PG Zasoby

2012 - verifica del Progetto Europa - RM P. Chavez

IV INCONTRO DEGLI ISPETTORI DI EUROPA
“SALESIANUM” - ROMA
30 novembre - 2 dicembre 2012

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VERIFICA DELLA REALIZZAZIONE
DEL PROGETTO EUROPA
E LINEE DI FUTURO

I.     Sommario e breve valutazione delle risposte

1.      In che misura il Progetto Europa, nelle sue tre linee fondamentali, è stato conosciuto e accolto dai confratelli dell’Ispettoria?

Il 10,8 %: bene. Il 51,8%: sufficiente. Il 29,6%: poco. Il 3,7%: niente.
Sembra dunque che la trasmissione del PE è, in genere, riuscita. Magari il PE è arrivato ai salesiani un po’ all’improvviso. In quattro ispettorie viene conosciuto/accolto poco.

2.      In che misura il Progetto Europa ha ispirato l’animazione dell’Ispettoria e le scelte di governo dell’Ispettore con il Consiglio ispettoriale?

Il 7.4%: molto bene. Il 37.0: bene. Il 51.8: sufficiente. Il 3,2: poco.
Sembra che il governo ispettoriale ha preso più sul serio il PE che non i confratelli.

3a.     Quali processi si sono rivelati più efficaci per la rivitalizzazione del carisma nelle comunità?

Le ispettorie rispondono secondo la loro situazione e il proprio cammino.  Si avverte una convergenza unanime nel ricupero della conoscenza di Don Bosco e della sua spiritualità, una cura maggiore della vita comunitaria anche mediante la programmazione comunitaria e l’urgenza di formare e accompagnare i direttori locali, un ritorno a una evangelizzazione più esplicita dei giovani, basata sull’accompagnamento personale, e la cura della cultura vocazionale, un più convinto lavoro con i collaboratori laici. Tutto ciò fa parte del processo di “rivitalizzazione endogena”.

3b.    Quali sono stati gli ostacoli più rilevanti per la rivitalizzazione del carisma nelle comunità?

Sembra che l’ostacolo più decisivo si collochi nella persona del salesiano che, oltre all’età o alla demotivazione vocazionale, non riesce a capire la situazione culturale della società e del modo di essere dei giovani d’oggi. Sono presenti quasi ovunque l’individualismo o una debole animazione comunitaria. Il problema oggi è culturale.

4.      Quali decisioni dall’Ispettore con il Consiglio ispettoriale sono state prese per ridisegnare la presenza salesiana nella Ispettoria?

La maggioranza delle ispettorie ha messo in atto un processo di ristrutturazione serio, anche se non sempre profondo e coraggioso. Non tutti i salesiani si rendono conto del problema, così come esso è percepito dagli organismi di governo ispettoriale. E’ da auspicare che il prossimo CG fissi dei principi che aiutino ispettorie e regioni a situarsi meglio nel servizio ai giovani del territorio.

5a.     Quali positività sono state riscontrate nell’accoglienza di confratelli “missionari”?

Non tutte l’ispettorie in Europa si trovano nella stessa situazione. Quelle che hanno ricevuto “missionari”, oltre a riconoscere il rinvigorimento interno, accusano difficoltà nell’integrazione di confratelli che hanno formazione e culture diverse.

5b.    Quali criticità sono state riscontrate?

L’immersione linguistica e culturale sono requisiti necessari per i missionari che vengono in Europa; tali requisiti devono essere garantiti prima di operare come missionari.

6a.     Nel caso l’Ispettoria abbia inviato confratelli “missionari” quali positività sono state riscontrate?

C’è una nuova situazione su cui riflettere: dall’Europa salesiana che inviava missionari “ad gentes” all’Europa che riceve e riceverà missionari “ex gentes”. Si dovrà preparare sia il missionario che viene che la comunità che lo riceve.

6b.    Quali criticità?

Anche se la penuria vocazionale in Europa continua, ci si deve impegnare ancora a rivitalizzare il carisma salesiano con una vera animazione vocazionale e missionaria tra i salesiani europei, e non solo giovani.

