Rada Zasoby

Fare e studiare teologia: sulla Parola di Dio 2009

DIREZIONE GENERALE OPERE DON BOSCO

Via della Pisana 1111 - 00163 Roma

 

Il Consigliere generale per la formazione

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“Fare e studiare teologia

dopo il Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio”

Prolusione per l’inizio dell’anno accademico

Shillong, 6 agosto 2009

L’Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si è svolta a Roma dal 5 al 26 ottobre 2008, ha avuto come tema: “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”. Uno dei suoi temi centrali ha riguardato l’importanza della Sacra Scrittura e della sua corretta interpretazione. Tale importanza è fondata sul fatto che “tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, invisibile e trascendente Autore”[1]. E’ infatti a causa della divina Ispirazione che le Sacre Scritture “insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata alle sacre Lettere”[2].

1. Divaricazione tra esegesi e teologia

Problema fondamentale, che il Sinodo pone all’attenzione di tutta la Chiesa e specialmente dei biblisti e dei teologi, è allora quello di instaurare un corretto approccio alla Sacra Scrittura, un approccio capace, in definitiva, di superare la devastante divaricazione tra esegesi e teologia, di passare cioè dal biblicismo al realismo della fede.

In uno straordinario intervento al Sinodo, il 14 ottobre 2008, il Papa Benedetto ha parlato del rapporto che intercorre tra esegesi e teologia, rapporto che oggi appare particolarmente problematico. In verità si tratta di un problema che attraversa l’intera storia del pensiero cristiano e che sembra farsi più acuto nell’attuale fervore di studi biblici.

In tale intervento il Santo Padre osserva: “La Dei Verbum 12 offre due indicazioni metodologiche per un adeguato lavoro esegetico. In primo luogo, conferma la necessità dell’uso del metodo storico-critico (...) Il fatto storico è una dimensione costitutiva della fede cristiana. La storia della salvezza non è una mitologia, ma una vera storia ed è perciò da studiare con i metodi della seria ricerca storica”. “Tuttavia - continua il Pontefice - questa storia ha un’altra dimensione, quella dell’azione divina. Di conseguenza la Dei Verbum parla di un secondo livello metodologico necessario per una interpretazione giusta delle parole, che sono nello stesso tempo parole umane e Parola divina. Il Concilio dice (...) che la Scrittura è da interpretare nello stesso spirito nel quale è stata scritta e indica di conseguenza tre elementi metodologici fondamentali al fine di tener conto della dimensione divina, pneumatologica della Bibbia: si deve cioè 1) interpretare il testo tenendo presente l’unità di tutta la Scrittura (...); 2) si deve poi tener presente la viva tradizione di tutta la Chiesa, e finalmente 3) bisogna osservare l’analogia della fede, ossia la coesione delle singole verità di fede tra di loro e con il piano complessivo della Rivelazione e la pienezza della divina economia in esso racchiusa”.[3]

“Solo dove i due livelli metodologici, quello storico-critico e quello teologico, sono osservati, si può parlare di una esegesi teologica, di una esegesi adeguata a questo Libro”. Il Santo Padre osserva poi realisticamente: “Mentre circa il primo livello l’attuale esegesi accademica lavora a un altissimo livello e ci dona realmente aiuto, la stessa cosa non si può dire circa l’altro livello. Spesso questo secondo livello, il livello costituito dai tre elementi teologici indicati dalla Dei Verbum, appare quasi assente. E questo ha conseguenze piuttosto gravi”.[4]

