PG Zasoby

Lectio per il Dottorato Onoris Causa a Torino

MESSAGGI - LECTIO PER IL DOTTORATO ONORIS CAUSA A TORINO

 

L’IMPEGNO DI DON BOSCO E DEI SALESIANI

Torino – 24 settembre 2004

L’IMPEGNO DI DON BOSCO E DEI SALESIANI
PER LA CURA DELLA SALUTE, LA RICERCA NEL CAMPO DELLA MEDICINA ALTERNATIVA E LA PRESERVAZIONE DELLA BIODIVERSITA’.

Sono onorato, innanzitutto, di rivolgere un cordiale saluto all’Illustrissimo Rettor Magnifico dell’Università e a tutte le Autorità Accademiche; saluto anche le altre Autorità qui convenute e tutti i partecipanti, che mi onorano della loro presenza.

Sono consapevole che il riconoscimento della laurea “honoris causa”, di cui Ella Signor Rettore ha voluto insignirmi, è rivolto alla mia persona in quanto Nono Successore di Don Bosco; e che, soprattutto, è un apprezzamento per l’opera di evangelizzazione, di promozione culturale, di educazione e di sviluppo sociale che i Salesiani di don Bosco hanno svolto e svolgono in questa città e in questa regione e nei 128 paesi in cui si trovano ad operare. I Salesiani sono benemeriti: a loro va questa laurea, per il merito e l’onore che si sono conquistati sul campo.

Le esprimo perciò riconoscenza da parte mia e da parte dei Salesiani miei confratelli. E’ la riconoscenza di chi sa di ricevere un dono e per questo ringrazia; ma è pure la riconoscenza di chi, pur donando, sa di aver ricevuto molto. Da parte mia mi sento particolarmente onorato di essere accolto, come membro onorario, dal Corpo Docente di questa Università.

Mi auguro perciò che questo gesto significativo della laurea “honoris causa” rafforzi i legami esistenti tra l’Università e i Salesiani e sia segno di comunione e di collaborazione.

 

Introduzione

In questo mio intervento parlerò dell’ “Impegno di don Bosco e dei Salesiani per la cura della salute, la ricerca nel campo della medicina alternativa e la preservazione della biodiversità”. Ritengo utile, e forse è anche necessario, aiutare a cogliere il senso e la prospettiva dell’attenzione per la cura della salute che don Bosco e i salesiani hanno avuto nel loro impegno educativo, che – com’è noto – è l’orizzonte privilegiato della loro azione.

La coscienza della dignità dell’uomo, immagine di Dio, è alla base della visione antropologica ed educativa di don Bosco, ed è per questo che, nella sua concretezza, mentre aiuta a cogliere ragioni di vita e orizzonte di salvezza, essa non può non farsi carico e raccomandare la cura della salute: la sanità come base e condizione per una vita operosa e lieta. “Mens sana in corpore sano”, dicevano gli antichi.

La cura della salute, la promozione della persona umana in tutte le sue dimensioni, la disponibilità e l’intraprendenza per poter venire incontro ai bisogni dei più poveri, sono stati obiettivi e compiti che hanno caratterizzato da sempre l’azione educativa e di promozione umana svolta dai salesiani. Cerchiamo di coglierne meglio il fondamento nelle origini e lo sviluppo nel tempo.

 

1. Gli obiettivi e le prospettive educative di Don Bosco

Il “manifesto educativo” che solitamente riassume il sistema educativo di don Bosco ed esprime gli obiettivi e le prospettive educative da lui seguite è condensato nell’espressione “onesti cittadini e buoni cristiani”.

La praticità e la sagacia operativa, tipiche in don Bosco, lo portarono a coniugare aspetti antichi e nuovi, evitando i radicalismi moderni come pure la semplice restaurazione di aspetti tradizionali. Il suo manifesto educativo e l’intero suo “sistema preventivo” cercava di coniugare la perenne novità cristiana con la necessità e capacità di inserirsi da protagonisti nella nuova realtà sociale. [1]

La stessa espressione del manifesto educativo è stata letta giustamente come una formula dell’umanesimo educativo di don Bosco [2] , del suo impegno di ricostruzione morale e civile, coniugando “civiltà e religione”, promozione del “bene dell’umanità e della religione, espresso in modo chiaro ed esplicito nel testo che pose nelle mani dei suoi ragazzi, Il giovane provveduto, come guida religiosa della loro vita: «Vi presento un metodo di vivere breve e facile, ma sufficiente perché possiate diventare la consolazione dei vostri parenti, l’onore della patria, buoni cittadini in terra per essere poi un giorno fortunati abitatori del cielo»”. [3]

Il desiderio di formare un nuovo tipo di uomo e di cristiano, nella cui esperienza potessero integrarsi le esigenze di pietà e moralità insieme a scienza e civiltà, lo portarono a mettere in evidenza l’attività umana e la valorizzazione delle realtà terrene, il lavoro e la gioia di vivere, in un progetto di “vita cristiana operosa e lieta”. [4]

Si trattava di un’esperienza di vita che proponeva ai suoi ragazzi indicando loro le qualità che dovevano impegnarsi a realizzare per arricchire e armonizzare la loro vita. Ai suoi ragazzi dell’Oratorio di Valdocco, agli allievi dei collegi salesiani appena avviati e per lettera ai figli dei suoi amici e benefattori raccomandava “sanità, sapienza, santità”. Le tre S, [5] come sinteticamente le indicava, costituivano un vero programma di vita.

Oltre alla raccomandazione circa la “sanità” inclusa nelle tre S, vi sono altri segni e fatti concreti dell’attenzione di don Bosco alla salute, che è utile richiamare.

Anzitutto è presente tra le modalità di applicazione del suo sistema preventivo: «III. Si dia ampia possibilità di saltare, correre, schiamazzare a piacimento – scrive nell’opuscolo sul sistema preventivo –. La ginnastica, la musica, la declamazione, il teatrino, le passeggiate sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralità ed alla sanità» [6] .

Nel 1854, nelle sue Letture Cattoliche (una serie di fascicoli che pubblicava per l’istruzione del popolo) pubblicò un fascicolo dal titolo “La buona regola di vita per conservare la sanità”. Non è lui l’autore, ma il fatto che la inserisce tra le pubblicazioni delle sue Letture Cattoliche dice la sua attenzione al problema. Si tratta di dodici conversazioni al popolo in cui si presentano gli effetti fisici di abusi e si indicano mezzi e regole di condotta a livello individuale, familiare e sociale.

