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ACG 404 : Nel 150° anniversario della fondazione

LETTERA DEL RETTOR MAGGIORE - ACG 404

NEL 150° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DELLA CONGREGAZIONE SALESIANA

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NEL 150° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DELLA CONGREGAZIONE SALESIANA

«Chiamò a sé quelli che Egli volle ed essi andarono da Lui» (Mc 3,13)

1. “Un gesto di grande portata”.

1.1 Si partì nel nome della Madonna.
1.2 Giorni di attesa.
1.3 I ragazzi della ‘cintura nera’.

2. Per i giovani e con i giovani, Don Bosco Fondatore.

2.1 L’evento.
2.2 I nostri giovani ‘padri fondatori’.
2.3 Coinvolgere i giovani di oggi.

  • Don Bosco intuì che per la sua Congregazione la strada giusta era quella della giovinezza.
  • Don Bosco non aveva paura a chiamare i suoi giovani a imprese coraggiose e, umanamente parlando, temerarie.
  • La Compagnia dell’Immacolata, fondata da san Domenico Savio, fu il piccolo campo dove germinarono i primi semi della fioritura salesiana.

3. Consacrati a Dio nei giovani.

3.1 Figli di Fondatori consacrati.
3.2 L’insegnamento di Don Bosco ai suoi Salesiani.

4. Le nostre Costituzioni, la via della fedeltà.

4.1 La prima fotografia voluta da Don Bosco.
4.2 Un cammino lungo e spinoso.
4.3 Sacralità delle Regole approvate dalla Chiesa.
4.4 Il ritornello costante di Don Bosco e di don Rua.
4.5 Il rinnovamento delle Costituzioni.
4.6 Le parole del testamento.

5. Don Bosco, Fondatore di “un vasto movimento di persone che, in vari modi, operano per la salvezza della gioventù” (Cost. 5).

5.1 I “figli dell’Oratorio sparsi in tutto il mondo”.
5.2 La vasta rete della Famiglia Salesiana.
5.3 Ciò che Don Bosco sentì e vide. 

Conclusione.

 

 

Roma, 25 marzo 2009
Solennità dell’Annunciazione del Signore

Carissimi confratelli,

in questi tre ultimi mesi, dopo l’ultima lettera che vi ho scritta, ci sono stati eventi assai significativi per la vita della Congregazione. Oltre i lavori del Consiglio Generale, nella sessione plenaria dell’inverno 2008-2009, abbiamo avuto la celebrazione del Congresso Internazionale su “Sistema Preventivo e Diritti Umani”, le Giornate di Spiritualità della Famiglia Salesiana e, in un ambito più ristretto ma non meno importante, la mia visita a tre delle Ispettorie del Sud dell’India: Chennai, Tiruchy e Bangalore.

Attraverso ANS siete stati tempestivamente e ampiamente informati, per cui qui non faccio nessun altro commento. Sono sicuro inoltre che i partecipanti delle Ispettorie ai primi due eventi hanno riferito ai confratelli della propria Ispettoria l’esperienza vissuta, la riflessione fatta, e le proposte ed orientamenti emersi.

Io sono lieto di tornare alla comunicazione con voi e di farlo in questa data dell’Annunciazione del Signore, che ci mostra che la nostra vita è vocazione. È molto illuminante constatare come nella Scrittura l'essere e i rapporti costitutivi della persona vengono definiti dalla sua condizione di creatura, che non rivela inferiorità o dipendenza, ma l’amore gratuito e creativo da parte di Dio. Ciò si deve al fatto che l’uomo non ha in sé la ragione della propria esistenza, né della propria realizzazione. La deve a un dono.

È situato in una relazione con Dio da ricambiare. La sua vita non ha senso al di fuori di tale relazione. L’oltre che percepisce e desidera vagamente è l’assoluto, non un assoluto estraneo ed astratto, ma la sorgente della sua vita che lo chiama a sé. Tutta la storia dell’elezione del popolo di Dio e delle vocazioni singole viene presentata in questa chiave: l’iniziativa di amore di Dio, la posizione dell’uomo di fronte a Lui, lo snodarsi dell’esistenza come un invito ed una risposta, come un appello accolto. La categoria di creatura si ricollega quindi a quella di interlocutore di Dio: «Ecco la serva del Signore, si compia in me la tua parola», risponde Maria all’Angelo. Il dono della vita contiene un progetto; questo si va svelando nel dialogo con sé, con la storia, con Dio, ed esige una risposta personale. Ciò definisce la collocazione dell’uomo rispetto al mondo e a tutti gli esseri che lo compongono.

Questi non possono colmare i suoi desideri e quindi l’uomo non è ad essi sottomesso. La cifra di questa struttura della vita è l'alleanza tra Dio e il popolo. Essa è elezione rinnovata e gratuita da parte di Dio. L’uomo deve prenderne coscienza ed assumerla come progetto di vita, guidato dalla Parola che lo interpella e lo pone nella necessità di scegliere.

La vocazione cristiana non è dunque un’aggiunta di lusso, un completamento estrinseco per la realizzazione dell’uomo. È piuttosto il suo puro e semplice compimento, l’indispensabile condizione di autenticità e pienezza, il soddisfacimento delle esigenze più radicali, quelle di cui è sostanziata la sua stessa struttura creaturale. Allo stesso modo l’inserirsi nella dinamica del Regno, a cui Gesù invita i discepoli, è l’unica forma di esistenza che risponde al destino dell’uomo in questo mondo e oltre. La vita si svolge così interamente come dono, appello e progetto.

Cari confratelli, ho voluto iniziare questa comunicazione con voi prendendo spunto dalla ricorrenza dell’Annunciazione del Signore, quasi a modo di commento del versetto del Vangelo di Marco che ho posto nel titolo di questa lettera. Si tratta di un testo che in appena un versetto, in forma molto schematica, narra la decisione maturata da Gesù di chiamare un gruppo di uomini per stare con Lui e renderli partecipi della sua stessa missione a favore dell’umanità.

Nell’episodio, centrale nel racconto di Marco perché è la cronaca della fondazione del gruppo dei Dodici, Gesù è già missionario del regno di Dio nei villaggi della Galilea; a differenza della prima chiamata, che fu un invito pressante fatto a due coppie di fratelli (cf. Mc 1,17.20), questa è un comando schietto, frutto di una decisione personale: Gesù chiama quelli che vuole e li chiama per essere con lui, sul monte; per andare da lui “e stare con lui” (Mc 3,14) debbono lasciare la folla che lo seguiva. Il gruppo nasce con compiti ben precisi: essere con lui per diventare, poi, suoi inviati. I dodici sono, dunque, tra i primi chiamati quelli che Gesù vuole sempre accanto: convivere con lui è la loro prima occupazione, poi verrà l’invio. Per l’apostolo la convivenza precede la missione: solo i compagni di Gesù, i suoi intimi, saranno i suoi rappresentanti. Gesù non usa compartire la sua missione con chi non ha condiviso la sua vita (cf. At 1,21-22).

Mi sembra che questa sia un’introduzione che aiuti a capire bene il significato e le prospettive del 150° anniversario della fondazione della Congregazione Salesiana.  “Prima, infatti, della fondazione sanzionata dall’autorità, ci fu la fondazione reale della sua Società che porta la data del periodo in cui egli gettò le basi del suo minuscolo Oratorio di S. Francesco di Sales. Non cambiò mai idea su questo punto, sia lui che del resto i suoi primi collaboratori”.[1]

Quanto fece Don Bosco chiamando un gruppo dei suoi ragazzi dell’Oratorio di Valdocco e la risposta che essi diedero è, in realtà, una vera esperienza evangelica, di forte valenza simbolica e paradigmatica: come Gesù, Don Bosco chiamò alcuni giovanotti che gli erano vicini per condividere con loro vita, sogni e missione; come Gesù, Don Bosco trovò i suoi collaboratori tra quelli che gli erano accanto; essere con lui, anche se ancora tanto giovani, fu il presupposto naturale per venir invitati.

 

1. “UN GESTO DI GRANDE PORTATA”[2]

Vorrei tanto, cari confratelli, che questo anno giubilare ci porti a lodare e ringraziare il Signore che è stato assai buono e generoso con noi, e ci spinga a rinnovare in profondità la nostra vita e missione rivivendo quanto accadde il 18 dicembre 1859, il giorno in cui Don Bosco diede origine, nell’intimità della sua camera, a quella che verrà chiamata la Società di S. Francesco di Sales, attuando un progetto che aveva nel cuore da tanto tempo,[3] dal 1841 – l’anno della sua ordinazione e del suo ingresso al Convitto – come lui stesso a più riprese scriverà.[4] La Congregazione non fu fondata per iniziare un’opera, ma per mantenerla e svilupparla; e nacque tra quei giovani cui Don Bosco si dedicava, e con essi.

Abbiamo una bella storia da ricordare e, raccontandola, abbiamo ancora una storia significativa da rifare.

1.1 Si partì nel nome della Madonna

L’8 dicembre 1859 nell’Oratorio di Don Bosco, a Valdocco, si celebrò con solennità e gioia la festa di Maria Immacolata. I 184 giovani che vivevano come interni nella Casa di Don Bosco furono l’anima dei mille giovani dell’oratorio festivo, che affollavano i cortili e i prati intorno. Avevano cantato, pregato, ricevuto la Comunione durante la Messa di Don Bosco. Poi, consumata l’abbondante colazione ‘delle feste’, erano sciamati in cento giochi, si erano radunati a gruppi per il catechismo. Molti erano riusciti a parlare con Don Bosco del loro lavoro, della famiglia, delle difficoltà, dell’avvenire.

Alla sera, dopo i sonori e sereni canti dell’ ‘arrivederci’, Don Bosco stanco ma radioso, nella consueta ‘buona notte’ ringraziò la Madonna e tutti della splendida giornata. Poi diede ai giovani interni della casa e ai loro assistenti-animatori (che indossavano, come allora si usava, la veste talare dei chierici) un breve annuncio che fece battere più in fretta il cuore di una ventina di loro. “E Don Bosco in quella sera annunciava in pubblico come il domani, venerdì, avrebbe tenuta una conferenza speciale in sua camera, dopo che i giovani si fossero ritirati a riposare. Quelli che dovevano intervenire intesero l’invito. I preti, i chierici, i laici che cooperavano alle fatiche di Don Bosco nell’Oratorio e ammessi entro alle segrete cose, presentivano che quella radunanza doveva essere importante”.[5]

E la sera del 9, dopo una consueta laboriosa giornata di preghiera-studio-lavoro-allegria, diciannove giovani persone affollarono la cameretta di Don Bosco. Raccontano la cronaca di don Lemoyne e il verbale, trascritto dal biografo A. Amadei, che Don Bosco invocò anzitutto la luce dello Spirito Santo e l’assistenza di Maria SS., poi condensò quello che aveva esposto a tutti in precedenti conferenze.

Quindi “con visibile commozione annunciò ch’era venuta l’ora di dar forma a quella Società, che da tanto tempo meditava di fondare e che era stata l’oggetto principale di tutte le sue cure, che Pio IX aveva incoraggiato e lodato, che esisteva già con la osservanza delle regole tradizionali ed alla quale la massima parte dei presenti apparteneva almeno in ispirito, ed alcuni eziandio per fatta una promessa temporanea. Quindi era giunto il momento di dichiarare se volevano ascriversi alla Pia Società, che avrebbe preso, anzi conservato, il nome di San Francesco di Sales”.[6]

In tale congregazione, che sarebbe stata il sostegno principale dell’Oratorio, sarebbero stati ascritti solamente coloro che, dopo matura riflessione, avessero intenzione di consacrarsi a Dio, emettendo a suo tempo i voti di castità, povertà e obbedienza, per dedicare la vita alla gioventù abbandonata e pericolante. “Perciò alla prossima conferenza intervenissero solo quelli che intendevano farne parte”.[7] L’iniziativa di Don Bosco, nata dall’urgenza di avere dei collaboratori fidabili,  non partiva dal nulla; era un passo in più di un processo educativo che andava avanti ben da una decina di anni e che contava, dall’anno precedente, su di un progetto scritto, le prime Costituzioni Salesiane del 1858.[8] Ciò nonostante, aggiunge don Lemoyne, Don Bosco “dava a tutti una settimana di tempo per riflettere e trattare quell’importante affare con Dio”, e “l’assemblea si sciolse in profondo silenzio”.[9]

1.2    Giorni di attesa

I giorni che seguirono furono esternamente pieni di lavoro ordinario, ma nel cuore e nella mente di quei venti furono anche segnati da una tensione non ordinaria.

Il primo a pregare intensamente e ad attendere fu Don Bosco. Da diversi anni egli discretamente invitava a rimanere con lui i migliori dei suoi giovani, in cui vedeva chiara la vocazione di Dio. Molti glielo promettevano; ma poi ci ripensavano. Scrive don Lemoyne: “Nessuno, ci narrava Don Bosco, potrebbe immaginare le interne ripugnanze, le antipatie, gli scoraggiamenti, gli adombramenti, le delusioni, le amarezze, le ingratitudini che afflissero  l’Oratorio per circa venti anni. Se i prescelti promettevano di rimanere in aiuto di Don Bosco, non era che un pretesto per continuare con agio i loro studi, perché, finiti questi, esponevano mille pretesti per dispensarsi dalla promessa. Dopo varie prove fallite, in una sola volta si riuscì a mettere la veste talare ad otto giovani, i quali però ben presto se ne partirono tutti dall’Oratorio. Vi furono poi taluni che, proprio il giorno della loro ordinazione sacerdotale o la sera della prima Messa, dichiararono francamente non essere fatta per essi la vita dell’Oratorio; e se ne andarono”.[10]

Il canonico e parroco Giacinto Ballesio, allievo di Don Bosco e decimo testimone al suo processo di beatificazione, depose sotto giuramento: “Egli credeva benissimo di aver raggiunto il suo scopo vedendo i suoi alunni entrare in Seminario o nel ministero di parroco… Mostrava grande affezione e soddisfazione del loro stato. Tuttavia non si può tacere che certi disinganni gli riuscirono molto amari per la defezione di non pochi che aveva ricolmi de’ suoi beneficii, per i quali erasi assoggettato a speciali spese per iniziarli al conseguimento di lauree e patenti con patto almeno... Ma poi per conto suo non se ne lamentava”.[11]

In modo diverso, ma ugualmente intenso, pregavano e pensavano i diciannove che dovevano rispondere all’invito di Don Bosco. La ‘Società’ a cui Don Bosco li invitava ad iscriversi, promettendogli ‘generosa obbedienza’, era una famiglia religiosa, una ‘congregazione’, come quelle che erano state stroncate dalla ‘legge Rattazzi’ solo quattro anni prima (29 maggio 1855). Dai conventi e dalle case religiose erano stati allontanati ‘frati’ che i giornali, con martellante spietatezza, continuavano a definire ‘mezzi uomini’, ‘sfruttatori della moderna società’, e invitavano a ‘calpestare come pidocchi’. Ora Don Bosco, per dare un’anima al suo Oratorio, chiedeva a questi giovani di stringersi in una famiglia religiosa sotto la sua obbedienza, con la prospettiva (col passare del tempo) di consacrarsi a Dio con i voti di castità, povertà, obbedienza.  Alcuni di loro (segretamente e d’intesa con Don Bosco) già lo facevano da qualche anno.