Benedetto XVI non ha omesso di indicare queste conseguenze piuttosto gravi: “La prima conseguenza dell’assenza di questo secondo livello metodologico è che la Bibbia diventa un libro solo del passato (...) e l’esegesi non è più realmente teologica, ma diventa pura storiografia, storia della letteratura. (...) C’è anche una seconda conseguenza ancora più grave: dove scompare l’ermeneutica della fede indicata dalla Dei Verbum, appare necessariamente un altro tipo di ermeneutica, un’ermeneutica secolarizzata, positivista, la cui chiave fondamentale è la convinzione che il Divino non appare nella storia umana. Secondo tale ermeneutica, quando sembra che vi sia un elemento divino, si deve spiegare da dove viene tale impressione e ridurre tutto all’elemento umano. Di conseguenza, si propongono interpretazioni che negano la storicità degli elementi divini. (...) Questo avviene perché manca un’ermeneutica della fede: si afferma allora un’ermeneutica filosofica profana, che nega la possibilità dell’ingresso e della presenza reale del Divino nella storia. La conseguenza dell’assenza del secondo livello metodologico è che si è creato un profondo fossato tra esegesi scientifica e lectio divina”.

Il Santo Padre ha concluso nell’aula del Sinodo, dicendo: “Dove l’esegesi non è teologia, la Scrittura non può essere l’anima della teologia e, viceversa, dove la teologia non è essenzialmente interpretazione della Scrittura nella Chiesa, questa teologia non ha più fondamento. Perciò per la vita e per la missione della Chiesa, per il futuro della fede, è assolutamente necessario superare questo dualismo tra esegesi e teologia. (...) Sarà quindi necessario allargare la formazione dei futuri esegeti in questo senso, per aprire realmente i tesori della Scrittura al mondo di oggi e a tutti noi”.[5]

Il Papa ha chiesto pure che “in una delle proposizioni del Sinodo si parli della necessità di tenere presenti nell’esegesi i due livelli metodologici indicati dalla Dei Verbum 12, dove si parla della necessità di sviluppare un’esegesi non solo storica, ma anche teologica”.[6] La teologia - aggiunge - va considerata come “interpretazione della Scrittura nella Chiesa”. E’ tutta la tradizione della Chiesa che viene chiamata in causa, quando si vuole leggere “cattolicamente” la Sacra Scrittura. L’esegesi e la teologia devono avere un respiro ecclesiale.

I Padri sinodali esaudirono il desiderio del Papa con la formulazione di ben tre proposizioni tra le 55 consegnate alla fine dei lavori sinodali. In tali proposizioni si parla della necessità di due livelli della ricerca esegetica, dell’urgenza di allargare le prospettive dello studio esegetico attuale, del bisogno di superare il dualismo tra esegesi e teologia. Si tratta delle proposizioni numero 25, 26 e 27. In particolare la proposizione 27 parla della “necessità di superare il dualismo tra esegesi e teologia”. Per la missione della Chiesa e per il futuro della fede è richiesta ad esegeti e teologi “una collaborazione più chiara e sintonica”. Senza la Parola di Dio la teologia manca del suo fondamento essenziale, ma senza la teologia la comprensione della Parola di Dio manca di un suo complemento fondamentale e necessario.

Già prima del Sinodo, la pubblicazione del Gesù di Nazaret[7] di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI aveva segnato una tappa decisiva in questo urgente itinerario di “unità tra esegesi e teologia”. Com’è noto, la proposta originale del libro del Papa consisteva nell’integrare il metodo storico-critico, benemerito, indispensabile, ma in se stesso insufficiente, con alcuni criteri nuovi, maturati soprattutto negli ultimi due decenni in vari ambienti cattolici della ricerca teologico - biblica.

I “criteri nuovi” individuati dal Papa erano soprattutto questi: una fiducia sostanziale nell’attendibilità storica del dato neotestamentario, contro il sospetto metodico; una robusta rivendicazione dell’unità e della continuità tra l’Antico e il Nuovo Testamento; un’ermeneutica più “ecclesiale”, docile alla tradizione viva della Chiesa e al magistero dei Padri, considerati come i primi interpreti della Scrittura; una più viva attenzione alla cosiddetta “analogia fidei”, cioè alle consonanze interne e alle corrispondenze reciproche dei vari dati della fede: così nessun brano delle Scritture può essere interpretato correttamente quando si prescinde dal suo contesto vitale, che è stabilito dalla fede della Chiesa, la fede in Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo.