Nello stesso 1854, nella Torino infestata dal colera, in una situazione di precarietà e di estremo bisogno, don Bosco visse con i suoi adolescenti (alcuni di soli 14 anni) e giovani un’esperienza che ha dell’incredibile. Leggiamo nelle Memorie Biografiche: “dopo di aver veduto coi propri occhi il bisogno in cui molti malati versavano, D. Bosco un giorno radunò i suoi giovani e fece loro una tenera parlata. Egli descrisse loro lo stato miserando, in cui tribolavano tanti poveri colerosi, alcuni dei quali soccombevano per mancanza del pronto e necessario soccorso. Disse il bell’atto di carità, che si era il consacrarsi in loro sollievo; che il divin Salvatore aveva assicurato nel santo Vangelo di riguardare come fatto a se stesso il servizio prestato agli infermi; che in tutte le epidemie, e nelle stesse pestilenze vi erano sempre stati Cristiani generosi, i quali avevano sfidato la morte al lato degli appestati, per servirli ed aiutarli nel corpo e nell’anima. Loro notificava come il Sindaco stesso erasi raccomandato, per avere degli infermieri ed assistenti; che D. Bosco con vari altri già si erano esibiti; e conchiudeva esprimendo il desiderio che alcuni de’ suoi giovani si facessero suoi compagni in quell’opera di misericordia”. [7]

Quattordici giovani risposero prontamente all’appello e altri trenta si aggiunsero pochi giorni dopo.  Questa generosa risposta lo allietò molto, fino a farlo piangere di consolazione.

Ovviamente non li mandò allo sbaraglio, ma indicò le norme da seguire e anche il trattamento possibile a seconda delle fasi della malattia, insieme ad altre utili indicazioni infermieristiche e suggerimenti, affinché nessuno “avesse a morire senza i conforti della Religione”. [8]

Fu una gara di estrema generosità e impegno. Partecipò attivamente anche la sua mamma, che svuotò il guardaroba di tutto ciò che poteva essere utile per pulire e coprire i poveri ammalati. Un giorno, non avendo più nulla da dare, chiese a don Bosco di poter utilizzare una tovaglia dell’altare e altri indumenti della sacrestia per ricoprire “le membra di Gesù Cristo, perché tali sono i poverelli”. [9]

Il fatto non passò inosservato. Il giornale Armonia, il 16 settembre 1854, fece un dettagliato resoconto del servizio prestato da don Bosco e dai suoi giovani.

Oltre a questi fatti straordinari, l’attenzione alla salute ritorna frequentemente nelle lettere di don Bosco ai salesiani, agli amici e benefattori. Non si tratta solo di richiami ad aver cura della salute.  A don Michele Rua scrive a fine ottobre del 1863: «Evita le mortificazioni nel cibo e in ciascuna notte non fare meno di sei ore di riposo. Questo è utile per la tua sanità…». [10]   In una lettera a don Giovanni Bonetti alla fine del mese di novembre 1864, insieme a proibizioni e raccomandazioni, esprime tutto il suo humor: «…non parlare di breviario fino a Pasqua: cioè sei proibito di recitarlo… Ogni digiuno, ogni mortificazione di cibo è proibita. Il Signore ti prepara lavoro, ma non vuole che tu lo cominci se non quando sarai in perfetto stato di sanità… (…) Porta un materasso nel tuo letto, aggiustalo bene come si farebbe ad un poltrone matricolato; sta’ bene riparato nella persona in letto e fuori letto…». [11]

Il richiamo alla salute è espresso anche nei ricordi confidenziali ai direttori: «2° Evita le austerità nel cibo. Le tue mortificazioni siano nella diligenza a’ tuoi doveri e nel sopportare le molestie altrui. In ciascuna notte farai sette ore di riposo. È stabilita un’ora di latitudine in più o in meno per te e per gli altri, quando v’interverrà qualche ragionevole causa. Questo è utile per la sanità tua e per quella de’ tuoi dipendenti». [12]

Anche ai primi missionari, in partenza per l’Argentina, il giorno 11 novembre 1875 diede, tra gli altri, anche questi ricordi:

«5. Prendete cura speciale degli ammalati, dei fanciulli, dei vecchi e dei poveri, e guadagnerete la benedizione di Dio e la benevolenza degli uomini.

11. Abbiatevi cura della sanità. – Lavorate, ma solo quanto le proprie forze comportano». [13]

Voglio fare un ultimo richiamo, che evidenzia una modalità diversa di attenzione alla salute da parte di don Bosco. Il liceo di Alassio, aperto nel 1870, acquistava fama per la serietà degli studi e i brillanti esiti degli esami. Si trovava anche in una posizione incantevole sul mare. Nel 1875 sorse il primo stabilimento balneare. Don Bosco ne approfittò per farne sorgere uno più modesto per il collegio. La notizia è riportata dall’Unità Cattolica il 18 settembre 1875, dove, oltre all’elogio per l’impegno di don Bosco e dei salesiani per l’istruzione dei ben 170 convittori, tra l’altro si legge: “La salubrità del clima, la deliziosa posizione, l’amenità della spiaggia che rende così facile e giovevole l’uso dei bagni e la modicità della pensione, sono anch’esse una raccomandazione ai parenti”. [14]

 

2. L’attenzione dei salesiani alla cura della salute

“Prendete cura speciale degli ammalati…”, raccomandò don Bosco ai primi missionari in partenza per l’Argentina. Che cosa è diventata, nel tempo e nell’esperienza missionaria salesiana, questa raccomandazione? Non c’è dubbio che è nel campo della salute dove la creatività missionaria è presente con numerose e diverse opere a favore dei poveri, specialmente tra le comunità indigene, i contadini, i quartieri popolari e i rifugiati.

Oggi, la Congregazione salesiana lavora in 6 lebbrosari, che curano più di 2000 ammalati; ha anche  dispensari medici in moltissime parrocchie, come parte dei servizi sociali, soprattutto nei paesi meno sviluppati e in particolare nelle zone della frontiera missionaria dell’America, dell’Africa, dell’Asia e dell’Oceania. In alcune nostre Università, inoltre, hanno preso consistenza facoltà di medicina e farmacologia (come nella Università Don Bosco di Campo Grande, Brasile), e abbiamo anche la responsabilità di alcuni ospedali (Colombia, Ecuador, Bolivia, Argentina). Tutte queste iniziative hanno avuto inizio da attività sorte per opera di missionari e salesiani operanti in contesti sociali di estrema povertà, per rispondere ai bisogni degli ammalati che non avevano possibilità di curare le loro malattie, ma la nostra presenza in questo settore diventa sempre più grande attraverso le opere sanitarie gestite da altri gruppi della Famiglia Salesiana.

All’impegno dei salesiani si affianca quello delle Figlie di Maria Ausiliatrice che fin dagli inizi hanno operato ed operano in ambito femminile per l’igiene, la cura della salute delle allieve nei collegi, hanno collaborato nei lebbrosari, hanno gestito sanatori, infermerie missionarie, orfanotrofi e case per fanciulli/e abbandonati.

