PG Zasoby

Lettere negli Atti n.79-82, 1937, Strenna 1936: POVERTÀ

Strenna del 1936
POVERTÀ
ATTI DEL CAPITOLO SUPERIORE
Torino 16 Agosto 1937.

Figliuoli carissimi in C. J.

1. - LA BETLEMME SALESIANA

Vagheggiai a più riprese la speranza di poter stendere il Commento alla Strenna sulla Povertà nell´umile casetta dei Becchi. Mi pareva che ogni mia espressione, vergata nell´angusta cameretta ove ebbe i natali il nostro Fondatore e Padre, avrebbe ricevuto, in quell´ambiente di povertà veramente evangelica, una sovrana efficacia, e sarebbe giunta a voi col profumo della grotta di Betlemme.

Anche se quella speranza non potè avere eoWiipimento, permettete ch´io vi esorti ad ascoltare ciò che verrò dicendo sulla povertà, come se lo udiste dalle labbra dello stesso nostro Padre nell´umile atmosfera della sua casetta, vero tempio della povertà salesiana.

Betlemme s´irradia di luce divina, quando la si considera come radice feconda dell´albero gigantesco della Chiesa che stende i suoi rami su tutta quanta la terra. Alla stessa guisa l´umile nostra Società ci si presenta aureolata di splendori celesti se, del mirabile suo sviluppo, noi rintracciamo la fonte esuberante e riconosciamo il germe fecondo nella povertà della casetta dei Becchi, giustamente considerata e chiamata la Betlemme salesiana.

È ormai tradizione della nostra Società che i Membri dei Capitoli Generali, da Torino, si rechino, in devoto pellegrinaggio, ai luoghi dove nacque e visse i suoi primi anni il nostro Padre. Non si ricorda senza commozione la mirabile scena. Sono i figli, venuti da ogni parte, anche dalle regioni più remote; sono i rappresentanti d´innumeri altri figli che, nel nome del grande. Padre, popolano il mondo delle sue opere a salvezza dell´umanità; sono gli eredi del suo spirito che, cantando l´inno del ringraziamento, salgono il colle e vengono a ritemprarsi alle sempre pure sorgenti della povera casetta di D. Bosco.

Circondando quelle pareti umili e disadorne il cuore di tutti sussulta di profonda commozione e gli occhi s´inumidiscono di pianto. Baciando quelle povere muraglie ognuno si sente legato da più forte amore al Padre, e tutti partono col proposito di voler essere sempre più- degni di Lui. Ora più che mai si è convinti che, solo calcando le orme della sua povertà, si potranno raggiungere le vette, della sua grandezza, e mietere i copiosi manipoli del suo apostolato.

Figliuoli carissimi, durante la lettura, di queste pagine sulla povertà, sforziamoci di avere fissa nelle pupille degli occhi e scolpita nel cuore la casetta dei Becchi; ed io non esito di assicurarvi, nel nome di Don Bosco Santo, che ne verrà un bene incalcolabile alle anime nostre, seguito da un incremento provvidenziale dell´umile nostra Società.

2. - L´ANTICA NOSTRA CONDIZIONE

Il 13 Settembre 1869 aveva luogo a Trofarello il primo corso di Esercizi Spirituali pei Salesiani. Il nostro Santo Fondatore vi predicò le istruzioni. Parlando della povertà, la sera del giorno 16, ad un tratto enfaticamente esclamò: « Non si dimentichi l´antica nostra condizione » (1). Di quale condizione intendeva egli parlare? È evidente che, nella sua modestia, voleva soprattutto riferirsi a sè stesso e alle sue umili origini. Infatti completando il suo pensiero, asseriva che l´antica nostra ´ condizione è mirabilmente dipinta nelle parole scritte da S. Girolamo a Nepoziano per segnalargli alcuni monaci decaduti dall´antico fervore: « Nessuno, egli diceva, deve pretendere di più che non avesse quando abbracciò la missione , sacerdotale. Come mai quel medesimo ch´ebbe i natali in una povera casetta, in un vero tugurio di campagna, ove a stento riusciva a saziare, con pane di miglio, lo stomaco affamato, ora fa lo schizzinoso davanti alla semola ed al miele? » (2).

Questo richiamo di Don Bosco all´umiltà dei suoi natali e alla estrema povertà della sua condizione gli era assai frequente, soprattutto quando si accentuavano le dimostrazioni di stima verso della sua persona. Ricorderete che, dopo i trionfi di Parigi; egli sentì il bisogno di comunicare ai più intimi la sua meraviglia nel vedere cotanto esaltato il povero pastorello dei Becchi. Si direbbe che egli anelasse di veder rafforzato nell´umiltà l´amore della povertà.

In quegli, stessi Esercizi di Trofarello Don Bosco metteva in rilievo come il Cuore di Gesù nutra speciale tenerezza per coloro che, ossequenti al suo invito, abbandonano tutto. Al tempo stesso però, ricordando e commentando alcuni passi di S. Agostino e di S. Gerolamo, ammoniva che i più tremendi castighi erano discesi a rovina delle Case e Comunità religiose che, dimentiche della povertà, eransi attaccate alle ricchezze.´ Sulle rovine di cotesti ordini, egli osservava, erano sorte Congregazioni novelle, numerose come le antiche, e, cosa mirabile! nate esse pure nell´ora e nelle lotte delle persecuzioni. Gesù, continuava il nostro Padre, largheggiò subito con esse, e largheggerà finchè non si attaccheranno alle ricchezze. Concludeva poi con questo grido commosso: Oh santa e benedetta povertà! (3). Per Don Bosco l´osservanza della povertà era la pietra angolare di ogni istituzione religiosa.

« Ricordiamoci, scriveva ancora nel 1886, che dall´osservanza della povertà dipende in massima parte il benessere della nostra pia Società ed il bene delle anime >r (4). E Don Rua, il 31 Gennaio 1909, facendo eco alle parole del Padre, si esprimeva così: « La povertà è la pietra di paragone per distinguere una Comunità fiorente da una rilassata, un religioso fervente da uno negligente. Per questo Don Bosco riteneva necessario si parlasse sovente della virtù della povertà per stimolare tutti a praticarla. Soleva paragonare il religioso poco osservante della povertà ad un verme roditore che, con lento e sordo lavorio, fa seccare la pianta gigantesca della Congregazione, che confortò tante persone colla fresca sua´ombra e le nutrì coi suoi frutti deliziosi » (5).

Permettete pertanto, figliuoli carissimi, che per stimolare me e voi all´esemplare osservanza della povertà, io qui ripeta le parole che Don Rua stesso metteva sulle labbra della Congregazione all´indirizzo del religioso noncurante della povertà: « Figlio mio, abbi pietà di me; guàrdati di coprirmi di vergogna colle tue infedeltà. Fili mi, miserere mei; gemitus matris tuae ne oblivisearis: non dimenticare i gemiti dell´afflitta tua madre » (6). Con questi sentimenti accingiamoci a trattare questo tema, veramente vitale per la vita e lo sviluppo della nostra Società.

Ci assista Gesù pargoletto, adagiato sulla paglia della mangiatoia di Betlemme; ci sorregga con particolare materna tenerezza Maria Ausiliatrice; c´illumini, guidi e incoraggi a generosi propositi il nostro amatissimo e santo Padre Don Bosco.

3. - LA POVERTÀ E LE RICCHEZZE

La povertà fu riconosciuta sempre come un aiuto efficace per progredire nella perfezione cristiana e religiosa. Ne abbiamo una prova evidente nella disposizione della Chiesa che impone il voto di povertà a tutti i religiosi (7), come elemento essenziale del loro stato (8).

È fuori di dubbio che la povertà mette al sicuro da molti difetti che si commettono di frequente per cagione delle ricchezze. Queste,. nell´Antico e nel Nuovo Testamento, sono spesso anatematizzate come uno dei più gravi ostacoli é pericoli per chiunque voglia seriamente occuparsi della salvezza eterna: Il Crisostomo parla di esse con frasi, più che incisive, addirittura roventi.

« Le ricchezze, egli dice, deformano l´anima vergognosamente; la gonfiano di un insopportabile orgoglio e di una ridicola e infantile vanità, della follia del lusso e dell´impudicizia, di una inumana insensibilità, di una vera demenza, d´una incomprensibile cecità. Non v´ha, aggiunge il Santo, chi sia più
insano di colui che si fa schiavo delle ricchezze » (9). « Egli è ottenebrato da una duplice caligine, che gl´impedisce di riconoscere lo stato deplorevole della sua coscienza, le miserie della sua esistenza, il suo tetro avvenire. Altro più non vede all´infuori delle ricchezze e dei godimenti, e diviene miserabile vittima o dell´intemperanza colle sue vergognose voracità, o dell´ambizione "colle sue ridicole e insopportabili ossessioni, o della vendetta colle sue corruttela ed ingiustizie » (10). « Le passioni, si alimentano di ricchezze. L´orgoglio. trova in esse il suo pascolo; la voluttà vi cerca le abbiette sue prede; la gola le raffinatezze de´ suoi piaceri bestiali. Per le ricchezze l´uomo si avvinghia ciecamente alla terra, diserta dal Cielo, perde di vista il suo fine, e arriva fino alla negazione stessa di Dio » (11).

È vero, le ricchezze non sono cattive per se stesse; anzi sono un dono di Dio per procurarci le gioie della vita; e non sono pochi i ricchi che, facendone buon uso, si procacciano con esse il regno dei Cieli; ma purtroppo sono assai più coloro che, nelle ricchezze, trovano la causa della loro eterna perdizione. E chi non sa che la malvagità umana converte il miele in veleno, le rose in spine, un divino presente in avvilente catena? In tal guisa il ricco malvagio diventa flagello e cancro della società, fomentando, col suo disprezzo ed arrogante sfruttamento dei poveri, i più tremendi odii di classe che sconvolgono e dilaniano le nazioni.

Giustamente la S. Scrittura ci avverte che dall´adiposo grassume delle ricchezze schizza e dilaga ogni iniquità (12). Per lo stesso motivo l´Apostolo, parlando di coloro che hanno incallito il cuore dalla prosperità e dall´opulenza, li chiama: « uomini egoisti, senz´amore, duri, malevoli, amanti della voluttà » (13). Bossuet, dopo aver enumerato i mali, di cui il maledetto desiderio delle ricchezze ha inondato la terra, conchiude: « Ecco il tristo bilancio di quest´amore perverso, giustamente considerato come la radice di tutti i mali » (14). « Tre cose, scrive S. Bernardo, corrono grave pericolo: l´umiltà nelle ricchezze, la castità nelle delizie, la pietà nei negozi temporali » (15); ch´è come dire che le ricchezze sconvolgono dalle fondamenta i caposaldi stessi della vita cristiana e religiosa.

4. - LE RICCHEZZE E LA SUPERBIA

I Padri ed i Santi sono unanimi nel riconoscere che il pericolo più grave delle ricchezze è la superbia, con tutte le sue funeste manifestazioni. « Ë questo, grida S. Agostino, il terribile morbo delle ricchezze: nessun´altra cosa è tanto da temere nell´opulenza, quanto la superbia ». S. Paolo ammonisce di ciò il suo Timoteo: « Di´ ai ricchi di non montare in alterigia » (16). « Come ben vedete, commenta lo stesso S. Agostino, l´Apostolo non teme tanto le ricchezze, quanto il morbo delle ricchezze, e cioè la superbia sconfinata. Il ricco che sappia conservarsi umile nelle ricchezze, è grande; all´incontro il ricco superbo è povero e meschino: questi nella carne adiposa racchiude un cuore gretto; è gonfio, non pieno » (17).

I ricchi montati in superbia sono da lui paragonati alle alte montagne flagellate dalla folgore, sulle cui vette non si arrestano le piogge benefiche, che in quella vece scendono e convergono a fecondare le valli profonde e nascoste (18).

Inoltre il ricco, accecato dall´orgoglio, non sa più discernere tra i veri beni e i falsi. Gesù, nudo e povero nello squallore di Betlemme, appare a lui cosa troppo piccola e spregevole; ed ecco che, sospinto dalla febbre della superbia, s´illude di divenir più grande a misura che riesce ad accumulare intorno a sè ricchezze su ricchezze. « Egli non pensa, osserva Bossuet, che tutto ciò che va ammassando, non è segno di abbondanza e dovizia, bensì una schiacciante riprova della sua povertà » (19). Ora, « è appunto questa febbre e sollecitudine dei beni mondani che bisogna evitare ad ogni costo, pecche c´impedisce la contemplazione delle verità eterne » (20). « Disprezziamo adunque e abbandoniamo tutto; rivolgiamo il nostro amore ai beni imperituri: solo così si potrà raggiungere la perfezione » (21). «Questa vita più alta, commenta il Card. Gasquet, è impossibile senza la rinunzia. alle ricchezze e ai beni di questo mondo » (22).

Molte volte udimmo paragonare le ricchezze alle spine, e con ragione. Le spine infatti, non solo sono sterili, nè dànno frutto di sorta,, ma soffocano ogni altro frutto, e cioè le opere buone, le virtù. Come le spine servono solo per alimentare le fiamme, così le ricchezze fomentano la cupidigia e ogni altra passione. Le spine nascono nei terreni aridi e pietrosi; alla stessa guisa il sordido amore delle ricchezze ha origine e sviluppo nei cuori duri, insensibili, aridi. Ma ciò che più deve incuterci salutare spavento si è il sapere che le spine vengono buttate al fuoco; è questa la .sorte dei ricchi, che, dopo aver imitato l´Epulone del Vangelo, saranno con lui inabissati nell´eterna geenna.

Ora se cotanto pericolose sono le ricchezze, e se molti sono i ricchi che, a cagione di esse, furono precipitati dal seggio del loro orgoglio (23), è giusto e doveroso che sia apprezzata, amata, abbracciata la povertà.

Essa infatti ci offre numerose ed eccellenti occasioni di, prati--care le più belle virtù evangeliche, quali sono l´umiltà, la dolcezza, la pazienza, la rinunzia di noi stessi; ci stimola a confidare nella Divina Provvidenza che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo più leggiadramente dello stesso re Salomone. La povertà libera lo spirito ed il cuore dalle preoccupazioni terrene; ci aiuta a rendere eccelsa e feconda la vita nei grandi pensieri della fede; rende più intensa l´attività dello spirito, più fervente-la preghiera; più intima la nostra unione con Dio; e arriva al punto da farci capire la, grande sentenza di S. Agostino, che: « anche questa vita, a chi pensa all´altra vita, è da annoverarsi tra le cose superflue » (24), poichè sta scritto che « nostra vera e stabile dimora è il Cielo, ove Iddio ci ha preparato una casa, non. manufatta, ma eterna » (25).

La povertà infine fa sì che l´anima, libera dai lacci che la legano alla terra, possa dispiegare le ali verso il Cielo ove sono i veri tesori. « Rinunziare alle ricchezze della terra non è perderle, dice Bossuet: al contrario tanto più certamente ce ne assicuriamo il possesso, quanto più santamente avremo saputo immolarle. Nelle nostre mani esse erano periture; nelle mani di Dio o dei suoi rappresentanti, i poveri, diverranno incorruttibili. In questo i poveri sono ben più potenti dei re; questi, coi loro decreti, dànno un determinato valore alle. monete: i poveri, applicandovi la loro marca, le rendono di valore infinito » (26).

Ecco il vero modo di tesoreggiare per la vita futura e di assicurarci ricchezze immensamente più preziose, beni eterni e divini (27).

« Spogliamoci pertanto, vi dirò col nostro Santo Fondatore, di questi beni temporali per attendere con maggior libertà a lavorare per il Signore. Finchè ci abbandoneremo in tal guisa nelle braccia della Divina Provvidenza, essa non ci lascierà mai mancare il necessario, e la Società nostra, colle nostre Case, andrà sempre prosperando ». (28).

5. - VARIE SPECIE DI POVERTÀ

« Vi sono, dice S. Bonaventura, di coloro che sono poveri di fatto e di desiderio, e questi sono i veri poveri: altri invece sono poveri di fatto e di sostanze, ma non di volontà, perchè, mentre nulla posseggono, pur vorrebbero possedere: costoro non si possono dire poveri, ma piuttosto, ricchi. Vi sono poi degli altri che sono poveri di volontà e di affetto, ma non effettivamente e in realtà; e sono coloro che, pur possedendo delle sostanze, non si affezionano soverchiamente alle medesime, ma se ne servono per soccorrere generosamente i poveri » (29).

Quando Gesù proclamò beati i poveri evidentemente parlava della povertà di affetto e di volontà, per cui non si posseggono beni terreni, o possedendoli, non vi si attacca il cuore. « Ricordati bene, dice S. Bonifazio, vescovo di Magonza, che Gesù ha.detto beati i poveri di spirito, perchè tu non avessi a credere. che siano beati solo coloro che materialmente o per necessità sono poveri e indigenti: invece sono beati coloro che si umiliano e, pur possedendo beni terreni, non si gonfiano, nè montano in superbia » (30).

I Santi ritornano frequentemente su questa distinzione appunto per evitare lamentevoli confusioni. S. Leone scrisse: « Non sarebbe stato tanto facile comprendere di quali poveri l´Eterna Verità intendesse parlare quando disse: beati i poveri, se non lo avesse specificato distintamente. Qualcuno avrebbe potuto supporre che, per meritare il regno dei Cieli, bastasse quell´indigenza e miseria che molti soffrono per dura e grave necessità. Invece quando Gesù specifica: Beati i poveri di spirito, lascia chiaramente capire che il regno celeste sarà dato a coloro che lo meritano e sono commendevoli, non tanto per la mancanza di beni terreni, quanto per la loro umiltà di spirito e per le virtù che più facilmente possono essere praticate da coloro che sono liberi dai legami e dai pericoli delle sostanze terrene » (31).

Mi permetto aggiungere un nuovo chiarimento di questa verità che tanto c´interessa e conforta nella nostra qualità di religiosi. « Non qualsiasi povertà, afferma S. Cromazio, Vescovo d´Aquileia, può dirsi beata, perchè non di rado essa è subita per necessità, altre volte è causata dai vizi, e può anche essere un castigo di Dio. La sola povertà di spirito è beata; ed è quella praticata da coloro che, per amore di Dio, abbracciano la povertà volontaria e spirituale, rinunziando ai beni del mondo ed erogandoli a vantaggio dei poveri. A buon diritto costoro son chiamati beati, perchè, per la loro qualità di poveri di spirito, sono i veri padroni del Regno dei Cieli. Colla povertà volontaria essi acquistano le ricchezze celesti » (32).

6. - LA VIRTÙ DELLA POVERTÀ

La povertà volontaria, non solo è considerata dai Santi come una speciale virtù, ma fu da essi chiamata madre, maestra, custode di tutte le virtù. S. Tommaso, a proposito delle beatitudini, dopo di aver dichiarato che ognuna di esse è un atto perfetto di virtù, e che perciò tutte conducono alla perfezione della vita spirituale, aggiunge: « Il principio però e la base della perfezione consiste in ciò, che colui il quale vuole effettivamente tendere alla perfetta partecipazione dei beni celesti, deve disprezzare i beni terreni » (33). Lo stesso Santo Dottore afferma che « chi pratica la povertà volontaria compie un atto di perfetta soggezione a Dio e alla sua volontà; nel che consiste tutta la perfezione ». Inoltre, continua il Santo, « la povertà di spirito è un atto di perfetto amor di Dio, ed in esso è il principio della vera sapienza » (34).

Parlando poi delle virtù morali egli avverte che il fine di ogni virtù morale è di promuovere e conservare il bene, difendendolo da tutto ciò che lo possa intaccare, diminuire o distruggere. Anzi osserva che, dovunque vi sia uno speciale ostacolo che impedisca il raggiungimento del bene, là pure vi dev´essere una particolare virtù che abbia come fine precipuo di togliere l´impedimento e vincere l´ostacolo (35). Orbene chi non vede che le ricchezze possono essere un grave ostacolo al raggiungimento del bene? Ci vuole pertanto una speciale virtù per superare e vincere detto ostacolo. Questa virtù, che taluni´ vollero anche chiamare distacco dai beni terreni od in altro  modo, fu, in ogni, tempo, specificata col nome di povertà volontaria o povertà di spirito: e questo nome è comunemente ansato dai maestri di vita spirituale coll´alta sanzione ed approvazione della Chiesa.

I vantaggi che la pratica di questa virtù apporta, non solo al religioso, ma all´intera compagine della famiglia religiosa, ´ sono così notevoli e molteplici, che io sono persuaso di recare vero giovamento all´amata nostra Congregazione invitandovi a fare su di essa qualche ulteriore considerazione, per meglio scrutarne l´intima natura. Dalla conoscenza nasce l´amore, e questo alla sua volta rende facile l´attuazione anche delle cose più ardue.

Il Divin Salvatore, chiamandoci alla perfezione, ci addita come meta la perfezione stessa del suo Eterno Padre: gli strumenti, i mezzi per raggiungerla, sono le virtù. Ad ognuna di esse è in certo modo assegnato un settore del vastissimo campo aperto alle nostre attività spirituali: ogni virtù lavora circa un determinato oggetto, attorno ad una particolare materia, la cui conoscenza è sommamente necessaria per facilitare e rendere più. proficuo il lavoro della virtù stessa.

Non basta allo scultore o al pittore la forza dell´ispirazione, ma fa loro d´uopo conoscere esattamente la natura dei marmi, delle tele,, dei colori, e il retto uso dello scalpello e del pennello, per dar vita ai loro capolavori. Neppure può bastare al cristiano e al religioso la forza della volontà per l´acquisto e la perfezione della virtù, ma è loro necessaria la conoscenza dell´oggetto, della materia, dei pericoli, degli ostacoli, di tutto ciò insomma che si riferisce al lavoro da compiersi intorno alla virtù che si vuol raggiungere e perfezionare.

E qui è bene avvertire che la materia di una virtù ha una duplice possibilità. Essa infatti, di per sè indifferente, mentre può da una parte costituire una tentazione e un pericolo di indebolire e snervare la virtù cui si riferisce, dall´altra, se usata rettamente, diviene mezzo d´irrobustire e perfezionare .la virtù stessa, e in tal modo è fonte di meriti. Così, ad esempio, succede con l´uso del vino, il quale soprattutto, secondo San Tommaso (36), è materia della virtù della sobrietà.

Ognuno sa che del vino, per sè indifferente, si può usare rettamente od anche abusare. Il vino costituisce una tentazione, una grave difficoltà per la virtù della ´sobrietà; e chi ne abusa e cade nell´ubriachezza colle sue funeste conseguenze, indebolisce e snerva detta virtù. Al contrario chi ne fa. retto uso o arriva anche al punto di privarsene affatto, non già per ripugnanza od altri motivi, ma per amore di perfezione, costui, nell´uso o nel non uso del vino, trova non solo una fonte di meriti, ma un mezzo efficace per perfezionare la virtù stessa.

Applichiamo ora queste considerazioni alla virtù della povertà di spirito. Essa ha il distacco dalle ricchezze come materia od oggetto suo proprio. Anche le ricchezze, per sè indifferenti, mentre costituiscono una tentazione, un pericolo costante per chi voglia praticare la povertà di spirito e la perfezione (37), sono d´altra parte un mezzo di perfezione per chi sappia servirsene rettamente. Di qui la necessità di essere cauti nell´uso dei beni terreni; di una materia, cioè, che può essere costantemente per noi o motivo di perfezione o mezzo di perdizione.

Chi poi staccasse totalmente dalle ricchezze il cuore, mediante una speciale promessa fatta all´Altissimo, praticherebbe, appunto quella povertà religiosa che noi, per ispirazione e grazia di Dio, abbiamo abbracciato.

Qualcuno di noi potrebbe dire di essersi già spogliato delle cose terrene, delle comodità ed agiatezze, colla professione religiosa. È vero, ma è pure altrettanto vero che non è cessato il pericolo nè la tentazione: poichè, fintantochè viviamo quaggiù noi siamo, più che circondati, addirittura oppressi dalle ricchezze e dalle comodità del mondo. Esse, colle lusinghe e le attrattive delle agiatezze che ci procurano, nella stessa vita religiosa, costituiscono una tentazione costante, un gravissimo pericolo per la pratica della virtù della povertà. Purtroppo noi respiriamo l´atmosfera corruttrice delle ricchezze e ne assorbiamo i miasmi deleteri al contatto quotidiano delle persone esterne, di quelle stesse che sono oggetto del nostro ministero, e financo dei giovani dei nostri istituti. Il pericolo è costante; è dentro e fuori di noi; e quasi forma l´ambiente della nostra vita quotidiana.

Non solo i beni che abbiamo abbandonato, ma gli edifizi che abitiamo, i mobili, i vestiti, il vitto, gli oggetti di nostro uso, possono essere esercizio e fonte di nuovi meriti per successivi. nostri generosi atti di distacco. Purtroppo però tutte le cose testè enumerate sono pure una vera ed effettiva tentazione di ogni giorno, un pericolo non interrotto per la pratica della virtù della povertà, e persino per l´eterna nostra salvezza. La voce ammaliante di coteste sirene ha già fatto tante vittime. Non basta aver abbattuto l´idolo di mammona: dobbiamo far sì che non resti nascosto qualche idoletto nelle pieghe più recondite del cuore. Certi attaccucci e affetti disordinati sono a volte scintille da cui si sprigionano voraci incendi.

Ecco perchè io credo necessario che sull´uso delle ricchezze, che sono l´oggetto e la materia della virtù della povertà, noi facciamo frequenti esami di coscienza, per staccare sempre più da esse il cuore.

Se noi siamo profondamente e praticamente convinti che i beni terreni sono menzogna (38), inganno (39), lacci (40), ministri (41), e roccheforti di ogni iniquità´ (42), come a coro li proclamano i Padri, dobbiamo vigilare, onde non avvenga che, dopo averli solennemente lasciati, essi rientrino poi nell´anima nostra, per incuria e colpevolezza, forse pure sotto. forma di pulviscolo che va incrostando, man mano, e contaminando i cuori. Nè si dica che sì tratta di piccole cose. Purtroppo furono in ogni tempo e soprattutto nel campo spirituale, le piccole cose causa della rovina di molti, e persino di taluni considerati come robusti cedri del Libano. Che se la grazia di Dio ci ha sorretti finora, non dimentichiamo l´avviso scritturale: Chi crede di star su, bddi di non cadere (43).

7. - ECCELLENZA DELLA VIRTÙ DELLA POVERTÀ.

Vi fu chi non dubitò di affermare che: « la povertà è la prima perfezione; la prima virtù che il Verbo Incarnato volle consacrare nella sua persona; la prima sua caratteristica, la sua virtù dominante » (44).

Altri scrisse che: « fra tutte le virtù, quella che fu più amata da Gesù Cristo, è la povertà; la quale non solo è la prima virtù da lui praticata, ma anche la prima da lui solennemente beatificata colla promessa ´delle più gloriose ricompense » (45).

« Che la povertà sia strettamente imparentata colle virtù è comprovato dalla disciplina terrena e celeste, dice il Crisostomo. Infatti chi non sa che l´atleta si presenta ignudo ad ingaggiare la lotta? Che il marinaio tra i marosi, e il soldato sul campo di battaglia, combattono alleggerendosi il più possibile da ogni impedimento? Così pure chi vuole applicarsi allo studio della sapienza, prima si libera dalle distrazioni delle cose terrene. La povertà adunque, non è solo strettamente legata alle virtù, . ma n´è la madre e la compagna inseparabile: solo considerandola a questa luce ci appare chiaro perchè Gesù Cristo abbia voluto scegliere i poveri ad esercitare l´alto apostolato della perfezione » (46).

S. Bonaventura così commenta la prima beatitudine: Beati i poveri di spirito perchè di essi è il regno dei Cieli: « Ascoltino, egli dice, ascoltino riverentemente gli ecclesiastici ed i prelati che si gloriano di essere discepoli di Cristo, e imparino da quale punto prenda le mosse e l´esordio la dottrina di lui. Ascoltino pure con riverenza i religiosi e tutti coloro che pretendono di seguire il Vangelo, quale sia il fondamento della perfezione evangelica. Beati, dice il Signore, i poveri di spirito. La povertà, tanto odiata dagli uomini che vivono secondo le massime del secolo, dev´essere all´incontro onorata ed abbracciata da coloro che tendono alla perfezione, appunto perchè Gesù l´ha designata come il più saldo fondamento e il coronamento della perfezione evangelica nella vita presente, mentre la proclama ed esalta quale felice coronamento della vita cristiana, nella gloria celeste, allorchè dice: perchè di essi è il regno dei Cieli ». « Oh virtù sacrosanta, esclama il serafico Dottore, virtù degnissima di ogni lode; chi mai sarà in grado di onorarti come ai tuoi meriti si conviene? Sei tu che, col tuo eccelso commercio,´innalzi gli uomini, meschini e miseri, sino a costituirli eredi del regno de´ Cieli » (47). A buon diritto pertanto, la virtù della povertà è enumerata per la prima; perchè, se essa non precede, a nulla valgono le virtù che le fanno seguito. È vero che ,non la sola povertà rende l´uomo perfetto; e perciò è necessario rivestirsi anche delle altre virtù; ma ci .deve servire di stimolo e conforto il sapere che la povertà di spirito ci assicura, coll´aiuto della divina grazia, l´eterna salvezza (48).

Nessuna meraviglia pertanto se la privazione di ogni cosa e il disprezzo delle cose_ terrene sia stata chiamata la prima perfezione dei monaci, e messa a fianco della stessa carità, regina delle virtù. S. Bernardo, si congratulava coll´abate Gilberto, perchè continuava a vivere una vita di esemplare povertà quantunque elevato alla cattedra episcopale. « Non è gran cosa, gli diceva, che tu sii stato eletto Vescovo, ma all´incontro è cosa magnifica che da Vescovo tu viva poveramente. E conchiudeva: sopportare di buon grado la povertà è virtù sapiente; desiderarla e praticarla liberamente è sapienza degna di ogni encomio. O veramente onesto e fruttifero commercio, questo di scambiare la terra pel Cielo, i beni temporali per gli eterni! » (49).

Come ben vedete è tutta una nobile gara per levare a cielo la povertà, cioè il distacco dalle ricchezze e dai legami delle cose terrene. Per rendere effettivo e completo questo distacco e spogliamento i religiosi fanno il voto di povertà. Infatti è più facile vivere da poveri, ed avere il cuore distaccato dalle ricchezze terrene, allorchè volontariamente vi si è rinunziato. Purtroppo però potrebbe anche succedere che un religioso, dopo aver rinunziato a tutto col voto di povertà, venga meno ai suoi doveri, e, dimentico delle promesse fatte, lasci- ripullulare e sviluppare in cuore l´amore per le ricchezze, e si affanni per procurarsele: ma a questo religioso dissipato e fedifrago non conviene più il nome di religioso, bensì quello di cattivo religioso.

A complemento delle cose dette udiamo ora le belle e luminose dichiarazioni del nostro indimenticabile Don Rua: « La povertà in se stessa non è una virtù; essa è una legittima conseguenza della colpa originale, destinata da Dio all´espiazione dei nostri peccati e alla santificazione delle anime nostre. È quindi naturale che l´uomo ne abbia orrore, la consideri come una, sciagura, e faccia quanto sta in lui per evitarla. La povertà diventa una virtù solo quando è volontariamente abbracciata per amor di Dio, come fanno coloro che si dànno alla vita religiosa. Tuttavia anche allora la povertà non cessa di essere amara;. anche ai religiosi la pratica della povertà impone grandi sacrifici, ´come noi stessi ne abbiamo fatto mille volte l´esperienza » (50).

Ecco chiaramente indicata dal buon Padre la vera e intima ragione dell´eccellenza della santa povertà, e cioè l´amor di Dio che muove l´anima -alla rinunzia delle cose terrene, e la volontà che generosamente perdura e vive nel distacco interiore, malgrado le amarezze e i sacrifici che accompagnano la povertà. Si direbbe che Don Rua, nello scrivere le sullodate parole avesse dinanzi queste considerazioni di S. Bonaventura: « Agli uomini avidi la povertà pare una cosa abbominevole e vergognosa; ma essa non è tale al cospetto di Dio. Che se ´apparentemente può sembrare meschina e debole, in realtà però, e cioè in ordine alla perfezione, è cosa altissima ed eccelsa, tanto che l´Apostolo, scrivendo ai Corinti, potè dire: « E la loro altissima povertà si è arricchita delle sovrabbondanti larghezze . della semplicità loro. La povertà pertanto fa sì che ´l´uomo si renda padrone del Cielo col possesso della felicità eterna » (51).

Figliuoli carissimi, sforziamoci anche noi di conservare, ed accrescere nel cuore un altissimo concetto della povertà; soprattutto però ricordiamo e pratichiamo questo consiglio di S. Bernardo:.« Sta bene che tu sii amico di coloro che praticano la povertà; ma farai cosa migliore procurando di imitarli. Amare i poveri è proprio di chi progredisce nel bene, mentre praticare la povertà è cosa perfetta. L´amicizia dei poveri ti fa amico del re: amando la povertà tu stesso sarai coronato re. Vedi adunque quale grande dignità racchiuda questa virtù della povertà » (52).

8. - L´ESEMPIO DI GESÙ CRISTO

Mi è caro esordire qui col magnifico elogio che della povertà tessè il venerato Don Rua, non solo enumerando le alte ragioni intrinseche della sua eccellenza, ma nobilitandole cogli esempi incomparabili del Divin Salvatore. « La povertà, egli dice, è il primo dei consigli evangelici, è il primo atto che deve compiere chi voglia imitare più perfettamente il nostro Divino modello, Gesù Cristo. Richiamiamo alla mente ciò che S. Bernardo c´insegna a questo proposito, e cioè che il Figlio di Dio, non trovando in cielo la povertà, che abbonda sulla terra quantunque poco stimata, ne è così innamorato che, scendendo dal Cielo, la vuole abbracciare per insegnarci quanto sia preziosa. Durante tutto il corso della sua vita mortale mai non vuole esserne separato » (53).

« Pensiamo, pensiamo alla povertà, insiste S. Agostino, e Dio voglia che, pensando alla povertà nostra, arriviamo a capire la povertà di Cristo. Gesù concepito e racchiuso nel seno verginale della sua Madre Santissima, nasce in un povero presepio, è avvolto in fasce infantili; è collocato in una mangiatoia e quasi fatto cibo di poveri giumenti. Il Signore del Cielo e della terra, il Creatore degli Angeli e di tutte le cose visibili ed invisibili, sugge il latte materno; vagisce, è nutrito, cresce, si assoggetta a tutte le vicissitudini dell´età, occultando la sua maestà. Più tardi è imprigionato, vilipeso, flagellato, deriso, sputacchiato, coronato di spine, confitto in croce, trafitto da una lancia. O povertà! Ecco il capo, ecco il re dei poveri ch´io cerco: solo chi sia membro di questo capo può a buon diritto chiamarsi povero » (54).

Il Salvatore del mondo volle egli stesso chiamarsi nostro maestro: è doveroso pertanto che i discepoli ascoltino e pratichino le sublimi lezioni ch´egli imparte dalla sublime cattedra della sua povertà. Un grave autore fa giustamente osservare che il Verbo Divino, incarnandosi, dispose, con sapienza infinita, tutti i particolari della sua nascita, della sua vita e della sua morte, in modo tale che nessun´altra cosa emergesse più della sua povertà e del suo disprezzo per le cose della terra. Infatti anche i più poveri nascono sotto un tetto; per Gesù non c´è posto neppure nel più misero tugurio. Il Figlio del fabbro, uscito da Nazaret, potrà dire che le volpi hanno tane, gli uccelli nidi ove rifugiarsi; mentre il Figlio dell´uomo non ha dove posare il capo. Sul Calvario, non solo viene spogliato delle sue vestimenta, ma, per amor nostro, volontariamente egli stesso si spoglia financo dell´amatissima sua Madre; e, nelle angosce dell´agonia, ci fa capire che è rimasto spoglio dello stesso Padre Celeste, che lo ha abbandonato. In verità è impossibile anche solo immaginare una più assoluta povertà (55).

Eppure, dice Bossuet, quantunque io resti profondamente ammirato e commosso al considerare le umiliazioni della povertà di Gesù, tuttavia un´altra cosa ancor più mi stupisce e commuove, e si è ch´egli abbia voluto presentare e proporre l´estrema sua povertà ed umiliazione come il segno tangibile, il distintivo per essere riconosciuto come Salvatore del mondo. L´Angelo infatti che annunziò ai pastori la buona novella disse loro: Questo vi sia di segnale: troverete un Bambino avvolto nelle fasce e coricato in una mangiatoia (56).

Che mai può immaginarsi più grande di un Dio che scende dal Cielo in terra a confondere il fasto ridicolo dei figli di Adamo colla povertà? Gli Ebrei aspettavano un Messia che li colmasse di beni e di opulenza: Dio non voglia che, anche tra i cristiani e financo tra i religiosi, sianvi oggi ancora di siffatti ebrei (57). « Non è questo, no, grida Tertulliano, il Redentore nostro; cercatemi all´incontro l´uomo più ignobile, il più inglorioso, il più disprezzato, ed io vi dirò che questi, e non altri, è il nostro Cristo » (58).

Ecco il grande argomento, lo stimolo potente per amare e praticare la povertà: « Cerchino pure altri dove loro piaccia, motivi per distaccarsi dai beni della terra: abbraccino pure essi la povertà o perchè la considerano l´asilo di tutte le virtù, o l´amica fedele delle scienze, o l´occasione propizia per avere pace o riposo. In quanto a me, dice S. Gerolamo, io non voglio altra ragione del mio distacco e del mio abbandono, all´infuori di Gesù Cristo nato in una stalla e morto sulla Croce » (59).

Ascoltiamolo pertanto, questo Cristo, povero per noi, in noi, e con noi (60): anzi adoriamolo, e imitiamolo e amiamola questa eccelsa povertà di Cristo, vi dirò io pure con Sant´Agostino: non avvenga che si abbia a sciupare e perdere il colore ottimo della nostra Congregazione, e siano disperse e dissipate le pietre del nostro Santuario Vi sono, spiega il Santo, cinque specie di povertà: La prima è la miseria che crea il mendico, ed è una sventura che immiserisce e accascia; la seconda è la povertà della cupidigia che genera l´avaro, ed è un veleno che dà morte; la terza è la povertà della superfluità che produce il prodigo, che dissipa, ed è come foglia dispersa dal vento; la quarta è la povertà dolosa, propria dei sepolcri imbiancati, che si nasconde dietro la tenda per meglio ingannare con dissimulazioni e raggiri; la quinta infine è la povertà della volontà che generosamente si mortifica e distacca da tutto: solo essa innalza il solido edifizio della perfezione, solo essa è gloriosa e verrà coronata coll´alloro dei vincitori » (61).

Figliuoli carissimi, immaginiamoci di udire queste stesse esortazioni dalle labbra del nostro Fondatore e Padre. Ci stia sempre dinanzi agli occhi la povertà estrema del Redentore. Abbracciare la vita religiosa altro non significa che imitare più perfettamente il Divino Modello. Vigiliamo per non lasciarci, abbagliare da qualche genere di povertà ingannatrice. La povertà di Gesù non è la povertà forzata o mal sopportata, talvolta deprecata e maledetta; ma è povertà voluta, generosamente scelta ed abbracciata. Il Re del Cielo e della terra, il Creatore e Sovrano Padrone di ogni cosa, quel Dio per cui e da cui tutto fu creato, volle essere povero, non solo con tutto l´affetto, ma effettivamente e nella più squallida realtà. Col suo esempio dimostrò e proclamò praticamente che la perfezione e la santità non si trova nella compagnia di coloro che vivono mollemente. Rivestendosi della nostra carne c´insegnò che pure noi, pellegrini e circondati di carne, non dobbiamo vivere secondo la carne, ma lottare contro di essa (62). Perciò anche se obbligati a passare i giorni della nostra esistenza tra le mondanità, mai dobbiamo farci schiavi di esse (63), ma resistere alle loro influenze funeste mortificandoci ogni giorno per amor di Gesù Cristo povero (64). Dio non voglia che un giorno anche tra i figli di Don Bosco abbiano a trovarsi di quelli che, avendo forse dimenticato che il cristianesimo altro non è che l´imitazione di Gesù Cristo, pretendano di abbellirsi con gli splendori della divisa e del nome di cristiano senza portare la croce e soffrire le privazioni e le pene della povertà di Cristo; che aspirino al merito di militare sotto i suoi vessilli senza tollerare il giogo della disciplina e della mortificazione; che limitino il loro amore a parole, a frasi vane, a inefficaci sentimentalismi,, senza mai compiere con generosa costanza le opere di Cristo. Vigiliamo perchè non si vadano introducendo poco a, poco nella nostra Società malefici germi d´infezione.. Pretendere di vivere in religione la vita del secolo è mostruosità. Solo essendo veri seguaci di Gesù e religiosi esemplari, noi praticheremo e vivremo il cristianesimo facilmente, liberamente, sicuramente. Solo allora noi sapremo rendere vita vissuta il divino paradosso della povertà,, che stima felicità il non aver nulla, il non posseder nulla, il non ´desiderare nè sperare nulla all´infuori di Gesù e della sua croce. D´altronde nessuno s´illuda, perchè precisamente nel mondo e per coloro che ne amano lo spirito e vogliono viverne la vita, proprio nel mondo, dice Bourdaloue, sono ben frequenti le croci senza unzione, le sofferenze senza balsamo, le penitenze e le austerità senza merito. Oh quanto sono numerosi gli schiavi che s´illudono di essere liberi solo perchè si proclamano tali!
Esaminiamoci dunque seriamente per vedere se la nostra povertà sia realmente degna di quella di Gesù Cristo. È vero, forse da anni ed anni noi ci siamo messi sulla via della povertà; ma abbiamo di essa e per essa gli stessi sentimenti di Gesù Cristo, oppure percorriamo quella via fra gemiti e sospiri? Crediamo,. chissà, e pretendiamo di meritare il nome di poveri secondo il Vangelo solo perchè, avendo abbandonato il nostro poco, ci fu dato di ricevere il molto della Congregazione, mentre pretendiamo che nulla ci manchi? Non è avvenuto talvolta che qualcuno, dopo aver lasciato tutto, abbia attaccato il cuore a vane bagatelle e si sia abituato man mano a violare il voto fatto, pur cullandosi nell´illusione di essere povero, pel solo motivo di vivere tra coloro che professano la povertà?
Io voglio sperare che tutti noi, figli di Don Bosco, possiamo con serena fiducia rispondere, nel modo più soddisfacente, a questa domanda. E così sarà pure in avvenire se ogni giorno nella vita di povertà, si avrà sempre davanti agli occhi e radicata in cuore la povertà di Cristo. Il nostro santo Padre dice a questo proposito che: « Quantunque il Divin Maestro sia tale che nessun di noi potrà mai superarlo nella povertà » (65), tuttavia è grande stimolo ed aiuto efficace l´aver presenti i suoi sublimi esempi. Ci conforti poi il pensare che serviamo un Dio il quale, non solo tiene conto delle opere da noi compiute, ma anche delle intenzioni e dei desideri; che ci premia, non solo per quello che lasciammo, ma anche per ciò che avremmo voluto o vorremmo lasciare; che gradisce non solo le azioni e i successi, ma anche le disposizioni. del cuore; e ricompensa col centuplo e con un´eternità di gloria le aspirazioni della nostra volontà.

Conchiudiamo pertanto con S. Agostino: « Oh povertà veramente meravigliosa! Se Gesù benedetto avesse schivato la povertà, noi saremmo rimasti necessariamente poveri. Ma Egli, infinitamente ricco, si è fatto povero, affinchè anche noi diventassimo ricchi in forza della sua povertà » (66). E a quale sublimità di superni godimenti non ci innalzeranno le ricchezze di Gesù, se già la stessa sua povertà ci arricchisce in guisa da metterci in possesso del suo regno? Oh povertà, oh povertà, quanto sei grande! (67).

9. - I DIVINI INSEGNAMENTI
Gesù, scrive S. Luca, incominciò a fare e a insegnare. È giusto pertanto che, dopo di aver ricordati gli esempi di povertà che Gesù volle darci, in modo veramente mirabile, da Betlemme al. Calvario, prestiamo ora attenzione agl´insegnamenti di sapienza infinita, sgorgati, più che dalle sue labbra, dal suo Cuore Divino.

L´Eterno Padre, prima ancora di inviarci il suo Unigenito, aveva fatto conoscere agli uomini, attraverso i messaggi dei Profeti, l´amore suo pei poveri. Nell´Antico Testamento aveva dettate apposite leggi per tutelarne gli interessi; mentre poi dall´una parte volle ripetutamente esporci i motivi della sua tenerezza per loro, daIl´altra minacciò altresì castighi tremendi contro chi li avesse maltrattati.

Di questa tenerezza e predilezione del Padre verso dei poveri fu eco costante e mirabile il Verbo Divino. L´Evangelista San Matteo inizia il racconto del celebre discorso sulla montagna con queste parole: Gesù, scorgendo le folle, salì su di un monte; ed appena seduto, i suoi discepoli gli si accostarono. Egli allora aprendo la bocca, cominciò ad istruirli, dicendo: Beati i poveri di spirito, perchè di essi è il regno dei Cieli.

Ad alcuni interpreti piace domandarsi perché mai il sacro testo metta in rilievo una particolarità che pare superflua. Qual bisogno invero di rilevare che il Maestro aprì la sua bocca per parlare? Dev´esservi, essi dicono, qualche recondita ragione, perché noi non possiamo neppur supporre che, nelle Sacre Pagine, vi sia alcunchè d´inutile. Ecco, affermano alcuni, che apre la bocca Colui che, nel succedersi dei secoli, aveva aperta la bocca dei Profeti, i quali avevano messo sulle labbra del futuro Messia queste parole: Aprirò la mia bocca per manifestare cose che sono sempre state nascoste fin dal principio del mondo (68). Quale cosa infatti era più ignorata dagli uomini, che la prima beatitudine, proclamata da Gesù quando disse: Beati i poveri di spirito perchè di essi è il regno dei Cieli? E si avverta, osserva S. Bernardo, che Gesù non disse — Beati i poveri perché possederanno — ma perché posseggono, vale a `dire, perchè è già in loro mano il regno dei Cieli (69). Per questi motivi era bene segnalare anche nei più minuti particolari l´inizio e la solenne introduzione del discorso di Gesù.

S. Vincenzo de Paoli fa queste considerazioni: « È il primo insegnamento di Nostro Signore. Il sentimento che pervade e muove maggiormente il cuore è quello pure che per primo e più spontaneo esce dalla bocca. Ora se la prima parola di Gesù è ´ questa: Beati i poveri, questa pure è la prova più chiara e stringente del suo grande amore, della massima sua stima della povertà» (70).

E la parola di Gesù, come abbiamo visto, ricevette sempre l´irresistibile efficacia dei suoi esempi. Egli, che aveva lasciato le ricchezze del Cielo per abbracciare la più umile povertà, poteva dire a chiunque volesse praticare la sua dottrina: Va´, vendi ciò che hai, dallo ai poveri, e poi vieni e seguimi (71).

Ora appunto per dar modo agli uomini di seguire l´invito di Gesù sorsero, come germi fecondi della dottrina evangelica, le famiglie e le Congregazioni religiose approvate dalla Chiesa, le quali aprono i loro battenti a tutti coloro che vogliono assicurarsi i benefizi e i vantaggi promessi da Dio alle anime generose che abbracciano la povertà.

E qui lasciate ch´io v´inviti ad innalzare a Dio l´inno del ringraziamento per essere noi pure nel numero dei fortunati, che tutto hanno abbandonato quaggiù, per assicurarsi, col. distacco dai beni terreni, pochi o molti ciò non importa, e coll´osservanza dei doveri inerenti alla vita di povertà indicati dalle Regole, il possesso del regno dei Cieli. Ben possiamo dire pure noi, per esperienza personale, che, effettivamente anche quaggiù pregustiamo le soavi dolcezze del Regno Celeste. Infatti, come osservano giustamente i Santi, sono tali e così grandi gli aiuti da Dio concessi ai poveri di spirito, che essi, già fin da questa vita, colla pace del cuore, col trovarsi liberi dalle cure terrene, coll´abbondanza delle grazie, e soprattutto colla sicurezza radicata nell´anima di vedere un giorno pienamente realizzata la divina promessa, pregustano le gioie celesti. Oh! disegno veramente stupendo della Divina Provvidenza! La privazione di un momento, e di cose forse di nessun conto, ci vien ripagata ad usura con un centuplo anche quaggiù, ed in tale maniera che ha già tutto il sapore delle eterne dolcezze (72).

Ho parlato di usura, vale a dire della larghezza con cui il Signore ricompensa la rinunzia dei beni fatta per amor suo. Udite come il nostro Santo Fondatore si sforzasse di far capire e praticare tale rinunzia anche dai suoi Benefattori. Egli aveva tanto a cuore il loro bene che, non si limitava a corrispondere con affetto riconoscente e con preghiere alla loro carità, ma avrebbe voluto, distaccandoli dai beni della terra, assicurare ad essi pure quelli del Cielo. Ecco con quale santa libertà e somma carità scriveva ad una benefattrice: « Nell´ultima sua ella mi dice che le costa molto non mettere nulla da parte per i casi imprevisti. Non è così. Io voglio che ella conservi tutte le sue entrate, e le metta all´interesse del cento per cento sulla terra, e poi abbia la vera ricompensa di goderli per sempre in Paradiso. Mi capisce? Lo spero. È stato sempre mio intendimento di fare tutto il possibile per distaccare il cuore degli amici dalle cose miserabili di questo mondo e innalzarli a Dio, al bene eterno. Ella vede che io cerco di renderla ricca o meglio di far, fruttare le ricchezze della terra che si conservano per pochissimo tempo, e cambiarle in tesori eterni, per sempre » (73).

Altra volta, nell´aprile del 1886, Don Bosco, accompagnato da Don Belmonte e da Don Viglietti, si recava a far visita ad una grande benefattrice, la signora Luigia Cataldi. Sul punto di congedarsi la ;ignora gli domandò: — Mi dica, Don Bosco, che cosa debbo fare io per assicurarmi la salvezza eterna? — È molto probabile che essa si aspettasse qualche consiglio spirituale di vita ascetica o fors´anche una parola assicuratrice. Ma Don Bosco, con aspetto sostenuto, le rispose: -= Lei per salvarsi dovrà diventare povera come. Giobbe. --- Sotto forma iperbolica egli ripeteva il suo noto concetto sulla misura dell´elemosina che i ricchi son tenuti a fare, se non vogliono venir meno alla missione affidata loro dalla Provvidenza. La buona signora, a quell´uscita, rimase sconcertata, sicchè lì per lì non sapeva più che fare nè che dire. Quando furore fuori del palazzo Don Belmonte che era stato nell´antisala e all´aprirsi della porta, aveva afferrato le ultime parole di Don Bosco, gli chiese come mai gli fosse bastato l´animo di tenere un simile linguaggio con una signora che pure faceva tanta elemosina.

Vedi, gli rispose Don Bosco, ai signori non c´è nessuno che osi dire la verità (74).

Figliuoli carissimi, dallo zelo di Don Bosco, vivificato da così profondo spirito di fede, noi possiamo ricavare una pratica conclusione. Se il buon Padre si adoprava tanto perchè gli stessi secolari e i semplici cristiani avessero il cuore staccato dai beni della terra e praticassero la povertà di spirito, con quanta maggior ragione egli può ed effettivamente vuole esigere che noi, suoi figli, dopo aver emesso il voto di povertà, abbiamo il cuore libero da qualsiasi affetto che lo leghi alle agiatezze, alle comodità, a tutto quello insomma che è contrario al vero spirito della povertà evangelica!
Alla luce degli insegnamenti divini noi abbiamo capito tutto il fascino che la povertà esercita sopra il cuore di Dio; i poveri e gli indigenti formano realmente la sua delizia e gli appartengono: ai poveri di spirito egli dà tutto se stesso e il suo regno. Chi sono però i veri poveri di spirito? Solo conoscendoli intimamente noi potremo stabilire un confronto tra noi e loro, e vedere se ne possediamo le caratteristiche ed effettivamente ne meritiamo il glorioso titolo. « I poveri di spirito, dice S. Agostino, sono gli umili, coloro che temono Iddio, che riconoscono le proprie manchevolezze e i propri peccati, che non s´inorgogliscono delle proprie doti, delle loro azioni rette, dei loro meriti; ma che all´incontro si accusano delle proprie colpe e lodano Iddio quando qualcosa riesce loro bene. Costoro, egli continua, sono i veri poveri; non già i gonfi e turgidi di sostanze terrene, i tumefatti di superbia » (75).

10. - IL TITOLO NOBILIARE DEI POVERI
Come vedete i Santi vogliono che la nostra condizione di poveri sia contrassegnata dal distintivo o dal vero titolo nobiliare dei poveri, che è l´umiltà. Non sia mai che qualche religioso pavoneggiandosi di esser povero, lasci di essere tale a causa della sua superbia. « O povero, scrisse S. Agostino, sii anche tu povero, cioè umile. Non limitarti a far consistere la tua povertà nei cenci e nelle piaghe di Lazzaro che mendicava alla porta del ricco, e non stare a millantartene: non basta che tu lo consideri povero, ma devi riconoscerlo e imitarlo quale ce lo dipinge la S. Scrittura, cioè umile. È questo l´autentico Lazzaro veduto dall´Epulone nel seno di Abramo » (76). « Lo so, continua il Santo, il mondo è pieno di poveri; ma io non intendo parlare di quei poveri ai quali si fa l´elemosina: questi effettivamente abbondano; ma purtroppo, talvolta in mezzo a una turba di poveri, io non riesco a trovare un povero: il mio discorso tende ben più alto: io cerco il vero povero di spirito » (77).

Non vi pare, figliuoli carissimi, che questa ricerca, anzichè farla solo in mezzo al mondo, sia bene farla anche tra i religiosi? Anzi è cosa ottima che ciascuno di noi la faccia nel proprio cuore; perchè appunto il vero povero, quello che S. Agostino chiama « povero di spirito », è tale soprattutto nel cuore. Iddio bada alla volontà, al cuore, e solo quando questo è libero da ogni cupidigia di agiatezza, di comodità e di beni temporali, lo premia coi beni eterni » (78).

Orbene, siamo noi effettivamente poveri nel più intimo del cuore e della volontà? Dopo aver fatto professione di povertà, pretendiamo forse di vivere da ricchi? Ah! Ricordiamo le tremende parole di S. Paolo: Coloro che agognano di essere ricchi cadono nella tentazione e nel laccio del diavolo e in quei molti desideri inutili e nocivi, che sommergono ´gli uomini nella morte e nella perdizione; la cupidigia infatti è la radice di tutti i mali e, travolti da essa, taluni hanno deviato dalla fede e si sono trafitti con molti dolori (79).

Chi sono costoro che caddero così in basso da perdere la fede e trovarsi sommersi in un mare di dolori? Sono appunto i disgraziati che, presentandosi forse coperti di cenci, internamente però sono arsi dalla febbre di sconfinati desideri di ricchezze. Riflettiamo pertanto seriamente e scrutiamo ogni piega del cuore. Non basta al religioso dire che non possiede nulla, perchè ha fatto voto di povertà: egli non sarà povero, ma ricco, se, nel fondo del cuore, alimenta desideri ed affetti di peccaminosa cupidigia (80).

Liberiamo adunque l´anima nostra da ogni disordinato affetto. Vivendo staccati dalla terra e drizzando il volo verso le ricchezze imperiture saremo ricchi di fortezza, di pietà, di carità, e diverremo possessori fortunati dell´oro della giustizia e degli eterni tesori (81). Noi religiosi ci gloriamo talora di essere i ministri di Dio, di servire alla sua corte, di godere delle sue intimità e de´ suoi favori. Iddio stesso però ci avverte ch´egli è sommamente geloso e non tollera che, nel cuore dei suoi ministri e de´ suoi figli, siavi anche solo una fibra che non vibri per Lui, o qualche affetto che a lui totalmente e sempre non sia rivolto. Ecco perchè . Bernardo consigliava ai suoi religiosi di staccare il cuore anche dalle cose più povere e da quelle stesse che ci vengono concesse nella vita di comunità. « Poco importerebbe, egli dice, che il religioso non amasse e non cercasse i beni terreni, se poi si lasciasse andare ad amare le piccole cose della nostra povertà con quell´affetto disordinato e ardente con cui gli uomini del mondo agognano le ricchezze » (82). Ma perchè dovrà tanto affannarsi il religioso? Che cosa vorrà egli cercare? Che gli manca? Quale cosa mai può mancare a noi religiosi, che possediamo Iddio? (83).

11. - LA. POVERTÀ
FONDAMENTO DELLA PERFEZIONE
La nobile gara dei Santi e dei Dottori nel proclamare l´eccellenza della povertà, e più ancora l´amore che per essa ebbe il Divin Salvatore, sono motivi più che sufficienti perchè la teniamo in gran pregio e soprattutto la, pratichiamo. È bene però aggiungere qualche altra considerazione.

Esaminiamo anzitutto più accuratamente come la povertà sia fondamento della perfezione religiosa. La ragione ce la dà S. Bonaventura: « La prima  condizione, egli dice, per giungere alla perfezione è lo spirito di povertà, perchè nessuno può seguire Gesù Cristo speditamente se si mantiene gravato dai beni della terra » (84).

La vita cristiana e religiosa è milizia, è lotta. Orbene, che cosa fanno i lottatori? Tante volte noi sacerdoti abbiamo letto nel S. Breviario queste parole di S. Gregorio: « Gesù esige da coloro che lo vogliono seguire che rinunzino a tutto, perchè debbono ingaggiare una battaglia contro gli spiriti infernali. E siccome questi spiriti maligni nulla possiedono di proprio, così anche noi dobbiamo lottare contro di loro spogliati di ogni cosa della terra. È chiaro che se un lottatore vestito combatte contro un altro senza abiti viene facilmente atterrato, perchè l´avversario ha il modo di afferrarlo. Chi adunque vuol lottare col demonio, deve distaccarsi dalle terrene sostanze per non soccombere » (85). Questa considerazione mette in rilievo una condizione indispensabile per raggiungere la perfezione che professiamo.

S. Filippo Neri esprimeva in modo più semplice questa verità, dicendo ai suoi discepoli: « Colui che ama le ricchezze e le cose, della terra non diventerà mai santo ». Solo la povertà vuota il cuore da ogni desiderio dei beni della terra, e solo allora vi sarà in esso posto per Iddio, che vi starà a suo agio: « Al contrario, dice S. Alfonso, in un cuore pieno di terra l´amor di Dio non trova posto » (86).

È vero, la perfezione consiste nell´amore di Dio, ma il fondamento posto da Gesù Cristo stesso per istabilire nell´anima questo amore, è chiaramente specificato nelle parole da lui dette al giovane del Vangelo: « Se vuoi essere perfetto va, vendi quello che possiedi, e seguimi » (87).

Ascoltiamo a questo proposito il nostro D. Rua «Ci animi, egli dice, a praticare la povertà, l´intima relazione che corre fra la pratica di questa virtù e il nostro individuale progresso nella perfezione. Noi siamo il campo di Dio. Quando un campo è coperto di spine e di erbe cattive è necessario dar mano alla falce, all´aratro, e persino al fuoco. Allora solamente il podere potrà dare una messe degna dei granai celesti. Ed è precisamente col voto di povertà che noi sradichiamo dal campo del nostro cuore i cardi ed i triboli. Si è col vivere staccati dai beni fallaci del mondo che noi andiamo sottraendo ai vizi ogni alimento ed ogni mezzo di espandersi. Anzi la povertà sarà sempre quella spada a due tagli, pertingens usque ad divisionem animae et spiritus, che, penetrando nel più profondo del cuore, ci separerà dalle sorgenti stesse del peccato, quali sono la superbia e la concupiscenza » (88).

S. Bonaventura, dopo aver fatto gli elogi della povertà eccelsa praticata da Gesù, ci ammonisce che, solo quando saremo spogli di tutto, potremo aspirare alle alte vette della croce di Gesù; e riporta, a conferma, le parole di S. Girolamo a Santa Edibia: « Se vuoi essere perfetta e arrivare al supremo fastigio della perfezione cristiana, va, vendi tutto ciò che hai, per potere così, spoglia di tutto, seguire la nuda croce di Gesù » (89). Il Serafico Dottore osserva qui vivacemente: «Forsechè era impazzito Girolamo quando faceva tali esortazioni? No, non v´è luogo a questo timore, giacche ben sappiamo che neppure Gesù, nostro modello ed esemplare, era impazzito allorchè faceva le stesse raccomandazioni » (90).

12. - LA POVERTÀ i LA VIA
PER RAGGIUNGERE LE ALTRE VIRTt
Ogni mese nell´Esercizio della buona morte noi ci esaminiamo per renderci conto del progresso fatto nella virtù. Abbiamo riflettuto qualche volta che, forse non siamo riusciti ad acquistare maggior santità, ossia a fare più notevole progresso nella virtù, perchè non è totale il nostro distacco dalle cose della terra, ed è imperfetta la nostra vita di povertà? Purtroppo non sempre si ricorda che tra Dio e noi religiosi si è stipulato un vero contratto. Iddio ci promette la perfezione, cioè l´acquisto delle virtù, a patto però che noi rinunziamo alle cose terrene, distaccandocene, non solo materialmente, ma soprattutto col cuore. Se noi saremo fedeli nel compiere le nostre promesse, Egli, fedelissimo, manterrà le sue. Orbene, dopo di aver ascoltato l´invito di Gesù e di aver abbandonato tutto per seguirlo, dacchè ci troviamo in Congregazione, come viviamo noi la vita di distacco e dell´abbandono? Materialmente ed in effetto abbiamo lasciato tutto: ma non si annidano forse tuttora in cuor nostro affetti, alle comodità, aspirazioni alle agiatezze, legami a cose terrene, siano pur esse bagatelle e di nessuna entità? Come possiamo pretendere di progredire nelle virtù e nella perfezione se veniamo meno alla condizione fondamentale per raggiungerla?
S. Bonaventura, commentando le parole di Isaia: « Ti ho scelto nella fornace e nel camino della povertà » (91), fa queste belle ed utili riflessioni: «La povertà è un crogiuolo, un fuoco nel quale alcuni sono provati, ed altri consumati ed inceneriti. Consuma e distrugge coloro che, pur essendo poveri, non sanno però sopportare la povertà, e si adoperano in ogni modo per sfuggire i disagi, attaccandosi alle cose terrene. Invece la povertà volontaria, quella che rende conformi a Cristo e imitatori di Lui, è veramente un crogiuolo, un fuoco sacro che prova e purifica gli eletti, come provò i tre giovani nella fornace di Babilonia. A,1 modo stesso che, in quella fornace di fuoco ardente, apparve un tale che " era simile al Figlio di Dio ", così anche adesso in mezzo al mondo si rinnova la stessa visione. Dice il Signore: " Chi non rinunzia a tutto ciò che possiede non può essere mio discepolo ". Ed aggiunge subito: " E chi non porta la sua croce dietro di me, non è degno di me ". La povertà, unita alla croce, è veramente un crogiuolo purificatore, che rende libera da ogni scoria. la vita evangelica, la quale consiste nella mortificazione, nella purezza, nella semplicità, nell´umiltà e nella mitezza. La mortificazione distrugge la golosità, la purezza frena la lussuria, l´umiltà abbatte la superbia, la semplicità modera la -curiosità, e la benignità calma e dissipa l´ira. Solo così l´uomo può seguire Gesù Cristo povero ed ignudo pei sentieri della povertà » (92).

Il Serafico Dottore nell´enumerare le virtù che fanno corteggio alla povertà, menziona appunto quelle che il nostro Santo Fondatore ci ha presentate sempre come indispensabili per l´adempimento della nostra missione; e cioè la sobrietà, la temperanza, la castità, la dolcezza, l´umiltà, la semplicità, la benignità.

Don Rua, nel raccomandarci la pratica fedele della povertà religiosa; reca una ragione sfuggita forse a molti. Il buon Padre aveva una chiara visione della piega fatale che avrebbe preso il mondo, e si sforzava, per quanto dipendeva da lui, di correre ai ripari, individuando e combattendo le teorie che dilagano nelle nazioni e le conducono alla rovina. Chi di voi non ricorda le accorate parole con cui il S. Padre Pio XI, or non è molto, tutti metteva in guardia contro le correnti ammorbanti del sensualismo e del paganesimo ché si vorrebbero far rivivere? Ora ecco ciò che Don Rua, già trent´anni fa, scriveva in proposito: «I nemici di nostra santa Religione pongono ogni studio nel far ritornare la società al paganesimo ed al naturalismo. Essi vorrebbero svellere dalla mente del popolo ogni idea di Dio, dell´anima e della vita futura; e lo invitano a procurarsi godimenti finchè la vita dura, con ogni mezzo possibile, anche ingiusto e disonesto. Cogliendo la massa del popolo impreparata, la seducono e la trascinano all´abisso. Contro questo funesto apostolato Don Bosco combattè da valoroso finchè gli bastò la vita, e, morendo, ha legato a noi suoi figli, questa nobile missione. Ma noi lavorere emo inutilmente se il mondo non si convincesse che effettivamente noi non cerchiamo ricchezze e comodità, e che siamo fedeli al motto di Don Bosco: Da mihi anima», coetera tolle. Oh! ci stia fisso nella mente ciò che scrisse S. Francesco di Sales, che cioè « non solamente i poveri sono evangelizzati, ma sono i poveri stessi che evangelizzano ». E dopo questo accenno alla perversità del mondo e alla missione salesiana in genere, Don Rua scende alla pratica, indicando con precisione quali saranno i religiosi salesiani che, più degli altri e con maggior successo, potranno dedicarsi all´apostolato; cioè gli amanti della povertà, quelli che non temono incomodi, che si adattano a tutto, che sono sempre pronti a subire, qualsiasi privazione. Ascoltiamolo: « S. Vincenzo Ferreri, egli scrive, trattando del ministero di salvare le anime, assicura che non vi riuscirà quel religioso che non mette sotto i piedi tutte le cose terrene e non pratica la vera povertà, nell´esercizio dell´apostolato: Inopia paupertatis. Ed anche tra noi non sono certamente i Salesiani desiderosi di menar una vita comoda che intraprenderanno opere veramente fruttuose, che andranno in mezzo ai selvaggi del Matto Grosso o della Terra del Fuoco, o si metteranno al servizio dei poveri lebbrosi. Questo sarà sempre il vanto di coloro che osserveranno generosamente la povertà» (93).

Mentre trascrivo queste ispirate parole il mio pensiero ritorna alle varie raccomandazioni fatte, in ore particolarmente difficili, riguardo alla più esatta osservanza della povertà, alla pratica di una accurata economia, alla necessità di evitare abitudini non buone, comodità pericolose, vacanze, gite, spese in aperto contrasto collo spirito di povertà che tanto insistentemente ci raccomandò il nostro santo Fondatore. Ma soprattutto io ho il Cuore e gli occhi rivolti, con sussulti di tragica e prolungata agonia, ai nostri confratelli della tanto amata e travagliata Spagna. Penso con profondo strazio dell´anima alle numerose ed importanti Case devastate, incendiate, distrutte: a quei carissimi Confratelli dispersi, perseguitati, imprigionati, barbaramente trucidati. Li vedo gemere da mesi e mesi nelle carceri, coperti di cenci, denutriti; o vagare raminghi, privi di tutto, in pericolo costante di cadere vittime di un odio satanicamente criminale. Poveri figliuoli miei! Voi forse non arriverete mai a capire quali ferite abbia aperto nei cuori dei vostri Superiori e fratelli la sventurata situazione vostra. E la nostra pena, già così grande, si raddoppia e moltiplica per l´impotenza in cui ci troviamo di correre in vostro aiuto a condividere le vostre pene e alleviare le vostre sofferenze. La Famiglia Salesiana è santamente orgogliosa di voi. Il sangue sparso avrà tutta la celeste fecondità del sangue dei martiri, e i sublimi esempi dei vostri sacrifizi eroici saranno in ogni tempo una delle più salutari lezioni, uno degli stimoli più potenti per incoraggiarci alla perfezione. Come non sentirci spinti alla pratica della povertà, al distacco, alle immolazioni generose, davanti a queste scene pietose e tragiche di fratelli nostri affamati e gementi nell´estrema indigenza? Dalle loro lettere si sprigiona, non solo luce di eroismo, ma divino splendore di virtù mirabilmente praticate fino alla più eccelsa perfezione.

Figliuoli carissimi, ecco la sublime lezione: le virtù, tutte ´le virtù, crebbero e si perfezionarono in quei carissimi figli di. S. Giovanni Bosco, in proporzione del distacco effettivo e generoso dei loro cuori dai beni, dalle comodità, dalle agiatezze della terra, dalla privazione di ogni umano soccorso, in misura insomma della povertà più intensamente, e ben possiamo dire, più tragicamente vissuta.

Volesse il Cielo che le povere mie parole giungessero, infiammate dalla stessa intensa commozione con cui le scrivo, ai carissimi fratelli che soffrono, e fossero balsamo di conforto sui loro cuori così lungamente e duramente straziati.

Il nostro buon Padre, prevedendo certamente simili prove e persecuzioni, volle premunirci e incoraggiarci, lasciando scritte nelle Costituzioni queste parole: « Ciascuno sia pronto a sopportare, quando occorra, il caldo, il freddo, la fame, la sete, le fatiche, e il disprezzo, ogni qualvolta queste cose servono alla gloria di Dio, allo spirituale profitto del prossimo, e alla salvezza dell´anima propria» (94).

13. - L´AMORE DEI SANTI PER LA, POVERTÀ
I Santi, sull´esempio di Gesù Cristo, ebbero un grande amore per la virtù della povertà. Essi avevano pienamente compreso che gli affetti ai beni di questa terra non possono trovare posto in un cuore che ama veramente Gesù, e che d´altronde non si potrà giammai raggiungere la perfezione, nè essere veri seguaci di Gesù, ricopiandone fedelmente gli esempi, se si vive impigliati nelle ricchezze (95).

Un giorno il beato Giovanni d´Avila e il P. Granata indagavano quale fosse la vera ragione per cui S. Francesco d´Assisi aveva amato così svisceratamente la povertà. Il P. Granata asseriva che S. Francesco amava tanto quella virtù perchè voleva in tal modo distaccarsi e liberarsi da tutto ciò che potesse impedirgli di unirsi totalmente e perfettamente a Dio. Il Beato d´Avila diede un´altra ragione, che virtualmente contiene quella del Granata, ma che specifica in modo più preciso il valore intrinseco del distacco dalle cose terrene e l´eccellenza della povertà evangelica, e disse così: S. Francesco ha amato grandemente la povertà perchè era immensamente grande il suo umore a Gesù Cristo. Questa spiegazione ci fa capire più facilmente l´atteggiamento caratteristico e la gioia con cui il poverello d´Assisi dichiarava di aver scelto la povertà per sua sposa e signora, con queste e simili espressioni: « O quale grande Regina è divenuta Sorella Povertà, essendo essa sposa di un così gran Re! Quanto amabile non è essa mai, avendola Iddio cotanto amata! Quanto è ricca, giacche è stata ammessa con Lui alla comunanza dei beni! ». Lo stesso Santo così parlava ai suoi frati: « Sappiate, fratelli miei, che la povertà è una strada eccellente per arrivare alla salvezza, perchè è la nutrice dell´umiltà e la radice della perfezione ». Il nostro S. Francesco di Sales usa di una espressione assai pittoresca: « Quando la casa ha preso fuoco, si gettano tutti i mobili dalla finestra »; e intendeva dire: chi veramente ama il Signore, non sa più che cosa farsene dei beni della terra.

S. Vincenzo de´ Paoli, che, come Santo e Fondatore, visse una vita di perfetto e´ costante distacco, così parlava ai suoi figli: « Dovete sapere che la virtù della povertà è il fondamento di questa Congregazione della Missione. Ahimè! Che cosa diverrà questa Compagnia se vi entrerà l´attacco ai beni del mondo ? Che diverrà essa, se dà l´ingresso alla cupidigia dei beni che l´apostolo chiama la radice di tutti i mali? Alcuni grandi Santi hanno detto che la povertà è il nodo della religione. Nulla di più vero: la povertà è il nodo e il vincolo di tutte le Comunità, e" particolarmente della nostra; è il nodo che, staccandola da tutte le cose della terra, la stringe perfettamente a Dio. O Salvatore! dateci questa virtù che ci leghi inseparabilmente al vostro servizio, così che non vogliamo, nè cerchiamo d´ora innanzi, che voi solo e la pura vostra gloria » (96).

Questo grande Santo, alla cui carità fu così frequentemente paragonata quella del nostro Padre, aveva sommo timore che, nella sua Congregazione, a lungo andare, avesse a diminuire l´amore alla povertà. Perciò vigilava, predicava incessantemente sull´importanza di questa virtù, e dava egli stesso esempi ammirabili di interiore distacco da tutto. Poverissima la sua stanza, povero il vestito, il vitto, sia in tempo di sanità che di malattia, in casa e fuori. Fino all´età di ottant´anni non volle fuoco, anzi neppur camini nella sua stanza; e quando a quell´età, lo obbligarono a prendere un´altra stanza, perchè aveva bisogno di curare le sue piaghe, si rassegnò a malincuore; ma ne ebbe quasi rimorso, accusando i suoi peccati che lo avevano ridotto ad una debolezza ch´egli, nella sua umiltà, qualificava di scandalosa. Si lamentava un´altra volta perchè avevano messo un padiglione al suo letto; e non si trattava che di un misero saio per niente dissimile da quello che usavano i più umili contadini della campagna. Un giorno un fratello aveva appeso ad un uscio uno straccio di vecchia tappezzeria a riparo di un vento fortissimo che soffiava; prima di notte egli lo fece togliere. Nulla dirò della povertà e mortificazione dei suoi pasti, giacche nella sua vita leggiamo che, ogni giorno, nell´assidersi alla mensa esclamava: « Ah! miserabile, tu non hai guadagnato il pane che mangi! ».

Questi particolari portano il nostro pensiero al nostro Padre, il quale ripeteva spesso che avrebbe desiderato poter far a meno di mangiare e di bere per moltiplicare così il suo lavoro a vantaggio delle anime. Ma di lui diremo ampiamente fra breve.

S. Alfonso soleva dire che la povertà doveva essere considerata come la perla della sua Congregazione, e la sua vita di estrema povertà era a tutti fulgido e mai interrotto esempio. La sua camera era quanto mai umile e disadorna; vestiva così poveramente che talvolta fu dai visitatori scambiato col cuoco della casa. Uguale povertà egli praticò anche dopo essere stato innalzato alla dignità episcopale.

Tralascio di ricordarvi fatti e detti di molti altri Santi, dai quali il nostro spirito ricaverebbe non poca edificazione, e mi limito ad un breve accenno allo spirito veramente ammirabile di povertà di S. Giuseppe Benedetto Cottolengo, del quale voi conoscete gli intimi rapporti col nostro Santo Fondatore. Si sarebbe detto in questo un altro Poverello d´Assisi.

