Świętość Salezjańska

Don Giuseppe Quadrio: Conversazioni - Formazione e Ministero Sacerdotale

GIUSEPPE QUADRIO CONVERSAZIONI
a cura di
REMO BRACCHI

 

FORMAZIONE E MINISTERO SACERDOTALE

041. Agápe
(20/07/1947, Vervio, giorno di prima messa, durante il convivio)1
In ogni festa, l'ora più intima e più familiare, l'ora delle effusioni e delle reciproche espansività, l'ora più calda di affetti domestici, è senza dubbio quella del banchetto familiare, in cui tutte le persone care s'incontrano.

Io non voglio farvi sorbire un altro discorso: sono nemico dei discorsi a tavola; del resto ne avete sentito uno ieri sera ed un altro lo dovrete sentire questa sera. Tuttavia non posso lasciar passare quest'occasione in cui vedo attorno a me i più cari fra i miei parenti, senza dire una volta ancora il più cordiale ringraziamento.

Quanti dolci, indimenticabili ricordi vorrei suggerire2 a mio papà, quando lavora[va]mo insieme al di là dell'Adda a preparare un pezzo di campo. Voi, papà, allora dicevate a me: «Son contento che tu veda come si fa, dove si mette la ghiaia, la terra... Così, in caso di necessità, potrai continuare da solo». Caro papà, io ho scelto un altro campo, un campo dove bisogna fare lo stesso lavoro; strappare le spine, togliere i sassi, metterci la terra. Io spero di aver imparato come si fa: l'ho imparato da voi, dalla vostra tenacia nel lavoro. Seguendo il vostro esempio, spero di fare qualche cosa in questo campo delle anime.

A mia mamma quante cose vorrei ricordare! [Ne richiamerò alla mente] una sola. Il giorno che partii ragazzino per Ivrea, mi accompagnò fino alla scaletta che dà nella nostra vigna. Ricordo l'ultima frase: «Se ti troverai male, ritorna. Ritorna quando vuoi, che un pezzo di pane a casa tua lo troverai sempre».3
1 Già pubblicata in E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 91-92. Qui si troveranno altre notizie riguardanti la festa.

2 Nell'originale: ricordare.

3 Cf. R. Bracchi (a cura), Don Giuseppe Quadrio a 25 anni della morte, Roma 1989, pp. 123-125.

Mamma, oggi, dopo quattordici anni sono tornato, ma sacerdote; ed io so che dopo il Signore e la Madonna, devo a voi di esserci arrivato. E cosa dirò ai miei fratelli, al Gech4 che rivedo dopo tanti anni di assenza? Che magnifico regalo averci portato il nostro piccolo Roberto, a cui tutti vogliamo tanto bene! Un saluto particolare al mio Augusto ed Ottorino, al caro Luigi, al Valerio e alla piccola Marina.5
Della Marianna dirò qui un solo particolare: andiamo molto d'accordo, perché (chi lo direbbe?) siamo troppo simili, anche nel modo di scrivere. Quando ricevo una lettera della Marianna, chi vede la busta mi dice sempre: «Ma questa è tua scrittura. Tu scrivi le lettere a [te] stesso».

Che dirò poi degli ospiti così illustri, che hanno voluto oggi onorare la nostra messa? Che grande onore avere fra di noi il veneratissimo d[on] Braga, la cui magnifica tempra di missionario è per me legata ad un piccolo, caro ricordo infantile: la predica di sant'Ilario.6 Da oggi però ricorderò due prediche di lei, quella e questa di stamattina: il primo e l'ultimo passo verso l'altare.

E poi il rev[erendissi]mo e carissimo signor arciprete, che mi ricorda un libro tanto caro, venuto nelle mie mani da lui, attraverso le mani della povera Rina.? A quel libro benedetto io devo la mia vocazione.

Come potrò manifestare la mia riconoscenza al caro ed amato d[on] Renato,8 tanto buono, tanto fraterno, tanto accogliente verso di me? Caro d[on] Renato, vorrei farle sentire in questo momento la riconoscenza che d[on] Bosco stesso ha in cuore verso di lei.

4 Nome familiare del fratello maggiore Giovanni, emigrato in Francia.

5 Augusto e Ottorino sono fratelli; Luigi è il cognato, marito della sorella maggiore (Cate)rina, morta nel 1942, e passato a seconde nozze con la sorella minore di don Quadrio, Marianna (L 011). Valerio, divenuto sacerdote, è figlio della prima moglie, Marina della seconda (L 029).

6 Patrono della chiesa parrocchiale di Vervio. Per l'accenno a don Carlo Braga, nativo di Tirano, cf. anche C 042 e L 052. Dalla testimonianza della sorella Marianna si viene a sapere che il missionario salesiano aveva parlato quel giorno di sant'Ilario «ladro di anime».

7 La sorella maggiore. Attraverso di essa è venuto alle mani di don Quadrio il volume della vita di don Bosco, messo a disposizione da don Augusto Tettamanti, arciprete di Mazzo (L 046), e prima parroco di San Giacomo (cf. C 042).

8 Don Renato Rossi, parroco di Vervio dal 1945 al 1962, poi di Teglio fino alla morte (1995).

E d[on] Felice?9 Caro e simpatico d[on] Felice, col suo sorriso aperto e bonario, col suo cuore grande come le sue montagne. Non se l'abbia a male, d[on] Felice, ma se un pittore volesse fare un quadro di d[on] Bosco giovane prete, io lo manderei a Rogorbello a cercare di d[on] Felice: ho incontrato pochi preti che, nel viso e nel cuore, assomigliano tanto a d[on] Bosco come lei.

Una parola speciale di affetto ai miei cari zii, che tanto hanno contribuito a questa festa, festa non mia soltanto, ma di tutta la nostra parentela. Come potrò ringraziare la zia Rosa e lo zio Bepol° di tutto quello che hanno fatto con tanto amore ed intelligenza per rendere più bella e più solenne la n[o]s[tra] festa? E la zia Piera con gli zii Tommaso e Giuseppe, sempre così affettuosi e generosi verso di me? E le altre mie zie e zii...?
Infine non posso dimenticare — last noft] least — due famiglie a noi così strettamente legate: il carissimo amico Antonio Visini con la Nina, il Gino, l'Erminio; la zia Maddalena e la Mariuccia...

Arrivederci tutti qui per la prima messa del nostro caro Piero:10 diamoci l'appuntamento. Allora tutti d'accordo e... birba chi manca.

9 Don Felice Cantoni, nativo di Bormio, allora parroco di Rogorbello, il paesino che sovrasta Vervio. Morto giovanissimo, consumato per lo zelo della sua gente.

10 Il fratello del papà, marito della zia Rosa, che abitava con la famiglia nella stessa casa di Vervio.

11 Don Pierino Robustelli, cugino di don Quadrio in linea materna, attualmente parroco di Grosotto.

042. Magnificat
(20/07/1947, Vervio, giorno di prima messa, funzione serale)
È con la più profonda commozione dell'animo che, presentandomi in questo momento a voi, ripenso alla pagina sublime del testo12 di san Luca, che abbiamo cantato questa mattina° nel santo ev[angelo]. Gesù aveva lasciato la sua casetta di Nazaret da parecchi mesi; aveva messo in ordine gli strumenti del lavoro, aveva chiuso la bottega ereditata da san Giuseppe e poi aveva salutato sua madre. Che distacco doloroso fu quello! Gesù non aveva saputo frenare le lacrime, abbracciando sua madre; poi era partito da solo sulla strada che conduce al Giordano. Quella povera madre l'aveva seguito con gli occhi in pianto, fino quando era scomparso lontano. Incominciava la vita pubblica di Gesù.

Ma dopo i lunghi giorni di separazione, Gesù volle tornare a rivedere sua mamma, la sua casa, il suo paese. Tornò in una gioma[ta] d'estate, tutta sole e tutta luce, quando le messi mature biondeggiavano nei campi.

Tornò preceduto da una grande fama: era partito povero falegname, ed ora tornava acclamato dalle folle entusiaste dei suoi discorsi e dei suoi miracoli: aveva guarito i ciechi, gli zoppi, i sordi, i muti; aveva risuscitato i morti. E i Nazaretani, orgogliosi dell'onore fatto al loro paese, vollero onorare degnamente il loro illustre compaesano. Siccome era festa, si radunarono tutti nella sinagoga, cioè nella chiesa di Nazaret. Quando apparve Gesù, bello nella sua statura slanciata, nei capelli biondi che gli fluivano sulle spalle, fu tutto un brusio di gioia, di ammirazione, di compiacenza: «Eccolo, il figliolo di Maria e del falegname». Gesù sali sul pulpito della sinagoga, e tutti fecero silenzio. Prese i[n] mano il libro della scrittura del Vecchio] Testamento] e ne lesse questo tratto: «Lo Spirito del Signore è sopra [di] me; per questo egli mi ha consacrato, per portare ai poveri la buona novella; mi ha mandato a consolare gli afflitti, a guarire gli ammalati, a salvare i peccatori».

12 Nell'originale: vangelo.

13 Il vangelo della prima messa al paese. L'omelia fu tenuta da don Carlo Braga. Don Quadrio parlò durante il convivio (C 041) e nella funzione della sera. La data è stata fatta coincidere con la festa patronale della Madonna del Carmine, alla quale, insieme con sant'Antonio da Padova, è dedicata la chiesa del cimitero, poco distante dalla casa natale di don Giuseppe (cf. 0 055). L'omelia è stata pubblicata, con lacune nella parte finale, in E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 93-97.

Poi Gesù chiuse il libro e fra l'attenzione generale esclamò: «Oggi questa profezia si è avverata sotto i vostri occhi. Io, il figlio del falegname, sono colui che Dio ha consacrato e mandato come ambasciatore».

Allora avvenne la scena narrata dal vangelo di oggi. Una donna del popolo, commossa ed ammirata per le parole di Gesù, vedendo forse la -Vergine santissima fra la folla, esclamò singhiozzando: «Oh, beata colei che ti fu madre!».

Miei buoni fratelli, per la grande misericordia di Dio questa profezia oggi si è avverata sotto i vostri occhi nella mia povera e meschina persona. Oh, io non ho bisogno di presentarmi a voi oggi, perché fra voi vi è chi mi ha visto nascere; fra voi vi sono i miei primi compagni d'infanzia; fra di voi vi sono quelli che mi sedettero accanto sui banchi di scuola; fra di voi, tutti mi avete visto umile e povero pastorello, così che posso ripetere ciò che il re Davide diceva di se stesso: «Il Signore mi ha tolto di mezzo alle pecore che pascolavo, per costituirmi pastore, pastore di anime e di popoli». Egli mi ha tolto dai campi per collocarmi coi principi del suo popolo. Perché ha riguardato la bassezza del suo povero servo, e col suo braccio onnipotente ha operato in me cose grandi.

Oh, popolo generoso, umile, laborioso delle nostre campagne, come mi sento orgoglioso di potervi ripetere che non sono intruso in mezzo a voi, ma sono dei vostri! Sono cosa vostra, uscito di mezzo alle vostre famiglie, venuto dai campi come voi, come la maggior parte dei sacerdoti d'Italia, figli di contadini, cresciuto nell'umiltà e negli stenti della vostra vita, nutrito del vostro pane frugale ma onorevole, perché onestamente guadagnato.

Ed oggi sono qui a narrarvi le misericordie di Dio verso l'anima mia. Venite tutti, vi ripeterò ancora con Davide, venite tutti ed ascoltate le cose mirabili che il Signore operò in me per mezzo di Maria. Per mezzo di Maria, perché a lei io devo tutto: la mia vocazione, il mio sacerdozio. Con profonda commozione faccio mia l'esclamazione di quella donna ebrea: «Benedetta Maria che mi fu madre!». Sì, madre della mia vocazione, madre del mio sacerdozio!
Salendo quell'altare, stamattina, alzando gli occhi all'immagine dolce e soave della Vergine, ho capito, ho sentito che tutto dovevo a lei, che lei aveva fatto tutto. Ho capito il perché di tanti fatti, di tante circostanze che, fino ad oggi, mi erano sembrate casi fortuiti, e che invece oggi mi sono apparse come i gradini predisposti da Maria nella lunga scala che mi doveva portare al sacerdozio.

Oh, la Madonna mi ha condotto per mano e mi ha sempre aiutato! Senza di lei non sarei riuscito a niente.

A quell'altare questa mattina mi sono rivisto ragazzo in mezzo ai nostri campi, quando, andando al pascolo, lessi per la prima volta la vita di d[on] Bosco. Oh, libro benedetto ed indimenticabile, messomi tra le mani dalla Vergine santissima, affinché io trovassi in esso la via della mia vocazione! Don Bosco da quelle pagine mi affascinò, mi conquise e fui suo. Io non cesserò, finché avrò vita, di benedire quel libro, che attraverso molte mani veniva a me dal nostro amatissimo parroco a san Giacomo, ora nostro amatissimo arciprete.14
A quell'altare questa mattina mi sono rivisto ragazzo, quando nella festa di sant'Ilario sentii la predica di un valorosi[ssi]mo missionario, dalla barba piccola e striminzita, ma dal cuore grande come il mare, di colui che popolò la Cina di opere salesiane e che è chiamato il don Bosco della Cina, uno dei più illustri figli di d[on] Bosco, vanto e gloria della n[o]s [tra] Valtellina. Fu lui che destò allora nel mio cuore la scintilla dell'ideale missionario, lui che questa mattina mi fece piangere con la sua parola vibrante di spirito missionario. Oh, don Braga, lei è tra le persone che io non potrò mai dimenticare nella mia vita!15
Accanto a quell'altare, stamattina, ho visto i miei quattro veneratissimi parroci: d[on] Michele Molinari, che presentì la mia futura vocazione; l'indimenticabile d[on Luigi] Sertorio, che la vide sbocciare e l'indi[riz]zò, e che oggi dal cielo certamente gioisce di vederla compiuta; e poi, più vicini a me, i carissimi d[on] Aldo e d[on] Renato, che mi furono tanto larghi di fraterna amicizia ed intimità, d[on] Renato che tanto ha fatto per la riuscita di questa festa."
14 Il libro gli era stato dato, da ultimo, dalla sorella Rina, e proveniva dalla biblioteca di don Augusto Tettamanti, arciprete di Mazzo. Cf. anche C 041; R. BRACCHI (a cura), Don Giuseppe Quadrio a 25 anni dalla morte, Roma 1989, pp. 102-105. Altri particolari appaiono sul foglio preparato per il maestro di noviziato, intitolato «La mia vocazione» (E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 11-12).

15 Cf. C 041.

16 Don Michele Molinari, originario di Tirano, parroco a Vervio durante l'infanzia di don Quadrio. Don Luigi Sertorio lo indirizzò ad Ivrea, ritenendolo idoneo per le missioni. Don Aldo Pera, già parroco di Vervio e in seguito arciprete di Villa di Tirano, è ricordato nelle lettere (L 079, 160 e 171). Per don Renato Rossi cf. nota n. 8.

All'altare della mia messa, questa mattina ho rivisto le figure materne delle mie indimenticabili signore maestre, dalle quali17 ho appreso la prima istruzione e i primi consigli. Non potrò mai dimenticare che la decisione definitiva sulla mia vocazione fu presa un memorando pomeriggio nella chiesa di Vervio, ai piedi della Madonna, dopo un lunghissimo colloquio con una di queste eroiche, nobilissime figure di maestre, interamente consacrate al bene dei loro scolari." Per questo esse avranno sempre la mia ammirazione e riconoscenza.

Ed infine attorno all'altare ho visto stringersi questa] mattina] una balda corona di giovani. Li ho visti col pensiero quei cari, indimenticabili amici e compagni dei nostri trastulli infantili; li ho rivisti così, come quando giocavamo insieme sulla piazzetta della chiesa prima delle funzioni, o davanti alle scuole prima e dopo le lezioni.19 Li ho rivisti col pensiero, perché ora molti di essi non sono più. Oh, come erano, come sono vivi nel mio cuore quei cari giovani, brutalmente uccisi da mani assassine; quelli che in terra straniera, dopo infiniti stenti e privazioni, hanno chiuso gli occhi mormorando il nome della mamma lontana! A loro va il mio pensiero in questo istante, a loro che, per un odio cieco e brutale, non furono lasciati tornare alle loro case; a loro che furono impediti di inviare anche una lettera, una riga, una notizia; a loro che giacquero forse abbandonati nelle steppe deserte e fra [i] ghiacci della Siberia. O mamme straziate da120 dolore, che avete consumato tutte le vostre lacrime nei lunghi giorni di attesa; mamme che non avete avuto la gioia di baciare per l'ultima volta il vostro figlio morente e di chiudergli gli occhi in pace, oh, non disperatevi! L'anima benedetta dei vostri figli aleggia ora qui fra noi, nella nostra chiesa, invisibile, ma già beata e gloriosa per il martirio eroicamente sopportato.

Babbi e mamme, queste anime oggi vi chiedono una sola cosa: non odiate, ma perdonate, perdonate quelli che vi hanno così brutalmente addolorati. E tu, o Madre dei dolori, tu che hai visto il tuo Figlio insultato, sputacchiato, condannato, straziato dai flagelli e lacerato dai chiodi; tu che l'hai visto versare fino all'ultima goccia il suo sangue e poi spirare in croce; tu che hai assistito al suo martirio senza poterlo aiutare, riguarda con occhio compassionevole queste pove[re] mamme che tanto ti assomigliano; consola le loro angosce materne, asciuga il loro pianto, sostienile ed aiutale.

17 Nell'originale: da cui.

18 L'insegnante di quinta elementare si chiamava Rita Fòppoli. Una sua collega, la maestra Cenini, ricordava ancora a memoria, a distanza di molti anni, il tema della violetta (R. BRACCHI, a cura, Don Giuseppe Quadrio a 25 anni dalla morte, Roma 1989, p. 119). Nella L 046 è citata anche la maestra Maggi.

19 Nell'originale: funzioni.

20 Nell'originale: dal dal.

E primi fra tutti nel mio cuore, questa mattina, erano presenti i miei cari, mio papà e mia mamma, alla cui educazione profondamente cristiana io debbo la mia vocazione. Non sono io, ma è la Madonna, è d[on] Bosco che in questo momento li ringraziano di avermi con tanto sacrificio regalato a loro. D[on] Bosco ripete oggi ai miei genitori che il più gran dono, la più grande benedizione che Dio possa concedere ad una famiglia è un figlio sacerdote.21
Oh, a me pare di vederlo oggi il mio caro padre d[on] Bosco qui in mezzo a noi, sorridente e buono, additarci la Madonna, la sua Madre, e dire come soleva dire sempre: «È lei che ha fatto tutto». Quando d[on] Bosco a notte avanzata, stanco delle lunghe ore passate in confessionale, saliva la scala per ritirarsi in camera sua, si fermava per qualche istante, allorché splendeva la luna e, volgendosi commosso a chi lo accompagnava: «La vedi? — diceva sommessamente, accennando la statua della sua Madonna che sorrideva sopra la cupola della basilica da lui costruita —. La vedi? È lei che ha fatto tutto. Io non sono stato che un povero strumento. Ella mi ha condotto per mano come un bambino».

Miei cari fratelli, così ha fatto la Madonna anche con me in questi anni. Fu lei che mi scelse fra tanti compagni più buoni e più degni di me, e mi trapiantò nella casa di d[on] Bosco; fu lei che mi fece da mamma durante la preparazione; è lei che oggi mi ha accompagnato all'altare; sarà lei che domani mi proteggerà e mi aiuterà nel lavoro difficile della mia vita sacerdotale. Don Bosco ci ha detto: «Siate devoti della Madonna e vedrete che cosa sono i miracoli».

Fondato su questa promessa mille volte realizzata, incomincio con fiducia la salita del mio calvario sacerdotale. La Madonna ha accompagnato Gesù, il primo sacerdote, mentre saliva il suo Calvario portando la croce; la Madonna accompagna tutti i sacerdoti sulla stessa via. Sì, perché oggi un prete novello non si fa illusioni. Forse ieri si poteva pensare che uno si facesse prete per stare bene, per vivere la sua vita pacifica e agiata. Oggi questa illusione è svanita. Oggi il prete, non dico in questi nostri paesi, ma nella nostra Italia, oggi il prete è bersagliato, calunniato, perseguitato, insultato.

21 Promessa di don Bosco, riprodotta da molti sacerdoti salesiani sull'immagine di prima messa.

Oggi nelle nostre città un prete non può salire in tram, entrare in un caffè senza sentirsi vomitare contro gli insulti più volgari e più offensivi. Oggi, lo sapete, la stampa, certa stampa empia e blasfema non fa altro che scagliare fango e fango di calunnie contro il sacerdote, contro la stessa bianca veste del vicario di Cristo.

E domani, che cosa sarà domani? Le nuvole nere e minacciose che si addensano all'orizzonte sono foriere di tempesta. Ma qualunque sia il futuro, i sacerdoti cattolici lo guardano sereni e fiduciosi nella protezione di Maria loro madre. Pronti a rendere a Cristo la testimonianza della parola e, se occorre, anche del sangue, noi sappiamo che con Maria si può morire, ma non essere vinti, e che dal nostro sacrificio uscirà una generazione rinnovata e più cristiana.

Maria santissima ha sempre protetto i suoi sacerdoti. Ce lo insegna proprio la storia della festa che oggi celebriamo. Voi ricordate quel gruppo di monaci e religiosi che abitavano sul monte Carmelo in Palestina e che perciò erano detti carmelitani, discendenti dei primi discepoli del profeta Elia. Tutti sanno che questo antico profeta, dopo tre anni di micidiale carestia, che aveva bruciato campi e prati e fatto seccare tutte le piante, vide un giorno dalla vette del monte Carmelo una nube piccola come una scarpa, laggiù, lontana all'orizzonte, sul mare. Quella piccola nube andò crescendo, coprì il cielo e si sciolse in benefica pioggia. In quella piccola nube, i Padri della chiesa videro raffigurata la Vergine santissima che, per mezzo del suo Figlio, procurò al mondo riarso e bruciato dal peccato la pioggia divina della grazia, della redenzione, dei sacramenti. Da questo fatto Maria santissima prese il titolo di Madonna del Carmelo, e divenne poi la patrona di quei buoni monaci carmelitani.

Nel sec[olo] X[I22 alcuni di essi decisero di venire in Europa a predicare il vangelo, ma incontrarono difficoltà insormontabili e sul loro cammino sorsero ostacoli di ogni genere. Sospetti, calunnie, derisioni, persecuzioni furono le accoglienze che offrirono loro le città d'Europa. Tutte le porte si chiudevano in faccia a loro. Respinti di paese in paese, di porta in porta, essi andavano raminghi da una regione all'altra, portando con sé un povero quadro della Madonna del Carmelo. Nessuno li voleva, nessuno li ascoltava quei poveri frati venuti dal lontano Oriente.

22 Segue un'aggiunta non leggibile: dopo le prime...

Ed ogni sera, quando calavano le tenebre della notte, prima di prendere un po' di sonno sulla nuda terra o sui gradini di qualche chiesa, quei poveri frati attorno al loro capo Simone Stock pregavano e piangevano davanti all'immagine della loro Madonna. E la Madonna ascoltò i loro sospiri. Una di quelle notti, passate sotto la volta del cielo, mentre i frati dormivano sul nudo terreno, Simone Stock vegliava in preghiera davanti al quadro della Madonna, quando, ad un tratto, ecco l'immagine sacra farsi più grande, ecco scomparire il quadro ed apparire al suo posto la Madonna in persona, viva e vera, la quale col più amabile sorriso disse a Simone: «Prendi questo abitino e sia la divisa per te e per i tuoi compagni. Con esso vincerete ogni resistenza, supererete tutte le difficoltà, trionferete di tutte le opposizioni. Con questo segno riporterete vittoria».

Nella stessa notte la Vergine santissima apparve ad Onorio III, ammonendolo di prendere sotto la sua protezione quei religiosi venuti dall'Oriente e di difenderli dai loro nemici.23
E chi potrà ridire i successi, i trionfi, le vittorie che da quel momento i carmelitani ottennero nel mondo? Alle persecuzioni e ostilità successero le più lusinghiere accoglienze e la più grande popolarità; da piccolo gruppo divennero un esercito immenso che conquistò il mondo non con le armi, ma con la devozione alla Madonna del. Carmine e al suo scapolare. Con quanti miracoli, con quante grazie spirituali e materiali la Madonna premiò la devozione all'abitino del Carmine!
Apparendo essa in visione al papa Giovanni XXII in Avignone, la Madonna gli rivelò che chi avesse indossato quel sacro abitino durante la vita, con le piccole pratiche prescritte, sarebbe stato liberato dal purgatorio nel primo sabato dopo la sua morte.

Carissimi, i tempi nostri non sono meno tristi di quelli di allora. Oggi in molte nostre città i sacerdoti non sono trattati meglio di quei poveri frati carmelitani. Eppure siamo certi che in lei e per [lei] troveremo la forza di benedire chi ci maledice, di perdonare chi ci vuole male, di amare e compatire tutti i traviati, di aprire le braccia dell'amore a chi ci vuole male, di salire con Cristo il nostro calvario.

Ma assai di più fece Maria per i suoi devoti. Apparendo...

Oh, la Madonna ha confermato coi fatti più strepitosi questa sua promessa. Sulla via che conduce al villaggio d'Ars in Francia, una domenica mattina camminava una giovane signora vestita di nero, con nel viso i segni del più grande dolore. Aveva perduto tragicamente il marito alcuni giorni prima. Quel povero uomo, dopo una vita lontana da Dio, si era suicidato, precipitandosi dal parapetto di un ponte, ed era annegato fra le acque del fiume. La vedova non sapeva darsi pace: temeva che il marito si fosse dannato. Aveva fatto tanto per convertirlo, ma non ci era mai riuscita. Il giorno del loro matrimonio aveva regalato al marito una piccola medaglia della Madonna del Carmine che egli aveva sempre portata al collo, anche quando si era buttato nel fiume. Ogni sera, prima di addormentarsi, egli, per compiacere sua moglie, baciava quella medaglietta, mormorando un'Ave Maria.

23 Cf. anche 0 043.

Ora la povera vedova si recava in pellegrinaggio dal curato d'Ars, che godeva fama di santità, per sentire una parola di conforto al suo grande dolore. Giunse quando il santo scendeva dal pulpito, dopo la predica delle undici. All'uscire della chiesa cercò di avvicinarlo, di parlargli, ma inutilmente, perché era circondato da una marea di folla, che voleva baciargli la mano, toccargli le vesti. Ma, ad un tratto, il santo curato si ferma come colpito da un pensiero improvviso, scorge quella signora fra la gente, la fissa a lungo (notate che non si erano mai visti), la chiama a sé e tutto sorridente le dice: «È salvo, suo marito è salvo!». Essa fa un gesto di incredulità: «È impossibile. Era tanto cattivo ed è finito così male!». Ed il santo ad insistere: «No, no, credete a me. È salvo». La donna non poteva crederlo e, per la terza volta, il curato d'Ars: «Ma ve lo dico io, che è salvo. La Madonna del Carmine lo ha raggiunto fra il parapetto e l'acqua e gli ha suggerito un atto di dolore».24
[Un santo ebbe questa visione. Vide due scale che partendo da terra giungevano a toccare il cielo; una rossa, l'altra bianca. In capo sulla prima vi era Gesù Cristo e sulla seconda in cima Maria santissima. Molte persone si mettevano per salire sulla scala rossa, ma fatti alcuni scalini cadevano ai piedi di essa. Chi cadeva dal terzo, chi dal quarto, chi dal decimo. Ritornavano alla prova e di nuovo cadevano. Nessuno potè giungere fino alla cima.

Allora fu detto a costoro di appigliarsi all'altra scala].

Provò uno e ci riuscì facilmente, poi un altro ed un altro ancora, e tutti poterono entrare in cielo.

«Ricordatelo — concludeva d[on] Bosco —. La scala più facile e più breve per giungere in cielo è quella di Maria santissima».23
24 A questo punto manca una pagina. L'integrazione è ricavata dalle Memorie biografiche, da una «Buona notte» di don Bosco del 15 giugno 1864.

25 MB 7,676-677. Segue un brano cancellato, forse perché ripreso sotto. La conclusione probabilmente non ci è giunta. Dalla testimonianza della cugina e cognata di don Giuseppe, la signora Maria Quadrio, l'omelia terminava con l'invito a recitare le tre Ave Maria ogni sera, prima di coricarsi. Prima della pubblicazione del testo, la signora ricordava quasi alla lettera le parole udite in quella circostanza (cf. 0 038 e la testimonianza alle pp. 476-477; vedi anche R. BRACCHI, a cura, Don Giuseppe Quadrio a 25 anni dalla morte, Roma 1989, pp. 148-149).

Sì, o madre nostra tenerissima, o Regina del Carmelo, volgi i tuoi sguardi materni su questo popolo laborioso e devoto che oggi si rifugia sotto la tua protezione, che oggi ti ha portato in trionfo attraverso le sue campagne e che oggi ti proclama sua madre e regina.

Benedici il lavoro dei nostri uomini, benedici le ansie e trepidazioni delle nostre madri, benedici le speranze e gli ardimenti dei nostri giovani, benedici la purezza e l'amore delle nostre figliole.

Ed allora siamo devoti della Madonna: non con una devozione di solo sentimento, ma con la devozione pratica o operosa, che consiste anzitutto nel fuggire il peccato, nel frequentare i sacramenti, nel compiere mattina e sera i nostri doveri religiosi, nel praticare le virtù di Maria.

043. Problema urgentissimo: [le vocazioni sacerdotali] (27/07/1947, Vervio, chiesa parrocchiale)
Uno dei problemi più gravi e più urgenti in questo dopo guerra è il problema delle vocaz[ioni] sacerdotali.

1) Per la tristezza dei tempi. L'incendio nel teatro (7-8).26
In un grande teatro era scoppiato un incendio. Prima fu un po' di fumo, che apparve tra le assi del palcoscenico. Poi il fumo aumentò. La gente se ne accorse. Uno gridò: «Fumo, fuoco!». La scena fu indescrivibile. Si alzarono in piedi, si slanciarono tutti dai palchi in platea, per fare più in fretta. Sentivano grida, urli, invocazioni, imprecazioni... Due uomini si prendevano a schiaffi con violenza, un bambino fu calpestato, rimase ucciso. Intanto era apparsa la fiamma, e aumentava continuamente sul palco. Ma i pompieri tardavano a entrare in funzione, anch'essi travolti nel disordine della folla. Momento terribile, ansia di morte.

Ma ecco, all'improvviso, attraverso gli altoparlanti, una fortissima voce: «Calma, calma, calma! Si tratta di un fuoco facilmente dominabile. Attenzione: ci sono quattro porte di sicurezza, due a sinistra, due a destra. C'è un deposito d'acqua presso il palcoscenico. I pompieri già lavorano. Gli uomini validi vadano ad aiutare. Calma, calma, calma!».

In pochi minuti l'incendio era vinto. La folla usciva ordinatamente. Anche il teatro era salvo. Era stato il miracolo di una voce, di quella voce forte e decisa.

Amici, uno spettacolo di questo genere offre il mondo d'oggi. Una immensa sventura si è abbattuta sull'umanità, è scoppiato un orribile incendio. E la folla si agita. Dappertutto oggi si grida al pericolo. Dappertutto si sentono lamenti, sull'economia, sulla scuola, sui salari, sui prezzi, sui viveri, sui costumi... E i giornali gridano, e gli operai scioperano, e i partiti si combattono... E, nell'agitarsi incomposto di tutti, il male non si vince. No, non si vince, e chi accosta gli uomini a uno a uno, vede tante cose pietose, scopre tanto dolore. Più d'uno rimane schiacciato. C'è chi muore, calpestato dagli altri.

Che ci vuole, amici? Che cosa è urgente fra noi? Non c'è dubbio. Come nell'incendio del teatro, ci vuole una voce forte, chiara, coraggiosa, che domini un momento il tumulto, che diriga, che indichi la via d'uscita.

26 Si tratta della seconda omelia al proprio paese, ad una settimana dalla prima messa. Per l'aneddoto dell'incendio si veda l'inizio della C 002. Non ci è noto il senso del rimando espresso dalle due cifre.

È Gesù, la voce che grida. Vuole parlarci, Gesù, vuole salvarci. Gli uomini parlano per interesse, ci ingannano, come ci hanno ingannato per il passato. È solo nella parola di Gesù che ci possiamo fondare per risorgere, parola semplice, che non offende nessuno, perché vuole il bene di tutti. Non l'ascolteremo noi? Suona attraverso la voce del Papa, dei sacerdoti, ai quali solo disse Gesù: «Andate, predicate a tutte le genti».

Ma chi andrà, se mancano i sacerdoti?
«Il sacerdozio deve essere la preoccupazione suprema di una società che vuole risorgere», scrisse Gius[eppe] de Maistre. «La società odierna più che di costruttori materiali ha bisogno di costruttori morali. La prima ricostruzione è quella delle coscienze. Forse mai come oggi è sentito il bisogno del sacerdote che insegni ai figli l'ubbidienza, ai genitori il rispetto delle sacrosante leggi di Dio e della natura, a tutti l'amore al lavoro, il rispetto alla vita e alla persona altrui, gli stretti obblighi di giustizia e di carità che ci vincolano gli uni agli altri».

Mancando il sacerdote non c'è più religione e, tolta la religione, non c'è più freno che possa trattenere quella che fu definita la «belva umana».

Il santo curato d'Ars diceva: «Dopo Dio, il prete è tutto. Lasciate una parrocchia vent'anni senza prete: vi si adoreranno le bestie». «A che servono i preti?», si suole domandare. Il curato d'Ars rispondeva: «Colui che voi oggi disprezzate, sarà forse quello che vi assolverà in punto di morte».

In un ospedale militare di Roma. Nella corsia è passato il medico, il quale a un soldato ferito ha fatto capire che non c'è più speranza. Il povero soldato vede passare una crocerossina. [La suplica]: «Signorina, mi chiami un prete». Ma quella finge di non sentire e tira dritto. Quando ripassa, il soldato la ferma: «Signorina, mi chiami un prete». «Ma che cosa le può fare un prete?», risponde stizzita. E il soldato morente: «Signorina, quando sarà lei sul letto di morte, allora capirà che cosa può fare un prete !».

Diceva ancora il curato d'Ars: «Andatevi a confessare dalla s[anta] Vergine, da un angelo. Vi assolveranno essi? No!... Voi avrete lì duecento angeli e non vi potranno assolvere. E il più semplice prete può dirvi: Io vi perdono, andate in pace».

Alla fine di questo conflitto, grandi masse ed intere nazioni si orientano verso la chiesa cattolica, specialmente nelle Americhe e nel lontano Oriente. Ma proprio in questo momento, in cui è più urgente la necessità di molte e buone vocazioni sacerdotali, le statistiche purtroppo ci dicono che esse sono andate in questi ultimi anni sensibilmente diminuendo, a causa anche delle tante vittime fatte fra il clero. Nella Spagna, nei rivolgimenti di dieci anni fa, sono stati uccisi ove il cinquanta ove l'ottanta per cento dei sacerdoti. Molti preti in Polonia, Germania, Austria, Ungheria, ecc., sono morti sui campi di battaglia, nei campi di concentramento e nelle deportazioni.

Dopo i recenti eccidi, un vescovo in Romagna era costretto ad affidare ben cinque parrocchie ad un sacerdote novello.

Un rettore di seminario diceva poco tempo fa: «Il seminario è quasi vuoto. Fra pochi anni queste terre diventeranno paese di missione». Anche nel nostro seminario di Como, dove anni fa entravano ogni anno settanta, ottanta ragazzi, in questi ultimi anni ne entrano dieci, venti.

Ma dove il problema si presenta in tutta la sua gravità, è nell'immenso campo missionario. Sparsi nel mondo vi sono ancora 1200 milioni di uomini che non professano la religione cristiana. Ebbene, per convertire questa massa di infedeli non vi sono che 22.000 missionari tra sacerdoti e laici, la maggioranza dei quali è completamente assorbita dal lavoro, che procurano i cristiani già convertiti. Se in Italia c'è un sacerdote circa su mille cristiani, in India ve n'è uno su27 100.000 pagani, nella Corea, Cina e Giappone uno ogni 200.000, 300.000 abitanti.

Il grido più accorato che giunge da quelle lontane regioni è sempre lo stesso: «Mandateci personale! Mandateci personale!».

La messe è molta, gli operai sono pochi.

E noi, che cosa dobbiamo fare? La cellula naturale in cui deve sbocciare il germe della vocaz[ione] è la famiglia cristiana... Quale gloria per due sposi [avere un figlio sacerdote!]. «Mamme, siate orgogliose di dare i v[o]s[tri] figli alla Chiesa» (Pio XI). La vocazione dei figli dipende in gran parte dalla generosità, dalle preghiere, dal sacrificio, dall'eroismo delle madri. Le virtù passano assai facilmente dal cuore delle madri nel cuore dei figli. Purtroppo però è vero sovente che la famiglia è la tomba di tante vocazioni. Per un meschino28 interesse, per uno sregolato affetto, si soffocano nel cuore di tanti giovani le più nobili aspirazioni. Quale enorme responsabilità per i genitori su questo punto! E con quale coraggio osano disporre dell'avvenire, della vita, della libertà dei loro figli!
27 Nell'originale: suno.

28 L'omelia continua, da questo punto, su un modulo di informazioni della Segreteria di Stato della Città del Vaticano, in forma più schematica, a motivo delle dimensioni ridotte dello spazio disponibile. L'esempio di Giuseppino è stato reintegrato in base a una scheda autografa, intitolata «Vocazione e povertà». I primi due aneddoti sono ricavati dalle Memorie biografiche di don Bosco.

Don Bosco in casa di una ricca signora. Predice l'avvenire di vari figlioli. «Di questo — disse — ne faremo un s[anto] sacerdote...». [La nobil dama allibì e benché fosse veramente una buona cristiana pure, per i pregiudizi del mondo che hanno tanta forza sugli animi dei grandi, quasi riputasse disonorevole avere in famiglia un sacerdote, strinse al suo cuore il fanciullo, come per salvarlo da una disgrazia, e, fuori di sé, esclamò: «Mio figlio prete?] Preferirei vederlo morto anziché sacerdote!». Dopo un mese, don Bosco veniva chiamato al letto di quel ragazzo moribondo;
la mamma era disperata: Dio l'aveva presa in parola. [Ripeteva]: «Ho ucciso mio figlio».29
Quale differenza, [di fronte all'esempio di altre] mamme eroiche!

  • [Quando don Bosco, ancora studente, pensava di farsi francescano], mamma Margherita [gli disse: «Io voglio assolutamente che tu esamini il passo che vuoi fare e che poi seguiti la tua vocazione, senza guardar ad alcuno. La prima cosa è la salute della tua anima. Il parroco voleva che io ti dissuadessi da questa decisione, in vista del bisogno che potrei avere in avvenire del tuo aiuto. Ma io dico: In queste cose non c'entro, perché Dio è prima di tutto. Non prenderti fastidi per me. Io da te voglio niente: niente aspetto da te. Ritieni bene: sono nata in povertà, sono vissuta in povertà, voglio morire in povertà. Anzi te lo protesto]: se [tu ti risolvessi allo stato di prete secolare e] per sventura diventassi [un prete] ricco, [io non verrò a farti una sola visita. Ricordalo bene!». Don Bosco, a settanta e più anni, aveva ancora davanti agli occhi l'aspetto imperioso assunto da sua madre nel dirgli queste parole e nell'orecchio risuonavagli ancora il tono vibrato della sua voce; della quale ripetendo le energiche espressioni veramente cristiane, sentivasi commosso fino alle lacrime]."
  • [Un altro esempio luminoso ci viene dalla] mamma di Giuseppino, [il futuro cardinale Giuseppe Gamba, arcivescovo di Torino. Ancora bambino, dalla sua cascina andava alle elementari di] san Damiano d'Asti. [Per il pranzo la mamma gli dava] una pagnottella di pane nero.

29 Il fatto si verifica dopo alcuni mesi. Cf. MB 6,110-112.

 30 MB 1,296.

[Un giorno Giuseppe saltò su a dire: «Mamma], voglio farmi prete!». [Mamma Lucia, intenta a girare il matterello ricurvo nel paiolo, si voltò per assicurarsi che fosse proprio il suo figliolo che aveva parlato così. Poi gli disse con tristezza: «Povero figlio mio, non ho neanche da farti da mangiare, e come vuoi che possa farti studiare?».

