Ksiądz Bosko

Giovanni Paolo II: Storia di una Vocazione

PAPI - GIOVANNI PAOLO II

Dono e mistero
Enrico dal Covolo


Vogliamo fare «memoria viva» di Giovanni Paolo II riflettendo sulle tappe fondamentali della sua storia di vocazione.
Conosciamo bene le date più importanti della sua vita. Nato nell'Arcidiocesi di Cracovia il 18 maggio 1920, eletto Vescovo di Roma il 16 ottobre 1978, il Signore lo ha chiamato a sé il 2 aprile 2005, nei primi Vespri della «Domenica della misericordia». Certamente la storia della vocazione di Karol Wojtyla si snoda fra queste tre date fondamentali, ma c’è ancora un’altra data, che appare per alcuni versi la più importante di tutte: è quella dell'ordinazione sacerdotale, che don Karol ricevette il 1° novembre del 1946 per l'imposizione delle mani dell'Arcivescovo di Cracovia, il principe Adam Stephan Sapieha.
«La mia ordinazione», scrive a questo riguardo Giovanni Paolo II in Dono e Mistero. Nel 50° del mio Sacerdozio (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1996), il volume autobiografico che rappresenta la fonte di prima mano delle nostre riflessioni, «ebbe luogo in un giorno insolito per tali celebrazioni: essa avvenne il 1° novembre, solennità di Tutti i Santi, quando la liturgia della Chiesa è tutta rivolta a celebrare il mistero della comunione dei santi e s'appresta a fare memoria dei fedeli defunti. L'Arcivescovo scelse questa data, perché dovevo partire per Roma per proseguire gli studi. Fui ordinato da solo, nella cappella privata degli Arcivescovi di Cracovia». «Mi rivedo, così, in quella cappella», prosegue il papa un po' più avanti, «durante il canto del Veni, Creator Spiritus e delle Litanie dei Santi, mentre, steso per terra in forma di croce, aspettavo il momento dell'imposizione delle mani».

E' questo l'evento centrale della storia di vocazione di Karol Wojtyla.
Che egli fosse un «chiamato» nel senso forte, biblico del termine, è una convinzione sempre più diffusa nelle persone che lo hanno incontrato. Tutto nella vita di Giovanni Paolo II appare come «pensato prima», preparato «dall'alto»: e, come il «servo» biblico, egli non poteva minimamente sottrarsi al misterioso disegno di Dio.
Dono e mistero, dunque, è il suo sacerdozio, come egli stesso lo contempla a cinquant'anni dall'ordinazione; ma, più in generale, lo è tutta la sua vita. «Volgendomi indietro», confessa Giovanni Paolo II, «constato “come tutto si tiene”: oggi come ieri ci troviamo con la stessa intensità nei raggi dello stesso mistero».

Nella Bibbia le storie di vocazione - dai Patriarchi ai Profeti, da Maria Santissima agli Apostoli - sono accomunate da uno schema letterario, che, quando si presenta al completo (come per esempio nel racconto dell'Annunciazione), prevede cinque tappe: la chiamata-elezione, la risposta, la missione, il dubbio, la conferma rassicurante da parte di Dio.
Vogliamo rileggere la storia di papa Wojtyla inquadrandola nello schema biblico che abbiamo appena evocato.


1. La chiamata-elezione

Ecco dunque il primo tratto di questa storia: la chiamata-elezione, l'iniziativa assolutamente gratuita di Dio.
Rileggendo con occhi di fede la storia della sua vocazione, Giovanni Paolo II deve confessare che «agli inizi» sta «il mistero». «La vocazione», scrive, «è il mistero dell'elezione divina». E adduce a riprova un testo, che si carica per noi di grande significato. E' Dio che parla, rivolgendosi al profeta Geremia: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo; prima che tu uscissi alla luce ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Geremia 1,5).
Rimane l'impressione che il papa stesso trovasse un po' di fatica a spiegare il «perché» della sua vocazione: si è limitato a raccontare alcuni fatti e alcune esperienze, rileggendole spesso alla luce del «poi», e svelando così la trama di una storia nascosta.
Ricorda così il suo primo incontro con il principe Sapieha, Arcivescovo Metropolita di Cracovia; gli studi di Filologia polacca, iniziati nell'Università Jaghellonica e subito interrotti, di necessità, alla scoppio della seconda guerra mondiale; la dura esperienza di operaio in una cava di pietra collegata con la fabbrica chimica Solvay; le recite teatrali e i primi lavori letterari...
Ma riguardo agli inizi della sua vocazione sacerdotale, il papa deve ammettere che «le parole umane non sono in grado di reggere il mistero».


