Świętość Salezjańska

Don Giuseppe Quadrio: Conversazioni - Santa Messa e Mistero Eucaristico

GIUSEPPE QUADRIO CONVERSAZIONI
a cura di
REMO BRACCHI

 

SANTA MESSA E MISTERO EUCARISTICO
023. La santa messa
(28/11/1954, Torino, Crocetta, cappella esterna, omelia)
Prima domenica di Avvento, inizio dell'anno liturgico. Due novità: 1) la messa sarà brevemente spiegata e commentata da un sacerdote; 2) incominciamo un ciclo di conversazioni domenicali sul tema «Risposta alle difficoltà che oggi si fanno più comunemente contro la chiesa cattolica e la sua dottrina».1 Ciascuno di voi può collaborare, presentando dubbi, difficoltà, obiezioni per iscritto in sacrestia; io sarò ben felice di dare una risposta breve e — possibilmente — anche chiara e persuasiva.

Quante volte nelle conversazioni private e pubbliche si sentono obiezioni, difficoltà, imprecisioni, errori intorno a quello che costituisce il cuore del culto e della liturgia cattolica: la s [anta] messa. C'è da temere che un grande numero tra noi non sappia che cos'è la messa, o almeno [che molti] la comprendono male, e per questo si annoiano, spesso la perdono, e in ogni caso essi non vi trovano tutta quella pienezza di vita che Gesù ha voluto mettervi. Quanti cristiani ignorano le meraviglie della messa!
Supponiamo un istante che noi possiamo interrogare i numerosi fedeli che, nelle nostre città e nelle nostre campagne vanno alla messa, e domandare loro: «Che cosa ci va a fare?». Penso di non sbagliarmi troppo, immaginando così le risposte.

1 A questa tematica, come risulta dal foglio di informazione per il Rettor magnifico, don Quadrio attese durante l'anno accademico 1954/1955. Trattandosi della prima domenica di Avvento, siamo esattamente il 28 novembre 1954. Il primo periodo è stato aggiunto a penna in alto, mentre l'omelia è dattiloscritta.

Gli uni diranno: «Vado a messa, perché altrimenti faccio peccato mortale». Questa categoria di cristiani vede dunque nella messa della domenica, prima di tutto, un obbligo: bisogna ascoltare la messa. Come se dicessero: «Bisogna pagare le tasse».

Altri risponderanno: «Io vado a messa per pregare Dio». Ma per pregare c'è bisogno di andare a messa, di recarsi in chiesa? Bisogna pregare Dio «sempre e dovunque». [Questi infatti] vedono nella messa una mezz'ora di preghiera.

Altri infine diranno: «Io vado alla messa per comunicarmi». Questo è esatto, ma non basta. I cristiani che parlano così non considerano in realtà che una parte della messa, la comunione, e volentieri farebbero a meno di tutto ciò che la precede. La messa è la funzione in cui si consacrano le ostie per far la comunione.

È ben vero che la messa domenicale è l'oggetto di un comandamento grave della chiesa; è vero che bisogna parteciparvi con la preghiera; è desiderabile che vi si faccia ogni volta la comunione. Ma la messa è molto più che un obbligo domenicale, molto più che una preghiera o una cerimonia della chiesa, molto più che la presenza reale del Salvatore.

Che cos'è dunque la messa?
La messa è, un pasto, una refezione.

Lo so che questa definizione chiara e sicura sembrerà insufficiente a molti. Il catechismo, che si sforza di esprimere col maggior rigore possibile il mistero della messa, preferisce dire subito che essa è un sacrificio: il santo sacrificio della messa. Ed è verissimo.

Ma ai nostri figliuoli, che già devono comprendere qualche cosa della messa, e a noi stessi, che viviamo in un mondo in cui la nozione di sacrificio si è perduta, c'è da temere che questa definizione esatta non dica gran che. Bisogna presentare la messa in modo più accessibile alla nostra mentalità moderna.

Quando si apre il vangelo, si è meravigliati di vedere con quale facilità piana e semplice nostro Signore ci riveli i misteri di Dio attraverso le realtà più ordinarie della vita: «Guardate, osservate, considerate...», ci dice continuamente.

Ora, anche la messa s'inserisce nel cuore di uno dei nostri gesti più umani: quello della refezione, del pasto. Nostro Signore ha celebrato la prima messa durante l'ultima cena, cioè durante un pasto. Egli ha preso del pane, ha preso del vino, e ha detto: «Prend[et]e, mangiate... Prendete, bevete».

E malgrado il latino incomprensibile ai più, malgrado i riti complicati, talvolta difficilmente accessibili, la messa è rimasta un pasto, una refezione. Essa si celebra sopra una tavola ricoperta di una tovaglia; con del pane, del vino, dell'acqua, una coppa, un piatto dorato. Il prete — e sarebbe desiderabile che non fosse solo a farlo — il prete durante la messa mangia e beve; si nutre, come dice san Giovanni, della carne che è vero cibo; del sangue che è vera bevanda [Gv 6,56].

È vero che la messa è molto più che un pasto comune; è un pasto misterioso e divino; un pasto che è un autentico sacrificio, il sacrificio di Cristo che rinnova misteriosamente la sua morte redentiva a salvezza di coloro che assistono alla messa e di tutti gli uomini. Questo lo ripeteremo e dimostreremo un'altra volta. Riteniamo ora questa sola definizione così luminosa: la messa è una refezione, un pasto. Noi sappiamo che cos'è un pasto.

Noi mangiamo tutti i giorni, e questo atto, che potrebbe essere volgare e che forse talora lo è di fatto, noi l'abbiamo nobilitato, compenetrato di intelligenza e di amore: vi è tutta un'arte e quasi una liturgia della tavola; vi è soprattutto come un clima spirituale. Durante un pasto si parla, si offre, si comunica.

  1. Si parla: il padre e la madre scambiano le notizie, le gioie, le preoccupazioni; i figli ascoltano e, insensibilmente, si istruiscono; gli amici scherzano; gli uomini d'affari negoziano; i politici trattano; gli intellettuali discutono. È precisamente durante la refezione dell'ultima cena che Gesù ci ha fatto le ultime confidenze e rivelazioni sul Padre: «Io vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutto ciò che ho udito da mio Padre» (Gv 15,15).
  2. Si offre, anche, in un banchetto. Gli invitati portano, con la loro amicizia e per esprimerla, dei doni, non si viene a mani vuote; quelli che hanno fatto l'invito offrono una tavola accogliente, dove hanno posto tutto ciò che avevano di meglio; scambi naturali e spirituali, che rendono dolce e ricca l'ora di intimità passata attorno ad una tavola.
  3. Durante una refezione, infine, si comunica. Ci si comunica gli uni con gli altri. Niente è più triste ed anormale che una refezione presa alla svelta, da solo, nell'angolo di una trattoria. La refezione è fatta per radunare e per unire. Non è forse quello uno dei rari momenti in cui, dopo il peso ed il calore del giorno, tutta la famiglia si ritrova al completo? Non è attorno alla tavola che noi raduniamo [i] nostri amici? E per festeggiare i grandi giorni della vita, gli anniversari, i fidanzamenti, i matrimoni, le partenz[e] o i ritorni, è ancora in un pranzo o in una cena che noi c[i] raduniamo. N[ostro] Signore] ci pensava certamente, quando paragonava il Regno del cielo ad un grande banchetto di nozze, in cui saranno convitate le moltitudini degli eletti.

Se ora applichiamo tutto ciò alla messa, tutto diventerà subito chiaro. Poiché la messa è una refezione, [in cui] si parla, si offre, si comunica.

Dal princip[i]o della messa fino al Credo, noi ascoltiamo e parliamo, Dio ci parla per mezzo dei suoi profeti, dei suoi apostoli, di suo Figlio. Sono le letture (epist[ola] e vangelo) [che ci comunicano il suo messaggio]. Noi parliamo a Dio, gli domandiamo perdono con il Confiteor, lo lodiamo con il Gloria, imploriamo il suo aiuto nelle orazioni?
2 Manca lo sviluppo dell'offrire e del comunicare. Cf. le omelie che seguono (C 024 e 026) e R 090.

024. La messa
(05/08/1956, Ulzio, Abbazia, omelia)
Intr [oduzione.]
Miei] fr[atelli], non vi siete mai chiesti perché molti cristiani, anche tra quelli che vengono a messa tutte le domeniche, sopportano poi questa mezz'ora come la più lunga e noiosa di tutta la settimana? Se a coloro che la domenica mattina vengono a messa si chiedesse: «Che cosa ci vai a fare?», si avrebbero a un dipresso queste risposte.

«Vado perché è domenica. A casa mia è un'abitudine a cui ci teniamo». Come se la messa fosse una semplice consuetudine domenicale, come la visita ai nonni, la passeggiata, il cine[ma].

«Vado perché altrimenti faccio peccato». Come se la messa fosse una multa da pagare, sotto pena d'andare all'inferno.

«Vado per pregare un po', per fare la comunione». Come se la messa fosse una semplice preghiera individuale come il rosario, o si riducesse alla semplice comunione. Anime pie abolirebbero tutta la messa, purché si conservasse la possibilità della loro comunione.

Assistere alla m[essa] con queste idee è ignorare il più e il meglio della s[anta] messa, perché la m[essa] è infinitamente più che una multa da pagare a Dio o una preghiera individuale, o una funzione liturgica.

No, la s[anta] messa è la più grande meraviglia dell'universo, l'avvenimento più colossale che la storia oggi registri, il più strepitoso miracolo e il più grande mistero della religione, il cuore stesso del culto cattolico.

È il mezzo con cui possiamo toccare il cuore del Padre] celeste, farlo infinitamente godere, attirare su di noi infiniti torrenti di grazia, di amore, di luce, di conforto. La s[anta] messa a cui assistete è... Ma sapete che la formula è tanto grandiosa che quasi si trema a pronunciarla? E la morte stessa di Cristo, misteriosamente ma realissimamente rinnovata sull'altare.

Se ciò è un grande miracolo e un sublime mistero, miracolo e mistero più grande è che noi possiamo assistervi senza morire di gioia.

Per comprendere la messa bisogna riportarla alla sua essenza semplice e sublime, così come Gesù] l'ha istituita e i primi cristiani l'hanno compresa. Per oggi una sola idea: [la messa è un] banchetto. Gesù ha istituito e celebrato la prima messa a mensa, durante una cena, in quella ultima familiare refezione, in cui egli diede l'addio agli apostoli prima di affrontare la sua passione. Prese un pezzo di pane, lo benedisse, lo spezzò, lo diede a mangiare agli apostoli dicendo: «Questo è il mio corpo». Poi prese una coppa di vino, la benedisse e lai diede da bere agli apostoli dicendo: «Questo è il mio sangue. Fate questo in memoria di me». Ecco la sostanza della messa: essa è una cena.

Al di sotto delle preghiere e dei riti che vennero aggiungendosi, essa è rimasta una cena, un banchetto di tutta la famiglia di Dio attorno alla mensa del Padre celeste.

A capo tavola c'è il Padre, poi il Figlio primogenito, poi gli altri figli, noi. Ecco la famiglia al completo.

Non solo perché c'è di fatti una mensa, l'altare, ricoperto di una candida trovaglia; non solo perché sull'altare c'è una coppa per il vino (il calice), un piatto per il pane (la patena), del pane vero, del vino, dell'acqua come su ogni mensa comune, ma soprattutto perché nella messa si fa ciò che si fa a tavola. E così la messa si inserisce in uno dei più comuni e[d] espressivi gesti della vita umana.

Tra pochi istanti voi, nell'intimità della v[o]s[tra] famiglia, sarete seduti attorno alla tavola. Ebbene, qui tutta la gr[ande] famiglia di Dio è raccolta attorno alla tavola del Signore.

  1. A tavola si parla e si ascolta: i genitori si scambiano impressioni, idee, preoccupazioni, progetti. E i figli ascoltano, interrogano, imparano, e così vengono introdotti nei segreti della famiglia. A tavola i politici trattano, gli affaristi contrattano, gli intellettuali discutono, gli amici scherzano. E il momento dell'intima effusione e dello scambio di idee. Così [è anche] nella messa. La prima p [arte] della messa, dall'inizio al Credo, è riservata a q[uesto] scambio di idee. Il capo della famiglia, Dio Padre, parla ai suoi figli attraverso la voce dei suoi prof[eti] e apostoli (nell'epi[stola]), attraverso il suo stesso Figliuolo primogenito (nel vangelo), attraverso la bocca del sacerdote (ambasciatore con l'altoparlante di Dio). Ma [anche] i figliuoli parlano al Padre, per chiedere perdono (Confiteor), per lodarlo (Gloria), per pregarlo (Oremus), per attestargli la fede (Credo).
  2. A tavola si offre: è uno scambio di doni. Il padrone di casa offre ai suoi ospiti la sua casa, la sua tavola imbandita con q[uan]to di meglio [ha disponibile]; gli ospiti in ricambio offrono al padrone di casa la loro riconoscenza ed amicizia e, come segno di essa, non vengono a mani vuote.

3 Nell'originale: lo...lo.

Nella seconda parte della messa, che va dall'offertorio alla consacraz[ione] inclusa, i figli, attraverso le mani del loro rappresentante ed ambasciatore, offrono al Padre due doni: il pane e il vino, offerta simbolica, tutto sé e le proprie cose. Nella consacraz[ione] il Padre restitusice ai figli questi doni, cambiati nel corpo e nel sangue di Cristo. E allora Gesù, a nome di tutti i suoi fratelli minori e per il loro bene, si offre al Padre, offre il suo corpo e il suo sangue immolato, rinnovando la sua passione e [la sua] morte per la gloria del Padre e la salvezza dei fratelli.

  1. A tavola c'è questa intima comunione di pensieri, affetti, amicizia, intimità. La famiglia si ritrova dopo la depressione della giornata; a tavola ci si trova per celebrare un lieto avvenimento, una promozione, un successo, un anniversario. È il momento dell'unione più intima e cordiale.

Così nella terza parte della messa [abbiamo] la comunione. Tutta la famiglia si ciba dello stesso pane, che è la carne immolata di Cristo. E allora ecco il grande miracolo: il corpo di Cristo diventa vincolo di unione, di fratellanza, di uguaglianza, di amore. Noi che siamo molti diventiamo una sola cosa, perché mangiamo un solo e medesimo pane. Concorporei e consanguinei con Cristo e, in Cristo, tra noi e col Padre.

Ecco la meravigliosa bellezza della messa. Se la comprendessimo, gustassimo, vivessimo, l'ora della messa sarebbe la più bella e attesa della sett[imana]: luce, gioia. Vado alla messa che amo.4
4 Lettura incerta.

025. Ascoltare la messa
(Commento a una celebrazione)
Introduzione. Ancora pochi istanti e davanti a noi si compirà il più grande avvenimento della storia del' mondo; ancora pochi istanti e davanti ai nostri occhi Gesù morirà un'altra volta inchiodato sulla croce, per noi. Sta per incominciare la s[anta] messa, che [è] la rinnovazione, la ripetizione della crocifissione e della morte di Gesù sul Calvario. Ecco alzato dinanzi a noi l'altare, che raffigura5 il Calvario, dominato dalla croce. Ecco il sacerdote, che rappresenta Gesù, che sale faticosamente il monte Calvario. Gli angeli, invisibili, si accalcano intorno all'altare ed assistono atterriti, adorando il grande mistero. Ma Gesù non muore per gli angeli, muore per noi: e noi staremo indifferenti, svogliati, distratti davanti a uno che muore per noi?
Preparazione. La messa è incominciata. ll sacerdote è ai piedi dell'altare: Gesù è ai piedi del monte Calvario, carico del legno pesante della croce. Come pesa la croce sulle spalle di Gesù! Pesa tanto che lo curva, lo fa vacillare e cadere. Gesù, prostrato con la faccia nella polvere, [è] carico della croce, che son tutti i nostri peccati, i peccati di tutto il mondo, dal principio alla fine, tutte le bestemmie, i sacrilegi, le violenze, i furti, gli omicidi, le azioni cattive. Che grosso fardello, che peso schiacciante sulle spalle di Gesù! Per questo Gesù è morto e rinnova qui la sua morte, per cancellare col suo sangue questo enorme cumulo delle nostre malvagità e miserie. E noi non abbiamo aggiunto il nostro peso? E ora c'è qualche peccato che pesa? Ecco il sacerdote curvo verso terra, carico di tutti i nostri peccati, implora da Dio il perdono delle nostre colpe. Uniamoci anche noi a questa invocazione di perdono.

Recitiamo col cuore l'atto di dolore, pensando a quello che diciamo.6
Kyrie eleison. O Signore, abbi pietà di noi. O Gesù, abbi pietà di noi.

Il sacerdote intona' il Gloria in excelsis Deo, il canto che [gli] angeli intonarono sulla grotta di Betlemme nella notte in cui nacque Gesù. Cantiamo anche noi insieme agli angeli, ma cantiamo bene come loro, anzi meglio di loro, in modo da farli arrossire d'invidia.

5 Nell'originale: è rappresente.

6 Nell'originale: dite.

7 Nell'originale: intonare.

Epistola. È una lettera di san Paolo ai suoi cristiani della Galazia. Io vorrei che vedeste la virile e maschia figura del grande apostolo, che dal fondo della prigione di Roma, stretto in catene dai nemici di Cristo, alzava la sua voce e diceva: «Fratelli, sentite. Pensate un momento ai tempi prima di Cristo. Se Gesù non veniva a salvarci, se Gesù non moriva per noi sulla croce, eravamo tutti un branco di pecore condannate al macello, eravamo tutti condannati alla morte, maledetti da Dio e oggetto del suo sdegno e della sua ira. Ma venne Gesù a salvarci con la sua morte, e per questo siamo diventati figli di Dio. Dio ci vuol bene come un padre, non siamo più schiavi, ma figli, i figli di Dio, fratelli di Cristo, eredi del paradiso, e possiamo gridare a Dio: Padre!, Babbo mio».

Vangelo.8
8 Commento interrotto, benché rimanga altro spazio libero sul foglio.

026. La nostra messa
(1957? Esercizi spirituali, sacerdoti)9
Poco prima di morire, il cardinale] Mercier volle dare ai sacerdoti che lo circondavano un ultimo consiglio: «Non voglio dirvi che una cosa sola, ma se voi vi sforzerete di attuarla, darete al vostro sacerdozio tutto il suo valore: mettete ogni cura nel celebrare bene la vostra messa».1°
La messa non è infatti la sorgente più abbondante della santità sacerdotale? Ma per l'abitudine che vi abbiamo contratto, a causa del tempo quasi sempre limitato, della stanchezza, delle preoccupazioni, delle inevitabili distrazioni, noi rischiamo di non trarne più quel profitto, quel nutrimento, quella forza che il sangue di Cristo potrebbe darci. Per salvare la nostra messa dalla vorace usura dell'abitudinarismo sciatto e superficiale, dobbiamo spesso prenderla come oggetto di meditazione. Così potremo comprenderla nella sua efficacia santificatrice.

I. Comprendere le arcane meraviglie della s [anta] messa. Agnoscite quod agitis,11 ci ha detto il vescovo ordinante nel conferircene il potere sovrumano.

a) Comprendere la messa vuol dire anzitutto avere una grande, profonda, affascinante idea della sua indole drammatica e sociale. La messa non è tanto una preghiera quanto un'azione, o meglio è una preghiera sotto forma di dramma; la messa non è culto di persona privata, ma il banchetto sacrificale di tutta la grande famiglia di Dio attorno alla mensa del Padre. Il senso sociale e drammatico della nostra messa, anche di quella celebrata privatamente, davanti all'altare di «s[anta] parete» o di «s [anta] finestra».12
9 In alto in penna: «Ti scongiuro di risuscitare in te la grazia di Dio, che ti fu data per l'imposizione delle mani» (2 Tm 1,6). L'ammonizione sottolinea che la meditazione (probabilmente preparata, come la seguente, per un corso di esercizi spirituali) è destinata a sacerdoti. I fogli di bozze utilizzati per la minuta potrebbero collocare l'intervento verso l'anno 1957. Dattiloscritto.

10 Nelle ultime lettere ai sacerdoti l'insistenza sulla messa rappresenta uno degli appelli più accorati. Cf. per es. L 176, dove si cita il card. Mercier.

11 pR 57.

12 Cioè agli altari laterali, posti in serie davanti alle finestre o agli spazi tra di esse, per la celebrazione di singoli.

Nostro Signore ha istituito e celebrato la prima messa durante una cena. Ed anche oggi, al di là dei riti e delle formule che sono venuti aggiungendosi man mano al nucleo centrale, la messa rimane un banchetto, una refezione: non solo perché vi è una tavola coperta da tovaglie, una coppa, un piatto dorato, del pane, del vino, dell'acqua, ma perché tutto il rito è intonato alla celebrazione del convito o epulum sacrificale. Così anche la messa si inserisce nel cuore di uno dei nostri gesti più umani, quello della refezione familiare; così come ogni altro mistero di Dio, ci fu da Cristo presentato attraverso le realtà più ordinarie della vita.

Noi mangiamo tutti i giorni e questo atto, che potrebbe essere volgare, noi l'abbiamo nobilitato, compenetrato di intelligenza ed amore: vi è tutta un'arte e quasi una liturgia della tavola; vi è soprattutto come un clima spirituale: durante la refezione della famiglia si parla, si offre, si comunica.

  1. Si parla. I genitori si scambiano notizie, gioie, preoccupazioni, progetti, mentre i figli ascoltano, interrogano, imparano. A tavola gli intellettuali discutono, gli amici scherzano, i politici trattano, gli affaristi contrattano, (i frati mormorano). Insomma è uno scambio di pensieri e di affetti. Gesù stesso ha riservato le più intime confidenze sul Padre suo all'intimità dell'ultima cena: «Io vi ho chiamato amici, perché vi ho svelato tutti i segreti che ho udito da mio Padre» (Gv 15,15).
  2. A tavola si offre. Gli invitati portano con la loro amicizia, e per esprimerla, dei doni; quelli che hanno fatto l'invito offrono una tavola accogliente, dove pongono tutto ciò che hanno di meglio: scambi naturali e spirituali, che rendono dolce e intima l'ora passata attorno alla tavola.
  3. Infine il banchetto è una mutua comunione° tra i commensali. È l'ora dell'effusione, dell'intesa, dell'unione. Niente di più triste ed anormale che una refezione presa alla svelta, da soli, nell'angolo di una trattoria. La refezione è fatta per radunare e per unire la famiglia dopo la dispersione della giornata. Per festeggiare un incontro, un ritorno, un matrimonio, un lieto avvenimento, amiamo trovarci tra amici attorno a un desco familiare. Gesù non pensava diversamente, quando paragonava il Regno dei cieli ad un grande convito di tutti gli eletti.

Ora l'applicazione è trasparente: nella messa si parla, si offre, si comunica.

13 Corretto su: comunicazione.

Nella prima parte il capo-famiglia parla ai suoi figli e convitati attraverso i suoi profeti ed apostoli (ep[istola]) e perfino per bocca del suo Primogenito (vangelo); mentre i figliuoli con confidenza parlano al Padre, chiedendogli il perdono nel Confiteor, lodandolo nel Gloria, implorandolo negli Oremus, protestandogli la propria fede nel Credo.
Nella seconda parte della messa si offre: noi offriamo il pane e il vino al Padre ed egli celi ridona trasformati nel corpo e nel sangue del suo Figliuolo. Cristo offre se stesso al Padre e con sé offre tutte le membra di cui è capo. La messa è il sacrificio del Cristo totale, capo e corpo.

Nella terza parte, dal Pater alla fine, che altro si fa se non comunicarsi con Cristo e tra di noi. Mangiando tutti la stessa carne sacrificata, diventiamo tutti una sola cosa con Cristo e tra di noi, tutti concorporei e consanguinei con Cristo e tra noi, figli di Dio.

Così la messa è il convito sacrificale di tutta la famiglia di Dio, attorno alla mensa del Padre, in commemorazione e mistica rinnovazione del più grande avve[ni]mento di questa famiglia e della storia: la morte del Primogenito di Dio a glorificazione del Padre e a salvezza degli altri figliuoli.

