PG Zasoby

LE BEATITUDINI

MESSAGGI - OMELIA ALL’INIZIO DEL CG 21 DELLE FMA

 

LE BEATITUDINI

Roma – CG 21 FMA, 18 settembre 2002

 

"La magna charta per quelli che vogliono introdurre nel mondo una nuova civilizzazione”

Incomincia oggi un evento storico per l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice: il Capitolo Generale 21, che ha come tema Nella rinnovata Alleanza, l’impegno per una cittadinanza evangelica. Esso – come dice l’art. 135 delle vostre Costituzioni – è l’ «assemblea rappresentativa di tutto l’Istituto, mezzo ed espressione di unità», un «tempo forte di verifica, di riflessione e di orientamento per una ricerca comunitaria della volontà di Dio». Giustamente, avete ritenuto che il modo migliore di iniziarlo – e poi di viverlo – è attraverso l’Eucaristia, dove si coniugano il mistero della nuova Alleanza, suggellata nel sangue versato da Cristo, la comunione portata al suo limite estremo nel renderci commensali della mensa di Dio, e la missione di introdurre la civiltà dell’amore nel mondo. In tal modo viene illuminata la vostra assemblea, tutta orientata a radicare l’Istituto nella esperienza di Dio (“alleanza”), che suscita la comunione come stile di vita (“comunità”) e diventa programma educativo–pastorale (“missione”); e tutto questo sotto un profilo tipicamente salesiano, cioè “l’impegno ad educarci ad assumere con rinnovata responsabilità, nella storia, la missione educativa, insieme alle comunità educanti e alla Famiglia Salesiana” (Strumento di Lavoro, 65).Sin dall’inizio avete voluto partire dalla Parola e trovare in essa il criterio di riferimento per leggere la realtà comunitaria e apostolica, ed insieme energia e scienza per abilitare le sorelle ad “agire come Gesù in ogni situazione e in ogni incontro, rendendole capaci di uno sguardo contemplativo” (SL, 10). Più in concreto, avete preso “le beatitudini [come] magna charta della cittadinanza evangelica” (SL, 70-77). Nelle parole del Papa, al suo ritorno delle Giornate Mondiali della Gioventù a Toronto, avete una conferma di quanto voi avete scritto: «Sul monte della Galilea – diceva il Santo Padre – Gesù delinea l’identità dei cittadini del Regno in forma di congratulazione: le beatitudini». Esse, infatti – proseguiva Giovanni Paolo II – sono «la charta magna di quelli che vogliono introdurre nel mondo una nuova civilizzazione» (Saluto prima dell’ Angelus, Castelgandolfo, 4.08.2002).Vorrei approfondire un po’ questo tema delle beatitudini, che oggi ci è stato proclamato, perché questo testo evangelico diventi «ideale di vita evangelica», «risposta alla sete di Dio e della felicità», «cammino per raggiungerla», «logica del Regno».Le beatitudini sono state considerate da tutte le generazioni cristiane, e particolarmente dalle comunità religiose, come la sintesi migliore del vangelo di Cristo, il suo annuncio più felice. Gesùpresenta il suo vangelo come un programma di felicità, e attraverso di esso offre la nostra piena realizzazione in Dio. Ma soltanto dalla fede può essere accolto e capito questo messaggio, che implica una profonda transvalorizzazione, un capovolgimento della nostra gerarchia di valori, un rovesciamento della logica del mondo, infine un cambio delle nostre immagini di Dio.Sembrano talmente utopiche queste parole di Gesù, che diventa molto difficile prenderle sul serio. Chi crede veramente che i poveri, i sofferenti, gli affamati e i perseguitati siano felici? Domandiamolo a loro! O forse oggi è dei pacifici la terra? Non c’è dubbio che dopo l’11 settembre il mondo è diventato più pericoloso! Quale beneficio comporta il cercare d’essere limpidi di cuore o misericordiosi? Basterebbe pensare ai miliardi di persone che stentano a vivere, mentre altri accumulano ogni sorta di beni! La nostra stessa esperienza quotidiana sembra, a volte, una palese testimonianza contro le affermazioni di Gesù. Eppure, questa è stata la prima promessa fatta da Gesù di Nazareth, quando incominciò a parlare di Dio e della sua Signoria.