza del Signore. La riflessione alimenta il nostro spirito e la nostra anima di una pietà sostanziale.
Avete già incominciato a raccogliervi, continuate; non allontanatevi dall´esercizio della riflessione, dovete crescere, perfezionarvi, perché è questa la sostanza. Entrate in voi stesse, anche un minuto solo, ma tutti i giorni, servitevi dei mezzi e momenti più opportuni a ciascuna di voi, per raccogliervi, riflettere, pensate a voi stesse, al Signore, ricordate che la preghiera vocale è l´ultima cosa. Osservate: nel Rosario, prima vi è il mistero, ossia il raccoglimento; nella via Crucis abbiamo prima il qua-dro, le preghiere vocali vengono dopo; e questo appunto per alimentare il nostro spirito per mezzo della riflessione. Per coltivare lo spirito alla vera pietà, bisogna dare importanza alla riflessione; la quale è l´alimento che deve indirizzare tutte le nostre opere. Perché si mette il carbone nella macchina? Per dare moto alla stessa, e più se ne aumenta il quanti-tativo, più la macchina acquista forza.
Così è dell´anima nostra; si alimenta perché operi. La pietà non è fine a se stessa, è utile a tutto, ma particolarmente perché muova le nostre opere. Che cosa deve fare l´anima nostra? Alimentarsi per operare. Il Signore (non) l´ha creata e messa al mondo non solo per lavorare, ma per operare in quanto al corpo e all´anima. Il corpo stesso dà vita all´a-nima, e può essere strumento tanto per fare molto bene, come tanto ma-le. È lo spirito che dà vita; per cui lo spirito di perfezione porta a com-piere grandi opere, ricordate sempre che la pietà vi deve portare a operare.
Quale opera deve fare questa vostra istituzione. In quale modo? e co-me?... Vi sono parecchie istituzioni di ordini religiosi, le quali hanno tutte uno scopo particolare, ossia una data missione da compiere. Le opere di misericordia sono sette e qualunque è gradita agli occhi del Signore.
Voi che cosa dovete fare per avere vita? Innanzi tutto pregate per prendere animo ogni giorno e portare la vostra croce che il Signore vi ha assegnata; è la prima cosa che dovete fare; inoltre fare bene le vostre opere di ciascuna di voi, proprie del vostro stato, come Dio vuole, nella vostra condizione, e ciò secondo lo spirito del Signore e di Don Bosco.
Ma non basta, deve avere un altro scopo speciale. Per quanto una per-sona sia occupata, tuttavia ha sempre un avanzo di energia; questa de

v´essere utilizzata specialmente da voi con un indirizzo e uno scopo speciale, conciliandola assieme al vostro stato. Le opere di Don Bosco sono tali che potete farle in qualunque posto vi trovate; programma di Don Bosco è fare del bene in modo particolare alla gioventù povera e abbandonata. Chi lavora è povero, non è da considerare povero solo co-lui che va a chiedere la carità; in generale tutti gli operai e operaie sono poveri.
Ci sono alcuni poveri d´istruzione, di condizione, di condotta, d´indi-rizzo, ai quali molte volte una buona parola, un consiglio, un aiuto mo-rale, possono salvarli dalla perdizione; ma specialmente le nostre cure devono essere per la gioventù, perché coi vecchi si ottiene ben poco, è difficile fare un´azione su di essi, trasformare le loro idee, raddrizzarle; forse negli ospedali si potrà ottenere ancora qualche cosa, ma l´esperien-za ha dimostrato che non si può esplicare su di essi un´azione attiva; se hanno le idee storte non si raddrizzano più. La gioventù invece è più pieghevole, inoltre avrà vita lunga, potrà formarsi una famiglia a cui potrà sempre dare un buon indirizzo se ha idee buone, sane, cristiane; ascolta più facilmente e si può guadagnare al bene, soprattutto facendosi amare.
Concludendo: Innanzi tutto esplicate l´azione nelle vostre famiglie, compiendo bene i vostri doveri come Dio vuole, operando veramente con lo spirito del Signore; l´energia che avete in più ossia l´esuberanza, dovete spenderla a beneficio della gioventù povera; il ricco ascolta più di rado; tutte le vostre cure devono essere per la gioventù operaia. Convincetevi che se noi fossimo capaci di trattare il povero veramente con lo spirito del Signore, ci ascolterebbe di più, ci amerebbe e seguirebbe; soltanto che la nostra miseria ci rende purtroppo incapaci di manifestarci come dovremmo essere.
Lavorate adunque con coraggio a formarvi questo spirito buono, pro-prio del Signore che dev´essere particolarmente vostro, studiando i mezzi migliori per diffonderlo ed esplicarlo a beneficio della gioventù lavo-ratrice» (Quaderno Carpanera, pp. 42-47).
2.4 Povertà «secolare» (27 ottobre 1918)
Il Rev.mo Signor Direttore continuando il pensiero del mese scorso sulla pietà, disse di coltivare e fare nostro quello spirito di pietà verso i parenti defunti delle Consorelle, offrendo a Dio preghiere, Comunioni, qualche opera buona.
«Il Ven.le Don Bosco aveva stabilito per i Salesiani e per i loro genitori 10 Messe e la Comunità intiera doveva recitare il Rosario; è necessario che l´abbiate voi pure questo spirito di fraternità cristiana verso le vostre

consorelle, in modo particolare nelle luttuose circostanze in cui perdono i genitori; non è necessario far celebrare delle Messe, se potete è sempre una opera buona; quello che dovete fissare e di mettere nello spirito vo-stro, è di fare almeno 3 Comunioni e la Recita di 3 Rosari.
È una bella abitudine, è una vera carità fraterna aiutarvi e sostenervi
· con la preghiera; quando qualcuna di voi perde i genitori, sa che tutte pregano; questo pensiero conforta tanto e formate così veramente una vera famiglia spirituale in cui si fondano insieme le pene e le gioie.
Ora continuando a parlare dello spirito vostro, ricordo che dovete es-sere animate dallo spirito di povertà, di obbedienza e di castità.
Che cosa è la povertà evangelica? La povertà evangelica è la povertà di spirito, questa reclama anzi che ciascuna viva nella condizione sociale in cui si trova, per poter compiere quella missione di bene da Dio voluta, e per raggiungere quel dato fine stabilito, è necessario che per nulla cambi lo stato in cui si trova. Per chiarire meglio questo pensiero vi porto l´esempio delle Figlie di Maria Ausiliatrice in Francia, le quali sono state costrette vestirsi ciascuna secondo il loro stato corrispondente; la Direttrice in modo conveniente alla sua carica, la cuoca, la portinaia, le Insegnanti, tutte indistintamente in modo che per niente colpisca il loro esterno; eppure tanto la Direttrice quanto la Portinaia, sono due sorelle uguali davanti a Dio; ma la condizione sociale richiede questo cambiamento. Per continuare svolgere la loro missione di bene, esse hanno dovuto adattarsi alle circostanze odierne; ma la povertà dev´essere pronta; ossia domani la medesima persona che ieri faceva una comparsa, oggi ne fa un´altra; la Direttrice di ieri può essere oggi la portinaia. Ma se quella Religiosa non volesse piegarsi, allora non è buona, non possiede il vero spirito di povertà.
Lo spirito di povertà sta nel cuore: "Beati i poveri di spirito", così ha detto Gesù Cristo; ci sono tanti poveri, ma che non hanno niente di spirito; quindi anche essendo stracciati, essi amano, desiderano le ric-chezze, gli onori.
La povertà di spirito porta questo: che si amministra tutto quello che si ha come non si avesse niente; siccome dev´essere nel cuore, occorre che sia staccato dalle ricchezze, dalle mollezze, dalle delicatezze, da tut-to ciò che è superfluo, contente del cibo che si prende, del vestito che si ha, cercate di possedere e usufruire strettamente del necessario, tutto il resto, il di più, sono mezzi che abbiamo per fare del bene. Una di voi può avere delle ricchezze ed essere tuttavia povera; la povertà di spirito non sta nel vestito, nella roba, ma bensì nell´avere il cuore staccato dai beni della terra, sta nel sapere usare e amministrare i mezzi che il Signo-re ci dà per fare del bene; tutto il di più che avete fuori del necessario è un deposito del Signore che voi dovete amministrare il meglio possibile

e non servirsene per scialacquare, sprecare; ricordate che la povertà di spirito sta nella semplicità di vita. Questo è il primo pensiero che vi lascio sulla vita religiosa. E mi spiego: Voi trovate delle religiose che hanno saloni, mobili, pavimenti di lusso; oh, che scandalo, potete dire; ma queste non sono religiose, non vi è povertà di spirito in tutta questa eleganza; eppure per ricevere le Signore e Signorine di certa condizione sociale, è necessario mantenere quella ricercatezza ed eleganza, altrimenti non andrebbero e loro sarebbero nell´impossibilità di compiere quel bene per cui sono state destinate. Ma loro però sono ridotte allo stretto necessario; abbiate voi pure la vostra camera bene aggiustata, ordinata; la vostra persona vestita anche secondo la moda, senza sfarzo di vanità, non rendetevi ridicole, vestite pulite, corrispondenti al vostro stato, senza spreco né niente di superfluo.
Per esempio: Una Signora potrà avere camicie di seta fine, pizzi, mer-letti, questo è spreco; la roba che avete sotto, non è necessario sia tanto fine, ricercata, pulita sì; ma non mollezza; la pulizia, l´ordine sì, ma non la vanità, la leggerezza, lo sciupìo. Dovete amare questa povertà semplice per tutta la vostra vita; e mi fermo per non mettervi scrupoli; voi siete in società, dovete vivere e servirvi dei mezzi necessari per giungere allo scopo di fare del bene. Noi pensando a Gesù Cristo non possiamo immaginarlo disordinato, no; ma ordinato, decente, in modo degno di presentarsi a qualunque persona; e Maria SS. vestiva come tutte le altre donne, con semplicità, ordine e pulizia; c´era l´amore alla vera povertà religiosa ed è appunto quella che voi dovete amare e praticare.
Fatela materia delle vostre Confessioni, cominciate dalla povertà che è il primo voto ed è fatto più con la pratica, senza dichiarazione; povertà nel senso religioso.
Nelle Congregazioni quando si tratta di fare qualche spesa straordinaria, si chiama il permesso; il giorno che ci fosse una Superiora, potrà limitare le spese e dovrete anche dare un rendiconto personale annuale.
Però è bene che incominciate tenere un registrino per le spese personali, oltre essere questo un atto di sommissione molto utile, è cosa bella, registrare tutto ciò che avete dovuto spendere per la vostra persona.
Per esempio: Saranno cento lire in un vestito; 30 lire per biancheria, cinquanta lire per calzature ecc., e poi consultarlo, averlo pronto nel caso di un richiamo.
Può darsi convenga al Confessore ripassarlo una volta all´anno e farvi qualche osservazione; è un mezzo di praticare la povertà. Il Signore vi aiuti a fare bene, ricordandovi che lo spirito di povertà deve essere quello che dovrà animarvi fino al termine della vostra vita.
Questo pensiero fatelo in modo particolare studio vostro durante questo mese. Protettrice S. Caterina» (Quaderno Carpanera, pp. 50-56).

24 novembre 1918
«Il Rev.mo Signor Direttore continuando il pensiero del mese scorso, sullo spirito di povertà, disse che è molto difficile nella vita pratica, sta-re nel giusto mezzo, saper usufruire bene dei mezzi che abbiamo, senza attaccarvi il cuore, vivere nella società usando bene dei mezzi stessi con il vero spirito di povertà.
Per esempio: Una persona può avere pochi soldi e fare dello spreco anche con quel poco spendendoli male; un´altra persona possiede delle ricchezze e invece può spenderle bene, impiegandole con giusto criterio, conforme allo spirito di povertà evangelica. Ricordate sempre che noi siamo amministratori e non padroni; i beni che abbiamo è sempre un´e-largizione del Signore di cui dobbiamo dargliene conto dell´uso fatto e del modo che abbiamo saputo servircene per compiere la propria missione.
Il denaro che abbiamo è indispensabile servirsene per vestire, mangia-re, abitare; ma bisogna stare attente, perché vi è differenza fra ciò che è indispensabile e quello che potrebbe essere superfluo. Dobbiamo abitare una camera sufficiente alla nostra condizione, semplicità, niente di superfluo, però provvista del necessario per la salute, il riposo, l´ordine; la camera di una religiosa dev´essere la più pulita e ordinata del mondo; mi fermo su questo particolare perché può succedere di avere dei gin-gilli, cose non necessarie, e mancare invece di ciò che è indispensabile. Tutte devono avere la proprietà, il necessario, curare l´ordine e la pulizia.
Il vestito: semplicità; si può vestire ordinatamente persino con certa eleganza, ma non il superfluo, lasciare tutto quello che è vano e indica uno spirito superficiale. Il cibo: è necessario per la salute; per un´anima religiosa il cibo è una medicina. Per esempio: Una persona ha lo stoma-co forte, robusto, digerisce bene qualunque cosa; un´altra invece è debole e necessita di cibi più leggeri; inoltre uno stomaco ha bisogno più nutrimento e un altro di meno, per cui il cibo per l´anima religiosa è considerato come una medicina. Si prende tutto quello che è necessario e si lascia il superfluo; certe cose costose e delicate se la salute le reclama si devono prendere, diversamente no. È necessario avere l´idea giusta su questo punto; prendere tutto quello che reclama la salute, astenersi da tutto ciò che potrebbe invece essere superfluo e servire per dare soddi-sfazione al gusto. Questo è il vero spirito della povertà evangelica, che permette tutto quello che è esigenza dello stomaco e della salute, e ri-chiede il buon uso di ciò che possedete.
Altra cosa è la mortificazione. La mortificazione può trovarsi anche sul letto di seta, perché sotto la seta vi saranno i cilici; una persona può cibarsi di confetture e mettervi sopra la cenere, come faceva Davide; la

mortificazione è una cosa distinta dallo spirito di povertà; e ciò per darvi l´idea chiara e pratica su questo punto.
Ora vengo al pensiero in preparazione alla Festa dell´Immacolata e dell´Avvento, tempo di penitenza. In generale non fate mai penitenze grandi senza chiamare il permesso dei Superiori, perché esse possono nuocere alla salute e invece di un bene, può essere un male. Certe volte la penitenza è una tentazione del demonio; sotto la penitenza vi può essere tanto orgoglio e amor proprio.
Don Bosco non voleva che si facessero digiuni né delle gravi peniten-ze, ma invece raccomandava tanto quelle che mortificano l´amore pro-prio, i sensi, gli occhi, la lingua, la curiosità, le orecchie, la gola, e so-prattutto Don Bosco raccomandava due virtù: 1° La temperanza: pren-dere il solo necessario nel vitto, nel vestito, nel riposo; saper essere tem-perati in ogni cosa, e univa insieme un´altra virtù: il lavoro. Chi lavora costantemente mortifica tutto il suo corpo, lo spirito, la mente, la fanta-sia. È una penitenza imposta da Nostro Signore per il primo peccato commesso dall´uomo.
Il lavoro è un mezzo necessario per vivere buoni; è la grande nostra mortificazione, perché assorbisce e sottomette tutti i nostri sensi. Se Eva avesse lavorato non avrebbe peccato. Inoltre il lavoro concilia con la po-vertà; se volete essere povere e rendervi perfettamente religiose, amate il vostro lavoro, schivate l´ozio; il lavoro è mezzo di mortificazione.
Proponetevi in questo mese come esercizio pratico alla povertà, di amare il lavoro con perseveranza, rettitudine e diligenza; la disciplina fino a sangue non domina, il lavoro sì, e quando si lavora con la mente, col cuore, si diventa virtuosi; inoltre il lavoro porta benefici anche agli altri; quindi è carità non solo per noi stessi ma per coloro che ci circondano, per la società.
Metto questo pensiero sotto la protezione di Maria SS. Immacolata perché lo benedica e torni a gloria di Dio ed a santificazione dell´anima vostra. Protettrice del mese S. Lucia» (Quaderno Carpanera, pp. 56-59).
2.5 Castità «secolare» (29 dicembre 1918)
«Il Rev.mo Signor Direttore lasciò un pensiero sulla virtù della purez-za che dobbiamo professare in modo particolare davanti a Dio e al mon-do vivendo come persone consacrate al Signore. Soggiunse: per fare parte di questa Associazione è indispensabile la pratica della purezza come virtù e come voto. È un dovere, di tutte le Figlie cristiane di conservarsi pure, ma specialmente è un dovere vostro che dovete professarla nella sua perfezione, perché questa virtù è la base del vostro edificio; non potete praticare la vera pietà, essere povere di spirito, obbedienti, se non avete questa

virtù. Il Signore dice: Chi è consacrato a me con il voto di castità è totalmente libero di pensare esclusivamente alle cose mie, ossia a Dio. Nella vita religiosa non si può santificarsi senza questa virtù; chi fosse nel dubbio, nell´incertezza, è inutile cerchi di aspirare a legarsi a questa Associazione; ricordatelo bene, che la base è il voto di castità.
Dal momento che si abbraccia questa vita, bisogna rinunciare a tutto; anche ai pensieri, alle occasioni, ai divertimenti, balli, teatri, cinema pe-ricolosi, riunioni chiassose e poco riservate, conservarsi nel mondo come una religiosa. Voi non avete l´abito, ma dovete avere lo spirito religioso, perché il Signore guarda il cuore e non l´esteriore. Chi abbraccia questa vita non deve cercare di esporsi al pericolo; è pretendere un miracolo impossibile l´esporsi e voler conservarsi pure e consacrate al Signore. L´abito religioso lo vieta di apparire in certi luoghi, perché il mondo parlerebbe, ma tenete a mente che se il mondo parla è perché l´abito reli-gioso disdice in quel luogo, in quella riunione, a quello spettacolo; siate quindi caute, prudenti. Il Signore si compiace molto di questa virtù; Lui l´ha raccomandata e praticata in modo particolare; è la virtù che rende simili agli Angeli, che unisce le anime al Signore; le anime pure sono quelle predilette che possono circondare Gesù Sacramentato; chi è legato al mondo è nell´impossibilità, altri impegni l´allontana da Gesù; Gesù si pasce tra i gigli.
Procurate quindi di fare uno studio speciale su questa virtù con la me-ditazione sul libro di Maucourant: La prova religiosa sulla Castità; pe-roché ha un´importanza eccezionale la pratica della Castità nella vita re-ligiosa.
Quello che fa una Suora penitente, lo potete fare anche voi, non c´è limite nell´esercizio di questa virtù; si può essere vergine nello stato vo-stro come in qualunque monastero o convento.
Nella S. Messa ogni giorno si ricordano una serie di Sante; tutte si so-no santificate e nessuna era in Convento. Questo pensiero vi deve ralle-grare perché anche stando al vostro posto, potete imitare le più grandi vergini; siete di buon esempio, fate la predica al mondo che la sente, ve-dendo una giovane corretta che non transige sulla purezza della vita, sta ferma e dignitosa al suo posto, dimostrando che si può vivere anche in mezzo a questo mondaccio cattivo senza macchiarsi.
Siate simili alla colomba di Noè, la quale uscendo non posò il suo piede sulle miserie, ma ritornò portando soltanto il ramoscello di olivo; così voi, ritirandovi alla sera nel vostro ritiro, richiamate alla mente quanto avete letto e meditato, perché possiate veramente fare uno studio speciale in modo che risplenda questa virtù davanti a Dio e al mondo senza ostentazione e possa essere la vostra condotta un ammonimento per il mondo stesso.

Io pregherò il Signore che vi aiuti a diventare veramente degne sue Figlie» (Quaderno Carpanera, pp. 61-64).
2.6 Obbedienza «secolare» (29 giugno 1919)
«Il Rev.mo Signor Direttore disse che l´esercizio dell´umiltà praticato durante il mese scorso, ci doveva condurre alla pratica di un´altra virtù in modo particolare, cioè dell´Obbedienza.
Il mese di luglio è consacrato al Sangue Preziosissimo di Gesù Cristo, e ci ricorda che Gesù ha sparso tutto il suo Sangue, per ubbidire al Padre e per salvare l´umanità. Gesù, il nostro modello, è stato obbediente fino alla morte e alla morte di Croce, dice S. Paolo. Ora vorrei che voi prati-caste l´obbedienza che nasce spontanea dall´umiltà; chi è veramente umile non trova difficile ubbidire alle disposizioni di Dio in ciascuna ora della propria vita.
Al mattino ci alziamo e tutti abbiamo dei doveri da compiere in quel dato modo piuttosto che nell´altro, perché Egli ha ordinato giorno per giorno della nostra vita in quel dato modo, ma quando obbediamo a queste disposizioni noi facciamo la volontà di Dio; la prima obbedienza è di compiere i doveri della Famiglia; se poi vengono delle pene, delle sofferenze è Dio che ha disposto e si serve di questo mezzo per la nostra santificazione, e per cavare da questa vita qualcosa di buono, di meglio. L´obbedienza di tutti i momenti è questa: fare la volontà di Dio.
Ma per voi che vi proponete una vita più perfetta, c´è un´altra obbe-dienza, cioè quella della vita religiosa, la quale vi obbliga ad obbedire alla regola, ad una vita ordinata sulla base di questa regola, alle disposi-zioni delle Superiore; scegliendo voi questa vita, bisogna necessariamen-te soggettarsi a quest´obbedienza di regola. Se una persona fa voto di osservare questa vita religiosa è un obbligo che contrae; non è più volontaria la sua obbedienza e quindi c´è il merito. Fatta la promessa siete obbligate di praticarla, rinnegherete magari voi stesse per compierla, vi sacrificherete; è questa una fonte di virtù speciale; praticando con ordine quelle preghiere, quelle opere buone, quelle date virtù, è un´obbedienza spontanea e meritoria agli occhi del Signore; faccio notare che nel caso voi trascuraste per negligenza non c´è colpa, ma non avete il merito; c´è la colpa quando vi è il disprezzo.
Inoltre si può aggiungere l´obbedienza d´una Superiora che può im-porvi, può comandarvi e in certi casi voi sentirete il contrasto fra la vo-stra volontà e questa. Ora non l´avete questa Superiora, ma è naturale che ci dovrà essere; preparatevi intanto a quell´obbedienza che può es-servi pesante e difficile da praticare. In questo mese proponetevi l´obbe

dienza sotto questi tre punti di vista: 1° Obbedire alle disposizioni del Signore; 2° Obbedire e praticare con diligenza alla vostra regola di vita, ed esaminarvi se siete state fedeli in tutto; 3° Obbedienza alle Superiore. Rivolgetevi alla Direttrice della Casa e chiamate l´obbedienza, che vi dia qualche ordine durante questo mese, cercate di praticare l´obbedienza in qualche cosa straordinaria; Gesù Cristo ha dato tutto il suo Sangue per noi, e noi dobbiamo dare qualche cosa anche con sacrificio, se vogliamo renderci degne del Suo Amore» (Quaderno Carpanera, pp. 69-72).
2.7 Lo Spirito di Don Bosco (20 gennaio 1920)
«Il Rev.mo Signor Direttore disse che noi non dobbiamo dimenticare le qualità che distinguono San Francesco di Sales.
Don Bosco incominciò la Sua Opera sotto l´ombra di San Francesco di Sales. È nella piccola Sacrestia dell´Ospedaletto di S. Filomena, Opera Pia Barolo, di cui Egli era il Direttore, che sotto lo sguardo di un quadro in cui spiccava la figura del grande S. Francesco di Sales, Egli cominciò a raccogliere i primi ragazzi, mettendo se stesso e l´opera Sua sotto la protezione di questo Santo. Subito Don Bosco comprese che S. Francesco di Sales, doveva essere il suo modello, per quanto le Sue opere siano differenti; tuttavia Egli visse tutta la vita del suo spirito di dolcezza, di mansuetudine, di carità e di zelo per la difesa della Fede Cattolica.
Domattina 31 gennaio compie il trentaduesimo anniversario della morte di Don Bosco. Gli ultimi istanti della sua vita li dedicò a fare raccomandazioni; innanzitutto raccomandò la divozione a Gesù Sacramentato ed a Maria SS.; ai Confratelli di stare uniti al Papa, ed in terzo luogo la parola ripetuta più volte: Lavoro, lavoro.
Don Bosco ci sentiva sicuri, raccolti attorno a Gesù Sacramentato ed a Maria SS.; ma esternamente non basta questo; e raccomandò caldamente l´obbedienza alla Chiesa ed al Papa; dovunque lavorino, dovunque si trovino i Salesiani sono per la difesa dell´autorità del Papa.
Il Papa è il rappresentante di Gesù Cristo in terra, l´autorità suprema della Chiesa; Egli comunica i suoi ordini ai Vescovi perché giungano al Clero e ai Fedeli; ai Superiori delle Congregazioni Religiose, perché arrivino alle loro comunità; e quindi se vogliamo essere uniti a Gesù Cristo è necessaria l´obbedienza perfetta al suo rappresentante in terra e cioè al Papa.
La terza raccomandazione di Don Bosco dicendo: lavoro, lavoro, non intendeva Egli lavoro lavoro per arricchire, per comparire nel mondo, fare opere grandi; Don Bosco sentiva che moriva, per lui lavorare era

carità di opere, fare del bene, lavorare per salvare la gioventù, per istruirla nelle cose di religione, preparare queste giovani anime a ricevere i Sacramenti, darle un indirizzo nella vita pratica del bene.
Voi che la domenica attendete alle opere di misericordia, lavorate se-condo lo spirito di Don Bosco.
Nei giorni feriali dovete recarvi al laboratorio, alla Fabbrica, voi an-date per fare la volontà di Dio, per guadagnarvi il pane, è il Signore che vuole che si lavora e voi fate la sua volontà, ma perché il lavoro vostro sia santificato, cercate di amare il Signore e la Sua volontà nel lavoro, peroché nel lavoro noi abbiamo il compimento della nostra missione.
La prima parte del pensiero è che lavorando si compie la volontà di Dio; anche scopando, facendo i lavori più umili, peroché è necessaria per l´igiene la pulizia. Iddio ha ordinato che tutti nel mondo lavorino, certi che molti dimenticano il fine buono, santo, di compiere col lavoro, i disegni del Signore. Don Bosco, naturalmente andava più in là; lavora-re a beneficio degli altri, aiutare, servire, fare del bene al prossimo. Chi è religioso, deve vedere nel lavoro la volontà di Dio e la carità del pros-simo.
In questo mese, cercate se avete tempo di lavorare per il prossimo, ri-cordatevi di lavorare per fare la volontà di Dio, ma non dimenticate per-ché sia utile alle anime vostre, di lavorare unite alla Chiesa, al Papa, unite all´obbedienza strette alla vostra regola nelle vostre opere e nel lavoro.
È necessario però, per riuscire bene, poggiarvi a Gesù Sacramentato ed a Maria SS., e faccio l´augurio che Don Bosco vi perseguiti durante questo mese con questo pensiero» (Quaderno Carpanera, pp. 94-97).
2.8 Carità, mortificazione, immolazione (25 aprile 1920)
«Il Rev.mo Signor Direttore raccomandò di mettere un impegno spe-ciale per fare il meglio possibile il mese consacrato a Maria Santissima. Soggiunse: È la carità che dovrebbe ardere nel vostro cuore in questo mese, e mentre arde verso la Madonna, industriatevi a fare del bene agli altri con generosità, con annientamento.
Osservate la candela: essa brucia e la fiamma s´innalza in alto, al di sotto, la candela è fresca; la fiamma la consuma, la distrugge, senza riscaldarla; la sua luce la spande attorno, rischiara gli altri e niente se stessa. La luce tira in alto, rischiara attorno, consuma sotto. Così è chi veramente ama il Signore: Mira in alto, benefica attorno, consuma se stesso.
La vera carità cerca Dio solo e non se stesso, e si distrugge per gli altri con amore.

Ogni volta che vedete la candela consumarsi davanti agli altari, ricor-datevi che è l´immagine vera della carità, e rammenta a voi l´amore che dovete mantenere acceso nel cuore per la Madonna, e che dovete consu-mare voi stesse per gli altri.
Non si può amare la Madonna senza fare del bene al prossimo, e noi per quanto lavoriamo non facciamo mai abbastanza, è sempre poco; dobbiamo distruggere la nostra vita in questo mondo, illuminando, riscaldando, beneficando, facendo del bene agli altri.
È tempo adesso che voi studiate il modo di rendervi vere Figlie di Don Bosco; in questo mese si scoprirà il monumento a questo grande Padre e benefattore della gioventù, il quale testimonierà e dirà a tutto il mondo come Egli sia vissuto, non per se stesso, ma tutto per fare del bene agli altri, logorandosi, consumandosi, distruggendosi in quest´opera di carità fino alla morte.
Dinanzi all´altare di Maria SS. Ausiliatrice, vi sono candele grosse e candele piccole; voi sarete le piccole luci che arderete davanti alla Ma-donna in questo mese, consumandovi nell´esercizio della carità» (Qua-derno Carpanera, pp. 101-103).
2.9 La meditazione: punto cardine 29 agosto 1920
«Il Rev.mo Signor Direttore disse di continuare nello spirito di pre-ghiera e di raccoglimento già praticato il mese scorso, per meglio prepa-rarci a cominciare il nuovo anno di azione con una vita più fervorosa, realizzandola in questo tempo, nella misura possibile di ognuna.
Soggiunse: Un genere di preghiera efficace che vi raccomando di fare bene, è la Meditazione.
Senza meditazione la vita religiosa non può reggere. Non potete farne molta, non importa, è sufficiente per voi anche solo cinque minuti; pur-ché sappiate farla bene.
È un grande mezzo nelle Comunità per vivere organizzate, fare con regolarità una mezz´ora di meditazione, seguire quelle formole precise, mettersi alla presenza di Dio, leggere un punto, sospendere; quindi il se-condo punto: pausa; e poi il terzo punto; infine ringraziamento e propo-siti; terminando proprio con una mezz´ora precisa.
Nella vostra vita di mondo non sempre vi sarà possibile per cause in-dipendenti dalla vostra volontà, seguire con ordine esatto, un orario. Chi vive in famiglia non può assoggettarsi ad un orario, però se non potete osservare la regolarità d´orario, insisto, ché non trascurate di leggere e

meditare un punto, sia esso lungo o breve, secondo la possibilità, tutti i giorni; perché la vera meditazione consiste nel portare la nostra mente al Signore, a considerare la Sua grandezza, la Sua bontà e la nostra mi-seria. Certe volte vi sarà successo di guardare il Tabernacolo, di pensare a Gesù, alla Sua Carità, al Suo Amore; fissando il Crocifisso, senza quasi volerlo, avrete meditato, pensando, riflettendo a quanto Gesù ha patito per noi, alla Sua morte di Croce; anche la vista di un´immagine può suscitare pensieri santi, sollevare la nostra mente a Dio. E quanti esempi di Santi, i quali, senza leggere, si sono fatti Santi.
Vi raccomando tanto la meditazione, fatela tutti i giorni, leggete un pensiero, rientrate in voi stesse; è un esercizio che vi farà molto del bene; cose semplici, un pensiero che vi porti al Signore, vi sollevi, nutrisca l´anima vostra della grazia di Dio per essere forti a perseverare nel bene e comunicarlo al vostro prossimo» (Quaderno Carpanera, pp. 112-114).
26 settembre 1920
«Il Rev.mo Signor Direttore continuò a raccomandare la meditazione, consigliando di fare dei propositi dal pensiero che si medita, riflettendo, trasformandolo nel sangue nostro.
Soggiunse: È impossibile che quando un´anima rientra in se stessa, non le vengano avanti de´ buoni propositi; può darsi che in quell´istante in cui si fa la meditazione si rimanga anche freddi, indifferenti; ma in un momento della giornata richiamando alla mente il pensiero meditato al mattino, il Signore si farà sentire col darvi una buona ispirazione; forse sarete in casa, occupate nel vostro lavoro in mezzo al frastuono delle macchine; fare la strada mentre gli altri sciupano il tempo, e voi in quell´istante sentite la voce di Dio che parla al vostro cuore, servendosi di un buon pensiero, di un´ispirazione che non l´avrete avuta al mattino e vi viene invece in quel momento; sentirete forse una voce che vi dice: non fare questo; oppure: anche tu hai questo difetto; non dire quella parola; altra volta sarà una spinta di mutare vita, di essere più perfetta; potrà essere un´ispirazione tenera, come un rimprovero; tutto questo è frutto della meditazione ben fatta e forse già da tempo.
Il seme gettato nella terra non fiorisce subito, occorre tempo e calore per farlo germogliare; anche l´anima nostra necessita del tempo e del ca-lore per fare germogliare quanto abbiamo seminato, per mezzo della meditazione» (Quaderno Carpanera, pp. 115-116).
2.10 Maria modello di vita consacrata nel mondo (24 aprile 1921)
«L´ultima domenica di Aprile ricorre nel giorno 24, data che segna il principio del mese consacrato a Maria Ausiliatrice.

Il Rev.mo Signor Direttore disse che noi dobbiamo ricordare e parlare sempre tutti i giorni e tutte le ore del mese di Maria Santissima, consacrandole alla Sua devozione e al suo culto.
Soggiunse: È Lei, che deve farvi oggi la Conferenza, che deve dirvi le parole, è Lei che deve darvi la spinta a compiere tutto il maggiore be-ne possibile.
La vostra gloria è di essere vere Figlie di Maria Santissima; se formate un Corpo, se vi siete staccate dalle creature, è perché desiderate di perfezionarvi, di imitare Maria SS., rinunciando alle comodità, alle soddisfazioni, al benessere materiale, cercando di vivere dello spirito di povertà, di umiltà, come ha fatto Maria SS.; per avvicinarvi a Lei, nel modo migliore, più perfetto e intimo.
Nella vostra condizione dovete per necessità partecipare alla vita del mondo, ma voi Io fate non per la vostra soddisfazione, ma come mezzo per aiutare questo mondo a salvarsi, industriandovi di approfittare di tutte le occasioni con la Carità, colla buona parola, a portarlo, ad avvi-cinarlo a Gesù.
Non dite: siamo povere figliuole, incapaci, prive d´intelligenza; cosa possiamo fare noi di bene? È vero, da voi stesse, fidando nelle vostre forze non potete far niente; ma confidando pienamente nel Signore, col desiderio sentito di amarlo tanto e bene, di avvicinare le anime a Lui, voi invece potete fare molto, trovandovi nell´occasione, vivendo nella Società.
S. Pietro, umile pescatore, rozzo ed ignorante, ha rinunciato al mon-do per seguire Gesù; e Gesù premiò il suo slancio, il suo ardore, elevan-dolo a Capo della sua Chiesa. Era un povero pescatore, ma col cuore ardente di amor di Dio.
Voi rinunciate alle ricchezze, alle comodità, al mondo, per avvicinarvi a Maria SS., il che vuol dire ricopiare Lei in voi, diventare Lei stessa, far vivere Maria SS. nella società con la vostra modestia, con l´affabilità delle maniere, la dolcezza delle parole, la carità delle opere, il raccoglimento della preghiera, la santità della vita. Voi vi trovate nella condizione di praticare le virtù delle religiose nel mondo, dando il buon esempio, senza che l´apparenza dell´abito colpisca e urti la suscettibilità umana; potete arrivare dove esse non possono, rappresentare Maria SS. nella sua vita reale, nella Famiglia, nella società.
Ciascuna può dire a se stessa: se Maria SS. fosse qui, al mio posto, come si comporterebbe? in qual modo farebbe questo lavoro, darebbe questa risposta, come agirebbe in questa circostanza?... Anche i lavori manuali di casa, Maria SS. non li ha trascurati, tutto ha compiuto con la massima perfezione, e voi dovete rivestirvi dello spirito e delle opere che esercitava Essa, per raggiungere la perfezione a cui aspirate.

Nella sua vita Maria SS. non si è mai rifiutata di compiere il proprio dovere, anche in tutto quello che era convenienza, si è sempre trovata al Suo posto per esercitare la carità, per operare prodigi. Visse la vita pratica, occupandosi della Famiglia, preoccupandosi degli altri, rivolgendo la Sua preghiera a Gesù, per sollevare il prossimo.
La Sua è una vita pratica, imitabile, alla portata di tutti; voi dovete esercitarvi a fare altrettanto, sull´esempio di Essa, nel rivolgere la vostra preghiera a Gesù, nella sollecitudine per il bene del prossimo, nella pra-tica della carità, nella dolcezza delle vostre parole; deve essere una vita semplice, in voi niente di straordinario, ma colpisca soprattutto la gran-de carità del vostro tratto, delle vostre azioni, delle vostre parole. Maria SS. non si risparmiava per portare il sollievo, il conforto di una parola, nel prodigarsi per il prossimo; non c´è stato niente di straordinario in Lei; una vita comune, ordinaria, ma di una perfezione straordinaria.
In questo mese sia vostro impegno di studiare a riprodurre Maria SS. in voi, ciascuna al suo posto, nel proprio lavoro, nella sua posizione; niente di straordinario, ma tutto in voi dev´essere perfetto, onorando Maria SS. nel mese a Lei più gradito, non solo come Madre, ma anche come Ausiliatrice, ché vi aiuti a santificare le anime vostre e fare molto bene alla gioventù che avvicinate» (Quaderno Carpanera, pp. 139-143).
2.11 S. Francesco di Sales e Don Bosco (6 gennaio 1922)
«Il Rev.mo Signor Direttore Don Rinaldi, disse che la ricorrenza del terzo Centenario della morte di S. Francesco di Sales deve servirci per far vivere il Suo spirito. In Cielo è lo spirito che gode la ricompensa delle opere e delle virtù praticate, perché esso non muore mai; è il medesimo spirito di Gesù Cristo in terra che vive nei Santi e che vivrà nelle creature fino alla fine del mondo. Qualunque cristiano manifesta lo spirito di Gesù Cristo; S. Francesco di Sales ha manifestato proprio il suo spirito, che è un mezzo per fare del bene. Gesù Cristo è carità; i Santi sono una porzione; ora di questa carità S. Francesco di Sales ha manifestato una parte veramente gradita al Signore. Per esempio: i Martiri l´hanno manifestata morendo; S. Vincenzo de´ Paoli l´ha manifestata specialmente nell´esercizio del suo Ministero e la parte più spiccata nell´esercizio del Suo apostolato a contatto di grandi, illustri personaggi, di poveri ignoranti, di rozzi infelici, di nemici e persecutori accaniti, era la carità di Gesù Cristo. Egli si fa piccolo con tutti, si rende uguale a tutti, tratta tutti con grande bontà, armonizza le Sue maniere con l´ignorante, con il maleducato, con il zotico, con i suoi nemici, con i persecutori della Chiesa, con la soavità della sua buona parola sa farsi tutto a tutto. Ed è appunto

questa parte speciale di saper adattarsi a tutti che ha piaciuto molto ed ha servito a fare tanto bene nel mondo.
Questo spirito che è di Gesù Cristo, è alla portata di tutti; esso non deve cadere, ma deve vivere. Vi sono tante persone che hanno bisogno della buona parola, che necessitano di tutto; state però attente di non disputare né discutere mai.
S. Francesco di Sales non era battagliero, e Don Bosco l´ha imitato specialmente nella pubblicazione del Bollettino Salesiano; esso non in-tacca nessuno; mette innanzi la luce del bene; è questo un sistema che non irrita, ma conquista; chi cerca di combattere contradisce di più.
Dovete voi pure raccogliere lo spirito di S. Francesco di Sales; Don Bosco l´ha fatto e devono farlo tutti i Suoi figli; Don Bosco ha cercato di farlo fare anche da´ suoi coadiutori; lo spirito di S. Francesco di Sales è una scuola; voi dovete fare come lui e fate che molti altri seguono il Suo esempio. È una carità semplice, alla portata di tutti, che non richia-ma né denari, né sangue; solamente il rinnegamento di noi stessi, dei nostri gusti, desideri e piaceri; farsi tutta a tutti per sollevare gli altri; è una pratica di bene che dovete esercitare sempre e specialmente in questo mese.
Cercate che filtri nelle anime degli altri questo spirito. Bisogna essere pazienti, umili; sopportare le persone pesanti, noiose senza mai irritarsi, costa; con la pazienza, l´umiltà, lo spirito di sacrificio, tutte le virtù cri-stiane necessarie per praticare questo spirito. Fatelo vivere voi, che siete le prime a contatto con il mondo e con S. Francesco di Sales; insegnatelo con l´esempio, praticando la bontà con tutti e dandovi generosamente tutte a tutti.
Se riuscite in questo esercizio sarete già molto buone, col proposito di rivestirvi di S. Francesco di Sales che è lo spirito del Signore, con la soavità, con la buona parola, con la pazienza, avvicinare tutti, per pre-stare sempre il vostro aiuto.
Siate buone imitatrici del Salesio, vi sia carità nel vostro cuore, ma anche nell´esteriore; carità di modi in Famiglia, in società, con tutti l´a-mabilità e la dolcezza di S. Francesco di Sales. Voi che volete celebrare bene il 50° della Istituzione delle Figlie di Maria Ausiliatrice, è un mezzo questo che vi aiuta.
È stato precisamente il giorno dell´Epifania 50 anni or sono, che Don Bosco trattò con Don Pestarino, perché scegliesse fra le Figlie dell´Im-macolata le più adatte per formare l´Opera delle Figlie di Maria Ausilia-trice; 23 giorni dopo Don Pestarino ritornato a Mornese, nella Festa di S. Francesco di Sales, scelse le più adatte e le costituiva in Famiglia, eleggendone una Superiora, il 29 gennaio 1872.
Sia questa solenne circostanza di aiuto per rivestirci della Sua virtù e sia per voi mezzo per essere vere Figlie di Maria Ausiliatrice e di S. Francesco di Sales nel mondo, ricordando sempre che per fare il bene agli altri, è necessario distruggere noi stessi; simili alla candela che mira in alto, illumina intorno, non rischiara se stessa e si distrugge; così chi fa il bene, mira al Cielo, illumina gli altri, si distrugge e rimane nell´ombra; è amare Gesù Cristo, la vera carità del Signore che si consuma, si di-strugge per il bene delle anime» (Quaderno Carpanera, pp. 168-172).
2.12 Purificazione e distacco dalle cose terrene (2 febbraio 1922)
«Il Rev.mo Signor Direttore disse di saper opportunamente servirci della ricorrenza di questa festa, per pregare la Vergine SS. che ci aiuti a purificare sempre meglio i nostri sentimenti, essendo la nostra natura inclinata alle cose materiali.
La purificazione d´oggi, soggiunse, dovete farla sempre, per imitare S. Francesco di Sales, il quale appena conobbe che per sollevarsi a Dio era necessario distaccarsi totalmente dalla terra, si accinse a purificare il Suo cuore, studiando di staccarlo da ogni cosa terrena.
S. Francesco di Sales sapeva servirsi delle cose del mondo, solo per compiere la Sua missione e per la gloria del Signore, senza occuparsi delle cose della terra; ha mai voluto onori, né ricompense, invitato a predicare anche da Principi e Principesse, i quali in compenso gli offrivano doni. Egli rifiutava energicamente tutto, dicendo che gli Apostoli vivevano con nulla e quindi gli poteva bastare la sua modesta rendita. Egli si contentava del necessario; gli venne offerto il Vescovado di Parigi perché avrebbe avuto più mezzi, ma S. Francesco rifiutò, dicendo che cercava solo di far del bene e nient´altro.
È però necessario saper distinguere bene "il distacco" dalla "povertà": una persona può essere povera, anzi poverissima e attaccata alla terra; un´altra può avere delle sostanze ed invece essere totalmente staccata dalle cose terrene.
Questo pensiero sia oggetto della vostra riflessione durante il mese; in certe Comunità per esercitare le Religiose al distacco, le fanno cambiare di tempo in tempo, le sedie, il tavolino, il letto, il libro, le immagini, per togliere l´attaccamento alle cose terrene; il cuore umano si affeziona facilmente a cose veramente da nulla; è questo un difetto che c´im-pedisce di sollevarci alle cose spirituali.
State attente di non essere attaccate alle cose vostre, servitevene per il necessario, come il passo che calca la terra senza fermarsi, né osservare ciò che calpesta.
Esaminatevi bene sull´attaccamento che il vostro cuore può avere, cer-cate di purificarlo dalle cose mondane, basse; e se conoscete di amare troppo qualcosa, senz´altro disfatevene subito; è un piccolo sacrificio che vi farà tanto del bene.
S. Francesco di Sales ce ne dà l´esempio. È lo spirito dei Santi di saper servirvi delle cose, come se non le avessimo.
Don Bosco non pensava mai a tenere niente per sé, metteva tutto in comune.
Voi pure in Famiglia mettete in comune le cose vostre, quello che ave-te sia tutto a disposizione di tutti; è solo a questa condizione che diventerete vere anime religiose consacrate al Signore, peroché per innalzarvi è necessario il distacco.
Purificate le vostre idee, non cercate di voler riuscire sempre nei vostri giudizi; è anche questo un attaccamento, è l´amor proprio che lavora; fate di saper spogliarvene. Non ci sia in voi attaccamento agli onori, alla via pubblica, alla stima, alle proprie idee e giudizi, tutto questo è causa per cui non si vantaggia nella vita spirituale.
Esaminatevi con diligenza e se trovate dell´attaccamento a qualcosa, spezzate tutto, per darvi generosamente e perfettamente al Signore, e imitare S. Francesco di Sales nel distacco totale delle cose terrene» (Quaderno Carpanera, pp. 173-176).

 

Conferenze alle
«Figlie di Maria
Ausiliatrice»
(1911-1931)

1. Presentazione
Ai processi canonici, Madre Clelia Genghini poté attestare, dopo aver parlato a lungo dell´intenso apostolato svolto dal Servo di Dio nell´Ora-torio:
«Tutta questa attività la svolgeva a vantaggio dell´Oratorio. Ma nel tempo stesso, si occupava con molta sollecitudine della direzione e della formazione delle Suore, o perché richiesto dalle Suore, o perché manda-to dal Rettor Maggiore» (Summarium, p. 216).
Troviamo una conferma autorevole in una lettera di colui che il suc-cessivo 16 agosto verrà eletto nuovo Rettor Maggiore, Don Paolo Albe-ra, alla Madre Generale Suor Caterina Daghero, in data 30 giugno 1910: «Del resto, esse (le Suore) non hanno bisogno della povera opera mia, poiché esse hanno un valido appoggio in colui che oggi è Prefetto, e do-mani sarà Rettor Maggiore della Società Salesiana. Egli è colui a cui Don Rua ha manifestato tutti i suoi desiderii anche riguardo alle Suore, e che da molto tempo fa loro un bene immenso. Preghiamo di cuore perché egli sia l´eletto. Credo che in ciò saranno d´accordo con quei Salesiani che sono animati da migliore spirito». (Arch. Gen. F.M.A.).
Sappiamo che Don Rinaldi era tranquillo per la morte di Don Rua [t 6 aprile 1910], essendo in possesso di una profezia di Don Bosco, che si avverò.
Prosegue la teste nella sua deposizione, specificando meglio uno dei mezzi privilegiati dal Servo di Dio nei suoi interventi a bene delle Figlie di M.A.: «Le sue conferenze erano quanto mai interessanti e pratiche, sia per il loro argomento e sia per il metodo con cui le trattava. Accenno agli argomenti principali [segue un lungo elenco circostanziato], di cui è rimasta memoria in mezzo a noi» (Ivi).
E della memoria fanno parte gli abbondanti appunti presi dalla viva voce dell´oratore, e che vengono da loro gelosamente custoditi in Archi-vio, messi anche a nostra disposizione. Da essi scegliamo alcune delle

conferenze, che ci sono parse le più indicate a tracciare la larga panora-mica e delle persone alle quali furono indirizzate, e delle tematiche trattate.
A ragione quindi — conclude Don Castano — nel 1958 Madre Angela Vespa scriveva nella lettera postulatoria per l´Introduzione della Causa del Servo di Dio: «Egli profuse nel nostro Istituto tesori di saggezza e di prudenza, col segnalargli direttive sicure, secondo lo spirito del Fon¬datore e le esigenze dei tempi. Diede fervido slancio all´apostolato mis¬sionario; zelò la cura delle vocazioni e il sorgere di apposite case per la formazione del personale». Ebbe a cuore soprattutto «la santità della vi¬ta religiosa, l´unione con Dio, la profonda interiorità nel fervore dell´a¬zione onde le suore santificassero il lavoro e lo trasformassero in pre¬ghiera» (CA p. 205-206).
A complemento e conferma di quanto sopra, si leggeranno con profit-to e gioia spirituale le famose strenne annuali, qui pure riprodotte in ap-posito gruppo, scelte dal mazzo.
Non si è fatto cenno del momento delicato e quasi drammatico attra-versato dall´Istituto delle Figlie di M.A. in occasione della piena auto-nomia di governo dalla Congregazione salesiana, imposta dalla Santa Sede con il decreto del 1901 e realizzata tra il 1905 e il 1907. Ancora Prefetto Generale, Don Rinaldi contribuì a riportare il sereno nell´animo angu¬stiato della Madre Generale Sr. Caterina Daghero, dal suo angolino di Torino, attraverso alcune lettere che vengono riportate tra le altre del-l´Epistolario: prova della piena fiducia ch´egli già da allora godeva pres-so le Madri.

2. Testi
2.1 Alle Direttrici sopra le Ex-Allieve (Nizza M., agosto 1911)
«È il terzo anno che, dopo gli Esercizi, ci troviamo a parlare della nuova opera delle Ex-Allieve. In due anni avete lavorato per realizzare l´opera che non è di Don Bosco, ma nello spirito vostro.
Don Bosco l´avrebbe fatto, ma non erano maturi i tempi; e se io dubi-tassi che non era l´idea di Don Bosco, lascerei subito, perché io non vo-glio scostarmi un punto dalle idee di Don Bosco.
Nell´istituzione dell´opera delle antiche allieve, non penso che a fare un bene direttamente alle antiche allieve, e indirettamente a voi che vi avvicinate in questo modo al popolo, ed in questo avvicinarsi al popolo vedevo e vedo lo spirito di Don Bosco; e voi ne riceverete bene per edu-care le ragazze, pel vostro spirito, perché sentirete di più il bisogno della società, e ne vedrete un bene per la Congregazione.
Quando si dice istituzione popolare, vuol dire che non seguite sola-mente l´ideale della scienza di educare la gioventù, ma abbracciate l´i-deale di far del bene e di far perseverare in esso.
Pareva monca l´opera vostra mettendo alla porta le ragazze giunte ad una certa età, e si è pensato di ricondurvele. Avete lavorato e raccolto Ex-Allieve in quasi tutte le case; chi ne ha più, chi meno, e più o meno fervorose; ma le avete lì e lo dico con compiacenza, perché si vede la vostra bontà, il vostro zelo per adattarvi a lavorare in un campo che non sembrava vostro. Si è fatto molto, ma c´è molto ancora da fare, e nel vostro animo è vivo il desiderio di moltiplicare questo bene. È un pro¬getto gradito alla vostra Superiora Generale.
Nel formare i gruppi delle Ex-Allieve avete avuto differente tattica: chi ha fatto in un modo, chi in un altro; era la parola d´ordine di cercare quello che conveniva. Avete dato la tinta di pietà o di mutuo aiuto; chi le ha raccolte in Chiesa, chi per mezzo di un divertimento collo scopo

però di far del bene. Altre han fatto opere di mutuo soccorso, di benefi-cenza, altre si sono prefisse la carità verso le altre, ed hanno avuto il grup¬po associato alle Suore per aiutare nell´educatorio, nelle scuole serali, ecc.
Io lodo tutte. Certo che alcune hanno attitudine per far di più, altre sanno far meno. Sono qualità innate, per cui chi ha fatto di più perché sapeva di più, era obbligata. Non sempre il far meno è mancanza di buona volontà. Chi ha fatto niente, in altro luogo avrebbe fatto forse molto. Dunque siete tutte da lodare.
Questa terza riunione deve esser fatta perché non ci sia più casa di Maria Ausil. dove, a fianco dell´opera della gioventù, non ci sia l´opera delle antiche allieve».
2.2 La Direttrice e le sue relazioni con gli esterni (agosto 1913)
«Io vi parlerò, per quel poco di tempo che mi sarà concesso, delle re-lazioni della Direttrice con gli esterni. Essa può essere in relazione con le Ex-Allieve - con i Benefattori - con i Parenti delle Alunne - con gli Amministratori dell´Opera.
Primo dovere della Direttrice che entra in una Casa, è conoscere le Ex-Allieve. Le Ex-Allieve sono persone uscite dalle nostre Case, quindi dobbiamo interessarci di esse. Le vostre Sorelle hanno lavorato per esse; a loro bene hanno speso la loro vita... i frutti delle fatiche delle vostre Sorelle debbono essere frutti vostri... cercate, dunque, di conoscere le Ex-Allieve, tenete in casa un Registro su cui siano segnate tutte, anche le meno buone. Classificatele poi come volete: 1° le più assidue; 2° le meno assidue; 3° le meno buone... Mettetevi in relazione con ciascuna; invitatele tutte, anche le meno buone. Industriatevi per avvicinarle, per far loro del bene. Si tenga conto di quelle che vengono a mancare, per poterle ricordare e far ricordare nelle preghiere.
Radunarle in Casa, tutte insieme, almeno due o tre volte all´anno, e sempre con uno scopo ben precisato, che potrà essere una funzione reli-giosa, un trattenimento teatrale, o anche una chiacchierata in cortile, un rinfresco. L´essenziale è, però, che le avviciniate per far loro del bene: i mezzi li suggerisce una carità industriosa e le condizioni del luogo. È certo che i sistemi che si usano in città, non si adattano per un paese cam¬pestre ove, con mezzi semplici, si potrà far molto. Amate le vostre Ex-Allieve, amatele nei loro difetti: sono da compatire, esposte come sono ai pericoli e alle miserie del mondo... trovate delle ragioni per invitarle, in particolare se le sapete in qualche bisogno o pena; scrivete loro un bi¬gliettino e prendete parte alle feste delle loro famiglie... non dimenticate il loro onomastico, la gioia di un battesimo, un lutto che le colpisce. Voi,

facendo del bene ad una Ex-Allieva, lo fate alla loro famiglia intera, e nel tempo stesso farete del bene a voi e all´Istituto.
Relazione con i BENEFATTORI - Non fate distinzione fra di loro... dovete usare a tutti grande cortesia, rispettarli, anche se non vi vanno troppo a genio...; la ragione deve essere la guida del cuore; parli dunque quella quando il cuore è ferito; e non crediate che questa sia ipocrisia. Seguite queste norme e sarete contente... ricordate l´onomastico di tutti, di presentare i vostri rallegramenti o le vostre condoglianze a seconda delle circostanze, e a tutti... Sono queste le circostanze da cui essi com-prendono che li riconoscete davvero come vostri benefattori...
Sappiate, però, farvi rispettare; tenete loro nascoste le miserie della vostra Casa, le debolezze delle vostre Sorelle...; cattivo segno quando i Benefattori ne sanno più dei Superiori...
Con i PARENTI delle ragazze e dei bambini - Con essi dovete tenere una relazione fatta di prudenza, ma buona... avvicinando le mamme, voi vi farete una vera cooperatrice nell´opera dell´educazione delle figliuole che vi sono affidate; oltre a ciò, facendo del bene alla madre, lo farete alla famiglia... e questo è compiere la missione di Direttrice. Avvicinate particolarmente i genitori quando sono di idee contrarie alle vostre: è un mezzo per salvare quella povera gente.
Avete ancora gli AMMINISTRATORI dell´Asilo, delle Opere... Ri-cordate il dovere di giustizia... siate giuste... non fate rigiri, e non sarete mai prese in fallo. Trattate con bontà, con correttezza di modi, di parole e di contegno».
2.3 La Direttrice e le ragazze dell´Oratorio festivo (agosto 1913)
«L´Oratorio è l´Opera più importante di ciascuna Casa, e se non c´è l´Oratorio, dovete industriarvi di fare — in altro modo — del bene alle fanciulle del paese in cui vi trovate. La missione dell´Oratorio è delle più importanti: qui le Figlie di M.A. possono segnalarsi in modo particola¬re, quando però lavorano secondo lo spirito di Don Bosco, spirito che non è certo quello di San Carlo, di San Filippo, dei Gesuiti, ecc.
Il bisogno dell´Oratorio cresce a misura che diminuisce l´insegnamen-to religioso: allontanare le fanciulle dai pericoli, portarle in luogo sicu-ro, abituarle a vivere, a chiacchierare allegramente, senza far peccato. Altrove parlano male, con molta libertà nelle parole e nel tratto; non sanno divertirsi onestamente, tolte le eccezioni.
Dovete attirare quelle che non sono pie: l´Oratorio di Don Bosco è per le biricchine, per quelle che non vogliono andare alla predica, e, ma¬gari, non sono andate a Messa; quelle buone importa poco che vengano,

possono far meglio a casa aiutando la mamma; l´Oratorio è per le sven-tate, le leggere.
Gli antichi oratori di San Carlo erano per il Catechismo; quelli di San Filippo, per i dotti; quelli dei Gesuiti, per i nobili. L´Oratorio di Don Bosco, invece, apre le porte e lascia entrare tutti; Don Bosco vuole così perché ci tiene ad avere quelle che ne hanno più bisogno... Le ragazze vengono a voi attratte dalla curiosità, e voi sappiate guadagnarle; ven-gono per ficcare il naso in casa delle Suore; alcune anche a dispetto dei parenti. Altre sono stanche e disingannate, hanno bisogno di trovare chi le conforti...: lasciatele venire, lasciatele parlare, dite loro una buona pa-rola...
Di qui vedete che il nostro Oratorio ha vari fini; non solo quello di fare il Catechismo. Se riuscite ad attirare in Casa le ragazze, le attirerete disposte alle funzioni di Chiesa, avete la possibilità di dir buone parole, dare buoni suggerimenti, trattenerle con qualche divertimento, con la de¬clamazione... Abituatele soprattutto a chiacchierare senza far peccato, schivando le mormorazioni, le parole sconvenienti... Se avete la facoltà di fare il catechismo in Casa, approfittatene per far del bene, e se potete avere le funzioni in Casa, niente di meglio; non manchi allora il canto, la predica, la benedizione... Questo si potrà ottenere in città; ma dove vi è una sola parrocchia, dovete condurle là, o diportarvi in modo da meritarvi l´appoggio e la protezione del Parroco. Con il Parroco convie-ne cedere sempre, imporsi mai; l´imposizione lo allontanerebbe. Fate di attrarlo alle vostre idee; fategli conoscere l´Opera, più coi fatti che con le parole; fate che in essi egli legga la vita e lo spirito del Fondatore; e lasciate che su quella mediti e che si convinca che l´opera della Suora è efficace. Abbiate cura delle sue raccomandate, e portate a Lui quelle che andate conquistando.
La Direttrice deve essere tale da poter avvicinare tutte le fanciulle del paese, interessarsi di ciascuna. La carità è industriosa: attirate le restie per mezzo delle compagne; le più birichine vi potranno, forse, servire più delle altre; e quando le restie sono da voi, non pretendete subito che siano sante, accontentatevi di tenerle lontane dal peccato.
Mezzi generali che servono ad educare le fanciulle e benedire l´opera vostra anche dai loro parenti sono: l´insegnamento del leggere e dello scrivere; le norme di galateo, il cucito, il ricamo, ecc. ecc.
Per fare tutto questo lavoro, io vorrei che vi serviste non solo delle Suore, ma anche degli esterni, specie delle Ex-Allieve, tenendole però a debita distanza: non date a queste la confidenza che dovete alle Suore. Le bambine seguono più facilmente le mezzane che le alte; valetevi, per esse, di queste e non di quelle. Ciascuna deve trovare, in Casa vostra, gli allettamenti adatti alla propria età. Siate semplici, contentatevi dei

mezzi minimi: dove potete attirare con una semplice declamazione, non introducete il teatro...
La Direttrice deve dirigere e le Suore devono fare. Farà molto la Di-rettrice che sa servirsi e far lavorare le Suore: gettatele nel lavoro e non pretendete che le fanciulle abbiano confidenza solo in voi. Chi di voi ac-cetterebbe l´imposizione di aver confidenza solo con quel tale confesso-re?... E se non è possibile imporre la confidenza col confessore, come sarà possibile imporre alle ragazze la confidenza in voi, perché siete la Direttrice? Voi badate che la Suora meriti la fiducia vostra, e poi lascia-te libertà d´azione... Se la Suora vi è unita, ha confidenza in voi, certa-mente porterà a voi le figliuole a poco a poco; se non merita la vostra fiducia, piuttosto allontanatela. L´esclusivismo non fa che distruggere il bene — la gelosia fa giudicare male —. Piuttosto che invidiare la Suo¬ra che ha ascendente sulle fanciulle, imitatela.
Servitevi soprattutto di una grande bontà — non sensibilità, sensuali-tà. Siate buone perché amate, e amate tutte ugualmente per amor di Dio. Siate le madri delle vostre fanciulle, perché nell´Oratorio non esiste altra autorità che quella della bontà e dell´amore. Sacrificate tutto: gusti, in-clinazioni, riposo, tutta voi stessa, in una parola, e farete così persuase le fanciulle del vero amore che loro portate... Non fa bisogno che loro diciate di amarlè, lo vedranno, lo sentiranno; così facendo, i vostri Ora-tori fioriranno... L´Oratorio femminile è fondazione di Don Bosco: nes-suno, prima di lui, si era occupato delle fanciulle...».
2.4 Metodo catechistico (19 luglio 1916)
«Il Catechismo si fece sinora seguendo un metodo speciale? No, non ci fu mai purtroppo un metodo vero, razionale, per l´insegnamento del catechismo, giacché non può chiamarsi tale quel succedersi di domande e di risposte, riguardanti individualmente ogni scolaro, terminante al più con la narrazione di un fatto o di un esempio!
Questo metodo d´insegnamento non è neanche ragionevole, perché i ragazzi non sono fonografi, a cui sia sufficiente saper materialmente una lezione. Anche il bambino ripete e canta ciò che gli s´insegna, epperò che vale se ne capisce niente?
Questo sistema dunque in pratica non va, perché lascia inerte la ragio-ne del fanciullo, facendo al più lavorare la sua memoria. Oltre a ciò ri-chiede, la sua applicazione, un tempo enorme di cui la maggior parte, per gli effetti che ne derivano, può dirsi perduto.
Infatti: supponiamo una classe di 15 ragazze; cominciate dalla prima l´interrogazione: Chi è Dio? poi passate alla seconda, alla terza e via di

seguito, udendo sempre e correggendo pazientemente le risposte; ma quan¬do siete arrivate all´ultima, che cosa vedete? che le prime o sono cadute in un assopimento prodotto dalla gran noia di tale interrogatorio, o ¬se intelligenti e vispe — hanno trovato mezzo di distrarsi, disturbando le compagne. Infine avete chiusa la lezione con un esempio. Vi siete molto affaticate, ma avete raccolto poco!
Bisognerebbe dunque bandire questo metodo d´insegnamento!
Il Catechismo, per essere dilettevole ed efficace, deve essere scuola.
Per insegnare storia, geografia, aritmetica non si segue forse un meto-do razionale, pedagogico? ebbene anche per il Catechismo così deve es-sere. Non dobbiamo preoccuparci di dire molte cose, piuttosto di far ben capire quel poco che insegniamo .
E se il Catechismo deve essere scuola, tutti gli elementi di essa deb-bonsi introdurre ed adottare.
Anzitutto occorrono locali adatti od almeno adattabili... anche il por-ticato potrebbe servire, ma ridotto a scuola e poi — quali sussidi didatti-ci — banchi, carta, penne, calamai, cattedra, cartelloni per le lezioni, una lavagna per illustrare con disegni l´insegnamento. In una parola, oc-corre ridurre la scuola di catechismo alle stesse condizioni delle scuole comuni.
E soprattutto è necessaria quella medesima pedagogia, che si usa nel-l´insegnamento di tutte le altre materie, è necessaria la guida di un pro-gramma generale, compilato distintamente per ogni classe, dei libri di testo, di lettura, adatti per la prima, la seconda, la terza e così via, di registri ordinati, su cui segnare le presenze, i punti di studio e di condot-ta, ed in base a questi le promozioni a fine d´anno, gli esami, i premi.
Tutto questo costituisce l´ambiente scolastico!
Convengo che la riforma così radicale è difficile, ma pel fatto che un´i¬dea è possibile si può realizzare, è buona? si deve realizzare!
Sapete perché molti disprezzano il catechismo, perché i genitori non curano di mandarvi i bambini? perché questi pur venendo alle lezioni vi stanno di mala voglia e con noia? perché manca qui tutto l´apparato esteriore che dà alla scuola la sua importanza, che colpisce la nostra im-maginazione, che costringe la nostra volontà. Quell´apparato di cui la Chiesa stessa si serve, nella maestosità delle sue funzioni, per raccogliere ed impressionare salutarmente i nostri cuori.
È una necessità dunque di cambiare sistema, per rialzare un po´ l´i-deale del Catechismo, oggi sconosciuto, disprezzato!
Non si ha nell´animo lo spirito del Catechismo e si bestemmia ciò che non si capisce, si sparla di ciò che non si conosce e se assistiamo oggi ad una dolorosa diserzione dalla Religione, si è perché se ne ignorano i principi veri, i mezzi, l´altissimo fine!

L´insegnamento del Catechismo deve essere dunque dato seguendo nor¬me speciali.
È assolutamente errato il sistema di suddividere la materia nei vari ca-pitoli, assegnando progressivamente ad ogni classe alcuni di essi. Cioè alla prima i primi capitoli, alla seconda i seguenti e così via.
No, l´insegnamento della nostra Dottrina deve essere completo in ogni classe, proporzionato all´intelligenza dei bambini, sta bene, ma intero nella sua essenza!
La nostra S. Religione consta di tre parti: 1 a la dogmatica, che riflette lo studio di Dio, le verità eterne, l´immortalità dell´anima, in una paro¬la, il tutto contenuto nel Credo; 2a la morale, che corrisponde ai princi¬pi, alle leggi, ai comandamenti; 3´ i mezzi della grazia, che ci aiutano nella pratica della morale, cioè la preghiera, i Sacramenti.
Ebbene anche ai bambini, nel primo anno di scuola è indispensabile dar una cognizione sufficiente di Dio Creatore, Redentore, Santificatore, dei comandamenti emanati da Lui, dei mezzi di grazia largitici per osservarli.
Non saranno dapprima che nozioni semplicissime, ripetute, illustrate, materializzate, direi, per esser rese più facili alle loro menti, ma è neces-sario che nulla si trascuri, fin dalla prima classe, di quanto costituisce la base della nostra Religione.
Sia adottato cioè anche nella Scuola di Catechismo il sistema ciclico, che comprende tutta la materia d´insegnamento, prima nelle sue parti essenziali, poi via via nelle accessorie fino ad essere, l´insegnamento, va-sto, profondo, completo nell´ultima classe.
È un piccolo circolo, intorno al quale se ne vanno costruendo altri con¬centrici, man mano più grandi.
Per questo bisogna formare i singoli programmi, prendendo le domande dal Catechismo comune, ma spigolando pel primo, pel secondo, pel ter¬zo anno quanto è più adatto all´età ed all´intelligenza dei bambini.
Perché la necessità di questo tutto completo di studio?
Perché troppo spesso succede che i bambini lascino o debbano lascia¬re il Catechismo assai prima della fine del Corso e non ritornino più allo studio di esso. Ebbene i principi dati saranno sufficienti a guidarli nella vita, essi ricorderanno le cose indispensabili, loro insegnate e capite e non saranno digiuni del tutto di quanto riguarda l´anima loro!
Ma per rendere proficuo, efficace l´insegnamento catechistico, il mi-glior sistema è l´intuitivo.
Intuire è vedere, è fare che l´occhio trasmetta fino all´anima l´idea, che le cognizioni passino per esso e s´imprimano bene nella mente in tut¬ti i particolari.
Davanti all´evidenza di un quadro o di una, anche imperfetta figura, il bambino non ha bisogno di lunghe spiegazioni, egli osserva ed afferra.

Ecco qui la necessità dei cartelloni, dei libri illustrati, di una lavagna almeno su cui poter dare il concetto, l´idea di quanto si spiega.
Infine per fare il Catechismo bene vi ricordo quel che dovete tener pre¬sente sempre: che insegnare alla gioventù vuol dire dimenticare, non cer¬care se stessi, ma il bene solo della gioventù, vuol dire far morire il vo¬stro amor proprio, per far vivere l´amor di Dio, vuol dire accrescere col¬l´esempio proprio l´efficacia del precetto insegnato, del consiglio dato!
Guai se dopo aver magari parlato molto bene e santamente impressio-nato le scolare, voi uscite ad un tratto in uno scatto di impazienza, di collera, voi date loro il triste spettacolo delle vostre imperfezioni.
Credete, sarebbe crollato tutto l´edifizio di bene, perduta ogni vostra fatica!
Volete far bene il Catechismo?
Siate molto buone, che il vostro contegno sia d´esempio continuo, d´in¬citamento alla virtù, siate pazienti sempre ed imparziali. Mostrate alle ragazze che le amate in Dio santamente, che non vi offendete di quanto si può dire a torto contro di voi, che dimenticate, anzi rispondete con raddoppiata carità a chi vi fosse stata ingiusta, ed allora... forse a parole avrete insegnato poco, ma la vostra condotta avrà fatto il più: avrete am¬maestrato colla vostra virtù, avrete vinto col bene il male!
La scienza di Dio è la scienza di salvare le anime, di servire al Signore, di far del bene ovunque».

