PG Zasoby

Lettere negli Atti n.69 bis, 1935, Strenna: Santità e Purezza

31 gennaio 1935
n. 69 bis
SUPPLEMENTO
STRENNA DEL 1934
SANTITA E PUREZZA
A RICORDO
DELLA CANONIZZAZIONE DI
S. GIOVANNI BOSCO
NOSTRO FONDATORE E PADRE
LA STRENNA
A RICORDO DELL´ANNO SANTO
Torino, 31 gennaio 1935.

Figliuoli Carissimi in C. J.

L´IMMACOLATA.

Nella mia circolare dell´8 dicembre 1933, scrittavi da Roma, dopo avervi accennato alle soavissime emozioni di quei giorni e a quelle maggiori che ci avrebbe apportato il nuovo anno, vi ho invitati a riflettere come il Beato Don Bosco, in quella solennità, sembrasse additarci l´Immacolata, non soltanto come l´oggetto di una sua tenera divozione e la celeste ispiratrice della multiforme sua attività, ma l´ideale stesso di vita per tutti i suoi figliuoli.

Forse, più di una volta, non pochi di voi avranno pensato perchè il nostro Fondatore abbia voluto circondata da tanta preparazione e solennità la festa dell´Immacolata nelle nostre Case. La spiegazione parrebbe sgorgare spontanea e convincente dal fatto che appunto l´otto dicembre 1841 Egli iniziava l´opera sua. E vero, ma forse noi potremmo rintracciare una ragione ancora più profonda. Iddio che, nella sua provvidenza, tutto dispone con ordine, peso e misura, ebbe certamente fini altissimi nel far nascere l´Opera Salesiana in quel giorno memorando. E non credo sia fuor di proposito pensare ch´Egli abbia così disposto perchè la festa dell´Immacolata fosse ai figli di S. Giovanni Bosco un richiamo costante e solenne a quella virtù che dal Padre sarebbe stata loro lasciata in retaggio come caratteristica. Ed infatti la nostra Società, sbocciata alla vita in quel giorno avventurato, avrebbe dovuto svolgere e moltiplicare le sue attività alla precisa condizione di vivere nell´atmosfera di purezza che si sprigiona dalla Vergine senza macchia.
L´Immacolata infatti è l´ideale sommo della purezza cui dobbiamo incessantemente aspirare con tutte le nostre forze per conseguire la santità impostaci dalla nostra vocazione.

In una atmosfera appunto tutta così pervasa di purezza, dopo aver assistito, in S. Pietro, alla canonizzazione della Santa, che ben possiamo chiamare la privilegiata delle apparizioni e rivelazioni dell´Immacolata, io vi scriveva in questi termini: Mi pare proprio che Don Bosco chiami e quasi convochi dalle cinque parti del mondo i suoi Salesiani, affinchè stretti intorno alla Vergine senza macchia, levino unanimi questo grido: « Vitam praesta puram ». Rispondendo pertanto a uno degli aneliti più forti e più frequenti del nostro Beato Padre, io pensai di inviarvi, a titolo di strenna, per il 1934 questa parola d´ordine: Don Bosco ci stimola a santificarci con la purezza della vita 1.

Non sto a ripetervi il rincrescimento provato per non aver potuto preparare e mandarvi prima il commento che, in quella stessa circolare, io vi avevo promesso. Il lavoro, che dopo il fausto annunzio della Canonizzazione andò sempre incalzando, poi le feste memorabili, ed in fine la mia indisposizione, mi impedirono a lungo di porre ad effetto quell´ardentissimo mio desiderio.

Penso tuttavia che il commento, anche a distanza di un anno, non vorrà essere senza efficacia a comune vantaggio, soprattutto dopo gli avvenimenti che hanno allietato la nostra Congregazione e riempito il mondo del nome di Don Bosco Santo.

SOAVI RICORDI.

E qui mi sia permesso, prima di addentrarmi nell´argomento, di rivivere con voi, per brevi istanti, la faustissima Pasqua Salesiana di quest´anno. Risonano soavi ancora ai nostri orecchi i canti trionfali e gli evviva, che, da ogni parte del mondo, si sono elevati al nostro Padre; i nostri cuori ancora sussultano di gioia purissima allorchè la mente rievoca la visione del corteo Papale in piazza S. Pietro, la maestà della funzione nella Basilica, la parola ispirata, soavissima, affascinante del Papa di Don Bosco nell´Omelia, nelle Udienze, nelle frequenti allocuzioni, la partecipazione dei nostri cooperatori, ex-allievi, amici delle opere nostre al tripudio della Società Salesiana. Ciò che abbiamo visto a Torino nell´ottava della Canonizzazione ed in seguito, con un ritmo di giubilo non interrotto fino ad oggi, in mille e mille città e financo in umili villaggi, in Italia, in Europa, nel Mondo, è qualche cosa che supera ogni immaginazione e costituisce, senza dubbio, una delle più belle pagine della nostra Congregazione.

Benediciamo, o figliuoli carissimi, ancora una volta il Signore che si è degnato di glorificare il suo fedele Servo in un modo così grandioso, quale la storia della Chiesa ricorda poche volte. Ma soprattutto prendiamo argomento dalla glorificazione del Padre per rinnovare il proposito, tante volte formulato, di volerci rendere e conservare degni suoi figli.

E come potremo, non dico rifletterne la santità, ma degnamente esultare per la gloria che lo cinge, senza un ardente desiderio di seguirne le traccie luminose? Ah, sarebbe vana e sterile ammirazione la nostra se le virtù di Lui non risplendessero´ nella nostra vita! Quante volte in questo anno di emozioni così forti e soavi .e di glorificazioni quotidiane e mondiali, mentre gustavamo la più legittima compiacenza di chiamarci suoi figli, ci sarà parso di sentir risonare al nostro orecchio questo invito del nostro Don Bosco Santo: «Fatevi Santi anche voi, o figliuoli carissimi, come mi son fatto io »! E al paterno invito, ne son certo, nessuno di voi sarà rimasto indifferente.

MESSAGGIO DI PUREZZA.

La Strenna ci presenta la santità quale se la rappresentava il nostro Fondatore, cioè sotto l´aspetto della purezza. Per Don Bosco infatti santità era sinonimo di purezza; per Lui il giovane puro era un giovane santo.

È vero, la santità consiste propriamente ed essenzialmente nell´amore, nella perfezione della carità, e si attua coll´adempimento perfetto del dovere, facendo sempre e in ogni cosa la volontà di Dio. L´uniformità al volere di Dio, l´unione della nostra volontà alla Sua, dicono unanimemente i maestri di spirito, è la pienezza della santità.

A Don Bosco erano ben noti questi principii fondamentali dell´ascetica cristiana; ma avendo ricevuto da Dio la missione particolare di lavorare in mezzo ai giovani, si era convinto che la sola, pedagogia capace di renderli buoni e forti è quella che li mette sotto la guida del Divino Pedagogo, che li conduce cioè a Gesù Cristo e li fa vivere della stessa sua vita nell´unione Eucaristica. Gesù però si diletta trovarsi fra i gigli, ed ecco perchè S. Giovanni Bosco, volendo condurre i giovani per le vie della santità, non si stancava dal ripetere loro che Gesù risiede sólo nei cuori puri, e che l´illibatezza e la purezza della vita è requisito indispensabile per riceverlo e divenire santi.
Fu notato giustamente che nessun altro santo ha tanto insistito sulla pratica di questa virtù, parlando agli educatori e agli educandi. Anzi volle il nostro Padre che la purezza fosse il distintivo dei suoi figli, perchè soltanto con questa virtù praticata scrupolosamente essi sarebbero stati effettivamente i celesti giardinieri, i coltivatori dei gigli che Egli voleva veder fiorire o rigermogliare nei cuori dei giovani dei nostri Istituti.

Non vi stupirete pertanto se, nell´anno in cui la Chiesa ci presentava il nostro caro Padre nell´aureola della santità, io mi sia convinto di non potergli fare cosa più gradita che esortando tutti i Salesiani a riflettere senza posa che la santità nostra deve estrinsecarsi specialmente con una vita di candore e purezza verginale. Ed è ancora per questo che, passato il tripudio delle feste, io ritorno con gioia a intrattenermi con voi su questo soavissimo argomento.

Voglia il Signore che il commento alla Strenna dell´anno della Canonizzazione ecciti in noi un desiderio sempre più vivo di purezza Salesiana e moltiplichi le sollecitudini nostre per coltivarla.
Il Servo di Dio Domenico Savio, che ci auguriamo di veder presto salire agli onori degli altari, e tanti Salesiani ed alunni che rifulsero in terra per la loro vita innocente e riportarono a Dio intatto e profumato di celeste fragranza il giglio verginale, ottengano anche a noi di poter vivere in esemplare purezza per tutta la nostra vita.

NATURA DELLA CASTITÀ.

Si domandava Don Bosco: « Che cos´è la virtù della purità? » e rispondeva: « Dicono i teologi che per purità s´intende un odio, un abborrimento, a tutto ciò che è contro il sesto precetto; sicchè qualunque persona, ciascuna nel suo stato, può conservare la virtù della purità »2. E altrove: « La castità è la virtù più vaga, più splendida, ed insieme più delicata di tutte » 3. « La castità è ciò che deve distinguere la Pia Società Salesiana, come la povertà contraddistingue i figli di S. Francesco d´Assisi e l´ubbidienza i figli di Sant´Ignazio » 4. « La modestia è una virtù celeste » 5.

Potrei moltiplicare questi accenni fugaci, nei quali il nostro caro Padre, più che definire che cosa sia la castità, si compiace di farne gli elogi, esaltarne la bellezza, la delicatezza, la fragranza; tutti i suoi scritti ne sono ripieni. Un giorno, dopo di aver parlato di essa, come solo gli angeli ne parlerebbero, esclamava: « Oh quanto è bella questa virtù! Vorrei impiegare delle giornate intiere per parlare di essa! » s. Si sarebbe detto che Egli applicasse alla castità perfettamente praticata ciò che il suo Patrono S. Giovanni Evangelista diceva della carità: « Si faccia questo solo e basta » 7. e La castità, soggiungeva, non può essere mai sola; essa è una regina che ha sempre con sè il corteggio di molte, anzi di tutte le virtù ». E ripeteva con compiacenza: «Un giovane puro è un giovane santo: il Salesiano puro è Salesiano santo! ».

Noi siamo persuasi di essere stati chiamati alla vita religiosa appunto per farci santi. Già S. Paolo, rivolgendosi ai semplici cristiani, aveva proclamato essere questa l´espressa volontà di Dio 8. «Egli vi ha chiamati, soggiungeva, perchè siate santi e immacolati al suo cospetto» 9. Ora si avverta che l´Apostolo chiama giustamente, in questo luogo, la castità, santità. Anche S. Bernardo mette in rilievo che S. Paolo sotto il nome di santità o santificazione intende la castità.

Ma se questa vocazione alla purezza è comune a tutte le anime che si mettono alla sequela di Gesù e ai religiosi di tutti gli ordini, è però in modo singolarissimo tutta propria dei Salesiani. Don Bosco e Don Rua lo ripetevano ad ogni occasione e noi di questa prerogativa dobbiamo non solo andare santamente orgogliosi, ma sentire tutta la gravissima responsabilità,
Favore singolarissimo, per la maggioranza dei Salesiani, si è quello di essere chiamati a far parte della Congregazione nella primavera della vita, e quasi sempre dopo di aver trascorsi gli anni più teneri all´ombra della Casa Religiosa. Quanti infatti hanno motivo di esclamare con vivo senso di riconoscenza al Signore: « Mi hai chiamato a servirti, o mio Dio, quando io non conoscevo ancora il mondo, e le sue massime non avevano ancora fatto breccia sul mio cuore! ». « Mi hai accolto, o Signore, per l´innocenza della vita! » 10. Pensate al primo Capitolo Superiore composto di giovani Sacerdoti e Chierici, che Don Bosco stesso aveva scelto tra i suoi giovanetti, formati e stabiliti come pietre fondamentali della sua grande opera. Fatto unico questo nella storia degli Ordini Religiosi! Ed ora la Congregazione, cresciuta in albero gigantesco, vive una vita intensa, si mantiene fortunatamente giovane e rinnoverà, lo speriamo e preghiamo da Dio, con crescente vigore, la sua gioventù, per l´affluire perenne di forze giovanili, di anime pure e generose, che, per loro ventura, lasciano il mondo prima di conoscerlo.
 Al loro ingresso, sul limitare della Congregazione, nel tempo della prova, questi giovani, appunto perchè hanno il dovere di mantenersi sempre puri, ricevono, come vedrete in seguito, un Labaro sul quale è scritto: Lavoro e temperanza. Sono i mezzi e la garanzia della loro perseveranza.

CASTITÀ DI DON BOSCO E PREROGATIVA SALESIANA.

Molto.è stato scritto del nostro Beato Padre, durante la sua vita mortale e dopo la sua morte, e più ancora dalla sua Beatificazione fino ad oggi. Ma immensamente più si scriverà di lui Santo, perchè la sua vita e le sue opere sono miniere inesauribili dalle quali si trarranno sempre nuove ricchezze spirituali, pedagogiche e morali, per i grandi e per i piccoli, per le anime consacrate a Dio e per quelle che vivono nel mondo. Tra queste nascoste ricchezze mi pare non. sia ancora stata messa in tutta la sua luce la sua missione ed il suo apostolato per la purezza della vita. Tutta la sua esistenza, dall´infanzia angelica alla morte radiosa nella pienezza della santità, non è stato altro che scintillio e splendore di purezza sovrumana. Per unanime attestazione di quanti l´hanno avvicinato qualche volta, lo sguardo, il sorriso, il portamento e tutta la sua fisionomia avevano alcunchè di angelico. La sua parola, affascinatrice sempre dei cuori, quando trattava della purezza, rapiva ed estasiava, mentre la sua anima appariva visibilmente più luminosa allo sguardo penetrante dei più puri tra i suoi giovani. Queste cose nelle Memorie. Biografiche appaiono sparse qua e là come episodi graziosi, senza alcuna relazione alla missione e all´apostolato specifico al quale era stato destinato dalla Provvidenza. Certo, Egli, sarebbe stato non solo l´apostolo della gioventù povera ed abbandonata e il grande educatore che avrebbe rimenato la pedagogia alla sua sorgente evangelica con il sistema preventivo e con la famigliarità nella carità, ma il fondatore inspirato di nuove famiglie religiose, le quali, ripiene del suo spirito e dei suoi metodi, avrebbero perpetuamente diffuso dappertutto la sua opera.

Però erano già sorti prima di Lui altri apostoli . della gioventù povera ed abbandonata, altri insigni educatori, altri santi Fondatori di famiglie religiose, aventi somiglianze d´apostolato.
Ma la Provvidenza, nelle opere che suscita, suole innestare, quasi invisibile, un elemento specifico che- le differenzia l´una dall´altra.

Il nostro Fondatore aveva sortito un´anima sensibilissima a tutte le miserie morali e materiali della gioventù; un cuore vasto come le arene del mare; una finissima intuizione psicologica degli animi giovanili; una intelligenza non comune con memoria pronta; tenacissima; una parola facile, melodiosa e affascinante; nonchè agilità, forza e gagliardia di membra eccezionali, cosicchè possedeva tutte le doti necessarie per l´apostolato educativo personale e per comunicarlo altrui.

A questo cumulo, però, di doti eccelse e necessarie per la missione a cui era destinato, la Provvidenza una gliene aggiunse èhe l´avrebbe differenziato da altri già chiamati o da chiamare in avvenire a consimile missione educatrice. Nel cuore di Lui avrebbe regnato un sovrano abborrimento da qualsiasi colpa, e una passione ardente per la purezza del cuore. Questo abborrimento e questa passione sarebbero divenuti il fine principale di tutta la sua vita, la mèta di tutte le sue aspirazioni e fatiche apostoliche, il distintivo dei suoi figli, dei suoi metodi e di tutte le sue opere. Egli si sarebbe servito di tutto il resto come di mezzo per distruggere la colpa, per conservare nei suoi giovani la purezza della vita e per farla riacquistare a chi l´avesse perduta.

La purezza, il nostro Padre, l´ha respirata dai primissimi anni; fin d´allora ebbe in sommo orrore tutto ciò che, anche lontanamente, potesse macchiare la bellezza dell´anima.

La convinzione che al nostro santo Fondatore sia stato affidato un celeste messaggio di purezza si formò spontaneamente tra i primi suoi allievi, si perpetuò tra i suoi figli, ed è viva in tutte le nostre Case. I giovani aspiranti ed i novizi nessuna raccomandazione sentono ripetere con maggior frequenza e vivezza nel tempo della loro formazione. Anzi la vita intemerata, l´amore alla virtù angelica è la condizione prima che si richiede perchè possano essere ammessi a far parte della Congregazione; l´articolo 35 delle nostre Costituzioni dice recisamente: « Chi non ha fondata speranza di poter conservare, col divino aiuto, la virtù´ della castità, nelle parole, nelle opere e nei pensieri, non professi in questa Società ». Cosa invero singolare! Don Bosco che vedeva crescere, in modo mirabile, le sue opere e sentiva assillante il bisogno di moltiplicare i suoi collaboratori, educando a tal fine, con infiniti stenti, numerosi giovani, poneva come condizione indispensabile, inderogabile all´accettazione, non solo la purezza di fatto, ma la morale certezza di poterla conservare per tutta la vita. In un articolo di così cristallina evidenza ci ha dato la vera pietra di paragone per discernere sicuramente chi fa per noi e chi no. E nel capitolo delle Costituzioni ove tratta della formazione dei Confratelli, insiste perchè si raccomandi incessantemente la mortificazione interiore ed esteriore e soprattutto la sobrietà. Lo scopo di queste premure è ben palese: preparare basi sicure e le migliori garanzie della futura purezza dei Confratelli salesiani. A renderci maggiormente persuasi che la purezza debba essere la caratteristica della Congregazione ci basterà richiamare alla mente alcune almeno delle bellissime considerazioni uscite dal suo cuore, allorchè parlava di codesta virtù.

IL SEGRETO DELLA GRANDEZZA DI DON BOSCO.

Il giorno 14 marzo 1862, detto con ragione « giorno memorando » nei verbali del Capitolo, ventidue Salesiani emisero i primi voti nelle mani di Don Bosco. Erano fra essi Don Rua, Don Savio,
Don Cagliero, Don Francesia, Don Ruftiino, i chierici Durando, Bonetti, Ghivarello, Cerruti, Lazzero, Albera, Provera, per dire appena dei più noti e che il Signore conservò più a lungo per il bene della Congregazione. Don Bosco parlò ai suoi primi figli con paterna tenerezza e quasi non sapeva distaccarsene. Qualche giorno dopo, prendendo occasione da un punto di storia ecclesiastica, venne a parlare della castità. Udite come ne lasciò memoria l´indimenticabile Don Bonetti: « C´intrattenne intorno alla virtù della purità. Sempre belle sono le sue parole, sempre care le sue prediche, ma non mi pare più un uomo, sibbene un angelo, quando viene a parlare di questa regina delle virtù. Vorrei scrivere qualche pensiero, ma temo scemargli quella bellezza, quella forza che riceveva da Lui: prescindo dal farlo. Basti il dire che Egli porta non solo il nome del Discepolo prediletto di Gesù, ma pur anche il celeste suo candore; e perciò non è da stupire se tanto bene Egli sappia. parlare di questa preziosa virtù. Sono sette anni che ebbi dal cielo la grazia di essere suo figlio spirituale, di abitare con Lui, di accogliere dal celeste suo labbro parole di vita. Più volte dal pulpito l´ho udito parlare di questo argomento, ma sempre, una volta più dell´altra, lo confesso, sperimentai la forza delle sue parole, e sentivami spinto ad ogni sacrificio, per amor di così inestimabile tesoro. Questo non sono io solo a dirlo, ma ho il testimonio di quanti con me l´udivano. Usciti di chiesa molti venivano meravigliati ad esclamare con me e con altri: « Oh che belle cose disse mai stamane Don Bosco! Io passerei il giorno e la notte per ascoltarlo! Oh quanto bramerei che Iddio mi concedesse il dono di poter io pure, quando sarò sacerdote, innamorare in tal modo il cuore della gioventù e di tutti per questa sì bella virtù! »11
È perciò più che giustificata l´affermazione di Don Lemoyne: « Noi siamo persuasi che qui consiste tutto il segreto della sua grandezza, vale a dire che Dio lo abbia colmato di doni straordinari, e che di Lui si sia servito in opere meravigliose, perchè si mantenne sempre puro e casto » 12. « Le sue parole, i suoi portamenti, i suoi tratti, ed in complesso ogni sua azione, spiravano tale un candore ed un alito verginale, da rapire ed edificare qualunque persona si avvicinasse a Lui, fosse pure un traviato. L´aria angelica che traspariva dal suo volto aveva un´attrattiva tutta speciale per guadagnare i cuori. Non uscì mai dal suo labbro una parola che potesse dirsi meno propria. Nel suo contegno evitava ogni gesto, ogni movimento che avesse solo anche per poco del mondano. Chi lo conobbe nei momenti più intimi della sua vita, ciò che riscontrò sempre in Lui di più straordinario, fu l´attenzione somma che Egli ebbe costantemente nella pratica dei più gelosi riguardi per non mancare menomamente nella modestia » 13.

Elettrizzava i suoi giovani, e sovente anche in ricreazione, con improvvise esclamazioni come queste: «Vorrei che foste tanti San Luigi! ».. « Spero che l´infinita misericordia di Dio farà che ci possiamo un giorno trovare colla candida stola nella beata eternità! ». E. le sue parole producevano il desiderato effetto in chi lo ascoltava.

Don Bongiovanni, sentendo Don Bosco parlare della purezza, ed avendolo visto piangere al pensiero che tale virtù potesse venire offesa, esclamò: « Beati quei giorni, in cui un piccolo neo riguardo ai costumi ci commoveva fino al pianto e ci spingeva ai piedi del confessore, sì grande era l´effetto prodotto in noi dalle parole di Don Bosco! ». E Don Reviglio: « Si può asserire con giuramento che nell´Oratorio regnava tale ambiente di purezza che aveva dello straordinario ».

Tale era l´atmosfera morale della Congregazione in quei primi beati tempi. E qual delicatezza usava Don Bosco per non suscitare anche indirettamente pensieri importuni nella mente dei giovani! Noi sappiamo che Egli parlava della purezza più che non del vizio contrario; a questo accennava quasi di passaggio e con termini riservati e prudenti, evitando perfino di pronunciare i nomi di tale peccato 14.

Udiamolo anche dal nostro Cardinale Cagliero: « Egli preferiva trattenerci sulla virtù della castità, dicendola fiore bellissimo. di paradiso, e degno di essere coltivato nei nostri giovani cuori, e giglio purissimo che col suo candore immacolato ci avrebbe fatti somiglianti agli angeli del cielo. Con queste ed altre bellissime immagini Don Bosco ci innamorava di questa cara virtù, intanto che il suo volto raggiava di santa gioia; la sua parola argentina usciva calda e persuasiva e i suoi occhi inumidivansi di lacrime, per timore che ne appannassimo la bellezza e preziosità anche solo con cattivi pensieri o brutti discorsi. Noi giovanetti, mentre lo amavamo come un tenerissimo padre ed usavamo con Lui una più che figliale confidenza. e famigliarità, nutrivamo tale rispetto e venerazione per Lui che stavamo alla sua presenza con un religioso contegno; e ciò perchè eravamo intimamente compresi della santità di sua vita » 15
Dalle quali parole del Cagliero si rileva, ancora una volta, come, per quei cari giovani, .purità, bontà, santità, fosse tutt´uno, sicurissimi poi di potersi dire buoni e veri figli di Don Bosco se si mantenevano puri al cospetto del Signore.

COME PARLAVA DELLA CASTITÀ.

Sappiatemi perdonare se mi indugio ancora a parlarvi dell´estrema delicatezza di Don Bosco per la virtù della castità. Voi ben sapete quale attenzione, quanti ´riguardi, quale riserbo siano necessari nel trattare un argomento così delicato, che nei giovani produce sempre considerevole impressione. Soffermiamoci pertanto ad imparare tutto ciò alla scuola di Don Bosco, poichè noi pure dovremo non. di rado trattare di questo argomento coi giovani che il Signore ci affida.

Istruttiva assai a tale fine la predica fatta da Don Bosco nella terza domenica di ottobre del 1858 16. Dopo di avere detto che « la purità è tanto cara a Dio, che la premia con stupendi prodigi » Egli volle anche  accennare ai castighi dati al vizio opposto. Ecco con quanta delicatezza tratta l´argomento: « Fin dai primi tempi, essendosi gli uomini posti sulla via del disordine, Enoc aveva conservato a Dio puro il. suo cuore. Iddio perciò non volle che rimanesse tra gente viziosa, e mandò gli angeli a toglierlo dal consorzio degli uomini ». E più innanzi: « Gli uomini sulla terra si erano moltiplicati in gran numero; scordandosi del loro Creatore, si erano immersi nei vizi più vituperevoli ». E dopo aver accennato al castigo del Diluvio da cui fu salvato Noè con la famiglia, esclama: « Ma perchè una simile preferenza a loro? perchè conservarono la bella e inestimabile virtù della purità ». Seguitando la predica, ac-. Benna al diluvio di fuoco sulla Pentapoli, « perchè gli abitanti si erano dati ad ogni sorta di disordini, mentre Lot fu salvato per la sua purezza. ». Loda la castità di Giuseppe in Egitto « che non volle consentire ad una azione cattiva »; fa cenno di Giuditta, della casta Susanna, di Ester, di Daniele, ma sempre così cautamente e con tanto riserbo che i giovani dovevano restare santamente colpiti, e delle persone nominate si facevano un concetto generico di sante ed immacolate, senza immaginare nessun particolare di depravazione morale. Concludendo poi la prima parte esclama enfaticamente: « Perchè Dio opera tanti prodigi in favore di costoro? Per la loro purità. Sì! la virtù della purità è tanto bella, tanto grata al cospetto di Dio che, in tutti i tempi, ire tutte le circostanze, non lasciò mai senza protezione coloro che la possedevano ».

Nella seconda parte poi diventa eloquente, parlando della Vergine Immacolata, del Divin Salvatore, di S. Giovanni Evangelista, del dialogo che questi fa coll´angelo e della risposta finale che riceve, a proposito di coloro che cantano un inno che gli altri non sanno cantare: « Sono, dice, quelle anime che hanno conservata la bella virtù ». Infine, rivolto ai suoi giovani, esclama commosso: « Oh anime fortunate, che non avete ancora perduta la bella virtù della purità, deh! raddoppiate i vostri sforzi per conservarla. Voi possedete un tesoro così bello, così grande, che perfino gli angeli ve lo invidiano; voi siete, come dice il nostro stesso Redentore Gesù Cristo, voi siete simili agli angeli»17. Come in questa, così in tutte le altre prediche e parlate, sia ai giovani che ai Confratelli, agli ex-allievi ed ai fedeli in genere.

Sono pure note a noi altre finezze del nostro santo Padre. Le tentazioni contro la purità erano da Lui dette « tentazioni cattive », una caduta nel vizio contrario « disgrazia ». Parlando ai giovani temeva perfino di pronunciare il vocabolo castità; lo sostituiva con quello di purità, che, presenta un senso più esteso e meno risentito dalla fantasia.

ANCHE NEI SOGNI O VISIONI.

La purezza della vita era per Don Bosco l´anima della sua anima: la irradiava di giorno in mezzo ai giovani, che non lasciava mai soli, neppure quand´era assente col corpo: mentre di notte la mente e l´immaginazione erano così illuminate dagli splendori incantevoli di questa virtù che godeva visioni svariatissime tutte piene di vita, di bellezza ineffabile e di ammaestramenti indelebili per sè e per quelli ai quali le esponeva nelle sue « Buone notti» dall´umile ambone sotto il porticato che fiancheggia il luogo dell´umilissima sua primitiva cappella, oggi consacrata alla Risurrezione di N. S. Gesù Cristo. Egli sapeva descriverle con tali finezze di particolari che non avrebbe potuto fare con la sola fantasia, per quanto fervida e potente l´avesse: chi l´ascoltava aveva l´impressione di udire cose vedute nella luce del soprannaturale. Per quanto poi egli cercasse nei panorami creati qualche cosa che rispondesse alla realtà dei suoi sogni, le immagini terrene e le parole non gli rispondevano.

Posso asserire, disse in una di quelle descrizioni, di non aver mai veduto cose e persone così belle e risplendenti, nè avrei mai potuto immaginare tali splendori. È inutile che mi ponga a descriverli, Perchè sarebbe un guastare quello che è impossibile a dirsi senza che si veda 18.