Se accanto al nostro altare noi sentissimo tutta la famiglia di Dio radunata, il Padre, il Figlio primogenito, tutti gli [a]ltri figli, quanto maggiormente comprenderemmo e stimeremmo la nostra messa!
II. Comprender[e] meglio la messa significa comprendere e approfondire il suo aspetto oblatorio e sacrificale. La messa non è solo un atto di devozione, una preghiera per quanto collettiva, ma un atto di oblazione, e non solo l'offerta del Cristo, ma la nostra offerta personale, in nome e a profitto della comunità cristiana.

Significa anche comprendere meglio il nostro compito specifico, di sacerdote e di ostia:
— compito di sacerdote che agisce in persona Christi, imprestandogli mano, bocca e cuore; ed anche a nome di tutta la chiesa di cui è ambasciatore e delegato;
— e compito di ostia, facente corpo con la grande ostia del Calvario, avendo in cuore le stesse disposizioni vittimali del cuore di Gesù. «Il sacerdozio è l'immolazione di un uomo aggiunta a quella di un Dio», diceva Lacordaire.

Ma non si comprende bene se non ciò che si gusta. Sì, gustare meglio la nostra messa. Assaporarla! Non abbiamo nessun timore di pronunziare questa parola. Se non gustiamo Dio nella messa, cederemo al bisogno di gustare altre dolcezze, che non si intonano alla nostra solitudine di consacrati. La nostra messa meglio gustata. Noi saliamo tutte le mattine l'altare, ci avviciniamo] a quel Dio, che vuol essere tutta la nostra gioia, «ad Deum quí laetificat»,14 e che potrà esserlo tanto più, quanto più completamente ci daremo a lui. «Inebriabo animam sacerdotum pinguedine» (Ger 31,14).

Si fa sempre bene ciò che si fa con piacere. Un sacerdote che gusta la sua messa, la celebra con tutta l'anima ed essa sarà veramente per lui un sostegno e una forza. La messa presenta per noi tanti aspetti che possono incantarci.

Anzitutto tutte quelle formule venerande, che in parte risalgono alla chiesa primitiva, che in diciannove secoli sono state ripetute milioni di volte da migliaia di sacerdoti e da centinaia di santi, noi dovrem[mo] più che ingoiarle frettolosamente, assaporarle e degustarle a lungo.

E poi la nascita di Gesù tra le nostre mani in virtù delle nostre parole. La santa Vergine non ha avuto che un solo Natale; per noi è natale ogni giorno! Ogni giorno noi possiamo ripetergli: «Tu es filius meus. Ego ho-die genuí te».15 Nella messa noi lo possediamo senza riserva: «Dilectus meus mihi et ego illi».16 «Deus, qui de Virgine natus, per nos saepe renasceris». Egli è nelle nostre mani tutto palpitante di vita, tutto fremente di amore. Come non godere fino all'estasi, pensando che per ipsum, cum ipso et in ipso,'' noi possiamo in quei felicissimi istanti glorificare infinitamente nostro Padre, ottenere la completa remissione dei nostri peccati, pagare sovrabbondantemente tutti i debiti che abbiamo con lui, ripagare per tutti i peccati del mondo, riversare sulle anime un torrente inesauribile di gioia, di grazia, di luce divina?
Se la messa è un grande mistero, uno strepitoso miracolo, ancora più incomprensibile è il mistero che noi riusciamo a celebrarla senza morire di gioia e di amore! Che dire poi del fatto che noi riusciamo persino a sentirne freddezza o noia? Ma non ha illuminato di soavissima gioia la nostra giovinezza il pensiero che un giorno l'avremmo finalmente celebrata?
Ma l'esperienza è lì a dimostrarlo: queste arcane gioie sono gustate durante quell'ora sacra nella misura con cui durante il giorno noi avremol8 vissuto la nostra messa.

14 Dal salmo che si recitava ai piedi dell'altare (Sal 42,2).

15 Sal 2,7.

16 Ct 2,16.

17 Dal Canone romano, conclusione.

18 Nell'originale: avremmo.

— La gioia di trovarci per qualche istante al centro del mondo, nel cuore del Corpo mistico, e con una possibilità magnifica di inondare l'universo di luce, di grazia.

  1. La gioia di trovarmi sul Calvario, sacerdote col divino Sacerdote, con l'ostia divina.
  2. La gioia di ricevere il corpo di Cristo.

027. La nostra messa vissuta
(1957? Esercizi spirituali, sacerdoti)19
Imitamini quod tractatis.20 È la santa consegna che abbiamo ricevuto nella nostra ordinazione. Vivere la nostra messa non deve significare altro che fare della nostra vita una messa, cioè un offertorio, una consacrazione, una comunione.

Un offertorio. La vita non è degna di essere vissuta se non come offerta. Ogni istante della nostra esistenza, ogni fibra del nostro essere in tanto hainno] un senso, in quanto vengono restituiti a colui da cui provengono e a cui appartengono 21 Non siamo nostri, che sarebbe egoismo; non siamo di altri, che sarebbe schiavitù; non siamo di nessuno, che sarebbe anarchia; siamo di Dio: Ego sum Dominus vester. Dunque la nostra vita dev'essere un continuo offertorio in, con, per Cristo.

Fare della propria vita un offertorio significa deporre sulla patena il nostr[o] spirito, il nostro cuore, la nostra volontà, i nostri desideri, timori, pene, gioie, lacrime, peccati, speranze, delusioni, fatiche: piccole gocce d'acqua che si perdono nel vino del calice. Suscipe, sancte Pater.22
Dobbiamo fare della nostra vita una consacrazione. Tutto in noi deve essere consacrato e trasfigurato in Cristo: l'anima e il corpo; i pensieri e gli affetti; gli sgu[a]rdi e le parole. Fummo consacrati il giorno dell'ordinazione; dobbiamo riconsacrarci ogni giorno nella messa. Cristo deve poter dire anche di noi: «Questo è un altro me stesso». Dobbiamo essere per lui un poco ciò che sono le apparenze eucaristiche, cioè un involucro trasparente sotto il quale egli si nasconde, ma sotto il quale egli vive, pensa, ama, s'immola e si dà in cibo alle anime. Quale materia di esame: i miei pensieri, affetti, sentimenti, azioni sono sempre sacri, propri di un consacrato, di un altro Cristo?
19 Dello stesso ciclo della meditazione precedente, come dimostrano le caratteristiche esterne e interne del dattiloscritto. In alto, aggiunta in penna, una dedica, come nell'altra: Quatenus mortis dominicae mysterium celebrantes, mortificare membra vestra a vitiis et concupiscentiis omnibus procuretis.
20 Agnoscite quod agitis; imitamivi quod tractatis (PR 57).

21 Nell'originale: ha... viene restituito... proviene... appartiene.

22 Questa espressione, colta nel Canone romano, era uno dei ritornelli costanti di offerta della vita durante il periodo della malattia di don Quadrio. Si veda, ad es., la testimonianza di don M. Grussu (S 940).

Ed infine dobbiamo fare della nostra vita una comunione di intimità, di amicizia, di solidarietà, di sintonia perfetta e continua con Cristo sacerdote e vittima. Vivere in comunità con Cristo, personificandolo continuamente in noi, come l'attore drammatico personifica e rivive in sé profondissimamente i sentimenti, le emozioni, le parole, i gesti, le vicende del personaggio rappresentato, riuscendo ad immedesimarsi e quasi identificarsi tanto con lui, fino a dimenticare completamente se stesso.

Fare della propria vita una comunione con lui significa dilatare il nostro cuore nella misura del cuore di Cristo e amare tutto e tutti con lo stesso amore con cui Cristo ama.

Significa lasciarsi prendere da lui sempre più, agire in ogni cosa in perfetto accordo per lui, con un'appassionata e calda simpatia per la sua persona divina, la sua parola divina, la sua opera divina. Significa «amarlo».

Noi diventeremo allora veramente ostia con ostia, e la nostra messa sarà il cuore e l'anima della nostra vita.

Io mi lamento spesso che il mio sacerdozio sia vuoto, la mia azione sterile, l'ambiente in cui vivo chiuso ad ogni possibilità apostolica, i metodi con cui devo lavorare vecchi e inadeguati: potrà forse essere anche vero. Ma mi rendo conto io della potenza che Dio ha messo nelle mie mani, dandomi il potere di celebrare? Ho una fede abbastanza grande nella potenza di una messa ben preparata, ben celebrata, ben vissuta? Di un prete morto dopo la prima messa, un santo disse: «Ne ha abbastanza per rendere conto al tribunale di Dio». E il Cafasso [confermava]: «Basta la celebrazione di una messa per rendere conto al tribunale di Dio».

Confrontando la messa celebrata stamane con la nostra prima, che cosa dobbiamo concludere? Abbiamo ogni giorno celebrato la n[o]s[tra] messa come se fosse la prima, come se fosse l'unica,23 come se fosse l'ultima?
Solo se ci sforzeremo ogni giorno di meglio comprendere, gustare e vivere la nostra messa, potremo salvarla da tre pericolose profanazioni.

a) Dalla profanazione della impreparazione, per la quale la messa rischia di non produrre i frutti di santificazione desiderati. La messa meglio detta è quella più a lungo e più accuratamente preparata. Dio minacciava di morte il pontefice che osava entrare nel s[anto] dei santi senza le prescritte purificazioni e [le] rituali preparazioni. Il fervore di un prete si misura dalla sua preparazione alla messa. Il rotolare in pochi minuti dal letto all'altare è un'autentica irriverenza ed una imperdonabile profanazione. Il trascurare abitualmente la recita di mattutino e lodi prima della messa non è una negligenza irrilevante.

23 Nell'originale: l'ultima. Altrove è ricordato che la frase è scritta nella sacrestia del santuario del Sacro Monte di Varese.

ll s[anto] sacrificio è una ricchezza infinita in se stessa, ma bisogna ben prepararvisi per appropriarselo e assimilarselo. Ce lo conferma il fatto che tanti sacerdoti, nel corso dei secoli, nonostante la loro messa quotidiana, hanno potuto condurre una vita poco edificante.

Su questo punto è necessario portare l'esame di coscienza e fare seri propositi. Prima di iniziare la celebrazione, mi raccolgo, mi inserisco nel Cristo sommo Sacerdote, che alla mia voce; divenuta sua, tra le mie mani, divenute sue — sanctas ac venerabiles manus suas24 — vuole rinascere sull'altare, rinnovando la sua oblazione di amore?
b) Una seconda profanazione da cui dobbiamo salvare la nostra messa è quella della frettolosità scomposta e irriverente. In alcuni ordini religiosi c'è un punto di regola che prescrive mezz'ora per la celebrazione ordinaria. Io invece non mi lascio troppo facilmente trasportare da una fretta esagerata? Qual è dunque il lavoro così urgente che mi sollecita? Il s[anto] sacrificio sarebbe dunque un'azione così noiosa, che io debba comparirvi animato soltanto dal desiderio di terminare al più presto? E se anche qualche dovere serio mi attende, può questo dovere essere superiore a quello del culto rispettoso dovuto a Dio?
Sembra, si potè scrivere, «che se ci dev'essere qualche cosa di difficile per un sacerdote, debba essere quella di lasciar partire Gesù e di cessare di tenerlo tra le dita» (Isabella Rivière).

E io invece lo lascio partire senza gran pena. Che la mia messa non si riduca a un confuso miagolio di parole accavallate, smozzicate, brontolate, senza senso. Ogni parola ha il suo significato, il suo posto, la sua importanza. Io parlo col mio Dio come nessun uomo parlerebbe neppure col suo gatto.

Caro sacerdote del Signore, un po' più adagio per amor di Dio! Tu demolisci con la tua messa ciò che edifichi con la predica.

Sacerdote come sono, devo esserlo prima di tutto quando celebro messa. Mi richiamerò sovente le parole di san Giov[anni] Eudes: «Il s[anto] sacrificio della messa è qualche cosa di così grande che ci vorrebbero tre eternità per offrirlo degnamente: la prima per prepararsi, la seconda per celebrarlo, la terza per ringraziare».

24 Dal Canone romano, nella formula di consacrazione del pane.

c) Infine dobbiamo ad ogni costo salvare la nostra messa dalla profanazione dell'abitudinarismo superficiale e macchinale, che riduce le parole divine al rango delle parole più trite e sciupate, i gesti più sacri al livello di movimenti vuoti, scomposti e perfino ridicoli: ci [si] abitua anche alla presenza di Dio, e si può giungere al punto di toccarlo e trattarlo come una qualunque cosa inanimata. Tragica possibilità!

028. Messa, passione, vita
Ogni giornata deve essere per sé una messa continuata e prolungata.

Il grande gesto di offerta di Cristo al Padre, di cui la messa è la reale rinnovazione, comprende due tempi: la cena e la passione. Il primo tempo si svolse nel cenacolo; il secondo sul tragico cammino che va dal Getsemani al Calvario.

Nel cenacolo Cristo si offrì al Padre in un modo rituale, con quei gesti e quelle parole che il sacerdote ripete esattamente nella s[anta] messa.

Con queste parole solenni Cristo si dona e si offre al Padre completamente e in precedenza, per la passione imminente; davanti a lui prende un impegno d'onore di accettarla coraggiosamente e amorosamente. E allora, alzandosi, disse: «Usciamo».25
Incomincia il secondo tempo: la realizzazione pratica e particolareggiata della offerta eroica, nelle ore lunghe e dolorose della passione.

Nel Getsemani l'angoscia è tale che un sudore di sangue scorre fino a terra. E ripete: «Questo è il mio sangue sparso per voi...».

  1. Da Caifa lo si percuote, lo si schiaffeggia e gli si sputa in volto: «Questo è il mio corpo sacrificato per voi...».

— Da Pilato i flagelli fanno schizzare26 il sangue sul pavimento e sopra la colonna di marmo: «Questo è il mio sangue...».

  1. Sulla via sassosa del Calvario cade tre volte con le membra rotte da tante sofferenze: «Questo è il mio corpo».

— Eccolo in croce. Secondo il profeta: «dalla pianta dei piedi al vertice del capo non v'è in lui luogo senza ferite».27 «Questo è il mio corpo sacrificato per voi».

— Dai piedi trafitti, dalle ginocchia gonfie, dalle mani stirate, dalle spalle lacerate, dalla testa coronata di spine, dal suo volto ammirevole scorre sangue... Egli l'offre tutto: «Questo è il mio sangue sparso per voi».

Un grande gesto di offerta in due tempi: l'offerta rituale nell'intimità del cenacolo; la realizzazione dell'offerta nelle ore dolorose della passione.

La tua messa di ogni giorno è anch'essa una offerta, la quale, del resto, è identica a quella di Cristo. Come quella, essa abbraccia due tempi.

25 Gv 18,1.

26 Nell'originale: sprizzare.

27 h 1,6.

Prima, durante la mezz'ora del mattino, nell'intimità della chiesa, l'offerta rituale in unione con Cristo, in modo particolare alle parole: «Questo è il mio corpo sacrificato per voi...». Tu ti offri generosamente e tutto in un blocco per le ore che seguiranno. Poi, il secondo atto, facilmente dimenticato ed ugualmente importante come il primo, se non di più: la realizzazione dell'offerta effettiva e particolareggiata nel corso della giornata che si inizia.

L'impegno d'onore di essere «tutto di Dio», preso alla messa del mattino, devi mantenerlo fuori di chiesa, nelle azioni che formano la trama della tua giornata. E questo si chiama «incentrare la propria giornata nella messa», o più semplicemente «vivere la propria messa».

E così al mattino, quando lasci la chiesa e senti chiudersi dietro di te la porta... non pensare: «la messa è finita». No, no, la messa continua... Senza la passione, la cena sarebbe un «non senso», un'ipocrisia.

La tua cena quotidiana (la messa), per te, che cos'è? Miserabile finzione, oppure gesto leale e regale?

029. Messa e chiesa (pensieri)
Non si può capire che cosa è la messa, se non si è capito che cosa è la chiesa. Non ci può essere messa senza chiesa. Sono due realtà inseparabili, che si compenetrano vicendevolmente. La chiesa fa la messa, la messa fa la chiesa. La chiesa, cioè l'assemblea dei credenti, si realizza soprattutto nella messa e per mezzo della messa. La celebrazione eucaristica anticamente era appunto chiama[ta] «riunione», cioè «chiesa».

Nella messa Gesù si offre al Padre come ha fatto sulla croce, ma non lo fa se non per le mani della chiesa. È essa28 che offre al Padre il sacrificio di Cristo. Il sacerdote non è se non il delegato della chiesa, da cui ha ricevuto i poteri e l'investitura. Il sacerdote celebrante impersona tutta la chiesa. Per questo egli usa il plurale: «preghiamo», «ringraziamo», «offriamo». Per questo egli parla di un'offerta «di tutta la tua famiglia», offerta non da lui soltanto, ma dal «tuo popolo santo».

C'è una sola azione che il popolo non può compiere nella messa, perché è riservata al sacerdote, quella di consacrare il corpo e il sangue di Gesù; a tutto il resto il popolo partecipa attivamente insieme al celebrante. Tutta la comunità «celebra» la messa; il sacerdote «presiede»: «sacerdotem oportet praeesse» (dall'ordinazione).29 Come la gerarchia senza i fedeli non sarebbe la chiesa, così l'azione del sacerdote senza l'assemblea (almeno spiritualmente presente e partecipante) non sarebbe la messa.3°
28 Nell'originale: lei, quindi personificata. Si è preferito «essa» per uniformità al testo seguente (redazione di don Mèlesi).

29 Sacerdotem etenim oportet offerre, benedicere, praeesse, praedicare et baptizare (PR 56).

30 Questa sezione è ricavata da un foglio dattiloscritto fornito da don Luigi Mèlesi (in parte diverso dal dattiloscritto dell'Archivio don Quadrio). A questo punto le due stesure si differenziano. Il foglio di don Melesi continua così:
«La messa è anche sacrificio della chiesa, non solo perché essa, per mezzo del ministero dei sacerdoti, offre il Cristo al Padre, ma anche in quanto procura la materia dell'offerta al sacrificio di Cristo, senza cui non potrebbe essere rinnovato. E pane e vino significano la volontà della chiesa di rinunciare, offrendoli, ai beni creati, per ridonarli a Dio; pane e vino sono segni visibili del sacrificio delle singole membra del Corpo mistico: sacrificio che è dono di sé al Padre, rinuncia alla pretesa innata nell'uomo di essere autosufficiente, riconoscimento della superiorità divina, rinuncia al peccato, che rompe l'unità con Dio e tra gli uomini.

La messa è ancora Pasqua quotidiana della chiesa. Nella messa i fratelli uniti nel Cristo, con lui, e per lui, vengono liberati dalle catene e dalla schiavitù del principe del male e delle tenebre e ritornano al Padre buono nel Regno della luce. I membri della chiesa, affratellati nel dolore e nella gioia, camminano verso la Pasqua eterna».

La messa si può definire «l'azione sacra dall'assemblea dei credenti, riunita per commemorare e rinnovare il mistero della vita, morte e risurrezione di Cristo». Dunque la messa è la chiesa stessa nell'atto di esercitare la sua funzione essenziale: prolungare nel tempo Gesù Cristo, docente, immolantesi incorporantesi gli uomini, per santificarli e salvarli.

La chiesa è il prolungamento di Cristo maestro, redentore e santificatore degli uomini. Questo prolungamento si attua soprattutto nella messa.

La chiesa è la comunione dei credenti tra loro e con Cristo nella carità. Segno, radice e attuazione di questa comunione è la celebrazione eucaristica. Per gli antichi cristiani una medesima parola (agépe) indicava l'amore, il banchetto eucaristico, la chiesa.

La chiesa è la realizzazione concreta della messa. La chiesa è la res, la messa è il sacramentum. La chiesa è la res significata ed effettuata dal sacramento della messa.

030. Per il [XIV] Congresso eucaristico nazionale (06/09/1953, Torino, Crocetta, cappella esterna)31
Alle cinque di ieri pomeriggio le mille campane delle chiese di To[rino] hanno squillato a festa, annunciando in un tripudio di fede l'inizio del più grande e atteso avvenimento religioso dell'anno, il XIV Congresso euc[aristico] naz[ionale].

La preghiera della sera si è confusa con l'esultanza dei cuori. Campane dal suono sconosciuto di parrocchie e cappelle della periferia; campane illustri di templi veneratissimi (quelle del Duòmo, della Consolata, di M[aria] Ausiliatrice, del Monte dei Cappuccini); le campane dei quartieri operai del Lingotto, di Mirafiori, della Barriera di Milano, le campane delle colline tutte unite in un solo anelito di gioia, in un messaggio di amore.

Ed in questo momento, mentre il Congresso viene solennemente inaugurato col pontificale di s[ua] eminenza] il cardinale] Fossati nel Duomo, quale grandioso [trionfo di folle cosmopolite!] 32
In questa grande vigilia di attesa, mentre Torino si prepara febbrilmente ad accogliere le rappresentanze di tutta Italia, in unione di spirito e di preghiera con tutti i cattolici] ital[iani], vogliamo anche noi, ciascuno per conto proprio, durante questa s[anta] messa, dare inizio al Cong[resso] euc[aristico], sintonizzare l'animo al grande avvenimento, implorare sul Congresso le benediz[ioni] di Dio, senza le quali le manifestazioni] esteriori sarebbero una vuota parata. Perché si sbaglierebbe di grosso chi pensasse a questo Congresso come a un raduno, più o meno grandioso per partecipazioni, che pur sono imponenti, come [a] uno spettacolo per quanto sublime e sacro.

Era la prima settima di giugno del 1453. Nel montano villaggio di Exilles in val di Susa, la soldataglia francese saccheggia la chiesa, asporta gli arredi sacri come bottino di guerra, e li vende sul mercato locale.

31 Scritta sul retro di bozze della propria tesi: G. QUADRIO, Il trattato «De Assumptione Beatae Mariae Virginis» dello Pseudo-Agostino e il suo influsso sulla teologia assunzionistica latina (= AG 52), Roma 1951. Annota don E. Valentini: «Il 6 settembre 1953 tenne nella cappella esterna della Crocetta un discorso sul Congresso eucaristico nazionale». E cita l'inizio (E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 138).

32 La sospensione del periodo è del manoscritto.

Tra i sacri arredi v'è pure l'ostensorio con l'ostia consacrata, che viene comprato da un mercante, racchiuso con altra refurtiva in un sacco, caricato su un mulo, e portato a Torino. Torino era allora una cittadina di dodicimila abitanti. Giunto il mulo col prezioso carico nella piazzetta di san Silvestro (ove oggi a perenne memoria sorge la chiesa del Corpus DIO1mUni.1), vicino al mercato del grano, stramazza a terra: invano il conducente tenta di rialzarlo con urla e colpi di frusta: d'un tratto, mentre incomincia a radunarsi un po' di gente incuriosita dall'incidente, il sacco si apre, l'ostensorio ne esce da solo, ed eccolo alzarsi, alzarsi, alzarsi verso il cielo sotto gli occhi atterriti della gente; ed infine si apre e ricade al suolo, mentre lassù, circondata da un nembo raggiante di luce, rimane sospesa la candida ostia. A quella vista la gente si prostra ginocchioni a terra, altri arrivano, il gruppo diventa folla, la notizia si sparge per le vie, qualcuno corre ad avvertire il vescovo e i canonici del vicino san Giovanni. Subito monsignor di Romagnano col seguito dei suoi canonici si porta sulla piazzetta e, inginocchiato, leva verso l'alto un calice, ripetendo l'invocazione evangelica: «Rimani con noi, o Signore», a cui rispondono i canonici «Rimani con noi».

La preghiera insistente ottiene la grazia. Fra l'emozione più profonda del vescovo e degli astanti, lentamente l'ostia santa discende a va a deporsi nel calice. Intanto la voce del miracolo è corsa per tutte le strade della piccola città, e tutto il popolo accompagna processionalmente, pregando e cantando, il vescovo che regge il calice, fino al duomo, dove l'ostia miracolosa rimane per qualche tempo esposta all'adorazione dei cittadini.

Il prossimo Congresso eucaristico vuol essere non una semplice rievocazione, ma una rinnovazione, una più solenne ripetizione del trionfo eucaristico che i Torinesi tributarono a Gesù cinquecento anni fa; vuole essere un grande e collettivo atto di adorazione e di propiziazione, che noi vogliamo anticipare questa sera nell'intimità della n[o]s[tra] cappella.

