Świętość Salezjańska

Don Giuseppe Quadrio: Esercizi Spirituali

Przez
REMO BRACCHI

 

PRESENTAZIONE


Don Juan Edmundo VECCHI Rettor Maggiore dei Salesiani

Rileggo con calma, quasi centellinando le pàrole, queste pagine di don Giuseppe Quadrio, preparate da lui come appunti di esercizi spirituali. Ne conoscevo molte; alcune le avevo ascoltate direttamente da lui; ne conservavo qualcuna tra le mie schede. Le aveva inserite in quelle allocuzioni brevi che faceva ai suoi allievi alla fine della lezione, prima delle feste principali dell'anno liturgico o come approccio pastorale in qualche tema teologico.

Mi vengono in mente voce, ritmo, tono, presenza. Don Quadrio era "teologo" professionista nel pensare il contenuto ecclesiale della fede conforme alle fonti, nell'illuminare gli enunciati dogmatici e quello che intendono comunicare oltre le parole, nell'avvicinare verità e significati all'esistenza umana e confrontarli con il pensiero che si riflette nei filoni della cultura. Era la sua una teologia di provocazione, ricerca e risposta.

Ma da noí lo si vedeva anche come "maestro" di teologia: preoccupato di motivare gli allievi al gusto della riflessione; disponibile a iniziarli nei contenuti dei misteri cristiani portandoli verso il cuore della verità; pronto a suggerire atteggiamenti, percorsi e metodi; opportuno nell'indicare strumenti utili; discreto nell'accompagnare, senza pesare né condizionare.

Il riflettere, il dilucidare, il ricercare, l'esporre erano vissuti da lui come una missione, nel contesto di una relazione molteplice: con Dio, con la Congregazione, con la Chiesa, ma soprattutto con i suoi studenti. "Insegnava" teologia nel miglior senso della parola: iniziava nella meditazione della fede.

Come insegnante era "formatore". Quello che offriva attingeva tutta la persona: diventava criterio e sovente anche proposito. La teologia passava dalla testa al cuore e alla vita di coloro che si preparavano al sacerdozio; era nutrimento spirituale ed orientamento pratico. Portava ad imparare, ma anche a chiarirsi, a sentire píù intensamente, ad assumere, ad agire.

Don Quadrio cercava di comunicare pensiero e vissuto. Si collegava volentieri alle esperienze quotidiane o a quelle "limite" della persona, alla vita della Chiesa. Da questi punti sarebbe partito volentieri, se il tempo glielo avesse consentito, per far vedere che la Parola è risposta e proposta, che c'è una corrispondenza tra la vita e quello che la teologia offre. Non lo faceva con esortazioni aggiunte, ma nell'impostazione medesima e nello svolgimento delle lezioni. Sceglieva prospettive, bilanciava gli sviluppi e le accentuazioni senza trascurare la sintesi. Emergevano delle "vette": la visione del "trattato" rimaneva completa. Si usciva dalle lezioni, particolarmente di alcune, con più luce, più speranza, più gioia non solo per il piacere intellettuale di una esposizione gradita, ma perché era maturata in noi una consapevolezza maggiore del dono della fede e sentivamo una voglia più grande di addentrarci in essa. Quando, su richiesta nostra, ci preparava agli ordini con qualche conferenza "spirituale", non si notava differenza sostanziale con la scuola né quanto all'impostazione teologica né quanto alle applicazioni pratiche o al tono spirituale: forse soltanto una diversa distribuzione degli spunti.

C'era poi nella sua riflessione un interscambio continuo tra il teologo e il "pastore". Sentiva l'urgenza e provava gusto a condividere con la gente il suo sapere, adeguandolo alle domande ed alle capacità degli ascoltatori.

Ho avuto l'opportunità di commentare con lui alcuni di questi suoi impegni: le risposte alle domande che arrivavano alla rivista «Meridiano 12», i corsi per laureati, le conferenze ai giovani dell'oratorio della Crocetta, le omelie domenicali e, appunto, la predicazione degli esercizi spirituali.

Pensavo gli fosse facile passare dalla teologia all'annuncio. Mi ha colpito invece lo sforzo che si imponeva per avvicinarsi alla vita e alla esperienza degli ascoltatori, la sua ricerca di una comunicazione che fosse non solo trasparente, ma anche toccante. La predica domenicale la preparava sin dal lunedì precedente leggendo il testo e procedendo per approfondimenti e annotazioni, organizzando la materia, cercando l'espressione più accessibile e anche più efficace.

Anche per gli esercizi si prendeva tempo e meditazione. Qualche volta si è umilmente scusato di non poterli accettare, per mancanza di tempo e salute. In questi appunti si riflettono in maniera diafana le sfaccettature del suo profilo: pensatore, maestro, formatore e pastore. Ritrovo le definizioni riportate secondo le formulazioni classiche, ma sminuzzate, parola per parola, fino a farne "brillare" il significato; scorgo il gusto dello sviluppo ordinato e progressivo, come di chi accompagna in un itinerario, articolato in punti scanditi dalla variazione di un aggettivo o preposizione; ammiro la ricerca dell'immagine-guida appropriata al pubblico, del fatto che può chiarire gli asserti, dell'espressione letteraria che lo esprime con forza, del capolavoro (teatro, romanzo, quadro) che lo propone attraverso la creazione artistica.

Questa forma di imbastire il discorso, varia secondo si trattasse di una lezione, una predica o conferenza, di studenti di teologia, di giovani liceali, di oratoriani o di laureati, egli collocava nell'incrocio tra la fede, la vita come affiora nei fatti, la tradizione umanista ed il pensiero contemporaneo.

Le realtà "ultime", i novissimi si prestavano in forma non comune a questo approccio da versanti vari: la morte, l'aldilà, la felicità bramata in questo mondo e la possibilità del suo compimento, la comunione con Dio e la prospettiva della separazione da Dio come parabola della libertà, la responsabilità collettiva dell'umanità e quella personale erano e sono tematiche affascinanti, dal punto di vista esistenziale, dal versante della "ragione", che si è sforzata di fare luce, e dall'ottica della Rivelazione che apre orizzonti insoliti.

Proprio questo fascino poteva prestare il fianco per sbilanciarsi. Don Quadrio offriva una parola "sensata", di ragione, rivelazione e ignoto, di responsabilità umana ed amore di Dio, di rischio e speranza.

Questo è il dono delle pagine scampate alla distruzione, che rimane intatto oltre la differenza di linguaggio che cinquant'anni di comunicazione sociale hanno creato tra esse e noi.

Roma, 19 marzo 1998 Solennità di san Giuseppe


SOMMARIO

  • Abbreviazioni ........................................................................... 10
  • Introduzione ............................................................................... 11
  • Incontrare Gesù .................................................................... 29
  • Sei fatto per l'infinito ........................................................ 45
  • La tentazione ............................................................................ 85
  • Il peccato ...................................................................................... 97
  • La morte........................................................................................... 137
  • Il giudizio ......................................................................................... 155
  • L'inferno............................................................................................. 169
  • Il paradiso ..................................................................................... 179
  • Il paradiso sulla terra ...................................................... 201
  • Le olimpiadi dello spirito.............................................. 207
  • Appendice.................................................................................... 229
  • Schema d'archivio............................................................. 261
  • Indice................................................................................................. 265

 

ABBREVIAZIONI
Arch. Archivio «Don Quadrio», in particolare la cartella VI, che contiene i manoscritti relativi alla pubblicazione.

C        Don Giuseppe Quadrio, Conversazioni (= Spirito e vita 26), Roma 1996.

Comm. R. BRACCHI (a cura), Don Giuseppe Quadrio a 25 anni dalla morte. Atti della solenne commemorazione in Valtellina (= Spirito e vita 17), Roma 1986.

Doc.   G. Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di E. Valentini, Torino
1964, 19682 (qui è citata la prima ed.).

  • Don Giuseppe Quadrio, Esercizi spirituali (= Spirito e vita 28), Roma 1998.
  • Don Giuseppe Quadrio, Lettere (= Spirito e vita 19), Roma 1991.

Mod.  E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale (=
Spirito e vita 6), Roma 1980.

  • Don Giuseppe Quadrio, Omelie (= Spirito e vita 21), Roma 1993.
  • Serie dí cinque quaderni manoscritti, suddivisi per lettere alfabetiche, che contengono, in forma di rubrica, pensieri raccolti da meditazioni ascetiche, riflessioni personali, spunti di predicazione, esempi (Arch.).

R        Don Giuseppe Quadrio, Risposte (= Spirito e vita 20), Roma 1992.

Tra le opere più citate nelle meditazioni troviamo gli Esercizi di sant'Ignazio in latino. Qui si farà riferimento alla versione italiana: IGNACIO DE LOYOLA, Esercizi spirituali, traduzione e introduzione di Giovanni Giudici (= Uomini e religioni), Milano 1984.

INTRODUZIONE
Dalle pagine del diariol si ricava come gli esercizi spirituali abbiano scandito con i loro ritmi regolari la salita di don Quadrio verso l'alta montagna della santità. La medesima intensità con la quale egli accoglieva la parola che gli veniva annunciata, la metteva in atto poi nella preparazione dei corsi da lui predicati agli altri. Della stessa concretezza che traspare impressa nei propositi per la propria crescita spirituale, si serviva per suggerire agli altri impegni mirati a estirpare un difetto o a conquistare una virtù, in modo da aprire totalmente il cuore all'azione incontrastata dello Spirito Santo. La chiarezza, la precisione e insieme la forza di sintesi con le quali, ancor giovanissimo, seguiva e appuntava ogni conferenza traspaiono dal saggio aggiunto in appendice al volume.

Gli esercizi vissuti durante il periodo di formazione
Non ci resta nulla di ciò che negli esercizi fatti a Villa Moglia (Chieri) nell'anno di noviziato (1936-1937), probabilmente in preparazione all'emissione dei primi voti temporanei, il chierico Quadrio afferma di aver diligentemente annotato: «Scrivo... così, un po' perché mi piace, un po' perché le cose fermate ora nella carta le rileggerò... forse (a meno che fra un po' di tempo ricominci la storia di considerare bambinate tutto quello che ho fatto fino a questo punto); e un po' anche perché insieme al ricordo degli esercizi del noviziato (e scrissi... scrissi... scrissi) mi solletica un poco anche l'idea del diario».2 Il motivo della distruzione degli appunti, come si ricava, è stato dunque l'insoddisfazione della meta raggiunta, guardando a ritroso alle tappe già superate dove aveva fatto l'aspirantato in attesa di essere mandato nelle missioni, per l'appuntamento annuale degli esercizi spirituali. Veniva da Roma, dove era allora studente di filosofia alla Gregoriana.

I15 agosto 1940 il chierico non ancora diciannovenne tornava a Ivrea,
I D. GIUSEPPE QUADIUO, Documenti di vita spirituale (Doc.], a cura di E. Valentini, Torino 1964. 2 Mod. 24.

Dalle righe del diario risalta senza incertezze il clima di profonda intimità personale con cui egli intendeva vivere quell'occasione di grazia nell'incontro di tutto il proprio essere con il Dio inabitante silenzioso. Anche l'incontro con i compagni fu cordiale, intenso, ricco di condivisione delle esperienze e di progettazione per il futuro. Scriveva: «Gesù, sono tornato in questa casa; qui tu mi aspettavi, qui io ti troverò. Grazie!... Faremo assieme, uno di fronte all'altro, uno accanto all'altro da buoni amici, come una volta alla Villa Moglia, come qualche volta a Foglizzo, come quella volta a Roma. Sarai mio compagno, unico, di esercizi, e ci parleremo spesso, sempre. Ho trovato l'uomo che mi piace: don [Valentino] Panzarasa, che mi ricorda il mio carissimo P. Dellanoye di Roma. Mi piace anche molto d[on Gerolamo] Luzi: profondo, calmo, umano. Ma un terzo entrerà con me negli esercizi: don [Eugenio] Magni, a cui mi sento legato per la vita».3
Nei giorni successivi sono stilate alcune riflessioni salienti, spigolate fra le tematiche affrontate dai due predicatori. Don Panzarasa si dimostrava vicino alla sensibilità spirituale già assimilata attraverso la meditazione diuturna delle pagine del volume La vita di unione con Dio di mons. Carlo Gay, letto durante i tre mesi di prolungamento del noviziato, in attesa di raggiungere l'età richiesta per la professione. Il primo argomento affrontato è stato quello dell'educazione alla volontà, che rimarrà un punto irrinunciabilmente fermo nella formazione percorsa dapprima personalmente da don Quadrio e poi proposta ad altri.

Della serie dei novissimi, che occupava gran parte dei giorni di ritiro, scrive con grande sincerità e libertà di spirito: «Sia sulla morte che sul giudizio non ho meditato molto, non mi sono interessato tanto. Mi trovo in un altro ordine di idee; un altro è il centro attorno a cui mi polarizzo: vivere, costruirmi per costruire; vivere interamente, totalitariamente la mia vita, per farla vivere anche dagli altri... Bisogna costruirsi, bisogna fabbricare se stesso, bisogna crescere in uomo pieno, col massimo grado di umanità, bisogna crescere nella pienezza del Cristo. Per questo ci vuole: a) riflessione, serietà, coscienza di sé e del dovere; b) studio intenso, ordinato, assimilato; c) esercizio nel crescere il proprio valore, la propria forza di volontà; d) edificare se stesso in Cristo, riguardo ai propri ideali, ai propri affetti, alle proprie opere... Bisogna che la vita sia orizzontata nel piano della vita attuale del Cristo, della redenzione rinnovantesi nell'applicazione per le anime; per la gloria del Padre».4
3 Mod. 23-24. Don Eugenio Magni fu l'indimenticabile maestro di noviziato, che sopravvisse al proprio discepolo e ne testimoniò la santità fin dal tempo dell'adolescenza.

4 Doc. 10-11.

Delle istruzioni dovevano far parte altre riflessioni annotate sul diario, riguardanti la confessione, la purezza e la cattolicità.

Il problema del dolore comincia già da ora a essere profeticamente avvertito come scorciatoia sicura ed esigente verso la santità, «problema il più umano, centrale, universale, risolto non dalla ragione, ma dalla fede. Ad una corrente di dolore tra Dio e la creatura corrisponde una proporzionata corrente di amore, e viceversa. La "mia messa", la messa di ogni cristiano è la morte, che deve essere un'offerta cosciente, un'immolazione volontaria, come quella di Cristo».5
5 Doc. 14-15.

L'ultimo intervento è dedicato al divino Sconosciuto. «Bisogna sviluppare Gesù Cristo in noi; farlo lavorare con noi; fargli fare con noi le nostre cose».6
6 Doc. 16.

Don Eugenio Valentini in una nota sottolinea con ammirazione la maturità dimostrata dal giovanissimo chierico in questi esercizi, certamente di importanza decisiva per il bilancio consuntivo tracciato a ritroso e per l'impostazione decisamente ascetica del periodo di studi che gli si prospettava davanti.?
L'anno seguente giungeva a Foglizzo come insegnante di filosofia. All'inizio di ottobre del 1941, don Quadrio comunica per lettera al proprio maestro don Eugenio Magni, trasferito in Portogallo: «Abbiamo avuto in questi giorni il triduo di introduzione all'anno scolastico, predicato da don [Nazareno] Camilleri. Questa volta sì che meritava fare lo schema delle prediche: tutta una sintetica e vasta visione d'insieme, un magistrale colpo d'occhio per un piano di vita spirituale! 1. L'ideale: Gesù Cristo, verso cui elevare la nostra personalità. 2. Il piano per raggiungere l'ideale: gloria di Dio (pietà), le anime (sacrificio). 3. I mezzi: regolamento di vita, abitudini ecc. E tutto questo condito di esemplificazioni e applicazioni alla vita pratica, illuminato da quell'esattezza e profondità che gli è propria».8
7 Mod. 25, n. 17.

8 Mod. 32-33; cf. L 009 (pp. 40-41).

A conclusione degli esercizi spirituali a Cumiana, il 3 agosto 1942, al termine della prima esperienza di tirocinio pratico tra gli studenti di filosofia, don Quadrio stila il proprio «programma per il 1942-43». Dopo un anno di assistenza e insegnamento ai chierici di Foglizzo, facendo tesoro dell'esperienza del passato, si proietta avanti con slancio: «Sarò per ognuno dei miei chierici un vero fratello. Cordiale, affabile, sorridente, accogliente. Cercherò quelli che non mi avvicinano; incoraggerò i timidi, consolerò gli abbattuti, saluterò sempre per primo chi mi incontra».9 Oltre l'affabilità in ogni manifestazione, è fortemente rimarcato il senso dell'esattezza in tutte le cose e il condimento della mortificazione, in un periodo di già grandi rinunce imposte dalla guerra.

In data 11 marzo 1944 troviamo sul diario i propositi degli esercizi che segnano l'inizio di quell'impennata verso la santità che don Quadrio chiamerà la sua «conversione». Per un malinteso con don Luigi Castano, assistente dei teologi a Roma,1° ricevette un voto negativo (su 6 positivi) nell'ammissione alla tonsura. Senza cercare scusa alcuna, il chierico formula il proposito di «riparate abbondantemente» quella che in realtà non fu né una disubbidienza né una mancanza di generosità. Leggiamo: «Confessione degli esercizi da d[on Pietro] Gallini. Proposito: 1. porterò con Gesù la pena del mio peccato; farò penitenza; 2. consolerò Gesù del dolore del mio peccato: a) ridandogli le anime rubate: buon esempio e carità; b) sanando le piaghe dell'anima mia: candore immacolato. Tutto con molto amore».°
I giorni di ritiro erano preparati per tempo, come oasi dello spirito, segnalate in lontananza. Il 14 luglio 1944 si proponeva: «Bisogna assolutamente che incominci un serio lavoro per gli esercizi spirituali imminenti. 1. Lasciare da parte qualsiasi altro libro. Non curiosare. 2. Fermarsi su uno solo. 3. Moltiplicare preghiere, mortificazioni, carità».12 Su fogli staccati troviamo il nome dei due predicatori e lo schema delle prediche.

Meditazioni (d[on Giuseppe] Muzio, Roma, luglio [19]44)13

  • Introduz[ione]: «Praevaricatores, redite ad cor».14
  • Fine: lo spirito sopra la carne e soggetto a Dio.

9 Doc. 17.
lo Cf. la sua stessa testimonianza in L 019 (p. 53, n. 4).

11 Mod. 39-40.

12 Mod. 51.

13 Schemi ricavati da due schede, inserite nella rubrica (Q P-S) di materiali raccolti per la predicazione, manoscritta.

14 Redite, praevaricatores, ad cor (Is 46,8).

  • Peccato: la ribellione della carne contro lo spirito e dello spirito contro la carne.
  • Peccato veniale e tiepidezza: «l'esaurimento spirituale».
  • La «nostra corporal sorella morte».° Vivere al suo fianco. Esaminarci alla sua luce.
  • Giudizio: non come sembriamo, ma come siamo.
  • Inferno: la nostra possibilità, il nostro posto.
  • Misericordia: l'attesa amorosa del Padre.
  • Assimilari Christo: a) abnegazione; b) unione col Padre; c) zelo per le anime.
  • Il Corpo mistico di Gesù Cristo che è la chiesa: «fatti carne e ossa di Cristo». Vivere e propagare questa vita.
  • Paradiso: videbimus et vacabimus: i santi e il pensiero del paradiso. Nei dolori, nella stanchezza.
  • Perseveranza: a) solo chi persevera; b) mezzi: il nostro contributo di resistenza; il nostro nutrimento; la guida: il superiore, íl Papa; Maria santissima, don Bosco.

Istruzioni (don [Francesco] Antonioli, Roma, luglio [19]44)

  • Vocazione: a) preziosità della vocazione religiosa; b) pericoli: l'amo-del del mondo; l'amore ai parenti; i beni della terra.
  • Spirito religioso: a) in genere: vivere con fedeltà la vita delle Regole; importanza essenziale: non basta l'abito; b) in specie: spirito salesiano (serenità e letizia; adattabilità; purezza; lavoro).
  • Farsi santi: a) in che consiste la perfezione: volontà di Dio; b) obbligo di tendervi nello stato religioso; c) mezzi generali: desiderarla; preghiera.
  • Povertà: a) voto di p[overtà]: che cos'è, come si lede; b) virtù.
  • Castità: a) voto e virtù; b) necessità e importanza (come cristiani, come religiosi, come educatori), caratteristica salesiana; c) mezzi: aa) orazione.
  • Castità: bb) mortificazione (esterna: occhi, tatto, gola; interna: fantasia, cuore); cc) nemici della castità: mondo, corpo, giovani.
  • Obbedienza: a) voto di obbed[ienza]; b) virtù: gradi (fare; non resistere con parole, atti; fare volentieri); c) fondamento: fede in Dio operante nel superiore; d) correzione: riceverla con fede e umiltà:

15 «Laudato si', mi' Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente po skappare» (SAN FRANCESCO D'ASSISI, Cantico di frate sole).

  • Confessione: a) bontà di Dio; b) zelo di don Bosco; c) qualità della confessione: esame di coscienza, dolore profondo, settimanale, confessore fisso e autorizzato; d) direzione spirituale: oltre il confessore, direttore spirituale] nato è il direttore.
  • Carità: a) mandatum maximum, novum; b) le comunità con e senza carità; c) esercizio della carità: pensare bene dí tutti; parlar bene di tutti; far del bene a tutti.
  • Pietà: a) sentire la «paternità divina»; b) lo spirito di pietà; il salesiano senza pietà; c) le pratiche di pietà: meditaz[ione]; esame di cosc[ienza]; breviario; messa, ecc.