Lo sfondo dei suoi sogni era quasi sempre la purezza della vita o conservata o perduta o riacquistata: gli agnelli, le bestie feroci, le quattro qualità del pane, il fazzoletto prezioso, l´elefante, il serpente e il pozzo, i covi e il balsamo, le dieci colline e il pastore, le pecore e gli agnelli, il gattone, il paese della prova, l´inondazione, la zattera, il naufragio, la vigna, il tempio, il misterioso convito, e tante altre meraviglie presentate con immagini, figure, similitudini e paragoni magnifici, gli servivano per colorire la bellezza, gl´incanti, i pericoli e le rovine della bella virtù.

Nel descrivere la bellezza straordinaria e lo splendore incantevole di quelli che aveva visti vestiti ancora della stola dell´innocenza, cercava e si sforzava in tutti i modi di trovare immagini, parole ed espressioni su espressioni per darne almeno un´idea: e in pari tempo lasciava intravvedere la pienezza del godimento provato quando li aveva veduti nel sogno. Leggendo la vita di Don Bosco ognuno può agevolmente persuadersi di quello che io vengo asserendo.

Egli poi nei sogni stessi fa le sue osservazioni, interroga, presenta le sue difficoltà, muove affettuose lagnanze; poi ascolta le risposte, le ritiene e ripete fedelmente ai suoi figli. Ad esempio nel sogno delle pecore e del pastore Egli chiede premurosamente alla guida: « Suggeriscimi ancora qualche cosa da dire " ai miei giovani». E la risposta viene prontamente: « Ripeti ai tuoi giovani che se essi conoscessero quanto è preziosa e bella agli occhi di Dio l´innocenza e la purità sarebbero disposti a fare qualunque sacrificio per conservarla. Di´ loro che si facciano coraggio a praticare questa candida virtù che supera le altre in bellezza e splendore: imperocchè i casti sono quelli che crescono come gigli al cospetto del Signore» 19. E Don Bosco ripeteva con calore, ed accentuandole affettuosamente, le parole della visione ai suoi giovani; quindi concludeva con slancio; « Figliuoli miei, siete voi tutti innocenti; Forse ve ne saranno fra voi alcuni, e a questi io rivolgo le mie parole, Per carità, non perdete un pregio di valore inestimabile! E une ricchezza che vale quanto vale il paradiso, quanto vale Iddio!.., Se voi conosceste la bellezza di un´anima innocente, vi assoggettereste a qualunque più penoso stento, perfino anche alla morte, pery conservare il tesoro dell´innocenza» 20.

E si avverta che Don Bosco continuò ad avere di queste meravigliose illustrazioni celesti, di queste soavissime visioni anche quando le sue occupazioni lo tenevano tutta la giornata immerse negli affari più svariati. Visioni di purezza Egli ebbe ancora nel 1883, nel 1884 ed anche nel 1887. Ciò sta a provare che, per tutta la sua vita, Don Bosco è stato come pervaso da una santa febbre di purezza e di santità, e che non ristette dal lavorare con tutte le sue forze per tenere lontane le anime dal peccato, per formare coscienze delicate e anime pure come l´angelico Domenico Savio.

IL CINQUANTENARIO DI UN SOGNO.

Sono rimasto per parecchio tempo esitante se dovessi o no riportare in questa circolare uno dei sogni che Don Bosco ebbe nel luglio 1884. Temevo che fosse troppo lungo per inserirlo nella circolare; ma ripensando poi alla ricchezza degli ammaestramenti che contiene, alla sua particolare opportunità per l´argomento di cui si tratta, e anche per celebrarne degnamente il cinquantenario che ricorre appunto in quest´anno, mi sono deciso a pubblicarlo in appendice e a raccomandarvi di leggerlo e studiarlo con attenta riflessione.

Sarà questo anche un devoto omaggio alla memoria dell´amatissimo Don Rinaldi che fin dal 1931 voleva pubblicarlo e presentarvelo come prezioso regalo. E già fin d´allora, in ossequio a questa sua volontà, ne feci argomento di una conferenza ai Confratelli della Casa Madre, parecchi dei quali ebbero e manifestarmi la loro ammirazione per la edificante bellezza del sogno e mi pregarono di farlo conoscere a bene dell´intera società.

Il compianto Superiore, infatti, deplorando con profondo accoramento il dilagare della mondanità e del materialismo che avvincono sempre più i giovani nella schiavitù dei sensi, e scorgendo d´altra parte l´incertezza e la titubanza di non pochi nella scelta dei mezzi atti a liberarli e a rimetterli sulla retta via, era persuaso che la conoscenza di questo sogno del nostro Don Bosco, per le indicazioni chiare, per le direttive esatte, per le norme precise che esso contiene, sarebbe stato per tutti di efficace utilità per illuminare e condurre nell´opera della formazione di quella società cristiana che egli avrebbe voluto creare nel mondo. E veramente senza principi certi e sicuri noi non educheremo nè molto nè poco, anzi saremo travolti dalla corrente.

Questo sogno, egli diceva, potrà offrire ricco e prezioso materiale da svolgersi nelle conferenze ai Confratelli e nelle prediche agli allievi, potrà fornire utilmente opportuni richiami nei sermoncini della tradizionale « Buona notte », e ci farà comprendere e gustare lo spirito di Don Bosco che voleva condurre i giovani alla purezza per mezzo della mortificazione e sopra tutto farci stimare e praticare sempre più e meglio la mortificazione dei sensi.

Andiamo pertanto ad attingere in larga copia da quella magnifica, spirituale visione gli elevati pensieri che occupavano del continuo la mente del nostro Santo Fondatore, anche durante il breve riposo della notte, ed ivi troveremo al tempo stesso un magnifico programma delle pure idealità che noi possiamo e dobbiamo proporci nell´educazione dei giovani.

Con rincrescimento debbo rinunciare a fare commenti su detto sogno, come pure mi vedo obbligato a non presentarvene altri, nemmeno schematicamente, dai quali emergerebbe sempre più fulgida la vita, anzi l´apostolato di purezza del nostro Santo Fondatore.

I GIOVANI DI DON BOSCO
ANGELI DI PUREZZA E SANTITÀ.

E qui è bene rilevare come, in quegli anni fortunati, in cui questi sogni avevano luogo, i carismi soprannaturali del Padre passavano in certo modo ai figli. Gli uni, infatti, o gli predicevano l´avvenire o gli leggevano ciò che pensava durante la S. Messa: altri avevano la fortuna di ottenergli la guarigione addossandosi essi stessi il suo male. Ad uno appare la Madonna e gli dice: « Sono venuta perchè voglio molto bene a questa casa: ti dico ciò che desidero da ciascuno di voi e tu lo riferirai confidenzialmente ad ognun dei tuoi compagni... ». Il fortunato messaggero compie fedelmente il mandato ricevuto; e queglino cui la Vergine SS. faceva ammonir in tal modo erano costretti, da fatti straordinari verificatisi intorno a loro la stessa sera, a riconoscere la verità del mandato materno affidato al compagno 21. Un altro, nel tempo della S. Comunione vide un globo che riempiva tutta la Chiesa e poi s´impicciolì e and, a posarsi sopra la pisside e scomparve: un altro contemplò, né tempo della elevazione dell´ostia, il Divin Salvatore crocifisso e giovani che gli si accostavano intorno con grande affetto per offrirgli cibo e ristoro. Con un altro ancora « la cui anima (son parole di Don Bosco) è veramente innocente e che risplende del bel candor della stola battesimale, la Madonna si compiace di stare in colloqui, e gli manifesta più cose lontane e nascoste. « Io stesso, dice il nostra Padre, quando desidero sapere qualche cosa riguardante l´avvenire mi raccomando a lui, con modi però che non fomentino l´ama proprio, ed egli, dopo aver chiesto a Maria SS., sa dirmela con tutte semplicità: lo stesso accade quando ho bisogno di ottenere qualche grazia. Di giovanetti di simil fatta ne abbiamo più di uno. F cose molto singolare, ma sto osservando dove questa andrà a finire perchè le illusioni non sono possibili. È certo però che Maria SS ci ama» 22.

Queste cose comprovano gli effetti meravigliosi della purezze di vita in quei cari figliuoli, e anche l´asserzione del buon Padri quando diceva ai suoi intimi: « Abbiamo nella Casa alcuni gio. vani ed anche chierici i quali sono di tale virtù, da lasciare indietro lo stesso S. Luigi, qualora continuino nella via che battono. Quasi ogni giorno io veggo nella Casa tedi cose che non si crederebbero sf si leggessero nei libri: eppure Iddio si compiace di farle fra noi» 23,
Così intorno al Beato Padre fiorirono un Domenico Savio, ui; Michele Magone, un Francesco Besucco, un Savio Panillo, un Gabriele Fassio, un Giuseppe Morello, un Rosa Giuseppe e altri molti già trapiantati nelle aiuole eterne del Giardino Salesiano.

Lo stesso Don Bosco, nel 1884, ricordava, con profonda commozione, i´ nomi di quegli angelici giovanetti ch´erano stati il più ricce tesoro del suo caro Oratorio. «Oh quanti Angeli, egli diceva, Iddio ha mai regalato alla nostra Pia Società! La stessa vita di un Savio Domenico, di un Magone Michele, di un Besucco Francesco, sparisce innanzi all´edificante condotta di tanti altri, rimasti sconosciuti e dei quali egualmente non si ebbe mai nulla a dire sui loro così illibati costumi». Così si formò e crebbe nella purezza della vita la numerosa schiera di quelli che avrebbero conservata la loro innocenza durante tutta la loro lunga esistenza, consacrati intimamente al servizio di Dio sotto la bandiera di Don Bosco, per continuare a ripetere il celeste messaggio della purezza alle future crescenti giovinezze. Anch´essi sono ormai trapiantati tutti nella Patria beata, ma i loro nomi vivono in mezzo a noi e i loro esempi con le loro opere sono di eccitamento e in benedizione per quelli che saranno chiamati nell´avvenire a perennare nella nostra Società il programma della purezza.

Tutti i Salesiani che ebbero la fortuna di essere stati in qualche modo a contatto con il Santo Fondatore, portarono, dove l´ubbidienza li volle, il messaggio della purezza insieme con l´immagine paterna scolpita nei loro cuori. Quelli che lo avvicinarono più a lungo, e intimamente, non cessarono di ripetere a tutti con gioia soavissima: « L´abbiamo conosciuto il buon Padre, il Direttore della nostra anima, che la conosceva meglio di noi stessi. Egli ci ha posto le mani benedicenti sul capo, ci ha detto all´orecchio la parola della purezza generatrice della nostra vocazione, e se siamo qualche cosa lo dobbiamo a Lui solo ». Gli altri poi che solo poterono godere del sorriso di Lui già vicino al tramonto della sua lunga e piena giornata, essi pure, raggianti di gioia, ripeterono e ripetono tuttora: « L´abbiamo veduto noi pure coi nostri occhi negli ultimi tempi della sua vita, ci ha sorriso e benedetti mentre gli baciavamo la mano, ed è bastato quel contatto per sentirci innamorare della purezza e desiderosi di essere annoverati tra i suoi figli! ». E la lor voce attirò sotto il Labaro del nostro Santo Fondatore falangi di giovani, affascinati essi pure dal riverbero della purezza, ch´era ancora impressa sulle fronti dei fortunati che lo conobbero personalmente.

E non avrebbe potuto essere altrimenti. Il 19 dicembre del 1887, cioè 43 giorni avanti il beato transito, il dolcissimo Padre assicurava i suoi della sua operosa protezione di lassù. « Desidero — son sue parole — andar presto in Paradiso: di là potrò lavorare assai meglio per la nostra Società e per i miei Figli, e proteggerli: qui non posso più far nulla per essi... ». Or non è chi non veda quanto realmente Egli abbia, in appena 45 anni, lavorato di lassù per l´Opera sua, estesa in tutto il mondo, e come abbia protetto i suoi figli!
Se poi si pone mente all´insistenza con cui il Beato dichiarava che, nei suoi sogni, Egli non vedeva solo i giovani raccolti allora, nell´Oratorio e nelle prime sue Case, ma migliaia e migliaia di altri.. giovanetti, dalle più svariate fisionomie e colori, « così numerosi´ ch´Egli non credeva potersene trovare tanti in tutto il mondo» 24 : non pare esagerato pensare che di quelle sterminate moltitudini: giovanili, apparse al Padre nelle visioni del futuro, siano quasi preludio le crescenti legioni che riempiono presentemente le nostre Case moltiplicantisi all´ombra del vessillo della purezza.

E come lo sguardo paterno, precorrendo tempo e distanze nella, luce del futuro, s´era misteriosamente posato sopra di essi con la ; predilezione di tutto il suo gran cuore, così credo siano pure state´ dette per noi, per gli allievi e gli ex-allievi le vive esortazioni, i calorosi eccitamenti, le norme e i rimedi ch´Egli tanto insistentemente suggeriva per conservare o riacquistare la purezza della vita e in tal modo farsi santi.

I NOSTRI DOVERI RIGUARDO ALLA CASTITÀ.

Potrei chiudere a questo punto la mia circolare con cui ho inteso di inneggiare alla purezza come la intendeva e la voleva Don Bosco. Vi confesso però, o figliuoli carissimi, che parlando di: questo argomento, tutto salesiano, la materia cresce a dismisura.

Consentitemi adunque di continuare ancora un poco, giacchè vi ho fatto così lungamente attendere la mia parola. Se troncassi a; questo punto mi pare che sentirei non pochi di voi a lamentarsi con me perchè non sono sceso alla pratica, suggerendo ai Confratelli almeno alcuni dei principali mezzi che li aiutino, nella difficile missione di educatori, a custodire nei loro cuori e a coltivare in mezzo ai giovani l´angelica virtù.

È anzi naturale che, dopo di esserci deliziati nella considerazione dei più soavi ricordi di famiglia, dopo aver ascoltato le parole del Padre e ammirato il fervore del suo zelo per mantenere nelle sue Case una celeste atmosfera di purezza, è naturale, dico, il desiderio nostro di vederci richiamati alla mente i nostri doveri in rapporto alla castità. Vi esporrò pertanto familiarmente i pensieri che, in questo lasso di tempo, sono andato ruminando. D´altronde sono considerazioni che, brevemente, ho già avuto il piacere di sfiorare qua e là, in alcune Case di formazione, durante l´Anno Santo e prendendo argomento dalla Canonizzazione del nostro Padre.

Voglia il Cielo che esse restino impresse nel cuore di tutti i Confratelli e servano di paterno ed efficace richiamo ai nostri propositi di vita pura e casta!
SANTITÀ. E PUREZZA
NEL CONCETTO DI S. TOMMASO.

L´angelico Dottore S. Tommaso, prendendo ad illustrare il concetto di santità, dopo aver messo in rilievo gli intimi rapporti tra santità e purezza, conchiude affermando che uomo . santo equivale a uomo puro, senza macchia di terra 25. Prima di S. Tommaso avevano espresso lo stesso concetto altri Santi, tra i quali S. Basilio, S. Gregorio ed altri.

Santità adunque vuol dire mondezza; anima santa vuol dire anima pura, senza macchia di terra. La parola santità, secondo San Tommaso, può ancora esprimere purificazione. Il Sacrificio infatti era destinato a placare la Divinità e a mondare gli uomini per renderli amici di Dio. Ora è propriamente questo il concetto che Don Bosco Santo ha sempre avuto della santa purezza. Egli era sicuro di santificare i suoi giovanetti, inculcando loro incessantemente l´amore alla castità, ed esortandoli a purificarsi al più presto delle macchie che eventualmente ne avessero bruttato l´anima; per questo fu asserito con fondamento che Don Bosco non tralasciò, in nessuna delle sue prediche, di parlare della confessione, tanto gli premeva di ricondurre monde e pure le anime a Dio.

ORIGINE DELL´AMORE
DI DON BOSCO PER LA PUREZZA.

E qui è bene mettere subito in rilievo che il grande amore di Don Bosco per la purezza traeva tutta la sua forza dall´ardentissimo suo amore per le anime.

Lo zelo, dice S. Tommaso, è un effetto dell´amore 26 , anzi é l´amore che esplode 27. S. Francesco di Sales, col suo linguaggio  vivo e scultorio, conferma, nel Teotimo, che « lo zelo è l´amore in ardore, e cioè l´amore che non potendo più capire nel cuore si apre una uscita, esplode e si riversa a salvezza delle anime ». E non vi pare, figliuoli carissimi, di vedere ritratto in codeste parole il nostro Santo Fondatore che grida: « Datemi anime, datemi anime»?
Lo stesso S. Francesco di Sales tratteggia con mano maestra le caratteristiche- del vero zelo, ed afferma che esso si palesa in tre principali maniere: nell´odio al peccato, nel procurare la purezza, delle anime, nell´adoperarsi per la loro salvezza.

Sono queste appunto le tre caratteristiche dello zelo di Don Bosco. Chi ne conosca la vita è ben persuaso che ogni palpito del suo cuore, ogni sospiro dell´anima sua è stato per il Signore e per le anime. Ecco la fonte da cui trasse origine e forza il prodigiose suo apostolato. « L´amor di Dio, dice Don Rua, era il movente di tutte le sue opere, e noi, avvicinandoci a Lui, sentivamo il nostro cuore ardere d´amore di Dio, come i discepoli di Emmaus ». E Don Albera: « La vita di Don Bosco era una preghiera, una non interrotta unione con Dio ». Solo l´ardentissimo amore che infiammava il cuore di Don Bosco per il Signore ci spiega l´immenso suo amore per le anime, la guerra senza quartiere che Egli fece al peccato, e logicamente il suo apostolato della purezza.

Favorito fin da bambino di celesti visioni, sente già allora tutta la pena dell´offesa che i giovanetti suoi coetanei recano a Dio; e noi sappiamo di quanti mezzi seppe valersi per evitarla. Più tardi, a misura che si moltiplicano le illustrazioni celesti, gli avvampa più possente nel cuore la brama di tutto consacrarsi alla santificazione e alla salvezza dei giovani. L´anima candida di Don Bosco che vedeva Iddio, come soltanto le anime pure lo possono vedere, desiderava che tutti lo potessero contemplare per sempre meglio amarlo e servirlo. Ma Iddio stesso nel sermone del Monte aveva detto che « i mondi di cuore l´avrebbero veduto » 28, poichè la purezza è la luce dell´anima, è l´occhio che può fissarsi in Dio. « Il Signore, osserva S. Agostino, solo quando parlò dei puri, promise la visione di Dio; e giustamente, perchè essi soli hanno occhi adeguati a tale eccelsa visione ». « Ecchè, soggiunge il Santo, pretenderesti forse di fissare nel sole nascente i tuoi occhi cisposi? »29 « Pertanto, egli continua, gli sforzi nostri nella vita presente devono essere rivolti a sanare l´occhio del cuore, acciocchè possa vedere Iddio. Perchè alla stessa, guisa che l´occhio del corpo quando vi si inietta o gli si avventa cosa che lo offuschi, non può aprirsi alla luce, altrettanto avviene con l´occhio dell´anima se lo offusca o lede la polvere o la terra mondana» 30.

Ecco perchè lo zelo senza limiti di Don Bosco, volendo condurre le anime a Dio, unendole a Lui nella vita Eucaristica, si sforzava di allontanarle da ogni macchia o terrena bruttura, di renderle celestialmente pure e atte così a fissare il loro occhio in Gesù, purezza infinita.
NECESSITÀ DELLA PUREZZA.

Senza la castità, dice S. Paolo, non si può piacere a Dio 31. Ora piacere a Dio significa essere degni del suo amore, e amandolo diventare simili a Lui. Perchè è ancora S. Agostino a dirci che «l´uomo è quel che è il suo amore. Ami la terra? sarai terra. Ami Iddio? Potrò dirti che sarai Dio? non oserei dirtelo da me, ma senti la Scrittura: Io ho detto: voi siete dei e figliuoli tutti dell´Altissimo» 32.

È questo concetto appunto che mi rende più caro quell´altro di S. Tommaso quando afferma che allora l´anima è santa quando è ,libera e distaccata dalle brutture della terra. Anzi vi invito a prendere argomento da questa considerazione per scendere ad alcuni rilievi pratici che potranno giovarci.

Purtroppo dappertutto noi troviamo della terra: ne troviamo nel mondo che abbiamo abbandonato, nel corpo e nei sensi che vivono uniti all´anima, e persino nelle pieghe più recondite del cuore. Ora è la terra che macchia e imbratta la purezza; perciò è dover nostro tenercene lontani a costo anche dei più grandi sacrifici. È questo il grande obbligo impostoci dalla vocazione religiosa; anzi è tale e tanta la sublimità della divina chiamata che S. Bernardo vorrebbe che i religiosi vivessero la vita stessa degli angeli. « Ricordatevi, egli dice, che la vostra vita dev´essere angelica e celeste, perchè nella religione noi abbiamo cominciato ad essere quello che saremo nella vita futura» 33. A questo ci esorta S. Paolo quando dice: « Il primo uomo tratto dalla terra è terreno; il secondo uomo sceso dal Cielo è celeste»: ora noi, dopo la professione cristiana e religiosa, siamo diventati celesti come Gesù di cui dobbiamo vivere la vita. « Perciò, incalza l´Apostolo: alla stessa guisa che avete portato l´immagine dell´uomo terreno, portate ora quella del celeste» 34.

A vivere questa vita celeste, sulle orme del nostro Santo Fondatore, ci animi il ricordo della fedeltà giurata a Gesù Cristo dopo l´invito che Egli ci fece: « Seguimi; esci dalla tua terra, da´ tuoi congiunti, dalla casa di tuo padre» 35.

SEPARAZIONE DAL MONDO.

« Il mondo, scrive Don Bosco, è come un mare burrascoso, in cui l´iniquità e la malvagità sono dappertutto portate in trionfo.

Ma il religioso che abbandona il mondo è simile a colui che, montato sopra un bastimento, affidandosi alle cure di un valente capitano, riposa tranquillo anche in mezzo alle burrasche» 36. Per bontà del Signore noi abbiamo conosciuto per tempo i pericoli che in questo mare correvamo e cercammo un porto ove trovare rifugio sicuro. Ci siamo convinti con S. Agostino che le cose della terra che vorrebbero impadronirsi del nostro cuore sono un ostacolo alla nostra santificazione, « sono come il vischio che impecia le penne dello spirito e delle virtù, impedendoci in tal modo di spiccare il volo verso Dio» 37. E il porto del rifugio, al lasciare il mondo, lo , trovammo nella Congregazione nostra Madre. Questa grazia sta a manifestarci la predilezione divina, perchè, come giustamente afferma  Santa Maria Maddalena de´ Pazzi, «la grazia della vocazione è la grazia più segnalata che Iddio concede ad un´anima dopo quella del Battesimo ». Teniamola cara pertanto, e ricordiamo la grave sentenza del nostro veneratissimo Don Rua: « Chi non tiene nel dovuto conto la grazia della vocazione religiosa ha da temere di perdersi per sempre» 38. È evidente però che mostrano di tenerla in poco conto coloro che, in qualunque modo, ritornano al mondo che hanno abbandonato. Essi non hanno compreso il monito del nostro S. Francesco di Sales: « Per chi Dio è tutto, il mondo è nulla».

Gesù stesso ripete a noi nella persona degli Apostoli: « Voi non siete più del mondo» 39: quindi non dobbiamo più occuparcene, se non nei limiti che l´ubbidienza ci consente, e sempre con un senso di prudentissimo timore. Operando diversamente, la purezza, la virtù più delicata, quella che per noi più- praticamente rappresenta la santità, correrà nuovamente pericolo e la nostra vocazione sarà compromessa.

Ricordiamo spesso le parole di Don Bosco tante volte lette, ma forse non troppo profondamente meditate: « Fate delle ferme, efficaci  risoluzioni di rimanere saldi nella vocazione sino alla morte. Vegliate e fate che nè l´amore del mondo, nè l´affetto ai parenti, nè il desiderio di una, vita più agiata vi muovano al grande sproposito di profanare i sacri voti e così trasgredire la professione religiosa con cui ci siamo consacrati al Signore. Niuno riprenda quello che abbiamo dato a Dio ».

Questo ritorno al mondo, vale a dire la defezione, è certamente il più deplorevole, o, come dice Don Bosco, il più grande sproposito. Per grazia del Signore nella nostra Società si va assottigliando sempre più il numero di coloro che lo commettono; ma anche questo piccolo numero scemerebbe ogni dì più se tutti fossimo veramente solleciti e decisi a staccare totalmente il cuore dalle cose del mondo; se risolvessimo fermamente di non far ritorno al secolo, neppur temporaneamente, senza una vera necessità e stretto dovere. L´Apostolo ci ammonisce che non solo « dobbiamo essere morti al mondo» 40, ma ch´è dover nostro «vivere nascosti con Cristo in Dio» 41 Ora tutto ciò noi abbiamo solennemente dichiarato di voler fare, quando eravamo sul punto di emettere i voti religiosi. « Intendo promettere a Dio di aspirare alla santificazione dell´anima mia con rinunziare ai piaceri e alle vanità del mondo» 42.

Siamo fedeli pertanto alla parola data, ed ogni volta che, per gravi ragioni, dovremo ritornare al mondo, consideriamoci come estranei, come pesci fuori di acqua. Temiamo che il fango, od anche solo la polvere mondana, si attacchi alla nostra persona, e perciò rifugiamoci al più presto nella santità del nostro ambiente.

Vorrei anzi dire che, in questi tempi, nei quali, con un consolante risveglio religioso e morale, vediamo, con pena profonda, ridestarsi procaci e insolenti certe forme di paganesimo e di sensualismo, noi riducessimo al minimo possibile i nostri ritorni al mondo, Temiamo le infiltrazioni malefiche e gli abusi! Che dovrebbe dirsi di un figlio di S. .Giovanni Bosco che pretendesse ad esempio di recarsi ogni anno in famiglia per trascorrervi il tempo delle vacanze? Tutti voi mi rispondereste e con ragione che ciò è assolutamente contrario allo spirito religioso e salesiano. E mi ricordereste assai opportunamente il comma quinto del capitolo sulla castità, nel proemio delle regole, ove Don Bosco dichiara che « scogli terribili della castità sono i luoghi, le persone e le cose del secolo. Fuggitele con grande premura, esclama il nostro Santo Padre, e tenetevene lontani, non solo col corpo, ma fin colla mente e col cuore».

Disgraziati coloro che non ne fossero persuasi; vorrei scongiurarli di rileggere e meditare queste tremende parole che il nostro Fondatore scrive nel capitolo già citato: « Io non mi ricordo d´aver letto, o di aver udito raccontare, che un religioso sfasi recato in patria sua e ne abbia riportato qualche vantaggio spirituale. Al contrario se ne annoverano migliaia e migliaia che, non mostrandosene persuasi, vollero farne esperimento, ma ne provarono amaro disinganno, anzi non pochi rimasero vittime infelici della loro imprudenza e temerità» 43.

Ascoltiamo, figliuoli carissimi, questa voce, come se Dio stesso ci parlasse per mezzo dell´amatissimo nostro Padre.

LE VACANZE.

Non è necessario che, a proposito di vacanze, io vi ricordi ciò che tante volte avete sentito: « Le nostre vacanze, ripeteva D. Bosco, le faremo in Paradiso ». Quel periodo di riposo che ci viene concesso a ristoro delle nostre forze, sia trascorso nei nostri Collegi, tra i nostri Confratelli. Gl´Ispettori s´accorderanno coi Direttori perchè ciò avvenga in guisa tale che, mentre si rinvigorisce il corpo, ne avvantaggi pure lo spirito. Sarà bene però, a confermarci ognor più nei nostri propositi, che ci soffermiamo alquanto a riconsiderare la dottrina di D. Bosco circa le vacanze. Egli le chiamò senz´altro omnium malorum officina. Questa definizione vale, non solo pei giovani, ma ancor più per le vacanze dei Confratelli. Tutti sanno come viene sciupato il tempo da quei Religiosi che vanno a trascorrere le così dette vacanze in famiglia. Ivi anzitutto è gravissimo il pericolo dell´ozio, padre di tutti i vizi, « guanciale di Satanasso » 44, come lo ha detto Cassiano; ivi pure sono facili le conversazioni frivole, le compagnie pericolose, gli sfoghi, le critiche, le letture futili, e via discorrendo.