Questo metodo nuovo, che il Papa definiva “esegesi canonica”, gli ha consentito di “presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il ‘Gesù storico’ in senso vero e proprio”. Così non c’è più alcuna divaricazione tra il Gesù di Nazaret e il Cristo della fede: c’è un solo, realissimo Gesù Cristo, che è il Figlio di Dio incarnato per la nostra salvezza. A ben guardare, l’intervento del Santo Padre Benedetto XVI alla quattordicesima Congregazione del Sinodo introduce un importante elemento di novità, rispetto al Gesù di Nazaret. Qui infatti il Papa assume i “criteri nuovi” dell’“esegesi canonica” per fondare una vera e propria “esegesi teologica”.

2. Unità tra esegesi e teologia

Per potere fare e studiare teologia oggi, dopo il Sinodo sulla Parola di Dio, e quindi per poter superare la divaricazione tra esegesi e teologia, propongo tre fondamentali vie, che valgono sia per docenti che per studenti: assumere pienamente la prospettiva teologica della “Dei Verbum”; individuare un nuovo rapporto tra esegesi e teologia; fare quotidianamente la meditazione attraverso l’esercizio della “lectio divina”.

2.1. Dei Verbum

La preoccupazione circa il divario tra l’esegesi biblica e la teologia viene espressa dal Pontefice anche nel Discorso ai membri della Pontificia Commissione Biblica del 23 aprile scorso[8]. Qui il Santo Padre ha esplicitato più chiaramente il suo pensiero circa l’aspetto ecclesiale dell’esegesi, mettendo in rilievo il ruolo del Magistero e della Tradizione vivente della Chiesa. Al riguardo ha osservato: “Per rispettare la coerenza della fede della Chiesa l’esegeta cattolico deve essere attento a percepire la Parola di Dio in questi testi, all’interno della stessa fede della Chiesa”. “Questa norma - ha aggiunto - è decisiva per precisare il corretto e reciproco rapporto tra l’esegesi e il Magistero della Chiesa. L’esegeta cattolico non si sente soltanto membro della comunità scientifica, ma anche e soprattutto membro della comunità dei credenti di tutti i tempi”.

Circa la relazione tra la Tradizione e la Scrittura il Pontefice ha riferito l’insegnamento della Dei Verbum 9, ancorato proprio nella Tradizione della Chiesa: “La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dalla stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti la Sacra Scrittura è parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito Santo; invece la Sacra Tradizione trasmette integralmente la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo modo la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono esser accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di riverenza”.

Riguardo a questi tre elementi - la Sacra Scrittura, la Tradizione e il Magistero della Chiesa - pare perentoria la constatazione riassuntiva della Dei Verbum 10: “La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa. (...) L’ufficio poi d’interpretare autenticamente la Parola di Dio, scritta o trasmessa, è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. (...) È chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre, e tutte insieme, ciascuna a modo proprio, sotto l?azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime".

La Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II “Dei Verbum” non è stata ancora pienamente assunta. Le sue prospettive teologiche sono ricche di indicazioni utili per superare i problemi attuali dei rapporti tra esegesi e teologia. L’Esortazione postsinodale sul Sinodo sulla Parola di Dio potrà aiutarci a riscoprirla. Essa potrà favorire un nuova visione dell’esegesi come lavoro ecclesiale, in rapporto alla Tradizione e al Magistero della Chiesa.

2.2. Nuovo rapporto tra esegesi e teologia

L’esegesi è il primo lavoro che si impone allo studioso per cogliere il significato esatto della lettera della Scrittura. Un lavoro che si avvale di tutti i sussidi di carattere tecnico-scientifico che si usano in questo genere di ricerche. Un lavoro indispensabile, perché si arrivi a comprendere meglio che sia possibile l’intenzione dell’agiografo e, di conseguenza, dell’autore principale della Scrittura. E’ una ricerca non priva di difficoltà, come dimostrano le diverse interpretazioni degli autori anche più preparati. E’ un’analisi legata al testo, dal quale l’esegeta non toglie lo sguardo.