La risposta strinse il cuore del ragazzo, come una sbarra di ferro che, stridendo, scende a sprangare una porta già aperta al sole. Ma la sera seguente Giuseppino, tornando da scuola, tolse dalla tasca la sua micca intatta e, consegnandola alla madre, le disse in tono grave]: «Prendete, mamma! L'ho avanzata per [mettere da parte la somma necessaria agli studi»]. E così voleva fare ogni giorno. [Egli era convinto che, a furia di avanzare il pane bruno, sarebbe giunto a raccogliere tanto risparmio che bastasse a portarlo fin là dove avrebbe finalmente cambiato il pane bianco nel corpo del Signore].31

  • [Ad una] mamma [fu riferito un giorno] del figlio missionario:

«Vostro figlio è morto». «Morto od ucciso?». «Come preferite?». «Che l'abbiano ucciso per la fede di Cristo!». «Ebbene, mamma, gli hanno tagliata la testa».

Miei buoni fratelli, facciamo anche noi qualche cosa per offrire a Dio, alla chiesa, al mondo, qualche vocazione sacerdotale, qualche anima di apostolo.32
31 Nell'omelia vengono riassunte le tappe successive della carriera di Giuseppino: «Studio, don, s[ua] ec[cellenza] mons[ignor], s[ua] eminenza] il card[inale].

32 Sulla scheda originaria in matita: «Madonna». Sul retro appare lo schema dell'omelia: «1. Teatro - confusione, voce; 2. Sacerdote; 3. A che serve; 4. Scarsità».

044. Ordinazioni
(20/02/1949, Torino, Crocetta)33
Il corteo. Giovanezze fiorenti in marcia verso l'altare.

I tonsurandi, oggi salgono il primo gradino verso il sacerdozio. Con la tonsura saranno ufficialmente aggregati allo stato ecclesiastico.

Seguono coloro che riceveranno gli ordini minori: altrettante tappe, altrettanti gradini verso il sacerdozio. Essi intravedono da lontano la mèta vagheggiata, ed oggi gioiscono di compiere un passo avanti verso di essa.

Ed ecco gli otto fortunati che oggi saranno ordinati sacerdoti. Avanzano un po' tremebondi, quasi sgomenti: essi oggi sentiranno Dio accanto a sé come mai nella loro vita; sentiranno lo Spirito onnipotente di Dio [che] scenderà su di loro, il soffio creatore di Dio aleggiare dentro l'anima propria, consacrarla, trasformarla, arricchirla di sovrumani poteri sacerdotali. Noi leggiamo sul loro volto la più grande e dolce emozione; fra qualche istante attraverso il loro volto radioso noi vedremo Dio, come la luce attraverso il vetro. Essi sentiranno nascere in sé il cuore di Dio.

Un viaggio di quindici anni nella preghiera, nella solitudine, nella preparazione, oggi tocca la mèta. Li accompagna la mamma, il papà che li hanno offerti a Dio; i giovani, gli amici.

Il vescovo. Ci inchiniamo riverenti davanti a lui, successore degli apostoli. Veneriamo in lui la pienezza del sacerdozio, che da lui oggi si riverserà su questi giovani ordinandi.

Veneriamo in lui tutti i vescovi, i pastori della chiesa, quelli che pascono intrepidi il gregge di Dio, e quelli che giacciono in catene per il nome e la fede di Cristo.

Veneriamo nel vescovo consacrante la perenne fecondità della chiesa. Mentre, in varie regioni, non pochi sacerdoti vengono gettati in carcere, egli si prepara a consacrare coloro che devono prenderne il posto. La chiesa non muore: otto nuovi virgulti spuntano oggi sull'annoso tronco della chiesa, percosso sì, ma non mai stroncato dalla bufera della persecuz[ione].

33 Commento alla celebrazione liturgica.

La tonsura. Prima tappa verso il sacerdozio: introduzione allo stato ecclesiastico. Il primo passo ufficiale di un giovane, che si sente chiamato al sacerdozio, è il ricevimento della tonsura. Non è un sacramento, né un ordine, ma un aggregamento ufficiale ai ministri della chiesa, il passaggio dallo stato laicale a quello ecclesiastico.

  • Il taglio dei capelli [significa] rinunzia alle vanità, alle gioie del mondo, distacco dai beni terreni, giuramento di fedeltà assoluta a Dio.
  • [L]`imposizione della cotta bianca [indica] candore, purezza, innocenza della vita.

Ostiari.

  • Custodi, guardiani, sovrintendenti della chiesa e di tutto ciò che in essa si conserva: vasi e arredi sacri, libri liturgici, altri oggetti del culto. La chiesa si fida di essi e affida loro i propri tesori (chiave).34
  • Come sovrintendenti [spetta loro] regolare l'afflusso dei fedeli:
  • aprire, chiudere le porte, impedire l'accesso agli infedeli, agli eretici, agli scomunicati;
  • suonare le campane, chiamare i fedeli."

«Fedeltà»: [l'ostiario] non [è] padrone, ma custode. Non può arbitrariamente cedere davanti a chi vuole conculcare e soffocare questi diritti. Deve difenderli con la vita e con la morte. La s[anta] chiesa avrà sempre dei ministri che, per difenderla, sapranno soffrire e morire.

Lettori, [suddiaconi, diaconi e presbiteri].

[È loro compito] leggere, istruire, parlare. Attraverso la loro voce [faranno] sentire quella di Gesù.

La prostrazione. La chiamata: «Adsum». Come un giorno, [da] ragazzi, [hanno sentito dirsi]: «Vieni e seguimi», [e hanno generosamente risposto]: «Vengo», così oggi [ripetono]: «Presente». Voce tremante di emozione, ma decisa. Atteggiamento calmo e risoluto, in seguito a lunga meditaz[ione]. Passo fatale e irrevocabile, che li lega per la vita e per la morte: sacerdoti in eterno. Da questo passo essi non potranno mai più tornare indietro. Qualunque difficoltà, qualunque ingiuria, qualunque minaccia, qualunque allettamento del mondo non li potrà strappare all'altare. Essi in questo momento sanno che, se si rivolgessero indietro, avrebbero su di sé il marchio infamante dei rinnegati e dei traditori. Gesù a loro ripete: «Se uno di voi, dopo aver messo la mano all'aratro, volge indietro lo sguardo, non è buono pel regno di Dio».

34 Il rito prevedeva la consegna simbolica delle chiavi: «Sic agite, quasi reddituri Deo rationem pro iis rebus, quae bis clavibus recluduntur» (PR 23). 55 PR 23.

Il vescovo perciò li ammonisce: «Pensateci bene. Se uno non si sente, si ritiri finché [è] in tempo». Dopo sarebbe tardi.36
La richiesta della chiesa.37
— Il vescovo domanda se qualcuno ha qualche cosa in contrario.

— L'esortazione.

La prostrazione. Segno di sublime annientamento e di grande amore. Essi muoiono a tutto ciò che38 erano, per essere investiti [come] uomini nuovi dallo Spirito di Dio. Una fiorita di candidi gigli recisi dall'amore. Mentre essi bagnano con lacrime di commozione la polvere in cui sono prostrati, ecco tutta la chiesa militante inginocchiarsi accanto a loro e invocare su loro il paradiso intero con le Litanie dei santi. La santissima Trinità, la Vergine santissima, gli angeli, gli apostoli, i martiri, i confessori, le vergini, le vedove sono chiamati in soccorso dei prostrati, pe[r]ché li assistano nel passo tanto grave che stanno per compiere. Uniamo[ci] con le nostre preghiere."
36 L'ammonizione riguarda i candidati al suddiaconato e agli altri ordini (PR 35).

37 È data qui l'indicazione della pagina 117, probabilmente il rimando al Rituale.
38 Nell'originale: che che. «Omnes ordinandi in locis super tapetia prosternunt se» (PR 36).

39 Si è forse perduto un secondo foglio, nel quale si continuava il commento. Il discorso è proseguito nella C 047.

Per vedere con quale coerenza il chierico Giuseppe Quadrio ha vissuto, a suo tempo, la tonsura e gli ordini minori, pensiamo utile il rimando alle pagine del suo diario (D. Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di E. Valentini, Torino 1964).

Tonsura (25 marzo 1944): «Dominus pars haereditatis meae. Oggi, o Gesù, ho risposto a te il mio Adsum totale e definitivo. Sì, o Gesù, "Presente» oggi e sempre!... Oggi, o Gesù, ho scelto te con scelta definitiva ed esclusiva. Sì, o Gesù, tu sei l'unico anelito, l'unico interesse di tutta la mia vita. Oggi la tua chiesa mi ha accolto nel numero dei suoi eletti ministri... Oggi, o Gesù, insieme alla Madre nostra Annunziata, ho detto il mio "sì" all'opera del tuo Santo Spirito in me, che accetto ed eleggo in ogni cosa come il mio Santo] Spirito: Fiat mihi secundum verbum tuum» (p. 27; cf. anche L 020).

Ostiariato e lettorato (15 marzo 1945): «Esercizi spirituali. Proposito: Con Gesù all'ultimo posto. Recumbe in novissimo loco... O mio Dio e fratello, vuotami di me e riempimi del tuo Santo Spirito. Dammi il tuo amore per la casa del Padre tuo e mio; dammi il tuo amore e la tua intelligenza dei sermoni del Padre tuo e mio. O divino primo Ostiario e Lettore del Padre, introducimi nel seno del Padre per lo Spirito Santo, per essere ivi piccolo ostiario e lettore della s[anti]ssima Trinità. Veni, Sancte Spiritus. Pater sancte, gratias ago tibi quia audisti me» (pp. 73-74; cf. anche L 026).

Esorcistato e accolitato (14 luglio 1945). «Propositi: 1. Sarò buon esorcista, definitivamente impegnato contro il demonio. Vivrò con gli occhi bassi, senza appoggiarmi, senza mai accontentare la gola, mortificando la curiosità e l'amor proprio, i gusti, ecc. 2. Sarò buon accolito, definitivamente consacrato all'amore di Gesù. Vivrò d'amore nelle preghiere, nelle azioni, nel lavoro, ecc. In nomine Domini. Omnia possum in eo qui me confortar» (p. 80; cf. anche L 027).

045. (La preparazione al suddiaconato»] (1960? Torino, Crocetta, teologi)40
1. Importanza. I tre mesi che vi separano dal vostro suddiaconato sono tra i più importanti e decisivi della vostra vita. Da essi dipenderà la riuscita o il fallimento della vostra vocazione:
— la perseveranza o la diserzione del vostro sacerdozio,
— la fecondità o sterilità del vostro apostolato,
— l'onore o la rovina della chiesa,
— la salvezza o dannazione vostra e di altre anime.

Forse nessun periodo della vostra vita è tanto carico di responsabilità, di conseguenze, quanto quello che state attraversando.

Il pericolo di tradire Cristo e la chíesa, di profanare i sacri impegni del suddiaconato c'è per tutti e per ciascuno. Dovete guardarlo in faccia con spietata sincerità e prendere tutte le misure per prevenire le sorprese. La chiesa accetta in partenza, perché il suddiacono rimane uomo, questo oscuro scandalo delle infedeltà, dei colpi mancini, dei tradimenti sacerdotali. Il nome di Giuda e di altri in ogni tempo (perché anche Giuda ha i suoi successori) rimane per tutti un avvertimento e un monito: la possibilità tremenda di infrangere il vincolo di amore che avevamo giurato a Gesù.

Ora, si può dire che la gran parte delle diserzioni o dei fallimenti è dovuta alla mancanza di una profonda, seria, diuturna preparazione e deliberazione prima della scelta. In una recente istruzione agli ordinari, la Sacra] Congdegazione] dei Sacramenti, esaminando le varie cause di diserzione emerse dai processi di riduzione allo stato laicale degli ultimi vent'anni, parla di ignoranza, incoscienza, sconsideratezza nei candidati alla sacra] ordinazione riguardo alle responsabilità, agli obblighi e pericoli inerenti allo stato sacerdotale in relazione al celibato.

40 Su fogli dattiloscritti, con correzioni e aggiunte autografe. Fotocopia di una battitura diversa, con identico contenuto, è stata spedita dal Giappone da don Giuseppe Crevacore (lettera del 5 dicembre 1993). Già compagno di don Quadrio e poi grande ammiratore della sua santità, si è servito di queste pagine (cf. anche C 049) per tutta la sua vita. Il testo è scritto sul retro di fogli ad uso del decano di teologia, particolare che serve a collocare l'intervento verso il 1958-1960. Don Valentini, che ha pubblicato la conferenza, pone come data: marzo (?) 1960 (D. Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di d. E. Valentini, Torino 1964, pp. 176-189). L'accenno ai tre mesi che precedono l'ordinazione, di solito a febbraio, collocherebbe l'intervento nel dicembre del 1959.

Nessuna meraviglia, quindi, che le prime parole che il vescovo rivolge agli ordinandi suddiaconi, quando si presentano all'altare, siano un grave e accorato invito alla riflessione prolungata e ponderata, sugli impegni che stanno per assumere: «Pulii dilettissimi, ad sacrum subdiaconatus ordinem promovendi, iterum atque iterum considerare debetis attente, quod onus ultro Proinde, dum tempus est cogitate...»."
2. Scopo della preparazione.

È quello di vagliare e preparare tutti gli elementi per una scelta o decisione, tale che garantisca la perseveranza, non solo materiale, ma di volontà, di fervore e di opere fino alla morte, nel santo proposito. «Si in sancto proposito perseverare placet».42
Tutto dipende dalla qualità della scelta che farete. Ora una scelta che vi garantisca la perseveranza viva e operosa deve avere queste caratteri[s]tiche.

I. Quanto all'intelligenza, deve essere una scelta consapevole e ponderata. La chiesa sa che le defezioni avvengono perché la scelta fu avventata, sconsiderata, senza ponderazione, senza sufficiente consapevolezza. Perciò la chiesa vi impone il grave obbligo di riflettere, soppesare, ponderare «iterum atque iterum», «attente»," tutti gli elementi implicati nella scelta, ciò che abbandonate, ciò" che abbracciate, per averne una coscienza esatta, piena, profonda, realistica, completa.

Bisogna che vi poniate di fronte al bivio, che esaminiate i beni posti da Dio nelle due vie (matrimonio e celibato), che valutiate serenamente i motivi pro e contro, che ponderiate la bellezza e dolcezza della vita matrimoniale santificata dalla grazia del sacramento da una parte, e dall'altra il sacrificio reale e perpetuo della solitudine sacerdotale.

Niente è più fatale per un sacerdote, nel momento della crisi o della tentazione, che poter dire: «Non ci avevo pensato, non avevo capito nulla. Se avessi saputo!». Così nascono i rassegnati o i traditori.

41 pR 35.

42 pR 35.

43 pR 35.

44 Nell'originale: ciò ciò.

Niente è più confortante e consolante nella lotta che la serena coscienza di non aver ignorato le cose nel momento della scelta, ma di aver deciso con perfetta consapevolezza e conoscenza della realtà. «Proinde, dum tempus est, cogitate».
II. In secondo luogo, quanto alla volontà, la scelta deve essere perfettamente libera e responsabile. Non parlo qui di chi accedesse agli ordini per timori estrinseci, costrizioni o spinte illegittime. Intendo parlare di chi vi accede unicamente perché ci si trova, perché è sulla strada, perché urgono le scadenze, più per forza di inerzia che per una positiva determinazione. Un tale comportamento è molto pericoloso per il futuro, ed è contrario al vero significato della verginità consacrata.

L'accettare il celibato con rassegnazione, soltanto come una rinuncia imposta dalla chiesa a chi vu[o]l[e] diventare prete, come si accetta di subire un esame per essere promosso o di farsi togliere un dente per stare bene, non è la disposizione ideale voluta dalla chiesa in chi accede al suddiaconato.

L'accettazione rassegnata del celibato può essere meritoria, ma non è la scelta libera e positiva della verginità per amore di Cristo, non è un votarsi pienamente e solennemente a Cristo, scelto come l'unico amore della nostra vita. Non è un matrimonio di amore, ma di convenienza o di necessità. Non è uno sposarsi da innam[orato].

Il vergine rassegnato, anche se poi sarà sempre fedele ai suoi impegni, non incarna in sé l'ideale del vergine consacrato, che è uno45 sposo amante e appassionato della persona che ha scelto tra mille, come l'unica che faceva per lui.

Questa è l'intenzione con cui la chiesa vi ammetterà al suddiaconato. Il vescovo vi dirà: «Hactenus liberi estis, licetque vobis pro arbitrio ad saecularia vota transire... Proinde, dum tempus est, cogitate, et si in sancto proposito perseverare placet, in nomine Domini, huc accedite».46
Dopo aver lungamente deliberato, dovete positivamente e formalmente scegliere, decidere, determinarvi, prendere posizione, optare, fare il passo, cioè volere con volontà esplicita, generosa, totale e leale, essere sposi di Cristo per amore.

Noi sappiamo ben[e] di quale energia, di quale gioia, di quale aiuto sia fonte nella vita sacerdotale la coscienza di aver scelto Cristo liberamente e personalmente. Al contrario di quale amarezza, tristezza, sconforto, inerzia, meschinità spirituale, e di quale debolezza nel pericolo possa diventare occasione il pensiero che uno si è trovato, quasi fatalmente, intruppato in un gregge, a portare un giogo a cui si è piuttosto rassegnato passivamente, che non assunto con deliberazione e determinazione personale.

45 Nell'originale: un uno.

46 PR 35.

3. Gli impegni del suddiaconato.

Il vescovo ve li presenterà con queste parole nel giorno della vostra ordinazione: «Quod si hunc ordinem susceperitis, amplius non licebit a proposito resilire, sed Deo, cui servire regnare est, perpetuo famulari; et castitatem, illo adiuvante, servare oportebit; atque in Ecclesiae ministerio semper esse mancipatos».47
Concretamente due impegni: breviario e castità perfetta per tutta la vita. Non avete mai pensato perché la chiesa affida al suddiacono questi due uffici congiunti?

  • Innanzitutto per una ragione mistica, che i Padri dopo Origene hanno frequentemente sottolineato. Essi parlano di un canto che «conviene agli angeli in cielo e a coloro sulla terra che conducono una vita simile a quella degli angeli» (Origene). I vergini sono «sicut angeli Dei in caelo», sono come i celesti comprensori che «neque nubent neque nubentur» (Mt 22,30). È dunque giusto che i vergini abbiano anche l'occupazione degli angeli, cioè la lode incessante di Dio. Agli angeli della terra la chiesa affida il compito di cantare ogni giorno l'innodia angelica. Vita angelica [e] lode divina, celibato e breviario.

E per questo che i Padri parlano di angeli mescolati ai monaci salmodianti, partecipanti coi monaci al canto delle ore canoniche: «In conspectu angelorum psallam tibi» (Sal 137,1).

Impegnandoci ad essere angeli nella vita (celibato), la chiesa ci impegna ad essere anche angeli nella lode divina.

  • Ma penso che la ragione più forte e concreta, per congiungere i due impegni, è che l'uno non può stare senza l'altro, l'uno è sostegno e garanzia dell'altro. Si trovano insieme non solo negli angeli, ma nello stesso Cristo, che è vergine e orante; si trovano uniti nella chiesa, che è vergine e orante; devono trovarsi in chi vuol essere il prolungamento di Cristo e il rappresentante della chiesa tra gli uomini. Bisogna pregare come Cristo, per essere casti come lui; bisogna essere casti come Cristo, per pregare come lui. Chi non prega, non può essere casto; e chi non è casto, non può pregare degnamente.

47 PR 35.

Da una parte il breviario ci è dato dalla chiesa come scudo e custodia del celibato casto. La chiesa ritiene che [non] si possa essere perfettamente casti nel celibato perpetuo, se non pregando a lungo ogni giorno. E in realtà tutti i sacerdoti che sono caduti, è perché non hanno pregato abbastanza. Chi prega non cade!
Dall'altra parte, che senso avrebbe il divino Ufficio, la laus perennis di Cristo al Padre, sulle labbra di un ministro infedele al suo impegno di castità? Sarebbe una commedia, una contraddizione urlante, un istrionismo di pessimo gusto. «Beati immaculati in via...».48
Che cosa risponderà loro49 Dio? «Dispergam super vultum vestrum stercus solemnitatum vestrarum» (Mal 2,3). Il «sacrificium laudis» è divenuto dunque così ributtante e nauseante per Dio?
Quando diciamo o meglio celebriamo il divino Ufficio, siamo la bocca di Cristo e del suo Corpo mistico per pregare e lodare il Padre. Ora non può farsi bocca di Cristo e della chiesa nella preghiera ufficiale chi non ha il cuore casto e verginale di Cristo e della sua purissima Sposa, la chiesa.

In questi mesi di preparazione, voi dovrete studiare, capire, amare e gustare i due grandi compiti che la chiesa vi affida nel vostro suddiaconato.

I. Quello di impersonare e prolungare Cristo orante, quel Cristo che fece della preghiera una occupazione non secondaria nella sua vita terrena («et erat pernoctans in oratione Dei». «Factus in agonia prolixius orabat». «Cum clamore valido et lacrimis exauditus est pro sua reverentia»), e che spende la sua vita celeste ad intercedere per la sua chiesa («semper vivens ad interpellandum pro nobis»)."
Cristo è la lode vivente e so[s]tanziale del Padre, il grande religioso di Dio, l'unico che può dare del tu al suo Padre. Ora egli continua nella sua chiesa la sua missione di lode e di preghiera, per mezzo dei ministri della preghiera ufficiale del Corpo mistico.

In ciò appunto consiste la grandezza inestimabile del nostro breviario. Per mezzo del breviario [n]oi siamo la bocca del Cristo orante nella sua chiesa. Siamo Cristo che prega. Siamo la lingua del Corpo mistico. Dobbiamo celebrare il nostro breviario sempre «in persona Christi (et] in persona ecclesiae», cioè in nome, per incarico, con i sentimenti e le intenzioni di Gesù e della sua Sposa. Se sapessimo quanto siamo grandi e potenti nell'ora del nostro breviario! Noi possediamo la più grande forza di rivoluzione che un uomo può avere; possiamo imprimere un nuovo corso alla storia dell'umanità.

48 Sal 118,1.

49 Nell'originale: gli risponderà.

50 Cf. rispettivamente Lc 6,12; 22,43; Eb 5,7; 7,25.

II. Dovete in secondo luogo studiare, comprendere, amare e gustare l'altro, non meno affascinante impegno (stavo per dire dono o privilegio) che la chiesa vi affiderà nel vostro suddiaconato, quello di impersonare e prolungare Cristo vergine e casto nei suoi rapporti sponsali e amorosi con la sua Sposa, la chiesa. Perché qui è la sostanza del celibato ecclesiastico: Cristo è vergine e sposo della chiesa.

È necessario che consideriate a fondo, con chiarezza e serenità i due aspetti del celibato, quello negativo di rinunzia o immolazione, e quello positivo di sposalizio e consacrazione.

Io mi accontenterò di indicare l'indice dei capitoli della trattazione che voi dovrete sviluppare.

  • Fonti (vedi a parte).
  • Teologia del celibato.

I. Il celibato è rinunzia e immolazione di tre istinti radicali posti da Dio nella natura umana.

1) Rinunzia e immolazione fisiologica" ad ogni attività sessuale, cioè all'attuazione volontaria completa e incompleta dell'istinto sessuale e alla soddisfazione venerea che sapientemente Dio vi ha connesso, in vista della procre[a]zione. Alcuni si fermano qui, e pensano che il celibato sia solo questo. Sbagliano!
2) Rinuncia e immolazione affettiva (più intima, più difficile e quindi più meritoria) ad ogni amore umano che sia sessuale, sensuale o anche solo sensibile. In particolare sembra inconciliabile col celibato ecclesiastico ogni amicizia familiare con qualunque donna, ricercata o amata in quanto donna, cioè per le sue qualità femminili. Una tale amicizia è, per impulso istintivo e secondo i piani stessi della natura, orientata a non rimanere una mera amicizia platonica, ma a diventare sensuale e sessuale. È contraria a quella consacrazione totale, indivisa, integra del cuore a Cristo, in cui consiste la verginità completa.

San Paolo fa appunto consistere la superiorità della verginità sul matrimonio, nel fatto che la persona sposata ha il cuore diviso tra Dio e il proprio coniuge,52 mentre (e ciò è chiaramente sottinteso dall'apostolo) il vergine ha il cuore indiviso, cioè integralmente donato a Dio solo.

51 Qui e, in corrispondenza, nel paragrafo seguente, è stato tolto: cioè.

52 Cf. 1 Cor 7,32-33.

3) Vi è nel celibato una terza rinuncia ed immolazione, che viene in primo piano solamente nell'età matura, ed è la rinuncia alla paternità naturale, l'immolazione dell'istinto che ogni uomo ha di perpetuarsi nei figli, immagine e prolungamento di se stesso e della persona amata. Biot e Galimard, in Guida medica delle vocazioni, affermano che questo istinto è così radicato nell'uomo, «che la rinuncia alla paternità è infinitamente più dolorosa che la resistenza all'impulso sessuale». Ed aggiungono: «Forse nel corso della sua vita il sacerdote giungerà a sentire il peso di questo sacr[i]ficio. Ragione di più per insistere a tempo con i seminaristi e religiosi sopra la nobiltà della paternità».

Ora il candidato al suddiaconato deve attentamente considerare la realtà concreta di queste tre rinunce e poi generosamente sacrificare i beni e le soddisfazioni della vita coniugale, consapevolmente, deliberatamente, completamente, gio[io]samente, definitivamente. Deve sapere chiaramente che questi tre istinti sono immolati, non soppressi dall'ordinazione, ma restano provvidenzialmente sempre vivi e pulsanti, per essere ogni giorno immolati sull'altare dell'amore, sul quale quotidianamente il vergine celebra con Cristo il sacrificio di se stesso, la sua messa bianca. In questo sacrificio la materia o vittima è appunto costituita dall'istinto sessuale, affettivo e paterno. Se un giorno mancasse la materia, non esisterebbe il sacrificio. Per questo Dio attraverso la natura ha provveduto che alla nostra messa verginale non venisse mai a mancare la vittima, cioè i nostri impulsi naturali.

IL Ma, se materia del celibato è la rinunzia e l'immolazione; sua forma specificante è la consacrazione, l'amore, il matrimonio dell'anima con Cristo fisico e mistico 53 Se mancasse questa parte positiva, il suddiacono sarebbe come uno scapolo che non ha trovato da sposarsi, e qui[n]di ha rinunziato alla vita coniugale, senza nulla sostituirvi. Il suddiacono invece è uno che ha rinunciato al matrimonio umano per il matrimonio divino, ha rinunciato all'amore di una creatura, per l'amore inebriante di Cristo, ha spento la candela tremolante della carne, perché ha trovato la luce del sole, ha rifiutato le povere gocce del piacere naturale, perché è stato travolto dal torrente straripante della voluttà divina.

La verginità consacrata è un vero e reale matrimonio con Cristo, anche se matrimonio mistico e spirituale.

53 Per uno sviluppo parallelo degli stessi concetti, cf. R 057 (I sacerdoti sono dei minorati?).
L'essenza del matrimonio umano è lo svelare il mistero profondo del proprio essere ad una creatura, donandoglisi anima e corpo con un abbandono completo, esclusivo e definitivo.

L'essenza della verginità consacrata è rimettere nelle mani di Gesù il mistero profondo del proprio essere, rimetterglielo intatto e sigillato, con un dono completo, esclusivo e definitivo del corpo, del cuore, dello spirito. «Dilectus meus mihi et ego illi, qui pascitur inter lilia»54 è la formula più felice dell'amore sponsale che unisce in dolcissimo nodo Cristo sposo e l'anima verginale consacrata.

Facciamo un esempio. Un giovane ama una ragazza, [ma] non la può sposare per un qualunque motivo. Allora promette di non sposare nessun'altra per suo amore. Il suddiacono è in una posizione diversa: non sposa altri, per sposare realmente la persona amata, Cristo Gesù. Non è un solitario, ma un coniugato. È considerato celibe di fronte alle apparenze umane, ma in realtà è uno sposato."
Il suddiaconato verifica l'essenza del contratto matrimoniale, cioè la «mutua traditio dello ius in corpus perpetuum et exclusivum» (I-Codex Iuris Canonici], canone] 1081, 1). Il suddiacono consegna a Cristo il potere e dominio perpetuo ed esclusivo sul proprio corpo con tutti i suoi istinti, sul proprio cuore con tutti i suoi sentimenti e capacità d'amare, sulla sua inclinazione a rinnovarsi nella figliolanza.

In compenso Cristo gli concede il potere intimo, perpetuo ed esclusivo sul proprio Corpo fisico nell'eucaristia, sul proprio Corpo mistico nell'apostolato, la paternità spirituale sui figli di Dio che il sacerdote genera con la predicazione e i sacramenti. Dunque tra il vergine e Cristo c'è la mutua traditio dello ius in corpus, c'è il matrimonio.

Si dice che il celibato produce una sclerosi del cuore, insensibilità, durezza, grettezza, avarizia, stranezza, amarezza, nevrastenia, ecc. È uno scambiare il celibato con la pura rinuncia, la vuota solitudine, la nuda repressione, mentre esso è soprattutto comunione di vita e d'amore, intimità divina, pienezza di vita, espansione di amore, liberazione, gioia che supera ogni senso, pace che inonda l'anima come un torrente straripante.56
È stato giustamente detto che, fino ad un certo punto della vita, il celibato può sembrare un sacrificio che noi abbiamo fatto a Dio, ma poi è sentito come un grande dono che Dio ha fatto a noi.

54 Ct 2,16.

55 Vedi D. VON HILDEBRAND, Purezza e verginità, parte III, sezione II.

56 Vedere l'enciclica «Sacra virginitas» di Pio XII del 25 marzo 1954.

Non siamo troppo romantici nel valutare le gioie del matrimonio e della famiglia. San Paolo parla di «sollecitudine» degli sposati, [di] «tribulationes carnis».57 In realtà nessuna persona finita può riempire l'esigenza infinita di amore che tormenta il cuore umano. Nessun pane può saziare la nostra fame, nessun'acqua spegnere la nostra sete di infinito. Il cuore umano non è fatto per un altro cuore umano, ma per l'infinito Amore. L'ago della nostra bussola oscillerà sempre inquieto, finché non si fissa nel suo nord magnetico. Gli unici, che non siamo esposti alla delusione, siamo noi.

Dire — come fanno anche tanti infelici spretati — che il sacerdote, senza l'affetto di una donna, è un essere incompleto, infelice, fallito, sarebbe vero se il celibato fosse soltanto rinuncia all'affettO e alla famiglia, e non piuttosto intimità con Cristo sposo. Il Cristo fisico e mistico è per il vergine un complemento infinitamente più pieno e appagante che non la creatura più affascinante. Nessuno, più di Cristo può essere per il prete un «adiutorium simile sibi».58 L'intimità con Cristo non è paragonabile a nessuna intimità umana. La paternità spirituale nasconde delle gioie così soavi ed appaganti, al cui confronto impallidiscono quelle della più felice paternità umana. L'intimità del sacerdote con le anime raggiunge certe profondità e finezze, impensabili a chi non le ha provate.

Rinunciando a qualche cosa, il sacerdote ritrova tutto. «Tu es qui restitues hereditatem meam mihi».59 Ritrova l'amore, l'intimità, la fecondità, la soddi[s]fazione in grado incomparabilmente più intenso e pieno che non nel matrimonio umano. La verginità consacrata è il più felice dei matrimoni, la più inebriante comunione d'amore, la più feconda paternità. Tutte le avventure di amore, narrate dai poeti, impallidiscono di fronte a quella vissuta dal sacerdote. Nessuno al mondo ha tanta possibilità di amare in intensità ed estensione, quanto il cuore consacrato, perché le sue dimensioni coincidono con quelle del cuore di Dio. Solo un cuore libero e sovrano come quello di Dio può amare tutti e donarsi a tutti, come ha fatto Cristo.

Propositi.6°
1. Chiedere ogni giorno a Dio la grazia della fedeltà. «Nemo potest esse continens nisi Deus det». Nella messa, comunione e breviario.

57 1 Cor 7,28.

58 Gen 2,20.

59 Sal 16 (15),5.

60 Cf. G. COURTOIS, Incontri con Dio. Ritiri sacerdotali moderni, II, Milano 1953, [pp.] 59-61.

  • Limpidezza e chiarezza: non situazioni equivoche, sotterfugi, sensibilità fuori posto, compromessi, insincerità con se stessi e con altri. L'illusione non è mai tanto facile, come quando c'entra il cuore o l'amor proprio. Il ridicolo è fratello dell'illusione. Aprire totalmente la propria anima al direttore spirituale. Nei periodi di tentazione, non rimandare la confessione. Cercare una persona illuminata e prudente, con cui aprirsi interamente.
  • Le opere cattive provengono dal cuore. Evitare nell'esercizio della paternità spirituale tutto quello che è emozione sentimentale. Proibirsi ogni familiarità disdicevole. Non [essere] schiavi di alcuno. «Cuore indiviso».
  • Non dire una parola, non fare un gesto che non possa fare Gesù con noi. Non scrivere una lettera in termini tali da non poter essere pubblicata. Di una sola cosa siamo certi che non si saprà mai, cioè quella che non abbiamo commessa.
  • Fuori della Regola c'è l'abisso. Non presumere di dispensarci dalle norme regolamentari senza permesso e controllo del superiore legittimo.

Occhio alle visite a domicilio: non farne senza permesso e senza una reale necessità apostolica. «Nihil sine episcopo»:61 nessuna forma arbitraria di apostolato femminile. In ogni caso, brevità e serietà cortese e disinvolta. Nessuna amicizia o familiarità.

  • Riserbo e controllo nelle letture e curiosità mondane. Non perché uno è prete può leggere o guardare tutto. Il vento della mondanità spegne lo spirito sacerdotale. Non leggere nulla, che il superiore non potrebbe approvare.
  • Non ossessioni e ansietà, ma serenità, distensione, evasione dall'incantesimo attraverso una regolata occupazione e — quando sia necessario — uno svago tranquillante.
  • Vivere in amichevole intimità con Cristo-Uomo, amarlo appassionatamente, consacrare ogni giorno a lui anima, cuore, corpo. Passione e zelo per la chiesa e le anime. Il lavoro è il custode della castità.
  • Senso vivo, coscienza acuta della propria dignità umana-cristianasacerdotale, della propria responsabilità di ministro di Dio e della chiesa.62

61 Concetto ricorrente in molti passi di sant'Ignazio d'Antiochia (cf. per es. RJ 50, 65). La massima è ripetuta nelle lettere di don Quadrio, specialmente in riferimento all'apostolato femminile (L 162 e 207).

62 Quest'ultimo punto è aggiunto a mano. Manca nelle diverse copie circolanti, che pure accolgono altre integrazioni.

Riportiamo anche qui dal diario la testimonianza diretta di come il chierico Giuseppe Quadrio ha vissuto il proprio ingresso ufficiale tra i ministri della chiesa.

Suddiaconato (14 luglio 1946). Dai propositi della vigilia, al termine degli esercizi spirituali: «Domani ordinazione al suddiaconato e solenne inizio della missione di "orante" in persona Christi nomine ecclesiae... 1. Il breviario: sarà da domani l'occupazione più grande, più nobile, più importante della mia vita. Domine, dote me orare. Aperi, Domine, os meum ad benedicendum... tratterò il mio breviario come una cosa sacra, lo bacerò spesso; pregherò e giurerò su di esso. Il mio scudo e la mia corazza. 2. La purezza più rigorosa, più intransigente, più selvaggia. Mi lego a te, mio Dio, col vincolo più stretto, nel legame maritale indissolubile. I miei occhi sono tutti e solo per te: godrò di mortificarmi in tutto il resto, anche lecito. Vivrò come se non avessi corpo, fedelmente perduto nel tuo amplesso. 3. In genere: fedeltà massima allo Spirito Santo. Docibilis a Spiritu Sancto» (Don Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di E. Valentini, Torino 1964, pp. 92-93; cf. anche L 037).

Sono già presenti in forma esplicita e decisiva, tutti gli elementi della spiritualità futura.

Prima di compiere questo passo era giunto ad offrire la sua «povera vita per le vocazioni che Dio suscita e coltiva fra i giovani... allo scopo di evitare l'ordinazione di uno meno degno» (L 036).

046. Suddiacono
(1960?, Torino, Crocetta, esercizi spirituali degli ordinandi)63
È una grande gioia ed anche una grande temerità per me l'aver accettato il vostro invito, e trovarmi qui con voi alla vigilia di avvenimenti così solenni, dai quali dipende gran parte della vostra vita e della vostra eternità.

Un'ora gravissima di conseguenze sta per scoccare sul quadrante della vostra vita. Siete ad una svolta decisiva. La vostra salvezza eterna, la salvezza di tanti altri, l'onore e la prosperità della chiesa dipendono da ciò che voi scegliete, o piuttosto dal modo con cui scegliete.

Il pericolo di tradire Cristo e la chiesa, di profanare i sacri impegni del suddiaconato c'è per tutti e per ciascuno. Dovete guardarlo in faccia con spietata sincerità, per prevenire le sorprese. La chiesa ha accettato in partenza, perché il suddiacono rimane uomo, questo oscuro scandalo delle infedeltà, dei colpi mancini, dei tradimenti sacerdotali. Il nome di Giuda e di altri in ogni tempo (perché anche Giuda ha i suoi successori) rimane per tutti una testimonianza esemplare e significativa di una terribile possibilità: la possibilità della tremenda scelta di un uomo contro Dio, a cui aveva già risposto, al quale si era già consegnato.

63 L'indicazione dell'anno, che appare accanto al titolo, è di mano diversa da quella di don Quadrio. Testo manoscritto sul retro di fogli ad uso del decano di teologia, come la conferenza che precede. Il tono è diverso, perché qui si tratta di una meditazione.

Un santo forse non riuscirebbe a proporre un così doloroso argomento se non con le lacrime. Perdonate se io, che non sono santo, debba farlo con delle parole, con troppe e troppo povere parole.

Durante questi esercizi dobbiamo tutti pregare, gli uni per la fedeltà degli altri; pregare per quelli tra noi che per primi e più fortemente saranno tentati di smarrirsi; pregare «in timore et tremore»,64 applicando ciascuno a se stesso le parole di sant'Agostino nelle Confessioni: «Chi è l'uomo che abbia commesso un delitto, che io non sia capace di commetterne uno peggiore?».

Però, accanto al timore, deve trovar posto una salutare fiducia. Nel giorno della vostra ordinazione contraete due impegni: castità perfetta e breviario quotidiano. L'uno è sostegno dell'altro. L'uno non può stare senza l'altro. Si trovano insieme in Cristo vergine ed orante. Si trovano uniti nella chiesa, Sposa e prolungamento di Cristo, vergine e orante. Si trovano insieme in colui che impersona Cristo e la chiesa. Verginità e preghiera sono due facce della stessa realtà. Bisogna pregare come Cristo, per essere casto come lui; bisogna essere casti come Cristo, per pregare come lui.

  • Che senso avrebbe il breviario, la «laus perennis» di Cristo al Padre, sulle labbra di un ministro infedele al suo impegno di castità? Sarebbe una commedia, una profanazione, una contraddizione urlante, un istrionismo di pessimo gusto.

«Beati immaculati in via, qui ambulant in lege Domini... Quomodo dilexi legem tuam, Domine! Tota die meditatio mea est. Deus meus, Deus meus, ad te de luce vigilo. Adhaesit anima mea post te».65
A lui che risponderà Dio? «Dispergam super vultum vestrum stercus solemnitatum vestrarum» (Mal 2,3). Il «sacrificium laudis» è divenuto dunque così ributtante e nauseante per Dio?
Non può farsi bocca di Cristo e della chiesa nella preghiera ufficiale, chi non ha il cuore casto e verginale di Cristo e della chiesa.

  • Dall'altro lato, il breviario vi è dato dalla chiesa come scudo e custodia della castità. La chiesa ritiene che non si possa essere perfettamente e perpetuamente casti, se non pregando bene e a lungo ogni giorno.

64 2 Cor 7,15.

65 Sal 118,1.97; 62,2.9.

Un sacerdote che prega, non cade. Tutti coloro che sono caduti, è perché non hanno pregato abbastanza.

Si può dire il breviario anche senza pregare; si può dire il breviario, in modo da rendersi inabili alla preghiera.

Gli angeli del cielo lodano Dio. Devono farlo anche gli angeli della terra. I vergini [del cielo cantano le sue lodi. Devono farlo anche i vergini della terra].

La recita svogliata, distratta, meccanica, sciatta, strapazzata del breviario, solo per pagare una multa, unicamente per sfuggire al peccato mortale, può giungere al punto da spegnere nell'animo l'afflato della preghiera, da atrofizzare gli organi della preghiera, da rendere il sacerdote incapace di pregare. Ci si abitua, se non si ha fede, amore, vigilanza. Io mi abituerei anche ad uccidere mia madre, se dovessi farlo ogni giorno!
Prima che un obbligo impostovi, il breviario è una grande, onorifica missione ufficiale che la chiesa vi affida nel giorno del v[o]s[tro] suddiaconato.

Per ben comprendere, bisogna tener presente che nel mondo vi è una sola preghiera: quella di Gesù] C[risto] nella chiesa.