Strenne annuali
per le Figlie di
Maria Ausiliatrice
(1921-1931)
1. Presentazione
La Superiora Generale delle Figlie di M.A., Madre Caterina Daghero (1881-1924), era solita avere per ogni inizio d´anno dal Rettor Maggiore Don Paolo Albera una speciale STRENNA per il suo Istituto, accompagnata da breve commento.
La simpatica tradizione venne rispettata da Don Rinaldi che gli successe. Egli anzi, intervenuta la morte improvvisa di Don Albera il 29 Ottobre 1921, pensò di inviarla ugualmente per il 1922, ancora da semplice Prefetto Generale, quasi a sostituire il Superiore defunto e dandole il carattere di una commossa commemorazione. Essa è così concepita sotto la data dell´8 Dicembre 1921:
Le Figlie di Maria Ausiliatrice, ricordando la pietà del Venerando Don Albera, si propongono la pratica della unione con Dio, per celebrare così degnamente il Giubileo della loro Fondazione (1872-1922).
È breve, ma tanto ricca, ed esposta «con la chiarezza ed unzione tutta sua propria», come si esprime la Madre nel biglietto di presentazione del 24 dicembre. Merita di essere ricordata.
Seguiranno poi regolarmente ogni anno le altre con il tema spesso privilegiato dell´unione con Dio.
Altra Strenna di indubbia efficacia fu quella preparata per il 1929, che si sapeva già essere l´anno della beatificazione di Don Bosco, del tenore seguente:
DON BOSCO Modello di Educatore e Maestro di vita religiosa per le Figlie di Maria Ausiliatrice.
Ma le due Strenne che lasciarono più larga e duratura eco nel mondo salesiano furono quelle, complementari, per il 1930 e 1931, in onore del nuovo Beato. La prima a forma di invocazione, impetratoria, suona così:
Perché a Vostra imitazione possiamo vivere sempre unite con Dio, o Beato Don Bosco, pregate per noi.
La seconda, per il 1931, a compimento della precedente, è del tenore seguente:
Conoscere e imitare di più la vita interiore del Beato Don Bosco.
Merita infine di essere riportata la Strenna brevissima per il 1932, l´ultima preparata dal Padre buono pochi giorni prima di morire, con la data del 24 dicembre 1931, e dalla Madre trasmessa in pari data con commossa presentazione che ne fa un tutt´uno.
2. Testi
2.1 Strenna per il 1922
Torino, 8 dicembre 1921
Rev.ma Madre Generale dell´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice,
Il nostro compianto Rettor Maggiore Signor Don Albera soleva in quest´epoca dell´anno inviare la Strenna anche alle buone Figlie di Maria Ausiliatrice, le quali ricevevano sempre con animo riconoscente e con una ferma volontà di metterla in pratica. Per non interrompere questa bella consuetudine, Le mando io la Strenna per l´anno prossimo, accompagnata da due parole di commento pratico; e nutro fiducia che tutte le Suore faranno ad essa, come per il passato, buona accoglienza.
La strenna è questa:
Le Figlie di Maria Ausiliatrice, ricordando la pietà del Venerando Don Albera, si propongano la pratica della unione con Dio, per celebrare così degnamente il Giubileo della loro Fondazione.
Quale commento pratico aggiungo i seguenti pensieri:
1. Non mi sembra necessario ricordare alle buone Figlie di Maria Ausiliatrice le benemerenze del Venerando Don Albera verso il loro Istituto, ch´egli amò dello stesso amore del Ven. Don Bosco e di Don Rua, non solo da quando ne fu eletto Delegato Apostolico, ma in tutta la sua vita salesiana, sostenendolo coll´opera e col consiglio perché divenisse ognor più rigoglioso e fiorente. Desidero piuttosto richiamare la loro attenzione sulla viva e soda pietà, che fu l´anima di tutta la sua vita operosissima, e il mezzo da lui preferito per arricchirsi di preziosi meriti e per stimolare efficacemente gli altri alla perfezione. In Don Albera la pietà
era l´unione dei pensieri, degli affetti, di tutta la vita coi pensieri, coi sentimenti, con lo spirito di Gesù. Era Gesù vivente in lui. Era la pietà che regolava saggiamente le sue relazioni con Dio, che santificava tutte le sue attinenze col prossimo, che gli dava insomma, per usare le parole di S. Francesco di Sales, le ali per innalzarsi a Dio nella orazione, e i piedi per camminare tra gli uomini con una vita amabile e santa.
Ora il ricordo della pietà del Venerando Don Albera dev´essere d´incitamento alle Figlie di Maria Ausiliatrice a praticare la Strenna del nuovo anno, consistente appunto nell´esercizio della unione con Dio. Pervenire a questa unione è tutto il fine della vita religiosa.
2. Le Figlie di Maria Ausiliatrice si persuadano anzitutto che per loro la pratica dell´unione con Dio ha da fondarsi essenzialmente sulla piena cognizione e sull´osservanza esatta e costante delle Regole, anche delle più minute. La religiosa che aderisce alla sua Regola in modo da diventare quasi una Regola vivente, raggiungerà certo l´unione perfetta con Dio, e anche sotto il peso dei più ordinari ed umili lavori gusterà le gioie e le soavità della vita spirituale.
Però si ricordino le Figlie di Maria Ausiliatrice che per arrivare a questa unione non basta un´osservanza materiale ed esterna delle Regole, ma bisogna penetrarne lo spirito. Le Regole non sono fine a se stesse, ma un mezzo per disporre l´anima, mediante la ripetizione di determinate pratiche di pietà ed atti di virtù, prima al raccoglimento interiore, che porta a vivere alla presenza di Dio; poi al fervore, e finalmente alla unione divina.
3. Il raccoglimento consiste in due cose: nel chiudere il cuore, per quanto è possibile, al mondo, per aprirlo alle ispirazioni del Cielo; e nell´evitare la dissipazione e vivere abitualmente alla presenza di Dio. Tutte le disposizioni delle Regole mirano a queste due cose; ma se manca la buona volontà personale, non raggiungono il loro intento. Evitino perciò le Figlie di Maria Ausiliatrice di sovraccaricarsi da se stesse di occupazioni; di lasciarsi trasportare da un´attività troppo terrena; e procurino di osservare non solo il silenzio esteriore imposto dalle Regole, ma anche quello del cuore e dell´immaginazione. Si raccolgano di frequente nella solitudine del cuore, pur in mezzo alle conversazioni e agli affari... Aspirino a Dio molto spesso, ne invochino l´aiuto, si accendano di amore per Lui. Così con la presenza abituale di Dio eserciteranno tutte le virtù. Ma ciò deve farsi sempre tranquillamente e senza ansietà di sorta.
4. In tal modo le Figlie di Maria Ausiliatrice giungeranno presto al santo fervore dello spirito, consistente in un desiderio sincero di mortificarsi in tutto, esercitandosi seriamente nella totale abnegazione di se stesse per acquistare il perfetto amor di Dio. Il fervore, dice il P. Faber, è ad un tempo incremento della santità, e forza per cui la santità cresce. Da
questa fiamma di amore deriva naturalmente una grande confidenza in Dio, una maggior pazienza nel sopportare le croci e le tribolazioni, una umiltà più profonda, un più totale distacco dal mondo, una maggior rettitudine e sicurezza di giudizio in tutte le cose, e una santa letizia di spirito.
5. Così la pratica della unione con Dio trova nel fervore di spirito la sua naturale sorgente, il suo progressivo incremento e la sua finale consumazione. Le Figlie di Maria Ausiliatrice che sono costantemente vivificate dal santo fervore, non trovano più nulla di aspro, di difficile, di pesante nella vita quotidiana, e non dicono mai basta, perché sanno di lavorare per Dio, il quale merita una illimitata servitù di opere e di sacrificio. Il termine finale del fervore, la sua consumazione, non è forse veder Dio, possedere Dio, essere trasformati in Dio, sì da vivere in Lui e per Lui, anzi da vivere interamente e solamente di Lui? Ora questa consumazione si prepara grado a grado quaggiù dalle anime che sono fedeli a Dio nella loro vocazione; e la morte non è che l´ultimo passo per arrivarvi. Per questo è così bella la morte dei Santi: rapiti in dolce estasi d´amore e divenuti quasi insensibili a tutte le vicende della vita, essi attendono con desiderio lo spezzarsi dei vincoli che ancora li uniscono alla terra, per volare in seno a Dio a consumare quel fervore, a rendere eterna quell´unione ineffabile.
Questo, Rev.ma Madre Generale, è l´augurio ch´io faccio di cuore a tutte le Figlie di Maria Ausiliatrice.
6. La Strenna dice infine: per celebrare degnamente il giubileo della loro fondazione. È certamente un´ottima cosa che nel prossimo anno si celebri con la maggior solennità possibile il 50° anniversario dell´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, per render grazie al Signore e alla Santissima Vergine degli infiniti benefizi ricevuti. Ma tali feste e manifestazioni sarebbero un vano rumore, se ogni singola Suora non si studiasse di raggiungere con tutte le sue forze il fine per cui Dio l´ha annoverata tra le Figlie di Maria Ausiliatrice, che è di essere praticamente unita a Dio.
Esorti perciò, Rev.ma Madre Generale, le sue Figlie ad amare e praticare le sante Regole, e ad acquistare il raccoglimento interiore e il fervore di spirito, per poter giungere così alla perfetta unione con Dio.
Protegga sempre la Vergine Benedetta codesto pio Istituto, e Lei che lo regge con tanto senno ed amore; difenda in vita e in morte tutte le Suore, e colla sua potente intercessione ottenga a tutte dal suo Divin Figliuolo la bella grazia di trovarsi un giorno raccolte sotto il suo manto nella eterna beatitudine. Io La pregherò a tal fine in questo Santuario; e mentre pure mi raccomando alle loro preghiere; mi confermo.
Dev.mo in C.J. Sac. Filippo Rinaldi
2.2 Strenna per il 1929
Torino, 24 novembre 1928
Rev. ma Madre Generale dell´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice,
1. Una tenera divozione a Maria SS. Ausiliatrice in relazione alla sua eccelsa prerogativa di nostro Aiuto, è stata la parola d´ordine ricevuta con filiale affetto da tutte le buone Figlie di Maria Ausiliatrice per il corso dell´anno che volge al suo termine.
La S. V. Rev.ma avrà potuto constatare o personalmente o attraverso le relazioni delle altre Superiore, con quale unanimità di santa emulazione sia stata praticata questa Strenna: ed io sono sicuro che la nostra potente Ausiliatrice ha già ricambiato regalmente ciascuna delle sue vere Figlie e l´Istituto che si gloria del suo Nome, con le grazie e i favori più eletti per l´acquisto della santità nel compimento della propria missione. Ne sia ringraziato il Signore e benedetta in eterno la nostra generosissima Madre celeste!
Ora la Strenna che propongo per il nuovo anno è destinata a completare e realizzare la precedente in ciascuna Figlia di Maria Ausiliatrice. Eccola:
Don BOSCO Modello di Educatore e Maestro di vita Religiosa per le Figlie di Maria Ausiliatrice.
Non è possibile essere vere Figlie di Maria Ausiliatrice senza mettersi alla scuola di questo nostro gran Padre e Fondatore per impararvi le due cose fondamentali e specifiche della nostra missione. Egli ripete ogni dì più autorevolmente ai suoi Figli e alle sue Figlie: «io v´ho dato l´esempio, affinché diventiate perfetti educatori nella vita religiosa della vostra vocazione. Se farete come ho fatto io, sarete pure i veri Figli e Figlie di Maria Ausiliatrice perché io non sono stato altro che l´esecutore dei voleri e degli insegnamenti di Lei, alla cui scuola s´è degnato affidarmi Nostro Signore medesimo fin dall´età di nove anni».
2. Il Ven. Don Bosco ha fondato l´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice per l´educazione della gioventù femminile povera e abbandonata. Perciò chi, per divina chiamata, vi si ascrive, deve necessariamente rendersi atta a specializzarsi nella missione d´educare le fanciulle povere e abbandonate. In questo sta la ragione d´essere della Figlia di Maria Ausiliatrice: qui è lo strumento e la misura della sua santità, per cui è moralmente inconcepibile una Figlia di Maria Ausiliatrice che non sia in qualche modo educatrice delle fanciulle povere e abbandonate. Errerebbe quindi chi credesse di potere ascriversi all´Istituto delle Figlie di
Maria Ausiliatrice solo per conseguire in esso la perfezione religiosa, perché la perfezione religiosa nell´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice dipende tutta dallo spirito educativo che lo anima. Individualmente la perfezione religiosa è il fine della divina chiamata e dev´essere pure lo scopo primario da conseguire: ma in quanto la divina chiamata determina l´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice come palestra nel quale conseguire il palio della perfezione religiosa, lo spirito educativo del loro Istituto diventa fine e scopo primario d´ogni Figlia di Maria Ausiliatrice per il conseguimento della più alta perfezione religiosa.
La Strenna per il 1929 deve anzitutto imprimere bene nella mente e nel cuore delle Figlie di Maria Ausiliatrice questa verità, che il Signore le ha chiamate per consacrarsi totalmente all´educazione della gioventù femminile e in essa conseguire la propria perfezione. Le varie mansioni che devono disimpegnare negli Asili, negli Oratori festivi, negli Educandati, nei Convitti per operaie e nelle Missioni, mirano direttamente o indirettamente all´educazione della gioventù femminile. Perciò ogni Figlia di Maria Ausiliatrice deve sforzarsi ad acquistare lo spirito educativo di Don Bosco per esplicarlo il meglio possibile nei limiti della propria occupazione, fors´anche la più umile e materiale. Non sono educatrici solo le professore e le maestre, ma eziandio tutte le altre che disimpegnano i molteplici uffizi dell´Istituto. Devono perciò essere animate anch´esse dal medesimo spirito educativo che è caratteristico e proprio dell´Istituto. Negli altri Istituti lo spirito educativo viene ordinariamente appreso solo dalle religiose destinate all´insegnamento, sui testi delle scuole di magistero, per cui non è elemento costitutivo ed essenziale della vita di tutta la comunità religiosa, nella quale le religiose non dedicate all´insegnamento formano quasi un´altra categoria con fini e scopi determinati: ciò che le unisce assieme è solo la vita religiosa di comunità determinata dalle Regole e dal Direttorio comuni. Non così, le Figlie di Maria Ausiliatrice quali le ha voluto Don Bosco: egli, nel fondare il loro Istituto, ha inteso di estendere alla gioventù femminile la missione che N.S. Gesù Cristo gli aveva affidata fin dall´età di nove anni, e che era unicamente quella di educare la gioventù abbandonata, sacrificandosi totalmente dì e notte in mezzo ad essa per sorvegliarla, ritrarla dal male e renderla buona per la vita presente e per la futura.
La Figlia di Maria Ausiliatrice si renda familiare questo punto così importante e nobile della propria vocazione alla perfezione religiosa nella missione di educatrice: qualunque sia l´uffizio che la ubbidienza le assegna, essa deve possedere lo spirito educativo che forma l´essenza dell´Istituto. Preghiere, mortificazioni, lavori umili, conversazioni, ricreazioni, sofferenze e malattie, insomma, tutto in lei deve mirare a questo fine, tutto dev´essere per l´educazione della gioventù femminile. Se perde
di vista questa verità, sarà tutto ciò che si vuole, ma non sarà Figlia di Maria Ausiliatrice.
3. Non basta però che la Figlia di Maria Ausiliatrice sia convinta della sua vocazione educativa, ma è necessario si renda sempre più atta a compierla di gran cuore e con animo volenteroso. Per questo, durante tutto il 1929, prenda Don Bosco a suo modello di educatore, cioè, veda di penetrare meglio nello spirito educativo di lui per assimilarselo più intimamente e poi viverlo nella vita quotidiana.
Alla scuola di Don Bosco la Figlia di Maria Ausiliatrice impari e si fissi bene in mente: che è obbligata per vocazione ad avere di mira solo la salvezza delle anime, facendo conoscere ed amare Iddio dalle fanciulle che avvicina e non mettendo ostacolo alla sua grazia: che deve affrontare ogni fatica per conseguire questo fine: e che la categoria delle persone intorno alle quali deve esplicare la propria attività di preghiere, di assistenza, di scuola e di qualsiasi altra occupazione sono le fanciulle orfane, o prive di assistenza perché i genitori non possono o non vogliono curarsi di esse. La categoria delle persone sopra le quali deve esercitare la propria missione la Figlia di Maria Ausiliatrice è di vitale importanza, perché purtroppo si tende quasi istintivamente ad interessarsi più delle fanciulle meglio vestite, profumate e aggraziate, che delle poverelle e pezzenti. Queste, che non osano quasi mostrarsi e che tuttavia non mancheranno mai, per attestazione medesima di Gesù: «i poveri li avete sempre con voi» (Giov. 12,8) si lasciano facilmente da parte, si trascurano e meno ancora si ricercano... La Figlia di Maria Ausiliatrice che si mette alla scuola di Don Bosco e pratica i suoi ammaestramenti, darà sempre le preferenze a quest´ultime, le sue predilette, e saprà farle amare dalle altre, instillando nei loro cuori l´amore dei poveri, più con l´esempio che con le parole.
Certo l´apostolato educativo delle Figlie di Maria Ausiliatrice può estendersi anche alle fanciulle del ceto medio e signorile, ma a condizione che non siano escluse le povere e le abbandonate, cosa che pur troppo è già succeduta ad altri istituti che erano pure anche stati fondati per l´educazione della gioventù abbandonata. L´Ausiliatrice potente preservi il suo Istituto prediletto — questo monumento vivente della riconoscenza del Ven. Fondatore verso di Lei — da simile sciagura, conservando vivo vivo, ora e nell´avvenire, lo spirito genuino del Ven. Padre in ogni sua Figlia!
4. Altra caratteristica dello spirito educativo che deve informare la vita della Figlia di Maria Ausiliatrice, è l´attività che previene, facendosi tutta a tutte, sia nella ricerca delle fanciulle abbandonate, come nella convivenza in mezzo ad esse per conoscere le loro tendenze, correggerle a tempo opportuno e renderle migliori con la carità e la pazienza inaltera
bili. Tutta la vita del Ven. Fondatore non fu altro che l´attuazione pratica di questa caratteristica dell´attività educatrice che preveniva il male e faceva compiere il bene quasi unicamente con l´attraimento dell´esempio e del suo immenso amore per i giovani.
Le prime Figlie di Maria Ausiliatrice venute in Valdocco per cominciare la loro opera educatrice a favore delle fanciulle abbandonate, si presentarono a Don Bosco per implorare la sua paterna benedizione e chiedergli come dovessero fare per avere delle ragazze all´Oratorio. — «Procuratevi, disse il Ven. Padre, medaglie ed altri regalucci; poi portatevi per le vie e per i viali adiacenti e quando v´incontrate in fanciulle povere avvicinatele, sorridendo, come a compagne carissime; interrogatele con grande naturalezza delle cose loro; regalatele di una medaglia od altro e poi invitatele all´Oratorio... State sicure che avrete ragazze fin che volete». La Direttrice del piccolo gruppo, la compianta, indimenticabile Madre Elisa Roncallo, fece subito tesoro del paterno consiglio: ebbe presto molte ragazze all´Oratorio S. Angela Merici: e poi per tutta la sua vita laboriosissima, seppe talmente farsi tutta a tutte, dovunque l´obbedienza la pose, da riuscire vera imitatrice di Don Bosco, cattivandosi i cuori con l´irresistibile ascendente di una bontà senza limiti verso tutti e senza alcuna sorta di preferenze od accettazione di persone.
Questa caratteristica del farsi tutta a tutte è indispensabile ad ogni vera Figlia di Maria Ausiliatrice, qualunque sia il suo naturale, la sua condizione sociale, la sua carica, il suo impiego. Per acquistarla occorre sia sempre in mezzo alle ragazze affidate alle sue cure: sia con essa sorella più che superiora: se ne acquisti la confidenza con la famigliarità che, senza scapito della sua missione educatrice, la renda quasi una di esse, la faccia partecipe della lor vita e interessarsi delle lor piccole cose buone, scartando con oculatezza e sagacia le vane, le inutili e cattive. Tolleri molto i loro difetti, le mancanze di sbadataggine, le negligenze, le ingratitudini, i capricci della lor naturale volubilità: con il tempo, con la pazienza e con l´ascendente che l´affetto vero le acquisterà, la Figlia di Maria Ausiliatrice riuscirà a migliorare le nature più difettose, i caratteri più caparbi.
A questo proposito la Figlia di Maria Ausiliatrice faccia proprie e s´imprima bene in mente le parole del Ven. Fondatore: «...Senza familiarità non si dimostra l´amore, e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuol essere amata, bisogna che faccia vedere che ama. Gesù C. si fece piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità. Ecco il nià-Rfiro della familiarità... Egli non spezzò la canna già fessa, né spense il lucignolo che fumava... Ecco il vostro modello. Allora non si vedrà più chi lavorerà per fine di vanagloria; chi punirà solamente per vendi
care l´amor proprio offeso; chi si ritirerà dal campo della sorveglianza per gelosia di una temuta preponderanza altrui; chi mormdrerà delle altre volendo essere amata e stimata dalle giovani, escluse tutte le altre superiore, guadagnando null´altro che disprezzo ed ipocrite moine; chi si lasci rubare il cuore da una creatura e per fare la corte a questa trascuri tutte le altre giovinette; chi per amore dei propri comodi tenga in non cale il dovere strettissimo della sorveglianza; chi per rispetto vano si astenga dall´ammonire chi dev´essere ammonito. Se ci sarà questo vero amore, non si cercherà altro che la gloria di Dio e la salute delle anime. È quando illanguidisce questo ambre che le cose non vanno più bene. Perché si vuole sostituire all´amore la freddezza d´un regolamento? Perché le superiore si allontanano dall´osservanza di quelle regole che Don Bosco ha loro dettate? Perché al sistema di prevenire con la vigilanza e amorosamente i disordini, si va sostituendo a poco a poco il sistema, meno pesante e più spiccio per chi comanda, di bandir leggi che, se si sostengono coi castighi, accendono odi e fruttano dispiaceri? se si trascura di farle osservare, fruttano disprezzo per le superiore e sono cagione di disordini gravissimi? E ciò accade necessariamente se manca la famigliarità...».
Non pare forse che Don Bosco abbia antiveduto l´avvenire, anche per l´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice? Ciascuna Figlia di Maria Ausiliatrice risponda in cuor suo a questa domanda con rimediare energicamente a quanto in lei, nella sua vita di educatrice, n-on corrispondesse a questa nota caratteristica dello spirito di Don Bosco.
5. La pratica di questa attività che previene, non è certo esente da pericoli. Ma ipericoli bisogna prevederli per evitarli e non per cambiare il sistema che forma l´essenza dell´Istituto. Don Bosco li ha indicati implicitamente, con la delicatezza che gli è propria, nei brevi suoi scritti pedagogici e non è qui il caso di enumerarli, tanto più che l´esperienza personale può insegnare tante cose anche alle buone Figlie di Maria Ausiliatrice. Noto solo che il sistema preventivo secondo il metodo di Don Bosco non può essere applicato efficacemente se da lui non si apprende contemporaneamente la_o-atica della vita religiosa su la quale egli l´ha innestato per fare una pianta unica e fruttifera.
Ecco perché la Strenna presenta alle Figlie di Maria Ausiliatrice Don Bosco non solo Maestro Educatore, ma ancora, Maestro di vita Religiosa.
Su questa seconda parte della Strenna dirò solo due parole perché alla Figlia di Maria Ausiliatrice che legga e rilegga con vero amore la vita del Ven. Fondatore, apparirà facilmente tutta la grandezza della sua vita interiore di spirito, da cui nacque e si alimentò il suo prodigioso apostolato. Ciò che importa si è che si fissi ben bene di fare tesoro degli esempi paterni per modellarvi sopra la propria vita religiosa.
Nell´universale, ansiosa vigilia di aspettazione della glorificazione della santità di Don Bosco quaggiù in terra, la Figlia di Maria Ausiliatrice procuri d´essere, come Lui, tutta unita con Dio e maggiormente ripiena di spirituale bontà, con la vivezza della fede, animatrice di tutti i suoi pensieri, parole ed opere; con la presenza di Dio quasi sensibile; con la fiducia intima in Lui; con il pensiero del paradiso che rende lievi tutte le fatiche e pene della vita; con il fuoco dell´amor di Dio e il desiderio di accenderlo in ogni anima e con tutte le mirabili ascensioni spirituali che trasfigurano l´anima nell´unico Modello divino al quale si sono formati e si formeranno sempre tutti i santi e le sante del cielo e della terra.
Di più la Figlia di Maria Ausiliatrice apprenda da Don Bosco, maestro di vita religiosa, la pratica serena, naturale, non appariscente di tutte le più belle virtù fino all´eroismo: la mortificazione, la temperanza, la purezza, la carità con tutti, la santa allegrezza, la prudenza, il coraggio, l´ubbidienza, la povertà e via dicendo. Don Bosco è maestro perfetto di tutte e perciò il nostro modello imitabile. Alla scuola ed imitazione di Lui, la Figlia di Maria Ausiliatrice sarà una vera religiosa educatrice ripiena dello spirito di accondiscendenza e di sopportazione per amore di Gesù Cristo e seminatrice, tutta semplicità e candore, della carità e della vera allegrezza sopra tutte le miserie della terra. Sì, la Figlia di Maria Ausiliatrice sarà, se lo vuole, sempre presente a tutto (per usare le parole di Pio XI) pur essendo continuamente affacendata nel suo piccolo ministero educativo, ed avere lo spirito sempre altrove: sempre in alto, dove il sereno è imperturbato sempre, dove la calma è sempre
dominatrice e sempre sovrana; così che anche in lei il lavoro sarà proprio preghiera. Questa deve rimanere la grande gloria delle sue Figlie, di essere, cioè, come Lui tutte dimentiche di sé per prodigarsi alle più piccole, alle più umili, alle meno attraenti, se così si può dire, delle miserie!
Compia la Benedizione dell´Ausiliatrice tutte queste cose così santificanti e santificatrici in Lei, Reverendissima Madre e in ciascuna delle Figlie che l´Ausiliatrice ha affidate alle sue cure materne. Coi migliori auguri per il nuovo anno mi confermo.
Devotissimo in C. J. Sac. Filippo Rinaldi
2.3 Strenna per il 1930
21 settembre 1929
Festa della Presentazione di M.V.
Rev. ma Madre Generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice,
L´elevazione del nostro comun Padre e Fondatore Don Bosco all´o
nore degli altari, che ha suscitato indicibile entusiasmo un-Fr-e-r
sale nel suTh potere d´intercessione, ha pure actill57-Tle mio cuore il desiderio, già così vivo, di vedere le buone Figlie di Maria Ausiliatrice, le quali sono pure le Sue, elevate maggiormente nella perfezione reftiosa.
Esse, il nostro Beato se l´erano già proposto a modello e maestro impareggiabile fin dall´inizio dell´anno che fra poco non avrà più domani, ma che sopravviverà in eterno, come ora, dentro dei nostri cuori.
Mai Strenna paterna è stata più adatta per disporre le sue Figlie a celebrare quaggiù in terra la Beatificazione del Padre con pienezza di affetto nello splendore dell´imitazione delle virtù di Educatore e di Maestro di vita religiosa.
L´ansiosa aspettazione prima, poi i trionfali, insuperabili festeggiamenti e, in seguito, la crescente divozione al novello Beato, divenuta tosto pressoché universale per la moltitudine delle grazie e dei favori — parlanti negli exvoti, nelle centinaia di candele che ardono continuamente dinanzi all´Urna delle Sue Reliquie nel Santuario di Maria Ausiliatrice, e nelle incessanti domande di preghiere per ottenere grazie o per ringraziamento delle ottenute — sono sicuro che reseroquasi vivente e palpabile ad ogni Figlia di MariaAusiliatrice la Strenna dell´anno che sta per terminare. Era impossibile che la Figlia di Maria Ausiliatrice non avesse continuamente presente quest´attraente modello di educatore e maestro di vita religiosa, rifulgente, nell´aureola di Beato, di tutte le virtù proprie della sua missione. Perché la Figlia di Maria Ausiliatrice, per compiere la sua missione, deve possedere la perfezione religiosa imposta dal Fondatore.
Ora questa è tracciata nelle Regole, nel Manuale delle pratiche di pietà e soprattutto nella vita, negli esempi e negli scritti di Lui.
Perciò prego lei, Rev.ma Madre, di eccitare ciascuna Figlia di Maria Ausiliatrice ad attingere a queste sorgenti l´anima della propria perfezione, cioè, lo spirito particolare dell´Istituto, che non si può trovare altrove, neppure nei libri che hanno per iscopo di condurre l´anima quasi passo per passo nellà salita della perfezione. In quei libri si possono trovare i principi e le norme generali, ma non le applicazioni conformi allo spirito ricevuto dal Fondatore. Egli ripete ora più autorevolmente alle Sue Figlie: io v´ho dato l´esempio: exemplum dedi vobis, perché facciate
altrettanto: ut quemadmodum ego feci, ita et vos faciatis, ed allora conseguirete certamente la perfezione alla quale siete state chiamate dal Signore. Oh! la gran cosa che è mai questa! L´avere nel Padre e Fondatore del proprio Istituto il Modello e Maestro sicuro della propria perfezione!
L´Oracolo Supremo della S. Chiesa ce ne assicura; e la vita di Lui, letta, meditata e studiata con amorosa assiduità, sarà per le Figlie di Maria Ausiliatrice lo specchio luminoso entro il quale vedere lo sviluppo progressivo della loro perfezione, basata sulla carità e sull´attività, come quella del Beato Padre.
Spetta a lei, Rev.ma Madre, procurare ad ogni sua Figlia tale specchio della propria perfezione, con fornirla o almeno darle comodità di avere a sua disposizione delle Vite del Beato (delle quali si ha già copiosa bibliografia), con darle il tempo di una buona lettura quotidiana da sola o meglio ancora con la comunità, e conairrilmE----itti i modi e in tutte le occasioni a far tesoro degli ammaestramenti che vi troverà abbondantemente. Così ciascuna Figlia di Maria Ausiliatrice diverrà l´ornamento del proprio Istituto, sarà la salvatrice di anime nel campo dell´educazione e la perfetta religiosa nella pratica eroica di tutte le virtù che creano la santità.
Essa, dinanzi a questo specchio, riuscirà in breve a far scomparire le naturali inclinazioni, le vedute personali, l´amor proprio — che guizza da tutti i pori della persona e sa camuffarsi anche sotto l´aspetto di zelo — e la fine ricerca di sé, più insidiosa nel ricamare silenziosamente intorno al proprio io ragioni d´ogni fatta, per far valere i proprii diritti e dare a ciascuna quello che si merita; perché nella vita del Beato troverà esempi e norme copiose per lottare efficacemente contro tutti questi nemici mediante la preghiera, la mortificazione e l´attività illimitata per il bene delle anime, Tino alla completa immolazione di se stessa.
Sì, più la Figlia di Maria Ausiliatrice si specchierà in questa Vita benedetta e meravigliosa e più si convincerà di dovere operare al par di Lui la propria perfezione religiosa, nell´attività feconda dell´apostolato educativo in mezzo alle figliuole del popolo. Non sarà mai inculcato abbastanza che a questo apostolato partecipano tutte le Figlie di Maria Ausiliatrice, anche quelle che apparentemente non hanno nulla a fare con le ragazze, come le membra partecipano alle operazioni del corpo, benché non tutte vi cooperino direttamente volta per volta.
L´identità di vocazione crea l´unione per il fine da conseguire, e la vita della comunità fa sì che tutte partecipino a quanto in essa si fa, anche se talvolta o per motivi imprevisti di bene urgente da compiere o per malattia, manchi la presenza materiale. È questo uno dei tanti preziosi benefizi della vita di comunità, il cui ricordo accrescerà l´amore alla vita comune quando pure diventasse pesante per motivi facilmente compren
sibili, sia per la diversità dei caratteri e sia per la quasi impossibilità morale di riuscire a prevenire e soddisfare i desideri, per quanto equi e modesti, di ciascuna. Se per un lato è vera l´affermazione di S. Giovanni Berchmans che «la vita comune è la massima penitenza», penso che i vantaggi spirituali di essa superino senza paragone le sofferenze che inevitabilmente 1-5-PT:ta con sé.-EinTia di Maria Ausiliatrice che tiene presente questa verità, amerà sempre la vita comune e non si accorderà alle perpetue brontolone che non sono mai contente di nulla e neppure di se medesime.
Per fortuna, Rev.ma Madre, lo spirito dell´Istituto da lei diretto, è talmente attivo che non lascia neppure il tempo a tali poverette di porre radici: ma siccome è un male appiccicaticcio, conviene mettere tutte sull´attenti e vigilare; il che sarà facilitato assai dallo studio assiduo della Vita del Beato Padre. Egli ha escluso dai suoi Istituti la comunità fondata sopra piccole burocrazie d´ordine e di distinzioni, per far fiorire la vita di famiglia, nella quale chi è alla testa precede nellay_grg e comanda più con l´esempio della regolarità che con la parola. Si conservi bene questa vita di famiglia e là vita religiosa, ricevuta dal Beato Fondatore, spanderà derà nelle anime, che il Signore si degna chiamarvi, serenità, gioia e
letizia soavissime e senza rimpianti.
Ma la Figlia di Maria Ausiliatrice deve principalmente apprendere dalla vita del Beato Padre la via per elevarsi continuamente nella perfezione religiosa, cioè nell´unione con Dio, perché in ultima analisi, la nostra perfezione consiste appunto nell´unirci e nell´immedesimarci con Dio senza posa e con tutte le proprie forze. Ora l´unione con Dio non è altro che il frutto dell´amor di Dio e ciel prossimo amato per Dio, cosa che il nostro Beato ci ha insegnato e c´ing,gpa ancor più adesso dal trono della sua gloria, praticamente con la caratteristica semplicità che gli è propria. Non astruseriedi tanti metodi e formole ingombranti, ma la semplicità evangelica: sgombrare la via dagli impedimenti che si frappongono all´unione, cioè dal peccato e dalle cattive abitudini, in modo spiccio, decisivo, senza indugiare gran che intorno ad essi; e poi cominciare subito a correre per la via -che ci è tracciata, facendo le opere dell´amore, con l´accettazione dei.sacrifizi necessari, nell´apostolato della nostra missione. Come Don Bosco bisogna arrivare all´unione con Dio per la via più breve e con minor dispendio di tempo, per consacrarlo tutto al bene del prossimo, in cui sta la vera controprova dell´amore di Dio e dell´unione a Lui.
Il nostro Beato ha fissato lo .s guardo nel fine ultimo della nostra perfezione e se n´è, per così dire, impossessato, per usarlo come mezzo onde crescere ad ogni momento nella sua perfezione. Par che dica: — Siccome l´unione perfetta con Dio è il termine della nostra eterna felicità,
così senza perderci in altro, cominciamo subito fin di quaggiù questa unione divina, vivendo più unicamente alla presenza di Dio, consacrandogli tutte le nostre aspirazioni, le nostre parole e le nostre opere nell´apostolato delle anime ch´Egli ha affidato alle nostre cure. Tutto quello che facciamo sia fatto nell´unione con Dio, senza più riguardi a noi e alle creature: tutto per Iddio nella salvezza delle anime!
Lassù in alto, l´unione con Dio è la méta luminosa raggiunta, ma quaggiù in terra questa mèta da raggiungere deve trasformarsi dentro di noi in luce, calore ed energie nuove e sempre maggiori per spingerci così alla sommità dell´unioa–Ehe in Dio c´insempra. Così quaggiù l´unione con Dio — fatta strumento meraviglioso della nostra santificazione, della quale è pure fine ultimo — deve andare di pari passo con il nostro laboriosissimo apostolato dell´educazione della gioventù.
Mi pare questa la sintesi di tutto il nostro metodo di perfezione religiosa. Lavorare per le anime fino alla totale immolazione di sé, con tranquillità ed uguaglianza imperturbabile, nelle gioie e nelle pene, ed essere arirnitazione del Padre, sempre più uniti a Dio in un atto quotidianamente più perfetto, per santificare il nostro lavoro e l´anima nostra; ecco la via per la quale il Beato Fondatore è asceso all´eroismo della perfezione e alla santità.
Perciò la Strenna per l´anno prossimo deve convergere tutta, in tutti quanti i santi dì, sopra l´unione con Dio, quale è stata praticata dal Beato, al quale ora la Figlia di Maria Ausiliatrice farà ricorso anche con la preghiera. Per questo la Strenna è in forma di invocazione impetratoria e suona così:
11/1
Perché a vostra imitazione possiamo vivere sempre unite con Dio, o Beato Don Bosco, pregate per noi.
Ogni Figlia di Maria Ausiliatrice s´impegni di recitarla almeno tre vglte il dì, nei momenti più salienti della giornata, quando, secondo la Regola, s´appressa per alcuni istanti alla Fornace ardente della Carità divina, per infiammarsi di nuovi ardori.
--Allora esperimenterà tutta l´efficacia della protezione del Beato sopra di lei, perché la sua unione con Dio l´illuminerà ognor più vivamente sopra i suoi doveri verso Iddio, e in cuore le arderanno più cocenti le fiamme del Santo Amore e proverà in tutto il suo essere energie insolite per ope---7--------rare il maggior bene possibile per le anime.
Allora riuscirà facilmente a tenersi lontana dal peccato e a sradicare dal suo cuore ogni cattiva inclinazione ed abitudine, togliendo così di mezzo i più gravi ostacoli della sua perfezione. Allora proverà una vera necessità di non perdere neppure un minuto dei preziosi tempi concessile dalla Regola, per recarsi a tenere compagnia a nostro Signore; mentre
negli altri tempi si sentirà naturalmente portata all´intima abituale unio--
ne con Dio, anche in mezzo ad occupazioni ininterrotte e disparatissime. Allora le seccheranno sulla lingua i discorsi inutili di sé e delle sorelle,
non sempre esenti dall´offesa della carità; e proverà una dolce necessità di parlare di Dio e non saprà quasi più fare discorso alcuno senza cominciare e terminare con Lui.
Allora non solo i suoip_ensigri e le parole, ma anche le azioni risentiranno alcun che del fuoco del divino amore a salutare edificazione del
prossimo, mentre non si risparmierà in nessun modo-quando si tratta
della salvezza delle anime. Allora, anche nell´esercizio dei più umili uffizi, non le sarà difficile orientare continuamente il cuore lo spirito verso
Dio, che diverrà il fine diretto di tutte le sue azioni. Allora sarà totalmente sottomessa ai divini voleri e con tale raccoglimento nella preghiera da divenire quasi di salutare eccitamento ai presenti di pregare pur essi con più fervore.
Son queste, Rev.ma Madre, alcune delle tante cose più ordinarie che"
l´intima unione con Dio produceva nel nostro Beato: delle straordinarie, non è il caso di parlare, perché risaltano ora così nella sua vita da pre
sentarlo straordinario tra gli straordinari, quantunque Lui vivente abbia
fatto ogni farle credere ordinarie, e questa sia stata sempre
una delle sue maggiori preoccupazioni, fino all´ultimo respiro. Basterebbe solo questo per misurare ora la sublimità della sua santità, perché quanto più alto si vuole l´edifizio e tanto più profonde si gettano le fonda-; menta. Nell´esercizio dell´unione con Dio bisogna tenere presente questa verità, senza della quale si corre pericolo di fabbricare sull´arena.
Il meraviglioso dei santi, dice un pio autore, è la vita d´unione continua con Dio in tutte le cose: senza di essa non vi sarebbe più santità.
QiTariMitità nell´unione amorosa, che li fa godere di Dio in tutto, non
ha bisogno di fatti straoariairil avvengono è per gli altri, i quali possono aver bisogno di questa testimonianza e di questi segni. Ma l´anima
unita a Dio nella fede, contenta della sua oscurità, non si appoggia affatto su queste brillanti apparenze; le lascia splendere fuori perché non si può impedirle e perché il prossimo ne profitti, ma non prende per se stessa se non ciò che è più comune disposizione di Dio e suo beneplacito, per esercitare la propria unione, nascondendosi.
Se vi sono molti santi, e ve ne saranno sempre, che Dio eleva quaggiù sul piedestallo della gloria con la prova di fatti meravigliosi, per la salute delle anime; ve n´è poi un´altra infinità nella Chiesa, i quali sono nascosti, perché son solo fatti per brillare nel cielo e non per spandere
sta vita alcuna luce, all´infuori di quella della regolarità ai propri doveri, il più delle volte pressoché insignificanti e di quasi nessun valore. Ma
dal momento in cui tali anime hanno cominciato a vivere nell´unione di Dio e con Dio, esse scroalullg da una luce non visibile a sguardo urna
no, da un calore quasi impercettibile a lor medesime, e mosse da non ordinarie energie nel compimento dei loro doveri e delle maggiori opere di carità, benché loro sembrino la cosa più comune.
Però l´unione con Dióéli-CUusa creatrice degli uni e degli altri, perché da essa deriva la conformità alla volontà di Dio, il desiderio della gloria di Dio e della salute delle anime; l´ardore per l´esercizio di tutte le virtù in grado eroico e lo spirito di sacrifizio fino alla totale immolazione di sé.
Ma quest´unione è diversa secondo la diversa capacità dell´anima e la diversa quantità delle grazie accordate dal Signore. E la stessa differenza che corre tra i beati del cielo: gli uni godono di Dio più pienamente degli altri; e pur tutti lo vedono, tutti ne son paghi e felici perché ciascuno ne ha una capacità contemperata al maggiore o al minor numero dei propri meriti. Così, anche durante il pellegrinaggio di questa vita, noi talvolta c´imbattiamo in anime che godono d´una u uailass, d´una ugual tran uillità nel loro stato di perfezione, nonostante che l´una abbia conseguita una maggiore unione dell´altra, perché rimangono tutte ugualmente soddisfatte in causa delle proprie disposizioni e della conoscenza che ciascuna ha di Dio. Inoltre l´unione alla quale l´anima è chiamata, è tanto iù perfetta, quanto maggiori sono le prove e le tentazioni, attraverso le qua i ve passare.
Ora la Figlia di Maria Ausiliatrice quando ha la purità perfetta, vale a dire la piena sottomissione della volontà e il totale spogliamento di se stessa, in vista di Dio solo, non amando ella deliberatamènte e abitualmente se non ciò che Dio vuole e come Egli vuole, si esercita con facilità nell´indifferenza, nel massimo disprezzo delle cose terrene e di se medesima e di tutto ciò che appartiene al suo amor proprio e al suo interesse. ffissa non sente più tanta ripugnanza e tania--vrolérTia avversione a quanto sa di mondo, perché non vipensapiù, avendolo totalmente disprezzato, dimenticato, trascurato, sì che tutte le attrattive delle vanità di esso, tutte le affezioni terrene non la commuovon__più, non le si fanno neppur sentire. Ella infatti in ogni cosa scorge Iddio, ella opera per Iddio, il suo cuore non ama che Dio. Quindi nelle sue occupazioni è calma, serena, costante, zelante e generosa; ma senza l´attività irrequieta dei primi entusiasmi, non ancora purificati. Non si lascia abbattere da sconfitte, ne sgomentare da umiliazioni, perché quando da parte sua ha fatto tutto, lascia a Dio la cura dell´esito, facendo molto assegnamento sulla grazia divina e molto poco sui mezzi umani.
E quando la Figlia di Maria Ausiliatrice avrà fatto l´abito di tutte le virtù, sotto l´inspirazione, lo sguardo e gli impulsi della grazia di Dio, Dio stesso la moverà irresistibilmente a pensare solo d´unirsi a Lui con il puro amore senza distrarsi a cercare minuziosamente gli atti distinti
della sua unione. «Essa allora cessa di badare a tutti i particolari delle sue azioni, come per esempio chi canta o suona. Se infatti chi impara a cantare ha bisogno in principio d´insistere sulla gamma per sapere infilare le note una dopo l´altra; e chi impara a suonare il liuto deve badare alla posizione delle dita e al toccamento delle corde per apprendere i diversi toni, a cui esse rispondono; acquistata che sia l´arte, l´uno canta senza più ponderare attentamente qual nota faccia, l´altro suona senza più badare dove appoggia le dita, perisalt´altra cosa che a qualsiasi metodo». Cosi un antico autore di spiritualità delinea l´ammirabile semplicità che acquista l´anima conla_pratica dell´unione Con Dio.
Queste poche e sconnesse idee sul dolcissimo argomento dell´unione con Dio, faccio voti che abbiano ad essere per le buone Figlie di Maria Ausiliatrice una piccola luce che le guidi a scrutare nella vita del Beato Fondatore la profondissima sua unione con Dio, fin dai primi anni suoi più teneri. In Lui la divina unione era così connaturata che non respirava più altro.
E Lei, Reverendissima Madre, veda di far rigodere alle Figlie di Maria Ausiliatrice di quando in quando alcuno dei tanti ricordi che il Beato diede ad esse personalmente nelle conferenze o nei privati colloqui, che si sono tramandati come reliquie preziose. Formano un cantico melodioso della sua continua unione con Dio.-Eccone alcuno: «Abbiate pazienza, abbiate fede, soppolate1319212222,150... Vi raccomando sanità, santità, ed allegria, perché il demonio ha paura della gente allegral... Fate tutto ciò che vi è assegnato qualun • ue cosa sia, con retta intenzione per amor di Dio; e quanto più umile sarà l´uffizio ché disim-. pegnate, tanto più grandi saranno i meriti che guadagnerete...».
L´ultima volta che si recò nella Casa Madre di Nizza Monferrato, 45 anni fa, diede un ricordo, che vorrei fosse impresso a caratteri d´oro nel cuore di tutte le Figlie di Maria Ausiliatrice: «...Fate del bene, fate delle opere buone: faticate, lavorate molto per il Signore, e tutte con buona volontà. Oh! non perdete tempo, fate del bene, fatene tanto, e non sarete mai pentite d´averlo fatto... Praticate la santa Regola! Quest´osservanza vi farà tranquille nel tempo e felici nella eternità!».
Con quale insistenza dice di lavorare e di non perdere tempo! Cosa degna di essere rilevata e ben meditata, perché è la quintessenza della sua unione con Dio.
Ed ora, Rev.ma Madre, invoco sopra dell´Istituto — vivo monumento della riconoscenza del Padre alla Sua Potente Ausiliatrice — sopra ciacuna delle Figlie di Maria Ausiliatrice, sopra tutte le Oratoriane, Allieve ed Ex-Allieve la benedizione del Beato Fondatore.
«Sì — ripete Egli ora dall´altare della sua gloria e delle sue grazie, come aveva fatto 42 anni fa dal letto della sua agonia — sì, benedico tutte
le Case delle Figlie di Maria Ausiliatrice, benedico la Superiora Generale e tutte le sorelle: procurino di salvare molte anime!».
La dolcissima nostra Ausiliatrice centuplichi sopra l´Istituto da Lei prediletto e sopra ciascuna delle sue Figlie, questa benedizione paterna, facendo crescere e perfezionare in tutte l´unione con Dio, quale è stata praticata dal Beato.
Con l´assicurazione di preghiere e con i migliori auguri per il nuovo anno mi professo
Dev.mo in C.J. Sac. Filippo Rinaldi
2.4 Strenna per il 1931
26 ottobre 1930
Festa di N. S. Gesù Cristo Re
Rev.ma Madre Generale de le Figlie di Maria Ausiliatrice,
1. «L´unione con Dio sull elekihlel nostro Beato Don Bosco», è stata la Strenna delle buone iglie di Maria Ausiliatrice in quest´anno che sta per terminare.
Con felice pensiero la S. V. Rev.ma ha voluto regalare copia della lettera che gliela comunicava, a ciascuna delle sue Figlie, perché avesse più comodità di leggere e meditare le piccole riflessioni destinate a chiarirla e facilitarne la pratica. Ho pure goduto che in ogni Casa sia stata recitata quotidianamente e cantata di frequente da tutte, anche dalle Educande ed Oratoriane, l´invocazione che la conteneva, perché sono convinto che ciò abbia resa più familiare la grande verità, che ogni anima deve non solo aspirare, ma fare di tutto per stare unita a Dio, conservandosi sempre in grazia del Signore con la fuga costante del peccato.
La Figlia di Maria Ausiliatrice, però, non contenta di quest´unione iniziale e fondamentale, deve avere mirato con tutte le sue forze all´unione più intima con Dio, che è propria della grandezzacAella sua vocazione religiosa, e TEM-Viale il Beato Padre le ha lasciato così fulgidi esempi e ammaestramenti.
2. Ora, questa deliziosa unione dell´anima religiosa con Dio, non è cosa di un anno solo, ma deve crescere, in tutta la vita terrena di ciascuna, sempre più intensamente nelle 7Rondità della vita interiore, senza della quale si corre il pericolo di illudersi in vane aspirazioni d´unione con Dio, a base di soli desideri e sentimentalità religiose. È facile dire al Si
gnore che lo si ama, che si desidera di stare unite a Lui e fare tutto per Lui solo; ma la prova che lo si ama realmente e si lavora solo per Lui è la conoscenzà7Ta-Pratica della vita interiore, nella quale consiste la verace unione con Dio.
Perciò la Strenna per l´anno nuovo mira a fare evitare dalle Figlie di Maria Ausiliatrice il pericolo di illusioni nell´unione con Dio.
Eccola:
«Conoscere ed imitare di più la vita interiore del Beato Don Bosco».
Per un anno intero le Figlie di Maria Ausiliatrice hanno gridato al Beato Padre di pregare per esse onde, sul suo esempio, poter vivere tutte sempre unite con Dio; e, nella lettura della vita di Lui, hanno cercato di poter farsi un´idea chiara di quella sua intima unione: però, più la si pene
tra quest´unione del Padre e più la sua luce ci abbarbaglia la

vista e ci fa esclamare: «Com´è grande e straordinaria, pur nella sua appariscenza così ordinaria! Come ha fatto il Padre ad acquistarla in mezzo alle più che straordinarie attività del suo apostolato?».
La risposta la deve dare ad ogni Figlia di Maria Ausiliatrice la Strenna del nuovo anno. Per intendere tale risposta che, pur essendo uguale per tutte, sarà particolare a ciascuna, le Figlie di Maria Ausiliatrice devono continuare la lor filiale divozione al Beato Padre, pregandolo di aiutarle a conoscere di più la sua vita interiore, per potere imitarlo con maggior slancio e generosità. Per parte mia aggiungerò solo alcuni pensieri atti a chiarire meglio la portata della Strenna.
3. Per conoscere e praticare di più la vita interiore del Beato, oltre la divozione filiale, che porta ad impetrare da lui l´aiuto della sua potente intèressicyleread)do, si richiede il concorso personale della Figlia di Maria Ausiliatrice. Essa dev´essere assidua nello studio di quanto riguarda il Beato e farne suo pascolo prediletto. Questa cosa non sarà mai raccomandata abbastanza, perché, pur troppo, il naturale desiderio di novità, per distinguersi, suggerisce di ricercare pascoli estranei, i quali però, per quanto saporiti e succolenti, sono il più delle volte in danno dello spirito del proprio Istituto e della particolare perfezione de´ suoi membri.
È vero che negli scritti e nella vita del nostro Padre non si parla espressamente di vita interiore, di immolazioni, di apostolati da compiere, con tutte le altre belle cose che si trovano suggerite e praticate da altri. Ma è appunto qui il segreto dell´eroica vita interiore del nostro Beato, come l´ha rilevato più volte il Santo Padre nelle sue allocuzionn5Tra l´eroismo delle sue virtù, e per la sua Beatificazione. Egli ha vissuto tutte queste cose fin dalla sua prima età, con la naturalezza di chi fa nient´altro che il proprio dovere. Appena fu illuminato dalle priThirV1Fità, che Id
dio l´aveva creato per conoscerlo, amarlo e servirlo, e che nel Santo Battesimo l´aveva elevato alla dignità di figlio adottivo, dandogli la vita soprannaturale della grazia, comprese essere suo unico dovere conservare ed accrescere fino alla perfezione questa vita soprannaturale; comprese che questo dovere era comune a tutti gli uomini, perché condizione e fine della loro esistenza. Per conservare questa vita soprannaturale della grazia ci vorranno sacrifizi anche stragrandi, ma per compierli non si esce fuor dell´ordinario; quando occorrerà lo straordinario, non essendo esso in nostro potere, ci penserà il Signore a metterlo. Ciò che importa si è che da noi si sia fatta a perfezione tutta la nostra parte. Le anime cristiane non possono essere divise in due ordini distinti: l´ordinario e lo straordinario; il Signore le ha chiamate tutte alla perfezione della lor vita soprannaturale, benché in gradi e modi diversi.
Perciò, l´intelligenza del Beato, man mano che si illuminava alla luce delle verità cristiane, comprese che il tutto consisteva nella salvezza dell´anima mediante la pratica della vita cristiana, della pietà, della vita interiore, della contemplazione, della santità nell´apostolato della salvezza delle anime. Per lui, salvezza dell´anima e santità non erano cose essenzialmente diverse, e perciò anche la santità più sublime de´ suoi figli entrava nell´ordinario della vita, nonostante tutti i sacrifizi e le umiliazioni che avesse in vario modo richiesto dai singoli. Invitare e aiutare piccoli e grandi, ignoranti e sapienti a salvarsi l´anima era lo stesso che instradarli alla vita interiore e alla santità. Semplificatore magnifico, il Beato lasciava da parte tutto ciò che moltiplica, confonde, rende difficile. Facilitare a tutti la via della santità era il suo programma; abborrire dal male così da essere pronti a morire piuttosto che peccare; servirsi delle cose solo in bene, nei limiti delle leggi divine; spingere con tutti i mezzi migliori l´anima verso il Signore, fino ad unirsi completamente con Lui nella realtà della vita di Gesù Cristo medesimo, mediante la Fede, la Speranza, la Carità e i Sacramenti; gustare e far gustare questa presenza e azione vitale di unione intima di Gesù nell´anima, con lo studio assiduo del Catechismo, con le solennità liturgico-religiose, con la frequenza dei Sacramenti della Penitenza e dell´Eucaristia, che purificano, rinnovano, nutrono, accrescono e fortificano in modo vero, reale e meraviglioso, quantunque per lo più insensibile, la vita cristiana, interiore, soprannaturale, fino a che non è più l´anima che vive, ma è Gesù che vive in lei.
4. Sopra questi capisaldi il Beato ha costruito la sua vita interiore, semplice, evangelica, pratica, laboriosa, unicamente intenta al compimento dei divini voleri, in tutto ciò che riguarda la salvezza delle anime, a cominciare dalla propria; vita interiore di attività meravigliosa, straordinaria, per il bene delle anime, alimentata dalla sua fede incrollabile, dalla sua speranza sempre raggiante nel suo immutabile sorriso paterno, e
infiammata dalla sua carità ardente degli ardori divini, in tutti i momenti della sua missione, tra difficoltà, contraddizioni e malevolenze incessanti, inaudite. Don Bosco ha immedesimato alla massima perfezione la sua attività esterna, indefessa, assorbente, vastissima, piena di responsabilità, con una vita interiore che ebbe principio dal senso della presenza di Dio (oh! la potenza del "Dio ti vede" di Mamma Margherita!), e, che un po´ per volta, divenne attuale, persistente e viva così da essere perfetta unione con Dio. In tal modo ha realizzato in sé lo stato più perfetto, che è la contemplazione operante, l´estasi dell´azione, nella quale s´è consumato fino all´ultimo, con serenità estatica, alla salvezza delle anime.
Ma per raggiungere questa presenza unitiva con Dio, il Beato non ha trascurato nulla da parte sua: né di studi intensi delle verità rivelate e spirituali; né di lotta continua contro le concupiscenze terrene; né di esercizi progressivi delle singole virtù teologali, cardinali e morali; né di mortificazioni e penitenze volontarie; acquistando così una padronanza e calma perfette, ininterrotte, anche nelle circostanze e prove più dolorose. La luce e l´equilibrio della sua anima gli davano intuizioni chiare, precise per le cose più difficili e intricate, perché non cessava punto dall´essere assorto nella presenza e nell´amore del suo Dio. Con la parte superiore della sua volontà era nell´intimità divina, e nello stesso tempo si dava corpo ed anima alle opere esteriori della salvezza delle anime e della gloria di Dio.
Questa vita interiore del Beato, sempre operante e sempre unita con Dio, immedesimava in sé l´operosità di Marta e l´intimità estatica della Maddalena, perché era riuscito a far sì che la sua anima godesse la soavità di stare ai piedi del Signore: sedens secus pedes Domini, nello stesso tempo che era tutto sollecitudine per le anime: satagebat circa frequens ministerium. (S. Luca, X. 13).
5. Il Santo Padre chiama questa una delle più belle caratteristiche del Beato. «In lui il lavoro era proprio effettiva preghiera, e s´avverava il grande principio della vita cristiana: qui laborat, orat». Questo principio della vita cristiana: «chi lavora, prega», non vuol dire che l´anima possa dispensarsi dalla preghiera per attendere ai suoi lavori. La preghiera
e il lavoro sono due doveri essenziali che richiedono ciascuno il tempo
e l´applicazione necessari: quando è tempo di pregare si deve pregare; e quando è tempo di lavorare, lavorare. Anche la preghiera è un lavoro che richiede tutte le forze dell´anima e del corpo: per questo il Beato ha sempre inculcato ai suoi figli e alle sue Figlie: lavoro e preghiera! preghiera e lavoro!
Il lavoro non può sostituire la preghiera, ma bensì trasformarsi in preghiera esso pure, se si possiede la vita interiore d´unione con Dio non ad intervalli, di tempo in tempo, quasi la vita interiore sia un vestito da usare solo nelle feste e durante gli esercizi di pietà, per metterlo poi ac
curatamente da parte prima di intraprendere le altre occupazioni. Con la pratica della vita interiore del Beato Padre, la Figlia di Maria Ausiliatrice, un po´ per volta, non sentirà più il peso del lavoro-preghiera, e potrà parimenti essere certa di pregare lavorando.
6. Ma per arrivare a questo stato delizioso della soavità nella preghiera e della preghiera nel lavoro, la Figlia di Maria Ausiliatrice deve, primieramente, liberare il suo cuore da ogni attaccamento anche minimo alle cose, alla creature e a se stessa, perché Iddio possiede l´anima e vi pone le sue delizie nella misura del vuoto che essa è riuscita a fare fuori e dentro di sé. Quando nell´anima non vi sono più attaccamenti, allora il Signore la riempie tutta di sé e comincia ad operarvi le sue meraviglie. È Lui, allora, che prega, parla, opera e soffre, mentre l´anima è tutta intenta ad abbellire sempre più, con l´esercizio di tutte le virtù, la dimora dell´Ospite divino. E poiché da se stessa non può fare nulla, l´anima s´abbandona sempre più a Lui che tutto può.
Procuri la Figlia di Maria Ausiliatrice di acquistare questo stato con lo studio indefesso del Catechismo e del S. Vangelo, senza perdersi dietro le bricciole di libercoli, rimpinzati di divozioncelle meschine e grette;
— con la passione di ascoltare la parola di Dio nelle istruzioni e conferenze prescritte dalle Regole; — con l´esattezza matematica nell´osservanza dell´orario e delle altre disposizioni dei Superiori; — con non intraprendere nulla di superiore alle proprie forze, senza l´ubbidienza; con vedere in tutto abitualmente, semplicemente, la Volontà di Dio; con offrire a Dio, fin dal principio, il proprio lavoro, e durante il lavoro ravvivare spesso, con santi pensieri e ardenti giaculatorie, la risoluzione di operare solo per Dio, con Dio e in Dio; — con mantenersi sempre in pace in mezzo alle difficoltà, pene e fatiche che deve ogni momento sostenere per fare il proprio dovere; — con non lasciarsi assorbire dalle cose ed occupazioni esteriori in modo da non vedere più altro che la soddisfazione e il piacere di compierle; — con provare sempre gran pena di non potere avere un po´ di tempo per stare con il Dio del suo cuore;
— con vivere una vita intensa di fede, di speranza e di carità operose, nell´aspettazione della felicità eterna; — con fare, in fine, tutto sotto lo sguardo di Dio, unicamente e sempre per suo puro amore, anche le azioni più comuni e abbiette.
7. Così, nell´anno prossimo, ogni Figlia di Maria Ausiliatrice intensificherà in sé e intorno a sé la conoscenza e la pratica della vita interiore del Beato Padre, con grande vantaggio del proprio Istituto, dal quale il Signore attende una messe abbondantissima di opere buone, per la salvezza di tante povere figliuole.
La parola del Padre è sempre la medesima, anche dal Paradiso: « Voi mi farete la cosa più cara del mondo, se mi aiuterete a salvare l´anima
vostra: cioè a farvi sante nella vostra vocazione, sugli esempi ch´io v´ho lasciato di vita laboriosissima nell´intimità costante con Dio».
Dica, Rev.ma Madre, questa parola alle sue figliuole, e maternamente le aiuti a praticare la Strenna e a divenire sempre più degne Figlie del nostro Beato e del Signore. Egli tien preparata a ciascuna una corona immarcescibile di gloria e di felicità eterne nella visione beatifica, insieme ai nostri Santi e Sante, tra le quali preeccelle Maria Mazzarello, la prima Superiora del Vostro fiorente Istituto. Essa ha saputo riprodurre bellamente in sé lo spirito di vita interiore e di apostolato del Beato Fondatore, divenendo a sua volta modello imitabile e speciale protettrice.
Questo senza volere precorrere i disegni di Dio, che saranno a suo tempo manifestati dalle autorevoli dichiarazioni e dalle definitive decisioni della S. Chiesa.
Però, l´occasione del 50° anniversario (14 maggio 1881) dalla santa morte dell´umile Serva di Dio, posta dal Beato Don Bosco a pietra fondamentale della seconda Famiglia dell´Opera sua, deve segnare, Rev.ma Madre, una maggiore intensificazione di preghiere, da parte di tutte le Figlie di Maria Ausiliatrice, per accelerare la glorificazione di Madre Mazzarello con favori, grazie e miracoli ottenuti per la sua intercessione. La Strenna di quest´anno, mentre inculca alle Figlie di Maria Ausiliatrice una maggiore conoscenza e pratica della vita interiore del Beato Don Bosco, farà brillare pure alle lor menti, per una più facile imitazione, la vita interiore attinta dalla Mazzarello alla scuola del Padre.
Invoco, Rev.ma Madre, sopra di lei, sopra le singole Case dell´Istituto, sopra ciascuna Figlia di Maria Ausiliatrice, sopra le Ex-Allieve, le Oratoriane, le Educande, i bambini degli Asili, la pienezza della Benedizione di Maria SS. Ausiliatrice e del Beato Padre, con i migliori auguri a tutte per il nuovo anno.
Una preghiera per il suo
Dev.mo in C. J. Sac. Filippo Rinaldi
«Perché possiamo conoscere ed imitare meglio la vostra vita interiore, o Beato Don Bosco, pregate per noi».
2.5 Strenna per il 1932
Torino, 24 dicembre 1931.
Reverenda Madre,
Anche quest´anno mi avete chiesto la Strenna per le Figlie di Maria Ausiliatrice.
Avrei esaudito prima il vostro desiderio, se qualche incomodo di salute non me l´avesse impedito; lo faccio ora con brevità, ma assai volentieri.
Il soggetto della Strenna mi è dato da una lieta occasione. I miei confratelli han già espresso pubblicamente il pensiero di festeggiare nel prossimo anno la mia Messa d´oro. Quale argomento più inesauribile alla considerazione di tutte voi, quale pratica più salutare alle vostre anime che il santo Sacrificio della Messa?
Pertanto, mentre vorrei invitare tutte le Figlie di Maria Ausiliatrice a ringraziare con me Iddio dei grandi benefizi fattimi in cinquant´anni di sacerdozio, non saprei fare di meglio che esortarle a trarre vantaggio sempre maggiore dall´assistenza quotidiana alla santa Messa. Ecco dunque la mia Strenna:
Le Figlie di Maria Ausiliatrice assistano ogni giorno al santo Sacrificio della Messa con l´attenzione con cui la Chiesa vuole che i Sacerdoti lo celebrino.
Dice il Beato Don Bosco nella sua Figlia Cristiana «Siccome non si può immaginare cosa più santa e più preziosa che il Corpo, il Sangue, l´Anima e la Divinità di Gesù Cristo, così, assistendo alla Santa Messa, voi dovete esser persuase di far l´azione più grande, più santa, più gloriosa a Dio ed all´anima vostra». Ma perché l´assistere alla santa Messa sia veramente fare un´azione, non basta esservi presente e, intanto, non badare allo svolgersi del sacro rito; che il Sacerdote offre il divin sacrifizio in unione coi fedeli, i quali perciò vi hanno parte. Quindi, non si deve, durante la Messa, attendere ad altro in modo da non poter seguire con l´occhio e con la mente la grande azione che si svolge all´altare.
Vi indicherò alcuni punti più salienti e più facili a essere avvertiti, dicendovi le disposizioni di spirito con cui bisogna riguardarli.
Prima della Messa, disponetevi ad assistervi bene, pensando che verrà Gesù in persona per applicare a ciascuna di voi i meriti del Sangue da Lui versato sul Calvario.
Quando vedete il Sacerdote ai piedi dell´altare, umiliatevi con lui davanti a Dio e chiedete perdono dei vostri peccati; quando il Sacerdote
sale all´altare, staccate il cuore dalle cose della terra, per entrare nel Santo dei Santi.
Al Kyrie eleison (Signore, abbi pietà!), invocate la divina misericordia delle tre Persone della Santissima Trinità.
Al Gloria unitevi con gli Angeli del cielo per innalzare all´Altissimo l´inno dell´esultanza e della lode.
All´Oremus (Preghiamo!) mettete l´intenzione di domandare a Dio tutto quello che il Sacerdote in nome suo e vostro gli domanda, per i meriti di nostro Signor Gesú Cristo.
L´Epistola rappresenta la legge divina e l´Evangelo la divina parola; udendone la lettura, formate il proposito di obbedire a quella e di credere a questa.
Al Credo fate professione di fede nelle verità rivelateci da Dio.
All´Offertorio, offrendo a Dio col Sacerdote il pane e il vino del sacri-fizio, fate l´offerta di voi stesse al Signore, pronte a compiere in tutto la sua sovrana volontà.
Al Prefazio lodate e ringraziate Dio per i tanti benefizi naturali e soprannaturali da Lui ricevuti.
All´Elevazione ravvivate la fede nella reale presenza di Gesù Cristo, adoratelo, fate atti di amore.
Al Pater, con la confidenza di figlie, domandate al Padre celeste quello che l´orazione domenicale contiene, e cominciate a prepararvi per ricevere il pane Eucaristico nella santa Comunione.
Io qui mi arresto, lasciando alla vostra pietà tutte le altre considerazioni che si potrebbero fare. Tuttavia, per vostra lettura spirituale, vi consiglio la preziosa operetta di San Leonardo da Porto Maurizio, intitolata: Il tesoro nascosto (pregi ed eccellenze della S. Messa, con un modo pratico e divoto di ascoltarla con frutto). Più tardi potrete leggere assai utilmente anche un Commento alla Messa del Giuliotti, che è in preparazione presso la nostra tipografia. Non dimenticate di leggere e rileggere, nella Figlia Cristiana, la breve istruzione del Beato Don Bosco sulla Maniera pratica per assistere con frutto alla Santa Messa; anche le preghiere che vengono dopo, servono a comprendere sempre meglio il significato e il valore delle parti principali di cui la Messa si compone.
Se tutte le Figlie di Maria Ausiliatrice, durante il 1932, cercheranno di abituarsi ad ascoltare bene la santa Messa, daran gloria a Dio, ne verrà loro gran vantaggio spirituale, e il Giubileo della mia Messa d´Oro sarà celebrato nel modo migliore che io mi possa augurare.
Dio vi benedica tutte.
Pregate per me, che sono
vostro, in Corde Jesu, Sac. Filippo Rinaldi


Lettere circolari
del rettor maggiore
ai salesiani
Atti del Capitolo Superiore (1922-1931)