Ed anzitutto un atto di adorazione.33
Davanti all'ostia consacrata, miracolosamente sollevata in alto, i nostri padri si prostrarono in adorazione. E noi questa sera, davanti alla medesima ostia consacrata, ci prostriamo adoranti. Davanti a Dio, la creatura deve piegarsi ed adorare la maestà del Creatore con una triplice genuflessione.

33 Segue: «che noi vo[gliamoi», dopo una cancellatura. Don Quadrio ha messo il punto prima, intendendo eliminare la prosecuzione del pensiero.

I. Ed in primo luogo dobbiamo curvare la nostra mente con un profondo atto di fede nella presenza reale. La fede è una genuflessione della mente di fronte alla sovrana maestà di Dio, nascosto sotto i veli eucaristici. Crediamo, fratelli, e formuliamo un atto di fede. Io credo fermamente, con tutta l'anima, con tutta la convinzione, che nell'ostia consacrata è nascosto il vero ed unico Dio creatore e Signore del cielo e della terra. Credo che Gesù è presente nell'eucaristia, non per immagine, per figura, per modo di dire; ma che è realmente, sostanzialmente, fisicamente, corporalmente presente, così come io sono qui presente davanti a voi. Credo che nell'ostia consacrata c'è il vero corpo di Gesù, non un'im[m]agine o figura o rappresentazione, ma quello stesso corpo che Gesù aveva sulla terra ed or ha in cielo glorioso alla destra del Padre; un vero corpo, con il vero sangue, con la vera anima, col cuore, con la divinità. E credo che questa presenza è reale, realissima, per quanto misteriosa ed invisibile.

I miei occhi vedono un po' di pane, ma la mia anima crede che quello
non è vero pane, ma è il vero corpo di Cristo; del pane ha solo il colore, il sapore, il peso, la forma, ma la sostanza è quella invisibile del corpo di Gesù. Lo credo, anche se non lo vedo; lo credo, anche se non lo capisco; lo credo anche se tutto mi sembra il contrario; lo credo, perché Dio stesso me lo ha garantito con la sua parola che non s'inganna né può ingannare.

Parole solenni: «Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue, fate lo stesso in memoria di me». Ed ancora: «La mia carne è vero cibo, il mio sangue è vera bevanda».34 Dio non si sbaglia, Dio non mi inganna, ed allora io credo alla presenza reale di Cristo nell'eucaristia, con certezza mille volte superiore alla certezza con cui ammetto la luce del sole o la mia stessa esistenza. Sono più certo, più infallibilmente certo che Gesù è nell'ostia, che non della realtà di quel muro, che non della vostra presenza, che non della mia stessa esistenza.

E dunque," guardando l'ostia, mi possono ingannare i sensi, ma non la fede. Credo ciò che disse Gesù Cristo. Nulla è più vero della sua parola.

34 1 Gv 6,55.

35 Nell'originale: adunque. Concetti analoghi sulla certezza della fede sono espres‑
si nella C 020.

Non vediamo le piaghe nel corpo di Gesù come le vedeva l'apostolo Tommaso, non vediamo le sue mani trafitte ed il suo costato squarciato, ma tuttavia crediamo con la stessa fede di Tommaso:36 «Signore mio e Dio mio».37

  1. Curviamo adunque anzitutto con38 fede le ginocchia della n[o]- s [tra] mente.

E da questo profondo, sincero, commosso atto di fede, curv[i]amo davanti a Dio la nostra libera volontà con i suoi progetti, il nostro cuore con i siloi affetti ed i suoi sentimenti, assoggettando a lui tutto il nostro essere, libero e spontaneo, la nostra vita, la nostra esistenza, libertà e capricci, voglie e desideri, piani e programmi, gusti e disgusti, sentimenti e risentimenti, simpatie e antipatie, affetti e rancori. Questo significa adorare Dio: piegarci di fronte alla sua divina maestà, riconoscere sinceramente il suo supremo dominio su di noi e le cose nostre, riconoscere che tutto ciò che siamo, abbiamo e possiamo viene da lui e che noi da soli siamo un nulla di fronte alla sua infinita perfezione.

  1. Adoriamo con la mente credendo. Adoriamo con la volontà amando. Adoriamo infine con lo stesso nostro corpo, piegando umilmente e rispettosamente di fronte a lui la testa e il ginocchio. Di fronte a Dio l'uomo deve curvare il ginocchio, in segno anche esterno di piena sudditanza e dipendenza.

Così hanno fatto i padri nostri davanti all'ostia consacrata nel lontano 1453; così facciamo noi oggi, questa sera, prostrandoci ai piedi di Gesù eucaristico, curvando tutto il nostro essere in adorazione profonda [d]avanti a lui, adoriamo il nostro Re divino realmente presente nell'ostia santa, ed in gara con gli angeli ripetiamogli con tutta l'anima l'inno di lode e di adorazione: «Sia lodato e ringraziato [ogni momento il santissimo e divinissimo Sacramento]».

Il prodigioso avvenimento del 1453, che abbiamo or ora ricordato, è come velato dall'ombra sinistra del sacrilegio di Exilles. Cinque secoli sono passati da quell'avvenimento, ma la storia, come non ha dimenticato l'apoteosi dell'ostia consacrata, levata nel cielo di Torino, così non ha potuto nemmeno dimenticare l'onta della sacrilega profanazione che l'aveva preceduta e provocata. E se i Torinesi di allora ripararono e[d] espiarono con solenni adorazioni eucaristiche quell'orrendo misfatto, il prossimo Congresso eucaristico sarà un nuovo, grandioso atto di riparazione. Una processione eucaristica partirà da Exilles e percorrerà la stessa strada violata dal sacrilegio, giungerà a Torino proprio sulla soglia della chiesa del Corpus Domini, purificando in tal modo con l'amore la strada che fu già del sacrilegio.

36 «Credo quidquid dixit Dei Filius: / nil hoc verbo veritatis verius... / Plagas, sicut Thomas, non intueor: / Deum tamen meum te confiteor». Dall'inno Adoro te devote (vv. 7-8 e 13-14).

37 Gv 20,28.

38 Nell'originale: con la.

Ed anche noi siamo qui, questa sera, di fronte a Gesù, per riparare ed espiare non solo per quell'esecrando sacrilegio, ma per tutte le irriverenze, per tutte le freddezze, per la generale indifferenza, per tanti segreti sacrilegi o notorie profanazioni onde è ripagato l'amore immenso di Gesù nel santo tabernacolo. Fra tutti i peccati, quelli direttamente contro l'amore sono certo i più gravi. L'amore disprezzato, l'amore offeso, l'amore ripagato di odio o di indifferenza e di abbandono, questo è ciò che più profondamente e dolorosamente ferisce il cuore eucaristico di Gesù. E, mostrandoci questo suo cuore sanguinante, Gesù ci rivolge quell'accorato lamento che un giorno rivolgeva a s[anta] Maria M[argherita]. «Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini, e non riceve da essi che oblio, freddezza, disprezzo».

Quanto oblio, quanto abbandono, quanta solitudine, quanta freddezza, quanta apatia attorno al tabernacolo, ove Gesù si è condannato per amore a vivere accanto a noi! Solitudine, abbandono, freddezza, oblio; voi sapete che cosa significhi tutto ciò per un cuore umano, per un cuore che ama, per un cuore che ha dato tutto!
Ora Gesù ha appunto il cuore più umano e sensibile, un cuore che ha amato al di là di ogni misura concepibile, un cuore che si è dato interamente e tutto ha sacrificato per noi. Pensate alla stalla di Betlemme, alla croce sul Calvario, al tabernacolo dell'altare.

In questa agonia della solitudine eucaristica Gesù cerca anime che lo capiscano, che lo consolino, che lo confortino.

Come nell'agonia del Getsemani, sentendosi solo nell'immensità incommensurabile dello strazio dell'imminente passione, per tre volte cercò conforto presso i suoi amici, e tutte e tre [le] volte invano: «Perché dormite? Non avete potuto vegliare un'ora con me?»,39 così dalla silenziosa ed oscura solitudine dell'altare si rivolge ai suoi amici, ma, ahimé, troppo spesso invano: «Non avete potuto vegliare un momento con me?». «Ho cercato chi condividesse la mia pena: non ci fu nessuno; ho cercato chi mi confortasse, e non l'ho trovato!».40
39 Mt 26,40.

40 Sal 69 (68),21.

Ora noi intendiamo espiare questa sera una così nera ed universale ingratitudine; vogliamo col nostro amore riparare l'indifferenza, le dimenticanze, l'irriverenza onde troppo spesso è ricambiato l'amore infinito del divin prigioniero." Ciascuno di noi in questo istante consideri come rivolto a se stesso l'invito accorato rivolto da Gesù il 2 luglio 1674 a s[antal Margherita Maria: «Tu almeno dammi questa consolazione, di supplire alle loro ingratitudini».

E, oltre le ingratitudini, vi sono specialmente le profanazioni, i sacrilegi, le bestemmie, gli oltraggi verso Gesù. Soprattutto questi vogliamo riparare. In primo luogo quelli pubblici. Per tutti i tabernacoli, gli altari, le chiese spogliate, profanate, adibite ad uso profano e spesso sacrilego nei paesi oltre la cortina di ferro. Gesù cacciato dalla sua casa, dalle sue chiese, come l'ultimo dei malfattori!
Ed ancora, e più vicino a noi, nella nostra cattolica Italia, anche in Torino, un altro pubblico sfregio all'onore di Cristo Dio e Re, il crocifisso rimosso, per istigazione settaria di partito, e con modi sfrontati ed offensivi, dalle aule ove venivano costituiti i seggi elettorali; come se dalla presenza di quel segno sano ci fosse qualcosa da temere, come se Gesù] Cristo potesse nuocere, giungendo perfino al punto di relegarlo nell'adiacente gabinetto di decenza. Ma che cosa temono? Non eripit mortalia, qui regna dat caelestia.42 Non ruba i regni umani, colui che dona i regni celesti! Per tutto questo pubblico oltraggio, vogliamo qui questa sera pubblicamente riparare ed espiare, poiché a pubblica offesa si conviene pubblica riparazione!
Miei fratelli, il 6 giugno 1453, dopo il furto sacrilego di Exilles, sulla piazzetta di San Silvestro parve che Gesù, disgustato per l'oltraggioso affronto subito, volesse sottrarsi alla terra, levarsi in alto ed abbandonare il suo popolo. Ma allora vescovo, clero e popolo con accorata invocazione implorarono ad una voce: «Mane nobiscum, Domine! Mane nobiscum: Resta con noi, Signore! Resta con noi!»." In quest'ora grave ed oscura per l'Italia, mentre tanti pericoli e tante incertezze si delineano all'orizzonte, guai se Gesù, stanco e disgustato, abbandonasse la nostra patria! Ripetiamogli quella che sarà la giaculatoria ufficiale del Congresso: «Resta con noi, o Signore, resta con noi. Salvaci, se no siamo perduti». E Gesù resterà con noi, se noi lo risarciremo dagli antichi e recenti oltraggi.

41 Qui e altrove nell'omelia è riecheggiato l'Atto di riparazione al Sacratissimo Cuore di Gesù di Pio XI (1928).

42 Dall'inno dei vespri dell'Epifania Crudelis Herodes, vv. 3-4.

43 Lc 24,29.

Era un bimbo di 6 anni, innocente e buono come un angelo. Quel mattino per la prima volta si accostava alla balaustra per il primo incontro con Gesù. L'aveva sospirato tanto quel momento. Quando il suo parroco venerando si accostò a lui con l'ostia santa, i suoi occhi puri e luminosi si fissarono con tenerezza immensa sulla piccola ostia, poi si chinarono piamente; ma una lacrima improvvisa era venuta a brillare sul suo ciglio ed era caduta sul piattello. Nessuno ci badò, ma quando il sacerdote ritornò all'altare e vide, tra" i frammenti, luccicare quella lacrima, rimase titubante. Che cosa doveva farne? Era una lacrima ardente di amore, profumata di purezza; non poteva andare a finire fra la polvere del pavimento. Allora inchinò leggermente il piattello: essa scivolò nel calice, e si mescolò, si fuse con le ultime gocce del sangue di Cristo, divenne una cosa sola con quello e così salì al trono di Dío come purissimo olocausto.

Il sangue di Gesù: ecco la grande, infinita riparazione. La lacrima del bimbo: ecco la nostra riparazione, piccola e debole finché si vuole, ma necessaria ed indispensabile, se unita a quella offerta da Gesù al Padre sul Calvario e rinnovata ogni giorno nella s[anta] messa.

Ed allora, in riparazione dei nostri peccati personali e pubblici, ad espiazione dell'ingratitudine e degli oltraggi verso il sacramento dell'amore, ripetiamo con cuore sincero e pentito: «Dio sia benedetto».

Il Congresso non avrà ottenuto il suo scopo, se non sarà per ciascuno di noi un grande (personale e collettivo) atto di fede, di riparazione, di implorazione. Sono questi i tre sentimenti che ci devono animare nella partecipazione alle varie manifest[azioni] del Congresso.

Il Congresso sarà e dovrà essere un grandioso atto di fede di ciascuno di noi, di tutta Torino, di tutta Italia nella presenza reale [di Gesù Cristo nell'ostia consacrata].

Ripetizione e rinnov[amento].

44 Nell'originale: fra.

031. Congresso eucaristico, trionfo di Cristo Re (?/09/1953 )45
I. Congresso eucaristico, trionfo di Cristo Re
Trionfo dell'eucaristia, sconcertante il mondo della incredulità, per lo stridente contrasto, folle alla umana sapienza, tra l'oggetto onorato e l'umile, inerte, bianco disco, l'ostia, appena visibile tra gli ori, le luci, la magnificenza che la circonda, e questa moltitudine, accorsa da ogni parte, dai monti e dai piani, per acclamarla, in un'onda irresistibile di entusiasmo, che non ha paragone.

In quel minuscolo, etereo candore, che si direbbe un nulla, la cattolica Italia, i cui allori di scienza, di cultura, di arte, di storia non valgono le glorie della sua fede, ravvisa, contempla il suo Dio, il figlio di Dio fatto uomo, il suo Redentore e benefattore della umanità, l'autore delle sue speranze immortali e, inginocchiata innanzi a quell'ostia adorabile, ardentemente prega: «Christum Regem adoremus dominantem gentibus!» (Radiomessaggio per il XIII Congresso eucar[istico] italiano, 9 sett[embre] 1951; Discorsi e Radiomess[aggi, vol.] XIII, p. 225).46
II. Regno eucaristico, regno di pace
Quanto si parla oggi di pace e in che diversa maniera! Per alcuni, non è altro che una formalità esteriore, fatta di parole, imposta con una tattica occasionale e costantemente contraddetta con i loro gesti e le loro opere, tanto contrarie a quello che dicono. Per noi no; per noi non si ha che una pace vera e possibile, quella di colui il cui nome è «Princeps pacis» (Is 9,6), e il cui regno non consiste in gioie terrene, ma nel trionfo della giustizia e della pace: «Non est enim regnum Dei esca et potus, sed iustitia et pax» (Rm 14,17); una pace che si deduce come un imperativo inderogabile della fraternità e dell'amore, che germoglia dal più profondo del nostro essere cristiano e che è il supposto indispensabile per altri beni maggiori e di un ordine superiore...

Perché intorno all'eucaristia tutto parla di pace: l'aOpe fraterna, il bacio che la precede, e perfino lo stesso simbolo di molti grani di frumento. La pace è unità; quindi dove andare ad attingerla, se non in questo sacramento «totius ecclesiasticae unitatis»? (Slummal th[eologica] III, q. 83, a. 4, ad 3). È frutto della carità, e perciò dove trovarla, se non in questo «sacramentum caritatis quasi figurativum et effectivum»? (Ibid., q. 78, a. 3, ad 6). E se, come ben sappiamo, nemici della pace sono la superbia, l'ingordigia e, in generale, le passioni disordinate, quale miglior rimedio potremo desiderare se non questa medicina celeste, con cui crescono la grazia e le virtù, siamo preservati dal peccato, si accresce la nostra vita spirituale (Ibid., q. 79, et passim) e, aumentando nell'anima la carità, sono frenate le passioni? (Radiomessaggio per il XXXV Congresso eucar[istrico] internazionale] in Barcellona, 1 giugno 1952; Discorsi e Radiomess[aggi, vol.] XIV, p [p]. 173-174).

45 Su fogli dattiloscritti, con ritocchi autografi a penna.

46 Le citazioni dei Discorsi e Radiomessaggi riguardano il pontificato di Pio XII.

III. Effetti sociali dell'eucaristia nella chiesa e'nella società

  1. Nella chiesa (santità).

Tutto ciò che di vero, di santo, di eterno, di divino, la chiesa ha operato nella sua bimillenaria vita, ha avuto l'origine, lo sviluppo, l'alimento nel mistero eucaristico. La storia è pronta a deporre e a provare che in ogni epoca e in ogni luogo, in cui il culto eucaristico vigoreggiò, là si compirono le mirabili attuazioni cristiane, delle quali mena legittimo vanto il cristianesimo: dalla eroica resistenza tre volte secolare delle prime comunità, attingenti indomabile energia intorno alle sacre mense della «fractio panis», al prodigioso espandersi delle idee e delle istituzioni cristiane, dalle pronte riprese di vigore, dopo temporanei e locali decadimenti, al primo fiorire di santi e di sante, di istituzioni caritative, scolastiche, scientifiche, e alle meravigliose conquiste missionarie. Nessuna azione soprannaturale e santa, buona e grande, fu compiuta sulla terra dai credenti in Cristo, che non traesse ispirazione e forza dalla eucaristia, cioè dal Cristo fattosi cibo delle anime (ricorda san Giov[anni] Bosco, san Gius[eppe] Cattolengo, san Gius[eppe] Cafasso...).

Siate certi, diletti figli, che la riserva per eccellenza delle energie necessarie al rinnovamento della vita e della pietà cristiana, alla difesa e all'azione nel campo di Dio, per tutti e per ciascuno è l'eucaristia. Come per il passato, così al presente, non si dà nella chiesa progresso di santità, che non tragga garanzia di felice successo dal mistero eucaristico.

  1. Nella società (giustizia e amore).

Parimenti nel dominio della vita sociale, i sommi ideali della pace e della giustizia, della uguaglianza e della genuina libertà, accarezzati ardentemente dagli uomini moderni, ma tutt'altro che assicurati pur dopo immani sforzi e dolorose esperienze, avrebbero ben più numerosi ed efficienti alleati, se più folte fossero le schiere degli onesti, viventi il sacramento del Dio-con-noi.

Come sarebbe infatti immaginabile che assidui commensali del medesimo celeste banchetto, nutriti dalle carne dell'unico Salvatore divino, adunati come membri del mistico suo corpo in solidarietà di vita, dal medesimo suo sangue irrorati, cui l'identica fede è dottrina, l'identico destino è speranza, avvolti dalla medesima fiamma di amore misericordioso dello stesso Dio umanato e morto per ciascuno e per tutti, come sarebbe immaginabile — domandiamo — che questi uomini commensali, membri e fratelli, concepiscano rapporti di mutuo odio, fino a scagliarsi gli uni contro gli altri, nel parossismo distruttore delle guerre? Che il fortunato in beni materiali chiuda il cuore e la borsa al povero, immagine del comune Ospite di tutte le anime, e non renda a lui quel che gli è dovuto, ed il povero, alla sua volta, abdicando alle eterne ricchezze, di cui ha in cuore il pegno, cerchi di far valere il suo diritto alla giustizia mediante l'odio, l'irreligione, il delitto, anzic[h]é per mezzo di ragionevoli e più efficaci rimedi? Che vi siano individui e popoli, i quali sperperano il proprio senza misura, vicino ad altri, che per la natura umana simili a loro, invece" languono nella miseria e nella fame, meritevoli quelli perciò del biasimo che già l'apostolo Paolo inflisse ai membri degeneri di una comunità del suo tempo, in virtù dell'uguaglianza, ragionevole e possibile, che la cena del Signore esige? (cf. 1 Cor 11,18 e segg.). Che infine vi sia chi, abusando del potere, opprima individui, gruppi, intere nazioni, a cui il Redentore spezzò definitivamente le antiche catene, sia dello spirito che del corpo, associandoli alla sua propria dignità, come figli adottivi di Dio? No, tali contraddizioni non sarebbero possibili, se i cittadini di una nazione e — Dio voglia — gli uomini tutti conoscessero la realtà del mistero eucaristico e ad esso ispirassero sentimenti e vita (Pio XII, Radiomessaggio per il XIV Congresso eucaristico italiano in Torino, 13 sett[embre] 1953; Discorsi e Radiomessaggi, vol. XV, p [p]. 287-298).

IV. L'eucaristia, fonte di vita soprannaturale per il Corpo mistico
E come dei singoli membri, così di tutto il Corpo mistico, l'eucaristia nutre la vita attraverso le vicende del suo doloroso pellegrinaggio, lo purifica, l'arricchisce in ogni campo, maturando, con la santificazione dei membri, l'esaltazione e la gloria finale dell'intero Corpo, destinato a trionfare del mondo e dell'inferno per virtù di chi lo ha redento.

Trionfo dei giusti, trionfo della chiesa di Dio, infallibilmente garantito dal glorioso, dall'onnipotente, dall'eterno Verbo incarnato, fatto cibo nostro sotto le specie del pane! (Radiomessaggio per il XIII Congresso eucaristico italiano in Assisi, 9 sett[embre] 19.51; Discorsi e Radiomess[aggi, vol.] XIII, p. 225)
47 Nell'originale: che invece.

  1. Congressi eucaristici e regno sociale di Gesù

Quando, al termine del secolo scorso, e con l'intenzione speciale di promuovere e consolidare il Regno sociale di Gesù Cristo nel santissimo Sacramento, incominciava, quasi timidamente e tra non lievi difficoltà, il movimento dei Congressi eucaristici internazionali, chi avrebbe potuto pensare che quella Assemblea di Lilla — giugno 1881 — con tutta la sua modestia, era chiamata ad essere il primo anello di una catena gloriosa, che avrebbe dovuto stringere in breve tempo i continenti e tutte le nazioni in una esplosione di amore, di gloria e di esaltazione trionfale, come quella che stiamo vedendo ai nostri giorni? «Tua est, Domine,... potentia et gloria... et tibi laus» (1 Par. 29,11) (Radiomess[aggio] al I Congresso eucaristico] del Guatemala, 22 aprile 1951; Discorsi e Radiomess[aggi, vol.] XIII, p. 51).

  1. Regno eucaristico, regno di amore
  2. Nell'individuo.

«Dio è carità (1 Gv 4,8), e così come diede all'uomo nel crearlo, e gli rinnovò nel redimerlo, una partecipazione della sua intelligenza e della sua verità infinita, così anche accese nel suo petto una scintilla della sua vita, che è vita d'amore. E, come si deve realizzare questo, meglio che per mezzo dell'eucaristia, per mezzo di quel sacramento che è a sua volta espressione della carità di Cristo verso di noi e forgiatore del nostro amore a Cristo?48

  1. Nella società.

L'eucaristia è «vinculum caritatis», il vincolo della carità, il legame che, incorporandoci a Cristo e consumando la nostra unione con lui e con i nostri fratelli, deve essere il principio della fusione delle intelligenze e, soprattutto, dei cuori, tra i membri della grande famiglia umana, tra le diverse categorie della società;... l'eucaristia, finalmente, è «signum unitati s», il segno della unità," una specie di espressione visibile di quel grande comandamento nuovo di Gesù, promulgato precisamente dopo di aver istituito il sacramento del suo corpo e sangue e avendo sott'occhio il tradimento nero dell'apostolo infedele, triste precursore di quanti nel futuro avrebbero obliato l'amore fraterno (Radiomessaggio per il X Congdesso] eucaristico] nazion[ale] del Cile, 14 ott[obre] 1951; Discorsi e Radiomess[aggi, vol.] XIII, p [p] . 288-289).

48 Cf. Summa] th[eologica], 3, q. 73, a. 3, ad 3; q. 78, a. 3, ad 6. 49 S. AUGUST[INUS], In Iofannis evangeliuml 26,13 = PL 35,1610.

