PG Zasoby

Strenna 2011: Commento

VENITE E VEDRETE

«Ecco l’Agnello di Dio! … Che cercate? … Rabbi, dove abiti? …
Venite e vedrete»(Gv 1,36-39)

Presentazione della Strenna 2011

Un dato storico, confermato da tutti i quattro evangelisti, è che, sin dall’inizio della sua attività evangelizzatrice (cf. Mc 1,14-15), Gesù chiamò alcuni a seguirlo (cf. Mc 1,16-20). Questi suoi primi discepoli divennero così «compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo» (At 1,21-22).

Evangelizzazione e vocazione sono così due elementi inseparabili. Anzi, criterio di autenticità di una buona evangelizzazione è la sua capacità di suscitare vocazioni, di maturare progetti di vita evangelica, di coinvolgere interamente la persona di coloro che sono evangelizzati, sino a renderli discepoli ed apostoli.

Dopo la Strenna del 2010, “Signore, vogliamo vedere Gesù”, sull’urgenza di evangelizzare, faccio un accorato appello alla Famiglia Salesiana a sentire l’urgenza, la necessità di convocare.

Cari fratelli e sorelle, membri tutti della Famiglia Salesiana, vi invito perciò ad essere per i giovani vere guide spirituali, come Giovanni Battista che addita Gesù ai suoi discepoli dicendo loro: “Ecco l’Agnello di Dio!” (Gv 1,36), in modo che essi possano andargli dietro, al punto che Gesù rendendosi conto che lo seguono si rivolge direttamente a loro con la domanda: “Che cercate?” ed essi, presi dal desiderio di conoscere in profondità chi sia questo Gesù, gli domandano: “Rabbi, dove abiti?” (Gv 1,38), ed Egli li invita a fare una esperienza di convivenza con lui: “Venite e vedrete”. Qualcosa di immensamente bello essi avranno sperimentato dal momento in cui “andarono, videro dove abitava e rimasero con lui”  (Gv 1,39).

 

Ecco la strada pedagogica da percorrere:

1.   Ritornare a Don Bosco

  • Fare nostra la sua esperienza a Valdocco, che crea un ambiente di familiarità, di forte valenza spirituale, di impegno apostolico ed accompagnamento spirituale, sostenuto da un intenso amore alla Chiesa e al mondo.
  • Manifestare la bellezza, l’attualità e la varietà della nostra vocazione salesiana: una vita consegnata interamente a Dio al servizio dei giovani vale la pena di essere vissuta.
  • Vivere la propria vita ed aiutare a capire la vita degli altri come vocazione e missione. Il tutto come un grande dono vissuto nella centralità di Dio, nella fraternità tra i consacrati e nella dedizione ai più poveri e bisognosi.

 

 2.   Per diventare Don Bosco per i giovani di oggi

  • Essere consapevoli e rendere palese la centralità dei consacrati nella realizzazione della missione salesiana. Questa è stata la convinzione e l’esperienza di Don Bosco.
  • Creare, come a Valdocco, una cultura vocazionale, caratterizzata dalla ricerca del senso della vita, nell’orizzonte della trascendenza, sostenuta e sospinta da valori profondi, con carattere di progettualità, verso una cultura della fraternità e della solidarietà.
  • Assicurare l’accompagnamento attraverso la qualità della vita personale, l’educazione all’amore e alla castità, la responsabilità verso la storia, l’iniziazione alla preghiera, l’impegno apostolico.
  • Fare del Movimento Giovanile Salesiano un luogo privilegiato per un cammino di discernimento vocazionale: in esso i giovani sperimentano e manifestano come una corrente di comunione attorno alla persona di Don Bosco e ai valori della sua pedagogia e della Spiritualità Giovanile Salesiana, sviluppano il volontariato e maturano progetti di vita.

Roma, 31 Maggio 2010.

Don Pascual Chávez Villanueva
Rettor Maggiore

 

  1. Tornare a Don Bosco
  2. Un'urgenza previa: creare e fomentare una cultura vocazionale
  3. Aspetti che hanno una speciale significatività nell'animazione e nella proposta vocazionale
  4. Conclusione. Bellezza e attualità della vocazione salesiana