Un giorno egli venne a trovarsi coll´unica risorsa di soli due o tre soldi,.e si sentì preso da così insolita gioia che, davanti a parecchi ecclesiastici venuti a fargli visita, esclamava: « Oh quanto sono felice! ora si vedrà chiaramente che non è il povero Canonico Cottolengo che sostiene quest´opera, ma Dio, e Dio solo ». Altra volta fu udito dire: « La Provvidenza non è mai venuta meno a nessuno: questo è di fede: se adunque a noi talora è mancata qualche cosa si è perchè non abbiamo avuto abbastanza fede ». E ripeteva frequentemente e con soavissima unzione, le parole dette da nostro Signore nel parlare della Provvidenza celeste, dalla quale egli, ottenne sempre immensi e strepitosi prodigi, appunto per il suo completo distacco dalle cose della terra. « Voglio proprio stare a vedere, disse un giorno, chi perderà la partita: se la Provvidenza o io! Finora ha sempre vinto la Provvidenza; e per davvero che io non sono affatto tentato di dolermene » (97).

Dobbiamo far nostra questa mirabile fusione dello spirito di povertà e di confidenza in Dio se vogliamo battere le orme del nostro Fondatore.

14. - LA POVERTÀ DI S. GIOVANNI BOSCO
Quali cose potrò dire a voi del nostro S. Fondatore che già non conosciate appieno? .Limitiamoci pertanto a richiamare insieme alla memoria qualcosa, sia pur nota, che torni a nostra santificazione.

Nato e cresciuto nell´estrema povertà della casetta dei Becchi ebbe la sorte di apprendere, alla scuola della sua santa madre, Mamma Margherita, mirabili lezioni di amore pratico alla povertà. Ricordiamo ancora una volta, a nostra edificazione, la sublime fortezza di quella madre profondamente cristiana.

Quando il parroco D. Dassano venne a conoscere che il chierico Bosco avrebbe voluto rinchiudersi in un convento, chiamata Mamma Margherita, la esortò a distogliere il figlio da quel divisamento con queste parole: Voi non siete ricca; siete avanti negli anni; presto non potrete più lavorare; se vostro figlio va in convento, chi penserà a voi e alle vostre necessità? Vi avverto per vostro bene.

Margherita ringrazia: ma i suoi sentimenti son ben più alti e più pervasi di fede i suoi pensieri. Parte immediatamente per Chieri e, colà giunta, così parla al suo Giovanni: — Il Parroco, per sua bontà, è stato da me e mi ha confidato che ti vuoi fare religioso: è vero? — Sì, madre mia; credo che voi non avrete nulla in contrario. — Io voglio assolutamente che tu esamini il passo che vuoi fare e che seguiti la tua vocazione, senza guardare ad alcuno. La prima cosa è la salute dell´anima. Il. Parroco voleva che io ti dissuadessi da questa tua decisione, in vista del bisogno che potrei avere in avvenire del tuo aiuto. Ma io dico: In queste cose non c´entro, perchè Dio è prima di tutto. Non prenderti fastidio per me. Io da te voglio niente: niente aspetto da te. Ritieni bene: Sono nata in povertà, sono vissuta in povertà, voglio morire in povertà. Anzi te lo protesto: se tu ti risolvessi allo stato di prete secolare e per sventura diventassi ricco, io non verrò a farti una sola visita. Ricordalo bene. A. queste sublimi parole di Mamma Margherita Don Lemoyne fa seguire questo prezioso commento: « Don Bosco a settanta e più anni aveva ancora dinanzi agli occhi l´aspetto imperioso assunto da sua madre nel dirgli queste parole e nell´orecchio risonavagli ancora il tono vibrato, della sua voce; nè poteva ripetere quelle energiche e veramente cristiane espressioni senza commuoversi fino alle lagrime » (98).

A questa mirabile scuola imparò Don Bosco ad amare la povertà, e la praticò mirabilmente ed eroicamente fin dai primi anni dell´Oratorio, quando era ancora Mamma Margherita a suggerirgli: — Vedi, il companatico non è necessario; è da signori: noi siamo poveri. — E a questa norma egli si attenne finchè potè; cioè fino a quando non ebbe preti e chierici che, pel molto lavoro, abbisognavano di un vitto alquanto migliore. Solo allora, per conformarsi alla mensa comune, si rassegnò ad usare altri cibi; ma in ogni tempo, pur avendo paterni e caritatevoli riguardi per gli altri, non ne volle mai alcuno per sè, neppur quando gli volevano prescrivere cibi più confacenti al suo stomaco.

Sappiamo di qual genere fosse la minestra e la pietanza che soleva preparare Mamma Margherita; quella di grasso, e quella di magro. Sappiamo che egli non condiva mai con olio e sale le vivande che pur lo richiedevano, e come solesse mangiare il pane avanzato nei pasti precedenti: ancora negli ultimi anni suoi, raccoglieva sulla tavola con diligenza ogni briciola. Era gran pena per Don Bosco vedere sprecare anche un solo pezzetto di pane ed ammoniva i suoi giovani: « Se sprecate il pane che il Signore vi dà, fate uno sfregio alla sua bontà, e avete molto a temere che in avvenire egli vi castighi, lasciandovi mancare il necessario ».

Altrettanto dicasi della sua povertà nel vestire. Gli stava molto a cuore la nettezza: ma voleva che abiti e calzature fossero di poco prezzo e grossolani. È bene avere presente questo particolare: non avvenga che taluno interpretando male il principio: « chi poco spende molto spende » e viceversa, creda far pompa di povertà religiosa vestendo tranquillamente da signore.

Una sola talare gli serviva per tutte le stagioni e diceva scherzando: — Quel che ripara dal freddo ripara anche dal caldo.

E sappiamo che, allorquando egli si decideva a smettere una veste per insistenza dei suoi figli, i sarti a stento riuscivano a cavarne una piccola sottanina per i chiericlìetti. Rifuggiva da ogni benchè minima apparenza di lusso, e ripeteva frequentemente che le stoffe vistose, anche se di poco prezzo, sono contrarie allo spirito di povertà.

Gli esempi abbondano: ne ricordo qualcuno di volo. Manda a riparare la mantellina, ed i sarti credono di far bene cambiando le fettucce molto usate. Don Bosco, nel ricevere la mantellina di ritorno, si accorge delle fettucce di seta, e, senz´altro, dà ordine che siano rimesse le modeste fettucce di lana. Un sabato a sera il guardarobiere mise sul letto di Don Bosco una camicia assai bella e ben lavorata, dono di un benefattore; ma all´indomani essa era ancora sul letto al suo posto. Incontratosi coll´incaricato della biancheria il buon Padre gli dice: — Son camicie quelle da darsi ad un povero prete? — Se non le do a lei a. chi devo darle? — E Don Bosco sorridendo: — Dalle a chi ha buon tempo.

Preferiva servirsi di ;quello che gli veniva dato in elemosina; e quando erano portate all´Oratorio vesti smesse, avendone bisogno, egli era il primo a servirsene. E non solo di talari; ma anche di cappotti, scarpe, calzoni da militari, di quelli che il Ministero della guerra, dietro sua richiesta, mandava all´Oratorio per i giovani. D´inverno quante volte l´abbiamo visto, narrava il Card. Cagliero, indossare il suo bravo cappotto nero sopra la veste talare, tanto in chiesa quanto fuori di chiesa. E sopra il suo letto! Una grigia gualdrappa era la sua coperta di lusso. Conoscete pure l´episodio delle funicelle tinte, che servivano da legacce alle sue scarpe, sempre pulite e lucide, ma rattoppate.

Quando poi era proprio conveniente un qualche maggior decoro per presentarsi a persone di riguardo, chiedeva ad imprestito abiti ai suoi figli. Nel 1858, prima di mettersi in viaggio alla volta di Roma, andò a far visita ad una nobile famiglia. Portava una veste talare rammendata. -- Non andrà mica a Roma con questa veste? — gli domandò la signora. — Certamente, rispose Don Bosco, è la migliore che abbiamo in casa, e non è mia, ma di Don Alasonatti che me l´ha imprestata.  A proposito di decoro poi egli era solito rispondere che: il decoro dell´ecclesiastico è la povertà unita alla pulitezza della persona.

Anche quando nel 1870 egli era in procinto di mettersi in viaggio alla volta di Roma per recare al Papa La voce del Cielo al Pastore dei Pastori, si vide sprovvisto del necessario, al punto che i suoi figliuoli dovettero darsi attorno e fare non poche ricerche per procurargli le cose più indispensabili. Staccato da tutto, non bastavano le insistenze di chi Io circondava per indurlo a conservare qualche cosa nella sua cameretta. Quando i benefattori gli donavano vesti, calze, fazzoletti, camicie, o altra biancheria, tutto comandava che fosse messo in comune nella casa, rifiutando di ritenere per sè alcun oggetto. Il suo segretario, avrebbe voluto custodirgli in camera ciò che gli era più necessario, almeno per cambiarsi e per casi imprevisti. « Oh no! esclamava: non sapete che se. io ritengo questi oggetti per me, il Signore non me ne manda più? Ho sempre visto che, se io do via tutto, subito dopo la Provvidenza mi provvede di nuovo e continuamente. E allora ce n´è per me e per gli altri » (99).

La stessa edificante povertà risplendeva nella sua stanza, Ecco come ce la descrivono arredata nel 1848. Un letto poverissimo, due sedie impagliate, qualche immagine di carta, e un crocifisso alle pareti; una piccola stufa che si accendeva raramente e pochissimo, quando era indispensabile per poter lavorare. Non cortine al letto, nè copripiedi, nè tappeti, nè stuoie, nè tendine alle finestre. Più tardi si decise ad aggiungere a quel povero mobiglio un divano vecchio e logoro col sedile di paglia, che, per oltre vent´anni, servì pei visitatori, e qualche altro mobile regalato.

Un anno, approfittando della sua assenza, si pensò di abbellire alquanto la cameretta con qualche semplice decorazione; al suo ritorno Don Bosco fece coprir tutto con una mano di bianco. Quando si insisteva per rifare il pavimento, che era di mattoni ordinari e polverosi, e per di più mezzo rovinato, non lo permise mai. Diceva in proposito a Don Berto: — Non dimenticarti che siamo poveri, e questo spirito di povertà non solo dobbiamo averlo nel cuore e nel distacco di esso dalle cose materiali, ma dimostrarlo anche in faccia al mondo.

Diremo a suo luogo della povertà di Don Bosco nei viaggi, del suo spirito di economia in tutto, delle sue idee circa le costruzioni, gli stabili, circa l´uso del denaro. Per ora concludiamo dicendo che il nostro grande Padre, con gli altri Santi, considerava la povertà come la sua più grande ricchezza. « Spogliamoci di questi beni temporali, diceva spesso ai suoi figli, per attendere con maggior libertà a lavorare per il Signore. Finchè ci abbandoniamo nelle braccia della Divina Provvidenza, essa non ci lascerà mai mancare il necessario, e la nostra Società, colle nostre Case, andrà sempre più prosperando; ma se cominciamo a tesoreggiare, la Provvidenza ci volterà le spalle » (100).

15. - IL VOTO DI POVERTÀ
Dalle considerazioni generali, riguardanti l´eccellenza della virtù della povertà, passiamo ora a trattare dei doveri emergenti dal voto di povertà, che noi abbiamo emesso, collo scopo preciso di poter più facilmente praticare detta virtù e perfezionarci in essa. Si tratta anche qui di cose note, che ci furono chiaramente spiegate durante il noviziato, e in seguito nelle case di forma- zione, negli esercizi spirituali, nelle conferenze mensili, e in molte altre circostanze. L´esperienza però c´insegna quanto sia facile. alla debole nostra natura dimenticare anche gli obblighi più solenni: per questo appunto gioverà non poco una meditazione seria sui doveri inerenti al voto. Sulla scorta delle Costituzioni, degli insegnamenti della Chiésa e dei più riputati teologi e in particolare di quelli di Don Bosco e di Don Rua, vedremo di precisare i punti principali circa la natura, l´estensione, e gli obblighi del voto di povertà.

Che cos´è pertanto il voto di povertà? È la promessa che il religioso fa a Dio di rinunziare, nella misura e nei modi determinati dalle regole del proprio Istituto, ai beni materiali e a disporne liberamente. Questa definizione riguarda il nostro voto, che è detto semplice. Il voto solenne, non solo vieta di disporre, liberamente e senza permesso, di qualsiasi bene tempo- rale, ma priva anche del dominio e per conseguenza interdice e rende nullo ogni atto di proprietà. È vero che la S. Sede, in certi casi particolari, suole modificarne l´applicazione integrale, ma è nella natura stessa del voto solenne che, chi lo ha emesso, non possa più possedere cosa alcuna, nulla acquistare per se stesso, nè per donazione, nè per legato testamentario, nè per legittima successione. Noi però ci limiteremo a parlar del voto semplice.

Abbiamo detto che, per mezzo del voto di povertà, si rinunzia ai beni materiali ed a disporne liberamente, secondo quanto ingiungono le Costituzioni dell´Istituto. Orbene il modo con cui noi, figli di S. Giovanni Bosco, dobbiamo praticare il voto di povertà, è dichiarato al capo terzo delle nostre Costituzioni, in conformità al canone 583 del Codice di Diritto Canonico. Voi sapete che, in base alle nuove disposizioni della Chiesa, i religiosi a voti semplici, quali appunto siamo noi, non solo possono conservare il diritto di proprietà e quello di acquistare ed ereditare nuovi beni, ma hanno il divieto di rinunciare al dominio dei loro beni, a titolo gratuito, senza il permesso della competente Autorità. Riserbandomi di trattare questo argomento importantissimo più innanzi, mi limito ora ad una sola considerazione: il religioso, mediante il voto di povertà, si spoglia del diritto di disporre liberamente, cioè a suo talento e senza permesso dei Superiori, dei beni di cui si . fosse riservata la proprietà e di qualunque altra cosa od oggetto che abbia valore.

È bene che ciascuno si esamini seriamente per vedere se non ha nulla da rimproverarsi a questo riguardo. Abbiamo forse disposto, senza previo permesso, di qualche cosa? E a chi ci rièhiama all´ordine rispondemmo chissà con erronea e colpevole persuasione: — Ma questa è roba mia, l´ho ricevuta da´ miei parenti, me la regalarono i miei amici!?

Permettete che io vi ricordi alcune parole del nostro Santo Fondatore, che caratterizzano la natura del nostro voto di povertà. « Le nostre Costituzioni, egli dice, permettono il possesso e l´uso di tutti i diritti civili; ma, entrando in Congregazione, non si può più nè amministrare, nè disporre delle cose proprie se non col consenso del Superiore, a segno che, in Congregazione, il Salesiano è considerato letteralmente come se nulla possedesse, essendosi fatto povero per divenire ricco con Gesù Cristo » (101).

Vuole adunque il nostro Padre, in primo luogo, che i suoi figli, senza distinzione di sorta, sieno tutti poveri allo stesso modo; tanto quelli che abbandonarono notevoli sostanze, come quelli che rinunziarono a poche cose o anche a nessuna. Dobbiamo pertanto essere santamente orgogliosi di poterci annoverare tra i poveri di Gesù Cristo, e non mai vanagloriarci parlando delle sostanze lasciate, o della nostra passata posizione sociale od economica. Tutta, anzi la più alta nostra nobiltà, è nel rassomigliarci a Gesù Cristo povero e crocifisso.

Per amore e ragione di questa santa uguaglianza, e perciò realmente i Salesiani siano poveri e nullatenenti, Don Bosco,. nel capitolo che tratta della forma e cioè della natura ed intima costituzione della nostra Società, ha inserito questo articolo: « Ogni sacerdote consegnerà al Direttore della propria Casa l´elemosina delle Messe. Tutti poi, ecclesiastici e laici, gli consegneranno tutto il denaro e ogni dono che per qualsiasi titolo vengono loro in mano (102). Parrebbe naturale e logico che questa disposizione avesse dovuto trovar luogo nel Capitolo della Povertà, anzichè in quello suindicato. Don Bosco però, operando così, volle certamente ricordarci e inculcarci che, alla stessa guisa che chi desidera entrare in Congregazione deve distaccarsi dal denaro, dai mobili, da tutto ciò che pos´siede (103), cosa il Salesiano, dopo di essersi consacrato al Signore col voto di povertà, non deve mai più ritenere nulla in proprio, nè immischiarsi in amministrazioni di sorta. Questa condizione generale, nel pensiero del nostro Padre, non riguarda, solo il voto di povertà, ma la forma, la vita, la consistenza e la stabilità della nostra stessa Congregazione. Ora appunto col voto di povertà noi ci obblighiamo a questa osservanza, che, mentre ci rende uguali, dinanzi a Dio ed agli uomini, d´altra parte, per mezzo del comune e uguale distacco dalle cose della terra, ci affratella nella più soave e gioconda carità.

In una istruzione sulla povertà, durante il primo corso degli Esercizi Spirituali a Trofarello nel 1869, Don Bosco si esprimeva così: « Il voto di povertà, presso di noi, riguarda l´amministrazione di qualsiasi cosa, non già il possesso; perciò i professi possono ritenere il dominio radicale, come si dice, dei loro beni, ma ne è loro interamente proibita l´amministrazione, come pure la distribuzione e l´uso delle rendite, senza il consenso del Superiore (104). Queste parole riassumono, anzi riproducono esattamente il primo articolo del capo della Povertà, quale era redatto e da noi si studiava fino al 1923, anno in cui venne approvata la nuova redazione in conformità del Codice di Diritto Canonico. La sostanza non fu menomamente mutata;. vi è solo una differenza leggerissima di forma. Le parole del Codice hanno naturalmente struttura e intonazione di legge; quelle di Don Bosco hanno tutta l´espressione di una norma chiarificatrice.

A proposito di questa particolare forma di povertà, che permette ai professi di possedere e di amministrare, col debito permesso, sarà consentito ai Salesiani un intimo compiacimento, del quale io mi faccio eco in questo commento di famiglia. Fu proprio quando fervevano le pratiche per l´approvazione della nostra Congregazione, e in occasione di essa, che la Chiesa approvò una nuova forma di povertà religiosa. La Sacra Congregazione esaminando le Regole presentate da Don Bosco, ravvisava una contraddizione tra il voto di povertà e il possesso dei beni che veniva consentito ai Soci. « È. assurdo, ripetevasi, che un uomo possa dirsi povero mentre possiede palazzi, ville, beni insomma, e può-disporre per testamento delle sue sostanze ». Approfondita però la questione si comprese appieno la saggezza e la preveggenza di Don Bosco; e venne l´approvazione. In seguito questo punto di vista fu ampiamente adottato. Don Bosco ricordando quelle vicende esclamava: « Il Signore si è servito di noi per proporre un nuovo modello riguardo al voto di povertà, secondo i bisogni del tempo. Tutto a gloria di Dio, perchè è Lui che ha fatto tutto » (105).

16. - NATURA DEL NOSTRO VOTO DI POVERTÀ

L´essenza o il carattere distintivo del diritto di proprietà consiste nel poter disporre liberamente e indipendentemente dei beni materiali, senza bisogno di ricorrere alla volontà altrui. Or bene, per mezzo del voto di povertà il religioso si obbliga a non fare atto alcuno di proprietà su qualsiasi bene materiale senza il consenso dell´Autorità legittima, e cioè senza il permesso dei Superiori: in ciò consiste la natura e l´essenza del nostro voto di povertà.

Senza indugiarmi per ora ad esaminare le particolari disposizioni delle nostre Costituzioni su quest´argomento, mi limito a dirvi che, gli articoli di esse, riguardanti il voto di povertà, altro non contengono che le tassative norme dei canoni del Codice di Diritto Canonico. Le Regole pertanto altro non ci impongono se non quello che la Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, impone, come norma di vita a tutti i religiosi. Ne consegue che, se disgraziatamente un figlio di Don Bosco, venisse a mancare alle disposizioni della Regola circa la povertà, deve riflettere ch´egli, non solo viene meno alla Regola, ma altresì alla Legge Ecclesiastica, ed in una materia che concerne una nostra solenne promessa fatta a Dio. Pertanto anzichè cavillare o magari escogitare i mezzi per sottrarsi all´osservanza, il buon Salesiano si sforzerà di penetrare tutta la saggezza delle disposizioni dateci dal nostro Fondatore in piena conformità con le leggi della Chiesa, e farà il possibile per osservarle, considerando che, solo attraverso l´esatto compimento di quelle sapienti prescrizioni, egli potrà raggiungere la perfezione, che si propose come meta entrando in Congregazione.

È questa appunto l´aspirazione vivissima del nostro Padre, il quale, nelle Costituzioni, dopo aver accennato ai doveri inerenti al voto di povertà, passa a parlare negli articoli 32 e 33 della virtù della povertà, tracciandoci all´uopo un sommario ma sapiente programma per acquistarla. Anzi nei già citati Esercizi Spirituali di Trofarello, parlando nella povertà, egli insisteva su questo punto fondamentale, che cioè il voto di povertà è un mezzo per raggiungere la virtù della povertà. Come vedete la Chiesa e la Congregazione nostra Madre, altro non si propongono colle loro leggi che d´innalzarci ai fastigi della perfezione. « La pratica del voto di povertà, diceva Don Bosco ai suoi figli, consiste in questo: che il socio abbia il cuore staccato da ogni cosa terrena, il che noi potremo ottenere con la vita al tutto comune quanto al vitto e al vestito e col non ritenere per sè alcuna cosa senza il permesso del Superiore » (106). A Don Bosco stava a cuore che i Salesiani capissero chiaramente tutto ciò che riguarda la natura del voto di povertà, ma più ancora e più fortemente egli desiderava che, nella nostra vita vissuta, ci rassomigliassimo veramente a Gesù Cristo, povero per amor nostro. « Se ci manterremo fedeli al voto di povertà, egli concludeva, noi saremo come mendichi, ma che facciamo ricchi molti (dei doni dello Spirito Santo); quasi destituiti e privi di tutto, ma possessori di ogni cosa, perchè la povertà è la nostra vera ricchezza » (107).

17. - PRIMO DOVERE : NON APPROPRIARSI DI NULLA

Col voto di povertà si contraggono soprattutto due obblighi, quello di non appropriarsi cosa alcuna, e l´altro di non disporre di nulla liberamente, senza il permesso del Superiore: questi doveri emergono dalla natura stessa del voto. Il povero volontario, non può disporre di beni, e meno ancora appropriarsene. Autori gravi asseriscono che il peccato del religioso, il quale dispone di qualche cosa senza permesso del Superiore, contiene la malizia del furto e del sacrilegio.

Trattandosi di obblighi tanto gravi è bene esaminare in quali modi si può mancare contro di essi.. Incominciamo dal primo dovere che vieta al religioso di nulla appropriarsi.

  1. Manca a questo dovere il Salesiano che, senza permesso, prende un oggetto della Comunità per servirsene a suo talento. La Regola dà al religioso la facoltà di chiedere ciò che gli può occorrere, non mai di prenderselo senza permesso. Alcuni autori applicano questo principio anche agli inviti che un religioso può ricevere di recarsi a pranzo, festini od altro, e ritengono essere peccato contro il voto di povertà l´accettare detti inviti senza il permesso. del Superiore. Vedremo a suo tempo quando, data l´impossibilità di chiedere il permesso, si possa presumere la licenza. Anche il portare in casa cibarie e consumarle senza permesso è ritenuta mancanza contro il voto di povertà. Molto opportuno pertanto  è l´articolo 50 dei nostri Regolamenti che dice: « è vietato far uso di cibi e bevande fuori pasto, salvo prescrizione medica, ed è sempre vietato. tenerne nella propria camera ».
  2. È mancanza contro il voto di povertà ritenere per sè qualsiasi oggetto, oltre al tempo permesso. È male pertanto nascondere qualche cosa o conservarla occulta perchè il Superiore non c´impedisca di disporne liberamente. Manca pure al voto chi, ricevuto un regalo, lo ritiene o nasconde senza autorizzazione del Superiore. Sottrarre dalla biblioteca un libro che serve alla Comunità od è adoperato da un Confratello per i suoi studi e appropriarselo, può costituire, in certi casi, un peccato grave.

Non è assolutamente lecito cambiare destinazione ad un oggetto della Comunità senza permesso; o servirsi di ciò che si riceve dai Superiori per fini diversi da quelli da loro intesi. Il venerato Don Rua reca l´esempio di chi, avuto del denaro per uno scopo determinato, lo spende per altro. Dice egli: « Non giudico fuor di luogo farvi notare essere violazione del voto di povertà lo spendere in altro il denaro avuto per un determinato fine, qualora esso venisse a cessare; ad esempio per un viaggio ». E notate che ogni volta che si parla di violazione di voto s´intende sempre parlare di peccato, del quale .il trasgressore si rende colpevole davanti a Dio.

È pure proibito in forza del voto ricevere a prestito cose d´importanza o di valore da Confratelli o da estranei. Dicendo cose di valore si escludono quei piccoli oggetti che la consuetudine universale e l´implicito permesso autorizza. Farsi imprestare anche per breve tempo cose d´importanza è fare atto di proprietà; è questo il motivo della proibizione. E perchè essa non sembri eccessiva e troppo esigente, dirò che era proprio questo il pensiero di Don Bosco. Nelle Costituzioni pubblicate nel 1,867, la Regola quinta del Capo VI, ove si parla della povertà, diceva: « È assolutamente proibito dare o ricevere ad imprestito le cose che il socio ha presso di sè o che sono nella Congregazione, senza il permesso del Superiore, e ciò non solo cogli esterni, ma anche coi membri della Congregazione »(108).

Come vedete il pensiero di Don Bosco è esplicito, e se tale proibizione non fu conservata nell´attuale edizione, si è perchè, dopo la pubblicazione del Codice di Diritto Canonico, fu ritenuto superfluo rilevare una proibizione che è nella legge comune.

18. - SECONDO DOVERE: NON DISPORRE DI NULLA

A questo dovere si può mancare in vari modi: eccone i principali. Non è lecito al Salesiano fare di suo arbitrio regali di qualsiasi genere. La ragione è sempre la -stessa: al religioso non è permesso disporre di nulla, se non è autorizzato dal Superiore. Non parlo ora dei , beni patrimoniali o di famiglia: di essi ci occuperemo più tardi. Non è neanche lecito al religioso regalare ai poveri gli oggetti destinati al suo uso, col pretesto che a lui non servono più. Nella casa vi è l´incaricato di fare l´elemosina ai poveri, come vi deve essere chi raccoglie gli oggetti fuori uso e smessi dai confratelli. Non può.adunque un Salesiano regalare il suo orologio ad un estraneo e neanche ad un confratello, come non può regalare senza permesso parte del suo corredo o dei suoi libri. La nostra condizione di poveri non ci permette di disporre di nulla senza la debita licenza del Superiore.

È pure illecita la permuta, vale a dire, lo ´scambia di un oggetto con un altro, con esterni o coi propri confratelli: la permuta è un vero contratto, direttamente contrario al voto di povertà. Qualora si presenti la convenienza o la necessità di tali permute si ricorra ai Superiori.

Don Rua deplora un altro abuso contro la povertà, ed è quello che commettono coloro i quali, nel cambiare di residenza, si credono autorizzati a portar seco libri in quantità, ed un corredo da veri signori. Dei libri parleremo espressamente, ma qui è bene udire subito le parole del caro Superiore. « È doloroso — scrive Don Rua — vedere dei confratelli trascinarsi dietro, cambiando di casa, tutto un corredo di libri e d´oggetti che chiamano loro proprii, con molta spesa della casa che deve, accoglierli e con poca edificazione di tutti. Vi confesso che provai un ben amaro disinganno, quando vennero a mia notizia queste infrazioni alla povertà religiosa » (109).

Come vedete, il pensiero di Don Rua è ben chiaro: egli provò doloroso disinganno dinanzi ad un fatto da lui giudicato come una grave infrazione contro il voto di povertà. Conoscendo lo straordinario amore che per la povertà nutriva Don Rua, non ci fa meraviglia sentirlo affermare che non dobbiamo credere nostri il corredo, i libri, ed altri oggetti dichiarati a nostro uso. Così la pensavano i primi figli della Congregazione, quelli che Don Bosco stesso chiamò col nome di fondatori della Congregazione. Noi pure ricordiamo quando anche la biancheria personale era ancora tutta in comune, al pari di tutte le altre cose.

Non si legge senza commozione ed edificazione quanto fu scritto circa la delicatezza e il distacco assoluto del primo aiutante di Don Bosco, il caro Don Alasonatti. Egli non fu mai udito a chiamare sua la roba di proprio uso, nè libri, nè abiti, nulla. Una volta gli sfuggì la parola « la mia camera »; ma si riprese prontamente, ` dicendo: « la camera che uso io ». Sante e care esagerazioni che attestano a qual grado di virtù fosse giunto il primo prefetto della Congregazione. E la sua vita di povertà e di rinunzia deve ritenersi tanto più ammirevole in quanto che, per seguire Don Bosco, rinunciò generosamente alle agiatezze che la sua condizione gli offriva nel secolo.

Direttamente contrario al voto di povertà si è il vendere qualche cosa della Congregazione, fare prestiti, firmare o avallare cambiali senza il dovuto permesso, come è proibita la compera a chi non è debitamente autorizzato. Questo secondo abuso è meno facile, perchè presso di noi è proibito ritenere danaro in qualsiasi modo e misura. Ma può succedere che colui che ha in deposito cose commestibili, commerciabili, materiale di laboratori, od è responsabile dei frutti della campagna, dell´orto, del frutteto ecc., sia tentato di far vendite arbitrarie per proprio conto. Tutto ciò è fare atto di proprietà e perciò direttamente contrario al voto di povertà (110).A.naloga mancanza commettono coloro che, per loro propria colpa lasciano perdere, deteriorare, rovinare, le cose della casa e della Congregazione. A questo pericolo_ possono andare incontro non soltanto i capi d´arte, il dispensiere, il cuoco, il guardarobiere, ecc. ma tutti i confratelli a riguardo delle cose destinate a loro uso personale, o all´ufficio e alla carica loro affidata.

Un egregio autore fa in proposito queste, utili osservazioni: Avviene spesso che, nella Religione, si abbia molto meno cura delle cose che sono destinate a proprio uso, che non di quelle che si possedevano a casa propria. Non dovrebbe essere così: poichè nel mondo chi è trascurato per le proprie cose, pur agendo poco rettamente, non fa torto ad alcuno, essendone egli il padrone; mentre in Religione, delle cose che si dicono, sue, egli ha appena l´uso.. E per altra parte non è forse vero che lo stato religioso da lui abbracciato, i voti emessi, lo obbligano a praticare la virtù della povertà più perfettamente che nel mondo? Un cotale lascia andare a male i suoi abiti, le sue calzature, per colpevole sbadataggine; sarebbe così trascurato se dovesse , fare acquisto di tali cose con suo denaro?

Riguardo alle infrazioni testè enumerate vengono molto a proposito le forti parole con cui il nostro Don Rua le stigmatizza: « Non posso, egli scrive, lasciar passar sotto silenzio la mancanza che commetterebbe contro il voto di povertà quel Salesiano che facesse contratti, si appropriasse qualche cosa o denaro appartenente alla Comunità, ne disponesse per suo uso personale, ne facesse dono a persone della casa oppure ad esterni, o l´alienasse come gli pare e piace. Questi ultimi atti compiuti senza alcun permesso dei Superiori sarebbero veri furti a danno della Comunità, e non è troppo rigore l´esigere che chi li ha commessi provveda alla sua coscienza » (111).

19. - LA POVERTÀ E LA PROVVIDENZA

È questo forse il luogo opportuno per trattare di due punti, che riguardano, non solo il voto di povertà, ma le più pure tradizioni salesiane.

Ìl primo punto si riferisce alla conservazione di beni e di proprietà. Il nostro Santo Fondatore lasciò scritto; nelle Memorie confidenziali, queste parole categoriche: « Non si conservino proprietà stabili fuori delle abitazioni di cui abbiamo bisogno ». Egli iriteneva come una vera offesa alla Divina Provvidenza il conservare case, stabili, beni di .qualsiasi sorta. Se noi ci spogliamo di tutto per dedicare ogni provento a fare del bene alle anime, attiriamo su di noi é su le opere nostre nuove e più copiose benedizioni. Se all´incontro Iddio vede che, anzichè appoggiarci totalmente a lui, noi riponiamo la nostra fiducia sulle rendite e sui proventi dei capitali e degli stabili, egli ci abbandonerà alla mercè delle povere nostre risorse, le quali, appunto perchè umane, mancano di solidità e duratura consistenza.

Questo fiducioso abbandono nelle piani dell´amorosa Prov- videnza, questo totale e generoso distacco dalle cose terrene, è stata la ragione e la causa della meravigliosa forza espansiva delle Opere Salesiane, e costituisce la nostra più ricca eredità. Taluni furono e sono tuttora indotti a credere che i figli di San Giovanni Bosco siano ricchi, perchè li vedono crescere e sviluppare mirabilmente senza posa nuove opere. Essi non riflettono che, precisamente perchè noi ci affrettiamo ad impiegare, in istituzioni di carità, la beneficenza che Iddio ci manda, per questo appunto siamo costantemente e fortunatamente poveri. Ho detto ´fortunatamente, perchè sarebbe irreparabile sventura per noi e per la Congregazione l´avere e conservare beni e ricchezze che soffocherebbero la nostra fiducia in Dio, ci alienerebbero la simpatia dei nostri Cooperatori, ci renderebbero amanti della comodità, fomenterebbero le intemperanze della gola, e sarebbero l´abisso funesto ove troverebbe sicura morte la più bella e cara prerogativa nostra, intendo dire quella santità che è purezza.

E si avverta che, non solo i beni stabili, le case, i fondi, le proprietà fondiarie, ma anche i titoli immobiliari, e cioè il denaro sotto qualsiasi forma di monete, di azioni industriali o di titoli dello stato, possono essere causa e funesta sorgente delle sventure testè elencate.

Solo quando si tratti di espresse volontà testamentarie o di obblighi tassativi imposti dai benefattori, si potranno conservare i capitali per celebrazioni di Messe, o per la creazione di borse di studio per orfanelli o giovanetti poveri, o per altre caritatevoli intenzioni. In ogni altro caso affrettiamoci ad impiegare in opere di bene tutto ciò che la, Divina Provvidenza si degnerà inviarci.

Sarebbe pure abuso riprovevole e gravemente contrario al voto di povertà quello di un Direttore o Prefetto o di qualsiasi. altro Superiore, che occultasse capitali, sia pure coll´intendimento di dedicarli poi a futuri svolgimenti del proprio istituto. Le, menzogne nella contabilità e nei rendiconti amministrativi falsano la coscienza, soffocano la confidenza, alterano la vita di famiglia, attirano i castighi di Dio sui soci e sulla casa. E poi è proprio qui il caso di ripetere il noto adagio che la farina del diavolo va in crusca. Potrebbe infatti accadere che quelle somme nascoste, o si perdano nelle banche che falliscono o siano preda dei ladri. Come poi un sacerdote, che pecca. in tal modo contro il voto di povertà, nascondendo anche capitali ingenti e mentendo ai suoi Superiori, possa celebrare con tranquilla coscienza la S. Messa non è facile intendere. Qui si tratta di proibizioni tassative ov´è direttamente intaccata l´osservanza del voto, e non vale ricorrere alla scusa della buona intenzione e di un falso amore alla casa.

Il secondo punto è conseguenza diretta del primo. Chi conserva danaro può lasciarsi andare a colpevoli speculazioni, e quindi non solo a comprare ´e vendere stabili e fare prestiti a titolo di guadagno, ma financo ai giuochi di borsa o altri peggiori. Chi disgraziatamente si colloca su questa china precipita man mano nell´abisso, rovinando se stesso, la casa, e il buon nome della Congregazione.

Nè si opponga che, vietando tali sottrazioni o accantonamenti, si toglie forse uno stimolo alle private iniziative e si danneggia lo spirito di economia. È facile rispondere che, prima di qualsiasi iniziativa, v´è l´osservanza del voto fatto, la giustizia, la sincerità. Pessima economia invero sarebbe quella fatta a scapito della vita; e della disciplina religiosa. In casi consimili fu detto giustamente che non è permesso rubare per fare elemosina.

D´altronde la via da seguire è chiaramente tracciata dalle Costituzioni e dai Regolamenti, nonchè dalla buona tradizione. Nè si dimentichi che i primi e maggiormente interessati pel bene e lo sviluppo delle singole case devono essere e sono appunto gli Ispettori e i Superiori del Capitolo. Perciò quando il bene generale, per speciali circostanze, esiga un sacrificio particolare, tutti debbono essere disposti a farlo generosamente per amore di più alte finalità.

Il Direttore pertanto, o qualsiasi altro Superiore, anzichè contravvenire al voto di povertà con sottrazioni di danaro, esponga all´Ispettore i desideri, le iniziative che crede possano giovare al proprio Istituto, e non gli faccia il torto di credere che voglia ostacolare il bene o lo sviluppo delle opere che, dopo tutto, gli sono pure affidate. Ogni Ispettore sarà ben lieto di consigliare, indirizzare, lavorare di conserva coi Direttori pel raggiungimento di quegli scopi che siano approvati dai Superiori. Ma il danaro non venga sottratto; si consegni com´è prescritto. È naturale che si possa ritenere quel tanto che i bisogni ordinari della casa richiedono; ma, per calcoli troppo umani, che il più delle volte sono veri atti di sfiducia verso la Divina Provvidenza che ci ha fino ad oggi tanto maternamente assistiti, non si giunga all´estremo di offendere e calpestare il voto di povertà.

Ricordiamo le memorande parole dette a Dou ; Rua dal nostro Santo Fondatore: « Non m´è possibile trovare un economo che interamente mi secondi; che sappia confidare nella Divina Provvidenza; e non cerchi di ammassare qualcosa per provvedere al futuro. Io temo che, se ci troviamo così allo stretto di finanze, sia perchè si vogliono fare troppi calcoli. Quando in queste cose c´entra l´uomo, Dio si ritira » (112).

Molti anni dopo il venerando Don Albera che aveva appreso le mirabili lezioni del nostro gran Padre, e fattone tesoro, scriveva alla sua volta: « Non si creda che sia conforme al pensiero di Don Bosco il tesoreggiare, fosse pure per formare una dote al proprio Istituto; il nostro Fondatore volle sempre che noi non avessimo altro sostegno chela Divina Provvidenza. Ed è opportuno che lo sappiate: taluno che volle farne la prova, non ebbe la benedizione del Signore, il quale permise talvolta che ad un tratto andasse in fumo il frutto di lunghe e penose economie, dirette a tale scopo » (113).

Infine Don Rua, parlando del nostro dovere collettivo di contribuire al bene generale della Congregazione, scriveva: « Ciascuna casa si adoperi con una saggia economia a risparmiare, qualche somma, non da impiegarsi semplicemente in ingrandimenti od in altre cose non necessarie, e che forse disdicono all´attuale stato finanziario della nostra Società, bensì da consegnarsi all´Ispettore per sopperire ai bisogni generali della Congregazione ed a quelli speciali dell´Ispettoria » (114).

20. - I MANOSCRITTI E LA. POVERTÀ RELIGIOSA"

Il nostro Santo Fondatore, non solo fu strenuo e indefesso apostolo della buona stampa, ma volle, nelle Costituzioni, assegnare questo apostolato a´ suoi figli come finalità particolare nella missione salesiana. Fortunatamente è in costante aumento il numero dei figli di Don Bosco che, in tutte le Nazioni, spendono i loro talenti nello scrivere e propagare testi scolastici, collane di libri di sana coltura nel campo scritturale, patristico, oratorio, ascetico, pedagogico, letterario, scientifico, come. pure nella pubblicazione di letture cattoliche, riviste ed altre forme di propaganda. Non v´ha dubbio che Don . Bosco dal Cielo si compiace di questa attività de´. suoi figli, li incoraggia e benedice.

Però nello svolgimento di coteste lodevoli iniziative si può andare incontro a difficoltà di vario genere, particolarmente per ciò che si riferisce al voto di povertà, ed è bene chiarire alcuni punti su tale importante materia.

Nel Capitolo, della Povertà, all´articolo 31, le Costituzioni dicono che « come è consuetudine degli Istituti Religiosi, il socio, anche dopo la professione religiosa, ritiene per proprio uso i manoscritti, e, cambiando residenza può portarli. seco ». Per capire bene questo articolo è necessario stabilire di quali manoscritti intende parlare la Regola. È ammesso da tutti che vi sono due sorta di manoscritti: quelli con valore venale o commerciale, e quelli senza questo valore.

Quanto ai manoscritti di valore è fuor di dubbio ch´essi sono di proprietà della Congregazione e non degli. autori: la ragione è evidente. Tali lavori generalmente sono preparati per espresso incarico dei Superiori. Ora lo scrivere libri, dietro. invito e. per ordine dei Superiori, è un lavoro, un´occupazione, una ubbidienza insomma come tutte le altre. Frutto di tale lavoro ed ubbidienza è il manoscritto, il cui valore od :utile. materiale deve andare a profitto della Congregazione, non meno dell´onorario e di, ogni altro lavoro del Salesiano Maestro o Professore, del provento dei lavori di un Capo d´arte, degli emolumenti di un parroco o di un predicatore della nostra Società. Tutti indistintamente lavorano per la Congregazione; ognuno offre ad essa il frutto delle sue attività, questi spendendo le proprie energie nella scuola, nei laboratori, nel ministero, e quegli nell´apostolato della penna.

Lo stesso deve dirsi dei manoscritti che il Salesiano prepara di. sua iniziativa, col proposito di darli poi alle stampe. Il religioso ha dato tutto se stesso alla Congregazione, ed è logico che, , quanto egli possa: produrre nello svolgimento della sua operosità, sia a vantaggio della Società alla quale appartiene.

Alla S. Congregazione dei Religiosi fu proposto il seguente dubbio: « I Religiosi a voti solenni o semplici, che, durante il periodo dei loro voti, avessero preparato qualche manoscritto, possono ritenerne la proprietà, in modo da poterne far regalo od alienarlo in qualche altro modo? ». La, risposta del 3 Luglio 1913 fu negativa (115). Come vedete, non v´è più luogo a dubbio nè discussione: il religioso non ha il diritto di disporre dei suoi manoscritti di indole venale: questo diritto invece spetta alla Congregazione.

È evidente pertanto che le Costituzioni nell´articolo 31 si riferiscono, non ai manoscritti commerciabili, ma bensì agli altri che contengono prediche, memorie, quaderni di studio, riassunti di lezioni, e altri appunti personali non destinati alla pubblicazione.  Quanto agli altri manoscritti il religioso non può accampare nessun diritto di traffico. Non può alienarli mediante vendita, donazione, nè farli pubblicare senza il permesso del Superiore. Egli potrà ritenerli presso di sè e usarne a suo vantaggio: ma, quando si ´tratti di trafficarli, chi ne dispone è il Superiore. Nemmeno può un Confratello assumersi l´incarico oneroso di scrivere un libro per un editore salesiano od estraneo senza espressa licenza del Superiore; alla stessa guisa che un Maestro o un Professore o un dilettante di pittura, di disegno, di scultura, di musica, non può eseguire un determinato lavoro e poi venderlo o regalarlo a suo talento.

Siamo tutti figli della stessa Madre, la Congregazione. Con veri sacrifici essa ci ha formati e preparati ad una specifica missione, favorendo anche le nostre particolari attitudini. Collocati dall´ubbidienza in una speciale mansione, poco deve importarci la natura del lavoro da noi compiuto, o nei servizi domestici, o nei laboratori, nella scuola, nel ministero. La Fede c´insegna che il dovere è l´espressione della volontà di Dio, il quale rende ugualmente nobili tutte le occupazioni. L´essenziale si è che, come figli della stessa Madre, come membri della stessa Società, abbiamo parità di doveri e di diritti; e che perciò tutti i frutti delle attività: dei figli vadano a profitto della Madre, e tutti gli utili dei soci siano a vantaggio della Società.

Può anche succedere che, mentre i più portano il peso dell´assistenza, della scuola, dei lavori manuali e gravosi, alcuni pochi invece abbiano il vantaggio di dedicarsi a studi geniali, scrivendo libri che loro procurino accrescimento di sciēnza, nonchè fama e diletto. Sarebbe irragionevole e stridente che costoro,. oltre ai citati vantaggi, potessero ancora godere i vantaggi materiali del proprio lavoro, con danno evidente della Congregazione e dei Confratelli.

Giacche siamo in tema di manoscritti, credo bene aggiungere, due altre cose delle quali si deve tener conto quando si debbono dare alle stampe.

In primo luogo ricorderò incidentalmente che il Codice di Diritto Canonico (116) ha stabilito che nessun religioso possa pubblicare un libro senza averne prima ottenuto volta per volta dai proprii Superiori Maggiori la licenza (117). Ma si dirà: E se i Superiori, per qualsiasi ragione, non credessero bene di concedere il permesso di stampa, non potrà il Salesiano cedere il suo manoscritto ad un editore perchè lo pubblichi coll´impri- mater dell´Ordinario locale, sopprimendo magari il. nome dell´autore? La S. Congregazione dei Religiosi rispondendo a questo stesso dubbio, il 15 giugno 1911, dichiarava che il religioso non ha tale diritto e che agendo nel modo suindicato mancherebbe al voto di ubbidienza e di povertà (118).

A questo proposito mi permetto ricordare l´articolo 45 dei Regolamenti, nel quale è stabilito che « le pubblicazioni dei soci Salesiani devono sempre essere presentate ai revisori stabiliti dagli Ispettori, non esclusi neppure gli articoli dei giornali, periodici e riviste. Alla revisione ecclesiastica, quando dai, sacri canoni è richiesta, si faccia sempre precedere quella dei revisori della Società. Queste parole valgono pure per le pubblicazioni di autori estranei, affidate alle nostre tipografie. È vietata ogni pubblicazione d´indole politica ».

Per dare organico adempimento alle sapienti e importanti. determinazioni di questo articolo gl´Ispettori d´ora innanzi .sceglieranno ogni anno, e ne invieranno i nomi al Rettor Maggiore, quattro o almeno due :revisori per tutte le pubblicazioni dei Salesiani dell´Ispettoria; Si avverta poi che, i nostri Regolamenti vogliono che siano soggetti alla previa revisione anche gli articoli per giornali, periodici, e riviste, ed inoltre che sì eviti assolutamente ogni pubblicazione d´indole politica. Gli Ispettori, facendo osservare diligentemente queste sagge disposizioni, oltrechè acquistarsi il merito dell´ubbidienza, eviteranno noie, disgusti e gravi danni alla Congregazione.

Il secondo punto si riferisce particolarmente al fatto amministrativo della stampa del manoscritto.

Anzitutto è bene premettere che non basta che un Salesiano abbia scritto un libro perchè questo debba senz´altro essere dato alle stampe. Un lavoro può anche essere buono, senza avere speranza di esito editoriale. Toccherà all´Ispettore far esaminare il manoscritto per sapere se convenga o no darlo alle stampe. Non si può pertanto esigere ad ogni costo la pubblicazione di un lavoro, ma fa d´uopo rimettersi all´Ispettore che ha la responsabilità dell´amministrazione dei beni dell´Ispettoria.

Alla Congregazione spetta iniziare e condurre a termine le pratiche amministrative della stampa e vendita del libro. A tale scopo è necessario che l´Ispettore possa dimostrare, anche di fronte alle leggi civili, di essere il proprietario del libro: perciò l´autore che voglia stamparlo ne farà legale cessione all´Ispettore. Senza di questo documento non sarà più permessa la stampa o ristampa di nessun libro. Il Salesiano che volesse intervenire direttamente in queste cose mancherebbe al voto di povertà. V´è l´usanza-di rimettere all´autore un determinato numero di copie per suo uso e per eventuali omaggi: va da sè che dette copie devono servire ai fini indicati. L´autore non può venderle e ritenerne l´importo; ciò sarebbe direttamente contrario al voto di povertà. Naturalmente l´autore potrà dare quei suggerimenti che giudicherà opportuni per la pubblicazione e le esigenze editoriali del suo libro: ma dopo ciò, sapendo che la Congregazione è direttamente interessata perchè l´edizione riesca aí comune onore e vantaggio, si rimetta a quanto stabilirà l´Ispettore.

Poichè trattiamo di queste cose mi sia permessi un´altra osservazione. Provai penosa impressione nel ricevere in omaggio pubblicazioni di confratelli stampate da editori non Salesiani. Pensai più di lana voltai quale rammarico avrebbe provato il nostro santo Fondatore se, lui vivente, qualcuno dei suoi figli avesse agito in tal modo. Non è ammissibile che; avendo noi tipografie e librerie in tutto il mondo, si stampino libri di Sa- lesiani presso altri editori. Se per circostanze del tutto particolari si dovesse fare una eccezione, se ne informino previamente i Superiori. Qualora l´Ispettore, al quale devono essere presentati i libri per la stampa, non fosse in grado, per circostanze speciali, o perchè trattasi di opere di indole particolare e di singolari esigenze editoriali o per altri motivi, di affrontarne la stampa, si rivolga ai Superiori.

Può succedere inoltre che un Confratello, dopo aver consegnato nel modo suindicato all´Ispettore il suo manoscritto perchè sia licenziato alle stampe, si senta tentato a credersi autorizzato di chiedere, se non di esigere, compensi pecuniari per sè, o per acquisti di libri, e magari anche per aiutare la famiglia. Non credo sia necessario spendere parole per dimostrare che tale modo di agire è contrario allo spirito religioso, e particolarmente al voto di povertà. Se il Confratello avrà bisogno di qualche ,cosa, di libri od altro, i Superiori penseranno a lui, non già perchè egli abbia pubblicato un libro, ma pel motivo stesso per cui pensano a tutti gli altri Confratelli; vale a dire perchè si tratta di Salesiani, ai quali, come a figli carissimi, pensa, provvida e amorosa, la Madre Congregazione. Non sarà mai la stampa di un libro che possa muovere i Superiori a prendere in più benigna considerazione un caso pietoso, nè a legittimare pretese che scinderebbero l´unità della Società Salesiana, per formarvi delle caste tra i suoi soci.

Figliuoli carissimi, io voglio sperare che le cose dette servano, non solo a sistemare e coordinare questo ramo importantissimo dell´attività salesiana, ma ad accrescere l´attuale movimento editoriale della nostra Società in guisa da meritarci le compiacenze e le benedizioni del nostro Santo Fondatore.

Non si dimentichi che l´apostolato della stampa è una delle finalità della nostra Società, una vera e importante missione affidataci dal nostro Padre. Non è e non dovrà essere mai l´amore al danaro, nè altro terreno interesse che ci muova a compiere con crescente zelo cotesto alto apostolato, ma solo e in ogni tempo l´amore per le anime. Se la devozione dei figli verso del grande Padre sarà, ora e in avvenire, così ardente e puro da spingerei a seguirne e intensificarne con slancio le alte finalità anche in questo campo, senza mai perdere di vista l´osservanza esemplare della povertà religiosa, ne verrà un grande bene ai singoli membri, alla Congregazione, alle anime.

21. - LA. LICENZA

Gli scrittori sacri, parlando della´ povertà la chiamano spesso virtù sorella dell´umiltà, dalla quale non può andare disgiunta. Solo chì è umile infatti sa generosamente abbracciare la povertà, che, per la stessa sua natura, mette chi la pratica nella condizione di vivere una vita umile.

Enumerati i vari modi coi quali si può violare il voto di povertà, era necessario questo richiamo, perchè solamente chi abbia l´umiltà ben radicata nel cuore saprà servirsi del mezzo facile e. sicuro che sto per suggerirvi e a fine di evitare ogni infrazione del voto. Intendo parlare della licenza.

Il Salesiano, che nelle cose riguardanti la povertà, non agisce di suo arbitrio, ma sempre in pieno accordo coi suoi Superiori, non graverà mai di nessuna colpa la propria coscienza, nè cadrà mai in ansietà ed incertezze. Così un semplice atto di sottomissione e dipendenza, vale a dire di pratica umiltà, diviene mezzo efficace per evitare peccati e, ciò che più monta, per farci progredire nella virtù della povertà. La trasgressione del voto consiste nel fare atti di proprietà o di amministrazione senza permesso: chi si umilia a chiedere il permesso, non trasgredisce più il voto, perchè subordinando la propria volontà a quella del Superiore, non è più lui che agisce e fa l´atto di proprietà, ma lo stesso Superiore per mezzo suo.

La licenza, relativamente al voto di povertà, è un´autorizzazione che il Superiore concede al religioso perchè compia un atto di proprietà. Vi sono varie specie di licenza. Si chiama espressa la licenza che il Superiore dà con un atto formale a voce o per iscritto. Un Confratello ad esempio ha bisogno di compiere un atto di proprietà qualsiasi: egli, secondo l´importanza della licenza da chiedersi, ricorrerà, a voce o per iscritto, al Direttore, all´Ispettore o al Rettor Maggiore, giusta .le precise indicazioni della Regola. Il permesso ch´egli otterrà, a voce o per iscritto, è una licenza espressa.

Perchè questa licenza abbia il dovuto carattere di chiarezza, è necessario che chi la chiede non usi termini ambigui, ma chiari, determinati, corretti; affinchè la risposta possa essere altrettanto chiara e precisa, in modo da togliere ogni dubbio, e da scaricare da qualsiasi responsabilità chi la concede e chi agisce in virtù di essa.

Talvolta nella licenza espressa è contenuta virtualmente- o implicitamente la licenza di compiere azioni connesse. Un religioso . chiede la licenza di fare un´azione d´indole complessa: orbene in virtù della licenza chiesta egli potrà fare tutte quelle altre cose che accompagnano detta azione. Se un Salesiano per esempio ottiene il permesso di fare un viaggio, è naturale che gli è pure concessa la licenza di fare le spese necessarie: ora questa seconda licenza, implicitamente compresa in quella di fare la cosa principale, vien chiamata virtuale.

Nell´interpretazione di questi permessi però è bene procedere con cautela, per non oltrepassare i limiti della discrezione religiosa e le usanze dell´Istituto. Se il Superiore ad esempio concede a due Confratelli di fare una passeggiata mattutina, e li autorizza a consumare una modesta colazione, o, come si suol dire, uno spuntino, quelli commetterebbero un abuso e una grave mancanza contro la povertà se spendessero venti o trenta lire ciascuno in un albergo di lusso. Allo stesso modo abuserebbe della licenza virtuale chi, in un brevissimo viaggio ordinario, invece di seguire le nostre consuetudini di prendere la classe modesta e di portarsi un panino o qualche frutto per una eventuale consumazione, si permettesse di prendere una classe di lusso e di andare alla vettura ristorante. Non mi dilungo nella enumerazione di casi consimili.

La licenza tacita viene chiamata così perchè si giudica concessa col silenzio. Il Superiore, ad esempio, è presente mentre il Confratello fa un atto di proprietà che sarebbe di per se stesso contrario al voto. Il Confratello non ha chiesto preventivamente il permesso, ma, egli suppone che, facendo quella cosa alla presenza del Superiore: che potrebbe, volendo, impedirla, .e non lao impedisce, con ciò, vale a dire, colla presenza ,e col silenzio, la autorizzi.

Non sempre però si avvera che chi tace acconsente: nè sempre il silenzio è segno di licenza e di reale permesso. Se in una casa regnasse l´indisciplina, e i religiosi commettessero evidenti in frazioni del voto di povertà col silenzio peccaminoso dei Superiori che non compiono il loro dovere, in tal caso il silenzio altro non sarebbe che il peccato di chi non comanda, aggiunto al peccato di chi non ubbidisce. Potrebbe anche succedere che un Superiore, per le deplorevoli circostanze in cui la casa ed egli stesso si trovano, si veda moralmente costretto, per evitare mali maggiori, a tacere e a chiudere un occhio su certe trasgressioni che in cuor suo disapprova e condanna: anche in questo caso sarebbe un abuso l´interpretare come licenza tacita il silenzio del Superiore.

Da queste e simili considerazioni si vede come bisogni procedere colla massima cautela nei casi di tacita licenza. Non è la rilassatezza di alcuni o dell´intiera Comunità quella che deve guidarci nella interpretazione di tali licenze, ma all´incontro devesi prendere come norma l´esemplare osservanza religiosa. Altrimenti avverrebbe che, perchè alcuni calpestano la Regola, altri pure si possano credere tacitamente autorizzati a commettere lo stesso peccato. Quindi per non dare al permesso dei Superiori o al loro silenziò una interpretazione od estensione che oltrepassi i limiti da essi intesi, col pericolo di peccare contro il voto di povertà, ricordiamo ancora una volta che povertà ed umiltà sono virtù sorelle, e non temiamo, di umiliarci chiedendo una licenza espressa, la quale ci permetterà di agire ´con morale sicurezza, con accrescimento di virtù, e conseguentemente di meriti per il Cielo.

Vi è infine la licenza presunta; licenza molto discussa e che potrebbe condurre gli individui alla rilassatezza e la Congregazione alla rovina, qualora se ne abusasse. È doveroso trattarne per tranquillare, in certi casi, le anime delicate di coscienza: ma preghiamo. Iddio che nessuno prenda argomento da questa trattazione per favorire lo spirito d´indipendenza e per leggiti-mare ´la propria inosservanza.

La licenza presunta è ° quella che si suppone verrebbe con- cessa dal Superiore se conoscesse´ le circostanze in cui si trova. il suddito, che non è in grado di domandarla per motivi indipendenti dalla sua volontà.

Un religioso lontano dal Superiore si vede nell´occasione di dover fare un atto di proprietà. Sapendo che.. altre volte, in identiche circostanze, ottenne dal Superiore la licenza richiesta, egli ragiona così: se il Superiore fosse qui, certamente mi còncederebbe il permesso, e in virtù di questo giudizio egli agisce con tranquilla coscienza.

Questo però è un terreno piuttosto incerto e sdrucciolevole. Se disgraziatamente la teoria della licenza presunta si applicasse con una certa larghezza ne verrebbe affievolita la disciplina religiosa.

È bene pertanto ricorrere ad essa solo in casi eccezionali, informandone poi il Superiore appena sia possibile, se si tratta di cose di una certa importanza, o di acquisti che noi intendiamo conservare. Non sarà necessario invece far ratificare il permesso quando si tratti ad esempio di una` piccola elemosina data ad un poverello, o del regalo di un´immagine o di altro minuscolo oggetto religioso.

22. - LE CIRCOSTANZE DELLA LICENZA.

Anche le diverse circostanze della licenza presunta devono essere seriamente ponderate. Quando si tratta di cose evidentemente convenienti alla Congregazione si può, non solo presumere il permesso, ma anche la parola incoraggiante del Superiore. Quando invece la convenienza fosse meno evidente è bene andare a rilento nel presumere la licenza. Il religioso però può trovarsi in circostanze nelle quali, per antecendenti esperienze fatte, deve supporre e temere che il Superiore in quel caso non darebbe volentieri il permesso, e forse lo negherebbe; in simili casi è meglio che il religioso si astenga dall´agire, o lo faccia solo in casi straordinari e per motivi speciali che; si affretterà ad esporre al Superiore. Gravi autori in questi ultimi casi non scusano il religioso da peccato mortale contro il voto, e altri da peccato veniale, se non contro la povertà, contro l´ubbidienza (119).

Neppure si può presumere che un permesso concesso una volta, sia concesso per sempre: qui si avrebbe una presunzione senza fondamento e contraria alla ragione.

Il nostro Santo Fondatore non ci ha lasciato nessuna norma a proposito di licenze tacite o presunte. Nè dobbiamo dedurre dal suo silenzio ch´egli intendesse che i suoi figli non avessero, da ricorrere a simili interpretazioni e facilitazioni:. si rimise semplicemente alla dottrina comune in questa materia. È certo però che, soprattutto trattandosi di cose riguardanti la povertà, non dobbiamo collocarci sulla china delle troppo facili licenze tacite o presunte: taluni vi scivolarono fino al fondo dell´abisso. Su questo argomento è bene avere presente un´osservazione assai importante. I permessi o licenze di qualsiasi specie non seno lasciati al totale arbitrio del Superiore. Egli infatti non può concederli se non in conformità delle Costituzioni e dei Regolamenti, valutando inoltre bene ogni cosa e rendendosi conto che vi siano motivi sufficienti per la concessione. L´articolo 166 dei Regolamenti ad esempio stabilisce che il danaro della casa sia depositato presso il Direttore; altrettanto dice l´articolo 176 che ordina al Prefetto di consegnarglielo. Potrà un Direttore dare licenza al, prefetto di tenere presso di sè il deposito del danaro? No certamente: e il Direttore che lo concedesse, ´non solo oltrepasserebbe i limiti della sua autorità, ma quella licenza sarebbe nulla e invalida perchè contraria ai Regolamenti.. Il Direttore, come ogni Superiore, ha in primo luogo ´il dovere di agire in conformità delle Regole: fu fatto Superiore coll´esplicita condizione di governare secondo le loro prescrizioni. L´inferiore che riceve una licenza contro di esse non può servirsene, perchè egli unirebbe la sua trasgressione a quella del Superiore.

Di questa licenza nulla e invalida parla il venerato. Don Rua accennando ad un abuso contro l´articolo 30 delle Costituzioni, che dice: « Niuno tenga danaro presso . di sè o presso altri, nella Società o fuori, per nessun motivo ». Al buon Padre era stato detto che qualche Confratello, avendo ricevuto danaro da parenti od amici, lo conservava presso il prefetto,, come deposito personale, di cui disponeva a suo talento. Impressionato Don Rua dagli abusi che potevano derivare da tale concessione, contraria, non solo allo spirito di, povertà, ma alla stessa fraterna uguaglianza che deve regnare atra i figli di una famiglia religiosa, alzò la voce per condannarla, severamente. Volendo poi sradicare il male dalla, stessa sua radice dichiarò nulli i permessi dati in passato da qualsiasi Superiore, proibendo nel tempo stesso di ridarne in avvenire. Ecco le sue parole: « Affinchè, eliminando l´abuso, si faccia quanto esige lo spirito di povertà e la vita comune, con questa Circolare intendo di togliere, in quanto sia necessario, a qualsiasi Superiore, la facoltà di fare eccezioni. Dichiaro per conseguenza di nessun valore il permesso che prima d´ora avesse dato o desse in avvenire il Direttore o l´Ispettore ai Confratelli di ritenere a propria disposizione il suaccennato deposito, o di usare del danaro ricevuto dai congiunti o da altre persone a procacciarsi qualche cosa, che, a parità di bisogno, la Comunità non provvede ai Confratelli mancanti di siffatti aiuti e soccorsi di estranei » (120). Coll´espressione, in quanto sia, necessario, il venerato Don. Rua lascia chiaramente capire che non sarebbe nemmeno stato necessario togliere ai Superiori una facoltà che effettivamente non avevano, e con ciò dichiarava che i suindicati permessi erano di per sè nulli ed invalidi.

Sarebbe invece il caso di una licenza ingiusta, vale a dire senza motivi giustificanti, quella in cui un Superiore concedesse a un Confratello di fare spese inutili; oppure di ritenere presso di sè, senza ragione sufficiente, cose di cui non avesse bisogno, o, peggio, oggetti di lusso o preziosi. In simili casi, anche se non vi fosse un vero peccato contro il voto, vi sarebbe però, da parte dell´inferiore che chiede la licenza e del Superiore che la concede, una mancanza contro la virtù della povertà.

Prima di chiudere questa trattazione sui permessi o licenze non vi sia discaro, figliuoli carissimi, ch´io vi rivolga una raccomandazione, per mettervi in guardia contro un inganno, volgare se si vuole, ma reale, e cioè circa il modo di domandare le suindicate licenze, particolarmente riguardo alla povertà.

Il Suarez dice a questo proposito che chi chiedesse una licenza allegando motivi non veri, o nascondendo circostanze tali che, se al Superiore fossero note, lo indurrebbero a negarla, in questi casi, la licenza non avrebbe nessun valore (121). Ognuno comprende che la mancanza di schiettezza, la simulazione, come pure i raggiri e altre tali deplorevoli deformazioni della verità e della sincerità, sono cose indegne di anime religiose, macchiano e snaturano la coscienza: Per quanto deplorevole, sarebbe un minor male agire senza licenza, anzichè volere ipocritamente coonestare una cattiva azione con parvenza di regolarità.

Taluni mancano contro la povertà con un altro sotterfugio o inganno. Un religioso sa che non otterrebbe dal suo Superiore una somma, ch´egli pretende avere, ed allora si rivolge a parecchi Superiori successivamente per strappare ad . ognuno di essi una parte della somma totale. Come ben vedete, si tratta di vie trasverse e peccaminose che, anzichè tranquillare la coscienza, servono a deformarla sempre più fino a condurla all´abisso.

Altri infine percorrono, colle stesse poco rette intenzioni, tutta la gamma della gerarchia fino a carpire il permesso desiderato. Talvolta lo chiedono a un Superiore maggiore e, avutone il rifiuto, insistono presso i Superiori inferiori, o viceversa, senza nulla dire dei rifiuti precedenti. Queste forme subdole e capziose sono indegne di un´anima, che tutto ha abbandonato per cercare la perfezione.

Figliuoli carissimi, voi comprendete perchè io mi sia indugiato su quest´argomento delle licenze: ma avendo presente l´insistenza con cui Don Bosco e i suoi Successori_ ci premuniscono contro qualsiasi forma di raffreddamento in fatto di povertà, ho creduto mio dovere mettere in guardia tutti i Salesiani, superiori ē inferiori, circa il pericolo delle licenze, che troppe volte possono convertirsi in abusi ed inosservanze e condurre la Società nostra e i suoi membri a deplorevole rilassatezza.

Prima di por termine a quest´argomento delle licenze ascoltiamo la parola autorevole del nostro Santo Patrono, pur sempre così largo e benigno nel compatire l´umana fragilità. Egli scrive: In certe particolarità, che per sè sarebbero contro il voto, si allega il permesso e la licenza del Superiore. Sono già brutte queste parole di permesso, di licenza, dove ha da regnare lo spirito di perfezione; sarebbe meglio vivere a tenore delle leggi e disposizioni senza ricorrere a esenzioni, licenze, permessi... Vi sono permessi che in qualche modo possono essere buoni; ma i permessi di tener danaro ´non sono tali, perchè in fin dei conti ciò costituisce proprietà, sia quanto si voglia velata e mascherata: è l´idolo che Rachele teneva nascosto sotto la veste (122). Si dice che il Superiore permette; che vi è il suo beneplacito; ecco Rachele che parla. Ma intanto quel danaro, è di un religioso e non di un altro; ecco l´idolo della proprietà. Se non è proprietà, come si spiega che uno ha più comodi del bisogno, e l´altro ha più bisogni senza comodi? Uno soffre e l´altro no; uno ha fame, dirò così, e l´altro è nell´abbondanza; non è una Comunità del Signore cotesta. Chiama la cosa come vuoi, ma è pura e semplice proprietà: dove non c´è proprietà non c´è mio e tuo, le due parole che hanno rovinato il mondo. « Il religioso che ha un soldo, non vale un soldo, dicevano gli antichi » (123).

Don Albera nella circolare diretta agli Ispettori e Direttori sul modo d´ conservare nelle case lo spirito di Don Bosco, specialmente per ciò che concerne la povertà, scriveva: « Certi religiosi, quasi senza avvedersene, si sono creati innumerevoli bisogni e pretendono dai loro Superiori tali agiatezze che non converrebbero neppure alle famiglie doviziose; e perdono la. pace del cuore se vien loro negato ciò che ardentemente desiderano » (124). Dopo aver lamentato questo disordine, egli dà quattro opportunissimi consigli, due per i Confratelli e due per i Superiori, ch´io vi trascrivo come coronamento del fin qui detto: « 10 Amare la povertà e non aver vergogna di praticarla,. quand´anche la casa propria mancasse del necessario. 2´3 Accettare volentieri e generosamente le conseguenze della povertà in ispirito di penitenza. 30 Non concedere permessi che aprano la via ad abusi contrari alla povertà, e che oltrepassino le facoltà concesse dai Superiori Maggiori. 40 Non prendere per se medesimi quelle libertà che si negherebbero ai proprii dipendenti » (125).

23. - VITA PRATICA DI POVERTÀ EVANGELICA.

Nell´enumerare e brevemente commentare la parte negativa, e cioè i parecchi modi con cui si può venir meno al voto di povertà, abbiamo implicitamente parlato della parte positiva ossia di ciò che deve farsi per praticarlo fedelmente. È bene però indugiarci alquanto e di proposito sui principali punti che riguardano direttamente la vita pratica della povertà di spirito.

Ma prima permettete ch´io vi esorti ancora una volta a prendere in seria considerazione e a riesaminare con frequenza tutto ciò che si riferisce al voto e alla virtù della povertà. Non è sempre facile ai Maestri di Noviziato trattare questa materia colla dovuta ampiezza, sviscerandone" anche i punti più ardui e spinōsi, sia per la ristrettezza del tempo, come anche per l´aridità e le difficoltà dell´argomento. D´altronde alla giovane età dei Novizi non è ancora familiare l´abito di quella riflessione che sarebbe necessaria per afferrare e approfondire l´insieme dei doveri imposti dalla povertà di spirito. È questa. il più delle volte l´origine e la causa di certe mancanze che parrebbero_ inspiegabili in certi Confratelli usciti di fresco dal Noviziato.

Dio non voglia che la stessa incomprensione possa un giorno far dire a qualche religioso traviato che, in fatto di povertà, altra cosa è la teoria e altra la pratica, e che alla fin fine ci vogliono idee larghe, poichè la virtù non consiste in piccole cose. e minuzie. Perchè . questo linguaggio non si abbia a udire mai.. tra i figli di San Giovanni Bosco è necessario che i Superiori si adoperino affinchè da tutti si abbiano concetti chiari e precisi´ sul punto importantissimo della povertà. A tal fine si ritorni con frequenza su questo argomento nelle conferenze, nei colloqui particolari e soprattutto nel corso degli Esercizi Spirituali. Si vigili specialmente e,. s´intervenga con serena fermezza per stroncare ogni abuso. Non dimentichiamo il sapiente montò di S. Agostino: « Si. stia alla Regola e si correggano anche le piccole cose » (126).

Ricordino i Rappresentanti di Dio le gravi parole di Don Albera, « quanto cioè sia deplorevole la massima di coloro che,, per non crearsi noie e fastidi, permettono che si trasgrediscano le Costituzioni e s´introducano abusi ad esse contrari. Costoro, soggiunge egli, invece di edificare, distruggono, essendo scritto che: moderator regularis, eontra regulam aedifieans, destruit; distrugge il Superiore religioso che opera contro la Regola» (127). Ma soprattutto essi abbiano ben scolpite nella mente queste parole di S. Bernardo: « Nessuno osa correggere quelle cose nelle quali egli pure è colpevole » (128,).

La virtù della povertà non è di quelle che colpiscono particolarmente la fantasia e possa essere dipinta a colori smaglianti:. essa è fatta di umiltà e di sacrificio. Solamente uno studio serio e continuato può renderci persuasi della massima sua importanza, e diligenti nella sua pratica. Studiamola negli scritti di Don Bosco e de´ suoi Successori. Il compianto Don Albera diceva nel 1917: « Quanto saggiamente operano quei Direttori che fanno rileggere di quando in quando la magistrale Circolare di Don Rua sulla povertà: che ne richiamano a tempo e luogo in vigore le prescrizioni, senza lasciarsi spaventare da qualche lamento che gli spiriti rilassati nella disciplina potrebbero muovere » (129). Vorrei io pure che tutti lo ricordassero quell´importantissimo documento. Esso portava la data del 31 gennaio, giorno oggi faustissimo per noi, perchè proclamato dalla Chiesa natalizio di. S. Giovanni Bosco,. Don Rua aveva affrettato il lavoro per finirlo in quel giorno, sperando così di dare maggior efficacia alle sue parole. Il preludio è solenne. Egli richiama la sua elezione a successore di Don Bosco, la sua rassegnazione nell´addossarsi il peso dell´immensa responsabilità, la sua filiale confidenza in Don Bosco, dinanzi alla cui venerata salma si era gettato come un bambino nelle braccia del Padre, tra un profluvio di lacrime. Perchè mai tanta solennità di esordio, in lui, solitamente piano e alieno fin da ogni parvenza di retorica? Perchè espandersi con speciale tenerezza coi suoi figli e dire loro che gli pareva di non essere venuto mai meno alla promessa di nulla risparmiare per conservare intatto lo spirito della Congregazione e le tradizioni anche più minute di famiglia? Ascoltiamo la risposta dalle sue stesse labbra: « Queste cose, egli scrive, sebbene di indole affatto intima, mi sembra opportuno rilevarvi nell´atto di dettare una lettera Circolare che avrà. una particolare importanza per l´argomento che intendo trattare. Credo necessario trattenermi un poco in compagnia .di tutti i miei carissimi figli, sparsi su tutta la faccia del globo,. trattando dell´eccellenza, dei vantaggi, e della pratica della povertà. Voglia Maria Ausiliatrice, la Madre del Buon Consiglio, dirigere la mia penna ed ispirarmi le parole convenienti per ritrarre in tutta la sua pienezza lo spirito di Don Bosco riguardo a questa virtù » (130). Noi pertanto possiamo essere certi che quella circolare uscita, più dal cuore che dalla penna di Don Rua, contiene le vere idee di Don Bosco intorno alla povertà. Lo stesso Don Rua, nel ringraziare in seguito i Confratelli della grande gioia che avevangli procurato per l´accoglienza fatta alla Circolare, li esortava « a tenerla come uno dei regali che il nostro Buon Padre era solito fare per l´imminente festività del suo onomastico ». « Giova sperare, soggiungeva, che la lettura di quella lettera contribuirà non poco a tenere il nostro cuore staccato dalle misere cose di questo mondo e a renderlo sempre più atto ad innalzarsi a Dio » (131). Più tardi il buon Padre ritornava sull´argomento e scriveva: « Nessuno creda di trovarsi in condizioni eccezionali che lo dispensino dalle norme tracciate in quelle pagine; in cosa che tocca l´intima natura del voto di povertà non possono farsi  eccezioni » (132).. Infine avvertiva che « la virtù non consiste nel fare sublimi riflessioni, nel riportare belle parole, bensì nel metterla in pratica e nel ricavarne profitto ».

Ho creduto bene richiamare alla memoria e far mie le paterne esortazioni del grande Servo di Dio Don Rua, prima di addentrarmi nello studio particolareggiato della vita pratica della povertà. Se avremo radicati nel cuore i sentimenti di Don Bosco e del suo figlio prediletto in tutto ciò che riguarda quest´importante virtù, possiamo essere certi che molto ne guadagnerà l´osservanza religiosa e s´irrobustirà lo spirito Salesiano, assicurandosi così alla nostra Società un avvenire ricco di speranze.

So di far cosa utile .e gradita svolgendo con sufficiente ampiezza questa rassegna delle svariate condizioni e delle differenti maniere nelle quali da noi si può e si deve praticare la virtù della povertà. E poichè essa deve praticarsi dappertutto e sempre, ho divisato di seguire questo ordine. Considereremo la vita vissuta della povertà nelle case e negli ambienti che ci ospitano; nella nostra persona, nel vestito, nel vitto, nelle vacanze e nei viaggi, mettendo in luce quale debba essere la sana e vera economia da praticarsi: la considereremo pure nei beni individuali e in quelli della Congregazione, che dovremo forse amministrare nelle diverse mansioni o contingenze della vita religiosa; infine indicheremo alcuni mezzi atti a rendere effettivo il distacco dalle cose terrene, più generoso lo spirito di mortificazione e di sacrificio, più radicata nell´anima la pratica di questa virtù che ci procura gioie temporali ed eterne.