Sentite con quanta verità insieme e soavità il nostro Padre descrive questi pericoli: « Andiamo qualche giorno a casa; c´è quel parente che mi aspetta, dice uno; là farò la mia meditazione, la mia lettura spirituale, reciterò le mie preghiere, e sarò fedele alle altre pratiche di pietà come se fossi in Congregazione. Sì? Va´ pure nel secolo con questo pensiero, e vedrai. Vorrei sapere quanti di quelli che vanno a casa loro osservino fedelmente questo proponimento. Simile cosa è già accaduta a tanti altri: non credevano alle mie parole, vollero provare, e conobbero, a proprie spese, che cosa è il mondo. Si va, si incomincia a vedere, a parlare; poi la bottiglia, il giuoco: poi divertimenti d´altro genere; quindi il mangiare e la gola. Mettetevi nell´occasione! riuscirete a schivare i suoi lacci? Ah! Uno resterà morto; e se non morto almeno ferito. Se ne riesce illeso, la stimi pure una grazia eccezionale che il Signore gli ha fatto. Ah! costui si rifugi presto nel suo chiostro, qui nella Casa ove ha fatto i voti, e il demonio non avrà più agio di tentarlo; qui vi sono buoni compagni, qui occupazioni per ogni genere di persona e per ogni abilità, e tutte fonti di merito presso Dio ». Fin qui il nostro Padre che, in altre circostanze e specialmente nella conferenza del 25 giugno 1867, ebbe parole ancora più gravi e categoriche.

E non vi recherà meraviglia se i suoi Successori si fecero eco, a parecchie riprese, della voce del Padre. Ma questa volta non sono solo i Superiori che richiamano alla disciplina, è la stessa S. Congregazione dei Religiosi che, il 1° dicembre del 1931, emanava una Istruzione in cui, come avete potuto leggere negli Atti del Capitolo, rende responsabili i Superiori dei danni che possono derivare alla Religione ed ai Religiosi dalla permanenza in famiglia, e persino dal girare nelle varie Case della Congregazione senza necessità. Dice l´Istruzione: « Essendo lo stato religioso tanto eccellente, non è meraviglia che il nemico dell´umana salvezza faccia di tutto, sia con maligne insinuazioni, sia coll´allettamento ai piaceri mondani, sia con lo scatenare le passioni, per farli cadere da uno stato così sublime». E venendo a parlare specialmente dei chierici studenti continua: « Poichè la formazione intellettuale dei chierici non è possibile se si dà occasione di dissipazione concedendo loro di andare in giro per le Case, ovvero dl rimanere presso i parenti, perciò non si permetta, senza una giusta e grave ragione (del che si fa grave carico di coscienza ai Superiori) , di intraprendere viaggi. Restino essi negli studentati sempre, e quivi attendano seriamente agli esercizi di pietà e dello studio  fino al termine dei corsi ».

E non crediate che le raccomandazioni della S. Congregazione siano superflue; tutt´altro. Debbo anzi aggiungere che Vescovi e Prelati hanno fatto pervenire alle più alte Autorità le loro giuste rimostranze al constatare che mentre, secondo lo spirito della Chiesa, si vanno riducendo al minimo le andate in famiglia dei Seminaristi e si provvede altrimenti al loro riposo, si vedono poi dei religiosi, e financo delle religiose, che trascorrono lunghi periodi di tempo presso i parenti con scandalo delle popolazioni. Esorto pertanto gli Ispettori e i Direttori ad adoprarsi perchè, ad ogni costo e con ogni mezzo, le disposizioni della S. Sede siano praticate. Si esiga senz´altro la piena osservanza di quanto è stato stabilito negli ultimi convegni Ispettoriali e dei Direttori in conformità delle nostre Costituzioni e del nostro spirito. Sono poi convinto che tutti i figli di D. Bosco vorranno, ora più che mai, entrare pienamente nelle direttive del nostro Padre, da me appena ricordate, e che si proporranno di voler dappertutto trascorrere le vacanze solamente nel modo consentito dai Regolamenti. Sono pure persuaso che niuno vorrà valersi di scuse, pretesti, e sotterfugi per indurre i Superiori a concedere ciò che non possono, o a strappare comunque un permesso che poi potrebbe essere funesto per l´individuo e per l´intera Società.

IL RITORNO DAL MONDO.

So bene che vi è una grave e giusta ragione che talora obbliga a recarsi al paese nativo: un lutto domestico, una disgrazia o qualche interesse di eccezionale importanza, per cui la presenza del confratello è richiesta. In questi casi gl´Ispettori hanno le necessarie facoltà, ed essi, pur ricordando la responsabilità che grava sulla loro coscienza, ne faranno uso prudente. Ma, eccettuati questi pochi casi, noi, da buoni religiosi, dobbiamo mantenerci santamente distaccati dai nostri stessi parenti. Dico santamente, per mettere subito in rilievo che il nostro distacco non implica diminuzione di affetto, dimenticanza, `abbandono, Diceva il venerato D, Rua che i Salesiani devono ricordare sempre il sacrificio fatto, nel consentire che ci facessimo religiosi, dai genitori nostri, i quali, anche per questo, hanno diritto ad un aumento `di affetto e riconoscenza. I. nostri parenti occupino il primo posto nelle nostre quotidiane preghiere; ricordiamoli premurosamente nelle ricorrenze loro care, partecipiamo alle loro gioie come alle loro pene, ma sempre nei modi e nei limiti consentiti dalla nostra condizione di religiosi. Lo stesso D. Rua, parlando di tali riguardi, scendeva a minuti particolari, raccomandando per esempio di « scrivere loro di quando in quando delle proprie notizie, di non farli sospirare e gemere per la trascuratezza di, un tale dovere tanto facile a compiersi» 45. Ma, dopo questo, esigeva il religioso distacco, proprio di chi si è consacrato al Signore. D. Bosco, a coloro che volevano stare con Lui per aiutarlo nelle sue imprese, diceva chiaramente, e lo voleva, che abbandonassero ogni altra cosa, ogni altro interesse. « Devi lasciare tutto, le tue cose, la tua patria, i tuoi parenti».

« Ama i genitori, dice S. Agostino, ma ai genitori anteponi Dio» 46. E qui potremmo ricordare le parole del Redentore: « Se alcuno ama il padre o la madre più di me, non è degno di me» 47.

Non deve dunque bastare la circostanza di un battesimo, di una prima comunione, la celebrazione di un matrimonio, per chiedere e quasi pretendere il permesso di recarsi in famiglia. Purtroppo anche a certe feste religiose non è estraneo qualche cosa di mondano, ed il pericolo di dissipazione, e non è necessario che ad esse prenda parte chi ha lasciato il secolo per militare nelle file dei soldati di Cristo 48. D. Bosco nel 1869, predicando gli Esercizi ai Confratelli, fece un´intiera istruzione sul distacco dai parenti. Diceva fra l´altro di « non andare alla propria casa, fuorchè per gravi motivi e consigliati dai Superiori, come fece S. Luigi; andarvi quando i parenti fossero gravemente ammalati; perchè andare a casa nelle vacanze, o per visite in occasione di feste chiassose, è lo stesso che dire: Vado per raffreddarmi nelle cose di pietà» 48.

Vorrei che non ci fosse bisogno di insistere ulteriormente su questa, che è da tutti riconosciuta come la principalissima causa delle defezioni religiose. Persuadiamoci, e teniamo sempre vivo nella mente, che la nostra vera casa è la Casa religiosa ove fummo destinati dall´obbedienza; che ora la nostra famiglia sono i nostri confratelli ed i giovani coi quali conviviamo, e che i veri interessi nostri sono quelli della Congregazione che ci è Madre, e che pertanto null´altro ci dev´essere più caro che dimorare nella nostra comunità. D´altronde, ricordandovi queste cose, voi ben sapete che io altro non faccio che richiamarvi alla mente disposizioni già note e fare appello alle genuine tradizioni salesiane ed alle auree, chiarissime norme che D. Bosco aveva già dato ai suoi figli fin dall´anno 1876. Rileggiamole con riverenza filiale.

« Radice di dispiaceri e di disordini sono le relazioni con quel mondo che noi abbiamo abbandonato e che vorrebbe di nuovo trarci a lui. Molti, finchè vissero in Casa religiosa apparivano modelli di virtù; recatisi presso i parenti o presso gli amici perdettero, in breve tempo, il buon volere, e ritornati in religione non poterono più riaversi, e taluni giunsero fino a perdere la medesima vocazione. Pertanto non recatevi mai in famiglia se non per gravi motivi, e in questi gravi motivi non ci andate mai senza il dovuto permesso, e per quanto è possibile accompagnati da qualche confratello scelto dal Superiore. L´assumervi commissioni, raccomandazioni, trattare affari, comprare o vendere per altrui conto sono cose da fuggirsi costantemente, perchè trovate rovinose per la vocazione e la moralità» 50
Lo stesso aveva inculcato nel 1862 ai suoi primi preti e chierici: « Nessuno vada mai a casa sua, o dei parenti o di amici o di conoscenti, se non per l´interesse della Congregazione o per esercitare un atto di carità. Per qualsiasi pretesto non si accettino mai inviti a festini di nozze o di altri pranzi secolareschi, di qualunque genere siano. Per quanto è possibile non si viaggi mai di festa, e mai con persone di sesso diverso. Nel convoglio non si stia in ozio, ma si dica il breviario, si reciti la corona della Madonna, o si legga qualche buon libro» 51
Aggiungete, figliuoli carissimi, a queste vive raccomandazioni, la deliberazione esplicita e categorica presa dal Capitolo Generale tenutosi a Lanzo, e che D. Bosco stesso comunicava a tutti i Superiori con lettera latina il giorno 8 dicembre 1880: « Si adoperino i Superiori per abbattere fino dalle fondamenta l´officina di tutti i mali, qual è appunto il passare le vacanze presso i parenti o gli amici» 52.

Parecchi anni dopo, il venerato D. Iua trattando del profitto spirituale dei Confratelli comincia col rivelare una gran pena del suo cuore. Questa pena non era altro che la constatazione del male che le vacanze avevano apportato in quell´anno. « Molti Confratelli sotto vari pretesti andarono in seno alle loro famiglie e vi dimorarono troppo lungamente. Altri senza il dovuto permesso intrapresero viaggi lunghi e dispendiosi, fecero visite a conoscenti, agli amici ed ai parenti dei nostri allievi passando presso di essi intiere settimane. Questo modo di comportarsi, egli scrive, è affatto contrario agli insegnamenti di D. Bosco, alla sua santa Regola, alle deliberazioni capitolari ed al proprio profitto spirituale» 53.

Dopo di lui, D. Albera, deplorando l´abuso che si era nuovamente manifestato, si rivolgeva agli Ispettori invitandoli a mettersi tutti d´accordo per tradurre in pratica le disposizioni date, e dopo aver suggerite sapienti norme per il conveniente svago dei Confratelli bisognosi di riposo dopo un anno di fatiche, concludeva categoricamente: « Sia eliminata l´andata in famiglia per motivi di vacanza».

Confido, con quello che ho detto, di aver messo in chiaro la genuina volontà di D. Bosco e della Congregazione su questo increscioso argomento, e faccio appello agl´Ispettori e Direttori perchè l´officina di tutti i mali, che il nemico delle anime vorrebbe di tanto in tanto riaprire, resti definitivamente e perpetuamente chiusa. Continueranno essi in tal modo ad essere i vigili custodi di quella purezza che costituisce la caratteristica dei figli di S. Giovanni Bosco.

RINUNZIA DI SE STESSO.

La pratica delle norme che siamo andati considerando non basta però a preservarci da tutta quella terra che tanto facilmente può penetrare nell´anima nostra ed appannarvi il bel giglio della purezza: altra se ne deve evitare e togliere; altri distacchi dobbiamo fare. Lasciare la Patria, distaccarci dalle nostre cose più care, dalle persone amate, dagli stessi genitori è certamente sacrificio grande, ma ben più arduo e penoso è lasciare noi stessi. S. Gregorio, dopo di aver detto che al vero discepolo di Cristo è d´uopo rinunziare agli affetti più cari della famiglia, afferma appunto che sacrificio molto maggiore è quello che ci è imposto col distacco da noi medesimi 54. Molta e fangosa può essere la terra che troviamo nel secolo, nel contatto del mondo, tra gli amici, i conoscenti, e talora presso i nostri più cari; ma la terra più pericolosa, più maligna, quella che più tenacemente aderisce a noi, è fuor di dubbio quella che si nasconde dentro di noi stessi.

Cìò vuol dire che, anche dopo d´aver lasciato il mondo e le sue vanità, e d´esserci rifugiati nella Congregazione, altre battaglie ci restano da combattere se vogliamo assicurarci il possesso e la pratica perfetta della virtù della purezza.

Il più grande nemico della purezza, ripetiamolo, è sempre dentro di noi stessi. Siamo impastati di meschinissimo fango,  siamo un insieme di miserie, di debolezze, di tendenze che ci tirano al basso e che appesantiscono lo spirito e vorrebbero corrompere l´anima 55. Ognuno lo sa per propria e quotidiana esperienza: ci è forza vigilare senza posa, lottare senza tregua; reagire energicamente contro la natura corrotta, se non vogliamo essere traviati e sepolti sotto lo stesso nostro peso.

La perfetta purezza cristiana consiste anzitutto in una santa separazione dello spirito da tutto ciò che lo possa contaminare. Gli uomini dicono impuro ciò che è mescolato ad altri elementi,. ciò che si muta e corrompe. Iddio, ch´è infinitamente puro, è per ciò stesso causa, fonte, oggetto, misura di ogni santità 56. L´anima pertanto perfezionerà la sua purezza a misura che si separi da ogni elemento che possa inquinarla, ed anche dalla terra del corpo che essa informa. A taluno può sembrare ciò un paradosso; quasi che ci si raccomandi di maltrattare questo nostro corpo che costituisce la più grande meraviglia del creato. Io non mi indugerò a parlare del corpo come di un nemico, quantunque non pochi Santi l´abbiano considerato e trattato a tale stregua. Seguendo invece ". l´ascetica del nostro S. Francesco di Sales v´invito a considerare il corpo come un alleato, un compagno dell´anima, che questa deve conservare puro per raggiungere quella santità che ci renda degni del premio eterno.

Ma renderei incompleto il pensiero del nostro Santo se non aggiungessi che, mentre egli vuole che si rafforzi il corpo « per rendere l´anima più atta a meglio servire il Signore» 57 e perciò condanna, ad esempio, « le veglie che debilitano il cervello» 58, consiglia, anzi vuole altresì tutto ciò che può contribuire « a crocifiggere la carne colle sue concupiscenze» ed a domare l´uomo terreno che si solleva contro lo spirito.

S. Francesco di Sales però, e con lui S. Giovanni Bosco, chiamati da Dio ad una vita eminentemente attiva, spesa tutta a salvezza delle anime, c´insegnano a crocifiggere ed a domare il corpo colle fatiche dell´apostolato, colla vita comune ben praticata, colla predicazione, collo studio, colla scuola, col dovere compiuto alla perfezione, coll´adattarsi non solo ad ogni sorta di cibo ma anche alla mancanza di esso, coll´assoggettarsi con gioia alle intemperie, alle fatiche dei viaggi, alle irregolarità del riposo, alle contrarietà, agli insuccessi, alle persecuzioni: e tutto ciò senza affievolimento nella pietà, nel lavoro, nella sobrietà, nel rinnegamento di se stesso. Fu questa la grande e costante mortificazione con cui domava il suo corpo il nostro santo Fondatore: e solo così sarà possibile a noi suoi figli conservare quella purezza . angelica che in Lui rifulse. Le anime elette chiamate alla vita contemplativa e alle penitenze corporali domeranno il corpo coi digiuni e cilicii: noi ci serviamo dei mezzi suindicati per liberarci dagli impacci e dalle insidie di questo corpo di morte; 59 saranno essi lo scudiscio di ogni giorno e di ogni ora con cui lo ridurremo a servitù 60. Sulle orme dell´Apostolo S. Paolo, finchè piaccia al Signore che restiamo uniti al corpo, ricordiamo che esso è membro del corpo di Cristo, e perciò, alla stessa guisa che « Cristo ha immolato il suo corpo sulla Croce, noi . pure offriremo a Dio il nostro come un´ostia viva» fil perchè «la vita di Dio si manifesti nella nostra stessa persona» 62. E così, morti a noi stessi, saremo più vivi che mai ed attivi per compiere le opere di Dio.

Un giorno Mons. Le Camus fu pregato a voler spiegare la massima o sentenza che il suo amico S. Francesco di Sales ripeteva sovente: « Morire a se stesso », ed egli accondiscese di buon grado. « Voi mi chiedete la spiegazione di questa breve ma squisita sentenza del nostro Santo: eccola. Bisogna che noi viviamo con una vita morta e che moriamo di una morte vivente, che vive con la vita del nostro Re e del nostro amabile Salvatore. Queste contrarietà che sembrano tra loro opposte sono il vero linguaggio ed il puro stile della Scrittura e di S. Paolo: « Voi siete morti, e la vostra finita è tutta nascosta per Gesù Cristo in Dio» fi3. Ed ancora: « Gesù Cristo è morto per noi, acciocchè quelli che vivono. non vivano più a loro stessi, ma a Colui che è morto e risuscitato per loro» 64. E parlando di sè S. Paolo dice: « Io non vivo più, ma è Gesù Cristo che vive in me» 65. Vivere con una vita morta è vivere non secondo i sensi e le naturali inclinazioni, ma secondo lo spirito e le inclinazioni soprannaturali. Questa è una morte secondo la natura, ma è una vita secondo lo spirito; questo è un far morire l´uomo vecchio in noi, per far rinascere dalle ceneri l´uomo nuovo» 66 Mi pare utile il ricordo di questi pensieri di S. Paolo perchè, chiamati all´apostolato della gioventù, dobbiamo abituarci allo spirito di sacrificio e di rinuncia alle nostre terrene comodità, alle nostre pericolose inclinazioni, in modo che « pur vivendo uniti al corpo per natura, ne viviamo separati per grazia».

D´altronde senza mortificazione e sacrificio non riusciremo mai a vincere le nostre concupiscenze: eppure, dice S. Agostino, questa appunto dev´essere l´opera nostra durante la vita terrena 67. Non dobbiamo illuderci: purtroppo le concupiscenze non ci lasceranno mai: 68 ne sentiremo gli attacchi anche nella tarda vecchiaia 69, ma, a nostro conforto, ricordiamo che «fedele è Iddio, il quale non permetterà che siamo tentati oltre il nostro potere, ma darà colla tentazione il profitto, affinchè possiamo sostenere» 70.

Coraggio pertanto, figliuoli carissimi, e ripetiamo anche noi con S. Agostino: «O Signore, poichè tu mi comandi la continenza, dammi di poter fare ciò che comandi e comandami ciò che vuoi »71. Lo stesso Santo aveva un così elevato concetto delle anime pure da affermare che « i vergini hanno già alcunchè di non carne nella carne» 72.

Ecco il celeste programma tante volte esposto ed inculcato da D. Bosco ai suoi figliuoli esortandoli alla preghiera, alla vigilanza,:alla mortificazione dei sensi, alla temperanza, alla penitenza, senza di cui è impossibile conservare la purezza. E tale appunto egli appariva tra i, suoi figliuoli, « glorificando e portando Iddio anche nel suo corpo» come vuole S. Paolo: 73 dimentico di sè fino all´eroismo, puro in tutti i suoi atti, gesti, sentimenti, affetti; eppure così disinvolto, piacevole, celestiale ed umano.

Si è verificato in D. Bosco ciò che dice lo stesso S. Agostino: « Colla purezza e coll´unione abituale in Dio l´uomo, benchè composto di materia bruta, diventa una creatura celeste » 74. Questo sforzo  per liberarci dalla polvere e per preservarci è precisamente ciò che si chiama mortificazione, la cara virtù, che è la più fida ancella e custode sicura della purezza.

Un pensiero, o figliuoli carissimi, che ci renderà più facile la mortificazione del corpo è quello della morte, così insistentemente raccomandato da D. Bosco. La morte infatti ci mette innanzi la miseria e il nulla 75 di questa nostra carne corrotta, la quale, appena separata dall´anima, perde il nome stesso di corpo per chiamarsi cadavere, ed in seguito perde anche questo nome per non averne più nessuno 76, ridotta ormai a un po´ di polvere che il vento spande nell´aria 77. Questo pensiero era familiare a D. Bosco. Nella solennità di S. Giovanni, quando i suoi figli tripudiavano attorno a Lui, felici di potergli manifestare il loro immenso affetto, fu visto una volta palparsi insistentemente colla destra il pollice della sinistra. Interrogato se quel dito gli facesse male: « No, no, rispose, ma mentre ascolto tante immeritate lodi, penso che questo dito e tutto il mio corpo sarà presto marciume e polvere. È tanto salutare questo pensiero! ».

CUSTODIA DEI SENSI.

Ma la terra di cui parlano S. Paolo e S. Tommaso non solo la troviamo in mezzo al mondo e nello stesso nostro corpo, ma essa s´infiltra anche nell´anima per i sensi. Essi sono come i valletti che comunicano quanto avviene intorno a noi, vale a dire le impressioni del mondo esteriore allo spirito. Ora in questo loro costante contatto colla terra è facile assai che ne restino insozzati e alla loro volta ne infanghino lo spirito. Una triste esperienza c´insegna quante anime siano state vittime dei sensi immortificati. Per questo appunto S. Basilio vuole che « i sensi di chi è puro siano puri» 78.
Sarà utile pertanto passare, sia pure in rapida rassegna, alcuni dei nostri sensi per richiamarli alla legge della mortificazione senza di cui è impossibile liberarci dalla terra e dal fango che inquina l´anima e la spoglia del candore della purezza.

È stato detto che la purezza è la perfetta signoria della volontà sui sensi. Chi non sappia tenere a freno i sensi non sarà mai casto.

« Non fidarti neppure, dice S. Girolamo, di una castità conservata per lunghi anni: anzi fu appunto per la troppa fiducia in se stessi e per essersi esposti ai pericoli, che caddero uomini santissimi» 79. « Credimi, incalza S. Agostino, sono Vescovo e parlo la verità in nome di Cristo: io stesso vidi stroncati i cedri del Libano» 80. Solo l´umiltà, che induce alla ritiratezza, alla vigilanza ed alla preghiera, può procedere con sicurezza 81. Per questo diceva il nostro S. Francesco di Sales che la castità è una virtù timida e delicata.

Ognuno dei nostri sensi è come una porta per la quale il demonio cerca di entrare. Facciamo di scoprire quale sia per noi la più pericolosa, quale sia il lato più debole, per ivi concentrare tutte le energie.

Anzitutto bisogna che mortifichiamo la vista, giacchè « l´occhio è la finestra per la quale il demonio entra più facilmente nel ne. st7o cuore » S2: eppure essa è la meno vigilata, spetialmente da coloro che non conoscono ancora bene le arti diaboliche. Tocca ai Superiori, specialmente ai Direttori, temere per i Confratelli loro ai dati. In quanti pericoli possono inciampare tanti giovani Salesiani, nelle uscite, durante il passeggio, nelle serate teatrali o cinematografiche, nelle letture o simili. Seppi con molta pena che Brasi permesso ai giovani, e perciò anche agli Assistenti, di assistere a partite nei pubblici stadii, e ad altre adunate pericolose, anzi che talora, per queste ragioni, si erano mutilate e sostituite sacre funzioni con qualche pratica più sbrigativa. Lascio pensare a voi, se questo sia secondo lo spirito del nostro Padre. Riflettete ai gravi pericoli che per la purezza possono incontrare tutti i Confratelli, ma specialmente i più giovani, in queste adunate, ritrovi, feste, concerti. Quando, per disposizione delle legittime Autorità, è necessario partecipare in corpo, si vada: ma colle debite precauzioni e raccomandazioni. Negli interventi arbitrari certissimamente la polvere, o forse anche il fango, entrerà per i nostri occhi.

Nè si dica che i tempi sono così, che bisogna seguire la corrente ; e meno ancora si osi affermare che D. Bosco oggi vi si adatterebbe. Noi conosciamo dalla sua vita, quale caso egli abbia fatto. di inviti e di feste estranee alla sua missione. I suoi tempi non erano poi affatto più facili dei nostri. D´altronde D. Bosco fu suscitato da Dio, non per essere trascinato dalla corrente, ma per opporvisi ed arginarla in tutti i modi.

Un punto sul quale richiamo particolarmente la vostra attenzione è quello dei giornali e delle riviste. Siano ricordate ed osservate le disposizioni della S. Sede circa la lettura dei giornali, e quanto è prescritto dalle Costituzioni. Viviamo fedeli alle nostre , tradizioni. D. Bosco vide un giorno un Superiore con un giornale in mano, circondato dai giovani, e lo riprese pubblicamente; e si avverta che trattavasi di un giornale notoriamente cattolico. Con quale santa indignazione insorgerebbe oggi, se vedesse chierici e giovani intenti a leggere con passione giornali sportivi od altri, che per nessun motivo devono entrare nei nostri Istituti! Una triste esperienza ce lo insegna: alle notizie sportive altre ne vanno frammischiate, che non solo sono terra, ma fango appestante. Che dire poi di certi giornali illustrati? Come potrà conservarsi puro quel giovane, quel Salesiano, dinanzi a provocazioni sfacciate,  che feriscono non solo gli occhi, ma mettono in diabolico sussulto il cuore?
Nè debbo tacere di un altro pericolo, quello cioè cui vanno incontro i Salesiani che, pei loro studi superiori, si trovano nella necessità di leggere autori, il cui linguaggio e le cui dottrine possono riuscire di grave danno alle loro anime. A cocesti cari figliuoli raccomando più intenso spirito di preghiera, una maggior vigilanza sui loro sensi perchè obbligati talora a corsi promiscui, e soprattutto il ricordo costante delle verità eterne. Dio non voglia che il tumore della scienza avveleni l´anima loro e debbano dire un giorno: « Gli ignoranti conquistano il regno dei Cieli, e noi al contrario corriamo pericolo di perderlo ».

Similmente raccomando quanto so e posso di vigilare sulle letture che fanno i Confratelli, specialmente quelli del triennio pratico, che, lasciati in balia di se stessi, possono trovare, nelle letture non controllate, la loro rovina. Fa pena vedere che talvolta si sciupa il tempo, non solo, come già dissi, nella lettura prolungata di giornali e riviste, ma anche di libri poco seri, non formativi, saturi di spirito mondano, di romanzi che mettono in subbuglio sl cuore e rendono farneticante la fantasia. Vi è noto il pensiero di Don Bosco riguardo ai romanzi: Egli sconsigliava la lettura anche di quelli buoni perchè portano, a lungo andare, a un vero squilibrio intellettuale e morale.
La soda inquadratura mentale si otterrà colla lettura dei Padri e di autori seri, le cui dottrine servano a rafforzare la nostra cultura teologica, liturgica, filosofica, storica e morale. Coltiviamo pure le scienze così dette profane, ma esse siano mezzo e non fine, siano lo strumento con cui raggiungere più efficacemente risultati di apostolato fecondo.
Mi permetto di ricordare agl´Ispettori e ai Direttori la loro tremenda responsabilità riguardo ai punti suaccennati. Dopo aver: alzato la voce, in nome di Dio, per non essere, al Divin Tribunale, chiamato cane muto, intendo richiamare i Superiori tutti ai loro gravissimi obblighi di coscienza.

IL CINEMA
Non vorrei ritornare di proposito sul cinema, ma poichè, anche dopo le istruzioni e raccomandazioni ripetutamente date sugli Atti del Capitolo si ebbero a deplorare non lievi inconvenienti, sento:. il dovere di richiamare tutti a un maggiore senso di responsabilità aggiungendo qualche considerazione.

Don Bosco procurò l´onesto divertimento a´ suoi giovani, ma lo volle circondato di sapientissime norme che salvaguardassero la purezza delle loro anime. Basta leggere il Regolamento pel teatrino per rimanerne ammirati e commossi. Con fine senso pedagogico; attinto alle più pure fonti del Vangelo, egli tracciò a noi la via da percorrere: e parmi di poter asserire che, salve rarissime eccezioni, i suoi Figli seguirono detta via, anzi compirono in questo campo un vero apostolato.

Ora dovrà dirsi che qualche Figlio di Don Bosco pensi lasciare le sagge e sante norme tracciate dal Padre? Vi sarà alcuno che voglia il divertimento purchessia, ad ogni costo, anche col pericolo di mettere a repentaglio l´innocenza delle anime che ci sono affidate? Io non voglio, non posso neppur pensare tal cosa: ma per allontanare appunto anche la parvenza di tale pericolo, vi richiamo ai concetti della purezza salesiana.