2. La risposta

E passiamo al secondo tratto caratteristico della nostra storia: la risposta alla chiamata del Signore.
E' una risposta generosa, senza riserve: tanto che nell'autunno del 1942 Karol prende la decisione definitiva di entrare nel seminario di Cracovia. E’ una risposta che impegna il giovane seminarista in un cammino incessante: la chiamata infatti - la Bibbia ce lo insegna - comporta un faticoso esodo per la sequela. Bisogna lasciare la propria terra, come Abramo; oppure, come gli Apostoli, occorre lasciare le reti, o meglio tutto, per seguire Gesù.
Anche Karol esperimenta dolorosamente il distacco. «Lo scoppio della guerra», scrive, «mi allontanò dagli studi e dall'ambiente universitario. In quel periodo persi mio padre, l'ultima persona che mi restava dei miei più stretti familiari. Anche questo comportava, oggettivamente, un processo di distacco dai miei progetti precedenti; in qualche modo era come venire sradicato dal suolo sul quale fino a quel momento era cresciuta la mia umanità».
Ma il Signore non fa mancare i «segni» della sua grazia a chi si affida a lui. «Non si trattava», prosegue infatti il papa, «di un processo soltanto negativo. Alla mia coscienza si manifestava sempre più una luce: il Signore vuole che io diventi sacerdote. Un giorno lo percepii con molta chiarezza: era come un'illuminazione interiore, che portava in sé la gioia e la sicurezza di un'altra vocazione. E questa consapevolezza mi riempì di una grande pace interiore».


3. La missione

Forse in questa «illuminazione interiore» il giovane Karol intravide qualcosa della sua missione futura?
In ogni caso, è questa - la missione - la terza tappa delle storie di vocazione.
Né la chiamata, né la risposta sono fini a loro stessi: tutto è orientato all'incarico che il Signore affida a ciascuno.
Così nel racconto dell'Annunciazione la chiamata e il fiat generoso di Maria sono in funzione della sua missione: essere Madre di quel Figlio, e in lui di tutti gli uomini. Ma è una missione che Maria scopre lungo tutto il corso della vita, fino ad afferrarne completamente il senso solo ai piedi della croce di Gesù.
Sta qui un insegnamento decisivo per ogni chiamato: solo chi è disposto ad abbracciare ogni giorno la croce e a seguire Gesù, scopre in profondità la missione che gli è affidata.
Karol Wojtyla dovette intuire questa logica evangelica durante il rito della sua ordinazione sacerdotale: da allora - pellegrino nella fede - la fece sua, dilatando via via a raggio universale gli orizzonti della missione.
In una pagina, che sembra attraversare per intero la sua vita, Giovanni Paolo II scrive: «Chi si appresta a ricevere la sacra Ordinazione si prostra con tutto il corpo e poggia la fronte sul pavimento del tempio, manifestando così la sua completa disponibilità a intraprendere il ministero che gli viene affidato», cioè la missione.
«Quel rito», continua il papa, «ha segnato profondamente la mia esistenza sacerdotale. Anni più tardi, nella Basilica di San Pietro - si era all'inizio del Concilio - ripensando a quel momento dell'Ordinazione sacerdotale, scrissi una poesia di cui mi piace riportare qui un frammento: “Sei tu, Pietro. Vuoi essere qui il Pavimento su cui camminano gli altri... Vuoi essere Colui che sostiene i passi - come la roccia sostiene lo zoccolare di un gregge: Roccia è anche il pavimento di un gigantesco tempio. E il pascolo è la croce”». Di seguito, commenta: «Scrivendo queste parole pensavo sia a Pietro che a tutta la realtà del sacerdozio ministeriale, cercando di sottolineare il profondo significato di questa prostrazione liturgica. In quel giacere per terra in forma di croce prima dell'Ordinazione, accogliendo nella propria vita - come Pietro - la croce di Cristo e facendosi con l'Apostolo “pavimento” per i fratelli, sta il senso più profondo di ogni spiritualità sacerdotale».


