Świętość Salezjańska

Don Giuseppe Quadrio: Conversazioni - Rivelazione di Dio e risposta dell'uomo

GIUSEPPE QUADRIO CONVERSAZIONI
a cura di
REMO BRACCHI

 

ABBREVIAZIONI
Arch. Archivio «Don Quadrio», in particolare la cartella VI, che contiene i manoscritti relativi alla pubblicazione.

C       Don Giuseppe Quadrio, Conversazioni (= Spirito e vita 23), Roma.

L       Don Giuseppe Quadrio, Lettere (= Spirito e vita 19), Roma 1991.

O       Don Giuseppe Quadrio, Omelie (= Spirito e vita 21), Roma 1993.

R       Don Giuseppe Quadrio, Risposte (= Spirito e vita 20), Roma 1992.

S       = Beatificationis et canonizationis Servi Dei Iosephi Quadrio sacerdotis
professi soc. "S. Francisci Salesii" summarium, Romae 1994.

Altre pubblicazioni utilizzate
A ricordo di don Ugo Gallizia e di don Giuseppe Quadrio, «Bollettino di Col‑
legamento dei sacerdoti ordinati nel 1960», ciclostilato, 11 febbraio 1964. R. BRACCHI (a cura), Don Giuseppe Quadrio a 25 anni dalla morte. Atti della
solenne Commemorazione in Valtellina (= Spirito e vita 17), Roma 1989. R. BRACCHI (a cura), Don Giuseppe Quadrio docente di teologia e maestro di
vita (= Spirito e vita 22), Roma 1993.

G. QUADRIO, Documenti di vita spirituale, a cura di E. Valentini, Torino 1964, 19682.

[G. QuAmuo], Problemi d'oggi. In margine al trattato «De Deo Creante», Torino, 1963.

[G. QuADRIo] Subsidia in tractatum de virtutibus theologicis. Summa linea-menta, Torino, 19582, editio altera emendata et aucta.

E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale (= Spirito e vita 6), Roma 1980.

Altre citazioni ricorrenti
AAS Acta Apostolicae Sedis. Commentarium officiale..., Romae 1909 ss. CCG Corpus Christianorum. Series Graeca, Turnhout 1977 ss.

CCL Corpus Christianorum. Series Latina, Turnhout 1953 ss.

CCM Corpus Christianorum. Continuatio medioaevalis, Turnhout 1971 ss.

CIC    Codex Iuri s Canonici (ed. preconciliare).

CSEL Corpus Scriptorum ecclesiasticorum Latinorum, Wien 1866 ss.

Dz.     H. DENZINGER - A. SCHONMETZER, Enchiridion symbolorum definitio‑
num et declarationum de rebus fidei et morum, editio XXXVI, Barcinone-Friburgi-Romae 1976.

MB     Memorie biografiche di (don) san Giovanni Bosco, San Benigno Ca‑
navese-Torino 1898-1966.

PG     Patrologiae cursus completus. Series Graeca, Paris 1857-1866.

PL      Patrologiae cursus completus. Series Latina, Paris 1844-1855.

PR     Pontificale Romanum. Manuale e Pontificali Romano de confirman‑
dis, de ordinibus conferendis, de consecratione eletti in episcopum cum missa et precibus, Romae-Tornaci-Parisiis 1938.

RJ      M.-J. Routr DE JOURNEL, Enchiridion Patristicum, Barcelona 195318.

SC     Sources chrétiennes (París 1941 ss.).

INTELLIGENZA, CUORE, MANO Cesare BISSOLI

  1. Questo libro è anzitutto la testimonianza di una persona, un prete, di professione teologo, che ha pensato la sua vita come un tendere la mano a uomini e donne del suo tempo, molti ancora vivi, nel doppio gesto di ascoltarli con interesse e di parlare loro con amore. Lo ha fatto in forza di una grande passione verso il Gesù del Vangelo e della Chiesa, ma mai disgiunta da una profonda simpatia e solidarietà verso la persona umana.
  2. In forza di tale atteggiamento di fede e di cultura, si potrà notare come la teologia, la spiritualità e la pastorale di don Quadrio, pur formato in tempi antecedenti, riecheggi vistosamente temi e spirito, idee e metodi del Concilio Vaticano II, per il cui buon esito, come è noto, offerse la sua vita. Non ne vide la fine, ma ne anticipò il cammino per sé e abilitò tanti altri — cioè gli interlocutori cui si rivolge, soprattutto il giovane clero cui faceva da maestro — ad assumere le nuove vie conciliari con adesione sincera ed insieme con una equilibrata fedeltà di attuazione.
  3. In questa prospettiva di vigilia conciliare vanno compresi i temi qui proposti. In altra parte si potrà saperne la genesi storica, per altro indicata a pie' di ogni testo. Qui merita rendere conto di quelle che mi paiono essere le peculiarità di don Quadrio scrittore.
  4. Colpisce subito l'estensione dei contenuti: Dio, Cristo, l'Eucaristia, la Chiesa, Maria, il ministero sacerdotale...

Non è che don Quadrio facesse di tutto e sapesse di tutto. Egli è stato un teologo dogmatico come si dice, ma maestro di una teologia — come si può notare — positiva, continuamente ispirata dalla Bibbia, dai Padri e sorretta da un tomismo non sclerotizzato in formule astratte, ma reso capace di sprigionare la sua ricchezza di esistenza.

Su tale supporto, don Quadrio ha sempre rifiutato di essere «macchina di sillogismi» (sono sue parole) e quindi ha pensato la teologia che insegnava quale anima di ogni proposta cristiana e sempre al servizio del popolo di Dio.

Illuminante è il suo pensiero al proposito: «Una teologia cristiana non solo non è divergente dalla catechesi, ma è essenzialmente, anche se non esclusivamente; ordinata ad essa, anzi dev'essere essa stessa una vera e propria catechesi superiore, pur con i suoi metodi propri e caratteristici, per non essere una teologia snaturata e illegittima» (C 083).

  1. Don Quadrio non abbassa per nulla il rigore teologico in ciò che propone. È patente dai testi, e noi ce lo ricordiamo bene alla sua scuola: non accettava pensieri devoti per supplire un vuoto di informazioni e di ragione. Sono le fonti che devono dare la loro acqua. E le citazioni latine rimangono come un segnale della oggettività da rispettare.

In più o all'interno di questo rigore si manifestava la volontà di mostrare — e quante volte lo diceva a noi studenti di teologia — come la teologia, quando passa attraverso un cuore pastorale, produce attenzione ed attrazione.

E ci è riuscito. E ciò grazie ad una limpidezza di concepimento del pensiero e di esposizione veramente esemplari, non ultimo segno del rispetto che don Quadrio aveva delle persone.

  1. Quanto agli argomenti trattati, evidentemente ordinati posteriormente, è facile individuare certi punti nodali, espressivi della sua sensibilità teologica, spirituale e pastorale.

Nella prima parte, che riguarda le grandi verità della fede, si noterà in particolare l'appassionata presentazione di Gesù nella sua concretezza storica, con una esegesi che risente un po' del tempo, ma che è infinitamente più rispettosa dei Vangeli che l'allora imperante approccio speculativo scolastico.

Così pure è ammirevole lo studio dell'atto di fede, le fini analisi che sono portate avanti, attingendo dal mistero dell'uomo il linguaggio più convincente per dire il dono assolutamente libero della grazia di Dio.

  1. A riguardo della Messa (seconda parte), la riuniamo di diritto alla tematica relativa alla formazione e ministero del prete (quarta parte). Don Quadrio ha parlato di Messa perché era maestro-amico di futuri sacerdoti, e si è rivolto ai preti parlando a loro anzitutto di Eucaristia e degli altri doni-impegni sgorganti dagli Ordini sacri. Eucaristia e presbitero, ordinazione e vita del prete erano i binomi che egli esplicitava in particolare nel tempo di preparazione immediata alla loro recezione.

Si noterà come don Quadrio segua quasi sempre la struttura del rito (Messa, ordinazione sacerdotale, suddiaconato...) per evidenziare sia la verità teologica sia l'incidenza spirituale e pastorale. La ragione è chiara ed in piena sintonia con il Vaticano II: è Cristo che opera nei sacramenti, per cui coglierne i segni e il loro senso è entrare in dialogo con lui, capirne la mentalità, riceverne la grazia.

Ci teniamo a dire — ma traspare anche dal modo di parlare — che quanto egli affermava era da lui vissuto in prima persona: il suo dire messa e il suo essere prete erano veramente in lui inseparabili e lo rendevano convincente.

Quanto alle sue riflessioni ai futuri presbiteri non c'è che da ammirare — come noi abbiamo fatto — la capacità di avvertire i problemi di un giovane sacerdote oggi, problemi psicologici ed affettivi, oltreché pastorali, percepire l'insistenza su una solida vita interiore personale, tutto detto con delicatezza di approccio e permanente spirito di incoraggiamento.

  1. Nelle sue elevazioni su Maria (terza parte), don Quadrio rivela appieno il suo taglio devozionale: considerare ciò che Maria è stata personalmente nel suo incontro con il mistero di Dio: silenzio contemplativo e poche parole di assoluta adesione a lui e di amore per noi.

Nella parte finale sono radunate alcune schegge di don Quadrio su questioni pastorali allora — ed oggi — calde: l'amore umano visto nella doppia faccia della verginità e del matrimonio. Sono testi di occasione, ma dove si esprimono notevole capacità catechetica ed insieme spirituale.

Le ultime questioni (quinta parte) dedicate al rapporto tra teologia, catechesi e pastorale, hanno il pregio di riassumere inconsapevolmente non solo un interesse di don Quadrio, ma il suo animus profondo che lo ha diretto nella sua attività. Sopra ne abbiamo citato un passo espressivo. Bene sarebbe che altri teologi ragionassero come lui in ordine alla catechesi e i catecheti e catechisti in relazione alla teologia.

  1. In questa connessione tra scienza teologica e pastorale viva, tra studio e attività, si manifesta al meglio il carisma di don Quadrio. Dovremmo sviluppare di più l'influenza esercitata dallo spirito di don Bosco su di lui che don Bosco ebbe carissimo e nel cui nome, e con il suo sorriso rasserenante, si rivolgeva a tutti, intellettuali, clero, catechisti, gente del popolo.

Notiamo infine come suo dono peculiare l'aver unito — con attualità oggi rilevante — la spiritualità al classico binomio di teologia e pastorale. Non è all'altezza della sua dignità di cristiano chi sa teologia e non si interessa del prossimo; né chi si interessa del prossimo, ma non sa veramente quello che comunica; nemmeno chi unisce teologia e azione pastorale, ma non vive in prima persona ciò che studia e comunica. Per don Quadrio conoscere profondamente il mistero di Dio, viverlo in profondità interiore, comunicarlo con semplicità e amabilità ai fratelli e sorelle è stato il senso della sua vocazione. Ed è pure il significato permanente di queste pagine.

PRESENTAZIONE

Sono stati raccolti in questo volume i numerosi interventi del Servo di Dio don Giuseppe Quadrio al di fuori dell'ambito strettamente scolastico. Essi costituiscono una forma di apostolato moderna, aperta al desiderio di conoscenze teologiche dei laici nel periodo che precede il concilio e che ne formula le attese.

Il nome di «Conversazioni» è quello preferito da don Quadrio e che ricorre più frequentemente negli appunti. Rappresenta una precisa scelta di stile. Ritrae il modo dialogico e rispettoso di porsi di fronte all'ascoltatore, che ha sempre caratterizzato la personalità dell'autore.

Alcune notizie circostanziali su particolari cicli di istruzioni religiose, dirette specialmente ad universitari, laureati, professionisti e sacerdoti, le ricaviamo dai fogli di informazioni compilati ogni anno per il Rettore magnifico,' allo scopo di informarlo sulle attività accademiche e anche su altre iniziative parallele all'insegnamento. Di svariati interventi secondari non ci restano invece se non fortuiti accenni interni.

La ricomposizione dei singoli fasci, quasi sempre frammentari, ha richiesto un paziente lavoro di analisi dei contenuti e del supporto scrittorio. Don Quadrio utilizzava quasi sempre il retro di bozze per le sue minute e il tipo di pagine impiegate risulta essenziale nel riordinamento dei fogli fortunosamente recuperati dal tentativo dell'autore di sbarazzarsene.2 Quasi costantemente è segnata nell'angolo superiore destro la numerazione progressiva delle facciate.

1 Gli originali sono conservati presso la Segreteria generale dell'Università Pontificia Salesiana. Una fotocopia è disponibile anche presso l'Archivio don Quadrio, nella cartella che raccoglie i Documenti ufficiali.

2 Cf. O, p. 7.

Un primo manipolo è formato da un ciclo di dodici conferenze intorno al «Problema della fede», tenute ad un gruppo di professori universitari a Genova nei giorni 18-24 marzo 1951. La direzione del corso era stata affidata al padre C. Boyer, con il quale don Quadrio aveva lavorato alla propria tesi.3 Come testimonia don Pietro Brocardo nella sua deposizione,4 padre Boyer volle accanto a sé il proprio discepolo, del quale ammirava l'intelligenza e lo spirito sacerdotale. Il gruppo ci è giunto al completo. I fogli sono segnati con un numero romano che indica la conferenza e con una cifra araba che contrassegna la progressione delle pagine all'interno di ogni comunicazione. Originariamente le conversazioni erano undici, ma l'ottava (La risurrezione) è stata divisa in due parti, come sembra assicurarci una conclusione autografa, inserita sul retro di un foglio prima di iniziare a trattare dell'analisi dell'atto del credere. Forse don Quadrio ha anticipato alla conferenza precedente le prove della morte reale di Gesù (C 009). La tematica si snoda partendo dall'esistenza di Dio, dalla sua volontà di entrare in dialogo con l'uomo, passa alla rivelazione in Cristo, insiste in particolare sulle credenziali dell'Inviato di Dio, per giungere alla nostra risposta di fede. Varie aggiunte con inchiostro di colore diverso da quello della stesura originaria denunciano riutilizzi successivi.

Oggetto della scomposizione e dell'analisi dell'atto di fede è anche un secondo ciclo di sei lezioni, tenute a Torino per un gruppo di professionisti e intellettuali durante l'anno accademico 1956/1957, in data non meglio precisatile. Di queste è sicuramente andata smarrita la prima. Ci restano le altre, con qualche incertezza sulla seconda (I miracoli di Gesù, Arch. 011). Sembra lecito dedurre che don Quadrio abbia svolta una tematica generale affine a quella del ciclo precedente, sintetizzando in due interventi la parte riservata all'iniziativa divina, per soffermarsi maggiormente sulla risposta dell'uomo, sollecitato dalle sue facoltà naturali e guidato dalla grazia (fede e intelligenza, fede e libertà, fede e volontà, fede e grazia).

Nella pubblicazione i due manipoli sono stati intrecciati, allo scopo di porre di fronte i completamenti intervenuti, sopra una medesima tematica, entro l'arco dei cinque anni che intercorrono tra le due redazioni. Diversità di accostamento e di profondità di argomentazione sono anche determinate dal pubblico più vario che compone il secondo uditorio.

3 Il trattato «De Assumptione Beatae Mariae Virginis» dello Pseudo-Agostino e il suo influsso sulla teologia assunzionionistica latina (= AG 52), Pontificia Università Gregoriana, Roma 1951, pp. xv + 428.

4 Cf. S 975.

Durante l'anno accademico 1954/1955 don Quadrio si accollò un ciclo di conversazioni religiose sul tema generale «Le basi razionali della nostra fede», proponendosi di rispondere alle principali obiezioni correnti contro di essa. È noto che egli suscitava dai suoi stessi uditori lo stimolo per gli argomenti da trattare (cf. inizio C 023 e anche 065), come pure faceva nella scuola .3 Il materiale che ci è giunto è frammentario. Il pubblico è di adulti desiderosi di approfondire i motivi del proprio credere alla luce della ragione. Da qualche accenno interno si deduce che gli incontri dovevano essere domenicali, forse nella cappella esterna della Crocetta.6 Tra le tematiche affrontate si possono recuperare le seguenti: perché andare a messa la domenica (C 023),` chi è il prete per l'uomo d'oggi (C 056), perché la chiesa si oppone al divorzio (Arch. 097). Altre sono state accolte tra le omelie, come alcune che riguardano la confessione (0 019 ss.).

Per riassumere gli argomenti preferiti dal Servo di Dio, si è creduto opportuno aggiungere in appendice al volume un foglio manoscritto, che raccoglie dodici temi dottrinali-pastorali con l'indicazione «dogma», forse suggeriti come proposte di ricerca e di approfondimento (C 088). Soltanto frammenti sparsi rimangono anche di un corso di cultura religiosa per laici sul tema «I problemi dell'Oltre-tomba», con incontri settimanali (anno accademico 1955/1956). La parte superstite è stata inserita nel volume delle omelie, nella sezione finale del commento al Credo.? Delle cinque lezioni tenute a un gruppo di sacerdoti a Gazzada (Varese) nell'anno accademico 1956/1957 (cf. L 104) sul tema «Problemi moderni di scienza e fede» non ci restano tracce precise.8
5 Cf. la testimonianza di G. Gatti, in R. BRACCHI (a cura), Don Giuseppe Quadrio docente di teologia e maestro di vita, Roma 1993, p. 27.

6 Appaiono accenni alla celebrazione della messa (cf. per es. C 020) o al vangelo letto. Nell'intervento dedicato al rapporto tra la chiesa e il mondo del lavoro, don Quadrio scrive espressamente: «Limitiamo la risposta ad alcune poche affermaz[ioni] limpide e categoriche, di principio e di dottrina, come si addice al luogo sacro in cui siamo» (C 066).

7 Cf. 0 131 ss. Dalla prima si ricava che il gruppo dei destinatari è il medesimo di quello con cui l'anno precedente si erano esaminate le basi razionali della fede.

8 Una testimonianza importante si ricava dal Diario Bietti , pubblicato in «La Gazzada» 29 (luglio-dicembre 1995), p. 50: «27-30 luglio 1957. Convegno di aggiornamento, nel quale gli intervenuti discutono problemi particolari di teologia e di morale; convegno ottimamente riuscito e che raduna nella Villa Gagnola 49 P.P. Salesiani, per iniziativa del loro Ispettore D. Cesare Aracri. È la prima volta, credo, che i Salesiani escono dalle loro sedi ed è un bene, anche se ciò dipende dalla mancanza da parte loro di luogo adatto. I docenti furono D. Quadrio dell'Ateneo Torinese e D. Goffi del Seminario di Brescia. Ripeto che il corso ebbe esito ottimo e si chiuse il giorno 30 con un trattenimento di saluto e di arrivederci, nel quale i partecipanti rivelarono la loro preparazione intellettuale e spirituale, come pure lo spirito del loro Fondatore. Dissero parole di saluto il prevosto di S. Agostino, il rettore del Collegio Salesiano di Varese e D. Bietti».

È da ritenere che il materiale impiegato sia confluito negli articoli preparati per il Dizionario ecclesiastico della UTET. Nel secondo volume (Torino 1955) don Quadrio era già intervenuto trattando di Monogenismo e Poligenismo.9 Nel 1958 sarebbero usciti, nel terzo volume, i titoli: Pluralità dei mondi abitati, Preadamiti, Teilhard de Chardin, Origine e Antichità dell'Uomo. Gli stessi argomenti e altri affini venivano contemporaneamente affrontati, a livello più popolare, in molte risposte di «Meridiano 12».10
Nel proprio diario, in data 8 settembre 1957, don Giuseppe scriveva: «Finiti gli esercizi spirituali agli ascritti e chierici, finite le conferenze di aggiornamento teologico a sacerdoti dell'Ispettoria lombarda, finito il periodo trascorso a Ulzio, incomincio in nomine Domini et Mariae».11 Dall'analisi interna del manipolo sopravvissuto e dai riferimenti esterni non appaiono dunque elementi decisivi per l'attribuzione di alcuna delle conversazioni a questa serie (si potrebbe forse assegnare al gruppo la C 022).

Insieme col materiale destinato a ritiri e ad esercizi spirituali verranno inserite le lezioni (originariamente 3) tenute ai liceisti di Valsalice (Torino) nei giorni 20-22 ottobre 1955 sulla tematica della formazione (del cuore, della volontà e della coscienza).

Ci è pervenuta la conferenza a laureati e universitari della FUCI, che si intitola Introduzione alle scienze teologiche, da collocare in data 10 novembre 1956 (C 080), all'apertura di un corso superiore di cultura religiosa.

9 DE 2, pp. 1041 s. Ripubblicazione in R 108.

10 Cf. R, indice tematico, p. 379. Una trattazione organica di tutta la discussione relativa si trova in [G. QUADRIO], Problemi d'oggi. In margine al trattato De Deo creante, Torino 1963 (ristampa). Il volumetto ebbe una grande risonanza e fu tradotto (nel 1959) anche in portoghese (cf. L 108). La chiarezza e l'apertura nelle soluzioni a tali problemi suscitò la reazione di alcuni conservatori. Si vedano le dignitose risposte di don Quadrio all'ing. Vito (L 123,125 e 126).

11 E. VALENTINI, Don Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 146147.

Così sopravvive un intervento assai apprezzato da tutti su Dogma e catechesi (C 083), tenuto al Congresso catechistico promosso dall'Istituto internazionale don Bosco della Crocetta (Torino). A proposito di esso ricorda don E. Valentini: «Una delle caratteristiche di don Quadrio nell'insegnamento della dogmatica fu l'orientamento pastorale e principalmente catechetico, che anticipava i tempi del Vaticano II e quelli attuali di papa Giovanni Paolo II. Nel 1959 e precisamente il 25-26 febbraio si tenne nella facoltà di teologia del Pontificio Ateneo Salesiano di Torino un Congresso catechistico per iniziativa dei chierici che, nelle Compagnie religiose, avevano preso a dibattere problemi pratici per il loro futuro apostolato... La terza relazione venne tenuta da don Quadrio, e lasciò un'impressione grandissima negli uditori, che la seguirono con interesse straordinario e la subissarono di applausi».12
Nell'omelia tenuta a Vervio in occasione del venticinquesimo della morte (23 ottobre 1988), don Roberto Giannatelli, a quel tempo Rettore magnifico dell'Università Pontificia Salesiana, così delineava la figura dell'antico insegnante, sotto il profilo catechetico: «Don Quadrio è stato come elemento di cerniera per noi determinante, nel momento delicato del trapasso culturale che già era in atto gli anni dei nostri studi teologici: portatore dell'antico e annunciatore del nuovo; radicato nella tradizione della Chiesa e aperto al vento nuovo dello Spirito, che si esprimeva attraverso il movimento biblico e liturgico, in una rinnovata concezione della catechesi e in un modo nuovo di fare teologia. "Una teologia che non fosse attuale sarebbe una falsa teologia", ci diceva don Quadrio nelle affollate aule scolastiche, in quelle attesissime ore di teologia dogmatica che già dicevano che la primavera del Concilio ecumenico Vaticano II sarebbe stata prossima».13
Don P. Ferrante aggiunge un tocco di colore evangelico: «Altra sua caratteristica era l'amore alla verità, che egli sapeva sempre dire a tempo e luogo, con un tatto e una franchezza così delicata che difficilmente chi non l'ha conosciuto riuscirà ad immaginare; c'era in lui una straordinaria prudenza.

12 E. VALENTINI, Don Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 239. Segue la pubblicazione parziale del testo (pp. 239-242). Di tale Congresso apparve un'ampia relazione nella rivista «Catechesi» del giugno 1959 (pp. 1-23), mentre gli Atti vennero poi pubblicati a parte sul n. 2 degli «Studi di "Catechesi"», sotto il titolo Bibbia, Liturgia e Dogma nella preparazione dottrinale del sacerdote catechista, Torino 1959, pp. 39-53.

13 R. BRACCHI (a cura), Don Giuseppe Quadrio a 25 anni dalla morte, Roma 1989, p. 20.

Don Gallizia, dopo la magistrale relazione tenuta da don Quadrio al Congresso di catechetica, ebbe a dire in proposito: "Don Quadrio è una colomba, ma molto vecchia che ha mangiato almeno sette serpenti" (si riferiva, mi pare, al modo con cui don Quadrio aveva mostrato la necessità di dare allo studio della Scrittura un orario più adeguato)».14
Si è pensato opportuno di far confluire in queste raccolta un piccolo trattato, dal titolo La grandezza del matrimonio cristiano, litografato per il corso accademico 1959-1960 e poi ripreso più tardi.15 I motivi di questa scelta, nonostante l'intonazione diversa, sono molti. In primo luogo esso si affianca ad una delle tematiche della raccolta, controbilanciando e integrando la sezione più cospicua dedicata alla formazione sacerdotale. Come dimostrano le risposte ai lettori di «Meridiano 12», don Quadrio era aperto ai problemi del laicato cattolico in tutte le sue espansioni. Il fascicoletto si presta inoltre ad un confronto di rielaborazione maggiormente attenta alle esigenze scolastiche di un materiale sfruttato nelle sue risultanze più profonde anche a livello popolare.

Fanno parte del volume altri interventi per singole occasioni, che non hanno potuto entrare fra le omelie, perché non necessariamente collegati con il ciclo liturgico. Tra questi spicca per la grazia e la profondità il ciclo di sei meditazioni su Maria, introdotte da quella del suo silenzio. Furono tenute alla comunità della Crocetta nel maggio del 1954.16
L'omelia per la prima messa di don Clemente Franzini, pronunciata a Grosio (Sondrio) il 13 luglio 1958, si è riusciti a circostanziarla in base all'analisi interna. Don Quadrio ha lasciato vuoti sul foglio gli spazi riservati ai nomi propri di persona e di località (C 051).

14 E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 277.

15 La copia d'archivio è ripubblicata postuma a Torino nel 1965, a cura dell'Istituto Internazionale Superiore di Pedagogia e Scienze religiose delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Esiste anche una stesura dattiloscritta anteriore, con interventi correttivi autografi a penna.

16 Sono state pubblicate postume con eccessivi tagli, sul bollettino del Santuario di «Maria Ausiliatrice» 2/5 (giugno 1981), pp. 22-23; 2/7 (ottobre 1981), pp. 22-24; 2/9 (dicembre 1981), pp. 22-24; 3/2 (febbraio 1982), pp. 22-24; 3/4 (aprile 1982), pp. 22-24; 3/8 (ottobre 1982), pp. 22-24. Lo stesso bollettino le ha ripubblicate nell'anno 1993, in occasione del trentesimo anniversario dalla morte del Servo di Dio.

Il 26 marzo 1958 don Quadrio fu chiamato al noviziato di Villa Moglia a Chieri per tenere il solenne discorso in occasione della celebrazione del sessantesimo di messa (nozze di diamante) di don Pietro Tirone (C 052). Già Direttore spirituale generale della Congregazione salesiana, don Tirone (1875-1962) rimase a Roma presso l'Istituto del Sacro Cuore di via Marsala nel biennio della guerra 1944-1945. Il chierico Giuseppe Quadrío fu scelto per fargli da segretario.17
Tra le carte ritroviamo anche un profilo di Pio XII, preparato per l'ottantesimo genetliaco del papa (1939-1958) senza altri riferimenti ai destinatari e alle circostanze che lo hanno sollecitate.. La data precisa, se la commemorazione fu tenuta nel giorno stesso dell'occorrenza, dovrebbe essere il 2 marzo 1956 (C 064).

Per il XIV Congresso eucaristico nazionale, svoltosi a Torino nel settembre 1953, ci è rimasta una meditazione vigiliare nell'intimità della cappella interna della Crocetta durante la messa del giorno 6, in corrispondenza del tempo dell'inaugurazione solenne in città. Sopravvive anche una raccolta di motivi eucaristici, intesi a celebrare la regalità di Cristo sulla chiesa, la società, le famiglie e i cuori dei singoli (C 030 e 031).

Da non trascurare è lo schema di omelia per il matrimonio del fratello Augusto (Vervio, 23 gennaio 1958). A distanza di tempo don Renato Rossi, per lunghi anni parroco di Vervio, ne conservava ancora memoria.

Nella sua deposizione si legge: «Ricordo in particolare il discorso da lui tenuto in occasione delle nozze del fratello Augusto» (cf. O, p. 479). Lo stesso Augusto afferma: «Celebrò il mio matrimonio nel gennaio del 1958. Forse era già malato. Però non lo fece notare. Due frasi [della sua omelia] mi hanno da allora sempre accompagnato: "In famiglia, come nella vita, amare vuol dire donare. Bisogna dare, non pretendere"; [e]
"La casa deve essere fondata sulla roccia, non sulla sabbia"» (cf. O, p. 476). Quanto ci è giunto deve essere stato integrato dal calore umano sensibilissimo e dell'affiato spirituale caratteristico del Servo di Dio. I fogli presentano infatti un carattere molto provvisorio e le testimonianze dicono di più di quello che possediamo, benché anche solo da questo traspaia una profondità cristallina ed essenziale e un tratto psicologicamente sapiente, capace di concentrare il molto nel poco, per una circostanza già così piena di altri richiami.

I criteri di edizione sono gli stessi utilizzati nei volumi precedenti. Data la tipologia del tutto strumentale degli appunti, ad accezione di pochi più curati, don Quadrio non interveniva a correggere eventuali sviste dovute probabilmente alla tarda ora e al poco tempo disponibile. I ritocchi puramente ortografici non vengono perciò segnalati. Un elemento caratteristico è ad esempio, l'apparizione di una stessa parola due volte di seguito. Se occorrerà qualche rara variante stilistica per evitare ripetizioni troppo evidenti, se ne darà l'avviso in nota. In genere il periodare è sempre limpido e la concatenazione scorrevole e ben compaginata.

Le citazioni bibliche sono uniformate alla tipologia adottata nella edizione della CEI.

17 E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 60 ss. La lettera di commiato è dell'Il luglio 1945 (p. 77; cf. anche L 027 e 030).

RIVELAZIONE DI DIO E RISPOSTA DELL'UOMO
001. Ma c'è questo Dio?
(18/03/1951, Genova, professori universitari)1
Fra i «Nuovi poemetti» del Pascoli ce n'è uno intitolato Il libro. È un vecchissimo libro, aperto sul leggio di quercia; era già antico, quando ancora la quercia viveva nella foresta. E il poeta sente un uomo che arriva e si mette a sfogliare: «invisibile, là, come il pensiero».

Gira le pagine, prima adagio, poi più in fretta, dalla prima all'ultima, poi dall'ultima alla prima; poi quasi con rabbia ricomincia, poi pare si arresti, le volge lentamente, poi le contorce; e cerca, cerca, cerca sempre, invano. Quanto ha cercato quell'uomo? quanto ha cercato quell'uomo misterioso in quel libro antico? E mai ha cessato di cercare. «Sempre. Io lo sento, tra le voci erranti, invisibile, là, come il pensiero, che sfoglia, avanti indietro, indietro avanti, sotto le stelle, il libro del mistero».2
1 Sul foglio di informazioni per il Rettore magnifico nell'anno accademico 19501951 don Quadrio annotava: «Un ciclo di 12 conferenze sul "Problema della fede", Genova 18-24 marzo 1951 per professori universitari». Nella sua deposizione don Pietro Brocardo testimonia come il padre C. Boyer, che dirigeva il corso, volle accanto a sé il suo giovane ex alunno: «Come il Servo di Dio abbia reagito di fronte al nuovo incarico di decano non posso dire. So che in quel torno di tempo, p. Boyer S.I., Decano della Facoltà Teologica della Gregoriana, lo volle con sé, come suo collega, quando tenne una serie di lezioni agli universitari di Genova, per la sua nota capacità didattica e culturale. Non ne menò vanto. Don Quadrio si inserì nel nuovo ambiente con naturalezza, senza traumi, come persona gradita a tutti. Il giudizio che i colleghi si fecero di lui risulta dalle loro stesse deposizioni: è stato più che buono» (S 975).

2 G. PASCOLI, Il libro (Nuovi poemetti), vv. 36-39. La stessa citazione appare come introduzione al trattato De Deo creante (E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 265). Il motivo ritorna nelle meditazioni degli esercizi spirituali intorno al fine dell'uomo.

Amici, c'è tanto mistero in noi e attorno a noi. E l'umanità fruga da secoli: Che cosa è la realtà? Che cosa la vita che pulsa in noi e fuori di noi? Che cosa siamo noi? Che senso ha la nostra esistenza? Quanto mistero nelle cose, in noi stessi! Perché esiste la realtà? Perché esistiamo noi? Cosa siamo noi? Alcuni sono tanto superficiali, da non porsi le più grandi domande; vivono distratti, come fuori di sé. Ma le anime pensose avvertono tutte il problema: è possibile mai che si debba vivere come gli uccelli o i cani, senza sapere perché si vive, e si scompaia un giorno senza sapere perché si muore?
Nelle nostre conversazioni religiose, che hanno come oggetto il problema della fede, dobbiamo come primo passo assicurarci se, oltre la realtà sensibile e contingente che ci circonda, esista questo Essere infinito ed invisibile, alla cui parola dobbiamo prestare l'assenso della nostra fede. La mia fede alla parola di Dio è impossibile, se Dio non esiste e se, pur esistente, non ci ha parlato.

Siamo dunque alla ricerca di Dio, servendoci — evidentemente — non della luce della fede (che è già una conseguenza dell'esistenza di Dio); ma unicamente della luce della nostra ragione umana.

Sarò semplicissimo, giacché la verità ama la chiarezza, la luce non ama le tenebre. Partiamo, come fa san Tommaso, dalle cose sensibili che abbiamo sotto gli occhi. Ho qui davanti a me un orologio, una matita, un fiore, degli uomini. Una volta non c'erano. L'orologio ha un anno, la matita due, degli uomini nessuno ha cento anni, il fiore ha un giorno. Prima non c'erano, e adesso ci sono. [Tutte queste realtà] sono nate, sono state fatte, hanno cominciato ad essere. La rosa da un seme di rosa, il legno della matita da una pianta, l'uomo da un altro uomo. Questi esseri vengono ciascuno da un altro essere. Non ce n'è nessuno che ci appaia eterno, né che cominciando ad esistere si produca da solo. Hanno tutte [le cose] una data di nascita e nella nascita sono venute da un'altra realtà precedente. L'uomo è venuto da un uomo, l'albero da un altro albero, la rosa da un'altra rosa; anche l'astro attuale da altre precedenti formazioni di materia. Ogni corpo che vediamo è il risultato di innumerevoli trasformazioni d'altri corpi. Di questo non dubita nessuno.

La rosa suppone un'altra rosa da cui proviene, e questa un'altra ancora. Ogni rosa non si spiega se non supponendo un'altra rosa da cui è nata. Quella di oggi con quella di ieri, quella di [i]eri con quella dell'altro ieri, e così via. Non possiamo risalire così all'infinito: ci dev'essere una prima rosa che viene da un essere diverso dalla rosa. Ripugna una serie infinita di esseri contingenti subordinati, che non faccia capo ad un primo essere, il quale non ne supponga un altro, ma-abbia in sé la ragione del suo essere. Tu, tuo padre, tuo nonno, tuo bisnonno... Non ti sei fatto da solo, non sai neppure che cosa stia sotto la pelle della tua mano. Neppur[e] tuo padre lo sa, neppure tuo nonno, neppure i più grandi medici: l'uomo non s'è fatto da sé.

Come non si dà una catena con infiniti anelli, così non si può dare una catena infinita di esseri contingenti, provenienti ciascuno da un altro, senza che ve ne sia uno che non provenga da nessuno e dal quale tutti provengano. Senza questo primo essere non si spiegano gli altri, non si spiega la realtà, il mondo. Se manca questo primo essere rimane l'assurdo. E evidente: la realtà non può essere costituita completamente di cose fabbricate. Ci vuole per lo meno un fabbricante che non sia stato fabbricato.

Ma ecco allora un'osservazione semplicissima: è assurdo che tutte le cose, tutte e sempre, siano venute ciascuna da un'altra: ce ne deve essere per lo meno una, che non sia venuta da nessuna. Se non ci fosse per lo meno una realtà, un essere, che sia sempre esistito e non abbia avuto bisogno di essere fatto da un altro, non si sarebbe mai cominciata la serie degli esseri che vediamo. È evidente: la realtà non può essere costituita completamente di cose fabbricate; ci vuole per lo meno un fabbricante, che non sia stato fabbricato.

Ora questa realtà primissima, fabbricante non fabbricato, senza del quale non si spiega il mondo, che cos'è? Come va concepito? Attenzione, vi prego. Deve essere una realtà così ricca di perfezione, da poter rendere ragione di tutta la serie delle realtà susseguenti, che da essa sono discese, deve avere in sé una perfezione così grande, da poterla comunicare a tutti gli esseri che verranno dopo di essa, e che saranno tutti in qualche modo prodotti da essa.3 Nessuno fa una cosa che superi le sue forze. Un poetucolo non fa la «Divina Commedia», ma solo un genio che possa dar ragione della grandiosità di quest'opera.

Che cosa sarà dunque quella prima realtà, quel fabbricante non fabbricato? Dev'essere una realtà tanto bella da poter spiegare tutta la bellezza disseminata nel mondo: la bellezza di un fiore, di un volto, di un tramonto; deve avere in sé in modo eminente tutta [la] bellezza di tutte le cose belle, le quali sono più o meno belle perché partecipano in grado maggiore o minore alla bellezza senza gradi e limiti.

3 Nell'originale: lei (anche antecedentemente, per tre volte).

Sarà un essere tanto sapiente da poter essere la ragione di tutte le leggi, le perfezioni, [le] realtà della natura. La mamma dà al suo bambino la carne, senza conoscere tutte le sapientissime cose che sono nel corpo umano. Perché non ne è causa ultima, perché non basta a dar ragione della carne del suo bambino.

Sarà un essere perfettissimo, fornito di un pensiero infinitamente più vasto di quello umano, uno spirito che ha pensato e organizzato tutte le cose, che è stato fecondo di tutte le cose. Ancora di più: sarà un essere addirittura infinito in tutte le perfezioni, perché, se non fosse così, sarebbe limitato, e quindi soggetto egli stesso a mutarsi, non potrebbe avere in sé la ragione piena del suo essere, sarebbe trascinato nel fluire universale, e non ne sarebbe il sufficiente principio.

Diamogli il vero nome: l'essere primo si chiama Dio.

Oh, se Dio mi desse la grazia di farvi sentire un poco la sua realtà!
Il ragionamento accennato ci dice che è un essere ricco di tutte le perfezioni, perché tutte sono derivate da lui, eppure, al tempo stesso, ci avverte che deve essere semplicissimo, perché non sia soggetto a corruzione e morte. E la mente si sperde, a inseguire questi concetti; e balbetta bontà infinita, giustizia infinita, potenza infinita, scienza infinita, bellezza infinita...; e si sforza di unificare ciò in un essere semplice, spirituale, eterno, immutabile... Quali campi sublimi, per la più sublime filosofia!
Ma qui non è possibile addentrarci in tali speculazioni. Qui ci vorrebbe ben altro: sapete cosa, forse? La via breve, la via che oserei chiamare d'esperienza: ci vorrebbe un'anima che abbia raggiunto il contatto intimo con Dio, quanto si può avere sulla terra, e dicesse con l'accento di chi ha sperimentato le ebbrezze divine: «Provate, provate a cercare Dio nella sincerità del cuore, pregatelo con umiltà, e capirete un pochino chi è Dio» (Lombardi 31).4
Tanti filosofi si sono sperduti, perché hanno sempre voluto cercare da soli e irrigidendosi in piedi; se avessero chiesto aiuto, se l'avessero chiesto in alto, dove si chiede in ginocchio, probabilmente avrebbero capito molto di più. E l'uomo può sempre inginocchiarsi, può sempre pregare, anche quando ancora sta cercando Dio; può pregare almeno in modo ipotetico, rivolgendosi con dubbio a quel Dio cui gli altri credono, se mai nel dubbio ci fosse per ascoltarci. Può sempre pregare almeno così: «Signore, se ci sei, parlarmi al cuore; fatti vedere da me, se sei la luce; io sento d'essere fra mille tenebre. Di questo non posso dubitare».

4 Pensieri sulla centralità di Cristo sono espressi in R. LOMBARDI, Orientamenti fondamentali, Roma 1951, pp. 127-148. Ritornano poi in tutte le altre pubblicazioni.

Provate, amici che siete in ascolto. E state sicuri che vi si farà sentire il Signore, se con umiltà e sincerità lo invocherete; dico «con umiltà e sincerità». Egli, che vi è tanto vicino; egli, che è dentro di voi.

«Dio! Dio! Dio! se lo vedessi! se lo sentissi! Dov'è questo Dio?» domandava l'Innominato al cardinale] Federigo. E il cardinale: «Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l'ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare, e nel tempo stesso vi attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d'una consoUzione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l'imploriate?».5
Al principio di tutte le cose c'è certamente Dio. È evidente. Ammettendo Dio, è vero, rimane il mistero. Ma, negando Dio, non resta che l'assurdo. O Dio, o il niente. In questo senso ebbe ragione Victor Hugo, quando chiamò Dio 1'«invisibile evidente».

Stabilito il gran principio delle cose, Dio, viene il secondo momento cosmico, la seconda pennellata del gigantesco quadro. Tutto il resto della realtà può essere considerato in blocco: tutto viene da Dio.

Tutto: le stelle innumerevoli; la nostra terra; le piante in tutta la loro multiforme varietà; gli animali coi loro sapientissimi istinti; gli uomini, tutti gli uomini; ed anche gli spiriti separati dalla materia.

È una sterminata moltitudine di esseri: tutti creati da Dio. Noi ci moviamo sempre fra le opere di Dio: sollevati al cielo, scendi nelle profondità della terra, addéntrati nei meandri della coscienza: sempre sarai di fronte all'opera di Dio.

