PG Zasoby

Lettere di Don Paolo Albera 1914-1920

XII
Anticipazione del XII Capitolo Generale
per i due Centenari di Maria Ausiliatrice e di D. Bosco
1. Centenario della istituzione della Festa di Maria Ausiliatrice e della nascita del Ven. D. Bosco. — 2. Anticipazione del Capitolo Generale.
Torino, 5 aprile 1914.
Carissimi Confratelli,
1. Questa circolare vi apporta una notizia, che senza dubbio tornerà di grande consolazione a tutti.
Vi è noto, che a norma delle nostre Costituzioni dovrebbe tenersi nel 1916 il Capitolo Generale durante il quale dovrebbero aver luogo le-elezioni dei membri del Capitolo Superiore, il cui mandato spirer-ebbe appunto il 16 agosto di quell'anno medesimo.
Ma voi sapete pure come per l'anno prossimo venturo 1915 stiansi preparando solenni feste per il centenario dell'istituzione della festa in onore di Maria SS. Ausiliatrice, nostra celeste Patrona, e per il centenario della nascita del nostro Venerabile Fondatore e Padre Don Bosco, al quale si spera inaugurare un grande monumento nel luogo stesso in cui ebbe inizio la nostra Pia Società. È naturale che per prendere parte a tali feste vengano anche da lontane regioni gl'Ispettori con molti altri nostri confratelli.
2. Anticipazione del Capitolo Generale
Ad evitare per altro che per la vicinanza delle due date si abbia a fare un doppio viaggio e così debbansi abbandonare le proprie occupazioni due volte con grave detrimento delle nostre Case; ad evitare parimenti che molti si astengano dal partecipare alle nostre feste centenarie, il che riuscirebbe di troppo grave rincrescimento ai Superiori, ecco la decisione che all'unanimità presero i membri del Capitolo Superiore. Di comun accordo e volentieri essi hanno rinunziato ad un anno del loro mandato ed esposta la cosa alla Santa Sede hanno chiesto che il Capitolo Generale con le elezioni dei Superiori avessero luogo nel prossimo venturo 1915 insieme con le nostre grandi solennità.
Ho la consolazione di notificarvi che il S. Padre Pio X, sempre cosa indulgente verso i Figli di Don Bosco, di buon grado ha annuito alla nostra domanda. Così quelli che per ufficio o per elezione sono chiamati a prender parte al Capitolo Generale potranno pure assistere alle nostre feste che speriamo abbiano a riuscire con l'aiuto di Dio non solo solenni, ma ancora veramente vantaggiose alle anime. Ciò non vieta che vengano anche altri confratelli a cui i Superiori locali credessero di poter concedere tale licenza senza troppo disturbare l'andamento delle rispettive Case.
Intanto invito tutti quanti i confratelli ad inalzare fervide preghiere a Dio affine di poter ottenere con la potente intercessione di Maria Ausiliatrice che il XII nostro Capitolo Generale possa riunirsi senza alcun inconveniente, malgrado la tristizia dei tempi che corrono' e produca frutti consolanti per la nostra Pia Società. Quanto prima sarà inviato a ciascuna casa una specie di programma delle materie che saranno trattate nel Capitolo. Con molto piacere saranno ricevute le proposte che qualsiasi cbnfra-• tello crederà inviare al regolatore del Capitolo Generale. Tutte verranno esaminate attentamente, e se ne farà quel conto che ai membri dell'assemblea parrà opportuno davanti a Dio.
In altra lettera sarà notificata la data e il luogo in cui sarà con
vocato il Capitolo e tutto ciò che sarà necessario per la sua buona riuscita, a cui tutti possiamo contribuire con le nostre fervorose preghiere e con l'impegno di mantenerci fedeli allo spirito del
Ven. D. Bosco.
In modo speciale ricordate al Signore il
Vostro aff.mo in C. J. Sac. PAOLO ALBERA.
XIII

Motivi di conforto nelle attuali tristezze:
1. Lo spirito di paternità e di figliuolanza. — 2. Le conseguenze della guerra. — 3. Povertà, economia ed unione di preghiere. — 4. Un'ora con Papa Benedetto XV. — 5. Patrono dei figli e modello degli educatori. — 6. Il più bel fiore dell'Oratorio. — 7. Salutare risveglio negli Oratori festivi. — 8. Uno sguardo alle nostre Missioni. — 9. Per le vittime del terremoto abruzzese.
Torino, 29 gennaio 1915. Festa di S. Francesco di Sales.
Carissimi figli in G. C.
Fin da quando la Divina Provvidenza ha voluto, nonostante la mia pochezza, prepormi al governo dell'amata nostra Congregazione, v'ho abbracciato tutti nella carità di N. S. Gesù Cristo, non solo quali confratelli carissimi, ma come figli che da quel momento doveva amare con quella pienezza di affetto con cui il Ven. Padre D. Bosco e l'indimenticabile D. Rua, amarono quaggiù ciascuno di noi.
1. Lo spirito di paternità e di figliuolanza.
E Iddio misericordioso, abbassando lo sguardo suo sopra la mia miseria, s'è degnato dilatare la capacità del mio cuore e comunicarmi ( non credo presunzione dirvelo perchè lo sento) alcunchè di quella vera paternità che procede dal suo Cuore Sacratissimo e che Egli dispensa liberamente in vario modo e misura alle sue creature.
Per la qual cosa rivolsi tosto ogni mio pensiero e sollecitudine al bene non solo della Congregazione in generale, ma di ciascun membro di essa in particolare, non risparmiando nè preghiere, nè industrie e fatiche, perchè ognuno potesse nel miglior modo possibile raggiungere con sicurezza il fine della propria vocazione religiosa. In ogni consiglio dato, in ogni deliberazione presa, specie quando questa poteva recare amarezza ad alcuno, non vi fu mai, ne è testimonio Iddio, altro movente che l'amor del padre unicamente desideroso del vero bene dei suoi carissimi figli.
Mi consola il pensiero che anche voi amate il vostro Rettor Maggiore qual padre: perciò, mentre sapete compatire alla sua debolezza, siete intimamente convinti che egli non si risparmierà mai in nulla per aiutarvi in ciò che può tornar vantaggioso all'anima vostra e al vostro corpo.
Questo mi dicono tutte le lettere che mi scrivete non solo per darmi relazione della vostra salute e delle vostre occupazioni, ma anche e specialmente in quelle di semplice augurio. A tutte avrei voluto rispondere personalmente, se mi avessero bastato le forze e il tempo, in modo rispondente all'affetto paterno che nutro per ciascuno.
Ma non essendo questo possibile, permettete che di quando in quando vi palesi tutto l'animo mio con qualche lettera circolare o edificante. Nel concetto del 2° Capitolo Generale che le ha suggerite, queste lettere edificanti dovrebbero servire di sprone a lavorare alla maggior gloria di Dio e giovare a mantenere vivo il fuoco della pietà cristiana.
Parmi però che al tempo stesso tali lettere riusciranno in 'lodo speciale vantaggiose alla nostra Congregazione, a mantenere cioè il mutuo affetto che unisce il padre ai figli e questi a lui. Esse portano ai figli il cuore del padre che dice loro: — Coraggio! so che incontrate difficoltà e pene, ma state sicuri che io le divido con voi e farò di tutto per aiutarvi a superarle o sopportarle. Silvio Pellico scriveva: scèmasi dei mali il peso col narrarli altrui, cosi comunicandoci reciprocamente le gioie e le tristezze della vita, queste si fanno più leggiere, e quelle portano la loro felicità ad ogni cuore che le riceve.
Cosi tutto diventa comune nella nostra famiglia e si avvera la parola dello Spirito Santo che l'abitare insieme sarà cosa buona e gioconda! I figli poi alla loro volta leggendole si sentiranno non soltanto spronati a lavorare con maggior lena, ma eziandio a comunicare al padre, insieme con le loro gioie e pene, anche quel po' di béne che riescono a compiere, perchè all'occorr'enza possa servire di eccitamento ad altri. Gradite perciò questa mia come tenue pegno dell'amore che porto a tutti, nessuno eccettuato; e vi serva di stimolo ad operare il maggior bene nel campo affidato alle vostre cure.
2. Le conseguenze della guerra.
Noi tutti si sperava che l'anno testè incominciato — il quale segna due date memorande per la nostra amata Congregazione: il Centenario, cioè, della nascita di Don Bosco e dell'istituzione della festa di Maria SS. Ausiliatrice — ci avrebbe recato letizia e gaudio soavissimo con le grandiose solennità che si stavano preparando secondo i programmi a voi già noti.
Ma purtroppo, come sapete, si son dovute rimandare le solennità esteriori, accontentandoci nelle attuali, tristezze (1) di unirci compatti e fidenti nella preghiera espiatoria ed impetratrice di pace alle nazioni dilaniantisi con inaudito accanimento in una guerra che non trova riscontro nella storà. Il flagello di Dio segue il suo corso implacabile, e la nostra Pia Società ne risente le inevitabili conseguenze.
Pensate un po', carissimi, alle tante nostre case che fiorivano presso le nazioni dove al presente ferve la guerra o spopolate di giovanetti, o ridotte a vita miserrima; ai numerosi confratelli chiamati sotto le armi dei quali parecchi pagarono già il loro tributo
(1) La guerra mondiale 1914-1918.
alla patria col sacrifizio della vita e altri sono in pericolo di doverlo fare quando che sia; — alla paralizzata vitalità di tanti popoli neutrali dove pure abbiamo confratelli carissimi e numerose case, alla falange di Cooperatori zelanti che erano il sostegno nostro colle loro beneficenze e che ora non possono più venirci in aiuto, vuoi per le interrotte comunicazioni, e vuoi sopratutto perchè costretti a profondere i loro averi a soccorrere altre miserie più urgenti causate dalla guerra; — alle varie Missioni che ripongono tutta la loro vita nelle offerte che loro si mandavano in determinate epoche, e poi potrete farvi forse un'idea del mio presente stato d'animo e di quello degli altri superiori maggiori...
È vero che molti fra voi, o carissimi, provano da vicino una parte di queste immani tristezze, ma non mi negherete che il cuore del padre pensando a tutti i suoi figli e a tutto, è immensamente più provato. Aggiungete ancora a questo altri dolori e amarezze che sono inevitabili in una Congregazione numerosa ed estesa come la nostra, e non vi sarà difficile comprendere qual peso graviti sopra il vostro Rettor Maggiore. Dico questo non per mendicare il vostro compatimento, ma per eccitarvi a dare la massima economia e a pregare con più fervore per me e per la nostra Congregazione.
3. Povertà, economia ed unione di preghiere.
Lo so che queste cose già le fate; ed io, o carissimi, ve le rammento soltanto perchè possiate essere ognora fermi nella loro pratica. Colle presenti strettezze finanziarie Nostro Signor Gesù Cristo vuole anche prepararci alla pratica reale della virtù della povertà che abbiamo abbracciato con voto e che forse verrà presto a noi con tutte le sue privazioni; ma se lo facciamo fin d'ora, spontaneamente imponendoci tutti una rigorosa economia non solo in ciò che è superfluo, ma eziandio in ciò che non è strettamente necessario, rendiamo il sacrificio nostro immensamente più grato al divino Amante della santa povertà e più meritevole per noi.
E qui mi piace ricordare l'esempio di quelli che in vista appunto delle presenti strettezze e per essere più somiglianti a Gesù povero, proposero di privarsi di alcune cose a tavola, ciò che in alcune case si fa già da tutti; e l'altro esempio ancor più mirabile di alcuni confratelli e figli di Maria, che, essendo sotto le armi nella loro patria, fanno risparmio della loro scarsa paga, come soldati, per venire in aiuto alla casa cui sono aggregati o che li ha educati. Non è certo senza rincrescimento che io pensi a tali privazioni di una parte dei miei figli, ma non posso non' ammirarne lo spirito di sacrificio... Oh! se fossimo tutti animati da simili sentimenti io son sicuro che non ci mancherebbero í mezzi pér sostenere le nostre Missioni e per continuare a fare un gran bene alla gioventù povera ed abbandonata.
Il nostro Ven. Padre nelle memorie da lui scritte per il governo della Congregazione diede ai Superiori Maggiori questo documento che merita di essere profondamente meditato da tutti: « Nel permettere costruzioni o riparazioni di case si usi gran rigore nello impedire il lusso, la magnificenza, la eleganza. Dal momento che comincerà apparire agiatezza nella persona, nelle camere o nelle case, comincia nel tempo stesso la decadenza della nostra Congregazione ». Dunque, se amiamo la nostra Congregazione, regni la santa povertà in tutte le persone e cose nostre: pratichiamola con rigore prima che ce ne costringa la necessità, facendo la massima economia per venire in aiuto a quelli che ne abbisognano. Così in un certo senso potremo dirci anche i cdoperatori materiali di quelle opere nostre che vivono solo di carità.
Ma in questi tempi calamitosi da noi salesiani si deve specialmente pregare, e, perchè la nostra precé propiziatoria presso Dio, offriamola costantemente alla nostra Potente Ausiliatrice, al grande e singolare presidio della S. Chiesa, al singolare aiuto dei Cristiani, a Colei che è terribile al par degli eserciti ordinati in . battaglia... Qui in Valdocco nel dívoto Santuario della cara nostra Ausiliatrice si sono iniziate, fin dal principio della guerra, ferventi preghiere per questo fine; e le umili suppliche continueranno ad elevarsi ogni giorno e con fervore sempre crescente, finchè non piaccia alla divina demenza di esaudirci.
A queste quotidiane suppliche desidero che in spirito prendiate parte ancor voi, o dilettissimi, nelle vostre case, ponendo in tutte le vostre preghiere l'intenzione che siano fatte.in unione a quelle che vengono inalzate dinanzi all'altare della nostra dolcissima Madonna.
Un'altra cosa mi sta grandemente a cuore e si è che diate — come già si fa nel Santuario di Valdocco — tutta la possibile solennità alla Commemorazione del 24 di ogni mese in onore della Potente Ausiliatrice del popolo Cristiano, inalzando a Lei più vive suppliche secondo le intenzioni del Santo Padre e per il maggior bene della nostra Sociètà.
Il nostro Ven. Padre ci ha assicurati più volte che nuovi e insigni benefizi sarebbero elargiti nell'avvenire dai questa tenerissima Madre al popolo cristiano, ed io faccio voti che sia questo il tempo delle nuovissime meraviglie dell'Ausiliatrice nostra. Sì, se noi abbiamo fiducia, possiamo ottenere tutto da Lei: preghiamola dunque con la fiducia che è certezza e con la costanza che non vien mai meno.
4. Un'ora con Papa Benedetto XV.
Soddisfatto questo bisogno del mio cuore che reclamava di avervi tutti, o dilettissimi, meco uniti nel sacrifizio e nella preghiera, io passo a darvi alcune notizie che spero torneranno a nostro comune incoraggiamento e conforto.
Il Venerabile nostro Fondatore considerò sempre il Vicario di Gesù Cristo come il faro luminoso che doveva guidare i suoi passi, e c'insegnò con la parola e con l'esempio ad amarlo, a difenderne l'autorità e ad accoglierne gli insegnamenti col massimo rispetto e colla più scrupolosa ubbidienza. Ora se noi, fedeli a questo insegnamento, amiamo il Papa, come teneri figli amano il padre loro, noi dobbiamo esultare di santa gioia nel sapere che il sapientissimo novello Pontefice Benedetto XV ama pure grandemente l'umile nostra Società e tutti i suoi membri.
E non esito a dichiararvi, o carissimi, che l'attuale Santo Padre ci ama d'un amor forte e di predilezione. Ne ebbi manifesta prova nell'affettuosissima udienza privata concessami da Benedetto XV la mattina del 14 ottobre u. s. In quell'ora indimenticabile che mi tenne al suo fianco, non solo gustai l'ineffabile soddisfazione che prova il cuore d'un credente nell'essere dinanzi al Supremo Pastore, al Maestro infallibile, al Vicario di Gesù Cristo, ma godetti pure di quella gioia profonda che prova il figlio al cospetto del padre suo desideratissimo, il cuore di un umile beneficato che può ossequiare il suo primo benefattore., Io credo, o carissimi, che Don Bosco stesso, che amava tanto il Papa, non avrebbe gustato maggior dolcezza nel vedere una così perfetta consonanza degli ideali suoi con quelli del Vicario di Gesù Cristo e nello scorgere così apprezzata da Luí l'opera sua!
Appena ammesso alla sua .augusta presenza, mi prostrai umilmente per baciargli il piede, ma il S. Padre con somma bontà mi disse: ve lo permetto solo per questa volta, e subito mi fece sedere accanto a sè.
Per prima cosa mi ricordò con molta affabilità come pochi istanti dopo la sua elezione, a mezzo dell'Em.mo sig. Card. Maffi, aveva inviato al Successor di D. Bosco e a tutta la Pia Società Salesiana una delle sue prime benedizioni. Manifestò la compiacenza provata nell'accogliere nel primo Concistoro da lui tenuto, la prima postulazione di rito per la Causa di Beatificazione e Canonizzazione del nostro Ven. Fondatore.. Si congratulò del bene che l'Opera di D. Bosco compie, mercè la grazia di Dio, in ogni parte. E con intima soddisfazione aggiungeva: più Vescovi che hanno case salesiane nelle loro Diocesi me ne hanno parlato molto bene!
Disse di aver letto nell'Osservatore Romano la funzione celebratasi per la pace e secondo l'intenzione del S. Padre il 24 settembre, nel caro Santuario dell'Ausiliatrice nostra. Ed avendo io soggiunto che s'intendeva ripeterla il 24 d'ogni mese per tutto l'anno centenario:
— Si, sì, m'interruppe, continuate! Sono funzioni che fanno del bene; stimolano alla frequenza dei Sacramenti. V'incarico di impartire a mio nome la Benedizione Apostolica tutti i mesi a tutti coloro che vi prenderanno parte.
Si parlò in seguito a lungo di molte altre cose riguardanti la Congregazione e le Missioni, mi concesse speciali favori per il buon governo della nostra Società ed una specialissima benedizione per tutti i Salesiani. Permise infine che fossero introdotti alla sua presenza Augusta il Segretario del Capitolo e il Procuratore Generale che mi accompagnavano, e con essi pure si trattenne alquanto in affabile conversazione. Suonando il mezzodì, ebbe la bontà di recitare con noi l'Angelus, dopo di che nel congedarci affettuosamente ci benedisse di nuovo con tutta effusione.
5. Patrono dei figli e modello degli educatori. '
Altro motivo di conforto per noi tutti si è la stima che gode l'umile nostra Società in Roma. Non solo la stima e l'ama d'affetto verace il Santo Padre, ma anche gli Em.mi Signori Cardinali ed altri personaggi cospicui, che ebbi la fortuna di poter ossequiare durante la mia permanenza a Roma, si mostrarono molto affezionati e ben informati delle Opere nostre.
Tra questi mi piace ricordare l'Em.mo Sig. Card. Gasparri, Segretario di Stato di S. S. e nostro Protettore, il cui affetto per la Congregazione è pari solo al suo gran cuore e alla sua vasta intelligenza; e lo stesso dovrei dire degli Em.mi Cardinali Giustini, De Lai, Gotti, Vico, ecc.
Tra i membri della Congregazione dei Riti v'è molto impegno per la Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Ven. D. Bosco, la quale fa il suo corso regolare. Nel 1° Concistoro tenuto da Benedetto XV è stata fatta la prima postulazione di rito, e il Santo Padre ( come mi dichiarò Egli stesso nella memoranda udienza surriferita ) l'accolse con la più viva compiacenza. Dopo la morte dell'Em.mo compianto Sig. Cardinale Domenico Ferrata, ponente, si degnò accettare tale ufficio l'Em.mo Card. Antonio Vico.
Le più belle speranze preludiano non lontano il giorno in cui la santità del Padre rifulgerà ín tutto il suo splendore nel cielo della Chiesa Cattolica come valido Patrono dei figli e modello salutare degli educatori della gioventù. Noi abbiamo la ferma fiducia che D. Bosco in cielo è già tutto questo, perchè le grazie e i favori più segnalati fioriscono su la sua tomba; ma dobbiamo con le nostre incessanti suppliche affrettare il giorno della sua glorificazione in terra.
Però non basta pregare: è necessario che siamo degni suol figli coll'imitare le sue virtù ripetendo di frequente il motto d'ordine lasciatoci dall'indimenticabile D. Rua: —ila santità dei figli sia prova della santità del. Padre!
Nelle file degli ammiratori del nostro Ven. Padre è una gara generosa di imitazione e non faremo altrettanto noi suoi figli prediletti?
Un insigne Prelato, antico allievo, estrasse oltre cinque mila note della vita di Don Bosco per servirsene nel suo ministero e così seguirne le tracce il più da vicino che sia possibile. È pure edificante ciò che decisero alcuni Comitati di ex-allievi americani: si proposero di studiare Do- n Bosco ed imitarne la virtù. E noi saremo da meno?
6. Il più bel fiore dell'Oratorio.
Ma l'eccitamento all'imitazione del Ven. Padre ci venga principalmente dalla memoria, dagli esempi e dalla protezione del pio giovanetto che simile a fiore di paradiso deliziò col profumo delle sue virtù i tempi eroici del nostro Oratorio di Valdocco, voglio dire: il Servo di Dio Savio Domenico.
Crebbe egli sotto lo sguardo e la direzione di D. Bosco stesso che l'ebbe caro più di ogni altro perchè più di ogni altro conosceva le grandi meraviglie che la grazia di Dio andava operando in quel cuore tenerissimo e santamente generoso, e prevedeva che sarebbe divenuto il modello prezioso di tutta la gioventù raccolta all'ombra dello stemma salesiano.
Di lui, morto in concetto di santità il 9 marzo 1857, il Venerabile Fondatore scrisse un'aurea biografia, e finchè ,visse ne esaltò le virtù, ne mantenne viva la memoria, anzi più volte ebbe a dire che l'umile studente dell'Oratorio un giorno sarebbe stato innalzato all'onore degli altari. E voi sapete, o diletti figli, come la predizione paterna abbia cominciato a realizzarsi con l'introduzione della Causa di Beatificazione e Canonizzazione di questo suo piissimo alunno avvenuta 1'11 febbraio 1914 con somma esultanza nostra e degli amici tutti dell'Opera Salesiana.
È proprio qui il caso di ripetere che essendo la santità del figlio la miglior prova di quella del Padre, questo avvenimento è un lieto auspicio per l'avvenire della Congregazione e per il compimento di uno dei nostri più ardenti voti. Certo la fama di santità di D. Bosco contribuì non poco a quella di Domenico Savio; ma anche la fama di santità di Domenico illustrerà vieppiù, specialmente d'ora innanzi, quella di Don Bosco.
Nulla vi dico delle virtù del santo giovanetto perchè avete famigliare la vita di lui, scritta dal Padre e Fondatore nostro; nulla delle solenni commemorazioni fatte in occasione dell'introduzione della sua Causa a Roma, perchè sono cose a voi già note per mezzo del Bollettino Salesiano. Ma non posso non parlarvi ( quantunque a voi pure già noto) del trasferimento dei resti mortali del giovane Servo di Dio nel Santuario di Maria Ausiliatrice, avvenuta il 29 ottobre ultimo scorso.
Savio Domenico s'era talmente affezionato all'Oratorio che colpito dalla malattia la quale, com'egli stesso presentiva, doveva aprirgli le porte del Paradiso — bramava terminar quivi i suoi giorni. Ma per fare del suo desiderio un sacrificio a Dio s'arrese a D. Boco, e ritornò presso i parenti che allora dimoravano a Mondonio. Quivi otto giorni dopo terminava santamente i suoi giorni e la sua salma veniva sepolta nel cimitero di quel fortunato paese.
Don Bosco, conoscendo la santità del suo alunno, non poteva dubitare che il Signore non lo glorificasse a suo tempo anche-quaggiù in terra. Perciò non solo ne scrisse la vita, ma rivolse affettuose cure paterne alla sua salma. Per cura di lui essa venne tolta dal cimitero comune e tumulata in apposita tomba presso
la cappella dell'umile campo santo, la quale divenne tosto preziosa per tutti gli abitanti che fin d'allora presero a considerare il pio giovanetto come il loro santo.
Ma quella tomba per oltre 50 anni mèta di divoti pellegrinaggi e fonte di grazie segnalate doveva esser solo provvisoria, perchè il Signore suole dar compimento quandochesia anche a un semplice—desiderio dei suoi servi fedeli. Ora Savio Domenico aveva desiderato non solo di terminare i suoi giorni all'Oratorio, ma di tornare di frequente — come aveva confidato a D. Bosco — dal cielo a visitare i suoi compagni e l'Oratorio. Dispose quindi il Signore che il suo sepolcro definitivo sorgesse nel luogo stesso già santificato dalle sue virtù, perchè anche i suoi resti mortali fossero di salutare e continuo eccitamento a forti propositi in mezzo alla perenne falange giovanile che egli in morte s'era assunto di proteggere dal cielo.
Per questo adesso i suoi resti mortali riposano sotto la cupola del Santuario di Maria Ausiliatrice, dove — nell'attesa della sospirata glorificazione — la pietà dei suoi divori gli inalzerà una nuova tomba. La storia del trasferimento dei suoi resti mortali, che voi, o cari figli, avete già letto sul Bollettino Salesiano, mostra bellamente in quale grande concetto di santità fosse tenuto a Mondonio Savio Domenico; e ci fa comprendere al tempo stesso esser cosa naturale che la gente accorra ora al luogo del suo nuovo sepolcro per implorare grazie a favori. Noi intanto ringraziamo Iddio del prezioso tesoro affidatoci e con umili suppliche facciamo voti che sorga presto il giorno in cui ci sarà dato invocare l'angelico Savio Protettore e modello dei nostri stúdenti.
7. Salutare risveglio negli Oratori festivi.
In questa lettera edificante mi pare opportuno fare anche un cenno dei frutti portati dalla mia precedente sugli Oratorii festivi. Voi, o miei cari, l'avete ricevuta con entusiasmo, letta e meditata; molti mi inviarono ringraziamenti per le nuove energie di bene che aveva rinnovato nei loro cuori; il Bollettino Salesiano l'ha comunicata nei suoi punti generale ai nostri zelanti Cooperatori e con viva gioia dell'animo mio potei constatare che s'accresce dappertutto un santo zelo per la cura dei giovani esterni.
Parecchi Ispettori raccolsero a convegno i Direttori di tutti gli Oratori festivi dell'Ispettoria per studiare insieme i mezzi più efficaci per fare il maggior bene ai giovani e per rendere gli Oratori sempre più popolati. I Direttori delle case cui sono annessi Oratori festivi ( e sono pressochè tutte) conversero sopra di questi più sollecite cure, e la maggior parte dei Confratelli prestarono più volentieri l'opera loro domenicale e serale in mezzo ai figli del popolo. Col buon volere di tutti si apersero pure parecchi nuovi Oratori e Circoli giovanili.
È stato un salutare risveglio e ritorno allo scopo primario della nostra Congregazione ed i frutti non potevano non essere abbondantissimi. Nè solo si moltiplicò il numero degli Oratori e dei giovani che li frequentano, ma per bontà del Signore pare non siano sterili le fatiche dei Salesiani che ne hanno cura. Ne fanno fede le gare catechistiche fatte in vari luoghi con vera soddisfazione dei ragguardevoli personaggi ecclesiastici e laici che assistettero. Lo provano i Circoli, le Compagnie, le Casse di Risparmio, e l'istruzione che già mostrano questi cari fanciulli nel confessarsi ed il contegno che tengono nell'accostarsi ai Sacramenti. Vari di essi esercitarono un vero apostolato in mezzo alle loro famiglie, e procurarono ai loro parenti i conforti religiosi all'ora della morte.
E questi salutari effetti della buona educazione che s'imparte negli Oratori, portano ancora frutti preziosi nelle famiglie e nella società, frutti che sfuggono il più delle volte alla nostra considerazione. Quante conversioni ed insperati ritorni al bene si devono il più delle volte all'influenza che esercita insensibilmente in casa un giovane dell'Oratorio! L'Oratorio, o miei cari, è l'Opera nostra per eccellenza, e non si direbbe buon figlio di D. Bosco quegli che non avesse la passione dell'Oratorio festivo. Il Salesiano che ha tale passione farà sempre del gran bene dovunque.
Tutti direttamente o indirettamente dobbiamo amare e favorire questo genere di apostolato.
Uno zelante nostro Cooperatore, il Rev. D. Eucherio Gianetto, della diocesi di Ivrea, ma ora parroco della Colonia italiana della città di Elizabeth, New Jersey, negli Stati Uniti, mi scriveva il 16 ottobre scorso: «È circa un anno dacchè potei ottenere dal Rev.mo D. Coppo che un bravo sacerdote salesiano venisse ogni settimana da New-York a lavorare nel mio Oratorio festivo e ad istruire questi piccoli italiani — più di 500 — nel catechismo secondo il sistema del Ven. Don Bosco, e il risultato fu 'dei più confortanti. I ministri protestanti sono arrabbiati, perchè vanno perdendo terreno giorno per giorno, quantunque essi dispongano di molti mezzi finanziari che noi non abbiamo. Sono moltissimi i ragazzi italiani tolti dalle chiese e scuole protestanti in un sol anno. So che un ministro protestante italiano disse con suo grande rincrescimento, che se continuerà a venir ogni settimana da New-York il sacerdote salesiano, egli sarebbe stato costretto ad andarsene da Elizabeth per mancanza di alunni nella sua scuola e chiesa.
» Questo è un trionfo del sistema educativo del Ven. Don Bosco e dei suoi figli! Io mi auguro che il sacerdote salesiano continui a venire, e che il ministro protestante debba andarsene da Elizabeth per non ritornarvi mai più, a Maggior gloria di Dio. Il salesiano ogni volta fa un gran bene a questa parrocchia italiana, ed è stimato ed amato da tutti, anche dagli americani. Egli predica molto bene in italiano, inglese e spagnolo ed è uno specialista per istruire la gioventù a lui affidata ». !Vorrei che procurassimo tutti, o miei cari figli, di divenire specialisti nell'educare la gioventù e nell'attirare i giovani agli Oratori, ed allora saremo degni figli del nostro Ven. Padre.
8. Uno sguardo alle nostre Missioni.
Anche dalle nostre Missioni ci pervengono consolanti notizie e sono sempre più sensibili i progressi che, nonostante le attuali strettezze di personale e di mezzi, vanno compiendo colà quei nostri instancabili Gonfiategli. Le relazioni che essi m'inviano e che un po' per volta vengono pubblicate sul Bollettino, sono la più bella testimonianza della specialissima protezione di Maria Ausiliatrice in quelle regioni e nel tempo stesso del loro zelo.
Però quelle lettere non contengono che una piccola parte di quanto si compie dai nostri Missionari, sia perchè molti nella loro umiltà non osano riferire quanto con l'aiuto divino vanno facendo, e sia principalmente, perchè ai più manca perfino il tempo di scrivere a causa dell'immenso lavoro che li assorbe. A questi voglio ripetere qui l'invito e la preghiera fatta più volte dall'indimenticabile D. Rua, e cioè, di fare qualsiasi sacrificio, e scrivere, non già per soddisfare vanamente l'amor proprio, o dar vanto alla nostra Pia Società, ma perchè si compia tra noi il desiderio del nostro Divin Salvatore: ut videant opera vestra bona, et glorificent Patrem vestrum qui in caelis est (Matth., V, 16), affinchè i confratelli ed anche gli altri, edificati dalle vostre buone opere, ne diano gloria al Padre nostro che è nei cieli.
Non è egli per questo motivo che gli Apostoli si raccontavano reciprocamente il bene che col divino aiuto avevano potuto compiere, e perfino i miracoli che avevano operato? E non è egli per tal fine che il nostro caro Don Bosco, mentre era ancor in vita permise che si raccontassero le varie vicende dell'Oratorio? (Cfr. Lettera circolare di D. Rua, p. 426).
Nella mia lettera annuale ai Cooperatori Salesiani ho accennato a nuove residenze aperte nelle Missioni. In Patagonia nella Repubblica Argentina quella di Comodoro Rivadavia; pure in quegli immensi Territori lavorano con grande profitto per la colonia tedesca varii nostri zelanti confratelli, verificandosi in tal modo che i Salesiani hanno cura in America e altrove non solo degli emigrati italiani, ma anche di quelli di altre nazionalità quando ne scorgono il bisogno.
L'amatissimo Mons. Costamagna finalmente ha potuto stabilirsi nel suo Vicariato Apostolico di Mendez e Gualaquiza e già si sentono gli effetti della sua presenza, avendo fondata una nuova
residenza a Indanza fra i Jivaros. Questo fatto è un assai lieto auspicio per quella Missione difficilissima, e faccio voti che la salute di Mons. Costamagna l'assista per convertire alla fede e alla civiltà quella razza indomita che per più secoli rese vane le fatiche dei più eroici Missionarii.
Un nuovo assetto, e perciò un vero sviluppo ebbe anche la Missione dell'Heung-Shan in Cina. Quei nostri buoni confratelli
si sono diviso tutto quel vasto territorio .ed ora, mercè il loro zelo, non solo vengono regolarmente assistite le piccole cristianità esistenti, ma sorgono nuove cappelle e coll'aiuto di Dio si fanno anche frequenti conversioni.
E qui mi piace trascrivervi, o carissimi, una preziosa pagina che trovo nelle memorie scritte di propria mano dal Venerabile D. Bosco, perchè nei progressi della Missione della Cina parrai cominci ad avverarsi quanto il buon Padre ha preveduto: « A suo tempo, cosa egli, si porteranno le nostre Missioni nella China e precisamente a Pechino. Ma non si dimentichi che noi andiamo peí fanciulli poveri e abbandonati. Là tra popoli sconosciuti ed ignoranti del vero Dio si vedranno le meraviglie finora non credute, ma che Iddio potente farà palesi al mondo ».
Inoltre per annuire al vivo desiderio della S. Sede si è accettata la nuova Prefettura Apostolica del Rio Negro al Nord Est del Brasile, confinante coll'Equatore e colla Colombia, disagiatissimo e difficilissimo campo che ha già stancato la robusta fibra di altri zelantissimi Missionari. E l'abbiamo accettata perchè il compianto Pio X di santa memoria ci aveva fatto dire che dovevamo accettarla per attirare con essa le benedizioni su la nostra Congregazione. Anche l'Em. Card. Gotti ebbe a dirmi a riguardo di questa Missione: sappiamo che i Salesiani accettarono questa Missione perchè essa imporrà sacrifici gravi di denaro e fors'anche di vite.
La Sacra Congregazione di Propaganda il 25 agosto u. s. inviava all'instancabile confratello D. Giovanni Balzola, le lettere credenziali per andare, in nome della nostra Società, a prender possesso della difficile Missione. E ben possiamo dire che il compianto Pontefice ha guardato con occhio di predilezione i nostri Confratelli del Mato Grosso, poichè tra essi non solo elesse il Vescovo ausiliare dell'Ecc.mo Arcivescovo di Cuyabà nella persona del figlio di D. Bosco Mons. Francesco d'Aquino Correa, il Vescovo più giovane di tutta la Chiesa, ma scelse anche il primo Vescovo della Prelatura di Registro de Araguaya, la quale abbraccia tutte le Missioni del Mato Grosso, nel carissimo Mons. Antonio Malan, instancabile Apostolo di quelle terre.
Mons. Malan fu consacrato Vescovo in S. Paolo il 15 agosto con feste solennissime, descritte molto minutamente in un riuscitissimo Numero Unico. Mons. d'Aquino fu consacrato nel dicembre u. s. in Cuyabà. - Gli attuali sconvolgimenti infine diedero ai nostri Segretariati del popolo presso le diverse nazioni una maggior occasione di lavorare con più eroismo. Voi, o miei cari, conoscete già l'attività di quello di New York dalle relazioni che a quando a quando si stampano nel Bollettino, ma si fa pure altrettanto in Buenos Aires, a Lima, a Rio Janeiro e altrove per lo zelo dei Confratelli addetti.
Nell'Alsazia lo zelante D. Giovanni Branda si rese grandemente benemerito presso molte migliaia di italiani che dovettero rimpatriare all'inizio delle ostilità. Egli quasi da solo diresse con tatto e previdenza il rimpatrio della maggior parte. I motivi che dànno occasione a questo bene sono certo dolorosi, ma non per questo cessa di esser bene ed è certo nostra missione il cercare di lenire nel miglior modo possibile i mali del nostro prossimo anche nelle cose materiali.
9. Per le vittime del terremoto abruzzese.
Mentre stava per conchiudere questa lettera, ecco giungere la notizia del disastroso terremoto che ha colpito inesorabilmente le città e i paesi più importanti dell'Abruzzo e parte anche del Casertano. Nell'immane eccidio anche noi abbiamo a lamentare gravi danni materiali, ma, per visibile protezione dell'Ausiliatrice, tra i pochi scampati dall'eccidio quasi generale di Gioia de' Marsi, vi sono i nostri due confratelli sacerdoti che attendevano alla Parrocchia e all'Oratorio festivo di qual paese ora completamente distrutto. Non così avventurate furono le buone Figlie di Maria Ausiliatrice che perdettero tre Suore, rimaste sotto le macerie.
Chiniamo la fronte ai divini voleri e preghiamo anche per le tante vittime di questo cataclisma. Ma il cuore mi dice che D. Bosco e D. Rua non sarebbero contenti di questo solo, perciò mi dispongo a ricoverare, nei limiti della carità che il ,Signore ci manda, una parte degli orfanelli superstiti. E sia qtiesto un nuovo motivo che vi ecciti, o dilettissimi, a praticare quanto ho suggerito più sopra e così darmi la possibilità di aprire le porte dei nostri ospizi ad un buon numero di derelitti.
Ed ora è tempo che io ponga termine a questa mia lettera riuscita assai più lunga di quanto io avrei voluto. Ma ho scritto quello che il cuore mi dettava e solo perchè bramo ardentemente che, vivendo noi stessi dello spirito del Ven. Padre D. Bosco, lo possiamo anche diffondere colla parola e colle opere in mezzo alla società, praticando e propagando la divozione di Maria SS. Ausiliatrice. È questa la proposta che feci ai nostri buoni Cooperatori per l'anno centenario della nascita di D. Bosco e della festa di Maria Ausiliatrice; però per noi, o carissimi, dev'essere non una semplice proposta, ma una luminosa realtà.
Nella speranza che ci sia dato di poterlo celebrare presto nella pienezza del giubilo santo e nella solennità' della sospirata e supplicata pace, invoco dal nostro celeste Protettore San Francesco di Sales sopra di me e sopra di voi tutti, o 'càri figli, l'effusione delle più copiose benedizioni celesti alla maggior santificazione delle anime nostre e di quelle affidate alle nostre cure.
Vostro affino in C. J. Sac. PAOLO ALBERA.
XIV
Disposizioni varie per i chiamati sotto le armi
1. Esortazione del Papa a pregare per la pace. — 2. Corrispondenza con i confratelli militari. — 3. Pratiche per l'assegnamento al servizio di sanità. — 4. Anno scolastico e locali requisibili. — 5. 'Militari Chierici in sacris. — 6. Titoli per la dispensa dal servizio militare.
Torino, 1° giugno 1915.
Carissimi Direttori,
Brevemente alcune comunicazioni che in parte forse avrete già avute dai rispettivi Ispettori, cui in antecedenza furon fatte:
1. Esortazione del Papa a pregare per la pace.
Vi è noto come il S. Padre il 25 maggio u. s. abbia scritto all'Era. Card. Decano del S. Collegio: « Noi esortiamo tutti i figli della Chiesa Cattolica a praticare insieme a Noi per tre giorni consecutivi o disgiunti, secondo la scelta di ciascuno, uno stretto digiuno ecclesiastico, e concediamo che questa pia pratica di cristiana mortificazione valga a far lucrare, con le solite condizioni, l'indulgenza plenaria, applicabile anche alle anime del Purgatorio ».
Ove si giunga ancora in tempo, per una certa conformità, suggerisco che a cominciare da venerdì 11 giugno, festa del S. Cuore di Gesù, dai Confratelli e possibilmente anche dai giovani, si pratichi, per tre venerdì consecutivi, tale digiuno stretto. Al mattino poi o alla sera di tali giorni si dia la benedizione col Santissimo, previo il canto del Miserere e la recita della preghiera per la pace, composta dal S. Padre.
Dove si può si faccia intervenire eziandio il pubblico e i fedeli tutti si stimolino a ricevere i Sacramenti della Confessione e Comunione per lucrare l'indulgenza plenaria. Dal Cuore Sacratissimo di Gesù, onorato in modo particolare in questo mese, imploriamo la sospirata pace e intanto la protezione sopra i nostri confratelli sui campi di battaglia.
2. Corrispondenza con i confratelli militari.
I Direttori e gl'Ispettori si tengano in corrispondenza frequente coi confratelli richiamati alle armi; li aiutino moralmente e materialmente quanto possono; procurino di avere gl'indirizzi e comunicarli al signor D. Piscetta affinchè anche i Superiori Maggiori possano, occorrendo, scriver loro.
3. Pratiche per l'assegnamento al servizio di sanità.
Si faccia di tutto per fare scrivere i nostri Confratelli alla Compagnia di Sanità: è la meno pericolosa e la più confacente al nostro carattere di religiosi. Alcuni chierici yi furono ammessi presentandosi in veste talare: altri presentano un attestato del proprio Direttore. Per quelli che sono sotto le armi, e ne avevano il diritto, non si cessi dal lavorare per ottenere il passaggio a tale Compagnia.
4. Anno scolastico e locali requisibili.
Non si anticipi la chiusura dell'anno scolastico, nonostante le difficoltà che si frappongono. Si procuri anzi di tenere i locali occupati con le varie nostre opere interne ed esterne. Si farà così una vera opera di carità ai nostri giovani e alle loro famiglie.
Quando si avessero a cedere i locali si esponga rispettosamente alle autorità militari il vivo desiderio di avere qual cappellano militare qualcuno dei nostri sacerdoti richiamati alle armi. Forse facilmente si otterrà. Altrettanto si potrà suggerire che facciano le Figlie di Maria Ausiliatrice quando fossero requisiti i loro locali.
5. Militari chierici in sacris.
Tutti coloro ceh sono in sacris, a qualunque categoria essi appartengano, abbiano o non- abbiano prestato servizio militare, che non chiamati ancora alle armi lo potranno esser prossimamente, eccetto i nati anteriormente al primo gennaio 1876, sono invitati a fare domanda di essere inscritti, se già non lo sono, alla compagnia di Sanità.
Tale domanda si fa al distretto militare di origine (non a quello dí residenza) unendo il congedo e la dichiarazione di essere in sacris, dichiarazione rilasciata dalla Curia.
6. Titoli per la dispensa dal servizio militare.
Le dispense dalle chiamate alle armi sono disciplinate dal Regolamento approvato con R. Decreto 13 aprile 1911, n. 377, completato dal decreto ministeriale 22 maggio 1911 e dalle istruzioni approvate il 28 maggio 1911.
Per le chiamate per mobilitazione i ministri dei culti aventi cura d'anime hanno titolo alla dispensa dalla chiamata alle armi, solo se siano ufficiali di milizia territoriale o di riserva, ovvero se siano sottoufficiali o militari di truppa ascritti alla milizia territoriale, compresi quindi tutti coloro che all'atto del concorso alla leva furono assegnati alla terza categoria e che a tale categoria furono trasferiti posteriormente, nonchè tutti coloro che furono ascritti alla prima o alla seconda categoria ed appartengono per arruolamento alle classi di leva 1881, 1880, 1879, 1878, 1877, 1876.
In pratica si richiede:
a) Che il Vescovo nella cui Diocesi dimora detto prete, rilasci un certificato nel quale si dichiari ch'egli all'atto della pubblicazione del manifesto di chiamata alle armi si trova nella condizione di Ministro di culto avente cura di anime, e che l'opera sua è assolutamente necessaria per il regolare andamento dell'ufficio affidatogli.
b) Che detta dichiarazione del Vescovo sia vidimata dal subeconomo dei Benefici Vacanti, con un semplice « si conferma » e bollo d'ufficio.
c) Che la detta dichiarazione contenga le seguenti indicazioni, che possono desumersi dal foglio di congedo illimitato, di cui il militare è provvisto, cioè: — cognome e nome - filiazione - grado - classe e categoria - numero di matricola o di estrazione - comune di nascita - comune in cui concorse alla leva - distretto al quale il militare appartiene.
Questo certificato così vidimato e precisato si manda o si porta al Comando del Distretto Militare, prima del giorno stabilito per la presentazione alle armi ed esso concede la dispensa.
Occorrendo si faccia rilevare all'autorità ecclesiastica che in alcuni Oratori si ha realmente la cura delle anime di tutta o di quasi tutta la gioventù del luogo, e che partendone il Direttore, non si potrà sostituire da altri, sicchè egli è realmente indispensabile a quel ministero spirituale. — Per qualche Vice-Parroco l'indispensabilità riesce più manifesta ancora.
Pregate per me che vi ricordo ogni giorno a Gesù e alla Vergine Ausiliatrice e credetemi
Vostro aff.mo in C. J. Sac. PAOLO ALBERA.
xv
Facilitazioni governative per gli esami
Eccitamento ad usufruirne
1. Esami d'ammissione alla Licenz'a Liceale, Normale, Istituto Tecnico. 2. Convenienza di acquisire Titoli legali. — 3. Evitare vacanze in famiglia. — 4. Corrispondenza frequente degli Ispettori ,coi Direttori. 5. Esercizi Spirituali.