Erano tutti giovanissimi, e si trattava di giocarsi l’intera vita in un colpo solo: sulla fiducia in Don Bosco; fino a questo momento erano legati solo da promessa o voto di stare con Don Bosco per aiutarlo nell’opera degli oratori. Alcuni erano sconcertati. Scrive don Lemoyne: “Più d’uno disse sottovoce: «Don Bosco ci vuol fare tutti frati!»”.[12]

Giuseppe Buzzetti (27 anni), il ‘muratorino’ di Caronno, uno dei primissimi ragazzi di Don Bosco, aveva nell’Oratorio tutto il suo mondo e la sua vita. Don Bosco per lui era tutto: dietro suo invito aveva addirittura vestito per un anno l’abito clericale, e non gli sarebbe dispiaciuto diventare prete. Ma ‘frate’ no. Non se la sentiva proprio. (Sarebbe diventato salesiano solo nel 1877).

Michele Rua (22 anni) non aveva dubbi. Don Bosco aveva espresso un invito. Per lui, come sempre, era un comando. Tanto che il giorno dopo si recò alla Casa della Missione per iniziare gli Esercizi Spirituali, ricevendo gli ordini minori (11 dicembre) e il suddiaconato (17 dicembre).

Giovanni Cagliero (21 anni) di dubbi ne aveva invece tanti.  Scrive Lemoyne (e Cagliero era ben vivo nel 1907, quando Lemoyne pubblicò queste parole): “Passeggiò per lunga ora sotto i portici agitato da vari pensieri. Finalmente esclamò volgendosi ad un amico: ‘O frate o non frate, intanto è lo stesso. Son deciso, come lo fui sempre, di non staccarmi mai da Don Bosco!’ Quindi scriveva un biglietto a Don Bosco col quale dicevagli rimettersi pienamente ai consigli e alla decisione del suo superiore. E Don Bosco, incontrandolo, lo guardò sorridendo e poi: ‘Vieni, vieni - gli disse -: questa è la tua via!”.[13]

1.3    I ragazzi della ‘cintura nera’

Ma Don Bosco non li chiamava a giocarsi la vita solo sulla sua fiducia. Li chiamava alla decisione di consacrare la vita a Dio per i ‘giovani abbandonati e pericolanti’ che senza aiuto si stavano perdendo lì, sotto i loro occhi, e in chissà quanti altri luoghi del mondo; “ravvisava in loro gli operai qualificati che aveva sognato per l’opera dei suoi oratori in crescente sviluppo”.[14]

La città di Torino aveva in quegli anni uno sviluppo tumultuoso. Nella zona nord della città si stava infittendo una ‘cintura nera’ fatta di catapecchie affollate dagli immigrati più poveri. Ondate sempre più ingenti di famiglie contadine poverissime e di giovani soli abbandonavano le campagne e venivano a cercar lavoro e fortuna nella città, affollandosi nelle stamberghe che nascevano tra gli acquitrini della Dora, dove si riversavano i liquami della città priva di fognature. Venivano assorbiti dai grandi cantieri della zona sud, dalle imprese manifatturiere, filande, concerie, fornaci, fabbriche. Però non tutti i giovani reggevano i ritmi altissimi del lavoro (molti di essi campavano soltanto 18-19 anni). Venivano cacciati per scarso rendimento e finivano nelle strade. Nell’affannosa e spesso disperata ricerca di sopravvivere si  univano in bande di vagabondi, vivevano rubando dai banchi dei mercati, portavano via le borse alle massaie, alleggerivano i commercianti dei loro gonfi portafogli, in costante conflitto con i poliziotti che davano loro la caccia, e appena potevano li ficcavano in prigione.

Per portare un aiuto concreto a questi giovani (e alle ragazze, e alle persone più deboli) in quella ‘cintura nera’ si erano piantate a ventaglio quattro grandi persone cristiane: don Giovanni Cocchi, il canonico Giuseppe Cottolengo, la marchesa Giulia Barolo, Don Bosco.[15]

L’Oratorio del poverissimo Don Bosco, cominciato tredici anni prima da una tettoia, aveva dato vita a scuole serali, laboratori, una casa per giovani lavoratori e studenti. In quel 1859 la casa ospitava 184 giovani poverissimi, nell’anno seguente ne avrebbe ospitati 355.[16] Alla domenica l’Oratorio dava vita cristiana, allegria, istruzione e amicizia con Don Bosco a più di mille giovani. Era per aiutare quei giovani concreti, vocianti, disorientati nella vita, affamati di pane e di Dio, che Don Bosco chiamava a ‘dar vita alla Società di San Francesco di Sales’.

 

2.  PER I GIOVANI E CON I GIOVANI, DON BOSCO FONDATORE

“Don Bosco non ha potuto o non ha voluto, in vista di un’eventuale società religiosa, aggregare un nucleo significativo di collaboratori adulti, scegliendoli tra quelli che già lavoravano nei tre oratori”.[17] Si rese conto che più efficace che avere un gruppo di volontari che oggi ci sono e domani non ci sono più, era fondare una Società stabile di consacrati per sempre a Dio, per servirlo in quei giovani in grave difficoltà. E per riuscire pensò, in ultima istanza, ai suoi giovani, quelli cioè che, “chi più chi meno, avevano trascorso quegli ultimi anni all’Oratorio con Don Bosco”.[18]

2.1    L’evento

Il 18 dicembre di quel 1859 era domenica. Don Bosco chiuse la laboriosa giornata festiva vissuta tra un migliaio di giovani, come nella festa dell’Immacolata e in ogni domenica. Poi chiamò in conferenza quelli che avevano deciso di far parte della Pia Società di San Francesco di Sales.

Erano le 21, dopo le preghiere della sera. L’appuntamento era nella camera di Don Bosco. In pochi minuti furono presenti in diciotto con Don Bosco. Due soltanto non erano venuti. I radunati attorno a Don Bosco erano diciassette: un sacerdote (47 anni), un diacono (24 anni), un suddiacono (22 anni), tredici chierici (da 21 a 15 anni), uno studente giovanissimo.

Il rigoroso verbale, firmato da don Alasonatti e con la firma apposta da Don Bosco,[19] “è un documento d’incantevole semplicità, che contiene il primo atto ufficiale della Società Salesiana”[20]; si legge in esso:

(Eravamo radunati) tutti allo scopo ed in uno spirito di promuovere e conservare lo spirito di vera carità che richiedesi nell’opera degli Oratori per la gioventù abbandonata e pericolante, la quale in questi calamitosi tempi viene in mille maniere sedotta a danno della società e precipitata nell’empietà ed irreligione.

“Piacque pertanto ai  medesimi Congregati di erigersi in Società o Congregazione, che avendo di mira il vicendevole aiuto per la santificazione propria si proponesse di promuovere la gloria di Dio e la salvezza delle anime, specialmente delle più bisognose d’istruzione e di educazione | ed approvato di comune consenso il disegno proposto, fatta breve preghiera ed invocato il lume dello Spirito Santo, procedevano alla elezione dei Membri che dovevano costituire la direzione della società per questa e per nuove Congregazioni, se a Dio piacerà favorirne l’incremento.

“Pregarono pertanto unanimi Lui (Don Bosco) iniziatore e promotore a gradire la carica di Superiore Maggiore, siccome del tutto a lui conveniente, il quale avendola accettata colla riserva della facoltà di nominarsi il prefetto (Vicario e Amministratore), poiché nessuno vi si oppose, pronunziò che gli pareva non dovesse muovere dall’ufficio di prefetto lo scrivente (Don Alasonatti), il quale finquì teneva tal carica nella casa.

“Si pensò quindi tosto al modo di elezione gli altri Socii che concorrono alla Direzione, e si convenne di adottare la votazione a suffragi secreti, per più breve via a costituire il Consiglio, il quale doveva essere composto di un Direttore Spirituale, dell’Economo e di tre Consiglieri in compagnia dei due predescritti uffiziali (il Superiore Maggiore e il Prefetto)

“[…] nella elezione del Direttore Spirituale (risultò) all’unanimità la scelta nel Chierico Suddiacono Rua Michele, che non se ne ricusava. Il che ripetutosi per l’Economo, riuscì e fu riconosciuto il Diacono Angelo Savio, il quale promise altresì di assumersene il relativo impegno.

“Restavano ancora da eleggere i tre consiglieri; pel primo dei quali fattasi al solito la votazione venne (eletto) il cherico (sic) Cagliero Giovanni. Il secondo consigliere sortì il chierico Gio. Bonetti. Pel terzo ed ultimo, essendo riusciti eguali i suffragi a favore dei chierici Ghivarello Carlo e Provera Francesco, fattasi altra votazione, la maggioranza risultò pel chierico Ghivarello, e così fu definitivamente costituito il corpo di amministrazione per la nostra Società (che poi fu denominato ‘Capitolo Superiore’).

“Il quale fatto, come venne finquì complessivamente esposto, fu letto in piena Congrega di tutti i prelodati soci ed ufficiali per ora nominati, i quali riconosciutane la veridicità, concordi fermarono che se ne conservasse l’originale, a cui sottoscrive il Superiore Maggiore e come Segretario

Sac. Bosco Gio. Alasonatti Vittorio Sac. Prefetto.”

2.2    I nostri giovani ‘padri fondatori’

Così nacque la Congregazione Salesiana. Così siamo nati noi. Quei diciotto sono i nostri ‘padri fondatori’, la maggioranza giovanissimi; tranne don Alasonatti, di 47 anni, e Don Bosco, di 44 anni; don Rua, direttore spirituale, aveva 22 anni; don Savio, l’economo, 24; i consiglieri, ancora chierici, tutti pure ventenni.

Mi pare conveniente almeno tracciarne i lineamenti per conservarli nella mente e nel cuore come nostri con-fondatori insieme a Don Bosco. Essi sono parte della vita di Don Bosco e della storia della Congregazione, dunque, della nostra storia.

Vittorio Alasonatti, 47 anni.

L’unico ad avere più anni di Don Bosco. Sacerdote amabile e rigido insieme, era stato per 19 anni maestro tra i bambini delle elementari di Avigliana, dove era nato il 15 novembre 1812. Scherzando e punzecchiandolo (erano stati compagni al Convitto Ecclesiatico), Don Bosco lo persuase a venire all’Oratorio ad ‘aiutarlo a dire il Breviario’ tra i duecento ragazzi della Casa e i mille dell’Oratorio (‘Altro che la tua scuoletta!’ scherzava Don Bosco). Arrivò alla vigilia dell’Assunta del 1854, chiedendo sempre scherzando a Don Bosco: “Dove devo mettermi a dire il Breviario?” Don Bosco scaricò sulle sue spalle tutta l’amministrazione della sua opera, fino allora portata avanti da Giuseppe Buzzetti e da Mamma Margherita (ormai sfinita: morirà due anni dopo). Nel 1855, dopo Michele Rua, fu il primo a fare i voti religiosi privati nelle mani di Don Bosco. Professò come salesiano il 14 maggio 1862. Lavorò incessantemente e silenziosamente per Don Bosco e la Società Salesiana, come il suo primo Prefetto, fino alla morte, che arrivò a Lanzo nel il 7 ottobre 1865, quando aveva 53 anni.

Michele Rua, 22 anni.

Nato a Torino il 9 giugno 1837 in una famiglia operaia, rimase orfano di padre a otto anni. Rimase incantato da Don Bosco mentre frequentava le prime scuole dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Depose sotto giuramento: “Mi ricordo che quando Don Bosco veniva a dirci la santa Messa […], pareva che una corrente elettrica muovesse tutti que’ numerosi fanciulli. Saltavano in piedi, uscivano dai loro posti, si stringevano attorno a lui […] Ci voleva un gran tempo perché egli potesse giungere in sagrestia. In quei momenti i buoni Fratelli delle Scuole Cristiane non potevano impedire quell’apparente disordine e ci lasciavano fare. Venendo altri sacerdoti, anche pii ed autorevoli, nulla si vedeva di tale trasporto… Il mistero dell’attaccamento che avevano a D. Bosco consisteva nell’affetto operoso, spirituale, che sentivano portar egli alle loro anime”.[21] A volte Don Bosco dava a tutti una medaglietta. Giunto il turno di Michele, Don Bosco fa un gesto strano: gli porge la mano destra, fa finta di tagliarla con la sinistra, e intanto gli dice: “Prendi, Michelino, prendi”. Michele non capisce, ma Don Bosco gli spiega: “Noi due faremo tutto a metà”. Entra nell’Oratorio il 25 settembre 1852 e veste l’abito clericale ai Becchi il 3 ottobre 1852; diventa veramente la mano destra di Don Bosco: partecipa il 26 gennaio 1854 al raduno dove un gruppo stretto di collaboratori riceve il nome di ‘Salesiani’. Il 25 marzo 1855 (all’età di 18 anni) diventa il primo Salesiano pronunciando i voti privati nella mani di Don Bosco. Studente di teologia, aiuta Don Bosco nell’Oratorio di san Luigi; nel 1858 lo accompagna a Roma a incontrare il Papa, al quale Don Bosco presenta la sua Congregazione. Ancora suddiacono, viene eletto Direttore Spirituale della Società appena nata. Ordinato sacerdote il 29 luglio 1860, emette la professione perpetua il 15 novembre 1865. A 26 anni (1863), ottenuto il diploma di professore di ginnasio, viene inviato da Don Bosco a dirigere la prima casa salesiana fuori Torino, a Mirabello Monferrato. Tornato a Torino nel 1865 è ‘il secondo Don Bosco’ nell’Opera Salesiana che si estende sempre più. Don Bosco dirà un giorno: “Se Dio mi avesse detto: ‘Immagina un giovane adorno di tutte le virtù e abilità maggiori che tu potresti desiderare, chiedimelo e io te lo darò’, io non mi sarei mai immaginato un don Rua”.[22] Nominato da Leone XIII vicario di Don Bosco nel 1884, ne diviene il primo Successore alla morte del Fondatore, e passa la vita a viaggiare per tenere unita e fedele la grande famiglia di Don Bosco, che sta letteralmente esplodendo in ogni parte del mondo. Ricevette 64 case salesiane, alla morte di Don Bosco; 22 anni dopo, alla sua morte, le fondazioni erano salite a 341. Nel 1910, l’anno della sua morte, apparve la sua prima biografia, scritta da Eliseo Battaglia; il titolo, azzeccato, lo definisce bene: “Un sovrano della bontà”.

Angelo Savio, 24 anni.

Compaesano di Don Bosco, arrivò all’Oratorio a 15 anni, il 4 novembre 1850. Aveva già conosciuto il santino Domenico Savio (più giovane di lui di alcuni anni) poiché abitavano in paesi vicinissimi. Ricordava: “Nelle vacanze io mi trovavo a casa non troppo in salute; egli veniva a consolarmi colle sue belle maniere e dolci parole. Alle volte per mano conduceva seco due suoi fratellini. Prima della sua ultima partenza dall’Oratorio (1857) venne a darmi l’ultimo abbraccio”. Eletto per la prima volta nel 1859 Economo Generale, ancora diacono, fu rieletto nel 1869, l’anno della sua professione perpetua, e successivamente nel 1873. Da quel momento Don Bosco lo incaricò delle case in costruzione sulla costa ligure e sulla costa azzurra: Alassio, Vallecrosia, Marsiglia. Poi lo mandò a Roma a dirigere i lavori di costruzione del Tempio e dell’Opera del  Sacro Cuore. A 50 anni (1885) chiese a Don Bosco di smetterla con muri e denari, e partì missionario per la Patagonia, che percorse in lunghi viaggi apostolici. Infaticabile e zelante, fondò opere salesiane in Cile, in Perú, nel Paraguay e in Brasile. Morì il 17 maggio 1893 mentre effettuava un viaggio di esplorazione in Ecuador, dov’era stata affidata una nuova Missione ai Salesiani. Nel sogno della ruota (4 maggio 1861) Don Bosco lo aveva visto in regioni remote. I suoi collaboratori lo ricordavano come un consacrato di profonda preghiera.