Dio essendo infinito è anche uno, unico: egli è l'unico essere che esista in forza di se stesso, a se, necessariamente, senza ricevere da altri l'essere suo. Egli è l'unico essere sussistente per se stesso. Tutti gli altri enti in tanto sussistono in quanto ricevono da lui sussistenza, in quanto partecipano in qualche modo alla sua sussistenza. Gli altri esseri non esistono in forza propria, ma in forza di lui dal quale derivano la propria sussistenza, sono enti ab alio, derivati, originati, dipendenti dall'essere supremo. Sono esseri creati. Ed in ogni essere creato tutto l'essere e tutto l'agire, tutti [i] valori e tutte le perfezioni, ogni capacità, possibilità, azione, tutto tutto tutto in tanto esiste in quanto partecipa all'essere divino e deriva da lui. Non c'è briciolo di realtà che non derivi per creazione dalla realtà divina.

5 A. MANZONI, I promessi sposi, cap. 23.

Ciononostante gli esseri creati, per quanto totalmente dipendenti e derivanti da Dio, non sono Dio, non sono parte di Dio, ma distinti da lui, come l'effetto è distinto dalla sua causa. Tutto il corpo del figlio deriva in qualche modo dal corpo della madre, eppure non sono un'unica cosa, sono realtà distinte. Così Dio e le creature. Dio è un essere personale e trascendente, cioè distinto dal creato che da lui procede.

Personale, cioè intelligente e libero. Dio non può essere privo delle perfezioni comunicate alle sue creature. Egli è infinito in ogni perfezione. E quindi infinitamente intelligente e libero. Creatore e ordinatore.

Distinto da tutto il creato, com'è distinto il perfetto ed infinito dal finito e imperfetto, l'immutabile dal mutevole, l'eterno dal temporale, il necessario dal contingente.

Conclusione. L'uomo, la realtà, ogni briciolo di essere deriva ultimamente da Dio, dipende totalmente da Dio, è a lui essenzialmente subordinato nel suo essere, nel suo agire, in tutte le sue facoltà. Tutto ciò che è, tutto ciò che fa, tutto assolutamente e sempre è da Dio e subordinato a Dio. Da Dio — a Dio.

Guardate. Questa è la formula più matura e più densa: l'intera realtà viene da Dio ed è destinata a ritornare a Dio, è subordinata a Dio. È come un immenso anello: in alto c'è Dio, poi la creazione che scende da lui, quasi esce da lui, e finalmente la realtà che torna a lui. Dio principio e fine supremo di tutta la realtà, A [alfa] e Sì, [omega] di tutto ciò che esiste.

Lo abbiamo dunque scoperto il mistero che l'uomo cercava cercava cercava nel suo libro antico, di giorno e di notte, sfogliando sfogliando sfogliando, «invisibile là come il pensiero»?
Sì, nelle sue grandi linee, seguendo la luce della semplice nostra ragione, sulla traccia dei maggiori filosofi: la realtà è un immenso anello, la creatura proviene da Dio, ed [è tormentata da] uno spasimo di felicità non raggiunta, finché non si rivolge a Dio. Togliere Dio dalla visione del mondo è condannarsi all'oscurità completa, all'assurdo, al nulla; è togliere il punto di partenza e d'arrivo, togliere la spiegazione delle cose, è togliere tutto. Limpida e maestosa l'architettura dell'universo. Tutto da Dio, tutto per Dio.6
6 Alla conversazione è allegato un foglio, in continuazione nella numerazione progressiva, nel quale sono riassunte le cinque prove tomistiche dell'esistenza di Dio. «Prospetto sintetico delle cinque vie di san Tommaso.

002. Dio può parlarci?
(19/03/1951, Genova, professori universitari)
Nel grande teatro era scoppiato un incendio. Prima fu un po' di fumo, che apparve tra le assi del palcoscenico. Poi il fumo aumentò. La gente se ne accorse. Uno gridò: Fuoco, fuoco! La scena fu indescrivibile. Si alzarono in piedi, si lanciarono tutti per uscire; l'ingorgo alle porte fu spaventoso. Ci fu chi si gettò dai palchi in platea, per fare più in fretta.

— L'esperienza ci presenta nel mondo enti che si muovono, mosso ciascuno da un altro ente, e questo a sua volta da un altro.

Ora è assurda ed impossibile una serie di enti moventi e mossi senza un primo ente movente, ma non mosso da alcuno.

Dunque esiste un primo ente che muove senza essere mosso, senza dipendere da alcuno, e dal quale tutta la realtà dipende.

Prima via: Dal moto delle cose al primo motore immobile.

— L'esperienza ci presenta nel mondo enti prodotti, causati da altri enti, e questi a loro volta da altri, e questi altri da altri ancora.

Ora è assurda ed impossibile una concatenazione di enti causanti e causati, senza un primo ente non causato da altri, causa prima incausata di tutta la realtà.

Dunque esiste una prima causa incausata, assolutamente indipendente, da cui tutto è causato e dipendente.

Seconda via: Dalle cause causate alla prima causa incausata.

Terza via: Dagli esseri contingenti dipendenti al primo essere indipendente.

— L'esperienza ci presenta nel mondo una gradazione di perfezione, cioè [di] enti più o meno perfetti.

Ora non vi può essere grado maggiore o minore di perfezione senza una massima e piena perfezione dalla quale dipendano e derivino i gradi di essa. Il più e il meno nella bontà, nella sapienza, nella giustizia, suppone la bontà, la sapienza, la giustizia senza gradi, senza limiti, assoluta e impartecipata.

Dunque esiste un ente perfettissimo e infinito in ogni perfezione, che è insieme bontà, sapienza, giustizia infinita, dal quale provengono gli esseri più o meno perfetti.

Quarta via: Dagli enti finiti e limitati nelle loro perfezioni, all'ente infinito in ogni perfez[ione].

— L'esperienza ci presenta nel mondo un ordine mirabile ed universale, consistente nel fatto che ogni essere anche non intelligente è ordinato da un suo fine speciale. Questa sapientissima finalità suppone un'intelligenza proporzionata.

Siccome poi negli esseri irrazionali tale intelligenza non esiste, deve esistere una tale intelligenza proporzionata sopra questi esseri: un ordinatore supremo di tutte le cose animate ed inanimate, che abbia impresso quest'ordine meraviglioso nel mondo degli astri, degli animali coi loro istinti, dei vegetali, del corpo umano. Quest'ordinatore supremo ed universale non può essere se non un ente capace di produrre ed ordinare in tal modo tutti gli esseri che vediamo».

[Quinta via: Dall'ordine dell'universo all'ordinatore].

Si sentivano grida, urli, invocazioni, imprecazioni... Due uomini, li vidi io, si prendevano a schiaffi con violenza. Un bambino fu calpestato, rimase ucciso. Intanto era apparsa la fiamma, e aumentava continuamente sul palco. Ma i pompieri tardavano a entrare ín funzione, anch'essi travolti nel disordine della folla. Momento terribile, ansia di morte. Ma ecco, all'improvviso, attraverso gli altoparlanti, una fortissima voce: «Calma, calma, calma! Si tratta di un fuoco facilmente domabile. Attenzione: ci sono quattro porte di sicurezza, due a sinistra, due a destra. C'è un deposito d'acqua presso il palcoscenico. I pompieri già lavorano: gli uomini validi vadano ad aiutare. Calma, calma, calma!».

In pochi momenti l'incendio era vinto, la folla usciva ordinatamente. Anche il teatro era salvo. Era stato il miracolo di una voce, di quella voce forte e decisa.

Amici, uno spettacolo di questo genere offre l'umanità di oggi: un groviglio di problemi e di mali. La folla si agita. Dappertutto si avverte pericolo. E, nell'agitarsi incomposto di tutti, il male non si vince. No, non si vince: e chi accosta gli uomini a uno uno, vede tante cose pietose, scopre tanto dolore. Più d'uno rimane schiacciato; c'è chi muore, calpestato dagli altri. E intanto, nell'universale confusione, tutti si chiedono: Cosa fare? Come uscire?' Gli uomini non bastano, non si crede più all'uomo. Se risonasse alta, solenne la voce di Dio! Egli esiste, è sapientissimo, è tutta la sapienza, è buonissimo, è la stessa bontà. Perché dunque non parla Dio? Perché non ci dice lui che cosa si deve fare? Abbiamo estremo bisogno della sua parola salvatrice!
Può parlarci Dio? Ecco il primo quesito di questa n[o]s[tra] conversazione.

Allontaniamo subito ogni parvenza di antropomorfismo, abbassando Dio al nostro livello. Essendo purissimo spirito, Dio non parla con l'aiuto d'un organo fonetico, simile alla nostra favella. Però, ciò che è essenziale, nel parlare, sta nel comunicare ad esseri intelligenti i propri pensieri, anche cognizioni nuove da essi ancora ignorate.

Porre il quesito in tali termini è già risolverlo. Colui infatti che ha dato all'uomo tanti mezzi mirabili di espressione: la parola, il gesto, lo sguardo, le arti, la scrittura, il telefono, il telegrafo, la radio... (poiché tutti i nostri beni, facoltà e poteri derivano, come abbiamo visto, mediatamente o immediatamente, dalla Causa prima, senza la quale nulla esisterebbe), come non sarà egli in grado, e molto più facilmente e felicemente, di comunicare agli uomini tutto ciò che vuole loro far sapere? Nessuna difficoltà quindi da parte di Dio; ed evidentemente neppure da parte dell'uomo. Dunque Dio, se vuole, può parlarci, manifestarci il suo pensiero, rivelarci anche delle verità o cognizioni prima a noi sconosciute e che non avremmo da soli mai conosciute, se egli non ce l'avesse rivelate. Nessun uomo sincero può dubitare che questa rivelazione divina sia possibile e non involga nel suo concetto alcuna ripugnanza o contraddizione. Dunque Dio, se vuole, può parlarci.

7 Nell'originale, di nuovo: Cosa fare?
E nell'ipotesi che Dio ci parlasse davvero, rivelandoci delle verità o conoscenze, quale sarà l'atteggiamento umano, l'unico legittimo e ragionevole?
Una volta che l'uomo si è accertato che Dio ha veramente parlato, deve prestare alla parola divina il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà, cioè l'assenso della fede.

L'uomo sa che Dio è sapientissimo e quindi non può errare, sa che Dio è veracissimo e quindi non può ingannare, sa perciò che Dio è un teste degnissimo di fede.

Se quindi gli consta che Dio gli ha parlato, egli deve credere alla parola divina, cioè accettarla come vera.

L'uomo infatti di fronte a Dio, sua causa e principio, principio del suo essere e delle sue facoltà, e quindi autore della sua intelligenza e della sua volontà, deve prestargli l'ossequio e la sudditanza di tutto l'essere e delle sue facoltà, e anzitutto dell'intelletto e della volontà.

Nell'ipotesi che Dio parli, l'uomo ha un solo atteggiamento legittimo e ragionevole: la fede alla parola di Dio, alle verità da lui rivelate.

Tutto il suo essere lo reclama, lo esige. Negare l'assenso a Dio che parla è negare se stesso, il proprio essere, mettersi in contrasto con la propria natura, rinnegarsi.

Ma ora sorge un problema molto più importante e impegnativo. Dio può parlarci. Ci ha mai parlato Dio? ci ha8 fatto giungere mai la sua divina parola? Non possiamo infatti credere alla parola divina, se prima non siamo certi che Dio ci ha veramente parlato. L'atto di fede nella parola di Dio richiede la previa certezza del fatto della rivelazione, cioè la previa sicurezza che veramente Dio ci abbia parlato.

8 Nell'originale: fa.

Siamo dunque alla ricerca di questa certezza: Dio ci ha parlato. Basterà a questo scopo dimostrare che veramente Dio ha inviato fra noi il suo messaggero per parlarci in suo nome, provando con segni certissimi ed inequivocabili che questi era un vero ed autentico ambasciatore divino e che le sue parole erano parole divine.

Questo messaggero è Gesù Cristo, il divino messaggero attraverso il quale Dio stesso ha parlato all'umanità.

Di questo divino messaggero dobbiamo ora provare:

  1. che sia realmente esistito;
  2. che sia veramente ambasciatore e legato divino, inviato da Dio a recarci il suo messaggio. In altre parole dobbiamo esaminarne brevemente:
  3. l'esistenza storica;
  4. le credenziali che ci garantiscono che egli è veramente il messaggero divino ed il suo messaggio è parola di Dio.

Gesù: mito o storia?
Sarebbe una questione oziosa, se non vi fosse stato chi ha osato relegare la persona di Gesù nel campo dei miti, delle favole, delle leggende. Sono i così detti mitologisti, i quali vorrebbero che la leggenda di questo gran personaggio sia sorta nel secolo II o III dell'era cristiana. In realtà non è mai esistito [secondo loro] quest'uomo che si chiama Gesù, se non come un eroe leggendario della fantasia popolare. [Basti ricordare qualche titolo]:
«Il mito di Gesù» del tedesco Arturo Drews;
«Cristo non è mai esistito» di Milesbo (Emilio Bossi);
«Il mistero di Gesù» di P.L. Couchoud.

La confutazione più perentoria e più nitida di questa scuola, mi pare, sia allineare semplicemente e scheletricamente le ragioni per cui tutti hanno creduto e credono all'esistenza storica di Gesù.

I. Il numero e l'autorità di chi l'ammette contro il numero e l'autorità di chi la nega.

L'ammette9 con irremobibile certezza tutto il genere umano da venti secoli: cristiani, sia cattolici che eretici di ogni tinta, musulmani, ebrei, compresi quelli del Talmud, che poterono insozzare la nascita di Gesù con accuse contro Maria, ma non poterono negarla. Ne furono convintissimi tutti gli ingegni più eminenti nelle discipline storiche, filosofiche, giuridiche, nella letteratura, nelle arti, nelle scienze sperimentali; i più colti critici della stessa scuola razionalistica moderna: Harnack, Loisy, Goguel.

9 Nell'originale: ammettono.

In confronto a questa massa, i negatori dell'esistenza di Gesù sono sette od otto eruditi, senza speciale competenza in esegesi biblica.

  1. Il fatto gigantesco del cristianesimo.

Una nuova epoca s'è iniziata alla diffusione del vangelo, anzi una nuova civiltà, che è ben lontana dal suo tramonto. Sorsero da quella data lotte epiche e trasformazioni possenti d'idee, di leggi, di costumanze; istituzioni millenarie e avvenimenti culminanti, quali la chiesa cattolica, il monachesimo, le missioni, la teologia patristica e scolastica, il sacro romano impero, le crociate, la cristianità medioevale, l'arte cristiana, innumerevoli fondazioni di carità, che tutte s'imperniano nel nome di Cristo. La nascita di Gesù è divenuta il cardine della cronologia, il termine di riferimento continuo d'ogni atto della vita sociale. È possibile che sì numerosi, vastissimi, durevoli effetti non abbiamo avuta altra cagione che un mito, una vaga leggenda?
No. Senza la personalità eccezionale di Cristo, il mondo cristiano rimarrebbe un enigma indecifrabile, un controsenso.

  1. La natura dei tempi evangelici.

Gesù non è comparso nelle epoche leggendarie della guerra di Troia o dí Romolo e Remo, a differenza del Buddha Cakiamuni, non venne al mondo in un'epoca incerta, dove la storia si disputi accanitamente il terreno con la leggenda. Non nacque, come Maometto, in un angolo fuori mano dell'Arabia. Conosciamo benissimo il mondo israelita del primo secolo, e la storia presenta in piena luce le vicende nazionali, il regime politico, le correnti ideologiche, la situazione religiosa di quell'ambiente e dei suoi dintorni: siamo in una delle epoche più luminose e documentate della civiltà antica, di cui ci furono tramandati innumerevoli monumenti e documenti. Egli è contemporaneo di Augusto e di Tiberio, di Tito Livio e di Seneca, di Giuseppe Flavio e di Filone. Virgilio, se fosse giunto a vecchiezza, l'avrebbe potuto vedere coi suoi occhi. I personaggi intrecciati alle origini cristiane: Erode il Grande, Erode Antipa, Erode Agrippa, Anna, Caifa, Gamaliele, Ponzio Pilato, Festo, Gallione, fratello di Seneca, Simon Pietro, Giov[anni] Battista, Giacomo, sono altrettanti nomi reali, che ci sono noti attraverso molte testimonianze non appartenenti al vangelo. Dunque Gesù è almeno reale come questi suoi coevi, figure di gran fatto secondarie in confronto alla sua.

A loro volta la persona e l'opera di Cristo vengono a incastonarsi in una trama storica di continuità documentata. Gesù non è una figura sfumata di compagine mitica o leggendaria, come quella di Orfeo, di Atti, di Crisna: è un personaggio reale, la cui comparsa in pubblico ha una data storica, inquadrata in un sincronismo che conquide: «L'anno decimo-quinto dell'impero di Tiberio Cesare, sotto Ponzio Pilato governatore della Giudea, mentr'era tetrarca della Galilea Erode, e suo fratello Filippo era tetrarca dell'Iturea e della regione Traconítide, Lisania tetrarca dell'Abilina, sotto il sommo sacerdote Anna e Caifa, la parola di Dio fu rivolta a Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto...» (Lc 3,1-2). Così san Luca incomincia la narrazione della vita pubblica di Gesù.

IV. Le attestazioni degli storici non cristiani.

A[1] principio del II secolo tre grandi scrittori romani, Tacito, Svetonio, Plinio il Giovane,1° e dopo di loro molti altri, fanno allusione al cristianesimo e al suo autore.

C[irc]a [intorno all'anno] 117 [si colloca] la notizia di Tacito: «Auctor nominis eius Christus, Tiberio imperitante, per procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfectus erat» (Annal(esi XV, 44). [Essa] racchiude entro una cornice cronologica esatta i dati più salienti della passione di Cristo. Tra le testimonianze giudaiche, alcune delle quali venute alla luce ancora in questi ultimi tempi, la più importante è quella di Giuseppe Flavio. Giuseppe è un distinto personaggio ebreo, di stirpe sacerdotale, che nacque fra il 37 e il 38 dell'era volgare, ossia nel tempo immediatamente successivo alla morte di Gesù Cristo.

Nella sua opera delle Antichità giudaiche, oltre ad una pagina stupenda in onore del Battista fatto uccidere da Erode, e ad un cenno alla morte di Giacomo «fratello di Gesù chiamato il Cristo» (Giacomo il Minore, uno dei dodici), ha questo brano relativo a Gesù. [«Ora ci fu verso quel tempo Gesù, uomo sapiente, se pur bisogna chiamarlo uomo: era infatti operatore di cose straordinarie, maestro di coloro che accolgono con piacere la verità. E attirò a sé molti Giudei e anche molti Gentili. Egli era il Cristo. E avendolo Pilato, per denunzia dei nostri capi, posto in croce, non cessarono di amarlo coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti comparve loro al terzo giorno nuovamente, avendo i divini profeti già dette di lui queste ed altre mille cose mirabili. Ed ancor sussiste la schiatta di coloro che da lui si chiamano cristiani»].11
10 C. ADAM, Gesù il Cristo, Brescia 19506, pp. 48 ss. Cf. TACITO, Annales 15,44; SVETONIO, Nero 16; PLINIO IL GIOVANE, Ep. 10,96.

il Antichità giudaiche XVIII; cf. E. VISMARA, [Chi è Gesù Cristo?, Torino 1945, pp.] 65-65.

Il testo si trova in tutti i codici manoscritti delle opere di [Giuseppe] Flavio ed è già ricordato dallo storico Eusebio nel secolo] IV. Nonostante alcuni dubbi, i più [numerosi e autorevoli] dei critici odierni ritengono il passo sostanzialmente autentico.

[V]. L'epistolario paolino (apparso 25 anni dopo la morte di Cristo).

Alcune lettere di san Paolo sono i più antichi documenti cristiani che noi possediamo, perché talune [furono] scritte prima dei vangeli (cioè poco dopo il 50). Paolo di Tarso ci è meglio noto di qualunque nome dell'età pagana, grazie alle sue lettere autentiche, circostanziate, munite d'un'impronta personale originalissima e inimitabile. Anche solo con esse si può mettere fuori dubbio l'esistenza fisica e la straordinaria influenza morale di Gesù] C[risto]. Non sono una fiaba i trent'anni di fatiche incredibili sostenute da san Paolo per propagare la fede di Gesù, un Gesù reale «nato da donna, morto sotto Ponzio Pilato», ch'egli aveva aspramente combattuto e perseguitato prima della conversione, nella persona dei suoi immediati discepoli.

Lo stesso Rénan attesta: «Con l'epistola ai Romani, ai Corinti, ai Galati e con quella agli Ebrei... si potrebbe fare una piccola vita di Gesù». Cosa evidentissima per chiunque abbia scorso quelle epistole.

VI. I vangeli.

Ma i documenti che direttamente ed espressamente trattano di Gesù, della sua persona, della sua opera, della sua dottrina, sono i vangeli. In essi sono contenute le prove più limpide, copiose e sicure dell'esistenza di n[ostro] Signore] Gesù] C[risto].

Questi libri meritano la massima fede storica.

  1. Perché «genuini» cioè autentici, vale a dire dettati veramente da coloro dei cui nomi si fregiano, due apostoli e due discepoli intimi dei principi degli apostoli, tutti e quattro testimoni oculari ed auricolari, o ben informati di prima fonte, narratori schietti, che non avevano alcun tornaconto a mentire, che diedero la vita per testimoniare la verità delle proprie asserzioni.
  2. Perché essi scrissero, ancora vivente la prima generazione cristiana, che poteva confrontare coi propri ricordi e con la predicazione indefessa degli apostoli i loro scritti. Furono trovati così veritieri da meritare gli onori degli altari, mentre una quantità d'evangeli sedicenti apostolici furono riconosciuti apocrifi e condannati al discredito e all'oblio. Narrano fatti recenti, pubblici, facilmente conoscibili e controllabili anche dai critici più acerbi.
  3. Perché lo stesso loro stile così limpido, sereno, direi quasi neutrale e fotografico ci garantisce la verità. Non esaltano il loro protagonista, non nascondono le sue umiliazioni, confessano i torti dei suoi amici, non lo difendono dalle calunnie dei nemici. Sono scritti veramente semplici e sobri, senza pretese e secondi fini. Tacciono dove non sanno, né tentano di supplire alle lacune delle proprie informazioni con supposizioni e congetture. Lasciano alla verità la cura di trionfare da se stessa, senza aiutarla con espedienti retorici.

Si incontrano nei vangeli episodi, dettagli, particolari che diremmo di cronaca banale, senz'alcuna importanza dogmatica, che rivelano inconfondibilmente il testimone diretto e che hanno il timbro genuino della fedeltà e veracità del narratore.

  1. Perché tutte le loro informazioni geografiche, cronologiche, numismatiche, etnografiche risultano pienamente conformi a quanto narrano gli storici profani o rivelano gli scavi archeologici. Nei vangeli è perfettamente descritta la vita familiare, sociale, politica, religiosa della Palestina prima della guerra giudaica (67-70), e con tanta precisione da reggere trionfalmente al vaglio della scienza critica moderna anche più esigente ed ostile. Ora bisogna assolutamente escludere la frode in materia così complicata.

Sebbene gli evangelisti si esprimano nell'idioma internazionale di allora, il greco-comune, noi vi sentiamo il ritmo e il colorito del linguaggio aramaico parlato da Gesù e dai Palestinesi del suo tempo. Tutto vi è in piena armonia con l'ambiente; non una nota stonata che tradisca l'artificio di un compositore di fantasia o l'influsso della civiltà ellenica.

  1. La concordanza sostanziale dei vangeli. Essi non sono stati copiati supinamente l'uno dall'altro, ma scritti ciascuno con la sua impronta originale, un fine proprio, e per classi particolari di lettori. Rappresentano quindi quattro fonti distinte che si confermano e si integrano a vicenda. Infatti, nella sostanza, essi si ritrovano perfettamente, e conservano gli stessi caratteri a Gesù e ai vari personaggi evangelici.

Di quali altri avvenimenti antichi possiamo noi essere ragguagliati con tanta abbondanza e convergenza di testi?
Si noti che nessun testo antico, sacro o profano, gode della condizione privilegiatissima dei vangeli per la loro integrità e genuinità. I manoscritti greci che riportano il testo dei vangeli sono 2300; di essi almeno 40 hanno più di 1000 anni di esistenza; parecchi risalgono al V secolo; alcuni al IV, e non mancano papiri, recentemente scoperti in Egitto, risalenti al II secolo, che contengono frammenti di vangelo esattamente corrispondenti al testo attuale.

Inoltre vi sono 1500 lezionari, che contengono la maggior parte dei vangeli, disposti in varie lezioni per i112 corso dell'anno liturgico.

Abbiamo quindici versioni in lingue antiche che rispecchiano il testo greco dei codici (ora scomparsi), appartenenti ai primi tre secoli. Innumerevoli brani allegati da Padri delle prime generazioni cristiane ci confermano l'identità sostanziale del testo e l'attribuzione a quegli scrittori sotto il cui nome già allora correvano.

Non si mette in dubbio l'autenzia dei grandi autori classici greci. Eppure non si conserva di loro nessun codice anteriore al secolo IX dopo C[risto]. I vangeli e le lettere degli apostoli sono dunque la fonte storica più garantita di tutte quelle dell'antica letteratura.

Le numerose varianti fra i codici non fanno difficoltà, perché si riducono quasi tutte a leggeri falli d'amanuensi, a divergenze verbali, che non mutano il senso complessivo. ‑
I vangeli sono libri storici. Ed allora possiamo tranquillamente accostarci ad essi e ricavarne la vera figura di Gesù, ossia il vero Gesù.

  1. Le confessioni della critica razionalistica più recente.

Essa concede che i tre vangeli sinottici (Mt, Mc, Lc) sono stati scritti avanti la fine del I secolo, e il IV vangelo (san Giov[anni]) verso la fine del I o sul principio del II. Così Rénan, Holtzmann, Weiss, Harnack, Zahn. M[at]t[eo], M[ar]c[o], L[u]c[a] dal 50 al 70; Giov[anni] dal 90 al 100. La teoria mitologistica è contraddetta da tutti i critici più valenti e meno sospetti di favore verso il cattolicesimo.

  1. La stessa figura di Gesù come è delineata nei vangeli è garanzia e prova inconfutabile di storicità.

La figura morale di Gesù] C [risto], come appare dai vangeli, è così elevata che non si può inventare, perché l'inventore sarebbe un genio più miracoloso di essa.

12 Nell'originale: pel.

La fisionomia di Gesù è umanissima e nello stesso tempo divina. Egli non rassomiglia ad un nume impassibile, vago, aereo, fantastico. No. Ha madre, cugini, conterranei, discepoli e amici prediletti; piange, gioisce, ha fame, ha sete, soffre la stanchezza e risente gli effetti del digiuno, s'impietosisce, si sdegna; è talvolta meravigliato e talora accorato, abbattuto; assediato che non trovava tempo da mangiare; paga il tributo; [se ne descrivono] le passeggiate in barca; i contraddittori appassionati e limpidi con i farisei. Egli non è stato intravisto qualche volta sulle cime d'un monte, tra velari di nubi, non è vissuto in un deserto, ma per trent'anni in una città della Galilea, in contatto di quanto doveva servire per la sua professione di fabbro; e poi nei tre ultimi anni della sua mortale carriera visse familiarmente, incessantemente in mezzo ai dodici apostoli e agli altri discepoli; egli è stato visto ed ascoltato da decine di migliaia di persone in Galilea, in Giudea, in Samaria; di lui si sono occupate tutte le autorità religiose e politiche della Palestina: il procuratore di Roma Ponzio Pilato, il re Erode Antipa, Caifa, Anna, il sinedrio, gli scribi, tutti i partiti ebraici, farisei, sadducei, erodiani, e infine una moltitudine di forestieri di ogni nazione fu presente al suo supplizio nell'imminenza delle feste pasquali, che attiravano a Gerusalemme fínanco un milione di pellegrini.

Tale pubblicità della vita di Cristo era già considerata [colsì saliente che Paolo poteva dire a[l] re Agrippa circa trenta [anni] dopo la morte di Cristo: «I fatti di Gesù non si sono svolti in qualche angolo oscuro, ma alla luce del sole» (At 26,26).

003. Le credenziali dell'Inviato dí Dio (19/03/1951, Genova, professori universitari)
Fra i popoli di cui abbiamo le più antiche notizie precise, spicca certamente il popolo ebreo. I suoi primi libri storici sono stati composti quindici secoli avanti Cristo, e coi racconti che offrono riportano a tempi di gran lunga anteriori; anzi prendono le mosse addirittura dalla creazione del mondo e dalla prima comparsa dell'uomo.

È uno strano popolo: piccolo per numero, secondario su terreno politico e per le altre manifestazioni strettamente' umane, ma che fin dal principio ostenta un altissimo concetto di sé. Si credeva il più grande. E nutre questo concetto particolarmente con la speranza, che per esso13 è una certezza, ritenendo di averla appresa dalla bocca di Dio: la persuasione che dal suo seno debba nascere un uomo straordinario, dal destino eccelso, per mezzo del quale tutte le genti saranno benedette.

Con tale persuasione il popolo allarga la sua storia nazionale sul piano universale: pretende di avere una missione immensamente più grande degli altri, di inserirsi nel quadro dell'umanità con importanza preminente.

L'uomo straordinario così atteso da tutti è descritto — in quegli antichissimi libri scritti parecchi secoli avanti Cristo — come un divino inviato, impegnato in una lotta di valore universale: rintuzzare il demonio che aveva condotto l'umanità al peccato e alla rovina. Egli sarebbe comparso in terra per debellarlo, ristabilendo fra gli uomini il disegno divino della eterna salvezza. Di quest'uomo, non ancora nato quando quei libri ebraici venivano composti, gli autori si danno a descrivere con sempre maggiori particolari la futura persona; e nel corso di circa dodici secoli, succedendosi gli uni agli altri, arricchiscono di pennellate il misterioso quadro: salvatore, re, liberatore, sacerdote, maestro, principe di pace. E soprattutto con questa certezza, accanto a quella del puro monoteismo conservato fra genti idolatre, che il popolo ebreo fomenta per secoli la sua più profonda coscienza nazionale.

Caso veramente strano ed unico nella storia dell'umanità: un popolo compatto intorno a un eroe nazionale, che ancora non esisteva. Popolo insignificante a guardarlo da fuori, che si sente grande per la sicurezza dell'avvenire; che supera le catastrofi e le peripezie più dolorose fino all'esilio e alla deportazione per l'incrollabile fiducia con cui attende il suo futuro salvatore, da cui aspetta un avvenire glorioso.

13 Nell'originale: lui.

Nulla di simile si trova altrove. E con ieratica serietà gli autori dei sacri libri si sentono in dovere, ciascuno, di aggiungere un particolare su di lui e sul suo regno.

Raccogliamole un po' sommariamente queste pennellate, senza pretesa di riportarle tutte.

Nelle prime pagine del più antico libro (la Genesi, scritta quindici secoli a.C.) [è annunciato] un figlio di donna, vincitore del demonio, salvatore dell'umanità. Sono parole rivolte ai capostipiti del genere umano, e la promessa è quindi universale.

Poi, appena il popolo ebreo si separa dagli altri nella selva della storia, subito si comincia a dichiarare che quel salvatore nascerà proprio dal suo seno. E se ne traccia con audacia incredibile la genealogia: sarà discendente di Abramo, discendente di Isacco... Passano gli anni. Isacco ha due figli, Esaù e Giacobbe, ed ecco allora la profezia precisare: sarà discendente di Giacobbe, nonostante che sia il secondogenito. Giacobbe ha dodici figli. La profezia con l'occhio al futuro proclama: Sarà discendente di Giuda. La tribù di Giuda si accresce e moltiplica. Tra essa Dio designa la famiglia da cui nascerà il Redentore: la famiglia di Davide. Per gli Ebrei «Figlio di Davide» e Messia divennero sinonimi.

Via via che nuove generazioni compaiono sulla scena, qualcuno a nome di Dio si assume la responsabilità di indicare la persona, attraverso la quale dovrà realizzarsi la suprema speranza; fissa l'antenato vivente dell'eroe futuro. Non è la genealogia a ritroso, postuma, ricostruita dagli avvenimenti già avveratisi, come facciamo noi quando ascendiamo dai vivi ai loro antenati; quest'altra invece è una genealogia mai sentita, segnata in anticipo, discendente dagli antenati vivi al pronipote che non c'è.

E le determinazioni aumentano sempre, si precisano con una temerità che sbalordisce. Ora è il luogo di nascita. Fra le città della Palestina, una vien[e] designata parecchi secoli prima della nascita. «Betlemme, Betlemme — esclama lo scrittore Michea —, tu sei tanto piccola, eppure da te deve nascere il Duce d'Israele» [Mi 5,2]. Fra gli Ebrei su ciò non v'era dubbio alcuno. Nascerà a Betlemme, ma secondo un altro, dovrà un giorno essere richiamato dall'Egitto... [Os 11,1; Mt 2,15]. Come mai?
Toccherà all'avvenire rivelare se essi fantasticassero, o se invece contemplassero veramente il futuro nella luce di Dio, come sempre ripetevano. Ora è la designazione della madre: dicono che dovrà essere una vergine, la quale resti vergine nonostante il parto. Così Isaia, otto secoli avanti la nascita di Cristo [Is 7,14].

E, a togliere ogni possibilità di dubbio, stabiliscono perfino la data, il tempo della comparsa dell'aspetta' to, per ben quattro volte, con precisazioni sempre più concrete e dettagliate. Dapprima in modo generico, dichiarando che nascerà quando lo scettro sarà definitivamente caduto dalle mani di Giuda (cioè il popolo d'Israele avrà perso l'indipendenza), e intanto però sarà ancora in piedi il secondo tempio di Gerusalemme: quindi dopo l'asservimento d'Israele allo straniero, e prima della distruzione del secondo tempio (Agg[eo], Malach[ia]); poi con esattezza, determinando con precisione settanta settimane di anni d'attesa, a partire dal segno indicato da Daniele: «E degli anni ancor non nati, Daniel si ricordò».14
Genealogia, luogo di nascita, madre, tempo.

Né quegli autori strani si contentano ancora: illuminati dall'alto — com'essi unanimemente attestano — continuano a precisare e precisare, delineando anticipatamente in tratti sempre più circostanziati la figura e le vicende del sublime eroe dell'avvenire. Cominciano a particolareggiare con cura il racconto. Sarà umile, mite, mansueto (Isaia), povero, giusto, salvatore (Ger[emia], Zac[c]arriap; insegnerà ai poveri; farà del bene a tutti e in ogni modo, e la sua bontà avrà a disposizione una sovrumana potenza: forte di forza divina, donerà ai ciechi la vista, l'udito ai sordi, risanerà gli storpi... (Isaia).

Quanto bene! Eppure — aggiungono quegli autori — un freddo odio coverà intorno a lui: i capi lo odieranno, lo perseguiteranno. Ecco il re mite entra in Gerusalemme cavalcando un asinello (Zac[c]ar[ia]); è mansueto e il trionfo è pacifico. Ma l'odio prevale: lo tradisce un amico, per quanto? Gli scrittori scrutano l'avvenire, aprono quella mano avida, gridano: Trenta denari, li abbiamo contati, trenta denari prezzo del sangue... Lo ha venduto, lo hanno comprato, lo hanno arrestato (Zaccaria).

La scena diventa truce, ed è Isaia a dipingerla, sette secoli prima di Cristo. Cosa vedo? Non ha più bellezza, il suo volto è come velato. Ma che cosa succede? Non ha più volto d'uomo. Ma che cosa è diventato? È verme, non un uomo, l'obbrobrio degli uomini, lo zimbello della plebe... Davanti ai giudici e ai seviziatori... tace, tace come un agnello dinanzi a colui che lo tosa. Sarà accusato e calunniato dai nemici. Ancora: sarà flagellato, sputacchiato (Is 50,6); sarà dato a morte tra malfattori (Is 53; Dn 9); gli saranno trafitte con chiodi le mani ed i piedi (Sal 68 e 21); sospeso in alto, crocifisso (Zc); deriso dai nemici nei suoi dolori (Sal 21), abbandonato dagli amici (ibid.); saranno tirate a sorte e divise le sue vesti tra i carnefici; sarà dissetato con fiele e mirra (Sal 68). È morto. Tuttavia sarà esaltato dopo morte: il suo corpo non vedrà la corruzione del sepolcro (Sal 15); il suo sepolcro sarà glorioso (Is 53), regnerà in eterno accanto a Dio (Sal 15).

14 «Quando Aggeo, quando Isaia / mallevaro al mondo intero / che il Bramato un dì verria; / quando, assorto in suo pensiero, / lesse i giorni numerati, / e degli anni ancor non anti / Daniel si ricordò» (A. MANZONI, La Risurrezione [Inni sacri 3], vv. 50-56). Cf. Ag 2,8; Is 9,6; Dn 9,25-26.

Pagine così ricche e trasparenti da venir poi chiamate «passione secondo Isaia» (c. 53), «passione secondo Davide» (Sal 21).

Strana e inaudita pretesa, indiscutibilmente, questa storia descritta prima dei fatti: storia minuta, di cui abbiamo dato appena un riassunto. Ma il più strano non è questa pretesa; la stranezza impressionante è che gli eventi dettero proprio ragione a quei — diciamo così — pretenziosi, si svolsero proprio come erano stati previsti e descritti da loro. Questo, il mirabile.

L'uomo in cui si avverarono gli annunzi e le predizioni, l'uomo straordinario si chiamò Gesù.

Apriamo i vangeli, libri degni di ogni fede storica, scritti dagli stessi testimoni degli avvenimenti narrati.

Nacque esattamente nel tempo predetto, cioè quando il regno di Giuda aveva perso l'indipendenza, ma — al tempo stesso — c'era ancora il secondo tempio che sarebbe stato distrutto dopo alcuni decenni dai soldati di Tito; nacque precisamente al compiersi delle settimane, prenumerate da Daniele. E nacque a Betlemme, la piccola città di Giuda preannunziata da Michea come luogo di nascita del futuro eroe.

E nacque da una vergine, la vergine Maria; che a sua volta discendeva da Abramo, da Isacco, da Giacobbe, da Giuda, da Davide, com'era stato profetizzato.

Il fanciullo fu portato in Egitto e richiamato di là. Crebbe; e via via che manifestò il suo carattere, apparve dolce e mite, maestro di pace. Ma insieme potente, con una potenza sovrumana che dedicò a beneficare: sul suo cammino e al suo comando i ciechi aprivano gli occhi, i sordi imparavano ad udire, si drizzavano gli storpi, risuscitarono i morti, esattamente come Isaia aveva predetto. Fu tutto un prodigio la sua vita, come narrano i testimoni oculari.

Tuttavia — anche questo era stato vaticinato — un gelido odio covò contro di lui. Delusi di non vedere un liberatore politico, che conducesse Israele alla vittoria delle armi, i capi ambiziosi chiusero gli occhi sull'adempimento di tante profezie, e diventarono proprio loro lo strumento per adempire le ultime, le più spaventose. Essi malvagiamente gli prepararono una corona di ignominie e di torture, e non s'avvidero — stolti! che la intrecciavano con gli splendori dei vaticini che man mano si compivano.

Ebbe un giorno di modesto e pacifico trionfo, quando entrò in Gerusalemme cavalcando l'asinello fra gli osanna del popolo; ma tosto la persecuzione scoppiò. Fu un compagno, un apostolo, il suo traditore: si chiamò Giuda; e lo vendette — glieli avevano contati in mano da secoli lo vendette per trenta denari.

Gesù è arrestato, e comincia la passione. Scene tremende, che Isaia aveva contemplate, e la storia di Gesù ci ripete con paurosa evidenza. Quali strazi! Deriso, insultato, schiaffeggiato, sputacchiato, frustato, giunse il momento in cui non ebbe figura di uomo. Era l'obbrobrio della plebe, era un verme; non per nulla gli fu preferito un assassino. Ed egli tacque davanti ai giudici e ai carnefici. Finalmente fu condannato a morte. Tutto si avverò nei più minuti dettagli quanto era stato vaticinato. Il supplizio, quello della croce: trafitto nelle mani e nei piedi, come era stato predetto, fu innalzato e sospeso. Ai piedi del legno i soldati si divisero le vesti, tirarono a sorte la tunica. Sulla croce era stato collocato fra due malfattori. Fu dissetato con fiele e mirra. Tutto era stato consumato, ed allora Gesù spirò. Sepolto e custodito dalle sentinelle dei suoi nemici, il suo corpo non soggiacque alla corruzione, ma risorse glorioso il terzo giorno; apparve ai discepoli ancora increduli, invitandoli ad accertarsi con le mani che egli non era un fantasma; mangiò e bevve con essi.

Come negare l'avveramento in Cristo di ciò che la Bibbia aveva da secoli annunziato? Da secoli, dico, giacché tutti sanno che i libri sacri degli Ebrei precedono di secoli l'era cristiana, senza alcun dubbio. Del resto basti ricordare che furono tradotti dall'ebraico in greco, nel III secolo a.C., per opera dei così[d]detti 70 Alessandrini. E quindi impossibile l'ipotesi che queste profezie siano state ricalcate sui fatti, essendo di molto anteriori ai fatti. Né quei libri furono solo custoditi dai cristiani, che si potrebbe sospettare li avessero alterati, ma rimasero anche in possesso delle scuole ebraiche ostili al cristianesimo. Ebbene, nello stesso testo originale ebraico da costoro gelosamente serbato come in tutte le versioni antiche in ogni lingua, le profezie sono egualmente integre e nitide che nel testo e nelle versioni usate dai cristiani. L'ebreo restò il padrone geloso e intransigente della serratura con tutti i suoi intricati congegni. Alla serratura delle profezie bibliche il cristiano portò la chiave degli avvenimenti evangelici, e l'infilò esattamente. Bibbia e vangelo, profeti e Gesù procedono dunque dallo stesso fabbro: Dio.

Infatti come negare l'avveramento dei preannunzi biblici, in Cristo? La coincidenza è sbalorditiva: l'uomo che era stato la speranza d'Israele, la più profonda ragione d'essere di quel popolo, fu certamente Gesù, il povero figlio di Maria. Inaudito caso, di un uomo in dominio della storia prima di nascere, aspettato da un popolo intero con in mano i documenti con cui riconoscerlo al varco del tempo.