Continua don Eugenio Valentini nella sua biografia dí don Quadrio: «Tra le numerose parlate del signor don [Pietro] Berruti, ha preso alcuni appunti di cinque "buone notti", date durante gli esercizi (dal 17 al 21 luglio 1944), sulla grandezza e bellezza della nostra congregazione, considerata successivamente come congregazione di santi, di apostoli, di martiri, di angeli, di miracoli».16
Tra i propositi: «Diligente e amorosa fedeltà allo Spirito Santo, senza più alterchi, opposizioni, resistenze verso di lui, specialmente: 1. nel fare puntualmente l'esame di coscienza quotidiano; 2. nell'esercitare la più generosa carità; 3. nel mantenermi e rimettermi al più presto a sua completa disposizione, rinunciando alle insinuazioni della mia vanagloria». E venivano elencati di seguito i mezzi per raggiungerne la piena attuazione.17
Il 14 marzo 1945, al termine della muta annuale, appena ricostruibile da qualche traccia, appare un solo proposito: «Con Gesù all'ultimo posto. Recumbe in novissimo loco». Prima dell'ordinazione a ostiario e lettore, si coglie la piena coscienza degli incarichi ricevuti dalla chiesa e la volontà di adeguarsi con tutte le forze: «Da oggi la mia casa è la Casa del mio Dio, il mio libro il Libro santo di lui».18
Dal diario si apprende che il 14 luglio 1945 ci fu la chiusura dei giorni di ritiro spirituale in preparazione agli ordini minori dell'esorcistato e dell'accolitato. Come sempre, i propositi sono commisurati sui ministeri che il Servo di Dío, passo dopo passo, si assumeva nella chiesa: «1. Sarò buon esorcista, definitivamente impegnato contro il demonio. Vivrò con gli occhi bassi, senza appoggiarmi, senza accontentare la gola, mortificando la curiosità e l'amor proprio, i gusti ecc. 2. Sarò buon accolito, definitivamente consacrato all'amore di Gesù. Vivrò d'amore nelle preghiere, nelle azioni, nel lavoro ecc. In nomine Domini. Omnia possum in eo qui me confortat».'9
16 Cf. Mod. 51-54; Appendice a questo volume (E 060).

17 Mod. 55; Doc. 43-44.

18 Doc. 73-74.

Il giorno 8 marzo dell'anno successivo, dopo la disputa alla Gregoriana, che lo impegnò tenacemente nello studio, senza tuttavia distoglierlo mai dalla sua traiettoria ascensionale, si immerge con decisione e totalità nel clima del ritiro spirituale. Confida al suo diario un aneddoto, raccolto dalla testimonianza di don Sante Garelli, uno dei predicatori degli esercizi, a proposito di religiosi che, per essere considerati moderni e per ciò stesso integrati nel loro tempo, fumavano vistosamente 20
Nell'imminenza dell'ordinazione, i chierici ritornavano ad alcuni giorni di ritiro e di riflessione. Il 13 luglio 1946 troviamo una nota nel diario: «Fine degli esercizi in preparazione al suddiaconato. Domani ordinazione al suddiaconato e solenne inizio della missione di «orante in persona Christi nomine ecclesiae». Gli esercizi mi pare siano stati molto fruttuosi. Ha predicato don [Nazareno] Camilleri. Spero di potergli parlare un poco. Confessione quasi generale».21 Sopra un foglio staccato ci è pervenuto lo schema delle prediche.

Piano di istruzioni [per] esercizi] spir[ituali]

  • Introduz[ione]: Formazione, coscienza = conoscere la propria psicologia umana.
  • Piano: una bussola:
  • quadrante:      la vocazione;
  • ago magnetico: la coscienza;
  • il punto nord: la pietà;
  • il perno su cui [ruota l'ago]: la grazia (confessione);
  • i punti sud:     le cose (povertà),
  • lavoro;
  • l'oriente:          obbedienza,
  • direzione] spirit[uale], ecc.;
  • il fulgore:         la castità (Camilleri: Roma, luglio 1946).

I propositi, come sempre, sono mirati sulla celebrazione, segno di un'intensa preparazione e di una consapevolezza profondamente matura. «1. Il breviario sarà domani l'occupazione più grande, più nobile, più importante della mia vita. Domine, dote me orare...
19 Mod. 78; Doc. 80.

20 Mod. 83-84; Doc. 91.

21 Mod. 85; Doc. 92-93.

Tratterò il mío breviario come cosa sacra, lo bacerò spesso; pregherò e giurerò su di esso. Il mio scudo e la mia corazza. 2. La purezza più rigorosa, più intransigente, più selvaggia. Mi lego a te, mio Dio, col vincolo più stretto, nel legame maritale indissolubile. I miei occhi sono tutti e solo per te: godrò di mortificarmi in tutto il resto, anche lecito. Vivrò come se non avessi corpo, fedelmente perduto nel tuo amplesso. 3. In genere: fedeltà massima allo Spirito Santo. Docibilis a Spiritu Sancto».22
Nell'esercizio di buona morte (1 agosto 1946, Gressoney St. Jean), secondo quanto aveva promesso nel suo diario, ribadisce i propositi: «1. Breviario a base della vita spirituale; 2. purezza selvaggia e intransigente; 3. povertà assoluta». Gli altri punti scendono nei particolari con incisività.23
La cronaca del «Sacro Cuore» di via Marsala riporta in data 5 marzo 1947, mercoledì: «Esercizi spirituali dei confratelli dello studentato. Predicatori don Giva Paolo e don Gallini [Pietro]. Esercizio di buona morte per i confratelli della casa (la prima meditazione serve da conferenza per
l'esercizio)».

«9 marzo [1947], domenica. Chiusura esercizi spirituali dei chierici.

Dopo la levata (6.30) viene celebrata subito la messa, in coro, da s[ua] e[ccellenza] mons. [Salvatore] Rotolo che al vangelo rivolge paterne e sapienti raccomandazioni a mo' di ricordi. Al termine della messa il celebrante impartisce la benedizione col Crocifisso per l'acquisto delle indulgenze e il catechista recita la preghiera di rito. A pranzo dolce e vino di ripasso. Il chiedico Ferdinando] Rossotto legge un componimentino di ringraziamento a s[ua] e[ccellenza] e ai predicatori. 90° Anniversario della morte di Savio Domenico. Le Compagnie interne organizzano una riuscita accademia cui partecipa il direttore e parecchi superiori. Alla sera don [Luigi] Castano tenne l'elogio del giovane piccolo grande gigante della santità».24
22 Mod. 85; Doc. 93.

23 Doc. 93-94.

24 Cronaca del «Sacro Cuore», Casa fondata da don Bosco in via Marsala (Roma).

Esercizi spirituali predicati da don Quadrio
Don Quadrio comincia a predicare immediatamente, da quando la chiesa gli affida il ministero della parola. Già dagli anni di formazione si era andato preparando una rubrica suddivisa in cinque quaderni con argomenti disparati, che gli sarebbero serviti più tardi, quando il tempo, già tanto avaro per i suoi molteplici impegni, si doveva ulteriormente ristringere a motivo dell'insegnamento, della ricerca e dell'apostolato (cf. Q).

Del poco che rimane dí quel tempo, si ricava come la presa del Servo di Dio sui giovani fosse immediata. Veniva richiesto in casa e fuori, per esempio presso il collegio San Leone Magno dei fratelli Maristi."
Un solo mese dopo l'ordinazione sacerdotale, nell'organizzazione delle serate di maggio, don Quadrio è scelto, a rotazione con i suoi compagni, per parlare ai giovani. Leggiamo nella Cronaca di via Marsala, in data 30 aprile 1947: «Ritiri per i giovani interni: a turno di tre giorni i sacerdoti novelli don [Luigi] Pace, don [Gaetano] Scrivo, don [Giuseppe] Quadrio, don [Ferdinando] Rossotto, don [Giuseppe] Mattai, don [Alfredo] Alessi. Il direttore fa la predica d'introduzione».

In una lettera a don Magni, in data 26 marzo 1948, a un anno quasi esatto dall'ordinazione, confidava al proprio maestro di noviziato: «Io sono caduto nella febbriciattola: sono sotto osservazione medica. Però predico e confesso a tutto spiano. Ho finito stasera un corso di esercizi ai giovani («istruzioni» — non rida! )»26
È ancora la cronaca del «Sacro Cuore» che aiuta a integrare altre iniziative, alle quali il novello sacerdote, insieme con i suoi compagni di ordinazione, si dedicava con generosità. «30 aprile, venerdì. Introduzione al mese di maggio. Ancora quest'anno si hanno numerose funzioni per il mese di maggio: 1. per i giovani delle scuole esterne Duca degli Abruzzi o Oriani in Basilica, altare di M[aria] A[usiliatrice], ore 8; predica a turno; 2: per i nostri interni in cappella dopo la messa, predicazione c[ome] s[opra]; 3. per i giovani interni e famigli alla sera in cappella, ore 19; predicazione c[ome] s[opra]; per l'oratorio in cortile, ore 19... (Seguono altre indicazioni. Su un foglio allegato la suddivisione dei turni): 8. Don Quadrio, 28-29 maggio».

25 Cf. O, p. 10. 26 L 053 (p. 99); Mod. 115. A questa muta appartengono E 015-016, 024, e forse E 046-048.

Quell'anno egli fece i propri esercizi presso l'istituto Pio XI, a partire dal 25 luglio.27 Un'ultima annotazione della cronaca di via Marsala ci informa: «8 novembre, lunedì. Triduo per gli alunni alle ore 15.30 in Basilica. Oratore don Quadrio».

Per l'intero primo periodo di permanenza alla Crocetta (Torino) non abbiamo nessuna notizia diretta di esercizi, né di quelli fatti né di quelli predicati. Ci manca anche la conferma collaterale del diario. Forse è proprio da questo settore che è partita la distruzione sistematica dei manoscritti, operata dal Servo di Dio ín previsione della sua prossima morte.28
Dopo un silenzio di circa sei anni, le informazioni possono riprendere con una certa regolarità. Invitato a Mazzo in alta Valtellina per la prima messa del cugino don Pierino Robustelli, don Quadrio si scusa per lettera (10 febbraio 1954) di essere impossibilitato a parteciparvi. «So che non dovrei mancare il 10 giugno a Mazzo, ma temo che forza maggiore mi trattenga a Torino. Devo predicare gli esercizi spirituali proprio in quella settimana e mi sarà assai difficile sottrarmi a questa «ubbidienza». Per questo non oso assumermi l'incarico della predica; non vorrei poi lasciarti negli imbrogli. Ti prego perciò di esonerarmi, pur promettendoti che farò il possibile per esserti accanto nel silenzio commosso mentre sali l'altare. Credi, don Piero, ho pensato a lungo e con perplessità a questa risposta, ma allo stato delle cose non ne vedo possibile un'altra».29
Non dovette trattarsi dell'unica muta predicata quell'anno, a giudicare di un appunto occasionale ritrovato tra il materiale delle omelie. Su un foglio di bozze, usato come minuta per una predica del Corpus Domini, datata l'anno 1954, è riprodotto lo schema di un turno di esercizi destinato a sacerdoti, con meditazioni distribuite nei giorni 24-29 di un mese sconosciuto.30 Ecco la suddivisione delle riflessioni nelle singole giornate (mattino e pomeriggio).

27L 054 (p. 100); Mod. 118.

28 Cf. O, p. 7.

29 L 070 (p. 121). Nel saluto ai parenti durante l'agape, il giorno della sua prima messa a Vervio, don Giuseppe aveva loro fissato il prossimo incontro con la frase scherzosa: «Arrivederci tutti qui per la prima messa del nostro caro Piero: diamoci l'appuntamento. Allora tutti d'accordo e... birba chi manca» (C 041, p. 233). Il birbone questa volta era dunque proprio lui.

115, n. 17). Forse dello stesso mese di giugno, dopo il primo turno. Il Corpus Domini cadeva quell'anno il giorno 17. Ma si sa che le omelie venivano alle volte riutilizzate in circostanze diverse. Nel luglio 1954 predicò una muta al Colle Don Bosco per giovani confratelli (cf. E 001).

  • Silenzio 23
  • Fine dell'uomo 24 Le cose terrestri
  • Fine [del] sacerdote 25 Spiritualità sacerdotale
  • Peccato mortale] e sac[erdote] 26 Tiepidezza sacerdotale]
  • Morte e sac[erdote] 27 Giudizio] e sac[erdote]
  • Inferno e sac[erdote] 28

Misericordia di Dio e s[acerdote]

  • Maria e sac[erdote] 29 L'Ordinazione.

Le prediche erano dunque preparate alla lontana, con scrupolo, rimuginate durante i mesi che precedevano i corsi, come rivelano anche i fogli sui quali venivano scritte e riscritte.

A don Luigi Castano il 12 agosto di quello stesso anno 1954 comunicava che, durante gli esercizi spirituali si era letta «con unanime soddisfazione e plauso» la sua «simpaticissima e riuscitissima biografia» su San Domenico Savio, allievo di san Giovanni Bosco, appena pubblicata."
Un'altra muta a sacerdoti fu certamente predicata l'anno successivo a Ivrea, appena terminato l'impegno dell'anno scolastico. Ne resta un cenno più diffuso del solito in una lettera indirizzata a don Luigi Crespi il 27 agosto 1955. «Gli esercizi sono andati; ma io ho fatto solo un centesimo del necessario, giacché oltre parlare, bisognerebbe anche pregare e patire. Quanto ho imparato in questi giorni! Sono occasioni in cui si sente Dio, la grazia, il mistero del sacerdozio. L'apostolato tra le anime sacerdotali si rivela come il più sublime, bello e misterioso di tutti gli apostolati. Circa un centinaio di sacerdoti; la maggior parte giovanissimi, hanno dato un tale esempio di serietà, di silenzio, di ricettività, da impressionare e confondere. Ma perché dico queste cose? Per spiegare a me stesso il nuovo entusiasmo realistico e consapevole, con cui sono tornato da Ivrea. Non ho mai sentito così sperimentalmente quanto grande sia l'amore di Gesù per i suoi sacerdoti... Ho anche capito in questi giorni come un prete che non sia santo è in pericolo grave di dannarsi, e come la congregazione non abbia bisogno di riformatori, ma di santi. E che la santità di un prete si misura dal modo con cui dice messa e breviario. Lei comprende, don Crespi, che tutto questo io non lo dico a lei, ma a me, perché so che questo è un modo molto efficace di dirsi le cose: trovare un cristiano che stia a sentirle... E così ho fatto anche oggi le mie due prediche, come gli altri giorni».32
31 L 074 (p. 127).

In una cartolina precedente a don Crespi (25 luglio 1955) diceva di aver iniziato un mese prima (quindi verso la metà di giugno) i propri esercizi.

Il 12 dicembre 1956 è costretto a declinare, suo malgrado, un invito allo stesso suo ex-allievo a predicare gli esercizi spirituali ai giovani di Cuorgné. Gli impegni di insegnamento, aggiunti a quelli sopravvenuti con l'elezione a decano della facoltà di teologia, assorbivano gran parte del suo tempo. Non avrebbe mai voluto dire di no a un amico né rinunciare a una possibilità offertagli di fare un poco di bene anche al di fuori dell'ambito della docenza. «E la terza volta che incomincio [la lettera], ma questa volta devo proprio decidermi a comunicarle che mi è impossibile accettare il suo gentile invito per gli esercizi. Non ne abbia a male, don Crespi, ma proprio non posso. I motivi non sono solo quelli che lei immagina, ma anche altri più gravi».33 La stanchezza e forse già qualche avvisaglia della malattia, in aggiunta ai disagi dell'ulcera, lo opprimevano, come traspare da due incisi: «Oggi non è per me il giorno buono per scrivere... La saluto, don Crespi, perché oggi non trovo i tasti sulla macchina».34
L'appuntamento estivo ormai abituale dopo le fatiche scolastiche e quelle dovute all'organizzazione della facoltà non è mancato l'anno successivo. Una prima notizia compare in una lettera alla sorella Marianna: «Valerio" è a casa? Dal 27 al 31 luglio sarò a Varese per alcune conferenze a sacerdoti.36 Può darsi che dopo faccia una scappata a vedervi, prima di rientrare a Torino per predicare un corso di esercizi spirituali»37 agli ascritti e ai chierici.

32 L 085 (p. 139). Sono forse di questo ciclo le meditazioni che insistono sulla santità sacerdotale (E 021-023).

33 L 096 (p. 153).

34 Ivi.

35Il nipote don Valerio Modenesi, figlio della sorella (Cate)rina morta in giovane età e adottato successivamente dalla seconda sorella, Marianna. Era allora studente in seminario.

36 Cf. C, p. 13; L 104.

37 L 104 (p. 162).

Di passaggio a Milano, 1'8 agosto 1957, scrive a don Luigi Melesi: «Partendo all'una da Milano ero sicuro che l'avrei incontrata. Comunque, la ringrazio molto di tutto, e non veda nella mia fretta una scortesia. Incomincio gli esercizi con grande trepidazione: sono vuoto e un po' malconcio. Spero che, nonostante la squallida inettitudine dello strumento umano, Dío faccia da quel gran Signore che è.

Mi aiuti un po' anche lei».38 La muta fu predicata alla Crocetta, come si ricava dall'aggiunta in matita sulla meditazione intitolata «Il peccato nell'a[nima] consacrata» (E 021). Alla stessa serie dovrebbero appartenere tutte le meditazioni contrassegnate da una cifra araba cerchiata sull'angolo destro in alto.

Nel diario appare una annotazione riassuntiva delle attività dell'estate e un vigoroso anelito dí ripresa per l'anno scolastico imminente. «9 settembre 1957, Torino. Finiti gli esercizi agli ascritti e chierici, finite le conferenze di aggiornamento teologico ai sacerdoti dell'Ispettoria lombarda, finito il periodo trascorso a Ulzio, incomincio in nomine Domini et Mariae». Seguono i propositi.39 Dalla testimonianza orale del sig. Mario Mari veniamo a conoscere che nel 1957 don Quadrio tenne anche una muta di esercizi per i chierici di San Callisto a Roma (tempo di quaresima). Il predicatore insistette sull'incontro personale con Gesù. Il sig. Mario, allora giovane religioso, chiese un colloquio e confidò a don Giuseppe di non aver mai fatto una tale esperienza. Forse si aspettava qualche rivelazione straordinaria. Il predicatore gli consigliò: «Fatti un'idea più razionale di Gesù». Il suggerimento colpì profondamente il giovane e divenne un'indicazione che lo guidò poi durante un lungo travaglio spirituale, rimanendo costantemente fissa nella sua mente. La circostanza è confermata anche da don Gesuino Monni.

L'allusione un po' vaga che appare sul diario l'anno successivo, al termine dell'insegnamento, la quale si richiama a una predicazione affidatagli, è forse da intendersi nel senso dell'appuntamento estivo divenuto abituale con i confratelli in ritiro. «16 luglio 1958, Torino. Finito l'anno scolastico, la predicazione affidatami, preso un breve respiro, riattacco oggi in pieno, a ritmo intenso, senza remissione».4°
Segue un secondo vuoto di testimonianze.

Per il periodo della malattia (1960-1963) non ci restano notizie di corsi di esercizi. La predicazione tuttavia non fu mai interrotta. Don Quadrio era invitato soprattutto per le meditazioni ai chierici nell'imminenza delle ordinazioni. Dai volumi di Omelie e di Conversazioni si può conoscere quanto è sopravvissuto di tale apprezzatissima attività, che dovette certamente essere più vasta. In questo tempo fu sviluppato in modo eminente l'apostolato della penna, nelle risposte a quesiti religiosi su varie riviste, specialmente su «Meridiano 12».

38 L 105 (p. 163); Mod. 146 e 234.

39 Mod. 146-147.

40 Mod. 149.

Alla muta di esercizi annuali predicata in casa, prima delle ordinazioni, si fa cenno di sfuggita in una lettera al nipote don Valerio (1 marzo 1961). Alla loro conclusione gli era sopravvenuta una crisi, forse anche per l'eccessivo affaticamento dovuto al suo eroico impegno di voler essere presente a tutto. La notizia era trapelata. «Vedo che hai dei buoni informatori. Ma fu una semplice "crisetta" per stanchezza la sera del 9 febbraio, al termine degli esercizi spirituali. Tutto si è risolto in fretta e bene».41
Il corpus sopravvissuto
Delle numerose mute di esercizi predicate da don Quadrio ai confratelli, soprattutto a quelli più giovani nel periodo della loro formazione, come si ricava indirettamente dall'analisi interna dei testi, rimangono fogli di diversa dimensione, contrassegnati da un numero romano progressivo per indicare la serie delle meditazioni di un intero ciclo e da una cifra araba posta a fianco per determinare la successione delle pagine all'interno di ogni intervento.

Gli argomenti sono quelli tradizionali, ma la costante ricerca di un'attualizzazione commisurata sulla preparazione intellettuale e sul grado di formazione religiosa dei destinatari, l'adattamento del linguaggio alle loro sensibilità, la partecipazione alla loro vita concreta, l'aggiornamento teologico costante e specialmente la lunga ruminazione interiore, attuata attraverso una diuturna macerazione nella preghiera e in una rigorosa vita ascetica, rendono nuovi di volta in volta gli argomenti e il calore che li anima e, per concorde testimonianza di chi ne fece esperienza, sempre avvincenti per gli uditori. Si avverte spontaneamente come don Quadrio estragga il nuovo e il vecchio dal proprio vissuto.

Per la pubblicazione, dopo l'ordinamento per tematiche, si è operata una scelta preliminare, cercando di seguire la traccia di una muta ideale, e procurando di eliminare, all'interno della serie, troppo numerose ripetizioni, quando di uno stesso argomento ci fossero pervenuti più svolgimenti. Alcune volte si sono tuttavia inserite anche meditazioni che presentano la medesima tematica, a motivo di qualche diversità di intonazione oppure perché da sfumature e ritocchi si è rilevato un adattamento a pubblici differenti.

