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Consistenza quantitativa e qualitativa della comunità salesiana: ACG 422

Consistenza quantitativa e qualitativa della comunità salesiana

 

Don Francesco CEREDA
Vicario del Rettor Maggiore

Uno sguardo attento ai nostri recenti Capitoli generali mette in risalto quanto la comunità salesiana venga considerata oggi con speranza, ma anche con preoccupazione. Gli orientamenti degli ultimi capitoli sono per lo più indirizzati ad essa. E’ naturale che sia così perché la comunità locale è il luogo in cui i confratelli vivono e crescono nella propria vocazione; essa è il soggetto della missione salesiana nel territorio; essa coinvolge i laici, accompagna i giovani nel cammino di educazione alla fede, anima la Famiglia salesiana. Quindi dalla comunità ci si aspetta molto.

Il CG19 chiedeva il ridimensionamento delle opere, la semplificazione delle comunità troppo numerose e la riduzione delle opere troppo piccole.[1] Esso constatava che “troppe opere furono aperte nel passato senza personale numericamente sufficiente e qualitativamente preparato; e che questa scarsità numerica e qualitativa del personale è una deficienza gravissima che può portare la Congregazione al rischio di vedere sminuita notevolmente la propria forza interiore e perciò la sua reale efficacia nell’adempimento della missione”.[2] Perciò auspicava un tempo di “rafforzamento interiore ed esteriore” delle comunità come “condizione di vita e di efficienza apostolica”.[3]

Da allora in poi il tema della consistenza numerica e qualitativa delle comunità ha continuato a risuonare nei Capitoli generali e nelle lettere dei Rettor Maggiori con diversi nomi: ridimensionamento, rivitalizzazione, risignificazione, ricollocazione, ristrutturazione; siamo così arrivati al CG27 che domanda alle Ispettorie di “assicurare la consistenza qualitativa e quantitativa delle comunità attraverso un ridisegno saggio e coraggioso delle presenze”.[4] Per questo motivo l’attuale Rettor Maggiore e il Consiglio generale hanno chiesto alle Ispettorie di assumere come tema fondamentale del loro Capitolo ispettoriale il ridisegno delle presenze, individuando dove rimanere, dove concentrare le forze e come rafforzare le comunità salesiane.

Il fatto che il tema della consistenza delle comunità ritorni ripetutamente negli ultimi cinquant’anni è indice che si tratta di un problema fondamentale[5] . Il CG20 chiedeva una ristrutturazione delle presenze per fini pastorali, mentre il CG21 voleva una nuova presenza salesiana in tutte le opere, sia recenti che esistenti da tempo. Il CG22 invitava a ritornare ai giovani e alle loro povertà con una rinnovata presenza educativa. Il CG23 ricordava che per educare i giovani alla fede la comunità deve diventare “segno e scuola di fede” e “centro di comunione”. Il CG24, invitando a coinvolgere i laici nelle opere, chiamava a curare la consistenza della comunità. Il CG25, che aveva per tema la comunità salesiana oggi, si concentrava sul suo rafforzamento, mentre il CG26 domandava un ritorno a Don Bosco mediante il ritorno della comunità tra i giovani.

Oggi il CG27, chiedendoci di dare una testimonianza radicale al vangelo, invita le comunità ad andare alle periferie esistenziali e geografiche dei giovani. Per questo, il Rettor Maggiore indica ad ogni Ispettoria come cammino “irrinunciabile e prioritario” di fare “un vero studio e sforzo pratico per prendersi cura delle nostre comunità, consolidarle, garantire la solidità in qualità umana e nel numero dei confratelli, anche al prezzo che alcune presenze non possano avere una comunità religiosa, e progredire nella significatività e nel ‘ridisegnare’ le case e le Ispettorie … Certo, dobbiamo vincere grandi resistenze che nascono dagli attaccamenti, dagli anni vissuti in una casa, dalla pressione della stessa comunità educativa, del quartiere o delle associazioni cittadine, e persino dei governi locali e regionali …, ma le difficoltà prevedibili non possono intaccare la nostra lucidità né la nostra capacità di agire con una prudente libertà”.[6]