Gesù C[risto] è il grande religioso di Dio, l'uomo che può dare del tu al Padre suo, è la lode vivente del Padre: «splendor gloriae Patris».66 La preghiera non fu un'attività secondaria nella sua vita terrena, ed è l'occupazione principale nella sua vita celeste. «Et erat pernoctans in oratione Dei». «Factus in agonia, prolixius orabat». «Cum clamore valido et lacrimis, exauditus est pro sua reverentia». «Semper vivens ad interpellandum».67
Ora questa missione di orante Cristo l'ha affidata alla sua chiesa, o meglio la continua nella sua chiesa.

In ciò appunto consiste la grandezza del nostro breviario: la nostra preghiera nel s[anto] breviario non è isolata, individuale; noi siamo la bocca, la lingua del Cristo orante nella chiesa. In ciascuno di noi è la preghiera del Cristo fisico e mistico.

Ciò che il Cristo non può esprimere in tutti, egli lo dice, lo canta sulle nostre labbra. Quando la bocca parla, è, tutto il corpo che parla. Noi siamo la bocca del «Corpo mistico». Tutte le membra (a cominciare dal Capo) si esprimono, pregano, piangono, lodano, espiano per nostro mezzo.

66 Eb 1,3.

67 Cf. rispettivamente Lc 6,12; 22,43; Eb 5,7; 7,25.

Bisogna dire il breviario «in persona Christi», con i sentimenti, gli atteggiamenti, le intenzioni sue nei riguardi del Padre e dei fratelli. Essere Cristo che prega nella solitudine della notte, prima di chiamare gli apostoli, sulla tomba di Laz[z]aro, dopo la cena, sotto gli ulivi del Getsemani, agonizzante in croce.68
Bisogna dire il breviario «in persona ecclesiae», cioè in nome, coi sentimenti, secondo le intenzioni della chiesa. Il breviario è essenzialmente la preghiera ecclesiale, de169 Corpo mistico, la preghiera della comunità, la «oratio fidei». Noi non facciamo altro che imprestare alla chiesa, Sposa di Cristo, le labbra, la voce, il cuore.

Il più grave pericolo ed abuso nella recita del divino] Ufficio] è quello di abbassare la preghiera del C[orpo] mistico] al livello di una qualunque devozione privata, quasi che, per es[empio], tra br[eviario] e rosario] non ci fosse altra differenza se non quella della gravità dell'obbligo.

Siamo gli oranti della comunità cristiana, la voce del C[orpo] m[isticol. Dobbiamo presentare a Dio i desideri e i bisogni di tutti gli indigenti, i vagiti di tutti coloro che nascono, i sospiri di tutti coloro che muoiono, le lacrime di tutti coloro che piangono. [Il sacerdote è] l'homo humanitatis.
Se sapessimo come può essere grande l'ora del nostro breviario! Noi captiamo tutte le voci dell'universo, prendiamo su di noi le necessità di tutta l'umanità. Siamo — presso Dio — l'eco di tutti gli appelli delle anime in nec[e]ssità.

Se sapessimo come possiamo essere potenti nell'ora del nostro breviario! Come può Cristo resistere alla voce delle sua carne, della sua Sposa, alla sua stessa voce?
Se i sacerdoti non recitassero più il loro breviario, il mondo stesso sarebbe sorpreso dalla desolazione che si abbatterebbe sopra di esso.

Se i sacerdoti recitassero meglio il loro breviario, il mondo sarebbe stupito del torrente di grazia che si rivers[er]ebbe sopra di esso.7°
Noi possediamo la più grande forza di rivoluzione che un uomo possa avere. Voi cinquanta dal primo luglio potete cambiare la faccia della terra e imprimere un corso nuovo alla storia dell'umanità.

68 Lc 6,12; Gv 11,41; Mt 26,30.39; cf. C. ADAM, Gesù il Cristo, Brescia 19506, p.98.

69 Nell'originale: a.

70 Nell'originale: lui. Così nella frase che precede.

047. Il suddiaconato (Torino, Crocetta)
Ed ora s[ua] em[inenza] procederà alla solenne ordinazione dei suddiaconi, la quale è preceduta da tre riti suggestivi: l'appello nominale, il passo verso l'altare, la prostrazione a terra.

  • L'appello nominale viene fatto solennemente dall'arcidiacono. Ognuno risponde «Adsum»,71 «Presente», in segno della propria generosa corrispondenza alla divina vocazione. La voce tremante di commozione [dei candidati] dirà quanto siano consci del grande passo che stanno per fare e quanto siano decisi a consacrare la p [ropria] vita a Dio e alle anime. Tutti, ad uno ad uno, si avvicinano all'eminentissimo ordinante.
  • Ed ecco il secondo rito preliminare. S[ua] em[inenza] ammonisce gli ordinandi e li invita a riflettere sull'importanza del passo irrevocabile che stanno per fare liberamente. Essi hanno già a lungo meditato sulla grave decisione, ma il vescovo li ferma: «Pensateci bene. Se uno non si sente, è ancora in tempo. Dopo sarebbe troppo tardi. E se rimanete nel santo proposito, fate un passo avanti».72

In uno slancio generoso di amore, tremebondi ma decisi, essi fanno verso l'altare il passo fatale. Questo passo li lega per la vita e per la morte: non potranno più tornare indietro. Nulla più potrà strapparli dall'altare, né il mondo, né la carne, né l'odio, né l'amore, né la persecuzione, né l'allettamento. Essi sanno che, se rivolgeranno indietro lo sguardo, avranno su di sé il marchio infamante dei rinnegati e dei traditori. Appartengono a Dio, a Dio solo, per sempre.

  • Fatto il passo che non ha ritorno, ecco il terzo rito preliminare. Tutti gli ordinandi si prostrano bocconi a terra, in segno di generoso olocausto e di sublime annientamento. Biancovestiti si stendono al suolo, come candidi gigli recisi dalla falce dell'amore. E su loro, prostrati nella polvere, il vescovo e l'assemblea invocano tutto il paradiso con le litanie dei santi, a cui tutti ci uniamo. Il vescovo si alza a benedire solennemente tre volte gli ordinandi prostrati.73
  • 71 PR 34.
  • 72 PR 35.
  • 73 PR 34-42.

I prelim[in]ari sono compiuti. Gli ordinandi al sacerdozio tornano al loro posto. S[ua] em[inenza] si accinge a ordinare i suddiaconi, ai quali rivolge anzitutto un'ampia esortazione sui compiti e i doveri dell'ufficio che stanno per assumere.

Il vescovo ha concluso in questo istante l'esortazione ai suddiaconi con queste gravi parole (90).74 In questo] momento il vescovo sta conferendo l'ordinazione del suddiaconato.

I suddiaconi si presentano a due a due ai piedi dell'em[inentissimo] ordinante. Egli presenta loro un calice vuoto con sopra la patena (gli strumenti del loro ufficio) e, mentre ciascuno degli ordinandi li tocca con la mano destra, egli pronuncia la formula dell'ordinazione al suddiacon[at]o (91).

La consegna degli strumenti della messa esprime bene quale sarà d'ora in poi la prima occupazione del suddiacono. Servire all'altare, essere tutto [al] servizio di Dio, di Dio solo, rinunziando per questo ad ogni terreno interesse, rinunziando, col celibato volontariamente assunto, anche a formarsi una propria famiglia. Egli sceglie oggi Dio e la chiesa, e a lui si lega con vincolo indissolubile.

I suddiaconi, nel momento dell'ordinazione, ricevono da Cristo e dalla chiesa, oltre il vincolo glorioso della perfetta e perpetua castità, anche due incombenze principali:

  • quella di servire da vicino all'altare, leggendo l'epistola nella messa solenne;
  • quella di recitare ogni giorno il divino Ufficio a nome della chiesa. Oltre il libro delle epistole, la chiesa affida loro oggi anche il breviario. Essi diventano da oggi i ministri ufficiali della preghiera nel Corpo mistico, gli oranti della chiesa. Essi dovranno imprestare le labbra, il cuore, l'intelligenza alla chiesa e fare proprie le sue intenzioni. Si presenteranno ogni giorno a Dio quali nostri ambasciatori e rappresentanti ufficiali di tutta la comunità cristiana. Gli presenteranno le lacrime di tutti coloro che sono tristi, i desideri e i bisogni di tutti gli indigenti, i vagiti di tutti coloro che nascono, i sospiri di tutti coloro che muoiono, le gioie di tutti coloro che godono, il dolore di tutti coloro che si pentono: pregheranno soprattutto per coloro che non vogliono o non possono o non sanno pregare. Ogni giorno, fino alla morte, essi impiegheranno circa un'ora a pregare per noi e per tutti con la recita del divino Ufficio. La preghiera sarà la compagna della loro solitudine di consacrati. Il breviario, cioè il libro della preghiera ecclesiastica, [sarà quello] che li accompagnerà, indivisibile compagno e testimonio, per tutta la vita.

74 Rimando alla pagina del PR, nella nostra edizione pp. 42-43.

048. [Ordinazioni di suddiaconi, diaconi e sacerdoti] (1953, Torino, Basilica di Maria Ausiliatrice)75
Il corteo.

Ancora pochi istanti ed avrà inizio il solenne rito delle sacre ordinazioni, che darà alla chiesa venti nuovi suddiaconi, un diacono e trentasei sacerdoti novelli.76
Quella a cui parteciperemo non è una pura cerimonia, ma una vera nuova Pentecoste, poiché qui, come nel cenacolo, discenderà veramente lo Spirito Santo con l'effusione dei suoi doni, per trasformare dei poveri uomini in suoi ministri ed apostoli. Il prodigio avvenuto nel cenacolo di venti secoli fa a Pentecoste si rinnoverà misteriosamente qui sotto gli occhi attoniti della n[o]s[tra] fede. È un grandioso dramma, divino ed umano, quello a cui partecipiamo, e gli attori di questo dramma stanno per presentarsi sulla scena, qui davanti all'altare. Ed ecco il corteo degli ordinandi bianco-vestiti uscire dalla sacrestia e procedere lentamente verso l'altare. È uno stuolo di sessanta giovinezze fiorenti, che marciano serene e pensose verso il monte santo del Signore, per la loro mistica trasfigurazione.

Primi fra tutti quelle mamme e quei papà a cui la morte ha impedito di vedere in terra la gioia di questo giorno, ma sono più che mai presenti con lo spirito accanto al loro figliuolo.

Procedono i venti che saranno ordinati suddiaconi e compiranno oggi quel passo fatale ed irrevocabile verso l'altare, da cui mai potranno tornare indietro. Il suddiaconato è il dono definitivo di sé all'esclusivo servizio di Dio.

Seguono i trentasei fortunati che oggi saranno ordinati sacerdoti. Avanzano pensosi ed oranti, tremebondi e quasi sgomenti: il grande giorno è giunto, il giorno più solenne e memorando della loro vita. Essi, giungendo all'altare, toccano la mèta di un lungo cammino, un cammino di dieci, quindici anni di attesa, di severa preparazione nella preghiera e nello studio.

Quindici anni fa essi sentirono per la prima volta riecheggiare il misterioso invito di Gesù: «Vieni e seguimi!». Ed essi, abbandonato tutto, lo seguirono generosamente. Ed ora toccano finalmente la mèta così a lungo sospirata della loro giovinezza. Li accompagna all'altare la commozione indicibile dei loro genitori presenti ed assenti. Accompagniamoli e sosteniamoli noi pure, pregando e credendo.

75 Per la datazione di un secondo utilizzo risulta definitivo l'accenno finale al cinquantenario dell'incoronazione di Maria Ausiliatrice, avvenuta il 17 maggio 1903. La Pentecoste nel 1953 cadeva il 24 maggio, giorno di Maria Ausiliatrice.

76 I numeri sono stati ritoccati più volte, per successivi adattamenti.

Il cardinale.

Dietro gli ordinandi ecco avanzare, nella maestà della porpora, s[ua] eminenza] il signor cardinale] Maurilio Fossati, nostro veneratissimo arcivesc[ovo]. Noi ci inchiniamo riverenti davanti a lui, nostro padre e pastore. Veneriamo in lui la pienezza del sacerdozio, che da lui si riverserà oggi su questi giovani ordinandi. Veneriamo in lui il papa che egli rappresenta, i vescovi e pastori della chiesa, quelli che pascono intrepidi il gregge di Dio e quelli che giacciono in catene per il nome e la fede di Cristo.

Veneriamo nell'em[inentissim]o ordinante la perenne, indefettibile fecondità della chiesa, madre dei santi, Sposa immortale di Dio, eterna conservatrice del sangue incorruttibile] di Cristo." Mentre in varie regioni non pochi sacerdoti vengono gettati in carcere, egli si prepara a ordinare coloro che ne dovranno prendere il posto.

La chiesa non muore: trentasei nuovi virgulti spuntano oggi sull'annoso tronco della chiesa, percosso sì, ma non mai stroncato dalla bufera della persecuzione. E di questi trentasei, ben quattro appartengono alla martoriata] chiesa del silenzio: due cecoslovacchi e due cinesi." Trentasei degni rappresentanti delle migliaia e migliaia di sacerdoti trucidati o deportati o iniquamente condannati ai lavori forzati.

Lo spirito di questi martiri e confessori della fede aleggia in questo istante qui, solenne ammonimento ai novelli leviti, affinché siano degni di loro.

Il vero protagonista invisibile, ma presentissimo del rito che crea i sacerdoti, è Gesù Cristo stesso, rappresentato dal vescovo.

— È Gesù che ha scelto e chiamato i novelli sacerdoti, come un giorno ha scelto e chiamato gli apostoli sulle sponde del lago e per le vie di Galilea.

77 Riecheggiamento di A. MANZONI: «Madre de' Santi; immagine / della città superna; / del Sangue incorruttibile / conservatrice eterna» (La Pentecoste [Inni sacri 4], vv. 1-4).

78 Nell'originale i numeri hanno subito variazioni successive. Tra le righe è aggiunto: 1 ungherese.

  • È Gesù che ordina e consacra i novelli leviti, facendoli ministri del suo corpo e del suo sangue, come nell'ultima cena consacrò sacerdoti gli apostoli con le parole: «Fate questo in memoria di me»."
  • È Gesù che, tra pochi istanti, opererà nei novelli sacerdoti quella misteriosa trasformazione che li farà altrettanti Gesù C[risto], prolungamenti vivi del suo sacerdozio e del suo sacrificio] red[entore]. Gesù farà tutto questo attraverso il ministero del vescovo. Nella mano del vescovo è la mano onnipotente di Gesù] Cristo] che si poserà sul capo degli ordinandi. Nella parola del vescovo è la voce miracolosa di Cristo che compirà l'invisibile prodigio dell'ordinazione. Nel vescovo consacrante è Cristo stesso che consacra.

Oggi dunque noi vediamo ripetersi in modo realissimo, seppur misterioso, la scena descritta nel vangelo di Luca 6,12-13: «In quel tempo egli (Gesù) salì sul monte per pregare, e vi passò la notte a pregare Dio. E q[uan]do si fece giorno chiamò i suoi discepoli e fra essi ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli».

Così oggi Gesù chiama a sé i trentasei e li fa suoi apostoli, investendoli dei suoi divini poteri.

I novelli sacerdoti vengono ordinati nel tempio della Madonna, sotto i suoi sguardi materni. E non senza ragione. Vi è un intimo legame che unisce il sacerdote a Maria. Quale genitrice del sommo ed eterno sacerdote Gesù, ella è, per un titolo speciale, madre del sacerdozio cattolico. Il sacerdozio che oggi ricevono i trentasei fortunati non è se non derivazione e partecipazione di quello supremo ed unico di Cristo. Ora fu Maria a generare il sacerdozio di Cristo, avendo generato la nostra] u[manità], per cui Gesù è sacerdote. Dunque essa è la spirituale generatrice del sacerdozio dei nostri trentasei. In Maria e per Maria, nel mom[ento] dell'i[ncarnazione] il Verbo di Dio divenne sacerdote, sommo ed eterno.

In Maria e per Maria, nel mom [ento] [rdinazione] questi trentasei saranno associati al sacerdozio di Cristo. Essa dunque è e sarà sempre la madre, la regina, la maestra e la tutrice del loro sacerdozio. Questa è la profonda realtà espressa e richiamata dal fatto che essi vengono ordinati qui nella casa della Madonna, nella basilica di M[aria] A[usiliatrice].

79 Lc 22,19.

Qui, dove un giorno si stendevano i prati deserti di Valdocco, e dove la Madonna, apparendo a don Bosco, gli predisse che sarebbe sorto un grandioso santuario: «Qui sorgerà la mia casa, di qui partirà la mia gloria».80 Questa profezia ancora una volta si avvera oggi sotto i nostri occhi, nella persona dei trentasei81 novelli sacerdoti che, sciamando di qui, porteranno ovunque il messaggio di Maria. Essi saranno la gloria vivente dell'Ausiliatrice nel mondo.

Uno dei più dolci misteri della n[o]s[tra] santa religione è quello dell'unione intima che esiste tra Maria e il sacerdozio cristiano.

«Se sono sacerdote, lo devo allo Vergine santissima. Senza di lei non avrei mai potuto trionfare dei molti ostacoli che si opponevano» (B. Eymard). Lo sentano oggi i novelli sac[erdoti].

Abbiamo presentato i protagonisti di questo grandioso e divino dramma che si svolgerà tra alcuni istanti sotto i nostri occhi: Gesù Cristo, la Vergine santa, il vescovo ordinante, i trentasei novelli leviti.

Manca ancora qualcosa. L'ordinazione sacerdotale è un'azione comunitaria, a cui tutta la chiesa è impegnata e interessata: i novelli sacerdoti vengono ordinati dalla chiesa, nella chiesa, per la chiesa santa di Dio. Ora la chiesa è rappresentata da noi che assistiamo all'ordinazione. Anche noi abbiamo la nostra parte nel rito, saremo ripetutamente invitati dal vescovo a pregare, saremo anche interpellati, ad un certo punto del rito, sulla idoneità e santità dei candidati. I sacerdoti presenti imporranno insieme al vescovo le mani sul capo dei novelli leviti. Tutti saremo vicini con la preghiera al cuore del vescovo consacrante e al cuore dei sacerdoti consacrati. Essi portano all'altare qualcosa di nostro, perché ci sono legati coi vincoli del sangue e della fraternità cristiana, perché sono
i nostri sacerdoti, ordinati per noi, per la nostra gioia e salvezza. È qua[l]che cosa di nostro che in loro diventa sacerdote.

Ancora pochi istanti, e s[ua] em[inenza] si appresserà ai gradini dell'altare per iniziare la celebrazione della s[anta] messa. Come Gesù ha ordinato i primi sacerdoti durante la messa, cioè nell'ultima cena, così ancor oggi il vescovo consacrerà i novelli sacerdoti durante la s[anta] messa, che sta appunto incominciando in questo istante.

Mentre s[ua] em[inenza] indossa i sacri paramenti per dare inizio al rito solenne dell'ordin[azione], ricordiamo schematicamente le fasi principali di esso.

80 MB 2,344: Haec est domus mea: inde gloria mea. Cf. anche 7,335: Hic nomen meum. Hinc inde exibit gloria mea.
81 Nell'originale: 35. Il numero è stato conformato alla nostra scelta iniziale.

La s [anta] messa procederà regolarmente fino all'epist[ola]. A questo punto, cioè prima dell'epistola, avrà luogo l'ordinazione dei novelli suddiaconi. Il conferiment6 del suddiaconato è preceduto da tre riti suggestivi preliminari:

  • l'appello nominale dei singoli ordinandi, — il passo verso l'altare,
  • la prostrazione degli ordinandi bocconi a terra, con la recita delle Litanie dei santi.

Premessi questi preliminari, il vescovo conferirà l'ordine sacro del suddiaconato ai venti candidati, imporrà le vesti proprie del loro grado
(cioè il manipolo e la tunicella) ed infine consegnerà loro il libro delle epistole, giacché il suddiacono ha il compito di servire da vicino all'altare e specialmente di leggere l'epistola nella messa solenne.

Finita l'ordinazione dei suddiaconi, il vescovo riprenderà la messa, leggendo l'epist[ola] (insieme appunto ad un rappresentante dei novelli suddiaconi) ed il graduale. Dopo di che, procederà all'ordinazione dei sacerdoti. L'ordinazione sacerdotale, che costituisce il sublime vertice di tutto il rito delle ordinazioni, consta di tre grandi parti:

  • i preliminari (cioè l'esame dei candidati e il monito del vescovo);
  • il conferimento dell'ordine (mediante l'imposizione delle mani e la formula consacratoria);
  • i complementi, che sono tre:
  • l'imposizione delle vesti sacerdotali (stola e pianeta);
  • il potere di celebrare la messa (espresso nell'unzione delle mani e nella consegna del calice e [della] patena);
  • verso la fine della messa il conferimento del potere di rimettere i peccati.

Preliminari: l'esame [e il] monito.

In questo istante ha inizio l'ordinazione dei trentasei novelli sacerdoti. Invitati dall'arcidiacono, essi si avvicinano all'altare, recando sul braccio la bianca pianeta (l'insegna del s[acerdozio]), di cui verranno rivestiti dal vescovo.

Siamo ai preliminari dell'ord[inazione].

Prima di procedere al conferimento del sacerdozio, il vescovo sente ancora il bisogno di accertarsi se i candidati siano idonei e degni di un così formidabile onore. E perciò interpella il clero e il popolo: è l'ultimo esame degli ordinandi. Ecco il trepido colloquio che si svolge tra il vescovo e l'arcidiacono (p. 119).82
82 «Reverendissime Pater, postulat sacra mater ecclesia catholica, ut hos praesentes diaconos ad onus presbyterii ordinetis.
Ma il vescovo vuole sentire anche il popolo presente, giacché i sacerdoti sono ordinati per noi, per la chiesa. La responsabilità del vescovo è troppo grave e perciò vuole in qualche modo condividerla con noi. Rivolgendosi dunque all'assemblea dice: [«Si quis igitur habet aliquid contra illos, pro Deo, et propter Deum, cum fiducia exeat, et dicat; verumtamen memor sit conditionis suae» (PR 56)], ([p.] 120).

Dopo che il popolo ha approvato col silenzio l'ammissione dei candidati alla dignità sacerdotale, segue il secondo preliminare, cioè l'ammonizione con cui il vescovo ha richiamato alla loro mente i gravi compiti a cui sono chiamati con l'ordinazione, e le disposizioni con cui bisogna accedere a [una] così sublime dignità (p. 121).

La conclusione dell'es[ame] è di insuperabile bellezza e gravità: «Agnosite quod agatis; imitamini quod tractatis; quatenus mortis dominicae mysterium celebrantes, mortificare membra vestra a vitiis et concupiscentiis omnibus procuretis. Sit dottrina vestra spiritualis medicina populo Dei; sit odor vitae vestrae delectamentum ecclesiae Christi; ut praedicatione, atque exemplo aedificetis domum, id est, familiam Dei; quatenum nec nos de vestra provectione, nec vos de tanti officii susceptione damnari a Domino, sed remunerari potius mereamur. Quod ipse nobis concedat per gratiam suam. Amen» (PR 57)] ( [p.] 123).

[Quale] tremenda possibilità: che l'ordinaz[ione] sacerdotale possa essere causa non di salvezza, ma di dannazione per l'ordinato e per l'ordinante! Preghiamo che non lo sia.

Il rito è finito, il grande miracolo è compiuto. I novelli sacerdoti dal profondo del cuore lasceranno sgorgare l'inno commosso della loro perenne riconoscenza a Dio, il Magnificat, il canto della Madre del Verbo inc[arnato], alla quale tanto simili sono nella dignità e nei poteri i neo-consacrati. Dio, che è nato dalla Vergine, rinascerà misticamente ogni giorno tra le loro mani.

Con quanta verità e commozione essi possono cantare con la Vergine santa: «L'anima mia magnifica il Signore, perché grandi cose ha fatto a me colui che è potente»!83
Ma v'è un'altra ragione per la quale i novelli sacerdoti innalzano a

  • Scis illos esse dignos?
  • Quantum human fragilitas nosse sinit, et scio, et testifikor ipsos dignos esse ad huius onus
  • Deo gratias» (PR 55). 83 Le 1,46.49.

Maria l'inno dell'amore. Ordinati nella sua basilica, nel cinquantenario della sua solenne incoronazione, essi sanno di essere in modo tutto speciale i sacerdoti dal cinquantenario, i sacerdoti dell'Ausiliatrice, che sarà da oggi la celeste ispiratrice, la tutrice e la patrona, la madre del loro sacerdozio. Nella loro vita apostolica essi esperimenteranno la verità della solenne promessa di don Bosco che, in questo istante, risuona soave alle loro orecchie: «Siate devoti di Gesù] sacramentato e di M[aria] Ausiliatrice] e vedrete che cosa sono i miracoli».84 E, sciamando di qui per ogni parte del mondo, essi avverano oggi anche una grande profezia che Maria fece in una visione a don Bosco: «Qui è la mia casa, di qui la mia gloria»."
84 Cf. MB 11,395: «Confidate ogni cosa in Gesù Cristo sacramentato ed in Maria Ausiliatrice e vedrete che cosa sono i miracoli». Questa sezione è stata soppressa in un adattamento successivo alla celebrazione cinquantenaria.

85 MB 2,344 e 7,335. Cf. nota 80.

049. Il rito dell'ordinazione
(1959, Torino, Crocetta, conferenza agli ordinandi)86
Ed eccoci al «Claudite iam rivos... sat prata biberunt».87
In quest'ultima delle nostre meditazioni sacerdotali, quasi a complemento di tutte le altre e come immediata preparazione al grande momento dell'ordinazione, permettete che io vi inviti a meditare sul rito venerando della consacrazione sacerdotale. Niente si improvvisa, neppure i sentimenti che vi accompagneranno in quegli istanti sublimi di commozione e di celestiale rapimento. È necessario dunque creare in antecedenza quelle disposizioni di spirito, alle quali è proporzionato il grado di grazia sacramentale conferito nell'ordinazione, poiché tale grazia è distribuita anche «secundum propriam cuiusque dispositionem et cooperationem» (Conc[ilio] Tridentino] VI, 7).88 Tale meditaz[ione] servirà di prepar [azione] prossima per i novelli l[eviti], di stimolo per gli altri verso la meta, di dolci e fruttuosi ricordi per noi tutti.

Considereremo dunque insieme alcuni punti salienti del grandioso rito che vi farà sacerdoti, seguendo come guida il vetusto e venerando Pontificale Romano. Il Pontificale è indubbiamente il più bello fra i nostri libri liturgici. Dalla lontana cristianità esso giunge direttamente a noi, senza aver subito i grandi cambiamenti del messale e del breviario, ed è nel suo insieme un testimone degli antichi tempi. Anzi, il nucleo centrale dell'ordinazione, quale si trova ancor oggi nel Pontificale R[omano], riproduce sostanzialmente il modo con cui gli apostoli stessi ordinarono i primi presbiteri.

Nel Nuovo T[estamento] si descrive varie volte il rito dell'ordinazione sacerdotale.

1) At 13,2-3: «E mentre attendevano al servizio del Signore e digiunavano, lo Spirito Santo disse loro: Segregatemi Saulo e Barnaba per l'opera alla quale li ho destinati. Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani».

86 Sui fogli spediti da don Giuseppe Crevacore (cf. nota iniziale alla C 045) si riporta l'indicazione: «Conferenza del rev.mo sig. d. Giuseppe Quadrio agli ordinandi della Crocetta del 1959». Con qualche taglio e qualche adattamento, il testo è stato pubblicato postumo in «Catechesi» 270 (maggio 1965), pp. 9-14. Noi partiamo dai fogli manoscritti di don Quadrio, che presentano numerosi interventi successivi, come dimostra la varietà degli inchiostri. L'accenno finale all'anno mariano fa risalire la prima stesura già al 1954.

87 VERGILIO, Egloga 3,111.

88 Dz. 1529.

  1. At 14,22: «E dopo aver con preghiere e digiuni ordinati dei presbiteri per essi in ciascuna chiesa, li raccomandarono al Signore».
  2. 1 Tm 4,14: «Non trascurare la grazia (il carisma) che è in te, la quale ti fu data... con l'imposizione delle mani degli anziani».

[4]) 2 Tm 1,6: «Ti scongiuro di risuscitare in te la grazia di Dio, che ti fu data per l'imposizione delle mie mani».

Sono sempre i medesimi elementi che vediamo ritornare in queste antichissime descrizioni: digiuno, preghiera ed imposizione delle mani da parte degli Anziani, elementi che sono poi man mano descritti e specificati particolarmente nei documenti più antichi. Ed oggi, dopo la costituz[ione apostolica] «Sacramentum ordinis» di Pio XII,89 è chiaro e certo che l'essenza del rito consacratorio è costituita dall'imposizione delle mani come unica materia ad validitatem, e dalla rispettiva preghiera del vescovo come unica forma ad validitatem.90
Il rito dell'ordinaz[ione] ricollega dunque direttamente il nostro sacerdozio alla fonte stessa da cui è scaturito; agli apostoli, a Cristo stesso.

Nel corso dei secoli la particolare importanza della funzione fece circondare tali primitivi elementi da altri presi da varie parti, e così dalla chiesa gallicana ne vennero le unzioni; da quella germanica la consegna degli strumenti del ministero; da quella romana le Litanie dei santi, dal diritto romano la stipulatio ed infine da quello germanico la promessa di obbedienza.

Noi vogliamo dunque brevemente meditare sul profondo significato che la chiesa attribuisce a questi riti suggestivi, di cui ha voluto circondare la consacrazione sacerdotale. Sono scene di una maestà incomparabile e sommamente commoventi. Le preghiere della chiesa sono di un linguaggio sobrio, dignitoso e patetico a tale punto, da non trovare l'eguale. E non saranno poi sempre, nella vostra missione" sacerdotale, un nostalgico ricordo delle ore più grandi della vostra vita? Vi sembrerà impossibile aprire quelle pagine se non in ginocchio, poiché vi risentirete l'eco della voce del vescovo che domani vi ordinerà.

Le mie povere e poche parole non vogliono essere che un invito, un'introduzione alla meditazione di alcuni di questi riti così suggestivi ed espressivi nella loro incomparabile bellezza e semplicità
89 Del 30 novembre 1947.

 90 Dz. 3858-3860.

91 Nell'originale: vita.

L'ordinazione sacerdotale, che costituisce il sublime fastigium di tutto il rito delle ordinazioni, consta di tre grandi parti: i preliminari, il conferimento dell'ordine, í complementi.

I. I preliminari a loro volta comprendono l'appello, l'esame, il monito e la prostrazione.

1) Ecco giunto il momento solenne, in cui la santa chiesa di Dio per bocca dell'arcidiacono o di chi per esso fa l'appello degli ordinandi. L'appello che, a nome del vescovo, l'arcidiacono fa dall'altare, rievoca e rinnova nella chiesa la scena della vocaz[ione] degli apostoli, come è descritta in Mc 3,13-15: «Et ascendens in montem (l'altare) vocavit ad se quos voluit ipse, et venerunt ad eum, et fecit ut essent duodecim cum illo, et ut mitteret eos praedicare».
Se la commozione vi permettesse di pensare, vi sembrerebbe di sentire nella voce dell'arcidiacono, che vi chiama per nome, l'eco di una voce arcana, quella di Cristo, che tanti anni fa ha fatto tremare il vostro cuore di adolescenti: «Veni et sequere me».92 E come allora rispondeste all'appello divino con generosa dedizione, così ora rispondete all'appello della chiesa il vostro «adsum»:93 eccomi. Nella vostra voce tremerà l'emozione, ma vibrerà anche la generosa decisione dell'offerta.

I vostri sentimenti, nel pronunciare il vostro «adsum», saranno quelli stessi che ebbe Gesù nel momento della sua consacrazione sacerdotale nel seno di Maria, allorché — come attesta san Paolo — «ingrediens mundum dixit... Ecce venio. In capite libri scriptum est de me, ut faciam Deus voluntatem tuam» (Eb 10,5.7).

E in uno slancio generoso avanzerete ver[s]o l'altare un po' tremebondi e quasi sgomenti, ma decisi [e] consci che ognuno di quei passi è fatale e irrevocabile per la vita e per la morte, per il tempo e per l'eternità; poiché niente più potrà strapparvi dall'altare: né il mondo, né la carne, né l'odio, né l'amore, né la persecuzione, né l'allettamento. «Tu es sacerdos in aeternum».94
92 Mt 19,21; Mc 10,21; Lc 18,22.

93 PR 34.

94 Sal 109,4.

La generosità eroica: ecco il primo atteggiamento di chi si dispone a salire l'altare. Disponibilità di fronte a Cristo, Sp [oso della] ch[iesa]. L'eroismo è lo stile del sac[erdote]. Un prete mediocre è un prete mancato. Avanzerete verso l'altare, verso la mèta della vostra vita, compiendo gli ultimi passi di un lungo e faticoso cammino che dura da dieci a quindici anni, che, iniziatosi sulla porta della vostra casa paterna, viene a sfociare sui gradini dell'altare. Vi accompagnerà all'altare la commozione indicibile dei vostri genitori presenti o assenti, dei v[o]s[tri] superiori, di tutti coloro che avete incontrato sul cammino. E, seduto al centro dell'altare, solenne nella sua maestà, troverete il vescovo, davanti al quale vi inginocchierete riverenti, venerando nella sua persona la persona stessa di Cristo, sommo sacerdote, la pienezza del sacerdozio che da lui come da fonte sta per riversarsi su di voi. «In episcopo omnes ordines sunt», dicevano gli antichi Padri.

Nel vescovo ordinante venererete tutta la s[anta] chiesa cattolica: il papa che egli rappresenta, i vescovi e i pastori della chiesa, quelli che pascono intrepidi il gregge di Dio e quelli che giacciono in catene per il nome e la fede di Cristo.

Nell'ecc[e]l[lentissi]mo ordinante venererete la perenne, indefettibile fecondità della chiesa, poiché, mentre i[n] varie regioni non pochi sacerdoti gemono in carcere, egli si prepara a ordinare voi che ne prendete il posto. La chiesa non muore: nuovi virgulti spuntano oggi sull'annoso tronco della chiesa, percosso sì, ma non mai stroncato dalla bufera della persecuzione.

2) E, dopo l'appello, l'esame degli ordinandi.

L'arcidiacono — a nome della chiesa — presenta solennemente gli ordinandi al vescovo — cioè a Cristo — chiedendone l'ordinazione. «Postulat sancta mater ecclesia...». Non voi, non i superiori, non la congreg[azione], ma la chiesa. «Scis illos esse dignos?» — domanda il vescovo. Si tratta di persone che, attraverso una lunga trafila di scrutini, furono già riconosciute degne di salire al suddiaconato e al diaconato, ma la gravità del passo che sta per compiersi giustifica ogni precauzione. Alla risposta affermativa dell'arcidiacono (quantum Umana fragilitas), segue la solenne inchiesta, la consultazione del popolo (poiché egli è la chiesa, il populus Dei) al riguardo: «Si quis igitur — conclude il vescovo — habet aliquid con-tra illos, pro Deo e propter Deum, cum fiducia exeat et dicat».95
95 PR 55-56.

Nell'istante di solenne silenzio che seguirà, tutta la vostra vita vi tornerà alla memoria e, per quanto consci di avere quelle insostituibili garanzie di provata virtù, [di] castità che la chiesa esige con severità negli ordinandi, pur tuttavia tremerete nel pensiero della v[o]s[tra] indegnità: «Quis ascendet in montem Domini, aut quis stabit in loco sancto eius? Innocens manibus et mundo corde».96 La purezza angelica e consolidata da lunga esperienza postiva: ecco il secondo atteggiamento di chi si avvicina all'altare.

3) Dopo che il popolo avrà approvato col silenzio la vostra ammissione, seguirà il terzo preliminare, cioè il monito con cui il vescovo richiamerà alla vostra mente i gravi compiti a cui siete chiamati con l'ordinazione.

«Sacerdotem etenim oportet:

  1. offerre,
  2. benedicere,
  3. praeesse,
  4. praedicare,
  5. et baptizare».97 Due poli:

1) verso Dio: offerre,
2) verso l'uomo: condolere iis qui ignorant et errant.98
E prosegue, indicando le disposizioni con cui bisogna accedere a così grande dignità: «Cum magno quippe timore ad tantum gradum ascendendum est, ac providendum, ut

  1. caelestis sapientia,
  2. probi mores,
  3. et diuturna iustitiae observatio, ad id electos commendet...».

E conclude la sua admonitio con le programmatiche esortaz[ioni] alla castità sacerdotale: «Itaque, filii dilectissimi,... servate in moribus vestris castae et sanctae vitae integritatem. Agnoscite quod agitis, imitamini quod tractatis quatenus mortis doininicae mysterium celebrantes, mortificare membra vestra a vitiis et concupiscentiis omnibus procuretis..., quatenus nec nos de vestra provectione (cioè della vostra promozione), nec vos de tanti officii susceptione damnari a Domino sed remunerari potius mereamur» (p. 123).99
96 Sai 23,3-4.

97 PR 56; cf. Eb 5,1.

98 Eb 5,2.

99 PR 56-57.

Quale tremenda possibilità: che l’ordinaz[ione] sacerdotale possa essere causa non di salvezza, ma di dannazione per l'ordinato, per l'ordinante! L'acuto senso di responsabilità di fronte a Dio, alla chiesa, alle anime, che ci facc[i]a temere e tremare di noi stessi! «Cum timore et tremore».100 Ecco il terzo atteggiamento dei candidati al sacerdozio. Il curato d'Ars [diceva]: «Se avessi saputo che cosa è il sacerdozio, invece che in seminario, sarei andato in una trappa».

4) A questo punto, ecco l'ultimo preliminare, la prostrazione, che si omette se si fosse già fatta prima insieme agli ordinandi suddiaconi o ai diaconi.

Biancovestiti, vi prostrerete bocconi a terra, in segno di generoso olocausto, di sublime annientamento e di grande amore. Sarà uno degli spettacoli più suggestivi e commoventi. Come grani gettati nella terra a morire, per fruttificare nel sacerdozio. Come una fiorita di candidi gigli recisi dalla falce dell'amore. Dalla polvere Dio vi alzerà col suo braccio onnipotente, per collocarvi «cum prinapibus populi sui». 101
E mentre voi bagnerete con le più umili e riconoscenti lacrime la polvere, ecco tutta la chiesa militante inginocchiarsi accanto a voi e invocare su di voi tutta la chiesa trionfante con le Litanie dei santi: che il Padre] abbia pietà di voi; che la Madre di Dio preghi per voi; che gli angeli e gli arcangeli preghino per voi; che i patriarchi e i profeti, gli apostoli e gli evangelisti, i martiri, i confessori, le vergini, le vedove preghino per voi e vi assistano nel gravissimo passo.

E ad un tratto sarà il vescovo stesso, in tutta la sua maestà, che, levatosi ritto su tutta la chiesa prona, come intermediario presso Dio, pronuncerà su di voi prostrati le tre solenni benedizioni, supplicando Dio di benedire, di benedire e santificare, di benedire santificare e consacrare voi eletti al grande ministero.102
Forse mai come in quei momenti esperimenterete in voi il senso della indigenza e della preghiera. Il quarto atteggiamento di questa vigilia sacerdotale: il senso della preghiera. Per il prete, vivere è pregare. [Il sacerdote] è nella chiesa il prolungamento di Cristo orante.

Il sacerdote è lo specialista della preghiera (Courtois).

Il sacerdote è il turibolo della divinità (don Bosco, ricordo della sua prima messa).

È l'ambasciatore dei suoi fratelli presso il trono dell'Eterno (Courtois).103
È la voce supplicante del Corpo mistico.

100 2 Cor 7,15.

 101 Sal 112,8.

102 pR 41.

103 G. Courtois, Incontri con Dio. Ritiri sacerdotali moderni, II, Milano 1953.

È il parafulmine elevato al cielo su un mondo di peccato, divenuto come un'immensa polveriera.

La prima preoccupazione del prete è pregare: per la chiesa, per chi non sa, non vuole, non può pregare. Ogni giorno deve offrire a Dio i gemiti di chi nasce e di chi muore, le lacrime di tutti quelli che piangono, santificando con la sua preghiera la gioia, il dolore, il lavoro, le vicende, la storia del genere umano, di cui è ambasciatore presso Dio.

Riviviamo nel n[o]s[tro] spirito la scena dell'imposizione delle mani.

II. Terminati così i preliminari, il vescovo procede al conferimento del sacramento dell'ordine, mediante l'imposizione delle mani (che è la materia essenziale), e le parole consacratorie (che costituiscono la forma essenziale). È il «sancta sanctorum» dell'ordinazione sacerdotale.