1. Presentazione
Seguendo una tradizione di famiglia, annota Don Castano, nella sua qualità di Rettor Maggiore Don Rinaldi volle periodicamente arrivare a tutti i suoi figli: a quelli che non conosceva, ai più lontani, ai più bisognosi di sentire il cuore del padre per vivere in comunione con il centro. E questo egli faceva attraverso le sue lettere circolari pubblicate in Atti del Capitolo Superiore, e vanno dal 24 maggio 1922 al 24 novembre 1931, vigilia della sua morte.
Esse, prosegue sempre il biografo, «sono un monumento di saggezza e di ascetica salesiana; riscossero approvazioni ed elogi nel mondo dei confratelli, e suscitarono tensioni spirituali ed apostoliche, e risoluzioni di santità. Lo stile è piano e discorsivo, come quello di Don Bosco; la forma, semplice e senza orpelli di ingombrante cultura; la dottrina chiara e sicura. Il Rettor Maggiore fornisce notizie di famiglia, commemora e commenta avvenimenti e ricorrenze, e soprattutto anima e sprona alla pietà e alla perfezione» (CA, p. 176).
Al biografo fa eco il primo Revisore Teologo degli scritti del Servo di Dio, con un giudizio di merito articolato e sempre lusinghiero. Egli comincia col definire le lettere circolari «dei veri e propri trattatelli di pietà, ricchi di equilibrio». In esse il Servo di Dio si rivela «superiore nato, il quale domina i sudditi con saggezza e forza di virtù. Ha la consapevolezza della posizione di privilegio e di responsabilità nella quale è venuto a trovarsi; ed uno sforzo quotidiano di rinnovamento, un controllato dominio dei propri atti devono renderlo esempio vivente agli altri di virtù operosa. L´autorità di cui dispone non gli dà le vertigini; egli sarà humilis prima che fortis, e dalla sua umiltà trarrà gli argomenti più atti a scuotere i tiepidi, riportandoli all´amore della vita religiosa» (Positio super scriptis, pp. 4-5).
Il secondo Revisore aggiunge: «Educato alla vita religiosa e sacerdotale dallo stesso S. Giovanni Bosco, il Servo di Dio si manifesta nei suoi
scritti il discepolo fedelissimo e devotissimo, l´imitatore assiduo del suo Maestro e Fondatore della Congregazione salesiana, intento ad esprimerne in se stesso tutto lo spirito, e a comunicare e custodire questo stesso spirito nei religiosi affidati alle sue responsabilità di Superiore generale di detta congregazione» (Ivi, p. 10).
«Se lo stile è l´uomo — conclude il primo Revisore, che tra l´altro non dubita di affiancare il Servo di Dio allo stesso S. Francesco di Sales ecco un caso nel quale si deve dire senza incertezza: Don Rinaldi viveva con il corpo in terra, ma con lo spirito in cielo» (Ivi, p. 4).
Da queste premesse è facile arguire il posto di privilegio che dette lettere costituiscono per la conoscenza sempre più approfondita della ricca personalità di Don Rinaldi, anche in riferimento agli anni della sua esistenza terrena (1922-1931): sono gli anni della sua piena maturità umana, spirituale e salesiana; e le lettere ne sono appunto la testimonianza più viva e fedele.
Oltre che delle ascensioni interiori del loro Autore, esse rappresentano inoltre un documento storico eccezionale, che consente di seguire lo straordinario sviluppo conseguito in quegli anni dalla grande Famiglia Salesiana nelle sue varie componenti, e di conoscere insieme lo zelo che egli vi prodigava per incoraggiarne la crescita e la espansione, a tutto vantaggio morale e spirituale dei singoli membri: dalla Congregazione salesiana all´Istituto delle Figlie di M.A. (quest´ultimo considerato a parte), dai Cooperatori agli Ex-Allievi, dalle Missioni alla glorificazione di Don Bosco. Sono i temi fondamentali che hanno suggerito e limitato la scelta delle circolari nella presente raccolta.
2. Testi
2.1 La prima circolare
(ACS. III, n. 14 - 24 maggio 1922 - pp. 2-11)
Miei carissimi figli in G. C.,
1. È la prima volta che vi scrivo come Rettor Maggiore, e mi sarebbe caro potervi manifestare in tutta la loro pienezza i sentimenti e gli affetti che la nuova grande responsabilità ha suscitato nel mio cuore in questi giorni memorandi.
Ma è facile capire come ciò non mi sia possibile: nella nostra vita succedono talora avvenimenti così inopinati e imponenti, che le parole non riescono ad esprimere e colorire in modo adeguato ciò ch´essi destano in noi. Lascio perciò alla vostra esperienza e bontà d´interpretarli, questi miei sentimenti ed affetti: ve ne formerete così un concetto più esatto di quello che potrei darvi io con le mie povere parole.
Mi limito quindi a ringraziarvi tanto degli augurii, dei voti e delle spontanee dimostrazioni di affetto e sottomissione ai Superiori, e insieme di attaccamento alla nostra cara Congregazione, che mi sono pervenuti da ogni parte e da tutti. La loro unanimità mi è stata poi di tanto maggior conforto, in quanto vi era congiunta l´assicurazione delle vostre preghiere. E non potendo ringraziarvi ad uno ad uno, neppure con una semplice parola, affido il mio ringraziamento a queste poche righe che scrivo per tutti.
2. Il 24 dello scorso aprile, quando, accompagnato dagli Ispettori e Delegati del Capitolo Generale, e attorniato dai confratelli e dai giovani dell´Oratorio, mi prostrai tutto commosso dinanzi alla sorridente immagine della nostra Ausiliatrice, nel suo bel Santuario, sentii in cuor mio che tutti in quell´istante mi eravate dati da Lei come figli carissimi in Gesù Cristo, e che d´allora io non dovevo più vivere che per voi. La paternità non importa forse una completa immolazione per il bene dei figli?
Non potendo far ciò colle sole mie forze, ho cercato di celebrare con maggior divozione la Santa Messa, per potervi raccomandare più efficacemente al Signore. Se il santo Giobbe in tempi determinati sentiva il bisogno di alzarsi innanzi giorno ad offrire olocausti per ciascuno dei suoi figli, quanto più debbo farlo io per voi, ai quali è affidata la continuazione dell´opera eletta del nostro Padre Don Bosco!
E lo faccio con piena fiducia, perché so che il Santo Sacrifizio della Messa supera infinitamente in valore tutti gli olocausti di quel Patriarca uniti insieme. Non è esso infatti, come si esprime S. Bonaventura, il memoriale dell´amore di Dio per noi, e un compendio di tutti i suoi benefizi? Non è dunque, secondo il bel pensiero del nostro S. Francesco di Sales, fra tutti gli esercizi di pietà come il sole tra gli astri, cioé l´anima della pietà, il centro a cui si riferiscono tutti i misteri e tutti i precetti della religione cristiana? Non è forse il mistero ineffabile della carità divina, per mezzo del quale Gesù Cristo si dà realmente a noi e ci colma delle sue grazie in una maniera altrettanto amabile quanto magnifica? Non è insomma l´azione che ci ottiene in maggiore abbondanza le grazie divine?
Nella Santa Messa dunque non cesserò di ricordarvi ogni dì con particolarissino Memento, implorando sopra ciascuno di voi l´abbondanza del Sangue santificatore della Vittima divina, perché possiate compiere la missione che vi è affidata nella nostra Pia Società. In tal modo intendo ricambiare le preghiere che avete cominciato a fare quotidianamente per me, e ringraziarvi della bontà con cui mi sopporterete e mi aiuterete a compiere meno indegnamente l´alto ufficio che mi venne affidato.
3. Ma voi vi aspettate che vi dica una parola intorno all´ultimo Capitolo Generale. Non intendo scendere a particolari: posso però assicurarvi (e i nostri cari Ispettori e Delegati ve lo confermeranno ad una voce) che esso fu una prova reale e magnifica del grande progresso della nostra Società, e delle vitali energie ch´essa possiede in sé per il conseguimento degli svariati suoi fini educativi e sociali.
Quanti ebbero la fortuna di prender parte ai Capitoli Generali precedenti, sono unanimi nell´asserire che questo, tenuto proprio qui nella Casa Madre della Congregazione, dove aleggia tuttora quasi sensibilmente lo spirito del nostro Ven. Padre, dev´essere meritamente annoverato fra i più imponenti, sia per la sua intrinseca importanza, dovuta anche al non esservi più stato alcun Capitolo da 12 anni, sia principalmente per l´affiatamento sereno, più che fraterno, e per l´attività concorde e feconda da cui furono animati, dal principio alla fine, i singoli membri di esso.
Veramente in questo Capitolo s´è compiuta una grande meraviglia. Lo spirito che Don Bosco tra fatiche e pene inenarrabili aveva infuso nella sua Congregazione, e che da oltre 80 anni si diffondeva da Valdocco per il mondo intero, a salvezza di tanta povera gioventù abbandonata, è ri
fluito genuino, copioso e pieno di vita alla primitiva sua sorgente, per ritemprare le sue rigogliose energie, nuove e adatte ai bisogni della società attuale, qui nella culla delle tradizioni paterne, dove Don Bosco visse e vive tuttora.
Ogni cosa qui ci parla di lui. Benché, per la natura stessa dello spirito che ci informa, siano avvenuti già molti cambiamenti, imposti dai bisogni dei tempi, tuttavia i veterani formati ancora dallo stesso Don Bosco dichiarano che lo spirito dell´Oratorio non è per nulla mutato. «L´Oratorio è sempre quello dei nostri anni più belli, — esclamano concordi: — esso ha in sé una cosa che non abbiamo trovata in nessun altro luogo, per quanto si sia studiato e lavorato per impiantarvi lo stesso tenor di vita con la pratica minuta delle stesse regole e tradizioni; qui si respira ancora Don Bosco!».
4. Respirare Don Bosco mi pare proprio la cara prerogativa di questo sacro luogo; e tutti i Capitolari l´hanno goduta più sensibilmente nelle loro lunghe, laboriose e feconde conferenze. Quanto senno, quanto attaccamento a Don Bosco, alle Regole e alle tradizioni ho potuto con gioia ammirare in loro! Tutti si voleva rivivere della sua vita: del suo amore, affatto singolare e prodigioso, per la gioventù, che contiene il segreto di ogni nostra vitalità; del suo filiale affetto per il Vicario di Gesù Cristo, e della sua inalterabile devozione alla Santa Chiesa; della sua larghezza di criterio, che gli faceva cercare sopratutto il bene delle anime; del suo indefesso apostolato per ottenere che confratelli e giovani vivessero la vita della grazia, confessandosi bene e di frequente, al fine di consolidare o di far sorgere le vocazioni; della sua tenerezza di amore verso Maria SS. Ausiliatrice, la cui divozione ha un´efficacia speciale per le conversioni e le vocazioni; della sua prudenza nel conoscere i tempi e adattarvisi, rispettando gli uomini, e quindi le autorità ecclesiastiche e civili. In una parola, tutti si voleva rivivere della sua attraente paternità, che non trattava mai nessuno bruscamente, ma sapeva aiutare con modi soavi ognuno a rendersi migliore e ad avviarsi alla perfezione... Oh! come si sentiva che il nostro Venerabile Padre era proprio là vivente nel nostro Capitolo Generale! e come nei venerandi suoi successori Don Rua e Don Albera noi vedevamo riflettersi, come in due tersissimi specchi, la sua vita e le sue parole, nello sviluppo progressivo dell´opera sua!
Il Santo Padre Benedetto XV, poco prima di morire, in una udienza concessami dopo la morte di Don Albera, s´interessò di sapere come noi ci trovassimo quanto allo spirito, alle regole e alle tradizioni del nostro Venerabile Padre. Ora è per me di grande conforto l´aver udito la voce dei nostri Padri per bocca dei Capitolari, qui convenuti da tutte le nazioni: ciò mi dimostra che lo spirito di essi è passato nei figli, i quali per mezzo dei loro Ispettori e Delegati hanno in certo modo voluto che si
riscontrasse se nelle Case si praticano esattamente tutte le tradizioni paterne, riguardo allo studio, alla chiesa, al refettorio, al cortile, al passeggio, ecc.; e se soprattutto si vive sempre in mezzo ai giovani familiarmente, perché in tal modo si correggono i difetti, si pone rimedio ai disordini e si formano i caratteri cristiani.
Il Capitolo Generale è stato come una grande rivista compiuta in nome vostro dagli Ispettore e Delegati, i quali, tornati alle loro sedi, nella visita delle Case vi comunicheranno in modo più particolareggiato quello che vi sia da migliorare, affinché lo spirito paterno regni intiero in mezzo a voi.
Le vostre numerosissime proposte, tutte informate al migliore spirito, vennero prese in serio esame, e fornirono preziosi tesori di consigli e di esperienza. A suo tempo vi saranno comunicati in questi Atti le discussioni e deliberazioni che vi possono direttamente interessare... I 17 giorni del Capitolo Generale sono stati ricchi di grandi consolazioni e di vere speranze. In quel solenne consesso si sentiva l´universale famiglia salesiana senza barriere di confini, di nazionalità e di lingue: vi era un cuor solo, un solo pensiero: Don Bosco!
5. Questa concordia di cuori, questa unità di pensiero si mostrò in tutta la sua bella luce fin dalle prime adunanze, nelle varie elezioni che rinnovarono il Consiglio Supremo della nostra Società. Voi già conoscete i nomi degli eletti: D. Pietro Ricaldone, Prefetto Generale; D. Giulio Barberis, Direttore Spirituale; D. Arturo Conelli, Economo; D. Bartolomeo Fascie, Consigliere Scolastico; D. Giuseppe Vespignani, Consigliere Professionale; D. Luigi Piscetta, Consigliere Generale. Di questi, D. Giulio Barberis, D. Luigi Piscetta, D. Giuseppe Vespignani erano già stati eletti nel 1910 (Don Vespignani allora aveva dovuto per giusti motivi rinunziare al mandato, che perciò l´indimenticabile D. Albera affidò a D. Ricaldone); tutti gli altri sono di prima elezione capitolare, quantunque già da parecchi anni facessero parte del Consiglio Superiore, chiamati a sostituire successivamente i compianti D. Bertello, D. Cerruti, D. Bretto.
La scelta non poteva essere migliore: vi sono rappresentate la teologia e il diritto canonico, le scienze e le lettere, la filosofia e l´economia, la pietà e la conoscenza delle scuole professionali, delle Missioni e di quanto riguarda lo sviluppo dei fini della nostra Società. Nulla manca, umanamente parlando, all´attuale Capitolo Superiore, ad eccezione del povero Rettor Maggiore. Il Signore ce lo ha dato come ha voluto Lui, perché ci vuole umili, e perché abbiamo a riconoscere che Lui solo e nessun altro ha da governare la nostra Società. Egli ci ha dato Maria SS. Ausiliatrice per Madre, e non abbiamo bisogno d´altro, se non guasteremo quel che Essa va facendo. Vi assicuro che questa elezione è per me una
umiliazione e una mortificazione: solo mi sostiene il pensiero che voi tutti, o miei cari figli, pregherete incessantemente per me, perché io non abbia a menomare quel che hanno fatto Don Bosco e i suoi due primi successori.
Nelle cariche poi di Segretario del Capitolo Superiore e di Procuratore Generale presso la S. Sede furono confermati gli attuali rispettivi titolari D. Gusmano Calogero e D. Munerati Dante.
6. Di gran conforto fu per tutti la presenza del nostro amatissimo ed Em.mo Cardinal Cagliero, che, nonostante la sua grave età, fece il lungo viaggio da Roma a Torino, e qui fu tutto a tutti, e per ben tre volte fece sentire la sua paterna ed autorevole parola nella sala del XII Capitolo Generale, sempre richiamandoci gli esempi e i detti di Don Bosco. Egli fu altresì latore di un prezioso autografo del S. Padre: Sua Santità Pio XI, che si gloria di aver potuto avvicinare il nostro Venerabile Fondatore e ammirare la sua calma imperturbabile, si degnò di scrivere sotto il suo ritratto queste parole:
«Di tutto cuore impartiamo l´Apostolica Benedizione a tutta la grande Famiglia Salesiana del Ven. D. Bosco, e segnatamente ai Superiori e Delegati del Capitolo Generale per la elezione del nuovo Rettor Maggiore, facendo voti che i figli di D. Bosco, sempre meglio imitando le virtù del loro Venerabile Fondatore e con immutata fedeltà seguendo e custodendo le ammirabili tradizioni da Lui lasciate, collo stesso suo zelo in ciascuno riacceso, lavorino alla salvezza della anime.
PIUS PP. XI.»
Il prezioso autografo era accompagnato dalla seguente lettera dell´Em.mo Card. P. Gasparri:
SEGRETERIA DI STATO DI SUA SANTITÀ
Dal Vaticano, 20 aprile 1922.
Ai Reverendi Salesiani del Capitolo Generale XII Torino .
«L´affetto vero che il Santo Padre sente per la benemerita Società Salesiana lo ha mosso in questi giorni ad unire le sue alle vostre orazioni, affinché l´elezione del Rettor Maggiore e del Consiglio Generalizio della medesima Società, risponda degnamente al suo passato, assicurandole paternità e saggezza di governo.
«È stato di compiacimento al Santo Padre l´apprendere che lo scopo precipuo delle imminenti adunanze è pressoché intieramente rivolto a raggiungere la piena identità colle direttive del Diritto canonico nello svolgersi complesso della vita di famiglia religiosa. E tale preferenza su di
ogni altro, per quanto utile, intento, mentre Gli è riuscita personalmente gradita, riafferma tutto il filiale attaccamento dell´Opera Salesiana alla Santa Sede, e quella sua sincera romanità di pensiero e di azione per la quale attrasse sempre gli sguardi benevoli dei Sommi Pontefici.
«Raggiunta però la doverosa conformità delle vostre Costituzioni e discussioni coi Sacri Canoni, sarà necessario rivolgere subitamente ogni altra maggior cura a conservare alla Pia Società Salesiana il suo particolare carattere, per il quale essa riscuote meritamente tanto favore in ogni parte del mondo: carattere, che non può altrimenti conservarsi, se non coll´attuare sempre più pienamente e fervidamente gli intenti del Venerabile Fondatore D. Bosco.
«E poiché l´ardore per il bene può anche spronare alcuni alla ricerca di miglioramenti, è espediente procurare raggiungerli conservando la più fedele conformità allo spirito del Venerabile vostro Fondatore.
«Lieto di unire i miei voti per il felice risultato delle adunanze, godo partecipare l´Apostolica Benedizione che il Santo Padre accorda di gran cuore in pegno ed auspicio di celesti abbondanti grazie.
P. Card. Gasparri».
Questa lettera, veramente mirabile, contiene il programma di tutta la nostra attività futura, che ha da essere:
a) conservare e sviluppare in noi e nei nostri alunni un filiale attaccamento alla S. Sede, con una sincera romanità di pensiero e di azione;
b) raggiunta la doverosa conformità delle nostre Costituzioni coi Sacri Canoni, conservare alla nostra Società il suo particolare carattere, attuando sempre più pienamente e fervidamente gl´intenti del nostro Ven. Fondatore, e mantenendoci sempre più fedeli al suo spirito.
La preghiera del Vicario di Gesù Cristo, che rese fecondi di pratici risultati i lavori del nostro XII Capitolo Generale, ho la certezza che otterrà ancora a me e a tutti voi, miei cari figli, la forza e la costanza di attuare questo magnifico programma, che deve assicurare alla nostra amata Congregazione paternità e saggezza di governo.
7. Sono lieto ancora di poter dare ai miei cari figli un´altra notizia assai consolante e di ottimo augurio. L´Em.mo Card. Arcivescovo di Torino, annuendo alle istanze della Pia Società Salesiana e di parecchi autorevoli ed insigni personaggi del Clero e del Laicato, ha canonicamente costituito il Tribunale Ecclesiastico sulla santa vita, virtù e miracoli del I ° Successore del Ven.Don Bosco, il Servo di Dio Michele Rua. Chi di voi non ama D. Rua? Chi non sente crescere di giorno in giorno l´ammirazione per le sue singolari virtù?
Questo Tribunale apriva le sue sessioni il 2 corrente, iniziando così una Causa che per la nostra Congregazione sarà indubbiamente la più gloriosa dopo quella di Don Bosco. Allorché nel 1890 il venerando D. Rua annunziò l´inizio del Processo di Beatificazione di D. Bosco, indisse per il buon esito speciali preghiere, che si continuano a recitare in tutte le nostre Case. Per la Causa di D. Rua io non intendo aggiungere preghiere nuove; ma poiché il nostro Ven. Padre predisse al suo diletto Michele che avrebbe fatto a metà con lui in tutte le cose, faccia anche a metà di queste preghiere, alle quali perciò d´ora innanzi si premetteranno le parole: «Per le cause di Beatificazione di D. Bosco e D. Rua». Il nostro buon Padre non se l´avrà certamente a male per questo, ma anzi gioirà nel vedere glorificato con lui quegli che per glorificare lui si annichilò interamente, facendolo rivivere in modo perfetto nella propria persona.
Come chiusa di queste mie righe vi faccio ancora una raccomandazione. Sia impegno speciale di tutti i buoni figli di Don Bosco di avere una devozione tenerissima e filiale a Maria Ausiliatrice, da noi onorata in questo bel mese con particolari ossequi; una devozione quale l´avevano D. Rua e D. Albera, che vi prego di prendere come modelli, il primo per l´osservanza e la regolarità religiosa, il secondo per la pietà vera e perseverante. D. Rua fu sempre osservante austero della regola e rigido con se stesso fino agli ultimi istanti di sua vita, ma con gli altri era di cuore larghissimo. D. Albera è il tipo della pietà semplice, amabile, salesiana, in mezzo alle più disparate occupazioni. Coll´osservanza di D. Rua e la pietà di D. Albera, manterremo intatto lo spirito del Fondatore, e Maria SS. Ausiliatrice continuerà a fare in mezzo a noi dei veri prodigi.
La sua potente benedizione scenda intanto copiosa su tutti voi, miei figli carissimi. Pregate ogni giorno per me, e credetemi sempre.
il vostro aff.mo in C. J. Sac. Filippo Rinaldi
2.2 Prima udienza di Pio XI: Indulgenza del lavoro (ACS. III, n. 15 - 24 giugno 1922 - pp. 14-20)
24 giugno 1922
Miei carissimi Figli in Gesù Cristo,
Martedì 6 corrente sono stato ricevuto dal Santo Padre Pio XI, che mi trattenne in udienza intima dalle 19,15 alle 20,15, un´ora precisa, piena per me d´indescrivibile consolazione.
Non sapendo darvene una esposizione adeguata, mi accontenterò di ricordarvi solo alcune delle cose che mi commossero più profondamente.
Il Santo Padre mi ricevette col suo abituale, fine sorriso, e con tutta la famigliarità che si usa verso un´antica conoscenza. Ascoltò le mie poche parole di ringraziamento per la benevolenza da Lui già ripetutamente attestata all´Opera Salesiana, sia con la sua prima benedizione apostolica, appena eletto Papa, sia con preziosi autografi e con altri particolari favori.
Egli non mi lasciò parlare a lungo, ma in modo paterno cominciò a dire d´aver potuto, durante due giorni trascorsi all´Oratorio, trattare famigliarmente con Don Bosco e ammirarne la singolare amabilità e la calma inalterabile nelle prove dolorosissime di quel tempo: segni preziosi della sua perfetta unione con Dio. Da ogni sua parola traspariva una stima e venerazione profonda per il nostro Venerabile Padre e una grande fiducia nell´Opera Salesiana; e tanta era l´intimità con cui mi parlava, che in certi momenti mi sembrava di essere con Don Bosco medesimo, il quale non avrebbe potuto trattarmi con più dolce paternità. Sì! Pio XI ritrae non poco dell´amabilità e della calma da Lui ammirate nel nostro santo Fondatore! Aveva dato tutto il giorno udienze ininterrotte, laboriosissime, eppure questa, ch´era l´ultima, si sarebbe detta la prima, tanto era il brio e la lucidità di mente che dimostrava nella conversazione!
Con crescente affabilità disse che il Papa si aspettava molto dai Salesiani; e prese ad espormi alcuni progetti per lavorare più efficacemente alla rigenerazione della società cristiana tra le nazioni civili, fermandosi a parlare delle imprese che avrebbe voluto affidarci. Opere così grandiose e conformi allo spirito nostro, che quasi mi sentivo tratto a dirgli: «Beatissimo Padre, i Salesiani procureranno di fare tutto quello che desidera la Santità Vostra...». Ma purtroppo dovetti invece ricordargli umilmente l´estrema scarsità di personale in cui versiamo, le tante missioni da poco incominciate e bisognose di tutto: quella della Cina, così promettente; l´altra dell´Assam, che attende molti nuovi operai per le numerose residenze lasciate dai precedenti missionari... e poi quelle del Chaco Paraguayo, di Kimberley nell´Australia, che si devono iniziare al più presto, entro l´anno... Il Santo Padre ascoltò visibilmente commosso quanto gli venivo esponendo con semplicità figliale, e poi: «Sta bene, — mi disse con un tono di voce in cui vibrava tutto il suo zelo apostolico ma veda nondimeno di studiare con i suoi consiglieri il nostro progetto per giovare a quelle povere regioni, e il personale non le mancherà...». Mentre parlava delle anime da salvare s´intenerì talmente, che gli spuntarono sulle ciglia alcune lagrime, le quali mi scesero fino in fondo al cuore, facendomi sentire più viva l´amarezza di non poter accettare subito le opere che voleva affidarci. Ed egli forse mi lesse negli occhi questa pena, e, quasi per confortarmi, prese a parlare del nostro sistema di educazione, che conosce molto bene, dei nostri metodi, delle nostre ri
sorse tanto efficaci per la gioventù e per il popolo, ripetendo ancora che sperava molto dall´opera nostra, anzi che da più giorni pensava ai Salesiani e al nuovo Rettor Maggiore per il progetto sopra accennato.
Voi potete facilmente comprendere, miei cari figli, quanto io rimanessi confuso e umiliato per tanta sua bontà, pensando che siamo ancora così inferiori alle speranze del Santo Padre, e, diciamolo pure, alla stima ch´Egli ha di noi. Lo ringraziai con effusione, assicurandolo che tutti i Salesiani vogliono essere, come Don Bosco, ossequenti ed obbedienti al Papa fino alla morte. Sua Santità gradì assai questa mia assicurazione, dicendosene convinto, perché tale attaccamento al Papa appartiene all´essenza dello spirito salesiano di Don Bosco, e toglierlo dalla Società Salesiana sarebbe come distruggerla. Gli chiesi allora alcuni favori concessi già dai suoi predecessori a Don Bosco, a Don Rua, a Don Albera; e vi assicuro ch´Egli non fu meno generoso di loro verso il vostro povero Superiore attuale, benché sia tanto inferiore a quei nostri grandi Padri.
Ma volevo chiedere anche un favore singolarissimo, per tutti i miei amati figli, per le buone Figlie di Maria Ausiliatrice, per i rispettivi allievi ed ex-allievi d´ambo i sessi, per i nostri zelanti Cooperatori e Cooperatrici. Me n´era venuto il pensiero ai piedi della nostra potente Ausiliatrice, in questo suo Santuario a noi tanto caro; e in Lei avevo riposto tutta la speranza per ottenerlo dal Santo Padre. Non è forse Lei la vera tesoriera di tutte le ricchezze spirituali di cui Gesù volle dotare la Chiesa, sua mistica sposa, con la sovrabbondante sua redenzione, e coi meriti sempre crescenti dei suoi Santi? Pieno perciò di fiducia nella sua materna assistenza, ricordai al Santo Padre come Don Bosco con la parola e coll´esempio inculcasse continuamente ai suoi figli il lavoro e la preghiera; com´egli fosse sempre unito a Dio anche in mezzo alle più gravi occupazioni; e lo pregai di voler dare ai Salesiani, alle Figlie di Maria Ausiliatrice, ai loro allievi, ex-allievi e Cooperatori, uno stimolo efficace che li aiutasse ad essere ogni giorno più attivi e nel medesimo tempo più uniti al Signore. Il Santo Padre ascoltava benignamente; e siccome io, giunto a questo punto, non osavo quasi più manifestare il mio pensiero, Egli con paterna bontà insisteva: «Dica, dica pure...».
Allora gli dissi che, a parer mio, un mezzo molto efficace per aiutarli e spingerli tutti a ciò sarebbe stato il concedere loro una speciale Indulgenza da lucrarsi ogniqualvolta avessero unito al lavoro, all´insegnamento, all´assistenza, e via dicendo, qualche devota invocazione. E qui gli presentai il foglio contenente la supplica relativa, che avevo portato con me. Dal tenore di essa potrete comprendere meglio, o miei cari, la somma generosità e benevolenza del Santo Padre verso di noi, e perciò ve la trascrivo testualmente:
J. M. J.
Beatissimo Padre,
Il motto Lavoro e Preghiera, che ci ha lasciato il nostro Venerabile Padre e Fondatore Don Bosco, ci inculca di continuo il dovere che abbiamo di congiungere all´operosità in vantaggio dei giovani l´incessante unione del nostro spirito con Dio, seguendo in ciò i mirabili esempi che Egli medesimo ci diede.
Conoscendo la grande benevolenza della Santità Vostra verso l´Opera Salesiana, benevolenza che già ripetutamente si compiacque di attestare, mi faccio ardito d´implorare dal Suo cuore paterno una grazia, che sarebbe un potente aiuto ad attuare con sempre maggior perfezione il programma racchiuso in quel motto.
Prostrato pertanto al bacio del S. Piede, supplico umilmente la Santità Vostra a volersi degnare di concedere che i Salesiani, le Figlie di Maria Ausiliatrice, i loro Allievi, Ex-Allievi e Cooperatori d´ambo i sessi, ogni volta che uniranno al lavoro qualche divota invocazione, possano lucrare l´Indulgenza di quattrocento giorni, e l´Indulgenza plenaria una volta al giorno, applicabili anche alle anime del Purgatorio.
Che della grazia.
Di V. S. Umilissimo e Devotissimo Figlio
Torino, 1° giugno 1922.
Sac. Filippo Rinaldi
Il Santo Padre prese questa supplica, e cominciando a leggere le parole Lavoro e Preghiera disse subito: «Lavoro e preghiera sono una cosa sola: il lavoro è preghiera, e la preghiera è lavoro; il lavoro non val nulla per l´eternità, se non è congiunto colla preghiera; e questa, perché sia accetta a Dio, richiede l´esercizio di tutte le facoltà dell´anima. Il lavoro e la preghiera sono inseparabili e procedono di pari passo nella vita ordinaria; prima però la preghiera e poi il lavoro: ora et labora è sempre stata la parola d´ordine dei Santi, i quali anche in ciò si sono semplicemente modellati sugli esempi di N. S. Gesù Cristo. Perché l´operosità sia vantaggiosa, deve andar congiunta con l´unione a Dio, incessante, intima...».
Presa poi la penna, scrisse in testa alla supplica la concessione del segnalatissimo favore spirituale con queste parole:
Pro Gratia juxta infrascriptas Preces - Pius PP. XI.
Dopo ciò si trattenne ancora a parlarmi della sua speranza e del suo vivo desiderio che riuscissimo a trarne molto profitto, e mi espresse l´intenzione di ritornarci sopra un´altra volta, quasi per assicurarmi ch´era
disposto a concedere di più ancora, perché potessimo santificarci pur in mezzo alle nostre assidue occupazioni.
Non occorre certo, miei carissimi figli, ch´io insista nel farvi rilevare tutta l´importanza e l´estensione del favore accordatoci così volentieri dal Papa: però non posso tacervi quanto Gli stia a cuore la nostra santificazione. Noi siamo stati chiamati dal Signore a far parte della Pia Società Salesiana per santificarci: questo è il fine primario della nostra professione religiosa: tutto il resto ha solo ragione di mezzo. Le opere più grandiose e degne di encomio pèrdono ogni valore, se non le facciamo per la nostra santificazione.
Perciò il Vicario di Gesù Cristo, comunque si chiami, quando riceve per la prima volta il Superiore di una famiglia religiosa, gli raccomanda in modo particolarissimo la santificazione de´ suoi sudditi.
Trentaquattro anni fa, pochi giorni dopo la morte del nostro Venerabile Padre Don Bosco, il suo successore Don Michele Rua era ricevuto in particolare udienza dal sapientissimo Leone XIII, il quale, dopo aver elogiato la santità di Don Bosco e concessi al suo successore parecchi insigni favori, prese ad inculcare da pari suo il dovere d´informare i soci allo spirito di abnegazione, di obbedienza, di umiltà e semplicità, e delle altre virtù necessarie alla vita religiosa, aggiungendo, il dovere principale, e, direi unico, essere quello di attendere alla propria perfezione.
Ventidue anni dopo si presentava al S. Padre Pio X l´indimenticabile Don Albera, nella sua qualità di successore di Don Rua. E Pio X, dopo aver detto che considerava Don Rua come un santo, richiamò l´attenzione del nuovo Rettor Maggiore sulla necessità della formazione religiosa, suggerendo poi quest´infallibile documento di perfezione: «Ricordate ai vostri dipendenti, che Colui a cui servono, Dominus est. Sia fisso nella loro mente il pensiero della presenza di Dio; siano in tutto guidati dallo spirito di fede; con fervore compiano le loro pratiche di pietà, e a Dio offrano i loro lavori e sacrifizi. Dio sia sempre nella loro mente e nel loro cuore».
Dodici anni dopo toccava a me la sorte di prostrarmi ai piedi del Vicario di Gesù, del Papa Pio XI, il quale a sua volta ricordò la santa vita e missione di Don Albera, dicendolo degno di stare accanto a Don Rua; e poi volle, a parer mio, superare i suoi predecessori nella bontà e condiscendenza affettuosa verso i Salesiani. Anche da Lui, per mio mezzo, scende a voi tutti, miei cari figli, lo stesso monito, che è stato, direi, il tema predominante della carissima udienza, e che si può riassumere in queste parole: «Perché l´operosità dei Salesiani sia vantaggiosa, deve andar congiunta coll´unione a Dio, deve sempre essere preceduta dalla santificazione personale. E perché i Salesiani ottengano ciò più sicuramente, annuisco alla supplica presentatami, per aiutarli a santificare il loro
lavoro, arricchendolo dei tesori delle sante Indulgenze. Finora queste venivano concesse ai fedeli solo a condizione di certe pratiche devote esteriori; ma di qui innanzi i Salesiani le acquisteranno col loro lavoro medesimo, ogni volta che ad esso uniranno qualche devota invocazione, per quanto breve. In tal modo conseguiranno più facilmente la loro santificazione individuale, mediante l´abituale unione con Dio».
Se queste non sono le precise parole del Santo Padre, ne compendiano però tutto il pensiero e l´affetto. Egli vuole che noi siamo dei santi religiosi, e perché possiamo divenire realmente tali, continuerà ad aiutarci e a spronarci con tutti i mezzi di cui può disporre come Vicario di Gesù Cristo e dispensatore degl´inesauribili tesori della Chiesa.
Perdonatemi, o carissimi, questa lunga digressione; il singolare favore che ci ha concesso il S. Padre, e il suo vivo interessamento per la nostra santificazione, mi mossero a scrivere questi semplici pensieri, per eccitarvi a più viva riconoscenza verso di Lui, e a procedere più animosamente verso le vette della perfezione religiosa.
Prima di licenziarmi dal Papa gli chiesi ancora una particolare benedizione per ciascuno di voi, per le Figlie di Maria Ausiliatrice, per gli allievi ed ex-allievi, per i Cooperatori, benefattori e zelatori delle nostre opere. Il S. Padre ebbe una compiacenza speciale per ciascuna categoria e richesta, assicurando colla benedizione apostolica anche tutta la sua personale benevolenza. Quando nominai i Cooperatori, il suo volto s´illuminò di gioia sincera, mentre dichiarava di essere anche Lui Cooperatore Salesiano da tanti anni; e volle benedire non soltanto le loro persone, ma anche tutti i loro parenti e amici, e tutte le loro opere.
Lo supplicai infine d´impartire una benedizione specialissima al vostro povero Rettor Maggiore, e con lui a tutta la nostra amata Congregazione. Ogni mia speranza è in Maria Ausiliatrice e nell´efficacia di questa benedizione del Vicario di Gesù Cristo.
Figli carissimi, termino invitandovi a ringraziare con me il Signore di averci dato in Pio XI un vero Padre, che ci ama tenerissimamente e desidera di vederci crescere in numero e soprattutto in santità, ricopiando il meglio che possiamo il nostro modello Don Bosco, di cui Egli ha un altissimo concetto.
Preghiamo Iddio perché lo consoli in mezzo alle pene del suo eccelso ufficio; perché lo conservi ancora lunghi anni e gli conceda di vedere il trionfo della Chiesa, e di legare eternamente il suo nome a quella glorificazione del Venerabile Don Bosco, che i nostri cuori affrettano coi palpiti più intensi dell´amore figliale. Preghiamo tutti i giorni per Lui in tutte le nostre Case; amiamolo e facciamolo amare dai nostri giovani, che sono la pupilla dei suoi occhi.
Confido che lo farete volentieri, e vi ringrazio di tutto cuore, implorando dalla nostra Ausiliatrice, su voi e sulle opere vostre, una materna benedizione. E voi pregatela che faccia altrettanto con me, che vi sono sempre
Aff.mo in C. J. Sac. Filippo Rinaldi
2.3 Il Giubileo d´oro delle nostre Costituzioni (ACS. V, n. 23 - 24 gennaio 1924 - pp. 174-199)
Carissimi Figli in G. C.,
Il 28 dicembre 1922 ricorreva il 3° Centenario della morte di S. Francesco di Sales, il Santo del nostro Ven. Padre D. Bosco, dei suoi Figli e di tutti i Cooperatori ed amici dell´Opera nostra. A degnamente celebrarlo, l´indimenticabile Don Albera nell´ultima sua Circolare del 21 settembre 1921 aveva eccitato tutti a farlo precedere da un anno intiero di studio più intimo e profondo della sua vita e dei suoi scritti in relazione con lo spirito del nostro Ven. Padre, e da un ciclo di festeggiamenti solenni propri della nostra Società (funzioni religiose, congressi, adunanze giovanili, accademie, conferenze, ecc.) ai quali l´anno scorso tennero dietro quelli indetti dal Santo Padre Pio XI per tutta la Cattolicità.
I desiderii dei Superiori, contenuti nell´accennata circolare del mio venerando predecessore, vennero largamente assecondati da voi tutti, miei figli carissimi; ed ora, a festeggiamenti compiuti, rilevo con gioia che questo centenario ha fatto del gran bene a noi, ai nostri giovanetti ed alla nostra Società. Lasciando da parte il bene che generalmente sogliono produrre simili festeggiamenti (accrescimento del fervore, miglioramento della condotta morale), v´accenno solo qui, a mio e vostro conforto, il bene vero e duraturo che ha generalmente prodotto la lettura delle opere di S. Francesco di Sales. Me ne fanno fede le moltissime lettere inviatemi da tutte le parti durante questi due anni, per ringraziarmi di aver raccomandato che tali opere si leggessero in tutte le nostre Case. Quei buoni Confratelli dicono che vi hanno trovato una miniera preziosa; che quella lettura ha fatto comprendere meglio il nostro Padre; che ha messo nella vera sua luce il nostro spirito salesiano; che ha insegnato a vivere meglio la vita soprannaturale, pur lavorando incessantemente, e che ha fatto amare di più la vita di comunità fondata sulla reciproca tolleranza, affabilità e dolcezza. Né poteva essere altrimenti, perché S. Francesco è un educatore singolare di perfezione, e le sue opere sono tutte pervase da quella pedagogia che due secoli appresso il nostro Fondatore ha saputo mirabilmente e prodigiosamente imprimere, non più sulla carta, ma nella So
cietà da lui creata a salvezza della gioventù, e da lui battezzata col nome di Salesiana appunto per indicare ai soci futuri la sorgente alla quale riattingerla a quando a quando per averla sempre abbondante e vitale.
I principii educativi di questa pedagogia salesiana, scriveva Don Albera, sono i medesimi (tanto per S. Francesco come per Don Bosco), la carità, la dolcezza, la famigliarità, il santo timor di Dio infuso nei cuori: prevenire, impedire il male per non essere costretti a punirlo. Ed io aggiungo che anche le virtú religiose di cui deve risplendere il Salesiano per esser quale Don Bosco lo vide nel fatidico sogno dell´ 11 novembre 1881 — che riproduco in fine di questa lettera perché ciascuno lo mediti e lo studi — trovano il loro naturale, più ampio e genuino commento pratico nelle opere di S. Francesco di Sales, particolarmente nel Teotimo, nei Sermoni e nei Trattenimenti spirituali. Ne raccomando perciò di nuovo la lettura, e ciascuno veda di ricavarne il maggior profitto spirituale.
2. E qui mi viene spontaneo un altro riflesso. Come noi, per onorare il nostro celeste Patrono nel terzo Centenario della sua morte, ci siamo studiati di ricercare negli scritti di lui le linee caratteristiche della nostra fisionomia morale e dello spirito che informa la Società, così quella lettura ci ha suscitato il desiderio di ricercare le stesse linee e lo stesso spirito anche negli scritti del nostro Ven. Padre e dei suoi immediati successori D. Rua e Don Albera.
La lettura delle lettere circolari di quei nostri Padri, raccomandata dai Superiori e fatta l´anno scorso nelle nostre Case, ha contribuito non poco a rinvigorire e perfezionare in noi lo spirito che deve informare tutta la nostra attività religiosa educativa. Quasi tutte le numerose lettere d´augurio che ricevetti dai miei figli amatissimi nelle testé passate feste natalizie e di capo d´anno erano un coro di ringraziamenti perché dopo le parole di San Francesco di Sales avevano sentito nella lettura spirituale la parola di Don Bosco, D. Rua e D. Albera. Oh! dicevano, come ci sentiamo più salesiani, più vicini a Don Bosco nell´ascoltare la sua parola e quella dei suoi primi e prediletti figli! come nella lettura della vita di Don Bosco, che s´è fatta e si continua a fare alla mensa comune, rivive dinanzi a noi l´Oratorio primitivo dove sotto lo sguardo amorosissimo del buon Padre, venivano plasmati i primi esemplari del vero Salesiano e formati i nostri Santi moderni grandi e piccoli! Noi abbiamo bisogno che ci si diano meditazioni, letture spirituali e ricreative che ci riguardino, direi proprio di famiglia, perché solo allora ci sentiamo veramente Salesiani di nome e di fatto.
Questi sentimenti, suggeriti dall´affetto filiale, dal vivo desiderio della perfezione salesiana che è in ciascuno dei miei carissimi Salesiani, e dall´ardente amore che essi nutrono per Don Bosco e per la Società da lui fondata attraverso inenarrabili prove, sacrifizi e lotte, mi arrecano sem
pre grande conforto, perché mi assicurano dell´ottimo spirito che regna tra di noi: e di cuore ne benedico il Signore e la nostra benignissima Ausiliatrice!
3. Ma lo scopo principale di questa mia si è di parlarvi di un altro fatto più intimo e di vitale importanza per noi, che ci deve stimolare potentemente a corrispondere con sempre maggior ardore alla nostra vocazione religiosa. Il 3 del prossimo aprile si compiono cinquant´anni dall´approvazione definitiva delle nostre Costituzioni, delle quali dobbiamo quindi celebrare degnamente il Giubileo d´Oro.
Non si tratta di celebrarlo con pompa esteriore, come s´è fatto per i varii nostri Giubilei di questi ultimi tempi; ma di una celebrazione intima, vera e fattiva, che consiste prima nello studio dell´origine delle Costituzioni stesse e del modo tenuto da Don Bosco nel prepararcele e poi, per naturale conseguenza, nella pratica amorosa, sincera, esatta e costante di esse. Anche in questo Giubileo non mancheranno certo le manifestazioni esteriori, ma queste debbono solo servire a fare comprendere, amare e praticare meglio le Costituzioni.
Le Costituzioni, miei cari, sono l´anima della nostra Società, e questa fu l´anima di tutta la vita di Don Bosco; perciò la storia di esse è tutta nella vita di lui. Anzi possiamo dire che nelle Costituzioni abbiamo tutto Don Bosco; in esse il suo unico ideale della salvezza delle anime; in esse la sua perfezione coi santi voti; in esse il suo spirito di soavità, di amabilità, di tolleranza, di pietà, di carità e di sacrifizio... Per ben comprendere le nostre Costituzioni nel loro sviluppo storico e nella loro essenza specifica bisogna rendersi familiare la lettura e lo studio delle Memorie Biografiche del nostro fondatore, per cui faccio voti che ciascuno trovi modo di rileggerne privatamente di quando in quando qualche volume.
4. Le nostre Costituzioni non sono frutto solo dell´intelligenza e della carità ardente di Don Bosco, ma, come nella vita di lui il soprannaturale emerge, si può dire, ad ogni pagina, cosí anche le Costituzioni, nella loro origine e nello sviluppo progressivo, si illuminano del visibile intervento soprannaturale. Esse sono in germe nel primo sogno fatto da Don Bosco a nove anni, nel quale egli intuisce in modo confuso la sua futura missione, che sarà quella di trasformare in agnelli gli animali piú disparati, e poi di dirigere e governare numerosi greggi, ai quali saranno preposti pastorelli formati sotto di lui, che da lui avranno le norme e le regole per ben governarli. E poi nei sogni successivi, che svolgevano gradatamente la tela misteriosa della sua missione, mentre accanto all´opera degli Oratori festivi per la gioventù povera e abbandonata andava delineandosi la necessità di un Sodalizio che ne assicurasse l´avvenire e la diffusione, nella mente del Padre maturavano pure le Costituzioni che avrebbero poi dovuto dirigere i futuri soci nel loro apostolato. «Io non
sarò semplicemente un prete solitario o con pochi compagni — diceva fin dai primi anni di sacerdozio — ma avrò molti altri sacerdoti che mi ubbidiranno e si dedicheranno all´educazione della gioventù». Ora nella sua mente andavano certo sviluppandosi le norme da dare a questi suoi collaboratori, ricavate soprattutto dall´esperienza propria e dalle illustrazioni celesti di cui a tempo opportuno era mirabilmente favorito.
Queste norme egli diede dapprima verbalmente ai sacerdoti e laici che si prestavano ad aiutarlo negli Oratorii festivi; più tardi le raccolse nel Regolamento degli Oratorii stessi, preludio non lontano alle Costituzioni della Società ch´era chiamato a fondare. Fondare una nuova Società religiosa, mentre l´odio settario andava sopprimendo radicalmente quelle già esistenti, sembrava una follia; ma Don Bosco sapeva che il Signore ludit in orbe terrarum, e che sulle distruzioni dell´uomo fa sorgere le opere rigeneratrici adatte ai bisogni del tempo. Perciò tranquillamente, senza fretta, ma con tenacia e costanza mirabili, egli studia, consulta, prega, fa tentativi per fondare una Società; ed alla lunga, insensibilmente, si prepara i primi soggetti, senza mai parlare né di legami, né di voti, né di Congregazione. Don Bosco più che fondatore può dirsi creatore della sua Società, perché seppe tirar su dal nulla i suoi soggetti, crescendoli attorno a sé e trasfondendo in loro a poco a poco tutto il suo spirito.
5. Contemporaneamente a questo immane lavoro di circa 20 anni, andò preparando le Costituzioni della sua Società, consultando quelle di altre Congregazioni, ma principalmente ispirandosi ad un certo esemplare che gli era stato mostrato in sogno; vegliando le lunghi notti per studiare sui libri quanto s´era fatto prima di lui, mettendosi in corrispondenza epistolare con le eminenti persone da cui, per la loro esperienza e dottrina, poteva sperare lumi e consiglio, e infine accaparrandosi la benevolenza di quelli che avrebbero potuto in qualche modo essergli di ostacolo nell´esecuzione del suo disegno.
Ho detto contemporaneamente, perché Don Bosco scrisse gli articoli delle sue Costituzioni prima nell´animo e nella vita di quelli che aveva scelti per suoi figli, e solo quando gli parve che corrispondessero al fine che s´era proposto, li fissò ed ordinò sulla carta. Questo appare chiaramente dalle parole da lui dette nel presentare a Pio IX il manoscritto delle Costituzioni: Ecco, beatissimo Padre, il regolamento che racchiude la disciplina e lo spirito che da venti anni guida coloro i quali impiegano le loro fatiche negli Oratorii. Mi era già prima d´ora adoperato a ridurre gli articoli in forma regolare; ma nei giorni passati vi ho fatto correzioni ed aggiunte secondo le basi che Vostra Santità degnavasi tracciarmi... Siccome però nell´abbozzare i singoli capitoli avrò certamente in più cose sbagliato la traccia proposta, così io rimetto il tutto nelle mani di Vostra Santità e di chi Ella si degnerà stabilire per leggere, correggere, ag
giungere, togliere quanto sarà giudicato a maggior gloria di Dio ed al bene delle anime.
6. Leggendo quelle primitive Costituzioni presentate da Don Bosco a Pio IX nel 1858 (Memorie Biografiche, vol. V, Appendice), sembra di udire la voce del buon Padre che con grande semplicità e chiarezza esponeva ai suoi figliuoli le norme secondo cui voleva che si regolassero: non coercizioni, ma il vincolo della carità fraterna, onde formare un cuor solo per acquistare la perfezione nell´esercizio di ogni opera di carità spirituale e corporale verso i giovani, specialmente i più poveri, e nella cura delle vocazioni ecclesiastiche; non preoccupazioni per le cose materiali, ma ciascuno, pur conservando i proprii diritti, fosse realmente come se nulla più possedesse; non attaccamento alla propria volontà, ma obbedienza così filiale al Superiore che questi non abbia neppur bisogno di comandare; non molte pratiche di pietà in comune, ma l´esercizio dell´unione con Dio nella pienezza della vita attiva, che è il distintivo e la gloria dei suoi figli. Don Bosco, più che una Società, intendeva formare una famiglia fondata quasi unicamente sulla paternità soave, amabile, vigilante del Superiore, e sull´affetto filiale, fraterno dei sudditi; anzi, pur mantenendo il principio dell´autorità e della corrispettiva sudditanza, non desiderava distinzioni, ma uguaglianza fra tutti ed in tutto.
Anche Pio IX condivideva in massima questa concezione. Dopo aver insistito sulla necessità dei voti per mantenere l´unità di spirito e di opere, ma voti semplici da potersi facilmente sciogliere, affinché il malvolere di alcuno dei soci non turbi la pace e l´unione degli altri, aggiungeva: «Le regole siano miti e di facile osservanza. La foggia del vestire, le pratiche di pietà non la facciano segnalare in mezzo al secolo... Ogni membro di essa in faccia alla Chiesa sia un religioso, e nella civile società sia un libero cittadino».
Queste erano le linee programmatiche entro le quali dovevano contenersi le Costituzioni: ma da quando Pio IX ne ricevette il manoscritto primitivo e si degnò di leggerlo dal primo all´ultimo articolo, fino alla loro definitiva approvazione del 3 aprile 1874, chi può enumerare le pene, le contrarietà e le difficoltà d´ogni genere incontrate, sopportate e superate da Don Bosco per mantenerle su quelle basi fondamentali? Le difficoltà provenivano in parte dall´opposizione di chi avrebbe preferito che l´iniziativa di Don Bosco rimanesse un istituto diocesano e nulla più, ma forse soprattutto dalle stesse Costituzioni, le quali, sotto un certo punto di vista, sapevano di novità, perché Don Bosco intendeva adattarle ai tempi che correvano difficilissimi.
Queste difficoltà durarono ben 16 anni, e senza una speciale assistenza del Cielo egli non le avrebbe mai superate. Ma in quei 16 anni, quali e quanti avvenimenti! La Società regolarmente costituita; il numero dei
Soci aumentato rapidamente; le prime professioni triennali e perpetue; la Società commendata (23 luglio 1864) e poi approvata definitivamente dalla suprema autorità ecclesiastica (19 febbraio 1869); il numero delle Case in continuo aumento; le erezioni di chiese pubbliche; il gran numero di vocazioni ecclesiastiche suscitate dal sistema preventivo di Don Bosco; la fondazione dell´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice; tutto ciò avrebbe dovuto assorbire l´attività non di una, ma di più persone; eppure Don Bosco bastava a tutto, cosa che non si può umanamente spiegare. È vero che i suoi figli i quali nel 1859, quando si emisero i primi voti, erano solo 22, nel 1874 erano saliti già a 330, ma ciò era ben poca cosa in confronto delle case aperte e da aprirsi, del numero sempre crescente di giovani e delle svariatissime occupazioni a cui i soci dovevano attendere. Questi anni furono certo i più laboriosi per il nostro Ven. Padre: ma per lui non contava nulla qualsiasi fatica e pena, pur di riuscire ad affrettare l´approvazione definitiva delle Costituzioni della sua Società, perché da tale approvazione dipendeva l´incremento meraviglioso dell´opera sua quale l´aveva più volte contemplato nelle sue visioni.
7. Nel 1864 la S. Congregazione dei Vescovi e Regolari emanava il decreto di collaudazione della Società in vista dello scopo santissimo, delle lodi del Romano Pontefice in due brevi eloquentissimi, e delle Commendatizie dei Superiori Ecclesiastici di sei diocesi; e costituiva Don Bosco Superiore a vita. Era un gran passo; ma Don Bosco doveva prendere in esame le tredici osservazioni unite al decreto, per vedere come potessero adattarsi alle esigenze dei tempi, dei luoghi, e quali difficoltà potevano far sorgere da parte delle autorità civili e per la natura stessa dell´Istituto. Bisognava poi inserirle al posto opportuno nelle Costituzioni, e farne l´esperimento pratico. Tutto ciò richiedeva molto tempo e un lavoro improbo.
Nel 1867 Don Bosco si recava di nuovo a Roma per affari riflettenti il ristabilimento della giurisdizione ecclesiastica in molte diocesi, ma anche per ottenere la definitiva approvazione delle Costituzioni della sua Società o almeno, ove questo non fosse stato possibile, la facoltà di rilasciare le dimissorie ai suoi chierici per le ordinazioni. Portava con sé le Costituzioni tradotte in latino e da lui corrette e ricorrette per tener conto delle osservazioni fattegli, senza recar nocumento alle sue previdenze per l´avvenire e i bisogni della Società, e senza discostarsi dall´esemplare che aveva intraveduto nel sogno.
Ne parlò a lungo al Sommo Pontefice; questi gli era favorevolissimo in tutto, ma desiderava, come era naturale, che le cose venissero prima deliberate dalla Congregazione dei Vescovi e Regolari, i cui membri però dissentivano su varii punti dalle vedute di Don Bosco, ad esempio sul voto di povertà, non escludente il dominio radicale dei propri beni. Essi
inoltre erano restii ad accordare l´esenzione ad una nuova Società, perché allora si studiava il modo di estendere quanto più si poteva la giurisdizione vescovile sugli ordini religiosi. Di più, per l´imminenza del prossimo Concilio Ecumenico, si studiava già il tema se fosse spediente l´approvazione di nuovi Istituti religiosi, o non piuttosto la fusione di quelli aventi un medesimo scopo. Tutto ciò rendeva più difficile la sospirata approvazione; e così Don Bosco per allora nulla ottenne. Ma egli attendeva fiducioso e, dando tempo al tempo, si teneva pago di fare intendere anche solo una piccola ragione per volta a mezzo di suppliche, di lettere e di commendatizie.
8. «Vidi — così il Venerabile — che era propriamente necessario un miracolo per cambiare i cuori, altrimenti sarebbe stato impossibile il venire ad una combinazione favorevole ai miei desideri. Si prendevano le nostre povere Regole e ad ogni parola si trovava una difficoltà insormontabile... In principio del 1869 decisi ritornare a Roma; molti Vescovi ed altre persone, per altro piissime e a me favorevoli, mi volevano persuadere essere inutile l´andata, perché non sarei riuscito a far approvare le mie Regole e per conseguenza la Società; tanto più che a Roma si doveva pensare al Concilio Ecumenico... Da Roma mi scrivevano e mi davano anche avvisi, coi quali mi si assicurava essere cosa affatto inutile e tempo perduto l´andare a Roma, perché non avrebbero mai concesso ciò che domandavo, ed era impossibile l´approvazione delle Costituzioni... Ma io ero intimamente persuaso che la Madonna mi avrebba aiutato e ogni cosa avrebbe disposto in mio favore: e niuno m´avrebbe tolta questa persuasione. Rispettavo i consigli dei miei amici, ma non volevo tralasciare di fare quanto parevami esser suggerito dal Signore. Partii adunque, confidando unicamente nel Signore e nella Madonna».
E questa sua illimitata confidenza non fu delusa. «I medesimi, — continua Don Bosco — che mi sconsigliavano da quella andata, furono quelli che mi aiutarono acciocché fosse definitivamente approvata la Pia Società... Il Signore mutò in un momento il cuore di tutti e dispose di più che quei tali avessero bisogno di Don Bosco». Allude con queste parole ai portenti che tutti conosciamo, operati mercé la benedizione di Maria SS. Ausiliatrice in favore di quelli che erano contrari all´approvazione.
Per avere però un´idea degli ostacoli insuperabili che incontrava il Venerabile nel compimento di quest´opera, basta ricordare che neppure le grazie segnalate compiute dall´Ausiliatrice in favore delle eminenti persone dalle quali dipendeva tutto, riuscirono a strappar loro l´approvazione delle Regole e per conseguenza della Società, com´era naturale e come desiderava Don Bosco... allora (cioé il 19 febbraio 1869) si diede solo l´approvazione definitiva della Pia Società, rimandando l´approvazione dei singoli articoli delle Costituzioni a tempo più opportuno!
9. «Facciamo un passo per volta — gli aveva detto il Papa — chi va piano, va sano. Quando le cose vanno bene, la S. Sede suole aggiungere, non mai togliere». Nell´approvazione della Società era contenuta implicitamente anche l´approvazione delle Regole che la governavano, per cui la gioia del Ven. Padre si effondeva nei lunghi trattenimenti coi suoi figli. «La nostra Congregazione, diceva, è approvata: siamo vincolati gli uni cogli altri. Io sono legato a voi, voi siete legati a me e tutti insieme siamo legati a Dio. La Chiesa ha parlato; Dio ha accettato i nostri servigi, noi siamo tenuti ad osservare le nostre promesse. Non siamo più persone private; ma formiamo una società, un corpo visibile: godiamo dei privilegi; tutto il mondo ci osserva e la Chiesa ha diritto all´opera nostra. Bisogna dunque che d´ora innanzi ogni parte delle Regole sia eseguita puntualmente».
Tuttavia per altri cinque anni dovevano sorgere ancora contro l´approvazione delle Costituzioni ostacoli da parte dei malevoli, e difficoltà di ordine intrinseco alla natura stessa dei singoli articoli. Il Santo Padre Pio IX la sera medesima dell´approvazione della Pia Società aveva detto al nostro Venerabile: «Bisogna che facciate presto a condurre a termine anche l´approvazione delle Costituzioni; io sono informato di tutto, conosco il vostro scopo e vi sosterrò in ogni maniera».
Perciò Don Bosco non desisteva dal richiederne l´approvazione, dando tutte le possibili spiegazioni e temperando quelle disposizioni che non intaccavano le basi specifiche del suo Istituto. Egli si teneva sicuro che la Madonna, come aveva già fatto approvare la Società dagli stessi nolenti, così a tempo opportuno avrebbe fatto dare pure l´approvazione delle Costituzioni. Nel 1874 pubblicò a Roma un opuscolo sulla sua Pia Società, che diffuse tra i membri più influenti delle Sacre Congregazioni; scrisse una risposta alle più gravi obbiezioni che gli si facevano; estese un´esposizione sommaria dei motivi che l´inducevano ad insistere per la definitiva approvazione, ed infine invitò tutti i suoi figli ad implorare
i lumi dello Spirito Santo, fissando tre giorni di digiuno per i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice e un triduo di speciali preghiere in tutte le Case nei giorni precedenti le adunanze nelle quali si doveva discutere dell´approvazione...
La Congregazione dei quattro Cardinali deputati ne discusse a lungo in due sessioni; infine tutti convennero per l´approvazione decennale ad experimentum, e tre anche per la definitiva. La sera del 3 aprile il Segretario Mons. Vitelleschi riferì l´esito al Santo Padre, il quale aggiungendo il suo voto ai tre favorevoli ordinò che si stendesse il decreto d´approvazione definitiva. La Madonna aveva compiuto il miracolo di cui il nostro Ven. Padre da anni l´andava supplicando e la faceva supplicare dai suoi figli con sempre crescente ardore e confidenza.
« Questo fatto (così scriveva Don Bosco nell´esortazione premessa alle Costituzioni in data 15 agosto 1875), deve essere da noi salutato come uno dei più gloriosi per la nostra Società, come quello che ci assicura che nell´osservanza delle nostre Regole noi ci appoggiamo a basi stabili, sicure e, possiamo dire, anche infallibili, essendo infallibili i giudizi del Capo Supremo della Chiesa che le ha sanzionate».
10. Il nostro Ven. Padre, figli carissimi, aveva ben ragione di chiamare questo fatto uno dei più gloriosi per la nostra Società, anche perché con l´approvazione delle sue Costituzioni venivano definitivamente sanzionati quei principii nuovi di modernità che egli era stato ispirato di mettere a base di tutto il suo Istituto, che sono il nostro più prezioso patrimonio, e che l´angelico Pio IX aveva magnificamente intuito e poi riassunto due anni appresso con le memorabili parole dette a Don Bosco in un´udienza accordatagli nella sua stessa camera da letto il 21 gennaio 1877: «Io credo di svelarvi un mistero; — diceva il Papa — io sono certo che la vostra Congregazione sia stata suscitata dalla Divina Provvidenza per mostrare la potenza di Dio; sono certo che Dio ha voluto tener nascosto fino al presente un importante segreto, sconosciuto a tanti secoli e a tante altre Congregazioni passate. La vostra Congregazione è nuova nella Chiesa, perché di genere nuovo, perché venne a sorgere in questi tempi in maniera che possa essere ordine religioso e secolare; che abbia voto di povertà ed insieme possedere; che partecipi del mondo e del chiostro, i cui membri siano religiosi e secolari, claustrali e liberi cittadini. Il Signore ciò manifestò ai giorni nostri, e questo io voglio svelarvi. La Congregazione fu istituita affinché nel mondo, che secondo l´espressione del Vangelo in maligno positus est, si desse gloria a Dio. Fu istituita perché si vegga e vi sia il modo di dare a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare, secondo quello che disse Gesù Cristo ai suoi tempi: Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. E vi predìco, e voi scrivetelo ai vostri figliuoli, che la Congregazione fiorirà, si dilaterà miracolosamente, durerà nei secoli venturi e troverà sempre dei coadiutori e dei Cooperatori, infino a tanto che cercherà di promuovere lo spirito di pietà e di religione, ma specialmente di moralità e castità».
Queste fatidiche parole del Vicario di Gesù Cristo sono un´altra magnifica sanzione delle nostre Costituzioni e la prova indubbia che la mano di Dio è quella che ne ha guidato la redazione primitiva e che ha confortato Don Bosco nelle difficoltà d´ogni genere ch´ebbe a sostenere per farle approvare.
11. Un altro rilievo. La predizione di Pio IX sull´incremento meraviglioso e duraturo della nostra Società trova ancora la sua naturale spiegazione nelle Costituzioni, le quali non sono altro che la pietra angolare
della Società, e praticate fedelmente non cesseranno mai di produrre i frutti più abbondanti. Il nostro Venerabile in un sogno, avuto il terzo anno dopo l´approvazione delle Costituzioni (settembre 1876), viene fatto salire sopra una gran macigno situato in mezzo ad un piano sterminato. Di lassù gli è dato osservare la vastità del campo, come se occupasse tutta la terra, e in essa una sterminata moltitudine di gente che cresceva continuamente. Nelle prime file vedeva tanti Salesiani che conosceva, con numerose, vivaci squadre giovanili; poi altri con altre squadre, poi ancora altri e altri che più non conosceva e più non poteva distinguere. Vide popoli svariatissimi, dalle più strane fogge di vestire: e dappertutto vedeva Salesiani che conosceva nelle prime file, e non più nelle successive.
Mentre Don Bosco fissava estatico il meraviglioso quadro, si sentì a dire: «Questo è il campo, la vigna che i Salesiani devono lavorare. Molti lavorano già e tu li conosci: l´orizzonte s´allarga a vista d´occhio di gente che tu non conosci ancora, e questo vuol dire che non solo in questo secolo, ma nei futuri i Salesiani lavoreranno il proprio campo... Questo incremento meraviglioso e duraturo si otterrà solo con il lavoro e la temperanza. Sì, il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione Salesiana!».
Ora, miei cari, nel gran macigno del sogno non possiamo forse veder raffigurate le Costituzioni, dalla fedele osservanza delle quali la nostra Società ripete tutta la sua meravigliosa e duratura espansione mondiale? Non è forse impresso in esse il nostro stemma, la nostra parola d´ordine e il nostro distintivo: Lavoro e temperanza? I primi 50 anni della loro regolare osservanza da parte degli esemplari confratelli che ci hanno preceduto, non ci dicono la realtà dello sviluppo stragrande che la nostra Società ha già raggiunto in questo periodo di tempo che Don Bosco aveva contemplato nelle prime file del sogno?
All´approvazione delle Costituzioni, poche le Case, esiguo il numero dei confratelli e giovani; ma da quel punto il campo si è allargato a vista d´occhio: le Case si sono moltiplicate, le tre animose centurie dei Salesiani d´allora che dirigevano alcune migliaia di giovani, sono divenute poco per volta un esercito compatto di oltre cinque mila, che raccolgono od educano centinaia di migliaia di giovani. Questo miracolo, o miei cari, è certo del Signore, ma per mezzo delle Costituzioni ispirate a Don Bosco e da lui lasciate come sacro testamento per tutta la nostra Società.
12. Da quanto sono venuto dicendo finora, o miei cari, non vi sarà difficile concludere che il nostro Ven. Fondatore ha vissuto tutta la sua vita, prima nella elaborazione, poi nello studio e nella pratica delle Costituzioni.
La speciale vocazione che il Signore gli aveva dato di Fondatore di una nuova Società religiosa, gli aveva infuso, sto per dire, l´idea madre di
esse, idea che restò latente fino all´inizio della sua vita sacerdotale: quindi cominciò a mandare i suoi primi raggi nella vita pratica e nel Regolamento degli Oratori Festivi, per diventare sempre più chiara nelle norme precise e minute con le quali reggeva i giovani del suo primo Ospizio di Valdocco. Ma quella luce era veduta da pochi, perché si confondeva dapprima con lo splendore dell´apostolato per la gioventù povera e abbandonata: però Don Bosco ora con uno sguardo, ora con una sua parolina e ora con altre industrie, inattese, soavi e quasi impercettibili, sapeva far convergere su di essa l´attenzione di quelli che gli parevano atti a comprenderla; e poi dolcemente l´invitava ad aiutarlo nel far del bene ad altri giovani, accettando alcune semplici regole di vita comune.
In tal modo Don Bosco visse praticamente le sue Costituzioni insieme coi suoi primi figli per ben trent´anni, correggendo, modificando, migliorando e anche scartando gli articoli ch´egli aveva segnati sul suo manoscritto e che alla prova gli erano sembrati non adatti o di poca utilità. Non dimentichiamo, o cari, che la luce di questo lavoro gli veniva dall´alto; e che perciò quelle modificazioni non intaccavano affatto i punti fondamentali su cui doveva basarsi la sua Congregazione.
Non altrimenti doveva accadere dopo l´approvazione. Le sue Costituzioni erano state la luce, raffigurata nel candido alone o cerchio luminoso, apparso sopra la sua cameretta, il giorno del suo arrivo a Valdocco (16 aprile 1874). Il cielo era sereno, e mentre i giovani applaudivano il buon Padre che usciva dalla sacrestia dopo aver celebrato la S. Messa, videro in alto un cerchio luminoso, dentro il quale se ne scorgeva un altro di varii colori, come un´iride graziosissima. Tutti i giovani erano estatici a contemplare il singolare fenomeno, che durò circa un quarto d´ora. Al dopo pranzo la bianca iride comparve di nuovo, ma in tale proporzione che pareva racchiudere l´Oratorio, quasi a significare che d´allora in poi le Costituzioni approvate sarebbero state luce sempre bella e varia per tutta la Congregazione. La nostra Società doveva sapere adattarsi, nello svolgimento della propria azione benefica, alle necessità dei tempi, alle consuetudini dei luoghi: doveva essere progressivamente sempre nuova e moderna, pur conservando la sua particolare fisonomia di educatrice della gioventù mediante il sistema preventivo basato sulla dolcezza e sulla bontà paterna: ecco perché dentro il cerchio luminoso, apparso sopra all´Oratorio, se ne scorgeva un altro di varii colori. Le nostre Costituzioni, modificando a quando a quando i colori delle linee secondarie, non solo non perderanno la loro luce primitiva, ma diverranno sempre più feconde di bene.
13. Perciò non credo errare dicendo che la storia dei primi 50 anni di vita legale delle nostre Costituzioni è stata continuamente irradiata da questa luce, varia sì, ma crescente ognora in più vividi splendori. Duran
te i primi 14 anni, vivente ancora il Venerabile Padre, si studiò in quattro Capitoli generali di tutti i direttori, l´interpretazione genuina delle Costituzioni, attingendo dalle parole e dal cuore di Don Bosco quelle deliberazioni che sembravano più convenienti a conservarne lo spirito e ad applicarle meglio ai crescenti bisogni della Società. La presenza e gli ammaestramenti del Fondatore dànno alla materia trattata e alle deliberazioni prese in quei Capitoli un valore unico: in esse venne posta la base di tutti i Regolamenti speciali delle varie cariche superiori e locali, dal Rettore Maggiore all´Ispettore e al Direttore: in esse troviamo la vita comune, le pratiche di pietà, la moralità, gli studi e l´economia secondo la tradizione più autentica del pensiero di Don Bosco.
Quanta larghezza di vedute e di interpretazioni! Quante modificazioni accennate e iniziate per dare alla sua opera l´espansione che i tempi nuovi reclamavano! E tuttavia nulla che sapesse di mutamento e di con-tradizione alle Costituzioni! Il Venerabile Fondatore era la luce, e illuminava anche con una sola parola! Ma egli insisteva soprattutto che i suoi figli praticassero le Costituzioni quali erano, senza punto pensare di migliorarle: era il Consiglio di Pio IX e per lui era legge. Al Capo della prima spedizione dei suoi Missionari, consegna il libro delle Costituzioni, e questo suo atto lo vuole perpetuato nella fotografia. Quattro anni prima che volasse al Cielo diceva: «Molti vengono da me e mi dicono:
— Sono tolto dalla tale e tal altra occupazione e mandato a questo o a quel collegio, lontano dalle sue cure paterne: ho bisogno di un ricordo.
— Io dò loro quello che credo più opportuno; ma credetemi, figliuoli miei, osservate le nostre Regole! ecco il più grande e caro ricordo che questo povero e vecchio padre vi può lasciare!». Nelle notti precedenti aveva assistito in sogno a un congresso di diavoli intenti a cercare il mezzo più efficace per distruggere la sua Società, e tutti avevano convenuto essere quello di indurre i soci alla trasgressione delle Regole! Di quei giorni scrisse su un suo libretto di memorie: «La nostra Congregazione ha davanti a sé un lieto avvenire preparato dalla Divina Provvidenza, e la sua gloria sarà duratura fino a tanto che si osserveranno fedelmente le Regole».
Le non poche volte che ebbi la fortuna d´intrattenermi familiarmente col nostro santo Fondatore, ricordo che la fedeltà alle Costituzioni era il suo argomento favorito: negli ultimi anni non sembrava respirasse più altro che le Regole!
14. La larghezza di vedute e d´interpretazione delle Costituzioni, unita alla più fedele osservanza di esse, passò, alla morte del Padre, nel suo Successore Don Rua, che è stato anche il suo più perfetto imitatore. Nei lunghi 22 anni del suo Rettorato, anch´egli non fece che ripetere e gridare in tutti i toni: osserviamo le nostre Costituzioni! Stiamo attaccati ad
esse! Nelle sue lettere circolari, come pure in quelle intime, personali, pare si sia fatto uno studio d´inserire sempre qualche richiamo all´osservanza delle Costituzioni.
Dice che sono uscite dal cuore di Don Bosco, che la Chiesa le ha approvate, e che perciò devono essere la nostra guida, la nostra difesa in ogni pericolo o dubbio o difficoltà; le chiama il libro della vita, la speranza della salute, il midollo del Vangelo, la via della perfezione, il patto della nostra alleanza con Dio; inculca che siano poste sulla nostra persona come misura per conoscere il grado di virtù a cui siamo arrivati, e se siamo veri figli di Don Bosco, perché le Costituzioni sono in sostanza quell´insieme d´idee e di tendenze, quella maniera di pensare e di fare che forma lo spirito proprio della nostra Congregazione. Ma d´altra parte fu pure sotto il suo governo che si vide la necessità d´innestare definitivamente nelle Costituzioni le norme precise per la convocazione del Capitolo Generale (fissandolo ogni 6 anni e determinando quali confratelli dovessero prendervi parte), e per la creazione delle Ispettorie.
Tutto questo lavoro fu compiuto nel 1904 dal X Capitolo Generale, il quale aveva divise le sue deliberazioni in due categorie: «nell´una erano compresi gli articoli organici, quelli cioè che l´assemblea aveva giudicato necessari a completare le nostre Costituzioni e a darne un´autentica interpretazione, in questi tempi in cui ormai la nostra Pia Società si è svolta in tutte le sue parti ed organizzata colla maggior esattezza possibile in conformità alle prescrizioni della Chiesa ed allo spirito del nostro indimenticabile Padre Don Bosco. Queste deliberazioni perciò saranno come altrettanti articoli delle nostre Costituzioni. L´altra abbracciava le deliberazioni aventi carattere direttivo e disciplinare, ossia quanto l´esperienza di oltre trent´anni ha suggerito per conservare tra noi lo spirito del Fondatore e far progredire sempre meglio la nostra Pia Società nella perfezione dei suoi membri e nel buon andamento delle sue opere». Così D. Rua nella circolare con cui comunicava l´approvazione data a queste due categorie di deliberazioni dalla Sacra Congregazione dei VV. e RR. con decreto 1° settembre 1905.
Solo chi ha vissuto accanto a questo nostro Padre e Servo di Dio in quegli anni, può farsi un´idea delle fatiche e delle pene da lui sofferte per dare alle nostre Costituzioni tutta l´ampiezza che richiedevano le mutate condizioni delle cose, senza però introdurre cambiamenti sostanziali. Aveva perciò ragione di godere dell´esito di quella adunanza o dell´approvazione ottenuta: «I lavori del X Capitolo Generale hanno così avuto il loro pieno successo e completo coronamento. Questo fatto deve essere da noi salutato, starci per dire, con non minor entusiasmo di quello importantissimo delle Costituzioni, poiché, mentre ci assicura che nell´osservare le prese deliberazioni noi ci appoggiamo a base stabile e sicura,
ci dice ancora che in nulla ci siamo allontanati dallo spirito del Fondatore e della Chiesa... La mia gioia sarà compita se voi accoglierete con buone disposizioni le deliberazioni prese. Esse più che ogni altra cosa gioveranno a procurare alla nostra Pia Società ciò che forma l´essenza d´ogni ben governata Congregazione religiosa, cioè l´unione degli affetti, l´unione dei giudici, l´unione delle volontà...».
La vita di questo nostro gran Padre ci dirà tutto l´amore da lui nutrito per le nostre Costituzioni e la gran parte ch´egli ebbe nel progressivo perfezionamento di esse secondo le necessità e le opportunità della Società e al fine di renderla realmente fattiva di maggior bene. Anche di Don Rua possiamo dire che è stato la regola vivente durante tutta la sua vita, mortificante e santa.
15. Le deliberazioni organiche del X Capitolo Generale, divenute con l´approvazione della S. Chiesa altrettanti nuovi articoli, avevano dato alle nostre Costituzioni la larghezza e l´elasticità necessarie per il buon governo della Pia Società, che fioriva di giorno in giorno nel numero dei soci ed in nuove opere di bene per la gioventù. Occorreva solo più applicare gradatamente le Regole che riguardavano l´organismo vitale della Congregazione, fare praticare dai soci le Regole individuali, spontaneamente e per sincero amore a Don Bosco.
Questo fu il lavoro assiduo di Don Rua negli ultimi sei anni di sua vita; e questo fu pure il programma del Successore di lui il compianto Don Albera. «Consideriamo, scriveva nella sua prima circolare, quale patrimonio di famiglia le nostre Costituzioni, che sono la quintessenza dello spirito della nostra Congregazione, e pratichiamole scrupolosamente. Senza l´osservanza delle nostre Regole non possiamo esser veri religiosi, né veri figli del Ven. Don Bosco. Mettiamoci in guardia contro la smania di riforma ch´egli considerava a ragione qual verme roditore del vero spirito salesiano... Guai al religioso che viola le sue Costituzioni, che non le stima e le disprezza! Il demonio avrà ben presto rovinato una famiglia religiosa, qualora gli venga fatto d´ispirare ai soci il disprezzo delle Costituzioni e farle considerare come un ammasso di avvisi e consigli arbitrari, di cui ciascuno può prendere o lasciare come gli talenta. Le nostre Costituzioni sono il midollo dello spirito di Don Bosco, la sua più preziosa reliquia, un vero programma che ha tracciato ai suoi figli per continuare tra la gioventù le opere sue benefiche...».
Ma Don Albera esigeva inoltre che l´osservanza delle Costituzioni fosse vivificata dall´imitazione assidua di quanto ha fatto il nostro buon Padre perché se ci accontentassimo dell´osservanza legale degli articoli, riusciremmo bensì a plasmare un bel corpo, ma senz´anima. Per lui l´osservanza delle Costituzioni doveva essere imperniata nel dovere di crescere ogni giorno nella nostra perfezione e nella cura di ricopiare lo spirito di
vita interiore del nostro Venerabile. Tutte le sue preziose lettere circolari miravano a questo fine.
Così le nostre Costituzioni, vivificati dagli esempi del Venerabile Fondatore e dalla pratica dello spirito di pietà, diedero i frutti più consolanti, anche durante i luttuosissimi avvenimenti che allora desolavano popoli e nazioni, e minacciavano ogni rovina materiale e morale agl´Istituti religiosi di educazione, con la forzata sottrazione della miglior parte del loro personale a causa della guerra micidiale.
Frattanto, promulgato dal Papa Benedetto XV il nuovo Codice di Diritto Canonico e il decreto della Sacra Congregazione dei Religiosi in data 26 giugno 1918, i Superiori della nostra Società si diedero premura di ricevere le Costituzioni in conformità del Canone 489 del Decreto suddetto, limitandosi però a ritoccare solo quelle cose che non s´accordavano con le prescrizioni del Diritto Canonico. Questa nuova revisione delle nostre Costituzioni, nella quale, per ragioni di indole pratica, si credette conveniente intercalare le deliberazioni organiche sopra menzionate agli articoli delle Costituzioni originarie lasciate da Don Bosco, venne approvata dalla S. Sede in data 19 luglio 1921. Ora mentre si faceva questa revisione, imposta dall´Autorità Ecclesiastica, i Superiori Maggiori videro che sarebbe stato necessario un ulteriore lavoro sulle Costituzioni, e precisamente: 1° coordinare tutto il materiale in capitoli in base alle divisioni primitive, ma con le mutazioni richieste dallo sviluppo della Società e dal sistema di governo dovutosi introdurre in seguito alla creazione delle Ispettorie; 2° disporre in ordine logico e collegare nuovamente tra loro, gli articoli dei singoli capi; 3° togliere le ripetizioni, o sopprimendole, o fondendo insieme gli articoli che le contenessero; 4° fare le opportune correzioni per rendere gli articoli più conformi, anche nella dicitura, al Codice di Diritto Canonico; 5° adattare al sistema odierno i pochi articoli ancora riflettenti uno stato di cose ormai superato; 6° ma in tutto ciò non mutare affatto né il pensiero né lo spirito delle Costituzioni.
Il XII Capitolo Generale radunatosi in Valdocco nel 1922 deliberò che si facesse il lavoro in conformità dei sei punti accennati sopra. La redazione del testo definitivo, eseguita con la maggior diligenza possibile, costò circa due anni di lavoro intenso e continuato all´apposita Commissione e al Capitolo Superiore, che vi prese parte attiva; infine il testo fu presentato alla S. Sede per l´approvazione. Il Santo Padre Pio XI il 19 giugno 1923 si degnò approvare e confermare nuovamente con la sua autorità apostolica le nostre Costituzioni già prima approvate dai sommi Pontefici Pio IX, Leone XIII, Pio X e Benedetto XV, ed ora conformate alle prescrizioni del Codice di Diritto Canonico, redatte in nuova forma e secondo le deliberazioni dell´ultimo Capitolo Generale, ed emendate
d´uffizio; ingiungendo nello stesso tempo a tutti i singoli soci di osservarle fedelmente.
16. Ed ora è con somma gioia dell´animo mio che vi presento, o figli carissimi, questo nuovo testo delle nostre Costituzioni già pubblicato negli Atti del Capitolo Superiore. Dal testè compiuto coordinamento col nuovo Codice di Diritto Canonico le nostre Costituzioni non subirono radicali mutamenti, ma solo mutazioni chiarificatrici che fanno pensare alla prima redazione delle Regole fatta da Don Bosco, perché egli voleva già fin d´allora alludere a tali cose, ma erano reputate novità. Studiandole bene vedremo Don Bosco rivivere in ogni loro parte con le sue parole, col suo esempio, con la sua santità, perché, come abbiamo visto più sopra, le Costituzioni sono la voce, il cuore, lo spirito, la vita di Don Bosco! Volute, approvate, benedette dal vicario di Gesù Cristo nella persona di Pio IX, Leone XIII; Pio X, Benedetto XV, Pio XI, esse ci assicurano che è pure la volontà di Dio che noi facciamo osservandole fedelmente.
Queste Costituzioni governano e regolano da 50 anni la nostra Società che, sorta dal nulla qui in Valdocco, moltiplicò le sue tende e si estese per tutto il mondo, in Europa, in America, in Asia, in Africa e in Oceania. In questi giorni mi scrivevano che nelle Indie, a Bombay, a Calcutta, i giornali spiegano, fanno conoscere l´Opera nostra ed assicurano che è l´opera dei tempi. Quello che l´Opera nostra sta facendo nell´Assam si vuole in tutte le Indie. Tutti sentono l´opportunità dell´opera, i vantaggi dell´educazione nuova per la gioventù, lo spirito semplice e pratico che può trasformare il mondo.
Queste Costituzioni in 50 anni hanno già salvate centinaia di migliaia di giovani; ce lo dicono le associazioni degli ex-allievi che sorgono in tutti i paesi e formano un esercito magnifico, unito nello spirito salesiano, sempre giovanilmente pronto a tutte le opere del bene. Queste Costituzioni hanno già santificato tanti e tanti confratelli: basta ricordare Don Rua, D. Beltrami, D. Czartoryski, Savio Domenico, Maria Mazzarello, tutti col processo della loro beatificazione in corso; e con questi quanti altri ci hanno lasciati esempi di luminosa santità che noi ricordiamo con somma venerazione, come D. Bonetti, D. Belmonte, D. Sala, D. Durando, D. Lazzero, D. Rocca, D. Bertello, D. Lemoyne, D. Cerruti, D. Bretto, Mons. Fagnano, Mons. Costamagna, Mons. Marenco, e, primo fra tutti, l´indimenticabile mio predecessore D. Albera.
Nella maggior parte delle lettere necrologiche dei nostri Confratelli già passati all´eternità ho notato che, richiesti di ciò che più li consolava in punto di morte, quasi tutti rispondevano: l´osservanza delle Costituzioni! Perciò il vero Salesiano ama le sue Costituzioni, le tiene sempre davanti, le medita, le pratica a costo di qualunque sacrifizio.
17. Ma, miei cari figli, le Costituzioni hanno le loro spiegazioni nei
Regolamenti. Il primo di questi è stato quello dell´Oratorio primitivo. Don Bosco pose fin da principio tutta la cura per redigerlo, spiegarlo, farlo praticare dai suoi giovani: di guisa che questo Regolamento può dirsi la base degli altri, un chiaro preludio delle Costituzioni. Fondata e approvata la Pia Società con le sue Costituzioni, il Ven. Padre stabilì i Capitoli Generali ogni tre anni al fine di mettere un po´ per volta nei Regolamenti — che bisognava formare per l´uguaglianza del metodo nei varii uffici direttivi, amministrativi e scolastici della Società — l´esperienza personale dei singoli direttori. Il codice immutabile delle nostre Costituzioni trova perciò nei Regolamenti la sua genuina interpretazione per l´applicazione minuta dei singoli articoli. Quasi tutti questi Regolamenti speciali, e cioè quelli per i Capitoli Generali, per le elezioni dei Superiori Maggiori, di ciascun membro del Capitolo Superiore, dell´Ispettore, del Direttore, ecc., furono compilati nei primi Capitoli Generali sotto la guida di D. Bosco medesimo.
In seguito nei successivi Capitoli Generali vennero aumentati, temperati, modificati, secondo il lavoro, la missione, i tempi e le circostanze, la qual cosa cominciò a generare qualche incertezza nell´applicazione. Per ovviare a questo inconveniente il VI Capitolo Generale decise di coordinare le proprie deliberazioni con quelle dei Capitoli precedenti, per avere «una norma comune nell´osservanza delle nostre sante Costituzioni e nel modo di comportarci nelle varie circostanze della vita». Compiuto questo lavoro, nel 1894 furono ristampate le Costituzioni con le deliberazioni dei primi 6 Capitoli Generali, ordinate in Distinzioni e in Regolamenti da cui si eliminarono le cose prima approvate ad experimentum, ma non adottate definitivamente, il VII Capitolo Generale propone di nuovo va-rii regolamenti ad experimentum. «Mi sta a cuore, così dice D. Rua, che tutti poniate cura di studiarli, di praticarli e di farli praticare bene, tali quali sono, ed intanto notare le difficoltà che si incontrano nella pratica, affinché si possano a suo tempo modificare a dovere e approvare poi definitivamente». Nel IX Capitolo Generale venne costituita una speciale Commissione per coordinare nei varii Regolamenti le deliberazioni precedenti. Questa Commissione presentava il lavoro abbozzato al X Capitolo Generale, il quale ordinò in 110 articoli detti organici, le deliberazioni che l´assemblea aveva giudicato necessarie a completare le Costituzioni, a darne l´autorevole interpretazione, e le altre deliberazioni rimise invece ai Regolamenti, e tutto sottopose all´approvazione della S. Sede che fu concessa con apposito decreto del 1 ° settembre 1905. Le deliberazioni direttive e disciplinari furono poi rimesse alla Commissione perché le distribuisse nei vari Regolamenti.
Ma il lavoro si trovò più astruso, più difficile e più lungo di quanto non sembrasse nell´idearlo. Perciò l´XI Capitolo Generale (il primo do
po la morte di Don Rua) diede incarico al Capitolo Superiore di riordinare definitivamente i Regolamenti in modo più logico in relazione ai varii argomenti, eliminando tutto quello che fosse ritenuto inutile od ingombrante, e introducendovi le necessarie modificazioni e aggiunte. Fedeli a queste norme direttive, coll´occhio rivolto al Codice di Diritto Canonico, alle nostre Costituzioni, alla vita del nostro Ven. Padre, tenendo conto delle osservazioni inviate dagl´Ispettori e confratelli di tutte le Ispettorie, i Superiori Maggiori nel redigere i varii Regolamenti ebbero cura che contenessero solo quanto si riferisce a tutte le Case della nostra Società, limitandosi agli articoli di natura precettiva o direttiva, evitando quelli già contenuti nelle nostre Costituzioni. Questo lavoro intrattenne per molti mesi il Capitolo Superiore; e nessun articolo fu deliberato prima di avere ottenuto il consenso e l´approvazione unanime dei Capitolari.
18. Ed ora, miei carissimi figli, vi presento questi Regolamenti uniti al volumetto delle Costituzioni, affinché d´ora innanzi siano la norma pratica della vita salesiana. Ciascuno perciò si sforzi di osservarli esattamente. Nel riordinarli e prepararli si mirò a uniformare la vita pratica della nostra Società alle idee, ai principii e allo spirito di Don Bosco, tenendo conto delle diversità di climi, di costumi, di necessità locali, ed evitando le prescrizioni che non avrebbero potuto essere osservate da tutti. Essi sono quindi per tutti i Salesiani senza distinzione di persone e di luoghi, e si devono osservare come la santa Regola: non dimenticate mai che tutta la nostra forza sta nell´unità di questa vita.
Che se qualcuno per osservarli dovesse fare dei sacrifici, si richiami alla memoria quelli sostenuti dal nostro Ven. Padre, e vedrà subito che i suoi propri sacrifizi al confronto sono rose e fiori. Oh! il nostro caro Padre ha sacrificato tutti i suoi gusti e le sue comodità per far del bene ai giovani e salvar le anime. Chi non ricorda come visse poveramente, come si sottomise ai Superiori, come mortificò il suo corpo per conservarsi puro e pura far risplendere tutta la sua opera! Tutta la sua vita è stata una catena ininterrotta di sacrifizi, anzi una sola mortificazione, dalla fanciullezza fino all´ultimo respiro, quantunque la giovialità del suo carattere e la semplicità con chi faceva anche le cose più gravose, non lo lasciassero tanto apparire.
L´incantevole pergolato, fiancheggiato e coperto anche sul suolo da meravigliosi rosai in piena fioritura, è l´immagine vera della nostra Società in mezzo al mondo. La gente, vedendo che siamo sempre allegri, sempre sorridenti, sempre pieni di vita e di nuove iniziative, esclama: Oh! ai Salesiani tutto va bene; essi camminano sulle rose! Ma la gente non vede le spine pungenti che li trafiggono e li straziano giorno e notte! Le nostre Costituzioni e i nostri Regolamenti a primo aspetto appaiono fa
cili, attraenti, e la loro osservanza come un camminare sulle rose: ma nel praticarle si trova tale un cilizio di spine pungenti, che ci vuole un coraggio e una generosità a tutta prova per esservi costantemente fedeli. Chi si prende cura della gioventù deve camminare in mezzo alle rose della più ardente carità, ma ricordi che sotto vi sono le spine delle affezioni sensibili, delle simpatie e antipatie, degli ostacoli, dei patimenti, dei dispiaceri che gli imporranno una mortificazione superiore a qualsiasi altra. Però dalle Costituzioni è dai Regolamenti spira anche un´aura di soprannaturale che guarisce come per incanto le punture delle spine e ridona nuove forze, sì che l´incessante lavoro in mezzo alla gioventù diviene gioia soavissima, rende leggero ogni sacrifizio, e ci assicura altresì che andiamo dietro N. S. Gesù Cristo che ci precede portando la sua croce.
Ci sia dunque caro, sommamente caro il nostro «libro della vita», che vorrei vi fosse consegnato nella sua veste nuova proprio il giorno giubilare della sua approvazione, od almeno durante quest´anno!
19. Ma perché questo giubileo rinvigorisca la nostra vita religiosa e produca quei frutti che si attendeva il nostro Ven. Padre e che si attende tuttora la Chiesa dall´osservanza delle nostre Costituzioni, credo bene di farvi qui alcune prescrizioni e raccomandazioni:
1° Nei giorni 31 marzo, I e 2 aprile si faccia in tutte le Case un triduo di preghiere e pratiche speciali. Può consistere nel dare maggior solennità alla messa della comunità e alla benedizione della sera, alle quali si faranno partecipare anche tutti gli alunni. Spetta al Direttore disporre le cose in modo che il triduo riesca proprio solenne; e perché gli alunni vi prendano parte volentieri, li informi a tempo del cinquantenario avvenimento, che tanto rallegra la Società Salesiana. Parli loro col cuore di Don Bosco medesimo, facendo rilevare, con fatti ed episodi che può trovare facilmente nelle Memorie Biografiche, che le Costituzioni sono l´anima e la vita di questa Società di sacerdoti, chierici e coadiutori, che ha già fatto tanto bene alla gioventù e che ancor più ne farà in avvenire. Colga l´occasione di accennare alla bellezza della vita di chi si consacra all´educazione dei giovani: vita superiore ad ogni altra e fecondissima di frutti per il presente e di meriti per l´eternità.
Ma la parte del triduo più importante per noi deve consistere nel fare la meditazione e la lettura spirituale in comune sopra punti scelti dal Superiore. La lettura potrebbe essere fatta sulla prefazione premessa da Don Bosco medesimo alle nostre Costituzioni.
Il 3 aprile poi, giovedì sia giorno di festa. Durante la mattinata i confratelli si radunino tutti in chiesa; cantato il Veni Creator, si abbiano una conferenza sul sogno di Don Bosco: L´Avvenire della Congregazione. Quindi uno per uno si accostino all´altare a ricevere la nuova edizione delle Costituzioni. Poi tutti assieme rinnovino i santi voti colla formula
consueta. Nella serata vi sia l´Ora di Adorazione col Santissimo esposto, alla quale devono prendere parte i confratelli per ottenere da Nostro Signore Gesù Cristo la grazia di essere fedeli alle Costituzioni fino alla morte. Si chiuda col canto del Te Deum e con la Benedizione solenne, alla quale è bene intervengano pure gli alunni; ai più grandicelli anzi il Direttore può, se lo crede utile, anche permettere di prender parte all´Adorazione.
2° Nelle Case di formazione, oltre quanto sopra, si prepari una commemorazione od accademia solenne nella quale siano svolti questi o altri simili temi:
a) Dati storici sopra il lavoro e la preparazione delle nostre Costituzioni (Creazione, ispirazione, prime prove, consigli di dotti e santi personaggi, approvazioni, frutti, ecc.);
b) Commenti di capitoli ed articoli più importanti;
c) Le Costituzioni nei sogni del Ven. Padre;
d) Fiori di santità ch´esse hanno già fatto schiudere. Ogni Casa può commemorare quei confratelli che si crede abbiano praticato meglio le Costituzioni. Dare la preferenza a quelli che avessero lavorato nella stessa Casa di formazione;
e) Frutti di apostolato per la salvezza delle anime negli Oratori, nei Collegi, nelle Parrocchie, nelle Missioni, ottenuti coll´osservanza delle Costituzioni;
.1) Frutti di vocazione sotto la bandiera del Sacro Cuore, di Maria SS. Ausiliatrice e di Don Bosco;
g) Nelle Costituzioni c´è la mente, il cuore, la vita di Don Bosco.
h) La modernità delle Costituzioni del Ven. Don Bosco;
i) Il Papa e le nostre Costituzioni;
1) Mezzi per praticare la strenna di quest´anno, sia quella per i Salesiani, come quella per i giovani; e altri argomenti consimili.
Queste commemorazioni accademiche, se ben preparate, possono avere un´influenza decisiva sulla vocazione di tanti giovani.
Dei migliori componimenti desidero che mi si mandi copia.
3° Durante quest´anno, a cominciare dall´aprile, tutte le sere in refettorio si termini la lettura con cinque articoli delle Costituzioni o dei Regolamenti. Così si verrà a conoscere meglio la nostra vita e ci familiarizzeremo con la nuova dicitura.
Ecco quanto mi pare opportuno raccomandare a tutta la Congregazione per celebrare con unità di spirito e di intenti il Giubileo d´Oro delle nostre Costituzioni.
Penso però che l´affetto dei Direttori e dei Confratelli di ciascuna Ca
sa potrà suggerire nuove e più geniali interpretazioni delle presenti raccomandazioni, al fine di rendere più lieto e proficuo il fausto avvenimento.
20. Un ultimo rilievo. Ho detto più sopra che le nostre Costituzioni erano già in germe nel primo sogno fatto dal nostro Padre, all´età di nove anni, cioè cento anni fa.
In quest´anno perciò ricorre pure il centenario di questo sogno, che si può dire il programma di Don Bosco e della nostra Società: voi lo leggerete, lo mediterete e cercherete di praticare gli alti ammaestramenti pedagogici e morali che contiene (Memorie Biografiche, vol. I, pag. 120). In quel sogno il giovinetto Bosco vide la volontà di N. S. Gesù Cristo; vide la sua guida nella Vergine SS.; vide tutto il lavoro suo e nostro, e il modo di compierlo. Allora Maria SS. gli disse: «Renditi umile, forte e robusto, affinché possa a suo tempo compiere la tua missione». Ebbene, terminando questa circolare, io ricordo a voi, figli carissimi, la sanità del corpo di cui avete bisogno per lavorare e che vi desidero proprio di cuore, con la raccomandazione di usarvi tutti i riguardi necessari.
Ma poi vi ricordo il bisogno di essere forti, praticando quella virtù cardinale senza della quale nessuno arriverà ad essere buon Salesiano, perché non c´è dubbio che bisogna vincere se stessi e molte difficoltà, che bisogna essere mortificati, e pronti al sacrifizio per compiere tutto il nostro dovere fino all´ultimo respiro. Tutto questo poi non si otterrà senza l´umiltà vera, quella del cuore, quella che viene dal cuore di N. S. Gesù Cristo. Ecco quanto è necessario per osservare bene le Costituzioni e i Regolamenti.
Nel cuore di tutti noi è vivissimo il desiderio di veder presto il nostro caro Padre, che amò tanto il Signore e le creature, elevato agli onori degli altari. Continuate, cari figli, a pregare per questo fine, e soprattutto a mettere alla prova la potenza del suo speciale patrocinio, animando voi stessi e gli altri ad impetrare dal Signore le grazie più segnalate, anche i miracoli, unicamente per la sua mediazione.
Un Padre e un Padre tenerissimo qual era il nostro Don Bosco e qual è ancora più adesso in Cielo, può egli dare un rifiuto alle insistenze amorose dei suoi figli? No, per certo.
Ma non dimentichiamo mai che il mezzo più efficace per ottenere questa consolazione per noi e questo trionfo per la nostra Società, si è che viviamo tutti della vita che egli ci ha insegnato nelle Costituzioni, e di cui ci ha dato in se stesso l´esempio più vivo, più imitabile, più attraente e preclaro.
San Francesco di Sales, nostro glorioso Patrono, ci ottenga dal Signore che regni tra noi lo spirito suo di mansuetudine e di pace, che è pure lo spirito lasciatoci dal nostro Padre Don Bosco nelle sante Costituzioni, sì che abbiamo a praticarle soavemente, costantemente; e Maria Au
siliatrice rivolga sopra di noi, dal trono di grazia e di potenza dove la collocarono i suoi meriti, il suo sguardo materno e ci aiuti a corrispondere alla santa nostra vocazione.
Aff.mo in C. J. Sac. Filippo Rinaldi
2.4 13 Giubileo d´oro delle nostre Missioni
(ACS. VI, n. 30 - 24 giugno 1925 - pp. 364-374)
Carissimi figli in Gesù Cristo,
1. — Dalle relazioni verbali e scritte degl´Ispettori e Direttori rilevo con particolare compiacenza l´impegno grande con cui in quasi tutte le Case si è commemorato il Centenario del primo sogno di Don Bosco: ciò mi prova che ciascuno di voi ha cercato di mettere in pratica il Ricordo degli ultimi Esercizi spirituali, approfondendo con più assidua meditazione la pagina paterna che ci descrive l´origine soprannaturale, la natura intima, la forma specifica e la realtà luminosa della nostra vocazone all´apostolato salesiano.
Commemorando quel primo sogno del Ven. Padre, noi abbiamo implicitamente festeggiato il centenario dell´inizio di tutta l´Opera Salesiana; fu in quella prima visione ch´egli venne, si può dire, consacrato apostolo della gioventù, padre d´una nuova famiglia religiosa, missionario dei popoli selvaggi; essa infatti gli suscitò in cuore anche un vivissimo desiderio di vita religiosa e di evangelizzazione degl´infedeli; e in questo duplice desiderio erano contenuti in germe i due mezzi atti a perpetuare e ad estendere dappertutto il suo nuovo apostolato: cioè la Società Salesiana e le Missioni. Le illustrazioni celesti ch´egli ebbe in seguito non fecero che chiarire sempre meglio quello che gli era stato indicato nella prima.
L´anno scorso, celebrando il Giubileo d´oro dell´approvazione delle nostre Costituzioni, abbiamo avuto campo di studiare l´origine e lo sviluppo progressivo della Società Salesiana, che Don Bosco iniziò verso il 1850, e fondò palesemente nel ´59, e che, approvata dalla S. Sede nel ´69, otteneva la sanzione definitiva delle sue Costituzioni nel ´74.
Quest´anno ricorre il 50° anniversario del principio delle nostre Missioni, precisamente il giorno 11 novembre prossimo. Nella mia circolare dello scorso ottobre vi ho già invitati a prepararvi alla solenne commemorazione di questa data; ora è tempo, o miei cari, ch´io vi parli un pò più a lungo di questo argomento, perché le Missioni tra i popoli selvaggi, come furono una delle più ardenti aspirazioni del cuore di Don Bo
sco, così sono e saranno sempre uno dei più preziosi gioielli dell´Opera Salesiana.
2. — Le Missioni sono l´opera divina per eccellenza: Gesù Cristo l´affidò alla sua Chiesa allorché, prima di salire al cielo, le impose di predicare il suo Vangelo per tutto il mondo, a tutte le genti e fino alla consumazione dei secoli. E d´allora in poi la Chiesa non ha mai cessato d´inviare dappertutto i suoi evangelizzatori, dolendosi solo di non averne mai a sufficienza per l´abbondante mèsse che le si offre di continuo in ogni plaga della terra. Perciò essa pone ogni studio a suscitare e accrescere nelle nazioni civili l´amore alla vita missionaria, affine di avere soggetti e mezzi in quantità proporzionata ai crescenti bisogni.
In questi ultimi tempi quest´apostolato missionario si è fatto più intenso, al che ha contribuito non poco l´opera del nostro Ven. Padre, sia per l´impulso straordinario dato alle vocazioni religiose e sacerdotali coi suoi Oratorii e Istituti, sia anche per il nuovo metodo educativo che i suoi figli hanno pure applicato alla conversione dei selvaggi. Man mano che progrediva negli anni e negli studi, egli venne a capire sempre meglio che il comando ricevuto nel sogno, di lavorare a pro della gioventù, doveva riferirsi anche ai giovani selvaggi, ch´erano i più infelici di tutti. Sospirava perciò di farsi missionario, si deliziava a leggere i varii Annali delle Missioni Cattoliche, e si approfondiva nello studio della geografia e delle lingue. Sacerdote, continuò a studiare le lingue in vista delle Missioni, e vagheggiò l´idea d´entrare fra gli Oblati di Maria, che in quel tempo avevano aperta una fiorente Missione nell´Indocina. Non diminuì in lui questo vivo desiderio neppure dopo che il suo confessore gli ebbe detto chiaramente ch´egli non doveva andare nelle Missioni. Fin dal 1848 Don Rua con altri condiscepoli d´allora, e più tardi anche Don Bonetti, lo videro più volte guardare a lungo la carta del globo terrestre e poi dire sospirando: — Oh se avessi molti preti e molti chierici! vorrei mandarli ad evangelizzare la Patagonia e la Terra del Fuoco, perché questi popoli finora furono i più abbandonati!