Giovanni Cagliero, 21 anni.

Nato l’11 gennaio 1838, era compaesano di Don Bosco, che conobbe facendogli da chierichetto nella chiesa parrocchiale di Castelnuovo d’Asti. Orfano di padre, Don Bosco vide in lui un giovane puro come il cristallo, intelligente e geniale. Incontrando sua madre, Don Bosco le chiese scherzando se gli ‘vendeva’ suo figlio. Si sentì rispondere, ugualmente scherzando, che i figli non si vendono, ma si ‘regalano’. Giovanni accompagnò Don Bosco a piedi da Castelnuovo a Torino correndo, gridando e saltando, e rovesciando su Don Bosco tutti i suoi pensieri, ricordi, aspirazioni. “Da quel momento non ebbi più nessun segreto per lui”. Mamma Margherita, quando Don Bosco glielo accompagnò, si lamentò che non c’era più posto. “Ma lui è così piccolo – rise Don Bosco –  Lo metteremo nel canestro dei grissini e lo tireremo su verso il soffitto”. Risero tutti e tre. Cominciò così, nel 1851, la vita salesiana formidabile del Cagliero. Uno tra i quattro primi ad aderire all’idea di Don Bosco di fondare una Società, fa la professione nel 1862, l’anno stesso in cui è ordinato sacerdote. Professore laureato di teologia, compositore insuperabile di musica, primo missionario di Don Bosco, fu il primo Vescovo e Cardinale salesiano. Rua e Cagliero furono le due colonne su cui Don Bosco poggiò la sua grande opera. Don Bosco aveva ‘visto’ il suo luminoso avvenire quando stava per morire durante il colera del 1854. Stava per dargli l’Eucarestia come Viatico, quando vide la stanza inondata di luce, una colomba scendere su di lui, e una corona di indios circondare il suo letto. Allora portò via deciso l’Eucarestia dicendogli: “Tu non morirai, e andrai lontano lontano…”. Morì a Roma il 28 febbraio 1926: sepolto al Campo Verano, la sua salma fu trasferita, nel 1964, in Argentina, e riposa nella cattedrale di Viedma.

Giovanni Bonetti, 21 anni.

Arrivò all’Oratorio nel 1855 da Caramagna, piccolo paese in provincia di Cuneo. Aveva 17 anni. Fu subito amico di Domenico Savio, più giovane di lui di quattro anni. Don Bosco lo mandò, insieme a Rua, Cagliero, Savio e altri, alla scuola dal prof. Bonzanino. Bisognava percorrere ogni mattina via Garibaldi. Ricordava di averla percorsa insieme a Domenico in un inverno rigidissimo, tra il turbinare della neve. Emise la prima professione il 14 maggio 1862 e tre anni dopo la professione perpetua. Si laureò alla Regia Università di Torino. Divenne sacerdote a 26 anni. Vedendo la sua virtù e la sua capacità brillante di pubblicista, Don Bosco ne fece il primo direttore del Bollettino Salesiano, iniziato nel 1877. Nelle pagine del Bollettino don Bonetti pubblicò per la prima volta a puntate la ‘Storia dell’Oratorio di Don Bosco’, attingendo al manoscritto (allora segreto) delle Memorie di Don Bosco. Quelle puntate (insieme alle lettere ‘dalla frontiera’ dei missionari) resero il Bollettino popolarissimo. Don Bosco però nel 1875/76 aveva lasciato incompiute le Memorie. Don Bonetti con insistenza lo sollecitò. Dobbiamo a quella sua insistenza se Don Bosco (nonostante gli impegni giganteschi che lo assorbivano) riprese la penna e continuò a scrivere. Le ‘puntate’ del Bollettino furono poi da lui raccolte e completate. Ne uscì il libro intitolato Cinque lustri di storia dell’Oratorio S. Francesco di Sales:  prima biografia documentata di Don Bosco, ricercatissima. Quando il Cagliero fu fatto Vescovo, nel 1886 don Bonetti fu eletto suo successore: ‘Direttore Spirituale’ dei Salesiani e ‘Direttore generale’ delle FMA. Morì a soli 53 anni il 5 giugno 1891. Don Rua scrisse di lui: “Operaio apostolico indefesso, campione valoroso nel promuovere la gloria di Dio e la salvezza delle anime, consigliere amorevole per conforto e per consiglio”.

Carlo Ghivarello, 24 anni.

Aveva già 20 anni quando a Pino Torinese incontrò Don Bosco e decise di entrare nel suo Oratorio (1855). Conobbe e fu amico di Domenico Savio per un intero anno. Fece la prima professione nel 1862. Nel giorno della sua ordinazione sacerdotale Don Bosco, nel 1864, gli disse: “Tu avrai da confessare molto nella tua vita”. Infatti, anche se fu ammirato da tutti come lavoratore, costruttore, coltivatore, fu nel sacramento della penitenza (al quale dedicava ore ogni giorno) che ebbe il campo dove effondere, insieme alla grazia divina, tutta la sua fede e la sua bontà paterna. Segretario e Consigliere Generale, nel 1876 fu nominato Economo Generale. Fu lui a costruire la piccola galleria e la cappelletta  accanto alla camera di Don Bosco. Quattro anni dopo, nel 1880, Don Bosco lo mandò a dirigere l’orfanotrofio di Saint-Cyr in Francia. Di qui passò a Mathi, dove fece costruire i primi edifici della cartiera. Passò gli ultimi 25 anni a San Benigno Canavese, dove diede vita al grande laboratorio di meccanica. A San Benigno (come dovunque era stato) portò entusiasmo per l’agricoltura e la frutticoltura; morì il 28 febbraio 1913. Don Albera, secondo successore di Don Bosco, scrisse di lui: “La sua straordinaria attività ebbe alimento e sostegno dal suo spirito di fede”.

Giovanni Battista Francesia, 21 anni.

Nato a San Giorgio Canavese il 3 ottobre 1838, emigrò a Torino coi genitori in cerca di lavoro. Mentre a 12 anni già lavorava in una fabbrica in condizioni orribili, incontrò Don Bosco nel suo Oratorio festivo. Due anni dopo, nel 1852, Don Bosco lo accolse nella sua Casa, e Battistìn, come tutti lo chiamavano, cominciò a studiare per diventare sacerdote. Unito per sempre e senza dubbi a Don Bosco, fu il primo salesiano laureato in lettere (“Mentre molti, presa la laurea, lasciavano Don Bosco, io rimasi!”). Fu giovanissimo professore di Domenico Savio, in una classe affollata da 70 alunni (il numero normale di quel tempo). Ebbe facilità nello scrivere in prosa e in poesia. Fece la prima professione nel 1862 e fu ordinato prete l’anno seguente. Dal 1878 al 1902 fu Ispettore. Don Bosco gli affidò la revisione delle Letture Cattoliche e le Collane dei Classici latini e italiani. Dopo aver rivisto e pubblicato l’opera di don Bonetti (che era mancato all’improvviso) Cinque lustri di storia dell’Oratorio di S. Francesco di Sales (1892), scrisse egli stesso la Vita popolare di Don Bosco (1902), di ben 414 pagine, che ebbe moltissime edizioni e traduzioni. Preziose per la storia della Congregazione sono anche le tante brevi biografie dei primi Salesiani defunti. Visse accanto a Don Bosco per 38 anni. Le sue parole e i suoi numerosissimi scritti furono una continua narrazione di ricordi piccoli e grandi di Don Bosco. Visse fino a 92 anni; morì a Torino il 17 gennaio 1930. Parecchie volte nei suoi sogni Don Bosco lo vide come vegliardo dai capelli bianchi, ultimo superstite della prima generazione.

Francesco Provera, 23 anni.

Nato a Mirabello Monferrato il 4 dicembre 1836, conobbe tardi Don Bosco. A 22 anni (dopo aver fatto il commerciante con il padre) si presentò a Don Bosco perché ‘da sempre voleva diventare prete’. Don Bosco gli rispose a bruciapelo: “Quelli che vogliono venire da me devono lasciarsi cuocere”. Francesco un poco si spaventò. E Don Bosco: “Significa che devi lasciarmi padrone assoluto del tuo cuore”. “Ma io non cerco altro. Sono venuto proprio per questo”. Mentre studiava da chierico, nell’Oratorio festivo esercitò un apostolato così intelligente che Don Bosco diceva ai suoi chierici: “Imparate da lui. È un grande cacciatore di anime”. Mentre studiava la seconda ‘filosofia’, Don Bosco lo fece insegnante della prima ginnasiale, con centocinquanta alunni! Emise i voti religiosi nel 1862. L’anno dopo, ancora chierico, andò con don Rua a fondare la prima casa salesiana fuori Torino, al suo paese natale, Mirabello Monferrato. Fu prefetto (cioè amministratore) così competente, che l’anno dopo Don Bosco lo mandò nel collegio di Lanzo, dove occorreva un amministratore molto abile. In quell’anno, il 25 dicembre 1864, divenne sacerdote. Don Bosco, negli anni seguenti, lo considerò prefetto perpetuo’, inviandolo in ogni casa di nuova fondazione che richiedesse un economo esperto per avviarsi bene. Poi Don Bosco lo richiamò a Torino, centro ormai di iniziative sempre più onerose. Don Provera abbinò la sua opera di amministratore a un intenso apostolato sacerdotale: diventò insegnante di filosofia dei chierici, di cui si sforzò di formare le menti. Era molto apprezzato per la grande chiarezza delle idee e la facilità di parola. Pochi sapevano che faceva l’economo e il professore mentre offriva a Dio per i suoi chierici una silenziosa e dolorosissima passione: dal 1866 un’ulcera inguaribile ad un piede lo consumava. Morì nel 1874 a soli 38 anni. Don Bosco disse: “La nostra Società perde uno dei migliori suoi soci”.

Giuseppe Lazzero, 22 anni.

Giunse all’Oratorio ventenne da Pino Torinese insieme al compaesano Carlo Ghivarello (1857). Voleva diventare prete, e Don Bosco, constatata la buona stoffa, lo mise a studiare latino accanto a un ragazzo vivacissimo di Carmagnola, Michele Magone. Michele aveva otto anni meno di lui, ma divennero subito amici. Decise di rimanere per sempre con Don Bosco, e a 28 ani fu ordinato prete il 10 giugno 1865. Quando morì don Provera, Don Bosco lo chiamò a sostituirlo come Consigliere nel Capitolo Superiore, incarico che mantenne fino al 1898. Quando don Rua a Valdocco divenne ‘il secondo Don Bosco’, don Lazzero fu nominato Direttore della Casa dell’Oratorio. Quando poi i giovani interni divennero 800, e un direttore solo non bastava, Don Bosco affidò a don Francesia la direzione degli studenti, e a don Lazzero quella degli artigiani. Anche nel Capitolo Superiore divenne il ‘Consigliere Professionale’.  Nel 1885 Don Bosco gli affidò il delicatissimo compito delle ‘relazioni e corrispondenza’ con i missionari, che moltiplicavano le opere nelle Americhe. Nel 1897 (all’età di 60 anni), stroncato dall’immane lavoro, ebbe un crollo da cui non si riprese più. Visse gli ultimi 13 anni (appartato nella casa di Mathi) nella pazienza, nella preghiera e nella conformità al volere di Dio. Morì il 7 marzo 1910.

Francesco Cerruti, 15 anni.

Orfano di padre, affezionatissimo alla madre, fu accolto da Don Bosco nel 1856. Arrivando in novembre da Saluggia (Vercelli), si sentì smarrito e divorato dalla nostalgia. Ma incontrò Domenico Savio, che aveva due anni più di lui, gli si affezionò e la vita gli tornò a sorridere. Domenico morì appena cinque mesi dopo, lasciandolo in lacrime. Francesco (la cui santità Don Bosco metteva sullo stesso piano di quella di Domenico) fu tra i primi quattro salesiani mandati da Don Bosco a frequentare l’Università di Torino, dove dimostrò ingegno vivace e profondo. Quando una polmonite trascurata sembrava doverselo portare via nel 1865 (come egli testimoniò sotto giuramento), Don Bosco gli garantì che sarebbe vissuto e avrebbe ancora lavorato a lungo. Per ordine di Don Bosco compose giovanissimo un Dizionario Italiano che ebbe molto successo nelle scuole, poi una Storia della letteratura italiana e una Storia della pedagogia. A 26 anni fu mandato da Don Bosco ad aprire e dirigere la grande opera di Alassio (Savona). Quando ebbe 41 anni, nel 1885, Don Bosco lo volle accanto a sé e lo fece Direttore generale delle scuole salesiane e della stampa salesiana. Con mano ferma e sicura aiutò Don Bosco ad organizzare la giovanissima Congregazione. Lavorò efficacemente per conservare l’unità didattica e morale delle scuole salesiane, dando ogni anno norme educativo-didattiche. Mentre agiva, scriveva. Fissò in libri che si diffusero rapidamente la pedagogia di Don Bosco, da Elementi di pedagogia (1897) a Il problema morale dell’educazione (1916). Di lui Don Bosco disse: “Di don Cerruti, Dio ce n’ha dato uno solo, purtroppo”. Morì ad Alassio il 25 marzo 1917.

Celestino Durando, 19 anni.

Arrivò all’Oratorio da Farigliano di Mondovì (Cuneo) nel 1856, sedicenne. Fin dalla prima sera si incontrò con Domenico Savio che, come gli altri soci della Compagnia dell’Immacolata, avvicinava i nuovi arrivati per aiutarli a vincere il primo disorientamento. I due s’intesero subito. Fu una vera grazia di Dio, della quale Celestino non finì mai di essere riconoscente al Signore. Un anno dopo ricevette l’abito clericale dalle mani di Don Bosco, ed entrò subito nella vita attiva della Casa. Professo nel 1862, fu ordinato sacerdote due anni dopo. Studiava per sé e insegnava. Don Bosco, cui si era donato interamente, gli affidò subito (1858) la prima ginnasiale con 96 alunni, e lo incoraggiò a scrivere i libri necessari per i suoi scolari. E Durando scrisse manuali molto semplici, ma adattissimi alle capacità dei suoi alunni che venivano dalla campagna o dalle fabbriche. Diffusissimi furono la sua Grammatica Latinae i suoi Precetti elementari di letteratura. Il suo lavoro più impegnativo fu il Vocabolario latino-italiano e italiano-latino di 936 pagine, che terminò (sempre continuando ad insegnare e a fare il sacerdote) quando aveva 35 anni. Don Bosco fu così contento di quest’opera, che nel 1876 (Durando aveva 36 anni) volle condurre l’autore a farne omaggio al papa Pio IX. Consigliere nel Capitolo Superiore fin dal 1865, don Durando ebbe l’incarico permanente delle pratiche per l’apertura di nuove Case salesiane. Le frequenti domande di fondazione che giungevano a Don Bosco, e in seguito a don Rua, venivano girate a lui per la prima risposta, le trattative, le pratiche necessarie. Tra libri di latino e aride pratiche, don Durando fu sempre prete. Faceva da cappellano alla Generala, la casa dove venivano rinchiusi i giovani corrigendi, che gli erano molto affezionati. E passava lunghe ore in confessionale, nella Basilica di Maria Ausiliatrice e in altri Istituti della città di Torino. Alla sua morte, il 27 marzo 1907, don Rua disse di lui: “Senza far rumore, compì una vita ripiena di opere buone. Lasciò, ovunque passò, le tracce del suo spirito veramente sacerdotale e salesiano”.

Giuseppe Bongiovanni, 23 anni.