È interessante costatare che sia Luca che Matteo hanno posto “le beatitudini” come preambolo e quadro di riferimento di un discorso programmatico di Gesù (“Discorso della pianura”, in Luca, e “Discorso della montagna”, in Matteo). L’intenzione è chiara: per il cittadino del Regno la gioia è un imperativo, la felicità di Dio antecede le esigenze che il regno di Dio comporta. Per Gesù, soltanto lo stabilirsi della Signoria divina potrà portare la beatitudine, la gioia sulla terra travagliata dalla povertà, dalla sofferenza e dalla morte, e impiantarla nel cuore dell’uomo. Ancora di più, questa felicità si potrebbe vivere in qualsiasi situazione umana, non importa quanto disgraziata sia. Proprio lì dove non ci sarebbero ragioni per essere lieti, Dio viene a promettere la letizia e a renderla possibile.Ecco, care consorelle, una prima conseguenza: credere di cuore alla promessa di Dio significa farsi cittadino/a del suo Regno e ascoltatore/trice di Gesù sulla montagna delle beatitudini. Dio comincia a regnare là dove comincia a realizzarsi la felicità promessa. Siamo, dunque, chiamati a fare della felicità il nostro programma di vita, a professare la gioia come stile quotidiano di vita. Forse non è questo in linea con la più autentica tradizione salesiana: “Noi facciamo consistere la santità nell’essere sempre allegri”?.Sulla bocca di Gesù le beatitudini furono una proclamazione del regno, indirizzata anzitutto ai poveri, agli esclusi dai beni della terra in questo mondo, agli oppressi. Anche oggi, in un mondo sempre più secolarizzato, che ha deciso di prescindere da Dio, saranno loro, quelli che non contano per il mondo, che saranno capaci di aspettare di più Dio e la sua Signoria. La loro felicità dipende da Dio, perché Dio stesso è la loro felicità.Questo dovrebbe essere, care consorelle, il nostro vangelo, la buona notizia da vivere e da portare. Ed ecco la seconda conseguenza: Dio si avvicina a quanti ne hanno bisogno. Il Suo regno viene solo ed esclusivamente per coloro che lo attendono. I destinatari del Vangelo sono perciò i più poveri, gli afflitti da qualsiasi povertà, quelle antiche e quelle nuove. Quando si conta su un Dio impegnato per la beatitudine di quelli che sono suoi, sono superflue altre attese e pure gli sforzi per conquistarle. La felicità vera, come il pane buono, “il Signore lo dona ai suoi amici anche se dormono” (Sal 126, 2b). “Cercate, quindi, il Regno di Dio e tutte le altre cose vi saranno date per aggiunta”.La felicità promessa da Gesù non è stata solo un discorso. Gesù ha fatto delle beatitudini il proprio programma di vita e di prassi, durante il suo ministero pubblico. La realizzazione della gioia annunciata è il tratto distintivo della sua missione messianica (cf. Mt 11, 2-6). Egli era venuto ad annunciare la gioia messianica e l’ha annunciata vivendola; così Egli rese palese anche la sua esperienza religiosa più intima. Così, Gesù seppe parlare di Dio, perché tale era il vissuto di Dio che Egli aveva: un Dio che rende felice chi crede in Lui.Ecco, allora, care consorelle, la terza conseguenza: dobbiamo annunciare quello che viviamo, comunicare ad altri la nostra esperienza di Dio con la vita. Come Gesù, che nelle beatitudini rivelò la sua esperienza di Dio. Viveva quello che annunciava e, appunto perché credeva a quanto predicava, operò con le sue mani ciò che proclamava: «Andate a raccontare a Giovanni quel che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la salvezza viene annunziata ai poveri. Beato chi non perderà la fede in me» (Mt 11, 4-6). Come Gesù, siamo chiamati a “passare ovunque facendo del bene a tutti/e” (cf. At 10, 28), a renderli felici, a “introdurre nel mondo una nuova civilizzazione” .Gesù interpretò ed espose la