Anche la teologia biblica si trova sostanzialmente nelle stesse condizioni. Essa “si propone di organizzare in una sintesi coerente, armonica e intelligibile, il messaggio della Scrittura, sia in parte, sia nella sua totalità, sia in un libro o in un autore particolare. […] Intesa in questo senso, la teologia biblica sta in mezzo tra l’esegesi e la teologia speculativa. Non è esegesi, che ha per scopo di determinare il significato preciso del testo sacro. D’altra parte, non è ancora teologia speculativa perché la sintesi che essa fa non esce dalle categorie bibliche”. Una unificazione preziosa e interessante, una vera e propria “reductio ad unum” utilissima per il lettore, ma sempre con lo sguardo rivolto al testo. Un compito fondamentale, ma non sufficiente.

Fra le pagine della Scrittura e noi c’è l’intervallo di lunghi secoli. Senza uno sguardo alla tradizione, la Bibbia diventa un libro solo del passato. Si possono trarre da esso conseguenze morali, si può imparare la storia, ma il Libro come tale parla solo del passato e l’esegesi non è più realmente teologica, ma resta pura storiografia e storia della letteratura. Questa mancanza di attualità e di attualizzazione alla situazione del presente priva la Parola di Dio del suo valore permanente, della sua capacità di rispondere ai problemi dell'oggi.

Lo sguardo della teologia sistematica abbraccia tutto l’orizzonte dentro il quale si colloca il pensiero della Chiesa, naturalmente nel rispetto delle varie competenze che appartengono alle singole voci: Tradizione apostolica, che materialmente coincide con la Bibbia; tradizione ecclesiastica, che si riferisce a liturgia, patristica, scolastica, magistero; attenzione ai segni dei tempi per illuminarli, interpretarli e purificarli alla luce della fede della chiesa di sempre. Si raccolgono tutte le voci che provengono dal passato e si conclude con una riflessione di tipo sistematico che sia capace di presentare l’antica verità secondo le richieste e le attese dell'uomo contemporaneo.

Due orientamenti guidano costantemente il cammino del teologo: se si limitasse soltanto a raccogliere le voci del passato, farebbe storia e non teologia; se volesse inoltrarsi nel futuro senza tenere ben fermi i piedi sul terreno solido dell’ininterrotta tradizione, farebbe profezia senza fondamento, elucubrazioni del tutto personali, interessanti quanto si vuole, ma non certamente opera teologica degna di questo nome. Fedeltà al passato e insieme attenzione al presente: due impegni non sempre facilmente componibili fra loro. È esattamente in questo senso che Y. Congar aveva definito il teologo “un homme impossible”. La teologia non è sterile ripetizione del passato, ma impegno sempre rinnovato di portare agli uomini di tutti i tempi e di tutte le latitudini un messaggio che trascende il tempo e che rimane sempre attuale nel mutare delle situazioni.

2.3. Lectio divina

Non si potrà avere un contatto vivo e attualizzante con la Sacra Scrittura, senza la sua lettura orante, senza la quotidiana “lectio divina”. Questa è la via che i padri hanno proposto per ascoltare la Sacra Scrittura come Parla di Dio e per interrogarla sulle sue esigenze per noi oggi.

“Vorrei evocare”, raccomandava Benedetto XVI ai partecipanti al Congresso Internazionale per il XL anniversario della Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione Dei Verbum, “l’antica tradizione della lectio divina: l’assidua lettura della Sacra Scrittura accompagnata dalla preghiera realizza quell’intimo colloquio in cui, leggendo, si ascolta Dio che parla e, pregando, gli si risponde con fiduciosa apertura del cuore (cfr. DV 25). Questa prassi, se efficacemente promossa, recherà alla Chiesa - ne sono convinto - una nuova primavera spirituale. Quale punto fermo della pastorale biblica, la lectio divina va perciò ulteriormente incoraggiata, mediante l’utilizzo anche di metodi nuovi, attentamente ponderati, al passo con i tempi. Mai si deve dimenticare che la Parola di Dio è lampada per i nostri passi e luce sul nostro cammino”.[9]

