PG Zasoby

Lettere circolari di don Luigi Ricceri ai Salesiani 1965-1968

Lettere circolari di don Luigi Ricceri ai Salesiani

 

volume l
ROMA 1996

PRESENTAZIONE
Don Luigi Ricceri venne eletto Rettor Maggiore dal CG XIX il 27 aprile 1965. Era terminata la terza fase del Concilio Vaticano H (21 novembre 1964), e nei mesi seguenti sarebbe seguita la quarta e ultima fase fino alla conclusione del grande evento ecclesiale (8 dicembre 1965). Il Concilio era stato una nuova Pentecoste: un segno di comunione e una spinta alla missione della Chiesa in un mondo in rapida evoluzione. Aveva aperto orizzonti e suscitato grandi speranze. Consegnava i suoi orientamenti in sedici documenti di varia portata da assimilare e tradurre in pratica nei diversi ambiti ecclesiali, tra i quali emergeva la Vita Consacrata. Si aggiungevano quattordici Lettere Apostoliche "Motu Proprio" di Paolo VI contenenti nonne per l'applicazione di quanto era stato indicato nei documenti: un'opera di rinnovamento su tutti i fronti, con il coinvolgimento di tutti i soggetti ecclesiali.

Don Ricceri percepì con chiarezza il tempo che si iniziava e il criterio per renderlo fecondo. Presentando alla Congregazione i documenti del CG XIX, scrisse: «Siamo tutti d'accordo che la Congregazione è ad una svolta. Ma non equivochiamo il termine. Se per svolta si intende entrare in un'altra via, allora non siamo nel giusto. Se per svolta si intende camminare sulla stessa via, pur con orientamenti, impulsi e strumenti nuovi, allora siamo nel vero, perché prima di noi la Chiesa ha operato la stessa svolta decisa e coraggiosa pur rimanendo sul terreno fecondo della sua secolare tradizione umano-divina. Vengono qui opportune e vanno ben soppesate le parole rivolteci da Paolo VI: "Segna una tappa, fa il punto (come dicono i naviganti), conclude un periodo e ne inizia un altro la vostra Società"» (ACS 244, pag. 6).

Il suo proposito allora, come ebbe a dichiararlo nella sua prima buonanotte da Rettor Maggiore, fu: «Con Don Bosco vivo oggi, di fronte alle esigenze del nostro tempo e alle attese della Chiesa» (27 aprile 1965).

Gran parte del suo rettorato fu dedicato a preparare e ad applicare il Capitolo Generale Speciale, per noi il 20°, voluto dal "Motu Proprio" Ecclesiae Sanctae (6 agosto 1966) per il rinnovamento della vita dei singoli Istituti.

A lui toccò dunque inaugurare la stagione del dialogo a tutto campo, fare il rodaggio delle nuove strutture di governo che la Congregazione si era data, presentare e aiutare a comprendere il valore delle nuove Costituzioni, proporre un ridimensionamento delle opere, fare le prime prove di formazione permanente, iniziare le adunanze continentali di Ispettori e Consigli, illustrare il progetto di Famiglia Salesiana.

Durante il medesimo periodo ci furono eventi significativi e iniziative di grande portata: si trasferì a Roma la Direzione Generale, si celebrò il Centenario della prima spedizione missionaria (1975), ebbe inizio la solidarietà fraterna, si lanciò il volontariato missionario salesiano ad tempus, si fecero le prime prove di quello giovanile, si organizzò l'ufficio stampa.

Ci furono anche tensioni e fatti dolorosi: il senso della missione ai poveri, la doppia velocità nell'assumere alcuni cambiamenti, il calo vocazionale dovuto a molteplici fattori, gli abbandoni che accumularono le crisi degli anni precedenti.

Tutto ciò si riflette nelle sue Lettere e offre punti di partenza per orientamenti e riflessioni di saggezza umana e salesiana.

Lo stile di don Luigi Ricceri è diretto e di facile comprensione. Ragiona ed esorta a partire dai fatti, o dalle esigenze. Si leggono immediatamente le applicazioni pratiche che i suoi orientamenti possono avere nella vita del salesiano, nell'azione delle comunità e soprattutto nei compiti di chi governa. Egli attinge da Don Bosco, dalla, tradizione vissuta e dalla sua esperienza personale di uomo dotato per il governo e di animatore intraprendente di comunità e opere.

Scrive a questo proposito don Egidio Viganò, che gli successe nel 1977: «La semplicità della sua vita interiore sembrerebbe a prima
vista in contrasto con la sua abilità di conduttore: ma è proprio questa una caratteristica dello spirito salesiano: una spiritualità profonda e sostanziale che anima una carità operativa, attenta alle esigenze dei tempi, ricca di inventiva pastorale, accompagnata da metodologia di azione e da capacità organizzativa» (dalla lettera mortuaria).

Le sue Lettere circolari documentano un tratto della nostra storia, ma sono anche una testimonianza di vita salesiana. Rappresentano perciò un patrimonio prezioso per chi voglia conoscere da vicino la nostra Società, coglierne a fondo la missione e la spiritualità, ed il cammino compiuto nella luce del rinnovamento portato dal Concilio Vaticano IL
Roma, Domenica di Pasqua, 7 aprile 1996.

D. Juan E. Vecchi Rettor Maggiore
NOTA: In quest'opera sono raccolte tutte le Lettere Circolari scritte per i Salesiani da don Luigi Ricceri e pubblicate trimestralmente negli Atti del Consiglio Superiore. L'opera si compone di due volumi, con numerazione di pagine progressiva. Le Lettere sono disposte e numerate M ordine di data di pubblicazione. L'Indice generale e l'Indice analitico per argomenti sono collocati a fine del 3° volume.

SOMMARIO DELL'OPERA
VOLUME I
LETTERE DEGLI ANNI 1965-1972
1. A servizio di ciascuno con cuore di Padre
2. Notizie di famiglia 12
3. Presentazione degli Atti del Capitolo Generale XIX 19
4. La nostra responsabilità di fronte agli
"Atti del Capitolo Generale XIX" 30
5. Problemi urgenti e vitali per il nostro rinnovamento 40
6. Il dialogo 61
7. Il Rinnovamento 86
8. Nel IV Centenario della nascita di San Francesco di Sales 99
9. L'Anno della Fede
Il Centenario della Basilica di M. Ausiliatrice 117
10. Notizie di famiglia:
Solidarietà fraterna e slancio missionario 153
11. Una parola su grandi e consolanti eventi 165
12. La nostra povertà oggi 189
13. Il Capitolo Generale Speciale 237
14. I Capitoli Ispettoriali in preparazione al CGS 242
15. Ancora sulla solidarietà
Il Centenario della Congregazione .244
16. Tutti impegnati per il Capitolo Generale Speciale 266
17. Solidarietà e fraternità religiosa
La preparazione al Capitolo Generale Speciale 287
18. Responsabile impegno per il Capitolo Generale Speciale 316
19. La crisi delle vocazioni 324
20. La Congregazione e il sottosviluppo 357
21. La convocazione del Capitolo Generale Speciale
Gli Exallievi 394
22. Don Rua, richiamo alla santità 418
23. Il lavoro del Capitolo Generale Speciale:
Costituzioni e rinnovamento 435
24. Il Superiore a servizio della Congregazione 445
25. Le Missioni, strada del rinnovamento 460
26. Il messaggio di don Rua 495
VOLUME II
LETTERE NEGLI ANNI 1973-1977
27. La preghiera 517
28. Ancora sulla preghiera.

Dalla quaresima l'invito alla temperanza 558
29. Il nostro impegno per i Cooperatori , 574
30. Il decentramento e l'unità oggi in Congregazione 591
31. Il problema decisivo delle vocazioni 625
32. Don Bosco ci parla nelle Costituzioni 666
33. Notizie di famiglia. Dopo la visita in America Latina 700
34. "Lavoro e temperanza" contro l'imborghesimento 715
35. Nel Centenario delle missioni salesiane 754
36. Guardiamo al futuro con l'ottimismo di Don Bosco 782
37. Noi, Missionari dei giovani 813
38. Vita della Congregazione 850
39. Abbiamo bisogno di esperti di Dio
La direzione spirituale personale 854
40. Una parola sulle nostre vocazioni 896
41. Convocazione del Capitolo Generale 21 904
42. I Salesiani e la responsabilità politica 912
43. Vivere oggi la castità consacrata 960
44.11 male oscuro dell'individualismo 995
45. Le notizie di famiglia
L'informazione salesiana 1014
46. Il CG21 è alle porte 1043
Indice generale 1049
Indice analitico per argomenti 1069
ABBREVIAZIONI E SIGLE
Queste le principali sigle e abbreviazioni che ricorrono, specialmente nelle Note:

ET Evangelica Testificatio
PP Populorum Progressi°
Documenti salesiani
ACS Atti del Consiglio Superiore
ASC Archivio Salesiano Centrale
CCSS Cooperatori Salesiani
ACG XIX Atti del Capitolo Generale XIX
CGS Atti del Capitolo Generale Speciale
Cost Costituzioni
EESS Exallievi Salesiani
FMA Figlie di Maria Ausiliatrice
FS Famiglia Salesiana
MB Memorie Biografiche
MO Memorie dell'Oratorio
Reg Regolamenti generali
SDB Salesiani di Don Bosco
VDB Volontarie di Don

art. articolo/i
can. canone/i
cap. capitolo/i
cf. confronta (vedi)
ib. ibidem
n. numero/i
o.c. opera citata
pag. pagina/e
s/ss seguente/seguenti
Documenti ecclesiali
Documenti del Concilio Vaticano M
AA Apostolicarn Actuositatem
AG Ad gentes
CD Christus Dominus
DH Dignitatis Humanae
DV Dei Verbum
GE Gravissimum Educationis
GS Gaudium et Spes
LO Lumen Gentium
OT Optatam Totius
PC Perfectae Caritatis
PO Presbiterorurn Ordinis
SC Sacrosancturn Concilium
Altri documenti del magistero:
CP Communio et progressio
EN Evangelii Nuntiandi
ES Ecclesiae Sanctae

LETTERE CIRCOLARI del periodo
1965-1972
A SERVIZIO DI CIASCUNO CON CUORE DI PADRE
Un glorioso anniversario. - Impegno nostro verso la Congregazione. - Motivi di fiducia. Cuore di Padre. - I risultati del nostro Capitolo Generale. - La presenza di Don Bosco. - I membri del nuovo Capitolo Superiore. - Si prepara la promulgazione degli Atti del Capitolo Generale. - Documento importante e fondamentale. - Sempre con Don Bosco. Riconoscenza a nome di tutti i Salesiani.

Lettera pubblicata in ACS n. 242
Torino, 16 agosto 1965
Confratelli e Figliuoli carissimi, 1. Un glorioso anniversario
Mi presento per la prima volta a voi in un giorno caro al nostro cuore di figli. Ricorre oggi il 150° anniversario della nascita del nostro dolcissimo Padre.

Ieri, nella più intensa commozione, proprio a ricordo del provvidenziale evento, ho celebrato la S. Messa nella Chiesa inferiore del tempio del Colle: ero circondato dai Superiori col signor don Ziggiotti e il signor don Antal, dalle. Madri del Consiglio Generalizio delle Figlie di Maria Ausiliatrice, da confratelli, ascritti, suore, Cooperatori, ex allievi, giovani, devoti ed amici di Don Bosco. Attraverso la TV in Eurovisione assistevano alla S. Messa milioni di persone appartenenti a 11 nazioni. Veniva naturale il contrasto fra l'umilissimo ignoto natale del nostro caro Padre e il trionfo di quell'ora a distanza di 150 anni. Il pensiero andava spontaneo alla Provvidenza che suscita gli strumenti della sua gloria e li conduce per vie mirabili alle conquiste che sanno di incredibile: e insieme sgorgava dal profondo del cuore il Magnificat per tutto quello che in questi 150 anni il buon Dio aveva fatto realizzare nei mondo, prima dal suo umile servo, e poi dai figli che ne hanno raccolto, amorosamente, la preziosa eredità.

Rifacendo il cammino del piccolo Giovanni e della sua opera, ci si accorge subito che tutta questa grande «avventura» porta l'impronta del sovrannaturale, del divino. L'opera di Don Bosco, trapuntata durante la sua vita e dopo da difficoltà, da ostacoli di ogni genere, si sviluppa, si accresce e si svolge coerente e prodigiosa, diventando, secondo le parole di Paolo VI, «uno dei fatti più notevoli, più benefici, più esemplari, più promettenti del Cattolicesimo nel secolo scorso e nel nostro» .

Questa affermazione del S. Padre più che suscitare in noi un senso di interiore ambizione, ci porta a pensare ai tanti confratelli che, da autentici figli di Don Bosco, nella fedeltà e nella dedizione, hanno costruito giorno per giorno questa realtà operante che è la Congregazione Salesiana; e insieme ci invita ad un impegno che tutti abbiamo, dinanzi alla chiesa, al mondo: l'impegno di fedeltà a Don Bosco, al suo vero spirito, ai suoi ideali. Solo così possiamo contare sull'avveramento dell'augurio di Paolo VI: «Voglia Iddio che così sia nei secoli futuri».

2. Impegno nostro verso la Congregazione
Il S. Padre nel discorso ai membri del Capitolo Generale (che va letto, riletto e meditato in ogni sua parte) così parla della nostra Congregazione: « Le finalità di Essa non potrebbero essere più nobili, più urgenti, più conformi al programma apostolico della Chiesa oggi».

Voi capite tutto il valore di queste auguste e impegnative parole che qualificano la Congregazione a distanza di 150 anni dalla nascita del Fondatore. Queste parole ci danno sicurezza e coraggio, ma in pari tempo ci impegnano decisamente — ognuno al suo posto di lavoro — perché nel prossimo futuro, nel secondo secolo di vita, la Congregazione continui ad essere, secondo la parola di Paolo VI, «una grande cosa nella vita cattolica mondiale».

Mi pare, per non cadere nel vago e nel retorico, che la via e il modo per realizzare quest'impegno siano ben chiari, semplici, efficaci.

Il XIX Capitolo Generale, nei due lunghi ed operosi mesi di lavoro, ha avuto una sola preoccupazione: nella fedeltà indiscussa ed essenziale a Don Bosco, guardando alle direttive della Chiesa, specie attraverso il Concilio, fare della Congregazione uno strumento apostolico attuale, vivo, che persegue i suoi fini di sempre, con coraggio, apertura e sensibilità verso le nuove condizioni della società nel mondo, di quella giovanile anzitutto.

Ecco dunque come scaturisce naturale e logico il nostro impegno dinanzi alla «Casetta» che ci ricorda la nascita di Colui che doveva essere il nostro Padre e Fondatore, e che doveva regalare alla Chiesa la triplice Famiglia Salesiana.

Dobbiamo tutti disporci a dare il nostro contributo alla attuazione delle decisioni del Capitolo Generale.

In questo siamo tutti responsabili, tutti possiamo e vogliamo essere costruttori e realizzatori.

Per mio conto, mi sento impegnato per primo e sento che avrò reso un costruttivo e doveroso servizio alla Congregazione e alla Chiesa lavorando in questi anni per l'esecuzione dei deliberati del Capitolo Generale, nello spirito conciliare in cui nacquero e furono fissati.

3. Motivi di fiducia
Certo, guardando a Don Bosco, e anche ai suoi Successori, sento tutta la mia pochezza, sento quanto sia inadeguato a mettermi nella loro scia.

Due riflessioni mi danno un certo senso di sollievo in questo mio inizio, non privo di preoccupazioni e di ansie, appunto perché sento nella loro vastità le carenze della mia povera persona dinanzi agli impegni che la carica importa, per oggi e per domani.

Mi conforto anzitutto pensando che sono stato chiamato a questo posto dalla Congregazione, da voi, attraverso il voto espresso dai Rev.di Padri Capitolari. Il Signore, che batte vie diverse da quelle degli uomini, ha disposto che fossi chiamato a governare la Congregazione. Facciamo insieme la sua volontà: a me non rimane che essere sempre più docile, per quanto modesto, strumento nelle mani del buon Dio.

Altro motivo di conforto è la affettuosa e sincera carità e la grande fiducia di cui mi sentii subito circondato dai Rev.di Padri Capitolati. E tale somma di sentimenti espressi dal Capitolo Generale, si è allargata nella periferia in tante forme, sicché mi pare di sentire che, nella vostra bontà e nel vostro spirito di fede, voi siete accanto al nuovo Rettor Maggiore per aiutarlo, confortarlo, per essere, da veri figliuoli e fratelli, suoi cordiali e fattivi collaboratori.

Sì, dobbiamo formare, e concretamente, una grande famiglia, in cui ci sentiamo tutti amati, e diamo l'apporto generoso delle nostre energie, per il raggiungimento armonico dei nostri ideali, che sono sempre quelli di Don Bosco.

4. Cuore di padre
Da parte mia, aprendovi tutto il mio cuore, desidero dirvi che mi sento a servizio di ciascuno di voi, col cuore di un padre.

L'autorità, ne sono profondamente convinto, oggi specialmente, non è un esercizio di potere, ma esercizio di quella carità che diventa servizio, come quello che un padre e una madre prestano ai loro figliuoli.

E io sarò felice tutte le volte che potrò confortare un fratello in pena, fare luce a chi fosse per un momento smarrito, dare coraggio e fiducia a chi si abbatte dinanzi a prove e a difficoltà.

Vorrei in una parola, far sentire a ciascuno di voi tutto il mio vivissimo desiderio, la mia volontà, di essere e mostrarmi sempre padre; per questo prego istantemente Don Bosco e don Rinaldi, che riti diano qualcosa del loro cuore.

5. I risultati del nostro Capitolo Generale
Sento da molte parti una domanda. E del Capitolo Generale non ci parla?
Cercherò di rispondere ai vostri spiegabili interrogativi.

Comincio col dirvi che avrei voluto già prima darvi in proposito notizie, ma, per un insieme di circostanze, non ho potuto farlo.

Il nostro Capitolo Generale ha fatto un magnifico lavoro: potrete constatarlo appena avrete in mano gli Atti con tutti i documenti ed il materiale attinente. Sono stati due mesi di intenso lavoro: commissioni, sottocommissioni, gruppi; consultazioni, sedute assembleari (in tutto sessantaquattrol) con ritmo serrato. Tutti i Capitolari hanno dato il loro contributo, integrato da un gruppo di «esperti» che hanno messo cordialmente a servizio della Congregazione la loro perizia e la loro scienza.

Ma più che la mole del lavoro desidero mettere in evidenza il clima in cui si è svolta tutta questa attività.

6. La presenza di Don Bosco
Discussioni ampie, approfondite, vivaci e appassionate in certi momenti, ma sempre con gli occhi a Don Bosco, alla vera tradizione, con la viva preoccupazione di interpretare Don Bosco operante «oggi»; guardando alla Chiesa, al Concilio, al Papa, e infine l'unione dei cuori, attorno al Successore di Don Bosco nelle conclusioni che volevano essere sempre una sintesi concreta del pensiero, della volontà, delle direttive che Don Bosco «vivo» avrebbe dato, dinanzi alle attuali circostanze.

L'affettuosa e filiale unione attorno al Rettor Maggiore di tutti i Capitolati, anziani e giovanissimi, provenienti da terre di missione o in crisi di vita cristiana o da paesi di antica tradizione cristiana, ricchi di esperienze prevalentemente scolastiche o di ministero pastorale, mi pare un grande motivo di conforto e di fiducia non solo per chi deve prendere il pesantissimo impegno del governo della Congregazione, ma per tutti i membri della nostra famiglia.

Il Capitolo Generale, se è stato una grande palestra per i suoi membri, mi sembra possa essere un esempio per quanti hanno la responsabilità di studiare i problemi a livello ispettoriale, o a livello locale.

Un Capitolo Generale di 150 persone, che discute nella massima libertà, ma insieme nel fraterno rispetto e nella più cordiale carità, pur nelle inevitabili e utili differenze di vedute, che trova infine, guardando agli interessi delle anime e a Don Bosco, la sintesi delle idee e delle direttive, dice che la Congregazione ha in sé forze vive, capaci di affrontare le responsabilità che pongono oggi alla Congregazione le nuove situazioni sociali e psicologiche, forze decise ad affrontare con senso realistico e coraggioso i problemi affidati alla sua missione nella Chiesa; ma il Capitolo Generale ha saputo anche trovare i punti di incontro di queste forze in quell'equilibrio che vuole essere tutto salesiano, a cui ci ha richiamati lo stesso S. Padre.

7.1 membri del nuovo Capitolo Superiore
E le deliberazioni del Capitolo Generale, quando saranno promulgate? È una domanda che sento ripetere spesso: è naturale, ed è segno dell'interesse che si prende a quanto riguarda la vita dalla Congregazione.

Si lavora per accelerarne la promulgazione. Ma è chiaro che tale lavoro richiede un certo tempo. Si tratta di una quantità enorme di materiale da riordinare per dare a tutto organicità, chiarezza ed un certo senso unitario. È il lavoro previsto nel regolamento del Capitolo Generale da eseguirsi da una Commissione Postcapitolare.

anche quasi ultimata l'enucleazione delle numerose deliberazioni che toccano le attuali Costituzioni, e abbisognano quindi della approvazione della Santa Sede; senza tale approvazione non è possibile alcuna promulgazione..

Per guadagnare tempo abbiamo mandato avanti la deliberazione che aumenta da cinque a nove i Consiglieri Capitolari. Questa deliberazione è già stata approvata dalla Santa Sede ed ho il piacere di comunicarvi i nomi dei quattro nuovi Consiglieri: Rev.mo don Luigi Fiora, Rev.mo don Isidro Segarra, Rev.mo don Gaetano Scrivo, Rev.mo don Giovanni Ter Schure.

A tale scelta sono arrivato dopo molta preghiera, lunga riflessione, anche in riferimento alle nuove impostazioni della nostra struttura, e, secondo il rescritto della Congregazione dei Religiosi, de consensu consilii. I quattro nuovi Superiori hanno partecipato al recente Capitolo Generale, hanno ottima esperienza di governo a vari livelli, han reso preziosi servizi alla Congregazione in svariati campi della nostra attività. Abbiamo motivi ben fondati di fiducia nella loro opera a pro della Congregazione nei vari incarichi cui saranno destinati.

Questi quattro nuovi Consiglieri si aggiungono agli altri Superiori eletti dal Capitolo Generale. Il Capitolo Superiore viene perciò ad essere così costituito:
Rettor Maggiore: don Luigi Riceeri; Prefetto Generale: don Albino Fedrigotti; Catechista Generale: don Modesto Bellido Economo Generale: don Ruggero Pilla.

Consiglieri: don Guido Borra, don Luigi Fiora, don Pietro Gamero, don Ernesto Giovarmini, don Archimede Pianazzi, don Isidro Segarra, don Gaetano Scrivo, don Giovanni Ter Schure, don Bernardo Tohill.

Spero di potervi presto comunicare come saranno distribuiti i vari incarichi tra i nove Consiglieri, in ottemperanza alle deliberazioni del Capitolo Generale.

Intanto, mentre formulo con voi il cordiale saluto e gli auguri più vivi di buon lavoro ai nuovi Consiglieri, sono sicuro di interpretare il loro desiderio e quello degli altri Superiori invitandovi ad accompagnarci con la vostra preghiera in questo periodo così delicato di impostazione e di orientamento.

8. Si prepara la promulgazione degli Atti del Capitolo Generale
Ma ci sono molte altre deliberazioni per la cui approvazione bisognerà ancora pazientare: le Congregazioni Romane non hanno solo i nostri problemi da studiare. Nel frattempo si sarà condotto a termine il lavoro di riordinamento organico di tutto il materiale, in modo che sia pronto per la stampa e la promulgazione. Nell'attesa, è chiaro che nessuno per qualsiasi motivo è autorizzato ad apportare mutamento in alcun settore della nostra attività, basandosi su notizie comunque diffuse.

Aggiungo anche che dopo la promulgazione bisognerà che a tutti i livelli ci si attenga alle istruzioni che saranno date per l'attuazione che per tanti punti non potrà essere immediata, ma ordinata e graduale, e solo attraverso gli organi competenti, secondo le indicazioni contenuce nelle stesse: deliberazioni o date dal Rettor Maggiore all'atte della promulgazione.

Dobbiamo fare in modo che i cambiamenti e le trasformazioni eventuali si attuino nel massimo ordine con profitto di tutti. Questo è ovvio, e tutti vi rendete conto della ragionevolezza di questa norma.

9. Documento importante e fondamentale
Vorrei intanto invitarvi a portare la vostra attenzione — rileggendo, commentando — sul documento capitolare di cui è stata autorizzata la comunicazione ai Confratelli: il Documento sulla vita religiosa oggi, e sui voti, di cui hanno avuto copia tutti gli Ispettori. Insieme con il discorso del Santo Padre e quello del Card. Antoniutti ai Capitolari e col capitolo della Costituzione Conciliare «De Ecclesia » sui Religiosi, esso forma la base essenziale e insurrogabile di tutta la grande «costruzione» del Capitolo Generale XIX.

Le trasformazioni strutturali, l'impostazione moderna di tutte le nostre forme di apostolato, da quello giovanile a quello degli strumenti di comunicazione sociale, la valorizzazione del confratello Coadiutore, in una parola, tutto l'insieme del corpus di deliberazioni che tocca i settori più svariati della nostra vita e attività, rimarrebbe praticamente inutile se mancasse l'attuazione di quello che è il punto base e vitale di tutti i deliberati del Capitolo Generale. Sarebbe una grande illusione, direi di più, avremmo perso il tempo, se non si desse ad ogni salesiano quell'alimento, quell'arricchimento spirituale di cui oggi più che mai si sente bisogno e che il Capitolo Generale ha deliberato di dare, con grande sensibilità alle invocazioni pervenute un po' da ogni parte.

Personalmente ho sentito con gioia che in tante Ispettorie sono state accolte con viva soddisfazione e tanta speranza le prime notizie sulle deliberazioni prese dal Capitolo Generale a questo riguardo. Siamo in perfetta sintonia col pensiero e le direttive della Chiesa e qui vengono opportune le parole ammonitrici di Paolo VI: «...Presso tutti quei religiosi che hanno un impegno apostolico di vita attiva non vogliamo affatto che prevalga quel falso concetto che si debba dare il primo posto alle opere esteriori e il secondo allo zelo della perfezione
interiore, con la scusa che così richiedono le esigenze di oggi e le necessità della Chiesa. L'operosità zelante e la cura della vita interiore, anzi che nuocere l'una all'altra, richiedono uno strettissimo rapporto, in modo di progredire di pari passo» (S.S. Paolo VI ai membri dei Capitoli Generali, 25-5-1964).

10. Sempre con Don Bosco
Ritorniamo al caro Padre in questa gloriosa e significativa ricorrenza: Centocinquant'anni fa, Giovannino iniziava, anche se alla lontana, la missione che il buon Dio gli aveva affidato. Sappiamo tutti come egli si preparò, adempì, coronò questa missione. Oggi, essa è affidata ai figliuoli spirituali di Don Bosco e in modo particolare al suo umilissimo successore.

Mentre da parte mia intendo dedicare tutto me stesso a questa missione, non mi nascondo le difficoltà, gli ostacoli che si frappongono per attuare l'augurio che il Santo Padre, con paterna bontà, mi faceva nello storico discorso. Egli augurava al nuovo Rettor Maggiore che «nel solco dei suoi degnissimi Predecessori, sappia guidare la Società Salesiana sul sentiero tradizionale, ornai suo proprio, rivolto sempre a quegli ulteriori sviluppi e a quella sagace aderenza ai bisogni dei tempi, come appunto esige la giovanile vitalità dei Figli di Don Bosco».

È un programma attualissimo, quale certamente ci darebbe lo stesso nostro Padre. Aiutatemi a realizzarlo. Uniamo le forze e prima ancora le nostre menti e i nostri cuori, le nostre volontà.

Disponetevi ad essere, ognuno nel suo campo, convinti e concreti collaboratori nell'attuazione del grandioso e moderno programma, frutto del Capitolo Generale.

Se ognuno di noi utilizzerà questi anni nella attuazione di questo programma, avremo reso un gran servizio alla Congregazione, alla Chiesa, al Concilio. Avremo degnamente celebrato il 150° anniversario della nascita di Don Bosco, avremo fatto della Congregazione uno strumento vivo della Chiesa come il Fondatore l'ha voluta, per arrivare alle anime del giovane e dell'uomo della nuova èra: in una parola, a 150 anni dalla sua nascita noi avremo dato ancora alla società un Don Bosco vivo, operante ed attuale.

11. Riconoscenza a nome di tutti i Salesiani
Prima di chiudere questa mia, desidero dire una doverosa e filiale parola all'amatissimo e venerato signor don Ziggiotti. Egli, dopo aver speso tanti anni a servizio della Congregazione, in tanti posti di responsabilità, dopo aver portato con bontà e sacrificata attività la croce del Rettorato, ci ha dato una grande lezione di umiltà e di distacco, una lezione che viene ad accrescere ancor più i meriti che Egli ha acquistato dinanzi a Dio, dinanzi alla Congregazione e alla Chiesa.

Ora Egli, semplice e umile, attende sereno al Tempio-Santuario del nostro Padre al Colle Don Bosco, edificando tutti con la sua pietà, la sua osservanza, la sua inesauribile bontà.

Noi Gli ripetiamo il nostro grazie, la nostra devozione, con l'augurio che il Signore Lo mantenga a lungo a curare il Tempio di Don Bosco con quello stesso zelo con cui ha curato il monumento vivo del nostro Padre: la Congregazione.

Anche al carissimo Signor don Antal, che ha lasciato con modestia e semplicità la carica di Catechista Generale, il grazie della. Congregazione a cui ha dato tanto del suo grande cuore. Ora Egli è nella casa di formazione di Cumiana, dove è considerato da quei confratelli come un prezioso dono. Il Signore Gli dia salute e Gli conceda di vedere giorni migliori per la sua amata e tanto provata Patria.

Abbiate pazienza, debbo chiedervi ancora una carità.

Un confratello ha voluto fare verso il nuovo Rettor Maggiore un gesto semplice, ma tanto caro e ricco di significato: mi ha fatto pervenire un'immagine che rappresenta un sentiero montano, aspro e pietroso, e, lungo il sentiero, una cappelletta dedicata alla Vergine: nello sfondo lontano i monti nevosi nello splendore della luce solare. La leggenda sotto l'immagine riporta un versetto del Salmo V, «Rendi piana dinanzi a me la tua strada».

Ed il buon confratello (che non si è firmato) aggiunge di suo pugno: «È l'augurio di un suo figliuolo».

Mentre ringrazio da queste pagine questo caro confratello e con lui i tanti che hanno voluto darmi conforto e incoraggiamento in mille modi in occasione della mia elezione, dico a tutti: «Cari confratelli, fate vostra la preghiera, il sentimento del versetto citato. Aiutatemi- con la vostra quotidiana preghiera perché il Signore renda piana la strada dinanzi a me».

Col ringraziamento più sentito, abbiatevi l'assicurazione del mio paterno e fraterno ricordo in Domino per ciascuno di voi, specialmente per gli ammalati, per gli anziani, per i giovanissimi, peri missionari, per quelli che non possono vivere in libertà la loro vocazione religiosa e salesiana, per tutti quelli che sono in pena. E vogliate portare il mio saluto e la benedizione della Vergine Santa alle ottime Figlie di Maria Ausiliatrice cui siamo tanto legati da vincoli di fraternità, ai Cooperatori, agli ex allievi, allievi, a quanti guardano a Don Bosco come a Padre, Maestro e Amico.

E il caro Padre, tutti, tutti benedica e conforti.

Aff.rno in C. I.

Don Luigi Ricceri
NOTIZIE DI FAMIGLIA
Lavoro della Commissione post-capitolare. - Incarichi affidati ai vari Superiori. - Consiglieri incaricati di gruppi di Ispettorie. - Potenziamento dei Dicasteri. - iniziative per il 150° di Don Bosco.

Lettera pubblicata in ACS n. 243
Roma, ottobre 1965
Confratelli e figliuoli carissimi,
questa mia è datata da Roma dove mi trovo per partecipare al Concilio, senza peraltro trascurare gli impegni conseguenti al Capitolo Generale. È urgente infatti l'avviamento di tutta la nostra attività secondo le direttive da esso tracciate, il che esige la mia presenza anche alla Casa Madre.

Non sto qui a descrivervi i sentimenti che in me suscita il privilegio di partecipare al Concilio, a questo Concilio.

In questo contatto con la Chiesa viva e con i problemi che essa coraggiosamente affronta per stabilire il dialogo col mondo di oggi, nell'incontro con tanti degnissimi esponenti della Gerarchia, degli Istituti religiosi, della cultura e dell'apostolato ecclesiale, trovo preziosi elementi di vero arricchimento.

Mi riprometto di parlarvi in altra occasione, e con un certo respiro, degli insegnamenti che il Concilio, e l'attuale sessione in particolare, offre alla Congregazione, a noi, parte viva del popolo di Dio e più diretti e qualificati collaboraori della Chiesa, chiamati a captare con essa l'ora di Dio.

Questa mia ha lo scopo di portare a vostra conoscenza notizie che attendete con giustificata impazienza.
1. Lavoro della Commissione post-capitolare
Nel mese di settembre si è riunita a Torino la Commissione post-capitolare prevista dal Capitolo Generale XIX, per la revisione formale degli Atti e delle Deliberazioni. Suo scopo era di dare omogeneità e organicità ai documenti, eliminando ripetizioni, ridondanze, imprecisioni e altri eventuali difetti di forma. Già una ristretta commissione tecnica costituita da don Luigi FIORA, don Angelo BIANCO, don Giovanni RAINERI e don Alfredo. FRONTINI, aveva fatto un prezioso lavoro in tal senso, facilitando il compito della Commissione post-capitolare.

A tutti questi Confratelli va il mio e vostro ringraziamento per il lavoro da essi compiuto con diligenza e intelligenza.

Ed ecco i nomi dei componenti la Commissione:
Don Archimede PIANAZZI; Don Luigi FIORA;
Don Isidoro SEGARRA; Don Giuseppe AUBRY; Don Angelo BIANCO; Don Pietro BRAIDO; Don Enrico DELACROIX; Don Antonio JAVIERRE; Don Ivo PALTRINIERI; Don Giorgio SOLL;
Don Eugenio VALENTINI; Sig. Francesco BERRA.

Il Rettor Maggiore, nella prima seduta, diede le direttive per il lavoro da compiere; quindi, rifacendosi al voto espresso dal Capitolo Generale che ogni Confratello avesse copia delle deliberazioni capitolari, trovò opportuno che se ne facesse la traduzione nelle principali lingue, fermo restando che la edizione ufficiale-base sarà quella redatta in italiano.

La Commissione propose che le varie traduzioni si preparassero e stampassero in determinati centri della Congregazione, sotto la responsabilità degli Ispettori locali. Questi poi, secondo le indicazioni degli Ispettori interessati, provvederanno ad inviare un numero sufficiente di copie per il fabbisogno delle Case.

Gli Atti quindi saranno pubblicati, oltre che in italiano, in lingua francese, inglese, olandese, portoghese, spagnola e tedesca.

In questi giorni si prendono contatti con gli Ispettori che dovranno interessarsi della traduzione.

La Commissione lavorò alacremente per vari giorni discutendo e correggendo, con l'intento di dare un testo che rispondesse fedelmente non solo alla lettera delle deliberazioni, ma anche alla mens del Capitolo Generale.

Propose poi un ordine logico secondo il quale distribuire i documenti nella loro prossima promulgazione.

Per tutto questo lavoro, oltre che i testi dei documenti capitolari (in tutto 22), la Commissione aveva a sua disposizione i verbali di tutte le sedute e le registrazioni su nastro magnetico di tutte le discussioni e degli interventi (25 km. di nastro!).

La Commissione esaminò pure le considerazioni preliminari (princìpi, premesse ecc.) con cui ogni documento introduce le deliberazioni vere e proprie.

Tali considerazioni preliminari non furono oggetto di deliberazione capitolare, anzi, più delle volte, neppure di discussione; ma, a parte alcune osservazioni, furono approvate nel loro complesso e rinviate ad un dettagliato esame di competenti. Scopo di dette considerazioni è di far comprendere la mens del Capitolo nel prendere le sue deliberazioni.

Ora, mentre si attende dalla Congregazione dei Religiosi l'approvazione delle variazioni arrecate ad articoli delle Costituzioni, si prepara tutto il materiale per la stampa e per le traduzioni. Speriamo così di abbreviare al massimo l'attesa della promulgazione.

2. Incarichi affidati ai vari Superiori
Intanto ho il piacere di comunicarvi gli incarichi affidati ai vari Superiori, come risultano dopo le deliberazioni del Capitolo Generale
Il rev. don Albino .FEDRIGOTII, Prefetto Generale, oltre alle funzioni definitegli dalle Costituzioni e Regolamenti, avrà la cura delle Missioni, accudite finora dal Consigliere Generale delle Missioni.

Il rev. don Modesto BELLIDO, Catechista Generale, continuerà ad avere la responsabilità sulla vita religiosa e morale di tutta la Congregazione, salvo quanto è stato demandato al Consigliere Generale della Formazione salesiana per quanto concerne il ciclo strettamente formativo dei Confratelli.

Il rev. don Ruggero PILLA, Economo Generale, manterrà immutate le sue attribuzioni.

Il rev. don Archimede PIANAZZI, Consigliere per la formazione salesiana, si occuperà direttamente di tutto il personale salesiano in formazione: chierici, sacerdoti e coadiutori, dal termine del noviziato fino al completamento della loro formazione.

Avrà cura inoltre degli studentati e magisteri, dei corsi di pastorale e del quinquennio, dei Salesiani frequentanti corsi e facoltà universitarie o simili. Da lui dipenderà il P.A.S.; seguirà pure i problemi della formazione dei chierici e coadiutori in tirocinio. Avrà anche la responsabilità del personale addetto alla formazione dei Salesiani e dei problemi inerenti a tale loro attività.

Il rev. don Gaetano SCRIVO, Consigliere per la Pastorale Giovanile e Parrocchiale, è incaricato della direzione di tutto quanto concerne la formazione dei giovani delle nostre istituzioni (Oratori, Convitti, Esternati, Scuole professionali, Pensionati, Centri giovanili, Circoli, Compagnie, Associazioni giovanili varie) e le attività parrocchiali.

Il rev. don Luigi FIORA, Consigliere per gli apostolati sociali, avrà cura dei Cooperatori, degli Exallievi, si occuperà degli strumenti di comunicazione sociale, e in particolare delle attività editoriali, di propaganda e di informazione salesiana.

3. Consiglieri incaricati di gruppi di Ispettorie
Ci sono poi i Consiglieri incaricati di gruppi di Ispettorie,
Questi Superiori, oltre che partecipare al governo della Società, cureranno il collegamento fra il Consiglio Superiore, le Ispettorie e il loro personale. Promuoveranno quindi dei rapporti non discontinui che consentano una conoscenza più precisa ed immediata delle situazioni locali e rappresenteranno il Rettor Maggiore ed il suo Consiglio presso i Confratelli del loro gruppo di Ispettorie.

Sarà inoltre loro cura organizzare, presiedere riunioni di Ispettori e, secondo l'opportunità, convegni per categorie; terranno rapporti con organizzazioni a carattere nazionale o internazionale, con conferenze episcopali ecc. Tutto questo evidentemente senza pregiudizio dell'autorità degli Ispettori, la quale rimane intatta.

Resta inteso che ogni Confratello potrà sempre rivolgersi non solo al Rettor Maggiore, ma a qualsiasi Superiore credesse opportuno.

È naturale che tutta questa nuova strutturazione del nostro governo non si potrà avviare che a poco a poco. Ma i singoli Superiori saranno senz'altro a disposizione per tutti gli affari di loro competenza, e presto cominceranno ad esercitare le funzioni proprie del loro dicastero.

Ed ecco i nomi dei Consiglieri con i raggruppamenti di Ispettorie di cui sono incaricati.

Rev. don Guido BORRA: Ispettorie dell'Argentina, dell'Uruguay, del Cile, dell'Ecuador e del Perù.

Rev. don Pietro GARNERO: Ispettorie del Brasile, del Paraguay, della Bolivia, della Colombia e del Venezuela.

Rev. don Ernesto GIOVANNINI: Ispettorie dell'Italia e del Medio Oriente.

Rev. don Isidoro SEGARRA: 'spettarle della Spagna, del Portogallo, delle Antille, del Centro America e del Messico.

Rev. don John Ter SCHURE: Ispettorie d'Austria, Belgio, Cecoslovacchia, Francia, Germania, Olanda, Jugoslavia e Polonia.

Rev. don Bernardo TOHILL: Ispettorie di Inghilterra, Stati Uniti, Asia e Australia.

4. Potenziamento dei Dicasteri
Come si è detto in sede di Capitolo Generale, i vari Dicasteri saranno potenziati con personale adeguato, in modo che i Superiori possano avere una efficiente collaborazione per lo studio e per la soluzione dei rispettivi problemi.

Questi Confratelli saranno gradualmente richiesti, secondo i bisogni, alle varie Ispettorie, le quali saranno liete di dare al Centro
della Congregazione questo concreto e prezioso contributo, che si risolve a vantaggio di tutti.

La visione anche sommaria di questo quadro, che del resto non è completo e che sarà presentato a suo tempo nella sua interezza sugli Atti del Capitolo Generale, dà subito un'idea degli scopi che si vogliono raggiungere con la nuova struttura del Consiglio Superiore (non più Capitolo Superiore) della Congregazione quale oggi si presenta e quale si prospetta nel suo complesso e vasto sviluppo.

È pacifico che non tutto nascerà perfetto; l'esperienza concreta ci suggerirà man mano molte cose. Ma intanto a noi, a ciascuno di noi spetta attuare e dar vita nel miglior modo al piano elaborato con molto studio ed in varie fasi del Capitolo Generale, il quale a sua volta ha fatto tesoro di studi .e di proposte pervenute un po' da tutte le parti della Congregazione.

Per questo possiamo aver fiducia che dall'attuazione diligente e sistematica della nuova impostazione verrà non poco bene alla vita della Congregazione.

5. Iniziative per il 150° di Don Bosco
Arrivano da varie parti relazioni di manifestazioni commemorative del 150° della nascita del nostro Padre. Molto bene.

Penso che in nessuna delle nostre opere mancherà una commemorazione solenne di un evento così importante che potrà trovare anche giusto rilievo nella stampa locale, in trasmissioni radio-televisive, in apposite mostre o in altri modi convenienti.

Ma non fermiamoci qui: le manifestazioni anche le più solenni rischiano di rimanere sterili episodi, che, forse, servono solo a dare vita a forme trionfalistiche, illusorie e non feconde di vero bene. °
Preoccupiamoci di dare anima e vita alla fausta ricorrenza.

Per questo sarà molto opportuno che in ogni nostra Casa si celebri da parte di tutti i Confratelli riuniti nell'intimità della famiglia una Giornata della fedeltà a Don Bosco. Ove è possibile si fissi la data del 31 dicembre e si faccia coincidere con una giornata di ritiro. Per la migliore riuscita dell'iniziativa presento alcuni suggerimenti.

1. Si prepari bene l'ambiente spirituale e la comunità dei Confratelli, scegliendo durante il mese precedente per la meditazione e la lettura spirituale, testi e argomenti ispirati alla vita e allo spirito del nostro Fondatore.

2. Nel giorno prescelto, a seconda del numero dei Confratelli e della natura dell'opera, la cerimonia può svolgersi in uno dei modi seguenti:
a) Concelebrazione con Omelia, Oratio fidelium intonata alla circostanza, Atto di Consacrazione dopo la Comunione. (11 testo dell'Atto di Consacrazione è allegato a pag. 11).

b) Veglia Biblica su testi sacri tratti dall'ufficiatura della festa di Don Bosco, conclusa con l'atto di Consacrazione.

c) Ora di Adorazione Eucaristica con l'Atto di Consacrazione.

Anche per la gioventù di tutti i nostri ambienti, quest'anno giubilare ci offrirà un'occasione oltremodo proficua per studiare e attuare iniziative d'indole spirituale, scolastica, organizzativa ecc. idonee a far conoscere di più la figura e l'opera di Don Bosco, e quindi ad accrescere nel cuore dei nostri giovani la devozione verso il loro Padre e Maestro, alimentando alla sua scuola l'ideale di una vita profondamente cristiana e generosamente apostolica.

I sig.ri Ispettori e Direttori sapranno come tradurre in pratica, nel proprio ambiente, questi suggerimenti. Gradirò a suo tempo notizie delle iniziative che si saranno prese al riguardo.

Ci aiuti il buon Padre a rendergli questo filiale, devoto omaggio, da cui prenderemo anche rinnovata volontà di dare tutto il nostro personale contributo per attuare le deliberazioni del Capitolo Generale.

È così che faremo veramente rivivere Don Bosco nella Congregazione, nella Chiesa, per il bene della società:
Vi ricordo tutti in fractione panis: conto sulla vostra preghiera e ve ne ringrazio.

Vostro affino in Don Bosco
Don Luigi Ricceri
3
PRESENTAZIONE DEGLI ATTI DEL CAPITOLO GENERALE XIX
Presentazione. - il Salesiano al centro di tutto. - La Congregazione a una svolta. - Personalizzare dottrine e norme. - Responsabilità dei Superiori. - Ridimensionamento delle opere. - Gerarchizzare le opere. - Conclusione: progredirei
Lettera pubblicata in ACS n. 244
Torino, 31 gennaio 1966
Carissimi Confratelli,
ho la gioia di presentarvi gli Atti del Capitolo Generale XIX attesi con viva impazienza da ogni parte della Congregazione.

Farei un torto alla vostra intelligenza se indugiassi a spiegarvi quanto lavoro di stesura, di revisione e di correzione ha comportato la preparazione definitiva di questi Atti. Sono sicuro di esprimere il comune sentimento dicendo qui il più vivo grazie a tutti quanti, e non son pochi, han lavorato in questi mesi per la preparazione e redazione degli Atti.

Il compito del Capitolo Generale, dei Superiori Maggiori e delle Commissioni postcapitolari è giunto al termine. Adesso con la promulgazione da parte del Rettor Maggiore, che segue — per quanto era di sua competenza — l'approvazione della Congregazione dei Religiosi, gli Atti divengono patrimonio di tutti e singoli i Salesiani, vita della nostra vita, cibo per le quotidiane riflessioni e anzitutto impegno generoso e sincero per la loro attuazione.

1. LI Salesiano al centro di tutto
Se volessi ricorrere a una similitudine per delineare in qualche modo l'immagine del nostro Capitolo Generale, la prenderei, in spirito di umiltà, dal Vangelo: e direi che esso fu ed è una casa costruita su salda roccia.

Al centro di questa casa edificata e fatta nostra, mattone per mattone, in un lungo e operoso travaglio di idee, vi è una figura umana, una figura dominante, viva e palpitante, a cui tutti i Capitolari hanno guardato con ansia fraterna, man mano che la casa sorgeva: il Salesiano.

Non vorrei che la varietà e Ia mole di documenti che avete sott'occhio vi distornasse da questa visione centrale che è stata la preoccupazione prima e costante di tutto il lungo Capitolo Generale; il Salesiano, il Salesiano da formare e da fissare con coraggio nell'alveo di una ricca e vigorosa tradizione in cui si innesta il nuovo, che serve appunto a dar vita e rinnovato vigore al Salesiano del nuovo secolo. Abbiamo lavorato, prima che per le opere, per voi, cari Confratelli, per ciascuno di voi in particolare. Vi abbiamo avuti presenti tutti i giorni con gioia e con tremore di fratelli, pensando prima alle vite preziose dei fratelli e poi alle strutture e alle attività della nostra Famiglia.

Vorrei che di questo prendeste atto e vi sentiste confortati.

A questo mira tutta l'architettura dei documenti, a questo la varietà delle iniziative o nuove o sentite in maniera nuova, come il ridimensionamento delle opere, il riadeguamento dei vari uffici e consigli, l'istituzione di un Vicario accanto all'Ispettore e al Direttore, la definizione della figura del Direttore Spirituale, il Ritiro mensile con impostazione più impegnata, gli Esercizi Spirituali impostati in modo da dare più parte al lavoro personale, i corsi periodici di aggiornamento ascetico per le varie categorie, i corsi di preparazione dei futuri elementi dirigenti e formatori della Congregazione, la costituzione di Consulte, la formulazione di Direttori per i vari cicli formativi, la normazione nuova del tirocinio, l'adeguata preparazione alla professione perpetua, la possibilità di un secondo noviziato, ecc. È tutta una fioritura di iniziative dirette a incrementare il lavoro fecondo della formazione del Salesiano quale si esige dal momento storico che noi viviamo e dallo stesso apostolato che noi oggi siamo chiamati a esercitare.

Connessa con questa esigenza formativa vi è l'altra non meno importante della qualificazione del singolo Confratello per i compiti vari cui lo chiamerà l'obbedienza. Oggi la società si rifiuta di inserire nelle sue strutture dei generici, degli uomini senza specializzazione culturale, tecnica, professionale. E purtroppo le tracce dolorose di questo duro pedaggio sono rilevabili nei fenomeni angosciati della disoccupazione, della fame, dell'emigrazione ecc.

Noi non possiamo pertanto adagiarci nella candida illusione che basti un po' di buona volontà per fronteggiare le immense esigenze che le nostre opere ci vengono ogni giorno prospettando, e che basti tirare comunque il carro e arrivare alla sera stanchi per il tanto e molteplice lavoro cui ci siamo sobbarcati.

La gente, la Chiesa prima fra tutti, ci ritiene degli autentici specialisti della pedagogia e dell'apostolato (vedi Alleg. II: Discorso di Paolo VI ai membri del Capitolo Generale XIX della Società di San Francesco di Sales). Dobbiamo quanto più è possibile rispondere a questa attesa. Dobbiamo qualificarci utilizzando i mezzi che la Congregazione generosamente mette a nostra disposizione (studi, corsi, titoli, letture ecc.). Non basta più una certa pratica per fare bene scuola o per dirigere laboratori. Ormai ogni manifestazione della nostra attività reclama gente qualificata in campo teologico, liturgico, filosofico, pedagogico, scientifico, tecnico, scolastico, artistico, ricreativo, amministrativo ecc. Non si dice qui di fare collezione di titoli accademici, di alte specializzazioni, tanto meno si vuole incoraggiare un'egoistica o ambiziosa corsa a studi di propria soddisfazione ma sterili per l'apostolato; si richiede solo una preparazione veramente adeguata per lavorare con frutto in qualcuno degli innumerevoli campi d'azione cui la Provvidenza ci chiama. Si intravvedono subito quali e quante conseguenze provengono da questi orientamenti per Superiori e Confratelli.

2. La Congregazione a una svolta
Durante i lavori capitolari si è avuta netta la sensazione Che tutti i presenti guardavano ansiosamente al Concilio Ecumenico Vaticano 11. L'atmosfera di Roma ha evidentemente alimentato questo clima di tensione primaverile, colma di promesse.

Siamo tutti d'accordo che la Congregazione è a una svolta. Ma non equivochiamo sul termine. Se per svolta s'intende entrare in un'altra via, allora non siamo nel giusto. Se per svolta s'intende camminare sulla stessa via pur con orientamenti, impulsi e strumenti nuovi, allora siamo nel vero, perché prima di noi la Chiesa ha operato la stessa svolta decisa e coraggiosa, pur rimanendo sul terreno fecondo della sua secolare tradizione divino-umana.

Vengono qui opportune, e vanno ben soppesate, le parole rivolteci da Paolo VI: «Segna una tappa, fa il punto (come dicono i naviganti), conclude un periodo e ne inizia un altro la vostra Società» (Paolo VI, ibid.). Abbiamo fatto una generosa semina nell'humus della tradizione. Vi sarà quindi del nuovo innegabilmente; ma sempre innestato nel vigoroso ceppo di una tradizione che ha dato in passato abbondanti frutti e che non può quindi deluderci per il futuro.

Guardiamo pertanto al futuro con «sagace aderenza ai bisogni dei tempi» (Paolo VI, ibid.).

3. Personalizzare dottrine e norme
E perché questo innesto si operi nella forma più felice e feconda, urge anzitutto formarsi una mentalità più che un inventario di cose da praticarsi. Come tutte le cose grandi e belle, anche il Capitolo dobbiamo risentirlo in ciascuno di noi per capirlo e gustarlo. Bisogna che divenga sostanza della nostra mente e del nostro cuore prima di trasformarsi in ritmo di azione. Con l'aiuto dello Spirito Santo e sotto l'amorosa guida dei Superiori deputati a questo delicatissimo compito dobbiamo studiare e approfondire anzitutto le idee che animano tutti i documenti; solo così potremo essere i realizzatori non tanto di singole minute disposizioni, quanto del piano di insieme inteso a rinnovare la nostra vita di religiosi, di Salesiani, di apostoli.

Non diciamo subito dinanzi a un documento: «Questo non mi tocca, questo è per i sacerdoti, per i coadiutori, per le parrocchie ecc.». In una famiglia non si pensa e non si agisce così. Le cose dell'uno sono le cose dell'altro; i progetti dell'uno sono i progetti di tutta la famiglia. Leggiamo quindi e meditiamo con pari attenzione tutti i documenti e gli allegati contenuti nel volume. La luce, lo sappiamo benissimo, deriva dalla sintesi di vari colori. Ogni documento contribuisce a sfaccettare tutto il prezioso diamante del Capitolo; i documenti si illuminano a vicenda. Si possono incontrare qua e. là dei particolari che aiutano moltissimo a scoprire il vero spirito che ha animato in una coralità di ansie tutto il Capitolo.

Leggeteli quindi attentamente da soli: non accontentatevi di una prima lettura fatta in comunità. La Congregazione, oserei quasi dire Don Bosco, con questi Atti non vuole fare una bella conferenza o una bella predica ai suoi figliuoli; vuole stabilire un dialogo intimo, costruttivo con ciascuno di voi; vuoi dirvi che cosa occorre fare per riprendere il fecondo cammino nel nostro secondo secolo di vita.

4. Responsabilità dei Superiori
Evidentemente negli Atti vi sono delle cose che vanno chiarite e poi applicate con prudente gradualità. Per questo i Superiori responsabili non mancheranno di dare opportune e tempestive norme per evitare interpretazioni arbitrarie. Dopo la promulgazione di questi Atti, siamo tutti d'accordo che le opinioni personali debbono cessare per confluire nell'alveo di un'azione unitaria, senza della quale non si può fare opera costruttiva. Vi sono cose, cioè, che non sono demandabili al modo di sentire, allo spirito d'iniziativa del singolo. La famiglia nostra è grande e bisogna coordinare le forze su un'unica linea di azione, rinunciando a un certo punto alle vedute personali, se ciò è necessario.

Di qui nasce l'urgente impegno da parte di ogni Superiore di coordinare, di chiarire, di avviare, di chiamare a raccolta i collaboratori diretti per passare senza dispersioni o sviamenti dannosi alla fase esecutiva. Collaborare e consigliarsi. Qui è proprio il caso di tornare a insistere sullo spirito di "servizio", che deve caratterizzare l'autorità a qualunque livello essa sia, e di un servizio ordinato, programmatico, armonico.

Non si improvvisi nulla. Si studino e si facciano studiare i programmi d'azione. Si veda il modo concreto di attuare le disposizioni capitolari con le varie categorie di Confratelli operanti in seno alla comunità: con i sacerdoti e con i coadiutori, con i giovani e con gli anziani.

Per tutta questa delicata trama di lavoro è necessario impegnare a fondo e far leva sul senso di collaborazione a tutti i livelli: al centro della Congregazione, nei gruppi di Ispettorie, nelle lspettorie, in ogni Casa e in ogni singolo settore delle nostre attività.

Riscopriamo in questa occasione la preziosità del dialogo fraterno e costruttivo, tanto raccomandato dalla Chiesa nella storica enciclica Ecclesiam suam. È questione di giustizia: ne trarremo tutti grandissimi vantaggi sotto ogni aspetto.

La nostra è una Congregazione di vita attiva e dispone di risorse che vanno sapientemente sfruttate. Forse tanti Confratelli già maturi di anni e di esperienza possono ancora scoprire le proprie risorse di apostolato sia a se stessi sia alla comunità, nella quale lavorano. Approfittiamone valorizzandoli con fiducia.

Il responsabile dell'autorità senta volentieri e spesso i suoi collaboratori e questi a loro volta ritengano quale loro primo strettissimo dovere quello di collaborare, dando nei Consigli l'apporto della propria intelligenza, della propria esperienza, sempre e solo nel desiderio del vero bene della comunità, delle anime, non certo per imporre ad ogni costo il proprio punto di vista.

Nessuno di noi è una sorgente: siamo tutti dei rigagnoli più o meno abbondanti di acqua, che devono confluire generosamente in un unico alveo, quello della nostra comunità benedetta da Dio.

I problemi non saranno né piccoli né pochi, sia nelle Ispettorie che nelle Case. Ma il Signore non mancherà di premiare lo sforzo unanime e sincero che tutta la Congregazione, in tutti i suoi membri; ad ogni livello, farà per adeguarsi in novità di vita ai tempi, per attuare con metodo e coraggio le decisioni che essa stessa, attraverso il Capitolo Generale, suo organo giuridico e qualificato, ha deciso e stabilito.

5. Ridimensionamento delle opere
Le nostre opere sono già tanto numerose e spesso assai complesse sia per le loro proporzioni sia per la eterogeneità delle attività che vi si svolgono. Se dovessimo muoverci sotto la spinta delle richieste che incessantemente ci vengono da autorità, benefattori, enti, dovremmo aumentarle a dismisura. Ma noi non possiamo ignorare i moniti saggi e illuminati di Paolo VI: mancheremmo di quel vigile senso di responsabilità che ci deve guidare nel governo della Congregazione.

Non possiamo sottovalutare le parole ammonitrici del Sommo Pontefice: «Vi sono sottili tentazioni... gravi pericoli... difficoltà inerenti alle proporzioni stesse, che la Congregazione va assumendo» (Paolo VI, ibid.).

È chiaro che prima di spingere per aumentare in numero e in dimensioni le opere già esistenti, dobbiamo sentire tutti, e struggente, la preoccupazione per l'uomo, per il religioso, per il Salesiano, il prezioso protagonista di questa vertiginosa attività. Se così non fosse, noi daremmo vita a delle costruzioni anche impressionanti per chi guardi dal di fuori, ma finiremmo per soffocare l'uomo, il religioso, il Salesiano. Non possiamo esigere oltre un certo limite, per il bene autentico del Confratello, per lo stesso rendimento della sua generosa fatica apostolica. Ci preme e ci deve premere anzitutto la sua persona come religioso, perché egli, facendo la sua professione, ha messo nelle nostre mani tutta la sua esistenza per il tempo e per l'eternità. Ciò non significa che il Salesiano anche per l'avvenire non debba essere quel gran lavoratore quale fu sempre ritenuto dalla Chiesa e dalla società.

Dovremo quindi chiederci con un poco di realismo: qual è lo scopo per cui vorremmo tenere aperte certe opere, ingrandirle o anche iniziarne delle altre? Per far del bene alle anime. A quali anime? A quelle dei giovani e degli adulti affidati alle nostre cure. Ma chi non vede che questo bene è irrealizzabile, se mancano Confratelli da dedicarvi o se quelli che ci sono si perdono sotto Io stillicidio martoriante di un lavoro senza tregua, senza pause corroboranti per il loro fisico, per la loro intelligenza, e, prima ancora, per il loro spirito?
Il Papa ci ha detto che vi è un «primato non solo di dignità oggettiva, ma di virtù operativa» da riconoscere alla vita religiosa sia per la nostra santificazione, sia per l'altrui educazione (Paolo VI, ib.).

Lo so, occorre molto coraggio nel dire di no a tante richieste; specie quando provengono da persone benemerite delle nostre opere e da autorità che vogliono venire incontro a urgenti bisogni sociali. Lo so, cari Confratelli, e vi comprendo. Ma è questione di vita o di morte per la Congregazione. Non ci sentiamo di addossare maggior lavoro a tanti cari Confratelli che sentono disseccarsi dentro se stessi le sorgenti fresche e pure del loro sacerdozio, della loro consacrazione religiosa.

L'apostolato è una delicata operazione di anime. Non si può compierla con anime esauste. Se domani il Signore, in vista della nostra generosa risposta, creerà situazioni più favorevoli, saremo ben felici di dar ascolto alle pressanti richieste che ci vengono da tutto il fronte della Chiesa.

6. Gerarchizzare le opere
Da Don Bosco a oggi ci siamo visti crescere a dismisura sotto gli occhi non solo il numero, ma anche i tipi delle opere.

Occorrerà anche qui un poco di coraggio per allinearci a quanto la Chiesa, attraverso il Concilio, ha ritenuto opportuno di raccomandare e lo stesso Capitolo Generale ha chiaramente affermato. E in questo senso vanno rispettate due esigenze di fondo: non allontanarsi dallo spirito genuino della Congregazione e dare la preferenza alle classi più bisognose del complesso contesto sociale di oggi.

È nell'istinto naturale delle istituzioni tendere sempre a un livello superiore, con rischio di svisarne non poche volte lo scopo originario. Ciò si constata sia nelle organizzazioni civili sia in quelle religiose. Ora bisogna che la Chiesa, desiderosa di raggiungere le classi sociali più sprovviste (Paolo VI, ib.), possa contare su di noi pienamente, generosamente.

In sostanza la nostra Congregazione deve continuare ad essere «testimonianza... alla vitalità del Vangelo ed al cuore della Chiesa per i bisogni del mondo, di quello giovanile e di quello lavoratore in specie» (Paolo VI, ib.).

Abbiamo fiducia nelle "finalità" a cui la nostra Congregazione si è "consacrata", perchè «non potrebbero essere più nobili, più moderne, più urgenti, più conformi al programma apostolico della Chiesa oggi» (Paolo VI, ib.).

Queste nostre finalità sono quelle indirizzate alla formazione giovanile. Con esse «la Congregazione partecipa alla missione della Chiesa» (Doc. CGXIX «Apostolato giovanile», cap. I); con esse «facciamo Chiesa». In questo settore la Chiesa conta su di noi esplicitamente e in forma preminente. «Il Salesiano è inviato dalla Chiesa ai giovani d'oggi» (Doc. CGXIX «Formazione dei giovani», cap. I).

In filiale rispetto alle ansie confidateci dal Santo Padre noi dobbiamo pertanto allineare in prima fila l'opera degli Oratori e quella dell'educazione, specialmente nel settore professionale, peri giovani delle classi meno abbienti.

L'Oratorio deve tornare ad essere la prima nostra preoccupazione. Un Oratorio che, mentre spalanca le porte alle folle di giovani che urgono attorno alle sue mura, sappia rispondere abbondantemente ai problemi imposti oggi dal tempo libero, con tutti gli strumenti e gli accorgimenti della tecnica e dell'arte moderna. Un Oratorio che non si esaurisca in un cortile o in una sala-giochi rigurgitante, ma che sia un "centro giovanile" nel senso più completo, più moderno, più dinamico della parola, in cui la Catechesi sia realizzata con i metodi e le tecniche più adatte al nostro tempo.