II.    Linee di futuro 

  1. Il contesto sociale ed ecclesiale

Sia il Concilio Vaticano IIº, in cui la Chiesa si scoprì come ‘mistero’ e non più come ‘società perfetta’, come serva del mondo e non più come signora, come ‘sacramento di salvezza che illumina le genti con la luce di Cristo’, solidale con le sue gioie e speranze, con le sue tristezze e angosce; sia il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana, chiamato a rispondere ai grandi bisogni dell’uomo odierno attraverso la comunicazione dell’Amore di Dio rivelato in Cristo Gesù; sia l’Anno della Fede, che ci invita a varcare la soglia della porta che ci apre all’incontro con il Padre e a una vita abitata dallo Spirito Santo come figli di Dio, discepoli del Signore Gesù e fratelli, impegnati nella costruzione della Civiltà dell’Amore, sono un potente stimolo per il rinnovamento della vita cristiana, in genere, e della nostra vita consacrata, in particolare.

Non c’è dubbio che ormai tutto il mondo è diventato terra di missione – sia l’Europa che l’America, l’Africa, l’Asia e l’Oceania –, e che oggi abbiamo a che fare con una serie di nuovi scenari in cui si vive la vita umana, si rende testimonianza della VC e si sviluppa la missione della Chiesa.

Il contesto economico, oggi messo alla prova da una crisi senza precedenti, è causa di migrazioni, di tensioni sociali e forme di violenza, di un rinnovato e più marcato divario tra ricchi e poveri. Il quadro politico mondiale sta cambiando profondamente a causa della presenza di nuovi attori, come il mondo islamico, e della forza emergente dei grandi stati dell’Asia. La ricerca scientifica e tecnologica, pur benefica per tanti aspetti, sembra non conoscere limiti naturali né riferimenti morali; si nutre talvolta di pretese illegittime, dimenticandosi di dialogare su valori importanti, che stanno alla base dell’etica umana; anzi si presenta quasi come una specie di nuova religione. Abbiamo infine la sfida del mondo della comunicazione sociale. Da una parte, essa offre accesso a numerose informazioni, dà maggiore possibilità di conoscenza, di scambio, di solidarietà, favorisce una cultura sempre più mondiale; dall’altra, promuove una crescente attenzione ai soli bisogni individuali, provoca l’indebolimento e la perdita del valore oggettivo di esperienze profondamente umane, indice la riduzione dell’etica e della politica a strumenti di spettacolo; tutto ciò rischia di favorire una cultura dell’effimero, dell’immediato, dell’apparenza, senza memoria né futuro.[1]

Inaugurando l’Anno della Fede, Benedetto XVI ha affermato che “In questi decenni è avanzata una «desertificazione spirituale»… È il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto, che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne… E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza.”[2] Non è forse questa la nostra vocazione e missione? Dobbiamo perciò imparare a vedere Dio in tutto e, nello stesso tempo, considerare che tutte queste sfide sono anche delle opportunità, sono crocevia per il dialogo.

La comunicazione vitale e orale della fede non si può mai imporre, ma si realizza in un grande clima di libertà e di proposta, che apre spazio alla interazione con tutte le culture, al dialogo interreligioso fra gli uomini e donne di tutte le credenze, all’ecumenismo fra i cristiani delle diverse confessioni, all’inculturazione lì dove viviamo. Perciò la prima e più attraente e convincente espressione della evangelizzazione è la testimonianza, personale e comunitaria.

Su questa scia la Vita Consacrata oggi è chiamata a rinnovarsi, lasciandosi evangelizzare, e a convertirsi pastoralmente, per essere apportatrice gioiosa e convinta, credibile ed efficace, della Buona Novella.

2.Nella fede evangelizziamo

La Vita consacrata si è sempre distinta per il suo impegno a favore della prima evangelizzazione; nella “missio ad gentes” della Chiesa il suo apporto è stato ed è tuttora determinante. Lo stesso impegno essa ha dimostrato e continuamente profonde per l’evangelizzazione ordinaria, favorendo l’accoglienza del vangelo e la costruzione della comunità cristiana, contribuendo al rinnovamento della pastorale e dedicandosi con le sue varie espressioni in campi specialistici quali l’educazione, la sanità, l’assistenza, la comunicazione sociale, la carità verso i poveri ed emarginati, il dialogo culturale, ecumenico e interreligioso.