logica del regno di Dio perché visse in essa. Tutta la sua vita, dall’umile nascita e fino alla tragica morte, non fu altro che il vissuto degli atteggiamenti delle beatitudini: fu povero (2 Cor 8, 9), fu mite e umile di cuore (Mt 11, 29), ebbe fame (Mt 4, 2) e sete (Gv 4, 7; 19, 28), subì persecuzione per il regno (Mt 10, 16-24). Le beatitudini furono la sua forma di vita, prima che parole sulle sue labbra. Gesù stesso è l’ermeneutica esistenziale delle beatitudini! Senza di Lui, le beatitudini sarebbero un semplice paradosso, un gioco di parole, un’utopia folle, senza realismo e senza garanzia di verità. Perciò le beatitudini comportano l’esigenza di conoscere Gesù. Senza avere la mente e il cuore completamente in Lui, sarebbe impossibile cogliere il segreto delle sue beatitudini. Queste non sono l’espressione di un ideale astratto. Rispecchiano, invece, l’esperienza umana credente di Gesù. Egli sapeva di Chi parlava e di che parlava, quando le proclamò.Questa è la quarta conseguenza: per conoscere la radice profonda della gioia di Gesù, è necessario scoprire la motivazione della Sua vita: Dio e il suo regno.Nelle beatitudini, Gesù ci offre il suo modo di vedere il mondo, l’uomo, e, soprattutto, Dio. Non ci impone una nuova legge, né ci esorta a determinati comportamenti. Ci pone dinanzi ad atteggiamenti fondamentali, generatori di energie potenti, produttori di comportamenti sorprendenti, svelatori di nuovi traguardi. Con le beatitudini, come prologo dell’annuncio del regno di Dio, Gesù ci propone un modo per fare nostra la sua stessa esperienza di Dio: vivere nella penuria, senza che ci manchi la gioia di avere Dio come nostro Dio; contare su Dio, quando contiamo poco per il mondo; affrontare i propri limiti e la stessa morte, senza rinunciare alla letizia di averlo come Dio. Ecco il modo di fare nostra l’esperienza di Gesù.Come è facile immaginare, Gesù ha dovuto pagare un prezzo molto alto per questa frattura con l’immagine di Dio che si coltivava nel suo ambiente: la morte in croce. In realtà, le beatitudini e tutto il discorso della montagna sono leggibili e intelligibili solo alla luce della morte di Gesú. Sulla croce, Egli si mostra come il vero mite di cuore, come colui che soffre per la giustizia, come il vero povero, il solidale universale che ci ha amati sino alla fine e ha dato la sua vita affinché noi avessimo vita abbondante. Perciò, assumere la logica delle beatitudini è assumere la logica del regno, che è la logica della croce. Ecco, dunque, l’ultima conseguenza di accettare d’essere “cittadini/e del regno”.Il tradimento, il rifiuto, l’abbandono, la morte non hanno, però, l’ultima parola per i credenti in Dio. Le beatitudini proclamate da Gesù continuano ad essere valide, perché Egli sperimentò la fedeltà del Padre che “non lo abbandonò nel mondo dei morti e non permise che il suo corpo andasse in corruzione” (cf. At 2, 31), anzi «Dio lo ha innalzato sopra tutte le cose e gli ha dato il nome più grande. Perché in onore di Gesù, in cielo, in terra e sotto terra, ognuno pieghi le ginocchia, e per la gloria di Dio Padre ogni lingua proclami: Gesù Cristo è il Signore» (w). Nella croce si intravede il vero volto di Dio impegnato nella nostra felicità e si illumina il paradosso della sua Signoria. Nella croce di Gesù, care sorelle, abbiamo la ragione della nostra gioia. La croce di Cristo difende la nostra felicità da ogni tentativo di conquistarla a buon mercato. La risurrezione è stata – e continua ad essere – la risposta di Dio agli uomini e alle donne che decidono di vivere secondo le beatitudini evangeliche.Don Bosco e Maria Domenica Mazzarello vi siano modello ed ispirazione. E Maria, la prima beata tra i credenti, la cittadina del regno, Madre della Chiesa, vi accompagni e vi sia maestra in questo itinerario spirituale e pastorale.Don Pascual Chávez Villanueva
Rettor Maggiore