Viene poi l'istruzione professionale che è sentita come necessità inderogabile dalla società e, per riflesso, dalla Chiesa. Il Papa e l'Episcopato mondiale si sono espressi in termini di indilazionabile urgenza. Il mondo del lavoro attende un'anima cristiana e quest'anima si può trasmettere soprattutto quando l'elemento umano è suscettibile ancora di orientamento e di formazione. Sono i giovani apprendisti, i giovani lavoratori che vanno accostati, organizzati, seguiti nelle nostre scuole, nei nostri pensionati, nei nostri centri giovanili. Il mondo ha riscoperto il lavoro come fattore economico di primo piano; tocca a noi riscoprirlo e farlo riscoprire come elemento di spiritualità quotidiana, di elevazione soprannaturale.

Ogni abbandono di questi campi, che non sia imposto da particolari circostanze riconosciute dalla Chiesa stessa e consacrate dall'obbedienza, suonerebbe tradimento, diserzione dalle frontiere segnateci da Dio.

Su queste frontiere tutti e ognuno siamo impegnati. Dobbiamo persuaderci che «la formazione integrale del giovane è opera di tutta la comunità educativa» (Doc. CGXIX «Formazione dei giovani», cap. I). Ogni vuoto lasciato in questo settore per dedicarsi ad attività e iniziative personali rompe la saldezza di questo contesto eduAtivo,iel quale ogni gesto, ogni parola ha la sacralità di un atto religioso, perché, ci assicura Gesù, «tutto quello che avete fatto ai piccoli e ai bisognosi l'avete fatto a me» (Paolo VI, ib.).

Ma priorità e preminenza, naturalmente, non vogliono dire esclusività. Le nostre Costituzioni prevedono anche altre attività apostoliche, che sono anch'esse squisitamente salesiane, e come tali devono essere stimate e curate da chi ne ha in qualsiasi modo la responsabilità, Pensiamo alle Missioni, che devono continuare ad essere le trincee delle nostre conquiste e della nostra gloria, all'apostolato della stampa ed agli strumenti di comunicazione sociale, che ne sono oggi il naturale sviluppo. E come potremmo disinteressarci dei Cooperatori e degli Exallievi? Le Parrocchie poi sono spesso una necessaria integrazione della nostra specifica missione.

L'importante si è tenere, nella varietà degli impegni aperti alla Congregazione, quel senso delle proporzioni e quella sana apertura che, mentre ci fa impiegare tutte le forze di cui disponiamo senza grette preclusioni, in pari tempo ci tiene lontani dalle corse incontrollate verso mete non volute per noi dalla Chiesa, né dalla Congregazione, né dall'ubbidienza, e spesso create da preoccupazioni velleitarie.

7. Conclusione; progredire!
Carissimi Confratelli, ho voluto richiamare la vostra attenzione su alcune idee che vi potranno guidare e illuminare nella valutazione, e più ancora nell'attuazione dell'insieme dei deliberati del Capitolo Generale XIX.

Mi auguro che esse vi servano a captare, secondo la frase di Paolo VI, l'ora di Dio, che è scoccata col Concilio Vaticano II e per noi pure col Capitolo Generale XIX; a diventare in concreto factores verbi, realizzatori di quanto la Chiesa e la Congregazione han disposto per il bene delle anime nostre e per quello delle anime di cui siamo responsabili.

Tutti infatti, dopo la promulgazione, abbiamo l'obbligo non più di discutere, ma di attuare con buona volontà e con generoso fervore, proprio come figli autentici della Chiesa e di Don Bosco, i deliberati del Capitolo Generale XIX.

Nel nuovo cammino che iniziamo — uniti nella carità e nella fiducia vicendevole — ci incoraggiano le parole paterne rivolte da Paolo VI ai rappresentanti della nostra amata Congregazione, e quindi ad ogni Salesiano. Egli volle assicurarci «che il cammino percorso è stato diritto e benefico, e che deve essere continuato con passo fiducioso e lieto» (Paolo VI, ib.).

Fiducia e letizia.

Abbiamo "scelto bene". La Chiesa ci conferma «la certezza e il merito del nostro programma apostolico» (Paolo VI, ibid.).

«Progredire!» è stata l'ultima parola del Santo Padre nell'atto di accomiatarsi dal Capitolo Generale: «Progredire verso una maggiore autentica fedeltà allo spirito della Chiesa e di Don Bosco» (Paolo VI, ib.).

Carissimi Confratelli, gli Atti del Capitolo Generale XIX che, col cuore di Don Bosco, consegno a ciascuno di voi, mirano appunto a questa mèta.

Ci assista, nel nuovo cammino, la Vergine, Madre e Ausiliatrice della Chiesa e della Congregazione.

Don Luigi Ricceri
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LA NOSTRA RESPONSABILITÀ DI FRONTE AGLI «ATTI DEL CAPITOLO GENERALE XIX»
La nuova serie degli «Atti». - Confortante unione di cuori. - La nostra responsabilità di fronte agli «Atti del Capitolo Generale», - Approfondire gli «Atti del Capitolo Generale». - Alcune idee fondamentali. - Sulla Costituzione Apostolica «Poenitemini».

Lettera pubblicata in ACS n. 245
Torino, 19 marzo 1966
Carissimi Confratelli e figliuoli,
1. La nuova serie degli «Atti»
Con questo numero degli Atti si inizia la nuova serie impostata secondo le norme date a suo tempo dal nostro Capitolo Generale. Troverete pure una relazione sull'«Attività del Consiglio Superiore» in questi primi mesi. Farà certo a tutti piacere conoscere le iniziative ed i problemi che occupano i Superiori nel governo della Congregazione e servirà a rendere sempre più intenso ed operante il legame fra il Centro e la periferia.

Auguro di cuore che anche questa innovazione sia ad melius e serva in modo particolare a fare dell'amata nostra Congregazione una grande famiglia, la quale, anche se spiega le sue tende nelle terre più disparate, vive ed opera unita in un unico cordiale vincolo.

Sono sicuro che i cari Ispettori e Direttori, consapevoli della importante funzione degli Atti nella Congregazione, ne cureranno la lettura nel modo più opportuno ed efficace affinché tutti i Confratelli ne abbiano conoscenza.
2. Confortante unioni di cuori
Sono sotto la confortante impressione delle numerose lettere pervenutemi nelle scorse settimane da tutti i Continenti da parte di tanti Confratelli. La celebrazione della «Giornata della Fedeltà», i primi ritiri di un giorno intero, le solenni e fruttuose celebrazioni del 1500 della nascita del nostro Padre, la conclusione delle Conferenze Ispettoriali, che si sono tenute in tutti i Continenti sotto la presidenza dei Superiori incaricati, e, ultimamente, l'arrivo delle prime copie degli Atti del Capitolo Generale in lingua italiana: ecco í motivi delle tante lettere inviate al Rettor Maggiore.

Ispettori, Direttori e molti Confratelli hanno voluto esprimermi i loro sentimenti di soddisfazione, i loro propositi di filiale e sincera fedeltà alla Chiesa che si rinnova e a Don Bosco che ha parlato attraverso il Capitolo Generale.

Il Signore benedica questi sentimenti e questi propositi che sono certamente condivisi da tutti i membri della nostra famiglia. Una nota comune in tutte queste lettere è la riconoscenza verso la Congregazione, Madre particolarmente sensibile, che dà ai suoi figliuoli il cibo e il conforto di cui necessitano in questo nostro tempo.

Ed è proprio questa la nostra ansia di Superiori: aiutarvi ad essere salesiani autentici e completi secondo le' esigenze odierne.

Anche i membri del Consiglio Superiore hanno celebrato la «Giornata della Fedeltà». Il 24 gennaio scorso ci siamo trovati tutti al Colle Don Bosco; abbiamo trascorso alcune ore nella umilissima casetta, meditando e pregando; abbiamo rinnovato la nostra promessa di fedeltà al caro Padre, che voleva anche interpretare quella di tutti i membri della nostra famiglia. Si concluse con la Concelebrazione di tutti i Superiori, col venerato don Ziggiotti, nella cripta del Tempio dedicato a Don Bosco.

Il Bollettino Salesiano italiano del mese di marzo dà un'ampia relazione di quella nostra fervida "giornata".

3. La nostra responsabilità di fronte agli «Atti del Capitolo Generale»
Accennavo sopra agli Atti del Capitolo Generale.

Penso che a quest'ora le prime copie siano pervenute dappertutto. Presto arriveranno nei vari paesi le rispettive traduzioni.

A chi prende visione del volume con tutto il materiale che esso contiene, vien naturale quel senso di ammirazione e di riconoscenza che tanti Confratelli han voluto esprimere al Rettor Maggiore.

È veramente un "dono", un ricco e tempestivo dono che Don Bosco ha voluto fare ai suoi figli di questa era in profonda evoluzione, con gli Atti del Capitolo Generale.

La Congregazione, attraverso il suo più qualificato organo, ha mostrato una provvidenziale sensibilità per le odierne esigenze, degna del nostro Padre, il cui apostolato, per unanime giudizio, è contrassegnato non solo dal "senso" dei tempi, ma addirittura dalla antiveggenza dei tempi.

Possiamo allora dire tranquillamente che siamo sulla strada della autentica tradizione salesiana quando, invece dì insistere su certe formule o prassi stanche per il fatale logorio del tempo e per l'evolversi di situazioni sociologiche e psicologiche, se ne cercano altre che, rispondendo alle mutate esigenze di uomini e di cose, riescano efficaci e positive per quella conquista di anime che è il motivo fondamentale e la mèta costante di ogni nostra attività.

La Congregazione (e, prima ancora, la Chiesa) è un'annosa vite che ad un certo momento può mostrare alcuni suoi tralci secchi; evidentemente comprometterebbe il fruttificare della vite l'agricoltore che volesse conservare ad ogni costo quei tralci secchi; ma sarebbe addirittura pazzesco sradicare la vite e metterla con le radici al sole per il fatto che vi si trovano tralci insecchiti.

È sempre nell'equilibrio la via giusta, la soluzione veramente positiva e costruttiva, quell'equilibrio che si è constatato nel nostro Capitolo Generale (come già nel Concilio, nell'autentico Concilio, quello dei Decreti), che, lungi da ogni indiscriminata iconoclastia dei passato, sa vedere con coraggio quanto occorre cambiare od aggiungere per mantenere vitale e fecondo il secolare tronco della Congregazione.

Ogni Salesiano quindi (e qui si allarga la visione del nostro operare) in questo momento storico da tanti definito decisivo, con quel senso di responsabilità e di intelligente equilibrio che lo deve contraddistinguere, sia di fronte alla Chiesa che alla Congregazione, eviti i due estremismi ugualmente condannabili e distruttivi: l'atteggiamento irrazionale di chi vorrebbe tutto innovare ad ogni costo in una corsa febbrile verso ciò che è nuovo, annullando tutto il passato solo perché
è passato; e l'atteggiamento opposto di chi vorrebbe tenacemente conservare un bagaglio di certe cose che, al banco di prova della realtà d'oggi, non reggono, non riescono a raggiungere quel fine per cui un tempo erano state volute, e con frutto.

Si comprende quindi quanta responsabilità incombe su ciascuno di noi: non è esagerazione il dire che la felice attuazione o la neutralizzazione degli Atti del Capitolo Generale (come del resto può dirsi dei Decreti Conciliari) dipende — pur nelle dovute proporzioni — dall'atteggiamento e dalla conseguente opera di ognuno di noi. à superfluo aggiungere che tale responsabilità cresce man mano che cresce l'autorità del singolo Salesiano.

4. Approfondire gli «Atti del Capitolo Generale»
Il Consiglio Superiore, da parte sua, consapevole che è suo primo dovere eseguire e fare eseguire le deliberazioni del Capitolo Generale, si è messo da tempo al lavoro.

Si sono tenute, allo scopo, diecine di riunioni consiliari.

I Consiglieri incaricati di gruppi di Ispettorie hanno già tenuto dappertutto le prime Conferenze Ispettoriali, hanno potuto prendere contatto con ognuno dei nostri Ispettori e studiare insieme come portare su piano pratico le deliberazioni del Capitolo Generale; hanno pure incominciato a vedere i vari problemi della periferia riferendone al Consiglio Superiore per uno studio più approfondito e, quando occorra, per i provvedimenti del caso.

Presto questi Superiori riprenderanno i loro viaggi, sempre con l'intento di alimentare, secondo gli indirizzi del Capitolo Generale, quel vicendevole scambio fra il centro e la periferia, che si rivela già tanto vantaggioso.

Ma io amo pensare (e tanti elementi mi confortano in tal senso) che voi, carissimi confratelli e figliuoli, col senso salesiano che è intelligenza, discrezione, criterio, avete già iniziato la vostra opera di collaboratori, sia del Concilio che del Capitolo Generale; collaboratori convinti e, appunto per questo, fattivi, pazienti, ma decisi.

Ho detto pazienti, sì, perché sarebbe ingenuo e deludente il pensare che tutto si possa realizzare nello spazio di mesi, di qualche anno.

Bisogna cominciare subito, è vero; bisogna lavorare colle idee chiare e programmi e metodo ben definiti; bisogna cercare di fare ogni giorno un passo avanti nella attuazione dei vari deliberati; non ci si deve fermare e tanto meno abbattere dinanzi alle prevedibili difficoltà, o trovare in esse degli alibi ad un atteggiamento passivo; ma dobbiamo anche dare come scontato che ci vuole del tempo per arrivare alla attuazione piena e completa specialmente di certe decisioni, e non si può credere a rivolgimenti miracolistici di punto in bianco.

Intanto vi invito tutti a valorizzare gli Atti del Capitolo Generale, che devono essere ben conosciuti nelle nostre comunità, da ognuno di noi, come certamente avete già provveduto a fare per i Decreti Conciliari.

Degli Atti si faccia lettura comunitaria nel luogo e nel momento più opportuno per i Confratelli. Sarà assai utile, vorrei dire necessario, che si tengano conferenze per illustrare anzitutto le idee che animano tutte le deliberazioni e poi alcuni documenti (ad es.: Le Strutture - La Vita e
formazione religiosa - La fon orazione giovanile). Ma raccomando specialmente la lettura individuale di essi, pacata, attenta, approfondita. Il volume degli Atti si dà a ciascuno dei Confratelli, con notevole spesa per la Congregazione, appunto perché ogni Salesiano possa farne veramente cibo: gli Atti sono destinati a stare fra le vostre mani, sul vostro tavolo direi abitualmente; non devono essere materiale da archivio.

Solo con una lettura così fatta si potrà assorbire lo spirito, si assimileranno le idee che animano e che circolano come sangue vivo per le pagine degli Atti. E sono appunto le idee che persuadono, le idee che formano la mentalità e le convinzioni, senza le quali non sarà possibile quell'azione sistematica, costante e fiduciosa che sola riuscirà a tradurre in realtà il piano organico tracciato dal Capitolo Generale. Anche il Concilio, nella vastità e varietà dei suoi insegnamenti, ha espresso alcune direttive generali che ne compendiano tutto lo spirito rinnovatore, e il nostro Capitolo se n'è fatto interprete autentico.

5. Alcune idee fondamentali
Accenno, a titolo di esempio, ad alcune di queste idee che formano come il tessuto connettivo degli Atti del nostro Capitolo Generale, dispensandomi dal fare citazioni.

Invito tutti a riflettere su tali "idee": sono queste che, comprese e accettate, daranno rinnovata vita alla nostra missione, e fiducia ai Confratelli.

a) La persona del Salesiano nella sua interezza di uomo, di religioso, di sacerdote e di educatore, è il centro su cui convergono le attenzioni e le premure della Congregazione, come del resto esige la Chiesa del Concilio (si veda il Decreto Perfectae Caritatis), per qualificarlo in tutti i suoi aspetti, secondo le esigenze di oggi, assai diverse da quelle di ieri.

Per questo già la selezione dei Salesiani deve essere operata in tutte le fasi con serietà, scienza e senso di responsabilità, e quindi la loro formazione deve essere impostata e condotta in profondità, perché la vocazione possa svilupparsi e crescere in quel clima di sana e coraggiosa apertura, oggi assolutamente necessaria, per temprare e maturare l'autentico Salesiano.

b) L'autorità è un servizio da prestare gratuitamente; non può essere regolato dall'egoismo comunque espresso, ma solo dalla preoccupazione del bene di tutti e dei singoli: è il prolungamento del Buon Pastore. Così pure l'autorità non è sinonimo di imposizione, né essa richiede una obbedienza puramente passiva, tale da sopprimere le iniziative, le responsabilità e le risorse personali dei sudditi.

Anche nella vita religiosa c'è posto per il dialogo; esso ormai è necessario per rendere efficiente tutta la nostra missione. Suscitare e accettare le iniziative dei sudditi è una qualità dei buoni superiori; proporre iniziative e suggerimenti al superiore è il segno di una obbedienza razionale umana; mettere a confronto pareri e criteri è il miglior modo di collaborare efficacemente ad un'impresa. La vita religiosa comunitaria così intesa offre proprio la disponibilità e i mezzi per un ministero d'insieme al servizio del Regno di Dio.

Più in concreto, il Superiore è e deve essere, anzitutto e soprattutto, il Padre dei Confratelli, di tutti i Confratelli, dei fervorosi e dei meno fervorosi, degli anziani e dei giovanissimi: ognuno di noi Superiori riceve il mandato per servire in paterna carità i Confratelli, che dovranno essere il vertice dei nostri interessi, delle nostre premure; la superiorità così intesa riesce a trasformare l'insieme dei Confratelli in una autentica famiglia di figliuoli adulti, che si sentono amati e, per questo, compresi, valorizzati e, all'occasione, corretti. Per questo i figliuoli devono sentirsi impegnati a dare gioiosamente la loro cordiale e generosa collaborazione a colui che, prima d'essere capo, è Padre.

La Chiesa e la Congregazione chiedono anzitutto al Superiore non la costruzione di opere, non la ricerca di danaro, non l'organizzazione di complessi tecnici e scolastici, ma la cura amorosa dei Confratelli. Il Superiore ideale, per la Chiesa e per la Congregazione, è colui che, vivendo in carità i problemi e gli interessi dei suoi Confratelli, li aiuta a risolverli per il bene dell'anima loro e per la realizzazione della loro vocazione apostolica.

c) La Comunità tutta è corresponsabile dell'opera educativa dell'Istituto, dell'Oratorio, della Parrocchia; per questo deve essere sistematicamente cointeressata e fatta compartecipe di iniziative, di programmi, di orientamenti ecc.

Chi ha il mandato di governare una Casa, una Ispettoria, la Congregazione, non può farlo, oggi specialmente, con l'enorme e complesso cumulo di problemi che si devono continuamente affrontare, ignorando coloro che, secondo il Codice, la Regola e lo stesso buon senso, devono integrarlo e illuminarlo, per alleggerirgli la pesante responsabilità di decisioni, che possono avere conseguenze anche gravissime e irreparabili, pastorali, umane, economiche, organizzative.

Questa collaborazione è una delle grandi direttrici scaturite dal Concilio, che si ritrova continuamente nello spirito e nelle deliberazioni del Capitolo Generale. Ecco ad esempio come si esprimono Vescovi della Germania rivolgendosi ai loro Sacerdoti: «Dobbiamo imparare molto, per il nostro apostolato in diocesi: dobbiamo, molto di più di quanto abbiamo fatto finora, ascoltarci a vicenda, riflettere insieme, lavorare in buon accordo».

d) L'opera educativa del Salesiano si deve adeguare alle esigenze delle generazioni di oggi, perché raggiunga realmente gli scopi che essa si prefigge.

Per questo, ad esempio della Chiesa del Concilio, dobbiamo esaminare sinceramente per vedere in che misura ognuna delle nostre opere ha una vitalità educativa e cristianamente formativa, quale esige il nostro tempo; e quel che c'è da fare, con metodo e coraggio, per raggiungere realmente gli scopi segnati da Don Bosco e postulati, come non mai, dalla Chiesa del nostro tempo.

È questo un lavoro essenziale e di grande responsabilità per la vita e la missione avvenire della Congregazione, che richiede uno studio sistematico e paziente, coraggioso e intelligente, con la collaborazione di persone qualificate, per rendersi conto di realtà anche meno gradite al nostro sentimento, per non soggiacere ad abitudini mentali, per vedere nel modo più chiaro il miglior impiego delle nostre energie a servizio della nostra vocazione salesiana nella chiesa di oggi.

Per questo il Capitolo Generale ha assegnato a tale studio lo spazio di due anni. Criteri e scopi concreti di tale studio già si illustrano nelle Conferenze Ispettoriali, perché siano conosciuti ed applicati, attraverso gli organi a ciò deputati, nelle singole Ispettorie.

Queste ed altre idee di fondo permeano tutti gli Atti del nostro Capitolo Generale ed affiorano un po' da ogni pagina al lettore attento: e sono idee che invitano a riflettere e conseguentemente ad agire.

A quest'azione tutti dobbiamo sentirci personalmente impegnati. È vero che saranno le Conferenze Ispettoriali, e quindi i singoli Ispettori, per tante disposizioni capitolari, a dare man mano istruzioni pratiche sul modo di attuarle; bisogna evitare al riguardo ogni iniziativa intempestiva o arbitraria. Ma poi dobbiamo tutti dare il nostro personale, generoso e capillare apporto a quel processo di adeguamento e direi di ringiovanimento della nostra vocazione personale e comunitaria, che formano lo scopo di tutte le deliberazioni capitolari.

Gioverà a tal fine che la predicazione dei nostri Esercizi Spirituali abbia come base col decreto conciliare Perfectae caritatis sul rinnovamento della vita religiosa e col decreto De institutione sacerdotali sulla formazione sacerdotale, il ricco documento nostro su «La nostra vita religiosa oggi», su «L'apostolato giovanile» e la «Formazione dei giovani».

Per gli Esercizi dei Direttori sarà bene tener presenti e la parte del documento su «Le strutture della Congregazione» che tratta del Direttore e il documento sulla «Direzione spirituale dei Confratelli».

Sarà questo un modo assai efficace per rendere operanti tante sapienti norme.

6. Sulla Costituzione Apostolica «Poenitemini»
Permettetemi ancora una parola.

In questi giorni è stata pubblicata la Costituzione Apostolica Poenitemini, un documento che si collega evidentemente al Concilio e che ci tocca anzitutto come battezzati ed ancora più come religiosi e sacerdoti, come educatori, come pastori di anime.

Sono sicuro che il documento, con Io spirito che tutto Io pervade, sarà stato oggetto di studio e di meditazione nelle nostre comunità.

Paolo VI con la Costituzione Apostolica Poenitemini ha voluto richiamare gli uomini, e noi siamo fra essi, oggi fortemente tentati dall'edonismo della vita moderna ed affannati a costruire una società opulenta, al vero senso della penitenza, che è principalmente mortificazione interiore, mezzo di elevazione spirituale non solo del singolo, ma anche della intera comunità.

Come si vede, il documento, con i suoi grandi richiami, ci interessa come individui e come comunità, come semplici religiosi e come superiori responsabili delle stesse comunità.

La penitenza infatti non è fine a se stessa; ha un carattere interiore, religioso, soprannaturale.

Facendo penitenza, ogni battezzato è reso partecipe e responsabile della vittoria di Cristo sul mondo, sul male, sul peccato, compartecipando alle sue sofferenze, come un membro si collega al Capo.

Con la penitenza, il battezzato attua l'impegno a rinnovarsi, non solo individualmente e interiormente, ma esteriormente e pubblicamente, e per la propria salvezza e per le esigenze del Regno, perché il volto della Chiesa non appaia, nelle sue membra, deturpato, e l'incremento del Regno di Dio non venga ritardato.

Dobbiamo infatti riconoscere che spesso anche i nostri ambienti, forse senza troppo avvertirlo, assorbono mentalità e conseguente prassi di vita da quella cosiddetta civiltà moderna, che fa suo ideale concreto il benessere, il godimento, diciamo la parola, l'edonismo, portando nei tanti aspetti della nostra vita quotidiana la ricerca affannosa dello star bene, di tutto ciò che è comodo e superfluo, dalla mensa allo spettacolo, dai viaggi alle vacanze, e di conseguenza arriva ad aver quasi orrore per tutto quanto sa di rinunzia, di sacrificio, di austerità.

Tutto questo, dobbiamo riconoscerlo, porta ad uno svuotamento della vita religiosa, crea squilibri e dannose sperequazioni nella stessa Congregazione, provoca reazioni tutt'altro che edificanti nei laici, oggi specialmente esigenti e sensibili dinanzi a incoerenze e contraddizioni di tal genere nel Consacrato, incide negativamente su tutta la nostra vocazione e la nostra missione.

Mentre scrivo queste righe, ricevo una lettera d'oltre cortina. Vi leggo parole che vengono assai opportune. Dopo aver parlato della vita difficile e lontana da ogni comodità, chi scrive così si esprime: «Per i Religiosi è un'ora di riflessione...; era molto necessario un rinnovamento spirituale...; nelle comodità si dimenticano le vere finalità».

Viene spontanea alla memoria la parola ammonitrice del Padre: «Quando incominceranno tra noi le comodità o le agiatezze, la nostra pia Società ha compiuto il suo corso». (Lettera Testamento 1884, MB XVII, 272).

Vi invito tutti ad approfondire le grandi e feconde idee che animano la «Costituzione», applicandole a noi stessi, alla nostra vita di consacrati, di pastori, di educatori.

Quanta ricchezza in queste realtà! Il riconoscerle deve suscitare in ciascuno di noi sentimenti e propositi che ci portino, specie nel periodo quaresimale, ad un autentico rinnovamento personale, attraverso una volontà di generosa rinunzia e di fattiva carità, espressioni autentiche di vera penitenza.

L'appello del Santo Padre, a favore di tanti fratelli che hanno fame, è un bel richiamo perché anche noi, nella carità fatta di sacrifici, ci prepariamo degnamente alla Resurrezione.

Vi esorto, per questo, a tener presente il mio invito collegato all'appello del Papa per la fame in India.

Sin d'ora formulo per ciascuno di voi, e specialmente per i fratelli comunque impediti e provati, l'augurio che la Pasqua di Risurrezione porti la gioia purissima e la pace serena di Cristo Vincitore nei vostri cuori e in tutte le vostre comunità.

Vi sarò assai grato, se vorrete ricordarmi nelle vostre preghiere.

Vostro aff.mo in C. 3.

Don Luigi Ricceri
5.

PROBLEMI URGENTI E VITALI PER IL NOSTRO RINNOVAMENTO
Doverosi e commossi ringraziamenti. - A conclusione del 150° della nascita di Don Bosco. - Casa Generalizia a Roma. - Nuova edizione delle Costituzioni e Regolamenti. - Evitare deplorevoli deviazioni. - Frenare le impazienze guardando la realtà. - Apertura coraggiosa e sano equilibrio. - L'esame di coscienza nelle nuove pratiche di pietà. - li rinnovamento frutto della collaborazione di tutti. - Necessità e urgenza della qualificazione del personale. - Adeguarsi alle esigenze dei nuovi tempi. - La qualificazione legata intimamente al ridimensionamento delle opere. - Le Missioni e gli interessi generali esigono la semplificazione delle opere. - La vocazione, problema vitale. - Per avere vocazioni occorre una coraggiosa revisione del lavoro educativo. - Cura delle vocazioni nel periodo di formazione. - Impegno di tutti: rinnovarsi uscendo dalla mediocrità.

Lettera pubblicata in ACS n. 246
TORIN0, 24 settembre 1966
Confratelli e Figliuoli carissimi.

Questo numero degli «Atti del Consiglio Superiore» esce con un certo ritardo. Eccone il motivo.

Le traduzioni e la distribuzione del numero precedente andavano con una certa lentezza: fatto spiegabile, data la novità dell'impostazione del lavoro. Volevo quindi evitare che questo fascicolo venisse a sovrapporsi all'altro, la cui distribuzione nelle varie lingue non era ancora completata.

Penso che questo numero avrà un più rapido «iter» e ringrazio sin d'ora quanti collaborano a questo scopo rendendo un prezioso servizio alla Congregazione. Tutti infatti comprendiamo la funzione che compiono, specie in questo momento, gli «Atti del Consiglio»: vorrei aggiungere che, appunto per questo, i Superiori che ne hanno la responsabilità, metteranno un diligente interesse perché i confratelli, tutti i confratelli, ne vengano a conoscenza nel modo più tempestivo e opportuno.
1. Doverosi e commossi ringraziamenti
Lasciate ora che, sia pure con ritardo, rinnovi da queste pagine l'espressione della mia viva riconoscenza a tutti coloro che, in occasione del mio onomastico, vollero farmi pervenire voti augurali e assicurazioni di preghiere: ho particolarmente gradito, col richiamo che si volle fare al 150° del nostro Padre, il rinnovato impegno di fedeltà a Lui e alla diletta Congregazione e la promessa di attuare cordialmente le deliberazioni del Capitolo Generale, perché la Congregazione possa continuare con nuova vitalità la sua missione nella Chiesa.

Tali sentimenti e propositi espressi da numerosissimi Confratelli sono stati e sono per me di grande conforto e di vivo incoraggiamento nell'assolvere il compito tutt'altro che leggero che la Provvidenza ha voluto affidarmi. Il buon Dio vi ripaghi.

Desidero anche esprimere qui il mio rammarico a coloro ai quali, per motivi indipendenti dalla mia volontà, non sia riuscito a fare pervenire una risposta e il mio più sentito grazie.

Vi sono debitore di uno speciale ringraziamento anche per altra ragione. Nella scorsa quaresima vi invitai a raccogliere il drammatico appello di S.S. Paolo VI a favore dei fratelli vittime della fame. Con commossa edificazione ho potuto constatare la generosa e pronta rispondenza al mio invito nelle varie parti del mondo salesiano, con iniziative spesso geniali, sempre commoventi.

Desidero citare qui l'esempio di Paesi che hanno un livello di vita assai povera e che hanno voluto, con evidente sacrificio, fare qualcosa anch'essi per i fratelli in estremo bisogno.

Per tutti, Confratelli e Cooperatori, Ex-allievi, alunni ed oratoriani, e specialmente a coloro che, poveri essi stessi, hanno voluto fare qualcosa per i fratelli non meno poveri, valga come il più ambito ringraziamento la parola di Gesù: «L'avete fatto a Me».

2. A conclusione del 150° della nascita di Don Bosco
In questi mesi intanto si sono svolti a ritmo serrato e con programmi precisi, iniziative e attività di vario genere, tutte legate all'attuazione sistematica dei deliberati del Capitolo Generale. Ne sono stato soddisfatto particolarmente anche perché questo intenso lavoro e questo slancio di fervore veniva a coincidere con la conclusione del 150° della nascita di Don Bosco. Le cronache salesiane hanno riportato l'eco di solenni festeggiamenti che si sono svolti in tutto il mondo con una grande risonanza tra le autorità ecclesiastiche e civili e tra il popolo.

Sono lieto di constatare che le doverose celebrazioni esterne sono state una occasione per risalire alle origini della storia salesiana e per ritrovare tutta la genuinità e tutta la forza dello spirito del. nostro Padre. Da tale contatto è fiorito ovunque un proposito di rinnovata fedeltà alla Congregazione e una volontà decisa di attuarne la missione secondo le direttive e l'impulso dato dalla Chiesa nel Concilio Vaticano.

Nel concludere con questa confortante constatazione il 150°, prego Don Bosco che voglia conservare in tutti il buon volere per questo grande impegno e ne tragga risultati che siano valido fondamento per i tempi nuovi che attendono la Congregazione.

3. Casa Generalizia a Roma
Passo ora ad informazioni su alcuni fatti di interesse generale ed immediato per la nostra famiglia. In primo luogo vi comunico che, in ottemperanza al voto del nostro Capitolo Generale, abbiamo acquistato a Roma una ampia area su cui dovrà sorgere la nuova Casa Generalizia. Vi invito a pregare perché la Provvidenza ci venga incontro, sia per completare il pagamento del terreno, sia per affrontare a suo tempo le spese della costruzione.

4. Nuova edizione delle Costituzioni e Regolamenti
Tra poco i Rev.mi Sig .ri Ispettori riceveranno le copie delle Costituzioni e Regolamenti, rivedute secondo le deliberazioni capitolari, nel testo ufficiale in lingua italiana. Invito coloro che ne hanno l'incarico, a provvedere con sollecitudine per la traduzione. È necessario poi che in ogni comunità si faccia senza indugio la lettura completa del nuovo testo, nel momento e nel luogo più conveniente. Ogni Direttore senta questo dovere dinanzi ai Confratelli e alla Congregazione. È superfluo dire che, come per gli Atti del Capitolo Generale, anche per le Costituzioni e per i Regolamenti sarà la lettura individuale che consentirà a ciascuno una conoscenza e una valutazione approfondita delle modifiche apportate.

Giova qui ricordare che la revisione, in ogni suo particolare, è stata frutto di lungo studio e di larghi dibattiti, prima nelle varie commissioni e quindi nell'Assemblea, composta di 150 Padri Capitolari provenienti da tutte le parti del mondo salesiano e dalle situazioni più disparate della nostra vita.

La revisione è ispirata al duplice criterio di fondo, indicato dal Decreto Perfectae Caritatis: «Siano convenientemente rivedute Costituzioni, Regolamenti e simili, sopprimendo quanto non appare più attuale... si interpretino e si osservino lo spirito e le finalità proprie del Fondatore come pure le sane tradizioni, poiché tutto ciò costituisce il patrimonio di ciascun Istituto».

Il nostro Capitolo Generale, tenendo presente l'evoluzione dei tempi e l'espansione della Congregazione ormai presente in tutti i Continenti, ha eliminato quanto appariva superato o adatto solo a situazioni locali ed ha formulato le nuove norme in modo che possano e debbano essere adatte al nostro tempo e valide in ogni Paese.

Ma il Capitolo Generale ha tenuto ben presente che nelle Costituzioni e nei Regolamenti si conserva il patrimonio spirituale della Congregazione Salesiana e perciò ha voluto sempre interpretare, nella revisione, lo spirito di Don Bosco, le finalità della nostra opera e le nostre sane tradizioni.

5. Evitare deplorevoli deviazioni
Viene logico e ovvio, per ognuno di noi, il dovere dell'osservanza, non esteriore e direi quasi subita, ma cordiale, generosa e convinta, di tutto quanto viene prescritto in quel volumetto che contiene la norma più preziosa e autentica, che ci fa Salesiani. Purtroppo, a proposito di vita religiosa, seguendo certe correnti ideologiche che circolano nel mondo ed anche non poche tendenze pratiche, non è difficile cogliere qua e là uno spirito di insofferenza incontrollata, quasi di ribellione, che non solamente vorrebbe liberarsi di ciò che non è più attuale e non risponde più agli scopi della vita religiosa oggi, ma tende anche, più o meno esplicitamente, a togliere autorità e prestigio alla regola, alla disciplina, alla tradizione. Noi assistiamo a talune spregiudicate prese di posizione che sembrerebbero condurre allo scardinamento di tutto ciò che sostiene e difende la vita religiosa provocandone fatalmente il crollo.

Il Concilio, il vero Concilio, non ha detto nulla di tutto questo e il S. Padre ha ripetutamente deplorato e condannato tali deviazioni.

Del resto, non è difficile accorgersi che tali atteggiamenti estremisti e pericolosi, come ha asserito il S. Padre, provengono spesso da un certo senso di eccessiva sufficienza, da anime superficiali e talvolta, è triste dirlo, da coscienze religiosamente deformate.

Diverso giudizio bisognerebbe dare di quei religiosi che vorrebbero il loro Istituto libero da certe sovrastrutture, formatesi coll'andar del tempo, che ne inceppano l'azione apostolica; che chiedono siano eliminate le inefficienze che rendono l'Istituto meno atto a rispondere oggi alla propria vocazione; che, nello spirito del Fondatore, vorrebbero quegli adeguamenti di strumenti, di metodi, di stile e ancor più di mentalità, senza dei quali l'Istituto renderebbe sempre più sterile la sua missione nella Chiesa.

Io spero e mi auguro che nella nostra Congregazione non vi siano anime che aderiscono alle tendenze di cui parlavo più sopra, vittime di errate prospettive, che le rendono incapaci di intendere il vero senso della vita religiosa.

6. Frenare le impazienze guardando la realtà
Comprendo invece quei Confratelli, giovani o meno, che, amanti del vero bene della Congregazione, La vogliono viva e disponibile per rispondere alle urgenti esigenze del nostro tempo e soffrono con una certa impazienza perché non vedono senz'altro attuati i provvedimenti che appaiono ai loro occhi urgenti e costruttivi.

A questi ottimi Confratelli vorrei dire: Moderate la vostra impazienza rendendovi conto della realtà. I problemi che dobbiamo risolvere sono, per numero, complessità e dimensioni, enormi, e complicati dal fatto che hanno spesso interdipendenza con problemi che non sono soltanto nostri. Però molte cose, di quelle che anche voi forse pensate, dovranno essere realizzate per quel rinnovamento a cui tutti aneliamo. E mi pare di poter dire che lavoriamo intensamente per affrontare queste situazioni e risolverle, con coraggio, con metodo, con gradualità, senza indugiare, ma senza neppure precipitare e specialmente muovendoci con senso di equilibrio e di responsabilità, resistendo ad ogni estremismo e ad ogni improvvisazione.

Questa linea di intraprendenza e di saggezza è quella seguita dal nostro Capitolo Generale. I Superiori del Consiglio, per quanto è di loro competenza, su questo cammino non avranno paura di fare tutti quei passi che, secondo le prescrizioni dei decreti conciliati e capitolari e nel loro spirito, saranno veramente utili e costruttivi per la vitalità religiosa e apostolica e per il rinnovamento della Congregazione.

7. Apertura coraggiosa e sano equilibrio
Noi vogliamo la Congregazione non immobilizzata in strutture ed argini ingombranti, che ne mortifichino o ne ritardino il progresso, il vero progresso, che è spirituale e religioso prima che apostolico; ma non permetteremo e non approveremo mai tutto ciò che venga a intaccare nella sostanza la vita religiosa, la nostra specifica vocazione e quello spirito che la Chiesa ha canonizzato in Don Bosco ed esige anche oggi dalla sua Congregazione.

Col Papa Paolo VI vogliamo affermare che abbiamo fiducia nelle novità, persino l'animo giovanile e l'audacia di guardare apertamente al nostro tempo; ma vogliamo anche «saper conservare ciò che è vivo, vero ed eterno nella tradizione». Siamo tanto più confortati in questa disposizione di coraggio e di prudenza in quanto ci pare che sia stata così ispirata tutta l'azione di D. Bosco, il quale si pose con intento, ardito e precursore sulla via del rinnovamento e fu per questo un autentico anticipatore del Concilio, ma seppe tenersi, in una età di gravi sconvolgimenti ideologici e pratici, nei giusti limiti della misura e dell'equilibrio. Questo atteggiamento è una eredità che D. Bosco ci ha lasciato e deve essere una caratteristica nostra, della'nostra azione individuale e collettiva.

È una delle più grandi lezioni che D. Bosco ci abbia lasciato per definire il nostro comportamento di fronte alla storia.

8. L'esame di coscienza nelle nuove pratiche di pietà
È stato anche pubblicato l'opuscolo delle variazioni apportate dal Capitolo Generale alle nostre pratiche di pietà. Un semplice esame di quelle brevi pagine dice subito il pieno adeguamento della Congregazione allo spirito — specialmente liturgico — del Concilio.

Io voglio richiamare la vostra attenzione in modo particolare sul rinnovato esame di coscienza che si presenta con due schemi. Sia il primo, teologico e sistematico, che richiama i principi prima di proporre le mete della nostra vocazione, come il secondo, concreto e semplice, sono evidentemente animati da uno spirito nuovo.

Il Salesiano, — Sacerdote, Chierico, Coadiutore — che medita su quelle pagine, avverte in ogni punto, dallo stesso tono che tutto pervade l'esame, una nuova sensibilità che rispecchia fedelmente il clima spirituale e apostolico che la Congregazione vuole far vivere oggi ai Soci.

Cito, ad esempio, qualcuna fra le molte domande. Sulla vita di fede: «Sono assiduo nella lettura riverente e religiosa della Sacra Scrittura? Metto l'Eucaristia e le celebrazioni dell'anno liturgico al centro della mia vita spirituale?».

A proposito della carità si propone fra l'altro questo interrogativo: «Conosco e studio i metodi e le tecniche che rendono efficace la nostra azione a salvezza dei fratelli? Predico in uno stile superato? Ripeto, senza preparazione e convinzione, cose già dette mille volte?».

E sulla povertà ci si chiede: «Sono disposto a facilitare l'opera di continua revisione della nostra povertà collettiva di fronte agli uomini che ci giudicano?».

Ecco una domanda in tema di ubbidienza: «Collaboro coi Superiori nella scoperta della volontà di Dio, punto d'incontro delle nostre volontà?».

Significativa, sempre a modo di esempio, una serie di domande incalzanti sul tema della vita salesiana: «Sono attaccato al vero spirito salesiano? Amo le novità per le novità? Mi adagio forse nell'inerzia operativa col pretesto della fedeltà a D. Bosco? Sono forse di quelli che, in nome della tradizione salesiana, sono esitanti sulla obbedienza alla Chiesa?».

E, per concludere le esemplificazioni, ancora qualche interrogativo di eloquente significato. «Ho vero spirito di collaborazione? So fare corpo con i miei fratelli in modo da sentirmi membro dell'azione comunitaria?... — Se sono costituito in autorità, tengo conto dei pareri degli altri, anche degli inferiori? — Ho la preoccupazione di creare un clima di dialogo aperto e sincero?».

Giova ripeterlo, il nuovo esame di coscienza, che interessa tutto il Salesiano, rispecchia all'evidenza lo spirito e le preoccupazioni della Congregazione per il potenziamento e l'orientamento dei Salesiani di questo nostro tempo; in una parola, l'esame di coscienza raccoglie e propone, quasi in sintesi, gli elementi e gli aspetti di un rinnovamento che è essenziale e imprescindibile condizione di quel progresso a cui ci ha invitati espressamente Paolo VI nel discorso rivolto ai membri del Capitolo Generale, e di cui i Superiori si sentono responsabili.

9. 11 rinnovamento frutto della collaborazione di tutti
Ho detto «i Superiori». Debbo chiarire il mio pensiero. Il rinnovamento per il progresso è affidato in primo luogo al Consiglio Superiore, è vero, ma è condizionato poi dalla azione solidale ed esecutrice degli altri organi, e di quanti hanno una qualche autorità e responsabilità, prima che dei Confratelli tutti.

Le direttive, le norme, gli orientamenti che partono dal centro, non solo debbono essere portati a conoscenza di tutti i Confratelli, ma da parte di chi ne ha il mandato, debbono pure essere studiati, per comprenderne lo spirito e per curarne l'attuazione, superando le immancabili difficoltà.

Qualche esemplificazione gioverà meglio a spiegare il mio pensiero. Anzitutto: ci si preoccupi sempre perché gli Atti del Consiglio si leggano con sollecitudine a tutta la comunità nel modo più opportuno. Sarebbe una grave omissione il trascurare la lettura comunitaria di tali documenti. I Confratelli sarebbero privati di un elemento essenziale di vita salesiana e di uno strumento insostituibile del rinnovamento in atto.

Ma poi, a quasi un anno di distanza dalla promulgazione degli Atti del Capitolo Generale XIX, si può fare qualche domanda: — I ritiri trimestrali si sono attuati dappertutto? — L'esercizio mensile della Buona Morte si pratica secondo le norme tassative date dal Capitolo Generale? — I Consigli locali si riuniscono regolarmente, e non solo per trattare di orari e di feste, ma dei problemi vitali — religiosi e pastorali — secondo le norme precise del Capitolo Generale?
Se qualcuno obbiettasse ancora che non è possibile fare queste cose, che non c'è il tempo per il Direttore o per i Confratelli, impegnati come sono in tante attività, bisognerebbe pensare che o non si è inteso il valore delle deliberazioni capitolari o ci si trova di fatto in situazioni tali di lavoro per cui occorre una profonda revisione.

Opere che non consentono ai Salesiani di alimentare il proprio spirito, opere impostate in modo che i Salesiani siano in incessante movimento, che li fiacca fisicamente e — cosa ancor più grave — li svuoti. spiritualmente; opere, in cui il Direttore non può attendere alla vita religiosa e spirituale dei Confratelli, ci lasciano perplessi sulla loro impostazione, e ci si domanda come possano risultare apostolica-mente feconde. Conosco molto bene la delicatezza di talune situazioni da cui non è facile uscire.

Desidero però qui fare appello a tutti coloro che in Congregazione hanno — a qualsiasi livello — responsabilità di governo, perché si sentano personalmente impegnati a superare ogni eventuale difficoltà nell'attuazione delle deliberazioni Capitolari, specialmente di quelle che toccano gli interessi vitali dei Salesiani; voglio dire quelli spirituali.

Mi conforta il sapere che in tante Ispettorie non si è perso affatto tempo e si è lavorato, anche dopo le indicazioni pratiche avute dalle Conferenze Ispettoriali, sia nei Consigli Ispettoriali che in quelli locali e di azione, con la soddisfazione di vedere coronato da primi consolanti frutti il proprio impegno.

10. Necessità e urgenza della qualificazione del personale
Da parte sua il Consiglio Superiore, proseguendo sistematicamente nella sua azione, ha promosso varie iniziative interessanti diversi settori della nostra vita, come ad esempio i corsi di aggiornamento elencati in altra parte degli Atti. Corsi del genere saranno perfezionati, ripetuti e allargati secondo quanto suggerirà l'esperienza. Ma è chiaro che bisognerà fare di più, per dare a tutte le attività dei Salesiani quella qualificazione che non è un lusso, ma una necessità sempre più evidente, se si vuole rispondere alle esigenze irrinunciabili della nostra missione.

Desidero al riguardo fare qualche riferimento ad alcuni settori della nostra vita.

Una attenzione particolare, in vista della necessaria qualificazione, deve ricevere la preparazione del personale delle nostre Case di formazione, perché nel più breve tempo possibile siamo in grado di venire incontro alle più urgenti necessità. Per queste Case dobbiamo poter disporre di un numero suffficiente di Confratelli, per venir incontro ai compiti sempre più ampi e specializzati che l'apostolato moderno richiede da noi.

Io penso alle richieste insistenti e quasi imploranti che ricevo da tutta la Congregazione per gli Studentati Filosofici e Teologici e per la Pastorale: noi dal centro non possiamo provvedere, come è stato molte volte fatto in passato. È necessario che ogni Ispettoria si faccia un suo preciso quadro per la preparazione di tutti i Confratelli che avranno mansioni nelle Case di formazione, tenendo presenti tutti gli interessi culturali, religiosi e pastorali a cui bisogna venire incontro in tali Case. Solo con questa preveggenza si avranno al momento opportuno le persone preparate per ogni specifico insegnamento e si eviteranno le conseguenze delle improvvisazioni e delle soluzioni di ripiego.

11. Adeguarsi alle esigenze dei nuovi tempi
Penso anche ai Magisteri per i carissimi nostri Coadiutori, Il Capitolo Generale ha dato precise norme per la loro preparazione Migiosa e tecnica adeguata alle mansioni a cui sono chiamati, sia per le scuole professionali che per altri importanti uffici. Il Decreto Perfectae Caritatis dice testualmente: «Gli stessi religiosi non chierici non siano destinati alle opere di apostolato immediatamente dopo il noviziato».

Ma chi li prepara? Anche in questo campo, che in certo senso possiamo considerare nuovo, occorre personale dotato di cultura, e di titoli, capace di intendere le esigenze della vocazione dei Coadiutori nella Congregazione dopo il Concilio e dopo il Capitolo Generale.

E i promotori di vocazioni? 'E necessario certamente lo zelo e la buona volontà nella ricerca dei giovani aspiranti; ma quale tatto e, d'altra parte, quale abilità nell'uso degli strumenti della moderna scienza pedagogica e sociologica per arrivare ad una scelta felice!
Vari decreti conciliari esigono — e a ragione — che nelle diocesi, come nelle province, vi siano soggetti preparati in Istituti ad hoc per la Liturgia, per gli strumenti di Comunicazione Sociale, per la Musica e il Canto sacro, ecc.

Lasciate che dica, sia pure una sola parola, sulla Stampa, sulle Editrici, che fanno parte della nostra specifica missione, di una importanza enorme oggi.

Dirigere una rivista (e il Bollettino Salesiano, per esempio, ha tutte le esigenze di una rivista per farsi leggere efficacemente), impostare e dirigere una Editrice, suppone una preparazione tecnica, oltreché culturale, senza la quale ogni buona volontà si rivela inutile e sterile.

Si sa quanto sia difficile oggi fare una efficace Catechesi ai giovani e agli adulti: non si può affrontare tale compito senza avere una preparazione adeguata.

E per la stessa predicazione, oggi che si è abituati alla perfezione di chi parla alla radio, alla TV?
Da qualche tempo si affiancano alle scuole «gli orientatori psicologici». Succede, qua e là, che nostri Istituti debbono mettere i propri alunni nelle mani di orientatori laici, uomini e donne, spesso anche irreligiosi, materialisti. Non ci vuole grande sforzo a persuadersi che un lavoro così delicato, che penetra nell'intimo dei nostri ragazzi, non possiamo, senza gravi conseguenze, lasciarlo in mani estranee e spesso di ben altre idee dalle nostre.

Il Decreto Conciliare sulle Missioni dice fra l'altro che i Missionari «debbono essere singolarmente preparati e formati, attendere a studi di missionologia... essere al corrente della situazione missionaria attuale e dei metodi che si ritengono al giorno d'oggi più efficaci. Alcuni di essi poi debbono ricevere una più accurata preparazione presso Istituti di Missionologia o presso altre facoltà o università».

Le stesse tradizionali incombenze di Direttore, Maestro dei Novizi, Catechista, Consigliere, Prefetto, Parroco, non si possono oggi esercitare con la necessaria competenza ed efficacia senza una specifica preparazione. Si constata un po' da tutti, e in primo luogo dagli interessati! Tanti darebbero alla loro attività di governo e alla loro azione pastorale ed educativa ben altra e più feconda impostazione, se vi arrivassero con una seria e specifica preparazione. A ragione perciò il Decreto Perfectae Caritatis dice: «È dovere dei Superiori provvedere alla scelta e alla soda preparazione dei maestri di spirito, dei Direttori, dei Professori». Il Decreto sulla formazione sacerdotale poi, per coloro che dovranno occuparsi in attività pastorali, richiede «una diligente istruzione... specialmente nella Catechesi e nella predicazione, nel culto liturgico e nell'amministrazione dei Sacramenti, nelle opere di carità, nel dovere di andare incontro agli erranti e agli increduli e negli uffici pastorali».

12. La qualificazione legata intimamente al ridimensionamento delle opere
Qualcuno dinanzi a questo quadro, tracciato a puro titolo esemplificativo, potrebbe dire: ma c'è proprio bisogno di queste qualificazioni e di queste specializzazioni? Un tempo si andava avanti come si poteva e del bene se ne è fatto. La risposta è assai facile.

Noi riconosciamo con ammirazione e con gratitudine la grande mole di lavoro realizzato dai Confratelli nel passato: essi si sono prodigati eroicamente, con dedizione generosissima. Col loro sacrificio e con l'entusiasmo della loro prestazione, hanno svolto un efficacissimo apostolato ed hanno portato la Congregazione ad una grandezza che ha sorpreso il mondo.

C'è da osservare però che essi, spinti dal genio anticipatore di Don Bosco, si sono trovati, ai loro tempi, in posizione di privilegio e di avanguardia nell'apostolato; e poi, un tempo, le esigenze in tutti i settori della vita erano di gran lunga più modeste e semplici; oggi le cose sono cambiate. Un tempo in una parrocchia si chiedeva un «predicatore», oggi si chiede il sacerdote che tenga una settimana di conferenze sui problemi dei giovani, un corso di liturgia per soci di Azione Cattolica, una tavola rotonda sui problemi della famiglia, del cinema, degli Strumenti di Comunicazione Sociale, ecc.

Le nostre scuole superiori fino a qualche tempo fa erano poche: oggi sono cresciute notevolmente; le scuole di «arti e mestieri» oggi sono diventate scuole professionali, con notevole posto alla cultura generale e scientifica; senza dire che tanti Istituti tecnici Superiori sono stati aperti recentemente. Erano ben poche fino a poco tempo fa in Congregazione le parrocchie: oggi sono centinaia; e i problemi di cultura, di pastorale, di relazioni sociali, di organizzazione che esse pongono li conoscono bene i Parroci e gli Ispettori.

Chiediamo ai Direttori degli Oratori quali enormi difficoltà essi incontrano per formare i giovani che pongono problemi non più facili di quelli delle nostre scuole, che hanno bisogno di persone ben preparate a capirli e quindi ad agganciarli e ad interessarli con formule aderenti alla mentalità odierna.

Per tutto questo occorrono sempre persone attrezzate culturalmente, psicologicamente, pastoralmente, non meno che nei nostri Istituti Superiori. In conclusione: dobbiamo tenere ben presente l'invito ricorrente in vari Documenti Conciliari: «occorre scrutare i segni dei tempi»; e i nostri sono tempi della tecnica, della cultura alla portata del popolo, delle specializzazioni in un mondo che è sollecitato sempre più da quello che si chiama l'accelerazione della storia.

Prevengo un'altra obiezione e vi rispondo. Come si potrà fare tutto questo per la qualificazione dei Salesiani? Certo, non tutto si può fare in un giorno e neppure in un anno.

Quello di cui tutti dobbiamo convincerci è questa verità: la qualificazione del Salesiano è condizione essenziale, perché la Congregazione operi il suo rinnovamento.

Chi vuole la Congregazione rinnovata e disponibile per le esigenze dei nostri tempi dovrà operare attivamente per questa qualificazione. Chi la ostacola, chi la sottovaluta, opererà, anche senza pensarci, perché la Congregazione rinunci a quel progresso e a quell'aggiornamento che sono indispensabili alla sua presa sulle anime. Detto questo, preciso e completo il mio pensiero.

La qualificazione del Salesiano è intimamente connessa al ridimensionamento che è stato voluto dal Capitolo Generale XIX. Essa è, per così dire, l'operazione chiave per consentire al Salesiano, con la qualificazione, un lavoro ordinato, sereno, proporzionato alle sue forze; un lavoro che non sia un'incessante e febbrile agitazione esteriore, ma una attività interiore di anima consacrata che in Dio trova la fecondità del suo apostolato.

Col calo di vocazioni che già si avverte in varie Ispettorie, con tutti i vuoti che constatiamo in non pochi settori e con l'urgente bisogno di dare ai Confratelli una formazione adeguata alle sempre più larghe esigenze odierne, nessuno che senta veramente gli interessi della Congregazione — è superfluo dirlo — vorrà iniziare nuove opere ed allargare quelle esistenti. Sarà invece azione veramente salutare e meritoria il ridurre, semplificare, unificare certe opere.

Certo non si ignora la delicatezza e la difficoltà di questa operazione: e per questo ci sono e si daranno ancora chiari e precisi criteri, anche attraverso le Conferenze Ispettoriali; e si invita a non risparmiare nessuna prudente e saggia consultazione da parte di coloro che ne hanno la responsabilità. Ma poi non vi sia chi, per motivi puramente sentimentali, per attaccamento ad una determinata opera o attività, per vedute personali o pressioni esterne, voglia difendere ad ogni costo, anche contro evidenti ragioni oggettive, lo «status quo». Così agendo non si farebbero certamente gli interessi della Congregazione.

Da questo studio — invece — che dovrà essere portato a termine nelle Ispettorie entro il 1967, per essere poi presentato al Consiglio Superiore, verrà fra l'altro un primo frutto prezioso: la possibilità, almeno graduale, che un certo numero di Confratelli, specialmente giovani, sollevati da troppe e troppo impegnative occupazioni, attendano a quegli studi e a quei corsi che daranno loro una qualificazione in qualcuno dei tanti settori del nostro apostolato.

Tutto questo, vorrei metterlo bene in chiaro, non deve portare i Salesiani ad una vita di comodità e di minor lavoro o alla ricerca di personali soddisfazioni in un dilettantismo senza scopo, ma dovrà indirizzare le loro energie e le loro attività in modo che essi si forniscano di quegli autentici strumenti di lavoro che consentiranno poi un più ricco rendimento religioso e apostolico.

13. Le Missioni e gli interessi generali esigono la semplificazione delle opere
Un altro settore, che potrà beneficiare della revisione ordinata e intelligente di opere e attività nostre, è quello delle nostre Missioni.

Non poche di esse, che per decenni hanno esplicato un'attività preziosa e apprezzatissima, oggi soffrono una gravissima crisi di personale.

Purtroppo, in questi anni, non solo non si è potuto sempre aumentare il numero dei Missionari, ma non si è neppure riusciti a riempire i vuoti, spesso assai gravi, che si sono man mano creati. Molti eroici Missionari sono già caduti sul campo; altri, anziani o ammalati, sono costretti ad una attività assai ridotta, anche se ammirevole per la resistenza ed il sacrificio.

Nel frattempo è cresciuta la popolazione da assistere. La propaganda di altre credenze religiose, ricca di uomini preparati e di mezzi di ogni genere, si è fatta più vivace, più organizzata. Leggo con vivissima pena gli appelli accorati di Capi Missione, di nostri Vescovi, di Ispettori. Ascolto, col dolore stesso che avrebbe provato Don Bosco, gli inviti insistenti del Papa per l'America Latina, la prima terra missionaria salesiana, dove non possiamo contentarci di inviare modesti aiuti annuali, il più delle volte giovani chierici e rari coadiutori, sempre utili, ma certo non determinanti, dinanzi a situazioni gravi e a bisogni urgenti.

Orbene, la semplificazione di opere esistenti e l'astensione dal crearne delle nuove dovrà consentirci una più sostanziosa disponibilità di personale per venire incontro a quelle opere che non chiedono di ingrandirsi o di espandersi, ma di continuare a vivere, mantenendo le posizioni conquistate dai sacrifici eroici di tanti Salesiani e facendo onore agli impegni presi dalla Congregazione di fronte alla Chiesa.

Al ridimensionamento sono ancora legati interessi generali della Congregazione che, prima o dopo, direttamente o meno, hanno i loro riflessi positivi nelle singole Ispettorie. Il P.A.S., per esempio, è un organismo destinato ad accogliere centinaia di Confratelli che, ritornando nelle rispettive Ispettorie, vanno a lavorare nelle Case di formazione e in tante altre opere, portandovi il beneficio di una seria e superiore preparazione sacerdotale e salesiana.

E naturale che il personale del P.A.S., sia discente che docente, debba essere fornito dalle singole Ispettorie. Ciò che tutti ammettono in teoria deve essere da tutti tradotto in pratica.

Quindi, mentre desidero dire qui una parola di vivo ringraziamento agli Ispettori e ai Confratelli che, con senso aperto al bene della Congregazione, collaborano coi Superiori quando questi chiedono elementi per i quadri del P.A.S., invito tutti ad avere sempre questo stesso atteggiamento, questo senso vivo degli interessi della Congregazione, che vanno oltre i confini di un'opera e di una Ispettoria per riversarsi a bene di tutti.

Lo stesso discorso vale per quei Confratelli che devono assumere incarichi di carattere generale per la Congregazione o per le Ispettorie. Comprendo benissimo che privare di forze vive una determinata opera è un sacrificio, ma dobbiamo cercare di avere sempre ampiezza di vedute e di intendere la vera gerarchia degli interessi della Congregazione.

Penso, per esempio, ai Delegati Ispettoriali, della Pastorale giovanile e degli Apostolati sociali, ai Promotori di vocazioni; la loro assenza determinerebbe per tutta l'Ispettoria una forma di paralisi, un rendimento assai ridotto in attività che sono di massima importanza. Questo personale, giova ripeterlo, non è per nulla sciupato, ma risponde alle esigenze primordiali di animazione e di sviluppo del nostro apostolato.

Con lo stesso criterio bisogna giudicare i passaggi da Ispettoria ad Ispettoria che possono essere richiesti, in taluni casi, per una equilibrata distribuzione di forze.

Le Ispettorie non si possono tenere come isole o come compartimenti stagni, ma come vasi intercomunicanti; come tali le vedono i Superiori e così dobbiamo valutarle noi tutti, superando le considerazioni di un vantaggio particolare ed immediato. Del resto la Chiesa del Concilio ci dà anche in questo un esempio operante: pensiamo al clima nuovo di collaborazione e di interscambio di aiuti che si sta creando fra Diocesi, Conferenze Episcopali e Federazioni religiose. Entriamo quindi, non solo in teoria, ma concretamente, in questa visione ecumenica di rapporti, cominciando all'interno della grande nostra famiglia: sarà un grande vantaggio per la Congregazione;
14. La vocazione, problema vitale
Ma è ovvio che il ridimensionamento in tutte le sue forme e applicazioni sarà solo una parte, anche se necessaria, dei provvedimenti che la Congregazione deve adottare per operare il rinnovamento ed il progresso che tutti desideriamo. Dobbiamo contemporaneamente impegnarci a fondo, con chiarezza di idee, con programmi concreti e specialmente con fattivo amore alla Congregazione e alla Chiesa, per l'incremento delle nostre vocazioni.

È superfluo dire che si tratta di un problema che è alla radice di ogni altro problema. Dobbiamo riconoscere con franchezza che, mentre in certi Paesi, come ad esempio gli Stati Uniti, il Messico, la Spagna, la Jugoslavia, l'India, le Filippine, il Vietnam! le vocazioni ci vengono in numero confortante, in molti altri paesi la situazione è meno soddisfacente. Dinanzi a questa realtà dobbiamo studiare in ogni Ispettoria quanto dipende da situazioni oggettive e quanto invece da carenze e da errori nostri proprio in una attività che è vitale per la Chiesa e per la Congregazione.

I vari corsi vocazionali hanno dimostrato come spesso, per mancanza di metodo e di criteri ben collaudati, ad un numero rilevante di così detti aspiranti, che portano anche gravi oneri finanziari, corrisponde una ben modesta quota di perseveranza. Ma poi c'è da porsi serenamente una domanda di fondamentale importanza: dai nostri Istituti, dagli Oratori, dalle Scuole, quante e quali vocazioni provengono? E se quella casa, ovvero quelle opere, con migliaia di alunni, non danno vocazioni, quali le cause? Si constata, attraverso serie inchieste, che in tante scuole, anche non religiose, di paesi di vita cristiana non certamente fervorosa, si trovano giovani che dimostrano vocazione ecclesiastica o religiosa. Si può pensare che in tante nostre opere, rigurgitanti di gioventù, non ci siano soggetti col germe della vocazione? E se tali germi non si sviluppano in questi nostri ambienti, quali ne sono i perché? Vorrei invitare un po' tutti a cercare di dare una risposta a questi interrogativi.

15. Per avere vocazioni occorre una coraggiosa revisione del lavoro educativo
Certo, se ogni nostra comunità forma una vera famiglia, che vive insieme nella carità, prega insieme e lavora imita, non può non avere il premio di buone vocazioni.