La Vita consacrata, che è nata per ripresentare la forma di vita di Gesù e testimoniare la bellezza del vangelo vissuto con radicalità, è chiamata a spendersi anche per la nuova evangelizzazione, ossia a riproporre il vangelo a chi è già stato annunciato e vive la lontananza e l’indifferenza della fede.

Il suo contributo fondamentale in questo campo è la gioiosa testimonianza della vita trasformata dal vangelo; senza una testimonianza radicale, felice, coraggiosa non si potrà suscitare una nuova attrazione per il vangelo; solo la testimonianza appassionata, bella e profetica diventa credibile, visibile e feconda. La Vita consacrata serve il vangelo mettendosi prima di tutto al seguito del Signore Gesù; la sua testimonianza aiuta a suscitare il bisogno di spiritualità, la domanda su Dio, l’interrogativo sul senso della vita; mostra la profezia della fraternità; esprime la carità di Dio, che è amore, nella dedizione ai poveri.

3.      Linee di futuro

Nel discorso tenuto il sabato 17 novembre 2012 a un gruppo di Presuli della Conferenza Episcopale di Francia in Visita «ad Limina Apostolorum», il Santo Padre Benedetto XVI ha detto alcune cose che ritengo particolarmente importanti e programmatiche, così da potercene servire per individuare meglio le linee di futuro del Progetto Europa, avendo sempre fisse le tre grandi aree che avevo tracciato nel 2008: 1. La rivitalizzazione endogena del carisma, 2. La ristrutturazione delle opere, 3. L’invio di missionari.

Devo confessarvi che ho visto con grande soddisfazione come il Progetto Europa in genere, così come le sue tre linee portanti, sono sempre più condivise dagli Ordini, Congregazioni e Istituti di Vita Consacrata in Europa[3]. Vedo inoltre assai provvidenziale il fatto che l’Anno della Fede, il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede e il tema del CG 27 siano una conferma del nostro Progetto Europa e rafforzino le scelte che abbiamo fatto e che dobbiamo far diventare operative con sempre maggiore convinzione. 

3.1 Il rapporto Chiesa - Mondo

Mentre facevo un bilancio del recente Sinodo, a cui ho avuto la grazia di partecipare, constatavo la presenza di due grandi linee di pensiero, specchio di una doppia ecclesiologia: una rappresentata da chi pensa che dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa è invecchiata e ritiene che l’unica cosa da fare sia rinnovarla, come si rinnova una casa restaurandola o ammodernandola; l’altra rappresentata da chi si rende conto che la società è profondamente cambiata ed è mutata la forma di abitare nella casa, e che dunque sia necessario l’intervento di un architetto per rivedere completamente la sua pianta interna; egli cerca le cause di questo cambiamento per sapere come deve essere la Chiesa oggi. Di fronte a queste due visioni ritengo che il problema fondamentale sia il rapporto Chiesa - Mondo.

E paradossalmente la risposta si può trovare nel Concilio Vaticano II stesso che, come ricorda Benedetto XVI nel discorso sopra menzionato al Gruppo di Vescovi francesi, «è stato e rimane un autentico segno di Dio per il nostro tempo». E continua “Ciò è particolarmente vero nell’ambito del dialogo tra la Chiesa e il mondo, questo mondo «con il quale vive e agisce» (cfr. Gaudium et spes, n. 40 § 1) e sul quale vuole diffondere la luce che la vita divina irradia (Ibidem, § 2). Più la Chiesa è consapevole del suo essere e della sua missione, più è capace di amare questo mondo, di volgere su di esso uno sguardo fiducioso, ispirato da quello di Gesù, senza cedere alla tentazione dello sconforto o del ripiegamento. E «la Chiesa, compiendo la sua missione già con questo stesso fatto stimola e dà il suo contributo alla cultura umana e civile» (Ibidem, n. 58, 4), dice il concilio.”

Proprio perché si guarda il mondo con lo sguardo di Dio e lo si ama con il Suo cuore, non si può tacere la fede e testimoniare il messaggio di Cristo «in modo tale che tutte le attività terrene dei fedeli siano pervase dalla luce del Vangelo» (Gaudium et spes, n. 43 § 5).