Torino, 4 giugno 1915.
Carissimi Ispettori,
1. Avete notato le facilitazioni fatte per gli esami, facilitazioni di cui possono godere anche i privatisti.
Sapete già che la scuola Normale Pareggiata di Valsalice quest'anno è nuovamente sede legale di esami di Licenza normale pei privatisti del Circondario di Torino.
Sapete inoltre che i candidati agli esami di licenza Liceale, Normale o d'Istituto Tecnico hanno diritto a quattro sessioni.
Conviene quindi che almeno ad ottobre p. v. si presenti agli esami di Licenza Normale, Liceale o d'Istituto chiunque sia in grado di prepararsi a superare questi esami. Chi si presenta ad ottobre p. v. a sostenere anche solo qualche prova di tali esami avrà diritto alle varie sessioni ed a compiere l'esame dove lo ha cominciato.
Giova tener conto del regolamento approvato con Regio Decreto 2 giugno 1913 art. 21 che ammette a tali esami senza alcun titolo di studio precedente, chiunque compia 23 anni entro il 31 dicembre dell'anno in cui si domanda di fare l'esame ed a fortiori chi ha più di 23 anni.
Chi ha conseguito in questa sessione estiva la promozione od ammissione alla 3a Liceale od alla 4a Istituto con voti non inferiori ad otto può presentarsi in ottobre all'esame di. Licenza Liceale e d'Istituto. Eguale concessione è fatta a chi, avendo conseguito la promozione od ammissione anzidetta senza la votazione predetta, compie i 20 anni entro il 31 dicembre p. v. oppure ha 19 anni ed è di la o di 2a categoria.
Negli Istituti pareggiati — come p. e. a Valsalice — possono dare gli esami di Licenza gli alunni ivi iscritti; i privatisti potrebbero dare l'esame di ammissione alla 3a Liceale, conseguitala quale presentandosi poi agli esami di Licenza Liceale in un liceo governativo saranno interrogati solo sul programma della 3a classe.
2. Convenienza di acquisire titoli legali.
Conviene, carissimi Ispettori, che approfittiate di queste concessioni per munirvi di titoli legali tanto più che purtroppo questa guerra ci priverà di non pochi aiuti.
Sarà anche questo un mezzo per tenere utilmente occupati durante le vacanze parecchi nostri confratelli. — Anche gli altri che non avessero a prepararsi ad alcun esame converrà siano occupati — pur concedendo loro il necessario sollievo, indispensabile per alcuni dopo le fatiche dell'anno scolastico —. Intendetevi coi vostri Direttori e fate questa ch'è pur opera di grande carità.
3. Evitare vacanze in famiglia.
Più che mai in quest'anno come vi ho esortato a ritenere nelle nostre Case il maggior numero di giovinetti, cosa vi prego a non essere facili a concedere ai confratelli vacanze presso le proprie' famiglie. Riceverete con tutta probabilità più insistenti domande perchè lasciate andare alcuni confratelli ad aiutare i propri parenti rimasti privi di altri membri della famiglia, perchè chiamati alle armi. Vi sarà facile persuadere confratelli ,e loro parenti che anche la famiglia salesiana è provata assai terribilmente e che centinaia e centinaia di confratelli sono stati chiamati alle armi pur rimanendo i gravi impegni da sostenere. Industriatevi in bel modo di rendere questo segnalato favore ai confratelli, la cui vocazione altrimenti potrebbe essere in grave pericolo. Fatelo per altro senza gettare l'odiosità sui Superiori Maggiori. Quanto dico per le vacanze procurate di farlo in tutto il resto; il vostro zelo per la salute delle anime, la carità verso i confratelli e Superiori vi suggerirà altri espedienti che a me ora non vengono neppur in mente.
4. Corrispondenza frequente degli Ispettori coi Direttori.
In questi tempi tenetevi più che mai in frequente corrispondenza coi Direttori delle diverse Case, aiutateli e accorrete sul posto ove occorra. I Superiori comunicheranno con voi, voi coi vostri Direttori; non è possibile fare diversamente.
5. Esercizi spirituali.
Stante la tristizia dei tempi non sarà facile che qiiest'anno i membri del Capitolo Superiore vengano a presiedere i vostri esercizi spirituali; studiate fin d'ora per altro il modo ch'essi abbiano a riuscire ugualmente proficui e che tutti i confratelli vi possano prendere parte. Fatemi sapere come intendete fare e in quel che posso io e gli altri membri del Capitolo vi aiuteremo.
Raccomandate a tutti grande prudenza nel parlare, un impegno particolare per essere più che mai buoni religiosi, osservanti delle nostre Costituzioni.
Il Cuore Sacratissimo di Gesù ci sia davvero modello di carità e umiltà e ne avremo abbondanti benedizioni per noi e per la nostra amata Congregazione.
Pregate e fate pregare per me e credetemi
Vostro aff.mo amico
SaC. PAOLO ALBERA.
XVI
Effetti e ammaestramenti della guerra - Il primo Cardinale Salesiano - Il XII Capitolo Generale
1. L'avveramento di un voto di D. Rua. — 2. I nostri festeggiamenti pel 1915... — 3. ... furono sospesi a motivo della guerra. — 4. Le dolorose conseguenze della guerra. — 5. Dalla pietà il coraggio. — 6. Dall'esempio paterno lo spirito di sacrificio. — 7. Motivi di conforto. — 8. I Salesiani negli eserciti. — 9. Ammaestramenti della guerra. — 10. Il primo Cardinale Salesiano. — 11. Il XII Capitolo Generale.
Torino, 21 novembre 1915.
Festa della Presentazione di M. V.
Figli carissimi in G. C.
Mi giunsero in questi ultimi tempi varie lettere che mi commossero fino alle lacrime.
Quei buoni confratelli che le scrivevano, ispirati senza dubbio dal loro ardente affetto verso il Superiore e guidati dalla pratica della vita salesiana, indovinarono appieno quali pungentissime spine trafiggono il mio cuore nell'ora presente. Alla sagacità della loro mente non isfuggì alcuna delle dolorosissime prove per cui *deve • ora passare la Pia Società Salesiana, a cagione dell'immane guerra, che ormai allaga di sangue umano tutta l'Europa. Nè si tennero paghi di parole di sterile compatimento per colui che deve in mezzo a sì terribile burrasca tenere il timone della Pia Società Salesiana; ma cercarono di lenirne le pene, promettendo ferventi preghiere e una condotta veramente degna di figli del Venerabile D. Bosco.
1. L'avveramento di un voto di D. Rua.
Mentre io leggeva con animo commosso e con gli occhi velati di pianto quelle tenerissime pagine, diceva a me stesso: ecco avverato un voto che faceva sovente l'indimenticabile D. Rua. Egli nelle sue circolari augurava che tutti i suoi figli fossero idipsum sentientes, che cioè nutrissero i medesimi sentimenti; che le gioie e le pene dei Superiori' fossero pure le gioie e le pene di tutti i Salesiani.
Come è dolce al mio cuore il constatare che 'l'augurio di D. Rua non fu vano. In vero ho ragione di credere che oltre quelli che mi scrissero, altri moltissimi fra i nostri confratelli sentono all'unisono con i loro Superiori, sebbene non abbiano avuto occasione di attestarlo per iscritto.
Con la presente circolare perciò intendo ringraziarvi tutti del conforto che in tal modo mi avete procurato. Intanto a comune nostra edificazione m'intratterrò per pochi istanti con voi sulle varie vicende della nostra Pia Società, le quali sono una prova evidente che, se talora il Signore ci visita con le tribolazioni, tuttavia, sempre benigno e misericordioso miscens gaudia fletibus, non ci priva delle carezze del paterno suo cuore, purchè noi non ce ne rendiamo indegni. Aggiungerò pure alcune notizie che spero vi torneranno gradite.
2. I nostri festeggiamenti pel 1915...
Ricordate come da vani anni tutta la famiglia salesiana affrettasse con ardentissimi voti lo spuntare del 1915, e già con l'immaginazione percorresse i grandi e per noi importantissimi avvenimenti che esso ci avrebbe apportato. Secondo i programmi inviati dai Superiori, ci andavamo già preparando a celebrare con tutta la possibile solennità il centenario dell'istituzione della festa di Maria Ausiliatrice, non meno che il centenario della nascita di D. Bosco. Era nostro intendimento che le case e missioni dei salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice unissero i loro sforzi per far nota anche alle persone estranee alla nostra Pia Società la somma di bene che con l'aiuto di Maria Ausiliatrice, nel lasso di pochi anni, avevano potuto compiere.
Con solenni funzioni religiose si sarebbero resi pubblici ringraziamenti a Dio e alla nostra grande Patrona per i segnalati favori che ci avevano impartiti. Col massimo splendore s doveva onorare la memoria del Venerabile Don Bosco, inaugurando; in suo onore un artistico monumento di marmo e di bronzo. S'intendeva infine di far conoscere a tutti quanto sia fecondo di frutti il sistema educativo-didattico che quel grande nostro Maestro, poggiando sulla religione e sulla pietà, ci aveva insegnato; e ciò con una grandiosa Esposizione formata unicamente dei lavori dei nostri alunni. E che i grandiosi disegni dovessero riuscire secondo i nostri desiderii, ce ne rendevano sicuri la buona volontà e l'impegno dei confratelli, che già mettevano mano ai lavori di preparazione.
Oltre ai festeggiamenti esteriori era ancora balenata alla nostra mente l'idea di accrescere la solennità delle nostre feste nell'intimo della Famiglia Salesiana, col chiamare attorno al maggior tempio di Maria Ausiliatrice e alle venerate tombe di D. Bosco e di D. Rua un gran numero di Salesiani. Quale miglior occasione infatti per celebrare il nostro XII Capitolo Generale? E il Sommo Pontefice Pio X, di santa memoria, informato dei nostri divisamenti, non solo li aveva approvati, come io vi annunziai in apposita circolare, ma li benediceva augurando che potessero mandarsi ad effetto e che tornassero a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime.
Applaudivano alle nostre proposte i carissimi ex-allievi, i quali raddoppiavano le loro industrie nel raccogliere offerte per'Peri-. gendo monumento. Si univano a noi i benemeriti Cooperatori e le zelanti Cooperatrici, desiderosi anch'essi di concorrere a rendere più sontuose e più proficue alle anime le feste di Maria, Aiuto dei Cristiani.
Come era dolce ed edificante per noi il vedere quanto v'era di più nobile e di più eletto fra la cittadinanza raccogliersi nei Comitati organizzatori delle nostre feste! Con quanta ammirazione parlavano di D. Bosco e delle opere da lui iniziate! Con quanto zelo si offrivano per far collette, per accrescere il numero degli aderenti!
Nè posso tacere del favore e dello spontaneo appoggio che noi abbiamo avuto da parte delle Autorità civili ed ecclesiastiche. Basti accennare che s'ebbe a Presidente del Comitato dei festeggiamenti S. E. Mons. Bartolomasi, Ausiliare dell'Arcivescovo di Torino ed ora Vescovo dell'esercito e dell'armata italiana. Il grande suo prestigio e la prodigiosa sua attività eran pegno sicuro che le nostre feste sarebbero riuscite un vero e splendido trionfo per D. Bosco. Nutrivamo inoltre ferma speranza che ogni istituto dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice, continuando a lavorare con lo slancio e con l'entusiasmo con cui avevano cominciato, sarebbe diventato un centro di azione, una sorgente di zelo instancabile a fine di dare la maggior estensione possibile a quel bene che noi ci proponevamo di fare.
3. ... furono sospesi a motivo della guerra.
Ma il Signore non permise che i nostri desiderii fossero soddisfatti, e a noi non resta che chinare la fronte e adorare i suoi imperscrutabili consigli. Tutte le opere da noi progettate e incominciate, a un tratto furono interrotte per quella guerra micidiale, che va ancora presentemente mietendo un così spaventoso numero di vittime. Come potevasi pensare a festeggiamenti religiosi e civili in un tempo in cui ovunque si piange, se da ogni lato si levano pietosi lamenti, se non havvi famiglia ove non si contino morti o feriti?
Lo stesso sapientissimo Pontefice Benedetto XV intravide le gravissime difficoltà che noi dovevamo incontrare. Di fatto nella memorabile udienza che si degnò di concedere al Rettor Maggiore dei Salesiani il 14 ottobre 1914, quando io gli presentava le mie felicitazioni per la sua elevazione alla Cattedra di Pietro, dopo avere parlato di varie altre cose concernenti la nostra Pia Società, mostrandosi pienamente informato dei nostri grandiosi disegni, e che ne sarà, mi chiese, con tono di voce e con un contegno che indicava tutto l'interessamento che annetteva a tale domanda, e che ne sarà delle vostre feste? Esprimeva in seguito i suoi dubbi sulla convenienza di celebrarle, e conchiudeva facendo voti, perchè si conchiudesse la pace, e così si togliesse ogni ostacolo.
Pur troppo non si potè ottenere la cotanto sospirata" pace, e noi dovemmo contentarci di dare alle nostre feste solamente il carattere di pietà e di devozione, sopprimendo tutto quello che avrebbe potuto sembrare fasto e apparato esteriore, non conveniente alla tristizia dei giorni che corrono.
E d'altro lato come avremmo potuto far appello alla carità pubblica onde far fronte alle ingenti spese necessarie per le funzioni religiose e specialmente per condurre a termine il magnifico monumento che doveva sorgere sulla piazza di Maria Ausiliatrice? Infatti venne ben presto a seccarsi ogni sorgente di limosine non solo dalle nazioni belligeranti, ma ancora dall'America e da tutte le parti del mondo. In ogni paese venne a languire l'industria e il commercio, ovunque si ebbero terribilmente a lamentare i tristi effetti della guerra.
4. Le dolorose conseguenze della guerra.
Ed ebbe a sentirli, e li sente ancora spaventosamente, la nostra povera Congregazione. Tant'è vero che' rimasero interrotte non poche imprese, che per il bene delle anime si sarebbero dovute compiere al più presto. Vedemmo varie nostre case convertite in caserme ed ospedali; ma ciò che maggiormente fa sanguinare il mio cuore si è che un numero stragrande di carissimi confratelli; fra cui molti giovani sacerdoti, si trovarono nella dura necessità di smettere l'abito religioso per rivestire le divise militari; dovettero lasciare i loro diletti studii, per maneggiare la spada e il fucile; furono strappati dai pacifici loro collegi e dalle scuole professionali per recarsi a vivere nelle caserme e nelle trincee, o, quali infermieri, furono occupati nella cura degl'infermi e dei feriti. Ne abbiamo pure non pochi al fronte, ove alcuni già lasciarono la vita, e altri ritornarono orribilmente malconci.
Nè ciò è tutto: viviamo continuamente in una crudele trepidazione, non sapendo quali dolorose sorprese ci riservi il domani. Neppure possono essere senz'ansietà e senza inquietudine i Superiori per rispetto ai collegi che si poterono riaprire, essendo innumerevoli i vuoti che i confratelli chiamati sotto le armi hanno lasciato. Fanno pena le lettere che ci scrivono i nostri carissimi Ispettori chiedendo personale, E noi, facendo- violenza al nostro cuore, dobbiamo rispondere a tutti che non ne abbiamo. Aveva quindi ragione uno dei nostri più rispettabili confratelli, il quale, scrivendo al Superiore, affermava, che mai, dacchè esiste, la Pia Società Salesiana ebbe a passare per una prova così dura e così lagrimevole.
5. Dalla pietà il coraggio.
Ma saremmo uomini di poca fede, se ci lasciassimo vincere dallo scoraggiamento. Mostreremmo di ignorare la storia della nostra Pia Società, se, dinanzi alle difficoltà che sembrano volerci sbarrare il cammino, ci arrestassimo sfiduciati. Che ne direbbe dal cielo, donde ci guarda amorevolmente, il nostro dolcissimo Padre, se ci ravvisasse fiacchi e scoraggiati per vederci meno numerosi nel coltivare quel campo che la Provvidenza ha assegnato alla nostr'attività? Oh! ricordatevi, o carissimi, che D. Bosco ci riconoscerà quali veri suoi figli solamente quando il nostro coraggio e la nostra forza saranno pari alle gravi difficoltà che dobbiamo superare.
E questo coraggio e questa energia che ci è necessaria, dobbiamo attingerla prima di tutto dalla pietà. Se in ogni tempo mi parve doveroso insistere, perchè tutti i Salesiani compissero con regolare assiduità e con fervore costante le loro pratiche religiose, ora più che mai sento il doverlo inculcare. Forse per far cessare i mali gravissimi che ci travagliano, il Signore aspetta che noi facciamo dolce violenza al suo cuore con molte preghiere fatte con umiltà, confidenza e perseveranza.
6. Dall'esempio paterno lo spirito di sacrificio.
In secondo luogo, affinchè il nostro zelo non sia affievolito da prostrazione d'animo, teniamo sempre fissi gli occhi della.-mente su Colui che dobbiamo considerare quale nostro modelle, e che dobbiamo sforzarci di riprodurre nella nostra condotta. Ricordiamoci sempre che la vita di D. Bosco fu come una tela tutta intessuta di acutissime spine.
Pur quando potè sembrare a qualcuno che egli camminasse sulle rose, il nostro Venerabile Padre affermava che quelle rose nascondevano lunghe spine che gl'insaguinavano i piedi. E quando mai brillò maggiormente la sua energia e la sua virtù? Allorquando il nemico delle anime con più accanimento si sforzava di accumulare ostacoli alle sue apostoliche imprese. E questo appunto è il momento in cui ogni Salesiano dovrebbe mostrarsi più fedele imitatore dello spirito dí sacrificio e dello zelo ardente che D. Bosco, colla parola e coll'esempio, ci ha insegnato.
Ebbi occasione, non è molto, di trattenermi con il Direttore d'un fiorente istituto governativo. Com'era naturale, il discorso cadde sul gran numero di professori chiamati a prestare servizio nell'esercito, e quindi sull'estrema scarsezza di personale insegnante. E come farete, domandai a quel' signore, per sostenere le vostre scuole? — Eh, non v'è altro mezzo, mi rispose, che fare in pochi ciò che si faceva in molti. Ciascuno di noi dovrà essere disposto a fare, oltre al proprio, il lavoro di coloro che sono assenti.
E se ciò fanno coloro che sono mossi unicamente da un misero stipendio, perchè non faremo altrettanto noi, che ci proponiamo un fine assai più nobile con l'esercizio della nostra missione di educatori?
Oh! quale consolazione proverà il vostro Rettor Maggiore, il cui cuore sente ad un tempo tutte le pene, i disagi e le privazioni de' suoi figliuoli lontani, quando verrà a sapere che fra i Salesiani s'accese una santa gara di addossarsi quei pesi e quelle fatiche, non leggere certamente, che sono indispensabili per riempire i vuoti lasciati sopratutto nella scuola e nell'assistenza, da coloro che la guerra tolse dai nostri istituti!
7. Motivi di conforto.
Ma se noi esaminiamo per poco l'andamento della nostra Pia Società, facilmente ci verrà fatto di trovare, anche fra tante tribolazioni, molti argomenti per rianimare il nostro coraggio. Permettetemi che ne accenni qualcuno.
Se le nostre solennità religiose si dovettero compiere senza la magnificenza e il concorso che desideravamo, ci rallegri tuttavia il pensiero che quanto fu sottratto alla pompa esteriore, tutto si fece convergere alla pietà e al raccoglimento. Ciò s'ebbe ad ammirare il 24 di ogni mese, in cui vedemmo una folla immensa di devoti, prostrati innanzi alla taumaturga immagine di Maria, Aiuto dei Cristiani, tutti assorti in lunghe e ferventi preghiere; ma lo spettacolo più grandioso e consolante si presentò a noi dinanzi il giorno stesso della festa. Durante quaranta ore non mai interrotte si ebbe la chiesa gremita di popolo in adorazione del SS. Sacramento esposto. Parve si rinnovasse attorno all'altare il prodigio che intenerì il cuore del Divin Maestro, e l'indusse a far il miracolo della moltiplicazione dei pani, quando cioè Egli vide le turbe così avide d'ascoltare la sua divina parola, che, dimenticavano perfino di mangiare e di dormire. Tante anime buone non sapevano staccarsi da Gesù in Sacramento e da Maria Ausiliatrice!
Serva egualmente a temperare la nostra tristezza il sapere, che se a causa della guerra non si celebrarono le feste da noi ideate in Europa, esse si fecero, e col massimo concorso e splendore, in America e in altre parti del mondo. Quanto mi duole che di esse, per mancanza di spazio, il Bollettino non abbia dato finora che una pallida relazione, uno scarso riassunto! Esse sono una prova perentoria della vastissima estensione che prese la divozione a Maria SS.ma Ausiliatrice, per opera dei cari figli di D. Bosco, in ogni paese ove essi hanno piantate le tende.
8. I Salesiani negli eserciti.
Farete forse le meraviglie, carissimi figliuoli, se io affermo, che le stesse luttuosissime circostanze di quest'accanita guerra europea, ci porgono occasione di ringraziare il Signore d'averci chiamati alla nostra Pia Società, e di portare il nome di Salesiani. Dei tanti nostri confratelli chiamati alle armi, la maggior parte sono stati ascritti alla compagnia di Sanità. Così essi, oltre a non essere esposti a tanti pericoli, sono ancora in grado di esercitare un'opera di fiorita carità verso i feriti e gli ammalati, e di compiere un fecondo apostolato in mezzo ai soldati.
Infatti non si possono contare i giovani che i Salesiani hanno preparato alla loro prima comunione. Quanti sono i militari che essi, con sante industrie e belle maniere, ricondussero alla pratica della religione! Quanti ne disposero ad una morte rassegnata e si direbbe invidiabile! Si è per opera loro che certi ospedali presero la forma di vere case salesiane, tanto regolarmente si fanno dai soldati le pratiche di pietà.
Ma come mai questi salesiani ottennero il privilegio di essere addetti alla Sanità? Ce lo dicono essi' medesimi. Ciò è dovuto al nome di Salesiani, alla simpatia di cui; esso gode anche presso i Superiori stessi dell'esercito. A tale considerazione chi non sentesi crescere in cuore sempre più la stima verso la nostra vocazione? Chi non si metterà in guardia contro la tentazione che potrebbe sorprenderci in certi momenti di pena e di sconforto,' di abbandonare la retta via per cui ci siamo avviati? Chiediamo ogni giorno a Maria SS.ma Ausiliatrice la grazia di perseverare fino alla morte in quella Congregazione che è l'oggetto delle sue predilezioni, anche a costo di gravi sacrifici.
9. Ammaestramenti della guerra.
E a proposito dei nostri militari non posso dirvi di quanto conforto mi tornino le loro bellissime lettere. In esse due pensieri campeggiano invariabilmente, pensieri del tutto degni di figli di D. Bosco. Primieramente vani di loro, dopo aver dipinto a vivissimi colori le dolorose peripezie a cui furono esposti, dopo aver narrate le orribili stragi di cui furono testimoni oculari, esclamarono: ed io fui salvo per miracolo! Pareva che Maria Ausiliatrice e Don Bosco sviassero i proiettili che dovevano colpirmi. Che bella prova che la Madonna di D. Bosco come fu l'ispiratrice e la protettrice della nostra Pia Società, così continua a ricoprirne i membri col materno suo manto!
In secondo luogo i nostri amati confratelli soldati, pur non sapendo l'uno dell'altro, ripetono ad una voce che se in passato stimavano pesante la disciplina religiosa, ripugnante all'amor proprio l'ubbidienza, penosa la povertà, ora si avvedono che tali sacrifici sono un nulla a petto di quelli che devono sopportare nella vita militare. Con slancio generoso promettono, che, ove il Signore li riconduca sani e salvi alla vita salesiana, sapranno diportarsi da religiosi veramente osservanti. Accolgano dí buon grado la lezione che loro dànno questi giovani confratelli, coloro che forse portano il giogo della vita religiosa ex tristitia et necessitate, che vorrebbero adottare la massima di lavorare e di soffrire il meno che sia possibile, mentre hanno dato il loro nome ad una Società a cui non si può appartenere senza amare il sacrificio e senza la brama ardente di salvare molte anime.
10. Il primo Cardinale Salesiano.
Le cose che ho accennate valgono a dimostrare che, se le croci che noi, specialmente in quest'anno, dobbiamo portare, sono così numerose e pesanti da lasciarne lacerate le spalle, Iddio, sempre ricco in bontà e misericordia, non manca di versare il balsamo delle sue consolazioni sulle nostre piaghe. Egli non volle permettere che l'anno 1915, orribilmente disastroso per tutti, si terminasse senza che la Pia Società Salesiana avesse una prova di più della sua specialissima protezione.
Egli infatti, per mezzo del Sommo Gerarca della Chiesa, dispose, che uno dei figli del Venerabile D. Bosco, il più anziano e certo il più benemerito di tutti, fosse in questi medesimi luttuosissimi giorni, quasi a compenso delle nostre non poche afflizioni, elevato all'onore altissimo della Sacra Porpora. Già portata sull'ali del telegrafo, sarà giunta anche alle più remote parti del globo la faustissima notizia, che Monsignor Giovànni Delegato Apostolico nel Centro America, nel Concistoro del 6 dicembre sarà creato Cardinale. Oh! certo si rallegreranno tutti coloro che ebbero la bella sorte di avvicinare Monsignor Cagliero, di conoscere le rare doti della sua mente e la delicatezza del suo cuore, e di sentire gli effetti del suo instancabile zelo. Ma più di tutti ne godono i Salesiani.
Essi non possono dimenticare l'affetto particolarissimo con cui l'amò D. Bosco, che previde la splendida carriera che avrebbe percorso. Ricordano quanto Mons. Cagliero abbia lavorato per coadiuvare il nostro buon Padre nell'inizio e nello sviluppo della nostra amata Congregazione, la quale sempre gli fu oltremodo riconoscente, considerandolo quale Direttore spirituale emerito. I Salesiani hanno ognor presente alla memoria il laborioso suo apostolato nella Repubblica Argentina, specie nella Patagonia, che a Lui va debitrice se ora possiede i tesori della cattolica fede, ed è annoverata tra i paesi inciviliti.
Meglio d'ogni altro noi abbiamo potuto farci una giusta idea del suo attaccamento alla Santa Sede e alì2apa, avendolo veduto rispondere prontamente all'appello di Pio X, quando quel santo Pontefice volle destinarlo quale Delegato Apostolico e Inviato Straordinario al Centro America. Colà apparve chiaramente di che. fosse capace il grande Missionario, tal che il Papa Pio X parlando un giorno col Rettor Maggiore della Pia Società Salesiana, si compiacque di usare queste espressioni: « sapete che il vostro Monsignor Cagliero nel Centro America fa veri prodigi? In lui non v'è più personalità propria, vi è solo il rappresentante del Papa. Quanto mi felicito d'averlo scelto io stesso per quella Missione! ».
Ornai logoro da tanto lavoro e dai disagi inevitabili nella vita del Missionario, Monsignore avrebbe desiderato di ritornare tra i suoi confratelli a finire i suoi giorni nell'oscurità d'una cella; ma tale non era l'intenzione di Benedetto XV, il quale, persuaso che i tesori di scienza e d'esperienza, che Mons. Cagliero aveva accumulati, sarebbero tornati ancora di grande vantaggio alla Chiesa, lo volle collocare sul candelabro, annoverandolo fra i membri del Collegio Cardinali7io, e chiamandolo a Roma.
Il nuovo Cardinale ringràziando il Sommo Pontefice di questo atto di sovrana bontà, dimentico di se stesso, gli scriveva, che della sua elevazione alla S. Porpora si rallegrava non propter me, sed propter meos, non per se stesso, ma per i suoi confratelli, che, sparsi ornai su tutta la faccia della terra, stanno faticando e soffrendo per dilatare il regno di G. C., e per salvare molte anime. Queste sue parole mi piacque qui citare, perchè conosciate com'egli fu sempre e continua ad essere strettamente unito ai Salesiani che si degna sempre chiamare fratelli.
Ma anche noi, o carissimi figliuoli, dobbiamo sciogliere un inno di riconoscenza al Vicario di Gesù Cristo, che, premiando le virtù e i meriti del Cardinal Cagliero, volle pure onorare la Pia Società Salesiana, di cui egli è membro. Con questa scelta la nostra Congregazione, ultima venuta, povera di meriti, può contare anch'essa un Principe della Chiesa, onore che giustamente si suol riserbare agli Ordini religiosi più antichi e più benemeriti della religione. È quindi nostro dovere mostrarcene cordialmente grati al Sommo Pontefice, professandogli ognora la più illimitata ubbidienza e sudditanza.
11. Il XII Capitolo Generale.
Prima di chiudere questa circolare debbo darvi altra notizia, la quale è una prova di più che, nonostante i disastrosi avvenimenti che deploriamo, i Superiori non sono punto disanimati, e sperano che non abbia ad essere turbata la vita della nostra Pia Società. Essi sono di parere, che sebbene la guerra invece di cessare abbia preso più vaste proporzioni, pure è necessario si raduni nell'agosto prossimo venturo il XII Capitolo Generale. Oltre che tali adunanze sogliono essere d'immenso vantaggio alla vitalità e all'incremento della nostra Congregazione, è inevitabile si raduni il Capitolo Generale per l'elezione dei 6 membri del Capitolo Superiore. Perciò, con la presente circolare, intendo d'indire la nostra adunanza capitolare, e d'invitarvi' tutti,'quelli, che, secondo le. deliberazioni organiche, hanno diritto e 'dovere d'intervenire.
Continueremo, se piace a Dio, a radunarci in Valsalice ove riposano le venerate spoglie mortali di D. Bosco e di D. Rua, non essendovi altro luogo più adattato per andarvi ad attingere lo spirito di quei nostri amatissimi Padri, e per animarci a camminare sulle loro orme.
Si farà l'introduzione del Capitolo Generale la sera del 15 agosto alle ore 18, dopo esserci preparati con una muta di spirituali esercizi predicata appositamente pei Capitolati.
È nominato Regolatore il Sig. D. Luigi Piscetta, membro del Capitolo Superiore, che già esercitò questo medesimo ufficio, con soddisfazione di tutti, sei anni fa. Egli riceverà le osservazioni e proposte che tutti i confratelli crederanno opportuno inviargli per meglio procurare la gloria di Dio e il bene delle anime; ma sarà necessario che gli siano inviate non più tardi della metà di luglio.
Perchè siano regolarmente convocati i Capitoli ispettoriali, e sia fatta debitamente l'elezione del Delegato, si legga attentamente in conferenza e anche in privato quanto fu stabilito e pubblicato nelle Deliberazioni e nei Regolamenti. Trascurando qualcheduna delle formalità prescritte, si corre pericolo di rendere l'elezione del Delegato irregolare e fors'anche nulla. Nei dubbi o nelle difficoltà che potrebbero incontrarsi, è bene consultare il Signor Ispettore o qualche membro del Capitolo Superiore.
Non occorre che io vi dica quanto sia necessaria al futuro Capitolo l'assistenza dello Spirito Santo. In esso primieramente dovranno eleggersi coloro che formeranno il Consiglio del Rettor Maggiore, e saranno quindi incaricati di assisterlo, di aiutarlo coi loro consigli, e dovranno prender parte con voto deliberativo ad ogni affare di qualche momento che si dovrà decidere. In secondo luogo ai membri del Capitolo Generale saranno proposte questioni assai difficili che dovranno sciogliersi secondo lo spirito di D. Bosco. Ognun vede adunque quanto sia necessario ricorrere a Maria Ausiliatrice per ottenere, con la sua potente intercessione, che il Capitolo XII sia coronato da un esito felice.
Non si prescrivono preghiere speciali in comune, lasciando che ciascuno faccia in particolare quelle pratiche di pietà, che il suo affetto alla nostra Congregazione, gli suggerirà. E queste nostre orazioni avranno molta efficacia sul Cuore dolcissimo di Gesù; se saranno accompagnate dal sacrificio generoso di tutte le fatiche, le sofferenze e le pene che incontreremo senza fallo nell'adempimento dei nostri doveri.
Vi assicuro che per parte mia non cesso gratias agens pro vobis, memoriam vestri faciens in orationibus meis, cioè faccio ogni giorno menzione di voi nella S. Messa, sicuro che anche voi, con ferventi preghiere, mi otterrete dal Signore le grazie che mi sono necessarie, per portare convenientemente il peso del difficile ufficio che mi si volle imporre.
Sempre vostro all.mo in Corde Jesu Sac. PAOLO ALBERA.
XVII
Sulle cure da aversi per i Salesiani sotto le armi
1. Corrispondenza dei Confratelli militari coi Superiori. — 2. Cura dei Direttori per i confratelli militari di loro dipendenza. — 3. Cura dei Direttori d'altre Case per i confratelli militari che stazionano nella loro prossimità.
Torino, 25 marzo 1916.
Carissimi Ispettori,
1. A voi mi rivolgo sopratutto quando ho qualche cosa d'importante. I tanti confratelli chiamati alle armi sono una continua preoccupazione al mio cuore. Mi sono sempre lusingato che questo stato di cose avesse a terminare presto; ma purtroppo non si scorge ancora nessun fondato indizio di prossima pace. Conviene pertanto che tutti. d'accordo pensiamo sempre meglio ai numerosi confratelli chiamati alle armi ed esposti a tanti pericoli.
Il vostro cuore, al par del mio, avrà goduto nel sentire che in generale sia le autorità militari che le ecclesiastiche si lodano dell'opera dei Salesiani sotto le armi, e sono pure di grande conforto le lettere di detti confratelli riboccanti di affetto e di attaccamento alla Congregazione e al nostro Ven. Padre D. Bosco. Ma possiamo dire di seguirli tutti questi cari confratelli? Corrispondono 'tutti con noi, o non sono sempre i medesimi che scrivono ai vari Superiori? Ornai un quinto della Congregazione presta servizio militare, ed è la parte che al presente prova maggiore bisogno del nostro aiuto.
2. Cura dei Direttori per i confratelli militari di loro dipendenza.
Sono quindi venuto nella decisione di rivolgermi a questi amati confratelli con apposita lettera mensile. Come vedrete, in essa raccomando che diano conto di loro ai propri Direttori. Voi, dal canto vostro, inculcate come meglio potete ai Direttori che se ne prendano la massima cura, che si tengano in frequente relazione con loro.
Questa prima circolare í Direttori potrebbero mandarla per lettera chiusa e così prendere occasione per scrivere a tutti, dirsi disposti a fare di gran cuore quanto raccomandano i Superiori, e cercare di avere quei dati che saranno indispensabili perchè il rendiconto morale, che si richiede, produca il desiderato salutare effetto.
Riceverete pertanto dal Sig. D. Piscetta, che si occupa dei Confratelli sotto le armi, il modulo per detto rendiconto, che gli rimetterete dopo che i Direttori l'avranno opportunamente compilato. Esso faciliterà assai il compito ai Direttori per tenersi in continua relazione coi confratelli della propria Casa, e farà sì che nessuno sfugga alle loro amorevoli cure.
3. Cura dei Direttori per i confratelli militari che stazionano nella loro prossimità.
Anche per quei confratelli che risiedono in località dove sona case Salesiane, non può ritenersi sufficiente che si assegni la Casa dove possono recarsi per le refezioni, ma conviene procurare che abbiano un luogo dove potersi adunare per riposarsi, scrivere studiare, ecc. e sopratutto occorre che vi sia qualcuno che si occupi con amore del loro bene spirituale. Ufficio questo che dovrebbero compiere gli stessi Direttori, e nel caso che qualcuno di loro ne sia impedito, si deputi qualche buon confratello capace di compiere quest'opera salutare con ogni amorevolezza, ricevendo tutti con bontà ed affetto in quelle ore di libertà che possono
avere.
Parecchi hanno danaro in avanzo, altri, e sono i più, non hanno il sufficiente. Con questi ultimi conviene essere solleciti nel provvederli del bisognevole. Agli altri si usi la carità di rammentare che anche sotto le armi sono religiosi. E di questo spirito religioso abbiamo molti esempi, per bontà di Dio, anche nella nostra Congregazione; e vi sono di coloro che mettono tutto in comune e prendono dalla comune cassa quello di cui hanno bisogno, altri poi risparmiano financo la misera cinquina per sopperire a maggiori necessità.
Secondo la vostra possibilità, non contentatevi ,di raccomandare, ma assicuratevi che si compiano le vostre raccomandazioni. Se poi avrete qualche cosa da suggerirmi che sia atta a consolidare nella vocazione i nostri cari confratelli militari, la sentirò assai volentieri.
Con la presente vi sarà mandata copia degl'indirizzi che noi abbiamo; essa però è inesatta e incompleta. Procurate, per mezzo dei vostri segretari, di farla correggere e completare, e rimandarla poi con sollecitudine al Sig. D. Piscetta. Un altro mese la circolare per i soldati si spedirà da Torino direttamente, per maggior sollecitudine, unitamente al Bollettino, ma per questo si ha bisogno degli indirizzi esatti e di tutti gl'indirizzi.
Pregate per me che vi sono sempre
Aff.mo in C. J.
Sac. PAOLO ALBERA..
XVIII
Sulla castità
1. Il titolo più onorifico per noi. — 2. Ostie viventi, pure e accette a Dio. — 3. Come gli Angeli di Dio. — 4. Tutti i beni ci vengono da lei. 5. La predilezione divina. — 6. La purità e la scienza. — 7. « Nec nominetur in vobis... ». — 8. La realtà d'una leggenda. — 9. Per non cadere appigliamoci ai mezzi. — 10. Preghiamo. — 11. ConfesSiamoci. — 12. Comunichiamod. — 13. Siamo divoti della Madonna. — 14. Mortifichiamoci. — 15. Fuggiamo l'orgoglio. — 16. L'ozio. — 17. Le cattive letture e relazioni. — 18. Le amicizie particolari. — 19. ... Per l'innocenza del fanciullo. — 20. I due diamanti.
Torino, 14 aprile 1916.
Commemorazione dei dolori di Maria SS.
Carissimi Salesiani,
Se nel cominciare la presente circolare, vi saluto con un titolo diverso da quello di altre volte, non ne fate le meraviglie.
1. Il titolo più onorifico per noi.
Altrove vi chiamai figliuoli, e questa parola esprimeva l'intenso affetto che io sento di nutrire per voi, fin da quel giorno in cui piacque a Dio d'eleggermi, contro ogni mio merito, a padre della grande famiglia Salesiana.
Ora chiamandovi Salesiani, intendo manifestare la sincera e profonda stima che professo a ciascuno di voi quale religioso e figlio del Venerabile D. Bosco. Inoltre, col darvi questo nome, son sicuro di far cosa oltremodo gradita alla vostra pietà, poichè .esso ci ricorda la grazia singolare di cui fu larga la nostra dolcissima Madre Maria Ausiliatrice, quando prendendoci, direi quasi, per mano, ci sottrasse alla corruzione del mondo e ci guidò a questo giardino d'ogni più eletta virtù, che è la nostra Pia Società.
So pertanto che il nome di Salesiani tocca le più delicate fibre del vostro cuore, forma il vostro vanto, come quello che ci attirò il rispetto e la simpatia di ogni ceto di persone. Lo gradiranno non ne dubito tutti i membri della nostra Congregazione, che lavorano indefessamente nei nostri numerosi collegi e oratorii: inostri zelanti Missionari, che al dirsi Salesiani si videro accolti ovunque con estrema bontà; lo leggeranno con gioia immensa i nostri cari soldati, che pur in mezzo ai gravissimi disagi e pericoli della guerra, non si stancano di ripetere che nulla varrà mai a scemare nei loro petti l'affetto che portano alla loro carissima madre, la Pia Società di S. Francesco di Sales. A tutti tornerà utile il sentirsi chiamare col nome di Salesiani, che in sè racchiude un grandioso programma e il più efficace eccitamento a calcare le orme di quel Grande, che ci gloriamo d'aver avuto a Padre e Fondatore.
E di far appello ai vostri più nobili e generosi sentimenti crede veramente necessario il povero vostro Rettor Maggiore, nell'accingersi a scrivere alcune pagine per inculcare la pratica d'una virtù che più d'ogni altra fu cara a Don Bosco, che formò il più ricco ornamento della sua santa vita, e che da lui fu dichiarata indispensabile per chiunque voglia arruolarsi sotto la sua bandiera.
Come già avete compreso, carissimi Salesiani,' desidero animarvi a sempre meglio amare e coltivare l'angelica virtù della castità. Le vostre ferventi preghiere e l'affetto che vi lega a D. Bosco faranno sì che questo mio ardente desiderio si cómpia.
2. Ostie viventi, pure e accette a Dío.
S. Paolo, con insolita solennità e veemenza di linguaggio, unita ad ineffabile tenerezza, esortava i Romani ad offrire a Dio una vittima vivente, santa e gradita al Signore, e questa egli voleva che fosse il nostro corpo medesimo: Obsecro vos, fratres, per misericordiam Dei, ut exhibeatis corpora vestra hostiam viventem, sanctam, Deo placentem (Rom. XII, 1). I sacri interpreti insegnano che l'Apostolo con tali parole intende mostrare come i seguaci di Gesù Cristo debbano conservarsi puri d'anima e di corpo.
Conservandosi illibato di costumi, il cristiano diventa una vittima che, a differenza delle vittime dell'antica legge, anche dopo immolata non cessa di vivere; una vittima la cui offerta sale fino al trono di Dio in odore di soavità, e ne fa discendere le più copiose grazie e benedizioni; ed è questo un sacrificio che ciascuno di noi può rinnovare non solo ogni giorno, ma ogni ora, anzi per tutta la vita.
Pur troppo si può ripetere anche qui il lamento che sfuggì dal labbro del Divino Maestro, quando per la prima volta parlò alle turbe della virtù della castità: non omnes capiunt verbum istud, non è dato a tutti di comprendere questa parola. Ma siano rese grazie a Dio: se vi sono molti che hanno la mente così ottenebrata da non poter penetrare il sublime insegnamento di S. Paolo, ciò non può affermarsi di quei fortunati che, illuminati da luce superna, anima e corpo consacrarono al servizio di Dio.
Conscii della propria debolezza, persuasi di non poter riuscir vincitori nella terribile lotta che nel mondo avrebbero dovuto sostenere contro il demonio e le proprie passioni, essi cercano un asilo nella vita religiosa. Eccoli quindi, da quel giorno memorando in cui corrisposero alla divina chiamata, tutti intenti alle pratiche religiose, occupati unicamente nell'esercizio della carità verso il prossimo, pronti sempre al sacrificio.
Di loro può dirsi che sono davvero ostia vivente, pura e veramente accetta a Dio; che la loro vita intiera è un inno incessante all'agnello senza macchia, che si proposero a modello. Come mi è dolce il pensare che tale sia la condotta di ogni Salesiano!
3. Come gli Angeli di Dio.
E mi confermo in questa persuasione considerando lo slancio con cui fanno le prime prove della vita Salesiana i nostri carissimi Ascritti, la diligenza con cui i Confratelli in generale osservano le nostre Costituzioni, e il fervore con cui si fanno annualmente gli spirituali esercizi. Si è specialmente in quei giorni felici che lo Spirito Santo per mezzo dei predicatori tocca loro dolcemente il cuore, facendo conoscere quanto eccellente e sublime sia la castità, di cui S. Basilio lasciò scritto che rende la creatura somigliante a Dio, e le comunica una quasi incorruttibilità celeste e divina, per cui chi ne sia adorno, può con tutta verità far sue le parole di S. Paolo: conversatio nostra in caelis est,i un tal uomo sembra camminare come gli altri sulla terra, ma con il cure e lo spirito è sempre elevato fino a conversare con Dio.
Che fortuna per noi d'essere Salesiani! Come tali dobbiamo vivere in perfetta purità; a noi debbono potersi applicare le parole di N. S. G. C.: et erunt sicut Angeli Dei.
Per questa virtù che porta il nome di angelica, noi che ne abbiamo fatto voto davanti all'altare, ci avviciniamo più d'ogni altro agli spiriti celesti. Secondo l'espressione di un Padre della Chiesa, coloro che la possiedono, sebbene siano rivestiti di carne, quasi fossero spiriti, non ne subiscono le umilianti conseguenze, habent in carne aliquid non carnis.
Quale è l'angelo per natura e senza lotta, tale il Salesiano diventa per virtù e per grazia. E il mondo, che anche nelle sue tenebre e ne' suoi traviamenti conserva qualche raggio di senso cristiano, comprende talmente che il religioso deve condurre una vita angelica, che da esso la caduta d'un religioso in qualche morale è chiamata la caduta d'un angelo. Ce lo ripete anche il nostro S. Francesco di Sales: La castità è il giglid della virtù, essa rende gli uomini simili agli angeli (Introd.).
4. Tutti i beni ci vengono da lei.
Per farci sempre meglio apprezzare la bella virtù, il nostro Ven. D. Bosco, a viva voce e ne' suoi scritti, era solito applicare ad essa le parole del Savio: venerunt autem miti omnia bona pariter cum illa; insieme con essa mi vennero tutte le altre virtù.
E infatti, che cos'è la giornata d'un Salesiano veramente geloso di conservarsi casto, se non un tessuto di atti di quella fede che in lui vive, agisce e santifica tutta la vita? Alieno dalle misere soddisfazioni dei sensi, non aspira ad altro che a quel paradiso, ove solamente potranno essere saziati i suoi desiderii. Ha esperimentato che nessuna cosa mondana potrebbe pienamente appagare il bisogno d'amare che sente nel cuore: perciò non ama altri che Dio, e Dio solo basta alla sua felicità.