Diverse sono le cause dell’attuale scarsa consistenza delle comunità: l’invecchiamento, la diminuzione delle vocazioni, il mantenimento di tutte le opere senza cambio di modello di gestione, il desiderio di raggiungere un numero crescente di giovani poveri, l’affidamento di responsabilità ai laici, il sorgere di nuove priorità nella missione senza assumere decisioni sulle opere esistenti. Tuttavia pare che alla radice del problema vi sia una debole convinzione della necessità e importanza della comunità. Pur essendo tutti d’accordo che la comunità è un elemento costitutivo della nostra vita e azione, quando viene il momento delle decisioni, le difficoltà concrete e le pressioni interne ed esterne all’Ispettoria prendono il sopravvento.

 

1. Motivazioni per la costituzione di comunità consistenti

A volte ci chiediamo perché “sprecare” il personale salesiano inviando numerosi confratelli in una casa quando invece, distribuendoli in piccole comunità di due o tre, si potrebbero raggiungere nuove frontiere della missione giovanile oggi. Ci domandiamo allora quale sia l’apporto che una comunità consistente in quantità e qualità offre alla vocazione e alla missione salesiana. La risposta, pur nota e condivisa da tempo nella Congregazione[7] , nelle mutate condizioni odierne assume maggior rilevanza: la consistenza della comunità è condizione necessaria per la sua significatività, anche se non è sufficiente. Evidenziamone allora alcuni aspetti, tenendo presente che non si tratta solo di consistenza numerica, ma anche qualitativa.

In primo luogo la comunità salesiana è significativa quando accompagna la vita spirituale e pastorale di ogni confratello. La comunità è responsabile della formazione iniziale e permanente dei suoi membri; per questo utilizza le conferenze, la buona notte, le letture, il giorno della comunità, l’aggiornamento. Oggi alcune comunità si trovano ad avere un numero esiguo di confratelli i quali sono spesso oberati di lavoro, stanchi e talvolta scoraggiati per i troppi incarichi. Inoltre, quando si è in pochi, non è facile una buona animazione della preghiera e un’attenzione alla crescita spirituale dei confratelli, che hanno bisogno della preghiera fatta insieme e bene animata. Spesso capita che i laici corresponsabili nella missione siano ben preparati; ciò sfida i confratelli a qualificarsi; purtroppo quando nella comunità il loro numero è limitato, non è possibile trovare, anche per brevi periodi, il tempo per l’aggiornamento; e ciò danneggia la qualità del loro lavoro.

Un secondo elemento della significatività è la qualità pastorale della comunità. Essa dipende principalmente dalla consistenza quantitativa e qualitativa della comunità, dal suo senso apostolico, dalla qualificazione dei confratelli, dal discernimento pastorale svolto come equipe. La qualità pastorale si basa sulla testimonianza della comunità, sulla sua vitalità e sulla sua presenza tra i giovani. Essa consiste negli itinerari di educazione alla fede, nell’accompagnamento spirituale, nelle iniziative che vengono offerte ai giovani con attenzione alle varie dimensioni della proposta vocazionale, della preghiera, della vita comunitaria, dell’impegno sociale e missionario. Essa ha come conseguenza, se accompagnata dalla fiducia nella grazia di Dio, l’efficacia pastorale.

La qualità pastorale della comunità viene assicurata anzitutto dalla sua testimonianza. La testimonianza è la capacità di trasmettere un messaggio che tocca il cuore, di ricordare che ci sono delle cose ancora più importanti nella vita, di sfidare lo stile di vita o i valori proposti dal mondo, di presentare un modo alternativo e migliore di vivere, di dimostrare la maniera di vivere una vita pienamente umana. Una piccola comunità è poco visibile. Ai giovani d’oggi, che vivono in società marcate da conflitti, la comunità dà una testimonianza di unità, fraternità e amore; li educa alla comunicazione e al dialogo vitale tra persone di diverse culture, religioni e ambiti sociali; li aiuta a superare il protagonismo individualistico e a imparare a prendersi cura degli altri. Una particolarmente significativa è la testimonianza di una comunità internazionale. Rilevante in comunità è pure la presenza di confratelli anziani; se la missione non è identificata esclusivamente con l’efficienza nel lavoro e la capacità di assumere responsabilità, ma anche con la fraternità, le relazioni pastorali, la preghiera apostolica, la vicinanza, le fragilità della salute accolte con serenità, allora anch’essi contribuiscono alla visibilità e testimonianza della comunità. Nelle comunità dobbiamo prestare attenzione a evitare la “cultura dello scarto”, di cui parla Papa Francesco[8] .