Inaudito caso. Ma come interpretarlo? Che cosa concluderne? Una semplicissima conclusione: che dunque quegli audaci scrutatori dell'avvenire erano stati veri profeti, illuminati certamente da Dio. Siccome l'uomo è libero nei suoi atti, è impossibile sapere in precedenza, con assoluta certezza, ciò che egli in un lontano avvenire farà: farà ciò che vorrà.

Nel caso nostro poi le profezie annunziano con certezza e precisione minutissima cose molteplici, minutamente circostanziate, lontane nel tempo e nello spazio, molto complesse e intricate; cose apparentemente discordanti e contraddittorie fra loro; riguardanti non una persona soltanto, ma molti uomini, anzi un intero periodo; cose che dipendono in gran parte dalla libera volontà di molti uomini o di Dio stesso, in quanto soprannaturali e possibili solo all'onnipotenza divina.

Ora tutto ciò non può essere effetto del caso cieco, né di congettura, né di conoscenza naturale, ma solo di uno specialissimo e straordinario intervento di Dio. Solo Dio può conoscere le cose future libere: egli infatti, essendo infinito, non è coinvolto nella successione del tempo, e vede contemporaneamente tutte le età anche per noi future, nella sua eterna, immobile essenza divina, a cui tutte le cose e tutte le età sono ugualmente presenti. Dio solo può sapere gli atti liberi futuri: i profeti dunque che tanti di questi atti annunziarono, e ai qualiu [gli] eventi dettero minutamente ragione, pronunziavano certamente parole ispirate da Dio.

E allora? Che cosa dobbiamo concludere da questo?
Ecco il punto da scolpire: si conclude che Gesù è il grande ambasciatore e messaggero divino, venuto tra gli uomini a svelare i segreti di Dio. Infatti i profeti, quei profeti che sotto l'influsso di Dio profetavano, proprio questo intendevano esplicitamente inculcare: presentare lui, vaticinato, come il grande ambasciatore, cui l'umanità avrebbe dovuto credere come alla voce di Dio.

15 Nell'originale: e cui.

Il popolo ebraico si era sempre ritenuto investito della sublime missione di preannunciare, di generare un giorno l'eletto, il santo dei santi, l'inviato di Dio. Quella missione non era stata follia di scrittori esaltati; era stata missione veramente affidata da Dio, come le profezie dimostravano.

Presentandosi alla ribalta della storia con l'adempimento dei vaticini, Gesù provava, senza parole, di essere l'atteso ambasciatore di Dio, il preannunziato messaggero celeste. Le profezie avverate in Cristo sono le credenziali incontestabili dell'ambasciatore inviato da Dio all'umanità. Presentandosi al mondo Gesù poté asserire senza timore d'essere smentito: «Io sono colui che il Padre celeste ha mandato. Il messaggio che io porto non è mio, ma di colui che mi ha mandato. Chi crede a me, crede a Dio».

Tra gli uomini è risuonata la voce di Dio.

004. L'uomo Gesù
(20/03/1951, Genova, professori universitari)16
È tanto bello potersi fermare un po' su Gesù! Non c'è nulla di paragonabile al mondo. Nell'ultima conversazione ci apparve come il divino rivelatore, il grande ambasciatore di Dio, il quale si presenta alla ribalta della storia con le credenziali incontestabili di cui Dio stesso lo ha munito: l'avveramento nella sua persona di tutte le più dettagliate profezie riguardanti il futuro inviato e messaggero celeste. Questo basta a rassicurarci che davvero per suo mezzo tra gli uomini è risuonata una voce di cielo, a cui poterci affidare. Ora, presa visione delle credenziali, dobbiamo fermare lo sguardo sulla sua fisionomia, sui lineamenti della sua figura morale, [sul]la sua struttura psicologica, anzi apprendere dal suo stesso labbro i segreti della sua misteriosa persona.

È rivelatore di Dio, sicuramente. Ma è tanto di più. E... chi è Gesù?
Per procedere con metodo sicuro cerchiamo, innanzitutto, di mettere in luce l'aspetto umano, esteriore ed interiore della figura di Gesù, quale ci appare dai vangeli.

Il ritratto umano di Gesù.

Apparirà in tutta la sua luce che Gesù non è
— né un illuso o esaltato o suggestionato,
— né un megalomane impostore o mentitore.

Anche per questo verso quindi la sua testimonianza ci risulterà degna della fede più tranquilla e ragionevole.

Gesù è un uomo, un vero uomo come noi, con anima e corpo, intelligenza e volontà come noi: iscritto come noi nell'anagrafe della famiglia umana. Concepito di donna, rimase per nove mesi nel seno materno. Poi nacque, vagì, patì il freddo nella più povera culla, si trovò nella fisica impotenza di tutti i bambini. Crebbe, e — come espressamente fa notare san Luca, l'evangelista medico, — crescendo passò per gli stadi di tutti i bambini (bréphos: Lc 2,16), poi dei fanciulli (tò paidion, puer: Lc 2,40), degli adolescenti (ho pais: Lc 2,43), dei giovani e degli adulti (lesoas senza specificazioni: Lc 2,52 e così sempre). Fu sottoposto alla legge del lavoro, e si guadagnò da vivere sudando, col mestiere del falegname. Come ogni altro uomo sentì il peso della fatica (Gv 4,6), la fame (Mt 4,3), la sete (Gv 19,28), mangiava (Mt 9,11), dormiva (Mt 8,24), pianse sulla tomba d'un amico (Gv 11,36) e sullo scempio della propria patria (Lc 19,41).

16 Tematiche affini sono svolte nelle omelie di commento al Credo (cf. 0 113117). In questa conversazione e nelle seguenti don Quadrio si ispira spesso al volume di C. ADAM, Gesù il Cristo, Brescia 19506. L'inizio dell'opera è copiato su una scheda ed è stato inserito nell'O 105: «Io credo in Dio», partendo dalla citazione dello scrittore russo Dostojewskij. Cf. anche C 006.

E sofferse, Gesù. Quanto sofferse! Non solo gli stenti del corpo, che sono i più sopportabili, ma le pene dello spirito, tanto più cocenti. Ebbe intorno a sé la freddezza, l'ingratitudine, la maldicenza, anche l'aperta calunnia. Poi sperimentò l'abbandono dei suoi, il tradimento, la persecuzione violenta. Finalmente patì lo strazio di tutto il povero essere: agonie di tristezza e timore; la lacerazione del fisico, mentre il morale agonizzava, e morì.

La sua vera umanità, debole com'è l'umana natura, non poteva manifestarsi di più.

Gesù è un vero uomo come noi, con anima e corpo, intelligenza e volontà, sensibilità e cuore come noi. Iscritto come noi nell'anagrafe della famiglia umana.17
La fisionomia esteriore di Gesù doveva esercitare un fascino irresistibile. Nonostante l'opinione contraria di alcuni monaci posteriori che, equivocando sulla profezia di Isaia, attribuivano a Gesù un aspetto deforme,18 le testimonianze evangeliche ci conducono in direzione opposta. Quell'impressione di forza, che subito, al suo primo apparire, Gesù esercitava sul popolo, specialmente sui malati, sui peccatori, era certamente, in parte almeno, [ridestata] dal suo aspetto affascinante, che trascinava e tratteneva le folle.

L'occhio di Gesù doveva, in modo speciale, suscitare vivissime impressioni: il suo sguardo era fiamma, stimolo, castigo. È sintomatico che Marco, non di rado, nel riferire un detto importante di Gesù, usa la formula: «Ed egli li fissò e disse...» (cf. Mc 3,5.34; 5,32; 8,33; 10,21.23.27).

Vigoria fisica.

A questo dignitoso aspetto esterno doveva aggiungersi l'impressione prodotta dal portamento sano, vigoroso, equilibrato di Gesù. A testimonianza concorde dei vangeli, egli doveva essere un uomo avvezzo alla fatica, resistente, sano, robusto. E già per questo egli si distingue da altri celebri fondatori di religioni.

17 Pensiero aggiunto in matita sul margine superiore del foglio. Riprende una frase già detta. L'espressione e molta parte di quanto precede ricalca le conversazioni di R. LOMBARDI, Radio orientamenti, Roma 1947, p. 113.

18 Is 52,14-15: Come molti si stupirono di lui — tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell'uomo — così si meraviglieranno di lui molte genti.

Maometto era un malato affetto da tare ereditarie, scosso nel sistema nervoso, quando inalberò la bandiera di profeta. Buddha era interiormente disfatto, snervato, stanco della vita, quando si ritirò dal mondo.

Non v'è alcun indizio invece che Gesù sia stato tocco da malattia qualsiasi. Tutte le sofferenze che lo colpirono furono causate ab extrinseco, dal suo ufficio: erano privazioni e sacrifici che gli imponeva la sua missione messianica. Il suo corpo doveva essere straordinariamente indurito e resistente alla fatica. Lo prova già la sua abitudine di uscire al mattino per tempissimo all'opera sua (Mc 1,35; Lc 6,13).

Lo stesso senso di freschezza, e di sano vigore spira dal suo amore per la natura. In modo speciale amava i monti e il lago. Dopo una giornata di lavoro faticoso volentieri saliva su qualche altura isolata, oppure a tarda sera si faceva condurre nel silenzio notturno sulle luccicanti acque del lago di Genezareth (Mc 4,35; 6,46).

Noi sappiamo pure che la sua vita pubblica fu un continuo peregrinare attraverso i monti e le valli della sua terra, un viaggiare continuo dalla Galilea alla Samaria, alla Giudea, anzi fin nei dintorni di Tiro e Sidone (Mt 15,21). Egli compiva queste peregrinazioni col puro stretto necessario, come imponeva ai suoi discepoli: «Non portate nulla sulla via, né bastone, né borsa, né pane, né danaro» (Lc 9,3). Così spesso soffriva fame e sete. La maggior parte della vita pubblica è passata da Gesù non in una casa tranquilla, ma all'aperto, al contatto della natura, esposto a tutte le intemperie. Egli non aveva casa: quelle che di tanto in tanto l'ospitavano, appartenevano a suoi conoscenti o a suoi amici. Egli non aveva dove posare il capo (Mt 8,20).

Inoltre questa vita fatta di peregrinazioni era colma dí lavori e di fatiche non indifferenti. Marco sottolinea frequentemente: «Non avevano neppur tempo per mangiare» (cf. Mc 3,20; 6,31). Fino a notte fonda andavano e venivano i malati (Mc 3,8). E coi malati andavano e venivano avversari maligni, farisei e sadducei. Allora erano botte e risposte, parola contro parola, spirito contro spirito, ad arma bianca. Sorgevano discussioni snervanti, lotte e insidie pericolose. Si aggiungevano le estenuanti spiegazioni ai discepoli, rese gravose dalla loro incomprensione e dal loro orgoglio.

Qualunque temperamento malato, o appena delicato, avrebbe dovuto cedere o soccombere.

Mai e in nessun luogo Gesù si è ritirato, anche nelle situazioni più snervanti, più pericolose. Egli dorme tranquillo, adagiato sul suo guanciale, in mezzo alla tempesta che sconvolge il lago di Genezareth: quando i discepoli lo svegliano, appena desto dal sonno profondo, subito si ritrova e domina la situazione.

Tutto questo dimostra quanto lungi fosse dall'avere un temperamento eccitabile, scosso, nervoso, neuropatico: invece egli era sempre padrone dei suoi sensi. Era insomma perfettamente sano.

Le facoltà di Gesù. La sua psiche o fisionomia spirituale.

In questo corpo sano, v'era anche un'anima sana? È necessario proporci la questione, per escludere nel modo più assoluto e categorico l'ipotesi di un temperamento di esaltato, maniaco, visionario, estatico, soggetto ad allucinazioni o suggestioni, che comprometterebbero radicalmente la veracità delle affermazioni di Gesù. Per questo motivo occorre che noi ci rendiamo conto in modo chiaro dello stato mentale di Gesù, [del]la forma dominante della sua psiche dal punto di vista puramente umano.

A questo riguardo gli evangelisti ci danno informazioni decisive. Essi furono colpiti dalla nota dominante del suo carattere umano, e la sottolineano frequentemente: è la straordinaria chiarezza e positiv[it]à nel fissare uno scopo, l'irremovibile fermezza della sua volontà nel raggiungerlo. Se volessimo tentar l'impossibile per dare un'espressione sintetica del carattere di Gesù, dovremmo dar risalto, sopra tutto, a codesta virile fermezza nell'eseguire la volontà del Padre, ch'egli aveva conosciuta e accettata come suo imprescindibile dovere. Egli la eseguì fino all'estremo, fino all'effusione del suo sangue.

Nel suo stesso modo d'esprimersi, nelle formule che sempre ritornano: «Io sono venuto...», «Non sono venuto...», si rivela questo lucido, deciso, rigido «est, est; non, non» della sua vita. [Come viene detto in] 2 Cor 1,19: «Non fuit in illo est et non, sed est in illo fuit».
«Non sono venuto a portare la pace, ma la spada» (Mt 10,34). «Non son[o] venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13). «Il Figliuol dell'uomo è venuto per cercare e per rendere felice ciò che era perduto» (Lc 19,10). «Il Figliuol dell'uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e per dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28; Mc 10,45). «Non son[o] venuto a sopprimere la legge o i profeti, ma per dar loro compimento» (Mt 5,17). «Son[o] venuto a portar fuoco sulla terra, e che voglio se non che s'accenda?» (Lc 12,49).

Gesù sa ciò che vuole, lo sa fin dall'inizio: con grande chiarezza conosce'9 la sua via e con decisa fermezza la percorre per obbedire alla volontà del Padre celeste, respingendo senza alcun tentennamento qualunque tentativo di stornarlo da essa,20 venisse dalle tre tentazioni nel deserto, o dai nemici, o dagli stessi discepoli ed amici. A Pietro, che voleva distoglierlo dall'affrontare la passione, no[n] esitò a dire severamente: «Indietro, Satana» (Mt 16,22). E quando, davanti all'annuncio dell'eucaristia («Mangerete la mia carne, berrete il mio sangue»), vi fu una defezione in massa dei numerosi discepoli («allora molti dei suoi discepoli si ritirarono e non tornarono più da lui», Gv 6,67), Gesù continua imperterrito la sua vita; 21 deciso, se occorre, a percorrerla da solo, abbandonato da tutti. Ai dodici intimi rimasti accanto a lui non rivolge inviti, preghiere, ma solo la domanda tagliente: «Voi pure volete andarvene?» (Gv 6,68).

Così è Gesù. L'uomo dalla volontà, dall'azione sicura e decisa. In tutta quanta la sua vita pubblica non si trova un istante in cui si mostri indeciso e pensieroso sul da farsi: non ritira mai una parola, né retrocede quando ha preso una decisione. Modello affascinante di ogni virile coscienza e coerenza del giovane cristiano.

Lealtà, decisione, rettitudine, coerenza.

La stessa volontà netta, decisa, irremovibile, [egli] esige d[a]i suoi discepoli: «Chi pon mano all'aratro e si volge indietro, non è adatto per il regno di Dio» (Lc 9,62).

E questa la nota del suo carattere personale, ch'egli vuole imprimere nei discepoli. L'agire inconsiderato, precipitoso, il dubitare incerto, il patteggiare o il cercar compromessi non è affar suo. Il suo essere, la sua vita si riassume nella formula: «Sì! No!».

Gesù è sempre nel pieno possesso delle sue facoltà, è sempre pronto, perché parla ed agisce sempre con la piena avvertenza della sua limpida coscienza, col pieno vigore della sua volontà. Lui, lui solo, ha il coraggio di pronunciare quell'ardito comando: «Il vostro parlare sia: sì, sì; no, no. Il resto è dal maligno» (Mt 5,37). Tutto il suo essere e il suo vivere è, in tutto e per tutto, unità, decisione, lucidità: pura chiarezza, pura verità.

19 Nell'originale: conoscere.

20 Nell'originale: dalla sua via.

21 Così nell'originale, anche se ci si attenderebbe «la sua via».

Lasciava tale impressione di veracità, di lealtà, di rettitudine e di forza, che perfino i suoi nemici non potevano sottrarsene. «Maestro, noi sappiamo che tu sei veritiero e non hai paura di nessuno» (Mc 12,14). Qui a verax es et non respicis personam honginum].22
Proprio qui, in questa unità, rettitudine e chiarezza del suo intimo sta la spiegazione psicologica della sua lotta a morte contro i farisei, contro i sepolcri imbiancati, contro i rappresentanti di tutto ciò che è falso, basso, puramente esteriore, di ciò che rende intollerabile la religione e la vita. Tale condotta — dal punto di vista umano — gli ha aperto la via della croce. Il suo tragico destino — dal punto di vista psicologico — si deve alla lealtà, alla franchezza, alla verità e coerenza della sua condotta, alla fedele costanza nel compimento della missione ricevuta. Gesù è un carattere eroico al sommo grado: è l'eroismo incarnato:
Tale senso d'eroismo, tale assoluta dedizione della vita alla verità conosciuta egli esige anche dai suoi discepoli. Per lui l'eroismo è regola. Al giovane ricco, che ha osservato tutti i comandamenti, manca ancora una cosa: «Va', vendi tutto, da' ai poveri, poi seguimi» (Mc 10,21). Il genuino discepolo di Gesù deve essere tanto coraggioso, tanto deciso all'azione, da non prendersi neppure il tempo per seppellire il proprio padre. «Lascia che i morti seppelliscano i morti» (Mt 8,22; Lc 9,60). Non si tratta di morti, si tratta di viventi!
Tale volontà serrata, concentrata e tutta tesa al suo scopo, tale spirito d'iniziativa, tale energia nell'azione fanno di Gesù un capo per eccellenza. Chiama Simone ed Andrea: immediatamente lasciano la rete (Mc 1,16). Chiama Giacomo e Giovanni: «lasciano il padre coi mercenari nella barca» (Mc 1,20). Caccia i mercanti dall'atrio del tempio, [e] nessuno osa resistergli. Ha un carattere dominatore, regale.23
I discepoli lo sentivano. Questo spiega il loro timore reverenziale per il Maestro, il forte senso di distanza che li teneva lontano da lui. Gli evangelisti notano frequentemente il loro stupore, il loro timore di fronte alle sue parole e ai suoi atti (Mc 9,5; 6,51; 4,40; 10,24.26). Essi non osano parlargli (Mc 9,31).

22 La citazione esatta di Marco è: «Magister, scimus quia verax es, et non curas quemquam: nec enim vides in faciem hominum, sed in veritate viam Dei doces» (Mc 12, 14). Nel passo parallelo di Matteo abbiamo invece: «Magister, scimus quia verax es... non enim respicis personam hominum» (Mt 22,26). L'aggiunta in latino è successiva alla stesura originaria.

23 Interlineato in matita: Qua[nto più] sarete padroni di voi stessi, coscienze limpide e integre, [tanto più] trascinerete anche gli altri. Anche nel mondo delle anime vi è la gravitaz[ione] verso [alcuni] centri di attraz[ione].

Marco racconta con termini sintomatici l'inizio dell'ultimo viaggio di Gesù verso Gerusalemme, dove l'attendeva la morte: «Gesù camminava dinanzi a loro. Essi erano stupiti e lo seguivano pieni di timore» (Mc 10,32).

Questo timore di ammirazione reverenziale si impadroniva anche delle masse. «Timebant eum»: tale era il primo sentimento spontaneo che nasceva in loro all'apparire di Gesù. Egli non era come uno di loro. Non era neppure come i loro capi, scribi e farisei. Era uno che possedeva un potere superiore. Era talmente forte l'impressione di superiorità, di potenza dominatrice che traspariva dal volto di Gesù, che la folla, per esprimerla adeguatamente, andava cercando fra i nomi dei più eminenti personaggi: «E forse il Battista? Elia? Geremia? o un altro dei profeti?» (Mt 16,14).

Facciamo un passo più in dentro nel santuario dell'emotività di Gesù. Se consideriamo il tono dei suoi discorsi, il colore delle sue parabole, l'energia dei suoi contraddittori e [delle] discussioni con i farisei, non v'ha dubbio: il mondo dei sentimenti donde nacquero tali discorsi è colmo di forti ed equilibrate vibrazioni emotive. Non v'è traccia alcuna di debole e melodrammatico sentimentalismo; nessun sintomo di esaltazione isterica, di depressione maniaca, di stato mentale ed emotivo anormale. Gesù non era un debole, quando si trattava di render testimonianza alla verità. Aveva un carattere da lottatore.

La prima e fondamentale caratteristica.

Ma anche in mezzo alla battaglia egli rimane sempre coerente a se stesso, sovranamente nobile e padrone di ogni parola, sentimento, atto. Non perde il controllo delle sue azioni. Anche il suo sdegno infiammato contro la finzione e la tracotanza dei farisei porta sempre l'impronta della più alta libertà morale, è l'espressione di uno che sa di essere «venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità» (Gv 18,37), pronto a difendere e proclamare la verità, anche a prezzo della propria vita.

La prima caratteristica dunque, che balza all'occhio dello psicologo che studia la fisionomia umana di Gesù, è certamente la nota di virile fortezza, di chiarezza, di lealtà impressionante, di rude sincerità, in una parola, di eroismo, che traspare dalla personalità di Gesù.

La seconda [caratteristica] è il suo senso finissimo della realtà, del concreto, della situazione. Gesù non è un astratto, un sognatore, un esaltato, un estatico, un visionario, un allucinato, un suggestionato, insomma uno spirito malato o squilibrato, ma è l'uomo del perfetto equilibrio razionale.

Osserviamolo nelle discussioni coi nemici. Per quanto frequentemente essi cercassero di coglierlo in fallo, alla sprovvista, per trarlo in subdoli tranelli di fronte ai suoi ascoltatori, dovettero sempre ritirarsi svergognati, perché non trovavano nulla da replicare contro l'acume e la chiarezza penetrante con la quale scopriva le conseguenze contenute nelle loro premesse. Gesù sa sempre uscire vittorioso dalle complesse questioni suscitate all'improvviso: la sua dimostrazione agisce quasi sempre come una folgorante «demonstratio ad oculos», per cui costringe gli avversari al silenzio.

Ha profondo e limpido il senso dell'essenziale e dell'accessorio. Possiamo ben dire che tutta la sua lotta contro la pietà legale del fariseismo fu una lotta del pensiero chiaro, genuino, semplice, aderente alla realtà e all'essenziale, contro le tortuosità e le deformazioni della dialettica casuistica e contro tutte le interpretazioni della Bibbia, incredibilmente piccine e ormai fossilizzate. Le sue sentenze contro il fariseismo intendono ridurre all'essenziale e concentrare le esigenze morali e religiose della Legge. Con un vigoroso colpo di mano Gesù dalla morale toglie ogni superfetazione umana gretta e complicata, mettendo in luce le strutture essenziali, vigorose e solide. «Ipocriti, voi pagate la decima della menta, dell'anice e del cimino, vi lavate scrupolosamente le mani prima dei pasti, ma trascurate i punti sostanziali della legge, la giustizia, la misericordia, la lealtà» (Mt 23,23).

Così si spiega la sua lotta ardente contro il formalistico, l'accessorio, l'ostentazione, il fanatismo, l'esteriorità farisaica nella pratica della religione. Gesù vuole ottenere l'uomo che agisce secondo la sua intima e genuina coscienza, vuole la personalità morale, non vuole un'osservanza puramente esteriore di prescrizioni, una semplice vernice di legalità. Contro tutte queste deviazioni dell'ambiente in cui visse, risalta bene quanto dovette essere eccezionalmente puro, chiaro, penetrante, quanto libero e indipendente lo spirito di Gesù, che ha saputo elevarsi, in una concezione personale, al di sopra di tutti i pregiudizi del suo popolo, divenuti rigide norme di vita.24
Finezza d'osservazione.

Questo sguardo che penetra la sostanza e il midollo delle cose aveva, come presupposto e fondamento necessario, un finissimo senso di osservazione, una straordinaria lucidità di visione, una perfetta aderenza alla situazione concreta della realtà. Le parabole, le similitudini, gli spunti di cui infiorava e intesseva il suo dire ne fanno testimonianza documentatissima. Pochi tratti bastano a presentarci nella loro evidenza, nel pieno calore della loro vita, contadini, pescatori, vignaiuoli, mercanti di perle, commercianti, braccianti, pastori, la massaia, la vedova povera, il giudice, il guerriero, il re. Quanta ricchezza e varietà di sfumature troviamo nella descrizione della vita quotidiana! E tutto evidenza, concretezza, oggettività, precisione, immediatezza, aderenza alla realtà.

Lo spirito di Gesù è troppo oggettivo, concreto, positivo, per essere sospettato di megalomania, esaltazione, fanatismo, allucinazione, suggestione o illusione.

La sua testimonianza, il suo messaggio non sono parte di una mente malata e visionaria.

Vigoria e forza d'animo!

24 Sul retro del foglio è rielaborata, in matita, la sezione che precede, con qualche variante.

«La prima caratteristica dunque, che balza all'occhio dello psicologo che studia la fisionomia umana di Gesù, è certamente la nota di virile fermezza, di lealtà impressionante, di rude sincerità, di adamantina coerenza, in una parola, di eroismo, che traspare dalla personalità di Gesù. Tale è il modello affascinante di ogni coscienza virilmente cristiana:

  1. senso di lealtà e sincerità, culto della verità, — senso della propria ed altrui dignità e nobiltà,
  2. senso di equilibrio, di misura, di imparzialità,

— senso di indipendenza interiore, che rifugge dal formalismo, dal compromesso e dal conformismo, dal pettegolezzo, dal sentimentalismo gretto,

  1. senso della giustizia, dell'equità, della realtà, della legge.

La seconda caratteristica della coscienza di Gesù è un amore tenero fino alla compassione, forte fino alla dedizione di sé per gli uomini, specialmente per i deboli e i caduti.

Talvolta si discute sul modo di presentare ai giovani la morale cristiana. La morale cristiana, prima che un codice di norme, è una persona concreta e viva, che ha incarnato in sé l'ideale più affascinante e sublime della vita cristiana. È lui che dà forza, efficacia, fascino alle n[o]s[tre] norme morali. Del resto, come ha fatto Dio Padre a insegnare la morale cristiana agli uomini? Ci ha dato nel suo Figlio un modello, un capo, una guida, e ha detto: «Ascoltatelo, seguitelo, fate come lui, siate come lui, se volete piacermi».

005. La santità di Gesù
(20/03/1951, Genova, professori universitari)
Gesù è il grande ambasciatore inviato da Dio all'umanità. Dall'esame psicologico della sua struttura psichica abbiamo provato apoditticamente la vigoria intellettuale, la concretezza, la positività, lo spirito di osservazione e di aderenza alla realtà, in maniera da escludere in lui qualunque ipotesi di suggestione, illusione, isterismo, esaltazione maniaca, allucinazione. Fu il tipo del perfetto equilibrio mentale ed emotivo.

Ma questo non basta: anche le intelligenze più limpide e concrete possono mentire. Gesù ci perdoni se, per un istante, siamo costretti a considerare l'ipotesi che egli possa essere un impostore, un ingannatore che si sia spacciato per quel che non era.

Ma la sua sublime santità toglie ogni dubbio. La figura morale di Gesù è così lumin[os]a ed alta da rendere impossibile ogni sospetto di menzogna e di falsità.

Tutti quelli che attraverso il vangelo si accostarono alla figura di Gesù, ne subirono il fascino della bellezza e grandezza morale, e gli resero omaggio: anche quelli che non si indussero a riconoscergli il titolo divino, anche quelli che espressamente vollero scoronarlo e togliergli dal capo l'aureola della divinità. I quali giunsero non solo a proclamarlo il più grande, il più giusto, il più santo degli uomini, ma giunsero fino a dire che, se il divino poteva apparire in terra ed umanarsi, meglio non poteva apparire e manifestarsi che nella persona di Gesù.

E veramente egli appare come la santità incarnata e personificata, in tutto perfetto e sublime, pur nella massima naturalezza e semplicità.

a) I suoi nemici, che tanto si accanirono per trovare accuse contro di lui, hanno dovuto procurarsi falsi testi. Le accuse mossegli da essi confermano la nobile grandezza della sua figura morale. Lo si accusò di guarire gli ammalati in giorno di sabato, di amare i pubblicani, i peccatori, i reietti della società ebraica, di sollevare e sedurre il popolo contro le autorità romane; di liberare gli indemoniati in nome dello stesso demonio, di essersi proclamato re, di vantarsi capace di distruggere e riedificare il tempio: di queste accuse, come si vede, alcune tornano a lode di Gesù, le altre sono frivole, calunniose, contraddittorie, come sa chiunque abbia sfogliato i vangeli. Alla sfida di Gesù alta, pubblica e solenne: «Chi dí voi mi potrà convincere di peccato?», essi non seppero che rispondere.

  1. I giudici, Erode e Pilato, gli autori della sua morte, Giuda e il centurione romano, lo stesso compagno di supplizio (il ladrone), riconobbero che non vi era nulla da condannare in lui, che egli era «il Giusto».
  2. Gli intimi: tutti sappiamo che nessuno (o quasi) è grande agli occhi del proprio domestico. Lo sanno i domestici, lo sanno i padroni.

San Pietro proclamò alto, su una pubblica piazza di Gerusalemme, che l'avevano condannato innocente, davanti a quella stessa folla che aveva chiesto la sua crocifissione, e la folla rispose battendosi il petto.

Così [pure] Giovanni, Paolo, [e] lo stesso Giuda.

La sua condotta.

In tutta la sua condotta non una deviazione, non un gesto, non un atto men che nobile e composto. In tutto e sempre perfetto equilibrio, perfetta coerenza ed armonia, perfetto dominio di sé. Sovrano dominio che appare ancora nella sua serena tranquillità in mezzo a tutte le traversie, a tutte le lotte [e] a tutti i pericoli.

  1. Il Padre.

La sua vita fu un perenne ed intensi[ssi]mo attestato di amore e fedeltà verso il Padre. «Suo cibo quotidiano era fare la volontà del Padre». In ogni cosa suo programma era «fare ciò che piaceva al Padre». La forza impulsiva di tutto il suo agire fu la sua dedizione senza riserve alla volontà del Padre celeste. La prima parola che di lui ci conservano i vangeli richiama questa sua intima adesione al Padre: «Non sapevate che io devo applicarmi a quanto riguarda il Padre mio?» (Lc 2,49). L'ultima sua parola in croce è un'aspirazione al Padre: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito» (Lc 23,46). Ed ancora: «Tutto è stato compiuto. Consummatum est», cioè, come aveva detto poche ore prima: «Padre, ho compiuto la missione che mi avevi affidata».

Gli evangelisti accennano costantemente al fatto che Gesù vive intimamente unito al Padre, e che tale strettissima unione sgorga dalla preghiera. Tutti gli avvenimenti più importanti della sua vita sono consacrati dalla preghiera.

Nel Getsemani si prostra col volto a terra e prega: «Padre, se è possibile, passi da me questo calice. Però non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26,39).

La sua morte straziante sul Golgota è una lotta sostenuta da sempre rinnovati gridi di preghiera, per compiere la volontà del Padre.

  1. Gesù e gli uomini.

Conosce profondamente le debolezze dell'uomo e ne ha compassione. Il suo amore per gli uomini non è affatto un amore entusiasta che trasfigura, che idealizza, che finisce per essere un culto dell'umanità. No, Gesù conosce troppo bene l'umanità in tutte le sue contraddizioni, in tutte le sue debolezze, realisticamente.

È innegabile che nell'amore di Gesù per gli uomini si scorge sempre una venatura di commiserazione, di compassione, di riconoscimento e partecipazione alla loro debolezza. È un amore che vede, che comprende, che intuisce, che commisera, e compatisce, e soffre per l'amato. E un amore consapevole e per ciò stesso sofferente e compassionevole. Il suo amore ha delle ferite segrete: è un amore che diventa dolore. Conoscendo perfettamente gli intimi segreti del cuore umano e la fragilità di esso, rifugge dal giudicare: «Io non giudico nessuno. Non giudicate e non sarete giudicati». È sempre difficile per uno che ama giudicare. L'amore non sa giudicare, sa solo aiutare.

Quando gli si porta l'adultera colta in flagrante e gli si domanda una condanna (la lapidazione), egli se ne sottrae, si china a terra e scrive col dito nella polvere. Alle loro importune insistenze pronuncia la risposta molto significativa: «Chi di voi è senza peccato, le scagli contro la prima pietra!» (Gv 8,7). Ecco una parola di chi conosce bene gli uomini e la piena realtà della vita!
Gli accusatori restarono disarmati e se ne andarono uno dopo l'altro, mentre Gesù, chino, col dito scriveva per terra. Rimasta sola la donna di fronte a lui, Gesù finalmente si erge e le dice: «Donna, dove sono quelli che ti accusavano? Nessuno ti ha condannata?». «Nessuno, Signore». «Ebbene, neppure io ti condannerò. Va', e non peccare più!».

Per questo Gesù non vuole giudicare, anche quando lo calunniano, lo tormentano, lo maltrattano. Per questo vuole sempre e solo perdonare: «Non sette volte, o Pietro, ma settanta volte sette» (Mt 18,22).

Quando i soldati lo coprono di sputi e di percosse e gli pongono sul capo una corona di spine, egli tace. Nulla di più eloquente di questo silenzio. L'occhio di Gesù penetrava fin nelle intime condizioni psicologiche, che sono i moventi delle azioni umane. Gesù vedeva, capiva, taceva. Non erano loro i veri colpevoli: essi non sapevano.

Gesù non fu mai così grande, eroico, sublime come nelle ore tragiche della sua passione; specialmente quando, nello strazio supremo della morte, innalzò quella supplica che è il più nobile grido che sia mai risuonato in terra: «Padre, perdona loro, perché non sanno quel che si fanno» (Lc 23,24). Gesù capì anche i suoi carnefici, non maledisse, ma scusò, commiserò, compatì.

Appunto perché l'amore di Gesù verso gli uomini raggiunge tali vette e tanto realismo, non si può affatto paragonare all'amore dell'entusiasta ingenuo, che idealizza, trasfigura, divinizza ciò che è puramente umano, né tanto meno all'amore del fanatico che lo maledice.

È l'amore cosciente di chi conosce, come nessun altro, tutto quanto un uomo può dare, che lo scruta fin nelle sue più sublimi altezze, fino nelle più intime profondità, e nondimeno l'abbraccia con tutto l'affetto dell'anima sua. Continuare ad amarsi, anche dopo che ci si è conosciuti a fondo! Questo amore che persiste, nonostante tutto, era talmente incomparabile e singolare, talmente tenero, materno e pronto al sacrificio, che rimase scolpito per sempre nei ricordi dell'umanità.

Vediamo quest'amore in atto verso i poveri, i peccatori, i sofferenti.

L'atto fondamentale della carità di Gesù è la compassione per le sofferenze degli uomini; compassione nel senso etimologico di «patire insieme», donde anche «sim-patia». Ciò che differenzia il suo amore dalla filantropia dei saggi e deí filosofi sta in questo: esso non è solo ammaestrare, ma vivere, anzi, soffrire e morire con gli uomini.

Non si limita solo a vedere la miseria del prossimo e a interessarsi di soccorrerla, ma penetra in questa miseria, la prende sopra di sé, la fa sua. È un amore il suo che balza oltre le barriere del proprio cuore, per vivere e soffrire negli altri.

Questi altri sono soprattutto i più poveri fra i poveri, i pubblicani e i peccatori. Per questo s'intrattiene frequentemente con loro. Non solo li cerca e li chiama a sé, ma si fa ospitare da loro. Riserva a loro i tratti più delicati e affettuosi, narra per loro le parabole più toccanti e suggestive (la dramma smarrita, la pecorella ritrovata, i125 buon] Samarit[ano], il figliuol prodigo). Chiama suoi «fratelli» i più meschini fra gli uomini, i diseredati, le esistenze straziate. Per lui questi non26 sono rottami, ma solo materiale di ricupero.

Egli sa condividere tanto intimamente, tanto personalmente la loro sorte, che dichiara fatto a se stesso ciò che si fa per il più piccolo dei suoi fratelli (Mt 25,40).27 Non può dir di no, quando la sofferenza fa giungere a lui il suo grido, si tratti di una pagana che piange la figlia invasa dal demonio, o di una mamma che accompagna la bara del figlio [unico], di
25 Nell'originale: il la.

26 Nell'originale: non questi non.

27 Sul retro del foglio troviamo: Nella sera della vita ogni uomo sarà giudicato nell'amore dei fratelli.

un cieco che vuole da lui la vista, di un lebbroso che agita davanti a lui i moncherini, perfino del ladrone che gli sta a fianco in mezzo alle torture opprimenti della morte: «Oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43).

Si può dire quindi che l'amore di Gesù verso gli uomini fu, nel suo fondo più intimo, amore per i sofferenti e per gli oppressi.

Il cuore di Gesù appartiene agli uomini, a ciascun uomo, a tutto l'uomo com[e] egli è, coi suoi dolori e le sue gioie.

Gesù partecipa anche alle gioie degli uomini.

Non è come il Battista un uomo del deserto, vestito di peli di cammello, che si nutre di locuste e di miele selvatico. Vive tra gli uomini, frequenta le loro case, prende parte alle loro feste, ai loro allegri trattenimenti; si siede a mensa con gli sposi novelli; non esita a compiere il suo primo miracolo proprio per rendere lieti i convitati. Ha tra i suoi un amico prediletto e gli permette di posare il capo sul suo petto (Gv 13,23).

Il più sublime dei santi non ebbe dunque le asprezze arcigne che qualche volta volentieri noi immaginiamo e cerchiamo negli asceti di professione.

Egli ha voluto che la sua fervida attività si movesse in un quadro tanto ricco di sentimento, di grazia e di bellezza, che osservandolo non possiamo esimerci dal riconoscervi un grande, un altissimo poeta.

Con un semplice gesto egli sa dar vita, canto e suono alle bellezze della natura. Sa dipingere con leggeri tratti il fico e i gigli, il granello di senape e la vite, il passero e la volpe, lo splendore del sole e il tumulto selvaggio della tempesta. Tutto questo lascia intravedere un animo grande, aperto a tutte le bellezze, una sensibilità fine e delicata, quale non si troverebbe negli spiriti degli eroi o nei temperamenti severi degli asceti.

Debbo concludere. Non mi è possibile procedere oltre. Siamo giunti al «claudite iam rivos, pueri». Ancora un'onda prima del «sat prata biberunt».28
Gesù, il divino ambasciatore, ci presenta, per essere creduto, non solo le credenziali degli antichi vaticini avverati perfettamente nella sua persona, ma anche la garanzia del più perfetto e vigoroso equilibrio mentale e della più sublime, luminosa, eroica santità. Egli dunque non è né un illuso né un impostore, né un allucinato né un mentitore, né un esaltato né un truffatore: è la sincerità e lealtà personificata, è l'espressione più nobile e perfetta della natura umana.

28 Espressione cara a don Quadrio e ripetuta diverse volte nei suoi interventi. Qui è interlineata in matita. È presa da VIRGILIO, Egloga 3,111.

Nessuno, più di lui, merita la fede ragionevole e tranquilla, l'adesione completa e incondizionata dell'umana intelligenza.

Dove mai apparve nel mondo un uomo che a lui somigli? Tutte le misure umane sono inette in questo caso. La fisionomia spirituale e morale di Gesù, come la sua figura religiosa, trascendono le possibilità dell'umano.

Chi è quest'uomo, Gesù? Nessuno può rispondere con definitiva sicurezza a tale questione, se non lui stesso. Dobbiamo quindi accostarci a Gesù, metterci alla sua scuola, udire il suo messaggio celeste. Signore Gesù, che cosa dici di te stesso?
La risposta alla prossima conversazione.

006. Il mistero di Gesù
(21/03/1951, Genova, professori universitari)
Abbiamo considerato la fisionomia umana di Gesù. Abbiamo ravvisato in lui un uomo, un vero uomo come noi, con anima e corpo, intelligenza e volontà come noi. Ma un uomo eccezionalmente grande nel suo perfetto equilibrio e nella sua eroica, nobilissima santità, incomparabile nella sua vigoria mentale, nella sua lealtà, coerenza e schiettezza.

Ora che cosa dice Gesù di se stesso? Avendo egli presentato le credenziali di rivelatore divino, possiamo, dobbiamo prestare fede alla sua parola.

Ora ecco il mistero rivelato dalla sua stessa bocca: quell'uomo, quel pover[o] uomo dolorante, era insieme, per esplicita sua dichiarazione, era insieme...

Sapete che è una formula che atterrisce? Gli antichi pagani ammettevano così numerosi dei, che per loro non era strano immaginarne uno disceso fra gli uomini: c'erano le punizioni, gli amori, i divertimenti, le avventure, e tutto poteva condurre un piccolo dio sulla terra a dividere per un po' la sorte dei mortali. Ma è ben altro per noi: noi sappiamo che c'è un solo Dio, eterno e immutabile, ricco di perfezione infinita: tutte le grandezze che ci hanno fatto trasalire, le bellezze che ci hanno ammaliati, non sono che raggi usciti da lui, senza sminuirne la luce; tutto ciò che accade è sotto il suo sguardo, dal volo dell'insetto al più clamoroso episodio della storia. Neppure il nome ne va pronunciato alla leggera, per non profanarlo.

Ebbene: quel pover'uomo dolorante, veramente uomo come noi, è anche veramente, con verità altrettanto piena, è egli stesso quello stesso Dio. È un uomo, ed è Dio; ha la più povera fra le nature intelligenti, che è la natura umana, e ha l'infinita natura divina; figlio di donna e figlio di Dio, non solo figlio adottivo come noi, ma figlio naturale, con l'identica natura del Padre. Vero Dio, cioè avente la natura divina come sua, infinito, eterno, creatore, con tutti gli attributi dell'essere divino.