Uniti nell'adorazione della medesima ostia divina, nella partecipazione al medesimo sacrificio, sì, voi siete veramente fratelli, più che fratelli; nutriti della medesima carne del Cristo, voi siete tutti «uno» nel Cristo (Radiomess[aggio] per le Giornate eucaristiche del Madagascar, 30 settembre] 1951; Discorsi e Radiomess[aggi, vol.] XIII, p. 269).

  1. Regno eucaristico, regno di giustizia

Parimenti nel dominio della vita sociale, i sommi ideali della pace e della giustizia, della eguaglianza e della genuina libertà, accarezzati ardentemente dagli uomini moderni, ma tutt'altro che assicurati pur dopo immani sforzi e dolorose esperienze, avrebbero ben più numerosi ed efficienti alleati, se più folte fossero le schiere degli onesti, viventi il sacramento del Dio-con-noi. Ecc."

  1. Regno eucaristico, regno di vita e santità. Cuore della chiesa

Quando il Re divino, vicino ad uscire da questo mondo per il Padre, decise nell'eccesso del suo amore infinito di rimanere con noi fino alla consumazione dei secoli, non fu per condannarsi ad essere un eterno prigioniero, dimenticato nelle tenebre dei tabernacoli abbandonati, né fu solo o principalmente per uscire da essi di quando in quando a ricevere, in troni splendenti di luci e inghirlandati di fiori, gli omaggi di adorazione e gloria, che alla sua divina Maestà, quanto più nascosta, tanto sono più dovuti! Se rimase, fu per essere il cuore eternamente vivo e palpitante del suo Corpo mistico; per essere il centro propulsore, la fonte zampillante di vita e vita abbondante per la sua chiesa e per tutti e ciascuno dei suoi membri...

«Si scires donum Dei! ».51 Se i fedeli, se tutti i fedeli comprendessero bene il dono di Dio, con che fervore si precipiterebbero ad attingere alla fonte di vita! Perché infine «per essere buoni cattolici — cioè santi dobbiamo essere tralci di quella frondosa vite, dobbiamo dissetarci a quella fonte che zampilla per la vita eterna, bere quell'acqua che appaga tutta la sete, mangiare quel pane che dà la vita e l'immortalità» (Contar-do Ferrini) (Radiomessaggio per il V Congresso eucar[istico] brasiliano, 31 ott[obre] 1948; DiscLorsi] e Radiomess[aggi, vol.] X, p. 273).

50 Vedi sopra, foglio 1, [punto III B].

51 1 Gv 4,10. Nell'originale: O si...

  1. Regno eucaristico, regno di ogni virtù

Infatti, è lì, nella contemplazione del modello perfettissimo di tutta la santità e al suo misterioso contatto, che si apprendono le virtù che formano il vero cristiano e si attingono energie per praticarle. È lì, ai piedi dell'ara santa, su cui si rinnova l'unico sacrificio che cancella i peccati del mondo, che si vede come la genuina liturgia della chiesa è quella che fa dei fedeli, in unione con la vittima immacolata, un'ostia viva, santa, gradita a Dio per l'immolazione generosa dei vizi e delle cattive concupiscenze, e per la conformità con l'immagine di colui che del trono della croce in terra fece gradino obbligato per il trono eterno della sua gloria.

Lì vedrete crescere ed illuminarsi sempre più la vostra fede, e con essa distinguerete la verità evangelica dai falsi evangeli, che non sono vangelo; la vera spiritualità, che eleva e divinizza l'anima, dai falsi miraggi di spiritualismi fantastici •che la degradano nella frode e nella menzogna. Lì, seduti tutti alla medesima mensa divina, partecipando tutti al medesimo spirituale banchetto, uniti tutti in Cristo e fatti in esso una sola famiglia, un corpo solo, sentirete infiammarsi la carità; ma una carità sincera, antiegoista, generosa, livellatrice di tutte le differenze di razza, approssimatrice di tutte le distanze sociali, conciliatrice di tutti gli antagonismi contrastanti; e allora perfino le crisi sociali che affliggono l'umanità e più o meno si fanno sentire tra di voi, spariranno per incanto; perché o non hanno soluzione, o solo ce l'hanno risolte cristianamente nella giustizia informata dalla carità ([Radiomessaggio per il V Congresso eucaristico brasiliano, 31 ottobre 1948; Discorsi e Radiomessaggi, vol. X], p. 274).

  1. Regno eucaristico, fonte di vocazioni sacerdotali

Ma un'altra grande benedizione di incalcolabile valore possiamo prometterci da questo rifiorire della vista eucaristica, ed è l'aumento delle vocazioni sacerdotali. Chi frequentemente si siede a quella mensa di paradiso ed assapora le dolcezze di essere figlio di Dio, comprende meglio quale grande benedizione è per una patria il sacerdozio, per cui ha, senza cui non può avere Gesù a dimorare in mezzo ad essa, a santificare la sua terra. E allora necessariamente aspira all'onore di veder qualche membro della sua famiglia nobilitato con la divina nobiltà del carattere sacerdotale, fatto altro Cristo in terra, e frattanto collaborerà con gioia quanto è possibile, per l'incremento e la coltivazione delle vocazioni sacerdotali; affinché, moltiplicati i buoni pastori e ben pascolato il gregge di Cristo, il Brasile sia veramente, in tutta la portata della parola, la grande nazione cattolica del continente sud-americano (Radiomess[aggio] per il V Congr[esso] eucaristico brasiliano, 31 ott[obre] 1948; Disctorsi] e Radiomess[aggi, vol.] X, p[p]. 274-275).

XI. Regno eucaristico, salvezza della famiglia
Poche necessità sono oggi tanto preminenti come il consolidamento della famiglia cristiana, arco fondamentale, su cui riposa questa società umana, che è come la cupola che corona tutto l'edificio della creazione; poche così urgenti come il risanamento di questa fonte naturale della vita, se si vuole salvare la esistenza stessa della umanità e fare che non si frustri in essa il frutto della redenzione. Perfino la sua stessa unità e indissolubilità, perfino la sua stessa trascendentale finalità si direbbero oggi in pericolo.

Unione indissolubile dei coniugi tra loro e unione dei genitori con i figli, fondata nell'amore. E come non dovrebbe vigoreggiare questo legame in virtù di quel sacramento che è generatore della nostra carità e per cui formiamo con lui un solo spirito?52
Si assidano uniti anche a questa mensa i membri della famiglia, accolgano nei loro cuori terreni quel cuore divino, che deve fonderli con sé, sublimando i loro sentimenti e voleri, incorporando con se stesso lo sposo e la sposa, i genitori e i figli, ed allora sì che non ci sarà tra loro che un sol cuore e una sola vita, che né le burrasche del secolo, né le pene che trae con sé la lotta per l'esistenza potranno giammai rompere, poiché porta in se stessa il sigillo della perpetuità.

Però la famiglia cristiana ha una missione quasi divina: quella di trasmettere ed accendere la vita, come si propaga il fuoco sacro passando dall'uno all'altro lucignolo dei ceri che si ergono sull'altare. Sposi, genitori e figli! Mistero dell'amor terreno. Eucaristia! Mistero dell'amore divino, che sostenta e perfeziona la vita spirituale, che fa fiorire questo orto eletto della famiglia, elevando fino al vertice del più sublime, la finalità di riempire la terra di figli di Dio, nella cui parola balbettante il Padre onnipotente riconosca la voce del suo divin Figlio.

Trasformati così, mediante questa incorporazione in Cristo, i membri della famiglia cristiana posseggono già quel principio che li farà irradiare la loro influenza santificatrice nel focolare e nella chiesa. Poiché, dove meglio hanno da andare i genitori a trovare i tesori di intelligenza, di prudenza e di oblio di sé, che esige la loro missione educatrice? Dove si svilupperà più armonicamente e integralmente lo spirito dei loro figli?
52 Cf. Sfumma] thfeologica] 3, q. 79, a. 1 e 2; cf. 1 Cor 6,17.

L'eucaristia è fonte di quella «gratia divina quae pulchrificat sicut lux»:53 grazia divina che abbellisce come la luce. Li volete sottomessi e obbedienti? Nell'eucaristia è presente lo stesso Dio incarnato che, obbediente a Giuseppe e a Maria e vivendo con essi nella santa intimità della famiglia, crebbe in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (cf. Lc 5,51-52). Li desiderate, finalmente, di nobili sentimenti e alti ideali? L'eucaristia possiede il fascino delle tenerezze divine ed è la concrezione più luminosa dei piani ineffabili di tutto un Redentore.

Provvidenzialmente quindi la chiesa ha desiderato che la famiglia, cellula vitale della società e pertanto anche sua, si rigeneri e si vivifichi, facendo a sua volta di essa un centro di attrazione degli effluvi eucaristici ed incominciando i più dolci capitoli della storia del focolare con il santissimo Sacramento.

Quella prima comunione, condotti per mano all'altare dai vostri genitori; quella davanti ad un altare profumato di fiori d'arancio; quelle altre prime comunioni dei nuovi rampolli con cui il Signore vi va benedicendo; quelle messe domenicali e festive indimenticabili in famiglia; quella consolatrice comunione di dipartita degli esseri cari! Che la rabbia dell'inferno non riesca a strappare l'eucaristia dalle vostre nozze, dalle vostre ore tristi e serene! Che mai dimentichiate che qui egli sta per sostenervi nel sacrificio! E allora sì che la famiglia cristiana o non lascerà mai di esserlo, o ritornerà ad esserlo, se si fosse allontanata dal retto sentiero (Radiomess[aggio] al Congr[esso] eucarist[ico] bolivariano, 30 genn[aio] 1949; Discorsi e Radiomess[aggi, vol.] X, p[p.] 364-365).

XII. Regno eucaristico, regno di unità della famiglia e della società
Uniti nell'adorazione della medesima ostia divina, nella partecipazione al medesimo sacrificio, sì, voi siete veramente fratelli, più che fratelli, nutriti della medesima carne del Cristo, voi siete tutti «uno» nel Cristo (Radiomess[aggio] per le Giornate eucaristiche del Madagascar, 30 sett[embre] 1951; Disc[orsil e Radiomessaggi, vol.] XIII, p. 269).

Giorni felici quelli, quando tutto il popolo professava, sentiva e viveva una stessa fede, partecipava agli stessi sacramenti e in questo incontrava il più solido vincolo di coesione interiore.

53 S. THOM[AS], In PsalmLosI, 25, n. 5.

Domandate ora al Dio, nascosto sotto le bianche specie, che ritornino presto quei tempi per questa umanità tormentata e dolorante, che col perdere l'unità della sua fede, si precipitò in questo processo di disgregazione, il cui periodo algido stiamo vedendo come testimoni i più angustiati! Proponete alla società come base di questa rinnovazione cristiana, che promettete, il ritorno all'eucaristia, al sacramento dell'amore, senza il quale non si ha, non si può avere perfetta unità! Poiché sebbene sia certo che per la vocazione ad una fede comune, a un medesimo battesimo e ad un identico Spirito, tutti gli esseri umani siano chiamati a formare un corpo, questa unità non sarà consacrata, né otterrà la sua ultima perfezione se non nella partecipazione del medesimo pane celeste. «Tutti noi che partecipiamo di un solo pane — ha detto l'apostolo delle genti — benché molti, diventiamo un solo pane, un solo corpo» (1 Cor 10,17).

Disgregazione dell'uomo, corrotto per il suo allontanamento da Dio; disgregazione del focolare, disciolto per la ribellione dei figli e per la mancanza di amore tra gli sposi; disgregazione della società, incancrenita per l'immoderata ingordigia della ricchezza e del potere. In una parola disgregazione per mancanza di carità!
Ebbene, sette fonti aperte — i sette sacramenti — corrono nel giardino della chiesa per conferire ed aumentare la grazia divina, e per conseguenza la carità, però una sola, l'eucaristia, lo fa direttamente e singolarmente. Il dottor angelico ci dice: «Res autem huius sacramenti est caritas, non solum quantum ad habitum, sed etiam quantum ad actum». L'effetto di questo sacramento è la carità, non solamente abituale, ma anche attuale (S[ummal th[eologica] 3, q. 79, a. 4, in c.).

Correte dunque, amati figli, a questa sorgente inesauribile, in cui Cristo in persona viene a noi per sanare le nostre anime da tutte queste inclinazioni contrarie alla carità; per prendere possesso di esse; per comunicarsi a loro, per identificarle con sé e farle ripetere con verità quelle sue parole: «Io, per loro amore, santifico me stesso, affinché essi siano santificati nel[la] verità» (Gv 17,19) (Radiom[essaggio al IV Congr[esso] eucar[istico] nazion[ale] del Perù, 15 maggio 1949; Disc[orsil e Radiom[essaggi, voi.] XI, p[p.] 73-74).

Quando voi ricevete la sacra] comunione e l'Agnello di Dio diventa il cibo dell'anima vostra, oh, allora l'unione è fatta perfetta. «Non è il pane che spezziamo una partecipazione del corpo di Cristo?», scrive san Paolo (1 Cor 10,16). «Sebbene noi siamo molti di numero, siamo un solo pane, un solo corpo, perché lo stesso pane è comunicato a tutti», e «l'effetto di partecipare del corpo e del sangue di Cristo è di essere trasformati in colui che riceviamo» (san Leone Magno, Serm[ones1 63 = PL 54,357). «Egli è uno, noi siamo molti; egli è uno, e noi siamo uno in lui» (s[ant]'Agost[ino], In Ps[almos] 60 = PL 36,724). «Non dire che egli è uno e noi siamo molti, ma di' che, sebbene noi siamo molti, siamo uno in lui, che è uno» (s[ant]'Agost[ino], In Psalmos 127 = PL 37,1679) (Radiom[essaggio] al I Congdesso] euc[aristico] della Costa d'Oro, 25 febbdaio] 1951; Disc[orsi e Radiom[essaggi, vol.] XII, p. 464).

Che gli uomini lascino produrre finalmente all'eucaristia i suoi effetti, specialmente come principio e radice dell'unità, ricordando a tutti l'obbligo di amarsi, di unirsi come fratelli, se vogliono presentarsi davanti ad un medesimo altare, offrire una stessa oblazione, bere ad un medesimo calice, mangiare di uno stesso pane ed elevare al cielo — «meum ac vestrum sacrificium»54 — una supplica comune! Poiché «ecco il piano che ha immaginato il Figlio di Dio... perché possiamo unirci con Dio e tra di noi... Egli benedice in un solo corpo, nel suo, i credenti. E così tanto con se stesso, quanto tra di loro li fa «concorporales» (san Cir[illo] Aless[andrino], In Ioannis evandeliuml 1,2 = PG 74,559).

In una parola... in questo celeste banchetto, in questa realissima unione con Dio, deve incontrare principalmente la sua forza, la sua santità, da questa unione e da questa santità devono ricevere vigore e consistenza il vincolo familiare, sociale e internazionale, affinché, finalmente, nella santità e nell'unità fiorisca il dono prezioso della pace: «Ti preghiamo, Signore, concedi propizio alla tua chiesa i doni dell'unità e della pace, misticamente designati nei doni che ti offriamo» (Missa in festum Corpforisl Christi, Secreta), (Radiom[essagio] per il III Congdesso] euc[aristico] nazion[ale] del Perù, 31 ottobre] 1943; Discforsi] e Radiomess[aggi, vol.] V, p. 127).

  1. [Regno eucaristico, regno di coesione della] famiglia

La cellula fondamentale della società (la famiglia) minaccia di disfarsi, come un blocco di cemento mal costruito, precisamente perché le manca la santità, le manca l'unione col Dio eucaristico, senza la quale nemmeno è possibile la coordinazione mutua dei diversi elementi, non è realizzabile l'armonia e con l'armonia la pace (Ibid., p[p]. 126-127)...

Lontano da questa fonte di vita, tutto il complesso sociale non tarderebbe a dare segni di dissoluzione, come un corpo morto, nel quale ogni elemento pare lottare per distaccarsi dagli altri e ritornare ribelle alla sua inorganica indipendenza (Ibid., p. 127).

54 Dall'Orate, fratres, nell'offertorio della messa.

  1. Regno eucaristico, regno di carità e concordia

Quest'ostia santa, sede della carità. Lontano da essa, l'uomo uccide l'uomo, in essa adoriamo il Principe dei sacerdoti che si sacrifica per il mondo. «Vidimus principem sacerdotum ad nos venientem, vidimus et audivimus offerentem pro nobis sanguinem suum» (sant'Ambr[ogio], Enarr[ationes1 in Ps[almos] 38, n. 25 = PL 14,1102); lontano la divisione e la separazione violenta, in essa vince la calamita delle anime, che unisce tutti nella fede e nella partecipazione di se stesso e dei suoi doni, «radice e principio dell'unità cattolica» (Const. apost. de ss.ma euch(aristia] promiscuo ritu sumenda; Acta] A[postolicae] S[edis] 1912, p. 615); lontano la discordia, alimentata dall'egoismo e dall'ansia del dominio e delle gioie terrene, in essa offre l'alimento che fortifica l'anima e la educa nella scuola del desiderio delle cose celesti, insegnandole il valore del sacrificio...; lontano la tirannia della morte, in essa, la speranza della vita, perché, come si potrebbe pensare che deve corrompersi e non deve vivere una carne che si alimenta con il corpo e con il sangue del Signore? (Radiomess[aggio] al IV Congresso euc[aristico nazion[ale] dell'Argentina, 15 ott[obre] 1944; Di sc[orsd e Radi om[essaggi, vol.] VI, p. 177).

XV. Regno eucaristico, regno di unità dei cuori e delle menti
A. O sacramento di tenero amore! O segno di unità! O vincolo di carità! esclama sant'Agostino (In Iofannis] evang(elium], tr[actatus] 26, c.

6, n. 13 PL 35,1610]). E lo zelante apostolo dei Gentili... ci ha insegnata la verità divinamente ispirata con queste parole: «Perché noi, sebbene siamo molti, siamo un pane solo, un corpo solo, quanti partecipiamo di un pane solo» (1 Cor 10,17). «Perché, qual è il pane? domanda san Giov[anni] Crisostomo. «Il corpo di Cristo. E che cosa diventano quelli che partecipano di esso? il corpo di Cristo, non molti corpi, ma un solo corpo... Non vi è un corpo per te, un altro per il tuo vicino, per nutrirsi, ma un solo e medesimo corpo per tutti» (In Epist. I ad Cor., hom. 24, n. 2 = PG 61,200).

Sì, il sacramento dei nostri altari è una sorgente di unione che trascende tutte le differenze della storia, tutti i tratti e le peculiarità che diversificano, che hanno diviso la nostra dispersa famiglia umana in differenti gruppi. Esso riconsacra, esso eleva, esso santifica quell'unione che la nostra comune natura e il destino da tutti partecipato proclamano. Esso purifica quell'amore che ogni cuore umano deve nutrire per tutti i suoi simili — quell'amore che spinge il nostro zelo alla difesa dei diritti spirituali e morali dei nostri simili — esso approfondisce e rende fermo quell'amore, così che nessun colpo mortale lo può far languire e morire. «Per questo tutti gli uomini riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amate e vicenda» (Gv 13,35). E se attraverso la s[anta] comunione noi diventiamo uno con Cristo, come possiamo mancare di amare tutti gli uomini, per amore dei quali Cristo morì sulla croce?
È sant'Agostino, che ha espresso questa sublime e tremenda ver[i]tà così limpidamente, scrivendo sul santissimo Sacramento: «Se tu hai ricevuto degnamente, tu hai ciò che hai ricevuto» (Sermtones] 227 = PL 38,1099). San Tommaso, seguendolo, dice che noi siamo trasformati in Cristo (Expfositio] in ep. I ad Cor., c. 10, lect. 4) (Radiomess[aggio] al IX Congresso euc[aristico degli Stati Uniti, 26 giugno 1941; Discforsd e Radiomess[aggi, vol.] III, p[p.] 124-125).

«O sacramentum pietatis! o signum unitatis! o vinculum caritatis! Qui vult vivere habet ubi vivat, habet unde vivai. Accedat, credat; incorporetur, ut vivificetur» (s[anctus] Aug[ustinus], In Io[annis] evandeliuml, tr[actatus] 26, n. 13).

B. Regno eucaristico, regno di amore.

Mistero di amore e di unione. Nell'ostia divina è concentrato tutto l'amore infinito del Cuore di Gesù, quale si manifestò nelle grandi ore della redenzione; poiché la santissima eucaristia è il cenacolo ed il Calvario dilatati nello spazio fino ai confini della terra, prolungati nel tempo fino alla fine dei secoli... E come l'amore è unione, questo amore infinito vuole essere unione innalzata fino all'identità mistica: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me ed io in lui... Come io vivo nel mio Padre e per il mio Padre, chi mi mangia, vivrà di me e per me» (Gv 6,57-58)...

Serva il culto e la frequente comunione della divina eucaristia a fomentare ogni volta di più l'amore e l'unione con il Cuore di Gesù, da dove poi trabocchi in carità e unione fraterna tra gli operai e i padroni, tra i fedeli e il clero, tra i sudditi e le autorità, tra il nord e il sud, tra i cittadini del medesimo stato e gli stati tra loro, per il bene comune di tutti, in una sola grande famiglia che è la patria brasiliana. Anche umanamente l'unione fa la forza, come la disunione è la rovina. Quanto più se fosse prima unione delle anime in Dio, vivificata dall'amore di Gesù Cristo e da lui cementata e benedetta (Radiomess[aggio] al Congresso eucaristico] nazion[ale] brasiliano, 7 sett[embre] 1942, Disc(orsil e Radiomessfaggi, vol.] IV, p[p]. 189-190).

XVI. Regno eucaristico e stor[i]a del Brasile
(Radiomess[aggio] al Congdesso] euc[aristico] nazion[ale] brasiliano, 7 sett[embre] 1942; Discorsi e Radiomes[saggi, vol.] IV, pp. 187-193).

  1. Il trionfo di Cristo Re mediante l'eucaristia

Cercate la giustizia e il regno di Dio in voi e nelle vostre opere. Fate che Cristo regni sempre in mezzo a voi, nel vostro popolo destinato a grandi cose. Che regni nella famiglia, nel talamo immacolato, nella corona dei figli, nelle scuole pubbliche, nella stampa, negli spettacoli offerti agli occhi giovanili e al popolo, nelle trasmissioni radiofoniche, nelle case, nella vita sociale, nei laboratori disseminati in nuove regioni agricole e industriali. Brilli davanti agli occhi dei vostri governanti la luce di Cristo e la sua giustizia che eleva le nazioni e le protegge, come un muro, contro le insidie e gli assalti dell'empietà che mina i suoi fondamenti (Radiomess[aggio] per il Congr[esso] euc[aristico] nazion[ale] argentino, 13 ottobre] 1940; Di sc[orsz] e Radiomessaggi, vol.] II, p. 253).

Glorificatelo in voi con questo amore che vi fa vibrare davanti a lui, che dissipa le ombre del vostro cammino, che purifica gli aneli[ti] del vostro cuore, che signoreggia le passioni, che vi eleva sopra la corruzione del mondo, che vi equipara agli angeli, che vi sublima in quel fuoco che Cristo venne ad accendere sulla terra. Trionfi Cristo nei suoi prediletti, i piccoli; trionfi nella gioventù studiosa con la fede che vince le insidie dell'incredulità; trionfi nella famiglia con il sacro vincolo che ordina e fa santo l'amore nella gloria dei figli; trionfi nell'Azione cattolica, palestra di apostolato dei secolari sotto la direzione dei sacri pastori; trionfi in entrambi i cleri, affinché risplenda in essi la luce della pietà, dello zelo, dello spirito di abnegazione, delle virtù sacerdotali e religiose per edificazione e salvezza dei fedeli (Radiomess[aggio] al Congresso euc[aristico] nazion[ale] del Perù, 27 ott[obre] 1940; Disc[orszl e Radiomess[aggi, vol.] II, p [p]. 293-294).

  1. L'eucaristia, salvezza della famiglia

La famiglia ha bisogno, come di base, di intima unione di anime soprattutto, non solo di corpi, unione fatta di amore e di pace scambievole. Ora l'eucaristia è, secondo la bella espressione di s[ant]'Agostino, segno di unione, vincolo di amore, signum unitatis, vinculum caritatis,55 e perciò unisce e quasi rinsalda tra loro i cuori.