Colui che è puro, si trova bene ovunque lo mandi l'ubbidienza, sa sopportare i difetti de' suoi confratelli, generosamente si sobbarca a qualsiasi disagio e sacrificio, pur di procurare la gloria di Dio e la salvezza del suo prossimo. L'anima veramente pura è una primavera continua, una giovinezza perpetua, un fiore che non appassisce; ogni sua parola è una soave melodia, un canto di cielo! Dio stesso si piace di rispecchiarsi in essa come nel più terso cristallo, e pare vi stampi qualche orma della sua bellezza.
Il Salesiano fedele al suo voto ama il lavoro e lo studio, e trova le sue delizie nelle pratiche di pietà, che sono per lui sorgente di coraggio, di forza e di vita. Oh! certo non avverrà mai che si penta d'essersi dato al servizio di Dio. Benedirà quel giorno in cui ha emesso i suoi voti, bacierà con trasporto le catene con cui si è volontariamente legato, catene che, a detta del Ven. Beda, lo tengono lontano dal male e quasi lo forzano a rimaner fermo nel bene.
5. La predilezione divina.
Il nostro Ven. Padre ci stimolava ad essere amanti della castità richiamando sovente alla nostra mente la predilezione di N. S. G. C. per le anime pure. Infatti il Messia si fa annunziare dai Profeti sotto immagini verginali, quali sono il fiore dei campi, il giglio delle convalli, il giglio fra le spine, l'agnello che si pasce fra i gigli.
Dovendo venire al mondo, si sceglie una madre tutta pura, santa ed immacolata, che non accetterebbe nemmeno l'altissima dignità di Madre di Dio, se questa tornasse a detrimento della sua verginità. Deve avere un padre putativo ed un precursore: anche questi saranno adorni di verginale candore. Predilige un Apostolo, a cui concede di prendere riposo sul suo cuore, e a cui morendo affida la Madre sua: e questo in premio della sua illibata purità.
Anche in cielo vuol essere circondato da un coro di vergini, che lo segue dovunque egli va, e che canta un inno che a nessun altro è dato cantare. Pur nel corso dei secoli, se talora si .degnò di riposare in forma di grazioso bambino fra le bracCia di qualche umana creatura, ciò riservò sempre quale speciale privilegio 'a quelli che più brillavano per la loro angelica purità.
I Salesiani poi non devono mai dimenticare che, per tratto particolare di bontà, il Signore si degnò di affidare alle loro cure la parte più eletta delle anime che Egli ha riscattato col suo preziosissimo Sangue: quelle cioè che in gran parte ancora serbano intatta la stola dell'innocenza, e dànno speranza di arruolarsi esse pure sotto la bandiera della verginità inalzata da Gesù e dalla purissima sua Madre.
Che sarebbe di noi, se fossimo trovati impari a sì delicata missione? Beati noi invece, se la possiamo compiere con frutto! E lo potremo, se procureremo di amare e praticare noi stessi la castità!
I biografi della B. Giovanna d'Arco assicurano che tanto verecondo era il suo contegno, che sarebbesi detti esalare dal suo corpo un profumo di purità: sì che i soldati stessi in mezzo ai quali talora doveva trovarsi, andavano esenti da ogni tentazione. Volesse Iddio che tanto si potesse afferMare di ogni figlio del Venerabile D. Bosco nell'esercizio del suo apostolato fra la gioventù!

6. La purità e la scienza.
Ci sia pure altamente fisso nella memoria, che sarà specialmente dalla pratica della castità che noi saremo aiutati ad acquistare la scienza necessaria per istruire i giovani che la Provvidenza invia nei nostri istituti. Quanto più puro sarà lo spirito e mortificato il corpo, tanto più saremo atti al lavoro intellettuale.
Oltre l'esperienza, ce lo conferma la tradizione, che suole dipingere l'immagine di S. Tommaso d'Aquino, il principe dei Teologi, con il sole non già sulla fronte, che pure è designata quale sede dell'intelligenza, ma sul cuore, ad indicare che alla santità de' suoi affetti, alla purezza sua verginale è dovuta la lucidità di spirito con cui il Santo Dottore contemplò le verità della fede, e la facilità e precisione con cui seppe esporle e spiegarle. Lo stesso potrebbe dirsi di Pietro Lombardo, di Suarez, di Sant'Alfonso de' Liguori e di altri i cui prodigiosi lavori nel campo teologico sono una prova evidente che la vera illuminazione del genio cattolico viene dall'innocenza del cuore.
E se queste ragioni possono bastare ad altri per indurli ad amare e coltivare con ogni cura l'angelica virtù, non bastano ancora ai Salesiani, che devono rivaleggiare con ogni altra famiglia religiosa nella pratica della castità, se non vogliono essere degeneri dagli esempi e insegnamenti del loro Fondatore.
Ognuno di noi, leggendo le memorie biografiche di Don Bosco, ha potuto convincersi ch'egli per grazia speciale di Dio ebbe la sorte di conservarsi immune da peccati contrari alla castità. Ne era prova il suo contegno ognora decoroso e veramente degno d'un ministro di Dio.
Fu ammirabile la sua correttezza nel parlare e nello scrivere; sicchè non gli sfuggì mai una parola che potesse intorbidire la mente o il cuore dei numerosissimi giovanetti che lo avvicinarono. Fu maestro nel guadagnarsene il cuore, ma per raggiungere questo fine mai non ricorse a carezze sdolcinate, ad espressioni mondane che sia pur poco disdicessero ad un padre, ad un sacerdote.
Ma ove risplendette meglio il suo amore alla purità, si fu nel trattare con persone d'altro sesso, a cui appena permetteva di baciargli la mano; e ricordiamo che, avendo una volta una signora per devozione portato la mano del buon padre a' suoi occhi ammalati, appena egli se n'avvide, la ritrasse bruscamente come se fosse stato scottato.
Qualcuno dei testimoni depose nel suo processo, che se D. Bosco ottenne grazie così segnalate, se fu tanto fecondo il suo apostolato a vantaggio della gioventù, questo avvenne in premio della sua illibata purità. Dal cielo ci aiuti il buon padre a non mai allontanarci dal sentiero che verbo et opere ci ha tracciato. Guai alla Pia Società Salesiana, se venisse a perdere quella reputazione che in fatto di moralità si è acquistata!
7 .« Nec nominetur in vobis... ».
Questo timore pur troppo mi costringe a interrompere la dolce estasi di cui godevamo contemplando insieme la bellezza di questa virtù — che S. Clemente chiamava dono di Dio, onore de' nostri corpi, ornamento dei costumi, domicilio dello spirito Santo, vita degli Angeli — per dare uno sguardo anche solo da lungi all'abisso orribile, in cui precipita quel religioso, che avesse la sventura di lasciarsi dominare dal vizio contrario alla purità.
Ciò io faccio con immensa ripugnanza, memore dell'avviso di S. Paolo, che scriveva di questo peccato: nec nominetur in vobis. Temo, trattandone, di allontanarmi dalla delicatezza di D. Bosco, che amava meglio innamorare i suoi figli della bellezza della castità, che atterrirli dipingendo loro la bruttezza del vizio. Ricordo che, se egli era buono ed indulgente per qualsiasi altra mancanza, era oltremodo severo quando si trattava dell'immoralità e dello scandalo.
Per averne orrore anche noi, basterélle che riflettessimo un poco sulla pena che ebbe il Signore nel vedere l'uomo, il capolavoro della creazione, macchiato dal fango di questo peccato: dice la Sacra Scrittura che ne fu ferito nel più intimo del cuore: tactus, dolore cordis, intrinsecus, si pentì d'averlo creato e lo punì con il diluvio.
Tertulliano osserva che questo vizio disonora l'umanità, che N. S. G. C. onorò in modo straordinario unendola ipostaticamente alla sua divinità nell'Incarnazione; egli, il terribile' Africano, oltremodo indignato per la gravezza di questa onta fatta all'immagine di Dio stesso, ne trae perfino una conclusione falsa, affermando che tal colpa Dio non la perdona. S. Bernardo arrivò al punto di dire che, peccando contro l'angelica virtù, l'uomo pone se stesso al disotto del livello del bruto privo di ragione. 8. La realtà d'una leggenda.
Perchè abbiamo a rifuggire dall'impurità e a tenerne anche lontani i nostri alunni, mi sia permesso riferirvi una leggenda.
Essa ci narra che un viaggiatore, avendo camminato quasi tutto il giorno sotto la sferza d'un infuocato solleone d'agosto, ebbe tale una sete da sentirsi venir meno. Vedeva su di'un colle vicino molta uva bella e matura; avrebbe voluto correre a dissetarsi, ma gl'impediva il passo un'orrida palude. Sebbene potesse comprendere che questa era molto profonda e pericolosa, pure si decise di attraversarla.
Tutta la sua persona fu immersa in un puzzolentissimo fango, e fu gran fortuna se potè uscirne. Raggiunse così i grappoli di quella vigna e gli fu dato di estinguere la sete; ma il fango di cui era coperto dalla testa ai piedi, si appiccicò al suo corpo e vi penetrò tanto profondamente che, per quanto si lavasse, non gli fu possibile farlo scomparire. D'allora, ovunque egli va, porta seco un fetore orribile, per cui tutti lo fuggono, non potendo sopportare la sua presenza.
Non è quello che, davanti a Dio e talora perfino innanzi alle persone del mondo, succede a chi ha la sventura d'imbrattare l'anima sua del peccato impuro? Quanto terribili sono le conseguenze d'un piacere passeggero!
Ma vi ha di peggio ancora: San Gerolamo (L. I, contra Iov.) dice: amissa pudicizia omnis virtus ruit; perduta la pudicizia, scompare ogni altra virtù. E non c'insegna l'esperienza che, in chi ha fatto naufragio la purità, si estingue puranco la fiaccola della fede, muore la speranza cristiana, si chiude il cuore a ogni sentimento di carità?
Questo vizio è paragonato nella S. Scrittura ad un fuoco divorante, che sradica ogni germe di virtù: ignis est usque ad perniciem dévorans et omnia erédicans genimina. Chi può enumerare i sacrilegi e i delitti che sono la conseguenza di questi peccati? Da quali rimorsi non è lacerata la coscienza di chi li ha commessi? E quando permettesse il Signore che certi disordini contro la bella virtù venissero a divulgarsi, quale scalpore ne menerebbero i nemici della religione? Di quale ignominia e vergogna non sarebbe coperto l'infelice che ne è la causa?
Uno di questi disgraziati, caduto in grave colpa contro la moralità, si vide rigettato dal consorzio umano e rinchiuso in orrida prigione. Un giorno, sotto il peso della vergogna e del dolore, fu udito esclamare: Almeno non avessi più mia madre! E se questo succedesse sventuratamente ad un religioso, anch'egli l'avrebbe sempre la sua madre: la Congregazione, che tanto fece per lui, e che egli ora pasce di lacrime e di amaro disinganno. Il disonore ricadrebbe ancora su tanti confratelli di vita intemerata, i cui sacrifici non si possono enumerare. Resterebbe colpita di obbrobriosa sterilità tutta quanta la Società a cui il colpevole appartiene.
9. Per non cadere appigliamoci ai mezzi.
Perdonatemi, carissimi Salesiani, se vi ho contristati con queste dolorose riflessioni e con questi avvisi ch'io dovetti spigolare in altri campi, e di cui per grazia di Dio voi non avete bisogno. L'ho fatto unicamente perchè sta scritto: qui stat, videat ne cadat, cioè: chi ha la fortuna di star in piedi, stia attento a non cadere. Felice quegli che impara a spese altrui! Ricordiamoci che siamo Salesiani, e come tali dobbiamo portare alta la bandiera immacolata che D. Bosco ci ha lasciata. Meglio ancora, badiamo bene che noi abbiamo fatto il voto di castità, e ogni giorno dobbiamo proporci di morire piuttosto che violarlo.
E perchè tale sventura non c'incolga, adoperiamo con impegno quei mezzi positivi e negativi che ci suggeriscono i maestri della vita spirituale. Comincerò coll'accennarne alcuni positivi.
10. Preghiamo.
È tale l'influenza che esercita su di noi la concupiscenza della carne, che nessuno può sperare completa vittoria confidando solo nelle proprie forze. Si è specialmente in questa lotta che abbiamo bisogno dell'aiuto dell'alto, e questo l'otterremo con quell'atto infinitamente potente che, secondo Lacordaire, mette le forze del cielo a disposizione dell'uomo. Sappiamo che se Dio c'impone di evitare il peccato, Egli stesso ci invita a ricorrere alla sua misericordia per ottenere la forza di respingere gli assalti del nemico, ed è sì buono da abbassarsi fino alla nostra debolezza, fino a combattere al nostro fianco per assicurarci la vittoria. Quando la navicella su cui si trovavano gli Apostoli stava per essere sommersa, essi ricorsero a Gesù dicendogli: salva nos,' perímus, e non fu vana la loro preghiera. Ad un tratto si tacquero i venti e s'ebbe completa bonaccia. Quante volte si rinnova questo prodigio!
Una preghiera, uno slancio d'amore, una giaculatoria, basta a sedare la tempesta dei nostri sensi, a mettere in fuga il demonio impuro: tanto è vero che il Signore si compiace che noi riconosciamo la nostra debolezza, la nostra insufficienza, e con filiale fiducia ci gettiamo nelle sue braccia.
11. Confessiamoci.
Nè qui s'arresta la bontà di Gesù verso di noi. Col suo sangue medesimo Egli preparò un bagno che purifica le anime nostre da ogni immondezza, le guarisce di tutte le infermità e comunica loro la forza che è necessaria per vincere le più terribili tenta zioni. E il fervente Salesiano, esatto osservatore delle sue Costituzioni, ricorre ogni settimana a questo lavacro della Penitenza. Si mette in guardia contro le astuzie del demonio, che al pari di tutti i malfattori detesta la luce, e, come insegna S. Francesco di Sales, per sedurre un'anima comincia con imporle la condizione del silenzio.
Ciò serve di norma al buon Salesiano, che apre a due battenti la propria coscienza al confessore, ed ha cura di nulla tacere, evitando altresì quelle vaghe espressioni che impediscono al medico dell'anima sua di conoscerne a fondo le infermità e di suggerire quei rimedi che la possono più facilmente guarire.
12. Comunichiamoci.
Ma il Venerabile nostro Padre ci additò ancora un'altra abbondantissima sorgente di grazia, di forza e di coraggio. Apostolo della Comunione frequente e quotidiana, mai non si stancò, in tutta la sua laboriosissima vita, d'incoraggiare i suoi figli a cibarsi di quell'alimento che è il più efficace per conservare' o ricuperare, ove si sia perduta, la virtù della castità. Nella SS. Eucarestia noi ci mettiamo a contatto e in intima unione con Colui che è la purità per eccellenza, la vita della nostra anima, il rimedio alla nostra concupiscenza.
Ci tornino spesso alla memoria le parole di S. Giov. Crisostomo (Hom., 61), che diceva come i nostri padri, i cristiani dei primi secoli, uscissero da quella sacra Mensa quali leoni infiammati d'amore, fatti terribili al demonio stesso. Nessuna meraviglia perciò se non temevano i carnefici, e divenivano martiri della fede, e spesse volte ancora martiri appunto della castità.
13. Siamo divoti della Madonna.
È tradizionale per i Salesiani l'insegnamento che, a conservarci puri, dobbiamo usare della divozione a Maria SS. Ci assicurò le mille volte il nostro Venerabile Fondatore, che la Pia Società Salesiana e ,tutti i suoi istituti sono opera di Maria Ausiliatrice; sappiamo come egli non ponesse mano ad alcuna impresa senza ricorrere alla sua potente Protettrice; e ci è noto quanta cura avesse questa dolcissima Madre, perchè dalle Case Salesiane fosse bandito il peccato e specialmente l'impurità.
Leggiamo nel V Volume delle Memorie Biografiche, capo XV, che nell'avvicinarsi delle sue feste più solenni Maria SS. era solita purificare le sue case e ne scacciava chi non era degno di abitarle, cioè chi non intendesse di custodire la bella virtù. E questo non ci basta a provare quanto la nostra Celeste Madre abbia a cuore che quella Società, a cui diede tanti segni di predilezione, si conservi sempre esemplare nella pratica della purità? Non possiamo dubitarne, sarà assicurata la sua protezione, se avremo verso di Lei una tenera e ardente divozione.
Perciò, quando anche si sollevasse terribile nel nostro cuore il vento della tentazione, e la tempesta minacciasse d'inghiottirci, e ornai ci trovassimo sull'orlo del precipizio, guardiamo la stella del mare, invochiamo Maria, come ci insegna S. Bernardo: respice stellam, voca Mariam. E s'anco ci vedessimo caduti nella colpa, coperti di schifosa lebbra e meritevoli dei castighi di Dio, ricordiamoci che un piccolo lembo del manto di Maria può bastare per coprire le nostre ignominie e renderci degni del perdono. Preghiamola quindi che ci tenga sempre sotto il materno suo manto, mites fac et castos.
14. Mortifichiamoci.
Ma non vi sia discaro che vi accenni un ultimo mezzo positivo per custodirci casti: e questo è la mortificazione. San Paolo ne fa questione di vita o di morte (Rom. VIII, 13), affermando che, se noi viviamo secondo la carne, morremo; se invece mortificheremo le inclinazioni della carne, avremo la vita. C'insegna pure che, per essere predestinati, dobbiamo essere conformi all'immagine del nostro Divin Maestro. Ora noi sappiamo che la vita di Gesù fu tutta croce e martirio, tota vita Christi crux fuit et martyrium (Imit. IL 12); quindi come potremmo cercare unicamente di godere, e fuggire con ogni studio di soffrire? Come potremmo vivere castamente senza mettere in freno le nostre passioni, senza la mortificazione?
Il Signore disse a S. Geltrude che, per chi è mortificato, i sentimenti del corpo e le facoltà dello spirito saranno altrettanti servitori, sempre pronti ad aiutarlo a servire Iddio con merito e con perfezione; chi invece non vuole mortificarsi, avrà in essi altrettanti ostacoli al suo avanzamento spirituale.
Sia dunque nostra premura continua di mortificarci, e potremo conservarci puri: poichè il giglio della purità fiorisce tra le spine. Non si creda che D. Bosco abbia dato poca importanza allo spirito di mortificazione; se ne studii bene la vita, e si troverà che ogni circostanza di essa è un eccitamento ed una lezione per la pratica della mortificazione. Per essere veri Salesiani non dobbiamo lasciar trascorrere un giorno senza pagare un tributo alla mortificazione.
15. Fuggiamo l'orgoglio.
A questi mezzi positivi, che mi parve bene di suggerirvi per mantenervi fedeli alla vostra professione, non vi rincresca che ne aggiunga alcuni che chiamerò negativi. M'induco a farlo ricordando che sovente D. Bosco ci diceva con S. Filippo Neri che nelle tentazioni contro la castità vincono i poltroni. Quindi dobbiamo fuggire. Fuggite l'orgoglio. Se per disgrazia un povero religioso calpesta il suo voto di castità, cercatene la causa, e troverete che è la superbia che l'ha rovinato.
Egli fece a fidanza con la propria virtù, credette d'essere abbastanza forte da non temere alcun danno esponendosi a certi pericoli: e la sua temerità fu terribilmente castigata.
Onde a ragione S. Francesco di Sales scriveva che la castità è una virtù timida e delicata, anzi sospettosa e pusillanime; una parola basta a sgomentarla, uno sguardo a spaventarla. Eppure in questa diffidenza di se stesso consistè la forza; da questa viene la perseveranza; e appunto per questo disse lo Spirito Santo: beato l'uomo che è sempre timoroso: beatus homo qui semper est pavidus.
Era per questo che S. Gerolamo dava per consiglio, a chi vuole conservarsi puro, di non fidarsi della virtù praticata in pas-' sato, nessuno essendo più santo di Davide, più forte di Sansone, più sapiente di Salomone, i quali tutti erano miseramente caduti. Bisogna essere umili. È degno di essere meditato il pensiero di S. Fulgenzio, che, come la verginità è l'umiltà della carne, così l'umiltà è la verginità del cuore; e, molto a proposito, parlando dei pericoli del mondo, Sant'Antonio abate ci lasciò scritto: sola humilitas, secura transire potest...
16. L'ozio.
Fuggiamo l'ozio. Senza questo a che gioverebbe che sulla sua bandiera D. Bosco avesse scritto lavoro e preghiera? Avremmo forse dimenticato che D. Bosco teneva sempre davanti a' suoi occhi un cartello su cui stava scritto: ogni momento di tempo è un tesoro? Monsignor Bonomelli, parlando del nostro Fondatore, disse: « Dio è moto e luce; è così fu pure di D. Bosco. Fu moto, spiegando una prodigiosa attività con le numerose opere da lui fondate e sostenute; fu luce, promovendo ovuhque l'istruzione e combattendo l'ignoranza, specie in fatto di religione ».
Dio voglia che nessun Salesiano rimanga in ozio, mentre tanto havvi da fare nelle nostre case. E se, non ostante le raccomandazioni dei Superiori, qualcuno perdesse inutilmente il tempo, vorrei richiamargli alla memoria questa parola di Geremia: vocavit adversum me tempus, che vuol dire che nel giorno del giudizio il Divin Giudice chiamerà il tempo a rendere testimonianza contro di noi. Vedremo allora schierarsi dinanzi a noi quei giorni innumerevoli che trascorremmo nel dolce far niente; vedremo come in una vasta tela tutte le grazie che quei momenti ci avrebbero apportato, e che noi abbiamo perdute, e nel tempo stesso le vittorie che nell'ozio nostro il demonio ha riportate sopra di noi. Oh! se ci è cara la castità, fuggiamo l'ozio come la peste.
17. Le cattive letture e relazioni.
Fuggiamo le cattive letture; quindi lungi da noi quei libri che nulla c'insegnano di serio, che riempiono solo la nostra mente d'inutili fantasmi e dànno esca alle nostre già troppo ardenti passioni. Che pena per i Superiori, quando vengono talora a sapere che su questo punto certi Salesiani si formano una coscienza così rilassata, da non trovare alcun male nella lettura di opere e di giornali che la Chiesa proibisce, e che i secolari stessi si vergognerebbero di leggere! Come ne terremo lontani i nostri alunni, se noi stessi li leggiamo?
Non permettete, o carissimi Salesiani, che questo richiamo del vostro Superiore abbia ad essere lettera morta.
E quei medesimi pericoli che dovete temere dalle letture troppo libere e frivole, potreste pur troppo incontrarli nel contatto con le persone con cui forse, per compiere il vostro ufficio, avrete da fare. Noi viviamo, si dice, in una casa di cristallo.' Siamo curiosamente spiati, e perfino le nostre opere di carità sono 'talvolta male interpretate e giudicate sinistramente.
Quindi è nostro dovere vegliare, perchè non si contragga alcuna relazione che ci sia dannosa e torni a disonore della Società a cui apparteniamo. Ad esempio di D. Bosco, rifuggiamo da ogni famigliarità con persone d'altro sesso, quando anche siano dotate di specchiate virtù e moralità, e si abbia per unico fine il loro bene spirituale. Nessuno vada in cerca di quegli impieghi che espongono a pericoli riguardo alla castità. Potrà fare del bene, specie a persone d'altro sesso, solamente chi è rassicurato dall'ubbidienza e chi ha piena diffidenza delle proprie forze.
18. Le amicizie particolari.
Nè io posso porre fine a questo mio scritto senza inculcarvi, o carissimi Salesiani, con tutta l'energia, possibile di fuggire le amicizie particolari con i giovani che sono affidati alle vostre cure. Avviene molte volte che un religioso,' dopo avere generosamente abbandonato il mondo, dopo aver soffocati in cuore i più legittimi affetti della famiglia per amare unicamente il Signore, dopo aver fatto il totale sacrificio di se stesso nella professione, si senta acceso di particolare affezione verso qualcuno dei giovani da lui dipendenti. Sembra che a ciò lo spinga il desiderio del bene, un vero spirito di carità, ed invece vi è guidato dall'affetto carnale, appunto come ce ne avvisa l'Autore dell'Imitazione: videtur charitas, et est carnalitas.
Di qui quei segni di amore che, forse innocenti sul principio, conducono al naufragio della purità. Oh! quante sono le misere vittime delle amicizie particolari che il demonio miete nelle case di educazione, a risarcirsi, per così dire, del gran bene che con la pietà e con una ben intesa sorveglianza vi si va facendo!
19. ... Per l'innocenza del fanciullo.
Mi sia ancora concesso, o diletti Salesiani, d'alzare la voce contro la mania che ha invaso molti educatori, in questi ultimi tempi, di voler sollevare quei veli che provvidenzialmente tengono coperti a gran parte della nostra gioventù certi misteri della natura, che sarebbe a desiderare fossero ignorati per sempre. . Costoro vanno blaterando essere ormai tempo che si aprano gli occhi ai giovanetti, e che si istruiscano, nell'aprile della loro vita, di certe cose che neppure le persone adulte, se ben educate, oserebbero dire senza rossore. E tale è la brama che costoro hanno di rapire al più presto la pace e la calma a quelle anime innocenti, e di aprire i giovani cuori alle più abbiette passioni, che giungono al punto di chiamare ignoranti e antiquati coloro che in questo difficilissimo problema la pensano e agiscono diversamente da loro.
Con pace di costoro, se mai ve ne fossero pure tra i Salesiani, io come loro Superiore debbo dichiararlo: chi professasse tale dottrina, non può dirsi figlio di quel D. Bosco che si sarebbe stimato felice se avesse potuto prolungare anche solo d'un'ora l'innocenza di un fanciullo: di quel D. Bosco che nel parlare e nello scrivere cercava le parole che gli sembrassero più atte a tener lontano dalla mente dei giovani ogni pensiero men che puro.
Che se si vuole porre D. Bosco tra gli antiquati, ricordino costoro che debbono mettervi prima di lui quel Gesù che, ponendo la mano sul capo d'un fanciullo, pronunziò le più terribili minacce contro chi l'avesse scandalizzato. Si dovrebbe dare questo titolo a S. Paolo, che del peccato impuro scrisse: nec nominetur in vobis; al Ven. Cafasso, maestro di D. Bosco, e ad altri autorevolissimi scrittori di morale, che raccomandano istantemente agli stessi confessori di guardarsi bene dall'insegnare al giovane penitente il male che ancor non conosce.
Ciò non vieta che a tempo e luogo il Salesiano, e specialmente il sacerdote, possa dare in privato spiegazioni e consigli ad un giovane che venga a consultarlo su questioni riguardanti la passione impura; ma ciò è ben altro che parlarne in pubblica riunione, ove non mancano mai quelli che ne sarebbero scandalizzati.
Siano quindi banditi dai nostri istituti quei libri che insegnano a tale proposito massime e principii diversi, da quelli che imparammo da D. Bosco. Lasciamo che altri parli e agisda a suo talento in materia così delicata; noi seguiamo senza scrupolo e senza paura le tradizioni della nostra Pia Società, e non avremo mai a pentircene. A questo proposito vi sarà inviato un accuratissimo studio del Sig. D. Cerruti, Consigliere Scolastico della nostra Pia Società, che certo sarà letto con piacere e con frutto.
20. I due diamanti.
Tutti i Salesiani conoscono il sogno che ebbe D. Bosco il 10 settembre 1881. Tutti sanno che sul manto ricchissimo che indossava un augusto personaggio, manto rappresentante la Pia Società Salesiana nel 1881, risplendevano in modo speciale due diamanti su cui stava scritto: Labor, Temperantia. Che pena ebbe a provare D. Bosco quando vide che, pochi anni dopo, quei due brillanti erano caduti lasciando un gran vuoto; un guasto profondo! A tergere le lagrime di sì buon Padre, Chi non farebbe ogni sforzo, per impedire che avvenga quello strappo, leluella perdita? All'opera dunque: e sia impegno di ogni Salesiano di conservare ognora la perla preziosa della castità. Potius mori quam foedari: risolviamo con tutta l'energia del nostro animo, di morire piuttosto che venir meno al voto di castità.
Maria SS. Ausiliatrice esaudisca la nostra preghiera.
Sempre vostro aff.mo in Corde Jesu
Sac. PAOLO ALBERA.
XIX
« Facciamo di tutto per tener aperte le nostre Case
anche nel nuovo anno scolastico »
1. Annuale riunione degli Ispettori differita. — 2. Buona riuscita dello scorso anno scolastico. — 3. Provvidenza per il nuovo anno. Esercizi spirituali.
Torino, 10 luglio 1916.
Carissimi Ispettori,
1. L'anno scorso di questi giorni avevo il conforto di vedervi attorno a me e agli altri Superiori del Capitolo per la trattazione di affari di vitale importanza per la nostra Pia Società. Quest'anno speravo che le nostre adunanze si sarebbero rinnovate ed estese a tutti gli altri Ispettori, che dovevano prender parte al Capitolo Generale, e che si sarebbero prolungate per tutto quel tempo che la gravità del momento avrebbe richiesto. Il Signore invece ha disposto diversamente: sia Egli benedetto in tutto!
2. Buona riuscita dello scorso anno scolastico.
Riandando quanto si è fatto nell'anno scolastico testè decorso, nonostante i numerosi confratelli chiamati alle armi, io non posso non ammirare i frutti copiosi derivati dalla nostra adunanza dello scorso anno, e la vostra sollecitudine nel tradurre in pratica, a costo anche di gravi sacrifici, i desideri dei Superiori Maggiori, assecondati in ciò dalla buona volontà di tutti i confratelli. Ed è certo degno di ammirazione il vedere, come, ad onta di tutto, abbiamo potuto tenere aperte le nostre case e svolgere l'opera del nostro buon Padre accanto eziandio alle poche Case requisite pei bisogni della patria.
3. Provvidenza ,per il nuovo anno.
Il nuovo anno scolastico 1916-17 non si presenta migliore di quello che stiamo per chiudere; anzi richiede da noi maggiori sacrifici e vuole quasi che lo antecipiamo di qualche mese, vale a dire di tutto il tempo delle vacanze.
Nella lettera mensile ultima, N. 130, esortava i Direttori a trattenere nelle loro Case il maggior numero dei già convittori e di accettarne altri, in modo che le nostre Case fossero, anche durante le vacanze, occupate proficuamente a vantaggio di tanta gioventù, specialmente dagli orfani di guerra.
Questo apostolato e questa efficace cooperazione al bene della società furono talmente apprezzati nel loro giusto senso da molti Comandanti, i quali si astennero dal requisire i nostri locali, o ne desistettero al semplice eloquente esposto di quanto si faceva in pro dei figli del popolo, e non voglio dubitare che ciò ci sarà pur continuato in appresso, perchè il bisogno di chi si occupi di tanti fanciulli, privi del loro sostegno naturale, aumenta ogni giorno più. Questo però richiede da noi, nonostante un anno eccessivamente faticoso, la continuazione del nostro'lavoro verso i giovanetti affidati alle nostre cure, anche durante le vacanze, onde assicurarci le nostre Case per il nuovo anno. Comprendo perfettamente le difficoltà che incontrate, e le maggiori cui forse dovrete andare incontro con le nuove chiamate, tuttavia oso insistere nela pen-' siero manifestatovi, che è pur quello di tutto il Capitolo Superiore, e che, mi pare, sarebbe anche di D. Bosco e di D. Rua: facciamo cioè di tutto perchè le nostre Case continuino ad essere aperte anche un altr'anno.
Avrete da ridurre la sfera di azione in qualcuna dí esse: pazienza! ma in questo caso cominciate a togliere le classi tecniche poi le classi del ginnasio superiore; ma si faccia in modo che si conservino di preferenza il ginnasio inferiore e le scuole elementari. Forse si potranno riunire classi diverse sotto un solo insegnante; classi di diversi collegi in un solo di essi; si potranno anche rendere più omogenei certi pensionati. La conoscenza della vostra Ispettoria vi suggerirà qualche altro pratico provvedimento; ebbene studiatelo, secondo lo spirito di D. Bosco, in relazione alle attuali circostanze e poi mandatemelo, non più tardi del 20 agosto. I vostri progetti, ben circostanziati, dicendo cioè come intenderete provvedere alla vita delle vostre Case, con quale personale, quali classi mantenere, quali sopprimere e perchè, ecc., saranno esaminati ponderatamente dal Capitolo Superiore, il quale, fatte le opportune osservazioni, ve li restituirà per la pratica esecuzione.
4. Esercizi spirituali.
Parecchi Ispettori mi hanno mandato la lista degli esercizi spirituali pei Confratelli e Novizi, e mi hanno procurato così un vero piacere. Gli altri me la manderanno, spero, quanto prima; anzi fin d'ora la chiedo loro con sollecitudine, desiderando vivamente che gli esercizi siano fatti dappertutto e con tutta regolarità, e che tutti i confratelli, vi prendano parte, tanto più che _.'anno scorso, in alcune ispettorie, non si poterono fare in comune e con la consueta regolarità; motivo di più per supplire quest'anno con maggior impegno. Se mai vi fossero delle difficoltà i Signori Ispettori le espongano subito, e si farà di tutto per poterle superare. Ho pure intenzione di mandare anche quest'anno i Capitolari ad assistere i diversi corsi di esercizi di ciascuna Ispettoria, e attendo anche per questo la vostra nota, onde possa significarvi quale Capitolare vi possa intervenire. I Superiori Maggiori vengono a presiedere e ad aiutarvi; voi però procurate di trovarvi egualmente onde ascoltare i rendiconti dei confratelli, sentire e provvedere a quanto potessero aver di bisogno.
Converrà che le diverse mute siano, per quanto e possibile, di seguito e con poco intervallo, in modo che durante agosto e i primi di settembre siano terminate, almeno le mute destinate pei confratelli.
Invocando su di voi, sulle vostre Case e su ciascuno dei confratelli affidati alle vostre cure, le più elette benedizioni del Cuore Sacratissimo di Gesù, vogliate nelle vostre orazioni ricordare in modo particolarissimo chi di cuore si ripete
Vostro aff.Mo amico Sac. PAOLO ALBERA.
Consigli ed avvisi per conservare lo spirito di D. Bosco in tutte le Case
1. Intercessione a D. Bosco nelle correnti strettezze belliche. — 2. Modelli e maestri. — 3. Spirito di pietà. — 4. Costituzioni. — 5. Povertà. 6. Castità. — 7. Ubbidienza. — 8. Correzione. — 9. Paternità. 10. Umiltà. — 11. Zelo.
Torino, 23 aprile 1917.
Carissimi Ispettori e Direttori,
1. Il nostro Ven. Padre e Fondatore negli ultimi mesi della preziosa sua vita, logoro e affranto dagli acciacchi della vecchiaia, fu udito ripetere mestamente: « sono ormai inutile alla nostra Pia Società; amerei meglio andarmene al Paradiso, ove potrei sperare di essere di maggior vantaggio a' miei cari figliuoli con la preghiera ».
Nelle terribili angosce che ci opprimono, gettiamoci fra le braccia del nostro dolcissimo Padre, ricordiamogli le promesse che ci ha fatto di pregare per noi, e supplichiamolo di adoperare in favor nostro quel potere di cui per bontà divina egli gode in cielo. Giova sperare che mercè la sua intercessione la nostra Congregazione non abbia troppo a soffrire nella prova spaventosa che ora sta attraversando. Con tutto il fervore possibile chiediamogli che conservi saldi nella vocazione tutti i suoi figliuoli, nonostante i gravissimi pericoli cui si trovano esposti; che mantenga vivo in
tutti lo zelo per la salvezza delle anime e renda feconda di consolanti frutti la nostra missione a pro della gioventù.
Per ottenere queste grazie, tanto necessarie alla nostra Pia Società nei momenti calamitosi che attraversiamo, io faccio assegnamento in modo speciale sulla fervente pietà con cui pregherete voi stessi, o carissimi Ispettori e Direttori, non che sull'influenza che saprete esercitare sui vostri dipendenti perchè con la loro buona condotta se ne rendano degni.
Vi è noto inoltre che, con le tribolazioni che, ci manda, il Signore intende non solo di purificarci dalle nostre personali imperfezioni, ma ancora di spronarci a riparare con più ardore e slancio il male che si fa nel mondo, e a moltiplicar ognor più le opere buone. Vorrei perciò che la tremenda guerra che ci affligge presentemente, avesse a segnare un notevole miglioramento nelle nostre case; e a tal fine ricorro a voi, carissimi figliuoli, con questa circolare specialmente riservata agli Ispettori e Direttori. Spero che voi l'accoglierete con quella volontà di cui mi deste tante prove, e farete tesoro dei consigli e avvisi che il desiderio del maggior bene mi ispira, e che sono attinti agli insegnamenti di Don Bosco e di Don Rua.
2. Modelli e maestri.
Comincio col richiamare alla vostra memoria che, per tenere convenientemente il posto d'Ispettori o Direttori a cui foste elevati, dovete essere per i vostri dipendenti Mòdelli e Maestri.
Il Superiore si ricordi continuamente che N. S. G. C. coepit Tacere et dovere, e a noi tocca seguire la via che ci ha tracciato. Gli siano del pari altamente fisse nella memoria le parole di S. Paolo a Tito: in omnibus teipsum praebe exemplum bonorum operum (Tit. Il, 7), mostrati in ogni cosa modello di guone • opere. Ciò che era inculcato a quel santo Vescovo, molto a proposito si può applicare ai Superiori in genere. Essendo preposti ad una comunità, ricordatevi che il primo dovere del vostro stato è quello di dare il buon esempio ai vostri sudditi.
Non è degno del posto che occupa, quel Superiore che sorpassa gli altri solo nell'autorità e non nella virtù. Il dotto Salviano afferma che la dignità senza la virtù è un titolo onorifico senza l'uomo che lo porti, un ricco ornamento gettato nel fango. Il Superiore è sempre in vista de' suoi sudditi, che sono tutti occhi per esaminarlo e tutti lingua per criticarlo. Gli inferiori saranno forse edificati per qualche virtù del Superiore, ma possono anche essere scandalizzati de' suoi difetti. Purtroppo il bene si ammira, ma non si imita, mentre il male, anche disapprovato, si segue. A che serviranno i vostri avvisi, le vostre esortazioni e correzioni, se non saranno resi efficaci dal buon esempio?
Ma il titolo che voi portate v'impone ancora il dovere di far da Maestri ai vostri dipendenti. Come nella famiglia il padre ha il dovere di alimentare i suoi figli, così il Superiore non adempie il compito di padre, se lascia mancare il nutrimento spirituale e morale ai confratelli che gli sono affidati.
Senza dubbio essi durante il noviziato si formarono una giusta idea dello stato religioso, dell'essenza e della perfezione dei voti; compresero il significato delle Costituzioni, impararono a compiere i diversi uffici a cui dovevano poi essere impiegati; ma quanto imperfetta è ancora questa loro scienza! Al Superiore incombe il dovere di completarla. Versato com'è nella scienza della vita religiosa, ammaestrato dall'esperienza, egli potrà illuminare le menti de' suoi sudditi, aiutarli a passare dalla teoria alla pratica, a scoprire e specialmente a correggere i loro difetti. In lui si dovrà avverare la parola dello Spirito Santo: labia sacerdotum custodient scientiam et legem requirent de ore eius. Dio ha posto quelle anime alla vostra scuola, affinchè camminino nel sentiero della perfezione, e voi sarete responsabili davanti a Dio, se per vostra colpa non praticassero le virtù proprie del loro stato.
Come mai potrà un Direttore tralasciare o fare senza preparazione le due conferenze mensili, se pensa a questo suo stretto dovere? Come trascurare gli altri mezzi che tiene a sua disposizione per assicurare il progresso spirituale de' suoi subalterni? Del resto non avete che a rileggere le circolari di D. Bosco e di D. Rua, per convincervi che i Superiori non corrispondono al loro ideale, se non si sforzano di essere verso i dipendenti Modelli e Maestri.
3. Spirito di pietà.
Nell'eleggervi all'importante carica di cui siete rivestiti i Superiori Maggiori erano convinti che voi foste forniti di tal grado di virtù, di scienza e di abilità da poterne convenientemente compiere i doveri. Già avevate fatte lodevolmente le prime 'prove e dato affidamento di buona riuscita; tuttavia, più che sulle doti di mente e di cuore, essi facevano assegnamento sulla grazia del Signore, che non è mai negata a chi fa l'ubbidienza e a chi sa implorarla con vero spirito di pietà.
Voi stessi ne faceste l'esperienza. Non è egli vero infatti che fin dal principio della vostra carica vedeste addensarsi sul vostro capo tale una farragine di affari, di pene e di difficoltà, da sentirvene quasi schiacciati? E come avete potuto vincere tanti ostacoli? Ricorreste alla preghiera, e Dio vi diede la vittoria.
Ma sventuratamente è a temere che questo spirito di pietà venga a diminuire o anche a spegnersi, se il Superiore si lascia travolgere dal vortice di troppe occupazioni esteriori. Più ancora che i semplici religiosi, debbono i Superiori méttersi in guardia contro i gravissimi pericoli d'una vita disordinatamente attiva.
Invero questo avviso stesso credette dover dare S. Bernardo al B. Eugenio III Papa, nonostante che questi nel suo indefesso lavoro altro non avesse di mira che il behé generale della Chiesa.
La dissipazione dello spirito, la durezza di cuore, una maniera d'agire tutt'affatto umana, sarebbero le tristi conseguenze della mancanza di vita interiore, di unione con Dio. Secondo il consiglio. del medesimo santo Dottore, imitiamo il Verbo Eterno, che mentre va evangelizzando la Giudea, è sempre intimamente unito con il Padre nell'alto dei cieli.
Più che con la parola dunque, sia il Superiore di eccitamento alla pietà col suo esempio; così solamente potrà santificare le sue azioni e dare tanto di pietà e fervore a' suoi dipendenti quanto è necessario, senza mai patirne difetto egli stesso.
Venendo ora alla pratica: 1) Non manchi mai di trovarsi con la comunità alla meditazione, alla lettura spirituale, a tutte le funzioni e pratiche di pietà obbligatorie. 2) Approfitti di ogni predica, sermoncino della sera, allocuzione o rendiconto, per eccitare i confratelli a praticare la pietà, e sia santamente industrioso per mantenere vivo in essi il fervore. 3) Sia costante nell'esigere che si compiano le pratiche ordinate dai Superiori, e si opponga alla mania di abbreviarle od ometterle. 4) Abbia cura che i sacerdoti celebrino digne, attentè et devote; che si imparino bene le sacre cerimonie e che s'insegni specialmente il canto gregoriano, la musica sacra e quanto può accrescere decoro 'al culto divino.
4. Costituzioni.
Grazie a Dio, in ogni istituto salesiano che ho visitato, vidi sempre farsi molto bene, sicchè, quand'anche vi scoprissi qualche difetto, potevo far mio il detto: ubi plura nitent, paucis non offendar maculis. Ma le case che formano la mia delizia sono quelle ove trovo un Superiore che, esatto osservatore egli stesso delle Costituzioni, si dà in pari tempo massima premura perchè i suoi dipendenti facciano altrettanto. Fra quelle mura mi par di sentire aleggiare lo spirito di D. Bosco, anzi di udire il nostro buon Padre ripetere a quei Salesiani: — Vi riconosco dalla vostra condotta quali miei figliuoli: vi porto un particolare affetto. La vostra casa corrisponde interamente a' miei ideali. — Qual direttore non bramerebbe un simile elogio?
Per meritarlo, leggete, studiate e meditate quelle Costituzioni che dal Signore forse furono rivelate al nostro Venerabile Fondatore, le quali certo contengono quanto insegnano i maestri di spirito sulla perfezione, e senza di cui, giusta il detto di S. Cipria-no, l'edificio della nostra comunità religiosa andrebbe in rovina: si illa quae sunt bases et fundamenta totius regularis disciplinae, exacte non fuerint observata, totum corruat aedificium necesse est.
Sia quindi il Direttore vigile sentinella delle sue Regole, giusta l'insegnamento di S. Agostino che dice: Stet regula, et quod pravum est, ad regulam corrigatur: stiamo alla regola, e ciò che è contrario ad essa si corregga. Giudichi dello stato del suo istituto dal modo con cui si osservano le Regole.
Di qui si comprende quanto sia deplorevole la massima di coloro che, per non crearsi noie e fastidi, permettono che si trasgrediscano le Costituzioni e s'introducano abusi ad esse contrarli; costoro invece di edificare distruggono, essendo scritto che:. Moderator regularis, contra regulam aedificans, destruit.
Questo è un punto importantissimo su cui dovrebbe esaminarsi nell'esercizio della Buona Morte chiunque deve esercitare qualche autorità sui suoi confratelli. Ogni Direttore quindi abbia cura: 1) Che ciascuno abbia il libro delle Costituzioni. 2) Che nell'esercizio della Buona Morte se ne legga in refettorio qualche Capitolo. 3) Che nelle conferenze se ne spieghi qualche punto discendendo alla pratica.