1) L'imposizione delle mani, oltreché elemento essenziale del rito sacramentale, è anche una cerimonia di una incomparabile bellezza e grandiosità. Il vescovo, con la mitra in capo, in silenzio, imporrà le mani su ciascuno di voi. È il gesto apostolico rituale, con cui da sempre nella chiesa si conferisce lo Spirito Santo. È l'ora dei prodigi, delle mute invocazioni. Nel silenzio di Dio, lo Spirito santificatore scende a trasformare dei poveri uomini in altri Gesù] C[risto], a quel modo che nel cenacolo scese a trasformare i pescatori in apostoli, nel grande silenzio di Dio. «Dum medium silentium tenerent omnia, omnipotens sermo tuus, Domine, e regalibus sedibus venit»." Nel silenzio si compie questa misteriosa effusione pentecostale, poiché le più grandi cose si compiono nel silenzio: come lo scorrere dell'aria, il fluire dell'acqua, il germogliare del grano. Nel silenzio di Dio, il Verbo procede dal Padre, il Verbo si incarna. Anche questa nuova mistica incarnazione di Cristo avviene nel silenzio, e avviene per opera dello Spirito] S[ant]o, come la prima.

104 Sap 18,14-15.

Dopo l'imposizione delle mani del vescovo ai singoli ordinandi, è la volta del «presbyterium»: «Per impositionem manuum presbyterii», dice san Paolo, rievocando l'ordinaz[ione] di Timoteo (1 Tm 4,14). I sacerdoti anziani (presbyteri) e primo fra tutti il v[o]s[tro] superiore rel[igioso], consumati nel lavoro, carichi di meriti, onusti di esperienza, vengono incontro aí loro giovanissimi colleghi, per sostenerli nel passo fatale, per stendere sulle loro teste le proprie mani consacrate, per implorare da Dio il dono del suo Spirito a questi novelli leviti. Quando tutti avranno così toccato la v[o]s[tra] testa, si verrà a formare su di voi una corona di mani tese e oranti, una selva di braccia alzate supplichevoli al cielo, rinnovando una delle scene più suggestive dell'antichità cristiana, quando gli apostoli collettivamente, o il vescovo col senato dei suoi presbiteri, consacravano in tal modo «socialmente» i primi sacerdoti. E in quell'atteggiamento, il vescovo, facendosi portavoce di tutta l'assemblea (la ecclesia), pregherà che Iddio moltiplichi su di voi i doni celesti e infonda la virtù della grazia sacerdotale.

2) Dopo la materia, il vescovo pone la forma del sacram[ento], cioè la formula consacratoria, (cantata) o recitata solennemente a gran voce in tono di prefazio su tutti gli ordinandi insieme. Questa formula è l'antico canone consacratorio romano, con cui e Leone Magno e Gelasio e Gregorio Magno e tutti gli altri antichi pontefici della chiesa romana ordinavano i loro collabo[ra]tori nel ministero ecclesiastico. Nel lungo prefazio, le parole fissate da Pio XII come forma essenziale del sacramento sono: «Dona, ti preghiamo, Padre onnipotente, a questi tuoi servi, la dignità sacerdotale. Rinnova in essi lo spirito della santità, perché possano ricevere da te, o Dio, la grazia necessaria al loro stato, e con l'esempio della propria vita operino una riforma dei costumi (altrui)» (p. 128).105
Per mezzo di queste semplici e solenni parole sacramentali e consacratorie, Dio prenderà intimamente possesso della vostra anima, Cristo assocerà indissolubilmente alla sua la vostra personalità, vi comunicherà la grazia, la dignità e i poteri che sono suoi in q[uan]to sommo ed eterno sacerdote, imprimerà nella vostra anima il carattere indelebile che, per la vita e per l'eternità, vi renderà cristiformi, alter Christus; vi sottrarrà a ciò che è profano, per deputarvi e consacrarvi al culto divino, «in iis quae sunt ad Deum»." La santissima Vergine, che ha formato il cuore umano del sacerdote divino, che fu il «templum, in quo Verbum Dei sacerdos factum est», vi sarà accanto invisibile in quel solenne momento, come spirituale genitrice del vostro sacerdozio, celeste plasmatrice del vostro cuore sacerdotale.

Lo spirito di santità. Il canonico Lieutier [pregava]: «Che siano santi».

III. I complementi.

Posta la materia e la forma, il sacramento è sostanzialmente completo; ma, quasi per esprimere sensibilmente la mistica trasformazione e tutti i mirabili effetti operati in così breve tempo dallo Spirito Santo attraverso l' actio sacramentalis, la chiesa aggiunge vari complementi del sacramento, che possiamo dividere in tre gruppi.

105 PR 60. Cf. Dz 3860.

106 Eb
Il primo gruppo si può chiamare l'investitura, mediante l'imposizione delle vesti sacerdotali: la stola incrociata sul petto e la pianeta.107
a) La prima, come si esprime la formula di imposizione, significa «il giogo del Signore». Il giogo sacerdotale è un peso formidabile per le stesse spalle angeliche. «Accipe iugum Domini»." Forse, nell'istante in cui il vescovo recingerà il vostro collo con la stola, ritorneranno alla vostra mente le parole sapientissime di mamma Margherita a suo figlio: «Incominciare a dir messa è incominciare a soffrire».1°9 A soffrire con Cristo appassionato, come vicario e ministro della sua passione e morte; a soffrire per gli altri e con gli altri, perché questo è essere sacerdote: «condolere... iis qui ignorant et errant».11° Il sacerdote deve portare sulle sue spalle le pene di tutti; de[ve] caricarsi del pesante fardello di tutti, deve nascondere nel suo cuore il dolore di tutti. Questo è il giogo del sacerdozio, simboleggiato nella stola.

2) E poi la pianeta, simbolo della carità, di cui deve essere tutto rivestito colui che è «vicarius amoris Christi». «Accipe vestem sacerdotalem „ per quam caritas intelligitur».111
Degli indumenti sacri del sacerdote diceva san Bernardo: «Moneo te, ut quod ostendis vestimento, impleas opere; non aliud ostendas intus et aliud ostendas foris. Sanctus est habitus; sanctus sit animus; sicut sancta sunt vestimenta, sic opera tua sint sancta».
Al cardinale] Rampolla del Tindaro si disse un giorno, durante un ricev[imento]: «Eminenza, con quanta dignità e imponenza portate la sacra porpora!». Rispose: «Mi è molto più cara112 e ambita la povera pianeta con cui dico messa ogni mattina».

Maria e il sacerdote."; Quante affinità!
a) Entrambi con misteriose parole fanno discendere il F[iglio] di Dio sulla terra. Maria nel proprio castissimo seno in forma di servo; il sacerdote] sull'altare sotto specie di pane.

107 Aggiunto in matita, all'inizio della sezione: E q[uan]do ci vestiamo ogni mattina dei sacri paramenti...

108 pR 61.

109 MB 1,522. no a 5,2.

111 PR 61.

112 Nell'originale: caro.

113 Parallelo ricorrente. Cf. in particolare C 059 ss.

  1. Entrambi offrono questa divina vittima al Padre per la salvezza degli uomini; Maria sul Calvario, il sacerdote] all'altare.
  2. Entrambi diffondono agli uomini i frutti di quel sacrificio. Infatti tutte [le mattine il sacerdote dona alle anime quel Gesù che Maria offrì al Padre ai piedi della croce].
  3. Entrambi hanno una medesima ragion d'essere: offrire e aiutare. Come nel cenacolo Maria impetrò ai primi sacerdoti i carismi dello Sp[irito], così [ella fa con i sacerdoti, che continuano la missione degli apostoli].

Come Maria, venti secoli fa, assisté e internamente patì.114 come coofferente e convittima, così oggi [il sacerdote è scelto tra gli uomini per condolersi con quelli che ignorano (Eb 5,2)].

Il secondo gruppo di complementi significa il potere del sacrificio mediante l'unzione delle mani.

Il rito toccante della sacra] unzione è certo l'espressione più viva della grazia dell'ordinazione sacerdotale, mentre internamente lo Spirito Santo, detto appunto «spiritalis unctio»,115 santificherà e cristificherà, consacrerà la vostra anima, esteriormente l'unzione dell'olio dei catecumeni santificherà e consacrerà le vostre mani. Durante questo santo] rito si canta ininterrottamente il Veni creator, l'inno delle grandi occasioni nella vita della chiesa. Sale la preghiera e discende la grazia a fiotti, a fiumi, con un'abbondanza che è difficile immaginare.

«Consecrare et sanctificare digneris, Domine, manus istas per istam unctionem et nostram benedictionem, ut quaecumque benedixerint, benedicantur, et quaecumque consecraverint, consecrentur et sanctificentur, in nomine Domini nostri Iesu Christi. Amen».116
Mani benedette, che toccheranno Dio, che ogni giorno stringeranno le sacre specie in cui è nascosto Dio.

Mani sante, che offriranno il corpo di Gesù al Padre nella m[essa] e alle anime nella santa] comunione.

Mani pure, che si alzeranno benedicenti sulla pura fronte del neonato, per farlo figlio di Dio.

Mani onnipotenti, che al morente schiuderanno le porte del cielo. Mani divine, che tracceranno sul capo chino del peccatore il segno del perdono e dell'amore, guarendo le segrete ferite dell'anima.

114 Parola incerta.

115 Veni, creator Spiritus, v. 8.

116 pR 63_64.

Mani immacolate che, ignare delle cupide movenze, si apriranno nel gesto di soccorrere e di donare.

Mani oranti, che si alzeranno al cielo per le necessità,117 le pene e le lacrime di tutti.

Le vostre sante mani, quante lacrime asciugheranno, quanta grazia, q[uan]ta gioia, quanto perdono, quanto soccorso doneranno! Per questo saranno consacrate! Per questo noi le copriremo di baci e di lacrime.118
E dopo essere state consacrate, le vostre mani saranno chiuse e legate insieme con una benda candida, quasi a significare e testimoniare che, d'ora in poi, saranno chiuse ad ogni cupidigia, ad ogni umano e privato interesse, ad ogni avarizia o egoismo personale, ed anche ad ogni gioia e conforto terreno, che non s'intoni con la vostra solitudine di consacrati. Mani consacrate al servizio di Dio solo, nella persona degli uomini, specialmente dei più umili e dei più poveri. Mani legate: e niente dovrà attaccarsi ad esse: «Se tu diventassi — per disgrazia — un prete attaccato al danaro, non metterai più piede in casa tua»...119 Mani legate, non potranno più riprendere ciò che hanno donato a Dio.

Con queste mani consacrate e legate riceverete dal vescovo gli strumenti del sacrificio, e vi disporrete poi a concelebrare con lui la vostra prima messa! Quali dolci emozioni nel sacrificare per la prima volta il corpo e il sangue di Gesù! Tra le grazie che domanderete, vi sia anche quella di poter celebrare tutte le messe successive col fervore della prima. Ogni messa come se fosse la prima, come se fosse l'ultima, come se fosse l'unica della nostra vita! Qual è il mezzo più efficace di preparazione al sacerdozio prima dell'ordinazione, di perseveranza e di santificazione sacerdotale dopo l'ordinazione? La messa. È essa che forma, sviluppa, feconda la personalità sacerdotale. Se è vero che missam facit sacerdos, è altrettanto vero che missa facit sacerdotem.
Il terzo gruppo di complementi riguarda il potere delle chiavi, il più benefico forse fra tutti, quello di perdonare i peccati, che vi sarà conferito dal vescovo dopo la Comunione della messa. Tutto sarà suggellato con la vostra promessa di obbedienza alla s[acra] gerarchia e col bacio di amore e di pace da parte del vescovo.120
117 Nell'originale: necessitate.

118 Cf anche C 050, 051, 052 e 056.

119 Parole di mamma Margherita a don Bosco, quando il figlio era in dubbio se farsi o no francescano (MB 1,296).

120 PR 70-71.

La cerimonia è finita, il grande miracolo è compiuto. Dal vostro cuore sgorgherà allora l'inno commosso della più profonda riconoscenza a Dio, il Magnificat, il canto di Maria divenuta Madre del Verbo, alla quale tanto simili sarete nella dignità e nei poteri. Dio, che un giorno nacque dalla Vergine, rinascerà ogni giorno tra le vostre mani: «Deus, qui de Virgine natus, per nos saepe renasceris».
Quanto vere e nuove vi sembreranno allora le parole della Madre di Dio: «L'anima mia magnifica il Signore... poiché grandi cose ha fatto a me colui che è potente. Ha fatto grandi cose col suo braccio; ha deposto dal trono i potenti e vi ha innalzato gli umili. Ha ricolmato di beni i poveri, e [i] ricchi ha rimandati a mani volte. Ha esaltato Israele suo servo, ricordandosi delle sue misericordie». Ordinati 1'11 febbraio,'21 voi sarete in modo tutto speciale i sacerdoti di Maria Immacolata, che sarà la madre, la regina, la maestra e alleata del vostro sacerdozio: Dux nobis est Virgo sacerdos: fas sit quo properat segui. «Nostra guida è la Virgo sacerdos. Affrettiamoci dunque a seguirla» (Proprio di san Sulpizio a Parigi). Che tutti possano sentire nella v[o]s[tra] voce il timbro inconfondibile di Cristo, e in voi vedere Cristo, come si vede una luce dietro un cristallo.122
121 Correzione su: nell'Anno mariano.

122 Gli spunti salienti che qui emergono, appaiono già nella preparazione agli ordini di don Quadrio.

Diaconato (2 febbraio 1947). «Ho invocato lo Spirito Santo per intercessione di Maria santissima che mi sorrideva dall'alto della pala dell'altar maggiore, circondata dagli apostoli nel giorno della Pentecoste. Prometto e giuro allo Spirito Santo docilità e abbandono: Da mihi quod iubes, et Tube quod vis... Don Giuseppe Quadrio, diacono dello Sp[irito] Santo» (D. Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di d. E. Valentini, Torino, 1964, pp. 102-103; cf. anche L 043).

La vigilia dell'ordinazione (il 15 marzo 1947, alle 24,30) annotava: «O Gesù, otto ore, e sarò tuo sacerdote. Gesù, mio Dio e mio tutto, sono tutto e solo tuo. Deposto nel tuo cuore il fardello di tutti i miei peccati, ti domando come grazia particolare la compassione sacerdotale alla tua passione sacerdotale: dammi il martirio dell'anima, del cuore, del corpo in unione e conformità al tuo patire sacerdotale. Dammi l'amore, il tuo amore per il Padre, per la chiesa, per le anime. Dammi di dimenticare completamente me stesso, le mie cose, i miei interessi e di vivere solo e tutto per te, per il tuo amore, per le anime... Mio Dio, fammi morire prima di offuscare il tuo sacerdozio in me, anche con la minima colpa volontaria» (p. 105).

Nella domanda di ammissione si dichiarava «deciso a non trascurare mezzo alcuno, affinché il sommo ed eterno Sacerdote, che misteriosamente [lo costituiva] "Vicario del suo amore", [gli concedesse] un cuore sacerdotale simile al suo: dimentico di sé, abbandonato allo Spirito Santo, largo nel donarsi e nel compatire, appassionato delle anime per suo amore» (L 045). Le stesse parole sono riprodotte, sull'immaginetta di prima messa, stampata a Roma (E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 89).

050. [Prima messa di un novello sacerdote»]
(Discorso) 123
Mentre assistiamo devoti e commossi alla prima messa solenne di un novello sacerdote, io vorrei rendermi interprete dei sentimenti che tutta l'assemblea dei fedeli, che ognuno di noi sta meditando nel suo cuore in questo momento.

Anzitutto, ciò che domina più vivamente l'animo nostro di fronte ad un sacerdote] n[ovello] è un profondo, convinto, incrollabile atto di fede nella perenne ed indefettibile vitalità della santa chiesa di Dio. La chiesa non muore: mentre, in tante regioni, innumerevoli sacerdoti vengono condannati, seviziati, deportati, dispersi, strappati al loro gregge e all'altare, gettati a languire in carcere o nei campi di lavoro forzato, ecco un nuovo sacerdote, ecco una schiera di nuovi sacerdoti avanzare coraggiosamente, pronti a prendere il loro posto. La chiesa non muore. Sul suo tronco annoso, percosso sì, ma non mai stroncato dalla bufera della persecuzione, fiorisce un nuovo virgulto, molti vigorosi virgulti, al posto di quelli iniquamente divelti dai nemici di Dio. La chiesa non muore. Quando García Moreno, l'eroe cristiano delle nobili terre sud-americane, da cui proviene il novello levita, fu soppresso dai settari, egli morente trovò la forza di gridare: «Potete uccidere me, ma Dio non muore!». Accompagnando oggi all'altare il novello sacerdote, pensando ai sacerdoti della chiesa del silenzio, martiri di Cristo e confessori della sua fede, il cui 124 Spirito aleggia invisibile in questa n[o]s[tra] cappella, noi riconfermiamo, di fronte a tutte le persecuzioni e calunnie, il grido della nostra fede: «Dio non muore e neppure la sua s[anta] chiesa!».

123 Su un foglio da lettera intestato «Provinzialat der Salesianer, Miinchen 11, Auerfeldstrasse 19». Non si conoscono le circostanze del discorso. Solo un accenno alla provenienza sud-americana del novello sacerdote.

124 Nell'originale: cui cui.

Il secondo sentimento è quello di una fiduciosa e riconoscente speranza. Un novello sacerdote che sale l'altare è segno certissimo che Dio non ha abbandonato il suo popolo. Nonostante la marea di fango e di peccati che vuole sommergere il mondo, noi abbiamo l'incrollabile speranza che Dio non lo abbandona, perché il sacerdote all'altare è come un potente parafulmine alzato verso il cielo su questo povero mondo diventato una pericolosa polveriera. È perciò con la più serena fiducia che noi contempliamo e baciamo le mani consacrate del sacerdote novello, mani benedette che ogni giorno toccheranno il corpo di Gesù, lo offriranno al Padre, e lo daranno in cibo alla nostra fame. Mani pure che si alzeranno benedicenti sulla pura fronte dei nostri figli nel battesimo e li faranno figli di Dio. Mani benefiche che nella confessione guariranno le segrete ferite della n[o]s[tra] anima col balsamo del perdono e ci libereranno dall'angoscia opprimente del peccato. Mani onnipotenti che nel momento del trapasso a noi morenti dischiuderanno le porte del cielo. Mani che si apriranno nel gesto beato di soccorrere tutti, di donare a tutti. Mani che congiunte si alzeranno al cielo per le necessità, le pene, le lacrime di tutti. Quante lacrime asciugheranno, q[uan]ta grazia concederanno, q[uan]to perdono, q[uan]ta gioia!
A che cosa serve un prete?
Non potrebbe capitare che proprio il prete che talvolta si insulta volgarmente per strada o si canzona sul tram sia quello che raccoglierà il n[o]s[tro] ultimo respiro e ci aprirà le porte dell'eternità?
Ma voi pensate in qu[esto] istante a qualche sacerdote indegno che ha tradito Dio!
Sul colonnato del Bernini a Roma svettano nel cielo duecento enormi statue di granito. Rappresentano [i] santi dell'A[ntico] e [del] N[uovo] T[estamento]. Chi ci fece mai caso, passando per piazza San P[ietro]? Chi sa quali santi rappresentano? Chi ne conosce l'autore e la storia? Ma un giorno una di quelle statue cadde e s'infranse sul selciato della piazza. Divenne famosa. Tutti corsero, tutti seppero tutto di essa. Delle altre duecento rimaste nel sole nessuno parlò.

051. Discorso di prima messa
(13/07/1958, Grosio SO, discorso per don Clemente Franzini)
Nel tripudio di azzurro, di sole, di luci, di fiori, di suoni, di cuori, con cui tutta l'assemblea, si assiepa attorno al tuo altare, o don [Clemente],125 per festeggiare il tuo sacerdozio, noi vediamo realizzata l'affermazione dell'antico profeta: «Questo è il giorno che il Signore ha preparato. Esultiamo e rallegriamoci in esso».126
Il gioioso alleluia che prorompe oggi dal tuo cuore, don [Clemente], è ripreso, ampliato, ripetuto dai tuoi parenti e compaesani, è cantato e diffuso per tutta la valle dal melodioso concerto delle tue campane, è riecheggiato tutto all'intorno dalle tue montagne: «Alleluia, alleluia!».

I. È un giorno di festa e di gioia, in primo luogo per la santa chiesa di Dio, la nostra madre, la Sposa di Cristo, la quale ringiovanisce quest'oggi nel tuo sacerdozio. Ogni novello sacerdote è una primavera per la chiesa. Finché un fiore spunta sulla terra, è segno che Dio non ha abbandonato il mondo; finché un nuovo sacerdote viene ordinato, è segno che Dio non ha abbandonato la sua chiesa.

No, la chiesa non muore. Mentre in tante regioni, devastate dalla bufera della persecuzione, migliaia e migliaia di sacerdoti, colpevoli unicamente di essere fedeli a Cristo, al papa e al loro popolo, vengono iniquamente strappati al loro gregge, seviziati, deportati, gettati a languire in carcere o nei campi di lavoro forzato, ecco un nuovo sacerdote avanzare coraggiosamente a prendere il loro posto. La chiesa non muore: sul suo tronco annoso, percosso sì, ma non mai stroncato dall'uragano della persecuzione, spunta e fiorisce un nuovo virgulto al posto di quelli barbaramente divelti dai nemici di Dio.

Quando Garda Moreno, l'eroe cristiano delle nobili terre sud-americane in cui tu, don [Clemente], hai profuso e profonderai ancora le tue energie, fu pugnalato dai sicari, egli morente trovò la forza di esclamare: «Potete uccidere me, ma non Dio. Dio non muore!».

125 Nell'originale: N. Si tratta dell'omelia tenuta in occasione della prima messa di don Clemente Franzini, allievo di don Quadrio alla Crocetta e quasi compaesano, allora missionario in America Latina. Siamo nella chiesa di Grosio, il 13 luglio 1958, nella festa della dedicazione della parrocchiale, intitolata a san Giuseppe. Per la risonanza che le parole di don Quadrio hanno avuto sulla gente in questa circostanza, cf. Omelie, p. 468.

126 Nell'originale: lui.

Don [Clemente], stretti attorno all'altare della chiesa del silenzio, martiri di Cristo e della chiesa, noi, confortati e confermati nella fede per la testimonianza del tuo sacerdozio, di fronte a tutte le persecuzioni e a tutte le calunnie, innalziamo con te il grido della nostra fede invincibile e sempre vittoriosa: «Dio non muore, e neppure la sua chiesa!».

  1. Ma oggi è un giorno di festa e di letizia in modo speciale per la veneranda e gloriosa chiesa di [Grosio], porzione eletta della chiesa universale, cellula viva nella compagine del Corpo mistico di Cristo.

Il tuo sacerdozio, don [Clemente], è un frutto meraviglioso della fede e sanità morale del tuo popolo, della tua gente, della tua famiglia. Se il frutto è buono, la pianta non può essere che sana; l'ha detto Gesù: «La pianta si conosce dai frutti».127
Per questo tutto il paese ti guarda con legittimo orgoglio, come la migliore espressione della nobile gente [di Grosio]. Essi si sentono fieri di te, perché considerano il tuo sacerdozio come cosa loro.

Per questo la tua gioia è la gioia di tutto il paese. Esulta questa storica chiesa che ti accolse neonato per il battesimo, fanciullo per la cresima e per la prima comunione, adolescente per le prime battaglie della vita, e che ora, dopo lunghi anni di studio e di attesa, ti accoglie ministro dell'Altissimo.

Esulta il degnissimo pastore di questo gregge, che vede coronati nel tuo sacerdozio i sudori del suo ministero. Esulta il paese che ti vide fanciullo correre per le sue vie insieme ai compagni della tua età, che ti salutò adolescente quando lasciasti la tua casa, per seguire la voce di Dio; che ti ammirò chierico quando abbandonasti coraggiosamente anche la patria per partire come missionario verso terre lontane, ed ora ti riabbraccia rivestito della dignità sacerdotale, pronto a ripartire per più ardimentose conquiste. Esultano gli antichi tuoi compagni di scuola, che ora fatti uomini anch'essi — ti guardano con simpatia e ammirazione come uno di loro, come il migliore tra loro.

È tutta [Grosio], dunque, che, guidata dalle sue autorità religiose e civili, si ammanta di gioia per celebrare in te un concittadino elevato alla più alta dignità della terra e collocato tra i principi del popolo di Dio.

Ma, se per tutti oggi è un giorno di grande letizia, ben si può dire che128 questa è la festa della tua cara e invidiata famiglia, una famiglia che, alle antiche virtù cristiane, aggiunge quest'oggi la gloria di un figlio sacerdote. Il tuo sacerdozio, don [Clemente] è anzitutto un dono, un premio che Dio ha fatto alla tua famiglia, un premio alla maschia virtù e all'integerrima onestà di quel vero e grande cristiano che è tuo padre, un premio al generoso ed eroico sacrificio di quella santa donna che è tua madre, che si è privata di te per offrirti al Signore; un premio alle fervide preghiere delle tue buone sorelle e di tutti i tuoi cari. A loro, dopo che a Dio, tu sei debitore del tuo sacerdozio.

127 Mt 12,33.

128 Nell'originale: che che.

La vocazione sacerdotale è un dono di Dio, ma un dono che passa per il cuore della mamma.

Oh, la mamma del sacerdote, che parte importante esercita nella vocazione, nella formazione e nell'apostolato di suo figlio! Penso a Maria, la mamma del primo sacerdote Gesù; penso a santa Monica, madre di sant'Agostino; a mamma Margherita, la mamma di don Bosco; alla mamma di san Pio X. Penso all'eroismo di quella mamma, tanto simile alla tua, don [Clemente], alla quale annunciarono un giorno che il suo figlio missionario era morto. «Morto o ucciso?», chiese la mamma. «Che cosa preferite?». «Che l'abbiano ucciso per la fede di Cristo», rispose l'impareggiabile donna. «Ebbene, mamma, gli hanno tagliata la testa!».129 Le virtù passano facilmente dal cuore della madre in quello dei figli.

Soltanto in cielo noi sacerdoti sapremo quanto dobbiamo alle segrete preghiere delle nostre mamme e sorelle. Qualche anno fa un novello sacerdote volle andare a celebrare una delle sue prime messe nel convento, dov'era morta non molto13° tempo prima sua sorella suora. Dopo la messa, nel parlatorio, la superiora presentò al sacerdote una busta chiusa, trovata tra le carte della sorella morta, con la scrittura: «A mio fratello quando celebrerà la sua prima messa». Conteneva un foglio, dove la sorella, anni prima, aveva scritto queste parole. «Caro fratello, so dalla mamma che stai vacillando nella tua vocazione e che vorresti tornartene a casa. Io offro a Dio le mie preghiere e la mia vita, perché tu possa perseverare nella tua vocazione e diventare un santo sacerdote». Il Signore aveva accettata l'eroica offerta ed esaudita la domanda di quella generosa creatura.

129 Cf. C 043.

130 Nell'originale: qualche.

La festa della tua prima messa è dunque la festa dei tuoi cari. Essi hanno pianto nel vederti un giorno partire, hanno sofferto nei lunghi anni della tua lontananza, si sono generosamente privati di quello che avrebbe dovuto essere il meritato sostegno e conforto della loro vecchiaia; ma oggi sentono il loro sacrificio tramutato in una indicibile gioia, in un grande premio, in un incomparabile onore. Come il grano dei nostri campi viene sull'altare trasformato nel corpo di Cristo; così la loro carne e il loro sangue nell'ordinazione sacerdotale sono stati trasformatil" in un altro Cristo. Da oggi essi sentiranno la voce caratteristica della loro razza, la loro stessa voce chiamare per tuo mezzo Dio sulla terra, annunziare il vangelo, rimettere i peccati, distribuire i doni di Dio, spalancare ai morenti le porte del cielo. Nel tuo sacerdozio, tutta la tua gente è stata da Dio prediletta, onorata, nobilitata.

Per questo don Bosco soleva ripetere (e tu l'hai voluto inciso sul ricordo della tua prima messa) che «il più gran dono che Dio possa concedere ad una famiglia è un figlio sacerdote», e che «quando un figlio lascia i genitori per seguire la vocazione, Gesù stesso prende il suo posto nella famiglia»; ed ancora che «i parenti di coloro che entrano nella congregazione salesiana saranno salvi fino alla terza e alla quarta generazione».132
IV. Ma se oggi è festa della chiesa, del tuo paese, della tua fortunata famiglia, è senza dubbio festa principalmente tua, don [Clemente]. Io non commetterò l'imperdonabile indiscrezione di violare i segreti sentimenti e le soavi emozioni che si affollano nel tuo cuore in questo momento. No, sarebbe del resto tentare l'impossibile: per certi sentimenti nessuna parola è proporzionata. Ma credo di indovinare qualche cosa dei tuoi pensieri, se io rivolgo con te dall'altare della tua prima messa uno sguardo fugace al passato, uno al presente e uno al futuro.

Se guardi il passato, la tua vita ti appare un poema di grazie, la cui portata ti sarà nota solo in cielo. Sul tuo cammino non sono mancate le difficoltà, i sacrifici e le rinunce, ma oggi tutto è ripagato dalla gioia sovrabbondante della mèta raggiunta. Quindici anni or sono lasciavi la casa paterna; quindici anni di attesa, di severa preparazione nella preghiera, nello studio, nell'apostolato in terre lontane; ed ora, coronando il sogno della tua giovinezza, innalzi al Signore l'inno del cuore riconoscente: «L'anima mia magnifica il Signore... perché grandi cose mi ha fatto colui che è potente e il suo nome è santo».133
131 Nell'originale: è stato trasformato.

132 MB 10,651 e 9,704.

133 Lc 1,46.49.

Se guardi il presente, la tua persona ti appare trasfigurata e trasumanata in Cristo, come l'ostia nel momento della consacrazione. Come sotto le apparenze del pane si nasconde veramente il corpo di Cristo, così sotto i lineamenti della tua persona, vive, parla e opera lo stesso Cristo. Se c'è al mondo un mistero, questo è il sacerdote; tu ti senti un involucro di misteri. «Il sacerdote si comprenderà bene solo in cielo», diceva il curato d'Ars. «Se si comprendesse sulla terra, si morrebbe, non di spavento, ma di amore».

Sei Cristo, Cristo redivivo, Cristo prolungato nei secoli, Cristo contemporaneo, il Cristo della nostra terra e del nostro tempo. Tu impresti a Cristo le labbra per parlarci, le mani per benedirci, il cuore per amarci, íl corpo per immolarsi ancora per noi. Di Cristo hai la missione, i poteri, i sentimenti. Tu battezzi, ma è lui che rigenera; tu assolvi, ma è lui che perdona; tu consacri, ma è lui che si immola; tu benedici il matrimonio, ma è lui che congiunge indissolubilmente gli sposi; tu ungi gli infermi con l'olio santo, ma è lui che spalanca le porte del cielo. D'ora in poi Cristo avrà bisogno di te per predicare, perdonare, redimere e salvare le anime, e senza di te non vorrà, non potrà più fare niente. Tu gli sei divenuto necessario.

Per questo non v'è sulla terra nessuno e niente più grande di te. Sopra di te solo Dio, sotto di te tutte le creature angeliche e umane. «Dopo il Dio del cielo — esclama sant'Agostino — tu sei come il dio della terra», cioè Dio visibile, vivente e operante in mezzo a noi. «Se incontrassi un angelo e un sacerdote, saluterei prima il sacerdote», disse un giorno san Francesco di Assisi. E con ragione, perché i poteri del sacerdote superano non solo quelli degli angeli, ma — sotto un certo aspetto — quelli stessi della Vergine (san Bernardino di Siena).

Ecco l'insondabile mistero: sembrare un uomo, ed essere Cristo; avere tutte le apparenze di ogni altro uomo e contenere in se stesso la presenza di Dio; restare te stesso con tutta la tua miseria e divenire Cristo; pronunciare le parole del più grande miracolo senza morire; guardarsi le mani tutte un miracolo senza urlare.

Oh, le tue santissime mani consacrate dal vescovo con il sacro crisma! Mani benedette che ogni giorno toccheranno Dio, stringendo le sacre specie in cui è nascosto Cristo!
Mani sante che offriranno Gesù in olocausto al Padre e in cibo alle anime!
Mani pure che si alzeranno benedicenti sulla pura fronte del neonato, per farlo figlio di Dio!
Mani onnipotenti che al morente schiuderanno le porte del cielo!
Mani divine che tracceranno sulla fronte china del peccatore il segno del perdono e dell'amore, guarendo le segrete ferite dell'anima!
Mani immacolate che, ignare di cupide movenze, si apriranno sempre e solo nel gesto di donare e di soccorrere!
Mani oranti che si alzeranno al cielo per le necessità, le pene e le lacrime di tutti!
Quante lacrime asciugheranno, quanta grazia, quanto perdono, quanto soccorso doneranno! Per questo furono consacrate col crisma e noi le baciamo, bagnandole con le nostre lacrime.

E infine, se guardi il futuro, tu senti echeggiare nel tuo cuore l'ammonimento di mamma Margherita al suo figlio don Bosco: «Ricordati che incominciare a dir messa è incominciare a soffrire».134 Gesù, inviandoti nel mondo, non ti garantisce né la gioia, né il plauso, né la stessa vita; non ti promette di farti felice sulla terra, ma in cielo. Ti ripete piuttosto: «Ecco, io vi mando come agnelli tra i lupi. Sarete in odio agli uomini per il mio nome. Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi».135
Sei un altro Cristo, cioè un prolungamento di Cristo povero, di Cristo disprezzato, di Cristo crocifisso.

Ti attende una vita di povertà, perché prima che a te, dovrai sempre pensare agli altri; prima di sederti a tavola, dovrai assicurarti che nessuno attorno a te abbia fame; prima di andare a riposo la sera dovrai provvedere che tutti abbiano da dormire. Ti sarà proibito — e questo potrà talora sembrarti il sacrificio più amaro — di aiutare e provvedere agli stessi tuoi cari, perché le tue mani sono legate con il voto religioso della perfetta povertà. E troverai tanti che ti accuseranno di essere avaro, ricco, amico dei capitalisti.

Ti attende una vita di solitudine, perché con la promessa solenne di perpetua e perfetta castità, hai rinunciato alle gioie dell'amore terreno e all'intimità di una tua famiglia, per essere l'uomo di tutti.136
134 MB 1,522.

135 Mt 10,16.22; Gv 15,20.

136 Manca probabilmente un foglio, perché l'ultimo giuntoci termina con una virgola. Doveva forse seguire un cenno al voto di obbedienza, dopo quelli di povertà e di castità.

052. [Messa di diamante di don Pietro Tironel (26/03/1958, Chieri, Villa Moglia)'37
Introduz [ione].

Qualche tempo fa avvenne che una delle cento statue di santi che incoronano il colonnato del Bernini in piazza San Pietro sia caduta e si sia infranta sul selciato della piazza. Accorse una folla di curiosi a vedere, a domandare, a commentare; accorsero fotografi e giornalisti; e di quella statua, di cui prima nessuno sapeva nulla, presto si seppe tutto: quale santo rappresentava, quanto era alta, chi l'aveva scolpita e quando. E delle novantanove statue rimaste lassù, ritte nel sole, nessuno s'interessò.

Così è del sacerdote: il mondo è messo a rumore per il naufragio [di] un povero sacerdote indegno, che manchi ai suoi solenni impegni; e mantiene il silenzio davanti a chi ha speso tutta la vita nel servizio di Dio e del prossimo, nella dedizione eroica alla propria missione, al bene dell'umanità.

Così mi veniva fatto di pensare poco fa, mentre lasciavo Torino un po' trepidante per venire a supplire un ben più degno oratore nella faustissima celebrazione delle nozze di diamante del signor don Tirone.

So di fare uno degli atti più temerari della mia vita, ma anche di soddisfare ad un intimo bisogno del mio animo ammirato e riconoscente.138
137 Datazione aggiunta in matita, da altra mano: 15 aprile, Domenica in Albis. cancellata una seconda data: 26 marzo 1957. L'anno è di incerta lettura nelle ultime cifre. Il discorso è scritto sul retro di fogli con intestazione del decano della Facoltà di [teologia] del Pontificio Ateneo Salesiano, dunque dovrebbe collocarsi tra gli anni 1954-1959. Nel 1957 la Domenica in Albis cadeva il 15 aprile. Nel volume D. Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di d. E. Valentini, Torino 1964, che pubblica il discorso per intero (pp. 151-159), appare la datazione 18 aprile 1958. Solo che in tale anno, la Domenica in Albis cadeva il giorno 13 (cf. anche L 113). È stata trovata l'immaginetta, stampata per l'occasione, con le due date (Torino 26/3/ 1898 - Chieri, Villa Moglia 26/3/1958), che dovrebbe risolvere il problema. L'indicazione della Domenica in Albis, non di mano di don Quadrio, sarebbe allora da eliminare, benché all'interno dell'intervento si accenni all'apparizione del Risorto e al conferimento del potere di rimettere i peccati, e più avanti, all'introito «Quasimodo geniti infantes». Oppure si dovette spostare la data stabilita?
138 Don Quadrio era stato segretario di don Pietro Tirone al Sacro Cuore di Roma, durante la guerra (cf. Presentazione; L 021 e 030; E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 60).

Parlare del sacerdote è sempre difficile, perché, se c'è nel mondo un mistero, questo è il prete. Egli è un «grande mysterium» (Imiti-azione./ di CristoP39 «Il sacerdote si comprenderà bene solo in cielo, — diceva il curato d'Ars —. Se si comprendesse sulla terra, si morrebbe, non di spavento, ma di amore». Egli è un involucro di misteri, tanto grandi da far vacillare la mente, tanto sublimi da estasiare il cuore, da farci stupire per tutta l'eternità.

Ma, se è sempre difficile parlare del sacerdote, lo è tanto di più quando si tratta di un sacerdote che ha al suo attivo sessant'anni onusti di meriti e di grandi imprese sacerdotali, di uno degli uomini più illustri [e] benemeriti che hanno onorato la congregaz[ione] salesiana.

E oggi, mentre egli celebra la sua messa di diamante, circondato dalla commossa ammirazione e riconoscenza non solo nostra, ma di tutti i salesiani del mondo, noi vogliamo ricordare — a gloria di Dio e a nostra edificazione — come il signor don Tirone non solo [sia] un grande salesiano, ma anche un vero ed autentico sacerdote, che ha perfettamente realizzato in sé le tre componenti essenziali della personalità sacerdotale, quale è descritta da san Paolo nella lettera agli Ebrei, cioè il senso di Cristo, il senso della chiesa il senso degli altri.

I. La personalità sacerdotale è in primo luogo cristocentrica, cioè tutta incentrata in G[esù] Cristo] sommo ed eterno sacerdote, dal quale, come da fonte, deriva ogni sacerdozio e sul quale deve modellarsi.

Quando sessant'anni or sono il signor don Tirone veniva ordinato, il carattere sacerdotale ha impresso nell'anima sua una profonda conformazione e assimilazione con Gesù sacerdote e vittima. L'anima del sacerdote entra in speciali e singolari rapporti di somiglianza e di unione con l'anima di Cristo. È una trasfigurazione mistica, ma realissima — non metaforica —; una trasformazione, in cui la forma di Cristo si imprime nell'anima e la cristifica fin nelle più intime fibre. Il sacerdote è un altro Cristo, è lo stesso Cristo vivente nei secoli.

Sì, perché nel sacerdote operante opera realmente Gesù, come l'artefice opera per mezzo dello strumento. Nel sacerdote è veramente Cristo che battezza, che perdona, che consacra e immola, che prega, che insegna. Il sacerdote è il prolungamento vivente di Cristo docente, orante, perdonante, immolante. Cristo e il suo sacerdote non fanno che una inscindibile unità operativa all'altare, nel confessionale, al battistero, sul pulpito, nella recita del breviario, nell'apostolato. Egli vive e opera «in persona Christi».
139 De imitatione Christi 4,5,1: «Grande mysterium et magna dignitas sacerdotum quibus datum est quod angelis non est concessum».
San Giovanni Crisostomo [dice]: «Quando vedi il sacerdote offrire il sacrificio (assolvere, pregare, predicare), non pensare che sia il sacerdote, ma la mano di Cristo stesa visibilmente. Il sacerdote impresta a Cristo la sua lingua, la sua mano, la sua voce, il suo cuore».14°
I sacerdoti sono sulla terra come altrettanti G[esù] C[risto] risuscitato, vivente nella carne.

Alcuni anni or sono, in Francia fu fatta un'inchiesta tra le personalità del mondo letterario cattolico attorno al quesito: «Chi è il prete per voi?». Risposero molti. La risposta più laconica fu quella di Paul Claudel: «Il prete per me è Gesù Cristo vivente sulla terra». Non poteva essere più bella, più semplice, più completa. Non poteva essere più vera.