A sostenere i pesi, le prove, i dolori comuni, ai quali ogni famiglia anche ben ordinata non può sfuggire, vi è bisogno di quotidiane energie; la comunione eucaristica è generatrice di forza, di coraggio, di pazienza e, con la letizia soave che diffonde nelle anime ben disposte, fa sentire quella serenità che è il tesoro più prezioso del domestico focolare.

55 In Ioannis evangelium, tractatus 26, n. 13 = PL 35,1610.

Pensiamo con gioia, diletti figli, che voi, ritornando alle vostre città, ai vostri paesi, alle vostre parrocchie, darete questo bello ed edificante spettacolo di accostarvi spesso alla mensa eucaristica, e dalla chiesa rientrerete nelle vostre case portando tra le pareti domestiche Gesù e, con Gesù, ogni bene.

Verranno poi i figli, i piccoli figli che voi educherete e formerete nella vostra stessa fede, nella fede e nell'amore dell'eucaristia, e li avvierete per tempo alla comunione, persuasi non esservi mezzo migliore a salvaguardare l'innocenza dei vostri bambini, e li condurrete con voi all'altare per ricevere Gesù, e il vostro esempio sarà per essi la lezione più eloquente e persuasiva (Discorso del 7 giugno 1939 ad un gruppo di sposi novelli; Disc[orsi e] Radiomess[aggi,vol.] I, p. 170).

XIX. Regno eucaristico, regno di unità ecclesiastica
Conc[ilio] Trident[ino], sess. XIII.

— Proem[io]. «(Eucharistiam) Salvator noster in ecclesia sua tamquam symbolum reliquit eius unitatis et caritatis, qua christianos omnes inter se coniunctos et copulatos esse voluit» (Dz. 873a).

  1. Cap[itolo] 2. «(Eucharistia) symbolum est unius illius Corporis, cuius ipse Caput exsistit, cuique nos, tamquam membra arctissima fidei, spei et caritatis adstrictos esse voluit, ut idipsum omnes diceremus, nec essent in nobis schismata» (Dz. 875).
  2. Cap[itolo] 8. «Admonet sancta synodus... ut omnes et singuli qui christiano nomine censentur, in hoc unitatis signo, in hoc vincolo caritatis, in hoc concordiae symbolo, iam tandem aliquando conveniant et concordent» (Dz. 882).

XX. L'eucaristia fonte di vita e di virtù vera
Fra questi benefici provenienti dall'eucaristia, chi attentamente e religiosamente consideri vedrà primeggiare e risplendere quello che tutti gli altri contiene, cioè che da essa deriva negli uomini quella vita che è vita vera: «Il pane che io vi darò è la carne mia per la vita del mondo» (Gv 6,52; cf. [anche] 6,27.48.52.54.55)...

Inoltre la carne castissima di Gesù reprime l'insolenza della carne nostra, come ammonì Cirillo Alessandrino: «Cristo essendo in noi sopisce la legge che infuria nelle nostre membra». È anche un singolare e giocondissimo frutto della eucaristia quello che è significato da quel profetico detto: «Qual è il suo bene e qual è il suo bello, se non il frumento degli eletti, il vino che fa germogliare i vergini?» (Zc 9,17), cioè il forte e costante proposito della sacra verginità, il quale, anche in mezzo a un mondo stemperantesi nella mollezza, di giorno in giorno più largamente nella chiesa cattolica fiorisce rigoglioso: con quanto vantaggio e decoro della religione e della stessa convivenza umana non è chi non vede (Leone XIII, Enc[iclica] «Mirae caritatis», 28 maggio 1902).

  1. L'eucaristia vincolo di fratellanza cristiana

Ed è davvero una bellissima e consolantissima espressione di fratellanza cristiana e di eguaglianza sociale l'accorrere che fanno promiscuamente ai sacri altari il patrizio e il popolano, il ricco ed il povero, il dotto e l'ignorante, partecipando egualmente al medesimo convito celeste. Che se giustamente nei fasti della chiesa nascente si attribuisce a lode sua propria che «la moltitudine dei credenti era un sol cuore ed un'anima sola» (At 4,32), è evidente che questo gran bene essi dovevano alla frequenza della eucaristia, perché leggiamo di loro: «Erano assidui alle istruzioni degli apostoli e alla comune frazione del pane» (At 2,42) (Leone XIII, Enc[iclica] «Mirae caritatis»).

  1. L'eucaristia anima della chiesa

Così appare chiaramente donde abbiano avuto origine le ardue fatiche degli uomini apostolici, e donde tanti e sì svariati istituti di beneficenza insieme con l'origine traggano le forze, la costanza e i felici successi... Finalmente essa è ancora come l'anima della chiesa, e ad essa si dirige la stessa ampiezza della grazia sacerdotale attraverso i vari gradi degli ordini. E di là attinge ed ha la chiesa tutta la virtù e gloria sua, tutti gli ornamenti dei divini carismi, ed infine ogni bene...

La storia poi ci dimostra che la vita cristiana allora fiorì più rigogliosa, quando maggiore fu la frequenza a questo divino sacramento. Per contrario è manifesto che quando gli uomini avevano questo pane celeste in noncuranza e come in fastidio, a poco a poco veniva languendo il vigore della professione cristiana (Leone XIII, Enc[iclica] «Mirae caritatis»).

  1. Unità

A. La mensa eucaristica è simbolo, radice e principio dell'unità cattolica (Pio X, Constigutiol apostolica] de sanctissima Euch[aristia] , AAS 4 (1912), 615).

Il sacramento dell'eucaristia, vivida e mirabile immagine dell'unità della chiesa, in quanto il pane da consacrarsi deriva da molti grani che formano una cosa unica (cf. Didaché 9,4), ci dà lo stesso autore della grazia santificante, affinché da lui attingiamo quello Spirito di carità con cui viviamo non già la nostra vita ma la vita di Cristo, e in tutti i membri del suo corpo sociale amiamo lo stesso Redentore (Pio XII, Enc[iclica]
«Mystici corporis», 29 giugno 1943).

Valida eucharistia habeatur illa, quae sub episcopo peragitur vel sub eo cui ipse concesserit... Non licet sine episcopo neque baptizare neque agapen celebrare (Ignatius Antiochenus).56
Studeatis igitur una eucharistia uti: una enim est caro Domini] nostri] I[esu] Christi, et unus calix in unitatem sanguinis ipsius, unum altare, sicut unus episcopus cum presbyterio et diaconis, conservis meis (Ignat[ius] Ant [iochenus], RJ 56).57
Sicut hic panis fractus dispersus erat sopra montes, et collectus factus est unus, ita colligatur ecclesia tua a finibus terrae in regnum tuum (Didaché, RJ 6).

Quoniam unus panis et unum corpus multi sumus. Quid enim, inquit, dico communicationem? Illud ipsum corpus sumus. Quid est enim panis?
Corpus Christi. [Quid autem fiunt communicantes? Corpus Christi]; non corpora multa, sed unum corpus. Sicut enim panis, ex multis granis constans, unitus est ita ut grana nusquam appareant, sed sint quidem ipsa, non manifesta autem sit illorum differentia propter coniunctionem; sic nos et mutuo et cum Christo coniungimur. Non enim ex altero corpore hic, ex altero ille nutritur, sed ex eodem ipso omnes (san Giov[anni] Crisost[omo], RJ 1194).58
Commendatur vobis in isto pane quomodo unitatem amare debeatis.
Numquid enim panis ille de uno grano factus est? Nonne multa erant tritici grana? Sed antequam ad panem venirent, separata erant; per aquam coniuncta sunt, et post quamdam contritionem (s [anctus] August[inus], RJ 1519).59
B. Caro mea est, inquit, pro mundi vita [Gv Fiant corpus Christi si volunt vivere de spiritu Christi. De spiritu Christi non vivit visi corpus Christi... O sacramentum pietatis! O signum unitatis! O vinculum caritatis! Qui volt vivere, habet ubi vivat, habet unde vivat. Accedat, credat; incorporetur, ut vivificetur (s[anctus] August[inus], RJ 1824).60
56 Citazione fatta probabilmente a memoria. Il testo latino recita: Illa firma gratia-rum actio reputetur, quae sub episcopo est, vel quam utique ipse concesserit. Ubi utique apparet episcopus, illic multitudo sit, quemadmodum utique ubi est Christus lesus, illic catholica ecclesia. Non licitum est sine episcopo neque baptizare neque agapen facere (Ad Smyrnaeos 8,1-2).

57 Enchiridion PatriStiCUM. Cf. PG 5,700.

58 PG 61,200. Nell'ultima frase don Quadrio scrive: ex altero pane.
59 PL 38,1099.

60 PL 35,1610.

Vos ad unum omnes nominatim per gratiam convenitis in una fide et in uno Iesu Christo... Ut oboediatis episcopo et presbyterio mente indivulsa, frangentes panem unum, qui pharmacum immortalitatis est, antidotum ne moriamur, sed vivamus semper in Iesu Christo (Ignatius Antioch[enus],RJ 43).61
XXIV. L'eucaristia forza dei martiri
Ut quos excitamus et hortamur ad proelium non inermes et nudos relinquamus, sed protectione corporis et sanguinis Christi muniamus, et cum ad hoc fiat eucharistia ut possit accipientibus esse tutela, quos tutos esse contra adversarios volumus, munimento dominicae saturitatis armemus. Nam quo-modo docemus aut provocamus eos in confessione nominis sanguinem suum fundere, si eis militaturis Christi sanguinem denegamus? aut quomodo ad martyrii periculum idoneos facimus, si non eos prius ad bibendum in ecclesia poculum Domini iure communicationis admittimus?... Primo idoneus esse non potest ad martyrium qui ab ecclesia non armatur ad proelium, et mens deficit quam non recepta eucharistia erigit et accendit (s[anctus] Cyprianus, PL 3,856).62
61 PG 5,661.

62 I fogli continuano, riportando due schemi per due possibili trattazioni del materiale raccolto. Li riportiamo qui.

I schema: «Il trionfo di Cristo re mediante l'eucaristia»
Introduzione: Christum regem adoremus dominantem gentibus (Invit. Corp. Ch.).

  1. Il Congresso eucaristico è il trionfo di Cristo re tra le folle cosmopolite accorse da ogni parte ad adorarlo (n. I);
  2. dal primo congresso all'attuale, tutti hanno per scopo l'esaltazione del regno sociale di Cristo (n. V);
  3. il trionfo del regno eucaristico, nella gloriosa storia del Brasile cattolico (n. XVI).

1) Mediante l'euc[aristia] il regno di Cristo trionfa nell'individuo.

  1. L'eucar[istia] generatrice di carità (nn. VI, A; XV, A).
  2. L'eucar[istia] alimento di purezza, n. XX.
  3. L'eucar[istia] fonte di virtù (n[n]. IX; XX).
  4. L'eucar[istia] fucina di eroismo e forza dei martiri (n. XXIV).
  5. L'euc[aristia] scaturigine di vita e scuola di santità ([nn.] XXXIII, B; VIII).
  6. L'euc[aristia] mezzo soprannaturale per acquistare, conservare e perfezionare la pace ed unione individuale con Dio, giacché essa esige e suppone la purezza di coscienza (1 Cor 11,17-34), e fu considerata, nell'antica disciplina penitenziale, come termine del processo di ricuperazione della pace perduta col peccato.

2) Mediante l'eucaristia il regno di Cristo trionfa nella famiglia.

  1. L'euc[aristia] salvezza della famiglia contro i moderni attentati (nn. XI; XIII).
  2. L'euc[aristia] simbolo, sigillo e fonte della pace ed unione domestica ([n.] XVIII).
  3. L'euc[aristia] aiuto e sostegno nell'e[d]ucaz[ione] dei figli (n. XI).
  4. Le date eucaristiche della vita familiare: nelle nozze, nella prima comunione dei figli, nella messa festiva di tutta la famiglia, nel viatico ai propri cari (ibid.).

3) Mediante l'eucar[istia] il regno di Cristo trionfa nella società.

  1. L'euc[aristia] scuola e fonte di carità e giustizia sociale (nn. III, B; VII).
  2. L'euc[aristia] vincolo di fratellanza umana tra gli individui, le classi e i popoli (nn. VI, B; XV, A,B; XXI).
  3. L'euc[aristia] centro e glutine dell'unità della famiglia umana (n[n]. XXIII; XII; XIV).
  4. L'euc[aristia] garanzia e salvezza della vera pace tra le nazioni (nn. II; XIV).
  5. L'eucar[istia] degnamente celebrata e ricevuta è indicata da san Paolo come mezzo di restaurazione della pace turbata dalla discordia sociale nella comunità di Corinto (1 Cor 11,17-34).

4) Mediante l'eucar[istia] il regno di Cristo trionfa nella chiesa.

  1. L'euc[aristia] fonte della vitalità e fecondità della chiesa (n. III, A).
  2. L'euc[aristia] sorgente della santità nel Corpo mistico (n. IV).
  3. L'euc[aristia] cuore vivo e palpitante del Corpo mist[ico] (nn. VIII; XXII).
  4. L'euc[aristia] causa e sprone delle vocazioni ecdes[iastiche] e religiose ([n.] X).
  5. L'euc[aristia] vincolo dell'unità ecclesiastica ([nn.] XIX, XXIII).
  6. L'euc[aristia] tutela e forza della chiesa perseguitata ([n.] XXIV). Conclusione (n. XVII).

II schema: «Le caratteristiche del regno eucaristico di G[esù] C[risto]»
Introduzione: come nello schema I, il regno eucaristico di Gesù è
«regnum veritatis et vitae;
regnum sanctitatis et gratiae;
regum iustitiae, amoris et pacis (praefratiol in festo Domini] nostri] Itsus.1
Regis)».
Queste caratteristiche si realizzano mirabilmente mediante l'eucar[istia].

1) Il regno eucaristico di G[esù] C[risto] è regno di verità e vita.

  1. Di verità: NB. Regno di verità perché la presenza di Cristo è vera, reale, sostanziale, e non solo simbolica e figurativa. Così ha definito il Conc[ilio] Trident[ino], sess. XIII, can. I, Dz. 883: «Vere, realiter et substantialiter».

«Quae sub his figuris vere latitas». «Nil hoc verbo veritatis verius» [Dall'inno «Adoro te devote» (v v. 2 e 8)].

«Umbram fugat veritas» [Dall'inno «Lauda Sion Salvatorem» (v. 23)].

«Caro mea vere est Gibus, et sanguis meus vere est potus» (Gv 6,56).

  1. Di vita:

a. di vita soprannaturale
— per gli individui ([nn.] VI, XX; Gv 6,27.48.52.54.55);

  1. per il Corpo mistico ([nn.] IV, VIII, XXII);

b. di vita eterna

  1. per l'anima,
  2. per il corpo, farmaco di immortalità, caparra di risurrezione e gloria eterna ([nn.] XXIII, B; Gv 6,54-60).

2. Il regno eucar[istico di G[esù] C[risto] è regno di santità e grazia.

a. L'euc[aristia] è fonte di santità individuale:
— fonte di virtù (nn. IX, XX);

  1. alimento di purezza ([n.] XX);

— palestra di santità ([nn.] VIII, XXIII, B).

  1. L'euc[aristia] è fonte di santità familiare ([nn.] XI, XIII).
  2. L'euc[aristia] è fonte di santità per tutto il Corpo mistico ([nn.] III, A, IV, VIII, XXII). 3. Il regno eucaristico] di G[esù] C[risto] è regno di giustizia, di amore e di pace:
  3. di giustizia ([nn.] III, B, VII);
  4. di amore:
  5. l'euc[aristia] generatrice di carità ([nn.] VI, A, XV, A); — glutine dell'unità domestica ([n.] XVIII);
  6. simbolo e vincolo di fratellanza tra gli individui, le classi, i popoli, le razze ([nn.] VI, B, XV, A, B, XXI, XXII, XVI, XXIII);

c. di pace:

  1. tra gli uomini e Dio, poiché è memoria e rinnovazione dell'umana riconciliazione operata da G[esù] C[risto] sulla croce: «Novum foedus in sanguine Christi» (1 Cor 11,25); poiché è il sacramento dell'unione con Dio in Cristo: «In me manet et ego in illo... et ipse vivet propter me» (Gv 6,57-58); poiché corona il processo penitenziale della riconciliazione del peccatore con Dio; poiché suppone ed esige la purezza della coscienza, cioè la pace con Dio (1 Cor 11,17-34);
  2. tra i membri della stessa famiglia, tra le diverse lassi, razze e nazioni ([nn.] XVIII, II, III, B, XI, XIV, XV).
  3. La manna, figura eucaristica, è indicata da san Paolo come simbolo di equilibrio sociale (2 Cor 8,13-15).
  4. La «fractio panis» nella comunità apostolica di Gerusalemme (At 2,42) era la radice dell'unione di tutti in un cuor solo ed un'anima sola (At 4,32; n. XXI).
  5. Allorché apparve la discordia sociale nella comunità di Corinto, san Paolo propose l'eucar[istia], degnamente celebrata e ricevuta, come mezzo per restaurare la pace turbata (1 Cor 11,17-34).
  6. L'eucaristia fu nel m[edio] e[vo] il glutine che univa le diverse classi sociali: «manducat Dominum pauper servus et humilis» [Dall'inno «Sacris Solemnis» («l'anzi angelicus»), v v . 23-24].
  7. Ancora oggi si uguagliano, seduti alla stessa mensa, il povero e il ricco, l'operaio e l'industriale (n. XXI).

«Il Signore ha consacrato sulla sua mensa il mistero della nostra pace e della nostra unità» (sant'Agost[ino], Sermones 272 = PL 23,1248).

«Le molte membra del nostro Salvatore, collegate sotto lui stesso, il Capo, per il vincolo della carità e della pace, sono un solo uomo» (sant'Agost[ino], Enarrlitiones1 in Psalmos 1 = PL 36,866).

CONVERSAZIONI MARIANE
032. Maria autem [conservabat omnia verba haec (Lc 2,19)] (1949? Torino, Crocetta)1
Nello studio amoroso della vita di Maria siamo giunti al compimento dei grandi misteri dell'incarnaz[ione], nascita ed infanzia di Gesù. C'è nel vangelo di san Luca una frase ripetuta, che scolpisce tutto il mondo interiore di Maria. L'atteggiamento continuo del suo spirito di fronte ai grandi avvenimenti che si venivano compiendo in lei. Sia dopo la nascita di Gesù che dopo il suo smarrimento nel tempio, san Luca dice di Maria che «conservabat omnia verba haec conferens in corde suo».2 In tal modo il suo cuore immacolato diveniva lo scrigno d'oro della rivelazione, il vangelo vivente della chiesa, il primo vangelo, ed insieme il modello più sublime di tutte le anime pensose di Dio e dei suoi problemi, la madre della nostra teologia. Non altro, penso, volle significare Maria, apparendo or è un anno, a Roma, recando stretto sul cuore il santo evangelo, e facendosi onorare come la Madonna della rivelazione.

Maria conservava tutte queste cose nel suo cuore e le andava meditando. È l'aspetto più soave, più intimo, più affascinante della vita di Maria. Chi oserà alzare il velo di questo mondo interiore e affacciarsi alle profondità luminosissime del cuore di Maria? Chi potrà capire l'abbondanza con cui lo Spirito Santo vi ha profuso i doni della scienza, dell'intelletto, della sapienza? Se i puri di cuore vedono Dio, quali ineffabili rapimenti, quale saporosa penetrazione, quale commossa contemplazione avrà goduto il purissimo cuore di Maria!
1 L'intervento è approssimativamente databile in base all'accenno fatto alla Madonna della rivelazione o delle Tre Fontane, apparsa a Roma il 12 aprile 1947. Più avanti si parla di «studio della teologia». L'ambiente è dunque quello della scuola. Don Quadrio doveva perciò trovarsi a Torino. Vi giunse verso la metà di ottobre del 1949. Abbiamo due stesure riportabili allo stesso tempo, come rivela la grafia e il materiale scrittorio (foglio di quaderno a righe). La prima, che non viene riprodotta, è più breve, ma più circostanziata in alcune citazioni. Argomenti affini a quelli di questa conversazione e della seguente si riscontrano nelle meditazioni che introducono agli esercizi spirituali.

2 Lc 2,19.51.

La vita intima della Famiglia trinitaria, di cui era complemento, il mistero della carne umiliata e sacrificata che Gesù aveva preso da lei, tutta l'opera redentiva di Cristo, chi li ha più compresi e con più amore penetrati?
Noi ci inchiniamo riverenti e muti davanti ai silenzi così fecondi ed armoniosi di quell'anima, noi cui tanto insopportabile e pesante riesce il silenzio della contemplazione. Essa si associava a questi silenzi del Verbo che, pur essendo colui che tutto sa, non disse quasi niente per trent'anni, non scrisse una parola: Verbum silens.
E quando il Figlio e la madre escono dai loro silenzi adoranti e contemplanti, chi ridirà le loro parole? Oh, come si saranno affollati i ricordi nel cuore e sul labbro della Vergine, nel raccontare al Figlio giovinetto le vicende della sua nascita e della sua infanzia: dall'annunzio dell'angelo, alla notte di Betlemme, alla fuga in Egitto, alla profezia dolorosa fatta dal vecchio nel tempio!
«Maria autem conservabat omnia verba haec».
E più tardi nell'affidare, come si pensa, a Luca la storia di Betlemme, di Nazaret, dov[ette] sembrare a Maria di dare un'altra volta alla luce il suo Figliolo. Tanti anni prima, in una fredda notte di dicembre, ella lo aveva deposto in una mangiatola. Ora, attraverso la prosa elegante del medico antiocheno, ella lo deponeva nel cuore degli uomini, diventando così, oltre che Madre di Dio, anche Madre della sua rivelazione.

C'è un altro tratto nel vangelo di san Luca che incide profondamente l'atteggiamento di Maria. Sentendo il cantico di Simeone, [secondo quanto l'evangelista riferisce]: «et erat pater eius et mater mirantes super his quae dicebantur de illo» (Lc 2,33). Erano «ammirati» delle cose che si dicevano di lui.

Mirantes! Quanta gioia non è contenuta in questa parola! Maria, spettatrice commossa di tanta meraviglia, trasalisce di gioia nel conoscere sempre più intimamente le cose che riguardano suo Figlio.

Mirantes! Quanto calore di vita in questa misteriosa ammirazione; quanta fragranza di semplicità e di umiltà; quanto interessamento e quanto amore!
Per questo Maria è la Madonna della rivelazione, e la maestra di tutti coloro che questa rivelazione vogliono conoscere e penetrare.

Domandiamo alla Madonna il suo cuore, i suoi atteggiamenti, ed avremo, penso, risolto nel modo migliore, nell'unico modo possibile, il problema dello studio della nostra teologia.

Vi è nello studio della deologia] una deformaz[ione] professionale: [quella di] laicizzare la teologia, riducendola a pura scienza, mentre invece essa, secondo] s [an] Tomm[aso], «propriissime sapientia est», vale a dire conoscenza amorosa e saporosa della verità nella luce di una fede viva ed illustrata dai doni dello Sp[irit]o S[ant]o.

Vi è nella teologia un potere santificante che rimpiangeranno inutilmente un giorno quelli che riducono lo studio di essa ad un mero e freddo discorso intellettuale.

Noi non immaginiamo neppure quali frutti porte[re]bbero nell'ani[ma] nostra quelle verità che studiamo se, dal cielo freddo dell'int[elletto], discendessero come gocce di fuoco in un cuore avvolto; dal raccoglimento, docile, distaccato dagli affetti terreni. [Bisogna evitare il] divorzio fra studio e preghiera, fra teologia e pietà, tesi e meditazione, fra scuola e pratica di vita. La teologia deve essere studiata non con l'intelligenza solo, ma con l'anima e col cuore. Questo non lo possono fare né la scuola, né i testi, né i professori: [lo dobbiamo fare] noi individualmente.