Oggi è necessario un più convinto impegno ecclesiale a favore di una “nuova evangelizzazione” per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede. La fede, infatti, cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia. Nello stesso discorso ai Vescovi francesi il Papa aggiunge: “In quante occasioni abbiamo constatato che sono le parole della fede, parole semplici e dirette, cariche della linfa della Parola divina, a toccare meglio i cuori e le menti e ad apportare le luci più decisive? Non dobbiamo quindi aver paura di parlare con un vigore tutto apostolico del mistero di Dio e del mistero dell’uomo, e di mostrare instancabilmente le ricchezze della dottrina cristiana. In essa ci sono parole e realtà, convinzioni fondamentali e modi di ragionare che sono i soli a poter portare la speranza di cui il mondo ha sete.”

E continua il Papa nello stesso discorso: “Nei dibattiti sociali importanti, la voce della Chiesa deve farsi sentire senza posa e con determinazione. … Proprio l’armonia che esiste tra la fede e la ragione vi dà una certezza particolare: il messaggio di Cristo e della sua Chiesa non è solo portatore di un’identità religiosa che esigerebbe di essere rispettata come tale; esso contiene anche una saggezza che permette di esaminare con rettitudine le risposte concrete alle questioni pressanti, e talvolta angoscianti, del tempo presente. Continuando a esercitare, come voi fate, la dimensione profetica del vostro ministero episcopale, portate in questi dibattiti una parola indispensabile di verità, che rende liberi e apre i cuori alla speranza. Questa parola, ne sono convinto, è attesa. Essa trova sempre un’accoglienza favorevole quando viene presentata con carità, non come il frutto delle nostre riflessioni, ma prima di tutto come la parola che Dio vuole rivolgere a ogni uomo.”

E, richiamando alla memoria l’incontro avuto nel Collège des Bernardins con gli intellettuali e uomini della cultura, afferma: “Credenti o non credenti, essi sono consapevoli delle immense sfide della nostra epoca, in cui il messaggio cristiano è un punto di riferimento insostituibile. Può essere che altre tradizioni intellettuali o filosofiche si esauriscano, ma la Chiesa trova nella sua missione divina la sicurezza e il coraggio di predicare, in ogni occasione opportuna e non opportuna, la chiamata universale alla Salvezza, la grandezza del disegno divino per l’umanità, la responsabilità dell’uomo, la sua dignità e la sua libertà, - e malgrado la ferita del peccato - la sua capacità di discernere in coscienza ciò che è vero e ciò che è buono, e la sua disponibilità alla grazia divina. Nel Collège des Bernardins ho voluto ricordare che la vita monastica, interamente orientata alla ricerca di Dio, il quaerere Deum, risulta fonte di rinnovamento e di progresso per la cultura … La vita religiosa, al servizio esclusivo dell’opera di Dio, alla quale nulla può essere preferito (cfr. Regola di san Benedetto), è un tesoro. Essa offre una testimonianza radicale sul modo in cui l’esistenza umana, proprio quando si pone interamente nella sequela di Cristo, realizza appieno la vocazione umana alla vita beata. L’intera società, e non solo la Chiesa, viene profondamente arricchita da tale testimonianza. Offerta nell’umiltà, nella dolcezza e nel silenzio, essa apporta per così dire la prova che nell’uomo c’è di più dell’uomo stesso.”

La fede inoltre non va solo confessata con la vita e la parola, ma anche celebrata. Perciò il Papa afferma: “come ricorda il Concilio, l’azione liturgica della Chiesa fa anche parte del suo contributo all’opera civilizzatrice (cfr. Gaudium et spes, n. 58, 4). La liturgia è in effetti la celebrazione dell’evento centrale della storia umana, il sacrificio redentore di Cristo. Per questo testimonia l’amore con il quale Dio ama l’umanità, testimonia che la vita dell’uomo ha un senso e che egli è per vocazione chiamato a condividere la vita gloriosa della Trinità. L’umanità ha bisogno di questa testimonianza. Ha bisogno di percepire, attraverso le celebrazioni liturgiche, la consapevolezza che la Chiesa ha della signoria di Dio e della dignità dell’uomo. Ha diritto di poter discernere, al di là dei limiti che segneranno sempre i suoi riti e le sue cerimonie, che Cristo «è presente nel sacrificio della Messa, e nella persona del ministro» (cfr. Sacrosanctum concilium, n. 7). Conoscendo le cure di cui cercate di circondare le vostre celebrazioni liturgiche, v’incoraggio a coltivare l’arte di celebrare, ad aiutare i vostri sacerdoti in tal senso, e di lavorare senza posa alla formazione liturgica dei seminaristi e dei fedeli. Il rispetto delle norme stabilite esprime l’amore e la fedeltà alla fede della Chiesa, al tesoro di grazia che essa custodisce e trasmette; la bellezza delle celebrazioni, molto più delle innovazioni e degli accomodamenti soggettivi, fa opera duratura ed efficace di evangelizzazione.”