5. Povertà:
In questo esame sembra che dovrebbe tenere il primo posto la pratica del voto di povertà. Sventuratamente si trovano in tutte le comunità certi poveri religiosi, che dopo la loro professione sono andati poco a poco declinando nel fervore, sicchè, quasi dimentichi dell'obbligo che hanno contratto per tutta la vita di avanzarsi ogni giorno nella perfezione, in fatta di povertà pensano e vivono poco diversamente dai mondani. Quasi senza avvedersene si son creati innumerevoli bisogni, pretendono dai loro Superiori tali agiatezze che non converrebbero neppure alle famiglie doviziose, e perdono la pace del cuore, se vien loro negato ciò che tanto avidamente desiderano.
Altri, dopo avere generosamente abbandonato i parenti per darsi al servizio di Dio, ai medesimi di nuovo si affezionano talmente, che vi pensano di continuo, e ad ogni costo vorrebbero procurar loro certe comodità, che non sono neppure conformi alla lor condizione.
Che potremmo attenderci da costoro, se fossero investiti di qualche dignità nella Congregazione? Se dovessero amministrare denaro o altri beni della Comunità? Quanto scandalo ne verrebbe ai confratelli? A che si ridurrebbero le nostre Costituzioni? Quanto saggiamente operano perciò quei Direttori che fanno rileggere di quando in quando la magistrale Circolare di D. Rua sulla Povertà! che ne richiamano a tempo e luogo in vigore le prescrizioni, senza lasciarsi spaventare da qualche lamento che gli spiriti rilassati nella disciplina potrebbero muoverne!
Gli Ispettori e Direttori si persuadano che non sono padroni del denaro e dei beni che maneggiano, ma semplicemente amministratori, e che devono poi rendere diretto conto ai Superiori di quello che passa per le loro mani. Sarebbe mancanza grave contro la giustizia, contro l'ubbidienza e contro la sincerità il rendere della loro amministrazione un conto che non corrispondesse appieno alla verità. Prendano essi a modello gli stessi amministratori civili, che nell'esattezza dei loro conti fanno consistere tutto il loro onore e la loro probità.
Ispirino ai loro dipendenti la massima delicatezza di coscienza, sicchè questi si facciano scrupolo di fare anche la minima spesa senza vero bisogno; e non mettano mano ad alcun lavoro che non sia necessario o non sia autorizzato dai Superiori. E a ciò badino bene i nuovi Direttori, stando in guardia contro la mania di tutto sconvolgere e innovare, come se chi li ha preceduti nella carica non avesse saputo far nulla di bene. In tempi cosi difficili sarebbe poi tanto più degno di biasimo chi sprecasse il denaro in cose superflue o di lusso, specie per la propria camera e la propria persona, non curandosi di venir in aiuto ai Superiori Maggiori che debbono provvedere alle case di beneficenza, alla formazione del personale, alle missioni e ad altre opere indispensabili per il buon andamento generale della Pia Società. Nè potrebbero dire di compiere bene il loro dovere gli Ispettori che non esaminassero accuratamente i registri d'ogni loro Casa. Ricordino la prescrizione del Regolamento, di non lasciare i registri stessi prima d'essersi fatta una giusta idea del modo con cui la Casa è amministrata.
Nè si creda conforme al pensiero di D. Bosco il tesoreggiare, fosse pure per formare una dote al proprio istituto: il nostro Fondatore volle sempre che noi non avessimo altro sostegno che la Divina Provvidenza. Ed è opportuno che lo sappiate: taluno che volle farne la prova, non ebbe la benedizione del Signore, il quale permise talvolta che ad un tratto andasse in fumo il frutto di lunghe e penose economie dirette a tale scopo. Nè si permetta ad alcun confratello che si occupi in lavori di suo genio, o faccia questue particolari, disponendo del frutto in favore della propria famiglia o per altre opere buone. Questo è far borsa da sè e quindi contrario al voto di povertà.
Oh! ritornino quei tempi eroici della nostra Congregazione, quando Ispettori e Direttori si stimavano felici di poter versare in mano a D. Bosco e a D. Rua il poco denaro che erano riusciti a raggranellare nella loro prudente amministrazione!
Permettetemi ancora che accenni una cosa che mi stringe il cuore: forse per un eccessivo amore della propria Casa, o forse anche sotto pretesto di maggior regolarità nei conti, si introdusse in alcune nostre case la consuetudine di imporre una tassa fissa a qualunque confratello venisse chiedere ospitalità. Da ciò venne a soffrire assai lo spirito di fraternità. Alcuni, vedendosi accolti con freddezza e sapendo di esser obbligati a pagare pensione, amarono meglio andar a chiedere ospitalità altrove. Invito perciò gli Ispettori a studiare seriamente questo problema, prendendo unicamente per norma l'amore fraterno, ed eludendo tutto ciò che sapesse anche alla lontana d'interesse.
Ancora una parola mi duole dover dire, ed è riguardo ai nostri confratelli ammalati. Sovente s'incontrarono gravi difficoltà per far mutar clima a qualche Salesiano infermo. Oh! io vorrei che tutti facessero come un nostro Direttore, il quale, sebbene la sua Casa fosse assai povera, diede ospitalità ad un confratello tubercoloso, finchè al Signore non piacque di chiamarlo al Paradiso; e al Rettor Maggiore che lo ringraziava di tanta carità', rispondeva:
« Non occorrono ringraziamenti. Quante benedizioni avrà attirato sulla nostra Casa quel caro infermo co' suoi patimenti così duri e prolungati! ».
Sia adunque premura di chi esercita qualche autorità: 1) Di amare e far amare la povertà, e di non aver vergogna di praticarla quand'anche la Casa propria non mancasse del necessario. 2) Di accettare volentieri e generosamente le conseguenze della povertà in spirito di penitenza. 3) Di non concedere permessi che aprano la via ad abusi contrarii alla povertà, e che oltrepassino le facoltà concesse dai Superiori Maggiori. 4) Di non prendere per se medesimi quelle libertà che si negherebbero ai proprii dipendenti.
6. Castità.
Due sono i difetti in cui cadono i Direttori, per ciò che riguarda la bella virtù. Alcuni sono ottimisti, e quindi si tengono sicuri che nel loro istituto nulla mai succeda contro la purità; altri, al contrario, vedono ovunque mancanze contro questa virtù. Il primo difetto è molto dannoso alle Case nostre: anzitutto v'è pericolo che si considerino come cose leggiere o semplici mancanze di buona educazione certi disordini che possono accadere contro la moralità, allontanandosi in tal modo dalla delicatezza che praticava ed esigeva il nostro Venerabile Fondatore: in secondo luogo quest'ottimismo può ancora essere causa che non si usi con gli alunni tutta quella vigilanza che suggerisce il sistema preventivo, affine di metterli nella morale impossibilità di offendere Iddio.
È parimenti da riprovare l'eccesso opposto, ossia l'andazzo di certi Superiori, che ad ogni momento ed ovunque vedono, sia tra i confratelli come tra gli allievi, mancanze contro la moralità; non sanno quasi aprir bocca senza far pensare che sempre si offenda il Signore con peccati impuri; e, quel che è peggio, discendono a certi particolari che tornano assai pericolosi a molti giovanetti ancora innocenti.
Secondo le raccomandazioni di D. Bosco, non permettano a' maestri, assistenti o capi di laboratorio di fare essi medesimi indagini minuziose sulle colpe di tal genere di cui qualche alunno fosse accusato. Al solo Direttore sia riservato un ufficio così delicato; anzi gli Ispettori e Direttori bellamente suggeriscano agli stessi confessori la santa riservatezza che usava il nostro Venerabile Fondatore nell'interrogare i suoi penitenti, e la discrezione maravigliosa con cui sapeva rispondere alle loro domande e sciogliere i loro dubbi.
In tutte le cose, ma specialmente in ciò che riguarda là purità, dobbiamo tener a mente ciò che dice S. Bernardo: « T olle discretionem, et virtus vitium erit »; senza discrezione la virtù stessa diventa vizio. Quindi non manchiamo d'inculcare ai maestri e assistenti il dovere di una sorveglianza che secondo il sistema preventivo sia continua, sì, ma non indiscreta e pesante. Devono lasciar credere ai loro assistiti, che ciò fanno allo scopo di mantenere la disciplina e il buon ordine, non già d'impedire le mancanze di altro genere, a cui forse molti degli alunni, per fortuna ancora senza malizia, non pensano neppure; in una parola, ammaestriamo tutti i nostri collaboratori ad essere verso la gioventù angeli custodi, che vegliano per impedire al serpente seduttore di venir a rapirle il tesoro dell'innocenza. E così sarà tanto più felicemente sciolta la questione sessuale, sulla quale spero che tutti gli Ispettori e Direttori, dopo ciò che fu scritto l'anno scorso, saranno perfettamente d'accordo con gli insegnamenti del Capitolo Superiore.
Sarebbe egualmente da desiderare ché' tutti fossimo unanimi nelle cautele riguardo ai cinematografi, a proposito dei quali s'ebbe a lamentare in vani nostri confratelli poca delicatezza. Forse converrebbe contentarci di proiezioni fisse, con le quali potremmo. meglio far conoscere le opere salesiane, specialmente le nostre missioni. È troppo difficile trovare pellicole convenienti a case di educazione.
Nè dovete meravigliarvi se, trattando della moralità, insisto ancora sulla necessità di attenerci scrupolosamente al Regolamento di D. Bosco anche riguardo al teatrino. Giova sperare che per sempre si bandiscano dalle nostre scene i drammi troppo truci o spettacolosi, e tanto più quelli che esigessero promiscuità dei sessi, quand'anche si trattasse solo di ragazzi in vesti femminili.
Conchiudo questo punto invitando gli Ispettori e Direttori a vegliare perchè i loro dipendenti non facciano visite non assolutamente necessarie, il che può dare occasione a giudizi temerarii, a scandalose dicerie e perfino ad atroci calunnie. L'esperienza insegni.
7. Ubbidienza.
In altri scritti ho inculcato questa virtù a tutti i Salesiani; qui mi pare doveroso raccomandarla agli Ispettori e Direttori, affinchè l'esempio venga dall'alto. Sant'Agostino ce ne dà ragione scrivendo che il Superiore, per ben dirigere i suoi sudditi, deve essere diretto egli stesso: regat te praepositus, ut possit a te regi subiectus. Devi essere governato affine di poter governare: debes regi, ut possis regere. Il medesimo grande Dottore aggiunge ancora esser cosa ingiusta che uno pretenda ubbidienza da chi gli è inferiore, mentre egli stesso non è disposto a ubbidire a chi è superiore a lui. San Francesco d'Assisi assicura che l'ubbidienza è opera di fede, prova di vera speranza, argomento di carità, madre d'umiltà e di pace. Voleva che i suoi Definitori e Provinciali fossero modelli ai loro subalterni nell'ubbidienza ai Superiori maggiori, e mostrava quanto danno sarebbe venuto a loro stessi e all'Ordine intero dal fare altrimenti.
Il medesimo Santo Patriarca ebbe forti parole di rimprovero per quei Guardiani che non accettavano con umiltà e semplicità gli ordini dei Superiori maggiori, e che contrariati minacciavano di dare le dimissioni dalla propria carica, non badando al grave imbarazzo in cui con ciò avrebbero posto i Superiori medesimi.
È perciò necessario che gli Ispettori e Direttori facciano non solamente il sacrificio della propria volontà, ma ancora quello del proprio giudizio. Conviene che applichino a se stessi ciò che insegnano ai loro dipendenti; che davvero facciano loro vedere di considerare i Superiori maggiori quali rappresentanti dí Dio, e di non credersi dispensati dall'ubbidire, quand'anche scoprissero in essi qualche difetto o fossero persuasi che il proprio parere dovesse tornare a maggior gloria di Dio e bene delle anime.
È poi secondo lo spirito del Ven. D. Bosco il comandare in modo da rendere meno penosa che sia possibile l'esecuzione degli ordini dati, e non da mettere la debole virtù dei sudditi a :troppo dure prove; quindi chi comanda non dica con alterigia: così voglio, così ordino. Son io il Superiore, tacete; quando ho detto una cosa, non ripeto, e simili espressioni, che neppure dovrebbe adoperare il padrone verso il servitore.
Il Superiore Salesiano dia gli ordini più a modo di preghiera che in tono di comando. Eviti di ordinare più cose alla volta, d'imporre ai sudditi pesi e lavori superiori alle loro forze; e si mostri soddisfatto dell'opera loro, e, se non altro, mostri di apprezzare molto la loro buona volontà. Quanto sono lontani dallo spirito di D. Bosco quei Direttori che non trovano ben fatto se non ciò che hanno fatto essi medesimi! Costoro sono un tormento a se stessi e gli altri. Quanto potrebbero imparare dall'attenta lettura e meditazione dei ricordi confidenziali del nostro Venerabile Padre e Maestro e della sua vita!
8. Correzione.
Poichè siete Maestri dei vostri dipendenti, avete, o carissimi Ispettori e Direttori, il dovere di studiare il loro carattere, e scorgendo in loro dei difetti, aiutarli a emendarsene. Forse essi non li conoscono, o pur conoscendoli non hanno la forza di sradicarli. Già avete letto ciò che S. Bonaventura (de sex alis) scrisse di quel Superiore che trascura l'obbligazione di correggere i proprii sudditi. Egli pecca contro Dio, di cui profana l'autorità; manca contro i suoi fratelli, cui lascia correre la via del rilassamento; grava la propria coscienza, accumulandovi, oltre le proprie colpe, anche quelle degli altri. Gersone chiama tale negligenza rovina della pace e sorgente inesausta di discordia. Altri scrittori spirituali la paragonano niente meno che al vizio impuro, affermando che, come è l'impurità che fa precipitare il maggior numero di anime nell'inferno, così il trascurare la correzione è quel che rovina il più gran numero di religiosi: gli inferiori, perchè non corretti continuano nei loro disordini: i Superiori perchè, non correggendo gli altri, si rendono responsabili del male che lasciano fare.
Molti Direttori non hanno il coraggio di fare le correzioni, perchè è cosa odiosa; essi riversano questo compito ingrato sui Superiori Maggiori. Lo fanno forse in buona fede, credendo che l'avviso per venir più dall'alto abbia a riuscire maggiormente efficace; ma non s'avvedono del cattivo servizio che rendono sia agli Ispettori, sia ai membri del Capitolo Superiore, a cui fanno perdere o almeno diminuire quell'aureola di paternità di cui hanno sì grande bisogno.
Perchè la correzione sia fruttuosa, voi ben lo sapete, anzitutto dev'essere fatta a tempo opportuno. Il Direttore non scatti nel momento stesso in cui il subalterno commette una mancanza; non prorompa in forti e aspri rimproveri, come forse uno zelo intempestivo gli suggerirebbe; non dia avvisi in pubblico, specialmente lasciandosi trasportare da un impeto di collera. Egli stesso così facendo ne scapiterebbe nella stima de' suoi dipendenti, e forse spingerebbe il povero colpevole a qualche passo disastroso. Fa d'uopo lasciare che si faccia la calma da una parte e dall'altra, e allora la correzione tornerà decorosà per chi la dà e veramente profittevole a colui che la riceve. Questo insegnava San Francesco di Sales, e così operava il nostro dolcissimo Don Bosco.
Anche il luogo influisce sul buon esito dell'avviso, e il più adatto è l'ufficio del Direttore, vera camera charitatis, ove, senza che alcuno se ne accorga, in un'intima conversazione che è indizio significantissimo dell'affetto del Superiore, potranno darsi scambievoli spiegazioni, addursi le scuse e le attenuanti, venendo così ad un accordo che porterà la pace, e sarà forse il principio di sante e durature risoluzioni.
Coronerà poi la buona opera compiuta dal Superiore il segreto profondo che egli conserverà su quanto è avvenuto fra lui e il suo confratello. Chi degli anziani non ricorda i prodigi di carità di cui fu testimone l'umile cameretta di Don Bosco, che tanti altri religiosi ci invidiarono, come affermava a me medesimo un venerando sacerdote, per averne fatta personale esperienza!
9. Paternità.
Questa parola dice da sola quali debbano essere i termini e i modi con cui va fatta la correzione: basta per dire al Superiore che sempre, ma specialmente nell'adempiere questo delicato ufficio, deve ricordarsi d'essere padre.
Secondo il Concilio di Trento (Sez. XII) egli nel fare una correzione non deve avere altro intendimento che: 1) Conservare la disciplina. 2) Richiamare il confratello al suo dovere. 3) Prevenire lo scandalo. Così non agirà mai per passione. Si diporterà poi da vero padre se saprà distinguere tra la persona e la colpa, mostrando amore e tenerezza verso il confratello, e nel tempo stesso un profondo disgusto del fallo da lui commesso.
Si istudii quindi di accogliere il colpevole con la bontà e non con volto accigliato; tenga conto della sua età, del suo carattere e delle sue benemerenze verso la Pia Società. Ascolti con pazienza le sue spiegazioni, quand'anche gli paressero di poco peso, e si sforzi in tutta la conversazione di mantenersi calmo e padrone di se stesso. Diffidi di quello zelo che gli porrebbe sulle labbra titoli ingiuriosi, minaccie di castigo e financo d'espulsione, o altre parole che umiliano, schiacciano la persona avvisata. Le conseguenze di tali impeti di collera saranno sempre deplorevoli: probabilmente. susciteranno una disputa in cui ne scapiterà l'autorità e il decoro del Superiore; o se il suddito rimarrà in silenzio, farà in cuor suo il proposito di non mai più parlare con il Superiore, e partirà con la persuasione che questi non lo stimi, non gli voglia bene. Anzi può avvenire di peggio: forse egli prenderà la sconsigliata decisione di uscire dalla Pia Società, affermando di non poter più vivere con un superiore che l'ha trattato così male.
È questa l'occasione in cui dovrebbe specialmente brillare la carità e la doke77a di chi deve esercitare l'autorità. Allora dobbiamo ricordarci che Gesù volle essere chiamato l'Agnello senza fiele, che si propose a noi quale maestro di mansuetudine e di umiltà, dicendo: Discite a me quia mitis sum et humilis corde.
Ci stia presente alla memoria l'esempio di pazienza che Gesù ci dà continuamente nella SS. Eucarestia, dove in modo divino sente gravissima pena delle ingiurie e degli oltraggi dei peccatori, e intanto mai non li punisce come meriterebbero per le loro mancanze.
Immaginiamo ancora di vedere il nostro Venerabile Padre, che con il suo volto costantemente atteggiato a bontà ci dica: « sii indulgente! » Oh! fortunati noi, se invece di essere tacciati di troppa fierezza e severità, meriteremo la lode di essere stati pazienti e dolci come D. Bosco nel dirigere i confratelli. S'intende, ciò non vieta d'essere fermi nel proposito di far osservare le Costituzioni e la disciplina.
Voglia il Signore concedere anche a noi quella eguaglianza di carattere per cui i nostri subalterni, in qualunque caso, ricorrendo a noi, siano sempre accolti con affetto, nè mai abbiano a trovarci inquieti e agitati, sicchè possano supporre che la loro pie-senza e la loro conversazione ci dia noia. Chi tra i figli di D. Bosco vorrà vantarsi di essere più temuto che amato?
10. Umiltà.
Tornerebbe però inutile inculcare la paternità a chi non facesse ogni sforzo per praticare la virtù dell'umiltà. Non sarà capace di usare pazienza e affabilità col prossimo colui che è pieno di se medesimo. Quindi sarà buon Superiore quegli che, conscio della propria incapacità, prima dell'elezione non desidera le cariche: quegli che, assunto contro ogni sua aspettazione a qualche dignità, ben lungi dal compiacersene o dal considerarla quale ricompensa a' suoi meriti, la stima invece un castigo per i suoi peccati.
Il vero umile non gode delle preminenze, non ama gli onori che gli sono tributati per il posto che occupa, ma li sopporta come esigenze inevitabili in una ben ordinata comunità, li accetta quali tratti di bontà da parte de' suoi subalterni, quasi come se la sua persona non c'entrasse per niente. È ben persuaso che tali onori non aumentano punto le sue virtù; anzi, pensando che molti altri saprebbero meglio di lui governare i confratelli, dagli elogi e dalle feste che gli fanno sa trarre motivi per più profondamente umiliarsi.
Egli riguarda il buon risultato ottenuto dal suo Istituto non come opera propria, ma come frutto del lavoro e dell'attività dei confratelli; quindi con gioia coglie ogni occasione che gli si presenti per attribuirne a questi il merito, nascondendo quanto più gli è possibile la propria persona.
Non vi è pericolo che parli di se stesso, che ripeta la parola mio, tanto è abituato a considerarsi nient'altro che un membro qualsiasi della famiglia, sebbene debba tenere il primo posto. Nè sarà possibile scorgere in lui ombra di gelosia per il bene che altri sia per fare nella sua casa; ripeterà invece con gioia le parole di San Paolo: purchè Gesù Cristo sia glorificato, anche per opera di altri, ne godo e ne godrò immensamente. Dummodo Christus annuntietur, gaudeo et gaudebo. Finalmente non si occuperà gran fatto di quanto dirà dell'opera sua la stampa, convinto che ciò non aumenta per nulla i suoi meriti davanti a Dio. Con il contegno sempre allegro e con la parola sempre garbata farà vedere che è contento dei suoi dipendenti, dovesse pure dissimulare qualche loro difetto. È incredibile il bene che un tale Direttore può fare a tutti quelli che vivono con lui! Il Direttore umile non agisce mai senza consiglio, perchè molte fiaccole illuminano più che una sola; quindi raduna sovente il suo Capitolo, nè consulta solo e unicamente quelli che sono del suo parere, per far trionfare la propria volontà.
11. Zelo.
Il Direttore, più che tutti gli altri figli di D. Bosco, deve prendere a soggetto delle sue meditazioni le parole che il buon Padre adottò quale stemma della nostra Pia Società: Da mihi ani-mas. Egli sa che non si può far cosa più gradita al S. Cuore di Gesù, che lavorare con zelo a salvare quelle anime che egli riscattò col proprio sangue; che questo è il miglior mezzo per mostrargli il nostro amore e il nostro desiderio di riparare il male che forse abbiamo commesso nella nostra vita passata, e per consolare la Congregazione, nostra Madre, addolorata per la morte di tanti confratelli, e più ancora per la perdita che altri han fatto della loro vocazione.
Quindi si sforzerà anzitutto di aiutare i proprii confratelli a perseverar nella vocazione e a progredire ogni giorno più nel sentiero della perfezione. Non lascerà nulla d'intentato per tener lontano dal suo collegio il peccato, e specialmente l'impurità.
Amerà d'un amore santo e intenso i giovani, immaginando che il Signore glieli affidi uno ad uno con queste parole: Accipe puerum et nutri mihi. Custodi innocentiam. Non crede d'aver com, piuto tutto il suo dovere procurando un certo grado d'istruzione a' suoi alunni; sa che deve farne anche degli onesti cittadini, ma specialmente dei buoni e ferventi cristiani. Non ama i suoi allievi per quei pochi anni che passano nel suo collegio: li ama per l'eternità. Quando partono, esprime loro la speranza di incontrarli ancora qualche volta in vita, ma specialmente di ritrovarli in cielo a far corona a D. Bosco. Farà ancora il possibile per tenerseli uniti con l'Associazione degli ex-allievi, appunto per poter aiutarli a divenire sempre più fermi nei buoni principii ricevuti in collegio. Il suo zelo ispirato dalla carità e diretto dalla prudenza gli vieterà di accettare occupazioni estranee ai doveri ch'egli ha verso il proprio istituto. Si sforzerà anzi di combattere, con la parola e coll'esempio, la tendenza di certi confratelli a preferire uffici che li distoglierebbero dall'insegnamento e dall'educazione della gioventù.
Prima di tutto egli sarà sollecito di ciò che forma l'oggetto particolare della nostra Pia Società; considererà come una grave sventura il lasciar terminare un anno scolastico senza regalare qualche vocazione alla nostra Congregazione, affine di estenderne sempre più la sua benefica azione, dovesse pure strappar questa grazia al Cuore di Gesù con molti sacrifici e preghiere.
Con sante industrie inoltre cercherà di aumentare ogni giorno più i nostri Cooperatori, affinchè vada sempre crescendo il numero di coloro che partecipano dello spirito di D. Bosco e con mezzi materiali o spirituali se ne fanno promotori.
Come vedete, carissimi Ispettori e Direttori, è immenso il campo che vi fu assegnato; innumerevoli sono pure i sacrifici che dovrete imporvi per coltivarlo; scarsi forse saranno i frutti che ne raccoglierete; sarete forse ripagati con la più nera ingratitudine.
Ma non lasciatevi scoraggiare: pensate che una grandissima ricompensa vi è riserbata. Rallegratevi pensando che, appunto perchè avete molto da soffrire, ogni giorno, anzi ogni ora della vostra esistenza sarà segnata da atti virtuosi e da meriti veramente preziosi. La vostra fede vi trasporti sovente a contemplare la gloria che sarà il premio dei vostri sacrifici e patimenti. Ricordiamoci che per arrivare alla gloria del Paradiso non c'è altra via che quella del Calvario.
Avete letto che un giorno Mamma Margherita, disgustata perchè i giovani dell'Oratorio avevano calpestato tutto il suo orticello, minacciò di abbandonare D. Bosco a ritornarsene ai Becchi. E il suo figlio come riuscì a calmarla? Non disse una parola, solo le additò il Crocifisso. Quel gesto fu più eloquente di qualsiasi discorso. Altra volta, ad un salesiano che si mostrava stanco di lavorare e soffrire, il buon Padre indicò con lo sguardo e con la mano il Paradiso: e quegli si rianimò talmente da diventare uno dei Salesiani più zelanti e attivi finchè ebbe vita.
Il vostro povero Rettor Maggiore, persuaso che anche voi gemete sotto un peso che sembra superiore alle vostre forze, non osa sperare di procurarvi quel conforto e incoraggiamento che il gesto e la parola di D. Bosco arrecava a' suoi Egli sfiduciati;
ma vi presenta la simpatica figura di questo nostro buon Padre che sorridente par che dica a noi tutti: Coraggio, carissimi figliuoli; continuate a lavorare, a combattere, a soffrire. Io vi aiuto con la mia preghiera. Intanto vi aspetto tutti in Paradiso a cantare le glorie di Dio e della potente nostra Ausiliatrice. Oh! se sapeste quanto è grande la ricompensa che vi sta preparata! È Dio stesso: Ego ero merces tua magna nimis!
Pregate perchè con voi tutti la raggiunga anche
il vostro aft.mo in Corde Jen, Sac. PAOLO ALBERA•
XXI
Contro una riprovevole « legalità »
1. — Scopo della Circolare. — 2. Basta l'osservanza dello stretto dovere? 3. La generosità di Dio verso il religioso. — 4. « Si places, non placar ». — 5. « Qui stat, videat ne cadat ». — 6. « Dixisti: sufficit, periisti ». 7. « ... Duc in altum! ». — 8. Due consolanti notizie.
Torino, 25 giugno 1917.
Solennità del S. Cuore di Gesù. Carissimi Figliuoli in Gesù Cristo,
1. S'ingannerebbe a gran partito chi credesse che il Rettor Maggiore, quando scrive a' suoi confratelli, non abbia altro di mira che segnalare qualche grave disordine e muoverne amari lamenti. Se egli agisse in tal modo, mostrerebbe certamente di conoscere ben poco i membri della nostra Pia Società, la quale, per grazia di Dio, conta un numero considerevole di férventi religiosi, di sacerdoti zelanti e di virtuosi coadiutori. Invero, s'amo qualcuno dei Salesiani fosse per dimenticare i propri doveri, sarebbe ingiusto darne la colpa a tutta la Comunità, e farne correzioni collettive, pile a molti tornerebbero inutili e inopportune. Mi è dolce perciò il dichiararvi che con le mie circolari non mi propongo altro fine che di animarvi, carissimi figliuoli, a camminare a gran passi nella via della perfezione, sicuro che la mia parola cadrà in terreno ben preparato e produrrà ubertosissimi frutti.
2. Basta l'osservanza dello stretto dovere?
Col presente mio scritto è mia intenzione d'invitarvi tutti, o miei carissimi figliuoli, a combattere con energia quella sistematica mediocrità di condotta che a certuni piace di chiamare legalità: mediocrità per cui un Salesiano, tenendosi pago dell'osservanza del suo stretto dovere, sta lontano bensì dalle mancanze gravi e scandalose, ma non si sforza di fare ogni giorno qualche progresso nella perfezione propria del suo stato. Il dolcissimo Cuore di Gesù, a cui è sacro questo mese, ci aiuti a comprendere quanto questa legalità gli di4:iiaccia e sia dannosa all'anima nostra.
Il Divin Salvatore apparendo alla Beata Margherita Alacoque, volle mostrarle il suo Sacro Cuore adorni° degli strumenti della sua dolorosissima Passione. La ferita della lancia, da cui uscirono le ultime gocce del suo preziosissimo Sangue, miste ad alcune stille di acqua, è il simbolo dei peccati mortali che così numerosi trafiggono il suo Cuore, rinnovandogli, come afferma San Paolo, i tormenti della crocifissione: rursum crucifigentes Filium Dei.
Ma oltre a questa larga ferita, noi vediamo ancora nell'immagine del Sacro Cuore una corona di pungentissime spine. E queste che cosa rappresentano? Secondo ciò che il buon Gesù stesso ha insegnato alla Beata, le spine ond'è coronato il suo Cuore sono il simbolo di quelle anime le quali, quantunque siansi consacrate al suo santo servizio, e impegnate con voto a non commettere gravi mancanze, non mostrano tuttavia la dovuta premura nel correggersi dei loro difetti, e vi ricadono perciò con molta facilità, nè si sforzano di riparare con la santità della vita gli oltraggi con cui lo affliggono tanti infelici peccatori.
Quanta pena gli dà il vedere che questi poveri religiosi, malgrado le grazie specialissime di cui li ha favoriti, nonostante i lumi loro concessi, le pratiche di pietà con cui li ha sostenuti, camminano sempre, per dir così, a mezza costa nel sentiero della virtù, evitando, si può dire, con egual cura, la via che li eleverebbe ai più alti seggi del Paradiso, e quella che precipita giù negli abissi della perdizione; il vedere che a loro basta di tenersi nel giusto mezzo!
Quanto son degni di compassione questi servitori, i quali sono docili alla voce del Signore solo quando Egli comanda, come sul Sinai, tra le folgori e i tuoni, mentre poi si mostrano sordi e insensibili quando Egli si presenta a loro con l'atteggiamento del fratello più tenero e del più dolce amico, per far appello al loro amore! Dato pure ch'Egli possa contentarsi d'una tal condotta per parte d'un cristiano che vive nel mondo, certo non può tenersene pago quando si tratta d'un religioso, d'un uomo ' da Lui scelto fra mille, e chiamato nel novero di quei fortunati che formano, secondo S. Gerolamo, il più ricco ornamento della Chiesa Cattolica: inter ecclesiastica ornamenta, pretiosissimus lapis.
3. La generosità di Dio verso il religioso.
Per convincerci di questo non abbiamo che a richiamarci alla memoria l'inesauribile generosità con cui il Signore ci ha trattati. Cerchiamo infatti se nella nostra vita vi fu un giorno, anzi un momento solo che non sia stato segnato da qualche suo benefizio temporale o spirituale.
È suo dono la vita, la sanità di cui godiamo. Sono effetto della sua liberalità l'aria che respiriamo, il cibo di cui ci nutriamo, gli abiti di cui siamo ricoperti. Da quanti pericoli'ci ha difesi la sua provvidenza, vigile sempre, qual madre tenerissima, alla nostra custodia! A Lui siamo debitori di quelle nobilissime facoltà per cui l'uomo è superiore a tutte le altre creature: intelligenza, memoria, libera volontà. Ma quanto più generoso è Egli stato verso di noi nell'ordine soprannaturale! Che poteva darci di più di quella grazia di cui ci fu largo nel S. Battesimo, per la quale diventammo. partecipi della natura divina, divine consortes naturae, figli di Dio, eredi del Paradiso?
E quando, nuovi figliuoli prodighi, con la più nera ingratitudine lo abbiamo abbandonato commettendo il peccato, con quanta bontà e misericordia non ci ha Egli accolti, appena ci gettammo pentiti a' suoi piedi! Anche dopo il peccato, ha Egli forse risparmiato con noi le finezze del suo amore? Non ha forse bandito uno splendido banchetto per festeggiare il nostro ritorno fra le sue braccia, invitandoci a sedere, quali religiosi, nei primi posti, col dirci amabilmente: ascende superius; e dandoci il suo Corpo in cibo e il suo preziosissimo Sangue in bevanda?
E che dire di noi, ch'Egli volle inalzare alla sublime dignità di sacerdoti? Per farci conoscere a quale estremo sia giunta qui la sua bontà e liberalità, basterà che ci additi l'altare e il calice ove sacrifichiamo il suo Corpo e Sangue sacratissimo; il tribunale di penitenza in cui esercitiamo il sacramento del perdono; la cattedra di verità ove noi siamo i continuatori della sua predicazione.
A tutti infine Egli ricorderà che sul punto di mandar l'ultimo respiro, ci diede la sua stessa Madre, affinchè fosse a noi Avvocata, dispensatrice d'ogni grazia, Ausiliatrice e Madre dolcissima. Alla vista di un tale spettacolo di carità, al ricordo di tanti e sì grandi benefizi, come mai un religioso, un sacerdote specialmente, potrà mettere dei limiti alla sua gratitudine? Come potrà mercanteggiare la manifestazione del suo amore? E quando Gesù, come se qualche cosa mancasse alla sua felicità, si abbassa fino a chiederci il nostro cuore, ripetendo: praebe, fili, cor tuum mibi, chi fra noi avrebbe l'ardire di rispondergli: contentatevi d'una piccola parte di esso, poichè il resto intendo darlo alle creature? E se Egli vorrà scegliere a sua dimora il nostro cuore, affermando che trova in esso le sue delizie, saremo noi sì scortesi da sbarrargli la porta dicendo: fermatevi, non procedas amplius?
Potremo noi trattarlo come talora si tratta un mendico che viene a chiedere l'elemosina alla soglia della nostra casa, al quale porgiamo, coll'idea di dar molto, un tozzo di pane, pretendendo che ne sia soddisfatto e si guardi bene dal lagnarsi?
Eppure tale è la deplorevole condotta del religioso che in fatto di pratiche di pietà si adagia in una inqualificabile mediocrità, che non si scomoda pur d'un dito per fare la minima cosa che non sia imposta dalla regola e dall'orario della casa.
4. « Si non places, non placas ».
Ma oltre all'obbligo di far crescere ogni giorno il tesoro dei nostri meriti personali, perchè il Signore sia contento della nostra maniera di servirlo, abbiamo ancora il dovere, come religiosi, di far ascendere ogni giorno, fino all'eccelso suo trono, l'incenso odoroso delle nostre preghiere, per farne discendere le grazie e le misericordie sui nostri prossimi, di cui siamo costituiti come ambasciatori.
Ora, come adempiremmo noi questa nostra benefica missione, se la nostra pietà si riducesse a non far altro che quello che non possiamo a meno di fare, sforzandoci di abbreviare il più possibile le pratiche religiose, ed evitando con ogni cura tutto quello che nel servizio di Dio ci costa sacrificio? In tal caso non avremo più a meravigliarci che tante nostre preghiere rimangano senza effetto, mentre quelle di molte anime pie sono così potenti presso Maria SS.ma Ausiliatrice.
Ricordiamo a nostro incoraggiamento la fiducia meravigliosa con cui il nostro Venerabile Padre ricorreva alla sua potente Protettrice per ottenerne l'aiuto. Alcune volte sembrava temerità da parte sua il voler essere esaudito, come quando comandava a certi ammalati assai gravi di alzarsi da letto e camminare, di venir a Torino con un lungo e disagiato viaggio da lontani paesi, assicurandoli che la Madonna li avrebbe guariti, e che sarebbero ritornati senza alcun incomodo alla propria casa.
Vi furono casi in cui i parenti avevano già preso le misure necessarie per la sepoltura, e invece ebbero la gioia di cantare l'inno del ringraziamento. Ma se in tali circostanze ci fosse stato permesso di chiedere rispettosamente a Maria Ausiliatrice perchè mai il Venerabile fosse così potente sul cuore di Lei, perchè nulla Ella sapesse negare al suo devotissimo Servo, la nostra celeste Ma-. dre ci avrebbe risposto: Sì, è vero, io non so negar nulla a questo diletto mio figlio, perchè anch'egli nulla sa negare a me.
Le ferventi preghiere di D. Bosco erano accompagnate da molti e generosi sacrifici, da frequenti atti di virtù, che comunicavano loro una irresistibile efficacia. Qual meraviglia che di questa efficacia vadano prive certe suppliche le quali partono da un cuore freddo, da un cuore che non sente alcuna aspirazione ad una vita più perfetta?
L'abbiamo appreso dalla bocca stessa del nostro Venerabile Fondatore. Alcune volte, trattenendosi con bontà e famigliarità con noi, egli discendeva ai particolari delle nostre occupazioni e ci interrogava intorno alla scuola o agli altri uffici che ci erano affidati.
Se, come talora avveniva, noi gli rispondevamo che le nostre fatiche non erano coronate, da felice risultato, che i nostri discepoli lasciavano alquanto a desiderare, che questo o quell'altro era deficiente nella pietà e nello studio, egli con un,po' di rammarico soggiungeva: Ma tu preghi per lui? Quando devi dargli qualche avviso, ti raccomandi a Maria SS.ma perchè renda efficace la tua parola?
Dava così a divedere che nell'insegnamento e nell'educazione della gioventù, più che sulle industrie da noi adoperate per il progresso dei nostri scolari, egli faceva asssegnamento sulle nostre preghiere e sulla bontà della nostra vita. Ci faceva comprendere che per ottenere delle grazie è necessario essere persona grata presso Dio, che deve qui avverarsi quel detto d'un Padre della Chiesa: Si non places, non placas; cioè: non possiamo strappare al Signore le grazie di cui abbiamo bisogno se la nostra condotta non è di sua piena soddisfazione. E come potrà esserlo, se mercanteggiamo con Lui appunto mantenendoci in una meschina mediocrità?
Non cadremo in questo misero stato, se ci ricorderemo che è Gesù Cristo medesimo che ci ha imposto l'obbligo d'avanzarci di continuo nella perfezione, dicendo: Estote perfecti sicut Pater vester coelestis perfectus est: siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro celeste. Trasgredirebbe questo esplicito precetto chi, dopo aver fatto un po' di strada, s'arrestasse; a lui si applicherebbero quelle terribili parole: Nessuno che, dopo aver messo la mano all'aratro, si volga a guardare indietro, è atto pel regno di Dio.
Progredirà soltanto chi tien vivo nel suo cuore questo desiderio, che aiuta. a vincere le difficoltà, diminuisce gli ostacoli, aumenta le nostre forze e ci fa perseverare nel bene fino alla morte. A chi nutre questo desiderio, il Signore non lascerà mancare le grazie necessarie.
Questo dovere ci volle inculcare il nostro Divin Salvatore col darcene Egli stesso l'esempio: poichè, sebbene fosse adorno d'ogni perfezione fin dalla nascita, pure non volle mostrarcele tutte• ad un tratto, e amò meglio comparire in faccia al ,mondo- somigliante all'uomo che va progredendo giorno per giorno in età e virtù: Jesus proficiebat sapientia, et aetate, et gratia apud Deum, et homines (Luc., II, 52 ). Come potrà Egli dunque trovare la sua compiacenza in chi non cerca d'imitarlo anche in questo? Persuadiamocene: mal corrisponde alla grazia della vocazione quel Salesiano che non fa ogni giorno qualche passo verso la perfezione. Egli trasgredisce il primo articolo di quelle Costituzioni che pure volle prendere come norma costante della sua vita.
5. « Qui stat, videat ne cadat ».
Ma noi religiosi abbiamo ancora altre gravissime ragioni per metterci in guardia contro il pericolo a cui ci esporremmo contentandoci d'un grado purchessia di virtù. Non dobbiamo credere che, una volta entrati nella nostra Pia Società, abbiamo senz'altro assicurata la salvezza dell'anima nostra. Finchè dura in noi la vita, rimaniamo sempre sottomessi alla legge del combattimento. Nè la professione religiosa, nè la sacra ordinazione han potuto estinguere in noi il fuoco della concupiscenza. È vivo sempre in noi l'uomo vecchio, cioè il disordinato amore di noi stessi, contro di cui dobbiamo continuamente lottare; e il demonio dal canto suo non ci lascierà mai un momento solo in pace, tanto più sapendo che, se noi saremo fedeli alla nostra vocazione, molte altre anime saranno strappate alle sue arti infernali.
Inoltre non possiamo ignorare che il mondo in mezzo a cui viviamo è ripieno, come lo vide S. Antonio, di lacci e di seduzioni,
sicchè nessuno può rimanere sicuro di riportarne completa vittoria, se per poco cessasse di vegliare; onde lo Spirito Santo ci mette in guardia dicendoci: Qui stat, videat ne cadat. I nostri nemici han gli occhi sopra di noi, proprio come la folla che sta guardando il saltimbanco di piazza camminare in alto sopra una piccola corda. Essa lo segue con una inquieta curiosità, aspettandosi da un momento all'altro che abbia da precipitare. Così avverrebbe se il ciarlatano abbandonasse il bilanciere che tiene fra mano. E cade pure, vittima della sua temerità, il religioso che non si sostiene in equilibrio con l'impegno di progredire ogni giorno nella perfezione.
La legalità nell'adempimento de' suoi doveri, una virtù mediocre, non bastano a salvarlo. Esposto a gravissimo pericolo, potrebbe cadere d'un tratto ed essere inghiottito ,dall'abisso. Altre volte potrebbe trovarsi su d'un pendio e sdrucciolare, senza pur avvedersene, fino in fondo. Ecco qual caduta si prepara il religioso che non cerca di praticare la perfezione, come si è obbligato di fare quando, inginocchiato dinanzi all'altare, alla presenza di Dio, di Maria SS.ma e del suo Superiore, ha fatto la professione.
6. « Dixisti: sufficit, periisti ».
È degno d'essere qui riferito un detto del nostro S. Francesco di Sales, che nella sua brevità equivale ad un lungo discorso. All'aria libera un piccolo fuoco si spegne; mentre se è grande, esposto al vento, diviene un incendio. Fatene la prova. Portate all'aperto un piccolo lumicino, e vedrete che un leggero soffio di vento, forse il vostro respiro stesso, basterà a spegnerlo. Quali spaventose proporzioni invece prende in un attimo un fuoco ben nutrito, se soffia sovr'esso un vento impetuoso!
Lo stesso avviene della virtù solida, elevata e generosa d'un fervente Salesiano che si mette in guardia contro il pericolo da me accennato. La natura stessa, del resto, ci è maestra: per lo più si cade, non mentre si cammina in salita, ma mentre si discende.
Molto a propostito viene qui il detto: Dixisti: sufficit; periisti. Sventuratamente un giorno, stanco di lottare contro i nemici dell'anima tua, sfinito per gli sforzi fatti nel resistere alla corrente, desideroso d'un riposo intempestivo, hai detto: basta; ma questa parola ha segnato la tua rovina. E pur cercando riposo, riducendo il nostro lavoro pel servizio di Dio allo stretto necessario e dimenticando la generosità che il Signore adoperò con noi, potremo dire d'aver trovato sollievo alle nostre pene?
Chi per disgrazia ne ha fatto la triste esperienza, deve confessare che in tal modo non ha fatto altro che aumentare le sue sofferenze. Chi vive nel rilassamento, quali vantaggi potrà sperare di ricavarne?
7. « Duc in altum! ».
Giova qui ricordare l'episodio della pesca miracolosa nel mare di Tiberiade. Durante tutta la notte, lontani da Gesù, gli Apostoli avevano lavorato a più non posso, gettando le reti or da un lato or dall'altro della barca, ma invano: totam noctem laborantes nihil cepimus. Ma il Divin Maestro rivelò ad un tempo la cagione del loro insuccesso e il mezzo di rimediarvi. Bastò che obbedissero alla sua parola: Duc in altum: spingete la barca in alto mare; e tosto ebbero tal abbondanza di pesci da temere che si rompessero le reti.
Parimenti, a chi s'avvede d'aver faticato inutilmente nella sua mediocrità, Nostro Signore ripete: Spingete la barca in alto mare, cioè slanciatevi con ardore nel vasto campo della perfezione, non limitate le vostre fatiche a ciò ch'è strettamente necessario, siate grandiosi nelle vostre aspirazioni, quandó 'si tratta della gloria di Dio e della salvezza delle anime; allontanatevi dalla spiaggia che tanto restringe i vostri orizzonti, e vedrete quanto abbondante sarà la pesca delle anime, e quanta consolazione verrà a provarne il. vostro cuore.
In questo il motto dell'apostolo zelante sarà quello stesso del valoroso soldato: coraggio! avanti! Anche il buon religioso dirà, al pari della passione insaziata: affer, affer,- ancora, ancora. Il buon Salesiano, accasciato sotto il peso delle croci, delle tribolazioni e dei sacrifici, dirà pieno di gioia con S. Francesco Saverio: amplius, mandatemene ancor di più, ovvero con S. Francesco d'Assisi:
Tanto è il bene che m'aspetto, Che ogni pena mi è diletto.
Se non facesse così, crederebbe d'imitare il servo infedele che andò a nascondere sotterra l'unico talento che il padrone gli aveva dato, sicchè quando gli fu chiesto conto del frutto che ne aveva ricavato, non ebbe nulla da presentare, e quindi venne severissimamente punito.