  1. Contemplazione: «ex plenitudine contemplationis procedere». «Contemplata aliis tradere»: assimilare.4
  2. Fare [di] ogni tesi che studiamo oggetto di atti frequenti e ripetuti di fede, farle oggetto di preghiere, visite, aspirazioni, mortificazioni, farle oggetto delle n[o]s[tre] meditazioni, e, perché no, del nostro lavoro spirituale. In ginocchio. Continuità, unità fra studio e preghiera, fra le tesi e la vita, non pietà indipendente, ma pietà che ha per fonte e per contenuto, per oggetto, quelle verità che proprio ci pai[ono] più ardue.5

3 Parola incerta.

4 Nella prima stesura abbiamo il rimando a san Tommaso, Summa theologica 2.2, q. 188, a. 6. Poiché il passo era molto caro a don Quadrio, riteniamo utile riprodurlo qui per disteso:
 «Sic ergo dicendum est quod opus vitae activae est duplex. Unum quidem quod ex plenitudine contemplationis derivatur: sicut doctrina et praedicatio. Unde et Gregorius dicit, in V homil. Super Ez. 1-= PL 76,8261, quod de pelfectis viris post contemplationem suam redeuntibus dicitur: Memoriam suavitatis tuae eructabunt. Et hoc praefertur simplici contemplationi Sicut enim maius est illuminare quam lucere solum, ita maius est contemplata aliis tradere quam solum contemplar:: Aliud autem est opus activae vitae quod totaliter consistit in occupatione exteriori: sicut eleemosynas dare, hospites recipere, et alia huiusmodi». Cf. anche C 081.

5 Lettura incerta.

Una tesi è capita solo per metà, se è studiata solo con l'intelletto. L'altra metà è riservata alle ginocchia. Se una tesi diventa oggetto del mio studio, della mia meditaz[ione], [delle mie] preghiere, [delle] mortificazioni, [del] lavoro spirituale, [la sua comprensione sarà molto più profonda]. Attuare, realizzare, vivere la tesi in pratica per un po' di tempo: divent[er]à potentemente vissuta, divent[er]à una forza. Quando ne parleremo, sentiranno tutti che viene dal cuore e va al c[uore].6
6 Don Quadrio raccomanda ciò che, a suo tempo, aveva praticato. Nel suo diario, in data 2 novembre 1944, leggiamo: «Domani inaugurazione dell'anno accademico. Gesù, mio dolce fratello, io non sono nulla e tu sei il mio tutto, anche in questo campo. Tu sarai l'unico mio Maestro, che mi parlerai dalla tua cattedra divina per bocca di Lennerz, Boyer, Lopez, Hiirth, come dal tuo tabernacolo negli incontri silenziosi. Tu parla e illumina: io ascolterò e amerò in silenzio. Tibi silentium laus. O Verità inviolabile, o Sapienza del Padre, o Splendore della sua gloria, che hai la missione di rivelarlo a di esaltarlo, degnati di aprirmi quel librum scriptum intus et foris, signatum sigillis septem, che è l'inaccessibile Verità divina. E prostrato dinanzi a te, io pure canterò il canticum novum: Dignus es, Domine, accipere librum, et aperire signacula eius: quoniam occisus es (Ap
Studiare, e cioè: amare, contemplare, pregare, ascoltare ipsum, per ipsum, cum ipso, in ipso. Qui non diligit, non novit Deum (1 Gv 4,8).

Eviterò non solo ogni peccato veniale, ma anche tutto ciò che mi sembrerà meno bene, per poter vederlo e udirlo dalla cattedra, dal tabernacolo, dai libri di scuola, dal mio cuore. Mio fratello, mio amore, mio avvenire, mia fiducia, mia riuscita, mia santità, mia sapienza, mia luce, mio maestro, mio tutto, mio tutto.

Accompagnerò lo studio del «De Deo uno» con la lettura meditata 1. delle relative questioni della Summa Itheological, 2. del GARRIGOU-LAGRANGE, Dieu, 3. del SAuvt, Dieu intime, 4. del BILLOT, De Deo uno, 5. dei Soliloqui di s. Agostino» (E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 6263). Consigli simili sono riecheggiati nella conferenza La predicazione oggi (0 136).

033. Vergine del silenzio
(Maggio 1954, Torino, Crocetta, cappella interna)?
Dal cuore materno della Vergine santa esce questa sera una dolce, soavissima parola diretta al cuore di ciascuno di noi; una parola semplice e profonda, che è anche un invito accorato: Venite, filii, audite me: timorem Domini docebo vos «figliuoli, venite, ascoltatemi: io vi insegnerò il timore di Dio».8 «Beati coloro che custodiscono le mie parole... Beato l'uomo che mi ascolta, che veglia accanto alla mia porta in attesa delle mie parole». Queste espressioni mette la chiesa sulle labbra di Maria (Pr 8,34).

Oh, noi fortunati se, in queste sere di maggio, accorrendo devotamente al suo altare, potessimo ascoltare la sua celestiale voce, udire le sue arcane parole, raccogliere i suoi sapienti insegnamenti! Così potè fare Giovanni Bosco a cui, nel profetico sogno dei nove anni, Gesù presentando sua Madre disse: «Io ti darò la maestra». Così potè fare la piccola Bernadette Soubirous, intrattenendosi in dolce colloquio con la bianca Signora nella grotta di Lourdes. Così poterono fare i tre innocenti fanciulli di Fatima, conversando con la Madonna, apparsa loro nella Cova de Iria.

Perché la nostra Madre anche a noi non farà sentire la sua parola in queste sere, qui nell'intimità della sua casa?
Miei buoni fratelli, alla nostra fede e al nostro amore questo sarà possibile, meditando in queste sere, ad una ad una, le mirabili parole proferite dalla Vergine santissima nel corso della sua vita mortale e riferite nel santo vangelo. Poche parole ci furono conservate, ma turgide di luce, ripiene di tutta l'anima di Maria. «La bocca, ha detto Gesù, parla di ciò che sovrabbonda nel cuore» (Lc 6,45). Le parole sono come l'effluvio di quel tesoro di pensieri e di affetti che sta racchiuso là dentro il cuore; e le parole di Maria furono vampate del sommo e purissimo amore che ardeva in quel purissimo tra i cuori umani.

7 Abbiamo una serie di sei meditazioni serali, tenute nel mese di maggio, sul silenzio e sulle parole di Maria. Sono scritte a mano sul retro di bozze di un libro di scienze e quindi collocabili approssimativamente tra il 1954 e il 1957. Sono state pubblicate postume (cf. Presentazione). La prima è apparsa, con larghe omissioni, in «Maria Ausiliatrice», 2/5, giugno 1981, 22-23. Col «silenzio di Maria» don Quadrio iniziava anche le meditazioni degli esercizi spirituali. Il contenuto delle prime conversazioni del gruppo è ripreso schematicamente anche nelle omelie di commento al Credo del 1957: Fu concepito di Spirito Santo (0 118) e Nacque da Maria vergine (O 119). Devono quindi essere collocate in un periodo anteriore a queste. L'accenno all'encidica Sacra virginitas (C 034) è decisivo per la loro collocazione nel maggio 1954.

8 Sai 33,12.

Sono, in tutto, sei: un inno (il Magnificat) e cinque brevi frasi pronunziate dalla Benedetta in alcuni momenti culminanti della sua vita. Sei soltanto ne riporta il vangelo, ma di quelle chi saprà scandagliare tutta la profondità? Noi le verremo meditando piamente, sera per sera, in questa settimana, raccogliendole come perle d'inestimabile valore e serbandole gelosamente in cuore, perché le parole di Maria possono ancora operare miracoli di luce, di gioia, di grazia. «Non trascurare gli ammaestramenti di tua madre, tienteli sempre stretti al cuore» (Pr 6,20).

Ma la voce di Maria ruppe assai raramente il silenzio abituale della sua vita, tutta rapita in Dio. Perciò noi, per disporre l'anima a meditare le parole della Vergine, vogliamo questa sera rappresentarci i suoi meravigliosi silenzi e guardare a lei come alla Madonna del silenzio.

Il vecchio Plinio malignamente sentenziò (ma certamente vale solo per le donne dell'antichità) che una donna silenziosa è un mostro di natura, è come una cicala muta.9 E poco prima san Paolo metteva in guardia il suo diletto Timoteo contro le donne «loquaci e ciarliere» (1 Tm 5,11-13).

Quanto diversa invece è la figura che di Maria ci tramandarono le antiche tradizioni e gli stessi evangelisti! Già Epifanio di Cipro (320-404), delineando il ritratto della Vergine, scrive: «Fu in tutte le sue azioni onesta e grave, parlava poco e soltanto quando era necessario, pronta ad ascoltare e affabilissima» (PG 145,815), e san Giovanni Damasceno afferma che Maria nella sua casa di sposa «ignorava perfino quello che accadeva davanti alla sua porta» (PG 96,703). Ed è tutto dire!
9 «Similis cicadis vita, quarum duo genera: minores quae primae proveniunt et no vissimae pereunt - sunt autem mutae; sequens est volatura earum quae canunt... Mares canunt in utroque genere, feminae silent» (Plinio il Vecchio, Nat. hist. 11,32).

Ma il vangelo stesso ci presenta Maria costantemente assorta e quasi perduta nel suo silenzio pieno di Dio.

1) Solitudine e silenzio nei nove mesi, durante i quali ella ospitò nel purissimo suo seno il Verbo di Dio, la parola unica che Dio ha pronunziato nel suo eterno silenzio e che riassume tutto ciò che è conosciuto e conoscibile, ed è un «Verbum silens», Parola silente. In quei nove mesi la Vergine era tutta occupata nella meditazione delle parole dell'angelo e del sublime mistero che si compiva in lei. Di quelle parole e di quel mistero ella, umile e pudica, non parlò con alcuno; non con i parenti ed amici di Nazaret, che ritennero e chiamarono poi sempre Gesù «il figlio del fabbro» e furono i più restii a credere in lui; e non parlò neppure con Giuseppe, suo sposo affettuoso e fedelissimo, e fu certo questo silenzio un atto di eroismo. Infatti Maria, subito dopo l'annunzio dell'angelo, si era recata da Elisabetta e non fece ritorno a Nazaret che tre mesi dopo (Lc 1,56), quando ormai erano visibili i segni della maternità. Giuseppe, al ritorno della sposa, è sorpreso di quello che è avvenuto in lei. E non solo sorpreso, ma perplesso ed angosciato. E nel tormento di quei giorni, essendo uomo giusto — dice il vangelo —, pensò duo separarsi da sua moglie, poiché così voleva in quei casi la legge, ma senza fare scandali, per meglio salvaguardare l'onore di Maria, della cui innocenza egli certamente non dubitò mai.

E Maria, pur immaginando la tempesta scatenata in quel cuore che si era votato a lei, pur leggendogli negli occhi lo stupore e l'ambascia, non parlò; ma silenziosa aspettò che il segreto di Dio fosse svelato da Dio stesso, per mezzo dell'angelo, che in sogno sarebbe apparso a Giuseppe a dissipare ogni dubbio. Silenzio pudico ed eroico della purissima e della prudentissima, che non corse a difendersi, a scusarsi, a lodarsi; non precipitò gli eventi, ma aspettò, in silenzio, nella certezza che l'ora di Dio scocca a tempo preciso. Allora come sempre. Per tutti.

  1. Solitudine e silenzio nella grotta di Betlemme, al cospetto di Dio fatto bambino: «E l'adorò beata! innanzi a[1] Dio prostrata, che il puro sen le aprì»." C'è nel vangelo di san Luca una frase, due volte ripetuta, che scolpisce tutto il silenzio adorante di Maria davanti al suo divino neonato, tra il canto degli angeli ed il giubilo dei pastori: «Maria conservava tutte queste cose e le meditava in cuor suo» (Lc 2,23 [e 51]).
  2. Solitudine e silenzio «pieno di attonita meraviglia» (Lc 2,33), quando nel tempio, Simeone, stringendo al cuore il celeste infante, ne proclamò il destino di morte e di gloria.
  3. Solitudine e silenzio stupendo nella casetta di Nazaret, nei trent'anni di vita «nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3), allorché Maria, come dice ancora l'evangelista, tutto ciò che vedeva e udiva conservava e meditava nel suo cuore (Lc 2,19.51).

10 Nell'originale: si.

11 A. MANZONI, Il Natale (Inni sacri 1), vv. 68-70.

Una madre terrena guarda gli occhi di suo figlio e vede ciò che per lei v'è di più prezioso al mondo. Ma che cosa vedeva Maria, guardando gli occhi del sul bambino, se non lo stesso paradiso? Giocherellare con le piccole dita da cui caddero pianeti e mondi; guardare le labbra che ripetono l'eco della immutabile sapienza dell'eternità; accarezzare i piedi che un giorno saranno trafitti dal ferro per amore degli uomini. Tutto ciò ispira silenzio, per timore di perdere un gesto o una sillaba. Dopo tutto, tra Creatore e creatura non c'è altra lingua che il silenzio. A ogni passo che la creatura muove verso il Creatore, le parole diminuiscono e crescono i silenzi. L'adorazione più degna di Dio è il s[ilenzio]. Tibi silentium, laus.12
E così Maria ci appare come la Vergine del silenzio, tutta rapita e assorta nella contemplazione del suo unico tesoro, «in dolce atto d'amore, che intendere non può chi non è madre».13
In Maria ci fu questo perfetto silenzio interiore (virtù di pochi) che può rimanere inviolato anche tra il rumore della folla. Silenzio d[e]i sensi senza agitazioni e senza tempeste improvvise; silenzio della immaginazione senza cavalcate impazzite; silenzio della intelligenza assorbita nella contemplazione di Dio senza stanchezza; silenzio della volontà abbandonata in Dio senza esitane. Silenzio di tutta se stessa. In questa immensa solitudine Dio, solitudine eterna ed infinita, si rivela, si comunica, si effonde nell'animo e lo possiede. Maria raggiunse le estreme possibilità di questa divinizzante intimità e udì «arcane parole che non è lecito all'uomo ridire» (2 Cor 12,4).

Noi ci inchiniamo riverenti e muti davanti ai silenzi così fecondi [e] armoniosi di Maria, noi cui tanto pesante e difficile riesce il tacere anche esteriore e il raccoglimento anche più elementare.

Ci convinca lei che solo nel silenzio Dio si comunicherà alla nostra anima; che i grandi avvenimenti nella nostra vita non sono quelli che fanno rumore; che le grandi cose avvengono silenziosamente, come lo scorrere dell'acqua, il fluire dell'aria, il crescere del grano; che il silenzio non è un muro chiuso, ma una porta aperta sull'infinito, sul divino.

Ci dia essa l'amore del silenzio, del silenzio ripieno di Dio; ci insegni che:
— tacere di sé è umiltà,
— tacere dei difetti altrui è carità,
— tacere parole inutili è penitenza,
— tacere a tempo e luogo è prudenza,
— tacere nelle croci è eroismo.

12 «Obmutesce. Laus mea sit silentium tuum» (SAN GEROLAMO, In Marci ev. 1, 1. 274-275 = CCL 78,467).

13 «Presso alla culla, in dolce atto d'amore, / che intendere non può chi non è madre, / tacita siede e immobile: ma il volto / nel suo vezzoso bambinel rapito, / arde, si turba e rasserena in questi / pensieri della mente inebriata» (GIUSEPPE GIUSTI, Tacita siede, v v . 1-6).

034. La prima parola di Maria
(Maggio 1954, Torino, Crocetta, cappella interna)14
Dopo aver considerato le parole non dette, iniziamo stasera la meditaz[ione] delle parole pronunziate dalla Vergine nel corso di sua vita mortale" e registrate nel santo] vangelo.

La prima parola di Maria, riportata nel vangelo, è un'affermazione di purezza ed insieme una domanda di prudenza, che ella fece all'angelo, il quale le annunziava la maternità divina.

Noi vogliamo raccogliere questa sera quella voce materna e quella prima luminosa parola e riporla devotamente come una perla preziosissima nel nostro cuore, affinché vi possa operare miracoli di luce, di gioia, di grazia.

La Palestina ha una primavera fuggevole, a cui succede rapidamente un'estate violenta, sotto il cielo di un azzurro allucinante.16 Era quello, per la Palestina, raccolta a pascolare e a zappare, un giorno primaverile pari a tutti i giorni. Nell'indifferenza generale degli uomini, avvenne il fatto più divino della storia del mondo. Avvenne che l'arcangelo più bello, Gabriele, a un cenno di Dio, un cenno che era fisso da sempre nel suo disegno, staccatosi dal coro celeste e carico della speranza di tutti gli spiriti beati, si era lanciato giù per gli spazi, balenando come una lama d'oro, verso un minuscolo pianeta, la terra. Aveva drizzato il suo volo verso una brulla contrada, annegata di sole, la Galilea, ed ivi aveva individuato il borgo più miserabile, Nazaret: un agglomerato di casette scavate e installate nelle grotte naturali, sul pendio della collina.

E l'arcangelo splendente, recante il più prezioso dono di Dio, si diresse sull'oscuro villaggio, verso uno dei tuguri scavati nella collina. Nella povera casa, profumata di virtù e di17 preghiera, una fanciulla tutta sola lavorando pregava, perduta in Dio. Aveva sempre desiderato e difeso con guardinga sollecitudine il silenzio, la quiete, il raccoglimento. La compagnia degli uomini era trambusto e dissipazione; la solitudine in Dio era entrare nella infinita presenza e nella conversazione con l'Altissimo. Maria «mai si sentì meno sola di quand'era sola» (s[ant]'Ambrogio).18
14 In «Maria Ausiliatrice», 2/7, ottobre 1981, 22-24.

15 Riecheggiamento di G. LEOPARDI, A Silvia (Canti 23), v. 2.

16 Frase circondata da parentesi.

17 Nell'originale: e di e di.

18 Cf. SANT'AMBROGIO, Expl. evang. sec. Lucam 2,8 = SC 45,75, dove sono espressi concetti analoghi. Nell'Epistola 33 a Sabino, Ambrogio dice di se stesso: «Numquam enim minus solus, quam cum solus esse videor» (CSEL 33.1,229).

Gli occhi del messaggero celeste s'erano, a vederla, colmati di una beatitudine incontenibile. Si prostrò sulla stuoia e salutò: «Ave, o piena di grazia. Il Signore è con te. Benedetta tu tra le donne»." Poche parole: limpide come stille di luce; sterminate nella loro semplicità. La loro eco saliva dalle pergamene sacre, dov'erano iscritte le predizioni dei profeti, e all'orecchio di Maria quelle parole suonarono dense di mistero e pure non del tutto nuove nella sua mente, imbevuta degli oracoli biblici. «Piena di grazia» voleva dire, nel linguaggio degli antichi libri sacri, vestita di tutti i doni del cielo; «il Signore è con te» voleva indicare una speciale unione tra l'Altissimo e la fanciulla nazarena, un singolare patto di amore tra il Creatore e la creatura; «benedetta tra le donne» denotava la dignità attribuita dalle Scritture alla madre del Messia.

Giovanissima signora, a quelle parole, Maria si turbò. Ella era la più povera creatura e la più umile. Or come il Signore poteva abbassarsi fino a lei, come poteva l'arcangelo trovarla più grande di tutte le donne? Nella sua umiltà, la fanciulla si turbò e trepidò: se si fosse inorgoglita, Dio avrebbe cercato altrove la sua madre. «Maria — esclama s [an] Bernardo piacque a Dio per la sua verginità; ma divenne madre di lui per la sua umiltà»: «virginitate placuit, humilitate concepit».20
Gabriele la vide trepidare come un giunco alla brezza mattutina, e le spiegò: «Non temere, Maria, [per]ché hai trovato grazia presso Dio. (Nella voce dell'arcangelo vibrava l'eco delle antiche profezie). Ecco: tu concepirai e darai alla luce un figlio, a cui porrai nome Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo; e il Signore Iddio darà a lui il trono di David[e] suo padre, e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà mai fine».21
Come quelle parole, via via che ad una ad una cadevano, stille d'oro, dalle labbra musicali dell'angelo, la colpivano con frecce di luce, da abbagliarla! Immersa in quella folgorazione del mistero, Maria, sola tra Dio, da una parte, e l'umanità dall'altra, comprese che cosa volesse dire tutto ciò: ella sarebbe stata la madre del Messia promesso e atteso.

Ma come poteva esser questo, se lei, proprio lei, non sarebbe stata mai madre, avendo consacrato con voto a Dio la sua verginità? Come poteva proprio lei, che aveva rin[un]ciato per sempre all'ambizione d'ogni ragazza ebrea di poter divenire la madre del Messia, essere scelta fra tutte per quell'altissima dignità?
19 Lc 1,28.

20 Et si placuit ex virginitate, tamen ex humilitate concept' t (S. BERNARDO, Hom. super «Missus est» 1,5 = Ed. Leclercq-Rochais 4,18).

21 Lc 1,30-32.

«Come avverrà ciò — chiese con un fiato e con un castissimo rossore ‑ se io non conosco uomo?».22
Ecco le prime parole che il vangelo mette sulle labbra della Vergine e che la Vergine stessa depone questa sera nel solco della nostra anima, come un seme di contemplazione. «Come avverrà ciò, se io non conosco uomo?».

  1. Maria, alla divina proposta dell'arcangelo, risponde facendo, a sua volta, una domanda: «Come avverrà ciò?». Ma in questa domanda invano si cercherebbe una venatura di diffidenza, di dubbio, di incredulità. Ella non chiede un segno, come aveva fatto Zaccaria, all'angelo che gli annunziava la prossima maternità della sua vecchia sposa («Similis vox, dissimile cor», [commenta] s[ant]'Agostino).23 Maria accetta senz'altro il mistero annunziato dall'angelo. Crede. Elisabetta, illuminata dallo Spirito Santo, esalterà la fede di Maria: «Beata te, che hai creduto, perché si compirà in te ciò che ti è stato annunziato!». Non l'ombra del dubbio, dunque, ma lo sfolgorio della fede più luminosa noi ammiriamo nelle parole di Maria.
  2. Nella seguente affermazione: «Non conosco uomo», la «conoscenza» è un notissimo eufemismo biblico, per adombrare castamente ciò che la castissima fanciulla non avrebbe potuto senza rossore più chiaramente esprimere.

Il tempo presente poi, «non conosco», non indica solo una condizione passata e presente, ma include anche un valore di futuro: «Non ho mai conosciuto, né mai conoscerò uomo». Come quando un astemio dice: «Io non bevo vino», o un sacerdote: «Noi non ci sposiamo», è evidente che tali affermazioni valgono anche per il futuro.

Se poi pensiamo che, all'epoca dell'annuncio, Maria era già, come dice il vangelo, sposata ad [un] uomo di nome Giuseppe, la sua decisa risposta all'annuncio angelico non può aver altro significato ragionevole se non questo: «Come avverrà ciò, se io sono vergine e sono decisa a rimanere tale anche nel matrimonio?».24
22 Lc 1,34.

23 SANT'AGOSTINO, Serm. 291 = PL 38,1318.

24 Sul retro del foglio 4 appare lo schema delle prime due conversazioni sul silenzio e le parole di Maria, non ancora divise.

Aggiungiamo che gli antichi Padri della chiesa e gli scrittori ecclesiastici hanno costantemente ravvisato nelle parole di Maria la manifestazione del suo fermo proposito o esplicito voto di conservare intatta, anche nel matrimonio, la sua verginità.

Ogni virtù si trova in Maria in grado perfetto e quindi anche e soprattutto la virtù della purezza, la meno umana e perciò, sotto certi aspetti, la più nobile e preziosa delle virtù. Il voto di perpetua e perfetta castità aggiunge alla virtù un grado superiore di perfezione; ed è perciò conveniente che María abbia suggellato le sue aspirazioni di purezza con il vincolo di una solenne promessa. Che cosa ha mai ella negato a Dio? E qual dono mai ella gli ha offerto men che perfetto? Quale anelito di oblazione generosa ha mai ella soffocato nell'immenso suo amore verso Dio? Per la sua sovrumana e più che angelica purezza, Maria fu pronunciata «bella come la luna, splendente come il sole».25
La prima parola di Maria è dunque una parola di splendente e olezzante purezza. Una parola che nessuna donna aveva ancora pronunziata.