Nato a Torino il 15 dicembre 1836. Quando Don Bosco pubblicò la 5a edizione della Vita di Domenico Savio (1878), aggiunse una pagina con un rapido profilo di Giuseppe Bongiovanni. Ecco quanto scrive Don Bosco:

“Uno fra quelli che più efficacemente aiutarono Savio Domenico nell’istituire la Compagnia dell’Immacolata Concezione e compilarne il regolamento fu Bongiovanni Giuseppe. Questi, rimasto orfano di padre e di madre, era stato raccomandato da una zia al Direttore dell’Oratorio (Don Bosco), che caritatevolmente lo accolse nel Novembre del 1854. Trovavasi allora all’età di 17 anni, e a malincuore forzato dalle circostanze egli venne, ma ancora colla mente piena delle vanità del mondo e con varii pregiudizi in fatto di religione… In breve si  affezionò grandemente alla casa e ai superiori; rettificò insensibilmente le sue idee e diedesi con tutto ardore all’acquisto della virtù ed alle pratiche di pietà. Dotato com’era d’ingegno molto perspicace e di grande facilità ad imparare, venne applicato allo studio… Fornito di fervida immaginazione spiegò una grande abilità nel poetare sia nell’italiana favella, sia in dialetto; e mentre nelle famigliari conversazioni serviva di diletto agli amici coll’improvvisare su argomenti scherzevoli, scriveva al tavolino bellissime poesie di cui molte furon pubblicate…  Avviatosi alla carriera ecclesiastica, sempre si segnalò durante il chiericato per la sua pietà e fedele osservanza delle regole e zelo pel bene de’ suoi compagni. Fatto sacerdote nel 1863, non è a dire con quale ardore siasi dato all’esercizio del sacro ministero… Dopo aver aiutato Savio Domenico, con cui era unito in santa amicizia, ad istituire la Compagnia dell’Immacolata, essendo allora solamente chierico, fondò col permesso del Superiore un’altra compagnia ad onore del SS. Sacramento, che aveva per iscopo di promuoverne il culto fra la gioventù e di addestrare gli allievi più noti in virtù al servizio delle sacre funzioni, formando così un piccolo clero ad accrescerne la maestà e la grazia. E ben si può dire che se la Congregazione di S. Francesco di Sales poté già dare alla Chiesa un bel numero di ministri degli altari, in gran parte si deve alle sante premure del Sac. Bongiovanni intorno al Piccolo Clero. Nel 1868, avvicinandosi l’epoca della consacrazione della Chiesa eretta a Valdocco ad onore di Maria Ausiliatrice, Don Bongiovanni s’adoperò con tutto l’impegno per disporre le cose necessarie a tale funzione e specialmente nel preparare il Piccolo Clero… Nulla risparmiò di sollecitudini, di fatiche e sudori, particolarmente nella vigilia che fu agli 8 Giugno di tale anno… Egli che si era tanto adoperato per la buona riuscita delle feste, ai 9 di Giugno, giorno della consacrazione, trovossi infermo, in modo da non potersi alzare dal letto. Esso desideroso di poter almeno una volta celebrare i divini misteri nella nuova chiesa, supplicò la SS. Vergine con calde istanze ad ottenergliene la grazia. Fu esaudito. Nella domenica fra l’ottava… poté celebrare la santa Messa con immensa consolazione del suo cuore. Dopo la messa disse a qualcuno de’ suoi amici che era tanto contento che ben poteva intonare il Nunc dimittis. E così fu”.[23] Tornò a letto, e il mercoledì seguente, il 17 giugno 1868, circondato da una corona di amici, morì nel nome del Signore. Aveva solo 32 anni.

Cinque ci ripensano

Nel gruppo del 18 dicembre 1858 ci sono altri cinque nomi: Giovanni Anfossi, Marcellino Luigi, Secondo Pettiva, Antonio Rovetto, Luigi Chiapale. Anch’essi, “si  ascrissero alla Pia Società dopo matura riflessione”. Ma le vicende della vita e i successivi ripensamenti finirono per portarli, chi prima chi dopo, lontano dalla Pia Società Salesiana. Do alcuni lineamenti anche di questi cinque, perché anch’essi furono tra i primi a credere nel sogno di Don Bosco.

Giovanni Anfossi, 19 anni.

Nato a Vigone, Torino, aveva l’età di Domenico Savio, e fu suo compagno e amico intimo per tutto il tempo che Domenico trascorse all’Oratorio. Camminava ogni mattina insieme con lui e con Rua, Cagliero, Bonetti verso la scuola del prof. Bonzanino. Dopo essere stato ‘ascritto’ alla Pia Società Salesiana, fece il noviziato ed emise i regolari voti triennali. Ma poi preferì continuare gli studi in Seminario; lasciò la Congregazione nel 1864, due anni dopo aver fatto la prima professione temporanea. Fu sacerdote eccellente, canonico, professore e monsignore. Frequentava molto spesso l’Oratorio, ed era amico fraterno di don Rua, don Cagliero e don Cerruti. Fu il 20° testimone giurato al processo di beatificazione di Don Bosco, e il 7° in quello di Domenico Savio. Le sue testimonianze (conservate manoscritte) sono ampie e bellissime. Morì a Torino il 15 febbraio 1913.

Luigi Marcellino, 22 anni.

Nato nel 1837, all’Oratorio fu compagno e amico di Domenico Savio. Fu tra i primi a far parte della Compagnia dell’Immacolata. Il suo nome non appare tra i primi professi. Decise di continuare i suoi studi sacerdotali in Seminario, e divenne Curato della Parrocchia dei Ss. Martiri in Torino.

Secondo Pettiva (o Petiva), 23 anni.

Nella festa dell’inaugurazione della chiesa di S. Francesco di Sales (1852) un ragazzo di nome Secondo Pettiva – nato a Torino nel 1836 – cantò una parte da solo, strappando moltissimi applausi. Egli divenne valente nell’arte musicale, e sui 20 anni divenne con Giovanni Cagliero l’anima della musica all’Oratorio. Per diversi anni fu animatore delle feste e della gioia collettiva all’Oratorio. A 24 anni  decise che rimanere con Don Bosco non era la sua vocazione. L’anno dopo (1864) chiese al suo compagno e amico don Rua di ospitarlo nella nuova casa di Mirabello. Di qui tornò a Torino, ma fu colpito da una forma grave di tubercolosi. Don Bosco andò a trovarlo più volte all’Ospedale San Luigi, e lo preparò all’incontro con il Signore. Si spense nel 1868 a soli 30 anni.

Antonio Rovetto, 17 anni.

Nato a Castelnuovo d’Asti nel 1842, entrò nell’Oratorio nel 1855. Compagno di Domenico Savio, fu nel gruppo fondatore della Pia Società, e l’anno seguente firmò con Don Bosco e tutti gli ascritti la lettera che fu inviata all’Arcivescovo Luigi Fransoni per avere l’approvazione delle prime Regole. Nei verbali del Capitolo Superiore è scritto che Antonio Rovetto fece i voti triennali nella mani di Don Bosco il 18 gennaio 1863. Lasciò l’Oratorio nel 1865. Su di lui purtroppo non ci sono altre notizie.

Luigi Chiapale, 16 anni.

Nato a Costigliole Asti il 13 gennaio 1843, entrò nell’Oratorio nel 1857. Fu uno dei ragazzi che accompagnavano Don Bosco ai Becchi per la festa della Madonna del Rosario. Compagno e amico di Domenico Savio, Michele Rua, Giovanni Cagliero… fece parte del gruppo degli ‘ascritti’ che diede inizio alla Pia Società, ma un biglietto confidenziale di Don Bosco lo ammoniva: “Non sai ancora che cosa sia l’ubbidienza”.[24] Fece la prima professione nel 1862, che rinnovò cinque anni dopo. Rientrato nella diocesi di Saluzzo e diventato sacerdote, fu valido predicatore, e divenne Cappellano Mauriziano di Fornaca Saluzzo (Cuneo).

Il canonico Anfossi, uno tra quelli che lasciò l’Oratorio per entrare nel clero della Diocesi, affermava che Don Bosco non si offendeva di questi abbandoni, “mentre dava la benedizione a quelli che da lui si congedavano, affinché continuassero sulla via della virtù e riuscissero a far  del bene alle anime”. E il canonico Ballesio soggiungeva: “Per le relazioni che ho avuto con Don Bosco anche dopo la mia uscita dall’Oratorio, posso assicurare che egli (…) non cessava di amare gli ingrati, invitarli a far visita all’Oratorio, e all’occorrenza continuare ad essere il loro benefattore”.[25]

2.3  Coinvolgere i giovani di oggi

È una certezza: la Congregazione salesiana è stata fondata e si è dilatata coinvolgendo giovani, che si lasciarono convincere dalla passione apostolica di Don Bosco e dal suo sogno di vita. Dobbiamo narrare ai giovani la storia degli inizi della Congregazione, della quale i giovani furono ‘confondatori’. La maggioranza (Rua, Cagliero, Bonetti, Durando, Marcellino, Bongiovanni, Francesia, Lazzero, Savio) furono compagni di Domenico Savio e membri della Compagnia dell’Immacolata; e dodici furono fedeli a Don Bosco fino alla morte.

È auspicabile che questo fatto ‘fondazionale’ ci aiuti a coinvolgere sempre più i giovani di oggi nell’impegno apostolico per la salvezza di altri giovani. Essere coinvolti significa diventare terreno in cui cresce naturalmente la vocazione consacrata salesiana. Abbiamo il coraggio di proporre ai nostri giovani la vocazione consacrata salesiana!

Per aiutarvi in questo grande compito, vi espongo alla buona tre mie convinzioni che vi aiuteranno (insieme a quello che vi ho raccontato finora) a ‘narrare’ la storia degli inizi.

a)   Don Bosco intuì che per la sua Congregazione la strada giusta era quella della giovinezza.

Gliela indicò la Madonna in due sogni profetici, ed egli non ebbe paura di affidare le massime responsabilità a giovani e giovanissimi cresciuti nel clima del suo Oratorio.

Il primo dei due sogni viene ricordato nella tradizione salesiana come il sogno delle tre fermate. È scritto da Don Bosco stesso nella pagine 94-95 delle sue ‘Memorie dell’Oratorio’ con la sua tremenda grafia.

“La seconda domenica  di ottobre di quell’anno (1844) dovevo partecipare ai miei giovanetti, che l’Oratorio si sarebbe trasferito in Valdocco. Ma l’incertezza del luogo, dei mezzi, delle persone mi lasciavano veramente sopra pensiero. La sera precedente andai a letto col cuore inquieto. In quella notte feci un nuovo sogno, che pare un’appendice di quello fatto ai Becchi quando avevo nove anni…

Sognai di vedermi in mezzo a una moltitudine di lupi, di capre e caprette, di agnelli, pecore, montoni, cani e uccelli. Tutti insieme facevano un rumore, uno schiamazzo o meglio un diavolio da incutere spavento ai più coraggiosi. Io volevo fuggire, quando una Signora, assai ben messa a foggia di pastorella, mi fe’ cenno di seguire ed accompagnare quel gregge strano, mentre Ella precedeva. Andammo vagando per vari siti; facemmo tre stazioni o fermate. Ad ogni fermata molti di quegli animali si cangiavano in agnelli, il cui numero andavasi ognor più ingrossando. Dopo aver molto camminato mi sono trovato in un prato, dove quegli animali saltellavano e mangiavano insieme senza che gli uni tentassero di nuocere agli altri.

Oppresso dalla stanchezza voleva sedermi accanto di una strada vicina, ma la pastorella mi invitò a continuare il cammino. Fatto ancora breve tratto di via, mi sono trovato in un vasto cortile con porticato attorno alla cui estremità eravi una chiesa. Allora mi accorsi che quattro quinti di quegli animali erano diventati agnelli. Il loro numero poi divenne grandissimo. In quel momento sopraggiunsero parecchi pastorelli per custodirli. Ma essi fermavansi poco, e tosto partivano. Allora succedette una meraviglia: Molti agnelli cangiavansi in pastorelli, che crescendo prendevano cura degli altri.  Crescendo i pastorelli in gran numero, si divisero e andavano altrove per raccogliere altri strani animali e guidarli in altri ovili. (…)

Volli dimandare alla pastora (…) che cosa volevasi indicare con quel camminare, colle fermate (…) «Tu comprenderai ogni cosa quando cogli occhi tuoi materiali vedrai di fatto quanto ora vedi cogli occhi della mente»”.[26]

“Attraverso il linguaggio figurato del sogno”, commenta don Stella, “Don Bosco sentiva ch’era destinato ad avere sotto di sé molti giovani, vari dei quali si sarebbero trasformati in pastorelli e lo avrebbero aiutato nell’opera educativa”.[27]

Il secondo sogno, ricordato nella tradizione salesiana come ‘il sogno del pergolato di rose, Don Bosco lo raccontò nel 1864. Narrato da don Lemoyne, venne pubblicato nel 1903, viventi  don Rua, mons. Cagliero e don Barberis.

“Nel 1864 una sera dopo le orazioni radunava a conferenza nella sua anticamera, come era solito fare di quando in quando, coloro che già appartenevano alla sua Congregazione: tra i quali don Michele Rua, don Cagliero Giovanni… e don Barberis Giulio… «Vi ho già raccontato diverse cose in forma di sogno dalle quali possiamo argomentare quanto la Madonna SS. ci ami e ci aiuti; ma giacché siamo qui noi soli, perché ognuno di noi abbia la sicurezza essere Maria Vergine che vuole la nostra Congregazione e affinché ci animiamo sempre più a lavorare per la maggior gloria di Dio, vi racconterò non già la descrizione di un sogno, ma quello che la stessa Beata Vergine si compiacque di farmi vedere. Essa vuole che riponiamo in lei tutta la nostra fiducia ….

« Un giorno dell'anno 1847, avendo io molto meditato sul modo di far del bene alla gioventù, mi comparve la Regina del cielo e mi condusse in un giardino incantevole. Vi era un bellissimo porticato, con piante rampicanti cariche di foglie e di fiori. Questo porticato metteva in un pergolato incante­vole, fiancheggiato e coperto da meravigliosi rosai in piena fioritura.(…) Anche il terreno era tutto coperto di rose. La Beata Vergine mi disse: – (…) È quella la strada che devi percorrere.

Deposi le scarpe: mi sarebbe rincresciuto calpestare quelle rose. Cominciai a camminare, ma subito sentii che quelle rose nascondevano spine acutissime. Fui costretto a fer­marmi e poi a tornare indietro.

– Qui ci vogliono le scarpe, dissi alla mia guida.

– Certamente - mi rispose - ci vogliono buone scarpe.

Mi calzai e mi rimisi sulla via con un certo numero di compagni che erano comparsi in quel momento, chiedendo di camminare con me.

Molti rami scendevano dall’alto come festoni. Io non vedevo che rose ai lati, rose di sopra, rose innanzi ai miei passi.(…) Le mie gambe si impigliavano nei rami stesi per terra e ne rimanevano fe­rite; rimuovevo un ramo trasversale e mi pungevo, sanguinavo nelle mani e in tutta la persona. Le rose nascondevano tutte una grandis­sima quantità di spine. Ciò non pertanto, incoraggiato dalla Beata Vergine, proseguii il mio cammino.(…) Tutti coloro che mi vedevano camminare dicevano: " Don Bosco cammina sempre sulle rose! Tutto gli va bene! ". Non vedevano che le spine laceravano le mie povere membra.

Molti chierici, preti e laici da me invitati, si erano messi a se­guirmi festanti, attirati dalla bellezza di quei fiori; ma si accorsero che si doveva camminare sulle spine, e incominciarono a gridare: "Siamo stati ingannati! ".