Prima di approfondire qualcuna di queste esperienze, diciamo ancora che i salesiani attualmente operano anche in numerosi centri di promozione sociale. Molti di questi centri, anche nelle varie regioni italiane, accolgono giovani segnati dall’esperienza della tossicodipendenza e anche ammalati di AIDS. Per quest’ultima dilagante tragedia abbiamo una frontiera aperta nel continente africano, nei 42 paesi in cui siamo presenti: qui la risposta attualmente è concentrata soprattutto nell’educazione preventiva con incontri, materiale audiovisivo e opuscoli nelle diverse lingue. In questa attività di prevenzione e di cura sono impegnati soprattutto i centri giovanili e alcune strutture che forniscono un’appropriata sistemazione a giovani malati e ai bambini orfani. Il fronte comunque è sconfinato e si sperimenta ogni giorno l’enormità dei bisogni. [15]

2.1. Da più di 100 anni con i lebbrosi [16]

La più lunga esperienza di cura della salute è quella che i salesiani hanno vissuto accanto ai lebbrosi. L’impegno più grande è ancora adesso in Colombia, nelle “città del dolore”: Agua de Dios, dove i salesiani sono giunti nel 1891, Contratación, aperta nel 1897, e  Caño de Loro nel 1917. I primi salesiani hanno avviato il lavoro da veri eroi della carità, rispondendo a un bisogno estremo di gente lasciata in completo abbandono. Non vi era solo il problema degli ammalati e della loro cura, ma anche l’attenzione per i sani, i convalescenti, i loro figli. Quando il 28 agosto 1891 il salesiano Michele Unia [17] arrivò nel lazzaretto di Agua de Dios, al di là della festosa accoglienza, trovò una totale desolazione. I salesiani si fecero carico della situazione, cercando di dare ad essa un volto umano, di tenere viva la speranza, e si impegnarono decisamente anche per migliorare la cura della malattia.

Nell’agosto del 1898, don Evasio Rabagliati, uno di questi intrepidi apostoli dei lazzaretti colombiani, si recò anche in Norvegia per incontrare il dottor Hansen, che aveva scoperto il bacillo della lebbra e aperto le speranze per la sua possibilità di cura. Le lunghissime conversazioni con il dottore, la visita ai lazzaretti, arricchirono don Evasio Rabagliati [18] di tantissime informazioni che furono molto preziose per l’organizzazione e la cura dei lazzaretti della Colombia.

L’esperienza nei lebbrosari non si fermava alla cura dei malati. Insieme con loro vi erano nelle cittadine molti sani e una notevole presenza di ragazzi e giovani. Si organizzarono pertanto asili, scuole e l’oratorio. Tutte queste strutture avevano bisogno di collaboratori, che molto spesso erano gli stessi malati. La presenza nei diversi lazzaretti ha avuto sviluppi impensabili per lo stesso carisma salesiano. Alcuni salesiani (sei in tutto) contrassero la malattia e completarono con l’offerta della vita il loro servizio; qualche altro ebbe veramente il “coraggio dell’inedito”. Don Luigi Variara [19] fu tra coloro che ebbero una vera predilezione per i lebbrosi. Per loro profuse le sue notevoli qualità umane, la sua abilità musicale, giungendo a formare anche una banda con i giovani lebbrosi, e tutta la sua amorevole disponibilità per i bisogni di ogni malato, soprattutto per i bambini e i più invalidi. Costruì anche un orfanotrofio e diede la possibilità a ragazze lebbrose di seguire la loro vocazione religiosa che sembrava stroncata per sempre per l’insorgere della malattia. Fondò l’Istituto delle “Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria”, che accoglie ragazze sane e anche malate; oggi l’Istituto è diffuso in più di dieci nazioni dell’America, dell’Europa e dell’Africa, portando ovunque la gioia del servizio ai fratelli più bisognosi e aiutando ad accettare la sofferenza con serenità. Non  mancarono a don Variara sofferenze e umiliazioni, incomprensioni e perfino calunnie. La sua presenza e la sua opera trasfigurarono la “cittadella del dolore” in luogo in cui si accettava la sofferenza con gioia. Oggi Agua de Dios è divenuta “cittadella della speranza”. Don Variara ha conseguito il premio più grande che gli si possa riconoscere: il 14 aprile del 2002 è stato beatificato dal Papa Giovanni Paolo II.

Un’altra esperienza importante di lavoro con i lebbrosi è quella avviata dal salesiano Orfeo Mantovani [20] in India. Dopo una prima esperienza alla periferia di Madras, nel 1964 a Vyasarpadi ottenne 18 ettari di terra e li trasformò in un grande giardino attrezzato per i lebbrosi. Lo chiamano il “paradiso dei lebbrosi”; si tratta di un vero villaggio con strutture complesse e diversificate in cui i piccoli, figli di genitori lebbrosi ma perfettamente sani, possono avere un’istruzione e imparare un mestiere, e altri figli della sconfinata bidonville avere la possibilità di andare a scuola; gli ammalati hanno un posto dignitoso e tanti altri la possibilità di svolgere attività in diversi laboratori.

Al “Don Bosco Beatitudes”, questo è il nome del villaggio (anche in India), la speranza è di casa e anima la vita di indù, musulmani, buddisti, cristiani, accomunati tutti da estrema indigenza e curati oggi da quattro Congregazioni religiose che danno continuità all’opera avviata da don Mantovani, che ha consegnato a tutti un messaggio sempre attuale: “gli ultimi non sono da vedere come un carico di pietà e di dolore… ma come un dono di Gesù da accogliere e abbracciare con bontà. Ogni uomo, anche il più povero, è una storia sacra”.

Vi è anche un’altra esperienza di vasta portata e che ha radici lontane nel tempo, ma di essa è prudente non parlarne perché possa continuare. Possiamo solo dire che essa ebbe inizio nella colonia portoghese di Macao ed ebbe sviluppi ben oltre i confini della colonia e continua ancora oggi a portare speranza e sostegno a molti ammalati.

Da qualche anno, si sta cercando di dare una mano al martoriato Sud Sudan [21] : a Tonj si sono attivati diversi servizi medici e ci si fa carico anche di un lebbrosario. In questi contesti i bisogni sono innumerevoli e la risposta ad essi richiede grande creatività. A Tonj vi sono più iniziative e strutture:

    • il centro medico e dispensario con reparti di emergenza;

    • una “mobile clinic” che gira per i villaggi un giorno alla settimana;

    • i “community health workers”: per ridurre la mortalità dei bambini si sono scelte alcune persone dei villaggi più lontani e sono state preparate per interventi in casi di emergenza: come e quando dare medicine semplici, soprattutto ai bambini al di sotto dei 5 anni; questi stessi ogni mese, con la bicicletta di cui sono stati forniti, portano il “report” sulla situazione;

    • le “traditional birth assistants”: si sono scelte alcune signore dai diversi villaggi e si è organizzato un gruppo, fornendo loro gli elementi fondamentali per l’igiene, per ridurre la mortalità delle mamme e dei neonati;

  • non si è potuta fare una vaccinazione a tappeto perché i vaccini vanno conservati nel frigorifero e non vi è energia elettrica sufficiente; si spera di potersi attrezzare al più presto.

Oltre a tutte queste iniziative, vi è la cura di più di seicento lebbrosi in due villaggi poco distanti tra loro e la cura della tubercolosi.

Per i lebbrosi, oltre a quanto viene fatto nei due villaggi, si è anche attivata una rete di “skin health workers”, per individuare nei villaggi le persone attaccate dalla malattia e intervenire prontamente con cure adeguate (se si interviene prontamente e si cura per un anno intero, si riesce a guarire).