A questo proposito, richiamo la valida raccomandazione del Capitolo Generale che ha fissato gli elementi essenziali perché ogni nostra Comunità si trasformi in un vivaio di vocazioni. «Sia fatta una revisione leale, anche a livello ispettoriale, di tutto il lavoro educativo svolto nelle nostre varie opere, e della loro capacità d'impostare quella educazione cristiana che orienti i giovani ad una consapevole scelta vocazionale. Ciò avvenga in un ambiente propizio, di soda pietà liturgica, di formazione umana, culturale, spirituale ed apostolica, adeguata all'età e alle caratteristiche individuali, in un abituale spirito di sacrificio e in un clima di famiglia. Il lavoro di ricerca, di scelta e di formazione fondi le sue radici nella preghiera, nello zelo e nei sacrifici degli educatori, degli apostoli, delle anime consacrate a Dio e nell'esempio individuale e comunitario dei Salesiani». (ACG XIX pag. 49).

Ancora un pensiero. Un Ispettore mi scriveva qualche tempo fa: «Abbiamo avuto gravi perdite di chierici e coadiutori quest'anno e ne siamo preoccupati. Ci siamo proposti di studiare seriamente il fatto per ricercarne le cause e trovarne i rimedi».

Ecco un altro aspetto del problema delle vocazioni. Le perdite delle vocazioni già avanti nel curriculum salesiano ci devono indurre a studiarne a fondo le cause. Quale lavoro prezioso questo per un Consiglio Ispettoriale e per un Consiglio locale, affiancati da esperti!
16. Cura delle vocazioni nel periodo di formazione
Al riguardo si possono fare vari quesiti, intesi a ricercare cause remote e prossime delle dolorose perdite. Ci si può chiedere se ci sia stata e con quale conveniente preparazione l'opera del Promotore di vocazioni. Si può indagare sulla serietà con cui fu fatta la ricercare la prima selezione dei candidati all'Aspirantato.

Avviene infatti talvolta che, solo dopo anni di presenza nell'aspirantato o anche più in là, ci si accorge che il candidato non può proseguire per irregolarità canoniche, per tare familiari, per altri gravi motivi. Tali fatti inducono a utili considerazioni. Così pure si può valutare come avvenga la graduale selezione durante gli anni dell'aspirantato e del noviziato; e in che misura il clima delle case di formazione, condizionato naturalmente dalle persone, sia quello che esigono i recenti Documenti del Concilio e del Capitolo Generale.

Durante il tirocinio, poi, come si osservano le nonne perentorie che onerano la coscienza dei Superiori quanto alla scelta delle Case e delle occupazioni per i chierici e i coadiutori tirocinanti, e quanto alla cura particolare che di essi ci si deve prendere?
È una grave responsabilità ed insieme una vera disgrazia quando, per inosservanza delle norme che regolano il tirocinio, si perdono elementi che sono costati anni di fatiche, pesanti spese e duri sacrifici.

Il problema delle vocazioni, fondamentale e vitale per la Congregazione, va dunque seriamente studiato e affrontato in ogni Ispettoria, (anche in quelle missionarie, le quali debbono tendere a incrementare sempre più le vocazioni autoctone) senza trascurare l'apporto delle scienze psicologiche e sociologiche.

Ma se da una parte insisto perché in ogni Ispettoria si faccia un programma di lavoro organico per l'incremento delle vocazioni, d'altra parte desidero mettere bene in guardia contro il gravissimo pericolo che, per la penuria di vocazioni, si mandino avanti elementi che non devono assolutamente proseguire verso il sacerdozio o nella vita religiosa.

La Chiesa, il Concilio, il Capitolo Generale parlano chiaramente contro questo pericoloso inganno. Il decreto sulla formazione sacerdotale dice chiaramente: «In tutta la selezione degli alunni e nel sottoporli a debite prove, si abbia sempre fermezza d'animo anche nel caso doloroso di penuria».

Passando sopra a certe gravi carenze, a certi elementi controindicati per temperamento, capacità o per altri seri motivi, per il fatto che c'è bisogno di personale, si rende un pessimo servizio alla Congregazione e alla Chiesa. Quante lacrime, quante infelici e spesso irreparabili situazioni appunto per errori di questo genere. Bisognerà ricordare al riguardo il pensiero di un grande Vescovo che conosceva bene i problemi delle vocazioni: «Dieci preti sbagliati non valgono un buon prete». È un'affermazione grave e sconcertante che ci impone tanta prudenza.
17. Impegno di tutti: rinnovarsi uscendo dalla mediocrità
È tempo ormai che concluda.

La Congregazione vive e serve dinamicamente la Chiesa in proporzione del suo costante ringiovanimento. E questo avviene attraverso l'influsso incessante di nuove leve, sane, ferventi e generose.

Tale afflusso di nuove forze è condizionato dalla nostra azione. «Dio ha bisogno degli uomini». Le vocazioni sono un dono di Dio, è vero, ma tocca a noi individuarle, coltivarle, difenderle. E stato anche detto autorevolmente: «Ogni Istituto ha le vocazioni che si merita».

Siamo quindi tutti chiamati in causa.

Viene assai opportuno ricordare le parole del. Decreto Perfectae Caritatis. «Ricordino i religiosi che l'esempio della propria vita costituisce la miglior propaganda del proprio Istituto e il miglior invito ad abbracciare Io stato religioso».

Ebbene, ogni salesiano, in qualsiasi posto di lavoro, nei Consigli Ispettoriali, in quelli locali, negli Aspirantati o negli Oratori e nelle Parrocchie, nei Pensionati o nelle Scuole, si senta personalmente impegnato a meritare, con la sua vita anzitutto, verbo et opere, vocazioni valide per la Congregazione: sono esse appunto il premio e il segno della nostra fedeltà a Don Bosco.

Confratelli e figliuoli carissimi, vi ho intrattenuto piuttosto a lungo, ma volevo aprirvi tutto il mio cuore su problemi urgenti e vitali.

Ne ho fatto quasi un lungo elenco, non perché volessi studiarli a fondo o proporre delle soluzioni definitive ed esaurienti. Ho voluto solo che, dall'insieme delle situazioni che vi ho presentate e dalle constatazioni che insieme abbiamo fatte, scaturisse più decisa e più coraggiosa la volontà di rinnovamento, che è la legge della Chiesa nella nostra età, e l'impegno di uscire dalla mediocrità per tendere ad una sempre più alta qualificazione spirituale, apostolica, educativa.

Da ogni parte ci viene l'invito a rifare le nostre energie e a renderci migliori e degni della nostra missione. Si tratta della nostra anima, della nostra Congregazione e della Chiesa.

Avanti dunque! I problemi incalzanti non ci consentono indugi e sono come lo stimolo al nostro buon volere. Avanziamo con l'occhio sempre teso al Concilio e al Capitolo Generale; facciamone nostro, ogni giorno più, lo spirito e lo stile, con lo studio e con la preghiera.

Renderemo un grande servizio alla Chiesa e alla Congregazione in questi momenti per tanti aspetti assai delicati. Don Bosco ci benedica tutti. La dolce Madre Maria Ausiliatrice ci ottenga luce e coraggio nel nostro non sempre facile lavoro.

A tutti, specialmente a quelli che la sofferenza e la lontananza tiene più vicini al mio cuore, il mio affettuoso saluto col ricordo nella preghiera. Abbiate anche voi un ricordo per me e per i Superiori tutti del Consiglio.

Vostro aff.mo in C. J.

Don Luigi Ricceri
6
IL DIALOGO
Una premessa: guardiamo al vero Concilio. - Perchè si è scelto questo tema. - If ridimensionamento, nostro grande dialogo. - Il dialogo elemento di formazione e di vita. - li segreto del vero dialogo. - La Chiesa ci dà l'esempio. - Dialogo: stile di rapporto sociale moderno. - Gesù Cristo Maestro del dialogo. - Don Bosco e il dialogo. - Doti e virtù del dialogo. - Ambiente salesiano del dialogo. - Il dialogo fra Superiori e Confratelli e l'Ubbidienza. - Dialogo tra Sacerdoti e Coadiutori. - Dialogo tra Anziani e Giovani. -1 frutti del
dialogo.

Lettera pubblicata in ACS n. 247
Torino, 31 gennaio 1967
Figlioli e Confratelli carissimi.

Con questa mia torno a intrattenermi con voi, con ciascuno di voi, e ne sono felice. Scrivo con gli occhi e il cuore rivolti al nostro Padre, la cui festa viene a far rivivere in noi generosi propositi di filiale fedeltà. Non sono però spenti nel mio animo gli echi delle feste natalizie che mi hanno portato voti e preghiere, propositi e ringraziamenti da tutti gli angoli della terra. Centinaia e centinaia di lettere e messaggi di ogni genere, migliaia di firme sono passate sotto i miei occhi commossi.

Dai paesi del benessere e da quelli dove la farne è una triste cronica realtà, dai paesi di antica civiltà cristiana e dai luoghi di missione, dai paesi della libertà e da quelli dove si vive nella insicurezza, nella paura, nella guerra.

Ma per quanto lontani siano i paesi e varie le condizioni di vita e di apostolato da cui provenivano quei messaggi augurali, per quanto le firme fossero vergate in lingue e caratteri così diversi, trovavo in tutti, ardenti novizi o simpatici aspiranti, giovanissimi confratelli o anziani missionari consumati dalle fatiche, un unico identico sentimento: l'affetto filiale, l'attaccamento affettuoso e incondizionato a Don Bosco e a chi umilmente lo rappresenta, sentimenti che si concretavano sempre in una fervente promessa di fedeltà e di dedizione alla comune amatissima Madre, la Congregazione.

Di tutto questo torno a ringraziare anzitutto il Signore, che mi dà il conforto di sentire l'unione cordiale dei figli attorno a colui che porta la croce assai pesante della paternità nella Congregazione; ma insieme sono qui a ringraziare ciascuno di voi, poiché siete appunto voi artefici e alimentatori di questa unione che è la più autentica e costruttiva espressione dello spirito di famiglia, eredità preziosa lasciataci dal Padre e che tutti noi vogliamo, col nostro personale apporto, alimentare.

Segno e, prima ancora, elemento vivificante di questo spirito di famiglia è certamente quel dialogo che il Concilio vuole diventi stile, metodo, anzi sia spirito animatore della attività della Chiesa di oggi, e che noi, sulla scia stessa del nostro Padre e sugli esempi della nostra migliore tradizione, vogliamo tradurre in realtà quotidiana e capillare in tutta la vita della Congregazione e a tutti i livelli.

La strenna di quest'anno, come sapete, tratta appunto di questo argomento. Mi pare assai utile per la nostra famiglia indugiare a illustrarvi motivi, aspetti, applicazioni pratiche del dialogo.

Una premessa: guardiamo al vero Concilio
Oggi si dicono, si vogliono, si attuano anche tante cose, e spesso in nome del Concilio: è un modo per appoggiarsi all'indiscutibile autorità del recente Supremo Consesso della Chiesa.

Ora anche per il dialogo, spesso invocato a ragione, ma troppe volte a torto, si fa ricorso al Concilio.

Mi sembra perciò opportuno chiarirci subito ciò che è veramente «Concilio», e quindi per tutti noi obbligante e orientativo, per farci un'idea giusta e sicura non solo a proposito del dialogo, ma per molti altri problemi oggi tanto vivi e ardenti.

Non è certamente Concilio ogni articolo .di giornale o di rivista, ogni libro o conferenza, anche di persone di gran fama; tanto meno fanno Concilio le idee e — peggio — gli autentici arbitrii che elementi esaltati e superficiali pretendono di attuare in nome dello spirito del Concilio.

Più di una volta si è constatato che tali elementi non hanno neppure letto i documenti conciliari e tanto meno li hanno studiati.

Solo i Documenti conciliati e postconciliari, le interpretazioni di chi ha la responsabilità e l'autorità di farlo, sono e debbono essere per noi quelli che ci legano e ci guidano e ci orientano.

E lo spirito conciliare dobbiamo prenderlo solo da queste fonti. Questo non è ristrettezza di idee, paura del nuovo, ma doverosa saggezza: direi, è buon senso.

Faccio qualche esempio. A proposito del dialogo-ubbidienza nella vita religiosa c'è chi pretende inauditi capovolgimenti, abolendo in pratica l'obbedienza religiosa, anzi addirittura l'idea di obbedienza, che, giova ricordarlo, è una norma di vita sociale e civile prima che una virtù cristiana e religiosa.

Io scorro le pagine dei documenti conciliari e postconciliari, i discorsi del Pontefice e degli organi qualificati. In tutto questo materiale non trovo una sola parola che dia appiglio a quelle interpretazioni.

È vero, in tanti passi dei documenti, si dice chiaro a chi esercita la superiorità che bisogna agire in modo da portare i sudditi a una obbedienza «attiva e responsabile», ed è ovvio che per arrivare a questo il Superiore deve usare metodo e modi adeguati.

Ma da questo alla abolizione pratica dell'autorità ci corre molta strada.

Lo stesso si dica a proposito di liturgia. È recente la sconfessione da parte delle autorità del «Consilium» di certe arbitrarie iniziative.

Così per la recita del breviario, per la devozione alla Madonna, per la recita del santo rosario. Per questa pratica mariana, per esempio, come si potrebbero giustificare certi atteggiamenti che si direbbero iconoclasti, di fronte alla lettera del S. Padre del mese di ottobre dell'anno scorso? Per il santo rosario poi vorrei ancora invitare tutti a guardare a Don Bosco e, più vicino a noi, a Papa Giovanni.

Cari Confratelli e Figlioli, dobbiamo riconoscere che sotto I etichetta del Concilio si propagandano qua e là nel mondo da spiriti inquieti e meno equilibrati e si vorrebbero attuare in nome del Concilio cose che sono addirittura contro la lettera e lo spirito del Concilio. Non è questa la nostra via.

Abbiamo un'area così larga di azione per attuare il vero Concilio; ci sono tante cose da rinnovare veramente nello spirito del Concilio.

Lavoriamo seriamente e senza indugi in questa amplissima e provvidenziale area: cominciando da quel rinnovamento personale interiore senza il quale non è possibile alcun autentico rinnovamento.

Studiamo per questo i Documenti conciliari procurando di assimilarne idee e spirito. Solo così daremo il nostro efficace apporto al rinnovamento che la Chiesa attende urgentemente dal Concilio; diversamente, duole il dirlo, la nostra sarebbe un'azione di demolitori più che di costruttori della Chiesa rinnovata.

Trattiamo quindi del grande tema del dialogo, portandolo, sì, nell'ambito della nostra famiglia, ma con l'occhio sempre a tutto quello che al riguardo ci insegnano, attraverso il Concilio, la Chiesa e la Congregazione.

Perché si è scelto questo tema
Dalla decisa volontà di rinnovamento della Chiesa è scaturita la grande realtà del dialogo, che percorre oggi tutti gli strati e tutte le vie del popolo di Dio e sembra mettere in più evidente rilievo, attraverso lo scambio sempre più ampio delle idee e delle attività, il carattere sociale della Chiesa.

La vastità stessa della nostra Congregazione e il suo profondo inserimento nella vita della Chiesa la aprono a questo ampio dialogo che è in atto nel mondo.

Lo stesso rinnovamento della vita religiosa, che ha ricevuto il suo impulso dal Concilio, ci ha avviati sulla via del dialogo.

Il Decreto Perfectae Caritatis pone l'accento sulla necessità di una generosa «collaborazione di tutti i membri degli Istituti. Religiosi», senza della quale «un efficace rinnovamento e un vero aggiornamento non possono avere luogo».

Il Decreto aggiunge esplicitamente che i «Superiori in tutto ciò che riguarda le sorti dell'intero Istituto consultino e ascoltino come si conviene i propri membri».

PC 4 2 ib. 14
Ascoltare «volentieri» i propri sudditi e promuovere «l'unione delle loro forze per il bene dell'Istituto e della Chiesa» 2 è del resto in assoluta coerenza con la riaffermazione della norma che conferma chiaramente e difende le funzioni dell'autorità.

La nostra Congregazione, intraprendendo la energica opera di rinnovamento voluta dal Concilio, ha trovato facile e pienamente conforme allo spirito di Don Bosco seguire la via cordiale e aperta del Dialogo. Già lo svolgimento del Capitolo Generale XIX ha dato prova di una saggia maturazione a questo metodo man mano che si venivano svolgendo i lavori. Le deliberazioni poi che sono state prese su tanti aspetti diversi della nostra vita sono non solo un invito, ma una attuazione del dialogo.

Citiamone alcune.

Le Conferenze Ispettoriali con i Superiori che le presiedono vogliono alimentare un continuo dialogo tra le Ispettorie e il Centro, perché si realizzi quella proficua osmosi che, senza livellare popoli, paesi, climi, costumi, esigenze, stabilisce però quell'unione e quel continuo contatto e quella mutua comprensione che portano alla costruttiva collaborazione.

I Consigli Ispettoriali allargati, con la presenza in essi di una nuova figura nella persona del Vicario, vogliono mettere l'Ispettore in condizione di avere più facili e intensi contatti con i confratelli e con le comunità, direttamente o indirettamente, per conoscere i bisogni, per comprendere in profondità situazioni e difficoltà, per curarne gli interessi.

Così, la funzione dei Delegati Ispettoriali, che non deve essere puramente nominale, ma reale ed efficiente, è quella di tenere il contatto tra Centro e Ispettorie, tra Ispettore e campi di apostolato, trasmettere e attuare direttive, rendersi conto delle situazioni e difficoltà locali, per studiare insieme come risolverle.

E i Consigli locali, e ancora di più quelli di azione con la immissione, nei casi previsti, anche di confratelli coadiutori a che cosa servono? Vogliono appunto che l'andamento e il governo di un'opera, di un'Attività sia il frutto di un continuo, qualificato, ampio e responsabile dialogo.

In varie Ispettorie già funzionano le «consulte» per gli oratori e parrocchie, per la pastorale giovanile e per gli apostolati sociali, per le scuole professionali, per l'economia, ecc.

Anche il Consiglio Superiore si sta affiancando Consulte di esperti nei vari settori che ci interessano.

Tali organismi hanno lo scopo di fornire ai Superiori responsabili i frutti della cultura, dell'esperienza e dello studio dei confratelli, sacerdoti e coadiutori, e in certi casi anche laici che, senza occupare cariche direttive, sono in grado di fornire indicazioni, consigli, orientamenti preziosi per chi deve governare.

Certo, tutte queste strutture, da chi ne ha il dovere, vanno messe in azione, e con fiducia.

A questo proposito, esprimo il mio vivo compiacimento alle Ispettorie e alle comunità dove tali strutture hanno cominciato a funzionare, e dico a chi ancora indugia che con questo nuovo anno tutte debbono essere attuate. Non si tratta di semplici suggerimenti, ma di precise disposizioni del Capitolo Generale. E ad esse si ottempera provvedendo non soltanto materialmente, ma entrando negli intendimenti che hanno ispirato queste norme.

Debbo anche dire che il rimandare, non affrontando la soluzione di questi problemi, ricorrendo a motivazioni che non reggono, dimostrerebbe solo un immobilismo, che non ha compreso l'importanza di queste disposizioni, e finirebbe con l'essere di danno all'Ispettoria, alle opere, arrestandole e mortificandole nel processo di rinnovamento che la Congregazione, per invito della Chiesa, intende dare a tutte le sue forme di attività e di vita.

Il ridimensionamento, nostro grande dialogo
Ma il dialogo più ampio, più capillare, più impegnativo, che la Congregazione ha felicemente avviato, è certamente il Ridimensionamento.

Con esso ogni confratello è invitato a esprimere il suo parere su tanti aspetti e prospettive della vita e dell'attività della propria Casa. Conseguentemente si potrà conoscere anche, attraverso gli altri gradi della grande inchiesta, il parere dei confratelli su tanti problemi dell'Ispettoria.

È superfluo dire che questa amplissima inchiesta ormai in atto, mentre dice tutta la fiducia che la Congregazione ha nei suoi figli, in ciascuno dei suoi figli, d'altra parte esige, da parte di tutti, una preoccupazione di oggettività e di chiarezza di idee, una grande serenità di
giudizio, una diligenza nel preparare le risposte, un responsabile senso della gerarchia dei valori che la Congregazione deve e vuole salvare in noi: il Salesiano anzitutto, come religioso e come sacerdote del nostro tempo, il che importa subito la cura della sua vocazione, come tale, prima che come apostolo.

La vocazione nostra è giovanile e popolare, valida anche oggi, come ci ha detto chiaramente il Papa, e deve caratterizzarsi adeguandosi, e non svuotarsi o perdersi in pluralismi dispersivi.

Molto del rinnovamento che andiamo cercando è strettamente legato al risultato dell'operazione ormai in corso del ridimensionamento.

Quanto importa dunque che questo delicato lavoro sia condotto da tutti, Superiori e semplici confratelli, con metodo, con diligenza, con serietà, con appassionato interesse, tenendo presente che si tratta della vita stessa della Congregazione.

Infatti, come si può facilmente arguire esaminando i moduli distribuiti, non si tratta dell'eventuale chiusura o riduzione di questa o quell'opera, quanto di una profonda e coraggiosa revisione di tutta la nostra vocazione collettiva e della nostra opera apostolica nella Chiesa.

Alla luce dell'esperienza e delle nuove prospettive della Chiesa e della storia, si tratta di vedere i modi e i mezzi per rendere efficienti gli uomini e quindi le strutture e le opere per la missione a cui oggi ci chiama la Chiesa.

Mettiamo questa impresa nelle mani della nostra dolce Madre, l'Ausiliatrice. Essa che ha guidato per mano Don Bosco in tutto quanto interessava la vita della nostra umile Congregazione, voglia ottenerci la luce, il discernimento e la chiaroveggenza necessaria per rendere fecondo il grande dialogo del ridimensionamento.

Il dialogo elemento di formazione e di vita
Tutte queste attuazioni e altre ancora che non è possibile enumerare, trovano la loro sintesi migliore nel capo VI del documento su «La nostra vita religiosa».

Rileggiamone qualche espressione.

«Tutti i membri (della Comunità), come adulti corresponsabili, si mettono dunque chiaramente d'accordo sugli obbiettivi soprannaturali della loro azione e sui mezzi per raggiungerla. Questo sforzo di collaborazione è sempre da rivedere. Oltre il Consiglio ristretto della casa, la Comunità prevede dunque degli incontri regolari, sotto la responsabilità principale del Direttore, dove si compie l'esame della situazione e della coscienza collettiva e dove si elaborano i piani apostolici. La "revisione di vita", in gruppi ristretti, approfondirà questo lavoro. Così ogni confratello può, senza gelosia alcuna, situarsi col suo compito e con le sue doti particolari nel mezzo di una équipe coerente, fervente, che ha la garanzia e il merito della efficacia educativa dopo la grazia di Dio, ma prima dei meriti individuali».3
Ma a incrementare il dialogo ci sprona un'altra più profonda ragione, che interessa direttamente la nostra stessa formazione.

Noi viviamo in una età di rapidi e sempre più numerosi contatti, in situazioni sempre nuove, con una straordinaria mutazione di esperienza e di mentalità, nella necessità di aprirci alla conoscenza di quello che ci circonda, e che condiziona in qualche modo la nostra vita, e di difendere la saldezza dei nostri principi e del nostro patrimonio spirituale. Non possiamo più vivere isolati dal mondo e dobbiamo nello stesso tempo salvarci dalle sue pericolose deviazioni.

Noi dobbiamo preparare i confratelli a questa situazione delicata e spesso difficilissima: dobbiamo insegnare a conoscere le finalità dei nostri rapporti col mondo, i limiti della nostra azione, i pericoli che possiamo incontrare sul nostro cammino, quello che dobbiamo dare agli altri e quello che possiamo ricevere. Il contatto col mondo per il nostro apostolato non dovrebbe impoverirci mai, anzi, dovrebbe favorire, con la ricchezza della sua esperienza, una maturazione del nostro animo e un arricchimento spirituale che non avremmo trovato in nessuna forma di isolamento personale. In una parola noi vogliamo accettare l'invito al dialogo che ci è fatto dalla Chiesa e che è nello spirito del tempo, ma vorremmo che il dialogo, ben lungi dal diventare per noi un'insidia, fosse uno strumento autentico di bene per gli altri e di arricchimento per noi.

3 Atti del Capitolo Generale XIX, pag. 88
Il segreto del vero dialogo
A dire il vero non è raro sentire, anche nella nostra famiglia, chi si appella al dialogo non poche volte a ragione. Ma lo si invoca anche per sostenere un personale parere spesso evidentemente errato, o peggio — in forma protestataria per imporre una tesi insostenibile, o per esigere dei «sì» che il Superiore in coscienza non può dire.

Tanto meno può essere dialogo quello di chi ne sa discutere anche con dovizia di argomenti — tutti lo riconoscono —, ne postula con eloquenza la necessità e l'urgenza, ma poi nella vita comunitaria, nei suoi rapporti con i fratelli, è sordo e impermeabile a ogni idea che non sia la sua, non accetta che i suoi punti di vista e le sue iniziative, insomma è chiuso nell'angusto cerchio di ferro del suo «io», che in pratica vuole imporre agli altri, forse anche in nome del dialogo. Il dialogo, quello autentico, sarebbe superfluo dirlo, ha le sue radici in una virtù, senza la quale esso non sarà mai possibile: voglio dire quell'umiltà che è senso chiaro dei propri limiti, e stima e fiducia nell'apporto dell'intelligenza e dell'esperienza dei fratelli nella ricerca della verità.

In sostanza, essendo il dialogo autentico un sincero sforzo, una comune onesta volontà di ricercare e scoprire la verità, l'elemento essenziale di esso, anche se può a prima vista sembrare paradossale, è l'ascoltare. Proprio così. Pochi infatti sono coloro che ascoltano veramente gli altri, pur nello scambio di migliaia di parole.

E questo accade perché ognuno è così ingombro delle sue idee, delle sue mire, delle sue piccole o grandi ambizioni, del suo io insomma, che non ha più posto per prestare attenzione al fratello con cui parla.

Troppo spesso quindi il dialogo è l'accavallarsi di parole, di suoni su due binari paralleli, e non lo scambio rispettoso e cordiale delle rispettive ricchezze, piccole o grandi che siano.

Invece chi possiede la grande dote di sapere ascoltare è ricco di una forza prodigiosa che trasfonde nell'interlocutore. Nulla infatti riduce l'interlocutore ad aprirsi ed entrare in sintonia con noi quanto l'attenzione che gli prestiamo e l'interesse che prendiamo al suo discorso, ai suoi argomenti, alle sue difficoltà, alle sue pene.

È questo il grande segreto che rende utile e fecondo ogni dialogo: fra Superiori e semplici confratelli, fra anziani e giovani, fra sacerdoti e coadiutori, fra salesiani e laici, fra educatori e giovani.

La Strenna del 1967 mira a questo intento: non certo ubbidisce a una moda velleitaria e neppure indulge a nessun rinnegamento dei principi della vita religiosa.

La Chiesa ci dà l'esempio
Ciò che conferma anzitutto nella attualità, nella validità e nell'urgenza di un impegno in favore del dialogo è l'esempio deciso e coraggioso della Chiesa.

Desidero riprendere l'argomento con cui ho cominciato.

Essa ha fatto il dialogo prima di tutto con se stessa per riscoprire il mistero profondo della sua realtà e la missione che Dio Le aveva affidata.

Durante il Concilio ha voluto e sollecitato nelle forme più ampie il colloquio con tutti i Vescovi, i rappresentanti di tutto il mondo cattolico, in un clima di libertà e di franchezza che, se ha dato vivacità alle discussioni, ha portato i suoi frutti nella elaborazione dei decreti conciliaci: è stato un unico, grandioso colloquio che la storia del mondo non aveva ancora ascoltato.

La Chiesa ha riaperto inoltre, dopo secoli di silenzio e di distacco, il dialogo con le altre confessioni cristiane, e non solo con queste; e oggi l'incontro continua in un clima, più che di rispetto, di fiducia e di buona volontà, con la prospettiva di nuove tappe nel cammino intrapreso.

Un dialogo immenso è soprattutto in atto ora dentro alla Chiesa stessa, a tutti i livelli e con tutte le forme di collaborazione e intesa, dal Papa a tutti i membri della famiglia cristiana, tra i Vescovi, i Sacerdoti, i Religiosi e i Laici.

So bene che taluni sono preoccupati del rischio connesso con ogni esperienza nuova e degli abusi che si possono fare anche col nobile strumento della nostra libertà; ma il richiamo al dialogo viene con forza tanto autorevole dalla Chiesa che ci è gradito, oltreché doveroso, accoglierlo e assecondarlo.

Dialogo: stile di rapporto sociale moderno
Invitandoci al dialogo col mondo, la Chiesa ci propone un atteggiamento e un metodo che è oggi alla base di tutti i rapporti tra gli uomini. La nostra è, per la verità, l'era del dialogo, che è diventato un'esigenza insostituibile sul piano sociale, politico, economico, culturale, educativo, religioso. Gli incontri sono diventati una necessità per ogni forma organizzata e associata di vita. Non si bada più a distanza e al moltiplicarsi di impegni. Si vuole confrontare a ogni costo il modo di pensare e di agire degli altri per trarne il maggior profitto per sé. Le idee e i programmi, di preferenza, non si vogliono più accogliere attraverso una comunicazione scritta e indiretta, ma dal contatto vivo con le persone e con l'ambiente.

11 dialogo diretto è cercato dalla ditta commerciale con i suoi clienti, dal giornale con i propri lettori, dall'azienda che deve assumere il suo personale.

Non parliamo di quel dialogo grandioso e spettacolare che la pubblicità tende a instaurare col mondo dei consumatori per strappare un atteggiamento di simpatia verso i suoi prodotti.

Dobbiamo riconoscere che il capitolo delle «relazioni umane» è diventato più importante di quelli che trattano gli interessi materiali. Le stesse caratteristiche più accentuate della nostra età, il rispetto dell'individuo, il senso della libertà, lo spirito comunitario e democratico, sembrano favorire i rapporti umani con la formula persuasiva del dialogo.

La Chiesa, evidentemente, e le istituzioni che in essa vivono, non solo non possono essere contrarie al dialogo che si viene instaurando con sempre maggior larghezza nel mondo, ma vi partecipano profondamente e lo sostengono con alcuni degli elementi essenziali al proprio spirito.

Gesù Cristo Maestro del dialogo
Il dialogo, del resto, non trae la sua necessità e la sua attualità solo da motivi storici e contingenti, ma trova le sue radici alle origini stesse della nostra santa religione.

Gesù Cristo è Dio che si è fatto uomo, parola e dialogo con gli uomini; e poiché la Chiesa deve continuare l'incontro che Gesù Cristo è venuto a realizzare col mondo, noi dovremo sempre guardare a Gesù Cristo per conoscere quale rapporto dobbiamo tenere col mondo e in quali precisi termini dobbiamo impostarlo.

Ora, anche il più superficiale sguardo che noi gettiamo sul Vangelo ci mostra come Gesù abbia avuto l'unica preoccupazione di incontrarsi con gli uomini per aprire le loro anime alla luce della verità. Il suo è stato un dialogo senza soste e senza distinzione di persone. Egli ha aperto il colloquio sulla strada e nel tempio, in case private e davanti alle folle, con gli umili e con i poveri, coi ricchi e con i potenti. Ha fatto il primo passo per andare a cercare quelli che erano lontani, ha rotto per primo il silenzio o ha preso per primo l'iniziativa della conversazione. Ha seguito solo il metodo della comprensione e dell'invito pieno di fiducia, non ha disprezzato o ripudiato nessuno, così come del resto non ha mai rinunziato alla coerenza della sua dottrina e al rispetto che era dovuto alla libera scelta di coloro a cui si rivolgeva.

Ci sono state conservate le parole incomparabili pronunciate da Gesù nell'incontro con Nicodemo, con la Samaritana, con Zaccheo, col giovane ricco e con tante altre persone che Egli ha incontrate nel breve giro della sua predicazione. Noi vi ammiriamo tutto il contenuto della salvezza e la bontà e la sapienza con cui Gesù venne a redimere il mondo; ma dal Vangelo noi impariamo anche a conoscere in forma inconfondibile il metodo secondo il quale la Chiesa e ognuno dei fedeli deve fare risentire oggi attorno a sé il messaggio del Vangelo.

Secondo l'esempio di Gesù Cristo il dialogo è un servizio reso alla verità, è ispirato dal primo e più grande precetto della carità e prende le forme e raggiunge i confini che sono fissati ancora dalla carità.

Don Bosco e il dialogo
Il dialogo, di cui Gesù Cristo ci ha dato un mirabile esempio e al quale la Chiesa ci invita con speciale insistenza, ha avuto un modello autentico in Don Bosco.

Se il dialogo ubbidisce a un «interiore impulso di carità» che ci porta verso gli altri per cercare insieme il dono divino della salvezza con la disposizione cordiale della comprensione e della bontà, tutta la vita di Don Bosco è stata dominata da questo atteggiamento: ne è anzi una caratteristica distintiva.

Don Bosco non è mai stato un isolato e noi non riusciamo a pensarlo se non circondato dagli altri, dai giovani soprattutto, col cuore aperto verso tutti e capace di stringere con tutti una cordiale corrispondenza d'animo. Il suo è stato un dialogo pienamente riuscito neI sapere parlare agli altri e nel saperli ascoltare, ed è per noi edificante percorrere i diversi aspetti e momenti della sua vita per ricercare le forme e le caratteristiche che assunse il suo incontro col prossimo.

Ripensiamo all'incomparabile incontro dell'8 dicembre 1841, quando il Santo guadagnò il cuore del primo giovane mandatogli dalla Divina Provvidenza, Bartolomeo Garelli. Quale dialogo! E dialogo era la ricerca che egli faceva dei giovani andando nelle botteghe, nelle carceri, nelle case: dialogo di fatti e di tutta la vita quando egli abbandonava la possibilità di una posizione tranquilla e comoda per andare ad abitare a Valdocco, alla periferia della città, in mezzo a gente tutt'altro che edificante, e là viveva fisicamente e spiritualmente vicino a quei ragazzi che egli voleva redimere e salvare.

In questa concezione di apostolato aperta, popolare, accostante, più e prima ancora che nelle parole di una conversazione, sta l'anima del dialogo che Don Bosco ha instaurato col mondo.

Ma il nostro Padre, se si apriva con tanta spontaneità al dialogo con i suoi ragazzi, si lasciava condurre a sua volta nella sua multiforme attività dalla parola autorevole del suo confessore, don Giuseppe Cafasso, a cui egli chiedeva consiglio in ogni cosa e a cui obbediva con assoluta e filiale sottomissione.

Egli conosceva la generosità del dare e si faceva guida sicura dei giovani mandatigli dal Signore, ma, proprio per la capacità e l'esercizio che aveva fatto al dialogo, accettava lui stesso spontaneamente di essere guidato e condotto.

Rivolgendomi a Confratelli che ben conoscono la vita del Fondatore, non posso non rilevare la capacità che ebbe Don Bosco nel saper condurre il dialogo con i suoi primi Salesiani in quello che erg il movimento ordinario della vita religiosa e del governo della Congregazione.

Quale umiltà e quale interesse nell'ascoltare e sollecitare il parere degli altri e nel sottomettersi al voto del suo Capitolo (formato, giova ricordarlo, da suoi figlioli) quando si trattava di affari della Congregazione! Quale finezza nel dare fiducia a tutti, nel valorizzare anche gli elementi meno dotati, nel saper sfruttare le risorse di ognuno per il bene comune! Quale saggezza nell'addossare a tempo debito delle gravi responsabilità, ma aiutando a portarle, educando al governo, lanciando gli uomini di cui poteva disporre sul cammino di un apostolato per loro quasi impensabile! Quale sottomissione nei suoi rapporti coi Superiori ecclesiastici, in situazioni anche delicate e difficili, pur di riallacciare il vantaggioso vincolo del dialogo e della collaborazione! Per Don Bosco il dialogo non fu il pretesto per imporre la sua volontà e limitare quella degli altri, e neppure lo strumento del compromesso e delle concessioni, ma fu una disposizione profonda dell'anima che lo portò a dilatare la carità verso il prossimo, e, a sua volta, a ricevere il consiglio e l'aiuto, cercando l'intesa e raccogliendo le forze perché potessero collaborare nel bene.

Il dialogo nelle prime case di Don Bosco non attenuò il prestigio e l'autorità del Superiore, ma fu espressione di una autentica paternità che si apriva a tutti i figli di un'unica famiglia in effusione di amore e li conduceva spontaneamente all'unità, alla corresponsabilità, alla cordiale collaborazione.

Non possiamo dimenticare che l'intesa creata da Don Bosco nella Congregazione ai suoi primi decenni di vita fu quella che le diede saldezza all'interno e forza di espansione all'esterno.

Attorno a Don Bosco i confratelli si strinsero con semplicità di cuore e con generosità, così come videro che egli andava a loro con la semplicità e la generosità di tutta la sua anima paterna. Fu uno dei più bei dialoghi che la storia della Chiesa moderna ci ricordi.

Guardando a Don Bosco e ai primi confratelli alla luce del dialogo, noi dobbiamo riscoprire soprattutto questa disposizione di semplicità, di generosità, di cordiale intesa.

A questa scuola, nel disorientamento spesso molto confuso del nostro tempo, noi ritroveremo gli elementi di quel sano e autentico dialogo che metterà tutte le forze unite della nostra Famiglia a disposizione del suo spirituale rinnovamento.

Doti e virtù del dialogo
Il dialogo, perché riesca efficace e fecondo, esige una somma di doti e di virtù grandemente attive e fruttuose.

Paolo VI ne enumera quattro: chiarezza, mitezza, fiducia e prudenza.

Una parola su ciascuna di queste caratteristiche.

— La chiarezza del nostro colloquio viene in primo luogo dalla chiarezza delle nostre idee. E qui vale l'esortazione ad uscire da una certa pigrizia intellettuale che ci fa poco attenti a procurarci delle idee precise su quelli che sono i grandi e gravi problemi degli uomini del nostro tempo. Oggi c'è una grande evoluzione nella mentalità corrente e non è possibile destare interesse e convinzioni con risposte confuse e incerte.

Un sacerdote, studioso profondo e noto professore dell'Università Cattolica di Milano, fortunato volgarizzatore del pensiero e della pietà cristiana, Mons. Francesco Olgiati, diceva che per poter volgarizzare la scienza bisogna possederla profondamente, anzi addirittura averla «macerata». Solo chi ha studiato seriamente un argomento può raccoglierne le componenti essenziali e metterle con semplicità in evidenza, cioè riuscire a presentarle con chiarezza. Quanto importa quindi che, nel discutere dei problemi, siano veramente conosciuti e approfonditi !
Non poche volte il dialogo si fa difficile, anzi si fa impossibile, perché non c'è alla base delle idee la chiarezza, ma un certo equivoco, una certa nebulosità, una conoscenza del problema solo approssimativa, a orecchio!
Guardando più lontano, quanto importa che fin dal periodo scolastico, ci si abitui a una penetrazione, a uno studio serio di ogni problema, sì da uscirne sempre con quelle idee personali così chiare che si traducano in idee limpidamente espresse al nostro prossimo.

— La mitezza sgorga dalla natura stessa del dialogo, che vuole il rispetto dell'interlocutore e conta sulla forza della verità e non sopra la sua imposizione.

A questo riguardo vorrei rilevare che spesso noi ubbidiamo a una polemica prevenuta e puntigliosa e questo chiude il cuore del nostro interlocutore; sovente poi (cosa assai triste!) non si rispettano neppure le nonne elementari della cortesia con la insofferenza per l'opinione altrui e per la libera e serena discussione.

Può accadere anche nelle case religiose, nelle riunioni dei Consigli o in altre riunioni, che non si riesca a instaurare un dialogo sereno per giungere a decisioni costruttive o a giudizi equanimi, proprio perché manca quell'elementare disposizione alla mitezza che permette a ognuno di esprimere il proprio parere e a chi presiede di trarne le conclusioni.

Cari confratelli, dobbiamo tutti impegnarci perché le nostre riunioni non siano mai quasi pretesto per battaglie di puntiglio, in cui naufraga, col dialogo, la carità e il bene comune.

Non dobbiamo guastare con le nostre mancanze di rispetto il tanto bene che può venire da un ordinato dialogo.

— La fiducia è il terzo carattere che il Papa assegna al dialogo, perché noi allarghiamo intorno a noi il grande dono della salvezza.

Noi dobbiamo avere fiducia nella missione che è affidata a ciascuno di noi, fiducia nelle circostanze concrete della nostra vita e nei limiti che essa ci impone. Ma dobbiamo in pari tempo avere fiducia negli altri.

Il nostro ottimismo verso il prossimo può far scattare tante energie buone che altrimenti non avrebbero modo di rivelarsi, La fiducia avrebbe modo di far rifiorire la speranza e l'ottimismo anche in certe comunità, che procedono molte volte con scarso interesse per il bene, perché manca chi apra la via al dialogo della parola e dell'azione.

Si resta chiusi nello scontento o nella routine delle miserie quotidiane o negli angusti limiti della mediocrità, nelle prevenzioni o nei risentimenti; e accade che un invisibile, ma evidente schermo separi e tenga distaccate persone che pure hanno scelto una vita comunitaria, legata dal vincolo della carità, per aiutarsi vicendevolmente.

Don Bosco ha fondato tutto il suo lavoro educativo sulla premessa che nessun giovane è insensibile al richiamo del bene e che dargli fiducia di riuscita è già un metterlo sulla via della salvezza.

Questo incoraggiamento di serena attesa nei riguardi degli altri egli l'ha portato anche verso i primi confratelli che hanno sentito di essere come potenziati nelle loro risorse dalla affettuosa stima del Padre e gli hanno risposto con un abbandono e una generosità che non potevano essere più grandi.

Con questo atteggiamento Don Bosco ha infuso coraggio a tanti che sarebbero rimasti inceppati nelle strettoie della paura e della mediocrità. Fu un esempio a cui dobbiamo guardare, specie quando si hanno responsabilità di governo.

— La prudenza è l'ultima virtù che ci guida nei passi non sempre facili e aperti del dialogo.

Questo, con chiunque, non può essere abbandonato alla improvvisazione, alla spregiudicatezza, alla inesperienza e alle velleità di ogni spirito inquieto, ma va guidato con quella ponderazione che ne assicura il buon successo. La Chiesa ci esorta ad andare incontro agli uomini con tutta la spinta della carità e seguendo l'urgenza di annunziare a tutti la salvezza, ma non dimentica il richiamo alla prudenza che ha fatto Gesù stesso rivolgendosi ai suoi apostoli, i futuri messaggeri della salvezza nel mondo.

Allargando le prospettive di questo argomento vorrei far giungere a tutti l'esortazione a moltiplicare come il nostro Padre le energie e le attività dell'apostolato, per poter accostare e portare a Cristo anime anche lontane, ma chiedo nello stesso tempo, con la responsabilità che sento per i singoli confratelli e per tutta la Congregazione, che la prudenza guidi e regoli l'azione di ognuno e di tutti. Il dialogo non può essere pretesto per esperienze avventate e per leggerezze ingiustificate, anche se ponderazione non vuole dire per noi immobilismo. Don Bosco, come ho ricordato altre volte, ci dà un esempio sempre attualissimo di ardimento e di prudenza: il risultato e i riconoscimenti del suo atteggiamento sono una garanzia e un insegnamento per la nostra condotta.

Ambiente salesiano del dialogo
Ma veniamo a dire qualcosa di più concreto per coloro che nel nostro ambiente devono essere gli artefici del dialogo.

Ogni casa salesiana, in misura maggiore o minore, è, nella mente di Don Bosco, una centrale di irradiazione apostolica, non una rocca isolata. Le occasioni, anzi le necessità e le persone del dialogo sono quindi infinite, all'interno e all'esterno, con i giovani, con i parenti, con i cooperatori, con gli exallievi, con gli insegnanti, con i fedeli.

Tale concezione di cose allarga straordinariamente le occasioni di apostolato, contro l' affermazione di coloro che credono di vedere mortificato il loro zelo sacerdotale dalle occupazioni che sono chiamati a svolgere nell'interno delle nostre comunità; e nello stesso tempo apre a non finire delle possibilità di dialogo, prima nelle nostre case e poi all'esterno. Tutto questo naturalmente nell'ubbidienza, nell'intesa, nella discrezione.

Se noi attuassimo veramente le forme di attività che sono consacrate dalle nostre regole e dall'esempio di Don Bosco, noi risponderemmo, anche solo con questo, alla maggior parte dei richiami apostolici che ci sono venuti dal Concilio.

Ma veniamo al pratico.

Il dialogo fra Superiori e Confratelli e l'Ubbidienza
Questo è il dialogo a cui più spesso si fa riferimento anche nel nostro mondo.

Conviene mettere in chiaro delle premesse essenziali. Se queste vengono ignorate, si può arrivare alle conseguenze più estreme e, purtroppo, anche più assurde e insostenibili.

Il Decreto Perfectae Caritatis, così dice: «I religiosi con la professione di obbedienza offrono a Dio la completa rinuncia della propria volontà come sacrificio di se stessi, e per mezzo di esso in maniera più valida e sicura si uniscono alla volontà salvifica di Dio». E quindi aggiunge: «A imitazione di Gesù Cristo, che venne per fare la volontà del Padre (cf. Gv 4, 34; 5, 30; Eb 10, 7; Sai 39, 9) e, "prendendo la natura di un servo" (FU 2, 7), dai patirnenti sofferti conobbe a prova la sottomissione (cf. Eb 5, 8), i religiosi, mossi dallo Spirito Santo, si sottomettono in spirito di fede ai Superiori...».

Dice ancora il Decreto: «I religiosi in spirito di fede e di amore verso la volontà di Dio, secondo quanto prescrivono la regola e le costituzioni, prestino umile ossequio ai loro Superiori col mettere a disposizione tanto le energie della mente e della volontà, quanto i doni di grazia e di natura, nella esecuzione degli ordini e nel compimento degli uffici loro assegnati, sapendo di dare la propria collaborazione alla edificazione del Corpo di Cristo secondo il piano di Dio».

Da questi concettosi periodi appare chiaro il fondamento teologico della nostra obbedienza, la dimensione ascetica, l'aspetto umano e psicologico, il valore sociale, il dovere di praticarla, i benefici e i meriti che ne provengono.

Per questo il Decreto conclude: «L'obbedienza religiosa, lungi dal diminuire la dignità della persona umana, la fa pervenire ai suo pieno sviluppo, avendo ampliata la libertà dei figli di Dio».

Nulla quindi perde con l'obbedienza la personalità, perché il religioso l'accetta con tutta consapevolezza e l'osserva con piena libertà.

Corre in questi nostri tempi un certo errore sottile, ma fallace: pretendere che con l'obbedienza si rechi offesa alla dignità umana.

A ben riflettere, tendere a Dio con la libera adesione della vita vincolata da un voto di obbedienza è un gesto di dignità e di amore; se è un atto di umiltà che distrugge ogni orgoglio, è un mezzo che esalta l'individuo.

Si può parlare allora di dialogo per arrivare a praticare l'obbedienza?
Se per dialogo si intende una discussione per portare ad ogni costo il Superiore a liberarmi da una obbedienza che mi costa, che non mi garba, mettendo sul medesimo piano chi ha la responsabilità di guidare uomini e cose e chi si è obbligato a collaborare con l'obbedienza al bene comune, è evidente che siamo del tutto fuori della coerenza religiosa e, direi, umana.

L'obbedienza, prima che virtù cristiana, è disciplina umana e civile. Dobbiamo infatti renderci virilmente conto che la vita sociale, nei settori più disparati, — e ne abbiamo certamente esempi fra i nostri familiari e amici che non hanno fatto alcun voto di obbedienza, importa esecuzioni di ordini che spesso richiedono sacrifici; e nessuno pensa di ribellarsi in omaggio a un contratto di lavoro, a un interesse economico, legami certo meno nobili del nostro voto.

Ebbene, il nostro «rapporto di lavoro», passi la parola, noi lo abbiamo siglato con Dio, col voto, ma si attua attraverso il «collegamento» dei Superiori, i quali sono intermediari con tutte le responsabilità di quest'ufficio.

A noi tutti piace, secondo l'indicazione del Concilio, ripetere che la nostra vita religiosa deve essere una testimonianza. E con l'obbedienza, quale testimonianza noi diamo della sottomissione offerta da Cristo «per compensare la grave disobbedienza di Uno e per farci tutti giusti»!
Il dialogo col Superiore deve essere, nei casi meno facili specialmente, la libera e confidente, ma sincera e rispettosa apertura dell'anullo al Superiore perché così da me illuminato egli possa dirmi la parola che in definitiva mi deve orientare e che io accetterò, poiché io dirò sempre la penultima parola, che il Superiore ascolterà; ma, è chiaro, l'ultima parola dovrà essere sempre quella del Superiore.

Riconosco, però, che, per un complesso di cause a tutti noto, l'obbedienza è un cilicio assai aspro, talvolta, per molti religiosi, più di quello della castità; ma io amo pensare che il Salesiano sa e vuole essere non uno spirito gretto, bensì generoso nella sua donazione a Dio. È stato scritto: «Soltanto chi ha la vocazione alle meschinità non sa obbedire». L'esperienza ce lo conferma: e poi c'è da pensare che l'obbedienza, proprio quando è difficile, porta la crescita della personalità che viene in essa impegnata tutta.

Quanto è bella e ricca la seguente preghiera: «Signore, fammi seminare nell'obbedienza, affinché possa raccogliere nella libertà»!
Ho parlato sinora per il Salesiano che ha da eseguire un'obbedienza, ma, come accennavo sopra, se è vero che il rapporto di obbedienza è con Dio, è pur vero che c'è in questo rapporto un anello, un intermediario, che è il Superiore. E anche questi ha dei doveri, perché questo rapporto si attui nella giustizia e nella carità.

Il Superiore deve rendersi conto che per comandare non basta credere di fare le veci di Dio. La nonna più santa e la garanzia più sicura per compiere questa delicata funzione di comando è quella di mostrare, col proprio modo di agire, l'intento di rappresentare Dio in umiltà, con amore, con benevolenza, con rispetto, con discrezione.

A ragione il Decreto Perfectae Caritatis parlando ai Superiori dice: «Guidino i sudditi in maniera tale che questi nell'assolvere i loro compiti e nell'intraprendere iniziative cooperino con una obbedienza attiva e responsabile».4 Sono parole, le ultime specialmente, cariche di significato e che vanno ben meditate.

4 PC 14
È quindi dovere del Superiore penetrare nell'animo del confratello, accoglierne le giuste proposte, ascoltarne gli utili suggerimenti, rendersi conto di difficoltà non previste, insomma mettere in opera tutti quegli elementi che, mentre favoriscono e alimentano lo spirito di famiglia, di intesa e di comprensione, vengono appunto per questo a rendere facile l'obbedienza e arricchiscono le decisioni che si prendono, promuovono l'unione delle forze per il bene delle comunità, diffondendo quella pace, che, come Papa Giovanni ha dimostrato, è indissolubilmente legata all'obbedienza.

A conclusione di questo nostro discorso, lasciate che vi riporti le sapienti, autorevolissime parole rivolte recentemente da Paolo VI a un folto stuolo di Madri Provinciali:
«Diremo forse che l'autorità ha perduto il suo prestigio, la sua ragion d'essere, la sua responsabilità nella compagine d'una Famiglia religiosa, che proprio dall'autorità è generata, diretta, animata, educata e santificata? E diremo che l'obbedienza s'è disciolta in dialogo democratico e nel volere d'una maggioranza numerica o d'una minoranza intraprendente, quando sappiamo che questa virtù è essenziale per la vita religiosa e per la comunità religiosa, e che anzi, come insegna S. Tommaso, "fra tutti i voti della religione il voto d'obbedienza è il più grande, maximum est"? (Summa Theol. 11-1Iae, 186, 8). No certo; anzi confermeremo la necessità sia d'un sapiente esercizio dell'autorità, sia d'una sincera pratica dell'obbedienza: la compagine e lo spirito della vita religiosa sarebbero fatalmente compromessi, ove autorità e obbedienza venissero a mancarle. Ma l'una e l'altra, voi lo sapete, reclamano forme nuove, più alte, più degne della società ecclesiale, più virtuose e più conformi allo spirito di Gesù Cristo: dev'essere questo duplice problema, dell'autorità e dell'obbedienza, uno dei temi più studiati nel rifacimento delle vostre regole e nella evoluzione della vostra mentalità religiosa, e reclamerà attenzione, prudenza e fiducia per essere portato alle soluzioni che i tempi suggeriscono e che il Concilio reclama. A voi, Superiore, Noi non faremo ora che citare una celebre e sempre saggia parola di S. Agostino circa quanto riguarda l'atteggiamento responsabile di colei che dirige una comunità di religiose; dice questo santo maestro nella sua famosa lettera alle inquiete monache del suo tempo (a. 423) che la Superiora non si consideri dominatrice per autorità, quanto piuttosto felice di servire per carità. Aveva pur detto poco prima: alla Superiora si obbedisca come ad una madre, col debito onore, per non offendere Dio in lei» .5
5 «Discorso alle Superiore Maggiori degli Istituti Religiosi Femminili d'Italia», Osservatore Romano, 13 gennaio 1967
Dialogo tra Sacerdoti e Coadiutori
Sappiamo quale sia il pensiero della Chiesa e della Congregazione sulle nuove responsabilità di apostolato da parte dei laici e dei religiosi.

Conosciamo anche le deliberazioni e gli orientamenti del Capitolo Generale XIX per una più ampia e profonda collaborazione tra Sacerdoti e Coadiutori. Non tanto per superare dei complessi di inferiorità o solo per usare un atteggiamento di fraterna cordialità, quanto per creare i veri e operanti presupposti di una cooperazione di energie, è necessario che lo spirito del dialogo, sereno e costruttivo, domini le relazioni dei Sacerdoti e dei Coadiutori nell'azione educativa e apostolica. Bisogna sentire fortemente le responsabilità vicendevoli che abbiamo verso i giovani e da questa ansia spirituale comune deve scaturire il dialogo dell'intesa, della fraternità e della collaborazione.

Deve essere un'idea ormai sorpassata quella che la mancanza o differenza di studi, sia religiosi che profani, possa costituire una difficoltà per questo dialogo condotto in clima di fraternità e di eguaglianza. È nello spirito del Concilio fare in modo che i carissimi nostri Coadiutori abbiano «stretti contatti con la vita e le opere della comunità», «con uguali diritti e obblighi» 6
Ed è nello spirito del Capitolo Generale XIX il rammentarci che il coadiutore, secondo l'espressione del Servo di Dio don Rinaldi, «non è né il secondo, né il braccio destro dei Sacerdoti, suoi fratelli di religione, ma un loro eguale, che nella perfezione li può precedere e superare»?
La Congregazione ha già fatto parecchio cammino in questo senso, dando ai nostri confratelli coadiutori la possibilità di una più efficiente e qualificata collaborazione in seno ai vari Consigli e Gruppi direzionali e consultivi.

Ma a poco varrebbe tutto questo se non ci fosse di rincalzo anche una apertura serena di dialogo in tutti i momenti della vita di comunità.

6 PC 15
7 Atti del Capitolo Generale XIX, pag. 67
Ho la più viva fiducia che la vicendevole comprensione dell'insurrogabile e caratteristica funzione del coadiutore sarà valido incentivo ad attuare e intensificare il dialogo.

Dialogo tra Anziani e Giovani
Vorrei anche sottolineare la necessità del dialogo tra Confratelli anziani e Confratelli giovani.

Da una parte ci vuole umiltà, apprezzamento per la ricchezza dell'esperienza raccolta nel tempo, senso del proprio limite, confidenza affettuosa, volontà di studiare e di apprendere da chi ha fatto il cammino prima; dall'altra amore, interessamento, condiscendenza, aiuto, sforzo di comprendere le ansie e i profondi motivi delle impazienze giovanili.

A questo punto viene anche opportuno il richiamo al contrasto che può affiorare qua e là tra generazioni più anziane e generazioni più giovani di confratelli. Questa tensione può essere originata dall'amore, come ebbi a dire in altra circostanza, e può essere frutto di una fedeltà alla Chiesa e alla Congregazione intesa in forme diverse.

Non credo di fare dell'ottimismo a oltranza se affermo che questa situazione è tutt'altro che nuova nella vita della Chiesa, anche se oggi ha preso accenti più vivaci. Essa si supera col rispetto degli altri, con la ricerca spassionata e sincera del bene, e, in conclusione, con la sottomissione umile e fiduciosa nell'autentico spirito religioso a chi dalla Chiesa e dalla Congregazione ha l'autorità e il dovere di fare la sintesi tra le opinioni e le tendenze diverse, prendere le decisioni, dare le direttive.

Il dialogo, anche in questo caso, e tra idee divergenti, condotto secondo le buone norme, può essere lo strumento che concilia e arricchisce le parti opposte.

I frutti del dialogo
Mi accorgo che il discorso si è fatto assai lungo, mentre avrei altre «persone» del nostro dialogo da presentare: i giovani anzitutto, che sono la porzione peculiare del nostro apostolato, e poi gli Insegnanti che collaborano con noi nel ministero della scuola, con i quali troppo spesso non c'è alcun sistematico dialogo che li inserisca «mente, corde et animo» nel nostro clima apostolico educativo salesiano, e poi i Cooperatori, gli Exallievi, i fedeli...

Concludiamo dunque. Da tutto quanto abbiamo detto in queste pagine risalta evidente quell'insieme di preziosi frutti che provengono dal dialogo «domestico», pratico cioè nel nostro ambiente, nella nostra famiglia, a tutti i livelli, con purità di intenti e con metodo saggio.

La comunità troverà le sue iniziative arricchite dall'intelligenza, dalla cultura, dall'esperienza di tanti confratelli.

Le disposizioni riguardanti varie attività, non calate dall'alto senza che siano state serenamente vagliate, saranno accettate come frutto non dal punto di vista di uno solo, ma di una sintesi che ha saputo raccogliere il meglio dal cuore e dall'intelligenza dei membri del Consiglio, della Comunità.

Conseguentemente, i confratelli, sentendosi di essere membri attivi nella costruzione della vita della comunità, se ne sentiranno in pari tempo membri corresponsabili e quindi non solo chiamati ad essere esecutori di ordini, ma cointeressati a renderli operanti, cono-. scendo anche bene i motivi che li hanno determinati.

Il dialogo quale fecondo rodaggio sarà per i confratelli, specialmente per i giovani! Attuandolo, quale maturazione si opererà progressivamente tra i membri della comunità, che si renderanno sempre più conto delle infinite difficoltà di soluzioni ai problemi, comprendendo la necessità di studiarli e di vederne i molteplici aspetti, e si convinceranno sempre più come non è intelligente e utile pretendere di «aver sempre in tutto ragione», vedendo solo il proprio limitato punto di vista!
Il dialogo rettamente inteso e sinceramente praticato sarà la palestra più efficace per formarsi uomini saggi e prudenti, rispettosi, aperti e realisti, adulti veri e completi insomma, preparati gradualmente alla difficile arte del governare. Quale prezioso frutto per la vita della Congregazione!
Si comprende allora quale clima viene a creare nella comunità il dialogo così attuato e vissuto. Nascerà un clima di unione di cuori, di soddisfazione, di vicendevole fiducia e stima, un moltiplicarsi quindi del rendimento apostolico, un clima sereno e familiare di ottimismo costruttivo.

Tutto questo non è utopia irrealizzabile, è una meta raggiungibile, come dice l'esperienza; infatti in non poche comunità è già viva realtà pur tra Ie immancabili carenze umane.

Tutto questo, con la volontà decisa e generosa di ciascuno di voi, lo spero vivamente e me lo auguro di cuore, diventerà in quest'anno confortante realtà in ogni nostra casa.

Affido l'augurio alla cara nostra Ausiliatrice, al nostro dolcissimo Padre: la pratica della Strenna del dialogo ci porti dovunque a trasformare ogni nostra comunità in autentica famiglia che nella unione dei cuori si arricchisce ogni giorno per donare largamente il meglio di sé alle anime.

Vi sarò tanto grato di un ricordo nella preghiera; io assicuro il mio ogni giorno e con tutto il cuore, per ciascuno di voi
Vostro aff.mo in G. C.

Don Luigi Ricceri
7
IL RINNOVAMENTO
II Rinnovamento: suo autentico significato. - Rinnovamento nell'equilibrio. - Rinnovamento «dal di dentro». - Rinnovamento pratico. - Rinnovamento senza falsi compromessi. - li Rinnovamento che ci chiedono i laici. - Il Rinnovamento nelle responsabilità dei Superiori. - Rinnovamento nella nostra consacrazione a Dio. - Due Centenari.

Lettera pubblicata in ACS n. 248
Torino, 30 aprile 1967
Carissimi Confratelli e Figliuoli.

Di ritorno da una visita breve, ma intensa di incontri altrettanto fecondi quanto cordiali nella Penisola Iberica, e prima di iniziare un rapido viaggio per l'America Latina (30 Aprile-17 Maggio), desidero intrattenermi, quasi in familiare conversazione, personalmente con ciascuno di voi.

Parecchi Confratelli mi hanno scritto per esprimermi riconoscenza e apprezzamento per la mia precedente lettera sul «Dialogo»; in varie Ispettorie si è voluto darne copia ad ogni Confratello.

Tutto questo mi conforta perché il vostro interesse per l' argomento è indice della vostra volontà di attuare le idee, le direttive e le norme pratiche in esso contenute. I nuovi viaggi che ho inserito nella mia agenda hanno in sostanza lo stesso scopo: attraverso il contatto personale con Ispettori, Consiglieri Ispettoriali, Direttori, Confratelli dei vari Paesi, nella visione diretta e concreta delle situazioni e dei problemi locali, attuare quel costruttivo scambio di idee — il dialogo! — che crea la mutua comprensione e che si trasforma in convinzione per la generosa solidarietà operativa tra Centro e Periferia, tra Superiori e Confratelli.

Il Rinnovamento: suo autentico significato
Questa volta mi propongo di esporvi qualche idea a proposito di una di quelle parole che si vanno ripetendo incessantemente in nome del Concilio. In verità ne è una delle parole chiavi: «Rinnovamento»!
Debbo aggiungere che anche il Capitolo Generale — eco fedele dello stesso Concilio — più di una volta torna su questa parola e più ancora sul concetto che esso importa e contiene.

Ma come tante altre parole che hanno fatto storia (libertà, democrazia, progresso, ecc.) anche questa subisce le interpretazioni e le applicazioni più diverse e — spesso — più opposte e più arbitrarie, a servizio, direi, di mentalità del tutto personali, e — perché tacerlo? anche di deviazioni e di vere deformazioni del significato genuino della parola «Rinnovamento».

È stato detto, a tale riguardo, che il Rinnovamento voluto dal Concilio — come appare da diecine di testi — non è l'opera di un bulldozer, la macchina scavatrice che tutto travolge quanto incontra sul suo cammino, per poter rifare tutto dalle fondamenta.

Il Rinnovamento conciliare (e noi possiamo aggiungere della Congregazione) è anzitutto un'opera costruttiva, è un insieme di energie positive che servono non a distruggere, come violento «tornado», tutto un passato, ma a far rifiorire di novella e feconda vitalità la Chiesa e la Congregazione, come la primavera, la quale, tutt'altro che distruggere la natura invernale, la rinsangua, la riscalda e rinvigorisce, riportandola alla fioritura, sicura promessa di abbondanti frutti. Più concretamente il vero rinnovamento, nella Chiesa come nella Congregazione, si articola su due poli: una capacità di guardare indietro (ritorno alle fonti originali, quasi un «ricostruirsi alle fonti»), e in pari tempo una vigile attenzione ai «segni dei tempi».