Lo so, non è possibile oggi negare l´indiscussa potenza di penetrazione e l´universalità del cinema: ammetto pure che vi sono certe applicazioni della cinematografia nel campo dell´istruzione tecnica e scientifica, della documentazione a mezzo di films storici, etnografici, missionari, e della propaganda o pubblicità, le quali non contrastano con i criteri della morale cristiana e possono non solo essere lecite, ma anche raccomandabili. Ma quando si passa alla cinematografia teatrale, drammatica o comica, ch´è quella appunto che attira le grandi masse e si sostituisce al teatro, noi dobbiamo domandarci se risponda alle direttive della morale cristiana e, nel caso specifico, ai concetti pedagogici di Don Bosco.

Basterebbe ricordare le proteste dei padri di famiglia, di associazioni religiose e civili, di alti magistrati e le preoccupazioni e le misure prese dai Governi, per persuaderci che il cinema non corrispose, fino a oggi, alle direttive suesposte. Anzi, pressochè in tutte le nazioni, sono sorte società ed enti che si propongono la creazione del film educativo e religioso per arginare appunto le funeste conseguenze di quello corruttore. E dobbiamo riconoscere che si è arrivati, in parecchi casi, a modificare criteri troppo corrivi di qualche società produttrice e a rendere più severa la censura.

Malgrado tutto ciò, chi voglia essere sincero deve ammettere che il cinema è ancora, in troppi casi, strumento di corruzione e che minaccia di travolgere, col pudore della gioventù, le più care speranze dell´umanità.

Basta leggere i giornali per rendersi conto della funesta influenza del cinema, specialmente sugli animi giovanili. Latrocini, assassini, suicidi, fughe, fattacci di ogni genere vengono perpetrati da minorenni, corrotti alla perversa scuola del cinema.
Se il delitto e l´immoralità vengono glorificati, come stupirsi dell´effetto che ne risentono gl´intelletti e i cuori dei fanciulli? Chi può misurare le funeste conseguenze che certe pellicole di carattere pornografico, ove sono esaltate le più luride passioni, esercitano su tutti, ma specialmente sull´incauta gioventù?
Nè si opponga che si presenta il male per farlo esecrare.

Niente di più contrario alla dottrina della Chiesa, agli insegnamenti di Don Bosco e al più elementare buon senso.
E chi non sa che la povera gioventù è circondata da tante occasioni, da così gravi pericoli, da fiamme così cocenti da non aver bisogno che altre se ne aggiungano per inaridirne e incenerirne il cuore?
Se presentate alla fantasia del giovane il vizio, la passione coi colori più smaglianti, e glielo inoculate per ore ed ore sotto le forme più seducenti, a nulla servirà poi la fugace smorfia di pentimento .con cui si vuole coonestare il fango ributtante che ha sconvolto la mente e stimolato perversamente i più bassi istinti.

E neppure ci si dica che esiste la censura. Troppe volte essa si basa su princìpi pedagogici ben diversi e ben lontani da quelli di Don Bosco. E nemmeno si moralizzano i films con i tagli: la trama equivoca e morbosa resta anche dopo che sono state asportate le scene offensive al pudore. I tagli, in troppi casi, eccitano a indagini e supposizioni morbose.

Gli incaricati delle esibizioni cinematografiche potrebbero dirci quali e quanto frequenti ingrate sorprese riservano anche le pellicole che le case fornitrici noleggiano come assolutamente morali; quante preoccupazioni, quante ricerche, quante ore perdute in visioni di controllo! E dopo tutto ciò, a quali pericoli espongono anche le pellicole il cui intreccio pareva innocuo!
Ben lo sanno i Direttori e Confessori: quanti cari giovinetti sentirono il bisogno, dopo la seduta cinematografica, di recarsi presso di loro per manifestare i turbamenti delle anime sconvolte e chiedere la parola o l´assoluzione che ridonasse la pace al loro cuore.

E perchè non dirlo? So che in un´occasione i giovinetti stessi diedero all´incaricato del cinema la più tremenda e dolorosa delle lezioni, protestando altamente, in una santa esplosione di grida e zittii significativi, contro certe scene meno corrette sfuggite alla censura, e che urtavano contro i nobili sentimenti dei loro cuori.

Mentre io plaudo a cocesti cari giovanetti, mi permetto di rilevare che è questa senza dubbio la più deplorevole ed umiliante sconfessione di un gruppo di educatore da parte dei loro educandi.

E allora, mi direte, dovremo sopprimere il cinema?
Ho saputo, con immenso giubilo del mio cuore, che in non poche Case lo si è soppresso interamente e che in altre è stato ridotto a pochissime esibizioni, sostituendolo col teatrino e le accademie che, giusta il concetto di Don Bosco, hanno sul cinema immensi vantaggi educativi. Il teatrino infatti può costituire un premio, un incoraggiamento, un utile esercizio intellettuale ed artistico degli alunni, un lavoro formativo, qualche cosa di loro stessi; mentre dall´altra parte è più facile il controllo della materia e si può avere una completa sicurezza morale.

Ove poi non sia possibile prescindere totalmente dal cinema, se ne riducano almeno le esibizioni e soprattutto sia circondato di tutte quelle cautele che servano a preservare la purezza dei nostri giovani. Se un Oratorio o un Collegio non può andare avanti senza cinema, non dubito di affermare che vi fa difetto una seria direzione.

Don Bosco ci ha forniti di tali e tanti mezzi per educare e sollevare alle più pure gioie di famiglia i nostri giovani, che se sapremo metterle in pratica, non sentiremo il bisogno di esporli ai pericoli di esibizioni rocambolesche e morbose che ne snaturano la formazione e il carattere.

Si leggano a questo proposito le sapienti norme date da S. S. Pio XI nell´Enciclica sulla educazione cristiana della gioventù. Ma soprattutto non si dimentichino queste sue accorate parole: « Quanti traviamenti giovanili a causa degli spettacoli odierni, oltrechè delle malvage letture, non debbono piangere i genitori e gli educatori! » 83.

LE SPIAGGE E I CAMPEGGI.

Altro pericolo per gli occhi e per la purezza sono le spiagge. Non è necessario che io rilevi quanto più grande sia ora la mondanità delle stazioni balneari che non fosse venti, trent´anni fa. Ebbene allora la proibizione ai Salesiani di recarsi ai bagni era esplicita: le norme per coloro che dovevano andarvi, in seguito a prescrizione medica, erano di un rigore che ora parrebbe ridicolo a molti. Sarebbe deplorevole però che, dinanzi a un concetto non più cristiano ma pagano del pudore, i Figli di San Giovanni Bosco andassero essi pure alla deriva e non avessero della purezza quell´altissimo concetto che il gran Padre loro lasciò come il più prezioso retaggio. Non avvenga che un Salesiano si esponga al gravissimo pericolo dei bagni per la sola ragione che vi si trovi bene. Qui non si tratta neanche di necessità e meno ancora di grave necessità, come prescrive Don Rua S4. E quello che più addolora si è che, fatta l´abitudine e l´ occhio a tali spettacoli, il religioso facilmente prende atteggiamenti mondani nell´abbigliamento, nei divertimenti di spiaggia, nelle gite e simili. Il bagno è diventato per taluni un vero diporto, con quale danno della morale sensibilità non è chi non veda.

Deplorevole abitudine poi, e da evitarsi in modo assoluto, sarebbe quella di prendere i Salesiani il bagno frammisti ai giovani. D. Bosco non avrebbe mai tollerato che gli educatori, vestiti in costumi succinti, si trovassero tra gli alunni sdraiati sulla spiaggia mentre il demonio dell´ozio e della lascivia dà i più tremendi attacchi alla così insidiata purezza. Che avrebbe poi detto il nostro Padre se avesse saputo che tali scene deplorevoli venivano fissate sulle lastre fotografiche e inviate, con incosciente leggerezza, ad accrescere nelle Case gli effetti scandalosi di tali viste invereconde?
Per l´amore che vi porto permettete che, nel nome santo di Don Bosco, richiami tutti all´osservanza delle prescrizioni salesiane e raccomandi agl´Ispettori di non essere facili a concedere il permesso per una cura che, in troppi casi, per testimonianza di medici insigni non giova alla salute. Nè voglio supporre che certe dichiarazioni mediche siano state strappate quasi per forza; è certo però che professori valenti lasciano capire che si potrebbe spesse volte provvedere diversamente e con maggior vantaggio.

E mi sia permesso di aggiungere che, non solo sulle spiagge può pericolare la purezza, ma anche nei così detti campeggi montani.

Seppi che in un certo Istituto si voleva effettuarlo in un modo che D. Bosco non avrebbe mai tollerato. I vestiti dei giovani durante tutta la giornata avrebbero dovuto essere contrari alla serietà e cristiana decenza, e i medesimi succinti vestiti si sarebbero voluti imporre, non so per quali regole di malintesa e sciagurata igiene, agli educatori. Una salutare reazione di pudore e di personale dignità impedì la sventata e antieducativa proposta. Ma il fatto sta a dirci fin dove si corre pericolo di essere trascinati se non si reagisce con tutte le nostre forze.

E qui mi rivolgo in modo particolare ai Direttori degli Oratori Festivi perchè non si avventurino con squadre di giovinetti a passeggiate e campeggi che non siano stati prudentemente studiati, per evitare pericoli materiali e soprattutto morali.

L´agglomeramento di giovinetti in locali insufficienti o sotto tende di campagna ove riesce pressochè impossibile l´assistenza può esporre i giovani a deplorevoli conseguenze.

Le mamme che ci affidano i loro figliuoli insorgerebbero giustamente contro di noi se venissero a conoscere che la passeggiata o il campeggio furono il naufragio dell´innocenza dei loro figliuoli. Lo spasso del corpo non deve coonestare la rovina dell´anima.

Invano, figliuoli carissimi, grideremo col profeta: « Distogli, o Signore, i miei occhi dal vedere le vanità » 85, se poi ci rechiamo ove la procacità trionfa e tutto ammorba. « Nessuno, avverte San Cipriano, si creda a lungo sicuro quando si è avvicinato e quasi
messo nel pericolo» S6. Non può pretendere grazie speciali chi volontariamente o per inescusabile leggerezza si mette nell´occasione di peccare. Non ci sfugga dalla mente la sentenza ammonitrice dello stesso S. Cipriano: « La curiosità dei sensi provoca l´incendio delle passioni e la rovina della castità» 87.

Ho segnalato due occasioni in cui l´immortificazione degli occhi può mettere a rischio il candore della purezza salesiana. Ma quante e quante altre se ne presentano incessantemente anche nella vita ordinaria! Lo lascio alla riflessione di tutti, specialmente dei Superiori: non tralascino mai di mettere in guardia i Confratelli sulle sorprese di questo insidiosissimo senso. Si ripeta spesso a tutti che la castità delle anime consacrate a Dio non consiste solo nel non lordarsi con opere immonde, ma nell´astenersi pure dagli sguardi pericolosi che possono turbare il pensiero 88. Dio non voglia che si abbia poi a dire tra gemiti e sospiri, dopo certe uscite, dopo certi programmi »di cinema, dopo certe imprudenze dell´assistenza: « Il mìo occhio ha depravato l´anima mia» 89.

Non ristiamo dal rammentare che « il demonio incomincia i suoi attacchi per mezzo degli occhi e che questi sono i primi a corrompersi» 90, e ci incuta un salutare spavento il monito scritturale: «Forsechè fu creato qualche cosa più iniquo dell´occhio?» 91 Voi ben capite che si tratta dell´occhio immortificato, immodesto, procace; ma l´espressione è così forte che deve indurci a meditare e più ancora a vigilare per impedire che, attraverso l´immodestia degli occhi, ne resti avvelenato il cuore.

LA RADIO.

Non solo gli occhi però, ma anche gli altri sensi presentano pericoli speciali in rapporto alla castità. Non è così frequente per noi il caso di essere costretti ad ascoltare discorsi inopportuni se ci proponiamo di amare la nostra Casa e di uscire il meno possibile nel mondo. D´altronde avendo nella Strenna dello scorso anno svolto piuttosto diffusamente questo punto, mi limito ora a fare alcune brevi raccomandazioni incominciando con indicare un pericolo che chiamerò moderno, quello della radio. Il compianto D. Rinaldi diede disposizioni tassative a tale riguardo, che spero di riconfermare e ribadire in qualche opportuna occasione. Fin d´ora però ripeto che non è assolutamente permesso ad alcun confratello di ritenere presso di sè apparecchi di radio per servirsene a suo talento.

Che sarà della castità di quel povero Confratello che la espone, nelle ore più pericolose, agli incentivi di canti passionali, alle frasi equivoche, ai frizzi lascivi, alla spudoratezza sfacciata? Per le grandi audizioni che interessano la nostra condizione di cattolici, di religiosi e di cittadini devoti, i Superiori sapranno opportunamente farvi partecipi delle giuste gioie della Chiesa, della Congregazione e della Patria. Chi volesse ricorrere a sotterfugi dolosi ne soffrirà le dolorose conseguenze, mettendo a repentaglio forse la vocazione e l´eterna salvezza.

Non è fuor di proposito aggiungere che anche i dischi del grammofono possono esporci a dolorose sorprese ed essere motivo di scandalo se venisse a mancare un criterio profondamente salesiano nella scelta e un severo controllo. Alle volte una fatale imprudenza può cagionare la perdita di un´anima.

IL SILENZIO SACRO.

Nel sogno di D. Bosco che leggerete in appendice è detto: « Bada di non peccare con la lingua onde tu non cada per terra a vista dei tuoi nemici, che ti insidiano, e non sia insanabile e mortale la tua caduta» 92. A questo proposito vorrei che ascoltaste .con filiale devozione una calda raccomandazione che vi rivolgo a nome di Don Bosco: Si osservi rigorosamente il silenzio sacro. Il nostro Padre al n. 3 del Capitolo della castità, nel proemio delle Regole, dice: « Dopo le orazioni della sera andate subito a riposo e non fate più conversazioni con alcuno fino al mattino dopo la Santa Messa». Non vi paia questa una raccomandazione minuta, superflua. Sono convinto, e con prove di fatto, che molti inconvenienti e dispiaceri sarebbero risparmiati se tutti, senza eccezione, si facessero un dovere di non infrangere assolutamente il silenzio che noi diciamo sacro. E già un male la trasgressione di una precisa disposizione regolamentare; ma il demonio astuto trova modo di servirsene per trascinarci ad altre mancanze positive ed eccitare occasioni pericolose. Tutti, e i Superiori precedano coll´esempio, osservino questa prescrizione salutare; detto silenzio sia ancor più sacro nei dormitori: qui infrazioni stimate leggere, potrebbero condurci sulla china dell´abisso. Siatene certi, con ciò procurerete una gioia immensa al nostro S. Fondatore, che ci fa udire ancora una volta la sua voce cara e soavemente ammonitrice parlando appunto della mortificazione dell´udito. « Chiudete ambedue le orecchie, perchè un male incalcolabile avviene dall´aver udito qualche discorso o anche solo qualche parola maliziosa. Fuggite i luoghi pericolosi per la presenza di certi sboccati. Evitate i discorsi colle persone di mondo, i ritrovi dei giuocatori. Non accettate di prender parte ai conviti secolareschi. Ma se si è costretti ad andare, sentendo dei cattivi discorsi non parlate, ma date segno di dispiacere; chiudete le orecchie e, invocato l´aiuto di Dio, fate o dite quello che il Signore ispira, o allontanatevi con qualche pretesto. Anche in certe famiglie vi sono pericoli di questo genere e talora anche più gravi. È perciò che io do consiglio di non andare a casa se non obbligati da uno stretto dovere». Ed ancora: « Perchè non entri il demonio, chiudete la porta: questa è la bocca, perchè è colla lingua che si fanno i riprovevoli discorsi. Non dirò di quelli che offendono direttamente la bella virtù, ma sibbene di certi parlari che sembrano indifferenti; di certi racconti, favole, storielle non cattive in sè, ma per certe circostanze; di motti non troppo castigati; questi bastano certe volte a destare cattivi pensieri nei giovani, che già furono vittima di certe miserie, ovvero inducono altri ad interpretarle male, cagionando disistima verso chi ha parlato. E i buoni in tale caso, potendolo, si allontanano. Quindi non parlare più del necessario, e sempre di cose utili all´anima» 93
LA SOBRIETÀ.

Altro mezzo assai efficace per custodire la castità è la mortificazione della gola. Il Vangelo ci ammaestra che senza il digiuno, vale a dire nel caso nostro, senza la mortificazione della gola, senza sobrietà, è impossibile la purezza. D. Bosco lo ha ripetuto con una insistenza che deve farci riflettere, nei Regolamenti, nelle prediche, nelle buone notti, durante gli esercizi, sempre. Nei suoi sogni tali raccomandazioni gli erano costantemente inculcate da misteriosi personaggi; ed Egli non finiva di esortare i suoi figli alla pratica di una prudente ma costante sobrietà 94. La santa Regola vuole che ai Novizi si predichi incessantemente la virtù della sobrietà, pur raccomandando loro la massima cura della sanità.

Attenti, figliuoli carissimi, contro questo pericolo, contro questa tendenza. Ricordiamo i fulgidi esempi di D. Bosco e di D. Rua; e se, per le mutate condizioni dei tempi, se per la debolezza della nostra costituzione, o per necessità di salute, non ci sono consentite vere mortificazioni corporali, anzi siamo costretti ad averci speciali riguardi, cerchiamo tuttavia di non abusarne.

Per gli ammalati, per i Confratelli bisognosi di cure, ogni sollecitudine, ogni riguardo consentito dalla nostra povertà; ma che nessuna delle Comunità nostre abbia da meritare quel rimprovero che un abate faceva ai suoi religiosi: « Dacchè siamo monaci, abbiamo tutti lo stomaco debole ». Nè si dimentichi che « lo stomaco rigurgitante è piuttosto oppresso che nutrito» 95. Non m´indugio oltre su questo argomento, perchè spero di svilupparlo ampiamente in altra occasione. Frattanto però procuriamo che non si accentui tra di noi l´amore alla buona tavola, e venga a scemare quella moderazione che finora è stato glorioso vanto e retaggio della Congregazione.

Nel 1876, durante il secondo corso degli Esercizi Spirituali a Lanzo, D. Bosco pregò lungamente il Signore perchè gli facesse conoscere quali raccomandazioni doveva fare alla predica finale. Una notte la mistica Guida lo prese in disparte e gli disse: « Ti farò vedere il trionfo della Società di S. Francesco di Sales ». E lo fa salire sopra un macigno e gli addita un immenso panorama, dove si scorgono uomini d´ogni colore, d´ogni vestito, ,d´ogni nazione. Sono squadre che si succedono a squadre, è un popolo sterminato che non si può calcolare. E la guida gli dice: « Vedi quanta messe? Questo campo immenso è destinato ai tuoi figli, ma ricorda: Ti lavoro e la temperanza faranno fiorire la Società Salesiana ». Ecco il nostro labaro: difendiamolo.

Si tratta di un gran mezzo che da Gesù è stato suggerito per il trionfo della purezza. Non siano lettera morta le belle parole del nostro Padre, che leggiamo spesso, specialmente nei periodi di ritiro e nel mensile esercizio di buona morte: « Una speciale temperanza vi raccomando nel mangiare e nel bere: vino e castità non possono stare insieme».

Ci diano coraggio a praticare il meglio possibile la mortificazione della gola le nobili parole che un giorno pronunciò D. Bosco, quando, nel 1860, fu costretto a migliorare il vitto per il bisogno di quelli che abitavano con lui. « Speravo `che nella mia casa tutti si sarebbero accontentati di minestra e pane e al più di una pietanza di legumi. Mio ideale era di lasciare una Congregazione modello di frugalità ». Ciò che nella mente di D. Bosco pareva frugalità era mortificazione continua, quasi digiuno. Tanto è vero che Egli stesso aggiunge subito: « Mi sono persuaso che la mia idea era inattuabile» 96. È però sempre attuabile per noi il proposito ch´ Egli fece in occasione della sua vestizione chiericale e nella sua ordinazione sacerdotale. Esso può costituire il vero criterio della nostra sobrietà e mortificazione della gola. « Amerò e praticherò la ritiratezza, la temperanza nel are e nel mangiare, e di riposo non prenderò se non le ore strettamente necessarie alla sanità. Mi mostrerò sempre contento del cibo che sarà apprestato, purchè non sia cosa notevole alla sanità».

Le raccomandazioni. del nostro Santo Fondatore per la mortificazione della gola sono singolarmente notevoli: si direbbe perfino soverchie e rigorose sul labbro di un Padre dal cuore così largo. Si comprende che Egli si propone in modo speciale di riprovare l´abuso; ma dalle sue parole emerge chiaramente il suo amore per la virtù angelica e il timore che essa venga a trovarsi in pericolo.

« Non si mangino, egli aggiunge, cose forti, piccanti, di difficile digestione, troppo abbondanti e troppo gustose, come sarebbero le paste dolci e le confetture. Non si bevano vini squisiti e liquori inebbrianti, e tanto più se con intemperanza, perchè facendo in questo modo è un doppio miracolo se conservasi la bella virtù. Se non fosse altro, si dà in pensieri o desideri illeciti deliberatamente, con pericolo di azioni abbominevoli. Alla sera non star del tutto digiuni; ma più ci terremo leggeri nel mangiare, più saremo sicuri. Aggiungo di far mortificazione, non solo col non procurarci cibi che ci fanno gola, ma col frenare questi desideri. Siamo contenti di quello che la Provvidenza ci somministra» 97.

All´udire queste insistenti raccomandazioni del nostro Padre sembra che ci sussurri all´orecchio la voce potente del Principe degli Apostoli: « Fratelli, siate sobrii e vigilate perchè il demonio, vostro nemico, vi circuisce a guisa di leone ruggente per divorarvi» 98.

« Sta´ sempre sull´attenti, ammonisce S. Agostino, perchè è sempre pronto e disteso il laccio del tuo nemico; guai a te se vi sarai colto. Chiudi pertanto la porta della cupidigia e non cadrai nel laccio ». « Avverti, continua il Santo, che il demonio vien chiamato leone e dragone; leone perchè ci attacca allo scoperto, dragone per le sue, occulte insidie. Chiudi la porta alla cupidigia e non cadrai nel laccio» 99.

MORTIFICAZIONE DEL CUORE.

La mortificazione dei sensi ci, prepara alla più grande mortificazione, che è quella del cuore. Scrive Don Albera: « La mortificazione in tutte le sue moltissime applicazioni quotidiane, toglie dal cuore ogni ingombro »100 Vi è dunque dell´ingombro nel nostro cuore: anzi è propriamente nel cuore che si raduna in maggior copia la terra di cui abbiamo parlato: è dessa che oppone il maggior ostacolo alla santità ed alla perfetta purezza. « Se il tuo cuore è nella terra, dice . S. Agostino, come potrà essere mondo ciò che si ravvoltola nella terra? ». Ricordiamolo ancora una volta: « Si contamina, aggiunge il Santo, tutto ciò che si mescola con una natura inferiore: così il tuo cuore resta contaminato dalle cupidigie terrene » 101
Diceva il nostro Patrono S. Francesco di Sales che « la castità del cuore è come la midolla, mentre la castità del corpo è la corteccia. La castità nel cuore è la radice dell´albero della castità, i rami e le foglie sono nella castità del corpo. Egli collocava la castità del cuore nella rinunzia ad ogni disordinata affezione » 102. Santa Caterina da Siena scriveva alla nipote: « Guardati bene dell´attaccare il tuo cuore ad altri che a Cristo, perchè quando lo vorrai distaccare non ci riuscirai più, se non con grande pena e violenza» 103.

Ricordiamo frequentemente l´avviso dello Spirito Santo: « Vigila sugli affetti del tuo cuore con tutta diligenza» 104. È vero, vi sono le amicizie sante. Ascoltiamo però queste gravi parole di S. Agostino, che ci ammonisce della cattiva piega che può prendere anche l´amicizia santa, quando non si sta in guardia: « L´amore spirituale, egli dice, genera l´amore affettuoso, e l´amore affettuoso genera l´amore carnale, che alla sua volta produce l´amore criminale ». S. Francesco di Sales, nel capo XIX della Filotea, ripete quasi letteralmente la sentenza del Dottore d´Ippona: « Si comincia, così egli, con l´amore virtuoso; ma poi se non si ha giudizio, verrà a mescolarsi l´amor leggero, indi l´amor sensuale e finalmente l´amor carnale ».

Quant´è mai sdrucciolevole questa china! Teniamoci ben saldi per non essere trascinati negli abissi. Voi capite che io intendo parlare dei riguardi che bisogna avere trattando con qualunque genere di persone, ma specialmente con persone di altro sesso, qualunque sia la loro condizione. Fanno al caso nostro queste parole che Don Bosco ci lasciò scritte: « Nè per burla, nè per ischerzo, nè per altre ragioni o pretesti si dicano parole che servano a muovere il riso o procurare stima e benevolenza nelle persone di altro sesso» 105
CASTITÀ SELVAGGIA.

Al riguardo abbiamo l´esempio fulgidissimo del nostro stesso Santo. Se egli, angelo di purezza, specchio illibatissimo, è stato così delicato, così pieno di riguardi, direi timido e prudentissimo in tutto ciò che aveva rapporto con la castità, chi oserà ostentare disinvoltura e sicurezza?
Ricordiamo il nostro caro Padre. Egli da fanciullo si rifiuta di sorvegliare la bambina dei padroni dove era occupato come garzone: « Datemi fanciulli fin che volete da custodire; ma ragazze io non ne debbo custodire ». A questa delicatezza di coscienza informò tutta la sua vita, a questa purezza miravano i propositi presi nella vestizione chiericale, e quelli della prima Messa.

« Non farò mai, scrisse allora, conversazioni con donne, fuori del caso di ascoltarle in confessione o di qualche altra necessità spirituale ». E mantenne tale proposito fino alla morte. Sappiamo infatti che negli ultimi mesi di sua vita si recò a visitarlo una signora, la quale vedendo lo sforzo che egli faceva nel passare da un posto all´altro, cercava di sorreggerlo con un braccio; ma egli in tono risoluto e faceto: « Come? esclamò, alludendo all´anno della sua nascita, un granatiere del ´15 come sono io, crede Ella che abbia bisogno di farmi sorreggere da una signora? Questo non sia mai». È bene anche ricordare come altra volta rifiutò di andare in carrozza con una veneranda e piissima signora, sotto pretesto che Egli era povero ed avrebbe dato nell´occhio ai suoi benefattori. Un altro giorno recatosi a far visita ad un´insigne benefattrice, la Marchesa Durando, incontrò, nel salone d´entrata, alcune signore vestite con molto lusso ed alquanto scollacciate. Don Bosco abbassò gli occhi e disse: « Scusino, ho sbagliato porta: credevo di entrare in una casa, invece sono entrato in un´altra ». Le signore capirono e chiesero scusa, ed andarono a coprirsi meglio. Don Bosco sorridendo: « Così va bene, così va bene ». Potrei citare altri fatti, i quali tutti servirebbero a lumeggiare sempre meglio il riserbo veramente angelico del nostro Padre. Ricordiamo invece, che, pel suo riserbo e pel costante, fermo, assoluto suo proposito di conservare la castità in tutto il suo splendore, un illustre biografo, il Senatore Crispolti, potè affermare, e non senza ragione, che la_ castità di Don Bosco era; addirittura. selvaggia.

Per chi conosce a fondo Don Bosco, questo attributo è un magnifico e indovinatissimo elogio, e solo potè essere frainteso da coloro che del nostro angelico Padre avevano una cognizione superficiale e confusa. Vorrei quasi dire che noi dobbiamo andare orgogliosi di questa affermazione che ci dice tante celesti cose e ci dà insegnamenti così preziosi.