24. - POVERTÀ NEGLI EDIFIZI

Premettiamo una considerazione d´indole generale. Le Costituzioni (art. 55), dopo aver stabilito che il Rettor Maggiore è il Superiore di tutta la Società, ed ha potestà su tutte le Ispettorie, le case, e i soci quanto alle cose spirituali e temporali, aggiungono ch´egli « non avrà facoltà di vendere beni immobili della Società, nè di comperarne senza consenso del Capitolo Superiore » (art. 56).

È evidente pertanto che, nessun. altro Superiore, -nè l´Ispettore, nè il Direttore, nè tanto meno ancora un socio qualsiasi, può comprare o aliena-e beni senza il permesso del Rettor Maggiore e del Capitolo Superiore. Se in passato vi fosse stato qualche errata interpretazione a questo riguardo, o per ignoranza o per altri, motivi, si ritenga che la legge non fa eccezioni di sorta e mancherebbe al voto di povertà chiunque presumesse di compiere i suindicati atti di proprietà senza la dovuta e previa licenza.

Premettiamo ancora che l´Economo Generale, il quale amministra, sotto la direzione del Rettor Maggiore i beni, che non sono di una determinata Ispettoria o casa, ma di tutta la Società (art. 76), dirige pure lo stato materiale della Società stessa, vale a dire i capitali, mobili ed immobili, la maniera di acquistarli, di possederli, di conservarli e di alienarli, nonchè le operazioni che vi sono connesse, come ad esempio le costruzioni... (art. 77).

Nessuno pertanto può credersi autorizzato a fare lavori edilizi senza il previo permesso. L´art. 114 dice espressamente:

« Il Direttore non potrà comperare, nè vendere immobili, nè costruire nuovi edifizi, nè demolire gli esistenti, nè far innovazioni d´importanza, senza il consenso del .Rettor Maggiore e dell´Ispettore ».

Come ben vedete, la prescrizione è tassativa e categorica. Nulla si può costruire, nè demolire, nè modificare, in cosa d´importanza, senza il debito consenso. Solo quando si trattasse della sistemazione di una porta, di una finestra, o di simili piccole cose di necessità immediata, non sarà necessario il permesso; negli altri casi, sempre.

E qui sarà bene indicare l´ordine da seguire in queste cose. Se si tratta di nuove fondazioni toccherà direttamente all´Ispettore fare le pratiche necessarie; la prima delle quali è di ottenere per iscritto dal Vescovo della Diocesi il consenso per l´apertura e mandarlo al Rettor Maggiore, al quale spetta ottenere il beneplacito, della S. Sede per l´erezione canonica (art. 103). Si. ricordi ch´è riservato al Rettor Maggiore col suo Capitolo il permettere agl´Ispettori d´aprir nuove case, come pure il determinarne o modificarne il carattere o lo scopo (art. 104).

Ottenuto il consenso, l´Ispettore preparerà i piani del nuovo Istituto e li manderà all´Economo Generale perchè questi li esamini e presenti all´approvazione del Rettor Maggiore e del Capitolo. Ai piani dell´edifizio si deve unire sempre il preventivo della spesa, indicando al tempo stesso di quali somme o mezzi si disponga per le costruzioni e il relativo arredamento. Parleremo a suo tempo dei debiti, ma è bene premettere subito che i Superiori non potranno mai contravvenire alle tassative disposizioni canoniche, che vietano di contrarre debiti: perciò non otterrà mai la loro approvazione una richiesta di costruzione per la quale non vi fossero i fondi necessari.

Nessuno poi si permetta di iniziare lavori edilizi senza il previo permesso, e meno ancora si osi mettere i Superiori davanti al fatto compiuto. Chi commettesse un simile abuso peccherebbe contro la povertà e l´ubbidienza. Nè si adduca come scusa o pretesto l´urgenza. In cose di capitale importanza, qual è l´apertura o la costruzione di una casa, non si deve procedere affrettatamente, e d´altronde oggi le comunicazioni offrono le più ampie comodità. Quando invece si trattasse di costruzioni da farsi per ampliare o sistemare una casa già fondata,, in questo caso è bene, :consultare l´Ispettore. Ottenuto un permesso, di massima, il Direttore studi seriamente il da farsi in unione col suo Capitolo., prima ancora di interessare l´architetto o l´ingegnere che dovranno . stendere i disegni. Si avverta che tocca a noi dire ai tecnici ciò che vogliamo e come lo vogliamo. Là nostra edilizia ha esigenze ignorate il più delle volte da coloro che non conoscono intimamente la nostra vita.

25. - LE ESIGENZE PEDAGOGICHE

DELLA CASA SALESIANA

La casa Salesiana è una casa di educazione e la sua costruzione è subordinata anzitutto a precise esigenze pedagogiche. Per noi è legge primaria ed essenziale quella dell´assistenza; e perciò i cortili, i portici, i corridoi, le scale, come i dormitori, i refettori, lo studio, le scuole, le stanze e. ogni altro luogo riservato, tutto insomma deve prestarsi per una conveniente assistenza con esclusione di nascondigli e angolosità antieducative. Si è commesso talvolta lo sbaglio di collocare la (appella al secondo o terzo piano, rendendo in tal modo ostacolato, se non del tutto impedito, uno dei mezzi pedagogici più efficaci, come sono le frequenti visite. Una ben studiata casa salesiana dovrebbe essere costruita in modo da far sì che i giovani dei nostri Istituti si possano trovare, in determinati periodi della giornata, in un medesimo piano, facilitando in tal modo l´efficace controllo dell´assistenza. Durante le ore del riposo saranno tutti raccolti nel piano dei dormitori; in altre ore nel piano dello studio e delle scuole: in un terzo periodo della giornata si troveranno in cortile o sotto i portici ove saranno pure collocati i refettori e la cappella.

Tralascio di parlare dei servizi igienici, la cui ubicazione merita uno studio accurato nei riguardi dell´assistenza.

Tocca al Direttore e al suo Capitolo studiare le proporzioni dei locali in relazione al numero degli alunni: anzi è proprio il numero di essi che deve servire di base per la distribuzione e le dimensioni delle diverse costruzioni. Talvolta fu costrutto un refettorio od uno studio per 150 allievi, mentre i dormitori, e la cappella non ne potevano ospitare che cinquanta. Voi vedete come si possa mancare e in modo grave alla povertà per non aver valutate e studiate preventivamente queste cose.

L´ingegnere o l´architetto penseranno poi alla statica, alla solidità, alle linee dell´edifizio; ma siamo noi che dobbiamo dir loro, e con dati positivi, quali debbano essere la posizione, l´orientamento, la capacità, ed in generale le esigenze scolastiche, pedagogiche, morali degli ambienti.

Troppe volte, appena ultimato un edifizio, anzi persino durante la costruzione stessa, s´incominciarono i cambiamenti, le demolizioni, le superstrutture, con spreco di tempo e di danaro. Dobbiamo aver presente questo canone edilizio e religioso: noi Salesiani siamo poveri e non possiamo permetterci il lusso di far le cose due o tre volte; ma per farle una volta sola, solidamente e bene, è necessario premettere uno studio accurato e coscienzioso,, prima ´d´iniziare qualsiasi lavoro. Siamo amministratori dei beni della Provvidenza e faremmo grave ingiuria a Dio contribuendo forse a far seccare a nostro riguardo le fonti delle sue benedizioni, se negligentemente e prodigamente sciupassimo le elemosine, frutto il più delle volte di privazioni e sacrifizi.

Studiati e seriamente ponderati i bisogni delle nostre costruzioni si esporranno all´architetto. E qui si noti bene. Finchè la nostra Società ebbe poche case, fu possibile all´Ufficio tecnico dell´Economato Generale occuparsi direttamente dei progetti e della stesura dei piani costruttivi dei singoli Istituti. Oggi chele nostre opere sono sparse in tutto il mondo, è necessario che ogni Ispettoria pensi a sè. L´Ufficio dell´Economo Generale si occuperà solo dell´esame dei progetti che verranno inviati per l´approvazione del Rettor Maggiore e del Capitolo. I progetti, colle relative piante, sezioni, prospetti saranno accompagnati dalla descrizione topografica e dei rispettivi locali, nonchè dal preventivo delle spese e dall´indicazione dei fondi e delle risorse di cui si dispone. È bene pertanto che ogni Ispettoria abbia qualche ingegnere o architetto di fiducia, che, studiando man mano e praticamente i bisogni delle nostre opere, acquisti esperienza e si renda utile ai nostri Istituti. Non si abbia timore di spendere troppo tempo ed anche danaro negli studi e nei calcoli preventivi; è questo anzi il modo migliore di praticare una saggia economia, evitando così tardivi pentimenti e spese inconsulte.

Preparati i disegni e i preventivi, si manderanno all´Ispettore, il quale li esaminerà accuratamente coi suoi consiglieri. Qualora mancasse la base finanziaria non li rimetta neppure all´approvazione del Rettor Maggiore e del Capitolo.

A questo riguardo devo fare un´importante osservazione. Ogni casa salesiana ha lo stretto dovere di concorrere a sostenere i pesi dell´Ispettoria e della Congregazione, come verrà detto più ampiamente a suo tempo. Non si può pertanto proporre od iniziare una costruzione qualsiasi colla pretesa che la casa venga totalmente esonerata dal dovere suindicato. Tocca all´Ispettore decidere il da farsi nei singoli casi. D´altronde sarebbe stoltezza il voler ampliare i locali per accogliere un maggior numero di alunni, quando non si pensasse ed efficacemente non si aiutasse alla formazione del personale necessario per la cura di essi: avremmo la gabbia senza gli uccelli.

Una volta ottenuto il permesso di edificare si pensi e si chieda consiglio . onde affidare i lavori a persone o ditte che diano garanzia di onestà e competenza. Si sorvegli, si vigili, si faccia in modo che sia evitato ogni spreco. Ma soprattutto. si sia risoluti ed energici nel sospendere assolutamente i lavori quando vengano a mancare i fondi. Talvolta si troveranno delle ditte disposte a farci credito, ad aspettare i pagamenti a lunga scadenza, a farci preventivamente mille facilitazioni. Nessuno si lasci adescare; è questa una gravissima tentazione che può trascinarci non solo in aperte e gravi mancanze contro l´ubbidienza e la povertà, ma nel ginepraio dei debiti e, Dio non voglia, nella voragine di qualche grave dissesto finanziario, con non meno grave disdoro della nostra Società.

26. - LA MANÌA, COSTRUTTIVA

Nè si deve omettere, parlando di costruzioni, che potrebbe anche darsi il caso di qualcuno che troppo facilmente si lasciasse trascinare dalla mania costruttiva. Il veneratissimo Don Rua, nel 1902, dava in proposito queste istruzioni: « Gli Ispettori cerchino di moderare la smania di certi novelli Direttori che, appena arrivati nella casa loro destinata, vorrebbero fare mille riforme, por mano a fabbricare, demolire, modificare i fabbricati. Prima che abbiano compiuto due anni di dimora non si accolga la domanda di simili opere di qualche importanza >>. E quasi a salutare avvertimento aggiungeva:, « Perciò anche nel proporre qualcuno alla carica di Direttore o di Prefetto, facciano attenzione che, fra le altre qualità, abbia anche quella di saggio amministratore » (133). Rivolgendosi poi ai Direttori insisteva:

« Si abbia. un impegno comune di evitare ogni spesa di fabbricazione » (134). Queste sue parole furono ritenute di tale importanza che vennero riportate letteralmente nell´articolo 48 dei Regolamenti pubblicati nel 1906. Passati pochi mesi il buon Padre si ´rivolgeva nuovamente. agli Ispettori per ribadire l´argomento. « Conviene pure, scriveva, moderare in certi nuovi Direttori la smania di riforme, non solo morali, ma anche materiali, inculcando che non pensino ad intraprendere lavori murari, prima di aver passato due anni nella casa loro destinata, e non mai darvi mano senza un vero bisogno e senza aver ottenuto per iscritto il debito permesso. Voi stessi, cari Ispettori, date esempio con evitare la fretta di innovazioni, di modifica- zioni ai fabbricati ed ai locali, specie quando tali modificazioni non si potessero eseguire senza spese » (135).

Nel primo Capitolo Generale, la conferenza quattordicesima aveva per tema: le spese murarie. In quella circostanza Don Bosco biasimò chiunque facesse, nelle singole case, costruzioni nuove o riparazioni di qualche rilievo, senza prima averne chiesto ed ottenuto il permesso dal Superiore.

Il buon Padre, dopo opportune considerazioni, conchiudeva così: « Sia adunque inteso che, prima di far simili spese, si ottenga il permesso, per ora dal Rettor Maggiore, e in seguito almeno dall´Ispettore ». I Confratelli presenti, pure approvando quanto Don Bosco raccomandava, non nascondevano la loro so presa;; a qualcuno poi il parere di Don Bosco pareva troppo stretto. Allora egli, riprendendo la parola, continuò: « Anzi è necessario essere strettissimo, perchè si tratta di cosa che, se non si tiene molto stretta, quasi per natura sua si allarga, essendo naturale, al vedere una cosa che non garba tanto, il volerla far cambiare; e qui bisogna tirare su una tramezza, e là demolire quell´altra, e qui aprire una porta e là chiudere quell´altra; ben intesi però che, cambiandosi in quella casa Prefetto e Direttore, verrà di nuovo il bisogno di atterrare l´eretto e di erigere l´atterrato, andando avanti così di spesa in spesa e con poca o nessuna utilità » (136). Nello scrivere la Circolare sulla povertà, e specialmente il tratto che riguarda i permessi per le. costruzioni, Don Rua deve senza dubbio aver avuto presenti le severe raccomandazioni di Don Bosco, tanto più che egli stesso aveva avuto qualche prova inequivocabile dell´intransigenza del caro Padre. Era il tempo in cui nei collegi si fabbricava gagliardamente, e anche quando Don Bosco stesso suggeriva i disegni, li esaminava per minuto, e, finchè da lui non fossero stati definitivamente approvati, nessuno si accingeva all´esecuzione (137). Ora, nell´anno 1876, essendo Don Bosco assente, Don Rua autorizzò l´apertura di una finestra, già murata da tempo, presso il campanile della chiesa di S. Francesco. A,1 ritorno Don Bosco avvertì l´innovazione e disse con certa fermezza al Vice-Direttore: « Adesso che comanda Don Bosco, fate pure come volete voi; ma un giorno, quando sarete voi a comandare, anche gli altri faranno come vorranno loro ». Il povero Don Rua, sul quale ricadevano le responsabilità del governo, annichilito, si fece piccino piccino, proferendo umilissime parole di scusa, e protestandogli tutta la propria divozione; ma Don Bosco non modificò verbo (138).

Questo singolare esempio, che ci mette dinanzi l´importanza che i Santi diedero sempre al rinnegamento della propria volontà, sta pure a significare quanto Don Bosco ci tenesse a frenare la tendenza alle innovazioni arbitrarie in fatto di costruzioni.

Non solo quando si trattava di nuove fabbriche e di notevoli riparazioni voleva Don Bosco che si procedesse con grande spirito di povertà e sempre coi dovuti permessi, ma egli raccomandava che lo stesso criterio economico si praticasse nell´ordinaria manutenzione della Casa. Talvolta la deficiente oculatezza di qualcuno fa sì che, trascurando una piccola riparazione, specialmente per ciò che riguarda i tetti e le coperture, si dan- . neggi il rimanente, o almeno qualche parte notevole della casa, in guisa da dovere poi spendere somme ingenti, con grave danno dell´economia e dello spirito di povertà. Purtroppo però si può anche cadere nell´eccesso contrario con interminabili piccoli rifacimenti, più capricciosi che utili. Udiamo a questo proposito le chiare e forti parole di Don Bosco: « Bisogna che voi mi aiutiate. Dite e ripetete che ogni giorno in cui non c´è il muratore in casa, è una giornata d´oro. Del resto bisogna che mi ci metta proprio io, e che non permetta più nessun lavoro, per piccolo che sia, senza che mi si domandi licenza specificatamente » (139).

Queste ultime espressioni del nostro Padre mettono in chiara luce quanto sia pericoloso e sdrucciolevole questo terreno dell´edilizia, nel quale purtroppo possono trovarsi frequenti e facili occasioni di mancare allo spirito di povertà. Non vorrei che anche qui si dovesse ripetere che i figli del mondo sono più prudenti dei figli della religione; perchè non di rado avviene che si riscontr maggiore ponderatezza e più saggia economia negli stessi ricchi del secolo che non in alcuni religiosi. Ognuno vede infatti con quanta cautela si proceda, e come si vada a rilento dai privati prima d´iniziare qualsiasi lavoro anche di scarsa importanza, ritardandone l´esecuzione, quando essa non sia strettamente necessaria, tollerando piuttosto e sopportando anche veri incomodi, piuttosto che decidersi a fare spese non del tutto necessarie.

Don Bosco Santo ci infonda il suo spirito di povertà affinchè, seguendo i suoi esempi, siamo pure noi amministratori fedeli dei beni della. divina Provvidenza.

27. - EVITARE IL LUSSO NELLE COSTRUZIONI

Uno dei più gravi pericoli per l´edilizia salesiana è la fantasia degli architetti. È umano che essi cerchino di dimostrare l´esuberanza dell´ingegno nello stendere i progetti loro affidati; ma non deve mai avvenire che l´abilità dei tecnici venga ad affievolire ed intaccare il nostro spirito di povertà. Come già fu detto si formino ed educhino gli architetti che dovranno occuparsi delle nostre costruzioni, acciocchè si rendano conto, non solo delle esigenze pedagogiche degli edifizi salesiani, ma anche di quel carattere di serena semplicità e decorosa povertà che devono costituire le nostre caratteristiche.

Taluno obietterà che non si tratta di lusso, ma semplicemente dell´eleganza della linea illeggiadrita da qualche elemento artistico. È facile rispondere che, nei religiosi, la povertà non deve essere solamente radicata nel cuore, ma apparire anche all´esterno, e non solo nella persona, ma in tutto ciò che li riguarda.

Certe forme appariscenti, le linee formose, i colori sgargianti, i gingilli architettonici sono in aperto contrasto colle idee del nostro Santo Fondatore. Ascoltiamone il monito solenne scritto nelle Memorie riservate al suo Successore: « Nel permettere costruzioni o riparazioni di case si usi gran rigore nell´impedire il lusso, la magnificenza e l´eleganza. Dal momento che incomincerà apparire l´agiatezza nelle persone, nelle camere, o nelle case, comincia nel tempo stesso la decadenza della nostra Congregazione ».

Si avverta che il nostro Padre non si limita a fare una raccomandazione, ma esige dai suoi figli gran rigore nell´impedire un abuso che condurrebbe inevitabilmente la nostra Società allo sfacelo. Nessuno pertanto ardisca pensare o dire che qui si tratta di piccole cose; che dopo tutto l´eleganza è arte; che i tempi sono cambiati ed hanno esigenze nuove; che il mondo cammina, e cose simili. Per Don Bosco il lusso, la magnificenza, l´eleganza, conducono alla decadenza e alla rovina della Congregazione. Queste parole, è bene notarlo, le scrisse ponderatamente, anzi, vorrei dire accuratamente, quello stesso D. Bosco che disse, al grande Pontefice Pio XI — allora D. Achille Ratti — ch´egli intendeva mantenersi sempre all´avanguardia. Possiamo pertanto seguire il programma del Padre, improntato alle idee più sana- mente progressive, senza cadere nelle prodigalità del lusso, nelle sontuosità della magnificenza, nelle ricercatezze dell´eleganza. A noi, poveri di spirito, si addicono le linee sobrie, serene, semplici dell´architettura esterna; che deve, racchiudere però ambienti ben. orientati, aperti alla luce e al calore, arieggiati, puliti, rispecchianti la pace e il candore dei cuori dei nostri alunni alimentati dalla pietà eucaristica, in un ambiente di carità vissuta e di perenne e soave allegria. Cadere negli eccessi del lusso è volere la morte nostra e della ´Congregazione.

Gli Ispettori siano fermi nel disapprovare qualsiasi progetto meno conforme alle direttive del nostro Santo Fondatore. Per parte . mia vi confesso che provai vero conforto ogni volta che seppi e vidi respinti piani e disegni non rispecchianti le nostre tradizioni di povertà.

E non _ solo nelle linee architettoniche esterne, ma anche nell´interno, si eviti qualsiasi . apparenza di lusso, soprattutto nelle scale, negli atrfl, parlatori, teatri. Altrettanto., dicasi delle pitture e dei colori. In una casa di educazione ove si succedono allievi provenienti da luoghi e condizioni familiari e sociali diversi, è indispensabile disinfettare con una certa frequenza gli ambienti, in particolare i .dormitori, le scuole, le sale di studio, i refettori, e altri luoghi. Orbene a una più semplice e facile disinfezione si presta un color bianco attenuato e senza linee e colori ingombranti, che offre notevoli vantaggi igienici ed economici.

28. - LA CASA DI DIO

Ho tralasciato" intenzionalmente di parlarvi fino ad ora della chiesa e cappella, perchè desidero dare a questo tema tutta l´importanza che si merita.

Dobbiamo anzitutto considerare la casa di Dio alla luce della fede. Sarebbe deplorevole ch´essa non fosse tenuta nel dovuto conto .e che, mentre non si bada a spese quando si tratta di altri ambienti, e si profonde danaro in un parlatorio destinato a ricevere uomini, siano pure autorevoli, si lesinasse poi con la chiesa ,o la cappella che deve ospitare il Dio del Cielo e della terra.

Parlando di chiese e di cappelle dirò più chiaramente ciò che avrei voluto raccomandare parlando dell´architettura dei nostri Istituti. Da parecchio tempo ci si vogliono gabellare, come arte nuova, certe arbitrarietà architettoniche che in nessun modo noi dobbiamo e possiamo accettare. La Chiesa, non solo non ha temuto il progresso, ma n´è stata, in ogni tempo" e in tutti i modi, sapiente e gagliarda propulsatrice. Anche qui però è bene ripetere che non tutto ciò che vien dopo è progresso. Ben venga l´arte nuova che non sia ridicola aberrazione e pretesa di condannare all´ostracismo tutto un passato che ci diede i capolavori : del genio, pur di varare inconsulte stranezze. Soprattutto quando si tratti di chiese e cappelle fa d´uopo procedere con prudenti cautele.

Il primo canone per l´erezione di una chiesa è quello di collocarla in posizione comoda per chi deve frequentarla. Trattandosi poi dei nostri allievi si cerchi per loro quel posto che meglio possa rispondere, non solo al fomento della pietà, ma ad allontanare distrazioni, contatti, situazioni pericolose. Si pensi alla illuminazione naturale, al collocamento degli altari e specialmente dell´altare maggiore con ampio presbiterio, che consenta lo svolgersi di solenni cerimonie onorate dal sempre edificante e simpatico Piccolo Clero. Si studi la comoda posizione e struttura dei banchi e dei confessionali; si provveda all´orchestra e a una capace sagrestia, colle necessarie e ben collocate dipendenze. Le dimensioni, soprattutto per ciò che riguarda l´altezza nei paesi freddi, gli accessi, la posizione del pulpito, tutto dev´essere preventivamente e .seriamente ponderato, onde evitare spese inutili.

Ma nelle chiese e cappelle deve tenersi in gran conto specialmente la parte architettonica. Anzitutto non si dimentichi che, per la costruzione di chiese o cappelle, vi sono tassative leggi canoniche che vanno fedelmente osservate (140): quella soprattutto che vieta di adibire i locali, sotto o sopra le chiese e cappelle ad uso meramente profano, come ad esempio dormitori.

È stabilito dallo stesso canone 1164 che, nella costruzione o nei restauri delle chiese, si mantengano . « forme approvate dalla tradizione cristiana e le leggi dell´arte sacra ». Questo richiamo è doveroso dinanzi al dilagare di certe pretese bizzarre, colle quali, come abbiam detto, si viene praticamente a sovvertire una tradizione gloriosa di quasi due mila anni, in nome di forme che non meritano il nome di artistiche e che turbano lo svolgimento della vita religiosa e la serena elevazione dello spirito nella preghiera con contaminazioni profane e leggere.

Abbiamo assistito con pena alla costruzione di certe chiese di architettura indesiderabile; costruzione interrotta e turbata troppe volte da ripetuti pentimenti, con grave danno della povertà, anche da . parte di famiglie religiose.

Si abbiano presenti le solenni dichiarazioni contenute nel discorso che il Santo Padre  Pio XI tenne il 28 ottobre 1932, raccomandando il carattere dell´architettura sacra, le sue norme e le sue leggi, riaffermate universalmente dall´Episcopato Cattolico. « Abitazione di Dio e casa di orazione, dice il Vicario di Gesù Cristo; ecco, secondo ´le parole di Dio stesso e da Lui ispirate, ecco il fine e il motivo d´essere delle sacre costruzioni: ecco le supreme ragioni alle quali deve incessantemente inspirarsi e costantemente ubbidire l´arte che voglia dirsi ed essere sacra e razionale, sotto pena di non essere nè sacra, nè razionale »,

« Incombe, prosegue poi il S. Padre, incombe ai nostri fratelli nell´Episcopato, sia per divino mandato che li onora e sia per la esplicita disposizione del codice sacro, incombe, dicevamo, ai ,Vescovi per le loro diocesi come a noi per tutta la Chiesa, invigilare affinchè tanto importanti disposizioni del Codice stesso. sieno obbedite ed osservate; e nulla, nell´usurpato nome dell´arte, venga ad offendere la santità delle chiese e degli altari, a disturbare la pietà dei fedeli ». Queste solenni e gravi esortazioni sono pure rivolte a noi, e particolarmente ai Direttori, agl´Ispettori e in genere ai Superiori.

Una vigilanza speciale è richiesta nella costruzione di chiese e cappelle, non solo per le gravi e altissime finalità suaccennate, ma anche perchè, trattandosi in generale di edifizi di dimensioni piuttosto vaste, sono richieste spese ingenti, nel fare le quali è facile venir meno alla povertà. Pertanto non si proceda mai affrettatamente, ma si ponderino bene le singole cose. Il nostro Santo Fondatore usava ripetere che le chiese devono innalzarsi lentamente, perchè in tal modo si fomenta la pietà e la. carità dei fedeli. Quante volte la fretta fu causa del rifacimento di parti anche importanti per gravi imprevisioni ed errori, che seminano il malcontento e affievoliscono la generosità delle anime buone !

Nè yi paia soverchia digressione questa sugli edifizi sacri. Dato il consolante incremento della nostra Società, per cui costantemente, in quasi tutte le Nazioni, si stanno innalzando numerose chiese e cappelle, era necessario tale richiamo, non solo per provvedere, con spirito di fede, alla ´maestà e al decoro del culto e all´osservanza delle leggi ecclesiastiche e liturgiche,. ma per mettere al tempo stesso in guardia coloro che dovranno curare dette costruzioni contro i gravissimi pericoli di venir meno allo spirito di povertà, qualora facesse difetto quella preveggente prudenza che pondera preventivamente ogni cosa onde evitare inutili sperperi.

Porremo termine a quest´argomento delle costruzioni con una raccomandazione del nostro buon Padre. Egli, nel 1880, tenne a S. Benigno una conferenza sulla povertà religiosa, con un linguaggio così forte e deciso che a taluni il suo dire parve severo. Avendo egli, come usava spesse volte, invitati i presenti a fare osservazioni ´che giudicassero opportune, Don Nai si azzardò a dire che non gli pareva si dovesse disgiungere il decoro dalla povertà. Al che Don Bosco soavemente, ma con risolutezza, ribattè dicendo: Il decoro del religioso è la povertà (141). Ecco un canone da non dimenticarsi mai.

Noi sappiamo però che egli aveva, riguardo alle costruzioni, idee conformi alle sagge esigenze dei tempi. Infatti lo stesso Don Bosco che sapeva fare e inculcare le economie del foglietto di carta e del francobollo, si accingeva poi arditamente a costruire chiese, istituti e tipografie che destavano le meraviglie del mondo. Egli non vedeva il contrasto tra lo spirito di povertà che dobbiamo avere radicato nel cuore, fra la doverosa economia, e l´ampiezza e salubrità degli edilizi destinati anche ai più poveri orfanelli. Ciò che egli non voleva a nessun costo era la prodiga e vanitosa superfluità. L´edilizia sobria e modesta nell´apparenza, ma ricca di aria, di luce, di pulizia accurata, è un fattore pedagogico importante; poichè mentre allontana ogni idea di lusso e di prodigalità, educa all´ordine, alla proprietà, alla vita sociale ordinata, e per ciò stesso improntata al vero spirito di povertà.

29. - LA POVERTÀ

NELLE STANZE ED ABITAZIONI

L´articolo 32 delle Costituzioni dice così: « Ciascuno deve tenere la propria stanza nella massima semplicità, studiandosi sommamente di ornare il cuore di virtù, e non le pareti della casa ». Ecco chiaro e concreto il pensiero del nostro Santo Fondatore; il quale, come sempre, ha confermato le direttive e norme date ai suoi figli con luminosi e non interrotti esempi. È da augurarsi che la stanza destinata ai religiosi sia arieggiata e nitida, ma adorna, come vuole Don Bosco, non di una semplicità qualsiasi, ma, giusta la sua esprēssione, della massima semplicità. Sono da escludersi pertanto i mobili di lusso, i quadri profani, le fotografie oziose, i gingilli puerili e mondani, gli oggetti inutili e ingombranti, come pure le cortine ricercate ed eleganti, e i tappeti che, ove occorra pel freddo, saranno sostituiti da una piccola e semplice stuoia o cosa simile. Sono pure da eliminarsi i vasi di fiori, le gabbie di uccelli e qualsiasi altra superfluità.

Sarebbe cosa ottima e consona alla vita comune, se le stanze avessero in generale le stesse dimensioni; uguali, i mobili e le attrezzature; lo stesso bianco colore per poterle facilmente disinfettare.

Ricordo di essermi trovato in una città ove una famiglia religiosa aveva fatto costruire nel nuovo convento stanze di lusso, ognuna delle quali aveva annessa una camera da bagno e lussuosi servizi igienici per ciascun religioso, con tutte le comodità di un albergo di prima classe: oggi ancora mi sovvéngo, con pena, delle sfavorevoli impressioni dei buoni e delle maligne insinuazioni dei cattivi, con grave danno di tutti gli istituti religiosi della località. Ma ricordo pure che quel lusso segnò la rovinosa decadenza dello sventurato convento.

Permettete, figliuoli carissimi, ch´io vi esorti a vigilare perchè non si abbiano mai a lamentare tali eccessi presso di noi. Vi potrà essere in ogni casa un piccolo alloggio, fornito delle convenienti comodità senza ricercatezze, da riservarsi però a un Vescovo o a qualche altro insigne personaggio. Ma non si permettano mai simili attrezzamenti per nessun religioso: e naturalmente meno ancora pel Direttore o pei Superiori, i quali. devono precedere tutti col loro esempio.

30. - IL CODICE E LA CLAUSURA

E poichè parliamo delle stanze dei Confratelli, è bene ´ricordare che, secondo lo spirito della Chiesa, manifestato per mezzo di canoni speciali, le famiglie religiose devono osservare, a seconda dell´indole del proprio Istituto . e delle relative prescrizioni regolamentari, la legge della clausura, ch´è, nell´intenzione del legislatore, un´efficace salvaguardia dello spirito di raccoglimento, della povertà, e particolarmente della castità. Noi non abbiamo prescrizioni statutarie, nelle Costituzioni, a riguardo della clausura: ma gli articoli 36, 37 e 38 dei Regolamenti accennano a proibizioni che costituiscono e suppongono una specie di vera clausura. Essi infatti stabiliscono, non solo che le persone di altro sesso non entrino nei dormitori e nelle camere da letto, ma ordinano altresì che nessun Salesiano lasci entrare gli alunni nella propria camera o cella, nè lui presente, nè lui assente.

D´altronde il paragrafo secondo del canone 604 vuole che si applichi anche alle case delle Congregazioni, sia di religiosi che di suore, quanto è prescritto dal canone 599, il quale dice testualmente così: « Se una casa di regolari ha annesso un convitto per alunni interni o altre opere proprie della religione, si riservi, se è possibile, per l´abitazione dei religiosi, una parte separata dell´istituto soggetta alle leggi della clausura, e negli stessi luoghi non soggetti a clausura, destinati agli alunni esterni od interni, oppure ad altre opere proprie della religione non si ammettano persone di altro sesso, se non per giusti motivi e col permesso del Superiore ».

Queste tassative disposizioni debbono essere prese in ´seria considerazione. È nostro dovere non solo considerare le leggi ecclesiastiche, alla luce della fede, ma soprattutto metterle in pratica. Come vedete, la Chiesa è sempre Madre, e perciò in previsione delle difficoltà di ordine pratico che si potrebbero incontrare nella rigida osservanza di quanto prescrive il canone, aggiunge, a tranquillità delle coscienze, che esso si applichi sempre che sia possibile. Lo so, in molte case di vecchia costruzione, non sarà facile. applicare letteralmente le prescrizioni testè ricordate, ma è. doveroso tenerne conto nelle costruzioni nuove. In tutti i casi poi dobbiamo entrare nello spirito della legge, la quale vuole che non si introducano estranei e soprattutto persone di altro sesso nelle stanze riservate alla Comunità.

In avvenire sarà più facile avere le camere dei Superiori raggruppate in una sola località, salve poche eccezioni richieste dall´indole delle opere nostre; e allora potrà aver luogo quella più esemplare clausura, voluta implicitamente dai nostri Regolamenti e dal nostro Santo Fondatore.

Ho detto intenzionalmente — dal nostro Santo Fondatore perchè non vorrei che qualcuno pensasse che nel trattare di questa materia io abbia osato prescindere dalle direttive e dagli insegnamenti del nostro. Santo Fondatore, secondo il programma che mi sono prefisso. Durante il primo Capitolo Generale, nella decima Conferenza che trattava della moralità dei noci, Don´ Bosco parlò così: « Da molto tempo vi rifletto sopra, ma fin d´adesso l´ho solo abbozzato, e bisognerà studiarci fra tutti. Si tratterebbe di stabilire che i Salesiani, per quanto è possibile, dormano in una parte della casa, dove non siano mai ricevuti nè forestieri, nè uomini di casa, nè giovani. Vi sia, quasi direi, una specie di clausura, che nessuno possa valicare. Per esempio, lungo la scala per cui si va nelle celle dei preti, dei professori, e generalmente dei Superiori, non vi sia a dormire nessun altro, nè per quella si dia adito ai dormitori dei giovani; specialmente poi e assolutamente non dormano in quella parte della casa donne di sorta alcuna. La ragione è chiara: noi molte volte accettiamo in casa di coloro che non sono per niente conosciuti; saranno buona gente, ma noi non li conosciamo ancora abbastanza, e sappiamo d´altronde che il mondo è pieno di malizia e che tutti siamo figli di Adamo. Passerebbero forse moltissimi anni, com´è da sperare, senza che avvenga niente; ma potrebbe anche avvenire. Oggi non vi sarà alcun pericolo; ma è precauzione da prendersi. Se poi queste precauzioni per noi fossero non necessarie e quasi eccessive, riteniamo che sarebbero ciò non ostante molto opportune per riguardo agli esterni, i quali, sebbene maligni, non avrebbero alcun appiglio a dubitare o a. parlar male. Io proporrei di mettere un cancello nel luogo che dà adito a dette camere e di scrivervi sopra: Riservato, oppure, Sale di riposo pei Superiori » (142). Come vedete il nostro Santo Fondatore avrebbe voluto salvaguardare la clausura con apposito cancello.

A proposito poi dell´entrate delle persone esterne nelle nostre case, anche in occasione di feste speciali, il buon Padre fece queste sapienti considerazioni, delle quali, soprattutto per lo spirito che rinserrano e le direttive che racchiudono, è bene tenere gran conto. Lo spunto fu dato dalle fiere che si facevano talora nei Collegi e all´Oratorio nella festa di Maria Ausiliatrice, col concorso e. contatto di persone che potevano riuscire pericolose. « Queste cose, egli disse, nei, primordi delle nostre case sono necessarie e non producono alcun male, appunto perchè sono cose straordinarie: ma il lasciarle andare avanti come regola sarebbe un grande sbaglio, poichè tutti gli anni si introduce qualche disordine, e una volta introdotto non si toglie più. Anzi, per un altr´anno si riproduce in proporzione già assai più vasta: e fa spavento il vedere quali proporzioni prende col tempo; mentre non vi è quasi disordine introdotto una volta, che non si sia riprodotto l´anno veniente. Negli esordi il permettere di queste cose fa del gran bene, sia per far conoscere la casa, sia per l´allegria dei giovani, sia per accaparrarsi la benevolenza dei forestieri, ma in seguito vanno diminuite e poi anche tolte affatto. Nell´Oratorio dapprincipio non vi era. neppur portieria e si andava a lavorare fuori; eppure la novità e il fervore primitivo delle cose facevano sì che non avvenivano disordini. Con l´andar del tempo si vide la necessità di cintare il cortile e di mettere un portinaio; ma si lasciava entrare in casa´ chicchessia. Col tempo si dovette impedire anche quello. Così si dica della fiera di Maria Ausiliatrice. Nei primi anni si fece un chiasso. dell´altro mondo; ma la novità della cosa faceva sì che di minore entità fossero i disordini. In seguito si diminuì l´affluenza degli esterni, e quasi si può dire che la festa oggi è regolata » (143). Fin qui il nostro caro Padre. Come vedete il suo pensiero è limpido, e in tutto conforme allo spirito e alle disposizioni che il Codice stabilì molti anni dopo.

E poichè siamo in argomento mi permetto ricordare, sia pure di sfuggita, ma colla massima insistenza, che, nelle case ove prestano servizio le Suore, vi sia, senza eccezione di sorta, la separazione richiesta con esclusione assoluta di qualsiasi comunicazione interna: altrettanto si faccia trattandosi di donne addette alla biancheria o ad altri servizi.

31. - LE CELLE
Ritornando ora all´argomento delle stanze v´invito a fare un´altra osservazione. Il nostro sistema pedagogico esige che, anche nei dormitori, sianvi assistenti per la necessaria sorveglianza degli alunni. Ora, non si deve dimenticare che, nel metodo preventivo, l´assistenza ha tale importanza da costituire il nostro primo dovere educativo. È necessario pertanto che ognuno presti volonterosamente l´opera sua, senza pretendere di esimersi col pretesto di voler una camera. Don Bosco dal Cielo vede con compiacenza i suoi figliuoli che sacrificano i propri comodi pel bene delle anime, e benedice con particolare affetto quei sacerdoti o coadiutori avanzati in età che continuano a fare lodevolmente l´assistenza nei dormitori.

L´argomento dei dormitori ci richiama certe raccomandazioni del nostro Santo Fondatore. Esse riguardano particolarmente la moralità, ma indirettamente si riferiscono pure alla povertà, metta ndo in rilievo la necessità di provvedere, nello stabilire e sistemare le abitazioni, ad un luogo adatto per lo studio, non solo dei chierici, ma anche dei sacerdoti e coadiutori, addetti all´assistenza dei dormitori. È da augurarsi, che, in ogni casa, accanto al salone destinato ad una ben attrezzata biblioteca, vi siano possibilmente due sale, l´una per la consultazione dei libri, i quali non devono mai essere asportati dalla biblioteca, e l´altra per lo studio dei Confratelli. Sarà questa una vantaggiosa previdenza pel buon andamento delle case. Ed ora ascoltiamo il nostro buon Padre.

« Un tempo, scrive il biografo, si permettevano agli assistenti piccole cellette negli angoli delle camerate; consistevano esse in semplici tendine sostenute da un ferro. Quivi perdo più l´assistente aveva un tavolino con alcuni libri. In seguito Don Bosco tanto insistette, che furono eliminate le celle e .furono tolti assolutamente i tavolini; per chi assisteva, si lasciò solo un letto con cortine, e non mai negli angoli, ma fra gli altri letti del dormitorio. Ora egli rinnovò le sue raccomandazioni su questo punto, che gli stava grandemente a cuore: via le celle, via i tavolini. La qual fermezza di lui ci colpisce ancor più, vedendo come egli tenne testa alle obiezioni sollevate da alcuni Direttori.

Vi sono maestri, osservò alcuno, che devono assistere in camera ed hanno bisogno del tavolino per mettere libri e pagine, ed abbisognano della celletta per andarvi a studiare qualche volta.

  1. Nemmeno in questi casi ciò si permetta, ribattè Don Bosco.
  2. Come faranno dunque i maestri?
  3. Abbiano luogo atto altrove; per esempio: uno scrittoio chiuso a chiave nello studio comune o nella scuola; ma in dormitorio no.

- Altrove non vi sono camere disponibili; con tanti giovani che domandano di essere accettati, nei nostri collegi si sta allo stretto.

— Ebbene, si accetti minor numero di giovani; ma in dormitorio non vi siano tavolini, nè celle. Basta il letto con le tende per il tempo della levata e del coricarsi: poi queste siano sempre raccolte ».

Queste sapienti norme, energicamente volute da Don Bosco, si applichino anche a certi piccoli dormitori ove, alle volte, per scarsità di locale, si collocano le celle del personale, non addetto all´assistenza dei dormitori. Se poi qualcuno si sentisse a disagio, ricordi che dobbiamo gloriarci, non solo del nome, ma soprattutto delle privazioni dei poveri; i quali però, nella , maggior parte dei casi, si stimerebbero felici di avere la nostra cella.

Abbiamo già ricordato la massima semplicità che Don Bosco voleva nelle camere e celle dei suoi figliuoli. Non avvenga che un giorno si debba lamentare tra di noi ciò che S. Bernardo biasimava tra certi religiosi de´ suoi tempi. « Ecco, egli diceva, che si è fatta strada la folle ambizione di allestirsi, con denaro ricevuto, celle sontuose, abbandonando quella santa semplicità che secondo Salomone era opera dell´Altissimo (Eccli., VII, 16). Abbiamo rigettato la caratteristica povertà tramandataci dai nostri Padri come eredità preziosa; abbiamo avuto a noia e bandito da noi e dalle nostre celle quell´aria di semplicità che era il vero decoro della casa di Dio, per farci costruire, dall´abilità di distinti artieri, altre celle, non più eremitiche, ma aromatiche. Avete dunque dimenticato. che ciascuna delle vostre celle rappresenta, nel suo valore, una corrispondente elemosina, che, anzichè destinarla ai poveri, voi avete convertita in motivo di concupiscenza dei vostri occhi. Oh Signore! allontana dalle celle dei tuoi religiosi un obbrobrio pagato a così caro prezzo! » (144). Fin qui S. Bernardo.

Era questa pure la profonda pena che provava Don Bosco ogni volta che doveva lamentare anche solo apparenze di lusso o di sfarzo, o almeno da lui giudicate tali. Il suo spirito di povertà era così intransigente da non tollerare velleità di sorta che attentasse a scalfirlo o intaccarlo.

Leggiamo nella cronaca del terzo Capitolo Generale ch´egli: « trovava troppo sfarzosi i becchi del gas; notava che il gabinetto del Direttore della tipografia pareva un bazar con le scansie di noce e porta-tendine alle finestre... Chi, concludeva, darà ancora elemosine vedendo questo sfarzo? Il marchese Frassati e il Conte Giriodi al vedere nell´Oratorio una porta elegante esclamarono: Io non dò più nulla; è roba da marchese! È vero che ciò dissero ridendo e continuarono ad essere buoni amici, ma a me basta che l´abbiano detto per sapermi regolare » (145).

Ecco un´utilissima materia per un serio esame di coscienza ai Superiori e Confratelli. Perchè non passiamo in rassegna, di quando in quando, tutto ciò che abbiamo nelle nostre celle o stanze per vedere, se v´è qualcosa che disdica alla povertà e possa dispiacere al nostro Santo Fondatore? Che direbbero certi nostri benefattori e particolarmente le umili e generose nostre cooperatrici, se entrassero nelle nostre private abitazioni? Nè servirebbe di scusa il dire: — Questo me lo hanno regalato i miei parenti, amici od allievi. — I regali devono sempre presentarsi al Superiore, e questi non potrà mai in coscienza autorizzare un socio a ritenere cosa meno conforme allo spirito di povertà.

Don Dalmazzo quando fu inviato a Roma come primo Procuratore Generale della Congregazione, prese stanza in un appartamento messo a disposizione di Don Bosco dalle Oblate di Tor de´ Specchi. L´alloggio non poteva essere più meschino; una stanza da letto, piccola e disadorna, priva di ogni comodità. Basti dire che, alla venuta di Don. Bosco a Roma, nell´aprile dello stesso anno 1880, Don Dalmazzo dovette cedergli la sua stanza, ed egli si acconciò a dormire sul divano. Don Bosco osservando il tavolo di legno greggio e coperto con un misero drappo mezzo tarlato, esclamò: « Ecco una vera casa salesiana » (146). Nel dire queste parole sorrideva di compiacenza alla vista di tanta povertà religiosa, ch´era per lui caparra sicura di benedizioni celesti. Così possa sempre il nostro Padre sorridere a tutti i suoi figli per il loro amore alla povertà. Al contrario una volta che, in una casa salesiana, trovò la camera a lui destinata ricca di tappeti, provvisti dai . benefattori per accoglierlo degnamente, ne fu tanto addolorato che ne ammonì il Direttore in presenza dei Confratelli (147).

Non vi parlo della povertà di Don Rua quanto alla Stanza: anzi voi ben sapete che, pur essendo Rettor Maggiore, non ebbe mai stanza da letto. Dopo la morte di Don Bosco egli scelse per suo ufficio una delle camerette di Don Bosco; vi fece porre un sofà, che alla sera veniva convertito in letto, non certo troppo comodo, in cui riposava poche ore. Ed il suo ufficio da Prefetto Generale? Un tavolino, due o tre sedie delle più dozzinali, e due immaginette rappresentanti il SS. Sacramento e Maria Ausiliatrice, appese con spilli.

32. - IL DECORO DELLE CASE . SALESIANE
È LA POVERTÀ
Ma non solo nelle celle e stanze dei Confratelli deve risplendere lo spirito di povertà, bensì in tutti gli ambienti della casa salesiana. Anzitutto negli uffici del Direttore, del Prefetto, dei Parroci, e in generale di chiunque deve ricevere persone esterne. Non pitture, non colori, lampade, luci, cortine, mobili, tappeti; sedie, divani, quadri, gingilli, che siano in contrasto colla nostra condizione e professione di poveri. Sarà bene invece che in tali ambienti risplenda in massimo grado la pulizia e l´ordine. L´avere il tavolo ingombro di carte, registri, libri, in urtante disordine, non è sempre indizio di eccessivo lavoro, ma piuttosto di trascuratezza e di poco riguardo alle persone che si devono ricevere. Altrettanto dicasi di certe stanze o celle, nelle quali al disordine si aggiunge l´improprietà, troppe volte notata e poca benevolmente commentata dagli alunni, che non possono di certo ritrarre buon esempio di vita ordinata da siffatto scompiglio.

Altri ambienti, ov´è necessaria speciale vigilanza per ciò che riguarda la povertà, sono i parlatori, i teatrini, le sale per esercitazioni accademiche. Appunto perchè cotesti ambienti sono destinati a ricevere persone esterne, dovrebbero rispecchiare una maggior povertà per evitare che i benefattori e gli amici abbiano a riportarne impressioni meno favorevoli.

Più di una volta ebbi il rammarico di dover intervenire personalmente perchè si togliessero mobili non conformi alla nostra condizione. I motivi addotti per scusare tale disordine furono generalmente due: si trattava di mobili o . regalati, o fatti nelle nostre scuole professionali a titolo di saggi artistici..

Abbiamo già detto ripetutamente che i mobili di lusso li possiamo accettare dai nostri benefattori alla sola condizione che ci permettano di venderli: in caso contrario si faccia capire il nostro dispiacere nel doverli rifiutare. Riguardo ai nostri laboratori non possiamo certamente supporre che Don Bosco li abbia fondati perchè potessero, anche solo lontanamente, essere motivo di venir meno allo spirito di povertà. I mobili di lusso si potranno allestire per incarico dei clienti, ed in casi speciali´ per eventuali regali a qualche benefattore: per noi salesiani, e per i nostri ambienti, mai.

Oltre ai mobili e all´arredamento si badi pure ad evitare nei teatrini o parlatori motivi architettonici, stucchi, soffitti, pavimenti, cortinaggi di lusso. Si abbondi nelle ricchezze dei poveri, e cioè nella luce, aerazione, capacità, felice orientamento, pulizia, ordine degli ambienti, ricordando il grande canone, ch´è tutto un magnifico programma, lasciatoci da Don Bosco: Il decoro delle case salesiane è la povertà.
Ogni anno i nostri Istituti sono visitati dagli Ispettori e in generale ogni sessennio dai visitatori inviati dal Rettor Maggiore. Ecco un mezzo efficace per stroncare, fin dal nascere,.qualsiasi abuso contro la povertà. A tal fine i visitatori e gl´Ispettori visitino attentamente, com´è loro dovere, tutta la casa e ogni sua dipendenza. Se poi nelle stanze dei Confratelli o in altri ambienti scorgessero qualcosa non conforme alle nostre tradizioni di povertà, facciano di tutto per correggere l´abuso, e non si diano pace finchè non sia rimosso. Sarà questo uno dei frutti più graditi a Dio e al nostro Fondatore, ed, uno dei risultati più pratici delle visite, con giovamento dell´osservanza e irrobustimento dello spirito della nostra Società.

33. - DISTACCARE IL CUORE DALLE PICCOLE COSE
Quella massima semplicità raccomandata dal nostro Santo Fondatore non potrà mai essere praticata da chi non sappia staccare il cuore dalle piccole cose; son queste troppe volte che costituiscono il più grave ostacolo alla pratica della povertà di spirito.

Si chiarisca bene questo punto nei Noviziati e in generale nelle case di formazione. Il voto di povertà non è una semplice formalità, un atto di aggregazione alla Società Salesiana, o una tessera alla partecipazione ai beni della nostra grande Famiglia; ma è soprattutto una formale rinunzia alle comodità, ad ogni cosa superflua, ad ogni attacco disordinato alle cose terrene che intralcino o affievoliscano la perfezione della carità. S. Bonaventura dice espressamente che « il religioso il quale conserva la proprietà di qualche cosa, anche piccola, per ispirito di avarizia, è un idolatra. Per essere veramente poveri, egli aggiunge, è necessario non appropriarsi nessuna cosa senza il permesso del Superiore » (148). E S. Pier Damiani afferma che non basta, per essere veri religiosi, aver abbandonato il mondo e le proprie sostanze nel secolo, ma bisogna ancora distaccarsi da tutte quelle cose che in religione ci possono impedire di tener dietro a Gesù speditamente. È troppo giusto che abbandoni tutto chi vuol seguire Colui che è sopra ogni cosa: perchè, come ammonisce l´Apostolo, da Lui è ogni nostra sufficienza e, avendo Dio con noi e in noi, nulla ci manca.

Questo amore al distacco s´inculchi particolarmente nei Noviziati e nelle case di formazione, quando cioè gli animi sono meglio disposti, e al tempo stesso i Superiori hanno modo e agio di più accuratamente studiare e conoscere i riluttanti ad una totale e piena, rinunzia, onde eliminarli. Un articolo del vecchio Regolamento, riportando deliberazioni Capitolari,. diceva: « Si abituino gli- ascritti a praticare la mortificazione nel mangiare e nel bere; imparino a mortificare i loro sensi e ad accettare come penitenza tutti gli incomodi della vita comune; vestano dimessamente; non si permettano loro comodità speciali, non singolarità, non cose superflue e ricercate ». L´indimenticabile Don Barberis, spiegando queste cose, scendeva a particolari che si sarebbero detti inezie, ma che avevano un profondo significato educativo. Egli non permetteva collezioni di francobolli, nè di cartoline; non lasciava tener orologi, nè catenelle preziose; non libri inutili e futili; in una parola voleva novizi effettivamente col cuore staccato da ogni cosa terrena, come prescrive la regola.

S. Cassiano deplora la miseria e l´insipienza di quei religiosi che, dopo essersi liberati a gran fatica dalle cose del secolo, si attaccano poi nella Religione a frivolezze, e con affetto e passione tale, quale neppure ebbero prima per le cose lasciate nel secolo. « A che serve l´aver abbandonato beni maggiori, se poi si conservano quelli di niun conto? Essi hanno rivolto l´affetto., che non possono più avere per le cose grandi, ad altre vili e spregevoli; il male è nel cuore e nei suoi affetti disordinati, e non già nella natura delle cose. Sventuratamente è il disordine della volontà quello che resta. Dirai che sono piccole e da poco le cose a cui ti sei affezionato. Ma questo appunto accresce la tua colpa, perchè avendo saputo distaccarti da beni di vaglia, ti lasci poi legare da inezie da nulla. Una siffatta rinunzia non ti condurrà alla perfezione, perchè, mentre vuoi essere considerato povero, dài ricetto nel tuo cuore ai desideri del ricco » (149). La medesima cosa ripeteva spesso ai suoi religiosi S. Eucherio, vescovo di Lione. « Il religioso, egli dice, deve possedere esclusivamente ciò che gli è necessario, e non quanto gli talenta. Poichè la brama di possedere, se non si sopprime radicalmente e interamente, è molto più ardente nelle cose piccole; anzi talora nelle minime diventa persino rabbiosa. Ricorda che, se non sei povero di cuore ed effettivamente, la tua povertà non è virtù, ma vera miseria » (150). « Fortunati, dice Bossuet, quei religiosi che spingono il loro distacco fino all´estrema, effettiva e perfetta rinunzia. È necessario che nulla essi ritengano, nè mai dicano: Questa che ritengo è cosa di niun conto. Ecchè, ignorate forse la natura e la fralezza del cuore umano? Per poco che gli si lasci, ei vi si attacca intieramente e in quel poco alloca e concentra tutte le sue brame. Tagliate dunque recisamente; rompete ogni indugio e liberatevi da tutto » (151). Santa Teresa, accennando ai religiosi che assecondano, sia pure in piccole cose, la traviata natura del cuore umano, li biasima fortemente perchè ritolgono a Dio ciò che avevangli precedentemente donato (152).

Parlando del distacco del cuore da ogni cosa terrena è doveroso ricordare le umili stanzette dei primi aiutanti di Don Bosco. Nel 1875 il buon Padre, dopo aver manifestato ai Direttori riuniti a Valdocco la sua soddisfazione pel buono spirito che regnava nelle case, non nascondeva la sua pena al vedere il disagio dei convenuti per l´insufficienza e la ristrettezza dei locali. « Ora, egli diceva, che la Congregazione sta organizzandosi c´è bisogno sempre più che ci facciamo animo à sopportare quelle cose che possono essere disgustose, sia per la strettezza del locale, sia per le cose che si trovano non adatte » (153). E il nostro buon Padre, nella sua grande carità, si augurava che in seguito si fosse potuto provvedere in modo migliore.

Quali poi fossero le camerette di allora e in qual modo arredate, ce lo dice il nostro caro Don Celia, parlando dello spirito di mortificazione di quei primi e grandi figli di S. Giovanni Bosco: « Ma quello, egli scrive, che oggi quasi stentiamo a credere è che per camere avevano le piccole soffitte tuttora esistenti, e parecchie financo albergavano due inquilini. Di meglio non c´era. E poi non persone di servizio a loro disposizione; ma assestarsi ognuno il proprio sgabuzzino, arredato di una sedia o sgabello di legno, di un catino per acqua e nulla più; per studiare si recavano nella sala comune in mezzo agli alunni » (154).

Ricordo io pure, e in tempi più vicini a noi, che, in occasione di Capitoli Generali, fummo ospitati, non solo in semplici cellette, e in due o tre nella stessa camera, ma parecchi Ispettori ci trovammo nella calzoleria tra il profumo delle ciabatte, avendo per tavoli i deschetti da lavoro: e di tali ricordi ognuno va fiero e gioisce.

Queste soavi memorie, vere glorie di famiglia, saranno, ne son certo, eccitamento salutare per rendere sempre più generoso lo spirito di povertà dei figli di S. Giovanni Bosco.

Don Rua nella Circolare sulla povertà illustra bene questo punto. Commentando le espressioni austeramente ammonitrici dei Santi, e facendosi eco dei loro sentimenti, scrive: « Vi sono molti infelici che si sforzano di riprendere con una mano ciò che loro sfugge dall´altra. In piccole cose si procurano un compenso al sacrificio generale della loro professione. Temono sempre che manchi loro il necessario e si aggrappano a tutto come persona che annega. Trovano mille pretesti, inventano sempre nuovi bisogni, si spaventano di ogni piccola privazione; insomma vogliono possedere nulla e intanto avere tutto, anche il superfluo. Attaccano il cuore ad una camera, ad un oggetto di vestiario, ad un gingillo; e tali cose conservano con ogni studio ed avidità, nè più nè meno di ciò che fa un avaro per i suoi adorati tesori. Quanto sono mai da compiangere siffatti religiosi!... Come è doloroso vedere legato ad un filo sottilissimo colui che, per essere libero di entrare in religione, ha rotto grosse catene, quali sono i vincoli del sangue, l´amor della patria, la sua libera volontà ».

Don Bosco poi, nei momenti più solenni della sua vita, prossimo a morire, diceva accoratamente ad uno dei suoi figli: « Ho già dato ordine a Don Berto che mi sbarazzi la mia camera di tutto... Una veste, un pastrano, mi bastano. Alla mia morte voglio che in mia camera non vi siano che gli stracci che ho indosso per coprirmi, e nient´altro ». Non pago di ciò diceva a Don Viglietti: « Fammi il piacere di osservare nelle tasche dei miei abiti, ví sono il portafoglio e il portamonete. Credo che non vi sia più niente: ma caso mai vi fosse danaro consegnalo a Don Rua. Voglio morire in modo che si dica: Don Bosco è morto senza un soldo in tasca » (155).

Figliuoli carissimi, la morte può sorprenderci nel momento meno aspettato. Mettiamoci nbi pure, sull´esempio del nostro gran Padre, nella felice condizione di poter dire, lasciando questo mondo, che, non solo coll´affetto, ma anche effettivamente, eravamo distaccati da tutto. Il nostro cuore, in terra ed in Cielo, altro non aneli che vivere di Dio, per Iddio e con Dio.

34. - POVERTÀ NELLA CURA DEL CORPO
Dopo la grazia di Dio ed i valori morali e intellettuali, la salute del corpo è certamente uno dei più,ricchi nostri tesori. La povertà religiosa c´impone un duplice dovere verso il corpo: quello di conservarlo sano e robusto, poichè esso è pure patrimonio della Congregazione: e quello di evitare, nel modo di trattarlo e nelle cure che gli si debbono usare, tutto ciò che, nel vestito, nel vitto, od in qualsiasi altra cosa, in tempo di sanità o di malattia, possa essere contrario al nostro spirito di povertà.

Coi voti religiosi abbiamo offerto a Dio ogni nostra cosa; anche il corpo gli appartiene ed è diventato, in certo modo, oggetto sacro. Tutta la nostra vita pertanto, non solo quella spirituale ma anche la corporale, dev´essere, per quanto è possibile all´umana fralezza, degna di Dio. S. Gerolamo dice a questo proposito: « I servi´ di Dio che servono il loro Signore giorno e notte, imitano in terra la vita degli Angeli in Cielo. Essi, quando hanno di che vivere e vestirsi non ambiscono altra ricchezza. Questo è per loro più che sufficiente per conservarsi fedeli alla vocazione. Che se bramassero altre cose oltre le necessarie, dimostrerebbero chiaramente che anche di queste sono immeritevoli ». Anzi lo stesso Santo giunge ad affermare che: « Il religioso che cercasse di procurarsi e ritenere alcunchè di superfluo è un autentico ladro che si appropria della roba altrui » (156).

Nel trattato Ad quid venisti? attribuito da alcuni a S. Ber- nardo, l´autore, sviluppando l´argomento suindicato, così parla al religioso: « Ti sia cara in tutto la povertà tanto amata da Gesù Cristo. Abbracciala con vero trasporto nel vitto, negli abiti, negli utensili e strumenti del tuo lavoro, nei libri, negli edifici, in tutte le cose. Osserva come sono umili i poveri nei loro atteggiamenti: con quanta semplicità ti rispondono quando parli con loro; come sono timidi e riservati nel manifestare i loro bisogni. Sta´ dunque attento, e non escano lagnanze dalle tùe labbra quando ti manchi qualche cosa nel cibo, nella bevanda o nell´abito, da te ritenuto forse di poco conto. Dovresti crederti immeritevole di quelle stesse cose che tu hai. Rifletti che ogni privazione esteriore ridonda in aumento di grazie interiori, e ti frutta le impareggiabili ricchezze della buona coscienza; mentre l´abbondanza delle cose esteriori genera e sviluppa l´interiore miseria dell´anima » (157).

Ecco chiaramente stabilita la. norma fondamentale che deve guidarci nella pratica della povertà circa la nostra persona: il necessario e nulla più.

Credo di non errare affermando che, mentre leggevate le parole di S. Gerolamo e di S. Bernardo, il vostro pensiero si portava al Proemio delle Costituzioni, ove Don Bosco riassume in pochi ma succosi periodi, tutta la pratica della povertà religiosa. Il nostro buon Padre ricorda anzitutto gli esempi di Gesù e degli Apostoli, e le parole di S. Paolo quando dice che: « i seguaci di Gesù Cristo, ovunque vadano, qualunque cosa facciano, devono essere contenti degli alimenti strettamente necessari per vivere, e degli abiti con cui coprirsi » (158). E aggiunge: « Tutto quello che eccede alimento e vestimento, per noi è superfluo e contrario alla vocazione religiosa. È vero che talvolta. dovremo tollerare qualche disagio nei viaggi, nei lavori, in tempo di sanità o di malattia; talora avremo vitto, vestito ed. altro che- non sarà di nostro gusto; ma appunto in questi casi dobbiamo ricordarci che abbiamo fatto voto di povertà, e che, se vogliamo averne merito e premio, dobbiamo sopportarne le conseguenze » (159).

Riflettiamo seriamente su queste gravi parole del nostro Santo Fondatore. Egli, assetato della salvezza delle anime, aveva bisogno di molti e robusti aiutanti che lo coadiuvassero nella santa impresa. Per questo voleva che i suoi figli non trascurassero la salute, anzi amministrassero saggiamente questa prima e importante ricchezza della Congregazione. A tal fine impartiva sapienti norme pratiche perchè si evitasse tutto ciò che, in qualsiasi modo, potesse danneggiarla. Il suo affetto paterno sapeva scendere a particolari, che solo il cuore di una madre è capace di escogitare pel bene del suo figliuolo. diletto.

Egli voleva che, nel modo di prender cibo, nell´uso dei vestiti, nel gioco, nelle passeggiate, nell´evitare le correnti d´aria, nell´astenersi dal bere acqua fredda quando si è accaldati, nel sonno, in tutto insomma si seguissero le buone norme igieniche a vantaggio della salute corporale. Per quanto riguarda il lavoro, quello stesso Don Bosco che disse a noi, suoi figli, con parole. solenni che « sarebbe un giorno di trionfo per la nostra Congregazione quello in cui potesse dire che un Salesiano fosse morto martire del lavoro », lo stesso nostro Padre, ripeto, voleva poi che, anche nelle molteplici ed assillanti estrinsecazioni delle nostre attività, si evitasse qualsiasi eccesso, al fine di conservarle per molti anni a vantaggio della nostra Società. Per ciò stesso voleva che, dopo le orazioni della sera, non si prolungassero le veglie, ma si andasse subito a riposo, consigliando piuttosto di approfittare, quando ve ne fosse un vero bisogno, delle ore mattutine. Insomma pur volendoci fortemente e spartanamente temprati al lavoro e alle più dure fatiche, dava sapienti direttive perchè non avesse a sciuparsi la salute dei suoi figli. Con identico scopo raccomandava pure la nettezza della persona, dandocene egli stesso in ogni tempo chiari e pratici esempi. Un dotto canonico, formato alla sua scuola, parlando di questa sua esimia proprietà, potè scrivere: « La persona del servo di Dio appariva a coloro che gli stavano attorno santa e santamente pulita » (160). Frase felicissima, che mette in luce, come la cura della persona, in Don Bosco fosse un atto di virtù. Effettivamente egli amava la nettezza corporale, non solo per oneste ragioni di igiene, ma altresì per i doverosi riguardi che si devono al prossimo, e più ancora perchè si considerava intieramente consacrato a Dio, anzi, come ci ricorda S. Paolo, vero tempio dello Spirito Santo.

Egli poi era anche persuaso che la nettezza e la proprietà personale sono fonte di risparmio, sia perchè evitano facili malattie e infezioni, sia per l´economia che da esse deriva negli abiti e nelle calzature, con vero vantaggio dello spirito di povertà. Il nostro buon Padre per queste sue doti avrebbe potuto con ragione far sue le parole di S. Bernardo: « La povertà mi è sempre piaciuta, ma non mai la sordidezza ». Si avverta però che la nettezza e la proprietà non vogliono dire eleganza e ricercatezza, e meno ancóra vanità ed effeminatezza.

Viviamo purtroppo in un´epoca in cui il ritorno al paganesimo colle sue voluttuose tendenze, un procace materialismo che tutto riduce ai raffinati godimenti del presente, negando ciecamente e spudoratamente ogni spiritualità e ogni vita futura, tutta una colluvie insomma di perverse dottrine e di pratiche funeste si sforzano di distogliere l´uomo dalle manifestazioni dello spirito, per abbassarlo alla condizione dei bruti e ad un avvilente culto del corpo.

È vero, il corpo umano è un insieme di meraviglie. Iddio volle trarre dalla polvere la creatura più bella; ogni parte di essa è un tesoro di sapienza e bellezza: il tutto poi rispecchia un´ammirevole armonia nella soave coordinazione delle parti. Anche dopo le depravazioni e le rovine del peccato, il corpo rimane il magnifico capolavoro destinato a rivestirsi di splendori e ad illeggiadrirsi, dopo la risurrezione, di bellezze celesti. Come a strumento dell´anima e tempio di Dio, gli son dovuti ammirazione e riguardi, I cristiani però, e ancor più i religiosi, non debbono dimenticare che il corpo, per il peccato, è diventato ribelle: esso, rifiutandosi di ubbidire allo spirito, si converte in istrumento di corruzione, travolgendo, nella sua rovina, innumerevoli vitiime. Purtroppo il mondo, che noi abbiamo abban- donato, pare non sappia lavorare e agitarsi se non a vantaggio di questo corpo, che pure appassisce come i fiori del campo e si dissipa a guisa di fumo. E così la bellezza corporale, che il più leggero soffio di malattia offusca e distrugge, diviene fornite di perversità e peccato. Troppe volte si avvera l´abuso e il disordine lamentato da S. Gerolamo, là, ove dice che « l´ancella si è fatta padrona, mentre la padrona è diventata schiava » (161). S. Agostino così parla agli adoratori del corpo: « Come mai avete potuto dimenticare che la bellezza di cui vi siete fatti schiavi è passeggera e peritura?» (162). « Come mai avete osato profanare temerariamente le membra uscite dalle mani di Dio e destinate ad esserne il tempio, prostituendole sacrilegamente a servizio della vanità, della curiosità e della voluttà? » (.163). « Se volete formarvi, dice S. Pier Damiani, un´idea esatta e reale del vostro .corpo e della carne che lo riveste, interrogate la carne stessa e figuratevi di vederla, mentre essa è tuttora in vita, quale diverrà dopo morte » (164). « 0 uomo, se tu avessi il coraggio di riflettere su tutto ciò che il corpo espelle dalla bocca, dalle nari, e dagli altri suoi meati, dovresti convenire che esso è in verità il più ripugnante letamaio » (165). « Che cos´eri infatti, chiede S. Bernardo, se non ributtante materia? Che cosa sei, se non un recipiente di sterco? Che cosa sarai, se non putredine e vermi? » (166). Con ragione, fu detto che « lo specchio più veritiero della carne si trova nei sepolcri » (167). « Non v´ha dubbio. che, quanto più noi ci rendiamo schiavi del corpo, tanto più dimostriamo di non conoscerne la fralezza e le miserie di fronte alla bellezza di Dio » (168). « Chi vuoi piacere alla carne e a se stesso dispiace all´Altissimo, anzi l´occuparsi del corpo con detrimento dell´anima, è allontanarsi da Lui » (169).

Vediamo pertanto di frenare il corpo nelle sue ribellioni contro lo spirito. Quando poi il Signore disponga che i dolori e le malattie vengano a spegnere le fiamme della voluttà, gli eccessi dell´intemperanza e le follie dei piaceri, ringraziamolo, anche se ciò costa alla fragile nostra natura: perchè è proprio allora, come dice S. Paolo, che la virtù si irrobustisce nell´infermità: ed attraverso le miserie e la corruzione del corpo noi siamo condotti alla incorruzione della gloria. A misura infatti che la carne si sgretola e cade a brandelli, lo spirito più liberamente si svincola dai legami terreni per slanciarsi verso Dio. Oh quanto sono consolanti e felici le apparenti contraddizioni, i veri paradossi della vita spirituale! Nell´ordine della natura le malattie e la vecchiaia ci riducono all´impotenza: nell´ordine spirituale invece, alla vittoria e al trionfo. Il corpo che soffre è il seme che, gettato nel solco, scompare e si macera sotto le zolle per germinare il frumento della vita: esso è la polvere del nostro nulla che Iddio stesso rivestirà, nell´estremo giorno, degli splendori dell´immortalità.

Con ragione il Profeta insorge contro gli adoratori del corpo che fomentano le ribellioni della carne con vanità corruttrici. Figliuoli dell´uomo, egli grida, e fino a quando vorrete indurire il vostro cuore affannandovi in cerca di vanità? (170). Ignorate forse che, percorrendone i sentieri perversi, il vostro piede incapperà nei lacci della malizia e del peccato? (171). Ah! persuadetevene: è fallace la leggiadria, e vana la bellezza (172). Chi corre follemente dietro le vanità corporali sarà avvolto nel fumo dell´impurità: e alla stessa guisa che il fumo preannunzia e precede il fuoco, così la vanità precederà e accompagnerà l´incontinenza. Iddio ha in abbominazione gli adoratori della vanità (173) e li condanna a trascinare le catene delle proprie iniquità (174). Le vanità non solo travolgeranno nei loro vortici coloro che stoltamente le seguono (175), ma saranno la causa della loro estrema rovina. La mercede dei vani, dice S. Agostino, sarà vana (176): angustia nel tempo (177); tormenti nell´eternità.

Dunque, figliuoli carissimi, la vera bellezza è nella pratica della virtù (178). La purezza infatti, che dev´essere ij distintivo dei, figli di S. Giovanni Bosco, non ha bisogno di acconciature e ornamenti all´infuori di sè stessa; perchè mentre è fonte e irradiazione delle vere bellezze dell´anima, è pure il più leggiadro monile del corpo (179). Troppe volte lo studio nell´adornare il corpo è indice della deformità dell´anima. «È impossibile, osserva il Crisostomo, conciliare insieme queste due cose, la cura della salvezza dell´anima e la cura dell´ornato e abbellimento del corpo » (180).

35. - LA CURA DEI CAPELLI

Mi sono indugiato alquanto su queste considerazioni, prima di scendere ad altre di indole più particolare, perchè sono convinto che, se avremo impresse nell´animo le verità suaccennate, noi riusciremo a tenere lontano dalla nostra Società certe teorie funeste che vorrebbero convertirci in idolatri della materia, facendoci sciupare, in pericolose cure del corpo, a fomento della vanità, quel tempo che dovremmo invece spendere diligentemente per la nostra perfezione e salvezza.

Fui parecchie volte tentennante, se dovessi o no parlarvi della . cura dei capelli; e m´indussi a trattarne solo perchè ne tratta il Codice di Diritto Canonico, e ne trattarono pure Santi e uomini eminenti.

L´articolo 136 del Codice stabilisce che gli ecclesiastici si limitino ad una cura semplice dei capelli. « I vostri capelli, dice S. Agostino, non devono essere oggetto nè di trasandata negligenza, nè di soverchia ricercatezza » (181). Lo stesso Santo parlando di questo genere di vanità ricorre nientemeno che all´autorità di S. Paolo; autorità, egli dice, che dev´essere ad ogni costo rispettata. Anzi temendo che fra coloro che si abbandonavano a simili leggerezze vi fossero anche dei Superiori, scrisse queste gravi parole: « Che cosa vi ha di più ingiusto che esigere dai propri sudditi un´ubbidienza che si rifiuta a coloro che sono al disopra di noi? Voglio dire che, riguardo alla capigliatura, la quale taluni religiosi usano portare troppo lunga, bisogna ubbidire, non tanto a me, quanto all´Apostolo S. Paolo, il quale, trattando di questo argomento, anzichè entrare in discussioni, si limita a dire che la natura stessa c´insegna non essere conveniente la cura soverchia dei capelli. Niuno pertanto osi fare a questo proposito difficoltà o contestazioni, continua il Santo, e tutti sappiano che simile usanza non è per noi, e non è tollerata dalla Chiesa. Raccomando perciò che si prenda in considerazione l´autorità dell´Apostolo che comanda, e non si badi alle sottigliezze di chi discute. Nessuno poi continui a portare i capelli lunghi contro l´esplicita proibizione dell´Apostolo. Non voglio, aggiunge il Santo, dire di più su quest´argomento: anche per un riguardo ad alcuni nostri confratelli che portano appunto i capelli lunghi, e che, all´infuori di questa ridicola vanità, sono degni di rispetto. Ma quanto maggiore è per essi il nostro affetto, tanto più li riprendiamo con fraterna sollecitudine; anzi abbiamo fiducia che la loro umiltà vorrà accogliere benevolmente le nostre esortazioni » (182).

Anche il Lacordaire ripeteva, soprattutto alla gioventù, le stesse parole che Don Bosco rivolse a noi e volle fissate nei Regolamenti: « Portate i capelli corti ». « Fissate lo sguardo, diceva il grande oratore di Notre Dame, sulle antiche e maschie figure dei consoli romani: le orecchie, la fronte, il collo, sono scoperti. La testa appare sempre nella sua forma naturale » (183). Si dirà che sono minuzie, eppure anche Bossuet ferma un istante il suo genio a considerare quest´argomento. « Il tempo è prezioso, egli dice, ed è da rimpiangere che lo si impieghi e lo si prodighi persino nella capigliatura. Quale cecità! La cosa più necessaria si sciupa nella cosa più inutile. La natura, che tutto regola, getta i capelli sul capo con gradevole negligenza, come una cosa superflua. Ma la nostra innata leggerezza si attacca a questa superfluità e ne fa oggetto di cure e persino di preoccupazioni: essa diventa ingegnosa ed escogita mille ´inventive per farsi uno studio di una bagattella, e scialacquare le ore in un miserabile trastullo. È dunque così che voi volete impiegare il tempo e spenderlo per l´eternità? » (184).