41 L 182 (p. 258). Dalla cronaca della Crocetta si deduce che il pericolo di vita fu serio: «9 febbraio, giovedì. Il caro don Quadrío è soggetto a un attacco cardiaco, mentre sale le scale. Portato in infermeria, si esaudisce il suo desiderio di ricevere il Viatico e l'estrema unzione».

A questo corpus sono state aggregate altre riflessioni su tematiche affini, specialmente se svolte in occasione di ritiri, esercizi mensili di «buona morte», tridui di preparazione a festività, alla rinnovazione dei voti, giornate di ripensamento per l'introduzione all'anno o celebrazioni vigiliari di avvenimenti importanti.

È sembrato opportuno aggiungere in appendice gli appunti che il giovane Giuseppe Quadri() prendeva nelle medesime circostanze, durante il suo periodo di formazione, per cogliere qualche elemento di continuità tra un segmento e l'altro della vita.

L'argomento dei «novissimi», obbligatorio in ogni muta, fu trattato da don Quadrio in più circostanze, anche al di fuori degli esercizi spirituali, e per un pubblico di volta in volta differenziato. Le omelie con le quali si conclude il ciclo di commento al Credo ne vedono un adattamento al popolo nella sua composita presenza domenicale.42 Durante l'anno scolastico 1954-1955 egli tenne inoltre un corso di cultura religiosa per laici, intitolato «I problemi dell'Oltre-tomba», con un ritmo di lezioni settimanali .43
Uno dei riferimenti costanti, specialmente nei primi tempi di predicazione, è stato lo schema proposto da sant'Ignazio di Loyola, il maestro degli esercizi spirituali.

Tra le carte di don Quadrio si è trovata una pagina stampata sulle due facciate, che qui riproduciamo. Su un lato si riporta una massima di don Bosco con le finalità che ci si propone di conseguire durante i giorni di ritiro e alcuni suggerimenti pratici per facilitarne il raggiungimento. Su quello opposto è vergato lo schema delle meditazioni. Non sappiamo da chi sia stato fatto stampare e per quale occasione. Certamente don Quadrio se ne servì e se ne avvertono riecheggiamenti in altri schemi autografi e all'interno delle tematiche affrontate.

42 Cf. dall'O 131 (La vita eterna, pp. 443 ss.).

43 Mod. 139; C, p. 13.

Esercizi spirituali (di otto giorni)
Parole di don Bosco: «Pensare in questi giorni a ciò che si deve fuggire, acquistare e praticare nell'avvenire» (MB 8,909).

Scopo:
scopo prossimo (preparatorio): allontanare e neutralizzare ogni disordine (peccati, inclinazioni cattive...);
scopo intermedio (secondo): conoscere la volontà di Dio per regolarci sia in generale (vocazione, stato di perfezione), sia in particolare (in ogni cosa...);
scopo ultimo: gloria di Dio - salvezza dell'anima.

«Meditare e riflettere alla presenza di Dío è parte così essenziale degli esercizi che se si toglie la meditazione personale non è più il caso di parlare di esercizi» (P.W. Levochowjki, S.I.).

Suggerimenti:

  • fedelissimi e pronti all'orario in ispirito di docilità e penitenza;
  • tener conto delle piccole cose: avvisi, ispirazioni, buoni esempi, incomodi, occasioni di virtù...
  • impiegare bene il tempo libero dalle riflessioni: leggere poco, riflettere molto, pregare assai.

Schema per gli esercizi spirituali secondo s[ant]'Ignazio
Introduzione!
Prima parte (via purgativa):
I g. primo tempo: dies lucis (fine): 1 giorno;
II-III g. secondo tempo: dies doloris (peccato) dies timoris (castigo): 2 giorni;
IV g. terzo tempo: dies conversionis: 1 giorno;
Confessione!
Seconda parte (via illuminativa):
V-VI g. quarto tempo: dies conformationis (Gesù modello): 1 giorno;
VII g. quinto tempo: dies confirmationis (Passione): 1 giorno:
VIII g. sesto tempo (via unitiva): dies transformationis: 1 giorno.

Chiusura!
Deformata reformare: serenità silenzio
reformata conformare: coraggio meditazione
conformata confirmare: fiducia preghiera
Un esempio di traccia adattata a esercizi per giovani ci è offerto in un corso incentrato sulla tematica dell'incontro e della scoperta di Gesù come «amico». Anche di questa muta ci sfuggono completamente le circostanze. Ce ne resta lo schema.

Vi presento l'amico"

  • Vi presento l'amico: l'incontro con Giovanni.
  • Solo questo amico può bastarmi: Quid prodest homini?45 Beati [coloro che si incontrano con Gesù come] la Samaritana.
  • Lo scopo della vita terrena: conoscere, amare, servire l'amico Gesù.
  • Il peccato in genere.

— La rottura dell'amicizia: il peccato (il figliuol prodigo)."

  • L'amico contristato: la tiepidezza: Ut quid etiam terram occupat.247
  • Incontro all'amico: la morte: Qua bora non putatis.48
  • L'esame dell'amicizia: il giudizio: Venite, benedicti.49
  • La separazione dall'amico: l'inferno (Laz[z]aro e l'epulone)." — La bontà dell'amico: la misericordia (la Maddalena) 51
  • La mamma dell'amico: Maria (Missus est angelus Gabriel a Deo. Ecco la tua madre. Quid ergo erit nobis?).52
  • Sempre con lui: il paradiso (la via stretta).53
  • L'appuntamento: l'eucar[istia]. La messa (E preso il pane, il vino...) 54

44 Su un foglio di bozze, trovato tra il materiale destinato alla predicazione.

45 Mc 8,36. Per l'incontro con la Samaritana cf. Gv 4,5-42.

46 Lc 15,11-32.

47 Lc 13,7.

48 Lc 12,40.

49 Mt 25,34.

50 Lc 16,19-31.

51 Lc 7,36-50.

52 Lc 1,26; Gv 19,27; Mt 19,27.

53 Mt 7,14.

54 Mt 26,26-28; Mc 14,22-25; Lc 22,17-20; 1 Cor 11,23-25. Segue un'appendice con un secondo schema, certamente per altra circostanza:
12 — Int[roduzione].

Fine — Fine: dies agnitionis.
Pecc[ato] — Pecc[ato]: dies compunctionis.
Tiep [idezza] — Morte: dies timoris.
Giudizio] — Inferno.

Miser[icordia] — Messa.

Paradiso.

INCONTRARE GESÙ
001. [Incontrare Gesù]
(luglio 1954?, Colle Don Bosco, coadiutori)1 -
Introduzione.

1. Lettura del vangelo di Giov[anni]: [«Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: Ecco l'agnello di Dio! E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: Che cercate? Gli risposero: Rabbì (che significa maestro), dove abiti? Disse loro: Venite e vedrete: Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio»] ([Gv] 1,35 -3 9).

L'indicazione «coadiutori» è riportata in capo alla pagina autografa. Una testimonianza di questa muta, resa dal coadiutore Umberto Callegaro, non ha perduto in nulla della sua freschezza, nonostante il trascorrere del tempo. Mentre egli racconta, le sue parole si accendono: «Ero giovane salesiano. Don Quadrio mi ha predicato gli esercizi spirituali al Colle Don Bosco. Sono rimasto profondamente colpito, così che mi risulta impossibile dimenticare. Ha suscitato in me l'impressione di una sorgente di montagna, limpidissima, da cui scaturiscono acque luminose. La sua presenza ha lasciato nella mia anima un sigillo di verità, con il quale mi trovo quasi obbligato a confrontarmi sempre, quando voglio fare una verifica. Le sue parole fluivano calme, dolci, pregate, pregne di calore e di persuasione. Il suo volto brillava e tutta la sua figura pareva in ogni gesto confermare quanto egli diceva con la bocca. Parlava con tutto, con la sua stessa vita. Suscitava l'impressione di vedere qualcosa di eccezionalmente bello, ma senza destare turbamento alcuno. Quando ho letto dell'angelo che appariva ai pastorelli di Fatima, mi è venuto spontaneo il paragone di don Giuseppe con quello. Secondo quanto affermavano i tre piccoli, la sua vista lasciava in essi un'atmosfera come di estasi, che si prolungava per mesi. Si sentivano immersi nella vita della Trinità quasi sensibilmente. Don Quadrio è stato quella persona che si desidera sempre di incontrare, senza credere che ciò sia possibile e con il quale capita tuttavia di imbattersi una volta, per un'avventura che sembra superarci e che ci trasforma».

L'ora decima,2 che Giovanni evangelista ricordava con commozione anche nella più cadente vecchiaia, l'ora dell'incontro con Gesù maestro, è scoccata sul quadrante della tua vita. Gesù passa stasera accanto a te; tu lo segui e gli chiedi: «Maestro, dove abiti?». «Vieni e vedrai!».

Gli esercizi sono il tuo incontro personale con Gesù, col maestro amato, con l'amico affascinante dell'anima tua; gli esercizi sono i giorni che passerai con lui, a bearti della sua compagnia, a guardarlo e a essere guardato, a parlargli e ad ascoltarlo, ad amarlo e a essere amato. Tu solo, con lui solo, voi due soli, insieme, da amici, per sei3 giorni: ecco gli esercizi. Quale estasiante intimità, quali arcani colloqui, quali torrenti di luce, di grazia, di gioia si riverseranno dal suo nel tuo cuore! Purché tu lo voglia.

Esercizi spirituali per giovani, chierici, religiosi, salesiani,4 qui accanto all'umile casetta di d[on] Bosco, la Betlemme sales[iana]. Quale grande avvenimento per la chiesa, per la congregazione, per le anime, per la tua anima!
Importanza. Io credo fermissimamente che, per la virtù di Dio,' un'ora decisiva batte in questo istante sul quadrante della tua santità e del tuo apostolato. Gesù passa sulla tua strada: tutta la sua grazia onnipotente è a tua disposizione. Egli attende solo che lo lasci fare, che ti metta a sua completa disposizione: le anime, la congregazione, la chiesa sono in attesa. Da te, solo da te dipende che questi giorni siano un grande avvenimento nella storia del regno di Dio. Se Giovanni quel giorno non si fosse deciso a seguire Gesù, che sarebbe stato di lui? Tu non sai che cosa potrà fare Gesù di te, se in questo momento vai con lui.

Per questo, lasciata ogni altra preoccupazione di cose e persone, entri ora nel grande silenzio di Dio. L'incontro con Gesù avviene solo nel silenzio, come solo nel silenzio si compiono tutte le grandi cose: il fluire dell'aria, lo scorrere dell'acqua, il maturare del grano. Le grandi cose non sono quelle che fanno rumore.

2 Corrisponde alle nostre quattro pomeridiane.

3 Sopra, in matita «tre». Adattamento per un'altra muta.

4 Il pubblico annunciato all'inizio sembra qui allargato. Ciò dipende dal riutilizzo degli appunti per mute successive.

5 In una lettera, riferendosi alla predicazione di un corso di esercizi spirituali, don Quadrio così esprimeva il senso del proprio limite, del quale umilmente portava una acuta coscienza, e la piena fiducia nell'intervento del Signore: «Incomincio gli esercizi con grande trepidazione: sono vuoto e un po' malconcio. Spero che, nonostante la squallida inettitudine dello strumento umano, Dio faccia da quel gran Signore che è. Mi aiuti un po' anche lei» (L 105). E in un'altra circostanza: «Io credo fermissima-mente che, per la virtù di Dio, nonostante la squallida inettitudine degli strumenti umani, Dio farà grandi cose. Una nuova Pentecoste, una rinnovata effusione di Spirito Santo, destinata a cambiare per ora la faccia della tua vita e poi la faccia della terra» (concetti analoghi in 0 126).

Gesù è il grande amico del silenzio. Il silenzio è l'abitudine del Verbo divino. Nel silenzio dell'eternità il Verbo (la Parola, il compendio di tutte le parole) procede dal Padre. Nel silenzio del tempo lo stesso Verbo dalle sedi regali del cielo scende a incar[nar]si sulla terra. «Dum medium silentium».6 Anche questa nuova, mistica incarnazione del Verbo [di] D[io] nell'anima tua mediante gli es[ercizi] vuole operarsi nel silenzio! Una volta incarnato, il Verbo di Dio, che riassume in sé tutto ciò che può essere detto o conosciuto, fu per la maggior parte della sua vita terrena un Verbo silenzioso; all'inizio della sua vita pubblica si è riservato quaranta giorni di solitudine; spesso, dopo il frastuono del giorno, si ritirava tutto solo, la notte, sulla montagna, nel silenzio infinito di Dio; ed anche ora, nel suo silenzio eucaristico, egli che parlava alle folle come nessun altro ha mai saputo parlare, si è rinchiuso nel vivo silenzio dei nostri tabernacoli, un silenzio che dura da secoli, un silenzio più eloquente di eloquentissimi discorsi.

Gesù non si lascia incontrare se non in un'atmosfera di totale silenzio. Se vuoi trovarlo, se vuoi vedere il suo volto e udire la sua parola, immergiti nella divina maestà del silenzio, come Mosè nella nube sul Sinai. «Fuge, tace, quiesce».3 fuggi dalle creature, taci in te stesso, sta quieto sotto il suo sguardo. Vedrai: nel silenzio egli ti parlerà.

Silenzio non solo delle parole (questo è solo il primo gradino), ma di tutto lo spirito.

  1. Silenzio dei sensi senza vane e dissipanti curiosità;
  2. silenzio dei sentimenti senza agitazioni e tempeste improvvise;
  3. silenzio della immaginazione senza cavalcate impazzite;
  4. silenzio del cuore libero e unificato senza catene, divisioni e snervanti vagabondaggi;
  5. silenzio dell'intelligenza assorbita nella contemplazione di Dio senza pigrizia;
  6. silenzio della volontà abbandonata in Dio senza esitanze e senza riserve;
  7. silenzio di tutto l'essere dinanzi a Dio che parla: «Mete, numen adest».

6 Sap 18,15. La meditazione, stesa originariamente per i coadiutori, è stata adattata a un pubblico diverso. Le citazioni latine sono di inserzione seriore. Don Quadrio se ne serviva solo in presenza di uditori in grado di capirle senza sforzo.

7 Cf. Fuge honores, tace, et salvus eris (SALIMBENE DE ADAM, Chronica 6,178,32 = CCM 125).

In questa totale solitudine, Dio — solitudine eterna ed infinita — si svela, si dona, si effonde nell'anima, la investe e la possiede. L'anima che si abbandona a Dio raggiunge le estreme possibilità di questa divinizzante intimità e ode «arcane parole, che non è lecito all'uomo ridire» (2 Cor 12,14).

Di questo silenzio tu hai bisogno ín questi giorni per ritrovare Dio, per ritrovare la tua anima, per ritrovare le anime: ecco perché sei qui!
I. Per ritrovare Dio. Senza dubbio è possibile lavorare febbrilmente, senza mai perdere di vista Dio; però troppo spesso avviene che nel lavoro, invece che Dio, noi cerchiamo e troviamo nient'altro che noi stessi. Di qui la sterilità, la vacuità, la disillusione, la noia nella tua vita religiosa. Vi sono dei momenti nelle nostre vite movimentate e dissipate in cui ci si vorrebbe raccogliere nel proprio intimo, ritornare in qualche modo alla propria sorgente e vedere meglio dove si va, dove si deve andare e rettificare la propria strada..., in altre parole ritrovare Dio.

Ma Dio non si trova nel rumore e nell'agitazione; ecco perché abbiamo bisogno di procurarci qualche tempo di silenzio, che ci permetta di ritrovare colui, senza del quale non possiamo far nulla dí buono, di stabile, di eterno.

Il silenzio è l'unica lingua parlata tra Dio e l'uomo, l'unico clima ín cui Dio si comunica all'anima, l'unica finestra che si apre sull'infinito. Il silenzio è il vuoto che noi offriamo a Dio, affinché egli ci possa colmare di sé. «Signore, a te io sollevo la mia anima come un recipiente vuoto alla sorgente: Riempimi adunque» (Agost[ino], In Ps(almos] 142,15). «Domi-ne ad te levavi animam meam, tamquam vas ad fontem [attui Imple ergo me» .s
Il silenzio è il sacramento in cui Dio si effonde e si dona. È lo stato di completa disponibilità dell'anima di fronte a Dio; è l'attività profonda dell'amore in ascolto.

Nel silenzio di questi giorni sentirai il tuo Dio, riscoprirai il senso della realissima presenza di Dio operante nella tua anima. Egli erige dentro di te la sua cattedra di verità, abita e parla dentro di te. «Noli foras ire: in
8 S. AGOSTINO, Enarrationes in Psalmos 142,15 = PL 37,1854.

te ipsum redi. In te habitat veritas. Non loquentem quae personant foris, sed intus ipsi menti praesidentem consulimus veritatem».9

  1. In secondo luogo, tu hai bisogno del silenzio di questi giorni per ritrovare la tua anima, te stesso.

Pascal ha scritto: «Noi siamo ripieni di tante cose che ci gettano al di fuori».10 Il lavoro poco ordinato, la costante esteriorizzazione, potremmo quasi chiamarla professionale, della nostra vita salesiana determina, se non vi badiamo, l'esaurimento della n[o]s[tra] vitalità interiore, lo svuotamento delle riserve spirituali, lo spirito di superficialità che è lo scoglio peggiore per la vita religiosa dei nostri giorni."
Abbiamo dunque bisogno di ritrovare, sotto tanti inutili detriti accumulati dalla dissipazione, la roccia viva dell'anima, di riscoprire la nostra vocazione nella sua primitiva freschezza, di rinnovare il fervore della nostra professione e consacrazione a Dio, di ricollocare nella sua vera luce e prospettiva la nostra azione religiosa apostolica.

Dobbiamo fare anche noi come quel gruppo di portatori negri che, accoccolati stanchi, anelanti sui loro pesanti fardelli, rispondevano aí rimproveri dell'esploratore europeo: «Padrone, noi aspettare. Le nostre anime12 rimaste indietro per la strada».

Infine abbiamo bisogno del silenzio per ritrovare le anime. Nella nostra azione di laboratorio, di scuola, di assistenza, di studio, di ministero, siamo sempre tentati di lasciarci prendere dall'immediato, dall'apparente, dal contingente, cioè da ciò che si vede e si tocca: volti, individui, numeri, registri; elenchi, voti, fogli, caratteri, macchine, libri. Abbiamo bisogno di ritrovare occhi nuovi, che al di là di tutto ciò ci facciamo vedere delle anime, nelle quali Cristo vive ed opera, pietre della città di Dio, cellule del Corpo mistico con la loro personale vocazione e missione nello sviluppo del regno di Dio.

  1.  

9 S. AGOSTINO, De vera religione 39 = CCL 32,12.           .

10 B. PASCAL, Pensieri, ed. a cura di M.F. Sciacca, Torino 1956, p. 240, n. 464.

11 Tra le indicazioni concrete proposte per i giorni di ritiro, in un altro intervento qui non riprodotto, che porta il titolo «Per ritrovare Dio» (Arch. 006), don Quadrio consigliava di puntare la propria riflessione sull'eternità. Dobbiamo avvertire il «bisogno

  1. di raddrizzare la nostra via verso la meta, verso la patria, verso la casa; — di convincerci che l'eternità è una cosa reale, reale come le strade del Colle [Don Bosco] quando piove;
  2. di convincerci che l'altra vita vale infinitamente più di questa;

— di convincerci che quaggiù non c'è altro da fare che salvarci l'anima; tutto il resto è nulla, tempo perso;

  1. di preparare, forse per l'ultima volta, i... conti per il grande controllo finale, da cui dipende tutto.

Dio, anima, eternità: ecco l'argomento del tuo intimo colloquio con Gesù. Il predicatore non deve, non vuole disturbare il tuo colloquio. Ti dirà solo: «Ecco l'Agnello di Dío». Va' con lui. Ascolta lui. È lui il tuo maestro. A lui tocca parlare» (Arch. 006).

12 La stessa parola indica «anima» e «fiato, respiro».

Anime, anime! «Le anime si pesano nel silenzio — diceva Maetternick — come l'oro e l'argento nell'acqua pura».

Le anime non si toccano, se non con parole fecondate e macerate nel silenzio. Se la nostra parola si nutrisse lungamente nel silenzio dell'orazione, se fosse l'espressione di una verità divina gustata, assimilata, vissuta, troverebbe più facilmente la strada dei cuori. Al curato d'Ars bastava una frase per convertire un'anima. Le parole che pronunciamo non hanno senso che in virtù del silenzio in cui macerano.13 «Vale di più la meditazione che tutto un sistema di riforme» (Mounier).

Ecco dunque l'atteggiamento necessario per il tuo incontro personale con Gesù, per udire la sua voce in questi giorni di luce, di grazia e di misericordia: vigile e riverente silenzio di tutto il tuo essere, stato di totale disponibilità dell'anima, che si mette tutta senza riserva e resistenza alcuna a completa disposizione del divino Maestro. È lui che ti chiama, è lui che ti vuole parlare, e consolare. Il predicatore non è altro che il Battista che ti indica Gesù che passa: «Ecco l'Agnello di Dio»; non è altro che il seminatore che con mano tremante lascia cadere nel solco aperto del tuo cuore i semi della contemplazione. Ecco l'Agnello di Dio: Gesù passa sulla tua strada. Devi fermarlo, devi domandargli: «Dove abiti, [Maestro]?»," devi andare con lui.