Per la cura della tubercolosi si è attivato un reparto per la cura intensiva di due mesi: nel reparto riservato non si danno solo le medicine, ma cibo nutriente ogni mattina.

2.2. Da ragazzo tubercolotico a intrepido curatore di tutti i poveri

Non possiamo trascurare in questa carrellata sull’operosità dei salesiani per i fratelli ammalati una struttura e una persona: il coadiutore salesiano Artemide Zatti, un emiliano emigrato con tutta la sua famiglia in Argentina a 15 anni, beatificato insieme a Don Variara il 14 aprile 2002, instancabile infermiere dei poveri nell’ospedale di Viedma (Argentina).

Il cardinale salesiano Giovanni Cagliero, che era nel gruppetto di salesiani che partirono per primi per l’Argentina e che aveva ascoltato direttamente da don Bosco la raccomandazione a prendersi speciale cura degli ammalati, nel 1889 riconobbe la necessità di fare qualcosa per i tanti che a Viedma morivano senza che nessuno si prendesse cura di loro. Si iniziò con una farmacia, che funzionava in un modo tutto speciale: i ricchi pagavano e i poveri solo se e quanto potevano. Protagonista iniziale fu un salesiano, Evasio Garrone, che era stato infermiere nell’esercito italiano.

Di fronte alle necessità di malati che non avevano dove potersi curare, si decise di cominciare ad accogliere i più bisognosi e il primo luogo fu una stalla ben ripulita. La costruzione di un vero ospedale fu iniziata soltanto nel 1913. Nel frattempo il padre Garrone era morto (1911) e Zatti (arrivato nel 1902 per curare la sua tubercolosi), che ancora malaticcio aveva cominciato a dare una mano nella farmacia, si trovò unico responsabile di tutta la struttura. All’inaugurazione del nuovo ospedale  nel 1915 egli era il “principale responsabile, vero direttore e amministratore dell’opera. Egli di fatto metteva mano a tutto: accettava, formava, dirigeva, pagava il personale; faceva le compere di ogni genere; vigilava per la manutenzione; assisteva i medici nelle visite e negli interventi chirurgici; trattava con le famiglie; soprattutto si dava da fare per coprire le spese della gestione sempre superiori alle entrate. È rimasta famosa una sua espressione: «Yo no pido a Dios que me dé dinero, sino que me indique donde está» («Non chiedo a Dio che mi dia denaro, ma che mi indichi dove sta»)”. [22]

 Lavorò per quaranta lunghi e laboriosi anni svolgendo un servizio che crebbe continuamente in generosità e anche nella ricerca di professionalità. “La sua vita si svolgeva in un ambiente dove le difficoltà erano quotidiane e sempre risorgenti, ma dove trovava anche comprensione e simpatia. (…) Artemide Zatti non fu un operatore approssimativo: fu un autentico direttore di ospedale, dotato di una scienza pratica fondata, che i medici non poterono lasciare di riconoscere. La ‘Segreteria della Salute pubblica’ gli aveva dato la matricola ufficiale di infermiere (numero 7253), mentre egli stesso, impegnandosi nello studio, ottenne dall’Università di La Plata il titolo di idoneità e abilitazione per la farmacia, titolo indispensabile per aprire e gestire la farmacia dell’Ospedale. L’insieme delle testimonianze dei medici, rese da ciascuno di essi, è ammirevole prova della dedizione, della competenza, della fede e della considerazione rispettosa di Zatti verso di loro”. [23]

Morì la mattina del 15 marzo 1951, avendo già redatto per il medico il certificato della sua morte. “Nel giorno del suo funerale si può dire che nessun abitante di Viedma rimase in casa: gli adulti presero parte al suo funerale per ammirazione e riconoscenza, i bambini per imparare un pezzo di ‘storia’ importante della loro città. Tutta Viedma salutò il ‘parente di tutti i poveri’, come lo chiamavano da tempo; colui che era sempre disponibile per accogliere i malati speciali e la gente che veniva dalla lontana campagna; colui che poteva entrare nella più ambigua delle case a qualsiasi ora del giorno o della notte, senza che alcuno potesse insinuare il minimo sospetto su di lui; colui che, pur essendo sempre ‘in rosso’, aveva mantenuto un rapporto singolare con le istituzioni finanziarie della città, sempre aperte all’amicizia ed alla collaborazione generosa con coloro che componevano il corpo medico della cittadina”. [24]

“Oggi a Viedma c’è un nuovo ospedale. Porta il suo nome e, ben visibile, il suo volto scolpito nella pietra. Ogni ammalato che entra è accolto dal suo sorriso”. [25]

 

3. Ricerca nel campo della medicina alternativa

L’impegno dei salesiani per la cura della salute ha avuto anche esperienze del tutto particolari in alcuni contesti dell’America Latina, soprattutto con le popolazioni indigene. L’attività missionaria salesiana ha vissuto la sua epopea, possiamo dire, con i popoli indigeni dell’Argentina, del Brasile, dell’Ecuador, del Perù, del Venezuela, della Bolivia, ecc. L’attività salesiana con i Xavantes, i Bororos, i Guahibo, i Piaroa, i Ye’kwana, gli Yanomani, gli Shuar e Achuar, i Piri, i Machiguengas, gli Ashanikan, nella selva amazzonica, e con i Quechua e Aymara, nell’altipiano, ecc. ha avuto una grande portata culturale, sociale, e di evangelizzazione. Il lavoro è stato lento e non sempre facile, ma segnato sempre da totale disponibilità e difesa delle popolazioni, anche a costo della vita. [26] L’impegno continuo nella difesa di queste popolazioni indigene e l’attività di promozione di condizioni di vita più dignitose ha fatto vivere esperienze di profonda inculturazione, tanto da diventare protagonisti del passaggio dalla cultura orale a quella scritta con opere di portata veramente storica. [27]

Alcuni salesiani hanno cercato di andare incontro ai bisogni di queste popolazioni, anzitutto mettendosi alla scuola delle tradizioni sanitarie tradizionali, e aiutandoli poi a valorizzare le risorse in questo campo. Voglio presentare alcune di queste esperienze, anche perché sono, a mio avviso, le più significative per questa Facoltà di Farmacia della Università di Torino, che  mi onora oggi con il Dottorato Honoris Causa.

3.1 L’opera del P. Edmondo Szeliga nel mondo della Fitoterapia

L’esperienza più importante, conosciuta e riconosciuta in parecchie parti del mondo, è certamente quella del salesiano polacco, ormai novantenne, Edmondo Szeliga. [28] Partito per andare missionario nel Perù, spese tra gli indigeni Piri e Machiguengas più di 60 anni, scoprendo i segreti e i tesori della medicina naturale usata da loro attraverso i secoli. L’incontro con questo mondo sconosciuto, il desiderio di conoscere le proprietà terapeutiche di quelle piante lo riportò alla Università. Nei lunghi anni del suo insegnamento studiò con passione la biodiversità e si rese conto della enorme ricchezza botanica medicinale del Perù, purtroppo poco valorizzata. Si parla di almeno 50 mila specie curative, ma per ora ne sono classificate solo circa cinquemila e l’uso si limita a non più di cinque o seicento.