È proprio vero che quando il cuore è ripieno di vanità, questa trabocca al di fuori in mille frivole ricercatezze » (185). « Si evitino, dice il nostro Santo Fondatore, si evitino con ogni impegno l´affettazione e l´ambizione. Niente meglio adorna un religioso che la santità della vita, per cui in tutto sia d´esempio agli altri » (186).

Ascoltiamo, figliuoli carissimi, l´esortazione del nostro Padre e non rendiamoci schiavi di miserrime vanità. La Chiesa vuole che la capigliatura sia tenuta con semplicità: ubbidiamo. Non è semplicità coltivare la lunga capigliatura, discriminarla ricercatamente, portare ciuffi di diverse foggie, e più ancora sprecare il tempo nel conciare, con ferri e congegni, effeminate ondulazioni, arricciature o simili aberrazioni.

Che dire poi dei profumi e degli unguenti? S. Giovanni Crisostomo ha una espressione terribile a condanna di chi scendesse a simili bassezze. « Odora di peccato, egli grida, chi sempre olezza di profumi » (187). Quale crudele pazzia! Gesù è coronato di spine e noi di unguenti? S. Clemente Alessandrino dopo aver detto che i cristiani debbono odorare non di unguenti, ma di virtù,, aggiunge che la passione per i profumi e gli unguenti è un´esca alla concupiscenza e alla dissolutezza, la quale, senza che ce ne avvediamo, ci fa cadere in sfrenati desideri. « L´intemperante, egli dice, dappertutto è trascinato al male: dal cibo, dal letto, dalla conversazione, dagli occhi, dalle orecchie, dalle guance e persino dal naso. Come i buoi sono condotti per mezzo di anelli e di funi, così l´intemperante è spinto ad agire dagli unguenti e dai profumi ». E dopo aver accennato ai danni che ai capelli stessi provengono dall´uso di quegli impiastri, conchiude con queste gravissime parole: « Come i cani si servono del fiuto per mettersi sulle tracce delle fiere, così i saggi riconoscono i lussuriosi dall´odore e dalla copia dei profumi » (188).

Queste terribili considerazioni traggono alla mia memoria. un penoso ricordo e mi fanno versare lagrime di dolore per un infelice religioso che, come Assalonne, trovò l´inizio della sua rovina e morte spirituale nella capigliatura. Avvisato affettuosamente e ripetutamente non ebbe forza di lasciare quella ricercatezza e folle vanità che doveva condurlo alla perdizione. Iddio non permetta che l´iniquità entri nella nostra Congregazione, attiratavi da coceste funicelle di vanità (189). Vigilino pertanto i Superiori per sradicarvi gli scandali. Ho detto scandali, appoggiandomi sull´autorità del venerato Don. Rua, il quale asseriva che « l´ambizione esteriore non è mai un difetto isolato ».

Acciocchè poi non si credano minuzie queste di cui ci occupiamo, vi dirò che udii raccontare da chi era presente, che il Sommo Pontefice Pio X, mentre passava benedicente dinanzi ad un gruppo di chierici, avendone visto uno coi capelli azzimati gli gettò con sdegno la mano sul capo e gli arruffò energicamente l´effeminata capigliatura. Parecchi dei nostri ricordano che l´eminentissimo Parrocchi, Vicario di Roma e nostro Cardinale Protettore, trattava con severità gli ordinandi che si presentavano all´altare con capigliatura ricercata. Il nostro Don Rua, visitando una casa, chiese notizia di un chierico: il Direttore credette di potergliele dare ottime. Don Rua però, dopo aver fatto osservare che il chierico acconciava in modo ricercato e vano i capelli, metteva in guardia il Direttore. Questi si permise di ripetere i più ampi elogi del chierico; ma Don Rua gli rispose con gravità: « Sta´ bene attento; quel chierico non ha vocazione ecclesiastica; una volta ordinato darà dei fastidi ». Duole il dirlo, quel poveretto procurò effettivamente gravissimi dispiaceri, e più che ad altri, al Direttore stesso, che forse non seppe capire tutta la sapienza e la profetica intuizione del grande Servo di Dio.

Quanto abbiamo detto degli ecclesiastici a proposito della vanità nella cura dei capelli, deve applicarsi con maggior ragione ai nostri coadiutori, i quali, non avendo lo scudo dell´abito ecclesiastico, sono esposti a pericoli più gravi e continui. Essi pertanto vigilino attentamente per non lasciarsi padroneggiare: da questo difetto che, al dire dei Santi, semina lo scandalo e arriva al punto, non solo di ostacolare, ma di rendere odiosa e far perdere la vocazione (190).

Che dire poi della debolezza del religioso che arriva all´eccesso d´imbelletarsi con ciprie e tingersi i capelli? S. Giovanni Crisostomo parlando di ciò fa queste considerazioni: « Il Signore ha detto: — Non potete fare un capello bianco o nero (191),  e tu, quasi a smentirlo, pretendi di far meglio di Lui? Non temi, operando in tal modo, che il Signore, nel giorno della risurrezione, non ti riconosca e ti i rigetti dall´aver parte alle sue promesse e a´ suoi premi? Non temi ch´egli, irato, ti abbia a dire: "Codesta non è opera delle mie mani; essa non è la mia immagine. Hai camuffato la pelle colla menzogna; hai tinto i capelli con colore fittizio, tutto il tuo aspetto è mascherato, corrotto, snaturato? " Non è possibile che tu possa veder Dio con cotest´attrezzatura e con simili inquinamenti del diavolo » (192). Già nell´Antico Testamento coceste pratiche riprovevoli erano oggetto delle minacce dell´Altissimo. Invece di odori, Egli dice, avranno fetore; e in cambio dei capelli inanellati la calvizie (193). Il medesimo Dottore afferma che « le tinture e i profumi del corpo fanno sospettare che l´anima sia infetta, perchè si avvera appunto che il demonio, dopo aver insozzata l´anima colle lordure della vanità, la porta ad impiastricciare il corpo con unguenti » (194).

Quanto tali miserie siano contrarie allo spirito cristiano e religioso non v´è .chi nol vegga. In nessun modo poi esse potranno mai conciliarsi coll´osservanza della povertà.-Fa spavento pensare che le elemosine delle anime buone si abbiano a sciupare nelle vanità e nelle mollezze di chi si rende indegno del nome di religioso. S. Bernardo, rivolgendosi a chi si era reso colpevole delle testè deplorate aberrazioni, usciva in queste espressioni: « Per amor di Dio, o. mio fratello, se non ti vergogni di tali sciocchezze, senti almeno rimorso del denaro che sperperi nel procacciartele » (195).

Preghiamo il Signore affinchè si serva di questi semplici richiami per allontanare da noi ora e sempre ogni vanità e mollezza. Il nostro Santo Fondatore voleva semplicità e fuga di qualsiasi affettazione, non solo perchè ciò è richiesto dalla professione della povertà religiosa, ma ancora perchè in tal modo si esercita un vero apostolato di buon esempio tra i Confratelli. Era questo appunto il pensiero di S. Gerolamo. « La presenza del religioso modesto, egli dice, è una continua lezione di regolarità, di raccoglimento, di silenzio per coloro che sono tiepidi nell´osservanza. In grazia di essi le case religiose si riempiono di anime desiderose di perfezione, ed è ancor merito loro se esse si conservano nel fervore della loro vocazione » (196).

Faccia Iddio che la semplicità e la modestia dei figli di San Giovanni Bosco mantengano il buono spirito nella nostra Società, le attirino numerose vocazioni, .e siano luce e calore di,4buon esempio tra i giovanetti che dobbiamo educare alla purezza e alla santità della vita.

Non voglio por termine a quest´argomento che riguarda in particolare le cure eccessive del capo senza accennare a due altri inconvenienti che possono offendere la povertà. Taluni trascurano ed altri curano vanamente la dentatura. È bene che nelle case di formazione specialmente, ed anche in seguito, si raccomandi l´igiene dentaria. Certe trascuratezze provocano la prematura perdita o rovina dei denti colle conseguenti malattie • della bocca e dello stomaco. La prima digestione è frutto di accurata masticazione. Non scendo a particolari che però debbono essere bene spiegati e raccomandati agli alunni in generale, ed agli aspiranti e giovani salesiani in particolare. Ma d´altra parte si deve pure evitare che l´igiene della bocca non venga a costituire una vanità. Credo di avervi consenzienti nell´ammettere che invece dei denti d´oro troppo appariscenti, noi dobbiamo adottare un metallo bianco più conforme al nostro stato di povertà.

Il secondo inconveniente da evitare è quello degli occhiali d´oro od anche solo dorati. Sono piccole cose; ma il mondo le osserva e le biasima. D´altronde la povertà, come ogni altra virtù, è un abito, frutto di piccoli atti, e questi in generale riguardano piccole cose. E poi, non è forse più facile praticare piccole cose, irradiando con esse luce di buon esempio? Se ci si chiedessero cose grandi, potremmo forse spaventarci e indietreggiare; ma, poichè ci si domanda piccoli sacrifizi, affrontiamoli con generosità.

36. LA POVERTÀ E IL VESTITO
Ma le vanità che intaccano il voto e la virtù della povertà sono pure frequenti e pericolose quando si tratta del vestito. È veramente deplorevole che lo stesso abito sacerdotale e religioso, che altro non dovrebbe simboleggiare se non umiltà e mortificazione, diventi strumento di vanitosa boria. Purtroppo anche qui si può affermare, senza tema di smentita, che « la superfluità esteriore è indice sicuro dell´interna leggerezza » (197); e che le molli ricercatezze dei vestiti palesano la mollezza del cuore, perchè, come giustamente osserva S. Bernardo, « solo a chi trascuri di coltivare le virtù dell´anima può rimanere tempo da sperperare in coteste frivolezze del corpo » (198). « E come mai, continua il Santo, avete potuto spingere la vostra audacia fino a diventare simulatori di povertà? In verità io non saprei quale delle due cose sia più empia e detestabile: se far professione di empietà, oppure di bugiarda santità! » (199). Ah! in verità sarebbe da preferirsi l´umiltà avvolta in pellicce di ermellino, anzichè la superbia camuffata colla tonaca del frate (200).

Il nostro Santo Fondatore, non solo ci lasciò mirabili esempi di povertà circa il modo di vestire, ma volle darci anche su questo punto sapienti direttive e prescrizioni. Nel Proemio delle Costi- tuzioni, parlando della povertà, dopo aver ricordato che Gesù diceva ai suoi Apostoli di non possedere più di una veste, afferma categoricamente che « tutto quello che eccede alimento e vestimento per noi è superfluo e contrario alla vocazione religiosa ». Più innanzi ci premunisce che « talora il vestito non sarà di nostro gusto »; ma che appunto in questi casi, « dobbiamo ricordarci che abbiamo fatto professione di povertà », e che « il portare abiti dimessi, onora grandemente chi ha fatto voto di povertà, perchè lo rende simile a Gesù Cristo ». Anzi egli ci fa notare che « è anche parte della povertà il non aver vergogna di portare abiti vecchi o rattoppati, o già un po´ logori ».

Nelle Costituzioni il buon Padre, dopo aver stabilito che i suoi figli pratichino la « vita in tutto comune e quanto al mangiare e quanto al vestire » (201), vuole al tempo stesso che « si evitino con ogni impegno l´affettazione e l´ambizione »; ripetendoci ancora una volta che, « niente meglio adorna un religioso che la santità della vita, per cui in tutto sia di esempio agli altri » (202).

Venendo poi a fissare la modalità circa il nostro modo di vestire, dopo aver detto che « l´abito del quale faranno uso i soci varierà secondo le usanze dei paesi di loro dimora » (203), stabilisce che i sacerdoti portino la veste talare (204), e che i coadiutori, per quanto è possibile, vadano vestiti di nero: a tutti raccomanda di fuggire le novità proprie dei secolari (205).

Infine l´articolo 15 dei Regolamenti vuole che ogni´ Ispettoria abbia il proprio Costumiere, nel quale, tra le altre cose, verrà pure determinato tutto ciò che riguarda la foggia e l´uso degli abiti, allo scopo appunto di mantenere in fiore la vita comune.

È stabilito dunque anzitutto pei soci ecclesiastici l´uso della veste talare. Non vi sia chi inclini a fare troppo facilmente delle concessioni su questo punto. Le eccezioni poi devono. sempre avere l´approvazione dei Superiori. - Nei paesi ove non sia permesso l´abito talare si adotti un vestito serio,. di color nero, e che escluda ogni mondanità.

Anche pei soci coadiutori è stabilito dalle Costituzioni il color nero. E qui mi sia consentito, prima di addentrarmi nell´argomento, di tributare, come già sentii il dovere di farlo altre volte, una lode ai nostri cari confratelli coadiutori per la loro esemplarità nell´osservanza di questa prescrizione regolamentare. Voglio ricordare, a comune edificazione, che, essendomi trovato a presiedere una muta di esercizi spirituali per soli coadiutori, ebbi la consolazione e più ancora l´edificazione di vederli tutti vestiti di nero. Queste ottime disposizioni dei nostri bravi coadiutori, e degli altri Salesiani in generale, m´incoraggiano a dirvi sul vestire, quanto possa giovare ad una osservanza sempre più esemplare.

37. - LA, STOFFA, IL COLORE, IL TAGLIO
Parlando dell´abito, nei riguardi della povertà, se ne può considerare la stoffa, il colore, il taglio. La stoffa dev´essere quale si addice allo stato di un religioso che fa voto di povertà. Che direbbero i nostri benefattori se ci vedessero vestiti con stoffe ricercate e di alto prezzo? Sarebbe ottima cosa se ogni Ispettoria adottasse, per tutti i sacerdoti, uno stesso genere di stoffa, ed un altro poi coadiutori. Non deve succedere che un sacerdote e neppure un coadiutore salesiano perdano il tempo nell´andare alla ricerca del panno per il loro abito, col pericolo di scavare delle differenze di trattamento anche profonde tra i soci della stessa comunità. « Non dimenticate, diceva il nostro Santo Fondatore, che noi siamo poveri, e che questo spirito di povertà dobbiamo averlo, non solo nel cuore e nel distacco del medesimo dalle cose materiali, ma dimostrarlo anche esternamente in faccia al mondo » (206). Un ben inteso spirito di povertà deve guidarci nell´acquisto di quelle stoffe che offrano maggior probabilità di durata, perchè in tal modo si fa economia nelle spese di confezione; ma anche in questo non si ecceda, acquistando stoffe ricercate e di prezzo rilevante. Insomma non si cada nel difetto biasimato da S. Bernardo: « Ormai, egli scriveva, purtroppo ncn si cerca più per vestirsi ciò ch´è più utile, ma bensì ciò che v´è di più appariscente e fino; non si vuole più ciò che difende dal freddo, ma piuttosto ciò che favorisce la vanità e la superbia » (207). Lo stesso Santo, commentando le parole degli Atti degli Apostoli, ov´è detto dei primi cristiani che avevano un cuor solo ed un´anima sola, scrive così: « Io penso che allora non si sciupasse il tempo nel culto dei vestiti, perchè quelle anime ferventi dedicavano ogni loro cura a rafforzare la concordia e l´unione dei cuori, e al progresso nelle virtù» (208).

Riguardo al colore abbiamo già visto le tassative disposizioni delle Costituzioni. Il desiderio del nostro Santo Fondatore è chiaro ed esplicito: la buona volontà dei nostri cari confratelli sarà tale, lo speriamo, da rendere superflua ogni altra raccomandazione. Piuttosto aggiungerò che il color nero non deve intendersi solo del vestito, ma anche per il cappello, le cravatte, le scarpe. Purtroppo in cotesti accessori può incontrarsi più facilmente un fornite di vanità e un maggior pericolo di contravvenire alle prescrizioni della povertà religiosa. Il più delle volte però sarà sufficiente un paterno richiamo dei. Superiori per sradicare eventuali trasgressioni, avvenute forse più per leggerezza. che per malizia.

Gli antichi Regolamenti, all´art. 119, dicevano che il taglio dell´abito dei coadiutori dev´essere « uno di quelli che sono in uso fra i secolari di mezzana condizione e di costumi gravi ». Converrà perciò che, nemmeno a scopo d´istruzione professionale si facciano eccezioni che disdicano alla nostra condizione. Altrettanto dicasi dei sacerdoti e dei chierici: in essi sarebbe maggiormente colpevole e da deplorarsi qualsiasi leggerezza.

Scrivendo al Papa Eugenio IV, S. Bernardo gl´indicava « certe forme e fogge di vesti ch´erano indice manifesto della deformità delle menti e dei costumi » (209). Era avvenuto infatti che « l´appetito della vanità aveva trascinato taluni al disprezzo della verità e a una deplorevole cecità spirituale » (210).

38. - LE NOVITÀ SECOLARESCHE
Il nostro Santo Fondatore raccomanda di fuggire le novità proprie dei secolari ed ogni affettazione ed ambizione. I già citati antichi Regolamenti specificavano, a questo proposito, che sono proibiti gli spilloni alla cravatta, le catene di metallo, i ciondoli all´orologio, le cinture di colore e altre tali novità secolaresche, quali sarebbero il portare catenelle d´oro e d´argento, oppure speciali cinte coll´orologio al polso, bottoni appariscenti, camicie mondane con polsini  ricercati, orologi d´oro, neppure col pretesto che siano regalati o ricordi di persone care.

Nè si pensi o si tema che, fuggendo tali deplorevoli novità, si venga a scapitare nella stima degli allievi; o delle persone esterne colle quali si hanno rapporti. L´esperienza sta a provare precisamente il contrario. Le persone assennate sanno fare giustizia molto meglio che a taluni forse possa sembrare. Anzi non è raro il caso di aperte disapprovazioni, da parte di amici e benefattori, sull´abito e sulle calzature di sacerdoti e religiosi. dimentichi della loro professione. È risaputo che gli stessi uomini di mondo fecero talvolta oggetto di derisione e di beffe i religiosi schiavi di mondane vanità. Per questo motivo S. Pier Damiani li fustiga chiamando la loro una vera pazzia. « Non si comprende, egli dice, come certi religiosi si lascino accecare al punto da rendersi lo zimbello degli stessi mondani. Poveri illusi! Ma non. capite che, mentre la vostra vanità offende gli occhi del Signore, vi abbassa pure nella stima´ degli uomini? Non avete avvertito che proprio quel vanitoso esibizionismo, per cui vorreste essere e parere brillanti, vi rende oggetto della pubblica disapprovazione? L´eleganza degli abiti può bensì attirare gli sguardi di qualche vanerello, ma ancor più affila e arma le lingue di strali velenosi per biasimare e dileggiare chi stoltamente si pavoneggia. Nessuno infatti si persuade che riesca a pensare alle cose celesti, come sarebbe dover suo, quel religioso che veste da secolare effeminato. L´abito è in questi casi chiaro indizio della bassezza, del cuore; ed è facile arguire, dall´acconciatura esteriore, quali siano le interne aspirazioni » (211). Non è a stupire pertanto se S. Benedetto consideri senz´altro come malati di mente quei religiosi che si sforzano di piacere al mondo coll´eleganza degli abiti, destinandoli non già al loro vero uso, ma all´ambizione.

Quanto è triste pensare che l´abito religioso e sacerdotale non sia più per taluni la bandiera della povertà, tanto temibile al demonio e ai suoi seguaci, ma che, snaturato e invilito di mollezza, esso diventi la spregevole insegna. della resa a discrezione al nemico delle anime. S. Bernardo rivolgendosi a cotesti religiosi ricercati ed affettati dice loro: « Ma alla fin fine non avete voi riflettuto, o ambiziosi, che se la vostra bellezza apparisce solo quando indossate il vestito, una tale bellezza non è vostra ma del vestito? » (212). « Questi sventurati una volta caduti nei lacci dell´ambizione, diventano ciechi e testardi a tal segno da non voler neppure ascoltare coloro che caritatevolmente li avvisano; e, non solo rifiutano di leggere e prendere in considerazione le cose dette dai Santi e raccomandate dai Superiori in questa materia, ma addirittura le rigettano con sdegnosa compassione o se ne fanno beffa » (213).

Essi poi pretendono, scusarsi coll´abusato ritornello che non è l´abito che fa il monaco e che dopo tutto la perfezione sta nel cuore. « Sta bene, risponde ,S. Bernardo, ma dimmi di grazia: Quando hai da procurarti un abito e vai tu stesso nei negozi o nei laboratori, e fai mettere sossopra cumuli di stoffe, e le strofini fra le dita, e le accosti agli occhi, e le scruti e le investighi alla luce del sole; quando rigetti il panno che non ti garba o non soddisfa la tua vanità, e ritieni invece con mondana compiacenza quello che ti va a genio, non badando a prezzo di sorta: quando fai tutte queste cose, dimmi, te ne prego, le fai proprio perché provengono dalla perfezione che ti arde in seno? E quando, contravvenendo alle precise disposizioni della Regola, scegli quanto v´è di più costoso ed elegante, dimmi e sii sincero, non è forse vero che ciò procede, non già dal desiderio di perfezione, ma bensì dalla funesta vanità che rinserri e ti ribolle in cuore? » (214).

« Mio Dio, quale aberrazione, esclama S. Giovanni Crisostomo; mettere la propria compiacenza nelle cose che i vermi generano e corrodono » (215). Quella lana di cui fai sfoggio, osserva. quasi con sdegno un filosofo pagano, prima di te la portava indosso una pecora che rimase sempre pecora (216). Perchè adunque, gloriarsi del vestito? (217). « Ah no, scrive S. Gerolamo, non voler tergiversare; non v´è nessuno che vada in cerca di vestiti eleganti e preziosi, se non vi è indotto dalla vanagloria » (218). « Non è questa invero la professione del religioso che, rinunziando ad ogni ricercatezza, dovrebbe mostrarsi uomo forte e non mai effeminato » (219).

39. - L´ABITO RELIGIOSO
Il Bourdaloue, parlando dell´abito religioso, giunge a chiamarlo « una specie di sacramento, e cioè un segno sensibile delle disposizioni interiori e dei sentimenti invisibili dell´anima religiosa » (220). Si dirà che noi non abbiamo un vero abito religioso. Mi permetto di osservare che, riguardo ai chierici e ai sacerdoti, il nostro Santo Fondatore assegna come abito quello sacerdotale, il quale perciò deve considerarsi il nostro vero abito religioso. Così pure egli stabilisce come debbono andare vestiti i coadiutori, designando sostanzialmente le modalità del loro, abito, anche se tralascia di scendere a certe particolarità.

Non v´ha dubbio pertanto che anche noi dobbiamo considerare il nostro abito come un vero distintivo, e sopra tutto come segno esteriore delle disposizioni interiori di un´anima che aspira alla perfezione. Anche noi ci rivestiamo di un abito povero per manifestare che, sulle orme del Divin Salvatore, vogliamo essere spogli di tutto: indossiamo un abito umile perchè come Gesù, detestiamo le vanità e le pompe del secolo, e non intendiamo adornarci e far pompa di noi, ma al contrario umiliarci nel profondo del nostro nulla; scegliamo un abito nero, simbolo di lutto e penitenza, per ricordarci costantemente che, anzichè idolatrare la carne con colpevole mollezza, è dover nostro rivestirci di mortificazione, portare la croce, e vivere confitti su di essa con Cristo.

Solo così l´abito nostro sarà rispettato. Qualora invece esso, per la foggia, pel colore, pel prezzo, non rappresentasse più una persona consacrata a Dio, un suo servo fedele, un suo vero amico, un suo imitatore esemplare rivestito della sua livrea, un autentico povero di Gesù, allora cadrà il disprezzo di tutti su quell´abito innaturale e soprattutto su chi lo porta. Il contrasto fra l´abito e i sentimenti del religioso fa sì che il religioso stesso sia considerato un falso profeta, un lupo vestito da agnello, un ipocrita che forse potrà in qualche caso ingannare gli uomini, ma non Iddio. Abbiamo già accennato, e conviene ricordarlo ancora, che il mondo, quando si rende conto della suindicata stridente contraddizione, non solo non lesina le critiche, ma coopera a farne dilagare lo scandalo, che talora lascia tracce dolorosamente incancellabili.

Non solo il mondo però alzerà i suoi clamori, ma anche i poveri che, dispiegando i loro cenci e scoprendo le loro nudità dinanzi ai religiosi fedifraghi, diranno loro: « Tutto ciò che voi portate vanamente addosso alla vostra persona, lo avete crudelmente sottratto a noi » (221). Anzi Iddio stesso ci domanderà un giorno stretto conto del nostro abito e delle virtù da esso simboleggiate, dicendoci: Ciò che non avete fatto per vestire anche il più piccolo di questi orfanelli, neppure l´avete fatto a me (222); defraudando loro, avete defraudato me.

« La stessa coscienza, dice Tertulliano, strazia il cuore del religioso ambizioso, il quale, anzichè vestito, dovrebbe sentirsi come oppresso dal suo abito vano che lo stringe e soffoca » (223). « Impariamo pertanto alla scuola del Divin Redentore, continua il grande apologista, a moderare gli eccessi del secolo ed a tagliar corto colle superfluità » (224). Non le meschine vanità secolaresche, « ma bensì la vita di nascondimento, di mortificazione e di vera povertà religiosa, sono le celesti livree dei religiosi: esse ne nobilitano la vita e la missione » (225).

Si avverta ancora « che nelle famiglie religiose ciò che non è comune a tutti, ma è preteso ed usato da uno solo o da pochi, è cosa superflua e vana e per ciò stesso nociva » (226). Nell´inverno del 1893 Don Rua soffriva forti dolori ai piedi a causa dei geloni. Il segretario lo pregava con filiale insistenza perchè volesse usare un paio di scarpe di panno regalate da una benefattrice. Don Rua non le accettò per nessun conto, e disse sorridente al segretario: — Non le metto perchè, se domani si vedesse Don Rua con le scarpe di panno, tutti potrebbero pretenderle.

Nel secondo Capitolo Generale, presieduto dal nostro Santo Fondatore, si parlò molto sull´uniformità della stoffa e perchè il taglio e la foggia dei vestiti fossero modesti, e « la seta, le lane preziose, gli stivalini, le scarpe verniciate ed ogni calzatura elegante non fossero mai usate nella Congregazione ». Ora avvenne che un sabato fossero portate a Don Rua delle mutande con fettucce di satin. Egli, credendole di seta, non solo non se ne servì, ma ne mosse rimprovero a chi di ragione, dicendo che non voleva assolutamente usare biancheria di lusso. E noi sappiamo che la stessa severità egli usò sempre per tutte le cose che riguardavano la sua persona. Nessuno lo vide mai con un cappello nuovo. Quando regalavano all´Oratorio abiti o biancheria usata, egli sapeva scegliere per sè, con bel garbo e santa semplicità, le cose più umili. A chi voleva un giorno regalargli un cappello nuovo, rispondeva: — In verità ne avevo bisogno; ma ora è morto un chierico, ed il suo cappello, ancora in buono stato, mi va tanto bene.

Non saprei chiudere quest´argomento con parole più accorate di quelle di cotesto nostro grande Servo di Dio, che rifulse in ogni virtù, ma, a giudizio di tutti, in modo affatto eminente nella pratica della povertà religiosa. Don Rua adunque, dopo aver raccomandato la pratica della povertà religiosa, conchiudeva così: « Faccio assegnamento sulla buona volontà di tutti, specialmente dei nostri carissimi confratelli coadiutori, perchè sparisca dal loro modo di vestire tutto quello che possa esservi di mondano e ricercato. Oh venga presto quel giorno in cui anche in questo noi possiamo veramente tutti essere riconosciuti quali veri, figli di Don Bosco » (227).

40. - POVERTÀ NEL VITTO
La vita religiosa, considerata sotto il suo vero aspetto, è vita di abnegazione e di mortificazione dei sensi, è la vita della croce: discostandosi da questo, si allontana dalla verità, è illusione. Bisogna pertanto che il sacrifizio da noi fatto con la professione religiosa abbia´ costante attuazione nelle azioni di ogni giorno. Ma le cose in cui più frequentemente può aver pratica applicazione la vita di abnegazione e di povertà religiosa, sono quelle che si riferiscono al sostentamento del nostro corpo. Perciò, dopo d´aver considerata la, pratica della povertà nel vestito, passiamo ad esaminarla nel vitto.

Il nostro. Santo Fondatore lasciò ai suoi figli anche in ciò esempi e insegnamenti luminosi. Nel Proemio che precede le Costituzioni, egli lasciò scritto: « Tutto ciò che eccede alimento e vestimento per noi è superfluo e contrario alla vocazione religiosa ». Poco prima ci aveva ricordato le parole, con cui San Paolo esortava i seguaci di Gesù Cristo, ad essere contenti degli alimenti strettamente necessari per vivere in ogni tempo e luogo (228). « Il vivere in tale stato, egli aggiunge, l´abitare volentieri una camera incomoda o fornita di suppellettili di poco rilievo, il portare abiti dimessi, l´usar cibi .dozzinali onora grandemente chi ha fatto voto di povertà, perchè lo rende simile a Gesù Cristo ».

Nelle Costituzioni poi vuole che, « si abbia il´cuore staccato da ogni cosa terrena; il che i soci procureranno di ottenere con una vita in tutto comune, e quanto al mangiare e quanto al vestire » (229). Infine nei Regolamenti (230) è determinato tutto ciò che riguarda il nostro vitto. Abbiamo già indicato che, a misura che verranno compilati e approvati i costumieri delle singole Ispettorie, sarà possibile fissare particolari disposizioni, richieste da specifiche necessità di clima e di nazioni. Finchè ciò non si avveri, nessuno è autorizzato ad allontanarsi dalle prescrizioni vigenti.

Quello però che maggiormente sta a cuore al nostro Padre, e ch´egli ripetè fino al termine dei suoi giorni, si è che, nel praticare la povertà, abbiamo gli occhi fissi nel Divin Salvatore per seguirne le esortazioni e gli esempi. « Solo così, osserva Tertulliano, codesta dottrina riceverà forza dimostrativa alla luce della fede » (231). Infatti solo una fede profonda può farci dimenticare ogni nostro bisogno, e renderci generosi al punto da sacrificare, non solo il vitto, ma la vita stessa, pur di amare e seguire Gesù (232). D´altronde la stessa fede che ci mette dinanzi agli occhi quanto Iddio ha fatto per noi, donandoci il corpo, l´anima e ogni creata bellezza, ci rassicura che Egli, vedendo la nostra generosità nel privarci di qualche cosa per amor suo, non ci lascerà mancare, come ben dice Bossuet, quelle quattro braccia di stoffa che ci occorrono per difenderci dalle intemperie e quel po´ di alimento necessario per nutrirci.

Ai religiosi però, più che il sostentamento del corpo, deve stare a cuore il profitto e la salvezza dell´anima. Ora noi sappiamo essere impossibile, a coloro che trattano mollemente il corpo, conservare lo spirito in quello stato di robusta severità, ch´è scudo e sostegno della castità. « Chiunque viva in mezzo alle delizie, dice S. Paolo, anche se sembra vivo è morto » (233). « Cos´è infatti la continenza se non quel dominio sovrano, quell´impero assoluto, che una santa castigatezza ci conferisce sui nostri sensi per governarli e reprimerli, assoggettando le loro ribellioni alla legge di Dio e alla ragione? » (234). La carne accarezzata, impinguata, idolatrata non può conservarsi insensibile alle passioni, e non sarà mai casta (235). Persuadiamoci: dopo la caduta, solo cotesta austerità e una costante mortificazione possono ridurre l´uomo al dovere, scampandolo dalla corruzione e dalla rovina. La vita dei sensi, le comodità, le delicatezze degenerano in sensualità e in vergognose impurità, e non potranno giammai conciliarsi con la nostra professione di purezza.

41. - LA, TEMPERANZA CRISTIANA
Perchè i Santi predicano tanto la temperanza cristiana? Perchè questa virtù, pur risiedendo nell´anima, ha lo scopo di santificare il corpo, regolandone gli appetiti e assoggettandolo allo spirito. S. Gregorio, consigliandoci la temperanza nel cibo, vuole che arriviamo a spogliarci di quell´avidità e di quel servile attaccamento ad esso, che quasi ci abbassa alla condizione di miserabili schiavi. Egli vuole inoltre che freniamo gli eccessi che ci spingono a prenderne oltre il bisogno, e che evitiamo quella leziosa ricercatezza che mal s´addice a chi fa professione di vivere confitto con Gesù sulla Croce. Fin dall´inizio della Chiesa San Paolo scriveva ai Filippesi: Sonvi tra voi alcuni dei quali già ebbi ad occuparmi, e dei quali vi riparlo oggi con dolore, perchè essi vivono come veri apostati della Croce di Gesù Cristo. Costoro sono schiavi dei loro sensi ed idolatri del proprio ventre (236). Figliuoli carissimi: io mi auguro che queste severe espressioni non si debbano applicare mai a nessun figlio di San Giovanni Bosco, e che in nessun tempo si abbiano ad avere in Congregazione di quei poveretti i quali non sanno parlare che di cibo, e che ogni loro preoccupazione tengono sempre rivolta allo stomaco, sì da sembrare questa la più preoccupante finalitàdella loro vita.

Il cristiano, e più ancora il religioso, devono essere padroni, e non schiavi. «Dobbiamo, diceva S. Cassiano ai suoi religiosi, domare il nostro corpo a tal segno che il cibo e il nutrimento non costituiscano più per noi una gioia, ma quasi una pesante necessità» (237). Purtroppo però fa d´uopo confessare con pena che, mentre la natura si contenta del necessario, la passione. non sa frenarsi. L´animale bruto non abusa del cibo; l´uomo invece, col pretesto della necessità, cade nella voluttà (238): e, soffocando la ragione, si abbassa al disotto del giumento (239).

Nè si pensi che ciò avvenga raramente e solo tra persone mondane. Sant´Agostino confessa di se stesso che, dopo essersi liberato dalle passioni più forti, doveva sostenere una lotta incessante per non venir meno alla temperanza. Anzi trattando di quest´argomento giunge a dire: « E chi mai può dirsi libero da tale concupiscenza? Chiunque esso sia io lo proclamerò grande. Egli, o Signore, ben a ragione può magnificare il tuo nome! Per parte mia, soggiunge il Santo, dichiaro che non sono quel desso, e mi riconosco grande peccatore » (240). Lo stesso Dottore suggerisce, come rimedio, la frequente meditazione di queste parole di S. Paolo: « L´anima cristiana deve rifuggire dalle ingorde mangiate e dalle ubriachezze: essa si perfeziona nel rivestirsi di Gesù Cristo (241) e vivendo sobriamente e piamente sulla terra » (242).

Senza di questa meditazione, che sviluppa e irrobustisce in noi la pratica della mortificazione, è impossibile ogni profitto spirituale. San Colombano voleva i suoi monaci temperanti nel vitto; appunto perchè potessero raggiungere più facilmente le alte finalità della loro vocazione (243). S. Gerolamo scriveva che « l´esecrabile vizio della gola, la quale è alla sua volta madre della lussuria, non deve mai trovar ricetto tra le anime consacrate a Dio »: e soggiungeva che « non ci dovrebbe mai esser bisogno di eccitanti per digerire, e che se qualche disturbo di stomaco si avesse a lamentare, ciò fosse, non già per eccessivo rimpinzamento, ma piuttosto per una ben intesa moderazione». Lo stesso Santo poi, rivolgendo contro gl´intcmperanti quella frase popolare che ancor oggi desta il riso in mezzo a noi, mentre, trattandosi di religiosi, dovrebbe far arrossire, diceva .loro: « Fate in modo che non vi sia bisogno di allargare la cinghia: nec cinguli ampliatione sit opus » (244).

Voi dite che un sentimento di ben intesa compassione vi muove ad aver cura del corpo. « Ah! è una misericordia ben crudele, risponde S. Bernardo., quella che ci muove ad accarezzare il corpo con pericolo di danneggiare l´anima (245); non è carità l´amare la carne, e trascurare lo spirito (246); non è discrezione nè compassione il voler dare tutto al corpo e niente allo spirito (247). Chi agisse in tal modo confonderebbe la sazietà con la sobrietà, e si assomiglierebbe a colui che confondesse l´ornamento col vestito » (248).

Il pensare così frequentemente al vitto, il parlare con compiacente avidità di cibi, di pietanze, di manicaretti; il preoccuparci di ciò che ci verrà dato, del modo con cui sarà cucinato, dell´appetitosità stuzzicante delle vivande; tutto ciò non è degno di un´anima consacrata a Dio.« Ma perchè, chiede lo stesso Santo, tante preoccupazioni? E non vi pare che v´assomigliate in tal guisa a colui che si fascia prima di essere stato ferito, o al mentecatto che si mette l´impiastro là ove non v´è ancora la piaga? In verità ch´è eccessivo ed esagerato codesto sistema di terapia » (249).

42. - ALLA SCUOLA DI DON BOSCO SANTO
A noi, figli di Don Bosco Santo, dovrebbero bastare gli esempi veramente mirabili del nostro Fondatore, sempre così mortificato nelle cose riguardanti il mangiare e il bere, da parere persino impossibile ch´egli in simil guisa resistesse al suo .immane lavoro. È sempre edificante ricordare e rileggere gli episodi, tramandati a nostra edificazione, nei quali talvolta
la lepidezza delle circostanze fa quasi dimenticare il suo profondo spirito di penitenza.

Una volta, dopo lunghe ore di confessionale, scambia e mangia per minestra l´amido preparato per la biancheria; altra volta prende, senza dar segno di accorgersene, uova in cattivo stato, e a chi gli fa osservare ch´esse non sono buone dice piacevolmente: — Non ti pare che, dopo averne consumate tante buone, convenga assaggiarne anche delle men buone? — La vigilia di una solennità, Don Bosco, dopo aver confessato fino quasi a mezzanotte, scende in cucina per la cena. Il cuoco era a letto, gli apprestamenti per Don Bosco Stavano bensì sopra un fornello, ma il fuoco era spento da ore: la pietanza di legumi era fredda, la minestra di semola s´era fatta densa e dura. Don Bosco non mosse lamento nè del cuoco, nè delle vivande; quand´ebbe innanzi la minestra la toccò col cucchiaio e. si provò a mangiare; ma, tra la consistenza di essa e lo stomaco stanco dal lungo confessare, non poteva trangugiarla. Disse allora al eh. Francesia: —Va a prendere un bicchier d´acqua. — Avutala, versò l´acqua nella scodella, rimescolò quella poltiglia, e ridendo piacevolmente la mangiò tutta, dicendo: Non è troppo calda, ma mangiandola con buona intenzione, può far bene eguali mente — (250).

Talvolta poi il cibo, specialmente nei viaggi, oltrechè scarso, grossolano e mal confezionato, non sempre era condito di cortesia;; allora soprattutto Don Bosco faceva ricorso non solo allo spirito di mortificazione, ma, alla pratica della più profonda umiltà, e prendeva tranquillamente il suo pasto.

Forte di un siffatto spirito di mortificazione, il nostro Fondatore poteva a buon diritto raccomandare ai suoi figli di non desiderare cibi ricercati; di non parlar di apprestamenti di tavola; di evitar lamentele e critiche; e di accontentarsi di quanto fosse necessario per l´adempimento dei propri doveri. Egli pure, come S. Isidoro, amava ripetere o commentare la magnifica e consolante sentenza di Gesù: Non datevi pensiero di ciò che mangerete o berrete; sono i pagani che si preoccupano di queste cose (251). Il nostro buon Padre sapeva, per ripetute esperienze, che nessuno è più sicuro di ricevere tutto ciò che gli abbisogna di colui che si appoggia a questa divina promessa. Con S. Paolo esclamava: Abbiamo niente, ma possediamo tutto (252); non già le cose superflue, ma le necessarie; e perciò con lo stesso Apostolo ripeteva: Accontentiamoci del necessario a nutrirci e a vestirci (253).

Chi legga, nella vita di S. Giovanni Bosco, i capitoli che trattano della sua temperanza e mortificazione nel mangiare e nel bere, si persuaderà di leggieri con quanta diligenza il nostro buon Padre praticasse, anche in questo le norme della più alta perfezione. Dalle sue conversazioni poi, e particolarmente dalle sue conferenze e dai suoi sermoncini, traspariva quanto di più saggio era stato insegnato e praticato dai Santi. e Dottori della Chiesa. « Che bassezza, egli diceva, il dover nutrirsi ogni giorno di cibi materiali » (254). Ed altre. volte: « Di due cose io desidererei far senza: dormire e mangiare ». Era necessario ricordargli con, frequenza ch´era giunta l´ora della refezione, perchè se ne scordava facilmente. Talvolta nel tardo pomeriggio, sentendo forti capogiri e volendo indovinarne la causa, veniva a conoscere ch´era ancora digiuno (255).

Il nostro buon Padre mentre, con materna sollecitudine, s´interessava perchè ai suoi figli non mancasse il necessario, non tollerava poi che si sparlasse del cuoco e del vitto. Egli, mortificatissimo per sè, non esigeva dai suoi mortificazioni o astinenze; li voleva però generosamente rassegnati di fronte agli effetti della povertà professata. Ascoltiamo il suo biografo: « Mangiava in misura così parca che noi eravamo meravigliati come potesse reggere a tante fatiche. Il suo cibo bastava semplicemente a mantenerlo in vita. Interrogato perchè si assoggettasse a tante privazioni, rispose con umiltà a Don Lemoyne: - Con tanti affari che ho da sbrigare, pel grande e continuo lavoro della mia mente, se non avessi fatto così, i miei giorni sarebbero presto spenti. — E così costumò fare in tutto il tempo che visse. Anzi più volte si assoggettava a straordinarie astinenze » (256). Don Bosco, come altri Santi, seppe servirsi della mortificazione per mantenersi forte e prolungare`i suoi giorni. Egli voleva che l´uso della carne fosse moderato, perchè temeva che la soverchia abbondanza fomentasse le passioni. Per parte sua ne avrebbe fatto a meno, e se ne . serviva in misura così discreta da poter dire facetamente che per lui la porzione di carne più gradita era sempre la più piccola (257). A questo proposito fu udito confessare con ingenua e profonda umiltà che « egli si era sempre astenuto dal mangiar carne, perchè aveva temuto la ribellione della concupiscenza »; e soggiungeva meravigliato: « Forse gli altri non sono sensibili come lo sono io, e non hanno da appigliarsi alle stesse precauzioni » (258).

Queste commoventi dichiarazioni del nostro Padre serviranno, ne son certo, ad accrescere in noi l´amore.e la pratica della mortificazione. E poichè parliamo dell´uso della carne credo opportuno ricordare quanto è detto nelle Memorie Biografiche, e cioè che quando Don Bosco si rassegnò, quantunque a malincuore, a mettere una seconda pietanza a mezzogiorno, volle che una sola fosse di. carne; la seconda doveva limitarsi a legumi cotti, ovvero a insalata (259). Questa tradizione che riflette non solo il pensiero, ma l´esplicita volontà del nostro Padre, venne poi fissata nei Regolamenti e dev´essere fedelmente osservata.

In certi periodi difficili di guerre o di crisi economiche furono fatti dai Superiori accorati richiami .per una saggia economia improntata a un pratico spirito di povertà. Sarebbe bene che i Direttori tratto tratto ricordassero quelle norme, le quali fedelmente osservate, ci metterebbero in grado di moltiplicare il bene a vantaggio degli orfani e delle vocazioni con profitto della perfezione religiosa. Mentre scrivo queste cose il mio pensiero ritorna ai nostri ´carissimi confratelli della Spagna che, imprigionati e dispersi, soffrono le più tragiche privazioni, dando a noi esempio d´invitto eroismo. Davanti alle loro tremende privazioni che, per non pochi furono e saranno forse causa di prematura morte, non limitiamoci a sterili frasi d´inefficace compassione, ma rivestiamoci, pure noi, di generosa temperanza cristiana, proponendo soprattutto di evitare ogni golosità e ricercatezza nelle vivande. S. Bernardo dice chiaramente che « chi stuzzica la. gola

Si avverta inoltre che se taluno si lascia trascinare a coteste voglie e sfrenati desiderii finisce per rendersi incontentabile e di vero peso a sè e agli altri, rendendo impossibile la vita di comunità. Avviene allora che alla mensa, si hanno le facce immancabilmente corrugate, gli sguardi scrutatori e maligni, i gesti scortesi e sdegnosi, le critiche, i rimbrotti, e talvolta gli scatti incomposti che turbano la serena fratellanza e la pace. « Ma come mai, diceva S. Bernardo nelle conferenze ai suoi monaci, come mai taluno può arrivare a questo punto da non trovar nei giardini, negli orti, nei fiumi e nelle cantine nulla che riesca ad accontentare le sue illimitate esigenze? » (263). « Di grazia, continuava il Santo, rivolto a quel tale, di grazia, abbi compassione anzitutto della tua pace; ma poi muoviti anche a pietà dei poveri cuochi e inservienti, e non turbare più oltre la quiete dell´intiera comunità aggravando la tua coscienza » (264).

Lo so, vi sono gli ammalati; e della carità con cui li dobbiamo e vogliamo trattare parleremo a suo tempo. Ora invece ci occupiamo di alcuni poveretti pervicacemente scontenti: a costoro, in certi casi specialmente, è opportuno consigliare un lavoro ordinato. Un adagio latino dice che è proprio l´ozio che ingenera la svogliatezza e l´inappetenza; mentre l´attività eccita l´appetito. Speriamo non si debba mai poter dire di nessun figlio di Don Bosco che egli sia caduto nella mormorazione, nell´incontentabilità, nella musoneria, perchè il suo organismo irrugginito e immiserito nell´ozio influendo sinistramente sullo spirito, lo rende permaloso, irritabile, sfibrato fisicamente e spiritualmente. « Il lavoro, diceva lo stesso S. Bernardo ai suoi religiosi, restituisce alle vivande il sapore, che aveva tolto loro l´ignavia » (265).

43. - SUL MODO DI PRENDER CIBO
In verità quest´argomento parrebbe esulare dal tema che stiamo trattando, ma forse non dispiacerà a molti qualche breve considerazione destinata a lumeggiare spiritualmente un´azione in stretto rapporto colla temperanza e la povertà.

Il Salmista vuole che le anime giuste prendano il loro cibo con serena esultanza alla presenza di Dio (266). « Non manchi mai, diceva S. Giovanni Crisostomo, non manchi mai Gesù Cristo alla vostra mensa » (267). S. Paolo ricordava al suo Timoteo che il cibo resta santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera (268).

Facciamo tesoro pure noi di queste sapienti raccomandazioni. La preghiera raccolta e fervente preceda Ie nostre refezioni. A tal fine ognuno procuri di trovarsi puntuale per non privarsi dei frutti delle orazioni fatte in comune Nessuno poi si permetta di abbreviare o cambiar le preghiere prescritte prima e dopo il cibo; anzi se ne penetri e mediti il profondo significato a vantaggio dello spirito. S. Agostino raccomandava ai suoi religiosi di seguire attentamente la lettura che si fa a tavola, evitando ogni rumore o disturbo, acciocchè in tal modo « non solo le fauci, ma anche l´udito e soprattutto lo spirito si nutrano della parola di Dio » (269).

A proposito della lettura, si ricordino le nostre tassative disposizioni regolamentari e le raccomandazioni dei Superiori: ma soprattutto ognuno si persuada dei grandi vantaggi che dalla lettura ben fatta durante le refezioni ne derivano ai singoli soci e alla vita di comunità. Nessuno rifiuti il suo concorso e così si eviterà che graviti su pochi volonterosi tutto l´onere di essa. Sarà bene che i Direttori rileggano e ricordino alla comunità quanto fu scritto a tale riguardo parlandosi dell´ubbidienza (270).

Nè vi dispiaccia trattenervi meco, sia pur brevemente; sul contegno da osservarsi durante le refezioni. I nostri Regolamenti stabiliscono che nei Noviziati vi sia una lezione settimanale di buona creanza, e che si continui quest´utilissimo insegnamento negli studentati e poi nelle case: la ragione è ovvia. Gli stessi Regolamenti vogliono che, in tutti i nostri istituti, siano impartite ai giovani norme e regole d´urbanità: ed è bene che tale insegnamento sia dato da noi, che per vocazione siamo educatori, non solo con le parole, ma soprattutto con l´esempio. Ora tra le regole di buona creanza, quelle che riguardano il contegno da tenersi a tavola sono certamente tra le più importanti. Sarebbe bene perciò che, se non tutti gli anni, almeno ogni due o tre, nei nostri 5 Istituti, si rileggessero alcuni dei trattati d´urbanità in uso nelle case di formazione. È tanto facile incorrere in piccoli difetti; questi poi a tavola possono essere motivo, non solo di poca edificazione, ma anche di disagio per i commensali: mentre d´altra parte sono troppo rari coloro che abbiano il coraggio di farci notare qualche nostra involontaria scorrettezza. Basterà talvolta riudire la regola dimenticata per ripraticarla. Una delle cose da ricordarsi frequentemente, nelle comunità numerose, è quella di non vociferare e di evitar rumori e chiassi a volte assordanti. Se si parla a voce bassa tutti possono essere uditi, e la conversazione si ,svolge educatamente; a misura invece che dagli uni si alza il tono ne viene l´inevitabile alzamento da parte di tutti, e così si avvera che quanto più si grida, tanto più si sente il bisogno di gridare, con danno del decoro nel contegno, della gravità nel discorso, e con pericolo che l´eccitazione della voce abbia dei riflessi nella carità dei cuori. Non dimentichiamo le penose impressioni riportate dal nostro Padre, quando, chierico ancora, fu dal suo Parroco invitato ad un banchetto di sacerdoti in occasione della festa patronale. Fu tale il disappunto e la delusione provata, che ne ebbe una vera scossa la sua vocazione, sacerdotale, e fu tentato di deporre l´abito e di consacrarsi alla vita cenobitica pel timore d´incorrere in certe leggerezze di contegno notate in qualche commensale (271).

S. Bernardo scrisse a questo proposito una bella pagina, nella quale, mentre inette in chiara luce e raccomanda la sobrietà, dà così eccellenti norme di belle maniere che potreb- bero, oggi ancora, figurare benissimo in un testo di Galateo destinato alle persone religiose. « Quando sei a mensa, scrive il Santo, non girare gli, occhi attorno per osservare curiosamente chi ti sta di fronte o di fianco, per sapere che fa e che. ha davanti a sè. Pensa piuttosto a te e al Signore. Prendi il tuo cibo in silenzio e .con ogni riserbo; non con avidità quasi che non riuscissi a saziarti. Non ti piegare sconvenientemente sul tuo piatto, come un affamato; non dar a vedere che cerchi di saziar il tuo occhio, prima ancora di appagare il tuo palato. Sii contento di ciò che ti viene servito: anzi preferisci´ che ti abbia a mancare qualche cosa, piuttosto che averne di tróppo. Sta bene attento a non disprezzare nè . a sprecare anche in minima parte, ciò che ti è presentato. Non turbarti se vieni ad avvertire qualche difetto nel condimento; se manca od è eccessivo il sale; se la cottura non è del tutto a punto. Rifletti piuttosto che altri, più buoni di te e di maggior merito, si contentano di meno assai, anche, se, mal confezionato; molti poi riterrebbero gran fortuna il poter aver ciò che tu rifiuti. Quanto alla misura del vitto non è facile dare un criterio preciso per tutti. Vedi però di contenerti entro questi limiti: non nutrirti così parcamente che ti abbiano a venir meno le forze e non possa reggere alla fatica; ma evita anche di satollarti in guisa da non poter poi dedicarti con freschezza e tempestivamente alla preghiera, allo studio, alla meditazione e alle opere di carità. Tieni conto di queste norme e l´esperienza ti sarà buona e sapiente maestra » (272).

44. - IL BERE
Non sarebbe completa questa trattazione se non aggiungessimo al fin qui detto alcune brevi considerazioni riguardo al vino e ai liquori. Premettiamo che Don Bosco ci hà insegnato a non prender mai nulla fuori dei pasti. Chi si abitua , a mangiare, a bere, a far uso di pastiglie, caramelle, e peggio ancora di digestivi alcoolici, fuori delle refezioni, si rovinerà poco alla volta lo stomaco, si creerà mille bisogni, e diverrà ,schiavo di abitudini nocive al corpo e allo spirito. Conserviamo pertanto gelosamente le nostre tradizioni di famiglia, e ripetiamo noi pure col nostro Fondatore, quando saremo invitati a bere od altro: Non sono abituato : a prender nulla fuori di pasto. Il buon Padre, anche sfinito dalle fatiche e dalle udienze, non accettava noppur un bicchier d´acqua, adducendo come pretesto che l´eccitava al sudore. In una giornata afosa il giovane Bisio gli portò una bibita ghiacciata, ma Don Bosco gli disse graziosamente: «Bevila tu » (273).

E non solo fuori di pasto, ma anche durante i pasti voleva egli che si usasse nel bere la massima discrezione: su questo. punto era piuttosto rigido. Se veniva a conoscenza di qualche abuso, ne provava gran pena; per lui il povero  disgraziato che Si lasciasse dominare dall´intemperanza nel bere correva gran pendolo di perdersi. Quando poi si trattava di un´anima consacrata a Dio, ne riteneva molto difficile l´emenda.

In una conferenza del 1876 a tutti i confratelli, parlando del voto di povertà e accennando a questo punto, non solo condannava l´abuso, ma raccomandava una rigorosa mortificazione nell´uso del vino. s Venendo agli effetti della povertà, diceva Don Bosco, alcuni non ne vogliono saper nulla. Alcune volte il vino non sarà molto buono, sarà un poco. adacquato; e non si ha pazienza, non si vuol sopportare questa mortificazione. Ma se non fosse adacquato sarebbe anche più buono, dicono; lo concedo; ma se vogliamo essere poveri, bisogna pure che patiamo qualche astinenza. Un povero che avesse sempre da bere vino anche mediocremente buono, si stimerebbe fortunato. Deh! non siamo di quelli che amano la povertà, ma non amano i compagni della povertà s (274). Come vedete il nostro Padre ripete il suo ritornello preferito, incitandoci ad amare i compagni della povertà, e a non pretendere ciò che praticamente i veri poveri non possono avere. D´altronde è troppo noto quanto possa esser pericolosa l´abitudine di bere disordinatamente. S. Gerolamo diceva: « Il vino, Strumento di lussuria, dev´esser considerato dai religiosi come un veleno pericoloso. Quando poi, sia conveniente farne uso, per motivi di salute o per la debolezza dello stomaco, non si ricorra ai vini prelibati ma al vino comune, od almeno allungato con l´acqua, così che non abbiano a salire i fumi alla testa trascinandoci a discorsi futili e pericolosi » (275).

II vino e i cibi prelibati, i liquori e le vivande impinguanti, non solo non difendono lo spirito, ma infiacchiscono e debellano lo stesso corpo: (276) « anzichè armi per combattere le buone battaglie, sono eccitanti e narcotici per le nature snervate ». Il Regno dei cieli, dice S. Paolo, non è cibo e bevanda (277). «´ Iddio poi annienterà lo stomaco vorace e satollo » (278).

S. Agostino ha tratti energici sugli abusi del bere. « Ascolta, dice, le parole di Gesù Cristo che ci vuole vigilanti per non lasciarci trascinare alle crapule e all´ubriachezza; e quelle di S. Paolo là dove ammonisce i suoi discepoli di non inebriarsi di vino, perchè esso è fonte di lussuria (279). Anche Salomone avverte che il vino. è cosa lussuriosa, e che l´ubriachezza trascina alle contese. Non indugiarti pertanto, continua il Santo Dottore, dinanzi al vino spumante, nè appetire quello che riluce nelle bottiglie. Esso va giù insensibilmente, ma finisce poi per morderti, poichè schizza veleno a guisa di serpente. Ov´è l´ebbrezza, là non vi sono se- creti. Chi può enumerare le vittime del vino? Esso conduce alla rovina dei corpi e delle anime. Il vino fu creato per la gioia serena, non già per l´ubriachezza. Ov´esso abbondi, là pure dilaga la lussuria. Un ventre satollo di vivande .e rigonfio di vino è una verminaia di voluttà. L´ebbrezza debilita il corpo, soffoca lo spirito, perturba la mente, mette in sussulto sfrenato il cuore, alimenta le fiamme della fornicazione; inebetisce l´intelligenza, soffoca la coscienza al punto di spogliarla dell´umana dignità». Il Profeta così si scaglia contro coloro che si gloriano di bere molto senza cadere nell´ebrietà: Guai a voi, o bevitori impenitenti, che trincate da mane a sera; ridestatevi dal vostro torpore: piangete e singhiozzate, o voi tutti che collocate le vostre, delizie nel bere. Perchè l´ebrietà .è un delitto, è un peccato non meno grave dell´omicidio, .dell´adulterio, della fornicazione, essendo che essa esclude l´uomo dal regno di Dio; lo espelle dai Paradiso e l´inabissa nell´inferno (280).

« L´ebrietà, continua lo stesso Santo, è la madre di tutti i mali, appresta l´incentivo a tutte le colpe; è la radice dei delitti, l´origine dei vizi, la perdita del cervello, il sovvertimento dei sensi, la tempesta della lingua, la procella del corpo, il naufragio della castità. L´ebrietà è lo sciupio del tempo, è volontaria follia, è debolezza ignominiosa, rammollimento mentale, pervertimento dei costumi; rende indecorosa la vita, copre d´infamia l´onestà, è la corruzione dell´anima. L´ebrietà, come vediamo ogni giorno, sperpera i beni anche delle famiglie più opulente, dissipando in breve tempo, nelle crapule, le fortune accumulate a prezzo d´immensi sacrifizi, ed accomuna nelle nefandezze le persone d´ogni sesso e condizione. Essa sradica dal cuore il timor di Dio e dell´eterno giudizio, e allontana l´uomo dal Regno dei Cieli. E per riassumere il mio pensiero, conclude il Santo, dirò che il vino, dopo aver sommerso nei suoi flutti la castità, trascinò l´umanità a bassi e inverecondi delitti, incatenandola con pesanti e luride catene » (181).

Forse a taluno possono parer fuor di luogo queste citazioni pensando che, tra i figli di S. Giovanni Bosco, non si debbano lamentare abusi nel bere. È vero; grazie ,a. Dio, nella nostra Società, è fiorente lo spirito di mortificazione, e d´altronde v´è in tutti un lodevole impegno di onorare sempre più ´la Congregazione con l´onestà e la santità della vita. Ma alla stessa guisa che S. Giovanni Crisostomo, per allontanare i fedeli dal vizio dell´ubriachezza, volle dipingere dinanzi ai loro occhi, con colori veramente terrificanti, il disgraziato che abusa del bere, ritraendone il comportamento barcollante, il gesto scomposto, le parole balbuzienti e volgari, così ho pensato che l´aver dinanzi, in una terribile sintesi, i mali incalcolabili che hanno la loro origine nell´abuso del bere, servirà certamente a radicare sempre più profondamente in noi lo spirito di mortificazione, l´amore alla sobrietà, la pratica insomma di quella temperanza che il nostro Santo Fondatore volle darci, unitamente alla preghiera, come presidio efficace di tutto il nostro lavoro a vantaggio delle anime e particolarmente della gioventù.

Ci stia fissa in cuore la nostra responsabilità di educatori. In casa e fuori diportiamoci in modo da diffondere sempre intorno a noi luce di buon esempio. Permettete che qui insista su due cose. Non si facciano visite senza permesso, e solo e sempre a scopo di bene. Le persone esterne ci osservano e ci giudicano con maggior severità di quanto possiamo pensare, credendosi in diritto di esigere da noi il fedele compimento della nostra missione. Se in occasione di visite si arrivasse a capire che un religioso abusa del bere, cadrebbe il discredito su di lui e per riflesso sulla Congregazione. Anche quando sono vive le insistenze, specialmente presso collegi o istituti di Suore ove ci rechiamo pei ministero, è bene seguire gli esempi del nostro Padre di non prendere nulla fuori dei pasti.

Il secondo punto riguarda la nostra vita di famiglia. Si esagera a volte il senso dell´ospitalità offrendo in troppi casi la bottiglia speciale od altre bibite. Non ´è detto che ogni qual volta si assile un forestiere alla nostra mensa vi debba essere antipasto e alla fine la bottiglia o il, bicchierino. Peggio poi se, prolungandosi la permanenza dell´ospite, si pretendesse di sturargli ogni giorno la bottiglia. Ciò deve farsi in via eccezionale e con persone di particolare riguardo, anche per non turbare il tenore della vita comune. In certi centri ove affluiscono numerosi i forestieri, come nelle Case Ispettoriali, si limitino al minimo tali eccezioni. D´altronde i nostri buoni cooperatori ed amici preferiscono in generale seguire il ritmo della nostra vita normale, ed essere, considerati di famiglia. Soprattutto poi si eviti di somministrare la bottiglia prelibata o i liquori al pasto vespertino col pericolo di protrarre eccessivamente la permanenza in refettorio, di non trovarsi per l´assistenza in mezzo ai giovani e di perdere le preghiere in comune. Quando dobbiamo recarci a riposo ci è necessaria la massima serenità di corpo e di spirito.

L´articolo quinto dei Regolamenti dice ch´è « vietato far uso di cibi o bevande fuori pasto, salvo prescrizione medica, ed è sempre vietato tenerne nella propria camera ». L´esperienza insegna esser un gravissimo pericolo l´aver presso di noi, in camera o nella cella, bevande di qualsiasi genere, come pure macchine da caffè, tè, mate od altro. E si avverta che, al parlar di bevande, s´intende non solo il vino, ma la birra, il sidro, e soprattutto i liquori, ed ogni ´prodotto alcoolico. Sotto il nome di bevande, e tra le più pericolose, vanno pure inclusi i liquori digestivi. Taluno col pretesto d´averne un beneficio per lo stomaco può contrarre insensibilmente una pessima abitudine e rovinarsi per sempre. Riguardo al caffè si pratichi la raccomandazione del compianto Don Rinaldi, riservandolo solo al mattino quando viene servito col latte: e non s´introduca l´usanza di dare col caffè, o separatamente, liquori o bibite alcooliche. In altri tempi, ad esempio, dopo pranzo, oppure durante la giornata, non lo si prenda, ´se non v´è, come dicono testualmente i Regolamenti, la prescrizione medica. Perciò non si dia mai in refettorio alla Comunità riunita: coloro che debbono prenderlo come medicina, vadano nell´infermeria o in un posto designato dal Direttore. Altrettanto dicasi del tè o del mate. È bene che gl´Ispettori, nel visitare le case, vigilino per sradicare qualsiasi abuso: nè si desista, ove sorgesse qualche difficoltà. In tutti i-tempi, anche nelle famiglie religiose più fiorenti ed osservanti, riuscirono forse ad introdursi soggetti rilassati. « Da costoro, e lo dice un gran Santo, la parsimonia è reputata avarizia, la sobrietà austerità, il raccoglimento tristezza, mentre la rilassatezza viene ritenuta come discrezione, lo spreco si fa passare come liberalità, la loquacità per affabilità, la leggerezza per allegria, la vanità del vestire e la comodità dei viaggi un doveroso decoro » (282). E dai medesimi si pensa che l´aiutarsi reciprocamente in questo tenore di vita, sia espressione di carità, ,mentr´è invece la morte d´ogni carità. « È ben crudele compassione invero quella che, col pretesto d´aiutare il corpo, soffoca l´anima! » (283).

La tradizionale buona volontà dei confratelli e la vigilanza dei Superiori faranno sì che abbia a regnare sempre nelle nostre case quello spirito di sobrietà, così mirabilmente encomiato da S. Agostino, le cui parole mi piace ricordare qui a suggello di quanto abbiamo detto..

«. La sobrietà è come la castità del senso e dello spirito. Essa è la tutrice del corpo e delle sue membra, lo scudo della pudicizia con la quale è intimamente vincolata; l´ancella dell´amicizia e della pace, indissolubilmente unita all´onestà: è la debellatrice dei vizi e delle azioni malvage, salvaguardia del retto giudizio, saggia e fedele guardiana di ogni utile ricordo, custode dei secreti, velo delle cose arcane. La sobrietà favorisce lo studio e l´acquisto della dottrina, poichè è ad un tempo maestra e discepola delle scienze e delle arti e di quanto serve a nobilitare lo spirito. Essa è gelosissima della buona fama: tutta dedita alle cose utili ed oneste, divenendo per ciò stesso efficace presidio della virtù, che si compiace solo del consorzio dei buoni. La sobrietà è schiva d´ogni esibizione temeraria, evita i pericoli, è servizievole, detesta l´arroganza, governa la sua casa con saggezza, tiene fede alle promesse. Finalmente, e per dir tutto con poche parole, la sobrietà è invincibile fortezza d´animo. Tutte le virtù e quanti aspirano a cose eccelse la desiderano e invocano ardentemente, perchè senza di essa niuna virtù ,è gradita, venendo a trovarsi sprovvista del suo più ambito ornamento » (284).

45. - LA, POVERTÀ RELIGIOSA E LE VACANZE
Quantunque l´argomento delle vacanze sia già stato trattato altre volte è bene riconsiderarlo nei confronti con la povertà religiosa. I Regolamenti, all´articolo nono, dicono che « non si permettono ai soci vacanze propriamente dette, nè viaggi di piacere ». Aggiungono però che « è in facoltà dell´Ispettore di concedere qualche giorno di riposo, da passarsi in altra casa salesiana adatta, da lui designata, a quei confratelli che, a suo giudizio, ne abbiano bisogno ». Inoltre l´articolo 40 stabilisce che « non si permetta d´andare a passare il tempo delle vacanze in casa dei parenti ». Questi articoli rispecchiano il pensiero del nostro Fondatore, il quale soleva dire che le nostre vacanze le faremo in Paradiso. Egli pensava che, avendo noi fatta professione di povertà, dobbiamo effettivamente vivere da poveri: ora è a tutti noto che i poveri non possono permettersi lunghe vacanze, e meno ancora in luoghi e in condizioni di lusso. Anche i poveri però possono avere qualche giorno di riposo passato onestamente e modestamente.

Non v´ha dubbio che, chi ha lavorato ininterrottamente durante l´anno scolastico, e specialmente in occupazioni intellettuali, nelle scuole, nell´assistenza, nella direzione tecnica dei laboratorii e delle industrie agricole, sente alfine il bisogno di. un po´ di sollievo. Ora la Congregazione, sempre Madre, viene incontro ai suoi figli, e ne previene le necessità, stabilendo che l´Ispettore fissi le modalità di tempo e di luogo, pel necessario riposo dei confratelli.

Qualcuno potrà forse chiedere che cosa si debba intendere per vacanze propriamente dette. Anzitutto quell´espressione vuol indicare che per noi non v´è tempo determinato da dedicarsi alle vacanze; come pure che noi non abbiamo vacanze alla maniera dei ricchi, i quali lasciano ogni cura ed occupazione per recarsi agli alberghi, alle ville, alle cosiddette stazioni climatiche, a ritrovi insomma, ove ad altro non pensano che a ristorarsi e divertirsi. Quella frase vuol anche significare che a noi non sono concesse le vacanze come agl´impiegati statali od altri che hanno diritto ad alcune settimane per recarsi ove loro piace.

La Congregazione però, sollecita anche del bene fisico dei suoi figli, dispone che, in un periodo determinato, generalmente alla fine dell´anno scolastico o professionale, si rallenti per tutti il ritmo del lavoro, onde rifare le energie; e che coloro, i quali, per speciali condizioni, avessero bisogno di riposo o di cambiare clima, possano farlo a giudizio e col permesso dell´Ispettore. E qui è da avvertire in primo luogo che la facoltà di concedere ai soci di recarsi in altra casa salesiana pei motivi suindicati è esclusivamente riservata agl´Ispettori e non ai Direttori. Si noti inoltre che, anche la scelta del luogo e della casa, come pure il fissare la durata della permanenza, dipende dall´Ispettore. Ed è logico che sia così; perchè se ogni Direttore inviasse di propria iniziativa i suoi soci, potrebbe accadere che venissero a trovarsi in numero eccessivo i Salesiani mandati dai diversi Direttori alla stessa casa, e questa non sarebbe forse in grado di ospitarli, o lo dovrebbe fare con grave incomodo. Invece l´Ispettore, avendo l´elenco completo dei soci bisognosi di riposo, può destinarli, anche in tempi diversi e in condizioni più opportune, nei luoghi confacenti alle necessità individuali. Nè credo sia qui necessario far notare che i Direttori delle case ospitanti devono essere opportunamente preavvisati, e che i confratelli ospiti hanno il dovere di presentarsi con una lettera d´accompagnamento, munita del bollo della casa, indicante la ragione del viaggio e la durata del soggiorno: i sacerdoti poi portino sempre . il celebret.
Nei Regolamenti si dànno altre norme per i confratelli che si trovano fuori della propria casa, come ad esempio che il confratello ospite sia fornito di biancheria, del vestiario, del danaro necessario per non recare eccessivo incomodo. Ma soprattutto l´articolo 72 dice che « è vietato al socio ospite di fare in quel tempo spese di rilievo, viaggi, od altre cose importanti, senza l´autorizzazione scritta del suo Direttore ». In verità sarebbe deplorevole che un confratello, trovandosi in un´altra casa, si credesse autorizzato a fare cose che non farebbe nel suo istituto di dimora, stabilendo uno stridente contrasto nella vita di comunità, non trovandosi puntuale alle pratiche di comunità, e permettendosi libertà sconvenienti. Il confratello ospite si proponga di dare buon esempio in tutto e, anzichè muovere lamentele per l´alloggio, il vitto, od altro, manifesti il suo compiacimento e la sua riconoscenza al Direttore e ai confratelli, i quali forse si sono sobbarcati a veri disagi per rendergli l´ospitalità più gradita. Il Direttore della casa ospitante, dopo aver accettato il socio nella propria casa, è responsabile della di lui condotta per tutto il tempo del soggiorno, come se il confratello facesse parte del suo personale. L´ospite alla sua volta deve dipendere in tutto e sempre dal Superiore dell´istituto. Perciò non deve accadere che, durante il soggiorno, si facciano -altri viaggi nell´Ispettoria o in quelle finitime con permessi presunti; nulla deve permettersi o farsi senza un´autorizzazione scritta per evitare spiacevoli sorprese. L´ospite si guardi da ogni critica di ´persone o cose sia della propria casa, sia di quella ospitante, e non venga mai meno alle norme della cristiana convivenza.

È da sperare che, come si è già riusciti in parecchie Ispettorie a concedere il necessario riposo agli aspiranti per preservarne la vocazione, e ai confratelli delle case di formazione, si riesca pure man mano a sistemare le cose in modo che anche agli altri soci bisognosi di riposo, si possa provvedere convenientemente in guisa che, colle forze fisiche, ne avvantaggi pure lo spirito e l´osservanza religiosa.

L´articolo 9 dei Regolamenti esclude non solo le vacanze propriamente dette, ma anche il soggiorno a titolo di riposo nei luoghi cosiddetti mondani. Qui non si parla di luoghi di vera cura, ove tal volta s´invia qualche paziente per tentarne la guarigione; ma delle cosiddette stazioni climatiche, ai mari e ai monti, ove si va più per diporto, che per reali motivi di salute. Parlando della purezza furono fatte parecchie considerazioni a questo riguardo; è bene però rinnovare una calda raccomandazione soprattutto per ciò che si riferisce ai bagni di mare.

Quanti e quanto gravi siano i pericoli fisici e morali sulle spiagge e negli ambienti balneari, non v´è chi non l´ammetta. D´altronde medici eminenti sono d´avviso che si possono ottenere, con altre cure meno dispendiose e, ciò che a noi più importa, meno esposte a pericoli morali, migliori effetti che non coi bagni. Nelle Circolari dei Superiori furono fatte calde e ripetute raccomandazioni per evitare i gravi danni dei bagni. Purtroppo però quasi non passa anno, senza che il mare, i laghi e financo i fiumi non travolgano nei loro vortici qualche confratello, seminando il dolore nella nostra Società. Altri vortici poi potrebbero inghiottire, nei loro gorghi, vocazioni ed anime.

La S. Congregazione dei. Religiosi, in una lettera indirizzata il 15 Luglio 1926 ai Superiori degli Ordini e delle Famiglie Religiose, li esorta vehementer, colle maggiori istanze, a fare ogni possibile per impedire che i loro sudditi siano vittime dei gravissimi pericoli e danni, a cui si espongono coloro che frequentano le spiagge. Nel citato documento si ordina ai Superiori di non essere facili a concedere permessi di recarsi in quegli ambienti ove il buon costume è messo a così dura prova. Ed infine si dispone che siano severamente puniti coloro che si lasciassero trascinare a manifestazioni di mondanità o non tenessero nel dovuto conto le severe prescrizioni contenute nel documento stesso.

Nei Capitoli presieduti da Don Bosco e da Don Rua furono prese specifiche deliberazioni riguardanti le vacanze in generale ed i bagni in particolare. Quelle deliberazioni rispecchiano il genuino pensiero del nostro Santo Fondatore, ed è bene che non siano obliate, anche se non furono integralmente, ma solo nella loro sostanza, inserite nei nuovi Regolamenti. Si faccia pertanto in modo che anche questo punto venga dai Superiori competenti disciplinato, e si eviti il disordine di veder affluire alle nostre case di riviera numerosi confratelli che passano le loro ore in luoghi e costumi pericolosissimi, mentre forse i Salesiani, che da anni vivono in quegli istituti, non si permettono, in omaggio alle prescrizioni disciplinasi, i bagni di mare. Che dire poi di chi arrivasse alla deplorevole leggerezza di prender fotografie in abiti ed atteggiamenti poco modesti e financo in compagnie mondane? Tali tristi documenti mandati ad amici e confratelli, mentre sono una ben poco edificante attestazione della serietà di chi vi è raffigurato, costituiscono un vero disdoro per la nostra Società e possono diventare qua e là focolai di funesta e scandalosa infezione.

Parlando delle vacanze, è doveroso un breve richiamo sull´osservanza del già citato articolo 40 dei Regolamenti ov´è detto che « non si permetta di andare a passare il tempo delle vacanze in casa dei parenti ». Di questo punto si trattò ampiamente nel parlare della Santità è purezza; gioverà rinfrescarne la memoria. Dio voglia che splenda tosto quel giorno in cui, i figli di Don Bosco, ricordando d´aver tutto abbandonato per seguire Gesù e aspirare alla perfezione, liberi da ogni legame terreno, riconoscano effettivamente e praticamente che la loro vera casa non è più nel secolo, ma nella Congregazione. Non avvenga pertanto che si vadano mendicando o architettando pretesti per recarsi in famiglia, e proprio quando meno ci si dovrebbe andare, cioè in occasioni di feste patronali o di svaghi speciali. Il Salesiano sta e deve trovarsi bene nelle case salesiane: altrove egli incepperà sempre in pericoli per la sua perfezione, e per la stessa vocazione, a meno che ve lo abbia mandato l´ubbidienza.

In altra circostanza vi ricordai la parola di Don Bosco a proposito delle vacanze; non vi sia discaro che, a coronamento di quanto fu detto, vi esorti a rileggere gli insegnamenti datici da Don Rua. Il pensiero dei nostri grandi Padri circa il modo di passare le vacanze può venire sintetizzato nei seguenti punti.
1° Si pensi anzitutto e seriamente che, durante le vacanze, avremo la sorte di poter fare gli Esercizi Spirituali, e proponiamo di approfittarne per ridestare il fervore e irrobustire il desiderio di una sempre più alta perfezione.