Chi abbandona uno dei due poli cade o in un vieto conservatorismo o in una falsa e distruttiva modernità.

Insomma il vero e pieno rinnovamento è la sintesi risultante dal passato e dal presente in vista dell'avvenire.

Come si vede, il processo di rinnovamento è un'azione vitale, ma assai delicata, complessa, difficile, che richiede intelligenza e coraggio, ma sempre illuminato dalla prudenza: in una parola il Rinnovamento si opera in quell'equilibrio a cui continuamente siamo richiamati dal S. Padre.

Rinnovamento nell'equilibrio
C'è di più: appunto perché vitale e costruttivo, il Rinnovamento espresso dal Concilio (come fa osservare la Conferenza Episcopale Austriaca) non solo si muove sempre per la via media della moderazione, ma è guidato da una costante preoccupazione di dualità. Ogni volta cioè che toglie qualcosa (logoro dal tempo o comunque non più fecondo) provvede sempre a sostituirlo con un elemento nuovo rispondente alle esigenze dei tempi.

Infatti, continua la Conferenza Episcopale Austriaca, il Concilio si apre da una parte a nuovi metodi nelle scienze bibliche, ma afferma in pari tempo che i vangeli hanno carattere storico e riferiscono la verità sulla vita del Signore.

Il Concilio spalanca le sue porte al sacerdozio universale dei fedeli, ma parla pure del sacerdozio ufficiale istituito dall'alto. Esso approva il progresso, ma parla poi della sua ambivalenza per il bene e per il male. Nella liturgia esige una riforma dove è avvenuto un estraniamento dalla realtà a causa di cambiamenti culturali e ristabilisce l'antico jus liturgicum dei Vescovi; ma indica pure i limiti di questo jus liturgicum, che non compete a chiunque.

Il Concilio parla inoltre della collegialità dei Vescovi ed integra così il primato del Papa; nella collegialità però il Papa non è soltanto primus inter pares, ma primus supra pares; fissando così i limiti anche di questa istituzione.

È chiaro che chi si ferma solo a togliere senza sostituire adeguatamente, non solo non rinnova, ma crea vuoto, distrugge. Equilibrio, dualità e costruttività sono dunque le basi inderogabili del rinnovamento: il che irnporta conseguentemente una attuazione armonica, integrale, ordinata, non arbitraria, non alla mercè dell'iniziativa e della interpretazione di chiunque, ma guidata progressivamente da chi ha autorità e responsabilità.

Logicamente da questi chiari principi derivano tante conseguenze pratiche che voi potete facilmente ricavare, riferendovi anche a situazioni locali. Mi dispenso perciò dal scendere a particolari, ma c'è da dire qualcosa ancora non meno importante.

Rinnovamento «dal di dentro»
Il Rinnovamento che si richiede dalla Chiesa e dalla Congregazione è oggi, anzitutto, personale e spirituale: dal di dentro.

Se non si accetta questa inderogabile premessa, si avrà solo la pretesa di costruire, ma sul vuoto, si farà solo un'azione illusoria.

Tutto il Concilio lo ripete ad ogni passo. Paolo VI e la Gerarchia non si stancano dal ribadire questo principio: il nostro Capitolo Generale Io ha detto con parole chiare e forti. Leggiamo il Decreto Perfectae Caritatis sul rinnovamento della vita religiosa, quello sulla formazione e l'altro sulla vita del sacerdote, quello sulle Missioni, ecc. Basti per tutte una sola citazione che ci chiama in causa direttamente, come religiosi, ed è come una sintesi di questi basilari
«Essendo la vita religiosa innanzitutto ordinata a far sì che i suoi membri seguano Cristo e si uniscano a Dio con la professione dei consigli evangelici, bisogna tener ben presente che le migliori forme di aggiornamento non potranno avere successo, se non saranno animate da un rinnovamento spirituale, al quale spetta sempre il primo posto anche nelle opere esterne di apostolato» (PC 2).

Quasi a integrare il testo conciliare, sentiamo una parola che è stata rivolta proprio a noi Salesiani, dallo stesso Paolo VI, nel discorso ai membri del Capitolo Generale XIX.

«Chi interpretasse il Concilio come un rilassamento degli impegni interiori della Chiesa verso la fede, la sua tradizione, la sua ascetica, la sua carità, il suo spirito di sacrificio e la sua adesione alla parola e alla Croce di Cristo, e come indulgente acquiescenza alla fragile e volubile mentalità relativistica del mondo senza principi e senza fini trascendenti, come un cristianesimo più comodo e meno esigente, sbaglierebbe! Il Concilio tende, sì, a più saggia disciplina e a più moderna maniera per la Chiesa di venire a contatto con l'anima umana e
con la società odierna, ma non a scapito, sì bene a conforto della sua intima fedeltà a Cristo e della sua generosa testimonianza!» (ACG XIX, pag. 302, s.).

Mi pare doveroso e sommamente utile — in momenti di confusione e di turbamento quali noi viviamo — invitarvi a riflettere seriamente su queste parole che il Pontefice rivolge proprio ai figli di Don Bosco. E possiamo ricordare, a nostro conforto, che gli stessi membri del Capitolo Generale XIX nel messaggio che vollero inviare a tutti i Salesiani del mondo, quasi anticipando la parola del Papa, hanno avuto parole gravi ed accorate dinanzi al pericolo di un Rinnovamento della Congregazione puramente strutturale ed esteriore, o peggio ad un rilassamento demolitore che si presenti con la falsa etichetta del Rinnovamento.

Ecco le parole del messaggio: «Tutti i cambiamenti esteriori e i nuovi orientamenti, per quanto possano essere eccellenti, non varranno nulla, se le nostre anime di religiosi apostoli non saranno infervorate e profondamente rinnovate. È al rinnovamento della nostra coscienza religiosa ed apostolica che, in quest'ora tanto importante, noi richiamiamo tutti i Confratelli e Novizi, dal più giovane al più venerando: Sacerdoti, Coadiutori e Chierici.

Ed ecco l'impegno essenziale di questa rinascita: ravviviamo in noi il senso della nostra consacrazione religiosa a Gesù Cristo e a Dio, nostro Padre.

Acquistiamo una più ferma convinzione di queste verità, che sostengono ed animano la nostra vita concreta di ogni giorno» (ACG XIX, pag. 347).

Rinnovamento pratico
Se questi sono i principi che onestamente ognuno di noi deve riconoscere, dobbiamo avere il coraggio di guardare le realtà che ne conseguono.

In concreto, questo Rinnovamento «dal di dentro» come lo viviamo noi?
La meditazione, per esempio, che è l'alimento sostanzioso e insurrogabile di questa spiritualità, oggi specialmente che l'uso del libro personale ce la rende più interessante e impegnata, come la pratichiamo?
E del resto, anche fuori del tempo della meditazione, le letture, quelle scritturali specialmente, sostanziose ed ossigenanti, trovano tempo nella nostra giornata? Dobbiamo lealmente riconoscerlo: il fatale logorio che il lavoro quotidiano, spesso sfibrante, esercita sull'animo, le stesse difficoltà in cui si imbatte ogni giorno il nostro ministero, il pericolo di un insensibile e lento assuefarsi al clima e alla mentalità del mondo con cui tante volte per lo stesso ministero dobbiamo avere contatti (e che comunque oggi penetra per mille vie nella Casa e nella comunità religiosa) sono tutte occasioni e motivi di indebolimento della nostra vita spirituale, intesa come crescita nella virtù e nello spirito di perfezione, come ricerca di Dio e come unione di amore alla Sua volontà.

Orbene, guai se questa realtà così disperdente non ci porta a sentire una sete di quell'aiuto che solo Dio può dare, se non ci porta a trovare nel contatto personale con Dio, come dice Carrel, quell'atomo della sua onnipotenza che supplisce alla nostra fragilità e debolezza!
Dobbiamo reagire a quella certa tendenza di ridurre tutta la pietà alla sola e semplice celebrazione liturgica, dimenticando così ciò che lo stesso Concilio ha chiaramente raccomandato: «La vita spirituale non si esaurisce nella partecipazione alla sola liturgia. Il cristiano infatti, benché chiamato alla preghiera in comune, è sempre tenuto ad entrare nella sua stanza per pregare il Padre in segreto; anzi secondo l'insegnamento dell'Apostolo è tenuto a pregare incessantemente». (SC 12). E se questo vale per il semplice cristiano, che cosa dire di un'anima consacrata?
Senza la meditazione che fa vivere Dio in noi, approfondendone i misteri, anche la Santa Messa e tutta la liturgia, è stato detto a ragione, possono ridursi ad un succedersi freddo di gesti e di letture, ad un certo estetismo, ad una certa spettacolarità, svuotati di tutta la ricchezza di cui i divini misteri sono appunto traboccanti. E infine, il tradizionale principio ascetico compendiato nella espressione classica «Contemplata aliis tradere» oggi più di prima è la sorgente di ogni apostolato. Ne abbiamo quotidianamente le prove documentarie, positive e purtroppo anche negative.

Vediamo la magnifica incidenza anche sulle anime moderne dell'apostolo che vive la sua fede e la alimenta in profondità.

Penso in questo momento con viva commozione a tanti nostri confratelli Sacerdoti e Coadiutori, i quali, appunto perché vivono profondamente ed animano sostanziosamente il loro Sacerdozio e la loro Consacrazione, riescono ad ottenere dalle anime — pur in ambienti difficili e spesso anche ostili — una rispondenza generosa, costante, fattiva, trasformandone non poche in preziose e convinte collaboratrici nell'apostolato.

Rinnovamento senza falsi compromessi
Ma capita purtroppo non raramente di sentire, anche nella nostra famiglia, di crisi e di crolli fatali da parte di nostri fratelli, giovani o meno giovani, che forse erano ammirati per doti umane, per molteplici attività, per quello che appariva come zelo di ministero.

Questo non vuoi dire che si debba dare l'ostracismo a quel giusto senso di modernità che sa usare certi strumenti di apostolato suggeriti dai tempi, per portare appunto attraverso tali mezzi, animati dalla carità, il messaggio evangelico alle anime e queste a Cristo.

L'errore sta nel fatto che spesso l'uso di tali strumenti finisce con l'essere non un ponte che si getta fra Cristo e le anime, ma un motivo di evasione dove si arresta l'azione dell'apostolo, e in tal caso in pratica il mezzo si sostituisce al fine: l'apostolo perde di vista e frustra Io scopo, spreca il tempo in certe attività sterili, illudendosi di fare opera di bene, mentre in realtà non costruisce né per sé né per le anime.

Mi pare assai saggio e pertinente al nostro discorso quanto affermano due noti scrittori di spiritualità religiosa e sacerdotale. «La "presenza al mondo" del cristiano come tale (a fortiori dell'apostolo-sacerdote o laico) non avrà valore, se egli non arriva a rendervi presente Cristo stesso» (Walgrave).

«Il nostro apostolato non può limitarsi ad affermare solo generiche e inconcludenti presenze nel mondo • contemporaneo, presenze che lasciano il tempo che trovano quanto alla diffusione della vera fede e della pratica autentica della morale cristiana» (Colosio)..

Dobbiamo quindi dire che la "presenza" del salesiano in attività non direttamente apostoliche tante volte ci deve essere, e, all'occorrenza, coraggiosa e — perché no? — anche geniale, ma nell'alveo dell'obbedienza, regolata sempre da un grande senso dell'opportunità e della misura nei modi, negli strumenti, nei tempi. Tale presenza poí dovrà essere illuminata da una visione chiara e mossa da una volontà concreta, fattiva e sincera, di raggiungere gli scopi veramente apostolici che, soli, possono giustificare e rendere feconde tali presenze del salesiano: il quale, giova ricordarlo, presenterà anzitutto in ogni situazione la figura di Sacerdote o di Consacrato, integralmente, senza lacerazioni e senza compromessi o cedimenti.

Certe crisi, sempre dolorose per tutti, possono apparire qualche volta inspiegabili. Ma a ben guardare nel profondo delle cose, si viene a constatare che quell'anima, allontanandosi progressivamente dall'acqua viva della Sorgente, si era venuta inaridendo e disseccando lentamente: all'apostolo si era sostituito il professore, il costruttore, il conferenziere, l'uomo d'affari; l'ideale sovrannaturale adagio adagio, in un progressivo desolato sfuocamento, si era sempre più offuscato, sostituito da quegli allettanti, ma venefici surrogati che offre largamente il mondo d'oggi: il denaro, il piacere, la libertà senza limiti, e poi... il passo finale che suscita scalpore, ma che è solo l'ultimo dei tanti che hanno portato con fatale declino l'apostolo al fallimento.

Quanto importa dunque, Confratelli carissimi, che abbiamo la preoccupazione di alimentare quotidianamente e sostanziosamente la nostra anima con tutti quei mezzi che la Chiesa e la Congregazione mettono a nostra disposizione: nell'interesse nostro e nell'interesse delle anime alle quali — oggi come mai — non possiamo dare acque amare di cisterna, ma acqua limpida e ristoratrice di pura sorgente. Solo queste risorse danno frutti apostolici e spirituali. Un Cappellano militare si lamentava col suo Colonnello di aver tentato di tutto per interessare i suoi soldati, ma senza successo: cinema, bar gratuito, sports, giuochi a premio, ecc. Il Colonnello, dopo aver riflettuto un poco, disse al Cappellano: «E se tentaste di parlare ai miei uomini un po' di religione?».

È un suggerimento che, completando tutti gli altri rilievi fatti più sopra, può indurci a qualche utile esame di coscienza a proposito di apostolati indiretti e di nostre "presenze" nel mondo contemporaneo, in tanti ambienti giovanili o meno, di uomini o di donne.

Il Rinnovamento che ci chiedono i laici
A questo riguardo permettetemi che vi dica ancora qualche parola.

Il Rinnovamento «dal di dentro» ce lo chiedono, e con la chiarezza e decisione propria dei laici d'oggi, i nostri fedeli, i giovani. Sentite alcuni brani di risposte di laici — di ogni ceto — ad un'inchiesta su questo tema: «Come vorreste il Sacerdote di domani». È interessante vedere la convergenza sostanziale delle risposte.

Non si chiede in esse che il Sacerdote di domani (e vale bene per oggi!) sia ad esempio... un brillante suonatore di chitarra elettrica o conosca a memoria le regole del calcio o vesta in abito civile quasi per confondersi con loro: ovvero, secondo un'espressione piuttosto ironica, che si domicili sull'auto, correndo senza sosta per incontri, gite, affari ed altro ancora. Si chiede ben altro dai Sacerdoti! Una Signora, Deputato al Parlamento del suo paese, dice testualmente: «Il Sacerdote conosca il costume degli uomini di questo nostro tipo di civiltà, che non è certamente cristiana, ma non se ne faccia partecipe, non lo assimili, non lo imiti, non lo condivida, e neppure lo giustifichi. Non si imborghesisca, non si proletarizzi, non si politicizzi, perché, se è vero che egli è Sacerdote di questi tempi, non è vero che egli è uomo di questi tempi».

Un professore universitario dice: «Il Sacerdote non ignori gli aspetti e non disprezzi gli strumenti della vita contemporanea, ma non abbia mai il culto della modernità. Sia colto ma sappia che non è con la cultura che si conquistano le anime; più vale l'amore, la comprensione, l'intuito che nessun libro può dare».

Un'altra personalità politica, insigne figura di studioso, così risponde: «Il Sacerdote sia aperto intelligentemente verso le innovazioni, ma senza abbandonare la sapienza della tradizione, sia convinto in teoria e in pratica del primato della contemplazione e della preghiera».

E infine ecco il pensiero di un grande pubblicista. «Più si alimenta la spiritualità del clero e si perfeziona il suo magistero e ministero, più si aumenta la sua incidenza sociale. Solo il Sacerdote — con l'esemplarità della sua vita e con il rigore dei suoi imperativi — può salvarci dalla progressiva disintegrazione del costume morale».

Non occorre alcun commento ai brani citati, ma mi sembrano degni di molta riflessione da parte nostra: i laici in definitiva ci chiedono anzitutto un Sacerdozio e una Consacrazione (e questo discorso vale evidentemente anche per i carissimi coadiutori) fatti di coerenza totale, di profonda spiritualità, accompagnati da sensibilità efficace ai segni dei tempi. In sostanza i laici chiedono a ciascuno di noi il rinnovamento, ma come è inteso dal Concilio, dalla Gerarchia, dalla Congregazione.

I giovani poi, secondo il loro stile, sono ancora più esigenti e senza mezzi termini nei nostri confronti.

Gli alunni di un nostro Istituto preuniversitario, i cui professori sono tutti sacerdoti, sono stati invitati a rispondere con libertà alla seguente domanda: «Come vorresti il tuo professore?».

La risposta che ha avuto più alto punteggio è del seguente tenore: «Vorrei che il mio professore fosse sempre sacerdote e tutto sacerdote: vorrei che, più che essere professore, si preoccupasse di farsi nostro "vero amico". Preferirei anche un buon insegnante laico, perché il sacerdote potesse fare con me tutta la sua parte di sacerdote».

Dobbiamo essere grati a questi cari giovani i quali ci confessano di avere sete di «amicizia sacerdotale» ed esigono che il salesiano sia anzitutto ed essenzialmente il ministro di Dio, l'Educatore che costruisca in loro un solido e convinto cristianesimo.

Il Rinnovamento nelle responsabilità dei Superiori
Non posso concludere senza rivolgere una parola a coloro che hanno il compito primo di realizzare nei singoli e nelle nostre comunità questo autentico Rinnovamento. I Superiori locali, Ispettori e Direttori, hanno una parte insostituibile, anzi una non lieve responsabilità, nell'aiutare — verbo et opere — i propri Confratelli ad operare questo rinnovamento personale. Anzitutto nella mentalità che deve aprirsi, evolversi e formarsi in fedele sintonia col vero spirito del Concilio e del Capitolo Generale; e poi nella pratica di tutto quanto è postulato da questo autentico Rinnovamento: nella vita e pietà comunitaria, nella stima e osservanza dei voti, nell'azione educativa corresponsabile, nel governo dei Confratelli, nel ministero sacerdotale, in tutto il nostro apostolato.

Spetta ai Superiori primieramente, col prestigio insurrogabile del proprio esempio, illuminare, guidare, incoraggiare e correggere, quando occorra, in modo da evitare deviazioni, intemperanze ed arbitri" che han nulla da vedere con l'autentico Rinnovamento, anzi lo svuotano e l'annullano.

Comprendo che questo non è per i Superiori un lavoro facile. Sì, occorre saggezza, apertura, prudenza e molto coraggio; direi anche tanto sacrificio, perché spesso il Superiore per eseguire lo specifico servizio che la Chiesa in questo momento gli chiede deve andare
contro corrente, deve pagare di persona. Ma gli interessi della Chiesa e della Congregazione valgono bene questi sacrifici; e i Superiori sapranno dare questo segno concreto del loro sincero e fattivo amore ai Confratelli e prima ancora a Cristo, capo vivo della Chiesa che si rinnova.

Rinnovamento nella nostra consacrazione a Dio
E veniamo alla conclusione.

Tutto ci invita oggi urgentemente ad operare in profondità il nostro rinnovamento spirituale. Da esso trarremo quella luce, quella sicurezza e quel coraggio — tre componenti insostituibili — nell'operare il riesame del nostro apostolato così essenziale per attuare un costruttivo adeguamento ai segni dei tempi che la Chiesa e la Congregazione chiedono istantemente a ciascuno di noi.

Ricordiamo tutti quanto è stato autorevolmente detto di Papa Giovanni. Le sue coraggiose, ardite, spesso imprevedibili iniziative e aperture hanno la loro spiegazione nel «Giornale dell'anima».

Tutta l'opera di Papa Giovanni, che ha conquistato la difficile umanità del nostro secolo, ha le radici nella sua cristallina e profonda spiritualità, nella sua vita di fede.

Bisogna che tutti, giovani e non giovani, anelanti all'azione rinnovata e rinnovatrice, ci convinciamo della realtà e della potenza di questa legge. È così che rendiamo vivo il Concilio, è così che rispondiamo al grande appello del nostro Capitolo Generale. Nei ritiri mensili e trimestrali, nei grandi ritiri annuali, vediamo con senso di responsabilità e con coraggio in che misura e in che modo noi lo stiamo attuando. Ricordiamo il dialogo avvenuto esattamente cento anni fa tra Don Bosco e il ministro Ricasoli a Firenze. In quell'occasione il nostro Padre, mentre definisce senza mezzi termini e compromessi la sua personalità di Sacerdote integrale, diede a noi suoi figli l'impronta da riprodurre fedelmente. Don Bosco, sempre prete e tutto prete, dovunque, dinanzi a chiunque, dia a noi la forza e la luce di vivere in perfetta coerenza il nostro Sacerdozio e la nostra consacrazione per dare il nostro positivo, anche se umilissimo contributo alla costruzione della Chiesa nel mondo.

Due Centenari
Prima di chiudere questa mia desidero darvi due notizie che vi saranno certamente gradite e utili.

Nell'agosto prossimo ricorre il IV Centenario della nascita del nostro Patrono S. Francesco di Sales. Il S. Padre ha pubblicato una interessante Lettera Apostolica per la ricorrenza. Noi che ci sentiamo tanto legati al santo Vescovo di Ginevra ed al suo spirito vorremmo ricordare debitamente l'avvenimento. Troverete nelle «Comunicazioni» di questi «Atti» varie iniziative intese a celebrare degnamente la ricorrenza centenaria. Sono sicuro che le celebrazioni — pur nella varietà di forma che prenderanno nelle diverse parti della Congregazione mentre saranno un devoto omaggio al Santo da cui Don Bosco ha voluto che noi prendessimo il nome e, più ancora, lo spirito, saranno anche motivo per animarci a guardare con rinnovato interesse al nostro Santo Patrono, il quale, come dice Paolo VI, « ha saputo con il profondo intuito della sua sagacia prevenire le deliberazioni del Concilio».

Il 9 giugno 1968 ricorrerà il Centenario della Consacrazione della Basilica di Maria Ausiliatrice in Torino.

Ogni Salesiano sa che cosa significa per la Congregazione e per tutta la nostra famiglia questa Chiesa. Tutti sappiamo l'intimo e profondo legame fra il nostro Padre e la Vergine Ausiliatrice, che cosa Don Bosco ha fatto per erigerle questo monumento, di quali e quanti prodigi la Basilica è stata motivo e teatro per la gloria di Maria e per dar credito all'opera e alla santità di Don Bosco.

Ricordiamo bene come la Basilica di Maria Ausiliatrice è l'"Alma Mater" della Congregazione, è non solo il centro irradiatore della devozione mariana portata dai figli di Don Bosco per il mondo, ma è anche una centrale di irradiazione apostolica, dalla quale, quasi da un secolo, ogni anno partono apostoli e missionari per tutte le vie del mondo con la benedizione di Maria Regina degli Apostoli.

L'anno centenario dovrà segnare, per la Congregazione e per la Famiglia Salesiana tutta, un rinnovato fervore mariano nella luce e nello spirito del Concilio.

Nel Decreto sull'apostolato dei laici leggiamo: «Tutti i cristiani onorino devotissimamente (la Beata Vergine Maria) e affidino alla sua materna cura la propria vita e il proprio apostolato» (n. 4). E la Costituzione Lumen Gentium a sua volta afferma: «La vera devozione (a Maria) non consiste né in uno sterile e passeggero sentimentalismo, né in certa qual vana credulità, ma bensì procede dalla fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere la preminenza della Madre di Dio, e siamo spinti al filiale amore verso la Madre nostra e alla imitazione delle sue virtù...

Mentre è onorata la Madre, il Figlio, al quale sono volte tutte le cose, sia debitamente conosciuto, amato, glorificato, e siano osservati i suoi comandamenti» (n. 66-67).

Le iniziative che saranno prese per celebrare degnamente la ricorrenza prenderanno ispirazione da queste idee e direttive conciliaci.

Ogni Ispettoria, ogni casa, ogni confratello vorrà essere attivamente presente nel filiale omaggio a Colei che è stata Madre e Maestra del nostro Padre e di tutta la nostra Famiglia.

Troverete anche su questo argomento le prime comunicazioni su altra parte degli «Atti».

Affido alla Vergine Ausiliatrice queste pagine: per intercessione del nostro Patrono e del nostro dolcissimo Padre Essa le renda gradite e fruttuose alle vostre menti e ai vostri cuori, per il bene della vostra anima e di quelle di cui siete guide e pastori.

Pregate molto per me e per i Superiori del Consiglio.

Io vi assicuro il mio quotidiano affettuoso ricordo «in fractione panis».

Vostro aff.mo in C. L
Don Luigi Ricceri
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NEL IV CENTENARIO DELLA NASCITA DI SAN FRANCESCO DI SALES
S. Francesco di Sales, maestro di spiritualità e modello d'educazione in clima di libertà, - S. Francesco di Sales, maestro di spiritualità e modello d'educazione in clima di dialogo, - S. Francesco di Sales, maestro di spiritualità e modello d'educazione in clima d'amorevolezza. - S. Francesco di Sales, modello di Don Bosco e nostro in un apostolato sempre più attuale: la stampa. - Conclusione.

Lettera pubblicata in ACS n. 249
Torino, 21 agosto 1967
IV Centenario della nascita di S. Francesco di Sales
Carissimi Confratelli e Figliuoli.

Questa mia lettera porta la data del IV Centenario della nascita di S. Francesco di Sales. Nella felice ricorrenza ho avuto la gioia di rappresentarvi, con tutto il Consiglio Superiore, alle solenni celebrazioni che si sono svolte ad Annecy.

La S. Messa concelebrata alla Visitazione in onore del nostro Patrono ho voluto applicarla per i bisogni della Congregazione in questi momenti di grande responsabilità, per ciascuno di voi e specialmente perché, attraverso l'intercessione del santo Dottore ed Apostolo, ciascuno di noi trovi la forza per attuare quel rinnovamento spirituale personale, che è alla base di tutta l'azione rinnovatrice postillata dalla Chiesa e dalla nostra amata Congregazione.

Con la nostra presenza ad Annecy, voi lo comprendete, abbiamo voluto rendere omaggio al nostro Patrono, non solo, ma abbiamo inteso affermare quel ritorno alle origini a cui siamo, invitati dal Concilio. E S. Francesco di Sales, dal quale Don Bosco ha preso per la sua Congregazione non solo il nome ma anche lo spirito, rappresenta per noi la sorgente zampillante acqua viva, a cui ha attinto largamente il nostro Padre: ad essa siamo invitati a dissetarci anche noi, poiché la ricchezza spirituale lasciataci da un grande maestro di vita come S. Francesco non si esaurisce col tempo, così come dalla roccia viva continua nei secoli a sgorgare l'acqua di pura sorgente
Appunto in omaggio a questa realtà Paolo VI nella sua lettera apostolica Sabaudiae Gemma, pubblicata in occasione di questo Centenario, ha voluto ricordare la nostra umile Società quale irradiazione geniale dello spirito del grande Vescovo di Ginevra nel mondo moderno.

È proprio il pensiero che già nel lontano 1924 così esprimeva il Servo di Dio don Filippo Rinaldi: «S. Francesco di Sales è un educatore singolare di perfezione, e le sue opere sono tutte pervase di quella pedagogia che due secoli appresso il nostro Fondatore mirabilmente e prodigiosamente imprimeva, non più sulla carta, ma nella Società da lui creata a salvezza della gioventù, e da lui battezzata con il nome di "Salesiana" appunto per indicare ai soci futuri la sorgente alla quale riattingerla per averla sempre abbondante e vitale» (ACS 1924, pag. 175).

La ricorrenza che celebriamo quest'anno è un'occasione assai propizia per riattingere dal santo Protettore, secondo il richiamo del Vaticano II e del Capitolo Generale XIX, nuove ricchezze e nuovo slancio nell'attuazione della pedagogia e della spiritualità salesiana, i cui principi, come scriveva don Albera, «sono i medesimi per S. Francesco di Sales come per Don Bosco».

Qui desidero fermare la vostra attenzione su alcuni aspetti di questa pedagogia e spiritualità che appaiono così attuali, invitandovi a completarne e approfondirne personalmente la conoscenza attraverso le molte pubblicazioni già esistenti o che si editano in quest'anno centenario un po' dappertutto.

S. Francesco di Sales, maestro di spiritualità e modello d'educazione in clima di libertà
Il problema della libertà
Il problema della libertà, oggi, è diventato il problema centrale della vita umana e sociale. L'ascensione delle classi umili, la crescita del livello culturale, una presa di conoscenza più acuta dei propri diritti di fronte all'autorità, l'atteggiamento stesso della Chiesa nel Vaticano II hanno talmente accentuato quest'ansia di libertà, insita nel cuore umano, da farla diventare una forza incoercibile.

Tutto questo, fatalmente, è passato dal campo sociale al campo educativo, nella stessa vita della Chiesa e in quella religiosa, ed ha riproposto, in forma talvolta violenta ed esasperata, il contrasto tra autorità e libertà, tra genitori e figli, tra educatori ed educandi, tra superiori e sudditi.

Per parlare solo dei giovani, la libertà di cui godono essi oggi, in seno alla famiglia e alla società, non ha alcun paragone con quella di cui godevano i giovani ai tempi di S. Francesco di Sales e di Don Bosco
Le difficoltà del compito educativo sono così cresciute a dismisura, e non v'è educatore che non ne abbia ormai una sofferta esperienza.

Forse, noi Salesiani, per Ie istituzioni geniali di Don Bosco, ne abbiamo sentito meno il contraccolpo, ma non è men vero che anche per noi l'adattamento a questo nuovo clima è spesso fonte di perplessità e di preoccupazione.

In questa delicata situazione ci viene incontro l'esempio e l'insegnamento di S. Francesco di Sales. Egli, per aver vissuto la sua giovinezza nella libertà tumultuosa e trasbordante degli ambienti universitari di Parigi e di Padova, ebbe modo di temprarsi all'aria libera di tali situazioni e ne riportò una preziosa esperienza che seppe tradurre in direttive sagge, adatte a tutti i tempi, ma specialmente a quelli in cui la libertà tende a sconfinare nella licenza, e in cui si ha bisogno di porre la propria difesa morale non più al di fuori, ma al di dentro di noi, dato che le strutture sociali hanno perduto la loro efficacia di protezione.

Il Vincent, nella sua celebre opera Saint Francis de Sales, directeur d'enes, così sintetizza l'insegnamento del Santo in matéria:
«S. Francesco di Sales preferisce costruire le anime, se così si può dire, dal di dentro, e farle vivere vigorosamente piuttosto che preservarle dal rischio. Un organismo sano, provvisto di un ricco umore vitale, elimina da se stesso i veleni che possono attentare alla sua vita. Diamo prima di tutto il massimo di slancio vitale a questa che è l'anima, muniamo l'edificio di una forte armatura interna, e non temiamo più oltremodo né il torrente né la tempesta. Altri incominci pure a deviare o a infrangere la potenza del torrente: il Vescovo di Ginevra mette in secondo piano questa precaria industria... Egli mette nel cuore del cristiano l'amore divino e, confidando nella vitalità che ne deriva, attende senza paura le prove che possono sopravvenire...

Costruire le anime dal di dentro
Egli non ha alcuna simpatia per l'educazione in "serra calda", che mette fuori di noi le condizioni della nostra sicurezza. Egli sa che «la virtù della forza e la forza della virtù non si acquista mai in tempo di pace, fintantoché non siamo esercitati dalle tentazioni del contrario».

In queste righe della pedagogia salesiana ritroviamo la linea che la Chiesa conciliare indica oggi per la formazione sia giovanile che ecclesiastica e religiosa. E conviene averla ben presente. Strutture, prescrizioni, proibizioni di ogni genere poco giovano, oggi specialmente, se il formatore, comunque egli si chiami, mira ad ottenere solo una esecuzione di norme, di pratiche e di ordini. La formazione oggi più che mai, perché sia vera e solida, deve «costruire le anime dal di dentro», creando delle convinzioni profonde e attraverso queste ottenere che la volontà del formatore diventi la volontà dell'educando. Senza di questo si rischia facilmente di costruire sul vuoto e ci si espone a delusioni e a fallimenti. Quanti hanno responsabilità di formazione — Confessori, Maestri di Novizi o Direttori, Catechisti o Addetti agli Oratori — si rendano concretamente conto di questa realtà.

Ciò non vuol dire che bisogna abbattere comunque strutture, difese e prescrizioni, dimenticando gli insegnamenti di Don Bosco riguardo al sistema preventivo. Anche il nostro Patrono, con la sua grande esperienza, lo dice. Il Vincent difatti osserva:
«Evidentemente S. Francesco di Sales non lascia di prendere le misure di protezione indispensabili, quelle particolarmente richieste da una virtù nascente o in formazione, ma egli tiene per certo che l'amore è una forza organica che per sé ci immunizza».

Ci fa pensare al principio di S. Agostino: «Ama et fac quod vis».

É chiaro che si tratta di quell'amore profondo e soprannaturale che identifica la sua volontà con la volontà di Dio, per cui ha tutto il suo valore quanto S. Francesco di Sales scriveva alla Chantal: «Non bisogna amare per timore, ma temere per amore»; e quello che egli ancora ripeteva a Mons. Camus: «Nella galera dell'amor divino non ci sono dei forzati, tutti i rematori sono dei volontari».

Fondato su questi principi, egli non dava mai dei comandi se non in forma di consiglio e di preghiera. Aveva una singolare venerazione per quelle parole di S. Pietro: «Pascete il gregge, non con la forza, ma liberamente e volontariamente».

Non poteva sopportare quegli spiriti assoluti che vogliono essere obbediti per amore o per forza, e vogliono che tutti si curvino al loro comando.

Lo stesso Mons. Camus racconta: «Lagnandomi un giorno col Santo di certi ostacoli che si frapponevano ai miei disegni in favore delle anime, egli mi disse: Come siete despota, voi! Volete camminare sulle ali dei venti, vi lasciate trasportare troppo dallo zelo, e non vi accorgete che vi indispettite. Volete fare più di Dio? Voi tagliate a diritto e a rovescio come un padrone di cuori; ma Dio, che li ha tutti in sua mano, non fa così. Egli sopporta le resistenze che si fanno al suo Santo Spirito e le ribellioni che si commettono contro i suoi lumi. Non lascia di insistere e di chiamare i peccatori, sebbene rigettino le sue chiamate e gli dicano: Ritiratevi, ché non vogliamo seguire le vostre vie. Così fanno parimenti i nostri Angeli Custodi, i quali, sebbene noi ci allontaniamo da Dio con le nostre iniquità, nondimeno non ci abbandonano. E dove troverete voi modelli migliori di questi?».

Validità perenne
Al leggere queste poche citazioni vengono naturali due osservazioni. La prima è questa: le idee e le direttive di formazione pedagogica e spirituale del Vescovo di Ginevra, espresse nello stile inconfondibile che pur non essendo quello di oggi è sempre suggestivo, concordano pienamente col Vaticano II e permeano all'evidenza alcuni documenti conciliari: citiamo ad esempio quello sulla formazione del Clero, il Perfectae Caritatis e quello sull'Educazione cristiana.

Sarebbe interessante mettere in evidenza queste consonanze, ma sarebbe cosa lunga e mi pare esuli dalla natura di questa lettera.

La seconda osservazione è la seguente. La lettura delle massime, dei criteri, degli esempi di S. Francesco di Sales sopra citati ci fa venire spontanee dinanzi agli occhi le figure di due Personaggi tanto cari al nostro cuore, che, a distanza di secoli, hanno rivissuto e irradiato il suo spirito: il nostro Padre Don Bosco e Papa Giovanni..

Queste due grandi figure col successo (e quale successo!) del loro apostolato tutto ispirato a S. Francesco di Sales, pur in situazioni storiche e sociologiche così lontane e diverse, ci dicono la perenne validità dello spirito del Santo di Ginevra, fondato sulla forza dell'Amore e della Grazia, o meglio ancora sul Vangelo.

S. Francesco di Sales, maestro di spiritualità e modello d'educazione in clima di dialogo
Bontà con tutti
Su questo argomento oggi così importante e vitale vi ho già intrattenuto negli Atti del Consiglio, e spero che le idee ivi esposte vi giovino per un'attuazione autentica del dialogo di cui tanto si parla, per viverlo in tutte le sue dimensioni senza storture ed interpretazioni pratiche... ad usum delphini.

Mi limiterò qui a citare alcuni esempi ed insegnamenti del nostro Protettore, integrati con quelli del nostro Fondatore e Padre Don Bosco.

La predicazione è certamente una forma di dialogo con gli ascoltatori, oggi poi particolarmente esigenti e sensibili. Ebbene, secondo S. Francesco di Sales, la predicazione deve essere umile e dolce di cuore. Aveva abitualmente una certa avversione verso quei predicatori che «gridano e minacciano continuamente».

«Io amo — diceva — la predicazione che sgorga dall'amar del prossimo più che dall'indignazione, anche quando si tratta di Ugonotti, che bisogna trattare sempre con grande compassione e pietà, senza però adularli». Non vi pare di sentire la voce di Papa Giovanni?
Nelle discussioni con gli eretici, attesta G. Rolland, non si comportava mai in maniera da irritarli o da produrre loro confusione. Per questo era spesso censurato dai cattolici, perché, secondo loro, trattava troppo dolcemente gli avversari. Ma egli rispondeva che bisogna cercare la loro salvezza e non la loro confusione.

Il modo di dialogare di S. Francesco con gli eretici è così descritto da Mons. Camus: «Lasciava che i riformati parlassero della loro religione, e ciò faceva con la più grande pazienza, senza dare a divedere noia o disprezzo delle impertinenze o ridicolaggini che talora dicessero. E con ciò li disponeva a dar poi ascolto a lui. Quando gli lasciavano il tempo di parlare, badava a non perdere minuti così preziosi, e perciò non confutava le loro obiezioni, ma, appigliandosi all'argomento in questione oppure a qualche altro articolo di fede che reputasse più importante, esponeva con brevità, semplicità e chiarezza la dottrina della Chiesa cattolica, senza dire una parola di controversia, come se facesse un catechismo. Con pazienza incredibile sopportava le interruzioni e gli errori di quei poveretti, e senza scomporsi continuava a parlare, appena gliene lasciavano il tempo».

Ma diceva spesso: «Pare incredibile come sono belle le verità della nostra fede per chi Ie considera con tranquillità e calma! Spesso avviene che noi le soffochiamo a furia dì ornamenti. Il parlare con semplicità è mezzo eccellente per insinuare la persuasione».

La carità conquista sempre
È interessante a questo punto vedere il metodo che usava Don Bosco nel trattare con i Protestanti. Vi troviamo un'identità di stile e, prima ancora, di pensiero, impressionanti. Leggiamo quanto scrive in proposito Don Lemoyne:
«Nelle dispute con i Protestanti, taluni non adoperavano sempre verso di lui modi cortesi, ma egli non smise mai di trattarli con dolcezza. Questa egli la diceva la virtù più necessaria, particolarmente con gli eretici. Infatti se si accorgono che si voglia prevalere sopra di essi, allora si preparano, non già a conoscere la verità, ma a combatterla; e le vive contestazioni chiudono la porta del loro cuore, mentre l'affabilità l'avrebbe aperta. Infatti S. Francesco di Sales, sebbene abilissimo nella controversia, guadagnava più eretici con la sua dolcezza che non per mezzo della scienza. La forza di una disputa senza la dolcezza non convertì mai nessuno» (MB IV, 348).

È evidente come il nostro Padre segue con diligenza e convinzione la linea metodica e psicologica del santo Vescovo di Ginevra. Ed è altrettanto evidente che questa è la linea cui ci invita oggi la Chiesa nella predicazione, nei dibattiti, ecc. Ma vorrei aggiungere come nei brani citati troviamo, a ben riflettere, elementi essenziali del nostro metodo educativo.

Miei cari confratelli, non solo nella predicazione, nei dibattiti, nelle riunioni, ma anche nelle nostre relazioni con i giovani ispiriamoci sempre a un tale spirito di comprensione, di mitezza e di pace. I risultati positivi di un tale metodo non potranno mancare: la carità conquista sempre.

Per questo appare anche oggi necessario che prendiamo una più profonda conoscenza sia della dottrina che dello spirito del nostro santo Protettore, come del metodo educativo del nostro Padre. Spesso questo metodo è conosciuto, anche presso di noi, solo approssimativamente ed empiricamente, e appunto per questo o non si apprezza adeguatamente o lo si interpreta e pratica in modo assai arbitrario, con conseguenze penosamente negative nel lavoro educativo.

Invece, diciamolo a nostro conforto, proprio in questi anni, in istituti ed opere che sembravano prima aridi deserti e dove siamo stati chiamati a lavorare su giovani veramente difficili, abbiamo potuto constatare le meravigliose trasformazioni ottenute dall'attuazione intelligente e diligente del metodo educativo salesiano.

S. Francesco di Sales, maestro di spiritualità e modello d'educazione in clima d'amorevolezza
La carità è la perfezione dell'amore
Tanto S. Francesco di Sales ha parlato d'amore quanto Don Bosco ha parlato d'amorevolezza.

Il Vescovo di Ginevra ha riassunto tutta la sua dottrina e tutto il suo spirito in queste parole: «L'uomo è la perfezione dell'universo, lo spirito è la perfezione dell'uomo, l'amore è la perfezione dello spirito, e la carità è la perfezione dell'amore».

E Don Bosco, con altra sfumatura ma con identica mentalità, ha scritto: «Il nostro sistema educativo è tutto appoggiato sulle parole di S. Paolo: La carità è benigna e paziente; soffre tutto, spera tutto e sa sopportare qualunque peso».

Questa carità, base e culmine di ogni perfezione dell'uomo nelle sue relazioni con Dio e con i suoi simili, costituisce l'essenza e la caratteristica dello spirito salesiano, e abbraccia tutta una efflorescenza di ricchezza spirituale che si traduce in vari nomi: amore, amorevolezza, mansuetudine, dolcezza, amicizia, benevolenza, condiscendenza, comprensione, confidenza, pazienza, amabilità, affabilità.

Dovremmo meditare a fondo questa essenza della pedagogia e della spiritualità doppiamente salesiana, per poter comprendere e valutare appieno il segreto dell'efficacia del nostro apostolato e vedere come lo attuiamo nella nostra vita. Certo, lo dice già Don Bosco, è scomoda la pratica di una tale pedagogia, ma — lo dicevo sopra — di quali frutti è feconda!
Lo ha ripetutamente notato, e non è il solo, Paolo VI in numerosi discorsi, specialmente quando era arcivescovo di Milano e ancora nello storico discorso ai membri del Capitolo Generale XIX.

Ma torniamo al nostro Santo Patrono. Egli fu forse il primo a stabilire tutta un'architettura della vita spirituale partendo dall'amore. Soleva dire: «Trattate il prossimo con la massima dolcezza e carità. Fate sempre i rimproveri col cuore e con parole dolci. Quando riprendete i difetti, ingegnatevi di scusare nel vostro interno il colpevole, diminuendogli la colpa: perché in tal modo gli avvertimenti diventeranno efficaci. Chi guadagna il cuore dell'uomo ha guadagnato tutto l'uomo. Gli uomini si guadagnano più con l'amore che col rigore. È sempre meglio prendere dal lato della carità che da quello dell'austerità. Bisogna resistere al male e reprimere i vizi di quelli che ci sono affidati, costantemente e coraggiosamente, ma dolcemente e pacificamente. Le rimostranze di un padre, fatte dolcemente e cordialmente, hanno più potere su un fanciullo per correggerlo che non le collere e i corrucci».

Quanta verità, quale conoscenza del cuore umano in queste affermazioni!
A Mons. Camus, irritato per la condotta dei suoi diocesani, scriveva: «Monsignore, bisogna sopportare molto i fanciulli quando sono piccoli... Le quattro parole dell'Apostolo debbono servirci di norma: opportune, importune, in omni patientia et dottrina. Mette la pazienza per la prima, come la più necessaria e senza la quale la dottrina non serve a nulla... Continuiamo solamente a coltivare il nostro campo, perché non c'è terra così ingrata che l'amore del coltivatore non renda feconda».

L'educazione è opera del cuore
Non ci pare di ascoltare le parole di Don Bosco, ripetute tante volte nelle sue circolari, nelle sue conferenze e nelle pagine del suo sistema educativo?
«A tutti è indispensabile la pazienza, la diligenza e molte preghiere, senza cui sarebbe inutile ogni regolamento», ripete Don Bosco. E ancora: «Siccome non v'è terreno ingrato e sterile che per mezzo di lunga pazienza non si possa finalmente ridurre a frutto, così è dell'uomo, vera terra morale, la quale, per quanto sia sterile e restia, produce nondimeno tosto o tardi pensieri onesti e poi atti virtuosi, quando un direttore con ardenti preghiere aggiunse i suoi sforzi alla mano di Dio nel coltivarla e renderla feconda e bella».

«Tutto io darei per guadagnare il cuore dei giovani e così poterli regalare al Signore».

«A Dio non piacciono le cose fatte per forza. Egli, essendo Dio di amore, vuole che tutto si faccia per amore».

«Per fare del bene al prossimo bisogna avere un po' di coraggio, essere pronti a soffrire qualunque mortificazione, non mortificare mai nessuno, essere sempre amorevoli».

«L'educazione è opera del cuore».

Miei cari confratelli, alla luce di questi insegnamenti di S. Francesco di Sales e di Don Bosco, vi invito a rileggere la lettera da Roma del 1884 (MB XVII, 110), la circolare sui castighi (MB XVI, 441) e la prima parte della vita del giovane Fiorito Colle, figlio del conte Colle, il grande benefattore di Don Bosco. Vi troverete una miniera d'oro puro, una efficace pedagogia in cui non si sa cosa più ammirare, se la profonda conoscenza del cuore giovanile e umano, così bisognoso di concreto e costruttivo amore, o l'ansia di portare al Signore, attraverso l'amore soprannaturale e vivificante, le anime che egli incontra sul suo cammino di apostolo.

Ho detto amore soprannaturale perché, come dice il nostro dolcissimo Patrono, «se si ama all'infuori di Dio, si corre pericolo di non amare né puramente, né costantemente, né ugualmente; ma se si ama in Dio, anche l'amore naturale sarà purificato e ridotto alla perfetta obbedienza dell'amore purissimo del beneplacito divino».

Nel clima odierno di naturalismo che penetra anche nei nostri ambienti, camuffandosi spesso di scienza e di tecnica, e che lascia un desolato e sterile vuoto, specialmente nel cuore del giovane assetato di amore vero, rileggere quelle pagine di pedagogia cristiana e salesiana, scritte e vissute dal nostro Padre, sarà per noi come una ventata ricca di ossigeno e forse ci inviterà ad un sereno e fecondo esame di coscienza. Vi auguro che dopo un tale esame sentiate di poter dire anche voi come già il nostro Padre ai suoi ragazzi, e con il suo cuore: «Miei cari giovani, io vi amo tutti: mi basta sapere che siete giovani, perché io vi ami assai. Tutto io darei per guadagnare il cuore dei giovani e così regalarli al Signore».

5. Francesco di Sales, modello di Don Bosco e nostro in un apostolato sempre più attuale: la stampa
Per difendere e promuovere la fede
Permettete ora, dopo di aver guardato a S. Francesco come maestro di spiritualità, di fermare la comune riflessione su un punto di incontro caratteristico e significativo, non certamente casuale, tra le ansie apostoliche del santo Vescovo di Ginevra e il nostro Santo. Mi sembra assai utile specie in questo momento.

Chi, entrando nel santuario di Maria Ausiliatrice, guarda alla seconda cappella a sinistra, dedicata una volta a S. Francesco di Sales, vede in un grande affresco il nostro Santo Patrono in una stamperia tutto intento a correggere una bozza, mentre uno stampatore è in atto di presentargliene un'altra. Sotto l'affresco, intorno all'arco che separa la cappella da quella del S. Cuore, corre la seguente' scritta: «Franciscus Salesius ad rem catholicam tutandam provehendamque optimis libris edendis officinam librariam constituit: hinc artis guttembergiae patronus inducitur» (Francesco di Sales per difendere e promuovere la fede cattolica con la pubblicazione di buoni libri aperse una stamperia e per questo viene riconosciuto come protettore dell'arte della stampa).

Si direbbe che tale scritta posta sotto l'affresco del Rollini abbia sapore di profezia. L'artista ha certamente voluto presentare S. Francesco di Sales quale modello di Don Bosco nell'apostolato della stampa; non per nulla ha messo attorno al Santo dei ragazzi al lavoro. E così l'artista ha quasi anticipato ciò che Pio XI e Pio XII avrebbero fatto più tardi dichiarando rispettivamente S. Francesco Patrono degli scrittori cattolici e Don Bosco degli editori cattolici.

E invero l'accostamento dei due nostri Santi in questo settore ha elementi profondi. All'inizio della sua missione nel Chiablese Francesco, che non riusciva ad ottenere uditori mentre predicava la parola di Dio, trovò il modo di far arrivare, per così dire, la sua predica a domicilio. Affidò infatti a fogli volanti, da lui preparati, le verità principali della fede cattolica: chiariva in quei fogli, semplici ma perspicui, precisi punti controversi; rispondeva alle obiezioni, scopriva calunnie e metteva bene in chiaro l'eresia. I fogli accuratamente stampati venivano distribuiti gratuitamente e in larghissima copia, e, penetrando dappertutto, illuminavano le menti, scioglievano dubbi ed ebbero tanta influenza nelle conversioni.

Non diversamente Don Bosco, affrontando una situazione analoga, cominciò con gli Avvisi ai cattolici la stampa delle Letture cattoliche e, svolgendo man mano i tratti di una apologetica popolare e pratica, venne a formare Il Cattolico istruito, appunto come S. Francesco di Sales aveva, quasi senza avvedersene, composto le Controversie.

Né la genialità del nostro Fondatore, messa a servizio delle anime, si fermò qui. Ma sappiamo bene quanto il nostro Padre, sulla scia del suo santo esemplare, abbia lavorato e sofferto proprio per dare incremento e allargare al massimo l'apostolato della stampa.

Un'impresa che m'affidò la Provvidenza
Don Bosco, col suo intuito geniale e apostolico, comprese l'enorme potenza di questo strumento di comunicazione sociale e. capì che sarebbe sempre più cresciuta in concomitanza con l'evoluzione sociale nel mondo. E appunto perché consapevole di questa potente influenza della stampa nella società, lasciò in eredità ai suoi figli questo apostolato, consacrandolo nelle Costituzioni come uno dei fini specifici della Congregazione (c. I, n. 8); non solo, ma volle integrare questa consegna lasciata ai Salesiani dando alla sua terza Famiglia, ai Cooperatori, come esercizio di apostolato primario la diffusione della stampa (Regolamento dei Cooperatori, c. II, n. 3).

Ma sentiamo le parole del Padre in quella lettera del 1885 che potremmo chiamare il suo testamento-programma su questo argomento:
sono parole vive e appassionate, di palpitante attualità, ancor più dopo il Decreto conciliare sugli strumenti di comunicazione sociale. Ecco alcuni pensieri scelti dalla lettera: «Fra i mezzi, per la gloria di Dio e la salute delle anime, quello che io intendo caldamente raccomandare è la diffusione dei buoni libri. Io non esito a chiamare divino questo mezzo, poiché Dio stesso se ne giovò a rigenerazione dell'uomo. Furono i libri da esso ispirati che portarono in tutto il mondo la retta dottrina...

Tocca adunque a noi imitare l'opera del celeste Padre. I libri buoni diffusi nel popolo sono uno dei mezzi atti a mantenere il regno del Salvatore in tante anime...

Fu questa una delle precise imprese che m'affidò la Divina Provvidenza, e voi sapete come io dovetti occuparmene con instancabile lena, nonostante le mille altre mie occupazioni...

Questa diffusione dei buoni libri è uno dei fini principali della nostra Congregazione... Le nostre pubblicazioni tendono a formare un sistema ordinato che abbraccia su vasta scala tutte le classi che formano l'umana società... ».

Questi pensieri del Padre ci fanno apprezzare la sua antiveggenza e la sua eccezionale sensibilità apostolica (pensiamo che furono scritti più di 80 anni fa), ma in pari tempo ci richiamano con grande autorevolezza il dovere di non lasciar decadere questo apostolato nella Congregazione. E tale decadenza può avvenire, non solo abbandonando del tutto questa attività (fatto assai deprecabile!), ma deviandola dai suoi nobili e santi scopi con ridurla ad un'attività quasi di azienda grafica, commerciale, ovvero restringendosi alla pubblicazioné di certi testi scolastici o infine non destinandovi uomini preparati come i tempi esigono sia per la stampa periodica che per libri religiosi, morali, ricreativi.

Lo studio per il ridimensionamento, che si svolge dappertutto in Congregazione e di cui tanto si parla, deve occuparsi seriamente di questo settore del nostro apostolato, in modo che nell'Ispettoria ci siano confratelli capaci debitamente preparati e attrezzati per svolgere questa preziosa e salesiana missione.

E qui ripeto ancora quanto in altre occasioni ho detto: tali confratelli non sono sciupati, ma, bene scelti e impegnati, renderanno apostolicamente assai di più che impiegati in certe altre attività.

Sarò tanto lieto se la celebrazione di questa ricorrenza «salesiana» servirà a svegliare in ogni ambiente della Congregazione la sensibilità e l'apprezzamento concreto per questo apostolato. Paolo VI nella citata lettera apostolica Sabaudiae Gemma, naturalmente per una cerchia più ampia, si augura appunto che l'esempio del santo Vescovo di Ginevra sia un efficace richiamo a rendere operanti le preziose direttive del decreto conciliare sugli strumenti di comunicazione sociale.

Sono sicuro che il nostro Padre farebbe a noi oggi lo stesso pressante invito con parole e sentimenti non meno appassionati di quelli espressi nella storica lettera del 1885. A noi rispondere con filiale apertura a tanti pressanti e autorevoli appelli.

«Come dobbiamo regolarci?...»
A conclusione di questi pensieri suggeritimi dalla ricorrenza centenaria voglio ricordarvi almeno alcuni degli avvertimenti dati a Don Bosco da S. Francesco di Sales neI sogno che il nostro buon Padre raccontò nel 1879, il 9 maggio. Penso che per molti sarà una scoperta.

Nel sogno Don Bosco incalza il Santo Patrono con tante domande: a ben guardare, ogni domanda è mossa dall'amore per la sua Congregazione, dal desiderio di saperla sempre in progresso, dal timore che nel volgere degli anni questa sua creatura possa subire arresti neI suo avanzare, o peggio deviazioni o collassi che svuotino la missione affidatale dalla Provvidenza nella vita della Chiesa. Le risposte del Santo Patrono centrano, per così dire, ogni quesito proposto da Don Bosco indicando con precisione rimedi, norme, orientamenti.

Una riguarda le vocazioni: in poche parole c'è un programma completo e attualissimo, che troviamo anche nel Perfectae Caritatis.

Don Bosco: Che debbo fare per promuovere le vocazioni?
S. Francesco: I Salesiani avranno molte vocazioni con la loro esemplare condotta, trattando con somma carità gli allievi e insistendo sulla frequente comunione.

Don Bosco: Come si potrà meglio conservare il buono spirito nelle nostre case?
S. Francesco: Scrivere, visitare, ricevere, trattare con benevolenza e ciò con molta frequenza da parte dei Superiori.

Quanta sapienza «salesiana» in queste risposte! È preziosa per tutti, ma indispensabile per chiunque esercita un'autorità.

Don Bosco: Come dobbiamo regolarci nelle Missioni?...

S. Francesco: ...Studiare e coltivare le vocazioni indigene.

Anche questa direttiva di oltre un secolo fa è ormai una prassi e una preoccupazione di tutta la Chiesa missionaria; ma oggi per noi è un richiamo ancor più valido e pressante.

Don Bosco: La Congregazione durerà molto tempo?
S. Francesco: La Congregazione vostra durerà finché i soci ameranno il lavoro e la temperanza. Mancando una di queste colonne il vostro edificio rovinerà schiacciando Superiori ed inferiori e i loro seguaci (MB XIV, 124).

Conclusione
Carissimi confratelli e figliuoli, in questi momenti di confusione e — purtroppo — di deviazioni anche gravi, ideologiche e pratiche, alla luce della chiara e decisa risposta del nostro Patrono all'ansiosa domanda del nostro Padre, facciamo coraggiosamente il punto sulla nostra personale posizione di fronte alla Congregazione e tiriamo le necessarie conseguenze in modo che la nostra condotta e tutta la nostra attività di Salesiani sia un apporto generoso e costruttivo per l'edificio della Congregazione; solo così, tutt'altro che andare in rovina, si renderà sempre più solido e fecondo di apostolica irradiazione nel difficile mondo odierno.

Chiediamo insieme al Datore di ogni bene, per intercessione di S. Francesco di Sales e del nostro caro Padre, che ci dia la forza e la luce per essere, sulla Toro scia e col loro spirito, i costruttori del regno di Dio anzitutto nella nostra anima e quindi nelle tante anime che troviamo sul nostro cammino.

Vorrei che non dimenticaste le indicazioni che sono state date nel numero precedente degli Atti del Consiglio per il Centenario di S. Francesco di Sales: si faccia una commemorazione in tutti gli Studentati come sarà fatta in forma solenne al P.A.S., si studi e si viva lo spirito del Santo leggendo le sue opere e la sua biografia. Dalla conoscenza sgorgherà l'amore, la devozione e il desiderio di imitazione. Questo è il frutto spirituale che si attende da noi in questo Centenario.

Vi porgo i saluti più affettuosi anche a nome dei Superiori del Consiglio. Vi chiedo il quotidiano ricordo nelle vostre preghiere e vi ringrazio fin d'ora.

Il Signore ci benedica tutti e ci conforti.

Don Luigi Ricceri
* * *
Torino, 23 agosto 1967
Carissimi Confratelli,
debbo fare una comunicazione che, mentre mi è motivo di pena, in pari tempo è per me, come lo sarà per voi, motivo di tanta edificazione.

Nei primi giorni di agosto il carissimo Sig. don Barra in un commosso colloquio mi ha manifestato il proposito di ritirarsi dall'incarico di membro del Consiglio Superiore finora tenuto nella Congregazione. Mi parve opportuno invitarlo a pregare, mentre anch'io mi sarei unito a lui nell'invocare luce dallo Spirito Santo.

A conclusione di questo periodo di riflessione e di preghiera il Sig. don Borra mi ha indirizzato una lettera nella quale mi ha ripetuto la richiesta già espressa a voce.

Egli mi ha manifestato che pensava a questa rinuncia fin dal tempo dell'ultimo Capitolo Generale e di aver poi accettato l'incarico perché altrimenti gli sarebbe sembrato di venir meno al proposito sempre mantenuto di accogliere qualsiasi obbedienza.

Ora, l'esperienza di due anni in età non più giovanile, provata anche da disagi di salute che gli hanno impedito di svolgere in pieno il suo lavoro, gli ha fatto avvertire le gravi difficoltà di affrontare le faticose attività inerenti al suo ufficio. Egli ha sentito perciò il dovere
di rimettere nelle mani del Rettor Maggiore il suo incarico, lieto di compiere in altro modo la sua opera di Salesiano.

Edificato di questo gesto, ammirevole per l'amore sincero alla Congregazione e per il distacco da ogni umana visione e preoccupazione che esso denota, ho creduto bene nel Signore di accettare la rinuncia del Sig. don Borra.

Egli con questo atto, in tutta semplicità e umiltà, lascia l'incarico di membro del Consiglio Superiore, solo spiacente di non poter realizzare ancor oggi un generoso sogno missionario sempre perseguita.

Carissimi confratelli, è un esempio questo che viene a coronare i tanti altri che ci ha dato con la sua abnegazione senza limiti nel servizio della Congregazione dovunque l'obbedienza l'ha chiamato, con la sua osservanza fedelissima e amorosa, con la sua pietà salesiana-mente schietta, col suo attaccamento tenace e sincero a tutto quanto è legato alla tradizione salesiana, col suo amore teneramente filiale a Don Bosco.

Molto gli deve la Congregazione per i tanti anni spesi in Europa, in Brasile, nell'America Latina, sempre generosamente pronto come un buon soldato dove la Congregazione lo chiamava; ed io sono sicuro di interpretare il sentimento unanime esprimendogli da queste pagine la viva riconoscenza non solo per tutto quanto egli ha donato in circa 60 di vita salesiana, ma anche per questo ultimo esempio che egli dà a tutti noi di distacco, solo preoccupato del bene e del vero progresso dell'amata Congregazione.

Al degnissimo Superiore e fratello esprimiamo i nostri sentimenti con la preghiera riconoscente che vuole accompagnarlo anche ora che egli lascia un posto di alta responsabilità.

A succedere a don Guido Barra nella carica di Consigliere Regionale, dopo aver molto pregato e fatto pregare, dopo aver tanto pensato, ho creduto bene di chiamare il carissimo don Rosalio'rastillo, sinora Ispettore nel Venezuela. Egli ha accettato il nuovo incarico in umiltà e con senso di generosa obbedienza.

Don Castillo è assai conosciuto in Congregazione per aver insegnato per molti anni Diritto nel nostro Pontificio Ateneo, occupandovi anche cariche di responsabilità. Da qualche anno reggeva l'Ispettoria Venezuelana.

Egli porta nel nuovo incarico una ricca e non comune preparazione, e non solo culturale, animata da una profonda pietà e da un senso salesiano vivo ed aperto agli orizzonti conciliaci e capitolari, una conoscenza chiara dei problemi dell'America Latina, uno zelo generoso per un apostolato che sia espressione di anime interiormente ricche e seriamente preparate.

Ho viva fiducia che le Ispettorie del gruppo a lui affidate risentiranno beneficamente della sua illuminata guida. Nel delicato e importante compito a cui lo chiama la Congregazione gli sarà anche di aiuto la preghiera con cui vorranno accompagnarlo tutti i Confratelli, specialmente quelli a cui si rivolgerà più direttamente la sua opera. Questo io chiedo per lui con senso di fraterna solidarietà.

Don Luigi Ricceri
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L'ANNO DELLA FEDE
IL CENTENARIO DELLA BASILICA DI M. AUSILIATRICE
Contesto storico del nostro Centenario. - La Strenna per il 1968.

I. COME CELEBRARE L'ANNO DELLA FEDE. - Approfondire il valore autentico della fede. - Ravvivare la coscienza e l'efficacia della fede nella propria vita. - Responsabilità e pericoli del nostro apostolato. - Testimoniare la fede nell'ora presente con coerenza cristiana. - Disorientamento di idee. - Il nostro piano dottrinale ed operativo. - La catechesi: preciso compito della Congregazione. - Doveroso esame di coscienza. - Coraggiose decisioni e coerenza di vita.

IL COME CELEBRARE IL NOSTRO ANNO MARIANO. - La Basilica: cuore di Valdocco. - La Basilica: Alma Mater della Congregazione. - Centro spirituale ed irradiamento apostolico. - Significato ecclesiale del Centenario. - Gesù e Maria nella storia della salvezza. - Madre ed Ausiliatrice dei Redenti. - Devozione mariana autentica. Impegni dottrinali per l'Anno mariano. Impegni di devozione. - II Rosario: una pratica che deve fiorire. - Impegno apostolico. - a) Spedizione missionaria. - b) Centro Giovanile. - o) Casa di Esercizi Spirituali.

Lettera pubblicata in ACS n. 250
Roma, 1 novembre 1967
Carissimi Confratelli e Figliuoli.