«Venite e vedrete»
(Gv
1,39)
La necessità di convocare

Carissimi fratelli e sorelle,
membri tutti della Famiglia Salesiana
ed amici di Don Bosco,
Vi saluto con il grande affetto e la stima che nutro per ciascuno di voi augurandovi un anno nuovo ricolmo delle benedizioni che il Padre ha voluto darci nella incarnazione del suo Figlio.
Vi scrivo per presentare la Strenna del 2011, con la certezza di farvi un dono gradito, sia per il valore che la Strenna come tale ha nella nostra tradizione salesiana dai tempi di Don Bosco, sia per il tema scelto che interessa la nostra vita, la nostra missione e la nostra capacità di aiutare a scoprire che la vita è vocazione, sia pure per il momento che viviamo come Chiesa e Famiglia Salesiana, soprattutto in Occidente.
Dopo la Strenna del 2010, « Signore, vogliamo vedere Gesù », sull'urgenza di evangelizzare, mi è sembrata la cosa più logica e naturale fare un accorato appello a tutta la Famiglia Salesiana a sentire, insieme a noi SDB, la necessità di convocare. Infatti, noi salesiani
« sentiamo oggi più forte che mai la sfida di creare una cultura vocazionale in ogni ambiente, in modo che í giovani scoprano la vita come chiamata e che tutta la pastorale salesiana diventi realmente vocazionale. Ciò richiede dí aiutare i giovani a superare la mentalità individualista e la cultura dell'autorealizzazione, che li spinge a progettare il futuro senza mettersi in ascolto di Dio; ciò domanda pure di coinvolgere e formare famiglie e laici. Un impegno particolare deve essere messo nel suscitare tra i giovani la passione apostolica. Come Don Bosco siamo chiamati a incoraggiarli ad essere apostoli dei loro compagni, ad assumere varie forme di servizio ecclesiale e sociale, a impegnarsi in progetti missionari. Per favorire un'opzione vocazionale di impegno apostolico, a tali giovani si dovrà proporre una vita spirituale più intensa e un accompagnamento personale sistematico. È questo il terreno in cui fioriranno famiglie capaci di autentica testimonianza, laici impegnati ad ogni livello nella Chiesa e nella società ed anche vocazioni per la vita consacrata e per il ministero ».'
1 CG26, Da mihi animas, cetera tolle, Roma, 2008, n. 53: « Vocazioni all'impegno apostolico ».
Evangelizzazione e vocazione, cari fratelli e sorelle, sono due elementi inseparabili. Anzi, criterio di autenticità di una buona evangelizzazione è la sua capacità di suscitare vocazioni, di maturare progetti di vita evangelica, di coinvolgere interamente la persona di coloro che sono evangelizzati, sino a renderli discepoli ed apostoli.
Un dato storico della vita di Gesù, confermato da tutti i quattro evangelisti, è che, sin dall'inizio della sua attività evangelizzatrice (cf. Mc 1,14-15), Gesù chiamò alcuni a seguirlo (cf. Mc 1,16-20; Mt 4,18-19; Lc 5,10-11; Gv 1,35-39). Questi suoi primi discepoli divennero così «compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo» (At 1,21-22).
La vocazione di questi primi discepoli, secondo il Vangelo di Giovanni, è frutto di un incontro personale che suscita in essi un'attrazione, un fascino che trasforma la loro mente e soprattutto i loro cuori, riconoscendo in Gesù Colui nel quale si realizzano le attese più profonde, le profezie, il Messia atteso. Questa esperienza li collega talmente alla persona di Gesù che lo seguono con entusiasmo e comunicano ad altri la loro esperienza invitandoli a condividerla, incontrandosi con Gesù personalmente. Il Vangelo di Luca parla anche del gruppo di donne che accompagna e assiste il Signore (cf. Lc 8,1-3) il che vuol dire che Gesù aveva delle donne tra i suoi discepoli, alcune delle quali saranno testimoni della sua morte e resurrezione (cf. Lc 23,55-24,11.22).
Perciò, cari fratelli e sorelle, vi invito ad essere per i giovani vere guide spirituali, come Giovanni Battista che addita Gesù ai suoi discepoli dicendo loro: « Ecco l'Agnello di Dio! » (Gv 1,36). In tale modo essi gli andranno dietro, al punto che Gesù rendendosi conto che alcuni lo seguono si rivolgerà loro direttamente con la domanda: « Che cercate? », ed essi, presi dal desiderio di conoscere in profondità chi sia questo Gesù, gli domanderanno: « Rabbi, dove abiti? » (Gv 1,38). Ed Egli li inviterà, come i primi discepoli, a fare una esperienza di convivenza con lui: « Venite e vedrete ». Qualcosa di immensamente bello essi avranno sperimentato dal momento in cui « andarono, videro dove abitava e quel giorno rimasero con lui » (Gv 1,39).
Ecco una prima caratteristica della vocazione cristiana: un incontro, un rapporto personale di amicizia che riempie il cuore e trasforma la vita. Questo incontro trasformante è la fede che, animata dalla carità, rende i credenti e le comunità cristiane propagatori della Buona Novella del Vangelo di Gesù. Così lo esprime Paolo nella lettera alla comunità di Tesalonica: « Avendo accolto la Parola, voi siete diventati un modello per tutti i credenti della Macedonia e dell'Acaia; per mezzo vostro la Parola del Signore si è diffusa dappertutto » (cf. 1 Ts 1, 7-8). Siamo, dunque, chiamati a rinnovare in noi questo dinamismo vocazionale: comunicare e condividere l'entusiasmo e la passione con cui stiamo vivendo la nostra vocazione, in modo tale che la nostra vita diventi essa stessa proposta vocazionale per gli altri. Proprio come fece Don Bosco, che più che campagne vocazionali seppe creare a Valdocco un microclima dove crescevano e maturavano le vocazioni, formando un'autentica cultura vocazionale in cui la vita è concepita e vissuta come dono, come vocazione e missione, nella diversità delle opzioni.

1. Tornare a Don Bosco
Invitati a ripartire da Don Bosco per capire sempre meglio e poter assumere con più fedeltà la passione che ardeva nel suo cuore e lo spingeva a cercare la gloria di Dio e la salvezza delle anime, imitiamolo nella sua instancabile operosità nel promuovere vocazioni al servizio della Chiesa, frutto il più prezioso della sua opera di educazione ed evangelizzazione, di formazione umana e cristiana dei giovani. La sua esperienza e i suoi criteri e atteggiamenti potranno illuminare e orientare il nostro impegno vocazionale.
« Don Bosco, pur operando con instancabile generosità nel promuovere varie forme di vocazioni nella Chiesa, chiamava alcuni giovani a stare per sempre con lui. Anche per noi la proposta della vocazione consacrata salesiana, rivolta ai giovani, fa parte della fedeltà a Dio per il dono ricevuto. A ciò ci spinge il desiderio dí condividere la gioia di seguire il Signore Gesù, rimanendo con Don Bosco, per dare speranza a tanti altri giovani del mondo intero ».2
2 CG26, Da mihi animas, cetera tolle, Roma, 2008, n. 54: « Accompagnamento dei candidati alla vita consacrata salesiana ».
Don Bosco visse, non lo dimentichiamo, in un ambiente poco favorevole e per alcuni versi contrario allo sviluppo delle vocazioni ecclesiastiche. Il nuovo regime costituzionale del Regno Sardo, con le conseguenti libertà di stampa, di coscienza, di culti, e la potenziale « deconfessionalizzazione » dello Stato, aveva prodotto un crescente dissenso con la Chiesa. La libertà di culto e l'attiva propaganda protestante disorientavano il popolo semplice, presentando un'immagine negativa della Chiesa, del Papa, vescovi e sacerdoti. Si era creato nel popolo e soprattutto tra i giovani un clima nazionalista impregnato delle idee liberali e anticlericali.
Lo stesso Don Bosco scriveva ricordando quei tempi: « uno spirito di vertigine si levò contro agli ordini religiosi, alle Congregazioni ecclesiastiche; di poi in generale contro al clero e a tutte le autorità della Chiesa. Questo grido di furore e di disprezzo per la religione traeva seco la conseguenza di allontanare la gioventù dalla moralità, dalla pietà; quindi dalla vocazione allo stato ecclesiastico. Perciò niuna vocazione religiosa e quasi nessuna per lo stato ecclesiastico. Mentre gli istituti religiosi si andavano man mano disperdendo, i preti erano vilipesi, taluni messi in prigione, altri mandati a domicilio coatto, come mai umanamente parlando era possibile coltivare lo spirito di vocazione? ».3
Ma guardate, cari fratelli e sorelle, come reagisce Don Bosco. Egli non si perde in lamenti, ma subito s'industria per raccogliere e coltivare le vocazioni e promuovere la formazione di giovani chierici rimasti senza seminario, curare quei ragazzi di buona indole e avviarli alla carriera ecclesiastica. Nell'Oratorio, assieme ai giovani lavoratori, orfani, Don Bosco accoglie molto presto ragazzi e giovani di animo buono che mostrano segni per avviarsi al sacerdozio e alla vita religiosa. Si dedica con attenzione e priorità alla loro formazione, una formazione attiva e pratica con un accompagnamento personale e in un ambiente di forte valenza spirituale e apostolica. Dagli anni '60 la sezione « studenti » dell'Oratorio di Valdocco viene considerata una fattispecie di seminario. Lo stesso Don Bosco scrive nelle Memorie dell'Oratorio « che la casa dell'Oratorio per quasi 20 anni diviene il seminario diocesano ».4 Stando a quanto scrive don Braido, tra il 1861 al 1872 entrarono nel Seminario di Torino 281 giovani provenienti dall'Oratorio.5