Non pochi tornarono indietro… Ritornai anch’io indietro per richiamarli, ma inutilmente. Allora cominciai a piangere dicendo: "Possibile che debba io solo percorrere tutta questa via così faticosa?".

Ma presto fui consolato. Vedo avanzarsi verso di me uno stuolo di preti, chierici, secolari, i quali mi dissero:Eccoci; siamo tutti suoi, pronti a seguirla. Precedendoli mi rimisi in via. Solo al­cuni si perdettero d’animo e si arrestarono. Ma una gran parte di essi giunse con me alla meta.

Percorso tutto il pergolato, mi trovai in un bellissimo giardino. I miei pochi seguaci erano dimagriti, scarmigliati, sanguinanti. Al­lora si levò una brezza leggera, e a quel soffio tutti guarirono. Soffiò un altro vento, e come per incanto mi trovai circondato da un nu­mero immenso di giovani e di chierici, di laici coadiutori e anche di preti, che si misero a lavorare con me guidando quella gioventù. Parecchi li conobbi di fisionomia, molti non li conoscevo ancora… Allora la Vergine SS., che era stata la mia guida, mi interrogò:

–  Sai che cosa significa ciò che tu vedi ora, e ciò che hai visto prima?

–  No

–  Sappi che la via da te percorsa tra le rose e le spine signi­fica la cura che tu dovrai prenderti della gioventù. Tu devi cammi­nare colle scarpe della mortificazione. Le spine significano… gli osta­coli, i patimenti, i dispiaceri che vi toccheranno. Ma non vi perdete di coraggio. Con la carità e con la mortificazione, tutto supe­rerete, e giungerete alle rose senza spine.

Appena la Madre di Dio ebbe finito di parlare, rinvenni in me e mi trovai nella mia camera”.[28]

Come si legge tra le righe di questi due sogni e sappiamo dalla storia del primo Oratorio, Don Bosco non trovò aiuto permanente in altri sacerdoti della sua terra, e nemmeno tra essi li cercò, come normalmente li cercavano altre istituzioni benefiche (i Rosminiani, i Preti del Cottolengo) che crescevano accanto a lui. Si accorse presto che i ‘pastori’ doveva trovarli nel ‘suo gregge’: si chiamavano Rua, Cagliero, Francesia, Cerruti, Bonetti… E ad essi, giovanissimi, affidò le massime responsabilità della sua Congregazione nascente.

Un giorno espose così il suo pensiero: «Grande vantaggio è il ricevere noi ancor piccolini la maggior parte di coloro che si faranno Salesiani. Vengono grandi assuefacendosi senz’accorgersene ad una vita laboriosa, conoscono tutto il congegno della  Congregazione e si troveranno facilmente pratici di qualunque affare; sono subito buoni assistenti e buoni maestri, con unità di spirito e di metodo, senz’aver bisogno che nessuno loro insegni il metodo nostro, perché lo impararono mentr’erano allievi… Credo che fino ai tempi nostri non sia ancor nata una Congregazione o un Ordine religioso che abbia avuta tanta comodità nella scelta degli individui a lei più adattati… Coloro che sono vissuti molto tempo fra di noi infonderanno negli altri il nostro spirito».[29]

b)  Don Bosco non aveva paura a chiamare i suoi giovani a imprese coraggiose e, umanamente parlando, temerarie.

Il primo esempio che vi ricordo è il tempo del colera scoppiato all’inizio dell’estate 1854. Fu un momento pauroso per la città di Torino: alla fine dell’estate si sarebbero contati 1248 morti (la città aveva 117 mila abitanti); Borgo Dora fu particolarmente colpito: “la parrocchia dei Ss. Simone e Giuda, la parrocchia dell’Oratorio, ebbe il 53 % del totale dei decessi”.[30] La paura provocava “il chiudersi delle botteghe, il fuggire che tosto moltissimi facevano dal luogo invaso. Che più. In certi luoghi, appena uno era assalito, i vicini e talora gli stessi parenti impaurivano siffattamente, che lo abbandonavano senza aiuto e senza assistenza”.[31] Un lazzaretto fu improvvisato a ovest di Valdocco. Ma pochi erano i coraggiosi che si prestavano a curare i malati. Don Bosco si rivolse ai più grandi tra i suoi giovani.

Tra essi c’era il fior fiore dei suoi futuri Salesiani. A quattro di essi (tra cui Rua e Cagliero) il 26 gennaio di quel 1854 aveva avanzato la prima proposta di “fare coll’aiuto del Signore e di S. Francesco di Sales una prova di esercizio pratico della carità verso il prossimo, per venire poi ad una promessa; e quindi, se sarà possibile e conveniente, di farne un voto al Signore. Da tale sera fu posto il nome di Salesiani a coloro che si proposero e si proporranno tale esercizio”.[32] Eppure non ebbe paura che la sua prima fioritura fosse distrutta da un temerario gesto di carità. Disse loro che il Sindaco faceva appello ai migliori della città perché si trasformassero in infermieri e assistenti dei colerosi. Se qualcuno voleva unirsi a lui in quell’opera di carità, lo ringraziava a nome di Dio. Si offrirono in quattordici, “e poi altri trenta, i quali si dedicarono con tanto zelo, abnegazione e coraggio, che riscossero la pubblica ammirazione”.[33]  Il 5 agosto, festa di Maria Vergine della Neve, Don Bosco parlando ai ricoverati disse loro: “Io voglio che ci mettiamo anima e corpo nelle mani di Maria (…) Se voi vi metterete tutti in grazia di Dio e non commetterete alcun peccato mortale, io vi assicuro che niuno di voi sarà toccato dal colera”.[34]

Furono giornate di caldo torrido, fatica, pericoli, puzza nauseabonda. Michele Rua (17 anni) fu preso a sassate da gente infuriata mentre entrava nel lazzaretto; il popolino credeva che lì dentro si uccidessero i malati. Giovanni B. Francesia (16 anni) ricordava: “Quante volte io stesso giovinetto, dovevo animare i vecchi a recarsi al lazzaretto. – Ma mi uccideranno. – Cosa dite mai? Anzi, vi troverete meglio. E poi ci sono io. –  Sì? Ebbene portatemi dove volete”. Giovanni Cagliero (16 anni) stava servendo gli ammalati al lazzaretto insieme con Don Bosco. Un medico lo vide e gridò: “Questo giovane non può e non deve stare qui! Non le pare una grave imprudenza?” “No, no signor dottore – rispose Don Bosco – Né lui, né io abbiamo paura del colera e non succederà niente”.[35] Giovanni B. Anfossi al processo di beatificazione di Don Bosco depose: “Ebbi la fortuna di accompagnare Don Bosco in parecchie visite che faceva ai colerosi. Io allora avevo solo 14 anni, e ricordo che, prestando la mia opera come infermiere, provavo una grande tranquillità, riposando sulla speranza di essere salvo, speranza che D. Bosco aveva saputo infondere ne’ suoi alunni”.[36]

Con le piogge d’autunno la pestilenza finì. Tra i giovanissimi volontari di Don Bosco nessuno era stato toccato dal colera.

Il secondo esempio che voglio ricordarvi è la prima spedizione missionaria, avvenuta l’11 novembre 1875. A fine gennaio Don Bosco aveva comunicato a Salesiani e giovani che i primi missionari sarebbero presto partiti per le missioni dell’Argentina meridionale; e il 5 febbraio, con una circolare, lo annunciò ufficialmente, chiedendo ai Salesiani la loro disponibilità.[37] Suscitò un entusiasmo incontenibile.[38]

Ma tra i meno giovani suscitò timori e perplessità per un’impresa che sembrava temeraria. “Dobbiamo riportarci a quei tempi – scrive don Ceria – quando l’Oratorio non era ancora un ambiente, dirò così, internazionale e la Congregazione aveva ancora l’aria di una famiglia strettamente accentrata attorno al suo Capo”.[39] Nel giorno del solenne annuncio “alcuni dei superiori si mostrarono ritrosi a prendere posto sul palco, per timore che, all’atto pratico, mancanza di persone e insufficienza di mezzi mandasse a monte la spedizione”.[40] Le opere aperte in Italia erano già tante, il personale era il minimo indispensabile. Con la partenza di dieci missionari (e Don Bosco non voleva mandare gli ‘scarti’, ma il meglio della Congregazione) le opere principali venivano dissanguate.

Era difficile immaginare la colossale opera di Valdocco (700 giovani, una sessantina di Salesiani) senza Giovanni Cagliero. A 37 anni egli era diventato una delle due giovani colonne della Congregazione: Rua, ombra silenziosa e fedele di Don Bosco, Cagliero, mente entusiasta e braccio forte di Don Bosco. Laureato in teologia, era il professore dei chierici, l’insuperabile maestro e compositore di musica, Direttore Spirituale dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, nato da appena due anni. Era pure difficile strappare all’esile struttura salesiana dell’opera di Varazze il sacerdote laureato Giuseppe Fagnano. Così per tutti gli altri, che partendo per  le missioni assottigliavano le forze salesiane in diverse opere. Eppure Don Bosco mandò quel gruppo di Salesiani al di là dell’oceano. “Chi sa – diceva – che non sia questa partenza e questo poco come un seme da cui abbia a sorgere una grande pianta? Chi sa che non sia come un granellino di miglio o di senapa, che a poco a poco vada estendendosi e non sia per fare un gran bene?”[41] Essi partirono per una terra sconosciuta, avendo come unica sicurezza la parola di Don Bosco. E quei dieci, con un gesto di assoluta fiducia in lui, diedero inizio alle grandissime Missioni Salesiane.

Mi riempie di dolcezza il cuore guardare il mondo salesiano e vedere che anche oggi non abbiamo paura ad impegnarci in imprese coraggiose e, umanamente parlando, temerarie. In tante poverissime periferie di grandi città, dove si corre il rischio di perdere la salute ed anche la vita, tra i ragazzi miseri ci sono i figli di Don Bosco. In zone sperdute e lontane, dimenticate da tutti, nei villaggi andini, nelle foreste che custodiscono le insidiate tribù aborigene, nella sconfinata brousse africana c’è la gioia squillante degli oratori salesiani. Se ci fossimo dimenticati di questo coraggio e di questa temerarietà, se in qualche terra ci fossimo imborghesiti o impigriti, Don Bosco ci richiama a “raggiungere [i giovani] nel loro ambiente e a incontrarli nel loro stile di vita con adeguate forme di servizi” (Cost. 41): “sul suo esempio, vogliamo andare loro incontro, convinti che il modo più efficace per rispondere alle loro povertà è proprio l’azione preventiva”. [42]

c)  La Compagnia dell’Immacolata, fondata da san Domenico Savio, fu il piccolo campo dove germinarono i primi semi della fioritura salesiana.

Domenico arrivò all’Oratorio nell’autunno del 1854, al termine della micidiale pestilenza che aveva decimato la città di Torino. Divenne subito amico di Michele Rua, Giovanni Cagliero, Giovanni Bonetti, Giuseppe Bongiovanni con cui si accompagnava recandosi a scuola in città. Con ogni probabilità non seppe niente della ‘Società salesiana’ di cui Don Bosco aveva cominciato a parlare ad alcuni dei suoi giovani nel gennaio di quell’anno. Ma nella primavera seguente ebbe un’idea che confidò a Giuseppe Bongiovanni. Nell’Oratorio c’erano ragazzi magnifici, ma c’erano anche mezze teppe che si comportavano male, e c’erano ragazzi sofferenti, in difficoltà negli studi, presi dalla nostalgia di casa. Ognuno per conto suo cercava di aiutarli. Perché i giovani più volenterosi non potevano unirsi insieme, in una ‘società segreta’, per diventare un gruppo compatto di piccoli apostoli nella massa degli altri? Giuseppe si disse d’accordo. Ne parlarono con alcuni. L’idea piacque. Si decise di chiamare il gruppo “Compagnia dell’Immacolata”. Don Bosco diede il suo consenso: provassero, stendessero un piccolo regolamento. Lui stesso scrisse: “Uno di quelli che aiutarono più efficacemente Domenico Savio nella fondazione e nella stesura del regolamento, fu Giuseppe Bongiovanni”.[43]

Dai verbali della Compagnia conservati nell’Archivio Salesiano, sappiamo che i componenti che si radunavano una volta alla settimana erano una decina: Michele Rua (che fu eletto presidente), Domenico Savio, Giuseppe Bongiovanni (eletto segretario), Celestino Durando, Giovanni B. Francesia, Giovanni Bonetti, Angelo Savio chierico, Giuseppe Rocchietti, Giovanni Turchi, Luigi Marcellino, Giuseppe Reano, Francesco Vaschetti. Mancava Giovanni Cagliero perché era convalescente dopo una grave malattia e viveva nella casa di sua madre.

L’articolo conclusivo del regolamento, che fu approvato da tutti, anche da Don Bosco, diceva: “Una sincera, filiale, illimitata fiducia in Maria, una tenerezza singolare verso di Lei, una devozione costante ci renderanno superiori ad ogni ostacolo, tenaci nelle risoluzioni, rigidi verso noi stessi, amorevoli col prossimo, esatti in tutto”.

I soci della Compagnia scelsero di ‘curare’ due categorie di ragazzi, che nel linguaggio segreto dei verbali  vennero chiamati ‘clienti’. La prima categoria era formata dagli indisciplinati, quelli che avevano la parolaccia facile e menavano le mani. Ogni socio ne prendeva in consegna uno e gli faceva da ‘angelo custode’ per tutto il tempo necessario (Michele Magone ebbe un ‘angelo custode’ perseverante!).

La seconda categoria erano i nuovi arrivati. Li aiutavano a trascorrere in allegria i primi giorni, quando ancora non conoscevano nessuno, non sapevano giocare, parlavano solo il dialetto del loro paese, avevano nostalgia. (Francesco Cerruti ebbe come ‘angelo custode’ Domenico Savio, e narrò con semplice incanto i loro primi incontri).

Nei verbali si vede lo snodarsi di ogni singola riunione: un momento di preghiera, pochi minuti di lettura spirituale, un’esortazione vicendevole a frequentare la Confessione e la Comunione; “parlasi quindi dei clienti affidati. Si esorta la pazienza e la confidenza in Dio per coloro che sembravano interamente sordi e insensibili; la prudenza e la dolcezza verso coloro che promettonsi facili a persuasione”.[44]

Confrontando i nomi dei partecipanti alla Compagnia dell’Immacolata con i nomi dei primi ‘ascritti’ alla Pia Società, si ha la commovente impressione che la ‘Compagnia’ fosse la ‘prova generale’ della Congregazione  che Don Bosco stava per fondare. Essa era il piccolo campo dove germinarono i primi semi della fioritura salesiana.

La ‘Compagnia’ divenne il lievito dell’Oratorio. Essa trasformò ragazzi comuni in piccoli apostoli con una formula semplicissima: una riunione settimanale con una preghiera, l’ascolto di una pagina buona, un’esortazione vicendevole a frequentare i Sacramenti,  un programma concreto su come e chi aiutare nell’ambiente dove si viveva, una chiacchierata alla buona per comunicarsi successi e fallimenti dei giorni appena trascorsi.

Don Bosco ne fu molto contento. E volle che fosse trapiantata in ogni opera salesiana che nasceva, perché anche lì fosse un centro di ragazzi impegnati e di future vocazioni salesiane e sacerdotali.