Insieme alla testimonianza, la qualità pastorale della comunità è data dalla sua vitalità. Oggi si riconosce che la pastorale non è mai un’opera puramente individuale e che la pastorale d’insieme invece è garanzia di efficacia apostolica. Il lavoro d’equipe valorizza il contributo di idee ed esperienze di ognuno, favorisce un progetto condiviso, assicura la corresponsabilità di tutti e crea un cammino unitario verso un traguardo comune. La comunità assicura la continuità nel lavoro attraverso il progetto comunitario e il progetto educativo pastorale. In tale contesto un ruolo importante è svolto dal direttore in quanto guida spirituale e pastorale dei confratelli. Capita però che i molteplici compiti attribuiti al direttore, specialmente nelle piccole comunità, influiscano negativamente sulla qualità del suo servizio; per rispondere alle molteplici necessità, egli tende ad agire come gestore dell’opera; così si vanifica il suo ruolo. In particolare ciò priva spesso i confratelli dell’accompagnamento personale attraverso il colloquio. L’esperienza insegna che la moltiplicazione delle comunità piccole aumenta la difficoltà di trovare il personale direttivo; una Ispettoria che ha molte piccole comunità non è sempre in grado di preparare direttori per il futuro.

La qualità pastorale è data anche dalla presenza tra i giovani. Non si può pensare a una comunità senza la presenza e interazione con i giovani; quando i salesiani sono pochi e si concentrano sugli aspetti organizzativi e amministrativi, allora si trovano nella situazione di lavorare per i giovani, ma non con i giovani. Da ciò risulta, tra le altre cose, la scarsità di vocazioni alla vita salesiana perché i salesiani non hanno tempo di stare con i giovani e di accompagnarli; se i giovani non conoscono i salesiani e non hanno un rapporto di amicizia con loro, se non vengono accompagnati da loro, difficilmente faranno l’opzione per la vocazione salesiana, specialmente per la vocazione del salesiano coadiutore. Le nostre Costituzioni ci ricordano che “il clima di famiglia, di accoglienza e di fede, creato dalla testimonianza di una comunità che si dona con gioia, è l'ambiente più efficace per la scoperta e l'orientamento delle vocazioni”[9] e per la loro perseveranza.

Un ulteriore elemento della significatività della comunità salesiana riguarda la sua capacità di aggregare numerose forze coinvolgendole nella missione. L’esperienza ci insegna che, con la mole di lavoro da compiersi da un numero ristretto di confratelli, diventa difficile l’impegno per un lavoro verso la comunità educativa pastorale, con azioni specifiche per i giovani, le famiglie, i laici, e anche verso la Famiglia salesiana. La consistenza della comunità rende più efficace il suo ruolo animatore nella comunità educativa pastorale e assicura più facilmente l’identità salesiana del progetto. Ciò risulta più difficile quando solo pochi salesiani sono coinvolti in ruoli di animazione e, meno ancora, quando la comunità è praticamente assente. Già il CG24 aveva presentato la formazione dei laici come il “principale investimento” dei salesiani. Capita talvolta che, a causa della debole consistenza della comunità, vi siano scarse possibilità di formare i numerosi laici impegnati nelle opere secondo la ricchezza della spiritualità e del carisma salesiano; la stessa cosa può capitare anche a riguardo della nostra responsabilità di animazione della Famiglia salesiana.

