PG Zasoby

Omelia per la Messa di Don Bosco 31 gennaio 2014 (it)

Omelia per la Messa di Don Bosco

 

Sir 1,17-20.22.25.34-36;2,18-20; Sal 19 (18); 1Cor 12,31-13,13; Mt 5,13-19

 

Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di celebrare la messa in onore del nostro amato fondatore e padre Don Bosco, in questo anno in cui siamo invitati ad attingere alla sua spiritualità per camminare nella santità secondo la specificità della nostra vocazione.

Avvicinandosi il giubileo per il bicentenario della sua nascita è per me un’immensa gioia e stimolo trovarmi proprio nei luoghi dove lui è vissuto un’esperienza spirituale che fece di lui un ‘mistico dell’azione’ e che sbocciò in una affascinante e feconda scuola di santità. Qui vissero sua madre, Mamma Margherita, suoi insigni collaboratori San Luigi Orione, San Luigi Guanella, il Beato Leonardo Murialdo, i suoi successori, il Beato Michele Rua, il Beato Filippo Rinaldi, i suoi giovani santi come Domenico Savio. E da qui partì una costellazione di santità salesiana, che è riuscita a diffondersi in tutto il mondo.
Perciò questa sera vogliamo ringraziare il Signore in modo particolare per il dono di Don Bosco. Un dono che riguarda la sua figura storica, perché è la sorgente dalla quale sono nate tante bellissime iniziative, come la Congregazione Salesiana, l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, i Cooperatori Salesiani, e l’Associazione di Maria Ausiliatrice. Un dono che riguarda la sua pedagogia e il suo sistema preventivo oggi presente in variegatissime forme di opere di educazione formale, informale e non-formale, di promozione umana e di evangelizzazione. Un dono che si prolunga nella misura in cui Don Bosco viene preso come padre di vita spirituale e modello di progetto apostolico.

Da questo profilo la Parola di Dio diventa molto illuminante, perché ci fa vedere quale fu la grandezza di Don Bosco e come possiamo oggi imitarlo noi e continuare a realizzare il suo ‘sogno’: vedere felici i giovani nel tempo e nell’eternità.

Si tratta di quel sogno avuto a soli 9 anni, che segnò tutta la sua vita, perché allora ricevette assieme alla vocazione, la missione, il campo di azione e il metodo di lavoro. Ancora ragazzo, cominciò a intrattenere i coetanei con giochi alternati alla preghiera e all’istruzione religiosa. Diventato sacerdote, scelse come programma di vita la massima «Da mihi animas, cetera tolle», e iniziò il suo apostolato tra i giovani più poveri fondando l’Oratorio e mettendolo sotto la protezione di San Francesco di Sales.

Con il suo stile educativo e la sua prassi pastorale, basati sulla ragione, sulla religione e sull’amorevolezza (Sistema preventivo) portava gli adolescenti e i giovani alla riflessione, all’incontro con Cristo e con i fratelli, all’educazione alla fede e alla sua celebrazione nei sacramenti, all’impegno apostolico e professionale. Tra i più bei frutti della sua pedagogia emerge san Domenico Savio, quindicenne.

Tuttavia la sorgente della sua infaticabile attività e dell’efficacia della sua azione fu la sua convinzione di essere coinvolto nella trama di Dio, che esprimeva nella sua filiale familiarità con Lui, che lo faceva camminare come se vedesse l’Invisibile e vivere in permanente “unione con Dio”.
E ai suoi figli lasciò in eredità una spiritualità semplice ma solidamente fondata sulle virtù cristiane. Dal punto di vista mistico, la esprimeva con la massima: “Da mihi animas, cetera tolle”.

Ma dove e da chi imparò Giovanni Bosco questa scuola di spiritualità e di santità? Non c’è dubbio che Mamma Margherita fu la prima sua grande educatrice, poi i suoi direttori spirituali, come don Cafasso, quindi l’influsso di grandi santi che furono fonte della sua ispirazione.

Ma è stata la guida saggia e materna della Vergine Maria che lo guidò e accompagnò lungo la sua vita e nella fondazione della Congregazione e della Famiglia Salesiana. Tutte queste figure intervennero, a diverso livello, nella sua vita per aprirlo al messaggio evangelico e renderlo un buon discepolo di Gesù, un incomparabile lavoratore del Regno di Dio a favore dei ragazzi, specie i più poveri e in difficoltà.

La prima lettura ci presenta, infatti, una delle grandi intuizioni spirituali e pedagogiche di don Bosco, cioè che l’amore di Dio e a Dio è fonte di gioia, sì da poter dire ai ragazzi dell’Oratorio: “Qui facciamo consistere la santità nell’essere sempre allegri”.

La frase di Mamma Margherita per educare nel timore di Dio a Giovanni, e che Don Bosco assunse, “Dio ti vede” è in perfetta sintonia con quello che dice il primo capitolo del Siracide: «Il timore del Signore allieta il cuore, e dà contentezza, gioia e lunga vita». Forse dobbiamo imparare noi stessi a non considerare Dio come una minaccia alla nostra felicità, anzi come il senso della nostra vita e la fonte della vera felicità. Forse dobbiamo imparare da Don Bosco ad avere un volto sorridente e uno sguardo sereno, ottimista, lungimirante, che faccia sapere che siamo credenti di un Dio Crocifisso sì, ma Risorto, che ha riempito di allegria e di speranza la nostra esistenza umana. Forse dobbiamo aiutare i ragazzi a far esperienza di quanto si possa essere felici mentre serviamo Dio.