Nelle quattro pagine di consigli che Don Bosco diede a Michele Rua che andava a fondare la prima casa salesiana fuori Torino, a Mirabello (sono una delle sintesi migliori del suo sistema di educare, e verranno consegnate ad ogni nuovo direttore salesiano) si leggono queste due righe: “Procura d’iniziare la Società dell’Immacolata Concezione, ma ne sarai soltanto promotore e non direttore; considera tal cosa come opera dei giovani”.[45]

In ogni opera salesiana un gruppo di ragazzi impegnati, denominato come crediamo più opportuno, ma fotocopia dell’antica ‘Compagnia dell’Immacolata’! Non sarà questo il segreto che Don Bosco ci confida per far nuovamente germinare vocazioni salesiane e sacerdotali?

 

3.  CONSACRATI A DIO NEI GIOVANI

Che “la scelta dei giovani, da Don Bosco effettuata poco più che trentenne (1844-1846), per poter diventare ‘missione’ dei Salesiani, aveva bisogno del necessario humus della consacrazione”[46] è stata sua convinzione dopo un lungo, e sofferto, apprendistato. Fin dall’inizio egli cercò di radunare attorno a sé un gruppo di collaboratori, ecclesiastici e laici; nessuno però di quei primi aiutanti entrerà in Congregazione. In penuria di collaboratori, provò ad attingere al proprio vivaio; nel luglio del 1849 si mise ad avviare allo stato ecclesiastico un gruppo di quattro giovani, che collaboravano con lui nell’Oratorio; i quattro chierici (Giuseppe Buzzetti, Carlo Gastini, Giacomo Bellia, Felice Reviglio) “rimasero sempre attaccati a Don Bosco e alla sua opera per tutta la loro vita, ma non furono mai preti salesiani”;[47] soltanto il Buzzetti si farà poi coadiutore e morirà salesiano.

Chissà se proprio per questa sua esperienza Don Bosco abbia capito e difeso l’inscindibile intreccio di consacrazione e missione nella vita salesiana. Il prete diocesano diventava così “gradualmente… religioso, maestro e plasmatore di comunità di consacrati”.[48] Risulta evidente già nel primo articolo delle Costituzioni, precisato a continue riprese,  che Don Bosco collocava la missione giovanile come scopo della Congregazione. [49] Egli era convinto, ed è un tratto caratteristico della sua spiritualità, che “il progresso verso la ‘santità’ si realizza nell’azione al servizio, specialmente, dei giovani più bisognosi”;[50] darsi a Dio era per lui condizione necessaria per darsi ai giovani. “Ci siamo consacrati a Dio”, scriveva Don Bosco ai salesiani nel 1884, “non per attaccarci alle creature, ma per praticare la carità verso il prossimo mossi dal solo amor di Dio”.[51]

3.1    Figli di Fondatori Consacrati

Il gruppo che costituì la ‘Società di S.Franceso di Sales’  la sera del 18 dicembre 1859, era formato da diciotto persone, incluso Don Bosco; si chiamarono ‘ascritti’.[52] Due di essi (Cagliero e Rua) erano tra quelli che cinque anni prima, il 26 gennaio 1854,[53] si erano impegnati a fare “coll’aiuto del Signore e di S. Francesco di Sales una prova di esercizio pratico della carità verso il prossimo, per venire poi ad una promessa; e quindi, se sarà possibile e conveniente, di fare un voto al Signore”. [54] Circa tre anni dopo quel 18 dicembre, il 14 maggio 1862, ormai in ventidue, divennero consacrati, i primi ‘Salesiani’, pronunciando i primi voti ufficiali,[55] mentre lo stesso Don Bosco si offriva “in sacrificio al Signore, pronto ad ogni cosa, affine di procurare la sua maggior gloria e la salute delle anime”.[56]

Nei verbali del ‘Capitolo Superiore’, alla data 14 maggio 1862, si legge:

“I confratelli della Società di S. Francesco di Sales furono convocati dal Rettore, e la maggior parte di essi (che avevano compiuto l’anno di noviziato) si confermarono nella nascente Società coll’emettere formalmente i voti triennali. Questo si fece nel modo seguente:

“Il sig. D. Bosco Rettore, vestito di cotta, invitò ognuno a inginocchiarsi, e inginocchiatosi egli pure, incominciò la recita del Veni Creator (…), si recitarono le Litanie della Beata Vergine. (…) Finite queste preghiere i confratelli in sacris (=con ordini sacri) D. Alasonatti Vittorio. D. Rua Michele, D. Savio Angelo, D. Rocchietti Giuseppe, D. Cagliero Giovanni, D. Francesia Giov. Batt., Don Ruffino Domenico; i chierici Durando Celestino, Anfossi Giov. Batt., Boggero Giovanni, Bonetti Giovanni, Ghivarello Carlo, Cerruti Francesco, Chiapale Luigi, Bongiovanni Giuseppe, Lazzero Giuseppe, Provera Francesco, Garino Giovanni, Jarac Luigi, Albera Paolo; i laici Cav. Oreglia Federico di S. Stefano, Gaia Giuseppepronunciarono ad alta voce e chiaramente tutti insieme la formola dei voti (…) Ciò fatto ciascuno si sottoscrisse in apposito libro”.[57]

Don Bonetti, nella sua cronaca, continua: “Facemmo dunque i voti in numero di 22, non compreso D. Bosco, che in mezzo a noi stava inginocchiato presso il tavolino su cui era il crocifisso. Essendo in molti, ripetemmo in molti la formola, a mano a mano che D. Rua la leggeva. Dopo ciò D. Bosco, alzatosi in piedi, si volse verso di noi che eravamo ancora inginocchiati e ci indirizzò alcune parole… Fra le altre cose ci disse: « (…) Qualcuno mi dirà:  – Don Bosco ha egli pure fatti questi voti?  –  Ecco: mentre voi facevate a me questi voti, io li facevo pure a questo Crocifisso per tutta la mia vita; offrendomi in sacrificio al Signore, pronto ad ogni cosa, affine di procurare la sua maggior gloria e la salute delle anime, specialmente pel bene della gioventù. Ci aiuti il Signore a mantenere fedelmente le nostre promesse (…). Miei cari, viviamo in tempi torbidi (…) Io ho non solo probabili, ma sicuri argomenti essere volontà di Dio che la nostra Società incominci e prosegua. (…) Tutto ci fa argomentare che con noi abbiamo Iddio (…) Chi sa che il Signore non voglia servirsi di questa nostra Società per fare molto bene nella sua  Chiesa! (…) Da qui a venticinque o trenta anni, se il Signore continua ad aiutarci, come fece finora, la nostra Società sparsa per diverse parti del mondo potrà anche ascendere al numero di mille socii”.[58]

Nella lista dei 22 elencati dal verbale appaiono otto nomi nuovi, tutti giovani o giovanissimi, dal ventiduenne Domenico Ruffino ai diciassettenni Paolo Albera e Giovanni Garino.

I primi voti perpetui, con cui ci si consacrava a Dio per tutta la vita, Don Bosco permise ai suoi figli di farli solo dopo aver compiuto i voti triennali. I verbali raccontano: “Il 10 novembre 1865, dopo radunatisi tutti i confratelli della Pia Società di S. Francesco di Sales, il Sacerdote Lemoyne Giovanni Battista (26 anni, da tre anni Sacerdote nella diocesi di Genova, venuto ad ‘aiutare Don Bosco’) (…) emise innanzi al Rettore Sac. Bosco Giovanni i voti perpetui di castità, povertà ed obbedienza, avendo ai lati i due testimoni Sac. Cagliero Giovanni e Sac. Ghivarello Carlo”.

“Il 15 novembre – riferiscono sempre i verbali – emisero i voti perpetui innanzi al Rettore Sac. Bosco Giovanni: Rua Michele sacerdote, Cagliero Giovanni sacerdote, Francesia Giovanni sacerdote, Ghivarello Carlo sacerdote, Bonetti Giovanni sacerdote, Bonetti Enrico chierico, Racca Pietro chierico, Gaia Giuseppe laico, Rossi Domenico laico”.[59]

Il 6 dicembre si aggiungono alla lista dei ‘consacrati perpetui’ Durando Celestino sacerdote, Oreglia Federico laico, Jarach Luigi chierico, Mazzarello Giuseppe chierico, Berto Gioachino chierico.[60] ‘Consacrato’, aveva spiegato molte volte Don Bosco nelle conferenze preparatorie ai voti, significa ‘che appartiene a Dio’, ‘votato a Dio’. Nelle parlate di Don Bosco ‘consacrazione’, ‘professione’, ‘santi voti’ diventano sinonimi.

Giovanni Bosco si era sempre sentito ‘consacrato’

Giovanni Bosco si era sempre sentito ‘di Dio’. Quando la notte estiva era bella, Mamma Margherita e i suoi bambini uscivano dalla casetta e si sedevano a prendere il fresco stretti sulla soglia (che è ancora là, consumata dal tempo ma silenziosa testimone).  Guardavano in su, verso l’unico ‘video’ che allora esisteva: il cielo gremito di stelle. E la mamma diceva sottovoce: “È Dio che ha creato tutto, e ha messo tante stelle lassù”. E Giovanni si sentiva avvolto dalla misteriosa presenza di quella Persona grande, invisibile, che aveva dato la vita a tutto, anche a lui. E che sua madre gli insegnava a scoprire dappertutto: nel cielo, nelle campagne bellissime, nella faccia dei poveri, nella coscienza che parlava con la sua voce, e gli diceva: “Hai fatto bene, hai fatto male”. Si sentiva ‘immerso in Dio’ e ‘di Dio’.

Questo è il dono più grande che la sua santa mamma gli fece. La ‘consacrazione a Dio’, Giovanni Bosco la fece inconsciamente da fanciullo, tenendo per mano sua madre.

Giovanni Bosco non ebbe mai bisogno di un inginocchiatoio per pregare. Pregava al mattino presto, quando la mamma lo destava, in ginocchio sul pavimento della cucina accanto ai fratelli e alla madre. E poi ‘parlava con Dio’, pregava, dovunque: sull’erba, sul fieno, rincorrendo una mucca che si era sbandata, fissando il cielo: alla cascina Moglia mamma Dorotea e il cognato Giovanni un giorno lo trovarono inginocchiato “che teneva il libro penzoloni tra le mani: gli occhi aveva chiusi, la faccia teneva rivolta al cielo”[61] , e dovettero scuoterlo, tanto era assorto nella sua riflessione. Gli anni in cui fu giovanissimo contadino furono anni “nei quali si radicò più profondo in lui il senso di Dio e della contemplazione, a cui poté introdursi nella solitudine e nel colloquio con Dio durante il lavoro dei campi”.[62]

Poco per volta la preghiera divenne per Giovanni Bosco (contadino, studente, seminarista, sacerdote) un’atmosfera, che circondava ogni azione senza rompere il ritmo dell'attività. Papa Pio XI, che da giovane sacerdote aveva vissuto due soli giorni con lui sessantottenne, l’aveva scoperta: era un’atmosfera che compenetrava ogni azione di Don Bosco. E la descrisse con cinque parole: “Don Bosco era con Dio”.

Il Papa chiede la consacrazione con i voti

Nel 1857 Don Bosco confidò al suo direttore spirituale don Cafasso le difficoltà che incontrava per rendere stabile e sicura la sua Opera. Aveva pensato che una seria promessa da parte dei migliori dei suoi collaboratori di rimanere a lavorare con lui fosse sufficiente. Ma i fatti non gli davano ragione; non riusciva a trattenere giovani e chierici per aiutarlo nella sua impresa. Don Cafasso non ci pensò sopra a lungo, e gli rispose: «Per le vostre opere è indispensabile una congregazione religiosa (…) Questa associazione abbia i vincoli dei voti, e sia approvata dall’autorità suprema della Chiesa. E allora potrà liberamente disporre de’ suoi membri».[63]

Don Bosco, non convinto, consultò anche mons. Losana, Vescovo di Biella. Poi si rivolse per lettera al suo Arcivescovo mons. Fransoni, esiliato a Lione. La risposta di quest’ultimo fu “di recarsi a Roma a fine di chiedere all’immortale Pontefice Pio IX e consiglio e norme opportune”.[64]

Don Bosco ubbidì al suo Arcivescovo, e nella parte introduttiva delle Regole della Società di S. Francesco di Sales, Edizione 1877,[65] scriveva: “La prima volta che il Sommo Pontefice parlò della Società Salesiana, disse queste parole: «In una congregazione o società religiosa sono necessari i voti, affinché tutti i membri siano da un vincolo di coscienza legati col superiore,  e il superiore tenga sé e i suoi legati col Capo della Chiesa, e per conseguenza con Dio medesimo»”.[66]

Tutti praticamente gli dicevano che “il seme non può germogliare verso l’alto (missione) senza che al tempo stesso le sue radici si estendano verso il basso” (consacrazione).

Don Bosco non esitò più. Si convinse che anche i suoi aiutanti, oltre a restare con lui e fare come lui, dovevano ‘essere di Dio’ per poter dedicare tutta la vita alla salvezza dei giovani: “il darsi a Dio per tempo nei giovani che si sentono attratti a stare con Don Bosco gradatamente si traduce in attrattiva verso lo stato ecclesiastico e religioso”.[67]

3.2    L’insegnamento di Don Bosco ai suoi Salesiani

Ai Salesiani, “Don Bosco parla della Società Salesiana da profeta e vaticinatore (…) Il trovarsi con Don Bosco rientra in un piano divino. I singoli salesiani sono prescelti e predestinati a essere, come Don Bosco, strumento della gloria di Dio e della salvezza delle anime”.[68]

All’inizio del libro delle Regole, Don Bosco scrive una lunga lettera ‘Ai Soci Salesiani’, quaranta paginette che i novizi salesiani lessero e studiarono per un centinaio d’anni. Don Bosco espone diffusamente i principi evangelici e il suo pensiero sulla vita religiosa, la consacrazione, i voti, la vita salesiana. Al termine egli scrive: “Ricevete i pensieri che precedono come ricordi, che io vi lascio prima della partenza per la mia eternità cui mi accorgo avvicinarmi a gran passi”.[69]

Ecco il ‘nocciolo duro’ e insieme il fior fiore di quelle pagine sulla nostra consacrazione e i nostri voti. Ascoltiamo con venerazione questa ‘eredità’ del nostro Fondatore.