Molte volte chi pratica la lectio coltiva le sue competenze in ambito biblico e assai di meno in ambito patristico; viceversa, è proprio quest’ultimo il luogo proprio in cui si è sviluppata la “lectio divina”. Occorre quindi recuperare l’attenzione dei Padri della Chiesa nell’esercizio della “lectio”; l’itinerario storico della lectio divina passa dalla svolta origeniana alle Regole monastiche, fino a Guigo II, priore della Grande Certosa tra il 1174 e il 1180. Secondo il modello pratistico la sacra pagina viene letta e meditata - lectio e meditatio -, per essere poi dischiusa alla preghiera e alla conversione della vita - oratio e contemplatio.

Concludo questa prolusione con due splendide citazioni dei Padri, che meglio di ogni altro discorso chiariscono l’impegno e il significato della lectio divina. Tale pratica quotidiana ci renderà tutti, docenti e studenti capaci di accostarci alla Scrittura in modo vivo, di sapere valorizzare l’esegesi, ma anche di sapere fare un valido lavoro teologico.

Sforzatevi con tutte le forze di applicarvi assiduamente,

anzi, continuamente, alla lettura sacra,

cosicché questa meditazione

pervada la vostra anima e la formi, per così dire, a sua immagine.

La lettura allora farà dell’anima vostra una novella Arca dell’Alleanza,

che conserva in sé le due Tavole di pietra,

vale a dire l’eterna fermezza dell’uno e dell’altro Testamento

(Giovanni Cassiano, Conlatio 14,10).

Ciò che l’Antico Testamento ha promesso,

il Nuovo Testamento l’ha fatto vedere;

ciò che quello annuncia in maniera occulta,

questo proclama apertamente come presente.

Perciò l’Antico Testamento

è profezia del Nuovo Testamento,

e il migliore commento dell’Antico Testamento

è il Nuovo Testamento

(Gregorio Magno, In Ezechielem 1,6,15).


PROPOSIZIONI FINALI

DEL SINODO SULLA PAROLA DI DIO

Proposizione 25 - Necessità di due livelli nella ricerca esegetica

 

Rimane di grande attualità ed efficacia l’ermeneutica biblica proposta in Dei Verbum 12, che per un adeguato lavoro esegetico prevede due livelli metodologici, distinti e correlati. Il primo livello corrisponde, di fatto, al cosiddetto metodo storico-critico, che nella ricerca moderna e contemporanea spesso è stato utilizzato con frutto e che è entrato in campo cattolico soprattutto a partire dall’Enciclica Divino Afflante Spiritu del Servo di Dio Pio XII. Questo metodo è reso necessario dalla natura stessa della storia della salvezza, che non è una mitologia, ma una vera storia con il suo apice nell’incarnazione del Verbo, divino ed eterno, che viene ad abitare il tempo degli uomini (cf. Gv 1, 14). La Bibbia e la storia della salvezza esigono perciò di essere studiate anche con i metodi della seria ricerca storica.

Il secondo livello metodologico, necessario per una interpretazione giusta delle Sacre Scritture, corrisponde alla natura anche divina delle parole umane bibliche. Il Concilio Ecumenico Vaticano II giustamente ricorda che la Bibbia deve essere interpretata con l’ausilio di quello stesso Spirito Santo che ha guidato la sua messa per iscritto.

L’ermeneutica biblica non può essere considerata compiuta se – assieme allo studio storico dei testi – non ricerca anche in maniera adeguata la loro dimensione teologica. La Dei Verbum identifica ed elenca i tre riferimenti decisivi per giungere alla dimensione divina e, quindi, al senso teologico delle Sacre Scritture. Si tratta del contenuto e dell’unità di tutta la Scrittura, della tradizione viva di tutta la Chiesa e, finalmente, dell’attenzione all’analogia della fede. “Solo dove i due livelli metodologici, quello storico-critico e quello teologico sono osservati, si può parlare di un’esegesi teologica, un’esegesi adeguata a questo libro” (Benedetto XVI, 14 ottobre 2008).