Sia tuo modello e tua guida Maria, nel cui nome incominciamo questi] es[ercizi], Maria modello dell'anima pensosa e docile alla voce interiore dello Spirito Santo, la Madonna del silenzio e della contempl[azione].13 C'è nel vangelo di san Luca una frase due volte ripetuta, che scolpisce tutto il mondo interiore di M[aria]: «Conservava tutte queste cose e le andava considerando in cuor suo».16 Maria in tal modo si associava ai silenzi del Verbo: se i puri [di] cuore vedono Dio, quali ineffabili rapimenti, quale saporosa contemplaz[ione] avrà goduto il purissimo cuore di Maria a contatto col suo celeste Figliolo! Pregala che ti faccia incontrare Gesù e ti faccia comprendere che troppe e troppo grandi cose della tua vita e della tua eternità possono dipendere da questi giorni.

13 Questo concetto è fortemente ribadito tra i consigli offerti a chi ha la missione di predicare (0 136).

14 Gv 1,38.

15 Cf E 003.

16 Lc 2,19.51.

Ed ora taccia la parola dell'uomo e parli lui. Parla Gesù. Se uno solo di noi [oggi si metterà con coraggio e perseveranza per questa strada, questo sarà un giorno memorando nelle cronache della santità salesiana! Così sia!].17
002. [Incontrare Gesù]
(6-7/12/1958, ritiro a giovani di Azione cattolica per l'inizio dell'anno sociale)
1. Introduz[ione].

Dal vangelo] di Giov[anni] (1,35-39).

  1. L'ora decima, che Giov[anni ricordava con commozione anche nella più cadente vecchiaia, l'ora dell'incontro con Gesù] maestro, sta scoccando in questo momento sul quadrante d[ella] tua vita. Gesù passa stasera accanto a te; tu lo segui e gli chiedi: «Maestro, dove abiti?». «Vieni e vedrai!».

Il ritiro è il tuo incontro personale con Gesù, con il fratello, il m[aestro], l'amico... È il giorno che passi con lui, nella sua compagnia, a parlargli, ad ascoltarlo, a risolvere insieme i tuoi problemi, a impostare insieme l'anno sociale che sta per incominciare. Voi due soli, insieme, da amici, per una mezza giornata: ecco íl ritiro.

  1. [L]’importanza di questo ritiro è straordinaria.

La tua vita dipende da quest'anno. Quest'anno dipende dall'impostazione che gli dai in questo ritiro. E dunque un grande avvenimento per la tua anima, per la tua vita, per la tua missione di domani, per tante anime, per la chiesa, per il regno dí Dio. Se tu vuoi, questo ritiro può essere una nuova Pentecoste, una rinnovata effusione dí Spirito Santo, destinata a cambiare la faccia per ora della tua vita e poi della terra (san Giov [anni] ).18
Siccome questo è il primo ritiro del tuo anno sociale, il più importante e decisivo, così vediamo insieme come organizzarlo.

  1. Mezzi: Che [co]sa devi fare? Lasciare ogni cosa, ogni pensiero e preoccupazione, per stare con Gesù. Silenzio: [dei] sensi, [dei] sentimenti, [della] immaginaz[ione], [del] cuore, [della] volontà, [di] tutto l'essere.19

a) Ritrovare Dio. Forse [qualcuno] l'ha solo dimenticato o lasciato in un cantuccio. Forse l'ha perso e cacciato di casa. Forse da poco, forse da molto. Ritrovarlo! Ritrovare l'amplesso paterno. Quante cose tra noi e Gesù, citato all'inizio.

18 Sal 103,30. L'accenno a san Giovanni riguarda forse il suo primo incontro con Dio! Via tutto: egli è il primo, l'unico, il tutto della tua vita. Senza di lui niente di buono, di stabile, di eterno potrai concludere.

19 Per uno sviluppo di questo punto cf. E 001; E 003.

  1. Ritrovare te stesso, la tua anima. Quante cose [abbiamo stipato] tra noi e la n[o]s[tra] anima! «Noi siamo ripieni di tante cose che ci gettano di fuori» (Pascal). Dissipazione, lo svuotamento [delle riserve spirituali], esaurimento [della vitalità interiore], superficialità, [lo scoglio peggiore], compromessi [colla carne, col mondo, col demonio]. Ritrovare, sotto i detriti [accumulati dalla dissipazione], la roccia viva dell'anima; [risuscitare la grazia della parola di Dio affievolita, forse spenta; rivedere, rafforzare, rifare le impalcature della vita spirituale; riscoprire la nostra vocazione nella sua primitiva freschezza].20

Portatori negri.21

  1. Ritrovare il tuo impegno, [l]'entusiasmo di militante di Azione cattolica.
  2. Non appartieni a te, ma a Cristo e alla chiesa.
  3. Devi sentire come tuoi gli interessi di Cristo e della chiesa.

— Devi vivere con tale coerenza il tuo cristianesimo, da essere un esempio per tutti.

  1. Devi testimoniare la tua fede con la vita, la parola, l'opera!

Se uno solo [di noi sapesse ascoltare Gesù che parla, la sua vita cambierebbe profondamente].22
" Integrazioni ricavate da un altro intervento, intitolato «Per ritrovare Dio» (Arch. 006).

21 Integrare con l'esempio contenuto nella meditazione 001, punto II.

22 Per la stessa circostanza don Quadrio predicò altre due riflessioni, delle quali rimane soltanto lo schema, che viene qui riportato.

2. Meditazione del mattino: Il figliuol prodigo! Il peccato:

  1. male nostro
  2. male di Dio La conversione: — rientrare in sé con l'esame
  3. dolore e riconoscimento — confessione: «Peccavi»! Il perdono: la grande gioia.

3. Istruzione: Il giovane e la vita.

  1. Amare.
  2. Amare Dio.
  3. Amare Dio in Cristo.
  4. Amare Cristo nel prossimo.

003. [La Vergine del silenzio]
(Anno mariano 1954, Colle Don Bosco, giovani confratelli)23
Miei ottimi confratelli, solo un santo od un incosciente potrebbe presentarsi qui senza tremare. Vi chiedo perdono di non essere santo. Se lo fossi, quali torrenti di luce e di grazia farebbe scaturire ogni mia parola! Un pensiero mi conforta in questo momento, ed è quello che il teologo protestante Carlo Barth esprimeva con quelle significative parole: «Dio può salvare il mondo con la Scrittura ispirata o con un cane morto».24
Supplirà alla deficienza di chi parla, Maria, maestra e guida delle anime interiori: nella sua luce — in quest'anno mariano25 — permettete che io imposti ciascuna di queste conversazioni, che non pretendono di essere se non spunti e suggestioni per la vostra personale meditazione, semi di contemplazione.26 Noi ci stringiamo attorno a lei in questo giorno, come i discepoli nel cenacolo, in attesa della n[o]s [tra] grande Pentecoste.

E questa sera Maria ci appare come modello dell'anima pensosa e docile allo Spirito Santo; la Madonna del silenzio e della contemplazione.

C'è nel vangelo di san Luca una frase due volte ripetuta, che scolpisce tutto il mondo interiore di Maria, l'atteggiamento continuo del suo spirito di fronte ai grandi avvenimenti che si venivano compiendo in lei. Sia dopo la nascita di Gesù che dopo il suo smarrimento nel tempio, san Luca dice di Maria che «conservabat omnia verba haec conferens in corde  suo» (Lc 2,19.51). In tal modo il suo cuore immacolato diveniva lo scrigno d'oro della rivelazione, il vangelo vivente della chiesa, ed insieme il modello più sublime di tutte le anime pensose di Dio e dei suoi problemi, la Madre della contemplazione.27
È l'aspetto più soave, più intimo, più affascinante della vita di Maria. Chi oserà alzare il velo di questo mondo interiore e affacciarsi alle profondità luminosissime di quell'anima? Se i puri di cuore vedono Dio, quali ineffabili rapimenti, quale saporosa penetrazione, quale commossa contemplazione avrà goduto il purissimo cuore dí Maria?
23 Datazione ricavata dall'accenno fatto poco sotto all'anno mariano.

24 L'espressione «cane morto» è presa dalla Bibbia (1 Sam 24,15; 2 Sam 9,8; 16,9).

25 Dovrebbe trattarsi del 1954.

26 Espressione cara a don Quadrio, ricavata dal titolo di un libro di Thomas Merton.

27 La meditazione ricalca la conversazione intitolata «Vergine del silenzio» (C 033). Cf anche E 001.

Una madre terrena guarda gli occhi di suo figlio e vede ciò che per lei v'è di più prezioso al mondo. Ma che cosa vedeva Maria, guardando gli occhi del suo Bambino, se non lo stesso paradiso? Giocherellare con le piccole dita da cui caddero pianeti e mondi, guardare le labbra che ripetono l'eco della sapienza immutabile dell'eternità, accarezzare i piedi che un giorno saranno trafitti dal ferro per amore degli uomini: tutto questo ispira silenzio, per timore di perdere un gesto o una sillaba.

Dopo tutto, tra Creatore e creatura non c'è altra lingua che il silenzio. Ad ogni passo che la creatura muove verso il Creatore, le parole diminuiscono. In Dio vi è una sola Parola, il Verbo, che riassume tutto ciò che è conosciuto e deve essere conosciuto; ed è un «Verbum silens». Dio è il grande amico del silenzio. Da sempre e per sempre nel silenzio egli dice la Parola sostanziale che è il suo Verbo (san Giovanni della Croce). Scendendo su questa terra, il Verbo ha voluto un'atmosfera di silenzio: Dum medium silentium teneret omnia... (Sap. 18,[15], intr[oitum] dom[inicae] infra octlivam] Nativ[itatis]).
All'inizio di q[uesta] meditazione adoriamo il Verbo silenzioso ed amante del silenzio, che ha trascorso la maggior parte d[ella] sua vita terrena nel silenzio; il quale, prima di dare inizio alla sua vita pubblica, si è riservato quaranta giorni di solitudine e che, per procurarsi delle ore di silenzio, la notte si ritirava solo sulla montagna. Adoriamo Gesù nel suo silenzio eucaristico. Colui che parlava alle folle, come nessun uomo ha mai saputo parlare, è vivente nell'ostia dei n[o]s[tri] tabernacoli, rinchiusosi in un silenzio più commovente di eloquentissimi discorsi.

Maria si associava ai silenzi del Verbo che, pur essendo colui che tutto sa, non disse quasi niente per trent'anni, non scrisse una parola. Noi ci inchiniamo riverenti e muti davanti ai silenzi così fecondi ed armoniosi di Maria, noi cui tanto pesante e noioso riesce talvolta il silenzio della contemplazione.

In Maria ci fu il perfetto silenzio interiore — virtù di pochi — che può rimanere inviolato anche tra il rumore della folla.

— Silenzio dei sensi senza agitazioni, curiosità o tempeste improvvise,

  1. silenzio dei sentimenti,
  2. silenzio della immaginazione senza cavalcate impazzite, — silenzio dell'intelligenza, assorbita nella contemplazione di Dio senza stanchezza,
  3. silenzio della volontà abbandonata in Dio senza esitanze,
  4. silenzio ti tutta se stessa.

In questa immensa solitudine, Dio — solitudine eterna ed infinita — si rivela, si comunica, si effonde nell'anima e la possiede. Maria raggiunse le estreme possibilità di questa divinizzante intimità e udì «arcane parole che non è lecito all'uomo ridire» (2 Cor 12,4).

Facciamo un passo avanti: Maria non è solo la Vergine del silenzio e della contemplazione, ma è per ciò stesso il modello più perfetto dell'anima docile ed abbandonata alle divine operazioni dello Spirito Santo. Nei mirabili silenzi di quell'anima, lo Spirito Santo potè lavorare a suo agio, liberamente, e cesellare così il capolavoro della santità creata, il capolavoro della grazia, degno di rapire il paradiso per l'eternità. Chi oserà parlare di questo intimo connubio di Maria con lo Spirito Santo? Se sempre ogni lingua che parli di Maria balbetta, come dice san Bernardo: «In tuis laudibus omnis lingua balbutit», qui la mia deve arrestarsi sgomenta ed ammirare tacendo, perché il silenzio è la miglior lode per tanto mistero: «Tibi silentium laus».28
Basti dire che Maria fu pieghevole come un giunco nelle mani del divino Artista. Mai nessuna dissipazione la rese sorda alle sue ispirazioni; mai nessuna resistenza alla sua opera, nessun dissidio od alterco, nessuna lentezza o svogliatezza, ma sempre piena docilità e sottomissione, pieno consenso ed adesione. Mai un'inclinazione o mira o interesse umano contese il passo allo Spirito Santo, ne intralciò il lavorio, ne ritardò l'espandersi, ne rovinò l'opera. E così si ebbe in un cuore umano il miracolo del pieno, incontrastato liberissimo dominio dello Spirito Santo, che con divina, infinita delicatezza d'arte cesellò ed abbellì quel cuore, rendendolo il modello dei cuori docili ed abbandonati allo Spirito Santo.29
28 Obmutesce. Laus mea sit silentium tuum (S. GEROLAMO, In Marci ev. 1, 11. 274275 = CCL 78,467). La citazione di don Quadrio è forse però colta in una variante del testo ebraico masoretico del salmo 65 (64): A te il silenzio è laude (v. 1), che tuttavia non s'accorda con il contesto (G. CASTELLINO, Libro dei Salmi, Torino 19553, p. 465).

29 Pensieri analoghi appaiono nell'omelia intitolata «Il segreto della santità di san Francesco di Sales: docilità allo Spirito Santo» (0 057).

004. L'azione dello Spirito Santo sull'anima nostra (1954, Colle Don Bosco, giovani confratelli)30
Ed ora tre pensieri mi preme affidare alla vostra meditaz[ione], tre semi di contemplazione.

1) Ed anzitutto l'azione dello Spirito Santo sull'anima nostra è una realtà certissima ed innegabile (come le strade di F[oglizzo (?)] quando piove!).

Gesù nell'ultima cena, nel momento dell'addio, [promise ai suoi]: «Io vi manderò lo Spirito Santo, che rimarrà sempre in voi e vi suggerirà ogni verità. Egli vi insegnerà ogni cosa. Vi condurrà per mano alla verità»." È dunque un maestro, un suggeritore, una guida. «Detta dentro».32 «Et erunt omnes docibiles Dei» (Is [aia] )."
Agisce anzitutto nella gerarchia della chiesa, cioè negli organi del magistero ecclesiastico, illuminando, suggerendo, preservando dall'errore; così l'insegnamento solenne della chiesa attraverso il Papa e i concili si svolge sotto l'azione e l'assistenza dello Spirito di verità ed è perciò infallibile.

Ma anche nelle singole anime lo Sp [irito] S [ant]o abita, opera, illumina ed insegna: «Tutti ammaestrati da Dio». [Ce ne rende certi] san Giovanni che, reclinando il capo sul petto del Maestro, aveva ascoltato e raccolto il fluire sommesso dei palpiti del suo cuore. Ma voi non avete bisogno di andare tanto a cercare al di fuori: voi avete l'unzione, l'insegnamento interno dello Spirito Santo e sapete ogni cosa. Vos unctionem habetis a Sancto et nostis omnia.34
30 È la seconda parte della meditazione che precede. Nei fogli manoscritti la numerazione originaria è infatti progressiva. La pagine di bozza usate per la stesura proseguono nell'ordine. L'accenno a Foglizzo (?) nelle prime righe si riferirebbe a un riutilizzo del testo per i liceali.

31 Gv 14,16-26, passim.

32 Riecheggiamento di Dante Alighieri: «I' mi son un, che quando I amor mi spira, noto, e a quel modo I ch'e' ditta dentro vo significando» (Purgatorio 24,52-54).

33 Gv 6,45, ripreso da Is 54,13: universos filios doctos a Domino. Il nome nuovo che don Quadrio si era dato il giorno che egli chiama della sua «Pentecoste» fu Docibilis a Spiritu Sancto (E. VALENTINI, Don Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 48-49).

34 1 Gv 2,20.

San Paolo (RII 8) [precisa]: «Lo Spirito di Dio abita in voi come in un tempio; il v[o]s[tro] corpo è tabernacolo dello Spirito] S[ant]o che vi dimora.

  1. Figli di Dio sono quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio (v. 14).
  2. Lo Spirito S[ant]o rende testimonianza nell'animo nostro (v. 16). — Lo Spirito Santo] sostiene la nostra debolezza ed implora (postulat)... con gemiti inenarrabili.

— Noi non siamo capaci neppure di un buon pensiero da soli: ogni n[o] s [tra] sufficienza è da Dio».

Sant'Agostino [ci invita]: «Non loquentem quae personant foris, sed intus ipsi menti praesidentem consulimus veritatem. Noli foras ire, in te ipsum redi, in te ipso habitat veritas».35 Lotta tra lo Spirito Santo e l'anima: «il segugio del cielo» (Thompson), l'educatore invisibile.36 Quante volte l'anima crede di essere sola e cammina sotto la spinta e la guida dello Sp[irito] S[ant]o! Ordinariamente la grazia sfugge al controllo diretto della nostra osservazione e della nostra coscienza.

Credere profondamente! Anche se non vedo e non sento nulla: credo come se vedessi, come se toccassi. Sono certo di questa realtà più che dell'esistenza di questo muro, perché lui l'ha detto: questo mi basta, questo è tutto per me.37
2) In secondo luogo meditiamo sul modo arcano con cui lo Spirito Santo lavora nell'anima. Questo divino artefice agisce sia sull'intelletto che sulla volontà, adattandosi alla natura dell'uno e dell'altro, come l'acqua del mare si adatta a tutte le sinuosità della costa. La grazia dello Spirito] S[ant]o si accompagna alla natura, mettendosi al passo con essa, in fase di sincronizzazione perfetta. E quindi agisce nell'intelletto, piegandosi alla natura dell'intelletto, agisce sulla volontà, rispettando le leggi della volontà. Agisce sull'intelletto come luce, illuminando; agisce sulla volontà come forza, come impulso, corroborando e attraendo. Raramente quest'azione è violenta ed impetuosa; allora è come un'improvvisa ed abbagliante folgorazione dell'intelletto ed un'irresistibile colpo di stato della volontà; incenerisce ogni resistenza, tronca ogni indugio. Tipo classico: san Paolo sulla via di Damasco.38
35 S. AGOSTINO, De vera religione 39 = CCL 32,12. Nel testo sono state corrette alcune leggere varianti, dovute forse alla citazione mnemonica.

36 FRANCIS THOMPSON, The Hound of Heaven (cf. trad. it. con originale a fronte di S. LADEDAS, Il Veltro dei cieli, Roma 1989). L'opera è citata anche nella conversazione «Fede e grazia. La fede è un dono divino» (C 018).

37 Si vedano le conversazioni sull'atto di fede (C 012 ss.).

38 At 9,3-9.

Ordinariamente però si ha un'azione dolce e progressiva, con tocchi più discreti, per tappe più o meno lunghe, senza colpi di fulmine sull'intelletto e colpi di stato sulla volontà.

Abbiamo dunque da una parte [le] divine ispirazioni od illuminazioni, dall'altra le mozioni o impulsi interiori. Attraverso le ispirazioni lo Spirito Santo esercita un interno magistero od insegnamento: egli ha eretto nell'anima la sua cattedra, dalla quale insegna, attesta, suggerisce, scongiura, implora con gemiti inenarrabili. La nostra vita è una pioggia incessante, un continuo bombardamento di ispirazioni, delle quali purtroppo non cogliamo che una minima parte, e forse quasi nessuna!
Invece, attraverso gli impulsi sulla volontà, lo Spirito Santo esercita la funzione di eccitatore, pungolatone e guida, funzione che viene chiamata manuductio dello Spirito Santo, poiché essa ci conduce per mano alla santità.

3) Ed infine due sono gli atteggiamenti fondamentali dello spirito [umano] per corrispondere all'opera santificatríce dello Spirito Santo. Uno riguarda piuttosto l'intelletto e le altre potenze cognitive, l'altro piuttosto la volontà e [le] potenze affettive.

  1. La prima disposizione è un vigile silenzio e raccoglimento dell'anima, per cogliere queste voci interne, questo sommesso sussurrio dello Spirito Santo. Nel rumore, nel frastuono, nelle dissipazioni, nel tumulto degli affetti ed attaccamenti parla invano lo Sp[irito] S[ant]o. Ed allora, specialmente in questi giorni, facciamo la zona del silenzio in noi e attorno a noi. «Silete, numen adesti». In te ipsum redi. Un silenzio interiore e profondo pieno di Dio: bisogna essere in due per fare un vero silenzio. Solo un cuore puro, distaccato, pacificato e raccolto in sé, può conversare con Dio e gustare l'arcano silenzio del colloquio con lui. Teniamoci in quella disposizione di vigile attesa in cui era Samuele nel tempio, allorché aspettava di udire la voce di Dio. Loquere, Domine, quia audit servus tuus. Ne taceas, Domine, ne sileas a me. Vias tuas, Domine, demonstra mihi et semitas tuas edoce me. Illumina, Domine, tenebras meas.39
  2. La seconda disposizione è una docilità pronta e generosa nell'eseguire le ispirazioni. Non resistiamo, non esitiamo, non tramandiamo, non discutiamo con lo Sp[irito] S[ant]o. «Vos semper Spiritui Sancto resistitis».40 Egli bussa tanto spesso alla porta dell'anima: «Ecce, sto ad ostium et pulso».41 Apriamogli subito, per timore che non passi oltre.

39 1 Sam 3,9.10; Sal 27,1; Sal 24,4; Sal 17,29.

40 At 7,51.

Lo Spirito Santo ci offre le sue ispirazioni ed impulsi legati a catena: se corrispondiamo ad una, eccone subito un'altra, un'altra ancora. Ma se respingiamo il primo anello, abbiamo perso tutta la catena.