Selvaggia, vale a dire tutta fatta di ritiratezza, di circospezioni. di internamenti, di separazione dal mondo, di fierezza che non ammette avvicinamenti nè contatti pericolosi, la castità del piccolo Giovanni Bosco che, appena decenne, riesce ad impedire un pubblico ballo, in cui la moralità era in pericolo. Selvaggia la sua esigenza, quando, da chierico nel Seminario, presidente dell´accademia letteraria, non approvava che i chierici nominassero le donne con. espressioni meno delicate per un ecclesiastico. Anche S. Francesco di Sales, il gentiluomo, il cavaliere, aveva questa castità guardinga e Don Bosco l´apprese certamente alla sua scuola. Racconta Mons. Le Camus: « Si parlava di una signora che un distinto gentiluomo; aveva sposato per le sue esteriori qualità. S. Francesco risponde:`. « Non l´ho mai veduta: ho sentito dire che è molto speciosa». « Volete dire che l´avete mai rimirata?». « No, rispose, non ricordo, d´averla mai veduta». « Ma perchè, riprese Monsignore, usate questa espressione e la chiamate speciosa? Sarà parola savoiarda ma in francese non suona bene». « La frase, rispose Francesco non è nè francese nè savoiarda, ma molto appropriata ad un ecclesiastico: perchè, quando noi parliamo di questo sesso, mi pare che le parole bello e bellezza non siano Molto convenienti per noi. Queste parole in un certo senso accennano il giudizio degli occhi, e perciò è meglio moderare i discorsi con termini più modesti e meno ordinari» 106
Don Bosco in fatto di castità aveva le stesse idee del suo e nostro Patrono. Il Card. Cagliero dice a questo proposito: « Io sono persuaso, per le intime attinenze avute sempre con Lui, ch´egli sia vissuto e morto in castità verginale. Sempre castigato nei suoi sguardi, riservatissimo con persone d´altro sesso, non si vide mai alzare gli occhi in faccia a loro. Si vedeva chiaramente che sentiva in sè una certa ripugnanza a trattare con esse, fossero pure anche sue,parenti 107. « Siamo tutti di carne ed ossa, Egli diceva. Mettete il fuoco vicino alla paglia e poi vedrete. Il demonio è furbo: toglie il nome di cugina, sorella, e resta la persona di altro sesso » 108
Di Don Rua, che in tutto imitò Don Bosco, si legge: « Non fece mai uso nemmeno di certe espressioni che anche buoni scrittori e zelanti predicatori sogliono adoperare « perchè, diceva, ho da trattare con la gioventù, e da ciò potrebbe averne qualche impressione »109
Lo conoscete, ma è bene richiamarvelo alla memoria, un fatto che viene a confermare la verità dell´espressione del Senatore Crispolti: « Un giorno fu invitato ad assistere ad una recita eseguita in un convitto di nobili fanciulli. La commedia rappresentava un figlio, dicevasi, d´un incauto amore, e che era preferito al figlio legittimo, per le sue virtù. Vedendo svolgersi innanzi una simile tela, Don Bosco si alzò sul finire del primo atto: « E danno di queste cose? » disse ad un Superiore che gli era a fianco. « Capisce bene! Bisognerebbe uscir fuori, non solo dal Collegio, ma anche da questo mondo, per non sapere certi avvenimenti ». « Sia come si vuole, io intanto la saluto ». « Come? Se ne va?». « Precisamente!». Ed uscì fuori.

Don Lemoyne, narrato questo episodio, osserva: « Trattandosi di sconvenienze morali, D. Bosco era inesorabile »: e noi ci gloriamo della castità aspra, rude del nostro Padre, che, in tutto il resto era di una compitezza e di una soavità meravigliosa.

E come avrebbe potuto agire diversamente colui che, come scrive lo stesso D. Lemoyne, pel suo ardente amore alla bella virtù, diede origine, nel 1849, al teatrino per gli allievi interni dell´Oratorio?
La sua severità nel non tollerare per nessun motivo lo scandalo, e la forza con cui combatteva il vizio contrario alla purità devono essere a noi fulgido esempio. Voglia Iddio che i suoi figli abbiano sempre un cuore così puro e moralmente delicato, da ritirarsi come il riccio, o se più piace, come la sensitiva, che si chiude e si nasconde inesorabilmente ad ogni indelicatezza esteriore. Dopo di ciò possiamo candidamente confessare che rincrebbe quando l´esimio autore suaccennato, forse per riverenza a D. Bosco, che altri, non lui, credevano menomato con quell´aggettivo, abbia soppressa quella così espressiva, specifica ed innocente qualifica della castità di D. Bosco. La purezza di D. Bosco era finissima e delicata fino all´estremo. E ben possiam dire che, nella sua anima eletta, gli estremi della delicatezza e del severo riserbo si toccavano fino ad assommarsi e confondersi in una fulgida luce di . virgineo candore.

CON ALTRE PERSONE.

Sia adunque nostro impegno imitare D. Bosco nell´angelico riserbo anche se per questo dovessimo essere creduti meno cortesi e compiti di quello che realmente siamo. Abbiamo norme sicure sul come regolarci nel trattare con donne, secolari e religiose, negli uffici, nei parlatori, in occasione di visite o viaggi, per le strade, colle Suore nelle loro Case e in Casa nostra. Rileggiamo quanto ci può riguardare ed inculchiamone la fedele osservanza a tutti come desiderava il nostro Santo Fondatore. Di questo nostro carissimo Padre citerò qui al riguardo ancora una pagina, che dice tutta la sua delicatezza e la sua paterna preoccupazione: « In quanto alle occasioni pericolose vi dirò di evitare dallo star soli con persone di altro sesso. Dovendo trattare con esse siate più brevi che potete, e, dato sul principio uno sguardo indifferente, parlate con la faccia volta da un lato, volgendo gli occhi qua e là, senza affettazione. Non accompagnatevi con esse per istrada. Astenersi dallo stringere loro la mano, fossero pure vostre sorelle, dar loro sguardi affettuosi, far loro dei regali, scrivere lettere troppo tenere, far confidenze troppo spinte, dar preferenza ad una più che all´altra. Chi non voglia evitare quella famigliarità che dà luogo a sospetti, cadrà presto nell´abisso» 110.

I sacerdoti ricordino quanto la Chiesa nostra Madre, i moralisti e i maestri di spirito raccomandano riguardo alle confessioni. Credo poi opportuno riportare qui ciò´ che il 4 dicembre 1920 scriveva a tale proposito il compianto Sig. Don Albero,. Dopo aver inculcato ai confessori la massima vigilanza, delicatezza e prudenza nell´esercizio del loro altissimo ministero, continuava così: « Noi abbiamo un esempio sublime a questo riguardo, ed è il nostro santo Padre Don Bosco. Egli, come risulta dalla sua vita, aveva una riverenza così profonda tanto verso il Sacramento della Penitenza, come verso le anime che ricorrevano a Lui, che nel tratto, nelle parole, in tutti i suoi atti e rapporti verso i penitenti ispirava sentimenti di viva pietà e compunzione, affezionando così le anime alla vera devozione, non a se stesso.

«Voi certamente comprendete il mio pensiero; ma affinchè non vi sia luogo a dubbio o incerte interpretazioni, ve lo esporrò con tutta semplicità e chiarezza.

« È stato deplorato che taluni Confessori usino con le penitenti un linguaggio troppo famigliare, per esempio dando loro del "tu", e adoperando altre espressioni che fomentino intimità e dimestichezza; che facciano alle penitenti e ricevano da esse visite; che si trattengano in lunghe conversazioni con esse nelle sacrestie, nelle foresterie, nei parlatori; sotto pretesto di direzione spirituale; e tengano con le medesime senza una vera necessità corrispondenza epistolare.

« Voi comprendete facilmente quanta sia pericoloso e irregolare, per non dire altro, un tal modo di procedere nell´esercizio del sacro ministero delle Confessioni; esso facilmente potrebbe condurre a conseguenze perniciose e fatali, e non spendo altre parole sopra di questo punto». E dopo aver dato sapienti e severe disposizioni tassative agli Ispettori perchè venisse allontanato qualunque inconveniente o abuso potesse verificarsi su tal materia, e in qualunque suddito, anche se coprisse uffici importanti, conchiudeva: « È mia precisa volontà che non s´intacchi menomamente da alcuno dei nostri quella intemerata tradizione, che forma una delle glorie più belle e più pure della nostra Pia Società» 111
Sarà pure utile ai Confessori la lettura dell´Istruzione del S. Officio del giugno 1915, nonchè il ricordo delle tremende sanzioni con cui vengono colpiti i colpevoli. È assai meglio trepidare di tremore salutare ai piedi di Gesù Crocifisso ed essere magari tacciati di timidi e paurosi all´eccesso per non voler ammettere una certa libertà, che ci si vorrebbe gabellare come regola della così detta buona società, anzichè piangere poi la perdita della grazia di Dio e infine anche quella della nostra vocazione religiosa e sacerdotale e, Dio non voglia, la dannazione eterna.

E qui mi sia permesso ricordare con quale santo riserbo e severa delicatezza voleva il nostro Padre che trattassimo colle Suore. I Superiori si facciano un dovere di rileggere la Circolare del 20 febbraio 1921 nella quale il compianto D. Albera dà norme e istruzioni a tale riguardo.

Credo anzi utile e doveroso riportare qui le deliberazioni dei Capitoli Generali messe in appendice di detta Circolare.

1° Negl´Istituti ove le Suore di Maria Ausiliatrice prestano l´opera loro, la loro abitazione sia intieramente separata da quella dei Salesiani, di modo che niuno possa nè entrare nè uscire, se non per la porta della loro Casa che mette all´esterno.

2° Solo mezzo di comunicazione sia la cosiddetta "ruota", tanto per commestibili, quanto per abiti, biancheria, arredi sacri, e simili.

Il dormitorio e l´infermeria sono luoghi rigorosamente riservati. Se per ragionevole motivo deve entrarvi il Direttore, sia esso accompagnato da una Superiora, e l´uscio non sia mai chiuso a chiave.

4° È stato stabilito un parlatorio, dove al bisogno la Direttrice può conferire col Direttore e con le persone esterne. Questo però senza grave necessità non deve mai avvenire di notte, nè mai coll´uscio chiuso a chiave.

Dove l´abitazione non è ancora a norma dell´articolo primo, niuno degli interni potrà inoltrarsi nella parte destinata alle Suore, senza licenza del Direttore, nè fermarsi a parlar con alcuna di esse, senza il permesso e la conveniente assistenza della Direttrice o di chi ne fa le veci. Parimenti, occorrendo ad alcuna Suora di dover parlare col Direttore o con altra persona da lui delegata, dovrà prima render avvertita la Direttrice.

6° Questi colloqui siano brevi ed improntati di gravità, prudenza e carità. Si eviti ogni famigliarità nelle parole e nel tratto.
Il Direttore vegli attentamente nella scelta e nel modo di portarsi delle persone che hanno qualche incarico relativamente alle Suore, come sarebbe per la cucina, biancheria, ecc.

8° Le Suore avranno una Cappella propria per le pratiche di -pietà. Dove ciò non potesse farsi, assisteranno, per mezzo di apposito coretto, alle sacre funzioni della chiesa della Comunità.

9° Per la predicazione, confessione, ecc. si osserverà quanto è stabilito dai Sacri Canoni e dalle Regole loro particolari.

10° Le confessioni non si ascolteranno mai di notte. Avvenendone la necessità si osserveranno le ecclesiastiche prescrizioni ».
I Signori Ispettori vigilino perchè la separazione sia attuata ad ogni costo e le norme da tutti diligentemente osservate.

Se poi in qualche istituto, per le inadatte condizioni dei locali, non fosse possibile stabilire la separazione nel modo suindicato, non si accettino le suore o si allontanino se già vi fossero stabilite.

Le norme elencate devono applicarsi e con maggiori cautele alle donne che prestino l´opera loro presso le nostre Case. Si allontanino in´ modo assoluto ove non possa effettuarsi una completa separazione. È meglio assai prendere severe cautele che piangere tardivamente su inconvenienti ch´era dover nostro evitare.

IN MEZZO AI GIOVANI.

La terra che abbiamo trovato nel mondo, nella famiglia, nel nostro corpo, nei nostri sensi, ed anche nel nostro cuore, purtroppo riesce ad infiltrarsi nelle stesse Case religiose, negli uffici che ci vengono affidati ed anche nell´esercizio dell´alta nostra missione educatrice a favore dei giovani pei quali spendiamo le nostre energie. Si direbbe anzi che il nemico dell´uman genere si serva delle arti più maligne, non solo per sollevare della polvere, ma per infittire e rendere più pestifero il fango, proprio nei giardini ove più profumato dovrebbe essere l´olezzo dei gigli.

Prima però, o figliuoli carissimi, di addentrarmi a sviluppare questo argomento, mi sia concesso di rivolgervi una domanda: Avete mai pensato perchè alla mia prima strenna sulla carità abbia subito fatto seguito quella della purezza?
Mi pare di potervi assicurare che ciò non avvenne se non dopo matura riflessione e replicate preghiere. Voglia il Cielo che io riesca a fare cosa utile alle anime vostre esponendovi con semplicità il mio pensiero!
Non è necessario che m´indugi a richiamare alla vostra mente che base della perfezione cristiana, religiosa e salesiana è la carità. S. Bernardo la fa consistere in uno sforzo indefesso di tendere alla perfezione della carità stessa 112. Il primo articolo delle nostre Costituzioni non solo ci parla di questo esercizio, della diuturna, spirituale e santa fatica di accrescere senza limiti la carità nei cuori nostri, ma vuole che essa si riversi sui giovani e particolarmente sui più abbandonati.

Fin qui nulla, vorrei dire, di specifico che differenzi i Figli di Don Bosco da tanti altri zelantissimi religiosi, che si occupano della gioventù. Ma quando appunto il nostro Santo Fondatore viene a parlare della carità che dobbiamo esercitare coi giovani, Egli la determina con tali caratteristiche, che, pur non modificandone la sostanza, la specificano in guisa tale da darle un aspetto particolare, una forma direi quasi così ardita da costituire alcunchè di nuovo, che a noi interessa sommamente analizzare ed applicare alla vita nostra di educatori.

CARATTERISTICHE
DELLA CARITÀ SALESIANA.

Il nostro Padre, parlando del suo metodo pedagogico, scrisse:
« La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sulle parole di S. Paolo: La carità è benigna e paziente: soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo» 113. Naturalmente egli non poteva stabilire altro fondamento del suo apostolato e dello spirito che tutto lo doveva pervadere ed animare. D´altronde la carità quale ci vien presentata da S. Paolo al c. XIII della la lettera ai Corinti, e che S. Agostino chiama il più alto preconio di detta virtù, fu l´anima della Chiesa e di tutte le famiglie religiose dalle loro origini fino ai giorni nostri. Si avverta però che Don Bosco volle che, nella sua Congregazione, la carità si rivestisse di una forma, di un atteggiamento pratico tutto speciale, quello cioè dell´amorevolezza. Per questo fin dagl´inizi scelse come patrono della Società che aveva in mente di fondare, S. Francesco di Sales, chiamato appunto il Santo della dolcezza, il quale ne´ suoi scritti e particolarmente nel Teotimo aveva riassunto tutta l´ascetica dell´amore, dandole non solo forma organica, ma mettendola alla portata di tutte le anime.

Don Bosco non si stanca di ripetere che tutto il suo metodo si appoggia sopra l´amorevolezza, quasi a dire sull´amore soavemente vissuto, sull´amore che spande sulle anime il profumo celeste della pazienza, della benignità, della bontà, della più attraente dolcezza.

Basta leggere i nostri Regolamenti, che riproducono tutto il pensiero di Don Bosco, attinto dai suoi scritti e dalle sue parole, per restarne pienamente convinti. Mi limite a citare una frase che lo riassume: « La dolcezza nel parlare, nell´operare, nell´avvisare, egli scrisse, guadagna tutto e tutti». Nel Sogno delle Confetture pei Salesiani viene inculcata la dolcezza come la virtù che dev´essere oggetto di studio e di conquista da parte di tutti i Salesiani, ad ogni costo, anche se il conservarla costa talvolta il sangue e la vita. E si avverta che l´amorevolezza deve usarsi non solo coi docili e buoni, ma anche e soprattutto coi ribelli e tristi. Anzi Don Bosco è convinto, col Salesio, che questi ultimi solo la mitezza riuscirà a domarli, avviandoli al bene.

Altra caratteristica della carità di Don Bosco è lo spirito di famiglia. Lasciamo che i pedagogisti continuino a discutere se il collegio sia un bene o un minor male, o addirittura un male, come pretenderebbero i più accesi. Forse invece di perdere il tempo in discussioni bizantine, sarebbe meglio impiegarlo nello studiare i mezzi atti a far sì che il collegio, come tante altre cose affidate ai mortali, diventi, anzichè cattivo per le umane manchevolezze, buono, anzi ottimo: e ciò avverrà quando buoni e ottimi sieno coloro che lo dirigono.

Il nostro Santo Fondatore, con quel profondo senso pratico che tanto lo distinse, andò subito alla radice, e nel fondare i suoi Istituti volle che fossero vere famiglie. Sarei interminabile se volessi ricordarvi quanto Egli a voce o per iscritto, abbia insistito perchè nelle sue Case regnasse sovrano lo spirito di famiglia. Senza di esso, egli riteneva impossibile l´attuazione del suo metodo educativo, perchè è soprattutto nella vita di famiglia che si vive e si manifesta l´amore, essenza di tutta la sua pedagogia. A tal punto esigeva questo spirito che non voleva superiori e sudditi, ma Padre e figli nelle sue Case. E non lasciò di far giungere richiami opportuni quando gli parve che in qualche luogo non si seguissero fedelmente le sue direttive. Nel 1884 scriveva accorato da Roma: « Ora i Superiori sono considerati come Superiori e non più come Padri, fratelli, amici; quindi sono temuti e non amati ».

Di questo spirito di famiglia Egli fu maestro insuperabile. I Salesiani che vissero con lui, così numerosi e tanto diversi per indole e carattere, erano tutti persuasi, non solo di essere da Luì amati, ma ciascuno si stimava, in cuor suo, il preferito. È troppo nota la tenerissima scena dei suoi figli raccolti attorno al Padre morente: invece di raccontarla v´invito a rilevarne l´alto significato.

Terza caratteristica della carità voluta e praticata da Don Bosco è quella di essere sentita, conosciuta dal giovane al quale è rivolta. Non oso chiamarla carità sensibile per timore che questo aggettivo possa essere frainteso, ma questo è indubbio, che mentre Don Bosco inculcava una carità profondamente soprannaturale, dall´altra voleva che l´alunno avvertisse non solo, ma sentisse la carità del suo educatore, la quale perciò stesso diventa praticamente sensibile. Egli mette in guardia perchè si ami il giovane solo e sempre come creatura e figlio di Dio, tempio dello Spirito Santo ed erede del Cielo, e perciò esige che la volontà sia costantemente soggetta ai dettami della ragione; ma mentre ammonisce e premunisce (e vedremo fra poco che ciò fece come forse nessun altro educatore) vuole, al tempo stesso, che si dia larga parte al cuore.

Ora tutti sanno quale abuso si faccia di queste parole e a quali terribili conseguenze si esporrebbe quell´educatore che non l´intendesse rettamente. E qui è bene far rilevare che Don Bosco quando parla del cuore intende parlare della volontà che ama; ora l´amore dell´uomo non è solo affetto sensibile ma razionale, e perciò Egli inculcava non già l´amore naturale, ma l´amore cristiano, vale a dire eminentemente soprannaturale.

Iddio ha disposto ch´io scriva queste pagine a Roma, e questa circostanza provvidenziale mi richiama alla mente che, proprio cinquant´anni fa, il 10 maggio, nella Città Eterna, il nostro Padre ebbe, nel sogno già indicato, un´illustrazione celeste a conferma del- l´argomento che stiamo trattando.

« Gli vanno incontro due antichi allievi dell´Oratorio. Uno, certo Valfrè, che era stato con Don Bosco prima del 1870, gli fa vedere gli antichi compagni nelle stesse fattezze e fisionomie d´allora, mentre si divertono allegramente e molti chierici e sacerdoti prendono parte cordiale alla loro ricreazione e: "Veda, gli dice, la famigliarità porta affetto e l´affetto confidenza". Si avvicina l´altro, che era Giuseppe Buzzetti, coadiutore salesiano, e gli addita i giovani dell´Oratorio nel 1884, anch´essi in ricreazione, ma svogliati, apatici, diffidenti e: "Quanto sono diversi, dice, da quelli che eravamo noi una volta! E da questa svogliatezza quante deplorevoli conseguenze!

  • Come si può dar loro l´antica allegrezza? chiede Don Bosco.
  • Colla carità!
  • Ma come, ripiglia Don Bosco, non sono amati abbastanza?
  • Manca il meglio.
  • Ma cosa ci manca? chiede Don Bosco.
  • Che i giovani non solo sieno amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati. Insista, continua Buzzetti, che gli alunni siano trattati come li trattava Lei... Ci vuole famigliarità, sopra tutto in ricreazione. Chi vuoi essere amato, bisogna che faccia vedere che ama. Gesù Cristo si fece piccolo coi piccoli: ecco il Maestro delle famigliarità. Perchè si vuol sostituire alla famigliarità la freddezza di un regolamento?
  • E come, chiede Don Bosco, si può far nuovamente trionfare la famigliarità, l´amore, la confidenza?
  • Coll´esatta osservanza delle regole della Casa e coll´applicazione, con la pratica del sistema preventivo, conchiude Buzzetti ». Non si poteva mettere dinanzi, in modo più chiaro, questa caratteristica della carità, dell´amore di Don Bosco per i giovani. Egli, chiamandoci alla sublime missione di educatori, ci avverte che il suo metodo esige che noi amiamo la gioventù non solo santamente e soprannaturalmente, ma anche sensibilmente; e questo amore deve avere tutto il profumo della vita di famiglia e le espansioni sante dell´amorevolezza.

Vi confesso, figliuoli carissimi, che mi trema la mano nello scrivere queste cose, pur essendo persuaso di rendere nel modo più esatto, perchè il più delle volte non fo che ripetere espressioni sue, il pensiero del nostro Padre. Tremo, perchè non v´è chi non vegga quanto possa riuscire pericolosa la pratica della carità colle caratteristiche di cui Egli la volle adorna. Sarebbe necessario che noi fossimo rivestiti della sua santità, per mantenerci nell´esercizio della´ nostra missione. E per questo appunto mi perdonerete se non ristò dal ripetervi: Figliuoli carissimi, facciamoci santi come il nostro Fondatore e Padre! E troppo noto che l´amorevolezza può degenerare in svenevolezze e mollezze, perchè è assai difficile moderare e." indirizzare gli affetti del cuore. S. Agostino dice bensì che « Gesù venne a mutare l´amore, rendendolo da terreno celeste» 114, ma soggiunge subito e con ragione che « Anche dopo essere stati rigenerati dal battesimo, è rimasta in noi la concupiscenza, contro della quale dobbiamo combattere senza tregua» 115.

D´altronde lo spirito di famiglia rende l´amorevolezza ancor più´ pericolosa per le manifestazioni che lo caratterizzano, le quali, se sono permesse nel seno di una famiglia cristiana, costituirebbero non solo una sconvenienza, ma un gravissimo pericolo per l´educatore salesiano che imprudentemente volesse permettersele, sia pure in forma riservata.

Quando poi all´amorevolezza e alle manifestazioni della vita di famiglia si aggiunga il sentimento, quasi possiamo dire che noi abbiamo avvicinata un´in f uocata scintilla a un mucchio di materia combustibile, e basterà un leggero soffio di passione per far divampare un terrorifico incendio. E chi non sa quante volte, in questa povera natura umana viziata e sconvolta dal peccato di origine, il sentimento non arginato si convertì in torrente che travolse e imbrattò del più lurido fango il cuore umano?
Il nostro Santo Fondatore non solo intuì e ripetutamente dispiegò dinanzi ai suoi figli questi pericoli, ma lasciò ad essi tali dovizie di norme, insegnamenti, raccomandazioni ed esortazioni riguardanti il lavoro pedagogico da svolgersi, con angelica purezza, tra i giovani, che se essi sapranno praticarli sarà facile, anzi ricco di meriti e di soavissime gioie, l´adempimento della loro missione. .

E aggiungerò subito che, appunto perchè Egli ci propone una carità speciale, quasi nuova e che ci espone a maggiori pericoli, esige da noi una purezza non solo caratteristica e speciale, ma circondata da austerità e rigorose esigenze tali che difficilmente si riscontrano presso altri istituti religiosi. Basterebbe a rendercene persuasi quanto abbiamo precedentemente esposto parlando di questa virtù, ma è bene che ci avviciniamo ancora, che ci stringiamo più intimamente al Padre amatissimo, per ascoltare con devozione, non solo filiale, ma vorrei dire insolitamente attenta, la voce sua su questo delicatissimo argomento, sicuri che da Lui ci verrà tracciata, con mano maestra, la via che conduce alla purezza e alla santità.

CARATTERISTICHE
DELLA CASTITÀ SALESIANA.

Nelle avvertenze che precedono le Regole, e che il nostro buon Padre chiamò, con aurea semplicità, « alcune cose pratiche che devono servire a facilitare la conoscenza dello spirito e l´osservanza delle Costituzioni », troviamo il capitolo della Castità, che è un vero capolavoro. In quelle poche pagine è tutta l´anima angelica del nostro Santo Fondatore. Ivi Egli si serve delle espressioni più belle suggeritegli, più che dal suo ingegno, dal suo gran cuore, per intessere un cantico magnifico alla purezza. La chiama candido giglio, rosa preziosa, perla inestimabile, virtù sommamente necessaria, virtù grande, virtù angelica, cui fanno corona tutte le altre; inestimabile tesoro che anche nella vita mortale ci rende simili agli Angeli di Dio. Applica ad essa le parole che lo Spirito Santo disse della Sapienza: « Mi vennero insieme con lei tutti i beni». Non esita a chiamarla la virtù più di tutte cara al Figliuolo di Dio, anzi la prima delle virtù.

Egli ben sapeva chela prima delle virtù è la carità; ma parlando ai suoi figli, che hanno la delicata missione di educare i giovani, intese avvertirli che, per loro, la prima delle virtù, la più necessaria, è la castità.

Per lo stesso motivo, pur desiderando aver molti collaboratori, li ferma alla porta della Congregazione e dice loro: « Chi non ha fondata speranza di poter conservare, col divino aiuto, la virtù della castità, nelle parole, nelle opere e nei pensieri, non professi in questa Società, perchè sovente si troverebbe in pericolo ». Si noti quest´ultima avvertenza. Ma come mai il Salesiano può trovarsi in pericolo nella vita religiosa, quando egli l´abbraccia appunto per allontanarsi dai pericoli del mondo? La vita religiosa non la paragonò lo stesso nostro Padre all´arca, ove solo si trovò salvezza durante il diluvio? È vero tutto ciò, ma Don Bosco vuol far capire che la missione sua, il suo metodo di lavorare coi giovani, esige una purezza a tutta prova. Più innanzi ci ammonisce che senza di essa è impossibile praticare il sistema preventivo, e perciò vuole che « i maestri, i capi d´arte, gli assistenti siano di moralità conosciuta».

Anzi si direbbe ch´Egli esiga una castità preventiva: infatti consigliava di non ricevere coloro che, dopo aver vissuta una vita procellosa, cercavano rifugio nella nostra Società. Nel sogno delle Battaglie S. Francesco di Sales offre a Don Bosco un libretto, sul quale egli legge, tra gli altri, anche questi ammonimenti: « Le nuove vocazioni daranno ottimi risultati, se si escluderanno i pigri, e quelli che non dànno garanzia di moralità... Le Missioni Salesiane raccoglieranno messe abbondante, finchè avranno operai di moralità garantita ». Come vedete, il nostro Padre, quasi spinto da illustrazioni celesti, ritorna con impressionante insistenza sul punto della moralità.

Quando parla dei nostri doveri di educatori, ci ricorda che « il traviamento di uno solo può compromettere un´Istituto educativo ».

Per ciò stesso raccomanda ai Superiori « che siano molto vigilanti sull´osservanza dei mezzi da Lui suggeriti per salvaguardare la castità, e quando vedono che alcuno è vacillante in questa virtù, per amor di Dio e delle anime e per affetto alla Congregazione, si adoprino perchè ne sia escluso».

Non basta: il suo amore alla purezza lo spinge fino all´eroismo. Tutti sappiamo quali fatiche e quanti sudori e sacrifizi gli sia costata la nostra Società e con che intenso amore egli l´amasse. Ebbene, udite ciò che scriveva da Roma il 5 febbraio 1873: e La voce pubblica spesso lamenta fatti immorali succeduti contro i costumi, e scandali orribili. È un male grande, è un disastro: ed io prego il Signore a far in modo che le nostre Case siano tutte chiuse, prima che in esse succedano somiglianti disgrazie,».

Queste gravissime parole devono essere da noi seriamente meditate, anzi vorrei che, alla luce loro, considerassimo ciò che ora verremo dicendo riguardo al modo con cui vuole Don Bosco che noi svolgiamo la nostra missione di educatori in mezzo ai giovani.