La ragione di questa verità, che “la legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima, fa gioire il cuore e dà luce agli occhi”, come dice il salmo responsoriale, si trova nel fatto che, in fondo, la legge è al servizio dell’uomo, per renderlo sempre più umano e non per sottometterlo.

Questo è possibile quando si scopre che le leggi, i comandamenti, vogliono mettere in circolazione valori e sono espressione dell’amore. A ciò si riferisce San Paolo nella prima lettera ai Corinzi, nel testo che abbiamo ascoltato. Senza amore, a nulla servirebbero i doni più preziosi, quelli di natura e quelli di grazia. Il primato dell’amore gli viene appunto del fatto che esso fa maturare le persone, fino a raggiungere la statura perfetta, che ci rende ‘divini’, perché ci fa come Dio che è Amore. Proprio perché ha l’immenso potere di trasformare le persone dal di dentro, l’amore ha anche la energia per vincere la morte. A ragione, conclude Paolo, che anche se adesso “le tre cose rimangono: la fede, la speranza, e la carità, la più grande di tutte è la carità”, l’unica che rimarrà per sempre.

Vivere in amicizia con Dio vuol dire allora vivere in comunione con Lui, rimanendo uniti attraverso l’osservanza del suo comandamento dell’amore.

Vivere in letizia vuol dire far sprigionare tutte le migliori energie che ci sono nel nostro cuore, da dove procede tutto quanto c’è di buono, di bello, di vero.

Vivere così è, in fin dei conti, essere sale della terra, luce del mondo, città sul monte, insomma operatori di bene, come vuole Gesù che siano i suoi discepoli. 

Questo brano del Vangelo di Matteo sembra essere stato il programma di Don Bosco, che era consapevole della responsabilità che hanno i cristiani “davanti agli uomini”.

Il sale della terra, la speranza del mondo, sono coloro che preservano i valori umani e religiosi, che permettono alla terra di non marcire, di conservare una riserva di umanità.

Il sale della terra siamo anche noi, quando viviamo lo spirito delle beatitudini, quando facciamo del discorso della montagna un nostro identikit e ci poniamo in condizione di società alternativa, di persone che, di fronte a una società che privilegia il successo, l’effimero, il provvisorio, il denaro, il godimento, la potenza, la vendetta, il conflitto, la guerra, scelgono la pace, il perdono, la misericordia, la gratuità, lo spirito di sacrificio, cominciando dal cerchio più stretto, che è quello della propria famiglia o della comunità, ma che si allarga alla dimensione sociale.

Gesù avverte però che è possibile che il sale perda il sapore, che i suoi discepoli non siano autentici, e non dubita di segnalarne gli effetti disastrosi: «A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini». O siamo discepoli con chiara identità evangelica, quindi significativi e utili per il mondo, o siamo da buttar via, da disprezzare, siamo degli infelici, degli spostati, siamo nulla.

Siamo luce del mondo, come luce è Lui, se viviamo le beatitudini evangeliche; siamo città sopra un monte, se accettiamo la responsabilità pubblica che abbiamo e non cerchiamo di fare della fede o del discepolato una questione privata, senza dimensione sociale, senza coinvolgimento pubblico; siamo lucerna sopra il lucerniere, se viviamo secondo il Vangelo e facciamo luce a tutti, credenti e non, discepoli e non, vicini e lontani; insomma, luce del mondo intero.

Il cristianesimo, la fede, il Vangelo, la Famiglia Salesiana, il MGS, hanno una valenza sociale e una responsabilità pubblica per la semplice ragione che tutta la vocazione è missione, perché l’identità si verifica nella vita, perché questi valori del Vangelo non possono essere intesi e vissuti “ad uso privato”.

Gesù vuole che i suoi discepoli facciano del Discorso della montagna un programma di vita: mitezza, povertà, gratuità, misericordia, perdono, abbandono a Dio, fiducia, fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi, ecco le opere evangeliche che si dovranno far risplendere, quelle che ci fanno diventare “sale” e “luce”, quelle che giovano a creare quella società alternativa che non permetterà all’umanità di corrompersi del tutto. 

Non era altro quello che cercava Don Bosco a favore dei ragazzi attraverso tutte le sue opere, il cui scopo era proprio quello di farne “onesti cittadini e buoni cristiani”. Don Bosco sviluppava quest’obiettivo attorno a quattro grandi aree: Educazione integrale, incontro con Cristo, inserimento nella vita della Chiesa e scoperta della propria vocazione. Ecco quanto siamo chiamati a vivere e proporre ai giovani con gioia, entusiasmo e convinzione, per diventare santi mentre aiutiamo i giovani a esserlo. Facciamo nostra l’esperienza spirituale apostolica di Don Bosco. Amen.

Pascual Chávez V., sdb
Torino, 31 gennaio 2014