Cenno storico sulla Congregazione di S. Francesco di Sales e relativi schiarimenti. Roma. Tip. Poliglotta 1874. In OE XXV, p. 233.
4 Memorie dell'Oratorio. Testo critico, a cura di A. Ferreira. Roma, LAS 1991, p. 195. Mettere al servizio delle diocesi come seminari minori le sue (nuove) scuole private fu un motivo trainante dell'espansione dell'opera salesiana, cf. A. J. LENTI, Don Bosco. History and Spirit. Vol. 52: Institutional Expansion, Roma, LAS, 2009, pp. 49-73.
5 Cf. P. BRAIDO, Don Bosco, prete dei giovani nel secolo delle libertà. Vol. I, Roma, LAS, 2003, p. 544.

Come attua Don Bosco questo impegno per promuovere vocazioni?

Innanzitutto Don Bosco faceva speciale attenzione a scoprire i possibili segni di vocazione nei giovani con i quali entrava in contatto quando andava a predicare nelle chiese dei vari paesi e nei giovani raccolti nell'Oratorio di Valdocco. Egli nota che, in mezzo alla massa dei suoi giovani, in alcuni emergono le condizioni per una proposta vocazionale, finora nascoste da un'incrostazione di grossolanità e d'ignoranza. Questi poveri oratoriani infatti uniscono alla buona condotta uno svegliato ingegno; li mette dunque alla prova come animatori tra i compagni e li studia con un accompagnamento speciale da parte sua. Perché Don Bosco non rimane in attesa di uno sviluppo quasi meccanico della vocazione, sa per esperienza che la mobilità giovanile la può mettere in serio pericolo. Perciò collabora attivamente col dono di Dio creando un ambiente adatto, mantenendovi un clima spirituale rispondente alle esigenze di sviluppo della vocazione, e impegnandosi ad essere animatore e guida di coloro che riscontra chiamati da Dio alla vita sacerdotale e religiosa o alla cooperazione salesiana nella diversità delle sue espressioni.
1. Il primo impegno di Don Bosco è quello di formare un ambiente, oggi diremmo una cultura, in cui la proposta vocazionale possa essere favorevolmente accolta e giungere a maturazione.

  • Un ambiente di familiarità nel quale Don Bosco condivide tutto con i giovani. Sta con loro nel cortile, li ascolta, promuove un clima di gioia, di festa e di fiducia che apre i cuori e fa che i giovani si sentano come in famiglia. La gioia che si sprigionava da tutta la persona di Don Bosco mentre svolgeva il suo apostolato sacrificato ed entusiasta era già in se stessa una proposta vocazionale. I giovani a contatto con Don Bosco nella vita quotidiana facevano la grande ed esaltante esperienza di essere e di sentirsi davvero membri di una famiglia, imparando ad aprire i loro cuori ed a guardare il futuro con ottimismo e speranza.
  • Questo clima di gioia e di famiglia è alimentato da una forte esperienza spirituale. La visione religiosa del mondo che Don Bosco possiede e che unifica la sua multiforme attività contagia quasi spontaneamente i giovani che imparano a vivere alla presenza di Dio. Un Dio che li ama ed ha per ognuno di loro un progetto di felicità e di vita piena. Si crea nell'Oratorio un clima spirituale che orienta al rapporto interpersonale con Dio e con i fratelli e permea tutta la vita. Questo clima si alimenta di una semplice ma costante pietà sacramentale e mariana. La preghiera che orienta i giovani ad un rapporto personale di amicizia con Gesù e con Maria e l'adeguata esperienza sacramentale che sostiene e stimola lo sforzo di crescita nella vita quotidiana, costituiscono la prima risorsa per coltivare e maturare le vocazioni.
  • Una terza caratteristica dell'ambiente creato da Don Bosco era la dimensione apostolica. Dall'inizio Don Bosco coinvolge i giovani, in particolare quelli che presentano segni vocazionali, ad accompagnarlo nella sua opera di educazione e di catechesi. Affida loro alcuni compagni più discoli perché, facendosi loro amici, li aiutino a inserirsi positivamente nell'ambiente e nella vita dell'Oratorio. In questo modo i giovani imparano a lavorare per gli altri con grande impegno e totale disinteresse. Imparano pure a rendere se stessi sempre più disponibili e aperti alle esigenze dell'apostolato, maturando le proprie motivazioni e facendo ogni cosa per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Don Bosco, con un accompagnamento attento e costante, procura che questo servizio di apostolato tra i compagni, vissuto con entusiasmo e disponibilità, mentre esprime la sua efficacia portando sulla via del bene coloro ai quali si rivolge, diventi pure una concreta « proposta » di vita per quei giovani che lui stesso aveva scelti. In questo clima nascono e si sviluppano le Compagnie, considerate da Don Bosco un'esperienza chiave dell'ambiente e della proposta educativa dell'Oratorio.