Il nostro Santo Fondatore ripetè spesse volte ch´Egli era stato mandato da Dio a lavorare tra i giovani: è questa pure la nostra missione. Orbene, quale concetto aveva Egli dei giovani?
Nella mente di Don Bosco la fede aveva suscitati i concetti più elevati. Egli, che aveva scelto come motto e programma «Datemi anime», vedeva nel fanciullo, non solo una cosa sacra, alla quale si deve la massima riverenza, ma soprattutto un´anima da salvare, un cuore da conservare e rendere puro perchè fosse tempio della Divinità. Per questo, sull´esempio di Gesù, Egli amava vedersi circondato di fanciulli, non solo per godere del profumo di quei gigli, di quei fiori d´innocenza che formavano le sue delizie, ma per tutelarne e difenderne il candore e la fragranza. Con questi sentimenti di fede riverente Egli si accostava ai giovani, e così vuole che vi si accostino i suoi figli.

Egli però non ignorava che i giovani, per le grazie proprie della loro età e pel candore della loro innocenza, possono costituire un grave pericolo pei loro educatori. È bene, pertanto, che richiamiamo alla mente, sia pure di sfuggita, alcune norme e raccomandazioni da Lui lasciate a nostra istruzione, per prevenirci e conservarci all´altezza della nostra delicata missione.

L´ASSISTENZA A CUSTODIA DELLA PUREZZA.

Le mansioni dell´educatore sono complesse e diverse: tutte però si accentrano in una sola, la sorveglianza o assistenza, perchè da essa dipende in gran parte il preservare- il fanciullo dal male e l´avviarlo al bene. Anche il maestro quando insegna sorveglia, poichè a nulla gioverebbe illuminare l´intelligenza, se, per mancanza di assistenza, ne venisse la depravazione del cuore.

Per questo, nelle Case salesiane, tutti senza eccezione sono assistenti, perchè coll´assistenza e nell´assistenza si svolge la duplice opera nostra di preservazione e di formazione. La sorveglianza infatti non è isolo la manifestazione e il controllo dell´amore, ma la difesa e la custode della purezza.

Ecco perchè il nostro Santo Fondatore raccomanda e prescrive l´assistenza con una tenacità così insistente, che può parere eccessiva. Edotto da lunga esperienza, Egli era troppo convinto che i giovani lasciati soli sono esposti a corrompersi: basta una parola, un gesto di un compagno per far avvizzire o stroncare il giglio della purezza da cuori fino allora innocenti. Ora a Don Bosco ciò che più premeva era appunto che,, nell´anima dei suoi giovani, bril-= lasse il candore della purezza, e perciò si propose di difenderla con tutti i mezzi.

Rileggete il Regolamento delle Case, e vi troverete le più calde raccomandazioni pel fine suindicato.

« Gli allievi, Egli scrisse, non siano mai soli ed abbiano sudi loro l´occhio vigile del Direttore o degli assistenti». Ed insiste: « Non solo gli assistenti, ma il Direttore deve trovarsi sempre coi suoi allievi. Gli assistenti devono precedere i giovani nel sito dove devonsi raccogliere e vi si trattengono finchè siano da altri assistiti ».

Vuole inoltre che siano oggetto di speciali riguardi « i discepoli più difficili ed anche discoli». « I maestri, Egli dice, gli assistenti quando giungono tra i loro allievi, portino immediatamente l´occhio sopra di questi, e accorgendosi che taluno sia assente lo facciano tòsto cercare, sotto apparenza d´avergli a che dire o raccomandare».

Nella parte seconda, sezione seconda, dei nostri Regolamenti sono contenute sostanzialmente e fedelmente le norme scritte dallo stesso nostro Fondatore: mi sia permesso spigolarne alcune.

« L´assistenza sia oculata e prudente, e non venga affidata solo ai Confratelli giovani, ma anche ai Sacerdoti e ai Coadiutori» (Art. 113). Come vedete i Sacerdoti, i chierici, i coadiutori, tutti senza eccezione sono assistenti, perchè a tutti è affidata l´altissima missione di difendere e conservare nel cuore degli alunni la purezza. E più innanzi: « I Superiori della Casa osservino oculatamente come procede l´assistenza degli alunni» (Art. 114). « Gli allievi, che in ogni luogo debbono essere ben assistiti, non stiano mai troppo ristretti e vicini gli uni agli altri, specialmente a mensa, in dormitorio, in chiesa, nello studio, nella scuola e in altri luoghi di convegno; anzi in qualche caso potrà convenire che siano divisi secondo l´età e lo sviluppo» (Art. 115). « Si esiga dagli alunni quella modestia e decenza nel vestire che è voluta dal carattere religioso dei nostri Istituti e dallo spirito del nostro Fondatore» (Art. 116). « S´impediscano con ogni cura le così dette amicizie particolari, i bigliettini, i baci, le carezze, il mettere le mani addosso, i crocchi in ricreazione, ogni indebito rapporto con gli esterni, e soprattutto i discorsi cattivi» (Art. 117). « Chi con parole od azioni dà scandalo ai compagni, e non ostante gli opportuni avvisi non si emenda, sia allontanato con fermezza, ma sempre coi dovuti riguardi» (Art. 118). « Si tengano lontani dagli alunni tutti i libri e giornali pericolosi per la fede, per i costumi, e per il profitto degli studi, non esclusi certi classici; e se alcuni di siffatti libri fosse imposto dall´Autorità Scolastica, sia convenientemente purgato. Al principio dell´anno si esiga dagli alunni la lista completa dei libri che posseggono; si tenga come grave ogni mancanza di sincerità a tale riguardo e di quando in quando si facciano visite accurate per impedire che stampe pericolose siano introdotte o tenute nascoste in Casa» (Art. 119). «Tutti i luoghi ove possa incontrarsi qualche pericolo per la moralità siano ben illuminati e sorvegliati; si vigili sulla barbieria, l´infermeria, la sacrestia e gli altri luoghi dove gli alunni hanno accesso. I vari ambienti, fuori del tempo in cui vi stanno gli alunni, siano sempre chiusi, e ne tenga le chiavi un Superiore » 12o. «Non si permetta agli alunni di studiare e lavorare dopo le orazioni della sera, salvo casi di necessità eccezionali, e sempre con la dovuta assistenza» (Art. 121). « Non si chiamino gli alunni in parlatorio durante le ore di Chiesa, di scuola, di studio senza uno speciale permesso del Direttore o Prefetto; e durante le ore di visita un socio sorvegli per impedire qualsiasi inconveniente e per dare gli opportuni schiarimenti ai visitatori » (Art. 122).

Insomma l´assistenza come l´intese Don Bosco dovrebbe raggiungere questa magnifica finalità: « mettere gli allievi nell´impossibilità di commettere mancanze» 116, vale a dire di macchiare o anche solo di appannare la purezza dei loro cuori.

Mi è parso doveroso ricordare queste sapienti raccomandazioni del nostro Padre per convincerci sempre più quanto fosse vivo il desiderio suo, quanto ardente la passione che gli infiammava il cuore, di vedere le anime dei suoi giovani splendenti di angelica purezza.

Per questo medesimo motivo altre norme Egli aggiunse, con le quali non solo si propone di difendere la purezza degli alunni, ma soprattutto e più ancora quella dei Salesiani, mettendo questi in guardia contro i pericoli della loro difficile missione.

Anche qui, nell´impossibilità di elencarle tutte, mi limito a ricordarne le principali. «Le parole, Egli dice, gli sguardi anche indifferenti sono talvolta mal interpretati dai giovani, che furono già vittime delle umane passioni. Perciò si dovrà usare la massima cautela nel discorrere o trattare con essi, qualunque sia la loro, età o condizione». « Nessun maestro o assistente tenga gli alunni per mano passeggiando o usi carezze secolaresche, nè faccia con gli alunni discorsi intimi che lo mettano in pericolo di ricevere confidenze di coscienza».

Vuole inoltre che nessuno, « nè maestro nè assistente permetta che gli allievi entrino nella sua camera o cella, nè lui presente, nè lui assente» e così pure proibisce « che si entri nei dormitori o celle altrui se non da chi ne sia incaricato; a tutti poi indistintamente è vietato di trattenersi presso il letto degli alunni, eccettuato chi deve esercitare con gli ammalati qualche ufficio di carità».

Potrei moltiplicare le citazioni, ma pareti che il fin qui detto dimostri fin all´evidenza di quale austerità fosse il nostro Fondatore quando si trattava della purezza. E così pure ora si capisce come, con tali sapienti norme, sia possibile trattare i giovani con la carità caratteristica del suo sistema educativo. L´amorevolezza diviene in tal modo il fior fiore della bontà paziente e sacrificata senz´ombra di sdolcinatezza; il suo spirito di famiglia non fa del giovane un balocco dell´amor passionale da consegnare alla nutrice. o ai domestici appena dia noia, ma nobilita l´educatore rendendolo l´uomo dell´immolazione, che non cerca le carezze, ma spende ogni sua energia fino all´eroismo, come lo sa praticare la madre cristiana, pur d´instillare nel cuore dell´alunno i germi delle virtù. La carità sensibile di cui abbiamo parlato, non si lascerà mai attirare dalle grazie giovanili, non si arresterà alle sembianze esteriori, ma andrà diritto all´anima; essa non vuole corrispondenza di moine, ma la soda formazione; è insomma carità che s´immola, che tutto dà, la vita stessa, per guidare l´alunno agli splendori d´una vita intemerata. Per questo allorchè Don Bosco raccomanda all´educatore di farsi «amare» aggiunge subito che « Egli conseguirà questo gran fine se con le parole e più ancora coi fatti, farà conoscere che le sue sollecitudini sono dirette esclusivamente al vantaggio spiri: quale e temporale degli allievi ».

Ho voluto, figliuoli carissimi, trattare con una certa ampiezza questo punto perchè • lo giudico come la chiave di volta del lavoro affidatoci dalla Provvidenza tra i giovani. Anzi avrei rimorso di non aver detto tutto se non aggiungessi qualche altra considera- zione suggeritami essa pure dalle parole stesse del nostro Padre amatissimo.

UNA CIRCOLARE MEMORANDA.

Nella Circolare già citata del 5 febbraio 1874, dopo aver esordito in una forma solenne e inusitata, « perchè intende parlare di uno dei più importanti argomenti, del modo cioè di promuovere e conservare la moralità fra i giovanetti che la Divina Provvidenza si compiace di affidarci» dice senz´altro che: « si può stabilire come principio invariabile che la moralità dei giovani dipende da chi li ammaestra, li assiste, li dirige. Chi non ha non può dare, dice il proverbio. Un sacco vuoto non può dar frumento, nè un fiasco pieno di feccia può mettere buon vino. Laonde prima di proporci maestri agli altri è indispensabile che noi possediamo quello che agli altri vogliamo insegnare ». E dopo aver ricordato l´obbligo del buon esempio continua: « Se pertanto noi vogliamo promuovere la moralità e la virtù nei nostri allievi, dobbiamo possederla noi, praticarla noi e farla risplendere nelle opere nostre, nei nostri discorsi, nè mai pretendere dai nostri dipendenti che esercitino un atto di virtù da noi trascurato. Dunque, o miei cari figli, se vogliamo promuovere il buon costume nelle nostre Case dobbiamo essere maestri col buon esempio». E fatte alcune considerazioni aggiunge: «Non vi voglio peraltro nascondere che viviamo in tempi calamitosi. Il mondo attuale è come ce lo descrive il Salvatore: Mundus totus in maligno positus est. Esso tutto vuol vedere, tutto giudicare. Oltre poi ai giudizi perversi che fa delle cose di Dio, spesso ingrandisce le cose, spessissimo ne inventa a danno altrui. Ma se per avventura riesce ad appoggiare il suo giudizio sopra la realtà, immaginatevi che rumore, che strombazzare! Tuttavia se con animo imparziale cerchiamo la cagione di cotesti mali, per lo più troviamo che il sale divenne infatuato, che la lucerna fu spenta: cioè che la cessazione di santità in chi comandava die´ cagione ai disastri avvenuti ».

« O castità, o castità, egli esclama, tu sei una grande virtù! Fino a tanto che tu risplenderai fra noi, vale a dire finchè i figli di S. Francesco di Sales ti pregieranno praticando la ritiratezza, la modestia, la temperanza e quanto con voto abbiamo promesso a , Dio, sempre tra noi avrà posto glorioso la moralità, e la santità dei costumi, come fiaccola ardente, risplenderà in tutte le Case che da noi dipendono ».

Chi di noi non si sente profondamente commosso all´udire queste elevate e diciamo pure accorate parole del nostro Santo Fondatore? E il Padre che vive trepidante pei figli, che li vuole santi e puri, perchè puri e santi si conservino i giovanetti loro affidati.

E avvertite che Don Bosco scriveva queste parole alla vigilia dell´approvazione delle Regole della nostra Società, nel momento, come dice Egli stesso, più importante della Congregazione, dopo di aver pregato nella Santa Messa, dopo d´aver invocato lo Spirito Santo e chiesto una speciale benedizione dal supremo Gerarca della Chiesa. Questa constatazione mette nel giusto rilievo l´importanza delle raccomandazioni del Padre nostro amatissimo, il quale, a nostro conforto e a titolo di assicurazione e di augurio per l´avvenire della Congregazione, soggiunge: « Essa sarà sempre gloriosa se i suoi figli terranno in onore la castità».

SANTA INTRANSIGENZA.

Nessuna cosa gli stava più a cuore di questa. Tollerava con longanimità altre manchevolezze, ma su questo punto non transigeva mai.

Ascoltiamo ancora la sua voce paterna: « Ricordatevi, egli dice, ricordatevi de moribus! Ecco tutto: salvate la moralità. Tollerate tutto: vivacità, sbadataggine, ma non l´offesa di Dio e in modo particolare il vizio contrario alla purità. State bene in guardia su questo, e mettete tutta l´attenzione vostra sui giovani a voi affidati» 117. E altrove: « Solo in caso di moralità i Superiori siano inesorabili. È meglio correre pericolo di scacciare dalla Casa un innocente che ritenere uno scandaloso ». E aggiunge: « Piuttosto che si commettano peccati contrari alla purezza, è meglio chiudere la Casa » 118. Parole forti che esprimono tutto l´orrore che Don Bosco aveva per il brutto peccato. Egli tremava al pensiero che nelle nostre Case si offendesse la modestia; anche in pubblico egli pianse parlando, con grande calore, su questo argomento. Come Don Bosco parlavano ed agivano i suoi primi Direttori. In quegli anni la più grande preoccupazione del Direttore e di coloro che lo coadiuvavano era quella di combattere il peccato; era assidua e minuta la sorve-glianza sui confratelli più giovani, sugli assistenti novelli, sui- maestri ancor privi d´esperienza e sugli alunni stessi. Si era esatti e scrupolosi nella pratica di tutte le raccomandazioni riflettenti la modestia, il tratto coi giovani e la fuga delle amicizie.

Non avvenga che, col solito pretesto delle mutate condizioni dei tempi, qualche Confratello si occupi intensamente di tante, forse di troppe cose, e poco o quasi nulla della formazione dei giovanetti. Guai se si badasse a tutto il resto, si pretendesse esattezza in tutti i doveri e poi si rimanesse indifferenti al vedere la balaustra quasi deserta, i giovani che non pregano, non amano le funzioni e non desiderano appartenere alle Compagnie. In tal caso la moralità di certo non può essere elevata. Temiamo anche noi come Don Bosco che il peccato abbia da annidarsi e da radicarsi nelle nostre Case. Abbiamo l´orrore suo per il male, come Lui mettiamo in prima linea la santità e la moralità, e siamone certi che ne guadagnerà tutto il resto, studio, sanità, ordine e disciplina.

In una memoria che Don Bosco scrisse per i suoi figliuoli, dice tra le altre cose: « Non sarai mai troppo severo nelle cose che servono a conservare la moralità» 119. Il dolcissimo nostro Padre, che non ha mai voluto saperne di rigore, raccomanda la severità; ed aggiunge che, all´occorrenza, deve essere così grande da poter tutelare ad ogni costo la moralità. Penso che queste parole possono contenere un monito a quei Superiori che si credessero autorizzati a permettere larghezze arbitrarie col pretesto che le esigenze sono allentate.

LA DECENZA NEL VESTIRE.

Ricordiamo ancora una volta che Don Bosco, come altri Santi, non fu inviato da Dio per lasciarsi trascinare dalla corrente, ma per contrastarla. Egli oggi, come ai suoi tempi, manterrebbe tutta la sua severità e richiamerebbe all´ordine chi dimentica le tradizioni e le raccomandazioni paterne. Egli non permetterebbe certi programmi cinematografici, certe recite, certi costumi sportivi e neanche certe immodestie nello stesso vestito dei nostri giovanetti. Che cosa direbbe di certi collegi dove la totalità dei giovani porta calze cortissime e calzoncini che si direbbero costumi da bagno anzichè da giovanetti educati da Sacerdoti e Religiosi? Dov´è quella modestia e decenza nel vestire che è voluta dal carattere religioso dei nostri Istituti e dallo spirito del nostro Fondatore, com´è detto al già citato articolo 116 dei Regolamenti? In alcuni casi si tratta di vera immodestia, ed io penso con trepidazione ai Confratelli, specialmente giovani, che si vedono costretti a vivere in mezzo a tali pericolose nudità! Facciano i Direttori che non rimangano lettera morta le ripetute insistenze pubblicate sugli Atti del Capitolo in proposito.

Mi permetto pure ricordare che la circolare della S. Congregazione dei Religiosi, in data 23 agosto 1928 e l´Istruzione della Sacro Congregazione del Concilio in data 12 gennaio 1930 quantunque riguardino gl´Istituti religiosi femminili, ci dicono però chiaramente, attraverso norme severe e richiami di eccezionale gravità, quale sia il pensiero della Chiesa sulla decenza del vestire a salvaguardia della purezza delle anime giovanili.

Alcuni Confratelli anziani, giunti all´Oratorio, dopo anni di assenza, si sono meravigliati con me, e più ancora rallegrati, nel constatare che tutti i giovani dell´Oratorio vestono modestamente come ai tempi di Don Bosco. « Neppur uno con le calze corte e gambe scoperte ». Accenno a questo particolare tutt´altro che insignificante, tanto per citare un esempio.

Se Don Bosco avrebbe preferito chiudere il Collegio, anzichè lasciar correre pericolo per questa virtù, non esitiamo a lasciar partire quei giovani che non vogliono rassegnarsi alle prescrizioni dei nostri programmi. Quei pochi saranno sostituiti da molti altri, e noi avremo la soddisfazione di aver salvaguardato la serietà e la moralità dei nostri Istituti. Sventurate quelle Case che credessero di poter vivere a base di concessioni, tollerando uscite, sconvenienti
 nudità, spettacoli contrari al nostro spirito: esse si vedranno dopo tutto spopolate e deserte. Le famiglie stesse, fatte poche eccezioni, sapranno apprezzare la nostra dirittura e santa intransigenza. No, non èc on la rilassatezza e col permettere infiltrazioni e atteggiamenti secolareschi che rifiorirà la nostra Congregazione. Il suo sviluppo è legato a ben altre condizioni. Nel 1886 Don Bosco trovandosi a Barcellona vide in sogno l´avvenire della nostra Società. Una mistica Pastorella lo incita a stendere lo sguardo per contemplare il campo immenso affidato ai Salesiani da Valparaiso a Pechino. Il nostro Padre, commosso, quasi non sa credere al meraviglioso sviluppo dell´umile sua Società, e allora la Pastorella lo assicura dicendogli: « Mettiti di buona volontà: raccomanda una cosa sola: che i miei figli coltivino la virtù di Maria! ».

Ecco a quale condizione fioriranno gli Istituti salesiani.

Dal vostro zelo, figliuoli carissimi, dal vostro affetto alla Congregazione, io mi aspetto, dopo la retentè Canonizzazione, una dimostrazione di vero attaccamento allo spirito del Padre proponendovi d´intensificare le vostre sollecitudini e di usare di tutti quei mezzi che servano a conservare la virtù di Maria, l´angelica purezza.

AFFEZIONI SENSIBILI.

Don Bosco, dopo aver fatto l´elogio della castità, suggerisce alcune cose che, messe in pratica, « vi apporteranno, Egli dice, grandi vantaggi, anzi parmi potervi assicurare che vi conserveranno questa e tutte le altre virtù». Il secondo di tali mezzi è questo: « Evitare la famigliarità con le persone di altro. sesso, nè mai contrarre amicizie particolari coi giovanetti dalla Divina Provvidenza alle nostre cure affidati. Carità e buone maniere con tutti, ma non mai attaccamento sensibile con alcuno».

Nelle auree pagine del Sistema preventivo fa le stesse raccomandazioni con queste forti parole: « Studino (gli educatori) di evitare, come la peste, ogni sorta di affezioni e di amicizie particolari con gli allievi, e si ricordino che il traviamento di uno solo può compromettere un Istituto educativo ».

Le raccomandazioni del nostro Padre sono per tutti i suoi figli. Nessuno deve tenersi troppo sicuro. Non la virtù, non l´esperienza, non l´età, non l´ufficio ci debbono dispensare dai dovuti riguardi, e da un santo timore. Possiamo applicare anche alla purezza la parola dell´Apostolo: « Portiamo questo tesoro in vasi di fragile creta» 120
La storia purtroppo ha dovuto registrare le deplorevoli cadute anche di persone non più giovani, nè prive d´esperienza: ascoltiamo pertanto il monito dello Spirito Santo: « Chi sta in piedi veda di non cadere» 121. Don Bosco non distingue: Egli vuole che si usino i massimi riguardi trattando coi giovani -« di qualsiasi età o condizione ». Giustamente voleva S. Antonino che si trattasse il fanciullo di sette anni, come se ne avesse venticinque. I giovani dei nostri giorni non sono certo meno evoluti o più ingenui di quelli dell´epoca del Santo. Vedano i Direttori di seguire nella formazione dei Confratelli il modo usato dal nostro Fondatore. Ecco come ce lo descrive il nostro D. Lemoyne. « Li avvertiva se scorgeva che usassero cogli alunni troppa famigliarità. Non permetteva che li tenessero per mano, che li introducessero nelle loro celle, e che nelle camerate si portassero tra l´uno e l´altro letto, tolto il caso di grave necessità; Ogni trattenimento, conversazione esigeva che si facesse alla presenza di tutti, e per nessun pretesto mai in luoghi appartati. Li. avvertiva che in ogni loro gesto, parola nulla vi fosse che, anche da lungi; ´mettesse in dubbio la loro virtù. Inculcava loro di custodire con severità i propri sensi e, mandandoli a servire nelle Sacre Funzioni, negli educatorii, li avvisava di lasciare gli occhi a casa» 122. Talora mandando alcuno dei suoi figliuoli a fare il catechismo negli Oratori, acciocchè non si lasciassero adescare il cuore da qualche passione diceva loro: « Ricordatevi che vi mando a pescare, e che non dovete essere pescati» 123. Egli voleva che il nostro affetto fosse puro come quello degli angioli e che, prima di arrivare ai giovani, passasse attraverso le ferite del Cuore dolcissimo di Gesù per essere così divinamente purificato e accresciuto. Sul volto dei nostri giovani ei voleva che vedessimo solo l´immagine di Dio e nulla di terreno. Guai a chi avvilisce quell´immagine travolgendola nel fango: le leggi divine ed umane sono a sua tutela colle più terribili sanzioni. Preghiamo perchè il Signore non debba scagliare mai sopra un figlio di Don Bosco gli anatemi da lui lanciati contro i corruttori dei fanciulli. Don Bosco non ristà nel ripeterci che l´amore si dimostra con le immolazioni e non con svenevolezze: l´amore che non educa è corruttore. Lo so, il più delle volte s´incomincia col desiderio di far del bene; ma se è così, appena si avverte che il cuore si turba o sconfina, si tronchi energicamente e si eviti anche l´ombra di apparenze meno castigate. Non basta che l´educatore sia puro, esso deve anche apparire tale. Non avvenga che i giovani stessi abbiano a capire certe debolezze, certe preferenze e a riceverne scandalo; tutta l´opera educatrice di una scuola e talvolta dell´Istituto ne resta ostacolata. A ancora Don Bosco che ci ripete dal Cielo: « Riguardo alla castità io non transigo per nulla e desidero ardentissimamente che nessuno ponga le mani sulla persona degli altri; desidero che nessuno scenda a confidenze speciali coi giovani, chiunque essi senno» 124. « Bisogna, Egli insiste, ricorrere a rimedi per prevenire le cadute, non mettere le mani addosso, non andare a braccetto, non darsi baci per nessun motivo, non buttare le mani al collo, essere guardinghi negli sguardi, guardarsi per esempio dal far regalucci ad uno più avvenente dell´altro, fuggire le strette di mano» 125.
Queste stesse norme, le troviamo presso il nostro Patrono San Francesco di Sales. « Vedete, diceva il Santo, il candido giglio, simbolo di purezza. Esso conserva il suo candore e la sua fragranza anche tra le spine, purchè non sia toccato; ma appena separato dallo stelo esala un odore ingrato e insopportabile ». E perciò egli pure non voleva che alcuno si lasciasse toccare nella faccia, nelle mani, nemmeno per ischerzo, per gioco, perchè sebbene queste azioni non offendano sempre l´onestà, la rendono sempre più debole 126.

PRECAUZIONE DOVEROSA.

Su questo punto, figliuoli carissimi, io non finirei di insistere; mi autorizzerebbe a farlo, se non vi fossero altre ragioni, l´insistenza del nostro buon Padre. Si deve aver riguardo alla delicatezza, alla sensibilità dei giovanetti ed al pericolo d´impressionarli poco favorevolmente. È questa una particolarità che forse a non pochi sfugge. Si crede di cattivarsi unicamente l´affezione, di far del bene, forse anche di guadagnare alla Congregazione qualche membro, ma neppur questo fine giustifica gli atti non permessi. Il Berthier narra questo fatto. Una giovinetta pia e molto seria si presentò un giorno ad un Padre Missionario. Essa aveva vocazione religiosa, ben provata, e chiedeva consiglio circa l´Istituto da scegliere. Il buon Padre rispose: « Non avete le Suore che vi hanno educata?».

« Padre, io non entrerò mai nel loro Istituto ».

«E perchè?».

« Perchè quando io era convittrice, le mie maestre non finivano mai di accarezzarmi. Ed io dicevo a me stessa: — Come mai queste persone, che hanno rinunziato alla famiglia e a tutti gli affetti della terra, si fanno poi schiave di queste frivolezze? Io non voglio appartenere a questo Istituto —» 127
L´autore che dev´essere lo stesso Missionario in parola, aggiunge: « Quella figliuola aveva buon senso ».

Non avvenga che qualcuno dei nostri ex-allievi e Confratelli debba dire di essere stato poco edificato dalle soverchie tenerezze a lui dimostrate quando era nostro alunno. « Non bisogna, ci ammonisce Don Bosco, permettersi atto o parola che possa destare in loro una cattiva immaginazione, un affetto sensibile» 128.

Qui cade in acconcio richiamare una preziosa testimonianza resa dal Card. Cagliero nei Processi 125. Egli comincia a ricordare quello che vide coi suoi occhi per molti anni, dicendo: « L´amore che portava il Servo di Dio ai giovani era più che paterno; tuttavia non mai faceva loro una carezza, nè baci, nè, abbracciamenti. Non lo vidi mai accostare stretto al suo seno alcun giovanetto; era un padre amorosissimo in mezzo ai suoi figliuoli, senza però nutrire alcun affetto sensibile verso di loro». Ciò premesso, il Cardinale: rammentò alcune parole che Don Bosco gli aveva dette subito dopo il suo ritorno dall´America, alcuni giorni prima della sua ultima- infermità. Ecco queste parole fra le più memorande che noi conosciamo intorno al nostro argomento: « Sono contento del tuo ritorno. Vedi, Don Bosco è vecchio, e non può più lavorare: sono agli. ultimi della mia vita. Lavorate voi altri, e salvate la povera gioventù! Ti manifesto adesso un timore (ed i suoi occhi si inumidirono di lacrime), temo che qualcuno dei nostri abbia ad interpretare male l´affezione che Don Bosco ha avuto. per i giovani, e che dal mio modo di confessarli vicino vicino, si lasci trasportare da troppa sensibilità verso di loro, e pretenda poi giustificarsi con dire che Don Bosco faceva lo stesso, sia quando loro parlava in segreto, sia quando li confessava. So che qualcuno si lascia guadagnare dal cuore, e ne temo pericoli e danni spirituali» 130.

Ora si capisce quanto spiritualmente sensibile egli intendeva che fosse l´amore, la carità nostra verso i giovani. « L´innocenza, è detto nel sogno, è il giglio: il solo tocco di una ruvida mano lo sciupa». Seguiamo pertanto la massima del nostro S. Francesco di Sales, il quale diceva che « i nostri corpi sono fragili vetri ed è necessario collocare tra l´uno e l´altro abbondante paglia di mortificazione perchè non abbiano ad infrangersi».

L´EDUCAZIONE DELLA PUREZZA.