2° Evitiamo le divagazioni. Pur riposando alquanto più del solito, formiamoci, nello svolgersi dell´orario, una buona distribuzione del tempo, per poter così dedicarci a qualche speciale e utile occupazione.

3° Avendo maggior tempo disponibile, attendiamo più del consueto a letture ascetiche, allo studio di materie teologiche, storiche, religiose, morali. Siano pure più frequenti e prolungate le nostre visite in chiesa, intrattenendoci finalmente con Gesù Sacramentato, con Maria Ausiliatrice, con S. Giovanni Bosco, col nostro Angelo Custode.

4° Si usi una speciale vigilanza nell´evitare ogni critica e mormorazione: si pensi bene di tutti, si parli bene di tutti, si faccia del bene a tutti.

5° Vi sia un impegno particolare nel fare le pratiche di pietà regolarmente ed esemplarmente. I Direttori vivano in mezzo ai confratelli e spieghino uno zelo efficace per far sì che tutto proceda bene; facciano regolarmente le conferenze, ricevano i rendiconti e fomentino in tutti i modi l´osservanza.

6° Le passeggiate lunghe, fatte coi confratelli o con gli alunni abbiano per meta, secondo l´esempio di Don Bosco, qualche chiesa o santuario: si scansino invece i luoghi mondani.

Le vacanze passate in tal modo saranno di ristoro al corpo e ancor più vantaggiose allo spirito.

46. - LA POVERTÀ NEI VIAGGI
Nella Circolare del Santo Natale indirizzata nel 1902 agli Ispettori, il venerato Don Rua raccomandava caldamente di evitare le spese superflue « nei viaggi, nelle passeggiate straordinarie, nell´acquisto di macchine non necessarie, come ad esempid, fotografiche e simili. L´esperienza ci conferma che purtroppo possono esserci viaggi superflui e non conformi al nostro spirito di povertà, come possono esservi altresì gite non convenienti pel modo, per la durata e per altre circostanze concomitanti. È bene pertanto esaminarci per correggere, ove fosse necessario, o prevenire siffatte mancanze. Quante vocazioni e quanti orfanelli di più si potrebbero accogliere nei nostri istituti se un esemplare spirito di povertà informasse ogni nostra azione! Non fa meraviglia se il nostro Padre, conscio di tutto ciò, scrivendo nel 1869 a Don Bonetti, Direttore a Mirabello, gli mandasse questa strenna pei confratelli: « Risparmiare viaggi » (285).

E poichè Don Bosco era solito praticare ciò che raccoman- dava, specchiamoci nei suoi esempi e in quelli del suo fedele imitatore Don Rua. Il nostro Fondatore non si permise mai viaggi di piacere, anzi nemmeno di quelli che chiamansi d´istruzione. Egli compì lunghe e penose peregrinazioni, ma sempre per curare gl´interessi della Congregazione, per conquistare anime a Dio, e non poche volte per alte missioni a lui affidate dalle Autorità ecclesiastiche e civili.

E le economie durante i suoi viaggi erano proprio quelle che fanno i più poveri. Anche nel 1880 si era recato in Francia per la solita ragione di raccogliere elemosine. « Egli giunse felicemente a Nizza la sera del mercoledì 14 Gennaio; ma ben pochi dei suoi figli lo videro all´arrivo, non tanto perchè l´ora fosse assai tarda, quanto perchè nessuno l´aspettava. Il Direttore Don Ronchail, che, da due giorni, correva mattino e sera alla stazione, ritiratosi in camera, dopo d´aver visto passare da un pezzo l´ultimo treno, sentì alle dieci e mezzo rumore di passi e di parole sotto la finestra. Affacciatosi, distinse chiaramente, come egli si esprime, la voce del nostro caro Papà. Disceso a precipizio e salutatolo, gli domandò se fosse già pagata la vettura. — Come, diss´egli, credi tu che un giovinotto pari mio abbia bisogno di vetture per venir sin qui dalla stazione? Ma il coadiutore Rossi, che l´accompagnava da Torino e qualche altro della casa andato con poca speranza ad aspettarlo, gli confermarono che, non ostante le loro insistenze, Don Bosco aveva voluto far vedere di esser ancor buono a fare una passeggiata di tre quarti d´ora alle dieci di notte. Così egli lasciò anche credere d´aver fatto, per spasso e piacere, quello che era una mortificazione di povertà religiosa » (286).

Don Bosco non perdeva tempo, nè spendeva danaro in gite di curiosità, gabellate talora per viaggi d´istruzione (287). Così dice il biografo accennando ad un viaggio fatto a Napoli, durante la sua permanenza a Roma nel 1880. Egli apporta la te- stimonianza di Don Barberis, il quale, volendo un´altra volta accompagnare Don Bosco a vedere qualche monumento della città di Marsiglia, si sentì rispondere: « Siamo qui per altro scopo e ben più importante » (288).

I Regolamenti dicono all´articolo 9 « che non si permettono ai soci viaggi di piacere » e, all´articolo 31, « che non si viaggi che per necessità e nel modo più economico, approfittando delle riduzioni permanenti ed occasionali ». Infine l´articolo 41, dopo aver detto che « non si permetta, senza necessità, d´uscir di casa, di far visite ai parenti od amici, di accettar inviti a refezioni o a festini, di recarsi a fiere, mercati o a trattenimenti profani », stabilisce che: « durante i viaggi non si vada ad alberghi, eccettochè non si possa convenientemente fare in altro modo ».

Basandoci sugli insegnamenti dei nostri Padri e sulle prescrizioni regolamentari, noi possiamo compendiare così le principali norme riguardanti i viaggi se vogliamo ch´essi rispondano a vero spirito di povertà.

1° Si evitino anzitutto i viaggi non necessari: e per quanto dipende da noi, evitiamo di creare tali necessità. Si avverta che i Regolamenti parlano di necessità, e perciò non si ricorra a parvenze o a futili motivi di discutibile convenienza, come sarebbe ad esempio l´accompagnar un amico, un parente o un benefattore. Nè basta, a giustificar la necessità, un problematico vantaggio materiale, intellettuale o spirituale che si spera ne possa derivare. Va da sè che tutti i Salesiani ricaverebbero qualche relativo vantaggio dal visitare santuari, musei, luoghi interessanti in patria o all´estero: ma se tali motivi fossero sufficienti per favorire e permettere simili viaggi, anche quando parenti o benefattori si offrissero a pagar le spese occorrenti, ne deriverebbero funeste conseguenze alla vita di comunità e alla povertà religiosa. Nè si dimentichi che questi viaggi, anziché sazietà, ingenerano una sempre più immoderata avidità; e così la malsana curiosità, insoddisfatta sempre, accamperà ogni dì maggiori e più sconfinate pretese. Inoltre si abbia presente che viviamo in comune, e si pensi che la concessione fatta a un socio han ragione di pretenderla anche gli. altri.

Tocca all´Ispettore decidere quando un viaggio sia necessario, per studio, indagini scientifiche, l´apprendimento e l´esercizio di una lingua od altro. Ma certo non si può ammettere che, a chiunque venga in mente o possa garbare un viaggio a scopo di cultura intellettuale o di particolare devozione, i Superiori debbano concederlo: si arriverebbe al sovvertimento dello spirito religioso.

Quando poi ad un Socio venisse concesso un viaggio pei motivi surriferiti, egli non deve credersi autorizzato a deviazioni o divagazioni di sorta. Udite come fosse paternamente rigoroso a questo proposito il compianto Don Rua.

Un confratello, discretamente anziano, ritornava, dopo molti anni di Missione, dall´America in Italia. Trovandosi un giorno a pranzo col Capitolo Superiore, raccontava di una visita che egli aveva fatta al Santuario di Lourdes, passando per la Francia. Don Rua, dopo che l´ebbe ascoltato, gli domandò se Lourdes era una stazione sulla linea che egli aveva percorso. Il Missionario che non pensava dove Don Rua volesse arrivare, rispose prontamente di no; ma che egli si era fermato , a non so quale stazione, prendendo poi il biglietto per far la piccola deviazione. E Don Rua: — E per far questa deviazione hai avuto il permesso? — Il poverino rimase interdetto, ed osservò timidamente che il tratto era brevissimo; che egli, partendo dall´America, non aveva in progetto tale fermata; ma che aveva pensato di poter fare quella visita senza esplicito permesso, considerandolo anzi tacitamente concesso. Ma Don Rua gli insistè amabilmente che sarebbe stato bene che non si fosse permesso quel lusso, appunto rierchè non aveva potuto avvertire i Superiori; e seguendo l´impulso del suo grande amore alla Regola e alla povertà, fece una chiara lezioncina sull´importanza dell´economia, e del risparmio. I Superiori presenti rimasero profondamente edificati.

2° In secondo luogo devesi evitare, nei nostri viaggi, ogni spesa superflua e soprattutto lussuosa. Quando forti ragioni non consigliano diversamente, la nostra classe sia quella dei poveri, e così pure il trattamento nelle spese del vitto e nei bagagli. « A Don Bosco, dice il Biografo, i preparativi personali per i suoi lunghi viaggi non davano gran che da pensare: se ne andava così com´era ». E dopo d´aver detto che, in camera, soleva tener il puro necessario, aggiunge: « Così ci spieghiamo come avvenisse che, nell´imminenza dei viaggi, si trovasse privo d´indumenti anche indispensabili; del che gioiva per amore di povertà » (289). Don Rua, Don Lemoyne, ed altri dovettero talora spogliarsi dei propri abiti per cederli a Don Bosco, già sul punto di partire. Prima non ci si era pensato, e non c´era tempo di provvedere diversamente (290).

Altrettando dicasi di Don Rua. « Assai di rado faceva uso della tramvia, per risparmiar così qualche soldo da dar in elemosina ai poveri che incontrava per via. Anche d´inverno, e di buon´ora, era solito recarsi a piedi dall´Oratorio alla Stazione di Porta Nuova. Rientrando in città, tornava a piedi a Valdocco,.e così faceva anche quando si recava altrove (291). Un giorno, andando a Valsalice, appena passato il ponte sul Po, gli si presentò un povero, chiedendogli l´elemosina, ed egli: Prendete per amor di Dio! e gli diede dieci centesimi. Volgendosi poi a chi lo accompagnava continuò sottovoce: Vedi, abbiamo risparmiato i soldi della tramvia e così ci fu possibile fare un po´ di carità. Don Anacleto Ghione dichiarava che, in 18 anni da lui passati all´Oratorio, non vide mai Don Rua prender una volta la tram-via » (292).

Taluno potrebbe obiettare che per risparmio di tempo e di calzature forse sarebbe bene servirsi della tramvia. Don Rua non la pensava così: egli poi era convinto che l´esercizio del camminare giovasse assai alla salute, mentre ne avvantaggiava lo spirito di povertà. Anche nei suoi ultimi anni, quando i figli e i benefattori lo esortavano ad aversi qualche riguiardo, Don Rua, sull´esempio di Don Bosco, vi si rassegnava a malincuore parendogli di venir meno alla povertà. Più sopra fu accennato alla classe dei poveri: ecco il dialogo che si svolse un giorno tra Mons. Costamagna e Don Rua mentre si recavano alla stazione. — È poi inteso, diceva Monsignore, che prenderemo la seconda, non è vero? — Che dici mai? risponde Don Rua. — Ma non riflette, signor Don Rua, che lei è il Superiore Generale dei Salesiani? — Per l´appunto: devo dare esempio a tutti di amore verace a quella povertà, di cui abbiamo fatto voto a Dio. — E fu irremovibile.

3° Infine fa d´uopo nei viaggi ricordare le prescrizioni dell´articolo 31, ov´è detto che « il danaro che si riceve per il viaggio non si spenda in altro: e che al ritorno (o all´arrivo, se si tratta di trasloco) il socio renda conto delle spese fatte, e consegni il danaro avanzato ».´ A questo proposito potremmo ricordare fatti edificantissimi di confratelli eminenti che rendevano conto scritto al proprio Direttore anche della spesa fatta per la tranvia o la compra del giornale. Il compianto Don Ubaldi, valente professore d´Università, era in questo d´una osservanza esemplare, che taluno avrebbe potuto considerare scrupolosa. Ricordo con quale ingenua semplicità mi rendeva conto di tutto e chiedeva umilmente di poter fare spesucce proprio insignificanti. Soprattutto in occasione di viaggi bisogna vigilare per non cedere così facilmente alla pericolosa teoria dei permessi presunti:" qualora si fosse fatta qualche spesa appoggiati su tale principio, si ricordi il dovere di darne quanto prima stretto conto al Superiore.

Nessuno poi deve vedere in quest´obbligo un´umiliazione, perchè così si pratica in qualsiasi società, ove slavi un elementare principio di retta, amministrazione e regolare contabilità. Chi non s´è trovato nelle strette finanziarie e non ha sentito il peso di situazioni economiche difficili ed angosciose, non misura forse tutta l´importanza di queste disposizioni che possono parere piccole. Eppure noi sappiamo che sono proprio le piccole economie che ci permettono d´intraprendere e condurre a termine grandi cose; e sono ancora coceste piccole economie che ci educano al senso della responsabilità, dell´ordine, della vita comune: ma soprattutto da esse trae immenso vantaggio lo spirito di povertà religiosa, la cui pratica esemplare ci concilia le simpatie e la carità dei buoni, mentre attira su di noi e sulla Congregazione benedizioni sempre più abbondanti.

47. - LA POVERTÀ NELLE GITE E PASSEGGIATE
Dopo quanto abbiamo detto dei viaggi non sarebbe necessario spendere molte parole circa le gite e passeggiate dei confratelli, ai quali i nostri Regolamenti proibiscono i viaggi di piacere. Però è divenuta tale e tanta la febbre dei viaggi, favorita dalla facilità dei trasporti e della viabilità, ch´è bene richiamare tutti ad una più doverosa responsabilità e ad una visione più coscienziosa degli obblighi da noi contratti col voto di povertà. Si cominci a osservare la prescrizione fatta dal;Rettor Maggiore negli Atti del Capitolo proibendo ai confratelli di guidare automobili, motociclette o simili veicoli: non si discuta, si ubbidisca. Inoltre anche nelle case che per speciali bisogni hanno l´automobile, si eviti ogni abuso di facili escursioni o d´inutili passeggiate. Qualora poi fosse necessario qualche viaggio, si abbia cura di farlo giusta i criteri di una ben intesa povertà.

Quantunque le gite o passeggiate riguardino generalmente i confratelli, solo in quanto essi devono accompagnare i giovani, conviene però dire, anche su questo, una parola che ci richiami al genuino pensiero di Don Bosco. Questo pensiero fu da lui fatto conoscere chiaramente; in seguito fu ripetuto e illustrato spesse volte da´ suoi Successori; anzi il pensiero stesso fu fissato nell´articolo 151 dei Regolamenti, ov´è detto: « Le passeggiate straordinarie si facciano preferibilmente a piedi, secondo l´esempio di Don Bosco e le raccomandazioni dei suoi Successori; osservando però quanto prescrive o suggerisce in proposito l´igiene ».

Dalle parole dell´articolo risulta dunque in modo evidente che debbonsi escludere senz´altro le gite o passeggiate di lusso.

Ciò è del tutto conforme all´indole della nostra Congregazione, la quale, giusta il primo articolo delle Costituzioni, vuole che i soci « esercitino ogni opera di carità spirituale e corporale verso i giovani, specialmente i più poveri ». I Direttori e i Prefetti delle nostre case sanno per esperienza quante e quanto insistenti siano le raccomandazioni dei genitori perchè i loro figliuoli non facciano spese inutili. Molte volte poi i parenti lasciano intendere le loro strettezze familiari e le difficoltà di corrispondere la modica retta. Ora non è giusto che noi accresciamo le angustie dei genitori obbligandoli a sperperare danaro in gite dispendiose, che essi non permetterebbero mai ai loro figliuoli se vivessero. in famiglia. E si avverta che con simili .larghezze noi rendiamo un funesto servizio alle famiglie stesse, educando i loro figliuoli ad un tenor di vita non corrispondente alle loro possibilità. Inoltre che cosa penseranno di noi i Cooperatori vedendo sciupare in spassi ostentatamente lussuosi i frutti dei loro sacrifizi e le elargizioni della loro carità?
È necessario pertanto che ci atteniamo fedelmente alle nostre tradizioni. Devono essere soppressi ad ogni costo i lunghi tragitti della durata di un giorno ed anche più, in treno, battello od auto. In questi casi, oltre alle spese, devonsi considerare le difficoltà dell´assistenza coi conseguenti rischi corporali e morali. Nè si opponga che detti viaggi sono considerati come gite scolastiche, incoraggiate ed encomiate dalle autorità. Tutti sanno come si effettuano tali gite dalle classi modeste; come sia breve la loro durata, e con quale oculatezza economica vengono organizzate. È una tremenda responsabilità la nostra di amministrare i beni delle famiglie che ci affidano i loro figli, e sarebbe disonesto ed ingiusto anche il più lieve abuso.

I Regolamenti stabiliscono che le passeggiate straordinarie si facciano preferibilmente a piedi. Ciò vuol dire che, ove per speciali motivi si dovesse far uso del treno o dell´auto, quest´uso non dev´essere in nessun modo un abuso: perciò il viaggio o tragitto sia breve e in condizione di ben ponderata economia. Nè queste gite devono essere frequenti: non credo si possano approvare passeggiate in treno od auto due volte all´anno.

A taluno, trattandosi di gite, può venir in mente l´esempio di Don Bosco che, nel periodo autunnale, condusse dal 1857 al 1864 schiere di giovani a fare passeggiate, che durarono intiere settimane. Si avverta però che quelle passeggiate avevano uno scopo di speciale propaganda; che i viaggi erano generalmente a piedi; quasi sempre gratuiti (293); e soprattutto che quelle gite, più che uno svago, erano un non lieve sacrifizio per i disagi a cui i gitanti dovevano andar incontro. Purtroppo noi non sapremmo oggi affrontare passeggiate di quel genere; dalle quali però derivava un gran bene ad iutiere popolazioni, e vantaggi considerevoli alla Congregazione, e particolarmente alle vocazioni.

Don Cerruti che vi prese parte per sei anni consecutivi, dice che «basterebbero da sole per mostrare il grande interessamento che aveva Don Bosco per il bene spirituale e temporale dei suoi giovanetti » (294). Don Lemoyne afferma che esse costituivano vere missioni (295). Dello stesso parere era anche Don Rua, il quale fin dal 1890, quando cioè la mania di lunghe gite costose cominciava a delinearsi, richiamava i Salesiani alle genuine tradizioni con queste parole: « Una cosa poi si è notata da parecchi Superiori nello scorso anno scolastico, la frequenza di passeggiate in ferrovia per divertimento di allievi. In questo ci vuole molta discrezione. Il nostro amato Padre ci procurava di quando in quando tali divertimenti, ma quelli erano quasi sempre passeggiate a piedi, che servivano a sollevare lo spirito e giovavano mirabilmente a rinvigorire le forze fisiche, mentre lo scopo religioso delle medesime e il contegno dei suoi allievi recavano edificazione ovunque andavano. Far viaggi in ferrovia è perdere quasi tutto il vantaggio delle passeggiate, è un divertimento da signori, da persone comode; ciò che non siamo nè noi, n è i nostri allievi. Si veda adunque di tenersi all´uso antico delle nostre case, di fare a piedi le lunghe passeggiate per divertimento degli allievi ed anche queste in quantità limitata, da non render divagati gli allievi stessi » (296). Otto anni dopo Don. Rua ripeteva le stesse raccomandazioni ai Direttori raccolti in Capitolo Generale (297); e nel 1900 tornava a. raccomandare che « se si va a fare qualche passeggiata alquanto lunga tra parecchi confratelli o con allievi, sarebbe molto lodevole che, ad esempio del nostro caro Don Bosco, si prefiggessero le visite a qualche santuario o chiesa » (298).

Gl´insegnamenti e gli esempi dei nostri grandi Padri ci stiano costantemente e fortemente fissi nel cuore. Più che lo spasso, essi si prefiggevano il bene; ed il loro zelo sapeva trarre profitto spirituale anche da ciò che per molti risulta funesta divagazione dello spirito.

Non saprei finire quest´argomento senza ricordare a coloro che sono incaricati di organizzare gite o passeggiate la grave responsabilità nostra di fronte a Dio e alle famiglie. Di fronte a Dio perchè nelle passeggiate, è più difficile l´assistenza e maggiori sono pure i pericoli per la moralità. Di fronte alle famiglie, le quali affidandoci quanto hanno di più caro nella persona dei loro figliuoli, intendono ed hanno diritto di pretendere che noi ne salvaguardiamo, . non solo l´incolumità morale, ma anche quella fisica. Si evitino pertanto le mete marine, fluviali o montane ove possano esservi pericoli per gli alunni. La passeggiata è uno svago sereno, e non già una gara di pericolose acrobazie o di virtuosismi sportivi. Inoltre sia in treno, che su cavalcature, in vetture, in battello o in auto, dev´esservi da parte nostra tale un insieme di prudenti norme e disposizioni preventive da eliminare ogni pericolo e da salvaguardare l´incolumità degli alunni e ogni nostra responsabilità. A. nulla giovano i rimpianti dopo i disastri, mentre le conseguenze di una poco saggia preparazione, possono, oltrechè causare vittime e funestare la casa e le famiglie, attirare su di noi conseguenze di natura irreparabile con grave danno dell´istituto e dell´intiera Congregazione.

48. - LA POVERTÀ NELLE MALATTIE
Parlando, in altra Circolare (299), della paternità dei Superiori mostrai come detta paternità si manifesti in modo del. tutto particolare verso gli ammalati. Oggi rinnovo, quanto so e posso, questa raccomandazione, sicuro d´interpretare così uno dei più intimi e forti desideri del grande cuore del nostro Padre Don Bosco.

La salute, dopo i beni morali e intellettuali, costituisce, dicevamo, il più ricco patrimonio della nostra Società; poichè essa permette l´esplicazione dell´apostolato per la salvezza delle anime. Evitare che questo tesoro venga in qualsiasi modo dissipato, è dovere di ogni Salesiano. Toccherà ai Superiori vigilare perchè non entri in Congregazione chi non abbia la salute necessaria: la nostra missione esige di sua natura energie a tutta prova. È pure dover loro vigilare perchè nelle case di formazione, gli aspiranti, i novizi, gli studenti abbiano un vitto sano, vivano igienicamente, e non sciupino prematuramente le loro forze. Non si possono leggere senza commozione le finezze veramente materne che Don Bosco usava e coi Salesiani e con gli alunni. « Era tutt´occhi, leggiamo nelle Memorie Biografiche,. per provvedere alle loro necessità. Se uno era alquanto indisposto, Don Bosco si mostrava premuroso d´interrogarlo: Come ti senti? — Se occorre mandiamo a chiamare subito il medico. Se la tua fosse solo- debolezza allora dirò al prefetto che ti cambi il vitto » (300). Con simili delicatezze egli riusciva, e riusciremo pure noi, a formare il vero ambiente di famiglia. rendendo affezionati i confratelli e consolidando l´unione delle menti e dei cuori (301). D´altronde è assai meglio prevenire che: provvedere poi, quando il male ha già intaccato, e forse in modo irreparabile, l´organismo.

Talvolta avviene che alcuni confratelli per inesperienza non si rendano esatto conto della loro infermità, e così ricorrano ai Superiori troppo tardi. È necessario perciò che l´occhio maternamente vigile del Superiore segua con affetto i figli, ne scruti,. dal pallore del viso e da altri sintomi, l´interna´ stanchezza o il germe del male che inizia il suo lavoro disgregativo. Prevenire, ecco l´aurea regola da seguirsi anche in queste circostanze. Una. malattia presa in tempo può essere facilmente stroncata: un esaurimento iniziale può trovare in un breve riposo preventivo il rimedio efficace.

È anche prevenire il moderare, soprattutto nei giovani,. l´eccessivo amore allo studio, che può degenerare in passione. Come v´è il tempo dello studio, vi dev´essere pure quello desti- nato alla ricreazione e al riposo. Inoltre si ritenga che ogni eccesso ha sempre il suo castigo: certi precoci esaurimenti sono conseguenza di lavoro compiuto contro le norme della prudenza, e contro le stesse nostre prescrizioni regolamentari. Ecco perché il nostro Fondatore vuole che « dopo le orazioni della sera si vada subito a riposo ». Certe veglie notturne sono più nocive che utili, e non solo alla sanità, ma anche al lavoro che si vorrebbe compiere. Don Bosco stesso, che in gioventù aveva sottratto al sonno molte notti per dedicarle allo scrivere, lasciò poi scritte queste parole: « Tal cosa mi rovinò talmente la sanità clie, per più anni, la mia vita sembrava ognora vicino alla tomba. Laonde io darò sempre per consiglio ai giovani di fare quello che si può e non di più. La notte è fatta pel riposo. Eccettuato il caso di necessità, dopo cena niuno deve applicarsi in cose scientifiche. Un uomo robusto reggerà alquanto, ma cagionerà sempre qualche detrimento alla sua salute » (302).

Quando poi il Superiore si trovi dinanzi a un confratello ammalato ricordi le parole di Don Bosco: « Si faccia economia in altre circostanze, ma agl´infermi si provveda quanto è necessario » (303). Non si dimentichi però che se le cure del medico e le medicine possono manifestare il nostro interesse per l´infermo, questi apprezzerà ancor più il nostro affetto e quello dei confratelli, manifestato nell´assistenza affettuosa, nella carità paziente, nel generoso compatimento, nella larghezza e benevolenza del cuore.

Ma dopo aver considerato i doveri dei Superiori è doveroso ricordare pure i doveri dei confratelli; poichè lo spirito di povertà religiosa non deve dimenticarsi neppure in tempo di malattie.

Non vi sia nessuno che, per sentirsi robusto, sciupi la salute esponendosi con una certa millanteria ad imprudenze che provocano malanni. Talora furono proprio gli spavaldi a cadere prima degli altri, e più gravemente. Di questo dovere di conservare la salute parlò ripetutamente il nostro Santo Fondatore. Un giorno, poche ore dopo che si era portato il Viatico al confratello guardarobiere Lagorio, Don Bosco, mentre raccomandava di fare per l´ammalato fervorose preghiere, aggiungeva: « Figliuoli miei, pensiamo in questo momento ad un massimo nostro dovere; ed è che dobbiamo far buon uso della sanità in servizio e gloria di Dic. La sanità è un gran dono del Signore e tutta per Lui dobbiamo impiegarla. Gli occhi debbono vedere per Iddio, i piedi camminare per Dio, il cuore battere per Dio, tutto insomma il nostro corpo servire per Dio, finchè siamo in tempo; in modo che quando Dio ci toglierà la sanità e ci avvicineremo all´ultimo nostro giorno, la coscienza non abbia a rimproverarci di averne usato male » (304).

Un´altra volta, mentre egli parlava della sanità del corpo e dell´importanza di usare i mezzi convenienti per non rovinarla, il chierico Bongiovanni, con quella confidenza che Don Bosco concedeva e che gli riusciva tanto cara, domandò la parola per chiedere che cosa si dovesse fare per conservar la buona sanità. E Don Bosco accondiscese benignamente, rivolgendo ai giovani questi consigli che giovano anche a noi. « Vi dirò un segreto, ossia una ricetta che servirà per risposta al chierico Bongiovanni e che sarà di gran vantaggio a tutti voi. Per conservar la sanità e vivere lungamente è necessario: 1° Coscienza chiara, cioè coricarsi alla sera tranquilli, senza timori per l´eternità. – 2° Mensa frugale. – 3° Vita attiva. – 4° Buone compagnie, ossia fuga dei viziosi ». E s´indugiava a spiegare brevemente questi quattro punti (305).

Forse taluno potrebbe addurre a discolpa di qualche imprudenza o negligenza, certi atti di vero eroismo compiuti dai Santi e anche dal nostro Fondatore, nel prodigare e immolare le proprie forze fisiche. È da notare però che essi agivano sotto l´impulso di speciali ispirazioni celesti; mentre d´altra parte potevano, per (pesto stesso motivo, contare su particolari aiuti e carismi. Anche il nostro Padre, interrogato un giorno circa lo stato di sua salute, rispondeva, così: « Se io avessi dovuto dar consiglio a chi si fosse trovato nella mia condizione . di sanità, lo avrei fatto mettere a letto, esortandolo ad abbandonarsi nelle mani dei medici; ma io non lo volli fare, perchè i medici mi avrebbero applicati rimedi su rimedi, avrebbero operati salassi, costringendomi al riposo: tanto più che si tratta di trasporto di, sangue allo stomaco, del quale i medici fanno grandissimo caso » (306).

Come vedete, mentre egli usa di una misura speciale e di un certo rigore con se stesso, dice apertamente che ad altri avrebbe consigliato ed imposto un modo di agire ben diverso. Per parte nostra dobbiamo ritenere che la preveggente vigilanza, unita a prudenti riguardi per la salute, sia un vero esercizio di povertà. Non si deve però cadere nell´opposto eccesso delle pusillanimi e interminabili esagerazioni, quasi che pretendessimo di non aver mai sofferenze di sorta, dimenticando così che anche gli incomodi proprii di ogni età e le inevitabili sofferenze della vita servono a farci vivere con Gesù sulla Croce. Santa Teresa diceva apertamente alle sue religiose che certi incomoducci guariscono assai più presto e meglio quando non se ne fa troppo caso, che quando vengono accarezzati e curati con abbondanza di rimedi. Alla Marchesa Barolo che esortava il nostro Padre a riposarsi e a rifare le perdute energie per poter poi prendere la direzione dei suoi Istituti, Don Bosco rispondeva con santa fermezza: « Signora Marchesa, la ringrazio della sua caritatevole esibizione; ma io non mi son fatto prete per curare la mia sanità » (307). Anche noi pertanto dobbiamo essere disposti. a ripetere con S. Paolo, quando fosse necessario: Non intendo anteporre la salute del corpo agl´interessi dell´anima (308). Con tutto ciò, ripeto, non trascuriamo quelle forze fisiche che devono essere spese appunto a vantaggio delle anime.

Quando però avvertissimo che la malattia ci ha colpiti è dover nostro avvisarne subito chi di dovere. Non sempre vien dato ai Superiori d´intuire i malanni, che possono anche nascondersi sotto certe apparenze di benessere. Dai Regolamenti è affidata soprattutto ai Catechisti « la vigilanza sulle condizioni sanitarie dei confratelli e alunni e sull´infermeria » (309). È bene pertanto ch´essi, in pieno e costante accordo col Superiore, compiano fedelmente questo dovere, il quale, mentre procura loro i meriti di una fiorita carità, tutela uno dei beni più importanti della Congregazione. Non aspettiamo perciò che gl´infermi si presentino, ma si prevengano, ove sia possibile, con quelle benevoli delicatezze che sono il fior fiore della carità. S´incontrano talora caratteri timidi o troppo schivi, presso i quali è necessaria un´amorosa insistenza.

Nel corso della malattia non dimentichiamo mai che siamo religiosi e abbiamo fatto professione di povertà. Non tocca a noi scegliere in qual modo dovremo servire il Signore, se nella sanità o nell´infermità; e quando a Dio piacesse fare della nostra vita un olocausto a salvezza delle anime, non temiamo ci venga meno la forza per fare la sua volontà, anzi accettiamola con gioia persuasi che, nel compierla generosamente, raggiungeremo la più alta perfezione, più alta appunto per esser quella a cui Dio ci chiama. Al tempo stesso gradiamo con animo riconoscente quelle cure che ci verranno prodigate dalla nostra Madre la Congregazione. Ogni nostra Casa ha il cosiddetto medico della Comunità; non sarebbe conforme alla vita comune e allo spirito di povertà il pretenderne un altro: Qualora le nostre condizioni di salute esigessero l´intervento di qualche altro dottore, lasciamo alla prudenza dei Superiori il determinarne la persona, il tempo e il modo. Nessuno cada nell´esagerazione di ricorrere a una pleiade di specialisti; un antico adagio dice che chi ha un medico, ha un medico; chi ne ha due, ha un mezzo medico; chi ne ha tre, non ha nessun medico. Neppure si pretendano cure e rimedi che solo i grandi signori si possono permettere. Il nostro Padre invitava frequentemente i suoi figli a sopportare con generosità le sofferenze e privazioni in caso di malattia. Allora specialmente egli voleva che fosse ricordata la nostra professione di povertà. Ai veri poveri del mondo mancano la maggior parte delle cure e comodità di cui godiamo noi; essi talvolta si privano persino delle visite del medico e dell´acquisto dei necessari rimedi, o per spirito di risparmio, o per mancanza di mezzi.

È vero, le malattie, soprattutto quando divengono più gravi e croniche, rendono gli ammalati esigenti, insofferenti, talvolta incontentabili. Allora particolarmente dovrà manifestarsi con generosità effusiva la carità degl´infermieri, dei confratelli e specialmente dei Superiori, pensando che l´insofferenza è più da attribuirsi al male che all´ammalato. Anche l´ammalato però non deve dimenticare mai di essere religioso, sforzandosi di portar la sua croce, e manifestando riconoscenza a chi, forse con grave disagio di notti insonni e di umili prestazioni, si sacrifica a suo vantaggio.

Il compianto Don Rua, mentre raccomandava che fossero usate le cure più diligenti e affettuose agli ammalati, non vo- leva che si esagerasse nelle medicine al punto di dimenticare lo spirito di povertà. È noto quanto e per quanto tempo egli abbia- sofferto a causa del suo mal d´occhi: eppure non volle specialità di sorta; ed eguale delicatezza nell´osservanza della povertà amava veder praticata anche dagli altri. « Quanto occorre e conviene, egli . diceva, si dia pure e con prontezza; ma non le mille specialità costose e di problematica efficacia ».

Il buon Superiore poi usava scendere a particolari raccomandazioni, proprio con la libertà di un padre, che, mentre cura i suoi figli, non può dimenticare che non è in grado di fare spese eccessive per rimedi costosi. « Fate, egli diceva, come nelle buone famiglie; ricorrete alla camomilla, e per rinfrescanti al sambuco o al crescione, che troverete facilmente e in abbondanza lungo i corsi d´acqua ». E dava anche altri consigli igienici e praticamente utili, non solo per amor della salute, ma anche a tutela dello spirito di povertà e con un tono di semplicità ammirevole..« Non bisogna assuefarsi troppo a prender medicine, diceva altre volte, perchè invece di vantaggio se ne avrebbe danno. Prendete piuttosto qualche cucchiaio d´olio d´oliva, decotti d´erba od altro che voi sapete. Quando si stenta un poco a digerire, talvolta un bicchier d´acqua, presa a sorsi, specialmente a digiuno, fa del bene. Bisogna badare pure ad aprire e chiudere le finestre a tempo, secondo le stagioni e con criterio, in modo che si purifichi e cangi l´aria senza inconvenienti » (310). Queste parole, profumate di così squisita carità dell´Uomo di Dio, che aveva penetrato e capito appieno lo spirito di Don Bosco, eccitino in noi, non solo vivo sentimento di ammirazione, ma il desiderio secreto d´essere più  generosi e meno delicati.

S. Bernardo rivolgendosi a qualche suo religioso sempre trepidante per la salute ed oltremodo esigente, massime nel vitto, diceva così: « Rifletti bene che sei un religioso, e non un medico: pensa che dovrai essere giudicato secondo la tua professione e non secondo la tua complessione fisica. Abbiti pure i dovuti riguardi, ma prima di tutto pensa alla tua tranquillità; di poi anche ai servienti, ai cuochi, alla casa, cui rechi aggravio, e soprattutto abbi riguardo alla coscienza. E non solo alla tua coscienza ma anche a quella degli altri: voglio dire di coloro che siedono accanto a te, i quali mangiando tranquillamente ciò che loro vien servito, borbottano forse per il tuo invero singolare digiuno. Essi infatti possono rimanere scandalizzati e malamente impressionati per uno di questi due motivi: o per la tua schifiltosità ed immaginaria necessità, o per la grettezza di coloro che debbono provvedere ai tuoi bisogni; e di conseguenza o ti crederanno un ammalato immaginario che brama il superfluo, oppure taccieranno d´avarizia il Superiore che non pensò procurarti ciò che t´abbisogna » (311).

Un compatimento speciale meritano le cosiddette malattie nervose. Gli ammalati che ne sono affetti diventano, senza volerlo e senz´avvedersene, di un´esigenza estrema e vanno con vera mania alla ricerca di tutti i possibili rimedi. Basta che abbiano letto, nella quarta pagina di un giornale, l´annunzio di uno specifico che prometta di guarire chissà quante malattie, perchè non abbiano più pace finchè non ne vengano in possesso; lo butteranno poi in un canto, come tanti altri, magari subito dopo, perchè non si avverò il subitaneo prodigio. L´esperienza insegna che in questi casi il vero rimedio è un ordinato riposo, ravvalorato da un vitto semplice e completato dal grande fattore che è il tempo. Tormentare lo stomaco e l´intiero organismo con mille farmachi diversi è, a giudizio degli stessi medici, volersi rovinare la salute.

La carità dei, Superiori si rivesta di particolare tenerezza per cotesti ammalati che vogliono guarire ad ogni costo, tentandone tutte le vie e tutte le cure. Si faccia capir loro che la rassegnazione generosa alla volontà di Dio può procurare alle loro anime maggiori meriti e alla Congregazione manipoli più abbondanti, che se l´operosità del loro zelo si fosse svolta secondo le loro vedute.

Una parola ancora è bene dire per tributare il più alto elogio a coloro che, per divina vocazione e col consenso dei Superiori, si offrono di recarsi in climi micidiali o nei lazzaretti ove infierisce il contagio. Grande sarà il loro premio in cielo, e grande pure l´ammirazione dell´umanità riconoscente. S. Bernardo, scrivendo ad alcuni religiosi che vivevano in una regione poco salubre, diceva loro: « Lo so che il paese dove abitate non è sano, e che alcuni di voi sono travagliati da molti incomodi. Ebbene ricordatevi di S. Paolo che diceva: Mi voglio gloriare delle mie malattie, perchè in me abiti la forza di Cristo (312), ed altrove: Quando m´indebolisco, allora io mi sento forte (313). Vi assicuro che compatisco assai la vostra malferma salute materiale; ma io penso che dobbiamo  guardarci anche di più dalle malattie dell´anima. Alla vostra condizione di religiosi è cosa disdicevole cercar soverchie .medicine corporali; bastano quelle comuni » (314).

Questo è eroismo, mi direte. È vero; ma fortunatamente, a nostro conforto e stimolo, anche nella nostra Congregazione, abbondano simili eroi; anzi è proprio così che ci ha educati e ci vuole il nostro Santo Fondatore. Fin dal 1862, in procinto di partire per Lanzo ove l´attendeva faticosissimo lavoro, mentr´egli era assai malandato in salute, ai giovani che lo sollecitavano a pregare il Signore perchè lo liberasse da quegli incomodi scriveva queste parole: « Se sapessi che una sola giaculatoria bastasse per farmi guarire, non la direi ». La stessa cosa egli ripetè molte volte nel corso delle sue malattie; e noi sappiamo che, durante la gravissima sua infermità del 1846, solo per far cosa gradita all´addoloratissimo amico, il Teologo Borel, si rassegnò a pregare con lui per ottenere la guarigione, che infatti riacquistò quasi miracolosamente. Anche allora però la sua preghiera era animata da profondo spirito di fede, poichè chiedeva la guarigione a patto che servisse pel bene suo e delle anime.  « Non recuso laborem, — disse con quel po´ di voce che ancora gli rimaneva; se posso render servizio a qualche anima, vogliate, o Signore, per intercessione della vostra SS. Madre, ridonarmi quel tanto di sanità, che non sia contrario al bene dell´anima mia » (315).

E chi di voi non ricorda il grido sublime del nostro eroico Don Beltrami: « Non guarire, nè morire; ma vivere per patire »?
Quando pertanto la volontà di Dio volesse onorarci chiamandoci a qualche difficile missione, non indietreggiamo, anche se la nostra salute avesse eventualmente a risentirsene. È allora che deve sgorgarci spontanea dal cuore la parola infiammata di fede e di amore di S. Agostino: « Signore, dammi di poter compiere ciò che mi comandi, e poi ordina pure quanto ti piaccia ». La salute, immolata sull´altare della volontà divina, avrà il suo impiego più nobile e proficuo.

Conchiudiamo quest´argomento con alcune profonde considerazioni di. S. Bernardo. « A coloro, egli dice, che sono vigorosi e sani, conviene talora una malattia, acciocchè non avvenga che la salute robusta li attacchi più del giusto ai beni caduchi della terra. È davvero cattiva sanità corporale quella che conduce l´uomo alle malattie dell´anima. L´Apostolo fa l´elogio delle malattie corporali quando dice: Proprio quando sono ammalato io mi sento più gagliardo: s´intende nello spirito. L´uomo non deve rammaricarsi d´esser provato da Dio, perchè le sue prove sono sempre a nostro vantaggio. Non v´ha dubbio che noi sopporteremmo con maggior coraggio le infermità corporali se ricordassimo i nostri peccati. Nel corso delle malattie poi non si deve , mormorare, pensando ch´esse sono permesse da Dio, giustizia somma. L´ammalato che mormora insorge contro l´Altissimo e ne provoca l´ira. Non può che esser giusto ciò che procede dal più giusto dei giudici. Sta scritto che Iddio prova quelli che ama, coloro che vuole adottare e ricevere come figli; è questa anzi la prova della sua compiacenza. Durante la vita mortale Iddio risparmia talora i peccatori, mentre all´incontro prova i giusti. Ma nella vita futura accoglierà i giusti, e non perdonerà più ai peccatori. Quasi si direbbe che chi non è stimato degno di soffrire quaggiù, sia destinato ai tormenti eterni. Non contristarti pertanto in tempo di malattia; rendine anzi grazie all´Altissimo. Stima maggiormente la salute .dell´anima che • quella del corpo, e rallegrati assai più d´aver libero lo spirito che gagliarda la carne. Fa in modo che le malattie della carne siano per te veri rimedi dell´anima. Ti conforti pensare che l´indebolimento del corpo rinvigorisce la mente, e che il languore fisico doma le passioni e gli eccessi della libidine. Non sgomentarti pertanto, anzi rallegrati di essere provato nel dolore e nella fornace della tribolazione; anche l´oro viene purificato dalle scorie nel crogiuolo. Finchè dura l´infermità, astienti dal profferir parole di mormorazione o di ribellione. Non dire: Perchè sono oppresso da queste malattie? perchè mi son venuti addosso questi dolori » (316)? Iddio è sempre Padre, sia quando ci colma delle sue carezze, che nelle ore della prova, quando, attraverso sentieri irti e rocciosi, ci fa salire il Calvario. Rallegrati: proprio su questa vetta si operano le resurrezioni della gloria: da quell´altezza sanguinante si spicca il volo verso la. felicità eterna.

49. - POVERTÀ NELL´AMMINISTRAZIONE
Sarebbe certamente cosa bella e desiderabile che i religiosi, dopo di esseri consacrati a Dio e di aver rinunziato ai beni materiali, non avessero più alcun bisogno di occuparsi d´affari e d´amministrazioni temporali. Ma purtroppo non è così: e a noi, che abbiamo abbracciato una vita particolarmente attiva la quale ci mette di continuo in contatto col mondo, tocca occuparci, poco o molto, e, se non oggi, domani, di cose temporali. Dobbiamo pertanto studiare il modo di conciliare i nostri doveri di religiosi distaccati dai. beni della terra, col dovere di aver cura di cotesti stessi beni in armonia colle prescrizioni della povertà religiosa.

Vi sono disposizioni legislative e giuridiche, alle quali è d´uopo sottostare; vi sono altre obbligazioni di indole morale, derivanti dalla nostra stessa condizione di religiosi salesiani e riguardanti l´amministrazione dei beni che ci pervengono dalle famiglie o i beni della nostra Società e dei singoli istituti di essa. Conviene chiarire tutti questi punti, per illuminar la nostra coscienza e metterla in condizione di poter agire rettamente.

50. - POVERTÀ NELL´AMMINISTRAZIONE
DEI BENI INDIVIDUALI E DI FAMIGLIA
La pratica del voto e della virtù della povertà esige che, prima della professione, noi ci liberiamo da quelli che Don Bosco chiamava « i gravi impacci delle cure temporali ». Esaminiamo questa materia, incominciando a stabilire ciò:che deve fare il novizio prima della emissione dei voti.

L´articolo 25 delle Costituzioni, dice: « I professi in questa Società conservano la proprietà dei loro beni, e la capacità d´acquistarne altri per titolo legittimo. Avanti la prima professione devono cedere, per tutto il tempo in cui saranno astretti dai voti, l´amministrazione dei beni suddetti a chi vorranno, e disporre liberamente dell´uso ed usufrutto di essi ».

Tutto ciò è in conformità dell´articolo 569 del Codice di Diritto Canonico.

È dovere pertanto dell´Ispettore e dei Superiori delle case di formazione di vigilare perchè queste prescrizioni siano fedelmente osservate; e così non avvenga che un novizio faccia la professione senz´aver prima sistemato le sue faccende temporali in conformità delle Costituzioni. Anzi è manifesto che il novizio, per poter compiere serenamente e senza distrazioni la stessa prova del noviziato, dev´essersi prima liberato, sia pure provvisoriamente, da ogni cura e legame di responsabilità amministrative, incaricando qualche persona di occuparsi dei propri affari temporali lasciati nel secolo.

Due cose pertanto deve fare il novizio prima della professione: cedere l´amministrazione, e disporre dell´uso e dell´usufrutto dei suoi beni..

Riguardo l´amministrazione dei beni devesi osservare che il novizio cede l´amministrazione dei beni che possiede, e non già di quelli che in seguito potrà possedere. Il canone 569, § 2°, stabilisce appunto che, per i beni di cui il religioso fosse poi venuto in possesso, farà in seguito la cessione dell´amministrazione, allo stesso modo che già fece eventualmente per la cessione degli altri. È evidente che se il novizio nulla possiede prima della professione, non dovrà fare nessuna cessione. Questa cessione dell´amministrazione può essere fatta in favore della Congregazione o di altre persone. Se si fa in favore della Congregazione, è bene avvertire previamente l´Ispettore, il quale ne studierà la convenienza o meno, e stabilirà il da farsi.

Il secondo punto riguarda l´uso e l´usufrutto dei beni. Il Canone 569 stabilisce che il novizio, prima di emettere i voti, disponga e determini chi debba godere dell´uso e dell´usufrutto dei suoi beni; e vuole che egli faccia questo liberamente. Nessuno pertanto deve esercitare, direttamente o indirettamente, pressione di sorta. Il novizio cederà l´uso e l´usufrutto a chi crederà bene; o alla Congregazione o´ ad altri di sua fiducia.

Due altre cose conviene tener presenti riguardo ai beni del religioso. La prima riguarda la cessione dell´amministrazione e la disposizione dell´uso e dell´usufrutto dei beni. L´articolo 25 delle Costituzioni, in conformità del canone 580 paragrafo 3° dice così: « Dopo la professione il socio può ancora mutare tale cessione e disposizione, non di suo arbitrio, ma col permesso del Rettor Maggiore, purchè il mutamento, almeno circa una parte notevole dei beni, non sia a favore della Società. Tutto questo dovrà parimenti osservare, non ostante la professione, quanto a quei beni che venissero in suo possesso dopo la professione medesima ».

Qui si tratta solo del cedere l´amministrazione e del disporre dell´uso e dell´usufrutto dei beni, e non già del cambiare le disposizioni testamentarie. Ogni socio, come già fu detto, può lasciare per testamento i suoi beni liberamente a chi vuole, sia alla Congregazione che a altri, e ciò tanto la prima volta che stende il testamento, quanto le altre volte che lo cambiasse col permesso della Santa Sede. Invece, trattandosi solo di cambiare la cessione dell´amministrazione e la disposizione dell´uso e dell´usufrutto, basta il permesso del Rettor Maggiore. È vietata però questa cessione e disposizione, se il socio, al cambiarla,  stabilisse che una parte notevole dei suoi beni andasse a favore della Congregazione. Questa saggia determinazione tende a salvaguardare il più possibile la libertà del socio. Quale sia la parte notevole dei beni la legge non lo stabilisce: autori provati sono d´avviso che la terza parte ´e due quinti possono costituire detta parte notevole. Naturalmente la parola notevole dev´essere considerata in relazione ai redditi dei beni di cui si tratta; perchè qualora si trattasse di redditi di poca o assai ridotta importanza, in tal caso non sarebbe forse nell´intenzione del legislatore che, per un nonnulla, si facesse un ricorso alla Santa Sede.

Giova notare ancora che se un socio facesse la cessione e la disposizione suddetta per la prima volta, pur essendo già´ professo, (non avendola, per qualsiasi motivo, fatta prima), in tal caso egli può fare la cessione della amministrazione e disporre dell´uso e dell´usufrutto intieramente a favore della. Società.

Il secondo punto riguarda l´articolo 27 delle Costituzioni, che riflette il canone 583, § .1° ov´è detto che « è vietato ai professi di rinunziare, mediante atto tra vivi, al dominio dei proprii beni a titolo gratuito ». È anche questa una saggia disposizione della Chiesa, la quale vuole che il religioso, qualora per qualsiasi motivo, volontario o involontario, dovesse lasciar la Società, possa disporre ancora dei beni che prima possedeva. Non è pertanto in facoltà del socio di donare i suoi beni: ma alienandoli coi dovuti permessi, deve esigerne un equo prezzo. Qualora però il socio facesse un dono o regalo di scarsa importanza, per cui non venisse intaccata in modo notevole la sostanza del capitale e delle rendite, vi sono autori che ritengono ciò lecito. Naturalmente il religioso, anche in questi casi, ha sempre bisogno del permesso del Superiore..

51. - DEL TESTAMENTO
In conformità del canone 569 § 30 del Codice di Diritto Canonico e dell´articolo 26 delle Costituzioni, « ogni novizio, avanti la prima professione, faccia liberamente il suo testamento circa i beni che già possiede o che verranno in suo possesso per l´avvenire » (317). Sia questa d´ora innanzi la prassi comune in tutti i noviziati. Chi fa il testamento può lasciare i suoi beni, presenti o futuri, a chi crederà meglio: o alla Congregazione o ad altri. Si procuri far conoscere a coloro che devono stendere il testamento le modalità con cui dev´esser fatto, per impedire noie, liti ed altre penose conseguenze. Se poi vi fossero dei confratelli che non avessero ancora fatto il loro testamento, i Superiori ricordino loro questo dovere.

Il già citato articolo 26 delle Costituzioni, che riproduce quasi alla lettera il can. 584 § 2°, stabilisce: « I professi non potranno più mutare il loro testamento senza il permesso della Santa Sede; ovvero, se per l´urgenza del caso non vi sia tempo di ricorrere ad essa, dell´Ispettore; o, se nemmeno a questo si possa ricorrere, del Direttore ».

Notiamo che non è necessario ricorrere alla Santa Sede quando si tratti di rifare un testamento invalido. Perciò se il testamento fatto dal novizio o dal socio non avesse validità di fronte alle leggi civili delle rispettive nazioni, o per l´età, o per altri motivi, lo si può rifare per renderlo valido, senza ricorrere alla Santa Sede, purchè non s´introducano modificazioni contrarie al canone 583, § 20.

Così pure non sarà necessario il permesso della, Santa Sede quando si tratti non di un vero cambiamento, ma semplicemente di una redazione più chiara o di specificare qualche modificazione soppravvenuta a riguardo dei beni stessi, oppure di sostituire un altro testatario in luogo del precedente venuto meno ai vivi, purchè si mantengano intatte le disposizioni testamentarie.

Infine si avverta che il permesso della Santa Sede non è richiesto per disporre dei beni in un modo o nell´altro, in favore della Congregazione o di altri, ma semplicemente per cambiare il testamento. Non occorre pertanto specificare nella domanda che si chiede il permesso per lasciare i beni a Caio o Tizio: ma basta chiedere l´autorizzazione di cambiare il testamento.

Ci siamo trattenuti alquanto su questo argomento perchè fu causa, in passato, di dubbi e perturbazioni, nonchè di atti meno conformi allo spirito del Codice e delle Costituzioni. Non vi fu certamente neppur l´ombra di malizia; ma la scarsa conoscenza e il poco studiò delle disposizioni legislative fece forse incorrere nell´inosservanza della legge stessa. Si procuri pertanto, nei noviziati e negli studentati, di chiarire bene le cose, allo scopo di favorire una sempre più diligente osservanza.

Dall´insieme di queste disposizioni emerge sempre più chiara l´intenzione della Chiesa nostra Madre, che il religioso si spogli veramente, totalmente e praticamente delle cose della terra, per potere in tal modo consacrarsi, libero da ogni legame e preoccupazione, alle cose spirituali e raggiungere così la sua perfezione.

52. - NON SI AMMINISTRINO BENI DI ESTRANEI
Purtroppo, anche dopo aver emesso il voto di povertà, possiamo essere chiamati dall´obbedienza ad amministrare: perchè se ci è proibita l´amministrazione dei nostri beni individuali, può invece venirci affidata l´amministrazione dei beni della Congregazione. Sono da escludersi però altre amministrazioni di beni di estranei o della nostra famiglia. Sarebbe invero deplorevole che un Salesiano; dopo essersi spogliato di tutto e aver ceduto la stessa amministrazione dei beni proprii, si lasciasse indurre ad occuparsi di amministrazioni altrui all´insaputa e contro l´espressa volontà dei Superiori.

Taluno potrà addurre come scusa la carità, od una profonda commiserazione verso qualche persona o una famiglia bisognosa di guida. Non è mai carità quella che conculca la legge e trascina alla violazione aperta dell´ubbidienza. L´esperienza poi c´insegna che, non pochi di coloro che vollero immischiarsi in simili -amministrazioni, oltre allo sciupio notevole di tempo, perdettero poco alla volta, a contatto con le persone del mondo, lo spirito religioso e la stessa vocazione, dopo aver forse ingarbugliate o sciupate le finanze degli stessi poco fortunati clienti.

Altrettanto dicasi di coloro che, vivendo in Congregazione, pretendono e. s´illudono di poter dirigere gli affari della propria famiglia o di qualche parente. Essi perdono anzitutto la pace, perchè i parenti troveranno forse comodo addossare ad essi ogni responsabilità colle vicende e pratiche relative, massime quando gli affari vadano male, e incomincino ad affiorare o anche ad accumularsi in modo allarmante i debiti. In questi casi viene ad affievolirsi nel cuore del religioso. l´amore per la Congregazione e la confidenza nei Superiori, perchè spinto dai parenti, egli esigerà da quelli ciò che non sono in grado di concedere. Potrebbe financo succedere che lo sventurato religioso si servisse del nome e del prestigio della Congregazione per contrarre impegni e debiti; e Dio non voglia ch´egli arrivi al punto di sottrarre forse i beni stessi della Congregazione per coprire gli sbilanci della sua cattiva amministrazione. Il poveretto addurrà a sua discolpa ch´egli ebbe sempre in animo di restituire le somme alienate; praticamente però, anzichè colmare i vuoti, ne farà degli altri, scavandosi sotto i piedi un abisso a volte incolmabile.

È proprio qui il caso di ripetere che nessuno può servire a due padroni: d´altronde sarà sempre, una pessima amministrazione quella che avrà due direzioni. Inevitabilmente non tutte le pratiche saranno ben conosciute da ambe le parti; e così, allo stringere dei conti e dinanzi alla cattiva piega degli affari, mentre il religioso cercherà di scaricare le responsabilità sulla famiglia, questa pure troverà comodo di dire ed avrà forse argomenti per provarlo, che la colpa è del religioso e pretenderà da lui e forse dalla Congregazione riparazioni, agevolazioni, e prestazioni finanziarie. Questo stato di cose influirà sinistramente sull´animo del povero religioso, che poco alla volta sentirà disamore per la vita religiosa e finirà, come ne fa fede l´esperienza, con abbandonare la Congregazione. Il Signore l´ha detto chiaramente: Chiunque dopo aver messo mano all´aratro volge indietro lo sguardo non è adatto al regno di Dio (318). Chi ha abbandonato il mondo non deve più immischiarsi nelle cose sue. E chi non sa che i beni terreni sono il vischio fatale in cui restano impigliate le ali di chi dovrebbe tendere il volo alla più alta perfezione? Nessuno pertanto si lasci adescare da inviti o da lamentele. Lo stesso Gesù, che ci fece l´onore di chiamarci alla vita religiosa, ci mette in guardia avvertendoci che non sarà degno di Lui e del suo regno chi ami i parenti più di Dio. Nella gerarchia dell´amore, Iddio occupa il primo posto: tale gerarchia´ dev´essere rispettata, se non vogliamo incorrere nella giusta collera dell´Altissimo.

Una parola ai confessori. Può succedere che qualche penitente per la fiducia che gli ispira il Direttore della propria coscienza, lo inviti ad occuparsi dei suoi affari od anche, ciò che è peggio, a voler tener in deposito carte od oggetti di valore. Non si lascino commuovere i confessori, ma evitino a ogni costo di rendersi fiduciari di tali depositi. La loro responsabilità sarebbe gravissima per´ eventuali perdite o rubarizi, o per una poco fortunata gestione. D´altra parte da cotesta imprudente e colpevole infrazione del vota di povertà potrebbero derivare conseguenze gravissime a danno del buon nome e dei beni stessi della Congregazione.

Nel tribunale della penitenza si trattano gli affari dell´anima, non già quelli finanziari. Lo so, il sacerdote può essere richiesto di un consiglio anche sy questo argomento: ma allora la più elementare prudenza deve. muoverlo a dichiarare che i confessori non sono agenti di affari, nè negozianti di beni mobili o immobili. Nè si abbia timore di dire che il confessore, non avendo esperienza di simili faccende, non può addossarsi la responsabilità di dare un consiglio che potrebbe essere imprudente e rovinoso. Ciò che si dice dei confessori, .deve applicarsi pure ai Direttori, agli Ispettori, a qualsiasi Superiore e in generale a tutti i Salesiani: nessuno, per nessun motivo si assuma responsabilità finanziarie di qualsiasi genere, nè per la famiglia, né per altre persone. Qualche socio per simili imprudenze impigliò la propria coscienza in gineprai di pratiche assai discutibili, e, dopo aver screditato la nostra Società, finì con l´abbandonarla. Tutte le forme suddette hanno il carattere di vere amministrazioni, e sono contrarie al voto di povertà. L´articolo 30 delle Costituzioni dice testualmente che «nessuno tenga danaro presso di sè o presso altri nella Società o fuori, per nessun motivo ». Inoltre l´articolo 18 stabilisce che « chi porta nella Società danaro, mobili o qualsivoglia altra cosa, con l´intenzione di ritenerne la proprietà, deve consegnare una nota di tutto al Superiore il quale, fattane la ricognizione, gli darà una carta di ricevuta ». Come sarebbe triste, e quale tremenda incertezza resterebbe nel cuore dei Superiori e della comunità, se una morte repentina venisse a scoprire che, presso il socio defunto, eranvi somme anche rilevanti di danaro, del quale forse, per mancanza di dovuta registrazione, s´ignorasse la provenienza e la destinazione! L´antica disciplina religiosa era severissima verso cotesti conculcatori del voto di povertà, e li privava della sepoltura ecclesiastica. Speriamo che simili dolorosi fatti non abbiano mai a funestare la nostra Società.

53. - POVERTÀ NELL´AMMINISTRAZIONE DEI BENI DELLA CONGREGAZIONE
La nostra Congregazione può possedere beni mobili ed immobili. Il Canone 531 dice: « non solo ogni religione, ma anche ogni provincia ed ogni casa ha capacità di acquistare e possedere beni temporali con redditi fissi o fondati, a meno che tale capacità sia esclusa o limitata dalle Costituzioni ». Presso di noi, non solo la Società, le Ispettorie e le case, ma anche i singoli soci hanno tale capacità, sempre in armonia con le prescrizioni del voto di povertà. L´articolo 17 delle ,Costituzioni dice inoltre che, nella nostra Congregazione, « gli´ ecclesiastici a norma dei sacri canoni, ritengono i bénefizi semplici; ma la Società ne percepirà i frutti, finchè i beneficiati rimarranno in essa ». La quale disposizione va estesa anche ai benefizi curati dei quali fa cenno; il canone 584. Se pertanto la nostra Società può possedere, è necessario che qualcuno ne amministri i beni. Ecco perchè le Costituzioni e i Regolamenti non solo determinano le persone che avranno tale còmpito amministrativo, ma specificano pure le modalità delle singole amministrazioni. Ora siccome tutti i soci potrebbero essere chiamati dall´ubbidienza a qualche funzione amministrativa è bene trattarne particolarmente per chiarire le cose, ed evitare che nell´esercizio di tali mansioni si possa venir meno in qualsiasi modo al voto e allo spirito di povertà.

L´articolo 55 delle Costituzioni dice: « Il Rettor Maggiore è il Superiore di tutta la Società. Egli può eleggere il suo domicilio in qualunque casa di essa ed ha potestà su tutte le Ispettorie, le case ed i soci quanto alle cose spirituali e temporali ». Siccome però sarebbe impossibile al Rettor Maggiore amministrare direttamente le cose temporali di tutta la Società, le Costituzioni dànno a lui un duplice aiuto. Quando si tratti delle operazioni amministrative più importanti, quali sono le compere e le vendite d´immobili, allora egli è aiutato, giusta l´articolo 56, dall´intiero Capitolo Superiore. Per l´amministrazione ordinaria invece egli si serve dell´Economo Generale: questi ha un´amministrazione diretta ed un´amministrazione di sorveglianza e di controllo.

Vi sono dei beni che appartengono all´intiera Società e che noi diciamo ordinariamente essere beni del Capitolo Superiore. L´articolo 76 delle Costituzioni dice appunto che « è ufficio dell´Economo di amministrare, sotto la direzione del Superiore, quei beni che non sono di una determinata Ispettoria o casa, ma di tutta la Società ». Lo stesso articolo stabilisce che: « di tale amministrazione egli renderà conto almeno una volta all´anno al Rettor Maggiore e al suo Capitolo; e non dovrà intervenire alle sedute in "cui tale resoconto sarà preso in esame ».

Ma insieme con quest´amministrazione diretta l´Economo, in virtù dell´articolo 77, « dirigerà inoltre lo stato materiale di tutta la Società, vale a dire i capitali mobili ed immobili, la maniera d´acquistarli, di possederli, di conservarli e di alienarli, nonchè le operazioni che vi sono connesse, come ad esempio le costruzioni, il contrarre prestiti, il far cause giudiziali e simili. Egli controllerà altresì l´amministrazione delle Ispettorie e delle case ».

Come vedete, le Costituzioni sono chiare ed esplicite e tutto. procederebbe rettamente se fossero osservate. Ora è bene che si sappia che la Direzione e il controllo amministrativo voluto dalle Regole è in stretta e diretta relazione con un grave dovere del Rettor Maggiore, il quale deve ogni quinquennio presentare alla S. Congregazione dei Religiosi un resoconto accurato dell´andamento morale, intellettuale e materiale di tutta la, Società. Per raccogliere i dati occorrenti si mandano ogni anno, agli Ispettori e Direttori moduli speciali, dai quali si devono appunto desumere le cifre necessarie per la compilazione del resoconto. Chi non fosse sollecito nel riempire diligentemente i moduli suddetti, metterebbe il Rettor Maggiore nell´impossibilità di compiere il suo dovere e l´obbligherebbe a denunciare nella relazione stessa i morosi e negligenti all´Em.mo Prefetto della sullodata Congregazione. Taluno forse non pensa al grave disagio in cui verrebbe così a trovarsi l´intera amministrazione della Società, la quale, per colpa di uno o di pochi, non potrebbe chiudere i registri e compilare i bilanci annuali necessari pel resoconto quinquennale. Questa negligenza con le relative conseguenze, come pure l´abituale trascuratezza nell´obbedire alle reiterate e gravi ingiunzioni dei Superiori, non sono certo esenti da colpa; e Dio non voglia che l´amministratore neghittoso finisca per divenire infedele mancando gravemente al voto di povertà.

È necessario pertanto che tutti manifestino, anche su questo punto, il loro amore alla Congregazione, non esponendola con colpevoli deficienze amministrative a ricevere richiami, osservazioni e forse sanzioni dall´alto.

Parlando dell´Economo Generale, ricorderò anche gli articoli 67 e 68 dei Regolamenti che riguardano i Missionari ritornati in Patria. Essi dovrebbero recarsi, in via ordinaria, prima che altrove, alla Casa Madre, per presentarsi al Rettor Maggiore e ai Superiori e nominatamente al Prefetto Generale, al quale particolarmente è affidata la cura dei Missionari, durante la loro assenza "dalla Missione. Ma l´articolo 68 stabilisce inoltre che il Missionario affidi alla custodia dell´Economo Generale il danaro avuto dal proprio Superiore, quello di ritorno, e anche ogni oggetto di speciale valore; col medesimo dovrebbero pure intendersi per le spese e gli acquisti che dovessero fare.

Tutti conosciamo lo zelo dei nostri Missionari; talvolta però, o per dimenticanza o per altri motivi, le sullodate prescrizioni potrebbero essere non osservate. Conviene che i Superiori delle Missioni ne rinfreschino la memoria dei soci che rientrano in Patria. Sarebbe ottima cosa che, nella lettera che si deve presentare al Prefetto Generale, il Superiore precisasse la somma consegnata al Missionario, indicando pure come debba essere spesa. Si dica inoltre se il Missionario è autorizzato a fare degli acquisti e con quali modalità. Questa mancanza di precisione e di controllo può condurre a dolorose conseguenze di viaggi e spese inutili, e a sciupare forse persino le somme necessarie pel ritorno. Inoltre per inesperienza o ingenuità, si potrebbe anche smarrire il danaro, oppure perderlo depositandolo presso banche, della cui consistenza non si hanno notizie precise. L´aprire poi Conti Correnti presso Istituti di Credito, all´insaputa e quasi di nascosto dei Superiori, è una vera offesa alla confidenza che loro si deve. Anche riguardo agli acquisti si osservino le prescrizioni regolamentari. Vi sia sempre il visto preventivo e la piena e diretta responsabilità del Superiore, perchè non si facciano spese inconsulte e -talvolta rilevanti, le quali vanno poi a gravare sull´andamento economico dell´Ispettoria o della Missione, sbilanciandone le finanze e compromettendo il buon nome della Congregazione con ricorsi di fornitori al Capitolo Superiore e financo alla Santa Sede. Purtroppo non sempre nè da tutti si pensa che le disposizioni dei nostri Regolamenti sono frutto di lunga esperienza e di vita vissuta, e che tendono appunto a prevenire ed- evitare disordini e conseguenze funeste. Agire all´infuori di esse è indice di poco criterio e di scarso rispetto alla legge; è dopo tutto voler esporsi a gravi mancamenti contro il voto e -la virtù della povertà. Il Missionario che ha dato così alto esempio di sacrificio e talvolta di eroismo, deve eccellere anche nelle altre cose, ed essere sempre e dovunque luce di edificazione.

M. - POVERTÀ NELL´AMMINISTRAZIONE
DEI BENI ISPETTORIALI
Ogni Ispettoria rispecchia, anche nell´andamento economico, la vita dell´intiera Società. L´Ispettore, in virtù dell´articolo 87 delle Costituzioni, tra le sue principali mansioni, ha pure quella di « dirigere e. controllare l´amministrazione dei beni, tanto del- l´Ispettoria quanto di ciascuna casa di essa ». Per aiutare l´Ispettoro le Costituzioni stabiliscono che sia eletto un economo Ispettoriale: l´articolo 92 dice che esso « ordinariamente viene scelto tra i consiglieri ». L´esperienza trascorsa da quando quest´articolo venne inserito nelle  Regole, c´insegna che - l´Ispettore, assillato sempre da maggiori cure e preoccupazioni, soprattutto per la formazione del personale epel mantenimento dell´osservanza religiosa, non solo non può occuparsi .d rettamente .e convenientemente delle faccende finanziarie, sempre più complicate per l´evolversi delle leggi sociali ed economiche, ma ha bisogno, più ché di un semplice consigliere-economo, che saltuariamente lo coadiuvi, di un vero economo, che, sotto la sua direzione, curi costantemente il disbrigo dei beni dell´Ispettoria e controlli con lui l´amministrazione e i rendiconti delle case. Il regolare funzionamento  dell´economato ispettoriale contribuirà non poco a sistemare sempre meglio le nostre amministrazioni con grande vantaggio del voto di povertà.

L´Economo risieda regolarmente nella Casa. Ispettoriale, sotto la diretta dipendenza dell´Ispettore. Egli si occupi in primo luogo dell´amministrazione dei beni dell´Ispettoria. A tal fine faccia diligentemente le registrazioni necessarie, senza mai omettere nessun fatto amministrativo, anche se si trattasse di una somma esigua. A proposito di registri, sarebbe desiderabile avere, in ogni nostra amministrazione, registri della stessa altezza e larghezza: il volume dei fogli invece sarà proporzionato al movimento economico delle singole case. In tal modo - si potrebbe, anzi si dovrebbe, alla fine di ogni anno amministrativo, chiudere i conti e mettere i registri nell´archivio, segnandone a tergo l´anno e. facilitando in tal modo qualsiasi ricerca.

Chi sia addetto all´amministrazione ricordi primieramente ch´egli ha un compito delicato e di fiducia: si studi pertanto di corrispondere pienamente alla, confidenza in lui riposta dai Superiori. Egli inoltre abbia sempre presente che amministra i beni non di un individuo, ma della Congregazione; vale a dire dei poveri, anzi ben potremmo dire di Dio stesso. Ogni diligenza quindi non sarà mai troppa in cose di tanto momento e di responsabilità tanto delicata. Oltre alla fedeltà e allo spirito di fede egli agisca con una diligenza quanto mai accurata. Non si fidi della memoria; prenda nota di tutto e sempre, ami l´ordine e la nettezza nella persona; abbia per ogni cosa un proprio luogo; conservi ordinati e catalogati i documenti, le lettere, le fatture; , tenga aggiornati i registri e gli archivi; risponda puntualmente alle lettere e conservi copia di ogni risposta; insomma si sforzi di riuscire un amministratore modello.

L´Economo si guardi dal cadere nel difetto della fantesca, che incomincia col dire: le galline del padrone; e poi, le nostre galline, e infine, le mie galline. Egli ricordi che non è padrone, ma semplice amministratore; anzi dovrebbe riconoscersi vero servo di tutti. Non usi il deprecato mio, e l´io egoista e superbo. ,
Purtroppo chi maneggia il danaro . è portato senz´avvedersene a far il comandane. Bando assoluto al tono autoritario, burbero, secco, altero: le buone maniere sono il distintivo di chi si occupa di amministrazione e di finanza. Abbia poi viscere di carità verso i confratelli, prevenendone, per quanto da lui dipenda, i bisogni. Ricordi infine ch´egli è sotto la diretta dipendenza dell´Ispettore, e perciò agisca in piena e costante armonia delle direttive ricevute, senza sconfinare con iniziative, operazioni, impegni non preventivamente approvati.

L´Economo Ispettoriale si mostri particolarmente benevolo verso le case di formazione. Tocca all´Ispettore stabilire in che modo esse debbano essere aiutate; ma potrà e dovrà l´Economo raddolcire certe negative, quando, malgrado tutta la buona volontà, non fosse possibile dare tutto ciò che si ´vorrebbe e che pur si riconosce conveniente: in questi casi una parola caritatevole e un pensiero di fede sono balsamo di conforto.

Oltre all´ordinata tenuta dei Registri e dell´Archivio amministrativo l´Economo dovrà, in pieno accordo e dietro le direttive dell´Ispettore, occuparsi della conservazione di quegli eventuali depositi di danaro o di valori coi quali si deve far fronte a tassativi impegni. Come il Direttore conserva presso di sè il danaro della casa, così l´Ispettore conserva le entrate ordinarie dell´Ispet- torna, fornendo all´Economo il danaro a misura delle necessità. Invece qualora vi fossero oggetti di valore, titoli o effetti finanziari che costituiscono ceme il patrimonio dell´Ispettoria per rispondere a impegni di messe, a borse di studio per orfani o aspiranti,. od altro, il tutto, giusta i regolamenti, dev´essere conservato in luogo sicuro ed in apposita cassaforte. « Questa cassaforte, dice l´articolo 359, abbia due diverse chiavi; una delle quali sia custodita dall´Ispettore, l´altra dall´Economo Ispettoriale: entrambi si trovino presenti ogni volta che si ha da aprire o chiudere; e se uno dei due non potesse, non affidi la chiave all´altro, ma a un terzo, scelto preferibilmente tra i consiglieri, perchè lo supplisca, con l´obbligo di restituirla al più presto. ».

L´Economo deve tenere nota esatta del contenuto e di tutti i movimenti di cassa, degli effetti ed oggetti custoditi nella cassaforte. L´Ispettore poi faccia in modo che abbia, regolare adempimento l´articolo 360 che .stabilisce che « il Consiglio faccia la verifica di cassa una volta all´anno e ogni altra volta che sarà ordinata ». Quando si dovesse fare qualche deposito, ed avere qualche libretto al portatore, si scelgano sempre gli Istituti Bancari più sicuri, anche con meno vantaggiose condizioni. Così pure si preveda perchè in caso di morte repentina, non abbiano a sorgere difficoltà di riscossione: se mancasse tale prudente previsione potrebbero sorgere liti e perdite gravi.

Uno dei doveri più importanti dell´Economo Ispettoriale è quello determinato dall´articolo 361 che dice così: « L´Economo rediga ogni anno due rendiconti, da inviarsi all´Economo Generale colle firme dell´Ispettore e di tutto il Consiglio, e cioè: un riassunto dei rendiconti finanziari delle singole case, e una relazione particolareggiata del movimento della cassa ispetto- riale ». Per redigere tale rendiconto vi sono dei moduli speciali.. Abbiamo già indicato che l´inadempienza di questo dovere, sia pure per colpa dei prefetti delle case, porta un vero disagio generale, rendendo. impossibile la stesura del resoconto quinquennale. Perciò l´Economo Ispettoriale solleciti, in nome dell´Ispettore, i Prefetti e i Direttori a mandare, nel tempo stabilito, i rendiconti particolari. Qualora poi qualcuno fosse abitualmente moroso è preferibile sia esonerato dalla sua carica, affinchè per la negligenza di uno non resti intralciato tutto il nostro ordinamento amministrativo. L´Economo è inoltre incaricato di dare consigli e indicazioni ai Prefetti delle varie case circa le provviste all´ingrosso. Anzi sarebbe desiderabile che, nelle singole Ispettorie, certi grandi acquisti venissero fatti collettivamente dalle case sotto il controllo e le direttive dell´Economo: è necessario però che, per godere dei vantaggi di simili acquisti, vi sia da parte dei Direttori e Prefetti delle case una scrupolosa serietà nell´assolvere a tempo gli impegni presi.

L´Ispettore potrà anche mandare, in via straordinaria, l´Economo ad istruire o sollecitare qualche Prefetto che ne avesse bisogno; però ordinariamente, non lo mandi quasi che avesse egli pure da compiere una specie di visita di carattere amministrativo: la visita è riservata all´Ispettore.