Giacché corrisponde perfettamente alle parole divine che Gesù rivolse ai primi sacerdoti, gli apostoli, allorché — come leggiamo nel v[angelo] di oggi — comparendo redivivo nella sera di Pasqua, alitando su loro, disse:
«Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (Gv 20,2 1-22), come a dire: «La mia missione è la vostra, io sono con voi, io sono voi; chi vede voi vede me, chi ascolta voi, ascolta me».141
Per questo il sacerdote è stato chiamato «il dio di questa terra», «post Deum terrenus Deus», il Cristo contemporaneo.

Ora a noi è caro ricordare quest'oggi quanto profondamente il signor don Tirone abbia realizzato in sé questa prima dimensione della personalità sacerdotale: la conformità con Cristo. Quanti confratelli e giovani, durante questi sessant'anni, in lui hanno incontrato e trovato Gesù mite, buono, umile, paziente, longanime sempre; hanno ravvisato in lui G[esù], come si vede un lume dietro un cristallo; hanno sentito nella sua voce paterna, incoraggiante, il timbro inconfondibile e irresistibile di Gesù. Sì, perché il signor don Tirone ha ricopiato e rivissuto Gesù orante (quante preghiere, quanto fervorose ed efficaci! quante giaculatorie!), soprattutto Gesù maestro (quante coscienze ha plasmato! quanta abbondanza di insegnamenti e consigli!), e Gesù sofferente (quante sofferenze nel corpo e nello spirito! quante malattie! quanti disagi nel suo lungo e multiforme apostolato sotto tutti i cieli e in tutti i climi!): Gesù fu davvero il suo ideale, il suo nuovo io, la sua vita, passione, amore, tutto. Magnifica lezione per noi tutti: finché G[esù] C[risto] non sarà Fardente passione della n[o]s[tra] vita, il n[o]s[tro] sacerdozio e il n[o]s[tro] apostolato sara[nno] sempre una piccola cosa, inutile, meschina, superficiale.

140 Hom. 87 in loannem, n. 4.

141 Lc 10,16.

II. La personalità sacerdotale, in secondo luogo, appunto perché cristocentrica, è ecclesiale, cioè tutta incentrata e orientata in funzione ecclesiale, cioè nella chiesa, per la chiesa, con la chiesa.

Se il sacerdote è una cosa sola con Cristo, è [anche] una cosa sola con la chiesa, giacché la chiesa non è altro che Cristo vivente e operante nei secoli.

Il sacerdote è un organo preminente nella compagine organica del Corpo mistico. Se Cristo è Capo, se lo Spirito Santo] è l'anima, se la Madonna è come il collo che congiunge il capo alle membra, il sacerdote è come un organo vitale che trasmette vita e movimento, continui fiotti di sangue ed energia alle altre membra.

Egli è per natura colui che edifica, propaga e nutre il Corpo mistico di Cristo, cioè la chiesa. Il carattere ecclesiale non è un ornamento accidentale del sacerdozio, ma è un elemento costitutivo. Egli non è costituito sacerdote per se stesso, ma «pro hominibus», «pro populo»,142 come dice san Paolo.

Il sacerdote è l'uomo della chiesa, vive ed opera per la chiesa ed in comunione con la chiesa, ama la chiesa e si dà tutto per lei, sacrificando la sua vita e le sue energie per lei, come ha fatto Gesù, il quale, come dice san Paolo agli Efesini, «ha amato la chiesa e si è sacrificato tutto per lei, per santificarla e adornarla di ogni bellezza».143
Sulla tomba del grande cardinale Mermillod, a Ginevra, sta scritto: «Dilexit ecclesiam», «ha amato la chiesa».144 Questo motto riassume meravigliosamente i sessant'anni di sacerdozio del signor don Tirone: «Ha amato la chiesa» e, nella chiesa, quella porzione eletta che è la nostra congregazione. Io ho coscienza di non esagerare, quando affermo che pochi uomini hanno tanto amato, tanto servito e tanto onorato la congregazione quanto il signor don Tirone. Egli è stato un lavoratore formidabile, che si è dato tutto senza riserve per il bene della nostra grande madre.

142 Eb 5,1.3; 7,27.

143 Ef 5,25-27.

144 La stessa iscrizione avrebbe desiderato per sé don Quadri() (0 118, n. 22).

L'ha impiantata in vaste regioni e irrorata col sudore, con le lacrime e col sangue, a prezzo di sacrifici inenarrabili, che Dio solo conosce; e poi per un trentennio l'ha governata e diretta spiritualmente con sagge direttive, con paterna vigilanza, con visite lunghe e sfibranti attraverso tutti i continenti, ascoltando, incoraggiando, sostenendo, correggendo, consigliando, dicendo sempre a ciascuno ciò che gli spettava, con quell'umile, impavida e coraggiosa schiettezza che rimane nella memoria e nel cuore di tutti coloro che egli ha avvicinato. «Dilexit ecclesiam et tradidit se ipsum pro ea».145
Signor don Tirone, quando noi la vediamo camminare col passo affaticato e un po' curvo sotto il peso di tante estenuanti fatiche virilmente sopportate per la grandezza e solidità della nostra famiglia religiosa, [e] pensiamo al cumulo di lavoro e di dolore che gravarono su quelle spalle un giorno così nobilmente e fieramente erette, noi ripetiamo di lei ciò che di san Paolo sta scritto negli Atti degli apostoli: «E un uomo che ha dato la sua anima e la sua vita per il nome del Signor[e] nostro G[esù] C[risto]» (At 15,26) e per la n[o]s [tra] congr[egazione]! E noi, che di fronte a lei gigante, ci sentiamo come «gli infanti da poco nati»146 di cui si parla nella messa odierna, siamo orgogliosi di apprendere dal suo esempio questo fervido, fedele, operoso amore per la congregazione, che ci impegniamo a conservare fiorente, gloriosa e immacolata come lei ce l'ha trasmessa.

III. Ma vi è una terza, essenziale componente della personalità sacerdotale, ed è quella che san Paolo, delineando la fisionomia spirituale del sacerdote, esprime con le parole: «Qui condolere possit, iis qui ignorant et errant» (Eb 5,2). Il sacerdote è uno che è capace di compatire (nel senso di patire insieme) chi ignora e chi pecca. Qui condolere possit. La compassione con chi soffre e pecca fu la caratteristica di Gesù ed è la divisa di ogni sacerdote.

Così Gesù ci appare dai vangeli: dolce e mite, tenero e compassionevole, buono, buono, buono! Questa è la linea dominante della sua grandiosa e affascinante figura morale, ed anche la spiegazione umana del fascino irresistibile esercitato sui singoli e sulle moltitudini, che correvano a lui dimentiche del tetto e del pane. È innegabile che nell'amore di Gesù per gli uomini si scorge sempre una venatura di commiserazione, di compassione, di misericordia, cioè di intima solidarietà e partecipazione alle loro debolezze. È un amore che vede, che comprende, che intuisce, che condivide, che compatisce e soffre con la persona amata. Il suo amore ha delle ferite segrete: è un amore che diventa dolore!
145 Ef 5,25.

146 1 pt 2,2.

Ora, secondo la bella definizione di sant'Ambrogio, il sacerdote è il «vicarius amoris Christi»,147 cioè colui che fa le veci di Cristo nell'amare e compatire: «Qui condolere possit».148 Al giovane sacerdote don Giov[anni] Bosco, mamma Margherita disse che «incominciare a dir messa è incominciare a soffrire»,149 non per sé, ma con gli altri e per gli altri. Pochi sacerdoti hanno attuato, come il sig[nor] don Tirone, questo ideale della missione sacerdotale. Pochi hanno come lui vissuto questo «condolere» che — nel linguaggio di san Paolo — diventa ora l'eroico: «Io mi spenderò generosamente per le vostre anime»; ora il «Chi è ammalato ed ío non mi ammalo?», ora il «Mi son fatto infermo con gli infermi, per salvare gli infermi: mi son fatto tutto a tutti per salvare tutti»; ora l'umanissimo «Godere con chi gode, piangere con chi piange»; ora il tenerisimo e materno «Figliolini miei, che io rigenero per formare in voi Gesù C[risto]».150
Diceva don Orione che vi sono due categorie di preti: quelli che passano la vita dicendo «ahimé, ahimé!», e quelli che invece vivono gridando «anime, anime!». Il signor don Tirone è sempre stato indubbiamente della seconda categoria. Lo potrebbero testimoniare gli innumerevoli confratelli che egli ha avvicinato, compreso, consolato, guidato, sostenuto in momenti difficili, confermato nella vocazione, difeso, salvato. Egli, come Gesù, non ha mai spezzato la canna fessa, né ha mai spento il lucignolo fumigante! Per lui, come per Cristo, non sono mai esistiti rottami, ma solo anime e cuori.

Perché qui — a mio avviso — sta la linea dominante della personalità sacerdotale del signor don Tirone: questo amore forte fino al sacrificio, materno fino alla tenerezza, comprensivo e compassionevole sempre, pronto sempre a perdonare, ad aiutare, a salvare; un amore che fa di lui il campione autentico e la personificazione più genuina della paternità salesiana, quale don Bosco volle nel superiore, quando disse che il direttore salesiano altro non deve fare che amare e aiutare tutti, perché deve essere il rappresentante della bontà di Dio.

Oh, le sue sante mani: quante lacrime hanno asciugato, quanta gioia, quanto perdono, quanto soccorso, quanta grazia hanno saputo donare in sessant'anni!
147 Exp. Ev. sec. Luc. 10,175 = CCL 14,397. Cf. C 058, n. 214.

148 Cf. L'immaginetta di prima messa di don Quadrio (E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 89 e 91).

149 MB 1,522.

150 Cf. rispettivamente 2 Cor 12,15; 11,29; 1 Cor 9,22; Rm 12,15; Gai 4,19.

Mani benedette che ogni giorno hanno toccato Cristo, hanno stretto le sacre specie in cui è nascosto Iddio;
mani fortunate che oltre ventimila volte hanno offerto al Padre il corpo santissimo del Redentore;
mani pure, che si alzarono benedicenti sulla pura fronte del bimbo per farlo figlio di Dio;
mani onnipotenti, che al morente dischiusero le porte del cielo;
mani divine, che tante volte tracciarono sul capo chino del peccatore il segno del perdono e dell'amore, guarendo le segrete ferite dell'anima;
mani immacolate che, ignare di cupide movenze, si aprirono solo nel gesto di soccorrere e di donare;
mani oranti, che si alzarono al cielo per le necessità, le pene, le lacrime di tutti!
Per questo, sessant'anni fa, vennero consacrate e spalmate del sacro crisma; per questo oggi noi le baciamo con riverente affetto e le bagniamo di lacrime, mentre, stretti attorno all'altare della sua messa di diamante, preghiamo il sommo ed eterno Sacerdote che voglia benedire il suo fedelissimo amico e conservarlo ancora molti anni — vigoroso e sano — all'affetto dei figli, all'onore della congregazione salesiana, a decoro della santa chiesa. Così sia.

053. Le componenti della personalità apostolica (1960? Meditazione)
Il tema su cui questa sera vogliamo riflettere insieme è di estrema gravità e importanza. Per due motivi.

  1. Perché Gesù ha bisogno di voi; la chiesa ha bisogno di voi, i giovani hanno bisogno di voi. «Dio non ha altra voce, altre mani, altri piedi che i vostri per portare il vangelo attraverso il mondo». Ma Dio non sa che farsene di comparse, di maschere. Ha bisogno di apostoli veri, autentici, genuini.

Primavera, Pentecoste: mov[imento] bibl[ico], mov[imento] liturg[ico], ap[ostolato] dei laici.

  1. Perché è molto grave il pericolo, per ciascuno di noi, di essere non un apostolo vero, ma una caricatura, una comparsa di apostolo: per esempio] un propagandista, un organizzatore, un funzionario, un istrione che recita una parte.

Quali sono le componenti essenziali di una bella, genuina, completa personalità apostolica? Penso che si possano ridurre a tre. Accenno: tre semi di contemplazione [che la vostra] riflessione farà germogliare, la grazia di Dio fruttificare.

I. La personalità apostolica è in primo luogo cristocentrica, cioè tutta incentrata, fusa, imperniata in Cristo. Gesù è l'apostolo per eccellenza, cioè l'inviato del Padre. Noi non siamo che il suo prolungamento nel tempo e nello spazio. L'apostolo è il Gesù di oggi, il Gesù di questo tempo e di questo luogo. Cristo contemporaneo.

L'apostolo è un sacramento vivo di Cristo, perché porta in se stesso Cristo mediante la grazia, esprime e manifesta Cristo mediante la vita, produce Cristo nelle anime mediante la sua azione apostolica.

Un sacramento vivo di Cristo che prega, di Cristo che insegna, di Cristo che ama e aiuta, di Cristo che soffre, di Cristo che salva.

Testis resurrectionis.

  1. Uno che riferisce ciò che ha visto. Una esperienza profonda della propria madre.
  2. Garantisce, prova: colla vita. Inciampare in un cristiano [dovrebbe equivalere a inciampare in Dio].151 I vostri ragazzi hanno bisogno di Cristo, lo vogliono vedere.

151 Frase desunta da Guehenno (C 055).

Un giorno un gruppo di Greci si presentò a Filippo e gli chiese: «Signore, vogliamo vedere Gesù: Volumus Iesum videre». I vostri ragazzi vi chiedono la stessa cosa: vedere Gesù. Ma lo vogliono vedere presente e come incarnato in voi.152
Bisogna che i ragazzi vedano in voi Cristo, come si vede una luce dietro un vetro; bisogna che nella vostra voce sentano il timbro inconfondibile della voce di Cristo. Se noi apostoli non siamo Cristo tra i giovani, siamo una veste sul vuoto, una contraddizione urlante, un istrione.

Dobbiamo trasfigurarci in Cristo, acquistare il sensus Christi, cioè la sua mentalità, i suoi sentimenti, i suoi gusti, i153 suoi interessi. Come? Due mezzi: a) Cristo è nell'eucaristia; b) Cristo è nel vangelo. Nutri[a]mo quotidianamente la nostra anima della carne di Cristo e della parola di Cristo. La messa sia la vostra forza. Il vangelo [sia] la vostra luce. Scopriamo la messa: [sia la nostra] vita, [il nostro] tutto. Scopriamo il vangelo: la parola di Dio è efficace di sua natura. Finché Cristo non sarà diventato una realtà, qualcuno, una persona viva, la persona amata; finché non sarà diventato la grande passione della nostra vita, il nostro nuovo io, la vera anima di tutta la nostra esistenza, il nostro apostolato sarà sempre una piccola cosa, meschina, superficiale, sterile.

II. La personalità dell'apostolo è, in secondo luogo, essenzialmente ecclesiale, cioè tutta incentrata nella chiesa e per la chiesa, Corpo mistico di Cristo.

L'apostolo deve avere il «senso della chiesa».

  1. La coscienza viva non solo di essere nella chiesa, ma di essere la chiesa. Di essere un membro vivo e operante nel Corpo mistico.
  2. La coscienza viva di essere responsabile della vitalità e della efficienza della chiesa nel nostro tempo e nel nostro luogo.

La chiesa è indefettibile nell'insieme (non praevalebunt)154 ma, per colpa mia, può venir meno qui e là. La chiesa vincerà alla fine, ma per la mia neghittosità quante battaglie può perdere nelle singole anime! La chiesa è santa, ma per i miei peccati può essere men[o] pura, meno casta, meno cattolica, meno libera.

La coscienza viva di personificare la chiesa nel nostro ambiente. Dove arrivi tu, arriva la chiesa. Sei portavoce, rappresentante, delegato della chiesa. Quando fai dell'apostolato, tu lo fai per mandato e a nome della chiesa.

152 Motivo ricorrente nelle lettere ai sacerdoti (per es. L 188, 189, 206). In base a questo motivo, si potrebbe collocare la meditazione intorno al 1960). Cf. Gv 12,21.

153 Nell'originale: Si.

154 Mt 16,18.

  1. Fede vivissima nella chiesa, nella realtà soprannaturale e divina del

Corpo mistico, al di là della corteccia umana. La chiesa non è il Vaticano, non i cardinali, non [è] il Crodexl guris] clanonici], ma è Cristo stesso vivente e operante nel mondo per salvare gli uomini.

  1. Fiducia filiale nella inesauribile fecondità della chiesa, nel Capo invisibile che la sostenta, nello Spirito Santo che la anima, senza lasciarsi scoraggiare da difetti, lentezze, deficienze, che non sono della chiesa, quanto degli uomini che la compongono.
  2. Amore operoso e intraprendente per la chiesa, considerata come la

Sposa di Cristo, la nostra madre: amore che è dedizione, sacrificio, fedeltà, servizio. [Il cardinale] Mermillod [volle che si scrivesse sulla sua tomba]: Dilexit ecclesiam.155
III. La terza componente essenziale della personalità apostolica è il senso degli altri, la passione fervida e indomabile delle anime, questo sentirsi responsabile degli altri davanti a Dio. L'apostolo è un uomo che sa comprendere, compatire, mettersi nei panni, avvicinare, farsi simile, condividere, partecipare alla stessa sorte, allo stesso destino, alla stessa miseria, [che sa farsi] uno di loro. «Mi sono fatto infermo con gli infermi, piccolo coi piccoli, tutto a tutti».156 «Noi siamo a vostro servizio per l'amore di Cristo». Servire, non farsi servire.

A completa disposizione, a servizio, dimentico di sé. Anime, Anime! 157 Dando gratuitamente, senza esigere, pretendere, attendere ricambio. Il pastore conosce, si fa simile [al gregge], si sacrifica. Pastori, non mercenari.

Predicazione a tu per tu, dell'un per uno, adattandosi alle esigenze, bisogni, linguaggio. «In tutto simile, fuorché nel peccato».158 Entrare per la porta dell'uomo, [per uscire dalla finestra di Dio. E questo non è possibile] se non amandolo. Si può resistere a tutto, non all'amore. Stile dell'incarnazione! «Come loro!» ([il] sale, [la] luce, il fermento).

Dio vi dia: il sensus Christi, il sensus ecclesiae, il senso degli altri. L'apostolo non sia una delusione, [ma una] consolaz[ione] per Cristo e la sua chiesa.

155 Cf. C 052; 0 118; Ef 5,25.

156 1 Cor 9,22.

157 Cf. l'aneddoto di don Orione (C 052).

158 Eb 4,15.

054. La personalità sacerdotale
(11/01/1960, Torino, Crocetta, meditazione agli ordinandi)159
Introduz[ione].

Dunque, ancora trenta giorni, e i nostri diaconi saranno sacerdoti.

In questo mese di più intensa e immediata preparazione al vostro sacerdozio, ciascuno di voi16° si sforza di dare gli ultimi tocchi a quella «personalità sacerdotale», la cui forma è bensì data dall'ordinazione, ma la cui materia deve essere preparata e portata da ciascuno all'altare. Costruire in sé una genuina, armoniosa, completa personalità sacerdotale: ecco l'ideale supremo, il compito primo di ognuno che si prepara ad ascendere l'altare.

Ora, abbiamo noi una visione chiara, profonda, organica degli elementi che costituiscono la sacra personalità del sacerdote? E chi fosse privo di questa visione, non rischierebbe forse di diventare uno sgorbio di prete? la delusione di Cristo? il disonore della chiesa? Non basta per noi lo spirito religioso-salesiano. Ci vuole la tipica personalità sacerdotale. Altrimenti, siamo dei buoni coadiutori che dicono la messa, non dei sacerdoti. Dei laici che predicano, non dei sacerdoti. Degli organizzatori laici, degli ammi[ni]stratori, dei professori, dei dirigenti sportivi, non dei sacerdoti.

Ecco, questa sera,161 in questa v[o]s[tra] (prima) riunione162 sacerdotale, vorremmo con semplicità e brevità sbozzare i lineamenti essenziali della personalità sacerdotale. Non è facile, perché il sacerdote è un «grande mysterium» (Imitatio Christi).163 «Il sacerdote lo si comprenderà bene solo in cielo — diceva il curato d'Ars —. Se lo si comprendesse sulla terra, si morrebbe, non di spavento, ma di amore». Un involucro di misteri.

159 La data ci viene fornita da don E. VALENTINI (Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980), che pubblica la meditazione (pp. 217-221). Essa appare già nel ciclostilato A ricordo di don Ugo Gallizia e di don Giuseppe Quadrio, «Bollettino di collegamento dei sacerdoti ordinati nel 1960», con queste parole di presentazione: «Quest'anno don Quadrio non arrossisce più [di essere colui che dice sempre di morire e non si decide mai]. Dal cielo ci invia la sua ultima lettera. Ricordate? È la meditazione che ci ha predicato la mattina dell'il gennaio, a un mese della vostra ordinazione sacerdotale» (p. 3). Noi prendiamo direttamente dal manoscritto, sul quale l'autore è ritornato più volte con ritocchi autografi.

160 In un secondo adattamento: loro... loro.

161 Sopra: mattina.

162 Sotto: incontro.

163 De imitatione Christi 4,5,1. Cf. C 052, n. 139.

Il prete rimane sempre un mistero anche per se stesso, un mistero di fede da far vacillare le mente, un paradosso di grandezza divina e di miseria umana, da farci stupire per tutta l'eternità. Guardarsi le mani tutte un miracolo, senza gridare. Pronunciare le parole divine della c[onsacrazione], senza morire. Toccare ogni giorno il fuoco, senza bruciare! Ritrovarsi.'" la sera dell'ordinaz[ione] ancora vivo, ancora se stesso, e dover credere che ormai si è un altro, si è Cristo. Che catena di misteri!
Tre, dunque, sono gli elementi costitutivi o i tre sensi fondamentali della personalità sacerdotale.

I. Sensus Christi. La personalità sacerdotale è in primo luogo cristo-centrica, cioè tutta incentrata, fusa in Cristo sommo ed eterno sacerdote, fonte, archetipo, modello e paradigma di ogni sacerdozio.

  1. Sul piano ontologico, il carattere sacerdotale imprime nell'anima una profonda conformazione e assimilazione con Cristo sacerdote e vittima. L'anima del sacerdote entra in speciali e singolari rapporti di somiglianza e di unione con l'anima di Cristo. È una trasfigurazione mistica, ma non metaforica, una reale trasformazione, in cui la forma di Cristo si imprime nell'anima e la cristifica fin nelle píù intime fibre. Sacerdos alter Christus, sacerdos ipse Christus, sacerdos vice Christi fungitur, non in senso solo ascetico, ma ontologico, che tocca la costituzione stessa dell'essere sacerdotale. Egli è Cristo, Cristo redivivo, contemporaneo, di oggi, tra noi.
  2. Sul piano operativo ministeriale ne deriva che Cristo opera realmente nel sacerdote, come l'agente principale opera per mezzo dello strumento. Nel sacerdote è veramente Cristo che battezza, che giustifica, che assolve, che prega, che consacra e si immola; e in senso proprio (anche se imperfetto) insegna e predica. Il sacerdote è il prolungamento vivente di Cristo docente, orante, perdonante, immolante. Cristo e il suo sacerdote non fanno che una inscindibile unità operativa all'altare, al confessionale, al battistero, sul pulpito, nella recita del breviario, nell'apostolato. Il sacerdote165 vive e opera «in persona Christi».

San Giov[anni] Crisost[omo affermava]: «Cum videris sacerdotem offerentem (absolventem, praedicantem, orantem), ne ut sacerdotem esse putes, sed Christi manum invisibiliter extensam... Sacerdos linguam suam (Christo) commodat» (Hom. 87 in Io(annend , n. 4).166
164 È stato premesso: Presto.

165 Nell'originale: Egli.

Cristo assumerà il v[o]s[tro] volto, avrà le vostre mani, il v[o]s[tro] cuore, la v[o]s[tra] voce, per parlarci, perdonarci, benedirci. Cristo avrà bisogno di voi per pred[icare], perdonare, immolarsi, salvarci. Senza di voi non vorrà, non potrà fare nulla: gli diventerete necessari.

c) Sul piano psicologico-morale ne deriva che il sacerdote deve vivere Cristo, avere il «sensus Christi», i sentimenti e le disposizioni di Cristo, la mentalità, [la] personalità morale [di Cristo], «hoc sentire in se quod et in Christo Iesu»,167 in modo che Cristo sia la sua vita, il suo nuovo io, il suo grande amore, il suo tutto. Esemplifichiamo.

Nella celebrazione della messa, il sacerdote deve entrare in un contatto vivo e intimo con l'anima di Cristo agonizzante e morente, che egli sta impersonando, deve rivivere in sé la passione, l'agonia e morte di Cristo; deve fare suoi i sentimenti sacrificali, immolandosi con lui come ostia del suo sacrificio. «Sacerdos et hostia». «Ideo sacerdos, quia sacrificium» (sant'Agost [ino] ).168
Nella vostra ordinaz[ione] il vescovo vi dirà: «Imitamini quod tractatis», cioè «siate voi stessi il sacrificio che offrite».169
San Greg[orio] Magno [spiega]: «Nos qui celebramus mysteria passionis Domini, debemus id quod facimus imitari..., debemus nosmetipsos ut hostiam Deo offerre» (Dial. IV, 59).

[Secondo] san Greg[orio] Naz[ianzeno] «nemo potest vere accedere ad Deum magnum, ad pontificem nostrum et hostiam, si ipse non est hostia viva et sancta, si non seipsum offert in spirituale sacrificium... Sine hoc non auderem portare nomen et vestem sacerdotis» (OratiollApol.).'"
P[adre] Bevilacqua [aggiunge]: «Il sacrificatore non sacrificato è una veste sul vuoto, maschera sul nulla, contraddizione urlante». «Il sacerdote è il sacrificio di un uomo unito a quello di un Dio» (Lacordaire).

166 Cf. PG 59,472-473. Citazione non letterale.

167 Fil 2,5.

168 «... pro nobis tibi victor et vittima, et ideo victor, quia victima, pro nobis tibi sacerdos et victima, et ideo sacerdos, quia sacrificium, faciens tibi nos de servir (SANT'AGOSTINO, Confessiones 10,43 = CSEL 33,279).

169 PR 57.

170 Oratio 2 Apol. , c. 95 = PG 35,498. Citazione non letterale. Aggiunta poi barrata: «Incominciare a dir messa è incominciare a soffrire». È una delle frasi di mamma Margherita a don Bosco nel giorno della sua prima messa (MB 1,522).

Se il sacerdote all'altare non vuol essere un istrione che recita la sua parte, deve trasformare se stesso in ostia e la sua vita in una messa, cioè in una continua offerta, in un continuo sacrificio, in una perenne comunione col Padre, nel Cristo, per la chiesa.

Allora dall'altare egli torna trasfigurato e trasformato sempre più in Cristo: va sul pulpito o nel confessionale, nella scuola, nel laboratorio, al letto degli ammalati, tra la folla, nella solitudine... sempre e ovunque porta un'irradiazione della unione sacrificale celebrata tra la sua anima e Cristo. E allora tutti vedranno in lui Cristo, come si vede una luce dietro un cristallo, udranno nella sua voce il timbro inconfondibile di Cristo.

Questa dunque è la prima componente della spiritualità sacerdotale: il «sensus Christi», la personalità morale di Cristo, Cristo conosciuto profondamente, amato appassionatamente, vissuto integralmente come la grande passione, l'unica legge, la vera anima di tutta la propria esistenza: vivere, pensare, agire sempre «in persona Christi». Finché Gesù] Cristo] non sarà l'ardente passione, il grande amore della n[o]s[tra] vita, il n[o]s[tro] sacerdozio sarà sempre una piccola cosa, inutile, meschina, superficiale.

Noi parleremo quest'anno delle tecniche di apostolato. Ma ricordiamoci che, se sotto la tecnica non pulsa un'anima appassionata di Cristo e tutta configurata a lui, faremo non dell'apostolato, ma del rumore vuoto, sterile, inconcludente. Il prete non è mai un semplice uomo; è sempre un alter Christus, non solo all'altare e nel confessionale, ma sulla cattedra, nel cortile, al cinema, alla spiaggia, in parlatorio, in ufficio. Cristo che assiste, organizza, educa, che fa dello sport, del cine[ma].

Regola: ciò che Cristo non può fare, non [lo] puoi fare neppure tu. Ciò che fai, fallo come alter Christus.
Il. Sensus ecclesiae. La personalità sacerdotale, in secondo luogo, appunto perché cristocentrica, è ecclesiale, cioè tutta incentrata e orientata, in funzione ecclesiale, a[1] Corpo mistico. Se il sacerdote è una sola cosa con Cristo, è una sola cosa con la chiesa, giacché la chiesa non è altro che Cristo vivente e operante nei secoli, il Cristo di oggi.171
a) Sul piano ontologico. La struttura o costituzione essenziale del sacerdote è [orientata] a[1] Corpo mistico, il sacerdote è un organo preminente nella compagine del Corpo mistico. Non è costituito sacerdote per sé, isolatamente, ma dalla chiesa, nella chiesa, per la chiesa. «Pro homini-bus» (Eb 5,[1]), «pro populo» (Eb 7,27), «pro populo... contra dissolutionem multitudinis» (S[umma] theol[ogica] 3, q. 65, a. 1).

171 Christus beni, et hodie (Eb 13,8).

Il nostro sacerdozio deriva tutto e solo dalla chiesa, a cui Cristo ha commesso il suo sacerdozio; è una funzione essenzialmente comunitaria, sociale, ecclesiale. Il carattere ecclesiale non è un ornamento accidentale del nostro sacerdozio, ma è un elemento costitutivo. Il sacerdote è, per sua natura, l'edificatore del Corpo mistico, il generatore delle mistiche membra di Cristo, un organo vitale che trasmette sangue, vita, energia alle cellule che egli ha generate. Il sacerdozio è come la spina dorsale, o il sistema nervoso del Corpo mistico, e quindi non ha alcun senso e alcuna ragione d'essere, se non nel Corpo mistico e per il Corpo mistico.

  1. Sul piano operativo o ministeriale. Il sacerdote agisce «in persona ecclesiae», come deputato dalla chiesa a sacrificare, ad assolvere, a pregare, a predicare, a testimoniare nei vari settori della vita. Non ci sono funzioni sacerdotali individuali, compiute a nome proprio: sono tutte ecclesiali e comunitarie, compiute «nomine et delegatione ecclesiae».

«A sacerdotibus sacra liturgia ecclesiae nomine absolvitur» (Pio XII, Mediator Dei). Il breviario, la messa, la predicazione, l'amministrazione di un qualunque sacramento, qualunque opera [e] forma di apostolato, non è mai una preghiera o azione individuale e privata, ma è sempre la preghiera o azione del Corpo mistico di Cristo. Il sacerdote non fa altro che imprestare alla chiesa, Sposa di Cristo, le labbra, il cuore, l'intelligenza e fare proprie le sue intenzioni.

Anche quando celebra tutto solo nella chiesa deserta, o recita il breviario nella solitudine della sua stanza, o confessa nell'ombra solitaria di un confessionale, o insegna a un gruppetto di frugoli il catechismo, o compie la più oscura opera di apostolato, la più insignificante attività indicatagli dall'apostolato, anche allora il prete agisce in «persona ecclesiae». Per mezzo suo è tutta la chiesa che sacrifica, che prega, che assolve, che insegna, che opera, che salva.

Messa.

  1. Sul piano psicologico-morale, ne deriva che il sacerdote sempre e dovunque deve vivere, pensare, agire, pregare «in persona ecclesiae», attuando in sé costantemente e profondamente il «sensus ecclesiae», il «sentire cum ecclesia». Egli deve sentirsi responsabile di tutta la chiesa, di cui è la sintesi vivente.

All'altare si sentirà al vertice del mondo, nel cuore pulsante della chiesa, e quindi prenderà una personalità collettiva, sociale, presentandosi al Padre come ambasciatore e rappresentante di tutta la famiglia invisibilmente stretta attorno all'altare nel Corpo di Cristo, nel quale sono uno tutti quelli che se ne cibano: vinculum caritatis, signum unitatis, s[acramen]tum unionis.172
Nel divino ufficio non abbasserà mai la preghiera del Corpo mistico al livello di una qualunque devozione privata, quasi che, per es[empio], tra breviario e rosario ci sia173 solo la differenza che omettere il primo è peccato mortale, omettere il secondo è peccato veniale. No, ma sottolineerà, per attuarsi nelle sue disposizioni ecclesiali, le espressioni collettive: «Dominus vobiscum», «oremus», «preces populi tui», ecc.

Ricordandosi che egli è l'orante ufficiale di tutta la comunità, la voce del Corpo mistico, presenterà a Dio i desideri e i bisogni di tutti gli indigenti, i vagiti di tutti coloro che nascono, i sospiri di tutti coloro che muoiono, le lacrime di tutti coloro che piangono.

Al confessionale si ricorderà che egli è il giudice della chiesa, il tutore della sua dottrina morale, e quindi esporrà con chiarezza e precisione i principi e gli obblighi, cercando di sposare la ferma intransigenza della dottrina morale con la paterna comprensione verso i caduti. L'equità del giudice con la tenerezza del Padre.

Sul pulpito, nell'insegnamento religioso, parlando e scrivendo, egli apparirà sempre e a tutti come l'uomo della chiesa, il mandato e portavoce della chiesa, il rappresentante ed edificatore della chiesa, colui che sente con la chiesa, fedelissimamente, e la serve, la ama, vive e si consuma per essa.

Per questo il sacerdote, oltreché avere una grande, luminosa, affascinante idea della chiesa, deve

  1. credere con fede vivissima nella realtà intima e soprannaturale della chiesa, al di là della corteccia umana: senta e faccia sentire che la chiesa è Cristo, il Cristo tra noi oggi;
  2. sperare con filiale fiducia nella inesauribile fecondità, forza e vitalità della chiesa, senza mai scandalizzarsi di difetti, remore, lentezze; senza tuttavia ignorare che, se la chiesa non muore, può tuttavia essere più o meno viva; se ha garantita la vittoria finale, può perdere molte battaglie intermedie;
  3. amare con operoso servizio la sua Madre, la Sposa di Cristo, spendendo per lei energia e vita, per renderla sempre più casta, più libera, più cattolica. Amare la chiesa vuol dire fare per lei quello che Cristo ha fatto: «Sicut Christus dilexit ecclesiam et seipsum tradidit pro ea, ut illam sanctificaret, mundans lavacro aquae in verbo vitae...» (Ef 5,25 SS.).

172 SANT'AGOSTINO, In Ioannis ev., tract. 26, n. 13 = PL 35,1610.

173 Nell'originale: fosse.

Di ogni sacerdote si dovrebbe dire ciò che è scritto sulla tomba del cardinale] Mermillod a Ginevra: «Dilexit ecclesiam».
III. Senso degli altri. La terza componente della personalità sacerdotale è il senso degli altri, la passione fervida e indomabile per le anime, questo sentirsi responsabile della salvezza altrui, questo sentire gli altri, sentirsi gli altri, quella che san Paolo, nella lettera a Tito, chiama la philathropia, cioè la «benignitas et humanitas Salvatoris nostri Dei».174
Il sacerdote, quale «alter Christus» è — come dice sant'Ambrogio — il «vicarius amoris Christi», colui cioè che incarna, attua, testifica l'amore di Cristo per gli uomini, fa le veci di Cristo nell'amare gli uomini.

Questo amore di Cristo si esprime soprattutto nella compassione verso la miseria, l'ignoranza, l'errore e il peccato.

Infatti san Paolo nella lettera agli Ebrei, delineando la fisionomia spirituale di Cristo sacerdote, sottolinea la compassione per le miserie umane: «Non enim habemus pontificem qui non possit compati (sympathésaz) infirmitatibus nostris: tentatum autem per omnia pro similitudine absque peccato» (Eb 4,15).

E altrove spiega che, per essere comprensivo e compassionevole, si fece vicino anzi in tutto simile agli uomini, fuorché nel peccato: «Unde debuit per omnia fratribus similari, ut misericors fieret...» (Eb 2,17). È diventato come loro, come noi, per poterci capire e per condividere le n [o] s [tre] pene.

Nessuna meraviglia perciò che lo stesso san Paolo, tra le doti essenziali della personalità sacerdotale, proprio allorché definisce l'essenza del sacerdozio, metta il «saper compatire», «qui condolere possit iis qui ignorant et errant» (Eb 5,2).

«Condolere» che è conoscere e capire, comprendere, avvicinare, farsi simile, mettersi nei panni, incarnarsi, condividere la sorte, farsi e sentirsi solidale, partecipe dello stesso destino, della stessa miseria, uno di loro. «Condolere» che — nel linguaggio dell'apostolo — diventa ora l' «Impendar et superimpendar ipse pro animabus vestris» (2 Cor 12,15); ora il «Quis infirmatur et ego non infirmor?» [2 Cor 11,29], ora il «Factus sum infirmis infirmus, ut infirmos lucrifacerem: omnibus omnia factus sum, ut omnes facerem salvos» [1 Cor 9,22]; l'umanissimo «Gaudere cum gaudentibus, cum flentibus» (Rm 12,15), cioè sapersi immedesimare dei sentimenti altrui, ora l'eroico e quasi paradossale «Optabam ego ipse anathema esse a Christo pro fratribus meis» (Rm 9,3), disposto a pagare di persona, di interesse, di onore (se è il caso) per la salvezza degli altri; ora il tenerissimo e materno «Filioli mei, quos iterum parturio, donec formetur Christus in vobis» (Gal 4,19). È non farsi servire mai, ma servire sempre, e vivere per gli altri. Essere sempre a totale disposiz[ione] di chiunque.

174 Tt 2,11.

E questo senza pensare a sé, senza pretendere, chiedere, senza attendere nulla da nessuno, mai, circoncidendo e macerando sempre tutte le insorgenti e risorgenti esigenze del cuore, donando e donandosi gratuitamente: «Quod gratis accepistis, gratis et date», «sicut et Christus donavit vobis, ita et vos».175 Il prete che non si pone in posizione di dare, ma di ricevere, rischia di diventare il più infelice degli uomini, perché nessuno come lui è esposto all'incorrispondenza umana. Non bisogna passare la vita dicendo «Ahimé! ahimé!», ma «Anime! anime!» (don Orione). «Il sacerdote è un uomo mangiato», a disposizione di tutti. «Voi che non avete soldi, venite e dissetatevi allegramente» (Sal 77,1).

«Condolere» suppone non solo disinteresse [di sé] ma conoscenza, vicinanza, somiglianza. «In tutto simile, fuorché nel peccato».176 Il buon pastore «conosce le sue pecore e le chiama nominatim»,177 così il sacerdote deve conoscere la mentalità, i gusti, le esigenze, i bisogni, il linguaggio, le tecniche espressive degli uomini del suo tempo, farsi un po' come loro, senza perdere la somiglianza e la vicinanza con Dio. Deve incarnarsi, cioè diventare gli altri, rimanendo se stesso. De Foucauld [ha scritto un libro intitolato]: «Come loro!». [Il sacerdote è presentato come] unparadosso [vivente: deve tenere] «in una mano il vangelo, nell'altra il giornale». È sacerdote in eterno, per essere l'uomo dell'oggi. L'eterno nel tempo. L'uomo di Dio — uomo del suo tempo.

Nella celebre inchiesta fatta dal canonico] Lieutierm tra gli intellettuali francesi, per sapere che cosa oggi l'uomo attende dal prete, è risultato che l'uomo della strada si aspetta dal prete pienezza di umanità e un senso di comprensione. Pienezza di umanità.

Anche il sessanta per cento dei n[o]s[tri] giovani, intervistati da d[on] Grasso nel suo «Gioventù di mezzo secolo», desidera nel sacerdote più comprensione.

175 Mt 10,8; Ef 4,32; Col 3,13; 1 Gv 3,16.

176 Eb 4,15.

177 Gv 10,3.

178 Cf. C 058.

C'è in questa formula, se intesa e applicata rettamente, ben più che un facile desiderio della nostra gente; c'è una formula di metodologia apostolica ed un tratto essenziale della personalità del sacerdote. «Saper entrare per la porta dell'uomo, ed uscire dalla finestra di Dio». Sono princìpi semplici e generali che verranno da noi applicati quest'anno nello studio delle varie forme e tecniche di apostolato.

Nel contatto intimo, personale, continuato con la persona viva, col cuore sacerdotale di Cristo, cerchiamo di assimilare e sviluppare in noi queste tre dimensioni del sacerdozio cattolico: «[il] sensus Christi, il sensus Ecclesiae, il condolere iis qui ignorant eterrant».179 Solo così il n[o]- s[tro] sacerdozio non sarà una delusione per Cristo, ma una grande gioia per lui e per la sua Sposa, la chiesa.