2. Insieme all'ambiente, Don Bosco offre a giovani ed agli adulti, che cercano un orientamento per la loro vocazione, un fedele accompagnamento spirituale. Il luogo naturale in cui Don Bosco offre l'aiuto della direzione spirituale è il confessionale, ma non solo: Don Bosco propone e facilita in vari modi possibilità di incontro e di colloquio tra i « figli di famiglia » e il « padre », offrendo a tutti un'esperienza profonda di educazione e di direzione spirituale. La sua azione si modula diversamente ed in maniera personalizzata a seconda che si tratti di giovani o adulti, aspiranti alla vita ecclesiastica, alla vita religiosa o semplicemente alla vita di buon cristiano e onesto cittadino. Ugualmente la sua azione di accompagnamento si rende particolare e attenta nel seguire Cooperatori, Figlie di Maria Ausiliatrice, Salesiani, ecc.
Uno dei tratti che maggiormente colpisce quando si osserva Don Bosco agire come direttore di spirito, è il discernimento e la prudenza che rivela quando consiglia in merito alla vocazione. Sebbene in quel tempo alla Chiesa mancassero dei pastori e a lui stesso urgessero collaboratori, don Rua testimonia, con giuramento, che « giammai consigliava ad entrarvi (nella vita sacerdotale o religiosa) chi non ne avesse i necessari requisiti... Di varii ho saputo che li dissuase malgrado il loro desiderio ».66
Summarium, 676 par. 14.

Sempre mosso da prudente discernimento, si dà da fare per indurre a riflettere coloro che, pur avendone le doti, non avevano mai pensato a divenire sacerdoti o religiosi. Don Bosco poco alla volta poneva loro sotto gli occhi alcune considerazioni che li aiutassero a ripensare la loro opzione, e nessuno di essi è stato mai scontento di aver seguito il suo consiglio.
La direzione spirituale di Don Bosco è tutta illuminata dal « dono del consiglio » che lo abilita a orientare con sicurezza coloro che a lui si rivolgono.
3. L'intensissimo lavoro che Don Bosco svolge a favore delle vocazioni è sostenuto da un intenso amore alla Chiesa: egli impegna tutte le sue forze, con totale dedizione, per procurare il suo bene. È proprio questo amore alla Chiesa che ci permette di comprendere l'importanza che dava all'attività apostolica di promozione delle vocazioni e la sua insistenza perché tutti concordemente lavorassero e si impegnassero per procurare alla Chiesa il grande tesoro che rappresentano le vocazioni. Così era solito dire: « Noi regaliamo un gran tesoro alla Chiesa quando procuriamo una buona vocazione; che questa vocazione o questo prete vada in diocesi, nelle missioni o in una casa religiosa non importa. È sempre un gran tesoro che si regala alla Chiesa di Gesù Cristo ».7 La visione del bene di tutta la Chiesa non lo lascia mai, neppure quando spende le sue forze, il suo tempo, i mezzi finanziari che gli costano tante fatiche, né quando impiega il suo scarso personale o le sue Case.

« Accorrete, accorrete presto a salvare quei giovani ... ».8 L'appello di Don Bosco morente può ritenersi rivolto non solo ai presenti in quel momento nella sua camera, ma a tutta la Famiglia Salesiana in generale. Un appello che urge ed urgerà sempre, perché i giovani di tutti i tempi hanno bisogno di « salvezza ».
7 MB XVII, p. 262.
8MB XVIII, p. 530.

Quest'invito Don Bosco morente lo rivolge anche a noi. È un invito a rimboccarci le maniche ed a lavorare sodo perché attorno a noi sboccino, fioriscano e si consolidino, come già attorno a lui, numerose e valide vocazioni salesiane. Assumerlo richiede a ciascuno di noi di rinnovare la santa passione per la salvezza della gioventù che viveva lo stesso Don Bosco; questa passione ci renderà coraggiosi e ci farà superare il timore di non essere capiti o di essere emarginati o respinti da questo nostro mondo secolarizzato e dissacratore, che rifiuta la diversità, sopprime il soprannaturale ed emargina il credente.
Viviamo, dunque, senza paura uno stile di vita che contesta questo mondo e questa società che non permette lo sviluppo e la promozione integrale della persona umana; uno stile di vita che stimola a vivere con gioia ed entusiasmo la propria vocazione ed a proporre a giovani e adulti, uomini e donne, ragazzi e ragazze, la vocazione salesiana come risposta adeguata di salvezza a questo mondo di oggi, e come progetto di vita capace di contribuire positivamente al rinnovamento dell'attuale società. Così si esprime l'articolo 28 delle Costituzioni dei Salesiani di Don Bosco: « Siamo convinti che tra i giovani molti sono ricchi di risorse spirituali e presentano germi di vocazione apostolica.
Li aiutiamo a scoprire, ad accogliere e a maturare il dono della vocazione laicale, consacrata, sacerdotale, a beneficio di tutta la Chiesa e della Famiglia salesiana ». Questo impegno è stato una finalità della Congregazione prima persino della sua approvazione9 e oggi acquista un'urgenza e necessità straordinaria (cf. Cost. 6), come ripetutamente ci ricorda la Chiesa.
9 Anche se manca un articolo sui seminari minori nel primo testo costituzionale esistente, il manoscritto di Rua del 1858, esso fu introdotto da Don Bosco già nella bozza del 1860. Cf. G. Bosco, Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales [1858] — 1875. Edizione critica di Francesco MOTTO, Roma, LAS, 1982, pp. 76-77.