E per questo che è stato detto: la vita di un uomo (la nascita nella santità) dipende da alcuni «sì» detti durante la sua giovinezza. Arrendiamoci finalmente a lui, ai suoi divini «tranelli», sottomettiamo a lui docilmente tutta la nostra anima, rimuoviamo decisamente gli ingombri delle passioni, per lasciare completa libertà al suo lavoro, sottomettiamo al suo dolcissimo impero tutte le tendenze, [i] programmi, [i] propositi, [le] mire, [gli] affetti, [i] desideri: tutto il nostro essere e la nostra vita a sua completa disposizione, senza riserve e pentimenti.

Suaviter equitat, quem gratia Dei portat.42 Tu non sai a quale grado di santità giungeresti ben presto, se ti lasciassi docilmente lavorare dallo Spirito] S[ant]o e ti mettessi a sua completa disposizione. Se uno di noi oggi si metterà [con] coraggio e perseveranza per questa strada, questo sarà un giorno memorando nelle cronache della santità salesiana! Così sia!43
41 Ap 3,20.

42 Satis suaviter equitat, quem gratia Dei portat (De imitatione Christi 2,9,1).

43 Sul retro del foglio, in matita: «C'era in un frutteto un albero sterile. Venne il padrone, lo vide e disse al contadino: Taglialo e buttalo via! Che cosa ci sta a fare qui? Ed il contadino: Padrone, lasciami tentare ancora quest'anno, solo quest'anno. Se non darà frutto, lo taglieremo. Da quanti anni fate gli esercizi? Con quale frutto? Lo Spirito Santo forse dice di malanimo: Ma che ci sta a fare questo qui dentro? Buttatelo fuori! E la Madonna: Tentiamo ancora una volta. Mi ci proverò ío... Chissà! Pensiamoci seriamente. Troppe e troppo gravi cose della nostra vita e della nostra eternità possono dipendere da questi esercizi!».

SEI FATTO PER L'INFINITO
005. Il fine dell'uomo. [L'uomo è fatto per l'infinito] (1956, Torino)
Il grande maestro degli esercizi, s[ant]'Ignazio, di cui ricorre quest'anno il quarto centenario della morte,' assegna come primo scopo degli esercizi quello di «ordinare la propria vita senza essere mosso da alcun affetto disordinato».2 Egli vuole che non si passi ad altre meditazioni, se gli esercitandi non hanno fatto «bene ac solide» la considerazione del principium et fundamentum, cioè del fine ed orientamento della vita umana.3
Partiamo da una constatazione sperimentale. L'uomo è fatto per la gioia e per la felicità: ha come una spina conficcata nel fianco, che lo fa anelare alla felicità. Noi siamo assetati di gioia, divorati dalla fame e bruciati dalla sete della felicità. Voglio godere, voglio star bene, voglio essere felice: questo è il grido di ogni vita umana. Tutto il nostro essere, in ogni sua facoltà, in ogni sua fibra o tendenza, negli istinti, nei sensi, nell'anima, è un'angosciosa e disperata invocazione alla gioia. Ogni desiderio, per quanto piccolo e circoscritto, è una testimonianza: l'uomo desidera salute, ricchezze, comodità, successo, fama, comprensione, affetto, tenerezza, amore. Sì, ma in fondo a tutto questo e attraverso tutto questo vuole essere felice, pienamente e completamente felice. Dunque noi siamo nati per la felicità; la nostra vita è una corsa, uno spasimo verso la felicità.

1 L'omelia è quindi da riportare all'anno 1956.

2 S. IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi spirituali 21.

3 In una scheda a parte don Quadrio annota: «Quindi la mia esistenza, la mia pace e la mia felicità dipendono da un solo problema: quello di scoprire me stesso, scoprendo Dío. Se lo trovo, troverò me stesso, e se trovo il mio vero io, troverò lui. Per quanto sembri facile, ciò è in realtà immensamente difficile. Se vengo lasciato a me stesso, infatti, la cosa sarà assolutamente impossibile. Per quanto, con la ragione, io possa conoscere qualcosa dell'esistenza e della natura di Dio, non v'è mezzo umano e razionale con cui mi sia possibile giungere a quel contatto, a quel possesso di lui che mi scoprirà chi egli è realmente e chi io sono in lui. Ciò è qualcosa che nessun uomo può fare da solo. Né possono in ciò essergli di aiuto tutti gli uomini e tutte le cose dell'universo. L'unico che possa insegnarmi a trovare Dio è Dio, lui stesso, Lui solo» (THomAs MERTON, Semi di contempladionel, p. 18).

Ma qui si pone il grande problema. In che cosa consiste la felicità a cui tendiamo? Qual è íl bene che, posseduto e goduto, può placare, appagare, saziare ogni desiderio umano? Che cosa cerchiamo in fondo ad ogni gioia bramata? Per chi siamo fatti?
Noi forse oggi riteniamo4 superflue queste considerazioni, ma viene per ognuno un giorno in cui deve aggrapparsi a queste solidissime convinzioni per non naufragare. Nessun bene finito, nessuna gioia terrena può rendere felice il cuore umano.

Non vi sembri un fuori luogo se, per ancorarci in essa, interpelliamo anzitutto quelli tra gli uomini che più ebbero dalla vita.

Eugenio O' Neil, morto il 28 novembre] 1953 a Boston, [negli] Stati Uniti,' il più famoso drammaturgo americano, lasciò un manoscritto sigillato, da aprirsi venti anni dopo la sua morte. [Portava il] titolo: «La vita è la corsa di una giornata opaca verso una notte buia». Aveva scavato nell'anima umana come pochi.

E incominciamo da s[ant]'Agostino che, non per un giorno, ma per diciassette anni fece la prova di placare6 la sua sete a tutte le cisterne della felicità terrena. Ebbene, ecco con quale potenza di introspezione analizza la sua esperienza:
[— «Voi, o Signore, sape[va]te che cosa io soffrivo allora. Sciebas quid patiebar.

  1. Ero corroso dal tarlo dell'insoddisfazione: rodebar.
  2. Il rimorso e la vergogna mi dilaniava: me excruciabat.
  3. Una simile vita era ancora una vita? Talis vita numquid vita erat? — Che tormenti, che gemiti erano i miei! Quae tormenta, qui gemitus! — Un'immensa tristezza riempiva il mio cuore: maestitudo ingens». E dalla sua amara esperienza traeva quell'ammirevole conclusione:

«Fecisti nos, Domine, ad te, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te».7
4 Nell'originale: consideriamo.

5 Nell'originale: U.S.A.

6 Nell'originale: dissetare.

7 Tu sciebas, quid patiebar, et nullus hominum (S. AGOSTINO, Confessioni 7,7,2); Rodebar intus, et confundebar pudore horribili vehementer (8,7,3); Sic aegrotabam et excruciabar, accusans memetipsum solito acerbius nimis, ac volvens et versans in vinculo meo (8,11,19); Talis vita mea numquid vita erat, Deus meus? (3,2,4); Quae illa tormenta parturientis cordis mei! qui gemitus, Deus meus! (7,7,1); Praemebam oculos eius, et confluebat in praecordia mea maestitudo ingens, et transfluebat in lacrymas (9,12,1); Tu excitas, ut laudare te delectet, quia fecisti nos ad te; et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te (1,1).

L'ago della nostra bussola oscillerà inquieto, finché non si riposa nel suo nord magnetico, Dio].8
8 La meditazione può essere integrata con la E 006 e la E 007.

006. [L'uomo è fatto per l'infinito]
(1954, Colle Don Bosco, giovani religiosi)9
Introd[uzione].

Racconta una notissima fiaba russa, riferita da Tolstoi, che, al tempo della divisione della terra in Russia, ad un contadino era stata promessa tanta terra quanta ne poteva circondare camminando per una giornata; ma che, se fosse stato sorpreso dal calar del sole, mentre ancora era in cammino, avrebbe perso ogni cosa e la vita. Il contadino parte, si affretta, corre, corre, corre finché non gli basta il fiato. Di più, di più, di più: anche questo campo, anche quel prato, quella collina per le vigne, quel laghetto. E giunge la sera. S'accorge che [il] sole declina. Debbo tornare. Ma vede un bosco: anche quello; un ruscello: anche quello, anche quell'altro. Di più, di più. Ma, mentre ritorna, il sole si nasconde. Il contadino si accascia per terra, disperato: tutto è perduto. Tutto!
L'uomo è fatto per Dio, ma è anche fatto per la gioia e per la felicità: ha come una spina conficcata nel fianco, che lo fa anelare verso la felicità.

Noi siamo assetati di gioia, divorati da[lla] fame, bruciati da[lla] sete della felicità. Voglio godere, voglio star bene, voglio essere felice. Questo è il grido di ogni vita umana.

Tutto il nostro essere, in ogni sua facoltà, in ogni sua fibra e tendenza, è una angosciosa e disperata invocazione alla gioia. Ogni desiderio, per quanto piccolo e circoscritto, è una testimonianza: l'uomo desidera salute, ricchezza, comodità, successo, fama, comprensione, affetto, tenerezza. Sì, ma in fondo a tutto questo e attraverso tutto questo vuole essere felice, pienamente e completamente felice.

Ora, per completare il quadro dell'orientamento della vita, dobbiamo porre e risolvere il problema: In quale bene consiste la perfetta felicità dell'uomo? Qual è l'oggetto che, posseduto e goduto, può saziare e placare e appagare ogni desiderio umano? Che cosa cerca l'uomo in fondo ad ogni bene bramato? Per chi, per che cosa, è fatto l'uomo?
La soluzione anche questa volta ce la indica lei, la Maestra, in una delle pochissime sue parole registrate nel Vangelo, nel suo sublime canto di lode: «La mia esultanza la mia gioia è in Dio, mio Salvatore. Esurientes
9 Concetti analoghi a quelli sviluppati in questa meditazione si ritrovano anche nella seguente (E 007) e in C 001. Appartiene alla serie della meditazione E 003 [La Vergine del silenzio] (segnata come II) e dovrebbe perciò risalire all'anno 1954.

(gli affamati di Dio) implevit bonis, et divites (i gaudenti) dimisit inanes: li ha rimandati a mani vuote».10
Vorrei che l'avessimo davanti allo spirito nell'atteggiamento di ricercare appassionatamente il suo Dio, quando l'aveva perduto a Gerusalemme. Oh, come risuonarono nelle tenebre di quella notte i gemiti sommessi di quella madre ansiosa: «Gesù, Gesù!». [Ella è rimasta il] tipo e modello di ogni anima che cerca il suo Dio. «Dulcedine non priva / corda quaerentium».11
Se mi permettete, vorrei dedicare questa conversazione al ricordo di coloro che dieci, dodici anni fa sedevano al vostro posto sui vostri banchi, [e] ora sono dispersi per il mondo. Io li rivedo: giovani allora come voi, ardenti e protesi verso la vita, avidi ed assetati di verità, di bontà, di amicizia, di gioia, tutti palpitanti di desideri e di sogni. Alcuni sono morti, e ora vedono faccia a faccia ciò che cercavano; altri (pochi) non sono più con noi: hanno sperato di trovare fuori l'appagamento del loro anelito. Ne incontravo uno proprio l'altro giorno; e mi lasciò con queste amarissime parole: «Però, come è stupida la vita! Prima uno lotta per il cuore, poi per lo stomaco; ed [infine] uno rimane con un pugno di mosche».

Voi oggi forse non ne avete bisogno di queste cons [iderazioni] e vi paiono perfino superflue (ma allora essi, sì, avrebbero avuto bisogno di fare questa meditazione). Ma viene un giorno per ognuno, in cui deve aggrapparsi a queste convinzioni per non naufragare.12
E la convinzione [che ci dovrà reggere nel momento della prova deve poggiare su solidi presupposti].

1. Nessun bene finito, nessuna gioia terrena può rendere felice il cuore umano. Non vi sembri sia fuori luogo se, per ancorarci in essa, interpelliamo anzitutto quelli fra gli uomini che più ebbero dalla vita.

— Eugenio O' Neil [morto il] 28 novembre] 1953 a Boston, [negli] Stati Uniti» il più famoso drammaturgo americano, lasciò un manoscritto sigillato, da aprirsi venti anni dopo la sua morte. [Portava il] titolo: «La vita è la corsa di una giornata fredda verso la notte buia».

10 Lc 1,53.

11 Dal mottetto eucaristico: O esca viatorum, / o panis angelorum, / o manna caelitum, / esurientes ciba / dulcedine non priva / corda quaerentium.
12 In una meditazione dello stesso titolo don Quadrio aggiunge: «Solidissima convinzione: bussola nella maturazione affettiva dei più giovani e pilastro che regge tutta la vita umana, cristiana, religiosa, àncora sicura che vi tiene immobili e fedelissimi contro tutti i falsi miraggi» (Arch. 009).

13 Nell'originale: USA.

  1. D'Annunzio, che all'ingresso della sua dimora aveva fatto scrivere le parole: «Cogli la rosa, sfuggi la spina», confessava prima di morire: «Sono vecchio ed infelice; non ritrovo nella mia esistenza un attimo di gioia». Aveva avuto tutte le rose, ma anche perciò tutte le spine!

— Goethe. Mi ha sempre profondamente commosso la «Dedica» che egli premise al Faust nel 1797. E il dramma dell'uomo in cerca dell'attimo bello. E con tutti gli incantesimi di Mefistofele non lo raggiunge mai. Goethe, che quel dramma ha creato per esprimere l'ansia dell'umanità, e con cui ha ottenuto tanti trionfi ed era giunto al colmo della gloria, nella «Dedica» si volge alla sua vita. Neanche lui ha raggiunto l'attimo bello: «Un brivido mi prende, pianto segue al pianto. Il cuore irrigidito si sente intenerire».

  1. Eva Lavallière, la più celebrata diva dei teatri parigini all'inizio del secolo, dopo un successo inaudito, attesa dalla folla in delirio, esce dalla porticina di servizio e si dilegua nella notte. È sorpresa sulla riva della Senna, mentre si accinge a buttarsi in acqua: «Non ne posso più!».
  2. Pascoli, Leopardi (scheda).
  3. Green (scheda)."

Direte che questi sono pessimisti. Interpelliamo allora uno scrittore ispirato.

  1. Salomone, Qo 2,2-11. Permettetemi di citarlo, perché è una rassegna completa di [tu]tte le gioie terrene [e] mi dispensa da molte considerazioni. «Ho detto al mio cuore: Mi rallegrerò con ogni sorta di beni. Ho elevato grandi opere, fabbricato magnifici palazzi, piantato vigne, ho avuto schiavi senza numero, armenti, buoi e pecore; ho posseduto oro e argento, le ricchezze dei re e delle province che il mio padre aveva sottomesso al mio impero. Ebbi nel mio palazzo cantori e cantatrici e si versava il vino in coppe d'oro alla mia mensa. Per essere sincero, io non rifiutai alcuna soddisfazione ai miei occhi: accordai al mio cuore tutti i piaceri che gli sembravano desiderabili, e quando, dopo tutto questo, io mi ripiegai su me stesso, vidi e compresi che tutto è vanità ed afflizione di spirito». «Vanità di vanità: tutto è niente».

2. Abbiamo interpellato gli uomini più fortunati, che più assaporarono le gioie terrene.15 Interpelliamo ora la nostra età, cioè il pensiero e l'animo moderno, quale si esprime nella filosofia, [nella] letteratura, [nella] narrativa, [nel] teatro, che sono degli ottimi termometri per toccare il polso dell'uomo del nostro tempo.16 La conclusione è la più tragica che si possa avere: angoscia, delusione, insoddisfazione, nausea, incertezza, disperazione. Qui c'è il fondo dell'uomo moderno nella sua tragedia. Il mondo è ammalato della più nera disperazione; più si dibatte, più affonda in questo gorgo spaventoso. Dispensatemi dal fare citazioni che disdirebbero alla santità del luogo e dal momento. Aprite qualunque libro e ve ne convincerete.

14 Nella meditazione seguente (E 007) si annota un pensiero dell'autore. Le due schede alle quali si rimanda non ci sono pervenute.

15 Segue: Se ci fosse lecito interpellare.

Paul Sartre, esistenzialista ed edonista: Huis clos. L'uscio [è] chiuso e l'anima è prigioniera nella disperata solitudine della sua insoddisfazione. Del resto, anche per molti esistenzialisti più onesti di Sartre, la vita non è che un salto nel buio.

  1. Direte che questi sono filosofi e letterati, e quindi per professione ammalati di insoddisfazione.

Bene, interpelliamo allora l'uomo della strada.

Quando vedete la gente che affolla i teatri, riempie i bar e i caffè, sempre in cerca di nuove ebbrezze, sempre spinti dall'inquietudine e da mille brame, dovete concludere che non hanno ancora trovato la felicità, perché, se l'avessero trovata, non andrebbero a cercarla. Colui che va a piedi sospira la bici[cletta]; chi va in bici[cletta], sogna la vespa; chi ha la vespa, vuole l'automobile. E pensate che chi va in auto sia più felice di chi va a piedi? Il caporale invidia il sergente, il sergente il maresciallo, il maresciallo il capitano, il capitano il generale. E pensate che il generale sia più felice del caporale?

  1. E infine, ciascuno interpelli, se crede, la propria esperienza. Siamo soddisfatti di ciò che siamo ed abbiamo? [Siamo] noi felici? Non è vero che dopo ogni godimento dite: «Tutto qui?».

Titoli, successi, fama, onore, gloria? Palloncini colorati gonfi di vuoto, che si sgonfiano alla minima puntura di spillo! «Fama — fumus».17 Perfino l'amicizia, a cui il giovane aspira come al vertice della felicità, vi ha soddisfatti? Presto o tardi, come dice Lucrezio, «uno rimane deluso, per aver domandato a quella persona più di q[uan]to essa poteva concedere ai mortali». Paul Bourget [afferma]: «Amare con un amore in cui dominano i sensi è un sempre, sempre e sempre soffrire di non essere sazio».

16 Nell'originale: moderno.

17 Sic transit gloria mundi: fama fumus, homo humus, fini s cinis. La prima frase è il monito che si ripeteva al sommo Pontefice, subito dopo l'elezione, bruciando un ciuffetto di stoppa.

Dunque questa è la situazione dell'uomo e la tragedia umana, il profondo dissidio da cui il cuore umano è dilaniato e come discerpato. Morir di fame e di sete: non trovar nessun pane per la propria fame, nessun'acqua per la propria sete. Poiché anch'egli «dopo il pasto ha più fame che prima».3
Qual è la ragione profonda di una situazione così tragica e dolorosa, [in cui l'uomo sí dibatte senza scampo]? Ci rimane da interrogare prima la filosofia e poi la rivelazione.

a) La filosofia, brevissimamente come fa san Tommaso ([Summa theologica] II, II, q. 2, a. 8). [L'uomo è per natura fatto per l'Infinito. La sua intelligenza è nata per conoscere l' ipsum Esse infinito. La sua volontà è fatta per possedere l' ipsum Bonum infinito. Lo spirito umano è una sostanziale esigenza e bisogno dell'infinito. L'uomo ha quindi incarnata nelle radici più profonde del suo cuore l'esigenza dell'infinito, la capacità di essere saziato solo dall'infinito.

Di qui la perenne tragedia di ogni individuo e di tutta l'umanità: voler estinguere la sete di infinito con dei surrogati finiti che non fanno che acuire il bruciore e lo spasimo della sete insoddisfatta.

In questo senso l'umanità intera ed ogni uomo possono essere raffigurati'9 qui nel prigioniero che, dopo quaranta ore di reclusione in una infuocata tradotta russa, divorato dalla sete, succhia disperatamente i chiodi delle scarpe o i bulloni della tradotta, per trovare un passeggero refrigerio all'arsura. È come un naufrago che vuol dissetarsi all'acqua salata20 del mare.

Fecisti nos Domine ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te.21 L'ago della nostra bussola oscilla inquieto, finché non si fissa là, nel suo nord magnetico: Dio.

La nostra inquietudine è la firma di Dio, il segno che siamo fatti per lui. Niente ci placa, niente ci accontenta, niente ci basta: Dio solo visto e posseduto. La quotidiana, amarissima delusione procurataci dalla creatura è la medicina con cui Dio cura la nostra illusione e ci tira lentamente a sé. Dio ha il mezzo di spezzare ogni nostra resistenza: non costringiamolo a buttarci nel fango per farcene finalmente aver nausea. Egli giuoca a rimpiattino, nascondendosi dietro ogni bene sensibile. «In ogni bene noi desideriamo più o meno inconsapevolmente il fine ultimo (...)].22
18 E dopo il pasto ha più fame che pria (DANTE ALIGHIERI, Divina commedia, Inferno 1,99). Segue, cancellato: «Come nella steppa della Russia, i n[o]s[tri] soldati, per parecchi giorni in tradotte infuocate, si attaccavano disperatamente con la bocca ai bulloni, per avere un po' di refrigerio». Il fatto è riferito appena sotto (cf. anche in altri interventi di argomento affine).

19 Nell'originale: può essere raffigurato.

20 Nell'originale: assetata.

21 S. AGOSTINO, Confessioni 1,1.

Ma finalmente interpelliamo Gesù e chiudiamo in cuore [la sua risposta].

b) Gesù. Alcune luminosissime parole, uscite come gocce di fuoco dal suo sacro cuore, e che troveranno la via per giungere fino in fondo al n [o] s [tro] cuore.