179 Eb 5,2.

055. (Le caratteristiche della spiritualità sacerdotale] (1954? Meditazione, esercizi spirituali a sacerdoti)180
Abbiamo bisogno del silenzio di Dio per riscoprire e per salvare il n[o]s[tro] sacerdozio dall'usura che lo minaccia.181
Permettete che, dato il carattere prettamente sacerdotale di questi esercizi,182 prima di riprendere il filo della nostra meditazione, io [mi] intrattenga sulle caratteristiche essenziali della personalità o spiritualità del sacerdote, quali sgorgano dal fine del sacerdote considerato ieri sera. Dico caratteristiche essenziali della personalità del sacerdote, prescindendo dalla tipica colorazione salesiana, della quale tanto e tanto bene abbiamo sentito ragionare oggi.

Io dovrei saper intingere la mia penna nel cuore sacratissimo di Gesù, ma piuttosto — secondo l'immagine cara ai mistici medioevali — ciascuno di noi avvicini la sua bocca alla piaga aperta del cuore di Gesù, per assorbirne il suo stesso spirito sacerdotale.

A tre si possono ridurre i lineamenti essenziali della spiritualità sacerdotale, secondo i documenti pontifici più recenti (Haerent animo, Ad catholici sacerdotii, Menti nostrae, che come sapete devono essere spiegati ai futuri ordinandi), che si possono chiamare anche le tre componenti o i tre sensi fondamentali dell'anima sacerdotale [e ne devono delineare la santità tipica].

Il laico più peccatore ha questa pretesa, vanta questo diritto. Il sacerdote spesso non si rende conto che è proprio su questa testimonianza anche esterna di santità che è giudicato. La fede e la santità del sacerdote deve trapelare, deve traboccare al di fuori per una interiore pienezza e sovrabbondanza. In ogni azione egli deve filtrare un'anima santa. Deve mostrare Dio e Cristo. Secondo la formula di Guehenno, il laico, inciampando nel sacerdote, deve inciampare in Dio. Solo a questa condizione, Dio, che per l'ateo era impossibile, diventa possibile, Dio, che per l'indifferente era l'assente, diventa presente.

180 Manoscritta sul retro di bozze di un testo francese per la scuola media, utilizzate tra il 1954 e il 1955. Ritocchi successivi indicano la ripresa della stessa meditazione in circostanze diverse.

181 Frase aggiunta in alto a matita, al posto dell'inizio originario: «Tertium exercitium — dice siantrIgnazio — est repetitio primi et secundi». Aggiunge il maestro che gli esercizi... Frase sospesa e cancellata.

182 L'inciso originario suonava invece: «a conclusione di questa giornata di santificazione sacerdotale».

Dunque la prima fondamentale caratteristica della personalità sacerdotale è che il prete sia un santo, come santo è Cristo, di cui egli è strumento e prolungamento. Ma quali sono i tratti di tale santità o spiritualità sacerdotale?
I. Anzitutto la spiritualità sacerdotale è una spiritualità cristocentrica, cioè tutta incentrata in Cristo sommo ed eterno sacerdote, fonte, archetipo e modello di ogni sacerdozio. L'anima del sacerdote, in forza dell'ordinazione, entra in speciali e singolari rapporti con l'anima Christi, nel senso di una unione intima, consapevole, affettiva ed effettiva con Cristo sacerdote e vittima. Si tratta di una intonazione prettamente sacerdotale e sacrificale di tutta la nostra vita spir[ituale], in forza del carattere sacerdotale impresso nell'anima, per conformarla all'anima del sommo sacerdote. Il carattere sacerdotale non opera soltanto sul piano del ministero, nel momento in cui il sacerdote] consacra o assolve, ma compenetra tutta l'anima e tutta la vita del sacerdote, impregnando e caratterizzando di sé tutta la vita spirituale. Anche q[uan]do non agisce in q[uan]to sacerdote, egli deve vivere da sacerdote. Il prete è sempre prete!
Videbunt in quem transfixerunt.183
Nell'intima comunione eucaristica con cui ci uniamo al s[acro] Cuore, mettiamo il n[o]s[tro] sacerdozio nella ferita aperta del suo cuore, pregandolo che voglia misticamente — come talvolta ha fatto coi santi cambiare il n[o]s[tro] cuore col suo, che voglia formarci un cuore sacerdotale simile al suo. Che gli uomini possano vedere Dio in noi, come si vede una luce dietro un cristallo, possano sentire nella n[o]s[tra] voce il timbro inconfondibile e irresistibile di Dio.

L'amicizia intima, cordiale, soprannaturale che deve unire ogni anima a Dio nella carità, nel sacerdote diventa amicizia con Cristo sacerdote e vittima, unione di sentimenti e di azioni con lui, intimità e conformità con lui in ogni momento, come una irradiazione di quella intimità, per cui sull'altare, nel momento della consacrazione, è assunto da Cristo, compenetrato dalla sua virtù, reso suo vicario e vicegerente.

Tendere alla perfezione della carità per il sacerdote vuol dire184 sforzarsi di conformarsi sempre più a Cristo sacerdote e vittima nel pensiero, nell'amore, nell'azione, secondo l'esorta[ione] di san Paolo: «Hoc enim sentite in vobis quod et in Christo Iesu» (Fil 2,5).

183 Gv 19,37 e Cf. Zc 12,10.

184 Nell'originale: vuol dire vuol dire.

In questa tendenza il sacerdote si svuota sempre più di se stesso, nell'estasi dell'amore (estasi significa uscire da sé, svuotarsi di sé), come dicevano gli antichi, e tutto il suo atteggiamento interno ed esterno è allora caratterizzato anzitutto da una profonda umiltà e ubbidienza, risultato della convinzione della sua strumentalità in rapporto a Cristo e [della sua] conformità all'umiltà e ubbidi[enza] di Cristo sacerdote, descritta da san Paolo nel citato passo ai Filippesi: «Hoc enim sentite in vobis, quod et in Christo Iesu: qui cum in forma Dei esset, non rapinam arbitratus est esse se aequalem Deo, sed semetipsum exinanivit, formam servi acczPiens, in similitudinem hominum factus et habitu inventus ut homo. Humiliavit semetzpsum, factus oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis» (Fil 2,5-8).

L'atteggiamento cristocentrico del sacerdote è in secondo luogo caratterizzato dallo spirito di fede, che lo fa acutamente conscio e rispettoso della grandezza del tesoro che porta in se stesso; dalla pietà, per cui prega e tratta le cose sacre, specialmente i divini ministri, con profonda devozione e delicato rispetto, che si riflettono in tutto il suo comportamento, dalla modestia piena di dignità e di semplicità, come conviene a chi sa di essere un consacrato di Cristo e un ministro della sua grazia; dall'abbandono generoso e costante nel cuore di colui che lo ha scelto e consacrato. E [si aggiungano] tutte le altre virtù di Cristo verso il Padre, la chiesa, gli uomini, se stesso.

Specialmente nella celebrazione della s[anta] messa, il sacerdote entra in un contatto più vivo e più intimo con Cristo, conformandosi con lui come ostia del suo sacrificio. «Ideo sacerdos quia sacrificium» (s[ant]'Agost[ino]).1" «Sacerdos et hostia».
Dall'altare egli torna trasfigurato e trasformato sempre più in Cristo, associato al suo sacrificio; va sul pulpito o nel confessionale, nella scuola, nelle officine, al letto degli ammalati, nella solitudine, tra la folla... sempre e ovunque porta un'irradiazione dell'unione sacrificale celebrata tra la sua anima e Cristo nel mistero dell'altare, e tutto il suo ministero e il suo apostolato, oltre alla sua vita interiore, ne restano compenetrati. Ovunque sacerdote e ostia perenne del proprio sacerdozio, come spesso ci fa chiedere la chiesa nella secreta della messa: «Nosmetipsos tibi perfice munus aeternum».
Già lo diceva san Gregorio M[agno]: «Nos qui celebramus mysteria passionis Domini, debemus id quod facimus imitari; ut hostia a nobis prolata sit vere nobis proficua, debemus nosmetipsos, ut hostiam Deo offerre»
185 Sant'Agostino, Confessiones 10,43 = CSEL 33,279.

(Dial. IV, c. 61).186 E il vescovo [suggerisce] ai novelli presbiteri: «Imita-mini quod tractatis».187
Il Giraud ha sviluppato ampiamente questi concetti nel suo libro Sacerdote e ostia, mettendo in risalto come «Gesù attira il suo sacerdote nel suo stato di ostia», e come in tutta la sua vita spirituale e nella sua «santità speciale», nella pratica della vita, il sacerdote debba sviluppare il senso sacrificale sgorgante da quella assunzione da parte di Cristo. «G[esù] C[risto] comunica al sacerdote il suo sacerdozio, il suo stato e le sue disposizioni di ostia».

Al contrario, quale doloroso contrasto, se il sacerdote non è anche ostia, se chi sacrifica non è sacrificato! «Il sacrificatone non sacrificato è una veste sul vuoto, maschera sul nulla, contraddizione urlante» (P. Bevilacqua).

«Nemo potest vere accedere ad Deum magnum, ad Pontificem nostrum et hostiam, si ipse non est hostia viva et sancta, si non seipsum offert in spirituàle sacrificium... Sine hoc non auderem portare nomen et vestem sacerdotis» (san Gregorio] di Nazianzo, Oragiol II, Apolodeticap.188
Se il sacerdote all'altare non vuole essere un istrione, che recita la sua parte, deve tradurre in disposizione e vita personale di ogni istante le formule oblatorie e sacrificali, che ogni giorno pronuncia,189 deve cioè poter dire con piena verità anche di sé, del proprio cuore, delle proprie azioni, della propria vita: «Suscipe sancte Pater, hanc immaculatam hostiam...». «In spiritu humilitatis et in animo contrito suscipiamur a te, Do-mine, et sic fiat sacrificium nostrum in conspectu tuo hodie ut placeat tibi, Domine Deus». «Veni, santificator,... et benedic hoc sacrificium tuo sancto nomini praeparatum».190 Tutta la n[o]s[tra] vita deve diventare una messa.

186 SAN GREGORIO MAGNO, Dial. 4,61 = SC 265,202.

187 PR 57. Segue: san Gr[egrio Nazianzeno]. È citato poco sotto.

188 SAN GREGORIO NAZIANSENO, Or. 2 Apol., c. 95 = PG 35,498. Citazione non letterale.

189 Nell'originale: recita all'altare.

190 Dal Canone della messa. Queste invocazioni ricorrevano sovente sulle labbra di don Quadrio durante i giorni della malattia. Riportiamo di seguito la testimonianza di don Mario Grussu: «Durante quel mese si univa di quando in quando al divino sacrificio, ripetendo con tanta devozione ed intima commozione le parole della Messa, specialmente dal "Suscipe, sancte Pater, hanc immaculatam hostiam quam ego offero tibi Deo meo vivo et vero pro innumerabilibus peccatis et offensionibus et negligentiis meis" (a queste parole dava una particolare accentuazione), fino al termine. Era la sua Messa, sull'altare del suo sacrificio» (S 940).

Tutto ciò deve diventare realtà spirituale di ogni giorno, affinché il sacerdote sia anche ostia nel Cristo del suo sacrificio, non solo nella messa, ma nella preghiera, nell'apostolato, nel dolore, nell'espiazione per il corpo di Cristo che è la chiesa, fino a poter dire sinceramente con san Paolo: «Quotidie morior» [1 Cor 15,31], «Christo confixus sum cruci» (Col 1,24), «Vivo ego, iam non ego, vivit vero in me Christus» [Gal 2,20] (sacerdos et hostia).
La prima caratteristica dunque della spiritualità sacerdotale è che sia cristocentrica, cioè sacrificale, che si manifesti poi in una grande simpatia, in una profonda sintonia, in una personale intimità, amore, passione verso la persona di Cristo. Finché Gesù] C[risto] non sarà la grande passione della n[o]s[tra] vita, il n[o]s[tro] sacerdozio sarà sempre una cosa meschina e superficiale.

II. Seconda caratteristica della spiritualità sacerdotale è quella ecclesiologica, [cioè il] sensus ecclesiae.
Sensus ecclesiae.Il sacerdote

  1. crede con fede profonda nella realtà soprannaturale della chiesa, al di là della certezza.'" umana;
  2. spera con fiducia inconcussa nella chiesa, senza scandalizzarsi dei192 difetti e [delle] manchev[olezze],193 della lentezza;
  3. ama con operoso servizio la chiesa e sente con lei con indef[ettibile] fedeltà.

Il sacerdote è un «edificatore della chiesa», Corpo mistico di Cristo, un centro propulsore in quanto organismo vitale. Come «alter Christus», egli è il vicario dell'amore di Cristo verso la chiesa: deve dunque amare la chiesa come sua Sposa e darsi per lei, «sicut Christus dilexit ecclesiam, et seipsum tradidit pro ea, ut illam sanctificaret, mundans lavacro aquae in verbo vitae, ut exhiberet ipse sibi gloriosam ecclesiam, non habentem macular, aut rugam, aut aliquid huiusmodi, sed ut sit sancta et immaculata» (Ef 5,25 ss.).

Cristo ama la chiesa come sua Sposa, come suo corpo, come sua carne. Così il sacerdote. «Nemo enim unquam carnem suam odio habuit, sed nutrit, et fovet eam, sicut et Christus ecclesiam» (Ef 5,29).

191 Lettura incerta.

192 Nell'originale: dei dei.

193 Lettura incerta.

Il sacerdote non è cost[it]uito tale per sé isolatamente, ma dalla chiesa, nella chiesa e per la chiesa, per il popolo (Eb 7,22), «pro populo... contra dissolutionem multitudinis» ([san Tommaso, Summa theologica] 3, q. 65, a. 1), «ad perfectionem multitudinis» (3, q. 65, a. 2). Egli non è altro che un deputato della chiesa a sacrificare, pregare, santificare in suo nome. Non agisce a nome proprio, ma in nome e per autorità della chiesa.

1) Pio XII nella Mediator Dei ricorda che «a sacerdotibus sacra liturgia ecclesiae nomine absolvitur»: messa, sacramenti, breviario. In q[uan]to sacerdote, anche se religioso, io sono essenzialmente della chiesa.

Il breviario, come la messa (come l'amministraz[ione] di qualunque sacramento), non è mai un'azione privata, personale ed individuale, ma è l'azione e la preghiera ufficiale, sociale, e pubblica della chiesa, Corpo mistico di Cristo, continuatrice della sua opera redentrice, organismo vivente e operante per la salvezza delle anime. Il sacerdote che celebra o recita il breviario, impresta le labbra, la lingua, il cuore, l'intelligenza alla chiesa stessa e fa proprie le sue intenzioni.

Facciamo un'applicaz[ione] al n[o]s[tro] breviario. Non ci siamo mai chiesti per qual motivo la recita del breviario, che dovrebbe essere per noi una gioia, un riposo, un aiuto, si trasforma tanto facilmente in un dovere penoso, in una multa da pagare, Dio non voglia in una catena di negligenze e di peccati? Uno dei motivi non sarà proprio anche l'aver lasciato affievolire in noi il vero senso cattolico della missione ufficiale che la chiesa ci ha affidato nel giorno del n[o]s[tro] suddiaconato?
La chiesa rivive e compie in sé la vita arante del suo capo, Cristo. Ora, come per Gesù, la preghiera non era una occupazione accessoria, ma essenziale e fondamentale, così è per la chiesa. La preghiera della chiesa è la preghiera liturgica. Ministro ne é il sacerdote e le altre persone ufficialmente a ciò deputate. Quando dice il breviario, il sacerdote prega in nome di tutta la chiesa e per tutta la chiesa. Anche quando lo recita da solo, nella sua stanza, o assorbito dalle sue occupazioni abituali. È la chiesa che prega in lui, con lui, per mezzo di lui. Egli si rivolge ai fedeli: «Dominus vobiscum, oremus», in plurale. A nome di tutta la comunità cristiana, formula i voti, le domande: «Da nobis, quaesumus... Offerimus tibi, Domine, preces populi tui».
Il sacerdote prende una personalità collettiva, sociale, e si presenta a Dio quale rappresentante ufficiale ed ambasciatore della comunità; e gli presenta le lacrime di tutti coloro che sono tristi; i desideri e i bisogni di tutti gli indigenti; i vagiti di tutti coloro che nascono; i sospiri di tutti coldro che muoiono; le gioie di tutti coloro che godono; il dolore di tutti coloro che si pentono; le orazioni di tutti quelli che pregano, ed anche il silenzio di quelli che non sanno, non possono o non vogliono pregare. Recitando il breviario noi siamo la bocca della chiesa, la voce del Cristo totale, l'ambasciatore dell'umanità!
Il carattere collettivo e sociale della preghiera liturgica è inerente alla sua stessa natura, e la recita «privata» non la può alterare. Purtroppo l'abitudine di una recita individuale affievolisce in molti la coscienza di agire in nome della grande famiglia cristiana. La consapevolezza dell'alta vocazione di impersonare la chiesa deve allontanare il pericolo di considerare il breviario come un impegno personale o come obbligo puramente individuale e privato, che abbasserebbe l'opus Dei al livello di una devozione qualunque, p[er] esempio] del rosario. Ci sono dei sacerdoti per i quali,'" tra breviario e rosario, c'è solo la differenza che il primo è obbligatorio sotto pena di peccato mortale, l'altro di peccato veniale.

ll brevario va non detto, ma «celebrato»!
2) Non solo nella liturgia, ma in tutta la sua vita (di pensiero e di azione) il sacerdote deve pregare, pensare, agire e vivere cattolicamente, «cum ecclesia», «pro ecclesia», partecipando intimamente all'azione e alla passione universale della chiesa, allargando gli orizzonti del suo spirito fino a farli coincidere con quelli della chiesa, rinsaldando in se stesso la vita spirituale, per contribuire all'irrobustimento spirituale di tutto l'organismo, combattendo in se stesso il peccato per opporsi alle forze disgregatrici della moltitudine. Cercherà in ogni occasione di sentire cum ecclesia, in conformità leale, spontanea di giudizio, di volontà, di parole e di opere con coloro «quos Spiritus Sanctus posuit... regere ecclesiam Dei» (At 20,28).

In ogni mansione e ufficio (sul pulpito, nel confessionale, nella scuola, leggendo, parlando, scrivendo) non dimenticherà mai di essere un mandato, un ministro della chiesa, che egli rappresenta, nel cui nome e per la cui autorità egli agisce. Pio XII ai ca[r]d[inali], arcivescovi] e vescovi, nel discorso del 31 maggio 1954 solennemente ricordava che anche l'insegnamento nella chiesa non è ufficio privato e sui iuris, poiché è fatto in nome, per autorità e sotto la vigilanza della chiesa, cioè della gerarchia.

Credere nella ch[iesa], sperare nella ch[iesa], amare la ch[iesa], vivere per la ch[iesa].

In una parola, il sacerdote non appartiene a sé, ma alla chiesa, al Regno di Dio, per cui vive, prega, lavora e muore. Egli è l'uomo della chiesa. Di ogni sacerdote si dovrebbe dire ciò che è scolpito sulla tomba del card[inale] Mermillod a Ginevra: «Dilexit ecclesiam»!
194 Nell'originale: cui.

III. La terza caratteristica della personalità o spiritualità sacerdotale è la philanthropk, nel senso che questa parola ha nella Lettera a Tito, dove san Paolo parla del Dio Salvatore, che ha manifestato la sua «benignitas et humanitas» (philanthropta)1" verso tutti gli uomini, specialmente verso chi ignora e erra.196 1.1 sacerdote è il «vicarius amoris Christi», cioè di colui che venne non per i giusti, ma per i peccatori.'97
Amore, che è in ultima analisi «compassione».

È il terzo senso, la terza dimensione, la terza passione del sacerdote, il senso degli altri, la passione delle anime. Il vero prete non è quello che passa la vita dicendo «ahimé, a[h]imé», ma «anime, anime» (don Orione).198
San Paolo, nella Lettera agli Ebrei, delineando la fisionomia spirituale di Cristo sacerdote, sottolinea la sua compassione con le miserie umane: «Non enim habemus pontificem, qui non possit compati (sympathésai) infirmitalibus nostris, tentatum autem per omnia pro similitudine absque peccato» (Eb 4,15).

E altrove spiega come, per essere comprensivo e compassionevole, si fece vicino, anzi in tutto simile agli uomini, eccetto il peccato: «Unde debuit per omnia fratribus similari, ut misericors fieret... In eo enim in quo passus est ipse et tentatus, potens est et eis qui tentantur auxiliari» (Eb 2,17-18).

Nessuna meraviglia perciò che lo stesso san Paolo, tra le doti essenziali di ogni sacerdozio, metta il «saper compatire», «qui condolere possit iis qui ignorant et errant» (Eb 5,2).

«Condolere» che è conoscere, comprendere, avvicinare, farsi simile, mettersi nei panni, amare, aiutare, sacrificarsi, sentirsi solidale, partecipe delle stesse prove, delle stesse speranze, dello stesso destino. «Condolere» che nel linguaggio dell'apostolo diventa ora l' «Impendar et super impendar ipse pro animabus vestris» (2 Cor 12,15), ora il «Quis infirmatur et ego non infirmor?» [2 Cor 11,29], ora il «Factus sum infirmis infirmus, ut infirmos lucrifacerem: omnibus omnia factus sum, ut omnes facerem salvos» [1 Cor 9,22], ora l'umanissimo «Gaudere cum gaudentibus, fiere cum flentibus» (Rm 12,15), ora l'eroico e quasi paradossale «Optabam ego ipse anathema esse a Christo pro fratribus meis» (Rm 9,3), ora il tenerissimo e materno: «Filioli mei, quos iterum parturio, donec formetur Christus in vobis» (Gal 4,19). Si dice che il giovane clero oggi è minacciato dall'eresia dell'azione. Sarà. Ma le eresie non vengono mai una alla volta. In taluni strati del clero sembra piuttosto dominare l'eresia dell'inazione, del quieto vivere, o del bizantinismo.

195 Tt 2,11.

196 Eb 5,2.

197 Mt 9,13.

198 Cf. C 052, 054, 055;O 136.

Il cuore del sacerdote partecipa allo stesso impulso della carità di Cristo, che lo spinge a darsi [d]a fare, fare, fare, a spendersi e sacrificarsi fino a dar la vita, come buon pastore (Gv 10,11), per il gregge.

E proprio ad imitazione di Cristo buon pastore, che conosce le sue pecorelle e le chiama... nominatim,199 così il sacerdote deve essere vicino agli uomini del suo tempo, deve conoscere la loro mentalità, i loro problemi, la loro cultura, farsi come Gesù il più possibile vicino e simile a loro, senza venir meno alla sua vicinanza e somiglianza con Dio! Lasciarsi prendere e consumare da essi e per essi, come pane di Cristo, per dare la vita alle anime: «il sacerdote è l'uomo mangiato».

Tutto questo che, con una parola comprensiva, san Paolo chiama «philanthropía», è carattere essenziale della personalità e spiritualità sacerdotale, è partecipazione alla «benignitas et humanitas Salvatoris nostris Dei», così umano verso i fratelli, così comprensivo e compassionevole anche verso la canna fessa e il lucignolo che fumiga.

Nella più volte citata inchiesta del can[onico] Lieutier, l'uomo della strada si aspetta dal prete pienezza di umanità e un vivo senso di comprensione. Comprensione è anche ciò che il 60% dei giovani intervistati dal nostro don Grasso desidera nel proprio insegnante (e notate che si trattava in gran parte di giovani frequentanti scuole di religiosi).

In un romanzo moderno, «Campo di sangue», c'è un parroco che, la notte di Natale, fa la sua bella predica, piena di luoghi comuni. Un minatore presente pensa tra sé: «Che non sappia che sono morti ieri, a due ch[ilo]m[etri], settanta minatori? Ci dovevano essere dei suoi parrocchiani».

«Se sapesse che cosa vuole dire aver fame nello stomaco dei nostri figli!», diceva un disoccupato al 'suo parroco 200
«Sapeva mettersi nella nostra pelle», dicevano gli operai, parlando di don Godin.

199 Gv 10,3.

200 Esempi usati anche in 0 136.

C'è in queste parole ben più che uno sfogo disperato, ben più che un rimpianto. C'è una formula di metodologia apostolica ed un tratto essenziale della personalità spirituale del sacerdote.

Al cuore eucaristico del sommo ed eterno Sacerdote domandiamo che il n[o]s[tro] sacerdozio sia divorato dalla passione per la sua persona, per la sua chiesa, per le anime; di rendere il nostro cuore simile al suo, affinché tutti possano sperimentare nel nostro sacerdozio la «benignitas et humanitas Salvatoris nostri Dei»; e [di] sentire nella nostra voce il timbro caldo e inconfondibile della voce del buon pastore Gesù.

056. [Chi è il prete per l'uomo di oggi]
(1954-1955, Torino, Crocetta, cappella estema)201
Domenica scorsa abbiamo cercato di capire come la messa, quando [sia] compresa e vissuta, non è l'ora più lunga e tediosa della settimana, una multa da pagare per sfuggire all'inferno, ma l'ora della luce, della gioia, della vita: è la refezione di tutta la famiglia di Dio attorno alla mensa del Signore, nella casa paterna.202
Oggi vogliamo per un attimo fissare lo sguardo su quella strana e misteriosa figura che è il protagonista visibile nella celebrazione della messa, il sacerdote. Chi è il prete per l'uomo di oggi?
1) Se c'è nel mondo un mistero, questo è il prete. Egli partecipa di quella misteriosità che è propria della religione. Una religione senza misteri non si concepisce. «Se io comprendessi completamente Dio, o Dio non sarebbe più Dio, o io sarei Dio», ha scritto Pascal.

Ecco perché c'è sempre stata una grande curiosità intorno alla figura del prete. Curiosità talvolta benevola, spesso maligna, sempre attonita, mai del tutto appagata. Curiosità che in questi ultimi anni si è straordinariamente acuita, [fino a diventare] una vera morbosità. Qualcuno ha parlato di vivisezione del prete. Cineasti e romanzieri, giornalisti e apologisti, tutti hanno tentato questa vivisezione. Ci sono riusciti? Ben poco. Al più hanno colto e svelato un aspetto del prete. Non sono riusciti a svelarne pienamente l'anima, l'essenza, l'intima costituzione.

Il prete è un mistero agli altri, ma rimane [pure] un mistero a se stesso. Questo restare se stesso col suo io meschino203 e peccatore e divenire Cristo che parla, che prega, che perdona, che muore; questo avere tutte le apparenze di ogni altro uomo e contenere in sé la presenza operante di Dio; questo poter pronunciare le parole del più grande miracolo, senza svenire; questo potersi guardare le mani tutte un miracolo senza urlare; questo imprestare il proprio io, la propria mano, la propria voce a Cristo e continuare a vivere come semplice uomo; questo ritrovarsi alla sera dell'ordinazione sacerdotale ancora vivo, ancora lo stesso, ancora se stesso, quando invece è avvenuta una mistica trasformazione della nostra persona nella persona di Cristo sacerdote... Mistero insondabile, domande che rimarranno sempre senza risposta, segreto di Dio.

201 Potrebbe appartenere al ciclo di conversazioni religiose sul tema «Le basi razionali della nostra fede e risposta alle principali obiezioni correnti», tenuto per adulti durante l'anno accademico 1954-1955 (cf. Presentazione).

202 Testo sopravvissuto, non pubblicato (Arch. 038), perché simile ad altri interventi di don Quadrio (C 023 e 024).

203 Nell'originale: me stesso... mio.

Sì, perché questo è il profondo mistero del prete che, sotto le apparenze di un povero uomo, egli [è] un altro Cristo, è un vivo prolungamento di Cristo: in lui Cristo stesso vive, agisce, parla, prega e perdona. E, per fermarci a un particolare, [consideriamo] le mani del prete, povere mani umili e rozze e malformate, ma misteriosamente benedette, che ogni giorno204 toccano Dio, stringono le sacre specie in cui è nascosto
Iddio.

Mani sante, che offrono il corpo di Gesù al Padre nella messa e alle anime nella comunione.

Mani pure, che si alzano benedicenti sulla pura fronte del neonato per farlo figlio di Dio.

Mani onnipotenti, che al morente schiudono le porte del cielo.

Mani divine, che tracciano sul capo chino del peccatore il segno del perdono e dell'amore, guarendo le segrete ferite dell'anima.

Mani immacolate che, ignare di cupide movenze, si aprono205 nel gesto di soccorrere e di donare.

Mani oranti, che si alzano al cielo per le necessità, le pene, le lacrime di tutti.

Povere mani, quante lacrime asciugano, q[uan]ta grazia, q[uan]ta gioia, q[uan]to soccorso debbono saper donare!
Per q[ues]to nel giorno della n[o]s[tra] ordinazione sacerdotale furono unte e consacrate con l'olio santo.

Per q[ues]to ce le baciarono e bagnarono di lacrime.

2) Un altro mistero nel prete, un miracolo, è che ci siano ancora dei preti. Ci si lamenta sempre che i preti sono troppo pochi, ed è vero, ma a riflettere bene — quale mistero adorabile che ci siano ancora sacerdoti!
Più nessun vantaggio umano [li può allettare]: la castità perpetua e perfetta, la rinuncia alle gioie dell'amore terreno e perfino a formarsi una famiglia propria, la solitudine, l'odio, molto spesso l'incomprensione, la derisione, soprattutto l'indifferenza del mondo, dove sembra non esserci più posto per loro, così fuori uso è la parte da loro scelta.

204 Parola incerta.

205 Nell'originale: apriranno.

Nessuna grandezza apparente, un'occupazione che a volte pare materiale e che agli occhi della folla si identifica col personale dei municipi e delle pompe funebri.

Il mondo riderebbe della loro virtù, se ci credesse. Li spia. Mille voci denunciano chi cade. Gli altri, la maggioranza, nessuno si meraviglia di vederli lavorare oscuramente, senza salario pregevole, chinarsi su corpi agonizzanti, impantanarsi nei cortili di un ricreatorio.206
«Vi mando come agnelli tra i lupi. Sarete in odio agli uomini per il mio nome».207
La chiesa perseguitata.

3) Il prete è un paradosso, uno scandalo.

Il prete, l'uomo di Dio, deve essere santo come colui che egli impersona e rappresenta. Ma essere santo è una cosa ben difficile. Siccome la sua grandezza è quasi infinita, la sua dedizione deve essere totale. Il prete mediocre è un cattivo prete, un prete cattivo è un mostro. Al suo sacrificio non ci può essere limite. Voi questo lo sapete e lo sentite, per questo siete così esigenti e facili allo scandalo nei n[o]s[tri] confronti, e avete ragione. L'eroismo deve essere il suo stile. La santità l'assillo e il tormento della sua vita.

206 Pensieri di F. Mauriac, come risulta dalla meditazione che segue (C 057).

207 Mt 10,16.

057. Il fine del sacerdote
(Esercizi spirituali, meditazione per sacerdoti)208
A che cosa serve un prete? Dice Chesterton: «Un prete può apparentemente essere inutile come un gatto, ma anch'egli è affascinante e dev'esservi qualche strana ragione perché esista».

Dopo aver considerato il fine dell'uomo, vogliamo oggi meditare brevemente sul fine del sacerdote, su questa «strana ragione» per cui esistono dei preti, per cui noi siamo sacerdoti. Il problema non è accademico!
Se c'è nel mondo un mistero, questo è il prete. Egli partecipa di quella misteriosità che è propria della religione. Una religione senza misteri non si concepisce. «Se io comprendessi completamente Dio, o Dio non sarebbe più Dio, o io sarei Dio», ha scritto Pascal.

Ecco perché c'è sempre stata una grande curiosità intorno alla figura del prete. Curiosità talvolta benevola, spesso maligna, sempre attonita, mai del tutto appagata. Curiosità che in questi ultimi anni si è straordinariamente acuita, fino a diventare un vera mania, una vera morbosità. Qualcuno ha parlato di vivisezione del prete.

Cineasti e romanzieri, giornalisti e apologisti, tutti hanno tentato questa vivisezione. Ci sono riusciti? Ben poco. Al più hanno colto e svelato un aspetto del prete. Non sono riusciti a svelarne completamente l'anima, l'essenza, l'intima costituzione.

Ecco, ad es[empio], un aspetto della misteriosità del sacerdozio.

«Direte che mancano i sacerdoti», scrive Frangois Mauriac. «A dire il vero, quale mistero adorabile che ci siano ancora dei sacerdoti! Più nessun vantaggio umano: la castità, la solitudine, l'odio, molto spesso la derisione, soprattutto l'indifferenza del mondo... Nessuna grandezza apparente, un'occupazione che a volte pare materiale e che agli occhi della folla li identifica col personale dei municipi e delle pompe funebri.

Un'atmosfera pagana li bagna da ogni parte. Il mondo riderebbe della loro virtù, se ci credesse. Li spia. Mille voci denunciano chi cade. Gli altri, la maggioranza, nessuno si meraviglia di vederli lavorare oscuramente, senza salario pregevole, chinarsi su corpi agonizzanti, impantanarsi nel cortili di un ricreatorio...

Dopo secoli si trovano uomini che scelgono d'essere odiati e di non essere umanamente consolati. Essi scelgono di perdere la loro vita, perché una volta qualcuno ha fatto loro questa promessa che sembra pazza: Colui che salverà la propria vita la perderà, e chi perderà la propria vita, la salverà».

208 Dattiloscritto sul retro di bozze con testo greco e note di «In Eutropium».
Se di] prete è un mistero per gli altri, rimane un mistero anche per se stesso. Anche per noi il nostro sacerdozio rimane un mistero di fede da far vacillare la mente, un miracolo di amore da estasiare il cuore, un paradosso di grandezza divina e di miseria umana da farci stupire per tutta l'eternità. «Un involucro di misteri».

Vogliamo dunque dare una risposta a questo grande interrogativo, perché siamo preti? A che cosa servono i preti?
«Magna dignitas sacerdotum et grande mysterium» amlitatiol Christz).209
«Il sacerdote lo si comprenderà bene solo in cielo», diceva il curato d'Ars. «Se lo si comprendesse sulla terra, si morrebbe, non di spavento, ma d'amore».

209 De imitatione Christi 4,5,1. Cf. C 052, n. 139.

058. 11 fine del sacerdote
(1954? esercizi spirituali, meditazione per sacerdoti)21°
A che cosa serve un prete?
Dice Chesterton: «Un prete può apparentemente essere inutile come un gatto, ma anch'egli è affascinante e dev'esservi qualche strana ragione perché esista».

Dopo aver considerato il fine dell'uomo, vogliamo oggi meditare brevemente sul fine del sacerdote, su questa «strana ragione» per cui esiste il sacerdote.

Due motivi mi hanno suggerito di intrattenervi oggi su questo tema.

  1. Il primo è [il] carattere squisitamente sacerdotale di questa muta di esercizi.
  2. Il secondo è l'odierna circostanza, festa del s[acro] Cuore e giornata della santificaz[ione] sacerdotale, benedetta e incoraggiata dal Santo] Padre. Tra i doni di infinito amore fattici dal s[acro] Cuore, uno dei più grandi è di averci chiamati ad essere partecipi e continuatori del suo eterno sacerd[ozio].

Ci mettiamo nella scia delle luminosissime parole detteci ieri] sera dal sig. don Favini intorno allo spirito sacerdotale di d[on] Bosco.

1. Secondo san Paolo, di cui fu detto che cor Pauli, cor Christi, e che disse di sé d'essere chiamato a «evangeliz[are] investigabiles d[ivitias] Ch[risti]» (Ef 3,8), un uomo è costituito sacerdote a vantaggio degli uomini, per le cose divine, con due scopi convergenti: offrire a Dio doni e sacrifici per i peccati, soccorrere con compassionevole solidarietà chi ignora e chi pecca. «Omnis quidem pontifex ex hominibus assumptus, pro hominibus constituitur in iis quae sunt ad Deum, 1) ut offerat dona et sacrificia pro peccatis; 2) qui condolere possit iis qui ignorant et errant».211
«Offerre, condolere», ecco la duplice ragione perché esiste il sacerdote. Dio e gli uomini sono i due poli, attraverso i quali si svolge la sua missione secondo san Paolo. Il sacerdote è dunque — come interpreta san Tommaso (I-Summa theologica] 3, q. 22, a. 1) — mediatore tra Dio e gli uomini, cui compete l'ufficio di comunicare le cose divine agli uomini e le cose umane a Dio. Offrire a Dio sacrificio e doni; soccorrere gli uomini, comunicando la verità a chi ignora, la grazia divina a chi pecca.

Tale è lo scopo e la missione del sacerdote secondo san Paolo.

210 Sul retro di bozze di un testo francese per le scuole. Perciò assegnabile probabilmente agli anni 1954-1955.

211 Eb 5,1-2

  1. Nel vangelo poi, lo scopo e la missione del sacerdozio cristiano sono identificati con lo scopo stesso212 del sacerdozio di Cristo. Gesù infatti, comparendo redivivo agli apostoli nella sera di Pasqua, alitando su loro, disse: «Sicut misit me Pater, et ego mitto vos... Accipite Spiritum Sanctum» (Gv 20,21-22). «Quorum remiseritis peccata, remittuntur eis» [v. 23].

Ora quale fu la missione di Cristo sacerdote? San Paolo ci presenta questa missione come Cristo stesso la enunciò, nel momento stesso della sua consacrazione sacerdotale. «Ideo ingrediens mundum dixit: Hostiam et oblationem noluisti: corpus autem aptasti Tunc dixi: Ecce venio... ut faciam, Deus, voluntatem tuam» (Eb 10,5-7). Offrire se stesso al Padrein olocausto, al posto delle vittime antiche da lui ripudiate, per fare la sua volontà.

E poi Gesù stesso aggiunge di sé, specificando la sua missione verso gli uomini: «Misit filium suum in mundum, ut salvetur mundus per ipsum» (Gv 3,17). «Venit enim salvum facere quod perierat» (Lc 19,10). «Non venit filius hominis ministraci, sed ministrare et dare animam suam redemptionem pro multis» (Mt 20,28).

Dunque offerre e condolere: questa è la missione sacerdotale che Cristo ricevette dal Padre e trasmise ai suoi sacerdoti. «Sicut misit me Pater, et ego mitto vos».213
Il nostro sacerdozio non è dunque che una partecipazione, una derivazione, un prolungamento di quello del sommo ed eterno Sacerdote. Il fine e lo scopo del n[ostro] sacerdozio non è se non il fine stesso e lo scopo del sacerdozio di Cristo.

  1. Questo esprimono talune frasi comunemente riferite al sacerdote, sia nella tradizione, sia nei documenti pontifici: «Post Deum, terrenus Deus», «sacerdos alter Christus», «sacerdos vicarius amoris Christi» (s[ant]'Ambrogio).214 «Sacerdos vice Christi vere fungitur».

212 Nell'originale: è identificato... quello stesso.

213 Gv 20,21.

214 SANT'AMBROGIO, Exp. ev. sec. Luc. 10,175 = CCL 14,397. La frase è attribuita a san Pietro nel momento dell'ascensione: «quem elevandus in caelum amoris sui nobis velut vicarium relinquebat». Definizione molto cara a don Quadrio, che la stampò sulle immagini di prima messa.

San Giov[anni] Crisostomo [afferma]: «Cum videris sacerdotem offerentem, (praedicantem, absolventem); ne ut sacerdotem esse putes, sed Christi manum invisibiliter extensam... Sacerdos linguam suam (Christo) commodat» (Hom. 87 in Io[annem], n. 4).215
Il venerabile] Olier, maestro sommo della teologia del sacerdozio, [scrive]: «I preti sono sulla terra come altrettanti G[esù] C[risto] risuscitato, vivente nella carne. Un sacerdote vivente nello spirito e nell'esercizio del suo ministero è G[esù] C[risto] nascosto sotto la fattezze esteriori dell'uomo. I preti sono prodigi, capolavori della mano di Dio, nei quali G[esù] C[risto] vive in qualità di Capo della chiesa, per continuare le funzioni incominciate nella sua vita mortale, l'una verso Dio, e l'altra verso gli uomini» (Traité des ss. Ordres, III, c. 3).216
Perciò questo venerabile maestro prestava a Gesù vivente nel sacerdote lo stesso culto che prestava a Gesù nel tabernacolo. Passando dinanzi alla cella del suo superiore, il venerabile] de Coudren, [egli si] genufletteva a terra, dicendo a chi gliene muoveva meraviglia: «Non è il p [adre] Coudren, ma G[esù] C[risto] nel padre] Coudren».

E il santo curato d'Ars [era solito ripetere]: «Quando vedete un prete, pensate a G[esù] C[risto]. Se si avesse la fede, si vedrebbe Dio nascosto nel prete, come vedesi un lume dietro un cristallo».

Queste ed altre espressioni non hanno solo un significato elogiativo e ascetico. Ne hanno uno, ed è il loro vero significato, che diremmo metafisico, perché ci richiama la costituzione stessa del nostro essere sacerdotale.