Infine l´articolo 72 delle Costituzioni determina che l´Economo Ispettoriale Mura in carica tre anni e può essere rieletto. È consigliabile cambiare anche gli Economi dopo tre o al più sei anni. In tal modo godranno essi pure del beneficio di essere esonerati da una carica che, per la stessa sua natura, non solo tende ad attaccare i cuori alle cose terrene, distogliendoli insensibilmente dalle spirituali, ma sfibra pure le energie fisiche e morali, che potranno rifarsi in mansioni meno logoranti. Si avrà inoltre il vantaggio di addestrare altri in questo ramo, che è pur tanto importante pel buon andamento della Società. Gli Economi poi abbiano la loro gestione così accuratamente aggiornata da poter renderne conto e lasciarla quandochessia.

Gl´Ispettori, benchè coadiuvati dagli Economi, non restano per questo esonerati dalle loro responsabilità amministrative e dal dovere « di dirigere e controllare l´amministrazione tanto dei beni dell´Ispettoria, quanto di ciascuna casa di essa » come stabiliscono i Regolamenti.

Essi pertanto procurino di scegliere abili amministratori, e, qualora non ci fossero, di formarli. Se negli Studentati Filosofici si farà, com´è prescritto dall´articolo 323 dei Regolamenti, una lezione settimanale di contabilità, insegnando bene la tenuta dei Registri in uso tra noi, un gran passo sarà fatto. Si potrebbe inoltre stabilire qualche corso di contabilità, anche per gli studenti di teologia, durante le vacanze. Sarebbe anche desiderabile che, almeno ogni triennio o almeno ogni sessennio, si facesse, in tempo opportuno, un corso speciale di contabilità e tenuta amministrativa, prendendo come base il Manuale, non solo pei Prefetti, ma anche per quei soci dell´Ispettoria che manifestassero doti per la prefettura. il corso dovrebbe comprendere alcune lezioni di saggia economia, lo studio e la conoscenza pratica dei nostri registri di contabilità, e il modo di preparare preventivamente e compilare poi il rendiconto amministrativo. Si potrebbe, in quella circostanza, se l´epoca è opportuna, preparare, sotto la direzione degli esperti che tennero il corso, i rendiconti, per averne subito le osservazioni e la comodità di applicarle. Con questo sistema facile assai, perchè in generale non vi si richiederebbe più di una decina di giorni, si raggiungerebbe lo scopo di avere Prefetti ed Economi ben preparati.

Ma anche durante le visite avrà agio l´Ispettore di adoprarsi per la formazione amministrativa del personale. Il venerando Don Rua vuole che gl´Ispettori, in visita alle case « esaminino attentamente lo stato economico di ognuna di esse, nè permettano che si facciano fabbriche o trasformazioni nei fabbricati, o spesa di qualche considerazione, senza i dovuti permessi, e che vigilino affinchè nessuna casa s´immerga nei debiti » (319). È necessario pertanto che la visita degl´Ispettori sia fatta, anche per tutto ciò che riguarda la parte economica, con grande serietà. Anzitutto si visiti accuratamente tutta la casa per rendersi conto della sua buona manutenzione, e che nulla sia stato fatto senza permesso. In questa circostanza l´Ispettore potrà consigliare quei piccoli lavori di conservazione, dalla cui trascuranza deriverebbero poi gravi danni con spese più rilevanti. Egli vedrà pure se le regole d´igiene, di pulizia, di ordine sono osservate. Si renda conto se nella cucina, nelle dispense, nella guardaroba e negli altri magazzini, tutto è conservato con diligenza e proprietà sicchè le cose non vadano a male. Dopo aver esaminato il registro particolare del Direttore, e verificato che il danaro della cassa sia in piena conformità coi registri, veda anche se gli eventuali libretti e depositi sono in Istituti Bancari di fiducia.

55. - IL REGISTRO DELLE SANTE MESSE
Particolare attenzione egli dedicherà al registro delle Messe che deve essere tenuto con diligenza tutta speciale. Il Direttore non si fidi della, propria memoria e neppure prenda nota delle Messe su fogliettini volanti facili a perdersi; qui si tratta di grave obbligo di coscienza. Il registro sia costantemente aggiornato, e nell´accettazione e celebrazione delle Messe si tenga conto delle disposizioni del Codice di Diritto Canonico: sarà, bene rileggere di quando in quando tutti i canoni relativi alle elemosine delle Sante Messe, cioè dal canone 824 all´844 incluso. Si osservino le prescrizioni riguardanti le Messe Manuali, le elemosine sinodali e consuetudinarie; il tempo di celebrarle,´ che dev´essere, giusta le disposizioni degli oblatori e, in ogni caso, non deve, in virtù del canone 835, mai oltrepassare l´anno. L´Ispettore veda pure se sono celebrate a tempo le Messe di fondazione, la cui tabella conviene sia collocata, in luogo visibile, nella sacrestia, a titolo di richiamo e di controllo; egli deve anche esaminare, se i fondi per la celebrazione di dette Messe sono dovutamente conservati. Durante questo esame ricordi al Direttore che, qualora egli avesse ricevuto Messe in soprappiù, le deve senz´altro passare all´Ispettore, il quale alla sua volta, dopo aver provvisto ai sacerdoti dell´Ispettoria, le invierà al Rettor Maggiore e non ad altri per nessun motivo. Così pure resta stabilito che, qualora in una casa venissero a mancare le intenzioni di Messe, i sacerdoti dovranno celebrare secondo l´intenzione dell´Ispettore; se questi poi non avesse intenzioni, è inteso che quelle Messe sono sempre celebrate secondo l´intenzione del Rettor Maggiore. Questo serva di norma sicura e costante fintantochè il Rettor Maggiore non dia altre istruzioni.

L´Ispettore osservi pure se furono mensilmente registrate le Messe di tutti i sacerdoti della casa. A questo proposito è bene chiarire un punto per tranquillità delle coscienze. Quante sono le Messe che il sacerdote salesiano deve celebrare mensilmente secondo l´intenzione del Direttore? La risposta pare non debba esser dubbia: egli dirà, secondo l´intenzione del suo Superiore, tante Messe quante ne potrà celebrare nel mese. Ma non sarà lecito ad un sacerdote salesiano, ad esempio nel mese di Giugno che ha trenta giorni, celebrare secondo l´intenzione del Direttore solo ventotto Messe, applicando invece le altre due secondo una sua particolare intenzione? Una simile regola di condotta non può approvarsi. Il sacerdote, il chierico o il coadiutore salesiano che desiderassero, nel corso dell´anno, la celebrazione di una qualche Messa per una speciale intenzione, ne avviseranno il Direttore. Questi, giudicando bene la cosa, ne prenderà nota nel suo registro: anzi egli potrà affidare al sacerdote stesso la celebrazione di quella Messa a suo conforto. Ma il sacerdote, nel presentare la lista delle Messe al Direttore, deve sempre darla completa, senza riservarne nessuna per se. Il sacerdote ha già l´inneffabile consolazione di poter celebrare ogni giorno il Santo Sacrificio di valore infinito e di presentare nel memento dei vivi e dei morti quelle suppliche o domande che crederà opportune; ma, per il voto di povertà, egli non può disporre delle applicazioni delle Messe. Anche se ne ricevesse da pie persone egli è obbligato a consegnarle subito col relativo e integro stipendio al Superiore.

Nè crediate che questa sia una mia opinione: no, essa è l´espressione chiara del pensiero del nostro stesso Santo Padre e Fondatore. In una conferenza del 1863 tenuta a, tutti i confratelli gli fu domandato « se un prete potrebbe applicare qualche Messa per i suoi parenti senza ricevere l´elemosina. Don Bosco rispose che no; se non si chiede il permesso al Superiore » (320).

L´Ispettore vigili perché su un punto di tanta delicatezza nulla vi sia di meno accurato. Qualora poi vi fosse stata qualche negligenza, anche, se si trattasse solo di dubbiose infrazioni,. procuri che piuttosto si abbondi nel riparare alle dimenticanze o colpevolezze.

Dopo la visita dei registri del Direttore passerà l´Ispettore a visitare quelli della prefettura; e, dove siano Scuole Professionali, anche quelli dei laboratori. Don Rua dice ancora agl´Ispettori nella citata Circolare: « Badate che si seguano nella tenuta dei registri d´amministrazione, le norme prescritte nel Manuale dei Prefetti, e che non s´introduca nessuna novità, senza i dovuti permessi » (321). Questa raccomandazione giungerà tanto più opportuna ora, dopo la nuova edizione del sullodato Manuale. Nella prefazione vi si avverte ch´esso, pur essendo destinato di preferenza ai Prefetti e agli Economi Ispettoriali, viene anche raccomandato a tutti i confratelli, in modo speciale agli Ispettori e Direttori, i quali, leggendolo attenta- mente, impareranno anch´essi il modo di guidare l´amministrazione delle Ispettorie e delle case, e di porsi in grado d´instradare altri per sostituire il Prefetto o l´Economo, qualora per malattia per altro motivo questi dovessero lasciare il loro posto. L´Ispettore pertanto veda attentamente se il Prefetto tiene tutti aggiornati e in buon ordine i registri richiesti; faccia il controllo di cassa ed esamini tutte le dispense e dipendenze della prefettura. Altre cose riguardanti il Prefetto e i laboratori verranno dette nel trattare di proposito tali argomenti.

56. - IL SOPRAVVANZO
L´Ispettore durante la visita, e dopo di essa, deve anche praticare ciò che ordina l´articolo 355 dei Regolamenti, ov´è detto: « L´Ispettore ritiri il danaro che gli risultasse disponibile, ma, se la casa versa in gravi necessità, o deve sostener forti spese straordinarie, debitamente autorizzate, l´aiuti colla cassa i spettoriale ». A questa deliberazione corrisponde l´altra dell´articolo 167 ove si dice che il Direttore « non tenga presso di sè il sopravvanzo dell´esercizio finanziario annuale, ma lo trasmetta all´Ispettore, il quale ne disporrà peri bisogni dell´Ispettoria ». Don Rua, dopo aver ricordato questa disposizione, così scriveva agli Ispettori: « Non siate troppo esigenti, ma in pari tempo non abbiate paura di farvi dire quanto ciascun Direttore ha di valori disponibili, ed invitate a consegnarvi ciò che loro non è necessario per arrivare fino al termine del trimestre in corso. Voi poi abbiate cura di conservare per le vostre spese ispettoriali solo il necessario, distribuendo il resto alle case che ne abbisognano » (322). Forse è bene chiarir ancor meglio questo punto.

L´avvenire e la vita della nostra Società dipendono dalle vocazioni. A, nulla gioverebbe aver molte ed anche vaste case, se non disponessimo del personale necessario a sostenerle nelle loro attività. Missione principale dell´Ispettore è appunto quella di occuparsi della formazione di molte e buone vocazioni; queste però esigono enormi spese. L´Ispettore non dispone se . non di qualche eventuale offerta di benefattori e delle somme fornitegli dalle case. Il nostro Santo Fondatore diceva che il modo migliore d´impiegare il danaro è quello di destinarlo alla formazione di sacerdoti e di religiosi. Il Salesiano pertanto che ami rettamente la Congregazione e si preoccupi realmente della salvezza delle anime prova la sua maggior soddisfazione nell´aiutare in tutti i modi le vocazioni. Questo deve muovere i Direttori e quanti si occupano di amministrazione a dare quanto loro sia possibile in favore delle vocazioni. Chiunque infatti abbia viscere di zelo per le anime ed amore per la nostra Società, non si rifiuterà mai di dare tutto il superfluo all´Ispettore, nè oserà ricorrere a sotterfugi, che potrebbero persino interessare gravemente la coscienza, per nascondere la verità dello stato amministrativo, occultando somme anche ingenti. Il buon volere dei nostri Direttori farà sì che le cose abbiano a procedere sempre meglio.

Nelle diverse Ispettorie sono in uso metodi diversi per consegnar all´Ispettore gli aiuti finanziari. Alcuni Direttori consegnano una somma globale; altri una quota annuale determinata dal numero o dei soli sacerdoti o di tutti i confratelli; taluni consegnano oltre ad una cifra stabilita, tutte le elemosine delle Messe; infine non vorrei ve ne fossero di restii i quali cercano di esimersi dal dare il loro contributo, o si piegassero a dare qualcosa solo dopo reiterate richieste. Non è il caso di soffermarci ad esaminare la maggiore o minore convenienza di tali sistemi. La cosa migliore però è stare senz´altro alla lettera e allo spirito della legge, la quale, mentre vuole che l´amministrazione sia diligente, giusta, chiara e in conformità dei nostri. Regolamenti, stabilisce ed esige che, non una parte, sia pure notevole, ma tutto il danaro disponibile sia dato puntualmente all´Ispettore. Quando poi una casa avesse bisogno di riforme ampliamenti speciali, il Direttore presenterà i suoi progetti all´Ispettore, il quale, vistane la convenienza, sarà ben  lieto, di darvi tutto il suo appoggio, combinando col Direttore stesso il piano finanziario per. l´esecuzione.

Prima di chiudere quest´argomento è bene chiarire che il merito dei Direttori non sta nel dare più o meno. Infatti sarà facile ad un Direttore di un ben attrezzato collegio contribuire in misura abbondante, mentre il Direttore di una piccola e povera casa farà un grave sacrificio dando un contributo assai modesto: anzi alla sua esigua somma potrebbe andar unito un maggior merito. L´essenziale si è che nessuna casa, anche la più bisognosa, sia assente nella nobile gara d´aiutar l´Ispettore e i Superiori nella formazione delle vocazioni. Il vero merito. poi consiste nell´osservare fedelmente le nostre prescrizioni regolamentari. Esse, obbligandoci a dare tutto e a spogliarci di tutto, ei mettono nella felice necessità di compiere un esercizio assai profittevole di povertà vissuta.

57. - I DEBITI
L´Ispettore deve infine rendersi conto che nelle case non si siano fatti debiti. Il venerando Don Rua scriveva: « Fra, gli altri vantaggi m´aspetto dalla vigilanza degli Ispettori che s´impedisca lo spreco di quei mezzi che la Provvidenza di manda a sostegno delle nostre opere. Si adoperino essi energicamente per impedire chiunque di fare spese superiori alle proprie forze affine di evitare che si facciano debiti » (323). Forse si è abusato del nome di Don Bosco parlando dei debiti. Quand´egli, diceva scherzosamente in dialetto piemontese, che andava avanti come il treno, il quale fa pouf, pouf, (in gergo piemontese pouf vuol anche dire debito) non intendeva certamente spingere, neppur lontanamente, i suoi figli a far debiti. Egli voleva solo ammonirli che non si sarebbero trovati nell´abbondanza, ma che avrebbero dovuto lottare colla scarsità di mezzi, al punto da dover talvolta contrarre qualche piccolo debito. Don Bosco fu un sagace amministratore, e nella sua vita non, si legge che egli abbia fatto debiti rilevanti: anzi fu così prudente e preveggente che ´ fece sempre fronte e puntualmente a tutti i suoi impegni. Il Padre Zoia, ragguardevole Barnabita, dopo aver parlato lungamente con Don Bosco di metodi pedagogici, passò a discorrere di amministrazione, massime in riguardo alle Scuole Professionali. A un certo punto disse scherzando al Santo:
Alla prima crisi ministeriale io proporrei lei come ministro delle finanze. Sono sicuro che in poco tempo coprirebbe tutti i debiti della nazione.

Debiti non bisogna farne, disse il Servo di Dio sorridendo. Don Bosco ha paura dei debiti. I debiti non lasciano dormire...

Eppure lei ha costruito la chiesa di Maria Ausiliatrice, facendo debiti.

Non è così, spiegò egli. Ho cominciato a costruirla con pochissimi soldi in tasca e sono andato avanti sino alla fine, ma senza spendere mai più di quello che la Provvidenza mi mandava (324).

Ecco il programma e ´la via da seguire. Don Bosco intese sempre esortare i suoi figli ad una fiducia illimitata nella Divina Provvidenza, ma al tempo stesso li voleva prudenti e guardinghi pur stimolandoli alla ricerca dei mezzi opportuni con attiva propaganda e col moltiplicare ed organizzare i Cooperatori e benefattori. L´essere sprovvisti di ´ mezzi non dev´essere il pretesto per mettersi sulla china dei debiti, bensì uno stimolo per organizzare una saggia amministrazione, per accrescere il fervore delle nostre preghiere, per intensificare le attività in modo da procurarci i mezzi che la Divina Provvidenza non lasciò mai mancare ai figli di Don Bosco. Quest´umile nostra condizione ci fa vivere realmente lo spirito di povertà e attira sul nostro lavoro le benedizioni celesti.

Qualcuno potrebbe forse domandare che cosa debba intendersi per debito rilevante. Nella Istruzione della S. Congregazione dei Religiosi del 15 Luglio 1909 è detto che deve considerarsi debito notevole, quello di lire cinquecento per un Direttore e di lire cinquemila per un Ispettore. Pur concedendo che l´indole e l´importanza delle case può influire nella determinazione della cifra, possiamo però dedurre., dal rigore della Chiesa, con quanta circospezione e prudenza sia d´uopo procedere per´ evitar i debiti. Gl´Ispettori poi e i Direttori siano assai guardinghi nell´addossarsi impegni, specialmente se di qualche gravità, e facciano in modo ch´essi non abbiano ad oltrepassare il tempo del loro mandato, a fine di non creare situazioni difficili ai successori.

58. - POVERTÀ DA PARTE DEI DIRETTORI
L´articolo 113 delle Costituzioni dice: « È ufficio del Direttore governare la casa tanto nelle cose spirituali che nelle scolastiche e materiali ». Egli a tenore degli articoli 114 e 115, « non può comperare nè vendere immobili, nè costruire nuovi edifici, nè demolire gli esistenti, nè far innovazioni d´importanza senza il consenso del Rettor Maggiore e dell´Ispettore ». Inoltre il « Direttore deve ogni anno render conto per iscritto dell´amministrazione temporale della sua c asa all´Ispettore ». I nostri Regolamenti poi vogliono ch´egli « provveda all´esatta contabilità delle spese fatte, tanto da lui, quanto dagli altri, e che il danaro sia depositato presso il Direttore (art. 166); « che consegni il danaro sopravanzato all´Ispettore (art. 167) »; « che quando nell´amministrazione ordinaria dell´anno egli credesse di far depositi provvisori degli incassi, è preferibile che tali depositi provvisori egli faccia, anzichè presso Banche, presso l´Ispettore, il quale li custodirà e li restituirà ad ogni sua richiesta (art. 168) »; ed infine « che presentandosi al Direttore l´occasione di ricevere pii legati di culto e di beneficenza, è preferibile che siano fatti presso l´Ispettore, anzichè presso il Direttore, e ciò per il diverso trattamento che viene fatto dal Codice di Diritto Canonico nei due casi (art. 169) ». Infatti le sole pie fondazioni contemplate e sostenute dal. Codice di Diritto Canonico nei Canoni 1544-1551 sono quelle accettate o regolate dagli Ordinari dei luoghi o dai Superiori Maggiori di Istituti religiosi.

Tutte queste prescrizioni riguardano più o meno direttamente la pratica della povertà ed è bene averle presenti. Nello spirito della Regola la responsabilità dell´amministrazione della casa gravita anzitutto sul Direttore. Egli pertanto deve aver l´occhio su tutto, come già fu detto parlando della Fedeltà a Don Bosco Santo. Conservi la cassa, com´è stabilito, anche per non creare odiosità al suo successore.

Di specialissima importanza è la prescrizione regolamentare circa i pii legati di culto e di beneficenza. È bene che il Direttore non solo indirizzi le persone che intendono fare simili elargizioni all´Ispettore, ma che si presti per facilitare le pratiche necessarie. Altrettanto si faccia qualora un benefattore desiderasse intendersi direttamente col Rettor Maggiore. Talvolta l´indifferenza o la poco benevola accoglienza da parte di qualcuno potrebbe privare la Congregazione di notevoli aiuti.

Don Rua, nella già citata Circolare, scrive: « Se per tratto particolare della Provvidenza giungesse nelle mani di un Direttore qualche sussidio straordinario lo consegni al suo Ispettore, o tutto o in quella quantità almeno che, dall´Ispettore stesso, sarà reputato conveniente ». E più innanzi: « Ciascuna casa si adoperi con una saggia economia di risparmiare una qualche somma,. non da impiegarsi semplicemente in ingrandimenti o in altre cose non necessarie, e che forse disdicono all´attuale stato finanziario della nostra Pia Società; bensì da consegnarsi all´Ispettore per sopperire ai bisogni generali della Congregazione ed a quelli speciali dell´Ispettoria. Nè si aspetti, aggiunge Don Rua, che l´Ispettore od altro Superiore, per iscritto o nelle sue visite, venga ad imporre l´osservanza di quest´articolo; ma ciascuno, con coscienza e con vero spirito d´obbedienza e di ben intesa solidarietà, compia prontamente questo dovere. Il vero ubbidiente ama ed approva quanto l´ubbidienza gl´impone e per eseguirla non perdona ad alcun sacrificio » (325). Di quest´ubbidienza che il venerato Don Rua raccomandava ai Direttori, mi piace ricordare un esempio, che mette in rilievo al tempo stesso la generosità e il grande spirito di sacrificio di chi seppe compierla. « Mentre l´Ospizio di Sampierdarena si dibatteva in grandi strettezze, al Direttore, Don Paolo Albera, vennero offertee lire diecimila. Don Rua, volendo certamente provare la virtù di colui che sarebbe stato suo Successore, gli scrisse di destinare quella somma, quale contributo dell´Ospizio al Capitolo Superiore. Don Albera avrebbe avuto plausibili argomenti per pregare Don Rua d´autorizzarlo a ritenere quel danaro per far fronte ai suoi gravi impegni: egli invece si affrettò a spedirlo a Torino » (326).

Il venerando Don Rua, parlando dei bisogni generali della Congregazione, volle praticamente far capire che non dev´essere dimenticato il Successore di Don Bosco, sul quale gravitano i pesi immensi di tutta la Società. L´articolo 410 dei Regolamenti vuole che: « Ogni Ispettore e Direttore, ricevendo offerte, eseguisca con la massima diligenza le intenzioni per cui vennero fatte, e mandi al Rettor Maggiore quelle destinate dagli oblatori alle Opere Salesiane in genere, o a opere particolari raccomandate dal Bollettino o da Circolari del Rettor Maggiore, come pure quelle raccolte nelle conferenze annuali prescritte dal Regolamento della Pia Unione dei Cooperatori. Queste conferenze hanno luogo in occasione delle feste di S. Francesco di Sales e di Maria Ausiliatrice. Esse stavano grandemente a cuore al nostro Santo Fondatore. Si organizzino adunque convenientemente e si mandi subito l´elemosina raccolta al Rettor Maggiore.

Ma qui io debbo tributare una lode particolare agli Ispettori e ai Direttori, i quali, in generale, e con sentimenti di filiale devozione, si fanno un dovere di venir in aiuto del Superiore nel corso dell´anno, e particolarmente in occasione del suo onomastico, o delle Feste Natalizie e Pasquali. Questa tradizione, sempre viva sin dall´inizio della nostra Società, irrobustisce lo spirito di famiglia stringendo i figli al Padre, interessandoli al bene generale e all´espandersi della Congregazione, stimolandoli nel tempo stesso alla vita di risparmio e alle sagge economie che sono tanta parte del voto e della virtù della povertà. Questa stessa tradizione ha evitato finora, e Dio voglia che così avvenga in futuro, lo stabilirsi di obblighi o contributi quasi fiscali, che tanto esulano da quello spirito di intimità familiare costantemente voluto dal nostro Santo Fondatore.

59. - POVERTÀ DA PARTE DEI PREFETTI
Le Costituzioni, al capo X, art. 116, dicono che « principale ufficio del Prefetto è quello . d´amministrare le cose temporali ». I Regolamenti poi al capo II della sezione terza determinano le sue mansioni amministrative.

È - fuor di dubbio che la pratica della vita di povertà deve trovare nel prefetto un aiuto efficace. Egli, appunto perchè assorbito dalle cose materiali, deve dare´ esempio a tutti e sempre di generoso distacco dal danaro e dalle agiatezze. Il Prefetto che, dimentico di ciò, la facesse da padrone, pensasse alle sue comodità, abusasse della carica in suo favore, trattando invece gli altri con durezza, quasichè i beni che amministra non fossero della casa e della Congregazione e frutto della carità e del lavoro di tutti i confratelli, ma suoi personali, dimostrerebbe di non aver una retta nozione della povertà, della giustizia e della carità.

Una particolare attenzione usi egli nelle parole e nel modo di comportarsi coi parenti, coi fornitori e´ coi confratelli. Non fa buona: impressione, neppure tra le persone esterne, sentire qualche prefetto, fortunatamente raro, che, senz´avvedersene certo, ha preso l´abitudine di parlare in mi; la mia prefettura, i miei danari, le mie merci, le mie mucche o peggio. Piace invece assai più, soprattutto ai confratelli, sentir parlare della nostra casa, delle nostre condizioni, delle risorse e delle difficoltà del nostro istituto.

Abbiamo già detto altrove (327) ch´egli deve rivestirsi di grande benevolenza e soavità specialmente nei doverosi rifiuti, e di preveggenza di fronte alle necessità e richieste dei confratelli. Uno dei maggiori difetti in cui potrebbe cadere un Prefetto novello, sarebbe di credersi senz´altro capace di disimpegnare la sua carica, ricusando consigli e controllo: quasi che bastasse venire eletto Prefetto per essere rivestito di scienza economica e di pratica amministrativa. Simile procedere, oltre a procurare gravi guai alla consistenza finanziaria della casa, servirebbe a indisporre gli animi contro le sue poco ponderate pretese. Anche nel disimpegno delle prefetture, come in tutte le altre mansioni, è necessaria, con le sufficienti nozioni teoriche, quell´esperienza vissuta senza di cui in nessuna carica si è utili e abili. All´inizio specialmente il nuovo Prefetto faccia capire che ha bisogno della cooperazione di tutti: chieda consiglio: proceda con ponderazione; non abbia pretese riformatrici; lodi il passato; si renda padrone del suo ufficio con l´umiltà, il lavoro, il sacrificio e con la sagace vigilanza. Soprattutto poi viva unito al Direttore, lo consulti, l´ubbidisca. Sia fattore d´unione e agisca in tale guisa che da tutti sia riconosciuta, a comune edificazione, la sua sottomissione e filiale adesione al Superiore, ch´egli dovrà non poche volte eventualmente rappresentare.,
Base d´una buona amministrazione è una corretta tenuta dei registri in conformità di quanto è disposto nel Manuale. A tal fine, specialmente quando si tratti di case importanti, sia fornito il personale necessario. Nelle nostre amministrazioni non vi dovrebbero esser mai impiegati esterni. Anche tra i soci si scelgano i più prudenti e capaci soprattutto di mantenere il segreto. Di danaro e di operazioni e relazioni amministrative se ne parli solo colle persone interessate e sempre con grande circospezione. Chi non sa tacere, non deve essere addetto alle amministrazioni. Inoltre il Prefetto quando riceve giovani, parenti, esterni, o confratelli, non abbia segretari o contabili presenti. Il Prefetto abbia ben fisso in mente che la sua contabilità dev´essere condotta in maniera da poter rendere conto della sua gestione al Direttore, all´Ispettore o al Visitatore, come se in qualsiasi momento terminasse il suo mandato e dovesse fare la consegna al suo successore. Inoltre nella tenuta dei registri egli abbia presente, fin dall´inizio, il rendiconto amministrativo da stendersi e mandarsi all´Ispettore nel tempo stabilito. Se ogni quindici giorni o almeno ogni mese egli farà i necessari riporti sull´apposito prontuario, il suo lavoro sarà assai leggero al termine dell´anno.

Cosa utilissima, e da non omettersi, ´è il bilancio preventivo, sia pure in forma approssimativa là ove le entrate dipendono da eventuali elemosine. Quando poi i registri siano tenuti in perfetta regola, si avrà il modo sicuro di rendersi conto dello stato reale delle cose e provvedere efficacemente all´avvenire. Solo allora il Direttore, dopo aver avuto i precisi dati di fatto dal Prefetto, potrà ricorrere all´Ispettore perchè egli provveda alle insufficienti entrate. L´Ispettore poi se non sarà in grado di farlo, potrà alla sua volta ricorrere ai Superiori, anche per studiare se si debba prendere qualche radicale provvedimento. Non si può supporre infatti che sussista una casa radicalmente e costantemente passiva, e nella dolorosa necessità di fare e moltiplicare i debiti. Solo le case di formazione non hanno, in generale, entrate che ne assicurino la vita, e perciò gravitano quasi totalmente sul bilancio ispettoriale. Le altre case, senz´escludere quelle di beneficenza, devono trovarsi ´in grado, con una ben intesa propaganda e la conseguente cooperazione dei buoni, di poter far fronte ai propri impegni, senz´ingolfarsi sistematicamente nei debiti. Sarà cosa assai dolorosa, ma quando un Istituto non riuscisse assolutamente a sostenersi, è nello spirito stesso delle leggi canoniche che si facciano le pratiche per chiuderlo.

Il Prefetto cerchi di farsi un´idea esatta e completa di tutto ciò che amministrativamente-riguarda la casa. Abbia la pianta topografica colle chiare indicazioni, non solo delle costruzioni, ma delle tubazioni dell´acqua, del gaz, delle linee elettriche, delle fognature, e di ogni altro dato interessante. Abbia cura della manutenzione dei locali, facendo aggiustare subito i piccoli guasti e. le rotture dei tetti, pavimenti, usci, finestre, banchi, per evitar in tal modo deterioramenti e spese maggiori. Una particolare attenzione egli dovrà dedicare alla pulizia. Fu detto, e non senza ragione, che un buono scopatore può far onore alla casa come un buon professore. In generale la proprietà e nettezza contribuiscono talvolta in modo decisivo per creare la. fama ,a un istituto. D´altronde la pulizia è fonte d´economia, contribuendo alla buona conservazione delle cose. Durante le vacanze si faccia un esame generale di tutto, e si proceda a pulire e disinfettare i locali. Nel corso dell´anno poi il Prefetto non, dovrebbe lasciare neppur un sol giorno di visitare tutta la casa: troverebbe sempre da correggere e da economizzare.

60. LA CURA DEI FAMIGLI
L´articolo 116 delle Costituzioni dice che il Prefetto « deve aver cura dei famigli ». Questa saggia disposizione ben osservata.contribuirà notevolmente alla pratica dell´economia e della povertà. È necessaria in primo luogo grande avvedutezza nell´accettazione. Si esigano i documenti richiesti, senza mai escludere la fedina penale. In generale non si aceettiuo quelli che non fecero buona prova in altra casa salesiana: come pure coloro che parlino male, bestemmino e siano infedeli o dediti al vino e ai liquori: arrecherebbero un vero disonore all´istituto.

Inoltre l´articolo 257 dei Regolamenti vuole che « nell´accettazione dei famigli si prendano ´provvedimenti opportuni secondo le leggi dei diversi Stati, per prevenire pretese, disgusti, e liti in caso di uscita ». S´indaghi per sapere se il famiglio è già stato in qualche istituto salesiano o in altri. È bene non contentarsi troppo facilmente del così detto ben servito, ma conviene scrivere direttamente agli istituti per avere notizie confidenziali. In certe case, mediante un´accurata selezione, si giunse ad aver un bel gruppo di aspiranti catechisti, i quali, curati diligentemente, rappresentavano una notevole economia per la asa e al tempo stesso una speranza per la nostra Società. In ogni caso i famigli siano trattati con equità e così pure gli operai.

Aver cura dei famigli non significa vigilarli solo nei lavori manuali, ma curarne specialmente la formazione religiosa e morafe. I Regolamenti vogliono che « si offra loro comodità di compiere le pratiche del buon cristiano: che ascoltino tutti i giorni la santa Messa nella chiesa o cappella della casa; che si accostino almeno una volta al mese ai santi Sacramenti e facciano gli Esercizi Spirituali per Pasqua con gli alunni ». Inoltre il canone 509 § 20 dispone che si faccia loro regolarmente due volte al mese il catechismo. Con queste cure spirituali verrà preparata la coscienza del famiglio a compiere, per intima convinzione, il proprio dovere, senza che sia necessario costantemente l´occhio di. chi lo "vigili. Quando il famiglio sia onesto, praticante, e trattato con bontà, arriverà facilmente a considerarsi come membro integrante della famiglia, prendendone a cuore gl´interessi anche materiali che considererà come suoi proprii.

Ove occorra licenziarli, si osservino le disposizioni di legge: anzi di esse giova tener conto anche nel periodo del loro servizio, specialmente per ciò che riguarda le assicurazioni per l´invalidità e fa vecchiaia, od altre prescrizioni sindacali. In ogni caso poi si proceda con grande prudenza e carità.

61. - LA POVERTI NEGLI ACQUISTI
Una particolare attenzione si richiede da parte del Prefetto nel fare gli acquisti delle derrate e di altri generi. Non si lasci troppo facilmente convincere dai commessi viaggiatori, che talvolta vorrebbero carpire contratti anche importanti. Specialmente all´inizio il Prefetto consulti persone pratiche e abbia fiducia nel confratello provveditore. Nè si dimentichi che, giusta i Regolamenti, trattandosi di spese o provviste, è dover suo consultare il Direttore (328).

Non si lasci adescare dalla mitezza dei prezzi: se una merce vale poco, vuol dire che realmente vale poco, e non darà il risultato voluto. È vero sperpero comprare derrate e mercanzie di cattiva qualità od avariate: invece di risparmiare, si farà una spesa doppia. È sempre giusto il proverbio: Spende poco chi spende molto, ma spende bene. Si capisce che anche in ciò si richiede moderazione e saggezza.

Nè basta comprar bene: bisogna saper conservare diligentemente ogni cosa, nel che si potrebbe mancare gravemente alla povertà.

Facendo le compere, si badi al peso e alle altre modalità dei contratti, per evitare sottrazioni anche involontarie, e più ancora noie ed eventuali liti. Sarebbe desiderabile che gli acquisti si facessero sempre a pronta cassa: se ne avrebbe una notevole economia. Chi compera a credito, e specialmente chi è moroso nei pagamenti, non osa esigere, si rassegna ad accettare mercanzie di qualità inferiore, non può dir la sua ragione sui prezzi, e finisce per spendere di più ed essere mal servito. È puerile supporre che i negozianti vogliano perdere essi per favorire noi: chi effettivamente perderà sarà la casa, con danno dell´economia e della povertà. Infine non si facciano compere di derrate senza prima verificare quelle rimanenti con pericolo di sperperi.

Dove le cure del Prefetto devono essere più diligenti è nella cucina che ben potremmo definire il grande stomaco della casa; se lo stomaco funziona male re ne risente tutto l´organismo. Ove siavi la possibilità di aver le Suore, la casa ne avrà grandi vantaggi; in tal caso si osservino le norme per la separazione già date altrove (329). In ogni caso il personale della cucina sia accudito e ben diretto. La prima cosa da raccomandarsi e da esigersi è un´accurata pulizia negli abiti, nei locali, negli attrezzi, nella confezione dei cibi. Se il vitto è buono e sano, ne avvantaggerà l´economia. Chi crede di risparmiare fornendo cibi non adatti e mal confezionati, commette un grave sbaglio: i cibi ritorneranno in cucina per andar a finire tra gli avanzi delle pattumiere. Così pure, in generale, non convengono nelle Comunità religiose, ove il lavoro è prevalentemente intellettuale, gli untumi e i condimenti piccanti che rendono difficile la digestione. Anche qui la mal intesa economia provoca le malattie, oppure il bisogno di cibi speciali, rendendo penosa la vita di comunità col conseguente aggravio di spese. Non dimentichi il Prefetto che le mormorazioni peggiori hanno generalmente la loro origine e sorgente nella cucina, e forse nella mancata vigilanza di chi vi è preposto.

Una delle mansioni più delicate del Prefetto è quella delle relazioni coi parenti dei giovani. Ricordi in primo luogo che, giusta l´articolo 163 dei Regolamenti < l´accettazione e il licenziamento degli alunni sono cose riservate al Direttore, come capo dell´istituto »: perciò, anche se i parenti ricorressero a lui direttamente, non faccia nulla senza prima intendersi col Direttore. Massime poi quando si trattasse d´accettazioni gratuite o di pensioni ridotte, proceda in pieno accordo col Direttore, il quale, in certi casi, farà bene a consultare l´Ispettore.

Sia che le trattative si svolgano di presenza o per lettera, il Prefetto si mostri garbato e prudente. Ricordi che scripta manent; perciò metta tutto l´impegno perchè la corrispondenza sia corretta, misurata, chiara, cortese sempre, senza mai omet- tere, nel corpo o al termine di ogni suo scritto, un buon pensiero di fede, breve, ben detto, senza posa, apostolicamente cordiale.

Fatte le accettazioni prenda immediatamente nota anche delle più minute condizioni e conservi catalogata la corrispondenza. Quando poi entrano gli alunni, registri le entrate. Più che con le parole, col suo modo di agire sollecito e caritatevole. lasci nei parenti l´impressione che il loro figliuolo entra in una nuova famiglia.

Durante l´anno sia puntuale nel registrare anche le .più piccole spese, con un senso profondo di esattezza e di giustizia. Egli, che dovrà sentire le tante volte in quali difficoltà trovansi talvolta i parenti per mantenere il figliuolo in collegio, sappia far capire agli alunni, quando volessero far spese inconsulte, che essi pure devono prender parte alle difficoltà economiche della famiglia, abituandosi a risparmiare. Ed è doveroso che si renda efficace interprete dei sentimenti e dei disagi dei parenti anche nei Capitoli delle case e in altre circostanze, ogni volta cioè che si pretenda obbligare i giovani, e sarebbe meglio dire i genitori, — a fare spese anche notevoli e non affatto necessarie, in feste o passeggiate, contrariamente allo spirito del nostro Padre.

Sia poi puntuale nel mandare ì conti, che debbono sempre avere le giustificazioni e motivazioni necessarie per rispondere e chiarire in casi di contestazione. Le inesattezze e gli errori nelle pagelle dei conti fanno cadere il discredito e la sfiducia sull´istituto e lo conducono alla rovina. Non basta poi mandare i conti, ma bisogna esigerli puntualmente; il che si faccia con le più belle maniere, senza mai lasciarsi andare ad espressioni meno corrette, ma al tempo stesso con tenace costanza. Un Prefetto che, per trascuratezza o pigrizia, facesse perdere alla casa somme considerevoli potrà incorrere anche in colpe gravi. Chi ha fatto professione di povertà non può permettersi di far iattura del denaro della Provvidenza, col quale si possono fare tante opere buone. I prefetti, inoltre non mettano mai sui registri, anche in casi di espulsione, frasi o note infamanti, le quali potrebbero forse domani cagionare seri disgusti alla casa.

Abbiamo già indicato altrove che, -prima d´ogni altro, il Prefetto deve occuparsi, e con fraterno affetto, dei confratelli, prevenendone i bisogni, e provvedendo loro il corredo necessario, sia durante la permanenza nella casa, che quando dovessero abbandonarla. Il Prefetto che sappia guadagnarsi la stima e l´affetto dei confratelli avrà contribuito efficacemente alla pratica della carità e della povertà.

62. - GLI OSPITI
Anche con gli ospiti il Prefetto sia sollecito e cortese; li accolga con belle maniere e s´interessi dei loro bisogni. Vigili perchè le camere siano pulite. La poca proprietà di una camera talvolta può lasciar un ricordo tristamente incancellabile in un benefattore, e alienarcene le simpatie per sempre. Si visitino prima, sempre, accuratamente, le stanze degli ospiti: si apra ogni porta, porticina o casetto; si scrutino i materassi, le lenzuola e le coperte, si rovisti insomma e si riordini ogni cosa perchè non s´abbiano ad avere sgradevoli sorprese. E affinchè non avvenga che, al momento opportuno, non si trovino le chiavi, procuri d´avere in prefettura un apposito quadro, ove siano ordinate e contrassegnate da numeri due chiavi d´ogni porta. Nè si dimentichi quel certo olio che il nostro Santo Fondatore voleva dai Prefetti, non solo per le serrature, ma più ancora per rendere soave ogni loro espressione.

Fonte di economia ed esercizio pratico di povertà è la diligenza personale del Prefetto, e quella degli altri confratelli sul suo esempio e dietro le sue raccomandazioni, nell´evitar ogni spreco di luce, calore, abiti, e di tante altre piccole cose. Ricordo di una casa, le cui finanze erano dissestate, e che pareva quasi dimenticata dalla carità dei Cooperatori. L´Ispettore consigliò al Direttore di radunare durante un mese, tutti i giorni, il Capitolo della casa, per passare in rassegna tutto ciò che potesse essere oggetto e fonte di risparmio. Da quel primo esame risultò un´economia di oltre ventimila lire; ma, ciò che più importa, quello spirito di ben intesa povertà fu subito premiato dalla Provvidenza che mandò aiuti straordinari. Iddio non poteva benedire una casa religiosa, ove il frutto della carità non era convenientemente apprezzato e amministrato. Quante economie si potrebbero fare nei generi di prima necessità, come pure raccogliendo oggetti fuori d´uso, e soprattutto nella carta! Non si usi carta di lusso per la posta, poi programmi, per gl´inviti, e particolarmente nella stampa di certi opuscoli, che si pubblicano per la distribuzione dei.. premi o in altre circostanze. Certe volte lo spreco può costituire un vero peccato col relativo scandalo. Nè vale il dire che il tutto vien poi pagato dagli alunni; la colpa è ancor più grave, appunto perchè sprechiamo danaro che non è nostro.

63. - LA POVERTÀ
NELLA CORRISPONDENZA
Un´attenzione speciale si usi nella corrispondenza, particolarmente in occasione di auguri e feste. Taluni non pensano alla spesa veramente enorme della posta nelle case e per l´intiera Società: non, si esagera dicendo che si tratta di milioni. Le famiglie anche agiate pensano prima di scrivere una lettera: i poveri poi fanno dei veri sacrifici per risparmiare la spesa del francobollo. E forse a noi, poveri per elezione, e professione, non passa nemmeno pel pensiero il grave onere della posta. Io non vorrei che vi fossero di quelli i quali si torturano il cervello per scovare il più lontano parente od amico, cui inviare lettere e biglietti d´auguri. In qualche regione poi, anzichè contentarsi del semplice biglietto, si va alla ricerca d´immagini e di simboli artistici che occasionano spese ingenti direttamente contrarie al voto e allo spirito di povertà. Fa pena veder sprecate, nelle sole feste natalizie e pasquali, da qualche confratello, somme tali che indicano sventatezza e. incomprensione. Simile abuso potrebbe pure aver luogo in occasione di prime Messe e di Giubilei: e si avverta che di tali abusi si fa propaganda con la distribuzione di oggetti e di stampati non conformi alla povertà. Il Prefetto e i suoi aiutanti devono pur stare attenti nel far l´affrancatura della posta; nessuno suppone forse che le multe annuali raggiungono molte migliaia di lire.

Parlando della posta, giova dire una parola sulle collezioni dei francobolli, cartoline e simili.

Se tutti i soci dedicassero il loro tempo a tali collezioni, ne verrebbe notevole sciupio di tempo e pericolo costante per l´osservanza della povertà. D´altronde viviamo in comunità, e non debbono - esservi libertà o trasgressioni in contrasto colla vita comune. Qualora però in ogni casa, sotto il controllo del Direttore o del. Prefetto, fosse affidato a un socio, l´incarico di raccogliere i francobolli usati per venderli o mandarli al Rettor Maggiore a favore delle Missioni, ne risulterebbe un comune vantaggio.

Ma non può approvarsi che i confratelli perdano il tempo nell´allestire tali collezioni; peggio poi se taluno credesse di poterle ritenere in proprietà, e farne oggetto di traffico o di regali.

Gl´Ispettori e i Direttori, con carità ma con fermezza, vigilino perchè, anche in questo, sia fedelmente osservata la povertà. Coloro poi che fossero in possesso di tali collezioni, come pure di monete od altro, ritengano essere loro dovere di tutto consegnare al Superiore.

64. - LA CASSA UNICA
L´articolo 176 dei Regolamenti vuole che il Prefetto « raccolga giornalmente tutto il danaro delle pensioni, offerte, vendite, ecc. e lo consegni al Direttore, il quale lascerà a sua disposizione l´occorrente per gli impegni e le spese giornaliere ». Questa disposizione non è che l´applicazione dell´articolo 30 delle Costituzioni ove è detto: « Nessuno tenga danaro presso di sè o presso altri, nella Società o fuori, per nessun motivo ». Don Albera lasciò scritto questo monito: « Siccome una delle cause principali delle defezioni è il tener danaro, si insista su questo punto. Si controllino con carità, ma con chiarezza e senza paure, le amministrazioni, si esigano i versamenti giornalieri nella cassa comune ». Alla stessa guisa pertanto che il. Prefetto deve consegnar il danaro al Direttore, anzi proprio perchè egli possa fare tale consegna, è necessario che le amministrazioni secondarie della casa, ove per qualsiasi concetto affluisca il danaro, lo consegnino a lui. Tra queste amministrazioni deve considerarsi in primo luogo quella dei laboratori delle nostre Scuole Professionali. L´articolo 178 dei Regolamenti stabilisce che detti laboratori siano sotto la dipendenza del Prefetto: anzi l´articolo 199 dice che « responsabile dell´amministrazione e del buon andamento dei laboratori è il Prefetto, il quale, occorrendo, potrà essere coadiuvato da uno o più capi-ufficio. A questi potrà anche dar l´incarico di tener le relazioni coi clienti ». Questa prescrizione riguardante il capoufficio dev´essere fedelmente praticata soprattutto negli Istituti Professionali importanti. È impossibile che il Prefetto arrivi a tutto; e se si vuol coltivare una saggia economia e procedere con un reale indirizzo di povertà, è indispensabile che al fianco del Prefetto, vi sia un sacerdote o un coadiutore, il quale, sotto la sua dipendenza e responsabilità, assuma la direzione dei laboratori, giusta la disposizione dei Regolamenti. Qui però è bene ricordare nuovamente l´articolo 203, ov´è stabilito « che la contabilità e la cassa è una sola ed è alla dipendenza del Prefetto ». Con questa disposizione viene senz´altro escluso che i capi d´arte possano tener danaro presso di sè. Per le provviste essi si rivolgeranno al Prefetto o, dove vi sia, al capoufficio, col quale conferiranno per tutto ciò che riguarda i lavori. I Regolamenti dicono che il Prefetto, nel far spese o provviste, lavori o riparazioni, proceda d´intesa col Direttore; è necessario pertanto che, allo stesso modo, anche i capi procedano d´intesa col Prefetto, acciocchè egli possa compiere il proprio dovere. Ricevuta una commissione di lavoro dal cliente, se ne stende l´ordine per l´esecuzione in prefettura o dal capo-ufficio. La bolletta o modulo sia sempre a madre e figlia, e la si mandi al capo colle necessarie indicazioni specificando le modalità di tempo, materiale e lavorazione. Eseguito il lavoro il capo lo rimandi colla bolletta di ritorno al Prefetto o al capo-ufficio. Essi stenderanno le relative fatture che devono sempre accompagnare il lavoro da consegnarsi al cliente. È bene che, per la riscossione delle fatture, vi sia un incaricato speciale; se non vi fosse, essa può venir fatta, in casi eccezionali, anche dal capo d´arte. Questi però, come pure l´incaricato, consegneranno subito il danaro al capoufficio, che, alla sua volta, lo verserà al Prefetto.

Vigilino pertanto gl´Ispettori, i Direttori e i Prefetti per togliere qualsiasi abuso che fosse potuto introdursi a questo riguardo. Si faccia capire in bel modo che non si tratta nè di sfiducia, nè di odiosità, ma delle più elementari regole amministrative. Non v´è azienda ben ordinata ove non sia scrupolosamente rispettata l´unità della cassa. Permettere ai capi o ad altri di tener danaro, anche per poco tempo, è, non solo andare contro ai canoni di una ben organizzata amministrazione, ma voler esporre i nostri cari confratelli a turbar la loro coscienza, a perdere lo spirito di povertà, . e forse anche la vocazione.

Altrettanto si dica delle piccole industrie delle Scuole Agricole: stalla, caseificio, pollaio, orto, frutteto, giardino, ecc. Gli addetti a tali aziende e i capi-campagna si facciano un dovere di consegnare in´ prefettura .o presso il capo-ufficio qualsiasi. somma introitata. Così pure devono praticare gli incaricati delle librerie e gli addetti alle r:acrestie e a qualsiasi centro amministrativo, ove siano entrate di danaro. L´indole di qualche reparto potrà consigliare che le consegne siano fatte ogni due giorni o anche due volte alla settimana; l´essenziale che gl´incaricati prendano nota in apposito registro di ogni entrata anche esigua, ed eseguiscano le consegne puntualmente nei tempi stabiliti.

Se nella libreria o in qualche reparto amministrativo si dovesse lasciare un piccolo fondo pel movimento ordinario lo si conteggi ad ogni consegna.

65. LE MANCE
Potrà forse avvenire che ai Capi d´arte ed ai provveditori siano fatte talvolta, dai clienti, profferte di mance o regalie, per indurli a fare acquisti delle loro merci o per altri motivi. Siccome i nostri coadiutori non vestono la tunica religiosa, taluno può scambiarli per operai salariati, ed insinuare loro certe pror oste, quali purtroppo sappiamo che si fanno talvolta nel mondo, ove si cerca di cattivare ed anche di sedurre gl´incaricati degli acquisti col luccichio del danaro. Sarà quello il momento opportuno d´intendere e di applicare rettamente l´onorevole qualifica che Don Bosco diede ai nostri coadiutori, chiamandoli padroni. Sì, effettivamente essi non devono considerarsi estranei o servi, ma parte integrante della nostra famiglia salesiana, santamente e fraternamente uniti coi chierici e coi sacerdoti, figli tutti della stessa Madre, che a tutti prepone identiche finalità da raggiungere. Non si può, nè si deve supporre pertanto che un coadiutore salesiano, capo d´arte, provveditore o altro, giunga a spogliarsi della sua alta dignità di religioso, e che invece di agire come padrone, e cioè in nome della Congregazione e della casa, si abbassi al punto da farsi credere un servo, un operaio prezzolato, un estraneo, solo per poter in tal modo carpire una mancia avvilente col tradir gl´interessi della famiglia religiosa che in lui aveva posta la sua fiducia illimitata. Non sarebbe da stupire che un simile procedere allontanasse da quel povero disgraziato gli aiuti celesti, e così venisse man mano, attraverso alle trasgressioni contro la povertà, a perdersi eternamente.

Anche i portinai, i guardarobieri, i sacrestani od altri coadiutori nostri, possono trovarsi in pericolo di venir meno alla povertà, ricevendo mance o regalie. La dignità della loro professione e la nobile condizione di figli del grande nostro Padre devono renderli santamente fieri nel ritenersi e dichiararsi salesiani. Nulla poi vieta ch´essi sappiano, in bel modo, invitare gli oblatori a depositare la loro offerta nella cassetta dell´elemosine, per vocazioni o per le missioni; tali cassette, indici della nostra povertà che stende la mano, non dovrebbe mai mancare in nessuna portieria, sacrestia e simili locali.

Chiunque poi riceva danaro, per qualsiasi motivo, si affretti a consegnarlo. Che se qualcuno al leggere queste pagine si trovasse in possesso di qualche somma, e non osasse scoprire il suo fallo presentandosi al Superiore per consegnarla, la metta in qualche cassetta della casa o cappella e proponga di non più ricadere.

66. - GLI STIPENDI E LE CONGRUE
Parlando della consegna del danaro si devono ricordare ancora altre categorie di religiosi. Può accadere che un nostro sacerdote, chierico o coadiutore, abbia un´òccupazione ecclesiastica o civile alla quale è assegnato uno stipendio. Abbiamo infatti dei maestri comunali, dei professori anche d´Università, degli impiegati presso Seminari, Parrocchie, librerie; degli scrittori di libri e di articoli; dei capi che prestano l´opera loro presso qualche istituto, ecc. Anche per questi confratelli che ricevono stipendio o danaro, vale quanto già abbiamo detto. L´articolo 29 delle Costituzioni è tassativo: « Qualunque cosa i professi avessero acquistato con la propria industria, per prestazione d´opera, o in vista della Società, non potranno , attribuirsela o ritenerla per sè: ma tutto si dovrà mettere tra i beni collettivi, a comune vantaggio della Società ». A tal fine, quando sia possibile, i nominativi e i documenti per le riscossioni siano sempre in favore dell´Ispettore, del Direttore o del Prefetto. Anche per gl´impegni già in corso si veda di sistemare i contratti in questa. forma; sempre poi in avvenire. Qualora ciò non fosse possibile per tassative disposizioni di legge, il confratello impiegato o stipendiato che debba riscuotere danaro faccia un semplice atto di procura in favore del Direttore o del Prefetto per liberarsi in. tal modo dalle noie della riscossione. Se poi dovesse riscuotere egli stesso si affretti a consegnar . subito l´importo a chi di ragione. Gl´Ispettori esaminino i singoli casi e provvedano perchè tutto si armonizzi collo spirito di povertà.

67. – I REGALI
Diciamo ora una parola degli oggetti che si possono ricevere a titolo di regalo. Può succedere che un coadiutore, per i motivi già indicati, come pure un sacerdote o un chierico, per predicazioni, lezioni, o altri servizi fatti, riceva, invece di una somma, qualche oggetto, come ad esempio, un orologio, una macchina fotografica, una bicicletta, uno strumento di musica, una macchina da scrivere o altro. Le nostre Costituzioni parlano chiaro: nessuno può ritener tali oggetti di proprio arbitrio; tutto deve consegnarsi al Superiore, e nulla deve farsi senza il suo consenso. Anzi perchè non s´introducano abusi, non Ni conceda a nessuno di tenere macchine fotografiche o da scrivere, biciclette, strumenti musicali o simili cose in proprietà; tutto sia catalogato e contrassegnato come appartenente alla casa. Il socio, quando cambia di casa, non deve portare con sè tali oggetti senza il permesso dell´Ispettore, il quale non dovrà concederlo se non in casi eccezionali e per gravi motivi.

68. - I MILITARI E LE PENSIONI
Una parola di chiarimento, a tranquillità delle coscienze, deve pure dirsi a riguardo dei religiosi militari. Le leggi canoniche stabiliscono che, nei paesi ove non si gode dell´esenzione voluta dal canone 124, i religiosi facciano i voti solo fino al servizio militare: essi però, pur non avendo i voti, continuano ad esser membri della Congregazione (330). Nel capo stesso, sezione terza, parte prima dei nostri Regolamenti, come pure nel Regolamento del Salesiano sotto le armi vi sono le norme alle quali i soci militari devono attenersi.

Quando invece si tratta di religiosi, sacerdoti, chierici o laici, richiamati o arruolati sotto le armi, come ufficiali, cappellani o semplici soldati, allora essi sono tenuti ad osservare il voto di povertà nella forma consentita dal nuovo genere di vita e ad amministrare il danaro, proveniente dallo stipendio, delle limosine delle Messe o da altre fonti, con vero spirito religioso, considerandolo danaro della Società. Potranno bensì servirsene pei vitto, vestiario ed altri eventuali bisogni; ma non sarà loro lecito, sia durante che dopo il servizio, disporne a piacimento, darlo alla famiglia o impiegarlo in altro modo.

Al termine della grande guerra furono proposti alla Sacra Congregazione dei Religiosi vari dubbi:
Uno è questo: — I religiosi a voti semplici che hanno fatto professione perpetua o temporanea possono, dopo il loro congedo, ritener per sè qualche cosa del danaro ricevuto durante il servizio militare? Ovvero sono obbligati a devolvere alla Congregazione tutto ciò che è loro avanzato?
La risposta, data il 26 marzo 1922, fu la seguente: « Colorò che, durante il servizio militare, erano legati dai voti non possono, dopo il congedo,, conservarsi qualche cosa del danaro ricevuto; debbono invece tutto consegnare alla Congregazione. Coloro poi, ai quali, durante il servizio, sono scaduti i voti, devono dare alla Congregazione un equo compenso ».

Ed è naturale che sia così. Il socio militare, se appartiene, come fu detto, alla Congregazione, ha diritto all´assistenza e agli aiuti di essa: ora è giusto che egli pure abbia il dovere di devolvere ad essa qualsiasi frutto delle sue attività. Così è disposto dall´articolo 29 delle Costituzioni e dal § 20 del canone 580. Alla stessa Congregazione furono presentati questi altri dubbi:
1° A chi dev´essere devoluta la pensione di guerra concessa ai religiosi a voti semplici per mutilazione .o per malattia. contratta durante il servizio?
Risposta: La pensione dev´essere devoluta alla Congregazione.

E coloro, i cui voti rimanevano sospesi durante il servizio militare, a chi debbono devolvere la pensione per mutilazione, per malattia?
Risposta: La pensione appartiene alla persona mutilata o malata; rrla essa deve cederla all´Istituto per tutto il tempo che rimane in Congregazione.

2° Le pensioni o compensi di guerra per medaglia al valore appartengono agli ex-militari o alla Congregazione?
Risposta: Tale pensione non appartiene agli ex-militari, ma alla Congregazione, eccetto che essi non fossero legati coi voti. 30 Chi dopo il servizio militare (contrariamente alle sopra dette prescrizioni) avesse disposto del danaro a lui pervenuto per occasione del servizio militare, è obbligato alla restituzione alla Congregazione?
La risposta anche qui fu affermativa: il religioso cioè è tenuto alla restituzione, a meno che abbia agito con un permesso ragionevolmente presunto..

Queste tassative decisioni che la Sacra Congregazione dei Religiosi emanava con decreto del 16 Marzo 1922 sono una nuova prova della sollecitudine con cui la Chiesa intende che il religioso mantenga fedelmente e sempre il suo voto di povertà.

E poichè potrebbe darsi che qualcuno, al leggere queste prescrizioni, sentisse dubbi_ o rimorsi di non averle osservate, credo bene stabilire, a tranquillità delle coscienze, che chiunque avesse mancato si ritenga libero dal dovere della restituzione verso della nostra Società. Egli però veda di mettersi in. pace con Dio, e prometta di osservare in avvenire con diligenza il voto e´ la virtù della povertà.

69. - IL DANARO
Da . quanto abbiamo detto emergono, tra le altre, due conseguenze della massima importanza: essere cioè volontà della Chiesa e della Congregazione che, ad ogni costo, il religioso abbia effettivamente e sempre il cuore distaccato dal danaro e dai beni della terra, e che al tempo stesso egli pratichi una vita di oculata e costante economia.

Purtroppo l´affetto al danaro potè penetrare persino nel. cuore d´un Apostolo, facendone un traditore e una vittima della. disperazione. Non dobbiamo meravigliarci pertanto se gli scrittori sacri, per incutere un salutare terrore e mettere in guardia i religiosi, perchè non abbiano a cadere nelle reti del demonio,. scagliano invettive di fuoco contro i fedifraghi che, dopo aver tutto abbandonato, ritornano al vomito. S. Pier Damiani chiama tali religiosi « vili adoratori del metallo ». « Se io ti chiamo idolatra del danaro, egli dice, non ti faccio offesa; ma ti do un titolo ben meritato. Perchè se tu ami il danaro, necessariamente lo stimi, lo onori, e così, invece di onorare il Signore, presti culto al danaro che hai in serbo. Il tuo cuore è là dove si trova il tuo tesoro (331). Non dico forse io bene? Se chi adora Cristo si chiama a buon diritto Cristicola, chi onora il danaro deve chiamarsi nummicola, vale a dire adoratore del danaro » (332).

L´abbate Cassiano, enumerando le scuse che un monaco potrebbe addurre per conservare presso di sè del danaro, lo rimprovera duramente e mette a nudo la povertà delle sue virtù e il suo poco amore a Gesù Cristo. « Allorchè l´amore del danaro si fa, strada nell´animo del religioso poco fervente, sorgono, come per incanto, mille ragioni e pretesti anche speciosi, per i quali egli si erede autorizzato a procurarsi qualche somma. Taluno ad esempio si persuade di poter pensare così: A me non è sufficiente ciò che il monastero somministra: ora sono robusto e di forte costituzione; ma, e se mi ammalassi ? Come farò io allora, se non avrò pensato a metter da parte ´qualche cosa per curarmi? Vi sono, è vero, le, cure del monastero; ma esse son ben poca cosa; e se non si ha alcun che in disparte...». Il Santo, dopo d´aver esposti altri immaginari bisogni che il monaco si va creando nella sua fantasia, continua: « Quando la mente è stata presa al laccio di questi pensieri, va studiando il modo di procurarsi fosse anche solo una moneta: a tal fine va forse in cerca di qualche lavoro lucroso, senza permesso del Superiore, e s´industria in mille modi per accrescere man mano il suo peculio, e così le, sue preoccupazioni diventano sempre più assillanti » (333).

Non proprio come descrive il Santo, ma qualcosa d´analogo potrebbe succedere al Salesiano che non fosse sollecito nel reprimere dentro di sè i primi sintomi d´amore al danaro. Al principio si tratterà solo di piccola cosa; saranno magari monete rare o antiche: ma poi la passione potrebbe acuirsi fino a condurlo a violazioni gravi del voto, a vere infedeltà con le più dolorose conseguenze.

Pertanto nessuno ritenga danaro presso di sè per nessun motivo. Chi ne abbisogni lo usi con spirito di povertà, riconsegnandolo e rendendone conto appena cessato il bisogno. Chi poi per le sue mansioni dovesse farne uso costante, sia esatto nel registrare anche la più piccola spesa, nè si permetta libertà di sorta: pensi spesso che porta con sè un pericoloso nemico, un veleno che potrebbe causargli la morte. Il già citato S. Pier Damiani aggiunge ancora a questo proposito: « Forse qualcuno di questi devoti di mammona, dotato di molto acume, mi vorrà fare quest´obbiezione: — Perchè mi accusi così mordacemente di amore al danaro, mentre sai che io m´accontento di poche monete? Perchè non perdonare a questa piccola debolezza, che, dopo tutto, ha per iscopo di provvedere ai miei bisogni? Non voglio possedere gran cosa; io non chiedo nulla a nessuno, tutti lo sanno; ma se mi si toglie ancora questo poco che ho, come faccio a tirar innanzi nei miei minuti bisogni? ». Il Santo risponde da pari suo a queste difficoltà del monaco rilassato, e si ferma proprio sulla scusa dell´esiguità della somma del peculio. « E perchè, egli ripiglia, tu affetti sicurezza, trincerandoti dietro il pretesto, che è ben poca cosa il danaro che conservi? Lo Sai bene che non ti è permesso ritenere neppure un soldo. Dal momento che non ti è permesso di conservare la proprietà. del tutto, non ti è neppur lecito il possesso delle parti; sono vane perciò le tue scuse di posseder poco; chi ha ceduto il tutto, ha ceduto anche le parti. E poi è risaputo che il povero si attacca al suo poco con ló stesso ardore con cui il ricco si affeziona al molto » (334).

Di poi il Santo reca esempi e similitudini per dimostrare che il più delle volte sono proprio le piccole cose che producono incalcolabili rovine. Alla stessa conclusione arriva il nostro, Santo Fondatore là dove scrive: « Quando il nemico dell´anima vuol sedurre un religioso e spingerlo a violare i divini precetti, comincia per fargli trascurare le cose più piccole, poi quelle di maggior importanza; dopo di che assai facilmente lo conduce alla violazione della legge del Signore, avverandosi quanto dice lo Spirito Santo: Chi disprezza le piccole cose, a poco a poco andrà in rovina» (335).

Don Bosco c´insegnò con la parola e con l´esempio a considerare qualsiasi somma di danaro ehe giunga a noi, come dono di Dio e regalo della Provvidenza. « Per le mani di Don Bosco, lasciò scritto Don Lemoyne, passarono molti milioni, ma scrupolosamente sino all´ultimo centesimo, tutti furono spesi per la gloria di Dio e la salute delle anime » (336). Il buon Padre, trovandosi nel cortile dell´Oratorio, diceva un giorno a Don Costamagna: — Vedi quella pompa? .— Sì, che la vedo! — Ebbene, caro Luigi, io avrei bisogno che gettasse marenghi. — Ma, caro Don Bosco, che cosa vorrebbe farne di tanti denari? — Se la pompa gettasse marenghi, vorrei impiantare tante case in ogni parte del mondo da salvar tutte le anime che corrono rischio di andare perdute, specie quelle della povera gioventù abbandonata (337).

Ecco che cosa bisogna pensare e fare del danaro; convertirlo in mezzi di salveiza delle anime. Un giorno, passando Don Bosco, in compagnia di Brosio davanti ad una vetrina di via Garibaldi, si fermò ad osservare un . mappamondo, e gliene indicava le varie parti. Quando fu all´America disse: — Guarda, Brosio, come è vasta l´America, e com´è poco popolata! -- Ma vi è tanto oro! rispose Brosio. —. Sì, è vero, vi è tanto oro, ma pochi ne fanno buon uso. Con molto oro quante miserie si potrebbero sollevare... Con l´oro quanto s´avvantaggerebbe la Propagazione della Fede! Ma poi, elevando il suo pensiero, quasi volesse correggere un´idea meno perfetta, esclamava con vivo sentimento di fede: — Tuttavia con la povertà e con la croce Gesù Cristo redense il mondo; e la santa Povertà fu sempre la ricchezza dei suoi Apostoli e dei suoi veri ministri.

Uno di questi veri ministri fu appunto Don Bosco: e lo confessò egli stesso, senza volerlo, al sullodato Don Costamagna, sedici anni dopo quell´incontro presso la pompa.« Parlavano delle Missioni e dell´immane lavoro compiuto dai Missionari. Allora Don Costamagna esclamò: — Si ricorda . quando mi disse che avrebbe avuto bisogno chela pompa gettasse danari? — Sì che mi ricordo! Ma, quello che non gettò essa, lo gettò la divina Provvidenza;, lo versò la nostra cara Mamma Maria Santissima: chi in Lei confida non sarà deluso giammai » (338).

Queste nobili parole del grande apostolo delle Missioni, mentre esprimono la viva e filiale confidenza di Don Bosco nella bontà del Signore e nel patrocinio di. Maria SS., sono in pari tempo un mònito per noi, affinchè non ci lasciamo andare a confidare soverchiamente nelle nostre industrie, nè a pretendere d´avere sempre e prontamente, a disposizione nostra, abbondanza di mezzi temporali.

È questo un insegnamento che non debbono mai dimenticare coloro che, per dovere d´ufficio, si occupano di cose materiali e delle  finanze domestiche. Pure mettendo nell´adempimento. del loro dovere ogni possibile impegno, sollevino spesso la mente al Signore, e non si immergano nelle cure e preoccupazioni temporali con tale affanno da dimenticare le cose celesti. Nè deve far meraviglia una raccomandazione di carattere ascetico ai Prefetti e a tutti coloro che si occupano di amministrazione, ove si pensi che Don Rua, il più fedele interprete dello spirito di Don Bosco, il perfetto ideale dell´Economo e del Prefetto. salesiano, fu talora dal nostro Padre amabilmente rimproverato, quasi non avesse abbastanza fiducia nella Provvidenza celeste.

È bene ricordar qui l´interessante dialogo, ov´è messa in rilievo, dall´una parte l´illuminata prudenza umana di Don Rua, e dall´altra l´illimitato abbandono nella Provvidenza Divina del nostro Fondatore.

Vendi le cartelle e paga i debiti, gli dice Don Bosco.

Le riservo per i casi imprevisti che ci capitano quotidianamente. Se le vendo, come faremo? risponde Don Rua.

Il Signore provvederà!

Il. Signore ha già fatto. miracoli.. Ma a giorni scade un debito di 28 mila lire.

È una follia questa di non voler pagar i debiti di oggi, per pagarli più tardi!

Quelli di oggi si possono differire; ma allora sarà forza pagare.

Per allora il Signore provvederà. Metter in serbo danaro è chiudere la via alla Provvidenza.

Leggendo questo dialogo parrebbe, dai tetti in giù, che la ragione fosse dalla parte di Don Rua. Tuttavia Don Bosco, che voleva formare il suo, diletto discepolo a un grande spirito di fede, gli ordinò di dare subito quanto aveva per pagare i debiti del momento, rimettendosi poi nelle mani del Signore.

Quindi, ben sapendo che le sue parole non avrebbero fatto perdere a coloro che le udivano neppure un briciolo di stima pel suo carissimo Don Rua; e volendo piuttosto esortare tutti a una grande fiducia in Dio, aggiunse: « Non mi è possibile trovar un economo che mi assecondi, che sappia cioè confidare in modo illimitato nella Divina Provvidenza, e non cerchi di ammassare qualche cosa per provveder al futuro » (339).

Don Bosco che conosceva a fondo Don Rua, lo sapeva abile amministratore e insieme uomo di fede. Le sue parole pertanto dobbiamo piuttosto intenderle rivolte a noi, come mònito solenne, perchè, quando dall´ubbidienza saremo destinati a occuparci di cose materiali, ci sforziamo di distaccare il cuore dal danaro,. aprendolo invece ad una fiducia senza limiti in quell´amorosa Provvidenza che finora ha sovvenuto con tanta bontà ad ogni nostro bisogno.

70. - L´ECONOMIA
La seconda considerazione o conseguenza che emerge dalle cose trattate è che, mentre da una parte dobbiamo aver il cuore distaccato dal danaro e dai beni materiali, dall´altra è dover nostro amministrare detti beni con grande spirito di economia. Essa può giustamente definirsi la pratica, ossia la vita vissuta della povertà. Se sapremo, con lo spirito di fede inculcatoci da Don Bosco, considerare i beni materiali come altrettanti doni della bontà e misericordia di Dio, ne avremo di conseguenza le cure più assidue, nè ci permetteremo mai di lasciarne andare a male anche la più piccola parte. Nelle deliberazioni dei primi Capitoli Generali, s´incontrano molte particolareggiate prescrizioni di indole economica, che potrebbero parere minuzie a chi non riflettesse che invece sono sapienti mezzi pratici suggeriti a noi da Don Bosco e da quei primi venerandi Padri per istimolarei alla vera vita di povertà. Già lo stesso Don Rua, fin dal 1897, scriveva: « Forse alcuni confratelli si danno a credere che i Superiori, nelle loro replicate insistenze, perchè essi usino con la dovuta parsimonia, di quei mezzi che la divina Provvidenza ci manda, non ´altro abbiamo di mira che quel poco di danaro che per tal modo si riuscirebbe a risparmiare. Oh! Persuadetevi, o miei carissimi figli, che ad un fine più alto tendono siffatte esortazioni; si tratta di far sì che regni fra noi il vero spirito di povertà, a cui ci obbligammo per voto » (340).

Ecco l´alta finalità dell´economia, la virtù domestica, che di tutto ha sollecita cura, nulla sciupa, vuole ogni cosa ben ordinata .e ben custodita, è premurosa delle piccole cose, corregge a tempo i piccoli guasti onde prevenir i maggiori, non ispende se non quando è veramente necessario, e nello spendere esamina preventivamente e poi controlla per impedire sorprese ed inganni. L´economia da tutto sa Trarre partito per ben intesi risparmi, e trova i suoi migliori alleati nella preveggenza, nella proprietà, nell´assegnare un posto ad ogni cosa. Essa giammai dimentica che tutto è di Dio, al quale dovremo rendere conto d´ogni cosa; e che Egli, volontariamente povero, vuole che noi pure, dopo aver abbracciato questa virtù, la pratichiamo, non a parole, ma coi fatti. In questa santa gara d´imitare Gesù povero, tutti, come figli d´una grande famiglia, dobbiamo trovarci uniti e concordi, i Superiori dando l´esempio e poi ricordando e raccomandando, gli altri filialmente e generosamente praticando.

Il nostro Fondatore e il suo discepolo inarrivabile Don Rua, parlando di povertà, scendevano frequentemente ai più minuti particolari di una ben intesa economia: e ciò facevano non solo nelle circolari e nelle conferenze, ma nelle stesse prediche, indossando cotta e stola; nè, così operando, temevano di venir meno al rispetto dovuto alla parola di Dio. Era l´amore della povertà che infiammava i loro cuori. D´altronde anche dalle più umili raccomandazioni sapevano assurgere alla bontà della Provvidenza, alla gratitudine verso i benefattori, che di Essa sono i fortunati strumenti, all´amore del sacrificio e della croce. I Santi operarono e parlarono sempre così.

Un grave autore di ascetica fa un´osservazione che potrebbè parere una bagatella. Un religioso, egli scrive, mentre soffia un vento gagliardo, si accorge che una finestra aperta non , è fissata ai ganci, ed esposta perciò ad essere sbatacchiata con la conseguente rottura dei vetri. Egli non si preoccupa nè si cura di nulla: — Non tocca a me, dice, ma all´incaricato. E intanto il vento cagiona i suoi danni. Senza dubbio cotesto religioso pecca contro la virtù, e il peccato potrebbe anche rivestire una certa gravità. La ragione, dice l´autore citato, si è che il religioso è membro della comunità, e per ciò stesso obbligato a sposarne e a curarne i legittimi interessi. Egli, per la sua volontaria noncuranza, è causa diretta di una reale perdita della comunità, e questo è un disordine evidente (341).

Lo stesso concetto fu esposto in forma più ampia ai suoi figli dal nostro grande Padre: « Qualunque volta, egli disse, si possa impedir un male anche materiale, si faccia. Si eviti ogni spreco di roba, sia di cibo, sia di vesti o di altri oggetti che abbiamo in uso.. Vivendo in comune dobbiamo avere vicendevolmente, e tutti indistintamente, cura d´ogni cosa appartenente alla Congregazione » (342).

Casi analoghi al già citato, formano il quotidiano tessuto della nostra vita. Ora si tratterà dell´economia nella tenuta delle abitazioni e dei mobili, nel non crivellare le pareti di chiodi, specialmente in occasione di feste; ora del vitto, dei vestiti, delle calzature, dei libri, della carta, dell´illuminazione, dei viaggi; ora di tante altre congiunture nelle quali è possibile evitare perdite, sperperi, sciupio. In ogni cosa può praticarsi quella ben intesa economia,- ch´è non solo fonte. di risparmio materiale, ma vera cassaforte nella quale andiamo accumulando le ricchezze della povertà, che sono quelle del Cielo.

Udite a commento di questa raccomandazione, le belle parole del nostro carissimo Don Rua: « Forse con quella moneta che voi economizzate ci verrà fatto di fornire il pane ad un povero giovane di più, che sarà accolto nelle nostre case di beneficenza: facendo il sacrificio . di qualche cosa non necessaria contribuirete a dare alla Chiesa un Ministro di più, alle nostre Missioni un buon operaio, un salvatore a tante anime in pericolo di perdersi » (343).

Nel giugno del 1873 Don Bosco, dopo aver fatto una visita alle case. della Congregazione, mandava una Circolare per raccomandare a tutti l´economia, ch´egli chiamava anche l´interesse materiale. « Dobbiamo, egli scrive, pensare seriamente a qualche, economia e studiare insieme quelle cose pratiche, da cui possiamo ottenere qualche risparmio ». E le cose raccomandate dal buon Padre sono le stesse che i Superiori, dietro il suo esempio, non si stancarono d´inculcare, e ch´io stesso vi ripetei in apposita Circolare il 2 novembre 1936, e che troverete in appendice. Egli vuole che anche quando si fanno inviti a pranzo « non si dimentichi mai che viviamo di Provvidenza, nè abbiamo alcun reddito, e che lo spirito di povertà deve informare ogni nostra cosa ».