Vi indirizzo questa mia da Roma, dove mi trattengo ancora qualche giorno dopo la chiusura del Sinodo, al quale, come sapete, ho partecipato. È stato un mese di incessante lavoro, di scambio di esperienze, di prospettive, di valutazioni per la soluzione dei gravi e urgenti problemi che si agitano oggi nella Chiesa.

Durante il Sinodo ho avuto pure la gioia di rendere devoto omaggio a S.S. Paolo VI, il quale, come sempre, è stato di una amabilità più che paterna parlando della Famiglia Salesiana, che Egli ben conosce. Ho potuto anche a nome vostro porgere i saluti e avere il cordiale abbraccio del venerando Patriarca Atenagora.

Ho avuto poi numerosi contatti con numerosi Presuli, trattando con loro problemi che interessano la Congregazione. Ma, come potete comprendere, i contatti più frequenti sono stati con i Superiori Generali che con me partecipavano al Sinodo. Si è stabilita così fra noi una cordiale fraterna collaborazione, non solo per i lavori del Sinodo, ma per i tanti problemi che sono comuni oggi agli Istituti Religiosi.

Tornando al Sinodo, molti dei problemi all'ordine del giorno interessano direttamente la nostra vita: pensate ai problemi della formazione, a quelli del rinnovamento della Liturgia; si pensi di quale capitale importanza siano anche per noi i problemi riguardanti la fede e la morale.

Vi posso dire che la vasta tematica è stata trattata con ampiezza e profondità e illustrata sotto tutti gli aspetti: basti ricordare che gli interventi in aula, in tutta libertà e in vicendevole rispetto, sono stati su certi argomenti sul centinaio (più della metà dei presenti) oltre quelli presentati per iscritto alla Segreteria.

Le varie commissioni hanno diligentemente esaminato e tenuto conto degli interventi nel ripresentare all'approvazione dei Padri sinodali nuove proposte.

E tutto questo in clima di grande serenità, e, cosa veramente edificante, con la costante preoccupazione di costruire positivamente, alla luce della realtà in cui vive la Chiesa oggi e dell'esperienza di questo periodo postconciliare, in cui, accanto a tante cose veramente buone e fruttificanti, ne sono pullulate altre purtroppo deteriori e certe volte anche dannose e condannabili.

Il senso di grande equilibrio e la costante preoccupazione di tenere la via media dimostrata dal Sinodo mi pare debba essere motivo di conforto per tutta la nostra Famiglia: noi infatti, subito dopo il Concilio e poi in tutta la nostra azione, abbiamo voluto avanzare, sì, ma sempre all'insegna di quell'equilibrio e scegliendo quella via media di cui il Sinodo ci ha dato un edificante esempio, confermando la bontà della linea che la Congregazione segue e intende seguire.

In questo nostro avanzare e rinnovarci senza distruggere, ma costruendo sul passato, anzi arricchendolo, i due grandi avvenimenti che ci apprestiamo a celebrare nell'anno prossimo saranno per noi un banco di prova e in pari tempo quasi un benefico propellente.

L'Anno della Fede e il Centenario della Basilica di Maria Ausiliatrice sono per noi un unico, annonico ed efficace richiamo in questo particolare momento storico della Chiesa e della Congregazione.

Lasciate che vi intrattenga sul duplice gradito argomento: mentre così rispondo al bisogno del mio cuore, sento di rispondere al desiderio vivo dei tanti Confratelli che attendono appunto in questa occasione una parola animatrice e orientatrice da colui che ha la grave e prima responsabilità di guidare la Congregazione in questi non facili momenti.

Entro subito in argomento.

Contesto storico del nostro Centenario
Consentitemi in primo luogo di farvi rilevare il contesto storico ed ecclesiale, nel quale si innesta la nostra celebrazione centenaria, perché mi pare questo il miglior modo per intenderne il vero e profondo significato.

Siamo nell'immediato postconcilio. Si è chiuso appena il primo «Synodus Episcoporum» della storia della Chiesa. Essa è tutta protesa ad attuare il suo rinnovamento.

Paolo VI ha proclamato l'«Anno della Fede», che deve portarci ad approfondire e a vivere la nostra fede, per commemorare fruttuosamente il Centenario del martirio dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Nell'ambito della nostra Famiglia Salesiana siamo solidalmente impegnati nel «ridimensionamento», voluto dal Capitolo Generale XIX, da attuarsi in clima di dialogo sereno e costruttivo, e nell'impegno fondamentale di un rinnovamento interiore, che deve portare ogni membro della Famiglia Salesiana ad adeguarsi alle esigenze della sua totale consacrazione al Signore e all'apostolato proprio della Congregazione.

Orbene, il Centenario del nostro massimo tempio mariano offre la propizia occasione di inserirci efficacemente nei predetti orientamenti e piani operativi della Chiesa e della Congregazione di oggi.

Infatti il Postconcilio, impegnandoci nella pratica viva e''operOsa degli insegnamenti e delle direttive conciliaci, esige anche che nella nostra vita spirituale e nel nostro apostolato sacerdotale ed educativo attuiamo quei solidi principi di devozione mariana, che il Concilio ci ha proposto, presentandoci, alla luce dei piani salvifici divini, Maria SS. indissolubilmente associata a Cristo Salvatore e alla Chiesa nella storia della salvezza.

Anche l'Anno della Fede non si può vivere pienamente ignorando la Madonna. Maria SS. infatti è la prima Credente; ha meritato di essere proclamata beata proprio per la sua fede nella Parola divina, che Le rivelava í disegni di Dio su di Lei: «Te beata che hai creduto, perché si compiranno le cose dette a te dal Signore» (Lc 1,45). Anche il capo ottavo della Lumen Gentium sottolinea ripetutamente la fede di Maria e la presenta come modello a ogni credente.

Maria inoltre è «oggetto» della nostra fede, poiché la sua missione, le sue prerogative e i suoi privilegi sono rivelati da Dio e appartengono al deposito della fede.

Maria SS. è vitalmente inserita in tutto il mondo della nostra fede; «riunisce per così dire e riverbera i massimi dati della fede», come afferma la Lumen Gentium (n. 65). Ella infatti è legata da mirabili relazioni con le Persone divine. Ella è vitalrnente inserita nella storia della nostra salvezza, avendoci dato consapevolmente e liberamente il Salvatore, mediante la sua maternità divina verginale, che l'associò pure a tutta l'opera salvifica del Figlio, continuata nella Chiesa. I suoi privilegi soprannaturali di perfetta immacolatezza e di pienezza di grazia ci richiamano le ricchezze divine e gli impegni sacri della nostra vocazione battesimale. La sua Assunzione gloriosa ci parla della nostra destinazione eterna, a cui ci indirizza la grazia della nostra adozione divina. Non è quindi possibile considerare Maria SS. senza essere introdotti in una luminosa e operosa vita di fede, quale appunto ci è inculcata dal Papa nell'Anno della Fede.

E anche tutte le iniziative, in cui è impegnata la nostra grande famiglia per attuare il Capitolo Generale XIX, traggono dalla vera devozione verso la celeste Patrona e — per usare la parola di Don Bosco
Fondatrice dell'Opera Salesiana la più sicura garanzia di efficace successo. Maria, infatti, con la sua materna presenza e assistenza ci conforta e sostiene per assolvere nel modo migliore tutte le nostre responsabilità, così come ha fatto col nostro Padre, che è sempre andato avanti con l'aiuto della Madonna.

L'anno centenario della Consacrazione del Tempio di Maria SS. Ausiliatrice dev'essere quindi un anno mariano, segnato da più convinta e operosa devozione verso Maria SS., considerata, nel mistero di Cristo e della Chiesa, come ce la presenta il Vaticano II, nel clima di rinnovamento spirituale portato dal Concilio e dal Capitolo Generale XIX.

La Strenna per il 1968
Per valorizzare questi provvidi «segni dei tempi», queste felici coincidenze, e impegnare la nostra famiglia «a vivere» l'Anno della Fede rinnovando la nostra devozione mariana alla scuola del Concilio, ho voluto proporre la seguente strenna per il 1968:
«Accogliendo con filiale devozione l'esortazione del Sommo Pontefice per il centenario dei SS. Pietro e Paolo, invito tutta la Famiglia Salesiana a celebrare l'Anno della Fede col generoso e fervido proposito di approfondire il valore autentico della Fede; ravvivarne la coscienza e l'efficacia nella propria vita, renderle testimonianza nell'ora presente con coerenza cristiana.

La Vergine Ausiliatrice, valido sostegno e difesa della Fede, nel Centenario della consacrazione della sua Basilica in Torino, ci conforti nel nostro impegno».

Come vedete, la strenna si incentra sui due elementi che caratterizzano l'anno prezioso che ci si dischiude: Anno della Fede, Centenario del nostro massimo tempio mariano; essa invita a camminare su questo sicuro binario: esercizio della fede, rinnovamento della devozione mariana.

Ecco i due grandi temi che desidero illustrarvi, perché, intonati con le direttive della Chiesa e della Congregazione e rinnovati personalmente nello spirito, possiate comunicare un nuovo flusso di vita soprannaturale alle anime che vi sono affidate.

I. COME CELEBRARE L'ANNO DELLA FEDE
L'Anno indetto da Sua Santità Paolo VI nell'Esortazione apostolica Petrum et Paulum Apostolos, si ricollega al rinnovamento promosso dal Concilio e al programma pastorale dell'Enciclica Ecélesiam suam.

Non si tratta di un avvenimento isolato, ma di una provvida iniziativa, che ci aiuta a vivere il Concilio e a «sentire cum Ecclesia». L'esortazione per l'Anno della Fede tende a favorire la vitalità della Chiesa, rendendola consapevole in tutti i suoi membri della sua particolare missione nel mondo moderno e stimolandola al rinnovamento interiore ed esteriore per il suo inserimento apostolico nel mondo, con cui deve dialogare per portarlo alla salvezza.

La Chiesa è la società dei credenti, e la fede è l'inizio della giustificazione. Perciò l'Anno della Fede contribuisce efficacemente al rinnovamento della Chiesa rendendola sempre più e sempre meglio la «società del credenti»; l'esercizio della fede, viva e operosa, ne asseconda la missione salvifica. In tal modo vengono attuati i piani pastorali del Concilio e dell'Enciclica Ecclesiam suam.

Sono queste le grandi intenzioni di S.S. Paolo VI nella commemorazione centenaria del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo, come appare dal testo dell'Esortazione pontificia. Il Papa vuole infatti che «la commemorazione centenaria del martirio dei Santi Apostoli Pietro e Paolo si risolva principalmente per tutta la Chiesa in un grande atto di fede. E vogliamo ravvisare in questa ricorrenza — Egli aggiunge — la felice occasione che la Divina Provvidenza appresta al Popolo di Dio per riprender esatta coscienza della sua fede, per ravvivarla, per purificarla, per confermarla, per confessarla». (Exhortatio, Osservatore Romano, 23 feb. 1967).

Lo stesso Sommo Pontefice ci precisa così gli obiettivi dell'Anno della Fede. Sono gli stessi obiettivi che vi ho parafrasati nella Strenna.

Tali impegni sono chiari, ma gioverà presentarli in maniera più concreta per facilitarne l'attuazione nella nostra vita personale e nel nostro apostolato di maestri e testimoni della fede.

a) Approfondire il valore autentico della fede
Alla scuola della S. Scrittura e del Concilio Vaticano II, dobbiamo affermare che la fede, nel suo aspetto personale, in quanto virtù teologale, è l'atteggiamento cosciente, convinto e libero dell'uomo verso Dio, il quale si rivela e si comunica nel corso della storia della salvezza, in Gesù Cristo e nel suo Spirito. Questo atteggiamento si esplica nel pieno consenso, ossia nell'adesione di mente, di cuore, di azione piena e totale.

La fede porta perciò alla carità, ossia alla piena comunione con Dio, all'osservanza filiale della sua legge paterna, nella certa speranza del suo aiuto e dell'attuazione delle sue divine promesse.

La fede conferisce pertanto una nuova prospettiva alla vita e la illumina con divine certezze circa i piani divini salvifici che si attuano nella storia umana mediante la storia della Chiesa.

Mediante la fede noi crediamo in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, ossia aderiamo fermamente alla SS. Trinità, operante in noi, nella Chiesa e nel mondo; e perciò, sorretti nella grazia, accettiamo con fermissimo assenso della mente, della volontà e delle opere tutto ciò che Dio ha rivelato e operato nel corso della storia della salvezza, e che il Magistero della Chiesa propone a credere come oggetto della Rivelazione divina.

La nostra fede è quindi teologale, perché ci unisce con la SS. Trinità, fonte infinita di luce e di carità, supremo oggetto e motivo della fede.

La nostra fede è pure cristologica, perché Gesù Cristo è l'autore e il perfezionatone della fede, essendo Egli il Verbo divino fatto uomo per comunicarci i tesori di verità e di vita, attinti dal seno del Padre.

E inoltre la nostra fede è ecclesiale, perché nella Chiesa di Gesù Cristo noi riceviamo la fede mediante il battesimo, che ci inserisce nel Corpo Mistico di Cristo, per vivere, testimoniare e annunciare la fede. Perciò la Chiesa è detta dal Concilio Vaticano II «comunità dei credenti», «comunione di fedeli», «maestra e testimone di fede» (LG 12 ss.).

Il valore autentico della nostra fede ci viene presentato dal Concilio con queste parole: «A Dio che rivela è dovuta l'obbedienza della fede, con la quale l'uomo si abbandona a Dio, tutt'intero, liberamente, prestandogli il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà e acconsentendo volontariamente alla rivelazione data da Lui. Perché si possa prestare questa fede è necessaria la grazia di Dio, che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente e dia a tutti dolqezza nel consentire e nel credere alle verità. Affinché poi l'intelligenza della rivelazione diventi sempre più profonda, lo Spirito Santo perfeziona continuamente la fede per mezzo dei suoi doni» (DV 5).

Abbiamo quindi tanto bisogno di chiedere insistentemente a Dio il dono della fede per noi e per le anime che ci sono affidate, poiché la fede è inestimabile dono di Dio, che Egli elargisce a chi ne fa umile, fervida richiesta.

b) Ravvivare la coscienza e l'efficacia della fede nella propria vita
La conoscenza del valore autentico della fede ci porta a giudicare la nostra vita alla luce della fede e a riscontrarne le deficienze e incoerenze sul piano intellettuale e sul piano operativo. Per questo la fede va sempre ravvivata e rinnovata, affinché sia sempre norma di vita.

Dobbiamo farci una mentalità di fede, integrando fede e cultura, in modo che la fede non rimanga solo marginale, superficiale, ma illumini e orienti l'intera realtà nostra; così potremo cogliere la presenza di Dio nella storia del mondo e di ogni uomo e assecondarla in modo da non guastare i piani divini. La fede, insomma, deve diventare un atteggiamento interiore abituale, per cui ci si comprometta sino in fondo con Dio, con Cristo, col suo messaggio, accettandone tutte le esigenze e implicane, assumendo con senso di responsabilità il proprio posto nella «Chiesa» della propria comunità e cooperando così al bene della Chiesa universale e di tutta l'umanità.

In tal modo i valori umani non sono distrutti, ma solo gerarchizzati e subordinati alla fede, divenuta mentalità, atteggiamento fondamentale, per cui il giudizio sulle scelte vitali, decisive, è sempre di ordine religioso.

Allora l'elemento religioso non è solo un'adesione mentale, ma vitale, influisce cioè sulla vita, sull'azione e la rende sempre cristiana e coerente aí principi della fede. Si ha così l'integrazione tra la fede e la cultura, per cui il contenuto della fede appare come soluzione completa e totale di tutti i problemi umani. Si ha pure l'integrazione tra fede e vita, in tutte le manifestazioni, non solo religiose, ma anche culturali, sociali, professionali; da questa integrazione viene il cristiano vero, totale, sale della terra e luce del mondo. Se pensiamo per un momento al nostro Padre don Bosco, a tanti altri uomini e donne entrati nella storia della Chiesa, riconosciamo che hanno realizzato in sé questa integrazione, sorgente feconda di irradiazione spirituale e apostolica. Ma anche guardandoci attorno oggi, ognuno nella sfera della propria attività, facilmente troveremo uomini e donne, non solo consacrati ma anche del laicato, che mostrano nella propria vita questa felice e feconda «integrazione» tra fede e cultura, fede e vita.

Responsabilità e pericoli del nostro apostolato
Noi sacerdoti e apostoli dobbiamo guardare a questi esemplari anche per poter venire efficacemente incontro all'accorata invocazione
delle anime del nostro tempo espressa in queste parole di Jean Guitton:
«Avendo fame e sete di Assoluto e non trovandolo da nessuna parte allo stato puro, abbiamo bisogno di aver vicino un uomo che è simile a noi, ma che, pure nella sua mediocrità e miseria, incarna la nozione di Assoluto, e ci prova con la sua presenza che l'Assoluto può esistere, che anzi ci è più vicino di quanto non pensiamo» (J. Guitton, Dialoghi con Paolo Vi, pag. 295). Quest'uomo, è il Sacerdote, l'Apostolo.

Purtroppo è facile anche per noi il pericolo, già individuato da S. Agostino, della «dipsichìa», ossia della doppia mentalità: la mentalità mondana, laica, che si estende quasi a tutti i momenti e settori della vita, e la mentalità religiosa, molto ristretta nella sua zona di influenza, che informa quindi solo una minima parte dell'attività e per pochissimo tempo. Da questa doppia e contrastante mentalità viene quella fede marginale e in superficie, una religiosità difensiva non conquistatrice, imposta dall'esterno, non sentita.

La fede così languisce e può fare completo naufragio di fronte alle prove della vita. Molti, anche sacerdoti e religiosi, sono giunti all'ateismo passando attraverso questa fede teorica, superficiale, senza incidenza vitale.

L'Anno della fede viene assai opportuno per portarci all'impegno di «ravvivare la coscienza e l'efficacia della fede nella propria vita», rendere insomma operosa la nostra fede, poiché, Io sappiamo bene, «la fede senza le opere è morta» (Gc 2,17).

Il pericolo della fede languida e della dissociazione tra fede e vita, come accennavo sopra, non c'è solo per i giovani e per i semplici cristiani, c'è anche per i sacerdoti, i religiosi, (e ne abbiamo attorno tristissimi esempi), i quali rischiano di seguire le norme del mondo e'non quelle di Gesù Cristo, diventando sale insipido, cioè quei preti che, come dice J. Guitton, «sono laici appena appena consacrati» (ib.), che vengono a perdere la loro funzione di guide e maestri della fede.

Quanto importa quindi ravvivare ogni giorno la fede nel contatto vivo con la Parola di Dio, incarnata nella S. Scrittura e nella Eucaristia, per essere luce e calore e così illuminare e riscaldare!
c) Testimoniare la fede nell'ora presente con coerenza cristiana
Ai suoi seguaci Gesù Cristo ha affidato il compito della testimonianza (A: 1,8). Abbiamo la testimonianza del sangue offerta dai martiri con l'atto sublime del martirio cruento, che non è di tutti. Ma vi è pure la testimonianza della parola, delle opere e della vita, a cui tutti siamo obbligati per meritare il riconoscimento e la testimonianza da parte di Gesù nel giorno del giudizio.

Il tempo presente ha soprattutto bisogno di questa testimonianza; a questa invita continuamente il Concilio: la testimonianza cioè della vita cristiana coerente, vissuta non solo in chiesa, ma anche nella scuola, nel divertimento, nel lavoro, nella vita familiare e sociale. In tal modo si continua l'incarnazione di Cristo Salvatore nel mondo moderno. A questo deve tendere tutta la nostra formazione religiosa e la nostra opera di educatori e formatori cristiani.

È facile, carissimi Confratelli, renderci conto dell'attualità di questi impegni in ordine alla nostra vita di fede. Ce lo conferma lo stesso supremo Pastore. Nell'Esortazione Petrum et Paulum Apestolos S.S. Paolo VI sottolinea che l'Anno della Fede risponde a un bisogno urgente dell'ora presente caratterizzata da alcuni fenomeni dolorosi: la dimenticanza e la negazione di Dio e quindi la crisi del senso religioso e della fede, base di un sano ordine intellettuale, morale e sociale; l'affermazione di una certa cultura razionalistica, laica e areligiosa, che si infiltra anche in campo cattolico, seminando dubbi e perplessità, anche circa i punti basilari del dogma.

Disorientamento di idee
«Qualcosa di molto strano e doloroso sta avvenendo — aggiunge il Papa in un recente discorso ai membri della C.R.I. — non soltanto nella mentalità profana, areligiosa e antireligiosa, ma altresì nel campo cristiano, non escluso quello cattolico e sovente, quasi per inesplicabile «spirito di vertigine» (1's 19, 14), anche fra coloro che conoscono e studiano la parola di Dio; viene meno la certezza nella verità oggettiva e nella capacità del pensiero umano di raggiungerla; si altera il senso della fede unica e genuina; si ammettono le aggressioni più radicali a verità sacrosante della nostra dottrina, sempre credute e professate dal popolo cristiano; si mette in discussione ogni dogma che non piaccia e che esige umile ossequio della mente per essere accolto; si prescinde dalla autorità insostituibile e provvidenziale del magistero; e si pretende di conservare il nome di cristiano, arrivando alle negazioni estreme di ogni contenuto religioso» (Osservatore Romano, 8 aprile 1967).

Se poi dal piano dottrinale passiamo al piano pratico, ci troviamo di fronte alla tragica constatazione che per molti cristiani battezzati non c'è più posto per Dio. L'interesse preponderante per le realtà terrene, e fra queste in primo luogo il benessere e il divertimento, è per molti motivo di fuga dalle realtà religiose, per cui i cattolici impegnati, i sacerdoti e gli educatori si trovano a vivere e a operare in larghe zone di indifferentismo religioso. Sono i miseri frutti di una fede languida e superficiale, non alimentata a sufficienza, una fede di abitudine e di pratiche esteriori che non ha retto ai colpi di ariete che l'incredulità sferra senza tregua e con larghezza di mezzi. Di qui il disorientamento di idee e il disagio di molti di fronte al rinnovamento promosso dal Concilio: non ne capiscono il senso e le esigenze, vittime di una fede povera e lacunosa.

D'altra parte assistiamo a un crescente interesse per i problemi religiosi e morali, attestato anche dalla diffusione crescente delle pubblicazioni, che trattano tali problemi. Però, si deve pure constatare che spesso il pubblico, anche cattolico, è male informato e orientato poiché quelli che scrivono su questi problemi religiosi e morali o sugli avvenimenti ecclesiastici, non hanno sempre la debita competenza o sono imbevuti da preconcetti antireligiosi da mentalità laicista. Il fatto è stato largamente notato (e deplorato) anche nel recente Sinodo.

Il nostro piano dottrinale ed operativo
Pertanto il nostro piano dottrinale e pratico per l'Anno della Fede è un lavoro della massima importanza.

Occorre, e non solo per i semplici fedeli, uno studio approfondito della propria fede per adeguarla alle esigenze e al livello culturale del mondo odierno. Secondo la parola del Papa, l'Anno della Fede deve stimolarci allo studio della dottrina, contenuta nei documenti del recente Concilio Ecumenico, per farne norma di vita per noi, per i fedeli e per i giovani, ai quali ci consacra il nostro apostolato, ravvivando la coscienza e l'efficacia della fede.

È da chiedersi quindi, a distanza di due anni dalla chiusura del Concilio, che cosa si è fatto in ogni nostra comunità per una conoscenza sistematica e approfondita dei numerosi documenti conciliati I Superiori responsabili in pratica che cosa hanno fatto per facilitare tale conoscenza ai Confratelli? Si tratta di una immensa ricchezza che non si può, senza gravi conseguenze, lasciare ignorata o non valorizzata. Mentre plaudo a quanti si sono impegnati per diffondere e approfondire tra i Salesiani la conoscenza dei documenti conciliari, esorto anzitutto i Superiori ai vari livelli di preoccuparsi efficacemente perché i Confratelli siano messi in grado di attingere a questo autentico tesoro. Comunque, sia impegno di ogni salesiano di avere una conoscenza seria, naturalmente secondo le peculiari condizioni di ciascuno, dei documenti conciliari e postconciliari e dei relativi commenti ormai pubblicati dappertutto, in modo particolare quelli che interessano più da vicino la nostra vita.

Sarò lieto di conoscere ogni iniziativa, su piano ispettoriale o locale, che miri ad attuare con metodo questo mio caldo invito, in modo particolare per la seria conoscenza dei documenti che interessano più da vicino la nostra vita di religiosi, di sacerdoti e di educatori.

La catechesi: preciso compito della Congregazione
Credo che a questo punto si innesti molto opportunamente anche il richiamo alla catechesi che è lo strumento ordinario attraverso cui noi giungiamo alla fede, la ravviviamo nella nostra vita e la alimentiamo negli altri. Non dimentichiamo che la catechesi è una delle specifiche forme dell'apostolato lasciatoci in eredità da don Bosco nelle Costituzioni (C I, art. 8): per essa noi ci dobbiamo rivolgere prima di tutto ai giovani, ma la nostra azione deve estendersi anche agli adulti, specialmente a coloro che appartengono alla sfera delle nostre peculiari attività (Cooperatori, Exallievi, Associazioni parrocchiali, parenti degli alunni, fedeli, catecumeni, ecc.).

Anche il Capitolo Generale è stato molto esplicito e forte a questo riguardo. «Tra le forme d'apostolato non giovanile tiene il primo posto, per necessità ed efficacia, la catechesi degli adulti...; (essa) fa parte della missione affidata da Dio alla Congregazione tramite il suo Fondatore e la Chiesa, e da essa volenterosamente accettata e compiuta» (ACG XIX, pag. 144 ss.).

Nel generale affievolirsi della fede di molti, che è il male più grave del nostro tempo, il nostro diventa un dovere di assoluta urgenza.

Per raccogliere la forza della mia esortazione su un aspetto così importante, voglio richiamare la vostra attenzione sul dovere strettissimo che noi abbiamo di prepararci adeguatamente alla catechesi per renderla efficace. Si tratta anche qui di quella qualificazione che oggi si richiede da noi per ogni attività apostolica. Gli improvvisatori, i superficiali, i tuttofare sono deleteri in questo campo più che negli altri, né può giustificarci una certa buona intenzione nel nostro lavoro, se manca la coscienza delle nostre precise responsabilità di fronte a Dio e agli altri. Non possiamo far correre alla fede il rischio che viene dalla nostra ignoranza e dalla nostra poca competenza,
Constato con vera soddisfazione che per la catechesi la nostra Congregazione ha creato alcune istituzioni di grande valore che si sono affermate non solo fra noi, ma nell'ambiente più vasto della cultura e della pastorale ecclesiastica. Mi riferisco, per fare qualche esemplificazione, all'Istituto di Catechetica del PAS e al Centro Catechistico di Torino, ma so che altre iniziative analoghe, anche se più limitate, sono avviate. Mi congratulo — proprio di cuore — con quelle Ispettorie che hanno al PAS, in questo specifico settore, una buona presenza di studenti, e mi auguro che presto siano presenti anche altre Ispettorie.

Ho visto anche che si stanno moltiplicando da molte parti i corsi di catechetica per i nostri Confratelli — sacerdoti, coadiutori e chierici — come per insegnanti non salesiani, per cooperatori, ect. Plaudo vivamente a queste attività, come desidero felicitarmi con i promotori di varie pubblicazioni di alto livello culturale o di immediato interesse scolastico, che sono state fatte in questi ultimi tempi nel campo catechistico.

Tutto questo mi dice che qualcosa si è mosso, e non sono mancati autorevoli riconoscimenti, che vogliamo considerare come conferma di una buona scelta nel nostro apostolato e come stimolo a fare ancora di più e ancora meglio.

Questo è uno dei settori nei quali Don Bosco ci vuole sempre all'avanguardia. Orbene, constatando concretamente i risultati ottenuti in questi anni, credo si possa affermare con tranquillità che sono stati compensati con larghezza i sacrifici, anzitutto di personale, affrontati per queste iniziative.

Dico questo per incoraggiare chi restasse ancora incerto nella sua decisione, e nello stesso tempo per accennare alle più ampie possibilità, che ci si apriranno, se sapremo unificare e coordinare la nostra collaborazione su piano internazionale.

Doveroso esame di coscienza
L'Anno della Fede è una buona occasione per fare un serio esame di coscienza, come individui e come Congregazione, su quanto dovremmo fare oggi in questo campo, scoprendo coraggiosamente le nostre deficienze e precisando i mezzi per ripararle. Si, facciamo al riguardo una fruttuosa revisione di vita. Ci sono forse di quelli che si esimono con facili pretesti dal dovere di prestarsi per la catechesi nella scuola, negli oratori, nelle associazioni e nelle altre nostre opere! Forse sono confratelli che hanno raggiunto titoli accademici e hanno una buona cultura umanistica e scientifica, ma non sentono la preoccupazione di avere una specifica preparazione alla catechesi. Certe nostre istituzioni (collegi, scuole, oratori, ecc.) incidono assai modestamente nella formazione cristiana dei giovani: non è forse perché la preoccupazione esclusivamente scolastica o la febbre sportiva o una comoda indifferenza sono prevalse sugli intenti catechetici che dovrebbero sempre prevalere? Proprio al Sinodo un degnissimo Presule, tanto a noi vicino, mi faceva di queste penose constatazioni.

Non facciamoci illusioni: con i tanti successi che noi riportiamo nella nostra opera educativa è doloroso constatare anche che non poche volte la fede dei nostri giovani, almeno su piano pratico, svanisce appena essi sono entrati o in altra scuola laica o in un ambiente di lavoro o in un'aula universitaria ovvero nella vita. I nostri avversari ci hanno gettato qualche volta in faccia delle affermazioni brucianti a questo proposito, come quando hanno detto che non li preoccupava molto quella scuola cattolica con le migliaia di alunni, perché in pochi mesi sarebbe stato cosa facile lavare quanto era stato messo solo sulla corteccia del cervello.

Vi prego di comprendere le mie parole! Tutt'altro che provocare scoramento, devono essere un tonificante richiamo a rispondere di fatto alla nostra missione nella Chiesa, missione che è primordialmente ed essenzialmente catechetica. Tale risposta richiede nella nostra azione una impostazione che sia concretamente consona alle esigenze del mondo moderno, anzitutto di quello giovanile, che .è la nostra speciale porzione.

Ricordo, per completare il mio pensiero, che l'azione catechetica, che, come ho già detto, è trasmissione di vita, non può esaurissi nelle sole ore di religione in classe anche se ben fatte.

Per parlare dei giovani, la loro catechesi, che tende a formare il cristiano per oggi e ancor più per domani, si attua anche nelle altre ore di insegnamento, nella liturgia, nella vita sacramentale, nelle associazioni, nelle attività parascolastiche e ricreative, nei contatti personali di direzione spirituale, di orientamento vocazionale. Senza questa armonica e integrativa azione noi rischiamo in molti casi di fare il lavoro del motore che gira a vuoto, ovvero diamo ai nostri giovani solo quella vernice, a cui si riferiscono i laicisti sopra accennati, che presto e facilmente scomparirà.

Coraggiose decisioni e coerenza di vita
È vero, per ottenere questo bisogna studiare, esaminare situazioni con senso coraggiosamente realistico, e trarne le logiche conseguenze, che potranno importare cambiamenti di certe abitudini di lavoro, di impostazione di opere e di un certo modo di condurle, tutte operazioni che possono costare sacrifici di vario genere, e non ultimi, quelli di carattere psicologico. Ma saranno sacrifici salutari.

Non ci vuole molto sforzo per vedere che tutto questo non è altro che il lavoro proprio del «ridimensionamento» da cui tanto si attende la vita e la vitalità della Congregazione: si tratta quindi di quel riesame coraggioso e completo che controlli l'incidenza sui Confratelli e quella veramente apostolica sulle anime, in ogni nostra opera, tale che ne giustifichi l'impiego di personale e di mezzi; si tratta della ricerca dei rimedi o parziali o — quando occorra — anche radicali da prendere per evitare di insistere su attività alle volte anche fisicamente sfibranti, forse anche spiritualmente logoranti, ma apostolicamente sterili o — comunque — con frutti apostolici assai sproporzionati.

Ancora un pensiero per concludere. Il compianto nostro don Quadrio in alcune sue pagine indirizzate a neo Sacerdoti li mette in guardia da un pericolo: la fede «lacerata». Ho parlato sopra di «integrazione» della fede nella nostra vita: è appunto essa che evita gli effetti negativi della fede «lacerata», e questo specialmente nella nostra missione di catechisti, di formatori di cristiani.

Qualifichiamoci quindi, arricchiamo la nostra preparazione teologica catechetica; impegniamoci ad attuare tutto il piano propostoci per la solida formazione cristiana dei nostri giovani e delle anime affidateci. Ma prima ancora è necessario, è essenziale che la nostra fede sia integra, soda, luminosa e irradiante: insomma vissuta. Solo così costruiremo sulle anime di cui dobbiamo rispondere.

Si è detto che la catechesi non è trasmissione di nozioni né di sole idee sublimanti, ma è trasmissione di vita. C'è tanta verità nell'affermazione. Per questo non si trasmette quello che si ha nel cervello, ma quanto si possiede nel profondo della nostra vita. E l'esperienza ce lo conferma. A ciascuno di noi trarne le conseguenze.

IL COME CELEBRARE IL NOSTRO ANNO MARIANO
Se il centenario del martirio di S. Pietro e di S. Paolo è un'occasione quanto mai propizia per rinnovare la nostra fede e per ridarle efficacia nella nostra vita e nel nostro apostolato, il centenario della Basilica di Maria Ausiliatrice, così intimamente legato alle nostre origini, al Santo nostro Fondatore e Padre e al centro della nostra Congregazione, dovrà far rivivere in noi, in tutta la sua luminosa purezza, con la fedeltà alla nostra vocazione salesiana, la devozione alla Madonna Ausiliatrice.

Don Bosco era preso da tenera commozione al ricordo di quello che la Madonna aveva fatto per lui durante le dure vicende della sua vita. E noi, guardando alle vicende non sempre facili, ma sempre feconde di bene della Congregazione in questi cento anni, non possiamo sottrarci ad un identico sentimento di commozione e di riconoscenza per tutto quello che la Madonna ha fatto per noi.

Già don Albera, celebrandosi il Cinquantenario della Basilica, notava che la consacrazione del tempio dell'Ausiliatrice era stata l'inizio di un'epoca nuova nella nostra storia: da allora si moltiplicarono prodigiosamente le vocazioni, sorsero a brevi intervalli nuove opere, scomparvero a poco a poco le difficoltà per l'approvazione della Congregazione, si incominciò a pensare alle missioni e si attuarono le prime spedizioni di missionari. (Lettere Circolari di D. Paolo Albera ai Salesiani, Sul Cinquantenario della Consacrazione del Santuario di M. A. in Valdocco, XXIV).

Don Celia nell'interessante capitolo dedicato a questo avvenimento nel primo volume degli Annali della Società Salesiana afferma: «L'erezione della Chiesa di Maria Ausiliatrice ha nella storia della Società Salesiana una importanza eccezionale» (pag. 87).

Donde proveniva la eccezionalità di questo monumento? Non è difficile rispondere.

La Basilica: cuore di Valdocco
La costruzione della Basilica di Maria Ausiliatrice fu un omaggio reso da Don Bosco alla Madonna per l'amore e la riconoscenza che egli aveva verso di Lei e per il desiderio di renderle onore, creando un nuovo e grandioso centro di culto là dove, con l'aiuto tangibile della Madonna, aveva iniziato e fatto prosperare la sua opera.

Le Memorie Biografiche ci hanno conservato al riguardo una preziosa testimonianza. Una sera del 1862, dopo aver confessato i giovani fin verso le 11 di notte, egli fece al chierico Albert che si trovava con lui, questa confidenza: «Io ho confessato tanto e, per verità, quasi non so che cosa abbia detto o fatto, tanto mi preoccupava un'idea, che distraendomi mi traeva irresistibilmente fuori di me. Io pensavo: la nostra Chiesa è troppo piccola; non contiene tutti i giovani o pure vi stanno addossati l'uno all'altro. Quindi ne fabbricheremo un'altra più bella, più grande, che sia magnifica. Le daremo il titolo: "Chiesa di Maria Ausiliatrice". Io non ho un soldo, non so dove prenderò il danaro, ma ciò non importa. Se Dio la vuole si farà» (MB VII, 333 s.).

Premeva a Don Bosco, commenta don Ceria negli Annali, che «la Chiesa di Maria Ausiliatrice divenisse veramente il cuore dell'Oratorio. Vagheggiava già con la mente svariate forme di attività, che all'ombra della sua cupola avrebbero preso svolgimento fra un mondo di persone: pregustava la gioia che avrebbe provato vedendo tutti riuniti sotto le sue volte fare un sol coro, cantando le lodi del Signore e della Madonna, e dissetare le loro anime alle fonti della grazia; si rappresentava la gara generale per celebrarvi con pompa le festività maggiori, spiegando ivi tutte le magnificenze del culto... Per le sue porte sempre aperte sarebbero passati grandi e piccoli durante il giorno per andare a pregare dinanzi al Tabernacolo di Gesù Sacramentato e al quadro della Beata Vergine... Insomma, eretta che fosse la bella casa di Dio, egli scorgeva nel suo interno pietà, all'esterno festevole ammirazione, in ogni dove serenità di pensieri e giocondità di vita, e sul vertice la Madonna benedicente e dicente: — Io sono quassù per vedere e per ascoltare tutti i miei figli dello Oratorio» (Ceria, Annali I, pag. 88 s.).

La Basilica: Alma Mater della Congregazione
Ma Don Bosco mirò anche più lontano.

La Madonna era stata la ispiratrice e l'aiuto del suo primo apostolato sacerdotale. Ora, col Santuario di Maria Ausiliatrice, egli inseriva profondamente ed in posizione centrale la Madonna nella vita e nella storia della Congregazione stessa. Quel tempio doveva ricordare che la sua istituzione era sorta per l'ispirazione e con l'aiuto della Madonna. I miracoli che si erano moltiplicati per innalzare la Chiesa di Maria Ausiliatrice erano il sigillo posto dalla Madonna sulla Congregazione, a cui egli attendeva con pari alacrità in quegli anni; erano la prova evidente e prodigiosa della sua origine soprannaturale.

I Salesiani, ripercorrendo la storia della loro famiglia, che aveva le sue origini all'ombra del Santuario di Torino, dovevano trovare al principio di tutto la Madonna e dovevano sentire che la devozione alla Vergine era una realtà essenziale nella vita della Congregazione, nelle loro attività di apostolato, nella devozione individuale e in modo speciale nella educazione dei giovani.

Il fatto che il Santuario di Maria Ausiliatrice sorgesse nella Casa Madre, quasi abbracciato dalle sue costruzioni ed animato da tutta la varietà delle sue attività apostoliche, doveva esprimere in termini che potremmo dire monumentali la parte dominante che la Madonna Ausiliatrice aveva avuto e doveva avere nella Congregazione. Era come il «Signum magnum» che stava al principio e al di sopra di tutte le cose salesiane.

Il Card. Cagliero ha testimoniato che nel 1862 D. Bosco gli parlò della sua idea di erigere una chiesa grandiosa e degna della Vergine a Valdocco. «La Madonna, diceva D. Bosco, vuole che la onoriamo sotto il titolo di Maria Ausiliatrice: i tempi corrono così tristi che abbiamo proprio bisogno che la Vergine SS. ci aiuti a conservare e a difendere la fede cristiana».

— E sai tu un altro perché?
«Credo, rispose il Cagliero, che sarà la Chiesa Madre della nostra futura Congregazione ed il centro dal quale emaneranno tutte le altre opere nostre a favore della gioventù». «Hai indovinato, confermò D. Bosco: Maria SS. è la fondatrice e sarà la sostenitrice delle nostre opere» (MB VII, 334).

Centro spirituale ed irradiamento apostolico
Il Santuario doveva essere così custode di tutto il patrimonio spirituale della nostra Famiglia, e i Salesiani, giungendovi o ritornando pellegrini, vi avrebbero attinto, come da una fonte schietta ed inesauribile, lo spirito di don Bosco: quello spirito che, là stesso, la Madonna gli aveva svelato con la larghezza della sua assistenza td aveva trovato la sua immediata espressione nella vita dell'Oratorio di Valdocco.

L'esperienza di cento anni proclama che l'intento propostosi dal nostro Padre è stato raggiunto, e noi assistiamo, si può dire ogni giorno, alla gioia di tanti Confratelli che nella Basilica di Maria Ausiliatrice risentono la presenza continua ed operante della Madonna nella Congregazione e ritrovano nella sua luminosa e penetrante genuinità, la ricchezza spirituale della tradizione salesiana.

Tutta la storia, della quale in parte siamo ancora spettatori, dimostra poi che il Santuario di Torino non fu solo custode delle nostre grandi risorse spirituali, ma fu anche il centro, da cui si irradiò la forza di espansione della Congregazione. È significativo il fatto che dal tempio di Valdocco siano partite ogni anno le spedizioni di missionari che hanno diffuso largamente nel mondo le nostre opere: ad oggi 93 spedizioni.

Il Santuario di Maria Ausiliatrice dunque non è solo una cittadella di preghiera e di prodigi o la meta di numerosi pellegrinaggi, ma è più ancora il punto di irradiamento di una straordinaria impresa apostolica in continuo divenire, come è quella rappresentata dalla nostra Congregazione.

È noto a tutti come l'estendersi delle nostre opere sia avvenuto tante volte ed in forme esplicite nel nome della Madonna e come il planisfero salesiano corrisponda in buona parte al quadro della devozione a Maria Ausiliatrice; sono due cose indissolubilmente unite. pure bello constatare che la moltitudine crescente dei nostri Confratelli sparsi in tutto il mondo trova il suo punto di incontro e di unione, la sua vera casa, un cuore materno nella Basilica di Maria Ausiliatrice.

Non mi pare, illustrando il posto che occupa la Chiesa di Maria Ausiliatrice nella storia della nostra Famiglia, di indulgere ad amplificazioni o di forzare la realtà.

Vivo da tanti anni presso il Santuario: guardando di qui l'ampio orizzonte salesiano del mondo e nello stesso tempo avendo avuto modo di rendermi conto di persona di quanto avviene in parti lontane della Congregazione, ho avuto prove senza fine di questo fatto. L'ho colto nella consuetudine della mia preghiera quotidiana nel Santuario, nella commozione di tanti confratelli da cui ho inteso dire che la loro vera vita salesiana cominciava dopo una visita a Maria Ausiliatrice, nella devozione dei pellegrinaggi provenienti da tutte le parti del mondo, nella nostalgia dei missionari che hanno ricevuto il crocifisso in questo luogo benedetto, nel desiderio di tanti salesiani lontani di venire almeno una volta a Valdocco.

Vengono alla mente (mi si consenta l'accostamento) le parole del Profeta, il quale esprimeva l'anelito del popolo eletto di salire al tempio di Gerusalemme: «Si ergerà il monte del tempio di Jahvé sulla cima dei monti... — ad esso affluiranno tutte le genti — verranno tanti popoli dicendo: — Venite, saliamo al tempio di Giacobbe perché ci ammaestri sulle sue vie; noi camminiamo per i suoi sentieri...» (is Il, 2).

Voi comprendete allora quale sia il significato della nostra celebrazione centenaria e da quale alto punto di vista noi dobbiamo collocarci per intenderne tutti i richiami ed attuarne gli impegni.

Noi ci rivolgiamo con animo filiale alla Vergine Ausiliatrice e Le diciamo la riconoscenza che ci lega a Lei come singoli Salesiani e come Congregazione, ma, nel ricordo della consacrazione del tempio, vogliamo rivivere anche tutta la nostra storia, vogliamo ritrovare la sacra eredità della nostra tradizione spirituale, vogliamo alimentare la nostra fiducia per il presente e per l'avvenire della nostra Famiglia.

Significato ecclesiale del Centenario
Il richiamo del Centenario è tanto più vivo e accentuato in quanto il Concilio ha dato una conferma solenne ed autorevole al titolo che Don Bosco volle onorare nel Santuario mariano da Lui eretto.

Il titolo di «Maria Ausiliatrice» ricorda il carattere sociale della devozione alla Madonna, considerandola non solo in relazione con ogni singolo cristiano, ma in rapporto con la realtà del «popolo di Dio», della Chiesa cioè, che vive, difende e porta a tutti gli uomini il messaggio della salvezza.

Le nostre celebrazioni, alla luce del Concilio, ci fanno intendere quello che non intesero coloro che assistettero cento anni fa alla consacrazione della Chiesa, e che pure Don Bosco aveva intuito e profetizzato.

Per noi, oggi, onorare in modo speciale Maria Ausiliatrice, significa inserirci più profondamente nella vita della Chiesa, vuol dire ritrovare, in questo periodo di generale rinnovamento, la spinta soprannaturale colla quale la Congregazione ha mosso i suoi primi passi e affrontare ancora, sotto il segno dell'Ausiliatrice, la missione di cui la Chiesa ci rinnova il mandato nella nostra età.

Son sicuro che siete entrati pienamente in queste grandi prospettive e vi accingete con filiale fervore, per quanto vi riguarda, a svolgere il programma di iniziative che questo avvenimento ci ha suggerito e di cui si parla dettagliatamente in altra parte degli «Atti».

Nello stesso tempo però, permettetemi di chiarire meglio quale sia il mio pensiero perché l'anno mariano abbia il suo giusto tono e giunga a quei risultati concreti e sicuri che la Madonna desidera da noi; lasciatemi illuminare più a fondo la realtà fondamentale nella quale vorrei che tutta la nostra famiglia alimentasse, in quest'anno centenario, la sua vita spirituale.

Mi preme anzitutto perché il nostro lavoro e impegno non si riduca a manifestazioni esterne, ma sia rivolto col massimo sforzo al rinnovamento interiore dell'autentica devozione mariana, quale il Concilio Ecumenico Vaticano II, nel capo VIII della Costituzione sulla Chiesa, ce la presenta, con le sicure garanzie di verità che competono al supremo Magistero della Chiesa, nella sua applicazione più solenne ed autorevole.

Vediamone insieme le grandi linee.

Gesù e Maria nella storia della salvezza
Per libero e provvidenziale decreto divino, Maria SS. è indissolubilmente unita a Cristo Salvatore lungo tutto l'arco della storia della salvezza umana, dalla promessa del Salvatore nel Paradiso terrestre, in cui è preannunciata insieme col Figlio nella lotta contro satana (Gen 3,15), fino alla conclusione della storia della salvezza, nella venuta finale di Cristo Giudice.

Con piano sapientissimo Dio ha svolto in tutti i libri della Sacra Scrittura un armonioso piano dottrinale in ordine alla nostra salvezza.

In questo piano divino salvifico, Maria SS. pone fine alle profezie messianiche, attuandole con la sua maternità divina, mediante il suo «fiat», che diede «la Vita all'umanità», e venendo associata nella fede e nella obbedienza, «quale Ancella del Signore, alla persona ed all'opera del Figlio suo» (LG 56).

Alla luce della S. Scrittura, il Concilio presenta poi Maria SS. associata strettamente al Figlio divino nei misteri dell'infanzia (n. 57) e soprattutto durante la vita pubblica di Gesù: sia a Cana, con la sua intercessione efficace nel primo miracolo di Gesù che procurò i primi
credenti; sia durante la predicazione di Gesù; sia soprattutto sul Calvario accanto alla Croce del Figlio immolantesi per la salvezza umana. Maria, infatti, insegna il Concilio, «serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla Croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette (Gv 19, 25) soffrendo profondamente consenziente alla immolazione della vittima da lei generata; e finalmente dallo stesso Gesù morente in Croce fu data quale Madre al discepolo con queste parole: « Donna, ecco il tuo figlio (Gv 19, 26)» (n. 57).

L'associazione di Maria all'opera dell'umana salvezza continua anche dopo la resurrezione del Figlio. Maria, infatti, è presente nel Cenacolo, insieme agli Apostoli e ai primi seguaci di Cristo, ed implora con le sue preghiere il dono dello Spirito, che l'aveva già ricoperta nel giorno dell'Annunciazione.

Infine, l'Immacolata Vergine, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale Regina dell'Universo, perché fosse pienamente conformata col Figlio suo, Signore dei dominanti e vincitore del peccato e della morte (n. 59).

Dio non poteva fare esaltazione più grande di una creatura. Egli, che avrebbe potuto fare tutto da solo, ha voluto servirsi del contributo materno di Maria per darci il Salvatore, il quale si è associata la Madre, quale novella Eva, in tutto il corso della sua missione salvifica terrena e celeste, in ordine a tutte le grazie della Redenzione.

Madre ed Ausiliatrice dei Redenti
Maria con la sua maternità divina, dandoci Gesù, ci ha dato la vita soprannaturale e quindi ha svolto nei nostri riguardi una maternità spirituale, che eccelle sulla maternità semplicemente naturale, quanto la vita di grazia eccelle sulla vita della natura. Ella ha pure esercitato influsso materno sulla Chiesa, poiché è Madre di Gesù, Capo e fondatore della Chiesa, è la prima credente e quindi la personificazione della Chiesa, società dei credenti.

Tuttavia, ancorché la missione terrena di Maria sia così importante per l'umana salvezza e per la Chiesa, Maria SS. non si deve considerare solo una persona storica del passato. Come Gesù, Ella, dalla sua sede gloriosa, continua la sua universale opera salvifica, in ordine a «tutte le grazie della salvezza».

Infatti, la Lumen Gentium ancora afferma: «Questa maternità di Maria nella economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato nell'Annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti, assunta in cielo non ha deposto questa funzione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua ad ottenerci le grazie della salute eterna. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo, ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli ed affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata. Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice» (n. 62).

È dunque lo stesso Concilio a presentarci Maria SS. come Ausiliatrice di tutti i Redenti, ai quali con «la sua materna intercessione ottiene le grazie della salvezza eterna». Niente quindi è più tempestivo della dottrina mariana conciliare per inculcarci le salde convizioni, che ci devono guidare, in questo Anno della Fede, ad una fruttuosa commemorazione del nostro Centenario Mariano.

Se Gesù Cristo non ha voluto far a meno di Maria SS., potrà il saoerdote, il religioso, l'educatore, l'apostolo prescindere nella sua vita e nel suo apostolato daI materno aiuto di Colei, che Dio volle associata alla stessa Redenzione ed alla sua continuazione in ogni forma di lavoro apostolico?
Come tutta la Chiesa, anche ogni salesiano ed educatore deve, secondo l'esortazione del Concilio, guardare alla Vergine, che generò Cristo, concepito appunto dallo Spirito Santo e nato da Lei per nascere e crescere anche nel cuore dei fedeli per mezzo della Chiesa. La Vergine, infatti, nella sua vita fu modello di quell'amore materno, del quale devono essere animati tutti quelli che, nella missione apostolica della Chiesa, cooperano alla rigenerazione degli uomini (n. 65).

Devozione mariana autentica
Alla luce di queste basilari verità, attinte dalla stessa rivelazione divina, il Concilio fissa poi le norme sicure della nostra devozione mariana e presenta i criteri da seguire nel nostro apostolato mariano a vantaggio dei fedeli, e noi possiamo anche dire dei giovani.

Anziché allontanare dalla devozione mariana, come è stato falsamente insinuato da certa stampa e come vorrebbero alcuni, ma senza fondamento, il Concilio sancisce solennemente la legittimità e la bontà del culto mariano: su esso infatti si dice che Maria, «perché Madre SS. di Dio, viene giustamente onorata dalla Chiesa con culto speciale» (n. 66).

Con molta concretezza poi il Concilio presenta gli elementi e le manifestazioni essenziali del culto mariano, che lo devono esprimere anche oggi: venerazione, amore, preghiera e imitazione.

Non mi indugio ad illustrare particolarmente queste caratteristiche, ma è facile rendersi conto che tale devozione nella sua genuinità «non consiste in uno sterile e passeggero sentimentalismo, né in una certa quale vana credulità, ma bensì procede dalla fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere la preminenza della Madre di Dio, e siamo spinti al filiale amore verso la Madre nostra ed alla imitazione delle sue virtù» (n. 67).

Per inculcare e formare alla vera devozione mariana, sacerdoti, apostoli, educatori sono esortati «caldamente» dal Concilio allo studio della Sacra Scrittura, dei Santi Padri e Dottori e delle liturgie della Chiesa, condotto sotto la guida del Magistero. «Illustrino rettamente — prosegue il Concilio — gli uffici e i privilegi della beata Vergine, i quali sempre hanno per fine Cristo, origine di tutta la verità, la santità e la devozione». E il Concilio conclude inculcando che, «sia nelle parole che nei fatti, evitino diligentemente ogni cosa che possa indurre in errore i fratelli separati o qualunque altra persona, circa la vera dottrina della Chiesa» (n. 67).

Queste chiare parole ci invitano ad una devozione mariana solida, seria, aliena da ogni forma di vano sentimentalismo o di esagerazione: la Madonna, «serva del Signore», deve essere tramite che, porta a Cristo.

È questa certamente la linea che proporrebbe il nostro Padre, il quale, se fu un appassionato ed instancabile propagatore della devozione mariana, fu pure devoto e docile figlio della Chiesa.

Mi sono limitato a questi indirizzi fondamentali del Concilio, che penso, saranno sufficienti per convincerci che la linea segnata da esso non è quella della dimenticanza della Madonna, della abolizione indiscriminata delle sue statue ed immagini, del suo Rosario e di altre venerande pratiche devozionali mariane, garantite dalla tradizione cristiana e approvate dalla Chiesa.

La linea del Concilio (non quella delle «vertigini», per usare l'immagine di Paolo VI), linea che tutti dobbiamo percorrere, è quella della «fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere la preminenza della Madre di Dio e siamo spinti al filiale amore verso la Madre nostra e all'imitazione delle sue virtù» (n. 67); è la via in cui si hanno «in grande stima le pratiche e gli esercizi di pietà verso di Lei, raccomandati lungo i secoli dal Magistero della Chiesa» (ib.); è la via in cui ci si deve astenere «con ogni cura da qualunque falsa esagerazione, come pure dalla grettezza di mente, nel considerare la singolare dignità della Madre di Dio» (ib.).

«La Madre di Gesù, secondo l'affermazione del Concilio, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell'anima, è immagine ed inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura, così sulla terra brilla ormai dinanzi al pellegrinante Popolo di Dio, quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore» (n. 68).

Impegni dottrinali per l'Anno mariano
Da quanto il Concilio ci ha detto è facile definire i nostri impegni per l'anno mariano che siamo chiamati a vivere.

Essi si concretizzano su tre piani strettamente collegati.

Anzitutto, sul piano dottrinale, esso importa una intensificata attività di studio, di predicazione e di istruzione per rendere accessibile e familiare a noi e agli altri la dottrina mariana conciliare, insieme a quanto si riferisce alla storia mariana della nostra Congregazione, al pensiero e agli esempi del nostro santo Fondatore.

A tale intento vuole soprattutto rispondere il concorso mariano che viene proposto a tutta la nostra gioventù, ai vari livelli di cultura, e che deve realizzarsi in ogni Casa, in ogni Ispettoria ed in ogni Nazione. Il nostro concorso deve essere guardato non come esibizione esterna o solo come un'avvincente gara a premio, ma come uno strumento, particolarmente adatto alla psicologia giovanile, per fare assimilare uno degli elementi più importanti della nostra azione educativa cristiana.

Vorrei che, quando all'Immacolata del '68 verranno a Torino per la solenne premiazione i vincitori nazionali del concorso, essi fossero veramente l'espressione dell'interesse straordinario messo in tutta la Congregazione per bene illuminare la devozione alla Madonna. Sarà il più bel frutto del Centenario per noi e per la nostra gioventù.

È evidente che l'invito che noi porgiamo ai giovani suppone prima l'interessamento e lo studio da parte dei Confratelli: essi, attraverso la loro preparazione dottrinale e spirituale, debbono suscitare l'entusiasmo dei giovani e debbono essere in grado di comunicare con chiarezza e con efficacia gli insegnamenti che daranno loro la esatta e feconda cognizione della devozione mariana.

Se oggi si rileva una certa critica nei riguardi del culto mariano, ciò è dovuto al fatto che esso è stato spesso poco illuminato da una sicura e solida dottrina. La superficialità e il falso sentimento hanno creato una falsa devozione.

Impegni di devozione
Sul piano devozionale noi abbiamo tutta la ricchissima eredità della tradizione ecclesiastica e salesiana, che ci apre le risorse del culto propriamente liturgico, culminante nel divino sacrificio, e di quelli che sono chiamati «pii esercizi».

Noi sappiamo che il Concilio ha rinnovato tante forme ed espressioni della pietà cristiana e intendiamo aderirvi con assoluta fedeltà anche per quanto riguarda il culto mariano: per questa via, noi vogliamo realizzare il rinnovamento della nostra vita religiosa in uno dei suoi elementi più caratteristici.

Ci possono essere state nel passato delle pratiche che si sono ridotte a celebrazioni esteriori senz'anima e senza efficacia nella vita cristiana: noi non intendiamo rimpiangere il passato in tali casi, e ben venga il soffio rianimatore del Concilio a farci ritrovare una espressione genuina della nostra fede, Per questo vi esorto ad assecondare con coraggio le iniziative promosse dalla Chiesa.

Non vorrei però che la legittima esigenza di rinnovamento facesse assumere un atteggiamento di indifferenza o peggio ancora di disprezzo verso le pratiche mariane che sono un complemento necessario dei grandi atti liturgici ed un alimento al nostro, fervore. Il Concilio stesso afferma: «Si abbiano in grande stima le pratiche e gli esercizi di pietà verso di Lei (la Madonna), raccomandati lungo i secoli dal Magistero della Chiesa» (LG 67).

Io non voglio fare una elencazione di questi atti a voi ben noti, ma desidero solo dire a tutti: non siamo troppo facili a sbarazzarci di quel patrimonio tradizionale che ha dato alla nostra vita religiosa, al nostro apostolato, alla nostra azione educativa un carattere spiccatamente mariano, teniamo anche sempre presente che attraverso il fervore della nostra devozione mariana si conserva lo spirito autentico della nostra Congregazione e la sua capacità di conquista missionaria.

Mi sembra infine opportuno ricordarvi che la nostra rinnovata devozione mariana ci porterà ad attuare in noi quanto dice il prezioso documento del Capitolo Generale XIX sulla nostra vita religiosa e la Madonna. «Nella sua vita personale, il Salesiano sia fedele nel dare alla Vergine Maria tutto il posto che le compete per una feconda espansione soprannaturale dei suoi affetti e per l'irraggiamento della sua purezza» (ACG XIX, pag. 85).

Il Salesiano avrà pure modo di confidare la sua fedeltà agli impegni del suo stato, «ogni mattina, a Colei che la Chiesa chiama Vergine fedele, modello e sostegno. Essa fu la religiosa di Dio per eccellenza, povera, casta ed obbediente per esercitare appieno la sua funzione di Madre. Essa pertanto è la nostra Ausiliatrice, la benignissima Vergine Maria, educatrice materna delle virtù religiose» (ib. pag. 90).

Il Rosario: una pratica che deve fiorire
Ma una pratica mariana vorrei raccomandarvi in modo specialissimo col cuore stesso di don Bosco: il santo Rosario.

Nulla ci autorizza a lasciarla cadere, né il magistero della Chiesa (basta ricordare le numerose esortazioni anche recenti di Paolo VI per questa pratica), né le nostre Costituzioni e l'insegnamento di don Bosco, né l'esempio di quelle grandi anime che in questo nostro
tempo hanno tracciato più luminosamente il nuovo cammino della fede: ricordiamo per tutti Papa Giovanni XXIII.

Vi esorto cordialmente a mantenere sempre viva la recita del santo Rosario, che quest'anno in modo particolare deve raccogliere in coro tutte le voci delle nostre Case, dei Confratelli, dei giovani, dei fedeli delle nostre parrocchie, per onorare la Madonna. Quando si pensa alle aspirazioni spirituali che tanti Salesiani hanno confidato al Rosario e agli effetti meravigliosi di questa preghiera per il successo delle nostre opere, si prova una grande pena ed un grave smarrimento nel timore che essa possa essere trascurata.

In quest'anno centenario poi vorrei che il Rosario, recitato quotidianamente in comunità o da soli, avesse due particolari intenzioni: ringraziare la Madonna per quanto Essa ha fatto in favore della nostra Famiglia durante questi cento anni ed ottenere con tale recita un rinnovamento di fervore mariano nei Confratelli e nelle anime per cui lavoriamo.

Il nostro Fondatore e Padre, dedicando alla Madonna del Rosario la prima umile cappella dei Becchi nella casa del fratello Giuseppe, intendeva esprimere la sua riconoscenza alla Vergine per aver guidato la sua giovinezza fino al sacerdozio; la recita del Rosario in quest'anno rinnoverà la espressione della riconoscenza alla Madonna di tutta la Congregazione e ci darà sicurezza e conforto nella grande opera di rinnovamento che abbiamo intrapreso dopo il Concilio.

Impegno apostolico
Anche sul piano apostolico il centenario mariano apre a noi delle ampie e concrete prospettive. La diffusione della devozione mariana, e più precisamente della devozione alla Madonna sotto il titolo di Maria Ausiliatrice, deve essere un impegno più accentuato durante le nostre celebrazioni.

Don Bosco ha goduto di una straordinaria predilezione e protezione da parte della Madonna, ma egli si è meritato questo privilegio facendosi l'apostolo della devozione mariana.

I primi Salesiani hanno seguito questo esempio ed hanno raccolto l'eredità del nostro Padre allargando in tutto il mondo un vero apostolato mariano, come documentano le relazioni mandate in questi ultimi mesi da molte Ispettorie a Torino.

Dal Santuario di Valdocco, la gloria dell'Ausiliatrice si è davvero diffusa in tutto il mondo, come la Vergine stessa aveva predetto a Don Bosco.

In questa gloriosa scia dobbiamo procedere a ritmo più intenso durante il Centenario, ricordando le parole di D. Bosco, che suonano consolante promessa tante volte realizzata: «Propagate la devozione a Gesù Sacramentato e a Maria Ausiliatrice e vedrete che cosa sono i miracoli». Anche il miracolo morale della cristianizzazione e santificazione della gioventù nel nostro tempo sarà possibile con le energie soprannaturali efficacissime, attinte alle fonti della SS. Eucaristia e della devozione mariana.

Per dare un programma ancora più preciso al nostro apostolato durante il Centenario, dopo aver molto pregato, vengo a proporvi tre iniziative che debbono costituire un omaggio ufficiale e duraturo della Congregazione alla Vergine. Esse assumono una particolare importanza nell'ora presente nel quadro generale del nostro rinnovamento; ed io, mentre le offro come dono alla Madonna, chiedo la sua benedizione e il suo aiuto perché possano avere un sicuro e felice successo.

a) Spedizione missionaria
In primo luogo io desidero attuare il voto espresso dal Capitolo Generale XIX che cito testualmente: «Si favorisca il desiderio di coloro che chiedono di andare in missione, in quanto ciò è possibile ed essi ne hanno le doti. Lo stesso si dica per coloro che desiderassero prestare la loro opera per almeno cinque anni, purché siano considerati idonei» (ACG XIX, 180).

