PG Zasoby

Omelia Anno Accademico 2004-2005

OMELIA DEL RETTOR MAGGIORE - PASCUAL CHÁVEZ

 

L’ascolto e il servizio

OMELIA ALL’INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2004-’05
PONTIFICIA FACOLTÀ DI SCIENZE DELL’EDUCAZIONE AUXILIUM

(Gal 1,13-24; Sal 138; Lc 18,38-42)

 

Roma, Auxilium – 5 ottobre 2004

All’inizio del nuovo anno accademico 2004-2005 della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” invochiamo lo Spirito Santo, il dono per eccellenza di Gesù, perché sia Lui il Maestro che ci insegna lungo l’anno la Verità del Vangelo, e sia il nostro Mistagogo che ci introduce nella Bellezza splendente del Dio-Amore e ci faccia da Pedagogo nell’imparare la logica della croce come sorgente di sapienza e via alla pienezza.
Senza di Lui siamo esposti facilmente allo smarrimento, al rovesciamento dell’ordine dei valori, alla concezione semplicemente sociologica o psicologica della vita senza l’orizzonte della fede che aiuta a capire il senso assoluto e olistico di essa.

Non adempiamo dunque a un rito o a un cerimoniale che fa parte dell’inaugurazione dell’ anno accademico, ma esprimiamo umilmente – e accettiamo cordialmente – la nostra radicale insufficienza, il nostro bisogno assoluto dello Spirito, tanto prezioso che lo stesso Gesù afferma: “È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado non verrà a voi il Consolatore” (Gv 16,7). Perciò cominciamo questo tempo di grazia gridando dal profondo del nostro cuore: “Vieni Spirito Santo, vieni”.
L’anno accademico 2004-2005 è, e sarà, scenario di eventi ecclesiali, oltre a quelli sociali in corso, ai quali non possiamo essere indifferenti, perché in qualche maniera diventano interlocutori nostri, della nostra vita, del vostro studio: mi riferisco al 150º anniversario della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria; alla celebrazione del Congresso Eucaristico Internazionale che si svolgerà in Messico nella città di Guadalajara, nel mese di ottobre; al Congresso Mondiale sulla Vita Consacrata sul tema “Passione per Dio – Passione per l’Umanità”, convocato ed organizzato dalla Unione dei Superiori e Superiore Generali in occasione del decimo anniversario del documento “Vita Consecrata”, e infine, il 40º anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II, che è stato un’autentica Pentecoste con cui il Signore ha benedetto la sua Chiesa alla fine del secondo millennio e inizio del terzo.

La Parola di Dio che abbiamo appena sentito illumina sia questa inaugurazione dell’anno accademico che gli eventi futuri che lo scandiranno, offrendoci elementi preziosi per la nostra vita e missione, tenendo conto che lo studio e la fatica per imparare sono vera missione apostolica.

Infatti, solo una vita unificata dalla grazia dell’unità, dalla passione per Dio e dalla passione per l’umanità, può aiutarci a superare il rischio, purtroppo non ipotetico, della frammentazione della persona e il pericolo di uno spiritualismo e di un materialismo, tutti e due nocivi alla realizzazione della persona e alla credibilità e efficacia della missione.

Per Paolo è stata la rivelazione del Figlio di Dio l’evento dirompente che lo ha trasformato da accanito persecutore della Chiesa in zelante apostolo di Cristo Gesù, portandolo a reputare come perdita ciò che fino a prima di quell’incontro egli considerava come un tesoro, pur di conoscere Cristo e avere parte alla sua risurrezione, vale a dire al trionfo definitivo sulla morte. Ma non solo, quell’evento rivelatore fece di Paolo anche un costruttore infaticabile della Chiesa, e il suo più grande teologo. Perciò Paolo non poteva venire a nessun compromesso nei confronti del Vangelo e, come dimostra nel suo scontro con Pietro, si batteva fieramente per difendere la “verità del Vangelo”.

Oggi come ieri la Chiesa deve proclamare il Vangelo che ha ricevuto e rivelare al mondo il Cristo che opera efficacemente nella storia. Noi, come Paolo, siamo chiamati a non cedere alle tentazioni volontaristiche, agli accomodamenti sociologici o culturali, e rifacendoci alla testimonianza di Gesù dichiarare il primato di Dio e della grazia che nell’apostolo, nel credente e nell’uomo si manifestano per operare il progetto di salvezza: «Colui che mi scelse fin dal seno materno mi chiamò con la sua grazia e si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi» (Gal 1, 15-16).

Questa è la dura lezione che ha dovuto imparare Marta «tutta presa dai molti servizi», ma meno attenta a quel che davvero conta, sino a voler rovesciare i ruoli ed erigersi come maestra e signora: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti!». Non ha capito che il servizio che il Signore vuole è appunto quello di Maria, che «si è scelta la parte migliore», quella della serva attenta al suo Signore, o meglio quella del discepolo, così che «sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola».

Paolo è riuscito a raggiungere l’unità della sua persona, tra essere completamente vinto ed afferrato da Cristo, ed essere completamente dedito alla predicazione del Vangelo e alla costruzione della Chiesa, attraverso un’esperienza che capovolse la sua vita e gli fece trovare il centro di essa nel disegno di Dio, che egli assunse come progetto unico di vita, e come dirà nella lettera ai Filippesi, viveva «dimentico del passato e proteso verso il futuro» (3,13). Marta invece non riesce a dare a Dio e alla sua Parola il primato effettivo, e dunque a trovare la grazia dell’unità che venga a dare maggiore gioia e dinamismo alla sua vita. Maria dal canto suo rappresenta il vero discepolo di Cristo.