Prima di chiudere la Circolare, il buon Padre, modello di bontà e discrezione, così parla ai suoi figli: « Con questi ricordi però non intendo d´introdurre un´economia troppo esagerata; ma solo raccomandare risparmi dove si possono fare: è mia intenzione che niente si ometta di quello che può contribuire alla sanità corporale e al mantenimento, della moralità, tanto tra gli amati figli della Congregazione quanto tra gli allievi che la Divina Provvidenza affida alle nostre sollecitudini » (344).

Come ben vedete, vi potrebbero essere anche delle false economie; come quelle di lasciar mancare il necessario ai confratelli, mentre si spende nelle fabbriche e in cose non strettamente necessarie; di fornire generi non buoni, che poi vanno a male; di ,omettere o rimandare-1e assicurazioni contro gli incendi od altre, esponendoci a perdite o a multe; di lasciar incolti tratti di terreno che darebbero un vero utile, per non spender negli operai; di confondere insomma la vera, saggia, larga economia, con la greti ezza, il disordine, l´abbandono, la pitoccheria, che risparmia il centesimo e sciupa le cento e le mille lire seminando il malumore e fomentando, dentro e fuori casa, critiche e mormorazioni. Non è virtù quella che non trovi il suo vero ambiente nella carità. Il sempre ricordato Don Rua, mentre scriveva agl´Ispettori: « Cercate d´abituare i Direttori a quella saggia economia che è la prima fonte del benessere materiale delle case », non tralasciava al tempo stesso di raccomandar loro che si preoccupassero soprattutto di far regnare tra i confratelli soave la pace, stretta l´unione delle menti e dei cuori, sovrana la carità.

71. - LA. POVERTÀ NELL´ANIMA
Quanto abbiamo detto della povertà riguardo al corpo e alle cose esteriori, ha lo scopo di radicare lo spirito di vera povertà nell´anima. « La virtù non consiste nella povertà, ma bensì nell´amore di essa » (345). Dobbiamo pertanto entrare ora nel più intimo del nostro cuore e scrutarvi se in esso esistano tuttora attacchi alle cose terrene, e se l´amor nostro alla povertà sia affettivo ed effettivo per amore di Gesù. La povertà evangelica importa bensì la spogliazione esterna dei beni terreni per mezzo del voto, ma più ancora la spogliazione interna per mezzo di un reale distacco, della mortificazione, dell´umiltà: non basta la povertà esteriore. «È ben misero, dice S. Bernardo, colui che, curandosi solo delle cose esteriori ed ignorando il suo interno, s´illude d´essere qualcosa, mentre effettivamente nulla vale. Disgraziato! Egli forse non avverte che un verme occulto lo corrode interiormente e che il suo cuore è ben lontano da Dio » (346). È l´amore della povertà che deve arderci in cuore: ora l´amore, dice S. Paolo, non cerca le cose proprie (347)., Ecco il segno, il distintivo, la prova sicura per conoscere se è radicata in noi la virtù della povertà. Chi pensa a se stesso, chi cerca se stesso e tutto sacrifica ai suoi comodi, chi ha il cuore attaccato al proprio -benessere e a mille bagatelle, si può dire con ragione che ha il cuore là dove ha il suo tesoro, e che perciò, anzichè infiammato d´amore, lo avrà ripieno di terra: egli ha una maschera, una chimera di povertà.

Il nostro Santo Fondatore non si accontenta che i suoi figli pratichino una povertà qualsiasi, ma esortandoli ad. acquistarla, ne addita loro le più alte mète. Egli pure, come altri Santi, ci presenta, senza elencarli espressamente, tre gradi di povertà.

Nel proemio delle Costituzioni il buon Padre raccomanda ai suoi figli di sopportare pazientemente e generosamente le conseguenze della povertà. « Talora, egli scrive, avremo vitto, vestito od altro che non sarà di nostro gusto: ma appunto in questi casi dobbiamo ricordarci che abbiam fatto professione di povertà, e che se vogliamo averne merito e premio dobbiamo sopportarne le conseguenze ». Ecco il primo grado di cui parla S. Bonaventura: « Vi è,  dice il Santo, una povertà alta, che consiste nella pazienza, quella cioè che ci fa esser contenti di ciò che abbiamo, senza lamentarci di nulla » (348). « Vi è poi, egli continua, una povertà più alta ed eccellente, ed è quella che consiste nella compiacenza, per cui ci stimiamo contenti delle cose strettamente necessarie ed anche di quelle peggiori ». Don Bosco ci addita, questo secondo grado, quando, richiamandoci alla mente gli esempi di Gesù e degli Apostoli, ci rammenta che il Maestro Divino non voleva che i suoi discepoli possedessero più di una veste, nè si dessero pensiero di ciò che loro occorresse durante la loro missione. « I seguaci di Cristo, dice Don Bosco, ovunque vadano, qualunque cosa facciano, devono accontentarsi degli alimenti strettamente necessari per vivere e degli abiti con cui coprirsi » (349). Finalmente; con-chiude S. Bonaventura, « vi è una povertà altissima, quella cioè che si sopporta con gioia, fino a gloriarcene e col proposito di nulla affatto desiderare; essa è altissima, appunto perchè nulla possiede. Fu questa la povertà di Gesù, il quale non solo nulla possedette, ma , non ebbe ove posare il capo, neppure sulla Croce » (350). Don Bosco ci esorta a quest´altissima povertà là dove scrive: « Se il nostro stato di povertà ci è cagione di qualche incomodo o sofferenza, rallegriamoci con S. Paolo che si dichiara nel colmo dell´allegrezza in ogni sua tribolazione» (351). Facciamo noi pure, egli dice, come gli Apostoli che erano pieni di contentezza, quando ritornavano dal Sinedrio, perchè colà erano stati . fatti degni di patir disprezzo pel nome di Gesù (352). Appunto a questo genere di povertà il Divin. Redentore non solo promette, ma assicura il Paradiso, dicendo: Beati i poveri di spirito, perchè di questi è il Regno dei Cieli (353). Don Bosco dà la ragione dell´eccellenza di quest´altissima povertà, dicendo ch´essa è propriamente quella che ci rende simili a Gesù Cristo, il quale « nacque nella povertà, visse nella privazione di tutte le cose, e mori spogliato in Croce ». Per questo il buon Padre ci predica che: « La povertà è la nostra fortuna, è la benedizione di Dio! ».

72. - IL DISTACCO
Chi abbia la povertà nell´anima, avrà pure il cuore total- mente e abitualmente distaccato dalle cose terrene. È ciò che udimmo le tante volte dalle labbra del nostro Padre: « La povertà bisogna averla nel cuore per praticarla ». Anche parlando ai giovani del vitto, del vestito, delle cose terrene, egli diceva: « Se avete il cuore attaccato a tali cose, è un gran male per voi ».

Recentemente uno zelante Parroco, predicando a un gruppo di giovinetti nel Santuario dei Becchi, metteva in rilievo, come fonte precipua della santità di Don Bosco, il suo meraviglioso distacco dalle cose terrene. Adattandosi all´intelligenza di quei piccoli, riferì il noto episodio della morte del merlo, narrato nel ´ primo volume delle Memorie Biografiche (354). Dopo aver descritto il pianto inconsolabile di Giovannino, ed accennai o alle sue riflessioni sulla frivolezza del motivo delle sue lacrime, e sulla ´ nullità delle cose mondane, mise poi in chiara luce la di lui ferma risoluzione, certamente superiore all´età, di non voler mai più in avvenire attaccar il cuore a cose terrene. Ed il buon sacerdote, commosso, trasfondeva nei suoi attenti uditori la persuasione che realmente, da quel giorno, avesse avuto origine un particolare slancio del giovane Bosco verso quella santità che lo portò poi all´onore degli altari. E poichè di questo piccolo episodio si fecero eco anche insigni oratori, non vi pare che esso possa essere avvicinato a quell´altro notissimo di San Gregorio Magno? Un anacoreta, dopo lunghi anni di austera penitenza, era desideroso di conoscere la mercede che avrebbe ricevuto: a tal fine rivolse ferventi suppliche al Cielo. Iddio l´accontentò dicendogli in sogno che avrebbe avuto la stessa mercede riservata a S. Gregorio Magno. Il monaco pur benedicendo_ il Signore, provò pena che a lui, dopo tante penitenze e privazioni, fosse dato lo stesso premio che a Papa Gregorio, il quale viveva circondato degli onori papali. Ma a fargli capire il suo torto una voce celeste gli disse: — « Sei più affezionato tu alla tua bestiolina, che il Papa ai suoi splendori », L´anacoreta provò una profonda confusione, perchè infatti, avendo rinunciato a cospicue ricchezze, non aveva saputo abbandonare un gatto e se l´era portato con sè nella solitudine. Vien da Sorridere, ma d´altra parte si resta ammirati pensando che Giovannino all´età di dieci anni, aspirava ad una perfezione che un vecchio monaco non aveva saputo acquistare. Quale sia poi stato in seguito l´eroico suo distacco è a tutti noto. Dio non voglia che il nostro Padre abbia mai da rammaricarsi con noi, perchè dopo tanti anni e forse tante esortazioni dei Superiori, non abbiamo saputo imporci certe piccole rinuncie e sradicare certe affezioncelle terrene, che ci espongono a violare il voto e la virtù della povertà.

Qualche Salesiano ha la bella abitudine, nel giorno dell´Esercizio della Buona Morte, di fare l´inventario delle cose destinate a suo uso per vedere se nulla conserva senza permesso, se il suo cuore è totalmente distaccato dalla terra, e se ogni cosa è in ordine come se egli effettivamente dovesse lasciare questo mondo. Ecco un utile esercizio da consigliarsi a tutti: si arriverà così al distacco totale. Don Rua diceva che « se vogliamo accingerci seriamente all´impresa d´innalzare l´edificio della nostra santificazione, dobbiamo prender norma da coloro che si mettono ,a fabbricare, i quali, per esser più spediti, si alleggeriscono degli abiti e si mettono in maniche di camicia (355). È impossibile, diceva egli, ogni progresso nella perfezione, e non saremo veri figli di Don Bosco, senza amare e praticare questa virtù» (356). «Per portare la Croce dietro a Gesù, scriveva altra volta, bisogna essere sbrigati dagli impedimenti temporali e spogli di sostanza terrena » (357). E per animarci a questo distacco consigliava  di ricordare frequentemente la raccomandazione di S. Paolo, il quale vuole che ci consideriamo come pellegrini e forestieri in questo mondo (358); e l´altra di S. Paolo che « ci esorta a preoccuparci, non già dell´instabile dimora di quaggiù, ma della futura » (359).

Non c´è infatti pensiero più efficace di questo per distaccarci dalla terra. La brevità della vita presente e la perpetuità della futura suggeriscono al nostro caro Padre questo mònito: « Se non lasciamo il mondo per amore, dovremo un. giorno lasciarlo per forza ». Egli pure ricorda la similitudine del pellegrino per eccitarci al distacco. « Il pellegrino tira diritto per la sua strada, non. si cura di coloro che sono in festa, oppure contrastano tra di loro. Tali cose non lo riguardano: egli si accontenta di un vestito molto modesto, si nutre molto sobriamente, prende cioè quel tanto che gli basti perchè le forze non gli vengano meno e non porta seco se non le cose strettamente necessarie; un carico soverchio gli impedirebbe di camminare con rapidità ». Anche noi dobbiamo alleggerirci di quanto non sia strettamente necessario alla nostra vita di povertà religiosa, per poter così, liberi da fardelli ingombranti, tendere più velocemente alla vera patria.

73. - LA MORTIFICAZIONE
Uno dei mezzi più efficaci e potenti a rendere effettivo il distacco dalle cose terrene è lo spirito di mortificazione. Ogni atto di povertà è una rinuncia, e non v´è rinuncia senza mortificazione. I compagni della povertà sono i disagi, le sofferenze, le privazioni: tutte cose che non si possono praticare se non da chi abbia imparato a mortificarsi alla scuola di Gesù. Solo colui che abbia saputo, con sforzi generosi, liberarsi dagli impacci terreni, si potrà gloriare di portar la Croce di Cristo. Ora è fuor di dubbio che la costante mortificazione dei sensi e del cuore ci libera dagli attacchi e attaccucci che vorrebbero legarci alla terra. Questo appunto è imitare Gesù Cristo.

Non dimentichiamo che Egli si presentò al mondo nell´estrema povertà della grotta di Betlemme. Alle turbe e ai discepoli disse di esser venuto a portare, non la pace di una peccaminosa acquiescenza colle vanità del mondò, ma la guerra contro i piaceri e ogni attacco terreno. A tutti ripeteva che il suo Regno si conquista col fare violenza alle proprie passioni; e che per seguirlo fa d´uopo caricarsi la croce sulle spalle e portarla per vie scoscese e irte di difficoltà.

Or non vi pare che sia questo il momento di chiedere a noi stessi quale guerra abbiamo finora mosso ai nostri appetiti terreni? Quali rinunzie, violenze, austerità, sacrifici abbiamo saputo compiere? In qual modo e con quale generosità portiamo la croce? Come sopportiamo le privazioni della povertà nel vitto, nel vestito? Se siamo insomma veramente rivestiti della nobile divisa della cristiana mortificazione? E si avverta che Gesù e gli Apostoli rivolgevano . tali esortazioni ai semplici cristiani. Che dovremo fare noi, rèligiosi, noi Salesiani?
La Chiesa primitiva, dice S. Gerolamo, aveva saputo infondere in quei ferventi cristiani uno spirito di così alta perfezione, quale oggi desiderano e si sforzano di raggiungere gli stessi religiosi (360). Ah! Confessiamolo a nostra confusione; forse anche noi non abbiamo portato sempre degnamente da nostra divisa di cristiani, di religiosi, di Salesiani! Troppe volte la povertà si ammira e si vuole negli altri, la si studia sui libri, la si loda nelle prediche e nelle conferenze; ma poi dinanzi alla realtà, si nicchia, s´indietreggia, vilmente si fugge. Eppure abbiamo udito ripetere le tante volte il grave mònito del nostro Padre: « Quando tra i Salesiani comincerà l´amore alle comodità e alle agiatezze, la Congregazione ha fatto il suo tempo! ». Chi di noi non vorrà scongiurare questo pericolo? Ebbene. ascoltiamo il buon Padre, soprattutto quando ci esorta a soffrire e a rallegrarci degli incomodi della povertà. Lungi da noi le lamentele o anche solo le titubanze davanti alle privazioni; e più ancora lungi per sempre le mormorazioni che seminano il malcontento e allontanano altri dalla pratica della povertà.

Tante volte si esaltano a cielo le virtù dei nostri grandi Padri, che rifulsero nello spirito di sacrificio anche in grado eroico! Sta bene tutto questo, ma non dovremmo dimenticare l´avviso di S. Giovanni Crisostomo il quale ci ammonisce « essere dover nostro l´imitare coloro di cui esaltiamo i meriti e le virtù. Che se non ci proponiamo di seguirne gli esempi è quasi preferibile astenerci dal celebrarne vanamente le glorie. La ragione è chiara: chi tesse le lodi di un altro, dev´egli pure rendersi degno di lode; e chi ammira gli esempi e le virtù dei Santi, deve alla sua volta eccellere per santità di vita » (361).

D´altronde non dimentichiamo che la mortificazione, non solo ci rafforza nella virtù della povertà e ci rende facile l´osservanza del voto, ma essa è al tempo stesso scudo della purezza, fonte di perfezione, alito soave di pace.

S. Giovanni Crisostomo commentando le parole di S. Paolo Apostolo ai Galati: Il mondo è crocifisso per me ed io pel mondo (362), dice che « le relazioni tra noi e il mondo, devono essere quelle di un morto con un altro morto » (363). « Ora, osserva Bossuet, la prima cosa che ci tiene vivi al mondo è l´inclinazione ai beni terreni. Solo quando .saremo effettivamente morti, verranno spente, col gelido freddo della morte, codeste inclinazioni; allora il mondo non sarà più nulla per noi, nè noi per il mondo. È proprio questa morte che ci fa vivere la pienezza della vita di Gesù, di cui avremo guadagnato tutto l´amore, anzi il Cuore stesso mediante la povertà » (364).

. Purtroppo vi sono in noi, e ne sentiamo gli effetti, due spiriti, quello di Dio e quello del mondo: due vite, quella della natura e quella della grazia; vi è al dire di S. Paolo, una parte inferiore, terrena e carnale in costante ribellione contro la parte superiore, spirituale e celeste. L´una vuol insozzarsi nei godimenti i erreni_, l´altra sentendosi chiamata a delizie più pure, si sforza di . assoggettare e ridurre a servitù la parte inferiore per risparmiarle le pene eterne. Gesù, animandoci alla sofferenza, volle darcene i più alti esempi. « Non mi meraviglio, dice ancora Bossuet, che Gesù abbia voluto morire: questo sacrificio era dovuto all´Eterno Padre per placarne la- giustizia e renderlo propizio agli uomini. Ma, era forse necessario ch´ei vivesse e morisse in mezzo a tanti mali? Gesù fu chiamato dal Profeta l´uomo dei dolori, ed effettivamente non visse che per soffrire, o per dirlo più fortemente, con un´energica espressione di Tertulliano "Egli ha voluto essere come impinguato dalla voluttà delle sofferenze prima di venir immolato" (365). Fu questo il festino di Gesù; sulle sue mense non sono apprestate altre vivande che di dolori. È vero, la sua morte era più che sufficiente per la salvezza del genere umano: ma la sua morte non bastava da sola ad appagare l´ardente sua brama di soffrire per noi ». (366).

Ecco gli esempi da imitare. Anche solo come cristiani dovremmo desiderare di vivere sempre uniti a Gesù Cristo. Ma, dove troveremo noi l´amabile Salvatore delle nostre anime? In che luogo ci verrà dato di ricevere il suo divin amplesso? Gesù si trova soltanto negli splendori della gloria, o negli spasimi delle sofferenze; o sul suo trono, o sulla sua Croce. Ecco, nella vera sua luce, il motto di S. Teresa: o soffrire con Gesù sulla Croce in terra, o morire per andarlo a godere in Cielo.

La vita cristiana non ha altre vie, nè può viversi in altro modo; le sofferenze della vita però sono raddolcite e ravvalorate dal pensiero delle gioie che esse ci procureranno in Cielo.

Gli uomini del mondo, facendo eco alla voce della carne, ci chiameranno crudeli, perchè neghiamo al corpo le soddisfazioni e compiacenze da esso agognate. Noi però ben possiamo dire ch´essi sono più crudeli di noi, perchè, concedendo al corpo beni fugaci, lo condannano a tormenti eterni.

Nessuno lo nega; la mortificazione, il dominio dei sensi, le privazioni e i sacrifici, costano alla nostra natura corrotta; ci conforti però e sorregga il pensiero degli eterni godimenti. Anche per noi verrà il giorno invocato e sospirato da S. Paolo; si scioglieranno allora i lacci della carne e voleremo all´amplesso di Cristo, liberi per sempre dall´esilio del secolo, dal carcere del corpo, dai mille legami delle terrene vanità. Cesseranno in quel giorno le miserie della vita terrena, e ci troveremo sommersi nell´oceano infinito dei godimenti eterni,
74. - I MALCONTENTI
Rientriamo dunque in noi stessi, dirò ancora col Bourdaloue, e se qualcuno sperimenta di non godere in religione il centuplo promesso, invece di lamentarsene con Dio,- pianga se stesso. Esaminando il suo cuore, egli dovrà forse riconoscere di non poter dire con S. Pietro « di aver lasciato tutto » e perciò si persuaderà di non aver diritto alla divina promessa (367).

Se nelle nostre case vi sono individui che, mangiando del nostro stesso pane, seduti alla nostra mensa, vivendo sotto lo stesso tetto, pregando nella stessa chiesa, lavorando nelle stesse aule, sono miseri e miserabili, perchè, mentre condividono gl´incomodi della nostra vita, non ne godono le consolazioni, costoro non cerchino la causa di tutto ciò se non in se stessi. Avviene infatti che, anche dopo averne fatto solenne promessa, essi non cercarono Gesù Cristo, ma le cose proprie, procurando alla carne soddisfazioni terrene. Talvolta viene persino da dubitare, dice S. Agostino « se questi tali, anzichè per servire il Signore, non abbiano lasciato il mondo per liberarsi da una vita indigente e misera, e. che cerchino ora nella vita religiosa di essere ben pasciuti, vestili, ed anche stimati ed onorati da coloro che li avrebbero forse disprezzati nel secolo. Simili soggetti, continua il Santo, li possiamo paragonare a certi volatili che si sforzano di alzarsi sulle ali della loro superbia, senza mai riuscirvi, perchè vivono secondo le bassezze della carne, conculcando la disciplina e gli stessi precetti del Vangelo (368). Lasciate, egli dice loro, lasciate ch´io vi parli a cuore aperto, e che invochi Iddio stesso a conferma del mio dire: dacchè mi occupo di cose di religione vi confesso che, alla stessa guisa ch´io non trovai uomini migliori dei religiosi osservanti, così non ne trovai di peggiori dei disgraziati caduti nell´indisciplina. Proprio per costoro mi pare che stia scritto nell´Apocalisse: « Il giusto divenga più giusto; ma l´infingardo marcisca nella sua sordidezza » (369).

È proprio così: i malcontenti nella religione non sono quelli che tutto hanno lasciato, ma coloro che hanno fatto praticamente secrete riserve, e conservano il cuore attaccato a mille cosucce: sono coloro che si preoccupano di procurarsi, anche con mezzi illeciti, il superfluo, e più che non facciano le stesse persone del mondo per il necessario: sono coloro infine che pretendono di vivere in Congregazione più delicatamente che non avrebbero potuto nel seno delle loro famiglie. « Purtroppo, dice S. Agostino, ed è questo un grave guaio, i più difficili a contentare nelle comunità sono, quelli che meno possedevano prima d´entrarvi (370): costoro amano una povertà irragionevole, riprovevole, indegna, frolla » commenta il Santo.

« Sarebbe veramente strano, dice il nostro Patrono, voler essere povero per amor del Signore, a patto però di non soffrir incomodi e di avere a disposizione tutto l´occorrente pei nostri bisogni, e insieme anche la possibilità di acquistarci stima ed onore nel mondo » (371). « Non vi rammaricate dunque della vostra povertà, egli aggiunge; non ci si lamenta se non delle cose che ci dispiacciono. Se a voi dispiace la povertà, vuoi dire che non siete poveri, ma ricchi di desideri e di affetti. Non vi lamentate di non essere così provveduti come sarebbe richiesto; perchè in ciò appunto è riposta là vera eccellenza della povertà. Voler essere poveri e non soffrir incomodo alcuno è per davvero una grande ambizione: sarebbe voler l´onore della povertà e al tempo stesso le comodità delle ricchezze » (372).

Riflettiamo seriamente e vediamo. se in noi vi sia qualcosa da correggere riguardo alla pratica della povertà, particolarmente per ciò che si riferisce alla vita di mortificazione. All´inizio della vita religiosa noi ci siamo rallegrati dei disagi della povertà, e così ci fu dato di assaporare le gioie del centuplo: se ora non le gustiamo più, la causa non la dobbiamo rintracciare se non nella nostra rilassatezza che c´impedì di perseverare nella generosità delle rinuncie e delle mortificazioni. Ritornando al primitivo fervore, rigusteremo le dolcezze dei giorni di fervore. e ci glorieremo di vivere con Gesù anche confitti in croce: solo così le eventuali tristezze si cambieranno in gaudio.

75. - POVERTÀ E UMILTÀ
I Padri parlando della povertà la mettono in così stretto rapporto con l´umiltà da parere, queste, nel loro pensiero, due virtù inseparabili. Certo l´umiltà è uno dei mezzi più efficaci per praticare più perfettamente la povertà religiosa. Non è qui il luogo di fare una completa trattazione di detta virtù: ci limiteremo a considerarla brevemente nelle sue intime relazioni con la povertà.

Non vorrei che qualcuno di noi, sentendo i tanti elogi che si fanno della nostra Società, ne avesse a insuperbire. Noi dobbiamo volere e procurare che l´umile nostra Congregazione sia stimata e da tutti benedetta: ma al tempo stesso è doveroso riconoscere il suo vitale e meraviglioso sviluppo come dono di Dio. In tal modo, anzichè inorgoglirci, avremo argomento d´umiliarci davanti al Datore d´ogni bene, che si degnò guardarci con particolar benevolenza. Il nostro grande Padre ci diede in questo meravigliosi esempi, umiliandosi fino alla polvere anche nei più clamorosi successi. Proponiamoci tutti di volere in ogni tempo unire l´umile nostra voce a quella dei Salesiani che Don Bosco, nel sogno del 1881, udì cantare: Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam: non a noi, ma al solo tuo nome, o Signore, tutta e sempre la gloria.

L´umiltà però, anziché in generale, consideriamola in ciascuno di noi: se la sapremo praticare, grandi beni ne verranno ai singoli e all´intiera Società.

Che la povertà aiuti e conservi l´umiltà, è cosa evidente. Essa, distaccandoci dai beni della terra, toglie il più grande incentivo alla vanità .e alla superbia, che si alimentano con la ricercatezza dei vestiti, delle mense, delle abitazioni e di ogni terrena grandezza.

Sono così intimi i rapporti tra le due virtù, che alcuni autori videro indicati gli umili nella prima beatitudine, ove sono detti beati i poveri. Dell´umiltà furono intessuti i più ampi elogi e Gesù benedetto disse che senza di essa è impossibile entrare nel regno dei Cieli. La stessa maestà di Dio s´inchina davanti agli umili, ai quali nulla riesce arduo. Giusta il parere di S. Bernardo l´umiltà è da preferirsi ai prolungati digiuni, alle insonni vigilie, a qualsiasi penitenza corporale: come la vera pietà, essa è utile a tutto (373), ed illumina di celesti splendori e rende perenni le altre virtù (374).

Ma soprattutto per la sua efficacia nell´acquisto e conservazione della virtù della povertà dev´essere da noi apprezzata l´umiltà. « Donde credi tu che derivino i disordini di certe Case religiose? domanda S. Francesco di Sales. Sempre dalla mancanza d´umiltà. E perchè viene a mancare l´umiltà? Perchè le due malaugurate parole mio e tuo nonne sono sbandite. Non appena si comincia a trasandare la vita comune e la povertà, entrano subito la presunzione e la superbia... La santa povertà giova moltissimo ad alimentare e conservare l´umiltà; nulla infatti ci umilia e ci abbassa quanto l´essere poveri, sicchè l´umiltà è al sicuro sotto l´usbergo della povertà e della vita comune » (375).

È qui, figliuoli carissimi, uno dei più gravi pericoli dei religiosi. A che serve infatti l´aver emesso la professione di povertà se il cuore rimane ricco di desideri? Questa malefica ricchezza è fomite di superbia appunto perchè intacca e distrugge la vita di povertà che dev´essere tutta pervasa di umiltà. « Li vedo questi tali e ne sento pena, scrive S. Bernardo: per buona sorte sono pochi. Quale cecità! Essi, dopo aver abbandonato le pompe del secolo, vennero, per loro insipienza, a imparare la superbia proprio qui nella religione, ch´è scuola di umiltà: cosicchè ora, non solo si sentono a disagio sotto le ali dél Maestro mite ed umile, ma si direbbe che sono divenuti più insolenti e orgogliosi nel chiostro che non fossero nel mondo. E ciò ch´è più perverso e maggiormente da rimpiangere si è che alcuni, vivendo nella casa del Signore, non amano di essere tenuti in poco conto: e sono proprio quei dessi che se fossero rimasti in casa loro si sarebbero trovati in una posizione spregievole. Non avendo potuto raggiungere un posto onorevole nel mondo, ove i più vanno in cerca di onori, cocesti disgraziati vennero a cercare gli onori ove tutti, per vocazione e professione, li disprezzano. E così ci tocca vedere, e lo dico con profonda pena, certi religiosi che dopo essersi arruolati sotto la milizia di Gesù Cristo, ritornano ad impicciarsi nei negozi del secolo e s´ingolfano nelle terrene cupidigie. Tutto ciò ha la sua origine nell´aver essi dimenticata e abbandonata quell´umiltà che li aveva indotti a lasciare il mondo. E cosa impigliati nuovamente nelle maglie del secolo, ben possiamo paragonarli a quei cani di cui dice la Scrittura che ritornano al vomito » (376).

«È questo, lamenta S. Agostino, un grave abuso: anzi non v´è nulla di più stolto del religioso che, invece di percorrere la sua via nell´umiltà e nella povertà, si gonfia col tumore della superbia. Fu questa la causa della tremenda caduta di coloro stessi ch´erano già quasi pervenuti alla vetta della perfezione (377). Guai a voi, o religiosi, che, portando la croce di Cristo, non seguite Gesù Cristo; e che, volendo partecipare alle sue privazioni, vi rifiutate d´imitarne l´umiltà. Lavorerete bensì con Cristo, ma non regnerete con Lui; lo seguirete nella povertà, ma non nella gloria. Dibattersi e affliggersi nelle umiliazioni, essere umiliati, non è esser umili; solo coloro che sanno convertire l´umiliazione in umiltà sono i veri umili: ad essi soli, perchè al distacco e alla privazione dei beni terreni seppero unire l´umiltà. del cuore, è promesso il regno dei Cieli ».

Quesi e pungenti verità urteranno forse il nostro amor proprio, ma mancherei al mio dovere se lasciassi di trascriverle. D´altronde, vi dirò io pure con S. Giovanni Grisostomo, è l´amore, che mi muove a interessarmi del vostro bene, anche quando devo dirvi parole di ammonimento e di correzione. Cesserei di essere pastore, se non insorgessi a cacciare dall´ovile il lupo che vi entrò per sbranare il gregge. Non sono, no, contro di voi, e voi ben lo sapete: ma tutto per voi e con voi per guidarvi al Cielo » (378). Anzi mi permetto insistere appunto perchè temo che su questo scottante argomento non molti osino alzare la voce. Lasciate pertanto che vi giunga la mia: è la voce di un padre che ardentemente vi ama; accoglietela come la voce stessa del nostro Padre Don Bosco.

Sì, figliuoli carissimi, l´eccelsa e sublime virtù dell´umiltà vi renda facile e dolce la pratica della povertà. Lungi dai Salesiani « ogni appetito di vanità, che, essendo disprezzo della verità, diverrebbe´ causa della nostra cecità » (379).

L´orgogliosa cupidigia delle cose temporali rode e sconvolge la coscienza a guisa di torrente impetuoso che corrode e scava il terreno (380): l´umile, al contrario, è come l´acqua cristallina che porta ovunque fecondità e ricchezza.

76. - CONFIDENZA COI SUPERIORI
Un altro mezzo per l´osservanza della povertà è la confidenza coi Superiori: le prime infrazioni hanno d´ordinario la loro origine nella mancanza di confidenza. Comincino i Superiori a essere come Don Bosco, e a manifestarsi sempre padri, accogliendo con bontà, anzi prevenendo, se possibile, le richieste dei loro figliuoli. Purtroppo non verrà dato al Superiore di poter accondiscendere a tutte le domande; ma appunto nel dare un rifiuto egli deve rivestirsi della più ampia e soave carità, facendo capire tutto il suo rincrescimento. Quando però il suddito vede l´impegno del suo Direttore nel non lasciargli mancare nulla di tutto ciò che permette la nostra povertà, sa pure capirlo e compatirlo quando il dovere e la responsabilità lo collocano nella dura necessità di non poter concedere. Così i cuori si apriranno a filiale confidenza.

Di capitale importanza è questa confidenza quando si tratta di regali e di danaro; allora non bisogna procedere con reticenze, sottintesi o sotterfugi. Se il religioso incomincia a permettersi di conservare presso di sè quel libro, quel cravattone, quei fazzoletti ricevuti in regalo, senza il dovuto permesso, si colloca sulla china di pericolose inosservanze. Se altra volta ricevendo danaro per qualsiasi motivo, e particolarmente in occasione di viaggi, non ne rende esatto conto e lo conserva o spende a suo talento, egli si espone a conseguenze ancor più gravi. Se poi pretendesse immischiarsi in affari di famiglia o in negozi secolareschi, addossandosi impegni o responsabilità, egli, senz´avvedersene all´inizio, si lega con una catena che lo manterrà schiavo, e si scaverà forse sotto i piedi una fossa che potrebbe essere la sua eterna rovina. Allora le infrazioni divengono sempre più gravi; la coscienza s´incallisce; si accumulano disordini su disordini: si perde ogni fiducia nei superiori, il cui controllo si teme e si evita con raggiri di ogni sorta. Per iscusare le proprie mancanze si critica e mormora contro il loro operato; si vive nella comunità come estranei; il giogo dell´osservanza diventa insopportabile; e si finisce con abbandonare la vocazione e forse Iddio stesso per sempre. È questa la triste storia di non poche infrazioni contro la povertà, nate dalla mancanza di confidenza verso i rappresentanti di Dio.

Ascoltiamo pertanto e pratichiamo, anche a riguardo della povertà, le belle parole del nostro Santo Fondatore: « La ´confidenza verso i Superiori è una delle cose che maggiormente giovano al buon andamento di una Congregazione religiosa e alla pace e felicità dei singoli soci ».

77. - I VANTAGGI DELLA POVERTÀ RELIGIOSA
Al principio e nel corso di questa trattazione abbiamo enumerate alcune importanti ragioni che ci debbono stimolare alla pratica della virtù della povertà. Ora ne presenteremo altre che dovrebbero esercitare su di noi una particolare efficacia, per i notevoli vantaggi che apportano. È vero che noi la povertà l´abbiamo abbracciata per amor di Gesù e col desiderio d´imitarne gli esempi, ma all´umana natura giovano pure altri stimoli.

Uno dei principali vantaggi che ci arreca la professione di povertà, è il liberare il nostro cuore da mille cure e preoccupazioni terrene. « I beni della terra, dice Vito Fornari, sono piccoli e pieni di gelosia, pieni di fastidio, a volerli salvare dalla propria caducità, e custodire dalle voglie, delle insidie, dalle violenze degli altri uomini. Sono sempre un peso, un impaccio, una servitù cocesti possessi, anco a chi non abbia il coraggio di sprezzarli: anco a chi non ne conosca di altra natura; e forse più a loro che agli altri» (381). Chi, vivendo nel seno di una famiglia abbia visto dipinte sul volto del babbo e della mamma, talvolta a ben neri colori, le sollecitudini, le ansie di ogni giorno e quasi di ogni ora per provvedere il vitto, il vestito, l´educazione, l´avvenire ai propri figliuoli in circostanze difficili, in epoche di crisi, in caso di malattie; chi abbia anche una lontana idea di ciò che significhi amministrare, difendere, accrescere un capitale di beni mobili e immobili; e più ancora chi abbia sperimentato le noie senza fine di pensare alle piccole spese, alle provviste, alla confezione del vitto d´ogni giorno; costui riuscirà meglio a capire l´incomparabile vantaggio di avere la mente .e il cuore liberi da quest´opprimente cumulo di cure. Diceva il nostro Padre: « Coloro che abbandonano il mondo con atto spontaneo avranno. un centuplo di grazie nella vita presente ». Non v´ha dubbio che, di codeste grazie, una della più desiderabili, è l´avere libero e sereno il cuore. Parlando di cotesta soave quiete dello spirito, anzi per metterla appunto in più chiara luce, egli ce la presenta di fronte alle inquietudini e amarezze in cui vivono le persone del mondo. « Colui, egli scrive, che si allontana dalle cure temporali può liberamente occuparsi del servizio del Signore affidando
ogni pensiero del presente e dell´av venire nelle mani di Dio e dei Superiori che ne fanno le veci. Se osserva fedelmente la Regola può godere anticipato il Paradiso ». Care parole queste del nostro Padre, che sembrano quasi un commento di quelle del Divin Redentore: Beati i poveri di spirito, perchè di essi è il regno dei Cieli. Essi infatti, liberi da ogni cura temporale, pregustano le celestiali delizie. « È veramente questo il regno di Dio in mezzo a noi » (382); questa pace, vero sorriso della grazia, è il paradiso in terra. Fu lo stesso Divin Salvatore a dirci che le ricchezze sono spine le quali rendono difficile e travagliata la vita: mentre invece chi si rifugia nel regno della povertà, resta ancorato in un porto tranquillo (383). « La povertà infatti, afferma il Crisostomo, è rifugio sicuro, porto tranquillo, sicurezza perpetua, felicità esente da pericoli, godimento reale: essa ci offre una vita scevra di agitazioni e mai esposta a naufragi » (384). Il povero volontario è libero, è un vero signore, un vincitore, un re, un uomo felice, perchè infinitamente dovizioso. Riposando in Dio va esente da ogni sollecitudine: la povertà è una regina che cammina di conserva con Gesù Cristo. Si comprende che per godere di questi beni, che giocondarono, le anime elette di S. Francesco di Assisi, di S. Vincenzo de´ Paoli, di S. Giuseppe Benedetto Cottolengo, di S. Giovanni Bosco, di Don Rua, è necessario aver radicato in cuore, com´essi ebbero, un profondo amore alla povertà. Chi voglia godere della pace del povero, fomentando in cuore le cupidigie delle ricchezze, s´inganna a partito. « No, no, dice S. Agostino, le ricchezze terrene non possono renderci felici: le possiamo perdere in vita: certamente alla morte: forse passeranno in possesso di coloro stessi ai quali noi non vorremmo (385). Esse poi, anzichè sorgente di delizie, sono sorgente di trepidazioni e pericoli. Vedete quel cotale: quand´era povero dormiva i suoi sonni; posando il capo sulla nuda terra s´addormentava meglio che sur un letto d´argento: ora non trova più pace. Pensando alle preoccupazioni dei ricchi dobbiamo maggiormente apprezzare la pace dei poveri » (386).

Voi conoscete il piacevole dialoghetto fra Alessandro Magno e il filosofo Diogene. Questi viveva in povertà estrema nella sua botte. Alessandro, che ne apprezzava l´ingegno, ne ebbe compassione, e gli disse un giorno: — Vedo che hai bisogno di molte cose; chiedimele, ch´io sono ben lieto di. accontentarti. — Rispose il filosofo: — Chi di noi due ti pare che sia più povero? Io che mi contento di una meschina cappa e di una bisaccia, tu che, pur essendo re di Macedonia, ti esponi a tanti pericoli per ampliare anche di più il tuo regno, e per la sete di dominio. non ti accontenti del mondo intero? In verità che io sono più ricco di te. — A parte l´orgoglio, proprio dei filosofi pagani, egli aveva ragione. Diogene non mancava di nulla, perchè nulla. desiderava; mentre il re, aspirando sempre a nuove conquiste, sentiva il vuoto e l´assillo di ciò che ancor gli rimaneva da conquistare. Ora tra chi manca di nulla e chi manca di qualche cosa è evidente che è più; ricco il primo.

Ma ben più che alle considerazioni dei pagani noi dobbiamo attenerci alle sapienti esortazioni dei Padri e Dottori della Chiesa. Mentre il Crisostomo paragona l´anima attaccata ai beni terreni a un abito roso dai continui morsi della tignola, S. Ambrogio afferma che all´incontro il povero di spirito, non. solo non è agitato dalle brame e tempeste della cupidigia, ma gode di tale pace da non potersi esprimere a parole. S. Agostino così incoraggia il religioso: « Non vergognarti se talora ti vedrai disprezzato: è vero che tu vivi poveramente nella tua cella, ma sei ricchissimo nell´intimo del cuore. E chi ha l´anima ripiena di celesti carismi dorme più saporitamente sul nudo suolo, che non il ricco sotto il baldacchino di porpora. Conserva dunque gelosamente le ricchezze derivanti dalla povertà di Gesù Cristo, meglio prega Gesù sl esso, che te le ha elargite, di esserne il custode » (387).

Ma, senza bisogno di ricorrere a queste pur così autorevoli testimonianze, io credo che ciascuno di noi ha goduto le mille volte le dolcezze di cotesta pace. Anzi quanto più decisamente il nostro cuore ha saputo svuotarsi totalmente delle cose terrene, tanto più intima, soave e copiosa fu la pace di cui si senti inondato. Pel grande amore che vi porto io formulo per tutti voi l´augurio di una serenità sempre più dolce nella libertà del cuore da ogni affetto terreno.

78. - IL POSSESSO DI DIO
« Ascolta, o povero, dice S. Agostino: che cosa non hai; se hai Iddio? Odimi tu pure, o ricco: che cosa hai, se ti manca Iddio ? » (388).È da saggi fare getto generoso di tutto per potere in tal modo possedere Dio interamente. Felici noi religiosi, che, colle meschine sostanze abbandonate nel secolo, abbiamo in certo modo comprato lo stesso Dio. Se Gesù scende col Padre nel cuore di coloro che lo amano, come ce ne assicura il Vangelo,. è fuor di dubbio che nessuno prepara a Gesù una dimora più bella del religioso ch´è riuscito a staccare il cuore da ogni legame terreno. L´anima sua, dal momento che nulla ammira, nulla desidera, nulla ama, all´infuori di Dio, si fa magnanima ed eccelsa. Anzi tali anime, pur vivendo pellegrine nella terra d´esilio, pregustano già il possesso di Dio (389). Bossuet commeritando le parole del Profeta: O Signore, il povero è stato abbandonato nelle vostre mani, dice essere appunto questa la bella sorte dei religiosi. L´avveramento totale si avrà nella risurrezione finale, ma noi ne vediamo già i primi saggi nelle istituzioni della Chiesa e nella vita religiosa.

Fu detto che « la povertà è un´ala potentissima con la quale l´anima vola senz´altro al possesso del cielo » (390). E così può dirsi con verità che i poveri di spirito, pur restando sulla terra, hanno già la loro conversazione in Cielo; rivestiti di carne, non vivono più secondo la carne; sono poveri, ma ricchi dei beni celesti; mancando di tutto, sovrabbondano di ogni cosa. Il mondo stesso guarda a tali uomini con meraviglia e li circonda di venerazione. Ci basti ricordare il nostro dolcissimo Padre. A. chi non era noto il suo distacco assoluto? È questa la ragione per cui i ricchi con fiducia e larghezza illimitate gli consegnavano le loro offerte, persuasi che sarebbero state impiegate pel bene della gioventù e la salvezza delle anime. Si direbbe che, davanti a lui, anche i grandi del mondo si sentivano piccoli:- come se sulla sua fronte splendesse già qualche sprazzo di luce celesi e. S. Bernardo, considerando queste cose, esclama: « Sarà dunque possibile che, dopo ciò, sianvi ancora religiosi pusillanimi e tristi? ».

Si avverta però che, per goder del possesso di Dio, è necessario il distacco universale. Iddio è geloso, e vuole che ci contentiamo di Lui solo. Basta che un semplice pulviscolo di terra si attacchi all´ala potente che a Lui ci solleva, perchè essa non possa più slanciarsi nei cieli. La più piccola cosa che il religioso possegga contro la perfezione della povertà, non gli permetterà di unirsi perfettamente a Dio e di trovare la vera pace dello spirito. Il nostro S. Francesco di Sales, parlando di queste piccole infrazioni che ci privano di godere delle gioie della povertà, scrive queste parole: « Lascia ch´io ti manifesti tutto il mio pensiero intorno ai piccoli difetti contro la povertà. Sono piccoli, in verità, se si confrontano con altri maggiori, perchè sono soltanto principii, ed ogni principio, nel male come nel bene, è sempre piccolo; ma se li consideri rispetto alla vera e intera perfezione religiosa, alla quale devi aspirare, sono certamente gravissimi e pericolosissimi. È piccolo male, di grazia, quello che intacca e vizia, nel corpo della religione, una parte così nobile come il voto di povertà? Si può essere religioso senz´andare al coro, senza portare questo o quell´abito, senza fare questa o quell´astinenza; ma senza la povertà e la vita comune è impossibile. Il vermiceluolo che rose l´edera di Giona, sembrava piccolo, ma era così deleterio che la pianta si seccò. Parimente i difetti contro la povertà- sembreranno esigui in una casa -religiosa, ma la loro cattiva natura è tanta che manda in rovina il voto » (391). «Affrettatevi adunque, dice S. Bernardo, a percorrere questa via che va diritta e sicura al Cielo. Le altre vie, sono buone esse pure: ma possono essere infestate dai ladri. Invece il sentiero della povertà, essendo irto e scosceso, è percorso da pochi, e non vi si incappa nelle insidie dei- malandrini. Ve lo dico in verità e mi appello alla mia propria esperienza: questa via quanto più ardua e molesta possa parere al principio, altrettanto è più gioconda a misura che la si percorre. All´inizio esige sforzi: in seguito ci- procura premii » (392). E quale premio più grande del possesso di Dio ?
79. - LA POVERTÀ E LA PREGHIERA CONFIDENTE
Il religioso è il vero mendico di cui parla S. Agostino: ora la preghiera del mendico supplica tanto più insistentemente, quanto più egli sia stretto dalla necessità e spinto dalla fame. Chi, col voto di povertà, si è spogliato di tutto, sentirà più forte nel cuore lo stimolo a chiedere e a supplicare. Ma quand´egli pensa che si è spogliato d´ogni cosa per amore di Gesù Cristo, allora la sua preghiera non ha limiti di confidenza. Egli ben sa, per propria esperienza, che Iddio non s´è mai lasciato vincere in generosità dall´uomo, e che a colui che tutto ha abbandonato per amor suo, Gesù Benedetto dà tutto se stesso. Che non ha dato Iddio a Don Bosco e in generale ai Santi? È questa la ragione dei loro successi: solo così possiamo spiegarci com´essi siano riusciti a compiere tante e così imponenti imprese.

Nei primordi della Congregazione, quando maggiori erano i bisogni e più dure le strettezze, il nostro buon Padre riponeva in Dio tutta la fiducia, a lui- ricorrendo con incessanti preghiere. In certa occasione avendo un confratello esclamato : « Siamo così poveri! » egli lo riprese con amabilità e subite aggiunse con ardore: « La povertà è la nostra fortuna, è la" benedizione di Dio! Anzi preghiamo il Signore a mantenerci in povertà volontaria. Forse che Gesù Cristo non incominciò da una mangiatoia e non terminò sulla croce? Chi è ricco ama starsene in riposo; quindi l´amore alle proprie comodità e soddisfazioni e alla vita oziosa spegne lo spirito di sacrificio. Troverete nella Storia Ecclesiastica non pochi esempi dai quali risulta come l´abbondanza dei beni temporali sia stata sempre la causa della perdita di intere comunità, le quali, per non aver conservato il loro primitivo spirito di povertà, caddero nel colmo delle disgrazie. Quelle invece che si mantennero povere, fiorirono meravigliosamente. Chi è povero pensa a Dio e ricorre a Lui, e Dio provvede sempre il necessario, o poco o molto che sia. Chi invece vive nell´abbondanza si dimentica facilmente del Signore. Non vi pare una grande fortuna essere costretti a pregare? E finora ci mancò qualche cosa che ci fosse necessaria? Non dubitate; i mezzi materiali non ci mancheranno mai in proporzione dei nostri bisogni e di quelli dei nostri giovani » (393).

Analoghi sentimenti esprimeva il Venerato Don Rua. In una sua Circolare egli volle anzi riportare, a comune edificazione, un brano di lettera inviatagli dal Superiore di una casa incipiente e oltremodo bisognosa. Certi particolari potranno forse far sorridere: è tale però lo spirito di fede di quelle semplici espressioni che meritano di venire perpetuate. Scriveva dunque quel buon Direttore: « Ci raccomandiamo a Don Bosco, e di tanto in tanto riceviamo qualche offerta in ringraziamento di favori ottenuti per intercessione del venerato nostro Fondatore. Al cominciar dell´anno eravamo sprovvisti d´ogni cosa e non sapevamo come fare per ripararci dai rigori del freddo: abbiamo pregato e si son subito ricevute maglie, mutande, vestiti, pastrani e per sino una vacca con un vitellino recentemente nato. Avevamo un debito abbastanza grave per una casa incipiente, e avendo pensato di fare tutti i giorni una preghiera a Maria Ausiliatrice, affinchè, per intercessione di Don Bosco, ci aiutasse, questa buona Madre ci ha mandato il denaro per pagare il debito, et ultra. L´esperienza ci ha fatto toccare con mano che, quanto più siamo fervorosi nell´adempimento dei nastri doveri e nell´osservanza delle Regole, tanto più viene pronto il soccorso della Divina Provvidenza » (394).

Il nostro Santo Fondatore in tanti modi eccitava i suoi figli alla pratica della povertà e alla confidente preghiera. « Finchè ci manterremo poveri, egli dice, la Provvidenza non ci verrà mai meno. Se faremo risparmio del centesimo, quando lo spen- derlo non è necessario od utile, la Divina Provvidenza ci sarà sempre larga di sua beneficenza.» (395). Nelle prediche sulla povertà Don Bosco metteva in rilievo la particolare predilezione di Gesù per i poveri, ascoltando le loro preghiere e sovvenendo ai loro bisogni. Nel 1869 diceva: « Il Cuore di Gesù nutre tenerezza indescrivibile per coloro che furono ossequenti al suo invito. In tul to il mondo ben presto si potrà dire che non vi sia monte o pianura senza convento, monastero o collegio, nei quali nulla mancò mai del necessario » (396). Una massima da lui ripetuta era questa: « Io non temo che ci manchi la Provvidenza, qualunque numero di giovani accetteremo gratuitamente, o per dispendiose che siano le opere nelle quali ci slanciamo all´utilità del prossimo: ma la Provvidenza ci mancherà quel giorno in cui si sciuperanno denari in cose superflue e non necessarie » (397).

Ricordiamo ancora la tenerezza con la quale Don Bosco dopo aver innalzato a Dio, spesse volte in unione dei suoi giovinetti, preghiere e . suppliche confidenti, ringraziava la Provvidenza che, in modo anche straordinario e insperato, veniva in soccorso delle sue strettezze. Allora specialmente si vedeva, in tutta la sua grandezza, l´uomo di Dio, staccato da tutto e ricco soltanto della sua fede. Un giorno Don Rua e Don Lazzero erano intorno a Don Bosco e con lui studiavano il modo di pagare un urgentissimo debito di ventimila lire: le angustie erano grandi e le finanze esauste. Mentre si discuteva, Don Bosco apriva una busta e leggeva una lettera nella quale un signore gli offriva esattamente .ventimila lire per un´opera di beneficenza (398).

« Queste cose, diceva egli, sono di ogni momento; eppure i posteri non le vorranno credere e le porranno tra le favole ». Ah no, buon Padre, i tuoi figli le credono queste cose: essi non le giudicheranno mai favole, perchè ogni giorno essi pure sperimentano che il braccio della Divina Provvidenza non s´è accorciato; anzi, dovunque esiste una casa salesiana, scendono, quasi divina risposta alle suppliche confidenti, ogni dì più copiose le benedizioni celesti!
Altra volta, nell´agosto del 1884, Don Bosco, col chierico Viglietti, era ospite del Vescovo di Pinerolo. Stavano seduti su di un muricciuolo, quando gli vennero consegnate due lettere. Don Bosco le lesse e poi proruppe in pianto. Viglietti spaventato gliene chiede la ragione. « La Madonna ci vuole bene » risponde Don Bosco e gli porge i due fogli. Nell´uno gli si chiedeva la restituzione di trentamila lire che un signore aveva dato in prestito: nell´altro una nobile signora del Belgio gli domandava in qual modo potesse impiegare a gloria di Dio trentamila lire.

In un lungo discorso fatto nel 1876 ai Salesiani, radunati per le conferenze, diceva: « Noi siamo soliti ad alzare gli occhi in su e confidare nella Provvidenza, e la Provvidenza non ci manca. Per il passato fummo assistiti dalla Provvidenza, e speriamo che ci assisterà per l´avvenire. Nelle condizioni in cui ci troviamo oggi, noi ci siamo già trovati molte altre volte; anzi, possiamo dire che questa è la nostra condizione permanente. Ci mancò mai la Provvidenza? Neppure ora ci mancherà. Quando è che ci mancherebbe la Provvidenza? In un caso! Quando noi ce ne rendessimo indegni; quando si sprecasse il danaro; quando si affievolisse lo spirito di povertà: qualora cioè le cose cominciassero a procedere male, non seguendo noi gli obblighi impostici dalla nostra vocazione » (399).

Tutto quel discorso fu un inno di ringraziamento alla Provvidenza per la protezione accordata all´umile nostra Congregazione ed una esortazione a vivere in perfetta povertà, ed a pregare per meritarci sempre le benedizioni di Dio. Voglia il Cielo che Si possa in ogni tempo ripetere dell´umile nostra Società ciò che Don Bosco, con l´animo ricolmo di gioia, diceva in quel giorno: « Finchè io vedrò ciò che ora vedo, che si fanno sacrifici da ogni parte e sforzi per economizzare in ogni maniera e che il lavoro è disinteressato, no, statene certi, la Provvidenza non ci mancherà mai. Non abbiate alcun timore: le nostre sorti le abbiamo lasciate in mano di Dio, e tutte furono condotte al termine sospirato » (400).

Parole che sono l´eco di quelle di Gesù quando diceva: Non vogliate affannarvi pel cibo, pel vestito e per le cose del corpo: il mio Padre sa bene che voi abbisognate di tutto ciò, e nulla vi lascerà/ mancare (401). Bossuet commentando questo passo del Vangelo fa osservare che Iddio promette di sovvenire ai bisogni, non già alle superfluità e ricercatezze: mantiene la vita, non il lusso.

Dice il Profeta che l´occhio di Dio si posa con particolare compiacenza sul povero e ne accoglie benevolmente le suppliche. « Le mie armi, scriveva S. Bernardo, sono le preghiera dei miei poveri, vale a dire dei miei religiosi che professano e praticano la povertà. La potente fortezza che sarebbe in altro modo inespugnabile deve assolutamente cedere ai colpi delle potenti mie macchine. Gesù che tanto ha amato la povertà, egli, il Padre dei poveri, non può non ascoltare le preghiere dei poveri » (402). E non vi pare, figliuoli carissimi, che proprio in ciò debba ricercarsi la causa dello straordinario sviluppo dell´umile nostra Società? Quante preghiere uscirono dal cuore di Don Bosco sempre più povero quanto più crescevano le sue opere! Quante suppliche s´innalzarono al Cielo dal cuore di Don Rua e di tanti e tanti Salesiani che praticarono la povertà, direi quasi in modo .eroico! Quanti gemiti e sospiri di preghiera, uscirono dai cuori innocenti di migliaia e migliaia di nostri orfanelli che strapparono a Dio grazie senza limiti! No, no, Iddio non ha mai negato nulla ai Salesiani poveri: Egli ha loro concesso con larghezza infinita quanto chiedevano con la preghiera. Posso dunque io pure con la fiducia e nel nome di Don Bosco Santo rassicurarvi e dire: Se ci manterremo poveri, le nostre preghiere saranno sempre esaudite.

80. - LA POVERTÀ E LE RICCHEZZE DEL CIELO
Leggiamo nel Vangelo che S. Pietro, vedendo, alla porta. del Tempio, lo storpio che gli chiedeva un´elemosina: Fissaci in volto, gli disse, io non ho oro nè argento, ma ti dò ciò che posseggo: orsù nel nome di Gesù Cristo Nazzareno alzati e cammina.
Badate, commenta qui S. Agostino, all´ordine di queste parole. Non sarebbe stato necessario che l´Apostolo avesse fatto professione di povertà, quand´era sul punto di elargire le ricchezze dei favori celesti, se egli non avesse inteso con ciò fare l´elogio della povertà. Ecco perchè il dispensatore dei divini carismi dichiara anzitutto di essere spoglio di beni terreni. Ë questo il motivo per cui, chi si è spogliato di tutto, può dispensare favori. Non v´è nulla di più ricco di questa povertà » (403). Per ciò l´Apostolo potè dire: Non abbiamo nulla, eppure possediamo tutto (404).

Non si farebbe una giusta idea della Provvidenza nella distribuzione del bene e del male, chi pensasse che tutti i beni sono per i privilegiati della fortuna, pei ricchi; e all´incontro tutti i mali, pei poveri e derelitti. No, l´equilibrio è ben diverso. E poi le ricchezze, come abbiamo visto, trascinano seco un´interminabile catena di servitù, d´impotenze, di dolori: mentre la poveri à trova e miete vere ricchezze proprio in quel campo stesso, che agli occhi del mondo appare più desolato e nudo. E ciò avviene, dice Bossuet, perchè Gesù povero gode di unirsi ai poveri, riservando loro i suoi favori: nei poveri infatti e in coloro che soffrono gli effetti della povertà, risiede la maestà del suo regno spirituale. È vero, la corona del Divino Monarca è di spine, e gli splendori ch´essa irradia sono afflizioni e sofferenze. Ma, dal giorno in cui il Re della gloria ha sposata e nobilitata la povertà, i poveri godono dell´abbondanza delle sue. benedizioni. I religiosi poveri non basta guardarli con gli occhi della carne, ma bisogna considerarli con quelli dello spirito. Chi li osserva con gli occhi corporali, non scorge in essi che bassezza, e li disprezza: chi invece li contempla con l´occhio dell´intelletto illuminato dalla fede, ritrova in essi lo stesso Gesù Cristo, ed allora li considera ed ama come rappresentanti della sua povertà, cittadini del suo Regno, eredi delle sue promesse, distributori delle sue grazie, veri figli della sua Chiesa, membra elette del suo corpo mistico.

È tutta qui la radice e la fonte delle celesti ricchezze dei poveri di Gesù Cristo.

81. - IL CENTUPLO
Il nostro Santo Fondatore ci esorta a non darci al Signore per le cose miserabili della terra. « Ognuno deve entrare in religione guidato unicamente dal pensiero di assicurare la sua eterna salvezza. Tuttavia, egli aggiunge, possiamo anche essere . tranquilli, che, in questa benedetta fortezza, Iddio provvederà a quanto è necessario per la vita temporale. Nelle corporazioni religiose ogni individuo è membro di una grande famiglia, che ha per capo Gesù Cristo, rappresentato nella persona del Superiore. Non datevi pensiero, egli dice, di quanto è mestieri per mangiare, per bere o vestirvi. Siate soltanto solleciti del regno dei Cieli e delle opere che a questo conducono, e poi lasciate al Padre Celeste la cura di tutte le altre cose. Di fatto nella stessa nostra Congregazione, che non ha possedimento alcuno,. ci è forse mancata cosa necessaria alla vita (405)2 E non solo il nostro, ma tutti gli Istituti religiosi, tutte le Congregazioni ecclesiastiche, e segnatamente gli Ordini Mendicanti, ebbero sempre a provare gli amorosi tratti della Divina Provvidenza » (406). Fin qui il nostro Padre. Dunque se talvolta in qualche casa religiosa non si avverarono le divine promesse, rintracciandone le cause, bisognerà riconoscere che da parte dei religiosi si venne meno alla professione di povertà. Iddio promette a coloro che cercano prima il regno di Dio e la sua giustizia: e solo ad essi dà il soprappiù di t4utte le altre cose (407).

Con quale slancio di riconoscenza dovremmo fare nostri i sentimenti del nostro Padre, quando scriveva: « Con l´aiuto di questa amorosa Provvidenza abbiamo potuto fondare chiese e case, fornirle di suppellettili, e provvedere agli allievi che entro vi sono. Parecchi fecero i loro studi, altri appresero quell´arte o mestiere che loro conveniva, e tutto ciò senza che sia mai mancata cosa alcuna per alloggiarci, vestirci, nutrirci, sia in tempo di sanità, sia nei casi di malattia » (408). Effettivamente noi abbiamo esperimentato di aver lasciato una casa e di averne acquistate mille, di aver abbandonato un fratello e di averne migliaia e migliaia. Nel caso di malattia abbiamo avuto, non un luogo, ma molti, ove cambiar aria e trovare la più confacente per noi: di pianura, di montagna, o di mare; cose tutte che stando nel mondo non avremmo potuto avere neppure presso i nostri più cari (409).

« Non crediate, diceva S. Bernardo ai ricchi del suo secolo, non crediate che i poveri siano destinati solo a possedere i beni celesti. No, essi possederanno anche le cose della terra, e non come mendicanti o miserabili, ma come veri signori; anzi saranno tanto più signori quanto meno cupidigia avranno in cuore. Anche il mondo delle ricchezze è riservato ai servi fedeli; e non una parte, ma tutto intero quel mondo, perchè i veri poveri, di tutto si servono a loro santificazione » (410). « Essi lasciarono poche cose che forse davano loro fastidio, e acquistarono il mondo intero senza fastidi » (411).

Ma, come dice giustamente il Santo, noi non dobbiamo cercare il centuplo solo nella benedizione di Esaù, e cioè nell´adiposità della terra, ma bensì e soprattutto nella rugiada del Cielo che scende a nostro refrigerio durante i calori e nelle asprezze del pellegrinaggio. È vero, Iddio ci darà anche il soprappiù, vale a dire una vita senza preoccupazioni pel sostentamento giornaliero, un porto che ci metta al sicuro dalle burrasche del secolo; ma noi non vogliamo essere trattati alla stregua degli Israeliti mercenari e terreni, le cui ricchezze non erano che l´ombra e la figura di quelle eccelse con cui Dio avrebbe ricolmi i suoi prediletti, prescelti fino dall´origine del mondo, i religiosi. Il centuplo più desiderato e apprezzato è l´eccellenza del nostro sugli altri stati, la ricchezza dei doni celesti, il nostro titolo nobiliare di domestici e figli di Dio, la prerogativa dell´anima nostra di essere stata prescelta a sposa di Gesù. E poi la libertà di spirito, l´indipendenza dalla schiavitù del mondo, la separazione dagli scandali del secolo, la facilità dell´eterna salvezza, la morale impossibilità di perderci. Il centuplo è la pace della coscienza, la gioia di vederci sulla via che conduce al Cielo, la dolcezza di compartire colle anime elette la sicurezza e il riposo della vita ritirata, il fervore dell´emulazione, l´aiuto dei buoni esempi, la pienezza delle gioie superne che l´anima, separata da tutto e intimamente unita a Dio, assapora con non interrotto godimento. Sì, anche noi religiosi possiamo con ragione ripetere le parole del profeta: Abbiamo provato immenso. diletto, o Signore, nel percorrere le tue vie, e ci sentiamo inebriati di delizie (412).

Le stesse croci che pei mondani sono catene di schiavitù, non giovevoli alla salute eterna perchè mal tollerate, sono invece per l´anima religiosa smeraldi preziosi che un giorno si cambieranno in gemme dell´eterna corona.

Il centuplo è ancora il delizioso disgusto delle cose terrene, mille volte più dolce di tutte le mondane delizie, e che rende facile e soave il distacco da tutto, stringendoci più interamente a Dio. Ah! il Signore ha veramente pagato coi tesori della sua onnipotenza i nostri piccoli sacrifizi. « Le vostre parole, o Signore, diremo anche noi col linguaggio e i sentimenti dei Santi, sono veramente luce e forza di verità ». Voi ci avete promesso il centuplo e noi lo pregustiamo in mille e mille modi, dal giorno in cui ebbimo la sorte di entrare nell´amata nostra Congregazione. Nulla può paragonarsi alla gioia che c´innonda quando pensiamo che noi siamo le vittime fortunate, prescelte dal vostro amore di preferenza e gradite al Cuore vostro: Il mondo ci crede infelici; egli vede le croci, ma non vede il balsamo che da esse emana (413): egli ignora la bellezza e la forza di queste parole di Tertulliano: « Su questa terra, dopo la caduta, la vita di sacrificio è la felicità dell´uomo » (414).

« A chi aspetta il regno de´ Cieli, dice Vito Fornari, sono infinitamente piccoli i dolori di quaggiù. La vita stessa di quaggiù, tutta la nostra vita presente, e tutta questa terra, e tutto ciò che empie questa vita e questa terra, beni e mali, tutto s´impiccolisce infinitamente, a confronto del regno rivelato da Cristo. Ci ha questa rivelazione trasformato il mondo morale e mutato radicalmente i giudizi sulla vita, sulla virtù, sulla giustizia, sul bene, sul male... La Promessa del regno di Dio ai poveri è tutta un´etica, tutta una teologia, tutta una filosofia. Questa promessa verifica le innate, invincibili: immense aspirazioni del cuore umano; giustifica la Provvidenza, concilia le contraddizioni della storia; dilegua lo scandalo della disparità delle fortune, della prosperità dei tristi, delle tribulazioni dei buoni; dilata in infinito il concetto di Dio, della grandezza e felicità dell´universo e dell´uomo. È così bella questa parola di Gesù Cristo, e ne sgorga tanta abbondanza di luce; e tanta consolazione, e vi si legge dentro così scolpitamente la giustizia di Dio, che l´intelletto è necessitato a credere la vita avvenire, come si credono le cose che si vedono presentemente e si toccano. Similmente la parola di Cristo promettitrice del regno di Dio ai poveri, ci spiega di un tratto l´intrigo della vita presente, e ci fa quasi toccare con mano la verità della vita futura » (415).

È vero, il religioso si è spogliato del peso ingombrante delle ambizioni e cupidigie terrene, ma in quella vece gode quei beni che sono veramente utili a rendere gioconda la vita, moltiplicandone le opere sante. Si è spogliato di ciò che è falso per rivestirsi degli splendori del vero, acquistando così la vera libertà della mente e del cuore; non più ansietà mortali, opprimenti avidità, ridicole e terrificanti paure. La passione è sempre crudele e lacerante; non si sazia la sua, sete neppure con le acque dell´oceano; ma Iddio ripaga largamente il religioso che si sforza di sradicarla dal suo cuore. Anzi Iddio stesso e gli uomini gli tributano onori, allora stesso ch´egli cerca l´umiliazione. Libero della terra egli la calpesta e soggioga con la potenza dell´Altissimo; è un dominatore; potranno piegare il suo corpo, mai il suo spirito. Le anime sono attirate e avvinte dal fascino potente della sua vita di povertà e di distacco.

Nelle persecuzioni e nelle prove è mirabile la forza della. sua resistenza. Passano le dinastie, crollano i troni, s´infrangono gli scettri, si spezzano le spade dei persecutori; egli rimane. La. persecuzione lo tempra, l´esilio ne estende i dominii, la morte lo mette in possesso di una vita senza termine. È questa la storia di oggi e di tutti i tempi, è la storia della tragica agonia dei. nostri eroici martiri della Spagna, il cui sangue già s´irradia di consolanti conquiste; è la storia dei secoli. « Se la terra, dice ancora il Fornari, è contaminata così spesso di umano sangue, se tanti odii fanno misera e, debole la vita sociale della nostra specie, se il nostro cammino verso l´alta mèta a cui tendiamo -in comune ha tanti intoppi e tante cadute, la causa è che non. comprendiamo abbastanza la parola di Cristo. Chi oggi sapesse ricordare alle turbe, poveri e ricchi, quella sola parola di Cristo Beati i poveri, e la facesse penetrare nel cuore, colui salverebbe l´Europa ,e il mondo dalle calamità che minacciano ´una memoria infame al nostro secolo. Gran fatto che una parola detta ,diciannove secoli addietro, a una mano di genti oscure, in un angolo della terra quasi ignoto, quella parola sia oggi, dopo tanta mutazione di cose umane, la più opportuna, la più nuova, la più fruttuosa che si possa predicare nelle piazze e> nei palagi, in ogni angolo della terra. Gesù Cristo è una sapienza sempre, nuova; il che vuol dire eterna » (416).

Il religioso poi del suo centuplo rende felice il prossimo: la povertà è sempre benefica. Non solo con le sue mortificazioni, penitenze e preghiere che si riversano sulla società come pioggia benefica; ma coi risparmi delle sue privazioni nel vitto e nel vestito, la povertà del religioso vola in soccorso degli indigenti, a consolazione degli afflitti, a rifugio dei sofferenti, a redenzione degli orfani. Le vittime degli umani naufragi ritrovano asilo e ristoro sotto le sue ali. Nelle case religiose, povere e nude, trovano il vero porto di speranza e di pace i relitti delle passioni e del vizio. Ciò che troppe volte invano si cerca nei sontuosi palazzi dei ricchi viene prodigato ad usura nelle umili cellette del religioso povero (417).

In tal guisa le divine larghezze del centuplo, concesse a chi tutto abbandona per aspirare unicamente al regno dei Cieli, si effondono, non solo a conforto e premio del religioso, ma a sollievo dell´umanità. La povertà non è solo lo scudo della vocazione dei soci, il muro di difesa della Congregazione, il castello inespugnabile ove si è al riparo dagli attacchi del mondo e della carne, ma anche una sorgente perenne di benefizi pel mondo. I religiosi infatti, con l´esempio di una vita povera e mortificata invitano e stimolano i mondani a staccare gli occhi dalla terra per innalzarli al Cielo: essi predicano il distacco e conseguentemente la carità, il benessere e la pace. È fuori di dubbio, scrive Mons. Gay, che se tra gli uomini regnasse la povertà di spirito, ed un cristiano distacco dalle cose, si stabilirebbe senz´altro una dolce fratellanza, una pace duratura, e la terra diventerebbe il vestibolo del Cielo.

82. - LE BENEDIZIONI CELESTI
Per renderci conto dell´ampiezza e soavità di queste benedizioni basterebbe ricordare le tenere e magnifiche espressioni della Sacra Scrittura a benedizione del povero. « O Signore, dice il Profeta, il povero fu a te affidato (418), e noi sappiamo che se egli chiederà aiuto, tu lo esaudirai (419). Sappiamo ancora che l´orazione del povero sale al Cielo, e che Iddio si fa il suo rifugio » (420). « Il Signore non solo ha i suoi occhi rivolti al povero, ma lo libera dalla mano del potente, lo conforta nelle sue angustie, e lo solleva anche se giacesse nella mota e nero sterco (421). Gioite adunque, o poveri, alla vista di queste, cose (422); abbiate fiducia: i vostri desideri saranno esauditi (423), difese le vostre cause e protetti i vostri diritti (424). Basta che voi cerchiate davvero il Signore, e vivrà di .lui l´anima vostra » (425). Vi conforti ancora pensare. che Iddio tiene esatto conto delle fatiche e sofferenze dei poveri per ricompensarle (426), che li libera nelle loro strettezze (427). Anche se fossero giunti all´estremo, Egli non li dimenticherà (428), anzi allora soprattutto li innonderà di dolcezza (429).

Nel Vangelo poi le predilezioni di Gesù per i poveri sono una delle più soavi dimostrazioni del suo amore. Al leggerne le confortanti espressioni chi di noi non si sente portato a pensare all´umile nostra Società? Quante benedizioni non sono discese. su di essa dall´inizio fino ad oggi! Se poi pensiamo alla particolare benedizione di aver potuto accogliere ed educare tanti or-fanelli e sostenere vocazioni in numero veramente straordinario, noi dobbiamo sentirci profondamente commossi e spinti a sentimenti di mai interrotta gratitudine. Scno queste certamente le benedizioni più soavi della povertà, perchè ci mettono in grado di estendere sempre più il campo del nostro apostolato, ele conquiste delle anime. Pensando a queste cose noi dobbiamo sentirci stimolati a praticare la povertà di spirito con esemplarità ancor maggiore, non solo per allontanare da noi la tremenda minaccia del nostro Padre allorchè disse: Quando cominceranno tra noi le comodità e le agiatezze, la nostra Società ha compiuto il, suo corso, ma anche per attirare su di essa benedizioni ognora più abbondanti.

83. - LA POVERTÀ E IL MARTIRIO
Il. nostro Santo Fondatore nel Proemio delle Costituzioni ci. ricorda che i Santi e i Dottori hanno paragonato la vita religiosa. al martirio. Certo, fra le grazie che Dio concede agli uomini, quella del martirio è una delle più insigni. Il martire infatti, immolando tutto se stesso a Dio, non ha .più nulla che gl´impedisca di unirsi a lui per goderlo eternamente. Egli poi è l´imitatore più perfetto di Gesù, condividendone i patimenti e la morte: anzi possiamo dire che il più sublime trionfo di Gesù Cristo culmini nei patimenti dei martiri. Il martire chiude gli occhi alla terra per aprirli al Cielo: incontra la morte per conquistare l´immortalità; perde il mondo, ma guadagna il Cielo. Noi restiamo ammirati . e santamente fieri della nostra, fede, quando ricordiamo il martirio degli Apostoli, di milioni di atleti di Cristo d´ogni età e condizione, dal novantenne S. Policarpo a S. Agnese e a S. Tarcisio; il martirio di S. Vincenzo, S. Lorenzo, S. Agata, che, tra i più atroci tormenti, su gli eculei, sulle graticole infuocate o triturati tra le sevizie più ignominiose e strazianti,. si mantenevano calmi e sereni, anzi gioivano, cantando l´inno del ringraziamento a Dio, e per amor suo invocando dai tiranni e carnefici più laceranti torture. « Il trionfo dei trionfi di Dio è precisamente questa gioia tra i supplizi, dico S. Gerolamo; essa dal Cuore di Cristo si riversava nei loro cuori, era un saggio anticipato del Paradiso ». « Il sangue dei Martiri, proclamava Tertulliano in faccia ai persecutori, è feconda semente: più la vostra falce miete, più il numero dei cristiani si accresce » (430). Non rare volte poi i peccatori stessi erano trasformati in apostoli, i lupi in agnelli, i persecutori in campioni della fede.

Ora di queste eccelse benemerenze dei martiri, della grandezza della loro fede, dell´eroicità dei loro sacrifici, della fecondità del loro sangue, partecipano i religiosi che fanno professione e vita di povertà.

S. Bernardo, commentando le parole del Profeta: Beato colui che non corre dietro l´oro, nè mette la sua fiducia nei tesori del danaro: chi è costui e gli tributeremo le nostre lodi, perchè egli veramente ha fatto cose mirabili nella sua vita (431) scrisse queste consolanti considerazioni: « Qual cosa è più mirabile e quale più insigne martirio di quello che pratica il religioso? Egli si assoggetta alla fame tra l´abbondanza delle vivande; soffre il freddo circondato dalle vesti preziose e svariate; vive oppresso dalla povertà tra quelle stesse ricchezze che il mondo offre, il superbo ostenta, il nostro appetito anela! Ah! in verità merita eli essere coronato chi sappia , lottare così strenuamente, sprezzando le fallaci promesse del secolo, allontanando il demonio provocatore e, ciò che maggiormente è glorioso, trionfando di se stesso col resistere agli allettamenti e al terribile prurito della concupiscenza ».

Rallegriamoci pertanto, figliuoli carissimi, ed ´esultiamo, perchè è veramente copiosa la mercede nostra nei Cieli. Ecco che dalla bocca di Dio, in cui sono ascosi tutti i tesori della scienza e della sapienza, è uscita la confortante sentenza: ha parlato la stessa verità che non può ingannarsi nè ingannare: Beati i poveri di spirito, perchè di essi è il regno dei Cieli.
Quando poi il peso della povertà si faccia sentire, quando le privazioni e i sacrifici nel vitto e nel vestito peseranno sul nostro spirito; quando il tiranno, prendendo le inflessioni della voce delle sirene vorrà allettarci alle comodità e agiatezze, facendoci calpestare le nostre promesse, ricordiamo allora la nobile nostra condizione di martiri. Colla voce e coi sentimenti loro gridiamo ai seduttori, dentro e fuori di noi, che ci sentiamo fieri della nostra povertà, e la vogliamo professare eroicamente fino alla morte. « Coraggio, adunque. Sono momentanei i patimenti della vita presente, ma sono eterni i godimenti della vita futura! Chi patisce con Gesù Cristo sopra la terra, con Gesù Cristo sarà un giorno coronato di gloria in Cielo ».