La consapevolezza di tante risorse curative e il desiderio di fare qualcosa per valorizzarle lo portarono a fare scelte che potessero servire a questo scopo. S’internò nella foresta amazzonica, fino a dove nessun uomo bianco era finora arrivato. Entrò in contatto con le popolazioni indigene, viaggiando con loro nelle zone più interessanti, per rendersi conto delle ricchezze naturali a livello di biodiversità e di piante medicinali. Gli indigeni lo aiutarono nella conoscenza empirica delle piante, anche se all’inizio non erano molto disposti a svelargli il segreto delle stesse. Il contatto e la fiducia che cominciò a stabilirsi (soprattutto il fatto che si resero conto che egli non aveva nessuna intenzione di sfruttarli) li fecero diventare a poco a poco i maestri da cui apprese la fitoterapia, imparando anche a distinguere le piante per la “curación, plantas curativas y plantas preventivas”. Il  padre Szeliga cominciò a utilizzare le piante in questi distinti campi – cura e prevenzione – che sono quelli stessi dell’uso che oggi fanno i medici della fitoterapia.

Inviò le piante medicinali che aveva conosciuto ai laboratori dell’Università San Marcos di Lima e, pochi anni dopo, nel corso di un convegno internazionale, tenutosi a Napoli nel 1962, il padre Szeliga portò alcuni frammenti della Vilcacora (Unghia di gatto) che all’analisi scientifica risultò di straordinaria importanza. Questo risultato fu confermato, un anno dopo, dall’Università di Miami, negli Stati Uniti. Il mondo non credeva che questa pianta dell’Amazzonia potesse contenere un alto grado di alcaloidi e ‘glycosides’. A giudizio degli scienziati, essa si poteva utilizzare per le infiammazioni e per attivare il sistema immunologico. Subito la Vilcacora o Unghia di gatto [29] (Uncaria tormentosa) fu ricercata dai biochimici della Germania, dell’Ungheria e dell’Australia.

Altre piante conosciute dal P. Szeliga hanno proprietà anticancerogene (Sangre de drago [Croton lechleri], Tahuari [Tabebuia serratifolia],  Huaco blanco, Yanali); un’altra, all’analisi fatta in una Università americana, si è rivelata ricca di castanospermina, una sostanza organica che inibisce il virus del AIDS e sembra molto più efficace dell’unghia di gatto.

Per una piena valorizzazione di queste ricchezze e risorse naturali, oltre alla conoscenza botanica sistematica, si richiede anche un’accurata analisi biochimica; bisogna dare serietà scientifica alla conoscenza esperienziale. «Io non ho l’inclinazione a una investigazione troppo scientifica – afferma il padre Szeliga –. Mi interessa invece che la gente comune impari a curarsi da sé con le piante medicinali. Per questo ho editato un opuscolo che insegna alla gente prima di tutto a riconoscere le piante medicinali e poi a usarle per la propria salute». [30]

L’analisi biochimica è portata avanti dall’Istituto Peruviano di Investigazione Fitoterapica Andina (IPIFA) [31] che egli stesso ha fondato con l’aiuto di un paziente guarito da un cancro. Il paziente guarito era un catalano, il signor Valenzuela; gli fece capire che per dare continuità al servizio che aveva cominciato a offrire bisognava istituzionalizzarlo. L’idea, inizialmente, non entusiasmò padre Szeliga, anche perché sapeva che ciò richiedeva una serie di pratiche legali, oltre che investimenti economici che non gli erano possibili. Inoltre il padre Szeliga disse chiaramente che non faceva il suo lavoro con fine di lucro, ma per carità cristiana: era il suo modo di vivere, da sacerdote salesiano, la consegna evangelica di annunciare il regno e di curare i malati. Il signor Valenzuela, avendo notevoli mezzi economici, gli disse che dei costi e degli aspetti legali si sarebbe occupato lui. Ebbe così inizio l’IPIFA nel 1983.

In più di vent’anni sono stati curati più di 45 mila malati, di cui l’85% ha ottenuto una guarigione totale. Si tratta per lo più di malati oncologici, parecchi dei quali non avevano avuto beneficio da cure precedenti ed erano in condizioni irrimediabili, essendo già stati sottoposti alla chemioterapia, che aveva influito sul sistema immunologico, con reazioni secondarie.

Inizialmente l’Istituto ha utilizzato l’unghia di gatto (la cui proprietà è quella di ripotenziare il sistema immunologico, quindi cura il cancro in modo indiretto). In seguito, proprio per l’attività di analisi svolta dall’IPIFA, sono state scoperte altre piante con proprietà anche per la cura diretta del cancro: la Guanabana (Annona muricata); il Palo de Huaco, del nord del Perù, per curare la cirrosi epatica, la “Manita de ratón” (Desmodium mollicum), l’Hercampuri (Genzianella alborosea), che hanno grandi capacità di purificare il sangue; l’Asmachilca (Eupatorium triplinerve), la Huira - Huira (Culcitium canescens), usate per malattie respiratorie; ecc.

Il sogno di padre Szeliga era anche quello di riuscire a guidare gli indigeni a darsi un’organizzazione che consentisse loro di vivere del loro lavoro di coltivazione e raccolta delle piante medicinali. Ma non voleva imporre nulla che non nascesse dalla loro capacità di riconoscere l’utilità e l’efficacia di una regola che li aiutasse a organizzarsi.

Oggi è piuttosto preoccupato della depredazione selvaggia e incontrollata dell’unghia di gatto che potrebbe portarla all’estinzione. Ogni anno, infatti se ne inviano 20 tonnellate in Giappone e altrettante nel Nordamerica; la Germania ne importa una diecina di tonnellate per il Klaendor (un fitofarmaco per la cura dell’AIDS). Di fronte a questo rischio il salesiano è riuscito a ottenere dal Ministero dell’Agricoltura che i contadini potessero avere 25 mila ettari della foresta per organizzare un’impresa di coltivazione controllata della Vilcacora.

Al termine di questa lunga e interessante esperienza, può essere anche utile informare che lo stesso padre Szeliga ha superato ultimamente un granuloma sul volto prendendo per tre mesi tre tazze al giorno di infuso di unghia di gatto. Non volle sottoporsi a intervento chirurgico, che avrebbe poi comportato applicazioni di radioterapia. Il suo infuso tonifica le cellule del sistema immunologico e le trasforma in veri microfagi del cancro.

Con la saggezza della sua esperienza il padre Szeliga stimola a saper “apprezzare la salute, che è il bene più grande che abbiamo ricevuto, pertanto bisogna saperla valorizzare, coltivarla e conservarla, tanto a livello personale che sociale. Una società fatta di malati – egli dice – non può essere sana, né è possibile essere sani in una società malata. Tutti desiderano una qualità della vita, che richiede anzitutto la buona salute. Cercare nella natura, nostra madre comune, il rimedio per i nostri mali è lo scopo della medicina naturale e il suo modo è contrastare la malattia senza contrariare le leggi naturali.