Se penetriamo in qualche maniera la formula, che associa i due termini (Dio-uomo) in una sola persona, restiamo davanti a Gesù come sperduti, sbigottiti, in un alternarsi di ammirazione e di stupore: uomo che è Dio; Dio che è uomo. Vagisce nella mangiatoia e regge l'universo; è adorato dagli angeli e schiaffeggiato dagli uomini; è la fonte di tutte le vite, e su una croce spira.

Badate: dicendo Dio-uomo, non si intende affermare che Dio abbia subito mutamento e si sia trasformato in un uomo. Sarebbe impensabile, assurdo. Né d'altra parte s'intende soltanto [dire] che Dio abbia assunto sotto particolarissimo influsso un uomo esistente, una persona umana. Né l'una né l'altra eresia. Non v'è in Cristo un miscuglio di nature, quasi ne risulti una natura mista; e neppure due individui cioè due persone. S'intende dire che una delle tre Persone divine, il Figlio, rimanendo immutabile nella natura divina, ha unito a sé personalmente una natura umana; la mutazione è tutta da parte di questa natura creata, la quale viene all'esistenza non come persona umana, bensì direttamente sostenuta e impersonata dalla Persona divina.

Parole aride, ditelo pure, parole tecniche di teologia; ma parole indispensabili, perché il mistero di Gesù venga in qualche modo appreso senza assurdità. Chi avvicina Gesù, non avvicina un Dio trasformato in uomo; avvicina però un uomo che ha la stessa personalità divina, avvicina Dio resosi visibile attraverso una natura umana, da lui assunta in unità di persona.

E si cade in ginocchio, sbalorditi, adorando.

Quale mistero, quale grandezza in Gesù! Ha un volto umano, ma la persona è divina; ci guarda con occhi di uomo. Noi lo fissiamo, lo tocchiamo con mani tremanti come gli apostoli dopo la sua risurrezione... ma la persona che ci guarda, che noi contempliamo, tocchiamo... quella persona, quell'uomo, è Dio.

Il romanziere russo Dostojewskij nello schizzo dei suoi Demoni fa pronunziare al protagonista questa dichiarazione: «Il punto cruciale della questione sta in questo: se un uomo imbevuto dalla civiltà moderna, un europeo, può ancora credere: credere proprio alla divinità del Figlio di Dio Gesù] C[risto]. In questo sta precisamente tutta la fede».29
Per Dostojewskij quindi la questione della fede consiste essenzialmente nella questione della divinità di Cristo. L'angoscioso problema dei nostri giovani sta proprio in questo: se l'uomo moderno può ancora ragionevolmente professare tale fede.

Gesù è il Figlio di Dio. Questo è il nocciolo e la base del cristianesimo. Tutto dipende da qui: l'incarnazione, la redenzione, la chiesa, i sacramenti. Se Cristo è vero Dio, dunque la sua dottrina è vera, la sua chiesa è l'unica vera, dunque esiste l'inferno, esiste la vita eterna.

29 Cf. L'inizio del volume di C. ADAM, Gesù il Cristo, Brescia 19506. Cf. nota 16.

Se Cristo è Dio, tutto cambia, ed io non posso vivere come se ciò non fosse. Ma è veramente Figlio di Dio?
Ce l'ha detto lui stesso, ripetutamente, con quel timbro di lealtà e sincerità che fu la norma di ogni sua parola.3°
Evochiamo davanti al nostro sguardo la figura di Gesù quale riluce dai vangeli: ascoltiamolo mentre rivela agli uomini il mistero della sua persona. Egli è il grande ambasciatore divino. Il suo messaggio viene dal cielo, come ci garantiscono le sue lettere credenziali. Nelle sue affermazioni dobbiamo attenderci senz'altro l'impronta del suo carattere, della sua veracità, della sua schiettezza e lealtà.

A più riprese e con la massima chiarezza Gesù ha dichiarato di essere non soltanto un inviato di Dio, ma il Figlio di Dio, Dio stesso. Accontentiamoci di tre quadri più espressivi.

Primo quadro. Sulla via di Cesarea di Filippo, sulle sponde del lago di Tiberiade (fissato il luogo) camminano Gesù e gli apostoli. Sono soli ed è l'ora delle intimità. Gesù si ferma e, raccolti intorno a sé i dodici, li interroga: «Che cosa pensa la gente che io sia?». Varie risposte: «La gente dice che tu sei un grande profeta: Elia, Geremia, o qualcun altro».

E Gesù: «Voi, che cosa pensate che io sia, voi?». Allora Pietro, a nome di tutti, esclamò: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente!». Cioè: tu non sei un semplice profeta, sei il Figlio di Dio.

Gesù [allora gli replicò]: «Beato te, o Simone figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questa verità, ma il Padre mio che è nei cieli».

E, quasi in premio della sua fede, lo costituisce fondamento e capo della chiesa. Dunque Gesù accoglie e premia questa solenne professione di fede, sulla quale poggia tutta le fede della chiesa attraverso i secoli (Mt 16,16). La chiesa non è altro che la solenne ripetizione e l'indefettibile testimonianza di quell'atto di fede pronunciato dal suo capo: «Tu sei il Messia, il F[iglio] di Dio v[ivente]».

Non solo [abbiamo] la conferma di Gesù, ma qualche giorno dopo la conferma stessa del Padre. Sul monte Tabor Gesù si trasfigura in luce celestiale, mentre gli apostoli odono chiaramente la voce del Padre risuonare dall'alto solennemente: «Questi è il mio diletto Figlio, in cui ho posto la mia compiacenza. Ascoltatelo» (Mt 17,1-5).

30 Segue: «tre quadri». Ma l'espressione è ripresa sotto. I due periodi che precedono costituiscono un'aggiunta sul retro del foglio.

Secondo quadro. Nell'ultima sera, nell'ora tragica che precedette la Passione, Gesù parlò così agli apostoli: «Filippo, chi vede me vede il Padre...; io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 14, 9-11).

Terzo quadro. Dinanzi al sinedrio.

Un'altra enunciazione di pari forza, ma questa volta in pubblico, di fronte alle più alte autorità d'Israele, la troviamo nell'ultimo giorno della vita mortale [di] Cristo, all'alba del venerdì santo. E sarà il titolo stesso della sua condanna.

Nel sinedrio, davanti a tutte le supreme autorità, il sommo sacerdote solennemente lo interroga: «Io ti scongiuro per il Dio vivente: dicci se tu sei il Messia, il Figlio di Dio» (Lc 22,67-69. La scena è riportata da tutti gli evangel[isti]). Gesù veniva interrogato in giudizio, dalla suprema autorità, in nome di Dio.

Gesù sapeva che dalla sua risposta sarebbe dipesa la sua condanna. Sapeva che ad attendere la sua risposta non erano solo Anna, Caifa, il sinedrio, ma tutto Israele, anzi i secoli e tutto il mondo. Rispose: «Io lo sono. Mi vedrete un giorno assiso alla destra della potenza di Dio». Quasi dicesse: «Voi mi vedete qui incatenato davanti al vostro tribunale, [ma] mi vedrete un giorno giudice supremo, assiso sul trono di Dio». Allora gli fu chiesto ancora più perentoriamente: «Tu sei dunque il Figlio di Dio?».

S'intuisce, a questo rincalzo, che i sinedriti hanno compreso la portata eccezionale della dichiarazione di Gesù. Gliela vogliono far ripetere in termini formali, dacché il concetto che Gesù ha espresso del Messia importa una vera parità con Dio. Vogliono gli estremi per condannare il pretendente sfrontato e blasfemo, che si arroga l'assurda qualifica di Figlio unigenito di Dio. Essi quindi intendevano il termine Figlio di Dio in senso proprio. Gesù nella sua risposta ripete la propria asserzione: «Voi lo dite: io lo sono».

Quale paradosso più stridente, quale scandalo più raccapricciante? «Si stracciò allora il sommo sacerdote le vesti e gridò: "Ha bestemmiato. Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, avete inteso la bestemmia? Che ve ne pare?". Risposero dicendo: "È reo di morte!". Allora gli sputarono in viso e lo percossero al capo» (Mt 26,65 ss.).

E Gesù vien condannato alla morte, con una votazione plebiscitaria, come reo di bestemmia evidente, inaudita, senza precedenti in Israele. Che gli imperatori pagani si arrogassero onori divini era già cosa stomachevole per un ebreo; ma che un figlio d'Abramo inaugurasse in sé medesímo l'antropolatria, costituiva tale enormità da far conchiudere subito il processo con la sentenza sommaria di morte.

E, per far ratificare questa sentenza dall'autorità romana, i capi religiosi presentarono al procuratore Ponzio Pilato questa formale motivazione: «Noi abbiamo la nostra legge, e secondo questa legge deve essere messo a morte, perché si è fatto Figlio di Dio» (Gv 19,7). Poi, vedendo che quest'accusa non impressionava molto il magistrato romano, buttarono la cosa in politica: «Si è anche proclamato re dei Giudei, contro l'autorità dell'imperatore di Roma». Ma era un palliativo: il vero motivo l'avevano esposto prima.

Così Gesù muore per aver proclamata la sua divinità: primo martire di una lunghissima schiera, [di coloro] che testimoniarono col sangue la verità di tale affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Gesù lo ha affermato, è morto per testimoniarlo; Gesù parla a nome di Dio come celeste messaggero ed ambasciatore. Era un uomo perfettamente leale, sincero, onesto, veritiero. Dunque ha detto la verità; dunque è proprio vero che egli è il Figlio di Dio. Ma se qualcuno dubitasse ancora ed esigesse prove, altre prove, ancora più sincere ed inoppugnabili? Queste prove ci sono, e noi gliele forniremo domenica prossima.31
31 II particolare cronologico rivela la riutilizzazione del testo, preparato inizialmente per i professori dell'Università di Genova, nelle catechesi domenicali.

007. I miracoli di Gesù
(21/03/1951, Genova, professori universitari)32
Gesù ha proclamato di essere Figlio di Dio, Dio egli stesso. A buon diritto l'uomo per credergli può dirgli: «Fuori le prove!». A" rigore basterebbe ricordare che Gesù è il grande inviato ed ambasciatore di Dio, che parla a nome di Dio; e quindi che34 il suo messaggio è con ciò stesso garantito come infallibilmente vero.

Ma Gesù non ha voluto lesinare nelle prove. E ci ha dato la prova dei miracoli. Il miracolo è il sigillo divino, la prova divina, la garanzia ed il suggello che Dio stesso dà di una verità o affermazione. Il miracolo infatti esige un intervento straordinario specialissimo dell'onnipotenza divina. È un fatto straordinario che supera le forze della natura e non è spiegabile se non con uno specialissimo intervento soprannaturale, con cui Dio intende dimostrare la verità di un'affermazione, di una rivelazione.35
Chi ammette l'esistenza di un vero Dio creatore, legislatore e reggitore del mondo, non ha difficoltà ad ammettere che egli nel mondo possa agire con sovrana libertà e con onnipotente virtù, compiendo opere che sono fuori del corso ordinario della natura e che superano le forze della natura stessa.

Perché un miracolo possa avere forza probativa, bisogna dimostrare:
32 Con lo stesso titolo abbiamo in archivio (Arch. 011) un'altra conversazione in forma schematica, che riproduce questa, e che fu probabilmente tenuta a Torino nell'anno accademico 1956/1957 a un gruppo di professionisti e intellettuali. Dovrebbe essere la seconda di un insieme di 6 (cf. Presentazione). Comincia così: «Introd[uzione]. Dalle labbra di Gesù abbiamo raccolto, nell'ultima conversazione, la dichiarazione più sconcertante e sbalorditiva che uomo abbia mai pronunciato: "Io sono il Figlio di Dio. Chi vede me, vede il Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola. Io esisto da prima di Abramo". Davanti ad un'affermazione così inaudita e così pregna di conseguenze per la vita intima di ognuno, noi abbiamo il diritto, per credergli, di esigere delle prove [da chi l'ha pronunciata]. Fuori le prove!
In rigore, noi le prove e le garanzie già le abbiamo: egli parla a nome di Dio, quale celeste ambasciatore e messaggero, munito delle divine e inoppugnabili credenziali che sono l'avveramento delle antiche profezie messianiche nella sua persona. Egli [è] il Messia, l'inviato divino, predetto dai profeti. Di più, tutta la sua vita è una garanzia della sua lealtà, schiettezza e veracità: è un uomo incapace di mentire. Dunque, in rigore, dovrebbe bastare questo per credergli!».

33 Nell'originale: In.

34 Nell'originale: non.

35 Nell'originale: verità.

  1. che è un fatto reale, realmente avvenuto;
  2. che è un vero miracolo, cioè un fatto superiore alle forze e leggi della natura;
  3. che è stato fatto da Dio a conferma di una verità.

Ora che G[esù] C[risto] abbia compiuto dei veri miracoli, e che li abbia compiuti a riprova delle sue afferm[azioni], lo attestano tutte le pagine del vangelo. Chi vuol negare la storicità dei miracoli deve negare la storicità dell'intera narrazione evangelica, che è tutta intessuta e costituita da miracoli, deve — in una parola — negare la storicità stessa della figura di G[esù] C[risto].

Dei miracoli di Gesù è tutta intessuta la storia evangelica.

Sono infermi guariti, indemoniati liberati, turbe saziate, bisognosi aiutati, in modo che di lui è stato detto con tutta verità che «pertransiit benefaciendo» (At 10,38): passò facendo del bene.

Forze della natura.

Alle nozze di Cana, nel bel mezzo del banchetto, viene a mancare il vino. La madre, presente, nota l'inevitabile confusione dei giovani sposi, prega Gesù; e Gesù compie il miracolo, convertendo l'acqua in vino ed accrescendo la gioia del convito nuziale (Gv 2,1-11).

Malattie.

Scende dal monte, ed un povero lebbroso gli si fa incontro, chiedendo di essere mondato, e Gesù lo guarisce con una sola parola (Mt 8,1-4).

Un centurione lo supplica per un suo servo moribondo, e Gesù lo esaudisce e in distanza sana il servo (Mt 8,5-13).

Un povero paralitico gli è presentato, ed egli lo guarisce sull'istante (Mt 9,1-8).

Due ciechi lungo la strada gli domandano la vista, ed egli la dona loro (Mt 9,27-31), guarisce i muti, i sordi, gli zoppi ed altre malattie.

Le turbe lo seguono da tre giorni senza avere il pane per sfamarsi; Gesù ne ha compassione e, per sfamarle, compie il prodigio della moltiplicazione dei pani (Mt 14,14-21; 15,32-38).

Cammina sulle acque, placa la tempesta del lago, caccia gli indemoniati.

Un povero padre piange la figlia morta, ancora giacente sul letto (Lc 8,41-56); una povera vedova accompagna alla tomba la salma dell'unico figlio (Lc 7,12-15); due povere sorelle piangono il fratello Laz[z]aro morto e sepolto da quattro giorni (Gv 11,17-44): e Gesù consola il padre, la madre e le sorelle col prodigio della risurrezione.

Gesù compie i miracoli con sovrana potenza e per virtù propria. E questa è la differenza che passa fra lui e ogni altro taumaturgo, anche accreditato da Dio.

Al lebbroso che gli dice: «Signore, se vuoi, puoi mondarmi», egli risponde: «Lo voglio, sii mondato», lo tocca e lo sana.

Sul mare di Tiberiade o lago di Genezareth, quando le onde burrascose minacciano di travolgere la barca sulla quale stavano gli apostoli, Gesù che anche nella tempesta dolcemente riposa, destato dai discepoli si alza in piedi e con la voce comanda al vento e al mare e subito si fa la calma: «Tace, obmutesce!» — tanto che tutti, meravigliati, si domandano: «Chi è costui, al quale obbediscono anche il vento e il mare?» (Lc 8 2325).

Al figlio della vedova di Naim, portato alla sepoltura, Gesù disse: «Giovanetto, io te lo dico, levati su!», ed il morto si leva, incomincia a parlare, ed egli lo rende alla madre (Lc 7,14).

A Lazzaro già da quattro giorni nella tomba, Gesù comanda: «Laz[z]aro, vieni fuori!».

«Io sono la risurrezione e la vita», dice egli alla sorella di Lazzaro. E veramente mostra di essere il padrone della vita e della morte, della salute e dell'infermità, come di tutti gli elementi della natura che ubbidiscono al suo cenno; come al suo cenno ubbidiscono tremanti i demoni e gli spiriti maligni, ai quali comanda di lasciare i poveri ossessi: ed essi li lasciano fuggendo nel deserto o domandando di entrare in un branco di porci per sfogare la rabbia della loro malvagia natura (Lc 8,30-33).

Questi fatti storici, descritti dai testi oculari con tutti i particolari storici [offerti] dai vangeli, compiuti davanti a turbe immense di gente, sotto gli occhi indagatori e maligni degli avversari e spesso da essi vagliati con la critica più esigente ed ostile (si pensi alla guarigione del cieco nato), questi fatti — dico — sono veri e propri miracoli, cioè fatti che non si possono spiegare, se non con uno straordinario intervento di Dio al di sopra del corso ordinario delle leggi naturali.

Qualunque altra spiegazione cade nel grottesco o nell'assurdo.

Dire, ad esempio, con alcuni razionalisti, che nelle nozze di Cana Cristo di nascosto mescolò nell'acqua un concentrato di vino, oppure che riuscì a ipnotizzare i servi, il maggiordomo, gli sposi e i commensali, i quali, bevendo acqua purissima, erano convinti di bere vino schietto, è ridurre la cosa a un gioco volgare ed indegno della grande e nobile figura di Cristo.

Cristo moltiplicò i cinque pani in maniera che ne mangiarono cinquemila persone e ne sopravanzarono dodici ceste. Spiegare che questi pani Cristo li teneva nascosti (chi sa dove), o che abbia suggestionato tutti insieme quei cinquemila uomini, i quali credettero falsamente di mangiare, non è serio.

Così vediamo la spiegazione razionalistica del miracolo di Gesù che cammina sulle a[c]que. Certo nessuno oggi oserebbe ripetere sul serio quanto, per es[empio], affermava Paulus (uno dei padri del razionalismo moderno), che cioè Gesù non camminò sulle acque, ma sulla spiaggia in prossimità delle acque, e gli apostoli ebbero l'impressione che camminasse sulle acque, o che camminò su una trave a fior d'acqua, ecc. E Pietro allora come camminò?
Non mancò chi disse che il mar Morto è molto denso e quindi Gesù con un po' di circospezione poteva riuscire a mantenersi a galla... Ma l'acutissimo critico si era dimenticato che il miracolo non avvenne sul mar Morto, ma sul lago di Genezareth! È la nemesi della verità.

E la risurrezione dei morti viene spiegata come un risveglio da morte apparente, per esempio] dal sonno letargico.

E sorprendente però che Gesù riuscisse a indovinare sempre i casi di morte apparente, e a giungere proprio a compiere il suo falso miracolo nell'istante preciso in cui il morto apparente ritornava alla vita.

Di più, Gesù non usa mai nessuna cura su questi supposti morti per svegliarli dalla letargia: una sola paroletta e subito l'ammalato si svegliava. Lazzaro poi doveva trovarsi in uno stadio ben profondo di letargia, se, come diceva sua sorella, «iam foetet, quatriduanus est enim» (Gv 11,39).

Le guarigioni poi sono tali che nessuna suggestione o ipnosi può spiegarle: i sordi, i ciechi dalla nascita, i paralitici, i lebbrosi specialmente in stadio avanzato, gli storpi, sono ammalati in cui l'ipnotismo e la suggestione non può avere effetto curativo alcuno. Così le guarigioni avvenute a distanza.

In una parola: o si ammette la storicità dei vangeli, ed allora è certa anche la storicità dei miracoli; o, se si vuol negare la storicità dei miracoli, non v'è altra via che negare la storicità dei vangeli e dello stesso Gesù.

Concludiamo.

  1. Tutta la concatenazione dei miracoli descritta nei vangeli è tale nel complesso che anche il critico più esigente deve dire: «Qui c'è il dito di Dio».
  2. Dei singoli miracoli, molti sono così accuratamente narrati e de‑

scritti, che noi stessi possiamo giudicare degli elementi sostanziali.

3) Anzi di alcuni è riferita la stessa indagine critica dei testimoni: Gv 9,13-41 sul cieco nato.

Connessione fra i miracoli e la dottrina predicata.

In particolare. [A1]la delegazione di Giovanni il Battista [che gli manda a chiedere]: «Tu es qui venturus es an alium expectamus?», [Gesù risponde]: «Ite, renuntiate Ioanni» (Mt 11,5): I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti sono risuscitati.

[La] risurrezione di Laz[z]aro [è compiuta davanti a tutti]: «ut credant quia tu me misisti» (Gv 11,41).
Il [brano del] paralitico [si conclude con l'affermazione]: «Affinché sappiate che il Figliuol dell'Uomo (cioè Cristo) ha sulla terra il potere di rimettere i peccati, alzati — disse al paralitico —, prendi il tuo giaciglio e vattene a casa».

Ai Giudei che si mostravano riottosi a[d] accogliere la sua parola e a credere alla sua divinità, anzi lo accusavano d'aver bestemmiato, perché aveva asserito di essere Figlio di Dio, egli risponde chiaramente: «Se non faccio opere divine, non credetemi; ma se le faccio e non volete credere alle mie parole, credete alle mie opere, affinché conosciate e crediate che io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 10,31-38).

Nicodemo, appartenente alle sfere elevate della nazione ebrea, detto «maestro in Israele», uno dei capi dei Giudei, quando ottenne da Gesù un colloquio notturno, s'introdusse con questa dichiarazione: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei inviato da Dio per ammaestrarci, perché nessuno può fare i miracoli che tu fai, se Dio non è con lui» (Gv 3,3).

[Testimonia] Giovanni (20,30): «Or fece Gesù in presenza dei suoi discepoli molti altri miracoli che non son scritti in questo libro. E questi poi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate nel suo nome la vita eterna». Dunque Giovanni scrisse il suo vangelo col fine esplicito di raccontare i miracoli principali di Gesù, perché questi sono i segni della sua divinità.

San Pietro, teste oculare dei miracoli compiuti da Gesù, così parlava alle moltitudini ebree, in Gerusalemme, neppur due mesi dopo la morte di Cristo: «Uomini d'Israele, ponete mente a queste parole: Gesù di Nazaret, uomo di cui Dio ha legittimato la missione in mezzo a voi con opere portentose e prodigi e miracoli, che egli ha fatto per mezzo di lui, tra voi, come voi stessi ben sapete...» (At 2,22).

Il popolo, i discepoli, gli apostoli credono solo per i miracoli. Così ad ogni pagina del vangelo.

Gli stessi nemici, i capi dei sacerdoti ed i farisei convocarono un'adunanza e dicevano: «Che facciamo? poiché quest'uomo fa molti miracoli. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui» (Gv 11,47-48).

Erode contribuisce a segnalarci la rinomanza taumaturga di Cristo. «Erode al vedere Gesù provò gran gioia, perché da molto tempo desiderava conoscerlo per aver sentito dire molte cose di lui, e sperava di vedergli fare qualche miracolo» (Lc 23,8).

008. La risurrezione
(22/03/1951, Genova, professori universitari)36
Cristo Signore è risorto. Deo gratias! Così il sacerdote per tre volte ha annunciato solennemente dall'altare, mentre le campane diffondevano ovunque il lieto messaggio. Cristo è risorto!
Gesù aveva proclamato di essere il Figlio di Dio. I capi religiosi del suo popolo l'avevano allora condannato a morte come bestemmiatore, sacrilego. «Noi abbiamo la legge, e secondo la legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio» (Gv 19,7).

E quando finalmente lo videro confitto in croce, agonizzante nello strazio supremo della morte imminente, narrano gli evangelisti, «gli passavano davanti e lo schernivano scuotendo la testa e dicevano: "Se sei veramente [il] Figlio di Dio, discendi dalla croce". E37 ancora: "Ha salvato gli altri, e non può salvare se stesso. Se è il re d'Israele, discenda della croce e gli crederemo. Vediamo se Dio viene a liberarlo: lui che ha detto di essere il Figlio di Dio"» (Mt 27,40-44).

Ma il grande miracolo non avvenne. E avvenne la catastrofe, la morte. Dunque quell'uomo era il Figlio di Dio? I suoi nemici potevano cantare vittoria e dire al popolo: «Avete visto? Altro che Figlio di Dio, altro che miracoli! Era un volgare mistificatore e truffatore. Se quei miracoli fossero stati veri, se egli veramente fosse stato Figlio di Dio, non sarebbe morto». Quel galileo presuntuoso e blasfemo se ne era proprio andato: era morto, sicuramente morto.

Quella sera tornarono a casa con la gioia cieca nel cuore: avevano vinto. Anche gli amici, i discepoli, gli apostoli rimasero sbigottiti e disorientati. Quando, in quel terribile venerdì, lo videro innalzato, non sul trono di Davide, ma sul legno della croce, sentirono cadere rovinosamente infranta la maggior parte delle loro speranze e vacillare nel vuoto la loro fede. Come potevano essere stati ingannati dal loro Maestro?
Perché aveva subito l'oltraggio e l'onta della sconfitta? Ora il suo corpo giaceva esanime nel freddo sepolcro; il sinedrio vi aveva fatto apporre i propri suggelli, e vi faceva piantonare le sue guardie, perché nessuno ardisse manomettere in alcun modo quel sepolcro. Tutto sembrava crollato e finito.

36 Concetti simili sono svolti nell'O 016.

37 Nell'originale: Et.

Di fronte a una tale fine, tutte le dichiarazioni e i miracoli di Gesù sembravano svuotarsi e svanire. «Se Cristo non è risorto, vuota (vana) è dunque la nostra fede», dirà san Paolo (1 Cor 15,14). Se Cristo non è risorto, tutto il cristianesimo è una enorme falsità e noi credenti siamo degli illusi.

Veramente farisei ed apostoli dovettero in quella tragica sera pensare ad una strana profezia più volte ripetuta da Gesù, ma alla quale non avevano posto mente fino allora: «Come Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figliuol dell'Uomo starà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt 12,39-40).

Perciò, dopo la sepoltura, narra san Matteo, «si riunirono i principi dei sacerdoti e i farisei da Pilato per dirgli: Signore, ci siamo ricordati che quel seduttore, quando ancora viveva, disse: "Dopo tre giorni risusciterò". Comanda dunque che venga guardato a vista il sepolcro» (Mt 27,62-64). Sigillarono così la pietra del sepolcro e vi fecero piantonare le loro guardie.

Ed ecco, all'alba del terzo giorno, il Cristo risorge trionfante dalla morte, esce dal sepolcro sigillato, ricompare vivo e vero, pur coi segni della passione e della crocifissione, in mezzo ai suoi che, prima increduli, poi dubbiosi, infine pienamente convinti, constatarono sperimentalmente il fatto in tutta la sua verità, toccando il risorto, parlando e mangiando con lui per quaranta giorni, e ne divennero testimoni e banditori: «Testes resurrectionis eius», come essi proclamano con la parola e confermano con il martirio. Ed il sinedrio? Mentre l'umanità intera da venti secoli con una pasqua che non ha mai fine celebra il trionfo di Gesù sulla morte e sull'inferno, la sinagoga ebraica sta ancora in armi al sepolcro del morto, pronta a dar di mano alla spada, se Cristo oserà infrangere i suggelli del sinedrio ed uscire libero dalla tomba.

Certo è che Gesù, oggi, è più vivo che mai fra gli uomini. Tutti hanno bisogno di lui, o per amarlo o per bestemmiarlo: ma farne a meno non possono. Molti uomini furono amati intensissimamente nei tempi andati: Socrate dai suoi discepoli, Giulio Cesare dai suoi legionari, Napoleone dai suoi soldati. Ma oggi questi uomini sono inesorabilmente trapassati, nessun cuore palpita più per le loro persone, nessun uomo darebbe la sua vita o anche solo le sue ricchezze per essi, anche se i loro ideali siano ancora propugnati da altri; se poi i loro ideali siano avversati, nessuno pensa a bestemmiare né Socrate, né Giulio Cesare, né Napoleone, perché le loro persone non hanno più efficacia e sono trapassate. Gesù no, Gesù è tuttora amato e tuttora bestemmiato; si rinunzia tuttora alle ricchezze e perfino alla vita, sia per suo amore, sia anche per odio contro di lui. Nessun vivente è tanto vivo quanto Gesù.

Possiamo tirare le fila dei n[o]s[tri] ragionamenti.

La risurrezione di Cristo è il miracolo dei miracoli, il centro della storia, la base del cristianesimo, il fondamento principale che rende ragionevole la n[o]s[tra] fede in Gesù, poiché è la suprema conferma della sua divinità. Noi abbiamo la prova che Gesù, quel Gesù che adoriamo bambino nel Natale, è veramente il Dio infallibile, che non si inganna né può ingannare. Dunque le sue parole sono parole divine, la sua religione è la religione divina. Dunque possiamo credere con tranquillità e ragionevolezza. Credere. Ma ci siamo mai chiesti che cosa significa credere, non abbiamo mai sottoposto questo atto fondamentale ad un'analisi che lo scomponga nei suoi elementi costitutivi? Io vi invito a farlo insieme con me nella prossima conversazione.38
38 Tutto il periodo è scritto sul retro del foglio, come conclusione decisa in un momento successivo alla stesura originaria, che continua per tutta la conversazione che segue, come appare con evidenza dalla numerazione dei fogli.

009. Gesù è veramente morto
(22/03/1951, Genova, professori universitari)39
1. Gesù Cristo era veramente morto.

Data l'importanza decisiva di questo che è il miracolo dei miracoli, il centro del cristianesimo, e la suprema conferma della divinità di Cristo, era naturale che la critica razionalistica si accanisse con tutte le sue risorse e la varietà delle sue teorie per scalzarne il fondamento storico. Esaminiamo brevemente le principali teorie.

La prima è la teoria della morte apparente, ideata da Paulus.

La morte di Cristo in croce, egli dice, fu solo apparente, una specie di letargo profondo. Il freddo del sepolcro e gli unguenti lo fecero riavere e riprendere forze. Durante il terremoto della domenica mattina il sepolcro viene sconvolto, egli ne esce, prende i vestiti dell'ortolano e appare così alla Maddalena, agli altri apostoli.

La morte di Gesù il venerdì santo è indubbiamente provata dai seguenti riflessi.

  1. Cristo era stato barbaramente flagellato, crocifisso, trapassato nel costato con un colpo di lancia: quindi dissanguato, poi sepolto accuratamente. Se, per [supposizione] impossibile, non fosse morto, certo dopo tali ferite non avrebbe potuto presentarsi sano e vegeto agli amici.
  2. La testimonianza di Giovanni, presente, degli altri tre evangelisti, degli altri apostoli. La persuasione della folla presente, compresi gli stessi sacerdoti rimasti là per vederne la fine.
  3. La maniera di agire degli amici che lo seppellirono: Giuseppe d'Arimatea, Nicodemo, le pie donne. Se avessero avuto il menomo dubbio sulla sua morte, non l'avrebbero imbalsamato e sepolto.
  4. Lo stesso genere di sepoltura. Qualora, per [ipotesi] impossibile, gli fosse rimasto un alito di vita, sarebbe stato soffocato dalla toeletta mortuaria degli Ebrei, che consisteva in strette fasciature e in strati di aromi (per Gesù cento libbre).
  5. La condotta dei nemici, [dei] principi dei sacerdoti e [dei] farisei, i quali, se non fossero stati certi della morte dí Gesù, non ne avrebbero permesso la sepoltura, conoscendo essi la profezia della risurrezione. Né

39 Nei fogli originali, nonostante la conclusione che si legge sul retro della pagina precedente, continua la numerazione come se si trattasse di una sola conferenza.

poi avrebbero inventata la fiaba della salma rapita. Sarebbe stato così facile dire: «Non era morto!». Nessuno ci avrebbe creduto, perché la folla intera l'aveva visto spirare sulla croce.

6) La condotta delle autorità. Ed anzitutto il centurione e i soldati che eseguirono il supplizio. Dopo circa tre ore dalla crocifissione doveva aver luogo il crurifragio (frattura delle gambe) dei giustiziati per affrettarne la morte, non dovendo rimanere i loro corpi sui patiboli, nell'imminente sabato pasquale (si era al tramonto del venerdì). San Giovanni, presente alla macabra scena, la descrive così: «I soldati finirono i due ladroni con la frattura delle gambe, ma, essendo venuti a Gesù, vedendolo già morto, non spezzarono le sue gambe, ma uno dei soldati lo trafisse al costato con la lancia, e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,31-34).

Quel colpo di lancia era certo «il colpo di grazia», una ferita mortale destinata ad accertare ad abundantiam la morte del giustiziato principale. La ferita della lanciata dovette essere così larga, che Tommaso potè venir invitato a introdurvi la sua mano.

Il centurione romano, nel suo rapporto ufficiale a Pilato, gli attestò il decesso. Soltanto dopo questa dichiarazione Pilato accordò a Giuseppe d'Arimatea il permesso di seppellire la salma di Gesù.

Concludendo, l'ipotesi che Gesù non sia morto in croce è storicamente falsa, fisicamente e moralmente impossibile.

2. La seconda teoria è detta della frode: già formulata dai sinedriti, poi da Celso, ed infine risuscitata dal Reimarus. Gesù è veramente morto e fu veramente sepolto. Gli apostoli però ne sottrassero il corpo e dissero che era risuscitato e che era apparso a loro. Queste apparizioni di Cristo risorto sono quindi un'invenzione degli apostoli, per rifarsi dello smacco e guadagnarsi credito e prestigio presso il popolo.

1) E moralmente e fisicamente impossibile che gli apostoli abbiano sottratto il corpo. Vi si oppongono questi dati inconcussi:

  1. il sepolcro era stato sigillato con i suggelli del sinedrio; — la vigilanza dei soldati attorno al sepolcro: essi non furono puniti per negligenza o corruzione;
  2. l'odio e la vigilanza dei farisei;
  3. il carattere timido degli apostoli (erano fuggiti al momento dell'arresto, ed ora se ne stavano rintanati in una casa di amici) e la loro disperazione per la catastrofe: erano lontanissimi [d]a[1] pensare alla risurrezione;

— il fatto che non fu fatta dalle autorità nessuna ricerca del corpo, mentre i farisei avevano tutto l'interesse a ritrovarlo e la legge stessa prescriveva la ricerca;
— gli apostoli non furono né accusati né puniti per furto, per violazione di cadavere e sepolcro. Ora la violazione della tomba era punita con la pena di morte, com'è confermato da un documento da poco scoperto, la così detta «Iscrizione di Nazareth», un rescritto dell'imperatore Augusto che condanna a morte chi trafuga un cadavere dalla sua tomba.

2) È conseguentemente impossibile che gli apostoli abbiano inventato e divulgato le false apparizioni di Cristo risorto.

  1. Sarebbero stati subito convinti di frode e d'inganno.
  2. San Paolo ha conosciuti parecchi discepoli che di fatto avevano visto il Cristo risorto.
  3. Come si può spiegare che uomini timidi, spaventati, atterriti e delusi come gli apostoli, siano tutti d'un tratto diventati così coraggiosi da riuscire a convincere moltissimi ebrei ostili e poi a convertire tutto il mondo a questa turpe frode?
  4. Il carattere stesso ed il tono della narrazione evangelica ci offre tutti i segni della più limpida sincerità. [Gli evangelisti] parlano di ciò che hanno visto, udito, toccato: il resto lo omettono. Per esempio] non parlano del modo e del momento in cui avvenne la risurrezione, perché nessuno di loro era presente.

Anzi dalla narrazione traspare l'incertezza, lo spavento, lo smarrimento, lo stupore, quel fluttuare psicologico così naturale" fra la speranza e il timore, il dubbio e la certezza; il progressivo imporsi della verità davanti all'esperienza dei sensi.

Le stesse discordanze accessorie accidentali, nella narrazione, confermano la storicità, l'autenticità, la veridicità, la fedeltà ed aderenza ai fatti. Se infatti fossero [stati] dei falsificatori a scrivere, certamente sarebbero stati ben attenti ad evitare queste discordanze.

  1. Gli apostoli senza timore proclamano questa loro testimonianza sulle pubbliche piazze davanti alla folla che era stata testimone della passione, davanti allo stesso sinedrio che aveva diretto le operazioni; confermano con strepitosi miracoli la loro testimonianza; ottengono molte conversioni fra gli stessi ebrei di Gerusalemme; e finalmente suggellano col sangue, tutti, la propria testimonianza.

3) Teoria patologica delle allucinazioni o visioni spirituali (Strauss, Rénan, Réville, Le Roy, Ianni, ecc.).

40 Nell'originale: così naturale psicologico.

Le apparizioni di Cristo risorto non sono altro che autosuggestioni o visioni mistiche delle donne e degli apostoli. Il loro amore per il Maestro, il desiderio di rivederlo, la profonda persuasione che il loro Maestro non poteva restare preda della morte, crearono il miraggio delle allucinazioni. Erano sinceri, ma s'ingannarono e a loro volta ingannarono i creduloni.

Teoria inconsistente ed insostenibile. Non erano in alcun modo disposti.

(1) Tutto si oppone alla possibilità delle allucinazioni negli apostoli: — erano dei pescatori, sani e robusti;

  1. non avevano alcuna speranza o attesa della risurrezione, anzi era-[no] sotto l'incubo di un'irreparabile catastrofe;
  2. si mostrarono increduli e non si arresero se non alle prove della vista e delle mani sul corpo redivivo del Maestro. Gesù li invitò a toccare e a vedere, quando constatò che dubitavano: «Palpate et videte, quia spiritus carnera et ossa non habet, sicut me videtis habere. Videte manus neas et pedes meos, quia ego ipse sum» (Lc 24,39).41

Del resto basterebbe da solo l'esperimento di Tommaso che si ostinò nell'incredulità, finché non vide e toccò le piaghe di Gesù risorto; basterebbe — dico — ad escludere ogni possibilità di allucinazione «Ostendit eis manus et latus» [Gv 20,20]. «Dicit Thomae: "Infer digitum tuum huc, et vide manus meas, et affer manum tuam et mitte in latus meum"» (Gv 20,27).

— Le apparizioni avvennero davanti a molti, in luoghi diversi, in circostanze diverse. Come mai tutti, sempre, in perfettamente identico modo furono allucinati?

  1. Gli apostoli sarebbero stati subito convinti di isterismo da parte dei Giudei, invece appena quaranta giorni dopo Pasqua molti di essi si convertirono alla fede nel Risuscitato.

(2) Ma supponiamo pure per un istante che gli apostoli siano stati suggestionati, allucinati. Come [si] spiega la scomparsa del corpo dal sepolcro? Bastava che i Giudei dicessero: Il corpo è sempre custodito e vigilato nel sepolcro, e subito tutto era chiarito. Ma il corpo non c'era più.

I critici razionalisti si sforzano di spiegare la scomparsa del corpo. Ecco alcune ipotesi fatte dai più insigni tra loro.

Prima ipotesi. Il terremoto della mattina di Pasqua produsse delle fenditure nel suolo e ingoiò la salma di Gesù. Diciamo subito: Fu davvero un terremoto intelligente, che richiuse subito le fenditure, senza lasciar traccia di sé, senza lasciare alcuna incrinatura nel marmo. E poi non ingoiò il sudario e il lenzuolo che avvolgevano il corpo di Gesù. Anche questo è sintomatico.

41 Nel testo di Luca la frase Videte... precede. La citazione è a memoria.

Seconda ipotesi. Il corpo fu trafugato dagli stessi Giudei, per evitare un concorso di popolo e pubbliche onoranze al sepolcro. Sarebbe davvero curioso che quegli stessi che l'avevano tolto di mezzo per invidia, avessero poi determinato attorno all'odiato rivale la fama e la gloria di redivivo dalla morte; fama che avrebbero potuto automaticamente troncare e spegnere, mostrando il corpo sottratto.

Terza ipotesi. A trafugare il cadavere è stato l'ortolano per paura che la gente, accorrendo al sepolcro, calpestasse la verdura dell'orto.

E i soldati? E i sigilli? E i farisei? E le leggi severissisme contro i violatori di sepolcri? E le apparizioni e i contatti reali col corpo vero del Risorto? E tutto il cristianesimo che ne seguì con i martiri, la civiltà cristiana, ecc.?
E le prove di tale ipotesi balzana? Se si tratta di credere, davvero è molto più ragionevole credere al vangelo.

Un vero groviglio di difficoltà, assurdità, impossibilità grava su queste ipotesi. Enigmi sopra enigmi per spiegare ciò che in sé ha una sola spiegazione plausibile. Quella narrata e confermata dai testimoni.

010. La misericordia di Dio
(1957?, Torino, Crocetta, teologi)42
Dio è amore, e l'amore è bontà, compassione, perdono!
1. Nel[l]'Antico Testamento.

Dio non ha mancato di svelare i tratti più toccanti del suo (amore misericordioso) cuore misericordioso. È vero, presso gli Ebrei Dio era piuttosto il governatore del suo popolo: e l'immagine di Dio era quella biblicamente maestosa di un Dio padrone. I profeti ce lo presentano sempre con titoli e perifrasi di sovranità: il Dio degli eserciti, il Dio forte, il poderoso Signore delle battaglie, il Re della gloria che splende come da un eterno Campidoglio, il Dio ammirabile, il Dio geloso, il Dio che tocca i monti e fumigano, tocca le terre e tremano; il Dio punitore che ordina lo sterminio dei nemici, quando non scende lui stesso armato di flagelli a percuotere il dorso dell'indocile umanità; il Dio del quale nemmeno si poteva scrivere il nome. Ed era il padrone assoluto dell'uomo e d'ogni cosa sua; e ci teneva a mandarlo loro a dire per la bocca avvampante di un profeta, e a ricordarlo loro43 con un sistema ben organizzato di primizie con cui l'uomo pagava a Dio il fitto di ciò che da lui aveva ricevuto in prestito o in uso.