Vi è infine un altro fattore che rende significativa una comunità: è l’apertura al territorio, sia sociale che ecclesiale. Per questo la comunità deve andare verso le periferie; lavorare con la Chiesa locale e la società civile. La comunità deve trovare modi per incontrare i giovani della zona e di cercare di venir incontro ai loro bisogni, così da rendere la casa salesiana un centro di irradiazione del carisma nel territorio; essa dunque deve anche uscire dalle proprie opere e strutture. In questo sforzo deve saper mobilitare l’opinione pubblica, lavorare in rete con la Chiesa locale, coinvolgere persone, famiglie, organizzazioni e enti governativi, e corresponsabilizzarli a favore dei giovani. Ciò richiede un lavoro di formazione, animazione e sostegno. Come si vede, è difficile, per non dire impossibile, compiere un tale lavoro e compierlo bene in una piccola comunità.

 

2. Modello apostolico di presenza salesiana

I nostri Regolamenti generali offrono il criterio ordinario della consistenza quantitativa della comunità[10] . Al riguardo Don Juan Vecchi, quando era Vicario del Rettor Maggiore, fece questa osservazione: “C’è una consistenza numerica, al di sotto della quale sembra dissolversi il segno e la vita comunitaria così come vengono intese dalle Costituzioni. L’art. 150 dei Regolamenti generali dà un criterio per valutare questo limite, quando prescrive che ‘in ogni casa il numero dei soci non sia ordinariamente minore di sei.’ E l’art. 23 degli stessi Regolamenti generali intende salvaguardarlo anche in situazione di emergenza, stabilendo che nelle presenze missionarie non si scenda al di sotto di tre confratelli”.[11]

Per far comprendere meglio questa indicazione, il Vicario del Rettor Maggiore don Luc Van Looy ha spiegato al CG25: “Nelle zone di sviluppo, come in Africa, in Asia e nell’Est Europa, si capisce che si possa ‘avviare’ una nuova presenza anche con meno di sei confratelli, ma il Rettor Maggiore ha insistito sempre su un piano di completamento del numero entro alcuni anni. In particolare, si è insistito sulla responsabilità del consiglio della casa e sulla presenza dei confratelli nel consiglio dell’opera”.[12] Questo orientamento circa la situazione di emergenza per una comunità di tre confratelli e circa il suo superamento è ancora valido. Si comprende che la composizione di una comunità con tre confratelli è una situazione da superare attraverso una programmazione.

Sembra ragionevole che un’opera salesiana possa comprendere due o tre tipi di attività per i giovani, come per esempio una scuola, una parrocchia e un oratorio, un servizio per i ragazzi poveri, un centro di formazione non formale, senza però che essa si trasformi in un’opera complessa. La diversità delle opere di una comunità mostra a tutti la variegata ricchezza del carisma di Don Bosco e la sua capacità di rispondere alle esigenze prioritarie dei giovani del territorio, anche se non a tutte. La comunità deve anche formare i laici, animare la Famiglia salesiana, essere presente sul territorio, …; per questo essa deve raggiungere la consistenza che le permette di realizzare il modello di presenza salesiana che l’Ispettoria ha scelto. La consistenza di una comunità va collegata al modello di presenza apostolica che una Ispettoria intende realizzare.

E’ perciò importante che una Ispettoria scelga il modello apostolico di presenza che intende avere nel suo territorio; così potrà impegnarsi a realizzarlo gradualmente. Il modello apostolico della presenza non è casuale e improvvisato, ma va scelto e perseguito.

 

3. Situazioni particolari

Presento ora alcune situazioni particolari, rimandando a “Elementi giuridici e prassi amministrativa nel governo dell’Ispettoria”, dove vengono indicate la documentazione e la procedura necessarie per fare queste operazioni.