Della nostra affannosa corsa ai beni caduchi [ci chiede]:

  1. Quid prodest homini, si mundum universum lucretur, animae vero suae detrimentum patiatur?23
  2. Nel discorso del monte, come ci è tramandato da san Luca (cap. 6,24), dopo aver enunciato le vere beatitudini, ecco come giudica e stigmatizza le beatitudini del mondo e della carne: «Vae vobis qui ridetis nunc (le gioie mondane); vae cum benedixerint vobis homines (la fama e le amicizie influenti)».
  3. Del nostro agitarci alla caccia di comodità e felicità [il Maestro commenta]: «Marta, Marta, sollicita es et turbaris erga plurima. Porro unum est necessarium.24 O si scires quae ad pacem sunt tibi!» 25
  4. Del nostro desiderio di primeggiare, di emergere, di grandeggiare [il Signore ammonisce]: «Nisi efficiamini sicut parvuli, non intrabitis...».26
  5. Della nostra bramosia di bere a tutte le cisterne inquinate dei sensi e del mondo [è dato un giudizio che non lascia dubbi]: «Chi beve di quest'acqua avrà ancor sete; ma chi beve dell'acqua che gli do io, non avrà più sete giammai».27 E maestoso sui gradini del tempio, davanti alle fontane della purificazione giudaica [quando Gesù proclama]: «Qui sitit, veniat ad me et bibat».28

22 Pare di leggere: Sth. (= Summa theologica?). Cf. la citazione che precede il capoverso. La scheda, trovata tra le carte di don Quadrio, è stata inserita al punto indicato dall'autore.

23 Mc 8,36: Quid enim proderit homini, si lucretur mundum totum: et detrimentum animae suae faciat?
24 Lc 10,41.

25 Lc 19,42: Si cognovisses et tu, et quidem in hac die tua, quae ad pacem
26 Mt 18,3. Dal desiderio di essere il primo don Quadrio dovette liberarsi con una lotta durissima. Si vedano le Litanie dell'umiltà (Mod. 79).

27 Gv 4,13.

28 Gv 7,37.

6) Del nostro cuore ferito dalle delusioni, esulcerato e stanco di attendere invano la felicità al varco; o di cercarla dietro ogni paracarro della nostra via, egli soavemente ci dice: «Venite ad me (non abbandonatevi ai vagabondaggi del cuore), omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos... et invenietis requiem animabus vestris».29 O con le altre parole: «Fili, praebe mihi cor tuum...»."
Abbiamo dunque scoperto di che cosa abbiamo sete noi: di Dio. O Signore, da chi andrò?31 Oggi, domani e sempre: la mia gioia, il mio amore sei tu.32 Tu solo mi basti! Deus mens et omnia! Voglio tendere a te, diritto come una freccia verso il bersaglio.33
Se ci lasciassimo penetrare da queste convinzioni, capaci di sconvolgere e cambiare la direzione di un'esistenza, arriveremmo alla conclusione di Thibon G.: «Io credevo in Dio, adesso io non credo più che in Dio»; che è poi quella di san Tommaso: «Nihil, praeter te, Domine».
29 Mt 11,28.

30 Pr 23,26. Nella meditazione dedicata al medesimo tema (non pubblicata), don Quadrio aggiunge a questo punto: «La tua felicità non consiste nell'aumentare le tue cose, ma nel diminuire i tuoi desideri, o meglio nel concentrarli in Dio solo» (Arch. 009).

31 Gv 6,69: Domine, ad quem ibimus?
32 Nella meditazione parallela si aggiunge in nota: «Così il Prat, [spiegando la locuzione] caritas Dei: «l'amore di Dio, non soltanto l'amore che Dio ha per noi o quello che noi abbiamo per lui, e non soltanto l'attributo divino di sé, ma un principio che regna nei nostri cuori o che trabocca di proprietà divine» (citato e approvato da J. BONSIRVEN, Il vangelo di Paolo, [p]. 318)» (Arch. 009).

33 Parte di questo capoverso è cancellata nell'originale.

007. [Sete di felicità nell'amore»]
(Conferenza a giovani ín preparazione al matrimonio)34
La vita, alla quale vi affacciate, esigerà da voi un cuore temprato, nobilmente libero, senza segrete viltà o umilianti catene, un cuore educato a nobile delicatezza e a magnanimi impulsi. I tarli segreti che cominciano oggi a minare la vostra felicità di domani sono: i facili erotismi o amoreggiamenti che stemperano il cuore, svigoriscono il carattere, umiliano la personalità e la dignità del giovane, perché costretti al contrabbando e al meschino sotterfugio. Educate il vostro cuore alla nobiltà e lealtà degli affetti, all'austerità e padronanza dei sentimenti e delle simpatie, al perfetto dominio ed equilibrio nelle amicizie forti e luminose, salvandolo dagli snervanti vagabondaggi di oggi per i sublimi compiti del domani. Lacordaire, per stimolare i giovani a questa forte disciplina degli affetti, non dubitava di ripetere loro: «Fra tua madre e tua sorella... esiste al mondo una debole, dolce creatura [che Iddio t'ha destinata]. Ah! conservale il tuo cuore, come essa ti conserva il suo: non vivere in modo da doverle portare un mucchio di rovine in cambio della sua fiorente giovinezza»... Come sarai fiero se ai piedi dell'altare Dio benedirà le primizie del tuo cuore e non le tristi ceneri di tante energie sciupate e sperperate!
Altius.
I. Vi è una verità che vorrei che penetrasse come una goccia di fuoco fino nel midollo del vostro cuore, e che deve costituire l'idea madre di tutta la vostra vita e maturazione affettiva. Il cuore dell'uomo è fatto per la gioia e la felicità. L'uomo ha come una spina conficcata nel fianco, che lo fa anelare alla felicità: voglio godere, voglio star bene, voglio esser felice. Questo è il grido di ogni vita umana. Tutto il nostro essere in ogni sua facoltà, in ogni sua fibra o tendenza, negli istinti, nei sensi, nel cuore, nell'anima, è una angosciosa e disperata invocazione alla gioia, uno spasimo verso la felicità. Anche il desiderio di ricchezza, di fama, di successo, di comprensione, di affetto, di tenerezza, di amore non è se non la testimonianza e l'espressione del bisogno della felicità. Siamo fatti per la gioia.

Ma qui si pone il grande problema. In che consiste la felicità dell'uomo? Che cosa può placare, appagare, saziare ogni desiderio umano?
34 Da E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale [Modi, Roma 1980, pp. 204-207. Conferenza a giovani in una lezione sul matrimonio. Dalla testimonianza di don Juan E. Vecchi.

Ora ecco la saldissima convinzione che deve servirvi da bussola nella maturazione della vostra affettività: nessuna soddisfazione volgare, nessun piacere peccaminoso, nessun affetto inquinato dalla sensualità, nessun compromesso colla dignità della coscienza, nessun amore da strapazzo può rendere felice il cuore umano. Senza Dio, o peggio contro Dio, non vi può essere gioia.

Non vi sembri un fuori luogo se, per ancorarci in questa persuasione, noi interpelliamo anzitutto quelli tra gli uomini che più ebbero dalla vita. E incominciamo da uno, che non per un giorno, ma per diciassette anni fece la prova di dissetarsi a tutte le cisterne della felicità terrena, sant'Agostino. Ebbene, ecco con che potenza di introspezione analizza la sua esperienza.

  1. Voi, Signore, sape[va]te che cosa soffrivo allora. Sciebas quid patiebar. — Ero corroso dal tarlo dell'insoddisfazione: rodebar.
  2. Il rimorso e la vergogna mi dilaniava: me excruciabat. — Una simile vita era ancora una vita? Talis vita, numquid vita erat?
  3. Che tormenti, che gemiti erano i miei! Quae tormenta, qui gemitus!
  4. Una immensa tristezza riempiva il mio cuore: maestitudo ingens.

E dalla sua amara esperienza traeva quell'ammirevole conclusione: «Fecisti nos Domine ad te: et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te».35
L'ago della nostra bussola oscillerà inquieto, finché non si riposa nel suo nord magnetico, Dio.

D'Annunzio, che all'ingresso della sua dimora aveva fatto scrivere le parole: «Cogli la rosa, fuggi la spina», confessava prima di morire: «Sono vecchio ed infelice; non ritrovo nella mia esistenza un attimo di gioia». Aveva avuto tutte le rose, ma anche perciò tutte le spine. E lasciò scritto: «La tristezza si trova al fondo del piacere, come alla foce di tutti i fiumi si trova l'acqua amara».

Daniele Rovère, dopo la caduta — sono sue parole — «si sarebbe vomitato da se stesso per il disgusto». La colpa entra nell'anima per la porta di una promessa felicità, ma esce per la porta della tristezza.

35 S. AGOSTINO, Confessioni 1,1.
Mi ha sempre profondamente commosso la dedica che Goethe premise al Faust nel 1797. È il dramma dell'uomo in cerca dell'attimo bello, e con tutti gli incantesimi di Mefistofele non lo raggiunge mai. Goethe, che quel dramma ha creato per esprimere l'ansia dell'umanità, e con cui ha ottenuto tanti trionfi, giungendo al colmo della gloria, nella dedica si volge alla sua vita: neanche lui ha raggiunto l'attimo bello. «Un brivido mi prende; pianto segue al pianto. Il cuore irrigidito si sente intenerire».

Eva Lavallière, la più celebrata diva dei teatri parigini all'inizio del secolo, dopo un successo inaudito, attesa dalla folla in delirio, esce dalla porticina di servizio e si dilegua nella notte. È sorpresa sulle rive della Senna, mentre si accinge a buttarsi in acqua... «Non ne posso più! Mi fa morire di nausea».

Julien Green [scrive]: «Se ci si volesse convertire, non bisognerebbe andare nelle chiese, ma nei luoghi cosid[d]etti del piacere. Non ne conosco altri che quelli di Parigi: è quanto vi è di più triste nel mondo».

Ed infine [rivolgiamo la nostra attenzione a] un autore ispirato, Salomone (Qo 2,2-11). Permettetemi di citarlo, perché è una rassegna completa di tutte le gioie terrene e mi dispensa da molte considerazioni. «Ho detto al mio cuore: "Vieni dunque, ti voglio mettere alla prova con la gioia: Gusta il piacere!". Ma ecco, anche questo è vanità. Del riso ho detto: "Follia!" e della gioia: "A che giova?". Ho voluto soddisfare il mio corpo con il vino, con la pretesa dí dedicarmi con la mente alla sapienza e di darmi alla follia, finché non scoprissi che cosa convenga agli uomini compiere sotto il cielo, nei giorni contati della loro vita. Ho intrapreso grandi opere, mi sono fabbricato case, mi sono piantato vigneti. Mi sono fatto parchi e giardini e vi ho piantato alberi da frutto d'ogni specie; mi sono fatto vasche, per irrigare con l'acqua le piantagioni. Ho acquistato schiavi e schiave, e altri ne ho avuti nati in casa e ho posseduto anche armenti e greggi in gran numero, più di tutti i miei predecessori in Gerusalemme. Ho accumulato anche argento e oro, ricchezza di re e di province; mi sono procurato cantori e cantatrici, insieme con le delizie dei figli dell'uomo. Sono divenuto grande, più potente di tutti i miei predecessori ín Gerusalemme, pur conservando la mia sapienza. Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore, che godeva d'ogni mia fatica; questa è stata la ricompensa di tutte le mie fatiche. Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle. Ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c'è alcun vantaggio sotto il sole...».

II. Abbiamo interpellato gli uomini più fortunati, che più assaporarono le gioie terrene, ed abbiamo visto che non sono esse che possono appagare il cuore umano. Se ora interpelliamo i rappresentanti più genuini dell'animo moderno, attraverso la narrativa, il teatro, la filosofia, arriviamo alla stessa conclusione: angoscia, delusione, nausea, incertezza, disperazione. Qui c'è tutta la tragedia dell'uomo che cerca unicamente nell'uomo la soluzione del problema. Tutta la moderna letteratura è una testimonianza ab absurdo di questo: pensate all'Uscio chiuso di Jean Paul Sartre; al Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello; all'Uomo in sospeso di Franz Kafka; a La disperata condizione umana di André Malraux; a L'uomo assurdo di Alberto Camus; al Mestiere di vivere di Cesare Pavese; a La tragedia umana di Eugenio O' Neil.

Direte che questi sono filosofi e letterati, e quindi per professione ammalati di pessimismo.

Ebbene, interpelliamo allora l'uomo della strada. Quando vedete la gente che affolla i teatri, riempie í bar e i caffè, sempre ín cerca di nuove ebbrezze, sempre spinti dall'inquietudine e da mille brame, dovete concludere che non hanno trovato la felicità, perché, se l'avessero trovata, non andrebbero più a cercarla. Colui che va a piedi sospira la bicicletta; chi va in bici[cletta] desidera la vespa; chi ha la vespa vuole l'automobile; e pensate che chi va in auto sia più felice di colui che va a piedi? Non diciamo nulla delle ricchezze: non troverete un ricco felice.

Ed infine, ciascuno interpelli, se crede, la propria esperienza. Siete voi felici? soddisfatti di ciò che siete ed avete? Puntate su una meta; ma vi accorgete poi che invece della vetta c'è solo una gobba. Non è vero che dopo ogni godimento dite: Tutto qui? Simile esperienza voi l'avete fatta mille volte. Perfino l'amicizia, a cui il giovane aspira come al vertice della felicità, vi ha completamente soddisfatti? Presto o tardi, come dice Lucrezio, «uno rimane deluso, per aver domandato a quella persona di più di quanto essa poteva concedere ai mortali».

Paul Bourget [afferma]: «Amare con un amore in cui dominano í sensi è sempre, sempre e sempre soffrire di non essere sazio». Fama, onore, gloria, potenza? [Non sono altro che] palloni colorati che si sgonfiano alla minima puntura36 di spillo.

36 Nel volume curato da don E. Valentini: puntata.

Dunque questa è la situazione dell'uomo e la tragedia umana, il profondo dissidio; il cuore umano è come dilaniato e discerpato. Morir di fame e di sete; non trovare tra le gioie puramente terrene nessun pane per la propria fame, nessuna acqua per la propria sete. Il cuore umano è fatto per l'infinito, ha una apertura, una capacità, una esigenza che può essere colmata solo dall'infinito. Di qui la perenne tragedia di ogni individuo e di tutta l'umanità: voler estinguere la sete d'infinito con dei surrogati finiti, che non fanno che acuire il bruciore e lo spasimo della sete insoddisfatta. Come il prigioniero che, dopo quaranta ore di reclusione in una infuocata tradotta russa, divorato dalla sete, succhia disperatamente, contendendoli ai compagni, i bulloni della tradotta, per trovare un passeggero refrigerio all'arsura.

La nostra inquietudine è la firma e il contrassegno che il nostro cuore è fatto per lui. Niente ci placa, niente ci accontenta, niente ci basta all'infuori di Dio. Ogni amore contro Dio o senza Dio è una amarissima delusione, una ferita che fa sanguinare il cuore.

Ho visto un campo: l'aravano. La lama tagliente dell'aratro lo fendeva e squarciava crudele. Perché tanto strazio di vergine terra? Perché sia pronta a ricevere il seme.

Il vostro cuore sanguina dalle profonde ferite della delusione. Queste ferite aspettano Gesù. L'uomo ha bisogno di Dio. La vostra gioia reclama Dio. Il vostro cuore sarà pago solo in Dio. Ogni amore che non ha Dio come ultimo fine e la sua legge, come norma suprema, non può essere se non avvilente e bestiale egoismo. Nella sua volontà c'è la nostra pace.37 Il vostro cuore, in qualunque amore, sia sempre proteso a lui, come la freccia verso il bersaglio. Tutto e tutti amate in Dio e per Dio, in tutto e tutti amate Dio. Dio è amore; la vita cristiana è amore, amare col cuore stesso di Dio trapiantato in noi.

37 «E 'n la sua volontade è nostra pace: I ell'è quel mare al qual tutto si move I ciò ch'ella cria e che natura face» (DANTE ALIGHIERI, Divina commedia, Paradiso 3,85-87).

008. I. [La maturità del cuore]: altius
(20 ottobre 1955, Valsalice, liceali del terzo anno)38
Introd[uzione]. Quando Victor Hugo fece domandare all'amico incisore Celestino Nanteuil dei giovani che venissero a rendere più brillante l'esito del suo famoso dramma Les Burgraves, il Nanteuil rispose all'inviato: «Mio caro, va' a dire al tuo padrone che non vi sono più giovani!».

Questo poteva forse essere vero circa il 1846 in Francia; ma oggi, grazie a Dio, non è più vero per noi. Oggi dei giovani ce ne sono. E quali giovani, e in quale momento decisivo della loro vita!39
Accorsi dalle vostre case, recando ciascuno la propria storia e il proprio segreto, voi siete qui radunati stasera per tracciare l'orientamento dell'anno più decisivo della vostra vita. Il vostro avvenire dipende da quest'ultimo anno di liceo; quest'anno dipende dall'impostazione che darete questa sera. Impostare con serietà e responsabilità quest'anno vuol dire decidere della propria vita.

Io credo perciò fermissimamente che un'ora decisiva sta battendo sul quadrante della vostra esistenza; voi forgiate e costruite il vostro avvenire e quello di coloro che saranno vostri. Sarete domani ciò che ora decidete di essere, se è vero che la vita di un uomo dipende tutta da alcuni «sì» detti nella giovinezza.

Alla fine di quest'anno voi sarete riconosciuti maturi, intellettualmente maturi per gli studi universitari; ma tale vostra maturità intellettuale sarà uno sgorbio ridicolo, se non fosse accompagnata dalla maturità totale alla vita. È appunto di questa maturazione della vostra personalità completa alla vita che vogliamo intrattenerci insieme in queste tre ore di conversazioni, studiandone insieme problemi, difficoltà e metodi, presentando al vostro sp[i]rito l'ideale del giovane maturo, su cui Dio, la società, la famiglia può contare, ideale che si potrebbe riassumere nel motto agonistico: «altius, fortius, citius».
I. La prima e fondamentale maturità, che quest'anno ognuno di voi deve raggiungere, è la maturità dell'affetto, del sentimento, del cuore, con l'i[m]postazione seria e definitiva del problema dell'amore. I frutti maturano al sole, gli uomini maturano all'amore. Una mancata impostazione di questo problema può compromettere la vostra felicità di domani e quella della vostra futura famiglia.

38 «Dal 20 al 22 ottobre 1955 [don Quadrio] tenne tre lezioni ai liceali di Valsali-ce sui temi: Formazione del cuore; Formazione della volontà; Formazione della coscienza» (Mod. 144). Per la seconda cf. E 044.

39 Per lo stesso inizio cf. anche E 015; 0 100.

Voi avete il dono della giovinezza; siete ricchi d'una ricchezza meravigliosa, di cui diventate ogni giorno più consapevoli. Dovete non sciupare, ma valorizzare questo divino tesoro.

I vostri cuori battono rapidamente e battono forte; le vostre anime nuove palpitano di desideri e di sogni. Voi siete tanto generosi. Voi siete tanto deboli. Le vostre anime sono fatte di un cristallo, ma d'un cristallo così fragile! Bisogna proteggerlo dai colpi.

Dopo tanti anni che vedo da vicino tanti giovani dei licei e delle università, non so mai affacciarmi senza trepidazione e senza rispettosa commozione a quel mondo affascinante ed interessantissimo che è il cuore di un giovane, che si va [a]prendo alla vita. Credo di comprendervi. Ho assistito molto da vicino alle vostre intime lotte, ai vostri folli sogni e alle vostre amare delusioni; ho conosciuto le vostre serate di vertigine, le vostre mattinate di vittoria, le vostre cadute e le vostre risurrezioni. Sì, le vostre risurrezioni, perché uno può risorgere.

Non si tratta di soffocare, reprimere, ma di educare, formare, governare il proprio cuore in un ideale di nobile elevatezza: «altius».
La vita, alla quale vi affacciate, esigerà da voi un cuore temprato, nobilmente libero, senza segrete viltà o umilianti catene, un cuore educato a nobile delicatezza e a magnanimi impulsi. I tarli segreti che oggi incominciano a minare la vostra felicità di domani sono: i facili erotismi o amoreggiamenti che stemperano il cuore e svigoriscono il carattere, umiliano la personalità e dignità del giovane, perché costretti al contrabbando e al meschino sotterfugio. Educate il vostro cuore alla nobiltà e lealtà degli affetti, all'austerità e padronanza dei sentimenti e delle simpatie, al perfetto dominio ed equilibrio nelle amicizie forti e luminose, salvandolo dagli snervanti vagabondaggi di oggi per i sublimi compiti del domani. Lacordaire, per stimolare i giovani a questa forte disciplina degli affetti, non dubitava di ripetere loro: «Fra tua madre e tua sorella... esiste al mondo una debole e dolce creatura che Iddio t'ha destinata... Ah! conservale il tuo cuore, come essa ti conserva il suo: non vivere in modo da doverle portare un mucchio di rovine in cambio della tua fiorente giovinezza...». Come sarai fiero, se ai piedi dell'altare Dio benedirà le primizie del tuo cuore e non le tristi ceneri di tante energie sciupate e sperperate!
Altius.
Vi è una verità che vorrei penetrasse come una goccia di fu[o]co fino nel midollo del vostro cuore e che deve costituire l'idea madre di tutta la vostra vita e maturazione affettiva.

Il cuore dell'uomo è fatto per la gioia e la felicità. L'uomo ha come una spina conficcata nel fianco, che lo fa anelare alla felicità: voglio godere, voglio star bene, voglio essere felice. Questo è il grido di ogni vita umana. Tutto il nostro essere, in ogni sua facoltà, in ogni sua fibra o tendenza, negli istinti, nei sensi, nel cuore, nell'anima, è un'angosciosa e disperata invocazione alla gioia, uno spasimo verso la felicità. Anche il desiderio di ricchezza, di fama, di successo, di comprensione, di affetto, di tenerezza, di amore, non è se non la testimonianza e l'espressione del bisogno della felicità. Siamo fatti per la gioia.