E giacchè ho parlato di preoccupazioni, mi par doveroso accennare, almeno di passaggio, a una questione molto importante, a una precauzione anche più delicata e grave che dev´essere da noi usata in modo del tutto esemplare, voglio dire: l´educazione della castità.

Sotto questo titolo, od altri consimili, continua a diffondersi, non solo più tra educatori laici, ma anche tra Sacerdoti e Religiosi, una certa teoria, secondo la quale si dovrebbe aprire per tempo gli occhi dei giovanetti su cose riguardanti la castità. E ciò sotto pretesto di tutelare l´innocenza del fanciullo. Dicono costoro essere meglio che i giovani imparino dagli educatori e dai maestri, anzichè da compagni cattivi o da libri inopportuni.

Su questo delicato argomento noi abbiamo norme chiare ed indeclinabili. Il nostro atteggiamento deve essere unicamente quello che Don Bosco ci ha tramandato. Fin da quando così fatta mania cominciò a propagarsi in Italia, Don Albera, di venerata memoria, alzò la voce e con forti parole, dirette a prevenirne l´infiltrazione, mise sull´avviso i Salesiani. « Se mai vi fossero di costoro (seguaci di tali teorie), egli scriveva, io, come loro Superiore, debbo dichiararlo: chi professa tale dottrina non può dirsi figlio di Don Bosco, di quel Don Bosco che si sarebbe stimato felice se avesse potuto prolungare, anche solo di un´ora, l´innocenza di un fanciullo; di quel Don Bosco che nel parlare e nello scrivere cercava le parole che gli sembrassero più atte a tener lontano dalla mente dei giovani ogni pensiero men puro».

Restiamo dunque mordicus attaccati ai nostri metodi, ai nostri criteri, agli insegnamenti del Padre nostro, che in fatto di educazione e di conoscenza del cuore dei giovani, ha il valore e l´autorità che tutto il mondo gli riconosce.

Nel 1872 Don Bosco, radunati i Confessori della Casa, raccomandò molto la cautela nell´interrogare i ragazzi sulle cose lubriche, per non insegnar loro quello che non sanno. Se tale riserbo è richiesto da Don Bosco nello stesso Sacramento della Confessione, quanto maggiore non dovrà essere quello che ci è imposto nella scuola, nelle conversazioni, nei colloqui confidenziali? Ciò non vuol dire che i responsabili diretti della formazione delle anime, Direttori e Confessori, non possano e non debbano, all´occorrenza, privatamente, dare gli opportuni consigli ai giovani. Don Bosco stesso nel giugno del 1862 così parlava: « Bisogna prevenire i giovani per quando avranno diciassette o diciotto anni. Dir loro: —Guarda, verrà un´età molto pericolosa per te: il demonio ti prepara, lacci per farti cadere. In primo luogo ti dirà che la Comunione frequente è cosa da piccoli e non da grandi, che basta andarvi di rado. E poi farà di tutto per trarti lontano dalle prediche e metterti noia della parola di Dio. Ti farà credere che certe cose non sono peccati. In fine i compagni, il rispetto umano, le letture, le passioni... Sta. all´erta! Non permettere che il demonio ti rubi quella pace, quel candore di anima che ora ti rende amico di Dio! — I giovani non dimenticano queste parole. Quando poi fatti grandi e usciti nel mondo noi li incontreremo, diremo loro: — Ti ricordi quello che ti dicevo una volta? — Ah, è vero, rispondono. — E questa reminiscenza farà del bene ».

Che cosa volete di meglio? Ci vuole dunque molto zelo e grande prudenza. Ciò che io intendo di riprovare è anzitutto l´insegnamento collettivo, la mania di illuminare e la poca riservatezza nel trattare argomenti di tal natura, quando la necessità ci obbliga a parlarne.

Usiamo prudenza anche parlando in classi superiori, a giovani già adulti e non crediamo di essere autorizzati a certe spiegazioni per il fatto che essi si avvicinino ad una svolta decisiva della loro vita.

Meglio assai dire molte parole di meno che una sola di troppo.

Vorrei anche aggiungere che non ritenessimo così presto maturi i nostri giovanetti per certi articoli di periodici o riviste. Con l´intenzione di deplorare ciò che i cattivi insegnano e praticano si può far conoscere ciò che assolutamente non è necessario sapere. Mi diceva un Sacerdote che aveva trascorso lunghi anni nella direzione di anime giovanili: « Le impressioni di ciò che noi diciamo ai giovani non sono sempre quelle che noi vorremmo e che talora ci persuadiamo che siano». Ricordiamo come parlavano e ci istruivano i nostri antichi Superiori;  ricordiamo, come già accennai, alla delicatezza di Don Bosco, il quale prima di stampare una parola, una frase in argomento di purezza, rifletteva a lungo, cambiava e tornava a cambiare con attenzioni che si direbbero meticolosità.

Cose minute, figliuoli carissimi, ma è grande la lezione. Essa ci viene da un Santo, il quale desiderava, più di noi tutti, l´educazione della purezza dei giovanetti. Sullo stesso tema di precauzione e di vigilanza starebbero bene qui alcune magnifiche pagine di Don Rua. Leggetele voi stessi nel volume delle circolari (pag. 382). Meglio ancora se la circolare sarà letta per intiero e commentata in qualcuna delle conferenze mensili di questo anno scolastico. E sarei anche più contento se tutti i cari Direttori,  in occasione delle conferenze mensili, ribadissero quelle altre raccomandazioni che, a proposito della castità, sono state fatte in tante circostanze.

In fine mi sia permesso di rivolgere una preghiera agli Ispettori e Direttori perchè si studino di evitare, in tutti i modi, l´entrata nelle loro Case di libri e riviste che trattino di questo argomento. Vi posso assicurare, et flens dico, che qualche chierico e anche qualche sacerdote, che si credettero sicuri e vollero inoltrarsi per queste vie proibite, scontarono con la perdita della vocazione, la loro imprudenza e temerità.

Oggi poi la voce del nostro Padre ha ricevuta la solenne conferma dalla voce stessa del Vicario di Gesù Cristo nella sua Enciclica « Della cristiana educazione della gioventù». Ascoltiamo con devozione e promettiamo di attuare le sapienti norme che, al trattare dell´educazione sessuale, ci dà il Papa di Don Bosco.

« Massimamente pericoloso è poi quel naturalismo, che, ai nostri tempi invade il campo dell´educazione in argomento delicatissimo, qual è quello dell´onestà dei costumi. Assai diffuso è l´errore di coloro che, con pericolosa pretensione o con brutta parola, promuovono una così detta educazione sessuale, falsamente stimando di poter premunire i giovani contro i pericoli del senso, con mezzi puramente naturali, quale una temeraria iniziazione e istruzione preventiva per tutti indistintamente e anche pubblicamente, e, peggio ancora, con esporli per tempo alle occasioni per assuefarli, come essi dicono, e quasi indurire l´anima contro quei pericoli.

» Costoro errano gravemente non volendo riconoscere la nativa fragilità della natura umana e la legge di cui parla l´Apostolo, ripugnante alla legge della mente, e misconoscendo anche l´esperienza stessa dei fatti, onde consta che, segnatamente nei giovani, le colpe contro i buoni costumi non sono tanto effetto dell´ignoranza intellettuale quanto principalmente dell´inferma volontà, esposta alle occasioni e non sostenuta dai mezzi della grazia.

» In questo delicatissimo argomento, se, attese tutte le circostanze, qualche istruzione individuale si rende necessaria, a tempo opportuno, da parte di chi ha da Dio la missione educativa e la grazia di stato, sono da osservare tutte le cautele, notissime all´educazione cristiana tradizionale, sufficentemente descritte dal citato Antoniano, là dove dice: « Tale e tanta è la miseria nostra, e l´inclinazione al peccato, che spesse volte dalle medesime cose che si dicono per rimedio dei peccati si prende occasione ed eccitamento allo stesso peccato. Pertanto importa sommamente che il buon padre, mentre ragiona col figliuolo di materia così lubrica, stia bene avvertito, e non discenda ai particolari e ai vari modi, coi quali quest´idra infernale avvelena tanta parte del mondo, acciò non avvenga che invece di estinguere questo fuoco, lo desti e lo accenda imprudentemente nel petto semplice e tenero del fanciullo. Generalmente parlando, mentre ancora continua la fanciullezza, basterà usare quei rimedi che con l´effetto istesso introducono la virtù della castità e chiudono l´ingresso al vizio ».

Alle paterne e sapienti parole del. Papa faceva seguito, il 18 marzo 1931, un importante decreto del S. Ufficio. In detto giorno venne proposto, nella Congregazione generale, il dubbio seguente:
Se possa approvarsi il metodo, che chiamano « della educazione sessuale» o anche « della iniziazione sessuale ».

Gli Eminentissimi e Reverendissimi Signori Cardinali, proposti alla custodia della integrità della fede e dei costumi, trattata la questione con diligente esame e previo parere favorevole dei Reverendissimi Padri Consultori, convennero nella seguente risposta: NEGATIVAMENTE: e doversi assolutamente seguire, nella educazione della gioventù, il metodo fino ad oggi seguito dalla Chiesa e dai Santi Educatori e raccomandato dalla Santità di NostroSignore nella Lettera Enciclica « Sulla Cristiana Educazione della Gioventù» emanata il giorno 31 dicembre 1929. E, cioè, doversi curare massimamente una piena, solida e giammai interrotta formazione religiosa della gioventù d´àmbo i sessi; e infondere in essa stima, desiderio, amore all´angelica virtù; ed inculcare ad essa vivamente di attendere all´orazione, di frequentare i Sacramenti della Penitenza e della SS. Eucarestia, di onorare con filiale divozione la Beata Vergine Maria Madre della santa Purità e affidarsi totalmente alla di Lei protezione; inoltre di evitare diligentemente le letture pericolose, gli spettacoli osceni, la conversazione dei cattivi e ogni occasione di peccato.

Quindi in nessun modo si può approvare quanto, a promuovere un tal metodo, è stato scritto e pubblicato, specialmente in questi ultimi tempi, anche da alcuni scrittori cattolici.

ULTIME RACCOMANDAZIONI.

Nel corso di questa trattazione parlai di alcuni mezzi suggeriti dal nostro Padre per mantenere in fiore la purezza nelle nostre Case: di altri vi dirò in altre circostanze.

Non devo però tralasciare d´indicarvi, sia pure di sfuggita, quel mezzo che Don Bosco chiama: « trionfante d´ogni vizio e fedele custode della castità» e cioè: « L´osservanza esatta delle nostre Regole, specialmente dei voti e delle Pratiche di Pietà ».

Ci ammonisce il nostro Fondatore che si arriva alle grandi cadute attraverso alla violazione delle Costituzioni del proprio Istituto. Ognuno pertanto cerchi di conoscere sempre meglio le Regole e tutto ciò che riguarda il proprio ufficio e, conscio della propria responsabilità, le pratichi e le faccia praticare. Il nostro buon Padre si rivolge a tutti, senza distinzione di cariche, di Superiori o sudditi; per lui vi sono solo dei figli.

Chi non ricorda che Don Bosco considerava un buon portinaio come un vero tesoro per una Casa Religiosa? Altrettanto dicasi dei Capi delle nostre Scuole Professionali e Agricole, dei cuochi, dei sagrestani, degli infermieri, dei provveditori e di altri uffici affidati  ai nostri bravi coadiutori. Ma non si dimentichi che, nel disimpegno di tali mansioni, quei nostri cari figliuoli sono esposti a gravissimi pericoli.
È necessario pertanto assisterli amorosamente e aiutarli nelle inevitabili noie di cui il loro ufficio può essere fonte. In tal modo essi potranno, colla loro condotta intemerata, col loro zelo per l´osservanza, colla loro vigilanza prudente e amorosa, operare un gran bene, impedendo efficacemente molte mancanze ed allontanando gravi pericoli per la moralità.

Chi poi volesse compendiare in tre parole i mezzi suggeriti dal nostro Padre per far fiorire la purezza rilegga il sogno della Ruota. Don Bosco aveva visto dei giovani oppressi e maltrattati, in modo orribile, dal demonio impuro; « Pieno il cuore di commozione indicibile, narra egli stesso, colle lagrime agli occhi, mi volsi al compagno e dissi: — Ma come? In tale stato questi poveri giovani per i quali ho speso tante parole, ho usato tante cure in confessione e fuori di confessione?». Chiese quindi come fare per aiutare quei giovani a liberarsi dal brutto mostro dell´impurità. E la guida disse e ripetè: labor, sudor, fervor; e cioè Labor in assiduis operibus; sudor in paenitentiis continuis; Fervor in orationibus ferventibus et perseverantibus. Nulla di più completo. Sono gli stessi mezzi suggeriti da Gesù Cristo. Le Circolari dei nostri Padri, la vita di Don Bosco, le nostre stesse tradizioni di lavoro, di zelo, di sacrificio ne sono il più bel commento. Ecco l´argomento per tre utilissime e pratiche conferenze.

«SI NON EST CASTUS NIHIL EST ».

Ricordiamo spesso che nessuna precauzione sarà mai soverchia per l´acquisto di questa virtù, nessun sacrificio troppo penoso per conservarla. Perchè senza la castità il Salesiano, non solo non val nulla, ma anzichè edificare, sarà strumento di demolizione e di morte. Anche a lui può e deve applicarsi ciò che S. Tommaso di Villanova dice del Sacerdote: « Sia egli pio, fervente, devoto; sia pure egli umile; sia quello che si vuole; se egli non è casto non è proprio nulla». E noi possiamo aggiungere: « Se il Salesiano è casto è tutto»; e così ritorniamo al caro pensiero di Don Bosco: « Ogni bene, ogni virtù, con la virtù angelica».

Quando Savio Domenico apparve a Don Bosco nella visione del 1876 gli consegnò un mazzo di fiori composto di rose, viole, girasoli, genziane, gigli, semprevive, e, in mezzo ai fiori, spighe di grano. « Questo mazzolino, gli disse, presentalo ai tuoi figli, perchè possano offrirlo al Signore quando sia venuto il momento; fa´ che tutti l´abbiano, che non vi sia alcuno che ne sia privo e che nessuno loro lo tolga. Con questo stà sicuro che ne avranno abbastanza per essere felici... Questi fiori rappresentano le virtù che più piacciono al Signore. La rosa è il simbolo della carità, la viola dell´umiltà, il girasole dell´ubbidienza, la genziana della penitenza e della mortificazione, le spighe della Comunione frequente; il giglio indica quella virtù della quale sta scritto: saranno come gli angeli di Dio. in Cielo, la castità. E la sempreviva o perpetua significa che tutte queste virtù devono durare sempre: la perseveranza. Ad una condizione però: che i tuoi figli siano divoti della Beata Vergine e sappiano conservare la virtù della castità che tanto piace agli occhi di Dio, per l´universalità, della Casa ». E durante la consegna, un coro, accompagnato da delicati strumenti, rivolgendosi a Savio Domenico e ai suoi compagni cantava: Ipsi habuerunt lumbos praecinctos et dealbaverunt stolas suas in sanguine Agni. Hi sunt sicut Angeli Dei in Caelo.

Possano questi pensieri, colti dalla vita, dalle parlate, dai sogni e dalle illustrazioni soprannaturali del nostro Santo far comprendere a tutti i suoi figli la grandezza, la bellezza e la fecondità dell´angelico programma della purezza di vita e stimolarli a praticare con gli stessi ardori serafici del Padre che ce l´ha affidato e solennemente ce lo riaffida come ricordo della sua canonizzazione. Dagli splendori della sua santità, Egli ci esorta a non risparmiare nè fatiche, nè sudori e neppur la vita stessa, se occorre, per continuare la nostra missione santificatrice ed educatrice alla luce e nell´angelico ambiente della purezza.

CHIEDERE INCESSANTEMENTE LA GRAZIA DELLA CASTITÀ.

Termino facendo mie le parole di chiusa della conferenza di Don Bosco del 30 ottobre 1876.. « Io vorrei che tutti voi altri, giovani, chierici e preti non passaste un giorno solo, senza domandare in modo speciale al Signore la grazia di poter conservare questa virtù e singolarmente dopo la Santa Comunione o la Santa Messa. Chiederla sempre come la grazia più grande. Domandandola con tanta insistenza, mentre abbiamo in noi Gesù Sacramentato, quasi mi par di poter dire che il Corpo di Gesù, che il Sangue di Gesù, si incorpora in noi, si mescola col nostro Sangue e nulla di disordinato potrà accadere ».

Invocando su tutti e su ciascuno di voi in particolare, o: figliuoli carissimi, le benedizioni di Dio, l´aiuto della nostra Mamma Immacolata, Ausiliatrice dei Cristiani, e l´assistenza, amorosa del nostro .Fondatore e Padre mi raccomando alle vostre preghiere e mi professo
vostro aff.mo in C. J.

Sac. PIETRO RICALDONE.

NOTE
1´Atti del Capitolo, n.64.

2 Memorie Biogr., VI, 63. 1
3 Memorie Biogr., XII, 564.
4Memorie Biogr., II, 230.
5Memorie Biogr., VIII, 33.
6Memorie Biogr., XII, 564. Si hoc solum fiat, suffieit.

8 Haec est enim voluntas Dei, Sanctificatio vestra (Eph., IV, 3).

9 Vocavit vos Deus ut essetis sancti et immaculati in conspectu Eius (Eph., I, 4).

10 Me autem propter innocentiam suscepisti (Ps., XC, 13).

11 Memorie Biogr., VII, 168.
12 Memorie Biogr., V, 157.

13 Memorie Biogr., V, 158.

14 Memorie Biogr., V, 164.

15 Memorie Biogr., IV, 478.

16 Memorie Biogr., VI, 62.

17 Erunt sicut Angeli Dei in coelo (MATTH., XXII, 30).

18 Memorie Biogr., VII, 842.

19 Crescunt tamquam lilia in conspectu Domini (Sogni di D. Bosco).
20 Memorie Biogr., VIII, 844.

21 Memorie Biogr., VII, 414.

22 Memorie Biogr., VI, 969.

23 Memorie Biogr., VII, 414.

24 Memorie Biogr., VII, 797.

25 Nomen sanctitatis duo videtur importare: uno quidem modo munditiam, et huic significationi competit nomen graecum: dicitur enim &ytos quasi sine terra: alio modo importai firmitatem; unde apud antiquos sancta dicebantur quae legibus erant munita ut violari non deberent; unde et dicitur aliquid esse sancitum quia est lege firmatum; potest etiam secundum latinum hoc nomen, sanctus, ad munditiam pertinere: ut intelligatur sanctus, quasi sanguine tinctus: eo quod antiquitus illi qui purificaci volebant, hostiae tingebantur (Summa Theol., II-II&e, quaest. LXXXI, art. VIII).

26 Zelus ponitur effectus amoris (Summ. Theol., I-II &e, quaest. XXVIII, art. IV ad 39m)
27 Zelus ex intensione amoris provenit (Summa Theol., 1-1I &e, XXVIII, art. IV).

28 Beati mundo corde quoniam ipsi Deum videbunt (MATTI:, V, 8).

29 Numquam dixit: ipsi Deum videbunt; solum quando -venit ad mundos corde ibi visionem Dei promisit. Non sine´ causa; quia ibi sunt oculi unde videri potest. Quid desiderar ortum solis cum, oculis lippis (S. AUG. - Serns.,53, 6).

30 Tota opera tua in hac vita est sanare oculum cordis, ut Deum videas (S. AUG., Serm., 88, 5).

31 Qui in carne sunt Deo placere non possunt (Rom., VIII, 8).

32 Quia talis est quisque qualis eius dilectio est! Terram diligisi terra eris. Deum diligis1 quid dicam, Deus eris? Non audeo dicere ex me; Scripturas audi: Ego dixi Dii estis, et Filii Altissimi omnes (S. AUG., II, in Ep. Joann., 11, 14).

33 Quod futuri sumus vos iam esse coepistis (S. BERN).

34 Primus homo de terra, terrenus. Secundus homo de coelo, coelestis; igitur sicut portavimus immaginem terreni, portemus et immaginem coelestis (I Cor., XV, 47, 49) .

35 Egredere de terra tua, et de cognatione tua, et de domo patrie tui (Gen., XII, 4).

36 Pref. Costituzioni.

37 Quod amas in terra, impedimentum est: viscum est pennarum spiritualium, hoc est virtutum, quibus volas ad Deum (S. AUG., Serm., 311, 4).

38 Circolari di D. Rua, pag. 484.

39 Quia de mundo non estis (JOANN., XV, 19).

40 Si ergo mortui estis cum Christo ab elementis huius mundi (Colossi, Il, 20).

41 Vita vestra est abscondita cum Christo in Deo (Coloss., III, 31).

42 Formulario della professione.

43Introd. alle Costit., Castità, pag. 44.

44 Puivinar diaboli (CAss.).

45 Circolari di Don Rua.
46 Ama parentes, sed praepone Deum parentibus (S. AUG., Serm., 100, 2). Intende amorem hominis: sic puta quasi mmnum animae. Si aliquottenet, tenere aliud non potest: ut autem possit tenere quod datur, dimittat quod tenet. Si amas saeculum, amare Deuin non potes, occupatam habes manum (In., ibid., 128. 7).

47 Qui amat patrem aut matrem, plus quam me, non est me dignus (MATTH., X, 37) .

48 Nemo militans Deo, implicat se negotiis saecularibus (Tim., II, 4).
49 Memorie. Biogr., IX, 705.

50 Memorie Biogr., XII, 26.

51 Memorie Biogr., VII, 85.

52 Satagant Superiores ut omnino- claudatur omnium malorum officina qualis est feriarum tempus apud parentes aut amicos transigere (Circolari di Don Bosco, pag. 14).

53 Circolari di D. Rua, pag. 124, 125.

54 Fortasse laboriosum non est hominem relinquere sua; sed valde laboriosum relinquere semetipsum. Minus quippe est abnegare quod habet, valde autem multum abnegare quod est (S. GREG., Hom. XXXII in Evang.).

55 Corpus quod corrumpitur aggravat animam (Sap., IX, 15).

56 Quo enim res aliqua est purior, subtilior, eo est simplicior... Quare cum essentia divina sit infinitae puritatis ac sublimitatis, merito infinite simplex censenda est quia est expers.omnis compositionis, tam accidentalis quam. essentialis In rebus creatis quotidie fiunt innumerabiles mutationes..... quarum omnium Deus prorsus est incapax, cum omnino sit illimitatus et per essentiam suam undequaque perfectus... (Lessio, Divin. Perfect. Consider. IX, X, XX, XXI) .

57 Tratt. dell´amor di Dio, 1. III.

58 Lett. a Mons. Bourgeois, 12 nov. 1604, t. XII, pag. 391.

59 Quis me liberabit de corpore mortis huius? (Rom., VIII, 24).

60 Castigo corpus meum et in servitutem redigo (I Cor., IX, 7).

61 Ut exhibeatis corpora vestra hostiam viventem (Rom., XII, 1).

62 Ut et vita Iesu manifestetur in còrporibus vestris (II Cor., IV, 10).

63 Mortui enim esti$, et vita vestra est abscondita cum Christo in Deo (Col., III, 3).

64 Et pro omnibus mortuus est Christus, ut et qui vivunt, iam non sibi vivant sed ei qui pro ipso mortuus est et resurrexit (II Cor., V, 15).

65 Vivo autem, iam non ego; vivit vero in me Christus (Calai., II, 20).

66 LE CAMUS, Spir. di S. Frane. di Sales, vol. I, pag. 2, e. 4).

67 Opus tuum in hac vita hoc est: actiones carnis spiritu mortificare. Haec´. est actio tua, haec militia tua... Si vere Christi discipulus es, carnem tuam crucifige cum passionibus et concupiscentiis. In hac quidem cruce per totam vitam, perpetuo debes pendere. Sic semper vive; si terreno limo gressus non vis immergere, noli de ista cruce descendere (S. AUG., Serm., 156, 9; 205, 1)„
68 Pugna contra concupiscentiam tuam... in baptismo sancto peccata dimisisti, sed concupiscentia remansit, cum qua regeneratus pugnare debes. Conflictus in teipso est; noli timere hostem extrinsecum: te vince, et mundus est victus (S. AUG., Serm., 57, 9).

69 Quamdiu hic vivitur, sic est: sic et ego qui senni in ista militia, minores quippe hostes habeo; sed tamen fatigatus non cessant qualibuscumque motibus infestare senectutis quietem. Acrior pugna iuvenum est: novi eam, transivi per eam... (S. AG., Serm., 128, 12; Conf., I, pag. X, c. 29; in Ps., LV, 2, 3; Serro., 2, 3; in Ps., LXIII, 1).

70 Fidelis autem Deus est, qui non patietur vos tentari supra id, quod potestis, sed faciet etiam cum tentatione proventum ut possitis sustinere
(I Cor., X, 13).

71 Continentiam iubes? da quod iubes et iube quod vis (in I Cor., X, 13).

72 Habent aliquid iam non carnis in carne (S. AuG.).

73 Glorificate et portate Deum in corpore vestro (I Cor., VI, 20).

74 Terrenum animai, sed coelo dignus, si suo cohaeret Auctori (S. AuG.).

75 Et substantia mea tamquam nihilum ante te (Ps., XXXVIII, 6) .

76 Et de isto quoque nomine in nullum iam nomen, in omnis iam vocaboli mortem (TERT.)
77 Pulvis quem proiicit ventus a facie terrae (Ps., I, 4).

78 Virgines esse sensus virginis debent (S. BASILIO).

79 Nec in praeterita castitate confidas; nec sanctior Davide, nec Sansone fortior, nec Salomone poter esse sapientior. Plurimi sanctissimi viri ceciderunt propter suam securitatem (S. GER.).

80 Crede mihi, episcopus sum, veritatem loquor in Christo, non mentior: cedros Libani et gregum arietes corruisse vidi, de quorum casu non magis praesumebam, quam Gregorii. Nazianzeni et Ambrosii (S. Ava.). Sit casus maiorum tremor minornm. Multi promittunt sibi quia mecum iudicabunt, quia dimiserunt omnia sua et secuti sunt me: sed habebant praesumptionem de se, habebant quemdam typhum et superbiam quam ego solus videbam (S. AUG., I in Ps., X, e. 8, 9). Petrum attende; fuit prius audax praesumptor, et postea factus est timidus negator (Serro., 147, 1). Ecce columna firmissima ad unius aurae impulsum tota contremuit (CXIII, in Ioann., 2). Nemo erit a me firmus, nisi qui seipsum sentii infirmum (Serm., 76, 6).

81 Sola humilitas secura transire potest (S. ANT.). In hac parte expedit plus bene timere quam male fidare (S. CIPR.) .

82 Summe custodiendus est oculus qui est ianua cordis... quia ascendit mors per fenestras nostras (Serra., 9, 21).

83 Encicl. della Cristiana Educaz. della gioventù: III p. in fine. 88 Circolari di D. Rua, pag. 462.

85 Averte oculos mens ne videant vanitatem (Ps., CXVIII, 37).

86 Nemo diu tutus est periculo proximus (S. CIPR., Ep., 68) .

87 Incendium libfidinis, violatio Gastitatis est sensuum curiositas (S. LoR. GIUST., De Int. Conf.)
88 Est ut non solum ab opere immundo abstineant, sed etiam a iactu oculi et a cogitationis errore (S. Ger., in Ep. ad Titum).

89 Oculus meus depraedatus est animam meam (Thren., III, 51).

90 Oculi incitamenta sunt vitiorum, ducesque scelerum (SENEcA). Per fenestram corporis in secretum cordis venenum instillare... (S. AUG., Serro., 250 de teme.).

91 Nequius oculo quid creatura est? (Eccl., XXVII, 31).

92 Lapsus falsae linguae quasi qui in pavimento cadens (Eccl., XX, 20).
93 Memorie Biogr., IX, 707.

94 Robur animae est sobrietas. Anima sicca sapientissima (ERACL.). Iubar est anima sicca sapientissimum et perspicax, neque madescit vini habitu in modum nebulae crasseseens (CLEM. ALESS.). Vilis et tenuis mensa bonae valetudinis est mater (CRIS., Hom. 10 in Ioann.). Saturitas castitatem prodegit (AMBR., Serm., 39) .

95 Stomacus oppressus magis obruitur quam reficitur (S. BERLA.).

96 Memorie Biogr., IV, 192.

97 Memorie Biogr., IX, 707.

98 Fratres, sobrii estote et vigilate, quia adversarius verter diabolus tamquam leo rugiens circuit, quaerens quem devoret (I Petr., V, 8, 9).