Proposizione 26 - Allargare le prospettive dello studio esegetico attuale

 

Il frutto positivo apportato dall’uso della ricerca storico-critica moderna è innegabile; al tempo stesso, però, è necessario guardare allo stato degli studi esegetici attuali con uno sguardo attento anche alle difficoltà. Mentre l’attuale esegesi accademica, anche cattolica, lavora su un altissimo livello per quanto riguarda la metodologia storico-critica, anche con le sue felici e più recenti integrazioni (cf. Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa), non si potrebbe dire lo stesso circa lo studio della dimensione teologica dei testi biblici. Purtroppo il livello teologico indicato dai tre elementi della Dei Verbum 12 molto spesso appare quasi assente.

La prima conseguenza di tale assenza è che la Bibbia diventa per i lettori attuali un libro del solo passato, ormai incapace di parlare al nostro presente. In queste condizioni l’esegesi biblica rischia di diventare pura storiografia e storia della letteratura.

La seconda conseguenza, forse ancora più grave, è la scomparsa dell’ermeneutica della fede indicata nella Dei Verbum. Al posto dell’ermeneutica credente si insinua allora, di fatto, un’ermeneutica positivista e secolarista che nega la possibilità della presenza e dell’accesso del divino nella storia dell’uomo.

I Padri sinodali, mentre ringraziano sinceramente i molti esegeti e teologi, che hanno dato e danno un aiuto essenziale nella scoperta del senso profondo delle Scritture, domandano a tutti un accresciuto impegno perché sia raggiunto con più forza e chiarezza il livello teologico dell’interpretazione biblica.

Per arrivare veramente a quell’accresciuto amore alle Scritture auspicato dal Concilio, si tratterà di applicare con maggior cura i principi che la stessa Dei Verbum ha indicato con esaustività e chiarezza.

Proposizione 27 - Superare il dualismo tra esegesi e teologia

 

Per la vita e la missione della Chiesa e per il futuro della fede all’interno delle culture contemporanee, è necessario superare il dualismo tra esegesi e teologia. Purtroppo non di rado un’improduttiva separazione tra esegesi e teologia avviene anche ai livelli accademici più alti.

Una conseguenza preoccupante è l’incertezza e la poca solidità nel cammino formativo intellettuale anche di alcuni futuri canditati ai ministeri ecclesiali. La teologia biblica e la teologia sistematica sono due dimensioni di quella realtà unica che chiamiamo teologia.

I Padri sinodali, perciò, rivolgono con stima un appello sia ai teologi sia agli esegeti perché, con una collaborazione più chiara e sintonica, non lascino mancare la forza delle Scritture alla teologia contemporanea e non riducano lo studio delle Scritture alla sola rilevazione della dimensione storiografica dei testi ispirati. “Dove l’esegesi non è teologia, la Scrittura non può essere l’anima della teologia e, viceversa, dove la teologia non è essenzialmente interpretazione della Scrittura nella Chiesa, questa teologia non ha più fondamento” (Benedetto XVI, 14 ottobre 2008).

[1] BENEDETTO XVI, Discorso ai membri della Pontificia Commissione Biblica, Roma 23 marzo 2009.

[2] Dei Verbum, 11.

[3] BENEDETTO XVI, Intervento alla XIV Congregazione Generale del Sinodo dei Vescovi, Roma 14 ottobre 2008.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] J. RATZINGER - BENEDETTO XVI, Gesù di Nazareth, Rizzoli, Milano 2007.

[8] BENEDETTO XVI, Discorso ai membri della Pontificia Commissione Biblica, Roma 23 marzo 2009.

[9] BENEDETTO XVI, Ai partecipanti al Congresso Internazionale per il XL anniversario della Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione «Dei Verbum», Roma 16 settembre 2005.