3. — Di tratto in tratto poi, misteriose illustrazioni gli rendevano più vive e palpabili queste sue aspirazioni missionarie. Nel 1854, chiamato per amministrare gli ultimi Sacramenti a un suo giovane moribondo, una subitanea visione — prima d´una risplendente colomba, poi di strane figure di selvaggi, dall´aspetto orrido, color del rame, che, curvi sul morente, sembravano implorarne il soccorso — gli fece intuire, oltre al futuro di quel giovane, quali fossero i selvaggi che aspettavano la salvezza da lui, come riconobbe più tardi.
Un´altra volta gli parve di trovarsi in un´immensa pianura, tutta incolta. Turbe d´uomini, di statura più che ordinaria, di colore abbronzato, di aspetto feroce, vestiti solo con pelli d´animali, e armati di lance
e fionde, la percorrevano in ogni senso, ora cacciando, ora combattendosi tra loro, e ora azzuffandosi accanitamente con soldati vestiti all´europea, per cui il terreno era sparso di cadaveri. Molti missionari, a lui affatto sconosciuti, tentavano l´un dopo l´altro di avanzarsi in mezzo a quei barbari per mansuefarli con la religione di Gesù Cristo, ma erano tosto uccisi e fatti a pezzi.
Mentre Don Bosco provava gran pena per il ripetersi di così orribili scene, e pensava come fare a convertire quegl´infelici, giunsero, preceduti da una schiera di giovanetti, altri missionari dal volto ilare, ch´egli riconobbe tosto — i primi anche personalmente — come chierici e preti salesiani. Avrebbe voluto farli tornare indietro per sottrarli alla sorte dei precedenti, ma con sua gran meraviglia vide che i barbari sorridendo abbassavano le armi, li ricevevano con deferenza, si lasciavano poco per volta istruire, rispondevano alle preghiere, e insieme con loro cantavan lodi alla Madonna.
Il Venerabile Padre ritenne questo sogno, fatto poco dopo l´approvazione definitiva della sua Società, come un avviso celeste che lo sollecitasse a dar principio anche all´Opera missionaria tra i popoli selvaggi. Si pose subito a studiare l´indole e la natura di varii tra questi popoli, e finalmente nel 1874 si convinse che le note caratteristiche di quelli veduti nei sogni si riscontravano con chiarezza solo negli abitanti della Patagonia, regione allora quasi sconosciuta della Repubblica Argentina. I pressanti invii fattigli proprio quello stesso anno dall´Arcivescovo di Buenos Aires perché mandasse in quella Repubblica i suoi figli, lo confermarono pienamente in tale convinzione; sicché non gli restava più altro che preparare e disporre con sollecitudine tutte le cose necessarie per iniziare l´opera da tanto tempo vagheggiata.
4. — Qui, miei cari figli, vorrei che richiamassimo alla nostra mente tutte le fatiche, le premure, le pene e i sacrifizi del nostro buon Padre nel 1875 per fare quei preparativi. Non dimentichiamo che nel suo gran cuore erano accumulati da anni ed anni gli ardori apostolici d´un Francesco Saverio, alimentati da una fiamma superna che gli andava rischiarando l´avvenire attraverso i sogni; e ci sarà facile comprendere com´egli in quell´anno rivolgesse tutta la sua straordinaria attività di pensieri, parole e opere alle Missioni d´America; per me, penso che forse nessun missionario è stato propagandista più zelante e infaticabile di lui. Lo rivedo, il Padre amatissimo, nei lontani ricordi della mia vocazione salesiana, proprio negli anni del suo maggior fervore missionario; e l´impressione che me n´è rimasta è indelebile; era un vero missionario, un apostolo divorato dalla passione delle anime.
La sua prima cura fu di suscitare nei suoi figli l´ardore delle Missioni. «Ascolto una voce che viene da lontano e grida: Veniteci a salvare! Sono
le voci di tante anime che aspettano chi vada a torle dall´orlo della perdizione e le metta per la via della salvezza. Io vi dico questo perché parecchi di voi sono chiamati alla carriera ecclesiastica, al guadagno delle anime. Fatevi animo: ve ne sono molte che vi attendono!». Tanto calda e persuasiva era la sua parola, che, si può dirlo senza esagerazione, tutti i suoi figli avrebbero voluto essere i prescelti a diventar missionari.
I componenti però del primo drappello gli erano già stati indicati chiaramente nella visione: erano i migliori sostegni dei suoi fiorenti Oratori e Collegi d´allora, sicché il privarsene per inviarli nelle Missioni fu per lui un grave sacrifizio, dato che aveva pochissimo personale: ma lo fece serenamente e senza esitazione alcuna.
Non vi parlo qui delle fatiche e dei sacrifizi che sostenne per condurre a termine le complesse trattative in America e a Roma; per preparare ed addestrare alla vita apostolica gli eletti; per raccogliere il danaro necessario e provvedere tutto l´occorrente alla spedizione: c´era lavoro per parecchie persone, ma da ciò non si lasciava spaventare Don Bosco.
Compreso inoltre di tutta la grandezza dell´opera che stava per iniziare e per inserire effettivamente tra le finalità della sua Congregazione, egli dinanzi al Signore andava pure pensando al modo più efficace per assicurarle una vita rigogliosa anche in avvenire. A tal fine occorrevano soprattutto due cose: moltiplicare le vocazioni religiose-sacerdotali, e assicurarsi una falange numerosa, stabile e attiva di benefattori che gli fornissero i mezzi materiali. Di qui la necessità di due altre opere, da lui presentita fin d´allora. Le linee generali del programma per la futura Unione dei suoi Cooperatori si erano andate maturando nella sua mente fin dal 1845; ma non vedeva ancora come poter rimediare alla scarsità delle vocazioni. Assillato da questi pensieri, fece ricorso, com´era solito nelle cose di maggior momento, alle preghiere e alle mortificazioni; e non tardò ad essere dal Signore esaudito. Proprio nei primi mesi del 1875 ebbe nuove illustrazioni dall´alto, che lo indussero a dar l´ultima mano alla Pia Unione dei Cooperatori e a fondare in quell´anno stesso l´Opera di Maria Ausiliatrice per le vocazioni degli adulti allo stato ecclesiastico e religioso, dopo aver invocato e ottenuto sopra entrambe le imprese la benedizione più ampia del S. Padre.
Ho accennato a queste due opere perché la loro origine si collega intimamente coll´inizio delle nostre Missioni; ma essendo esse state approvate solo il 9 maggio 1876, avrò agio di parlarvene meglio durante l´anno venturo, che sarà il cinquantesimo della loro approvazione.
5. — Intanto, più si avvicinava la data della partenza dei suoi primi missionari, e più il Ven. Padre intensificava la sua attività per disporre bene ogni cosa, e le sue tenerezze materne verso quei figli che gli eran divenuti doppiamente cari. Li inviò a Roma a ricevere la benedizione del
Vicario di Gesù Cristo e il mandato di predicare il Vangelo. — Desidero che cresciate in numero — disse il Papa nel vederli — perché grande è il bisogno, copiosissima è poi la messe tra le tribù selvagge.—
Alla funzione di addio, celebrata 1´11 novembre nel Santuario di Maria Ausiliatrice, la parola del Padre rivelò il suo immenso affetto verso i partenti, e la profonda commozione ch´egli provava nel veder realizzato il suo ardente desiderio. Dopo aver ripetuto il comando divino, e accennato che il granellino di senapa, ch´egli in quel momento lanciava oltre l´Oceano, si sarebbe esteso a poco a poco, operando un gran bene, insistè principalmente sul metodo da usarsi, a base di mansuetudine e di carità, occupandosi di preferenza della gioventù, tanto dei connazionali emigrati colà, quanto degli indigeni ancora da convertire. — «Voi troverete un grandissimo numero di fanciulli, e anche di adulti, che vivono nella più deplorevole ignoranza del leggere, dello scrivere, e di ogni principio religioso».
«Andate, cercate questi nostri fratelli, cui la miseria o la sventura portò in terra straniera, adoperatevi per far loro conoscere quanto sia grande la misericordia di quel Dio che ad essi vi manda per il bene delle loro anime... Nelle regioni poi che circondano la parte civilizzata vi sono grandi orde di selvaggi tra cui non penetrò ancora la religione di Gesù Cristo. Questi paesi sono le Pampas, la Patagonia e alcune isole che vi stanno attorno... Ora tutte quelle vastissime regioni sono ignare del Cristianesimo, ed ignorano affatto ogni principio di civiltà, di commercio e di religione. Oh! noi dunque preghiamo, preghiamo il Padrone della vigna, che mandi operai nella sua messe, che ne mandi molti; ma che li mandi secondo il suo cuore, affinché si propaghi su questa terra il regno di Gesù Cristo».
Con voce soffocata dalle lagrime disse in seguito tutto il dolore che provava per la loro partenza; li animò a star sempre attaccati alla S. Chiesa e uniti al suo Capo supremo, ad affrontare coraggiosamente i pericoli, le fatiche, gli stenti d´ogni genere, fidando nell´indefettibile assistenza divina. All´addio e all´abbraccio finale, dopo la benedizione di rito, una profonda commozione s´impossessò di tutti. E da quel tempo la cara funzione si andò ripetendo ogni anno sempre nelle stesso modo commoventissimo.
Quella sera medesima il Venerabile accompagnò i missionari a Sampierdarena, e stette con loro ancora due giorni, nella più grande intimità d´unione; il 14 li accompagnò sul bastimento, visitò le loro cabine, e pareva proprio che non sapesse staccarsene. Negli ultimi istanti confuse le sue lagrime con quelle dei figli, e dopo averli benedetti ancora una volta, ridiscese a terra, portando seco il loro cuore, e lasciando a loro il suo.
6. — E veramente quei dieci primi missionari si ebbero tutto il cuore
del Padre, perché egli, nei 13 anni che rimase ancora quaggiù dopo la loro partenza, parve non pensasse più ad altro che a preparar nuovi missionari, a farne annuali spedizioni, e a cercare i mezzi per i viaggi e per le necessarie provviste. Con la sua meravigliosa attività egli provvedeva pure a tutte le altre opere della Congregazione a pro delle anime, ma le Missioni occupavano il primo posto nel suo cuore, ed erano il tema favorito delle sue conversazioni con Dio e con gli uomini.
Il Signore poi, continuando le grandiose illustrazioni notturne, ora gli faceva intravedere moltitudini sterminate di ragazzi e ragazze, e con loro popoli immensi condotti dai suoi missionari; ora gli additava, in un viaggio fulmineo, l´immensa eredità riserbata ai Salesiani nelle Americhe, i sudori e il sangue con cui avrebbero fecondato quelle terre, e la futura prosperità di esse; e ora gli mostrava in un punto solo il presente, il passato e l´avvenire delle Missioni Salesiane, i pericoli, i successi, i momentanei disinganni, e da ultimo il trionfo finale, raffigurato in un gran convito, al quale partecipavano tutti i missionari con le innumerevoli turbe da loro guadagnate alla Chiesa e alla civiltà. Era il pieno avverarsi della trasformazione degli animali selvaggi in agnelli e in pastori, da lui veduta nel primo sogno; ed egli n´era così certo, che, dopo aver narrato il meraviglioso sogno avuto a S. Benigno la notte del 30 agosto 1883, concludeva con queste memorande parole: — Colla dolcezza di S. Francesco di Sales, i Salesiani tireranno a Cristo le popolazioni dell´America. Sarà cosa difficilissima moralizzare i primi selvaggi; ma i loro figli obbediranno con tutta facilità alle parole dei missionari, e con essi si fonderanno colonie; la civiltà prenderà il posto della barbarie, e così molti selvaggi verranno a far parte dell´ovile di Gesù Cristo.
Per qual ragione, del resto, il Signore nel 1854 gli aveva risanato miracolosamente colui che sarebbe stato il condottiero del suo primo drappello di missionari, l´apostolo intrepido della Patagonia, poi Vescovo e infine Cardinale di S. Romana Chiesa, se non per fargli toccar con mano che quelle Missioni erano proprio volute da Lui, e per confermarlo nella fiducia che poco per volta si sarebbero pure avverate tutte le altre cose mostrategli nei sogni? Con quale commozione, la vigilia della consacrazione episcopale di Monsignor Cagliero, egli narrò quanto aveva veduto attorno al letto di lui moribondo nel 1854! La luce s´era convertita in realtà, e il Signore gli riserbava ancora la consolazione di vedere coi propri occhi alcuni di quei poveri selvaggi della visione prostrarsi ai suoi piedi per ringraziarlo di aver loro inviato i suoi missionari.
7. — Ora, o miei cari, noi vediamo quanto quest´opera sia stata benedetta da Dio! Nell´Argentina, in meno di cinquant´anni, i Salesiani han fondato 57 Case, e 33 le Figlie di Maria Ausiliatrice. Dall´Argentina son passati in tutte le altre nazioni d´America, poi in Africa, in Asia, in Au
stralia! E i nostri festeggiamenti giubilari sono destinati a lumeggiare questa meravigliosa espansione, non per fini umani, ma unicamente perché il bene fatto ridondi a gloria del Padre: ut videant opera vestra bona, et glorificent Patrem (MATTH., 5, 16). La divina Maestra di lui, la potente nostra Ausiliatrice, che gli fece intravedere qualche barlume di queste meraviglie, e gli additò il luogo donde sarebbero uscite: Hic domus mea! hinc gloria mea!, vuole da noi questa cinquantenaria glorificazione delle nostre Missioni, che sono pure le sue.
Noi l´abbiamo già cominciata da due anni, questa glorificazione, mediante il più intenso sviluppo dato all´azione missionaria, sia col creare un apposito periodico, sia coi numerosi Comitati missionari (locali, regionali, nazionali), sia col partecipare all´Esposizione Vaticana, sia finalmente col suscitare tra i Cooperatori, tra gli Ex-Allievi, e in modo particolarissimo tra gli allievi, un vivo entusiasmo per le nostre Missioni. Quante consolazioni ci hanno procurato e ci procurano col loro zelo missionario gli alunni degli Oratorii festivi, dei Collegi e dei Pensionati! Si son fatti promotori di congressi, comitati, lotterie, collette, recite di beneficenza, sottoscrizioni rateali, numeri unici, conferenze con proiezioni, e via dicendo. E quanto commuove, visitando le Case, il vedere quei giovanetti deporre nelle mani del Superiore, con gli occhi scintillanti di gioia, il gruzzolo industriosamente raccolto a pro delle Case di formazione missionaria!
Questo entusiasmo giovanile aumenta di anno in anno, con frutti sempre più copiosi, con sempre nuove geniali industrie e gradite sorprese. Se molti Direttori mi scrivessero in breve i tratti più salienti di tale apostolato missionario dei loro giovani, si potrebbe formare in poco tempo un´antologia commovente di azione missionaria. Perché non indire qualche concorso a premio, per incitare i giovani stessi a scrivere bozzetti sulle Missioni e sul modo di aiutarle?
L´educazione missionaria, se ben diretta, è pur fonte di numerose vocazioni tra i nostri giovani. Un Direttore di Oratorio festivo che la sappia trasfondere nei catechismi, nelle conferenze, nelle istruzioni, nel teatro, con azione collettiva e individuale, può star sicuro che ogni anno avrà parecchie vocazioni sode.
8. — Eccovi adesso, o miei cari, il piano generale per i nostri festeggiamenti:
1° A Torino inizieremo le feste in novembre, con la consacrazione del tempio a Gesù Adolescente in Borgo S. Paolo, e con la commovente funzione della partenza d´una numerosa schiera di missionari. Più tardi s´inaugurerà solennemente la nostra Esposizione Missionaria, e s´indiranno altri festeggiamenti religiosi e civili.
2° In tutto il mondo poi si promuovano Congressi missionari. Gl´I
spettori dispongano le cose in modo che entro i mesi di novembre, dicembre e gennaio prossimo, si tenga in ogni Casa e Oratorio festivo un piccolo Congresso missionario, con Comitato Promotore composto di Superiori e Comitato Esecutivo composto di alunni. Gli Atti di questi Congressini, con lo svolgimento dei temi — i quali, non occorre dirlo, dovranno essere adattati alla capacità giovanile — potranno essere coordinati in modo da formare un´utile pubblicazione di propaganda. Nei mesi di febbraio, marzo e aprile poi si tengano Congressi regionali promossi e attuati dai Cooperatori ed Ex-Allievi, a cui interverranno, coi rispettivi vessilli, rappresentanze dei Collegi e Oratorii festivi della regione ove ha luogo il Congresso. E nel maggio si terrà a Torino e in qualche altro luogo lontano un Congresso generale. In America e nell´Oriente si scelgano i mesi più opportuni.
. 3° Il periodico «Gioventù Missionaria», che si stampa già in italiano
e polacco, si pubblicherà pure in castigliano per i 14 Stati di lingua spagnuola. Esso proporrà qualche nuova Casa di formazione missionaria, prima in Ispagna, possibilmente, poi dove a Dio piacerà disporre.
4° Il 24 di ogni mese sia per tutti giornata di speciali funzioni e preghiere missionarie. Alla Benedizione del SS.mo, prima del Tantum ergo si canterà o reciterà tre volte: Ut omnes errantes ad unitatem Ecclesiae revocare et infideles universos ad Evangelii lumen perducere digneris: Te rogamus audi nos.
Vorrei che da questi festeggiamenti venisse anche a noi lo zelo e la carità del nostro Ven. Padre: sì che c´infervorassimo a seguirlo più da vicino nella sua passione di suscitare sempre nuove vocazioni missionarie e sempre più numerosi Cooperatori alle nostre Missioni. Questo è il fine che tutti debbono proporsi nei Congressi e negli speciali festeggiamenti che si crederà opportuno di indire.
Ogni cosa deve riuscire come un inno di gloria a Dio e alla Vergine Ausiliatrice, per i benefizi largiti alla Società Salesiana, e un potente stimolo per noi a corrispondere meglio alle grazie che il Signore ci ha fatte, a renderci più degni strumenti delle sue misericordie, e ad essere più generosi nell´imitare il nostro Padre e Fondatore, il quale per le Missioni non risparmiò fatiche né sacrifizi.
La materna benedizione di Maria Ausiliatrice ci aiuti nella santa impresa di condurre le anime al suo Divin Figliuolo! Io la imploro sopra ognuno di voi, mentre mi raccomando tanto alle vostre preghiere, e vi sono sempre
aff.mo in C. J. Sac. Filippo Rinaldi.
P.S. 1. Prego i carissimi Ispettori a sollecitare i Direttori della loro Ispettoria perché mandino qui il miglior lavoro fatto sul primo sogno di Don
Bosco, sia esso in prosa, in versi o in musica. Il Capitolo Superiore farà pubblicare i tre migliori, a edificazione di tutti. Per la scelta verrà creata una Commissione mista di Professori di letteratura e di musica.
2. Quali ricordi degli esercizi spirituali suggerisco: Fare bene quotidianamente la meditazione. Essa deve illuminare le opere, le parole e i pensieri di tutta la giornata. Colui che chiude gli esercizi farà quelle applicazioni e commenti che crederà opportuni.
3. Tanto per il giorno della festa di S. Filippo, quanto e soprattutto per il giorno 24 giugno festa di S. Giovanni, ho ricevuto molte bellissime lettere di augurii con assicurazioni di preghiere e con propositi di tendere sempre a più grande perfezione. Potete immaginare quanto mi son tornati graditi e se un rincrescimento ho, è quello di non aver potuto rispondere o rispondere lungamente come avrei desiderato ai singoli. Valga questa mia di sentito, paterno ringraziamento.
4. Infine ho la grande consolazione di comunicarvi che la Congregazione antipreparatoria per la Causa di Beatificazione e Canonizzazione del nostro Ven. Padre, tenutasi in Roma il 30 giugno, ebbe esito felicissimo. Dobbiamo di cuore ringraziare il Signore per questo segnalato favore, e allo stesso tempo continuare a pregare con sempre crescente fervore per il buon esito delle altre Congregazioni che, giusta le prescrizioni, dovranno ancora tenersi.
2.5 Giubilei d´oro della Pia Unione dei Cooperatori Salesiani e della Pia Opera di Maria Ausiliatrice
(ACS. VII, n. 33 - 24 gennaio 1926 - pp. 428-433)
Miei carissimi figli in Gesù Cristo,
1. — L´anno scorso, nel dare il piano generale dei festeggiamenti per il Giubileo delle nostre Missioni, vi invitavo fra l´altro a promuovere tra i nostri alunni dei piccoli Congressi missionari. Ora è di grande consolazione per me e per gli altri Superiori il vedere che al mio invito si è risposto con uno slancio mirabile; e in questi mesi mi sono già pervenute, da vicino e da lontano, molte belle relazioni di tali congressini.
L´interessamento che dimostrano i nostri cari giovani per le fatiche dei missionari e per l´evangelizzazione dei popoli infedeli, è un vero sorriso di paradiso, una cosa che commuove profondamente e insieme edifica. Quale compiacenza non ne proverà di lassù il nostro buon Padre Don Bosco! Come invocherà copiose sopra di loro le benedizioni celesti!
Oh! continuate, miei carissimi figli, continuate a coltivare questo spi
rito missionario negli Ospizi, nei Collegi, negli Oratori festivi; eccellenti sono i frutti che se ne ricavano. Oltre all´aiuto materiale, pur tanto necessario, che esso procura alle nostre Missioni, si suscitano e si maturano in tal modo numerose vocazioni salesiane, che a suo tempo daranno alla nostra Società nuove schiere di operai evangelici volenterosi e pieni di zelo per la salvezza delle anime.
Ma io sono convinto che la coltivazione di questo spirito ridonda principalmente a benefizio degli alunni medesimi, essendo questo uno dei mezzi più efficaci per formare il loro cuore ad affetti elevati e santi, un mezzo che li distoglie dai sentimentalismi morbosi tanto comuni a quell´età, un mezzo che ricorda loro la realtà della vita e le miserie di questo mondo, fa loro apprezzare il bene d´essere nati in paese cattolico, nella luce e nella civiltà del Vangelo, e li anima così a corrispondere a questa segnalata grazia del Signore con una vita veramente cristiana. I fatti lo dimostrano, giacché nelle Case dove più si parla di Missioni, regna tra gli alunni una pietà più sentita e soda, una maggior disciplina e osservanza del Regolamento.
Serve infine mirabilmente l´idea missionaria a rafforzare la nostra fede, e a farla stimare ed amare dagli stessi non credenti, per il generoso disinteresse che vi risplende, e per il valido concorso ch´essa dà alla civilizzazione dei popoli selvaggi.
Tutto questo deve animarci a non trascurare un mezzo di tanta efficacia per meglio educare i nostri cari giovani. Serviamocene dunque con impegno, e non solo in quest´anno di feste giubilari, ma anche per l´avvenire.
2. — Come già vi avevo accennato l´anno scorso nel parlarvi di questo Giubileo, e come ultimamente ha ricordato il Bollettino di gennaio, insieme con le Missioni nacquero nel cuore del nostro Venerabile Padre altre due istituzioni, che furono approvate dalla Santa Sede il 9 maggio 1876, e delle queli perciò ricorre quest´anno il cinquantenario: la Pia Unione dei Cooperatori Salesiani, e la Pia Opera di Maria Ausiliatrice per le vocazioni ecclesiastiche tardive. Allora non ne feci che un semplice accenno, promettendo di tornarvi sopra più tardi; ed eccomi a mantenere la mia promessa.
Non sto a ripetervi quello che potete leggere, e avete certamente già letto nel Bollettino testé citato. Lasciate però che richiami alla vostra mente quanto queste due opere fossero care a Don Bosco. Gravi lotte e sofferenze egli dovette sostenere per fondarle; incontrò opposizioni da parte degli stessi suoi figli, i quali, uomini di poca fede, come li chiamò il venerato Don Rua, temevano l´insuccesso; ma sorretto dalla convinzione ch´erano opere volute dal Signore, perseverò con fermezza e con amore negli sforzi più generosi, finché non riuscì a gettarne solidamente le ba
si; e sino al termine della sua vita continuarono a essere l´oggetto delle sue più sollecite cure e pressanti raccomandazioni.
— Ve lo assicuro — diceva ai Salesiani, — la Pia Unione dei Cooperatori sarà il principale sostegno delle nostre Opere. — E riguardo all´Opera di Maria Ausiliatrice, dopo aver parlato della gran difficoltà di trovare vocazioni ecclesiastiche tra i giovani agiati, ci esortava a cercarle nelle classi più umili, e concludeva: — Ogni sforzo, ogni sacrifizio fatto a questo fine è sempre poco in paragone del male che si può impedire e del bene che si può ottenere.
Tutti ricordano la sua riconoscenza, il suo attaccamento ai Cooperatori; e nelle Memorie biografiche se ne leggono le prove più commoventi. Godeva a trovarsi in loro compagnia, li vedeva con gran piacere sedersi alla sua mensa, li visitava con quella delicatezza della quale era maestro impareggiabile. Era felice di poter rendere loro qualche servizio, accontentarli in qualche loro desiderio; stabilì speciali preghiere quotidiane per loro, e suffragi per quelli defunti; si adoperò a ottenere copiose indulgenze in loro favore. Il Bollettino fu da lui fondato per poterli meglio avvicinare ed unire all´Opera sua; e prima di morire volle in certo modo equipararli ai Salesiani, indirizzando anche a loro una lettera particolare, che è un vero monumento della sua gratitudine.
Circa la Pia Opera di Maria Ausiliatrice ho dei ricordi affatto personali, per avermene egli affidato la direzione, prima a Mathi e poi a S. Giovanni Evangelista, durante un periodo di sei anni, cinque dei quali furono gli ultimi della sua vita. Il buon Padre voleva ch´io mi recassi a dargliene conto quasi ogni settimana; s´interessava dell´indirizzo, della parte materiale come di quella scolastica e spirituale; e con grande compiacenza mi ripeteva quanto aveva detto di quest´opera a Sua Santità Leone XIII, e gli elogi che il gran Pontefice ne faceva. Posso dirvi insomma con tutta verità che anche la Pia Opera di Maria Ausiliatrice fu una delle più care a Don Bosco, come continuò ad esserlo ai suoi due primi successori, e lo è pure a me che vi scrivo.
3. — Ora io vorrei che noi celebrassimo il duplice Giubileo non con feste e commemorazioni, ma col ravvivare il nostro interesse, la nostra stima per queste due Opere, e coll´intensificare la nostra attività per un sempre maggiore incremento di esse. E prima di tutto, poiché quello che attrasse i Cooperatori fu la carità e la santità di Don Bosco, facciamo il proposito di renderci figli sempre più degni di lui: così anche noi potremo guadagnare molti nuovi membri alla Pia Unione, e amici all´Opera Salesiana.
Né vi sia più alcun Direttore di collegio che pensi di potersi disinteressare dei Cooperatori perché non ha bisogno di loro, bastandogli le pensioni degli alunni. Don Bosco voleva che tutti i suoi Direttori lo coltivas
sero; e che vide il compianto Don Bertello direttore a Borgo S. Martino, sa che forse non vi fu un altro più di lui zelante in questo, come prima di lui lo erano stati pure Don Bonetti e Don Belmonte, divenuti perciò popolarissimi in tutti i paesi del Monferrato.
Il buon Salesiano, anche se dirige un collegio di giovani benestanti, non deve dimenticare che il fine precipuo della nostra Società, quello che più stava a cuore a Don Bosco, è di prendersi cura della gioventù povera ed abbandonata, negli Oratori, negli Ospizi e nelle Missioni. E appunto in tal caso, giacché non può lavorare personalmente a pro dei giovani poveri, deve darsi d´attorno con tanto maggior zelo a procurare nuove ascrizioni di Cooperatori, tra i genitori, parenti e amici degli alunni, che essendo persone agiate, si trovano in grado di soccorrere materialmente le nostre opere di beneficenza. Né deve contentarsi di questo, ma anche cercare di affezionarli all´Opera Salesiana, facendo loro inviare il Bollettino, invitandoli alle conferenze di S. Francesco di Sales e di Maria Ausiliatrice, alle feste e accademie più solenni, al teatrino, ecc.
4. — Di non minori sollecitudini dev´essere oggetto per tutti noi la Pia Opera di Maria Ausiliatrice per coltivare le vocazioni tardive. Che cosa fu che la fece nascere e le diede impulso? Fu il gran bisogno d´ingrossare le file dei Salesiani, file troppo scarse, insufficienti al rapido sviluppo della Società, alle molte nuove fondazoni che da ogni parte le venivano offerte con insistenza. Ora questo bisogno non è per nulla diminuito, anzi si sente più di prima, e si può prevedere che crescerà ancora per l´avvenire. Gl´Ispettori quindi si propongano di dedicare una Casa della propria Ispettoria alle vocazioni ecclesiastiche degli adulti, col titolo specifico di «Pia Opera di Maria Ausiliatrice»; tenendo presente che il limite minimo di età per l´ammissione venne ora abbassato ai 14 anni, come è detto nel Bollettino di gennaio. In tale Casa si raccolgano, a norma dell´art. 6 delle nostre Costituzioni, tutti quegli aspiranti allo stato ecclesiastico o religioso, i quali per ragione dell´età non potrebbero facilmente seguire altrove la loro vocazione.
E non si guardi alla spesa, diceva Don Bosco; né si licenzi mai per simile motivo un aspirante il quale dimostri di avere le necessarie doti di mente e di cuore.
5. — Ad agevolare e promuovere un´azione concorde, intesa ed efficace di tutti i Salesiani in questo lavoro per un sempre più florido sviluppo della Pia Unione dei Cooperatori e della Pia Opera di Maria Ausiliatrice, avrei deciso, d´intesa col Capitolo Superiore, di riunire qui nella prossima estate, vicino alla tomba del nostro Ven. Padre e Fondatore, tutti i Direttori delle Case d´Europa, per trattare con loro i due temi suddetti, e anche quegli altri che possono contribuire al bene della nostra amata Congregazione.
Potremo così conoscerci meglio, rinsaldare tra di noi i sacri vincoli della fraternità religiosa, cercare insieme i mezzi migliori per conservare l´unità di spirito, d´indirizzo e d´azione, nonostante le difficoltà che vi si oppongono nei diversi paesi. Di più, miei carissimi Direttori, avrete occasione di visitare la nostra esposizione missionaria, che promette di riuscire molto interessante; e quelli di voi che non sono mai stati a Torino, avranno il piacere di veder l´Oratorio, il Santuario di Maria Ausiliatrie, la culla di Don Bosco ai Becchi: piacere grande e ambìto da ogni buon Salesiano.
Siccome per impedimenti d´ordine materiale (alloggio ecc.) sarebbe impossibile un convegno unico, ne faremo due, cioé uno dei Direttori esteri, l´altro di quelli d´Italia; e ciasuno sarà preceduto da un corso d´esercizi spirituali, per invocare i lumi dello Spirito Santo, e disporre le menti a non avere nelle varie discussioni altro di mira che la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime.
I Direttori esteri faranno gli Esercizi dal 18 al 24 luglio p.v., e il Convegno dal 26 al 28 dello stesso mese, a Valsalice; quelli d´Italia si riuniranno per gli Esercizi dal 22 al 28 agosto, e per il Convegno dal 30 agosto al 1° settembre.
Certo per molti di voi questo importerà una spesa e un disturbo non indifferente; ma vi assicuro che l´una e l´altra saranno largamente compensati dal vantaggio che ne deriverà alla Congregazione; e poiché tutti ne siete figli affezionati, sono persuaso che questo pensiero vi farà compiere di buon grado il sacrifizio che vi domando. In nota è indicato il programma dei temi da discutersi (*).
Vogliano quindi gl´Ispettori distribuire le varie mute d´esercizi spirituali nelle proprie Ispettorie in modo che i Direttori possano trovarsi tutti con loro a Torino nei giorni sopra indicati, e partecipare tanto agli esercizi quanto al Convegno.
La nostra celeste Ausiliatrice benedica le prossime riunioni, e stenda sopra ciascuno di voi il materno suo manto, come a Lei lo chiede ogni giorno e con le sue preghiere in questo Santuario il vostro
aff.mo in C. J. Sac. Filippo Rinaldi.
(*) I temi saranno:
1. Vocazioni - Relatore Rev.mo D. Giraudi Fedele.
2. Formazione e cura del personale - Relatore Rev.mo D. Tirone Pietro.
3. Ordinamento degli studi - Relatore Rev.mo D. Fascie Bartolomeo.
4. Cooperatori ed Ex-Allievi - Relatore Rev.mo D. Ricaldone Pietro.
5. Missioni - Relatore Rev.mo D. Candela Antonio.
Quei confratelli che avessero qualche cosa da suggerire a riguardo di questi cinque temi, farebbero cosa gradita inviandola al rispettivo Relatore.
2.6 La solenne Beatificazione di D. Bosco (ACS. X n. 49 - 9 luglio 1929 - pp. 757-771)
Carissimi Confratelli e Figli in N. S. Gesù Cristo,
1. Il nostro Padre e Fondatore è Beato!
La voce di Dio lo ha proclamato solennemente in Roma per la bocca del magistero infallibile della sua santa Chiesa; e la voce del popolo ha fatto eco con entusiasmo spontaneo, generale, indescrivibile, a Roma, a Torino principalmente, e dovunque fiorisce in qualche modo la sua Opera. Ed io sento il bisogno ed il dovere di ripetere la notizia ad uno per uno a tutti i miei confratelli e di consegnare negli Atti del Capitolo Superiore il grande avvenimento che segna una epoca nuova alla nostra cara congregazione.
Il cielo e la terra hanno riconosciuto il culto filiale che era tributato privatamente nell´intimo dei nostri cuori alla santità del Padre, dal giorno fortunato in cui l´abbiamo conosciuto personalmente, o da quando la divina Bontà ci ha chiamati a rivestirci del suo spirito e a divenire suoi figli.
L´altare alla santità del Padre era finora eretto solo nei nostri cuori: invece adesso è inalzato nel cuore medesimo della santa Chiesa, al cospetto di tutto il mondo.
Non desistiamo, o carissimi, dall´esultare, giubilando l´inno del più fervido ringraziamento, dinanzi al Signore che, mirabile sempre nei suoi santi, s´è degnato coronare quaggiù il nostro Don Bosco del diadema della santità e della gloria con tali e tante singolari finezze della sua infinita Bontà da superare ogni nostra più ardita previsione ed aspettazione. Possiamo veramente dire che la divina Bontà s´è profusa per impreziosire la Beatificazione del nostro Padre, già di per se stessa infinitamente preziosa, circondandola di luci e di splendori non comuni, che resteranno indelebili nelle nostre menti e nei nostri cuori.
Come non riconoscere ora chiaramente la squisita finezza della divina Bontà che nel 1883 avvicinava in Valdocco, per alcuni giorni, a Don Bosco, nell´ospitalità la più intima dei cuori, Colui che gli avrebbe decretato l´onore degli altari, dopo averne messa la vita nella pienezza della luce con discorsi inspirati, che saranno tra i tesori più preziosi della nostra Società?
Di Don Bosco s´è parlato e scritto molto, prima e dopo la morte, ma nessuno aveva ancora parlato come il S. Padre Pio XI. Alle allocuzioni sopra l´eroismo delle virtù e sopra i miracoli (Ved. Atti del Capitolo N° 38, pag. 552 e N° 48 pag. 748), che ci delineavano al vivo la vera figura attivo-soprannaturale di Don Bosco, il S. Padre ha aggiunto tinte e riflessi più luminosi nell´allocuzione pronunziata dopo la lettura del
Tuto e nell´inno trionfale sgorgato dal Suo gran Cuore paterno là nel Cortile di S. Damaso, il giorno dopo la Beatificazione compiutasi in S. Pietro. Son sicuro che voi, o miei cari, li avete già letti questi tesori; ma gli Atti del Capitolo ve li recano nella loro integrità ufficiale perché li possiate meglio gustare e approfondire di quando in quando.
Il S. Padre dopo aver proclamato che «ogni anno, ogni momento della vita così operosa, così raccolta, così operante e così pregante» (20 2 - 927) del nostro Padre era «un miracolo, una serie di miracoli, succedentisi ininterrottamente nell´insieme dell´opera sua, che è uno dei più straordinari miracoli» (19 - 3 - 929), ha additato, alla lettura del Tuto (21 aprile), il segreto di queste meraviglie: «La fiducia immensa, inesauribile nella fedeltà di Dio, salita fino alla grandezza di un continuo miracolo morale, che ha lasciato un giorno ai suoi figli ed ora, può ben dirsi, a tutto il mondo cattolico...».
«Badate bene — aveva detto, conversando, l´umile Servo di Dio, al futuro Papa — badate bene, quello che più spesso ci manca è la fiducia nella fedeltà di Dio, così com´essa è veramente, vale a dire senza limiti e senza misura». Parole per noi ora di valore doppiamente inestimabile!
Allora e poi sempre, Don Bosco parve al futuro Papa, «invincibile, insuperabile, appunto perché fermamente, solidamente fondato in una fiducia piena, assoluta della divina fedeltà».
L´insistente, augusta Parola del Vicario di Gesù C. — trasmessa all´orbe cattolico nella pienezza della sua letizia e nella giocondità del suo gran Cuore, con l´edificazione degli esempi, dello spirito e della memoria di Don Bosco — animò tutti a fare ricorso con più fiducia all´intercessione di Lui, e rese più vivo l´universale desiderio della sua Beatificazione.
«Ci sembra ancora di vederlo con i nostri occhi» aveva ripetuto più volte la voce del S. Padre, celebrando le virtù, gli eroismi e le meraviglie compiute dal Signore in Don Bosco: e da tutte le parti del mondo accorsero a Roma le moltitudini dei fedeli per acclamare al «Papa di Don Bosco» e per dirgli, nel momento medesimo della glorificazione del Servo di Dio, con la loro presenza — così numerosa da essere quasi innumerabile, così fitta e compatta da apparire come un sol corpo mosso da un´anima sola — tutta la gratitudine immensurabile che Gli serberanno perennemente nei loro cuori e che tramanderanno ai loro posteri, per averli donati del nuovo sospiratissimo Beato.
Il Papa ha proclamato la Sua antica conoscenza, la sua antica amicizia sacerdotale con Don Bosco, ormai vicino al Suo luminoso tramonto, mentre Egli allora era al principio del Suo sacerdozio: ed ora, alla distanza di poco più di nove lustri, innumeri moltitudini di figli s´assiepano frementi di gioia attorno al trono di Lui, Vicario di Gesù C., per attestarGli tutto l´affetto filiale e ripeterGli: «Anche noi abbiamo cono
sciuto e conosciamo il Beato Don Bosco nelle sue Opere; anche noi siamo amici di Lui da lunga data perché facciamo parte della sua famiglia».
2. Per questo, mai forse vi fu un santo, un eroe della fede, la cui santità sia stata proclamata con maggior entusiasmo, con maggiore consenso di quello che ha accompagnato la Beatificazione del nostro Padre e Fondatore.
Non è la descrizione particolareggiata dell´indimenticabile avvenimento che devo darvi, o miei cari, perché la rileggerete intiera sul «Bollettino»: qui intendo farvi rilevare solo alcune delle tante bellezze e magnificenze che l´accompagnarono. Mai il cuore di tanta moltitudine di figli ha battuto così all´unisono con quello del Santo Padre di tutta la cristianità: mai entusiasmi e applausi furono così sinceri, frenetici, gioiosi, pieni di luce e di sole sul volto di tutti: mai la commozione e le lagrime si sono impossessate così della moltitudine, giubilante l´inno del ringraziamento sotto le volte del maggior tempio della cristianità, veramente stipato: mai preghiera è salita in alto, attraverso la cupola di S. Pietro, fino all´altissimo dei cieli, così viva, così palpitante, così ardente di tutte le fiamme, così parlante tutti i linguaggi nell´unica lingua della Chiesa, come è avvenuto la mattina del 2 giugno nella Basilica Vaticana, al momento in cui per la prima volta la Gloria del nuovo Beato apparve splendente nello sfondo d´oro della raggiera Berniniana: e nel pomeriggio al momento in cui il Papa fece il Suo emozionante ingresso nella Basilica, per venerare il Beato. La realtà impressionante di questi due indimenticabili momenti resterà sempre immensamente superiore a qualsiasi descrizione verbale o scritta. Il S. Padre medesimo, nell´udienza privata del 3 giugno, manifestando il Suo alto compiacimento per la solennità e grandiosità eccezionali della Beatificazione di Don Bosco, asserì di non avere mai veduto S. Pietro così affollato.
Il tempio e la piazza furono veramente affollati tutto il dì, dalle prime ore del mattino fin oltre la mezzanotte: sia per le funzioni, attese le lunghe ore per non perdere il posto: e sia — cosa veramente eccezionale per l´illuminazione della Basilica, voluta dal S. Padre, per rendere la Beatificazione del Nostro Fondatore affatto straordinaria. Perché l´artistica, indescrivibile, inimitabile, dispendiosa e faticosa illuminazione della Cupola, della facciata e del colonnato che recinge la Piazza di S. Pietro; suol essere riservata solo per le Canonizzazioni dei santi più celebri. Ma ben si conveniva al novello Beato, che è stato sempre luce nella sua vita e banditore di luce alle anime, anche al presente coi suoi esempi e con le sue Opere.
Durante tutto quel dì è stato un continuo flusso e riflusso di gente d´ogni ceto, sesso, grado, età e condizione sociale, mossa unicamente dal desiderio di essere tra i primi a venerare, uniti al Papa, il novello Beato tan
to caro e amato: — una ressa impressionante, ma calma, composta, pregante: — una ressa la cui nota dominante erano le fiorenti giovinezze dei nostri Oratori festivi, collegi e pensionati; erano le balde falangi dei nostri Ex-Allievi, dalle fronti serene, aperte, gioiose e dal portamento risplendente della familiarità salesiana, che li faceva distinguere tra mille; erano le rappresentanze dei nostri Cooperatori, Direttori, Decurioni, Zelatori e Zelatrici di ogni paese e nazione, che si distinguevano per la stessa allegra familiarità salesiana: i quali tutti, assieme al restante popolo, fecero arbitrariamente valere dei diritti di salesianità per meglio vedere e godere.
La conseguenza fu che il popolo invase i posti riservati ai Membri principali della Congregazione nelle medesime funzioni del mattino e della sera, impedendo così ai figli prediletti di potere godere l´intimità della festa, di avvicinare meglio l´altare del Beato e il S. Padre. Fu questo l´unico inconveniente e va rilevato. Credo però che questo sacrifizio, involontariamente imposto a tanti nostri Vendi Confratelli — i quali o per la carica, o per la conoscenza personale del Beato, o per le fatiche apostoliche sostenute nelle lontane missioni ben si meritavano un posto speciale — sarà nelle lor mani moneta assai preziosa per intercedere con più efficacia dal Beato Padre, grazie e favori segnalati per sé e per la Congregazione.
3. Ho già accennato sopra all´udienza particolare concessa dal S. Padre a me e agli altri membri del Capitolo Superiore, il 3 giugno. Il Papa era raggiante e ancor tutto commosso per l´esito della Beatificazione di ieri. Si mostrò particolarmente soddisfatto dell´ordine e della precisione con cui tutte le diverse fasi delle cerimonie si erano svolte, nonostante l´immensa marea di popolo la quale parve rendesse piccola la grandissima Basilica, al tempo stesso che con le vive e frementi sue acclamazioni a Don Bosco e al Papa dimostrava tutta l´anima salesiana che la pervadeva e la mondiale popolarità che già possedeva il novello Beato, fin dalla sua prima aurora all´onore degli altari.
Pio XI, che è veramente il «Papa di D. Bosco» ha voluto dedicare a noi quasi tutta la prima giornata dopo la Beatificazione. Si sperava perciò di potere in qualche modo avvicinare al Papa anche i salesiani che avevano conosciuto il Beato con gli Ispettori e missionari anziani, nell´udienza generale concessa all´intera famiglia salesiana presente in Roma.
Ma se la cosa fu solo possibile in modo globale, stante il numero di oltre dodici mila tra salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice, Ex-Allievi giovani, cooperatori e cooperatrici, vi supplì l´inspirato, meraviglioso discorso del S. Padre.
Dopo le filiali acclamazioni, con canti e indirizzo, il Papa parlò, o meglio effuse tutto il Suo gran Cuore in un inno trionfale al Beato Don Bo
sco, inarrivabile, indimenticabile e commoventissimo. Leggendolo ora, come è stato stenografato, quasi parola per parola, si prova ancora una viva emozione, ma vi manca l´anima, la vita della viva Parola di Pio XI, tutta fuoco e tenerezza paterna.
L´imponenza dell´adunanza che ha dinnanzi a Sé, le entusiastiche dimostrazioni di pietà filiale verso la Sua Persona «sono nel nome tanto illustre e glorioso in tutto il mondo, nel nome e nella gloria non solo terrena e mondiale, ma celestiale ed eterna del Beato Don Giovanni Bosco», del quale Egli si gloria potersi annoverare «tra i suoi conoscitori personali, tra quelli che ebbero da lui stesso vivi e paterni segni di benevolenza e di paterna amicizia».
La nostra partecipazione al Suo Giubileo con la presente manifestazione e più ancora con le preghiere, Gli è tornata graditissima. Plaude agli antichi discepoli del Beato e a quanti son venuti da lontano per rendere più grandiose le primizie della sua venerazione. «Noi per grazia di Dio l´abbiamo potuto elevare come segno alle genti, all´onore degli altari. Voi da tutte le genti siete venuti a rendergli tributo raramente così universale nell´attualità della Beatificazione, nella gloria così splendida di S. Pietro in Vaticano...».
E tutta questa gente attratta ai Suoi Piedi per la glorificazione di Don Bosco, Gli fa sentire la pienezza della Paternità universale della quale è rivestito, facendoGli vedere in una grande apocalittica visione tutti i salesiani dispersi per il mondo, ma presenti nel Cortile di S. Damaso, nella magnifica rappresentanza che ha dinanzi a Sé.
Centinaia di migliaia d´anime hanno dovunque pregato e venerato con voi il Beato Don Bosco: ma voi dovete pensare che la gloria più vera del Beato su questa terra è nelle vostre mani e dipende da voi... Se voi sarete i figli sapienti di tanto Padre, se saprete sempre meglio intendere lo spirito suo e dell´Opera sua; se saprete continuarla senza misurare il lavoro; se (come voleva Don Bosco) saprete essere sempre all´avanguardia del progresso quando si tratta del bene, della verità, dell´onore di Dio e della Chiesa, del Regno di Gesù C., della salvezza delle anime, allora la gloria del Padre sarà piena e completa su la terra come lo è già in cielo. «Sarà questa la vostra parola d´ordine, sarà l´eccitamento continuo a procedere sempre più animosi per quelle belle vie alle quali vi avviano la parola, l´esortazione, l´esempio ed ora l´intercessione del Beato Giovanni Bosco!».
4. L´apoteosi romana della glorificazione di Don Bosco non avrebbe potuto essere né più solenne, né più commovente. La voce di Dio che ha beatificato il suo Servo fedele, è stata raccolta entusiasticamente e devotamente dai figli e ammiratori di Lui, perché non era altro che la voce dei loro cuori, cioè la voce del popolo. Questa voce del popolo erasi già
fatta sentire durante la vita del Servo di Dio attraverso lo splendore delle sue virtù e delle sue opere, che la profonda sua umiltà non riusciva a nascondere. Era scattata più solenne tra le lagrime e le salmodie del corteo funebre imponentissimo che aveva accompagnato la Salma venerata nel riposo di Valsalice. E poi continuò a farsi sentire dappertutto, anche nelle contrade più remote, con le preghiere, con i voti, con i pellegrinaggi, con le grazie impetrate e ottenute e con la misteriosa attrattiva dei cuori verso il santo ch´era vissuto e continuava a vivere d´amore per la gioventù, anche nel suo sepolcro. Così in appena quattro decine d´anni, questa voce del popolo fu più solo un coro universale di suppliche impetratorie, coronate ora dai canti trionfali della gioia dell´amore, indescrivibili.
I festeggiamenti torinesi per la Beatificazione di Don Bosco sono la magnifica espressione di questa voce del popolo fiorita sul sepolcro di Valsalice che per noi è sempre stato un altare! Quante volte ci siamo prostrati dinanzi a quell´altare-sepolcro per intrattenerci in intima conversazione con il Padre che ci rispondeva in modo meraviglioso nella maggiore comunicazione del suo spirito, nei lumi alle nostre perplessità e negli aiuti sensibili al momento opportuno! Quante volte voi pure, o miei cari, avete fatto altrettanto, ascrivendo a grazia segnalata la fortuna di potere passare qualche giorno nella preghiera e nel raccoglimento lassù, accanto al Padre sempre vivo ed operante come quando era ancora nella mortalità della carne! Là, sotto quell´altare, eravi il nostro tesoro: anche le genti lo intuivano e vi accorrevano per averne qualche piccola parte. Perché era nostro sì, ma nel tempo stesso quel tesoro già apparteneva di pien diritto alla cattolicità, alla santa Chiesa, la Madre dei Santi!
E la Santa Chiesa, il 17 maggio scorso, l´ha fatto levare di là dalla competente Autorità venuta da Roma unitamente a quelle della Città e della Congregazione. «Ossa o semplici ceneri, esse ci rappresenteranno l´Uomo di Dio che ha vissuto il Vangelo...», ha esclamato Mons. Salotti nel discorso pronunziato prima di ordinare la ricognizione della salma. Il Vangelo è la vita, è la santità, è la gloria nel Regno di Dio, che è la Santa Chiesa del cielo e della terra: e chi ha vissuto la pienezza del Vangelo durante la sua vita mortale deve vivere pure la pienezza della Vita nel Regno di Dio. Per questo Don Bosco è stato ora annoverato dal nostro «dolce Cristo in terra» tra i Beati della Chiesa; e le genti accorrono a venerarne la Salma, che è divenuta il trono terreno dal quale egli dispensa le grazie, i favori e i miracoli che il Signore ha messo a sua disposizione. Questo spiega le migliaia e migliaia di pellegrini che salirono giornalmente a Valsalice prima del 9 giugno e che ora continuano a riversarsi nel Santuario di Maria Ausiliatrice dove questo trono della Salma benedetta del Padre è stato portato in un trionfo più straordinario tra tutti gli straordinari.
L´abbiamo visto con i nostri occhi, l´abbiamo goduto con la gioia commoventissima delle lagrime, l´abbiamo scolpito indelebile nel più intimo del nostro spirito, il trionfale corteo che accompagnò a Valdocco il Corpo beatificato del nostro Padre. Non è stato opera degli uomini, ma del Signore: da noi s´è fatto del nostro meglio perché riuscisse imponente e ben ordinato: ma lo straordinario, che è stato l´anima di tutto, è Dio che ce l´ha messo: A Domino factum est! In questa luce il trionfo del Beato Padre manderà i suoi splendori a quelli che non l´hanno potuto vedere e ai nostri posteri ancora.
5. L´aspettazione generale, di oltre due mesi, nel mondo intero, ha riversato a Torino più di cento mila pellegrini, solo per la giornata del 9 giugno. Fin dalla vigilia e da tutte le parti son venute le moltitudini per il trionfo di Don Bosco; e, senz´essersi mai conosciuti si sono trovati tutti in famiglia, tanto a Valsalice come a Valdocco e nella Città ospitalissima e piena di delicate attenzioni.
I pellegrini impazienti di vedere e avvicinare la Salma del Beato, sfilarono tutta la mattina dall´Ausiliatrice a Valsalice e viceversa, così da parere quasi già iniziato il corteo. Questo però, preordinato diligentemente in ogni suo più minuto particolare, non doveva cominciare che alle ore 15.
Formato da una massa imponente di ben 70 mila persone — che erano divise in 18 Gruppi, aventi ciascuno il proprio posto di partenza e di arrivo — il corteo si mosse allora, compatto e devoto, dal Seminario delle Missioni Estere di Valsalice, e, per oltre quattro ore, sfilò ritmicamente attraverso il Ponte Umberto, il Corso Cairoli, la Via Diaz, la Piazza Vittorio Veneto, la Via Po, la Piazzetta Reale, la Piazza S. Giovanni, la Via Venti Settembre e il Corso Regina Margherita fino alla Basilica di Maria Ausiliatrice, in una magnificenza unica di luce, di fiori, di profumi, di preghiere, di canti, di musiche, di evviva e di applausi irrefrenabili.
Due compatte ali di popolo stipavano all´inverosimile gli ampi Corsi, le vaste Piazze, e le larghe Vie del percorso, mentre sopra le balconate e le finestre dei palazzi circostanti, bellamente pavesati, fiorivano fitte aiuole di teste protese nell´aspettazione di una visione imminente e pronte a lanciare sopra l´urna del Beato, baci, preghiere, rose e fiori a profusione. Chi da un posto di osservazione ha assistito allo svolgimento di tutto l´interminabile corteo, può bensì aver goduto della grandiosità e magnificenza dei Gruppi succedentisi ininterrottamente, ma non può aver Provato i sentimenti e le emozioni di chi era nel corteo e poteva a suo agio contemplare lo spettacolo della massa, aggirantesi tra i quattro e cinquecentomila spettatori, in devoto contegno, con il volto raggiante di gioia non comune e gli occhi imperlati di lagrime e le mani giunte a pregare o pronte ad applaudire e l´estasi beata che si trasmetteva, da scaglione a scaglione, man mano che questa immensa marea umana, si fa
ceva avanti al nostro sguardo ancora assorto nella contemplazione del precedente. Era cosa talmente impressionante da far trattenere quasi il respiro per raccogliere le preghiere che quelle centinaia di migliaia di cuori facevano salire al Beato con un milione di occhi e di mani commossi e frementi.
Dietro a tale spettacolo e canti e preghiere e voti formulati con tutti i sensi e le potenze umane di tanta gente, la Salma del Beato incedeva viva e commossa sull´alto suo trono, mentre le mani, che la pietà filiale aveva composte a preghiera, parevano elevarsi a benedire, come avevano fatto durante tutta la vita. E veramente una delle caratteristiche più belle del nostro Beato è stata quella di benedire: egli è stato la benedizione vivente e lo sarà ancor più d´ora innanzi. Non dimentichiamo, o miei cari, che noi anche siamo stati chiamati all´eredità di questa benedizione: in hoc vocati estis, ut benedictionem haereditate possideatis (I, S. Pietro, 3, 9).
E tutta l´immensa moltitudine attendeva pazientemente, in posizioni incomode, sotto i dardi del sole, bellamente allineata, raccolta, come se fosse in un vastissimo tempio, senza dare noie alle poche guardie che presiedevano all´ordine: e man mano che il carro maestoso del Beato si avvicinava, gli occhi di tutti si fissavano in alto, in lui, e le mani plaudenti facevano tosto devoti segni di Croce. Linguaggio e comunicazioni misteriose tra il Beato e il suo popolo, del quale aveva compresi i bisogni e le miserie, alleviandole con le sue carità inesauribili.
Rivolgeva queste cose dentro di me, mentre seguendo Vescovi e Cardinali precedevo passo passo il nostro Beato. Dietro veniva il carro del suo trionfo e dopo l´Em.mo sig. Card. Gamba, nostro Arcivescovo, il quale ha voluto riserbare a sé l´onore di accompagnare il Beato Don Bosco alla sua definitiva gloriosa dimora. Come Egli ama Don Bosco e l´Opera sua! Anch´Egli ha conosciuto il nostro Padre, qui all´Oratorio, dove trascorse un anno: ne ricevette le carezze dello sguardo di Lui e la parola buona, che più non si dimenticano. In Lui, fanciullo ancora, il Beato aveva riscontrato una «buona stoffa»: ma la Provvidenza lo guidava per altre vie, affinché un giorno gli rendesse il suo filiale tributo nella maestà della Sacra Porpora. Altri quattro Eminentissimi Principi di Santa Chiesa, oltre 60 Arcivescovi e Vescovi e tutte le maggiori Autorità e Rappresentanze cittadine, del Piemonte, dell´Italia e dell´estero, hanno partecipato all´imponente corteo, pure onorato dall´augusta presenza delle LL. AA. RR. i Principi di Casa Savoia, i quali ne attesero l´arrivo nel Santuario di Maria Ausiliatrice, abbellito e ornato con tutto lo sfarzo possibile per ricevere convenientemente il suo Don Bosco!
Maria SS. Ausiliatrice lo ha richiamato, nella gloria dei Beati, accanto a Sé, quasi compartecipe dello stesso suo trono di grazie e di gloria,
nella «stupenda ed alta chiesa» erettale dal Beato e solennemente consacrata il 9 giugno del 1868. Ed ora la Provvidenza ha disposto che la sera dello scorso 9 giugno, la sua Salma benedetta venisse esposta alla pubblica venerazione nel presbiterio dell´Altar Maggiore, proprio nel luogo preciso dove il Beato 64 anni prima aveva avuta l´Apparizione della «Matrona magnificamente vestita di indicibile avvenenza, maestà e splendore» la quale, chiamatolo a Sé, con un incantevole sorriso sulle labbra e con affettuose parole l´aveva incoraggiato a non abbandonare i suoi giovani... pronunziando infine con voce infinitamente armoniosa: «haec domus mea: inde gloria mea!».
Così il nome del Beato Don Bosco è divenuto realmente indivisibile da quello della sua potente Ausiliatrice.
Le centinaia di migliaia di popolo che l´avevano trionfalmente accompagnato fino alla sua Casa, presero parte al suggestivo insediamento del Beato nella Basilica per mezzo degli altoparlanti che funzionarono egregiamente. Erano state agglomerate, accatastate lungo i Corsi: Regina Margherita, Valdocco, Principe Eugenio; e per le vie: Caselle, Cigna, Cottolengo, Salerno; e su la imponente Piazza di Maria Ausiliatrice. Nessuna chiesa del mondo potrà mai contenere tanta gente quanto era quella che ha partecipato a questo magnifico finale del trionfo del Padre, mentre tutta la cupola, i campanili, la facciata, i fabbricati circostanti, il monumento di Don Bosco, e la piazza e le vie e le case, grandi e piccole, cantavano il loro inimitabile inno della luce al novello Beato. L´illuminazione riuscitissima è stata anche qui il simbolo più espressivo di ciò che fu ed è tuttora il nostro Beato!
6. Però il trionfo del nostro Padre a Roma e a Torino, non poteva restringersi alle sole funzioni, direi, ufficiali, e neppure limitarsi al relativo Triduo solenne, riuscitissimo qui e là, per intervento di popolo, per magnificenza di funzioni religiose, per nuove, geniali, grandiose esecuzioni musicali; e per l´eloquente, augusta parola degli Eminentissimi ed Eccellentissimi panegiristi delle virtù del nostro Beato. A questo riguardo non si poteva desiderare né di più, né di meglio.
Ma se ci fossimo limitati solo a questo, alle nostre feste sarebbe mancata la nota propriamente salesiana e al Beato Padre il vero e più gradito omaggio dei figli. Questo e quella dovevano essere espresse in modo concreto con l´inizio di una nuova fondazione a Roma e a Torino che ricordasse il faustissimo avvenimento in una più fervida esplicazione di quella parte dell´apostolato educativo che stava più a cuore a Don Bosco. Egli ha dato sempre le sue preferenze alla formazione religiosa, civile e morale della gioventù del popolo attraverso gli Oratori festivi e le Scuole professionali d´arti e mestieri. Ora quelle di Roma non potevano svilupparsi in modo adeguato per la ristrettezza dei locali all´Ospizio del Sacro
Cuore; e da più tempo si pensava a un radicale provvedimento con la fondazione di un apposito Istituto professionale sulla via Tusculana, nelle vicinanze della Colonia agricola di Mandrione. Un nostro buon Confratello ne procurò i mezzi per erigerlo nel Nome del S. Padre Pio XI, a ricordo perenne del Suo Giubileo sacerdotale d´Oro. Il S. Padre gradì vivamente l´omaggio con approvare il progetto in modo regale mediante l´offerta di un milione per la chiesa di Maria Ausiliatrice da inalzarsi accanto all´Istituto Professionale Pio XI per i bisogni spirituali della popolazione operaia che va addensandosi in quella località e quale vivo monumento della Beatificazione di Don Bosco.
I lavori di costruzione dell´Istituto sono già bene avviati e la posa della prima pietra del nuovo tempio di Maria Ausiliatrice è stata compiuta il 4 giugno con tutta la solennità degna dell´Urbe e quale si prevedeva, data la presenza di numerosissimi pellegrini italiani ed esteri, venuti per la Beatificazione di Don Bosco.
Similmente a Torino il 13 giugno è stata benedetta la prima pietra dell´Istituto Professionale Missionario «Conti Rebaudengo», destinato a Casa di perfezionamento per i nostri cari Coadiutori e come vivaio delle vocazioni missionarie tra i medesimi Coadiutori.
L´Istituto è dono munifico del Presidente Generale dei nostri Cooperatori, l´Ill.mo Sig. Conte Senatore Eugenio Rebaudengo, il quale non poteva dare prova più luminosa della nobiltà del Suo cuore, onorando i suoi cari defunti con la creazione di quest´Istituto, di cui sentivamo tanto la necessità. Sorgerà presso la piazzetta della nuova barriera di Milano, cioè poco oltre la cinta daziaria. Sarà capace di ben 300 allievi interni, oltre l´Oratorio festivo, la chiesa e tutte le altre istituzioni moderne per l´elevazione del popolo.
7. Eccovi, carissimi confratelli e figli, le piccole cose che ho creduto bene scrivere in margine al magnifico poema della Beatificazione di Don Bosco. È stato un trionfo dei più straordinari, che la mia povera circolare ha appena sfiorato per sommi capi, e neppure in tutte le sue linee generali. Come di solito, anche stavolta, non ho avuto altra intenzione che di mettervi a parte delle cose che mi sono sembrate più opportune ad animarci reciprocamente a divenire migliori e più degni del nostro Beato Padre.
Ora le cose vedute e provate sono tali da segnare un´epoca nuova per noi e per la nostra Società. Finora eravamo solo i poveri figli di Don Bosco e si andava avanti alla meglio senza tante pretese: adesso ch´egli è Beato, siamo in certo modo saliti anche noi di grado, ma con nuove responsabilità, per l´onore e le grazie venuteci in vista del Padre.
Quando il 2 giugno, in S. Pietro, apparve Don Bosco nella Gloria del Bernini fra angeli e luci senza fine, e vidi i Cardinali, i Vescovi, i Prelati
e il popolo plaudente inginocchiarsi tutti a pregare, la mia commozione fu estrema perché vedevo tutta la Chiesa che prestava il primo ossequio al Beato. Tutti allora abbiamo pregato e venerato Don Bosco! E quando nel pomeriggio, il S. Padre, il Capo della Chiesa, in un subbisso di irrefrenabili applausi, discese dalla portantina, direi, dal suo trono, e s´inginocchiò davanti le Reliquie del Beato Don Bosco e le venerò e pregò a lungo divotamente, la mia commozione fu pure estrema, e compresi Chi diventava allora Don Bosco per noi.
Senza punto cessare d´essere quello che per noi è stato sempre, cioè il Padre tenerissimo — che ama quanti vengono man mano chiamati dal Signore ad ascriversi tra i suoi figli, con le medesime finezze di dedizioni che usava in vita verso i primi che gli vissero al fianco: — il Padre sempre presente, sempre operante al nostro fianco, con noi e in noi — Don Bosco in quell´istante era divenuto il modello sicuro della nostra vita di religiosi e di educatori: — la lucerna posta sul candelabro per illuminare il mondo: — il ministro fedele preposto dal suo e nostro Signore Gesù C. alla distribuzione dei suoi beni agli indigenti: — il nostro particolare intercessore presso la Vergine Ausiliatrice: — era insomma divenuto secondo l´augusta parola di Pio XI, «la gloria d´Italia, e cosa immensamente più grande, gloria di tutta la Chiesa» (20 aprile 1929).
Compresi che la sua sacra Salma era realmente risuscitata alla gloria dell´immortalità anche nella Chiesa militante, per essere stimolo alla nostra attività, alla nostra mortificazione, alla nostra santità: compresi quale doveva essere il nostro spirito, quale la vita del nostro corpo individuale e sociale.
Perché nel fremito immenso della gioia che in quei due momenti indimenticabili prorompeva da tutti i cuori nella grande Basilica mi parve che una voce, dolce e paterna, già udita in altri tempi, scendesse dalla Gloria a dirmi: «Exemplum dedi vobis!... Imitatores mei estote! Fate com´io ho fatto e allora la mia cara Congregazione sarà sempre fiorente quale m´era apparsa, quand´ero ancora in carne mortale, nella visione avuta a S. Benigno... La carità capisce tutto, sopporta tutto, vince tutto: predichiamola con le parole e con i fatti... La meditazione del mattino e della sera versi sempre sull´osservanza delle Regole. Se questo farete non vi verrà mai meno l´aiuto dell´Onnipotente. Diverrete spettacolo al mondo e agli angeli ed allora sarà gloria vostra la gloria di Dio... Coloro che vedranno questo secolo tramontare e principiare l´altro, diranno di voi: Dal Signore è stata fatta tal cosa ed è meravigliosa agli occhi nostri. Allora tutti i vostri fratelli e figliuoli vostri canteranno all´unisono: Non a noi, o Signore, non a noi, ma al Nome tuo da´ gloria!».
Così facendo saremo sempre all´altezza della nostra missione e formeremo la vera gloria del nostro Beato Padre. Gloria patris, fui sapientes,
ha detto il Papa. Ma sapienti della vera sapienza che ci stimoli ad essere più puri, più mortificati, più laboriosi, più caritativi, più devoti di Gesù Sacramentato e di Maria SS. Ausiliatrice: — che ci ecciti ad attaccarci e a fare ricorso con illimitata fiducia al nostro Beato onde ci ottenga tutto questo dal Signore: — che ci faccia conoscere, assieme alla grandezza della nostra missione, la nostra miseria e distanza da Lui; e così ricorreremo a Lui, penseremo a Lui, imiteremo Lui per continuare l´opera sua a noi affidata.
Se la nuova epoca della nostra vita salesiana, testé iniziata, avrà sempre per norma gli esempi del Beato; se la nostra missione educatrice, si svolgerà ininterrottamente sotto la sua protezione, allora accresceremo
e moltiplicheremo all´infinito, conforme l´inspirato augurio del S. Padre, «l´immenso tesoro dell´educazione cristiana come Don Bosco la intendeva, cioé, profondamente, completamente, squisitamente cristiana
e cattolica».
Mentre questo numero degli Atti stava per andare in macchina, a Val-salice presso la tomba di D. Rua e di D. Albera si procedeva alla elezione dei membri del Capitolo Superiore a norma delle nostre Costituzioni
e furono confermati gli attuali vale a dire il Sig. D. Ricaldone Pietro a Prefetto - D. Tirone Pietro a Direttore Spirituale - D. Giraudi Fedele ad Economo - D. Fascie Bartolomeo a Consigliere Scolastico - D. Vespignani Giuseppe a Consigliere Professionale e D. Candela Antonio a Consigliere.
Non ho bisogno quindi di presentarveli — continuate loro l´affetto e la sottomissione finora addimostrata e pregate perché il Signore li assista nel disimpegno del rispettivo ufficio.
Compia il nostro celeste Patrono l´augusto augurio facendo scendere sopra tutte le Case e sopra ciascuno di noi la pienezza della Benedizione di Maria SS. Ausiliatrice che quotidianamente invoca il
Vostro affmo in C.J. Sac. Filippo Rinaldi.
2.7 Motivi di apostolato e di perfezionamento per il 1931. Sogno dei dieci comandamenti
(ACS. XI, n. 55 - 24 dicembre 1930 - pp. 913-930)
Carissimi Confratelli e Figli in N. S. Gesù Cristo,
Nei rendiconti finanziari della fin d´anno si dà sempre molta importanza al preventivo per l´anno nuovo. Così fanno gli Stati, le Società, grandi e piccole, i negozianti, i capifamiglia, il semplice operaio, la buo
na massaia per i loro interessi materiali; e così dobbiamo fare noi pure per i nostri interessi morali e spirituali. Il preventivo dispone delle attività del bilancio precedente onde averne utili maggiori per l´aumento del capitolo proprio o di quello societario. Nel caso nostro, dalle relazioni ufficiali e dalle vostre lettere private, che mi sono sempre carissime, ho potuto, con grande soddisfazione, constatare che il bilancio delle attività individuali e sociali segna un marcato aumento su quello precedente. Ne sia ringraziato di cuore il Signore: ed intanto permettetemi di richiamare la vostra attenzione sopra alcune cose che desidero entrino nel preventivo dell´anno nuovo, perché mi pare che ben praticate, debbano dare abbondanti frutti per noi, per la nostra Società e per la S. Chiesa.
1° La finalità del nostro apostolato educativo, quale ci è imposto dalla vocazione divina alla vita salesiana, è di lavorare in mezzo ai giovani i più abbandonati e miserabili, «i quali — sono parole del Beato — hanno veramente bisogno di una mano benefica che si prenda cura di loro, li coltivi alla virtù e li allontani dal vizio» con «diffondere lo spirito di religione nei cuori incolti e abbandonati», adoperandoci, «per fare buoni cittadini in questa terra, perché siano poi un giorno degli abitatori del cielo».
In queste poche righe il Beato aveva compendiato, fin dal 1843, tutto il suo apostolato educativo, e tale l´ha trasmesso alla nostra Società suscitata dal Signore per continuarlo e propagarlo in tutto il mondo. I mezzi: gli Oratori festivi, gli Ospizi, i Collegi, i Pensionati, le Scuole Professionali, ecc.; ma in tutta la moltiplicità di tutte queste Opere e nelle loro multiformi ramificazioni richieste dalle diversità di clima, popoli e civiltà, domina assoluta la finalità che non ammette eccezioni, di «fare buoni cittadini per la terra, onde siano poi un giorno degni abitatori del cielo». In altre parole: formare buoni cristiani e buoni cittadini: buoni cattolici, figli devoti di Santa Madre Chiesa e cittadini onorati della patria terrena.
L´essenza del nostro apostolato educativo è dunque quella di crescere ed educare la gioventù nella comprensione e nella pratica dei doveri verso la Santa Chiesa e verso la patria.
Noi, un po´ per volta dobbiamo riuscire a sviluppare e dirigere nei giovani una duplice attività: quella del cattolico al servizio della Chiesa e quella del cittadino per la patria. Sono però due attività inseparabili che devono procedere parallele, senza urti e senza contrasti nell´equilibrio della norma divina del «rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (S. Luca, XX, 25). Quando i cuori incolti e abbandonati siano bene illuminati e fortificati nella luce e nello spirito di N.S. Gesù C., l´armonia tra cattolico e cittadino sarà serena e duratura per tutta la vita.
Il nostro Beato è riuscito meravigliosamente a fare tutto questo, da
principio da solo e poi con l´aiuto dei suoi primissimi figli, in mezzo alle innumerevoli falangi giovanili che l´acclamavano e l´acclamano tuttora Padre e Maestro impareggiabile. A prescindere dalle singolari sue doti personali che lo resero dominatore dei cuori, il segreto di un esito così straordinario va ricercato nelle varie Compagnie e Associazioni religiose, che gradatamente, a tempo opportuno e per le varie categorie dei giovani, fece sorgere, Deo inspirante et adiuvante, nei suoi Oratori ed Istituti. L´appartenervi doveva essere un premio, più che alla bontà naturale, al desiderio sincero di volere divenire un po´ per volta veramente buoni, perché, secondo lui, doveva bastare la volonterosa osservanza del Regolamento per essere in breve realmente buoni. Inoltre egli aveva saputo immettere nei singoli Regolamenti una segreta virtù che trasformava i giovani, senza che essi quasi se ne accorgessero, in altrettanti piccoli apostoli tra i loro compagni. Così il Beato metteva bellamente in pratica, cinquant´anni prima, quanto l´attuale Sommo Pontefice, nelle sue sapientissime Encicliche e nei suoi inspirati discorsi, non cessa dall´inculcare a tutto il mondo circa la partecipazione del laicato all´apostolato gerarchico.
2° Il S. Padre infatti, nell´Enciclica Ubi arcano — il primo documento-programma del suo glorioso, attivissimo pontificato — aveva indicato chiaramente che le magggiori sue cure le avrebbe rivolte all´Azione cattolica da lui stesso definita: la partecipazione del laicato all´apostolato gerarchico. Nei successivi, numerosi documenti sopra quest´argomento, la mente universale, organizzatrice ed eminentemente pratica del S. Padre dopo aver messo in tutta la luce la grandezza dell´apostolato laicale, fatto dai giovani e dagli adulti, dagli intellettuali e dagli operai, tanto uomini che donne ed in qualunque nazionalità, segnò le linee fondamentali da doversi sempre e ovunque mantenere, e poi le norme direttive adattabili alle esigenze dei singoli paesi, onde tutelare l´autonomia delle diverse organizzazioni locali, senza menomare la perfetta unità di fini e di metodi.
«L´azione cattolica — come osservava ultimamente il Papa — non è una novità come qualcuno può aver creduto. È una novità molto antica: gli apostoli stessi si servirono dei laici per la diffusione del cristianesimo. Anzi è questo un elemento che spiega la rapida diffusione sua: perché oltre i miracoli e i carismi soprannaturali, non dobbiamo dimenticare che il Signore si serve ordinariamente delle cause seconde. S. Paolo parla dei suoi commilitones et coadiutores nell´apostolato. E perché non si creda trattarsi di gerarchia, ecco nella lettera ai Filippesi, ricordare quelle quae mecum laboraverunt in Evangelio. Siamo quindi nella vera collaborazione del laicato. Questo richiamo ai tempi apostolici sappiamo che è di particolare incoraggiamento a coloro che lavorano nell´Azione cattolica».
Ma non si deve perdere di vista che: — «trattandosi di una collaborazione del laicato all´apostolato si richiede che i collaboratori siano anzitutto buoni cristiani. Non è possibile fare dell´apostolato, senza essere prima ben formati. Lo stesso sacerdote non potrebbe lavorare per la santificazione delle anime, se prima non fosse santo egli stesso, perché nemo dat quod non habet. Dall´applicazione di questi principii risulterà un gran bene al nostro paese e alle nostre diocesi, come vivamente lo speriamo». (Dal discorso del 6 marzo a un gruppo di sacerdoti argentini).
Ora fare dei buoni cristiani che partecipino a suo tempo all´apostolato gerarchico è la missione speciale della nostra Società, nella quale la partecipazione attiva dei laici all´apostolato è un fatto permanente. Infatti i nostri Coadiutori laici non son semplici ausiliari della comunità, come in altre Congregazioni; ma sono veri e perfetti religiosi quanto i sacerdoti nostri; educatori e maestri essi pure di un´importante parte del nostro programma sociale. Così collaborano efficacemente a rendere buoni cristiani i giovani affidati alle nostre cure; e perciò partecipano in modo eminente all´apostolato gerarchico che culmina in quello del Vicario di Cristo. Nella nostra missione però di preparare e formare i futuri soggetti dell´Azione cattolica, cioè i laici all´apostolato gerarchico della Chiesa, dobbiamo seguire gli esempi del Beato Padre e praticare fedelmente i suoi metodi.
Tra questi metodi occupano un posto importante le Compagnie dell´Immacolata, di S. Luigi, di S. Giuseppe, del SS. Sacramento e del piccolo Clero. Esse entrano nel novero di quelle Associazioni tanto care al S. Padre e da lui tante volte commendate e raccomandate, «le quali con mirabili varietà di organismi tendono sia ad una più intensa cultura ascetica, sia alle pratiche di pietà e di religione e particolarmente all´apostolato della preghiera, sia all´esercizio della cristiana carità in tutte le sue diffusioni ed applicazioni, esercitando, di fatto, un largo ed efficacissimo apostolato, individuale e sociale, con forme di organizzazione altrettanto varie ed appropriate alle singole iniziative, ma perciò stesso diverse dall´organizzazione propria dell´Azione cattolica. Opere quindi che non si possono senz´altro dire di Azione cattolica, bensì si possono e debbono dire vere e provvidenziali ausiliarie della stessa.
«... Pertanto, come l´Azione cattolica avrà cura di favorire nel miglior modo possibile tali istituzioni, così queste continueranno a prestare all´Azione cattolica il loro provvidenziale ausilio sia coll´efficacissimo e non mai abbastanza desiderato ed invocato contributo della preghiera, sia ancora facendo conoscere la bellezza, la necessità, i vantaggi dell´Azione cattolica, opportunamente esortando ed indirizzando ad essa i propri iscritti. Il che vuol intendersi particolarmente per quelle istituzioni e congregazioni che raccolgono la gioventù allo scopo di mantenervi i frutti della cristiana educazione».
In questo brano della Lettera indirizzata a nome del S. Padre il 30 marzo scorso dall´Em.mo Card. Segretario di Stato al Direttore Generale dell´Azione cattolica, sono bellamente indicate le finalità delle nostre Compagnie, le quali conserveranno sempre tutta la loro efficacia per la formazione dei giovani alla vita militante della Chiesa, se noi sapremo applicare i singoli Regolamenti integralmente nella luce della mente e della parola del Papa.
3° Da tutto questo, o miei cari, possiamo facilmente valutare la grande importanza delle nostre Compagnie e la conseguente necessità che ci adoperiamo tutti perché siano fondate, fatte fiorire e tenute in continua efficenza negli Oratori festivi, Ospizi, Collegi, Pensionati, Parrocchie e Missioni. Ma perché producano i frutti sopra accennati, occorre che siano non il fuoco di un momento d´entusiasmo, ma organizzate in modo stabile e continuativo, come il dovere proprio della Casa che non cesserà se non quando venisse meno la stessa Casa. La cura delle Compagnie il Direttore la deve annoverare tra i suoi doveri professionali più importanti. Pur lasciando la necessaria libertà di azione, s´interessi di tutte le Compagnie, le visiti, prenda visione dei Registri e alla fin dell´anno scolastico-professionale li ritiri nell´archivio della Direzione, quando siano finiti.
Gli Ispettori e Direttori vedano dunque di rimettere in efficenza e far fiorire le nostre Compagnie nelle loro Ispettorie e Case avendo di mira principalmente la formazione di buoni cristiani e cittadini. Questi più tardi faranno parte della gioventù e degli uomini cattolici, se una vocazione a maggior perfezione non li chiamerà alla vita ecclesiastica e religiosa.
Siccome mi sta grandemente a cuore questo mezzo del nostro apostolato educativo stabilisco che i Direttori delle Case e degli Oratori festivi senza eccezioni, preparino LA GIORNATA DELLE COMPAGNIE con solenni funzioni religiose e adunanze particolari e generali nelle quali i relatori delle Compagnie, previamente preparati con il limpido resoconto della propria Compagnia, presentino le proposte che credono più utili al bene dei soci e della Casa od Oratorio. Il Direttore diriga le discussioni, illuminando, consigliando e insistendo per l´attuazione delle proposte migliori. Infine annunzierà che la bella giornata delle Compagnie è destinata a preparare il CONGRESSO DELLE COMPAGNIE che sarà tenuto nell´Ispettoria: dirà quando e dove sarà tenuto e le modalità della partecipazione di un delegato di ogni Compagnia, se appena possibile.
A parte vi saranno mandati i programmi di questi Congressi, proprio salesiani, il che non esclude che per deferenza o competenza non possano essere invitati amici, Ex-Allievi e Cooperatori. Siccome desidero che questi Congressi non siano solo una parata del momento, ma segnino
un reale, duraturo progresso in tutte le Ispettorie e Case; così raccomando agli Ispettori di studiare accuratamente il proposto programma, assieme ai propri direttori, individualmente e in apposite adunanze. Si stabiliscano per tempo gli organizzatori e relatori dei vari argomenti dando loro comodità di ricercare nelle biografie scritte dal Beato e nelle Memorie Biografiche di lui, quanto v´è intorno all´origine, finalità, importanza delle varie Compagnie, per potere riuscire: ad approfondire i singoli Regolamenti raffrontandoli assieme per rilevarne i punti di contatto e le particolarità differenziali: a penetrare la mente e il cuore del Beato per fare tesoro dei suoi consigli sparsi nei vari volumi in riguardo alle sue Compagnie: a raccogliere, come in un quadro delizioso, i frutti meravigliosi delle Compagnie dell´Oratorio di Valdocco e delle altre primitive fondazioni, nei luminosi esempi degli eroici giovinetti che rispondono ai nomi di Michele Rua, Gabriele Fassio, G. B. Francesia, Domenico Savio, Michele Magone, Francesco Besucco, Paolo Albera, Francesco Cerruti, Ernesto Saccardi, ecc.
Allora apparirà chiaro come il Beato Padre mirasse principalmente: a formare nei giovanetti lo spirito d´apostolato con l´esercizio continuo della carità verso Iddio, fino a restare rapiti in estasi per lunghe ore, e del prossimo, fino agli eroismi dell´assistenza degli appestati; ad eccitare il loro zelo per rendere migliori i compagni, per impedire l´offesa di Dio, anche a costo della vita, e per intonare tutta la lor vita alla serena allegrezza che gode e fa godere l´anima che vive costantemente nella grazia del Signore: insomma a prepararli praticamente così che, fatti uomini, fossero dappertutto, in ogni tempo, e senza rispetti umani, cattolici praticanti con la vivezza della fede, con la frequenza dei Sacramenti, con la santificazione delle feste intervenendo alle funzioni religiose, canto dell´Ufficio della Madonna, Messa cantata, spiegazione del Vangelo, Vespri, istruzione, benedizione del SS. Sacramento; con ascriversi alle Confraternite e associazioni parrocchiali e con prestarsi volentieri a collaborare nelle opere di carità corporali e spirituali in favore del prossimo. Allora le Giornate e i Congressi delle nostre Compagnie s´illumineranno di luci scintillanti per la vita che il Papa richiede nei membri dell´Azione cattolica, e che la parola fervida dei Presidenti, Relatori ed Oratori degli auspicati Convegni farà scattare ad ogni momento dai modelli plasmati dal Beato, primo fra tutti Domenico Savio del quale sarà tenuta il 5 maggio la Congregazione preparatoria di Beatificazionè.
Questo vero modello di tutta la gioventù delle nostre Case — presentato nella sua simpatica modestia, riflesso visibile dell´interno candore dell´anima; nella limpida semplicità dell´innocenza cosciente; nel vivo desiderio e nel bisogno di farsi santo ad ogni costo; nella volontà efficacemente risoluta nel bene operare e nel fuggire anche l´ombra del male;
nell´apostolato per la salvezza delle anime, da lui compiuto con lo spirito di preghiera così elevato da essere fatto degno di consolanti, lontane visioni di future conversioni e con zelo così operoso da sottoporsi volontieri ad ogni umiliazione e sacrifizio per le anime — gli susciterà tra i giovani uditori una tale emulazione di imitarlo e invocarlo a proprio Protettore che gli saranno eretti tanti altari quanti sono i cuori giovanili.
In questi Convegni è però buona cosa presentare anche gli altri modelli di santità giovanile, sbocciati ai raggi della santità del Padre: intendo parlare, non solo di quelli che, arricchitisi di meriti in breve tempo, fecero ritorno a Dio nel fiore della giovinezza; ma eziandio di quelli che alla scuola di Don Bosco ebbero, come il Savio, la lor giovinezza talmente fiorente in tutte le virtù da stargli alla pari, e che però il Signore ha voluto rimanessero quaggiù fino a tarda età per continuare in migliaia di altri giovani l´opera santificatrice che il Beato aveva personalmente compiuti in loro. La giovinezza dei membri della famiglia prodigiosa degli inizi della nostra Società può essere argomento fecondo di meraviglie e ammaestramenti salutari.
Ancora una cosa da tenersi ben presente. Se vogliamo che le nostre Compagnie prosperino e fioriscano largamente, siano conservate quali sono senza innovazioni e trasformazioni. A chi avrebbe voluto introdurre delle novità il Beato soleva rispondere: — «Se abbiamo le nostre! Promuoviamo queste che ci riguardano. Le cose altrui saranno ottime fin che si vuole, ma non servono per noi e ci allontanano dal nostro scopo. Noi, per la bontà del Signore, non abbiamo bisogno di prendere dagli altri, ma gli altri vengano, se loro piace, a prender da noi». Parole di sapore profetico che oggi si avverano luminosamente sotto i nostri occhi!
Si insista perciò che il Beato Padre era assolutamente contrario che si introducessero nelle nostre case Compagnie nuove o divozioni estranee, ma raccomandava che si coltivassero bene quelle già esistenti nell´Oratorio e si praticassero le nostre pie usanze. (Memorie Biog., VIII, 228).
Con la relazione di quanto sarà fatto al riguardo, attendo possibilmente anche lo svolgimento dei vari temi trattati e delle proposte e voti fatti: di tutto sarò molto grato ai singoli Ispettori e Direttori.
4° Però, o miei cari, mentre si lavora alla formazone cristiana dei giovani, non si deve perdere di vista il nostro perfezionamento sociale ed individuale. La nostra Società, che ha sempre maggior bisogno di aumentare il numero dei suoi membri, deve pensare seriamente a formarli e perfezionarli convenientemente per le diverse attività alle quali saranno destinati. A questo lavoro di perfezionamento sociale si deve cooperare da tutti con la preghiera e con l´opera nella proporzione delle proprie mansioni. Ma la parte maggiore e direttiva dei mezzi per conseguire lo
scopo, spetta al Rettor Maggiore con il suo Capitolo e conseguentemente agli Ispettori e Direttori.
Ora la decisione presa il 1928 dal Capitolo Superiore di non accettare più nuove Fondazioni né di Case, né di Missioni per tutto il quadriennio 1929-1932 mirava appunto a metterci nella possibilità di intensificare il perfezionamento religioso ed educativo, intellettuale e professionale delle nostre giovani reclute, chierici e coadiutori, sottraendoli dalla vita attiva onde possano a lor agio e sotto la guida di abili istitutori e maestri, perfezionarsi nelle virtù religiose proprie della nostra vita salesiana, e nelle scienze sacre od arti professionali.
Non intendo ripetere quanto ho già detto nelle Circolari del 24-9-1928 e del 6-1-1929 (Atti del Capitolo Superiore, N° 46 e 47) sopra la necessità e i motivi impellenti che ci mossero a prendere una simile decisione. Dirò solo che ho incontrato le generali approvazioni e che nell´ultimo Capitolo Generale si sono studiate e formulate le norme e decisioni che parvero più atte per ottenerne gli sperati vantaggi. (Atti Capitolo, N° 50).
Tuttavia, dopo due anni di applicazione della presa decisione, mi pare opportuno dare uno sguardo a quanto si è fatto, onde cavarne ammaestramenti e norme per impiegare meglio gli altri due anni, se saranno sufficenti.
Nella decisione presa v´era la parte negativa che ci precludeva qualsiasi nuova fondazione richiedente nuovo personale; e la parte positiva che ci imponeva di far uso di tutti i mezzi a nostra disposizione e di ricercarne altri più copiosi per assicurare alle nostre giovani reclute le migliori possibilità e comodità di un progressivo, completo perfezionamento.
Non era infatti possibile pensare a un fattivo e duraturo perfezionamento di più centinaia di giovani confratelli, chierici e laici, senza sobbarcarsi a spese ingentissime di fabbricazione e di arredamento degli istituti che li dovevano, separatamente, accogliere.
Il Capitolo Superiore doveva pensare dunque a fare sorgere i nuovi istituti al centro, nelle vicinanze della Casa Madre, affinché quanti vi sarebbero convenuti, potessero ancora, in certo modo, respirare l´atmosfera dianzi santificata dal Fondatore, ed avere maggior comodità di avvicinare i Superiori Capitolari per attingere dalle lor parole e dal loro contegno quasi le impronte visibili degli ammaestramenti e degli esempi del Beato Padre.
Dapprima ecco un cenno intorno a quanto s´è fatto finora per il perfezionamento dei candidati al sacerdozio. L´Istituto Teologico Internazionale della Crocetta, aperto otto anni fa per accogliere il maggior numero dei nostri studenti di Teologia, corrispose ampiamente all´alta sua missione, e ci fu pure largo delle sue esperienze. Essi ci consigliarono a ridurre alquanto il numero troppo grande di inscritti, rendendo in tal
modo più facile al Direttore e ai Professori una soda formazione dei chierici nella spiritualità salesiana e nelle scienze, teologiche, bibliche, liturgiche, giuridiche, storiche, sociali, ecc. Perciò quest´Istituto Teologico, d´ora innanzi potrà conseguire meglio la sua finalità di Prima nostra Università Teologica, che, per essere al centro della vita salesiana, verrà ambita e preferita dai chierici, mentre gli Ispettori si faranno un dovere e una gloria d´inviarvi i lor migliori soggetti in vista del maggior bene che ne proverrà alla Congregazione.
Però la limitazione del numero dei Teologi alla Crocetta non è a detrimento della formazione totalitaria dei nostri Chierici, e ciò per motivi molto importanti. L´inaugurazione del nuovo Istituto professionale Pio XI in Roma e il relativo riordinamento dell´Ospizio del Sacro Cuore ci ha permesso di aumentare fino a 58 il numero di ascritti all´Università Gregoriana, con grande probabilità di un maggior numero negli anni seguenti. Credo che la nostra Congregazione possa quando che sia aspirare al primato per il numero di Gregoriani, e faccio voti che essi acquistino anche il primato negli studi e nell´esemplarità della condotta. La mitezza del clima romano gioverà particolarmente ai nostri chierici dei paesi caldi, mentre l´universalità e la bellezza sempre nuova della Chiesa cattolica s´imprimerà nel cuore di tutti con un attaccamento e amore indefettibili, che i nostri comunicheranno un giorno ai lor futuri scolari dalle cattedre degli studentati per i nostri chierici che si vanno formando o completando già anche presso molte Ispettorie.
E qui permettetemi di farvi notare che lo Studentato Filosofico presso il Capitolo Superiore conserverà, nella sua nuova sede di Foglizzo Canavese, ancora il carattere di interregionalità per le Ispettorie d´Italia, ed anche di internazionalità, perché è desiderio dei Superiori che tutti gli Ispettori possano, qualora lo credano conveniente, inviarvi dei loro chierici. Quest´anno ve ne sono raccolti ben 180 che attendono con ardore alla lor formazione morale, religiosa, filosofica e scientifica. Rincresce che circostanze speciali abbiano consigliato di traslatarli colà dalla Casa privilegiata nella quale riposò per 40 anni la Salma ora gloriosa del Beato Padre e dove con lo spirito di lui vegliano tuttora i suoi due primi successori e figli prediletti. È il Signore che dirige tutto per il meglio e noi speriamo che la protezione del Beato continuerà a far scendere le più copiose benedizioni divine sopra di loro anche in quella nuova residenza provvista di quanto occorre perché abbiano un´educazione completa.
Ciò posto, vi assicuro, o miei cari, che godo assai nel constatare come ormai quasi tutte le Ispettorie abbiano pure formato il loro studentato filosofico e che, come rilevo dai catalogi, diventano anno per anno sempre più fiorenti in numero di allievi e serietà di studi.
Ora, essendo evidente che, questi chierici, compiuto il corso di filoso
fia, non possano essere inviati tutti allo Studentato Teologico Internazionale di Torino e alla Gregoriana di Roma, viene naturale che gli Ispettori debbano provvedere a fare loro continuare gli studi. Perciò parecchi di essi fecero già domanda regolare per l´erezione di uno Studentato Teologico nella loro Ispettoria con la presentazione dei professori idonei con le ore di studio e di scuola proporzionate alle materie da insegnare secondo il Diritto Canonico e le nostre Costituzioni.
Queste domande sono state in massima accettate dal Rettor Maggiore con il suo Consiglio, a condizione che resti salvaguardato il principio che gli Ispettori sono tenuti a scegliere annualmente i migliori dei loro chierici per gli studentati di Torino e di Roma onde aver sempre professori patentati e soggetti ripieni del vero spirito salesiano attinto durante gli studi teologici al centro stesso della salesianità. Però questi studentati teologici non saranno dichiarati regolari se non dopo la visita del delegato straordinario che sarà, entro quest´anno 1931, inviato ad ispezionarli. È volontà dei Superiori che i nostri chierici percorrano regolarmente tutto il ciclo ascensionale degli studi dal biennio di filosofia dopo il Noviziato, al quadriennio di Teologia dopo il triennio di tirocinio pratico nelle Case.
Mi consola pure potervi notificare, o miei cari, che da noi non si sono risparmiate né sollecitudini, né sacrifizi e spese ingenti per il perfezionamento morale e artistico dei nostri cari Coadiutori. Vi prego richiamare alla memoria quanto vi esposi nella Circolare del 24 luglio 1927 (Atti Cap., N° 40) intorno agli scopi della fondazione della Scuola Agricola Missionaria di Cumiana e comprenderete meglio quanto vi si è fatto in questi due anni. Colà si sono raccolte numerose reclute di futuri agricoltori missionari che son pieni di ardore e buona volontà, e vanno preparandosi a recare nelle nostre Missioni la vera civiltà per mezzo della coltivazione della terra produttrice instancabile di quanto occorre per la vita individuale e sociale. Questa lor missione di apostoli dell´agricoltura feconderà il seme della parola evangelica e trasformerà i nomadi selvaggi in stabili e pacifici coltivatori delle lor selve convertite in oasi di benessere.
Le scuole e lezioni pratiche proprio per loro sono divise, secondo gli ultimi programmi moderni, in vari corsi annuali per apprendere loro con graduale progressione dal facile al difficile la conoscenza teorica e pratica dei terreni, i modi della coltivazione per averne i maggiori frutti; l´allevamento razionale degli animali domestici e tutte le opportune cognizioni per servirsene più vantaggiosamente e cavarne maggiore rendimento, ecc. Un apposito gabinetto di chimica, attrezzato al completo dei migliori strumenti per ogni sorta di esperimenti rendono questa scuola agricola unica sotto tutti gli aspetti. Era dunque naturale che vi si inviassero anche i giovani Coadiutori, specializzati in questo ramo professionale, per
il loro perfezionamento: tanto più che essi avrebbero in pari tempo apportato agli aspiranti agricoli missionari l´inestimabile benefizio del loro esempio per la pratica dei metodi, delle norme e delle tradizioni della vita salesiana.
Così mi pare che ora si sia assicurato l´esito di questa singolare Scuola per i primi missionari agricoltori e non ci resta che continuare a migliorare e a ringraziare il Signore di avere suggerito a vari generosissimi Cooperatori, ben compresi della singolarità della cosa, di venirci in aiuto e renderci possibile con la loro carità il principio e lo stabilimento dell´opera.
Per gli altri confratelli artigiani il corso di perfezionamento era stato provvisoriamente stabilito parte a San Benigno Canavese e parte alle Scuole Professionali del Martinetto in Torino. In ambedue le Case si ebbero frutti consolanti: ma ci si stava a disagio in tutti i sensi. La nostra massima preoccupazione era perciò quella di potere creare ex novo un altro Istituto Professionale di perfezionamento sul modello di quello di Cumiana che servisse per i futuri missionari ed il perfezionamento dei confratelli. Ma dove e con quali mezzi trattandosi di milioni su milioni? Al momento opportuno la Provvidenza ha inspirato all´illustrissimo, nobile, generoso Conte Rebaudengo di costituirsi creatore e mallevadore di un tale istituto, una parte del quale al presente è già compiuta e i nostri cari Coadiutori ne presero silenziosamente possesso per cominciare a sistemare le cose in modo che verso la fin d´anno le varie scuole professionali d´arti e mestieri possano funzionare regolarmente a tutto vantaggio nostro e loro perché di là usciranno degnamente attrezzati per essere abili capi-laboratorio e maestri delle legioni di allievi artigiani che affluiscono in sempre maggior numero ai nostri Istituti.
5° Quanto son venuto esponendovi intorno a ciò che hanno fatto i Superiori maggiori per il completo perfezionamento dei Confratelli che si seguono e si susseguono ininterrottamente e circa i frutti già riportati nelle prime Case del genere sono una prova luminosa che tali Case saranno entro breve tempo la vera consolazione e gloria della nostra Società. Per questo mi auguro che ne sorgano molte qua e là per le singole Ispettorie e per più Ispettorie associate assieme per il perfezionamento morale, intellettuale e professionale dei loro soggetti.
Da tutte le parti sale alle orecchie dei Superiori maggiori un grido unanime: «mandate molti buoni Confratelli, ripieni dello spirito e zelo del nostro Beato Padre, a portare alle Case lontane nuove energie di studi ed esempi più perfetti della primitiva vita salesiana! Ecco la voce dell´urgente necessità di molte Case di perfezionamento delle quali ho parlato sopra: ma guardiamoci bene dal formare solo degli studiosi ed abili professionisti! La scienza è buona e necessaria: è il sale della terra, ma guai se si corrompe! Allora la nostra Società, possedesse anche scienziati, sa
pienti e professionisti di prim´ordine, non eserciterebbe più il suo originario apostolato educativo, e sarebbe più solo simile a vetusto castello che presenti ancora all´esterno molti segni dell´antica magnificenza, mentre al di dentro è tutto una rovina!
Che la nostra potente Ausiliatrice e il Beato Padre ci preservino da tanta disgrazia, eccitando in ciascuno di noi, o miei carissimi figli, il desiderio vivo e la costante, risoluta volontà di lavorare indefessamente al perfezionamento dell´anima nostra con lo studio di crescere ogni dì più nella santità della nostra vocazione, imitando il Beato Padre con la pratica dei suoi esempi e dei suoi ammaestramenti. Sviluppiamo con crescente ardore dentro di noi tutta la tenerezza del suo filiale amore verso la gran Madre di Dio per vivere in Lei e con Lei vicini, vicini a Gesù Sacramentato; ed allora riusciremo facilmente ad infondere la soda pietà e il desiderio ardente della santità nelle giovani reclute che si affollano dietro di noi assetate di apprendere dal nostro contegno e dalla nostra condotta quello che devono fare per imitare e rendersi simili al Beato Padre. Le nostre parole, il portamento e il tenore quotidiano della vita hanno da essere norma della perfetta disciplina religiosa salesiana ai nostri giovani confratelli, e così faranno essi pure per quelli che li seguiranno. In tal modo il modello del vero salesiano che il Beato ha finalmente ricamato dinanzi ai nostri occhi con la sua vita esemplarissima e adorna di tutte le virtù più splendide sarà, di generazione in generazione, tramandata nella sua integrità e senza deturpazioni, fino a che sia compiuto il mandato divino affidato alla nostra Società.
E perché tutto questo riuscisse facile ai suoi figli, la misericordiosa bontà del Signore s´è degnata presentare a Don Bosco nella visione del sogno il modello del vero salesiano e il Beato padre ce l´ha tramandato a nostro ammaestramento e per la preservazione della Società nell´avvenire.
Gli appunti presi da Don Bosco subito dopo la notturna, laboriosa visione e di cui si è servito per descrivere più tardi ai suoi primi figli il personaggio raffigurante la nostra Società e nel quale ogni salesiano, presente e futuro deve rispecchiarsi, ravvicinato e raffrontato con gli eroismi delle virtù che raggiano per tutto il mondo la santità del nostro Beato, ci fanno esclamare: «Il nostro Padre è stato sempre in tutta la sua vita l´incarnazione vivente di questo simbolico personaggio! ».
Merita quindi che da noi si studi questo sogno paterno nella luce della vita del Beato per eccitarci costantemente a ricopiare in noi questo vero modello del salesiano. Lo troverete più sotto nella sua primitiva stesura, spoglia delle osservazioni personali del Beato che nella limitazione del tempo sminuivano la sua universale importanza.
Il vero salesiano ci è presentato primieramente in tutto lo splendore delle sue virtù, raffigurate nei dieci diamanti, ognuno dei quali porge ar
gomento a tali e tante meditazioni da potere studiare esaurientemente tutta la spiritualità della vita salesiana, senza però perdere mai di vista il misterioso personaggio nel quale dobbiamo trasformarci. Le brevi dilucidazioni descrittive fatte dal Beato indicano il modo della nostra trasformazione. Tutti i diamanti hanno una luce propria, ma tutte queste luci non sono che una luce sola: Don Bosco!
Tra parentesi: è mio desiderio che ci fissiamo principalmente sopra i diamanti della carità, del lavoro, della temperanza, della castità, dell´obbedienza e della povertà, che sono le virtù distintive del vero salesiano e la salvezza della nostra Società. Ecco qualis esse debet, come dobbiamo essere ciascuno di noi e come nella reciproca carità fraterna dobbiamo esercitare il fecondo apostolato dell´esempio e dell´ammaestramento per rendere gli altri nostri confratelli una vera incarnazione di questo vivente personaggio!
Ma come la troppa luce dà talora le vertigini al capo e impedisce di vedere, così la negligenza delle cose divine, l´oziosità, l´ingordigia della gola, i piaceri del senso, la superbia della vita e l´attaccamento ai beni della terra possono toglierci di vista il modello e accecarci così da rendere buia la luce che era in noi e gettarci nelle più grandi tenebre. Qualis esse periclitatur: ecco il rovescio del vero salesiano e il pericolo che noi possiamo quandochessia cadere in uno stato così deplorevole! Ma risuoni incessantemente alle nostre orecchie la voce ammonitrice dell´attraente giovinetto e saremo salvi. Tutte le sue parole siano la nostra salvezza. Perciò, o miei carissimi figli, imprimiamocele bene in mente, meditiamole e facciamone pascolo quotidiano del nostro apostolato: i Direttori delle Case di perfezionamento la spieghino durante tutto l´anno.
In tal modo sarà praticata alla perfezione anche la Strenna che vi ho dato, di fare, cioè, conoscere meglio il Beato Don Bosco, e l´anno testè iniziato segnerà un´accentuato perfezionamento nella santità della nostra vocazione.
La grazia di N. S. Gesù Cristo avvalori le nostre buone volontà nel compimento delle cose che sono venuto dicendovi in questa mia e ci conceda di vedere presto la glorificazione definitiva del nostro Beato Padre, perché siano pure glorificati presto molti altri suoi figli prediletti, per ottenere da tutti loro che sono già nella visione e felicità dell´Amore infinito, la fortuna e gli aiuti per esserlo un giorno noi pure.
Vi benedico con tutte le benedizioni che sono quelle di Maria SS. Ausiliatrice e del Beato Don Bosco, e voi ricordatemi dinanzi all´altare del Dio vivente perché si compia sempre sopra di me la santa volontà divina.
Natale del 1930.
Affmo in C. J.
Sac. Filippo Rinaldi