3.1. Apertura di una comunità

Quando si intende iniziare una nuova opera, è necessario che nella richiesta al Rettor Maggiore e al Consiglio generale vengano esplicitati i motivi di tale scelta e le condizioni della sua realizzazione[13] ; siano pure indicati i destinatari dell’opera. Con la decisione di avviare una nuova opera occorre anche pensare alla costituzione di una comunità. Poiché all’inizio non si sa ancora quali siano i bisogni del territorio, allora si può cominciare con un numero ridotto di confratelli, che studino le necessità dei giovani. In questo caso si apre temporaneamente una comunità non canonicamente eretta, che avrà un confratello incaricato. Il Rettor Maggiore con il Consiglio generale ritiene opportuno che tale comunità non dipenda da una comunità vicina, ma sia accompagnata dall’Ispettore con il suo Consiglio; poiché essa sta definendo la sua missione, l’accompagnamento deve essere assunto da chi ha responsabilità di governo nell’Ispettoria. Anche nell’annuario della Congregazione le comunità non canonicamente erette devono essere evidenziate come autonome e non collegate ad altra comunità.

Il Rettor Maggiore con il Consiglio generale, inoltre, ha deciso di autorizzare l’erezione canonica di una comunità quando abbia almeno quattro confratelli[14] ; in questo caso l’Ispettore dovrà quindi nominare il direttore e il consiglio locale. Ciò vale anche per l’erezione canonica di una residenza missionaria[15] . Questi quattro confratelli siano tutti professi perpetui; tra di essi non devono essere contati i professi temporanei; in questo modo si intende assicurare che la comunità, qualora al suo interno abbia dei confratelli in formazione iniziale, sia in grado di accompagnarli. Per lo stesso motivo e a maggior ragione, confratelli professi temporanei non siano inviati in comunità non canonicamente erette, in cui manca il direttore e il consiglio.

3.2. Chiusura di una comunità

Nel Consiglio generale abbiamo anche condiviso il seguente criterio. Nel caso di chiusura canonica di una comunità, occorre vedere quale è la destinazione dell’opera. Se anche l’opera viene chiusa, allora la situazione è chiara: non c’è più comunità e non c’è più opera; si tratta solo di definire come sarà utilizzata la proprietà. Prima però di chiudere un’opera valida, occorre pensare anche a un’altra possibilità: l’affidamento dell’opera alla gestione laicale, sotto la responsabilità e l’accompagnamento ispettoriale. Tali opere con gestione laicale saranno poste nell’annuario della Congregazione nell’elenco delle opere dipendenti dalla comunità del centro ispettoriale.

Se l’opera rimane aperta, si potranno lasciare temporaneamente presenti in essa alcuni confratelli con un incaricato, in modo che si formi una comunità non canonicamente eretta. Tale comunità resterà aperta per un breve periodo fino alla chiusura dell’opera o fino al suo affidamento alla gestione laicale. Se l’opera rimane aperta, dopo che siano stati ritirati tutti i confratelli della comunità, e se è vicina a un’altra comunità, allora l’opera potrà essere affidata alla responsabilità di tale comunità vicina, a condizione tuttavia che i confratelli vivano nella stessa abitazione e che il direttore e il consiglio locale abbiano responsabilità su tutte le opere affidate alla comunità. Talvolta non conviene appesantire il lavoro di una comunità con l’aggiunta di un’altra opera; anche in questo caso, se l’opera è valida, conviene pensare alla gestione laicale dell’opera stessa.

3.3. Accompagnamento dei processi di ogni comunità

Tra l’apertura e la chiusura di una comunità, esiste una gamma differenziata di situazioni comunitarie che vanno accompagnate. Ogni comunità vive i suoi processi che richiedono di essere monitorati. In particolare, dopo la visita ispettoriale annuale, è opportuno che l’Ispettore legga insieme con il suo consiglio le conclusioni della visita stessa, studiare le varie condizioni e quindi decidere gli interventi necessari.

Si possono incontrare situazioni di affaticamento e scoraggiamento; ci possono essere situazioni di logoramento e indebolimento. Capita di riscontrare inadeguatezza nell’assolvimento di alcuni compiti, a cui porre rimedio con confratelli più idonei. Ci sono situazioni di salute precaria, di invecchiamento prematuro, di conflittualità. Tutto ciò richiede interventi diversificati e quindi azioni di governo, che vanno identificati; ciò richiede accompagnamento. Se tali situazioni non vengono affrontate per tempo, possono risultare irreversibili.