Infine parlando della catechesi, il Papa dice: “Sapete anche che in questo ambito le sfide non mancano: siano esse la difficoltà legata alla trasmissione della fede ricevuta, - familiare, sociale - quella della fede accolta personalmente alla soglia dell’età adulta, o ancora, la difficoltà costituita da una vera rottura nella trasmissione, quando si succedono diverse generazioni ormai allontanatesi dalla fede viva. C’è anche l’enorme sfida di vivere in una società che non sempre condivide gli insegnamenti di Cristo, e che a volte cerca di ridicolizzare o di emarginare la Chiesa, volendo confinarla nella sola sfera privata. Per accogliere queste immense sfide, la Chiesa ha bisogno di testimoni credibili. La testimonianza cristiana radicata in Cristo e vissuta nella coerenza di vita e con autenticità, è multiforme, senza alcun schema preconcetto. Nasce e si rinnova incessantemente sotto l’azione dello Spirito Santo. A sostegno di questa testimonianza, il Catechismo della Chiesa Cattolica è uno strumento molto utile, perché mostra la forza e la bellezza della fede. V’incoraggio a farlo ampiamente conoscere, in particolare in questo anno in cui celebriamo il ventesimo anniversario della sua pubblicazione.”

Non è per niente difficile vedere come questa sfida del rapporto Chiesa - Mondo sia fortemente sentita anche da noi, nel vissuto della nostra vita consacrata e nella realizzazione della missione salesiana, e come questi orientamenti del Santo Padre siano davvero illuminanti ed incoraggianti per il nostro impegno espresso nel Progetto Europa.

3.2    Il triplice asse del Progetto Europa

-          Rivitalizzazione endogena del carisma e conversione personale

Sin dall’avvio del Progetto Europa abbiamo detto con convinzione che in Europa il futuro della Vita Consacrata, in genere, e della Vita Salesiana, in particolare, dipende dalla capacità di ciascuno dei confratelli di riscoprire il valore del dono della vita religiosa. Stupisce il fatto che alcuni laici, che conoscono la Europa, la sua evoluzione, il suo momento odierno, e che conoscono la vita consacrata, apprezzino più di noi questa vocazione e la considerino davvero come valida risposta alla situazione presente.

La rivitalizzazione del carisma salesiano in Europa sarà possibile a condizione che si prenda sul serio l’esigenza della conversione personale, che ci porta a salire sulla montagna in contemplazione, a essere testimoni della Bellezza di Dio rivelata in Cristo, e non solo della Sua Bontà e della sua Verità; che ci fa essere Testimoni del Dio vivente, perché lo abbiamo visto e non parliamo di Lui per sentito dire; che si esprime nell’accoglienza cordiale, sempre rinnovata, del doppio imperativo di Gesù: “Vieni”, che ci invita ad essere suoi discepoli alla scuola del Vangelo, e “Andate”, che ci manda come apostoli suoi.

Non c’è bisogno di cambiare le dimensioni della Vita Consacrata Salesiana: esperienza di Dio, comunione fraterna, missione apostolica. Ciò che deve cambiare è la qualità con cui si coltiva la spiritualità nella preghiera personale e comunitaria, nella celebrazione accurata della liturgia, nel progetto di vita personale, nella responsabilità nel vivere obbedienti, poveri e casti come Gesù; ciò che deve cambiare è la qualità della vita fraterna, dei rapporti interpersonali, del clima di famiglia, dell’animazione della comunità, del progetto di vita comunitario; infine, ciò che deve cambiare è la qualità della proposta educativo pastorale, la passione apostolica e il dinamismo con cui ci votiamo al servizio dei giovani, specialmente dei più poveri e bisognosi. Siamo chiamati, dunque, a cambiare noi, e radicalmente. E questo è proprio l’appello del CG27: siamo chiamati infatti alla conversione per poter essere testimoni del vangelo vissuto radicalmente.