2. Un'urgenza previa: creare e fomentare una cultura Vocazionale l0
« È necessario promuovere una cultura vocazionale che sappia riconoscere e accogliere quell'aspirazione profonda dell'uomo che lo porta a scoprire che solo Cristo può dirgli tutta la verità sulla sua vita ».'1 Parlare di cultura vocazionale, come per primo ha fatto Giovanni Paolo II, è oggi non solo pertinente, ma pure urgente. Notiamo infatti che, a volte, c'è una frattura tra i gesti di persone, anche generose e bene ispirate, e la mentalità collettiva, tra iniziative personali ed espressioni sociali, tra la prassi e i suoi fondamenti. Così in Congregazione, come nella Famiglia Salesiana, notiamo che ci può essere un certo lavoro vocazionale da parte di singoli, cosiddetti delegati per le vocazioni, ma nello stesso tempo, nelle comunità o nei gruppi si percepisce che non esiste una vera cultura vocazionale.
La cultura infatti richiama non a gesti singoli, pur numerosi, ma ad una mentalità e ad un atteggiamento condiviso da un gruppo; riguarda non solo intenzioni e propositi privati, ma impiego sistematico e razionale delle energie di cui dispone la comunità. I contenuti di una cultura vocazionale, così intesa, riguardano tre aree: quella antropologica, quella educativa e quella pastorale. La prima si riferisce al modo di concepire e presentare la persona umana come vocazione; la seconda mira a favorire una proposta di valori congeniale alla vocazione; la terza fa attenzione al rapporto tra vocazione e cultura obiettiva e ne ricava conclusioni per il lavoro vocazionale.
10 questa sezione prendo liberamente la voce « Cultura della Vocazione », di don Juan E. Vecchi, in Dizionario della Pastorale Vocazionale, Libreria Editrice Rogate, Roma 2002, pp. 370-382
" GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XXX Giornata di Preghiera per le vocazioni (8 settembre 1992).


La vita è vocazione
Sappiamo che a tutti gli interventi educativi e pastorali soggiace un'immagine dell'uomo, spontanea o riflessa. Il cristiano la va elaborando col vissuto, con lo sforzo razionale di capirne il senso e con l'illuminazione della fede. I tre elementi — vissuto personale, ricerca di senso e discernimento dalla fede — sono indispensabili e collegati fra loro. La rivelazione non va intesa come una sovrapposizione esterna all'esperienza ed alla sua comprensione umana, ma proprio come uno svelamento del suo senso più profondo e definitivo. Bisogna dunque in primo luogo superare un modo di pensare e di parlare della vocazione quasi fosse un surplus, uno stimolo soltanto per alcuni, un fatto funzionale al reclutamento per qualche stato di vita, piuttosto che un riferimento sostanziale alla realizzazione stessa della persona. La crisi delle vocazioni infatti può essere dovuta anche allo stile di vita che esse presentano. Ma più in profondità si deve a una visione dell'esistenza umana in cui la dimensione di « appello », cioè di doversi realizzare in ascolto di un altro e in dialogo con lui, non solo è esclusa di fatto, ma non può nemmeno venir inserita in maniera significativa. Ciò avviene nelle visioni dell'uomo che mettono la soddisfazione dei bisogni dell'individuo al di sopra di tutto, proponendo l'autorealizzazione come unica meta dell'esistenza o concependo la libertà come pura autonomia. Tali sensibilità sono oggi diffuse, esercitano un certo fascino e anche quando non vengono assunte in maniera integrale, conformano i messaggi della comunicazione e influiscono sugli indirizzi educatiVi.
Un primo compito della cultura vocazionale è, allora, di elaborare e diffondere una visione dell'esistenza umana concepita come « appello e risposta », quale considerazione conclusiva di una fondata riflessione antropologica. Verso tale conclusione portano l'esperienza del rapporto, l'esigenza etica che ne consegue, gli interrogativi esistenziali. Sono quindi queste le vie da percorrere per individuare alcuni contenuti della cultura vocazionale che ci preoccupa. La persona ha coscienza della propria singolarità. Comprende che la sua esistenza è esclusiva, qualitativamente diversa da altre, irriducibile al mondo. Le appartiene totalmente ma ha le caratteristiche di un dono, un fatto precedente ad ogni desiderio o sforzo.


Aperta agli altri e a Dio
Allo stesso tempo l'uomo avverte di essere parte di una rete di rapporti, non opzionali o secondari, tra i quali quello con le altre persone
è immediatamente evidente e occupa un posto privilegiato. La prima cosa che la persona percepisce non è l'io con le sue potenzialità, ma l'interdipendenza con gli altri che richiedono di essere accettati nella loro realtà obiettiva e riconosciuti nella loro dignità. In questa ottica la responsabilità appare come capacità di percepire segnali che provengono dagli altri e darvi delle risposte. Si tratta di un appello etico perché comporta delle esigenze di responsabilità e di impegno. L'uomo si sveglia all'esistenza personale quando gli altri cessano di essere visti soltanto come mezzi di cui servirsi.
Una cultura vocazionale deve prevenire il giovane da una concezione soggettivistica che fa dell'individuo centro e misura di se stesso, che concepisce la realizzazione personale come difesa e promozione di sé, piuttosto che come apertura e donazione. E così pure da quelle concezioni che nel rapporto intersoggettivo rimangono imprigionate nel solo compiacimento, senza vederne il carattere etico. L'esperienza relazionale e la sua componente etica orientano già verso il Trascendente, perché in essi appare qualcosa di incondizionato e immateriale. Infatti, gli altri non richiedono solo di venire loro incontro con oggetti e strutture o di interagire con loro attraverso riflessi istintivi. Essi chiedono il riconoscimento del mistero della loro persona e postulano dunque rispetto, gratuità, amore, promozione di valori morali e spirituali.
Ma il richiamo alla trascendenza diventa più evidente quando la persona è capace di aprirsi agli interrogativi fondamentali dell'esistenza e ne coglie la densità reale. Appare allora la sua apertura all'Oltre, già intravisto nelle sue realizzazioni positive e nei suoi limiti. Capisce che non può fermarsi a ciò che le è immediatamente percepibile né circoscriversi all'oggi. La persona è un mistero infinito che solo Dio può spiegare e solo Cristo può appagare. Perciò è naturalmente spinta a cercare il senso della vita e a proiettarsi nella storia. Deve decidere il suo orientamento a lungo termine, avendo di fronte diverse alternative. E non può percorrere la propria vita due volte: deve scommettere! Nei valori che predilige e nelle scelte che fa si gioca il suo successo o il suo fallimento come progetto, la qualità e la salvezza della sua vita. Gesù lo esprime in forma molto chiara: « Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo,
la salverà. Infatti quale vantaggio c'è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? » (Mc 8,35-36). Compito di una cultura vocazionale è di sensibilizzare all'ascolto di tali interrogativi, abilitare ad approfondirli. Compito di una cultura vocazionale è pure promuovere la crescita e le scelte di una persona in relazione al Bonum, al Verum, al Pulchrum, nell'accoglienza dei quali consiste la sua pienezza.