Questo non significa che essa sia in contrasto o che sia esclusiva rispetto alla medicina convenzionale. In tante situazioni bisogna intervenire rapidamente per salvare la vita. In alcune malattie, la medicina naturale, con effetti lenti, introduce nell’organismo sostanze fortemente contrastanti con ciò che ha scatenato la malattia, rafforza così la resistenza organica con agenti curativi interni, evitando cure aggressive e traumatiche.

Rifacendosi a un medico tedesco – Herring – afferma che ogni cura comincia dentro noi stessi e prosegue il suo cammino fino all’esterno. Ogni cura si attua nella forma inversa all’apparizione della malattia. Il corpo sa quello che fa, e per questo, quanto meno viene assoggettato a interferenze e imposizioni esterne, tanto meglio risponderà. Bisogna, quindi, provvedere di risorse interne l’organismo per la sua difesa, perché possa conservare la salute o ricuperarla”. [32]

3.2 L’impegno dei salesiani per la cura della salute in Brasile

Di minor portata rispetto alla precedente, ma non per questo di minore importanza, è l’esperienza che vive il salesiano Bartolomeo Giaccaria [33] , un italiano di 69 anni naturalizzato brasiliano, che lavora da 45 anni tra i Xavantes. Egli è un antropologo e ha scritto numerosi libri sui Xavantes. Anch’egli fa ricerca con le piante medicinali e a Nova Xavantina ha realizzato un piccolo erbario. Prepara impasti, sciroppi e altri rimedi naturali. Per lui si è trattato, inizialmente, anche di un modo per trovare soluzioni alternative ai problemi della carenza farmaceutica nella regione e nei villaggi.

Fu proprio la necessità, il vedere bimbi con ferite che subivano a lungo, vecchi con problemi di reumatismo senza possibilità di rimedi, che spinse padre Giaccaria a cominciare a informarsi sulle proprietà delle diverse specie in natura. Si mise quindi a ricercare e studiare le proprietà delle piante; cominciò a preparare impasti per ogni tipo di problema della pelle utilizzando circa 15 piante. In questo modo egli si prende cura di 80 villaggi con più di 12.000 Xavantes.

«L’assurdo maggiore, tuttavia, dice padre Giaccaria, è che diverse di queste piante native che io utilizzo nel mio lavoro sono state registrate dagli americani come loro proprietà. Sono piante di qui, di questo ambiente, utilizzate dagli indigeni da migliaia di anni, quali per esempio urucum, sucupira e quebra-pedra. Queste sono quelle che io ricordo adesso, ma loro stanno studiando altre settemila piante brasiliane». [34]

3.3 Una pastorale della salute piuttosto originale [35]

L’attenzione ai bisogni dei più poveri per la cura della salute in Brasile non è solo azione di singoli, più o meno illuminati e intraprendenti. Sta diventando sempre più impegno delle comunità parrocchiali. È molto significativa l’esperienza vissuta dalla parrocchia salesiana San Pietro a Venda Nova do Imigrante nello stato dello Spirito Santo. L’iniziativa è partita nel 1989 come attività pastorale (pastorale della salute) di visita alle famiglie che avevano degli ammalati, svolta da un gruppo di volontarie. In seguito il progetto si è ampliato con l’utilizzazione delle piante medicinali per curare gli ammalati e il tutto viene fatto seguendo le leggi, in pieno rispetto delle norme sanitarie per la salute pubblica.

Trattandosi tuttavia di un’iniziativa pastorale, i suoi obiettivi convergono verso il benessere globale della persona: fisico, psichico, sociale e spirituale. L’attività è totalmente svolta da volontarie, che sono ormai più di 80. Sono divise in due gruppi: quelle che si occupano della fitoterapia e che lavorano nel laboratorio secondo gli orientamenti dell’ambito farmaceutico-biochimico, per rispondere alle domande che vengono presentate dal coordinamento pastorale, e le altre che svolgono più un’attività di visita alle famiglie con malati o in situazione di rischio.

Le attività fitoterapiche sono possibili perché vi è un laboratorio, costruito con risorse della parrocchia e della stessa attività pastorale. In esso si producono vari prodotti fitoterapici: sciroppi, pomate, tinture, pillole, multimisture, piante disidratate per gli infusi, polveri, ecc. 

Le 40 volontarie che si occupano di questo servizio lavorano dal lunedì al giovedì, divise in gruppi di lavoro; un medico il lunedì prescrive le cure fitoterapiche per ogni paziente che è stato preso in cura dalla pastorale (si raggiungono più di 700 persone al mese). Si è approntato uno schedario delle persone che vengono seguite, in cui si registrano i profili delle persone, la fascia di età, i problemi di salute, le piante usate e i risultati ottenuti. Tutte queste informazioni vengono archiviate in computer.

Nel servizio di manipolazione fitoterapico le volontarie hanno l’aiuto e l’accompagnamento del farmacista-biochimico: è un dottore che viene inviato direttamente dalla prefettura, perché il progetto viene realizzato insieme; vi è anche la consulenza e l’accompagnamento di un medico omeopata e del lavoro volontario di altri esperti.

Alcune piante usate nella manipolazione sono del posto e nascono spontanee, per questo sono raccolte nei boschi, altre sono coltivate negli orti e hanno bisogno di cure speciali. La pastorale lavora insieme con INCAPER [36] nella coltivazione delle piante e da questo riceve assistenza e accompagnamento tecnico.

Per garantire una migliore qualità e fiducia nei prodotti si attiveranno due nuovi servizi di laboratorio: quello di microbiologia, per analizzare i prodotti, verificarne lo stato di purezza e garantire così la qualità e la purezza del prodotto; e quello di fitochimica, per analizzare i prodotti, verificarne i principi attivi ed essere più sicuri circa la finalità per cui il prodotto viene usato.

 

4. La preservazione della biodiversità

E’ ormai conosciuta la depredazione sistematica che subisce la foresta amazzonica, il polmone più grande del mondo, per mano di gruppi diversi, tutti quanti accomunati dallo stesso interesse economico.

Oltre all’intervento sopramenzionato del P. Edmondo Szeliga che, dopo tre anni di sollecitazioni e pratiche presso il Ministero dell’Agricoltura del Perù, è riuscito a ottenere un decreto di proprietà di 25.000 ettari a favore dei Piri, in cui si intende organizzare una coltivazione tecnica e impresariale della Vilcacora, che attualmente cresce in forma spontanea, in modo da farla crescere come una vite ed usare la parte inferiore del terreno per coltivare altre piante medicinali secondarie, il contributo principale dei Salesiani nei confronti dell’ecologia è stato dato nel Vicariato Apostolico di Puerto Ayacucho, nel Venezuela, dove si è creata la Riserva di Biosfera nell’area Yanomami.

Forse è opportuno ricordare che lo stato delle Amazzoni nel Venezuela occupa un’estensione di 178.095 km², corrispondenti a una quinta parte di tutto il paese. Vi abitano più di 500 comunità indigene, tra le quali si trovano i gruppi etnici Guahibo, Piaroa, Ye’kwana e Yanomami, che rappresentano la concentrazione maggiore della ricchezza culturale autoctona del Venezuela. Si tratta di un tesoro culturale un po’ oscurato dalla magnificenza della foresta amazzonica.