 

LA SOCIETÀ SALESIANA
NEL SOGNO FATTO DAL BEATO DON BOSCO IL 10 SETTEMBRE 1881
COME LO HA RACCONTATO IL 21 NOVEMBRE DELLO
STESSO ANNO.
Spiritus Sancti gratia illuminet sensus et corda nostra.
Ad ammaestramento della Società salesiana.
Qualis esse debet
Il 10 settembre di quest´anno (1881), giorno che la Santa Chiesa consacra al glorioso Nome di Maria, i Salesiani raccolti in S. Benigno Canavese facevano gli Esercizi Spirituali. Nella notte dal 10 all´ 11, mentre dormivo, la mente si trovò in una gran sala splendidamente ornata.
Mi sembrava di passeggiare con i direttori delle nostre Case, quando apparve tra noi un uomo di aspetto così maestoso, che non potevamo reggerne la vista. Datoci uno sguardo, senza parlare si pose a camminare a distanza di qualche passo da noi.
Era così vestito. Un ricco manto a guisa di mantello gli copriva la persona. La parte più vicina al collo era come una fascia che si rannodava davanti, ed una fettuccia gli pendeva sul petto. Sulla fascia stava scritto a caratteri luminosi: Salesianorum Societas, e sulla strisca di essa fascia portava scritte queste parole: Qualis esse debet.
Dieci diamanti di grossezza e splendore straordinari erano quelli che c´impedivano di fissare lo sguardo, se non con gran pena, sopra quell´augusto personaggio. Tre di quei diamanti erano sul petto; ed era scritto sopra di uno Fides, sull´altro Spes, e Charitas sopra quello che stava sul cuore. Il quarto diamante era sulla spalla destra ed aveva scritto: Labor; sopra il quinto nella spalla sinistra leggevasi: Temperantia.
Gli altri cinque diamanti ornavano la parte posteriore del manto, ed erano così disposti. Uno, il più grosso e più folgoreggiante, stava in mezzo come il centro di un quadrilatero, e portava scritto: Obedientia. Sopra il primo a destra legge-vasi: Votum paupertatis. Sopra il secondo più abbasso: Praemium. Nella sinistra sul più elevato era scritto: Votum castitatis. Lo splendore di questo mandava una luce tutta speciale e mirandolo traeva ed attaccava lo sguardo come la calamita tira il ferro. Sopra il secondo a sinistra più abbasso stava scritto: Ieiunium. Tutti questi quattro ripiegavano i luminosi loro raggi verso il diamante del centro.
Dilucidazione
Per non cagionare confusione è bene notare che questi brillanti tramandavano dei raggi che a guisa di fiammelle si alzavano e portavano scritto qua e là varie sentenze.
Sopra la Fede si elevavano le parole:
Sumite scutum fidei, ut adversus insidias diaboli certare possitis.
Altro raggio aveva:
Fides sine operibus mortua est. Non auditores, ed factores legis regnum Dei possidebunt.
Sopra i raggi della Speranza:
Sperate in Domino, non in hominibus. — Semper vestra fixa sint corda ubi vera sunt gaudia.
Sopra i raggi della Carità eravi:
Alter alterius onera portate, si vultis adimplere legem meam. — Diligite et diligemini. Sed diligite animas vestras et vestrorum. — Devote divinum officium persolvatur; Missa attente celebretur; Sanctum sanctorum peramanter visitetur.
Sopra la parola Labor eravi:
Remedium concupiscentiae. — Arma potens contra omnes insidias diaboli.
Sopra la Temperanza:
Si Tigna tollis, ignis exstinguitur. — Pactum constituite cum oculis vestris, cum gula, cum somno, ne huiusmodi inimici depraedentur animas vestras. — Intemperantia et castitas non possunt simul cohabitare.
Sopra i raggi dell´Obbedienza:
Totius aedificii fundamentum, et sanctitatis compendium.
Date mano allo scudo della Fede, per potere combattere contro le insidie del demonio. — La fede senza le opere è morta. — Non quelli che senton parlare della legge, ma solo quelli che la praticheranno, possederanno il regno di Dio.
Sperate nel Signore, non negli uomini. — I vostri cuori siano costantemente rivolti dove sono i veri gaudi.
Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge divina. — Amate e sarete amati. Ma amate le anime vostre e quelle dei vostri (giovani, dipendenti). — Si reciti divotamente il divino ufficio; si celebri con attenzione la S. Messa; si visiti con trasporto di amore il Santo dei Santi.
Rimedio della concupiscenza. — Arma potente contro tutte le insidie del diavolo.
Se togli la legna, il fuoco si spegne — Fate un patto con i vostri occhi, con la gola, col sonno affinché non vi guastino l´anima. — L´intemperanza e la castità non possono stare insieme.
Base di tutto l´edificio e compendio della santità.
Sopra i raggi della Povertà:
Ipsorum est regnum coelorum. — Divitiae spinae sunt. — Paupertas non verbis, sed corde et opere conficitur. Ipsa coeli ianuam aperiet et introibit.
Sopra i raggi della Castità:
Omnes virtutes veniunt pariter cun il-la. — Qui mundo sunt corde Dei arcana vident, et Deum ipsum videbunt.
Sopra i raggi del Premio:
Si delectat magnitudo praemiorum, non deterreat multitudo laborum. Qui mecum patitur, mecum gaudebit. — Momentaneum est quod patimur in terra, aeternum est quod delectabit in coelo amicos meos.
Sopra i raggi del Digiuno:
Arma potentissima adversus insidias inimici. — Omnium virtutum custos. Omne genus daemoniorum per ipsum eicietur.
Argumentum praedicationis. — Mane meridie et vespere. — Colligite fragmenta virtutum, et magnum sanctitatis aedificium vobis constituentis. Vae vobis qui modica spernitis, paulatim vos decidetis.
Di loro è il regno dei cieli. — Le ricchezze sono spine. — La povertà si ottiene non con le parole, ma con il cuore e con le opere. Essa aprirà il regno del cielo e vi c´introdurrà.
Tutte le virtù vengono insieme con lei. — I puri di cuore vedono i segreti di Dio e vedranno Iddio medesimo.
Se attrae la grandezza dei premi, non atterrisca la grandezza delle fatiche. Chi patisce con me, godrà pure con me. — È momentaneo quanto si patisce sopra la terra, eterno invece quanto rallegrerà i miei amici in cielo.
Arma potente contro le insidie del nemico. — Custode di tutte le virtù. Con esso si scaccia ogni sorta di tentazione.
Argomento di predicazione. — al mattino — a mezzodì — a sera. — Praticate le piccole virtù e vi preparerete un grande edifizio di santità. — Guai a voi che disprezzate le piccole cose: a poco a poco verrete meno.
notare, aggiunse Don Fagnano, e si pose a scrivere con il gambo di una rosa. Tutti miravano e comprendevano la scrittura. Quando Don Fagnano cessò di scrivere, Don Costamagna continuò a dettare: La Carità capisce tutto, sopporta tutto, vince tutto; predichiamola con le parole e con i fatti.
Mentre Don Fagnano scriveva, scomparve la luce, e tutti ci trovammo in folte tenebre. Silenzio, disse Don Ghivarello, inginocchiamoci, preghiamo e la luce verrà. Don Lasagna cominciò il Veni Creator Spiritus, poi il De Profundis, Maria Auxilium Christianorum, etc., a cui tutti rispondemmo.
Salesianorum Societas qualis esse periclitatur.
Quando fu detto: Ora pro nobis, riapparve una luce, che circondava un cartello su cui leggevasi: Salesianorum Societas qualis esse periclitatur.
Un istante dopo la luce divenne più viva a segno che potevamo vederci e cono
scerci a vicenda.
In mezzo a quel bagliore apparve di nuovo il personaggio di prima, ma con aspetto malinconico simile a colui che comincia a piangere. Il suo manto era divenuto scolorato, tarlato e sdruscito. Nel sito dove stavano fissi i diamanti eravi invece un profondo guasto cagionato dal tarlo e da altri piccoli insetti.
Respicite, egli ha detto, et intelligite.
Ho veduto che i dieci diamanti erano divenuti altrettanti tarli che rabbiosi ro
devano il manto.
Pertanto al diamante della Fides erano sottentrati: Somnum et Accidia.
A Spes eravi: Risus et Scurrilitas.
A Charitas: Negligentia in divinis perficiendis. — Amant et quaerunt quae sua
sunt, non quae lesu Christi.
A Temperantia: Gula et quorum deus venter est.
A Labor: Somnum, furtum et otiositas.
Al posto dell´ Oboedientia eravi nient´altro che un guasto largo e profondo senza
scritto.
A Castitas: Concupiscentia oculorum et superbia vitae.
A Paupertas era succeduto: Lectum, habitus, potus et pecunia.
A Praemium: Pars nostra erunt quae sunt super terram.
A Ieiunium eravi un guasto, ma niente di scritto. Quomodo mutatus est color optimus!
A quella vista fummo tutti spaventati. D. Lasagna cadde svenuto, Don Cagliero divenne pallido come un cencio, e appoggiandosi sopra una sedia gridò: Possibile che le cose siano già a questo punto? D. Lazzero e D. Guidazio stavano come fuor di sé, e si porsero la mano per non cadere. D. Francesia, il Conte Cays, D. Barberis e D. Leveratto erano quivi in ginocchioni pregando con in mano
la corona del SS. Rosario.
In quel momento si fe´ intendere una cupa voce: Quomodo mutatus est color optimus! Ma all´oscurità succedette un fenomeno singolare. In un istante ci tro
vammo avvolti in folte tenebre, nel cui mezzo apparve una luce vivissima, che aveva forma di corpo umano. Non potevamo tenerci sopra lo sguardo, ma potemmo scorgere che era un avvenente giovinetto vestito di abito bianco lavorato con fili d´oro e d´argento. Tutto attorno all´abito vi era un orlo di luminosissimi diamanti. Con aspetto maestoso, ma dolce ed amabile si avanzò alquanto verso di noi, e ci indirizzò queste testuali parole.
Queste ultime parole furono cantate, ed alla voce di chi parlava si unì una moltitudine di altre voci così armoniose, sonore che noi rimanemmo privi dei sensi, e per non cadere svenuti ci siamo uniti agli altri a cantare. Al momento che finì il canto si oscurò la luce. Allora mi svegliai, e mi accorsi che faceva giorno. Questo sogno durò quasi l´intera notte, e sul mattino mi trovai stremato di forze. Tuttavia nel timore di dimenticarmene mi sono levato in fretta e presi alcuni appunti, che mi servirono come di richiamo a ricordare quanto qui ho esposto nel giorno della Presentazione di Maria SS. al tempio. Non mi fu possibile ricordare tutto. Tra le molte cose ho pur potuto con sicurezza rilevare che il Signore ci usa grande misericordia.
La nostra Società è benedetta dal cielo, ma Egli vuole che noi prestiamo l´opera nostra. I mali minacciati saranno prevenuti, se noi predicheremo sopra le virtù e sopra i vizi ivi notati: se ciò che predichiamo, lo praticheremo e lo tramanderemo ai nostri fratelli con una tradizione pratica di quanto si è fatto e faremo.
2.8 «Conserviamo e pratichiamo le nostre tradizioni» (ACS. XII, n. 56 - 26 aprile 1931 - pp. 933-949)
Carissimi Confratelli e Figli in Nostro Signore Gesù Cristo,
1. Il mese della festa del nostro Beato Don Bosco mi suggerisce di intrattenermi alcun poco con voi, proprio nell´intimità del cuore che sente sempre più vivo il bisogno di comunicarvi qualcosa di quanto ho veduto ed udito da Lui e di Lui, che adesso abbiamo la fortuna di avere non solo Padre e Maestro desideratissimo, ma Patrono potente in cielo.
Siamo ormai pochissimi i superstiti delle prime generazioni salesiane che hanno personalmente goduto delle sue ineffabili familiarità. Ed ogni dì, quando mi prostro dinanzi alla santa sua Salma ad impetrare sopra di me e sopra ciascuno di voi, o miei cari, la luce e la forza per essere sempre più degni suoi figli, mi pare di ritrovarmi ancora con Lui vivo e rigodere della sua stupenda familiarità di sguardo, di voce, di tratto e di opere: familiaritas stupenda nimis, anche di lassù.
Così mi pare, ch´egli da più tempo vada ripetendomi: «T´affretta e non ti stancare dal ridire ai miei figli, ora affidati alle tue cure, le cose che ho praticato e insegnato per divenire veri salesiani secondo il modello additatomi dall´alto ad ammaestramento della nostra Società».
Per questo nella mia precedente Circolare (Atti del Capitolo Superiore N° 55) vi ho presentato e raccomandato di studiare il modello del vero salesiano, quale lo vide, cinquant´anni fa, il Beato Padre, e che tramandò a noi, perché fosse non solo un ricordo, ma la realtà della nostra vita.
Lo si tenga perciò presente questo modello durante tutto l´anno per
realizzarlo dentro di noi: lo si studi e si approfondisca con la meditazione quotidiana: se ne parli in ogni circostanza: se ne illuminino conve
nientemente i vari aspetti della visione, e si faccia risaltare la disposizione dei diamanti, che, spostati, non renderebbero più lo splendore della nostra vita.
La vita salesiana infatti, considerata nella sua attività, è lavoro e temperanza, vivificati dalla carità del cuore nella luce sempre più luminosa
della fede e della speranza: considerata invece nella sua spiritualità interiore, è guidata dall´obbedienza che distacca dai beni caduchi con la povertà, e rende simili agli angeli con la castità, suffulte dal digiuno e dalla visione del premio futuro. Spostando questi diamanti, si avranno altre vite spirituali, non più la salesiana.
Prego vivamente i cari Ispettori e Direttori di convergere le loro con
ferenze su questo modello; e così pure i predicatori degli Esercizi spirituali, i quali ne trarranno gli argomenti delle loro istruzioni, in modo
che la spiritualità salesiana s´imprima bellamente negli animi degli uditori.
Questo modello ve l´avevo già presentato, o miei cari, otto anni fa, onde presiedesse, nel giorno del Giubileo d´Oro delle nostre Costituzio
ni (3 aprile 1924), alla suggestiva cerimonia della consegna a ciascun socio della nuova edizione delle Costituzioni medesime, coordinate e aggiornate alle prescrizioni del Diritto Canonico, e dei Regolamenti che le spiegano autorevolmente. (Atti Cap. Sup. N° 23, pag. 176).
Allora era solo per richiamare tutti a meditare incessantemente, mattino e sera, le nostre Costituzioni e i Regolamenti; invece, oggi, questo
modello, illuminato dagli splendori della santità del Beato, dev´essere ri
copiato da ciascuno di noi nei suoi minuti particolari, onde la Società Salesiana rifulga quale dev´essere nell´universo mondo. Perché nell´au
gusto Personaggio della visione, il Beato ha contemplato proprio la Società Salesiana in tutta la magnificenza del suo manto e delle sue luci, che siamo noi.
Non si può dare società senza soci, i quali ne sono l´anima e il paludamento esteriore. Ora noi salesiani, individualmente dobbiamo sì curare
l´acquisto e la lavorazione progressiva dei preziosi diamanti; ma, se vogliamo ch´essi brillino in tutto il loro splendore, dobbiamo essere UNO SOLO, come il ricco manto del Personaggio modello con l´osservanza delle Costituzioni praticate in conformità dei Regolamenti e delle tradizioni paterne.
2. Siccome v´ho già intrattenuti altra volta, o miei cari, intorno alle nostre Costituzioni e Regolamenti (Atti C. S. N° 23); e siccome il modello del vero salesiano, quale ci è proposto, è di per sé perspicuo a chiunque lo mediti alquanto nella luce della propria vocazione: così ora mi pare conveniente e più pratico richiamare la vostra attenzione sopra le
nostre tradizioni che non dobbiamo lasciare andare in disuso in nessun luogo e tempo.
Esse dànno il colore e imprimono il carattere alla nostra società e missione. Se questo colore svanisce, se questo carattere si perde, potremo ancora essere religiosi, ancora educatori praticando puramente la lettera delle Regole, ma non saremo più salesiani di Don Bosco.
Le Costituzioni degli Istituti religiosi sogliono infatti avere molti punti di somiglianza e di quasi identità fra di loro: quello che le distingue e le rende singolari, per lo più non è scritto nelle Costituzioni, ma è contenuto nell´interpretazione e nell´applicazione delle singole regole da parte del Fondatore, il quale, nella pratica, vi imprime una caratteristica così personale che, salvo le parole e il concetto generico, esse hanno acquistato una personalità propria, che le distingue nettamente da quelle degli altri Istituti.
Ora noi sappiamo che il nostro Beato ha voluto praticare e far praticare per lunghi anni le sue Regole, in modo che fossero scritte con il suo spirito nelle tradizioni del suo Istituto, prima di darcele scritte con l´inchiostro.
Di questa vita vissuta del nostro Beato Padre, che è impressa con il suo spirito nelle nostre tradizioni, dobbiamo essere conservatori integerrimi sempre e dappertutto, come lo sono stati i suoi primi due successori i venerandi D. Rua e D. Albera con tutta la gloriosa falange dei salesiani d´allora, e come è mio vivissimo desiderio che lo siamo noi tutti senza eccezioni di sorta.
D. Rua, il giorno dopo la morte di Don Bosco, dinanzi alla sua salma, fece formale promessa di custodirle gelosamente: altrettanto fece pure D. Albera, il giorno stesso della sua elezione a Rettor Maggiore, dinanzi alla tomba del Padre in Valsalice: ed io, in tutti questi anni di Rettorato, non ho avuto altro desiderio che di vedere attuate la lor solenne promessa e preghiera da parte di ciascuno di noi.
Le nostre tradizioni, o miei cari, sono uscite dal cuore del Beato Padre, il quale con esse ha nutrito i suoi primissimi figli. Questi, prima ancora che avessero le Regole scritte da Lui e approvate dalla Chiesa, mentre si assimilavano i suoi preziosi ammaestramenti ed esempi, si fecero premura di raccogliere nelle loro Memorie e Cronache, gli orari, le disposizioni, le norme, gli ordini, i fervorini, le Buone Notti e quant´altro venisse fatto da D. Bosco e che lor sembrasse degno di nota, perché presentivano che la lor opera sarebbe stata utile nell´avvenire.
Così la documentazione delle nostre tradizioni è di prim´ordine e ricchissima, sia perché contenuta nella vita, nelle opere e negli scritti del Beato; e sia per questo filiale contributo di tanti testimoni più che oculari, perché essi stessi sono stati prima il libro vivente sul quale l´amore
del Padre s´era degnato scrivere a caratteri indelebili, con una pazienza infinita, tutto il suo cuore e tutta la sua anima con le sue meravigliose aspirazioni.
E perché questo libro vivente, scritto dall´amore del Padre, venisse trasmesso ininterrottamente alle reclute sempre crescenti di figli che da ogni parte sarebbero accorsi sotto la bandiera di lui, ecco le prime riunioni di soli tre o quattro giovani, poi le conferenze particolari, indi le adunanze più numerose; ecco in seguito i primi Capitoli ordinari, indi quelli generali con le loro Deliberazioni, ed infine le Lettere mensili, dapprima scritte a mano, poi poligrafate, e nel 1896, stampate che costituiscono il miglior monumento delle nostre tradizioni, anche nelle cose più minute. Dal 1882 al 1920 queste Lettere mensili (e d´allora in poi gli Atti del Capitolo Superiore) sono state il canale trasmettitore della vita salesiana, quale l´aveva plasmata il Fondatore, a tutte le Case della Società che andavano moltiplicandosi fin nei più lontani continenti.
Di più, questa inesauribile miniera di documentazioni delle nostre tradizioni s´arricchisce, o miei cari, di maggiori tesori nelle 55 annate del Bollettino Salesiano (la cui collezione dovrebbe trovarsi in ogni nostra Casa), e nei preziosi 9 voluni delle Memorie Biografiche del Beato Padre scritte da D. Lemoyne, che son già a vostra disposizione, la cui lettura, privata e pubblica, non sarà mai troppo raccomandata. Però i documenti degli ultimi 17 anni della vita terrena di Don Bosco non ci hanno ancora rivelate le maggiori meraviglie del suo meriggio e tramonto infuocati. Ed io non trascuro nulla perché i cari D. Amadei e D. Celia cavino con ogni possibile sollecitudine dagli archivi i documenti che finora ci son nascosti ed allora avremo una più chiara comprensione dell´immensurabile patrimonio delle nostre tradizioni. Il recente volume di D. Celia, l´XI delle Memorie Biografiche, che comprende solo l´anno 1875 della vita del nostro Beato, ci lascia intravedere le restanti maggiori meraviglie dalle quali la figura del nostro celeste Patrono balzerà fuori nella pienezza dei suoi immortali splendori, facendoci comprendere sempre meglio le innumerevoli ricchezze ch´egli s´è degnato tramandarci.
Ora, o carissimi, stare attaccati a tutto questo meraviglioso patrimonio, non tenerlo inoperoso, ma farlo fruttare al massimo in ogni nostra Casa, è quello che ci deve stare maggiormente a cuore, se amiamo veramente Don Bosco e vogliamo essere degni suoi figli, non solo di nome ma di fatto.
3. Però può accadere che qualcuno, quasi inconsciamente, anzi con le migliori buone intenzioni, pensi di potere fare a meno, nella sua Ispettoria, Casa, Scuola, Laboratorio, or di una ed or di un´altra delle nostre tradizioni, o perché si credono cose da poco, o perché non interamente secondo le proprie vedute, o perché la lor attuazione importerebbe noie
e fatiche, mentre sostituendole ad altre più confacenti alle naturali inclinazioni, e senza troppi riguardi della salvezza delle anime, avrebbe minori grattacapi e fastidi.
Anche la naturale attrattiva verso tutto ciò che sa di novità, può indurre alla trascuranza delle tradizioni, perché non si riflette che altro è correre dietro le novità ed altro essere sempre all´avanguardia di ogni progresso, come faceva e voleva Don Bosco.
I progressi che esigono la rinunzia di qualcuna delle migliori tradizioni, per piccole che siano, non fanno per noi, o miei cari. In simili casi restiamocene tranquillamente nella retroguardia alla custodia della nostra eredità paterna e ne avvantaggeremo per ogni verso.
Le nostre tradizioni nella lor totalità non sono altro che l´interpretazione pratica delle Costituzioni e del sistema educativo del nostro Beato, quale egli stesso ce l´ha tramandata nella sua vita e nei suoi ammaestramenti. Così le norme del sistema preventivo, per quanto eccellenti in se stesse, se non vengono applicate secondo le istruzioni, gli insegnamenti e gli esempi del Padre, si corre pericolo di non conseguirne i frutti meravigliosi, e di essere forse anche la rovina, anziché la risurrezione della gioventù affidata alle nostre cure.
Alla luce di questo riflesso non è difficile intravedere la moltiplicità di tante piccole tradizioni o dimenticate o messe in non cale nella direzione, nella scuola, nell´assistenza, nelle ricreazioni, nelle relazioni con i giovani e con gli esterni, e nella premurosa, ininterrotta vigilanza di mettere i giovani nella morale impossibilità di fare il male e di prendere cattive abitudini.
Non sarà mai troppa la nostra insistenza a riguardo di questa vigilanza preventiva contro l´offesa del Signore e contro le cattive abitudini, perché è la nota tradizionale più caratteristica della nostra vita salesiana.
La pratica genuina del sistema preventivo mette pure in evidenza la ragionevolezza di più altre tradizioni fissate nei nostri Regolamenti, come quelle di non mettere le mani addosso, di non condurre, né ricevere giovani nelle celle o camere; di non prendere abitudini personali, le quali, per quanto non siano forse gran che disdicevoli altrove sono inconciliabili con la nostra vita di ogni dì e di ogni ora in mezzo alla gioventù.
Queste tradizioni e più altre consimili sono destinate a conservare tra di noi e in noi le qualità di veri educatori e salvatori delle giovinezze crescenti.
Altre invece mirano a dare e a conservare una stessa fisonomia alle nostre Case, mediante l´uniformità nell´orario, nelle pratiche di pietà, nella mensa e negli altri atti della vita comune. Così quando dovessimo recarci da una Casa all´altra, oppure quando gli estranei ne visitassero
parecchie successivamente, da noi e da loro si avrebbe quasi la sensazione di ritrovarsi sempre in un´unica Casa.
Intorno a ciò l´osservanza delle nostre tradizioni lascia piuttosto desiderare. Spetta agli Ispettori e Direttori vigilare che l´orario delle lor Case sia conforme ai Regolamenti e non subisca cambiamenti troppo numerosi e repentini.
La regolarità dell´orario per la levata, per le preghiere, per i pasti, per le ricreazioni, per le passeggiate e per il riposo, è indice sicuro di serietà, di ordine, di studio, di moralità e di pietà soda.
Importa poi assaissimo che le pratiche di pietà siano fatte non solo con regolarità d´orario, ma soprattutto con la regolarità del metodo fissato dai Regolamenti. A questo riguardo le nostre pratiche di pietà, per quanto categoricamente determinate da un testo unico, sono, qua e là, in più Case, sottoposte a cambiamenti, abbreviazioni e prolungamenti arbitrari con grande facilità ed indifferenza, sotto pretesto della necessità di adattarsi ai tempi, ai luoghi e ai gusti altrui: quasi che le nostre pratiche di pietà siano cosa molto secondaria che vien lasciata alla mercé dei Direttori e Catechisti! No, no, o carissimi, e mi scuserete se qui calco alquanto la penna: si sono avute troppe osservazioni in proposito e mi pare necessario un richiamo alla regolarità.
Si stia da tutti e dappertutto a quanto è prescritto nel libro delle Pratiche di Pietà tanto per i Confratelli, come per i giovani, interni ed esterni. Sono le stesse pratiche di pietà dei tempi di Don Bosco, e la loro uniformità nelle nostre Case è dimostrazione sicura che siamo veramente suoi.
Se ogni Istituto religioso ha le proprie divozioni, le proprie pratiche di pietà, noi pure abbiamo le nostre e non dobbiamo sostituirle neppure in parte con altre per quanto eccellenti ci possano sembrare per la loro antichità ed universalità.
Non cambiarle dunque, ma neppure abbreviarle: si recitino invece ogni dì quali sono; e per farlo non è necessario di allungare le funzioni, basta farle bene e con dignità. In qualche Casa si prega e si canta meglio, impiegando meno tempo, che non in altre nelle quali la troppa lentezza indispone e porge pretesto di non terminarle. Parimenti certi predicatori dicono di più e più chiaro che altri i quali parlano molto e dicono poco.
Il motivo di tale disparità sta in questo che nelle prime Case si è saputo far gustare e amare le pratiche di pietà dai giovani, mentre nelle altre le medesime pratiche sono solo un peso che i giovani sopportano di mala voglia, nell´attesa di poterne fare a meno, appena liberi.
4. Un´altra tradizione, anzi la più importante e vitale per noi, è la paternità. Il nostro Fondatore non è stato mai altro che Padre, nel senso più nobile della parola; e la santa Chiesa l´invoca ora nella sua liturgia Padre e Maestro della gioventù.
Tutta la sua vita è un trattato completo della paternità che viene dal Padre celeste: ex quo omnis paternitas in coelo et in terra (Eph., 3, 25), e che il Beato ha praticato guaggiù in grado sommo, quasi unico, verso la gioventù e verso tutti, nelle mille contingenze della vita, a sollievo di tutte le miserie temporali e spirituali, con totale dedizione e sacrifizio di sé, nella grandezza del suo cuore, immensurabile come l´arena del mare, facendosi tutto a tutti per guadagnare le anime giovanili e condurle a nostro Signore.
E come la sua vita non è stata altro che paternità, così la sua opera e i suoi figli non possono sussistere senza di essa. Voi perciò, miei carissimi figli, nell´ambito delle vostre mansioni, dovete essere padri della gioventù affidata alle vostre cure; cioè dovete giorno e notte, respirare e vivere più solo per i vostri giovani, soprattutto amando tenerissimamente le lor anime e sacrificandovi per preservarle dal male e fortificarle nel bene.
In questo senso spetta a tutti la paternità e tutti siamo tenuti a conservarla viva nei nostri cuori e nelle nostre opere. Però l´esercizio esteriore di questa paternità viene nominativamente trasmesso al direttore della Casa, non solo perché la conservi, ma perché l´eserciti secondo gli ammaestramenti e gli esempi del Beato.
Ora questa tradizione della paternità direttoriale il Beato l´ha trasmessa ai suoi direttori quasi unita all´atto e alla realtà più sublimi della rigenerazione spirituale nell´esercizio del potere divino di rimettere i peccati. Perché il Beato esercitò ininterrottamente per tutta la sua vita e con speciale predilezione questo potere divino in favore dei suoi giovani. Confessarli era la sua occupazione preferita e non la cambiava con nessun´altra. Li confessava appena alzato, durante il dì, a tutte le ore, dovunque, e alla sera continuava molte volte fino a mezzanotte.
Appena s´era acquistata la confidenza d´un giovane, lo invitava subito a confessarsi, e lo sapeva fare con tanta paternità soprannaturale che il giovane non solo non sapeva rifiutare, ma ne provava gran piacere e gli apriva candidamente tutto il cuore.
L´ho sperimentato io stesso. Ricordo, come di ieri, la prima volta ch´ebbi la fortuna di avvicinarlo nella mia fanciullezza. Contavo allora poco più di 10 anni. Il buon Padre era in refettorio, dopo il suo pranzo, e ancora seduto a mensa. Con grande amorevolezza s´informò delle mie cose, mi parlò all´orecchio, e, dopo avermi chiesto se volevo essere suo amico, soggiunse subito, quasi per chiedermi una prova della mia corrispondenza, che al mattino andassi a confessarmi.
Sono luci lontane, che però brillano di più viva chiarezza, ora che la vita volge al termine, tra gli splendori abbaglianti dell´aureola immortale che cinge il capo di Colui al quale accostai il mio di bambino per dirgli la mia anima nell´orecchio.
Cresciuto poi negli anni e divenuto io pure suo figliuolo e sacerdote, quante volte udii ancora il Padre, ripetere pubblicamente, nelle Buone Notti ai Confratelli e giovani delle Case che visitava, l´invito di andare a confessarsi, ch´io avevo avuto personalmente quand´ero fanciulletto!
La sua parola faceva amare la confessione e poi, verso la fine, molto delicatamente si offriva ad ascoltare quanti lo avessero desiderato. Lo diceva, ben sapendo che ciò equivaleva ad averli, la mattina, tutti d´attorno al suo confessionale... e questo non ostante lo stato di salute in cui si trovava!
Perché la confidenza non s´impone, ma s´acquista, la confessione dei suoi giovani, per Don Bosco, il grande conquistatore di cuori, era la cosa più naturale; ne sperimentava i frutti meravigliosi e gli pareva acquisito che potessero fare altrettanto i suoi successori e i direttori delle sue Case.
Siccome personalmente aveva prese le cautele opportune per tutelare la libertà dei giovani, con dare grande comodità di confessori; così sperava che anche nell´avvenire si sarebbe potuto esercitare dai suoi questa pienezza di paternità spirituale. Lui vivente e poi per altri dodici anni, cioè fino al Decreto che inibiva ai Superiori di ascoltare ex professo la confessione dei propri dipendenti, l´esempio del Padre è stata la regola dei Direttori a questo riguardo, s´intende, sempre con le dovute cautele per la piena libertà individuale.
Il primo successore del Beato, il venerando D. Rua, avvenuto l´ordine della S. Sede, docile e ubbidiente, promulgò subito le norme precise per l´attuazione delle nuove disposizioni nelle nostre Case. In tal guisa i Superiori e i Direttori cessarono dall´esercizio di questa lor paternità spirituale sopra i sudditi.
Ma con il pretesto di evitare qualunque inconveniente, in un primo tempo si passò oltre il dispositivo del Decreto: i Direttori si ritirarono addirittura dal confessare i giovani, cosa che non è affatto proibita a nessun sacerdote approvato, qualunque sia la carica che occupi nell´Istituto. Chi vi ha giurisdizione esterna è solo tenuto a non ascoltare le confessioni dei suoi sudditi, mentre può benissimo confessare tutti quanti i giovani non dipendenti da lui.
Ora, come sarebbe bello che i nostri Direttori, evitando di ascoltare le confessioni dei propri sudditi diretti, confessassero regolarmente gli esterni degli Oratori festivi e dei Circoli giovanili: come pure nei limiti del possibile, quelli di altre nostre Case vicine, e tanti altri giovani che v´accorrerebbero assai volentieri se i Direttori facessero rifiorire la tradizione sublimemente paterna del Fondatore, guadagnandoseli con le finezze deliziose della sua squisitissima carità e bontà!
Miei carissimi Ispettori e Direttori, vi scongiuro nelle viscere della carità di Nostro Signore Gesù Cristo di far rivivere in voi e intorno a voi questa tradizione della paternità spirituale, che pur troppo va spegnendosi, con grande danno delle anime giovanili e della nostra fisonomia salesiana.
Rimettetevi di nuovo all´opera che, secondo la mente e il cuore del Beato Padre, dev´essere la prima e la più importante per il Direttore Padre. Siate veramente Padri dell´anima dei vostri giovani. Non abdicate alla vostra paternità spirituale, ma esercitatela, sia curando i vostri sudditi con regolari conferenze a tutti, e in particolare alle varie Compagnie religiose; trovando poi modo di intrattenervi privatamente con ciascuno, onde possiate dire di possederne il cuore: e sia riservando per voi le confessioni degli oratoriani ed esterni. Oh! confessateli proprio voi questi giovani, regolarmente tutti i sabati e le domeniche come faceva Don Bosco, e non mandatevi i preti novelli senza esperienza.
Perché le confessioni giovanili siano fruttuose, occorre che il confessore sia molto esperimentato e sia costante nel trovarsi al suo posto nelle ore opportune.
Siate i confessori dei giovani e più ne confesserete più vi sentirete padri e più li amerete. Evitate la tendenza, che va insinuandosi qua e là, di assumervi le confessioni delle donne nelle chiese pubbliche e delle religiose. Il nostro Beato ha sempre preferito i ragazzi e gli uomini. La confessione di questi sia la vostra occupazione preferita, da non cedere a nessuno; e sarà la vostra gloria più grande. Lasciate ad altri vostri dipendenti le confessioni delle donne, delle religiose e delle stesse Figlie di Maria Ausiliatrice, alle quali il Beato procurava sì buoni confessori, ma lui non ci andava mai.
Se farete altrettanto, sarete i benedetti da Dio, da Maria Ausiliatrice, dal Beato Padre, dagli uomini e soprattuto dalle falangi di anime giovanili, sopra le quali avrete fatto scendere tante volte la pienezza del Sangue prezioso del nostro divin Salvatore!
5. Altro punto importante delle nostre tradizioni riguarda la temperanza e lo spirito di mortificazione.
Quando cinquantacinque anni fa, il nostro Beato contemplò nella visione (settembre 1876) l´avvenire meraviglioso della sua Società, udì pure questo monito:... «Ma sai a quali condizioni si potrà arrivare ad eseguire quello che vedi? Te lo dirò io. Guarda: bisogna che tu faccia stampare queste parole che saranno come il vostro stemma, la vostra parola d´ordine, il vostro distintivo. Notate bene: Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Congregazione Salesiana. Queste parole le farai spiegare, le ripeterai, insisterai, farai stampare il Manuale che le spieghi e fac
cia capir bene che il lavoro e la temperanza sono l´eredità che lasci alla Congregazione, e nello stesso tempo ne saranno anche la gloria...».
Noi da più anni assistiamo al progressivo, meraviglioso avveramento della mirabile visione. Al fascino di questa parola d´ordine e di questo distintivo non cessano dall´accorrere numerose reclute che poi si lanciano intrepide dovunque l´obbedienza le invia, portando con sé il Manuale del lavoro e della temperanza, scritto dal Beato stesso con la sua vita mortificatissima e con la temperanza eroica dei suoi primi figli.
Le mortificazioni di tutta la vita del Padre sono veramente un libro che ce le mostrano sempre più straordinarie tra le straordinarie, benché egli si fosse studiato ognora di farle passare tra le cose più ordinarie. Si è quasi tentati di pensare ch´egli abbia voluto prenderle tutte sopra di sé per esonerarne i suoi figli futuri. Infatti ad essi non ha voluto imporre mortificazioni particolari all´infuori di quelle della vita comune, del vitto comune, e del digiuno del venerdì.
Ora, o miei cari, se pensiamo che nei primi tempi della Congregazione si era generosamente temperanti e mortificati sin quasi alla privazione delle cose di prima necessità; da noi non si dovrebbe trovare poi gran difficoltà per essere fedeli nell´osservanza del digiuno del venerdì (Art. Cost. 155), e nel fare «vita in tutto comune, e quanto al mangiare e quanto al vestire» in conformità degli articoli del Regolamento delle Case (2, 3, 4, 5, 6, 12, 15); tanto più che tutte le cose in esse sono di una larghezza tale da non sembrare neppure delle mortificazioni.
Ma pur troppo non è così. Nella nostra vita semplice e mortificata, qua e là, vanno infiltrandosi e prendendo piede delle consuetudini, praticate forse nel mondo, ma disdicevoli al tenore di vita religiosa da noi professata.
Nel cibo, nei digiuni, nelle astinenze si crede di potere fare ciò che è in uso presso i secolari, dimenticando che il nostro vitto ordinario, a colazione, pranzo e cena, ha da essere uguale per tutti (tranne il caso di indisposizione o malattia), nella qualità e quantità; e che sono pure determinate le portate durante i differenti pasti.
Queste portate cambiano naturalmente secondo i cibi in uso nel paese dove si vive: e, se necessario, con il consenso scritto del Rettor Maggiore, si possono distribuire in ore differenti secondo le esigenze dell´igiene e dei bisogni locali, ma non debbono essere accresciute le portate nel complesso della giornata.
Perciò l´intercalare una vera merenda, tra il pranzo e la cena, conservandò in pari tempo quello che è concesso per la cena: — il ripetere la porzione fissata per ciascun pasto, sotto pretesto che non è sufficiente una sola; — il servirsi dei piatti di servizio smoderatamente, in modo disdicevole alla buona educazione; — il pretendere altre pietanze, a ca
priccio, senza vera necessità e previa licenza del Superiore; — ed altre consimili eccezioni, che sanno più di golosità ed ingordigia, che di vera necessità, — devono essere ritenute da noi tutti come affatto contrarie allo spirito salesiano delle nostre tradizioni, e quindi da evitarsi con ogni possibile diligenza sia da parte dei Superiori come di ciascun Confratello.
Ora poi va introducendosi in certe Case l´uso del caffè a mezzogiorno. Ecco a questo riguardo quale fu sempre l´usanza che dobbiamo rimettere in vigore, dove fosse necessario.
Durante gli anni del nostro Beato, di D. Rua e di D. Albera, fino al 1914, alla tavola comune non si serviva il caffè, eccetto in qualche pranzo straordinario e nel caso in cui si voleva onorare qualche ospite distinto. Allora il caffè, oltre che al personaggio onorevole, veniva servito a due o tre altri del Capitolo. Fuori di questo caso il caffè non era portato alla mensa comune. Chi ne aveva bisogno, con il permesso del Superiore, discendeva a prenderlo nell´antico refettorietto presso la cucina sotterranea di quei tempi: ma la cosa si limitava a pochissimi anziani e malandati di salute.
Nel 1914, avendo il Capitolo Superiore stabilito cucina e refettorio a parte, venne a mancare il piccolo luogo per il caffè a coloro che ne avevano bisogno. Il sottoscritto, allora Prefetto Generale, dispose che al Sig. D. Albera e a qualche altro fosse servito prima del ringraziamento alla medesima tavola del refettorio comune.
L´esperienza ha dimostrato che sono molto più saggi gli altri Istituti che non danno il caffè a nessuno prima del ringraziamento, nel refettorio comune, ma solo dopo la visita al SS. Sacramento, presso la cucina od anche nella camera di quelli che ne hanno bisogno.
Ho creduto necessaria questa pubblica esposizione, perché l´uso del caffè va dilagando, ed ogni giorno crescono di numero quelli che sono attratti da questo bisogno: ed io, essendo stato la causa di questo abuso, desidero di mettervi il riparo coll´esempio e con la parola.
Quindi da questo momento si ritorni all´usanza dei tempi del Beato Don Bosco in tutte le nostre Case.
Insisto pure sull´osservanza del digiuno al venerdì in onore della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, da parte di quanti sono in grado di farlo; e il cambio della qualità sia solo per gli ammalati. La mortificazione poi della sera del venerdì dev´essere fatta, come s´è sempre usato presso il Capitolo Superiore, anche quando ci fosse la dispensa ecclesiastica.
«Con queste piccole mortificazioni — concludeva il Beato i suoi appunti per un´istruzione sopra quest´argomento — si avrà il fervore nella preghiera, si vinceranno le insidie del corpo, la virtù trionferà, la Congregazione diverrà un paradiso terrestre».
6. Nel numero 54 degli «Atti del Capitolo Superiore» feci pubblicare le parole del Beato che caratterizzano il Coadiutore salesiano, illustrate dal pratico ed esauriente commento del carissimo Consigliere Professionale D. Giuseppe Vespignani. Le cordialissime lettere allora ricevute da molti Coadiutori per ringraziarmi del prezioso regalo, mi fecero molto piacere, non già per i ringraziamenti, perché è dovere del Superiore comunicare ai sudditi tutto quello che riguarda il loro perfezionamento; ma bensì per le promesse esplicite di trarne profitto e farne tesoro per l´avvenire.
Queste promesse sono il vostro migliore ringraziamento, o miei cari, perché ho piena fiducia che le manterrete. Non posso però esimermi dal dire una parolina proprio per voi sopra l´argomento delle nostre tradizioni.
Come avrete rilevato, alcune delle nostre tradizioni sono generali, cioè da osservarsi da tutti indistintamente; ed altre particolari, che devono essere osservate da coloro che occupano una data carica o mansione.
Ora il prezioso documento del Beato, che, con il relativo commento, mette in bella luce la singolarità, la grandezza e lo spirito della vostra vocazione religiosa, contiene pure tutte le tradizioni proprie della vostra vita quotidiana e della vostra missione.
Il Beato ha tenuto a far risaltare che i Coadiutori salesiani sono veri religiosi, quanto i chierici e i sacerdoti; e che, per le mansioni lor affidate, diventano «quasi chi dirige, come padroni su gli altri operai, non come servi... Non sudditi semplicemente, ma superiori. Tutto però con regola e nei limiti necessari».
Egli vuole che i Coadiutori siano «padroni di casa»: dunque in Casa, per la Casa e della Casa: dunque, non con il cuore altrove, non vanitosi, non del mondo; ma addetti al canto, alla musica, alle funzioni delle domeniche e feste, agli interessi della comunità, agli Oratori festivi, alle Compagnie e Società giovanili: dunque primi nella levata, nell´orario di tutti gli atti comuni (preghiere, meditazione, lettura spirituale, esami di coscienza, esercizi di Buona morte, conferenze e rendiconti), nel servizio delle sante Messe, nel fare il catechismo e nel tenere la disciplina tra i giovani.
Li vuole perciò lontani dai pericoli, dai rumori del mondo, da certe uscite, non autorizzate, semiclandestine; da certe compagnie e da certe visite punto necessarie e convenienti: lontani da certe abitudini, portamenti e modi di agire tutt´altro che esemplari: lontani infine da certe moderne eccezioni di radio, sia pure nella propria camera o nel laboratorio, perché tutte queste cose contrastano e impediscono la vera vita religiosa fondata sopra la pietà solida e fervorosa, sopra la carità ardente, la purezza trasparente, la pazienza e bontà inalterabili; sopra lo spirito del
lavoro senza limiti con semplicità spontanea, serena verso tutti, anche in mezzo alle contrarietà inevitabili di quaggiù.
Approfondite, cari Coadiutori, e fate di ritenere scolpite nella mente per tradurle nella realtà della vostra vita di ogni dì e di ogni ora, le mirabili cose del prezioso documento paterno, che vi appartiene personalmente; ed io vi assicuro che comprenderete sempre meglio la grandezza del vostro stato e non cesserete più dal ringraziare e benedire la divina Misericordia per avervi chiamati ad abbracciarlo e che vi aiuta a perseverare in esso. Tanto più che la Congregazione, da tenera madre, mette a vostra disposizione tutto il tempo necessario e i mezzi migliori per la vostra completa formazione.
Siccome non è possibile divenire buoni capi e maestri d´arte senza lunghi anni di studio e di tirocinio, così, o miei cari, dovete persuadervi bene che non potreste da soli, senza diuturna e seria preparazione, formarvi religiosi perfetti, quali il Beato vi vuole, atti a fare da padroni e a dirigere gli altri.
Solo con una preparazione lunga, regolare e fatta da lui personalmente, Don Bosco ha ottenuto dei veri modelli di Coadiutori come Rossi Giuseppe, Pelazza Andrea, Frescarolo Francesco, Audisio Cipriano, Buzzetti Giuseppe, Fontana Carlo, Palestrino Domenico, Rossi Marcello, ed altri simili confratelli, per ricordare solo alcuni di coloro che hanno già raggiunto il premio.
Alla morte del Beato, D. Rua, suo fedele interprete, vedendo crescere il numero degli Ascritti Coadiutori, stabilì che i giovani professi passassero a S. Benigno gli anni necessari, per fortificarsi nello spirito e perfezionarsi nella lor arte, cosa che, nei limiti del possibile, venne continuata anche in seguito a S. Benigno fino alla guerra.
Al presente, essendo cresciute a dismisura le esigenze per le scuole professionali e per di più anche i pericoli di far naufragio nella vocazione, i Superiori sentono ogni dì più impellente la necessità di dovere dare ai confratelli Coadiutori una preparazione lunga almeno quanto quella dei chierici.
Questi, dopo il noviziato, hanno due anni di filosofia, tre di esercizio pratico e quattro di teologia, in tutto quasi dieci anni, durante i quali essi fanno una vita di studio, di disciplina e di sottomissione perfetta.
I Coadiutori non ne hanno bisogno di meno per divenire buoni religiosi, veri maestri d´arte, direttori di laboratorio e capi dell´azienda salesiana. Ci conceda il nostro Beato di potere compiere quanto ci sta a cuore, ed allora i Coadiutori, ai quali egli, cinque anni prima che morisse, aveva in S. Benigno dato il programma del loro apostolato e preannunziato il crescente numero, vedranno pure avverato l´augurio che sarebbero cresciuti eziandio «in bontà ed energia, e allora, come leoni invincibili, avrebbero potuto fare molto del bene».
7. Le poche cose, che son venuto fin qui esponendovi alla buona e con il cuore alla mano, vi siano di eccitamento, miei cari figli, a conservare e praticare anche le altre tradizioni salesiane che fossero trascurate nelle vostre mansioni e nella vostra Casa. Ciascuno procuri di divenire nella sua vita una vivente tradizione salesiana con fuggire ogni novità nelle pratiche religiose, ogni mutamento nell´orario della giornata e dei propri doveri, ogni massima, ogni detto, ogni modo di fare che non fosse consono alle regole e agli esempi del Beato.
Termino con le parole pronunziate dal nostro Santo Padre alla fine di una della sue conferenze nel 1875. Eccole:
«Ancora una cosa e finisco. Uniamoci d´accordo nell´eseguir bene le pratiche di pietà della nostra Congregazione e specialmente ciò che riguarda l´esercizio della Buona Morte, l´ultimo giorno di ogni mese. Per quanto si può, si lascino tutte le occupazioni estranee in detto giorno, e ciascuno si applichi proprio in cose spettanti alla salute eterna dell´anima sua; io spero molto, in questo esercizio ben fatto; perché se ciascuno ogni mese impiega un giorno ad aggiustare in modo regolare tutte le cose sue, costui, venga la morte quando vuole e nel modo che vuole, non avrà a temere la morte improvvisa. Non solo in detto giorno si faccia una confessione con maggiore diligenza ed una più fervorosa Comunione, ma anche si dia sesto alle cose che riguardano gli studi e specialmente alle cose materiali; che se la morte ci sorprendesse, allora noi potremo dire: Non ho più da pensare a nient´altro che a morire nel bacio del Signore. Che Iddio vi benedica, miei cari figliuoli». La grazia di Nostro Signore Gesù Cristo sia sempre con noi e ci renda costanti nella pratica di tutte le tradizioni che abbiamo imparate, ricevute e udite dal Beato Padre. Allora il Dio della pace sarà con noi; e la pace di Lui che sorpassa ogni intendimento, custodirà i nostri cuori e i nostri pensieri in Cristo Gesù, finché non entreremo definitivamente nel gaudio eterno del bel Paradiso. Pregate per me che non vi dimentico dinanzi all´altare del nostro Beato Padre.
Torino, 26 aprile 1931,
Festa del Beato Don Bosco.
Sempre vostro aff. mo in C. J. Sac. Filippo Rinaldi.
NB. — Credo opportuno notificarvi fin d´ora i Ricordi per gli esercizi spirituali che si terranno ai confratelli durante l´anno 1931 perché desidero che siano i medesimi per tutti.
Il Salesiano qualis esse debet: Religioso, laborioso e temperante quando è animato dalla fede, dalla speranza e dalla carità.
2.9 «Per vivere accanto al Beato Don Bosco»
(ACS. XII, n. 57 - 24 novembre 1931 - pp. 965-972)
Torino, 24 novembre 1931
Carissimi Confratelli e Figli in Nostro Signore Gesù Cristo,
1. In quest´anno che volge al termine ci siamo dedicati all´apostolato delle Associazioni giovanili tanto care al cuore del Santo Padre, e della nostra perfezione religiosa secondo il modello del vero Salesiano, qual è nella visione del Beato nostro Padre nel sogno del 1881.
La vostra partecipazione a questo duplice apostolato, esteriore ed interiore, è stata concordemente attiva, come ho rilevato con gioia dall´incremento dato quasi dappertutto alle nostre Compagnie religiose, che continuano a dare ottimi frutti; dallo zelo di ciascuno per realizzare in sé e negli altri confratelli il modello del perfetto Salesiano; e dall´accoglienza fatta alla mia Circolare del 26 aprile scorso per la conservazione e la pratica delle nostre tradizioni: di tutto ne sia ringraziato di cuore il Signore.
Intanto se ciascuno di voi, o miei cari, fosse ognora sollecito di avvicinarsi di più al nostro Padre Don Bosco, per imitarlo ininterrottamente, mi pare che quelle cose da voi stessi additatemi come contrarie al nostro spirito verrebbero automaticamente abolite per fare il posto ad altre che, pur essendo elementi integrativi del nostro spirito, sono qua e là lasciate andare in disuso.
Per fare ciò, vale a dire, per vivere proprio accanto al Beato Padre, occorre eccitare dentro di voi stessi il bisogno di leggere e rileggere gli scritti di lui con le Memorie biografiche e quanto altro venga pubblicato intorno a lui e all´Opera sua. Come sarebbe più salutare la vostra missione educativa se si leggesse privatamente qualche volta ogni anno il trattatello sul suo Sistema educativo e la prima parte del Giovane Provveduto! Dicasi altrettanto della Vita, pubblicata testé, dell´indimenticabile Don Rua, il fedelissimo discepolo che ha saputo rendersi un altro Don Bosco imitandolo in tutto mentre gli viveva accanto.
Vi sono in tutte le Case i volumi contenenti questi preziosi tesori, ma quanti vanno ad attingervi le vere ricchezze salesiane da trafficare per la salvezza di tanta gioventù? La scusa che non si ha tempo è puerile, mentre alle volte da alcuni lo si spreca in letture frivole di giornali e libri non convenienti, e in conversazioni inutili, ecc. La vera ragione di tale trascuranza va ricercata nella non comprensione della grandezza dell´apostolato al quale la divina bontà s´è degnata chiamarvi. Ognuno di voi cerchi di comprendere quanto sia importante la lettura assidua, ordinata
di questi volumi, ed allora esperimenterà personalmente il gran bene che ne viene alle anime e alle nostre Opere.
2. Il nostro Beato Padre aveva una larghezza di cuore smisurata come le arene dei lidi del mare, che, dinanzi alle necessità della gioventù abbandonata e di tutte le umane miserie, tenerissimamente si commoveva e gli faceva compiere i sacrifizi più eroici per alleviarle nel miglior modo possibile.
La lettura assidua delle Memorie biografiche ci fa sentire tuttora sempre più viva e palpabile questa sua eminente caratteristica, quasi per inocularla nei nostri cuori e renderli capaci dei sacrifici che la «grave angustia e crisi finanziaria» attuale e mondiale reclama pure da ciascuno di noi. I Governi di tutti i Paesi ne sono preoccupati, senza trovare modo di scongiurarla; e il Santo Padre Pio XI ha lanciato a tutti i popoli il Suo commosso Appello per la Crociata universale di pietà e di amore, onde ciascun membro della grande Famiglia di Dio faccia uso di tutti i suoi mezzi disponibili per alleviare gli indigenti per mancanza di lavoro, e particolarmente «l´immensa moltitudine dei bambini vittime le più innocenti di queste tristissime condizioni di cose; imploranti panem dum non erat qui frangeret eis e nello stesso squallore della miseria, condannati a vedere sfiorire quella gioia e quel sorriso che la loro anima ingenua cerca inconsciamente intorno a sé». Sentire pietà e commiserazione per l´infanzia, per la fanciullezza abbandonata e recarvi tutto il nostro contributo di amore, di preghiere, di opere, di sacrifizi e di immolazioni, ecco l´eredità che ci ha lasciato il Beato Don Bosco. Egli, durante tutta la sua vita, non ha fatto altro che darsi incessantemente, anima e corpo, mente e cuore, ad alleviare le miserie morali e materiali della gioventù.
L´eroismo di tutta la sua vita di apostolo non ha avuto altro movente che l´amore e la pietà per la gioventù; non altro fine che di alleviarla dalle sue miserie, educarla, condurla a Dio, metterla in condizione di una decorosa vita cristiana, quaggiù nella cittadinanza terrena, per potere così assicurarsi a suo tempo la cittadinanza del cielo.
Ora perché tutta questa vita paterna sopravviva nella sua Opera a mezzo dei suoi Figli, fa d´uopo che l´Appello del Vicario di Gesù Cristo, risuoni in ciascuno di noi con l´efficacia anche della voce paterna, a monito ed eccitamento salutare di lanciarci, sui suoi esempi, alla grand´opera di commiserazione e di alleviamento delle giovinezze dalle presenti sofferenze, con pienezza di immolazione di noi stessi e delle cose che la Provvidenza mette a nostra disposizione.
3. Perciò, miei carissimi figli vi scongiuro, non solo in visceribus Christi, ma eziandio in latitudinem cordis Patris, di volgere il vostro sguardo alle immense moltitudini di fanciulli imploranti, intorno a voi e in ogni paese della terra, un sollievo, un aiuto alla loro indigenza delle cose di
prima necessità per la vita; e così vi riempiate il cuore della più tenera commiserazione, onde essere pronti a fare tutti i sacrifizi che sono a vostra disposizione per alleviarli e rifocillarli, nell´anima e nel corpo.
Nessuno può essere indifferente alle presenti angustie perché se ne sentono gli effetti dappertutto. Anche per noi non è più per ora il tempo di quella relativa sufficienza che ci permetteva tante opere buone con una certa larghezza di benessere: ora i creditori, grandi e piccoli, picchiano continuamente alla porta; i parenti dei giovani non possono pagare neppure le piccole pensioni; i giovani poveri ed abbandonati crescono di più nelle nostre Case, mentre le entrate si assottigliano continuamente e le elemosine sono più scarse.
Tutte le nostre Case si risentono, e sono in disagio a motivo delle presenti tristezze, lo so; ma più di tutti se ne risente il Capitolo Superiore, sia per le ingenti spese incontrate gli anni scorsi nella preparazione di parecchie Case di formazione religiosa-missionaria; sia per riempirle di buone vocazioni; sia per le spedizioni annuali delle novelle reclute, diligentemente selezionate ed istruite, ai noviziati e agli studentati delle varie Missioni alle quali sono state assegnate; e sia infine per tante altre spese che gravitano sulle sue spalle per il rifornimento delle Missioni, per i Processi di Beatificazione e Canonizzazione dei nostri Servi di Dio, e per la Direzione Generale di tutta l´Opera.
Ricordo le raccomandazioni del Beato Padre di fare qualunque sacrifizio per coltivare ed accrescere le vocazioni e le Missioni; ma sento pure il bisogno di raccomandarmi caldamente a tutti gli Ispettori e Direttori perché veglino sull´economia e la inculchino continuamente ai loro dipendenti. Prima ne diano essi l´esempio: si proibiscano tutte le spese che possono essere rimandate ad altro tempo; si sospendano i lavori di costruzione e le riparazioni non strettamente necessarie ed urgenti. A questo proposito faccio mie le parole pronunziate dal Beato nel 1876: «Bisogna che voi mi aiutiate. Dite e ripetete che ogni giorno che non c´è il muratore in casa, è una giornata d´oro. Del resto bisognerà che mi ci metta proprio io e che non permetta più nessun lavoro per piccolo che sia, senza che mi si domandi licenza specificatamente... Io non temo che ci manchi la Provvidenza, qualunque maggior numero di giovani accetteremo, o per le grandi opere, anche dispendiosissime, nelle quali ci slanciamo per l´utilità spirituale del prossimo; ma la Provvidenza ci mancherà in quel giorno in cui si sciuperanno denari in cose superflue o non necessarie».
In tempi straordinari bisogna usare mezzi straordinari. Tutto ciò che pare poco fa crescere la spesa. Anche le Case che fossero meno provate dall´attuale crisi, devono ricordarsi di essere solidali con il corpo e con il capo della Congregazione, perché il loro personale e il loro relativo
benessere presente è frutto dei sacrifizi sopportati da Don Bosco e dagli altri Superiori nei tempi passati, che erano di non minore penuria di quella che ci travaglia ora.
Vedano perciò quei cari Confratelli, che si trovano quasi in condizione privilegiata, di imporsi tutti i sacrifizi di economia, di risparmi, e di mortificazioni che devono sopportare i loro Confratelli delle Case meno abbienti e che vivono solo di beneficenza. In tal modo molti Ispettori potrebbero avere maggiori risorse, non solo per sostenere le Case di formazione e di beneficenza dell´Ispettoria; non solo per pagare con sollecitudine i debiti che hanno verso le altre Case, in particolare verso quelle di formazione Missionaria e verso gli Studentati Teologici di Torino e di Roma, che sono debiti urgenti, privilegiati; ma anche per inviare al Successore di Don Bosco qualcuna di quelle letterine d´oro, con le quali i primi Direttori delle prime Case, e poi i primi Ispettori, solevano accompagnare i loro auguri e quelli di tutta la comunità, nelle varie circostanze dell´anno e manifestare anche così in modo tangibile il loro filiale affetto.
4. Permettetemi, miei Confratelli e Figli carissimi, che insista su la necessità di acquistare un fine spirito di economia. Senza di esso non si può essere buoni religiosi, perché, come diceva D. Rua, l´economia è «il profumo della santa povertà, che può dirsi la virtù apostolica per eccellenza» e che il nostro Fondatore ci ha dato quale termometro infallibile della prosperità e della durata della nostra Congregazione.
Oh! si potessero ripetere oggi e nell´avvenire lontano le confortanti parole rivolte da Don Bosco ai Direttori nelle Conferenze del febbraio 1876! Le strettezze finanziarie erano molto gravi anche allora, ma il buon Padre, animatili a confidare unicamente nella Provvidenza, li assicurò che questa non sarebbe mai mancata alle nostre Case, se non quando i Confratelli se ne rendessero indegni, quando cioè si sprecasse il denaro e si affievolisse lo spirito di povertà. Poi con immensa tenerezza paterna esclamò: Ma finché io vedrò ciò che ora vedo, che si fanno sacrifizi da ogni parte, e sforzi per economizzare in ogni maniera, che il lavoro è grande e disinteressato, no, statene certi, la Provvidenza non ci mancherà mai. Non abbiate alcun timore.
Fare sacrifizi da ogni parte, e sforzi per economizzare in ogni maniera era allora la vita di ogni Confratello, e dev´esserlo pure al presente e nell´avvenire. Veda quindi ciascuno di voi, o miei cari, di tradurre nella sua vita quotidiana, qualunque sia la Casa e l´occupazione, le seguenti raccomandazioni fatte dal Beato in quella circostanza: «Tuttavia, mentre noi ci appoggiamo ciecamente sulla divina Provvidenza, raccomando a tutto potere l´economia. Risparmiamo quanto si può, risparmiando in ogni modo: nei viaggi, nelle vetture, nella carta, nei commestibili, negli
abiti. Non si sprechi né un soldo, né un centesimo, né un francobollo, né un foglio di carta. Io ciò raccomando caldamente a ciascuno di voi e specialmente agli assistenti, ai professori e a tutti gli altri; che procurino di fare e di far fare ai loro sudditi ogni risparmio conveniente, ed impedire qualunque guasto, del quale si avvedano».
Dunque economia da parte di tutti e nelle cose anche minime, fosse solo un boccone di pane, un pezzetto di carta, una lampada accesa fuor di tempo o dove non fosse necessaria, ecc. Così fanno ora anche le famiglie non solo povere, ma le agiate e le ricche: risparmiano, economizzano su tutta la linea. Molte si sono private della comodità delle persone di servizio; e non poche persone che prima non avevano mai lavorato, adesso si pongono al servizio di chiunque pur di potere guadagnare qualcosa. Di più quelle numerose famiglie si sono impostè limitazioni straordinarie nel vitto, che neppure nelle solennità hanno la nostra mensa comune! E si pensi (come faceva rilevare già Don Bosco e poi con maggior insistenza D. Rua) che tuttavia tante di quelle famiglie non tralasciano mai dal dare il loro obolo per le nostre opere e missioni! Quindi, concludeva D. Bosco, «non dobbiamo cercare di rendere la nostra vita più agiata, ma di fare buon uso della carità che gli altri ci fanno per il fine della nostra missione di salvezza della gioventù abbandonata».
Ora se tante buone famiglie di secolari si mortificano, anche per sovvenire le nostre Opere, che non faremo noi?
Desidero infine a questo riguardo che ogni Direttore, nell´occasione dell´Esercizio della Buona Morte, faccia leggere da tutti i suoi Confratelli in comune, la Circolare regalataci dal Servo di Dio D. Rua nel nono anniversario della morte del Beato Don Bosco. (V. Lettere Circolari di D. Rua, n. 34, pag. 360). Se si amerà realmente la santa povertà, e si imiterà il Beato, il quale ha sempre mirato all´osservanza più stretta di essa, allora questo tempo della più stretta economia, ci apporterà tesori inestimabili di religiosa perfezione. Ancora: il Beato nei momenti di maggiori strettezze e difficoltà pregava più intensamente e faceva fare particolari preghiere da´ suoi giovanetti... e ne era sempre esaudito. Imitiamolo anche in questo. Sì, preghiamo anche noi, o miei cari, e facciamo pregare i nostri giovani, essi pure vittime della tremenda crisi attuale. Animiamoli a pregare per rispondere all´appello del Papa, ed inculchiamo ad essi pure l´economia, onde assecondare, nei limiti delle loro forze, alla Crociata di pietà e di amore proclamata dal Santo Padre.
5. Ma è tempo che venga alle strenne per il 1932. Ve le espongo per semplici accenni: ognuno potrà meglio svilupparle da se stesso. Ecco le strenne:
PER I SACERDOTI: Missa attente celebretur: si celebri con attenzione la Santa Messa.
PER I CHIERICI E I COADIUTORI: Sanctum Sanctorum peramanter visitetur: si visiti con trasporto d´amore Gesù Sacramentato.
PER GLI ALUNNI INTERNI, ESTERNI ED ORATORIANI:• Ascoltino con attenzione la S. Messa e si preparino a ricevere la S. Comunione sacramentalmente od almeno spiritualmente.
PER GLI EX-ALLIEVI: Facciano ogni sacrifizio per ascoltare con raccoglimento la S. Messa tutti i giorni festivi.
Le prime due strenne sono due sentenze lette dal Beato Padre sopra le fiammelle che si alzavano dai raggi del diamante, la Carità, che brillava sopra il cuore del personaggio della visione. Basterebbe questo solo richiamo per valutarne tutta l´importanza e invogliare ciascuno a meditarle profondamente e a praticarle costantemente. Lascio che gli Ispettori e i Direttori diano le spiegazioni opportune nelle conferenze e conversazioni particolari, vigilando poi che le strenne siano realmente praticate con vantaggio delle anime e della nostra Congregazione.
Le strenne richiamano tutti a crescere nell´amore all´Eucaristia, sia celebrando od ascoltando la S. Messa; sia frequentando la S. Comunione; sia visitando il SS. Sacramento, nelle quali pratiche risplende la caratteristica più bella impressa da Don Bosco alla sua Congregazione. Quale vasto campo si offre ai Direttori delle Case per parlare ai loro giovani di quanto ha fatto il nostro Beato per eccitare i giovani alla Comunione frequente e quotidiana; per abituarli a visitare il SS. Sacramento in tutte le ricreazioni della giornata (cosa che vorrei venisse ripristinata dappertutto come una delle nostre tradizioni paterne più salutari); per sviluppare e coltivare le vocazioni ecclesiastiche; per promuovere la Compagnia del SS. Sacramento ed il piccolo Clero, onde abituare i giovanetti all´altare nelle grandi funzioni con sottana e cotta, e via dicendo. L´argomento preferito durante tutto l´anno per le conferenze, istruzioni e fervorini e Buone Notti sia: il Beato Don Bosco e l´Eucaristia. I Direttori troveranno nelle Memorie biografiche una miniera inesauribile di pensieri, di fatti e di opere al riguardo. In tal modo si faranno risplendere meglio nella pienezza della lor luce i festeggiamenti che si effettueranno nel corso dell´anno e si avrà una grande fioritura di vocazioni sacerdotali e religiose.
6. Prima di finire, o miei cari, vi chiedo la carità di particolari preghiere per la Spagna cattolica, così fieramente perseguitata in questi tempi, perché mi è oltremodo cara a motivo della mia lunga permanenza colà, la quale mi permette di meglio valutare la gravità della presente persecuzione. Pregate per essa e in modo speciale per le numerose nostre Case ed Opere che fiorivano in quella nobile nazione. Le ho poste sotto la protezione di Maria Ausiliatrice: supplicatela anche voi, mattina e sera, con
insistenza filiale onde faccia presto sentire a quei nostri carissimi Confratelli tutta l´efficacia del suo potente aiuto e la pienezza della sua materna protezione. Abbiamo tutti bisogno di questa misericordiosa Madre, ma i Confratelli di Spagna sono in maggiori strettezze e perciò le nostre preghiere siano anzitutto per essi. Preghiamo ora e sempre con la certezza che non ci verrà mai meno l´aiuto potente della nostra Ausiliatrice, finché le saremo figli devoti e amantissimi.
Ed ora vi faccio i migliori auguri per il nuovo anno, invocando, ad intercessione del nostro Beato Padre, una particolarissima benedizione di Maria Ausiliatrice sopra di voi, delle vostre occupazioni, dei giovani affidati alle vostre cure, onde quest´anno vi sia davvero apportatore di ogni bene più eletto per la vita presente e la futura. In tal modo possiamo sperare di ritrovarci poi un dì tutti assieme nel bel Paradiso accanto al nostro Beato Padre con tutti i santi Confratelli che ci hanno preceduti nella beata visione della pace. Le vostre preghiere mi sono di grande conforto e ve ne sono gratissimo. Il mio ricambio è continuo dinanzi al Signore, e voi non dimenticate il
vostro affmo in C. J. Sac. Filippo Rinaldi.
Torino, 24 novembre 1931