Quanti poveri religiosi non sanno negoziare quei tesori di grazia e di natura di cui furono arricchiti dal Signore! Quanti, al vivido raggio che illuminerà l'anima nostra nel' momento in cui saremo giudicati, conosceranno il danno immenso che han fatto a se stessi e al prossimo, tenendo sepolti i proprii talenti e lavorando con sì scarso zelo per la gloria di Dio e pel proprio spirituale profitto!
Quando la morte ci rapisce nel fior degli anni un caro confratello ornato di ingegno e di rare virtù, che tanto bene avrebbe potuto fare alla nostra Pia Società, noi non possiamo a meno diversare lacrime amare.
E perchè dunque non piangere più amaramente ancora, quando vediamo certi nostri soci, un tempo ammirati e proposti all'imitazione della Comunità, sui quali avevamo fatto tanto assegnamento, essere ormai ridotti all'inazione e prossimi a divenire pietra di scandalo agli altri? E quale ne fu la causa? Forse appunto la deplorevole legalità di condotta e il rallentamento nella virtù.
Perchè mai nell'affare più importante di cui dobbiamo occuparci nella nostra vita, cioè nell'acquisto della perfezione, non imiteremo quegli scrittori che si son resi immortali colle loro opere? Essi non trovavano mai i loro scritti abbastanza limati: continuamente li rileggevano, sforzandosi di renderli sempre più perfetti. Perchè non faremo noi altrettanto per le virtù proprie del nostro stato?
A ciò potremo animarci contemplando per alcuni istanti una fiamma. Com'è viva! come crepita! si direbbe che ride dalla gioia nel consumare l'esca che le si porge. Di mano in mano che le diamo del legno, par che raddoppi la sua attività per divorarlo, senza badare se sia più o meno prezioso, se venga dalla mano delicata del padrone di casa o da quella rozza d'un servitore. Si direbbe che girando intorno lo sguardo, tutto ciò che vede, vorrebbe divorare.
Oh! perchè non le rassomiglia il nostro zelo per amar Iddio e salvar delle anime? Tale sarebbe davvero, se noi avessimo incessantemente dinanzi agli occhi le perfezioni del Padre Celeste, e ascoltassimo la voce che ci dice: inspice et fac secundum exemplar. Quanto ci sarebbe pure profittevole l'aver sempre in mente l'esempio del nostro Fondatore, che mai non s'arrestò nella via della perfezione e nella conquista delle anime!
8. Due consolanti notizie.
Prima di por termine a questa mia circolare, debbo comunicarvi due consolanti notizie.
Il 2 maggio u. s. essendomi recato a Roma per le feste di Beatificazione del Cottolengo, fui ricevuto, subito dopo il nostro Em.mo Card. Cagliero, in privata udienza dal S. Padre sempre tutto affetto ed interesse per la Congregazione.
Mi accolse con la più grande affabilità, e quando, a nome di tutta la Congregazione, lo ringraziavo, della splendida lettera autografa indirizzata il 1° marzo, e gli accennavo al bene che i figli e le figlie di D. Bosco e i loro Cooperatori vanno compiendo nonostante la tristizia dei tempi, Egli se ne mostrò in gran parte informato. Mi chiese notizie dei nostri missionari e dei confratelli chiamati alle armi, e soggiunse:
« È bene che il Papa a quando a quando dia alla Congregazione un pubblico attestato della sua sovrana compiacenza. Continuate nell'opera vostra di zelo secondo lo spirito del Ven. Fondatore, e ne avrete la benedizione di Dio ».
M'incaricò infine di partecipare a tutti i Salesiani e ai loro alunni, alle Figlie di Maria Ausiliatrice e alle loro allieve, ai Cooperatori e Cooperatrici e alle loro famiglie la sua Apostolica Benedizione, che in quell'istante impartiva a me con paterna effusione. Vorrei trasfondere in ciascuno di voi i sentimenti che verso il Vicario di Gesù Cristo in terra si rinnovano in me in occasione di simili udienze!
Da più di due mesi il Signore chiamò a ricevere il meritato premio il carissimo e compianto D. Francesco Cerruti, che per oltre un trentennio tenne con tanta competenza la carica di Consigliere scolastico generale. La scelta del successore non era facile; ma dopo aver ponderato bene i bisogni attuali della Congregazione, dopo avere pregato il Cuore Sacratissimo di Gesù, la Vergine Ausiliatrice e il Ven. nostro Padre Don Bosco,' ho creduto bene di nominare nuovo Consigliere scolastico il Rev. D. Conelli Arturo, ispettore della Romana.
Le sue qualità personali vi sono troppo note, perchè sia necessario enumerarle; farò piuttosto rilevare che egli era già di grande aiuto al caro D. Cerruti nel disbrigo di affari scolastici, per cui credo che anche D. Cerruti dal Cielo, ove lo riteniamo, approverà questa scelta.
Raccomando intanto il nuovo membro del Capitolo Superiore al vostro affetto e alle vostre ferventi preghiere, perchè, calcando le orme del suo dotto e zelante antecessore, possa continuare l'opera di cui ora più che mai abbisogna l'amata nostra Congregazione. Egli prenderà possesso della nuova carica non appena sarà libero dalle sue attuali occupazioni.
Ed ora ci aiuti il Sacro Cuore di Gesù, affinchè non abbia a rimanere sterile la lettura di questa circolare, che, per quanto sia poca cosa, è però una prova non dubbia dell'amore che vi porto, e della mia vivissima brama che tutti i Salesiani abbiano a camminare a gran passi nel sentiero della perfezione.
Pregate perchè questa grazia sia pure concessa al vostro
Aff.mo in Corde Jesu Sac. PAOLO ALBERA.
XXII

Per i profughi delle regioni devastate dalla guerra
1. Profughi di guerra e Comitati di soccorso. — 2. Nostra cooperazione specialmente per la gioventù. — 3. Relazione ai Superiori sull'opera prestata.
Torino, 9 novembre 1917.
Carissimi Direttori,
1. Già da parecchi giorni assistiamo al doloroso spettacolo di tanti poveri profughi, che dalle regioni ove più ferve la battaglia affluiscono nelle nostre città e nei nostri paesi, giungendovi in condizioni tali da non poter far fronte alle più imperiose necessità della vita. Tutte le popolazioni si sono commosse alla miseranda sorte dei loro fratelli, e dappertutto si organizzano Comitati di assistenza e di soccorso.
2. Nostra cooperazione specialmente per la gioventù.
Conformandoci allo spirito del nostro Ven. Padre Don Bosco, che non fu insensibile dinanzi a nessuna sventura e adattò le sue. opere ai bisogni dei tempi e dei luoghi, dobbiamo anche noi fare del nostro meglio per concorrere in quest'opera di carità cristiana e cittadina.
Sarà bene dunque che si dia quanto più si può appoggio ed aiuto a cotesti Comitati e, quando sia utile e conforme a prudenza, se ne faccia anche parte. Ma ciò che più preme si è che si accetti nelle nostre Case il maggior numero possibile di giovanetti profughi. Si notifichi adunque ai Presidenti dei Comitati istituiti per l'assistenza dei profughi il numero dei giovani che si possono accogliere; e le accettazioni siano fatte poi dietro domanda presentata dai Presidenti stessi, affinchè l'opera nostra si armonizzi con l'opera loro, e la beneficenza venga veramente elargita a quelli dei quali è più evidente il bisogno.
So che i tempi sono difficili e che le eccezionali strettezze in cui si trovano già le nostre Case ci obbligheranno a fare dei gravi sacrifizi per provvedere al 'mantenimento dei nuovi ospiti; ma confido che voi saprete approfittare della carità pubblica e dei sussidi che potrete ottenere dai Comitati, ai quali certamente non farete appello invano.
Se poi per la ristrettezza dei locali non fosse assolutamente possibile accettare i giovani come convittori, si .veda di accettarli come semiconvittori o almeno come alunni esterni delle nostre scuole.
3. Relazione ai Superiori sull'opera prestata.
Di tutto ciò che farete gradirò particolareggiata relazione, che potrete anche rendere di pubblica ragione, non già per vana ostentazione di ciò che fanno i Salesiani, ma perchè serva di buon esempio, e perchè sempre meglio si comprenda il dovere che incombe a tutti di sollevare le miserie altrui e di sovvenire alla Patria, sopratutto in quest'ora così triste di sventura e di lutti.
Invocando le benedizioni della nostra cara Ausiliatrice sull'opera di ciascuno di voi, mi raccomando alle vostre preghiere e rai professo
Vostro affino qual padre Sac. PAOLO ALBERA.
XXIII
Un mazzetto di notizie care
1. Preoccupazioni presenti e divina assistenza. — 2. Tristi memorie... 3.... Augurio e conforto soavissimo. — 4. Il voto più ardente dei nostri cuori. — 5. « La più pura e splendida gloria nostra ». — 6. ... Sempre di D. Bosco e con D. Bosco. — 7. ... Le dolci sembianze paterne... 8. Un'altra gloria preclarissima. — 9. Un vescovo Presidente di Stato. — 10. Preziosi frutti del nostro campo... — 11. ...I Salesiani nella milizia. — 12. ... Prodigio della pedagogia moderna.
Torino, 22 febbraio 1918.
Figli carissimi in G. C.
1. Facilmente potete immaginare quanto numerose e gravi siano nell'ora presente le sollecitudini e le pene del vostro povero Rettor Maggiore; tuttavia egli non crede che siano motivo sufficiente per dispensarlo dallo scrivere alcune pagine a tutti i suoi diletti figliuoli, sapendo quanto questo torni utile, anzi necessario, per mantenerci talmente uniti da poter davvero formate un cuor solo e un'anima sola.
Il mio scritto prenderà la forma famigliare d'una lettera edificante, e spero che con la grazia del Signore servirà a sollevare alquanto il nostro spirito, accasciato sotto il peso delle tribolazioni che in questi giorni opprimono tanta parte dell'Europa, e quindi anche l'umile Società Salesiana. Questa lettera vi renderà ognor più persuasi che la Provvidenza non cessa di vegliare sopra di noi, per l'intercessione di Maria SS.ma Ausiliatrice e per i meriti grandissimi del Venerabile nostro Fondatore e Padre D. Bosco: ad essi dobbiamo le soavi consolazioni che vengono sovente ad alleviare i nostri dolori.
2. Tristi memorie...
Se per poco riandiamo con il pensiero questi ultimi anni, quali tristi memorie si affacciano alla nostra mente! Un numero grandissimo di amati confratelli sono stati tolti alle occupazioni tranquille dei nostri istituti, e costretti per bisogni della Patria ad un genere di vita assai diverso da quello a cui per divina vocazione erano stati chiamati, penoso sopratutto per quelli insigniti dell'ordine sacerdotale.
La vista di varii dei nostri, che ritornati dal campo di battaglia, porteranno forse pér tutta la vita nelle loro membra le dolorose tracce delle ferite ricevute, ci dice, sì, il dovere generosamente compiuto, ma non può non attristare il cuore di un padre. Pensiamo continuamente alla dolorosa condizione, alle sofferenze di quei nostri cari soldati che, tratti prigionieri in lontani paesi, rimarranno chi sa per quanto tempo separati dai loro parenti, segregati dai loro amati superiori e confratelli, condannati forse a penosi lavori. Ci tornano sovente alla memoria i nomi di quei nostri baldi giovani, su cui la Pia Società aveva concepito tante belle speranze, e che invece sul campo dell'onore fecero sacrifizio di lor esistenza.
Vediamo anche un gran numero di nostri istituti, per imperiose necessità, mutati in ospedali militari o in caserme di soldati. Come ci si stringe il cuore, quando a tanti mali viene ancora ad aggiungersi la memoria di non pochi nostri confratelli e superiori che la morte ci ha rapiti, mentre noi avevamo ancora tanto bisogno dell'opera loro!
3. ... Augurio e conforto soavissimo..
Ma il Signore, a conforto dei nostri cuori immersi nel dolore, dispose che risuonasse al nostro orecchio una voce che, per la sua altissima autorità e ineffabile dolcezza, più che ogni altra era atta a lenire le nostre pene e ad infonderci fiducia e novello coraggio.
Voi avete già compreso che io alludo alla preziosissima lettera che si degnò d'inviarci l'Augusto Vicario di Gesù Cristo, il gloriosamente regnante Benedetto XV. Nonostante le molteplici cure della Chiesa Universale, il Papa abbassò il suo benevolo sguardo sui poveri figli di D. Bosco, si compiaque di quel poco di bene che essi si studiano di fare, specie a favore della gioventù povera e abbandonata; mostrò di conoscere appieno le numerose opere a cui hanno posto mano, il sistema con cui compiono la loro benefica missione, nonchè di apprezzare i frutti che per grazia di Dio essi vanno raccogliendo in ogni paese ove furono mandatila lavorare.
Certo nel leggere quel venerato documento non potè 'sfuggire alla perspicacia della vostra mente nè la forma vivamente classica del dire, nè il paterno affetto che trapela da ogni espressione, nè l'opportunità di certi pensieri e sentimenti che forse egli non avrebbe espresso scrivendo ad un'altra famiglia religiosa, per quanto attiva e benemerita della Chiesa e della Società. Chi non ravvisa in questo scritto del Santo Padre l'intenzione esplicita di procurare ai poveri Salesiani un dolce conforto e un efficacissimo incoraggiamento?
E come ciò non bastasse, a me stesso che ne lo ringraziava, lo volle dire con queste testuali parole: « Ciò feci con molto piacere. Era necessario che si sapesse che il Papa è soddisfatto dell'opera vostra. Godo che quel documento sia stato pubblicato e largamente diffuso ». Giova sperare che a tale tratto di benignità del Sommo Pontefice noi corrisponderemo con sempre più intenso affetto, con più profondo rispetto e illimitata ubbidienza, quali pur dal Cielo esige da noi il nostro Venerabile Fondatore.
4. Il voto più ardente dei nostri cuori.
Certamente avrete appreso che il 29 aprile dell'anno scorso credetti conveniente recarmi a Roma per presentarmi al Vicario' di Gesù Cristo e per assistere alla Beatificazione del Ven. Giuseppe Benedetto Cottolengo, Fondatore di quell'opera che meritamente forma l'oggetto dell'ammirazione di tutti, e che è talora chiamata il Museo delle miserie umane.
Nulla vi dico dello spettacolo che presentava la chiesa di S. Pietro in quella solennissima funzione, nulla della folla immensa di devoti accorsi a venerare per la prima volta il nuovo Beato, nonostante la tristezza dei tempi che corrono; solo accenno ad una delle
più soavi consolazioni che vi ho provato.
Durante la beatificazione stessa e nei giorni seguenti che passai in Roma, ragguardevolissimi personaggi mi ripetevano: « Ora tocca a D. Bosco. Presto vedremo un'altra volta S. Pietro gremito di anime pie, per la beatificazione di Don Bosco. Oh! venga presto quel giorno in cui potremo vedere D. Bosco venerato sugli altari ». Dio voglia che si compia quanto prima il voto ardente di tutti i Salesiani e dei numerosi ammiratori delle loro Opere. Noi intanto potremo affrettarne l' adempiment9 con le ferventi preghiere e con l'impegno di imitare le predare virtù del nostro buon Padre.
Siffatti cordiali augurii risuonarono di nuovo al mio orecchio nel triduo che con pompa veramente romana si celebrò ad onore del Cottolengo nella nostra chiesa del Sacro Cuore, come pure in quello che ebbe luogo nella Basilica di Maria Ausiliatrice in Torino.
5. « La più pura e splendida gloria nostra ».
Nell'una e nell'altra solennità si volle che tenesse il Pontificale il nostro Em.mo Cardinale Giovanni Cagliero; e questo ci procurò il piacere e l'onore di avere con noi qui all'Oratorio anche nell'anno testè decorso il figlio prediletto del Ven. D. Bosco, Colui che dopo aver convertito e incivilito la Patagonia e degnamente rappresentato la Santa Sede nel Centro America, per la bontà di Benedetto XV fu rivestito della Porpora romana, ammesso a far parte del Collegio Cardinalizio, ed è la più pura e splendida gloria della Società Salesiana.
Qui, anche a costo di far pena alla sua ben conosciuta modestia, mi par doveroso far noto a tutti i confratelli, specialmente a quelli che non ebbero mai la fortuna di avvicinarlo, di quanta edificazione ci sia stata la convivenza con lui, sia a Roma, sia anche a Torino.
Nel far dono d'una sua fotografia al Rettor Maggiore, egli facendo proprie le parole di S. Paolo vi scriveva in calce: T estis enim est mihi Deus quomodo cupiam omnes vos in visceribus Iesu Christi: mi è testimonio Iddio del vivissimo amore che vi porto nelle viscere di Gesù Cristo. E di ciò diede splendida prova quando, per rispetto alla sua dignità cardinalizia, vi fu questione in Vaticano di fissargli la dimora in un magnifico palazzo di Roma. Non si potè indurlo ad accettare. Egli energicamente dichiarò di voler rimanere con i suoi confratelli, in compagnia dei giovanetti dell'Ospizio del Sacro Cuore.
Così solamente gli pareva di poter continuare a vivere da vero figlio di D. Bosco, e affermò che si sarebbe trovato a disagio ovunque non fosse giunta al suo orecchio l'allegra e chiassosa ricreazione dei fanciulli, ovunque non avesse avuto agio di vederli di quando in quando e indirizzar loro qualche parola d'istruzione, d'incoraggiamento e di paterno affetto. Per questo stesso motivo quanto non gli tornò gradito il soggiorno all'Oratorio di Valdocco!
Il buon Cardinale continua così a vivere da buon Salesiano, ricevendo con piacere i confratelli che lo vanno a visitare, e prendendo vivissima parte alle loro gioie e ai loro dolori, appunto come affermò ad imitazione di S. Paolo: os nostrum patet ad vos, et cor nostrum dilatatum est: la mia bocca è Aperta per voi, il mio cuore è dilatato. E con la sua corrispondenza si tiene informato di quanto avviene nei nostri istituti; specialmente nelle missioni, che formano sempre l'oggetto delle sue predilezioni.
6. ... Sempre di D. Bosco e con D. Bosco.
Tutti quelli che hanno la sorte di trattenersi con lui, sono d'accordo nell'asserire che il tema prediletto dei suoi discorsi è sempre D. Bosco. Quanti edificanti fatterelli della sua vita ci va raccontando! Di quanti ammaestramenti, consigli e piacevoli motti di D. Bosco sogliono essere infiorate le sue conversazioni! Dello spirito di D. Bosco sono ripiene tutte le sue conferenze. Parlando del nostro Venerabile Padre non gli vien mai meno la parola; e dimenticando di essere Arcivescovo e Cardinale, si gloria di considerarsi anche ora quale figlio e discepolo di D. Bosco.
Una cosa sola sembra talora dargli pena, ed è il timore che noi abbiamo anche per poco ad allontanarci dalle Costituzioni della nostra Pia Società, nella formazione della quale egli ha efficacissimamente aiutato il nostro Fondatore: onde ripete sovente: obsecro vos ut digne ambuletis vocatione, qua vocati estis (Epb. IV, 1): vi scongiuro che camminiate in maniera convenevole alla vocazione a cui siete stati chiamati. E nel suo affetto alla nostra Congregazione, sente dispiacere quando vede trascurate anche in piccole cose le tradizioni dei primi tempi dell'Oratorio, per seguire nuovi usi che si vorrebbero introdurre, sia pure con lo specioso pretesto di migliorarle.
Nè posso passare sotto silenzio l'importanza che ebbe senza dubbio nel processo di D. Bosco la deposizione giurata del nostro Cardinale. Avendo vissuto tanti anni al fianco del nostro Venerabile Fondatore, e veduto coi propri occhi quanto D. Bosco ebbe a lavorare e soffrire nell'inizio e nello sviluppo della sua nuova Congregazione; avendo inoltre goduto della piena sua confidenza quale Direttore spirituale ancor prima di essere ordinato sacerdote, quante preziose testimonianze avrà potuto dare intorno alle sue eroiche virtù, intorno alle ardue imprese da lui condotte a termine, alle gravissime difficoltà che dovette superare! Che fortuna che il Signore, pur in mezzo ai gravi pericoli a cui fu esposta la vita di lui, ce l'abbia conservato finora! Preghiamolo che ancora ce lo conservi tanto da poter assistere alla Beatificazione di Don Bosco.
7. ... Le dolci sembianze paterne...
Credo farvi cosa gradita annunziandovi che presto sarà inviato a Roma il Processo Apostolico del nostro Ven. Padre e Fondatore. Come leggeste nel Bollettino, esso si chiuse con la canonica ricognizione della salma di D. Bosco fatta alla presenza di S. E. il Card. Cagliero, degli ecclesiastici componenti il tribunale e dei medici designati dalle autorità civili. Tornò di grande consolazione ai presenti il vedere dopo trenta anni le dolci sembianze del nostro buon Padre abbastanza conservate da poterlo ancora riconoscere, nonostante la grande umidità del luogo ove era sepolto. Giova sperare che le diligenze con cui la salma fu riposta nella tomba, e i saggi consigli dei Dottori, contribuiranno assai a conservarla in buono stato per l'avvenire.
E qui crederei di mancare a uno stretto dovere, se non tributassi un ben meritato elogio e un largo attestato di riconoscenza, a nome della intiera nostra Congregazione, ai Reverendissimi membri del Tribunale ecclesiastico, che per tanti anni s'imposero incredibili sacrifici per condurre a buon fine un sì lungo e sì faticoso processo. Nessun compenso potrebbe essere pari al loro merito. S'aggiunga ch'essi fecero ogni cosa senza alcun vantaggio materiale, aspettando unicamente dal Signore la loro mercede.
Perciò tocca a noi pregare il Signore perchè voglia pagare egli stesso il forte debito di riconoscenza che abbiamo contratto verso di loro. L'ho promesso a vostro nome. Nel tempo stesso rallegriamoci nel vedere che la fama della santità di D. Bosco va crescendo ogni giorno e in ogni parte del mondo. E tanto più crescerà durante l'anno corrente, con le divote feste che celebreremo per il cinquantesimo anniversario della consacrazione della Basilica di Maria Ausiliatrice. Non possiamo dubitarne, perchè le feste dell'Ausiliatrice torneranno pure a gloria di colui che ne promosse con tanto zelo la divozione.
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8. Un'altra gloria preclarissima.
Mi sia pure permesso far qui menzione di una persona.che per le sue insigni virtù, per la sublime dignità a cui venne inalzata e per i preziosi servigi che rende alla Santa Sede, è un'altra gloria preclarissima della Pia Società Salesiana. Intendo parlare di Monsignor Giovanni Marenco, Internunzio della Santa Sede presso le Repubbliche del Centro America.
Rare volte si presentò l'occasione di parlare di lui nelle nostre circolari, poichè in qualità di Vescovo residenziale di Massa Carrara, egli più non ebbe agio di prendere viva parte, come avrebbe fatto molto volentieri, alle varie vicende dell'umile nostra Congregazione. Ma ciononostante son certo che nessuno dei confratelli l'ha mai dimenticato, e che non sarà punto diminuito l'affetto e la venerazione che gli professarono in passato quanti ebbero la sorte di vivere con lui e sotto la saggia sua direzione.
Di Monsignor Marenco devo ricordare come egli da molti anni fosse stimato e direi fraternamente amato da quel Monsignor Della Chiesa, che era Sostituto per gli affari ordinari della Segreteria di Stato, e che ora veneriamo quale Sommo Pontefice col nome di Benedetto XV. In vista di tale stima e affetto, non fa meraviglia che il Papa sia venuto nella decisione di toglierlo dalla Diocesi di Massa Carrara, per introdurlo nella via diplomatica, inviandolo in qualità di Internunzio al Centro America.
Ricordo quanto questo cambio sia tornato doloroso a Monsignor Marenco: egli amava teneramente il Clero e la popolazione che Pio X di santa memoria gli aveva affidata, ed i suoi diocesani corrispondevano pienamente al paterno suo affetto: tanto che per risparmiare al suo delicatissimo cuore le scene troppo tenere e dolorose che sarebbero avvenute all'atto della separazione, egli dovette appigliarsi al partito di abbandonare Massa fra le tenebre della notte, all'insaputa di tutti gli affezionatissimi suoi figliuoli.
E chi avesse chiesto la ragione di tanto amore vicendevole e di sì doloroso distacco, si sarebbe udito rispondere che non poteva essere altrimenti, trattandosi d'un Vescovo che, seguendo fedelmente le traccie e gli insegnamenti di D. Bosco durante gli. otto anni del suo episcopale ministero, era stato l'amico dei fanciulli, il consolatore dei poveri e degli afflitti, il vero padre e maestro delle anime. Di lui si potè affermare che non ebbe nemici. Ecco perchè nel partire ebbe sì largo rimpianto. Quanto abbiamo da imparare dalla condotta di Monsignor Marenco!
Ora egli si trova in un nuovo campo, deve compiere un ufficio irto di gravissime difficoltà, deve navigare fra i numerosi scogli della vita diplomatica e politica, ma da quanto sappiamo, cammina sicuro, da vero Salesiano, si guadagna i cuori delle persone con cui ha da trattare, e corrisponde appieno alle intenzioni che il Santo Padre ebbe nell'affidargli quell'altissima e delicata missione. Nè può essere altrimenti, essendo egli guidato dalle preziose massime di Don Bosco, utilissime per tutte le vicende della vita, e incoraggiato dagli esempi del Cardinal Cagliero suo predecessore.
Non dubito che lo seguiremo nei suoi viaggi col memore nostro pensiero, che lo raccomanderemo a Maria SS.mà Ausiliatrice nelle nostre preghiere private e comuni, e che ne parleremo' sovente nelle nostre famigliari conversazioni.
9. Un vescovo Presidente di Stato.
Quest'ordine di idee mi conduce a farvi parola di un altro Vescovo Salesiano, di cui senza dubbio avete udito a parlare ultimamente, e di cui ebbe pure ad occuparsi il nostro Bollettino. Monsignor Francesco De Aquino Correa, fino a questi ultimi tempi Vescovo Ausiliare dell'Arcivescovo di Cuyabà, capitale del Mato Grosso nel Brasile, per iniziativa del Capo Supremo della Repubblica Brasiliana fu eletto Presidente dello Stato del Mato Grosso.
Il proporre un giovane Vescovo pel governo civile di uno Stato aveva qualche cosa di nuovo e di straordinario per i tempi che corrono; ed era naturale che ne rimanesse non poco sgomentato colui sul quale cadeva la scelta. Infatti il nostro carissimo Monsignore De Aquino rispose dapprima con un energico rifiuto della carica spinosissima, per quanto onorifica, a cui si voleva inalzarlo; e si arrese alle pressanti insistenze solo quando dovette convincersi che il suo sacrificio era l'unico mezzo di conciliazione fra i vani partiti, e quando si vide spinto ad accettare da Colui che solo poteva pronnnziare l'ultima parola per troncare ogni sua esitazione.
Il giovane Presidente narrò poi egli stesso, in un eloquente discorso, la lotta che ebbe luogo tra la coscienza della sua nettezza all'altissima carica e il sentimento del dovere, che gli imponeva di sacrificarsi per il bene della sua amata Patria. Gli parve che un Vescovo non potesse decorosamente negare al paese natio l'opera sua, se questa poteva ricondurre la pace con tutti quei vantaggi che sogliono andarle congiunti.
Mirando la croce episcopale che gli pendeva sul petto, e ricordando la missione che è propria d'un pastore d'anime, Monsignor De Aquino esclamava: « Non è ad un Vescovo che venite a domandare la soluzione dei problemi di ordine amministrativo, economico, finanziario, industriale, o che so io. Ma il problema della pace, sì, che può benissimo essere compreso nelle sfere della missione apostolica dei ministri di Colui che venne a dire agli uomini: La pace sia con voi ». La speranza della pace, felice conseguenza della conciliazione, gli fece vincere ogni riluttanza e lo animò ad assumersi la tremenda responsabilità dell'alta carica a cui si volle inalzarlo.
Non posso però tacere che, prima di sobbarcarsi al grave peso, egli ebbe cura di chiedere al suo Superiore una speciale benedizione, e di pregarlo che lo raccomandasse alle preghiere di tutti i confratelli. E se nc faccio cenno in questa lettera edificante, si è appunto perchè glie l'ho promesso, e perchè si sappia in tutta la nostra umile Congregazione come il nuovo Presidente del Mato Grosso sia persuaso che, se riuscirà a fare alcun bene, ciò sarà dovuto specialmente alle ferventi preghiere dei suoi carissimi confratelli.
10. Preziosi frutti del nostro campo...
Ammaestrato dall'esempio del nostro indimenticabile Don Rua, crederei mancare al mio dovere se non vi dessi qualche notizia degli Oratori festivi.
Devo anzitutto rallegrarmi con quei confratelli — e grazie a Dio sono assai numerosi — i quali non lasciarono cadere a vuoto le varie mie esortazioni a curar lo sviluppo e la conveniente direzione dei nostri Oratorii. Infatti con immensa gioia ho trovato essere di molto cresciuto il numero dei giovani che li frequentano.
Nel trovarmi in mezzo a loro mi pareva di vedere altrettanti alunni dei nostri collegi, tanto era l'ordine e la disciplina che tra essi regnavano. Ho constatato che non vi è domenica in cui non vi sia un notevole numero di Comunioni; che molto migliorato è il contegno dei giovani nelle sacre funzioni, e più divoto il canto religioso. La stessa ricreazione è più regolata, e quindi meno penosa l'assistenza e la direzione.
Mi è dolce il vedere come varii Direttori abbiano ,'saputo supplire alla mancanza di personale con moltiplicare i Circoli e coll'addestrarne i soci a fare da catechisti e da assistenti in ricreazione, in chiesa, in teatro. Non posso a meno di felicitarmi dello zelo spiegato dai Direttori e dai Circoli nel conservare e rendere ognor più stretti i vincoli di carità che li uniscono agli alunni militari, a cui talora con non lieve sacrificio mandarono sussidi in denaro e buoni giornali. A loro anche un vivo ringraziamento per averci aiutati a riparare dal freddo varii nostri profughi durante i rigori dell'inverno.
Uno speciale elogio e ringraziamento poi è dovuto a quei sacerdoti, chierici e coadiutori, che pur durante il servizio militare, non dimenticarono dí essere Salesiani, e industriosamente si adoprarono per metter su Oratorii nei luoghi ove ebbero a soggiornare. Quanto mi han consolato le belle lettere in cui essi mi narravano il frutto delle sante loro industrie nel coltivare questo campo, che pare dalla Provvidenza affidato specialmente ai figli di D. Bosco! E non temano che col partire essi da quei luoghi vadano perduti i frutti dei loro sudori. I semi da loro gettati, a tempo e luogo germoglieranno, e Dio darà la ricompensa a quelli che vi han cooperato.
11. ... I Salesiani nella milizia.
Nè deve mancare nella presente lettera edificante qualche cenno intorno a quei nostri cari confratelli che, per essere lontani dalle nostre case, obbligati ad una vita di sacrificio 'ed esposti a innumerevoli e gravi pericoli per l'anima e per il corpo, formano l'oggetto della predilezione dei Superiori. Leggo sempre col più vivo interessamento le loro lettere, e il più delle volte ne rimango edificato e commosso. Non potendo rispondere a ciascuno in particolare, mando loro ogni mese almeno una lettera collettiva, e godo di vedere che la ricevono con affetto, e spero anche con frutto dell'anima loro.
Ammiro in molti l'impegno con cui compiono le pratiche religiose, anche a costo di gravi sacrifici. Non pochi protestano di volersi conservare fedeli alla loro vocazione, assicurando che ora più che mai ne comprendono la preziosità, trovandosi a contatto di tanti infelici ignari affatto delle grazie che Iddio tien riserbate a chi si dona intieramente al suo santo servizio.
Avendo loro raccomandato in qualcuna delle mie lettere che non prendessero l'abitudine di fumare, non pochi risposero affermando che per grazia del Signore non si erano mai contaminata la bocca col fumo del tabacco, sapendo quanto questa abitudine sia contraria allo spirito salesiano.
Come è consolante il vedere che molti sopportano con gioia le privazioni della vita militare, e s'impongono sacrifici più gravi di quel che i Superiori vorrebbero! Molti infatti si proposero di vivere unicamente col rancio, impiegando in opere buone e nel comprare buoni libri í pochi centesimi che son loro distribuiti sotto il nome di cinquina, e quei soccorsi che ricevono dal proprio Direttore.
A questo proposito mi sia lecito citare un fatterello che mi strappò le lagrime. Un giovane militare, ora sottotenente, venuto in licenza invernale, ebbe cura d'impiegarne la maggior parte nel fare gli esercizi spirituali. Volle pure fare il suo rendiconto, e quasi avesse una grave pena da confidare, disse che gli doleva di non aver nulla da offrire al Superiore, per aiutarlo a sopportare le forti spese che gravano in questo momento sulla nostra Pia Società. Ma poi correggendosi aggiunse che veramente aveva raggranellato un po' di denaro, e l'aveva rimesso al suo buon Direttore, a compenso di quanto questi gli aveva mandato ogni mese al principio del sue servizio. Il Superiore, persuaso che si trattasse di poca cosa, per rassicurarlo gli disse che aveva fatto benissimo a consegnare quella somma al Direttore. Curioso tuttavia di sapere a quanto ammontasse quel denaro, prima di congedarlo fece cadere di nuovo íl discorso su tale argomento, e qual non fu la sua meraviglia udendo che il caro giovane aveva rimesso al suo Direttore la bella somma di L. 500! Commosso allora lo assicurò che quel soccorso era come fatto a lui stesso, che in caso diverso avrebbe dovuto di sua mano sovvenire il Direttore. Dio gli renda merito dellai buond opera compiuta!
Un nostro confratello coadiutore con ammirabile zelo e con sante industrie seppe indurre un suo commilitone, che non aveva religione di sorta, a ricevere il santo Battesimo e a mettersi poi con impegno a vivere da buon cristiano.
E quante altre opere buone avrei a raccontarvi dei nostri cari militari, se non temessi di far male a sollevare il velo che le ricopre e che le rende più accette a Dio! Dirò solo che molti sono assai ben visti ed amati da certi loro Superiori, i quali, pur non avendo alcun sentimento religioso, li ammirano, vedendoli compiere con coscienza e per vera carità cristiana il loro dovere.
Aggiungo ancora che la fama della loro buona condotta giunse fino alle più alte autorità, e giovò assai per farci ottenere favori che sembrava follia sperare. Serva questo per animarci tutti a far sempre onore a quella cara Congregazione, a :cui per grazia del Signore siamo stati chiamati. Guai a chi con una poco lodevole condotta avesse a menomare la stima di cui godono i suoi confratelli!
12. ... Prodigio della pedagogia moderna.
Metterò fine a questo mio povero scritto con un pensiero sui nostri carissimi ex-allievi. Anche in questa, come in tutte le altre Opere di D. Bosco, dobbiamo ricordare la parola del grano di senapa. Quando alcuni dei nostri antichi compagni si raccolsero attorno a D. Bosco, e gli espressero per la,prima volta i loro sentimenti di gratitudine e di affetto, non pensavano certo che in avvenire tanti altri alunni delle case Salesiane in questo e nell'altro emisfero avrebbero seguito il loro esempio. Nessuno avrebbe immaginato i vantaggi che erano per venirne, le proporzioni grandiose che doveva prendere la figliale dimostrazione dei più anziani nella tradizionale festa di S. Giovanni in Valdocco. Ad essa molti alunni vanno debitori di aver conservato i buoni principii ricevuti nella gioventù, di aver perseverato nella pratica della religione e nell'esercizio delle virtù cristiane.
Con ragione il nostro compianto D. Rua mostrò di apprezzare questa provvidenziale associazione, che un giornale torinese, pur tutt'altro che fautore della educazione impartita dai sacerdoti, chiamò un prodigio della pedagogia moderna. Anche negli ultimi giorni della sua mortal carriera, il Venerato Superiore dolcemente insisteva presso i suoi figli maggiori, che facevano amorosa corona al suo letto di dolore, perchè continuassero le riunioni degli ex-allievi, e se li tenessero ognora uniti nello spirito di D. Bosco. Se a causa dell'orribile disastro della guerra questi ultimi non potevano ancora veder eseguito il loro così bello e poetico disegno di erigere all'amato Maestro uno splendido monumento, ci consoli almeno il veder trionfare in altri paesi meno infelici di noi la bella Associazione degli ex-allievi, il sapere che questa si va sempre meglio organizzando, e che il numeroso esercito dei suoi membri va lavorando a diffondere dappertutto lo spirito di D. Bosco.
Come ci tornò dolce, in una riunione a cui assistevano più migliaia di ex-allievi e di zelanti Cooperatori, l'udire uno di essi dire con un vero slancio di eloquenza e di figliale affetto, che per portare degnamente questo nome ed essere davvero Cooperatori di D. Bosco, era necessario fare nella società quello che i Salesiani fanno nell'interno dei loro istituti: propagare cioè attorno a sè quello spirito che si è appreso alla scuola di D. Bosco. Egli conchiudeva: « Così saranno veramente migliorati gli individui, santificata la famiglia, risanata la società ».
E con quanta gioia ho letto anche in una rivista degli ex-alunni d'un collegio d'America un articolo sul dovere d'ogni alunno dei Salesiani di propagare nella propria famiglia lo spirito e il sistema educativo del nostro indimenticabile Maestro! Voglia il Signore benedire gli sforzi di questi nostri carissimi alunni, che in tal modo divengono zelanti e benemeriti nostri collaboratori!
D. Bosco dal Cielo deve guardare con predilezione quei Direttori che nulla risparmiano per la buona direzione dei loro ex-alunni, e rendono così ognor più esteso e più fruttuoso lo spirito salesiano. Giova sperare che con l'aiuto degli ex-allievi abbianó a riuscir più solenni le feste che ci prepariamo a celebrare in onore di Maria Ausiliatrice. Tutto dipenderà dallo zelo con cui noi cercheremo di animarli e dalla prudenza con cui sapremo sostenere il loro entusiasmo.
Sarebbe infine poco onorevole per i Salesiani, se si lasciassero superare dagli ex-allievi nell'affetto alla memoria di D. Bosco, se di lui parlassero meno sovente in pubblico e in privato, se avessero minor impegno d'imitarne gli esempi. Faccio dunque assegnamento sulla vostra buona volontà, perchè ciascuno si sforzi di non essere secondo ad alcuno nell'amore a D. Bosco e nell'impegno di praticarne lo spirito; secondo la nota raccomandazione di S. Paolo (I Cor., XII, 31), vi sia tra di noi una santa emulazione per arrivare a più alti gradi di pietà e di virtù, aemulamini charismata meliora.
Questo di tutto cuore vi augura
il vostro aff.mo in Corde Jesu Sac. PAOLO ALBERA.
XXIV
Sul Cinquantenario della Consacrazione
del Santuario di Maria Ausiliatrice in Valdocco
1. Feste di pietà e di raccoglimento. — 2. La Madonna e D. Bosco. 3. Lo scettro d'oro e la nostra consacrazione all'Ausiliatrice. — 4. « Ad Jesum per Mariam ». — 5. L'inno della gratitudine. — 6. Siamo Apostoli dell'Ausiliatrice. — 7. Amiamola. imitando le sue virtù. — 8. Formula per la consacrazione a Maria Ausiliatrice.
Torino, 31 marzo 1918. Festa di Pasqua.
Figliuoli Carissimi in Gesù Cristo.
Nell'accingermi a scrivere la presente circolare, non ho bisogno di star molto a pensare quale argomento io debba trattarvi.
1. Feste di pietà e di raccoglimento.
Mi basta alzare lo sguardo alla maestosa cupola che domina il nostro Oratorio, mi basta richiamare alla memoria che appunto in questi giorni si compiono dieci lustri dacchè la nostra bella e divota Basilica fu consacrata al culto di Maria Ausiliatrice, perchè subito mi venga l'ispirazione d'intrattenervi, o diletti miei figli, a riguardo di questa nostra Madre dolcissima, Maria Ausiliatrice. S'io non vi parlassi di Lei, con ragione potreste credermi indifferente alle grandiose feste che si stanno preparando in onor suo: il che sarebbe fare un grave torto all'amore che voi nutrite verso la potente nostra Protettrice, e sarebbe altresì mancare al dovere di gratitudine che noi tutti, come Salesiani, abbiamo verso la celeste nostra Regina, per i grandi ed innumerevoli benefizi che volle così generosamente largirci durante questi cinquant'anni.
Senza dubbio altre penne, ben meglio temprate della mia, tesseranno in ogni lingua e in ogni metro le lodi della Madonna di D. Bosco, esaltandone la potenza e la bontà; ma è pure, credo, giusto desiderio di tutti che colui il quale tiene oggi indegnamente il posto del nostro amatissimo Fondatore e Padre, unisca, anch'egli l'umile sua voce all'armonioso concerto che dappertutto risuonerà fra i suoi figli in onore della Vergine Ausiliatrice. In una circostanza come questa, non è permesso al Rettor Maggiore dei Salesiani di rimanere in silenzio.
È pur vero che il rombo del cannone, il cozzo delle armi micidiali, i lamenti e le lacrime di tante famiglie orbate dei loro cari e dei più validi loro sostegni, le stesse nostre Case stremate di personale, fanno uno stridente contrasto con le voci festose che vorrebbero erompere dai nostri petti per festeggiare l'eccelsa nostra Protettrice; tuttavia non possiamo e non dobbiamo lasciar passare inosservata questa data cosi memoranda per la storia della nostra Pia Società. Le nostre feste saranno dunque tutte di pietà e di raccoglimento, quali si addicono ai tristi momenti che attraversiamo.
Voglia Maria SS.ma Ausiliatrice guidare la mia penna, perch'io scriva cose meno indegne di Lei, le quali dispongano i nostri cuori a celebrare più solennemente e divotamente che sarà possibile le prossime feste.
2. La Madonna e D. Bosco.
Le molteplici opere iniziate e compiute dal nostro Venerabile Padre e Fondatore formano l'oggetto dell'ammirazione di quanti ne leggono la storia; ma ciò che più colpisce la mente di chi attentamente le esamina si è il vedere come tali prodigiose imprese siano state ideate e condotte a termine dal figlio d'un umile contadino dei Becchi, il quale non solo era privo d'ogni mezzo di fortuna ed ebbe bisogno dell'aiuto di parecchi benefattori per arrivare al sacerdozio, ma si vide ancora trattenuto nel suo cammino ad ogni passo da ostacoli che sembravano insormontabili.
È per questo che la sua vita, a chi la consideri con viste puramente umane e naturali, si presenta come un enigma inesplicabile. Essa non può venir compresa e gustata se non da chi sappia elevarsi con le ali della fede nelle sfere del soprannaturale, e con spirito cristiano veda all'opera misera e deficiente dell'uomo tendersi soccorritrice la mano onnipotente della Provvidenza Divina, sola capace di sormontare le difficoltà e le barriere così spesso frapposte dalla debolezza e malizia umana. Don Bosco non potè certo avere alcun dubbio riguardo al continuo intervento di Dio e della SS.ma Vergine Ausiliatrice nelle svariate vicende della sua laboriosissima vita. Basta dare una scorsa ai grossi volumi della sua biografia, per incontrarne innumerevoli prove convincenti.
All'età di nove anni egli vide in sogno un grande stuolo di poveri giovani che l'ignoranza e il vizio aveva resi somiglianti ad animali, ed ebbe da un misterioso personaggio, ch'era Gesù Cristo medesimo, l'ordine di prendersi cura di loro e di formarne dei buoni cristiani. Protestandosi egli incapace di compiere tale arduo mandato, gli fu assegnata quale guida e Maestra l'augusta Regina del cielo e della terra; e furono appunto i preziosi e sublimi insegnamenti di Lei che lo posero in grado di trasformare quegli esseri infelici in altrettanti docili agnelli.
Da quel giorno fu la Madre di Dio che lo guidò in tutti gli eventi più importanti della sua carriera, che fece di lui un sacerdote dotto e zelante, che lo preparò ad essere il Padre degli orfani, il Maestro d'innumerevoli ministri dell'altare, uno dei più grandi educatori della gioventù, e infine il Fondatore d'una nuova Società religiosa, che doveva avere la missione di propagare per ogni dove il suo spirito e la divozione a Lei sotto il bel titolo di Maria Ausiliatrice.
Parlando ai suoi figli spirituali, egli non si stancava di ripetere che l'opera a cui aveva posto mano gli era stata ispirata da Maria SS.ma, che Maria n'era il valido sostegno, e che perciò nulla essa aveva a temere dalle opposizioni de' suoi avversari.
Permettetemi solo ch'io vi rammenti la conferenza da lui tenuta la Domenica 8 maggio 1864 ai Salesiani di Torino.
In quella riunione egli rivelò cose non mai dette fino allora, fece un riassunto della storia dell'Oratorio, delle varie e dolorose peregrinazioni compiute prima di porre stabile dimora nella casa di Valdocco: narrò come la mano del Signore avesse colpiti tutti coloro che si erano opposti alle sue imprese, palesò 'i sogni in cui aveva visto i suoi futuri sacerdoti, chierici e coadiutori, e 'perfino i numerosissimi giovani che la Provvidenza avrebbe affidati alle sue cure; e raccontò pure quello, che meglio si direbbe visione, in cui era apparsa al suo sguardo una chiesa alta e magnifica, portante sul frontone la scritta: Hic domus mea; inde gloria mea. Enumerò le difficoltà sorte fin dal principio, e vinte coll'aiuto di Dio.