Di conseguenza l'uomo sentiva Iddio soprattutto negli spettacoli terrificanti della natura; nel tuono, nel fulmine, nelle tempeste... sul Sinai tra i nembi balena[n]ti ed in quella specie di spedizioni punitive sulle città peccatrici, come Sodoma e Gomorra, in una pioggia di fuoco, con intervento degli angeli armati.

Eppure, quali teneri e commoventi accenti di pietà e misericordia non ha saputo trovare Iddio per farsi conoscere al suo popolo!
a) Erano solenni giuramenti: «Vivo ego, dicit Dominus [Deusl: nolo mortem peccatoris,44 sed ut convertatur impius a via sua et vivat» (Ez 33,11).

42 Su fogli dattiloscritti, con sottotitoli in colore rosso e integrazioni autografe in biro rossa e in matita. Della parte che riguarda il Nuovo Testamento ci è giunta anche la minuta a mano. I fogli utilizzati per quest'ultima potrebbero collocare indicativamente la conversazione verso l'anno 1957. Il frequente uso di citazioni latine rivela un testo preparato per ecclesiastici. Lo stile è vicino a quello usato nella scuola. L'indicazione finale conferma che si tratta di una meditazione per i teologi della Crocetta.

43 Nell'originale: mandarglielo... ricordarglielo.

44 Nel testo biblico:

  1. Erano toccanti inviti e proteste di bontà: «Convertimini ad me et convertar ad vos». E una frase che si trova almeno 13 volte nelle sacre carte.
  2. Erano le immagini più espressive per rassicurare i peccatori: «Omnium iniquitatum eius, quas operatus est, non recordabor» (Ez 18,22). L'onnisciente che dimentica! «Miserebitur nostri, doponet iniquitates nostras et proiciet in profundum maris [omnia] peccata nostra» (Mi 7,19). [Tutto questo] ad esprimere l'eterno oblio della totale distruzione delle nostre colpe.

«Delevi ut nubem iniquitates tuas et quasi nebulam peccata tua» (Is 44,22). Come la nebbia davanti al sole. «Venite et arguite me (fatene la prova), dicit Dominus. Si fuerint peccata vestra ut coccinum (come lo scarlatto, diverranno bianchi come la neve), quasi nix dealbabuntur; et si fuerint rubra quasi vermiculus (come la porpora), velut lana alba erunt» (Is 1,18).

  1. Erano proteste di tenerezza più che materna: «Nunquid oblivisci potest mulier infantem suum, ut non misereatur filio uteri sui? Et si illa oblita fuerit, ego tamen non obliviscar tui» (Is 49,15).
  2. I salmi sono il florilegio della misericordia divina verso l'uomo e della fiducia umana nella misericordia divina. Tre esempi:

[Il] salmo 102 che è tutto una «laus misericordiae Dei».
[Il] salmo 106 [che inizia con l'invito]: «Confitemini45 Domino quoniam bonus, quoniam in aeternum misericordia eius».
[Il] salmo 135 in cui ad ogni verso si ripete, a mo' di ritornello: «Quoniam in aeternum misericordia eius».
Le poche spigolature bibliche, se amorosamente assaporate, bastano a farci comprendere che anche nel Testam[ento] del rigore e della giustizia, «Dio è amore», «Deus caritas est».
Ma la rivelazione piena della carità di Dio è Gesù, nella sua persona, nella sua opera, nel suo messaggio. Afferma san Giov[anni], l'apostolo dell'amore: «Deus caritas est. In hoc apparuit caritas Dei in nobis, quoniam Filium suum unigenitum misit [Deus] in mundum... et misit Filium suum propitiationem pro peccatis nostris» (1 Gv 4,8-10).

45 Nella citazione: Celebrate Dominum, secondo la «versione piana» del salterio del 1945.

2. Nel Nuovo Testamento.

a) La misericordia tenerissima di Dio si è rivelata anzitutto nella stessa persona di Gesù: l'uomo della misericordia e della tenerezza compas[s]ionevole. Betlemme, il Calvario, il tabernacolo non ci dicono abbastanza di questa «benignitas et humanitas Salvatoris nostri] Dei»?46
Perché si è incarnato, se non per essere più vicino, più simile a noi, parlando umanamente, più comprensivo e misericordioso verso le nostre infermità? «Quia ergo pueri communicaverunt carni et sanguini, et ipse similiter participavit eisdem» (Eb 2,14). «Unde debuit per omnia fratribus similari, ut misericors fieret» (Eb 2,17).

E perché volle patire i nostri dolori e le nostre prove, se non per lo stesso motivo, cioè per poterci meglio capire e compatire? «In eo enim, in quo passus est ipse et tentatus, potens est et eis qui tentantur auxiliari» (Eb 2,18). «Non enim habemus pontificem qui non possit compati infirmitatibus nostris, tentatum autem per omnia pro similitudine absque peccato. Adeamus ergo cum fiducia ad thronum gratiae, ut misericordiam consequamur» (Eb 4,15-16). Dunque egli sa (per esperienza) di che fango siamo impastati. «Ipse novit figmentum nostrum».47
Così Gesù ci appare dai vangeli: dolce e mite, tenero e compassionevole, buono. Questa è la linea dominante della sua grandiosa e affascinante figura morale, ed anche la spiegazione umana del fascino irresistibile esercitato sui singoli e sulle moltitudini, che correvano a lui dimentiche del tetto e del pane.

1) Conosce profondamente le debolezze dell'uomo e ne ha compassione. Il suo amore per gli uomini non è affatto un amore entusia[s]ta che trasfigura, che idealizza, che finisce per essere un culto dell'umanità, no. Gesù conosce troppo bene l'uomo in tutte le sue contraddizioni48 e debolezze, realisticamente.

È innegabile che nell'amore di Gesù per gli uomini si scorge sempre una venatura di commiserazione, di compassione, di misericordia, cioè di intima solidarietà e partecipazione alle loro debolezze. È un amore che vede, che comprende, che intuisce, che compatisce e soffre con l'amato e per l'amato. Il suo amore ha delle ferite segrete: è un amore che diventa dolore! L'espressione più delicata dell'amore è la compassione. «Poverino»!
46 Tt 3,4. Espressione molto cara a don Quadrio, divenuta il programma della sua vita sacerdotale. Nell'immagine di prima messa lo stesso concetto ritorna sotto le parole «vicarius amoris Christi». Ai teologi e ai novelli sacerdoti raccomandava di essere «incarnazione» della bontà misericordiosa del Signore (cf. per es. L 206).

47 «Quoniam ipse cognovit figmentum nostrum, recordatus est quoniam pulvis sumus» (Sal 102,14, secondo la Vulgata).
48 Di fianco rimando a C. ADAM, [Gesù il Cristo, Brescia 19506, pp. 81 ss.]. Il pensiero ritorna anche in C 005.

2) Conoscendo perfettamente gli intimi segreti del cuore umano e la fragilità di esso, rifugge dal giudicare. «Io non giudico nessuno. Non giudicate e non sarete giudicati».49 È sempre difficile per uno che ama giudicare. L'amore cerca l'unità, il giudizio invece l'alterità. L'amore non sa giudicare: sa aiutare.

E tanto meno condannare. All'adultera [chiede]: «Donna, dove sono quelli che ti giudicavano? Nessuno ti ha condannata? — Nessuno, Signore. — Ebbene, neppure io ti condannerò. Va', e non peccare più» 50
Per questo Gesù non vuole giudicare e condannare, anche quando lo calunniano, lo maltrattano. Per questo vuole sempre solo perdonare: «Non sette volte, o Pietro, ma settanta volte sette» (Mt 18,22).

Quando i soldati lo schiaffeggiano, lo coprono di sputi e di percosse e gli pongono sul capo una corona di spine, egli tace. Nulla più eloquente di questo silenzio! L'occhio di Gesù penetrava fin nelle intime condizioni psicologiche, che sono i moventi delle azioni umane. Gesù vedeva, capiva, taceva. Non erano loro i veri colpevoli! Essi non sapevano!
Gesù non fu mai così grande, eroico, sublime nella sua misericordia, come nelle ore tragiche della sua passione, specialmente quando, nello strazio supremo della morte, in[n]alzò quella sup[p]lica, che è il più nobile grido che sia risuonato in terra: «Padre, perdona loro perché non sanno quel[lo] che fanno» (Mt 23,34). Gesù capì anche i suoi carnefici, non maledisse, ma scusò e compatì. «Non i sani, ma gli ammalati hanno bisogno del m[edico]» (Mt 9,12-13). «Venit enim Filius hLominis] quaerere et salvum facere quod perierat» (Lc 19,10).

Non è dunque quello di Gesù un amore ingenuo ed entusiasta che idealizza; ma è l'amore cosciente di chi conosce, come nessun altro, tutto quanto un uomo può dare, che lo scruta fino alle più intime profondità e nondimento l'abbrac[c]ia con tutto l'affetto dell'anima sua. Vera amicizia [è] conoscere uno fino in fondo e ciò non ostante continuare a volergli bene! Questo amore misericordioso, che persiste nonostante tutto, era totalmente incomparabile e singolare, talmente tenero, materno e pronto al sacrificio, che rimase scolpito per sempre nei ricordi dell'umanità.

49 Cf. Gv 8,15 e Mt 7,1.

50 Gv 8,10-11. Nella copia a mano segue una frase cancellata: Se non fosse scritto nel vangelo, q[uanti] di noi avrebbero da ridire!
Opera di Gesù.

b) Ma vediamo questo amore in atto verso i poveri, i sofferenti e i più [p]overi e sofferenti tra i poveri e sofferenti, cioè verso i peccatori.

Non solo [Gesù] dichiara ripetutamente che per essi è venuto e non per i giusti, ma li cerca, li chiama a sé, ama intrattenersi con loro e farsi ospitare da loro, siede alla loro] mensa (Mt 9,10-11), sfidando le insinuazioni maligne dei farisei, che lo definiranno come «amicus publicanorum et peccatorum» (Lc 7,34; 15,1). Riservava a loro i tratti più delicati e affettuosi. Narra per loro le parabole più toccanti e suggestive (la parabola della pecora smarrita, della dracma" ritrovata, del figliuol prodigo; Lc 15). Chiama suoi «fratelli» i più meschini fra gli uomini, i diseredati, i reietti, le esistenze straziate. Per lui non esistono rottami, ma anime e cuori! Egli sa condividere tanto intimamente, tanto personalmente, la loro sorte, che dichiara fatto a se stesso ciò che si fa all'ultimo di loro (Mt 25,40).

Non può dir di no, quando la sofferenza fa giungere il suo grido a lui, si tratti di una pagana che piange la figlia invasa dal demonio, o di una mamma che accompagna la bara dell'unico figlio, di un cieco che vuole da lui la vista, di un lebbroso sfigurato che agita davanti a lui i moncherini cancrenosi. Davanti alla sofferenza e alla miseria, Gesù non ha mai saputo resistere!
Non poteva vedere soffrire senza intervenire. A cento a cento rese l'udito, la favella, la vista, l'energia, comunicando con la salute del corpo quella dello spirito: «Dimittuntur tibi peccata». «Confide, fili». «Confide, filia».52 «Vade in pace» [Mc 5,34; Lc 7,50; 8,48]. «Noli timere, tantum-modo crede» [Mc 5,36].

E Luca, lo «scriba mansuetudinis Christi»,53 come felicemente lo chiama Dante, ci rappresenta Gesù come colui che «pertransivit benefaciendo et sanando omnes oppressos a diabolo» (At 10,38).

E qui la nostra meditazione dovrebbe fermarsi a considerare le lacrime di Gesù (et lacrimatus est Iesus) sulla tomba dell'amico morto [Gv 11,35], e sulla sua patria destinata alla rovina: «Videns civitatem flevit super illam» [Lc 19,41], a considerare l'intima e spontanea partecipazione alle gioie degli uomini. Non è come il Battista un uomo del deserto, vestito di pelli di cam[m]ello, che si nutre di locuste e di miele selvatico.

51 Nell'originale: dramma.

52 Mt 9,2.22.

53 DANTE ALIGHIERI, Monarchia 1,16,2.

Vive tra gli uomini, frequenta le loro case, prende parte alle loro feste, ai loro allegri trattenimenti, si siede a mensa con gli sposi novelli; non esita a compiere il suo primo miracolo proprio per rendere lieti i convitati. Ha, tra i suoi, un amico prediletto e gli permette di posare il capo sul suo petto (Gv 13,23). Il più sublime dei santi non ebbe dunque le asprezze arcigne che qualche volta volentieri noi immaginiamo e cerchiamo negli asceti di professione.

Ma soffermiamoci brevemente ad indicare qualcuno di quei mirabili incontri, in cui Gesù effuse tutta la tenerezza del suo cuore verso le anime cadute.

  1. Ecco le tre peccatrici perdonate da Gesù. Dapprima il colloquio con la peccatrice samaritana al pozzo di Giacobbe (Gv 4). Il Maestro, defatigatus ex itinere, chiede da bere e, nonostante la risposta arrogante, s'insinua con delicata ed accorta amabilità in quell'anima, le svela le colpe senza rimproverarla e senza avvilirla, la induce al pentimento, la piega alla comprensione. Alla peccatrice cadono finalmente le bende dagli occhi, si spezzano le colpevoli catene del cuore; riconosce Gesù come vero Messia e corre ad annunciarlo ai suoi concittadini.
  2. Poi è la volta della donna famosa in città di ben triste fama, «quae erat in civitate peccatrix» (Lc 7,37). Tocca da un discorso di Gesù, detesta i suoi scandali; poi entra nella sala del convito presso Simone il fariseo, si prostra ai piedi del Maestro, li bagna con le sue lacrime, li asciuga con i suoi capelli, li bacia con devozione, li unge con i suoi profumi. Gesù lascia fare; la difende dai biechi giudizi degli oppositori: «Molto le è stato perdonato, perché molto ha am[a]to». E la congeda dicendo: «La tua fede ti ha salvata; alzati e va' in pace». San Francesco di Sales, dottore di s[an]ta chiesa, per ben due volte, tessendo il panegirico di santa Maria Maddalena, disse che essa era in cielo la corifea di quello stuolo di vergini: qui sequuntur agnum quocumque ierit, e cantano un cantico che nessuno può cantare."
  3. Della adultera ho già fatto cenno (Gv 8,2). La sottrae alla furia lapidatrice di accusatori malevoli: non la condanna, ma la salva e la rimanda perdonata: «Neppure io ti condannerò. Va', e non peccare più».

[Il] peccato invoca la grazia, [I]' abisso della colpa reclama un abisso di amore. Problema di Bernanos, Giulien Green, Maurice e altri: iFpeccato è il predellino di lancio della santità.

54 Ap 14,4.

Pagine divine e commoventi, in cui Dio stesso descrive la sua misericordia che non solo perdona il peccato e lo scusa, ma riabilita con materna generosità il peccatore, e fa della stessa colpa esca di amore e coefficiente di santità. Interessano forse di più la nostra coscienza sacerdotale altre pagine del vangelo non meno commoventi.

  1. Pietro, dopo la solenne promessa del primato, dopo tante predilezioni del Maestro, dopo gli avvertimenti del cenacolo e dell'orto, poco dopo l'ordinaz[ione] sacerd[otale] rinnega il Maestro: «Coepit anathematizare et iurare: Quia nescio hominem istum» (Mc 14,71).

Ma eccolo Gesù, incatenato, fatto ludibrio della sbirraglia, gli passa vicino. «Et conversus D[omi]nus respexit Petrum. Et recordatus est Petrus... et egressus foras, flevit amare» (Lc 22,61-62).

E Gesù non gli toglie le chiavi del Regno, ma volle misericordiosamente, a nostro conforto, che il supremo detentore delle chiavi fosse uno che aveva sentito in sé l'umiliazione bruciante della caduta.

  1. Giuda, un altro sacerdote caduto, e quanto in basso! Gesù gli usò la più tenera e compassionevole misericordia:
  2. nel cenacolo, con la lavanda dei piedi, col dolce richiamo, col mangiare nel suo piatto, col dividere con lui il pezzo di pane;
  3. nell'orto ricevendone il bacio, chiamandolo col dolce nome di amico, facendo l'ultimo tentativo per salvarlo. Il torto più grave che Giuda fece a Gesù non fu il tradirlo, ma il non ritenerlo capace di perdonare il suo tradimento. Non comprese che sulla guancia dell'amico c'era posto anche per un secondo bacio che avrebbe cancellato il primo, e corse ad appendere la sua disperazione all'albero maledetto»

c) Il buon ladrone. Ed infine uno che non fu sacerdote, ma fu — come il sacerdote — testimone e partecipe del sacrificio sacerdotale di Gesù: il buon ladrone del Calvario. Doveva essere un assassino di strada; sul patibolo forse — stando a Matteo e Marco — imprecava ancora col suo compagno, vomitando improperi e bestemmie. Gesù soffriva e pregava: «Padre, perdona loro». E venne il pentimento... e subito una sovrabbondante misericordia: «Oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,42-43). Ladro fortunato, esclama sant'Agostino, che dopo aver tanto rubato agli uomini, rubò a Dio il paradiso.

Debbo concludere. Non mi è lecito procedere oltre. Alimentiamo in noi l'incrollabile certezza, per saperla comunicare agli altri, che — qualunque cosa ci sia capitata o ci possa capitare nella vita — (e può capitare tutto a tutti)
55 Cf. R 034.

  1. Gesù ci aspetta impaziente a braccia aperte, con le braccia spalancate della sua misericordia, ripetendoci l'invito: «Venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis...».56 Non c'è mai nulla di irreparabile.
  2. Gesù ci perdona con infinita gioia. «Crede Deo, et recuperabit te»: «Credi e Dio ti ricupererà» (Sir 2,6). Egli è quei «che volentier perdona»;'' gode più del peccatore che si pente" che non dei novantanove giusti che non abbisognano di penitenza." Se l'abbiam[o] fatto piangere, abbiamo la possibilità di farlo molto godere!, «Se il vostro cuore vi condanna — ci dice santa] Caterina da Siena — Dio è più grande del vostro cuore».60 Dio è sempre infinitamente più grande del tuo peccato. L'ultima cosa a cui cesserò di credere è questa: «Dio è buono».

— Un paradosso di s[anta] Teresa (è un paradosso: ma non si è detto che il paradosso è l'accorciatoia della verità?): «Vorrei essere stato Giuda per dargli (a Gesù) la gioia di perdonarmi».

— Un altro paradosso: Dio poteva facilmente impedire i nostri peccati, ma li permette per aver la gioia di perdonarci.

D[on] Orione predicava una sera sulla misericordia di Dio. La sua voce scendeva come dolce carezza e come irresistibile richiamo alla confidenza verso il Padre celeste. «Anche se uno avesse messo il veleno nella scodella di sua madre — disse ad un tratto come mosso da una ispirazione superiore —, non dovrebbe disperare della misericordia di Dio e, se pentito, può ottenere il perdono!». Dopo la predica, mentre ritornava a casa, fu fermato da un uomo nel mezzo della strada buia e deserta. «Lei ha detto che Dio perdona anche a uno che ha messo il veleno nella scodella di sua madre?». «Sì, è così. La misericordia di Dio è infinita». «Lei ha parlato di me! Sono io che ho messo il veleno nella scodella di mia madre. Se vi è perdono anche per i matricidi, voglio essere perdonato».61
56 Mt 11,28.

57 DANTE ALIGHIERI, Divina commedia: «Poscia ch'io ebbi rotta la persona / di due punte mortali, io mi rendei, / piangendo, a quei che volentier perdona» (Purgatorio 3,118-120).

58 Nell'originale: fa penitenza.

59 Lc 15,7.

60 Cf. 1 Gv 3,20.

61 H foglio termina con la segnatura: «Con gentile permesso dell'autore prof. don G. Quadrio». La meditazione è dunque stata dattiloscritta dagli allievi. Le correzioni sono però di don Quadrio stesso. L'ultimo esempio di don Orione è aggiunto a mano.

011. [Gesù modello affascinante del giovane]
(Giornata di ritiro a giovani)
9 aprile 1956. In una giornata di sole scendeva, all'aeroporto di Londra, Renata Martz, la prodigiosa fanciulla americana, che ha fatto sette volte il giro del mondo e canta in dieci lingue. Lunghi capelli d'oro [le] scendevano sulle spalle, un sorriso dolcissimo, due occhi limpidi come cristalli: raramente bontà e bellezza si accoppiarono così bene.

Un folto gruppo di giornalisti le si avvicinò per intervistarla:
«Signorina, qual è il motivo del sua visita?»
Rispose sorridendo: «Innamorare i giovani inglesi!...».

«Innamorarli?! Di chi?».

«Di Gesù! Sono certa che non lo conoscono».

Tutti si guardarono sbalorditi. Essa continuò tranquilla: «Se lo conoscessero, infatti, non sarebbero così infelici... Io mi sono incontrata con lui due anni fa, e da quel giorno ho avuto l'anima piena di armonie... Fu l'avventura più bella della mia vita. Fu come se un'improvvisa primavera germogliasse in me. Mi sono sentita invasa di luce e di gioia».

I giovani inglesi sono corsi da tutte le parti per sentirla.

In quegli stessi giorni il popolarissimo attore Alec Guiness, improvvisamente si convertì. A chi gli domandava meravigliato che cosa fosse accaduto, rispose: «Una cosa veramente meravigliosa. Mi sono incontrato con Dio! E la prima volta che lo vedo in faccia. V'assicuro, non avevo mai visto nulla di simile».

Ecco. In questa giornata di ritiro dovrebbe ciascuno di voi incontrarsi con Gesù.

«Gesù modello del giovane» è il tema proposto dal Centro diocesano alla vostra meditaz[ione]. Un tema fondamentale e decisivo, capace di cambiare la volta della v[o]s[tra] vita.

Da duemila anni innumerevoli artisti si sono sforzati di ritrarre sulle tele, nel marmo, nel bronzo, le divine sembianze di Gesù. Oggi dovete sforzarvi di ricopiarlo in voi. Fissate lo sguardo su di lui: non v'è nulla di paragonabile al mondo. Egli è l'uomo autentico, completo, perfetto: il tipo ideale ed armonioso della perfezione umana. Tale ce lo presentano i vangeli, tale ci si rivela anche dalle misurazioni che i medici hanno fatto recentemente sulla figura impressa nella s[anta] sindone di Torino. Quello è il nostro ideale. Contempliamolo come l'artista il suo modello.

I. La fisionomia esteriore di Gesù. Abbiamo tanto bisogno di vedere e sentire Gesù non come una figura evanescente e sfumata, ma come una persona viva, storica, umana, concreta. I vangeli ci permettono di ricostruire qualche tratto del suo aspetto esteriore.

Il suo aspetto doveva esercitare un fascino irresistibile.62
62 Ci è giunto un solo foglio di questa meditazione per un giorno di ritiro a giovani. Il titolo della prima parte, rimasto in sospeso, indirizza il discorso verso la tematica delle conversazioni che precedono.

012. Che cosa è credere
(23/03/1951, Genova, professori universitari)
Sembra molto utile, prima di affrontare la definizione dottrinale di fede, prendere contatto con i dati concreti offerti alla nostra riflessione nell'anima dei credenti. Noi vedremo meglio come la dottrina è fondata sopra i fatti, e la conoscenza che ne acquisteremo sarà più viva, perché in contatto con l'osservazione psicologica.

Riportiamoci anzitutto al vangelo, ove troviamo l'atto di fede cristiana allo stato puro, per dir così; troviamo la fede nascente, l'incontro con Dio, che si manifesta nella persona di Gesù.

I discepoli, entrando in contatto con Gesù, sono attirati dal fascino della sua personalità. L'accostano, l'ascoltano, ritornano a lui e finiscono per provare l'impressione d'una personalità senza uguale. Questa impressione, ascoltando i suoi discorsi, constatando le sue opere, si trasforma a poco a poco in convinzione. Gesù è un essere superiore ad ogni altro; nessuno parla come lui, nessuno compie le opere che fa lui. Finalmente osano domandarlo a lui stesso: «Ma tu chi sei?». E quando Gesù dichiara di essere il Messia, il grande inviato di Dio, vaticinato dai profeti antichi, anzi dichiara di essere lo stesso Figlio di Dio venuto a redimere l'umanità, e dimostra con portentosi miracoli la verità delle sue asserzioni, allora essi gli credono sulla parola, credono alla sua divina missione, alla sua divinità, a tutte le sue affermazioni. L'ha detto lui, il Figlio di Dio: questo basta a loro, questo è tutto. Non esigono altra prova.

Eccoli sulla strada di Cesarea in comitiva col Maestro. Parlano degli strepitosi prodigi operati da lui in quei giorni. Gesù allora li interroga: «Cosa dice la gente che io sia?».

Gli rispondono: «La gente dice che sei un inviato di Dio. Alcuni dicono che tu sei Elia, altri Geremia, altri un qualche altro profeta».

«Ma voi — riprese Gesù (come per dire: voi che avete ascoltato le mie parole) — chi dite voi che io sia?».

Allora Pietro gli ripose: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo» (Mt 16,[13-16]).

Qui, la fede si presenta come assenso a una verità, la divina missione di Cristo Figlio di Dio.

Un'altra volta Gesù tenne alla folla un discorso che sconcertò parecchi. È l'annuncio dell'eucaristia: «La mia carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente bevanda» (Gv 6,22-65).

Vi furono discussioni, contrasti, malumori, ed infine una defezione in massa. «Allora molti dei suoi discepoli si ritirarono e non tornarono più da lui» (Gv 6,67).

Disse allora Gesù ai dodici, rimasti soli attorno a lui: «Non volete andarvene anche voi?».

E Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna. E noi crediamo e sappiamo che tu sei il Cristo, Figlio di Dio» (Gv 6,67-71).

Sarebbe troppo lungo seguire il processo genetico della fede nella folla e in alcune figure di rilievo che il vangelo pone di fronte a Gesù. La fede è dunque anzitutto adesione a Cristo, assenso al suo messaggio divino, accettato ed ammesso perché è parola infallibile di Dio.

In una parola, [la fede] è aderire a Cristo come maestro e al suo messaggio come verità rivelata da Dio stesso.

Fede: libero orientamento di tutto l'uomo verso Dio. È con tutto il suo essere e tutta la sua vita che l'uomo va verso una verità che lo tocca interiormente. Esige la collaborazione di tutte le forze psicologiche dell'uomo.

Tentiamo un'analisi di questo atteggiamento complesso che è un atto di fede. Partiamo da una constatazione tanto cara alla moderna psicologia della fede.

1) Anzitutto la fede concretamente ci si presenta come un'adesione vitale, in cui tutto l'uomo è ingaggiato con tutta la sua personalità. È un movimento di tutto l'essere umano, nelle sue componenti speculative, affettive, soprannaturali. L'uomo tutto intero, dunque anche col suo cuore e la sua sensibilità, è ingaggiato nell'atto di fede: l'uomo cerca, infatti, la verità religiosa, spinto non solo dal desiderio della verità, ma anche dal sentimento religioso, senso sacro del divino che reagisce in modo specialissimo in presenza delle manifestazioni divine. Questo sentimento dipende senza dubbio dal giudizio dell'intelligenza, ma è esso che orienta tutta la ricerca ed influisce anche nell'interpretare e valutare le ragioni della fede.

Dunque la fede è un contatto spirituale di tutta la nostra personalità con le ricchezze della personalità divina. Uno slancio verso" Dio, il dono di sé, l'adesione a Dio manifestantesi come verità e valore supremo. La fede è un fenomeno di comunione. Pietro e gli altri, abbandonate le reti, seguirono Gesù, aderi[ro]no a lui. «Da chi andremo o Signore? Tu hai parole di vita eterna».

63 Nell'originale: lui.

64 Nell'originale: verso di.

2) Approfondiamo la nostra analisi.

Quest'adesione vitale di tutto l'uomo a Cristo e al suo divino messaggio implica tre elementi o, meglio, è costituita dalla confluenza di tre forze: intelligenza, affettività-volontà, grazia. Ogni atto di fede è la risultante di queste tre componenti: intellettiva, affettiva, soprannaturale. Se manca uno solo di questi tre elementi, non si ha fede cristiana. [La] fede [è un] libero orientamento di tutto l'uomo verso Dio. È con tutto il suo essere e tutta la sua vita che l'uomo va verso una verità che lo tocca interiormente. Esige la collaborazione di tutte le forze psicologiche dell'uomo.

L'analisi dell'atto di fede che neghi uno di questi elementi che la compongono65 è eretica; l'analisi che ne sottovaluti uno è monca ed incompleta.

Incisivamente, come sempre, san Tommaso ([Summa theological 2.2, q. 2, a. 9 c) [scrive]:
— credere est actus intellectus assentientis veritati divinae,

  1. ex imperio voluntatis,
  2. a Deo motae per gratiam.

Credere è un atto dell'intelligenza, la quale assente alla verità rivelata, dietro la spinta della volontà e sotto l'influsso della grazia. Intelligenza, volontà, grazia. Se mi è lecito un esempio banale: come il correre dell'automobile è un'azione delle ruote, azionate dal motore, sotto l'influsso del carburante. Se manca uno di questi tre elementi, l'auto non si muove.

Tutto il nostro lavoro di analisi consiste nel cercare quali siano, come siano esercitate e come vicendevolmente interferiscano le parti dell'intelletto, della volontà, della grazia nell'atto di fede. Consiste, in altre parole, nello scomporre il meccanismo dell'atto di fede nei suoi componenti.

E qui è necessario fare un'osservazione di capitale importanza.

Questi tratti diversi che la nostra analisi mette in luce nella psicologia del credente e che essa ha isolato per studiarli successivamente, non sono, bisogna dirlo, separati nella realtà. Si connettono e si illuminano vicendevolmente. Per ritrovare il movimento della vita, essi devono essere uniti, accostati dalla sintesi, sotto pena di non dare della fede che un'idea artificiale ed ingannevole.

65 Nell'originale: elementi della fede.

Se dunque questo provvisorio frazionamento dei tre fattori è necessario per farsi un'idea precisa del compito di ciascuno di essi, esso tuttavia non deve far perdere di vista l'unità dell'anima, che sotto l'influsso della grazia pensa e vuole. È dunque necessario, nel caso di queste analisi successive, ricordarsi sempre che ciò che lo studio distingue legittimamente, non è per questo separato nella realtà.

Avvertimento tanto più importante, per il fatto che esiste una continua interdipendenza fra i diversi fattori dell'atto di fede, e che i caratteri della fede, certa, libera, soprannaturale, lontano dall'opporsi, non si spiegano pienamente che gli uni con gli altri.

L'atto di fede, infatti, nella sua viva realtà ,è un atto istantaneo, semplicissimo, indivisibile. Non si richiede, per fare un atto di fede, che io reciti il Credo o una qualunque professione di fede, e neppure che dica una parola qualsiasi. Può essere anche un movimento interiore semplicissimo dell'anima, un «sì» espresso mentalmente a Dio che parla, o anche implicito in un altro atto religioso. Non bisogna confondere l'indagine lunga e laboriosa, la ricerca minuziosa dei fondamenti della fede, con l'atto di fede in se stesso. L'indagine o ragionamento precede la fede, non la costituisce; è il vestibolo, la preparazione alla fede. Vi è infatti grande differenza fra la istruzione preparatoria di una causa, che potè essere lunga e difficile, ed il carattere semplice e istantaneo della sentenza. La ricerca non è l'atto di fede, come il dibattimento non è la sentenza.

Fatte queste precisazioni, analizziamo brevemente questa sera la prima componente dell'atto di credere, la componente intellettiva: la parte che ha l'intelligenza nell'atto di fede.66
Il compito della ragione nell'atto di fede.

A. Nella preparazione dell'atto di fede.

Perché l'atto sia possibile, è necessario che la ragione abbia acquistato le seguenti certezze.

  1. Esiste Dio, Creatore e fine di tutto l'universo, personale e distinto. — Se Dio parla all'uomo comunicandogli delle verità, l'uomo può e deve credere a Dio.

— Di fatto Dio ha parlato, rivelandomi queste e queste verità ([la] Trinità, la grazia, la vita eterna).

  1. Dunque l'uomo può e deve credere alla Trinità, alla grazia, alla vita eterna, perché Dio l'ha rivelato.

66 Frase aggiunta in fondo alla pagina, con un inchiostro diverso da quello del testo.

Questa serie di ragionamenti
1) sono assolutamente necessari, perché la fede sia possibile;
2) sono possibili alla ragione umana anche senza uno speciale intervento soprannaturale] di Dio;
3) non sono l'atto di fede, ma solo la preparazione all'atto di fede, il vestibolo, il dibattimento della causa, prima della sentenza del giudice.

Nel caso della fede, la sentenza sarebbe l'atto di fede: io credo alla Trinità. Si noti. L'atto di fede non è un ragionamento, un'indagine: suppone il ragionamento. È quindi un atto ragionevole, non un ragionamento.

4) Questi giudizi preliminari all'atto di fede si possono ridurre a due.

  1. La certezza che si può credere ragionevolmente. Giudizio sulla possibilità dell'atto di fede. Giudizio di credibilità.
  2. La certezza che si deve credere. Giudizio sulla obbligatorietà dell'atto di fede. Giudizio di credendità. «Nemo credit, visi viderit esse credendum».

5) Alla certezza del fatto della rivelazione si giunge attraverso la considerazione dei segni o motivi di credibilità, siano essi esterni come i miracoli e le profezie che dimostrano l'origine divina della medesima rive, lazione; oppure interni alla dottrina stessa, come l'ordine, l'armonia, la bellezza, la sublimità, il valore ed efficacia etica della dottrina, la sua capacità a soddisfare le profonde esigenze individuali e sociali dell'umanità.

Siccome però questi segni sono vari e variamente presentabili, così varie sono le vie concrete con cui da essi si può giungere alla certezza del fatto della rivelazione. Tutte queste vie hanno in comune:

  1. il punto di arrivo: certezza che Dio ha rivelato un complesso di verità da credersi appunto perché rivelate;
  2. hanno in comune in certo senso anche la linea di partenza: segni dell'origine divina della rivelazione; ma sono varie, quanto vari sono questi segni ed i modi di presentarli;
  3. il mezzo con cui percorrere la via: la ragione umana col suo lume naturale, senza bisogno di una rivelaz[ione] soprannat[urale].

Si può dire che ognuno giunge per una via propria, consentanea al proprio temperamento, educazione, cultura, indole. Tutte le strade, anche in questo caso, conducono a Roma. Gide ha detto che alcuni son giunti a Dio anche attraverso i sentieri delle capre.

Il fondamento di tale varietà è che infinitamente vari sono i segni divini che dimostrano con certezza alla ragione umana l'origine divina del messaggio proposto alla nostra credenza...

Oggi, come ai tempi di Gesù, non vi è dunque una strada unica e universalmente obbligatoria per aver accesso alla fede. Nel vangelo noi vediamo che gli uni credono, sedotti dall'elevatezza, la bellezza, la pienezza della dottrina del Maestro. Altri sono presi dall'ascendente irresistibile della personalità del Salvatore, dalla bontà illuminata di questo «dolce e umile di cuore»,67 che ha compassione delle folle, come di pecore senza pastore,68 che si intrattiene di preferenza con gli umili e i più disprezzati, i poveri, i bambini, i peccatori, e che ad un tempo s'impone alle coscienze come un maestro che ha dei diritti su di esse, e di cui non si potrebbe discutere l'autorità, perché egli non disputa, come gli scribi e i farisei, ma promulga la sua legge, e tutto ciò che insegna l'adempie egli stesso a perfezione.

Tutti poi dai miracoli operati da Gesù traggono argomento o conferma dell'origine sovrumana del suo messaggio.

La stessa varietà di ragioni di credere si riscontra nel corso dei secoli.

Gli apostoli stessi nella loro predicazione fanno leva specialmente sulle profezie, sui miracoli, sulla risurrezione, sulla trascendente santità di Cristo. Un san Giustino, filosofo convertito nel II s [ecolo], vedrà nel vangelo e nella vita cristiana che ne deriva, la saggezza che invano ha ricercato nei pensatori di questo mondo.

Molti pagani, spettatori dell'eroismo dei martiri cristiani, troveranno in esso la prova dell'origine sovrumana della religione cristiana.

E così, in ogni generazione, ciascuno secondo l'indole e le aspirazioni, è più attirato e conquis[tat]o dall'uno o dall'altro di questi aspetti meravigliosi: ma se ciascuna di queste prove, presa a parte, basta a fondare una legittima certezza, la convinzione si trova rafforzata per la luce e l'appoggio che esse reciprocamente69 si danno. È facile e normale, sia per il convertito che per il fedele, percepire almeno confusamente l'intima solidarietà che lega tutte queste prove e moltiplica così il loro valore.

Tutte le prove poi si trovano come vitalmente sintetizzate nel miracolo vivente e perenne che è la chiesa, erede della dottrina e dello Spirito di Cristo, prodigio essa stessa della divina onnipotenza. La sua esistenza stessa attesta una vitalità sovrumana, che le ha permesso di sopravvivere a tutte le persecuzioni e agli attacchi dal di fuori, a tutte le debolezze umane dal di dentro, che avrebbero dovuto cento volte causare la sua rovina definitiva, se essa non avesse in sé, nell'assistenza dello Spirito di Dio, un principio indefettibile d'immortalità.

67 Mt 11,29.

68 Mt 9,36; Mc 6,34.

69 Nell'originale: recipro reciprocamente.

I frutti di fecondità umana in tutti i campi (umanitario, culturale, artistico), la parte che le spetta nella storia della civilizzazione e, meglio ancora, i frutti di santità eroica di cui è adornata perpetuamente la sua immortale giovinezza attestano non meno eloquentemente la presenza nella chiesa di un principio divino che conferma pienamente la divinità della sua origine e del messaggio da essa divulgato. Signum levatum in nationes.70
In questo fatto uno e multiplo, in questa sintesi vivente che è il cristianesimo incarnato nella chiesa, ancor oggi, come nei primi secoli, ciascuno secondo le sue attrattive, secondo la sua cultura, è conquis[tat]o dall'aspetto che meglio risponde alla sua personalità originale.

Un Coppée è richiamato alla fede della sua infanzia, perché trova nella dottrina e nella vita cristiana la risposta effettiva al problema ineluttabile della sofferenza.

Nella liturgia e nell'arte religiosa un Huysmans scopre l'ispirazione di una vita spirituale tanto forte e tanto pura, da elevare l'uomo al di sopra delle sue passioni e del suo egoismo; e questa vittoria riportata sopra la bassezza nativa dell'uomo, come pure la scienza dell'anima che si rivela presso i n[o]s[tri] mistici, sono ai suoi occhi il contrassegno decisivo della verità.

Nello sconvolgimento del mondo attuale e nel fallimento di tutte le ricette inventate per risolvere i problemi angosciosi che pone la vita della società e quella degli individui, un Giovanni Papini, venendo dall'anarchia e percorrendo tutta la galleria dei moderni sistemi filosofici, si è rivolto a Cristo, trovando in esso ciò che invano aveva cercato altrove.

Un intellettuale come Georges Dumesnil sarà conquistato dall'impeccabile coerenza logica della dottrina cattolica, dall'ammirabile sintesi che essa presenta e specialmente dal dogma trinitario che viene in soccorso della ragione per spiegare la vita intima di Dio e mantenere la sua assoluta trascendenza, al sicuro da tutte le forme di panteismo.

Uno psicologo come Jacques Rivières sarà invece attratto dai dogmi cattolici valutati con meraviglioso «esprit de finesse», secondo le reazioni che provocano nell'anima.

70 La citazione è presa da PIETRO IL VENERABILE, Contra Petrobrusianos haereticos, cap. 138, linea 17 = CCM 10,80-81. Di fianco: «Via comune e ordinaria (Conc. Vatic.)». Nella conversazione che segue si cita Dz. 1796.

Così si potrebbe continuare, citando le esperienze notissime di Thomas Merton, Aldo Ferrabino, Armando Carlini, Michele] Frederico Sciacca, Eugenio Zolli,71 ecc. (cf. Anime incontro a Cristo di d[on] G. Rossi). Loro sanno quanto si sia moltiplicata in questo dopo guerra la letteratura sui convertiti e le conversioni.

Una moltitudine di fatti analoghi potrebbe essere richiamata a conferma: questi però bastano a mettere in luce l'infinita varietà delle vie d'accesso verso il riconoscimento della rivelazione. I segni divini sono innumerevoli e, veramente, tutte le strade conducono a Roma.

Riassumiamo in brevi tratti il compito della ragione umana nella preparazione alla fede.

  1. Acquistare la certezza razionale del fatto della rivelazione divina e dell'obbligo di credervi: Dio ha rivelato, devo credere.
  2. Tale certezza è bastata sui segni divini con cui Dio stesso ha contrassegnato la sua rivelazione: miracoli, profezie, ecc., ecc. (Tale certezza non proviene dalla rivelazione, ma dalla ragione umana, la quale può con le sole sue forze dimostrare l'origine divina della rivelazione cristiana).
  3. Senza una tale previa certezza, è impossibile un vero atto di fede cristiana. Infinite però sono le vie di accesso ad essa, proporzionate all'indole e capacità di ciascuno.

O, per dire tutto con la pregnante formula agostiniana, primo compito dell'intelligenza nella fede è di ricercare le ragioni di credere: «intellectus quaerens fidem».
Compito della ragione nell'atto stesso di fede.

La fede è un assenso dell'intelletto ad una verità rivelata da Dio, perché Dio l'ha rivelata.

Facoltà che pone l'atto di fede: l'intelletto. [Atto] intellettivo: non [dunque propriamente un] intuire, non [un] ragionare, ma assentire, affermare, ammettere che è vero.

Oggetto: la verità rivelata da Dio; tutta la verità rivelata da Dio.

Motivo: non perché io vedo che è così, ma perché Dio attesta che è così. Per l'autorità di Dio rivelante.

71 I1 giorno 2 marzo 1945 don Quadrio annotava sul proprio diario: «Ho sentito la conferenza del neo-convertito prof. Eugenio Zolli (già Israele Zolli, rabbino): "Verso la luce". Egli ha cercato la luce e l'ha trovata. Gesù, io voglio vivere nella luce, in te che sei la luce della mia vita!» (D. Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di E. Valentini, Torino 1964, p. 73).