Il consacrato

Con i nostri voti “ci consacriamo al Signore, e mettiamo in potere del superiore la propria volontà, le sostanze, le nostre forze fisiche e morali, affinché tra tutti facciamo un cuor solo e un’anima sola per promuovere la maggior gloria di Dio, secondo le nostre costituzioni (…) I voti sono un’offerta eroica. (…) Sono soliti i dottori di santa Chiesa a paragonare i voti religiosi al martirio; perché, dicono, ciò che nei voti manca d’intensità è supplito dalla durazione”.[70]

“L’uomo che si consacra a Dio in religione… vive con maggior purezza di cuore, di volontà e di opere, e per conseguenza ogni sua opera, ogni parola viene spontaneamente offerta a Dio con purezza di corpo e con mondezza di cuore”.[71]

“Mediante l’osservanza dei  voti religiosi, occupato in ciò che torna alla maggior gloria di Dio… (il consacrato) può liberamente  occuparsi del servizio del Signore, affidando ogni pensiero del presente e dell’avvenire nelle mani di Dio e de’ suoi superiori, che ne fanno le veci”.[72]

“Chi dà un bicchiere d’acqua fresca per amore del Padre celeste, avrà la sua ricompensa. Colui poi che abbandona il mondo, rinuncia ad ogni soddisfazione terrestre, dà vita e sostanze per seguire il divin Maestro, quale ricompensa non avrà in cielo?”[73]

In ogni nostro uffizio, in ogni nostro lavoro, pena o dispiacere, non dimentichiamo mai che, essendoci consacrati a Dio, per lui solo dobbiamo faticare, e da lui soltanto attendere la nostra ricompensa. Egli tiene minutamente conto di ogni più piccola cosa fatta per suo santo nome, ed è di fede che a suo tempo ci compenserà con abbondante misura. In fin di vita, quando ci presenteremo al suo divin tribunale, mirandoci con volto amorevole ci dirà: Tu sei stato fedele in poco ed io ti farò padrone di molto; entra nel gaudio del tuo Signore”.[74]

I santi voti

Ubbidienza
“La vera ubbidienza, che ci rende cari a Dio ed agli uomini, consiste nel far  con buon animo qualunque cosa ci sia comandata dalle nostre costituzioni, o dai nostri superiori, che sono garanti delle nostre azioni in faccia a Dio…; consiste nel mostrarci arrendevoli anche nelle cose difficili, contrarie al nostro amor proprio, e di volerle compiere anche con pena e con patimenti. In questi casi l’ubbidienza è più difficile, ma assai più meritoria, e, come ci assicura Gesù Cristo, ci conduce al possesso del regno dei cieli”. Il consacrato “con tanta fiducia dirà con s. Agostino: «Signore, dammi quel che comandi; e comandami quel che vuoi»”.[75]

Povertà
Il consacrato “è considerato come chi nulla più possiede, essendosi fatto povero per divenire ricco con Gesù Cristo. Egli seguita l’esempio del Salvatore, che nacque nella povertà, visse nella privazione di tutte le cose, e morì nudo in croce. (…)

“È vero che talvolta dovremo tollerare qualche disagio nei viaggi, nei lavori, in tempo di sanità o di malattia. Talora avremo vitto, vestito od altro che non saranno di nostro gusto; ma appunto in questi casi dobbiamo ricordarci che siamo poveri, e che se vogliamo averne merito dobbiamo sopportarne le conseguenze. Guardiamoci bene da un genere di povertà altamente biasimato da s. Bernardo. Vi sono di quelli, egli dice, che si gloriano di esser chiamati poveri, ma non vogliono i compagni della povertà… Altri poi sono contenti di essere poveri, purché loro niente manchi”.[76]

Castità

La castità è “la virtù sommamente necessaria, virtù grande, virtù angelica, cui fanno corona tutte le altre virtù… Il Salvatore ci assicura che coloro, i quali posseggono questo inestimabile tesoro, anche nella vita mortale, diventano simili agli angeli di Dio”.

“Non aggregatevi alla Società Salesiana se non dopo esservi consigliati con persona prudente, che vi giudichi tali da poter conservare questa virtù”.

E quasi al termine della lunga lettera, Don Bosco conclude: “Chi si consacra al Signore coi santi voti, egli fa un’offerta delle più preziose e delle più gradite alla divina Maestà”.[77]

Il sogno della Società Salesiana consacrata

Al termine dell’anno 1881 Don Bosco (66 anni) impugna la penna e comunica a tutti i Salesiani un sogno che ha fatto nella notte tra il 10 e l’11 settembre. È il famoso ‘sogno dei diamanti’. Egli sta camminando con i direttori delle case salesiane, quando

“apparve tra noi un  uomo di aspetto così maestoso che non potevamo reggerne lo sguardo (…) Un ricco Manto gli copriva la persona (…) Sulla fascia stava scritto a caratteri luminosi: Pia Società Salesiana nell’anno 1881 – e sulla striscia d’essa portava scritte queste parole: Come deve essere. Dieci diamanti di grossezza e splendore straordinario erano quelli che ci impedivano di fermare lo sguardo, se non con gran pena, sopra quell’Augusto Personaggio (…)

“Cinque diamanti ornavano la parte posteriore del manto (…) Uno più grosso e sfolgorante stava in mezzo... e portava scritto: Obbedienza. Sul  primo a destra leggevasi: Voto di povertà () Nella sinistra sul più elevato era scritto: Voto di castità (…) Questi brillanti tramandavano dei raggi che a guisa di fiammelle si alzavano e portavano scritte varie sentenze (…)

Sui raggi dell’Obbedienza: Fondamento di tutta la costruzione, e compendio della santità. Sui raggi della Povertà: Di essi è il regno dei cieli. Le ricchezze sono spine. La povertà si costruisce non colle parole ma con il cuore e l’agire. Essa aprirà la porta del Cielo e vi farà entrare. Sui raggi della Castità: Insieme con essa vengono tutte le virtù. Coloro che hanno il cuore puro, vedranno le cose arcane di Dio e Dio stesso (…).

“Riapparve una luce che circondava un cartello su cui si leggeva: “Come corre pericolo di essere la Pia Società dei Salesiani nell’anno di salvezza 1900” (…) Apparve di nuovo il Personaggio di prima (…) Il suo manto era divenuto scolorato, tarlato, sdruscito. Nel sito dove stavano fissi i diamanti eravi invece un profondo guasto (…) Al posto dell’Obbedienza eravi niente altro che un guasto largo e profondo senza scritto. A Castità: Concupiscenza e vita superba. A Povertà era succeduto: Letto, vestiti, bere e denaro.

A quella vista fummo tutti spaventati”

Don Bosco continua il racconto dicendo che in quel momento la voce dolce di un ragazzo li ammonì:

“Servi e strumenti di Dio Onnipotente, osservate e comprendete. Prendete coraggio e siate forti. Le cose che avete visto e udito sono un’ammonizione divina che ora viene fatta a voi e ai vostri fratelli, state all’erta e capite bene il messaggio…

“Senza stancarvi predicate nei momenti favorevoli  e nei momenti non favorevoli. Ma ciò che predicate, fatelo voi costantemente, così che le vostre opere siano come luce, che si tramandi ai vostri fratelli e ai vostri figli come tradizione sicura di generazione in generazione.

“State attenti e comprendete: la vostra meditazione mattino e sera sia sull’osservanza delle Costituzioni.

“Se vi sarete comportati così, l’aiuto dell’Onnipotente non vi mancherà mai. Sarete ammirevoli davanti al mondo e agli angeli, e allora la vostra gloria sarà la gloria di Dio”(…)

Don Bosco conclude il suo manoscritto con queste parole: “Questo sogno mi durò l’intera notte, e sul mattino mi trovai stremato di forze (…) La nostra Società è benedetta dal Cielo, ma egli vuole che noi prestiamo l’opera nostra. I mali minacciati saranno prevenuti se noi predicheremo sopra la virtù e sopra i vizi ivi notati; se ciò che predichiamo, lo praticheremo e lo tramanderemo ai nostri fratelli con una tradizione pratica di quanto si è fatto e faremo (…) Maria Aiuto dei Cristiani – Prega per noi”.[78]

Qualche storico salesiano ha detto che in questo sogno c’è poco sogno e molta esortazione paterna del nostro Santo Fondatore. Sia pure così. Questo non toglie nulla alla forza delle affermazioni (tratte in gran parte dalla Bibbia) che Don Bosco, insieme con il Signore, dona a tutti i suoi figli. Esse devono costituire linee portanti per la nostra vita e argomento della nostra meditazione, per camminare nello spirito di ‘persone consacrate salesiane’.

 

4.   LE NOSTRE COSTITUZIONI, LA VIA DELLA FEDELTÀ

4.1    La prima fotografia voluta da Don Bosco

Novembre 1875. Don Bosco sta per coronare il sogno di mandare i  primi missionari salesiani nell’America del Sud, verso la Patagonia. E, per la prima volta nella sua vita, vuole una fotografia. Deve immortalare l’avvenimento, per farlo conoscere in grande, e perché serva di stimolo ai Salesiani e ai loro giovani. Per questo si rivolge al più qualificato fotografo di Torino, Michele Schemboche.[79] Nello studio del fotografo posa  con i dieci missionari in ‘veste ufficiale’. La fotografia mostra nei particolari tutta l’importanza che Don Bosco desidera dare all’avvenimento: i partenti vestono alla spagnola col mantello caratteristico e su di essi spicca il Crocifisso dei Missionari, il console argentino è in grande uniforme, Don Bosco indossa il ferraiolo e lo zucchetto come nelle grandi occasioni in cui si presenta al Papa, e posa mentre consegna al capo della spedizione don Cagliero un libro: sono le Regole della Società Salesiana. Egli desidera dar rilievo a questo gesto, che per lui ha un profondo significato.

Scriverà don Rua, suo Successore: “Quando il Venerabile Don Bosco inviò i suoi primi figliuoli in America, volle che la fotografia lo rappresentasse in mezzo a loro nell’atto di consegnare a don Giovanni Cagliero, capo della spedizione, il libro delle nostre Costituzioni. Quante cose diceva Don Bosco con quell’atteggiamento! Era come dicesse: «Voi traverserete i mari, vi recherete in paesi ignoti, avrete da trattare con gente di lingue e costumi diversi, sarete forse esposti a gravi cimenti. Vorrei accompagnarvi io stesso, confortarvi, consolarvi, proteggervi. Ma quello che non posso fare io stesso, lo farà questo libretto. Custoditelo come prezioso tesoro»”.[80]

4.2    Un cammino lungo e spinoso

Carissimi, vi invito a ripercorrere con me il cammino lungo e spinoso che costò al nostro Santo Fondatore quel ‘libretto’ delle nostre Regole.

Dopo aver fondato la nostra Società, Don Bosco doveva scriverne le Regole (o Costituzioni) ed averne l’approvazione dell’autorità ecclesiastica. Era di norma ottenere prima l’approvazione diocesana, e poi eventualmente quella pontificia. Ma poiché l’Arcivescovo di Torino era in quegli anni esiliato a Lione, e le relazioni con lui tramite terze persone (non molto favorevoli a Don Bosco) risultavano difficili, il nostro Fondatore pensò di rivolgersi direttamente al Papa.

Credeva si trattasse di una faccenda semplice e breve. Infatti, la prima stesura (1858) era il punto di arrivo di oltre un decennio di esperienza educativa fatta da lui nell’Oratorio. Erano 58 articoli, divisi in nove brevi capitoli. Si diceva semplicemente  che la Società sarebbe composta di ecclesiastici e di laici, uniti dai voti, desiderosi di consacrarsi al bene della gioventù povera, e di ‘sostenere la religione cattolica’ nei ceti popolari ‘colla voce e con gli scritti’.

Le pagine rispecchiavano un clima di serena familiarità, il Superiore era il papà di una grande famiglia. La spiritualità che emergeva era semplice e radicata nel Vangelo. I soci si consacravano a Dio proponendosi l’imitazione di Cristo, il ‘divin Salvatore’ che ‘cominciò a fare ed insegnare’. E la loro missione consisteva nella pratica della carità verso i giovani, specialmente i più poveri, e verso il ‘basso popolo’. Era questo il semplicissimo carisma che la nuova Società religiosa intendeva portare nella Chiesa.

Quattro anni prima una legge firmata dal ministro Rattazzi aveva soppresso le ‘corporazioni religiose’, cioè  gli ordini e le congregazioni, e aveva ‘incamerato’ le loro case e i loro beni. Questa legge, prima applicata al solo Piemonte, stava per essere estesa a tutta l’Italia. Affinché questo non capitasse alla sua Società, Don Bosco (per consiglio dello stesso Ministro, che lo stimava) inserì un articolo in cui si affermava che i Salesiani sarebbero stati totalmente religiosi davanti alla Chiesa, ma cittadini che mantenevano i loro diritti civili davanti allo Stato. Questa formulazione (che era piaciuta addirittura a Papa Pio IX) era una novità assoluta, che spalancava nuove prospettive alla Chiesa: adottandola, i Religiosi non avrebbero più subito vessazioni da parte dello Stato.

Sulla ‘faccenda semplice e breve’ Don Bosco si sbagliava. Da un primo abbozzo (nel 1855) fino  all’approvazione definitiva passarono quasi vent’anni.[81] Don Bosco ne soffrì molto. Riassunse così tutto quel tribolato cammino: “Si prendevano le nostre povere regole e ad ogni parola si trovava una difficoltà insormontabile. Coloro che avrebbero potuto fare di più in mio favore, erano quelli che più risolutamente si manifestavano di parere contrario”.[82] Quello di Don Bosco non fu un lamento immotivato: lo dimostrano “le correzioni, le aggiunte, i pentimenti, i rifacimenti, le rifusioni che si avvicendarono lungo i quasi vent’anni di gestazione del testo… quei poveri quaderni, quei semplici e tormentati foglietti stanno a testimoniare quanto sia costata a Don Bosco la redazione di certi articoli o capitoli”.[83]

Due erano i punti su cui si indirizzavano le principali critiche e su cui Don Bosco non si arrese mai: la distinzione in ogni Salesiano del ‘religioso’ sottomesso alla Chiesa e del ‘cittadino che conserva i diritti civili’ (il riferimento alle ‘leggi civili’ dava fastidio, perché poteva sembrare un riconoscimento dello Stato che perseguitava la Chiesa);  e la facoltà del Superiore della Congregazione di far ammettere agli ordini sacri i Salesiani che lui giudicava  degni.

Il 3 aprile 1874 il testo delle Regole, ritoccato in alcuni punti, fu finalmente approvato. Ma per l’ultimo passo occorse il voto personale del Papa Pio IX. Fu soppresso il Proemium storico-spirituale e recepita la ‘normalizzazione’ del noviziato e degli studi; inoltre la formula ‘diritti civili’ era stata cambiata in ‘dominio radicale dei propri beni’, e la ‘facoltà di ammettere agli ordini’ fu concessa solo come ‘privilegio’ per dieci anni.[84]

Don Bosco, con un telegramma da Roma, scatenò la festa grande di Valdocco, dove si aspettava pregando la sospirata approvazione. Ma confessò pure che, ‘se avesse saputo prima ciò che gli sarebbe costato, forse il coraggio gli sarebbe venuto meno’.

4.3    Sacralità delle Regole approvate dalla Chiesa

Subito dopo cominciò da parte di Don Bosco stesso il sentimento di rispetto davanti alla sacralità nuova acquistata dalle Regole Salesiane. Quel libretto non era più il campo di battaglia dove si erano fatte e rifatte correzioni, aggiunte, rifacimenti. Era l’esposizione (rimasta sostanzialmente intatta nella lunga battaglia) del semplicissimo carisma che la nuova Società religiosa umilmente portava nella Chiesa,  e che la Chiesa approvava.