Aggiunse che tutto egli aveva rivelato al Santo Padre Pio IX, e che da lui era stato incoraggiato a fondare la nostra Pia Società. Proposta poscia a se stesso l'obbiezione che forse egli non avrebbe dovuto manifestare tali cose, che parevano ridondare a sua propria gloria, la confutò perentoriamente e con tutta energia, protestando che, lungi dall'avere di che gloriarsi, egli avrebbe anzi dovuto rendere un conto tremendo, se non avesse fatto quanto da lui dipendeva per compiere la volontà di Dio. « Non si può descrivere — dice Don Lemoyne — la profonda impressione che fece e l'entusiasmo che destò simile rivelazione » (1).
(1) Memorie biografiche, Vol. V, Cap. VII, p. 664.
In quei giorni medesimi noi vedevamo incominciare per ordine di D. Bosco gli scavi per gettar le fondamenta del nuovo grandioso tempio, con cui egli intendeva attestare a Maria Ausiliatrice la sua vivissima gratitudine per le grazie e i favori da Lei. ricevuti.
Solo chi ne fu testimonio, può farsi una giusta idea del lavoro e dei sacrifici che il nostro Venerabile Padre s'impose durante tre anni per condurre a termine quest'opera. Andò bussando come un mendico di porta in porta, non solo a Torino, ma ancora in quasi tutte le principali città d'Italia, per raccogliere i mezzi necessarii a quella costruzione, da molti ritenuta un'impresa temeraria, troppo superiore alle forze dell'umile prete che vi si era accinto. Sosteneva la sua meravigliosa energia la certezza che quanto già s'era fatto, era effetto della protezione della Madonna, e che l'incipiente Società Salesiana avrebbe preso un prodigioso sviluppo, quando Maria SS.ma Ausiliatrice avesse avuto un tempio e un trono conveniente nei prati di Valdocco. Si mostrava così vero discepolo del nostro S. Francesco di Sales, che aveva lasciato scritto: « Conosco appieno qual fortuna sia l'esser figlio, per quanto indegno, di una Madre così gloriosa. Affidàti alla sua protezione, mettiamo pur mano a grandi cose: se l'amiamo di ardente affetto, Ella ci otterrà tutto quello che desideriamo ».
Il 9 giugno 1868, con meraviglia di tutti, la nostra maestosa Basilica veniva consacrata da Mons. Alessandro Riccardo di Netto, Arciv. di Torino; ed io ricordo come fosse ora il momento solenne in cui D. Bosco, tutto raggiante di gioia, e insieme con gli occhi velati dal pianto per la profonda commozione, saliva per il primo all'altar maggiore a celebrare, sotto i pietosi sguardi della sua grande Ausiliatrice, il Santo Sacrificio della Messa. Alle solennissime feste, che durarono ben otto giorni, accrebbero splendore con la loro sublime dignità otto Vescovi, celebrando pontificai-mente ed annunziando con eloquenza e con molto frutto la divina parola alla folla straordinaria dei fedeli, accorsi anche da lontani paesi.
A quelli tra noi ch'erano già più innanzi negli anni, non isfuggiva come il volto del nostro Venerabile apparisse quasi trasfigurato, e com'egli fosse instancabile nel parlare della sua Madonna; e serbammo geloso ricordo di quanto egli, leggendo nel futuro, ci disse in tale circostanza intorno alle meraviglie che Maria Ausiliatrice avrebbe operato in favore de' suoi devoti. Quanto cí consola adesso il vedere avverate le sue predizioni!
Nè tutto questo bastò a rendere pienamente soddisfatto il suo gran desiderio di attestare la propria gratitudine a Maria SS.ma, chè, oltre a questo monumento materiale e inanimato, egli a Lei volle inalzarne ancor un altro vivo e spirituale, istituendo da Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice, a cui dava la missione di formare alla pietà e alla virtù le giovanette, e di propagare in tutto il mondo la divozione alla loro potente Patrona. E lo sviluppo prodigioso assunto in breve tempo da tale Istituto, come pure il gran bene da esso operato in ogni luogo, sono la miglior prova che anch'esso venne fondato da D. Bosco per ispirazione celeste.
Ma tornando al nostro caro Santuario di Maria Ausiliatrice, è un fatto che subito dopo la consacrazione di esso si videro nella Società Salesiana moltiplicarsi prodigiosamente le vocazioni, e sorgere a brevi intervalli, come per incanto, numerosi Collegi, Oratorii festivi e Scuole professionali, vere arche di salute per moltissimi giovanetti, sottratti così al pericolo della corruzione e dell'empietà. Scomparvero d'un subito le gravi difficoltà ritardanti l'approvazione della nostra umile Congregazione da parte della S. Sede; e si fecero numerose spedizioni di Missionari in America. Si andava così avverando la predizione di Maria SS.ma, che da quel tempio sarebbe venuta la sua gloria: inde gloria mea.
Con ragione dunque possiamo affermare che la consacrazione di esso fece veramente epoca nella storia delle Opere di D. Bosco; e che la nostra dolcissima Madre volle pure in tal modo ricompensare il suo servo fedele dei sacrifici -che aveva fatto per procurarle in Valdocco una dimora meno indegna di Lei.
3. Lo scettro d'oro e la nostra consacrazione all'Ausiliatrice.
Presto saranno compiuti i cinquant'anni dacchè noi filammo testimoni dei fatti qui brevissimamente ricordati, e ci gode l'animo di poter dire che tutto questo periodo di tempo non fu altro che una serie non mai interrotta di prodigi operati da Maria Ausiliatrice in favore de' suoi devoti: appunto come ce lo aveva preannunziato il nostro Venerabile.
Per la protezione della potente nostra Patrona, l'umile Società Salesiana ha valicato i monti e i mari, estendendosi quasi su tutta la terra. Questa maravigliosa propagazione non può attribuirsi solo alla attività e allo spirito d'iniziativa dei Figli di D. Bosco: noi, che per esperienza conosciamo la debolezza delle nostre forze, più d'ogni altro dobbiamo esser convinti che di tutto andiamo debitori alla Vergine Ausiliatrice. Che cosa faremo dunque per dimostrarle la nostra gratitudine?
Ecco: il vivo desiderio che abbiamo di far noto, se fosse possibile, al mondo intero che tutte le Opere salesiane debbono la loro origine e il loro sviluppo unicamente alla protezione di Maria e insieme la speranza nostra ch'Ella continui a sostenerci, guidarci e difenderci per l'avvenire, ci hanno suggerito l'ardito disegno di porre nella mano della nostra potentissima Ausiliatrice un ricco scettro d'oro, adorno di pietre preziose, intendendo con quest'atto di proclamarla con la maggior solennità possibile, nostra Augusta Regina.
Già gli Angeli del Paradiso, al tempo di S. Gregorio Magno, cantando la proclamarono in Roma Regina del Cielo: donde venne la dolcissima antifona Regina Caeli, che la Chiesa pone in bocca ai fedeli durante il tempo pasquale. Ora noi vogliamo far eco a queste celesti acclamazioni; ed è ben giusto che onoriamo con tal titolo la creatura più bella e perfetta che mai sia uscita dalle mani onnipotenti del Creatore. Scrive S. Bonaventura che Dio avrebbe potuto creare un mondo più bello, un cielo più delizioso, ma non una Madre più degna (1 ). Ma v'è di più: il Divin Salvatore stesso la fece sedere alla sua destra nel regno della gloria, dandole ogni potere, sicchè con ragione venne detta l'onnipotenza supplichevole: omnipotentia supplex.
Tornerà poi di vero conforto a tutta la Famiglia Salesiana il sapere che questa semplice ma significantissima funzione, la quale avrà luogo nel cinquantenario della consacrazione della nostra basilica, verrà compiuta da colui che tutti meritamente siamo soliti
(1) Spec. B. V., Lect. 10.
chiamare il figlio prediletto del Venerabile D. Bosco: da quel medesimo D. Cagliero che con la sua musica e con l'ammirevole sua attività fu magna pars nelle feste della consacrazione cinquant'anni or sono. Egli non solo verrà a dare splendore ai nostri festeggiamenti colla Sacra Porpora di cui ora è rivestito, ma li presiederà quale rappresentante del Vicario di Gesù Cristo in terra, del nostro amatissimo Papa Benedetto XV. Oh! rendiamo grazie alla Divina Provvidenza, che volle conservarci in floridissima salute questo illustre figlio di D. Bosco, malgrado l'età e malgrado idisagi della sua vita di missionario infaticabile!
Tale cerimonia esteriore, è facile indovinarlo, sarà accompagnata dalla solenne consacrazione della nostra Pia Società alla Celeste Regina. Il Rettor Maggiore pronunzierà dinanzi alla taumaturga immagine di Lei una preghiera, in cui Le presenterà tutti i singoli Salesiani, le Figlie di Maria Ausiliatrice, la Pia Unione dei Cooperatori, e tutti i nostri Istituti, supplicandola di gradire quest'offerta, di considerare ognora come cosa tutta sua le Opere di Don Bosco e di conservarle sempre degne della sua protezione e del suo affetto.
E questa consacrazione verrà rinnovata in ogni nostra Casa, nel modo che i Superiori locali riterranno più opportuno. Credo di non errare pensando che questo omaggio riuscirà gradito più d'ogni altro alla nostra Regina, e farà piovere in grandissima abbondanza sulle Opere nostre le sue grazie e benedizioni.
Del resto non sarà questa una novità per noi, poichè da ben venticinque anni in ogni nostra Casa si recita ogni mattina, dopo la meditazione, una devotissima preghiera intitolata: Consacrazione a Maria SS.ma Ausiliatrice. Da un pezzo era da tutti sentita la necessità di avere, oltre alle preghiere vocali comuni, un'orazione speciale dei Salesiani, nella quale fossero esposti i nostri peculiari bisogni, e si chiedessero le grazie che più si addicono al nostro stato e alla nostra missione. E nell'anno 1894 l'indimenticabile D. Rua, alla cui perspicacia nulla sfuggiva di quanto potesse tornar utile alle nostre anime, credette opportuno di colmare questa lacuna, e ci propose la sopradetta Consacrazione, che,tornò a tutti sommamente gradita, e che in breve e con molta facilità fu appresa a memoria.
Come riesce dolce al Salesiano, in qualunque nazione abbia a trovarsi e qualunque lingua debba parlare, l'udire ogni mattino, all'ora fissata nell'orario della giornata, un numeroso coro di voci devote che ripete questa offerta alla Madre celeste, implorandone la protezione sopra le nostre Case e i nostri lavori! Ora quel che siamo soliti a fare quotidianamente nelle umili e divote cappelle delle nostre Comunità, è ben giusto che nel cinquantenario della consacrazione della nostra Chiesa si compia con tutta la solennità e fervore possibile davanti alla taumaturgica immagine di Maria, proclamata nostra Augusta Regina, e fregiata dell'aureo scettro, simbolo della sua regale dignità e potenza!
Se, come ci attesta la storia, nel secolo XVII ben venticinque regni si consacrarono a Maria; se quasi ogni ordine e Congregazione religiosa la volle scegliere a Protettrice, quanto più è giusto che ciò si faccia dall'umile nostra Società, che deve la sua fondazione e il suo mirabile fiorire alla Vergine Benedetta, come D. Bosco non si stancava mai di ripeterci!
4. « Ad Jesum per Mariam ».
Nè con questa consacrazione intendiamo in alcun modo sminuire l'importanza dell'atto solenne, con cui allo spuntare del secolo XX ci siamo consacrati al SS.mo Cuore di Gesù; chè anzi non abbiamo con essa altro fine se non quello di rendere tale atto più meritorio e più gradito al Signore. Tutti ricordiamo come D. Bosco ci ripetesse sovente il motto ad Jesum per Mariam, volendo così insegnarci che è vana la nostra divozione a Maria, se non ci guida a Gesù, se non ci ottiene la forza necessaria per vincere i nemici dell'anima nostra, per camminare sulle traccie del Divino suo Figlio. E a ravvivare la nostra fiducia in Maria, egli faceva incidere sulle medaglie commemorative della consacrazione del tempio il detto di S. Bernardo: totum nos habere voluit (Deus) per Mariam: tutto quanto è necessario alla nostra salvezza volle Iddio che noi avessimo per mezzo di Maria. Nel medesimo senso egli ci spiegava l'affermazione dei Dottori, essere la divozione a Maria un segno di predestinazione; questa fu infine la ragione della sua predilezione al titolo di Auxilium Christianorum, titolo che volle dare alla nuova chiesa, ancorchè si fosse accorto che a certuni non andava troppo a genio.
A compiere con fervore questa consacrazione di noi stessi a Gesù per mano di Maria, ci sia anche di sprone il pensiero che con essa noi onoriamo la Madre nostra assai meglio che 'con qualsiasi altra pratica di pietà. Con le altre divozioni non offriamo à Maria che una parte del nostro tempo, una parte delle nostre buone opere, del nostro affetto, qualche soddisfazione o qualche mortificazione. Con quest'offerta invece noi le doniamo tutto in una volta: i meriti e il lavoro, le preghiere e le sofferenze; non qualche fiore o qualche frutto soltanto del nostro giardino, ma il giardino stesso.
Deve inoltre consolarci la persuasione che le nostre azioni, passando per le mani di Maria, saranno purificate da ogni macchia con cui il nostro orgoglio è la concupiscenza le avessero contaminate. Le sue mani pure e sante non solo astergono ogni immondezza, ma adornano e abbelliscono tutti i nostri pensieri, parole ed azioni coi tesori delle sue virtù, attirandoci così gli sguardi pietosi e le compiacenze di Gesù Benedetto. Ed anche le lodi con cui noi esaltiamo le grandezze e i privilegi straordinarii di Maria, sono da Lei rinviate al suo Diletto Figliuolo, come umilmente fece quando S. Elisabetta la felicitava per la sua divina maternità ed Essa esclamava: Magnificat anima mea Doininum... quia fecit mihi magna qui potens est. Oh! non temiamo che i nostri doni, per quanto meschini ed imperfetti, siano rigettati dal Signore, se gli vengono presentati dalla dolcissima sua Madre! Ce ne assicuri S. Bernardo: Modicum quid offerre desiderar? Manibus Mariae off erendum cura, si non vis sustinere repulsam: Vuoi offrire a Dio qualche piccola cosa? Procura di offrirgliela per mano di Maria, se non vuoi patire una ripulsa. Anzi, per meglio ravvivare la nostra fiducia, il medesimo Santo Dottore aggiunge: S'Ella ti sostiene, non cadi; s'Ella ti protegge, non hai nulla a temere; se ti guida, non ti stanchi; se ti è propizia, arriverai al porto di salute: Ipsa tenente, non corruis; ipsa protegente, non metuis; ipsa duce, non fatigaris; ipsa propitia, pervenis.
Racconta la cronaca d'un Ordine religioso, che un'anima terribilmente tormentata da pene di spirito ebbe l'ispirazione di offrirsi al Signore per mano di Maria, e immediatamente si sentì liberata. Compresa allora di profonda gratitudine, da quel giorno si considerò sempre come schiava di Maria, e, per conservare la memoria della sua consacrazione, volle fino all'ultimo respiro portar cinta intorno alla sua persona. una catena di ferro. Alla sua morte venne a ricevere l'anima sua Maria SS.ma stessa circondata da un coro di vergini, che l'accompagnarono al trono del, Divin Giudice cantando: Beati quelli che si fanno schiavi della Regina del cielo, perchè godranno della vera libertà: Illi servire libertas.
Felici noi, se vivremo ogni giorno come s'addice a chi si è totalmente dedicato al servizio di Maria!
Questo e non altro è il significato che il nostro Venerabile Padre, adattandosi ai tempi e alle anime affidategli da Maria SS.ma, intendeva dare all'insistente raccomandazione che faceva ai suoi figli di portare al collo la medaglia dell'Ausiliatrice: per lui questa immagine, divotamente tenuta sul petto, doveva essere una prova del nostro amore a Maria, un riconoscimento della sua qualità di nostra Madre e Regina, un'arma potentissima per mettere in fuga il nemico infernale, un dolce ricordo della nostra appartenenza ad un Istituto da Lei prediletto, e manifestamente destinato a farla conoscere ed onorare dappertutto sotto il glorioso titolo di Aiuto dei Cristiani.
Con questo fine il nostro Venerabile, dovunque andasse, distribuiva a piene mani le medaglie benedette dell'Ausiliatrice, sicuro che quanti ne erano muniti sarebbero da Lei protetti in ogni pericolo, soccorsi in ogni bisogno. E Maria SS.ma non mancò- di premiare la fiducia da lui riposta nell'uso delle sua medaglia; così nel 1884, infierendo in vani paesi il colera-morbus, egli promise a' suoi figliuoli che quanti avessero portato la medaglia dell'Ausiliatrice ne sarebbero stati immuni: e Maria avverò la promessa del suo servo fedele!
5. L'inno della gratitudine.
Ma io vi faccio un torto, o miei figli diletti, dilungandomi in tante esortazioni: voi tutti, lo so, avete già un vivissimo desiderio di celebrare il nostro cinquantenario più divotamente che potrete. Oh! io son certo che ogni Salesiano affretta col désiderio quel giorno fortunato, in cui gli sarà dato di rendere le; più sentite grazie a Maria Ausiliatrice, con una generosa e iutiera offerta di se stesso a Lei che fu e sarà sempre per noi tutti una inesausta sorgente di grazie e benedizioni. Questa Madre saggia e previdente ci amava già prima che venissimo al mondo; a Lei dobbiamo la grazia di essere nati in paese e famiglia cristiani, di essere stati rigenerati alla grazia col santo Battesimo, di aver ricevuto già fin dalla nostra infanzia quei primi elementi di pietà e di cristiana moralità, che tanto hanno contribuito a formare la nostra coscienza e a prepararci alle lotte della vita.
Ma la Vergine Benedetta non si tenne paga di questo, e preferendoci a tanti altri suoi figli, si adoperò, al pari dell'antica Rebecca, a far discendere sul nostro capo le più abbondanti benedizioni destinate ai primogeniti, chiamandoci, o meglio guidandoci per mano, alla vita religiosa e sacerdotale nella nostra Pia Società. Oh! quand'anche impiegassimo tutta la nostra vita nel ringraziare Maria per un favore sì segnalato, non faremmo ancora abbastanza: solamente l'eternità potrà bastare per renderle le grazie che le sono dovute. E solo quando saremo giunti alla gloria del Paradiso, e potremo prostrarci ai piedi della nostra grande Regina, solo allora ci verrà fatto di conoscere il cumulo di favori che da Lei ci furono largiti, e che forse non avevamo neppure pensato. di domandarle: poichè nella sua bontà Flla previene spesso i nostri bisogni, e con materna larghezza e benignità viene in soccorso alla nostra deficienza.
Erompa dunque dai nostri cuori in questa solennità l'inno della più viva gratitudine alla nostra Madre Benedetta; e come il B. Angelico, che in varie estasi deliziose aveva potuto contemplare da vicino la bellezza incomparabile della Madonna, dopo essersi sforzato invano di riprodurla sulla tela, distruggeva il suo lavoro dicendo: Ah! non ti rassomiglia: non est similis tui; così anche noi, quando giungeremo al termine delle nostre feste, per quanto solenni esse abbiano a riuscire, dovremo umiliarci profondamente confessandoci incapaci di far cosa che pur lontanamente sia degna di Lei.
6. Siamo Apostoli dell'Ausiliatrice.
Ma noi non possiamo e non dobbiamo accontentarci di sciogliere in questa ricorrenza un inno di ringraziamento alla nostra eccelsa Regina. Figli dell'insigne Apostolo dell'Ausiliatrice, di uno deí più ferventi divori di Maria, di quel grande educatore della gioventù che considerò la divozione alla Madonna quale mezzo efficacissimo per preservare dal vizio i suoi alunni, noi in questo cinquantenario dobbiamo chiedere a Maria la grazia di poter sentire rettamente e degnamente di Lei, ut de te vera et digna sapiam, come dice Sant'Ildefonso.
Che D. Bosco avesse questo altissimo concetto di Maria, lo prova tutto quello ch'egli ha compiuto in suo onore. Chiunque anche per poco l'avesse avvicinato, poteva convincersi come il pensiero di onorare Maria non l'abbandonasse per un istante. Quante volte lo vedevamo interrompere le sue occupazioni per raccontarci un esempio edificante! Spesso in mezzo ai nostri divertimenti, alle nostre chiassose passeggiate, ad un tratto intonava una lode a Maria, ci dava un fioretto o ci invitava a ricorrere al suo patrocinio con una calda preghiera. A questo sacerdote dava per ricordo di non mai fare una predica senza parlare di Maria; a quel Direttore suggeriva di non mai prendere alcuna decisione senza ricorrere a Maria, foss'anche stato solo con un'Ave o con un giaculatoria; ai coadiutori ed anche ai giovani più anziani inculcava di raccontare in onor di Maria qualche fatto che tornasse di vantaggio spirituale ai compagni; a tutti poi di fare ogni sabato qualche mortificazione al medesimo scopo. A Magone Michele, sul letto di morte, dava con sublime semplicità le sue commissioni per la Madonna. L'Ausiliatrice stava in cima d'ogni suo pensiero, era l'oggetto d'ogni palpito del suo cuore.
Non sarà dunque fuor di proposito che noi, figli di Don Bosco, ci esaminiamo un poco a questo riguardo. Per esempio, leggiamo noi a quando a quando qualche pagina di un libro che tratti di Maria? Un gran Vescovo teneva sul suo scrittoio le Glorie dall'aria, ed affermava che il desiderio o la ripugnanza ch'egli provava per quel libro, erano come il termometro del fervore o della tiepidezza del suo spirito.
E le feste di Maria, in qual modo le celebriamo noi? Ricordiamoci che in tali occasioni sul volto di D. Bosco traspariva la gioia più viva, sicuro indizio dell'interno ardore.
Voglia il Cielo che queste nostre feste abbiano per risultato di farci divenire tutti apostoli ferventi della divozione a Maria, e di farci d'ora innanzi ricorrere a Lei con fiducia, ogni volta che ci troveremo in qualche angustia, o che dovremo por mano a qualche difficile impresa, ripetendo le parole che diceva alla Profetessa Dèbora il condottiero Barac: Si venis mecum, vadam; si nolueris venire mecum, non pergam: se vieni meco, andrò; se non vuoi venire con me, non mi muovo ( 1 ).
(1) Iud. IV, 8.
7. Amiamola, imitando le sue virtù.
Non posso tuttavia nascondere che poco o nulla gioverà l'aver questo alto concetto di Maria, se ésso non accenderà nei nostri cuori la fiamma dell'amore. Amare la Madonna è per noi uno stretto dovere: infatti dove troveremmo una creatura più degna dell'amor nostro? Di Lei volle servirsi l'Eterno Padre nell'opera • mirabile dell'Incarnazione del Verbo; e a tal fine la preservava, sola tra tutte le figlie di Eva, da ogni macchia, perfino da quella del peccato originale. Maria è la Madre del Salvatore del mondo, la Sposa dello Spirito Santo. All'infuori del nome di Gesù, quale altro può tornar più caro, più dolce alle labbra del cristiano, che quello di Maria? S. Stanislao Kostka nel pronunziarlo si accendeva in volto, e se ne sentiva addolcite le labbra come da un favo di miele.
Questa nostra Madre celeste, noí non l'abbiamo mai vista con gli occhi del corpo, ma dovremmo sempre averla presente al pensiero, perchè sempre veglia al nostro bene, con la tenerezza d'una madre che non soltanto vuole, ma può venirci in aiuto. Fortunato colui che si abitua a vivere sempre sotto lo sguardo benigno di Maria, come il bambino che non può stare neanche un momento separato dalla mamma! Fortunato colui che con Maria divide le sue gioie e le sue pene, e che la fa perfino depositaria,di quel po' di bene che gli è dato di compiere!
Ah! non sia mai che un figlio di D. Bosco, un membro d'una Congregazione cotanto amata e protetta da Maria, abbia a dimenticarsi anche solo per poco di questa Madre amorosissima!
Non posso terminare questa mia circolare senza richiamarvi alla memoria il noto detto di S. Gregorio Magno: Probatio dilectionis exhibitio est operis: La prova dell'amore è l'offerta delle opere. Non basta cioè dire a Maria, sia pur col cuore, che l'amiamo, che in Lei riponiamo tutta la nostra fiducia: bisogna venir a qualche cosa di più concreto. Anche il nostro Venerabile Maestro soleva ripeterci: Più fatti e meno parole; e questo anche a proposito della divozione da professarsi alla nostra Ausiliatrice.
Ora, sappiamo da S. Paolo (Rom. VIII, 29) che quelli che Dio ha preveduti, li ha pure predestinati ad essere conformi all'immagine del Figliol suo: è dunque nostro dovere di seguir le traccie del nostro divino modello Gesù: senza essere simili a Lui, non si può sperare di entrare nel regno della gloria.
E per ottenere questa somiglianza, qual mezzo può esservi più adatto alla nostra debolezza, dell'imitare Maria, che di quel divino esemplare è stata la copia più fedele e perfetta? Imitiamo dunque Maria: questa sarà la miglior prova d'amore che potremo darle, e insieme la più sicura pietra di paragone per discernere se la nostra divozione verso di Lei sia vera o falsa. Orbene, la vita di questa nostra gran Madre fu un continuo progredire, dalla nascita fino alla morte: come dunque potremmo dire d'imitarla se, tenendoci paghi di non commettere gravi peccati, non facessimo alcuno sforzo per avanzarci nella perfezione a cui nei santi voti ci siamo obbligati di tendere?
Quanto ci sarà utile un confronto fra le eccelse virtù di Maria e le povere nostre! Oh io spero proprio che questo esame noi lo faremo tutti nelle prossime feste cinquantenarie, e ché poi con ogni diligenza ci adopreremo ad acquistare le virtù che ancora 'ci mancano, e a correggere in noi quei difetti che pur troppo rendono poco accetti al Cuore purissimo di Maria i nostri omaggi e le nostre pratiche religiose.
Un ultimo pensiero, con cui chiudo la mia circolare, dovrebbe eccitare ogni buon figlio di D. Bosco alla divozione e all'amore verso Maria Ausiliatrice nella ormai vicina faustissima ricorrenza: ed anche questo pensiero ci è suggerito dalle parole e dall'esempio del Venerabile nostro Padre. Egli era solito ripeterci: Se in vita avremo praticato la divozione a Maria SS.ma ne avremo l'assistenza e il conforto in punto di morte. E ci narrava come visitando Michele Magone nell'ultima sua malattia, fosse rimasto altamente meravigliato della calma imperturbata con cui il suo giovane allievo mirava avvicinarsi la morte, e che avendogli chiesto donde l'attingesse, s'era udito rispondere: Dalla divozione alla Madonna.
Non è a dire quanto questa risposta consolasse il nostro Venerabile Padre, e quanto volentieri egli 'se ne servisse per animare i suoi alunni ad amare la Vergine Benedetta e ad invocarla in ogni loro bisogno.
Ci esortava inoltre a pregarla instantemente di venire .Ella stessa ad assisterci nell'estremo nostro respiro, e di presentare poi l'anima al tribunale del Divino suo Figlio, implorandone a nostro favore l'infinita misericordia. E abbiamo ogni motivo di credere che tal grazia egli l'abbia ottenuta, nel placido suo passaggio all'eternità; l'aveva tanto invocata con la bella preghiera della Chiesa: Maria, Mater gratiae, dulcis parens clementiae, tu nos ab l'oste protege, et mortis bora suscipe.
Gettiamoci dunque anche noi ai piedi della nostra Ausiliatrice, e diciamole con tutto il fervore: O Santissima e gloriosissima Vergine Madre, nostra Maestra, Avvocata e Regina, alla quale ci siamo consacrati in qualità di figli amorosi e di servi devoti, vogliate sempre considerarci come cosa tutta vostra, teneteci lontano da ogni peccato, offriteci e immolateci al Sacratissimo Cuore del vostro Divin Figlio, proteggeteci in vita ed in morte, affinchè possiamo venirvi a lodare benedire per tutta l'eternità!
Questa grazia io chiederò per voi, amatissimi figli, e voi pure
chiedetela per
Il vostro aff.mo in C. J.
Sac. PAOLO ALBERA.
8. Formula per la consacrazione dell'Opera di Don Bosco a Maria Ausiliatrice.
O Maria, Ausiliatrice potente del popolo cristiano, porgete benigno ascolto alle fervide preci che a Voi s'inalzano in quest'ora solenne.
Maternamente sollecita dei bisogni morali e religiosi delle generazioni crescenti nei tempi nuovi, Voi ispiraste al Ven. Don Bosco di consacrarsi alla loro istruzione ed educazione; e quel fedelissimo vostro Servo, non appena vide iniziata l'opera a lui affidata, volle erigere [questo Tempio a Vostro onore ( 1)], perchè nella pienezza della futura espansione del suo apostolato tutti chiaramente ravvisassero l'aiuto vostro e la materna vostra protezione. Se oggi egli vivesse, solito com'era a proclamarsi di tutto debitore a Voi, qual inno scioglierebbe in vostra lode!
Voi però, insieme col suo Successore, vedete fiduciosamente prostrata al Vostro altare la triplice Famiglia, sorta per ispirazione e volontà Vostra; perchè [oggi ( 2 )], tutti d'un cuore, i Salesiani,
le Figlie di Maria Ausiliatrice, i Cooperatori e le Cooperatrici, riboccanti di letizia nel contemplare la Vostra destra scintillante dell'aureo scettro che Vi hanno donato, anelano di acclamarvi loro augusta Regina.
(1) Invece di questo Tempio a Vostro onore si dica: « l'augusto vostro Santuario di Torino ».
(2) La parola oggi si ometta.
O Maria Ausiliatrice, l'Opera di D. Bosco è vostra, interamente Vostra; Vi appartiene per diritto: ma noi, nella vivissima brama di mostrarvi la nostra filiale riconoscenza, vogliamo che sia Vostra anche per unanime, assoluta, irrevocabile consacrazione. Vogliamo a Voi consacrata la mente, consacrato il cuore, consacrate le forze e le facoltà tutte dell'anima nostra, consacrato ogni istante della vita, perchè se siamo figli di D. Bosco e figli vostri è grazia Vostra. A Voi quindi, o Madre tenerissima, collettivamente e individualmente oggi ci consacriamo, col fermo proposito di essere sempre, col Vostro aiuto, più operosi apostoli di carità in ogni parte della terra.
Con le più liete speranze consacriamo a Voi anche le Opere nostre, in modo specialissimo le schiere giovanili che sono raccolte o si raccoglieranno in avvenire ai piedi dei Vostri altari, sotto la bandiera di Don Bosco. Crescetele Voi, Madre e Maestra divina, e conservatele Vostre sempre, anche tra i pericoli e le insidie del mondo, di guisa che il Vicario di Gesù Cristo abbia ad allietarsi vedendo estendersi per ogni dove, anche per mezzo loro, il regno di Dio.
O Madre di Gesù e Madre nostra amabilissima, accogliete con l'usata bontà questa offerta, devota ed affettuosa. Il Vostro scettro regale s'alzi ognora a protezione e a difesa sulle Case e Missioni della Pia Società Salesiana e delle vostre' Figlie, tracci la via del paradiso alle anime in esse raccolte, protegga e difenda le famiglie e le opere dei Cooperatori e delle Cooperatrici; vegga e sappia il mondo intero che i figli, gli ammiratori e gli amici del Venerabile Don Bosco, sono e vogliono esser Vostri, oggi, sempre, in eterno. Così sia.
Avvertenza. — Questa formula, usata nella Basilica di Maria Ausiliatrice, si può ripetere nelle singole Case con le varianti indicate.
xxv
Per la Cronistoria della Congregazione •
1. Necessità di una Cronistoria Generale. — 2. Commissione al Segretario del Capitolo Superiore. — 3. Relazioni al Segretario dalle Cronache delle singole Case. — 4. Interessamento degli Ispettóri presso le Case da loro dipendenti.
Torino, 15 ottobre 1918.
Carissimo Direttore,
1. Sempre più imperiosa si fa sentire la necessità di avere una Cronistoria Generale della nostra amata Congregazione: ogni ritardo non fa che accrescere le difficóltà della ricerca dei documenti relativi, e d'altra parte è urgente porre un termine al grave inconveniente di dover perdere un tempo prezioso ogni volta che si ha bisogno di sapere una data o una notizia di qualche nostra Casa o fondazione.
Fin dal principio dell'opera sua, il nostro Ven. Padre ordinava ai singoli Direttori che tenessero regolarmente la Cronaca delle rispettive Case; e il venerando D. Rua faceva agl'Ispettori questa ingiunzione: « Osservi se vi è, e come sí redige la Cronaca della Casa; e se non fosse debitamente redatta, dia gli opportuni ordini e stabilisca bene da chi, e come, ed anche quando essa debba essere redatta e compiuta. Ed anche aiuti a compierla quei Direttori che, per esser nuovi, non conoscessero ancora come si faccia, o non fossero istruiti sugli antecedenti della Casa ».
Ora lo sviluppo straordinario, mondiale che ha assunto in breve tempo la nostra Pia Società, esige, che queste Cronache particolari ( che voglio sperare siano state sempre tenute al corrente e gelosamente conservate) vengano raccolte e coordinate con lavoro paziente in un solo tutto, più completo che sia possibile.
2. Commissione al Segretario del Capitolo Superiore.
A tale scopo, essendo l'Archivio Generale della Pia: Società affidato al Segretario del Capitolo Superiore, ve lo presento quale incaricato di questo non indifferente lavoro, ch'egli andrà eseguendo con l'aiuto di persone adatte, formanti un'apposita Commissione. Ma perchè questa Commissione possa adempiere bene al suo mandato, bisogna che vi sia chi l'aiuti efficacemente nelle sue ricerche sulla storia particolare di ciascuna Casa.
3. Relazioni al Segretario dalle Cronache delle singole case.
E questo, chi potrebbe farlo meglio di te, Direttore carissimo? tu possiedi la Cronaca della tua Casa e i documenti relativi, e puoi perciò fornire le notizie e le indicazioni occorrenti; a te dunque ci rivolgiamo, fiduciosi che voglia prender veramente a cuore la cosa.
Ti poniamo perciò sott'occhio, in tanti distinti quesiti, tutto quello che da te desideriamo sapere; io sono certo che il tuo sincero e ardente amore per il Ven. D. :Bosco e per la nostra Pia Società ti darà la pazienza e la diligenza a ciò necessarie. Tu comprendi senza dubbio la grande importanza ch'io attribuisco a quest'opera; è superfluo perciò ch'io ti raccomandi di prendere in seria considerazione ogni singolo quesito, e di rispondervi con ponderatezza non disgiunta da una cortese sollecitudine, e nel modo più esauriente che ti sarà possibile.
Se incontrassi qualche difficoltà, scrivimi, e vedrò di scioglierla; le risposte (nelle quali vorrai indicare numero e lettera dei quesiti rispettivi, potrai mandarle a me, oppure al Segretario del Capitolo Superiore.
Sarebbe per me una grande consolazione, se col tuo volonteroso aiuto, questo lavoro potesse venire felicemente condotto almeno a buon punto durante il mio Rettorato: desidero tanto di avervi parte attiva!
Forse ti sembrerà che il momento attuale non sia il più opportuno per addossarti un nuovo peso. Ti dirò: già tre anni fa ero sul punto di far iniziare questo lavoro: scoppiata la guerra pensai di sospenderlo ín attesa di tempi migliori; ma la necessità di esso si fa ogni giorno più imperiosa, e ogni ritardo non fa che accrescere la difficoltà dell'esecuzione. Ciò mi decide a rompere l'indugio.
Fidando dunque nel tuo buon volere, di cui mi desti già tante prove, attendo il tuo prezioso contributo, mentre coi più cordiali saluti invoco su te, su codesta Casa e su tutte le opere tue le più elette benedizioni della nostra Celeste Ausiliatrice.
Prega anche tu per me, e credimi sempre
Aff.mo in C. J.
Sac. PAOLO ALBERA.
Torino, 11 novembre 1918.
Carissimo Ispettore,
4. Inviando a ciascun Direttore della Tua Ispettoria una copia della lettera a due del Questionario che qui ti unisco, rivolgo pur a te vivissima preghiera d'interessarti personalmente affinchè questo lavoro, che mi sta tanto a cuore per la sua somma importanza e urgente necessità, si eseguisca colla maggior sollecitudine e diligenza possibile. Di quest'importanza e necessità ti potrai convincere tu stesso leggendo gli stampati suddetti. Non mi sembra quindi il caso d'insistere nel raccomandarti la cosa: son certo che, facendo tua l'iniziativa, ti metterai tosto all'opera, incitando, consigliando e aiutando in tutti i modi i tuoi Direttori, perchè prendano veramente a cuore questo lavoro.
Prevedo le non poche difficoltà che dovrai incontrare per far compiere le necessarie ricerche nelle varie Case; ma ho speranza che il tuo amore alla Congregazione e il pensiero dell'importanza della cosa te le facciano felicemente superare.
Del resto con un tal lavoro, oltre al far cosa graditissima al tuo Rettor Maggiore, gioverai anche grandemente al buon governo della tua Ispettoria, giacchè, procurandoti così una completa conoscenza dello stato passato e presente di ciascuna Casa,' ti metterai in grado di ordinare e dirigere tutto nel modo migliore.
Desidero che le risposte dei vari Direttori mi vengano pel tuo tramite, affinchè tu possa esaminarle e, occorrendo, completarle.
Implorandoti intanto dal Signore le grazie e gli aiuti di cui abbisogni per far fiorire le Case da te dipendenti e renderle sempre più feconde per la gloria di Dio e il bene della gioventù, mi raccomando alle tue preghiere, e coi più cordiali saluti sono sempre
Il tuo aff.mo in C. J. SaC. PAOLO ALBERA.
XXVI
Per i Confratelli reduci dal servizio militare
1. Decreto della Concistoriale pei Chierici di ritorno dalle armi. — 2. Disposizioni del Capitolo Superiore nei loro riguardi.
Torino, 26 novembre 1918.
Carissimo Ispettore,
1. Avrai già letto il Decreto della Sacra Congr. Concistoriale « De dericis e militia redeuntibus ». Richiamo la tua attenzione specialmente sul Capo II « De dandis et assumendis informationibus », e sugli Esercizi spirituali di almeno otto giorni interi da premettere alla ripresa della vita comune.
2. Disposizioni del Capitolo Superiore nei loro riguardi.
Ora, sentito in proposito il parere di tutti gl'Ispettori d'Italia e del Capitolo Superiore, si è stabilito:
1) Che tutti i Confratelli appartenenti a codesta Ispettoria tornando dal servizio militare si ritirino a fare un serio corso di Esercizi spirituali secondo le norme emanate dalla S. Sede;
2) Che tutti i chierici, novizi o studenti, subito dopo gli esercizi vadano alla rispettiva Casa di formazione;
3) Che quei chierici i quali per necessità sono stati mandati nelle Case prima che per loro cominciasse il tempo del tirocinio
pratico, siano sostituiti coi sacerdoti reduci da servizio militare.
4) Che i confratelli coadiutori siano oggetto di speciali cure, o nella Casa dove saranno radunati, o da parte dei direttori delle case a cui verranno assegnati;
5) Non si proponga nessuno al Suddiaconato prima delle prossime Tempora di autunno.
Voglia raccomandare ai Direttori la più affettuosa sollecitudine per codesti cari confratelli che ritornano alle nostre Case, dopo la dura prova del servizio militare.
Invoco di tutto cuore su di te e i confratelli di codest'a Ispettoria le migliori benedizioni della Vergine Ausiliatrice.
Tuo aff.mo in C. J. Sac. PAOLO ALBERA.
XXVII
Sulla dolcezza
1. Carità e dolcezza nel governo delle Case. — 2. Sempre uguale a se stesso! — 3. Nei panni dei nostri soggetti... — 4. Non è zelo lodevole... 5. Gli angeli custodi visibili... — 6. Lezioni divine. — 7. Il nostro modello. — 8. Siate padri più che superiori... — 9. Dolcezza e fermezza.
Torino, 20 aprile 1919. Festa di Pasqua.
Carissimi Ispettori e Direttori,
1. I libri usati dai Salesiani per la meditazione e per la lettura spirituale trattano sovente della carità. Essi d'ordinario dimostrano con molta efficacia come questa virtù sia non solo bella e sublime, ma ancora necessaria al buon religioso, ed arrivano anche a chiamare lembo di paradiso quella casa in cui regna la carità, mentre non esitano a paragonare ad un inferno quella che ne è priva.
Senza dubbio queste considerazioni tornano di grande vantaggio alle anime fortunate che, dato l'addio al mondo, si consacrarono intieramente al servizio del Signore; ma quei libri non possono discendere ai particolari, specie riguardo ai doveri di chi deve dirigere una comunità.
Eppure c'insegna l'esperienza che per molti l'esercizio dell'autorità è purtroppo occasione a mancare di carità, e li impedisce di fare tutto quel bene che dovrebbero e potrebbero. Ciò mi ha introdotto a scrivere alcune pagine, esclusivamente riservate agli Ispettori e Direttori, per animarli ad usare verso i loro dipendenti non solo la carità, ma la dolcezza, che ne è come il fiore e la perfezione.
Nell'accingermi a scrivere su questo argomento che ha, come ben sapete, una importanza capitale, ed è la nota caratteristica dello spirito di D. Bosco, mi sono gettato ai piedi di Gesù, e mi parve di sentirmi dire: Discite a me quia mitis sum et humilis corde: imparate da me ad essere dolci ed umili di cuore. Andiamo dunque alla sua scuola, e teniamo conto de' suoi insegnamenti e de' suoi esempi.
2. Sempre uguale a se stesso!
Noi ci possiamo formare con qualche facilità un'idea della dolcezza, specialmente quando la vediamo in pratica, ma incontriamo poi grave difficoltà a definirla. Le parole con cui vorremmo rivestire i nostri pensieri, hanno sempre qualche cosa di incompleto e di poco preciso, di modo che non finiscono mai per soddisfarci. V'è per esempio chi l'ha definita: una facilità di carattere, per cui si cede con una certa compiacenza, rpa senza bassezza, alla volontà altrui.
Ora chi non vede che in questa definizione non si accenna neppure a quell'aureola, direi divina, che circonda il volto d'una persona, forse sfornita di qualità esteriori, ma che ha la bella sorte di praticare abitualmente la dolcezza? Nulla vi si dice di quello sforzo, vorrei dire eroico, che è necessario in molte occasioni per dominare la vivacità del carattere, per reprimere ogni movimento d'impazienza ed anche di quello sdegno che sembra talora santo, giustificato dallo zelo e autorizzato dalla gravità della colpa. Qui non è neppure adombrata quella virtù cosi rara, che impone un freno alla lingua e non le perniette di pronunziare pur una parola che possa spiacere alla persona con cui si tratta. Sembra poi che non dovrebbe mancare, in una definizione della dolcezza, un cenno di quello sguardo sereno e pieno di bontà,.che è il vero e limpido specchio di un animo sinceramente dolce e unicamente desideroso di rendere felici chiunque l'avvicina.
Molto più completa invece è la definizione di S. Giovanni Climaco (Grad. XII), secondo il quale la dolcezza è quella disposizione per cui lo spirito rimane sempre eguale, nell'onore e nel disprezzo, nelle sofferenze e nei godimenti. Con queste espressioni il Santo paragona molto efficacemente l'uomo dolce ad uno scoglio che, emergendo alto sopra il mare, resiste alle onde infuriate, cosicchè queste vengono ad infrangersi a' suoi piedi, senza mai riuscire a strappargli anche solo un grano di quella roccia indistruttibile di cui è composto.
Questa è la dolcezza e mansuetudine praticata da molti Santi che Iddio volle affinare nella virtù, facendoli passare attraverso a gravissime tribolazioni. Forse Egli non manderà prove dolorose a tutti voi, carissimi confratelli destinati dall'ubbidienza all'esercizio dell'autorità nelle nostre case; ma certo esige che vi manteniate calmi, dolci e sempre padroni di voi stessi nel dirigere i vostri dipendenti, nel correggere i loro difetti, nel sopportare le loro debolezze: cosa tanto più difficile e meritoria in quanto ha da essere il vostro lavoro d'ogni giorno, anzi di ogni momento.
3. Nei panni dei nostri soggetti...
Sono senza numero le miserie umane, e non è possibile che esse non siano sentite anche nelle stesse comunità religiose, per quanto i loro componenti siano animati dalla miglior volontà di tendere alla perfezione; ma pure quante si potrebbero evitare o almeno diminuire, se in chi dirige vi fosse ognora dolcezza di parole e soavità di modi!
Per rimanere persuasi di questa verità basterebbe che rientrassimo qualche volta in noi stessi, chiedendoci quali vorremmo che fossero i nostri superiori. Quanto gioverebbe metterci, come si suol dire, nei panni de' nostri soggetti, investirci dei loro pensieri e sentimenti! Come tornerebbe utile a noi stessi e al nostro prossimo il ricordo e la pratica di quella massima della carità cristiana, di non fare nè dire agli altri quello che non vorremmo fosse fatto o detto a noi medesimi! il tener presente quel detto del Vangelo, che sarà usata a noi la stessa misura che avremo usata con gli altri! Questa riflessione allontanerebbe dalla nostra mente le tentazioni di orgoglio, che potrebbero nascere dal pensiero della carica onorifica di cui siamo rivestiti; ci salverebbe dal pericolo di compiacerci di quelle manifestazioni di rispetto e di venerazione, che i nostri dipendenti credono doverose verso i loro Superiori; in una parola, ci ispirerebbe ognora quella carità e dolcezza che rende così bella e gioconda la convivenza dei fratelli nella stessa casa.