Questa grande zona è stata affidata nel 1993 ai Salesiani, i quali assieme ad altri/e religiosi/e realizzano un significativo lavoro di inculturazione, promozione umana ed evangelizzazione attraverso scuole bilingui, centri d’educazione al lavoro, cooperative indigene e centri di missione.

Sotto il profilo specifico dell’ecologia, specie se questa viene intesa non solo come protezione dell’habitat naturale, bensì come preservazione e sviluppo di tutto il mondo dell’uomo, compresa la sua cultura, la Congregazione Salesiana ha dato un contributo sostanziale con la creazione del Parque Nacional ParimaTapirapecó.

Anche se c’erano stati tentativi nella prima parte degli anni ’80 di creare una riserva indigena, la tragedia che diede impulso a questo progetto fu l’invasione illegale dai “Garimpeiros”, che tra gli anni 1987-1989 compirono un etnocidio contro gli indigeni del bacino, uccidendo 1500 Yanomami nell’Amazzonia del Brasile. In risposta a questa minaccia sorse la proposta del Parque Nacional Yanomami con una riserva di 300.000 ettari, che due anni più tardi, nel 1991, il Ministero dell’Ambiente del Venezuela aumentò a 1.000.000 di ettari. Il decreto generò molti conflitti e il Vicariato Apostolico, guidato dal Vescovo salesiano, si offrì per cercare una soluzione. Presentò due progetti di decreto: il primo con il nome di Riserva di Biosfera Alto Orinoco – Casiquiare, e il secondo con il nome di Parque Nacional Parima – Tapirapecó. Tutti e due furono approvati, nella città di Maracay, il giorno 6 giugno 1991. [37]   

Il risultato di questo sforzo è stato la preservazione di 380.000 ettari, che rappresenta la maggiore zona protetta di tutto il Venezuela. Una preservazione che si fa attorno a due criteri:

    • il rispetto della appartenenza della terra ai popoli indigeni, garantendone l’indivisibilità e l’amministrazione;

  • la cura della cultura, della lingua, di forme autonome di economia e governo.

Questo risultato non è stato pacifico e, negli ultimi anni, ci sono stati diversi attentati contro il progetto, ma i Salesiani sono sempre riusciti a far rispettare il decreto ufficiale del governo. Anzi, il Vicariato ha creato recentemente un Ufficio dei Diritti Umani, specializzato nella difesa degli indigeni. In questi aspetti dei diritti umani, salute degli indigeni ed ecologia umana, i Salesiani continuano la tradizione di Don Bosco e le sue raccomandazioni ai primi missionari.

Conclusione Concludo questo sguardo storico su alcune realizzazioni salesiane, recenti e passate, nell’ambito della cura della salute, della medicina alternativa e della promozione della biodiversità con alcune suggestioni.

L’azione salesiana, ispirandosi a don Bosco, è un’azione integrale che riguarda la crescita dei giovani e la loro educazione, la comunicazione del vangelo ed il loro cammino di fede, la promozione sociale e lo sviluppo culturale, il progetto di vita e l’inserimento nella società. Per questo essa è interessata allo sviluppo armonico dei giovani, e quindi anche alla loro salute, allo sport, alla robustezza fisica. Giovani deboli, malati o fragili hanno poche possibilità di riuscita nella vita; come pure la scarsa alimentazione, la mancanza di igiene, l’ignoranza della cura della salute non consentono una buona educazione. Non ci può quindi essere educazione senza una previa e concomitante cura della salute; tante volte dove non ci sono alternative, la prima educazione è proprio la cura della salute.

D’altra parte è la stessa azione cristiana che si prende a cuore di promuovere e curare la vita, a imitazione di Gesù che era tra la gente come colui che serve e che guariva ogni sorta di malattie. Le guarigioni, operate da Gesù e narrate dai vangeli, sono un segno che il Regno di Dio, la sua signoria e la sua benevola dedizione per tutti sono presenti nella storia. Non occorre sottolineare la centralità di questo aspetto nella vita e nella prassi di Gesù; basti ricordare la sua risposta agli inviati di Giovanni il Battista: «Andate a raccontargli quel che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la salvezza viene annunciata ai poveri» (Mt  11,4-5). Sono interessanti i racconti di miracoli, che sono per lo più delle guarigioni; essi manifestano la vicinanza e la compassione di Gesù per chi soffre e, soprattutto, la realizzazione della sua missione: «Io sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

Notoriamente noi Salesiani non siamo una Congregazione che si dedichi preferibilmente agli ammalati. Ciò nonostante il guarire è un punto essenziale del nostro carisma. Scrivevo in una delle mie lettere a tutta la Congregazione: “Attualmente, tanto in campo psicologico come in quello della medicina si è ampliato il concetto di ‘salute’ o di ‘guarigione’; è indubbio che i nostri destinatari prioritari sono, in generale, ragazzi e ragazze ‘malati’ a causa della loro stessa situazione di abbandono: dai traumi infantili e familiari fino alle dipendenze e assuefazioni fisiche o psicosomatiche. «Tutto ciò ci ha portato – scriveva il mio predecessore don Vecchi – a ripensare il concetto di prevenzione e preventività. Forse per molti significava occuparsi soltanto di ragazzi e giovani che non sono stati ancora raggiunti dal male. Anticipare è certamente una regola d’oro. Ma ‘prevenire’ vuol dire anche impedire la rovina definitiva di chi è già sulla cattiva strada, ma ha ancora energie sane da sviluppare o ricuperare. Nell’attuale riflessione socio-pedagogica si parla di una prevenzione prima e di base, di una seconda, di ricupero e rafforzamento, e di una ultima che riesce ad arginare le conseguenze estreme del male»”. [38]

Infine per noi salesiani hanno avuto una grande valenza simbolica le recenti beatificazioni di don Luigi Variara, l’apostolo dei lebbrosi, e del Signor Artemide Zatti, il dottore di Viedma; come pure non dimentichiamo il signor Simone Srugi, l’infermiere degli arabi nella terra di Gesù. La dedizione alla cura degli ammalati conduce alla santità; il servizio incondizionato, senza misura, senza risparmio è un segno della carità eroica. E’ interessante notare come in questi casi “la medicina era il medico stesso”; come nella storia biblica il messaggio era spesso lo stesso messaggero e la profezia era lo stesso profeta, così anche nella cura degli ammalati spesso l’incontro con il guaritore provoca la guarigione. Non si intende misconoscere la necessaria e imprescindibile professionalità di coloro che si dedicano alla cura della salute; ma si vuole che essa sia congiunta alla profonda spiritualità di chi la pratica.

Ringrazio nuovamente e sentitamente tutti voi che, a titolo diverso, mi avete offerto l’opportunità  di questa riflessione e di questa comunicazione. La cura della persona, di ogni persona, e specificatamente della sua salute quando essa si trova in situazione precaria, ci aiuti a creare le condizioni di una qualità di vita migliore per tutti.