Dopo che l'intelletto si è accertato che Dio ha parlato, che ha rivelato la tale verità (v[ita] eterna), l'intelletto afferma la vita eterna. In questa affermazione o assenso dell'intelletto sta propriamente l'atto di fede. Credere (cioè affermare come vera) una verità, perché Dio l'ha attestata.

Notiamo anzitutto che questo modo di procedere del nostro intelletto non è un «articolo riservato», una «esclusività» del dominio religioso: l'atto di fede, cioè il prestar fede alla testimonianza altrui è un procedimento estremamente corrente nell'acquisto delle n[o]s[tre] conoscenze, come nel nostro comportamento pratico. Se noi diamo alle parole il loro giusto valore, quante volte non dovremmo sostituire in tutto rigore i termini, i nostri «io so» con «io credo», almeno fino a più ampia informazione personale.

L'uomo è in ogni dominio un essere che impara. A parlare in tutto rigore, di molte verità, per quanto dette leggi scientifiche, le quali non sono state sperimentate da noi stessi personalmente, ma delle quali ci fidiamo per l'altrui testimonianza, non si potrebbe dire «io so», ma «io credo». E ciò che apprendiamo dalla lettura è ugualmente conosciuto non per via d'evidenza, ma di testimonianza (il libro, come il maestro, insegna),72 e in tutta logica la somma di tutti i maestri e di tutti i libri obbliga ancora a dire «io credo», poiché solo la verifica personale diretta permette di dire «io so».

Ora, nel nostro bagaglio intellettuale, l'enorme maggioranza di conoscenze acquisite non sono che conoscenze basate sulla testimonianza, e non sulla nostra verifica personale, cioè sull'evidenza intrinseca della realtà.73
Quante cose, infatti, nelle nostre conoscenze di fisica, di chimica, di biologia, non sono direttamente controllate da noi in laboratorio, ma ammesse per testimonianza di chi le ha controllate. Sarebbe ingenuità aspettare ad ammettere quelle cose solo dopo la verifica personale. L'esperimento personale, in teoria, resta alla portata di ognuno che abbia un dubbio, ma in pratica non è sempre facile per ciascuno l'accedervi.

Se noi passiamo dal dominio della fisica, chimica, biologica, a quello della geografia, per es[empio], la verifica personale — se la si vuol generalizzare, è già più difficile e costosa: lunghezza di fiumi, altezza di monti, profondità di mari... Questa verifica personale diventa ancor più difficile, se noi passiamo al dominio della storia.

72 Nell'originale: insegnano.

73 Nell'originale: cosa.

E così continuamente, anche nel campo pratico. Per es[empio] quando dopo una visita al mio medico, di cui non riesco neppure sempre a leggere la scrittura, io porto al primo farmacista la sua ricetta che mi prescrive certe pillole, ed io rientrato a casa prendo queste pillole senza sapere di che cosa son fatte, né come son fatte, senza neppure verificare se il farmacista ha letto bene la ricetta, io pongo il più bell'atto di fede pratica in qualcuno, senza controllo personale. Io gioco la mia vita...

013. L'analisi dell'atto di fede
(Intervento in un corso con altri relatori)74
Vi è tra la nostra vita naturale e il nostro organismo soprannaturale una mirabile analogia e corrispondenza. Tutta la nostra compagine naturale è costituita da tre elementi fondamentali: la natura, le facoltà, gli atti. La natura è il principio radicale di tutta la vita e attività naturale; le facoltà promananti della natura (per es [empio] l'intelligenza e la volontà) sono le potenze attraverso le quali la natura esercita le sue attività; e finalmente gli atti naturali, compiuti dalle rispettive facoltà, costituiscono il mezzo con cui la natura si espande e tende al suo fine.

Ebbene, anche la compagine della nostra vita soprannaturale è costituita da tre elementi fondamentali: la grazia santificante, le virtù infuse promananti dalla grazia e gli atti soprannaturali posti dalle singole virtù. Nell'organismo soprannaturale quindi la grazia santificante è come la natura nell'ordine soprannaturale, giacché la grazia non è altro che la natura divina comunicata e partecipata a noi, mediante la quale lo stesso essere nostro viene divinizzato e reso deifico. Dalla grazia santificante emanano le virtù soprannaturali o infuse (infuse direttamente da Dio nell'uomo), le quali sono come altrettante facoltà, attraverso le quali la grazia santificante svolge la sua attività soprannaturale, cioè compie quegli atti soprannaturali che portano l'uomo al conseguimento del suo ultimo fine. Come la grazia santifica e divinizza l'essere nostro, così le virtù soprannaturali santificano e divinizzano le nostre facoltà, conferendo loro la capacità di compiere atti soprannaturali e meritori.

Ora, tra queste virtù soprannaturali promananti dalla grazia, tre primeggiano sulle altre per dignità ed importanza, la fede, la speranza e la carità, dette appunto teologali, perché congiungono direttamente l'anima con Dio, e costituiscono come il tessuto connettivo di tutta la vita cristiana. La fede è come l'intelligenza dell'uomo soprannaturale; conferisce infatti alla mente umana la capacità di vedere soprannaturalmente. Costituisce come gli occhi di Dio trapiantati nell'anima nostra, sicché tutto noi vediamo e conosciamo con occhi divinizzati, alla luce di Dio, come vede e conosce Dio stesso, con la differenza che noi vediamo nella penombra della fede ciò che egli vede nella chiarità della visione.

74 Su fogli dattiloscritti, con correzioni autografe. Si accenna ad un corso, nel quale don Quadrio è incaricato dell'analisi psicologico-teologica dell'atto di credere.

La speranza e la carità sono come la volontà e il cuore dell'uomo soprannaturale: conferiscono infatti alla nostra volontà la capacità di volere, desiderare e amare soprannaturalmente, deificamente. Sono come il cuore di Dio comunicato all'uomo, sicché egli possa amare ogni cosa come Dio l'ama, partecipando per mezzo della speranza a quell'infinita e impertur[b]abile serenità e fiducia che è propria della volontà perfettissima di Dio stesso.75
In queste brevi e modeste conversazioni noi vogliamo insieme tentare un'analisi dell'atto di credere, di questo atto che costituisce il primo passo nella vita soprannaturale, l'atteggiamento fondamentale dell'uomo di fronte alla divinità. Che cosa significa «credere»?
Si noti fin dall'inizio che a me non è stato assegnato il compito di vagliare le basi razionali della nostra fede, cioè quel complesso di ragioni apologetiche che giustificano come ragionevole l'atto di credere; e neppure sono incaricato di fare una esposizione di quelle verità che formano l'oggetto della nostra fede e del credo cattolico. Il compito assegnatomi da chi ha organizzato il corso è di fare un'analisi psicologico-teologica di quell'atto semplice e complesso insieme che è l'atto di credere.

Sembra molto utile, prima di affrontare quest'analisi dell'atto di fede, prendere almeno sommariamente contatto con i dati concreti offerti alla nostra riflessione dall'esperienza dei credenti, affinché la nostra indagine sia perfettamente aderente ai fatti e diretta dall'osservazione psicologica.

Riportiamoci dunque al vangelo, ove troviamo l'atto di fede cristiana allo stato puro, per dir così; troviamo la fede nascente, l'incontro del credente con Dio, che si manifesta nella persona di Gesù.

I discepoli, entrando in contatto col profeta di Nazareth, sono attirati dal fascino della sua personalità. L'ascoltano, ritornano a lui e finiscono per provare l'impressione di una personalità senza eguale. Questa impressione, ascoltando i suoi discorsi, osservando le sue opere, si trasforma a poco a poco in convinzione. Gesù è un essere superiore ad ogni altro: nessuno parla come lui, nessuno compie le opere che fa lui. Finalmente osano domandarlo a lui stesso: «Ma tu, chi sei?». E quando Gesù dichiara di essere il Messia, il grande inviato di Dio vaticinato dai profeti, anzi dichiara di essere lo stesso Figlio di Dio venuto a redimere l'umanità, e dimostra con portentosi miracoli la verità delle sue affermazioni, allora gli credono sulla parola, credono alla sua divina missione, alla sua divinità, a tutte le sue affermazioni. L'ha detto lui, il Figlio di Dio: questo basta per loro, questo è tutto. Non esigono altre prove.

75 Concetti analoghi in 0 094.

II. Il secondo compito dell'intelligenza nel campo della fede è quello di emettere o pronunciare quell'assenso alle verità rivelate, in cui propriamente consiste l'atto di credere. È infatti compito dell'intelligenza assentire a una determinata verità. Se analizziamo o scomponiamo l'atto di credere (per es[empio]: credo che Gesù è Dio), troviamo che:

  1. la facoltà che pone un tale atto non è propriamente la volontà o il sentimento, ma l'intelligenza, mossa dalla volontà e dal sentimento; come l'indicare le ore è un atto della lancetta, mossa dalle rotelle e dalla molla;
  2. troviamo [che] l'atto di credere non è propriamente un ragionamento, e neppure una semplice intuizione, ma piuttosto un assenso o pronunciamento della mente su una determinata verità: credo che Gesù è Dio;
  3. troviamo che oggetto dell'atto di credere non è una qualunque affermazione umana, ma un'affermazione fatta da Dio stesso, cioè una verità rivelata da Dio;
  4. troviamo infine che il motivo dell'assenso di fede, non è l'evidenza intrinseca della verità rivelata (non credo che Dio è trino, perché vedo che è veramente trino), ma è il fatto stesso della rivelazione divina (credo che Dio è trino, perché egli stesso, che è infallibile, lo ha rivelato: la sua parola mi basta; è tutto per me).

In sintesi: credere è l'assenso dell'intelligenza alle verità rivelate, appunto perché Dio le ha rivelate. Credere è il sì della mente a Dio che parla.

Ora questo ammettere ciò che non si vede, questo affidarsi ciecamente alla testimonianza altrui, non è forse contrario alla più fondamentale esigenza dello spirito, che è [quella] di capire, vedere, comprendere ciò che afferma? Non è un abdicare ai diritti più inviolabili dello spirito, cioè alla libertà di pensiero, che è la prima e più nobile delle libertà umane? Non è forse la fede la più umiliante delle schiavitù? Gli altri tiranni possono con la minaccia e la violenza costringermi a fare ciò che non voglio, a dire ciò che non penso, ma non a pensare ciò che non vedo. Dio, con la minaccia dell'inferno, non sembra giungere fino a questa sottile tirannia, imponendomi un suicidio della mia intelligenza?
Per dimostrare l'inconsistenza di questa speciosa difficoltà, facciamo tre constatazioni che, partendo dalla periferia e procedendo verso il centro, ci permettono di rilevare alcuni elementi, atti a completare la nostra analisi psicologica dell'atto di fede nella sua componente intellettiva.

Prima constatazione. Il credere a qualcuno, il prestar fede alla testimonianza altrui, l'ammettere una verità o un fatto sulla parola di chi ce l'ha riferito non è una esclusività, un «articolo riservato» del campo religioso. L'atto di fede umana è infatti un procedimento estremamente corrente e ritenuto universalmente legittimo nell'acquisto delle nostre conoscenze, come nel comportamento pratico. Se noi dessimo alle parole il loro giusto valore, quante volte non dovremmo sostituire i nostri «io so» con degli «io credo sulla parola di qualcuno», almeno fino a più ampia informazione!
L'uomo in ogni dominio è un essere che impara e crede a qualcuno. Nel bagaglio intellettuale delle nostre conoscenze, quante sono basate sulla testimonianza altrui, anziché sulla nostra diretta e personale verifica!
Nel campo per es [empio] della fisica, della chimica, della biologia, dell'astronomia, noi accettiamo un'enorme quantità di dati, di leggi e nozioni che non abbiamo mai personalmente verificato, ma che riteniamo [fondamenti] veri sulla parola degli scienziati che li hanno sperimentati. L'esperimento personale, in teoria, rimane alla portata di ognuno che abbia un dubbio, ma in pratica non è sempre facile per ciascuno l'accedervi. E tuttavia non [si] pensa a un suicidio dell'intelligenza.

Se, dal campo delle scienze sperimentali, noi passiamo a quello della storia e della geografia, la verifica personale diventa per i singoli ancora molto più difficile. Chi di noi, per es[empio], potrebbe direttamente controllare la lunghezza dei fiumi, la profondità dei mari, l'altezza dei monti, la densità della popolazione, l'esistenza e le gesta di Numa Pompilio, di Cesare, di Carlo Magno; le date degli avvenimenti storici, ecc.? Noi crediamo tutto questo, senza poterlo controllare personalmente, a un libro di geografia o di storia, e non per questo ci sentiamo schiavi di nessuno, o pensiamo a un suicidio dell'intelligenza.

La nostra vita pratica poi è un tessuto di atti di fede. Quando leggiamo il giornale o ascoltiamo la radio, quando consultiamo l'orario ferroviario o l'elenco telefonico, quando ci facciamo visitare dal medico o prendiamo un .medicina comprata in farmacia, quando compriamo i nostri viveri e quando li consumiamo, noi compiamo dei continui atti di fede in qualcuno, senza l'ombra di controllo personale, giocando perfino la nostra vita sulla parola altrui: persuasi di comportarci in modo pienamente ragionevole.

Dunque, se tutta la nostra vita in ogni campo è un continuo credere a questo o a quello, perché dovremmo meravigliarci che avvenga lo stesso nella religione? Con la differenza che nella religione non si crede alla donna di servizio, al panettiere o al farmacista, ma a quell'unico che è massimamente degno di essere creduto, perché è la verità stessa infallibile, che non si inganna né può ingannare.

Seconda constatazione, che ci porta più vicini al centro. Chi teme che la fede cristiana sia un asservimento dello spirito, un'abdicazione alla libertà di pensiero, analizzi l'esperienza dei convertiti più recenti, e osservi quale atteggiamento hanno assunto verso la fede gli spiriti più intelligenti ed avveduti del nostro tempo.

  1. Il numero dei convertiti al cattolicesimo è già di per se stesso molto significativo.
  2. La qualità dei convertiti è un argomento anche più eloquente. Vi si riscontrano numerose personalità di primo piano in ogni campo della cultura.
  3. Le dichiarazioni infine degli intellettuali convertiti tolgono ogni dubbio. Scegliamo tra mille, a caso, le parole di un celebre uomo d'armi, di un dottissimo rabbino e di un eminente filosofo.76

Questa è l'esperienza di chi, da una superba e diffidente incredulità, è passato alla fede umile e serena: la fede è una liberazione, una conquista, un'affermazione della intelligenza umana: «È la verità che ci fa liberi».77 «Dov'è lo spirito di Dio, ivi è libertà» (2 Cor 3,17).

Terza constatazione, che ci porta al nocciolo della questione. L'atto di credere non è affatto un moto cieco dell'anima, senza una giustificazione o una certezza, ma è un atteggiamento pienamente razionale e legittimo dell'intelligenza. So che Dio è infallibile e veracissimo; so che egli mi ha parlato. L'unico atteggiamento legittimo e ragionevole non è forse quello di prestargli fede? Quando un uomo degno di fede ci annuncia una cosa di sua competenza, noi riteniamo pienamente ragionevole credergli, anche senza verificare personalmente la verità delle sue affermazioni. «Ora — dice san Giovanni — se accettiamo la testimonianza umana, perché dobbiamo rifiutare quella divina, che è infinitamente più certa?».78
76 Seguono puntini. Gli esempi sono omessi. Si possono integrare con quelli citati nella conversazione precedente, presi dal libro di G. Rossi, Anime incontro a Cristo. Nella conversazione che segue si cita Otto Pohl (un generale celebre), Eugenio Zolli (già rabbino) e Armando Carlini (filosofo).

77 Gv 8,32.

78 1 Gv 5,9.

III. Ma l'intelligenza umana non si accontenta di esaminare i fondamenti della fede e di porre l'atto di credere. Essa vuole anche scrutare ed indagare il contenuto misterioso delle verità credute. È il terzo compito dell'intelligenza nell'atto di fede, compito concisamente espresso da sant'Agostino nella celebre formula «fides quaerens intellectum»: la fede bramosa di comprendere ciò che crede. E già prima san Paolo aveva parlato di «occhi illuminati di cui è fornita la fede» («illuminatos oculos fidei vestrae»).79 E il Concilio Vaticano {I], raccogliendo in sintesi il pensiero della rivelazione e della chiesa, insegna che «la ragione umana, illuminata dalla fede, se ricerca con alacrità, con amore e con sobrietà, raggiunge, con l'aiuto divino, una qualche intelligenza dei misteri» ammessi con l'atto di fede (Dz. 1796).

E così la mente del credente, condotta per mano dalla fede, riesce a sollevare un poco il velo dei misteri rivelati e gettare uno sguardo amoroso e furtivo nell'intimità sacra di Dio, in quella luminosità tenebrosa, in quella tenebra transluminosa che ci abbaglia per eccesso di luce. La verità divina non si svela se non a chi crede. «Crede, ut intelligas», diceva ancora sant'Agostino: «Credi, se vuoi capire qualche cosa». «Nisi credideritis, non intelligetis».8° Se non credete, non comprendete nulla dei misteri di Dio. Dio non si vede se non attraverso gli occhi di Dio stesso, trapiantati in noi mediante la fede.

Concludendo, dunque, possiamo affermare che la fede non è un'umiliazione, ma la sublimazione dell'intelligenza umana, innalzata oltre gli umani orizzonti a partecipare della stessa luce ed infallibilità di Dio, verità assoluta. Non è una rinuncia, uno sbarramento, ma una finestra aperta sull'infinito, sulla vita intima di Dio, sui destini eterni dell'uomo.

Non è una catena che ci inceppi, ma un'ala che ci innalza al piano stesso della verità divina.

Non è la tenebra dell'oscurantismo, ma — come dice san Pietro — «una fiaccola luminosa nelle tenebre»,81 che ci guida alla «verità che tanto ci sublima».82
79 Illuminatos oculos cordis vestri (Ef 1,18).

80 S. AGOSTINO, In Ioannis evangelium, tract. 29,6 = CCL 36,287; cf. anche De mor. eccl. cath. 1,17 = PL 32,1318.

81 Et habemus firmiorem propheticum sermonem: cui benefacitis attendentes quasi lucerne lucenti in caliginoso loco donec dies elucescat, et lucifer oriatur in cordibus vestris (2 Pt 1,19).

82 DANTE ALIGIIIERI, Divina commedia, Paradiso 22,42.

014. La fede è il suicidio della nostra intelligenza?
(Gennaio 1957, Torino, Crocetta, cappella esterna, professionisti e intellettuali)83
Questo timore si è affacciato alla nostra mente nell'ultima nostra conversazione, allorché — iniziando un'analisi del meccanismo della fede abbiamo constatato la grande parte che ha l'intelligenza umana nell'atto di credere. Credere è il sì della mente a Dio che parla; è la genuflessione dell'intelligenza davanti alle verità rivelate da Dio.

Ora questo ammettere ciò che non si vede, questo affidarsi ciecamente alla testimonianza di un altro, non è forse abdicare ai diritti inviolabili dello spirito, non è rinnegare la libertà di pensiero, la prima, la somma, la più nobile delle libertà umane? La fede non è forse una schiavitù umiliante, l'atteggiamento dello schiavo che pone la sua testa sotto il piede del padrone? Gli altri tiranni possono con la violenza e la minaccia costringermi a fare ciò che non voglio, a dire ciò che non penso, ma non a pensare ciò che non vedo. Dio con la fede non sembra giungere fino a questa sottile tirannia, imponendomi così il suicidio della mia intelligenza?
Oggi vogliamo brevemente, come al solito, guardare in faccia questa difficoltà e trovare la risposta più esauriente e tranquillizzante che sia possibile. Partiamo dalla periferia per giungere al centro, al nocciolo della questione, passando attraverso alcune considerazioni evidenti.

Prima constatazione. Tu che temi di sacrificare i diritti e la dignità della tua intelligenza credendo a Dio, guarda. La tua vita non è un tessuto di continui, infiniti atti di fede? Nel bagaglio delle tue conoscenze, che costituiscono il tuo orgoglio, quante non provengono dalla fede prestata a qualcuno? Tutto o quasi tutto quello che sai, lo credi a chi te lo ha detto. Tutte le tue conoscenze di geografia (perché tu non hai contato gli abitanti delle città, non hai misurato l'altezza dei monti, la lunghezza dei fiumi, la superficie delle regioni), tutte le tue conoscenze di storia (perché tu hai solo trenta, cinquanta, settant'anni, eppure parli di storia greca, romana, medioevale, moderna), la maggior parte delle tue conoscenze di fisica, chimica, biologia (giacché tu non hai potuto personalmente sperimentare tutto in laboratorio), le conoscenze anche più elementari della vita, che quell'uomo sia tuo p [adre], quella donna tua madre, quegli altri tuoi fratelli, cugini, ecc., tutto questo tu lo credi a qualcuno, e non per questo pensi a un suicidio dell'intelligenza
83 Questa conversazione segue l'Omelia 007, tenuta in occasione dell'Epifania.

E quando leggi il giornale, ascolti la radio, consulti l'elenco telefonico, l'orario ferroviario, ti fai visitare da un medico, prendi una medicina, compri i tuoi commestibili (e tutti questi sono atti di fede in qualcuno), tu non pensi di abdicare agli inviolabili diritti della libertà di pensiero.

Dunque, se tutta la tua vita è basata sul credere a questo e a quello, perché ti meravigli se nel campo della religione avviene lo stesso? Con la differenza che nella religione non si crede alla donna di s[ervizio], al portinaio, al panettiere, ma a quell'Uomo che è massimamente degno di essere creduto, perché è la verità stessa infallibile, che non si inganna, né può ingannare.

Seconda constatazione, che è più vicina al centro.

Tu temi che la fede sia una schiavitù dello spirito. Ebbene, osserva come anche solo in questi ultimi anni si sono comportati verso la fede gli spiriti umani più intelligenti ed avveduti.

  1. Il numero.
  2. La qualità. Personalità di primo piano in ogni campo della cultura.
  3. Le dichiarazioni. Ho scelto a caso tra:
  4. Otto Pohl: un generale celebre,
  5. Eug[enio] Zolli: un rabbino dottissimo,

— Arm[ando] Carlini: un filosofo.

— Jacques Rivière: uno psicologo. Trova nei dogmi cattolici la risposta più appagante alle esigenze della psicologia umana.

  1. Georges Dumesnil: un intellettuale. È conquistato dall'impeccabile coerenza logica della dottrina cattolica, dall'ammirabile sintesi che essa presenta.
  2. Giov[anni] Papini: un letterato. Venendo dall'anarchia e dallo scetticismo e attraverso tutta la galleria dei vari sistemi filosofici, dopo averli tutti sperimentati, si è rivolto a Cristo, trovando in esso ciò che invano aveva cercato altrove.

— Huysman: [uno] studioso e critico d'arte. Trova nella liturgia e nell'arte religiosa una tale forza di ispirazione artistica e di elevazione morale, da convincerlo della verità stessa della religione, che quest'arte produce ed ispira.

Questa è l'esperienza di chi da una superba e diffidente incredulità è passato alla fede umile e serena: la fede è una liberazione, una conquista, un'affermazione dell'umana intelligenza. È la verità che ci fa liberi. Dove vi è lo Spirito di Dio, ivi è libertà."
Terza constatazione, che ci porta al nocciolo della questione.

Tu temi che credere a Dio sia contro le esigenze della ragione, [sia] una rinuncia, un impoverimento?
Quando tu sei certo che un uomo è sincero, degno di fede, e ti annuncia una cosa di sua competenza; tu pensi che sia ragionevole credergli.

Per es[empio], se un amico incontrandoti ti annuncia piangendo la morte della propria moglie, tu gli credi, pensi che sia ragionevole credergli. Sarebbe irragionevole il contrario.

Ora questo appunto si verifica nel caso in cui Dio ti annuncia qualche cosa. «Se accettiamo la testimonianza umana, dobbiamo accogliere anche quella divina, che è più sicura e più certa»."
Una rinuncia la fede, quando ci apre le porte di [un] mondo infinito e superiore, che alla sola ragione rimarrebbe sconosciuto? Rinuncia la fede, quando è l'unica finestra aperta sul mondo di Dio, sulla vita intima di lui, sul mondo dell'aldilà, sui destini eterni dell'uomo? Rinuncia la fede, quando ci comunica e ci partecipa la luce stessa di Dio, gli occhi di Dio, per vedere almeno oscuramente ciò che lui vede nella sua infinita chiarezza? La fede non86 è una catena che ci inceppa, ma un'ala che ci innalza oltre gli umani orizzonti; non è un muro che preclude la vista, ma una finestra aperta nell'infinità; non è una schiavitù, ma una liberazione; non è oscurantismo, ma una fiaccola accesa nelle tenebre. La verità ci farà liberi. Dov'è lo spirito di Dio, ivi è libertà [Gv 8,32; 2 Cor 3,17].

84 Gv 8,32; 2 Cor 3,17. " 1 Gv 5,9.

86 Nell'originale: non non.

015. [Il compito dell'intelligenza nell'atto di fede]
Il compito dell'intelligenza nel campo della fede è triplice:
— prepara l'atto di credere, vagliandone le basi razionali che lo giustificano;

  1. emette l'atto di fede, assentendo alle verità rivelate da Dio appunto perché rivelate;
  2. scruta e approfondisce, per quanto è possibile quaggiù, le verità credute, per comprendere qualche cosa delle sue misteriose bellezze e ricchezze.

1) L'intelligenza interviene dunque anzitutto nel preparare l'atto di fede, ponendo quegli atti preliminari che devono necessariamente precedere l'atto di credere. Per poter credere, infatti, l'uomo deve acquistare la certezza razionale
— che Dio esiste, ed è degno della massima fede, perché è verità assoluta e infallibile;

  1. che Dio può parlare all'uomo, rivelandogli verità diversamente mai conoscibili umanamente;

— che di fatto Dio ha parlato all'umanità per mezzo di un suo inviato speciale, Gesù C [risto], il quale attraverso segni certissimi ha dimostrato di parlare a nome di Dio stesso;
— che dunque l'uomo può ragionevolmente credere, anzi deve credere, se vuole salvarsi, alle verità rivelate da Dio per mezzo di Gesù Cristo, ammettendole come assolutamente vere sulla parola stessa infallibile di Dio.

Si noti che queste certezze preliminari

  1. sono assolutamente necessarie, almeno in forma rudimentale e popolare, perché l'atto di fede sia possibile: «nessuno può credere, se non vede che si deve credere»;
  2. sono accessibili all'uomo spassionato e di buona volontà anche prima del battesimo e senza un particolare e straordinario intervento di Dio;

— non sono ancora l'atto di fede, ma solo la preparazione necessaria ad esso; come l'atrio non è la casa, o il dibattimento della causa non è se non la necessaria preparazione alla sentenza del giudice.

Tali certezze preliminari si possono in sostanza ridurre a due: la certezza che si può ragionevolmente credere alle verità della rivelazione cristiana, essendo sicuramente rivelate da Dio stesso (giudizio di credibilità); e la certezza che si deve, per obbligo di coerenza morale, credere a queste verità, per raggiungere la vita eterna promessa da Dio solo a chi crede.

Ora, per quale via l'intelligenza umana giunge alla certezza che si può ragionevolmente e si deve credere alle verità della rivelaz[ione] cristiana?
Vi giunge attraverso la considerazione di certi segni e fatti che comprovano l'origine divina del messaggio cristiano. Tali segni possono essere intrinseci alla stessa dottrina rivelata, come l'ordine, l'armonia, la bellezza e sublimità, il valore e l'efficacia etica della dottrina, la sua capacità a soddisfare le esigenze individuali e sociali dell'anima: segni questi che garantiscono la trascendenza divina del messaggio] cr[istiano]. O possono essere anche dei fatti estrinseci alla dottrina e riguardanti piuttosto la persona del divino rivelatore Gesù, quali sono i suoi molteplici e autentici miracoli, le sue predizioni del futuro esattamente avverate, la sublime santità della sua vita, che costituiscono le sue credenziali di inviato celeste.

Siccome però questi segni sono vari e variamente presentabili, così varie sono le vie con cui da essi si può giungere alla certezza che il cristianesimo è una rivelazione divina. Tutte queste vie hanno però in comune il punto di arrivo, cioè la certezza razionale che Dio ci ha parlato in Gesù, e che quindi è ragionevole e doveroso credergli. A questa meta ciascuno giunge per una via sotto molti aspetti personale, consentanea al proprio temperamento, indole, educazione e cultura. In tale senso Gide aveva ragione di dire che talvolta si giunge a Dio anche attraverso i sentieri della capre. Fondamento di tale varietà di vie è, come ho accennato, la ricca varietà dei segni divini che ci garantiscono dell'origine divina della rivelazione cristiana.

Oggi dunque, come ai tempi di Gesù, non vi è una strada unica ed universalmente obbligatoria per avere accesso alla fede. Nel vangelo vediamo che gli uni credono, sedotti dall'elevatezza, bellezza e plenitudine umana della verità predicata dal Maestro. Altri sono presi dall'ascendente irresistibile della personalità del Salvatore, dalla87 [bontà illuminata di questo dolce e umile di cuore (Mt 11,29), che ha compassione delle folle, come di pecore senza pastore (Mt 9,36), che si intrattiene di preferenza con gli umili e i più disprezzati, i poveri, i bambini, i peccatori, e che ad un tempo s'impone alle coscienze come un maestro che ha dei diritti su di esse, e di cui non si potrebbe discutere l'autorità].

87 il foglio, benché non giunto al suo termine, si arresta a questo punto. Il senso può essere completato con la C 012.

016. Fede e libertà
(1957, Torino, cappella esterna, professionisti e intellettuali)
Un'analisi anche superficiale di quell'atto basilare della nostra88 religione, che è l'atto di credere, ci ha svelato che esso è un atto semplicissimo, istantaneo, indivisibile, ed insieme un atteggiamento complesso dello spirito in cui è ingaggiato tutto l'uomo, con tutta la sua personalità e le sue forze psicologiche, razion[al]i, affettive, sentimentali.

Dopo aver studiato la parte che l'intelligenza ha nel porre l'atto di credere, vogliamo oggi vede[re] quanto decisivo sia l'influsso che nella fede abbia la volontà, l'affettività, le disposizioni morali e sentimentali del credente. L'uomo non è solo ragione, ma anche89 cuore, ed anche il cuore vuole la sua parte nel credere. L'uomo non ha solo l'esigenza del vero, ma anche quella del buono, del giusto, del bello, dell'utile, ed anche tali esigenze vogliono essere soddisfatte nella fede.

La fede è una atto libero, che dipende cioè dalla libera scelta dell'uomo: crede chi vuole.

1. Apriamo il vangelo, specialmente il quarto, quello di san Giov[anni]. L'idea dominante e ricorrente è questa: davanti alla predicaz[ione] di Gesù, di fronte agli stessi miracoli, alcuni credono, altri si ostinano a non credere: fede-incredulità. Ecco il motivo fondamentale della st[rana] ev[entualità].90 Gesù annuncia il pane di vita: molti se ne vanno, alcuni credono. Perché? Gesù guarisce il cieco nato: i farisei si ostinano nell'incredulità, il popolo crede. Viene risuscitato Laz[z]aro: molti credono, i capi si esasperano e decidono la morte [di Gesù]. Perché questo opposto atteggiamento, questa diversa reazione di fronte alla stessa verità, alle stesse prove? Cristo stesso diede la ragione psicol[ogica] profondissima di tale fatto. «La luce apparve in q[uesto] mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano cattive. Ognuno che agisce male, odia la luce e non si accosta alla luce, perché non appaia la sua cattiveria; chi invece ama la verità, si accosta alla luce, in modo che appaiano le proprie opere, perché sono fatte in Dio» (Gv 3,18-22). «Beati i puri di cuori perché vedono Dio»91 e lo sanno vicino.

88 Nell'originale: nostra nostra.

89 Nell'originale: anche anche.

90 Integrazione incerta.

91 Mt 5,8.

Si crede perché si vuole, [perché] si ama.

Ne risulta che la luce della rivelazione cristiana attira coloro che sono ben disposti moralmente e allontana gli altri. Davanti alla fede la decisione spetta all'uomo, e dipende dalle disposizioni morali della sua libera volontà. Chi è buono ed ama la luce, sceglierà il sì; chi è cattivo ed ama le tenebre, sceglierà il no. Di qui la responsabilità di ciascuno, sanzionata dalle categoriche e perentorie parole di Cristo: «Chi crederà, sarà salvo; chi non crederà, sarà condannato».92 Della propria libera scelta ciascuno deve rispondere di fronte alla propria coscienza e di fronte a Dio.

2. La libertà e responsabilità di ognuno di fronte alla fede è illuminata anche dalla psicologia dei convertiti, di coloro che sono giunti alla fede in età matura.

Nella storia dí ogni anima credente o incredula vi è un momento in cui le coscienze sono messe al bivio: accettare o rigettare la verità cristiana. Perché s'impone questa possibilità di scelta?
Perché la verità cristiana non [è] un sistema teorico o astratto, di conoscenze speculative che interessano solo l'intelligenza; essa impegna tutto l'uomo ed obbliga93 a trasformare la vita. Se Dio esiste, se egli sarà il suo giudice, se Cristo è salvatore, se la chiesa cattolica è la sua chiesa, se esiste il paradiso e l'inferno, io non posso vivere come se questo non fosse. Non è come ammettere o negare il teorema di Pitagora o la teoria della relatività di Einstein o l'es[is]tenza dei dischi volanti e dei marziani; è dare alla propria vita un orientamento decisivo e definitivo. Vi è interessato direttamente il cuore con 194 [suoi affetti e le sue passioni, l'interesse con i suoi piani e programmi, la vita insomma tutta intera. Il conoscere religioso chiama in causa tutto l'uomo, non solo le forze della ragione, ma altresì le facoltà emotive].

92 Mc 16,16.

93 Nell'originale: obbligano.

94 Non ci è giunto il seguito. La conversazione può essere integrata con quella che segue.

017. Il compito della volontà nell'atto di fede (23/03/1951, Genova, professori universitari)
Dottrina cattolica
1. Il problema. La fede è un atto libero.

È dottrina cattolica che l'atto di fede è un assenso intellettivo alla divina rivelazione, non un cieco sentimento del cuore.

Ma è anche dottrina cattolica che l'atto di fede è libero, cioè dipende dalla libera volontà umana.

Davanti alla fede l'uomo è libero anzitutto perché può prendere in considerazione o non interessarsi delle ragioni di credere; ma, anche dopo che ha provato la ragionevolezza di credere, anche dopo che avesse visto miracoli e altri segni, anche allora rimane libero di prestare o sospendere il suo assenso di fede. Dalla prima inquietudine religiosa che lo orienta verso la fede fino al termine stesso della fede, l'uomo rimane sempre libero.

La ragione di questa libertà va riposta nell'oscurità misteriosa dell'oggetto creduto. Noi sappiamo che Dio ha rivelato," sappiamo che Dio è infallibile e veracissimo. Tuttavia la verità rivelata rimane per noi misteriosa, oscura. Mancando l'evidenza intrinseca dell'oggetto presentato, l'intelligenza rimane perplessa, incerta, dubbiosa e non prorompe nell'atto di assenso. Come noi all'incrocio di una strada, quando il segnale è rosso. Ha bisogno di essere stimolata e spinta. E l'impulso non può venirle se non da quella facoltà che regge e muove tutte le altre facoltà, dalla volontà. L'intervento della volontà è essenziale all'atto di fede: senza di essa non v'è fede. Ora la volontà è libera di dare o non dare quest'impulso all'intelligenza, secondo le proprie inclinazioni, simpatie, disposizioni.

Quindi l'atto di fede rimane sempre libero e in certa misura condizionato dalle disposizioni morali del soggetto.

Così si spiega il mistero dell'incredulità!
Riportiamoci anche questa sera al vangelo, dove è descritto concretamente il dramma della libera volontà umana di fronte alla persona e al messaggio di Cristo. Questa lotta drammatica fra fede e incredulità, fra luce e tenebre, costituisce l'asse attorno a cui ruota tutta la vicenda evangelica, specialmente in san Giovanni.96
"Nell'originale: l'ha rivelata.

96 Aggiunta sul margine sinistro, con inchiostro diverso da quello della stesura.

Perché, anche davanti ai miracoli più evidenti, i farisei non credettero in Cristo? Perché, dopo aver ascoltato le stesse dimostrazioni, alcuni credono, altri si ostinano nell'incredulità?
Perché, quando Cristo annunciò l'eucaristia, molti se ne andarono increduli, mentre gli apostoli credettero? Dipende dalle disposizioni morali delle singole volontà.

Cristo stesso diede la ragione psicologica profondissima di tale fatto: «La luce apparve in questo mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché erano cattive le loro opere. Ognuno che agisce male, odia la luce e non si accosta alla luce, perché non appaia la sua cattiveria; chi invece ama la verità, si accosta alla luce, in modo che appaiano le proprie opere, perché sono fatte in Dio» (Gv 3,18-22).

Questo testo molto chiaro basta al nostro scopo, poiché noi non pretendiamo di fare uno studio esauriente del soggetto nel N[uovo] T[estamento].

Ne risulta che la luce della rivelazione cristiana attira coloro che sono ben disposti moralmente, e allontana gli altri. E di questa antipatia o attrazione, che è frutto di libera scelta, gli uni e gli altri sono responsabili.

La tradizione cattolica tutta intera fa eco alle par[ol]e di Gesù. Basti raccogliere sotto la penna dei grandi dottori qualche formula espressiva di questa dottrina.

Sant'Agostino [afferma]: «È l'amore che domanda, è l'amore che ricerca, è l'amore che fa percepire, è l'amore che fa aderire alla rivelazione, ed è l'amore che mantiene l'assenso una volta dato» (De moribus ecclesiae catholicae,l. I, c. 17, 4. 31). L'amore di cui parla qui sant'Agostino non è la virtù teologica della carità, sempre legata allo stato di grazia. È sinonimo di attrattiva, di simpatia. «Non movetur anima pedibus, sed affectibus».97
Passiamo molti secoli e veniamo senz'altro al maestro incontestato della teologia razionale. Sotto formule più astratte e precise, noi troviamo in san Tommaso una dottrina identica.

«Inch[o]atio fidei est in affectione» (De verlitatd, q. 14, a. 2, ad 10). L'avvio alla fede sta nell'affetto, nell'affettività, noi diremmo popolarmente: nel cuore. «Non enim assensus (fidei) ex cogitatione causatur, sed ex voluntate» (Ib., a. 1).

97 In Ioannis evangelium, tract. 48,3 = CCL 36,413.

L'assenso della fede dipende non dalla speculazione, ma dalla volontà; non dal ragionamento apologetico, ma dall'amore. «In cognitione autem fidei, princzpalitatem habet voluntas». Nell'atto di credere è la volontà che ha la parte principale.98
Le affermazioni di san Tommaso sono dunque universali e categoriche: l'intervento della volontà nell'atto di fede non è accidentale ma essenziale. L'affermazione così vigorosa e ripetuta del primato della volontà, o meglio dell'affettività nella fede è tanto più eloquente e significativa, in quanto proviene da un pensatore che ha vigorosamente mantenuto i diritti della ragione in tale materia. Nessuna contraddizione in san Tommaso: la fede è un atto dell'intelletto, ma reclama essenzialmente un impulso libero della volontà. Di qui procede la libertà, la responsabilità, il merito della fede.

Il Concilio Vaticano [I] ha solennemente confermato questa dottrina definendo, come dogma di fede, la libertà dell'atto di fede contro i razionalisti e semi-razionalisti, che pretendevano di ridurre la fede a una pura speculazione intellettuale.99
Questa è la dottrina cattolica che affonda, come abbiamo visto, le sue radici nelle stesse affermazioni di Cristo e nella narrazione evangelica.

Cerchiamo ora nella psicologia dei convertiti e dei credenti l'applicazione di questa legge dell'influsso morale, affermata dalla dottrina cattolica.

Nella storia delle anime credenti o incredule, vi è un momento in cui le coscienze sono messe al bivio: ricevere o rigettare la verità cristiana. È un'esperienza che fanno specialmente coloro che giungono alla fede dopo crisi, travagli, ripugnanze, lunghe ricerche. Essi hanno qualche cosa da dirci, e la loro esperienza è utile per chi vuol fare un'analisi psicologica d[ella] fede.

La verità cristiana non è un sistema di conoscenze speculative che toccano ed interessano solo l'intelligenza; esse impegnano tutto l'uomo e obbligano a trasformare la vita. Se Dio esiste, se Cristo è il salvatore, se la chiesa cattolica è la sua chiesa, se esiste una vita eterna di premio o di castigo, io non posso vivere come se questo non fosse. Abbracciar[e] la fede, aderire a Cristo vuol dire impegnare tutta la propria vita. Non è come ammettere o negare il teorema di Pitagora o la teoria della relatività di Einstein; è dare alla propria vita un orientamento decisivo e definitivo.

98 Nel foglio segue il rimando: «Vedi schede». Non ci sono pervenute. Si tratta probabilmente di appunti usati nella scuola.

99 Dz. 3015 ss. e 3041-3043.

Vi è implicato direttamente il cuore con i suoi affetti e le sue passioni, l'interesse con i suoi piani e programmi, la vita insomma tutta intera. Il conoscere religioso chiama in causa tutto l'uomo, non solo il suo freddo ragionamento; inserisce nel processo della conoscenza non solo le forze della ragione, ma altresì le facoltà emotive.101 Quindi, nell'atto di fede è implicato,102 accanto all'intelligenza e alla volontà, tutto quel groviglio di sentimenti e di interessi, che costituiscono quel grande «guazzabuglio» che è il cuore umano.103
È per questo che, in convertiti che giungono alla fede in età matura, un vero fossato si apre talvolta tra il vedere la verità e l'aderirvi con la fede. Quando essi hanno visto che la religione cattolica è vera, ci vogliono qualche volta ancora dei mesi o degli anni per fare l'atto di fede, perché le esigenze, le conseguenze della fede fanno loro paura. Optando per una maniera di pensare, sanno di optare per una m[aniera] di vivere.