Questi non deve limitarsi a lavorare per Lui, in un servizio pure meritorio. Per svolgere il suo ministero senza ansietà deve trovare il tempo per l’ascolto e la preghiera. Deve incontrarsi personalmente con il Maestro divino. Per andare infatti per le strade del mondo ad annunciare il Cristo – come Paolo – occorre prima incontrarsi con lui, fermarsi ai suoi piedi per ricaricarsi d’amore. Non si può essere buoni apostoli se prima non si è stati docili discepoli.

Questa pagina del Vangelo è forse sempre suonata come una campana fuori concerto, perché anche se è vero che c’è gente che ricomincia a sentire il fascino e il desiderio del silenzio, della meditazione, dei momenti di intenso ascolto della parola di Dio, dei giorni di «deserto», tuttavia è anche vero che oggi viviamo in un tempo di intensa attività, di riscoperta della dimensione orizzontale della fede e della sua celebrazione nella liturgia, di rivalutazione del lavoro come servizio a Dio e come preghiera.

Alle radici del servizio

Forse va ricordato che questa pagina del Vangelo viene subito dopo la parabola del buon samaritano, con la quale Gesù aveva insegnato la necessità della carità operosa e grande, della generosità ben al di là dei limiti del proprio interesse, delle leggi e delle usanze: una generosità simile alla sua, ispirata alla sua, a quella del Figlio di Dio fatto uomo per darsi a noi fino alla morte. Risulta allora chiaro il senso dell’episodio di Marta e Maria.

Marta richiama la figura del buon samaritano che si dà da fare, come anche quella di Abramo ospitale; dunque non ci può essere né in Gesù né nei lettori del Vangelo alcun disprezzo per Marta e per il suo lavoro. Marta non sbaglia per quello che fa, ma per quello che tralascia di fare in primo luogo.

Maria invece richiama il punto di riferimento primo e fondamentale per l’azione di carità: l’ascolto di Gesù, assunto come modello e ispirazione. Altrimenti l’azione può essere equivoca, tutt’altro che amore! Quante volte si scopre che certe gentilezze e premure, certi discorsoni «sociali», addirittura certi doni non venivano dall’amore, ma da interesse, da egoismo, da politica non corretta, da sleale volontà di sfruttare...

Maria richiama il vero valore della vita: che non consiste nell’avere una bella casa ospitale, e nemmeno nel fare tante cose, ma nell’essere discepoli e vicini a Cristo, e stargli accanto: nell’essere cioè in ascolto di lui e in comunione con lui. Questo è il valore vero, che rimane anche per l’eternità, che è capace di ispirare ospitalità, generosità, azione, ecc. , anche al di là dei limiti delle convenienze, delle leggi, delle usanze e specialmente dei bei discorsi impegnati.

“La parte migliore”

S. Paolo ne è un esempio. Quel grande missionario impegnato viveva di ascolto orante della parola di Dio e lo raccomandava ai suoi collaboratori e ai fedeli, senza paura di perdere tempo, né di farlo perdere agli altri. Così S. Paolo poté con forza gridare la sua speranza al mondo e nel mondo: «Cristo in voi, speranza della gloria» (Col 1, 27), cioè della salvezza e della vera vita; l’apostolo seppe impegnarsi nel servizio del prossimo come pochi o nessun altro nella storia della chiesa; seppe guardare addirittura con letizia le sofferenze del suo apostolato, che furono tante e gravi.

Come possiamo noi allora metterci nella posizione di Maria, o almeno alimentare e far crescere in noi la sua disponibilità all’ascolto di Gesù?

Dobbiamo innanzitutto essere convinti del valore di tale ascolto, primario rispetto a quello che pure ha il servire, il darsi da fare, l’agire per gli altri, per loro amore.

Dobbiamo inoltre cercare qualche momento per metterci in ascolto, in silenzio, in meditazione orante sulla parola di Gesù che ci parla ancora oggi. Questo naturalmente richiede tempo e dedizione, che nel caso vostro si concreta anche attraverso lo studio.

L’importante è che tutto ciò avvenga in modo nuovo, simile a quello di Maria: accanto a Gesù, ai suoi piedi, con la fede nella sua persona, con l’implorazione che lui ci parli, ci guidi, ci aiuti tramite qualcuno o parecchi dei mezzi ricordati sopra.

Così scopriremo magari che siamo capaci di discutere senza litigare, di ascoltare prima di parlare, di riflettere più che di giudicare, di comprendere col cuore, di valutare ciò che di positivo si trova anche nei cosiddetti «lontani»... Potremo ripetere forse anche un’esperienza come quella di Abramo o di Maria: ci accorgeremo che Gesù ci è venuto in casa, sotto la tenda, vicino, nella persona di una sorella, di una compagna di scuola, o nelle parole di una guida d’un corso o di un libro. Ci saremo insomma incontrati con «la parte migliore».

E tutto questo è frutto dello Spirito, l’unico a renderci sensibili ai valori spirituali, ad avvicinarci a Gesù in atteggiamento di discepoli. Chiediamo dunque la sua assistenza su di noi lungo questo anno accademico che iniziamo.


Don Pascual Chávez V.
Auxilium, 5 ottobre 2004