Da tutto questo si comprende come avesse ragione il nostro S. Francesco di Sales quando scriveva che « la dolcezza è la più eccellente delle virtù morali, perchè è il complemento della .Carità, la quale appunto è perfetta quando è dolce e insieme vantaggiosa al nostro prossimo ».
Ricordi chiunque è posto alla direzione de' suoi confratelli, che a lui specialmente è affidata l'attuazione di quella solenne promessa che fece N. S. G. C. di dare ai religiosi fin da questa vita il centuplo di quanto hanno abbandonato nel mondo per seguire Lui.
È il Superiore che, con tutte le industrie della sua paterna e inesauribile bontà, deve far sì che i vantaggi della vita religiosa, tanto vantati nei libri, non abbiano da parere pie esagerazioni, seducenti inganni tesi alla credulità delle anime semplici e candide.
A questo senza dubbio era rivolto il pensiero del nostro Venerabile Fondatore e Padre, quando scriveva le auree pagine che precedono le nostre Costituzioni; e certo gli darebbe una dolorosa smentita quel Direttore o Superiore che per mancanza di dolcezza non procurasse ai confratelli affidati alle sue cure quel conforto che da lui si attendono. Persuadiamoci che i religiosi, sebbene abbiano con la più grande generosità lasciati i genitori e i parenti, sono pur sempre figli di Adamo, e sentono anch'essi il bisogno d'essere amati. E se disgraziatamente non venga loro di trovare nei superiori quella tenera affezione di cui godevano in seno alla loro famiglia, cederanno con facilità alla tentazione di cercarla fuori della • loro casa, stringendo di nuovo relazioni con le persone del mondo, e finiranno forse per calpestare i loro voti e perdere la vocazione.
Ecco quali sono talvolta le tristi conseguenze delle parole pungenti, del tratto sgarbato e delle impazienze d'un superiore verso il suo dipendente. Quanti buoni pensieri invece sono ispirati, quanti saggi propositi sono confermati da una affabile accoglienza, da un viso aperto e sorridente, da una dolce parola, da una rinnovata assicurazione di stima e di affetto! Ci lascieremo dunque sfuggire una sì bella occasione di fare del bene a coloro che dobbiamo aver cari come fratelli?
4. Non è zelo lodevole...
I maestri della vita spirituale raccomandano specialmente a chi è posto alla direzione delle anime, di conservarsi sempre eguale di carattere ed in pieno possesso di se medesimo. Chi non è capace di mantenere questo equilibrio, questo continuo dominio di sè, non potrà godere del gran vantaggio della pace interiore per se medesimo, e, quel che è peggio, se ha da esercitare qualche autorità sugli altri, sarà causa di continuo turbamento per l'intera comunità.
Ora vogliamo noi sapere se siamo riusciti a dominare perfettamente le nostre passioni, sì che altri non abbia mai da soffrire per colpa nostra? Esaminiamoci se siamo fedeli nel praticare la dolcezza, specialmente quando sono trasgrediti i nostri ordini, trascurate le nostre insistenti raccomandazioni, e continuano a ripetersi certe deplorevoli mancanze.
Non si creda che sia uno zelo lodevole, quello che in tali circostanze ci suggerisce forti ed aspri rimproveri, che ci fa creder necessario di prendere un contegno severo, di guardare con occhio torvo e pieno di sdegno il colpevole che ci sta dinanzi. Invece di portar rimedio al male che questi ha fatto, all'offesa che ha recato a Dio, si corre rischio di inasprire l'animo suo già turbato, di chiudere il suo cuore alla confidenza, e d'essere cagione d'un male maggiore.
D'altra parte se non cerchiamo che di evitare il male e di correggere il difetto del nostro confratello, non dobbiamo lasciarci vincere dalla passione e dal risentimento. Ogni atto, ogni parola contraria alla dolcezza è sicuro indizio che non ci siamo ancora spogliati d'ogni affetto a noi medesimi; che, più che l'amor di Dio e l'amor alla nostra Pia Società, ci sta a cuore la nostra propria soddisfazione, lo sfogo di una passione mal celata sotto le apparenze dello zelo.
Il celebre Padre Nicolao Lancisio, nell'utilissimo suo libro De conditionibus boni Superioris, nota come una delle condizioni per essere un buon superiore sia appunto la fama di bontà: opinio eius bonitatis. Orbene, l'esperienza c'insegna che per quanto un superiore sia stimato per la sua scienza, abilità e prudenza; per quanto egli si sia fatto amare dai dipendenti con la sua generosità, basta che egli anche solo una volta li tratti con .durezza o alterigia nei rapporti quotidiani, e particolarmente nel rendiconto, perchè vada perduta per sempre quella stima e benevolenza che con tanta pena si era acquistata.
Al contrario vediamo come per mezzo della mansuetudine e della dolcezza un superiore riesca a dominare i cuori, a soggiogare la volontà, a dissipare inveterate prevenzioni, a vincere ripugnanze che sembravano insuperabili, a correggere i difetti che erano diventati una seconda natura. Tanto è vero ciò che afferma S. Ambrogio: Nihil tam utile quam diligi, niente è più vantaggioso che l'esser amato.
5. Gli angeli custodi visibili...
Per chiunque abbia a cuore la salvezza di quelle anime che N. S. Gesù Cristo ha riscattato versando fino all'ultima goccia il suo preziosissimo Sangue, è spettacolo oltre ogni dire desolante il contemplare le lotte terribili ed incessanti ch'esse debbono sostenere affine di conservarsi fedeli agli obblighi che hanno contratti nel S. Battesimo. Agli occhi della nostra fede, come un giorno nel deserto a S. Antonio Abbate, il mondo appare come un campo vastissimo, tutto seminato di lacci, che il demonio tende per impedirci di camminare nel sentiero della virtù. I mondani dal canto loro con mille arti subdole cercano di sedurci e di trascinarci al: l'amore dei piaceri, degli onori e delle ricchezze; infine sappiamo per esperienza quanto siano gagliardi gli assalti che ci dànno ad ogni momento la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita.
Chi ci darà la forza necessaria per trionfare di tanti e sì formidabili nemici? Ce lo dice quella medesima fede, che ci mostra la moltitudine dei nostri nemici, le loro armi formidabili e i loro inganni. Il nostro Divin Redentore, tutto amore e compassione per noi, e continuamente desideroso della nostra salvezza, fa piovere ad ogni istante sopra di noi le grazie e gli aiuti di cui abbiamo bisogno. Ora ci difende, ora ci illumina, ora ci dà forza e coraggio; combatte al nostro fianco, dopo la lotta rimargina le nostre ferite, nè cí abbandona finchè non abbiamo raggiunto il premio che Egli riserba ai vincitori.
Ma ciò non basta ancora all'affetto che ci porta, ed Egli affida ad una legione innumerevole di angeli la cura di vegliare continuamente alla nostra custodia e di suggerirci con buone ispirazioni i mezzi per trionfare dei nostri nemici. Solo quando saremo al possesso della gloria eterna del paradiso, ci sarà dato conoscere di quanto andiamo debitori a questi spiriti celesti, deputati ad essere a noi guida e maestri.
Ma per i religiosi il Signore ha fatto ancora di più: ha dato loro degli angeli custodi visibili che li confortassero ed incoraggiassero, e questi angeli siete voi, carissimi figliuoli, che nell'esercizio dell'autorità praticate la virtù della dolcezza, che con una instancabile pazienza e cordiale gaiezza edificate, consolate i vostri dipendenti, e, per quanto è possibile in questa valle di pianto, li rendete felici. Oh! non permetta il Signore che voi abbiate anche solo per un istante a venir meno a questa nobilissima missione, che vi fa rivali degli Angeli celesti e della stessa Provvidenza Divina!
Ci sia di sprone a praticare la dolcezza una riflessione di uno dei più profondi interpreti odierni della S. Scrittura, il Fillion. N. S. Gesù Cristo, dopo averci insegnato con l'esempio e con la parola la pratica di tutte le virtù, quasi per riassumere il suo insegnamento, e per mostrare a' suoi discepoli quale sia il nuovo spirito ch'Egli è venuto a portare sulla terra, pronunzia quelle memorabili parole: discite a me quia mitis sum et humilis corde ( S. Matt., XI, 29 ): imparate da me che sono dolce ed umile di cuore. Con queste parole il Divin Salvatore ci addita la dolcezza e l'umiltà come le doti più caratteristiche e spiccate del suo Sacratissimo Cuore, quindi anche come le doti in cui debbono maggiormente distinguersi quanti si pongono alla sua sequela; e infine come il mezzo più efficace per piacere a Dio e per guadagnarsi il cuore degli uomini.
A chiunque sia dedito anche solo un poco alla pietà, appare manifesta la necessità di praticare l'umiltà per salvarsi l'anima. Gli autori ascetici vanno ripetendoci di frequente che fra i beati comprensori del Cielo non vi è posto per chi non abbia praticata l'umiltà; e ci richiamano alla memoria con insistenza le parole del Divin Maestro: chi si umilia sarà esaltato e chi si esalta sarà umiliato; e quelle di San Paolo che ci propongono ad esempio la profonda umiltà, anzi il totale annientamento di N. S. Gesù Cristo: exinanivit semetipsum, formam servi accipiens: annientò se stesso prendendo la forma d'un servitore.
Ma forse a taluno, e specialmente a chi deve far da superiore, può sfuggire che non meno della umiltà è necessaria la dolcezza verso i dipendenti. Queste virtù sono scritte nella stessa pagina dell'Evangelo: ci sono additate dal nostro Divin Redentore come due sorelle inseparabili, che vivono della stessa vita. Esse sono come due metalli preziosi che, fusi insieme, si rendono reciproco servizio: l'uno apporta la sua solidità, l'altro il suo splendore. L'umiltà ci rende padroni del cuore di Dio, la dolcezza ci fa guadagnare la terra, cioè il cuore degli uomini, come spiega S. Giovanni Crisostomo. Quanti saranno i cuori che il Superiore saprà attirare a sè, altrettanti saranno i dominii conquistati.
Se voi, carissimi figliuoli, desiderate davvero di vedere i confratelli affidati alle vostre cure crescere ogni giorno nella virtù, seminate delle sante gioie nell'anima loro col mostrarvi amabili. Se desiderate vederli santi, cominciate col renderli contenti ed allegri, praticando sempre e dappertutto quella dolcezza che Gesù desidera impariamo dal suo dolcissimo Cuore: Discite a me quia mitis sum et humilis corde. Così regnerà tra voi il vero spirito di famiglia.
6. Lezioni divine.
Ma quel che rende oltremodo efficace la scuola di N. S. G. C., è il suo esempio. I Profeti, che sembrarono scrivere la storia de' suoi patimenti piuttosto che avvenimenti futuri, non ci parlarono dei tesori della sua scienza, nè della sua onnipotenza, nè dei suoi strepitosi miracoli, ma della sua mansuetudine e dolcezza:
Ecce Rex tuus venit tibi mansuetus ( Zach., IX, 9 ). Lo paragonarono ad un agnello che si lascia sgozzare senza un lamento. Anche il Battista lo addita a' suoi discepoli con questo titolo: ecce agnus Dei. Chi non ammira la pazienza e la dolcezza con cui Gesù tratta i suoi apostoli, poveri pescatori, rozzi ed ignoranti? Nemmeno quando, sul punto di mettersi nelle mani de' suoi nemici, trovò i suoi apostoli addormentati, nemmeno allora non ebbe per essi una parola di rimprovero. Inchiodato sulla croce, insultato e bestemmiato dagli Scribi e dai Farisei, pregò il Padre di perdonarli, perchè non sapevano quel che si facevano.
Ancora presentemente, governando il mondo con la sua ammirabile Provvidenza, ama meglio invitare i peccatori a penitenza con le attrattive della sua misericordia, che spaventarli con i fulmini della sua giustizia. Ma dove noi possiamo maggiormente ammirare la sua dolcezza, si è nel SS. Sacramento dell'Eucarestia, in cui si rinnovano tante volte i tormenti della sua passione e della sua morte. Sotto quei veli eucaristici Egli continua a darci prova della sua bontà, nonostante i molti e gravi peccati che si commettono; e fino alla consumazione dei secoli si offrirà all'Eterno Padre come vittima espiatoria per le nostre colpe.
Che sarebbe di noi, se ci venisse a mancare questo sacrificio, il cui soavissimo profumo odor suavissimus victimae Domini (Exod. XXIX, 18 ), sale di continuo a placare la collera divina? Quando impareremo dunque dal SS. Sacramento quella bontà, che deve unire tutti i cuori, e di cui la dolcezza è l'aroma? Se vi è qualcuno che abbia il dovere di apprendere questa lezione divina, siamo certamente noi, posti dal Signore alla direzione degli altri.
Voi non ignorate, o carissimi figliuoli, che i vostri superiori, per render ognor più stabile e pratica la divozione a Maria SS., e per lasciare un ricordo duraturo delle solennissime feste cinquantenarie della consacrazione di quel Santuario ch'è il vero centro di tutta la nostra Pia Società, intendono di edificare una nuova chiesa, destinata ad onorare la Sacra Famiglia. Con questo tempio essi vorrebbero anche proporre la S. Famiglia come modello a tutte le Case Salesiane. Ora ditemi, carissimi, chi comandava in quella Famiglia? L'ultimo dei componenti di essa, S. Giuseppe. E in qual modo comandava? Dice Origene che quando, pèr conformarsi alla volontà dell'altissimo, S. Giuseppe doveva far uso della sua autorità, lo faceva tremando, e moderava talmente il suo potere, che sembrava piuttosto obbedire che comandare.
Ma parlando di dolcezza potremo noi dimenticare il titolo di Salesiani che abbiamo la fortuna di portare? Questo nome, ormai conosciuto in ogni parte del mondo, e circondato da tante simpatie, ci ricorda come il Venerabile nostro Fondatore e Padre non senza ragione abbia scelto S. Francesco di Sales come protettore della Pia Società che doveva iniziare. Profondo conoscitore della natura umana, egli comprese fin dal principio che in questi tempi per far del bene era necessario trovar la via dei cuori. Studiò quindi con particolare impegno ed amore le opere e gli esempi di quel maestro e modello della mansuetudine, e si sforzò di seguirne le traccie praticando la dolcezza.
7. Il nostro modello.
Dei resto una voce ben più autorevole gli aveva imposto di praticare la dolcezza. In quel sogno che fece all'età di 9 anni, gli parve di vedere un numeroso stuolo di giovani che contendevano fra loro fino a venir alle mani; bestemmiavano e tenevane discorsi osceni. Portato dal suo carattere sanguigno e pronto, il fanciullo avrebbe voluto impedir tanto male con forti rimproveri e perfino con le percosse.
Ma quella voce gli disse non esser questo il mezzo con cui sarebbe riuscito nel suo intento, e lo invitò a rivolgersi ad una grande Matrona (Maria SS. ), che gli avrebbe insegnato il modo più efficace per correggere e rendere migliori quei monelli. Tutti sappiamo come questo mezzo non fosse altro che la dolcezza; e D. Bosco ne fu tanto pesuaso, che subito cominciò a praticarla con ardore, e ne divenne un vero modello. Quanti ebbero la bella sorte di vivere al suo fianco, attestano che il suo sguardo era pieno di carità e di tenerezza, e che appunto per questo esercitava sui giovani un'attrattiva irresistibile.
Un Arcivescovo, eloquente oratore, parlando di D. Bosco nella città di Marsiglia, non dubitò di paragonarlo ai più celebri personaggi della storia, affermando che se questi avevano esercitato l'autorità sui corpi dei loro sudditi, Don Bosco aveva fatto di più e di meglio, esercitando pieno dominio sui cuori de' suoi figliuoli.
D'indole intimamente buona, egli dimostrava stima ed affetto verso tutti i suoi alunni, ne dissimulava i difetti, ne parlava con elogio; sicchè ciascuno si immaginava d'essere il suo miglior amico, direi anzi, il suo prediletto. Per avvicinarlo non occorreva scegliere il momento più propizio, nè era necessario ricorrere a qualche persona influente per farsi presentare. Ascoltava tutti con pazienza, senza interrompere e senza dimostrare fretta e noia: tanti da far credere a molti che non avesse null'altro da fare.
Quando riceveva il rendiconto di qualche confratello, ben lungi dal cogliere quest'occasione per fargli dei rimproveri ( per quanto meritati) e delle severe correzioni, non aveva altro in mira che di ispirargli confidenza e di animarlo a migliorare per l'avvenire la propria condotta.
Un nostro ottimo compagno raccontava che, lasciatosi affascinare dalle qualità intellettuali ed esteriori d'un suo scolaro, gli si era affezionato talmente da perdere la pace ed averne turbata la coscienza. Decisosi infine non senza pena e con grande sforzo di svelare ogni cosa a D. Bosco, gli si presentò col volto infiammato e con labbro tremante gli manifestò lo stato dell'anima sua. Di quando in quando guardava il venerabile, temendo che egli mostrasse meraviglia e disgusto di quanto udiva; ma sempre vedeva quel volto uguale e sorridente. Quando ebbe terminato il suo rendiconto, s'aspettava un duro e giusto rimprovero; invece udì parole dolcissime, che gli rimasero per sempre impresse nel cuore e nella memoria; e me le ripeteva, esaltando la bontà del venerato superiore.
« Carissimo, gli aveva detto D. Bosco, m'accorgevo bene che ti eri allontanato dal buon sentiero, e temevo assai per la tua vocazione; ma ora tu sei venuto spontaneamente a svelarmi le tue pene: questo tuo rendiconto sincero scaccia via dalla mia mente ogni timore; la confidenza con cui mi hai parlato mi fa dimenticare tutto il tuo passato, anzi rende più vivo il mio affetto per te. Coraggio dunque, Dio ti aiuterà a perseverare ne' tuoi buoni propositi ».
Non occorre dirlo, questo linguaggio veramente paterno fece un bene immenso a quel confratello, che fino alla morte si mantenne fedele alle sue promesse, e lavorò moltissimo alla propria santificazione e alla salvezza delle anime. Oh! se le mura della modesta cameretta di D. Bosco potessero parlare, quali miracoli ci rivelerebbero, operati dalla sua dolcezza ed affabilità!
Siamo soliti a chiamare eroici .quegli anni in cui D. Bosco e i primi suoi figli tanto ebbero a soffrire e a lavorare. Or bene, che cosa era che rendeva così coraggiosi e così costanti nella loro vocazione quei giovani chierici e coadiutori, che pure dovevano vincere tante difficoltà per rimanere con D. Bosco? Era la parola sempre dolce e incoraggiante del nostro Venerabile Padre. Egli si diceva felice di essere circondato da tali figli, e noi ci facevamo una gloria di essere chiamati figliuoli e collaboratori di un tal Padre.
Quando ci proponeva qualche lavoro, fosse pur penoso e ripugnante, chi avrebbe osato dire di no a lui, che ce lo richiedeva con tanta grazia e umiltà?
Persuadiamoci bene di questo: secondo le idee del nostro Venerabile, il vero segreto per guadagnare i cuori, la qualità caratteristica del Salesiano consiste nella pratica della dolcezza. Seneca stesso, benchè pagano, intravide la bellezza di questa virtù, affermando che essa ha il potere quasi di trasformare l'uomo in un Dio; e S. Giovanni Crisostomo dice giustamente che praticandola si partecipa della stessa immutabilità di Dio: nihil adeo vicinum Deo conformemque facit, quam ista virtus. (Hom. 19 in Epist. ad Rom.).
8. Siate padri più che superiori...
Chiamati, per grazia del Signore, a far parte della Pia Società Salesiana, incaricati, ciascuno nel proprio ufficio, di rappresentare D. Bosco e di conservarne lo spirito, dobbiamo sforzarci di trattare con la più grande amabilità ed affabilità i nostri dipendenti. Quanto sarebbe indegno del nome di Salesiano, e quanto male corrisponderebbe alla fiducia che i Superiori hanno riposta in lui, chi, non appena assunto alla carica di Direttore, prendesse un fare altezzoso, e si credesse autorizzato dalla sua dignità a sgridare ad ogni momento i propri dipendenti e a rimproverarli duramente per ogni piccola mancanza!
Farebbe conoscere di essere ben lontano dallo spirito del nostro Fondatore, il quale più che superiore desiderava nella famiglia salesiana di esser considerato quale padre. Racconta S. E. il Card. Cagliero che essendo andato a Roma il nostro Ven. Padre, per la prima volta, nel 1858, nel ritornare a Torino ebbe il dolore di constatare che l'Oratorio, durante la sua assenza, aveva mutato di aspetto, tanto da non parere più la sua casa. Interrogato quale ne fosse la causa, rispose: « in questi mesi i giovani ebbero dei superiori, ma non ebbero un padre ».
Dopo tale insegnamento chi oserà ancora vantarsi di amare il rigore, di essere giustamente temuto per questa qualità? Chi crederà necessario al buon governo di una casa religiosa di ricorrere a severi provvedimenti anche per i più piccoli disordini? Così s'ingannerebbe a gran partito chi volesse scusare la sua durezza con lo specioso pretesto che in ogni governo ordinato a chi commette qualche fallo si minacciano pene e s'infliggono multe. So bene che si usano talora parole forti per impedire che si trascuri la disciplina, per prevenire la rilassatezza, e con la speranza che la correzione abbia ad essere più fruttuosa. Nè manca poi chi osserva che Mosè si presentò al popolo ebreo con la verga; e che San Paolo stesso, deplorando qualche disordine, scriveva: in virga veniam ad vos; o cita altri testi della. S. Scrittura che sembrano inculcare un certo rigore verso il colpevole.
Ma noi preferiamo interpretare simili espressioni dei libri santi alla maniera di D. Bosco, a cui il sistema preventivo, che ama meglio evitare il male che correggerlo, ha procurato una fama immortale fra gli educatori della gioventù.
Fedeli dunque agli insegnamenti del Padre, proponiamoci di non parlare quando il cuore è turbato; cosa eviteremo ogni parola dura, ogni minaccia o titolo ingiurioso, ad imitazione di S. Paolo, che, costituito Dottore delle genti, ha esercitato il suo ufficio orando magis, et obsecrando, quam imperando, come scrisse S. Giov. Crisostomo. Seguiamo l'esempio di S. Francesco di Sales, che i diceva d'aver fatto patto con la lingua di non parlare quando il l cuore non era tranquillo.
9. Dolcezza e fermezza...
L'obbligo però del superiore di praticare una dolcezza paterna e diremmo meglio materna verso i suoi sudditi, non toglie che in molti casi egli possa e debba agire con una dolce fermezza. Egli infatti non deve trascurare il dovere che gli incombe di far osservare le Costituzioni, di procurare che ciascuno compia convenientemente il proprio ufficio, di togliere gli abusi ,e di correggere i difetti che ravvisa nei suoi dipendenti. Gesù Cristo medesimo, che pure era venuto a salvare i peccatori, fulminò l'anatèma contro i Farisei; la sua mano solita a benedire e a guarire, pure un giorno si armò di flagelli per cacciare dal tempio i profanatori.
S. Gregorio Magno (Morali I, 22) paragona i Superiori ai medici, i quali, appunto perchè vogliono il bene degli infermi, sono talora obbligati a far loro operazioni dolorose. Dunque chi deve esercitare l'autorità, abbia cura di unire talvolta alla dolcezza il rigore; ma si ricordi però che come Salesiano e discepolo di Don Bosco, se deve inclinare da una delle due parti, questa ha sempre da essere la dolcezza.
Ciascuno studi bene il proprio carattere, e, se trova che è naturalmente dolce, si sforzi d'essere fermo; se al contrario si riconosce naturalmente fermo, si sforzi di praticare la dolcezza. In questo modo si eviteranno i due estremi, e si arriverà a quel giusto mezzo veramente desiderabile di un'autorità dolce e ferma ad un tempo. A questo felicissimo accordo sono dovuti i frutti ubertosissimi dell'esemplare governo di D. Bosco e di D. Rua a cui noi dovremmo continuamente tener fisso lo sguardo nel disimpegnare il nostro ufficio.
E per conseguire questo felice risultato nulla ci riuscirà più vantaggioso che ricorrere al Cuore Sacratissimo di Gesù. Come ci insegna un grande teologo, il Franzelin, nel suo trattato de Eucharistia, N. S. G. C. nel SS. Sacramento sente ,in una maniera tutta speciale, in maniera divina, non solo il culto e gli omaggi, ma ancora le ingiurie e i peccati di tutti gli uomini; eppure, come accoglie con amore le pratiche divote, così sopporta con calma imperturbabile gli oltraggi dei peccatori. A questa non mai interrotta dolcezza si deve, se Egli dal santo tabernacolo continua a distribuire le grazie a chi le chiede con umili e ferventi preghiere, e non fulmina i suoi castighi contro coloro che l'offendono. Così dovrebbe pure contemperare la dolcezza e la fermezza chiunque è posto alla direzione degli altri, memore delle parole: discite a me quia mitis sum et umilis corde.
Preghiamolo, il Divin Maestro, perchè renda il nostro cuore somigliante al suo, sempre eguale, veramente dolce e mansueto. Oh! ascolti Egli questa nostra domanda, e faccia in modo che di ogni Superiore Salesiano si possa ripetere quel che si disse di S. Paolo; cioè che il suo cuore era pure il cuore di Gesù: Cor Pauli, Cor Christi!
Voglia la nostra potente e pietosa Ausiliatrice ottenere con la sua intercessione il compimento di questo voto ed augurio cordiale
del vostro aff.mo in Corde Jesu Sac. PAOLO ALBERA.
XXVIII
Proroga del XII Capitolo Generale fino al 1922
1. Desiderio e convenienza di convocarlo. — 2. Eminenti consigli di ulteteriore attesa.
Torino, 1° gennaio 1920.
Carissimi Ispettori,
1. Col desiderio vivissimo che splendesse di bel nuovo la pace nel mondo intero, sconvolto dall'immane guerra, un altro desiderio, non meno vivo e ardente, era ed è nell'animo mio. Il desiderio di vedervi tutti riuniti presso le tombe venerate dei nostri Padri, per incoraggiarci a vicenda nel lavoro incessante di rigenerazione cristiana della gioventù; per pensare a nuovi mezzi che rendano ognor più vigorosa la nostra Pia Società, nell'opera sana e fattiva che deve svolgere in mezzo alla società presente; per ispirarci, all'ombra di quei sacri avelli, a pensieri d'azione sempre più intensa nei varii rami dell'attività salesiana, di cordialità sempre più intima nell'ambiente interno della nostra vita, di carità salesiana sempre più feconda, per alleviare in qualche modo i bisogni, numerosi e gravi, creati ovunque dagli avvenimenti straordinari che per più anni agitarono l'umana società.
Immaginate: è dal 1910 che non ci raduniamo più per il Capitolo Generale, e in questo periodo di tempo così lungo, quante nuove situazioni si crearono nel mondo, che hanno un diretto influsso sulla vitalità e sullo sviluppo della nostra Congregazione!
Basti accennare all'attività sorprendente della Sede Apostolica, accresciuta in questi ultimi tempi da quell'atto vigoroso, che rimarrà celebre nella storia, della rinnovazione di tutta la disciplina ecclesiastica mediante la promulgazione del nuovo Codice di Diritto Canonico. E nella società civile, quante cose sono mutate! Molte barriere son cadute; molte concezioni sono sorpassate; nuove forze s'agitano, energie sane si manifestano dappertutto; e ciò, con l'aiuto del Signore, fa bene sperare che giorni belli e sereni abbiano presto a splendere sul cielo della Chiesa e di tutti coloro che, con la Chiesa e per la Chiesa, lavorano al bene delle anime.
Lo spirito di D. Bosco, vivente e palpitante nella nostra Pia Società, non può stare assente in questo suscitarsi di vita nuova tra gli uomini. Esso è una energia possente, che deve allinearsi con le altre dello stesso ordine, per tenere saldamente la sua posizione, per agitare efficacemente quella bandiera fatidica, che D. Bosco ci ha lasciata, e su cui sta scritto: « Da mihi animas... ».
2. Eminenti consigli di ulteriore attesa.
Tutto ciò non poteva lasciare indifferente l'animo mio, e quindi con ansia nutrita da un vivo desiderio aspettavo di poter indire il XII Capitolo Generale, che deve avere un'importanza massima per la nostra Congregazione. Mi disponevo già a darne comunicazione ufficiale a tutti i carissimi Confratelli con una circolare; ma ecco che Eminentissime persone si degnarono .illuminarmi coi loro saggi consigli, mostrandomi che forse i tempi non sono ancor abbastanza propizi per un'adunanza così importante qual è il nostro Capitolo Generale.
Discussa la cosa con gli altri Superiori del Capitolo, anch'essi trovarono giusti e pieni di pratica saggezza i suggerimenti avuti; per cui mi affrettai a riferire questa situazione alla S. Sede, la quale, nella sua illuminata sapienza, con suo ven. Rescritto N. 2806/18 concesse che il prossimo Capitolo Generale si abbia a tenere nell'agosto 1922, dovendosi in quel tempo procedere alla elezione non solo dei membri del Capitolo, ma anche del Rettor Maggiore.
Questo nuovo differimento del Capitolo Generale toglie a me la consolazione di veder presto appagato il desiderio cui accennai al principio della presente; ma tornerà egualmente di non lieve vantaggio alla nostra Pia Società, perchè, mentre tutto intorno a noi tende a rinsaldarsi nell'ordine e nella pace, avremo agio a considerare ponderatamente tutti quei problemi, che possono interessare il nostro istituto, facendone tesoro per esporli 'poi nelle nostre future riunioni a vantaggio comune.
Mentre all'aprirsi di questo nuovo anno imploro copiose su voi e sulle Opere che vi sono affidate le benedizioni del Cielo, la protezione materna della nostra potente Ausiliatrice, e l'assistenza del nostro Venerabile Padre Don Bosco, vi prego di voler dare comunicazioni del contenuto della presente ai carissimi confratelli delle vostre ispettorie.
Pregate per il vostro
all.mo in Corde Jesu
Sac. PAOLO ALBERA.
XXIX
Appello agli Ispettori d'Europa per le missioni Salesiane
1. Le visioni paterne intorno alle Missioni. — 2. « ... Son pochi gli operai! ». — 3. « Preparate molti e buoni Missionari ». — 4. « È un vostro dovere urgente! ». — 5. L'Opera dei figli di Maria Ausiliatrice. — 6. Norme per la scelta dei Missionari. — 7. Una tremenda responsabilità.
Torino, 19 marzo 1920.
Carissimi Ispettori,
Già da parecchio tempo avevo in animo d'intrattenermi alquanto con voi in particolare, o miei carissimi Ispettori d'Europa, sopra un argomento che mi sta molto a cuore, perchè intimamente connesso con la vita della nostra Pia Società.
1. Le visioni paterne intorno alle Missioni.
A questo oggetto il nostro Venerabile Padre e Fondatore mirò con predilezione fin da' suoi anni giovanili, e nel corso di tutta la sua vita, esso gli riserbò le aspirazioni più vive della sua mente e i desiderii più cocenti del suo gran cuore; meritando così egli d'aver avuto più volte singolari illustrazioni dall'alto in proposito, e di poter suscitare tra i suoi Figli una numerosa falange di cuori magnanimi, pronti ad ogni sacrifizio per l'attuazione de' suoi nobili disegni.
Pure intorno al medesimo argomento il SS. Signor Nostro Papa Benedetto XV scrisse ultimamente un'immortale Enciclica, la cui importanza non può essere sfuggita neppure a voi, o carissimi, e che merita d'essere da noi riletta di quando in quando, perchè si riaccenda nei nostri cuori il sacro fuoco dell'apostolato. Alludo all'Enciclica del 30 scorso novembre, con la quale l'augusto Pontefice perorava la causa delle Missioni Cattoliche in mezzo agl'infedeli. La fervida sua parola sprona anche me a fare appello al vostro zelo in favore delle nostre Missioni; al che già mi spingevano gli urgentissimi bisogni in cui esse versano.
Non è mia intenzione parlarvi delle nostre Missioni una ad una, e neppure del vasto campo che la Divina Provvidenza ci 'va continuamente allargando. A questo riguardo dirò solo che sembra avverarsi un po' per volta il magnifico sogno fatto da D. Bosco il 30 agosto 1883, nel quale l'angelico giovanetto Luigi Colle ( morto due anni prima in odore di santità) gli fece vedere in modo misterioso l'immensa mèsse che i Salesiani avrebbero dovuto raccogliere in avvenire. « Sono migliaia e milioni di abitanti che attendono il vostro aiuto, che attendono la fede », gli diceva additandogli altissime montagne ad occidente, e ad oriente il mare. E nel lungo viaggio che gli fece fare attraverso le Cordigliere e le foreste del Nuovo Continente, in mezzo a numerose tribù di selvaggi, deformi nei tratti e talvolta così crudeli da cibarsi persino di vittime umane, il giovanetto Colle gli andava ripetendo: « Ecco la mèsse dei Salesiani! ».
Questo sogno sembra integrato dalla visione ch'egli ebbe a Barcellona il 9 aprile 1886, nella quale la Divina Pastora del primo sogno fatto ai Becchi in età di nove anni, gli additò con maggior precisione i numerosissimi centri 'di Missioni che le successive generazioni de' suoi figli avrebbero aperto, da Valparaiso a Santiago fino al centro dell'Africa, fino a Pechino. E mostrando egli di credere la cosa impossibile, sia per le immense distanza e le difficoltà dei luoghi, sia per l'esiguo numero dei Salesiani, Ella gli disse: « Non ti turbare: faranno questo i tuoi figli, i figli de' tuoi figli e dei figli loro; ma si tenga fermo nell'osservanza delle Regole e nello spirito della Società... E guardatevi dall'errore che vige adesso, che è la mescolanza di quelli che studiano le arti umane con quelli che studiano le arti divine; perchè la scienza del cielo non vuoi essere colle terrene cose mescolata ».
2. « Son pochi gli operai! ».
Queste cose debbono essere per noi tutti fonte di grande consolazione, e farci in pari tempo comprendere, benchè solo in modo inadeguato, l'immenso amore che il nostro Ven. Padre nutriva per le Missioni tra gl'infedeli. Ma nel richiamarvele alla memoria, o miei buoni Ispettori, mi esce putroppo dal fondo del cuore il lamento del Divin Maestro: Messis quidem multa, operarii autem pauci (Matth., IX, 37). Biondeggia copiosa la mèsse all'Oriente e all'Occidente, ma non abbiamo gli operai per raccoglierla. Ciò è vero per tutte le Missioni Cattoliche, ma lo è particolarmente per le nostre.
Certo esse, benchè nate, si può dire, appena ieri, si sono tosto propagate prodigiosamente, divenendo rigogliose e ricche dei più bei frutti anche dove altri operai avevano lavorato con zelo grande, ma invano. Non di rado però avviene che tali frutti non possono esser raccolti neppure da noi, per la mancanza d'un numero sufficiente di Missionari; e le lettere che ricevo dalle nostre Missioni terminano quasi sempre con la stessa commovente preghiera: « Ci mandi dei Missionari, perchè il lavoro è troppo superiore alle nostre forze, e l'uomo nemico viene a rapirci buona parte della mèsse! ».
Ma questa preghiera da più anni rimane quasi affatto inesaudita, nonostante tutta la buona volontà dei Superiori Maggiori. La guerra ha spopolato i nostri pochi centri di formazione missionaria, e insieme ha diminuito grandemente le elemosine che la Provvidenza soleva mandarci per questo fine; la guerra non solo ci ha impedito di preparare nuovi Missionari nei cinque lunghi anni della sua disastrosa durata, ma, quel ch'è peggio, ha soffocato il germe dell'apostolato in tanti cuori che promettevano assai bene, e ne ha reso indifferenti molti altri che prima mostravano i segni più spiccati di vocazione missionaria.
Così è avvenuta una stasi funesta, le cui conseguenze purtroppo si faranno ancor sentire per parecchi anni, se non ci mettiamo subito all'opera con tutte le nostre forze a risvegliare le vocazioni assopite e suscitarne delle nuove. Ora, siccome l'Europa, nonostante le sue critiche condizioni attuali, sarà ancora per molto tempo pressochè l'unica provveditrice di Missionari per la conversione dei popoli barbari, è naturale ch'io faccia particolarmente appello al vostro zelo, o miei cari Ispettori d'Europa, perchè mi aiutiate efficacemente e con ogni sollecitudine a provvedére alle nostre Missioni il maggior numero possibile di buoni soggetti.
3. « Preparate molti e buoni Missionari ».
Ma — dirà forse qualcuno di voi — come fare a corrispondere a questo appello, se non abbiamo neppure il personale sufficiente per le nostre Ispettorie?
Rispondo: è appunto perchè possiate avere personale abbondante per le Ispettorie affidatevi, ch'io vi dico: preparate molti e buoni Missionari! Quanto maggiore è il numero dei Missionari che un'Ispettoria può inviare alle lontane Americhe, tra i selvaggi della Terra del Fuoco, della Patagonia, del Paraguay, del Brasile, dell'Equatore, dell'Africa, dell'India, della Cina, e dovunque abbiamo Missioni; tanto più numerose e predare saranno le vocazioni religiose che il Signore regalerà a quell'Ispettoria.
Non è una semplice affermazione retorica: è pensiero genuino del nostro Ven. Padre. Egli infatti, a chi, nel vederlo togliere dai suoi collegi i soggetti migliori per allestire le sue prime spedizioni di Missionari, gli faceva osservare che così operando sarebbe stato costretto a ridurre le Case per mancanza di personale adatto, rispondeva con la più profonda convinzione: « Sta di buon animo: il Signore per ogni Missionario ci manderà certo due buone vocazioni; e anche di più ».
Che così realmente avvenisse, ce lo attestò pure il venerando D. Rua, che durante tutto il suo lungo rettorato non cessò mai dall'eccitare ne' suoi figli, sull'esempio paterno, l’amore per le Missioni, preparando annualmente qualche spedizione di Missionari. E così continuerà a succedere ancor adesso alle Ispettorie che saranno generose nel soccorrere le Missioni, preparando ad esse buoni soggetti, e insieme i mezzi materiali perchè possano a suo tempo esercitare più fruttuosamente il loro apostolato.
4. « È un vostro dovere urgente! ».
Ma per riuscire in quest'opera, o miei cari, dovete anzitutto essere intimamente persuasi che il provvedere buoni Missionari è proprio un vostro dovere: sia perchè avete sotto la vostra giurisdizione un buon nucleo di confratelli, dei quali voi, meglio di ogni altro, potete valutare la capacità e le speciali attitudini; sia perchè ogni casa dell'Ispettoria, in conformità della sua propria natura, è ( o dovrebbe essere) un perenne vivaio di nuove vocazioni religiose, particolarmente per la nostra Congregazione.
Pensate spesso e seriamente a questo vostro dovere, e accendetevi d'amore per le nostre Missioni, sicchè ciascuno di voi possa ripetere come sue proprie, prima a se stesso e poi a' suoi dipendenti, le parole del nostro Venerabile Padre: « Io mi sento profondamente addolorato al riflettere alla copiosissima mèsse che ad ogni momento e da tutte le parti si presenta, e che si è costretti di lasciare incolta per difetto di operai. Noi però non perdiamoci d'animo: per ora ci applicheremo seriamente al lavoro, colla preghiera e colla virtù, a preparare novelle milizie a Gesù Cristo; e ciò studieremo di conseguire specialmente con la coltura delle vocazioni religiose ».
Voi sapete in quanti modi si possono coltivare le vocazioni religiose; ma all'occorrenza potrete trovare le norme più importanti lasciateci in proposito da D. Bosco e da D. Rua, nel Capo VIII della seconda parte del Manuale del Direttore. Alcune cose opportune per raggiungere lo scopo troverete pure nella prima « Lettera Edificante » che anni sono ebbi il bene di scrivere a tutti i miei cari fratelli e figli in Gesù Cristo. Non occorre quindi ripetere qui cose che vi sono già note; piuttosto vi faccio viva preghiera di richiamarvele spesso alla memoria, rileggendole e meditandole nel tempo che giornalmente destinate al raccoglimento del vostro spirito. Allora soltanto si faranno opere forse men grandiose e rumorose, ma certo più proficue e durature.
5. L'opera dei Figli di Maria Ausiliatrice.
Non posso poi trattenermi dal ricordarvi quel che scriveva il Ven. nostro Padre nel 1878 a un eminentissimo personaggio, riguardo alle vocazioni: « È difficile trovare leviti nelle agiatezze; perciò si cerchino con la massima sollecitudine tra le zappe e tra i martelli, senza badare all'età: e alla condizione. Si radunino e si coltivino fino a che non siano capaci di dare il frutto che i popoli ne attendono. Ogni sforzo, ogni sacrifizio fatto a questo fine, è sempre poco in paragone del male che si può impedire e del bene che si può ottenere ». Chissà che adesso tra noi non si dimentichi un po' troppo questa norma paterna, col pretesto che la nostra Congregazione ha bisogno di religiosi colti in ogni ramo dello scibile umano, e che tale non può divenire chi imprenda gli studi in età avanzata, tra i Figli di Maria? È invece desiderio dei Superiori che a questi si dia il maggiore sviluppo possibile in ogni Ispettoria, e che « si coltivino fino a quando siano capaci di dare il frutto che i popoli ne attendono ». L'Opera dei Figli di Maria per le vocazioni tardive sarà sempre per noi una sorgente inesausta di buone vocazioni, come lo è stata fino ad oggi. « I Salesiani — lasciò ancora scritto il nostro buon Padre — avranno molte vocazioni colla ldro esemplare condotta, trattando con somma carità gli allievi e insistendo sulla frequente Comunione ».
6. Norme per la scelta dei Missionari.
Se questi, o miei cari, saranno i vostri abituali pensieri, nelle visite alle Case, in privato e in pubblico, parlerete delle Missioni con quell'ardore che siete soliti a mettere nelle cose che dipendono direttamente da voi; suscitando così e nei confratelli e nei giovani un santo entusiasmo per l'apostolato tra gl'infedeli.
Così non vi mancheranno le domande dei desiderosi di dedicarsi alle Missioni estere; e a voi non rimarrà più che la difficoltà della scelta. Difficoltà anche questa non trascurabile, è vero; poichè a formare il missionario non basta l'entusiasmo del momento, ma occorrono doti e qualità ben definite: sanità fisica, vero spirito di pietà e di sacrifizio, equilibrio di carattere, tenacia di volere, facilità di apprendere gl'idiomi, soda istruzione religiosa e civile; ed è compito vostro, o miei cari, il discernere queste doti nei confratelli e nei giovani che vi si offriranno come aspiranti alle Missioni.
Qui vi faccio notare che tra i vostri confratelli anziani ve ne sono certo di quelli che ripetono il principio della loro vocazione salesiana dal desiderio di farsi missionari, e che negli anni del noviziato e dello studentato avevano fatto formale domanda di andare nelle Missioni.
Allora i superiori non credettero di poterli esaudire, sia perchè li ritenevano ancora impreparati, sia perchè ebbero bisogno dell'opera loro in qualche collegio, sia anche per motivi di famiglia. Adesso, voi, intrattenendovi con loro nella intimità dei rendiconti, potete facilmente sincerarvi se conservano ancora le generose aspirazioni d'un tempo: dato che sia così, e che insieme essi abbiano le doti necessarie, mi farete cosa assai gradita a segnalarmene i nomi, anche se dalla loro partenza avesse da venir qualche temporaneo danno o disturbo alle case ove ora si trovano.
Questo è un sacrifizio che attirerà copiose benedizioni sulle vostre Ispettorie; ed è anche l'omaggio più prezioso che possiate deporre appiè del Monumento del Ven. Don Bosco nella sua solenne inaugurazione. Non parlo della gioia grandissima ch'io proverei se per quella fausta circostanza ciascuno di voi potesse indicarmi un bel numero di Salesiani già fin d'ora formati e pronti per il lavoro nelle Missioni.
Il più bel monumento a D. Bosco, il più degno del suo gran cuore d'apostolo, non è dunque il Missionario, che col Crocifisso e col Vangelo in mano va a conquistare nuovi popoli alla religione e alla civiltà? Ora sta a voi, miei buoni Ispettori d'Europa, moltiplicare questi vivi monumenti nelle sterminate regioni già percorse dalla sua mente divinatrice. Fate questo, e sarete i benedetti dalle future generazioni convertite a Gesù Cristo.
Confido che questa mia troverà i vostri cuori così ben disposti, ch'io abbia, in breve, a vederne i più copiosi frutti di personale e di aiuti materiali pér le Missioni; e ve ne ringrazio di tutto cuore fin da questo momento.
7. Una tremenda responsabilità.
Però mi preme di raccomandarvi caldamente ancora un'altra cosa. Il dovere che v'incombe di preparare buoni soggetti e mezzi abbondanti alle nostre Missioni deriva soprattutto dalla facoltà che il Capitolo Superiore vi ha ultimamente delegata di ammettere i vostri novizi alla professione religiosa e i professi alle sacre Ordinazioni. Ora tale facoltà include una responsabilità così tremenda, che voi certo non ve l'avrete a male se, come chiusa di questa mia, mi permetto di richiamare sopra di essa la vostra attenzione.