L´epistolario
1. Presentazione
Lo poniamo per ultimo perché in un certo senso rappresenta una specie di complemento di tutti i documenti finora presentati, con il vantaggio che le lettere, mentre personalizzano meglio il «magistero salesiano» di D. Rinaldi, lo rendono anche più ricco, più vivo e più spontaneo.
Ci si è limitati al materiale che servì per la causa del Venerabile, un grosso volume dattiloscritto, formato protocollo, di oltre 470 pagine, contenente solo lettere personali; mentre il secondo volume riproduce le Lettere circolari ai Soci Salesiani, che troviamo stampate negli Atti del Capitolo Superiore, con in più copia di 4 drammi del Servo di Dio per i teatrini delle FMA (Galeria Dramatica Salesiana, Barcelona), altro talento esercitato del suo zelo sacerdotale.
Le lettere risultano così distribuite:
a) A Soci Salesiani e Novizi 319
b) A Figlie di M.A. e altre Religiose 280
c) A persone esterne, specie laiche 338
Totale 937
Delle ultime, destinate a persone esterne, ben 307 risultano indirizzate a una stessa persona, una benemerita Signora torinese (E. C.), dal Servo di Dio diretta spiritualmente, con umile ed eroico zelo sacerdotale, dal 1913 fino alla vigilia della sua morte. Il sacerdote salesiano che poté seguirla dal 1932 al 1963, anno della di lei morte (17 maggio) e ne raccolse sul letto di morte il prezioso tesoro delle lettere ricevute dal Venerabile e conservate gelosamente, offre della medesima la seguente testimonianza: «Posso dire che non era né scrupolosa né esaurita, era un temperamento ipersensibile e non facile, ma tanto buona e ricca di fede» (P. Zerbino, Torino 11 aprile 1987).
Tali lettere meriterebbero una pubblicazione integrale a parte, come
documento d´indole pastorale di eccezionale valore: se ne sono scelte alcune tra le più significative, atte a lumeggiare la personalità umana, sacerdotale e salesiana dell´impareggiabile direttore di spirito, e a metterne in evidenza lo spirito di fede, l´umiltà, la santità eroica.
In un primo momento, si era pensato di abbondare anche con le altre lettere da offrire all´edificazione del lettore. Quando però maturò l´idea di uno speciale capitolo, l´ultimo, dedicato a «D. Rinaldi Maestro di santità salesiana» ristretto al solo epistolario, moltissime delle lettere indirizzate a Salesiani e a Figlie di M.A. trovarono posto nel nuovo capitolo.
Qui se ne offrono solo alcune che presentano speciale interesse per la figura del Superiore e del Saggio consigliere, nell´ambito sia della Congregazione salesiana come dell´Istituto delle Figlie di M.A.
Si è preferita, ordinariamente, la riproduzione integrale del documento, anche di fronte a qualche particolare pur non essenziale, ma sempre storicamente di un certo interesse.
Di ogni lettera si offrono data, destinatario (con qualche elemento che lo riguarda) e pagina del volume sopraindicato.
Il testo viene dato fedelmente, con tutte le sue caratteristiche: abbreviazioni, piemontesismi, spagnolismi (es. verbo andare per venire), mancanza quasi costante di preposizioni di fronte al verbo servile, non pochi anacoluti, punteggiatura spesso trascurata, uso scorretto dell´imperativo-congiuntivo, ecc.
Si tengano presenti i giudizi entusiastici dei due Revisori sugli scritti del Venerabile, valevoli in modo speciale proprio per l´epistolario.
2. Testi
2.1 A Don Pietro Ricaldone (1870-1951) (Prefetto Generale e Vicario)
Torino, 22 dicembre 1923
Caro D. Ricaldone,
mi fece piacere la tua preg. Tante grazie. Ho fiducia che la tua visita farà del bene ai confratelli ed al corpo delle n. società Francese, Belga, Inglese.
Dovunque assicura tutti del nostro affetto costante e grande per loro. Abbia cura di non strapazzarti troppo.
Forse D. Mussa lo mettiamo alla Crocetta e così D. Segala in Sicilia e gli altri cambi come tu vuoi. Qui si lavora al solito; come al solito si hanno notizie consolanti da tutte le parti colle relative spine.
In Capitolo non si vide bene quella serie di circolari colla tua firma. Quella per Lombardo Radice parve un´invasione del campo scol.: le altre una sottrazione d´autorità al Cap.
Te lo dico ad cautelam e perché ce ne parliamo poi.
Sta allegro. Ricordati che il bene non si fa senza contrasto. Prega per me che ne ho tanto bisogno. Felice feste. Lo spirito di S. Fr. di S. e di Don Bosco ti accompagni.
Tuo in C. J. Sac. F. Rinaldi. [p. 3-4]
Pinerolo, 16 agosto 1924
Caro D. Ricaldone,
la mia cura continua benino. Mi pare che ritornando altra volta quando l´uva sia matura ne guadagnerò anche di più.
Intanto penso lunedì a sera col treno che giunge a Torino alle´ di arrivare costì. Se ci fosse Forni a p6rtarmi a Valsalice, andrei a salutare gli Esercitandi e dopo le orazioni passerei a dormire a Valdocco. Ho varie cose che mi preoccupano (Guerra, Moncalieri, Merlo, ecc.) e sento il bisogno di essere informato. Ricordo come il compianto D. Albera mi disse chiaro che voleva sapere tutto quando era già molto grave negli ultimi mesi.
Quanto a me non so se sia per curiosità o responsabilità, ma è certo che sento il bisogno di seguire le cose nostre, anche avendo in te piena fiducia e grande riconoscenza per tutto quello che fai.
Andrei dopo a Nizza dove io stesso feci radunare .più di 200 direttrici alle quali sento il dovere di rivolgere per tre o quattro giorni una parola oltre la predica che hanno per gli Eser. Sp.-D. Barberis sta realmente meglio. Deo gratias!
È giunto o giungerà S.E. il Card. Cagliero?
Se è così ossequialo. Io andrei anche per questo fine a Torino.
Il Signore ti dia forza e la sua grazia per portare la vera croce che hai sulle spalle ed abbiamo presente nelle tue orazioni.
Aff. in Cor. Jesu Sac. F. Rinaldi.
´ Vedo che arriva alle 18,20 circa: essendo molto presto posso andare anche a piedi a Valsalice e basterebbe che Forni andasse colà alle 21 a prendermi. [p. 6]
Torino, 28 luglio 1925
Caro D. Ricaldone,
non sono tranquillo per la famosa lotteria. Era stabilito che figurassero solo gli Ex-Allievi; che per dare il nostro nome fossero assicurati non so quanti milioni, che si facesse in dollari. Queste condizioni sento che sono molto modificate: temo che allo stringere dei conti si esiga qualche garanzia e sia impegnato il nostro nome pei premi e le spese.
Desidero che si faccia presente che noi non vogliamo essere coinvolti o impegnati comunque direttamente né indirettamente, da vicino o da lontano, né come congregazione ed istituto, né come privati noi o gli an
tichi allievi, sia nelle spese, sia nei premi. Si disse sempre che faceva la Banca e Banca deve fare senza appoggiarsi a noi né aspettarsi compensi. Piuttosto che azzardare un soldo della congregazione, vada alla malora qualunque lotteria. Noi non dobbiamo cessare di vivere della Provvidenza. Se la Provvidenza ci manderà denaro per mezzo della lotteria, l´accetteremo, ma se noi dobbiamo con la lotteria giocare la Provvidenza noi non possiamo. Tiiquesto momento non fidarci nemanco dell´avvocatóg-asera che può essere troppo umano.
Scusami, ma non vorrei parlare troppo tardi.
Il Signore ti dia pazienza, salute e prudenza. Io prego per te e perché si faccia in tutto la volontà di Dio.
Tuo in C. J. Sac. F. Rinaldi. [p. 91
2.2 A D. Antonio Candela (1878-1961) (Consigliere Generale)
Torino, 22.11.1925
Caro D. A. Candela,
dopo la morte del compianto D. Piscetta, sono venuto giorno per giorno raccomandando al Signore per intercessione di M. Aus. la elezione del suo successore. Ora avrei deciso di chiamare precisamente te a prendere il suo posto. Questa nomina non l´ho ancora comunicata al Cap. Superiore, ma lo farei prossimamente. Tuttavia tu conviene che non ne faccia parola ad alcuno e ai primi di dicembre converrebbe che fossi qui a Torino. Allora ci parleremo anche di chi dovrà succederti nella direzione di cotesta casa. Intanto appena ricevuto la presente mi telegrafi subito che essa è nelle tue mani.
Prego il Signore di benedire le nostre buone intenzioni ed abbiami tuo in C. J.
Sac. F. Rinaldi. [p. 19]
Torino, 28 novembre 1925
Caro D. Candela,
vieni pure tranquillamente a Torino.
Conoscendo la nostra miseria, ci affideremo a Maria Aus. alla quale ti raccomando e dalla quale devi aspettare le grazie necessarie. Don Bosco poi farà il resto.
Come dicevo, vieni pure presto. In questi giorni si spargerà già la notizia.
Vedi se D. Patarelli non è indicato per succederti opp. chi convenga di più. Qui poi stabiliremo. Buon viaggio. Ricordati del tuo in Cor J.
d. Sac. F. Rinaldi. [p. 19]
Torino, 30 aprile 1927
Caro D. Candela,
risposi a tutte le lettere che mi hai scritto e sono stupito che la tua del 9 corrente mese quasi accenna d´avere mai ricevuto nulla. Mi stupisci perché scrissi a Cuba e a New Jork.
Spero che le riceverai più tardi perché ti saranno mandate dietro.
Di qualunque modo, ti diceva soprattutto che restassi pure negli Stati Uniti fino a metà luglio. Ora ti dirò che mi basta che sia qui per l´Assunta il 15 Agosto. Colà fa pure tutto quello che farebbe l´ispettore, ne hai tutte le facoltà. Non mi pare conveniente per ora porvi D. Zolin.
Questo lo vedremo più tardi, quando abbiamo notizie di D. Manassero e quando tu sia ritornato.
Desidero perciò che presieda gli Eser. Sp. dell´Est, parli loro della pietà; della vita religiosa, della missione da compiere.
Il S. Padre Pio XI mi raccomandò troppo gli Stati U. e gli emigrati che vi perdono la fede. Egli confida grandemente nell´opera nostra. Vorrebbe che aumentassimo le case, le parrocchie, ecc., ma che vi portassimo non lo spirito del mondo americano, ma quello della chiesa. A te raccomando questo pensiero del S. Padre, che è pur mio e dev´essere di tutti.
Ti ringrazio dei dollari che mi hai mandato: li ho spediti tutti a D. Ci-matti nel Giappone perché quella missione dobbiamo sostenerla noi.
D. Ricaldone continua l´opera sua e in questo momento dev´essere a Shangai.
Nulla ti dico della Causa di Don Bosco perché procede regolarmente.
Tuo in C. J. Sac. F. Rinaldi. [p. 22-23]
Torino 9 marzo 1931
Carissimo D. Antonio,
ho ricevuto le tue lettere dal Belgio, da Lisbona, e dalle altre stazioni. Te ne sono grato perché stava sopra pensiero per la tua salute. Ora sei coi nostri e riposo un po´ più tranquillo.
Hai fatto benissimo visitare altre missioni e andrà tutto bene che ne veda anche altre, per istruzione di cotesti nostri confratelli e per la nostra direzione. Quando vedi qualche cosa di buono presso gli altri, fallo conoscere anche a noi, che abbiamo bisogno d´imparare da tutti.
Ora fermati costì quanto è necessario ed anche solo conveniente pel bene dei confratelli e per riportarci delle impressioni giuste ed esserci di guida in avvenire.
Qui tutto al solito; D. Ricaldone sta ormai bene; passò oltre tre mesi fuori di Torino.
D. Tirone si ricorda di te e viaggia molto, ma per ora sta bene malgrado patisca il calore.
D. Giraudi è fuori pei lavori di Roma, Napoli, ecc.
Qui sentiamo la crisi ed il bisogno di fermare tutte le spese straordinarie.
Le relazioni politiche colla Francia pare che migliorino e ci fa tanto piacere a tutti. Giunse ieri l´arcivescovo di Torino.
In Maggio avremo l´esposizione della Santa Sindone.
Ora a te raccomando tanto la salute. Abbi cura, anche facendo le spese necessarie e prendendoti di quando in quando qualche giorno di riposo.
Salutami cotesti cari confratelli ed in particolare Mons. Sak. Io sto assai meglio: prego per te che non dimenticherai il tuo aff. in Cor. J.
Sac. F. Rinaldi. [p. 26-27]
2.3 A Don Pietro Tirone (1875-1962) (Catechista Generale)
Torino, 22 novembre 1925
Caro D. Tirone,
spero che stia meglio di salute e credo che prima di partire per la Jugoslavia, non prima di dicembre, ti lascerai vedere.
Qui ho da comunicarti cose che ti interessano personalmente.
È mia intenzione di chiamarti presso il Capitolo Superiore con una carica nuova.
D. Barberis non migliora, né lascia speranza di guarigione. Ora io non posso prolungare più oltre questa situazione che la Cong. di fatto resti senza Dir. Spir. - Avrei perciò deciso che lasciando a lui il titolo ed il voto, tu venga come ausiliare compiere le sue mansioni. In questo senso penso di presentarti al Cap. Sup. di questi giorni e più tardi di darne la comunicazione a tutta la Società.
La tua residenza sarebbe Torino, ma non ti esonero per ora dalla Jugoslavia che perciò visiterai facendo prossimamente la vestizione dei novizi.
Tutto questo deve restare per ora un secreto fin tanto che il Capitolo non sia informato. Tu per ora non ne parlerai e tarderai a venire a Torino fino al I ° di dicembre.
Appena ricevuta la presente, mi manderai un telegramma dicendo semplicemente «ho ricevuto la sua, sta bene».
Preghiamo il Signore che guidi i nostri passi.
Tuo in Cor J. Sac. F. Rinaldi. [p. 30]
2.4 A D. Giovanni Battista Gasbarri (t 10.10.1967) (Segretario del Vesc. salesiano Mons. Ottavio Ortiz)
Torino, 20 aprile 1923
Caro D. Gasbarri, (Chachapoyas, Perù)
la tua preg. mi fece tanto piacere. Tu hai ragione, siete molto lontani: è forse la stazione più difficile da raggiungere che abbiamo. Al Matto-grosso, all´Australia si giunge più presto che a Chachapoyas.
Sono contento che abbiate portato il metodo salesiano. S.S. Pio XI mi raccomandò di usarlo anche nelle missioni. La Comunione frequente trasformerà i popoli e la carità attirerà grandi e piccoli alla Chiesa e a N.S.G.C.
Tu continua ed aiuta Monsignore compiere la sua Missione. Dal Cielo Don Bosco ci guarda con compiacenza.
Come saprete, D. Salaberry fu portato nella sua patria alla direzione del collegio di Villa Calor e Superiore delle Case del Perù, a Dot andò D. Calasanz che già conoscete. Credo che farà del bene all´opera salesiana del Perù. In questo momento è necessario che tutti lo aiutiate con la
preghiera e colla buona volontà. A lui ho raccomandato anche Monsignore Ortiz e D. Gasbarri.
Dal Bollettino vedrete le altre notizie. Qui null´altro di nuovo che molto lavoro. D. Ricaldone ammalato da tre mesi, D. Conelli nell´America del Nord, Stati Uniti e Messico; D. Vespignani, D. Fascie e D. Barberis in visita per ispettorie Ligure, Romana, Piemontese.
Prega per noi e salutami tanto Monsignore al quale intendo che vada anche questa mia.
Il Signore l´assista ed aiuti compiere del gran bene ed a salvare molte anime.
Tuo in Cor J.
Sac. F. Rinaldi. [p. 50]
Torino, 18 aprile 1928
Caro D. Gasbarri,
sono contento che avete cominciato la casa di Potori. Potori per gli Spagnuoli equivale ad un tesoro: vale un Potori. Quindi non ti manca la plata; anche se non l´abbia nella saccoccia, l´hai sotto i piedi, e questo vale di più per un buon religioso.
Ciò che conviene è che studi bene la situazione e quanto convenga fare. Da principio ci vuole pazienza ed incamminare con prudenza e bontà le cose. Fa solamente quello che puoi, ma cercando di migliorare sempre l´andamento della Casa. Non progredire è andare indietro, ma puoi progredire adagio.
Sono contentissimo che pensi all´oratorio; ma anche qui, che sia un oratorio salesiano collo spirito di Don Bosco. Quest´opera dà risultato in tutti i paesi, fino fra i pagani, quando è fatto coll´impronta vera del nostro V. Padre.
Il Signore t´aiuti fare del gran bene. Non sgomentarti delle difficoltà che puoi incontrare. Fermo nella fede e nella carità avanti sempre che Maria Ausiliatrice ti otterrà la vittoria. Tante cose al compagno.
Tuo in C. J. Sac. F. Rinaldi. [p. 51]
2.5 A D. Arnold Smeets (t 19.5.1964) (Ispettore del solo Belgio)
Torino, 10 settembre 1931
Caro Ispettore,
ho piena fiducia nell´opera tua per le prosperità della vita nostra nel Belgio e nello sviluppo progressivo della pietà Salesiana. Continua le buone norme e gli esempi di M. Pastol e il Signore ti benedirà.
I Fiamminghi desiderano un ispettore che parli pure francese, ma che sappia anche la loro lingua. Sono contenti della tua elezione, ma vorrebbero sentirti parlare anche il loro idioma.
Ora il Cap. Sup. facendo la tua elezione aveva fiducia che ti saresti sforzato di imparare anche il fiammingo.
D. Pastol era francese e non potevano pretendere che studiasse la loro lingua: ora essendo tu Belga, anzi d´origine fiamminga, andrebbe tanto bene che tu dessi, ai ragazzi in particolare, quando visiti le case fiamminghe, la buona notte nel loro linguaggio ed in conversazione parlassi con loro colla voce materna.
Ecco quanto converrebbe che facessi.
Il Signore ti benedica con tutti i tuoi nuovi figli Valloni e Fiamminghi, e ti aiuti passare quest´anno facendo tanto bene.
Tuo in Corde J. Sac. F. Rinaldi. [p. 58-59]
2.6 A Don Thomas De Mattei (t 13.1.1950)
Torino, 30 dicembre 1926
Caro D. De Matei,
grazie della tua, e dei tuoi auguri — che ricambio molto di cuore.
Voglio sperare che colla carità e col buon esempio potrai fare molto del bene a tutti cotesti confratelli e giovani alle tue cure affidati.
Procura di mettere nella Casa la regolarità della vita religiosa. Si faccia in comune la meditazione e la lettura spirituale, si legga un poco a tavola, si faccia silenzio dopo le orazioni della sera, non si fumi, non si mormori, non si permetta lo spirito secolaresco.
Con carità e con pazienza, in pubblico e coi rendiconti, procura di infondere il vero spirito del nostro V. Padre Don Bosco.
Ho tanta fiducia nell´opera tua paziente e perseverante. Coraggio. Io
prego per te e per la tua Casa. Se avessi qualche osservazione da fare ai miei nipoti, ti prego di dirmelo perché io voglio che siano di buon esempio. Auguri a tutti.
Tuo in Corde J. Sac. F. Rinaldi. [p. 59]
Torino, 5 settembre 1927
Caro D. De Matei,
D. Candela mi diede le notizie di coteste Case e particolarmente tue. Vedo che si fa del bene, ma che non mancano difficoltà che nascono
il più delle volte dai nostri timori. Conviene che ti faccia Qpraggio e confidi di più nel Signore. È vero che ora non avete l´Ispettore, ma verrà presto e vedrete che è pieno di esperienza e di buono spirito.
L´abbiamo scelto anche con gravissimo sacrifizio di altre opere perché vogliamo riordinare a dovere l´opera nostra negli Stati Uniti, come desidera il S. Padre Pio XI. So che qualcuno non ci crede troppo e quasi rise di quanto fu scritto negli Atti del Cap. S., ma questi non sanno che le opere di Dio non sono come le opere degli uomini. N. Signore ci diede l´esempio sacrificandosi per salvare il mondo e non lo salvò in pochi giorni, ma con un´opera che dura da secoli. Bisogna inspirare ai Confratelli queste idee che sono cristiane, in primo luogo che ciascuno deve sapere mortificarsi e soffrire per salvare gli altri, in secondo luogo che il personale verrà poco alla volta, ma verrà certamente.
Tu solleva gli spiriti verso Dio e procura di compiere questa bella mis
sione di dirigere le anime affinché sia ben diretto il collegio ed i giovani. È vero che ti fu promesso di ritornare in California e questo si farà,
ma non subito, bisognerà che il nuovo Ispettore arrivi costì, studi le cose
e provveda prudentemente, per questo sarà necessario che tu per quest´anno scolastico resti tranquillo al tuo posto. Se si cambiasse a metà anno le cose andrebbero male. Mi rincresce che D. Costanzo non sia ancora partito, ma mi dice che partirà fra pochi giorni. Abbiate tutti pazienza.
Il Signore ti benedica e ricompensi nei sacrifizi che fai. Sia con tutti buono e prega pel tuo in Corde J.
Sac. F. Rinaldi.
D. Manassero deve restare nell´Australia; costì andrà l´Ispettore dell´Uruguay e Paraguay D.R. Pittini. In questo momento è ancora nel Chaco [p. 60-61].
2.7 A Don Paolo Albera (t 2.10.1921) (Catechista Generale)
Sarria [Spagna], 16 gennaio 1896
Molto reverendo e carissimo sig. D. Albera,
Le mando il Rendiconto fatto davvero con coscienza.
Le case di Malaga soprattutto e di Rialp sono sopraffatte dal lavoro con personale scarso; del resto son tutte discretamente bene.
I Direttori sono tutti incoraggiati e dei Confratelli pochi sono gli abbattuti, se facciamo eccezione della casa di Vigo. Il direttore di questa è molto buono, lavora assai, ma con gli interni e specialmente con i Confratelli non sa trattare salesianamente.
Ma forse non poca colpa la tengo io, perché tuttavia non fui a visitare quella casa per darle un poco di indirizzo.
Ieri morì nella casa di Sarria una Suora (Suor Amparo), che aveva proprio lo spirito di una santa spagnola. Amava straordinariamente la Congregazione, Don Bosco, Don Rua, etc. e se trovassimo un buon biografo, ci sarebbe da scrivere una vita edificantissima per le Suore e per tutti. Mi raccomandi al Signore e voglia riverire il Sig. Don Rua e superiori da parte di questo suo dev.mo in C. J.
F. Rinaldi.
[p. 127-128]
2.8 Al Card. Giovanni Cagliero (1838-1926)
Torino, 14 novembre 1924
Eminenza Reverendissima,
sono in dovere di darLe una notizia che non vorrei le giungesse prima da altri.
Dopo molto riflettere e pregare, ho proposto al Capitolo Superiore di nominare Economo Generale, al posto del compianto D. Conelli, l´Ispettore della Lombardo-Veneta, D. Fedele Giraudi.
Non ho potuto darle prima la notizia perché temevo sopravvenisse qualche difficoltà.
Egli è pieno di vita ed affezionato alla Congregazione. Lo benedica V. Em. e ce lo raccomandi al Signore.
Ci rallegriamo delle buone notizie che ci portano da Roma riguardo la Sua salute. Deo Gratias!
Questa settimana il Can. Alamanno mi parlò della Beatificazione del Cafasso. Egli fu invitato a fare il triduo al Gesù, ma mi disse che gli pare il suo posto non al Gesù, ma al Sacro Cuore con Don Bosco; quindi mi chiedeva se avremmo accettato.
Gli dissi che questo rispondeva ai nostri desideri e che eravamo fortunati di prestargli la chiesa e l´opera nostra.
Pare che sarà per la prima metà di maggio.
Il Beato Cafasso intercederà perché venga presto anche la Beatificazione di Don Bosco.
Qui nessuna novità grande; ma D. Barberis è a letto.
Ci raccomandi al Signore e ci benedica.
Di V. Em. Rev.ma
in corde Jesu
Sac. Filippo Rinaldi. [p. 131]
2.9 A D. Francesco Tomasetti (t 4.5.1953) (Procuratore Generale)
Valsalice, 22 luglio 1926
Caro D. Tomasetti,
sono qui mortificato dalle notizie di Roma, ma sicuro che Don Bosco sarà un giorno glorificato.
Questa mortificazione è tutta per noi che non ci siamo meritati colla nostra santità che fosse pubblicata quella di Don Bosco.
Qui abbiamo lasciato intravvedere nulla, perché fu pubblicato ai Confratelli ansiosi di sapere, qualche cosa del tuo telegramma. Tuttavia dopo il 28 bisognerà ben dire qualche cosa a chi c´interroga, ed allora converrà dare una risposta vera, concordata con voi che conoscete da vicino ciò che convenga. Aspetto perciò altra lettera che mi dia la parola d´ordine, parola che dev´essere vera.
Mi sgomenta il pensiero che i medesimi cardinali amici, terminarono con gettare la colpa sull´avvocato.
Preghiamo il Signore che ci aiuti a cavare bene per noi e per gli altri da questa umiliazione; che Don Bosco dal cielo ha nulla da perdere. Tuo in C. J.
Sac. F. Rinaldi. [p. 414]
Torino, 14 maggio 1927
Carissimo D. F. Tomasetti,
tu conosci le nostre disposizioni verso la Santa Sede, quindi verso S.S. Pio XI che è verso di noi pieno di bontà. Ora quanto il Santo Padre desidera in riguardo a monsignor Videmari, sia a qualunque altra persona o cosa, ci sforzeremo di compiacerlo facendolo.
Siccome poi noi non conosciamo le tendenze o i bisogni di Mons. Videmari, converrà sentire come e dove dobbiamo noi occuparlo. A me nulla fu detto né da S. Santità, né da Monsignore.
Pare che indichi che potrebbe lavorare nelle Missioni o fra gli emigrati italiani; noi non abbiamo difficoltà a provare, ma bisognerà che lui sia disposto non solo a lavorare, ma sottomettersi a molte contrarietà.
Di qualunque modo noi siamo figli di obbedienza e faremo tutto quello che potremo da parte nostra.
Tuo in C. J.
Sac. F. Rinaldi.
[p. 422-423]
2.10 A Don Giuseppe Vespignani (t 15.1.1932) (Consigliere Generale)
Torino, 14 gennaio 1923
Caro D. Vespignani,
quanto mi scrive mi conferma nella convinzione che è necessaria una visita paziente, accurata e sapiente in tutte le Case (Argentina).
Lei continui il suo lavoro, lo interrompa pure quando crede bene. Il mio pensiero è che un Capitolare non visiti più di una Ispettoria all´anno, ma la studi e a suo tempo proponga rimedi. Mentre passa poi nelle Case, d´accordo coll´Ispettore prenda pure tutti quei provvedimenti ordinarii, che crederà necessari. Verrà a Torino per S. Francesco di Sales? Dopo la festa io andrei in Sicilia e non tornerei a Torino che per Pasqua.

Qui teniamo Capitolo per terminare il lavoro delle Regole. Da S. Francesco di Sales a Pasqua resteranno pochi Capitolari a Torino.
Mi saluti i Confratelli. Durante l´anno, occorrendo, si tenga in relazione con quei confratelli che ha visitato ed ha trovati bisognosi d´una parola.
Si faccia anche un´idea giusta delle relazioni delle Suore coi Salesiani. Soprattutto veda se le relazioni sono sante.
Il Signore la benedica, caro D. José, e preghi pel suo in C. J.
Sac. F. Rinaldi. [p. 435]
Torino, 4 novembre 1924
Caro D. Vespignani,
ringraziamo il Signore della salute ricuperata, come delle feste trionfali che avete celebrato. Converrebbe mandare presto una relazione per il Bollettino, perché dai giornali si caverà quello che si potrà, ma è mai parola nostra calda e sentita.
Credo che avrà ricevuto altra mia colla quale le parlavo del Brasile. Desidero che mi risponda con grande libertà. È una nazione che ha bisogno di indirizzo ed è un paese troppo grande per trascurarlo, tuttavia se la sua età, gli acciacchi od altro consigliasse di riposare, io provvederei altrimenti.
Dopo la trigesima di D. Conelli, vedrò di nominare il nuovo Economo Gen.le.
Se fosse stato qui l´avrei consultato volentieri per sentire se c´è qualcuno nell´Argentina che possa o convenga fare entrare nel Capitolo Sup.
Non mi avrebbe dispiaciuto in questo giubileo fare venire al Capitolo Sup. qualcuno dell´Argentina. Lei preghi e poi mi consigli confidenzialmente per altra volta. Ringraziando il Signore, io sento il cuore molto più a posto dell´anno scorso.
Raccomandi ovunque i nostri giubilei che vedrà annunciati negli Atti del Capitolo di ottobre. In particolare faccia preparare la rinnovazione della nostra consacrazione al Cuore di Gesù e studiare bene il primo sogno di Don Bosco. Rilevi: la vocazione, la missione, il sistema, le qualità del Salesiano, la protezione di Maria Ausiliatrice.
Il Signore la benedica e le dia tutta la robustezza che ha bisogno per fare del bene.
Suo in Corde Jesu
Sac. F. Rinaldi. [p. 447]
Torino, 25 agosto 1925
Caro D. G. Vespignani,
ho ricevuto la sua del 17 luglio da Bahia, ed ora spero che sia già di ritorno ed avviato al Mattogrosso. Dico spero, ma non ho alcuna fretta che lasci il Brasile, vorrei che lasciasse un´impronta la sua visita, ed impronta duratura. Il Brasile col tempo sarà di più dell´Argentina pei Salesiani.
Dovendo ritornare solo per Maria Ausiliatrice, ha tempo di rivedere ancora Bernal. Comprendo la mancanza di personale nel Brasile. Ma credo che si potrà fare di più per aumentarlo. Quello che non fu fatto, lo faccia D. Cerrato. Faccia case di formazione; ponga tutta la sua anima nel cercare elementi buoni, coltivarli, ecc. Noi non possiamo provvedere a tutte le case della Congregazione, ma aiuteremo per le Case di formazione. Questo sia raccomandato anche a D. Tirelli. Io non ho altro da scrivere. Per me D. Tirelli e D. Cerrato hanno questa missione nel Brasile: aumentare le vocazioni: vedo ora che andrà a Manàos. Non sarebbe stato necessario una tale facchinata dopo che andò D. Rota, ma prego Iddio benedire il lungo e penoso viaggio.
Raccomanderò a D. Ricaldone che lasci ritornare tutti i preti che sono disponibili, alle case del Brasile. Ma si ricordi che tutti reclamano per la propria missione e di qui si cerca di provvedere ai bisogni generali.
Ed a proposito di bisogni generali, converrebbe che pensasse se nell´Argentina p.e. non si potrebbe fondare una casa per la formazione del personale per le Missioni. Colà ci dev´essere della buona gente. Colà ci sono domande di case, non ci siamo ancora, mentre faremo del bene a quei del luogo, prepareremo missionari per l´oriente. Quando esposi questa idea anni sono, si rise della mia proposta, ma oggi seppi che i Padri del Verbo D. hanno fondato una casa di questa fatta dieci anni fa, proprio nell´Argentina, e poco fa Mons. Alberti benediva la prima spedizione di Missionari per le Indie. Non siamo adunque i primi, né quelli di maggior fede. Studi a suo tempo la cosa e ci porti dei progetti concreti. Iddio benedica il suo viaggio.
D. Barberis sempre inutilizzato. D. Giraudi ammalato.
Alla fine di settembre sarò in Polonia a mantenere la promessa che sarei andato a Varsavia quando entrassero cento ascritti nel Noviziato.
A Torino l´undici di novembre commemorazione solenne del 50° delle Missioni. In maggio ci sarà congresso Missionario, inaugurazione dell´Esposizione e spero che qualche bravo argentino vi prenderà parte. Dopo D. Bonetti e D. Serié che ho invitato, veda lei chi potrà venire.
Mi raccomandi al Signore. Suo in Corde Jesu.
Sac. F. Rinaldi.
[p. 458-459]
2.11 A Madre Caterina Daghero (t 26.2.1924) (2´ Superiora Generale delle Figlie di M.A.)
Torino, 9 aprile 1901
Rev.da M.G. delle Figlie di M.A.,
ringrazio di cuore per le preghiere che fece codesta comunità e soprattutto per quelle che spero vorrà fare per me finché starò nel posto che la provvidenza mi assegna in questo momento.
Ho bisogno che mi aiutino non a fare, che questo corre per conto del Signore e della santa sua Madre, che ogni giorno operano prodigi per mano di Don Bosco e... di D. Rua. Quel che ho bisogno è di non disfare, di non impedire, di non imbrogliare il corso delle divine misericordie. Preghino perché non distruggiamo le Opere di Dio.
In Spagna le suore stanno bene per ora: gli affari così, così; lo spirito è buono. Alcune case non sanno ancora che io sono a Torino. Suor Chiarina sempre piena di crucci e timori Spirituali.
Questa mattina mi visitò un avvocato di Torino, e fra le altre cose mi disse che sarebbe bene che suor Gianelli, che dev´essere in Colombia, scrivesse a suo padre che si lagna grandemente che li abbia dimenticati. Credo che la avvertiranno, ma c´è la guerra e le lettere si sa che non giungono tutte alla loro destinazione.
Sempre in Corde J. F. Rinaldi Sac. [p. 142]
Torino, 5 settembre 1905
Rev. Madre G.,
il Signore vi illumini. State passando il momento più solenne della vostra vita. Qui non ci vuole che serenità e grazia di Dio. Io spero molto bene dai nuovi provvedimenti, se sapete inoculare in tutto lo spirito di Don Bosco. Saluti alle Madri e pregate pel
Vostro in C. J. F. Rinaldi. [p. 143]
Torino, 15 settembre 1905
Rev. M.G.,
ci fu comunicato a suo tempo la notizia della rielezione di tutte le Madri dell´altro Capitolo Superiore e ne abbiamo benedetto il Signore perché è prova di molto rispetto all´autorità e amore delle dipendenti. Deo gratias.
Noi seguiamo i vostri lavori colle nostre preghiere, perché desideriamo che avvenga tutta quella separazione che desidera la Santa Sede ed è conveniente per la santificazione di tante buone figliuole che vengono a cercare nella Congr. la perfezione ed il Paradiso; ma desideriamo pure che lo spirito di Don Bosco che è pure spirito di santificazione non venga escluso dalla familia delle sue Figlie. Tuttavia, come già dissi altra volta, credo che tutto riuscirà a maggior bene vostro, poiché lavorando con umiltà in questo momento difficile di trovare la vera via ed il vero spirito di Don Bosco, si arriverà colà dove più ci conviene.
Bisogna però lavorare, studiare, anche umiliarci, falciare, e cercare l´attacco buono per restare ciò che Don Bosco voleva. Coraggio: qui ripeto, preghiamo.
Aggiungo che mi giungono molte lettere dalla Spagna che rivelano il grande timore che sia posta ispettrice suor Catelli. Vedano in Domino. I miei rallegramenti e le mie condoglianze alle rielette, tanti saluti a Madre Chiarina ed alla Colonia Spagnuola.
In corde J.
Sac. Filippo Rinaldi. [p. 143]
Torino, 4 gennaio 1906
Rev. Madre Generale,
ho ricevuto con grande mia soddisfazione gli auguri e le notizie che avete creduto bene di comunicarmi. Ve ne ringrazio proprio di cuore; avrei voluto rispondere subito, ma la mia assenza da Torino per dieci giorni ed il molto lavoro trovato poi sul tavolo, me lo hanno impedito. Ciò non toglie che mi sia ricordato di pregare il Bambino Gesù per voi e per tutto l´istituto, che ora più che mai, ha bisogno di quella benedizione che dev´essere come il suo battesimo, per entrare con decisione nel campo della Chiesa a lavorare con maggior profitto per la salute delle anime.
Per parte mia, ora che vedo lavorare le Madri e noi, per quanto c´è
doveroso, come custodi dello spirito di Don Bosco, sono contento e tranquillo.
Qualunque cosa avvenga, sarà pel bene di tutti. Anche avvenisse un´epoca di prova, di disinganni e quanto di peggio si possa pensare, resterei tranquillo, perché, continuando, da parte nostra, con umiltà il lavoro, a suo tempo trionferà, spero, lo spirito di Don Bosco.
Le prove presenti e quelle che venissero, io le giudico benedizioni per purificare quella scoria che si è mescolata coll´oro della vostra congregazione e che noi risolutamente non dobbiamo volere.
Coraggio, adunque. Il Bambino Gesù, che volle coll´oro e coll´incenso anche la mirra, vi faccia sempre più degne di Lui, affinché possiate esserGli fedeli non solo fra l´incenso degli applausi e l´oro del fiorente istituto, ma anche nell´amarezza della prova.
Qui abbiamo visto, postillato, ecc. le regole, la lettera di presentazione e la supplica. Avanti in nomine Domini. Pregate per me che vi auguro felicissimo il 1906.
In Corde J.
Sac. Filippo Rinaldi. [p. 144]
Torino, 11 marzo 1906
Rev. Madre Generale,
ho ricevuto la vostra preg.ma che manifesta tuttavia la grande agitazione che turba l´animo vostro. Ricordatevi, mia buona Madre, che siamo nelle mani del Signore e che Maria Aus. veglia sopra ciascuna di Voi. L´unica cosa che dovevamo temere era di non fare da parte nostra quanto pareva conveniente perché la Santa Sede fosse ben informata di tutto, poi qualunque sia la determinazione sarà pel bene delle anime e la gloria di Dio. Mi pare che, alla peggio, secondo noi, vi mancherà la direzione, imposta per regola, del Ret. M. dei Salesiani: avrete tuttavia libertà di chiedere consiglio, di assoggettarvi volontariamente, ecc., ecc. Capisco che è un´altra cosa e che coll´andar del tempo tutto si affievolisce, ma se curerete il vero spirito di Don Bosco e lo trasmetterete di generazione in generazione, di essere cioè Figlie consce della fragilità propria, aderirete di cuore e forse ritornerete a chiedere ciò che oggi non si ottenesse, ed allora, spoglie dì quei difetti che può avere ora il sistema, caverete maggior frutto e farete maggior bene.
Se vi è negato quanto desiderate, cercate subito di coltivare lo spirito di umiltà filiale, e avanti in nomine Domini.
Per la casa di Betlemme vedremo di combinare che siano divise godendo della Cappella da loro fabbricata e restando nel luogo dove sono. Mi pare che D. Nai non sia contrario; solo bisognerà adattarci dalle due parti. Ciò che trovo difficile è conservare le suore a Beitgemal. A me pare che sarebbe meglio ritirarle, ma vedremo.
Non credo che a Villa Colom allontanino le suore dietro l´ordine del Sig. D. Rua; certo è che nostro desiderio è che si vada lentamente. Ritirandole anche dalla cucina, credo che possano sempre continuare a restare per la biancheria.
Oh state tranquilla che vi abbiamo per figlie finché vivremo noi che abbiamo conosciuto Don Bosco nostro comune Padre.
La divisione delle case e delle proprietà credo che resterà definita dovunque durante quest´anno. Dall´America ho ricevuto già quasi tutte le relazioni dei Salesiani: vedrò di ordinarle e poi ci parleremo.
Giovedì avrò il piacere di andare a Nizza per la vendita di quell´oratorio festivo e di salutare le figlie di quelle due case. Il Sig. D. Rua è a Lisbona.
Da Sarrià ricevo notizie consolanti: suor Clelia va entrando e facendosi amare. Deo gratias. A M. Marina dite che andò il caro Ricaldone da suo padre, ma non so il risultato.
Pregate per me. Il Signore vi benedica.
V. in Cor. J. Sac. F. Rinaldi. [p. 144-145]
Torino, 31 agosto 1915
R.da Superiora,
sono invitato dirvi il mio parere sul cambio della Direttrice di questa casa e lo farò il meglio che mi sia possibile oggettivamente pel bene della Congregazione.
Premetto che dare dei consigli si fa presto, ma provvedere ai bisogni è difficilissimo. I Superiori non fanno come vogliono, ma come possono. Vi compatisco, quindi, e avrò nulla da obiettare, qualunque sia la decisione che prenderete. Si tratta di fare del bene e sono sicuro che non operate per capriccio.
Premesso questo, ecco che mi pare di S.G.G. Essa ha molti numeri e fa benissimo in quanto è possibile fare del bene in questo ambiente. Ha delle imperfezioni che va correggendo, e qualche inconveniente nei
parenti e con S.E., ma che da qualche mese va eliminando. Qualunque altra venga ha simili difetti ed inconvenienti, come la esperienza dimostra. Il suo allontanamento avrebbe una forte ripercussione nell´oratorio, dove è arrivata a formarsi un gruppo suo proprio molto forte. Ogni cambio di Superiore ha sempre delle conseguenze gravi in proporzione del bene che ha fatto, perché le ragazze si attaccano molto alla persona. La difficoltà di sostituirla io non posso giudicarla, perché le loro Superiore sanno meglio di me il valore di chi hanno designato. Sr. E. quantunque abbia molte qualità, forse non avrebbe la forza per attendere all´ospedale, al Bollettino, al Martinetto, a S. Fr. di S. e alla molteplicità delle opere della casa. Tuttavia ha dei numeri per molte cose.
Ciò che mi pare più grave è che Sr. G.G. è in via di formazione per ispettrice, va padroneggiandosi molto e non so se a Livorno completerebbe il lavoro. Per ora non la crederei formata; in quell´ambiente potrebbe perdere molto di quanto ha guadagnato.
Non istò a dire che io sono contento della sua presenza a Torino. Posso dire che ebbi molte difficoltà da principio; ma che ora è molto malleabile, anzi la ammiro molto nel suo zelo e nella sua buona volontà.
Ecco quanto mi pareva conveniente dire in tutta confidenza, alla presenza del Signore.
Facciano ora loro; Livorno è un osso duro che difficilmente si potrà rosicchiare! Preghino per me che non le dimenticherò nella Santa Messa. Abbiatemi sempre per vostro in C. J.
F.to F. Rinaldi. [p. 147-148]
Torino, 28 dicembre 1915
R.da Madre,
ho ricevuto la vostra graditissima da Roma cogli auguri, promesse di preghiere e dimostrazioni di riconoscenza che non merito.
Tante grazie di tutto. È mio dovere cooperare pel bene dell´opera vostra e lo faccio per amore del bene di Don Bosco, delle Sue Figlie di M. Aus. e di N.S. che mi ha fatto sacerdote e un po´ superiore di questa nostra Pia Società. Alle volte sono con le suore alquanto impertinente, ma se non faccio presto il Signore ci chiama al di là e dovremo dargli conto perché non abbiamo detto tutto quello che ci pareva bene. Alle volte insisto ed uso argomenti forti, ma l´intenzione fu sempre buona. Mio desiderio, fin´ora almeno, fu sempre quello di favorire fra di voi le idee che mi paiono veramente di Don Bosco. Mi pare che fino a un
certo punto si abbia detto troppo «sono Suore, sono donne, non tutto è adattabile fra di loro». Così si lasciò correre e senza avvedercene diventate religiose comuni a tutte le altre.
In questo caso non era necessario un istituto femminile di più. Ce ne sono già tanti!
Per altra parte, tutto quello che facciamo noi o fece Don Bosco dovete tentarlo anche voi Figlie di M. Aus. Per parte mia lo vedo possibile vincendo prevenzioni, formando i caratteri, la virtù, ecc.
Scusate quindi l´impertinenza, l´intromissione, anche la fretta... Felice 1916. Pregate per me che ne ho molto bisogno.
Ricevetti da Nizza auguri delle suore in corpo. Tante grazie a tutte. Pregherò per loro: preghino anche loro per me.
Vostro in C. J. F. Rinaldi Sac.
Sono tanti anni che io mando le circolari del Cap. S. costì, non converrebbe che vedessi anche io le vostre circolari? Forse alle volte non direi delle cose già ripetute a sazietà! [p. 148-149].
Torino, 26 novembre 1916
Rev. Madre,
ho letto or ora con gran piacere la circolare del 24, ed in particolare le disposizioni per la ricreazione delle alunne e delle Suore. Deo gratias!
In qualche cosa troveranno difficoltà vincere le abitudini contratte e ad essere proprio le Suore Amiche dignitose e buone delle alunne; ma quando arriveranno a comprendere ed imitare Don Bosco, faranno del gran bene alle ragazze, ed il vantaggio più grande lo sentirà la Comunità e ciascuna religiosa. Ripeto: Deo gratias!
Ieri essendo S. Caterina non l´ufficiale mi son limitato a pregarla perché benedica ed assista la Superiora delle Figlie di Maria Ausiliatrice, alle cui orazioni mi raccomando.
F. Rinaldi Sac. [p. 149]
2.12 A Madre Luisa Vaschetti (t 28.6.1943)
(3´ Superiora Generale delle Figlie di M.A.)
Torino, 12 luglio 1924
R.da M. Vaschetti,
sono contento che siate andata rendere agli estremi sufragi all´anima della buona M. Cucchietti. Preghiamo ancora il Signore perché la riceva nella sua gloria.
Intanto noi restiamo ancora qui a combattere, a sostenere la causa di Dio ed a servirlo il meglio che ci sia possibile.
Il pensiero della morte deve purificare tutti i nostri pensieri, affetti ed azioni e renderci sempre più pronti a servirlo anche con grandi sacrifizi.
Così dovete prepararvi voi in questo momento, perché il Signore vi chiama ad una immolazione perfetta di voi stessa per la sua gloria e pel bene dell´anima sua.
Oggi ricevo da Roma la nomina della Superiora delle F.F. di M.A. per terminare questo sessennio. Secondo la designazione fatta dalla maggioranza delle ispettrici, il S. Padre vi elegge Madre Generale delle F.F. di M.A.
Io non faccio né le mie congratulazioni, né le mie condoglianze.
Vi dico solo, ecco un mezzo per farvi santa e di fare senza dubbio alcuno la volontà di Dio. Prego M. Ausil. esservi Madre, Inspiratrice, Sostegno in tutti i bisogni della vita. Se alle volte ai vostri dubbi e debolezze avete bisogno di aggiungere le mie, spero di essere sempre a vostra disposizione. Intanto che la notizia correrà da un capo all´altro del mondo, io preparerò una lettera per rendere noto ufficialmente la vostra elezione. Confidenza in Dio e M.A.
Pregate per me ed abbiatemi vostro in Corde J.
Sac. F. Rinaldi. [p. 153454]
Torino, 9 ottobre 1924
R.da Madre,
tante grazie delle condoglianze e delle preghiere. Abbiamo perduto un Confratello ed un valore. Dio provvederà alla sua opera chi lo sostituisca e crediamo abbia già dato il premio al suo servo buono e fedele. Ora vi raccomando le scuole di cotesta Casa. Se non vi muovete, vi
troverete sempre peggio. Don Bosco nei casi difficili prendeva il cappello e andava a Roma. È necessario che una superiora vada e ci resti finché abbia ottenuto quanto sarà possibile ottenere.
Per noi la normale conta poco, per le F.F. di M. Aus. conta molto. Il Signore vi illumini riordinando cotesta benedetta Casa.
In Corde J. Sac. F. Rinaldi. [p. 155]
Torino, 16 dicembre 1925
R.da Madre Generale e
R.da Madre Marina (Consigliera Generale per le Scuole),
dal telegramma ricevuto ieri comprendo che non vi fu risposto categoricamente: che l´Ente Missioni Salesiane, per una serie di ragioni avvocatesche, non è il momento, né forse lo verrà mai, per prestarsi all´opera che vorreste dipendente da esso.
Mi spiace per la perdita di tempo.
Ora incaricai D. Giraudi mettersi a vostra disposizione per aiutarvi in questa impresa che mi sta tanto a cuore.
Egli farà la proposta di adattare l´Ente informazione dietro la Consolata o vi suggerirà altro.
È necessario che uno si metta al vostro fianco e vi aiuti. Vi faccio notare che, se per ottenere il pareggiamento delle vostre magistrali conviene buttare a mare le nostre due (Valsalice-Frascati), io non ne avrò alcun dispiacere, anzi sarei ben contento di sacrificare le nostre due per salvare le vostre tre.
Per le Scuole di Metodo di Milano, non potete appoggiarvi alla Curia stessa di Milano? Forse questa soluzione riesce più facile ed è quanto mi mosse ad incoraggiarvi ad accettarla, o, se non alla Curia, alla associazione delle Opere Cattoliche di Milano.
Vi prego di concentrare in D. Giraudi le vostre trattative e di non perdere il tempo con altri.
Ossequi alla Madre G., a lei le mie congratulazioni per la visita al S. Padre e la bella relazione. Il Signore vi benedica tutti.
In Corde J. Sac. F. Rinaldi. [p. 158]
Torino, 10 agosto 1929
Rev.da Madre,
Mons. Massa va da voi colla speranza di poter ottenere alcune Suore per Puerto Velho. Non si tratta di scuola per ora, ma di ospedale da strapparsi dalle mani dei protestanti.
Gli ospedali nelle Missioni sono un grande mezzo di evangelizzazione e di istruzione della fede.
Il nostro Beato, quando si trattava di lottare coi protestanti, faceva qualunque sacrificio. Vedete voi se potete compiacere Monsignore e realizzare un bene che si aspetta dalle FF. di M.A.
Potrebbe anche ricorrere ad altre istituzioni, ma pare che non convenga introdurle in una Missione affidata ai Salesiani. Pensateci e se fa bisogno potremo parlarci. Mi pare che l´anno della Beatificazione del Fondatore riuscirà più gradito a Dio se potremo fare molte opere buone.
Il Signore vi benedica.
In C. J .
Sac. F. Rinaldi. [p. 162-163]
2.13 A suor Angela Bracchi (t 30.6.1961)
(Visitatrice Apostolica presso le Missionarie della Consolata)
Torino, 16 febbraio 1929
R.da Suor Bracchi,
vi ringrazio della vostra carissima di ieri. Mi fa tanto piacere la notizia del buon spirito di coteste religiose. Ne sia lodato il Signore. Voi dovete continuare finché la Santa Sede non vi libera. Da parte mia cercherò di tenerla informata delle vostre buone impressioni.
Può darsi che in vista della vostra testimonianza vi liberino più presto e vi lascino ritornare al vostro nido.
Intanto, delicata nel toccare il loro indirizzo, curatevi di fare con prudenza capire che la S. Sede vuole la loro autonomia, quindi la loro gerarchia direttamente procedente da Propaganda Fide alla Superiora che dovranno avere canonicamente eletta secondo le nuove Costituzioni. Quando M. Felicina vi mandi copia della costituzione, dovrete darne spiegazioni. Questo è il punto principale: renderle atte a comandare.
In secondo luogo, tenendo conto della vostra vita più complessa e di maggior sacrifizio, cercate d´imparare dalla vita di coteste missionarie qualche cosa che giovi al vostro istituto ed alla formazione più completa delle vostre Sorelle. Noi dobbiamo cavare bene da tutto, in primo luogo per ottenere maggiore spirito, virtù e santità dalle FF. di M.A.; poi perché riescano più abili ed utili alla salvezza delle anime. Su questo punto noi abbiamo molto da lavorare. Coraggio, Suor Bracchi, vi raccomando tanto al Signore e lo prego farvi camminare nella via della perfezione.
Pregate anche voi per me.
Vostro in Corde J.
Sac. F. Rinaldi.
[p. 182-183]
2.14 A suor Caterina Gaido (t 21.1.1950)
Torino, 25 novembre 1923
Buona Suor Caterina,
ieri credevo di vedervi qui e di poter farvi gli auguri. Non essendo venuta qui, sento dovervi scrivere per assicurarvi che vi ho raccomandata molto al Signore ed alla vostra Protettrice.
Il Signore vi conceda molte consolazioni e di potere farvi Santa. Vidi le pronipoti e vi ringrazio della carità che loro usate, ma sarà bene lasciarle ritornare il più presto possibile alla loro casa. Esse si trovano bene, ma si dice che io faccio del nepotismo, approfittando di S. Gaido.
Questo a me non importerebbe niente, se non fossi superiore e non dovessi pensare alla mia indipendenza ed imparzialità per compiere la mia missione. Abbiate quindi pazienza, e nel vostro onomastico, senza lasciare credere alle nipoti che ci siano delle osservazioni, assecondate il mio desiderio. Ve ne sarò molto grato.
Se foste venuta, a voce mi avrei spiegato anche meglio.
Il Signore vi benedica.
Salutatemi le Suore e ragazzi.
Vostro in C. J. Sac. F. Rinaldi [p. 209-210]
2.15 Alle suore Missionarie della Consolata
Epifania del Signore, Torino, 6 gennaio 1931
Mie buone Suore,
io le ringrazio del loro filiale ricordo nella occorrenza delle Feste Natalizie e Capo d´Anno, e delle belle parole che hanno voluto dirigermi, e spero di poter sempre ricambiare tanta loro bontà col raccomandare la loro santa Vocazione e la salvezza delle anime loro, come raccomando la mia e quella dei miei Confratelli ogni giorno nella Santa Messa. Oh! È una carità che ci dobbiamo usare sempre, e tenerci uniti in Gesù che è nostro Capo: in Lui che non è divisione, ma unione di tutti in un sol Corpo. Siamo la grande Famiglia del Padre che è nei Cieli, che tutti ci ama teneramente e a Cui tutti ci rivolgiamo con gli stessi diritti e con la stessa speranza nel Suo amore, che è sollecito per tutti e per ciascuno di noi; siamo tutti santificati nella medesima Chiesa, a cui attingiamo la grazia; e protetti e ben voluti dalla medesima Madre di Dio, che ha voluto le due Opere, benedicendo con tanta prodigalità i nostri Fondatori. Consolante pensiero per tutti noi, umili operai di un Padrone così generoso, che tutti ci raccoglierà un giorno, lo vogliamo sperare, nel bel Paradiso, perché assieme Lo possiamo amare e godere eternamente.
E in questa comunione di interessi che ha per fine la gloria del Padre Comune, non dobbiamo avere altro desiderio che quello di aiutarci fraternamente colla preghiera, con la parola, con le opere e con tutti i mezzi che lo zelo per la gloria di Dio ci possa ispirare.
È per questo che io prego affinché il loro zelo apostolico aumenti sempre più e le faccia tutte sante: è questo il primo frutto del vero zelo; e perché ne resti santificato l´Istituto, già così ricco di meriti e diventi porto di salute per tanti infedeli. Auguro perciò uno sviluppo rigoglioso, fondato sulla santità sempre crescente delle sue Figlie, perché il Regno di Dio sia anticipato a tante anime in vista dei loro meriti.
Vivano intensamente della carità di Nostro Signore Gesù Cristo, con un amore vicendevole che sia stimolo di santità e volendo il suo Regno; carità di Gesù Cristo che infiammi i loro cuori per grandi opere di bene; faccia loro dimenticare i beni di quaggiù e cercare in tutto solo quello che piace a Dio.
Ci benedica la Madonna nostra buona Madre e ci benedicano i nostri Fondatori perché possiamo compiere tutto il bene che il Signore vuole da noi.
Vogliano pregare sempre
per chi vuole loro tanto bene. In C.J. Aff.mo
Sac. F. Rinaldi.
[p. 239-240]
2.16 Alla signora E.C. (1876-1963)
Torino, 24 settembre 1913
Mia buona Signora,
comprendo le sue pene e credo che lei ne caverà grande vantaggio. Veda, l´industria dell´uomo sfrutta le spine, i veleni, gli animali più schifosi: l´uomo può cavare bene fin´anco dal male. Questa è l´opera dell´uomo che è creato per fare il bene sempre. Questa è quindi la volontà di Dio. Ora osservi bene, mia buona signora: quand´anche non avessimo fatto la volontà di Dio molte volte, possiamo farla in questo momento. Basta che facciamo il bene nelle condizioni nostre di oggi. Oggi lei sfrutti il suo passato in benefizio dell´opera che deve compiere. Questa e nessun´altra è la volontà di Dio. Il Signore poi è tanto buono ed ama tanto le sue creature, che le compatisce nella loro debolezza ed ama, come se fossero creature perfette; le ama come la madre ama le sue creature, senza tener conto della loro piccolezza, delle loro malattie, dei loro difetti.
Avanti dunque nel nome del Signore. Sono forse troppo conciso, ma lei mi comprende certamente; devo essere breve perché gli occhi non reggono a fissare tanto la carta senza intorbidarsi.
Tante cose ai bambini che desidero sani e buoni.
Un saluto ad Angiola Maria, che aspetto che venga a dirmi come ha passato la campagna e se si è corretta di quel difetto.
Il Signore la Benedica con tutti i suoi.
F. Rinaldi. [p. 269-270]
Torino, 31 gennaio 1914
Mia buona Signora,
se abbiamo il capo in alto verso le nubi ed il cielo, si ricordi che siamo posati sulla terra, mentre lo sguardo perde di vista né l´uno né l´altra. Imitiamo la natura, figlia di Dio, specchio della sapienza divina e saremo meno infelici e più sicuri del fatto nostro.
Per arrivare al cielo, bisognerebbe distaccarci dalla terra: o meglio lasciar cadere il corpo nella fossa e lasciar libera l´anima. Tutto questo avverrà a suo tempo, quando avremo dato saggio di buona volontà e di virtù.
D. Sac. Filippo Rinaldi. [p. 270]
Torino, 23 luglio 1914
Mia egregia Signora,
ho saputo alle 11.1 /2 che era nell´anticamera e con mia sorpresa, quando mi affacciai alla porta, certamente troppo tardi, non c´era più. Comprendo la pena che devo averle cagionato, ma comprendo pure che non posso ripararla. In questi simili casi mi faccia sempre avvertire, affinché io possa in qualche modo provvedere affinché non sia inutile la sua visita. Ciò che vorrei è che le fosse rimasta tanta forza per ripetere: pazienza, così volle Iddio.
E perché volle così? E chi lo sa: certamente che non lo fece per suo danno, ma per suo bene. Tutto è questione nostra di saper cavare il bene da tutto. Questo è quanto dobbiamo fare noi. Quest´atto di sottomissione piega il nostro orgoglio e ci rende molto migliori. Lei lo faccia perciò e sentirà che la pace entra nel suo cuore e nell´animo suo meglio di prima.
La prima e più importante vittoria nostra dev´essere sulla nostra superbia, che ci rende ribelli a tutti ed a tutto e che vorrebbe fare di noi tanti sovrani e divinità, che hanno il diritto di tutto sapere, tutto volere, tutto ottenere... No: abbasso questi dèi immaginari; viva la verità, cioè la conoscenza della nostra piccolezza, del nostro niente. Ecco il volere di Dio. Ora continui senza altro nella Comunione. Si mantenga calma e padrona di quell´io che vuole rubarle l´unico bene che possiamo godere in questo mondo, cioè la pace dell´anima. Tante cose ai bambini ed al Sig. Avvocato.
Suo D. F. Rinaldi. [p. 272]
Este, 27 febbraio 1916
Egregia e Buona Signora,
il Sig. Avvocato mi scrive che lei soffre di dolori nevralgici che non le danno requie né di giorno né di notte; aggiunge che lei non sa darsi ragione come Iddio voglia provarla così a lungo.
Purtroppo so che non sta in me toglierle questi mali e che non so nemmeno se giungerò a dirle una parola che le faccia del bene; eppure non posso tacere e sento di doverle dire qualche cosa.
Si ricorda delle sofferenze di Giob?... Ebbene, sua moglie vedendo quella sua pazienza, gli disse quello che non gli doveva dire. Allora Giobbe non si offese, ma gli rispose semplicemente: «hai parlato come chi non
sa quello che si dica». Ed è così molte volte, perché le lagnanze nostre nascono dal non saper la causa delle nostre sofferenze.
Quella donna, che pochi giorni fa si lasciò strappare cinquanta pezzi di pelle, essa sapeva perché soffriva e col pensiero di fare del bene agli altri soffriva con fortezza e rassegnazione.
Emma perché soffre? Non lo sa.
Quando il medico fa una dolorosa operazione al bambino, sa che la fa per guarirlo e dargli la vita; ma il bambino che non capisce lo chiama barbaro.
Iddio perché fa soffrire Emma?
Una madre che obbliga il figlio allo studio, alla fatica, alla mortificazione, ecc. e lo contraria nei suoi desideri, compie un dovere ed una carità, ma il figlio non lo capisce sempre. Fortunato lui se si piega, obbedisce, fa quello che gli impone la mamma...
Debbo troncare per partire per Legnago. Domani sarò a Verona, Venerdì a Torino. A buon arrivederci.
Tante cose al sig. Avvocato. Benedizioni.
In C. J.
D. F. Rinaldi. [p. 280-281]
Torino, 4 maggio 1916
Egregia Signora,
come è difficile intenderci! Ogni parola può avere mille interpretazioni e ciascuno vede le parole secondo il suo punto di vista. Non mi provo darle spiegazioni e lascio che il tempo ed il buon senso facciano giustizia.
Dichiaro solo che il sorriso alle sofferenze altrui è stolto o crudele. Se posso avere la prima qualità, sono sicuro di non avere la seconda. Il mio sorriso vorrebbe piuttosto, se fosse possibile, farle dimenticare la sofferenza.
Di qualunque modo, confidiamo che la grazia di Dio farà quello che non sappiamo fare noi.
Ossequi al Sig. Avvocato.
D. F. Rinaldi. [p. 282]
Torino, 27 settembre 1917
Egregia e Buona Signora,
sono in pensiero da dieci giorni, ricordando il suo stato d´animo. Venni quindi pregando e meditando come si rimedia a tanto male. Se non mi sbaglio, ho visto o mi parve di vederne la causa.
Con semplicità gliela espongo, senza pretesa di dogmatizzare. Noi due abbiamo due punti di vista distinti e quindi non combiniamo sempre perfettamente, altro che io comprendo che non raggiungo il mio punto di vista, cioè il mio ideale.
Or ecco: lei pare che vorrebbe vedere nel confessore una madre; io vorrei vedere (mi perdoni l´audacia) Gesù Cristo, od almeno Don Bosco. Ne avviene che io la madre non so farla, né vorrei farla, mentre Gesù Cristo non so imitarlo.
La madre usa tratto e parole che a me non vanno; Gesù Cristo è Dio ed io sono un miserabile.
Cosicché è necessario che lei abbia molta pazienza e mi prenda come sono, cioè un povero confessore limitato nei modi, nelle parole, nell´intelligenza, ecc. quantunque con tanta buona volontà.
Pregherò il Signore che mi aiuti tuttavia fare in modo di non darle più delle pene, e di animarla secondo i bisogni della sua anima e della sua famiglia.
Suo D. F. Rinaldi. [p. 293]
Torino, 28 settembre 1917
Ricevetti la sua avendo questa scritta sul tavolino che aspetta Lunedì mattino per partire. Mi piacque tanto questa lettera che mi rivela tutta la sua anima, mentre mi rimprovera ed aumenta un sentimento che lei non vuole che io chiami pena.
Ebbene, le dirò che io non capisco come abbia trovato in me parole dure, severità, e scapellotti. Debbo confessare che non saprei dove, come e quando fu così. Se lei lo dice, sarà vero; ma in me non c´è coscienza d´essere stato tale, e qui comincia la confusione.
Sia per amore del Signore. Pregherò come desidera e lo farò sempre. Faccia Iddio quello che non sappiamo fare noi. Del resto, dal momento che lei vuole amare il Signore, stia sicura che lo ama.
Suo D. F. Rinaldi. [p. 293]
Torino, 3 settembre 1918
Mia Buona Signora,
ho ricevuto or ora la sua pregiata, che mi fa comprendere tutto il suo stato d´animo. Lasci che glielo dica subito: leggendo la sua ho detto: ecco una vera bimba. Bimba nella delicatezza del sentire, bimba nella semplicità delle espressioni, bimba nel suo desiderio. Brava, mia buona Signora: sia sempre tale; come tale bimba comprendo come suo marito sia soddisfatto, anche se ha poca salute; comprendo che i figli si trovino bene e comprendo che io le posso scrivere con tutta libertà, tanto quando volessi sgridarla, come quando volessi dimostrarle tutta la mia soddisfazione.
Oh, sì, questo voglio e debbo farlo. Io debbo dirle tutta la mia soddisfazione. Lei nella sua immensa sofferenza di Martedì si dimostrò sottomessa ed umile, quale la ho sempre creduta. Non si tratta di complimenti, si tratta più tosto di ammirazione. Non può essere altrimenti.
Sia sempre tanto semplice e buona, che attirerà la compiacenza delle creature e del Creatore. Sì, anche del Creatore perché niente di più bello poteva fare o compiere in sua vita. Ai miei occhi è diventata una bambina sì, ma una bambina grande.
Mi raccomandi ora più che mai al Signore, perché la sua preghiera penetrerà i cieli e strapperà le grazie.
Suo D. F. Rinaldi. [p. 302-303]
Torino, 3 luglio 1919
Egregia Signora,
sono dopo 24 ore sotto la medesima impressione. Una volta di più sono costretto ad esclamare: povera umanità! anche colla miglior buona volontà di fare del bene, si riesce ad essere di mutua pena ed aggravio. Come vero che solo Iddio sa e può dare la vera pace. Abbiamo perciò questa sola risorsa, e perciò mi resta questa sola via a cui debbo appigliarmi d´ora innanzi. Faccia il cuore di Gesù quello che non sa fare il cuore umano. Se non temessi di far sentire la mia voce direi: Faccia altrettanto ancora lei, ricorra al cuore di Dio che sa intenderci ed esaudirci. Questo cuore di Dio è pure fatto come il cuore nostro e conosce tutte le nostre necessità, tutti i nostri bisogni. Oggi in casa si fa la sua festa come chiu
sura dell´anno; io la farò anche per chiudere in questo Cuore tutte le mie speranze.
La benedica il cuore di Gesù come la benedice il
Suo D. F. Rinaldi.
Disceso nell´Ufficio per impostare la presente, trovo nella buca un mezzo foglio scritto da quello spirito che ben conosco e non abbisogna di firmarsi. L´avevo dimenticato e non ricordavo più che ho da lottare non con una creatura che mi segue, ma con uno spirito ribelle che mi sconcerta piani e pensieri ed azioni.
Questo spirito gioca come se fosse una pallottola un povero essere sensibilissimo al bene e purtroppo anche al male. Come il termometro monta e cala al contatto del calore e del freddo, così la povera E. Non mi resta, ora che è lontano, che pregare il S. Cuore di G. che faccia Lui, tanto più che lo spirito del male potrebbe fare cambiare colore alle mie parole e pensieri.
Si ricordi che il riso nel dolore può essere solo sulle labbra del malvagio e che non può sentire che pena il Suo d. F. Rinaldi [p. 309].
Torino, 12 agosto 1919
Egregia Signora,
quando ieri riceveva e leggeva la sua preg. del 8 giunta con tanto ritardo, V.S. certamente riceveva una immagine. Se dovessi spedirla oggi, aggiungerei alle poche parole solamente la firma, perché quella immagine può dirle molto di più di una lunga lettera.
Tuttavia oggi la ringrazio di quanto ebbe la bontà di scrivermi: mi ridonò la sua fisionomia serena e quindi la speranza di saperla avviata alla vittoria di quello spirito ribelle, che mai mi sgomentò come l´ultima volta che la vidi.
Credetti tuttavia sempre di avere il diritto e il dovere di richiamarla alla obbedienza e di non lasciarla andare dove vorrebbe come una bimba indisciplinata. Siccome poi non so come ci riuscirò, la supplico pregare il Cuore di Gesù e confidare in Lui, come in Lui confida chi lo prega e la benedice.
D. F. Rinaldi. [p. 309-310]
Torino, 15 maggio 1920
Egregia Signora,
con grande mortificazione ho letto la sua preg. di ieri. Sono costretto confessarle quello che da tempo sentivo dentro di me stesso, che cioè io non ho le qualità necessarie per compiere la missione delicatissima che V. S. si aspetta da me.
Come pure devo convincermi che la mia testa non è pari al mio cuore. Mi spiace per lei che ha avuto sempre tanta bontà e fiducia verso di me. Il Signore supplisca alla mia pochezza, le conceda quanto non seppe darle il suo sincero, comunque possa essere giudicato.
D. F. Rinaldi. [p. 313]
Torino, 31 maggio 1920
Egregia Signora,
sono passate più di 24 ore e non diminuisce la impressione che mi ha lasciato la sua visita e scomparsa. La impressione non è per la sofferenza che possa avere io, che ho fatto voto di dedicarmi agli altri, ma è di vedere lei in tanto orgasmo. Certamente quello non fu uno scatto del momento, fu l´espressione di lunghe giornate di sofferenza. Lo stato del mio spirito davanti di quello che soffre V.S. l´ho manifestato nell´ultima mia, e mi vedo sempre più rimpicciolire avanti i bisogni di V.S.
Comprendo ogni giorno di più che V.S. ha bisogno di qualche creatura superiore di molto a me. Comprendo che quel poco che anche posso avere è incompreso da V.S. e che quindi per quel desiderio di farle del bene, per quella carità che devo avere con tutti e per quell´interessamento che credevo di dover avere per lei, ora debba più che mai pregare lo Spirito Santo interponendo la Vergine Ausiliatrice perché la illumini la regga e guidi.
Mi perdoni poi il Signore e mi perdoni V.S. gl´involontari difetti che possono disgustare la persona di V.S. e mi creda suo
dev. D. F. Rinaldi che la benedice.
[p. 313-314]
Torino, 10 luglio 1920
Egregia Signora,
La ringrazio della sua preg. Mi spiace che creda che io abbia preso male le sue parole.
Deve sapere che da qualche tempo io sono alquanto disturbato dalle storie di questa o quella. Quindi avviene in me una ripugnanza di sentire parlare anche delle allusioni a simili cose. Comprendo che sarebbe meglio essere superiori, ma si tratta di donne e lei mi perdoni. Stia sicura che io non rimasi disgustato di lei, desidero solo che si dimentichino queste miserie.
Ossequi al sig. Avvocato
D. F. Rinaldi. [p. 315]
Torino, 4 luglio 1926
Egregia Signora,
questa mattina sono ritornato a casa mortificato perché ho mortificato una povera ragazza che mi copriva col suo ombrello e V.S. che mi correva dietro. La ragazza non la vidi in faccia e non so chi fosse: lei sì, la conobbi, ma in quel luogo non ricordai nemanco che avevo una lettera sul tavolo da rispondere.
Se lei ha conosciuto quella ragazza, le dica che abbia pazienza perché in quel momento non ricordai altro fuori che non stava bene un prete in mezzo a signore... a lei dirò che avrei voluto parlarle ma con tranquillità per dirle che purtroppo sono qui io per disingannarla di tutta la fiducia che V.S. alle volte pone nelle creature.
Siamo proprio fatti solo per darci dei dispiaceri. Eppure pregherò il Signore che aiuti lei a cavarne bene ed a me a non fare soffrire inutilmente lei od altri.
Il Cuore di G. ci comunichi la sua bontà e V.S. mi abbia sempre.
Suo D. F. Rinaldi.
[p. 355]
Torino, 26 aprile 1928

Egregia Signora,
la sua di oggi mi dice che è meglio per lei non vedermi, né sentirmi. Pazienza! Eviterò una cosa e l´altra, tuttavia lo stato dell´anima sua e l´intima sofferenza che la distrugge m´impongono di scriverle almeno due parole prima di partire. Lo credo di non avere saputo spiegarmi sul perché di quel mio silenzio. Così lei ha una prova di più che non debbo avere fiducia di fare sempre bene. Per parte mia aggiungo che ho l´esperienza di guastare molte cose e purtroppo di non farne alcuna bene. Con ciò io vorrei che lei si convincesse che se qualche volta le fosse venuto a lei qualche bene che pareva passasse per mezzo mio, questo non è affatto vero. Chi le fece del bene è esclusivamente N.S. Padre d´infinita misericordia e bontà.
Da questa divina Bontà io aspetto ancora tanto bene e per ciò ne la prego e pregherò sempre finché io torni saperla consolata.
Il Buon Dio si serva per concederle tanto bene di chi crede meglio, (non) ne sarò geloso chiunque egli sia, ma mi stimerei fortunato se fossi io il designato. Ciò che importa è che ritorni la pace e la serenità e che venga presto. Oh si, venga presto.
M. Marina prima di rendere l´anima a Dio più volte ha ripetuto Sacro Cuor di Gesù confido in Voi —; questo ripeterò io lontano o vicino da Torino. Voglio credere che lei farà altrettanto e meglio di me.
La benedica il S. Cuor di G. e Maria Ausil. della quale facciamo il mese.
Ossequi al sig. Avvocato: consoli lei i suoi cari, come io prego N.S. consolare lei.
Suo D. Sac. F. Rinaldi. [p. 364-365]
Torino, 18 maggio 1928
Egregia Signora,
nella sua del 5 vuol sapere se la causa del suo dolore è il Signore od il demonio.
Siccome vedo che ha bisogno della risposta, glie la faccio secondo la mia coscienza — e le dico subito che molte volte cerchiamo la causa dei nostri mali al di là ed invece è di qua. Molte volte la causa dei nostri mali siamo noi: Nel caso nostro, io e lei.
Io posso averle occasionato quei mali per malizia, o per ignoranzia, o per impotenza, o per dabbenaggine o per volere fare anche meglio. Se l´ho fatto per malizia, sono stato cattivo e devo cominciare a chiederne perdono al Signore; se fu per le altre cause, chiedo perdono a lei e mi rincresce tanto d´avere fatto del male. A questo punto non ho altro da fare o dire. Creda che è sempre una grande pena essere di noia ad altri mentre sarebbe una grande consolazione sapere o potere fare del bene al prossimo.
La causa del suo dolore può essere anche lei stessa. Lei soffre per un giudizio che ha fatto. Chi le assicura che lei è in condizioni per valutare l´opera e l´animo altrui? Come può presumere di non sbagliare sentenziando nella sua testa sulle ragioni che immagina ma non conosce? Io non devo dirle altro. Tuttavia venga ora il diavolo da N.S. con la parte di ciascheduno.
Il diavolo è ribellione, superbia, odio, tormentatore delle creature fatte ad immagine di Dio. Egli nulla di bene può averle portato in questa faccenda; mentre può averci soffiato molto del suo spirito, può averci suscitato molto dei suoi sentimenti, certamente nulla ha fatto di bene.
E nostro Signore? È Lui che dice: non giudicate; Io solo conosco la mente ed il cuore. È Lui che dice: perdonate i debiti del vostro prossimo; fate del bene a chi vi fa del male; siate misericordiosi; imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore; e dalla croce perdona e prega per tutta quella gente che Lo insulta. Lui è venuto portare la pace alle anime, ai cuori, agli uomini di buona volontà e non ha agitato certamente lei Lui che dice: Venite a me Voi che soffrite ed Io vi consolerò.
Scusi questa serie di pensieri che lei conosce come conosco io. Avviciniamoci al signore e da Lui sempre avremo bene per noi e per gli altri. Egli ci dice che le sue vie non sono le vie nostre e che i suoi pensieri non sono i penseiri della nostra povera natura inferma; Egli ce li insegnerà e noi intendendolo ci sentiremo migliorati in tutto. Lei ha bisogno di pensare sotto la luce di Dio. Perdoni se non ho saputo rispondere meglio: sono convinto che se io fossi qualche cosa di più, saprei farle maggior bene. Mi lasci nella mia umiliazione e preghi pel suo in Cor Jesu che la ricorda molto e sempre.
Sac. F. Rinaldi.
[p. 366]
Torino, 3 ottobre 1931
Egregia Signora,
vedo che il Signore continua purificandola o santificandola nel secreto della sua anima senza il conforto di chi la comprende: è una grande prova spirituale molto meritoria. La mia volontà la conosce il Signore, ma io non sono in grado di sapermi spiegare; prego per lei e se conoscerò il modo di giovarle lo farò ben volentieri.
La mia vita non deve avere altro scopo, vorrei che lei lo provasse. Queste belle giornate che le gioveranno anche fisicamente. Lo voglia Iddio. Un rispettoso saluto al suo avvocato ed a tutti i suoi cari.
Suo D. Sac. F. Rinaldi.
Egregia Signora,
il tempo presente è nulla;
l´eternità è tutto.
Iddio è misericordia, Bontà, amore infinito.
Sac. Filippo Rinaldi
Rettor M.S.S.
Torino, 12 dicembre 1931
Benemerita Signora,
l´Amatissimo nostro Padre lasciò una busta colla scritta «avvenendo morte»: tra le lettere in essa racchiuse, eravi quella che mi faccio un dovere di mandarle acclusa. Compiendo il pietoso incarico, mi raccomando alle sue preghiere.
Un. mo in C. J. Sac. P. Ricaldone. Pref. Gen. S.S.