99 Semper cave, quia semper extenta est et parata muscipula inimici tui: vae tibi, si in istam muscipulam cecideris. Claude ianuam cupiditatis... et educeris de muscipula (S. AUG., II in Psalm., XXX, 10). Indo dictus est leo et draco: leo  propter apertam iram, draco propter occultar insidiar (S. Ala., X in Joann., I) .

100 Circolari di Don Albera, 432.

101 Si in terra erit cor... quomodo erit mundum quod in terra volutatur? Sordescit enim aliquid cum inferiori miscetur naturae... ita animus tuus terrenorum cupiditate sordescit (S. AUG., De Serro. Domini, 1, II, e. 13).

102 LE CAMUS, Spir. di S. Frane. di Sales, II, e. 4.

103 BERTHIER, Le Prétre, 30, 57.

104 Omni custodia serva cor tuum (Prov., IV, 23) .
105 Memorie Biogr. (Archivio).

106 LE CAMUS, Spir. di S. Frane. di Sales.

107 Memorie Biogr., III, 591.

108 Memorie Biogr., VIII,. 873.

109 AMADEI, Vita di Don Rua, III, 185.

110 Qui familiaritatem non vult vitare suspectam, cito labitur in ruinam.

111 Circolari di Don Albera, 357, 359.

112 Indefessum proficiendi studium et jugis conatus ad perfectionem per_ fectio reputatur (S. BERN.).

113 Charitas patiens est, benigna est... omnia suffert, omnia sperat, omnia sustinet (I Cor., XIII, 4, 7).

114 Venit Christus mutare amorem, et de terreno facere coelestis vitae amatorem (S. AUG., Serm., 344, 1).

115 In baptismo sancto peccata dimisisti, sed concupiscentia remansit cum
qua regeneratus pugnare debes (S. AUG., Serm., 57, 9).    
116 Sistema Preventivo, art. 88.

117 Memorie Biogr., V, 166.

118 Memorie Biogr., V, 164.

119 Memorie Biogr., II, 154.

120 Habemus thesaurum istum in vasis fictilibus (II Cor., IV, 7) .

121 Qui se existimat stare, videat ne cadat (I Cor., X, 12).

122 Memorie Biogr., V, 165.

123 Memorie Biogr., V, 592.

124 Memorie Biogr., IX, 839.

125 Vita di Don Bosco, II, 227.

126 LE CAMUS, Spir. di S. Frane. di Sales.

127 BERTHIER, Le Prétre, 30, 56.

128 Memorie Biogr., IX, 707.

129 Summarium super virtutibus, num. XIII «De heroica castitate», pais 89, 90.

130 Memorie Biogr. (Archivio).

APPENDICE
SOGNO
L´INNOCENZA CONSERVATA CON LA PENITENZA.

Luogo e persone.

Nel mese di Luglio 1884 Don Bosco sognò e il sogno durò tutta la notte. Gli parve di avere d´innanzi una immensa incantevole ripa verdeggiante, di dolce pendio e tutta spianata. Alle falde questo prato formava uno scalino piuttosto ´basso, dal quale salivasi sulla stradicciuola ove stava Don Bosco. Sembrava un paradiso terrestre, splendidamente illuminato d´una luce più pura e più viva di quella del sole. Era tutto coperto di erbe verdeggianti, smaltate da mille ragioni di fiori e ombreggiato da un numero grandissimo di alberi bellissimi, che avviticchiandosi coi rami a vicenda, si stendevano a guisa di ampii festoni. In mezzo al giardino, fino alla proda di esso, era steso un tappeto di un colore magico, ma non lucido, che abbagliava la vista; era largo più miglia. Presentava la magnificenza d´uno strato reale. Come ornamento nella fascia che correva lungo l´orlo, aveva varie inscrizioni a caratteri d´oro. Da un lato si leggeva: Beati immaculati in via qui ambulant in lege Domini. Sull´altro lato: Non privabit bonis eos qui ambulant in innocentia. Sul terzo lato: Non confundetur in tempore malo; in diebus famis saturabuntur. Sul quarto: Novit Dominus dies immaculatorum, et hereditas eorum in aeternum erit.

Ai quattro angoli dello strato, intorno ad un magnifico rosone, stavano quattro altre iscrizioni: Cum simplicibus sermocinatio eius. Protegat gradientes simpliciter. Qui ambulant simpliciter ambulant confidenter. Voluntas eius in iis qui simpliciter ambulant. In mezzo poi allo strato questa ultima scritta: Qui ambulat simpliciter, salvus erit.

Nel mezzo della ripa, sul bordo superiore del candido tappeto si innalzava un gonfalone bianchissimo, sul quale leggevasi, pure a caratteri d´oro: Fili mi, tu semper mecum es, et omnia mea tua sunt.

Se Don Bosco era meravigliato alla vista di quel giardino; molto più attiravano la sua attenzione due vaghe fanciulle, in sui dodici anni, sedute sul margine del tappeto, ove la riva faceva scalino. Una celestiale modestia spirava da tutto il loro grazioso contegno. Dai loro occhi costantemente fissi in alto traspariva non solo una ingenua semplicità di colomba ma raggiava vivezza d´amore purissimo, una gioia di felicità celestiale.

La loro fronte, aperta e serena, sembrava la sede del candore e della schiettezza; sulle loro labbra serpeggiava un- dolce incantevole sorriso. I loro lineamenti manifestavano un cuore tenero ed ardente. Le graziose movenze della persona loro davano una tale aria di sovrumana grandezza e nobiltà che faceva contrasto colla loro giovinezza. Una veste candidissima scendeva loro sino al piede, sulla quale non scorgevasi nè macchia, nè ruga, nè un granello di polvere. I fianchi avevano cinti con una cintura rossa fiammante coi bordi d´oro. Su questa spiccava un fregio come nastro, composto di gigli, di violette e di rose. Un nastro simile, come fosse monile, portavano al collo, composto degli stessi fiori, ma di forma diversa. Come braccialetti avevano ai polsi una fascetta di margheritine bianche. Tutte queste cose e questi fiori avevano forma, colori, bellezze impossibili a descriversi. Tutte le pietre più preziose del mondo, incastonate con l´arte più squisita, parrebbero fango al confronto.

Le scarpe candidissime erano bordate di nastro pur bianco filettato d´oro che faceva un bel nodo nel mezzo. Bianco pure con piccoli fili d´oro era il cordoncino col quale eran legate.

La loro lunga capigliatura era stretta da una corona che cingeva la fronte, e così folta che faceva onda sotto la corona e ricadendo sulle spalle finiva inanellata a ricci.

Elogi della purezza.

Esse avevano incominciato un dialogo: ora si alternavano parlando, ora si interrogavano ed ora esclamavano. Ora ambedue sedevano; ora una stava seduta e l´altra in piedi, ed ora passeggiavano. Non uscivano però mai fuori da quel candido tappeto e non toccavano mai erba nè fiori.

Don Bosco nel suo sogno stava come spettatore. Nè egli volge la parola a quelle fanciulle, nè le fanciulle s´addiedero di sua presenza e l´una diceva con soavissimo accento: — Che cosa è l´innocenza? Lo stato fortunato della grazia santificante, conservato mediante la costante ed esatta osservanza della divina legge. — E l´altra donzella con voce non meno dolce: — E la conservata purità dell´innocenza è fonte ed origine di ogni scienza e di ogni virtù. La prima: — Quale lustro, quale gloria, quale splendore di virtù . viver bene tra i cattivi e tra i malvagi maligni e conservare il candore dell´innocenza e la lenità nei costumi!
La seconda si alzò in piedi e, fermandosi vicina alla compagna: — Beato quel giovinetto che non dà ascolto ai consigli degli empi e non si mette nella via dei peccatori, ma suo diletto è la legge del Signore, ch´egli medita giorno e notte. Ed ei sarà come l´albero piantato lungo la corrente delle acque della grazia del Signore, il quale darà a suo tempo il frutto copioso di buone opere; per soffiar di vento non cadrà di lui la foglia di sante intenzioni e di merito, e tutto quello che farà, avrà prospero effetto; ed ogni circostanza della vita cooperò per accrescere il suo premio;              così dicendo accennava gli alberi del giardino, carichi di frutti bellissimi, che spandevano per l´aria un profumo delizioso, mentre torrentelli limpidissimi che ora scorrevano tra due sponde fiorite, ora cadevano da piccole cascatelle ed ora formavano laghetti, bagnavano i loro fusti, con un mormorìo che pareva il suono misterioso di musica lontana.

La prima donzella replicò: —Esso è come un giglio tra le spine che Iddio coglie nel suo giardino per farlo come ornamento sovra il suo cuore e può dire al suo Signore: il mio diletto appartiene a me, ed io a lui, perchè ei si pasce in mezzo ai gigli. — Così dicendo accennava ad un gran numero di gigli vaghissimi che alzavano il candido calice tra le erbe e gli altri fiori, mentre in lontananza un´altissima siepe verdeggiante circondava tutto il giardino. Questa era di fitte spine, e dietro si vedevano vagolare, come ombre, mostri schifosi che tentavano penetrare nel giardino, ma erano impediti dalle spine di quella siepe.

— È vero: quanta verità è nelle tue parole, soggiungeva la seconda: — Beato quel giovanetto che sarà trovato senza colpa! Ma chi sarà costui, e gli daremo lode? Perchè egli ha fatto cose mirabili in vita sua. Egli fu provato e trovato perfetto ed avrà gloria eterna. Egli poteva peccare e non peccò; far del male e nol fece. Per questo i beni di lui sono stabiliti nel Signore e le sue opere buone saranno celebrate da tutte le congregazioni dei Santi.

— E sulla terra qual gloria Iddio ad essi riserva! Li chiamerà; loro farà un posto nel suo santuario, ministri dei suoi misteri e un nome sempiterno darà loro che mai perirà — concluse la prima.

La seconda si alzò in piedi ed esclamò:
-- Chi può descrivere la bellezza di un innocente? Quest´anima è vestita splendidamente, come una di noi, ornata della bianca stola del battesimo. Il suo collo, le sue braccia risplendono di gemme divine; ha in dito l´anello dell´alleanza con Dio. Essa cammina leggera nel suo viaggio per l´eternità: gli si para innanzi una via tempestata di stelle... Tabernacolo vivente dello Spirito Santo, col sangue di Gesù che scorre nelle sue vene e imporpora le sue guance e le sue labbra. Colla Santissima Trinità nel cuore immacolato manda intorno a sè torrenti di luce che la vestono del fulgore del sole. Dall´alto piovono nembi di fiori celesti che riempiono l´aria. Tutto intorno si spandono le soavi armonie degli angeli che fanno eco alla sua preghiera. Maria SS. le sta accanto pronta a difenderlo. Il Cielo è aperto per lei. Essa è fatta spettacolo alle immense legioni dei santi e degli spiriti beati che la invitano agitando le loro palme. Iddio fra gli inaccessibili fulgori del suo trono di gloria colla destra le addita il seggio che le ha preparato, mentre con la sinistra tien la splendida corona che dovrà incoronarla per sempre. L´innocente è il desiderio, il gaudio, il plauso del paradiso. E sul suo volto è scolpita una gioia ineffabile. È figlio di Dio: Dio è il padre suo: il Paradiso è la sua eredità. Egli è continuamente con Dio. Lo vede, lo ama, lo serve, lo possiede, lo gode, ha un raggio delle celesti delizie; è in possesso di tutti i doni e di tutte le sue perfezioni.

Ed è perciò che l´innocenza nei Santi dell´Antico Testamento, nei Santi del Nuovo, e specialmente nei Martiri si presenta così gloriosa.

Oh innocenza, quanto sei bella! Tentata cresci in perfezione; umiliata ti levi più sublime: combattuta esci trionfante; uccisa voli alla corona. Tu libera nella schiavitù; tranquilla e sicura nei pericoli; lieta tra le catene. I potenti t´inchinano, i principi t´accolgono, i grandi ti cercano. I buoni ti ubbidiscono, i malvagi t´invidiano, i rivali ti emulano, gli avversari soccombono. E tu riuscirai sempre vittoriosa, anche allorchè gli uomini t´avessero condannata ingiustamente.

Delicatezze della castità.

Le disgrazie di chi la perde,
Le due donzelle fecero un istante di pausa, come per prendere respiro dopo uno sforzo così affocato, e quindi si presero per mano e si guardarono:
— Oh! se i giovani conoscessero qual prezioso tesoro è l´innocenza, come fin dal principio della loro vita custodirebbero gelosamente la stola del santo Battesimo! Ma purtroppo che non riflettono e non pensano che cosa voglia dire macchiarla!

  • L´innocenza è un liquore preziosissimo; ma è chiuso in un vaso di fragile creta, e se non vien portato con grande cautela si spezza con tutta facilità.
  • L´innocenza è una gemma preziosissima. — Ma non se ne conosce il valore, si perde e con facilità si tramuta con oggetto vile.
  • L´innocenza è uno specchio d´oro che ritrae le sembianze di Dio.
  • Ma basta un po´ d´aria umida per appannarlo e bisogna terierlo involtato in un velo.
  • L´innocenza è il giglio.
  • Ma il solo tocco di una ruvida mano lo sciupa.
  • L´innocenza è una candida veste: Omni tempore sint vesti-menta tua candida.
  • Ma una macchia sola basta per deturparla, quindi bisogna camminare con . grande precauzione.
  • L´innocenza è l´integrità; resta violata se viene imbrattata da una sola macchia e perde il tesoro della sua grazia.
  • Basta un solo peccato mortale.
  • E perduta una volta è perduta per sempre.
  • Quale sventura, tante innocenze che si perdono ogni giorno! Allorchè un giovinetto cade in peccato, il Paradiso si chiude; la Vergine SS. e l´Angelo Custode scompaiono; cessano le musiche; si eclissa la luce; Dio non è più nel suo cuore; si dilegua la via stellata che percorreva; cade e resta in un punto solo come isola in mezzo al mare, un mare di fuoco che si estende sino all´estremo orizzonte dell´eternità, che s´inabissa fino alla profondità del caos. Sulla sua testa, nel cielo, oscurissimo, guizzano minacciose le folgori della divina giustizia. Satana si è slanciato vicino a lui; lo ha caricato di catene; gli ha posto un piede sul collo e col ceffo orribile sollevato in alto ha gridato: e Ho vinto. Il tuo figlio è mio schiavo; non è più tuo ». È finita per lui la gioia. Se la giustizia di Dio in quel momento gli sottrae quell´unico punto per il quale sta, è perduto per sempre.
  • Ei può risorgere! La misericordia di Dio è infinita. Una buona confessione gli ridarà la grazia e il titolo di figlio di Dio.
  • Ma non più, l´innocenza! E quali conseguenze gli rimarranno del primo peccato! Ei conosce il male che prima non conosceva; sentirà terribili le prave inclinazioni; sentirà il debito enorme che ha contratto con la divina giustizia, si sentirà più debole nei combattimenti spirituali. Proverà ciò che prima non provava: vergogna, mestizia, rimorso.
  • E pensare che prima era detto di lui: « Lasciate che i fanciulli vengano a me. Essi saranno come gli angeli di Dio in cielo... Figliuolo, dammi il tuo cuore ».

Guai agli scandalosi!

  • Ah! un delitto spaventoso commettono quei disgraziati dei quali è colpa se un fanciullo perde l´innocenza. Ha detto Gesù: Chi scandalizzerà alcuno di questi piccolini che credono in me, meglio per lui sarebbe che si appendesse al collo una macina asinaria e si gettasse nel profondo del mare. Guai al mondo per causa degli scandali! Non è possibile evitare gli scandali, ma guai a colui per colpa del quale viene lo scandalo: Guardatevi dal disprezzare alcuno di questi piccoli, perchè io vi fo sapere che i loro angeli nei cieli veggono perpetuamente il Padre mio che è nei cieli e chiedono vendetta!
  • Disgraziati costoro, ma non meno infelici quelli che si lasciano rubare l´innocenza!

Mezzi per conservare l´innocenza.

E qui ambedue si misero a passeggiare. Il tema del loro discorso era qual fosse il mezzo per conservare l´innocenza. Una diceva:

  • È un grande errore che hanno in testa i giovanetti, che cioè la penitenza deva praticarsi solo da chi è peccatore. La penitenza è necessaria eziandio per conservare l´innocenza. Se San Luigi non avesse fatto penitenza, sarebbe senz´altro caduto in peccato mortale. Ciò si dovrebbe predicare, inculcare, insegnare continuamente ai giovanetti. Quanti più conserverebbero l´innocenza, mentre ora sono così pochi!
  • Lo dice l´Apostolo. Portando noi sempre per ogni dove con noi la mortificazione di G. C. nel nostro corpo, affinchè la vita ancor di G. si manifesti nei nostri corpi.
  • E Gesù Santo, immacolato, passò la vita in privazioni e dolori.
  • Così Maria SS.; così tutti i Santi.
  • E fu per dare esempio a tutti i giovani. Dice S. Paolo: « Se vivete secondo la carne, morrete; se poi collo spirito, darete morte alle inclinazioni della carne, vivrete ».
  • Dunque, senza penitenza non si può conservare l´innocenza!
  • Eppure molti vorrebbero conservare l´innocenza e vivere in libertà.
  • Stolti! Non è scritto: « Fu rapito perché la malizia non alterasse il suo spirito e la seduzione non adducesse l´animo di lui in errore? Perocchè l´affascinamento delle vanità non opera il bene, e la vertigine della concupiscenza sovverte l´anima innocente? Dunque due nemici hanno gl´innocenti. Le storte massime e i discorsi iniqui dei cattivi, e la concupiscenza. Non dice il Signore che la morte in giovine età è premio per l´innocente per toglierlo dai combattimenti? « Perchè ei piacque a Dio, fu amato da Lui, e perchè viveva tra i peccatori altrove fu trasportato. Consumato egli in breve tempo, compiè una lunga carriera. Conciossiachè era cara a Dio l´anima di lui; per questo Egli si affrettò di trarlo di mezzo alle iniquità. Fu rapito perchè la malizia non alterasse il suo spirito, e la seduzione non introducesse l´anima di lui in errore ».
  • Fortunati i fanciulli se abbracceranno la croce della penitenza e con fermo proponimento diranno con Giobbe: Donec deficiam, non recedam ab innocentia mea.
  • Dunque, mortificazione nel superare la noia della preghiera.
  • E sta scritto: Psallam et intelligam in via immaculata... Quando veniens ad me?... Petite et accipietis... Pater noster.
  • Mortificazione nell´intelletto coll´umiliarsi: obbedire ai superiori e alle regole.
  • E, sta pur scritto: Si mei non fuerint dominati, tune immaculatus ero et emundabor a delitto maximo. E questa è la superbia: Iddio resiste ai superbi e agli umili dà la grazia. Chi si umilia sarà esaltato e chi si esalta sarà umiliato. Obbedite ai vostri propositi.
  • Mortificazione nel dire sempre la verità; nel palesare i proprii difetti e i pericoli nei quali uno può trovarsi. Allora avrà sempre consiglio, specialmente dal confessore.
  • Pro anima tua non confundaris licere verum. Per amor dell´anima tua non vergognarti di dire la verità. Perchè havvi un rossore che tira seco il peccato ed havvi un rossore che tira seco la gloria e la grazia.
  • Mortificazione nel cuore, frenando i suoi moti inconsulti, amando tutti per amor di Dio, e staccandosi risolutamente da chi ci accorgiamo insidiare alla nostra innocenza.
  • L´ha detto Gesù: Se la tua mano e il tuo piede ti serve di scandalo, troncali e gettali via da te. Ë meglio per te giungere alla vita con un piede o una mano di meno, che con tutte e due le mani e tutti e due i piedi essere gettato nel fuoco eterno. E se l´occhio tuo ti serve di scandalo, càvatelo e gettalo via da te: è meglio per te entrare alla vita con un solo occhio che con due occhi essere gettato nel fuoco eterno.          3
  • Mortificazione nel sopportare coraggiosamente e francamente gli schemi del rispetto umano: Exacuerunt ut gladium linguas suas: intenderunt arcum, rem amaram, ut sagittent in occultum immaculatum.
  • E vinceranno questo maligno, che schernisce temendo d´essere scoperto dai superiori, col pensiero alle terribili parole di Gesù: Chi si vergognerà di me e delle mie parole, si vergognerà di lui il Figliuolo dell´ Uomo, quando verrà colla maestà sua e del Padre e dei Santi Angeli.
  • Mortificazione degli occhi, nel guardare, nel leggere, rifuggendo da ogni lettura cattiva ed inopportuna.
  • Un punto essenziale « Ho fatto patto cogli occhi miei di non vedere neppure una vergine ». E nei Salmi: Rivolgi gli occhi perde non vedano la vanità.
  • Mortificazione dell´udito e non ascoltare discorsi cattivi, o sdolcinati, o empi.
  • Si legge nell´Ecclesiastico: Saepi aures tuas spinis, linguam , nequam noli audire. Fa´ siepe di spine alle tue orecchie e non ascoltare la mala lingua.
  • Mortificazione nel parlare: non lasciarsi vincere dalla curiosità.
  • Sta pur scritto: Metti una porta ed un chiavistello alla tua bocca. Bada di non peccare colla lingua, onde tu non vada per terra a vista dei nemici che t´insidiano, e non sia insanabile e risortale la tua caduta.
  • Mortificazione della gola, non mangiare nè bere troppo.
  • Il troppo mangiare, il troppo bere, trasse il diluvio universale sul mondo e il fuoco sopra Sodoma e Gomorra, e mille castighi sul popolo ebreo.
  • Mortificarsi insomma nel soffrire ciò che ci accade lungo il giorno, freddo e caldo, e non cercare le nostre soddisfazioni. « Mortificate le vostre membra terrene ».
  • Ricordarsi ciò che Gesù ha imposto: Si quis vult post me venire abneget semetipsum, et tollat crucem suam quotidie, et sequatur me.

La SS. Comunione, la divozione a Maria.

  • E Dio stesso con la sua provvida mano cinge di croci e di spine i suoi innocenti, come fece con Giobbe, Giuseppe, Tobia ed altri Santi: Quia acceptus eras Deo necesse f uit ut tentatio probaret te.
  • La via dell´innocente ha le sue prove e i suoi sacrifici, ma ha la forza nella Comunione, perchè chi si comunica sovente ha la vita eterna, sta in Gesù e Gesù in lui. Chi vive della stessa vita di Gesù, sarà da Gesù risuscitato nell´ultimo giorno. Ë questo il frumento degli eletti: il vino che fa germogliare i vergini: Parasti in conspectu tuo mensam adversus eos qui tribulant me. Cadent a latere tuo mille et decem millia a dextris tuis: ad te autem non appropinquabunt. — E la Vergine dolcissima, da lui amata, è la madre sua: Ego 1lIater pulchrae dilectionis et timoris et agnitionis et sanctae spei. In me gratia omnis viae et veritatis; in me omnis spes vitae et virtutis. Ego diligenies me deligo. Qui elucidant me vitam aeternam habebunt. Terribilis ut castrorum acies ordinata.

Le due donzelle allora si volsero e salivano lentamente la ripa.

E l´una esclamava: « La salute dei giusti viene dal Signore, ed Egli è il loro protettore nel tempo della tribolazione. Il Signore li aiuterà eli libererà: Ei li´ trarrà dalla mano dei peccatori e li salverà perchè in Lui hanno sperato ».

E l´altra proseguiva: « Dio mi cinse di robustezza e la via che batto rendette immacolata».

Giunte le donzelle in mezzo a quel magnifico tappeto si volsero: — Sì, gridò una: L´innocenza coronata dalla penitenza è la regina delle virtù.

E l´altra esclamò pure: « Quanto è gloriosa e bella la casta generazione! La memoria di lei è immortale ed è nota innanzi a Dio ed innanzi agli uomini. La gente la imita, quando ella è presente, e la desidera quando ella è partita pel cielo, e coronata trionfa nell´eternità, vinto il premio dei casti combattimenti. E quale trionfo! E quale gaudio nel presentare a Dio immacolata la stola del santo Battesimo, dopo tanti combattimenti, tra gli applausi, i cantici, i fulgori degli eserciti celesti! »
Mentre così parlavano del premio che sta preparato per l´innocenza conservata per la penitenza, Don Bosco vide comparire schiere di angeli che scendendo si posavano su quel candido tappeto e si univano a quelle due donzelle, tenendo esse il posto di mezzo. Erano una gran moltitudine. E cantavano: Benedictus Deus et Pater Domini nostri Jesu Christi qui benedicit nos in omasi benedictione spirituali in caelestibus in Christo; qui elegit nos in ipso ante mundi eostitutionem ut essemus sancti et immaculati in con»pectus eius in charitate, et praedestinavit nos in adoptionem per Jesum Christum.

Il Cantico dell´Innocenza.

Le due fanciulle si posero allora a cantare un inno stupendo, ma con tali parole e tali note che solo quelli angeli ch´erano più vi tini al centro potevano modulare. Gli altri pure cantavano, ma Don Bosco non poteva sentire le loro voci, benchè facessero gesti e muovessero le labbra, atteggiando la bocca al canto.

Cantavano le fanciulle: Me propter innocentiam suscepisti et con-firmasti me in conspectu tuo in aeternum. Benedictus Deus a saeculo et usque in saeculum: Fiat! Fiat!
Intanto alle prime schiere di angioli se ne aggiungevano altre, e poi altre continuamente. Il loro vestito era vario di colori, di ornamenti, diverso gli uni dagli altri, e specialmente da quello delle donzelle.

Ma la ricchezza e la magnificenza era divina. La bellezza di ciascuno di costoro era quale mente umana non potrà in nessun modo concepirne un´ombra per quanto lontana, tutto lo spettacolo di questa scena non si può descrivere, ma, a forza di aggiungere parola a parola, si può in qualche modo spiegarne confusamente il concetto.

Finito il canto delle fanciulle, si udirono cantare tutti insieme un canto immenso e così armonioso che l´eguale non si è udito e mai si udirà sulla terra. Essi cantavano: Ei qui potest vos conservare.. sine peccato et constituere ante conspectum gloriati suae immaculatos in exultatione, in adventu Domini nostri Jesu Christi: soli Deo, Salvatori nostro, per Jesum Christum Dominum nostrum, gloria et magni- ficentia, imperium et potestas ante omne saeculum et nunc et in omnia saecula saeculorum. Amen.

Mentre cantavano sopraggiungevano sempre nuovi angeli, e quando il canto fu terminato, a poco a poco, tutti insieme si sollevavano in alto e disparvero con tutta la visione. E Don Bosco si svegliò.

INDICE
Affezioni sensibili                                                          pag 71
Assistenza a custodia della Purezza ...........................  » 63
Carità salesiana (caratteristiche della) ........................  » 56
Castità salesiana (caratteristiche della) ......................  » 61
Castità (chiedere incessantemente la grazia della) ...  » 81
Castità (delicatezze della - le disgrazie di chi la perde)             » 90
Castità (come parlava della) ..........................................  » 13
Castità (i nostri doveri riguardo alla) .............................  » 20
Castità (natura della) ......................................................  »   7
Castità di Don Bosco e prerogativa salesiana ............  »   8 ´
Castità selvaggia ..............................................................  » 49
Cinema (il) ........................................................................  » 38
Circolare memoranda .....................................................  » 67
Custodia dei sensi ..........................................................  » 35
Decenza nel vestire ........................................................  » 69
Delicatezza anche nei sogni o visioni ........................  » 14
Giovani (in mezzo ai) ......................................................  » 55
Giovani di Don Bosco, angeli di purezza e santità ...  » 17
Immacolata .......................................................................  » 3
Innocenza (mezzi per conservare 1´) ...........................  » 92
Innocenza conservata con la penitenza......................   » 87
Intransigenza santa .........................................................  » 68
Mortificazione del cuore .................................................  » 48
Note ...................................................................................  » 82
Persone (con altre) .........................................................  » 52
Precauzione doverosa ...................................................  » 73
Purezza (educazione della) ..........................................  » 74
Purezza (elogi della) .......................................................  » 88
Purezza (messaggio di)  .................................................. »    5
Purezza (necessità della) ..............................................  » 23
Purezza (origine dell´amore di Don Bosco per la)
Raccomandazioni (ultime).........................................
Radio (la) .....................................................................
Rinunzia di se stesso ................................................
Ritorno dal mondo.......................................................
Santità e purezza nel concetto di S. Tommaso .....
Scandalosi (guai agli) ................................................
Segreto della grandezza di Don Bosco ..................
Separazione dal mondo.............................................
Silenzio sacro (il) ....................
« Si non est castus nihil est » ..................................
Soavi ricordi .................................................................
Sobrietà (la) .................................................................
Sogno (cinquantenario di un) ..................................
Spiagge e campeggi . ................................................
Vacanze (le)