Anzitutto non faccia meraviglia il constatare che il sentimento e la volontà abbiano una parte così decisiva nell'atto di fede, giacché questo avviene in ogni campo del pensiero ov'è implicato un valore vitale, un interesse.

Nulla di più impressionante, per es [empio], che l'intervento del sentimento nello sviluppo delle scienze d'osservazione o delle scienze speculative. Allorché Pasteur fece le sue scoperte, che dovevano rivoluzionare la medicina, egli si trovò contrario tutto il corpo dei medici, ed in particolare l'Accademia di medicina, dov'erano riunite le più celebri sommità dell'arte medica. I medici non riuscivano adi" ammettere che un chimico potesse fare una scoperta che permettesse di guarire delle malattie che essi erano stati incapaci di trattare. E Pasteur dovette perdere il suo tempo a dimostrare e ridimostrare, durante anni interi, dei fatti patenti, che ogni spirito di buona fede sembrava dover riconoscere senza difficoltà.

E se questo avviene nelle conoscenze tecnico-scientiche, immaginate che cosa non capita nelle con[oscenze] morali-religiose. È incredibile q[uan]to influsso abbiano i sentimenti sui giudizi morali.

100 Nell'originale: interessato.

101 C. ADAM, Gesù il Cristo, [Brescia 19506, p.] 35.

102 Nell'originale: interessato.

103 Con finezza psicologica don Quadrio dimostra di conoscere questo «guazzabuglio», scrivendo al suo medico curante dott. Giuseppe Ricco, allora non credente, in occasione del suo onomastico (L 185).

104 Nell'originale: potevano.

La stessa cosa q[uan]to diversamente è giudicata da persone diversamente interessate! «Qualis unusquisque est, talis finis videtur ei» (Arist[otele]). «Cognoscere sequitur esse». Ciascuno vede e giudica come vive, come ciascuno cammina con le proprie gambe: se sono zoppo, zoppico. Se l'obiettivo è sfocato, l'immagine è deformata. Se il cristallo dell'anima non è terso e trasparente, tutto si vede annebbiato e confuso.

Goethe soleva dire: «Non si comprende veramente se non ciò che si ama». Come non si impara veramente, se non da persona simpatica. La simpatia, la cordialità è atmosfera in cui si trasmette la verità. Attraverso il vuoto, non si trasmette nulla. L'amore crea un'attenzione privilegiata attorno all'oggetto amato: chi ama ha mille occhi.

Osserv[azione]. Bisogna farsi amare, se si vuol farsi temere e obbedire." Ma soprattutto, se si vuol persuadere. Bisogna entrare nell'uomo per la porta dell'uomo, per uscire da quella di Dio.1°6 La via più breve per giungere all'intelligenza è quella del cuore. Nessuno resiste all'amore. Chi ama si fida. «Caritas omnia credit» (1 Cor 13,[7]).

Quanto è necessario tener conto che l'uomo non è solo intelligenza, ma anche volontà, cuore, sensibilità; che il messaggio cristiano è non solo verità, ma vita, ma bontà, ma bellezza; che Cristo non è solo il Lógos, ma anche il Filius, l'uomo più buono, più affascinante, più simpatico, più amabile che mai possa esistere; q[uan]to è necessario comprendere che Dio non è solo l' ipsum esse, Dio è amore, è l'Amore, cioè la bellezza ed amabilità! Signore, fa' che i tuoi preti siano dei veri uomini, delle persone amabili e simpatiche, capaci di far comprendere a tutti la benignitas et humanitas salvatoris nostri Dei.1°7 Fa' che i tuoi teologi siano non solo delle abili macchine per far sillogismi, ma anche degli artisti e dei poeti, dei veri uomini, come sei tu. Fa' che i tuoi fedeli non siano repellenti, affinché non si dica che «la principale obiezione contro il cristianesimo sono i cristiani» (Berdjaev).

105 «L'educatore tra gli allievi cerchi di farsi amare, se vuol farsi tenere» (SAN GIOVANNI BOSCO, Regolamento per le case della Società di San Francesco di Sales, Torino 1877, n. 3 = OE 19,99 ss.).

106 Pensiero ricorrente in don Quadrio. Cf. per es. L 182 e 206.

107 Tt 3,4. Questo espressione può essere considerata il cuore del programma sacerdotale di don Quadrio. Entrando in ospedale il 2 gennaio 1962, tra i propositi formulati per il periodo di degenza, troviamo: «Sorridere e diffondere serenità a tutti: medici, infermieri, ammalati, suore. Ognuno deve vedere in me la benignitas et humanitas Salvatoris nostri Dei» (D. Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di E. Valentini, Torino 1964, p. 205). Tutta la sezione, indirizzata ai teologi, non fa parte della stesura originaria. Nel manoscritto appare inserita con un inchiostro blu.

«Per credere avrei bisogno di inciampare in un cristiano» (Guehenno). Far del bene con cordiale simpatia. Rendere amabile e simpatico Cristo, il vangelo, la chiesa. Ecco l'apologetica più urgente è più efficace! Il compito che d[on] Bosco e i suoi figli hanno ricevuto nella chiesa!
Applicazione all'atto di fede.

Lo stesso avviene nell'atto di fede. [Seguiamo la traccia di] san Tommaso ((Summa theologica] 3, q. 55, a. 4). Essa è sì un assenso dell'intelligenza, ma dipende dalla volontà. Per volontà qui intendiamo ([in] senso molto largo):
— da una parte, i sentimenti, [le] emozioni, [le] inclinazioni, tutti i fenomeni affettivi che si designano spesso con la parola «cuore»;
— e dall'altra la facoltà delle determinazioni libere, che opera una scelta fra queste inclinazioni, le lascia libere o le combatte, le esalta o le mortifica.

San Tommaso non solo parla del giudizio per connaturalitatem, per cui p[er] esempio] un casto giudicherà molto diversamente una cosa che un lussurioso, ma giunge a dire [che la fede presuppone l'abito della carità] (p. 131).108
Sicuramente sarebbe una psicologia troppo semplicista quella che non tenesse conto delle ignoranze, dei pregiudizi di ordine intellettuale, che possono impedire a uno spirito in buona fede di percepire esattamente il senso della verità proposta o di tenerla come accettabile.

10811 rimando è alle proprie dispense: G. QUADRIO, Subsidia in tractatum de virtutibus theologicis. Summa lineamenta, pars I, Torino 1958. Altri rinvii sono dati marginalmente e qui non riportati. I passi di san Tommaso ai quali si allude sono i seguenti: «Lumen fidei facit videre ea quae creduntur. Sicut enim per alios habitus virtutum homo videt illud quod est cibi conveniens secundum habitum illum, ita etiam per habitum fidei inclinatur mens hominis ad assentiendum his quae conveniunt rectae fidei et non aliis (Summa theologica 2.2, q. 1, a. 4 ad 3).

Sapientia importat quandam rectitudinem iudicii secundum rationes divinas. Rectitudo autem iudicii potest contingere dupliciter: uno modo, secundum petfectum usum rationis; alio modo, propter connaturalitatem quandam ad ea de quibus iam est iudicandum. Sicut de his quae ad castitatem pertinent per rationis inquisitionem recte iudicat il-le qui didicit scientiam moralem: sed per quandam connaturalitatem ad ipsa recte iudicat de eis ille qui habet habitum castitatis. Sicut igitur circa res divinas ex rationis inquisitione rectum iudicium habere pertinet ad sapientiam quae est virtus intellectualis: sed rectum iudicium habere de eis secundum quandam connaturalitatem ad ipsa pertinet ad sapientiam secundum quod donum est Spiritus Sancti... Huiusmodi autem compassio si-ve connaturalitas ad res divinas fit per caritatem, quae quidem unit nos Deo» (Summa theologica 2.2, q. 45, a. 2).

Ma per quelli che sanno e comprendono esattamente o approssimativamente la portata del messaggio, bisogna andare, per trovare la causa profonda della loro docilità o della loro rivolta, fino alle disposizioni morali e religiose. Sono soprattutto le loro simpatie o antipatie antecedenti che decidono in realtà dell'attenzione che essi prestano e del giudizio che si formano e, finalmente, della loro fede o incredulità. Lo ripeto: sono le disposizioni morali che decidono, anche quando si rivestono di difficoltà d'ordine razionale o scientifico. Quante volte sotto la maschera di una difficoltà, di un'argomentazione cavillosa, si nasconde anche inconsapevolmente la mancanza di rettitudine morale! In guerra, per sottrarsi ai colpi del nemico, ci si nasconde in una cortina fumogena prodotta artificialmente. Chi ha interesse a non credere, trova mille sottili ragioni per giustificare o mascherare il suo atteggiamento. Molte obiezioni e difficoltà sono nebbie che si alzano dallo stagno delle disposizioni morali. Nessuno dirà: Sì, è possibile, è ragionevole credere; ma, non ho voglia di impegnarmi. Troverà il modo di convincersi che non è chiaro, non è dimostrato, non è necessario. Anzi, il più delle volte non dirà neppur questo, ma si disinteresserà della questione.

Newman (forse il più grande conoscitore della psicologia delle fede, ricco di una profondissima esperienza maturata nella sua conversione dall'anglicanesimo al cattolicismo) ha descritto molto incisivamente e con quella finezza che gli era propria la psicologia delle due classi d'uomini moralmente favorevoli o ostili alla verità cristiana, in virtù delle loro disposizioni antecedenti. Bisognerebbe leggere tutto il suo discorso sulle «disposizioni alla fede». Eccone un brano: «L'uno è attivo, e l'altro rimane passivo, quando si annuncia che Gesù] C[risto] è il salvatore del mondo. L'uno corre incontro alla verità, l'altro si immagina che la verità debba venirlo a cercare. L'uno cerca di assicurarsi che Dio ha parlato; l'altro aspetta che glielo si provi. Non sente in questo alcun interesse personale; s'immagina che non è un affare che lo tocchi, ma piuttosto, se posso esprimermi così, è un affare dell'Onnipotente. Egli non ha alcuna brama di assicurarsi delle verità... Se gli si offrono delle prove, dice con freddezza: Non vedo; oppure: Non prova; poiché è un critico e un giudice. Non è un uomo che cerca la verità; egli negozia e mercanteggia, quando dovrebbe pregare per ottenere la luce» (VI Discorso univ[ersitario]).109
Altrove Newman dirà tutto in una parola: «Si crede, perché si ama» (XII Discorso universitario).

109 E. NEWMAN, Discorsi d'occasione, Sermone VI: Le disposizioni alla fede, Roma 1910, pp. 69-70, con qualche variazione.

Concretamente: Di che cosa è fatta, in quelli che aderiscono alla fede, questa simpatia, questa buona disposizione antecedente, che li dispone a considerare ed ammettere l'origine divina del messaggio proposto?
Tale simpatia si tradurrà alla coscienza sotto due forme, che d'altronde, lungi dall'opporsi, si completano e si compenetrano. Da una parte è un bisogno sentito, un'attrazione provata; dall'altra un dovere da compiere verso Dio o la verità.

  1. Il bisogno si rivestirà di espressioni che variano all'infinito, secondo le anime e le circostanze; presso l'uno soprattutto desiderio di luce sul problema del destino; presso l'altro sentimento della propria indigenza morale: appello ad una forza superiore o sete di perdono; attrazione verso la purezza, desiderio di felicità, ricerca di pace dopo il naufragio delle speranze umane (Th. Merton).

A una verità di cui non sentisse alcun bisogno, l'uomo non presterebbe attenzione: non saprebbe che cosa farsene.

Il dolore, la delusione, la crisi è il grande pedagogo di cui Dio si serve per condurre gli uomini alla fede. Come il campo, solcato e squarciato dalla lama crudele dell'aratro, è pronto ad accogliere nelle proprie ferite il seme da far germogliare, così l'animo umano, ferito dal dolore, squarciato dal bisogno, aperto dal desiderio, dal rimorso e dall'inquietudine, dalla nausea, è pronto ad accogliere la divina semente. Dio lo sa, ed è per questo che suole condurre le anime alla fede per la via del dolore, delle crisi interne, delle prove. È la storia di molti convertiti.

  1. Ugualmente il sentimento del dovere assumerà diverse tinte e sfumature secondo le coscienze:
  2. premura leale di lasciarsi dirigere dalla verità («de se laisser faire par la vérité») in un Brunetière;
  3. timore religioso di «peccare contro la luce» in un Newman;
  4. giusta valutazione della sovrana autorità di Dio, di fronte a cui, secondo la familiare espressione di Péguy, non conviene «fare il furbo» («de faire le malin»).

Queste disposizioni e quelle che loro sono imparentate, costituiscono o preparano ciò che la teologia chiama il «pius credulitatis affectus», la buona volontà di credere.

La nostra esplorazione psicologica della fede dal punto di vista affettivo doveva abbracciare, come ricordate,110 cinque tappe o giri concentrici:
110 Nell'originale: ricordare.

I. Le leggi (ne accennavamo cinque) che regolano l'intervento del sentimento nella conoscenza, e specialmente nella conoscenza morale religiosa: le leggi che possiamo riassumere nella frase lapidaria di Arist[otele]: «Qualis unusquisque est, talis finis videtur ei».
II. Esaminare l'esperienza dei convertiti al riguardo: la cosa sarebbe lunga.111
Sintetizziamole tutte in ciò che hanno di comune, pur nella varietà originalissima dei singoli (vedi P. Eugenio Zolli, Il soldato giudeo: vedi [G.] Brunhes, [Ragionevolezza della fede, vers. dal francese, Alba 1955]).

La certezza del convertito è frutto della libertà, di una libera decisione, non solamente nell'istante preciso in cui arriva al termine della sua inchiesta, conclude che deve credere, e dà effettivamente il suo assenso; ma da un capo all'altro di questa ascesa, dal momento in cui è stato colpito dalla prima inquietudine religiosa, che l'ha spinto alla ricerca. Già da quel primo inizio fu libero di seguire quest'inquietudine o di sottrarsi al suo stimolo. Poi ad ogni tappa e, meglio ancora, ad ogni passo, c'è stata corrispondenza e correlazione tra la luce e la buona volontà: crescendo la buona volontà, cresceva la luce, quasi per una causalità reciproca del pensiero e del volere. Così il certo possesso della verità a cui egli giunge è, in definitiva, la conquista del suo libero volere, pur dando piena soddisfazione a tutte le esigenze della ragione.

La fede è una conquista — talvolta laboriosa e sanguinosa — del libero sforzo umano. Vedremo subito come in questa conquista l'uomo non sia solo, e che la meta conquistata sia sempre un dono gratuito di Dio.

La volontà non interviene soltanto nella genesi della fede, ma anche nella sua conservazione (v[edi] perseveranza) e nella sua crescita e progresso (v[edi] crescita nella virtù).

Convertiti che hanno intensamente vissuto e descritto la loro esperienza circa il compito della volontà nella fede.

  1. E. Psichari, Il viaggio del Centurione.
  2. Pieter van der Meer, Diario di un convertito, [Alba 1957].
  3. Mad[d]alena Sémer, Lettera ad un amico, in Brunhes, p[p]. 76-77.
  4. Jacques Rivière, À la tra ce de Dieu, [Paris 19251, p. 168.

III. Tappa. Difficoltà: Giustificazione dell'intervento della volontà.

111 Queste ultime frasi, aggiunte in seguito alla prima stesura, creano una ripetizione nel testo, dove segue: Potremmo illustrare queste affermazioni con le esperienze di parecchi convertiti. Cf. G. Rosso, Anime incontro a Cristo.
La psicologia dei convertiti e dei credenti viene dunque a chiarire e confermare le affermazioni della chiesa sul compito decisivo che spetta alla volontà libera nella genesi e nella conservazione della fede. Ma un tale intervento non è forse uno scandalo per la ragione imparziale? In luogo di lasciarsi dirigere dalla verità, il credente non impone forse alla realtà le sue proprie preferenze? I suoi desideri, per quanto puri ed elevati, non tendono a falsare l'uso corretto dell'intelligenza? Si crede perché si ama, abbiamo detto; ora l'amore non è cieco e causa di accecamento? La libertà non interviene come una seduttrice che riveste indebitamente gli oggetti con falsi colori e forme irreali, creazione illusoria che inganna e perverte radicalmente i giudizi emessi sotto la sua influenza? Gli intellettualisti pure respingono come illegittimo qualunque influsso della volontà sull'intelligenza (Spinoza, Rabier, Goblot). «Toute volonté de croire, est inévitablement une raison de douter» (Rabier).

Questa obiezione, che si presenta naturalmente allo spirito, si trova spesso sotto la penna degli increduli o di quelli che sono ancora in via verso la fede, e può venir spontanea anche a un credente. «La più grande sregolatezza dello spirito, dice Bossuet, è di credere le cose perché si vuole che esse siano, e non perché si vede che esse sono in effetto».

La difficoltà si può ridurre alla più generale questione, se sia legittimo l'influsso della volontà sull'intelletto.

La risposta generale è questa.

  1. Questo influsso è illegittimo, se l'intelletto non è spinto ad agire contro la sua natura intellettiva, senza le necessarie garanzie, puramente alla cieca. Mancando tali garanzie, deve sospendere l'assenso (dubbio).
  2. L'influsso della volontà è illegittimo se, per sregolata passione, spinge l'intelletto ad affermare come certo ciò che invece non è certo, o per gli stessi motivi trattiene in stato di dubbio od opinione, quando l'intelletto potrebbe avere o trovare motivi sufficienti per l'assenso.

Ma se l'intelligenza è mossa secondo le leggi della propria natura razionale e in base a garanzie intellettuali sicure; ed è mossa da un più puro e nobile desiderio (quello del fine ultimo), allora l'impulso della volontà è perfettamente legittimo.

Nel caso della fede, l'intelletto vede chiaramente i motivi estrinseci di porre l'assenso; sa infatti che Dio ha rivelato, che l'assenso è perfettamente ragionevole. Ha tutte le garanzie. Sa che non può sbagliare. Ha solo bisogno di una spinta, solo perché l'oggetto rivelato è in se stesso oscuro e difficile e impegnativo, [ma] è fondato sulla testimonianza di Uno, di cui può fidarsi. Dunque l'intervento della volontà è legittimo.

L'intelletto vede tanto chiaramente da poter assentire ragionevolmente; ma non tanto da essere costretto dall'evidenza. Ha una buona garanzia (la parola di Dio), ma non ha quell'unica garanzia che corrisponde perfettamente alla sua natura: la visione della verità. Trasmette questa situazione alla volontà, la quale, attratta dall'amore del bene che c'è nella fede, cioè dall'amore del Bene infinito promesso a chi crede, risponde: Va' avanti tranquillo.

La conclusione che risulta da questa sommaria analisi dell'atto di fede nella sua componente affettiva è quella che sant'Agostino esprimeva con le suggestive espressioni: «È l'amore che ci fa credere». E Newman [facendogli eco]: «Si crede perché si ama».112
Come sempre, così anche nella fede, Dio si rivela rispettoso della nostra libertà, non ci costringe alla fede, non ci impone ad ogni costo di credergli: egli ama farsi cercare. Vuole degli amici, non dei forzati. Al metodo della coscrizione obbligatoria o della retata, egli preferisce quello del volontariato, come dice l'apostolo: «Dov'è lo Spirito di Dio, ivi è libertà» (2 Cor 3,17). La sua rivelazione è la verità che ci fa liberi. «Veritas liberabit vos» (Gv 8,32).

112 E. NEWMAN, XII Disc. univ. , citato sopra.

018. Fede e grazia. La fede è un dono divino (24/03/1951, Genova, professori universitari)113
1. Dottrina cattolica.

Le nostre precedenti investigazioni ci hanno fatto constatare quale parte spetti all'intelligenza e alla volontà nell'atto di fede. A più riprese abbiamo insinuato che l'uomo non è solo in questo sforzo verso il possesso della verità divina: al suo fianco c'è Dio; in modo che l'atto di fede risulta da una collaborazione divina ed umana, è un'opera a cui pongono mano e cielo e terra.113 Ogni atto di fede è una nuova Pentecoste nell'anima, cioè una nuova infusione di Spirito Santo, di grazia. Senza l'aiuto soprannaturale della grazia divina, nessuno ha mai creduto, nessuno mai potrà credere e porre un atto di autentica fede cristiana. Procederemo in due tempi.

  1. [Ci chiederemo anzitutto] quale intervento della grazia è necessario nell'atto di fede, secondo la dottrina catt[olica].
  2. [Indagheremo poi] come la psicologia dei convertiti permetta di confermare e chiarire questo intervento della grazia.

La fede è un dono divino, la grazia soprannaturale deve necessariamente intervenire in tutto il lavoro d'intelligenza e di volontà già studiato, dalla prima inquietudine religiosa con cui l'uomo s'orienta verso Dio fino alla professione integrale del Credo, passando per il desiderio di credere e per il riconoscimento effettivo del dovere di credere. In una parola, l'atto di fede dal primo passo preparatorio anitium fide0 fino alla fine è opera della grazia, procede sotto la luce e la mozione della grazia soprannaturale. La fede è soprattutto opera di Dio.

Questa è un'affermazione dottrinale costante della chiesa cattolica, basata sulle stesse affermazioni di Cristo e di san Paolo.

1) Gesù Cristo solennemente e categoricamente ha asserito che nell'ordine soprannaturale l'uomo non può far nulla senza la grazia di Dio. Da solo è come il tralcio infruttuoso separato dalla vite, e quindi privo della linfa vitale. «Come il tralcio non può fare il frutto da solo, se non è unito alla vite, così neppur voi, se non restate uniti a me. Io sono la vite... voi i tralci: senza di me, non potete far nulla» (Gv 15,5).

113 Conversazione pubblicata in E. VALENTINI, Don Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 243-249. Noi partiamo dall'originale manoscritto. Nel testo è citata l'edizione di F. SHEEN, La pace dell'anima, datata Napoli 1952. Si tratterà di un'aggiunta alla stesura originaria.

114 Riecheggiamento di DANTE ALIGHIERI, Divina commedia: «Il poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra» (Paradiso 25,1-2).

Ora la fede è un atto appartenente all'ordine soprannaturale, perché entra in quel processo di atti che conducono l'uomo alla salvezza eterna. È un atto salvifico, quindi soprannaturale, quindi superiore alle forze umane, quindi impossibile senza l'aiuto della grazia, che è come la capacità di compiere atti soprannaturali, che ci conducono alla salvezza et[erna].

2) Espressamente dell'atto di fede Gesù ha detto che è impossibile senza la grazia. Quando i Giudei si mostrarono increduli all'annuncio dell'eucaristica: «La mia carne è cibo e il mio sangue bevanda», Gesù diede questa spiegazione: «Nessuno può venire a me, se non viene attirato da mio Padre» (Gv 6,44); e più chiaramente ancora, subito dopo: «Ci sono tra voi alcuni che non credono alle mie parole... Per questo vi ho detto: Nessuno può venire a me, se il Padre mio non gliene dà la grazia» (Gv 6,65-66). Ora «venire a Cristo» equivale a «credere in lui». Dunque nessuno può credere in Cristo, se non viene attirato dal Padre mediante la grazia. Espressione limpida e categorica. Senza la grazia è impossibile la fede soprannaturale in Cristo.

Fa eco san Paolo alle parole del Maestro: «È Dio che opera in noi la buona volontà e l'esecuzione di essa» (per ciò che riguarda la n[o]s[tra] salvezza) (Fil 2,12). E altrove: «Noi non siamo capaci neppure di pensare da soli qualche cosa riguardante la n[o]s[tra] salvezza eterna. Ogni nostra capacità (in questo campo) ci viene da Dio» (2 C [or] 3,5).

La tradizione cattolica è unanime nell'insegnare che, nell'opera della salvezza, l'iniziativa viene da Dio. E ciò sia prima, sia durante, sia dono la crisi pelagiana, come risulta anche dai pochi testi citati] a p. 142.115 E lui che incomincia con la sua grazia preveniente. L'uomo segue con la sua corrispondenza. Anzi, nel Concilio di Orange nel 529, è stato autorevolmente precisato contro i pelagiani e [i] semipelagiani che «non solo l'accrescimento, lo sbocciare, ma l'inizio stesso, il germogliare della fede, il desiderio stesso di credere non vengono dalla natura, ma sono opera della grazia». Così, secondo la dottrina della chiesa, la prima inquietudine d'ordine religioso, perfino quel malessere semi-cosciente di cui l'anima ignora ancora la provenienza, è il frutto di una iniziativa gratuita di Dio.

115 Aggiunta marginale con inchiostro diverso. Il rimando, relativo ad un utilizzo scolastico della conversazione, è alle dispense: G. QUADRIO, Subsidia in tractatum de virtutibus theologicis. Summa lineamenta, pars I, Torino 1958.

Prima di proseguire, facciamo due precisazioni necessarie.

Una [prima] precisazione:116 la fede esige la grazia. Anche il complesso di atti preparatori alla fede esigono la grazia, perfino l'inizio della fede, il primo moto dell'anima verso la fede è opera della grazia. Questo però non toglie che la ragione umana, anche da sola con le sole sue forze, sia in se stessa capace di compiere fisicamente qualcuno di questi atti preparatori alla fede: come provare con i segni divini che la rivelazione cristiana è di origine divina, che perciò Dio ha rivelato, e che a Dio rivelante è dovuto il pieno assenso dell'intelletto e l'ossequio della volontà. Per questi atti razionali preparatori la ragione umana ha le forze fisiche sufficienti; però troppo sovente pregiudizi, difficoltà, passioni rendono moralmente necessario un corroboramento da parte della grazia, affinché la ragione non si smarrisca e non declini dal vero (cf. Humani generis). Di più, affinché questi atti preparatori entrino in quel processo di atti salvifici e salutari che conducono l'uomo alla vera fede cristiana e alla salvezza, è assolutamente necessaria la grazia soprannaturale di Dio.

Seconda precisazione. Quale grazia si richiede per compiere un atto di vera fede cristiana salvifico e soprannaturale?
Si richiede una grazia che sia:

  1. soprannaturale in senso stretto, cioè veramente superiore a tutte le forze e capacità della natura. Non basta un aiuto anche eccezionale, straordinario, ma non superiore alle forze naturali;
  2. almeno attuale cioè transeunte, non necessariamente abituale o permanente, qual è la virtù della fede, la grazia sant[ificante]. P[er] es[empio] un adulto pagano [che] prima di ricevere il battesimo compie un vero atto di fede, non per mezzo della grazia abituale o santificante, ma per mezzo della grazia attuale o transeunte, cioè momentanea, che Dio concede in quel momento in cui si compie l'atto di fede.

II. La psicologia della fede e l'esperienza dei convertiti confermano, chiariscono, illustrano le affermazioni della dottrina cattolica riguardo all'intervento della grazia nell'atto di fede.

1. E cominciamo, per ambientarci, da una constatazione del grande Lacordaire (XVII Confer[ence] de Notre Dame): «Ciò che avviene in noi, quando crediamo, è un fenomeno di luce intima e sovrumana. Io non dico che le cose esteriori (come i miracoli) non agiscano su di noi come motivi razionali di certezza; ma l'atto stesso di questa suprema certezza, di cui parlo, ci colpisce direttamente come un fenomeno luminoso; io dico di più, come un fenomeno transluminoso (al di sopra dell'evidenza razionale)... Noi siamo colpiti da una luce transluminosa (lumen infusum fidei)»...
116 Nell'originale: precisazione necessaria.

Un convertito vi dirà: «Io ho letto, io ha ragionato, io ha voluto, io non ci sono arrivato; e un giorno, senza che possa dire come, io non sono più stato lo stesso: io ho creduto; e ciò che è avvenuto al momento della convinzione finale è d'una natura totalmente differente da ciò che ha preceduto».

  1. Un'osservazione preliminare.

Questa grazia divina che, come noi sappiamo, interviene nell'anima del convertito e del credente, in quale misura manifesta la sua presenza e la sua azione, in modo da poter essere percepita e sicuramente riconosciuta?
È certo anzitutto che normalmente noi non abbiamo una percezione immediata, chiara e distinta, della grazia in noi, della presenza di Dio in noi, né dell'influsso soprannaturale con cui Dio deifica la nostra anima, le nostre facoltà, le nostre operazioni. Ordinariamente la grazia sfugge al controllo diretto della nostra osservazione e della nostra coscienza.

Ciò non toglie, tuttavia, che essa può essere indirettamente riconosciuta e identificata, con più o meno probabilità o anche certezza, dai suoi effetti, per mezzo dell'osservazione psicologica.

E nessuno studio è più seducente di quello che tenta di scoprire come lo Spirito di Dio usi del meccanismo psicologico e operi, e... giuochi, se così si può dire, con l'intelligenza e la volontà dell'uomo, utilizzando le loro proprie leggi, per condurre l'uomo alla fede, consolidarvelo, e farlo progredire in essa, rispettando sempre la sua natura e la sua libertà.

  1. Ciò premesso, potremmo, pur tenendo conto di tutte le combinazioni intermediarie che si osservano nella vita reale, potremmo — dico richiamare a tre tipi principali le forme che riveste la grazia nell'investire l'anima umana per condurla all'atto di fede.117

I tipo. L'azione della grazia è come un colpo di fulmine che incenerisce ogni resistenza, tronca ogni indugio, in modo che il soggetto è condotto irresistibilmente a concludere alla realtà dell'intervento divino. Folgorazione nell'intelletto; colpo di stato nella volontà. Azione istantanea, fulminea, irresistibile.

117 Rimando sul margine sinistro a Brunhes.

Tipo classico: la conversione di san Paolo sulla via di Damasco. Ma anche tra i moderni convertiti abbiamo esempi significativi: 1. Robert Bracey, 0.P.; 2. Paul Claudel (vedi schede).118
II tipo. Azione progressiva della grazia, con tocchi più discreti, per tappe più o meno lunghe, in modo intermittente. È il caso più frequente, direi ordinario.

In luogo della luce folgorante delle conversioni improvvise, un semplice accrescimento di luce sopravviene per fissare l'attenzione, manifestare il senso più profondo d'una verità già conosciuta, far apprezzare il significaton9 d'un argomento che fino allora non era stato penetrato in tutto il suo valore.

In luogo d'un colpo di stato che si impone alla volontà, è una conquista progressiva, contrassegnata in principio dall'inquietudine; desideri apparentemente senza oggetto, poi un'attrazione meglio definita che sollecita in maniera tanto più dolce quanto più pressante l'adesione dell'anima. In questa concatenazione di illuminazioni ed impulsi, inviti ed inquietudini, attrattive e rimorsi, progresso nella luce e desiderio crescente di ascensioni spirituali, l'anima adagio adagio finisce per discernere lo svolgimento intenzionale di un piano e, come è stato detto molto felicemente, la condotta di un «educatore invisibile».

Innumerevoli sono i convertiti che attestano di essere giunti alla fede sotto un'azione della grazia che rientra nel tipo che noi abbiamo indicato. Dalle Confessioni di sant'Agostino fino alla Montagna dalle sette balze di Thomas Merton, [al] Viaggio del Centurione di Psichari. [E si veda inoltre] Pie[te]r van der Meer, Diario [di un convertito, Alba 1957]. In questi casi Dio suole incominciare con l'inquietudine, il malcontento, la stanchezza. Vedi la notte dell'Innominato (scheda).120 La lotta tra l'anima e Dio. L'anima vive «sul filo dell'inquietudine» (Rousselot). «Disperazione creatrice» (Il segugio del cielo, Thompson).121
Le forme più comuni di crisi sono la morale, la spirituale, la fisica.

a) La crisi è morale quando nasce dalla coscienza del peccato come disordine, come miseria e rottura, e conseguentemente come rimorso e angoscia, oppressione: nasce il bisogno di purificaz[ione], di liberaz[ione].

118 Non ci sono pervenute. Il rimando fa parte della stesura originaria.

119 Nell'originale: valore.

120 A. MANZONI, I promessi sposi, cap. 23.

121 FRANCIS THOMPSON, The Hound of Heaven (cf. trad. it. con originale a fronte di S. LADEDAS, Il Veltro dei cieli, Roma 1989).

  1. La crisi è spirituale quando nasce dal bisogno di perfezione e di santità, dal desiderio e bisogno di abbandonare la mediocrità per l'eroismo e l'assoluta fedeltà (il giovane ricco del vangelo).
  2. La crisi è fisica, originata cioè da un fatto fisico, per es [empio] una grave malattia, una catastrofe inattesa, come la morte di una persona cara, un disastro finanziario, un grave pericolo di morte, una malattia, ecc.; un insuccesso clamoroso. Cadono allora i colpevoli legami del cuore; cadono le bende degli occhi, l'uomo nella sua dolorosa solitudine ed indigenza è pronto a sentire il passo di Dio accanto a sé. Cf. Fulton Sheen, La pace dell'anima, Napoli 1952 (IV ed.), cap.. XII (Psicologia della conversione).

III tipo. Infine la fede più frequentemente nasce e cresce nell'anima senza dar luogo ad alcuna di queste «esperienze», non soltanto istantanee, ma neppure lente e progressive. L'azione di Dio può restare interamente impercettibile e conservare, almeno in ciò che concerne le percezioni della coscienza, un completo anonimato. In questo senso si dice giustamente che la grazia è «percipiens», non «percepta»: essa aiuta l'anima a veder la verità e ad accettarla, ma senza lasciar direttamente intravedere la sua presenza e la sua azione. V[edi] Hugh Benson (scheda).

Bisogna dire che in questi casi la grazia della fede è realmente assente? Assolutamente no, poiché la dottrina cattolica esposta più sopra insegna categoricamente che non vi può essere fede senza il concorso soprannaturale di Dio. Soltanto, che la sua presenza e la sua azione non saranno suggerite da «esperienze», ma dal ricorso, pienamente garantito, alle affermazioni di Cristo e della chiesa.

Stavamo — come ricordate — confermando e illustrando la soprannaturalità della fede con alcuni dati psicologici, offerti soprattutto dall'esperienza dei convertiti. Abbiamo in primo luogo esaminato le tre forme principali che l'azione della grazia suol rivestire nella fede: azione fulmine, azione lenta, azione impercettibile e anonima. Siamo passati, in un secondo tempo, ad analizzare gli effetti psicologici di questa azione della grazia nell'anima del credente, sia come illuminazione dell'intelligenza (illuminatio Spiritus Sancti), sia come mozione della volontà (inspiratio Spiritus Sancti).
Effetti dell'azione della grazia.

La grazia agisce sia sull'intelletto che sulla volontà, adattandosi alla natura dell'uno e dell'altro, come l'acqua del mare si adatta a tutte le sinuosità della costa. La grazia si accompagna alla natura, mettendosi al passo con essa, in fase e sincronizzazione perfetta. E quindi agisce nell'intelletto piegandosi alla natura dell'intelletto; agisce sulla volontà rispettando le leggi della volontà. Agisce sull'intelletto come luce, illuminando; agisce sulla volontà come forza, come impulso, corroborando, attraendo.

A. La grazia come luce sull'intelletto. Effetti negativi [e] positivi.

(1) Negativamente. Aiuta l'intelletto a liberarsi dalle tenebre, dalla dissipazione, [dalla] debolezza, dai pregiudizi inveterati contro la fede, la religione, la chiesa.

E il compito medicinale o sanante della grazia, destinata a preparare la via, a riempire i vuoti, rimuovere gli ostacoli. Fermiamoci ai pregiudizi che la grazia deve dissipare, per preparare la via alla fede.

Questi pregiudizi si possono ridurre alle quattro classiche categorie: idola specus, tribus, fori, theatri.122
1. Un pregiudizio, assai diffuso negli ambienti scientifici, è che le prove razionali della fede non siano convincenti, perché non hanno l'indole e la natura delle prove sperimentali di laboratorio. Molti cattolici, allevati in ambienti tradizionali, rimangono turbati, quando giungono in un ambiente scientifico, da una apparente contraddizione tra il metodo scientifico e i metodi dell'apologetica. Il metodo, quale si pratica in laboratorio e si estende — ai nostri giorni — al dominio della psicologia e della sociologia, dà una certezza rigorosa, fondata su un'esperienza indiscutibile. In paragone di questo rigore, le conoscenze razionali e le prove apologetiche sembrano loro risentire di fantasia, [danno l'impressione di] un qualche cosa di evanescente, di non verificabile.

Questa mentalità domina una gran parte e, forse, la più gran parte del mondo intellettuale d'occidente. La conoscenza scientifica, sperimentale, sembra a molti la sola conoscenza certa; sui punti che la scienza non spiega ancora, bisogna dunque sospendere il proprio giudizio ed aspettare che la conoscenza scientifica si estenda fin là.

I giovani formati a questo spirito hanno allora l'impressione che l'insegnamento religioso, ricevuto durante la loro infanzia ed adolescenza, sia senza un fondamento solido, che essi hanno accettato delle formule non verificate, che essi si sono lasciati prendere da ragionamenti senza fondamento. Tutti non perdono la fede, alcuni le fanno subire una revisione, da cui ella esce più profonda e più forte. Ma molti, conservando alla religione un attaccamento sentimentale, legato all'attaccamento all'ambiente e ai valori che hanno ispirato la loro infanzia, perdono la fermezza dell'adesione intellettuale. La religione non regge alla loro riflessione critica, non può più animare il loro pensiero e la loro azione
122 Di Francesco Bacone (1561-1626).

2. Un altro pregiudizio s'incontra spesso negli ambienti cosid[d]etti «letterari», cioè in quegli intellettuali che si orientano verso le discipline di pensiero, la storia, la letteratura, le arti. Questi sono presi come da una specie di vertigine al contatto della confusione che risulta, ai nostri giorni, dall'incontrare tutte le forme di pensiero.

Il cristianesimo era stato loro presentato nella loro giovinezza come una religione trascendente, unica, incomparabile di fronte alle altre. Ed ecco che scoprono venti altre religioni, che offrono talvolta delle sconcertanti somiglianze con la loro. Queste religioni hanno anch'esse i propri difensori, che le dichiarano superiori al cristianesimo.

Allora sorge l'impressione che, per essere sicuri della verità del cristianesimo e, specialmente, del cattolicesimo, si dovrebbe incominciare con lo studiare tutte le religioni, confrontandole fra di loro; e siccome questo lavoro è praticamente irrealiz[z]abile, ci si domanda se si può aderire a una dottrina che non è stata verificata.

Si arriva così ad un atteggiamento che vede in tutte le religioni delle espressioni diverse d'una stessa verità; esse adorano tutte lo stesso Dio, esse insegnano tutte la stessa legge morale; ma differiscono secondo la tradizione delle differenti nazioni, e ciascuno deve aderire alla forma religiosa tradizionale nel suo ambiente. Quando si vive in Europa e in paese cattolico, si aderisce dunque al cattolicesimo, non perché esso sia la verità, ma perché corrisponde alla tradizione dell'ambiente.

Il can. Jacques Leclercq, professore all'univ[ersità] di Lovanio, scrive d'avervi conosciuto uno studente cinese, il quale era fortemente attratto dalla religione cattolica. Si credeva che si convertisse, ma finì per dire: «Io stimo la religione cattolica come la più perfetta e la trovo superiore a quella del mio paese, ma, in fondo, tutte le religioni insegnano fondamentalmente la stessa dottrina, e siccome io devo ritornare in Cina, è meglio che io resti fedele alla religione del mio paese. Se io dovessi vivere in Europa, mi farei cattolico, ma essendo cinese, è meglio essere cinese tutto intero, e la religione cinese è quella che corrisponde allo spirito cinese».

R[ispondo]. Al di fuori del cristianesimo, il modo di porre il problema dello studente cinese si può difendere: tutte le religioni sono dei tentativi di soluzione del problema delle relazioni dell'uomo con Dio. Si possono giudicare equivalenti... Ma il problema cristiano è differente. Si tratta di sapere chi è il Cristo. Se è piaciuto a Dio di inviarci un salvatore che è suo Figlio e d'instaurare per mezzo di Cristo un ordine nuovo nel quale noi troviamo la salute, non si tratta più di religione naturale, ma di volontà positiva di Dio, la quale procede da una libera scelta e s'impone alla nostra adesione con esclusione di ogni altra forma di religione [cf. anche C 021].

3. Altri pregiudizi d'ordine sociale, familiare, personale, ecc. La grazia aiuta l'intelletto a svestirsi di tali pregiudizi, a fine di veder chiaro le ragioni di credere.

Positivamente. La grazia ha anche e soprattutto una funzione positiva, elevante, che ponga l'intelligenza all'altezza dell'oggetto da credersi, che la elevi cioè al piano soprannaturale, nel quale le sia connaturale l'assenso alle verità soprannaturali. Concretamente la grazia illumina l'intelletto a percepire più profondamente la forza dei motivi di credibilità. L'intelligenza umana può sì con le forze naturali dimostrare i fondamenti della fede e percepire la forza dei miracoli; ma, corroborata dalla luce della grazia, lo fa con più sicurezza, facilità e profondità. Noi quindi non ci sentiamo di schierarci con quei pochi teologi recenti, i quali attribuiscono alla grazia il compito di supplire la mancanza o l'insufficienza dei motivi di credi[bi]lità (per esempio] nei bambini e negli ignoranti); preferiamo stare con coloro, per i quali la grazia non supplisce i motivi oggettivi, ma corrobora il soggetto a percepirli nel loro valore oggettivo. La grazia è dunque un accrescimento di luce nella facoltà conoscitiva. Lo stesso argomento, lo stesso fatto, lo stesso miracolo oggettivamente valido come motivo di credibilità, per uno non dice nulla, lo lascia nella completa indifferenza o, ancora più, lo conferma nell'ostinazione ed accecamento. (Così capitò ai farisei che, vedendo i miracoli di Cristo, dicevano che egli li faceva in virtù del demonio).