Ma qui si pone il grande problema. In che cosa consiste la felicità per l'uomo? Che cosa può placare, appagare, saziare ogni desiderio umano? Ora ecco la saldissima convinzione che deve servirvi da bussola nella maturazione della vostra maturità affettiva: nessuna soddisfazione volgare, nessun piacere peccaminoso, nessun affetto inquinato dalla sensualità, nessun compromesso con la dignità della coscienza, nessun amore da strapazzo può rendere felice il cuore umano. Senza Dio, o peggio contro Dio, non vi può essere gioia.

Non vi sembri un fuori luogo se, per ancorarci in questa persuasione, noi interpelliamo anzitutto quelli tra gli uomini che più ebbero dalla vita. E incominciamo da uno che, non per un giorno, ma per diciassette anni fece la prova di dissetarsi a tutte le cisterne della felicità terrena, s[ant]'Agostino. Ebbene, ecco con quale potenza di introspezione analizza la sua esperienza.

  1. «Voi, o Signore, sape[va]te che cosa io soffrivo allora. Sciebas quid patiebar. — Ero corroso dal tarlo dell'i[n]soddisfazione: rodebar!
  2. Il rimorso e la vergogna mi dilaniava: me excruciabat.
  3. Una simile vita era ancora una vita? Talis vita numquid vita erat?
  4. Che tormenti, che gemiti erano i miei! Quae tormenta, qui gemitus!

— Un'immensa tristezza riempiva il mio cuore: maestitudo ingens».
E dalla sua amara esperienza traeva quell'ammirevole conclusione: «Fecisti nos, Domine, ad te, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te».4° L'ago della nostra bussola oscillerà inquieto, finché non si riposa nel suo nord magnetico, Dio.

40 S. AGOSTINO, Confessioni 1,1.
D'Annunzio, che all'ingresso della sua dimora aveva fatto scrivere le parole: «Cogli la rosa, fuggi la spina», confessava prima di morire: «Sono vecchio ed infelice; non ritrovo nella mia esistenza un attimo di gioia». Aveva avuto tutte le rose, ma anche perciò tutte le spine. E lasciò anche scritto: «La tristezza si trova al fondo del piacere, come alla foce di tutti i fiumi si trova l'acqua amara».

Daniele Rovère, dopo la caduta — sono sue parole — «si sarebbe vomitato da se stesso per il disgusto». La colpa entra nell'anima per la porta di una promessa felicità, ma esce per la porta della tristezza.

Mi ha sempre profondamente commosso la «Dedica» che Goethe premise al Faust nel 1797. È il dramma dell'uomo in cerca dell'attimo bello, e con tutti gli incantesimi di Mefistofele non lo raggiunge mai. Goethe, che quel dramma ha creato per esprimere l'ansia dell'umanità, e con cui ha ottenuto tanti trionfi, giungendo al colmo della gloria, nella «Dedica» si volge alla sua vita. Neanche lui ha raggiunto l'attimo bello: «Un brivido mi prende: pianto segue al pianto. Il cuore irrigidito si sente intenerire».

Eva Lavallière, la più celebrata diva dei teatri parigini all'inizio del secolo, dopo un successo inaudito, attesa dalla folla in delirio, esce dalla porticina di servizio e si dilegua nella notte. È sorpresa sulle rive della Senna, mentre si accinge a buttarsi in acqua: «Non ne posso più! Mi fa morire di nausea».

Julien Green [così ci lascia scritto]: «Se ci [si] volesse convertire, non bisognerebbe andare nelle chiese, ma nei luoghi cosid[d]etti del piacere. Non ne conosco altri che quelli di Parigi: è quanto vi è di più triste al mondo».

Ed infine [interroghiamo] un autore ispirato, Salomone (Qo 2,1-11). Permettetemi di citarlo, perché è una rassegna completa di tutte le gioie terrene e mi dispensa da molte considerazioni. «Ho detto al mio cuore: "Mi rallegrerò con ogni sorta di beni". Ho elevato grandi opere, fabbricato magnifici palazzi, piantato vigne, ho avuto schiavi senza numero, armenti, buoi e pecore; ho posseduto oro ed argento, le ricchezze dei re e delle province, che mio padre aveva sottomesso al mio impero. Ebbi nel mio pal[a]zzo cantori e cantatrici e si versava il vino in coppe d'oro alla mia mensa. Per essere sincero: io non rifiutai alcuna soddisfazione ai miei occhi; accordai al mio cuore tutti i piaceri che gli sembravano desiderabili e quando, dopo tutto questo, io mi ripiegai su me stesso, vidi e compresi che tutto è vanità e afflizione di spirito».

II. Abbiamo interpellato gli uomini più fort[u]nati, che più assaporarono le gioie terrene, ed abbiamo visto che non sono esse che possono appagare il cuore umano. Se ora interpelliamo i rappresentanti più genuini dell'animo moderno, attraverso la narrativa, il teatro, la filosofia, arriviamo alla stessa conclusione: angoscia, delusione, nausea, incertezza, disperazione. Qui c'è tutta la tragedia dell'uomo che cerca unicamente nell'uomo la soluzione del grande problema. Tutta la moderna letteratura è una testimonianza ab absurdo di questo. Pensate all'Uscio chiuso di Paul Sartre, al Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, all'Uomo in sospeso di Franz Kafka, alla Disperata condizione umana di André Malraux, all'Uomo assurdo di Alberto Camus, al Mestiere di vivere di Cesare Pavese, alla Tragedia umana di Eugenio O' Neil.

Direte che questi sono filosofi e letterati, e quindi per professione ammalati di pessimismo.

Ebbene, interpelliamo allora l'uomo della strada. Quando vedete la gente che affolla i teatri, riempie i bar e i caffè, sempre in cerca di nuove ebbrezze, sempre spinti dall'inquietudine e da mille brame, dovete concludere che non hanno ancora trovato la felicità, perché, se l'avessero trovata,'" non andrebbero a cercarla.

Colui che va a piedi sospira le bicicletta; chi va in bici[detta] desidera la vespa; chi ha la vespa vuole l'automobile; e pensate che chi va in auto sia più felice di chi va a piedi? Non diciamo nulla della ricchezza: «Non troverete un ricco felice». Con i soldi si può comprare tutto, eccetto una cosa: la felicità.

Ed infine ciascuno interpelli, se crede, la propria esperienza. Siete voi felici? Soddisfatti di ciò che siete ed avete? Puntate su una meta; ma vi accorgete poi che invece della vetta è solo una gobba. Non è vero che dopo ogni godimento dite: «Tutto qui?». Simile esperienza voi l'avete fatta mille volte.

Perfino l'amicizia, a cui il giovane aspira come al vertice della felicità, vi ha completamente soddisfatti? Presto o tardi, come dice Lucrezio, «uno rimane deluso, per aver domandato a quella persona più di quanto essa poteva concedere ai mortali».

Paul Bourget [esclama]: «Amare con un amore in cui dominano i sensi è sempre, sempre e sempre soffrire di non essere sazio». Fama, onore, gloria, potenza? Palloncini colorati che si sgonfiano alla minima puntura di spillo.

41 Nell'originale: cercata.

Dunque questa è la situazione dell'uomo e la tragedia umana, il profondo dissidio [dal quale] il cuore umano è dilaniato e come discerpato. Morir[e] di fame e di sete; non trovare tra le gioie puramente terrene nessun pane per la pr[o]pria fame, nessun'acqua per la propria sete.

Il cuore umano è fatto per l'infinito, ha un'apertura, una capacità, una esigenza che può essere colmata solo dall'infinito. Di qui la perenne tragedia di ogni individuo e di tutta l'umanità: voler estinguer[e] la sete di infinito con dei surrogati finiti, che non fanno che acuire il bruciore e lo spasimo della sete insoddisfatta. Come il prigioniero che, dopo quaranta ore di reclusione in una infuocata tradotta russa, divorato dalla sete, succhia disperatamente, contendendoli ai compagni, i bulloni della tradotta, per trovare un passeggero refrigerio all'arsura. Come il naufrago che vuol dissetarsi con l'acqua salata del mare.

La nostra inquietudine è la firma e il contrassegno che il nostro cuore è fatto per lui. Niente ci placa, niente ci accontenta, niente] ci basta all'infuori di Dio. Ogni amore contro Dio o senza Dio è un'amarissima delusione, una ferita che fa sanguinare il cuore.

Ho visto un campo; l'aravano. La lama tagl[i]ente dell'aratro lo fendeva e squarciava crudele. Perché tanto strazio di vergine terra? Perché sia pronta a ricevere il seme.

Il vostro cuore sanguina dalle profonde ferite della delusione. Queste ferite aspettano Gesù. L'uomo ha bisogno di Dio. La vostra gioia reclama Dio. Il vostro cuore sarà pago solo in Dio. Ogni amore che non ha Dio come ultimo fine e la sua legge, come norma suprema, non può essere se non avvilente e bestiale egoismo. «In la sua voluntate è nostra pace».42
Il vostro cuore, in qualunque amore, sia sempre proteso a lui, come la freccia verso il bersaglio. Tutto e tutti amate in Dio e per Dio, in tutto e tutti amate Dio. Dio è amore; la vita cristiana è amare, amare col cuore stesso di Dio trapiantato in noi.

42 «E 'n la sua volontade è nostra pace: I ell'è quel mare al qual tutto si move I ciò ch'ella cria e che natura face» (DANTE ALIGHIERI, Divina commedia, Paradiso 3,85-87).

009. L'orientamento della nostra vita
(1954, Colle Don Bosco, giovani confratelli)43
Fra i Nuovi poemetti del Pascoli ce n'è uno intitolato «Il libro». È un vecchissimo libro, aperto sul leggio di quercia. Era già antico, quando ancora la quercia viveva nella foresta. E il poeta sente un uomo che arriva e si mette a sfogliare: «invisibile, là, come il pensiero». Gira le pagine, prima adagio, poi più in fretta, dalla prima all'ultima, poi dall'ultima alla prima; poi quasi con rabbia ricomincia, poi pare si arresti, le volge lentamente, poi le contorce, e cerca, cerca, cerca sempre. Invano. Quanto ha cercato, quell'uomo misterioso in quel libro antico? E mai ha cessato di cercare:
«Sempre. Io lo sento, tra le voci erranti,
invisibile, là, come il pensiero,
che sfoglia, avanti indietro, indietro avanti,
sotto le stelle, il libro del mistero».44
C'è tanto mistero intorno a noi. E l'umanità fruga da secoli: Che cosa è la realtà? Perché esiste la realtà? Perché esistiamo noi? Donde veniamo, dove andiamo? Alcuni sono tanto superficiali, da non porsi le più grandi domande; vivono distratti, come fuori di sé. Ma le anime pensose dei propri destini avvertono tutte il problema. È possibile mai che si debba vivere come gli uccelli o i cani, senza sapere perché si vive e si scompaia un giorno, senza sapere perché si muore? Abbiamo bisogno del silenzio di Dio per ritrovare noi stessi, riscoprire il perché e l'orientamento della n [o] s [tra] vita.

La meditazione del fine dell'uomo è chiamata da sant'Ignazio, negli Esercizi, «del fondamento», perché è fondamentale nell'orientazione della vita umana. Sant'Ignazio vuole che non si passi ad altre meditazioni, se gli esercitandi non hanno fatto bene ac solide la considerazione del principium et fundamentum.45 È chiamata considerazione e non meditazione, perché è diretta più alla mente che al cuore. Non è quindi da far meraviglia o causare scoraggiamento, se ci lasciasse aridi e come indifferenti. Orientamento!
43 Della serie degli esercizi predicati al Colle Don Bosco per giovani confratelli (cf. E 003-004, E 006). Porta sull'angolo destro in alto la segnatura II.

44 G. PASCOLI, Il libro (Nuovi poemetti), vv. 36-39. La stessa introduzione appare in C 001 e come introduzione al trattato De Deo creante (E. VALENTINI, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 265). Cf. anche la meditazione che segue (E 010).

45 S. IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi spirituali 23.

Noi la poniamo sotto lo sguardo e la protezione di Maria, la cui vita fu una corsa verso l'ultimo fine. Ma, specialmente dopo l'ascensione di Gesù, la vita della Madonna fu un dolce spasimare verso il suo Diletto! Ed è così il modello dell'anima anelante al fine ultimo!
I. È necessario anzitutto fiss[ar]e quale sia l'orientamento generale dell'universo. Infatti come stabilire la rotta per la vita, se non conosciamo l'oceano, dove alla barca tocca navigare? Sarò semplicissimo, giacché la verità ama la chiarezza, la luce non ama le tenebre. Guardate: questa è la forma più matura e più densa. L'intera realtà viene da Dio, ed è destinata a ritornare a Dio. È come un immenso anello: in alto c'è Dio, poi la creazione che scende da lui, che quasi esce da lui, finalmente la realtà che torna a lui, quasi per perdersi in lui. «Ego sum Alfa et Omega, principium et finis». Due passi cosmici: tutto da Dio, tutto a Dio. Deus rerum omnium principium et finis (Vat.).46
46 Ap 1,8.

A. Tutta la realtà, fino all'ultimo e minuscolo frammento di essere, tutto, assolutamente tutto viene da Dio, è una partecipazione finita dell'infinita realtà e perfezione divina.
E assurda e impensabile una qualunque realtà che non sia come un'irradiazione e partecipazione dell'essere divino, che esista a sé, indipendentemente da Dio.

Tutto adunque ed ogni cosa nella totalità del suo essere è da Dio. Le stelle innumerevoli, la nostra terra, le piante con la loro varietà, gli animali coi loro istinti, gli uomini, tutti gli uomini, anche gli spiriti separati dalla materia. Ogni cosa che vediamo, dal sole alla lucciola della siepe, dalle giogaie più alte dei monti ai granelli d'arena, dai cedri del Libano al pulviscolo fatto scherzo del vento, è fatto da Dio per un succedersi di cause seconde, disposte e mosse da lui, Causa prima. Noi ci moviamo sempre fra le opere di Dio. Sollèvati al cielo, scendi nelle profondità della terra, avventurati nell'immensità dei mari: sempre sarai di fronte all'opera di Dio. E queste opere, venendo da Dio, ci manifestano ciascuna qualche aspetto di Dio. Sono come raggi di Dio, e ogni raggio rivela un po' della magnificenza del sole.

Quando nel mondo ci colpisce la bellezza di un tramonto o l'incanto di una notte stellata, quando ci sfiora la bontà di un sorriso, quando ammiriamo la sapienza dí cui è pieno un alveare, quando ci incute timore la forza del mare adirato, noi sfamo sempre innanzi ai raggi di Dio. Diceva la piccola poesia della nostra infanzia:
«Dovunque il guardo giro,
immenso Dio ti vedo:
nell'opre tue t'ammiro,
ti riconosco in me.

La terra, il mar, le sfere,
parlan del tuo potere:
[tu sei per tutto, e noi
tutti viviamo in te]».47
Rapiti da questo pensiero, gli spiriti contemplativi cadevano in ginocchio innanzi alle creature, ammirando la maestà del Creatore, e nel fiore adoravano la divina bellezza, nella danza delle stelle la divina sapienza. Quali fremiti, per l'anima che comprende! Noi ci muoviamo fra le braccia di Dio,48 è Dio che continuamente ci protende i suoi doni, in Dio respiriamo, respira l'anima, respira il corpo. Siamo immersi in una luce che è tutta luce di Dio. Ce l'abbiamo questo senso sacro delle cose e della realtà?
47 P. METASTASIO, La passione di Cristo, arietta.

48 In ipso enim vivimus et movemur et sumus (At 17,28).

B. Tutte le cose e tutta la realtà di ogni singola cosa viene da Dio. Ma qual è lo scopo supremo verso cui corre l'universo, con la sua continua agitazione? E il secondo momento cosmico. Dopo [aver] contemp[l]ato il principio delle cose, è il problema del loro ultimo fine. E ancora una volta ci troviamo innanzi a Dio. Dio autore di tutte le cose, Dio scopo di tutte le cose.

Per comprendere ciò in qualche maniera, dobbiamo cercare di penetrare nei disegni divini e chiederci. Perché Dio ha creato? Perché ha voluto uscire dalla sua eterna e splendida solitudine ed emettere questa serie di raggi suoi che sono le creature?
Dio non ha creato senza scopo. Non sarebbe un agente intelligente.

Dio non ha creato per un fine estrinseco a sé, essendo assolutamente indipendente e pienamente sufficiente in se stesso. Egli è l'infinita pienezza della perfezione, a cui nulla si può aggiungere.

Dunque Dio ha creato avendo come scopo se stesso, cioè la sua infinita perfezione:
— non da acquistare, poiché già ce l'ha in se stesso,

  1. non da aumentare, poiché è in se et ex se beatissimus,
  2. ma da comunicare alle creature, da glorificare nelle creature e attraverso le creature.

Dio ha creato il mondo per la sua gloria, ottenendo nello stesso tempo il bene della creatura. Dio ha creato per sé, ma non per egoismo, anzi per un atto di effusissima liberalità, poiché dalla creazione nessuna utilità proviene a Dio: ogni beneficio è della creatura, che per l'impero divino viene strappata dal nulla, per essere chiamata al convito dell'esistenza e della felicità.

Lo scopo dunque essenziale del creato è cantare «la gloria di Colui che tutto muove».49

  1. Salmi,
  2. Cantico dei tre fanciulli,
  3. San Paolo: 1) Quoniam ex ipso et in ipso (in ipsum, eis autón) sunt omnia; 2) in laudem gloriae.5°

Limpida e maestosa l'architettura dell'universo: la realtà viene tutta da Dio e a Dio tende con tutto il peso del suo essere.

La creatura in quanto tale è intrinsecamente ordinata e fatta per Dio. Tutte le fibre dell'essere creato, fin nelle sue profondità, non sono altro che un grido, uno slancio, uno spasimo anelante verso Dio.

Lo abbiamo dunque scoperto il mistero che l'uomo cercava, cercava, cercava nel suo libro antico, di giorno e di notte, sfogliando, sfogliando, sfogliando, «invisibile, là, come il pensiero»? Sì, nelle sue grandi linee: la realtà è come un anello immenso,51 la creatura proviene da Dio, ed è uno spasimo di felicità non raggiunta, finché non si rivolge a Dio.52
II. Tracciato così, a grandissime linee, il quadro dell'universo, ci si affaccia la domanda. Che cos'è e quale scopo ha la vita dell'uomo nell'universo? L'uomo [è] tutto da Dio, tutto di Dio, tu[tt]o per Dio.

Ecco la risposta. L'uomo è l'essere attraverso cui l'universo sensibile, che viene da Dio e deve tornare a Dio, compie di fatto il suo ritorno a Dio. Tutto deve ridondare a gloria di Dio, ma per mano dell'uomo, che è come il sacerdote della gloria di Dio nel tempio dell'universo, colui che tutte le voci dí lode raccoglie per offrir[l]e a[lla] sua divina Maestà. È l'essere centrale dell'universo sensibile: in lui si appunta il moto di discesa da Dio, da lui riparte il moto [di ascesa] verso Dio.53
49 «La gloria di colui che tutto move I per l'universo penetra e risplende I in una parte più e meno altrove» (DANTE ALIGHIERI, Divina commedia, Paradiso, 1,1-3). 5° Rm 11,36; Ef 1,6.12.

51 Immagine desunta da padre R. Lombardi.

52 Pensiero ispirato a S. Agostino. «Tu excitas, ut laudare te delectet, quia fecisti nos ad te; et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te» (S. AGOSTINO, Confessioni 1,1).

Sal 8,5-9: Minuisti eum paulo [minus ab angelis] gloria [et honore coronasti eum].
1 Cor 3,22: Omnia vestra sunt. [L'architettura dell'universo è quella di una immensa] piramide. L'uomo congiunge la base (le cose) al vertice (Dio).

53 Per uno sviluppo di questa sezione cf. la conversazione dal titolo «Sacerdote della natura» (C 069).

Ma è possibile questo? Ma come attribuire a un essere così debole e piccolo una così sublime funzione, di valore cosmico? La risposta è semplice: perché l'uomo è un essere intelligente e libero. Questo è il segreto della nostra incommensurabile grandezza.

Gli esseri privi di intelligenza, quali le piante, gli animali, í minerali... danno gloria a Dio come possono, agendo ciecamente secondo la legge della loro natura. Le stelle intrecciano le loro danze, le piante offrono fiori stupendi, gli uccelli cantano sul ramo, e questo risulta, oggettivamente, quasi un inno alla magnificenza di Dio, che ha creato sì varie e ammirabili nature.

Però, bisogna confessarlo, è un inno, una gloria, che in fondo Dio stesso si attribuisce da sé. Sono esseri trascinati fatalmente a quegli atti dalle loro leggi, leggi impresse da Dio, senza libertà e quindi senza responsabilità. La stella non può rifiutare di correre nella sua orbita: la costringe la gravitazione universale. La pianta non può ricusare di produrre fiori: la primavera glieli strappa dal seno. Così anche il cane non può rifiutare di difendere la casa del suo padrone e l'uccello di fabbricare il suo nido.

La gloria che può venire a Dio da questo mirabile palpitare di esseri è quindi sì una certa gloria, ma, se non dovesse esserci altro, potrebbe quasi paragonarsi a quella che un burattinaio si procurasse, facendosi applaudire dai suoi burattini. Sarebbe Dio a tirare tutti i fili dal cielo.

Quando invece compare nell'universo l'essere libero, responsabile dei suoi atti, la situazione cambia interamente. È da questo essere libero e da esso soltanto, che Dio può avere la piena e vera gloria, che egli non si dia da sé. L'uomo tributa a Dio l'omaggio di tutte le creature, facendosi corifeo e modulatore della mirabile sinfonia che sale dall'universo. Il mondo è come un immenso organo silenzioso dalle infinite canne, da cui l'uomo sprigiona le più armoniose melodie.