Prima di ammettere uno alla professione e agli Ordini sacri, pregate molto il Signore che v'illumini, e studiate bene il soggetto, assumendo tutte le possibili informazioni: assicuratevi che i candidati abbiano atteso regolarmente agli studi teologici durante i quattro anni prescritti dall'articolo 101 delle nostre Costituzioni e dal Can. 976 del nuovo Codice, e che, abbiano superato felicemente i relativi esami. In cosa di tanta Inportanza non bisogna aver fretta; e sarà sempre meglio doversi accusare d'aver ritardato che non d'aver avuto troppa fretta. Anche quando il candidato avesse già ottenuto il voto favorevole del Capitolo della sua Casa, se non vi sentite il cuore del tutto tranquillo intorno a lui, ricordatevi che è sempre in vostro potere differire la discussione della domanda dinanzi al Consiglio Ispettoriale, senza che abbiate da render ragione ad alcuno dei motivi che a ciò v'inducono. Io sento che non vi raccomanderò mai abbastanza questo punto così vitale per tutta la Congregazione. « Che terribile conto — vi ripeterò con le parole medesime del venerando D. Rua — avrebbe da rendere a Dio, chi in cosa di tanto momento non operasse con tutta purità d'intenzione ed accuratezza, concorrendo a somministrare alla nostra Pia Società ed alla Chiesa sacerdoti indegni di tal dignità, o a rimuoverne chi la meritasse! » Questo però non vi accadrà, o miei cari, se metterete in pratica tutte le norme che vi furono date, e se cercherete di penetrarvi sempre più del vero spirito salesiano.
Con la viva fiducia in cuore che siate per fare quanto vi ho detto, vi saluto carissimamente nel Signore, invocando su voi, come su tutti i cari confratelli delle vostre Ispettorie, le più copiose benedizioni. Vi benedica la Vergine Ausiliatrice e il gloriosissimo suo Sposo San Giuseppe vi protegga da ogni male.
Pregate anche voi per il vostro
aff.mo in Corde Jesu
SaC. PAOLO ALBERA.
XXX
Invito all'inaugurazione del Monumento a D. Bosco
1. Ispettori all'inaugurazione del Monumento a D. Bosco. — 2. Susseguenti esercizi spirituali. — 3. Nominativi di Confratelli usciti.
Torino, 24 marzo 1920.
Carissimo Ispettore,
1. Come avrai appreso dalle varie Circolari spedite e dal Bollettino Salesiano, il 23 maggio, vigilia della grande solennità di Maria Ausiliatrice, dopo due giorni di Congressi per Cooperatori ed Ex-Allievi, si inaugurerà il Monumento al nostro Ven. Padre D. Bosco. In questa circostanza il desiderio del mio cuore sarebbe di vedere attorno al monumento tutti quanti i Salesiani: ma non essendo ciò possibile, vorrei che almeno tutti gl'Ispettori delle Case d'Europa venissero a portare al Padre il tributo della loro riconosce-nza, e nel tempo stesso a ritemperarsi vie meglio in quel vero spirito salesiano che è indispensabile per far sempre più fiorire le opere da lui affidate a' suoi figli, e prima fra tutte l'opera della santificazione nostra ed altrui.
2. Susseguenti esercizi spirituali.
A questo fine — e pensando che durante le vacanze non vi è tanto facile — vorrei che, una volta terminate le feste, cioè dalla sera del 25 al mattino del 30 maggio, voi poteste attendere ad un breve corso di esercizi spirituali, unitamente ai Superiori del Capitolo, qui all'Oratorio, all'ombra del Santuario di Maria Ausiliatrice, ove tutto ancora ci parla del nostro buon Padre.
Vi attendo dunque tutti quanti, e fin d'ora godo al pensiero di poter trascorrere qualche giorno di santo raccoglimento con voi, che dividete con me e col Capitolo Superiore la responsabilità del governo della Congregazione: mentre assicurandovi delle mie quotidiane preghiere per voi e per le vostre Ispettorie, vi prego di ricordarmi nelle vostre, e mi confermo
Vostro aff.mo amico SaC. PAOLO ALBERA.
3. Nominativi di confratelli usciti.
P. S. Ti prego d'inviare con qualche sollecitudine al Segretario del Cap. Sup. Don Gusmano una nota esatta di tutti i confratelli, professi temporanei o perpetui, usciti di Congregazione dal principio della guerra fino al presente, indicando la data e il motivo dell'uscita, come pure i titoli scolastici che essi avevano.
XXXI
Per l'inaugurazione
del Monumento al Venerabile D. Bosco '
1. Imminenza dell'inaugurazione del Monumento a D. Bosco. — 2. Origine ed esecuzione del Monumento degli ex-allievi. — 3. Il nostro monumento. — 4. Bisogna saper amare i giovani. — 5. Famigliarità e confidenza. — 6. ... Dolorose previsioni. — 7. ... E saranno nostri anche adulti. — 8. « Viribus unitis ».
Torino, 6 aprile 1920.
10° anniversario della morte di D. Rua.
Miei carissimi Confratelli e Figli in Gesù Cristo.
1. Un avvenimento di primaria importanza per noi, che rimarrà memorando nella storia della nostra Pia Società, sta per compiersi nel prossimo mese dell'Ausiliatrice; avvenimento del quale tutti, ne son certo, vi aspettate che il vostro Rettor Maggiore vi parli con più larghezza di quel che abbia potuto fare nelle brevi e concise circolari mensili.
Ed io che, come già sapete, colgo volentieri le varie occasioni che mi si presentano di rivolgervi qualche buona parola, a comune edificazione e incitamento salutare, lo faccio tanto più volentieri perchè questa volta non si tratta soltanto di approfittare di uni'occasione propizia, ma di adempiere un vero e proprio dovere. Potrei infatti, senza venire meno al mio ufficio, non intrattenermi alquanto con voi intorno al glorioso monumento che tra poco, a Dio piacendo, s'inaugurerà sulla Piazza di Maria Ausiliatrice, proprio di fronte al caro Santuario di questa nostra potente e amorosa Patrona, per eternare la memoria del nostro Ven. Padre e Fondatore? Non a caso l'ho detto glorioso: poichè esso non è uno dei soliti monumenti che con tanta frequenza si vanno erigendo ai nostri giorni, ad appagamento di vanità o di fazioni politiche, ma è l'espressione sincera dei sentimenti di affetto e di gratitudine sgorganti da migliaia e migliaia di cuori filiali, è il ricordo di glorie genuine, di tesori di virtù e di meriti che non può la ruggine consumare, nè la tignuola corrodere.
Questo monumento dev'essere perciò caro al cuore di ogni Salesiano, ed io per parlarvene convenientemente vorrei possedere la mente eletta, il cuore grande e lo stile paterno e facile dell'indimenticabile D. Rua, del cui beato transito alla vita immortale ricorre oggi il decimo anniversario. Vi confesso, anzi che attesi a scrivervi questa mia proprio oggi per avere da lui ispirazione ed aiuto.
Parliamone dunque un poco insieme, del caro monumento: ricordiamone in breve la storia e l'origine, perchè ciò è indispensabile a farci ben comprendere il vero e profondo significato del fausto avvenimento, e i doveri che a noi ne derivano.
2. Origine ed esecuzione del Monumento degli ex-allievi.
Da pochi mesi appena la Divina Provvidenza mi aveva chiamato a reggere la nostra Pia Società, quando (nel maggio 1911) si tenne il primo Congresso Internazionale dei nostri ex-allievi. Memorando fu quel Congresso, e a me di grandissimo conforto nella trepidazione che allora provavo per l'immensa responsabilità della carica affidatami; poichè compresi che potevo fare assegnamento, oltre che sulla vostra generosa e zelante collaborazione, o miei amatissimi confratelli e figliuoli, anche sulle giovanili energie dei nostri cari ex-allievi.
Essi infatti in quelle indimenticabili adunanze deliberarono all'unanimità di riunire in una grande Federazione internazionale tutti i loro centri e circoli locali, formandone così un organismo potente, destinato a dare unità e ordine all'azione comune, e a porgere in tal modo un validissimo aiuto ai Salesiani per l'attuazione del loro grandioso programma di rigenerazione cristiana del mondo. E per avere un simbolo reale e duraturo della votata Federazione, essi decisero in quelle medesime adunanze d'inalzare sulla piazza di Maria Ausiliatrice un monumento a Don Bosco, come perenne testimonianza del loro riconoscente affetto, e insieme della loro fedeltà ai santi principii e ideali dal Venerabile Padre praticati con insuperabile ardore per lasciarne poi col suo esempio in retaggio a' suoi figli l'apostolato.
L'esecuzione dell'idea fu affidata ad un Comitato di illustri e competenti personaggi, suscitando dappertutto entusiastiche adesioni. Il monumento, come sapete,- doveva inaugurarsi nel 1915, anno centenario della nascita del nostro Ven. Padre; e si sarebbe certamente inaugurato, se il flagello immane della guerra non fosse venuto a troncare ogni cosa.
Ma il forzato ritardo dell'inaugurazione non fece che accrescere il desiderio: migliaia di nostri ex-allievi, pur in mezzo alle rudi fatiche e ai pericoli della vita militare, vi tennero costantemente fisso il pensiero; e nelle lettere che mi scrivevano dagli accampamenti, dalle trincee, dalle caserme, con espressioni vibranti gratitudine e affetto intenso, mi dicevano la loro viva speranza di potere, a guerra finita, assistere alla sospirata inaugurazione. Credo che altrettanto e forse ancor più, possono affermare quei Direttori che durante la guerra si tennero in relazione epistolare coi loro ex-allievi. In quei lunghi anni d'attesa il monumento di D. Bosco fu un centro d'unione dei loro cuori, un conforto, un aiuto a sostenere con cristiana fortezza le vicende guerresche. E quando alfine i superstiti poterono far ritorno ai dbmestici focolari, uno dei loro primi pensieri fu di dar compimento il più presto possibile ai loro voti ardenti. Fu stabilita l'inaugurazione per il 23 maggio prossimo, e la Presidenza della Federazione con un entusiastico appello fece invito a tutti d'intervenire ai festeggiamenti inaugurali e alle altre manifestazioni che avranno luogo in quella circostanza.
Fra breve dunque il monumento, libero dal rozzo involucro che ora lo nasconde, si ergerà nelle sue linee semplici e severe dinanzi agli occhi di tutti; e a tutti dirà l'amore, la riconoscenza imperitura degli ex-allievi per il grande educatore ed apostolo della gioventù, dirà i frutti mirabili maturati in tante anime d'ogni paese dal suo metodo pedagogico, dalla sua ardente carità, dall'esempio dell'intera sua vita.
Quale alto significato morale, quali tesori di vita racchiuderanno quelle fredde pietre, quel bronzo inanimato! Quale più splendida e gloriosa corona può esservi per un educatore, che quella intessuta da coloro che furono da lui formati alle virtù cristiane e civili, dai fiori olezzanti della loro gratitudine, dai frutti sani e copiosi della loro vita integra-ed onorata!
Questo il monumento, questa la corona con cui gli ex-allievi hanno voluto onorare la memoria del Ven. D. Bosco.
3. Il nostro monumento.
E noi, per bontà del Signore chiamati ad essere figli d'un tal Padre, e continuatori della sua missione, che dobbiamo fare, dal canto nostro, in questa memoranda circostanza?
Sono sicuro che voi vi sarete già adoperati con tutto l'impegno a raccogliere il maggior numero possibile di adesioni per le prossime feste, mediante adunanze preparatorie dei vostri rispettivi ex-allievi, ai quali avrete fatto comprendere la somma importanza dell'avvenimento; perciò su questo punto non mi trattengo oltre.
Ma sarebbe troppo poco, se ci limitassimo a questo, e a procurare che le feste riescano splendide e soddisfacenti sotto ogni aspetto; e io credo di non andar errato affermando che D. Bosco in tal caso non sarebbe contento di noi. Un altro monumento egli vuole dai suoi figli, un monumento imperituro, aere perennius: vuole che da questa solenne occasione e dalla vista del monumento di pietra e di bronzo essi traggano incitamento a far rivivere in se stessi le sue virtù, il suo sistema educativo, il suo spirito tutto quanto, sì da tramandarlo sempre fecondo e vitale di generazione in generazione.
Far rivivere Don Bosco in noi, è il più bel monumento con cui possiamo onorare la sua memoria e renderla preziosa e benefica anche ai secoli venturi. Leggiamo, studiamo con indefesso amore la sua vita, sforziamoci d'imitarlo nel suo zelo ardente e disinteressato per la salute delle anime, nel suo amore e nella sua illimitata devozione alla Chiesa e al Papa, in tutte le virtù di cui ci ha lasciato tanti predari esempi.
E facciamo tesoro dei suoi ammaestramenti, ricordandoci ch'essi non erano soltanto un frutto del suo non comune ingegno e della sua profonda esperienza, ma anche dei lumi 'soprannaturali ch'egli chiedeva con insistenti preghiere, e che gli eran largiti come premio della sua inalterabile fedeltà nel lavorare il campo affidatogli dal Signore.
Il sistema educativo di Don Bosco — per noi che siamo persuasi del divino intervento nella creazione e nello sviluppo della sua opera — è pedagogia celeste. E invero, non furono dati già al pastorello dei Becchi, nel sogno ch'egli ebbe a nove anni, i principii fondamentali del sistema preventivo, quando gli fu detto dal misterioso e venerando personaggio: « Non colle percosse, ma colla mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare questi tuoi amici? ».
Naturalmente io non intendo qui di enumerarvi tutte le norme educative che il nostro buon Padre ci ha lasciate: voi potete leggerle in quell'aureo suo trattatello sul « sistema preventivo », che precede il Regolamento per le Case Salesiane, e che ora ho disposto sia stampato a parte in formato comodo, e distribuito a quanti lo vorranno. Del resto l'intera sua vita non è altro, si può dire, che una continua, mirabile applicazioné di tali norme.
4. Bisogna saper amare i giovani.
Una cosa però mi sta particolarmente a cuore di raccomandare alla vostra imitazione 'n questa circostanza: quell'amore, quell'affettuoso interessamento per i giovani, che fu il segreto del suo meraviglioso ascendente sopra di essi. E qui mi sembra di non poter fare cosa migliore che lasciar parlare lo stesso D. Bosco. Ecco quel ch'egli scriveva da Roma il 10 maggio 1884 ai suoi figli dell'Oratorio, narrando una di quelle sue consuete illustrazioni mentali a cui ho accennato sopra:
« La famigliarità porta amore, e l'amore confidenza. Ciò apre i cuori, e i giovani palesano tutto senza timore ai maestri, agli assistenti e ai superiori. Diventano schietti in confessione e fuori di confessione, e si presentano docili a tutto ciò che vuol comandare colui dal quale son certi di essere amati... Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano d'essere amati... Conoscano essi che essendo amati in quelle cose che a loro piacciono, col partecipare alle loro inclinazioni infantili, imparino a vedere l'amore in quelle cose che naturalmente loro piacciono poco; quali sono la disciplina, lo studio, la mortificazione di se,stessi, e queste cose imparino a fare con amore... Che i Superiori amino ciò che piace ai giovani, ed i giovani ameranno ciò che piace ai Superiori. E a questo modo sarà facile la loro fatica... Anticamente ( cioè nei primi tempi dell'Oratorio) i cuori erano tutti aperti ai Superiori, che i giovani amavano ed obbedivano prontamente. Ma ora i Superiori son considerati come superiori e non più come padri, fratelli e amici, quindi sono temuti e poco amati. Perciò bisogna rompere la barriera fatale della diffidenza col sostituirvi la confidenza cordiale; e l'obbedienza guidi l'allievo come la madre il suo bambino... '
5. Famigliarità e confidenza.
» Per rompere la barriera della diffidenza ci vuole famigliarità coi giovani, specialmente in ricreazione. Senza famigliarità non si dimostra l'amore, e senza questa dimostrazione non ci può essere confidenza. Chi vuol essere amato deve far vedere che ama. Gesù Cristo si fece piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità. Ecco il maestro della famigliarità. Il maestro visto solo in cattedra è maestro e non più, ma se va in ricreazione coi giovani diventa come fratello. Se uno è visto solo a predicare sul pulpito, si dirà che fa nè più nè meno del proprio dovere, ma se dice una parola in ricreazione è la parola di uno che ama... Chi sa di essere amato,
ama; e chi è amato, ottiene tutto, specialmente dai giovani. Questa confidenza mette una corrente elettrica fra i giovani e i superiori. I cuori si aprono e palesano i loro difetti... Questo amore fa sopportare ai superiori le loro fatiche, le noie, le ingratitudini, i disturbi, le mancanze, le negligenze dei giovanetti...
» Gesù Cristo non spezzò la canna già fessa, nè spense il lucignolo che ancor fumava. Ecco il vostro modello. Allora non si vedrà più chi lavorerà per fine di vanagloria; chi punirà solamente per vendicare l'amor proprio offeso: chi si ritirerà dal campo della sorveglianza per gelosia d'una temuta preponderanza altrui: chi mormorerà degli altri volendo essere amato e stimato dai giovani, esclusi tutti gli altri Superiori, guadagnando null'altro che disprezzo e moine: chi si lasci rubare il cuore da una creatura e per far la corte a questa trascuri tutti gli altri giovanetti: chi per amor dei proprii comodi tenga in non cale il dovere strettissimo della sorveglianza: chi per rispetto vano si astenga dall'ammonire chi dev'essere ammonito. Se ci sarà questo vero amore, non si cercherà altro che la gloria di Dio e la salute delle anime.
» È quando illanguidisce questo amore che le cose non vanno più bene. Perchè al sistema di prevenire colla vigilanza e amorosamente i disordini, si va sostituendo a poco a poco il sistema, meno pesante e più spiccio per chi comanda, di bandir leggi che, se si sostengono coi castighi, accendono odii e fruttano dispiaceri; se si trascura di farle osservare, fruttano dispiaceri ai superiori e son cagione di gravissimi disordini? Ciò accade necessariamente, se manca la famigliarità.
» Il Superiore sia tutto a tutti, pronto+ ad ascoltare ogni dubbio lagnanza dei giovani, tutto occhi per sorvegliare paternamente la loro condotta, tutto cuore per cercare il bene spirituale e temporale di coloro che la Provvidenza gli ha affidati. Allora i cuori non saranno più chiusi, e non regneranno più certi segretumi che uccidono. Solo in caso d'immoralità i Superiori siano inesorabili. È meglio correre pericolo di scacciare dalla casa un innocente, che ritenere uno scandaloso...
» L'osservanza esatta delle regole della casa è il mezzo precipuo per farvi trionfare la famigliarità, l'amore e la confidenza... Infine non si scordi mai che il piatto migliore in un pranzo è quello della buona cera... ».
In quella stessa illustrazione celeste egli osservò pure con immensa tristezza del suo cuore quello che accadrebbe nelle case salesiane, dove più non si praticassero queste norme fondamentali.
6. ... Dolorose previsioni.
« ... Osservai ( così il Venerabile) e vidi che ben pochi preti e chierici si mescolavano fra i giovani, e ancor più pochi prendevano parte ai loro divertimenti. I superiori non erano più l'anima della ricreazione. La maggior parte di essi passeggiavano tra di loro senza badare a quel che facessero i giovani; altri guardavano la ricreazione non dandosi neppur pensiero degli allievi; altri sorvegliavano così alla lontana, senz'avvertire chi commetteva qualche mancanza; qualcuno poi avvertiva, ma raramente e quasi sempre in atto minaccioso. Vi era qualche Salesiano che avrebbe desiderato intromettersi in qualche gruppo di giovani, ma vidi che questi giovani cercavano studiosamente d'allontanarsi dai maestri e dai superiori... ».
Oh! facciamo tutti del nostro meglio perchè queste dolorose previsioni del nostro buon Padre non abbiano ad avverarsi mai! Amiamo i nostri giovani, circondiamoli delle cure più premurose; non pensiamo di aver fatto tutto il nostro dovere impartendo loro l'istruzione necessaria per lo stato di vita che intendono abbracciare; ma cerchiamo di unirli indissolubilmente a noi col vincolo dell'amore. Essi allora sentiranno un irresistibile bisogno di aprirci il cuore, di metterci a parte delle loro aspirazioni, dei loro progetti per l'avvenire, di ricorrere a noi per consiglio e conforto nelle difficoltà e nelle lotte; noi diverremo in tal modo i loro confidenti ed amici, e potremo esercitare sopra di essi una benefica influenza, temperandone i bollori smodati e rianimandone le vacillanti energie nelle ore di scoraggiamento.
Tutto questo dobbiamo farlo non solo verso i giovani dei nostri collegi, ma anche verso quelli degli oratorii festivi; e chiunque vi abbia lavorato anche solo per breve tempo, sa quali frutti consolanti vi si possono ottenere con la famigliarità e la confidenza.
7. ... E saranno nostri anche adulti.
Voi vi domanderete senza dubbio perchè proprio in questa circostanza io abbia pensato di farvi una speciale raccomandazione su tal punto. Ve lo spiego subito. Fra il monumento di D. Bosco e gli ex-allievi esiste una connessione molto intima. L'idea del monumento e quella della Federazione internazionale sono, come in principio vi ho ricordato, due idee gemelle, nate nel medesimo tempo; e il monumento, espressione dell'affetto riconoscente degli ex-allievi, viene ad essere anche il centro, il vessillo intorno a cui si stringono in fascio poderoso e compatto le loro falangi.
È naturale quindi che il monumento mi faccia pensare più intensamente ad essi, avvisando ai mezzi migliori per stringerli sempre più tra di loro e con noi, e rendere così più attivo ed efficace il loro contributo all'azione salesiana. Ora, la raccomandazione che ho voluto farvi, mira appunto a prepararci dei buoni ex-allievi, che siano i nostri più affezionati amici e zelanti cooperatori.
Ho detto zelanti cooperatori, perchè non dobbiamo dimenticare che gli ex-allievi di ciascuna nostra Casa, divenuti uomini e conseguita la loro stabile posizione nella società, s'aggiungono per ciò stesso all'immensa falange della Pia Unione, dei Cooperatori Salesiani, alla quale il loro Direttore avrà cura d'inscriverli a tempo opportuno, facendo loro pervenire regolarmente il Bollettino Salesiano. Così ogni ex-allievo concorrerà al progressivo avveramento della benedizione che D. Bosco augurava alla detta Pia Unione con le parole: « Verrà tempo in cui il nome di Cooperatore Salesiano sarà sinonimo di buon cattolico ».
Ma, o carissimi confratelli e figli, dipende principalmente da noi l'avveramento di questa consolante e grandiosa benedizione paterna. Se però non avremo saputo guadagnarci l'amore e la confidenza illimitata dei nostri giovani durante gli anni del Collegio e dell'Oratorio, avremo un bel fare statuti e regolamenti perfetti per le loro associazioni, spedire circolari, indire solenni adunanze, tener discorsi, preparare simpatiche feste, promuovere manifestazioni, ecc., ecc.; ma non riusciremo mai ad ottenere una vera cordialità di rapporti, una unione veramente vitale, fruttuosa e duratura.
8. « Viribus unitis ».
Noi dobbiamo fare in modo ch'essi vengano ad amare con trasporto la vita delle case salesiane, e che gli anni trascorsi con noi abbiano ad essere sempre per loro uno dei più graditi ricordi: allora non avremo amici più fedeli, cooperatori più zelanti di loro, giacchè nessuno meglio di loro sarà in grado di comprendere e apprezzare pienamente lo spirito dell'opera nostra; la loro organizzazione sarà il più sicuro baluardo terreno della nostra Pia Società, e viribus unitis lavoreremo con ardore a quel rinnovamento di vita cristiana da cui soltanto possiamo attenderci la vera pacificazione sociale.
A questo fine però fa anche d'uopo che le nostre amorose cure e delicate attenzioni, e le sante industrie per unirli a noi non si arrestino agli anni del Collegio e dell'Oratorio, ma si continuino anche dopo, instancabilmente. I Direttori in modo speciale mantengano cordiali relazioni con gli ex-allievi; li facciano partecipare a tutte le vicende non solo della casa, ma dell'intera Società Salesiana; spediscano loro le pubblicazioni concernenti la casa, e di tempo in tempo anche qualche opuscolo di buona propaganda; li aiutino con l'opera e col consiglio, sia a migliorare la lor condizione sociale, come a superare le difficoltà e le prove della vita; li riuniscano a conferenze morali o sociali, a oneste rappresentazioni, a ritiri spirituali ( possibilmente ogni anno); usino insomma tutti i mezzi che credono più adatti a far loro del bene, tenendo lontano con ogni cura quanto può essere causa di divisione degli animi, principalmente le questioni di partito e di politica: la nostra politica sia unicamente quella di fare il bene alla gioventù povera e abbandonata, senza distinzione alcuna.
Molte altre cose ví potrei dire su questo caro argomento degli ex-allievi; ma non voglio tediarvi, e del resto voi potete facilmente dedurle dal poco che ve ne ho detto.
Piuttosto lasciate ch'io termini questa mia rievocando ancora un ricordo del nostro Ven. Padre. Un giorno del 1868 egli si fermò nel mezzo della piazza, dinanzi alla chiesa di Maria Ausiliatrice, non ancora interamente compiuta, e disse a chi lo accompagnava: « Qui in mezzo mi piacerebbe inalzare un monumento che rappresentasse Mosè in atto di percuotere la rupe, e da questa fai zampillare una vena d'acqua che venisse raccolta in una vasca ».
Il monumento in mezzo alla piazza è stato inalzato: non è precisamente quello voluto dal nostro buon Padre, ma in qualche modo n'è figura, poichè da esso, come dalla mosaica rupe, zampillerà perenne e copiosa la vena degli ammaestramenti e degli esempi di lui, che lo farà incessantemente rivivere nei suoi figli sparsi per tutto il mondo.
Nella circolare mensile N. 167 vi facevo comunicare il movimento avvenuto nei membri del Capitolo Superiore dopo la morte del Rev.mo e carissimo Don Clemente Bretto, riservandomi di parteciparlo io stesso in una mia prossima circolare. Ora il nuovo Economo Generale Rev.mo Don Arturo Conelli e il nuovo Consigliere Scolastico Generale Rev.mo Don Bartolomeo Fascie, già li conoscete all'opera perchè da parecchi mesi esercitano la loro carica. Perciò mi contento solo di raccomandarvi che vogliate continuare a circondarli del vostro affetto e della vostra docile corrispondenza nell'opera piena di zelo chà essi vanno svolgendo nel loro rispettivo campo, per il bene della nostra Congregazione.
La clementissima nostra Ausiliatrice, la cui potente benedizione invoco mane e sera su tutti voi, o miei diletti fratelli e figliuoli, compia in ciascuno di voi questo voto ardente del mio cuore.
Non dimenticatevi di me nelle vostre quotidiane preghiere, e credetemi sempre
Vostro affino in C. J. Sac. PAOLO ALBERA.
Annunzio della pubblicazione
degli « Atti del Capitolo Superiore »
1. Opportunità della pubblicazione. — 2. Sue caratteristiche.
Torino, 24 giugno 1920.
Carissimi Confratelli,
1. Per favorire e agevolare lo sviluppo organico della nostra Pia Società, e per avvivare negli animi e nei cuori lo spirito del nostro Padre, i Superiori Maggiori hanno sempre usato di rivolgere, di tempo in tempo, o a tutti i Confratelli, o ai Superiori delle Case e delle Ispettorie, le loro deliberazioni e i loro consigli mediante Lettere Circolari. La raccolta di tali Lettere, di vario genere, forma già una collezione voluminosa, e costituisce una fonte preziosissima di norme piene di saggezza, a cui dovremmo attingere sempre con riverenza e con amore.
Avviene però facilmente che tali Circolari, non avendo alcun legame tra loro, vadano talora smarrite, rendendo così incompleta la collezione; per lo stesso motivo esse non riescono facili a consultarsi in pratica, riducendo perciò assai il bene, che da esse si ripromettono i Superiori. Di più, specialmente riguardo alle Circolari mensili, la loro invariabile periodicità può scemare quell'interesse, che dovrebbero suscitare, secondo il noto principio « ab assuetis non fit passio ».
Per ovviare a questi inconvenienti, e per rendere più diretti e saldi i rapporti che stringono tutte le Case col centro della Pia Società, il Capitolo Superiore ha deliberato di comunicare i suoi Atti ai Confratelli in un Fascicolo intitolato « Atti del Capitolo Superiore della Pia Società Salesiana », che, d'ordinario, si pubblicherà ogni due mesi.
2. Sue caratteristiche.
Tale fascicolo consterà di due parti: 1° Atti del Capitolo Superiore; 2° Comunicazioni e note. — Nella prima parte si i.porteranno i varii Atti che emanano o direttamente da tutto il capitolo Superiore o dai singoli membri del medesimo, per quello che riguarda l'ufficio proprio di ciascuno di loro. Essa costituisce quindi la parte principale e, direi, ufficiale di questa pubblicazione. Nella seconda parte si pubblicheranno, con opportuni commenti e dichiarazioni, quelle Comunicazioni provenienti dalle Autorità Ecclesiastiche o civili,che possono interessare il nostro Istituto. Pure in questa seconda parte troveranno luogo quelle altre Comunicazioni che i Superiori, volta per volta, crederanno conveniente di fare. La spedizione del detto Fascicolo sarà fatta, in doppia copia, direttamente da Torino agl'Ispettori e ai Direttori.
Il Capitolo Superiore confida che anche questo nuovo mezzo sia per giovare al bene di tutta la Pia Società, stringendo sempre più i vincoli che uniscono i Confratelli ai Superiori Maggiori, e ravvivando di continuo quello spirito di Don Bosco, che deve animare tutte le nostre opere.
Pregate per il
vostro aff.mo in C. J. Sac. PAOLO ALBERA. •
XXXIII
Il Monumento simbolo d'amore
e sintesi dell'opera nostra
1. D. Bosco vi sorride... — 2. Il simbolo dell'amore alle anime... — 3. Il fascino potente dello spirito di D. Bosco. — 4. Siamo degni del Padre... — 5. I nostri ex-allievi. — 6. La lettera del Papa ai'Cooperatori.
Torino, 24 giugno 1920.
Carissimi Confratelli,
1. Quando, di qui innanzi, verrete a Torino per portarvi all'Oratorio ad effondere la vostra pietà e la vostra tenera divozione davanti all'altare della nostra cara Madre celeste Maria Ausiliatrice, e rivedere i vostri Superiori, appena discenderete dal Corso Regina Margherita verso la Piazza di Maria Ausiliatrice, il primo a volgervi un sorriso di compiacenza e a darvi un saluto affettuoso, sarà Don Bosco. Egli ora si aderge maestoso sulla base marmorea, libero ormai dal rozzo involucro che per più anni lo tenne nascosto agli occhi dei passanti.
Ho detto che si aderge maestoso, ma nella sua maestà vi è la tenerezza del padre, che cosi delicatamente si riproduce nell'espressione artistica, in cui il bravo scultore ha saputo ritrarlo. Ed è questa caratteristica, che, più d'ogni altra considerazione, rende particolarmente caro a noi il monumento di D. Bosco. Egli fu Padre; egli è Padre: fu ed è Padre di molti figli! e sono i figli che, nell'entusiasmo del loro amore e della loro riconoscenza, hanno voluto eternare le sue paterne sembianze nel bronzo e nel marmo!
Mentre ío sto scrivendo queste poche linee per voi, mi sento il cuore pieno della più intensa commozione, non tanto per il monumento in sè, che sarebbe troppo poca cosa, quanto per il suo significato, e per la folla de' pensieri e dei ricordi che fanno ressa alla mia mente.
2. Il simbolo dell'amore alle anime...
Il bronzo e il marmo, elementi freddi e inerti fra tutti.; sono freddi e inerti, molto spesso, anche quando sono usati a riprodurre i grandi uomini o i grandi fatti della storia, ma per D. Bosco non è cosi. Quel bronzo, quel marmo, non sono elementi inerti, freddi e privi di vita: no! Per l'arte, e per l'alito arcano che da essi si sprigiona, assumono movenze vitali; e l'amore e la riconoscenza che li scolpirono, imprimono energie nuove, e direi misteriose, che ne fanno un simbolo perennemente vivente: il simbolo dell'amore alle anime!
« Pone me ut signaculum... quia fortis est ut mors dilectio », sta scritto nella Cantica ispirata ( c. VIII, 6 ): « Mettimi come un simbolo... perchè l'amore è forte come la morte! ». E qui sono due amori che vengono simboleggiati, e, per questo stesso, eter-' nati: l'amore del padre verso i figli, e l'amore, che dai figli ritorna al padre, nell'espressione della riconoscenza imperitura; amori forti, indistruttibili, immutabili, che hanno avuto -bisogno di plasmarsi nella materia più resistente alle forze distruttrici del tempo, quia fortis est ut mors dilectio!
Quella corona di fanciulli che circonda D. Bosco, e che costituisce il gruppo centrale del monumento, è l'espressione plastica di quei due amori, e a me pare che da quel gruppo si sprigioni una voce a ripetere il motto che per D. Bosco fu programma: « Da mihi animas! » e le anime sentono la voce paterna, accorrono assetate di bene, si stringono intorno al Padre, che le guida alla vita, alla vera vita, che è la fede!
Tutto il monumento è una grandiosa sintesi dell'opera di D. Bosco. Ed è qui, che, ad un semplice sguardo, la mia mente si riempie di ricordi. La Divina Provvidenza dispose, per il mio bene, che anch'io fossi della fortunata schiera, che prima avvicinò D. Bosco, e a lui si affezionò in maniera immutabile. Volle Iddio annoverarmi tra i primi figli di un tanto Padre, e quindi io veggo con la mia mente tutta una vita, tutta una storia, e, vorrei dire, tutta una grandiosa epopea scolpita nel monumento: epopea, perchè l'elemento umano nella vita e nella storia di D. Bosco è così intrecciato con l'elemento divino, che la sua vita e la sua storia, più che umana, è divina.
3. Il fascino potente dello spirito di D. Bosco.
Io non starò qui a ripetervi le pagine immortali,di questa storia: voi tutti le conoscete, voi anzi ne siete parte viva e attiva, perchè perpetuate D. Bosco, con le sue manifestazioni di bene, in mezzo alla gioventù dei nostri tempi. Così pure mi dispenso dal descrivervi le giornate indimenticabili sia dei Congressi Internazionali dei Cooperatori e Cooperatrici e degli Ex-Allievi Salesiani, come dell'inaugurazione del monumento a D. Bosco, e della solennità di Maria Ausiliatrice. Il nostro Bollettino vi recherà la cronaca di quelle giornate, che rimarranno memorande nella storia della nostra Pia Società.
Vi dirò soltanto che in quei giorni, attorno a Don Bosco, non vi fu una voce discorde, non un moto incomposto; e ciò non solo tra i suoi intimi, ma in tutti, senz'alcuna eccezione, dai più alti ai più umili, e fin tra i seguaci di principii e teorie avverse; e in tutti, di tutto il mondo, perchè da ogni parte si acclamava al grande benefattore dell'umanità. Sembrava che ogni persona sentisse l'influsso benefico, il fascino potente del suo spirito, buono ed amoroso, e che si sentisse attratta a stringersi attorno a lui per fargli corona, come quel gruppo di fanciulli che lo circonda nel monumento.
C'è da andare orgogliosi d'essere figli di D. Bosco! A considerare il doloroso contrasto che ancor oggi constatiamo nell'umanità, che soffre e langue, quasi stremata di forze, dopo l'immane flagello che l'ha percossa, e che pur, quasi ovunque, si dibatte, si dilania e si contorce nell'odio di parte, e l'aura di pace, di amore e di concordia, che circonfuse tutti i figli e gli ammiratori di D. Bosco, accorsi da ogni parte del mondo per onorarlo, si fa più profonda la convinzione che il nostro Ven. Padre fu inviato da Dio per rigenerare la società odierna, richiamandola alle pure scaturigini dell'amore e della pace cristiana.
4. Siamo degni del Padre...
Noi siamo i suoi figli, e se figli, anche eredi di questo sacro deposito, che in noi non deve isterilirsi; e per mostrarci degni suoi figliuoli, e all'altezza del compito nostro nel tempo presente, prima di tutto siamo saldi nella vocazione: Unusquisque in qua vocatione vocatus est in ea permaneat (I ad Cor. VII, 20 ).
Come il bronzo e il marmo del monumento resistono all'azione dissolvente di ogni elemento avverso, così noi siamo saldi di fronte a qualsiasi difficoltà, a qualunque influsso malsano che tendesse a separarci dal nostro Padre.
In secondo luogo, conservando la nostra vocazione, procuriamo di perfezionarla, affinchè camminiamo in maniera degna di essa: ut digne ambuletis vocatione, qua vocatis estis (ad Ephes. IV, I); abbiamo quindi sempre presente il programma di D. Bosco: Da mihi animas, sacrificando per esso tutto il nostro essere, incominciando dalle nostre particolari vedute, che, accarezzate o seguite, anche sotto l'apparenza di maggior bene, potrebbero divenire, sia pure inconsapevolmente, forza disgregatrice anzichè elemento d'unione.
E per salvare queste anime, perfezionando la nostra vocazione, rivestiamoci dello spirito del nostro Ven. Padre, che è spirito di fede, spirito di pietà, spirito di sacrifizio e di lavoro costante ed instancabile. Soltanto formandoci allo spirito di D. Bosco, potremo operare come D. Bosco, e ottenere, nell'opera nostra di educatori, quei frutti meravigliosi di rigenerazione spirituale che ottenne D. Bosco.
Ma per questo bisogna conoscere D. Bosco. Bisogna pur dire che vi sono tanti, anche fra noi, che parlano di D. Bosco solo per quel che ne sentono dire; donde la necessità vera e urgente che con grande amore se ne legga la vita, con vivo interesse se ne seguano gl'insegnamenti, con affetto filiale s'imitino i suoi esempi.
Bisognerebbe che ogni Salesiano sentisse costantemente nell'animo l'impulso profondo ed efficace a divenir tale da meritare un monumento, come lo meritò il nostro Padre. L'ideale è troppo alto, potrà dir qualcuno. Ma per quanto alto non è meno vero, mentre è pure alla portata di tutti, perchè è proprio dei figli rendersi somiglianti al Padre. Che se non si erigerà un monumento a ciascuno di noi, saremo stati noi stessi gli scultori e i costruttori del monumento indistruttibile della nostra santificazione, informando tutta la nostra vita alle virtù di D. Bosco.
E questo accenno mi richiama alla mente l'altro monumento, assai più bello e più espressivo di quello inauguratosi il 23 dello scorso maggio: il monumento della sua Beatificazione. Con viva gioia vi comunico che il processo per la Causa di Beatificazione e di Canonizzazione del nostro Ven. Padre va innanzi assai bene, e anche abbastanza rapidamente, se si tien conto delle rigorose disposizioni canoniche regolanti questa materia cosa delicata ed importante. È alla bontà del S. Padre che andiamo debitori del progredire di questa Causa, che forma uno dei voti più ardenti del nostro cuore; siamo quindi sempre riconoscenti al Sommo Pontefice, e nello stesso tempo facciamo salire continuamente le nostre fervorose suppliche al trono di Maria Ausiliatrice, affinchè si degni di affrettare la glorificazione del suo fedel Servo.
5. I nostri ex-allievi.
Prima di por termine alla presente non posso omettere una parola riguardo ai nostri carissimi ex-allievi. Chi di voi partecipò alle adunanze del loro secondo Congresso Internazionale, si è certamente convinto che le anime e i cuori di quei nostri figliuoli sono veramente plasmati secondo i principii educativi lasciatici da D. Bosco.
Si suol dire che gli educatori godono poche soddisfazioni nella pratica del loro ministero. Io non so se si possa immaginare una soddisfazione più bella e più gradita, che il vedere gli allievi da noi educati, di tutte le età e di tutte le condizioni sociali, accorrere da ogni parte del mondo per glorificare, in segno di riconoscenza, colui che personificò in sè l'esempio più vivo ed efficace di quel sistema pedagogico che li formò uomini di carattere, integri cittadini, cristiani zelanti. È una soddisfazione santa, questa; di cui non dobbiamo privarci, anche perchè ci rende maggiormente àlacri nell'adempimento dei doveri gravi e molteplici della nostra missione.
Con questo secondo Congresso, la Federazione Internazionale degli ex-allievi è entrata decisamente nel periodo della sua più intensa organizzazione e della sua più feconda attività. Io non ho bisogno di raccomandare a tutti i carissimi Confratelli di favorire, in tutte le maniere possibili, il sorgere delle Unioni degli ex-allievi, e di renderle salde e attive.
Tutti siamo convinti della importanza massima di tenere uniti con noi e tra di loro, col vincolo fraterno dell'affetto e col sostegno morale e anche materiale, tutti coloro che furono da noi educati: si tratta del frutto dei nostri sudori; sono parti della nostra vita, che non dobbiamo permettere che si corrompano o periscano. Quindi non badiamo a sacrifizi; i Direttori in modo particolare debbono rivolgere cure speciali all'Unione degli ex-allievi. Ricordiamo sempre che i nostri allievi formano con noi il più bello e il vero monumento del nostro Ven. Padre.
6. La lettera del Papa ai Cooperatori.
Vorrei dirvi qualche parola intorno ai nostri benemeriti Cooperatori, che sono il sostegno costante di tutte le nostre Opere; di essi però vi dirà il nostro carissimo Don Rinaldi. Io mi limito a raccomandarvi di pregare molto per loro, in segno di riconoscenza, e inoltre, per ispirarvi maggior attività, se c'è bisogno, anche in questo campo, vi trascrivo qui la bellissima lettera che il Santo Padre si degnò inviarmi in occasione dell'Ottavo Congresso -Internazionale dei Cooperatori. Essa; mentre è un inno di lode per i nostri benemeriti Cooperatori, è pure un fervido e caloroso invito per noi tutti al lavoro più intenso, più intelligente e più fattivo, secondo il programma nobilissimo del nostro Venerabile Padre. Eccovi pertanto il testo della consolantissima lettera:
AL DILETTO FIGLIO
Sacerdote PAOLO ALBERA
Rettor Maggiore della Congregazione Salesiana del Venerab. Don G. Bosco
Benedictus PP. XV.
La notizia che voi ci avete dato del prossimo Ottavo Congresso Internazionale dei Cooperatori Salesiani in Torino, il quale sarà coronato dalla inaugurazione del monumento eretto alla memoria del V en. Giovanni Bosco dalla gratitudine e dalla pietà dei suoi figli, è stata appresa da Noi con tanto maggiore letizia quanto più opportuna, a Nostro avviso, è l'ora di richiamare da ogni parte a raccolta tutte le migliori energie dei fedeli per ridestarle al massimo rendimento a pro della buona causa, e sopratutto al raggiungimento di quel nobile fine in cui s'impernia il programma del Venerabile Don Bosco, cioè la salvezza della gioventù. In una sì provvida iniziativa Noi abbiamo un nuovo documento della vigile ed oculata attività della grande Famiglia Salesiana e del senso pratico onde la medesima, camminando fedelmente sulle orme del glorioso suo Fondatore, è guidata nelle sue generose e sante intraprese. Non dubitiamo quindi che, come dai precedenti Congressi, così da questa nuova solenne assemblea uscirà rinsaldata la coesione e riacceso lo zelo dei Cooperatori, ed in pari tempo nuovo impulso trarranno e nuova forza di adattamento le molteplici Opere nelle quali, come albero gigantesco, la Pia Unione
Salesiana dirama la sua attività nelle Diocesi e nelle Parrocchie di quasi tutto il mondo. Il nobile programma che la sapienza e la santità del Fondatore tracciarono ai Cooperatori Salesiani nell'istituirli, non può non apportare in mezzo al popolo cristiano i più tangibili e preziosi frutti di eterna vita. Ond'è che Noi ben di cuore facciamo l'augurio che tale programma sia nel prossimo Congresso oggetto di utili deliberazioni in armonia coi bisogni di questi tristissimi tempi, ed abbiamo ferma fiducia che la mistica figura di Don Bosco, come si ergerà nel marmo dinanzi alla Basilica di Maria Ausiliatrice, così si aderga viva sempre nello spirito e nel cuore di tutti i Suoi figli e vi fomenti ognor più la devozione alla Vergine Madre di Dio e la frequenza alla Santissima Eucarestia, fonte di carità e di vita. A tal fine impartiamo con tutta l'effusione dell'animo a voi, diletto Figlio, degno Successore di D. Bosco, ai vostri Confratelli e alle Figlie di Maria Ausiliatrice sparsi in ogni plaga della terra, ai Cooperatori e Benefattori, agli alunni degli Istituti Salesiani, a tutte le Opere della Congregazione ed in particolar modo a quanti prenderanno parte all'imminente Congresso Internazionale, l'Apostolica Benedizione.
BENEDICTUS PP. XV.
Dal Vaticano, li 15 maggio 1920.
Dalla relazione dei Congressi che il nostro Bollettino vi recherà, apprenderete che i voti del S. Padre non caddero invano; ora tocca a noi far sì che le deliberazioni ,discusse ed approvate in questi solenni consessi non rimangano lettera morta. Interessiamoci tutti di conoscere bene queste deliberazioni, e poi mettiamoci fervidamente al lavoro perchè possiamo vederle pienamente realizzate; queste cose, alla fine, sono parte importantissima della nostra vita.
Pregate per il
Vostro aff.mo in C. J. Sac. PAOLO ALBERA.