Il canonico] Paul Lieutier del Centro di documentazione sacerdotale francese fece un'inchiesta tra le personalità del mondo letterario cattolico su queste due domande: 1. Chi è il prete per voi? 2. Che vi aspettate dal prete?
Risposero molti. Paul Claudel è stato il più laconico. Alla prima domanda diede questa risposta: «Il prete è per me il rappresentante di G[esù] C[risto] sulla terra». Alla seconda:217 «La vita attraverso i sacramenti». A tutta prima, la risposta delude: troppo breve per il grande poeta. Poi si scopre che c'è tutto. Non poteva essere più bella, più semplice, più completa.218
215 Cf. PG 59,472-473. Citazione non letterale.

216 JJ. OLIER, Treité des saints ordres, Paris 1845 (trad. it. di M. Mazzotti, Roma 1932).

217 Nell'originale: Ad 1° ... ad 2°.

218 Cf. C 054.

Quali sono gli atti propri del sacerdozio di Cristo e dei suoi continuatori?
La missione propria del sacerdote-mediatore, come abbiamo udito da san Paolo e san Tommaso, consiste nell'offrire le cose umane a Dio e le cose divine agli uomini. Sono come due gesti, nei quali219 si compie la mediazione sacerdotale: uno ascendente, l'altro discendente. Il primo si attua specialmente con l'offerta del sacrificio e della preghiera sacerdotale, il secondo con la distribuzione dei doni divini, specialmente della verità e [della] grazia divina. Di qui i quattro grandi atti sacerdotali, commemorati anche nel rito dell'ordinazione: sacrificare, intercedere, do-cere, sanctiftcare.22° Atti che Cristo, sommo sacerdote, ha compiuto perfettamente, come è attestato nella lettera agli Ebrei (la "magna charta" del nostro sacerdozio).

  1. Il sacrificio è l'atto sacerdotale per eccellenza (Eb 5,1; 8,3). «Ideo sacerdos quia sacrificium» (sant'Agostino).221 Ora Gesù sulla croce «semetipsum obtulit immaculatum Deo» (Eb 9,14); «Christus semel oblatus est ad multorum exhaurienda peccata» (Eb 9,28). Il cuore squarciato di Gesù è l'espressione più toccante di tale sacrificio.
  2. Il secondo atto sacerdotale è la preghiera, che Cristo sacerdote offrì ed offre ancora ininterrottamente al Padre: «Qui in diebus carnis suae preces supplicationesque ad eum... cum clamore valido et lacrimis offerens, exauditus est pro sua reverentia» (Eb 5,7). Ed ancora sempre, in cielo, ripresenta al Padre la sua umanità immolata, il suo cuore trafitto: «Semper vivens ad interpellandum pro nobis» (Eb 5,7). Tale è pure il compito del nostro sacerdozio ministeriale. Essere degli «alter Christus», cioè «semper vivere ad interpellandum pro ecclesia et hominibus», con gli stessi intenti e gli stessi sentimenti di Cristo. Essere i vicari di Cristo orante. Vicari del s[acro] cuore di Gesù.
  3. Il terzo atto sacerdotale di Gesù è «annuntiare hominibus divina» e «sanctificare homines per gratiam». Egli è infatti plenum gratiae et veritatis... et de plenitudine eius nos omnes accepimus.222 E questo appunto commise ai suoi sacerdoti, quali partecipi e continuatori della sua missione sacerdotale: «Euntes in mundum universum, praedicate evangelium omni creaturae; docete omnes gentes, baptizantes eos in nomine Patris et Filii et Sp[iritus] (Mt 28,19; Mc 16,15).

219 Nell'originale: in cui.

220 PR 56-57.

221 SANT'AGOSTINO, Confessiones 10,43 = CSEL 33,279.

222 Gv 1,14.16.

Dal costato aperto nacque la chiesa. Ex corde scisso ecclesia / Christo iugata nasc[itur.223 Il] sacerdote [è il] cuore della chiesa.

E, nella sera di Pasqua, [disse agli apostoli]: «Sicut misit me Pater et ego mitto vos... Accipite Spfiritum] S[anctum]. Quorum remiseritis peccata», etc. (Gv 20,21-23). «Mihi omnium sanctorum minimo data est [gratia haec, in gentibus evangelizare investigabiles divitias Christi, et illuminare omnes, quae sit dispensatio sacramenti absconditi a saeculis in Deo» (Ef 3,.8-9)]
E, con la sua missione, Cristo conferì agli apostoli i suoi stessi poteri sacerdotali, cioè quella «omnis potestas»224 che Cristo si attribuì, e che nel sacerdote si riduce a quella che san Giov[anni] Crisostomo chiamava «potestas in corpus Christi reale» e «in corpus Christi mysticum».
All'inchiesta del can[onico] Lieutier, Frangois Mauriac rispose: «Il sacerdote è e rimane per me ciò che fu all'alba della mia vita, ma anzitutto e soprattutto colui che lega e scioglie, colui che quando alza la mano per assolverci, non si distingue più dal Figlio dell'uomo, al quale è stato dato il potere di rimettere i peccati sulla terra».

Durante la guerra un soldato ferito moriva nella corsia di un ospedale militare. Alla crocerossina che passava, disse ripetutamente: «Un prete, mi chiami un prete!». Inutilmente. Seccata finalmente delle insistenze, la crocerossina rispose: «Ma [a] che vi serve il prete?». «Signorina, quando sarà in punto di morte, capirà a che cosa serve un prete!» [cf. C 043].

Concludendo. Ecco dunque lo scopo e il fine del sacerdote. Continuare a compiere gli atti sacerdotali di Gesù con gli stessi suoi divini poteri, intenti e sentimenti, come suo vicario, e cioè sacrificare, intercedere, ammaestrare, santificare, o, più brevemente, offerre et condolere. Essere il vicario dell'amore di Cristo, offrendo a Dio il sacrificio e la preghiera; soccorrendo gli uomini con la verità e la grazia.

Dal duplice fine del sacerdote seguono ora due corollari:
— la sua grandezza unica e incommensurabile,
— l'imprescindibile esigenza di santità.

I. La grandezza unica e incommensurabile del sacerdote gli viene dal fatto che egli è «Cristo» visibilmente, offerente, orante e operante nella chiesa. Per la sua relazione essenziale di strumentalità nei riguardi di G[esù] C[risto], il sacerdote e Cristo non formano che un'inscindibile unità, all'altare, nel confessionale, nella recita del breviario, nell'apostolato.

223 Dall'inno dei secondi vespri del Sacro Cuore, En ut superba criminum, vv. 9-10.

224 Mt 28,18.

Il sacerdote all'altare impersona Cristo e tutta la chiesa. Quando, pronunciando le parole sacramentali, rende il Verbo incarnato presente sulla terra, egli parla e agisce «in persona Christi», di cui è strumento, e «in persona ecclesiae», di cui è delegato.

Ora, sulla terra nulla è più grande di G[esù] C[risto]. In G[esù] C[risto] nulla è più grande del suo sacrificio. Nel mondo nulla è più grande del sacerdote, deputato ad offrire il sacrificio stesso di Gesù fino alla fine del mondo.

«Omnium apex est sacerdotium» (sant'Ignazio mart[ire]). «Miraculum est stupendum, magna immensa infinita sacerdotis dignitas» (sant'Efrem). «Solo Deo et Creatore tuo, inferior es» (Cassiano al sacerdote).

Questa mistica identificazione del sacerdote con Cristo costituisce il vero, grande mistero del sacerdote, mistero di fede e di amore, tanto luminoso e sublime da abbagliare e far vacillare la nostra mente, tanto affascinante da estasiare il n[o]s[tro] cuore: ci si riconosce lo stile di Dio. Questo restare se stesso col proprio io meschino e peccatore e divenire Cristo che parla, che prega, che perdona, che muore; questo avere tutte le apparenze di ogni altro uomo e contenere in sé la presenza operante di Dio; questo poter pronunciare le parole del più grande miracolo, senza svenire; questo poter guardarsi le mani tutte un miracolo, senza urlare; questo imprestare il proprio io a Cristo e continuare a vivere come un semplice uomo; questo ritrovarsi alla sera dell'ordinaz[ione] sacerdotale ancora vivo, ancora lo stesso, ancora se stesso, quando invece è avvenuta una mistica trasfigurazione della nostra persona nella persona di Cristo sacerdote!
Mistero insondabile. Domande che rimarranno sempre senza risposta. È il segreto di Dio!
II. Il secondo corollario, che scaturisce dal fine del sacerdote, è un'imprescindibile esigenza di santità, tema di palpitante attualità in questo cenacolo di santificaz[ione] sacerdotale, e già magistralmente toccato oggi dal sig[nor] don Valentini.

Dal fine per cui esiste il sacerdote] deriva la determinazione della sua personalità sacerdotale, della sua spiritualità. Se scopo del sacerdote è di essere un «altro Cristo» nell' offerre e condolere, è evidente che primo carattere della sua personalità è di essere in tutto simile a Cristo, di cui san Paolo nel capitolo] 7 agli Ebrei asserisce che è un «pontifex sanctus, innocens, impollutus, segregatus a peccatoribus et excelsior caelis factus» (Eb 7,26).

Colui che partecipa al sacerdozio di Cristo deve anche aprire l'anima alla partecipazione della santità di Cristo, deve — come stabilisce il canone] 124 — «sanctiorem prae laicis vitam interiorem et exteriorem ducere».225 «Vehementer ecclesiam Dei destruit, meliores esse laicos quam cleri-cos» (san Gerolamo).226 M[aria] ausiliatrice] e d[on] Bosco] non lo permetteranno, ma noi abbiamo la tragica possibilità di rovinare la n[o]s[tra] congreg[azione]. La ragione è da san Tommaso riposta nel carattere strumentale e derivato del nostro sacerdozio in rapporto all'eterno sacerdozio di Cristo santo e santificatore, pieno di grazia e fonte della grazia, unito al Padre nella più intima amicizia filiale.

«Cristo è l'agente principale — dice san Tommaso — il sacerdote è suo strumento. Ma lo strumento deve essere proporzionato all'agente. Onde anche i ministri di Cristo devono essergli conformi» (S.C.G.227 4,74). Tale è l'insegnamento di Pio XII nella «Menti nostrae».
Tale è pure ciò che più profondamente e insistentemente il laico moderno aspetta dal prete. «Che vi aspettate dal prete?», domandava l'inchiesta del canonico] Lieutier. Con una consonanza stupefacente fu risposto: «Che sia un santo». Ed ecco una sintesi delle varie risposte. Se è l'uomo del divino, il prete deve specchiare il divino nella sua vita. Il prete mediocre è prete cattivo. Il prete cattivo è un mostro. L'eroismo [è] il suo stile. La santità [è] lo sforzo, l'ansia, il tormento della sua vita. Forse non ci arriverà mai, ma almeno deve tenderci. Altrimenti è un transfuga. Un sacerdote che non sente ogni giorno l'urgenza della santità, tradisce la sua vocazione. Il laico, anche i1228 [più invischiato nel peccato ha il diritto di pretendere questo dal sacerdote].

225 Codex iuris canonici, can. 124.

226 Comment. in epist. ad Titum 3 = PL 26,626 (ecclesiam Christi).
227 Lettura incerta. Dovrebbe trattarsi della Summa contra Gentiles.
228 La meditazione ci è giunta incompleta.

059. Il sacerdote e Maria
(1954?, esercizi spirituali, meditazione per sacerdoti, vigilia dell'ordinazione)229
Giovanni Joergensen, il celebre convertito danese, ha incominciato la sua bella vita di don Bosco con questa espressione: «Con tutto il rispetto per il Libro sacro e senza alcuna intenzione di abusare o profanare la parola ispirata, mi permetto di iniziare la vita di don Bosco con queste parole: In principio c'era la madre».230 L'allusione è a mamma Margherita, ma quanto vera non è [questa espressione] per la- celeste ispiratrice, maestra e ausiliatrice di don Bosco! E non basterebbe questo tema per un' ampia meditaz [ione] ?
E ciò che vale per don Bosco, perché non si deve dire di ogni sacerdote? Nella nostra meditaz[ione] sacerdotale sulla santissima Vergine, vogliamo soffermarci unicamente sulle singolari e stretti[ssi]me relazioni che legano il nostro sacerdozio a Maria. Parlando di questa meditazione, sant'Alfonso nella sua Selva, lasciò scritto: «Si prega chi dà gli esercizi ai sacerdoti, a non lasciarlo questo discorso, essendo forse di maggior frutto di tutti gli altri, giacché senza la divozione a Maria è moralmente impossibile che un sacerdote sia un buon sacerdote...» (vol. II, istr[uzione] 11).231
I. Maria e il sacerdozio di Gesù] C[risto].

Esiste un legame strettissimo tra Maria santissima e il sacerdozio di Cristo. Vera madre del sommo ed eterno Sacerdote, e vera sua consociata nell'opera della redenzione, ella ci appare tutta compenetrata dai riflessi sacerdotali di Cristo.

a) Quale madre di Cristo, ella sta, per così dire, alla radice stessa del suo sacerdozio. Gesù infatti nasce da lei come sacerdote, anzi è in lei e per mezzo di lei che diventa sacerdote.

229 Sembra contemporanea alla precedente, a giudicare dai fogli di minuta adoperati. Troviamo scritto con la matita sul retro: «Nel nome di Maria finii [pensiero ripreso alla fine della meditazione]. Tra le nostre meditazioni sacerdotali, non poteva mancarne una sulla santissima Vergine, cioè sulle singolari e strettissime relazioni che legano il nostro sacerdozio a Maria». È probabilmente un adattamento successivo per un altro corso di esercizi a sacerdoti.

230 j J. JORGENSEN, Don Bosco. Edizione italiana a cura di don Antonio Cojazzi, Torino 1930.

231 SANT'ALFONSO MARIA DE LIGUORI, Selva di materie predicabili, Napoli 1760.

Tutti gli altri sacerdoti nascono dalle loro madri non già come sacerdoti, ma come individui, i quali poi, ove avvenga la chiamata divina e l'ordinazione, diventano sacerdoti. Cristo invece nacque da Maria come sacerdote. Mentre quindi le madri di tutti gli altri sacerdoti non sono e non possono dirsi madri del sacerdote in quanto tale, Maria santissima al contrario, ed essa sola, quale madre di Cristo, è e può dirsi madre del sacerdote in quanto tale. Il Verbo infatti, nell'ordine pres[ente], ha assunto la natura umana per essere sacerdote e vittima, ossia per offrire se stesso in sacrificio al Padre per la redenzione del mondo.

L'incarnazione di Cristo ha dunque uno scopo, una missione essenzialmente sacerdotale. Dunque anche la divina maternità di Maria ha uno scopo e una missione sacerdotale, cioè in ordine al sacerdozio di Gesù. Egli infatti ha voluto prendere da Maria, dietro il libero consenso di lei, la natura umana in forza di cui fu sacerdote e vittima. Quella carne infatti che sarebbe stata straziata nel supremo sacrificio, quel sangue che sarebbe stato sparso e offerto sull'altare della croce, è carne e sangue di Maria, la quale dunque — in forza della divina maternità — è madre del Redentore, e perciò madre del sommo Sacerdote in quanto tale.

Ma non basta. Tutti gli altri sacerdoti non diventano tali per mezzo delle proprie madri, le quali vi contribuiscono solo in modo remoto e materiale. Cristo, invece, divenne sacerdote per mezzo di Maria, poiché essa contribuì al suo sacerdozio in modo prossimo e formale. Cristo infatti divenne sacerdote nel momento in cui assunse la n[atura] u[mana], in forza della n[atura] u[mana] assunta, e la sua consacrazione sacerdotale fu l'unione ipostatica. Orbene, è in Maria e per mezzo di lei che Cristo assunse la natura umana; è dunque in lei e per mezzo di lei che egli divenne sacerdote. Il seno verginale di Maria fu il tempio augusto in cui Gesù fu consacrato sacerdote: «O templum in quo Christus sacerdos factus est!».
b) Essendo così intimamente ed indissolubilmente legata al sacerdozio di Cristo quale madre di lui, ne segue che Maria santissima sia anche intimamente e indissolubilmente legata al sacrificio sacerdotale di lui, il sacrificio della croce. Che Maria santissima abbia relazioni stretti[ssi]me col sacrificio della croce e che vi sia in qualche modo associata, è una verità certa nella tr[a]dizione e nel magistero ecclesiastico, anche se le modalità di tale associazione sono ancora controverse tra i teologi.

Per quanto riguarda il nostro tema, il magistero recente è esplicito. Pio IX [afferma che]: Maria «si unì strettamente al sacrificio del suo divin Figlio», «socia divini sacrifici!».
Leone XIII [aggiunge]: «Offrì essa stessa il Figlio alla divina giustizia, morendo con lui in cuor suo».

Pio X [dichiara]: «La beata Vergine ebbe pure il compito di custodire, di nutrire e di offrire all'altare, nel tempo stabilito, la vittima».

Benedetto XV: in termini ancora più forti asserisce che la Vergine, «rinunziando ai diritti materni», ch'ella aveva sulla vittima, «immolò il Figlio, per quanto stava in lei, onde placare la divina giustizia».

Pio XI [conferma]: «Offrì, presso la croce, come ostia, Gesù redentore».

Pio XII [continua]: «Venuta l'ora, Maria raggiunse suo Figlio sul monte Calvario... offrendo con lui il sacrificio».

Sono tutte espressioni che rivelano l'intima, singolare partecipazione di Maria santissima al sacrificio redentivo della croce. Ella è la madre di Cristo in quanto sacerdote e in quanto vittima: ha quindi su di lui veri diritti materni. Rinunciando ad essi, ella immola, in un certo senso, quella medesima vittima, ossia si associa intimamente alla sua volontaria immolazione, e perciò al suo sacrificio redentivo. Così offrì dunque, la Vergine santissima con il Figlio, il sacrificio della croce.

Non si vuole con ciò affermare che la Vergine possa dirsi sacerdote in senso vero e proprio, tanto più che il S[ant]'U[fficio] ha ripetutamente disapprovato il titolo e la devozione alla «Virgo sacerdos», che anime poco illuminate potrebbero non comprendere esattamente. E certo tuttavia, come osserva sant'Antonio, che «quantunque la b[eata] Vergine non abbia ricevuto il sacramento dell'ordine, fu tuttavia piena di tutto ciò che di dignità e di grazia viene in esso conferito» (Serm. IV. P., tit. XV, cap. 3).

Ma non solo Maria è madre e socia del supremo sacerdozio di Cristo, ma è madre e socia anche del nostro sacerdozio, derivato a partecipato.

II. Maria santissima e il nostro sacerdozio.

«Uno dei più dolci misteri della nostra santa religione è quello dell'unione intima che esiste tra Maria e il sacerdozio cristiano» (mons. de la Bouillerie, vescovo di Carcassonne). Ancora più scultoreamente, nel sec[olo] XVII scriveva il ven[erabile] Olier: «Dio ha compiuto due prodigi nella chiesa: il sacerdozio e la santissima Vergine». Consideriamo brevemente le intime relazioni che corrono fra questi due prodigi dell'amore divino.

Recentemente sì è discusso se esiste una spiritualità mariana propria del sacerdote (cristiano) e perciò distinta da quella comune dei fedeli. La soluzione del difficile problema sta nelle relazioni che legano Maria e il sacerdote. Se tali relazioni sono identiche a quelle che intercorrono fra Maria e i semplici fedeli, è evidente che non esiste una spiritualità mariana propria del sacerdote. Se, invece, le relazioni tra la Vergine e il sacerdote sono diverse e superiori a quelle che legano la Vergine ai semplici fedeli, è evidente che si può dare e si dà di fatto una spiritualità mariana propria del sacerdote. Orbene, questa speciale e superiore relazione di Maria col sacerdote è indiscutibile, come appare dall'insegnamento della chiesa e dalla comune estimazione della coscienza cristiana, che attribuisce alla Vergine quattro titoli speciali e caratteristici: «mater cleri», «regina cleri», «magistra cleri», «socia seu auxilium cleri». Sono i quattro titoli che sintetizzano le relaz[íoni] di Maria col nostro sacerdozio e costituiscono il fondamento della nostra devozione sacerdotale alla Madre di Dio, che in questi ultimi anni fu chiamata e invocata anche come «la Madonna del sacerdozio», «nostra Signora del sacerdozio».

1. Il titolo di «madre dei sacerdoti» (mater sacerdotum) deve la sua diffusione specialmente ai sulpiziani di Parigi, che lo introdussero nel Proprio, approvato per la «festa del sacerdozio di Gesù] C[risto]». Ai nostri giorni è sbocciato fra i membri del clero un vero culto, una vera devozione a Maria, madre del sacerdozio, culto che ha solide basi nella tradizione ed è ufficialmente approvato anche dal regnante pontefice.232
Nella «Menti nostrae» del 1950 afferma: «Siccome i sacerdoti per un titolo speciale possono chiamarsi figli di Maria, non potranno fare a meno di amarla con ardentissimo affetto, di invocarla con animo fiducioso e di implorare frequentemente il suo valido aiuto».

Di tale singolare maternità di Maria riguardo ai sacerdoti, Pio XII indica anche le ragioni e i fondamenti.

  1. «Essendo madre dell'eterno Sacerdote, è anche madre amantissima del clero cattolico» (Ibid.).

Il nostro sacerdozio infatti non è altro che derivazione e partecipazione di quello supremo e unico di Cristo. Avendo dunque generato il sacerdozio unico di Cristo (essa infatti ha generato la natura] umana] per cui Gesù è sacerdote), ha in qualche modo (spiritualmente) — in esso e per esso — generato anche il nostro sacerdozio, derivato per partecipazione. Allo stesso modo che, generando il Capo, ha spiritualmente generato tutto il Corpo mistico, come afferma Pio XII.

232 Pio XII.

  1. «I sacerdoti... esprimono in se stessi l'immagine viva di Gesù» in modo specialissimo, in forza della loro dignità e missione di «alter Christus». La Madre di Dio perciò, ben a ragione e «per un titolo speciale» è considerata anche madre dell' «alter Christus».

Non senza un arcano disegno della provvidenza divina, il sommo Sacerdote morente, nel momento solenne di compiere il suo supremo sacrificio, affidò la madre del suo sacerdozio non a un semplice fedele, ma a un sacerdote (e in lui a tutti i sacerdoti ch'egli personificava), rivolgendogli quelle parole testamentarie, che ciascuno di noi applica a sé nel giorno dell'ordinazione: «Ecce mater tua» (Gv 18,27). Con queste parole il divin Salvatore, se proclamò sua madre madre di tutti i fedeli, rappresentati da san Giov[anni] — secondo il ripetuto insegnamento del magistero ecclesiastico —, intese proclamarla anzitutto e particolarmente madre dei suoi sacerdoti. Ogni sacerdote perciò, come Giovanni, specialmente dal giorno della sua ordinazione (e ognuno di noi vuol rinnovare il gesto quest'oggi), prende con sé Maria santissima come madre e tutrice del suo sacerdozio: «Et accepit eam discipulus in sua» (Ibid.).

Don Bosco, scendendo nell'ambiente malfamato di Valdocco, volle con sé sua madre, perché non si sentiva sicuro da solo! E chi oserebbe da solo presentarsi all'altare nell'o[rdinazione], nel s[acro] ministero?233
Abbiamo con noi la madre!
Oh, quanto son vere per ogni sacerdote le parole suggestive di V[ictor] H[ugo]: «La m[amma]. Per quanto piccolo, cattivo e incompreso, io ho una madre. Sapete che cosa significhi aveva una m[adre]? Ne avete voi una? Quest'angelo che veglia su voi, che cammina q[uan]do voi camminate; che si ferma, se vi fermate; che vi sostiene, se vacillate; [che] vi rialza se cadete, questa donna che vi dà il suo latte da piccoli, il suo pane da grandi, il suo amore sempre! Che vi riscalda le mani nella sue, vi riscalda l'anima, che voi sempre potete chiamare m[amma]...».

Madre. Un solo titolo è necessario per presentarsi a lei: essere poveri e indigenti. Madre: sentirla così nei momenti di crisi e di dubbio, nei momenti di incomprensione e di solitudine, nei momenti di tentazione e di sconforto, q[uan]do lo stesso n[o]s[tro] sacerdozio sembra un problema senza soluzione. Stabat iuxta crucem Iesu mater eius.234
233 Pensiero espresso da don Quadrio sul suo diario il 3 novembre 1946, all'inizio del quarto anno di teologia (E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 109).

234 Gv 19,25.

2. Regina cleri. Il secondo titolo, ed anche il più antico, che esprime le relazioni che corrono tra Maria e il nostro sacerdozio, è «regina cleri». Già san Gio[vanni] Damasceno l'aveva chiamata «regina della gerarchia ecclesiastica». L'invocazione «regina cleri», per opera dell'Olier entrò nelle Litanie e nel Proprio liturgico in uso nel seminario di san Sulpizio a Parigi, e fu ripetutamente approvata dai sommi pontefici. Pio XII, da cardinale, invocava Maria come «regina sacerdotum». Del resto affine al titolo «regina cleri» è quello di «regina apostolorum», tanto solenne e caro al magistero e alla pietà cristiana.

Regina dei sacerdoti Maria lo è soprattutto per titolo di conquista, quale cooperatrice nell'acquisizione e distribuzione di tutte le grazie. Ora, fra tutte le grazie, quella del sacerdozio non è forse tra le più grandi e le più singolari che può essere concessa a un uomo? Anche questa insigne grazia, dunque, anzi questa specialmente, ella ottiene a ciascun sacerdote, insieme a tutta quella lunga catena di benefizi che preparano, accompagnano il sacerdozio, dalla prima inclinazione giovanile fino all'ordinazione,235 a tutta la vita ed apostolato sacerdotale. Tale fu Maria già per i primi sacerdoti, gli apostoli, ai quali nel cenacolo — come dice Pio XII — impetrò i carismi dello Spirito] S[ant]o, per prepararli ai compiti dell'apostolato. E così fece poi sempre la Vergine per i sacerdoti che succedettero agli ap[ostoli].

«Se sono sacerdote, lo devo alla Vergine santissima. Senza di lei non avrei mai potuto trionfare dei molti ostacoli che si opponevano». Altrettanto può ripetere ogni sacerdote, e a lei, regina, vogliamo (già nel suo primo sbocciare),236 offrire, dedicare, consacrare, come cosa tutta sua, il nostro sacerdozio. Esso è un miracolo della Madonna; sia anche un dono che a lei offriamo ininterrottamente.

3. Magistra cleri. È il terzo titolo sacerdotale attribuito a Maria. Già san Bonaventura la presenta come colei che «con le sue parole e con i suoi esempi» formò e ammaestrò «i cuori degli apostoli e degli evangelisti». Fu loro maestra.

a) Anzitutto «con le parole», cioè con l'insegnamento, poiché nessuno, come essa, ha avuto sulla terra una conoscenza così piena e perfetta dei misteri di Dio, specialmente dell'incarnazione, infanzia e vita nascosta, i cui particolari — come ripetutamente attesta san Luca — ella conservò e meditò amorosamente nel suo cuore (Lc 2,1951). In tal modo il suo cuore immacolato diveniva lo scrigno d'oro della rivelazione, il primo vangelo vivente della chiesa, la maestra ed il modello insieme di tutti coloro che avrebbero avuto il mandato di annunziare il vangelo.

235 Nell'originale: ordinazione sacerdotale.

236 Inciso relativo all'adattamento in una meditazione per novizi.

E specialmente nell'affidare, come si pensa, a Luca la storia di Betlem[me] e di Nazaret, dovette sembrare a Maria di dare un'altra volta alla luce il suo Figliuolo. Tanti anni prima, in una fredda notte di dicembre, ella lo aveva deposto in una mangiatoia. Ora, attraverso la prosa elegante del medico antiocheno, ella lo deponeva nel cuore degli uomini, diventando madre e maestra, oltreché del Verbo divino incarnato nella carne umana, anche del Verbo divino incarnato nella parola umana. Con ragione dunque Leone XIII nell'Adiutricem populi asserisce che Maria santissima, fin dagli inizi della chiesa, oltreché «regina» divenne anche «maestra degli apostoli, ai quali comunicò anche quei divini oracoli che conservava gelosamente nel suo cuore».

E che tale compito della Vergine non sia terminato, lo dimostra anche la parola che Gesù stesso rivolse a Giovannino Bosco nel sogno profetico e programmatico dei nove anni: «Io ti darò la maestra» — disse indicando la Vergine santa, maestra per don Bosco di quello che sarebbe stato lo spirito salesiano e il metodo preventivo nella conquista delle anime.237 E noi vogliamo con atto solenne e comune costituire la madre della d[ivina] Sap [ienza] incarnata] come maestra del nostro mai interrotto studio, della n[o]s[tra] sempre rinnovantesi formaz[ione] teologica e sacerdotale, del nostro ministero sacerdotale e di ogni n[o]s[tro] sacro magistero.

Maria vuol continuare ad essere per ciascuno di noi la maestra, l'ispiratrice del n[o]s[tro] apostolato sacerdotale salesiano!
b) Ma, oltreché «con le parole», Maria santissima fu maestra degli apostoli e lo è di tutti i sacerdoti «con gli esempi». «La sua vita è una scuola per tutti», diceva sant'Ambrogio; e san Bonaventura vede in lei «l'esemplare normativo della gerarchia ecclesiastica». Nella purezza verginale, ad es[empio], «ipsa est exemplar puritatis hierarchiae ecclesiasticae..., exemplar puritatis, quae debet esse in ministris ecclesiae» (san Bonav[entura]). Modello dunque di quella «castitas diuturna experimento comprobata» che la chiesa rigorosamente esige come insostituibile garanzia non solo nei candidati al sacerdozio nel periodo di preparaz[ione], ma, e a più forte ragione, in tutti i sacerdoti durante tutta la vita sacerdotale.

Ma consideriamo Maria quale modello del sacerdote all'altare, ove è più accentuata la somiglianza tra i due.

237 MB 1,124.

Entrambi infatti con parole diverse ma ugualmente sublimi fanno discendere in diverso modo, ma egualmente reale, il Verbo di Dio sulla terra come vittima per i nostri peccati: Maria nel suo puro seno, «in forma servi», il sacerdote sull'altare «sub specie panis».
Entrambi offrono a Dio quella stessa vittima immacolata: Maria sul Calvario, il sacerdote sull'altare, per gli stessi fini.

Entrambi dispensano le stesse grazie divine meritate e acquistate pel sacrificio di quella medesima vittima: tutte le grazie infatti passano per le mani di Maria. E quante mai non passano per quelle del sacerdote?
Entrambi — in una parola — hanno la stessa ragion[e] di essere, la stessa missione: dare al mondo Gesù salvatore e i tesori della sua redenzione. Entrambi sono, tra tutti, coloro che hanno la maggior dimestichezza sia col corpo reale di Cristo che col suo mistico corpo.

Ne segue perciò che il supremo modello del sacerdote, in questi atti rilevantissimi del suo ministero, specialmente all'altare, sia precisamente la Vergine santissima (la madre del sommo Sacerdote e di tutti i sacerdoti). L'atteggiamento di illibata purezza, di pieno, ineffabile, tenero amore, di umiltà abissale e di dipendenza illimitata ch'ella tenne dinanzi all'Uomo-Dio da lei generato, allorché lo depose nella mangiatoia, allorché lo tenne nelle sue mani e lo strinse al suo purissimo seno, costituisce il modello insuperabile dell'atteggiamento così pieno di arcana intimità che deve tenere il sacerdote dinanzi all'ostia divina, nello stringerla fra le sue mani, nel deporla sull'altare e nel cuore dei fedeli.

Maria modello del sacerdote nell'offrire, nel pregare, nel predicare, nel santificare le anime!
4. Socia cleri. Ma, oltreché madre, regina e maestra, Maria è anche per un titolo speciale «socia cleri», socia, compagna, alleata, ausiliatrice del sacerdote, così come lo fu del sommo Sacerdote in tutta la sua vita e specialmente nel momento del supremo sacrificio della croce. Socia e alleata del sacerdote.

  1. Associata al sacerdote] nel periodo di preparazione, come madre e genitrice del sacerdozio di Cristo e quindi del nostro.
  2. Ass[ociata] al sac[erdote] nel momento solenne dell'ordinazione, in q[uan]to Maria è colei in cui e per cui Cristo fu ordinato sommo Sacerdote. «O templum in quo Filius Dei sacerdos factus est!». E altrettanto deve essere per ogni sacerdote nel momento della sua ordinaz[ione].
  3. Ass[ociata] al sac[erdote] nell'esercizio dell'ufficio sacerdotale, come cooperatrice, mediatrice di tutte le grazie elargite dal sacerdote.
  4. Ass[ociata] al sac[erdote] nella celebrazione della s[anta] messa, in cui si rinnova quel sacrificio della croce, a cui ella assisté e partecipò come co-offerente e con-vittima. Com'ella dunque fu presente venti secoli fa sotto la croce del primo Sacerdote, così è spiritualmente presente accanto al nostro altare, specialmente all'altare della n[o]s[tra] prima m[essa], continuando l'offerta che allora fece della Vittima divina.

Per questo [nella] preparazione alla messa, ogni giorno le diciamo una preghiera, che oggi proponiamo di non omettere mai, e che questa sera recitiamo per i n[o]s[tri] sacerdoti novelli.

«Scongiuro la tua pietà di assistere, come un giorno assistesti il Figlio tuo pendente sulla croce, me miserabile e tutti i sacerdoti che oggi offrono in tutta la santa chiesa il d[ivino] s[acrificio], affinché, aiutati dalla tua grazia, possiamo offrire alla somma e individua Trinità un'ostia degna e accettevole!».238
Che la madre, regina, maestra e alleata del n[o]s[tro] sacerdozio ci faccia sacerdoti santi.

«Nel nome di Maria finii».239
La santissima Vergine, madre e collabo[ra]trice di Cristo sacerdote, perciò anche del nostro sacerdozio, essa che ha plasmato nel suo seno verginale il cuore sacerdotale di Cristo, e accanto alla croce lo ha assistito nel suo sacrificio come co-offerente e con-vittima; essa che ci ha tolto dal mondo e, attraverso un lungo cammino, ci ha guidati all'altare, essa per le cui mani sono passate e passeranno tutte le grazie della nostra vocazione, formazione, ordinazione e attività sacerdotale, voglia maternamente assisterci e guidarci in questa trepida vigilia sacerdotale; voglia benedire il n[o]s[tro] sacerdozio nei proposti e [nelle] aspirazioni, fecondarlo nelle opere, sostenerlo nelle prove, salvarlo nelle insidie, coronarlo nella gloria. A lode di Cristo. Amen.240
238 PR 192.

239 DANTE ALIGHIERI, Divina commedia, Purgatorio 5, 101.
240 Di questa parte finale ci resta un secondo adattamento: «La santissima Vergine, madre e collaboratrice di Cristo sacerdote, madre, regina, maestra ed ausiliatrice del n[o]s[tro] sacerdozio, ella che ci tolse dal mondo e, attraverso un lungo e difficile cammino, ci guidò all'altare, ella a cui dobbiamo la vocazione, la formazione, l'ordinazione sacerdotale e la perseveranza nel sacerdozio, ella che ci ha aiutati in questi anni di formazione [del] nostro sacerdozio, voglia maternamente benedirlo nelle preghiere, fecondarlo nelle opere, confortarlo nelle prove, sostenerlo nelle lotte, salvarlo dalle insidie, coronarlo nella gloria, a lode di Cristo. Amen.»

060. L'Immacolata ed il sacerdote [1]
(04/12/1954, triduo dell'Immacolata, Torino, Crocetta, cappella interna)241
Uno dei più dolci misteri della nostra religione è quello dell'unione intima che esiste tra Maria (santissima immacolata) e il sacerdozio cristiano. L'Olier scriveva scultoreamente: «Dio ha compiuto due prodigi nella chiesa: il sacerdote e la santissima Vergine».

I tre pensieri che, in queste tre sere, in preparazione alla festa dell'Immacolata e [a] chiusura dell'anno mariano, io con mano inesperta e tremante deporrò, come tre semi di contemplazione, nel solco aperto del vostro cuore, vogliono illustrare non il dogma dell'immacolata Concezione in se stesso, ma le intime relazioni che intercorrono tra questi due prodigi dell'amore divino: l'Immacolata ed il nostro sacerdozio.

Il filo conduttore che riduce ad unità i tre pensieri è questo: Exivit vincens ut vinceret (Ap 6,2). Maria, vittoriosa nel suo immacolato candore, vuole essere vittoriosa anche nel n[o]s[tro] sacerdozio. Maria è immacolata per essere degna genitrice di Dio e corredentrice degli uomini dal peccato. Ora, in modo analogo, anche il sacerdote è generatore di Dío sull'altare e associato all'opera redentrice. Anch'egli dunque deve essere quanto più è possibile immacolato. Vorremmo dunque collocare il nostro sacerdozio là sul piedistallo di Maria, per vederlo illuminato dalla purezza ed immacolatezza di lei.

Ma in che cosa può il sacerdote imitare e quasi riprodurre in sé quell'immacolato candore, che in Maria è privilegio singolare ed unico? Tre sono gli aspetti principali, secondo i quali242 l'immacolatezza della Vergine può riflettersi e trasfondersi nel sacerdote, e li verremo considerando successivamente: si riducono alla triplice, perfettissima immunità di Maria da ogni macchia di concupiscenza, dalla colpa grave, da ogni peccato veniale.

Questa sera Maria i[mmacolata] ci appare come modello del sacerdote, e specialmente del candidato al sacerdozio, in q[uan]to essa, essendo perfettamente libera da ogni concupiscenza terrena,

  1. fu tutta immersa e quasi perduta nella contemplazione dei divini misteri;
  2. [fu] tutta abbandonata alle divine operaz[ioni] dello Spirito] S [an]to.

241 Dalla cronaca della Crocetta: «Sabato, 4 dicembre [1954]. Ha inizio il triduo (anticipato per ragioni "tecniche", cioè per non sovraccaricare la vigilia) in preparazione alla festa dell'Immacolata. Lo predica il sig[nor] don Quadrio, che ha preso come tema generale: L'immacolata e il sacerdote».

242 Nell'originale: cui.

L'esenzione di Maria dalla concupiscenza è un aspetto della sua perfetta immacolatezza ed uno spiraglio che ci permette di gettare uno sguardo fugace e amoroso nel cuore purissimo della. Madre di Dio. C'è in questo mistero tanta complessità da far vacillare la mente, e c'è tanta semplicità da estasiare il cuore! Ci si riconosce lo stile di Dio. L'anima e il cuore della Madre di Dio! Furono un paradiso tutto luce e tutto pace. [Un cuore] preparato da sempre ad essere degna dimora di Dio; degno di un Dio, e puro oltre ogni misura umana ed angelica. Poiché Maria doveva essere non solo dimora, ma stampo dell'Uomo-Dio, «forma Dei»; doveva plasmare l'Uomo-Dio, dargli carne e sangue, formargli le membra purissime, che sarebbero state sacrificate nel più santo degli olocausti. Il cuore di Maria, dal quale doveva germinare e fiorire il Verbo nella carne, fu tanto puro da poter accogliere l'infinita purezza, tanto bello da poter sostenere l'infinita bellezza, tanto santo da rapire e innamorare l'inaccessibile santità di Dio. Ci voleva un soggiorno che, pur essendo sulla terra, fosse immune dalle sozzure, onde la terra era intrisa; un soggiorno dove dal fondo melmoso della carne non salissero ombre ad appannare il cristallo dello spirito; un soggiorno che non fosse turbato e scosso dall'urto di opposte passioni; un soggiorno di pace, pari a quello in cui sono tuffati gli arcangeli e che è l'atmosfera stessa della Trinità. Un paradiso, insomma, circoscritto perché era in terra, ma quasi infinito per purezza e santità, perché racchiudeva il cielo. Maria non sentì mai confitta nella sua carne la dolorosa spina della concupiscenza, che faceva gemere san Paolo; non avvertì quegli orribili scotimenti della natura ribelle che fanno agonizzare l'anima; non percepì le vampate del fuoco segreto che scorre col sangue nelle vene e minaccia di esplodere in incendi paurosi. Il cuore di Maria non fu un guazzabuglio, ma fu tutto luce, tutto pace, tutto equilibrio imperturbabile e inalterabile; pari al soggiorno dí Dio in cielo, perché potesse dimorarvi Dio sulla terra.

Ma, a tanto divino prodigio, concorse anche la volontà umana di Maria con due atteggiamenti positivi dello Spirito, che la costituiscono modello e guida di chi si prepara, nello studio e nell'ascesi, ad accogliere sulle sue spalle il tremendo peso del sacerdozio, e nella sua anima le trasformanti operazioni dello Spirito Santo.

I. [Primo] atteggiamento. Il silenzio interiore, gelosamente custodito, dello spirito distaccato da ogni terreno legame e quindi libero di immergersi nella contemplazione dei divini misteri. Il vento delle concupisc[enze] spegne la fiamma della contemplaz[ione]. Sono i puri di cuore che vedono Dio.