-          Ristrutturazione delle opere e conversione pastorale

Per la prima volta ad Aparecida (Brasile), nella Vª Conferenza Generale della CELAM, si parlò non solamente del bisogno di ‘conversione personale’ per definire meglio la condizione del discepolo di Gesù, come una persona che per primo si sottomette alla signoria di Gesù e della sua Parola, per poter diventare un suo ardente missionario, capace di comunicare la fiamma della carità e convinto che solo in questo accendere il cuore dell’altro cresce realmente l’evangelizzazione, la presenza del Vangelo, che non è più solo parola, ma realtà vissuta. Qui si cominciò a parlare dell’esigenza della ‘conversione pastorale’, come conseguenza ed espressione della ‘ conversione personale’.

Questo ci fa capire che la ristrutturazione non è fondamentalmente un atto amministrativo o giuridico, ma è un’azione pastorale, perché significa renderci presenti dove siamo in forma nuova, più rispondente ai bisogni dei destinatari, e renderci presenti in campi dove finora non siamo stati e dove oggi è più rilevante la nostra presenza.

Su questo punto abbiamo già parlato più di una volta, affermando che non si tratta di ritirarsi o di ammainare le vele, ma del triplice e simultaneo processo di risignificazione, ridimensionamento e ricollocazione. Anche se più di una ispettoria e più di qualche confratello potrebbero pensare o dire che ormai la nostra presenza in Europa, o almeno in qualche paese, è arrivata al capolinea, dobbiamo sapere che è in corso il significativo passaggio dal “welfare state”, in cui lo stato si faceva garante del benessere, alla “welfare society”, in cui tutti siamo chiamati a coinvolgerci per assicurare ciò che lo Stato non riuscirà mai più a garantire, vale a dire, il bene comune.

A ciò si aggiunge la consapevolezza che l’attuale crisi economica, una crisi senza precedenti, non è una crisi dialettica, tipica del capitalismo che conosce ciclicamente fasi di declino e fasi di ‘boom’, ma è una crisi entropica, perché si è perso il senso e la direzione. Mentre la crisi dialettica richiede bravi tecnici e può essere risolta dopo alcuni anni, secondo i meccanismi propri del capitalismo che prevede ciclicamente momenti di caduta e momenti di risalita, la crisi entropica richiedi testimoni ed educatori, come San Benedetto di Norcia, come San Francesco d’Assisi, come Sant’Ignazio di Loyola, come Don Bosco.

Detto con altre parole, oggi siamo più che mai necessari in Europa, proprio perché il problema è culturale; esso si potrà risolvere con un progetto educativo che sappia coniugare valori e ideali, saperi e conoscenze, impegno sociale e cittadinanza attiva, in modo da essere capaci di superare la cultura dell’avidità nelle persone, cioè la passione dell’avere senza limiti, e la separazione tra il mercato e la democrazia nelle strutture, che fa sì che le decisioni dei governi obbediscano più alle leggi della finanza che non al bene comune.

Ciò implica una autentica conversione pastorale perché significa ‘fare’ meno e ‘agire’ di più, dediti meno alla trasformazione delle cose e più alla trasformazione delle persone, facendo trionfare la Carità nella Verità. Dovremmo dunque concentrare la nostra presenza e le nostre migliori energie là dove la trasformazione delle persone è più urgente. Conversione pastorale implica di conseguenza prendere delle decisioni coraggiose.

-          Invio ed accoglienza di missionari

Pur essendo altro rispetto al Progetto Africa o al Progetto Cina, per motivi diversi il PE contempla l’invio e, di conseguenza, l’accoglienza di missionari.

In questi anni in cui stiamo realizzando il Progetto Europa l’invio ed accoglienza di missionari procedenti da ispettorie dell’Europa stessa verso ispettorie più deboli e bisognose di personale o da ispettorie di altri continenti è stata una delle dimensioni meglio riuscite, pur restando ferme alcune sfide, riguardanti la selezione dei confratelli che arrivano, la loro preparazione linguistica e culturale, la loro capacità di inserimento, l’accoglienza ed accompagnamento da parte degli ispettori e direttori delle ispettorie che accolgono.