 

4. Cammino ispettoriale

Concludendo queste riflessioni condivise con il Rettor Maggiore e il Consiglio generale, invito l’Ispettore con il Consiglio ispettoriale a fare un programma per rendere consistenti in numero e qualità le comunità dell’Ispettoria. Si tratta di un’azione molteplice che riguarda il consolidamento delle comunità e quindi delle opere, le erezioni canoniche delle comunità non canonicamente erette, il ridimensionamento, l’affidamento alla gestione laicale, il discernimento accurato prima di aprire nuove opere se non sono stati realizzate le priorità precedenti.

Perché sia assicurata una vera azione di governo e un cammino condiviso in tutta la Congregazione, terminata l’approvazione dei Capitoli ispettoriali, farò richiesta alle Ispettorie di inviare questo programma concreto in cui siano indicate le comunità e le azioni che si intendono realizzare e i tempi di esecuzione. Se non si fa questa operazione, altri bisogni, urgenze e pressioni fanno sì che questa azione venga trascurata, come è già capitato finora.

L’impegno di rendere consistenti le comunità va pensata e realizzata con un’azione di governo che richiede scelte concrete e mirate. Poiché il Capitolo ispettoriale ha aiutato a fare il “ridisegno delle presenze”, ora l’Ispettoria è consapevole su quali fronti concentrare il personale salesiano. E’ tempo di mettersi all’opera; in breve periodo ci accorgeremo degli effetti benefici.


[1] Cfr. CG19 p. 44-45.

[2] CG19 p. 43.

[3] CG19 p.43.

[4] CG27 n. 69.6. Una riflessione su questo tema si può già trovare in: J. VECCHI, Ridisegnare le presenze: criteri, prospettive, ristrutturazione, LIV Assemblea generale della Unione Superiori Generali, novembre 1998.

[5] Osservando l’annuario della Congregazione del 2015, su un totale di 1685 comunità, si nota che il 14,2% ha 3 o meno di 3 confratelli; il 14,2% è costituito da 4 confratelli; il13,8% da 5 confratelli; l’11,6% da 6 confratelli; il 46,2% da 7 o più di 7 confratelli. Ci sono quattro Regioni che hanno il 20-22% delle comunità costituite da 3 o meno di 3 confratelli e una Regione che ha solo il 3,2% di tali comunità. Chiaramente a livello di Congregazione non possiamo entrare in un’analisi qualitativa della costituzione delle comunità, che pur è necessaria a livello di Ispettoria.

[6] CG27, Discorso del Rettor Maggiore Don Angel Fernández Artime alla chiusura del CG27, p. 126.

[7] J. VECCHI, La significatività della presenza salesiana, in “Atti Consiglio Generale” 340, 1992, pp. 34-40.

[8] Cfr. J. VECCHI, Anzianità e malattia nell’esperienza salesiana, in ACG 377, Roma 2001.

[9] Cost. 37.

[10] Reg. 150.

[11] J. VECCHI, La comunità salesiana locale, in “Atti Consiglio Generale” 335, 1991, p. 42.

[12] CG25, Relazione del Vicario del Rettor Maggiore don Luc Van Looy al CG25, p. 266.

[13] Secondo il Codice di Diritto Canonico al canone 610 occorre contemporaneamente tenere presente l’utilità della Chiesa locale e l’utilità dell’Istituto; assicurare le condizioni necessarie per garantire ai membri la possibilità di condurre regolarmente la vita religiosa secondo le finalità e lo spirito propri dell’Istituto; essere prudentemente certi di poter provvedere in modo adeguato alle necessità dei membri: spirituali, economiche, ecc …

[14] Secondo il canone 115, §2 per poter costituire una persona giuridica nella Chiesa deve assicurata la presenza di almeno tre soci; ciò vale anche per una comunità religiosa. L’articolo 150 dei nostri Regolamenti stabilisce che ordinariamente il numero dei soci di una comunità non sia inferiore a sei. Pur tenendo presente l’art. 150 dei Regolamenti generali, il Rettor Maggiore autorizza, con adeguate motivazioni, anche la erezione canonica di comunità con meno di sei confratelli, ma in numero non inferiore a quattro professi perpetui.

[15] Cfr. Reg. 20.