84. - LA POVERTÀ SCUDO E MURO DI DIFESA
Il nostro Santo Fondatore, dopo aver paragonato le Congregazioni religiose a vere fortezze, dice che i voti e le regole sono come i parapetti e i forti avanzati che le difendono. Di questi muri o bastioni di difesa la povertà è uno dei più potenti e agguerriti. Il pensiero di Don Bosco fu quello pure dei Santi e particolarmente dei fondatori di famiglie religiose. S. Ignazio vuole che la povertà, saldo muro della religione, sia amata e conservata in tutta la sua integrità. Santa Teresa esorta le sue Carmelitane ad amare intensamente la povertà, per mezzo della `quale sarebbe regnato il buono spirito e mantenuta la.. regolarità.

S. Vincenzo de´ Paoli, fin dagli inizi della sua Congregazione, vuole che i suoi membri, pur non essendo più . di tre o quattro, facciano a Montmartre, solenne promessa di fedeltà nell´osservanza della povertà. Questa virtù, egli diceva, è il fondamento della nostra Congregazione. Anche il nostro Padre ripeteva frequentemente che la stabilità e lo sviluppo della Congregazione dipende soprattutto dalla povertà ben praticata, e che se venisse a crollare questo muro di difesa crollerebbe pure frantumata in macerie la fortezza. « Guai al missionario, diceva S. Vincenzo, che vorrà affezionarsi ai beni perituri di questa vita, perchè egli resterà avvinghiato e punto da coteste spine, allacciato in cotesti legami. E se tale sventura cogliesse la Compagnia,, che diverrebbe la nostra vita 2 Si direbbe forse: Noi abbiamo tante mila lire di rendita, ci conviene dunque stare in riposo. Perchè correre per i villaggi? perchè tanto lavoro? Lasciamo stare i poveri delle campagne; i loro ne abbiano cura, se lo crederanno bene; quanto a noi viviamo quietamente, senza darci tanta pena. Ecco come l´oziosità terrà dietro allo spirito di avarizia: non ci si occuperà più che di conservare e accrescere i propri beni temporali, e di cercare le proprie soddisfazioni. Allora si potrà dire addio a tutti ´gli esercizi della Missione, anzi alla Missione stessa; giacche non ve ne sarà più. Basterà leggere le storie e si troverà un´infinità di esempi, che faranno vedere che le ricchezze e l´abbondanza dei beni temporali hanno cagionato la perdita, non solo di molti individui ecclesiastici, ma anche di comunità e di Ordini interi, per non essere stati fedeli al loro primitivo spirito di povertà » (432).

E si avverta che al rilassamento si arriva insensibilmente e quasi scendendo tanti piccoli gradini. Gli individui cadono prima in piccole infrazioni; e frattanto i bisogni che essi vanno creandosi, poco a poco aumentano. Certe cose, a cui sul principio non si pensava, -diventano necessarie, indispensabili; sicchè i Superiori vengono a trovarsi nella triste alternativa o di cedere, o di dar luogo a malcontenti, lagnanze, mormorazioni. E così passo passo si arriva al punto in cui, abbandonato lo spirito del Fondatole e gli esempi dei Maggiori, si piomba nella rilassatezza e si corre allo sfacelo.

Queste considerazioni ci richiamano alla mente l´amabile figura di Mamma Margherita, la donna forte, che trema al pensiero che il suo caro Giovanni, vicino al Sacerdozio, possa diventare ricco, e grida: Sventura! Tremenda e incalcolabile sventura invero sarebbe il vedere crollare dalle fondamenta quest´edificio della Società Salesiana che costò al nostro Padre tanti sacrifici e così dure fatiche. Sventura il veder seccarsi le fonti delle benedizioni che hanno le, loro pollo più abbondanti nelle profondità della povertà religiosa. Sventura il veder ridotte e abbandonate per sempre le Missioni, che solo danno frutti ove sia in fiore la povertà. Sventura il veder deserti di giovanetti orfani e derelitti i nostri Ospizi che sono il più ricco tesoro della Congregazione, le basi solide, della sua stabilità, quelli che attirano sulla nostra Società le benedizioni da Dio promesse ai poveri.

Permettete, figliuoli carissimi, ch´io ricordi, a nostra edificazione e stimolo, che l´amore di Mamma Margherita per la povertà non era di sole parole. Quando Don Bosco, per riguardo alla scossa salute dei suoi figliuoli dell´Oratorio, si credette in dovere di migliorarne il vitto, la buona Mamma non potè rassegnarsi al nuovo trattamento. Essa continuò a cibarsi allegramente di polenta fredda e di ortaggi conditi con un po´ di sale dicendo con sincera umiltà: — Non sempre i poveri hanno ciò ch´io posso avere; in loro confronto io sono una signora. — Che dire poi del vestito? Ricordiamo con commossa ammirazione il singolare dialoghetto: ,— Mamma, diceva Don Bosco: per carità, provvedetevi un´altra veste: sono  già tanti anni.

che portate la stessa. E non ti pare che vada ancora bene?, — essa rispondeva. — Vi dico che non è più decente. — Ma. come si fa a comperare una veste, se non abbiamo soldi?
Don Bosco allora le dava l´occorrente; ma la veste era sempre la stessa. — Mamma, e la veste ´nuova? — Hai ragione: ma come faccio se non ho più un soldo? — E quelli che vi ho dati? — Oh, a quest´ora! ... Ho comprato sale, verdura,... poi ho visto un giovane senza scarpe... — E così si era sempre da capo. Un giorno, le fu dato in regalo una mantelletta di seta. — Io, po-i vera contadina, vestirmi di seta? Non voglio mica farmi ridere ° dietro! E ne tagliò dei giubbetti pei ragazzi.

A quest´eccelsa scuola imparò Don Bosco la pratica della povertà. A questa stessa scuola dobbiamo impararla pure noi. Nel corso di questa trattazione mi! proposi appunto di ricordar-, vene le sublimi lezioni. Ora, mentre mi sento alleggerito di una grave responsabilità, vi scongiuro ancora una volta, in nome di. Don Bosco e per l´amore che portate alla Congregazione, di praticare e ´rimettere in fiore ove occorresse questa virtù, alla cui osservanza è legata l´esistenza stessa della nostra Società. Coraggio, .figliuoli carissimi., vi ripeterò io pure con Sant´Agostino: se, dopo aver meditato queste pagine, le tradurrete in pratica, avrete da Dio un premio eterno. Che se alcuno non volesse tenerne conto, pensi che corre pericolo di attirarsi castighi eterni. Io però ho ferma fiducia che persino coloro, che si fossero momentaneamente assopiti nella tiepidezza, torneranno gagliardamente al fervore dell´osservanza, procurando a me una grande gioia e a se stessi la sicurezza di raggiungere il premio eterno (433).

85.. - REVOCA DI PERMESSI O CONCESSIONI
E SANATORIA GENERALE
Qualcuno forse durante la lettura di questo Commento potè rimanere turbato. Provare tristezza di falli commessi, è cosa utile allo spirito. San Paolo scriveva ai Corinti che non si pentiva di averli rattristati, anzi ne godeva « perchè il dolore secondo Dio produce un ravvedimento di cui si è soddisfatti e conduce alla salvezza » (434). I1 turbamento invece che sconvolge e ottenebra, non giova allo spirito: « Nella commozione, dice la Sacra Scrittura, non v´è il Signore » (435). Ora nessuna cosa mi sta tanto a cuore quanto il vedervi sereni e felici nell´unione e nel possesso di Dio.

Desideroso pertanto che, dopo la lettura di questo Commento, tutti senza eccezione possano godere o ritrovare la pace e la giocondità del cuore, dichiaro che:
1° Resta abrogato e nullo qualsiasi permessa riguardante questa materia, dato dai miei Predecessori, dagl´Ispettori o Di- rettori o da altri Superiori: chi abbisognasse di qualche, concessione ne faccia domanda per iscritto al suo Superiore.

2° Intendo liberare .ed ,effettivamente libero e prosciolgo nella forma più ampia e completa tutti i soci da qualsiasi responsabilità di foro esterno contratta in passato verso della nostra Società per negligenze amministrative, sottrazioni, malversazioni di danaro, di oggetti, di beni mobili od immobili in qualsiasi forma o entità.

Dopo ciò vi dirò io pure coll´Apostolo: « Lo stesso Signore della pace dia la pace a voi del continuo in ogni maniera. La grazia del Signor Nostro Gesù Cristo sia con tutti voi » (436).

86. - CONCLUSIONE
L´aspirazione ch´ebbi a manifestarvi all´inizio di questo Commento sulla povertà ha felice compimento oggi che sono giunto alla conclusione.

Eccomi nella tanto cara casetta dei Becchi e precisamente nell´umile stanzetta ov´ebbe i natali il nostro Santo Fondatore. Ringrazio Iddio di avermi concesso che almeno queste ultime pagine portino a voi il profumo di questa mirabile ed eroica povertà di Don Bosco Santo.

Quante emozioni nel contemplare queste mura povere e disadorne, gli ambienti angusti, i primitivi pavimenti, i rozzi soffitti, le rustiche masserizie. Qui si respira in tutta la sua purezza l´aura balsamica e ristoratrice di Betlemme e di Nazareth.

Quando penso che in quest´umile stanzetta aprì gli occhi alla luce quel gigante di santità che avrebbe riempito la terra della fama delle sue virtù ´e della potenza redentrice delle sue opere, tutto un sussulto mi pervade. Da questo colle, stendendo lo sguardo sulla prodigiosa immensità del mondo salesiano, mi sento preso da profonda commozione e copiose affluiscono agli occhi le lagrime di riconoscenza e di gioia.

Io vedo, mentre il cuore è accarezzato da soavissimi ricordi), migliaia di fiorenti Oratori Festivi popolati d´innumeri giovanetti; Scuole Professionali e Agricole ove si fermano alla tecnica e ai sensi di cristiana sapienza robusti operai che porteranno luce e forza di esempio nelle officine e nelle campagne; Collegi da cui sciamano ogni anno falangi di professionisti ad animare di un soffio potente di vita cristiana tutte le gerarchie sociali; Case di Formazione sempre più numerose ed attrezzate, rigogliosi vivai di sacerdoti e di apostoli; Missioni sparse sotto tutti i Cieli, ove, merce l´opera dei Salesiani, ogni giorno la luce della Fede rischiara nuove intelligenze e la , carità infiamma nuovi cuori. Vedo legioni di Figlie di Maria Ausiliatrice prodigarsi in tutti i campi e in ogni luogo per plasmare quelle forti Madri cristiane, che, nel tempio del focolare domestico, dovranno preparare alla Chiesa e alla Patria le nuove generazioni.

Nel silenzio di queste ristrette mura io sento riecheggiare i nomi dei nostri grandi Padri ed Apostoli, Don Rua, Don Albera, Don Rinaldi, il Cardinal Cagliero, Monsignor Lasagna, Monsignor Costamagna, Monsignor Fagnano, Mons. Versiglia, Principe Czartoriski, Don Beltrami, Don Caravario, D. Mertens, la Venerabile Mazzarello e di mille e mille altri che operarono meraviglie di bene nei paesi civili e nelle lontane Missioni. Essi pure baciarono queste mura e portarono il ricordo incancellabile e potentemente efficace della loro umile povertà a tutti i lidi.

Dalle bianche pareti di questa stanza si sprigiona il sussurro delle voci di tanti e tanti figli di Don Bosco´ qui convenuti dalle piaghe più remote a rinfrancare lo spirito alle pure e perennemente feconde sorgenti dell´opera nostra. In questo silenzio solenne giunge ancora al mio orecchio l´eco dei loro sospiri: sento il celeste olezzo delle loro lacrime, e parmi di riudire i generosi loro propositi.

Qui tutto si trasforma: la vita s´imparadisa di spirituali carismi. Don Bosco col suo paterno sorriso, cogli ardori del suo zelo, si sente vicino, si vede, si ascolta. È questa la sua casa: qui riecheggia il suo accento assetato di anime.

« Stendi il tuo sguardo, pare ch´egli  mi dica, e abbraccia l´immensità della terra. Quante regioni ancora avvolte nelle tenebre dell´errore! Quanti cuori che non conoscono i palpiti del vero amare! Dirai ai miei figli che quelle terre sconfinate saranno il campo del loro apostolato, e quelle anime le loro conquiste, se porteranno nel cuore l´umile povertà della mia casa).

D´un tratto al fianco di Don Bosco par di veder profilarsi soave l´immagine di Mamma Margherita. Qui, tra sacrifizi infiniti, sopportati con sereno eroismo, si forgiò l´anima sua forte.

Essa pure accenna a parlare. Con accento accorato vuol ripetere alle generazioni salesiane di tutti i secoli l´estremo ricordo, che morente, lasciava al figlio del suo cuore, a Don Bosco, nel caro Oratorio. « Sta attento... Non cercare nè eleganza, nè splendore nelle opere. Cerca la gloria di Dio, ma abbi per base la povertà di fatto. Hai vari che amano la povertà negli altri, ma non in se stessi. L´insegnamento più efficace è fare ciò che si comanda agli altri. La tua famiglia si conservi nello stato suo proprio, cioè quello della povertà: e ciò farà loro un gran bene » (441).

A questo punto io v´invito a inginocchiarvi con me per promettere alla buona Mamma Margherita e al nostro gran Padre che noi ricorderemo i loro alti insegnamenti, seguiremo i loro esempi, abbracceremo con santo trasporto la povertà, la praticheremo in tutte le manifestazioni della nostra vita, e non ce ne separeremo giammai.

La benedizione di Maria Ausiliatrice ch´io v´imparto da questo sacrario della Povertà Salesiana sia suggello e caparra. della veracità delle nostre promesse.

Figliuoli carissimi, pregate pei
vostro aff.mo in C. J.

Sac. PIETRO RICALDONE.

NOTE

  1. LEMOYNE, Mem. Biogr., vola IX, pag.  702.
  2. « Nec plus habeas quam cum clericus esse coepisti. Natus in paupere domo et in tugurio rusticano, qui dix milio et cibano pane rugientem saturare ventrem poteram nunc similam et niella fastidio ». (S. JERON., ad Nepot.).
  3. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. IX, pag. 702.
  4. Don Bosco, Ciro., pag. 42.
  5. DON RUA, Circ., Pag. 362.
  6. DON RUA, Ciro., pag. 36.7.
  7. Vedi Canone 487.
  8. JOMBA.RT, Revue des Comm. Relig., 1935, pag. 180.
  9. S. Giov. CRis., Hom. VII, Ep. ad Coloss.
  10. S. Giov. CRIS., Hom. XX, Evang. S. Matth.
  11. S. GIOV. CRSS., Hom. X, Ep. ad Philipp.
  12. « Prodiit quasi ex adipe iniljuitas eorum ». (Ps., LXXII, 7). k (13) « Homines seipsos amantes, sino affectione, immites, sine benigni-tate, voluptatum amatores ». (II Tim., III, 2).
  13. Bossuet, Paneg. de S. Frane. d´Ass.
  14. « Periclitatur humilitas in divitiis, castitas in deliciis, pietas in negotiis » (S. BERLA., De mor. et obblig. Epp. o. XXI).
  15. « Divitibus hu,ius praecipe non sublime sapere ». (I Tim., VI, 17).
  16. « Divitiarum morbus, superbia. Accipiamus ergo et hoc: non indecorum est, nec inhonestum, nec inutile, quod Scripturae Sanctae nobis commendare voluerint humiles divites. Nihil enim in divitiis tam timendum est quam superbia. Denique apostolus Paulus hoc admonet Timotheum: Praecipe, inquit, divitibus huius mundi, non superbe sapere. Non enim divitias expavit, sed morbum divitiarum. Morbus autem divitiarum est superbia magna. Nam grandis animus est qui inter divitias isto morbo non tentatus; maior animus divitiis suis, qui eas vincit, non coneupiscendo, sed contemnendo. Magnus ergo dives, qui non se ideo magnum putat quia dives est: qui autem ideo se magnum putat superbus et egenus est; in carne crepat, in corde mendicat; inflatus est, non plenus ». (S. AGOST. in Ps. CXLI, n. 5).
  17. S. AGOST. in Ps. CXLI, n. 5.
  18. Bossuet, Serm. pour la veture de Madame Beauvais.
  19. S. Tomm., Lontra Gentes, III, o. XXXII.
  20. S. AGOST., Serm. LXII, R. 14.
  21. GASQUET, Religio Relig., e. XIII.
  22. « Multi propter pecuniam praecipitati sunt: multi propter pecuniam perierunt » (S. AGOST. in Ps. CXXXI, 25).
  23. « Etiam ista vita, cogitantibus aliam vitam, ista, inquam, vita, inter superflua deputanda est ». (S. AUGUST., LXII, n. 14).
  24. « Aedificationem ex Deo habemus, domum non manufactam, aeternam, in coelis » (II Cor., V, 1).
  25. BOSSUET, Paneg. de S. Frane. d´Ass.
  26. JOMBART, Revue des Comm. Rel., 1935, p. 180 e sega
  27. LEMOVNE, Vita di S. Giov. Bosco, vol. II, pag. 421.
  28. « Quidam sunt pauperes voluntate simul et opere, et tales sunt veri pauperes... Quidam sunt pauperes opere, sed non voluntate, quia nihil habent, sed habere vellent, et tales non sunt veri pauperes, sed potius dicendi sunt divites... Quidam sunt pauperes voluntate, sed non opere, sicut illi qui habent divitias, sed eas non amant, «ed ex eis largas faciunt eleemosynas ». (S. Bou., Serm. de Sanct., Serm. II, De Ss. Ap. Petr. et Pani.).
  29. « Ideo enim dicit pauperes spiritu, ne putemus illos esse beatos quos necessitas et penuria pauperes facit; sed illi sunt vere beati qui lumiliantur in spiritu, et licet divitias habeant, non exaltantur in superbiam ». (S. BONIF. Mogunt Archiep., Serm. IV, De otto Beatit.).
  30. « De quibus pauperibus Veritas loqueretur forte esset ambiguum, si dicens Beati pauperes nihil adderet de intelligenda pauperum qualitate; ,et sufficere videretur ad promerendum regnum coelorum ea sola inopia quam multi sub gravi et dura necessitate patiuntur. Sed cum dicit Beati pauperes, spiritu, ostendit eis regnum coelorum tribuendum quos humilitass commendat animorum magis quam indigentia facultatum ». (S. LEONE, Serm. 95).
  31. « Non simpliciter,´neque confuse beatos pauperes dixit, «ed addidit, pauperes spirito. Nec enim omnis paupertas felix est, quia fit saepe ex necessitate, fit nonnumquarn per pessimos mores, fit etiam ex indignatione divina. Beata ergo paupertas est spiritualis: eorum scilicet hominum, qui spiritu et voluntate pauperes se faciunt propter Deum, renuntiando saeculi bonis, substantiam suam ultro erogando: quos merito beatos appellat, quia pauperes spiritu, quoniaen ipsorum est regnum caetorum: per voluntariam enim paupertatem coelestis regni divitias assequuntur ». (S. CROMAZ., Serm. de .Beatit. ).
  32. « Cum beatitudo sit actus virtutis perfectae, omnes beatitudines ad perfectionem spiritualis vitae pertinent: in qua quidem perfectione principium esse videtur, ut tendens ad perfectam spiritualium bonorum participationem, terrena bona contemnat ». (S. TOMM., Summa Theol. 2a 2ae, quaest. XIX, art. 12, ad 1m).
  33. « Et ideo ex hoc quod aliquis perfette timet Deum, consequene est quod non quaerat magnificari in seipso per superbiam; eque etiam quaerat magnificari in exterioribus bonis, seilicet honoribus et divitiis: quod utrumque pertinet ad paupertatem spiritus » (ibi, c.).
  34. (35), S. ToMM., Summa Theol., 2a 2&e, quaest. CXLIX, art. 2).            ´
  35. S. ToMM., Summa Theol., 2a, 2ae, quaest. CXLIX, art. 1, e.
  36. « Christus retrahit nos a quibusdam, sicut omnino illicitis, quibus- dam vero, sicut ab impedimentis perfectionis, sicut et a divitiis, et aliis huiusmodi » (Summa Theol., 2a 2ae, quaest. CXLIX, art. 3, ad :3um).
  37. « Deceptio divitiarum suffocat verbum ». (MARC., IV, 19).
  38. « Fallacia divitiarum suffocat  verbum ». (MATTH., XIII, 22).
  39. « Aurum, animarum laqueus, mortis hamus, peccati ill.ecebra»
  40. (S. -IOANN., CHRIS., Hom. de Avar.).  .
  41. « Divitiae vitii sunt ministrae ». (S. Basil., in Ps.).
  42. « Divitiae, omnium vitiorum arx et metropolis » (S. Grov. CRis., Hom. de Avar. ).
  43. « Qui se existimat stare, videat ne cadat ». (I Cor., X, 12).
  44. NiCOLAS DE DIJON, L´esprit du religieux, t. III, pag. 224.
  45. M. COLLE, Traité des devoir de la vie relig., 1765, I, pag. 140 e seg.
  46. S. Grov. CRIS., Serm. XXVIII.
  47. S. BONAV., Serm. I, Domin. XXII post Pent.
  48. « Haec virtus, scilicet paupertas, iure prima pbnitur, qua non praecedente non valent quae sequuntur: et licet absque sequentibus. perfectum non faciant hominem, tamen promeretur "auxilio divinae gratiae beatitudinem ». (S. ANS., Hom. II in Evang. Match.).
  49. S. BERN., Epist. XXIV.
  50. DON RUA, Circ., pag. 362.           .
  51. « Paupertas hominibus cupidis videtur esse rei multum abominabilis, «ed non in conspectu Dei, quia, etsi secundum apparentiam sit infirma, secundum virtutem tamen est res excelsa et altissima, unde Apostolus di;,it et altissima paupertas eorum abundavit in divitiis simplicitatis eorum... Paupertas igitur facit hominem comparari coelo, quia introducit in regnum coelorum ». (S. BONAV., Serm. de S. Frane., . IV).
  52. « Volo te esse amicum pauperum, magis autem imitatorem. Ille. gradus proficientium est, hic perfectorum. Amicitia .pauperum regum cum constituit; amor paupertatis regem... Vides quia magna dignitas sancta
  53. paupertas sit »! (S. BERN., Epist. 103).
  54. DON RUA, Circ., pag. 362.
  55. « Paupertatem cogitemus, ne forte pauperes vel ipsam capiamus. Concipitur utero feminae virginali, includitur visceribus matris. O paupertas! in angusto diversorio nascitur, involutus infantibus tegumentis in praesepio ponitur, fit cibaria iumentis pauperibus; deinde coeli et terrae Dominus, Creator Angelorum, omnium visibilium et invisibilium effector et conditor sugit, vagit,.nutritur, crescit, tolerat aetatem, occultat maiestatem: postea tenetur, contemnitur, flagellatur, illuditur, conspuitur, colaphizatur, spinis coronatur, ligno suspenditur, lancea perforatur..O paupertas! Ecce caput pauperum quod requiro, cuius pauperis membrum invenimus verum pau‑
  56. - perem e. (S. AGOST., Serm., XIV, C. VII).
  57. MARMION, Le Christ idéal du moine; cfr. X, La pauvreté. . (56) « Et hoc vobis signum: invenietis infantem pannis involutum et positura in praesepio ». (Luo.,: II, 12).
  58. BOSsUET, Serra. poto, le Jour de Noél.
  59. « Si ignobilis, si inglorius, si inhonorabilis, meus erit Christus » (TERT., Acver. Marrrion., Lib. III, n. 17).
  60. í.       (59) A.pud Ciexn., Beole de per f eetion religieuse, pag. 611.
  61. « Audiamus ergo Christum pauperem in nobis, et nobiscum, et propter nos ». (S. AUG., Serm., Ia pars, Ps. CL, 2).
  62. S. AGOST., Serm. ad Fratres in Erem. Serm. XXXIX.
  63. « In carne ambulantes, non secundum carnem militamus ». (II Cor.,X, 3).
  64. « Qui utuntur hoc mundo tamquam non utantur». (I Cor., VII, 31).
  65. « Quoniam propter te mortificamur tota die ». (Ps., XLIII, 22).
  66. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. IX, pag. 701.
  67. « Propter vos egenus factus est cum esset dives, ut illius inopia vos divites essetis ». (II Cor., VIII, 9).
  68. S. AGOST., Serm., 169, 2.
  69. « Aperia-n in parabolis os meum; eructabo abscondita a constitutione mundi ».. (MATTH., XIII, 35).
  70. S. BERN., In adv. Dom., Serm. IV.
  71. MAYNARD, Virtù, dottrina, spirito, di S. Vinc. de´ Paoli, o. XVII.
  72. « Vade, vende quae habes et da pauperibus, veni et sequere me ». (MATTH., XIX, 21).
  73. S. AGOST., Serm. VII, De Temp.
  74. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol.. XV, pag. 602-603.
  75. LEMOYNE, Meni. Biogr., vol. XVIII, pag. 306-307.
  76. (15) « Qui sunt pauperes spiritu? Humiles, trementes verba Dei, confitentes peccata sua, non de suis meritis, neo de sua iustitia praesumentes. Qui pauperes spiritu? Qui, quando faciunt aliquid boni, Deum laudant, quando mali se accusane. Confitentes peccata sua laudabunt nomen tuum; non de temporalibus turgidi, non de propria iustitia in, superbiam dati et inflati, non ipsi »! (S. AGOST., in Ps. LXXIII, 24). « O pauper, esto et tu pauper; pauper, id est humilis. Si enim dives factus est humilis, quanto magis pauper esse debet humilis? Pauper non habet linde infletur, dives habet cum quo luctetur. Audi ergo me. Esto verus pauper, esto pius, esto humilis. Nam si de irta pannosa et ulcerosa paupertate gloriaris qua talis fuit qui ante domum divitis inops iacebat, attendis quia ´pauper fuit, et aliud non attendis. Quid, inqùis, attendo?. Lege Scripturas, et in.venies quod dico. Lazarus pauper fuit; in cuius sinum levatus est, dives fuit ». (S. AGOST., Serm., XIV, 4).
  77. « Quaeramus pauperem... Neo., mirum sit quod admoneo ut quaeramus, quod sic abun dare cernimus et sentimus. Nonne pauperibus piena omnia? Tamen inter omnia quaero pauperem. Ac prius ostendendum est cantati vestrae, id quod putanus, non hoc esse quod quaerimus. Qui enim dicuntur pauperes et sunt, in quos a Deo mandata° eleemosynae fiunt, de quibus fateanur scriptum: Include eleemosynam in corde pauperis et ipsa exorabit pro te Dominum (Eccli., XXIX, 15):: abundat quidem hoc genus hominum; sed altius intelligendus est iste pauper, de quo dictum est: Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est rēgnum coelorum ».: (MATTn., V, 3; S. AGOST., Serm., XIV, 1):
  78. « Aliquando autem, quod non est praétermittèndum diceva, invenis; pauperem superbum,- et divitem humilem, quotidie patinìur tale..;. Ergo
  79. pauper Dei in animo est, non in saeculo... Non attendit Deus facultatem, sed cupiditatem ». (S. AGOST., in Ps., e. XXXI, 26).
  80. « Nam qui volunt divites fieri, incidunt in tentationem, et in laqueum diaboli et desideria multa inutilia, et nociva, quae mergunt homines in interitum et perditionem. Radix enim omnium malorum est cupiditas; quam quidam appetentes erraverunt a fide, - et inseruerunt se doloribus multis ». (I Tim., VI, 9).
  81. « Qui sunt isti qui a fide erraverunt, et inseruerunt se doloribus multis? Qui volunt divites fieri. Modo mihi respondeat ille pannosus: Vi- deamus si non vult dives fieri; videamus et interrogemus eum, si non vult dives fieri; respondeat, non mentiatur. Audio linguam, sed interrogo conscientiam. Dicat si non vult dives fieri. Si autem vult, iam incidit in tentationem, et desideria multa, stulta et noxia. Non enim opes dico, sed desideria. Unde? Quia vult dives fieri. Quid bile? Desideria multa et stulta et noxia, quae mergunt homines in interitum et perditionem. Vides ubi sis? Quid mihi ostentas nullas facnitates, cum ego convincam tantas cupiditates? Iste dives, iam est, non vult fieri ». (S. AGOST., Serm., XIV, 7).
  82. « Altius enim divites, in corde divites, pieni fortitudine, optimi pietate, abundantes caritate, secum sunt divites, interiores sunt divites » (S. AGOST., Serm., XXXIV, 7).
  83. « Sed et illud refert, si forte (quod absit) non quidem divitias, sed. ea ipsa quae paupertatis sunt, raro affectu desideres, aut etiam ardentius qua-n divitias cupiunt homines saeculares? ». (S. BERN., Serm., XXXV, 1).
  84. « Quid non habet pauper, si Deum habet? ». (S. AGOST., Serm, LXXXV, 3).
  85. S. BONAV., Medit. Vit. Chr., o. 21.
  86. S. G-REG. MAGN., Hom. 32, in Evang.
  87. S. ALFONSO, IV, Disc. 8.
  88. MATTH., XIX, 21.
  89. DON RUA, Circ., pag. 367-368.
  90. « Si vis esse perfectus et primum obtinere fastigium dignitatis, fae quod fecerunt Apostoli: vade, vende omnia quae habes, ut nudam crucem sequaris ». (S. GEROL., Ep. 120, alis 150, ad Hedib, o. 1).
  91. « Numquid insaniebat Hieronimus? Neque enim Christus insanivit, ´qui hoc fecit forma et esemplar omnium perfectorum ». (S. BONAV., Seri.. de S. Andr. Ap. ).
  92. Is., XLVIII, 10.
  93. S. BONAV., Serm. de Sanctis; Serm. de S. Frano.
  94. DON RUA, Circ., pag. 369.
  95. Costituz., art. 189.
  96. S. CLEM. ALESS., Ser n. III, .adv.
  97. MAYNARD, op. cit., o. XVTI".
  98. GASTALDI,- Vita di San Giuseppe Ben. Cottolengo.
  99. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. I, pag. 296.
  100. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. IX, pag. 791.
  101. LEMOYNE, Vita di S. Giovanni Bosco, vol. II, pag. 421.
  102. Costituz., Proem io, Povertà.
  103. Costituz., art. 19.
  104. Costituz.," art. 18.
  105. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. IX, pag. 701.
  106. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. IX, 502. Per l´esattezza storica è bene ricordare che questa novità era già stata approvata nelle Regole dei Rosminiani: ma evidentemente coloro che vi movevano obbiezioni la ignoravano. Don Bosco ne fu messo a conoscenza dallo stesso abbate Rosmini a Stresa nel 1850. (LEMÓYNE, Mem. Biogr., vol. IV, pag. 129).
  107. Costituz., art. 33.
  108. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. IX, pag. 702.
  109. Mem. Biogr., vol. VIII, pag. 1064.
  110. DON RUA, Giro., pag. 413.
  111. Dox RUA, Circ. pag. 374.
  112. Dox RUA, Circ., pag. 374.
  113. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XIV, pag. 114.
  114. Dox ALBERA, Circ., pag. 220w
  115. DON RUA, Circ., pag. 153.
  116. Acta Apost. Sedis, vol. V pag. 366.
  117. Ved. Cann. 1385, § 3, 1386.
  118. Acta Apost. Sedis, III, pag. 270, 26 giugno 1911. Analecta Eccl., pag. 245, luglio 1911.. Il Monitore, paga 211.
  119. Acta Apost. Sedis, 1. c.
  120. S. ALF., 1. IV, 18. - SUAREZ, De Relig., tr. VIII, 1. VIII, e. XI, n. 2.
  121. Dox RUA, Circ., pag. 375.
  122. SUAREZ, Tract. VII, 1. VIII, o. XV, n. 4.
  123. Genesi, XXXI, 34.
  124. S. FRANC. DI SALES, Lett. CLXVIII.
  125. Dox ALBERA, Giro., pag. 219.
  126. Dox ALBERA, Circ., pag. 221.
  127. ,« Stet regula, et quod pravum est, corrigatur » (S. AGosT.).
  128. DON ALBERA, Circ. pag. 218.
  129. « Nemo fidenter reprehendit, in quo se esse irreprehensibilem non confidit » (S. BERN., Apol. ad´Guill., e. XI, 27).
  130. Dox ALBERA, Circ. pag. 219.
  131. Dox RUA, Giro., pag. 361-362.
  132. DON RUA, Circ., pag. 512.
  133. Dox RUA, Ciro., pag. 512.
  134. .DON RUA, Circ., pag. 281.
  135. Dox RUA, Circ., pag. 283.
  136. Dox RUA, Circ., pag. 305-306.
  137. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XIII, pag. 275-276.
  138. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XI, pag. 206.
  139. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XI, pag. 206.
  140. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XII, pag. 376.
  141. Vedi Cann. 1161, 1162, 1164.
  142. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XIV, pag. 549.
  143. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XIII, pag. 271.
  144. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XIII, pag. 272. (141) S. BERN., .Epist. ad Fratres de Monte Dei,´1. I, c. XII,; 36.
  145. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XVI, pag. 425.
  146. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XIV, pag. 392.
  147. LEMOYNE, Vita di S. Giovanni Bosco, vola II, pag. 419.
  148. S. BoNAv., Serm. de Temp. in Coena Domini.
  149. CASSIANO, Coli. M. P. L., vol. 49, col. 609.
  150. S. LUCHERIO, M. P. L., 50, col. 842.
  151. BOSSUET, Medit. sur l´Évangile, I, § 82.
  152. S. TERESA, Vita, c. XI.
  153. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XI, pag. 29.
  154. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XII, pag. 52.
  155. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XVIII, pag. 493.
  156. S. GEROL., Reg. Monae., vol. 30, col. 344.
  157. ´(157) S. BERN., Opusc. « Ad quid venisti? » vol. 184, col. 193.
  158. I Tina, VI, 8.
  159. Costituz., Proem., Povertà.
  160. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. V, pag. 683.
  161. « Dominam ancillari et ancillam dominari magna abusio est »` (S. GEROL., Ep. ad Fur.).
  162. « Quidquid ibi pulchrum est non perennat » (S. AGOST., in Ps., CIX).
  163. « Deo dicata membra nulla tibi temeritate usurpes; sciens quod piotati santificata non absque gravi sacrilegio in usus vanitatis, curiositatis, voluptatis, aut eiusmodi saecularis operis assumatur » (S. BERN., in Ps. « Qui habitat », Serm. VIII, 5).
  164. « Quid sit caro doceat ipsa caro: quodquod perhibet moirtua, testetur et viva ». (S. PIER DAM., Epist. 6).
  165. « O homo, si consideres quid per os, quid per nares coeterosque meatus corporis egrediatur, numquam vilius sterquil.inium invenisti? » (S. BERN., Med., c. III).
  166. « Quid fuisti? quid es? quid eris? Quid fuisti? Sperma foetidum. Quid es? Vas stercorum. Quid eris? Esca vermium ». (S. BERN., Form. vita honest. ).
  167. « Quae enim sit carnis substantia, testantur sepulchra » (S. GREG., Mor., I, XVI).
  168. « O homo, si te videres, tibi displiceres et mihi placeres; sed quia te non vides, tibi placea et mini displices ». (S. BERN:, Serm. in Canta).
  169. « In eo autem minus Deum amare convincitur, quod carnis adhuc necessitatibus occupatur. Illa vero circa corpus occupatio quid est, Risi a Deo quaedam absentatio, et absentatio quid, Risi peregrinatio ». (S. BERN., De Praee. et Disp., e. XXI, 61).
  170. « Filii hominum usquequo gravi corde? Ut quid diligitis vanitatem? » (Ps., IV, 3).
  171. « Si ambulavi in vanitate, et festinavit in dolo pes meus ». (Iob, XXXI, 5).
  172. « Fallax gratia et vana est pulchritudo ». (Prov., XXXI, 30).
  173. « Odisti observantes vanitatem supervacue ». (Ps., XXX, 7).
  174. « Vae qui trahitis iniquitatem in funiculis vanitatis » (Isai., V, 18).
  175. « Amas saeculum? absorbebit te » (S. AGOST., in Ps.).
  176. « Receperunt mercedem suain: vani, vanam ». (S. AGOST., De Civ. Dei).
  177. « Mundum diligis et Deum relinquis? Mundum qui diligit, semper est in angustiis ». (S. BERN., Senn. de Miser.).
  178. « Pulchritudinem existima animi ornatum». (S. GREG. NAZ., in iIIeliss., c. LX).
  179. « Pudicitia nil ornamentum quaerit, decus suum ipsa est. Pudicitia est honor corporum, ornamentum morum, vincululn pudoris, fons eastitatis, pax domus, concordiae caput ». (S. CIPR., De bono Pudic.).
  180. « Studiala in ornando corpore internam indicat deformitatem. Impossibile enim est aliquam agere curam animae, et tanti facere corporis pulchritudinem et ornatum ». (S. Giov. CRis., Hom. XXXVII, in Gent.).
  181. « Capillos nec spargat negligentia, vel componat industria » (S. AGOST., Lett., CCXI, 10).
  182. S. AGOST., De Op. Mon., c. XXXI, 39.
  183. Rouzic, La giorn. santif., pag. 106.
  184. Rouzic, La giorn. santif., pag. 105
  185. « Non tanto curaretur corporis cultus nisi prius neglecta fuisset mens insulta virtutibus » (S. BERN., Ad Guill., e. X).
  186. « Oportet viros apud nos unguenta non olere, sed vitae probita- tem ». (S. CLEM. ALESS., Il Pedag., 1. II, c. VIII, 4).
  187. S. CLEM. ALESS., Il Pedag., 1. II, c. VIII, 3, 6, 7, 8.
  188. S. CLEM. ALESS., Il Pedag., 1. II, c. VIII, 3, 6, 7, 8.
  189. « Vae qui trahitis iniquitatem in funiculis vanitatis » (Isai.; V, 18).
  190. S. BENED. ANAN., Concord. Regni., vol. CIII, col. 1244.
  191. e Non potes unum capillum album facere aut nigrum » (MATTa.,V, 36).
  192. S. Giov. Ceus., De discipl., et hab. virg.
  193. Isai., III, 24.
  194. S. Glov. CRIs., Serm. I, De Laz.
  195. « Si non pudet ineptiarum, cur non piget expensarum »? (S. BERN., Ad Guill., c. XII).
  196. S. GEROL., Reg. Monach., c. 21.
  197. « Vaniim cor, vanitatis notam ingerit corpori, et exterior super; fluitas interioris vanitatis indicium est ». (S. BERN., Apol. ad Guill., c. X, 26).
  198. « Mollia indumenta animi mollitiem indicant. Non tanto curaretur corporis cultus, Risi prius neglecta fuisset mens ineulta virtutibus ». (S. BERN., Apol. ad Guill., c. X).
  199. « Quis enim magis impius? Aia profitens impietatam, aia mentiens sanctìtatem? ». (S. BERN., Ap. ad Guill., e. I, 3).
  200. Melior est pellibus involuta humil´itas, quam tunicata superbia ».
  201. (S. BERN., Apol. ad Guill.,. e. I, 3).        ´
  202. Costituz., art. 33.
  203. Costituz., art. 188.
  204. Costituz., art. 197.
  205. Costituz., art. 198.
  206. Costituz., art. 199.
  207. (206): LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. V, pag. 675.
  208. « Quaeritur ad induendum, non quod utilius, sed quod subtilius • inveniatur. Non, quod repellat frigus, sed quod superbire compellat ». (S. BERN., Ap. ad Guill., c. X, 24).
  209. « Non illic arbitror valde curatum fuisse de praetio,, de colore, de cultu vestimentorum ubi tam indefessum inerat studium in concordia inorum, animarum coherentia, profectuque vistutum... Multitudinis creden.tium erat cor unum et anima una ». (S. BERN., Ap. ad Guill., e. X, 24).
  210. « Forma .haec vestium deformitatis mentium et morum indicium est ». (S. BERN., De consider., 1. III, e. V, 20).
  211. « Itaque appetitus vanitatis est contemptus veritatis, contemptus veritatis causa nostrae coecitatis ». (S. BERN., Ep., • XVIII, 1).
  212. . S. PIER DAM., Opusc. XII, De contemptu saec., vol. • 145, col. 257.
  213. « Serica et purpura et tincturarum fucus decorem habent, sed non praebent. Quidquid tale applices corpori, exponit speciem suam; non deponit. Secum benigne tollit; cum tollitur ipsum. Porro decor qui cum veste.indúiti.ir et eum veste deponitur, vestis procul dubio est, non vestiti ». (S. BERN., Ep., CXIII, 4).
  214. S. BERN., Cant. LXX, 12.
  215. S. BERN., Apol. ad Guill., c. XI, 26.
  216. « Gloriantur in re quam vermes gignunt et perdunt ». (S. Giov. CRIS., Hom. ad pop.).
  217. « Hoc ante gestabat ovis et ovis erat » (LAERT.IO, c. VI).
  218. « In vestitu ne glorieris unquam ». (Eccles., XI, 4).
  219. « Nemo quippe vestimenta praetiosa nisi ad inanem gloriain quaerit ». (S. GEROL., Hom. in Ev.).
  220. S. IsID. di Siviglia, Reg. Monach., vol. CIII, col. 566.
  221. BOURDALOUE, Pensées de l´état relig., XVI.
  222. « Clamant nudi, clamant famelici, conqueruntur et dicunt:•nobis crudeliter subtrahitur, quod inaniter expenditis ». (S. BERN., De Off. Epist.,II, 7).
  223. MATTI., XXV, 40.
  224. « Conscientiam tuam perrogabo, quid te prius in toga sentias indutum, anne onustum ». (TERT., De Pallio, n. 5).
  225. « Castigando et castrando saeculo, erudimur a .Domino ». (ibid.).
  226. « Labor et latebrae, et voluntaria paupertas, haec sunt monachorum insignia; haec vitam solent nobilitare monasticam ». (S. BERN., De Off. Episc., e. IX, 37).
  227. -    (226) S. BENEDICTI ANAN. ABB., De Concord. Regular., vol. CIII,. col. 1250.
  228. DON RUA, Cire., pag. 373.
  229. « Habentes alimenta et quibus tegamur his contenti simus ».(I Tim., VI, 8).
  230. Costituz., art. 33.
  231. Regolam., art. 2, 3, 4, 5.
  232. « Non admittit status fidei necessitates ». (TERT., De Coron., n. 11).
  233. « Didicit non respicere vitam, quanto magis victum. Scit famem non minus sibi contemnendam esse propter Deum, quam omne mortis genus ». (TERT., De idolol., n. 12). 
  234. I Tim.´, V, 6.
  235. BOURDALOUE, Serni. Continente.
  236. « Incrassatus, impinguatus, dilatatus... recalcitravit » (Deuter.,XXXII, 15)
  237. « Quorum Deus venter est ». (Phil., III, 19).
  238. « Eo usque emendanda caro a jejuniis, ut et refectionem sibi non tam iucunditati concessam, quam oneri impositam cognoscat ». (S. CASS.).
  239. « Sub obtemptu necessitatis patrocinium agitvoluptatis ». (S. BASIL.).
  240. « Nihil habet homo iumento amplius ». (Eccl., III, 19).
  241. . (240) « His ergo tentationibus liber, certo adhue adversus concupiscentiam manducandi et bibendi... Et qui« est? Quisque est ille, magnus est: magnificet nomen tuum. Ego autem non sum, quia, peccator sum ».(S. AGOST., Conf.).
  242. « Non in commessationibus et ebrietatibus... sed induimini Do‑
  243. minum Iesum Christum ». (Rom., XIII, 13).
  244. « Sobrie et pie vivamus in hoc saeculo ». (TIT., II, 12).
  245. S. CoLOMB. ABB., Reg. Coenob., vol. LXXX, col. 201.
  246. S. GEROL., Reg. Monach., vol. XXX, col. 4334.
  247. « Talis misericordia crudelitatis piena est, qua videlicet ita cor‑
  248. pori servitur, ut anima iuguletur ». (S. BERN., Apol. ad Guill., c. VIII, 16).
  249. « Quae enim caritas est carnera diligere et spiritum negligerei ».
  250. (ibid.).
  251. « Quaeve discretio totum dare corpori, et animae nihil? » (ibid.).
  252. « Nobis autem .est pro victu satietas, nec vestitum appetimus,
  253. sed. ornatum ». (S. BERN., Apoll. ad Guill., c. IX, 23).
  254. « Delicata nimis medicina est, prius alligari, quam vulnerari..., emplastrum adhibere ubi coesura non est ». (S. BERN., Apol. ad Guill.,
    c. IX, 22).
  255. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. VII, pag. 79.
  256. « Ne solliciti sitis quid manducetis ». (MATTn., VI, 25).
  257. « Tanquam nihil habentes et omnia possidentes ». (II Cor., VI, 10).
  258. « Habentes alimenta et quibus tegamur his contenti simus ».(I Tim., VI, 8).
  259. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. IV, pag. 200.
  260. LEMOYNE, Meni. Biogr., vol. IV, pag. 200.
  261. LEMOYNE, Meni. Biogr., vol. IV, pag. 191.
  262. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. IV, pag. 195.
  263. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. IV, pag. 195.
  264. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. IV, pag. 189-190.
  265. « Curiosa cibórum diversitas, coelestis panis ieiunam deserit, mentem ». (S. BERN., Ep. II, 10).
  266. « Frixuris non anima saginatur, sed. caro » (ibid.).
  267. « Palatum delectant, sed libidinem ac.cendunt » (ibid.).
  268. « Quale est hoc ut in tot fluviis, agris, hortis, cellariisve reperiri vix possit quod comedas »? (S. BERN., In Cant., XXIX, 11).
  269. « Parce, obsecro, primum quidem quieti tuae, parce deinde labori ministrantium, parce gravamivi domus, parce conscientiae ». (S. BERN., ibid.).
  270. S. BERN., Apol. ad Guill., c. XII.                                  .
  271. « Fusti epulentur et exúltent in conspectu Dei ». (Ps., LXVII, 4).
  272. « Epulis vestris Christus adsit ». (S. Grov. CRrs.).
  273. « Sanctificatur enim cibus per verbum Dei ». (I Tim., IV, 5).
  274. « Cum acceditis ad mensam, donec ivde surgatis, quod vobis secundurn consuetudinem legitur, sine tumultu et contentionibus audite. Nec solae fauces sumant cibum, sed aures percipiant verbum Dei ». (S. AGOST., Lett., CCXI, 7).
  275. Vedi Fedeltà a Don Bosco Santo, n. 78.
  276. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. I, pag. 371.        "
  277. S. BERN., Ad quid venisti? c. VIII, G
  278. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. IV, 198.
  279. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XII, pag. 563.
  280. S. GEROL., Reg. Monaeh.
  281. « Vinum et simila, mulsum et pinguia corpori militant, non $piritui ». (ibid.).
  282. « Haec infirmantium sunt fomenta, non arma. pugnantium ». (S. BERN., Ep. I, 22).
  283. « Non est enim regnnm Dei esca, et potus ». (Rom.,, XIV, 17).
  284. « Esca ventris et venter escis: Deus autem hunc et has destruet » (I Cor., VI, 13). (280).S. AGOST., De modo bene vivendi, c. XV, 73.
  285. S. AGOST.,. De sobriet., c. I.
  286. S. BERN., M. P. L, vol. CLXXXII, col. 908.
  287. S. BERN., Apol. ad Guill., c. VIII, 16.
  288. S. AGOST., De sobriet. et castit., 1. I, e. 1.
  289. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. IX, pag. 457.
  290. LEMOYNE, Meni. Biogr., vol. XIV, pag. 400.
  291. LEMOYNE, Mem, Biogr., vol. XIV, pag. ´453.
  292. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XIV, pag. 453.
  293. LEMOYNE Mem. Biogr., vol. XVI, pag. 32.
  294. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XVI, pag. 32.
  295. AMADEI, Vita di Don Rua, vol. II, pag. 109.
  296. AMADEI, Vita di Don Rua, vol. II, pag. 109.
  297. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. VII, pag. 286.
  298. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. V, pag. 729.
  299. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. VII, pag. 779.
  300. DoN RUA, Circ., pag. 53.
  301. AMADEI, Vita di Don Rua, vol. II; pag. 11.
  302. DON RUA, Circ., pag. 216.  -
  303. Fedeltà a Don Bosco Santo, n. 51.
  304. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. VI, pag. 593.
  305. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. VI, 1. e.
  306. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. I, pag. 318.
  307. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. V, pag. 17.
  308. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. VII, pag. 834-835.
  309. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. VI, pag. 301-302.
  310. LEMOYNE, Mem. Biogr., voi. VI, pag. 932.
  311. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. II, pag. 459.
  312. « Nec facio animam meam preti.osiorem quam me ». (Act., XX, 24).
  313. Regolam., art. 190.
  314. AMADEI, Vita di Don Rua, vol. II, pag. 117.    -
  315. S. BERN., in Cani., XXX, 10.
  316. « Libenter igitur gloriabor in infirmitatibus meis, ut inhabitet in me virtus Christi». (II Cor., XII, 9).
  317. « Cum enim infirmor, tunc´potens sum ». (II Cor., XII, 10).
  318. S. BERN., Ep, ad fratres S. Athan.
  319. LEMOYNE, Vita di S. Giov. Bosco, Vol. II, paga 336.
  320. S. BERN., Ad quid venisti?, o. XLIII, 106.
  321. Gravi autori, quali il Larraona, il Chelodi, il Blat, ritengono che il novizio non sia tenuto a fare il testamento, quando o per l´età, o per mancanza di beni o per altri motivi il testamento non avesse validità di fronte alle leggi civili delle rispettive Nazioni:-la legge, essi osservano, non intende che si faccia una cosa inutile. Ma altri, non meno rispettabili e numerosi, con argomenti che sembrano suúragati da una risposta privata data dalla Commissione Pontificia per l´interpretazione autentica dei Canoni al Superiore Generale dei Redentoristi, e che riferiscono il Vermeersch-Creusen (Epitome J. C., I, n. 716), sostengono la tesi contraria, credendola più conforme alla mente del Legislatore e alla citata risposta. Questi ultimi però vogliono che i novizi a suo tempo rendano valido il testamento, senza peraltro introdurre modificazioni contrarie al can. 583, § 2.
  322. « Nemo´ mittens manum ad aratrum et respiciens retro aptus est regno Dei » (Luc., IX, 62).
  323. DoN RUA, Circ:, pag. 281.
  324. LEMOYNE, . Mem. Biogr., vol. .VII, pag. 404.
  325. DON RUA, Circa, pag. 305-306.
  326. DON RITA, Circ., pag. 305-306.
  327. DoN RITA, Circ., pag. 324.
  328. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XIV, pag. 470.
  329. DoN RUA, Circ.; pag. 153.
  330. DON ´ALBERA, Manuale del Direttore, pag. 476.
  331. Vedi Fedeltà a Don Bosco Santo, n. 49.
  332. Regolam.., art. 176.
  333. Vedi Santità è purezza, « Con altre persone ».
  334. Decreto della S. Congreg. dei Relig., 15 Luglio 1919.
  335. MATTIL, VI, 21.
  336. S. PIER DAM., De contemptu saeculi, vol. CXLV, col. 256.
  337. Giov. CASSIANO, De spie. Philargyriae, vol. XLIX, col. 296.
  338. S. PIER DAM., De contemptu saeculi, vol. CXLV, col. 256.
  339. Eccles., XIX, 1.
  340. LEMOYNE, Vita di S. Giov. Bosco, vol. Il, pag. 419.
  341. LEMOYNE, Vita di S. Giov. Bosco, vol. II, pag. 421.
  342. LEMOYNE, Vita di S. Giov. Bosco, vol. II, pag. 420.
  343. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XIV, pag. 114.
  344. DoN RITA, Circ., pag. 154.
  345. GIRAUD, op. cii., C. IV.
  346. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XII, pag: 606.‑
  347. DoN "RUA, Giro., pag. 155.
  348. DoN Bosco, Circ., 4 Giugno 1873.
  349. « Non enim paupertas virtus reputatur, sed paupertatis amor ». (S. BERN., Ep., C).
  350. (346y « Corporis namque conversio, si sola fuerit, nihil erit. Miser homo. qui totus pergens in, ea quae´ foris sunt, et ignarus interiorum suorum, putans aliquid se esse, cum nihil sit, ipse se seducit... non sentiens vermen occultum qui interiora corrodit... et cor eius lon.ge est a Deo e. (S. BERN., in Cap. Ieiun., Serm. II, 2).
  351. « Caritas non quaerit quae sua sunt »: (I Cor., XIII, 5).
  352. S. BONAV., Serm. de Sanctis, De S. Andr., Apost.
  353. I Tim., VI, 8.
  354. S. BONAV., 1. O.
  355. II Cor., VII, 4.
  356. Act. Apost., V, 41.
  357. MATTH., V, 3.
  358. (3M) LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. I, pag. 1-18.
  359. AMADEI, Vita di Don Rua, vol. II, 115.
  360. AMADEI, Vita di Don Rua, vol. II, pag. 115.
  361. AMADEI, Vita di Don Rita, vol. III, pag. 714.
  362. (.358) « Omnes... peregrini et hospites sunt super terram ». (Hébr., XI, 13),
  363. « Non... habemus hic manentem civitatem, sed futuram inquirimus e. (Hebr. XIII, 14).
  364. « Ex quo patet talem primorum in Christo credentium fuisse ecclesiam, qllales nunc monachi esse nituntur et cupiunt ». (S. GEROL.).
  365. S. Giov. CRIS., Serm. De Mart.
  366. « Mihi mundus crucifixus est et ego mundo .e. (Gal., VI, 11).
  367. S. Giov. CRIS., 1. II De Gompunct., 2.
  368. BOSSUET, Serm. Exalt. de la. Croix.
  369. « Saginari voluptate patientiae discessuras volebat ». (TERT,, De patient., n. 3).
  370. BossuET, Paneg. de S. Ther.
  371. BOURDALOUE, Tom. XV, Vetî res, Servi. III, ivi.
  372. S. AGOST., De labor. monach., c. XXIII, 25.
  373. « Simpliciter autem fateor caritati vestrae coram Domino Deo nostro, qui testis est super animam meam, ex quo Deo servire coepi, quomodo difficile sum expertus meliores quam qui monasteriis proferunt, ita non sum expertus peiores quam qui in monasteriis coeciderunt, ita ut hinc arbitrer in Apocalypsi scriptum, " Iustus iustior fiat, et sordidus sordescat adhuc " » (S. AGOST., Lett. 78, ad Pop. -Hip.).
  374. S. AGOST., Ep. CC. XI, 5.
  375. S. FRANO. DI SALES, 1. MMXCI, tom. XXI.
  376. S. FRANC. DI SALES, Introd. Vita devota, III, o. 1,6.
  377. « Haec virtus, me iudice, praefertur etiam protractis ieiuniis et anticipatis vigiliis, omnique denique corporali exercitio: tamquam vera pietas quae ad omnia valet ». (S. BERN., Ep., CXLII, 2).
  378. « Sola est humilitas quae virtutes beatificat et perennat ». (S. BRRN., Ep., CCCCXXVII, 2).
  379. S. FRANC. DI SALES, tom. IX, pag. 228.
  380. « Sed video (quod magis doleo) post spraetam saeculi pompam nonnullos in schola humilitatis superbiam magis addiscere, ac sub alis mitis, humilisque Magistri, gravius insolescere, et impatientes amplius fieri in
    claustro, quam fuissent in saeculo. Quodquo magis perversum est, plerique in domo Dei non patiuntur haberi contempli, qui in sua nonnisi contempti‑
    biles esse potuerunt: ut quia videlicet, ubi a pluribus honores appetuntur, ipsi
    locum habere non meruerunt, saltem ibi honorabiles videantur, ubi ab omnibus honores contemnuntur. Video et alios (quod non sine dolore videri
    debet) post aggressam Christi militiam rursum saecularibus implicaci ne‑
    gotiis, rursus cupiditatibus terrenis immergi. Nec aliunde haec omnia mala contingunt, visi quod illam, qua saeculum deseruimus, .deserentes humili‑
    tatem, dum per haec cogimur inepta denuo settari saecularia, canes efficimur ad vomitum revertentes ». (S. BERN., Super missus est. Hom. IV, 10).
  381. « Nobilis ergo inopia est mentis humilitas, et ineptae divitiae sunt animorum enormitas ». (S. AGOST., App. 1. XXIII, 8).
  382. « Ego non satior vos corripiens et emendans. Pastor non essem si lupum in gregem ingruentem non persequerer ». (S. Giov. CRIS., Expos. Ps., XLVIII).
  383. «Itaque appetitus vanitatis est contemptus veritatis; contemptus veritatis causa nostrae caecitatis ». (S. BERN., Ep., XVIII, 1).
  384. « Rivus- quo fluii,, cavat terram: .sic discursus temporalium conscientiam rodit ». (S. BERN., De consider., 1. IV, c. VI, 21). ,
  385. VITO FORNARI, Vita di Gesù Cristo, 1. II, e. 6.
  386. « Ecce enim regnum Dei, intra vos est ». (Luc., XVII, 21).
  387. « Paupertas est portus tranquillus ». (S. Giov. CRis., Homil.,, ult. in Evang.).    -
  388. S. Giov. -CRIS., Hom. de recip. Sever.
  389. S. AGOST., De Civit. Dei, 1. V, c. 18.
  390. S. AGOST., Servi., XIV.
  391. S. AGOST., Servi., CCCVI. ‑
  392. « Audi me, o pauper: quid non habes, si Deum habes? Audi me, o dives: quid habes, si Deum non hai es?» (S. AGOST. Servi. CCCXZ, 14):
  393. S. GREG. MAGN., Hom. XVIII, in Ezech.
  394. « Magna quaedam penna est paupertatis, qua tam cito volatur, in´regnum coelorum ». (S. BERN., in Adv. Doni., Serm. IV, 5).
  395. S. FRANO. DI SALES, tOm. XXI, pag. 75.
  396. « Festinate ergo fieri pauperes spirito, et inopes rebus, ut Dominus sit sollicitus vostri. Eiusmodi enim paupertatis, voluntariae videlicet et ex voluntate necessariae, via secura et retta est: alioquin Christus ea:n non fuisset ingressus. Ceterae viae, etsi bonae sint, plenae tamen sunt latronibus. Semita huius paupertatis, quia ardua est, et pauci per eam ascendunt, insidias latronum ignorat... Dico vobis in veritate, quae Deus est et experto credito: quia haec via quanto arctior, quanto molestior videtur in ingressu, tanto laetior, tanto iucundior invenitur in progresso. In ingressu exigit meritum, in progressu rependit proemium ». (S. BERN., Ep., CCCC, 6).
  397. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. VI, pag. 328.
  398. DoN RUA, Circ., pag. 456-457.
  399. LEMOYNE, Meni. Biogr., V, -pag. 671.
  400. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. IX, pag. -702.
  401. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XII, pag. 376.
  402. LEMOYNE, Vita di S. Giov. Bosco, vol. II, pag. 405.
  403. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. XII, pag. 78-79.
  404. LEMOYNE, Meni. Biogr. vol. XII, pag. 79.
  405. MA.TTII., VI, 25-28.
  406. « Quamobrem arma mea preces pauperem sunt. His cedat nocesse est machinis turris fortitudinis. Non repellet pauperum preces, pauperum
  407. pater, paupertatis amator ». (S. BERN., Ep., CCLVII, 2).
  408. S. AGOST., Semi. XCIX, 1.
  409. LI Cor., VI, 10.
  410. Costituz., Proemio, Vantaggi temporali.
  411. Costituz., Proemio, Vantaggi temporali.
  412. Costituz., Proemio, Vantaggi temporali.
  413. Costituz., Proemio, Vantaggi temporali.
  414. Costituz., Proemio, Vantaggi temporali.
  415. « Quod si ita est, non putent divites huius saeculi, fratres Christi, sola possidere celestia, quia audiunt, dicentem: Beati pauperes spirito quoniam ipsorum est regnum coelorum (MATTII., 5, 3). Non eos, inquam, aesti- met sola celestia possidere, qui ea sola audiunt in promissione. Possident et terrena, et quidemtamqnam nihil habentes, sed omnia possidentes: non mendicantes, ut miseri, sed ut domini possidentes; eo pro certo magia domini, quo minus cupidi. Denique fideli homini Lotus mundus divitiarum
  416. est. Totus pian; quia tam adversa, quam prospera ipsius, aeque omnia serviunt ei, et cooperantur in bonum ». (S. BERN., in Cant., XXI, 7).
  417. « Etenim non solum in futuro vitam aeternam possidebitis, sed et in praesenti centuplum accipietis, non solum in bonis spiritualibus, sed et in temporalibus, si cor non apposueritis... Pauca relinquetis cum sollicitudine; totum mundum assumetis in possessionem sine sollicitudine », (.S. BERN., Ep., CCCCXX, 6).
  418. Ps., CXVIII, 32.
  419. « Crucem quidem videntes, sed non etiam unctionem ». (S. BERN., In dedic. Eccl., I, 5).
  420. « Poenitentia est hominis rei felicitas ». (Tnnr.).
  421. VITO FORNARI, Vita di Gesù Cristo, 1. II, c.6.
  422. VITO FORNARI, Vita di Gesù Cristo, 1. II, e. 6.
  423. , S. Giov. CRIS., Traet. Adver. oppugn. vitae monast., L II.
  424. « Tibi derelictus est pauper ». (Ps., X, 14).
  425. « Ipse pauper clamabit et Deus exaudivit eum ». (Ps., XXXIII, 7).
    « Et factus est Dominus refugium pauperi ». (Ps., IX, 10).
  426. « Suscitat de pulvere egenum... et de steroore elevat pauperem ».
  427. (I Reg., II, 8).
  428. « Videant pauperes et laetentur ». (Ps., LXVIII, 33).
  429. « Desiderium pauperum exaudivit dominus ». (Ps., X, 17).
  430. « Propter gemitum pauperum nunc exurgam ». (Ps., XI, 6).
  431. « Quaerat Dominum et vivet anima vestra ». (Ps., LXVIII, 33).
  432. « Reddes ei praetium laboris, quia pauper est ». (Deut., XXIV, 15).
  433. « Exaudi me, Domine, quia inops et pauper sum ». (Ps., LXXXV, 1).
  434. « Non in finem oblivio erit pauperis, patientia pauperum non peribit in finem » (Ps., IX, 19).
  435. « Parasti in dulcedine tua pauperi ». (Ps., LXVII, 11).
  436. « Semen est sanguis Christianorum... Plures efficimur quoties metimur a vobis » (Apol., c. 28).
  437. « Veramtamen quid sibi vult quod eadem promissio faeta est pauperibus et martyribus, nisi quia vere- martyrii genus paupertas voluntaria est »2 (S. BERN., In Fest. SS. Omnium, Serm., I, 15).
  438. MAYNARD. Virtù e dottr. spirit. di S. Vino. de´ Paoli, pag. 403-4.
  439. S. AGOST., Serm. .232, De temper.
    « Quoniam etsi contristavi vos in epistola, non me poenitet;... nunc gaudeo, non qui contristati estis, sed quia contristati estis ad poenitentiam. Contristati enim estis secundum Deum..: Quae enim secundum Deum tristitia est, poenitentiam in salutem stabilem operatur ». (II Cor., VII, 8-10).
  440. « Non in commotione,Dominus ». (III Reg., XIX, 11).
  441. « Ipse autem Dominus pacis det vobis pacem sempiternam in omni loco... Gratia Domini nostri Iesu Christi cum omnibus vobis. Amen ». (II Thess., III 16-18).
  442. LEMOYNE, Mem. Biogr., vol. V, pag. 561-562.

 

APPENDICE
(Atti del Capitolo, n. 72).

Vitto - A pranzo vi sia una sola pietanza di carne (Regolam., art. 2).

Si eviti ogni ricercatezza come pure ogni sciupío di pane o di altri alimenti. Si evitino le feste sfarzose, i banchetti, ecc. Anche nelle feste contemplate si faccia l´economia richiesta dalle circostanze. Non si faccia uso di cibi o bevande fuori di pasto, nè si tengano nella propria camera. (Regolam., art. 5).

Vestito - Si faccia di tutto per rimandare ad altro tempo la provvista di abiti, vesti, pastrani, scarpe, cappelli, cravatte, ecc. non strettamente necessarie. Facciamo piuttosto rammendare e curiamo nel modo migliore gli abiti che abbiamo. Soprattutto poi bando ad ogni vanità (Circol. di Don Rua, N. 34).

Viaggi - Non si viaggi che per necessità e nel modo più economico e coi dovuti permessi. Il danaro del viaggio non si spenda in altro: al ritorno o all´arrivo si renda stretto conto delle spese fatte e si consegni il danaro avanzato. (Regolam., art. 31).

Libri - Non si comprino se non quelli di cui non si possa fare a meno. Altrettanto dicasi delle Riviste e dei Giornali. Si eviti pure la . compra, di libri o breviari di lusso per regali.

Fotografie - Non si facciano fotografie se non per un vero bisogno e per ordine del Direttore. Nessuno poi faccia uso di macchine fotografiche o cinematografiche senza un permesso scritto del proprio Ispettore, l ;quale non lo darà se non in caso di vera utilità per la, casa o la Congregazione e non per semplice svago o diporto. (Circol. di D. Rua,, N. 25).

Passeggiate V´invito a ritornare alle sane tradizioni del. nostro Santo Fondatore. Le passeggiate straordinarie si facciano preferibilmente a piedi, avendo come mèta qualche Santuario. (Regolam., art. 151r Circol. di D. Rua, N. 6).

Lavori edilizi - Si abbia un impegno comune di evitare ogni spesa di fabbricazione non assolutamente necessaria. Si eviti ad ogni costo tutto ciò che abbia anche solo una lontana apparenza di abbellimento. (Cireol. di D. Rua, N. 24).´
Acquisti - Non si acquistino mobili, vasellame, tappeti, gingilli, od altre cose eleganti e non conformi al nostro spirito di povertà. Se ci regalano mobili od oggetti di lusso si vendano subito. (Regolam., art. 29).

Stampe - Si ricordino le norme ripetutamente date per i foglietti che stampano le nostre case. Gl´Ispettori facciano una coscienziosa inchiesta su questo punto e sopprimano i fogli inutili, quelli che sono redatti o stampati in modo che disonorano il nostro buon nome, e riducano alle quattro pagine altri che vorrebbero sostituirsi al Bollettino (Atti del Cap. Sup., 28, 351; 32, 421). Si cerchi piuttosto di aver cura dei Cooperatori, di aggiornarne l´elenco, di moltiplicarli, di fare le conferenze prescritte e d´interessarli a vantaggio delle Opere nostre.

Si vigili perchè non si stampino programmi e opuscoli di lusso, sopra tutto per la distribuzione dei premi con un vero sperpero di fotografie, tricromie, illustrazioni, ecc. Lo stesso dicasi pei ricordi di date e ricorrenze giubilari di confratelli o della casa.

Si faccia pure economia nella carta, nei biglietti di visita, nei quaderni, nelle lettere e nelle immagini mortuarie sia da parte dei confratelli che dei giovani.

Corrispondenza - Si evitino i telegrammi, gli espressi e anche le lettere non strettamente necessarie; si faccia piuttosto uso di cartoline. Taluni non pensano che, in una comunità, si fa presto a sciupare molte migliaia di lire all´anno in lettere non necessarie. Se fossimo veramente poveri ci diporteremmo così?
Si limitino il più possibile i biglietti di augurio e in essi si eviti il lusso: si mandino poi in uno stesso pacchetto quelli destinati allo stesso luogo. (Re- golam., art. 30).

Luce - Si eviti ogni spreco specialmente nei luoghi di passaggio. Si riduca il numero e la potenzialità delle lampade alla misura sufficiente per la lettura e l´assistenza. Chi possa faccia studio in comune o nell´aula dei giovani o in un ambiente da determinarsi. (Regolam., art. 32).

Riscaldamento - Anche -qui si eviti ogni spreco e si riduca il consumo radunandoci in locali speciali. Altrettanto si dica per l´energia elettrica destinata alle macchine, alla cucina, all´organo o ad altri apparecchi.

Provviste - Si vigili perchè sieno fatte a tempo e oculatamente. Gli Ispettori, per mezzo degli Economi Ispettoriali, si adoprino perchè si facciano acquisti collettivi dei principali generi per le case dell´Ispettoria. Gli Ispettori poi e i Direttori insistano perchè gli eventuali lavori di calzoleria, sartoria, falegnameria, meccanica, legatoria, stamperia, ecc. come pure gli acquisti di latte, burro, verdura, carne ecc. si facciano presso le nostre Scuole Professionali e Agricole (Atti del Cap. - Sup., 60, 30). Facciamoci un obbligo di coscienza di compiere questa doverosa opera di carità e di elementare solidarietà anche se, in qualche circostanza, si dovesse spendere qualcosa di più, il che generalmente non avviene. Ma dopo tutto quell´ipotetico di più verrebbe dato ai nostri confratelli a vantaggio di orfani o di giovanetti poveri, nei quali la fede ci addita la Persona stessa di Nostro Signore Gesù Cristo.

Lo stesso dicasi per l´acquisto di libri -e oggetti religiosi. Voi conoscete quali sieno le nostre librerie.

Vi confesso che proverei profonda pena se sapessi che qualche Salesiano non si è conformato con fraterna e cordiale adesione a queste raccomandazioni.

I Direttori in speciali riunioni del capitolo e in apposite conferenze commentino i singoli punti ai confratelli.

Gli Ispettori, nelle loro visite alle case, si accertino della esatta osservanza di quanto è detto in questa circolare e diano opportuni aiuti e consigli perchè venga messa in pratica.

 

INDICE

  1. La Betlemme salesiana ............................................ pag. 1
  2. L´antica nostra condizione                                       »     2
  3. La povertà e le ricchezze .......................................  »     4
  4. Le ricchezze e la superbia...................................... »     6
  5. Varie specie di povertà............................................ »     8
  6. La virtù della povertà  ...................................................... 9
  7. Eccellenza della virtù della povertà .....................  »   13
  8. L´esempio di Gesù. Cristo ......................................  »   16
  9. I divini insegnamenti ................................................  » 20
  10. Il titolo nobiliare dei poveri ....................................  ,>   24
  11. La povertà fondamento della perfezione . . . . . . .  »   26
  12. La povertà è la via per raggiungere le altre virtù .  » 28
  13. L´amore dei Santi per la povertà .............................  » 31
  14. La povertà di S. Giovanni Bosco ............................  » 34
  15. Il voto di povertà .......................................................  »   39
  16. Natura del nostro voto di povertà ...........................  » 42
  17. Primo dovere: non appropriarsi di nulla ................  » 44
  18. Secondo dovere: non disporre di nulla .................  » 45
  19. La povertà e la Provvidenza ....................................  » 48
  20. I manoscritti e la povertà religiosa ........................  »   51
  21. La licenza .................................................................  »   57
  22. Le circostanze della licenza ..................................  »   60
  23. Vita pratica di povertà evangelica                  » 64
  24. Povertà negli edilizi   ».................................................. 68
  25. Le esigenze pedagogiche della casa salesiana .  » 70
  26. La mania costruttiva .................................................  » 72
  27. Evitare il lusso nelle costruzioni ...........................  »   75
  28. La casa di Dio ..........................................................  »   77
  29. La povertà nelle stanze ed abitazioni    . . . . . . ...  »   80
  30. Il codice e la clausura .............................................  »   81
  31. Le celle ......................................................................  »   84
  32. Il decoro delle case salesiane è la povertà ....... pag. 88
  33. Distaccare il cuore dalle piccole cose . . .. .. . ...... »... 90
  34. Povertà nella cura del corpo ...................................  »  93
  35. La cura dei capelli  ................................................ • ».. 9.9
  36. La povertà e- il vestito ..............................................  » 104
  37. La stoffa, il colore, il taglio ................................ -      » 106
  38. Le novità secolaresche ...........................................  » 108
  39. L´abito religioso ......................................................  >> 110
  40. Povertà nel vitto                                                                . . .   .. . . . . . .   » 112
  41. La temperanza cristiana .........................................  » 114
  42. Alla scuola di Don Bosco Santo . . . . .              .   >> 116
  43. Sul modo di prender cibo .......................................  » 120
  44. Il bere .........................................................................  » 123
  45. La povertà religiosa e le vacanze ..........................  » 128
  46. La povertà nei viaggi ...............................................  » 134
  47. La povertà nelle gite e nelle passeggiate ..........  » . 139
  48. La povertà nelle malattie . . . . . . .          .       .           » 142
  49. Povertà nell´amministrazione   » 152
  50. Povertà nell´amministrazione dei beni individuali e di famiglia » 152
  51. Del testamento .........................................................  » 155
  52. Non si ammini>trino beni di estranei   » 156
  53. Povertà nell´amministrazione dei beni della Congregazione .    » 159
  54. Povertà nell´amministrazione dei beni ispettoriali . . .  » 163
  55. Il registro delle sante Messe ...................................  » 168
  56. Il sopravvanzo   » 170
  57. I debiti ......................................................................  »- 172,
  58. Povertà da parte dei Direttori ..................................  » 174
  59. Povertà da parte dei Prefetti . . .       . . ..       . . ......  » 176
  60. La cura dei famigli ...................................................  » 179
  61. La povertà negli acquisti   » 180
  62. Gli ospiti   »  183
  63. . La povertà nella corrispondenza .........................  » 184
  64. La cassa unica   » 186
  65. Le mance ..................................................................  » 188.
  66. Gli stipendi e le congrue .........................................  » 189
  67. I regali ........................................................................  » 190
  68. I militari e le pensioni                                                »  190
  69. Il danaro                          » 192
  70. L´economia ................................................................  » 197
  71. La povertà nell´anima ..............................................  » 201
  72. Il distacco ...................................................................  » 203
  73. La mortificazione . . . . . . ..                  . . .           . pag. 205
  74. I malcontenti                                                    :           » 208
  75. Povertà e umiltà . .   .    .. . .     ...      . - .. .    .  .           » 210
  76. Confidenza coi Superiori                          ..................213
  77. I vantaggi della povertà religiosa . . . .               . . . » 214
  78. Il possesso di Dio . .     .   .   .   .    . . .  .   .      . . ..  . »  217
  79. La povertà e la preghiera confidente . . .        . . . . » 219
  80. La povertà e le ricchezze del cielo     . . . . . . . .      » 223
  81. - Il centuplo ............................................................  » . 224
  82. -Le benedizioni celesti         . . . . . . . . . .         . . .  » . 229
  83. La povertà e il martirio     -                                        » 230
  84. : La povertà scudo e mura di difesa . - . . . . . ..   » 232
  85. Revoca di permessi o concessioni e sanatoria generale - .        » 235
  86. Conclusione                                                              »  236

Note                              •.................................................. » 239
Appendice . . . . . . .                            . . . . . . .           . ...  » 255