Né il mondo ebraico, né il mondo pagano avevano conosciuto la verginità perfetta. Roma voleva avere sei vestali, cioè sei fanciulle che consentissero a restare vergini, per custodire il fuoco sacro della dea Vesta. Per incoraggiarle a fare questa rinunzia al matrimonio, Roma concedeva loro privilegi inauditi: i littori dovevano piegare i fasci davanti a loro; i consoli dovevano cedere il passo; i giudici non potevano discutere le loro testimonianze; i carnefici risparmiavano quei colpevoli dei quali esse domandavano la grazia. Eppure, strano a dirsi, fra duecento milioni di sudditi, Roma non trovò mai sei vestali volontarie, ma dovette sempre reclutarle con la forza e mantenerle sotto ferrea custodia.

Ma venne Maria, la purissima, l'immacolata, la tutta santa, la Vergine delle vergini, e dietro a lei uno stuolo innumerevole di vergini: Agnese, Cecilia, Agata, Lucia, Anastasia..., Maria Goretti, sacerdoti, religiosi, religiose, anime nel s[ecolo], che hanno fatto tremare il cuore di Dio e hanno suggellato col sangue la loro verginità. Un imperatore romano, nell'eccesso della sua superbia, aveva gridato: «Basta che io batta il suolo col piede per farne uscire legioni di soldati». Vana parola! La Vergine immacolata col fascino soprannaturale della sua illibata bellezza suscitò legioni e legioni di anime verginali e pure in ogni condizione di vita: nel chiostro come nel mondo, nel celibato come anche, con le debite cautele, nel matrimonio e nella vedovanza.

25 Antifona al Magnificat dei primi vespri dell'Assunta. Cf. Ct 6,10.

Proprio il 25 marzo ultimo] s [corso], cioè nella festa dell'Annunziazione e quindi nell'anniversario della parole di Maria che abbiamo meditato, Pio XII ha pubblicato una lettera enciclica sull'essenza e sui pregi della verginità cristiana.26
La verginità è la rinuncia completa a tutte le soddisfaz[ioni] dei sensi, comprese le gioie lecite del matrim[onio] e della famiglia. È la totale e definitiva consacrazione di sé (anima e corpo) a Dio, appassionatamente amato come l'unico celeste sposo dell'anima propria. E quindi rinuncia del matrim[onio], però non è solo separaz[ione] e solitudine, non [è] negazione dell'amore, ma un mistico e indissolubile sposalizio che conglutina l'anima con Cristo, in amoroso e personale fedeltà reciproca. E un miracolo dell'amore, è l'amore verso Dio portato alla sua estrema coerenza.27
Questo stato di perfetta verginità è professato (almeno nella chiesa latina) da tutti coloro che entrano nella milizia sacerdotale e religiosa e privatamente anche da molte anime buone che rimangono nel mondo; ma non è un precetto, né un mezzo necessario per la salvezza; ma solo un consiglio evangelico, del quale Gesù ha detto: «Chi può intendere, intenda. Ma non tutti lo intendono».28 Lo stile di verginità davanti a Dio è superiore allo stato coniugale, anche se il matrimonio è un sacramento, mentre la verginità non lo è. Però a tutti, anche a quelli che non fanno professione di verginità perpetua, è assolutamente necessaria la purezza [dello] spirito [e del] corpo.

Sì, poiché la più illibata ed angelica purezza è possibile ed obbligatoria per ogni uomo e in ogni stato, secondo la condizione di ciascuno, anche nell'esercizio della vita coniugale. Virtù bella, virtù angelica, più di tutte cara al cuore di Dio,29 come tutti voi ben sapete, virtù di Maria per eccellenza, essa è indispensabile per ogni cristiano, ed è il più prezioso ornamento di un'anima, che per essa vive in terra come vivono gli angeli in cielo.

Gli angeli vivono senza la carne, «i puri trionfano nella carne» (s[anfl'Ambrogio).

«La castità dell'angelo è più fortunata, la castità dell'uomo è più coraggiosa» (san Bernardo).

26 L'enciclica Sacra virginitas porta la data del 25 marzo 1954.

27 Per lo sviluppo di questa tematica cf. C 045 ss.

28 Mt 19,11-12.

29 S. GIOVANNI BOSCO, Costituzioni del 1875, cap. 5,1.

«La purezza nell'angelo è natura, nell'uomo è conquista di virtù» ([san] Pier Crisologo).

Perciò san Giov[anni] evang[elista] (Ap 14,3-4) afferma che in cielo i vergini «cantano un nuovo cantico che nessuno può cantare e seguono da vicino l'Agnello dovunque vada». Anzi, già sulla terra, il vergine è cittadino del cielo. Polvere, è già splendore.

Consacriamo questa sera a Maria il tesoro preziosissimo della nostra purezza. Chiediamo alla Vergine purissima che ci innamori di questa virtù e che ci tiri tutti dietro a sé, sulle sue orme, nella scia olezzante della sua immacolata purezza: «Trahe nos, Virgo immaculata, post te curremus in odorem unguentorum tuorum!».3°
30 Antifona mariana, ispirata a Ct 4,10.

035. La seconda parola di Maria
(Maggio 1954, Torino, Crocetta, cappella interna)31
È stato detto che la vita di ogni uomo dipende da un qualche sì pronunciato nella sua giovinezza. Così fu per Maria. La seconda sua parola riferita nel vangelo è un sì umile e generoso alla divina proposta fattale dall'angelo. E per quel sì ella fu Madre di Dio, madre degli uomini, corredentrice del genere umano.

L'abbiamo lasciata ieri sera nella sua poverissima stanza, a colloquio col messaggero di Dio, che le aveva chiaramente annunciato la sua divina maternità. L'abbiamo udita fare all'angelo una domanda tutta trepidante di purezza verginale: «Come avverrà questo, se io non conosco uomo»,32 cioè, se io ho rinunciato ad ogni amore umano?
E Gabriele diede piena soddisfazione alla domanda di Maria, annunciandole il prodigio da tanti secoli predetto: la maternità divina nella verginità umana.

Con delicatezza ed eleganza, usando un linguaggio squisitamente sacro, egli le rivela che nessun amore di uomo, ma solo l'amore sussistente e personale che è in Dio, cioè lo Spirito Santo, l'avrebbe resa Madre di Dio: «È lo Spirito Santo che discenderà in te ed è la potenza dell'Altissimo che ti adombrerà. Perciò il bimbo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio».33
Questo era immensamente chiaro, com'era immensamente misterioso: ella, povera fanciulla, veniva dall'Altissimo presa come sposa: sposa dello Spirito di Dio. Quali pensieri, quali emozioni occuparono l'anima della Vergine a questa scelta divina? Il cielo si curvava su di lei, Dio diventava suo sposo. Il Creatore diventava suo figlio. Se la grazia non l'avesse sorretta, sarebbe crollata sotto il peso immenso di tale rivelazione, di tanta dignità e responsabilità. Sulla sua confusione attonita e implorante, l'angelo continuò a versare le sue parole persuasive, insistenti, invitanti e supplicanti, precisandole circostanze miracolose, come segno e conferma del cielo: «Vedi? La tua parente Elisabetta, benché avanti negli anni, avrà finalmente anch'essa un figlio... poiché nulla è impossibile a Dio».34
31 In «Maria Ausiliatrice», 2/9, dicembre 1981, 22-24.

32 Lc 1,34.

33 Lc 1,35.

34 Lc 1,36-37.

E la voce del cielo tacque. E il cielo e la terra attesero la risposta di Maria; Dio attese il consenso della donna scelta come sua sposa, come sua madre; gli angeli attesero ansiosi il sì, da cui sarebbe loro provenuto di avere una regina; Adamo ed Eva attesero la risposta che avrebbe riparato la loro disobbedienza; gli uomini attesero la parola, da cui avrebbe preso inizio la loro salvezza. Mai istante battè più solenne, più grave, più fatale, sul quadrante della storia umana. Il cielo e la terra, Dio, gli angeli e gli uomini, i secoli e l'eternità erano curvi sulla fanciulla di Nazaret, in attesa della sua risposta. E la risposta venne: «Ecco l'ancella del Signore, si faccia di me come tu dici».35 Era l'assenso: semplice ed esplicito; l'assenso che scioglieva il dramma del cielo con la terra, che dava a Dio una madre e agli uomini la redenzione promessa. L'angelo raccolse la risposta di Maria e la recò in cielo per far trasecolare di felicità il paradiso; e anche noi la raccogliamo questa sera per riporla e conservarla in cuore, come viatico di luce e di forza per la nostra vita.

1) «Ecce ancilla Domini». «Ecco l'ancella del Signore».36 Con questa espressione tipicamente ebraica, che significa il completo rimettersi all'altrui volontà, Maria si dichiara la schiava del Signore. Schiava: il termine greco usato da san Luca indica una condizione inferiore a quella di serva propriamente detta. La schiava è semplicemente e totalmente sottomessa e non ha motivo di discutere o di opporsi a che si compia, piena e incontrastata, la volontà del suo signore. «La tua schiava è nelle tue mani; fanne quello che ti piace» (Gn 16,6). La schiava non è, non ha nulla che non sia a completa disposizione del suo padrone. Proprio nel momento in cui sa di essere scelta come Madre di Dio, Maria dunque si dichiara sua schiava, allora veramente «umile ed alta più che creatura» (Parad. 33,2); fa cioè una professione di umiltà, di sudditanza e di obbedienza assoluta, senza riserve, restrizione o sottintesi.

Da questo atto di totale sottomissione della seconda Eva germogliò la redenzione e la salvezza dell'umanità; come dalla ribellione della prima Eva era sgorgata la perdizione e la rovina. «Vergine benedetta / che '1 pianto d'Eva in allegrezza torni» (Petrarca, Canzone alla Vergine 35- 3 6)."
35 Lc 1,38.

36 Mt 1,38.

37 F. PETRARCA, Canzone alla Vergine (Canzoniere 366), vv. 35-36.

E a nessuno sembri umiliante o avvilente questo mettere il proprio essere e la propria vita a totale disposizione di Dio, poiché servire a Dio è regnare. Dio è «il Signore», il padrone supremo di tutto e di tutti: tutto, assolutamente tutto ciò che siamo, ciò che abbiamo, ciò che possiamo, ciò che facciamo, tutto, fino all'ultimo frammento della n[o]s[tra] realtà ed esistenza, tutto, senza eccezione è da Dio, è di Dio, è per Dio; perciò tutto in noi deve essere a sua completa disposizione. Servitù inevitabile, doverosa, ma non umiliante.

L'uomo non è mai tanto ridicolo, come quando crede di poter disporre di sé senza tener conto della volontà di Dio. Emanciparsi da Dio vuole dire rendersi schiavi di innominabili schiavitù: del proprio orgoglio, dei propri sensi, delle creature. Servire Dio è sentirsi veramente liberi. Gesù ha detto: «La verità vi farà liberi... se il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi» (Gv 8,31). E san Paolo [aggiunge]: «Dov'è lo Spirito di Dio è libertà» (2 Cor 3,17).

Servire Dio è l'unica vera felicità dell'uomo: «in la sua voluntate è nostra pace» (Dante).38 La felicità di sapersi tutti e completamente di Dío, di sentirsi in pieno accordo con la sua volontà, di doversi aspettare da lui ogni aiuto e ogni bene. Fuori dall'ordine voluto da Dio, l'uomo è come un membro slogato e dolorante.

L'unico atteggiamento lecito, logico e pacificante in ogni avvenimento piccolo o grande della vita è di abbandonarsi fiduciosamente al volere di Dio e ripetere: «Ecce ancilla Domini». Eccomi, o Signore, sono a tua disposizione.

2) La risposta di Maria comprende una seconda parte: «Fiat mihi secundum verbum tuum». Sia fatto di me come tu dici.39
Tre sono i grandi «fiat» (sia fatto) pronunciati nella storia di Dio e dell'uomo, tutti e tre ugualmente solenni, decisivi, pregni di incalcolabili conseguenze.

Miliardi di anni fa, l'onnipotenza creatrice di Dio pronunciò il potente «fiat» («fiat lux»)40 che dall'abisso del nulla trasse all'esistenza la materia esuberante di vita, e con la materia un mare di luce e di radiazioni: e fu la creazione del mondo.

Nella pienezza dei tempi, l'umiltà pudica e magnanima di una fanciulla ebrea pronunciò l'atteso fiat alla divina proposta dell'angelo: e fu l'incarnazione del Verbo.

38 DANTE ALIGHIERI, Divina commedia, Paradiso: «E 'n la sua volontade è nostra pace: / ell' è quel mare al qual tutto si move / ciò ch'ella cria e che natura face» (3,8587).

39 Mt 1,38.

40 Gen 1,3.

Trentatré anni dopo, Gesù, agonizzante nella solitudine del Getsemani, pronunciò l'eroico «fiat» (Padre, sia fatta la tua volontà),41 con cui accettava la passione e la morte in croce: e fu la redenzione dell'umanità.

Il «fiat» della madre a Nazaret ha un suono che misteriosamente lo avvicina al «fiat» del Figlio nel Getsemani. A Nazaret col suo «fiat» Maria s'impegnò in una totale collaborazione al piano redentivo di Dio, [che] si iniziava con l'incarnazione, ma si sarebbe concluso con la passione.

Maria infatti dalle antiche profezie ben sapeva che il Messia sarebbe stato l'uomo dei dolori, condannato, sfigurato e devastato dal più straziante martirio e giustiziato come un malfattore tra i più atroci tormenti. Col suo «fiat» dunque ella accettò di diventare la madre del tradito, del condannato, del crocifisso; accettò di essere l'addolorata e la corredentrice, intimamente associata a tutti gli spasimi ed umiliazioni del Redentore. In tal modo a Nazaret si iniziò il calvario di Maria, che si sarebbe concluso sotto la croce del Figlio morente. Pronunciando quel «fiat», la fragile giovinetta fu la creatura più forte della storia di tutti i secoli; esempio sublime di come ogni anima debba rispondere all'appello di Dio, agli inviti della grazia, alle ispirazioni dello Spirito Santo, alla volontà di Dio manifestata attraverso gli avvenimenti della vita.

Ricordiamolo! Gesù ha detto: «Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli,42 ma solo colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli!». Anche se costa, soprattutto quando costa.

La parola più bella che in ogni evento lieto o triste della vita possiamo rivolgere a Dio è «fiat»: sì, Padre! Eccomi: come vuoi tu!
Se uno di noi da questo momento si mettesse con decisione e perseveranza per questa strada, incominciando dalle cose più ordinarie e comuni, questo giorno resterebbe memorabile nella storia della santità.

41 Mt 26,42.

42 Mt 7,21.

036. La terza parola di Maria
(Maggio 1954, Torino, Crocetta, cappella interna)43
La terza parola che il vangelo mette sulle labbra di Maria non è più, come le precedenti, un breve periodo, una frase vigilata, un fuggevole accenno, ma una spontanea, irresistibile effusione di giubilo, un inno armonioso e commosso alla potenza e misericordia del suo Dio: il Magnificat.
La notizia della prossima maternità dell'annosa cugina Elisabetta fu per Maria un invito a recarsi presso di lei per assisterla ed aiutarla. Coperta del suo velo, recando una cesta con un po' di pane per il viaggio e forse qualche donativo per i parenti, s'unì ad una delle carovane che muovevano verso Gerusalemme per la Pasqua (si era poco dopo l'annunciazione, avvenuta verso il 25 marzo). Era un lungo viaggio da fare: e lei vi si mise con la fortezza serena dell'innocente affidato a Dio. Dio ella lo recava amorosamente in grembo; era la benedetta fra le donne; ma la coscienza di questa dignità non ombrò un attimo la sua umiltà tranquilla: si considerava, come Gesù, in servizio di tutti, con semplicità e modestia. La gioia di essere utile le affrettava il passo nel non comodo viaggio: abiit cum festinatione,44 nota l'evangelista. Camminava con sollecitudine.

Per raggiungere il villaggio di Elisabetta, identificato con l'attuale Aim-Karim, sulle colline a sette km ad ovest di Gerusalemme, la Vergine attraversò tutta la Palestina, durante quattro giorni circa di cammino.

Durante il viaggio attraverso la pianura di Esdrelon, le montagne di Samaria, il territorio della Giudea, sotto i suoi occhi si sono succeduti luoghi celebri nella storia del suo popolo, i cui nomi le rinverdivano il ricordo delle tempestose vicende e dei prodigiosi interventi divini, che avevano segnato il cammino di Israele e della umanità incontro al Messia. Incontro a suo Figlio. Ella recava il Salvatore, che per tanti secoli Israele aveva sospirato.

Quando nella pace e nel silenzio della modesta casa di Elisabetta risuonò la voce di Maria, che salutò e abbracciò la cugina, questa, illuminata dallo Spirito Santo, a nome delle future generazioni, proruppe in un saluto di risonanza interminata: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno... Te beata, che hai creduto, perché si adempiranno le cose dette a te dal Signore.

43 In «Maria Ausiliatrice», 3/2, febbraio 1982, 22-24.

44 Lc 1,39.

E come mi è concesso che la Madre del mio Signore venga da me?».45
Benedetta, beata, Madre del Signore.

Queste alte ed ispirate parole di saluto e di lode fecero traboccare la
commozione di Maria. Proruppe in un cantico sublime, la cui eco ancora
non si è spenta sulla terra né in cielo.

«L'anima mia magnifica il Signore,
e il mio spirito esultò in Dio mio Salvatore,
perché ha riguardata la bassezza della sua schiava.

Ed ecco che, d'ora in poi, mi chiameranno beata tutte le generazioni,
perché a me ha fatto grandi cose colui che è possente
e santo è il suo nome».46
Umiltà, riconoscenza, esultanza, lode sono i sentimenti che s'intrecciano in quest'inno che tocca vertici di sacro lirismo, non prima né mai dopo raggiunti dallo spirito umano. È caratteristica dei Semiti la facoltà di improvvisare canti in particolari circostanze. L'empito di gioia, di esaltazione o di gratitudine trova naturale sfogo in un inno spontaneo. La poesia ebraica non ha leggi ferree e complicate, tali da smorzare l'estro o rendere difficile l'improvvisazione, come avviene presso di noi. Le donne ebree poi avevano grande facilità e particolari attitudini per tali improvvisazioni liriche. Celebri nella Sacra] Scrittura sono gli esempi antichi di Anna (1 Re 2,1-10) per celebrare la nascita del figlio Samuele, della profetessa Debora per una grande vittoria militare (Gdc 5) e di Giuditta per la vittoria su Oloferne (Gdt 16); esempi certamente noti a Maria, che trovano riscontro in quello che avviene ancora oggi presso le tribù arabe.47
Il Magnificat però non fu una pura improvvisazione, ma piuttosto il frutto di molti giorni di meditazioni, di contemplazione, di preghiera, di umiltà, di silenzio amoroso con cui la Vergine si era concentrata tutta su quel seme divino che le germogliava in seno.

Il motivo fondamentale di questa celeste sinfonia è certo la lode della potenza e misericordia di Dio.

45 Lc 1,42-45.

46 Lc 1,46-49.

47 Una frase con concetti analoghi viene ripetuta più avanti, sul retro dei fogli di minuta.

Non se stessa, mai: il Signore sempre. Il prodigio operato in lei e la gloria che gliene sarebbe venuta risaliva a lui solo. Maria fa intimamente suo il sentimento del salmista: «Non a me, o Signore, non a me, ma al tuo nome da' gloria».48 Nel celebrare la grandezza di Dio, ella vede la propria bassezza innalzata ai confini stessi della divinità, e annuncia allora quale rivoluzione, quale capovolgimento stesse operando il Signore:
«Ha riguardato la bassezza della sua schiava.

Ha rovesciato dal trono i potenti e ha esaltato gli umili.

Ha colmato di bene gli affamati e ha rimandati vuoti i ricchi».49
Insistente nel canto della Vergine è il contrasto tra lode e umiltà, tra grandezza e bassezza, tra piccolezza esaltata e orgoglio depresso, tra fame saziata e sazietà affamata. Maria trova in se stessa solo bassezza da schiava; ma la sua umiltà non le impedisce di riconoscere che il braccio potente di Dio ha fatto in lei cose grandi, l'ha innalzata sul più eccelso trono, tanto che tutte le generazioni la chiameranno beata.

Si poteva immaginare una" predizione più inverosimile di questa? Era circa l'anno 6 a.C., ed una fanciulla di neppur quindici anni, sprovvista di beni di fortuna e di ogni altro titolo sociale, sconosciuta ai suoi connazionali e dimorante in un villaggio ugualmente ad essi sconosciuto, proclamava con piena sicurezza che la chiameranno beata tutte le generazioni. C'era da prenderla in parola quella fanciulla vaticinante, con la sicurezza assoluta di vederla smentita fin dalla prima generazione?
Oggi sono passati venti secoli, e il confronto fra la predizione e la realtà si può fare. Ormai la storia ha tutto l'agio di riscontrare se Maria ha previsto giusto, e se realmente l'umanità oggi esalti lei più che Erode il Grande, allora arbitro della Palestina, e più che Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, allora arbitro del mondo.

Il Magnificat è l'espressione più piena dell'anima di Maria, ne rivela compiutamente i segreti tesori di mente e di cuore. «È la sola preghiera e
la sola opera che ella abbia composta... Ma con questo solo canto, ella è diventata la regina dei poeti. È la più grande sinfonia di lode che Dio abbia ricevuto da una creatura» (san [Luigi Maria] Grignion de M[ontfort]). È l'eterno canto della eterna lode.

Pochi sanno, nella vita dello spirito, assaporare la pura gioia di lodare Iddio. Troppi concepiscono la preghiera soltanto come una richiesta, perfino petulante, di favori spesso ristretti al breve orizzonte terreno.

Lo scopo vero dell'uomo è di cantare «la gloria di colui che tutto muove»:51 l'uomo è stato fatto «in laudem gloriae gratiae eius» (Ef 1,6), per essere una lode vivente della gloria e grazia divina, per esaltare la sua onnipotenza, la sua misericordia, il suo amore che tutto ha creato e tutto regge per la sua gloria.

48 Sal 115,1 (Vulgata 113,9).

49 Lc 1, 48.52-53.

50 Nell'originale: una una.

51 Dante ALIGHIERI, Divina commedia, Paradiso 1,1.

Gli esseri privi di intelligenza, quali le piante, gli animali, i minerali... cantano la gloria di Dio come possono, agendo ciecamente secondo le leggi della loro natura. Le stelle intrecciano le loro danze, le piante offrono fiori stupendi, gli uccelli cantano sul ramo; però è una gloria cieca, materiale, muta, quasi costretta. Solo dall'essere intelligente e libero Dio può avere la piena, vera gloria. L'uomo è creato appunto per offrire a Dio l'omaggio di tutte le creature, facendosi voce e corifeo della mirabile sinfonia che sale dall'universo. Il mondo è come un immenso organo silenzioso dalle infinite canne, da cui l'uomo sprigiona le più armoniose melodie: egli è dunque sacerdote della gloria di Dio. Nel grande tempio del creato, è la voce di tutte le cose; è il glorificatone di Dio e l'ambasciatore che parla a Dio e lo loda a nome di tutte le creature. Il nostro atteggiamento deve, dunque, essere quello della Vergine, atteggiamento sacrificale e sacerdotale. Ritti di fronte a Dio, occhi, braccia, cuore elevati in offerta e in lode, nel perenne canto del nostro Magnificat che, iniziatosi quaggiù, continuerà per sempre nell'eternità beata: «L'anima mia magnifica il Signore».

La vita di un cristiano deve essere un continuo, ininterrotto cantico di lode a Dio: canto fatto di azioni più che di parole. Come la candela si consuma lentamente sull'altare per il culto di Dio, come la lampada arde giorno e notte accanto alla presenza eucaristica di Dio, così la vita del cristiano deve struggersi e consumarsi per la maggior gloria di Dio.

San Paolo lo asseriva, fuori di qualunque metafora: «Tutto ciò che fate, sia che mangiate, sia che beviate, sia che compiate qualunque altra azione, fate tutto per la gloria di Dio»,52 offrendolo cioè a lui in unione col divino sacrificio dell'altare: come adoraz[ione], ringraz[iamento], riparaz[ione] e impetrazione.

52 1 Cor 10,3l.