Per un altro invece, che sia stato illuminato dalla grazia, lo stesso miracolo appare come un inconcusso ed efficacissimo motivo di credibilità. Non che la grazia si aggiunga al motivo di credibilità per completarlo; si aggiunge piuttosto all'intelligenza perché valuti il segno nel suo pieno valore ogg[ettivo]. Un profano che ascolta una sinfonia di Beethoven, l'ascolta solo materialmente: suoni e note. Un artista invece percepisce e gusta la forza, la bellezza, l'armonia, ecc.

Davanti ai segni di trascendenza, che attestano l'origine divina del messaggio proposto da Cristo o dalla chiesa, bisogna che la ragione non si arresti, per pregiudizio o debolezza, ai fatti considerati nella loro materialità, ma ne comprenda il senso totale. Ed è proprio quello di cui non tutti gli spiriti si mostrano capaci. La capacità fisica c'è, ma le circostanze interne ed esterne costituiscono spesso una incapacità morale, che deve essere sanata dalla grazia, che accresce il potere di discernimento.

Si osserva a questo riguardo, nell'ordine della conoscenza religiosa e della fede, la stessa differenza fra i diversi spiriti, che nel dominio della ricerca scientifica e delle conoscenze profane.

Il genio di un Newton è messo, dalla caduta di una mela, sulla via della legge della gravitazione universale. Quanti altri prima di lui avevano visto cadere delle mele, senza tirarne una tale conclusione! Il fatto materiale era lo stesso, ma la vis formale non era stata fino allora percepita.

Il colpo d'occhio di un Napoleone indovina da indizi molto tenui la manovra del nemico e la sventa. Un generale mediocre non vi avrebbe visto nulla.

Un artista riconosce al primo sguardo l'autore di un capolavoro non sottoscritto, altri esitano, o non avvertono «la maniera», quel non so che cosa, che per il primo importa l'evidenza.

In tutti questi esempi psicologici i fatti sono gli stessi per tutti gli spettatori, la differenza è nella potenza di visione intellettuale.

019. Grazia e fede
(1957, Torino, Crocetta, cappella esterna, professionisti e intellettuali)
Analizzando l'atto di credere e scomponendolo nei suoi costitutivi, abbiamo trovato che tre sono gli elementi essenziali che concorrono in questo atto fondamentale: la n[o]s[tra] intelligenza, la nostra libera volontà, la grazia di Dio. Senza l'aiuto della divina grazia, nessuno può credere. L'ha detto Gesù: «Senza di me nulla potete fare».123
La grazia di credere Dio la offre generosamente a tutti gli uomini, ma solo gli uomini di buona volontà la accettano; gli altri la respingono e rimangono nelle tenebre.

Sta scritto: «Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla verità».124 Dipende dall'uomo afferrare o respingere la mano che Dio gli tende. Spesso si ingaggia una lotta serrata tra l'anima e Dio, questo divino segugio125 che con l'inquietudine, il disgusto e il rimorso perseguita l'anima fino a convincerla che solo in Dio troverà la gioia e la pace.

Vogliamo oggi con la massima brevità illustrare, sull'esperienza dei convertiti, l'azione misteriosa della grazia nell'anima che giunge alla fede.

La grazia di Dio è onnipotente e discreta, agisce sull'intelligenza piegandosi alla natura dell'intelligenza; agisce sulla volontà rispettando le leggi della libertà. La grazia si adatta a tutte le esigenze dello spirito, come l'acqua del mare alle sinuosità della costa. Agisce nell'intelligenza, diventando luce che rischiara e convince; agisce nella volontà, diventando forza, impulso, che spinge ed attiva.

Nell'intelligenza di chi si dispone a credere, due sono gli effetti prodotti dalla grazia. Il primo è negativo e consiste nello sgretolare e rimuovere quella spessa muraglia di pregiudizio che l'intelligenza alza, oppone contro la fede. Quanti pregiudizi contro la fede: la fede è il suicidio dell'intelligenza, la rinuncia alla libertà di pensiero, la schiavitù dello spirito! I fondamenti razionali della fede non sono sufficientemente dimostrati. Tutte le religioni sono uguali. Non esiste una religione vera, ma solo una religione più o meno conveniente alla civiltà di un popolo.

123 Gv 15,5.

124 1 Tm 2,4.

125 Dal titolo del poemetto di FRANCIS THOMPSON, The Hound of Heaven (cf. trad. it. di S. LADEDAS, Il Veltro dei cieli, Roma 1989).

Altri pregiudizi [ancora si aggiungono] di ordine sociale, politico, storico, scientifico, familiare, personale.

Ebbene, come il mollusco teredine si infiltra nelle mastodontiche muraglie delle dighe olandesi, e silenziosamente le scava,126 così che l'acqua, insinuandosi, le corrode e le abbatte; così la grazia di Dio silenziosamente sgretola e abbatte la muraglia di dubbi e pregiudizi che l'intelligenza umana erige contro la fede.

Ma vi è un secondo effetto, e questo è positivo. La grazia illumina l'intelligenza, la rischiara, la sostiene e la dirige nello studio delle prove razionali della fede, affinché possa percepire con più profondità, facilità e sicurezza il valore degli argomenti che dimostrano la verità della fede cristiana.

Lo stesso argomento, lo stesso miracolo, la stessa prova, per uno non dice nulla, lo lascia nella completa indifferenza o ancora più 10127 conferma nell'ostinazione e nel volontario accecamento: così capitò ai farisei che, vedendo i miracoli di Gesù, dicevano che era un indemoniato e che agiva per virtù del demonio. Per un altro invece, che accetti con sincerità di essere illuminato dalla grazia, lo stesso miracolo appare come un segno certissimo ed una prova irrefutabile della verità della fede predicata da Gesù.

Un profano che ascolta una sinfonia di Beethoven, la ode solo materialmente: suoni e note. Un artista invece ne percepisce e gusta la forza, la bellezza, l'armonia.

Così il genio di Newton dalla caduta di una mela è messo sulla via della legge della gravitazione universale. Quanti altri prima di lui avevano visto cadere delle mele, senza tirarne una tale conclusione!
Analogamente avviene anche nel campo della fede: solo uno spirito illuminato e reso perspicace dalla grazia divina può cogliere le prove della fede in tutto il loro profondo valore e significato; un altro spirito si fermerà ai fatti considerati nella loro materialità, senza comprenderne il senso totale.

126 Nell'originale: scavano.

127 Nell'originale: lo lo.

Se nella intelligenza la grazia diventa luce che rischiara, nella volontà del credente diventa forza, spirito, impulso, attrazione. Il primo effetto della grazia sulla volontà è di rimuovere tutte le ripugnanze, le antipatie, le ostilità, [le] nausee che prova verso la fede; il secondo è quello di insinuare nella volontà il desiderio e il bisogno, il gusto di cercare, di investigare di istruirsi, di credere; [di] suscitare nella volontà simpatia e propensione verso le verità della fede e verso la chiesa che le propone. Senza questa simpatia, [questa] congenialità, nessuno potrà mai credere. E questo è opera della grazia. Come non si capisce veramente se non ciò che si ama, così non si credono le verità rivelate, se non sono amate, come non si ascolta e non ci si lascia convincere, da una persona che non sia simpatica, così Cristo e la sua chiesa non ci convinceranno mai, se non ci sono in qualche] modo simpatici. Questa simpatia è prodotta in noi dalla grazia.

Da queste premesse possiamo trarre alcune conclusioni di ordine pratico.

Se viene da me un giovane, che a contatto col pensiero laico incomincia a vacillare nella sua fede e sente il bisogno di migliorare, [di] scrutare ciò che fino a quel momento ha ammesso ciecamente, io per prima cosa gli dico: «Amico, bisogna anzitutto pregare per ottenere da Dio più luce.

Dopo cercherai».

Se una signora, piangendo, mi dice che suo marito o suo padre è morto senza i sacramenti, e perciò trova difficoltà a credere alla provvidenza e misericordia divina, la predestinazione la turba, io le dico: «Signora, la prima soluzione è pregare per avere la grazia di continuare a credere.

Con la grazia di Dio tutto diventa facile e possibile».

Se un signore mi dice: «Io non credo più, non ci riesco, non posso; è troppo più forte di me. Cerco, non trovo; voglio, non posso; cammino, non arrivo»,128 io rispondo: «Preghiamo insieme. Anche se ancora non credi, anche se non sei ancora giunto, puoi pregare almeno così: «Signore, se ci sei, parlami al cuore: fatti vedere da me, se sei la luce. Io sento di essere fra mille tenebre, di questo non posso dubitare. Fatti vedere, fatti trovare». E stia sicuro, il Signore si farà sentire, egli ch'è tanto vicino, egli che è dentro di voi.129
128 Lettura incerta.

129 Sul retro della pagina: Grazia. [Agisce su]
— int[elligenza in senso]:
neg[ativo]: [rimovendo i] pregiudizi,
posit[ivo]: [infondendo] luce.

— vol[ontà in senso]:
neg[ativo]: [togliendo ogni] antipatia, ostil[ità],
posit[ivo]: [sostenendoci nella] progressione, [nel] dom[inio].

020. Le proprietà dell'atto di credere
(1957, Torino, Crocetta, cappella esterna, professionisti e intellettuali)
A complemento dell'analisi dell'atto di credere, che abbiamo fatta nelle passate conversazioni, resta da investigare brevemente quali siano le proprietà o qualità essenziali di questo atto.

  1. Di queste proprietà alcune furono già considerate, come, per es[empio], che l'atto di credere è ragionevole, cioè conforme alle esigenze della ragione umana; che è libero, ossia dipendente dalla libera scelta dell'uomo; che è soprannaturale, cioè impossibile senza uno speciale aiuto della grazia divina. Ma altre gemme risplendono nel tesoro della nostra fede, che vogliamo ora esaminare con la consueta e doverosa concisione.

Anzitutto l'atto di credere è assolutamente infallibile, immune cioè da ogni errore e perfino dalla possibilità di sbagliare. L'uomo può volere ingannarsi quando osserva con i suoi sensi un fenomeno; può errare quando giudica e ragiona con la sua intelligenza; ma è assolutamente impossibile che sbagli quando con la fede crede una verità rivelata da Dio. La ragione è evidente: Dio è assolutamente infallibile ed immune dalla possibilità di errare. Egli non si può ingannare, perché è l'infinita sapienza. Egli non ci può ingannare, perché è la stessa veridicità personificata. Egli ha tutte le perfezioni in sommo grado, e perciò esclude qualunque imperfezione: esclude quindi anche l'imperfezione dell'errore e della menzogna. Se Dio potesse mentire, non sarebbe Dio, cioè perfettissimo.

Se Dio dunque mi parla, e io accetto la sua parola e credo, la mia fede si appoggia direttamente sull'infallibilità divina, ed io — credendo — divengo partecipe della stessa infallibilità. Colui che crede, fatte le debite proporzioni, è infallibile della stessa infallibilità di Dio che rivela. Colui che crede a Dio, vede le cose con gli occhi stessi infallibili di Dio, prima ed infinita verità. La fede è la divinizzazione dell'intelligenza umana, che viene elevata al piano stesso della increata ed infinita intelligenza del Creatore.

  1. Una seconda proprietà della fede, intimamente connessa con la prima, è la certezza e fermezza piena ed assoluta. La certezza si ha, quando io aderisco ad una verità con piena persuasione [e] sicurezza, senza alcun dubbio o timore di sbagliare.

Ebbene, l'assenso della fede alle verità rivelate non è solo certo e sicuro, ma è più certo e sicuro di qualunque altro assenso o conoscenza. Sono più certo e sicuro della verità di fede, che non delle verità della fisica, dell'astronomia, della botanica, della matematica, della storia, della stessa mia esperienza. Sono più certo della presenza [di Cristo] nel tabernacolo, che non della v[o]s[tra] presenza, della mia presenza.

La prova è di solare evidenza e chiarezza. Le verità della scienza, della storia, dell'esperienza sono poggiate su un fondamento più o meno sicuro, qual è [l]'intelligenza e l'esperienza umana, soggetta alla possibilità di errare. Ma le verità di fede, rivelate e attestate da Dio, poggiano sul granitico e sicurissimo fondamento della intelligenza di Dio, che assolutamente è immune [d]all'errore e [d]alla possibilità di errare.

Dunque le verità della fede sono più certe e sicure delle stesse verità della scienza ed esperienza umana.

Un esempio chiarirà ulteriormente il concetto. Quando, tra pochi istanti, il sacerdote avrà pronunciato a nome di Gesù sull'ostia le parole miracolose: «Questo è il mio corpo», i vostri occhi continueranno a vedere il colore del pane, la forma e le dimensioni del pane; se farete la s[anta] comunione, il vostro gusto percepirà il sapore del pane; se poteste toccare l'ostia, il vostro tatto avrebbe la sensazione di toccare del pane. Eppure, nonostante la testimonianza contraria di tutti i vostri sensi, voi credete per fede che l'ostia consacrata non è più pane, ma il corpo vivo e invisibile di Gesù Cristo.

Ecco, più che ai vostri sensi, voi credete alle parole di Cristo, perché i sensi talvolta ingannano. Ma Dio non inganna mai. Per questo, se necessario, dobbiamo dare la vita per la n[o]s[tra] fede, mentre non siamo tenuti [a] dare la vita per le verità soltanto opinabili.

Ma — ed è la terza proprietà — la fede, pur essendo infallibile e certissima, rimane tuttavia essenzialmente oscura, avvolta in una tenebrosa caligine di mistero. Le verità che crediamo non le vediamo, non le tocchiamo, non le sperimentiamo, né le dimostriamo, ma solo le accettiamo sulla parola di Dio. Lui sa, lui vede, lui comprende, e noi ci fidiamo di lui, e accettiamo quanto egli ci dice: un giorno, nella luce glori[os]a celeste, vedremo chiaramente anche noi ciò che ora crediamo nell'oscurità della fede.

Notate due rilievi di somma importanza.

1) La fede è oscura, ma non cieca, o, se volete, è cieca d'un occhio solo. Noi non vediamo ciò che crediamo, ma vediamo che è ragionevole crederlo, perché sappiamo che Dio l'ha detto. Non abbiamo la comprensione od evidenza dei misteri in se stessi, ma abbiamo la certezza che è Dio che li ha rivelati, e che quindi possiamo crederli senza timore di sbagliare. Non piena oscurità, ma chiaroscuro, o come dice san Pietro, è una lucerna lucente in caliginoso loco, in attesa che il giorno luminoso della visione bril[li].13°
2) L'oscurità della fede non è l'oscurità dell'assurdo e dell'incoerente, ma è l'eccessiva luce infinita di Dio che abbaglia la n[o]s[tra] intelligenza di Dio, come la luce del sole abbaglia il nostro occhio. È la transluminos[it]à della luminosissima verità divina che accettiamo con la fede: la verità che tanto ci sublima.131
Dalla prossima conversazione incominceremo ad analizzare le principali e più correnti difficoltà mosse oggi contro la fede cattolica.

La prima difficoltà presentatami, e presentatami da alcuni di voi, è:
Dio, sì, ma [la] chiesa no! Vi invito a pensarci e a prevedere la soluzione.132
130 2 Pt 1,19.

131 DANTE ALIGHIERI, Divina commedia, Paradiso 22,42.

132 La risposta è inserita fra le omelie di commento al Credo (0 128).

021. Religione e religioni
(1958?, Cineforum, pubblico di ragazze)133
Il film che verrà proiettato propone ad ogni spettatore intelligente un problema tanto grave, q[uan]to scottante. Questo: Che cosa pensare e come comportarsi di fronte alle varie religioni: ebrei, maomettani, buddisti, protestanti, cattolici?
Sfuggire a questo problema sarebbe leggerezza e superficialità da bambini; bisogna affrontarlo con sincerità e responsabilità, da persone mature.

Alla vostra età non si può chiudere gli occhi di fronte al problema religioso: non si può vivere come gli uccelli, senza sapere perché si vive, e morire un giorno come i cani senza sapere perché si muore. L'istinto religioso è universale presso tutti i popoli; è insopprimibile, perché radicato nelle viscere stesse della natura u[mana].134
Voi siete portate a giudicare tutti e tutto: professori, genitori, conoscenti, le verità della fede. Ebbene, provatevi a valutare personalmente questo film, dal punto di vista religioso: è una dimostraz[ione] che l'uomo può sì sbagliare nello scegliere una religione, ma senza religione non può stare.

Per introdurvi a vederlo e giudicarlo con maturità e oggettività, voi dovrete saper rispondere con chiarezza a queste domande.

1. È vero quello che molti dicono, che tutte le religioni sono uguali, perché tutte credono a Dio, propongono una morale e un culto?
È vero che alcuni elementi sono simili, perché provengono dal fondo comune della natura umana e dalla legge naturale; ma non è men vero che vi sono anche elementi sostanzialmente diversi.

Così i maomettani, i buddisti, gli ebrei, non credono alla divinità di Gesù, e perciò neppure alla redenzione, alla chiesa, ai sacramenti.

133 E contenuto rispecchia quello della risposta a quesiti intorno al tema «Il giovane davanti alla religione» (R 102). Non si conosce il titolo del film proiettato. Don Quadrio sfrutta una minuta di dattiloscritto con l'inizio dell'articolo Le relazioni tra Maria e la chiesa nell'insegnamento del papa Leone XIII, pubblicato in Maria et ecclesia. Acta CMM in civitate Lourdes anno 1958 celebrati (= AMI 3), Roma 1959, pp. 611-641. Del manoscritto abbiamo una seconda stesura su schede, forse utilizzate come promemoria. In questa edizione viene seguito il testo delle schede, che contengono la forma più elaborata.

134 Pensieri ricorrenti nelle meditazioni degli esercizi spirituali sul fine dell'uomo.

I protestanti generalmente (dico generalmente, perché sono polverizzati in centinaia di sette diverse) credono a Gesù, ma non (alla gerarchia ecclesiastica), all'eucaristia, [alla] messa e [alla] confessione, alla divina maternità e verginità di Maria santissima. Uguali diversità vi sono nella morale.

Dire che tutte le religioni sono uguali, è come dire che tutte le lingue sono uguali.

  1. È vero che tutte le religioni sono ugualmente vere?

Se tre di voi danno tre diverse soluzioni a uno stesso problema, queste soluzioni possono essere tutte e tre vere? No, certamente.

Come per un problema non ci può essere se non una soluzione completamente vera, così non vi può essere che una sola religione completamente vera. Le altre religioni potranno contenere degli elementi o frammenti di verità, ma non [possono] essere completamente vere.

Qui nasce la domanda più difficile.

  1. Come si può riconoscere tra le varie religioni quella completamente vera?

Sarò estremamente chiaro, perché la verità ama la luce.

Alcuni dicono: Per me la vera religione è quella della famiglia e del popolo a cui appartengo.

E un grosso errore, perché allora tutte le religioni sono vere e tutte sono false. Ciò che è vero per gli Italiani è falso per gli Americani; ciò che è vero per me, nato da famiglia ebrea, è falso per te, nato da famiglia protestante.

La verità non segue i meridiani e i paralleli, non va secondo il nome di famiglia. È la stessa sempre e ovunque, a Torino come a Pechino, per chi si chiama Pietro come per chi si chiama Abramo. La verità è una sola, non guarda in faccia nessuno.

E allora? Come riconoscere la religione completamente vera?
Così. Sarà quella e solo quella che, tra tutte, possiede tutti gli elementi che Dio ha voluto che ci fossero nella vera religione, cioè che possiede

  1. tutta la dottrina che Dio ha rivelato;
  2. tutta la morale che Dio ha stabilito;
  3. tutte le forme di culto che Dio ha voluto.

Esaminate ora le singole religioni.

  1. Gli ebrei, i buddisti, i maomettani non accettano Gesù C [risto] come Dio e salvatore. Ma questo è un punto chiaramente rivelato da Dio; dunque essi non posseggono135 la religione completamente vera. Rimane il cristianesimo.
  2. Nel cristianesimo, i protestanti e gli scismatici orientali non credono al papa come successore di san Pietro e vicario di Cristo; di più, i protestanti non credono all'eucaristia, alla messa, alla confessione, alla maternità e verginità di Maria. Ora tutte queste verità sono chiaramente contenute nel vangelo e negli antichi documenti. Dunque neppure i protestanti e gli orientali posseggono la religione completamente vera.
  3. Non rimane che la chiesa cattolica: l'unica che risale direttamente a Cristo; l'unica che custodisce tutta la dottrina, la morale e il culto stabilito da Cristo; l'unica che è fondata su colui che Cristo stesso ha costituito suo vicario. Dunque solo la chiesa cattolica possiede la religione completamente vera.
  4. Fuori della chiesa cattolica ci si può salvare?

Se Dio ha stabilito questa forma concreta di religione, come l'unica via di salvezza, è chiaro che c'è per tutti l'obbligo grave di abbracciarla. Chi colpevolmente non la abbraccia o la abbandona, non può salvarsi.

Ho detto colpevolmente non la abbraccia. Esistono infatti degli uomini in buona fede, che non conoscono quale sia la vera chiesa. Questi tali, se agiscono onestamente secondo la loro coscienza, pregano e onorano Dio come sanno, certamente non saranno dannati. Per la loro onestà e preghiera, Dio dà loro la sua grazia e amicizia. Dio li salverà, almeno attraverso il battesimo di desiderio, se non avessero ricevuto quelló di acqua. Costoro, per q[uan]to di nome siano buddisti o protestanti, di fatto invisibilmente già appartengono alla vera chiesa cattolica; sono membra invisibili del Corpo mistico di Cristo. Può dunque capitare che io – cattolico disonesto – mi danni, e che invece un protestante in buona fede e onesto si salvi.

  1. Come comportarvi verso gli individui o gruppi di altre religioni?
  2. Rispettare le loro idee, la loro coscienza, i loro riti. Nessuna forma di fanatismo, di costrizione di faziosità. Sono fratelli da convincere, non avversari da eliminare.
  3. Aiutarli col buon esempio, colla preghiera, col consiglio, se si può, a trovare la verità.
  4. Difendere la propria fede dal contagio di errori che essi possono spargere in buona o cattiva fede. Altro è rispettare, altro lasciarsi infettare. Io rispetto un ammalato di TBC, lo aiuto, ma difendo me e i miei dal contagio

135 Nell'originale: sono. Anche nel paragrafo che segue. Nel terzo: è.

  1. Se il protestantesimo è una religione falsa, come ma[i] ci sono persone buone e oneste, come molte di quelle che appaiono nel film?

Il protestantesimo è falso, ma non completamente. Conserva degli elementi buoni (la preghiera, la lettura della Bibbia, la predicazione, ecc.), che possono migliorare chi vive con rettitudine e in buona fede. Non sono buoni perché sono protestanti, ma perché pregano e si comportano secondo coscienza.

  1. Come mai, se il cattolicesimo è l'unica religione, tanti cattolici sono disonesti e peggiori degli altri? ‑

Perché non vivono la loro religione! Coloro che seguono coerentemente la chiesa sono i santi, i campioni dell'onestà! Non giudicate la chiesa da coloro che non la ascoltano; giudicatela da coloro che ne praticano la morale.

Un giorno un tale diceva: «La chiesa cattolica esiste da duemila anni; eppure guarda i cattolici!». Gli fu risposto: «Anche l'acqua esiste da cinque miliardi di anni, eppure guarda il tuo collo!».136
136 Su questi argomenti cf. anche R 083, 094, 102.

022. [L'origine dell'uomo tra scienza e fede)
(Luglio 1957?, Gazzada, aggiornamento a sacerdoti dell'Ispettoria Lombarda?)
Il tema assegnatomi per questa conversazione è tra i più delicati ed esplosivi: l'origine dell'uomo davanti alla scienza e alla fede.137 Molti oggi pensano che su questo punto ci sia un'opposizione insanabile tra scienza e fede. Dicono: «La scienza afferma che l'uomo discende dalla scimmia; la fede invece insegna che l'uomo è stato creato da Dio (col fango della terra)».

C'è davvero un conflitto tra le due posizioni? Sono proprio inconciliabili? Esporremo prima i dati della scienza, poi i principi filosofici e infine le esigenze della fede.138 Al termine139 li metteremo a confronto per vedere se sono o non sono inconciliabili. Sarò chiaro e oggettivo: la verità non teme la luce; sarò anche breve: così avremo più tempo per la discussione di dubbi e difficoltà.

I. Che cosa insegna oggi la scienza sull'origine dell'uomo? Rispondo.

Primo: sull'origine dell'anima umana la scienza non dice nulla e non ha nulla da dire. La scienza studia i fenomeni sensibili, che si possono controllare con gli strumenti, si possono analizzare con gli esperimenti di laboratorio; ora l'anima umana non è una realtà sensibile e materiale, e quindi non potrà mai cadere sotto gli strumenti e gli esperimenti degli scienziati. La scienza come tale non potrà mai né affermare, né negare l'anima spirituale, e quindi non potrà mai dire nulla sulla sua origine.

Secondo: sull'origine del corpo umano, gli scienziati oggi propendono ad affermare che esso deriva da una specie animale inferiore per via di evoluzione, cioè per via di perfezionamento, progresso, sviluppo. In altre parole, essi sostengono che una specie animale è andata sviluppandosi e perfezionandosi progressivamente, finché a un certo punto ham dato origine alla specie umana.

Su che cosa sono d'accordo e su che punto non sono d'accordo gli scienziati oggi?
137 Argomento affine a quello trattato in alcune risposte a «Meridiano 12» (R 030, 039, 040, 096, 112). L'esplosività della materia fu sperimentata direttamente da don Quadrio, accusato di eresia per il suo tentativo di mediazione (cf. L 123, 125, 126).

138 Nell'originale: della fede della fede.

139 Nell'originale: Infine.

140 Nell'originale: hanno.

  1. Sono d'accordo sul fatto generale dell'evoluzione del corpo umano da una specie inferiore.

— Non sono affatto d'accordo sul modo e le circostanze di questa discendenza, cioè, per es[empio]:
— sulla specie animale da cui discenderebbe l'uomo (orango? scimpanzè? gibbone? gorilla? altre scimmie? Buio pesto!);
— sul tempo esatto in cui avvenne il passaggio (da 600 mila a un milione di anni fa);
— sul modo e sulle cause, sul luogo della trasformazione.

Su questi ed altri punti c'è una babele di opinioni: assolutamente nulla di certo!
Quali sono gli argomenti che gli scienziati presentano per sostenere la discendenza dell'uomo dalle scimmie?
Sono di due categorie:

  1. i primi riguardano le somiglianze tra gli uomini e le scimmie viventi al presente;
  2. gli altri riguardano le somiglianze tra gli uomini e le scimmie fossili, cioè scomparse, i cui resti si trovano negli strati del sottosuolo.

a) Oggi tra uomini e scimmie ci sono grandi somiglianze e grandi differenze.

a. Somiglianze:

  1. nello scheletro e nel sistema osseo, nel sistema nervoso;
  2. nell'apparato respiratorio, digestivo, circolatorio;
  3. nelle funzioni sessuali, nei gruppi sanguigni, ecc.

b. Enormi differenze. Lasciamo da parte il fatto che l'uomo ha un'intelligenza superiore e quindi un'anima spirituale, mentre l'animale ha solo degli istinti e sensazioni e quindi non ha un'anima spirituale, e limitiamoci al corpo. Tra l'uomo e le scimmie vi sono spiccate differenze:

  1. nell'incedere;
  2. nella conformazione della mano, del piede;
  3. nella conformazione e capacità del cranio: parte centrale - parte facciale, capacità media 1400 cmc [nell'uomo, contro] 620 cmc [nella scimmia];

— nella conformazione dentaria e mascellare.

b) Ora ecco la seconda categorie di argomenti. Studiando gli scheletri di uomini e scimmie che si trovano allo stato fossile nei vari strati terrestri, si riscontra che un tempo tra uomo e scimmie le somiglianze erano più marcate e le differenze più sfumate. Fino ad arrivare a certi esemplari che non si sa bene se siano scheletri umani o scheletri di scimmie (pitecantropo: uomo-scimmia). Per quanto abbiano cercato e frugato, gli scienziati ammettono che però non è ancora stato trovato l'antenato dell'uomo, cioè quell'animale fortunato che si possa chiamare capostipite del genere umano.

Conclusione. La scienza non può dir nulla e (infatti non dice nulla) sull'origine dell'anima dell'uomo, perché questa, essendo di natura spirituale, sfugge ad ogni esame o controllo sperimentale della scienza. Quanto all'origine del corpo umano la scienza ammette come ipotesi seria e non trascurabile che il corpo umano derivi per evoluzione progressiva da una specie inferiore. Da quale? La scienza non sa! Quando, dove, come, perché? La scienza non può ancora dire nulla di certo, ma solo fare delle ipotesi e delle congetture!
E allora, un uomo intelligente quale atteggiamento deve prendere oggi di fronte a queste teorie evoluzionistiche, che asseriscono la discendenza dell'uomo dalla scimmia o da un qualche altro a[nimale]?
— Negare tutto, come se fossero bubbole o favole? No, perché ci sono indizi seri e non trascurabili.

  1. Accettare tutto come oro colato? Neppure, perché ci sono ancora troppi punti oscuri e incerti.
  2. Attendere, aspettare che le ricerche scientifiche facciano maggior luce. E nel frattempo l'atteggiamento più intelligente è quello di un prudente riserbo: non negare tutto, non accettare tutto; considerare l'evoluzionismo non come un fatto certo già dimostrato, ma come un'ipotesi seria, ben fondata, anche se non ancora dimostrata.

A questo punto però bisogna aggiungere un'osservazione importantissima: la scienza forse domani risolverà la questione dell'origine del corpo umano, indicando come, dove, quando e da quale specie inferiore discenda. Ma vi è una questione che la scienza non potrà mai risolvere, perché non è di sua competenza: cioè, se nel passaggio da corpo animale a corpo umano, Dio sia intervenuto e in quale modo sia intervenuto. Su questo punto dell'intervento di Dio la scienza non dice nulla, non dirà mai nulla, non potrà mai dire nulla; perché, come l'anima, così anche l'azione di Dio è una realtà spirituale, che perciò sfugge ad ogni controllo sperimentale scientifico. La scienza non può né affermare, né negare l'intervento di Dio nella formazione del corpo umano. Questo intervento lo possiamo asserire solo in base a un ragionamento filosofico e soprattutto in base alla rivelazione divina, cioè per mezzo della fede.

II. Passiamo dunque ad esaminare che cosa insegni la fede sulla questione dell'origine dell'uomo. La nostra fede è basata sulla parola stessa di Dio che è contenuta nella sacra] Scrittura e custodita infallibilmente dalla chiesa cattolica per incarico di Gesù] C[risto]. Incominciamo dunque dalla Bibbia. Nel primo libro della Bibbia, detto «la Genesi», è narrata l'origine di tutte le cose per opera di Dio creatore. Prima esisteva solo Dio nella sua infinita solitudine, e al di fuori di Dio non c'era cosa alcuna. Poi, con un atto della sua volontà onnipotente, Dio dal nulla creò una grande massa informe e caotica di materia. Infine Dio diresse sapientemente le trasformazioni successive di questa massa, in modo da costituire man mano i vari esseri materiali che compongono l'universo: i minerali, i vegetali, gli animali.

Infine Dio creò i primi uomini. In che modo? Vi sono due passi che ci interessano.

a) Gen 1,26-28: «Poi Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la n[o]s[tra] somiglianza, ed abbia dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sul bestiame e su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra". E Dio creò l'uomo a sua immagine, lo creò ad immagine di Dio; li creò maschio e femmina. E Dio li benedisse; e Dio disse loro: "Siate fecondi. Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra, e rendetela soggetta, e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra"».

Dunque Dio ha creato l'uomo, lo ha fatto a sua immagine; lo ha fatto superiore agli animali. Queste tre verità sono insegnate dalla Bibbia e perciò da Dio stesso. È dunque certo che Dio è intervenuto con uno speciale e amoroso intervento

  1. sia nel creare l'anima umana: infatti l'anima è ciò che rende l'uomo simile a Dio (purissimo spirito), e lo fa superiore agli animali; ora la Bibbia dice appunto che fu Dio a creare l'uomo simile a sé, superiore [a]gli a [nimali] ;
  2. sia nel formare il corpo del primo uomo: infatti la Bibbia dice che Dio ha formato i primi uomini maschio e femmina. Ora sono maschio e femmina per il corpo, non per l'anima: dunque anche il corpo viene da Dio.

Dunque è un fatto certissimo che Dio è intervenuto nel formare il primo corpo umano! Lo dice la Bibbia.

Ma in che modo Dio ha formato il primo corpo umano? Si è servito di una materia preesistente. E di quale materia? La Bibbia a questo punto non lo dice. Dunque questo primo passo non contiene niente di contrario alle teorie evoluzionistiche. Ma c'è un altro passo più preciso.

b) Gen 2,7: «Iddio formò l'uomo dalla polvere della terra e gli soffiò nelle narici un alito di vita, e con ciò fu l'uomo un'anima vivente».

Dunque l'anima (questo soffio vitale) viene da Dio direttamente, è infusa nell'uomo da Dio.

Il corpo viene anche da Dio, ma indirettamente, perché Dio lo forma non dal nulla, ma da una materia preesistente. Qual è la materia preesistente da cui Dio ha cavato il corpo umano? La Bibbia dice: dalla polvere della terra. Ma come bisogna intendere questa polvere della terra? Ecco il problema.

Ora bisogna tener presente due cose per risolvere oggettivamente questo problema.

  1. La prima è che la Bibbia non è un trattato di scienze naturali, che voglia scientificamente descrivere la struttura chimica dell'uomo; ma è una rivelazione di verità religiose fondamentali per la vita morale dell'uomo. La Bibbia dunque vuole insegnarci da chi abbia avuto origine l'uomo, non le circostanze particolari di questa origine.
  2. Bisogna dunque distinguere nel racconto della Bibbia due elementi: un nucleo o sostanza e una corteccia o veste. Il nucleo sostanziale è che l'uomo (anima e corpo) ha avuto origine per opera di Dio; la corteccia o veste è che Dio sia intervenuto come un vasaio, che con le sue mani plasma un oggetto con creta o argilla. Il fatto dell'intervento di Dio appartiene alla sostanza della rivelazione e perciò va ritenuto come verità di fede; il modo o circostanza di questo intervento appartiene alla veste o colorazione popolare, e perciò non appartiene di per sé necessariamente alla fede. Come quando riceviamo in dono un panettone ne mangiamo il contenuto, ma non la carta d'imballaggio; così nel nostro caso dobbiamo distinguere la verità divina rivelata (Dio ha formato l'uomo) e l'involucro umano (Dio ha formato l'uomo comel" un vasaio con la creta).

Ma perché la Bibbia, per dire che Dio ha formato l'uomo, è ricorsa al paragone del vasaio?
1. Perché la Bibbia è un libro scritto sì da Dio, ma per mezzo di uno scrittore umano di un secolo determinato, di una razza determinata, destinato anzitutto a uomini determinati. Dio dunque ha fatto come una buona maestra elementare che deve spiegare una cosa difficile a dei bambini piccoli: per farsi capire, si adatta al loro modo di pensare e di esprimersi.

141 Nell'originale: con.

Ora il primo libro della Bibbia è stato scritto quindici secoli prima di Cristo per un popolo rozzo di pastori e contadini, cioè per gli Ebrei, i quali allora avevano delle idee molto primitive e infantili sulle cose scientifiche.

  1. Gli Ebrei pensavano che tutte le cose sono in ultima analisi fatte di terra. La terra per loro era l'elemento comune di cui tutto è fatto, compreso il corpo umano. Attribuivanoi" tutto direttamente a Dio. Gli Ebrei sapevano che i bambini non nascono dalla terra, ma da cellule vive contenute nel corpo dei genitori; eppure usavano dire che tutti noi siamo tratti dalla terra, perché quando moriamo ridiventiamo terra. Giobbe, che pure aveva avuto moglie e sette figli, dice che lui e i suoi amici e tutti gli uomini erano stati fatti dalla terra, per dire che in fin dei conti ogni corpo umano è composto da quegli elementi.
  2. Nessuna meraviglia perciò che la Bibbia abbia preso questo modo di esprimersi come corteccia per insegnare una verità rivelata, cioè che il corpo umano è opera di Dio.

Riassumendo, possiamo dire: la Bibbia insegna solo che Dio è intervenuto nella formazione del corpo umano, non il modo con cui Dio è intervenuto. Quindi, è verità di fede che il primo corpo umano sia opera di Dio; ma non è verità di fede che Dio lo abbia tratto direttamente dal fango; potrebbe averlo tratto indirettamente dal fango, e direttamente dal corpo di un qualche animale mediante una serie di lente trasformazioni, durate per parecchie generazioni. In ultima analisi, pittorescamente si potrebbe sempre dire che Dio ha fatto l'uomo col fango, trascurando gli stadi intermedi tra fango e uomo. Secondo la mentalità semita, interessa l'elemento ultimo, comune: e questo è la terra.

Allora, si può o non si può ammettere, secondo la Bibbia, che l'uomo discende da una specie animale? Non facciamo confusioni.

  1. Che anche l'anima umana del primo uomo derivi per evoluzione da un animale non si può ammettere. La Bibbia insegna che l'anima viene direttamente da Dio!
  2. Che il corpo del primo uomo derivi per evoluzione da una specie inferiore si può ammettere, purché non si escluda uno speciale intervento di Dio, che ha ordinato e regolato tutte le cose.

In che cosa consisterebbe questo intervento di Dio? La Bibbia non lo spiega. Ma si potrebbe pensare così.

142 Nell'originale: «attribuiscono». Si tratta di un'aggiunta marginale.

Dio, volendo creare un corpo umano, ha scelto una specie animale gíà abbastanza simile all'uomo; attraverso un'azione segreta (che la scienza non potrà controllare né escludere) ha influito sullo sviluppo di un individuo di quella specie, lo ha perfezionato fino a renderlo capace di ospitare un'anima umana; a un certo punto, quando lo sviluppo fu sufficiente, creò un'anima intelligente e la infuse nel corpo preparato, e in quel momento quel corpo animale divenne un vero corpo umano, animato da uno spirito immortale.

Questo modo di concepire le cose salva tutte le verità insegnate dalla Bibbia (Dio ha creato l'anima di Adamo, Dio ha plasmato il corpo di Adamo), e insieme non contrad[d]ice all'ipotesi della scienza: il corpo umano ha una certa parentela col corpo degli animali e discende da una specie inferiore.

Discende sì da una specie inferiore, ma sotto l'azione direttrice di Dio. È sì opera di Dio, ma attraverso le forze della natura animale inferiore. Una cosa è certa per fede: l'intervento di Dio. Ammesso questo intervento superiore, il resto si può liberamente accettarlo come ipotesi scientifica, nella misura che non contraddice alla fede.

Questa conclusione è confermata dall'insegnamento ufficiale della chiesa cattolica, infallibile interprete della Bibbia. La dottrina della chiesa in questa materia si può riassumere in questi punti.

  1. L'anima dell'uomo viene direttamente da Dio e non per evoluzione.
  2. Il corpo del primo uomo è anch'esso opera di Dio.
  3. Se poi Dio nel plasmare il corpo del primo uomo si sia servito di fango della terra o di un animale, la chiesa non si pronuncia, ma lascia agli esperti la libertà di indagare e di discu[te]re, purché lo facciano con oggettività e serietà, trattandosi di materia tanto delicata e importante. Così ancora nel 1950 Pio XII in una solenne enciclica diretta a tutto il mondo cattolico.

[III]. Conclusione. Vi è dunque un conflitto su quanto insegna la fede e quanto insegna la scienza intorno all'origine dell'uomo? Nessun conflitto, ma perfetta armonia.

La fede insegna l'intervento di Dio nella formazione del primo uomo. La scienza insegna come ipotesi la discendenza del primo uomo da un animale.

Ora queste due cose non solo non si escludono, ma la seconda non può stare senza la prima. In altre parole, perché l'uomo possa discendere da un animale, anche solo quanto al corpo, è assolutamente necessario uno speciale intervento di Dio.

Lo dimostro brevemente.

Tutti gli uomini ammettono come principio certo che ogni effetto esige una causa proporzionata. Una causa che vale 10 non può produrre un effetto che vale 100.

Un sasso non produce pere; un pero non produce cagnolini ma pere; un cane non produce uomini ma cani.

Ora, perché da un animale irragionevole (per es[empio] un cane o una scimmia) discenda un uomo ragionevole, non bastano le forze di quell'animale. Il cane con le sole sue forze non produrrà che cani, e la scimmia, scimmie: ogni essere può produrre solo esseri della stessa specie. Dunque, se il primo uomo discende da un animale, c'è assolutamente stato bisogno che una causa superiore intervenisse a supplire l'incapacità dell'animale. Se l'animale poteva mettere 10 e per fare l'uomo ci voleva 100, la causa superiore ha dovuto mettere 90.

In pratica, Dio che cosa ha dovuto fare?

  1. Ha dovuto direttamente creare l'anima umana che, essendo spirituale, non può essere tratta dal corpo bruto.
  2. Ha dovuto perfezionare il corpo dell'animale e renderlo capace di essere animato dall'anima umana.
  3. Ha congiunto il corpo così perfezionato con l'anima umana, formando il primo uomo.

Senza questo speciale intervento di Dio, il passaggio dell'animale all'uomo è assolutamente impossibile, come è impossibile che un giorno un pero con le sole sue forze, invece che pere, faccia cagnolini o uccelli. Si può dire che il bruto è padre dell'uomo quanto al corpo? No! Non padre, non causa, ma solo strumento. La causa è Dio.

La scienza non contraddice alla fede, ma la suppone e la reclama; la fede non nega la scienza, ma la integra e la completa.

Poca scienza allontana da Dio; molta scienza conduce a lui. Non temete: nessuna vera certezza scientifica potrà143 mai essere in contrasto con una vera certezza di fede. Il medesimo Iddio è autore del mondo della scienza per mezzo della creazione e del mondo della fede per mezzo della rivelazione. E Dio non può contrad[d]irai.

143 Nell'originale: non potrà.