Ho quindi stabilito, d'accordo con i Superiori del Consiglio, di organizzare entro il 1968 la prima spedizione missionaria di Sacerdoti i quali si mettono a disposizione della Congregazione per un ministero di cinque anni in alcune nostre più bisognose regioni dell'America Latina. Per questo faccio appello a quanti di voi sentono in cuore di offrirsi per non oltre cinque anni ad esercitare le varie forme di ministero (non si tratta di andare a fare scuola) in quelle zone dell'America Latina salesiana dove urge maggiormente l'opera di sacerdoti.

L'iniziativa trova la sua ragione nella situazione precaria in cui si trova il cattolicesimo nell'America del Sud per la grave insufficienza di clero, nell'appello accorato rivoltoci tante volte dal Papa e al quale noi abbiamo promesso di rispondere, nell'esempio che ci viene da altre istituzioni religiose e laiche che ci hanno preceduto in questa ripresa missionaria.

Mi consta che uno degli ordini religiosi più grandi della Chiesa si appresta a portare il numero dei propri missionari dal 17% al 33% del numero globale dei suoi religiosi. Il fatto è quanto mai indicativo. Per conto mio, da quanto ho potuto vedere in questi anni, ho tratto la convinzione che è profondamente vera la affermazione di un illustre religioso: «Le Congregazioni fioriscono nella misura che le anima un autentico spirito missionario».

Mi conferma in questa convinzione il constatare la disponibilità e la generosità dei giovani del nostro tempo al sacrificio. Essi aborriscono dalla «routine» che imborghesisce la vita cristiana appiattendola, e ancor più quella religiosa che è donazione, e finisce con lo spegnere l'ideale. I giovani spesso ci spingono sulla via del generoso, sacrificato e autentico servizio missionario.

Vi è noto come trenta giovani — studenti, operai, impiegati, professionisti — nell'intento di attuare la Populorum Progressio sono andati a loro spese dall'Italia in Brasile per quattro mesi, per recare un aiuto concreto alla nostra missione di Poxoreu in Brasile. È un messaggio di ardimento e di gioioso sacrificio che siamo lieti non solo di applaudire, ma di accogliere: esso ci viene da coloro che abbiamo educato apostolicamente.

Proprio dalle varie missioni del Brasile, e posso dire non meno da tanti altri paesi dell'America Latina, mi pervengono voci sempre più accorate e imploranti. Si ripetono frasi come queste: «Siamo sempre di meno, invecchiati, ammalati, stanchi e spesso sfiduciati. Chi cade non è sempre sostituito. Intanto la popolazione è cresciuta, gli operai evangelici sono diminuiti e continuano a diminuire, le distanze dividono e sperdono le nostre forze. Al contrario si fanno sempre più numerosi, agguerriti ed attrezzati i missionari di altre credenze. Ci aiuti la Congregazione prima di un crollo. Non chiediamo, pane per saziare la fame: chiediamo pane per sopravvivere». Come si può rimanere insensibili dinanzi a tali implorazioni rispondenti a verità, come ci confermano non solo gli Ispettori e i nostri Vescovi, ma anche i Superiori Regionali man mano che vengono a contatto con la penosa realtà?
Prevengo l'obiezione di qualcuno: «Ma anche nella nostra Ispettoria abbiamo scarsezza di personale, le vocazioni non son poi così numerose». Chi ragionasse così, penso che cambierebbe senz'altro parere se avesse modo di rendersi conto personalmente della situazione in cui vivono, soffrono e cadono i nostri Confratelli in quelle regioni. Non c'è paragone, per esempio, fra la realtà dell'Europa e quella di certe Ispettorie dell'America Latina. Se nel Vecchio Continente le braccia scarseggiano, in alcune di quelle regioni mancano ormai del tutto, D'altra parte, se si riducono in qualche Ispettoria delle attività che assorbono personale senza proporzionato rendimento apostolico, non ne viene grave danno, tanto più se nell'economia dell'insieme si sanno dosare e integrare saggiamente personale ed opere con laici preparati, capaci, desiderosi di collaborare apostolicamente. Ma rifiutare aiuto a quei confratelli vorrebbe dire la perdita forse irreparabile di migliaia e migliaia di anime di cui la Congregazione è responsabile dinanzi alla Chiesa, lasciando inascoltate le implorazioni dei fratelli, delle anime, del Papa.

Carissimi Confratelli e Figliuoli, dobbiamo aprire gli occhi alla .realtà e guardare oltre i ristretti confini della nostra Casa, della nostra Ispettoria, tirandone le conseguenze: è carità, anzi mi pare di poterlo affermare, è giustizia. La Congregazione, lo dicevo altra volta, non è fatta di compartimenti-stagni.

Da questa comprensione, da questa fattiva apertura e sensibilità i Confratelli delle varie Ispettorie riceveranno nuovo impulso di generosità, di rinnovata fiducia, di costruttivo ottimismo: la Congregazione proverà in tutta la sua ricchezza la verità della parola di Cristo: «Date e vi sarà dato».

Io sento che Don Bosco, dopo di aver intuito nel secolo scorso l'importanza dell'evangelizzazione nell'America Latina, chiederebbe alla Congregazione di assumersi ancora questa responsabilità che ci è. imposta anche dalla nostra posizione in quelle repubbliche.

Mi rendo conto che si tratta di una cosa nuova, che richiede sacrifici ed anche decisione, ma io la metto sotto la protezione di Maria Ausiliatrice e sono sicuro che Essa benedirà l'iniziativa compensando gli eventuali sacrifici che le Ispettorie dovranno fare sul momento..

A questo riguardo mi piace qui ricordare a tutti, Superiori e semplici Confratelli, quello che mi diceva un grande Arcivescovo: «Ogni volta che un mio chierico anche alla vigilia del Sacerdozio mi chiede seriamente di andare in missione non rifiuto mai il permesso: il Signore mi ha compensato col fervore dei seminaristi e sempre con altre ottime vocazioni. Dobbiamo agire mossi da viva fede e da grande carità».

Per scendere immediatamente sul piano della realizzazione io invito i Confratelli che vogliono accogliere il mio appello a rivolgere la loro domanda a me personalmente. Sarà per me motivo di grande gioia ricevere tali offerte. Giova tenere presente che l'invito è rivolto a Sacerdoti entro i 40 anni, per 5 anni.

Forse non si potranno accogliere subito tutte le domande, per la complessità degli interessi che si debbono contemperare, ma l'essersi messo a disposizione della grande causa sarà già un merito di cui la Madonna terrà conto.

Con l'invito desidero dire subito anche una parola paternamente chiara. I Confratelli prescelti saranno debitamente preparati alla missione, cui saranno destinati, ma ognuno di loro deve fin d'ora sapere che andrà incontro a sacrifici, che non si tratta di un'evasione per risolvere particolari situazioni di insofferenza, di scontento, di instabilità e simili, ovvero per conoscere paesi e popoli nuovi. Si va in America per dare la propria collaborazione al ministero dei Confratelli, convinti che tutto questo importerà sacrifici e rinunzie non solo di indole fisica o materiale, ma forse ancor più di indole psicologica: è il prezzo con cui si acquistano le anime. Don Bosco lo diceva già ai missionari che andavano appunto in America.

b) Centro Giovanile
La seconda opera che vorrei vedere attuata in occasione del Centenario è quella di un Centro Giovanile per ogni Ispettoria, che risponda pienamente alle idee del Capitolo Generale. Anche in questo caso si tratta di un'opera la cui realizzazione è stata fervidamente auspicata e richiesta, quando ha deliberato il rilancio dell'Oratorio come Centro Giovanile capace di rispondere alle esigenze della gioventù di oggi ed alle attese che giustamente la Chiesa appunta sulla nostra Congregazione (ACG XIX, pag. 134-135, pag. 103, pag. 137).

Tutti siamo persuasi della sua utilità, anzi della sua necessità ed urgenza per adattare il nostro apostolato giovanile alle esigenze del nostro tempo: bisogna spezzare il cerchio delle difficoltà che, naturalmente, si presentano per questa impresa, e passare all'attuazione.

Quando 1'8 dicembre 1841 Don Bosco incominciò la sua opera, poteva avere perplessità molto più gravi delle nostre, come le ebbe in seguito per altre iniziative. Recitò l'Ave Maria con Bartolomeo Ga relli e sentì l'impulso a incominciare, con l'aiuto della Madonna. Non vorremmo noi fare un atto di fede ed edificare al Signore un'opera che può segnare una svolta nel nostro apostolato tra i giovani?
È in corso lo studio per il ridimensionamento, ed il Centro Giovanile deve avere la sua precisa e giusta posizione tra le altre opere.

Non si chiede per questo un'opera nuova, ma la trasformazione o sostituzione o l'opportuno adattamento di un'opera già esistente alle nuove esigenze dei giovani. So che in varie Ispettorie il Centro Giovanile è già una bella e viva realtà, in altre è in fase avanzata di realizzazione. Avanti, dunque, con coraggio, con fiducia e con aderenza alle esigenze apostoliche di oggi.

e) Casa di Esercizi Spirituali
Un ultimo invito lo rivolgo per la Casa degli Esercizi Spirituali. LI Capitolo Generale XIX ha deliberato: «Ogni Ispettoria abbia possibilmente una casa di Esercizi Spirituali per i Confratelli e per tutte le categorie di persone che sono affidate alle nostre cure (alunni, cooperatori, exallievi) e per tutti gli altri giovani» (ACG XIX, pag. 169). Il voto del Capitolo Generale è largamente convalidato, nella sua opportunità e nella sua urgenza, dalla esperienza fatta in questi ultimissimi anni. Dove i Confratelli e i giovani possono essere spiritualmente curati per ritiri, convegni, incontri, ecc., in Case appositamente attrezzate per questo, si è constatato un grandissimo profitto per la qualificazione spirituale e apostolica.

Vorrei ricordare che l'attività dei ritiri, sia grandi che piccoli, non solo per i Confratelli, ma per i fedeli in genere, è voluta nelle nostre Costituzioni (C. I, art. 8) e che non sarà possibile attuarla, nella nostra evoluta società moderna, senza le necessarie attrezzature e disponibilità di ambiente. Anche questa opera deve essere tenuta in giusta considerazione nella programmazione del ridimensionamento. Avviamola nel nome della Madonna, Essa ne garantirà il buon esito.

Carissimi Confratelli e Figliuoli,
come vedete, le tre iniziative che vi ho proposto, eminentemente spirituali e salesianamente apostoliche, vogliono andare oltre il Centenario della Basilica. Saranno i doni che, durando nel tempo, attesteranno perennemente la nostra fedeltà a Don Bosco nella devozione a Maria, intessuta, come Don Bosco voleva, di opere più che di parole, e in pari tempo arricchiranno la Congregazione nel suo spirito e nella sua missione apostolica.

La Vergine Ausiliatrice, amo ripeterlo, gradirà il nostro filiale omaggio mantenendoci la sua materna protezione nel domani come ha fatto per il passato.

Avviandomi a concludere, voglio ricordarvi due iniziative la cui realizzazione sarà curata direttamente dal Consiglio Superiore. Sono due iniziative che, mentre rispondono ad un comune desiderio, assurgono quasi a valore di simbolo: per questo concludo con esse.

Si tratta del restauro della facciata della Basilica di Maria Ausiliatrice e della Mostra Salesiana permanente nella cripta della Basilica.

Per la facciata non si tratta di grandi trasformazioni, ma di utili ritocchi: si elimineranno alcuni elementi decorativi che furono aggiunti al progetto originale senza riguardo alla purezza dello stile, e si ripareranno quelle parti che hanno subìto il deterioramento del tempo e delle intemperie. Una facciata rimessa a nuovo, in chiare linee architettoniche e in solidi elementi costruttivi.

Mi piace vedere in questo rinnovamento quasi il simbolo della nostra devozione a Maria Ausiliatrice in questo centenario, rifatta nella chiarezza e solidità di quei principi e di quelle forme che la Chiesa ci propone e che Don Bosco ha portato nella spiritualità salesiana.

Col rifacimento della facciata i pellegrini che giungeranno a Torino troveranno una novità: una moderna mostra salesiana nella cripta della Basilica.

Vogliamo dare come un'immagine visiva della nostra Congregazione, vogliamo mostrare come, sotto la guida della Madonna, si è svolta la prodigiosa missione di don Bosco, quali sono oggi le strutture e l'organizzazione della nostra triplice Famiglia, quali attività apostoliche svolge nella Chiesa per rispondere alle esigenze del mondo moderno, quale lo spirito che la anima e le sorgenti stesse di questo spirito.

Sarà una sintesi di tutta la grande e provvidenziale vicenda salesiana dominata dalla costante presenza della Madonna, là dove essa è incominciata e là donde continua a trarre il suo impulso animatore per il suo servizio nella Chiesa.

Cari Confratelli, tutti i giorni, quando mi trovo a Torino, mi inginocchio a pregare davanti a Maria Ausiliatrice, cercando non solo di rendere presenti nelle mie intenzioni le necessità della nostra famiglia, ma volendo in qualche modo rappresentare presso la Vergine, con la mia persona, tutti quelli che sono lontani.

La mia attenzione da qualche tempo è attirata da una circostanza speciale che orienta la mia preghiera. Davanti al quadro taumaturgo di Maria Ausiliatrice, in presbitero, si innalza ed arde il grande cero dell'Anno della fede. Questa scena che si offre al mio sguardo mi fa pensare che quest'anno tutti i Confratelli, i nostri giovani ed i nostri fedeli, vivono spiritualmente presenti nel Santuario dell'Ausiliatrice ravvivando la fiaccola della Fede in unione con tutta la Chiesa. La nostra Congregazione, ne ho la certezza, uscirà rinnovata da quello che vorrei quasi chiamare «anno santo salesiano» per assolvere il compito che le spetta tra gli uomini del nostro tempo. Durante la mia partecipazione al Sinodo Romano ho inteso più grave e più urgente questo dovere, ma ho compreso anche più chiaramente la grandezza della missione che Don Bosco ha aperto alla nostra Congregazione. La Vergine Ausiliatrice ci guidi ad adempierla con umile e coraggiosa fedeltà. Vogliate gradire il mio affettuoso saluto. Confido nel vostro fraterno e filiale ricordo in Domino.

Don Luigi Ricceri
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NOTIZIE DI FAMIGLIA:
SOLIDARIETÀ FRATERNA E SLANCIO MISSIONARIO
Convegni Continentali degli ispettori. - I nostri fratelli del Vietnam. - Il terremoto di Sicilia. - Carità più attenta, più attiva; più generosa. - La spedizione missionaria del Centenario. - Risposte all'appello missionario del Rettor Maggiore. - La riconoscenza dell'America Latina.

Lettera pubblicata in ACS n. 251
Torino, 1 febbraio 1968
Carissimi Confratelli e Figliuoli.

Scrivo queste righe mentre mi accingo a prendere il volo per l'India, dove — precisamente a Bangalore — si svolgerà il primo dei tre Convegni Continentali dei nostri Ispettori.

Si conclude così in questi giorni il periodo di circa tre mesi in cui i Superiori del Consiglio al completo, oltre ad avere preso tanti provvedimenti di ordinaria amministrazione, hanno pure studiato un numero notevole di problemi di interesse generale per la Congregazione, alcuni dei quali avranno la loro soluzione a breve scadenza ed altri in un prossimo futuro.

Si sono preparati ed elaborati i programmi per i Convegni Continentali degli Ispettori nel '68; si sono programmati i corsi pei Maestri dei Novizi, i Convegni interispettoriali sulle vocazioni e sugli aspirantati in Asia e in America, e i Convegni per Economi; si sono fissati i principi fondamentali per lo studio preparatorio della riforma del nostro Ateneo in conformità alle disposizioni che saranno emanate prossimamente dalla Congregazione per l'Educazione Cristiana; si è fatto il punto sul piano quinquennale di qualificazione.

Esaurita questa fase, i Superiori Regionali riprenderanno l'attività nelle Ispettorie di loro pertinenza per ritrovarsi a Torino dopo i Convegni degli Ispettori e per partecipare alle celebrazioni solenni del Centenario nella festa di Maria Ausiliatrice.

Convegni Continentali degli Ispettori
A Bangalore ci troveremo insieme alcuni Superiori del Consiglio e i responsabili del governo delle Ispettorie di tutto l'Oriente, per trattare i problemi della Congregazione in quel continente alla luce del Capitolo Generale e del Concilio.

Guardando solo per un momento la carta geografica dell'Oriente e seguendo gli avvenimenti di quei Paesi che sono spesso al centro dell'interesse mondiale, vi potete rendere subito conto dell'attualità, dell'importanza e della complessità del compito che ci attende.

Non pretendiamo di trovare senz'altro in questo incontro la soluzione di tutte le difficoltà che urgono in quelle nazioni, ma abbiamo fiducia che il confronto di tante esperienze, il rivedere nella luce del postconcilio e del postcapitolo tante situazioni, sia di vita religiosa che di apostolato salesiano, servirà a spianare la strada, a indicare mete e metodi per avviare almeno la soluzione dei tanti problemi.

Attueremo così quello che, in sintesi, è il compito di questi incontri: a tre anni dal Capitolo Generale fare il punto su quanto di esso si è attuato, per completarne e perfezionarne la realizzazione in vista del non lontano Capitolo Speciale.

E ridimensionamento, di cui tanto si va parlando, che è essenzialmente un'operazione di vita per la Congregazione e impegna tutti i membri, riceverà da questi incontri luce e vigore.

Per tutti questi grandi Convegni Continentali (Bangalore per l'Oriente: 20-26 febbraio; Como per l'Europa ed altri Paesi: 16-23 aprile; Caracas per l'America Latina: 5-12 maggio), conto sulla vostra attiva collaborazione di preghiera. È superfluo dire quanto bisogno ci sia di luce, di quella luce che viene dall'alto, per vedere chiaro, per capire bene i segni dei tempi con le particolari esigenze locali, per trovare la via giusta che risolva realmente e nel modo più opportuno e fecondo i problemi.

L'apertura delle feste centenarie della Basilica sarà una felice occasione per trovarci, cor unum et anima una, in preghiera accanto all'altare.

Il 23 aprile, infatti, con gli Ispettori di Europa, degli Stati Uniti, dell'Australia e del Congo concelebreremo nella Basilica di Maria Ausiliatrice. Sarà una felice conclusione delle giornate di Como, e insieme l'inizio delle Celebrazioni Centenarie.

Per quel giorno ci troveremo tutti come ad un appuntamento spirituale attorno all'altare di Maria Ausiliatrice cui tanto deve per il passato e dalla quale tanto spera la nostra Congregazione per il suo domani.

I nostri fratelli del Vietnam
Mentre mi accingo alla partenza per l'India, non posso nascondervi l'ansia da cui sono preso per i nostri fratelli del Vietnam. Speravo di incontrarmi col nostro Delegato in quel Paese, ma nell'attuale situazione lo credo impossibile. Come sapete, in quella tribolata nazione, noi abbiamo varie opere sociali assai apprezzate, un buon numero di Confratelli, novizi, aspiranti. Da quando la guerra ha preso ad infuriare con maggior violenza, non siamo riusciti a metterci in contatto diretto con essi. Speriamo che, pur fra gli orrori di questi giorni spietati, siano tutti risparmiati. Raccomando alle vostre preghiere quei nostri fratelli insieme con tutto il popolo vietnamita sul quale pesa una sì crudele prova.

II terremoto di Sicilia
E, parlando di prove, lasciate che vi dica anche una parola sul terremoto di Sicilia.

Nelle nostre opere esistenti in quella zona non vi sono state Vittime, ma danni e prove non sono mancati. Tuttavia i nostri Confratelli, coadiuvati da Cooperatori, Exallievi ed altri volenterosi, si sono prodigati generosamente fin dai primi giorni per soccorrere in ogni modo quelle infelici popolazioni. È stata una autentica gara di dedizione nella quale tutti si sono prodigati, dai Chierici dello Studentato. Teologico di Messina, che sono stati inviati dall'Ispettore per assistere i ragazzi, ai Sacerdoti che hanno organizzato tendopoli ed hanno prestato ogni sorta di aiuto morale e materiale ai sinistrati.

In varie nostre Case sono alloggiati e assistiti gruppi familiari; molti ragazzi sono stati pure accolti in nostri Istituti, e non solo in Sicilia. Desidero da queste pagine ringraziare tante opere, Confratelli, Cooperatori, Exallievi, i quali, oltreché dall'Italia, da tante nazioni di Europa, di America e anche dall'Asia, hanno fatto pervenire aiuti in denaro e in natura (i chierici di uno studentato hanno donato tanto sangue!) o hanno voluto esprimere la loro cordiale partecipazione al lutto per la catastrofe che si era abbattuta su quelle umili popolazioni.

È sempre motivo di conforto e di fiducia il constatare questo senso di solidarietà che scatta, per così dire, generoso e spontaneo, in occasione di grandi sventure: in sostanza è la carità cristiana che ci fa «piangere con chi piange».

Il Signore, che non dimentica chi dà in suo nome un bicchiere di acqua al povero assetato, sia Lui a dire il suo miglior grazie a tutti quanti, in qualsiasi modo, hanno partecipato alla gara di carità per i terremotati.

Carità più attenta, più attiva, più generosa
Permettetemi ancora un'osservazione a proposito di queste sventure.

Ormai, attraverso i vari strumenti di comunicazione sociale, non solo veniamo immediatamente a conoscenza delle notizie del mondo, ma si può dire che veniamo a contatto con tanti nostri fratelli colpiti nel mondo da lutti e calamità, dalla guerra al terremoto, dall'alluvione alla fame, ecc.

Orbene, questo contatto — che ci dà una documentazione realistica della vita che vivono milioni di esseri umani — da una parte deve renderci responsabilmente pensosi e riconoscenti per la condizione sotto tanti aspetti privilegiata di cui la Provvidenza — senza alcun nostro merito — ci fa godere, ma d'altra parte questo contatto con la vita di indicibili sofferenze del nostro prossimo deve rendere la nostra carità «più attenta, più attiva, più generosa».

Dobbiamo sentire secondo le parole della Gaudium et Spes (n. 27):
«Soprattutto oggi urge l'obbligo che diventiamo generosamente prossimi di ogni uomo, e rendiamo servizio coi fatti a colui che ci passa accanto, vecchio da tutti abbandonato o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o emigrante, o fanciullo nato da una unione illegittima, che patisce immeritatamente per un peccato da lui non commesso, o affamato che richiama la nostra coscienza, rievocando la voce del Signore: "Quanto avrete fatto ad uno di questi minimi miei fratelli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40)».

Il tempo di quaresima — e non solo questo — può essere un utile richiamo a vivere, in doverosa coerenza con la nostra professione di cristiani e ancor più di consacrati, questa realtà, anzitutto con la pratica generosa e — direi — severa della povertà personale e collettiva, e quindi rendendo ogni giorno e in ogni circostanza la nostra carità «più attenta, più attiva, più generosa».

La spedizione missionaria dei Centenario
Desidero concludere rifacendomi alla mia lettera precedente (ACS n. 250).

Dai punti più disparati della Congregazione ricevo lettere che esprimono soddisfazione, riconoscenza, volontà di impegnarsi seriamente dinanzi ai grandi richiami dei due Centenari: quello della fede e quello mariano.

Mi ha fatto piacere il sentire da vari Consigli Ispettoriali che studiavano la mia lettera sui due avvenimenti al fine di trarre i corollari pratici per un'azione sistematica dell'Ispettoria. Qualcuno mi scriveva: «Non vogliamo che queste pagine diventino materiale d'archivio, ma intendiamo farne strumento di vita».

Varie Ispettorie, poi, per interessare personalmente i Confratelli ai grandi comuni interessi della Congregazione hanno cominciato a provvedere copia degli «Atti» per ciascun Confratello. Atteggiamenti, propositi, iniziative che rivelano sincero e fattivo amore alla Congregazione, ai suoi interessi religiosi ed apostolici, alla sua vera vita.

A proposito del Centenario della Basilica, sul numero precedente degli «Atti», proponevo, fra l'altro, una iniziativa apostolica che servisse a celebrare durevolmente e concretamente la ricorrenza.

Ora posso dirvi che il mio appello per un «servizio apostolico» nell'America Latina ha già trovato anime pronte e generose che hanno detto subito il loro «adsum».

E queste risposte sono spesso motivate con argomenti e con toni che edificano e rivelano come nella Congregazione c'è un fecondo fermento di bene. Confratelli giovani (ha scritto anche qualche chierico!) ed anziani dicono con accenti di profonda sincerità tutta la loro gioia di una incondizionata donazione, spesso non solo per cinque anni, ma senza limiti e nei posti e nelle occupazioni più disagiate e più umili.

Risposte all'appello missionario del Rettor Maggiore
Mi pare di rendere un servizio alla Congregazione e di fare un vero dono a tutti voi pubblicando stralci delle lettere che mi pervengono dall'Europa e dall'America. I pensieri e i sentimenti in esse contenuti sono per tutti noi motivo di grande conforto e di consolante fiducia in queste forze vive, autenticamente apostoliche, che animano la nostra amata Congregazione.

«... nella giornata dedicata alla Pace, desidero rispondere al Suo appello per l'America Latina. La lettura delle Sue parole negli ultimi "Atti del Consiglio Superiore" è stata per me la voce stessa del Signore... Da tempo pensavo a questo passo... Sono convinto che si devono fare dei sacrifici, non solo da parte dei singoli, ma anche da parte delle Comunità, delle Ispettorie... per coloro che soffrono, prima che sia troppo tardi. Questo mi infonde forza, coraggio e grande fiducia...».

«... La mia prima lettera dell'anno nuovo voglio che sia indirizzata a Lei, per presentarLe la domanda di essere destinato all'America Latina... da diversi anni faccio anticamera per le missioni...».

«... ho letto sugli "Atti" il Suo accorato appello per l'America Latina... "Ecce adsum! Mitte me!". Mi metto a completa disposizione dei Superiori, senza limiti di tempo...».

«... facendo l'esame di coscienza ho visto che come semplici cristiani dovremmo essere coscienti della nostra responsabilità nei riguardi del resto del Corpo Mistico, sentendone la nostra solidarietà... Desidero servire la Chiesa dove c'è più bisogno...».

«... mi metto a Sua disposizione. A me pare una occasione provvidenziale per dire "Grazie" al Signore nel X anno della mia ordinazione sacerdotale... A me pare soprattutto un bisogno e una necessità dare una prova concreta di amore alla Chiesa e alla Congregazione... L'appello ad una vita di sacrificio... lo sento come un comando».

«... mi affretto a farle pervenire la mia totale adesione al suo appello per l'America Latina... mi metto fin da questo momento a Sua completa disposizione... Senza limiti di tempo, per la gloria del Signore...».

«... mi è piaciuto tanto il Suo invito ad una spedizione nell'America Latina...; non sono un sacerdote, ma un chierico... Dovrò essere domani un Sacerdote... aperto ai problemi del mondo che mi circonda. Ma non conosco il mondo che soffre, il mondo che piange ed ha bisogno di Cristo... Temo di diventare un sacerdote che si è fatto uno stile di vita... Penso a don Variara. Da piccolo ho pensato di fare come lui... Tanti giovani chierici soffriamo perché nel nostro lavoro sentiamo di incarnare la disciplina e non l'Amore...».

«... ho letto il Suo appello... Sono pronto e Lei disponga... Mi piace lavorare: mi pare che sia la verità. Mi è morta la Mamma, santamente, da un mese: è caduto così, nel tragico dolore che Lei può immaginare, l'ostacolo più grande, unico penso... Sono pronto!».

«... ho più di 40 anni... Ma sono sano... passato tra due guerre... con una medaglia d'oro al merito sportivo... Faccia una eccezione per me! Ah, se potessi con l'offerta per l'America Latina fare il mio ringraziamento a Dio ed alla Vergine per il mio 25° di sacerdozio, ne sarei felice!».

«... La prego di accogliere la mia domanda di far parte dei primi prescelti per questo compito impegnativo e perciò stimolante alla generosità...».

«...ho letto il Suo appello... Va bene che Lei metta i limiti di età, ma una eccezione si può fare... ho compiuto 60 anni, ma desidero andare lo stesso con il suo paterno permesso... Con la grazia del Signore, spero che non avrà a pentirsene... Nel mio animo c'è il desiderio della missione... all'ultimo posto... ».

«... so che l'appello è alla rinuncia e al sacrificio, ma chiedo per questo...».

«... La ringrazio per il gesto di fede audace con l'appello lanciato nel Centenario della Basilica di Maria Ausiliatrice... Con gioia rispondo a questo appello che si unisce all'appello interiore che da tanti anni sentivo... Mai avevo pensato alla vita missionaria nei primi anni di Congregazione... ma una più grande apertura alla vita della Chiesa, il Concilio, la riscoperta delle responsabilità di ogni Chiesa locale di fronte alle altre Chiese, soprattutto le più bisognose e povere, devo dire che mi hanno fatto riflettere... Noi occidentali siamo dei "ricchi", troppo ricchi di fronte alle Chiese del terzo mondo, e noi non abbiamo diritto di sfuggire alle parole di Dio: "Se qualcuno che gode delle ricchezze del mondo e vede il fratello suo nella necessità e gli chiude le viscere, come l'amar di Dio resterà in lui? Miei piccoli figlioli, non amiamo con le parole né con la lingua, ma con la veracità delle opere (1 Gv 3,17)"».

«... la povertà dell'America Latina è il motivo determinante della mia risposta al Suo appello. Andando laggiù io penso di obbedire alla parola del Signore. La nostra Europa non è ancora troppo ricca di Sacerdoti? Ed il Sacerdozio di alcuni di noi non va spegnendosi, nelle nostre Case? Il Suo appello arriva come un atto provvidenziale che sarà benefico per le chiese d'Europa e per le chiese d'America. Penso poi che il mio gesto potrebbe risvegliare tra i giovani la vocazione missionaria, di laici o di religiosi».

«... mi dichiaro pronto al lavoro nelle Chiese del Terzo Mondo, là dove i bisogni sono maggiori e più cruciali ed il Signore più ignorato... E non solo per cinque anni ma per tutta la vita... Il Suo appello era quello che noi aspettavamo... ho gioito alla lettura di esso. ... Grazie per quelle 4 pagine. Esse ci ricollegano visibilmente al grande slancio missionario di Don Bosco, con una risposta efficace ai veri bisogni della Chiesa. Esse ridanno slancio ed animo ai Confratelli, specie ai più giovani. Religioso e sacerdote, sono pienamente disponibile...».

«... letto il Suo appello, ho subito avuto la convinzione .che era lo Spirito Santo ad interpellarmi. E così, in spirito di servizio in favore di una chiesa povera e sprovvista, Le chiedo di iscrivermi tra coloro che partiranno per cinque o dieci armi a servizio delle chiese dell'America Latina... La volontà del Signore mi pare evidente. Ho atteso fino alla festa di Don Bosco per evitare ogni rischio di mescolare la precipitazione umana allo zelo apostolico... Sono cosciente che, in fede, così partecipo al rinnovamento della mia Ispettoria andando verso una Chiesa più povera, perché Dio non si lascia vincere in generosità ed invierà prontamente un Apostolo a prendere il posto rimasto vuoto... Ardentemente spero che Lei confermi questo appello che sento da Dio...».

«... desidero fare qualche cosa di più per i poveri, per chi ha bisogno di vivere accanto ad uno che soffra con Il Signore mi ha dato tanta salute e sarei egoista se non mi mettessi a Sua disposizione. La volontà di Dio è per me quella dei Superiori...».

«... la Sua lettera del mese di dicembre mi ha enormemente rallegrato il cuore. La semplicità e così pure la profondità del suo appello mi hanno invitato a dare la mia risposta... Formulo dunque la mia domanda di partire per le Missioni.

Le ragioni per cui domando?... le esigenze del Vangelo... la posizione di Don Bosco che è nel suo invito... il Concilio... Mi metto, con sottomissione filiale e totale, a disposizione per questo appello...».

«... ho presentato tante volte domanda... Dove sono, la casa abbonda di sacerdoti... È la quarta volta che ripeto la domanda... Bussate e vi sarà aperto. Sono certo di essere maggiormente sacerdote se rassomiglierò a Cristo sofferente, sacrificato!...».

«... sono già sette anni che domando, insisto, prego e spero... Sono certo che appena scattata I' "operazione missioni" Lei mi avrà già accettato, essendo al corrente della mia vocazione missionaria... Ecce ego! Mitte me!... Adesso penso al mio ideale missionario non più come ad una mia speranza, ma come certezza: mi vedo già là dove la Provvidenza mi vuole, tra i fratelli poveri e bisognosi!...». 3
La riconoscenza dell'America Latina
Dopo gli stralci delle risposte dei «volontari» mi sembra bello pubblicare lo stralcio di una lunga lettera, fra le molte pervenutemi
dall'America Latina. Essa esprime felicemente i sentimenti e le speranze di tanti valorosi missionari. Sono due nostri vescovi che, conosciuto il mio appello, hanno voluto scrivere insieme con i Salesiani radunati per gli Esercizi Spirituali.

Porto Velho, 13 gennaio 1968
Reverendissimo e veneratissimo Padre,
stiamo per concludere i nostri Esercizi Spirituali annuali, mentre ci viene recapitato con la posta del giorno anche il plico degli «Atti del Consiglio Superiore» n. 250.

Può immaginare l'esplosione di gioia e la comune contentezza nel leggere quanto il Signore e la Madonna le hanno ispirato in particolare circa la spedizione missionaria dell'anno centenario. Pensiamo che Don Bosco non avrebbe fatto altrimenti...

Grazie, veneratissimo Padre, grazie.

C'era proprio bisogno di questa iniezione pratica di «coraggio». Le visite, le promesse, le circolari... sono già una buona cosa, ma non bastavano più: occorreva questa concreta realtà per far scomparire quell'ombra di pessimismo che ormai stava dilagando un po' dappertutto. Tagliati fuori dal mondo, nei primi avamposti del Regno di Dio... ci siamo sentiti rinascere nel cuore ogni speranza; abbiamo pensato pure alla gioia grandissima che questa iniziativa recherà al Sommo Pontefice Paolo VI, il quale riassume nel Suo cuore apostolico le ansie e le «angosciose sollecitudini» degli immediati Suoi Predecessori, in particolare di Papa Giovanni. «Oh, l'America Latina, l'America Latina... bisognerebbe che i Salesiani prendessero d'assalto l'intero Brasile... Ve lo domandiamo con profonda fiducia, mandate sacerdoti, mandate Apostoli, missionari e missionarie...».

Veneratissimo e amatissimo Padre, sono i più anziani della nostra Ispettoria tre volte missionaria di Manaus (infatti sono tre le prelazie missionarie che essa abbraccia: Rio Negro, Porto Velho, Humaità e che per estensione superano mezza Europa) a dirle questo...

L'attenzione che tutta la Chiesa e l'opinione pubblica mondiale giustamente ha dato ai problemi dell'India e dell'Asia in genere, sentiamo che va rivolta un poco anche per queste genti e questi popoli
che già vicini, o addirittura già in possesso della Verità, sono oggi vittime di quelle famose «carestie» previste nei sogni di Don Bosco...

E ora, se permette, Buon Padre, approfittiamo di questa lettera anche per dare fin d'ora il caloroso benvenuto a tutti i generosi che risponderanno al suo «appello missionario postconciliare». Sentano tutti, tutti, la stretta affettuosa del nostro abbraccio fraterno...

Mons. Giovanni Battista Costa, Vescovo di Porto Velho Mons. Michele d'Aversa, Prelato di Humaità seguono le firme di altri Sacerdoti e Coadiutori.

* * *
Carissimi Confratelli e Figliuoli.

Il Signore ci conceda di avviare felicemente questo flusso di linfa vitale verso le terre assetate dell'America Latina. Sarà certamente, fra tutte le celebrazioni, la più gradita, perché la più apostolicamente urgente, a Maria Regina degli Apostoli e al cuore di Don Bosco, che amò di un amore di predilezione l'America Latina, mentre dirà la sensibilità della Congregazione agli accorati appelli della Chiesa e del Papa.

L'ideale missionario al quale vi ho esortato riceve impulso e fervore dall'esempio dei nostri Confratelli che hanno generosamente risposto nel passato all'invito del Signore. Quasi a rappresentarli tutti, mi piace richiamare qui le figure di due valorosissimi Missionari che hanno altamente meritato per la causa del Regno di Dio: S. Ecc. Mons. Pietro Massa e S. Ecc. Mons. Giovanni Marchesi. Essi ultimamente, cedendo solo agli anni, hanno voluto lasciare le posizioni di responsabilità tenute tanto degnamente a servizio della Chiesa, ma non hanno abbandonato il campo missionario dell'America Latina.

A nome della Congregazione li ringrazio per il lavoro che essi hanno svolto in difficilissime condizioni di apostolato e per l'onore che hanno fatto al nome salesiano. Essi lasciano una luminosa eredità di esempi che sarà stimolo e guida alle nuove generazioni missionarie.

Associamo nella preghiera, insieme ai loro nomi, quelli di S. Ecc. Mons. Michele Alagna, vescovo titolare di Fornos-Maggiore, chiamato a succedere loro nella Prelazia Nullius del Rio Negro (Brasile), e due altri Vescovi che la bontà del S. Padre ha voluto scegliere in America Latina nella nostra Congregazione, S. Ecc. Mons. Ernesto Alvarez, Vesc. Tit. di Megalopoli di Proconsolare, Ausiliare di Guayaquil (Ecuador), e S. Ecc. Mons. Michele Obando, Vesc. Tit. di Puzia di Bizacena, Ausiliare di Matagalpa (Nicaragua). Lo Spirito del Signore li assista in questo rinnovato clima missionario, che, con la Chiesa, anima tutta la Famiglia Salesiana.

Porgo a ciascuno i miei affettuosi saluti assicurando il mio ricordo all'altare. Conto sul vostro ricambio.

Aff.mo
Don Luigi Ricceri
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UNA PAROLA SU GRANDI E CONSOLANTI EVENTI
Il Centenario della Basilica. - La Mostra Salesiana e il Concorso «M.A. '68». - L'appello per l'America Latina. - Il 9 giugno. - l nostri Convegni Continentali. - Un grave dovere: informare. - Un prezioso insegnamento: sapere ascoltare. - Funzione delle nuove strutture. - La nostra missione oggi. - Lavoriamo per la gioventù povera. - Funzione pastorale della nostra scuola. - Un problema vivo e delicato: unità nella pluralità. - Un criterio guida. - La distinzione essenziale-accessorio. - Le «esperienze». - L'Anno della Fede ci porti a una vita di fede. - Alimentiamo la nostra fede. - Come i laici ci vogliono.

Lettera pubblicata in ACS n. 252
Torino, 1 luglio 1968
Carissmi Confratelli e Figliuoli,
Scrivo queste righe alla fine del mese di giugno, un mese che è stato in un certo senso il felice coronamento di un insieme di iniziative e di avvenimenti che hanno caratterizzato questo primo periodo del '68 e che sono motivo di particolare incidenza e di feconda soddisfazione per tutta la nostra famiglia. Pensate: l'apertura del Centenario della Basilica con tutte le manifestazioni che l'han seguita, i tre grandi Convegni Continentali degli Ispettori, la solenne chiusura dell'Anno della Fede.

Mi propongo di dirvi una parola su questi grandi e consolanti eventi che la Provvidenza ci ha concesso di vivere.

Ma prima di entrare in argomento desidero dire qui un vivissimo grazie a tutti quanti, nei modi più diversi, hanno voluto far sentire, in occasione del mio onomastico, il loro affetto per chi rappresenta Don Bosco, la loro fedeltà al Padre Comune, il loro impegno al rinnovamento camminando sulla via segnata dalla Chiesa e dalla Congregazione.

Nell'impossibilità di far pervenire direttamente ad ognuno l'espressione del mio vivo gradimento, venga da queste pagine l'espressione sincera del mio grato animo; penso che nessuno si meraviglierà se affermo che graditissimi mi sono giunti gli auguri pervenutimi dalla Cecoslovacchia, da Cuba, dall'Ungheria, dal Vietnam, per motivi che tutti ben comprendete.

Un confratello mi scriveva in occasione dell'onomastico: «Sappiamo che c'è un prezzo da pagare e che il suo lavoro è un quotidiano consumarsi. Lei è il nostro olocausto. Grazie del coraggio che ci dà in questi giorni difficili».

Non sto a ridimensionare le affermazioni che vengono dal buon cuore del confratello, ma mi preme mettere in evidenza la sensibilità di questo figliuolo che si rende conto del «prezzo che il Superiore deve pagare per tutti».

Ebbene, mi pare di non poter trovare modo più atto per esprimere il mio grato animo che confermando tutta la mia volontà di «pagare questo prezzo» senza risparmi, per il bene della diletta Congregazione, per ciascuno di voi, per la Chiesa, di cui tutti siamo e vogliamo essere figli e servi tanto più fedeli quanto più i tempi sono difficili. E voi, confratelli e figliuoli carissimi, aiutatemi a portare la croce rendendola meno pesante con la vostra costante preghiera, con la vostra generosa collaborazione, con la vostra cordiale fedeltà a Don Bosco non solo così in astratto, ma con la volenterosa docilità alle direttive di chi ha il mandato di rappresentarlo e interpretarlo.

Aiutatemi a servire umilmente la Congregazione e voi, perché tutti insieme possiamo servire la Chiesa e Cristo Gesù.

Il Centenario della Basilica
Mentre scrivo ho ancora negli occhi e nel cuore lo spettacolo di fede mariana vissuto in questi mesi e culminato nella giornata del 9 giugno, data centenaria della Consacrazione della Basilica di Maria Ausiliatrice.

Dall'ultima settimana di aprile, che ha segnato l'apertura delle manifestazioni, è stato un succedersi sempre più intenso di pellegrinaggi — Salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice, giovani, Cooperatori, Exal
lievi, Fedeli, Parrocchie, ecc. —; nello spazio di una cinquantina di giorni se ne sono contati circa cinquecento, La festa di Maria Ausiliatrice ha visto migliaia e migliaia di fedeli accanto a Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice venuti a rendere filiale omaggio alla Vergine.

Caratteristica di tutte le manifestazioni è stata la partecipazione devota e raccolta di masse giovanili, di migliaia di uomini e di donne, alla Santa Messa, alla Comunione.

Alla processione del 24 maggio si è visto lo spettacolo di una numerosissima folla di popolo che si è unita spontaneamente in fervida edificante preghiera al clero e alle organizzazioni che sfilavano.

La Mostra Salesiana e il Concorso «MA. '68»
Ma, come già sapete, altre iniziative di vario genere sono sorte per celebrare questo centenario. La Mostra permanente Salesiana, inaugurata alla presenza di molte autorità e di tutti gli Ispettori che avevano partecipato al Convegno di Como, è riuscita una realizzazione che riscuote apprezzamento e suscita interesse di largo pubblico, di giornalisti, di educatori e di tanta gioventù.

Non è qui la sede per farne una descrizione, ma è certo che anche attraverso le impressioni che i visitatori lasciano rispondendo all'apposita inchiesta, si può dire che l'iniziativa serve efficacemente non solo a far conoscere a tanta gente la nostra missione nella Chiesa e nel mondo d'oggi, ma interessa tanti giovani pronti a generosi, nobili e concreti impegni.

Desidero, da queste pagine, esprimere il grazie sentito non sole mio, ma della Congregazione ai confratelli ed alle Figlie di Maria Ausiliatrice che si sono prodigati per la riuscita di questa iniziativa, in modo particolare al P. Michele Mouillard che è stato l'anima della mostra. Tutti hanno lavorato con intelligenza e con amore per questa realizzazione che per i visitatori sarà sempre una felice integrazione della visita al Santuario.

Altra iniziativa è stato il Concorso «M.A. '68» che ha suscitato un vivace e fruttuoso interessamento tra migliaia di ragazzi e ragazze di tutti i continenti. Dove si è lavorato seriamente, dove l'idea è stata compresa, apprezzata e debitamente tradotta in pratica, sì è visto che i giovani hanno corrisposto e con vibrante entusiasmo. Ho potuto assistere qui a Valdocco alla fase finale del Concorso fra le Ispettorie d'Italia.. Era impressionante vedere ragazzi e ragazze di scuola media, di scuola superiore, giovani ventenni, mostrare tanta conoscenza di storia e di dottrina mariana. È stato poi motivo di viva ammirazione vedere pitture, sculture, foto, sentire poesie, canzoni di ispirazione mariana, tutto composto da ragazzi e spesso con notevole gusto.

Mentre attendo di poter premiare per l'Immacolata i vincitori nazionali che verranno qui da vari Paesi, mi è caro rivolgere un vivo elogio ai Salesiani ed alle Figlie di Maria Ausiliatrice che hanno dato l'efficace apporto per lo svolgimento e per la riuscita del Congresso.

Vorrei aggiungere un rilievo. L'esperienza di questo concorso dimostra che ove si lavora con la necessaria sensibilità alle esigenze dell'anima moderna e specialmente quando si ha vera e profonda fede nella propria missione, che è assolutamente spirituale, allora anche oggi si riesce ad interessare — e con frutto — la gioventù a problemi ed argomenti come quelli del Concorso «MA. '68».

L'appello per l'America Latina
Una parola sull'appello per l'America Latina lanciato in occasione del Centenario. Sono pervenute altre offerte e sempre accompagnate da sentimenti di generosa e umile disponibilità. A tutti il grazie non tanto mio, quanto della Congregazione e specialmente dei Confratelli dell'America Latina che saranno confortati da questo aiuto. In questi giorni si danno le risposte definitive ad ognuno dei richiedenti, mentre con i Superiori Regionali si studiano le zone e le opere dove l'aiuto è più urgente e produttivo. Intanto si sta elaborando un programma di preparazione e di ambientazione per il lavoro che i confratelli dovranno svolgere in quei Paesi.

11 9 giugno
Lasciate che vi dica ora una parola sulla giornata anniversaria della Basilica.

Il 9 giugno, S. Em. il Card. Traglia, Cancelliere di S R.C., alla presenza di tutte le massime autorità e di numerose rappresentanze della nostra Congregazione ha concelebrato con i Superiori la S. Messa che la TV ha trasmesso; nel pomeriggio ha tenuto la Commemorazione della data centenaria della Basilica, rifacendone la storia e mettendo in rilievo il bene che si è irradiato — in mille forme — dal tempio che l'amore di Don Bosco ha elevato alla sua celeste ispiratrice.

Il Te Deum che abbiamo cantato formando tutti — Salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice, giovani, Cooperatori, Exallievi e Fedeli una sola vibrante voce, esprimeva i sentimenti non solo dei privilegiati presenti, ma di tutti voi, di tutta la nostra Famiglia; vorrei dire che in quel momento ho avuto come la sensazione che anche il nostro Padre, con i tanti e tanti Salesiani che in cent'anni sono passati nella cara Basilica, si unisse al nostro canto di ringraziamento al Signore e di lode alla Celeste nostra Patrona per tutta la somma di grazie elargite alle anime in questi cento anni nella casa che si era costruita.

In quei momenti di commozione pensavo pure al S. Padre Paolo VI. Egli, sempre buono ed amabile con la nostra umile Congregazione, come già a suo tempo il suo predecessore Pio IX col nostro Padre, ha voluto farsi presente alle nostre celebrazioni centenarie con una lettera del suo Segretario di Stato il cui testo intero è riportato in altra parte degli «Atti».

Qui desidero sottolineare un pensiero che deve servire a rendere fecondo di frutti duraturi e attuali il nostro Centenario. Nella lettera leggiamo: La Celebrazione del Centenario ...«esprime l'impegno di codesto Istituto di ritemprarsi alle fonti della propria spiritualità, di mantener fede alle sue più genuine tradizioni, e soprattutto di convalidare i vincoli della propria appartenenza a Maria, verso la quale l'intera Società Salesiana sente di essere debitrice della sua esistenza e della sua rigogliosa vitalità».

È l'invito che dobbiamo raccogliere dal Sommo Pontefice e insieme dallo stesso nostro Padre; la nostra Famiglia in tutti i suoi membri, — sull'esempio del Padre — tutt'altro che farsi travolgere da certe idee eversive e corrosive che corrono qua e là in tema di devozione mariana, si senta e si dimostri una famiglia sinceramente e autenticamente mariana.

Concludo: amo pensare che il fervore di questo anno mariano, che si è concretato in tante iniziative, non si spegnerà, traducendosi nelle nostre Ispettorie in una devozione mariana vissuta e attuata secondo la nostra migliore tradizione familiare e nello spirito delle direttive con-ciliari.

I nostri Convegni Continentali
Vengo ora ad intrattenervi sui tre Convegni Continentali che a distanza di tre anni dal Capitolo Generale hanno visto radunati tutti gli Ispettori della Congregazione con un buon numero di confratelli esperti e con molti Superiori del Consiglio.

Questi Convegni sono serviti anzitutto a verificare, per così dire, quanto e come si è operato nelle varie Ispettorie per attuare le deliberazioni del Capitolo Generale e diffonderne e assorbirne lo spirito.

Le deliberazioni del Capitolo Generale sono infatti di somma importanza per rassegnarci a vederle ridotte a documenti da archivi.

È compito e responsabilità dei Superiori ai vari livelli e insieme di ogni confratello adoperarsi efficacemente per la loro attuazione. Vengono opportune le parole del nostro Padre il quale a chi si lamentava dei tempi tristi osservava che era più utile impiegare piuttosto il tempo ad agire e ad agire uniti.

Ora, l'azione a cui tutti siamo invitati dai recenti Convegni Continentali è proprio questa: rendere operante la somma di idee, di orientamenti e di norme lasciateci dal Capitolo Generale XIX. Si è infatti constatato che rimane ancor molto — specie in certe zone — non solo da attuare, ma addirittura da conoscere e quindi da assimilare del Capitolo Generale.

Ma questi Convegni sono pure serviti a renderci conto della situazione delle varie zone dove esplichiamo le nostre attività apostoliche.

Non dobbiamo nasconderci che sono momenti critici per la vita della Chiesa con riflessi anche sensibili sulla nostra Congregazione. Orbene, in un clima di familiare franchezza, guidati da un sincero amore alla Congregazione, abbiamo cercato con sano realismo di vedere, di queste situazioni, valori positivi e negativi, lacune, pericoli, rimedi, sempre alla luce del Capitolo Generale e del Concilio.

Sono stati giorni di intenso lavoro, dì nutriti dibattiti, ma anche di fervida preghiera comunitaria specialmente nella Concelebrazione e nella recita del santo breviario. Le conclusioni che vi sono state comunicate sono il frutto di quelle giornate; non possono però dare un'idea adeguata di tutto il lavoro compiuto. Per questo hanno bisogno di una attenta lettura e si è raccomandato vivamente agli Ispettori di completarle e commentarle spiegando ampiamente il ricco materiale contenuto negli Atti dei rispettivi Convegni.

Un grave dovere: informare
A questo proposito desidero esprimere un mio timore rafforzato da notizie che mi è toccato certe volte sentire.

Si è detto che in certe zone della Congregazione gli Atti del Concilio, come quelli del nostro Capitolo Generale, sembrerebbe non siano arrivati, oppure rimangono piuttosto smorzati o ridotti, e, cosa ancora più grave, sembrerebbe che qualche volta rimangano lettera morta.

Così si dica per gli Atti del Consiglio Superiore, per i documenti delle Conferenze Ispettoriali e delle Conferenze Episcopali, della Santa Sede.

Se queste affermazioni rispondessero a verità sarebbe certo assai triste e dannoso e si troverebbe una spiegazione a certi sbandamenti ed arbitrii, a certi stati di sfiducia e di frustrazione che non sono certamente elementi costruttivi nella vita della Congregazione, proprio in questi momenti che richiedono un'azione decisa ben sintonizzata con gli orientamenti che provengono da chi ha il dovere ed il diritto di darli.

Ricordo quindi a tutti quanti hanno responsabilità di governo l'obbligo di dare conoscenza tempestiva ed adeguata dei documenti che provengono dalla Santa Sede, dalla Gerarchia, dal Consiglio Superiore, ecc. Come si potrebbe altrimenti creare quella sensibilità e quindi quella mentalità così necessaria per arrivare all'attuazione convinta e cordiale di tali documenti che tendono tutti, pur in varie forme, a rinnovare — nell'ordine — la nostra vita di cristiani, di religiosi e di salesiani?
È da questa circolazione capillare delle idee animatrici contenute in questi documenti che i Confratelli attingeranno luce e spinta per essere operatori del vero ed autentico rinnovamento voluto dalla Chiesa e dalla Congregazione.

Ispettori e Direttori — per quel mandato di magistero proprio del loro ufficio — ne sono i trasmettitori naturali e insieme i commentatori e vivificatori e specialmente gli attuatori. Tale trasmissione poi deve essere fatta sempre sollecitamente e fedelmente, senza parentesi e senza sottolineature, insomma, integralmente, nel modo più efficace e producente.

In questi momenti di confusione, di intemperanze e di arbitrarietà, la mancanza di tempestiva e adeguata informazione precisa e autorevole, il silenzio dei superiori e specialmente una certa inerzia nell'attuazione di quanto i documenti contengono potrebbero diventare, almeno oggettivamente, una connivenza con situazioni deplorevoli di cui non è facile misurare le conseguenze.

Dobbiamo tutti insieme operare perché Concilio, Capitolo Generale, Convegni non rimangano materiale d'archivio, né si riducano a parole, e solo parole, ma siano nelle nostre mani strumenti vivi ed efficaci di vero rinnovamento.

Un prezioso insegnamento: sapere ascoltare
Desidero ora mettere in evidenza un insegnamento utilissimo e prezioso promanante dai tre Convegni. Chi governa una comunità a livello sia mondiale che regionale o locale, ha tutto da guadagnare nell'ascoltare il pensiero, il punto di vista, l'esperienza di altri che non siano solo i Superiori responsabili dello stesso governo.

L'ho constatato e fatto notare ai partecipanti a questi Convegni dove tutti, superiori e non, siamo stati contemporaneamente maestri e discepoli con reciproco immenso vantaggio. Infatti, tante situazioni, tanti problemi e tante soluzioni hanno potuto emergere da questa fraterna collaborazione: e questo, in un'atmosfera di franchezza e di rispetto, di ricerca appassionata e serena degli interessi della Congregazione, nella comune convinzione che Superiori e Confratelli, solo a condizione che si integrino con umiltà ed amore sincero, raggiungeranno i fini comuni della comune vocazione e missione.

A questo punto viene spontaneo il chiedersi: tanto esempio e queste realtà vissute felicemente e con tanto vantaggio e soddisfazione nei Convegni Continentali, come vengono praticati nell'ambito delle nostre varie comunità?
Si tratta, del resto, di un principio ben definito e voluto dal Decreto Perfectae Caritatis, che ritroviamo nelle deliberazioni del Capitolo Generale ed è ripetutamente ribadito da chi scrive.

«I superiori ascoltino volentieri i Religiosi e promuovano l'unione delle loro forze per il bene dell'Istituto e della Chiesa, pur rimanendo fermi con la loro autorità di decidere e di comandare ciò che si deve fare».

«Capitolo e Consigli eseguiranno fedelmente i compiti che sono stati loro affidati nel governo, e tutti a loro modo siano l'espressione della partecipazione e delle sollecitudini di tutti i membri per il bene dell'intera comunità » (PC 14).

Si tratta dunque di promuovere l'unione di tutti i membri della comunità per il bene dell'Istituto e della Chiesa. Un'impresa quindi di vitale interesse. Si comprendono allora le parole che leggiamo su questo argomento fra le conclusioni del Convegno di Bangalore. Eccole: «...In questa prospettiva i rendiconti e i frequenti colloqui personali, l'effettiva valorizzazione e il retto funzionamento del Consiglio d'Azione, la riunione dei diversi consigli particolari (come il Consiglio dei Professori, il gruppo dei Confratelli addetti alla parrocchia e all'oratorio, í dirigenti e assistenti di laboratorio, gli assistenti con i Consiglieri e i Catechisti, i dirigenti e assistenti di associazioni, il personale laico, ecc.) acquistano particolare rilievo e diventano doveri preminenti, che non ammettono deroghe, e sono esplicitamente ribaditi dal Cap. Gen. XIX (n. 32-43 )».

Si tratta dunque di doveri preminenti dei confratelli responsabili, dai quali nessuno può derogare, sia piccola o grande la comunità, siano semplici o complesse le attività che si svolgono.

Certo, bisogna superare tante difficoltà di vario ordine, direi anzi che il segreto psicologico, umano, tecnico per un governo efficace in un clima di serenità è posto nell'effettiva valorizzazione dei Confratelli attraverso i vari strumenti sopra elencati.

Chi volesse persistere ad ignorare queste realtà verrebbe ad assumersi una pesante responsabilità dinanzi alla Congregazione, la quale ha bisogno di procedere con speditezza e non di essere inceppata nel processo di rinnovamento postulato anzitutto dal Concilio e dai suoi veri e vitali interessi: questo metodo e stile di governo è appunto uno degli aspetti non certo secondari del nostro rinnovamento.

Funzione delle nuove strutture
In tutti i tre Convegni si è fatto pure un esame del come funzionano le strutture deliberate dal Capitolo Generale XIX.

Anche se lo spazio di tempo è ancora limitato, si sono potuti fare utili rilievi.

La creazione dei Superiori Regionali appare sostanzialmente molto positiva: si riconosce che appunto per la presenza di tali Superiori, il contatto tra periferia e Centro è assai più intenso e proficuo. Il prossimo Capitolo Generale, utilizzando l'esperienza che ancora rimane, sarà in grado di apportare a questa istituzione ritocchi e miglioramenti che gioveranno ad una funzionalità più efficiente definendone più chiaramente i compiti.

Anche la nuova figura del Vicario Ispettoriale, apparsa accanto all'Ispettore, è decisamente positiva e risponde ad evidenti esigenze del governo di una Ispettoria in questo nostro tempo.

Per i Consigli Ispettoriali si riconosce con sempre maggiore evidenza che l'Ispettore ha bisogno almeno di alcune persone preparate, ricche di prestigio e di esperienza, che gli siano abitualmente vicine per fare del Consiglio un centro di spinta dinamica e di guida illuminata di tutta l'Ispettoria.

Si inseriscono in questa prospettiva i Delegati Ispettoriali, primo fra tutti quello della Pastorale Giovanile. Pur riconoscendo le difficoltà e le situazioni particolari di qualche Ispettoria, l'esperienza di questi anni dimostra quanta ricchezza di iniziativa, di idee, di realizzazioni è venuta nelle Ispettorie dalla presenza di questi delegati, quando siano persone capaci, preparate, attive e zelanti. Essi, alle dipendenze dell'Ispettore, prestano un prezioso servizio alle case, ai Confratelli, che altrimenti vengono a mancare di idee, di guida, di coordinamento e di stimolo.

Bisogna vedere e saper vedere con ampiezza di vedute, bisogna in pari tempo avere chiaro il senso delle proporzioni: in sintesi, dobbiamo dire con verità e persuaderci di questa realtà: è molto più redditizio per l'attività di tutta una Ispettoria disporre di questi uomini s'intende preparati, capaci — che avere qualche attività locale in più. Comprendo benissimo, come ho detto sopra, le difficoltà, specialmente in certe Ispettorie, ma se si entra in questo ordine di idee, se ci rendiamo conto della validità di questa valutazione, le difficoltà le supereremo anche se il problema dovrà essere riportato in sede di ridimensionamento delle opere. Riconosco che sia per i Consigli Ispettoriali che per i Delegati, come sono voluti dal Capitolo Generale, c'è ancora del cammino da fare, ma l'esperienza del tutto positiva di chi ha fatto le cose sul serio, e il sincero proposito espresso dai partecipanti nei Convegni di voler provvedere efficacemente, danno fiducia per il prossimo avvenire: la via è segnata e appare sempre più evidentemente utile e buona.

Ma rimane ancora da dire una parola sul Vicario della Casa.

Si è riconosciuto da una parte la necessità della sua efficiente presenza, ma in pari tempo si è detto sinceramente che al riguardo siamo ancora non poco lontani dal traguardo.

Il problema è importante e intimamente legato alla figura e alla funzione del Direttore, il quale ha responsabilità essenzialmente religiose, spirituali ed educative: deve essere non un dirigente di una organizzazione, ma l'animatore della comunità sia religiosa che educatrice; per questo il problema deve essere ripreso al prossimo Capitolo Generale. Intanto sono sempre validi i criteri e gli orientamenti dati dal Capitolo Generale XIX.

Ma prima di passare ad altro argomento mi sembra opportuno far ancora un rilievo.

Sembrerebbe ad alcuni che si dia eccessiva importanza alle strutture e che queste siano quasi fine a se stesse.

È chiaro che le strutture non sono né possono essere fine a se stesse, ma, come quelle di ferro e cemento nelle costruzioni, anche le nostre sono «portanti»; ...ma... di che cosa?
Fuori metafora: a guardare un po' addentro nelle cose, nessuno pensa a strutture se non in funzione strumentale. Per il Capitolo Generale che le ha volute e per noi che dobbiamo attuarle, le strutture hanno una funzione di servizio essenziale, di un potenziamento fondamentale, anche se non sempre a tutti questo appare evidente, della vita religiosa e apostolica della Congregazione.

In sintesi, il Capitolo Generale, i Superiori insistono su questo punto perché lo vedono strettamente connesso con la vita religiosa della nostra comunità e con la fecondità dell'apostolato. Pensiamo, per esempio, al Vicario Ispettoriale. Egli, come si va ripetendo un po' dappertutto, ha il compito di alleggerire e integrare l'Ispettore, perché questi possa essere abitualmente disponibile per tutti gli interessi religiosi-apostolici-umani dei Salesiani (pensiamo solo al compito importantissimo delle visite che richiedono tanto tempo e tranquillità).

Analogamente si dica del Vicario del Direttore, e di altre strutture.

Ora, se queste strutture non si attuano, ovvero sono malamente attuate, è chiaro che esse non possono rispondere agli scopi loro assegnati. La conseguenza è che la vita religiosa, l'apostolato, tutta la nostra attività, viene negativamente influenzata da tali carenze ai vari livelli.

Al riguardo qualcuno ha notato — e pare a ragione — il sensibile progresso nei rinnovamento della vita religiosa e apostolica voluto dal Concilio e dal Capitolo Generale in quelle Ispettorie dove queste strutture sono state attuate e seriamente.

Per concludere: abbiamo tenuto con sacrifici di vario genere — e non ultimo quello economico — i tre Convegni Continentali; si è fatto nell'insieme un buon lavoro; i partecipanti sono partiti pieni di buona volontà, ma non basta. Si è riconosciuto che in non piccola parte l'attuazione delle importanti conclusioni dei Convegni è legata proprio al funzionamento delle strutture. Ci siano quindi, e non solo di nome; abbiano efficienza e funzionino. Con coraggio si cerchi di superare le difficoltà, ma non ci si fermi dinanzi ad esse: è l'interesse e la vita della Congregazione che lo richiedono.

La nostra missione oggi
In tutti i Convegni non solo si è trattato lungamente il tema della pastorale giovanile, ma esso è stato presente ed è continuamente riaffiorato in ogni fase dei lavori come problema centrale del carisma salesiano e nella non facile ricerca del cammino del nostro rinnovamento.

Una constatazione è emersa chiara, documentata dai fatti dovunque, nell'Oriente, nell'Occidente e in modo ancora più pronunciato nell'America Latina. Mai come oggi la nostra missione — che è essenzialmente giovanile — si è presentata così attuale, anzi così urgentemente invocata.