Vissuta come dono e come compito
Tutto questo richiede un approfondimento della vocazione come definizione che la persona dà alla propria esistenza, percepita come dono e appello, guidata dalla responsabilità, progettata con libertà. Il filone più fecondo per scoprire tale fondamento è la Scrittura, letta come svelamento del senso della vita dell'uomo. Nella Scrittura l'essere e i rapporti costitutivi della persona vengono definiti dalla sua condizione di creatura, il che non indica inferiorità o dipendenza, ma amore gratuito e creativo da parte di Dio.
L'uomo non ha in sé la ragione della propria esistenza né della propria realizzazione. La deve a un dono e lo gode rendendosene respon-s`abile. Il dono della vita contiene un progetto; questo si va svelando nel dialogo con sé, con la storia, con Dio ed esige una risposta personale. Ciò definisce la collocazione dell'uomo rispetto al mondo e a tutti gli esseri che lo compongono. Questi non possono colmare 'i suoi desideri e quindi l'uomo non è loro sottomesso.
Un esempio tipico di questa struttura della vita è l'alleanza tra Dio e il suo popolo come viene presentata nella Bibbia. Essa è elezione gratuita da parte di Dio. L'uomo deve prenderne coscienza ed assumerla come progetto di vita, guidato dalla Parola che lo interpella e lo pone nella necessità di scegliere. In Cristo la verità sull'uomo, che la ragione coglie vagamente e che la Bibbia svela, trova la sua illuminazione totale. Cristo, con le sue parole ma soprattutto in forza della sua esistenza umano-divina, in cui si manifesta la coscienza di Figlio di Dio, apre la persona alla piena comprensione di sé e del proprio destino. In Lui siamo costituiti figli e chiamati a vivere come tali nella storia.
La vocazione cristiana non è una aggiunta di lusso, un complemento estrinseco per la realizzazione dell'uomo. È invece il suo puro e semplice compimento, l'indispensabile condizione di autenticità e pienezza, il soddisfacimento delle esigenze più radicali, quelle di cui è sostanziata la sua stessa struttura creaturale. Allo stesso modo l'inserirsi nella dinamica del Regno, a cui Gesù invita i discepoli, è l'unica forma di esistenza che risponde al destino dell'uomo in questo mondo e oltre. La vita si svolge così interamente come dono, appello e progetto.
Il prendere tutto ciò come base e ispirazione dell'azione, il diffonderlo in modo che diventi mentalità della comunità educativa pastorale e particolarmente degli operatori vocazionali con le relative conseguenze educative e pratiche costituisce la « cultura » di cui la pastorale ha urgente bisogno.
Ecco gli atteggiamenti di fondo che danno vita ad una cultura vocazionale e che noi vorremmo privilegiare:

  • La ricerca di senso. Il senso è la comprensione delle finalità immediate, a medio termine e soprattutto ultime degli eventi e delle cose. Il senso è pure intuizione del rapporto che realtà ed eventi hanno con l'uomo e con il suo bene. La maturazione del senso comporta esercizio della ragione, sforzo di esplorazione, atteggiamento di contemplazione e interiorità. Lo si va scoprendo in diversi ambiti: nella propria esperienza, nella storia, nella Parola di Dio. Tutto converge verso una saggezza personale e comunitaria che si esprime nella fiducia e speranza di fronte alla vita. « Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » (Rm 8,28).

I tempi di maturazione del senso possono essere lunghi. Importante è non rinunciare e non chiudersi di fronte alla prospettiva di ulteriori e più ricche scoperte. La cultura contemporanea è percorsa da correnti che ignorano, quando non negano, ogni senso che trascenda l'esperienza immediata e soggettiva. Porta così ad una visione frammentata della realtà, che rende la persona incapace di padroneggiare i mille eventi del quotidiano, di andare al di là di quello che è epidermico o sensazionale. La maturità culturale comporta una sintesi, un quadro di riferimento al di là delle conoscenze singole, per riuscire ad orientarsi e non rimanere imprigionati dai fatti. La qualità della vita decade quando non è sostenuta da una certa visione del mondo. E con la qualità cadono le ragioni per impegnarla a servizio di cause nobili.

  • Apertura alla trascendenza, all'oltre umano, all'accettazione del limite, all'accoglienza del mistero, l'accoglienza del sacro nei suoi aspetti soggettivi e oggettivi, alla riflessione e alla scelta religiosa.

È questo un orizzonte che appare in tutte le attività dell'uomo fino ad esserne una dimensione costitutiva: nell'esercizio della sua intelligenza, nella tensione della sua volontà, negli aneliti del cuore, nella dinamica dei suoi rapporti, nella realizzazione delle sue imprese. L'esistenza dell'uomo è aperta sull'infinito e così è la percezione che egli ha della realtà. Ci sono oggi indirizzi culturali che, consapevolmente o meno, portano a chiudersi negli orizzonti « razionali » e temporali e rendono incapaci di accogliere la propria vita come mistero e dono. Prendere in considerazione la trascendenza vuol dire accettare interrogativi, andare oltre il visibile e il razionale. Le esperienze, i bisogni, le percezioni immediate possono essere punti di partenza per aprisi a valori, esigenze e verità ulteriori e più esigenti, che non vanno sentiti come negazione delle proprie pulsioni, ma come liberazione e compimento di esse. Come rivelò Gesù alla donna samaritanta: « Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva » (Gv 4, 10).