Per una migliore conoscenza di questa situazione di invio e accoglienza, si è tenuto qui alla Casa generalizia un incontro dei missionari in Europa nel novembre 2011, che è servito per fare il punto sulla situazione in vista di un miglioramento di questa scelta. Qui non avrei niente da dire, se non congratularmi con le Ispettorie di Europa che hanno elaborato il piano di ristrutturazione e di futuro e hanno reso possibile la realizzazione di questa dimensione e ringraziare i confratelli che si sono resi disponibili per il PE e le loro ispettorie di origine. C’è stato un bel movimento di confratelli che sta danno e darà ancora frutti: si può confrontare l’allegato che mostra la situazione attuale dell’invio dei missionari. La presenza a questo incontro di tutti i Consiglieri regionali, potrà aiutare ulteriormente questo impegno.

3.3    Sinergia - networking - laici

Oggi il PE richiede di sviluppare questi tre assi portanti, cercando una maggiore e convinta collaborazione interispettoriale e una qualificata comunicazione per il lavoro in rete. Noi non partiamo da zero, ma in tanti ambiti e iniziative ci trovano già in collaborazione: sia nel campo della formazione (comunità formatrici internazionali, equipe interispettoriali di formatori e docenti, formazione dei laici, …), sia nel campo della pastorale giovanile (MGS, scuola, formazione professionale, ambito della emarginazione, DBI, …), della comunicazione sociale (Bollettino Salesiano, editrici, radio e TV, websites…), delle missioni (Procure, ONGs…), sia nel campo della Famiglia Salesiana. Già in questi ambiti di collaborazione in Europa occorre proseguire con maggior determinazione, conoscendosi, maggiormente, superando paure, editando chiusure e particolarismi.

Tuttavia ciò non basta; oggi è necessario il networking, il lavoro in rete; esso va oltre la sola informazione e collaborazione, che talvolta sono realizzate più per esigenze esterne che per convinzione del valore di questa nuova prospettiva; il lavorare in rete richiede certamente una migliore comunicazione, ma soprattutto la condivisione di risorse e conoscenze.

In tutto il Progetto Europa è indispensabile che assumiamo tutti, una volta per tutte, le grandi scelte del CG24, che ci impegnava a condividere con i laici spirito e missione. Dobbiamo dare loro ciò che hanno come diritto per vocazione cristiana e non come semplice mano d’opera, come se fossero un ‘male necessario’: male perché non sono SDB e necessario perché non abbiamo altre scelte. No! Essi sono chiamati non soltanto ad essere impiegati e collaboratori, ma veri corresponsabili della missione.

Abbiamo questa immensa risorsa dei laici, che non sappiamo valorizzare; talvolta sentiamo la loro presenza come una minaccia, pensando che se li coinvolgiamo, essi diventano padroni. Non dimentichiamo che Don Bosco sentiva che aveva sempre bisogno di tutti; questa era la sua originale concezione dei cooperatori salesiani: persone che condividessero il suo spirito e la sua passione per la salvezza dei giovani attraverso l’educazione! Il nostro ruolo è quello di essere il cuore, la mente e l’anima delle presenze, essere “nucleo animatore” di una sempre più grande comunità educativo pastorale. Ciò richiede un cambio di paradigma; questo è ciò che oggi dobbiamo assumere e promuovere.

Mi auguro che la strenna del 2013, che ci invita a contemplare Don Bosco educatore, a studiare la sua originale esperienza di Valdocco, ad aggiornare il suo Sistema Preventivo, a fare nostra la sua capacità di farsi santo aiutando i suoi collaboratori e i suoi ragazzi a essere santi, ci impegni a rinnovarci e a interpretare con fedeltà dinamica il suo carisma, come un grande dono per i giovani dell’Europa di oggi.

Affido a Maria Immacolata Ausiliatrice questa rinascita della presenza salesiana in Europa. Sia Lei a guidarci come ha fatto con don Bosco all’inizio della sua opera e lungo la storia.

Roma, 30 novembre 2012

Don Pascual Chávez V., sdb


[1] Cfr. La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede. Instrumentum Laboris. Città del Vaticano, 2012. Nn. 51-52 

[2] BENEDETTO XVI, Omelia nella messa di inaugurazione dell’Anno della Fede, in “L’Osservatore Romano”, venerdì 12 ottobre 2012, p. 12.

[3] Cfr. L. PREZZI, “I Religiosi e l’Europa”, in “Testimoni”, Bologna, 31 ottobre 2012, pp.24-29