4. Il dubbio

Certamente un cammino di tale impegno ha conosciuto anche i momenti dolorosi della prova. Pure questo è un tratto caratteristico dei racconti di vocazione: le resistenze, i turbamenti, le tentazioni del chiamato.
Giovanni Paolo II non ne parla molto, ma lascia capire da vari indizi che il periodo buio della guerra, prima della sua decisione di entrare in seminario, dovette coincidere con un faticoso discernimento interiore. La morte del padre, il forzato distacco dai progetti di prima, «il grande e orrendo theatrum della seconda guerra mondiale», il campo di concentramento per tanti conoscenti prelevati dalle loro case, dalla cava di pietra, dalla fabbrica, e poi quell'impressione di «sradicamento»: tutto questo non mancò di porre al giovane Karol interrogativi molto seri su Dio, sugli altri, su se stesso. «A volte», scrive, «mi domandavo: tanti miei coetanei perdono la vita, perché non io?».
Così anche l'interrogativo e il dubbio appartengono alla sua storia di vocazione.


5. La conferma rassicurante da parte di Dio

Ma il voto ardente del papa è che per nessuno il dubbio rimanga l'ultima parola: egli sa che il dubbio permanente finisce per tarpare le ali della fede e paralizza le possibilità di una risposta generosa al Signore.
Nelle storie bibliche di vocazione l'ultima parola è la conferma rassicurante da parte di Dio: «Coraggio, non temere: sono io!». Così a Geremia, che resiste alla chiamata, il Signore risponde: «Non aver paura della gente, perché io sono con te a difenderti. Io, il Signore, ti do la mia parola!» (Geremia 1,6-9).
Al chiamato, di ieri e di oggi, è chiesta l'obbedienza della fede. A chi si gioca senza riserve nell'esercizio della missione giungeranno poi altri segni, altre conferme, attraverso le quali verificare la validità dell'esperienza accolta nella fede.
Ebbene, la vita intera di Giovanni Paolo II testimonia - dall'inizio alla fine - la conferma di Dio sulla sua storia di vocazione. Quel grido: «Coraggio, sono io, non temere!», il papa l'ha ascoltato molte volte nella sua vita. «Un giorno lo percepii con molta chiarezza: era come un'illuminazione interiore, che portava in sé la gioia e la sicurezza...».


***


La storia è finita...

Ma questa storia di vocazione è ora un «testimone» da raccogliere nelle nostre mani.
Molte volte Giovanni Paolo II scrive commosso: «Solo più tardi avrei capito...». E da qui nasce la meraviglia, o meglio quel sinfonico Deo gratias! che concluderà la sua vita.
«Volgendomi indietro constato come "tutto si tiene"»: alla fine Karol Wojtyla deve riconoscere che ogni cosa nella sua vita era stata pensata «dall'alto», fin dall’inizio era dono e mistero.
E' una consegna per tutti noi: che sulla stessa strada ci troviamo a camminare anche noi, ciascuno con la sua irrepetibile storia di vocazione, con tutta la fede e la passione di cui siamo capaci.
E allora - volgendoci indietro a guardare il tempo che scorre, all’alba di questo terzo millennio - allora anche a noi sembrerà di comprendere tutto: che tutto è grazia, perché il dono e il mistero di Dio non deludono mai.


Enrico dal Covolo

Riassunto

Il contributo rappresenta, con lievi ritocchi, il testo dell’Omelia della Santa Messa in suffragio di Giovanni Paolo II, celebrata nell’Aula Magna dell’Auxilium il 5 aprile 2005. Don Enrico dal Covolo, postulatore generale per le cause dei santi della Famiglia Salesiana e professore ordinario di letteratura cristiana antica greca nell’Università Pontificia Salesiana di Roma, tratteggia la storia della vocazione di Karol Wojtyla confrontandola con lo schema letterario caratteristico delle storie bibliche di vocazione. Individua così nella vita del Servo di Dio (Wadowice, 18 maggio 1920 - Roma, 2 aprile 2005) cinque tappe fondamentali (la chiamata-elezione, la risposta, la missione, il dubbio, la conferma rassicurante da parte di Dio), e le descrive, fondandosi soprattutto sul volume autobiografico di Giovanni Paolo Dono e Mistero. Nel 50° del mio Sacerdozio, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1996.