  • Una mentalità « etica »,capace di discernere tra il bene e il male e saper orientarsi al bene. Tale cultura è illuminata dalla coscienza morale, centrata sui valori piuttosto che sui mezzi, e assume come punto fondante il primato alla persona. La cultura porta sempre al suo interno una spinta etica ed è in se stessa un valore morale, perché persegue la qualità umana del

singolo e della comunità. Ma su di essa si ripercuotono i limiti dell'uomo.
Alcune delle sue tendenze e realizzazioni, quando non interi suoi sistemi, appaiono sotto il segno dell'ambiguità morale. E ciò nelle due dimensioni, oggettiva e soggettiva. Il fatto diventa grave quando nel dinamismo medesimo di elaborazione della cultura, il criterio etico sparisce o viene subordinato ad altri. Perde allora ogni incidenza il riferimento al bene e al male, e prevalgono altre istanze, come l'utilità, il piacere, il potere. Il linguaggio, nell'ultimo tempo, ha coniato una serie di espressioni che evidenziano sotto forma di polarità il primato o l'assenza di un riferimento etico valido nell'evolversi della cultura: cultura dell'essere e dell'avere, della vita e della morte, della persona e delle cose. Sviluppare la cultura con mentalità etica vorrà dire non solo farla crescere comunque, ma confrontare le sue concezioni e realizzazioni con la coscienza illuminata dalla fede per purificarla e riscattarla dall'ambiguità e spingerla nella direzione dei valori.

  • La progettualità. L'apatia di fronte al senso si tramuta spesso in indifferenza verso il futuro. Senza una visione della storia non appaiono mete appetibili per cui impegnarsi, eccetto quelle che riguardano il benessere individuale. In periodi precedenti le ideologie, con la loro carica utopica, spinsero la progettualità sociale ed essa favorì anche la disposizione personale a coinvolgersi in un progetto storico.

Ci può essere oggi una contrazione del futuro, insieme a una dilatazione del presente, che porta verso una cultura dell'immediato. I progetti si esauriscono in un tempo breve e si compiono negli spazi ridotti dell'esperienza individuale. Le stesse iniziative di bene possono ridursi a voler correggere qualche cosa, ad una ricerca di autorealizzazione soggettiva, ad un entusiasmo effimero. Progettare vuol dire organizzare le proprie risorse e il proprio tempo in consonanza con le grandi urgenze della storia e con le domande delle comunità per raggiungere traguardi ideali degni dell'uomo. Ciò richiede coscienza criti‑
ca per difendersi da imperativi apparenti, capacità di discernimento per smascherare pressioni psicologiche, generosità motivata per andare oltre gli orizzonti immediati.

  • Impegno per la solidarietà, in opposizione a quella cultura che porta a centrarsi sull'individuo. Progetti personali genero‑

si possono emergere soltanto lì dove la persona ammette che la sua realizzazione è legata a quella dei suoi simili. La solidarietà è un'aspirazione diffusa che sale dal profondo delle coscienze, dal cuore degli avvenimenti storici e si manifesta sotto forme inedite e quasi inattese. Appare come risposta a macrofenomeni preoccupanti, quali il sottosviluppo, la fame, lo sfruttamento. Ispira iniziative esemplari come i piani di aiuto, il volontariato e i movimenti di opinioni, che vanno modificando il rapporto precedente tra persona e società. Tutto questo in ambiti vicini e mondi lontani. Di conseguenza, mobilita lo spirito di servizio e spinge ad esso.
Ma la cultura della solidarietà è spesso trascurata o viene indebolita da forti correnti economiche e culturali. Essa suppone una visione del mondo e della persona che consideri l'interdipendenza come chiave interpretativa dei fenomeni positivi e negativi dell'umanità. Niente ha una sua spiegazione esauriente o una soluzione ragionevole se viene considerato in forma isolata. Povertà e ricchezza, denutrizione e spreco sono fenomeni correlati. Tra questi contrasti, funge da mediazione e si interpone non solo la tenerezza e la compassione, ma la responsabilità umana. La persona non può essere considerata come un essere che prima si costituisce da se stesso e, solo in un secondo momento, si orienta verso gli altri. La persona riesce ad essere se stessa soltanto quando assume solidalmente il destino dei suoi simili.

3. Aspetti che hanno una speciale significatività nell'animazione e nella proposta vocazionale

Promuovere una cultura vocazionale: compito essenziale della Pastorale Giovanile
Tutta la pastorale, e in particolare quella giovanile, è radicalmente vocazionale: la dimensione vocazionale costituisce il suo principio ispiratore e il suo sbocco naturale. Bisogna, dunque, abbandonare la concezione riduttiva della pastorale vocazionale, che si preoccupa soltanto della ricerca di candidati per la vita religiosa o sacerdotale. Al contrario, come detto sopra, la pastorale vocazionale deve creare le condizioni adeguate perché ogni giovane possa scoprire, assumere e seguire responsabilmente la propria vocazione.
La prima condizione consiste, sull'esempio di Don Bosco, nella creazione di un ambiente nel quale si viva e si trasmetta una vera « cultura vocazionale », cioè un modo di concepire e di affrontare la vita come un dono ricevuto gratuitamente; un dono da condividere al servizio della pienezza della vita per tutti, superando una mentalità individualista, consumista, relativista e la cultura della autorealizzazione. Vivere questa cultura vocazionale richiede lo sforzo di sviluppare certi atteggiamenti e valori, come la promozione e la difesa del valore sacro della vita umana, la fiducia in sé e nel prossimo, l'interiorità che permette di scoprire in sé e negli altri la presenza e l'azione di Dio, la disponibilità a sentirsi responsabili ed a lasciarsi coinvolgere per il bene degli altri in atteggiamento di servizio e di gratuità, il coraggio di sognare e di desiderare in grande, la solidarietà e la responsabilità verso gli altri, soprattutto i più bisognosi.12 All'interno di questo contesto o cultura vocazionale la pastorale giovanile deve proporre ai giovani i diversi cammini vocazionali — matrimonio, vita religiosa o consacrata, servizio sacerdotale, impegno sociale ed ecclesiale — ed accompagnarli nel loro impegno di discernimento e di scelta.
12 Cf. GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XXX Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni (8 settembre 1992).