“Le nostre costituzioni – scrisse nella lettera ‘ai Soci Salesiani’ che apriva il libro delle Regole – furono definitivamente approvate dalla Santa Sede  il 3 aprile 1874. Questo fatto… ci assicura che nell’osservanza delle nostre regole noi ci appoggiamo a basi stabili, sicure e, possiamo dire, infallibili, essendo infallibile il giudizio del Capo Supremo della Chiesa, che le ha sanzionate”.[85] Col suo senso pratico Don Bosco continua subito: “Ma qualunque pregio porti seco questa approvazione, tornerebbe di poco frutto, se tali regole non fossero conosciute e fedelmente osservate”.[86]

4.4    Il ritornello costante di Don Bosco e di don Rua

Da quel momento l’osservanza delle Regole (cioè della consacrazione e della missione) diventa il ritornello costante di Don Bosco. Nella Lettera circolare del 6 gennaio 1884 egli dice e ridice, insiste e rinnova questo invito:

“Osservare le nostre Regole, quelle Regole che la Santa Madre Chiesa si degnò di approvare per nostra guida e per il bene dell’anima nostra e per vantaggio spirituale e temporale dei nostri amati allievi. Queste Regole noi le abbiamo lette, studiate, ed ora formano l’oggetto delle nostre promesse, e dei voti con cui ci siamo consacrati al Signore. Pertanto io vi raccomando con tutto l’animo mio, che niuno lasci sfuggire parole di rincrescimento, peggio ancora, di pentimento di essersi in simile guisa consacrato al Signore (…)

“Qualcuno di voi potrebbe dire: ma l’osservanza della nostre Regole costa fatica; l’osservanza delle Regole costa fatica in chi le osserva mal volentieri, in chi ne è trascurato. Ma nei diligenti, in chi ama il bene dell’anima, questa osservanza diviene, come dice il Divin Salvatore, un giogo soave, un peso leggero (…)

“E poi, miei cari, vogliamo forse andare in Paradiso in carrozza? (…) Ci siamo consacrati a Dio non per comandare, ma per obbedire; non per attaccarci alle creature, ma per praticare la carità verso il prossimo, mossi dal solo amor di Dio; non per fare una vita agiata, ma per essere poveri con Gesù Cristo, patire con Gesù Cristo sovra la terra, per farci degni della sua gloria in Cielo”.[87]

Don Rua, primo successore di Don Bosco, chiamato ‘la Regola vivente’ e oggi beato, chiamava le Regole: “Libro della vita, midollo del Vangelo, speranza di nostra salvezza, misura di nostra perfezione, chiave del Paradiso. Veneratela come il più bel ricordo e la più preziosa reliquia del nostro amatissimo Don Bosco!”.[88]

4.5    Il rinnovamento delle Costituzioni

Dopo il Concilio Vaticano II, un Capitolo Generale Speciale (1971-1972) fu chiamato a rifondere interamente le Costituzioni, tenendo presenti le due esigenze indicate dal Concilio: tornare al carisma primitivo della Congregazione e adattare le Costituzioni ai bisogni dei tempi.

Furono circa sette mesi di lavoro intenso, “in un clima vivace e talvolta teso, tra i protagonisti  della tradizione e quelli del cambiamento, tra le esigenze dell’unità e quelle del decentramento, o anche tra quelle dell’autorità centrale e quelle della corresponsabilità”.[89]

Nel loro contenuto e nel loro stile, le Costituzioni rinnovate risultarono “una  Regola di vita meno giuridica che spirituale, la quale non solo formulava delle prescrizioni, ma dava le motivazioni evangeliche, teologiche e salesiane”.[90] Le Regole rinnovate furono approvate ‘ad esperimento’ per sei anni e poi per altri sei anni.

Nel 1984 il Capitolo Generale XXII, dopo ulteriore impegnativo lavoro, approvò il testo definitivo delle nostre Regole rinnovate. Questo testo, infine, fu approvato dalla Sede Apostolica il 25 novembre 1984. Il Rettor Maggiore don Egidio Viganò, settimo Successore di Don Bosco, nel discorso conclusivo del Capitolo Generale poté dichiarare: “È un testo organico, profondo, migliorato, permeato di Vangelo, ricco della genuinità delle origini, aperto all’universalità e proteso al futuro, sobrio e dignitoso, denso di equilibrato realismo e di assimilazione dei principi conciliari. È il testo ripensato comunitariamente in fedeltà a Don Bosco e in risposta alle sfide dei tempi”.[91]

4.6    Le parole del testamento

Don Bosco, negli ultimi tre anni della sua vita, scrisse a tratti su un taccuino il suo ‘testamento spirituale’. Le grafia irregolare e tormentata rivela l’insufficienza della sua vista e la stanchezza fisica. Lo stile è disadorno, sostanzioso, efficace. Chi ne ha curato l’edizione critica scrive: “Si potrebbe così leggere, come in uno specchio, un autoritratto di Don Bosco (…) Di fronte a certi passi, è difficile sottrarsi alla suggestione di essere alla presenza di un testo ‘sacro’, tanto è irrorato di parole non vane e non caduche”.[92] In questo ‘testamento’, Don Bosco dedica cinque paginette per salutare i suoi Salesiani. Riporto qui le parole essenziali:

“Miei cari ed amati figliuoli in G.C.
Prima di partire per la mia eternità, io debbo compiere verso di voi alcuni doveri…
Anzitutto vi ringrazio col più vivo affetto dell’animo per la ubbidienza che mi avete prestata, e di quanto avete lavorato per sostenere e propagare la Congregazione (…)
Vi raccomando di non piangere la mia morte (…) Invece di piangere fate delle ferme ed efficaci risoluzioni di rimaner saldi nella vocazione fino alla morte (…)
Se mi avete amato in passato, continuate ad amarmi in avvenire colla esatta osservanza delle nostre Costituzioni (…)
Addio, o cari figliuoli, addio. Io vi attendo al Cielo. Là parleremo di Dio, di Maria, Madre e sostegno della nostra Congregazione (…); là benediremo in eterno questa nostra Congregazione, la osservanza delle cui Regole contribuì potentemente ed efficacemente a salvarci”.[93]

Questo testamento ha parole preziose ed esigenti per tutti noi. Credo che, dopo il Vangelo, il libro delle Regole debba diventare il secondo libro della nostra meditazione quotidiana. Sarà il nutrimento costante della nostra salesianità, e la realizzazione dell’ammonimento contenuto nel ‘sogno dei diamanti’: “la vostra meditazione mattino e sera sia sull’osservanza delle Costituzioni”.

 

5.   DON BOSCO FONDATORE DI “UN VASTO MOVIMENTO DI PERSONE CHE, IN VARI MODI, OPERANO PER LA SALVEZZA DELLA GIOVENTU’ ” (Cost. 5)

Nati 150 anni fa come Società, siamo diventati più consapevoli che il nostro Padre non ha pensato solo a noi, ma da sempre ha voluto creare “un vasto movimento di persone che, in vari modi, operano per la salvezza della gioventù” (Cost. 5). Noi siamo stati pensati come evangelizzatori e come animatori di una Famiglia carismatica. Così infatti si esprimeva il CGS: “Don Bosco fu ispirato soprannaturalmente a creare una comunità di religiosi all’interno della Famiglia che a lui si ispira, con una funzione specifica di fermento animatore dell’identica missione. Egli attuò per gradi il disegno, stabilendo dapprima vincoli di amicizia con i suoi giovani migliori, impegnandoli poi in una prova di esercizio pratico di carità verso il prossimo, per venire quindi ad una promessa e portandoli infine alla consacrazione religiosa mediante i voti. Nasceva così la prima comunità salesiana”.[94]

5.1    “I figli dell’Oratorio sparsi in tutto il mondo”

Il professore di pedagogia Giuseppe Rayneri, in una sua breve pubblicazione in omaggio a Don Bosco scrisse: “Nel pomeriggio di una domenica del 1851 (Don Bosco aveva 36 anni, e mancavano ben 8 anni alla fondazione della Società Salesiana) si era fatta una lotteria; i vincitori erano molti, e per ciò molto contenti. Per ultimo Don Bosco dal balcone gettò caramelle a destra e a sinistra, ed erano pur molti che avevano la bocca addolcita. Era facile che raddoppiassimo gli evviva. Don Bosco disceso dal balcone fu preso e alzato come in trionfo qual segno di massima gioia, quando un giovane studente disse: – O Don Bosco, se potesse vedere tutte le parti del mondo ed in ciascuna di esse tanti Oratori! Don Bosco (parmi vederlo) volse intorno lo sguardo maestoso, soave, e rispose: –  Chi sa che non debba venire il giorno in cui i figli dell’Oratorio non siano sparsi per tutto il mondo! ”.[95]
Oggi chi guarda il mondo vede che Don Bosco fu profeta.

5.2    La vasta rete della Famiglia Salesiana

Don Bosco non è stato un suscitatore di speranze luminose ma fallaci, non è stato un distributore di parole gioiose ma evanescenti. Don Bosco è stato un albero grande e robusto. Aveva in sé la vita divina e la dava. Noi Salesiani siamo il frutto più bello e fecondo della sua totale consacrazione a Dio e della sua passione di vedere i giovani, specialmente poveri e a rischio, raggiungere la pienezza della vita umana e cristiana.

Ma noi non siamo l’unico frutto di questo albero robusto e grande. “I Salesiani – dichiarò il CGS – non possono ripensare integralmente la loro vocazione nella Chiesa senza riferirsi a quelli che con loro sono i portatori della volontà del Fondatore. Per questo ricercano una migliore unità di tutti, pur nell’autentica diversità di ciascuno”;[96] lo richiede la stessa e comune vocazione salesiana, dal momento che si tratta di un’unica chiamata divina “per la realizzazione organica, pur nella sua complessità, della salvezza dei giovani poveri ed abbandonati secondo lo spirito di Don Bosco”.[97]

Così Don Bosco vide ‘i figli dell’Oratorio sparsi in tutto il mondo’, una vasta rete di persone che dedicano la loro vita ai giovani poveri e a rischio, con la sua stessa passione per Dio e per i giovani figli di Dio. Questa vasta rete, costituita all’origine dai gruppi fondati dallo stesso Don Bosco – prima la ‘Società di San Francesco di Sales’, poi l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, l’Associazione dei Cooperatori Salesiani e l’Associazione dei Devoti di Maria Ausiliatrice –  andò via via estendendosi e forma la grande Famiglia Salesiana, che comprende oggi 26 gruppi.

Sono nati anche altri gruppi, che attendono che maturino le condizioni per venire formalmente riconosciuti come membri della Famiglia Salesiana; nel frattempo si prepara il terreno nel quale altri gruppi potrebbero ancora esprimersi.

Noi Salesiani, nucleo primogenito germogliato nel caldo della passione di Don Bosco, siamo da lui chiamati ad avere un cuore grande,che accoglie e riconosce come fratelli e sorelle tutti i componenti della Famiglia Salesiana; un’accoglienza grata e gioiosa delle diversità, come manifestazioni dello Spirito che parla in molte lingue; la volontà di camminare insieme verso un traguardo condiviso: il Regno di Dio da portare ai giovani e ai poveri.

5.3    Ciò che Don Bosco sentì e vide

Don Giulio Barberis, da Don Bosco eletto nel 1874 ‘maestro dei novizi’ di tutta la Società Salesiana, al ‘processo di beatificazione’ di Don Bosco depose sotto giuramento che nel 1876, quando Don Bosco non aveva ancora aperto che tre Case, raccontò che in sogno aveva visto la Congregazione estendersi per tutte le parti della terra. “Uomini d’ogni colore, d’ogni vestito, d’ogni nazione vi stavano radunati […] Vi erano tanti Salesiani che conducevano come per mano squadre di ragazzi e ragazze. Poi venivano altri, con altre squadre; poi ancora altri ed altri che più non conosceva e più non poteva distinguere, ma erano in un numero indescrivibile”. [98]

Un anno dopo, nel gennaio di 1877, nella solita conferenza annuale di S. Francesco di Sales, rivolgendosi “a tutti i professi, ascritti e aspiranti dell’Oratorio” venne a parlare di un seme che si doveva mettere, l’Opera dei Cooperatori Salesiani: “È appena incominciata e già molti vi sono ascritti (…) Non andrà molto che si vedranno popolazioni e città intiere unite nel Signore in un vincolo spirituale colla Congregazione Salesiana (…) Non passeranno molti anni che le città e le popolazioni intiere non si distingueranno dai Salesiani che per le abitazioni. Se ora sono cento Cooperatori, il loro numero ascenderà a migliaia e a migliaia, e se ora siamo mille, allora saremo milioni, procurando di accettare ed iscrivere quelli che sono più adattati. Spero che questo sarà il volere del Signore”.[99]

Oggi noi abbiamo sotto i nostri occhi la realizzazione non statica ma dinamica, non ferma all’oggi ma protesa al domani, di ciò che Don Bosco sentì e vide nei sogni in cui Dio gli spalancava misteriosamente l’avvenire. “Ai salesiani, commenta don Stella, Don Bosco faceva balenare progetti che avevano del grandioso, se non proprio dell’utopico”.[100] La Famiglia Salesiana è uno di questi grandiosi progetti; che non rimanga utopico, dipenderà da tutti noi, i membri di questa Famiglia di Don Bosco.

 

CONCLUSIONE

Carissimi confratelli, vi avevo invitato a raccontare la storia delle origini della nostra Congregazione. Ebbene, io stesso ho fatto un primo tentativo. L’ho fatto però non facendo soltanto memoria di quanto è accaduto, ma cercando di imparare della storia passata; le nostri origini sono la miglior guida per continuare a scrivere la storia salesiana con vitalità e fecondità. Ho voluto individuare quegli elementi che, a mio avviso, sono stati determinanti per la buona riuscita di questo meraviglioso progetto di Dio: i giovani, la nostra identità di consacrati apostoli, la fedeltà a Don Bosco attraverso le Costituzioni, la consapevolezza d’essere parte integrante della Famiglia Salesiana ed avere un ruolo di animazione insostituibile all’interno di essa.

Non mi sembra un’esagerazione affermare che alle origini della Congregazione i giovani sono stati veri “confondatori” insieme a Don Bosco; alcuni giovani, infatti, formavano il primo nucleo che si impegnò ad erigersi in Società o Congregazione. Mi auguro che questo anniversario rinnovi in ogni salesiano il coraggio di proporre ai giovani la vocazione consacrata salesiana e diventi davvero un periodo di grande fecondità vocazionale.

La celebrazione del 150º anniversario della nascita della nostra Congregazione ci deve aiutare a prendere coscienza della nostra identità di persone consacrate, votate al primato di Dio, alla sequela di Cristo, obbediente, povero e casto, totalmente dedicate ai giovani. Questa nostra identità dobbiamo viverla con gioia e manifestarla nell’ardore evangelizzatore e nello slancio pastorale, ispirato al programma di vita di Don Bosco, espresso nel motto “da mihi animas, cetera tolle”.

La consapevolezza che tutto Don Bosco si trova nelle Costituzioni e che la nostra fedeltà a lui passa attraverso la fedeltà al nostro Progetto di Vita diventa un appello ad approfondire, meditare e pregare le Costituzioni, che ci indicano la via della fedeltà al carisma di Don Bosco e alla nostra vocazione; direi, anzi, che solo il salesiano che fa delle Costituzioni il suo progetto di vita diventa incarnazione, viva icona, di Don Bosco oggi. Questo cammino di conversione per un’attuazione sempre più piena degli impegni di santificazione tracciati dalla Regola di vita porterà ciascuno di noi a rinnovare la propria professione religiosa, precisamente il 18 dicembre, giorno dell’anniversario, come punto di partenza di una rinnovata offerta della nostra vita a Dio per i giovani. Come Don Bosco.

Infine, la coscienza crescente che Don Bosco non ha pensato solo ad una Congregazione, ma da sempre ha voluto creare un “vasto movimento di persone che, in vari modi, operano per la salvezza della gioventù” (Cost. 5), ci deve ricordare che, come Congregazione, abbiamo nella Famiglia Salesiana una particolare responsabilità di unità di spirito e di collaborazione fraterna. Non possiamo vivere fuori di essa, che è la nostra famiglia; essa non può crescere e moltiplicarsi senza di noi, suo cuore animatore.

Affido a Maria Santissima, Madre di Dio ed Ausiliatrice dei Cristiani, tutti e ciascuno di voi, mentre celebriamo l’Annunciazione del Signore e ricordiamo lieti e riconoscenti il 75° anniversario della Canonizzazione del nostro amato Fondatore e Padre Don Bosco. Maria Ausiliatrice e Don Bosco ci aiuteranno a vivere gioiosamente, generosamente e fedelmente la nostra vocazione salesiana e trovare in essa la via della nostra santificazione.

Con affetto e stima,

Don Pascual Chávez Villanueva
Rettor Maggiore