Pensiamo per un momento a quanto quest'anno ha riempito le cronache — spesso drammatiche ed inquietanti — di tutti i continenti.

I giovani, con la loro mentalità, così contraddittoria, spesso assai diversa e antitetica alla nostra, con le loro proteste che prendono le forme più sconcertanti, ma che spesso contengono germi di positiva autenticità manifestando anche una ricerca sincera di valori e di impegni, sono un enorme e vivo centro di interesse da parte di tutti i responsabili della politica, dell'industria, dell'economia, del progresso sociale del mondo.

È assai indicativo, ad esempio, il fatto che nel governo di molti paesi e di grandi città c'è un dicastero che si occupa dei problemi della gioventù.

Anche il Papa — e non una volta sola — ha dimostrato tutto l'accorato interesse della Chiesa per queste folle di giovani che scuotono la quiete della generazione adulta. Ebbene, dinanzi a questa realtà mondiale, quando si pensi, ad esempio, che nei prossimi 30 anni nella sola America Latina più di 200 milioni di giovani poveri e sottosviluppati chiederanno aiuto, formazione, promozione, oppure esigeranno con la rivoluzione in marcia, il riconoscimento concreto dei loro diritti, come possiamo non pensare che la nostra missione, intesa come Don Bosco l'ha concepita, è attuale, non solo, ma veramente provvidenziale nel mondo d'oggi? Vengono alla memoria le parole che il nostro Padre un giorno rivolgeva a certi uomini d'affari: «Se non date aiuto oggi a questi giovani, domani essi verranno a chiederlo con la pistola in mano». La parola del Padre è ancora più vera per noi.

Se non ci occupiamo con tutti i mezzi disponibili e, quando occorra, con forme nuove e coraggiose e con intelligente e concreto programma, di questa gioventù, noi rischiamo di perdere per la Chiesa e per una società ordinata tante schiere di giovani. Gioverà leggere al riguardo le conclusioni di Caracas dove il problema è stato più accentuatamente avvertito.

Lavoriamo per la gioventù povera
Ma se è vero che nei recenti Convegni c'è stato un riconoscimento unanime dell'attualità della nostra vocazione in quanto essa è giovanile, si è in pari tempo sottolineato che la nostra vocazione è autentica in quanto non è solo giovanile, ma popolare.

A Bangalore e a Caracas come anche a Como, si è detto a chiare note, anche se con diverse parole, che la Congregazione vivrà il suo carisma a condizione che risponda alla sua vocazione tra i poveri. Si è anche constatato con soddisfazione che in molte regioni del mondo la nostra Congregazione lavora generosamente per le classi povere. Ma c'è da fare di più.

«Bisogna coraggiosamente ritornare al lavoro tra la gioventù povera ed abbandonata nei luoghi dove questa testimonianza si sia oscurata e la immagine della Congregazione sia stata deformata». «La nostra testimonianza collettiva di povertà trova la sua espressione più salesiana nella nostra preferenza — de facto — alla gioventù povera» (Conclusioni di Caracas).

Certo, la sfera dell'attività salesiana è vasta, complessa e varia, ma c'è un evidente elemento di fondo all'aspirazione carismatica in Don Bosco: la posizione di privilegio alla gioventù povera.

Orbene, queste verità non possono rimanere solo dei platonici e graditi riconoscimenti ma devono essere tradotte in concreta realtà: solo così noi saremo segno più manifesto di Cristo povero e di fedeltà a Don Bosco: se cioè «tutti nel mondo potranno constatare che il primo posto nella nostra opera è dato alla gioventù che nei vari paesi è considerata povera ed abbandonata» (Conclusioni di Bangalore).

Funzione pastorale della nostra scuola
Ma un altro sincero richiamo è stato formulato nei tre Convegni. La nostra missione giovanile-popolare per raggiungere i suoi supremi fini deve essere efficacemente pastorale: questo vale per ogni specie di nostra attività e anzitutto per la scuola. È chiaro che non si può pensare ad un abbandono della scuola: la Chiesa, il Concilio, il Capitolo Generale, la Gerarchia stessa hanno parlato chiaro al riguardo. Nel recentissimo messaggio di Paolo VI ai Sacerdoti si legge: «Ecco: le missioni, la gioventù, la scuola, i malati, e con più pressante chiamata, oggi, il mondo del lavoro costituiscono un'urgenza continua sul cuore sacerdotale», dove si vede che il Papa mette a fianco delle missioni, del mondo del lavoro, l'apostolato della scuola. Il problema quindi non è di lasciare la scuola, ma un altro.

La Conferenza di Caracas ha parole coraggiose sull'argomento:
«Tenendo presente l'attuale situazione della Congregazione nell'America Latina e guidati da un sano realismo, riconosciamo che è necessario impegnarci a fondo per realizzare a qualsiasi prezzo la pastoralizzazione della nostra scuola... L'urgenza di questa nostra realizzazione si fa ancora più grave ed impegnativa se si riflette sulle gravi parole del Capitolo Generale che arriva alla prospettiva della chiusura delle opere non vitali, cioè incapaci di realizzare una pastorale che educhi e formi cristianamente attraverso la scuola».

Invito tutti quanti a meditare queste affermazioni e a trarne, secondo il posto di responsabilità che si occupa, le necessarie conseguenze, anche se costerà sacrifici di vario genere. Come ho scritto sulla lettera di presentazione delle conclusioni di Caracas, occorrerà forse una coraggiosa sterzata; bisogna farla per rispondere de facto a quanto la Chiesa e Don Bosco stesso ci chiedono per questa gioventù: farla cristiana, e cristiana per i nostri tempi.

Le conclusioni del ridimensionamento, se frutto di questa serena e coraggiosa presa di coscienza, potranno essere di grande aiuto per questa realizzazione pastorale della nostra scuola che è la sua ragione di essere; e ciò servirà pure a dare fiducia ed incoraggiamento ai molti confratelli che lavorano in questo largo settore della nostra attività.

Un problema vivo e delicato: unità nella pluralità
Più volte nei tre Convegni si è parlato di un problema che oggi si è fatto più vivo: dell'unità della Congregazione nella pluralità. Mi sembra utile e interessante, anzi, necessario, ripetere sull'argomento quanto si puntualizzò nei Convegni.

La formula è — o almeno pare — felice in quanto afferma due esigenze, che nessuno oggi potrebbe negare senza porsi in contrasto con i documenti conciliari e con la realtà.

La formula non solo afferma che le due esigenze devono coesistere ma anche che debbono compenetrarsi, in maniera che l'unità resti, si affermi, e operi anche nella pluralità.

L'esigenza dell'unità nasce dall'unicità del «carisma» del fondatore che ogni Congregazione è chiamata a conservare vivo e vitale, a prolungarlo nel tempo, per offrirlo come «spiritualità» e come «specifico lavoro apostolico» a servizio della Chiesa in determinato tempo e luogo.

«Aut sint ut sunt, aut non sint».

Il Concilio ci invita al ritorno alle fonti e queste evidentemente si trovano nel Fondatore che è uno (PC 2 ) e per noi si chiama Don Bosco.

D'altra parte l'esigenza della pluralità nasce fondamentalmente dal motivo oggi dominante della «incarnazione» che trova applicazione in ogni apostolo ecclesiale (Cf. PC 2-3, 8, 18. Cf. pure Ad Gentes e Institutionis Sacerdotalis, passim). Incarnarsi presuppone conoscenza, stima e rispetto per le culture, le mentalità e le situazioni locali, per rendere il nostro servizio rispondente alle attese e ai bisogni particolari.

Accettato il principio, la questione teoricamente è di facile impostazione e soluzione. Ma nella pratica non è altrettanto facile la piena armonizzazione. E se nel passato non sono mancate le esagerazioni nell'interpretazione dell'unità, fino a concepirla e attuarla come uniformità, sacrificandole ogni articolazione, pure evidentemente necessaria, oggi si potrebbe cadere nel difetto opposto: e cioè compromettere l'unità nella accentuazione esasperata e incontrollata della pluralità.

E l'errore sarebbe più deleterio perché la riconquista dell'unità compromessa si è sempre dimostrata storicamente più ardua e lenta che non la riconquista del senso del pluralismo.

Un criterio-guida
In essentia unitas. È pacifico che il carisma del Fondatore non debba subire alterazioni in quella che è la sua essenza. Ma di nuovo, nella problematica della vita concreta, sorge il quesito fondamentale: in che consiste tale essenza? Quale la zona di demarcazione tra l'essenziale — e quindi l'unum da affermare e conservare — e l'accessorio, riducibile a particolari situazioni di tempo e luogo, in cui il Carisma si è incarnato nel passato, ma che può e deve essere regolato dal principio del pluralismo?
Anche qui soccorre un rilievo storico e psicologico: ci sono mentalità e tempi che per natura loro tendono ad allargare smisuratamente la sfera e il dominio dell'essenziale. E così si tende a far rientrare nel Carisma del Fondatore ogni sua attuazione e affermazione, sic et simpliciter, quasi che i santi Fondatori stessero in ogni momento e in ogni occasione a definire il loro spirito. Oltre tutto così si negherebbe loro il merito di essere stati uomini del loro tempo e quindi capaci di cogliere i segni dei tempi e di rispondervi concretamente con soluzioni adatte.

Ma ci sono pure mentalità e tempi ( è il nostro caso) in cui la tendenza è opposta: e cioè ampliare al massimo il campo dell'accessorio. Sulla base di analisi esasperate, ispirate da una critica non sempre controllata ed equilibrata, si tende a ridurre l'essenziale del Carisma del Fondatore a uno scheletro incapace ormai di operare come cosa viva. A forza di fare passare come accessori e legati al tempo un elemento dopo l'altro, una regola dopo l'altra, una tradizione dopo l'altra... si rischia di trovarsi con niente in mano.

La distinzione essenziale-accessorio
Da quanto si è detto, è chiaro che una Congregazione che voglia affermare l'unità nella pluralità non può lasciare al criterio particolare dei singoli di fissare i confini dell'essenziale e dell'accessorio. Come spiega il Perfectae Caritatis è questo il compito principale dei Capitoli Generali a cui hanno diritto e dovere di dare il loro contributo tutti i membri della Congregazione.

Il Capitolo Generale XIX col suo contenuto ricchissimo p con le strutture create ai vari livelli ha fatto opera di affermazione dell'unità e di attuazioni articolate.

Al di fuori di tale posizione è l'arbitrio: anche se dettato da intenzioni soggettivamente buone, non potrebbe che compromettere la vita stessa della Congregazione.

Con questo, è chiaro, non si vuole dogmatizzare e considerare opera perfetta e definitiva quella del Capitolo Generale XIX.

Tutt'altro! Ma i completamenti, i perfezionamenti, le modifiche, gli adattamenti che Ia storia impone proprio ai fini della vitalità del Carisma del Fondatore, non possono essere arbitrariamente anticipati non essendo nessuno autorizzato a considerarsi la voce e il pensiero della Congregazione in una materia così delicata.

Le «esperienze»
In questo contesto vanno considerate le «esperienze». Il Concilio vi fa frequenti allusioni. Lo stesso fa il Capitolo Generale parlando di «sperimentazioni».

In un mondo in rapida trasformazione è ovvio che non si possa avere per ogni caso una legislazione più adeguata, strutture già ben rodate, uomini pienamente qualificati ad affrontare problemi sempre nuovi. Non solo, ma tante volte — forse la maggior parte dei casi -- la via da imboccare, è tutt'altro che chiara e il cammino è lungi dall'essere senza incertezze. Sono tutti motivi che oggi hanno portato a parlare spesso di «esperienze», «sperimentazioni», ecc.

Sembra che in merito debbano tenersi presenti alcuni criteri:
a ) Fini che si propongono le esperienze
Saggiare una determinata via per realizzare un potenziamento della nostra vita religiosa o della formazione del salesiano o della nostra pastorale, in risposta allo spirito e alle deliberazioni consiliari e capitolari.

b ) Limiti
Le sperimentazioni sono dunque dei «mezzi» e in quanto tali non debbono e non possono essere in contrasto con le finalità per il cui raggiungimento sono attuate.

Non hanno perciò in se stesse il potere di autogiustificarsi: il giudizio di valore su di esse viene dagli obiettivi al cui servizio si mettono. Tali obiettivi sono precisati e indicati in sede competente (Concilio, Costituzioni, Capitolo Generale, ecc.) e non possono essere obliterati o peggio contraddetti.
e) Settori delle «esperienze»
Possono essere la Vita Religiosa, Ie Forme di Apostolato.

È evidente che i due campi hanno particolari esigenze proprie, derivanti dalla loro natura peculiare. Una sperimentazione in un settore non può essere valutata con criteri propri dell'altro, anche se sono incontestabili i continui rapporti e influenze dei due campi.

d) Autorizzazione delle «esperienze»
Spetta all'autorità cui è demandata e da cui dipende — a norma delle Costituzioni e, per le nuove strutture, a norma del Capitolo Generale — l'attuazione del fine particolare per il cui raggiungimento è voluta l'esperienza.

È chiaro che tale autorità, per dare o negare la sua autorizzazione non si baserà sul proprio personale ed esclusivo criterio, ma giungerà alla conclusione attraverso attento studio, dialogo e senso di responsabilità.

e) Le condizioni
Una sperimentazione, per definizione, è un dato del tutto concreto. È ovvio quindi che sia condizionata dai fattori concreti, cioè persone (disponibilità, adeguata preparazione, ecc...), ambiente socioculturale, situazione religiosa locale, ecc.

L'esperienza inoltre va controllata man mano che si attua e va sottoposta periodicamente a revisione critica nei Consigli competenti ai vari livelli, per misurarne oggettivamente la validità e apportare i ritocchi necessari, ai fini di quell'arricchimento della formazione e vita religiosa e di quel potenziamento apostolico a cui tutti vogliamo mirare.

Da quanto si è detto appare chiaro come bisogna procedere con saggezza, prudenza e in accordo con le norme che vogliono qssere un aiuto ed una garanzia non una remora ingiustificata, perché tali eventuali esperienze non degenerino e diventino fattori negativi invece di vero arricchimento.

Solo agendo cosi la Congregazione potrà risentire i benefici delle disposizioni e dello spirito provenienti dal Concilio e dal Capitolo Generale: è quello che tutti quanti abbiamo a cuore, il vero bene della Congregazione.

L'Anno della Fede ci porti a una vita di fede
All'inizio di questa mia lettera accennavo al coronamento di un periodo di grandi avvenimenti: proprio il 30 giugno si concludeva l'Anno della Fede. Nel vespro di quella domenica, Pietro, nella persona del suo successore Paolo VI, ha ripetuto dinanzi al mondo la sua professione di fede: Tu sei il Cristo, Figlio di Dio vivo.

L'anno non poteva chiudersi in un modo più significativo ed appropriato: la professione di fede pronunciata da Paolo VI non è stata un numero di una solenne cerimonia papale, ma una pacata e chiara risposta al bombardamento delle «idee nuove» così violente e prolungate da provocare sconcerto anche in certi pastori di anime e in alcuni teologi di professione.

Noi, mentre raccogliamo con riconoscenza e con fiducia la parola che ci viene dalla cattedra di Pietro, vogliamo certamente tesoreggiare tutta la ricchezza e la luce che è venuta alle anime nostre durante l'anno della fede: vogliamo dare all'anno della fede ormai trascorso una proiezione nella nostra vita e nella nostra attività che solo dalla fede possono trarre ispirazione, significato e valore.

Vengono assai opportune in questo momento le parole di Jean Guitton: «La Chiesa si sostiene solo sulla fede. Senza la fede, la carità non è che fraternità umana. Senza la fede, che cosa sarebbero i Sacramenti? Simboli magici! Cosa sarebbe la Preghiera? Una vana parola! E la Liturgia? Una sacra rappresentazione! La Confessione? Psicanalisi! Il Catechismo? Una raccolta di moralità e di assurdo! Il Vangelo? Un mito venerabile! Senza la fede, cosa sarebbe l'Ecumenismo? Una pia commedia, perché non ci si può unire se non in una fede comune».

C'è da meditare queste parole, ma insieme vogliamo aggiungere qualcosa che ci tocca assai da vicino.

Senza la fede infatti tutto, e nella Chiesa e nell'ambito della nostra vita religiosa, diventerebbe incomprensibile o perderebbe il suo genuino significato. Che senso avrebbero, senza la fede, la vita di Grazia, i Sacramenti e la Liturgia? Come potremmo vivere con gioia i nostri voti se la fede non li illuminasse dinanzi ai nostri occhi e non ce li mostrasse come strumento di più viva imitazione del Cristo e di piena disponibilità al servizio del Padre e dei fratelli?
Come dice San Paolo, senza la fede saremmo proprio i più miserabili tra gli uomini.

Ma l'impegno che la fede esige da noi non è solo un'adesione di ordine intellettuale a Dio e alle verità da Lui rivelate. Si tratta di un impegno che investe la persona: intelligenza, volontà, sentimento, impegno quindi vitale, esistenziale.

«Credere implica entrare nella scuola di Cristo con il pensiero, con il cuore, con il sentimento del giusto e dell'ingiusto, con tutto quello di cui la vita umana è intessuta» (Guardini).

Possiamo dire di essere animati da vero spirito di fede solo quando il nostro giudizio sulle realtà terrestri e sugli avvenimenti della nostra vita e i motivi ispiratori del nostro agire li prenderemo dalla meditazione della parola di Dio e dagli insegnamenti del Cristo e della Chiesa tenuti costantemente presenti. L'esempio del nostro Padre sia per noi luce e forza. Don Cena di Lui scrisse: «Le verità della fede Don Bosco fu avido di conoscerle, fermo nel crederle, fervente nel professarle, zelante nell'inculcarle, forte nel difenderle».

Alimentiamo la nostra fede
Viene qui naturale chiederci: come noi alimentiamo la nostra fede? Quali sono le letture veramente spirituali — solide e sicure che arricchiscono e consolidano la nostra fede e confortano la nostra anima? Certo non potranno nutrirla — la nostra povera anima — le pagine di certe riviste che accolgono le elucubrazioni di scrittori più ricchi di presunzione che di vera dottrina, o quelle in cui tutto è messo in discussione, dall'autorità del Papa alle stesse nonne morali. I documenti del magistero pontificio ed ecclesiale sono certo un alimento sostanzioso, sicuro, rispondente alle esigenze dei tempi.

Amo pensare che in ogni casa arrivino tali pubblicazioni; ricordo anzi che l'Osservatore Romano si pubblica in edizione settimanale in varie lingue: vi si trova l'insegnamento del Papa e della Gerarchia continuamente aggiornato; ogni casa non deve esserne priva.

Ma poi conviene riconoscere con onesto coraggio: la fede si può perdere da religiosi, da sacerdoti (e ne abbiamo dolorosi esempi). E allora come ci si difende da questo pericolo? E d'altra parte se la fede per essere vera deve investire tutta la nostra vita, come si alimenta senza la meditazione con la quale la verità si approfondisce, si assimila, si trasforma in convinzione, in stile di vita, in azione?
Allora vorrei dire a ciascuno di voi come in un paterno colloquio: la tua meditazione, come va? anima essa la tua giornata? la tua attività?
Ascoltiamo pure gli accorati interrogativi che Paolo VI pone a noi Sacerdoti, apostoli. «Come arde in noi la lampada della contemplazione? Come ci lasciamo attrarre da questo intimo punto focale della nostra personalità, e distrarre perciò per qualche pausa, per qualche interiore conversazione, dall'assillo dell'impegno esteriore? Abbiamo conservato il gusto della orazione personale, della meditazione? Del Breviario? Come possiamo sperare di dare alla nostra attività il suo massimo rendimento, se non sappiamo attingere dalla fonte interiore del colloquio con Dio le energie migliori, ch'egli solo può dare?» (Messaggio di Paolo VI ai Sacerdoti ).

Tolta la meditazione, tolta la lettura spirituale, la meditata e rnetodica lettura della Sacra Scrittura, come si sostiene l'anima religiosa e sacerdotale in mezzo agli assalti di ogni specie che subisce da tutte le parti? Senza vera meditazione animatrice di fede viva ed operosa, la stessa Eucaristia si riduce a qualcosa di esteriore rappresentazione.

L'esperienza di ogni giorno ci conferma sempre più dolorosamente che senza meditazione (e tutta quella ricchezza di fede e di carità che questa parola implica) avviene lo svuotamento dell'anima, subentra il laicismo pratico, il lavoro per il lavoro o per altri secondari scopi, l'ottundimento della coscienza facile ai compromessi ed ai cedimenti, l'apostolato è declassato ad attività sociale; allora il religioso così svuotato diventa anche agli occhi degli uomini non portatore, donatore e rivelatore di Cristo, ma tutt'altra cosa: un organizzatore di belle feste, un professore sia pure di religione, un ministro di culto o un direttore di opere sociali... Con quali conseguenze e per lui e non meno — per le anime?
Come i laici ci vogliono
Consentitemi di stralciare alcuni pensieri dalla lettera che un giovane ha inviato al Direttore di una nostra Rivista. È lo stile aspro ed amaro proprio dei giovani di oggi, ma vi si scopre l'ansia di trovare nel sacerdote, nell'apostolo, l'uomo che vivendo la sua fede, riveli i doni di Dio alle anime. È materia per un fruttuoso esame di coscienza per tutti, non solo i sacerdoti, che ci aiuterà appunto a vivere la nostra fede come apostoli.

«Non basta "fare" il prete, occorre "essere" prete».

«Non ho trovato cosa più odiosa che vedere un uomo tradire la propria missione e oggi, in questo periodo di grande confusione di idee, per il prete, questa è una tentazione. La tentazione di scendere dal soprannaturale e ridursi all'umano, con tutte le sue conseguenze, "per farsi capire dai suoi contemporanei". Questo porta vari sacerdoti ad essere dei falliti, dei disintegrati, gente che abbandona la posizione di testimoni del soprannaturale. Per noi voi siete di più che semplici uomini.: dinanzi ai nostri occhi siete i custodi di "qualcosa che affranca", che libera, che dà la gioia, la pace, la serenità. Voi ci parlate in nome di Cristo, per questo vi ascoltiamo. È scomoda la posizione di testimoni di un crocifisso, ma questa è la vostra missione, l'avete scelta voi, "liberamente"».

«A volte dinanzi ad alcuni sacerdoti ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a dei rinunciatari, a degli scontenti della vita; ho avuto la sensazione che anche nei preti ci sia un capovolgimento della gerarchia dei valori».

«Oggi, spesso il prete cerca la macchina per se stessa, in casa ha tutti i conforts possibili, TV, giradischi, registratore, frigo; ai nostri occhi queste cose appaiono a volte solo come un'evasione dalla vita vera, un' "alienazione" forse affettiva, una fuga. Non dico che voi dovete ridurvi alla miseria, no: ma almeno dimostrateci che non sono queste le preoccupazioni prime di un uomo».

«Abbiate pietà di noi... non abbiamo bisogno che voi aumentiate la confusione delle nostre idee già sì poco chiare; da voi attendiamo più che un pacchetto di sigarette o simili palliativi; da voi aspettiamo Cristo, aspettiamo Dio, voi ce lo dovete dare con la vostra vita».

Nel recente messaggio di Paolo VI ai sacerdoti ci sembra di trovare una risposta all'invocazione di questo giovane: dunque ad un approfondimento della propria fede che la situazione attuale deve incitare il sacerdote, cioè ad una coscienza sempre più chiara di chi egli è e di quali poteri è insignito, di quale missione incaricato».

Carissimi confratelli e figliuoli, nelle parole di questo giovane ventenne possiamo riconoscere il grido di mille e mille giovani di oggi.

Raccogliamolo! Viviamo la nostra fede, alimentandola e difendendola quotidianamente: siamo di essa limpidi segni ed efficaci diffusori nel mondo giovanile specialmente, che guarda a noi con occhi di viva speranza.

Il Signore ci benedica tutti, ci dia forza e coraggio per essere ogni .giorno degni figli della Chiesa e di Don Bosco.

A tutti ed a ciascuno il mio affettuoso saluto.

Pregate per me. Io vi assicuro iI mio costante ricordo in fractione panis.

Vostro afflitto in G. C.

Don Luigi Ricceri
12
LA NOSTRA POVERTÀ OGGI
La povertà: una virtù non contestata. - Impegno nostro. - Alla sequela di Cristo. - La povertà ci fa liberi. - Un'idea centrale del Concilio. - Una testimonianza attesa dagli uomini del nostro tempo. - Una realtà non solo economica. - Realizzazioni di solidarietà. - Amore per i poveri. - Volontari della povertà. - Un leale confronto. - Motivi di confusione. - Il virus del benessere. - Rovina della vita religiosa. Salesiani poveri per la gioventù povera. - Parla Don Bosco. - Il richiamo della Congregazione. - Le nostre opere allo specchio della povertà. - La nostra risposta - Povertà esterna ed interna. - Equivoco legalista. - Maturità e discrezione. - Incoerenze. - La salute dei Confratelli. Beni della Congregazione. - «La comune legge del. lavoro». - Il lavoro, gloriosa divisa del Salesiano. - Valorizzare i talenti. - Povertà collettiva. - Solidarietà con i poveri. - Solidarietà tra le case. - Invito a una solidarietà concreta. - A proposito di danaro. - Amministrazione ordinata e responsabile. - I nostri doveri sociali. - Beati i poveri.

Lettera pubblicata in ACS n. 253
Torino, 27 ottobre 1968 Festa di Cristo Re
Confratelli e figliuoli carissimi,
da tempo andavo pensando di intrattenervi su un argomento di particolare ed attuale interesse per la vita e la missione della nostra Congregazione nella Chiesa di oggi e — prima ancora — per la vita e la vocazione nostra personale di religiosi e di salesiani.

I contatti avuti in questi ultimi mesi — direttamente o indirettamente — un po' con tutte le Ispettorie e con moltissimi confratelli, le numerose lettere ricevute con osservazioni, rilievi, suggerimenti da varie parti del mondo, le relazioni sentite nei tre Convegni continentali degli Ispettori confermano che non debbo ulteriormente rimandare tale trattazione.

Vi intratterrò dunque sul tema della povertà, convinto di adempiere così un mio preciso dovere, di venire in pari tempo incontro al desiderio e — perché non dirlo? — alle preoccupazioni di tanti confratelli che vedono giustamente nella povertà un potente e insostituibile sostegno delle sorti della nostra Congregazione, sostegno che dobbiamo tutti insieme mantenere ben saldo. Dico tutti, perché ciascuno di noi — anche se inconsapevolmente — ha la sua parte positiva o negativa nel difendere questo baluardo della vita religiosa. à stato detto infatti che la povertà, nella linea di difesa e di conquista di ogni Istituto religioso, rappresenta il punto di rottura. E a ragione: basta un po' di riflessione, basta un superficiale esame della storia ecclesiastica per rendersi conto delle ripercussioni che la povertà ha nei gangli vitali di una Congregazione.

Si spiegano così le parole costantemente gravi, accorate e, direi, apocalittiche del nostro Padre dinanzi à prospettive di cedimenti sulla povertà in Congregazione. Don Bosco del resto è sulla stessa linea dei grandi Fondatori e Padri di Ordini religiosi. S. Ignazio chiama la povertà «baluardo che protegge lo stato religioso». S. Alfonso aggiunge che «toccare la povertà significa scuotere l'edificio intero della Congregazione».

E Don Bosco? Abbiamo tutti nel cuore quelle parole che ci fanno tremare: «Guai a quelle case in cui si comincia a vivere da ricchi» (MB IX, 701); «Procurate che niuno abbia a dire: questa suppellettile non dà segno di povertà, questa mensa, questo abito, questa camera non è da povero... Chi porge motivi ragionevoli di fare tali discorsi cagiona un disastro alla nostra Congregazione, che deve sempre gloriarsi della sua povertà» (MB XVII, 271).

Vorrei che ognuna di queste parole del nostro Padre fosse ben meditata in ogni Casa e Ispettoria e messa a confronto con la situazione che oggi vi si riscontra.

La povertà: una virtù non contestata
C'è inoltre un fatto, da tutti facilmente constatabile, che ci invita a portare la nostra vigilante e diligente attenzione sulla povertà.

Nella Chiesa oggi si sentono contestazioni, anche se non plausibili, sul celibato, sull'obbedienza, sulla stessa natura della nostra vita religiosa; ma sulla povertà non solo dei religiosi, ma dei sacerdoti, della Chiesa tutta, non c'è contestazione alcuna; al contrario si pone fortemente l'accento sull'auspicio che venga praticata nella Chiesa e si ode al riguardo un coro nutrito di voci proveniente da ogni ceto di persone, nella stessa Chiesa e fuori di essa. Si fa eco da tutte le parti alla voce del Concilio e del postconcilio, di Giovanni XXIII e di Paolo VI.

Si vuole non solo «una Chiesa dei poveri», ma «una Chiesa povera». Si reclamano ministri di Cristo e apostoli che siano veramente poveri; si vogliono vedere opere apostoliche che esprimano e mostrino chiaramente questa povertà, e non una organizzazione economica o comunque una manifestazione di potenza; si deplora ad alta voce che «ordini religiosi conducano un'esistenza più agiata e più comoda di molti laici che hanno impegni di famiglia e che lavorano duramente» (Fesquet, Roma si è convertita?). «Solo una Chiesa evangelicamente povera — è stato anche scritto — potrà evangelizzare il mondo dell'era atomica, scopertosi paurosamente povero».

Questa sensibilità per una povertà che si direbbe scarnita nella Chiesa e, più ancora, nella vita religiosa d'oggi, pur tra elementi di intemperanza e di estremismo, presenta senz'altro aspetti positivi, confortanti ed in pari tempo ammonitori.

L'uomo d'oggi infatti, fra i tanti difetti, ha dei peculiari atteggiamenti psicologici che lo portano a cercare nella Chiesa e nei suoi uomini valori autentici, coerenti con la loro professione e incarnati, come usa dire, tali che siano ben «leggibili» anche dal superficiale, ma esigente uomo moderno.

Questo atteggiamento, come dicevo, si constata con evidenza a riguardo della nostra povertà.

Ma non dobbiamo neppure ignorare un pericolo in questo atteggiamento, specialmente nel nostro ambiente, il pericolo cioè del verbalismo, di quella che è stata definita la retorica della povertà.

Uno scrittore di spiritualità osserva a questo proposito: «Accade nella vita religiosa che quelli che parlano di più della po4ertà non sono sempre i più attenti ad evitare gli sprechi, le spese inutili, le esigenze costose ed hanno spesso pretese che lasciano sconcertati». «Per la povertà, come per il resto, testimone il Vangelo, non consiste tutto nelle belle parole, ma nell'ascoltare, conservare e mettere in pratica le parole stesse del Signore» (Benoit-Lavaud, Rivista di ascetica e mistica, 1967, pag. 347).

Impegno nostro
A questo appunto mirano queste pagine, carissimi confratelli. Vi invito a leggerle, a farne materia di personale riflessione e, — perché no? — di utile dialogo per ricavarne concrete, anche se non facili, conclusioni.

Se il fenomeno della povertà è così vivo al nostro tempo, destando in tutte le direzioni interessamento e preoccupazione, la nostra Congregazione deve sentire il problema come determinante nell'impostazione della sua vita e attività spirituale ed apostolica, prima ancora di certi problemi disciplinari, organizzativi, operativi, ecc.

La Congregazione, possiamo affermarlo tranquillamente, è nata dalla povertà, è cresciuta con la povertà, è sorta per i poveri. Per questo oggi, dinanzi a fenomeni di deviazioni, dinanzi a cedimenti e compromessi, essa deve guardare con responsabile chiarezza il problema che non è secondario, e deve indicare le vie ed i modi opportuni perché un sostanziale e prioritario ridimensionamento sia operato con la collaborazione di tutti, nella fedeltà assoluta a Don Bosco, che fu Padre dei ragazzi poveri e bisognosi, e volle una Congregazione povera per la gioventù povera.

Alla sequela di Cristo
Prima però di portarci su un piano pratico, è necessario che richiamiamo insieme alcune idee fondamentali da cui profluiscono, per forza di logica e di coerenza, le illazioni concrete che impegnano la nostra vita personale e quella comunitaria, le nostre responsabilità di Superiori, di amministratori, di apostoli, di membri vivi e attivi della Congregazione.

La nostra povertà affonda i suoi motivi nella nostra consacrazione a Dio, portata con i voti alle ultime conseguenze, facendo dell'intera nostra vita un servizio esclusivo di Dio. Noi diciamo, più che con le parole, con la nostra vita di consacrati: «Ecce nos reliquimus omnia» (Mt 19, 27); «Ego sum vinctus in Domino» (Ef 4, 1). Noi accettiamo in pieno la parola di Paolo che dice: «Non estis vestii» (1 Cor 6, 19). E sentiamo che una vita religiosa che uscisse fuori di queste prospettive sarebbe assurda, una vita cioè che non avrebbe una logica spiegazione, con tutte le conseguenze.

Riconosciamo allora — anche attraverso una vasta e triste esperienza — tutta la verità dell'affermazione del Capitolo Generale XIX: «Il Salesiano, per il quale il Cristo e Suo Padre non sono più i grandi presenti nella sua vita, ha perduto la sorgente della vera gioia e della generosità soprannaturale» (ACG XIX, pag. 79).

Ma la nostra consacrazione, lo stato religioso da noi abbracciato portano, secondo l'espressione della Lumen Gentiwn, ad una imitazione generosa e dilgente di Cristo: «...lo stato religioso più fedelmente imita e continuamente rappresenta nella Chiesa la forma di vita, che il Figlio di Dio abbracciò quando venne nel mondo» (LG 44).

E questo, è chiaro, vale senz'altro «per la vita povera che Cristo Signore scelse per sé» (ib. 46). Ad essa infatti con la nostra consacrazione abbiamo inteso e intendiamo uniformare tutta la nostra vita.

Il Perfectae Caritatis dice precisamente, e sono parole certo soppesate: «La povertà volontariamente accettata per mettersi alla sequela di Cristo, di cui oggi specialmente essa è un segno molto apprezzato, sia coltivata diligentemente dai religiosi» (PC 13).

È qui dunque il centro e il fondamento della nostra povertà, la «sequela Christi», a cui volontariamente ci siamo votati: Cristo povero, nostro esempio, nostro tipo, nostro ideale. E questo non su un piano platonico, retorico, ma reale, vitale.

Anche noi ripetiamo con Francesco: «Nudus nudum sequar». Voglio essere seguace fedele di Gesù povero, vero povero. Di Lui dice R. Guardini: «La stirpe dalla quale Gesù discende è decaduta, ed Egli è ben lungi dal pensare a reintegrarla; di una corsa alla potenza neppure la più remota idea... Gesù è povero. Non come Socrate, la cui povertà ridesta fama di filosofo. No, è povero, così, semplicemente, realmente» (Guardini, Il Signore, pag. 229). E ancora: «Ciò che è caratteristico in Cristo non consiste nel fatto che Egli rinunzi arie delicatezze del mondo per imporsi privazioni, ma nella libertà... Libertà perfetta, serena, sovrana; ecco la grandezza del Signore. Egli è libero da ogni più remoto rancore per ciò che Egli non gode» (ib., pag. 258). Queste osservazioni del Guardini ci devono guidare nella valutazione di tutti i riferimenti evangelici su Cristo povero che troviamo anche nel Perfectae Caritatis.

Orbene, da Betlemme a Nazareth, al Calvario, al Sepolcro messogli a disposizione da Giuseppe d'Arimatea, Cristo vide la povertà come la liberazione, e quindi la vita in povertà come vita nella libertà.

La povertà ci fa liberi
Ed è appunto la libertà un «elemento ossigenante e dinamico» della nostra povertà, libertà che rende la nostra anima disponibile per Dio. Nell'autosufficiente non c'è posto per Dio, mentre chi vive la povertà evangelica avverte l'insufficienza umana e il conseguente bisogno di Dio che egli cerca e trova liberato dai lacci e dai pesi delle cose terrene.

«Il sacerdote, dice Courtois, — e noi possiamo dire il religioso — essendo personalmente distaccato dai beni materiali, non è tentato di dimenticare, nel vortice dell'azione, i mezzi soprannaturali: egli fa i conti con Dio, conta su Dio, e Dio non viene meno. Poiché egli non ha altro fine che il Suo Regno, tutto il resto gli viene dato in sovrappiù; poiché ha rinunciato allo spirito di proprietà che, al dire di Olier, è quanto di più contrario può esserci allo spirito cristiano, Dio prende possesso di lui, parla per mezzo delle sue labbra, ama per mezzo del suo cuore e si dona per mezzo della sua dedizione» (G. Courtois, Incontri con Dio, Vol. 11, pag. 87).

La povertà è il primo correttivo per far puntare verso i beni spirituali in una società (e noi tutti non possiamo estraniarcene) che con il moltiplicarsi dei beni materiali corre il rischio di restare schiava.

A ragione si è fatto notare che l'ateismo esplicito è nato prima nei paesi dell'opulenza. È risaputo che il male della immoralità, e non solo questo, è preceduto da quello della ricchezza e del benessere, che hanno fatto dimenticare le cose del cielo. Mentre dunque il progresso puramente materiale rischia di far perdere la visione e il senso delle cose spirituali, la povertà (non diciamo la miseria, si badi bene) porta nella vita dell'uomo il senso delle proporzioni dei valori senza appiattirlo e materializzarlo. Tutto questo, è superfluo dirlo, vale esattamente anche per noi religiosi, e l'esperienza quotidiana ce lo conferma: la mancanza di povertà nell'individuo e nella comunità intacca fatalmente la vita religiosa nei suoi elementi essenziali, dalla castità alla pietà, dallo zelo apostolico, alla vita comunitaria. Non si esagera se si afferma che tanti mali e tanti disastri nelle comunità ecclesiali e religiose sono connessi intimamente con lo sbrecciamento della povertà. Ce lo dice la storia e ce lo conferma la cronaca e l'esperienza quotidiana.

Un'idea centrale del Concilio
Si comprende allora come la Chiesa del Concilio, esaminandosi coraggiosamente alla luce di Cristo e della storia, abbia voluto porre l'accento sulla povertà come su un punto cardine.

Un'idea centrale, fra tanti riferimenti a questo riguardo, la troviamo nella Lumen Gentium. Vi si legge infatti: «Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e la persecuzione, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza» (LG 8).

Questa affermazione programmatica trova una più concreta spiegazione nelle parole di Paolo VI. Egli infatti nella Ecclesiam suam così parla ai Vescovi: «Pensiamo che lo spirito di povertà... sia necessario per farci comprendere tante nostre debolezze e rovine nel tempo passato e per farci altresì comprendere quale debba essere il tenore di vita e quale il metodo migliore per annunciare alle anime la religione di Cristo. Noi attendiamo che voi diciate come debbano, pastori e fedeli, dare alla loro parola e alla loro condotta l'impronta della povertà» (n. 56).

La Chiesa dunque, senza ombra di dubbio, vede nella povertà la sua via, il suo metodo, la sua stessa via. Per questo vuole liberarsi da quelle che Papa Giovanni chiamerà «forme imperiali».

Ed è proprio questo senso di liberazione proveniente dalla povertà evangelicamente vissuta che fanno dire allo stesso Papa Giovanni: «Non senza grande speranza e con nostro grande conforto vediamo la Chiesa oggi finalmente non soggetta a tanti ostacoli di natura profana, che si avevano nel passato» (Discorso di apertura del Conc. Ecum. Vatic.11, Il ottobre 1962).

Paolo VI, di rincalzo, sentirà la necessità di affermare: «Bisogna che noi liberiamo la Chiesa dal manto regale che da secoli è stato gettato sulle sue spalle...»; parlando anzi alla nobiltà romana, Egli potrà dire: «Ci sentiamo umanamente poveri davanti a voi; davanti a voi noi siamo ora a mani vuote». Ma si affretta subito ad aggiungere con accento di gioiosa vittoria: «Il titolo con cui ci presentiamo è solo quello della potestà spirituale» (Discorso all'Aristocrazia Romana, 14 gennaio 1964).

Una testimonianza attesa dagli uomini del nostro tempo
È proprio questo che la società e i fedeli attendono dalla Chiesa, dai suoi uomini, da noi.

Ecco una sintesi di questa motivata attesa: «L'eclisse di Dio, che in modo tanto allarmante si è prodotto in seno alle vecchie cristianità, è in relazione alla densità di ricchezza e al potere che con la sua spessa opacità ha distrutto la trasparenza divina della Chiesa. Una Chiesa umanamente potente e ricca non può in alcun modo far trasparire la lontananza trascendente dell'Assolutamente-Altro. Nell'orizzonte dell'umanità atomica Dio potrà apparire solo attraverso la sottile e fine trasparenza di una Chiesa povera, umile e spoglia» (Gonzffiez Ruiz, Povertà evangelica e promozione umana, pag. 110).

In conclusione, tutto ci invita ad una povertà che si traduce in una libertà totale di fronte alle potenze terrene, comunque esse si esprimano ed operino, una povertà distaccata dai beni della terra, una povertà soprattutto disinteressata che sappia adattarsi a condizioni nuove, che vada verso i poveri, i bisognosi, una povertà che sia «la sconfessione del primato dell'economia e della capacità dei beni temporali a soddisfare il cuore dell'uomo» (Card. Montini, Discorsi).

È questa povertà «liberazione interiore» (Paolo VI) che regola e dosa il giusto rapporto con le cose del mondo: con la tecnica, con le comodità moderne, con il divertimento, ecc.

Una realtà non solo economica
Ma veniamo più specificamente alla nostra povertà di consacrati, di religiosi.

Dicevamo che nella definizione della povertà religiosa dataci dal Perfectae Caritatis, semplicissima, ma così ben centrata, si trova il perché di questa virtù da noi volontariamente accettata: «La sequela di Cristo» (PC 13) .

La nostra povertà dunque non è una realtà economica e sociale, da noi non scelta, ma solo subita, come è quella di tanti: la nostra è una povertà volutamente scelta, cercata, ma non per essere liberi dalle preoccupazioni del denaro e dei beni temporali. Sarebbe questa una povertà semplicemente stoica.

Ricordiamo il pensiero di S. Gerolamo: «L'importante non è il "noi abbiamo lasciato tutto": questo lo fa anche il filosofo Cratete; e molti altri hanno disprezzato la ricchezza. L'importante è il "per seguire te", il che è proprio degli apostoli e di quelli che credono» (Dall'Omelia del Comune degli Abati).

E noi aggiungiamo: il religioso con il suo distacco anche esteriore si mette in condizione di «seguire il Cristo più da vicino». E perché? Perché lo ama! Con un amore che si fa imitazione, unione, servizio.

Noi abbiamo scelto e amiamo la povertà perché Gesù l'ha amata. Partecipiamo gioiosamente alla povertà, perché ha segnato tutte le tappe della sua vita, perché sappiamo, come Egli ha insegnato, che il nostro tesoro è nei cieli, e che Cristo risorto è la nostra vera ricchezza; il che ci porta a tendere con più ardore e con maggior sicurezza verso
il possesso dei beni eterni.

In tale modo la nostra povertà, mentre dà segno del nostro amore a Cristo, esprime la nostra fede in Lui, nelle sue promesse, nella sua parola; e di questa parola dà testimonianza al mondo che oggi è più disposto a credere dinanzi alla nostra povertà che dinanzi a opere
anche impressionanti.

Al riguardo il Card. Verdier diceva: «La mia lunga esperienza mi ha insegnato che il popolo ama veramente non l'apostolo eloquente, non l'apostolo sapiente, nemmeno l'apostolo pio, ma colui,. di cui si può dire: costui non ha nulla per sé! L'apostolo che è veramente povero e disinteressato è nella lunghezza d'onda del popolo e fa miracoli in mezzo ad esso».

Per questo mentre lavoriamo sodo e senza sosta per il nostro pane quotidiano, guardiamo, sì, al domani, lo prevediamo anche, ma senza inquietudine disperata, abbandonati con fiducia nelle braccia del Padre nostro che nutre gli uccelli dell'aria e veste i gigli del campo.

Realizzazioni di solidarietà
Ma questa nostra povertà gioiosamente e amorosamente volontaria porta altri magnifici frutti.

Con essa, mentre rinunciamo ad avere beni strettamente personali di cui poter disporre, eliminando così quei motivi di lotte, di gelosie e di ansietà che angustiano e avvelenano tante esistenze nel mondo, in pari tempo ognuno di noi apporta le sue forze, le sue risorse personali, le sue attività a bene di tutti i fratelli, dai quali correlativamente riceve secondo i propri bisogni concreti.

È la legge della solidarietà che agisce nei due sensi: ricevere e dare; per cui ognuno è utile a tutti e contemporaneamente è aiutato da tutti.

È la realizzazione nel tempo della fraternità dei primi cristiani che «vivevano nella uguaglianza e mettevano tutto in comune» (At 2,44); fraternità che deve esprimersi in una uguaglianza reale tra confratelli, senza quelle discriminazioni che annullano di fatto la vita fraternamente comunitaria. Nessuna differenza quindi nell'uso di tante cose tra chi tiene in mano un'amministrazione e chi no, tra chi compie un lavoro direttamente rimunerato e chi esercita un ministero che non è economicamente redditizio; l'unica differenza ammissibile è quella dovuta a motivi di salute e di servizio.

Una povertà così vissuta è il superamento dell'egoistico «mio» e «tuo», che avvelena e uccide spesso anche nelle famiglie naturali la carità fraterna, ed è appunto l'incentivo alla costruzione di una vita comunitaria nella vera carità.

Amore per i poveri
Ma sempre a proposito della povertà religiosa, nel Perfectae Caritatis leggiamo un'altra parola che ci invita a riflettere: «Tutti i religiosi devono amare i poveri nelle viscere di Cristo» (PC 13). Questo passaggio è estremamente logico. Con la povertà volontaria infatti noi ci uniamo non solo al Cristo povero, ma con tutti i poveri di cui Gesù ha voluto farsi fratello sino al punto, in un certo senso, di identificarsi con essi.

Gesù si mette al posto dei poveri: «...l'avete fatto a me». Tutto questo non è una commovente metafora, una sublime finzione, ma è una realtà, una identificazione chiara. Gesù infatti non ha detto: «immaginate di farlo a me», né «io lo considero fatto a me»; ma ha detto: «l'avete fatto a me».

C'è dunque una presenza di Cristo nei poveri che sono i clienti privilegiati del Vangelo: ad essi, su questa linea, la Chiesa del Vaticano 11 ha dimostrato tutta la sua predilezione fatta non di sentimento e di retorica, ma di comprensione e di opere.

Questo richiamo a guardare ai poveri, a fermarci sul loro triste cammino con il cuore del Samaritano, è tanto più forte ed urgente in quanto, attraverso i mezzi che la tecnica moderna ci offre, le sofferenze, la miseria, i bisogni di milioni di fratelli, piccoli, vecchi, donne, non sono più ignorati, non si possono più ignorare, ma in pochi minuti si presentano ai nostri occhi in tutta la loro tristissima e choccante realtà. Ormai possiamo dire di averne una documentata, continua conoscenza; c'è solo il pericolo di una assuefazione dei nostri occhi, e — peggio ancora — del nostro cuore a tale visione.

«Oggi, nella nostra cosidetta civiltà dell'opulenza, in un mondo in cui gli uomini hanno imparato a guidare i missili, ma non hanno imparato a vivere come fratelli, in una società in cui i più scontano con la fame la indigestione di pochi, la miseria ha assunto dimensioni paurose. Ci sono statistiche, cifre, episodi che non dovrebbero farci dormire» (A. Pronzato, Ma io vi dico, pag.143).

Volontari della povertà
Queste parole dobbiamo sentirle rivolte a noi che siamo dinanzi alla Chiesa e alla società i «volontari della povertà», e come tali i più qualificati «a non dormire», a non coprirci gli occhi e a non turarci le orecchie dinanzi alle migliaia, alle centinaia di migliaia, ai milioni di fratelli che non solo dagli «slums» di Calcutta, dalle «favelas» di Rio de Janeiro, dalle «barriadas» di Bogotà, ecc„ ma dalle stesse città dove lavoriamo abitualmente, forse dalla viuzza vicina alla nostra casa, ci fanno sentire la parola angosciosa: ho fame!
Questa parola un giorno la risentiremo da colui che si nasconde nel povero, in ogni povero: «Ebbi fame!».

Non si tratta, cari confratelli, di demagogico o romantico classismo; no, si tratta invece di mettersi, de facto, al posto che ci compete. S. Basilio, in una sua omelia, rivolgendosi al ricco insensato, esce in queste incalzanti e severe accuse: «Se uno spoglia chi è vestito, si chiama ladro. E chi non veste l'ignudo, quando può farlo, merita forse altro nome? Il pane che tieni per te è dell'affamato, il mantello che custodisci nel guardaroba è dell'ignudo, le scarpe che marciscono in casa tua sono dello scalzo, l'argento che conservi sotterra è del bisognoso».

L'Abbé Piene, che conosce assai bene e vive da vero cristiano e sacerdote la tragedia della miseria nel mondo, dice parole che si possono riferire a ciascuno di noi: «Davanti ad ogni sofferenza umana, secondo le tue possibilità, datti da fare non solo per alleviarla senza ulteriore indugio, ma anche per distruggerne le cause».

Allora, se è vero che «nessuno ha diritto di essere felice da solo» (Raoul Follereau), se è vero che la nostra povertà è imitazione del Cristo, essa deve condurci ad una vita concretamente impegnata nei confronti dei poveri.

Un leale confronto
Il primo impegno mi sembra essere questo: metterci coraggiosamente a confronto con questa turba di fratelli poveri, e non dico solo di sottoalimentati, di miserabili, ma di poveri, di operai, di lavoratori. Sarebbe interessante, per esempio, trovarci alle cinque del mattino, su tanti treni operai che in ogni parte del mondo trasportano centinaia di migliaia di lavoratori, impiegati, insegnanti, ecc., nelle città distanti 50, 60, 70 Km. E poi alla sera il viaggio di ritorno ancora insieme, dopo la giornata di lavoro, spesso con la mente ed il cuore protesi al figlio, alla consorte ammalati... Sarebbe assai utile toccare con mano certi drammi, certe situazioni, certe realtà dolorosissime di cui noi non immaginiamo neppure l'esistenza.

Anche tanti nostri parenti, molte volte gli stessi genitori dei nostri alunni, a quale vita di sacrificio e di lavoro si sottopongono per la famiglia, per i figli, per tirare avanti, senza peraltro pensare di essere degli eroi: e questa è la vita di milioni di uomini e di donne che non hanno voto di povertà, di rinunzia... «Si tratta di tutti i poveri, non solo di quelli che sono sprovvisti dei beni di fortuna o della sicurezza del loro lavoro, ma anche di tutti quelli che sono privi dei beni essenziali alla vita umana e soprannaturale e che noi possediamo.

Poveri sono coloro che non si sfamano mai abbastanza, coloro che sono male alloggiati, coloro che per le condizioni del proprio lavoro si trovano di continuo in uno stato di insicurezza.

Poveri sono coloro che non sono amati, coloro il cui focolare è devastato o che non l'hanno mai avuto, coloro che vivono nel deserto del cuore.

Poveri sono coloro che non hanno il sostegno della stima altrui. Poveri sono, infine, coloro che non possiedono la luce della vita divina e non sanno che il Cristo viene soprattutto per loro e che egli batte alla porta della loro vita...» (G. Huyghe, I Religiosi oggi e domani, pag. 225 s.).

Ora noi troppo spesso parliamo «della nostra povertà», «della nostra rinunzia», «della nostra vita di sacrificio...». Queste parole, a furia di ripeterle, possono diventare la copertura di una mentalità e di atteggiamenti piccolo-borghesi.

Motivi di confusione
Riconosciamo onestamente, di fronte a tantissima gente che fa realmente una vita dura, che a noi normalmente non manca nulla: nessuna preoccupazione, anzi un certo «confort».

Sino a che punto allora possiamo dirci poveri, specialmente quando il tono, lo stile della nostra vita non sono un «segno» chiaro della nostra povertà?
Anche per un senso di rispetto verso tanti e tanti fratelli che fanno una vita di lavoro e di sacrificio, anche per un senso di gratitudine' alla Provvidenza che, tutto sommato, ci consente una posizione che non conosce l'insicurezza e le preoccupazioni che assillano milioni di persone, dobbiamo sentire l'impegno di una vita improntata ad austerità.

Non vorrei essere frainteso. So bene che tante nostre comunità non solo sono esemplari al riguardo, ma non rare volte si contentane di un vitto che, come quantità e come confezione, non si differenzia per nulla da quello di tanta povera gente. E mi è caro in questa sede rendere omaggio a questi confratelli che con semplicità salesiana vivono una vita autenticamente sacrificata.

Ma proprio anche in vista di questi nostri fratelli, figli della stessa comune Madre Congregazione (ma non per questo solo) dobbiamo esaminare bene il livello e il tono della mensa in ogni nostra comunità.

Non si dice affatto che bisogna sottoalimentarsi in omaggio a tali situazioni o per il fatto che ci sono milioni di uomini che muoiono di fame, Si lavora ed è necessario alimentarsi e sostenersi adeguatamente. Ma mi pare che non possono affatto accordarsi con la nostra povertà certi apprestamenti di tavola più che sovrabbondanti, come pure le facili eccezioni nel cibo per motivi non sempre convincenti. Non possiamo accettare che la nostra mensa sia abitualmente fornita, in qualità e quantità, assai più largamente di quella di tanti benefattori ai quali chiediamo la beneficenza, o degli eventuali ospiti ed amici; ciò provoca in loro impressioni non certo edificanti.

Questo, ripeto, non ha nulla da vedere col vitto sano e adeguato ai bisogni del nostro lavoro, che deve essere apprestato con ogni cura e larga comprensione da chi ne ha l'incarico; ma le esagerazioni, no; dobbiamo evitarle, come pure mi pare convenga evitare certe foto spesso pubblicate anche su riviste — che riproducono Salesiani assisi a mense sontuosamente imbandite.

Sono rimasto felicemente ammirato nel leggere di famiglie cattoliche che una volta la settimana vanno a dormire senza cena, affinché tutti i membri, specialmente i giovani, sappiano che cosa sono gli stimoli della fame e capiscano che cosa vuoi dire «aver fame». Il risparmio di detta cena va tutto ai poveri. Si tratta di persone che non hanno fatto, come noi, professione di povertà: appunto per questo il loro esempio mi sembra un più forte richiamo per noi.

Il virus del benessere
Dopo aver accennato agli apprestamenti di tavola, possiamo aggiungere un altro rilievo: certe lunghe comodissime e inattive vacanze, che neppure persone agiate si consentono, certi viaggi di puro turismo o comunque dispendiosi senza una ragione proporzionata, quel procurarsi per uso personale e propria soddisfazione macchine e strumenti non solo costosi, ma che richiedono poi sempre nuove spese per usufruirne, quel correre affannoso insomma al possesso di tante e tante cose, tutto questo si può chiamare povertà religiosa e conciliare?
E che dire di certi ambienti i quali invece di offrire una dignitosa proprietà e semplicità, ostentano nei mobili e negli arredamenti un lusso che, oggi specialmente, provoca reazioni e commenti tutt'altro che favorevoli?
Diciamolo con fraterna franchezza: oggi il virus del benessere entra per molte vie nelle nostre comunità, la vita si imborghesisce e si cercano giustificazioni che però non convincono: e questo anche da parte di chi dovrebbe vigilare, intervenire e provvedere.

Ci si mette su un piano pericolosamente inclinato per cui, «sensim sine sensu», un cedimento prepara e incoraggia nuovi cedimenti; la coscienza per tacitare dubbi e rimorsi si fa accomodante e trova sottili, anche se non proprio convincenti motivazioni agli abusi, ai tradimenti, nell'esempio di questo o di quel confratello, nel silenzio (forse troppo prudente) di chi dovrebbe richiamare, ecc. Intanto il male si allarga a macchia d'olio, il livello religioso si abbassa, la sensibilità spirituale e apostolica si sclerotizza, si fa sempre più strada quel certo borghesismo, quel comodismo che sfociano fatalmente in laicismo pratico.

Rovina della vita religiosa
Lo so, non sempre tutta la realtà risponde esattamente al quadro che ho descritto. Ma ciò non elimina la sostanza della situazione. In ogni caso è assolutamente vero e storicamente documentato che Comunità e Istituti Religiosi si sono anemizzati e sono andati e'síingnendosi, anche se lentamente, passando appunto attraverso l'abbandono progressivo della povertà dei singoli membri e delle Comunità.

Del resto, proprio in questi nostri giorni ce lo ripetono i laici, e più ancora i giovani, i quali condizionano la loro fiducia alla nostra coerenza precisamente in tema di povertà. Essi ci dicono: «Come possiamo credere a voi, uomini consacrati a Dio nella povertà, che dite di aver rinunciato a tutto per Cristo, se non vivete questi valori evangelici in modo da essere capiti dagli uomini in un'epoca in cui il segno esterno ha più valore che mai?».

Il P. I-Mring, esaminando in una conferenza sulla povertà il valore di servizio e di testimonianza per il Vangelo che devono avere per noi i beni materiali, fa questi indovinati rilievi sul loro retto uso: «Una Mercedes è più utile di una piccola Fiat, ha più grande sicurezza sulla strada e ci porta anche al termine in minor tempo, ma non fa un più grande servizio al Vangelo. La piccola Fiat è meno comoda, ma rende un servizio più alto di testimonianza. Il Vescovo di Ringsburg, molto dotto, aveva ricevuto in regalo una Mercedes al tempo della ripresa economica della Germania; gli era sembrata buona cosa perché utile e anche regalata. Quando però fu fatta una inchiesta fra tutti gli studenti dei licei della città, "che cosa ti piace nella Chiesa e che cosa non ti piace", il punto numero uno nella scala degli scandali risultò la Mercedes dell'Arcivescovo. Eppure era un regalo, era utile, rendeva un servizio eccellente..., ma nella scala degli scandali occupava il primo posto. Quando il vescovo lo seppe, subito vendette la Mercedes e comperò una Volkswagen, che anche gli operai possedevano già».

Dipende dalla situazione: in America sono meno sensibili, non di meno spesso ho sentito parole di critica ad un Vescovo che possedeva due Cadillac. E si è pure sentito criticare un certo religioso che ha fatto carriera ecclesiastica e viaggia con la Cadillac: non rende il servizio della testimonianza, del servizio tipico, caratteristico, che noi vogliamo rendere al popolo. E questo, come dice il Decreto Perfectae Caritatis, dipende anche «dalle circostanze».

Le esemplificazioni su riportate servono molto bene a dare i criteri nell'impiego di tanti beni e di tanti mezzi, dall'auto al magnetofono, alla discoteca, alla macchina fotografica e alla cinepresa, alle raccolte di francobolli, ecc.

Non una sola volta abbiamo sentito in questi ultimi tempi di giovani che hanno rinunciato a fare parte di una Congregazione i cui membri fanno una vita di comodi e conforti borghesi, dove il giovane moderno, che ama impegnarsi senza accomodamenti e transazioni, trova invece un pratico abbandono dell'ideale professato.

Voi tutti, o carissimi confratelli, comprendete i molti perché di questi miei rilievi e accogliendoli ne terrete il debito conto.

Salesiani poveri per la gioventù povera
La nostra «sequela Christi pauperis», la parola di Gesù «l'avete fatto à me», ci portano a una considerazione tutta salesiana, a un preciso richiamo, a un impegno avuto in eredità dal nostro Padre, riconosciutoci e rinnovatoci ancora oggi dalla Chiesa, dal Vicario di Cristo. Don Bosco, il figlio di Margherita, magnifica maestra di povertà, e il discepolo del Cafasso, anche lui esemplare maestro di povertà, fu povero si direbbe per vocazione, ma insieme per convinzione promanante da una larga e approfondita esperienza della storia della Chiesa antica e recente, e prima ancora, da una acuta sensibilità evangelica e soprannaturale.

Orbene, Don Bosco, così povero, volle che la sua Congregazione fosse povera e andasse verso la gioventù povera.

Questa volontà esplicita, decisa, assoluta, lo accompagna senza mai una incertezza, un cedimento, in tutta la vita.

Le affermazioni al riguardo sono documentate si può dire in ogni pagina delle sua Memorie, le ritroviamo in centinaia e centinaia di conferenze, buone notti, prediche, conversazioni.

Peccato che ai tempi del nostro Padre non ci fossero i mezzi tecnici di riproduzione sonora. Potremmo anche noi sentire quelle sue parole e più ancora l'ansia accorata del Padre nel solo timore che la sua creatura, la Congregazione, dovesse nel tempo guastare l'eredità paterna.

Parla Don Bosco
Rileggiamo almeno alcune gravi e accorate parole di Don Bosco e sentiamole come rivolte a noi personalmente: «Amate la Povertà scrisse nella lettera-testamento — ...Guai a noi se coloro da cui attendiamo la carità potranno dire che teniamo vita più agiata dalla loro» (MB XVII, 271).

«La nostra Congregazione ha davanti un lieto avvenire preparato dalla Divina Provvidenza, e la sua gloria sarà duratura fino a tanto che si osserveranno fedelmente le nostre regole. Quando cominceranno tra noi le comodità o le agiatezze, la nostra Società ha compiuto il suo corso» (ib., 272).

A proposito dei giovani, sempre nella lettera-testamento lasciò scritto: «Il mondo ci riceverà sempre con piacere fino a tanto che le nostre sollecitudini saranno dirette... ai fanciulli più poveri, più pericolanti della società. Questa è per noi la vera agiatezza che nessuno verrà a rapirci» (ib., pag. 272).

Nel 1874 discorrendo familiarmente con i suoi all'Oratorio ci fu chi avanzò l'idea che nel futuro i Salesiani avrebbero potuto avere collegi per nobili: «Questo poi no! — uscì a dire di scatto Don Bosco — Non sarà mai, finché vivrò io! Per quanto dipende da me non sarà mai... Questo sarebbe la nostra rovina, come fu la rovina di altri illustri Ordini Religiosi... Ricchezze ed entrature nelle case dei ricchi fanno gola a tutti; se noi staremo sempre attaccati ai poveri fanciulli, saremo tranquilli; se non altro perché parte del mondo ci compassionerà e tollererà e parte ci loderà. Nessuno avrà invidia di noi...» (MB VII, 647).

È fuori discussione, dunque, che la povertà della Congregazione e la sua vocazione per i giovani poveri formano la volontà costante di Don Bosco, che si fa ansia ogni volta che egli pensa all'avvenire della Congregazione.

Ora noi abbiamo in mano questa eredità; abbiamo tutti, ognuno secondo il posto assegnatogli dalla Provvidenza nella nostra Famiglia, la responsabilità di non tradire la volontà paterna, specie in un momento storico in cui tutta la Chiesa vuole liberarsi da ogni scoria di potenza e di ricchezza, e si rivolge ai poveri e agli umili, nei quali vede e ritrova — come già il suo Divin Fondatore — la porzione eletta della sua eredità.

Il richiamo della Congregazione
I recenti Convegni continentali hanno sottolineato con parole anche forti l'attualità e l'urgenza di questo impegno.