Ogni comunità educativo-pastorale deve essere consapevole delle caratteristiche del proprio ambiente culturale e dell'azione educativo-pastorale che sviluppa nel quotidiano lavoro con i giovani. Tutto ciò nell'intento di promuovere e sviluppare gli elementi tipici di una cultura vocazionale, che spesso non è accettata dall'ambiente nel quale gli stessi giovani vivono.
Vi indico qui due elementi che possono aiutare lo sviluppo di una cultura vocazionale:

  • Fare della comunità educativo-pastorale un ambiente di famiglia con testimoni vocazionali significativi.

I giovani vivono in un ambiente massificato, nel quale non si sentono riconosciuti né accolti; essi devono meritarsi e conquistarsi tutto, cosicché i più deboli o i meno preparati restano emarginati e dimenticati. In tale ambiente risulta quasi impossibile vivere la vita come dono da condividere; essa piuttosto appare come una lotta per la sussistenza o una corsa per la conquista del benessere e della realizzazione individuale. Nell'ambiente di famiglia tipicamente salesiano il giovane si sente accolto e apprezzato gratuitamente; sperimenta rapporti di fiducia con adulti significativi; si sente coinvolto nella vita di gruppo; sviluppa protagonismo e responsabilità; impara a costruire la comunità educativa ed a sentirsi corresponsabile del bene comune; trova momenti di riflessione, di dialogo e di sereno confronto. Questo è l'ambiente migliore per lo sviluppo di una cultura vocazionale.

  • Assicurare l'orientamento e l'accompagnamento delle persone.

In un ambiente massificato o nel quale i rapporti sono soltanto funzionali sarà molto difficile lo sviluppo di una visione vocazionale della vita. Infatti tale processo richiede la presenza e la vicinanza di educatori tra i giovani, soprattutto nei momenti più spontanei e gratuiti; la conoscenza e l'interesse per la loro vita; la capacità di rapporti personali, anche se puntuali e spontanei; momenti di dialogo e di riflessione insieme che aiutino a leggere la vita con ottica positiva e vocazionale; spazi e tempi per incontri più sistematici di accompagnamento personale.

L'educazione all'amore, alla castità
Nell'orientamento e animazione vocazionale ha una grande importanza l'educazione all'amore. È necessario aiutare l'adolescente a integrare la sua crescita affettivo-sessuale nel processo educativo ed anche nel cammino di educazione alla fede. Questo affinché possa vivere l'affettività e la sessualità in armonia con le altre dimensioni fondamentali della sua persona, mantenendo atteggiamenti di apertura, di servizio e di oblazione.
Oggi l'adolescente deve confrontarsi con un contesto culturale e sociale pan-sessualizzato che trasmette i suoi continui messaggi nella strada, nella televisione, nel ciberspazio. Si tratta di suggestioni che spingono ad una pratica sessuale consumista ed orientata alla soddisfazione immediata del piacere. La tendenza sociale dominante in questo campo è il permissivismo, e i contenuti appetibili di questo pansessualismo diventano motivo di un triste commercio. Il tutto dà luogo ad una confusione sul piano dei valori e ad un grande relativismo etico. Accade spesso che si promuova un uso prematuro della sessualità nelle relazioni di amicizia o nella pura ricerca della soddisfazione compulsiva del piacere. I giovani scommettono con grande decisione sull'amore, sfidando pregiudizi e censure, desiderosi di venire incontro ai propri bisogni affettivi e sensibili al valore di una comunicazione aperta e senza limiti. Ma in questo campo molto spesso non dispongono di un orientamento e di una guida che li aiuti a comprendere la propria affettività e sessualità secondo una visione integrale della persona, sviluppando in modo costante e chiaro un progetto di educazione all'amore che li orienti verso una costruzione armoniosa della personalità e rendendo possibile una visione della vita come dono e servizio.
Già parecchi anni or sono il CG23 indicava ai Salesiani l'educazione all'amore come uno dei tre nuclei importanti attorno i quali si rende possibile e si realizza la sintesi fede-vita. Non si tratta, diceva, « di punti particolari, ma di "spazi" dove si concentra il significato, la forza e la conflittualità della fede »13
13 Cf. CG23, 181.

Oggi questa importanza è ancora più grande, soprattutto quando si vuole sviluppare con efficacia la dimensione vocazionale della vita ecreare un ambiente nel quale sia possibile al giovane maturare un progetto vocazionale, in modo speciale quando si tratta di vocazioni di particolare impegno, che molte volte includono un'opzione di celibato. Infatti molti giovani si trovano in un ambiente assai poco favorevole a una visione integrale e positiva dell'amore. E molti di loro vivono deficienze notevoli che l'educatore deve conoscere per aiutarli a superarle.
A tanti di loro manca un'esperienza di amore gratuito nella famiglia, nella quale devono sopportare tensioni e scontri tra i genitori che non raramente finiscono con la scelta della separazione o del divorzio. La relazione di amicizia che vivono tra di loro è superficiale e tutto questo fa sì che, invece di resistere alle seducenti proposte dell'ambiente, ne rimangono conquistati. Così, molto presto, vari di loro si coinvolgono in una relazione di coppia che li chiude agli altri e alla vita del gruppo. L'urgenza che sentono di vivere una relazione piena con il proprio partner li porta a una pratica disordinata della sessualità. Certamente in tutto questo incide la mancanza di un vero percorso di educazione all'amore: il tema si evita o si tratta in modo moralistico e negativo, il che invece di aiutare suscita il rifiuto dell'adolescente.
Il nostro Sistema Preventivo e lo spirito di famiglia caratteristico4el nostro ambiente possono creare le condizioni per poter metterlo felicemente in pratica.14
14 Un semplice, ma ancora attuale, itinerario di educazione alla castità è stato prospettato dal Capitolo Generale 23: cf. CG23, 195-202.

L'educazione alla preghiera
La preghiera è un elemento essenziale e primario nell'orientamentro e nella scelta della vocazione poiché questa, dono di Dio offerto liberamente all'uomo, può essere scoperta e assunta solo con l'aiuto della grazia. Quindi una pastorale vocazionale efficace e profonda per i giovani non è possibile senza introdurli e accompagnarli in una pratica assidua della preghiera.