Don Filippo Rinaldi
maestro di santità
salesiana
1. Presentazione
Ai capitoli precedenti, il Rettor Maggiore ha chiesto ne venisse aggiunto ancora uno con il titolo che vi è stato apposto. Lo scopo è di vedere e di provare se e che cosa D. Rinaldi abbia apportato di suo e di relativamente nuovo nel modo di concepire e di presentare la santità cristiana, prima ancora che salesiana, alle anime di lui spiritualmente dirette.
Il problema si era presentato a chi scrive leggendo l´epistolario del Servo di Dio, al quale per il momento la ricerca prevalentemente si orienta e ne rimane limitata.
È impressione comune nel nostro ambiente salesiano che, quando si parla e si scrive di santità, si rimanga ordinariamente ad illustrare o una formula (unione con Dio), o qualche mezzo sia pure fondamentale (preghiera), o in genere le devozioni caratteristiche; a tal punto da far pensare che ai nostri Maestri (da Don Bosco in poi) sia mancata una visione teologicamente fondata e organica, che ne costituisca come il cuore e il centro vitale da cui tutto promana e si irradia, comprese le stesse devozioni.
Certo, i Fondatori in genere non si sono preoccupati di lasciare ai loro discepoli dei veri trattati sulla loro spiritualità, quanto piuttosto degli orientamenti e indirizzi, e più ancora l´esempio di una santità vissuta. Sono stati poi figli e discepoli a preoccuparsi con lo studio riflesso di creare la ricostruzione teologica, fondandosi su scritti, insegnamenti, esempi della loro vita santa; e ne sono nate le varie Scuole di spiritualità.
I Salesiani ancora il problema non pare se lo siano posto; sembrano anzi piuttosto imbarazzati a definire i fondamenti teologici di una loro propria spiritualità, quando pure non siano proclivi a negarne persino la possibilità. Né il presente primo semplice approccio può aspirare a tanto.
D. Rinaldi, che tra l´altro teologo non era, sicuramente non si prospettò il problema, in sede teorica. Tuttavia, ad una prima lettura del
suo epistolario sembrano emergere elementi tali, da autorizzare un certo tentativo di abbozzo per una ricostruzione che si potrebbe definire cristocentrica, tale quindi da poter essere proposta ad ogni categoria di persone: anche se poi si nota che il suo magistero è rimasto circoscritto quasi al solo ambiente salesiano, sì da riportarne l´impronta.
Fu proprio una tale costatazione che aiutò anzi a superare una certa delusione provata al primo impatto coll´epistolario, nello scoprire, cioè, come esso risultasse destinato in grandissima parte a persone religiose (Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice), e quindi di interesse assai circoscritto. La riflessione aiutò a superare lo scoglio: la individuazione, infatti, di quello che risulterebbe essere il nucleo vitale nella concezione della santità offerta da D. Rinaldi, autorizza a farne le dovute applicazioni anche ai non religiosi (ad esempio, ai membri di Istituti secolari), e agli stessi semplici laici. Si tratterebbe, cioè, di un ritorno puro e semplice al Vangelo, a S. Paolo, al Nuovo Testamento in genere, con un certo anticipo sulla stessa dottrina del Vaticano secondo.
Nessuna meraviglia, del resto, in sé e per sé, in quanto tutti i Santi non fanno che ispirarsi al Vangelo: le stesse devozioni di Don Bosco non si rifanno a Gesù Cristo e alla sua santissima Madre? Quello però che colpisce in D. Rinaldi è il suo riferirsi direttamente alla Persona del Redentore, con le relative conseguenze che ne sa trarre per la vita pratica, tutte ispirate appunto al Vangelo e in genere al Nuovo Testamento: anche se poi in lui mancano quasi del tutto le citazioni esplicite, come del resto sono assenti citazioni da autori determinati.
Vi è, sì, un autore da lui sicuramente conosciuto e anche propagandato, che potrebbe far pensare ad una sua fonte originaria e speciale, ed è il francese F. Maucourant, La vie d´intimité avec le bon Saveur à l´usage des òmes religieuses (1897), presto adottato e diffuso anche tra le persone non religiose. D. Rinaldi, anzi, fece tradurre l´operetta in italiano e la fece stampare dalla tipografia salesiana assai per tempo, se già nel giugno 1917 la proponeva per la meditazione al gruppetto delle prime tre future «Zelatrici di Maria Ausiliatrice» (QC 12), e nel giugno di due anni dopo tornava a raccomandarla alle medesime, divenute già sette:
«Lo conoscete già questo libro, ma, in generale, i libri non si capiscono bene la prima volta che si leggono; scegliete un punto, anche solo una parte di un punto, ma meditatelo profondamente e bene» (QC 89).
Lo diffondeva anche tra le Figlie di Maria Ausiliatrice specie tra quelle che avevano bisogno di attingervi incoraggiamento e fiducia nelle dure prove della vita, come risulta dalla lettera mortuaria edificante di Suor Caterina Gaido:
«Suor Caterina teneva alla portata di mano il libretto: "Vita intima con Gesù", che le era stato donato dal Servo di Dio. Parecchi capitoli
sono segnati da una data; e la incoraggiante dottrina di S. Francesco di Sales e di altri Santi, citati dall´Autore, le dava modo di correggersi fra le quotidiane manchevolezze. Lo scoraggiamento, così facile a insinuarsi nelle anime che vogliono seguire la via della perfezione, era per Suor Caterina lo scoglio contro il quale doveva vigilare e lottare per non cadere vinta».
Prova della larga diffusione di questa operetta, anche tra le giovani dell´Oratorio, ci viene da una lettera di D. Rinaldi alla diciannovenne Maria Lanzio, già orientata verso l´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice.
«Mi rallegro che legga Maucourant, ti farà conoscere tante cose che ti serviranno per tutta la vita» (Siviglia, 5 marzo 1919).
È certo, dunque, che D. Rinaldi conobbe e fece largo uso di questa fortunata opericciola, la cui diffusione in Francia e altrove è così documentata: nel settembre 1919 veniva data alle stampe la dodicesima edizione «che fa aumentare la cifra totale a 159.000 esemplari, di cui 89.000 ad uso delle anime religiose, e 70.000 ad uso delle persone del mondo, non comprese le tirature in lingue straniere» (Prefazione).
Non è detto tuttavia che sia stata essa per D. Rinaldi la vera scoperta di una spiritualità, ch´egli mostra di possedere già in nuce molto tempo prima. Si ricordino in proposito alcune circostanze della sua vita, che possono orientarci nel nostro giudizio, a cominciare dalle sue stesse confidenze sugli anni trascorsi in paese dopo l´abbandono frettoloso del collegio di Mirabello:
«Ai miei tempi nessun giovane a Lu frequentava la Comunione. Ero solo io a farla: e questo per le raccomandazioni della mamma» (CA, 35).
Per i suoi rapporti personali con Gesù è ancora più esplicito il proposito del 20 marzo 1881:
«Voglio salvare l´anima mia. Sopporterò le contrarietà sfogandomi solo con Gesù, Maria e Giuseppe» (CE 34).
E più ancora, la prima vicenda della nuova casa di Mathi Canavese, dove D. Rinaldi si trova a dover sistemare come neo-direttore la piccola comunità dei suoi «Figli di Maria». Ne parla D. Ceria: «Sospirava il momento di avere in Casa Gesù Sacramentato, la cui assenza lo faceva esclamare: "Ci pare d´essere abbandonati da tutti. Siamo nuovi del luogo ed inesperti dell´ufficio, e ci manca perfino questo conforto".
«Finalmente ne parlò con Don Bosco e tutto fu concertato» (CE 50).
È più facile pensare, quindi, che nel Maucourant D. Rinaldi abbia trovato più intime consonanze con la sua radicata spiritualità; soprattutto è l´autore che ci voleva per diffonderla tra le persone che dirigeva, un po´ per la sua forma piana e accessibile a tutti, e più ancora per il motivo a cui accenna D. Schinetti: «Era uno degli autori ascetici preferiti da D.
Rinaldi per la profonda pietà che ispiravano le sue opere [tradotti e propagati, da lui, anche gli altri volumetti su: l´umiltà (1889), la povertà (1890), l´obbedienza (1892) e la castità (1900)], ed anche perché la sua dottrina si rifaceva in buona parte a S. Francesco di Sales attraverso il Tissot» (QC 63, nota 115).
E rieccoci al giudizio del primo Revisore Teologo degli scritti del Servo di Dio, secondo cui il vero autore e ispiratore di D. Rinaldi fu appunto il Salesio, e più precisamente, in questo specifico settore, il Teotimo o trattato dell´amor di Dio. E quindi, in ultima analisi, come si è detto, il Vangelo (specie S. Giovanni con le rispettive lettere) e San Paolo.´
´ Di ogni lettera vengono indicate la data, la persona a cui è indirizzata, e la pagina del volume dell´Epistolario. Le sottolineature sono nostre, se non vengono date altre indicazioni.
2. Testi
2.1 Santità cristiana: sue leggi
Non è più il caso di insistere sul precedente tema introduttorio, non essendo nostro compito di perseguire una trattazione esaustiva dell´argomento, bensì un primo avvio di riflessione sul medesimo. Ritorniamo più direttamente alle lettere di D. Rinaldi, con l´avvertenza previa che in esse l´autore non si attarda quasi mai in presentazioni organiche e complete della santità, ma si limita quasi sempre a offrire e illustrare punti particolari, secondo le esigenze di singoli casi e di persone. Di qui la natura propria di questo nostro lavoro, che è di ricostruire, con materiale vario e sparso, un edifizio spirituale che sicuramente doveva essere presente in colui che tali dettagli proponeva e raccomandava, non però nella sua funzione di studioso, ma di maestro di spirito.
Eppure, tra le tantissime, si incontra una letterina che fa eccezione alla regola, datata 24 maggio 1920 e indirizzata alla giovane Figlia di Maria Ausiliatrice Suor Teresa Graziano, aiutante della Maestra delle Novizie, lettera che fu poi quella che attrasse subito l´attenzione proprio per il suo carattere di organicità e relativa compiutezza sul concetto di santità e sue componenti: un vero trattatello in miniatura.
Merita quindi di essere subito riportata per intero per un giudizio di merito complessivo: «Tante grazie delle notizie, dei saluti della Superiora e delle preghiere. Mi fa tanto piacere il proposito di voler santificarsi per poter giovare agli altri. È proprio così, nessuno può dare quello che non ha. Bisognerebbe avere molto per fidare Qualche cosa.
Di qui la necessità di avvicinarci a N. S. , che è fonte di grazia [grazie?], di virtù e di santità. Lui solo può scaldarci, sostenerci e darci la vera vita.
A lui perciò avviciniamoci: 1) colle giaculatorie e preghiere; 2) colla meditazione; 3) coi Sacramenti, soprattutto colla S. Comunione.
Coraggio, Suor Teresa, perché la missione di fare delle sante religiose
e delle vere Figlie di M. Aus. è la più no possa compiere in
questo mondo. È proprio dare anime a G. C., che, come G. C., si diano poi a salvare le anime. È una missione per la quale vorrei io vivere e morire. Non essendo a me data questa fortuna, spero che Suor Graziano sappia apprezzarla e compierla con tutte le sue forze.
Non dimentichi tuttavia che avvicinarsi a Gesù è partecipare di tutto quello che è suo, comprese le umiliazioni, l´orto, le spine, la Croce. Prenda bene, figlia mia, sopra tutto queste cose, lasciandole mai mai vedere a nessuno» (p. 223).
Non v´è chi non veda l´importanza di questo quadretto, fondamentale per il nostro tentativo di ricostruzione, e per poter comprendere come con una tale pista tenuta ben presente, non sia stato difficile cogliere, di mano in mano che si procedeva nella lettura, i vari elementi sparsi nelle altre lettere, come altrettanti tasselli dell´intero mosaico, sì da riempire intere buste di schede.
A operazione ormai avviata, risultava dunque, anzitutto, che la santità, secondo D. Rinaldi, va orientata e incentrata su Gesù Cristo in persona, che ne diventa così centro e cuore propulsivo. Gli stessi termini, poi, di cui egli si serviva ad indicare i rapporti spirituali da instaurare con Gesù Cristo (N.S.G.C., N.S., il Signore, il Signore G.C., sono altrettanti sinonimi che ricorrono nei suoi scritti, quasi sempre con le sole abbreviazioni, che accusano la rapidità di stesura delle molte lettere vergate in uno stesso giorno) acquistano sfumature diverse e non casuali, come: avvicinarsi, seguire, imitare, amare, unirsi; al quale ultimo verbo D. Rinaldi attribuisce tutto un valore teologico-mistico, assai lontano da un semplice significato intellettualistico, come potrebbe far pensare la tradizionale espressione «unione con Dio». Da aggiungere infine, anche se non vi compare letteralmente, il verbo servire, in quanto il Servo di Dio presenta la santità sempre nel suo aspetto essenzialmente apostolico, come del resto appare anche nel testo citato: «santificarsi per poter giovare agli altri».
Dunque sono preferiti i verbi ai sostantivi, e perciò è messa in evidenza l´azione, come si addice all´opera della personale santificazione («voler santificarsi»), e sono verbi che nel loro insieme, specie se disposti a scala, possono far pensare a volontà di descrivere e quasi ritmare le varie fasi tradizionali della vita spirituale, da quella così detta purgativa a quella illuminativa e a quella unitiva: pur essendo chiaro che, secondo quanto è stato fatto osservare, né D. Rinaldi ha mai preteso di darci una costruzione teologica completa della santità, né è nostro intendimento premere troppo sulle ultime considerazioni. L´ordine logico infatti lo terremo noi nella nostra ricostruzione a scopo di chiarezza. Per lo stesso
motivo procederemo per gradi, così che solo alla fine risulterà chiaro il concetto pieno della santità prospettata da D. Rinaldi.
Cominciamo, a modo di premessa, con alcune considerazioni sulla santità in generale. Il linguaggio di D. Rinaldi, nella sua semplicità, è molto chiaro e preciso. Egli parla esplicitamente di santità, evitando termini più sfumati e meno afferrabili, come spiritualità e simili. E si tratta di santità vera: «Non contentatevi di essere buona, fatevi santa», scriveva all´Ispettrice Suor Rosalia Dolza (24 novembre 1928, p. 193). E alcuni mesi prima aveva scritto alla medesima: «Sono contento che desideriate farvi santa. Ricordatevi tuttavia che costa molto. Bisogna soffrire, ma non importa» (20 gennaio 1928, p. 193).
Trattandosi poi di santità vera in senso cristiano, ne viene di conseguenza che non è né può essere un lavoro solamente umano: «... poche anime intendono bene questo lavoro, e molti credono di dover fare un lavoro facchinesco, cioè dover sbuffare, sudare, ecc.».
E invece: «questo lavoro, in primo luogo, si deve lasciare che lo faccia il Signore, non impedendolo colla nostra volontà, col nostro amor proprio, mettendoci troppo del nostro» (a Suor Orsolina Molinari, 14 ottobre 1915, p. 237).
Più completo e lineare è il primo pensiero in altra lettera: «Il lavoro interiore ha bisogno della nostra cooperazione, ma non dimentichiamoci che chi deve dirigerlo è la grazia di Dio. Abbandoniamoci con fiducia al lavoro della grazia, non disturbiamolo col nostro affanno, col nostro io, o colla curiosità estranea. Lasciamo lavorare nostro Signore: noi pieghiamoci sempre al soffio sia pur lievissimo dello Spirito di Dio» (a Suor Lina Stracco, dopo il 1919, p. 238).
Di che natura sia, infine, questo lavoro di Nostro Signore, D. Rinaldi si sforza di spiegarlo con un´immagine alle Postulanti di Giaveno: «Gesù vuole imprimere in ciascuna di voi la sua immagine. Gesù dipingerà dentro di voi: preparategli la tela fine e morbida. Egli farà un capolavoro» (12 luglio 1915, p. 235).
E nella stessa circostanza (una ricca conferenza) si dilunga a descrivere il trattamento laborioso — si direbbe crudele — a cui viene sottoposta la pianta della canapa prima di diventare «la tela fine e morbida».
Dopo queste brevi considerazioni di indole generale, passiamo ad illustrare i vari aspetti sotto cui D. Rinaldi presenta la santità.
2.2 Avvicinarsi a Gesù: «fonte di grazia, di virtù e di santità»
Abbiamo fatto cenno sopra, al sottofondo biblico che si avverte, quasi si respira, nel linguaggio adoperato da D. Rinaldi quando scrive sulla santità. Orbene, non sarà difficile verificarlo a cominciare da questo primo
verbo, che ritorna spesso nel Nuovo Testamento, nelle sue forme linguistiche greca (prosérchomai), latina (accedere), italiana (avvicinarsi) e sempre con riferimento diretto o indiretto a Gesù Cristo. Basterebbe citare i noti passi della lettera agli Ebrei (4, 14-16; 7, 22-25; 10, 19-22; 11, 16).
Ma il testo più esplicito e più vicino al nostro contesto è quello notissimo, di carattere battesimale, della prima lettera di S. Pietro:
«Deposta dunque ogni malizia e ogni frode o ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza, come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già gustato come è buono il Signore. Stringendovi a lui (ad quem accedentes, avvicinandovi a lui), pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (2, 1-5).
Nella lettera a Suor Graziano già riportata, si riscontra appunto il lungo cammino di santità, che D. Rinaldi traccia e assegna alla giovane suora e indicato da S. Pietro fino alle altezze di una vita trasformata «in un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo», quando parla di «umiliazioni, di orto, di spine, di croce».
In altre lettere il Servo di Dio specifica meglio i vari gradi di avvicinamento a Gesù Cristo, a cominciare dalla parte negativa del lavoro previo che l´anima deve realizzare.
«Sgombri gli impedimenti e si avvicini al Signore, e vedrà [che] facilmente opererà, sia pure qualche volta con fatica, ma opererà giusto lo Spirito del Signore, ed il Signore la porterà su in alto» (a Suor Orsolina Molinari, 14 ottobre 1915, p. 237).
«Si accivini al Signore e vedrà che la forzia viene» (alla Sig.ra E. C., 4 ottobre 1922, p. 337).
«Avviciniamoci al Signore e da Lui sempre avremo bene per noi e per gli altri» (alla stessa, 18 maggio 1928, p. 366).
«Studi, scuola, lavori, pene e consolazioni sono tanti gradini per innalzarci ed avvicinarci a N. S., che dobbiamo conoscere, amare e servire meglio che ci sia possibile in questo mondo» (a Suor Cecilia Lanzio, 13 settembre 1929, p. 257).
«Sono contento di potervi ancora felicitare per la vostra Professione, che vi avvicina sempre più al buon Dio; vi auguro grandi progressi nella santità; fate da Marta e da Maria» (a Suor Marta Gastaldo, 27 ottobre 1930, p. 217).
E possiamo fermarci qui. Come si vede, dunque, già nel verbo avvicinarsi D. Rinaldi condensa tutto un programma di santità, e non solo una parte o gradino di essa: il che sarà più vero per i verbi successivi.
Sia consentita, prima, ancora un´osservazione conclusiva sulla dipen
denza o meno di D. Rinaldi dal Maucourant. Si cerca invano in quest´ultimo un riscontro adeguato alla parte così vistosa affidata da D. Rinaldi al verbo avvicinarsi a Gesù. Solo due frasette vi si colgono ad un´attenta lettura, ma l´una e l´altra introdotte nel discorso in contesti diversi e in forma secondaria. La prima a proposito del frutto del primo peccato che lasciò nello spirito degli uomini quel «terrore delle cose divine che impedisce ad essi di avvicinarsi con fiducia a Dio» (Ivi, p. 49). La seconda inserita in un pensiero di S. Giovanni Crisostomo, secondo cui «nulla ci avvicina tanto a Dio e ci fa tanto intimi con Lui, quanto questa fedeltà» nel seguire la sua volontà.
Troppo poco, quindi, per dedurne una dipendenza vera e propria. D. Rinaldi dà del suo!
2.3 Seguire Gesù: per la via della Croce (cfr. Lc 9, 23)
Nessuna incertezza può sussistere sul carattere essenzialmente biblico di questo verbo (acoloutheo), del quale è pure certa la identificazione con il noto passo evangelico sulla sequela di Cristo, riportato quasi alla lettera dai tre sinottici, ma che nella sua forma più integra troviamo in Lc (9, 23):
«Poi a tutti diceva: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, preida la sua croce ogni giorno e mi segua"» (cfr. Mt 16, 24; Mc 8, 34).
A tutti è pure nota, in base al presente pronunciamento di Gesù, la centralità che è venuto assumendo il mistero della Croce nel resto del Nuovo Testamento, con particolare riferimento alla «teologia della Croce» così ampiamente elaborata e proposta ai cristiani da S. Paolo, sintetizzatile nella espressione dottrinale: «Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1 Cor 2, 2);
e in quell´altra di indole personale: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20),
completata da: «quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella Croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6, 14).
Altro testo in un certo senso obbligato è quello della prima lettera di Pietro con il riferimento veterotestamentario al noto canto del Servo di Jahvé di Isaia (53, 2 ss.): «Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (2, 20-21).
Orbene, è davvero impressionante constatare la centralità e l´ampiezza che il mistero della Croce acquista nel magistero spirituale di D. Ri
naldi, con la messa in ombra persino dello stesso termine Mortificazione così comune nell´ascetica tradizionale: un´adesione maggiore quindi all´insegnamento evangelico-biblico sopra appena abbozzato.
Ci sarà consentito pertanto di offrirne una adeguata abbondante documentazione nelle varie, ma pur sempre sostanzialmente identiche espressioni, tanto da potervi scoprire una delle idee-madri nel Servo di Dio, e pertanto nel carisma salesiano, del quale egli è autorevole portatore e interprete.
Partiamo dalle preziose lettere a Suor Teresa Graziano: «Se qualche volta costa e fa soffrire il seguire N. S., ricordiamoci, figlia mia, che in paradiso saremo largamente ricompensati. Ben vale soffrire qualche poco qui, per godere Dio nell´eternità» (7 aprile 1920, p. 223).
Frequentissimo quest´ultimo richiamo nel suo insegnamento, in sintonia col concetto integrale del Mistero pasquale di Morte e Risurrezione.
Analogo concetto troviamo in un biglietto alla medesima, senza data, in occasione della perdita del padre: «Per la via del dolore si segue G.C.N.S. Coraggio! Vediamo di aumentare anche nel suo amore» (p. 226).
Si ricordi il pensiero già riportato rivolto alla Ispettrice Suor Rosalia Dolza a proposito della santità: «Ricordatevi tuttavia che costa molto. Bisogna soffrire, ma non importa» (20 gennaio 1928, p. 193).
Scusandosi con la missionaria Suor Lina Stracco per il lungo ritardo a rispondere ad una sua precedente lettera, incalza: «... e da allora quante cose sono avvenute! Mutazioni esterne di tutto, e di feste, di persone e di cose. Come rimase il vostro spirito in tanti contrasti? Me lo posso immaginare, ma voi ricordatevi che avete avuto occasione di meditare che le missioni e la vita deve avere un punto solo di appoggio. Dobbiamo cercare N.S.G.C. che non muta, e resta in eterno la nostra mira, la nostra vita, la nostra gloria» (entro l´anno 1929, p. 238).
Il linguaggio del Servo di Dio evita in genere i toni duri e forti, preferisce insinuarsi in maniera dolce, ma non per questo meno efficace. Dietro un´immaginetta di Gesù Bambino per Suor Graziano così scrive: «Suor Teresa Graziano porti al S. Bambino un fascio di gigli e di rose colle sue spine» (18 dicembre 1922, p. 224).
In un biglietto alla medesima da Nizza M. così si esprime: «Si corre alla conquista della gloria di Dio e del Paradiso: avanti senza preoccuparsi delle piccole spine. Preghiamo vicendevolmente perché raggiungiamo la mèta» (14 maggio 1924, p. 225).
Altro modo, più efficace, di presentare la sofferenza: avere in mano qualcosa da offrire al Signore. E in questo è ammirevole la sua industria. Tra i documenti vengono riportate alcune lettere indirizzate alla giovane suorina spedita dall´obbedienza da Torino nella lontana Sicilia,
Suor Rosetta Dadone. Cogliamo fior da fiore: «Poco alla volta vincerai anche le impressioni pei cambi; e il ricordo dei tuoi cari, senza cancellarlo dalla tua mente, anzi imprimendolo ancor più, ti ritornerà meno penoso e di vantaggio all´anima tua» (17 luglio 1914, p. 187).
Poco più d´un mese dopo, in occasione dell´onomastico, la ricorda insieme alle altre Rosette dell´Oratorio di Torino negli auguri: «Lo faccio tanto più volentieri in quanto so che una rosa, per bella che sia, ha le sue spine, e penso che anche tu avrai le tue spine, particolarmente trovandoti in un ambiente nuovo dove il demonio arriverà (a) pungerti di mille modi. Attenta, mia buona figliuola, non lasciarti ingannare. Per tua norma, le pene sono accresciute dall´immaginazione, che dipinge ogni cosa con colori foschi e spaventosi. Riditi di queste immaginazioni, fa il bene per conto tuo in nome del Signore: dopo la tristezza viene l´allegria, che io ti auguro di gran cuore pregando per te» (30 agosto 1914, p. 188).
Sente il bisogno di riscrivere a breve scadenza: «La piena dei tuoi timori e delle tue pene rispondono perfettamente alle condizioni tue, del tuo animo, della tua educazione, anzi della tua vocazione. Se non avessi quelle sofferenze, non saresti Rosetta, e dubiterei della tua buona riuscita. Sarebbe segno che non hai cuore, che non hai un sentire delicato, che al demonio importa nulla della tua vocazione.
Il sentire delicato fa che tutto ti impressioni, e questo ti servirà per sentire tante altre cose che torneranno a bene dell´anima. L´amore ai tuoi ti deve farne sentire l´assenza; il demonio, che vede che gli sfuggi, deve perseguitarti. Sta tranquilla, figliuola, che tutto si metterà in bene.
Anche la salute è mica peggiorata; ma siccome sei oppressa nella testa, senti l´oppressione anche nello stomaco. La tua lettera mi fece ricordare quanto ho sofferto anch´io in altri tempi. Sta di buon umore, che come passò tutto a me, passerà tutto a te... e poi saprai consolare gli altri» (2 settembre 1914, p. 188).
Ricorre persino al paragone dei soldati che egli vede partire per la guerra, ricostruendo tutto un seguito di fatiche, di ferite sul campo, di morte: «senza un conforto dopo agonie lunghissime, in mezzo alla mischia, sotto la zampa dei cavalli, o trascurati in un angolo qualunque». E ne fa l´applicazione a lei: «Vedi, Rosetta? Anche tu ora sei sul campo, ma per combattere te stessa. Si tratta di distruggere l´amor proprio e te stessa per sollevare le anime, servire il Signore, acquistare la gloria del cielo. Fatti coraggio. Niente ti turbi. Ricordati che per la gloria del mondo altri soffrono più di noi» (18 maggio 1915, pp. 188-189: durante i primi giorni della prima grande guerra).
Altra figliola alla quale il Servo di Dio dedicò cure quasi materne fu Maria Lanzio, la seconda delle tre sorelle prese sotto la sua paterna re
sponsabilità dopo la morte della madre ancora in giovane età, specie dopo che il padre era passato quasi subito a seconde nozze.
Nei mesi che stava germinando nel suo cuore la vocazione, riceveva da Siviglia un biglietto del Servo di Dio in visita alla Spagna: «Coraggio, Maria, guarda di prendere bene le tue croci o pene, che mi pare che abbia in questo momento. La vita è seminata di contrarietà, e noi abbiamo occasione in questo modo di dimostrare la nostra virtù» (5 marzo 1919, p. 228).
Nel gennaio del 1923 si trovava già in Noviziato, mentre la sorella maggiore, Cecilia, che l´aveva preceduta nella vocazione, era in viaggio verso gli Stati Uniti come missionaria, e la sorellina minore Albertina era rimasta sola in casa dei genitori con la matrigna. Da Lanzo le scrive il buon Padre: «Hai fatto bene (a) scrivermi. È naturale che senta la separazione e senta molto. Cecilia e Bertina sono due pezzi del tuo cuore; quindi se non sentissi la loro lontananza, saresti un pezzo di ghiaccio. Per altra parte, sentendo tanto hai più da offrire al Signore. Sii dunque generosa... Approfitta della solitudine, del sacrifizio, per farti più perfetta e più buona. A me non fa meraviglia quello che mi scrivi, che anzi mi pare molto naturale» (gennaio 1923, p. 230).
Con la sorella maggiore, Cecilia, più matura, non teme il saggio direttore e padre di tenere un linguaggio più esplicito: «Sono lieto che ora sia tutta del Signore. Ora farà ancora il diavolo quanto può, ma spero che vinceremo sempre. Ricordiamoci che la Croce dovrà essere la nostra porzione: amiamola ed attacchiamoci ad essa, affinché possiamo redimere noi e molte anime» (12 ottobre 1922, p. 253).
Prossima ormai alla sua professione perpetua, D. Rinaldi le scrive: «Ora in quella (lettera) dicevo in riassunto di saper soffrire. La Croce è la via del cielo: "qui vult venire post me tollat crucem suam". Colla Croce siamo in buona compagnia. Ciò non toglie che il Signore ci aiuti Lui a portarla ed a farla diventare dolce, soave, cara, e la nostra consolazione e gloria... Anche Don Bosco ebbe le sue croci, ma non dimentichiamo mai che le portò col sorriso sulle labbra e colla piena confidenza nel Signore» (13 aprile 1929, p. 256).
La stessa Suor Cecilia, pregata di scrivere alcuni suoi ricordi dopo la morte del Servo di Dio in vista di una sua biografia, così confidava a D. Ceria dagli USA: «Ho un prezioso quadernetto, sul quale, conscia della santità della mia guida, appuntavo ogni volta, il più letteralmente possibile, quelle sue espressioni che più mi impressionavano e che pensavo mi sarebbero state utili anche in avvenire. Ne riferisco alcune, che dimostrano l´elevatezza di quella Sua anima eletta» (CE. p. 495).
Vi attingeremo anche noi con l´indicazione «Quadernetto», con le re
lative pagine del Ceria. A proposito della Croce così le diceva: «Chiedi pure la Croce a Gesù, ma chiedigli anche la forza per portarla» (CE. p. 497).
Scrivendo alla tribolata Signora E. C., così si esprime: «Ciascuno ha la sua croce da portare: veda di portarla come nostro Signore, il quale cadeva sotto la Croce, ma si rialzava sempre» (Catania 16 agosto 1916, p. 284).
Se qualche volta adopera il tono forte, è quando si trova di fronte a chi mostra di resistere alla volontà di Dio, specie in materia di vocazione. È il caso di Celestina Dominici, segretaria delle Figlie di Maria, la quale non riusciva a rassegnarsi al no delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Così le scriveva il buon Padre, che pure la stimava molto e la prediligeva: «Leggo con piacere la tua carissima, che mi presenta una bella rosa colle sue spine. Queste spine starebbero bene se non te le ponesse il diavolo. Ed è proprio lui che te le pone, perché non vuole che goda in pace la quiete [della montagna] e guadagni un po´ di salute. Non dargli questa soddisfazione di soffrire per lui. Tu sai dove Iddio ti vuole, e questo basta. Del bene puoi farne senza fine nella tua posizione [di sarta diplomata con molte ragazze apprendiste che formava ad un Cristianesimo vissuto e gioioso]: la pace interna non ti manca, il resto l´avrai in paradiso. Che credi, di restare ancora un secolo in questo mondo? Sta tranquilla, tutto passa presto. Ritornerai adunque a fare la volontà di Dio; intanto goditi in pace questi giorni» (10 settembre 1912, Archivio VDB).
E invece quanta larga comprensione verso la Sig.na Teresa Musso, altra sua figlia spirituale, tribolata anche lei dal problema della vocazione, ma sempre docile nelle sue mani, come risulta dalle letterine riportate tra quelle scelte dall´epistolario. Ottima ostetrica diplomata, finirà col restare nel mondo e confluire in seguito tra le Volontarie: si meritò la medaglia d´oro civile dopo 40 anni di lungo e sacrificato servizio, e visse fino al 10 luglio 1966.
Come torna insistente il tema della Croce!
«Il Signore col nuovo malanno non vuole altro che purificarti. Egli ti vuole paziente nel soffrire e nell´aspettare [vocazione di FMA], e tu non hai che accettare le disposizioni sue. Prendiamo tutto adunque dalle mani del Signore» (4 novembre 1909, p. 393).
«Ricordati sempre che la Croce la troverai sempre e dovunque. Bisogna che sotto la croce noi sappiamo santificarci come la Vergina S.ma. È ai piedi della Croce che si levò alla più grande santità» (6 febbraio 1914, p. 394).
«Ricordati che tutti abbiamo una croce: questa è la tua. Io ti compiango; avrei voluto togliertela, ma non potendo, pregherò sempre per te. Coraggio: a suo tempo riceveremo la ricompensa del bene fatto, e questa non tarderà molto» (27 febbraio 1918, p. 395).
«Coraggio. Sta di buon umore che dovunque c´è da soffrire in questo miserabile mondo. Fortunato chi sa soffrire» (8 luglio 1918, p. 394).
«Vedo che vanno alternandosi le croci, quantunque il Signore ti sostenga poi o di una maniera o dell´altra. È proprio vero che il Signore permette la prova, ma che non è mai superiore alle nostre forze. Mantieniti pia malgrado tutto, perché la vita passa ed il bene resta con noi e ci seguirà all´eternità. Io ti ricordo sempre» (6 agosto 1920, pp. 396-397).
«La tua vita è seminata di sofferenze e proprio come avviene a tutte le anime che debbono essere grandi. È vero che soffrono anche le anime piccole... ma ben diversamente. Coraggio. Solleva la mente e il cuore, e spera. Coll´onestà della tua vita avrai la ricompensa del Signore, che tiene conto di tutto quanto sfugge all´occhio umano» (4 dicembre 1920, p. 397).
Quanto bene diffondeva il Servo di Dio con quella sua costanza di anni nel seguire una per una le sue figlie lontane, attraverso lettere così cariche di umana comprensione e soprannaturale carità sacerdotale!
Ne fece la prova anche la più volte ricordata Suor Teresa Graziano in occasione della morte del padre prima, e poi di una carissima sorella: «Come si fa duro il sentiero della virtù in certi momenti! Come è greve la Croce in certi giorni! Vorrei aiutarvi (a) portarla o vorrei alleggerirvela, ma come riesce difficile: si termina con fare nulla. Tuttavia pregherò tanto il Signore per la buona Sorella, per la Mamma, per Suor Teresa. Il Signore, aggravando la mano non opprime, anzi provvede al nostro meglio e ci rende dolce il soffrire; abbandoniamoci nella sua bontà infinita» (8 giugno 1925, p. 225).
Messaggio ancora più ricco di tenerezza paterna arriva all´umile Coadiutore Costantino Stefanoni: «Ho seguito con pena e pregando il tuo lungo calvario dalla casa all´ospedale e viceversa, ed ora mi rallegro con te della fede nel nostro Beato e del tuo buono stato di salute. Deo gratias! [si spegnerà solo qualche anno dopo, il 18 aprile 1935 a Milano, a 50 anni di età]. Procura di accrescere la tua fede e la tua carità. Noi continueremo al tuo fianco pregando.
È certo che il dolore purifica e ci avvicina al Signore, e dalla tua si comprende che non inutilmente hai sofferto. Com´è chiaro che al cielo si ascende pel Calvario e per la Croce! Il Signore ti benedica, carissimo; sii sempre un degno figliuolo del Beato Don Bosco» (6 febbraio 1930, p. 52).
Dunque, secondo l´insegnamento di D. Rinaldi, in linea con la più ortodossa tradizione ascetica, la Croce non ha valore a sé, ma assolve un duplice compito: purificazione e santificazione dell´individuo, fecondità apostolica. La prima, porta al distacco totale fino all´immolazione; la
seconda dispone alla totale donazione di sé ai fratelli col massimo disinteresse. All´una e all´altra esorta instancabilmente D. Rinaldi, dandone l´esempio.
Cominciamo dalla seconda. Scrivendo a D. Antonio Candela, del Consiglio Superiore e Visitatore in USA, così sentenzia con l´autorità del Papa Pio XI: «Senza spirito di mortificazione non predicheranno mai Gesù Cristo, mi diceva il Papa» (17 aprile 1927, p. 22).
In senso positivo e con commozione paterna, lo ricorda a D. G. Antonio Pinaffo, Missionario in Siam-Thailandia (t 25 agosto 1971): «Questo è il miracolo del missionario, sacrificarsi come N.S.G. C. La tua me lo lascia vedere, che l´amore alle anime ed al Signore si svolge nella continua mortificazione. Se sapessi come lo ricordo, e vi ricordo! Diglielo a D. Caraglio, che il Signore veglia su di lui e conta tutte le sue pene» (16 febbraio 1930, p. 125).
E ricorrendo al severo simbolo evangelico del seme, ammonisce le prime Figlie di Maria Ausiliatrice missionarie in India, nella persona di Suor Giulia Berra, per tanti anni collaboratrice del Servo di Dio nell´Oratorio di Valdocco: «Mi rallegro che voi siete giunta nell´Assam. Le Figlie di M. Aus. come il seme: perché dia la pianta e il frutto — e lo ricordino bene e non se lo dimentichino — dovrà essere sotterrato, marcire e poi a poco a poco nascere. Ecco quello che dovrete fare voi, ma fatelo con allegria, fatelo collo spirito di giovialità di Don Bosco, fatelo senza guardare ai sacrifizi. Avanti in Domino. Quante bambine aspettano la redenzione nell´opera delle FF. di M. Aus.!» (31 dicembre 1923, pp. 245-246).
È il colpo d´ala che fa pensare alla Resurrezione di Cristo!
Da altri due campi di Missione gli arrivano i lamenti e le preoccupazioni dei suoi figli, posti di fronte alla infecondità e quasi inutilità delle loro fatiche. Il monito si fa solenne e acquista il tono della profezia nella persona di D. Galdino Eleuterio Bardelli, Missionario in Cina (t a Hong Kong il 10 novembre 1982, a 99 anni) e destinatario di un buon mazzetto di lettere con cui D. Rinaldi segue e accompagna il giovane entusiasta: «Voi siete, miei cari figli, i nostri primi martiri della China. Bisogna ricordarci che per essere martiri non è necessario spargere il sangue, basta morire per N. S. G. C. Voi che zelate la gloria di Dio, la volete a costo di qualunque sacrifizio e non vi risparmiate, voi siete i nostri martiri.
Il vostro sacrifizio è forse meno predicato in terra, ma è di una utilità straordinaria. Voi ci tracciate la via da tenersi; voi preparate le future conversioni. Voi seminate, altri raccoglieranno. Coraggio, caro D. Bardelli».
E qui il buon Padre si fa a ricordare il lento martirio di Don Bosco in vita, fiorito e maturato nei trionfi della sua Beatificazione (11 agosto 1929, p. 90).
Non meno solenne, esigente e profetico si fa il monito scrivendo a D. Vincenzo Cimatti, capo della prima spedizione missionaria in Giappone sin dal 1925: «Dovete nei primi anni accontentarvi di seminare, di lavorare, di soffrire: il raccolto sarà tardivo e forse rovinato dal tempo stesso. Non sgomentatevi: Dio vi domanda lavoro, sudori e sacrifizi: è Lui il "Deus qui incrementum dat". Il sacrifizio più tremendo è quello di constatare la inanità dei nostri sforzi: a questo sacrifizio forse saranno riservate grazie immense e strepitose, che costituiranno a volte il raccolto di chi non seminò, ma il premio sarà tutto vostro e sarà "merces magna nimis".
Dovete gettare le basi dell´opera nostra in una grande missione [ = nazione?]. Siate compresi della nobiltà di questa impresa; sentitene la responsabilità. Perciò le basi siano non vostre: non di Paolo, di Cefa o di Apollo, ma tutte salesiane, tutte di Don Bosco. Fedeli pertanto, e vorrei dire scrupolosi dell´osservanza delle Regole e Regolamenti, che vanno ristudiati, meditati, approfonditi, praticati mordicus, con tenacia, costanza e allegria.
Guai agli abusi, alle rilassatezze, alle falle. La Congregazione sarà in Giappone ciò che siete e sarete voi. I Superiori, al mandarvi, apersero il loro cuore alle più lusinghiere speranze. Fermi ai capisaldi della nostra vita...» (10 agosto 1931, p. 105).
Realmente D. Rinaldi, una volta conquistato da Don Bosco, non è mai stato uomo e religioso da accontentarsi di poco; tanto meno lo era quando vergava queste pagine, a meno di quattro mesi dalla morte.
Ma non lo era neppure sul fronte interno della santificazione delle anime da lui guidate. Lo si vedrà in una serie di schede distribuite in ordine cronologico, dal 1915 fino a pochi mesi dalla morte: il cammino è sempre lineare in ascensione.
La direttrice della Postulanti di Giaveno, Suor Caterina Petrini, ci ha tramandato la sintesi di una «Conferenza del Signor D. Rinaldi» del 1915, che è un piccolo capolavoro, tutto incentrato sulla pianta della canapa, di cui si è fatto cenno sopra. Anche se un po´ lunghetta per una citazione come le nostre, merita di essere riportata, perché serve a comprendere meglio il metodo simbolico, tanto caro a S. Francesco di Sales, e non estraneo neppure al Servo di Dio, frutto del suo spirito di osservazione. Dice anche delle sue esigenze in fatto di formazione alla santità, che ricorda il paragone del fazzoletto variamente stropicciato in mano da Don Bosco, in linea con l´abneget semetipsum del Divino Maestro.
«Chissà quante volte avete osservato un campo di canapa in buon terreno, senza mai paragonare voi stesse a quelle piante. Voi siete piante che crescete prosperose mediante il calore e la irrigazione abbondante.
Osservate quella canapa gelata in una corrente d´acqua limpida, e la
sciatela al sole, quindi ritiratela e la vedrete ridotta a fili che, pettinati e lavorati, danno la tela ruvida e tormentosa.
Per togliere questa ruvidezza, si getta nell´acqua, si batte ripetutamente e si stende al sole; così quella tela è morbida e servibile al caso nostro. Volete dipingerla e renderla più fine? Bagnatela, sbattetela, risciacquatela, ripetutamente, e l´avrete come desiderate.
Noi, vi dicevo, siamo qualche cosa di simile: siamo piante che cresciamo rigogliose e dalle quali si vuol estrarre quel filo fine, che per ottenerlo dovete lavorare e lavorare senza tregua, senza ritegno, sbattendo a destra e spremendo a sinistra, risciacquando a tempo. Qui, in Noviziato, siete nella macerazione; la corrente che vi purifica sono i Sacramenti, le parole della Superiora, la Regola nella quale siete immerse; ma non basta, Gesù vuole anche gli sforzi da parte vostra.
E quando uscirete dal Noviziato, avrete ancora della tela ruvida. Lasciatevi fregare, sbattere, sicure di perdere la ruvidezza, scabrosa, ed uscire mezzi docili nelle mani delle vostre Superiore. Piegatevi e lasciatevi piegare, se volete prendere quella flessibilità che vi farà rivivere bene con gli altri, per i quali dovete vivere.
Il sole vi farà candide e calde, e questo sole è la carità che viene dall´alto, che vi fa amare l´una e l´altra senza distinzione, senza preferenza, senza particolarità.
Gesù vuole imprimere in ciascuna di voi la sua immagine. Gesù dipingerà dentro di voi: preparategli la tela fine e morbida. Egli farà un capolavoro» (Giaveno, 12 luglio 1915, pp. 234-235).
Si dirà che è un bel pezzo di retorica, capace piuttosto di scoraggiare chiunque con la sua eccessiva severità? Si tratta invece di un progamma generale a lunga scadenza, ma concreto, e soprattutto intonato con il testo lucano che ci ha guidato e ci guida in questo paragrafo: il vero Esigente è Lui, Gesù!
Del resto, che la sua severità non fosse arbitraria e irrazionale, lo dimostra una letterina successiva a un altro gruppo di Postulanti del 1922: «Mi rallegro di saperle tutte animate dal desiderio di fare bene e completare la loro formazione religiosa. Dite loro che non si sgomentino dei loro difetti. Lavorino per toglierli, per trasformarsi, per diventare perfette; ma sappiano che (per) correggersi radicalmente da un difetto ci vuole molto tempo e molta pazienza, e non sempre si riesce. Il Signore sa che certi difetti ci umiliano, quindi fare che ci aiuti (a) vincerli. Dico fare, perché il Signore ci aiuta sempre, se noi preghiamo con umiltà» (Giaveno, 24 aprile 1922, pp. 235-236).
Il metodo di D. Rinaldi era quello di chi propone delle mète alte e vuole spingervi le più generose. Ci sovviene il piccolo Giornale dell´anima di Celestina Dominici che, dopo il solito incontro con il Servo di Dio, di
cui riporta il pensiero a lui così caro (La croce quaggiù, la gioia lassù, l´amore dappertutto di Mons. Gay), così annota l´8 marzo 1915, ancora tormentata dal problema della vocazione: «Oh! Signore, se non fosse per Voi non reggerei a tanto dolore. Voi aiutatemi a bere il calice amaro che mi presentate, aiutatemi a berlo fino alla fine... Che io sempre faccia in tutto la santa volontà di Dio; in tutte le cose, oh, sì, che la Vostra volontà si compia — fiat! fiat! fiat!».
E completa la sua nota:
«Quanto sono stanca, mio Dio! Eppure è per amor Vostro che io voglio soffrire, ed a Voi offro le tante pene che mi affliggono. Gesù, aiutatemi!».
E aggiunge ancora sotto lo stesso giorno: «Non puoi digiunare, sei proibita perfino di fare la astinenza dalle carni, ma non sei proibita di sacrificarti, di soffrire contrarietà e pene, di fare del bene, di fare la volontà di Dio immolandoti. Cercherò, Dio mio, di compiacerVi: datemene la grazia» (Maggio S., Celestina Dominici, p. 25).
Comincia a profilarsi la immolazione, a cui spinge e trascina il saggio Maestro. Un altro esempio, con la medesima Celestina, egli ce l´offre con la letterina di un anno dopo. La esorta a seguire il fratello sofferente in montagna per sottrarsi alle calure di Torino:
«Mi rallegro che il fratello vada in montagna, ed anche di più, che vada anche tu. Questo è un dovere che compirai per potere riparare le forze e riprendere il lavoro a gloria di Dio ed a bene del prossimo» [le ragezze dell´Oratorio e quelle del suo laboratorio di sarta].
E siccome si lamenta di non sentire alcun fervore spirituale, il buon Padre incalza:
«Vai dunque in nome del Signore. Non isgomentarti della mancanza di animazione, fervore e d´altre belle cose. La pietà e la fede e la santità si possono avere anche colla tristezza, sofferenza, agonia e ripugnanza della Croce come l´ebbe N.S. nell´Orto. Gesù non fu mai più santo che in quell´ora» (18 luglio 1916, Archiv. VDB).
Frase arditissima, che sarebbe vano ricercare sui libri: vi si sente lo stesso Servo di Dio immerso nella tristezza per gli avvenimenti avversi dell´Oratorio, che ad un anno di distanza lo spingeranno a presentare le dimissioni dall´incarico di direttore con lettera al Rettor Maggiore D. Paolo Albera (26 ottobre 1917).
Il proposito dell´immolazione, non cade dalla mente e dal cuore della stessa Celestina, se nel marzo successivo affida al suo diario questa noticina un po´ tirata, ma sincera conoscendo la persona: «Gesù! come agnello sull´altare? Oh! sì, sull´altare del sacrifizio mi lascerò sgozzare, ma non mi lagnerò. Ma ch´io abbia forza, coraggio; ch´io sappia soffrire senza che altri lo sappiano» (Ivi, p. 33).
È l´insegnamento abituale di D. Rinaldi, che ritroviamo nella famosa letterina a Suor Teresa Graziano da cui abbiamo preso le mosse: «Non dimentichi tuttavia che avvicinarsi a Gesù è partecipare di tutto quello che è suo, comprese le umiliazioni, l´Orto, le spine, la croce. Prenda bene, figlia mia, sopra tutto queste cose, lasciandole mai, mai vedere a nessuno» (24 maggio 1920, p. 223).
È quella che gli autori spirituali chiamano la verginità del dolore (P. Aymard). La ritroveremo ancora.
Questo esercizio porta a poco a poco al bisogno del distacco da se stessi e dalle creature, e insieme della donazione di tutto al Signore nell´atto dell´offerta. Li troviamo inseparabilmente uniti.
In una conferenza alle Zelatrici di Maria Ausiliatrice, a proposito del distacco, D. Rinaldi ha questa frase fortissima: «Esaminatevi con dili
genza, e se trovate dell´attaccamento a qualche cosa, spezzate tutto, per darvi generosamente e perfettamente al Signore, e imitare S. Francesco di Sales nel distacco totale dalle cose terrene» (QC. p. 176: 2 febbraio 1922).
Opportuno il commento di D. Schinetti: «Notiamo appena la forza estrema di questa affermazione ascetica di D. Rinaldi alle Zelatrici, in
pieno accordo con la famosa affermazione di S. Francesco di Sales: "Se noi avessimo una sola fibra affettiva nel nostro cuore che non fosse per Lui e di Lui, la strapperemmo via immediatamente"» (alla Madre F.F. de Chantal 1606; Opere XIII, 200) (QC, p. 176, nota 275).
Scrivendo a M. Eulalia Bosco, a Nizza M., D. Rinaldi raccomandava: «Dite a codeste novizie che le ricordo e le raccomando al Signore. Siano
generose col Signore; gli diano tutto senza riserva, e si propongano di sacrificare tutto, specialmente l´amor proprio, per la sua gloria ed il bene delle anime» (31 luglio 1923, pp. 172-173).
Il programma è completo e bene ordinato.
Sulla stessa linea si muove in una lettera a Maria Lanzio al termine del suo postulandato: «In questo ultimo mese di postulandato fa quanto puoi per prepararti ad essere tutta di N.S.G. C. Non trattenerti più alcuna cosa cara, ma togli tutto» (luglio 1924, p. 233).
Contemporaneamente scriveva alla sorella Cecilia negli Stati Uniti, dove si preparava alla sua prima professione: «Ho pensato tante volte al desi
derio suo di farsi santa, d´immolarsi per N.S., di dargli tutto. Mi pareva che stava ora compiendo la promessa, le offerte, ed ho pregato perché fosse generosa [la emetterà il 29 agosto]. Il tempo, passando, deve lasciarci migliorati e ricchi di tesori, che né il ladro, né la tignola non possono distruggere» (29 luglio 1924, p. 255).
Al direttore dei Novizi di Portici - Napoli, D. Felice Mussa, il Successore di Don Bosco affidava il suo messaggio: «Cerchino essi [i Novizi]
di imitarlo [Don Bosco]. Si ricordino che debbono seguire N. S. Gesù Cristo dietro i passi del nostro Beato. La loro santità dev´essere quella di Don Bosco» (26 dicembre 1929, p. 119).
La sua attenzione privilegiata la rivolge sempre alle tre sorelle Lanzio con vera tenerezza paterna, e ne confiderà il motivo. A Suor Cecilia, che si prepara alla professione perpetua, scrive come per testamento: «Mia Buona Figlia, ho mille prove che Iddio ti vuole tutta per sé: non rifiutargli nulla — non resistergli mai; ama il Signore e lascialo fare quello che vuole da te. Sii generosa... Ricordati sempre di me e prega perché non ci lasciamo ingannare dalle miserie della vita esteriore» (20 agosto 1930, p. 258).
Si sente che il Padre naviga in pieno oceano mistico e — come aquila — vuole trascinare con sé le figlie predilette.
Alla medesima tornava a scrivere pochi mesi dopo: «Mi fa tanto piacere la notizia che si comincia una vera Missione in Tampa dalle FF. di M.A. e che ne è incaricata Suor Cecilia. Deo gratias! La nostra piccola esistenza deve essere consumata pel Signore e per le anime... Coraggio nei momenti difficili, ma coraggio che vuol dire fede, speranza, carità, e che metta in azione tutte le industrie ed il sacrificio completo della propria persona. Ecco un programma illimitato come lo zelo delle anime ardenti di amor di Dio. Cercatelo nella pazienza, volendovi bene tra di voi sorelle, confortandovi, chiudendo gli occhi sui difetti vostri, che vi sforzerete di convertire in virtù» (2 dicembre 1930, p. 258).
Sembra di sentirvi la voce fioca dell´Apostolo dell´Amore al termine della sua vita.
Un duplice messaggio rivolgeva sotto la stessa data a Suor Maria Lanzio; uno per le Postulanti di cui è Assistente: «Attenta allo spirito di mortificazione interna, cioè dell´amor proprio, del gusto, della propria volontà, o meglio di quel che non si vede esteriormente, senza trascurare anche qualche cosa esterna, ma senza troppa importanza» (la Verginità del dolore?). Il secondo messaggio è per lei, che si prepara alla sua professione perpetua: «Per Suor Maria è naturale che deve ormai cercare solo il Signore: il Signore che è nei cieli, che è nell´Eucaristia, e nel suo cuore, cercandolo in tutti e tre i luoghi dove c´è realmente: nella gloria dei Santi, o nel Corpo Anima Sangue e Divinità, o presente come Capo nostro, vita nostra.
Ciò premesso, è molto utile il VOTO di consacrargli i pensieri, le parole, le opere di tutta la vita. Fosse vero che realmente nulla perdesse [prendesse?´ o facesse che non fosse per N.S.G.C. Io questo VOTO consiglierei di porlo nelle mani di Maria S. ma, alla quale si dovrebbe raccomandare sovente. Da noi faremmo tutto il contrario» (13 marzo 1931, p. 233).
Sembra si tratti dello speciale Voto del più perfetto, non tanto consigliato da chi ne ha fatto l´esperienza, ma che il Servo di Dio poté permetterselo con una creatura che conosceva e guidava da bambina; e un giorno, osservandola emergere per originalità e spirito d´iniziativa tra un gruppo di ragazzine sue coetanee, nell´Oratorio, aveva mormorato: «Quella là sarà un´ottima maestra di novizie».
E lo fu dal 1934 per ben ventiquattro anni! (G. Accornero, Storia di Albertina e sorelle, pp. 59-60).
Non poté vederla all´opera coi suoi occhi, ma ebbe la grande gioia di vedere il trittico delle Sorelle Lanzio raggiungere la mèta sognata. Con la data del 10 luglio 1931 scriveva da Torino alle due più vicine: «Buona Sr. Maria ed Albertina Lanzio, vi ringrazio delle vostre lettere. Mi riusciranno anche più gradite per la vostra ammissione ai voti perpetui l´una ed alla vestizione l´altra. Deo gratias! Spero non solo di rivedervi in quella occasione, ma di prendervi vivissima parte. Intanto preghiamo Maria Aus. ed il B. Don Bosco che vi preparino bene. Voi siate generose nei piccoli sacrifizi sopportandoli per amore del Signore. Vi accompagna e si raccomanda alle vostre orazioni il vostro in Corde J. Sac. F. Rinaldi» (p. 233).
Meno d´un mese dopo partiva da Torino l´ultimo messaggio per Sr. Cecilia, che ha tutto il sapore di un Nunc dimittis: «Ringrazio il Signore del bene che avete potuto fare a Tampa durante l´anno scolastico u.p. È la prima prova a stile missionario che tentate negli Stati Uniti. Essa deve insegnarvi a fare di più e meglio... Attente, buone Figliole! Aspetto l´anno prossimo altre notizie. Cercate anime.
Di questi giorni c´è qui a Torino Sr. Maria per la sua professione perpetua e Albertina per la vestizione. Sono tutte e due fervorose. Esse scriveranno il resto: io sento il dovere di ringraziare il Signore perché vi ha raccolte tutte e tre nella casa della Madonna e perché papà ha trovato la sua compagna [Francesca].
Com´è buono il Signore! Vorrei dirti tante cose, ma non posso. Mi manca il tempo: tuttavia non dimenticherò mai le tre sorelle che una triste mattina [4 marzo 1918] rimanevano orfane al mio fianco. Preghiamo perché un giorno possiamo trovarci riuniti in Paradiso. Colà saranno finiti i timori, le malanconie e tutto sarà felicità ed amore.
In Corde Jesu, Sac. F. Rinaldi» (2 agosto 1931, p. 259).
Basta guardare la data: il Servo di Dio è a pochi mesi dalla fine terrena (5 dicembre 1931). Egli non lo sa, ma lo sente. Nella sua ultima lettera alla figlia prediletta, missionaria e lontana, aleggia un´aura di velata tristezza e di malinconia, ma insieme di santa gioia per aver compiuto la sua missione terrena, non solo nei riguardi delle tre sorelle, ma di tutta la sua grande famiglia di Don Bosco, in mezzo a tanti contrasti, in
comprensioni, pene di ogni genere, fisiche e morali, che hanno fatto di lui una vera vittima di amore, cosciente e generosa, pronta a ricevere il premio del Paradiso, «dove saranno finiti i timori, le malanconie, e tutto sarà felicità ed amore».
Vi si sente l´eco di un´altra vittima di amore di Gesù Redentore, l´apostolo Paolo, anche lui anelante al premio dopo una vita terrena tormentata e burrascosa: «Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione, ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno: e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2 Tim 4, 6-8).
A questo punto, può sorgere spontanea una domanda: Perchè la Croce occupa un posto così ampio e centrale nell´insegnamento spirituale del Servo di Dio D. Filippo Rinaldi?
a) Una prima risposta si affaccia alla mente: per intima e cosciente coerenza con il Vangelo e tutto il Nuovo Testamento. Ne abbiamo trovate le moltissime risonanze anche quando non sono apparse le citazioni esplicite. Fino all´ultima lettera a Cecilia.
b) Vi è poi, per chi conosca a fondo la vita del terzo successore di Don Bosco, quello che si potrebbe chiamare un motivo personale. Senza voler entrare nei dettagli, ci serviremo di un testo di Mons. Gay, riportato dal Maucourant (p. 182), che ritrae a meraviglia la storia e la vita di D. Rinaldi:
«Dobbiamo accettare ogni sorta di croci: croci del corpo, croci del cuore, croci dello spirito, croci dell´anima; croci temporali, croci spirituali, croci di pene, di tentazioni, di privazioni, di delusioni, di disprezzi; croci che vengono direttamente da Dio, croci che vengono da Dio attraverso le creature; croci dei Superiori, croci degli eguali, croci degli inferiori; croci che sorgono dal nostro fondo e ci fanno di noi stessi una confusione e un supplizio».
Furono tutte, o quasi tutte, quale più quale meno, presenti e torturanti nella esistenza terrena del Servo di Dio. E ora che con giudizio supremo la Chiesa si è pronunciata nel dichiarare la eroicità di D. Rinaldi nel
l´esercizio di tutte le virtù cristiane, possiamo ben dire che una delle più eroiche fu appunto la virtù della pazienza nell´accettare e nel sopportare
ogni genere di croci, e sempre con la serenità e l´allegria e la giovialità dell´amato Padre Don Bosco. La documentazione apportata non è che una minima parte del suo insegnamento per gli altri, anche se spesso vediamo egli stesso mettersi nel numero con il sincero noi.
E che non fosse solo un predicatore, ma coerente fino all´eroismo con quanto insegnava, lo dimostrano le Biografie (pur private di testimonianze
esplicite molto più ricche di particolari, per evidenti ragioni di prudenza e di carità cristiana), e soprattutto lo testimoniano le deposizioni ai processi, da cui è maturata la convinzione sulla eroicità del nuovo Venerabile (Decreto del 3 gennaio 1987): il tutto contenuto nel volume della Sacra Congregatio pro causis Sanctorum dal titolo Positio super virtutibus (1985), con la preziosa Informatio (pp. 1-209).
Rispondendo e ringraziando per la comunicazione del progetto di lavoro su D. Rinaldi, anche per quest´ultimo capitolo, il ricordato D. Pietro Schinetti, studioso e ammiratore di D. Rinaldi, così si esprimeva: «...Veramente che c´è ancora molto da scoprire intorno a questa personalità, e fa piacere vedere l´interesse che al riguardo si esprime da varie fonti ed a livelli anche molto responsabili... Anche sui dettagli che indica Lei mi trova pienamente d´accordo [la presenza della Croce nell´insegnamento di D. Rinaldi], compreso, naturalmente, quello che, in tempi non sospetti, qualcuno [lui] aveva indicato come componente del carisma salesiano: l´aspetto (il momento) vittimale, essendo troppi i dati storico-esistenziali che portano in questo senso» (Treviglio, 31 maggio 1987).
c) Questa componente vittimale, in D. Rinaldi ci sembra ben presente e documentata. Ma lo stesso Servo di Dio ci aiuta a ritenerla propria anche dello spirito e del carisma salesiano, in quanto è pure costante in lui il riferimento a Don Bosco. Ci limitiamo a tre sole testimonianze. La prima è stata riportata sopra nel messaggio ai Novizi di Napoli: «Si ricordino che debbono seguire N. S. Gesù Cristo dietro i passi del nostro Beato» (26 dicembre 1029, p. 119).
La seconda è contenuta in una letterina a Suor Teresa Graziano del 2 agosto 1918 e alle sue Postulanti, nella quale accennando all´«edifizio grande e incrollabile» della opera salesiana, prosegue: «Don Bosco nascosto, povero, piccolo, trascurato, fu scelto (per) compiere le opere di Dio» (p. 218).
Ma il testo più ricco e più esplicito lo troviamo entro una lettera, in parte riferita e diretta al salesiano D. Bardelli, dalla quale appare chiaro che lo sguardo suo restava abitualmente puntato sul suo Padre, Maestro e Modello:
«Noi abbiamo visto il nostro Beato Don Bosco, 50 anni fa, soffrire, lottare, dimenticato, accusato, fino sospeso dal ministero sacramentale: oggi è Beato in cielo, e Torino e Roma e il mondo gli tributano tali onori che sono molto superiori ad ogni aspettazione» (11 agosto 1929, p. 90).
Interessante anche il seguito della lettera, sopra riportato, anche perché si riferisce al piccolo calvario del missionario, dovuto a incompren
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mento per sé molto esplicito ed eloquente.
d) Un´ultima osservazione, alla quale del resto è già stata qua e là data la risposta. Nessuna accusa si può muovere a D. Rinaldi per eccessiva insistenza sul tema della Croce nel suo insegnamento, quasi di una forma di masochismo spirituale. Si è già detto della sua voluta coerenza con il messaggio evangelico e dell´intero Nuovo Testamento. Ma si è pure notato come nel suo riferimento alla Croce non manca mai quella conseguente alla Risurrezione: Mistero Pasquale, o sotto forma del valore redentivo ed apostolico del dolore, o sotto quella dell´ultimo rifugio nel ricordo del Paradiso in armonia con l´esempio del suo Beato Padre. Il famoso detto a lui tanto familiare (la croce quaggiù, la gioia lassù, l´amore dappertutto di Mons. Gay) lo conferma.
E concludiamo con una testimonianza di Suor Clotilde Morano ai Processi, desunta da una lettera di D. Rinaldi alla medesima. Riferendosi precisamente a certe incomprensioni che trovava nel suo ambiente, il Servo di Dio le rispondeva, con un accenno non molto velato alle sue sofferenze più acute e lancinanti: «Una delle sofferenze maggiori nella Comunità è quando non si è intesi dai Superiori. Non si ha più sponda».
Ma ecco il solito colpo d´ala:
«Ed allora bisogna maggiormente abbandonarsi nelle mani del Signore» (f. 876).
Resterebbe da scandagliare il vasto campo della Temperanza e Mortificazione nella vita privata del Servo di Dio. Non rientra nel compito nostro. Si può ricorrere alla Informatio sulle virtù eroiche, oltre che alle Biografie.
2.4 Imitare Gesù: modello di umiltà e di mitezza (cfr. Mt 11, 29)
Seguire Gesù significa ricalcare la propria condotta nella sua, ascoltare le sue lezioni e conformare la propria vita a quella del Salvatore. Questo paragrafo si presenta dunque come il naturale complemento del precedente, anche perché mette in evidenza le disposizioni interiori con cui dobbiamo seguire Gesù fino al Calvario.
Non è un caso che soprattutto in due circostanze Gesù esorta i suoi discepoli ad imitarlo: quando si presenta come il «mite ed umile di cuore» per eccellenza (Mt 11, 29), e quando, dopo aver lavato loro i piedi, li incoraggia a seguirne l´esempio (Gv 14, 12-16): nell´uno e nell´altro caso si tratta sempre di una forma di umiltà animata dall´amore, che diventa servizio.
L´ascetica cristiana attraverso i secoli ne ha fatto oggetto di meditazione approfondita soprattutto attraverso la Parola di Dio e l´esercizio pratico nella vita di ogni giorno. Le grandi conclusioni le si trovano regi
strate negli insegnamenti e negli esempi dei Santi. Noi cerchiamo di coglierle in D. Rinaldi, che ci offre in abbondanza gli uni e gli altri.
Un primo grande principio lo espone a Suor Teresa Graziano per le novizie di cui è Assistente: «Imitino Gesù quanto sarà loro possibile. Gesù Cristo sia sempre avanti ai loro occhi, come lo era sotto gli occhi di Maria SS.» (20 dicembre 1923, p. 225).
A Suor Marta Gastaldo presenta le estreme conseguenze d´una tale imitazione, che non deve arrestarsi neppure di fronte alla Croce: «La prova è cominciata. Bisogna perseverare anche quando sorgessero difficoltà. Queste il Signore le permette ed alle volte le vuole per perfezionarci, fortificarci e farci imitatori Suoi nel portare la Croce. Coraggio. Confida molto nel Signore» (21 marzo 1921, p. 217).
A Suor Caterina Gaido propone il fine vero e ultimo dell´imitazione di Gesù: «Facciamoci coraggio, perché possiamo imitare N.S.G. C. a passare facendo anche noi del bene» (31 agosto 1921, p. 207).
Al missionario salesiano D. Giuseppe Antonio Pinaffo, infine, offre l´esempio sublime di Don Bosco, tanto esaltato da Pio XI in quei giorni in occasione della Beatificazione:
«Ciascuno ricordi che rappresenterà N.S.G.C. quanto meglio Lo imiterà; e per non sbagliarci nella pratica del tempo e del luogo e dei modi, si proponga si imitare il nostro Beato. Egli dice realmente e con verità a voi: Imitatores mei estote sicut et ego Christi. Avanti» (26 dicembre 1929).
Il Servo di Dio non resta mai nel vago nel suo insegnamento, ed ecco come questo si snoda a proposito della imitazione di Cristo. Ne indica chiaramente l´oggetto riferendosi allo stesso insegnamento di Gesù, scrivendo a Suor Carolina Cerrato: «11 Cuore di Gesù ti dia un amore mansueto ed umile. Pregalo anche per me» (19 giugno 1916, p. 237).
A Suor Teresa Graziano e alle sue novizie dichiara la vera umiltà, portatrice di felicità e di pieno abbandono: «...vi scrivo per dirvi che sia felice quest´anno per ciascuna di voi, di quella felicità che nasce dalla vera umiltà e dal pieno abbandono nel Cuore Divino di Gesù» (15 gennaio 1917, p. 219).
Con la novizia Suor Maria Lanzio può permettersi di prospettare un programma di santità molto esigente, che trova nell´umiltà il suo fondamento: «Tu attenta alla formazione dello spirito; soprattutto all´amor proprio. Umilialo dentro di te. Devi imitare l´umiltà del Cuore di Gesù. Tutto il resto è vanità e sciocchezza. Non perdere un giorno del tuo noviziato senza progredire nello Spirito di Dio: cioè nella pietà, nella carità, nella umiltà di cuore, nel sacrifizio, nel rinnegamento di te stessa. Fa scomparire Maria, perché ci resti solo N. Signore, che ti vuole santa di mente e di cuore, di anima e di corpo» (24 marzo 1924, p. 231).
La vera umiltà deve condurre alla piena confidenza nel Signore, come ripete a Suor Teresa Graziano nella letterina già riportata: «Mi rallegro
che cominciate presto i vostri [Esercizi]. Bisogna che segnino un progresso nella sfiducia di sé per confidare di più nel Signore: vedersi più piccoli per vedere più grande il Signore» (25 agosto 1929, p. 226).
Come particolare oggetto di imitazione Gesù ha indicato, accanto e insieme all´umiltà, la mitezza, che appunto sotto il duplice aspetto di cal
ma mansuetudine e di indulgente moderazione caratterizza Cristo (2 Cor
10,1) e deve caratterizzare anche i suoi discepoli. D. Rinaldi esprime questa grande verità nel suo stile semplice, ma efficace, in un biglietto a Suor
Caterina Gaido: «Quanto più buona sarete, e tanto meglio. È meglio essere violetta che cardo, sia pur questo temuto e quella calpestata» (Liguria, senza data, p. 216).
Umiltà e bontà creano l´incanto che rallegra il cuore di D. Rinaldi scrivendo al nipote Filippo: «Paolo era un´anima bella; soprattutto umile:
abbiamo bisogno che questa virtù si conservi in tutti. Finché i giovani saranno umili, il mondo andrà meno male: guai se avessero (la superbia), e anche noi, poveri vecchi, guai se ci venisse la superbia» (8 ottobre 1931, p. 264).
Dobbiamo essere grati a Suor Caterina Petrini, direttrice di Giaveno, che come ci ha conservato la conferenzina di D. Rinaldi alle postulanti
sulla canapa, così ci ha conservato questi Pensieri sull´umiltà, semplice
ma efficace sintesi del suo insegnamento, tutto ispirato al Vangelo: «Gesù vuole i piccoli vicino a Lui, e voi siete i più piccoli, se il vostro cuore
non è gonfio di superbia o di presunzione o di altra miseria, ciò che non
posso credere che sia... Per carità, state attente a imitare l´umiltà del Cuore di Gesù. Vi preferisco morte che superbe. Fatevi piccole davanti a Ge
sù, e tenetevi per piccole, che lo siete, povere figliuole! Anche davanti
alle vostre compagne... Siamo niente, mie buone figliuole, ma dobbiamo essere le piccole creature inutili, gonfie di difetti, ma sempre vicino
a Gesù, a Lui che è la nostra forza e la nostra vita. Pregatelo adunque sempre, state allegre anche quando foste difettose e cattive. Gesù vi ama come siete...» (12 luglio 1915, p. 235).
E un discorso simile lo fa anche a persone mature, suoi confratelli e sacerdoti, ai quali presenta l´umiltà come il miglior mezzo di riuscita nel loro apostolato. Così scriveva a D. Vincenzo Cimatti in Giappone: «Ecco ciò che Dio vuole da voi. Dovrete farvi bambini per l´apprendimento della lingua: siate tali nello spirito. L´umiltà vi spianerà tutte le vie, rischiarerà la mente liberandovi dai fumi e miasmi, renderà facile e costante la pratica della carità» (10 agosto 1931, p. 105).
Alla nuova ispettrice della Sicilia, Suor Linda Lucotti ricorda: «Il Signore vi ha affidato una porzione del suo gregge. Amatelo come Lui stes
so. L´amore ha delle risorse tutte particolari per ottenere il bene. Non confidate nei vostri talenti, ma nella obbedienza. Facciamoci religiosi di fede. Avanti allegramente in nome del Signore» (21 dicembre 1922, p. 141).
Analogo richiamo fa al missionario in Cina D. G. Eleuterio Bardelli: «Non guardare alle tue doti ed ai tuoi meriti... C´è altro da fare. Poi chi fa è N. S., che si serve di chiunque si presti. Pensa meno a te e più a N.S.G. C.... Sta attento: non lasciarti prendere dalla malinconia [figlia della superbia]» (20 luglio 1927, p. 89).
Allo stesso, in altra circostanza, offre un motivo di tranquillità: «Tu continua la tua formazione interiore senza sgomentarti dei tuoi difetti. Essi fanno risaltare meglio la bontà del Signore» (9 agosto 1930, p. 91).
Con altro tono dona una lezione severa a Suor Cecilia Lanzio: «Scoraggiarsi dei propri difetti significa mancanza di fede in Dio, troppa confidenza nelle proprie forze» (Quadernetto, n. 8, CE p. 496).
E a chi si lamentava dei pochi frutti del suo zelo missionario, D. Vincenzo Cimatti, ricordava tra l´ammonimento ed il conforto: «Leggi e medita la storia positiva dell´apostolato di S. Pietro, Giovanni e Paolo... sono morti tutti circondati da pochi straccioni, ad imitazione del Maestro, che tuttavia fu ed è la vita del mondo» (10 agosto 1931, p. 105).
Altra lezione di umiltà e di amore alla Chiesa fa arrivare a tutte le direttrici mediante la Superiora Generale Suor Luisa Vaschetti: «Alle direttrici io raccomanderei molto: Siano più remissive alle direttive dei parroci per le opere cattoliche. Non si credano maestre, ma serve della Chiesa. Ciò senza diminuire lo zelo e la carità, ma adattandole» (17 agosto 1930, pp. 164-165).
Da questo lungo e articolato lavoro spirituale sull´umiltà, matura e si sprigiona l´incanto della semplicità, tanto amata e raccomandata da D. Rinaldi. Ne scrive a Cecilia Lanzio, ancora oratoriana diciottenne, molto zelante, a proposito di una sua composizioncina per la Comunione: «Tante grazie della Comunione. È una composizione semplice, nello stile che vorrei conservassi sempre. Ti mando poesie in vari metri, tutte con spirito cristiano, quantunque non sempre con quella semplicità che sopra ti ho raccomandato. Tu da esse prendi quanto c´è di bello, ma conserva il tuo modo di sentire e di esporre. Coraggio, figliola: anche la poesia può servire il Signore, se è ben usata» (13 luglio 1914, p. 251).
Ne fa oggetto di speciale raccomandazione a D. Giuseppe Vespignani per i salesiani: «Veda che anche i superiori conservino la semplicità salesiana. Pare che si diano del tono e ci stiano ai titoli... Per carità, stiamo a Don Bosco» (27 febbraio 1925, p. 453).
Commentando la scena di Gesù fanciullo al Tempio per le postulanti di Giaveno, vi ricama un bel quadretto di semplicità e di umiltà unite
insieme: «Gesù al tempio ascoltava... Noi non potremo mai insegnare, se non interroghiamo per sapere come dobbiamo fare. Guardiamo Ma
dre Mazzarello. Ella non si sa muovere senza che prima interroghi. Essa
era semplice ed umile, e se l´Istituto ha preso sì grande sviluppo, non è per la scienza, l´intelligenza, ecc. delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ma
lo debbono alla loro Madre, perché nella sua vera semplicità ed umiltà, interrogava sempre Don Bosco, poi ascoltava, poi eseguiva, e così non sbagliava. Sapete quali sono quelle che crescono in sapienza e grazia? Quelle che interrogano ed ascoltano. Ecco il modello di Gesù adolescente» (Giaveno, 4 agosto 1922, p. 236).
A questo punto sarà istruttivo vedere se e in che misura D. Rinaldi praticasse la umiltà che insegnava agli altri. Ci limitiano solo a pochi spun
ti desunti dall´epistolario, tenendo conto dei suoi vari gradi. Al suo pri
mo grado l´umiltà è la modestia che si oppone alla vanità. Alla Superiora Generale Suor Caterina Daghero, che con le altre del Consiglio gene
ralizio si rallegrava della sua nomina a Prefetto Generale per volere di
D. Rua, rispondeva con un tono di sincera umiltà: «Ho bisogno che mi aiutino non a fare, che questo corre per conto del Signore e della sua
santa Madre, che ogni giorno operano prodigi per mano di Don Bosco e... di D. Rua. Quel che ho bisogno è di non disfare, di non impedire, di non imbrogliare il corso delle divine misericordie. Preghino perché non distruggiamo le Opere di Dio» (9 aprile 1901, p. 142).
L´umiltà che si oppone all´orgoglio sta ad un livello più profondo: è l´atteggiamento della creatura peccatrice, cosciente delle sue miserie di
nanzi all´onnipotenza e alla santità di Dio, che pure in Lui confida. L´umile riconosce infatti di aver ricevuto da Dio tutto ciò che ha (1 Cor 4, 7); servo senza valore (Lc 17, 10), da sé non è nulla (Gal 6, 3), ma col suo aiuto sente di poter tutto: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4, 13).
Ed ecco D. Rinaldi rispondere a Don Antonio Canela che gli confidava la sua trepidazione nel dover accettare la nomina a Consigliere gene
rale: «Vieni pure tranquillamente a Torino. Conoscendo la nostra miseria, ci affideremo a Maria Aus., alla quale ti raccomando e dalla quale devi aspettare le grazie necessare. Don Bosco poi farà il resto...» (28 novembre 1925, p. 19).
Vi è quindi l´umiltà di chi sa anche abbassarsi, ad imitazione di Cristo (Fil 2, 3 ss.). In una letterina a D. Pietro Tirone, Catechista Generale da lui stesso nominato a quell´ufficio, troviamo questa commovente professione di umiltà sincera:
«Caro D. Tirone, nelle mie parole ci dev´essere alterigia, o sgarbatezza, o qualcosa di noioso che irrita gli altri. Vedi tu ciò che c´è; forse quello che non immaginiamo nemmeno, ed avvertimi su questo e su qualunque
altra cosa, affinché non avvenga che, mentre raccomando a tutti la carità e l´unione, non sia io che la guasto con quelli che mi sono più vicini. Aspetto da te questa carità, che mi farai come si deve, senza paura di irritare il mio amor proprio, che ha bisogno di essere umiliato. Tuo in C.S. Sac. F. Rinaldi» (senza data, p. 38).
Sembra di assistere a una scena da Fioretti!
È chiaro come da tale fondo di umiltà dovesse sgorgare la piena fiducia nell´aiuto del Signore per ogni opera di bene. Così scriveva a D. Carlo Braga, ispettore in Cina, che insisteva per avere nuovo personale missionario:
«Stiamo lavorando seriamente pel personale missionario, ma ci costa quanto voi non lo potete pensare. Solo il tempo, e la grazia di Dio lo suscita, lo stagiona, lo riempie dei suoi doni. A noi resta solo il lavorare» (7 agosto 1931, p. 100).
E con il riferimento alla carità apostolica terminiamo questa rassegna di testimonianze sull´umiltà. È D. Rinaldi che si apre con Suor Cecilia Lanzio: «L´umiltà non deve impedire la carità» (Quadernetto, CE, p. 497).
L´umiltà sincera mette le ali, non deprime!
Non meno sincera e disarmante è la sua professione — di umiltà che manifesta alla tribolata Sig.ra E.C. in uno dei non rari momenti di incomprensione: «Egregia Signora, con grande mortificazione ho letto la sua preg. Sono costretto (a) confermarle quello che da tempo sentivo dentro di me stesso, che cioé io non ho le qualità per compiere la missione delicatissima che V.S. si aspetta da me. Come pure devo convincermi che la mia testa non è pari al mio cuore. Mi spiace per lei che ha avuto sempre tanta bontà e fiducia verso di me. Il Signore supplisca alla mia pochezza, le conceda quanto non seppe darle il suo sincero, comunque possa essere giudicato, d. F. Rinaldi» (15 maggio 1920, p. 313).
Da notare che dal 1913 il Servo di Dio aveva cercato sempre di conquistare con la paziente ed umile bontà la fiducia della difficile penitente, sempre vittima del suo infelice ed ombroso temperamento. E lo sforzo durerà fino alla morte del buon Padre, tanto rimpianto poi dopo che ne fu priva.
Ma l´epistolario ci ha conservato un´altra perla di umile semplicità davvero... salesiana, che rappresenta il contraccambio del servizio ricevuto e che il Superiore rende al suo monitore segreto ed amico D. Pietro Tiro-ne: «Caro D. Tirone, Buona Pasqua. Sta notte, alla una, giungendo D. Giraudi con tutte le premure per fare piano e disturbare nessuno, gli cadde di mano non so che cosa; mi svegliai, ed ecco che non ho potuto più dormire. Approfitto per dirti che quando io ti raccomando di diventare perfetto, è perché sento il bisogno che i nostri confratelli trovino nei supe
rioni dei cuori aperti che li leghino sempre di più a Don Bosco ed a Dio. Non intendo mica dirti che sia carico di difetti! Tuttavia, ora che mi chiedi
specificazioni, ti dirò quello che fu rimarcato. 1° durante il Capitolo
S(uperiore) mi fecero notare: È troppo tedesco, ha una squadratura troppo rigida. 2° nelle case di formazione mi dissero: È troppo serio, non
attira. 3° le Suore mi fecero notare: È troppo dogmatico, e lungo nella
predicazione. Questa è la sostanza. Come vedi, non si tratta di amore né di sgarbatezza né di sdolcinature. Con me io ti trovo molto corretto.
Che cosa devi fare? Guarda, D. Rua, quando era Prefetto Gen(erale),
passava per rigido, austero, di poche parole, e non godeva molto la confidenza dei giovani anche salesiani. Quando fu fatto Vicario e poi Ret
tor M., senza cambiare carattere, acquistò tanta paternità ed amabilità,
che tu sai com´era stimato ed amato, malgrado che due o tre non si siano riconciliati con lui finché visse. Tu fa lo stesso. Cerca di rivestirti di