037. La quarta parola di Maria
(Maggio 1954, Torino, Crocetta, cappella interna)53
Dei trent'anni vissuti da Maria accanto a Gesù nella casetta di Nazaret, i vangeli non ci hanno tramandato che una sola parola uscita dalle sue labbra, la quarta tra quelle che conosciamo, e senza dubbio la più accorata e dolente.

La sacra] famiglia fece anche quell'anno il suo pellegrinaggio a Gerusalemme per la Pasqua, com'era pia consuetudine di ogni buon israelita. Tutto andò bene, sia nell'andata che durante il soggiorno in città; ma al ritorno, alla prima fermata dopo una giornata di cammino, Maria e Giuseppe s'accorsero che il fanciullo non c'era; fino a quel momento essi avevano pensato che Gesù, ormai dodicenne, si trovasse con parenti od amici in qualche gruppo della carovana. Ma ormai calava la sera; tutte le famiglie si erano ricomposte per cenare e dormire. Tutti i bambini avevano ritrovato la famiglia, come pulcini le ali della chioccia. Solo Gesù mancava. L'ansia della madre rapidamente montò e, poiché lo sposo invano tentava di calmarla, fu deciso di intraprenderne le ricerche. Maria cercò Gesù tra i crocchi vocianti, invano! Interrogò i parenti e i conoscenti e, a ogni risposta negativa, l'affanno di lei si faceva più angoscioso. La notte ingigantì l'angoscia. La videro allontanarsi a passi rapidi, nella strada di ritorno verso la città santa, riempiendo di singhiozzi il buio della notte, e mandando di tratto in tratto un grido di richiamo, più doloroso ed angoscioso di un gemito: «Gesù, Gesù!». Se ogni anima che ha smarrito Gesù nella notte del peccato, o lo ha perso di vista nel crepuscolo della tiepidezza, e non se lo sente più accanto nell'oscurità della prova, della tentazione, dell'aridità, lo ricercasse con altrettanta sollecitudine e lo invocasse con uguale passione, quanto presto lo ritroverebbe!
Sul far del giorno, spossati, per la strada fatta, per il sonno perduto, si ritrovarono a Gerusalemme.

Ma Gerusalemme era una città zeppa di pellegrini, e in quel labirinto rifecero, di porta in porta, l'inchiesta presso tutti i conoscenti, in tutti i luoghi dove Gesù avrebbe potuto recarsi: trascinandosi sui piedi piagati, che non avevano più forza per camminare. E lei, soprattutto, non aveva più lacrime per piangere. Per tre lunghi giorni, interminabili, dolorosissimi giorni!
53 In «Maria Ausiliatrice», 3/4, aprile 1982, 22-24.

Il terzo giorno, mentre desolati si aggiravano per le intricate adiacenze del tempio, turgido di marmi e rigurgitante di formicai umani, entrarono intenzionalmente o sospinti dalla folla in una delle numerose aule ammassate dentro il recinto del tempio. In mezzo a un cerchio di attoniti maestri barbuti, eccolo, il divino adolescente: ascoltava, interrogava, rispondeva con grazia e senno meraviglioso.

Maria guarda con infinita tenerezza, attraverso il velo delle lacrime, il suo Gesù in atteggiamento di discepolo e di maestro. Gli si avvicina e con la voce tremante per la commozione ed il recente affanno, gli dice: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io, dolenti, ti cercavamo».54
Bisognerebbe averle ascoltate queste parole dalle labbra stesse di Maria per poterne percepire, nel suono, il reale valore. Il grido di un cuore materno non può essere soggetto ad una gelida analisi. Vibra, nella breve espressione, non l'amarezza di un'accusa o l'asprezza di una condanna; ma una dolorosa meraviglia, un amoroso lamento, un soave rimprovero, che era un'accorata espressione dell'amore fatto geloso dalla pena.

O mamme, cui, in nome della dignità e autorità materna, incombe il gravissimo dovere di vigilare, correggere ed anche riprendere i vostri figli, imparate dalla Vergine la difficilissima arte di congiungere la dolcezza del modo con la fermezza della cosa: fortiter in re, suaviter in modo!" «Figlio, perché ci hai fatto così?». Quante volte la Vergine non [si] rivolge [anche] a ciascuno di noi, quando cene andiamo lontano per le vie del peccato, quando maltrattiamo il suo Gesù, quando rattristiamo la sua Madre. «Figlio — ci dice ella —, perché ci hai fatto così?». E che altro vuol dirci la Vergine con le lacrime versate recentemente a Siracusa, se non: «Figli, perché fate così? Non v'accorgete che su questa strada andate a finire all'inferno?».

Ma ascoltate, o mamme, la risposta di Gesù all'amoroso lamento della Vergine: una risposta sconcertante, oscura, che certo addensò nel cuore della madre una nuvola nera di triste presagio: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io mi devo occupare delle cose del Padre mio?».

54 Lc 2,48.

55 Claudio Acquaviva, quarto generale della Compagnia di Gesù, nel famoso libretto Industriae ad curandos animae morbos (Florentiae 1600) dice: «Fortes in fine conseguendo et suaves in modo et ratione assequendi simus» (verso la fine del cap. 2). Riecheggia il libro della Sapienza: «Attingit ergo a fine usque ad finem fortiter et disponit omnia suaviter» (Sap 8,1).

Se la domanda di Maria esprime i diritti di una madre sulla sua creatura, la risposta di Gesù segna un limite a questi diritti materni. Gesù, appassionatamente legato a sua mamma, rivendica tuttavia una assoluta indipendenza, quando si tratta di adempiere la volontà del Padre che gli ha imposto il mandato di redimere il mondo; e conseguentemente chiede a sua madre la più dolorosa ed eroica delle rinunce: la rinuncia del sangue, dell'affetto umano, in omaggio alla missione divina. Maria doveva tutto domare e sacrificare, anche l'amore e i diritti di madre, per amore della missione del Figlio, per rispetto ai diritti del Padre. I diritti del Padre celeste venivano prima di quelli della madre terrena. Maria capì che il Calvario si andava avvicinando: e ancora una volta chinò il capo e accettò.

La risposta di Gesù è sconcertante ed oscura; un giorno sarebbe divenuta chiara in uno dei suoi discorsi ai discepoli. Disse: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Poiché sono venuto a separare l'uomo dal padre, e la figlia dalla madre, e la nuora dalla suocera; e nemici dell'uomo saranno proprio quelli dí casa sua. Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me» (Mt 10,34-37).

Poche altre affermazioni del vangelo sono così energiche e taglienti. Ma logiche. In caso di conflitto tra diritti, i diritti di Dio prevalgono su quelli degli uomini. Anche se il cuore sanguina. Una delle più fondamentali leggi della vita cristiana perfetta è la legge della rinunzia a tutto ciò che può ostacolare, impedire, compromettere il pieno trionfo dell'amore di Dio ed il perfetto compimento della sua volontà.

Se uno non rinunzia a tutto ciò che si frappone tra la sua anima e Dio (si trattasse anche della stessa vita) non è degno discepolo di Cristo.

Questo Maria comprese nel breve colloquio con Gesù ritrovato nel tempio: questo fu norma costante della sua vita, fino al Calvario, fino alla croce del suo Gesù... Discendiamo un istante nelle profondità della nostra anima: qual è l'ostacolo che più impedisce in noi l'espandersi del Regno di Dio, il compimento della volontà di Dio, il trionfo pieno dell'amore di Dio? Fosse anche la cosa più cara, siamo forti. «Se il tuo occhio è di ostacolo, strappalo e gettalo lontano... Se la tua mano destra ti è d'inciampo, tagliala e gettala via...» 56
Il Regno dei cieli esige la rinunzia, ed è preda di coloro che sanno usarsi violenza!57
56 Mt 5,29-30.

57 Mt 11,12.

038. La quinta e la sesta parola di Maria
(Maggio 1954, Torino, Crocetta, cappella interna)58
Le ultime parole che il vangelo pone sulle labbra di Maria furono pronunciate alle nozze di Cana e costituiscono la solenne inaugurazione dell'opera taumaturgica di Gesù.

Si trattava probabilmente di parenti e perciò tra gli invitati alle nozze vi erano anche Maria e Gesù che, per onorare la gioia degli sposi, non disdegnarono di sedere con loro a mensa, senza false ritrosie, senza mutria, senza scostante austerità. Magnifica lezione per qualche inacidito Catone, che vede in ogni sorriso un'immodestia, in ogni risata un'intemperanza, in ogni gioia un peccato. Gesù e Maria santificarono e quasi divinizzarono, quel giorno, l'amore puro, la gioia serena e dignitosa, il divertimento onesto e composto. La semplicità, la facilità, la condiscendenza verso il prossimo: ecco le virtù che rifulsero in Maria, virtù umili, dimesse, discrete. Virtù che vanno a piedi e vestono gli abiti di tutti i giorni, senza costumi e senza galloni.

Maria dunque si avvede e comprende l'imbarazzo e l'umiliazione in cui si sarebbero trovati i due giovani sposi, se i commensali si fossero accorti della cosa: sarebbero diventati la favola del paese, ed un'ombra avrebbe sempre velato il ricordo del giorno più bello della loro vita.

Che fare? Tacere e lasciar correre? Dire: Non tocca a me? Oh, Maria non dirà mai questa parola, lei che ogni altrui miseria sente e soffre come sua. La compassione, il saper sentire e patire le pene del prossimo: ecco un altro dei tratti caratteristici dell'anima di Maria e un'altra lezione per noi.

Si volge a Gesù che le siede accanto e, accarezzandolo col suo sguardo materno, gli dice all'orecchio: «Non hanno più vino: Vinum non habent».59 Tre parole soltanto, ma quale capolavoro di preghiera! Da quelle tre parole traspare tutta l'anima di Maria: traspare la sua limpidissima fede nell'onnipotenza di Gesù; traspare la sua fiducia illimitata nella bontà di suo Figlio; traspare la sua incantevole semplicità e sobrietà nel parlare e nello stesso pregare; traspare soprattutto la sua materna, compassionevole sollecitudine in favore di chi soffre e di chi non ha.

58 In «Maria Ausiliatrice», 3/8, ottobre 1982, 22-24.

59 Gv 2,3.

Le tre parole esprimono una pena, manifestano un desiderio, chiedono, pur nel modo più delicato e discreto, un miracolo. La Vergine conosce troppo bene suo figlio per insistere nella domanda.

La risposta di Gesù può sembrare anche questa volta aspra e scostante e ha fatto versare agli interpreti fiumi di inchiostro. La frase, di pretto colore semitico, resa nella nostra lingua suona pressappoco così: «E che cosa ci possiamo fare tu ed io? Non è ancora giunta l'ora mia»,60 cioè l'ora di incominciare a far miracoli.

L'ora dei miracoli nel piano dell'economia divina non era ancora scoccata. Gesù non aveva ancora ufficialmente iniziata la sua attività di taumaturgo: perché dunque sua madre gli chiedeva un miracolo?
Le parole di Gesù erano oscure in se stesse, e a noi oggi sembrano un cortese diniego alla preghiera materna; ma la Vergine, per intenderle nel loro vero senso, ebbe a disposizione qualche cosa che noi non abbiamo: il tono della voce viva, il gesto vivo, lo sguardo vivo, forse il sorriso vivo, l'inflessione e l'accento vivo della voce di Gesù, che in fondo alla severità lasciava trasparire un invito alla confidenza.

E Maria, con la sicurezza e l'audacia che solo a una madre è permessa, serenamente disse ai servi: «Fate quello che vi dirà».61
Sapeva che il figlio l'avrebbe accontentata, sapeva che per lei avrebbe anticipato l'ora non ancora venuta dei miracoli, sapeva di essere onnipotente sul cuore di lui. E Gesù fece il miracolo, tramutando in vino l'acqua delle idrie, cioè obbedì alla madre, a questa donna tutto amore, che più volte, da quel giorno, doveva fare dolce violenza al volere stesso di Dio, affrettandone l'intervento.

E conclude l'evangelista: «Fu questo il primo miracolo di Gesù, per cui si manifestò la sua messiani[ci]tà e per cui i discepoli credettero in lui».62
Così Maria provocò questa prima glorificazione messianica e questa prima adesione di coscienze, aprendo, in tal modo,63 il ciclo della missione pubblica di Cristo, anzi affrettandolo sull'ora segnata dalla Provvidenza.

Gv 2,4.

61 Gv 2,5.

62 Gv 2,11.

63 Nell'originale: così.

Come era stata Maria a donarlo all'umanità, a porgerlo, appena nato, ai primi tra i Giudei e i gentili corsi ad adorarlo, così fu lei a lanciarlo nel64 ministero pubblico, a procurargli i primi credenti. Per le sue mani, dunque, sono venuti agli uomini i doni migliori del Padre celeste e del suo Figlio incarnato.

Perciò la chiesa, fedele ed autentica interprete del vangelo, ci presenta Maria come la mediatrice e la distributrice di tutte le grazie che vengono concesse agli uomini: Dio infatti ha stabilito che tutte le grazie passino per le mani di sua Madre.

Come G[esù] Cristo] è la fonte prima di ogni grazia e «dalla sua pienezza noi tutti abbiamo abbondantemente ricevuto, grazia su grazia» (Gv 1,16), così sua Madre è il canale o l'acquedotto attraverso il quale giungono a noi tutti i doni «che Cristo ci ha conquistato con una morte cruenta» (Pio X, san Bernardo). Come il collo congiunge il capo con il resto del corpo, così Maria congiunge Cristo capo con il suo Corpo mistico, che è composto da noi tutti.

E come a Cana ella, assisa accanto al Figlio, impetrò da lui quell'insigne prodigio, così in cielo ella siede regina accanto al trono del Re suo figlio, come mediatrice ed ausiliatrice ed avvocata nostra presso di lui.

E come la voce di Maria fu, quel giorno, onnipotente sul cuore del Figlio, così quella stessa voce in cielo continua a parlargli per le nostre necessità dell'anima e del corpo, del tempo e dell'eternità. Voce insinuante e umile, ma irresistibile e onnipotente, a cui Dio nulla può negare. Dio è onnipotente per natura, Maria è onnipotente per grazia. Dio può fare tutto ciò che vuole, Maria può ottenere tutto ciò che chiede. Dio è l'onnipotenza creatrice, Maria è l'onnipotenza supplice. Quel che Dio può col comando, Maria lo può con la preghiera. «Quod Deus imperio, tu prece, Virgo potes».65
L'onnipotenza di Dio, affidata, concessa al cuore stesso della nostra madre: che cosa vi può essere di più confortante per la nostra miseria e la nostra indigenza? Ci tornano alla mente le parole suggestive di Victor Hugo. La madre: «Per poco che io sia, ho una madre. Sapete che cosa sia avere una madre? Ne avete una, voi? Sapete che cosa sia essere figlio, povero figlio, debole, nudo, miserabile, affamato, solo al mondo, e sentire che avete presso di voi e sopra voi una (mamma) che cammina, quando voi camminate; si ferma, quando voi vi fermate; sorride quando voi piangete... No, non si sa ancora che cosa sia una madre. È un angelo, che vi guarda, che v'insegna a parlare, che v'insegna a leggere, che v'insegna ad amare! Che riscalda le vostre dita nelle sue mani, il vostro corpo sulle sue ginocchia, la vostra anima nel suo cuore! Che vi dà il suo latte quando siete piccolo, il suo pane quando siete grande, la sua vita sempre! Alla quale voi dite: Mamma! E che vi risponde: Figlio, in una maniera così dolce, che queste due parole rallegrano Dio» (Angelo, Atto I).

64 Nell'originale: al.

65 Cf. G. QUADRIO, Maria e la chiesa. La mediazione sociale di Maria SS. nell'insegnamento dei papi (= AAS 5), Torino 1962, pp. 93-96; S. BERNARDO, Serm. de temp., in Nat. B. V. de Aquaeductu, n. 4.

Se il cuore di una madre qualsiasi è un abisso d'indulgenza e di bontà, che sarà quello di Maria? Non vi è bisogno di alcun titolo speciale per potersi presentare a lei; del resto il titolo più efficace [è] la miseria e l'indigenza dei figli.

A Valenza, in Spagna, gli abitanti venerano una statua sotto il titolo di Nuestra Setiora de los desemparados (degli abbandonati). Chiamano quella loro Madonna «la gobba», tanto la Vergine ha preso l'abitudine di chinarsi verso i suoi figli abbandonati.

China maternamente su di noi, le mani ricolme di grazie. Ecco Maria. A lei nessuno mai ricorse invano. A lei, madre di misericordia, vita, dolcezza, speranza, avvocata nostra, sale fiducioso questa sera il gemito della nostra preghiera e della nostra implorazione; a lei ricorriamo esuli figli di Eva; gementi e piangenti in questa valle di lacrime, a lei sospiriamo, affinché rivolga a noi quegli occhi suoi misericordiosi e ci mostri, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del suo seno. E così sia.66
66 Rielaborazione dell'antica preghiera Salve, Regina.

039. Temperanza di Maria
(Torino, Crocetta, cappella interna)67
Devo dire un pensiero sulla temperanza di Maria. E anzitutto che in Maria non vi fu né vi poteva essere temperanza in senso stretto, cioè lotta dello spirito contro l'insorgere della concupiscenza ribelle. Come non ebbe peccato originale, così non ebbe il fornite, la ribellione della concupiscenza che deriva dal peccato e conduce ad esso, e perciò non ebbe neppure la lotta, lo sforzo per temperare e domare questa ribellione.

Vi fu però in Maria la temperanza in senso largo ed eminente, cioè il dominio dello spirito su tutte le tendenze della natura; in questo senso nessuna creatura fu più temperante di Maria: «Temperantia tanto perfectior est in homine quanto magis pa[r]vis concupiscentiis caret» (s[an] Tomm[aso]).

Miei] b[uoni] c[onfratelli], leggo lo sgomento sui vostri volti: so che alcuni di voi oggi hanno studiato fino a dieci tesi; questa perciò non deve esse[re] l'undicesima; vorrebbe essere invece, se le forze uguagliassero il desiderio, un tentativo di alzare per poco il velo che copre il soavissimo mistero della temperanza di Maria, e gettare uno sguardo fugace [e] amoroso sul cuore immacolato e tempera[n]tissimo della Madre di Dio. C'è in questo mistero tanta complessità da far vacillare la mente, e c'è tanta semplicità da estasiare il cuore: ci si riconosce lo stile di Dio.

Il cuore della Madre di Dio! Fu un paradiso senza confini, preparato da sempre ad essere degna dimora di Dio; degno d'un Dio, e puro oltre l'umanità. Poiché Maria doveva essere non solo dimora, ma stampo di Dio, «forma Dei»; doveva plasmare un Dio-Uomo, dargli carne e sangue, formargli le membra purissime. Il grembo di Maria, dal quale doveva germinare e fiorire il Verbo nella carne, doveva essere tanto puro da poter accogliere l'infinita purezza, tanto bello da poter sostenere l'infinita bellezza, tanto santo da rapire e innamorare l'inaccessibile santità di Dio. Ci voleva un soggiorno che, essendo sulla terra, fosse immune dalle sozzure onde la terra era intrisa; un soggiorno dove dal fondo melmoso della carne non salissero ombre ad appannare il cristallo dello" spirito; un soggiorno che non fosse turbato e dilaniato dall'urto delle opposte passioni; un soggiorno di pace, pari a quella in cui sono tuffati gli arcangeli e che è l'atmosfera stessa della Trinità: un paradiso insomma, circoscritto perché era in terra, ma infinito per valore, perché racchiudeva il cielo.

67 Dall'analisi interna appare evidente che i destinatari sono i teologi.

68 Nell'originale: dello dello.

Maria non sentì mai confitta nella sua carne la dolorosa spina della concupiscenza che faceva gemere san Paolo; non avvertì questi orribili scotimenti della natura ribelle, che fanno agonizzare l'anima; non percepì le vampate del fuoco segreto che scorre col sangue nelle vene e[d] esplode in incendi paurosi. Il cuore di Maria non fu un guazzabuglio, ma fu tutto luce, tutto pace, tutto equilibrio, imperturbabile e inalterabile; pari al soggiorno di Dio in cielo, perché potesse dimorarvi Dio in terra.

Ma a tanto divino prodigio concorse anche la volontà umana di Maria, abbandonandosi docilmente alle meravigliose operazioni che lo Sp[irito] S[ant]o andava compiendo in lei. Questo è tutto il senso, il valore, lo scopo della temperanza di Maria: dominare la natura e renderla come un giunco nelle mani del divino Artista. Mai nessuna resistenza alla sua opera, nessun dissidio o alterco, nessu[n]a lentezza o svogliatezza, ma sempre piena docilità e sottomissione, pieno consenso ed adesione. Mai un'inclinazione o mira o interesse umano contese il passo allo Spirito Santo, ne intralciò il lavoro, ne ritardò l'espandersi, ne rovinò l'opera. E così si ebbe in un cuore umano il miracolo del pieno, incontrastato, liberissimo dominio dello Sp[irito] S[ant]o, che con divina, infinita delicatezza d'arte cesellò, abbellì quel cuore e ne fece il capolavoro della grazia, degno di rapire il paradiso per l'eternità. Il cuore di Maria fu un mare tranquillo di tersissime acque su cui alitò, come al principio del mondo, lo Spirito creatore di Dio, traendone tesori di infinita fecondità.69
Tutto ciò è così straordinario, eppure così ovvio; così profondo e impenetrabile," eppure così estremamente semplice, luminoso, ineffabile.

69 Pensieri simili appaiono nell'omelia intitolata Il segreto della santità di san Francesco di Sales: docilità allo Spirito Santo (0 057).

70 Parola incerta.

040. Intimità d'una madre (Ritiro? Aspiranti?)
Tu sei in un'età in cui si sente il bisogno particolare d'una madre celeste a cui affidarsi, la Madonna.

Sei nell'età in cui il corpo, divenuto robusto, è fiero di poter uscire di tutela e partire senza padroni per la grande avventura (nell'età in cui si dimentica facilmente la propria madre terrena).

Ma dietro questo corpo robusto vai scoprendo la debolezza intima della tua anima... E per essa desideri una madre.

C'è, sì, la mamma terrena. Ma sono... cose intime — le più intime — e un misterioso pudore t'impedisce di parlargliene. Ora tu senti che questa vita segreta dell'anima è la vera vita, la sola che abbia importanza... E per questo il cuore reclama con fervoren un'altra madre, una madre per la tua anima.

Beato te se, nell'affanno, una mano amica ti ha fatto levare gli occhi verso il cielo, verso Maria.

Nel santuario della tua anima brucia una segreta fiamma. Il desiderio ardente, nascosto agli indiscreti, ma che a me è ben noto, il desiderio di donarti tutto intero a C[risto] re. Questo desiderio confidalo alla Madre di Cristo, che è pure la tua madre. Quale gioia per il suo cuore questa volontà di dedizione totale al proprio Figlio! Ella t'aiuterà a realizzarla...

E quando alla tua anima di fanciullo la strada sembrerà troppo austera e troppo aspra, ella sarà vicino a te, ti prenderà per mano. Come ai tempi lontani in cui conduceva Gesù per i sentieri di Galilea.

E poi la tua maschera un po' dura d'adolescente nasconde un affanno e un immenso desiderio segreto di tenerezza e d'affetto, così segreto che non oseresti confidarlo alla mamma della terra... Ti pare che non ti comprenderebbe... Non equivale ciò a confessare che il suo amore non ti basta più?
Sì, a tastoni vai cercando tenerezza e amore... un amore al quale non si mescoli nulla di volgare, di grossolano, d'impuro, che non sia altro che limpida finezza e delicatezza, un amore che non sia una «cosa», ma semplicemente «come il profumo d'un fiore».

Ferma lo sguardo della tua anima giovanile ed inquieta sulla purissima, l'immacolata, la Madonna del s[acro] Amore e della bella affezione.

71 Parola incerta.

Infine nella tua anima vi sono angosce, tempeste e talora un naufragio. Ti scoppia allora dal cuore il grido che saliva dai campi di battaglia, ove agonizzavano giovani corpi martoriati: «Mamma, mamma!». Grida! Hai in cielo una madre che t'ode... «Ricordat[ev]i, o pietosissima V[ergine] M[aria], che non si è mai udito al mondo che qualcuno abbia invocato il v[o[s]tro aiuto e sia stato abbandonato...».72
72 Preghiera alla Madonna di san Bernardo.