Tra le conclusioni approvate nella riunione degli Ispettori Salesiani dell'Asia a Bangalore (20-26 febbraio 1968) leggiamo:
«La nostra testimonianza collettiva di povertà trova la sua espressione più salesiana nella nostra preferenza — de facto — alla gioventù povera, Certo il compito salesiano è vasto, complesso e vario.

Ma c'è un movimento di fondo e questa ispirazione carismatica in Don Bosco: una posizione di privilegio alla gioventù povera.

La nostra fedeltà a questo carisma del Fondatore dipende dal nostro senso della povertà (ACG XIX, pag. 82). Vivremo certo più da poveri e saremo segno più manifesto di Cristo povero se, nei diversi paesi in cui siamo impiantati, potranno tutti constatare che il primo posto nelle nostre opere è dato alla gioventù che in quei paesi è considerata povera e abbandonata.

Il Ridimensionamento tenga conto di questa vitale testimonianza di fedeltà a Don Bosco» (ACS n. 252,429) .

E nelle conclusioni del Convegno di Caracas leggiamo: «...è necessario non solo che facciamo, per mezzo di una giusta informazione, vedere il nostro lavoro a pro dei poveri, ma è urgente che ritorniamo con coraggio al lavoro tra la gioventù povera e abbandonata: in quei luoghi soprattutto dove questa testimonianza sia stata offuscata e si sia deformata l'immagine della Congregazione. Codesta testimonianza, nel nostro mondo sottosviluppato, è urgente e ci obbliga a una precisa e continua revisione dei nostri passi» (ACS n. 252, pag. 469).

Ma già il Capitolo Generale XIX avvertiva: «...oggi più che mai Don Bosco e la Chiesa ci mandano di preferenza in mezzo ai poveri, ai meno favoriti, al popolo... La nostra fedeltà a questo aspetto privilegiato della nostra vocazione dipende dal nostro senso della povertà; essa infatti ci farà preferire le opere difficili in favore dei poveri alle opere più comode in favore delle classi abbienti» (ACG XIX, pag. 82).

Invito Ispettori e Consigli Ispettoriali, Direttori e Consigli locali e confratelli tutti a ben riflettere sulle citate parole.

In questi anni più volte si sono fatti richiami e inviti in questo senso. So che essi sono stati da molti anche raccolti.

In varie Ispettorie infatti c'è un consolante fermento per rendere operanti questi richiami. Centri giovanili sorgono qua e là: in molte metropoli ci sono coraggiose iniziative di attività sociali, di catechesi in zone estremamente povere e abbandonate con la collaborazione di laici.

Ma penso che potenziare gli oratori, i patronati, i clubs già esistenti senza lesinare personale e mezzi, in modo che abbiano vita efficiente, anzi rigogliosa, occuparsi dei giovani apprendisti e operai, e tante altre iniziative a favore della gioventù povera e bisognosa siano cose possibili anche in quelle opere che non si possono occupare esclusivamente di poveri; è anzi un modo per dare a queste opere uru dimensione spiccatamente popolare e quindi squisitamente salesiana Si è sicuri, così, di aver scelto bene.

Tale realtà è stata fissata dal De Lubac con queste chiare affermazioni: «Quando si è scelta un'ideologia, non si è mai sicuri di non essersi sbagliati, almeno in parte. Quando si è sottomessi a un'ideologia, non si è mai certi di aver adottato il partito buono. Quando invece si è fatta la scelta dei poveri, si è sempre sicuri, doppiamente sicuri, di aver fatto una buona scelta. Si è scelto come Gesù e si è scelte Gesù» (H. De Lubac, Nuovi Paradossi).

Comprendo le difficoltà di varia indole, da quella del personale quella economica. Ma è proprio il dovere affrontarle e superarle, i] dovere compiere dei sacrifici, il realizzare attività e opere che non hanno la sicurezza di una vita che si svolge in un ben determinato binario per tanti aspetti facile e comodo, è tutto questo che dà alla nostra missione un rinnovato e attuale senso conciliare, ecclesiale e vivacemente salesiano e ai confratelli specialmente giovani fiducia ed entusiasmo nel donarsi; quel donarsi che è l'aspetto più complete della nostra povertà che non si ferma a dare a Cristo nel giovane, nel povero, qualcosa del proprio, ma dona tutto se stesso.

Le nostre opere allo specchio della povertà
Passando come in rivista le nostre opere nel mondo si constata con gioia che tante sorgono e operano in zone spesso assai povere, e si occupano di ragazzi e giovani poveri e bisognosi. I confratelli che vi lavorano sono assai ammirevoli per lo spirito di sacrificio con cui si dedicano a questo apostolato. In non pochi Paesi siamo conosciuti come religiosi dedicati a opere sociali, in quartieri ben noti per la loro triste povertà.

Ma è anche vero che abbiamo non poche opere che si dedicano ad altri ceti. Che cosa fare? Certo nessuno può pensare, per tanti ovvii motivi, a smantellare senz'altro tali opere, né alcuno potrà dire che i Salesiani che vi lavorano sono... meno Salesiani degli altri. Sono nell'ubbidienza e d'altra parte procurano di essere Sacerdoti, Catechisti, Apostoli tra questi giovani che non poche volte soffrono di una povertà spirituale e morale che ha tanto bisogno dell'aiuto (e di quale aiuto!) dell'educazione cristiana e salesiana. I poveri infatti non sono solo quelli sprovvisti di beni di fortuna o della sicurezza di lavoro, ma anche tutti quelli che sono privi dei beni essenziali alla vita umana e soprannaturale.

Ma il pericolo è un altro: c'è il pericolo che queste opere, in fondo più comode per vari aspetti e più facili, abbiano quasi un trattamento preferenziale, sviluppandosi eccessivamente e restringendo di conseguenza il nostro apostolato a carattere spiccatamente popolare. C'è quindi da chiedersi con serenità: nell'Ispettoria quale proporzione c'è fra le opere destinate alla gioventù povera e le altre? Accanto a queste ultime quali attività si svolgono a favore della gioventù povera? Quanti confratelli di queste case si prestano per lavorare fra i poveri? E le opere destinate ai ceti popolari come si reggono? L'Oratorio o le opere similari e quelle sociali, quale trattamento hanno sia quanto a personale che a locali, ad aiuti economici, ecc.?
Le risposte a queste domande possono essere quasi un test per puntualizzare la posizione che occupano i poveri quale centro di interesse nella Ispettoria, nelle singole case.

Questo esame bisogna farlo, perché il pericolo di una certa corsa verso le opere «comode» del benessere non è immaginario.

Forse in certe zone del mondo si è creato, per un complesso di cause, uno sviluppo ipertrofico di opere per i giovani di un livello sociale di un certo tipo, a scapito delle opere popolari che devono caratterizzarci come Salesiani.

Bisogna guardare bene tali situazioni in questi momenti in cui anche per mandato del Capitolo Generale XIX si rivedono le opere in Congregazione. Comunque, dobbiamo difenderci dalla tendenza, che direi naturale, a portarsi, nella nostra azione apostolica, su un piano sociale superiore a quello che ci è stato perentoriamente assegnato da Don Bosco.

E questo, con sensibilità ai segni dei tempi, per i necessari adattamenti, e per agire in assoluta fedeltà all'idea sostanziale di Don Bosco, ma senza paura di accettare o ricercare forme nuove purché servano efficacemente all'idea di sempre.

Non mi sembra fuor di luogo accennare qui a una attività della Congregazione che, mentre risponde ai fini costituzionali della Congregazione stessa, raccoglie il rinnovato appello della Chiesa e serve magnificamente ad alimentare nelle nostre Ispettorie e nelle comunità uno spirito di generosità, di disponibilità, di rinunzia strettamente legato allo spirito di povertà.

Parlo dell'apostolato missionario. Questa attività non si restringe ai soli confratelli che lasciano la propria Ispettoria per darsi completamente a servizio delle anime nei luoghi di missione. Oggi specialmente le comunità debbono trasformarsi in attive e dinamiche retrovie delle Missioni.

È stato, fra gli altri, il voto che mi hanno espresso i Volontari per l'America Latina prima di partire. Essi, come ogni altro missionario, devono sentirsi come i rappresentanti dell'Ispettoria, della Comunità, nella Missione loro assegnata.

E questo non tanto per averne comunque aiuti, quanto perché la Comunità di origine viva la loro divina avventura, si renda conto e senta le loro difficoltà, i loro sacrifici, le loro apostoliche conquiste.

Quanto importa adunque, proprio nello spirito dell'Ad Gentes, che nelle nostre Ispettorie lo spirito missionario sia ravvivato tra i Confratelli, tra i nostri giovani, e questo non attraverso una letteratura superficiale e sbagliata a base di foreste e di animali feroci, ma con una informazione seria, sistematica, studiando i gravi e complessi problemi che i Missionari devono affrontare, partecipando da veri fratelli alla loro vita di estrema povertà, di quotidiane rinunce, di dure fatiche.

Una comunità che viva un tale clima missionario sentirà il bisogno di essere efficacemente al fianco dei fratelli missionari, ma in pari tempo sentirà il dovere, anzi la gioia di quelle rinunce, di quelle economie, di quello stile di vita che non suoni offesa alla vita sacrificata dei fratelli missionari.

E da questo ambiente di generosità, non potranno non sbocciare le vocazioni specialmente missionarie, le quali, conviene ricordarlo, non possono fiorire in un clima di mediocrità e di comodismo.

La nostra risposta
Svolta la prima parte della nostra esposizione, trattando del significato spirituale della povertà e della sua incidenza essenziale nella vita salesiana, è tempo di venire a qualche applicazione più pratica.

Ci è di guida lo stesso decreto Perfectae Caritatis, il quale, pur nella sua brevità, tocca alcuni punti che sono in questo senso della massima importanza. Conviene però fare prima un'osservazione che ci fa ben comprendere il vero spirito del documento conciliare.

È significativo che in tutto il testo del decreto non si fa mai riferimento a voti, ma si parli sempre dei consigli evangelici. Tutto questo non è casuale.

Il problema della vita religiosa è fondamentalmente quello di una nostra abituale risposta volontaria, e quindi generosa e gioiosa, all'invito di Gesù: «Si vis».

Ora non si può concepire un atteggiamento minimista — o comunque legalista — del consacrato nel trattare e servire il suo Signore, alla cui sequela si è messo con lo spirito di illimitata donazione propria del volontario.

Si comprende allora che non è questione di voto o di virtù, non è questione di usare ogni volta il contagocce nel dare a Cristo Gesù le prove della nostra sequela di amore. Mettersi su questo piano sarebbe porsi in una posizione di incoerente contraddizione.

Il Perfectae Caritatis non indugia a fare le sottili e spesso funambolesche distinzioni tra voto e virtù, ma parla sempre dei Consigli Evangelici, perché sente di rivolgersi a chi questi Consigli ha inteso abbracciare per amore, e l'amore non sottilizza per dare il meno possibile al Signore: l'amore è integrale.

Povertà esterna ed interna
Questa osservazione illumina chiaramente le interessanti direttive pratiche che troviamo nel Perfectae Caritatis. Ecco la prima:
«Per quanto riguarda la povertà religiosa, non basta essere soggetti ai Superiori nell'uso dei beni, ma occorre che i religiosi pratichino una povertà esterna ed interna, ammassando tesori in cielo» (PC 13).

Notiamo subito le parole: «povertà esterna ed interna».

Troppo spesso si equivoca, asserendo che basti avere un'anima di povero, il distacco, la povertà interna; e poi tutto possiamo avere, di tutto possiamo servirci, tutto permetterci.

Nulla di più contrario al significato e al valore della autentica povertà religiosa.

«Non c'è infatti, afferma il Pronzato, nessuna disposizione spirituale che non debba tradursi in un comportamento effettivo, specialmente quando tale disposizione riguarda i beni di questo mondo. E ciò dipende proprio dalla nostra natura "incarnata" e "sociale"» (Op. cit., pag.137) .

Più sinteticamente dice Evely: «Non c'è nessuno stato d'animo che possa esistere senza tradursi nel gesto di un corpo».

Del resto, ricordiamo le parole evangeliche: «l'albero si conosce dai frutti».

Già Don Bosco — col suo stile semplice, ma ben chiaro — lo ripeteva ai suoi figli: «Non dimenticate che siamo poveri, e questo spirito di povertà dobbiamo averlo non solo nel cuore e nel distacco del medesimo dalle cose materiali, ma dimostrarlo anche esternamente in faccia al mondo» (MB V, 675). «La nostra povertà deve essere di fatto, non di nome» (MB DC, 701).

Lo spirito di povertà, la povertà interna quindi, è necessaria, ma la sua presenza si deve poter conoscere dalla povertà concreta, reale, insomma dai fatti, come dice Don Bosco, che trapuntano la nostra vita quotidiana.

In essa il prossimo, siano confratelli che estranei, potranno leggere ogni volta la nostra testimonianza amorosa a Cristo povero.

G. Huyghe, nel volume citato, mette in evidenza questa distinzione tra la povertà esterna e quella interna. Egli scrive: «La povertà ha volti diversi: tanti quanti sono i campi in cui il cuore rischia di attaccarsi a ciò che non è Dio, e dove l'amore deve compiere la sua opera di consunzione. Il terreno in cui essa si esercita non è solo quello dei beni materiali (povertà di beni), ma anche quello dei propri sentimenti (povertà spirituale). È molto importante non tradurre la povertà in termini semplicemente materiali, altrimenti si rischia di ridurla a una questione economica e niente altro.

Ugualmente, non bisogna ridurla alla sua espressione spirituale; altrimenti rischia di non essere che una povertà intenzionale, senza incarnarsi in un concreto distacco. La povertà materiale non è che il segno di una povertà più totale, la povertà spirituale, ma ne è un segno sensibile e necessario. Per questo chi è veramente povero può dire: non ho nulla e non tengo a nessun bene di questo mondo. Ma deve anche poter dire con ogni precisione: non sono nulla. Non sono capace di nulla. Queste tre affermazioni sono le forme complementari della povertà spirituale» (Op. cit., pag. 224).

Equivoco legalista
Nel testo del Perfectae Caritatis citato sopra, troviamo ancora queste parole: «Non basta essere soggetti ai Superiori nell'uso dei beni». Sono parole che meritano un commento.

Le condizioni della vita moderna, le tante possibilità di conforti e di comodità, i mezzi tecnici sempre più a disposizione, parenti e amici pronti e disposti a offrire danaro ovvero oggetti, possono facilmente instaurare una mentalità distruggitrice di ogni povertà e dello spirito stesso delle Beatitudini.

Certo, bisogna saper distinguere ciò che è in funzione di strumento per l'efficacia delle nostre opere di apostolato da quello che tutto questo non è. Ma l'equivoco, la china sono facili; lo scivolamento verso tutte le comodità, l'indulgere a un tono e a uno stile di vita borghese sono pericoli tutt'altro che irreali; forse in certi luoghi sono già in atto e si cerca di giustificarli con argomenti che, a guardar bene, non tengono.

Bisogna vigilare, bisogna avere coraggio anche di intervenire, e tempestivamente, ma bisogna anche saper distinguere ciò che realmente serve e deve servire al nostro lavoro da quello che nulla o poco ha da vedere col servizio, col nostro lavoro; ciò che veri motivi di studio, di salute, di ufficio esigono, da quello che invece è solo una pura e superflua comodità, uno strumento per una vita...

Purtroppo c'è chi con una mentalità legalista si arrampica sugli specchi... per procurarsi tante cose tutt'altro che necessarie é convenienti a uno che fa professione di povertà e ricorre all'espediente del permesso.

Ho detto «espediente», perché in certi casi si tratta solo di vero espediente.

Si crede infatti di mettersi in regola con la coscienza ottenendo e talvolta strappando o carpendo addirittura dispense e comodità che non sarebbero affatto necessarie, che il Superiore in coscienza non può dare e che creano nella comunità un «ambiente di disagio» o di «imitazione».

La china, dicevamo sopra, è assai sdrucciolevole, i cosidetti «bisogni» e le «esigenze» crescono sempre più, le pressioni sul Superiore si intensificano, mentre si lascia a lui tutta la responsabilità di giudicare, mettendolo così in una incresciosa posizione. Concedere tutto? Si fa complice della decadenza. Rifiutare le tante volte? II Superiore che ha coscienza del pericolo dovrebbe costantemente frenare o proibire; ma si sa anche che rifiutando più volte, si corre il rischio di irritare chi è poco fervente, di spingerlo verso l'esterno...

Maturità e discrezione
Qual è il rimedio di questa deplorevole situazione?
Si parla tanto di maturità, si dice a ragione che il religioso deve essere una persona matura. Tale maturità si raggiunge con la riforma del criterio che corregga ed elimini la mentalità legalistica che talvolta è anche infantile, ed è la negazione della mentalità sinceramente religiosa.

È un lavoro non facile che deve partire dalle case di formazione e deve continuare nei rendiconti, nelle conferenze, nel dialogo.

Tale maturità porta a giudicare innanzitutto alla luce dello Spirito, se in realtà ci sono sufficienti motivi per quella spesa, per quell'eccezione; se è quindi bene domandare il permesso per quella spesa, per il tale oggetto, ecc.

Il Superiore concederà con generosa comprensione, ma si deve sempre supporre che le domande siano discrete.

Per avere il senso esatto di questa «discrezione» riporto qui la prima redazione del passo del Perfectae Caritatis che ci interessa e che poi fu semplificato nel testo attuale: però ne è rimasto tutto lo spirito.

«I religiosi, — si leggeva — tenendo lontano ogni desiderio di cose temporali, chiedano ai propri Superiori solo quelle cose di cui hanno vero bisogno o per se stessi o per il loro apostolato. Pertanto moderino le spese e facciano a meno, per quanto possibile, di macchine non necessarie, di comodità, di cose superflue» (Vatican II, Teanne d'Art, 0.P., pag, 419, nota).

Da tutto quanto detto, dobbiamo dedurre che la povertà che noi abbiamo professato non è e non può essere, né dinanzi a Dio né dinanzi agli uomini, una questione puramente giuridico-legale, ma è una questione di coerenza e di sana coscienza morale e ascetica; meglio ancora, motivo ispiratore della nostra povertà, come di tutta la nostra consacrazione, è l'amore che nessun legalismo potrà mai sostituire.

Non possiamo riconoscerci poveri quando, come già dicevo sopra, in fatto di vitto, di alloggio, di suppellettili, di viaggi, di vacanze, si abbiano esigenze che non solo il povero, ma tanti che pur non si sentono per nulla poveri non sognano neppure. Allora la nostra povertà, secondo la espressione di Guardini, «è solo una pia imbellettatura di una vita ricca e prospera», perché si vuole conciliare la professione di povero con una vita di comodità, una vita che in pratica non manchi di nulla.

Una tale prassi di vita non è conciliabile con lo spirito di povertà che il Concilio esige dai religiosi del rinnovamento, e non può offrire alla gente nessuna prova valida e convincente perché essa creda alla nostra povertà.

Incoerenze
Si è parlato dello spirito legalitario con cui ci si illude di poter acquietare la coscienza con l'espediente del permesso.

Dobbiamo fare accenno a un altro atteggiamento ancora più grave che qua e là si può riscontrare: l'atteggiamento di chi, pur avendo contratto chiari impegni col voto di povertà e vivendo nella comunità religiosa da cui trae tutti i vantaggi, si esime poi arbitrariamente da quegli impegni: si procura danaro e abbondantemente in vari modi, e ne dispone a piacimento, non vuole mancare di tutto quanto rende la vita più comoda e confortevole e ricorre a tutti i mezzi per averlo.

Di questo (ipotetico?) religioso, attrezzato dei conforti e degli oggetti più vari e anche costosi, basta vedere l'insieme dei bauli che lo accompagnano quando deve cambiare di residenza: insomma, guardando a tutto il tenore di vita di questa persona ci si rende facilmente conto del come interpreta, questo che pur si chiama religioso, la povertà a cui si è pubblicamente consacrato.

Un simile atteggiamento, è doloroso affermarlo, denota una coscienza direi anestetizzata, che ha perso ogni sensibilità religiosa, che vive una vita in evidente e cronico contrasto con la professione che egli fa di religioso consacrato.

Una vita così incoerente e contraddittoria anche umanamente parlando non è dignitosa, è umiliante per un uomo d'onore. Sarebbe preferibile tirare lealmente le conseguenze da una vita così fatta: essa non è assolutamente giustificabile e si trasforma in una continua offesa ai confratelli, alla comunità tutta, la quale ha diritto di esigere che tutti i suoi membri rispettino quella ragionevole uguaglianza che è alla base della vita religiosa e comunitaria.

Non sembrino troppo severe queste parole: sento che rispondono al comune sentimento della quasi totalità dei Salesiani che vogliono vivere — oggi ancora più di ieri — quella povertà che è fonte di gioia, di fiducia, di vigore spirituale e apostolico, e di tanta carità serenante.

Tutto questo però, mentre richiama i Superiori al dovere che essi hanno di impedire con paterno coraggio il formarsi e il perpetuarsi di tali situazioni, d'altra parte ricorda a tutti che tanti abusi e disordini si potranno evitare se i Superiori responsabili sapranno provvedere ai bisogni e alle vere esigenze dei confratelli con amabile comprensione e con ragionevole larghezza, anche tenendo presente l'età, la salute, l'ufficio, il servizio a cui sono destinati.

Ho detto: «con ragionevole larghezza». Le due parole si integrano, e non vanno mai disgiunte. Ci vuole questo senso di larghezza, come ci ha insegnato il nostro Padre. Talvolta si sentono reazioni forti — e non a torto — contro chi agisce con angusta tirchieria dinanzi ai veri bisogni dei confratelli, mentre poi si sprecano somme ingenti in spese anche sbagliate, arbitrarie o per nulla necessarie.

Dobbiamo dire che alle volte certi disordini vengono dal fatto che chi ne ha l'incarico non provvede adeguatamente, tempestivamente, e con quel garbo e con quella delicatezza che rende meno pesante al confratello il dover chiedere, il dover dipendere da altri.

Ma è anche vero che la larghezza deve essere ragionevole, consona cioè alla nostra condizione di religiosi e di Salesiani. Il problema in fondo è sempre uno: il senso della discrezione e dell'equilibrio nel confratello e nel Superiore, per cui riusciamo a dare in ogni momento e congiuntura e in qualsiasi paese viviamo quella testimonianza di povertà che fa parte essenziale della nostra vocazione e che è una premessa insostituibile per il nostro apostolato.

Ma non sarei completo se non aggiungessi con senso di doverosa sincerità che non basta affatto che il Superiore vigili, consenta o richiami secondo i casi. Il compito primario ed essenziale del Superiore è quello di dare lui anzitutto testimonianza di povertà con la sua vita quotidiana, nell'esercizio del suo ufficio. Sarebbe paralizzato, anzi controproducente il governo di un Superiore che non fosse di esempio alla sua comunità nella pratica della povertà, disponendo del denaro come se fosse sua personale proprietà, facendo spese che tutti criticano, costruzioni e lavori senza previ studi da parte di tecnici o senza permessi, concedendosi comodità e conforti non conformi alla nostra condizione. Penso invece alla forza dell'esempio del Superiore che dinanzi alla comunità appare povero tra fratelli poveri, amministratore saggio e fedele. «Ci sono degli uomini, ha scritto Bergson, che non hanno bisogno di parlare, basta che esistano: la loro presenza è già un appello».

Il Direttore che dispone arbitrariamente dei beni della Casa, oltre un grave strappo alla povertà, trae dietro la sua azione altre gravi conseguenze. Permettendosi dispense o interpretazioni soggettive indebite della regola, ingenera quel «soggettivismo» o relativismo della norma giuridica, che è certo uno degli elementi non ultimi delle crisi dell'obbedienza e della vita religiosa. Affermava già S. Ambrogio: «Il Capo sappia bene che non è dispensato dalle leggi. E sappia che quando le trasgredisce autorizza a pensare che abbia dispensato tutti con l'autorità del suo esempio».

La salute dei Confratelli
Riprendendo il tema della discrezione e dell'equilibrio nell'uso dei beni temporali desidero fare altre applicazioni ad alcuni casi inerenti alla vita salesiana.

Tra i beni che abbiamo messo al servizio della Chiesa e della Congregazione uno tra i più preziosi è certamente quello della nostra salute.

Senza di essa infatti, grandissima parte della missione a cui ci siamo votati, sarebbe bloccata. Non per nulla si dice che, dopo la grazia di Dio, la salute è il dono più prezioso. Per questo il nostro Padre, che personalmente era impietoso verso se stesso, non si concedeva tregua nel lavoro e nella attività, era pieno di delicatissime attenzioni per la salute dei suoi figliuoli.

In questo momento il mio pensiero, riconoscente e ammirato, va ai tanti magnifici confratelli che, sull'esempio del Padre, hanno logorato e vanno logorando con serena generosità la loro vita in attività apostoliche le più varie e spesso dure, umili ma preziose.

La salute dunque va tenuta ben da conto con un lavoro ordinato e sereno, con un regime di vita igienico che va dal giusto riposo al vitto sano, insomma con quelle attenzioni che servono a rendere il nostro servizio efficiente e durevole al massimo.

Aver cura della propria salute però non può voler dire fare di essa una specie di ossessione, di ideale: il che può diventare una vera malattia.

Ricordo le parole di un professore universitario a uno studente che restava indietro negli esami accusando qualche disturbo di salute. «Sappia, diceva l'anziano professore, che qui tutti abbiamo qualche acciacco, ma lavoriamo lo stesso e non ci fermiamo: bisogna andare avanti a lavorare convivendo con gli acciacchi». Anche in questo, come in tante altre situazioni, è questione di giusta misura e di discrezione.

I Superiori a questo riguardo possono — e debbono — fare tanto. In certo senso, la salute dei confratelli è nelle loro mani.

Saper indovinare e prevenire, tante volte può voler dire salvare la salute, addirittura la vita, di un confratello; provvedere poi, con senso di affettuosa paternità e di comprensione, a circondare il confratello ammalato di quelle attenzioni di cui Don Bosco ci ha dato mirabile esempio, — evitando sempre quelle negligenze e meschinità che specialmente in certi casi possono provocare addirittura dei traumi, tutto questo deve far parte dell'esercizio di autentica paternità salesiana che è la prima e direi più efficace cura per ogni male, per ogni sofferenza dei nostri Confratelli.

I beni della Congregazione
La nostra Congregazione, per l'esplicazione della sua missione nella Chiesa, possiede anche dei beni materiali, mobili e immobili, amministra del denaro.

È necessario dire una parola, sulla scorta del Perfectae Caritatis anche su questo argomento.

Un'affermazione preliminare ma fondamentale è questa. Tutti i beni materiali della Congregazione, comunque si chiamino, si possono chiamare e ritenere, a motivo della loro finalità, sacri, e per questo appartengono a nessuno in particolare, ma alla comunità religiosa che deve rispondere attraverso i Superiori, alla Chiesa.

Questi beni dunque sono a servizio — e solo a servizio — diretto o indiretto — della nostra Missione nella Chiesa. Dobbiamo subito distinguere in questi beni ciò che serve alla nostra vita, per esempio, abitazione e relativo mobilio, e ciò che invece deve servire alle opere (scuole, oratorio, istituto, collegio).

Conviene dire subito che, specialmente dopo le direttive conciliari, le abitazioni in genere e gli ambienti destinati ai Salesiani debbono essere ben distinti dal resto. Sono evidenti i motivi e i vantaggi di tale distinzione e separazione. In ogni caso agli ambienti riservati a noi dobbiamo dare quello stile di semplicità, e direi dí austerità non disgiunta da proprietà e funzionalità, che non può e non deve assolutamente dare la sensazione di lusso, tenendo ben presente che il Perfectae Caritatis vuole che si eviti non solo il lusso, ma l'apparenza di lusso (PC 13).

Case nostre, specialmente nella parte destinata ai Salesiani, che dovessero dare tale impressione, verrebbero a dare una controtestimonianza di povertà con tante conseguenze negative.

Questa norma va tenuta presente ovunque, nei paesi del benessere come in quelli del terzo mondo; naturalmente avendo anche 'riguardo alla sensibilità particolare e alla situazione sociologica ed economica dell'ambiente in cui si vive.

Certe costruzioni grandiose, direi di potenza, in luoghi dove tutto sa di povertà, dove le abitazioni sono poco più che capanne...!
E per le opere propriamente dette? Certo, ci sono esigenze particolari, proprie delle stesse opere, ci sono disposizioni delle autorità che bisogna rispettare: tali opere devono rispondere alla loro funzione, anzi devono spiccare per proprietà, per ordine, per pulizia, manutenzione, funzionalità, ecc.

Dirò ancora che non sono certamente da lodare opere anche grandiose, che dimostrano incuria e trasandatezza.

Ma tutto questo non comporta necessariamente l'indiscriminata grandiosità, il superfluo, peggio il lusso.

E questo si deve evitare senz'altro. Le stesse autorità apprezzano tale impostazione che dà agli alunni, ai convittori, tutto quanto occorre per una educazione e istruzione moderna, senza indulgere a spese che sanno di superfluo e fanno pensare a una disponibilità di mezzi finanziari che ci fa credere ricchi e facili a profondere danaro.

Viene opportuno a confortare queste mie parole il pensiero del Prefetto della Congregazione dei Religiosi, il Card. Antoniutti: «Si eviti tutto ciò che ingenera nel pubblico un falso giudizio sulle ricchezze della Chiesa e si mantengano le opere in quella semplicità di stile, in quella sobrietà di linee e in quell'austerità di forniture che si addicono a persone che hanno emesso il voto di povertà. Alcuni membri di una comunità religiosa mi espressero recentemente il dolore provato nel vedere certi ambienti della loro casa generalizia forniti di tappeti, di mobili pregiati e di quadri artistici come in una sontuosa residenza borghese...» (I. Antoniutti, La vita religiosa nel Post-Concilio, pag. 40).

Desidero dire una parola anche per le chiese e per i loro abbellimenti. Si sente certe volte qua e là che si costruiscono accanto ad ambienti assai poveri chiese grandiose, profondendovi somme ingenti in marmi, mosaici, statue preziose, organi complicati. Certo è una grazia per la popolazione circostante che si elevi una chiesa bella, funzionale, devota.

Ma qui il discorso è un altro. Costruire ad esempio una chiesa immensa per una popolazione che non ci sarà mai, non è certo impiegare bene il frutto della carità del popolo. Profondere poi milioni in opere di abbellimento in un paese di estrema povertà, quando potrebbero essere utilmente impiegati per esempio nel costruire accanto un oratorio maschile e femminile, e un'opera sociale per la povera gente che vive attorno alla chiesa, non è certamente nello spirito autenticamente conciliare e, in definitiva, non è un modo intelligente di cercare con la gloria di Dio il bene delle anime. Tanti errori anche gravi si evitano se si ha il buon senso e l'umiltà dí consigliarsi, di studiare bene prima di prendere certe iniziative.

«La comune legge del lavoro»
Ma passiamo a un altro punto che ci interessa tanto da vicino.

Nel breve testo conciliare sulla Povertà leggiamo queste parole: i religiosi «nel loro ufficio sentano di ubbidire alla comune legge del lavoro e... in tal modo si procurino i mezzi necessari al loro sostentamento e alle loro opere» (PC 13).

Non occorre molto sforzo per trovare in questo richiamo un tema particolarmente caro a Don Bosco, e così vicino al nostro spirito.

Il Concilio dunque vuole che noi religiosi, da veri poveri, obbediamo alla legge del lavoro, «Mangerai il pane col sudore della tua fronte» (Gen 3,19), per far vivere la comunità e le proprie opere. Bisogna dare al mondo d'oggi, così sensibile a questo valore, questa testimonianza.

Questa affermazione conciliare implica fondamentali impostazioni di tutta la nostra vita religiosa, impostazioni che vengono più chiaramente spiegate nel testo da varie precisazioni.

Il lavoro dunque, manuale o intellettuale, testimonia la nostra povertà. Il mondo e la Chiesa ci riconoscono poveri, veri poveri, perché ci vedono a lavorare. Nel secolo XIII la più splendente testimonianza di povertà era nella mendicità. Nel XX secolo non si comprende più il valore spirituale di chi si assoggetta a vivere di questua.

La testimonianza accettata è quella di un lavoro serio e tecnicamente valido, sia che si tratti di lavoro manuale che intellettuale.

il ricco infatti che vive di rendita o del lavoro altrui; è ricco colui che non ha bisogno della propria fatica per vivere, che anzi, con i mezzi di cui dispone, ha sempre un margine di sicurezza che gli consente una vita confortevole e senza preoccupazioni.

Il povero invece non è colui che veste a brandelli o mangia la propria minestra in una scodella di legno sulla soglia di' una casa non sua; è povero colui che deve guadagnare il proprio pane giorno per giorno col sudore della sua fronte.

Il lavoro, gloriosa divisa del Salesiano
Tutto questo per noi Salesiani è motivo di: conforto e di soddisfazione.

Il lavoro infatti è una grande inconfondibile eredità lasciataci dal nostro Padre. Egli ce ne diede anzitutto l'esempio per tutta la vita.

Ricordiamo le parole di Pio XI che sono come una sintesi di questo aspetto della figura paterna: «Don Bosco meraviglioso lavoratore, meraviglioso organizzatore ed educatore al lavoro»; «una vita, quella di Don Bosco, che fu un vero e proprio grande martirio; una vita di lavoro colossale che dava l'impressione dell'oppressione...» (MB XX, 250); «vita così operosa, così raccolta, così operante ed orante che avverava il grande principio della vita cristiana: qui laborat orat» (MB XIX, 83).

E gli insegnamenti del Padre venivano come corollari del suo mirabile esempio. Non si stancò mai di raccomandare ai suoi figli il lavoro come divisa e distintivo della Famiglia Salesiana. Anche nei sogni del nostro Padre quante volte ricorre nelle forme più varie questo leit motif: «Lavorate, lavorate... l'ozio è uno dei pericoli della Congregazione; il lavoro e la temperanza la faranno sempre fiorire».

E ancora sul letto di morte a Mons. Cagliero: «Raccomando che dica a tutti i Salesiani che lavorino con zelo e ardore: lavoro, lavoro!» (MB XVIII, 477).

La parola conciliare dunque viene a dare rinnovato valore alla linea lasciataci dal nostro Padre.

Lavoriamo dunque, seriamente, con generosità, ma sempre nell'obbedienza e in fraterna solidarietà.

Talvolta però, dobbiamo dirlo, accanto a chi si dona senza limiti si può trovare chi riduce a ben poca cosa il suo lavoro pur avendone oggettivamente le possibilità.

Una tale condotta non è certamente da persona povera che deve guadagnarsi il necessario per vivere col suo lavoro quotidiano, non è la condotta di un fratello che sente di dover dare il suo apporto di fatica a quella comune dei fratelli. Questi casi fanno ricordare le parole che Pio XI diceva riprendendole da Don Bosco: «Chi non sa lavorare non è Salesiano» (MB XIX, 157).

Altra volta invece c'è chi lavora tanto, ma in attività che si procura lui stesso, forse contro la volontà dei Superiori e i bisogni della comunità e dell'apostolato di cui essa è responsabile.

Non è questo il lavoro che chiede a ciascuno di noi il Concilio e Don Bosco stesso. Il nostro lavoro, perché sia veramente fecondo per noi e per le anime, sia inserito attraverso l'ubbidienza in quello della comunità, sia una costante e viva espressione del nostro servizio alla Congregazione e del nostro amore ai fratelli; per questo qualunque sia il lavoro che ci occupa, abbia sempre il crisma dell'ubbidienza.

Valorizzare i talenti
Dobbiamo però dire che la legge del lavoro, di cui dobbiamo vivere, importa anche la migliore utilizzazione dei talenti di cui il Signore ci ha forniti e l'utilizzazione stessa del tempo: talenti e tempo infatti debbono essere per noi in funzione della missione a cui siamo votati.

Usarli meno bene, sciuparli, il togliere, per esempio, il tempo allo studio o al lavoro, o anche al necessario riposo per darlo a futilità o peggio — a mondanità, il trascorrere le ore dinanzi a un «video», peggio se per visioni tutt'altro che utili o convenienti, è un defraudare le anime, la comunità.

E appunto perché i talenti sono a servizio del nostro apostolato, quanto importa che siano bene utilizzati dai Superiori responsabili sia nel periodo di preparazione e formazione sia in quello di impiego!
Certe volte avviene infatti che dopo lunghi anni di studi, dopo tante spese e sacrifici per arrivare a una specializzazione o a una specifica preparazione, il confratello venga poi impiegato in attività che non richiedono per nulla quella faticosa e costosa preparazione.

Ma ancora in relazione all'impiego del tempo, c'è forse da portare l'attenzione in varie cose sull'attività dei giorni festivi, o comunque dei periodi di vacanza scolastica.

Il fatto che ci sia vacanza dalla scuola non può senz'altro portare i Salesiani a concedersi quanto la nostra condizione di religiosi non può consentire. I giorni festivi e di vacanza non bene impiegati a quanti pericoli espongono, specie le vocazioni giovanili! E viceversa, quali bellissime iniziative di apostolato si possono realizzare proprio per la possibilità che offrono le vacanze!
Povertà collettiva
C'è ancora qualcosa di sostanziale nel richiamo conciliare alla legge del lavoro, che ci tocca da vicino.

Il lavoro, dice il Perfectae Caritatis deve servire a sostenere per quanto possibile la comunità e le sue opere. Diciamo subito che questo non significa che ogni confratello guadagni direttamente il suo pane (sarebbe la negazione della vita comune) o che tutti siano applicati necessariamente a un lavoro remunerativo o finanziariamente redditizio. Chi esercita certi ministeri o determinate mansioni, o chi è in particolari condizioni per motivi di studi, di salute, di età, ecc., non può certamente fare un lavoro economicamente redditizio. Ma nessuno penserà mai che questo non sia un lavoro che renda, e abbia valore — e spesso grande valore — per la comunità religiosa e per la missione apostolica e spirituale.

Una comunità non è un'officina, un'azienda commerciale, e la sua attività non può e non deve essere valutata con criteri puramente economici.

Tuttavia, detto questo, dobbiamo pure aggiungere che, appunto per la legge del lavoro-testimonianza di povertà, il Concilio non ci raccomanda, ma vuole ed esige che i religiosi evitino «ogni apparenza di lusso, di lucro eccessivo e di accumulazione di beni» (PC 13).

Come si vede, dalla povertà individuale si passa a quella collettiva che non è meno importante della prima.

Precedentemente, nel Perfectae Caritatis si legge: «...I religiosi allontanino da sé ogni eccessiva preoccupazione e si affidino alla Provvidenza del Padre Celeste» (ib.).

E ancor più chiaramente: «Gli Istituti stessi, tenendo conto delle condizioni dei singoli luoghi, cerchino di dare una testimonianza quasi collettiva della povertà...» (ib.).

Il Concilio ci mette, con queste direttive, dinanzi a prospettive nuove.

Nel passato, la storia ce lo dice, le abbazie e gli ordini religiosi furono grandi proprietari. Pur rendendosi conto delle situazioni sociali in cui si determinarono tali fatti, dobbiamo pur riconoscere che non sempre questo fu un bene per la fede e per il profitto delle anime.

Ora il Concilio, pur non sopprimendo per gli Istituti Religiosi il diritto di acquistare e di possedere, inquadra tale diritto in un evangelico che mira a salvarli dall'arricchimento collettivo con tutti i pericoli che ne derivano.

La Chiesa, basandosi su una lunga triste esperienza, prescrive agli Istituti Religiosi di non lasciare accrescersi quella ricchezza che per loro invece diventa sempre un peso mortale: e la tentazione è forte e sottile.

Anche su questo punto dobbiamo dire un vivissimo grazie a Don Bosco che con riconosciuta chiaroveggenza è stato esplicito e deciso.

Sentiamo qualche sua parola orientatrice, fra le tante. «Evitate la costruzione o l'acquisto di stabili che non siano strettamente necessari a nostro uso. Non mai cose da rivendersi; non campi o terreni o abitazioni da farne guadagno pecuniario» (MB XVII, 526-527); «Non conservare danaro, nemmeno sotto lo specioso pretesto di ricavarne utile per la Società» (MB XVIII, 1098).

«Ciò che ha anche solamente ombra di commercio fu sempre fatale agli Ordini Religiosi» (MB XVIII, 269).

Più solennemente nella lettera-testamento stesa nel 1884 Don Bosco espresse la sua precisa volontà: «Si ritenga come principio da non mai variarsi: di non conservare alcuna proprietà di beni stabili ad eccezione delle case e delle adiacenze che sono necessarie per la sanità dei confratelli o per la salubrità degli allievi. La conservazione di stabili fruttiferi è una ingiuria che si fa alla Provvidenza che in modo meraviglioso e dirò prodigioso ci venne costantemente in aiuto» (MB XVII, 257-258).

Nei Regolamenti troviamo condensata in poche righe questa linea fondamentale che ha segnato alla Congregazione: «Per regola generale non si conservi dalla Società alcun possesso di beni immobili all'infuori delle case di abitazione e loro dipendenze, e dei terreni per le scuole agricole» (art. 27).

E va bene in questa occasione richiamarlo per tutti, questo punto, anche perché qua e là si avverte una tendenza ad allontanarsene, presi dalla preoccupazione di dare sicurezza economica a certe opere.

È giusto quindi che io dica qui chiaramente che la Congregazione, guardando ai suoi veri e superiori interessi, non può e non deve derogare dalle sagge e preziose norme lasciate dal nostro Padre, convalidate in pieno dalla esperienza e oggi fatte proprie dallo stesso
La povertà non si deve trasformare in preoccupazione e attivitì economica: la nostra vita così impostata dimostrerebbe «prudenza naturale che fa sorgere la preoccupazione dei beni terreni; la Povertà è invece disposizione dell'anima che si distacca da questi beni» (Regarney)
Questo non vuoi dire che si debba procedere con leggerezza nell'amministrazione, tutt'altro: sarebbe rubare ai poveri che noi dobbiamo servire; ma semplicemente che non ci deve essere troppa prudenza e piatti calcoli umani nella pratica della povertà. È con questo evangelico abbandono in Dio (proprio quello di Don Bosco!), — che esclude fra l'altro un comportamento fiscale, certi atteggiamenti esosi a proposito di pensioni e di facilitazioni a chi ne è in bisogno, ovvero meschinità trascurando di fare spese occorrenti per opere puramente apostoliche come l'oratorio, — che meritiamo da una parte l'aiuto della Provvidenza e in pari tempo evitiamo una controtestimonianza oggi specialmente assai sentita all'interno stesso della Chiesa.

Solidarietà con i poveri
Ma la povertà collettiva a cui siamo invitati dal Concilio ha altri aspetti non meno interessanti.

Leggiamo nel Perfectae Caritatis (n. 13): «Gli Istituti stessi, tenendo conto delle condizioni dei singoli luoghi, cerchino di dare una testimonianza quasi collettiva della povertà, e volentieri destinino qualche parte dei loro beni per le altre necessità della Chiesa e per il sostentamento dei poveri, che i religiosi tutti devono amare nelle viscere di Cristo (cf. Mt 19, 21; 25, 34-46; Giac 2, 15-16; Gv 3, 7). Le provincie e le altre case di istituti religiosi si scambino tra loro i beni temporali, in modo che le più fornite di mezzi aiutino le altre che soffrono la povertà».

Come si vede, il Concilio ci invita alla carità, che è l'anima della povertà, (e che non è elemosina!), e ci invita a uscire dalle chiuse mura del nostro egoismo.

Questo invito a favore dei fratelli bisognosi non riguarda chi possiede chissà quali ricchezze; riguarda la comunità religiosa che è povera, ma si suppone che abbia vivo il senso della carità cristiana. E dobbiamo tradurlo in atto.

Non è il caso di scendere a particolari: ogni comunità saprà trovare i modi più atti per rispondere a questo preciso e prezioso mandato conciliare.

Ho detto prezioso perché la comunità che si apre ai bisogni dei fratelli, della più grande comunità ecclesiale, riceverà una vera ricchezza: sono i frutti che raccoglie sempre chi, mosso dalla carità di Cristo, viene incontro anche con sacrificio al fratello in necessità.

Mi piace rifarmi a un ricordo che non è solo letterario.

Nel romanzo cristiano «I promessi sposi» c'è, fra tanti, un quadretto che presenta al vivo la povertà di un vero cristiano che si fa carità fiorita. Il sarto del villaggio, un brav'uomo, «la miglior pasta del mondo», che tira avanti la sua famigliuola col suo modestissimo lavoro, è felice di ospitare nella sua povera casetta dopo la liberazione Lucia, che circonda di mille attenzioni. È la festa del villaggio, c'è in visita il Cardinale Federico Borromeo. La famigliuola è assisa a tavola, modesta ma pofumata di gioia serena, con Lucia. Ma ecco il sarto è come sorpreso da un pensiero. «Stette un momento; poi mise insieme un piatto delle vivande ch'eran sulla tavola e aggiuntovi un pane, mise il piatto in un tovagliolo, e preso questo per le quattro cocche, disse alla sua bimbetta maggiore: "piglia qui". Le diede nell'altra mano un fiaschetto di vino, e soggiunse: "Va' qui da Maria vedova; lasciale questa roba, e dille che è per stare un po' allegra coi suoi bambini. Ma con buona maniera, vè; che non paia che tu le faccia l'elemosina. E non dir niente, se incontri qualcuno; e guarda di non rompere"» (Manzoni, I promessi sposi, c. XXIV).

Non vi pare che ogni parola, ogni gesto, ogni sfumatura in questo stupendo episodio è una lezione del come la povertà di un'anima veramente cristiana si traduce non in elemosina, ma in carità fiorita?
Solidarietà tra le case
L'invito poi che il decreto fa alla solidarietà tra le «case più fornite di mezzi e le altre che soffrono la povertà» fa molto pensare. Ecco ad esempio le reazioni di un commentatore:
«Come! È stato necessario che un Concilio venga a ricordarcelo perché ci si pensi... Eppure si tratta di un gesto di equa distribuzione così frequente, così spontaneo nelle famiglie cristiane — e non soltanto nelle famiglie, e non soltanto presso i cristiani — ma semplicemente per solidarietà, in un movimento fraterno, tra amici, tra vicini, soprattutto presso i più poveri: aiutare semplicemente chi è sprovvisto, sollevare con qualche risorsa degli amici che si trovano in difficoltà,..

E presso coloro che fanno professione di tendere senza sosta alla pienezza dell'amore, che devono dare al mondo l'immagine stessa di una comunità di fratelli, in quali regole giuridiche hanno potuto essi essere imprigionati, in quali leggi di contabilità hanno potuto essere imbrigliati, perché talvolta questo scambio così semplice non venga loro in mente, o sia loro persino impossibile, in ragione di non so quale falso pretesto? Non hanno essi letto l'avvertimento di S. Giovanni (citato d'altronde dal Concilio): "Se uno avrà dei beni di questo mondo e vedendo il suo fratello nella necessità gli chiuderà il proprio cuore, come la carità di Dio dimora in lui?". Si può rimpiangere solamente che questa prescrizione figuri qui un po' come un'aggiunta riportata: ciò che infatti è (Vatican II, Jeanne d'Art, 0.P., pag. 438).

Purtroppo quella deplorata dal succitato commentatore è una realtà che dobbiamo riconoscere presente anche in casa nostra.

Invito a una solidarietà concreta
A parte alcuni lodevoli esempi, c'è una diffusa insensibilità per una solidarietà, direi in seno alle stesse nostre comunità. Le cause sono molteplici e anche spiegabili sinora.

Un solo esempio non rarissimo. In seno a una stessa Ispettoria una casa economicamente privilegiata costruisce, abbellisce, spende... e quell'altra pur apostolicamente valida basisce e langue...

Ma è ormai tempo di svegliarci e tradurre in concreto questo preciso e prezioso richiamo fattoci dal Concilio.

Dobbiamo rendere operante il principio della solidarietà: per questo, prima di invocarlo per averne noi qualche vantaggio, dobbiamo preoccuparci di fare qualcosa per i nostri fratelli più bisognosi di noi. Diciamolo pure: come è necessario rompere il muro di un certo individualismo ed egoismo che fa vivere il Salesiano nel cerchio chiuso dei suoi piccoli interessi, senza inserirsi nella vita della comunità, così non meno dobbiamo allargare la solidale collaborazione fra le case nell'ambito dell'Ispettoria, fra le medesime Ispettorie, fra queste e la Direzione Generale.

A guardarci attorno ci rendiamo conto che nel mondo, nella Chiesa, oggi c'è un positivo movimento per avviare e sviluppare fattivamente questo senso di solidarietà fra chi è più fortunato e chi lo è meno. E noi possiamo in Congregazione mantenerci in un egoistico isolamento che evidentemente finisce con l'essere nocivo a tutti?
Questo atteggiamento concreto di carità sarà vantaggioso non solo a chi avrà dato: l'esperienza ce lo conferma. Del. resto, — chi non lo sa? — l'esercizio della carità operativa è frutto di grande ricchezza spirituale per gli individui e per le comunità.

Debbo dire con grande gioia che già al Convegno degli Ispettori dell'America Latina si era sentita viva e urgente l'attuazione di questo preciso ordine del Concilio e ne erano venute delle conclusioni validissime.

Eccole:
a) Gli Ispettori si sforzino per eliminare le differenze stridenti tra le case di una medesima Ispettoria.

b) L'Ispettore esiga dalle case con maggiori entrate economiche di sostenere qualche opera sociale.

e) Si studi con sincerità e carità, nell'ambito della Conferenza Ispettoriale, la possibilità di collaborare con danaro, personale specializzato o borse di studio, per aiutare le Ispettorie più povere dello stesso gruppo o anche le più bisognose deI Continente. Imitando l'esempio della Chiesa primitiva, ogni Ispettoria aiuti, nonostante le sue strettezze e povertà, il Rettor Maggiore e la Direzione Generale per la soluzione dei loro problemi economici (ACS 252, pag. 77).

È consolante una tale sensibilità, ma, ripeto, dobbiamo renderla operante, e sarà una grande benedizione per tutta la nostra famiglia; come vedete infatti non si tratta solo di una solidarietà espressa puramente in termini economici, ma qualcosa di più sostanziale, nobile e veramente edificante e arricchente.

L'invio dei Volontari in America Latina, ad esempio, non è un modo efficace sotto ogni aspetto di questa auspicata solidarietà?
Per questo ho il piacere di comunicarvi (si veda in altra parte di questi Atti) che il Consiglio Superiore ha studiato nelle sue grandi linee un piano per attuare questi principi di solidarietà in Congregazione.

I Superiori Regionali studieranno con gli Ispettori nelle Conferenze Ispettoriali i modi pratici di tale attuazione ai vari livelli.

Ho tutta la fiducia che Ispettorie, Case, Confratelli daranno il loro valido e desiderato contributo di idee, di iniziative, di collaborazione e risponderanno non solo volentieri, ma con entusiasmo a questo invito, che molti attendevano con vivo desiderio e che servirà a creare una osmosi permanente di viva carità nella Congregazione.

A proposito di danaro
A questo punto, sempre in tema di Povertà collettiva, penso venga opportuno richiamare, alla luce del Perfectae Caritatis, delle Costituzioni e della nostra valida tradizione, alcune idee essenziali a proposito del danaro e del suo uso.

Anche il danaro, come ogni altro bene che la Provvidenza ci manda, deve essere uno strumento a servizio della nostra Missione.

So bene che è facile consentire col principio, ma lo è meno tradurlo nella pratica; non è immaginario il pericolo, dovuto a tante cause, che il danaro, pur in misure diverse, diventi di fatto un interesse primario. Le deplorevoli conseguenze di un simile atteggiamento sono sotto gli occhi di tutti. La stessa giustizia viene in questi casi a soffrirne con scandalo anche da parte dei laici.

Per questo è grande responsabilità nostra e specialmente di coloro che in Congregazione — a tutti i livelli — hanno incarichi amministrativi o — comunque — maneggiano denaro.

Il Cardinale Antoniutti, Prefetto della Sacra Congregazione dei Religiosi e degli Istituti Secolari, che per motivo del suo ufficio ben conosce la vita religiosa, a proposito di amministrazione dice parole che vanno meditate. «...L'amministrazione della Comunità sia affidata a persone competenti, le quali.., sappiano evitare sia le azzardate avventure di speculazioni proibite, sia la deplorevole trascuratezza dei metodi richiesti per far fruttificare quanto possiede per il bene comune».

E quindi scende ancora a elencare i requisiti e le doti necessarie alle persone che amministrano negli Istituti Religiosi.

«Le persone incaricate dell'amministrazione degli Istituti Religiosi devono essere prudenti, ordinate, leali, coscienziose, diligenti nei rendiconti periodici, che non si valgano del danaro se non in accordo con le direttive dei propri superiori e per l'esecuzione non di opere arbitrarie, ma di opere che entrano nei fini degli Istituti stessi».

Ogni aggettivo, ogni frase risponde a preoccupazioni provenienti da non poche dolorose esperienze, a cui non è estranea neppure la nostra famiglia.

Per questo mi sembra assai utile ripetere ancora la parola del Card. Antoniutti: ci servirà per un buon esame di coscienza.

«Si deve purtroppo riconoscere che certe amministrazioni di Istituti Religiosi sono affidate a persone che difettano della preparazione specifica per la tenuta dei libri contabili, per la compilazione dei bilanci preventivi e consuntivi, del conto patrimoniale e di quello economico. Non sempre i documenti sono debitamente conservati; si trascura l'osservanza dei legati; talora non si osservano accuratamente le disposizioni testamentarie e le pie volontà, mentre non si provvede sempre alla buona collocazione del denaro proveniente dalle doti e dalla beneficenza. Queste mancanze vengono poi aggravate qualche volta dall'ignoranza delle norme canoniche e civili che compromettono l'amministrazione ordinaria e straordinaria. Ci vuole quindi l'aiuto di qualche tecnico competente e coscienzioso; ma soprattutto è necessaria la formazione di qualche soggetto dell'Istituto che possa conseguire i richiesti diplomi e assicurarsi la competenza e i titoli per una seria amministrazione.

La povertà religiosa non esclude la proprietà; ma esclude l'affarismo, l'eccessiva preoccupazione dei beni materiali, la megalomania nelle imprese, nonché la dabbenaggine nell'amministrazione.

La cattiva amministrazione di alcuni Istituti religiosi c'Ostituisce uno degli scandali più gravi, perché si ingenera nel pubblico un giudizio severo circa la valutazione dei valori morali.

Chiunque entri in rapporto coi religiosi anche per affari materiali deve avvertire lo spirito soprannaturale che li anima e che esclude ogni atto contrastante con la vita di perfezione professata» (Op. cit., pagg. 39-40).

Amministrazione ordinata e responsabile
Vorrei aggiungere a questo autorevole intervento ancora qualche mio concreto richiamo.

La registrazione chiara, esatta, aggiornata, i rendiconti amministrativi sinceri e completi presentati tempestivamente ai Superiori non sono una prassi burocratica superflua o formale, ma, prima che un elementare dovere professionale, sono strumenti e sussidi necessari e indispensabili per una sana e seria amministrazione: solo chi non ha alcuna idea di cosa voglia dire amministrare e amministrare beni altrui, può sottovalutare questi strumenti.

Anche le revisioni e i controlli che si fanno in occasione di visite, tutt'altro che essere atti di sfiducia, a ben guardare servono ad aiutare e confortare chi amministra, specialmente quando, come in molti casi, si esercita l'incarico senza avere al riguardo molta conoscenza specifica ed esperienza.

C'è poi qualche altro punto su cui desidero richiamare l'attenzione; parlo delle spese straordinarie, di costruzioni, di acquisti e vendita di immobili, di opere nuove, ecc.

Le nostre Costituzioni e i nostri Regolamenti, allineati col Diritto Canonico, che vuoi dire sulla prudenza, sulla giustizia e sulla esperienza, contengono in proposito norme ben chiare richiamate anche recentemente. L'osservanza di tali norme, fra l'altro, evita tristissime sorprese, veri disordini, abusi, gravi inconvenienti che provocano nei Confratelli sconcerto e sfiducia, in quanto vedono certe volte che si agisce in dispregio pratico di quelle norme che regolano la vita ordinaria della Congregazione.

Per questo, mentre richiamo tutti a uniformarsi alle norme per i vari casi che prevedono le rispettive competenze dei Consigli delle Case, dei Consigli Ispettoriali, ricordo che il loro parere non è e non dev'essere puramente formale: essi devono essere tempestivamente e chiaramente informati e interessati ai problemi, e il loro parere espresso con obiettività non può essere ignorato e sottovalutato e deve constare dai verbali.

Non può ammettersi poi che Superiori responsabili, come per es. il Consiglio Superiore, vengano a trovarsi dinanzi a decisioni gravi discutibili o addirittura errate e dannose per la Congregazione, con impegni già accettati e vincolati anche per opere nuove.

Un simile agire, come accennavo sopra, riesce a doppio grave danno della Congregazione; infatti ne compromette spesso i veri interessi, provocando anche situazioni estremamente pregiudizievoli che si sarebbero potute evitare, e in pari tempo dà l'esempio di arbitri e abusi di potere che fanno una triste scuola ai Confratelli.

Ma penso che non occorra insistere ancora su questo punto: del resto voi certamente convenite con me sulla necessità di questi richiami che muovono non da sfiducia, non da eccessiva prudenza, no; essi vengono, fra l'altro, da una larga esperienza e hanno la sola preoccupazione degli interessi della Congregazione nel senso più ampio della parola.

Credo infine opportuno, nello spirito conciliare che vuole i religiosi corresponsabili e cointeressati nelle comunità, invitare i Superiori di esse a informare adeguatamente i confratelli anche dei problemi e delle situazioni economiche. Tale informazione impegna di più i confratelli alla vita e agli interessi della casa per cui lavorano ed è un mezzo di unione e di vera formazione per i membri della comunità.

I nostri doveri sociali
Mi si consenta ancora una parola che tocca i nostri doveri di giustizia sociale e di cittadini.

Tutti conosciamo e spesso anche spieghiamo i grandi documenti sociali della Chiesa. E va molto bene. Questi documenti debbono tradursi in realtà operanti anzitutto da noi nel nostro ambiente. Sarebbe un paradosso parlare tanto di giustizia sociale, di «Populorum Progressio», se alle parole non rispondessero 'i fatti, e ci si presterebbe a ironiche e sfiduciate reazioni che si rifletterebbero sulla Congregazione, sulla Chiesa stessa.

In pratica, tutti quanti hanno rapporti di lavoro con noi abbiano sempre il trattamento economico e sociale richiesto dalle leggi e dalla stessa natura della loro prestazione: non si può pretendere che tanta brava gente rinunci, come possiamo fare noi per la nostra consacrazione, ai propri diritti, tanto più quando dietro di sé c'è una famiglia o comunque tanti problemi da affrontare.

Non solo, ma tali rapporti siano sempre avviati e guidati dal senso profondamente cristiano, sacerdotale e salesiano: anche quando per la vita delle nostre opere, noi diventiamo in qualche modo datori di lavoro, non possiamo dimenticare nei loro confronti la nostra speciale condizione: ai loro occhi noi siamo sempre religiosi e sacerdoti, padri.

«Che pensare, si domanda uno scrittore, delle piccole disonestà "per la gloria di Dio" o "per il bene della Congregazione"», le false dichiarazioni o addirittura il rifiuto di iscrivere le persone, che prestano servizio, alla previdenza sociale? Recentemente una donna impiegata presso una comunità, non dichiarata alla previdenza sociale, osava richiedere un aumento. Ma si sentì rispondere: «Ma, signora, lei potrebbe farlo per il buon Dio!» (G. Huyghe, op. cit., pag. 228).

Ho accennato sopra ai nostri doveri di cittadini. Non occorre spendere su questo punto molte parole. In ogni paese dove operiamo noi ci sentiamo integrati nella grande comunità: ne godiamo i vantaggi e i servizi. È ovvio che dobbiamo dare il nostro contributo al bene comune anche con l'osservanza leale delle leggi, comprese quelle finanziarie, fiscali, doganali. Superfluo dire quali sarebbero i riflessi di una condotta diversa. Il buon cristiano — e il religioso — è un cristiano per eccellenza, è cittadino esemplare: «Date a Cesare...».

Beati i poveri
Carissimi confratelli, vi ho intrattenuto a lungo. Ma penso che voi stessi siate convinti che l'argomento meritava. Amo quindi pensare che la trattazione, pur nella sua modestia, ha dimostrato quanto larghi siano i riflessi della Povertà e quanto profondi su tutta la nostra vita. Comprendiamo bene la parola di S. Francesco d'Assisi, il quale, giova ricordarlo, «in un tempo di trionfalismo, nel tempo in cui a Roma papale c'è la corte più splendida, fa la protesta non violenta, ma una protesta di testimonianza piena di amore verso Cristo e verso la Chiesa, e sposa per questo la povertà».

Ebbene S. Francesco, l'evangelico protestatario di amore, diceva ai suoi religiosi: «Fino a che resisterà la povertà, resisterà anche la baracca; ma se la povertà vacilla, guai alla baracca».

E lo stesso pensiero che assillava il cuore di Don Bosco: «Il benessere — egli diceva --. sarà la fine della Congregazione». «Il mondo ci rispetterà se saremo poveri e casti».

Questa chiara convergenza di idee e di valutazioni da parte di questi grandi servitori della Chiesa vissuti a distanza di secoli, in momenti fortunosi per la Chiesa, è per noi un monito un invito, un conforto ribadito ancora in questi giorni dalla alta e concettosa parola del Papa. La nostra Povertà — egli dice — «è un attestato di fedeltà evangelica: è la condizione, talvolta indispensabile, per dare credito alla propria Missione, è un esercizio talora sovrumano di quella libertà di spirito, rispetto ai vincoli della ricchezza, che accresce la forza alla missione dell'Apostolo» (Disc. di Paolo VI alla II Conferenza Latino-Americana).

Quali allora le conclusioni di questa lunga conversazione?
Perché la Povertà sia di fatto la vera ricchezza della nostra Congregazione in questi momenti di confusioni e di deviazioni, alla luce delle considerazioni presentatevi in questa mia lettera, che vanno rilette e opportunamente commentate e applicate, invito tutti a fare quello che in certi Ordini Religiosi si chiama «scrutinium paupertatis», esame di povertà.

A tal fine a questa mia lettera segue un pratico esame di coscienza rispettivamente per i Consigli Ispettoriali e per le singole comunità. Ai confratelli suggerisco di fare questo esame sul formulario pubblicato dopo il Capitolo Generale: sarà utile occasione quella del ritiro mensile.

Spiritualmente preparati ci si riunisca, nei Consigli e nelle comunità, a fare sulla pista dell'esame una efficace revisione di vita sulla povertà.

Infine si prendano risoluzioni anche coraggiose, ma concrete, da Ispettori e Direttori anzitutto.

Io sarò lieto di conoscere l'esito di questo grande scrutinio che mira, voi lo vedete, a dare alla nostra amata Congregazione quello slancio e ottimismo di cui la povertà integralmente vissuta e attuata è fonte e premessa.

E il Signore Gesù faccia sentire e assaporare a ognuno di noi che vuole seguirlo generosamente nel suo invito alla vita povera, tutta la gioia della sua parola inondata di luce: «Beati i poveri nello spirito».

Col mio affettuoso saluto abbiatevi l'assicurazione del mio quotidiano ricordo all'altare. Vogliate ricambiarlo e ve ne ringrazio cordialmente.

Aff.mo
Don Luigi Ricceri