C'è infatti nel vangelo di san Luca una frase due volte ripetuta, che scolpisce tutto il mondo interiore di Maria, l'atteggiamento continuo del suo spirito di fronte ai grandi avvenimenti che si venivano compiendo in lei. Sia dopo la nascita di Gesù, che dopo il suo smarrimento nel tempio, san Luca dice di Maria che «conservabat omnia verba haec, conferens in corde suo».243
In tal modo il cuore di Maria, appunto perché immacolato e puro da ogni agitazione e da ogni legame, diveniva lo scrigno d'oro della rivelazione, il vangelo vivente della chiesa, ed insieme il sublime modello delle anime pensose di Dio e dei suoi problemi, la madre della contemplazione.244
È l'aspetto più intimo, più affascinante della vita di M[aria]. Chi oserà alzare il velo che copre questo mondo misterioso e affacciarsi alle profondità luminossime di quell'anima? Se i puri di cuore vedono Dio, quali ineffabili rapimenti, quale saporosa penetrazione, quale commossa contemplazione avrà goduto il purissimo cuore di Maria?
Nel perfetto silenzio interiore dell'anima, Maria poté parlare col Verbo di Dio, con quel Verbo che, pur riassumendo in sé tutto quanto si può conoscere e dire, è un «Verbum silens». In Maria ci fu il perfetto silenzio interiore, che è l'unica lingua parlata tra l'anima e Dio, l'unico clima in cui Dio si comunica all'anima, l'unica finestra che si apre sull'intimità. Silenzio dei sensi senza vane e dissipanti curiosità; silenzio dei sentimenti senza agitazioni e tempeste improvvise; silenzio dell'immaginazione senza cavalcate impazzite; silenzio del cuore libero ed unificato senza catene e senza divisioni, senza snervanti vagabondaggi; silenzio dell'intelligenza assorbita nello studio di Dio senza stanchezza e senza pigrizia; silenzio della volontà abbandonata in Dio senza esitante e senza riserve; silenzio di tutto l'essere di fronte a Dio che parla. Silete, numen adest! In questa completa solitudine, Dio, solitudine eterna ed infinita, si svela, si dona, si effonde nell'anima e la possiede.

243 Lc 2,19.51.

244 Cf. 0 047.

Maria raggiunse le estreme possibilità di questa divinizzante intimità, e udì arcane parole che non è lecito all'uomo ridire (2 C[or] 12,4). Solo con un cuore distaccato e pacificato in Dio (solo con cuore di fanciullo — et revelasti ea vulis.1)245 potremo trovare nella n[o]s[tra] teologia fatta contemplazione quel potere santificante, che rimpiangeranno invano coloro che riducono lo studio della verità rivela[ta] a un freddo discorso intellet-tuale.246
II. Un secondo atteggiamento, e lo accennerò appena, che il cuore di Maria, immune da ogni terrena concupiscenza, offre alla n[o]s[tra] imitazione, è il perfetto abbandono alle operazioni dello Sp[irito] S[an]to. Solo un cuore pacificato e distaccato può avvertire e accondiscendere a ciò che lo Sp[irito] S[ant]o vien compiendo in esso.247 San Luca ci presenta ancora Maria in questo atteggiamento: «Sp[irit]us Sanctus supervenient in te et virtus altissimi obumbrabit tibi». «Ecce ancilla Domini. Fiat mihi seclindum] v[erbum] tuum».248
«Ecce - Fiat!». Sempre e completamente a disposizione dello Sp[irito] S [ant] o, pieghevole come un giunco nelle mani del divino Artista. Mai alcuna dissipazione la rese sorda alle sue ispirazioni; mai nessuna resistenza alla sua opera, nessun dissidio od alterco con lui, nessuna lentezza o svogliatezza; ma sempre vigile attenzione, docile sottomissione, piena e pronta adesione. Mai un'inclinazione o mira o interesse umano contese il passo allo Spirito Santo, ne intralciò il lavorio, ne ritardò l'espandersi, ne rovinò l'opera. E così si ebbe in un cuore umano il miracolo del pieno, incontrastato, liberissimo dominio dello Spirito Santo, che con divina, infinita delicatezza ed efficacia d'arte cesellò ed abbellì quel cuore, rendendolo il capolavoro della santità creata, degno di rapire il paradiso per l' eternità.249
245 Mt 11,25.

246 Per questa sezione cf. anche C 032.

247 Nell'originale: lui.

248 Lc 1,35.38.

249 Pensieri ricorrenti nella spiritualità di don Quadrio. Cf. ad es. Il segreto della santità di san Francesco di Sales: docilità allo Spirito (0 057). Nel rendiconto al proprio direttore, il 6 ottobre 1944, il Servo di Dio poteva affermare: «L'idea fondamentale è stata quella della corrispondenza alla grazia; più particolarmente l'attenzione, la fedeltà allo Spirito Santo, principo e anima di tutta la vita spirituale. Ho approfondito questo concetto dello Spirito Santo come dottore, guida, propulsore interno, e questo era la mia meditazione» (E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 60). Il suo nome nuovo fu «Docibilis a Spiritu Sancto» (pp. 48-49).

«Spiritus SIanctus] superveniet in te». Non vale anche per noi ogni giorno, per voi che vi preparate alle sue operazioni nei s[anti] ordini? Egli ci lavora e ci conduce per mano alla santità. Se solo lo lasciassimo fare, se ci mettessimo a sua completa disposizione, se non gli negassimo mai nulla, a quale grado inimmagi[na]bile di santità ci condurrebbe ben presto! Suaviter equitat, quem gratia Dei portat. Nescit tarda molimina Sp(iritus] Sancti gratia.25° Per la salvezza del m[ondo], lo S[pirito] ha bisogno di uomini che lo lascino fare, e siano a sua completa disposizione, come punti di appoggio su cui egli possa far leva per sollevare il m[ondo]. Domandiamo al cuore di M[aria] un cuore puro e docile allo Sposo. Se uno solo di noi stasera si mettesse con coraggio e perseveranza per questa] strada, a cominciare dalle cose più semplici ed ordinarie e [più] piccole, questo rimarrebbe un giorno memorabile nelle cronache della santità e del degno] di Dio.

250 De imitatione Christi 2,9,1: «Satis suaviter equitat, quem gratia Dei portai». La seconda frase è presa da SANT'AMBROGIO, Exp. In ev. sec. Lucam 2,19 = SC 45,81.

061. L'Immacolata e il sacerdote [2]
(05/12/1954, triduo dell'Immacolata, Torino, Crocetta, cappella interna)
«Exiit vincens ut vinceret».251 Maria imm[acolata], pienamente vittoriosa sul regno del peccato, vuole vincere il peccato anche nella vita di ogni sacerdote. Vi è un tale abisso di opposizione, di ripugnanza ed inconciliabilità fra peccato e degna Madre di Dio, fra peccato e degna corredentrice degli uomini, che mente umana non potrà mai comprendere ed esprimere. Ora la dignità e la missione del sacerdote è profondamente simile a quella di Maria immacolata. Anche egli infatti genera in qualche modo Dio nell'eucaristia e lavora per la redenzione delle anime dal peccato. Dunque irriducibile ed abissale è, e deve essere anche l'opposizione tra peccato e sacerdote, analoga a quella che esiste tra Maria, sacerdozio e peccato. Al fervore ed entusiasmo di questa vostra quadriennale vigilia sacerdotale, sembrerà un'inutile stonatura insistere su tale assoluta opposizione, ma ci soccorre l'avvertimento di Gesù ai suoi primi sacerdoti alla sera dell'ordinaz[ione] sacerdotale, e rinnovato quindi ad ogni sacerdote novello: «Simon, Simon, ecce Satanas expetivit vos, ut cribraret sicut triticum» (Lc 22,31). «Vigilate et orate ut non intretis in tentationem... Caro autem infirma».252 Il pericolo di divenire cattivi sacerdoti c'è per tutti e per ciascuno di noi. Vogliamo oggi guardarlo in faccia, nella luce dell'Immacolata, con spietata sincerità, per prevenire le sorprese. «Grandis sacerdotum diginitas, grandis ruina si peccant. Laetamur ad ascensum, sed timeamus ad lapsum» (san Gerolamo).253 Il nome di Guida e di altri in ogni tempo rimane una testimonianza terribilmente significativa della spaventosa possibilità del peccato, dell'infedeltà, del tradimento di chi si è definitivamente consegnato a Dio.

Partecipi della dignità e missione della Madre di Dio e corredentrice degli uomini, chiamati per vocazione a rivestirci del suo immacolato candore, noi non condividiamo il suo privilegio della impeccabilità. Noi possiamo gettare nel fango la nostra corona!
Perdonate la mia temerità: un santo non riuscirebbe a proporre un così doloroso argomento, se non con le lacrime. Perdonate, se io, che non sono santo, debba farlo con delle parole, con povere e con troppe parole.

251 Ap 6,2.

252 Lc 22,40.46; Mt 26,41.

253 SAN GEROLAMO, In Hiezechielem 13,44 = CCL 75,669: «Grandis dignitas sacerdotum, sed grandis ruina si peccent; laetamur ad ascensum...».
a) Anzitutto l'irriducibile opposizione tra Maria ed il peccato è fondata nel fatto che ella fu, oltre ogni misura pensabile, ripiena di grazia, di doni e privilegi celesti. La nostra mente rifugge inorridita dal solo pensiero che una creatura così prediletta e privilegiata da Dio potesse macchiarsi della nera ingratitudine del peccato.

E il sacerdote? non è forse anch'egli un miracolo vivente della divina predilezione? «Quanta fecit animae meae!».254 Creazione, redenzione, vocazione, grazia su grazia nella preparazione, [nei] sacri] ordini, [nella] consacraz[ione] sacerdotale, e poi [nella] s[anta] messa quotidiana, [nei] sacramenti ricevuti e amministrati, [nell]'intimo e continuo contatto con la parola, la grazia, il Corpo reale e mistico di Cristo: ecco un poema di grazie e predilezioni, la cui portata ci sarà nota solo in cielo. Se, a questo torrente di predilezioni divine, il sacerdote rispondesse col peccato, dimostrerebbe un tale abisso di malizia e di perfidia, la cui profondità misteriosa chi potrebbe scandagliare? Mysterium iniquitatis! «Si inimicus meus, exprobrasset mihi, sustinuissem utique... Sed eras tu, sodalis meus, amicus et familiaris meus, quocum dulce habui consortium» (il dolce consorzio del sacerdozio) (Sal 54,12 ss.). L'ingratitudine e l'abuso della grazia, in un eventuale peccato sacerdotale, sconfinano nella perfidia più sfacciata ed atroce.255
b) In secondo luogo, l'abissale opposizione tra Maria santissima] ed il peccato è dovuta al fatto che essa era destinata a generare l'infinita-mente santo e puro Verbo di Dio. È mai possibile pensare che il tabernacolo vivente dell'inaccessibile santità divina fosse contaminato dal lezzo fetido del peccato?
Ora all'altare, sacerdote e Maria si incontrano in una misteriosa consonanza di funzioni e di atteggiamenti.

— Entrambi infatti, con parole diverse, ma ugualmente sublimi, fanno discendere, in modo diverso ma ugualmente reale, il Verbo di Dio sulla terra come vittima per i nostri peccati: Maria nel suo puro seno, in forma servi, il sacerdote sull'altare «sub specie panis. Deus qui de Virgine natus, per nos saepe renasceris!».
254 Sal 66 (65),16.

255 Questi pensieri ritornano in alcune meditazioni per esercizi spirituali, incentrate sul peccato nel sacerdote.

— Entrambi dunque sono tra coloro che hanno la maggior dimestichezza col corpo del divino Redentore. Simili dunque devono essere nella completa vittoria sul peccato personale.

Troppo doloroso il caso di un sacerdote che celebrasse indegnamente, ma sia salutare l'ipotesi. Canta la liturgia: «Quis ascendet in montem Domini, aut quis stabit in loco sancto eius?». «Manda cor meum ac labia mea...», dice il sac[erdote]. «Lavabo inter innocentes manus meas». E Dio risponde: «Pharisee caece, munda prius quod intus est calicis».256
Il sacerdote [prega]: «Suscipe hanc immaculatam hostiam... hostiam puram, htostiam] sanctam, h[ostiaml immaculatant».257 E Dio, pur accettando l'offerta valida ex opere operato, [potrebbe rispondere]: «Ne offeratis ultra sacrificium frustra, incensum abominatio est mihi... Solemnitates vestras odivit anima mea: facta sunt mihi molesta, laboravi sustinens (una nausea insopportabile), manus enim vestrae sanguine plenae sunt» (Is 1,11-15). Mani macchiate di sangue divino. Non solo il sacrificio, ma anche il deicidio del Calvario rinnovato sull'altare; non sacerdote, ma carnefice. Il sacrificio è consumato! Ritto solennemente sull'altare, «si mangia e si beve la propria condanna».258 E quale multiforme sacrilegio! Indigne conficit, indigne suscipit, indigne distribuit. Usare Dio e i suoi divini poteri per offendere Dio, usare Gesù e il suo sacerdozio per crocifiggerlo, avvilire e deturpare il suo corpo e il suo sublime sacrificio! Ecco l'incommensurabile mostruosità di questo peccato, pari ed anche superiore al sacrilegio di chi osò cantare le turpitudini dell'amore sensuale, usando le frasi della sacra] Cantica, che celebrano le sublimi bellezze dell'amore di Cristo per la chiesa sua Sposa.

Irriducibile è dunque l'opposizione fra peccato e sacerdote generatore di Dio sull'altare, simile a quella esistente tra peccato e Madre di Dio immacolata.

c) Ma vi è una terza ripugnanza tra Maria e il peccato, ed è quella dovuta alla sua missione di corredentrice, intimamente associata alla battaglia vittoriosa del Redentore contro il peccato. Tra la corredentrice e il serpente ci doveva essere la stessa inimicizia, la stessa guerra e la stessa piena vittoria, che fra il divino Redentore ed il peccato.

256 Cf. rispettivamente Sal 23,3; preghiera prima della lettura del vangelo; preghiera al Lavabo (Sai 25,6); Mt 23,26.

257 Dal Canone romano.
258 1 Cor 11,29.

Non osiamo neppure pensare alla stonatura e al controsenso ripugnante di un compromesso tra la corredentrice e il peccato volontario e personale, di un'alleanza fedifraga tra [la] celeste guerriera e il nemico infernale.

Ora non è forse anche il sacerdote intimamente legato all'opera redentrice, alla divina battaglia, ingaggiata da Gesù Cristo contro il regno del peccato? E cosa è l'apostolato sacerdotale, se non una lotta senza quartiere per vincere il peccato? Anche in ciò la missione del sacerdote e quella di Maria s'intrecciano in mirabile consonanza. Entrambi hanno la stessa ragion d'essere: salvare gli uomini dal peccato, offrendo loro Gesù redentore e i tesori della sua redenzione. Come entrambi offrono al P[adre] la stessa vittima per gli stessi peccati (M[aria] sul Calvario, il sacerdote sull'altare), così entrambi dispensano le stesse grazie divine, meritate e acquistate pel sacrificio di quella medesima vittima divina. Tutte le grazie passano per le mani di Maria, e quante mai non passano per quelle del sacerdote? Maria madre e mediatrice di grazia, il sacerdote padre e mediatore della medesima gr[azia].

Dunque, a consonanza di missione, deve corrispondere consonanza di disposizioni: la corredentrice è pura da ogni peccato, il sacerdote corredentore deve esserne vittorioso ed immune. Se egli infatti si macchia di peccato, la sua vita diventa una miserabile e ributtante ipocrisia, un volgare artificio, una contraddizione urlante, una commedia di cattivo genere: è un istrione che recita la sua parte, un sepolcro imbiancato, un uomo dalle due vite, un'anima a doppio fondo. Osserviamo questo ipotetico sacerdote nell'esercizio delle sue deifiche funzioni di corredentore.

  1. Nel confessionale dà le regole di ascetica, lui che non osserva il decalogo di Mosè; deve accendere negli altri il fuoco dell'amor di Dio, lui che è bruciato dalla fiamma impura; restituisce la grazia e la pace, lui che nel cuore ha forse il tumulto; alza nel gesto del perdono la mano che è strumento di peccato; giudica e rimprovera agli altri, ciò che ammette in se stesso: «Propter quod inexcusabilis es, o homo omnis qui iudicas... Ea dem enim agis quae iudicas» (Rm 2,1).

E se, Dio non voglia, abusasse dell'ingenuità dei penitenti, trovando lui pascolo di morte dove essi trovano pascolo di vita; se propinasse il veleno, in luogo della medicina, distruggendo invece di edificare, diventando lupo sotto la vesti di pastore? carnefice nell'atto che si atteggia a salvatore? Pensate alla bulla Slicramenitum poe[nitentiae] (di Benedetto XIV, 1 giugno 1741)]. Qui legit, intelligat.

  1. Sul pulpito tuona contro i disordini del popolo, lui che è compromesso col peccato; impone precetti ed elargisce consigli, lui che si sente in contraddizione intima con ciò che predica. Di lui vale l'invettiva di Gesù: «Super cathedram Moysi sederunt scribae et pharisaei... Secundum opera vero eorum nolite facere: dicunt enim et non faciunt» (Mt 23,2). Un tale predicatore, come dice san Paolo, spesso ottiene solo che il popolo bestemmi ciò che egli predica: «Nomen enim Dei per vos blasphematur inter gentes» (Rm 2,21-24).
  2. Anche il breviario, la preghiera di Cristo redentore, orante nel suo alter ego, sulle labbra di un tal ipotetico sacerdote risulta o una commedia, o una profanazione, o una stridente contraddizione. «Beati immacolati in via, qui ambulant in lege Domini». «Quomodo dilexi legem tuam, Domine». «Deus, Deus mens ad te de luce vigilo».259 A lui che risponderà Dio? «Dispergam super vultum vestrum stercus solemnitatum vestrarum» (Mal 2,3). Il «sacrificium laudis» è divenuto dunque così ributtante e nauseante per Dio?

259 Sal 118,1.97; 62,2.

062. L'Immacolata ed il sacerdozio [3]
(06/12/1954, triduo dell'Immacolata, Torino, Crocetta, cappella interna)
Vi è un terzo raggio, ancora più luminoso dei precedenti, che scaturisce dall'immacolatezza di Maria, e che deve risplendere nel nostro sacerdozio, fasciandolo di candore immacolato, ed è la vittoria sul peccato veniale.

Che la Vergine immacolata non abbia per tutta la vita commesso alcun peccato veniale, è dottrina cattolica solennemente insegnata dalla chiesa nel concilio] di Trento e dimostrata nella bolla «Ineffablis Deus» .26°
Maria infatti ebbe tale pienezza di grazia e clí santità, da escludere ogni macchia di peccato per quanto leggero; e poiché il grado di grazia e di carità si equivalgono, ebbe tale una pienezza di carità da escludere il peccato veniale, che — come insegna san Tommaso — «fervorem caritatis imminuit».
L'anima della Vergine fu sempre tutta protesa a Dio, come un[a] freccia al suo bersaglio; fu sempre tutta un incendio di amore. Ma tale pienezza d'amore, essendo relativa, andò crescendo a dismisura con gli anni e l'amore divenne man mano così forte, appassionato, bruciante, incontenibile, che alla fine prevalse, consumando in una suprema estasi di amore i legami che tenevano unita l'anima al corpo, come la fiamma fonde e consuma la cera della candela. Maria non potè morire che d'amore, consunta dalla fiamma della divina carità, giacché altra malattia non poteva intaccare quel corpo privilegiato.261
Ora anche l'esenzione dal peccato veniale ed il conseguente trionfo dell'amore divino era ordinato a rendere Maria degnissima Madre di Dio e santissima mediatrice di grazia. Anche in questo dunque deve il più possibile assomigliare a Maria colui che è generatore di Dio e mediatore di grazia.

Sec[ondo] il concilio] di T[rento], l'esenzione da ogni peccato veniale per tutta la vita è uno speciale privilegio che Dio in via ordinaria non suole concedere neppure ai sacerdoti. Queste leggere cadute, a cui anche il giusto è soggetto, quando siano prontamente riparate con il dolore, l'umiltà, possono divenire coefficiente di perfezione ed esca di amore. Nell'amore di Dio vale più un atto di umiltà, che mille estasi.

260 Di Pio IX (9 dicembre 1854). Cf. Dz 2800.

261 Cf. 0 046, 048, 049.

Vi è però, in materia di peccati veniali, un atteggiamento che è in assoluto e irriducibile contrasto con la dignità e la missione del sacerdote, ed è l'abitudine ai peccati veniali avvertiti, ripetuti e scusati, in altre parole la trascuratezza dei propri doveri sacerdotali, l'abitudinarismo sterile e sciatto nel compimento delle proprie deifiche funzioni, fino a commettere peccati veniali con facilità e fre[quenza].

Alla luce di Maria immacolata, che essendo esente da ogni macchia di peccato veniale e quindi tutta dominata dal divino amore, potè compiere con incommensurabile perfezione le deifiche funzioni di Madre di Dio e corredentrice degli uomini, noi — chiamati ad esercitare funzioni analoghe — vogliamo guardare in faccia all'immane sciagura che potrebbe colpire e [i]sterilire il nostro sacerdozio, onde prevenire quello che fu chiamato il male professionale dei preti, la tiepidezza sacerdotale, che è appunto l'abitudine ai peccati veniali avvertiti, ripetuti e scusati.

A chi considera il sacerdozio con le sue vertiginose altezze, coi suoi privilegi, doveri e carismi, può sembrare impossibile questo stato di torpore e di tiepidezza, tanto è in aperto contrasto col carattere sacerdotale.

Annunziare la parola di Dio, che è fuoco fiammeggiante, ed avere l'animo spento; toccare ogni giorno Dio che «ignis consumens est», e non incendiarsi; trasmettere dal mattino alla sera il fuoco senza scottarsi, portare in sé continuamente la presenza di Dio e non divinizzarsi. Come può guardarsi le mani, tutte un miracolo, senza urlare? Come può pronunziare le miracolose parole senza svenire? Domande che rimarranno sempre senza risposta: «Undique me circumdat amor, et nescio quid sit amor» (san Bonav[entura]). «Immersus amore, amorem non sentis?» (s[ant]'Agost [i-no]). «Tot congestis carbonibus, miraculo diabolico tepescimus» (Ibid.).

Se riuscissimo ad esprime il contrasto incommensurabile che separa Maria i[mmacolata] e il sacerdote tiepido nel compimento delle sue262 tanto affini funzioni deifiche! Solo alcune istantanee, che rivelino il progressivo slittamento di questo sacerdote dal suo immacolato modello verso l'abisso: «passo che digrada verso l'abisso».

I. [Prima] tappa. Il sacerdote tiepido incomincia col trascurare e strapazzare e giunge fino ad omettere qualunque rifornimento spirituale nella medit[azione] e [nella] lettura [ascetica]. Ora, «eccetto un miracolo — dice sant'Alfonso — senza meditazione si finisce col cadere in peccato mortale». Maria autem konservabat omnia verba haec, conferens in corde suo] (Lc 2,19).

262 Nell'originale: loro.

  1. [Seconda] tappa. Breviario precipitato, differito, strapazzato, sopportato come un dovere spiacevole, come un peso insopportabile, recitato materialmente, macchinalmente, senza spirito, come si paga una multa. A che cosa è ridotta la preghiera di Gesù, del Corpo mistico! Non vi è più vera preghiera, ma precipitaz[ione], interruzione, sonnolenza, ritardi, rinvio all'ultima ora, col pericolo di essere vinti dal sonno... Tutto questo cambia la medicina in veleno, e il sacrificium laudis in una litania di peccati che finiranno (Dio non voglia) col non essere più semplicemente veniali. Quanto diversamente dovevano risuonare sulle labbra e nel cuore immacolato di Maria gli stessi salmi, le stesse profezie, gli stessi cantici, specialmente il suo Magnificat, che noi tutti i giorni recitiamo nel divino] ufficio!
  2. [Terza] tappa, inevitabile. Una progressiva negligenza nella celebrazione della s[anta] messa; omissione, prima scusata e poi volontaria della preparazione e del ringraziamento (si rotola in un quarto d'ora dal letto all'altare). Nei riti e nelle parole sacre non si sente più palpitare la vita che contengono. La presenza reale di Gesù] Cristo] nell'ostia che consacra, che tocca, che spezza, che offre, che distribuisce, non è più capace di far vibrare fino al midollo dell'anima le corde della fede. Egli non sente più il calore del sangue divino. Le sue consacrazioni sono fredde e quasi formali, le sue comunioni tiepide, distratte e superficiali, l'insidiano già la familiarità irriverente e grossolana, l'abitudine, la fretta e forse il disgusto. A poco a poco Gesù fra le sue mani diventerà il grande assente, perché farà ogni cosa come se Gesù non fosse presente tra le sue mani.

Che abisso tra questi tiepidi e freddi] sentimenti e quelli incandescenti della vergine Madre, tutta accesa di fede ed amore verso [il] corpo santissimo di Gesù, quando infante lo toccava con le sue mani immacolate, o morente lo offriva al Padre ai piedi della croce!
Se potessimo sempre celebrare con un po' di quel fervore! «Celebra ogni giorno la tua messa come se fosse la prima, come se fosse l'ultima, come se fosse l'unica» (Varese, sacrestia del S[acro] Monte).

De[1] resto,263 a voi che state preparandovi, permettete di dirvi che domani celebrerete la messa come ora l'ascoltate e predicherete come ora fate la meditaz[ione].

263 Lettura incerta.

  1. [Quarta] tappa (a cui accenno appena). L'abituale trascuratezza ed accidia nelle opere dell'apostolato sacerdotale, tanto opposta a quello zelo premuroso e sollecito (cum festinatione)2" che Maria esercitò in occasione della vista alla sua vecchia parente bisognosa.

Un sacerdote tiepido e compromesso265 è Sansone svigorito, a cui Dalila ha reciso i capelli.

Conseguenza. In tal modo la tiepidezza sacerdotale estingue le fonti della grazia, svigorisce la parola di Dio, produce la progressiva sterilità dell'apostolato e la conseguente rovina delle anime. Il più atroce castigo per una parrocchia (e per una casa) non è la prevaricazione di un sacerdote, [ma piuttosto] la tiepidezza del pastore. Una caduta lacrimevole travolge alcuni, ma suscita quasi sempre negli altri una reazione di santità; ma un prete che vive dieci, venti, trent'anni di tiepidezza, fa il deserto, spegne il focolare, segna un periodo di decadenza irreparabile. Disgraziate le anime governate dai tiepidi! Costoro sono la fil[l]ossera che silenziosamente rovina e sterilisce la mistica vigna del Signore, la zavorra umana della chiesa, la causa di una dolorosa lentezza ed inefficacia della chiesa.

Alla vigilia della consacrazione della n[o]s[tra] famiglia religiosa alla sua immacolata Madre e regina, noi desideriamo266 pregarla che voglia sempre risparmiare una così tremenda sciagura alla nostra congregazione.

264 Lc 1,39.

265 Parola incerta, alla quale segue una illeggibile, forse: con...

266 Nell'originale: vogliamo.

063. gan] Pio X
(30/05/1954)267
Non si è ancor spenta l'eco della voce infallibile del vicario di Cristo che ieri sera, in piazza di San Pietro, davanti a quaranta cardinali, quattrocento patriarchi, a[rci]vescovi e vescovi e a una folla sterminata di fedeli, decretava solennemente gli onori degli altari al santo pontefice Pio X, inserendolo nel catalogo ufficiale dei santi, e proponendolo al culto e all'imitazione di tutti i fedeli. Pio X santo! L'umile figlio del portalettere di Riese, quegli che da ragazzo percorreva a piedi nudi la strada polverosa da casa a scuola con le scarpe in spalla, per risparmiarle, è oggi elevato al vertice dell'onore umano. Che cosa dirà oggi in cielo il mite, umile e bonario pontefice? Scherzi della provvidenza, che depone i potenti dai troni e vi innalza gli umili; ricolma gli umili di bene e rimanda i ricchi a mani vuote!268 La cara, dolce, amabile figura di Pio X, di quale luce non rifulge oggi al nostro sguardo! Povero e umile contadinello a Riese, povero e umile seminarista a Padova dove, per le condizioni familiari, è accolto gratuitamente; povero e umile cappellano nel paesino di Tombolo e nel villaggio di Salzano; poi direttore spirituale del seminario di Treviso; vescovo di Mantova, cardinale patriarca di Venezia, e infine — sempre contro sua voglia, sempre piangendo e professandosi incapace — pastore supremo della chiesa.

Ai cardinali che nel conclave si accordarono su di lui: «Sono indegno, sono incapace, dimenticatemi», implorava piangendo. Ma queste parole fecero conoscere la statura dell'uomo, e fu eletto. Alla rituale domanda del cardinale] decano: «Accetti l'elezione?», rispose smarrito e come schiantato: «Se non è possibile che questo calice passi da me, sia fatta la volontà di Dio. Accetto come una croce». Assunse il nome di Pio X a ricordo dei pontefici (Pio VI, VII e IX) che negli ultimi tempi avevano maggiormente sofferto.

267 La data è sicura in base all'accenno iniziale alla canonizzazione di san Pio X (29 maggio 1954). L'uso di bozze di un testo francese per la scuola conferma la datazione di altre conversazioni che precedono.

268 Lc 1,52.

Sulla cattedra romana Pio X manifestò subito al mondo, stupito e ammirato, sovrana grandezza, virtù eroica, sapienza di governo e affascinante bontà, in un'ascesa di anno in anno più palese nella via della santità. Di media statura, di corporatura complessa, di amabile fisionomia; l'occhio vivo e penetrante, l'incedere lento e quasi affaticato, naturalmente maestoso; il gesto largo, misurato, paterno; il parlare semplice, familiare, persuasivo, arguto nello spiccato accento veneto. Dalla persona emanava un'attrattiva di mitezza ed insieme di forza, da lasciare ognuno conquiso. Le folle che uscivano dalle sue udienze ripetevano: «Abbiamo visto un santo». L'intelligenza pronta e penetrante, la volontà forte e risoluta, il temperamento franco e naturalmente impetuoso, contenuto però da forte dominio di sé. La lunga esperienza del ministero favoriva l'innato buon senso. Sensibilissimo di cuore.

Le grandi imprese del suo pontificato.269
a) Le lotte per la purezza della fede contro gli assalti del modernismo, sintesi di tutte le eresie, strada dell'ateismo, scure alla radice della fede. Se Lutero e Calvino...

b) Restaurazione della vita cristiana:

  1. nei sacerdoti,
  2. nel culto,
  3. nell'eucaristia:
  4. quotidiana
  5. [anche ai] bimbi,
  6. nella curia romana,
  7. nel diritto canonico, che codificò,
  8. [nel] catechismo.

c) Santità.

1) Umiltà:
— prima del conclave,
— nel conclave,
— [nel]la notte dell'elezione,
— eletto: l'accettazione,

  1. la prima benediz[ione],
  2. tace,
  3. la veste: come mi hanno vestito!,
  4. la firma, la tavola, il silenzio in Vaticano, le guardie, «le sorelle del papa», il nipote.

2) Miracoli.

269 La seconda parte è fornita soltanto in forma schematica. Si ignorano i destinatari.

064. (L'ottantesimo genetliaco di Pio XII] (02/03/1956, omelia)
Nella faustiss[im]a ricorrenza dell'ottantesimo genetliaco e del diciassettesimo anniversario della incoronazione di Pio XII, tutta la immensa famiglia cristiana, sparsa sotto ogni cielo, costituisce un cuor solo ed un'anima sola, una sola voce di preghiera, di amore e di riconoscenza verso l'angelico pastore. Un inno di affetto si eleva da ogni parte del mondo; milioni e centinaia di milioni di voci si fondono in un'unica voce; il saluto devoto si muta in plauso concorde; tutta la terra sembra trasformata in un tempio. La basilica di San Pietro, abituata alle scene commoventi di ovazioni affettuose a Pio XII che passa benedicendo, in questo giorno è un simbolo: oggi tutto il mondo è una basilica, ove ogni cuore si protende verso il dolce Cristo in terra, pregando e augurando.

Anche il n[o]s[tro] cuore in quest'ora batte all'unisono con quello della cristianità; giacché la nostra fede non vede nel Papa il capo dí una minuscola potenza terrena che si chiama V[aticano], ma il vicario di Dio, il dolce Cristo in terra, il padre amato e santo delle anime, il successore di quel Pietro, a cui Gesù ha detto: «Pasci le mie pecore, pasci il miei agnelli».270
Nella bianca e diafana figura del papa è Dio che vive; attraverso le sue labbra esangui è Dio che parla; per mezzo delle sue mani pure è Dio che dona.

La figura di Gesù, che nel vangelo di oggi ci è presentato nell'atto di moltiplicare il pane per sfamare le turbe accorse a lui, si incarna e rivive nella persona del suo vicario. Per questo povero mondo affamato il papa moltiplica il pane del conforto umano [e] cristiano, come padre supremo, della verità umana [e] cristiana (come maestro supremo), della carità umana e cristiana (come supremo benefattore).

270 Gv 21,15-17. Ancora chierico, don Giuseppe Quadrio scriveva nel suo diario 1'11 maggio 1944: «Festa del Papa. O mio dolce Papà, io adoro in te Gesù salvatore e pastore della mia anima. Amo nella tua persona Gesù sposo e anelito della mia anima. Adoro la divina paternità di cui fai le veci, la divina misericordia di cui sei il dispensatore, la divina sapienza di cui sei la voce, la divina autorità di cui tieni le chiavi. Adoro e amo in te il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che ti guida, ti sorregge, ti ispira. O dolce Cristo in terra, io venero in te la fede entusiasta e massiccia di Pietro...» (D. Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di d. E. Valentini, Torino 1964, p. 31).

I. È il papa della preghiera e dell'immolazione al bene dei suoi figli.

Quest'uomo, limato dall'ansia, dalle veglie, dalla penitenza, percosso dal dolore universale, trascinatom dall'amore di Dio, è la sentinella del mondo, e la sua incessante preghiera è il parafulmine elevato al cielo sulla polveriera di questo mondo.

Quanto e come prega il papa! Alla sera, quando le ombre della notte sono scese su piazza San Pietro e avvolgono la grande mole della cupola, della facciata, del colonnato, ad una ad una le luci di ogni casa si spengono e gli uomini riposano, lassù all'angolo una finestra è illuminata. Qualcuno non dorme lassù! E lui, il pastore angelico, che veglia in preghiera per i figli, a custodia e difesa dell'immenso gregge affidatogli da Cristo, vigile ed insonne sentinella dell'umanità.

E le poche ore di sonno? Ma sapete che il papa, l'uomo accusato di vivere fra gli ori e le perle, dorme spesso sulla nuda terra come l'ultimo facchino di Roma? Era ancora cardinale di Stato, legato di Pio XI al Congresso di Buenos Aires. Di notte il segretario reca un telegramma. Lo trova adagiato sul nudo pavimento accanto al morbido letto intatto.

Chi lo ha visto durante la quaresima emaciato, estenuato e consunto dalle veglie e dai digiuni? Quanta preghiera, quanta sofferenza!
Chi di noi, diciassette anni fa, il 12 marzo del 1939, confusi tra la folla delle settecentomila persone che stipavano piazza San Pietro e la adiacenza, chi di noi, vedendo sulla loggia di San Pietro la bianca tiara imposta solennemente sul suo capo venerando, avrebbe pensato che quella tiara avrebbe dovuto pesare così duramente su di lui, fino quasi ad accasciarlo, a schiacciarlo sotto il peso di tanti dolori, di tante ingratitudini e calunnie? Chi avrebbe pensato che, sotto le gemme della tiara, si sarebbe nascosto una così dolorosa corona di spine?
Quand'era piccolo, e lo chiamavano Pacellino, un giorno, sentendo parlare di missionari martirizzati, esclamò: «Anch'io vorrei essere un martire, ma senza chiodi». Non l'avete contemplato mai con le braccia spalancate, come una bianca croce vivente? Il suo corpo [è] la croce che sostiene l'anima crocifissa e dolorante.272
271 Nell'originale: trascimanato.

272Il 13 marzo 1944, durante la guerra, il chierico Giuseppe Quadrio annotava sul proprio diario: «Conserverò vivissima nel cuore la scena di ieri in piazza San Pietro. La mia anima era finalmente pronta, ed ho visto vivente e acclamante la santa chiesa di Dio, veramente una per la fede, per il capo, per lo Spirito, pur in tanta lacerazione e contrasto di armi e di idee. Ed ho visto su quell'immensa folla di sfollati, di profughi, di sinistrati, di imploranti, ergersi la bianca figura del Padre, nelle cui braccia aperte, prolungantesi attraverso le due anse del colonnato berniniano, si stipava e si abbandonava tutta la moltitudine dei figli doloranti. Il Papa ebbe inenarrabili gemiti di commiserazione e cordoglio per l'ambascia e la miseria dei suoi figli, ma non parve più uomo quando alzò la paterna mano, minacciante, a protezione e difesa del suo gregge contro gli orrori della guerra... Poi il Papa pregò: mai preghiera fu più solenne e cattolica. Lui, il capo e pastore, alto sulla folla dei figli prostrati, la faccia e le mani al cielo, a Cristo capo e pastore invisibile, al grande profugo e sinistrato, a lui che non aveva ove posare il capo, pacificatore dei venti e delle bufere» (D. Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di E. Valentini, Torino 1964, pp. 26-27).

II. È il maestro supremo, che in diciassette anni di pontificato ha annunciato a tutti gli uomini la verità umana e cristiana. Diciassette grossi volumi raccolgono i suoi discorsi e radiomessaggi rivolti o al mondo intero o alle più disparate categorie di fedeli. E altrettanti sono i volumi contenenti le encicliche, lettere apostoliche e atti vari del suo governo spirituale. Tra i temi che più frequentemente ricorrono nei suoi scritti e discorsi,

  1. vi è anzitutto la pace: nessun uomo mai nella storia del mondo ha parlato tanto a favore e difesa della pace quanto Pio XII. Dal suo primo messaggio al mondo, all'indomani dell'elezione (si era alla vigilia del conflitto), al messaggio del 24 aprile 1939 attraverso la Radio vaticana «per scongiurare governanti e popoli a voler salvare e conservare il grande dono della pace». Con la voce velata dal pianto diceva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Attraverso i radiomessaggi natalizi per gettare le basi di una vera pace fondata sulla lealtà, sulla giustizia, sulla libertà di tutti.
  2. Vi è un secondo tema, la famiglia, il matrimonio, l'amore, minacciato dall'immoralità e dalla disgregaz[ione].
  3. Il terzo tema [è] la giustizia sociale, i diritti del lavoro, la difesa dei poveri e degli umili e dei sofferenti.

III. È il grande benefattore di tutti gli indigenti e sofferenti.

Ebrei, perseguitati, internati, prigionieri, dispersi, esuli, mutilati, orfani, sinistrati, deportati. Dove non è giunta e non giunge la sua carità? Tutti sono suoi figli, ma gli indigenti e [i] sofferenti sono i prediletti.273
273 Tra gli originali è allegato un terzo foglio, che contiene lo schema. Lo riproduciamo qui.

Introduz[ione].

Tutto il mondo è un grande tempio.

Una sola voce, una sola preghiera.

Noi ci uniamo alla voce, alla preghiera di tutti i cattolici. Perché Dio vive nella figura diafana: il padre. Perché Dio parla attraverso le labbra esangui: il maestro. Perché Dio dona per le mani purissime: il benefattore.

I. Padre che vive e prega per la grande famiglia: — la statua della preghiera;

  1. il volto della penitenza;
  2. le notti di veglia.

II. Maestro: 17 volumi di discorsi e radiomessaggi; 17 volumi di lettere ed encicliche.

  1. Definizione dell'Assunzione.
  2. Proclamazione di Maria regina.
  3. La consacrazione al Cuore immacolato di Maria. Tre temi fondamentali:

a) La pace:

  1. 3 marzo 1939; — 24 agosto 1949.
  2. Radiomessaggi: basi;
  3. [la] giustizia: privata, sociale, internaz[ionale]; — l'uguaglianza;
  4. la lealtà; — la libertà.

b) La famiglia intaccata dall'immoralità e dalla disgregaz[ione]:

  1. agli sposi;
  2. ai padri di figli;
  3. ai giovani;
  4. ai genitori; — ai medici; — ai sacerdoti: salviamo la famiglia.

c) I diritti del lavoro, degli operai, degli umili e degli indigenti.

La giustizia sociale, supremo anelito dell'insegnamento di Pio XII.

III. Benefattore.

  1. Scongiurare la guerra.

— Impedire all'Italia di entrare in guerra.

  1. Salvare Roma e l'Italia, e il m[ondo].
  2. Alleviare gli orrori del conflitto: centrale di informazioni. I rifugiati, gli esiliati, i sinistrati, i deportati, i mutilati, costituirono l'ansia apostolica [di] Pio XII.