più paternità e conserva pure l´est est, il non non come faceva D. Rua e Don Bosco. La preghiera ottiene tutto: prega. Del resto puoi essere convinto che io sono contento di te, perchè ti ho scelto io che ti conoscevo da molti anni.
A D. Minguzzi [ispettore della Romana dal 1929 al 1930] chiedi se crede che tu [Visitatore] faccia qualche visita o cosa necessaria al suo po
sto. Poi insistendo nel riposo, consiglialo di ritirarsi altrove [quanta delicatezza!]. Il Signore ti benedica. Ricordati sempre del tuo C. J. Sac. F. Rinaldi» (20 aprile 1930, p. 32).
Per altre testimonianze sull´umiltà esercitata in grado eroico dal Servo di Dio in tutta la sua vita di superiore, basterà ricorrere al documentatissimo volume sulla Positio super virtutibus e al lunghissimo capitolo che vi dedica la Informatio, sopra ricordati.
Si può obiettare che l´umiltà spontanea può non costare come quella provocata dagli altri. Ma sappiamo che tutti i suoi anni da Prefetto Genera
le (1901-1922) furono molto tribolati per incomprensioni, contrasti, umiliazioni. Vi accennano spesso con molta delicatezza i biografi D. Celia e D. Castano. Quest´ultimo vi dedica una mezza paginetta sufficiente a farci intuire la grande prova accettata e superata sempre con grande spirito di fede:
«Nessuno pensi che nell´esercizio di così fecondo ministero, del quale è impossibile misurare l´ampiezza e la copiosità dei frutti, mancassero a D. Rinaldi amarezze e contrasti. Non tutti vedevano di buon occhio che il prefetto generale, il quale pur si ispirava agli esempi di Don Bosco, dedicasse tanto tempo e tante cure al ministero e fosse aperto a una carità spirituale così larga e continua. Ai tempi di D. Rua, non sorsero difficoltà. Queste affiorarono sotto D. Albera, che pure aveva del suo primo collaboratore un altissimo concetto. Talora però, come osserva acuta
mente D. Celia (p. 174) — D. Albera vedeva certe cose di D. Rinaldi con occhi altrui. Vi era cioè chi giudicava con minor benevolenza naa il
P
digarsi del Servo di Dio nel ministero e gettava ombre sull´animo del Rettor Maggiore. Fin da principio del nuovo rettorato D. Rinaldi, intuendo il problema e dichiarandosi disposto a ogni rinuncia, aveva deciso di non cambiare linea di condotta. Solo l´ubbidienza poteva distoglierlo dall´apostolato: ma questa non venne: ed egli, pur soffrendo per qualche atteggiamento riservato per mezzo di parole che indirettamente lo colpivano, continuò ad essere un dono per le anime. Il bene lo si paga a prezzo di umiliazioni e di sofferenze. D. Rinaldi lo sapeva e non si sgomentò di nulla» (CA pp. 115-116).
Il 28 ottobre 1917 annotava:
«Starò più attento perché il confessionale e specialmente le donne non mi distolgano da una vita veramente salesiana e secondo Don Bosco qui dunque giuocavano i commenti —. Per questo bisogna che preghi molto. Da solo sono incapace di stare nel giusto termine. Mi aiuti Maria Ausiliatrice» (CE, p. 145), (CA, pp. 115-116).
Si sa comunque che incomprensioni e umiliazioni erano cominciate prima di quell´anno, dentro e fuori dell´Oratorio, da parte di ragazze, Figlie di Maria Ausiliatrice e Salesiani, a vari livelli, e in occasioni diverse.
Continua D. Castano: «Forse fu allora ch´era capitato quanto D. Ricaldone, testimone oculare, ha cura di raccontare ai processi: — Una volta il compianto D. Albera, non bene informato, gli fece in Consiglio, più che un appunto un vero rimprovero. D. Rinaldi, che avrebbe potuto chiarire e difendersi, non disse parola. Quello stesso giorno, usciti in città, mi permisi di ricordare con lui il fatto spiacevole. D. Rinaldi tacque e non volle che se ne parlasse —» (CA, p. 116).
Non manca però qualche sua testimonianza diretta, anche se un po´ velata, da cui però traspare l´intima sua sofferenza. Vera agonia dello spirito. Proprio nel periodo più triste, che culminerà con le dimissioni da direttore dell´Oratorio mediante lettera da Ivrea al Rettor Maggiore D. Albera del 26 ottobre 1917, così se ne apriva con la Sig.ra E.C., quasi gemendo come Gesù nell´Orto degli Ulivi: «In confidenza le dirò che ebbi delle pene maggiori che si possa avere nella vita durante i giorni passati. Si tratta di disillusione peggiore che possa avere un sacerdote e superiore» (To. 13 settembre 1917, p. 292).
Né furono le uniche pene, se scrivendo a Suor Teresa-Caterina Gaido, così si esprimeva: «Ritornato per gli Eserc. Spir. e sto bene. Questi ci aiuteranno a dimenticare quello che dobbiamo dimenticare. Tutto ciò che è brutto, che è cattivo, che ci fa del male, è di nostro dovere dimenticarlo. Don Bosco voleva che avessimo sempre davanti ciò che allegra e spinge al bene, incoraggia, fa buoni. Che grande educatore era Don Bosco!» (14 agosto 1919, p. 205).
E ancora alla Sig.ra E.C.: «Deve sapere che da qualche tempo sono alquanto disturbato dalle storie di questa o quella, quindi avviene in me una ripugnanza di sentire parlare anche delle allusioni e simili cose» (10 luglio 1920, p. 315).
Questa era la tempra della virtù del Servo di Dio, il quale continuò anche da Rettor Maggiore ad essere fatto oggetto di alcune manevolenze, sfociate in qualche caso in forma di dileggio persino in pubblico, da parte di confratelli di alta cultura, con accenni alla sua antica condizione di «Figlio di Maria». Il particolare fu osservato e testimoniato.
Ma a lui in cuore cantava Io spirito della Vergine in visita a S. Elisabetta, e non dovevano essergli estranei in certi momenti i principali versetti del Magnificat. Lo stesso D. Ricaldone poté attestare ai processi: «Lo abbiamo visto sempre umile nel portamento, nel parlare e nell´agire. Come già dissi, aveva un concetto bassissimo di sé, e non ricordo di averlo udito parlare di sé. Si reputò indegno ogni volta che fu promosso a qualche carica. Negli ultimi anni, quando vide che gli si affievolivano le forze, ebbe il pensiero di rinunziare alla carica e presentare le dimissioni alla Santa Sede. La sua umiltà era sempre rivestita di bontà e di dolcezza. Fu sempre accogliente, e dal suo modo di agire si capiva che si considerava il Servo di tutti. Aggiungo che la sua umiltà era intesa rettamente, e non gli impediva di occupare il suo posto, sia come Direttore che come Ispettore, Prefetto Generale e Rettor Maggiore, col dovuto decoro. E mentre praticava egli stesso l´umiltà, e tutte le altre virtù di cui ho parlato, non tralasciava di inculcarle con amorevole e forte insistenza ai Confratelli» (Summarium, 293-294, 1032-1033).
Ed è proprio vero sempre che il Signore non manca di esaltare gli umili di cuore, come Lui, non rare volte anche in terra! Come di tutto cuore speriamo, e per questo preghiamo.
2.5 Amare Gesù: osservando i suoi comandamenti (cfr. Gv 14, 15)
Come sempre, anche in questo specifico settore, D. Rinaldi non si sofferma in considerazioni teoriche sull´amore, ma va ogni volta al cuore del suo tema — la santità — guidato sempre dalla parola di Dio, e specialmente dagli insegnamenti di Gesù nel Vangelo e dei discepoli nel Nuovo Testamento.
Comincia già con identificare la santità coll´amore a Gesù, scrivendo ad esempio a Suor Maria Lanzio con le Novizie di cui è assistente: «Benedico con animo paterno le Superiore e le Novizie di codesta Casa. Ma vorrei sapere se hanno incominciato a farsi sante. Chi ama tutto il giorno nostro Signore? Chi rinnega sempre le proprie tendenze per seguire
solo N.S.G.C.? Fatevi sante subito e davvero sante. Coraggio buone figliuole in N.S.G.C.» (9 gennaio 1927, p. 231).
E molti anni innanzi lo stesso tema lo aveva svolto con maggiore vastità e con vero slancio lirico scrivendo alla novizia Suor Teresa Grazia
no e per essa a tutte le novizie di quell´anno. Dopo aver parlato della carità in genere e del dovere di amare tutti in Gesù, così proseguiva: «Amate sopra tutti e tutto N. S. Amatelo davvero, amatelo sempre, amatelo dovunque, amatelo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l´anima, con tutti i sensi; anzi, se volete amare bene tutti gli altri, amate prima e — direi — solo N. S. G. C. Imparate dal suo Cuore ad amare».
Né trascura mai l´aspetto pratico: «Se amate Gesù, vincerete facilmente i vostri terribili nemici, che sono l´amor proprio, la vostra sensibilità, la vostra immaginazione, vera pazza di casa che vi fa vedere tante cose che non sono vere, ma vi disturbano. Coraggio, mie buone Figlie, amate N.S. e state attente a non amare voi stesse, la vostra delicatezza, la vostra suscettibilità. Amando Gesù, amerete sempre il vostro prossimo» (giugno 1917, pp. 219-220).
A Suor Cecilia Lanzio illustra l´ampiezza che deve assumere l´amore per Gesù e i vari mezzi per realizzarlo: «In tutto noi cerchiamo solo Iddio e la salute delle anime, mai la vanità e la gloria umana. Attenta, figlia mia, attenta. Non dobbiamo dare un pensiero, un respiro, un battito del cuore ad altri fuori che a N.S.G.C. Per Lui studiare, lavorare, insegnare, patire, essere disprezzati, morire, ma con il sorriso sulle labbra e la gioia nel cuore, è essere solamente di N. S...» (17 marzo 1924, p. 254).
Invece con la novizia Suor Teresa Graziano si sofferma sui motivi che rendono doveroso il nostro amore per Gesù, in un semplice biglietto di auguri: «Gesù amò Teresa discendendo dal Cielo, abbassandosi fino a lei, annientandosi nell´Eucarestia, morendo sulla Croce. Se Teresa vuole amare Gesù altrettanto, faccia quanto Egli ha fatto! Coraggio, amore: sono opere e non ragionamenti» (27 gennaio 1917, p. 222).
Nel famoso Quadernetto di Suor Cecilia Lanzio troviamo due pensieri tanto cari a D. Rinaldi, che insistono su uno stesso concetto espresso con parole diverse. Il primo: «Se siamo di Gesù, Egli può far di noi ciò che Gli piace. Inebriandoci del suo amore, ci fa sentire che ci vuole; lasciandoci freddi ed in tentazione, prova la nostra fedeltà» (CE, p. 496).
Il linguaggio sa di mistica!
Il secondo è più semplice, ma non meno efficace: «Amare il Signore quando il cuore è calmo e sereno e tutto ci invita a Lui, non è un gran merito. È invece merito lo star uniti ugualmente a Lui quando tutto ci distrae, ed in noi stessi è irritazione e sconcerto. In questi momenti si distingue la vera virtù» (CE, p. 497).
Alla novizia Suor Teresa Graziano, infine, col paragone delle Vergini
prudenti, insinua già il dovere di irradiare l´amore che portiamo a Gesù su quanti ci avvicinano: «Guardate di accendere nel vostro cuore la vera carità. La lampada delle Vergini prudenti: è il cuore acceso d´amore per il Signore. Nessuna di cotesta Casa deve averla spenta. Ci sia l´amore di Dio, ed il vero amor di Dio, quello che non brucia e distrugge, ma che rischiara, riscalda e muove dolcemente quanti si avvicinano a noi. Con questo amore e calore non temerete i mali esterni [accenno ai disastri della prima guerra mondiale], e progredirete nel vero spirito di Don Bosco» (15 gennaio 1917, p. 219).
Passando quindi più propriamente all´aspetto veramente pratico che deve assumere l´amore per Gesù, D. Rinaldi non poteva non attenersi alla più sicura ascetica cristiana, così sintetizzata dal Maucourant: «Il libro della santità è intitolato: Fare la volontà di Dio. Il nostro incontro con Dio avviene nella Sua volontà: lì ci uniamo, c´intendiamo, facciamo il primo passo nell´intimità, poiché "il fine della legge è l´amore"» (p. 96).
Ecco perché il Servo di Dio, sulla Volontà del Signore insiste tante volte e nelle circostanze più diverse.
Anzitutto nel Quadernetto di Suor Cecilia L.: «Essere sante vuol dire fare la volontà di Dio, e questa si fa adempiendo rettamente il proprio dovere, in ogni istante del giorno» (CE, p. 495), o, con altre parole: «Fare il proprio dovere con semplicità, con volto sereno, è l´omaggio più gradito che possiamo fare a Dio e la via migliore per santificarci» (CE, p. 495). E con la severità di linguaggio abituale nei Santi: «Non è perfezione maggiore una disciplina o un digiuno impostoci di nostra propria volontà, che una giornata di lavoro fatto per volontà di Dio» (CE, ivi).
Ecco perché nel definire la direzione spirituale che impartiva D. Rinaldi alle sue penitenti, Suor Maria Lanzio attestava: «La sua era una direzione semplice e piana, soave, forte e chiara... Esigeva poco per volta, e voleva soprattutto che si venisse al pratico: adempimento del dovere, generosità nei sacrifici quotidiani, zelo nel fare il bene» (G. Accorsero, Albertina, pp. 50-51).
Scriveva a Suor Marta Gastaldo, missionaria nelle Ande: «Andate avanti tranquilla, con semplicità ed allegria, disposta a fare la volontà di Dio fino al sacrificio» (30 agosto 1926, p. 217).
Con D. Giovanni Barile, anch´egli missionario e infermo (t a La Paz 31 luglio 1961, a. 91), il discorso si fa meno sobrio e più scandito: «Come mi farebbe piacere saperti ristabilito. Ma diciamo pure noi: non mea voluntas sed tua fiat. Il Signore la sa più lunga di noi. La sua volontà è piena di bontà, più della nostra, quindi: non sicut ego volo, sed sicut tu. Tuttavia prega il nostro Beato e M. Aus. perché ci pensino loro».
E conclude con una esclamazione così ricca di fede e di abbandono: «Abbiamo tanto bisogno di confratelli secondo lo spirito del Signore e
del Beato... Dove non arriviamo noi, arriverà il Signore» (13 gennaio 1930, pp. 64-65).
Con Celestina Dominici il buon Pastore ritorna con pazienza a sottolineare il grande valore della volontà di Dio per la nostra santificazione: «Mi rallegro che la salute migliori e migliori tanto da potere fare ancora un po´ di bene in questo mondo. Il desiderio della vita raccolta è gradito al Signore, e devi coltivarlo; ma sopra tutto è perfezione fare la volontà di Dio. Tu per il passato non hai fatto il tuo capriccio, e sta sicura che hai cooperato ai suoi disegni. Per l´avvenire, sia poco o molto il tempo, non importa, ma ciò che dobbiamo fare è amare il Signore, salvare delle anime e santificare la nostra».
E conclude con una reminiscenza di S. Paolo: «Coraggio. Si tratta di poco tempo ancora. Poi saremo sempre col Signore in Paradiso» (Archivio VDB).
In questa sua impostazione, D. Rinaldi non fa, in ultima istanza, che seguire l´insegnamento di Gesù, così esplicito nel Vangelo di San Giovanni, e con un crescendo meraviglioso:
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14, 15).
«Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore» (Gv 15, 10).
«Voi sarete miei amici, se farete ciò che io vi comando» (Gv 15, 14).
«Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama, sarà amato dal Padre mio e anche io lo amerò, e mi manifesterò a Lui» (Gv 14, 21).
E la manifestazione più piena e totale di Sé, Gesù ce l´ha donata con la sua eroica adesione alla volontà del Padre e con il comandamento della carità: l´una e l´altro offerti alla nostra imitazione. Della prima abbiamo detto. Del secondo faremo solo un cenno da sviluppare in seguito.
La prima parte dell´appassionata esortazione a Suor Teresa Graziano e alle altre novizie ad amare Gesù, D. Rinaldi l´aveva destinata proprio alla carità: La virtù di Gesù:«...La carità, l´amore! Che grande ed ammirabile virtù è dessa! Voi conservatela sempre nel vostro cuore. Ricordatevi che è quella che vi rende più gradite a Gesù, che è venuto dal Cielo proprio per insegnarcela, ed è la sua virtù. Conservatela sempre, mie buone figlie, se volete fare del bene al vostro prossimo. Amate sempre tutti senza distinzione, grandi e piccoli, buoni e cattivi, vicini e lontani; ma non amateli con parole, amateli consumandovi come candele accese per illuminare e riscaldare il vostro prossimo. Amate le vostre Sorelle, Superiore e bambine e giovanette che avete in casa, amatele come ama Gesù, ed allora sentirete che buona cosa è vivere in Comunità... Amate sopra tutti e tutto Nostro Signore...» (giugno 1917, pp. 219-220).
Con Suor Cecilia Lanzio, come sempre, ma specialmente negli ultimi
suoi anni, il Padre della sua anima si abbandona alle confidenze: «La sua mi fece piacere, perché mi dà notizie intime che avevo piacere di conoscere. Sentivo bisogno di sapere proprio come sta l´anima e il cuore e la salute e la pace di Cecilia. Sono contento che sia occupata assai e che lavori per le anime. Il darsi per fare del bene è una necessità, se amiamo davvero il Signore. Voglio credere che lavori mossa proprio dall´amore di Dio. Che vuole, mi sta tanto a cuore che ami il Signore! Ogni giorno di più mi convinco che solo questo è un bene, anzi l´unico bene, e che il colmo del bene è amare la Croce e Gesù nascosto nell´Eucaristia. Lo ama, e ama la Croce anche facendo poesie e drammi, siano nella soave lingua italiana o nella quisquiliosa lingua inglese? Lo spero. Arda la lampada... Mi ricordi al Signore, nel Cuore del quale dobbiamo trovarci sempre» (Roma, 23 gennaio 1928, pp. 255-256).
Resta così aperta la via per inoltrarci ad illustrare l´ultimo verbo della serie con cui D. Rinaldi espone il suo insegnamento sulla santità: servire, compito essenziale e risolutivo della santità cristiana e salesiana.
Prima però di giungere a questa conclusione, bisognerà che l´anima raggiunga la vetta nella pratica del suo amore a Gesù, e cioè unirsi, immedesimarsi con Lui.
2.6 Unirsi a Gesù: Vita in Cristo e con Cristo (cfr. Rom 6, 1-11)
Ha ragione D. Schinetti di affermare: «Veramente che c´è ancora molto da scoprire intorno a questa personalità», e prosegue: «Ancora una volta ha ragione D. Castano quando afferma che il rinnovamento ("ricupero" dicono...!) della spiritualità e dello spirito salesiani passano necessariamente per D. Rinaldi!» (lettera 31 maggio 1987 da Treviglio).
Ne abbiamo trovate prove e conferme nelle pagine precedenti, e ne troveremo ancora forse di più persuasive in quelle che seguiranno. Si tratterà di conoscere l´insegnamento del Servo di Dio sulla «unione con Dio», tanto prediletta e tanto inculcata, ma di conoscerlo in profondità e completezza, evitando la superficialità che tanto egli aborriva.
Una trattazione più organica e completa di questo tema la si trova in modo particolare nelle Strenne alle Figlie di Maria Ausiliatrice, specie degli ultimi anni, con il commento abbondante del Servo di Dio: le presentiamo tra i documenti. Qui vogliamo restare entro i limiti prefissati al presente capitolo, costituiti dall´epistolario, con qualche sporadica eccezione.
Vedremo però che, pur con il solito sistema dei cenni staccati e distribuiti in contesti diversi, e con le inevitabili ripetizioni, la sostanza la troveremo tutta, ed esposta con maggiore vivacità e freschezza. Da tutto l´insieme verrà fuori una «unione con Dio», che diventa «unione con Ge
sù», tutt´altro che frutto di operazione quasi prevalentemente intellettualistica, ma ben radicata nella più soda teologia del Mistero di Cristo, così profondamente illustrata da S. Paolo sui dati del Vangelo.
Or ecco l´itinerario che solo da una piccola porzione di schede balza vivo ed affascinante. E anzitutto il fondamento solido e indispensabile, come viene tracciato all´ispettrice di Milano Suor Rosalia Dolza, nella scia inconfondibile degli insegnamenti del caro Padre Don Bosco: «Cerchiamo di combattere sempre la medesima battaglia: morte al peccato, viva N.S.G.C.! Fatelo vivere nelle vostre sorelle, nelle vostre novizie, nelle vostre ragazze grandi e piccole, nelle persone amiche e nemiche. Siate perciò fedeli allo spirito del Ven. Don Bosco, di S. Fr. di Sales, della Società, che è spirito di carità che è quello stesso del Cuore di Gesù» (24 novembre 1928, p. 193).
Scrivendo a Suor Giulia Berra, missionaria in Assam, rivolge lo stesso ammonimento: «Amatelo tanto il Signore: aborrite il peccato e lasciatevi guidare da chi vi porrà al fianco, qui [Torino] o nella Cina » (7 maggio 1922, p. 245).
Spirito dunque del Vangelo, elaborato a sua volta da S. Paolo in tante forme, come quella classica diffusamente esposta nella lettera ai Colossesi, e accennata da D. Rinaldi scrivendo sempre a Suor Rosalia Dolza nella circostanza della Pasqua: «Poiché siete morti e la vita vostra è nascosta con Cristo in Dio: così S. Paolo, e la Chiesa ce lo ripete tuti i giorni dell´Ottava di Pasqua. La vita spirituale sia sempre raccomandata, anche a chi deve avere maggior traffico. Si abituino le Suore a vivere con N.S.G.C., nella Chiesa e nel lavoro».
Non nasconde i suoi timori per una certa situazione, che espone subito dopo nella stessa lettera: «La vita interiore è alquanto trascurata, eppure G.C. è in noi e noi dobbiamo vivere in Lui: se non avessimo G.C. in noi saremmo morti». Quindi prosegue: «Il pensiero di G.C. in noi sia familiare cominciando dal noviziato. Basta ricordare le parole di N.S.: "Chi mangia il mio Corpo", il Pane della Vita, cioé la Comunione, "rimane in Me ed Io in lui"». Sottolineatura di D. Rinaldi, che così incalza: «Nei rendiconti abituatevi in bel modo a richiamare questa idea o verità alle Suore. Fatelo con molta prudenza, ma preparatevi a ripetere questa dottrina alle vostre Suore».
Affiora infine il solito insegnamento del Servo di Dio, in linea con Don Bosco, per cui la pietà, l´unione con Dio, la vita interiore deve essere finalizzata all´apostolato. Conclude quindi la sua lettera: «State poi attente che questo pensiero non le distolga dai doveri di assistenza, scolastici, ecc. Del resto state allegre più che potete» (24 aprile 1930, p. 196).
Analogo richiamo D. Rinaldi lo rivolge a Suor Marta Gastaldo, giocando sul suo nome in riferimento al Vangelo e cercando di risolvere il
noto problema del rapporto tra vita attiva e contemplazione: «...fate da Marta e da Maria: lavorate per servire Gesù, ma ricordatevi che Gesù dev´essere il vostro alimento e il vostro passatempo [frase ardita e non abituale!]: attiva nelle mani, contemplativa nel cuore. Se vivete di fede, tanto le prove come le gioie vi porteranno a questo» (27 ottobre 1930, pp. 217-218).
Ma la preoccupazione maggiore del buon Padre è sempre quella di inculcare prima la vita interiore, alla quale intende assicurare il più solido fondamento dottrinale della Parola di Dio, in questo caso di Gesù nel Vangelo (Giov 15, 1 ss.) con la nota parabola della Vite e dei tralci. Così scriveva a Suor Ottavia Bussolino, in Argentina, per aiutarla a risolvere l´angoscioso problema: «Affinché possiate operare [apostolicamente], state unite come il tralcio alla vite. Unite con la grazia, unite con la preghiera, con la mente, col cuore, colla santa Comunione. Insistete con le vostre Suore perché l´unione con Dio [ecco la formula tradizionale fondata e quasi immersa nel suo genuino contesto teologico-biblico!] sia attivata con tutti questi mezzi, ed allora naturalmente opereranno il bene... Frutto dell´unione con Dio è lavorare per Dio. Con una infinita carità e bontà, proprio con quella carità e bontà che nasce dal Cuore di Gesù, consumate la vostra vita ispirando questa unione ed azione divina» (3 luglio 1923, p. 177).
È una delle sintesi più profonde, più belle e più efficaci della dottrina spirituale salesiana, ispirata al Sistema Preventivo di Don Bosco, tutto fondato sulla carità, come egli si esprimeva nella lettera alla novizia Suor Orsolina Molinari: «Vedrà come è semplice il Sistema del Venerabile Don Bosco, come è bello, come è divino: quando amerà davvero il Signore, sentirà il desiderio di fare molto e bene, ma prima (occorre) sgomberare, poi amare molto N.S.G.C., amarlo davvero con tutte le forze. Non tanto di un amore sensibile, quanto di volontà. Coraggio. Approfitti della infanzia spirituale [il noviziato] per diventare e crescere secondo N. S.» (14 ottobre 1915, p. 237).
Si sa che l´amore è di natura sua unitivo. Incontreremo pure nella lettera a Suor Cecilia Lanzio, in occasione della Professione perpetua, il termine paolino Incorporazione ad indicare il massimo di unione, frutto della grazia e della cooperazione umana: «L ´incorporazione con N.S. si può ora [coi voti perpetui] dire perfetta, se all´altra esteriore va unita la unione di pensiero, di cuore, di anima a Chi è la Vita Vera, la Luce degli uomini, la Misericordia, la Bontà, l´Amore-infinito» (20 agosto 1930, p. 257).
Il saggio maestro di spirito sa molto bene infatti che l´unione con Gesù su questa terra non è mai una conquista definitiva, ma ha bisogno di essere continuamente rinnovata a prezzo di duri sacrifici. Nel Qua
dernetto di Suor Cecilia Lanzio troviamo: «Per stabilire b nostra unione continua con Gesù è indispensabile una continua mortificazione. La mortificazione dei sensi dobbiamo cercarla da noi, tenendo a freno gli occhi, le orecchie, la lingua, l´odorato, il tatto e tutta la nostra persona, concedendoci meno soddisfazioni possibili. La mortificazione dello spirito ci viene offerta dalle occasioni e dalle persone con cui viviamo» (CE p. 496).
Alla sorella Suor Maria Lanzio, aiutante della Maestra delle novizie, faceva la stessa raccomandazione: «Abituate coteste figliole all´unione continua con N.S. e sacrificare tutto in Lui», la sottolineatura è sua (10 marzo 1930, p. 232).
Incoraggia, quindi, sempre alla più grande generosità, come ne fa fede anche questa letterina alla novizia Suor Rita Ceron, alla vigilia della sua professione religiosa: «Sono lieto che siate prossima alla vostra Professione. Sarà un legame di più che vi unirà a N. S. G. C., al quale consacrate tutta la vostra vita. Dategli la vostra gioventù con tutto il cuore, perché possiate fare molto del bene a tante anime nel Brasile e nelle Missioni. Io pregherò il Signore perché vi facciate santa e voi pregatelo anche per il vostro...» (24 settembre 1929, p. 250).
Ancora più lirico diventa scrivendo alla figlia prediletta Suor Cecilia Lanzio in occasione della Professione perpetua; ma anche per lei non poteva mancare l´accenno alla parte dolorosa: «...Conviene perciò che d´ora innanzi sappia essere sempre presente a N.S. che viene dentro unito con Suor Cecilia: quindi Suor Cecilia deve vivere unita a N. S. G. C. L´unione con Dio [notare il passaggio da Dio a G.C., così abituale in D. Rinaldi!] sul lavoro, nella ricreazione, come nella preghiera, come davanti l´Eucarestia. L´unione con G.N.S. di giorno, come di notte, vegliando e dormendo. L´unione, facendo sempre — nelle sofferenze e umiliazioni — la volontà di N.S., come nella esuberanza dell´allegria» (20 agosto 1930, pp. 257-258).
Stupendo questo accostamento così biblico e paolino, e così essenzialmente salesiano: sofferenza e gioia!
In questo clima altamente mistico si inquadra molto bene l´esortazione a Suor Teresa Graziano, già direttrice a Valdocco accanto al Servo di Dio nell´Oratorio: «Tenete buona compagnia a N.S.G.C. vivo e vero in mezzo a voi come quando era con Maria a Betlemme e a Nazaret, ed è ora in cielo» (25 agosto 1929, p 226).
E terminiamo con due letterine a Suor Cecilia Lanzio che riassumono molto bene i due insegnamenti fondamentali del Servo di Dio. Della prima abbiamo già riportato la prima parte, che insiste sul mistero della Croce. Conclude così: «Facciamoci santi anche noi (come Don Bosco), cercando di vivere la vita attiva per la salute delle anime, ma sempre rac
colta — come voleva S. Paolo — in N.S. Gesù, talmente che mangiando, bevendo, lavorando, predicando, ecc., il suo vivere era Gesù Cristo. Che nel cuore di Gesù si trovi sempre Suor Cecilia, come vorrebbe trovarsi il suo in C. J. Sac. F. Rinaldi» (13 aprile 1929, p. 256).
La seconda, anteriore, in occasione della sua prima Professione, la esorta a consumarsi come la candela: «Ora comincerà il sacrifizio per il Signore. Comincia la candela accesa (a) consumarsi per gli altri colla fiamma rivolta al cielo. Coraggio, buona figliuola. Ho pensato tante volte a questo giorno: come vorrei saperti generosa, allegra nel compimento della tua missione. Prego perciò tanto per te. Tuo in Corde J.» (14 novembre 1924, p. 256).
Com´è vero, dunque, che la spiritualità di Don Bosco, passando per il cuore di D. Rinaldi, si fa più viva, più luminosa e più calda, alla luce e al calore della dottrina trasmessaci dal Vangelo e da tutto il Nuovo Testamento: vero per tutti gli altri capitoli, ma forse ancor più vero per quello che riguarda l´unione con Dio, vero vessillo in mano a colui che dello spirito di Don Bosco è ritenuto l´interprete più sicuro per averlo studiato, vissuto e insegnato in tutta la vita.
2.7 Servire Gesù: «Da mihi animas»
Il titolo va inteso così completato: Servire Gesù nei fratelli come sinonimo di Apostolato. Ai tempi di D. Rinaldi non era comune, essendo più usato il verbo salvare nelle espressioni «salvezza delle anime» «salute delle anime».
D. Rinaldi, poi, adopera spesso il verbo operare o fare nelle frasi «fare del bene», «fare del bene alle anime», come abbiamo potuto constatare più volte. Abbiamo incontrato anche il verbo lavorare, «lavorare per Dio» e in un caso pure «lavorare per servire Gesù». Tutti verbi che traducono il termine, oggi comunissimo, apostolato, divenuto corrente in modo speciale con Pio XI a proposito del compito dell´Azione Cattolica.
In ambiente salesiano venne diffuso molto da D. Amadei con la sua opera Don Bosco e il suo apostolato, raccomandata da D. Rinaldi al salesiano missionario in Cina, spesso ricordato, D. Galdino E. Bardelli (16 febbraio 1930, p. 85).
Ciò premesso, veniamo al nostro argomento. Come già si è visto il metodo adottato per questo lavoro, con le citazioni pittosto abbondanti dalle lettere, ha portato con sé molte ripetizioni, anche perché D. Rinaldi si mostrava interessato ad offrire alle penitenti o figli spirituali, pur nella brevità dello stile epistolare, un pensiero quanto più completo possibile sui vari problemi trattati.
Questo poi si verifica in modo particolare per il tema che vogliamo affrontare in questo paragrafo sull´apostolato, da D. Rinaldi così spesso ricordato un po´ in tutti i paragrafi precedenti, più specialmente nei due ultimi sull´amore e sull´unione con Gesù. Ne viene come conseguenza che non avremo molto da aggiungere di veramente nuovo, e anche in quello che diremo non potranno mancare le solite ripetizioni, data anche la diversità dei destinatari.
Sceglieremo un blocchetto di schede tra le tante, preferendo le più significative e inquadrandole nel solito ordine logico, sia pure piuttosto relativo.
Scrivendo all´Ispettorato dell´Argentina, D. Valentino Bonetti, ricoida l´intero campo dell´apostolato, nella formulazione così comune nel linguaggio salesiano: «Che tutto sia per la gloria di Dio ed il bene delle anime» (27 ottobre 1926, p. 93).
Aggiunge la raccomandazione: «Tira avanti con fede e buon umore, correggendo le imperfezioni» (14 dicembre 1927, p. 93).
In un biglietto a Suor Teresa Graziano, l´orizzonte dell´apostolato si allarga e si arricchisce di elementi teologici molto interessanti: «Uniti a N.S.G.C., diamo onore e gloria alla SS. Trinità, e preghiamo perché sia dalla nostra gioventù meglio compreso lo spirito di pietà che è una unione più intima e vera con Dio per mezzo di N.S.G.C. vivo nell´Eucarestia» (18 dicembre 1922, p. 224).
Alla Sig.na Amalia Bertetti, molto impegnata apostolicamente, fa un cenno generico al suo campo d´azione e sottolinea le necessarie disposizioni per compierla: «Coraggio. Ha davanti a sé un campo immenso per fare il bene. Confidi in Gesù Sacr(amentato) e Maria Aus., e sarà sempre una buona figlia di Don Bosco. Porti il suo spirito e la sua azione dovunque si trovi» (27 ottobre 1920, p. 267).
Più completo è il suo pensiero in una letterina alla giovane Maria Lanzio, che ormai sta maturando e preparando la sua vocazione salesiana, e ne viene una bella sintesi: «Unisci insieme la pietà all´azione: Pietà, che ti tiene unita a Dio che è carità ed amore infinito. Azione, che va sempre unita alla carità, poiché è impossibile amare Dio e non dare tutto noi stessi per quelle creature che Egli ha creato e redento col suo preziosissimo Sangue» (3 agosto 1920, pp. 228-229).
Altra bella sintesi dell´apostolato cristiano e missionario troviamo nella lettera a D. Antonio Giacone, missionario in Brasile per oltre 40 anni: «Procura d´andarci sempre [nelle escursioni apostoliche] con lo spirito di Dio, affinché ovunque passi possa suscitare la grazia di Dio e fare vivere G. Cristo nelle anime» (4 maggio 1927, p. 115).
Al figlio prediletto D. Bardelli raccomanda fede e pazienza, essendo l´azione missionaria difficile: «Continua lavorando con fede. Iddio farà
il resto. Dovunque e tutti trovano difficile la conversione degli uomini. Basta ricordare N.S., che poco otteneva con tutta la sua potenza e bontà. Coraggio. AndiamoGli dietro»(4 ottobre 1926, p. 88).
A D. Pietro Piacenza, missionario in Giappone, ribadisce la grande verità che la conversione delle anime è opera di Dio, che però richiede
la nostra collaborazione: «Finalmente sei giunto alla tua missione: fa in modo che possa battezzare diecimila giapponesi. Agli altri penseranno poi i tuoi diecimila convertiti [apostolato dei laicin . La conversione delle anime è il mistero di Dio: intanto è certo che voi dovete salvarvi lavorando per gli altri» (25 giugno 1926, p. 123).
È il grande pensiero di S. Agostino fatto proprio da Don Bosco con il noto aforisma proposto ai giovani: «Salve, salvando sàlvati»!
Con D. Bardelli l´insegnamento del buon Padre si fa più esplicito e più impegnativo: «Vedo che cominci (ad) orientarti nella tua missione,
e sopra tutto comprendi che il bene e la salute delle anime deve venire dalla grazia di Dio, che si ottiene colla santità della vita. Così si capisce che S. Franc. Saverio dove passava convertiva. Tu, senza alterarti, cerca pure di farti santo, che questa è la volontà di Dio, e poi lavorando, più presto o più tardi, la Cina sarà cristiana» (18 gennaio 1923, p. 85).
In un´altra lettera allo stesso D. Bardelli il discorso si allarga e si definisce sempre meglio, non mancando neppure l´accenno alle difficoltà e
sofferenze dell´apostolato: «Le tue lettere mi pare che rivelano un desi
derio intenso di salvare anime, e questo mi fa tanto piacere. Mi fa piacere perché confidi nel Cuore di Gesù e cerchi la pietà vera. Qui sta il se
greto per salvare la Cina: ricorrere a Dio e fare vedere e sentire ed amare
Gesù. Tutto il resto è necessario, perché nulla dobbiamo trascurare, ma non è quello che converte e salva. Godo perciò quando mi parli di fede,
di pietà, di Gesù, del S. Cuore. Coraggio: questa è la via certamente buona. Non disanimarti se hai dei contrasti, delle disdette, delle mortificazioni, ecc. G.C. passò per la medesima via» (13 ottobre 1928, p. 90).
Con l´altra sua figlia prediletta, lei pure missionaria, Suor Cecilia Lanzio, D. Rinaldi non sa far a meno di prospettare certi pericoli dell´apo
stolato: «Voi sapete, mia buona Figlia, che io non desidero altro da Voi che di vedervi santa e di sapervi che santifichiate le anime. Quindi mi rallegro della vostra carissima. Permettete tuttavia che vi premunisca contro le tentazioni o prove».
Essa sta per fare la sua professione, e si troverà immersa nel caratteristico apostolato americano. Di qui il suo vero pericolo, a cui si riferisce il Buon Padre: «Il lavoro per le anime, indispensabile per salvarle, porta facilmente alla dissipazione se non amate molto di più nostro Signore che le creature, e se non vedete solamente Gesù N.S. nel cuore delle creature che vi sono affidate; se vedete solamente in loro N.S., sopporterete
tutto senza disanimarvi e senza soffrire nello spirito. Perciò fate bene la meditazione, la visita a Gesù Sacr(amentato), e vivrete unita con Dio sempre. Coraggio, Suor Cecilia. Facciamoci santi a tutti i costi» (19 gennaio 1924, p. 254).
A D. Carlo Braga, missionario in Cina, ricorda che l´apostolato tra i suoi Cinesi ha bisogno di pazienza, di fede, di sacrifizi e di entusiasmo: «La pianta Cinese salesiana va stendendo i suoi rami. Adagino adagio, a suo tempo darà frutti. Speriamo che l´impazienza non la guasterà. Certamente che si debbono fare dei sacrifizi da voi e da noi. Tu conserva la vena del buon umore, dell´allegria, dell´entusiasmo, della confidenza in Dio. Guai se cadono le redini o s´avvilisce il condottiero! i cavalli, l´esercito fa più nulla. Lungi questo brutto pensiero» (29 marzo 1925, p. 97).
E con Suor Cecilia Lanzio l´ammonimento tocca l´apice della esigenza evangelica: «La nostra piccola esistenza deve essere consumata pel Signore e per le anime. Servitevi di tutti i mezzi che non sono cattivi per attuare lo scopo: la scuola, i divertimenti, la chiesa, l´educazione, i grandi, i piccoli, l´Italia (con discrezione) e l´America; ma sopra tutto del Beato Don Bosco e Gesù Sacramentato. Coraggio nei momenti difficili, ma coraggio che vuol dire fede, speranza, carità, e che metta in azione tutte le industrie ed il sacrifizio completo della propria persona. Ecco un programma illimitato, come lo zelo delle anime ardenti di amor di Dio» (2 dicembre 1930, p. 258).
La citazione era stata fatta più sopra, ma valeva la pena riportarla anche e soprattutto in questo contesto, pure cronologico, della vita del Servo di Dio: gli ultimi mesi di esistenza che segnano anche la sua maturità di esperienza e di santità.
Di alcuni mesi anteriore è la lettera al suo caro D. Galdino E. Bardelli, con cui chiudiamo questa rassegna sull´apostolato: «Sii veramente religioso, uomo interiore, un´anima interiore, e il Signore che vivrà con te supplirà a tanti vuoti, e saprà anche far sentire il gaudio che nasce dall´amore sofferente ed umiliato. L´amore — disse il Signore a S. Margherita Alaq. — regna nella sofferenza, trionfa nell´umiltà, gode nell´unione o unità».
È una delle rare volte in cui D. Rinaldi cita un autore: la stessa citazione ricorre una seconda volta nell´epistolario, e sente il bisogno di sottolineare lui stesso la frase da meditare. E aggiunge una raccomandazione che per noi acquista un grande valore: «Se hai qualche poco di tempo, impiegalo leggendo il Vangelo e le Epistole».
Ecco la sua fonte preferita, come del resto risulta anche da queste pagine.
E conclude con l´indicazione già riportata all´inizio di questo paragrafo: «La vita del B. Don Bosco e del suo apostolato [il volume di D. Ama
dei] ti farà del bene... Coraggio... Sursum corda!» (16 febbraio 1930, p. 85).
E con questa aspirazione di sapore liturgico, assai frequente sulla penna del Servo di Dio per esortare alla fiducia e al pensiero delle «cose di lassù», poniamo termine al paragrafo conclusivo dell´itinerario alla santità cristiana, che ci ha offerto D. Rinaldi con i suoi caratteristici verbi biblici, così ricchi di insegnamenti, frutto della sua esperienza personale, alimentata da una santità che oggi la Chiesa riconosce eroica.
2.8 Lo Spirito di Don Bosco: Testimonianze sparse
Vogliamo aggiungere ancora un paragrafo a questo capitolo già abbastanza lungo, che non era previsto, per due motivi: primo, perché si è finora trattato della santità senza la preoccupazione esplicita di qualificarla sempre come salesiana: anche se i riferimenti in pratica non sono mancati, presenti anzi con notevole frequenza nelle lunghe citazioni dalle lettere del Servo di Dio; secondo, perché ci si è trovati con materiale molto abbondante e di un certo intresse sullo spirito di Don Bosco (o spirito salesiano), che potrà riuscire molto utile anche come commento al titolo dell´intero volume: Lo spirito di Don Bosco negli scritti di D. Rinaldi.
Certo, più ancora che per i precedenti paragrafi, sarà quanto mai necessaria l´avvertenza che nelle lettere non possiamo aspettarci da D. Rinaldi una illustrazione organica e completa dello spirito di Don Bosco a modo di opera di studio: qualcosa di più si potrà trovare nella parte documentaria di questo lavoro, specie nelle circolari, strenne, conferenze, ecc.
Dovremo limitarci, quindi, anche qui a riportare una serie di citazioni dalle lettere, dalle quali tuttavia risulteranno abbatanza chiare le linee essenziali dello spirito di Don Bosco così come le aveva assimilate alla scuola delle origini, dai maestri più autorizzati della sua prima vita salesiana: da D. Albera a D. Barberis, da D. Rua allo stesso Don Bosco, come si è visto. Al che egli aveva aggiunto di suo la riflessione, l´esperienza vissuta fino alla santità, e anche lo studio per risalirne in modo speciale alle fonti genuine delle tradizioni, del Vangelo e dell´intero Nuovo Testamento, come si vedrà.
Ed è chiaro che anche e soprattutto in questa materia le ripetizioni non saranno poche.
Ne viene come conseguenza che «l´ordine logico» imposto alla trattazione è solo opera nostra e non ha nessuna pretesa di rigore scientifico: abbiamo cercato di individuarlo attraverso le stesse citazioni, una volta raccolte, mediante una specie di scaletta di temi e sottotemi, che ci pare
rientrino nel grande tema, oltre tutto perché quasi sempre esplicitamente da D. Rinaldi vengono fatti risalire allo stesso Don Bosco, e negli altri pochi casi ci offre egli stesso la sua testimonianza autorevole.
Ancora da osservare che le citazioni sono forse troppo abbondanti, anche se non può dirsi che tutto il materiale sia stato raccolto, né che quello stesso messo insieme sia stato adoperato (assente quasi del tutto, ad es. il carteggio con la Sig.ra E.C.). Dall´abbondanza delle citazioni, tuttavia, e dalle relative ripetizioni, si vedrà emergere la varietà delle espressioni usate da D. Rinaldi, e insieme la sostanziale identità con il pensiero di Don Bosco.
Una parola infine sul contenuto. In un primo momento si era pensato di tenere distinte le due serie di citazioni dall´epistolario di D. Rinaldi
(Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice) per due distinti sottoparagrafi.
Alla fine si è creduto più opportuno unificarle in un´unica trattazione, tanto più che tra le due non si riscontravano discrepanze notevoli, a par
te qualche sottolineatura particolare d´indole più che tutto psicologica, avvertibile del resto dalle stesse citazioni. Dalla fusione anzi ne risultò una identità sostanziale derivante dall´unico Fondatore dei due Istituti religiosi.
E passiamo alla esposizione, indicando i progressivi passaggi della così detta scaletta di lavoro.
Don Bosco e S. Francesco di Sales
Per D. Rinaldi il riferimento di Don Bosco al Patrono della Congregazione salesiana è cosa storicamente fondata. Ne fanno fede alcune citazioni, oltre a tante altre non adoperate.
«Buone feste di San Francesco di Sales; il suo spirito con quello del Beato Don Bosco animi tutti cotesti cari confratelli» (a D. Pietro Tiro-ne, Visitatore in Brasile, 26 gennaio 1931, p. 34).
«Siamo nel centenario [della morte] di S. Fr. di S. e noi dobbiamo approfittarne per conoscere meglio Don Bosco nel modello che ci propone» (a D. Adolfo Tornquist, Novizio a Portici di Napoli: 2 gennaio 1922,
p. 132).
«Siate fedeli allo spirito del Ven. Don Bosco, di S. Fr. di S., della Società, che è spirito di carità, che è quello del Cuore di Gesù» (a Suor Rosalia Dolza, Ispettrice di Milano, 24 novembre 1928, p. 193).
Spirito di Don Bosco, Spirito di Dio...
Primaria fonte dello spirito di Don Bosco per D. Rinaldi è Dio stesso, il Signore, Gesù C. e il suo Vangelo:
«Mi auguro che siano molte le nuove novizie, tutte animate dallo spi
rito di Dio e del Beato Don Bosco. Per lettura durante i giorni di Eserc. Spir. potreste fare leggere quest´anno Don Bosco con Dio di D. Celia» (a Suor Rosalia Dolza 23 luglio 1929, p. 194).
«Stiano ferme al loro spirito, allo spirito del Signore, allo spirito del B. Don Bosco. Lo facciano anche quando costa tutto il sacrifizio dell´intero amor proprio: avranno in compenso la dolcezza del Cuor di G., la pienezza dell´amor di Dio che sopra passa qualunque altra gioia e consolazione» (a Suor Teresa Comitini, Ispettrice di Napoli, 24 giugno 1931, p. 187).
«Le tue notizie mi furono tutte gradite; sopra tutto perché vedo che c´è buono spirito nei confratelli. Senza spirito di Dio si convertirà mai la Cina a Gesù Cristo ...Salutami i Confr. e negli Eserc. Spir. raccomanda la pietà, la carità, il lavoro» (a D. Carlo Braga, Missionario in Cina, 31 luglio 1924, p. 97).
«Il Vangelo riuscite a stamparlo... Questo è un lavoro secondo Don Bosco. Fate che lo leggano, lo studino e lo meditino i confratelli, ed in particolare i chierici: si formino sul Vangelo, su N. S. Gesù Cristo» (a D. Vincenzo Cimatti, Missionario in Giappone, 1° novembre 1930, p. 104).
Dunque bisogna conoscere Don Bosco
Per D. Rinaldi è un´esigenza fondamentale e previa:
«Tengo dietro al tuo lavoro. Non mai sgomentarti se pare lento il risultato... Mi fece tanto piacere conoscere la propaganda che fate coi foglietti e colla Vita di Don Bosco» (a D. Pietro Piacenza, Missionario in Giappone, 28 luglio 1930, p. 124).
Parli loro [i novizi] molto di Don Bosco. Cerchi di farglielo ben conoscere presentando specialmente il santo, l´uomo di Dio, il vero figlio prediletto della Madonna. Addio: saluti e benedizioni dal nostro Ven. Padre» (a D. Domenico Canepa, Maestro dei Novizi a Portici, 4 aprile 1929, p. 84).
«Il ritratto di Don Bosco migliore è quello uscito dopo le feste [della Beatificazione], ma non [saremo] soddisfatti che quando un artista ci darà un vero quadro. Delle vite è buona quella di Mons. Salotti, e credo si leggerà con vantaggio dei Salesiani Don Bosco e il suo apostolato di D. Amadei. Intanto uscirono altri volumi integranti poco per volta» (a D. Valentino Bonetti, Ispettore in Argentina, 7 gennaio 1930, p. 95).
Seguire Don Bosco
Dovere di tutti, specie dei Superiori:
«Non volere fare tutto in fretta. Riposati; pensa, studia e fa sentire
che seguiamo Don Bosco. Age quod agis» (a D. Pietro Tirone, Visitatore in Brasile, 7 febbraio 1931, p. 34).
Imitare Don Bosco, ma non superficialmente
«Senza meditazione, rendiconto e pietà vera, avremo mai dei buoni lavoratori, dei veri figli di Don Bosco. Non basta che imitino Don Bosco nel fare réclame ut videant opera vestra bona et glorificent Patrem vestrum, se non lo imitano nella fede, nella speranza, nella carità, nella povertà, nella castità, ecc. Questa deve essere soprattutto la nostra preoccupazione, il nostro lavoro: portare a Dio i nostri confratelli» (a D. Giuseppe Vespignani, del Consiglio Superiore, Visitatore, 16 marzo 1924, pp. 438-439).
«Bisogna spingere i nostri confratelli verso la santità, sia pure alla salesiana; ma questa non si ottiene con la leggerezza e senza seria meditazione sulla vita di N.S.G.C., e senza amore verso Gesù Sacramentato e Maria SS. Se non vi fate santi, spero poco nella vostra missione» (a D. Vincenzo Cimatti, Missionario in Giappone, 26 giugno 1926, p. 104).
Occorre cominciare da una seria formazione
«... i confratelli giovani sono pianticelle che devi radrizzare, potare, innaffiare, concimare...; ma coll´amore di Dio che è spirituale, confidenza nell´Ausiliatrice e in Don Bosco» (al medesimo 27 dicembre 1928, p. 104).
«Sosteneteli sempre di più [i Novizi] con una grande pietà rivolta all´Eucarestia, anche per mezzo del S. Cuore, e verso Maria SS.ma. Da questa pietà deve venire, se è vera, lo spirito di mortificazione dei sensi e della volontà. Fortunato... lei che ha tra mano un lavoro tanto nobile e divino di santificare la gioventù» (a D. Domenico Canepa, Maestro dei Novizi, 18 marzo 1928, p. 84).
«Ringrazio cotesti bravi novizi per il loro ricordo nel giorno della vestizione; e dì pure che io non sono impensierito del loro piccolo numero, se ognuno di essi volesse proprio far onore a Don Bosco. Siano disposti, come ricorderanno che voleva Don Bosco, a lasciarsi cambiare la testa senza resistere e senza intristire se ciò costa loro un po´ di sforzo. Dire che debbono essere docili,è troppo poco: bisogna che pensino e sentano come pensava e sentiva Don Bosco; e se ne studiano lo spirito e ne amano le opere, Don Bosco farà loro questo miracolo» (a D. Felice Mussa, Direttore dello stesso Noviziato, 12 dicembre 1930, p. 120).
Conoscere il vero spirito di D. Bosco
«Lavoriamo poi perché le Suore stiano nel vero spirito del nostro Bea
to. Bisogna che vivano di pietà e di attività unite. Attente ad un ascetismo sbagliato, che si risolve nel fare nulla; attente di più ad un´attività di parole, di movimento, di mescolanza col mondo, senza la vera ricerca di Dio. Don Bosco lavorava pel Signore e col Signore, pregava senza cessare di occuparsi delle anime. Conserviamo lo spirito di Don Bosco» (a M. Luisa Vaschetti, Vicaria Generale FMA, 16 gennaio 1923, p. 164).
«Siate sempre l´apportatrice dell´osservanza delle tradizioni nostre, dell´affetto alla Congregazione, a M. Aus., al B. Don Bosco, a M. Mazzarello. Vegliate perché sia sempre più profonda la pietà tra le Superiore e le Suore. L´allegria, il lavoro; l´attività nostra dev´essere satura di pietà, di devozione a Gesù Sacr., a M. Sma, di carità fino al sacrifizio, tenendo presente la vita, la morte di N. S. G. C. e del B. Don Bosco. Abituate le Ispettrici e le Direttrici a parlare di pietà anche nei rendiconti, senza entrare nella colpa; insinuare il modo di fare la meditazione, di stare unita con Dio, alcune volte anche interrogando se si prendono i propositi per la giornata, ecc. Le Superiore che non sanno parlare di Dio, di G. Sacramentato, apportano poco frutto. Questo anche con le ragazze. La leggerezza, la mondanità, ecc. non si corregge che portandole a Dio» (a M. Teresa Pentore, Visitatrice in Brasile, 18 luglio 1930, p. 181).
«Sento che la mia parola non le [Suore] possa più trovare riunite [negli Esercizi Spirituali]; se potete, dite loro che si esercitino a mettere in tutte le loro opere, anche minime e più materiali, un grande spirito soprannaturale: il loro vivere diventi un esercizio pratico ed ininterrotto di fede, di carità, di speranza. Ecco ciò che è Don Bosco in tutte le sue manifestazioni; ecco il segreto della vita interiore. Che la nostra cara Ausiliatrice e Don Bosco vi tengano lontano ogni pericolo, specie quello di perdere la sua santa grazia e l´allegria» (la sottolineatura ultima è di D. Rinaldi) (a M. Teresa Comitini, Ispettrice di Napoli, 19 agosto 1930, p. 186).
... che ha il suo vero centro nel Cuore Eucaristico di Gesù...
«Abbiamo la medesima Regola, i medesimi Superiori, i medesimi Santi, la medesima Ausiliatrice, il medesimo Cuore di Gesù vivo in quella Eucarestia, che Don Bosco voleva centro della nostra vita» (a M. Rosalia Dolza, Ispettrice a Milano, 24 novembre 1928, p. 193).
... sorgente di carità e di pace...
«Vivete felici e che la carità di Nostro Signore ci tenga sempre strettamente uniti» (a D. Galdino E. Bardelli, Missionario in Cina, 3 aprile 1923, p. 86).
«Coraggio, caro D. Bardelli, omnia facite in charitate Christi Domini Nostri. Regni sempre nel tuo cuore la carità e questa risplenda in tutti i confratelli e le anime a voi affidate» (Ivi).
«Mi fanno tanto piacere le notizie della buona armonia che regna fra il Vicariato [Apostolico di Shin-Chow, Mons. Canazei] e l´Ispettorato [salesiano]. Deo gratias! Faccia Iddio che sia sempre così. La pace è il bacio del Signore» (a D. Carlo Braga, Ispettore in Cina, 15... 1931, pp. 101-102).
... che si nutre dell´Eucarestia...
«Passino tutte [le Figlie di Maria Ausiliatrice] il 1931 sotto gli sguardi di Maria Ausiliatrice per imparare da Lei la vita dello Spirito che visse il B. Don Bosco. All´Ispettrice ricordo [aveva mandato in dono il panettone] il Pane della Vita. Non solo abbia essa sempre fame di questo Pane, ma sappia insinuare tra le sue dipendenti a ricorrere col pensiero, col cuore, colle Comunioni, all´Eucarestia. Non si tratta solo di Comunioni frequenti, che alle volte sono abituali, ma desiderio dell´Eucarestia stando sul lavoro, nello studio, nella ricreazione, a letto e dovunque. Bisogna, dove e quando l´elemento è adattato, spingerlo di più, ma avviare anche le anime più distratte» (a M. Rosalia Dolza, Ispettrice a Milano, 24 dicembre 1930, p. 196).
«Certamente che per ottenere questo [crearsi collaboratori nell´apostolato fra i convertiti] ci vuole Comunioni. Studia il modo di dare la Comunione quotidiana anche a quelli che non hanno il Sacerdote quotidiano. Questo te lo dico in confidenza. Trattalo con Monsignore [Versi-glia, Vicario Apostolico]: siate cauti; ottenete la facoltà necessaria, ma sarà un gran mezzo: l´Eucarestia alla portata dei fedeli più fervorosi, i così detti catechisti, o meglio cooperatori e cooperatrici. Quando una giovane fa voto di castità e ha la S. Comunione alla portata, può fare un bene immenso. La stessa cosa per certi giovani, per certe madri e uomini... Prega e poi coraggio, fa un piano d´azione, in unione con Gesù Cristo Sacramentato. Pregherò anch´io per questo» (a D. Galdino E. Bardelli, 20 gennaio 1924, pp. 86-87)
Componente mariana
«Se volete che vi riesca anche più meritorio [il trasferimento di casa], dimenticate le cose umane, gettatevi con piena fiducia nel Signore, e pensate (a) farvi solamente una vera Figlia di Maria. La sua bontà coi giusti e coi peccatori vi renda sempre più conforme al Cuore Sacratissimo di Gesù, che Essa fu la prima ad imitare» (a Suor Pierina Sutto, 17 gennaio
1928, p. 241).
«Incoraggia gli Aspiranti, i Novizi, i Confratelli colla confidenza nell´Ecce Mater tua e slanciali a predicare le lodi di questa Buona Madre. Per mezzo di Maria abbiamo avuto Nostro Signore Gesù Cristo e per mezzo di Lei lo porteremo alle anime» (a D. Valentino Bonetti, Ispettore in Argentina, 20 aprile 1928, p. 94).
«Maria Ausiliatrice vi sorrida, vi conservi lo spirito suo, vi aiuti (a) fare del bene» (a Suor Caterina Gaido, 18 giugno 1925, p. 212).
«Non si perda mai di coraggio. Confidi sempre in Maria Santissima Ausiliatrice, che continuerà a soccorrere e consolare tutta la famiglia di lei. Si ricordi che la Madonna può tutto e che è Madre nostra tenerissima. In tutte le necessità ricorra a Lei e la invochi con fede e perseveranza» (alla Sig.ra Giacometti Giustina, 2 settembre 1927, p. 391).
«Ti auguro di crescere sempre più nell´amore al Sacro Cuore, all´Ausiliatrice e al Beato Don Bosco. Dovranno essere i nostri consolatori in vita e in morte» (a D. Giovanni Barile, Missionario in America, 24 giugno 1931, p. 65).
Spirito di pietà e di lavoro
«Abituate le vostre Suore a pregare sempre lavorando, studiando, assistendo, insegnando, giuocando, scherzando, di giorno e di notte. Pregate e fate pregare sempre. Non c´è altro di buono che la preghiera ed il lavoro pregando, cioè tenendo la mente, il cuore rivolto a Dio. Coraggio, M. Dolza, impieghiamo bene il tempo. Se vedeste che pena è, quando si è vecchi, conoscere d´aver perduto del tempo, delle fatiche, mentre c´è tanto da fare pel Signore e per le anime» (a Suor Rosalia Dolza, 12 settembre 1929, p. 195).
«Mi riuscirono graditissime le notizie della Sicilia. Lo sapevo che c´è molto buono in cotesta isola, e mi fece tanto piacere la vostra conferma. Procuriamo di conservare coteste Suore nello spirito di pietà e di lavoro. Non si trascuri nulla per ottenere questo, che le fa vere Figlie del Venerabile Don Bosco» (a M.Teresa Pentore, Visitatrice in Sicilia, Macerata 15 aprile 1925, p. 179).
Spirito di carità e di fede
«Vedo fra le altre cose che comprendi la difficoltà della tua missione. Ciò che maggiormente mi rallegra è il vostro spirito di carità e di fede» (a D. Pietro Piacenza, Missionario in Giappone, 31 ottobre 1926, p. 123).
Spirito di vera carità «salesiana»
«Vorrei tuttavia che vigilaste perché colla pietà ci fosse la vera carità,
che sa compatire ed aiutare la sorella, che lascia quella rigidezza che non è sempre secondo Nostro Signore Gesù Cristo e Don Bosco. Distinguiamo bene tra osservanza da lodarsi, e rigidezza da riprovarsi. Voi lo vedrete da quella gaiezza e semplicità, che è proprio di S. Francesco di Sales» (a M. Teresa Pentore, Visitatrice in America, 25 maggio 1926, p. 180).
«Tu troverai questo chierico [di cui ha smarrito la lettera a lui rivolta dopo una prima risposta avuta dallo stesso Visitatore] e t´interesserai di lui. Don Bosco t´ispirerà. Mi auguro che possa fare tanto bene durante la tua visita. Sii di cuore grande, guadagna il cuore di tutti» (a D. Pietro Tirone, Visitatore nella Ispettoria Romana, 11 aprile 1930, p. 32).
Spirito di carità e di giustizia
«E´ vero, troverete delle difficoltà, come sempre se si vuole far del bene, perché bisogna vincere il male; ma non temete. Ciò che dovete soprattutto fare è farvi amare coll´usare grande carità e giustizia con tutti, senza distinzione di persone, di tempo o di circostanza. Siate sempre buona, soprattutto esercitando la vera giustizia ed uguaglianza. Pel resto non abbiate paura. Maria SS.ma ci penserà. Essa è padrona di casa più di voi. Il Signore vi benedica: vi tenga sempre allegra; vi faccia vera figliuola di Don Bosco» (a Suor Teresa Comitini, Ispettrice a Roma, 28 dicembre 1923, p. 183).
Paternità salesiana
«Certo, la paternità è il grande mezzo per migliorare i cuori e rendere la vita religiosa quanto più soave anche in terra. Noi la raccomanderemo specialmente questo´ anno. Anzi preghiamo il nostro Beato Padre che ce l´ottenga» (a D. Armando De Rosa, 12 aprile 1929, p. 109).
«A te raccomando molta paternità soprattutto nel sermoncino della sera e nel rendiconto. Abbiano mai [i chierici teologi] a sentir nulla di amaro, di irritante o di satirico. Tu sii solamente buono. Le altre parti le facciano gli altri, ma salesianamente» (a D. Ludovico Costa, Direttore dello Studentato Teologico Internazionale di Torino, Crocetta, 15 ottobre 1926, p. 108).
Castità salesiana
«Continuate a lavorarli [i Novizi] molto ed a curare molto la bella virtù, non parlando di essa, ma della mortificazione dei sensi e della devozione a Maria Santissima» (a D. Felice Mussa, Direttore del Noviziato,
18 marzo 1928, p. 118).
«... far amare soprattutto la modestia, che apre la porta a G. Sa
cram(entato) e prepara le anime alla vera carità, all´azione realmente cristiana» (a Suor Rosalia Dolza, 24 novembre 1928, p. 193).
«Oggi nevica. Cadano su di voi e di tutta la vostra Ispettoria benedizioni senza fine, e soprattutto siano, suore e giovinette alle vostre cure affidate, candide come tanti fiocchi di neve» (alla medesima, l ° gennaio 1929, p. 194).
«Gesù, nel presentarci la Vergine, ce la presenta con la lampada accesa. Il giglio non fiorisce se non è esposto ai raggi cocenti del sole. Non vi è verginità se non vi è carità» (Quadernetto di Suor Cecilia Lanzio: CE, p. 497).
«Questa buona Madre [Maria Ausiliatrice] le benedica tutte [le Figlie di M.A.], dovunque esse si trovino, e le adorni di quelle virtù che vedeva in loro il Beato Don Bosco quando le ha fondate, cioè del candore degli Angioli perché fossero degne della gioventù che vedeva loro affidata, e della carità che è venuto a portare N.S.G.C. per salvare le anime» (a M. Luisa Vaschetti, 3´ Superiora Generale, 23 maggio 1930, p. 165).
«Maria Ausiliatrice benedica la Postulante Stefania Martinotti e la renda candida come un giglio ed ardente di carità e d´azione religiosa, come voleva il Ven. Don Bosco le Figlie dell´Ausiliatrice» (25 luglio 1926, p. 239).
Allegria salesiana
Sono innumerevoli i richiami di D. Rinaldi alla gioia cristiana, salesianamente intesa allegria. Ne riportiamo solo alcuni tra i più caratteristici del suo stile:
«L´allegria e la confidenza nel Signore vi accompagnino durante questo nuovo anno scolastico» (a Suor Rosalia Dolza, 12 settembre 1929, p. 195).
«Del resto, state allegra più che potete: il Signore vi benedica» (alla medesima, 20 aprile 1930, p. 196).
«Fa´ qualche passeggiata e fatti anche dei meriti, e sta allegra» (alla Sig.na Celestina Dominici, 10 settembre 1912, Arch. VDB).
«Siamo felici, allegri, e buoni» (alla Sig.ra E.C., 29 luglio 1913).
«Ecco quello che dovete fare voi, ma fatelo con allegria, fatelo con lo spirito di giovialità di Don Bosco, fatelo senza guardare ai sacrifizi. Avanti in Domino». (a Suor Giulia Berra, Missionaria in Assam, 31 dicembre 1923, p. 246).
«Vivete allegra» (alla medesima, 9 aprile 1924, p. 246).
«La prova della buona volontà è l´allegria che dovete conservare sempre, qualunque contrarietà avvenga» (a Suor Carolina Cerrato, 28 novembre 1916, p. 238).
«Preghiamo molto. Spingiamoci e spingiamo gli altri verso
p 164
. a f una santi
tà allegra e attiva» (a M. Luisa Vaschetti, 16 gennaio 1
«Andate avanti tranquilla con semplicità ed allegria, disposta la volontà di Dio fino al sacrificio» (a Suor Marta Gastaldo, 30 agosto
) .
re
1926, p. 217).
Scoraggiamento: cause e rimedi
«Orbene, se volete prevenire ogni scoraggiamento, è necessario che ri
vestiate tutto — quello che è dentro di voi e quello che vi viene fatto e detto dagli altri — di un grande spirito soprannaturale, tutto mirando alla luce della fede, della speranza e della carità, cioè secondo gli apprezzamenti di Dio, non secondo gli apprezzamenti avuti fin´ ora. Il che otterrete coltivando la vita interiore, il cui alimento è Gesù nell´Eucaristia» (alle Novizie di Pessione, 19 agosto 1930, p. 232).
«Nei giorni difficili guardate al Paradiso. Colà riceveremo la ricompensa di tutto quello che avremo sofferto in questa terra» (a Suor Giulia Berra, 31 dicembre 1923, p. 246).
«Niente ti turbi, diceva Santa Teresa e ripeteva a noi, in particolare
ai Direttori, il Beato Don Bosco. Niente ti turbi; a suo tempo sarai contento... Non turbetur cor vestrum. Noi abbiamo stima di te e ti vogliamo bene; se farà bisogno, viene qui a parlarci. Io prego per te: il demonio non deve vincere la partita» (a D. Josip Tkalec, I agosto 1931, p. 83).
«Niente ti turbi soprattutto lo spirito. Con serenità e confidenza in Dio salviamo la Gioventù» (a Suor Linda Lucotti, nuova Ispettrice in Sicilia, 8 ottobre 1922, p. 141).
Componente apostolica
«Il Beato Don Bosco e Maria Ausiliatrice ti benediranno, se cerchi la gloria di Dio» (a D. Carlo Braga, Ispettore in Cina, 7 agosto 1931, p. 100). «Coraggio, caro D. Barile: ciò che ti chiedo è che colla tua parola e
col tuo esempio faccia del bene ai Confratelli del Perù. Come avrei bisogno d´essere inteso da tutti. Preghiamo perché lo spirito del Beato sia lo spirito nostro; preghiamo perché trionfi l´amore delle anime e del Signore sopra l´amor proprio» (a D. Giovanni Barile 30 luglio 1929, p. 64).
«Vedo che cominci (ad) orientarti nella tua missione, e sopra tutto comprendi che il bene e la salute delle anime deve venire dalla grazia di Dio che si ottiene colla santità della vita. Così si capisce che S. Francesco Saverio dove passava convertiva» (a D. Galdino E. Bardelli, 18 gennaio 1923, p. 85).
«Vigila perché regni Dio nei vostri cuori. Se non siete santi, farete un buco nell´acqua. I fagioli non danno riso, né le nocciole fichi: così il mis
sionario non porterà a Gesù Cristo, se non è lui tutto del Signore» (a D. Vincenzo Cimatti, 26 agosto 1926, p. 104).
«Prendo parte con pena al tuo disastro oratoriano... Niente ti turbi. Io mi consolo ricordando la storia dei primi cristiani di Roma: verrà anche per voi il trionfo della Croce; per ora ne avete solo le umiliazioni e le vicende. Siate perseveranti nell´orazione ed in fractione panis. Ora voi unite due grandi mezzi: la divozione al Sacro Cuore e quella all´Ausiliatrice, e vedrai anche tu i miracoli. Ricomincia con una nuova industria e soprattutto con fede e carità» (a D. Pietro Piacenza, Missionario in Giappone, 12 ottobre 1928, p. 123).
Componente missionaria
«Sono veramente lieto di sapere che il 28, vigilia della festa di S. Francesco di Sales, nel vostro collegio si terrà il piccolo congresso per le Missioni. Mi rallegro che codesti studenti sappiano comprendere l´alto significato civile e cristiano che racchiude il concetto missionario, e mi rallegro che si interessino presto di questi problemi davvero grandi della religione e della patria. Solamente gli uomini di cuore e di fede sanno penetrarli ed offrire le proprie energie per risolverli» (a D. Giuseppe Mossetto, direttore di Cuorgné, 22 gennaio 1926, p. 54).
«Mi pare che V.S. non abbia capito ancora bene lo scopo delle nostre feste missionarie e delle nostre spedizioni. Veda, noi ci proponiamo di creare entusiasmo per la salvazione degli infedeli. Ma siamo convinti che fra i ragazzi l´idea missionaria: 1° coltiva il cuore; 2° aumenta la fede; 3° suscita vocazioni. Questi tre beni sono a vantaggio dell´educazione cristiana dei giovani, e ad aumento delle vocazioni salesiane. Del resto è bene considerare che un paese cattolico come l´Argentina non deve disinteressarsi degli Hindi e dei Cinesi dell´Oriente. Scusi questa mia insistenza, che non diminuisce nulla l´interessamento che io ho per l´aumento del personale dell´Argentina, delle sue case e del progresso dei suoi studi. Queste idee le semini nei collegi e fra i Confratelli che debbono poi stare all´obbedienza dei Superiori... In febbraio andrò in Francia e in Spagna. In quest´ultimo paese vorremmo fare una Casa Missionaria» (a D. Giuseppe Vespignani, Visitatore in America Latina, 9 dicembre 1925, p. 465).
«Incoraggi sempre più le case di formazione... Poi io desidero che si studi seriamente a fondare fra poco una Casa di Missione anche in Argentina. Lo spirito evangelico non si completa senza zelo di convertire i pagani e di realizzare l´ Ite docete omnes gentes, non solo gli Argentini. Insinui quest´idea da veri Salesiani» (al medesimo, 27 novembre 1925, p. 462).
Metodo apostolico: il salesiano...
«Il metodo per noi è il salesiano. Facciamo come ha fatto Don Bosco a Torino» (a D. Carlo Braga, Missionario in Cina, 31 luglio 1924, p 97).
«Sono contento che abbiate portato il metodo salesiano. S.S. Pio XI mi raccomandò di usarlo anche nelle Missioni» (a D. Giov. B. Gasbarri, missionario in Perù, 20 aprile 1923, p. 50).
«Il S. Padre calcola molto sui mezzi nostri, cioè i salesiani. Avvicinare i ragazzi, intrattenerli, istruirli coi sistemi nostri che egli conosce molto bene. Mi parlò del canto, della musica, delle scuole professionali, delle passeggiate, fin´anche degli antichi allievi, come mezzi dei quali noi abbiamo la privativa. Così che desidero che tu faccia conscere queste idee del S. Padre [anche quelle sulla necessità che il Missionario conosca e apprezzi la cultura dei popoli da evangelizzare, di cui si parlerà fra breve] ai tuoi compagni, e vi industriate per metterle in pratica. Il S. Padre ha molta fiducia nei metodi del Ven. Don Bosco: vorrebbe fino costì la stampa popolare, tipografia e cartiere...» (a D. Galdino E. Bardelli, 3 aprile 1923, p. 86).
...sue principali caratteristiche:
Avvicinare le persone:
«È la tattica di Don Bosco quella di avvicinare gli uomini ad imitazione di Nostro Signore» (a D. Pietro Piacenza, in Giappone, 28 luglio 1930, p. 124).
«Come vanno le tue relazioni coi Cinesi? Cercate di avvicinare in qualunque modo, più che potete, i Cinesi? Bisogna andare a loro e tirarli a voi. Qui sta la scuola di Don Bosco, praticata anche da tutti i missionari zelanti davvero» (a D. Carlo Braga, in Cina, 29 marzo 1925, p. 97).
Non allontanare nessuno:
«Non allontanatevi da nessuno mentre lavorate coi poveri, anzi cercate i più poveri» (a D. Pietro Piacenza, in Giappone, 28 luglio 1930, p. 124). Attirare la gioventù:
«Attirate soprattutto la gioventù: talium est enim regnum coelorum. E questa è la nostra porzione» (a D. Galdino E. Bardelli, 18 gennaio 1923, p. 85).
«Ricòrdati che Don Bosco fondava nella gioventù le sue speranze. Pio XI non la pensa molto differente. Parlai col Papa della tua scuola alle normali e ne fu tanto contento. Questo è il suo piano, che penetriamo nella scuola pubblica» (a D. Carlo Braga, 8 maggio 1924, p. 96).
«Mi fece poi tanto piacere che lavori con le amiche montagnine [delle valli di Lanzo, durante le vacanze] per fare del bene alla gioventù. La gioventù, come diceva Don Bosco, ha bisogno di divertirsi, stare alle
gra, ecc. e se non la portiamo verso l´attività buona, va verso l´attività cattiva. La povera gioventù incontra lupi che la inselvaggiscono. Si fa
rozza nei gusti, nel tratto, nelle parole, pur di sgambettare, gridare, svagarsi. Il lavoro d´ingentilimento si ottiene portando verso ideali puri, allegria sana, vita vera... Lavora con le nuove compagne, incoraggiale a fare del bene» (alla Sig.na Cecilia Lanzio, 25 luglio 1921, p. 253).
«IL bene fatto alla gioventù genera frutti moltiplicati» (Quadernetto della medesima, CE, p. 497).
«La gioventù del resto dev´essere la parte nostra prediletta. Don Bosco vedeva la salute della China nella gioventù» (a D. Galdino E. Bardelli, 13 ottobre 1928, p. 90).
Preferire la gioventù povera e lavoratrice:
«Mi pare che non sia il caso di preoccuparsi della eredità di quella signora di Viscone. Anzi credo meglio lasciare che se la intenda con altri.
Tu puoi addurre come ragione, che è pur vera, che ci manca il personale
per aprire quella nuova casa. Del resto fatti coraggio. Vedi se puoi ridare la vita a cotesta casa. Converrebbe attendere piuttosto ai poveri od
alla classe lavoratrice, in quanto i mezzi te lo permettono. Per ciò fa conoscere le tue idee popolari, affinché i signori ti vengano in aiuto» (a D. Deodato Giacometti, Trento, 26 giugno 1919, pp. 45-46).
Evangelizzare con fede e carità:
«Coraggio: racccogli più ragazzi che puoi, falli buoni, divoti di Maria Aus. e del SS. Sacramento, quantunque ancora pagani: il resto verrà» (a D. Galdino E. Bardelli, 20 luglio 1927, p. 89).
«Come vedi, non hai che confortarti pensando che imiti i Santi vivendo nel deserto di cristiani della Cina. Avanti, figliuolo, avanti in Domi
no. Semina il buon seme: porta a tutti la buona novella. Gli Apostoli non erano in migliori condizioni di voi: abbi la loro carità e tira avanti» (al medesimo, 11 febbraio 1925, p. 88).
«Prendo parte ai vostri progressi e ne ringrazio il Signore. Anche il S. Padre nei giorni passati dimostrò la sua fiducia nell´opera salesiana
in Giappone... Tu continua con fede il lavoro tra i tuoi giovanotti pagani. Usa tutte le attrattive, le industrie, le modernità, come faceva Don Bosco, santificando tutto quello che è indifferente, ma che piace alla gioventù. Tutto ti serva di scala per arrivare al loro cuore e portarli a N.S. Gesù Cristo» (a D. Pietro Piacenza, 15 maggio 1930, pp. 123-124).
Farsi uno di loro e della loro cultura:
«Sérviti delle Figlie di M(aria) per la propaganda del bene: potessi anche tu diventare cinese cogli occhi di mandorla e il codino di una volta, quanto bene potresti fare di più! Ma va avanti in Domino. Ricordati che Don Bosco vide che i suoi figli trionfavano collo stendardo di M. Ausiliatrice» (a D. Bardelli: 29 gennaio 1927, p. 88).
«Io fui dal S. Padre, il quale si può dire che mi parlò solo delle Missioni. Egli vi segue quasi come vi seguo io: legge il Bollettino e si interessa di tutti e vi benedice. Si diffuse sopra tutto in due idee. Prima, crede che bisogna studiare molto i paesi dove si va missionari. Egli vorrebbe che il Missionario conoscesse lingua, costumi, storia, geografia, etnografia, ecc. del paese. Ha molta fiducia in questi mezzi per penetrare nelle famiglie, nella società e fra le persone istruite. Egli vorrebbe vedervi nella scuola e dovunque. In secondo luogo, egli calcola molto sui mezzi nostri, cioè i salesiani...» (al medesimo, 3 aprile 1923, p. 86).
Suscitare collaboratori:
«Andate ai ragazzi. Questa dev´essere la base della nostra missione. Per mezzo dei ragazzi dovete guadagnare gli uomini. Questo sognava Don Bosco e questa dev´essere la nostra missione» (a D. Vincenzo Cimatti, 26 giugno 1926, p. 104).
«Il tuo metodo di servirti di altri per fare il bene, ed anche del medesimo medico, è proprio di Don Bosco, che appena, ragazzo o chierico, sapeva qualche cosa, lo spingeva ad insegnarlo ad altri» (a D. Pietro Piacenza, 21 marzo 1928, p. 123).
«Il proposito di farti aiutare dalle anime pie e convertite, è sistema salesiano. Don Bosco si serviva dei ragazzi fra i ragazzi e dei secolari per tutte le sue opere. Questo poi è spirito cristiano. La carità è diffusiva: È impossibile essere caldi e restare freddi. Sèrviti di tutti, dei ragazzi, e delle ragazze, dei giovani e dei vecchi. In paradiso ci voleva Don Bosco con una corona di anime salvate dal nostro zelo. Un´altra volta mi dirai quanti cooperatori e cooperatrici hai creati» (a D. Galdino Bardelli, 20 gennaio 1924, p. 86).
«La tua lettera mi conferma nel sogno che ho della Cina; del resto Don Bosco ce l´ha assicurato. I cristiani, quando abbiano il vero spirito cristiano, coltivato alla salesiana, ti daranno le offerte necessarie per fare le opere» (al medesimo, 20 luglio 1927, p. 89).
Opera principe: l´Oratorio
«Sono contentissimo che pensi all´Oratorio; ma anche qui, che sia un Oratorio salesiano nello spirito di Don Bosco. Quest´opera dà risultato in tutti i paesi, fino fra i pagani, quando è fatto coll´impronta vera del V. Padre» (a D. Giovanni B. Gasbarri, Chachapoyas, Perù, 18 aprile 1928, p. 51).
«Mi rallegro delle belle notizie che mi dài e spero che con l´Apostolato dell´Oratorio il bene si moltiplichi: Don Bosco ci assicura che questa è la salvezza per la società... Tieni buono, caro D. Bardelli; impianta in Cina la nostra opera principale, quella dell´Oratorio facendo Don Bosco» (al medesimo, 28 aprile 1931, p. 91).
L´ultima lettera del nutrito carteggio di D. Rinaldi con questo zelante
missionario in Cina per circa sessant´anni (spentosi a 99 anni in Hong-Kong il 10 novembre 1982) è ancora destinata all´Oratorio, vergata dal buon Padre pochi giorni prima del suo trapasso, testimone del suo ardente zelo missionario. Merita di essere riportata per intero:
Torino, 18 novembre 1931,
Caro D. Bardelli,
l´Oratorio sarà anche un progresso della Missione, quando facciasi con perseveranza e collo spirito di Don Bosco.
Dico con perseveranza, perché i risultati di convertire la Cina intiera non si otterrà così facilmente, ma sarà un lavoro di penetrazione migliore di tutti gli altri.
In quanto poi allo spirito, mi raccomando a Nostro Signore. Lo spirito viene di lassù e solo chi sa vivere della vita di Gesù Cristo come Don Bosco lo porta con sé e lo comunica agli altri.
Pregherò perciò molto per te e per i tuoi collaboratori. Coraggio. Ricordati anche tu del tuo.
In C. J.
S. F. Rinaldi. [p. 92]
2.9 Conclusione
Di D. Rinaldi ci è stata conservata una splendida sintesi dello spirito di Don Bosco, indirizzata alla Maestra delle Novizie di Arignano, quando Maria Lanzio si apprestava a entrare come postulante.
«Mi riuscirono poi molto graditi gli auguri, perché andavano uniti a promesse di farvi brave figliuole del nostro Venerabile Don Bosco. Questo è tutto, buone Figliuole: farvi come Lui pie, come Lui devote di Gesù Sacramentato e di Maria Ausiliatrice, come Lui zelanti del bene e della salute delle anime. Ma ricordatevi che per essere proprio pie, devote, zelanti come Don Bosco, si richiede che siate come Lui umili di cuore, e come Lui imitare San Francesco di Sales nei modi cortesi ed educati, e come San Francesco di Sales sempre alla presenza di Dio» (28 gennaio 1922, p. 229).
Scrivendo a D. Pietro Tirone, Visitatore in Brasile, gli indicava il modo di costruire il buon Salesiano: «Dovunque incoraggia, porta buon umore, la pietà, Don Bosco» (25 luglio 1931, p. 37).
A D. Vincenzo Cimatti, tracciava invece una specie di silhouette del salesiano modello: «...Da buoni Salesiani essere cordiali e semplici; mai familiarità, ma bontà senza fine» (29 ottobre 1928, p. 104).
Chi lo ha conosciuto e frequentato attesta che le tre ultime pennellate ci riproducono un D. Rinaldi che ha percorso la sua lunga vita osservando, studiando, ricordando e imitando il suo Maestro e Padre Don Bosco.
Inutile dire che quest´ultimo capitolo è risultato il più laborioso di tutti, appunto perché il più ricco, vario e complesso dei precedenti. Era nato solo come semplice abbozzo per una conferenza alle Volontarie di Don Bosco, e dagli Assistenti presenti, compreso quello centrale, mi erano venuti i primi incoraggiamenti a rielaborarlo, arricchendolo, per un opuscolo della collana Documenti e Testi dell´Istituto.
Analogo invito ebbi in un secondo tempo da parte di tre docenti del1´UPS per una cerchia più larga. Il compianto D. Domenico Bertetto, anzi, mi restituì il materiale, accompagnato da questo scarno biglietti-ho, dal quale per di più veniva insinuata l´idea del titolo da dare al volumetto:
11 maggio 1987
«Caro D. Stefano,
mi pare che sarebbe molto utile per tutti se facessi una stesura ordinata di tutto in modo che fosse facilmente accessibile per svolgere il tema: la santità secondo D. Rinaldi. Fallo presto. D.B.».
Ripresa la lettura dell´Epistolario dall´inizio con in mente la nuova pista, divenuta frattanto sempre meglio dettagliata, la mole delle schede aumentò e si moltiplicarono anche i riferimenti ai vari sottotemi interessanti il tema generale sulla santità: l´idea del lavoro si fece quindi sempre più chiara e più acquistava in concretezza.
In una breve presentazione dell´intero lavoro sugli scritti di D. Rinaldi al Rettor Maggiore, gli fu pure fatto un cenno a questo speciale capitolo sulla santità nell´Epistolario del Servo di Dio. E da lui venne l´esortazione, quasi un comando, di portarlo a maturazione, con una presentazione anche solo abbozzata dell´intero materiale raccolto, senza eccessiva preoccupazione di carattere scientifico, lasciando poi agli esperti il compito di riprendere il discorso ed eventualmente perfezionarlo e renderlo definitivo in ambiente nostro.
Iniziata così la stesura agli ultimi di giugno, veniva completata poco dopo la metà di luglio. E mentre essa procedeva nel suo svolgimento, aumentavano le sorprese, quasi vere scoperte. Non solo la serie dei sei verbi si infittiva di citazioni dalle lettere di D. Rinaldi, ma la stessa intuizione originaria acquistava sempre più in chiarezza e riceveva sempre nuove conferme: il Cristocentrismo di D. Rinaldi diventava di una evidenza palmare, e veniva anzi portato alle sue ultime applicazioni, mentre il fon
damento biblico-teologico di tutta la sua dottrina spirituale risultava sempre più ampio, più solido e più ricco del previsto. Il Vangelo e le lettere di S. Paolo specialmente, che possedeva quasi a memoria, anche se non citati esplicitamente che rare volte, vi si respiravano da capo a fondo: sarebbe stato facile, avendone il tempo, integrare la varie schede di
D. Rinaldi con i rispettivi riferimenti biblici del Nuovo Testamento. Tutte impressioni che, ad una lettura finale dell´intero capitolo, si trasformavano sempre più in vere certezze.
Dunque, la tesi principale e di fondo da cui si era partiti, può considerarsi del tutto confermata, e in più si aggiunge la consapevolezza che la dottrina di D. Rinaldi non fa che riferirsi costantemente a Don Bosco e alla sua genuina spiritualità, avvalorata per di più dalla ricchezza dei fondamenti biblici che egli vi apporta, frutto della sua costante meditazione sul testo sacro, secondo la esplicita testimonianza di D. Zerbino. Resta pertanto convalidata la legittimità di quest´ultimo nono capitolo e — in esso — del paragrafo finale su Lo spirito di Don Bosco, che si presenta non come un´aggiunta dall´esterno, quasi a forza, ma come esigenza che sgorga spontanea dall´interno stesso dell´intera operetta.
Dato infine il carattere di questo lavoro, da considerarsi solo come un primo tentativo — imperfetto, immaturo, non rifinito —, viene lasciato agli esperti il compito allettante di portarlo ad una maggiore maturazione; con il desiderio e l´auspicio che si possa pervenire presto ad una più ampia rielaborazione dell´intera documentazione (da estendere anche agli altri scritti del Servo di Dio), con gli approfondimenti e gli arricchimenti che ne potranno venire.
Sembra comunque si possa dedurre che i meriti di D. Rinaldi per la sua rielaborazione biblica della dottrina spirituale del suo Padre e Maestro debbano dirsi acquisiti, e si possa quindi affermare che anche in questo delicato settore ha potuto egli realizzare il compito così bene assolto pure negli altri: conservare, innovandolo ed arricchendolo, il sacro deposito ricevuto in preziosa eredità, per adeguarlo ai tempi e trasmetterlo alle nuove generazioni della Famiglia di Don Bosco.
Dunque, resterebbe anche in questo caso un precursore di tempi nuovi!
Fonti
Per il presente lavoro ci si è serviti di tre specie di fonti: processuali, archivistiche, bibliografiche.
A. Fonti processuali
1. Positio super Causae Introductione, Roma 1972.
2. Taurin. [Beatificationis et Canonizationis] Servi Dei Sac. Philippi Rinaldi / Scripta I. Lettere.
3. Positio super virtutibus, Roma 1985.
B. Fonti archivistiche
1. Archivio Centrale della Congregazione Salesiana, Roma (ACS).
2. Archivio Centrale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Roma (ACFMA).
C. Fonti bibliografiche
1. CERIA E., Vita del Servo di Dio sac. Filippo Rinaldi, terzo Successore di S. Giovanni Bosco, Torino, ristampa 1951, pp. 526 (CE).
2. LARESE-CELLA L., Il cuore di Don Rinaldi, terzo successore di S. Giovanni Bosco, Torino 1952, pp. 423 (LC).
3. RINALDI P., Sospinto dall´Amore. Vita di Don Filippo Rinaldi, terzo successore di San Giovanni Bosco, Torino, LDC, 1979, pp. 110.
4. CASTANO L., Don Rinaldi. Vivente immagine di Don Bosco, Torino, LDC, 1980, pp. 255 (CA).
Indice
5 Presentazione
7 I motivi di un titolo
11 Don Filippo Rinaldi
1. Il problema della vocazione, 11 - 2. Formazione salesiana e primi incarichi (1877-1889), 13 - 3. Dalla Spagna salesiana a Valdocco (1889-1901), 16 - 4. Direttore nell´Oratorio FMA di Valdocco (1901-1922), 17 - 5. Rettore Maggiore (1922-1931), 19.
21 CONFERENZE ALLE FIGLIE DI MARIA (1907-1911)
23 1. Presentazione
26 2. Testi
2.1. La Figlia di Maria oggi (3 novembre 1907), 26 - 2.2. La fortezza cristiana (1° dicembre 1907), 27 - 2.3. Società di Mutuo Soccorso (5 aprile 1908), 27 - 2.4. Moderazione e Modestia (2 agosto 1908), 28 - 2.5. La figlia di Maria dei nuovi tempi (6 settembre 1908), 28 - 2.6. Iniziative caritative (7 febbraio 1909), 29 - 2.7. Festa del 1° maggio per la donna (1° maggio 1910), 30 - 2.8. Coltivare l´immaginazione, 1 a (10 luglio 1910), 31 - 2.9. Coltivare l´immaginazione, 2´ (7 agosto 1910), 32 - 2.10. Coltivare l´immaginazione, 3´ (2 ottobre 1910), 33.
35 LEZIONI DI PEDAGOGIA SALESIANA (1906-1914)
37 1. Presentazione
40 2. Testi
2.1. Il sistema preventivo (pp. 20-32), 40 - 2.2. Il campo del sistema preventivo: il ragazzo (pp. 43-52), 48 - 2.3. Gli educatori nel sistema preventivo (pp. 67-101), 55 - 2.4. Conclusione (pp. 101108), 71.
77 CONFERENZE ALLE «ZELATRICI DI M.A.» (1917-1922)
79 1. Presentazione
84 2. Testi
2.1. Prima conferenza: i fondamenti (20 maggio 1917), 84 - 2.2. La nuova associazione: natura e scopi (30 giugno 1918), 87 - 2.3. Spiritualità, preghiera, apostolato secolare e salesiano (15 agosto 1918), 89 - 2.4. Povertà «secolare» (27 ottobre 1918), 91 - 2.5. Castità «secolare» (29 dicembre 1918), 95 - 2.6. Obbedienza «secolare» (29 giugno 1919), 97 - 2.7. Lo Spirito di Don Bosco (20 gennaio 1920), 98 - 2.8. Carità, mortificazione, immolazione (25 aprile 1920), 99 - 2.9. La meditazione: punto cardine, 100 2.10. Maria modello di vita consacrata nel mondo (24 aprile 1921), 101 - 2.11. S. Francesco di Sales e Don Bosco (6 gennaio 1922), 103 - 2.12. Purificazione e distacco dalle cose terrene (2 febbraio 1922), 105.
107 CONFERENZE ALLE «FIGLIE DI MARIA AUSILIATRICE» (1911-1931)
109 1. Presentazione
111 2. Testi
2.1. Alle Direttrici sopra le Ex-Allieve (Nizza M., agosto 1911), 111 - 2.2. La Direttrice e le sue relazioni con gli esterni (agosto 1913), 112 - 2.3. La Direttrice e le ragazze dell´Oratorio festivo (agosto 1913), 113 - 2.4. Metodo catechistico (19 luglio 1916), 115.
119 STRENNE ANNUALI PER LE FIGLIE DI MARIA AUSILIATRICE (1921-1931)
121 1. Presentazione
123 2. Testi
2.1. Strenna per il 1922, 123 - 2.2. Strenna per il 1929, 126 - 2.3. Strenna per il 1930, 132 - 2.4. Strenna per il 1931, 139 - 2.5. Strenna per il 1932, 145.
147 LETTERE CIRCOLARI DEL RETTOR MAGGIORE AI SALESIANI
149 1. Presentazione
151 2. Testi
2.1. La prima circolare, 151 - 2.2. Prima udienza di Pio XI: Indulgenza del lavoro, 157 - 2.3. Il Giubileo d´oro delle nostre Costituzioni, 163 - 2.4. Il Giubileo d´oro delle nostre Missioni, 184 - 2.5. Giubilei d´oro della Pia Unione dei Cooperatori Salesiani e della Pia Opera di Maria Ausiliatrice, 192 - 2.6. La solenne Beatificazione di Don Bosco, 197 - 2.7. Motivi di apostolato e di perfezionamento per il 1931. Sogno dei dieci comandamenti, 208 2.8. «Conserviamo e pratichiamo le nostre tradizioni», 226 - 2.9. «Per vivere accanto al Beato Don Bosco», 240.
247 L´EPISTOLARIO
249 1. Presentazione
251 2. Testi
2.1. A Don Pietro Ricaldone, 251 - 2.2. A Don Antonio Candela, 253 - 2.3. A Don Pietro Tirone, 255 - 2.4. A Don Giovanni Battista Gasbarri, 256 - 2.5. A Don Arnold Smeets, 258 - 2.6. A Don Thomas De Mattei, 258 - 2.7. A Don Paolo Albera, 260 - 2.8. Al Card. Giovanni Cagliero, 260 - 2.9. A Don Francesco Tomasetti, 261 2.10. A Don Giuseppe Vespignani, 262 - 2.11. A Madre Caterina baghero, 265 - 2.12. A Madre Luisa Vaschetti, 271 - 2.13. A Suor Angela Bracchi, 273 - 2.14. A Suor Caterina Gaido, 274 - 2.15. Alle suore Missionarie della Consolata, 275 - 2.16. Alla signora E. C., 276.
287 DON FILIPPO RINALDI
MAESTRO DI SANTITÀ SALESIANA
289 1. Presentazione
293 2. Testi
2.1. Santità cristiana: sue leggi, 293 - 2.2. Avvicinarsi a Gesù: «fonte di grazia, di virtù e di santità», 295 - 2.3. Seguire Gesù: per la via della Croce, 297 - 2.4. Imitare Gesù: modello di umiltà e di mitezza, 312 - 2.5. Amare Gesù: osservando i suoi comandamenti, 320 - 2.6. Unirsi a Gesù: Vita in Cristo e con Cristo, 324 - 2.7. Servire Gesù: «Da mihi animas», 328 - 2.8. Lo Spirito di Don Bosco: Testimonianze sparse, 332 - 2.9. Conclusione, 346.
349 Fonti