Don Pascual Chávez Villanueva
Rettor Maggiore

 

[1] Cfr. P. Braido, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di don Bosco, Roma, LAS 1999, p. 229.

[2] Cfr. P. Braido, Buon cristiano e onesto cittadino. Una formula dell’“umanesimo educativo” di don Bosco, in Ricerche Storiche Salesiane, 13 (1994) 7-75.

[3] Citato in P. Braido, Prevenire…, o. c., p. 231.

[4] Sono le convinzioni espresse da F. Orestano, citate in P. Braido, Prevenire…, o. c., p. 235.

[5] Cfr. P. Braido, Prevenire…, o. c., p. 236-237.

[6] P. Braido (ed), Don Bosco educatore, Scritti e testimonianze, Roma, LAS 1997, p. 256.

[7] Memorie Biografiche, vol. V, pp. 86-87.

[8] Ibidem, p. 88.

[9] Ibidem, p. 90. La generosità e l’impegno, vissuti da Don Bosco e dai giovani dell’Oratorio in questa circostanza, hanno continuato ad esprimersi da parte dei Salesiani nelle gravi emergenze del secolo successivo (basti ricordare i terremoti di San Francisco 1906, di Messina 1908, della Marsica 1915) fino ai nostri giorni (nelle tragedie delle guerre).

[10] G. Bosco, Epistolario, Introduzione, testi critici e note a cura di F. Motto: vol. I (1835-1863), Roma, LAS 1991, lettera 712.

[11] Idem, Vol. II (1864-1868), Roma LAS, 1996, lettera n. 780.

[12] P. Braido (ed), Don Bosco educatore, Scritti e testimonianze, Roma, LAS 1997, p. 159.

[13] Ibidem, pp. 206-207.

[14] Citato in A. Miscio, Da Alassio Don Bosco e i Salesiani in Italia e nel mondo, Torino, SEI  1996, p. 98.

[15] Cfr. Kenya - Salesiani in Africa: un approccio preventivo all’AIDS (ANS – Nairobi, 28 novembre 2003)

[16] Cfr. J. Rodríguez, Agua de Dios, forja de gigantes de salesianidad. Bogotá, 2004; Leprosi mundantur. Bogotá, 2004.

[17] Il Bollettino Salesiano del mese di aprile 1892 nelle “Notizie dei nostri missionari” diede ampio spazio alla scelta di Don Unia e all’avvio della presenza salesiana tra i lebbrosi. Cfr. Colombia. Un Salesiano che si consacra alla cura dei lebbrosi, “Bollettino Salesiano”, XVI - n. 4. Aprile 1892; G.B. Francesia, L’Apostolo dei lebbrosi, ossia D. Michele Unia da Roccaforte (Mondovì). Torino. Ufficio delle Letture Cattoliche, 1900.

[18] Don Evasio Rabagliati fa una dettagliata relazione della sua visita nel Bollettino Salesiano di novembre 1898: Cfr. Una visita ai lebbrosi della Norvegia, “Bollettino Salesiano”, novembre 1898.

[19] Cfr. J. Rodríguez, Luigi Variara – Salesiano e fondatore. Roma, LAS 2003.

[20] Cfr., G. Manieri, Ero povero, mi hai cercato, “Bollettino Salesiano”, febbraio 2004.

[21] Cfr. Relazione inviata nel mese di luglio 2004 dal salesiano John Lee Taeseok che da due anni e mezzo lavora a Tonj.

[22] J. E. Vecchi, Beatificazione del coadiutore Artemide Zatti: una novità dirompente, Atti del Consiglio Generale della Società Salesiana di San Giovanni Bosco, anno LXXXII, luglio-settembre 2001, n. 376, p. 21.

[23] Ibidem, p. 23.

[24] Ibidem, pp. 24-25.

[25] P. Liberatore, Unificati da un medesimo carisma, “Bollettino Salesiano”, aprile 2002.

[26] Tra coloro che hanno dato la vita si possono ricordare i due missionari D. Giovanni Fuchs e D. Pedro Sacilotti, uccisi sul Rio das Mortes, in Amazzonia, nell’ottobre 1934, da alcuni giovani Xavantes. Cfr. Bollettino Salesiano 1936, n. 11, pp. 259-266; Bollettino Salesiano 1937, n. 2, pp. 33-39. E anche: De Ambrogio, Croce di Sangue, LDC 1958; Eugenio Valentini (a cura di) Profili di Missionari, LAS 1975.

[27] Basti pensare al lavoro svolto tra gli Shuar e Achuar da Siro Pellizzari e da Luigi Bolla, e tra i Bororos da Cesare Albisetti e Angelo Venturelli.

[28] Per conoscere la persona e l’opera di don Szeliga si possono visitare alcuni siti elettronici: http://www.pcexpertperu.com/index.htm; http://www.herbsecret.com/download/vilcacora1.pdf; http://www.darnatury.com/pagee_about.htm; http://www.vilcacora.com/fernandez/sov.html. Si può pure consultare: J. Cava, Tenemos 50 mil especies en el Perù, “Boletín Salesiano”, Perú, julio-agosto 2000; V. Santilli, L’unghia di gatto, “Bollettino Salesiano”, ottobre 2001.

[29] L’Unghia di gatto o Uncaria tormentosa è una pianta che riceve il suo nome dalle spine in forme di gancio, che crescono lungo la pianta e che somigliano alle unghie di un gatto. La pianta può raggiungere una altezza da 18 a 19 metri. Ce ne sono 60 sottospecie. La corteccia è la parte della pianta che viene usata.

[30] V. Santilli, L’unghia di gatto, “Bollettino Salesiano”, ottobre 2001.

[31] L’IPIFA ha come scopo la ricerca scientifica sulle piante, l’uso terapeutico, la coltivazione organica e l’assistenza medica.

[32] Il Padre Szeliga ha inviato una riflessione sulla sua attività, precisando un po’ la sua filosofia e l’orizzonte antropologico-etico del suo operare con le piante medicinali.

[33] Cfr. http://www.brasiloeste.com.br/xavantina/m1005.html

[34] Ibidem.

[35] Le informazioni sono ricavate da una relazione dettagliata pervenuta direttamente dagli operatori della pastorale della salute della parrocchia salesiana San Pietro di Venda Nova do Imigrante.

[36] INCAPER è una organizzazione governativa nello stato dello Spirito Santo per la ricerca e l’assistenza tecnica in campo rurale, la cui denominazione completa è “Instituto Capixaba de Pesquisa, Assistência Técnica e Extenção Rural”.

[37] Cf. N. Briceño, “Contribución de la Iglesia en Amazonas a la creación de la Reserva de Biosfera en el área Yanomami”, in Iglesia en Amazonas 54. Puerto Ayacucho, novembre 1991.

[38] P. CHAVEZ, Contemplare Cristo con lo sguardo di don Bosco, ACG 384, Roma 2004, pp. 22-23. La citazione riportata è tratta da J. E. VECCHI, Spiritualità Salesiana, LDC, 2000, pag. 114.