Eccola qui, scoperta nel suo segreto, la sconfinata dignità dell'uomo. Siamo quasi sacerdoti e re della creazione visibile, siamo la voce di tutto il creato: lo dominiamo, lo usiamo per noi, ma, sottomettendoci a Dio, lo portiamo, insieme con noi, allo scopo finale della gloria di Dio. Siamo signori, noi, del creato, ma per recarlo a Dio. Tutto è nostro, ma noi siamo di Dio;54 e quindi per nostro mezzo l'intera realtà compie il suo ritorno a Dio.

La statua dell'uomo la immagino così: in piedi sulla terra, e con gli occhi che fissano il cielo, egli calpesta e dom[in]a la terra e la offre a Dio; a lui la terra fa omaggio, ed egli lo fa a Dio; a lui arriva tutto da Dio, ed egli tutto riconsegna a Dio. L'uomo è dunque il sacerdote della creazione. Sacerdozio in senso largo, ev[identemente]. 1 Pt 2: «genus electum, regale sacerdotium», (v. 4): «sacerdotium sanctum, offerre spirituales hostias, acceptabiles Deo».55
Azioni sacerdotali.

Scopo della vita è dunque glorificare Dio attraverso le creature, offerte e condotte a lui.

  1. Il canto: tutti i salmi [che recano l'invito]: «Cantate».56 Cantare è imprestare la nostra voce a quei grandi strumenti muti che sono gli esseri sensibili. «Ut possim cantare». «In gratia cantantes in cordibus vestris Deo, psalmis, hymnis et canticis spiritualibus».57

«Benedicam Domino».58
«Benedicite».59

  1. Lo studio è prendere coscienza dei nostri domìni, raccoglierne l'omaggio e depositarlo davanti al trono di Dio: la storia e la biologia, la ma tematica e la filosofia, l'arte e la poesia. Tutte le voci dell'umanità e della realtà attraverso il nostro studio salgono a Dio. Tutta la sapienza umana.
  2. L'azione stessa del nutrirsi, non è forse un misterioso rito sacrificale, con cui noi, sacerdoti del creato, immoliamo al Creatore per nostro mezzo gli esseri animati ed inanimati, distruggendoli e consumandoli a sua gloria?

54 Omnia enim vestra sunt... sive mundus sive vita sive mors sive praesentia sive futura; omnia enim vestra sunt, vos autem Christi, Christus autem Dei (1 Cor 3,22-23). " 1 Pt 2,9 (e 4).

56 Sa132,3; 67,33; 95,1-2; 97,1.4; 136,3; 149,1.

57 Col 3,16, con inversione della formula. Cf. anche Ef 5,19.

58 Citazione al singolare della formula di benedizione: Benedicamus Domino.
59 Sai 65,8; 67,27; 95,2; 102,20.21.22; 133,1.2; 134,19.20.

1 Cor 10,31: «Sive ergo manducatis, sive bibatis, sive aliud quid faciatis, omnia in gloriam Dei facite, gratias agentes Deo».
«Per mantenerci al v[o]s[tro] santo] servizio. Edent pauperes et saturabuntur, et laudabunt Dominum».60

  1. E l'affetto e l'amore delle creature verso di noi (domani nel tirocínío sarete il centro di gravitazione di tanti cuori giovanili). Guai se lo accaparriamo per la nostra persona come a termine ultimo, e non lo offriamo piuttosto" a Dio come omaggio che a lui solo è destinato «in odorem suavitatis»!62 [Tocca a noi decidere se debba essere] il laccio o l'ala dell'anima. Guai al sacerdote che riserva per sé le offerte destinate a Dio e compie la rapina nell'olocausto.

Viviamo «in laudem gloriae gratiae ipsius».63

  1. Sentiamoci liberi e padroni nel creato, non schiavi di nulla e di nessuno, tanto meno di noi stessi. Ricordate il conciliabolo dei demoni: la scienza per la scienza, cioè la scienza fatta idolo, sarà la rovina della congregazione salesiana.64

E quello che è detto per la scienza, vale per il danaro, per la fama o propaganda, per i libri, per gli amici.

  1. Noi viviamo generalmente prostrati in adorazione davanti a noi stessi, e passiamo la maggior parte del nostro tempo a bruciare incenso al nostro idolo.

Il nostro atteggiamento dev'essere sempre come quello del prete all'altare, atteggiamento sacrificale. Ritti di fronte a Dio, occhi, braccia, cuore elevati in offerta. La vita è degna di essere vissuta solo se offerta.

Mettiamo oggi e ogni giorno sulla patena, accanto all'ostia del sacrificio, tutta la nostra vita, anima, volontà e corpo.

«Suscipe sancte Pater, hanc immaculatam hostiam...
Offerimus tibi, Domine, calicem salutaris...
Veni, sanctificator, omnipotens, aeterne Deus».65
Vita. Laus perennis, sacrificium laudis,66 in laudem gloriae ipsius.
60 Sal 21,27. Versetto usato come preghiera prima dei pasti.

61 Nell'originale: non piuttosto non l'offriamo.

62 Ef 5,2; Fil 4,18; cf. anche Gen 8,21.

63 Cf. Ef 1,6.

64 Sogno di don Bosco (MB 17,385).

65 Espressioni prese dal Canone romano.

66 SAIZ.) 106,22.

 

010. Sei fatto per Dio solo! (Giovani)
Lettura del s[anto] vangelo secondo Matteo (16,24-26). [«Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai. Ma egli, voltatosi, disse a Pietro: Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!»]. [Vangelo] secondo Luca (12,16-20). [«Disse poi una parabola: La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poidhé non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà»].

Fra i Nuovi poemetti del Pascoli ce n'è uno intitolato «Il libro». È un vecchissimo libro, aperto sul leggio di quercia; era già antico, quando ancora la quercia viveva nella foresta. E il poeta sente un uomo che arriva e si mette a sfogliare: «invisibile, là, come il pensiero». Gira le pagine: prima adagio, poi più in fretta, dalla prima all'ultima, poi dall'ultima alla prima; poi quasi con rabbia ricomincia, poi pare si arresti, le volge lentamente, poi le contorce; e cerca, cerca, cerca, sempre invano. Quanto ha cercato quell'uomo misterioso in quel libro antico? E mai ha cessato di cercare.

«Sempre. Io lo sento, tra le voci erranti,
invisibile, là, come il pensiero,
che sfoglia, avanti indietro, indietro avanti,
sotto le stelle, il libro del mistero».67
C'è tanto mistero intorno a noi. E l'umanità fruga da secoli. Che cosa è la realtà? Perché .esiste la realtà? Perché esistiamo noi? Donde veniamo, dove andiamo? Qual è lo scopo della vita? Non trovando una risposta a questa] angosciosa domanda, il filosofo spretato Roberto] Ardigò a novant'a[nni] si recise col rasolo la carotide.

Alcuni sono tanto superficiali da non porsi le più grandi domande; vivono distratti come fuori di sé. Ma le anime pensose dei propri destini avvertono tutte il problema: è possibile mai che si debba vivere come gli uccelli o i cani, senza sapere perché si vive e si scompaia un giorno, senza sapere perché si muore?
67 G. PASCOLI, Il libro (Nuovi poemetti), vv. 36-39. CL l'inizio della meditazione che precede (E 009).

La meditazione del fine dell'uomo è chiamata da s[ant]'Ignazio «del fondamento», perché è fondamentale nell'orientamento della vita umana. Questa mattina ho visto che sono fatto per la gioia piena e totale, [gioia] che non si trova nella creatura, ma solo in Dio, bene infinito.

I. Come creatura. Sarò semplicissimo, giacché la verità ama la chiarezza, la luce non ama le tenebre. Guardate. Questa è la forma più matura e più densa: tutto il tuo essere e la tua vita è da Dio, è di Dio, è per Dio; tu vieni da Dio e sei destinato a tornare a Dio. La tua esistenza è come un immenso anello: in alto c'è Dio fonte e principio da cui scaturisce tutto il tuo essere per tornare a lui, quasi per perdersi in lui. Tutto da Dio, tutto di Dio, tutto a Dio.

Tutto ciò che sei, che hai, che fai, fino all'ultimo frammento del tuo essere, tutto proviene da Dio, come una irradiaz[ione] del suo essere] inf[inito], tutto tende a Dio e gravita irresistibilmente verso di lui. Sei fatto per Dio, molto più che il sole non sia fatto per splendere e il fuoco per bruciare, infinitamente più che il pesce non sia fatto per nuotare e l'uccello per volare. Tutto il tuo essere, anima e corpo, facoltà e potenze, fin nelle ultime fibre, è tutto un tendere, un gravitare, un correre, un anelare a Dio con tutto il peso della propria natura, come una freccia scoccata al bersaglio, come un corpo al centro di gravitazione. La tua vita è una vorticosa, irrefrenabile corsa verso Dio, come onde di un fiume, che solo in seno [al] mare si placa.

In ogni passo che fai, il tuo essere inconsciamente corre a lui; in ogni bene che desideri, tu inconsapevolmente desideri lui; in ogni bontà che ami, tu necessariamente sospiri a lui, che è tutta la ragione, lo scopo, la mèta del tuo vivere e del tuo agire.

Come è assurdo ed impensabile una briciola del tuo essere che non sia da Dio, così è assolutamente assurdo e impensabile un minimo movimento della tua vita che non sia un tendere a lui.

Lo abbiamo dunque scoperto il mistero che l'uomo cercava, cercava, cercava nel suo libro antico, di giorno e di notte, sfogliando, sfogliando, «invisibile, là, come il pensiero»? Sì, nelle sue grandi linee: la tua vita è come un immenso anello, il tuo essere proviene da Dio ed è uno spasimo di felicità non raggiunta, finché non si rivolge a Dio.

Non sei di nessuno, ché sarebbe anarchia.

Non sei degli altri, ché sarebbe schiavitù.

Non sei tuo, ché sarebbe vacuo egoismo.

Sei di Dio, solo di Dio, che è la massima nobiltà.

Gli appartieni: sei suo! Se un uomo abita una casa, dice: la mia casa. Se l'ha comprata, con più ragione dice che è sua. Se l'ha ricevuta in eredità dai suoi antenati, è ancora più sua. Se l'ha fabbricata lui, tutta lui, con le sue mani, è doppiamente sua. Pensa dunque in quale grado tu sei tutto di Dio e gli appartieni fino nelle profondità del tuo essere e nel più lieve respiro di tua vita. Di Dio solo. Per te vivere è tendere a lui.

II. Conoscere, amare, servire. Come uomo, l'unico scopo della tua vita è tendere a Dio con il tuo essere umano. Che cosa significa tendere? Significa soprattutto amare.68 Giacché solo chi ama, conosce e serve veramente e degnamente. Eccolo lo scopo unico, l'ansia suprema, la vocazione essenziale della tua esistenza: amare. Amare è per te infinitamente più naturale che non sia per l'uccello volare, per il vento soffiare, per il sole risplendere. Il tuo essere è un irraggiamento, uno straripamento dell'amore divino, una piccola scintilla di quell'infinito incendio che è la vita divina. Nato dall'amore, tu sei fatto per amare. Dall'amore all'amore: ecco la traiettoria della tua vita.

Amare...: ma amare chi? Badate: non ho quasi [il] coraggio di articolare la frase, tanto è grandiosa; talmente grandiosa, che può apparire blasfema. Agli Ebrei era vietato perfino di pronunciare il nome di Dio; Mosè si dovette scalzare, quando s'avvicinò al roveto dove Dio si manifestava col fuoco, e noi dovrem[m]o dire... che noi possiamo..., noi dobbiamo..., noi siamo fatti per amare Dio!
Non soltanto le piccole cose materiali: tutto l'oro del mondo, troppo poco pur nel suo luccichio; tutte le bellezze create, troppo scialbe pur nel fascino che accieca; tutti i volti e i cuori degli amanti terreni, troppo gretti pur nella loro sconfinata potenza di amore. Noi siamo fatti per amare Dio, lo stesso Dio, la ricchezza, l'amore infinito, la bellezza infinita, la bontà infinita. E c'è ancora di più: amare Dio significa sentirmi amato da Dio: significa amare con la certezza di un ricambio infinito, preveniente, eterno: «Perché egli ci ha amati per primo».69 «Di un amore eterno ti ho amato, e perciò ti ho tirato a me pieno di compassione» (Ger 31,3).

L'anima che lo ama sente anche di essere amata da Dio: essa è tutta per Dio, e Dio è tutto per lei. Amare Dio è possederne l'amore, quasi comandarne l'amore, sentirsi inebriati da Dio, senza timore che l'amante [ci] abbandoni, mai più. Amare Dio ed essere da Dio amato: ecco la tua vita qui e lassù. Qui nelle tenebre del crepuscolo, lassù nella luce sfolgorante del meriggio eterno.

68 Per lo sviluppo di questa sezione cf. anche le meditazioni che trattano tematiche affini.

69 1 Gv 4,10.

Ma qui è dove mancano le parole: mi devo arrestare. Le parole umane fanno tutte difetto, per una realtà sovrumana. Noi conosciamo l'amore degli uomini, e sappiamo che può far delirare; ma che cosa possiamo dire dell'amore infinito di Dio? Non c'è leggenda d'amore che possa suggerire un'immagine; non c'è poeta che possa aiutare.

Ascoltiamo Gesù: «Amerai il Signore Dio tuo con tutta la tua mente; con tutto il tuo cuore; con tutte le tue forze»." Hai notato la ripetizione del breve vocabolo «tutto»? Esso chiede a te non un amore qualunque, ma un amore totale, profondo come l'abisso, illimitato come l'azzurro, slanciato come le più alte vette. Un amore assoluto, di tutta l'anima, di tutta la vita. Senza divisione, senza dispersione, senza compromesso. Non amare un poco il danaro, un poco il piacere e la vita comoda, un poco gli onori e la gloria, un poco di più il tuo Dio. Ma unicamente e assolutamente lui solo, tutto il resto in lui e per lui. La tua anima sia tutta d'una sola colata, simile ad una spada lucente che con l'unica punta combatte un unico nemico per il servizio d'un solo signore.

Con tutte le tue forze. Oltre i confini delle cose comandate sotto pena di peccato (mort[ale] e ven[iale]) si estendono i piani soleggiati dell'oblazione generosa e gratuita. Piani conosciuti solo dal cuore magnanimo dí coloro che, non contenti di rispondere agli ordini espressi di Gesù] C[risto], spiano con segreto ardore i suoi desideri, la sua aspettativa discreta: «Si vis, se vuoi...».71
Fratello, fermati qui. Cingi di un profondo silenzio la tua anima e ascolta la sua voce: «Ti amo. Vuoi amarmi in ricambio?». E senza muovere le labbra, con le parole interiori rispondigli: «Con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze». Fa' questa donazione totale con disinteresse completo, senza attendere compenso, fuorché la gioia di formare la sua gioia. Egli, da parte sua, ti accorderà il dono più meraviglioso che si dia per un cuore umano: ti farà suo amico. Che cosa voglia dire ciò, non so spiegartelo. Te lo farà comprendere lui con parole che illumineranno le vette della tua anima d'un chiarore di altissima montagna.

III. Come cristiano. Amare Dio, essere amato da Dio, non basta! V'è qualche cosa di più grande nel piano stabilito da Dio per la tua vita, qualche cosa di così grande da far vacillare la mente, di così dolce da estasiare il cuore. Tu hai bisogno di un amico intimo, vivo, umano, [che ti comprenda con cuore umano, che tu possa amare con cuore umano: dove anche il sentimento, il fascino del bello vuole la sua parte].

70 Lc 10,27; cf. Dt 6,5.

71 Mt 19,17.21.

Un amico che risponda al desiderio del tuo cuore, che si fa più profondo.

Un amico che vibri alle tue paure, alle tue speranze, che indovini i tuoi desideri e assecondi i tuoi progetti, [che ti piaccia e a cui possa piacere].

Un amico che conosca il tuo cuore, al quale tu ti confidi, che sia caro a te e tu a lui.

Un amico che cammini accanto a te sulle strade austere che conducono a Dio.

Un amico simile a te, che ti comprenda e ti ami con un cuore umano.

Chi può essere un tale amico? Un semplice uomo non ti potrebbe bastare, perché il tuo cuore è fatto per Dio: solo lui ti può bastare. D'altra parte Dio abita in una luce inaccessibile ai tuoi sensi, al tuo bisogno di tenerezza, di bellezza umana. Ed allora ecco Dio rivestirsi di umana bellezza e tenerezza, per essere l'amico della tua giovinezza. Tu senti il fascino della bellezza: Gesù è il più bello dei figli degli uomíni.72 Tu senti [il] bisogno di tenerezza: Gesù è il più dolce e tenero uomo che l'umanità conosca. Tu ammiri la forza e l'energia dello spirito: Gesù è l'uomo forte, che resiste in faccia ai farisei ipocriti, caccia i venditori dal tempio con un nervo di bue; che ha subito l'agonia, la flagellazione, la crocifissione e la morte in silenzio. Tu ti esalti di fronte ad una vigoria intellettuale soggiogatrice: Gesù...

[Senti il bisogno di qualcuno presente, vivo, che ti parla, ti ascolta, ti piace, a cui vuoi piacere, che conosci intimamente, ami appassionatamente, servi eroicamente. (Per sentirlo ti occorre una) fede realistica, che sa toccare Gesù. Egli sia la tua passione, la tua stessa vita, te stesso, il tuo tutto.

Due semi di contemplazione.

  1. Senza Gesù l'uomo sarebbe l'essere più triste e fallito dell'universo.
  2. L'unica occupazione mia è amare Dio. Tutto il resto è nulla, se non ho l'amore]."

72 Sal 44,3.

73 La meditazione ci è giunta incompleta. Le parti integrate in questa sezione sono prese da un intervento parallelo intitolato «Tutto da Dío, di Dio, per Dio» (Arch. 015). Altri spunti possono essere offerti dalle conversazioni che trattano dell'umanità di Gesù (C 004 ss.).

011. Diliges ex toto
(Torino, Crocetta, cappella esterna, omelia)
Il problema.

In queste brevi, scarne battute, è condensato il dramma profondo di ogni vita umana e la sua soluzione.

Il dottore in legge rappresenta l'umanità, ognuno di noi che pone a Gesù il grande interrogativo: Qual è lo scopo, la meta, il dovere supremo? Che cosa esisto a fare? A che tende, a che serve la mia esistenza? Che cosa debbo fare nella mia vita? Il filosofo novantenne Roberto Ardigò, apostata della fede, non trovando una risposta soddisfacente a questa angosciosa domanda, [a novant'anni] si recise la carotide col rasoio.

Presto o tardi il problema s'impone ad ogni anima pensosa: Qual è lo scopo supremo, la missione, il dovere della vita? Perché nessuno può accontentarsi di concepire la vita come un divertimento o un passatempo: è un dovere e una missione per tutti. Si vive una volta sola e dalla vita dipende l'eternità.

La soluz[ione].

Qual è il primo dovere, lo scopo supremo della vita? Risponde Gesù.

  1. Amerai. Ecco lo scopo unico, l'ansia suprema, la vocazione essenziale della tua esistenza di uomo.

Amerai. Amare, non nel senso volgare a cui la stupidità umana riduce talvolta, sconsa[crandolo], questo nobilissimo e divino concetto. Amare è per l'uomo infinitamente più n[aturale] che non sia per l'uccello volare, per il vento soffiare, per il fuoco ardere. Dio è amore. Il tuo essere è un irraggiamento, uno straripamento dell'amore divino, una piccola scintilla di quell'infinito incendio che è la vita divina. Nato dall'amore creatore di Dio, tu sei fatto per amare. Dall'amore all'amore: ecco la traiettoria della tua vita.

  1. Amare. Ma amare chi? Risponde Gesù. Badate: non ho quasi il coraggio di articolare la frase, tanto è stupenda e grandiosa; talmente grandiosa, che può apparire blasfema. Agli Ebrei era vietato perfino di pronunciare il nome dí Dio. Mosè si dovette scalzare quando s'avvicinò al roveto, dove Dio si manifestava col fuoco. E noi dovremmo dire che noi possiamo, noi dobbiamo, che noi siamo fatti per amare Dio!

Dio! Non soltanto le piccole cose materiali: non tutto l'oro del mondo, troppo vile pur nel suo luccichio; non tutte le bellezze vuote, troppo scialbe pur nel fascino che accieca; non tutti i volti e i cuori degli amanti terreni, troppo gretti pur nella loro sconfinata potenza di amore. Noi siamo fatti per amare Dio, la ricchezza infinita, l'amore infinito, la bellezza infinita, la bontà infinita.

Noi siamo fatti per l'infinito. Ecco perché le cose finite, i beni terreni, l'amore umano non basta a placare la nostra sete, che è sete di infinito. Ciò che è finito non può placare, ma solo acuire la nostra sete, come l'acqua salata del mare non placa, ma acuisce l'arsura del naufrago!
Amare Dio ed essere amato da lui: c'è altro nella nostra vita? Essere riamato da Dio con un ricambio infinito, preveniente, eterno, senza timore che questo divino amante ci abbandoni mai più.

Ma qui è dove mancano le parole. Mi devo arrestare: le parole umane fanno tutte difetto per una realtà sovrumana. Noi conosciamo l'amore degli uomini e sappiamo che può far delirare, ma che cosa possiamo dire dell'amore infinito di Dío? Non c'è leggenda d'amore che possa suggerire un'immagine, non c'è poeta che possa aiutare.74

  1. Amare Dio. Ma in che modo? — Con tutta la tua mente.
  2. Con tutto il tuo cuore.
  3. Con tutte le tue forze.

Avete notato la ripetizione del breve vocabolo «tutto»? Esso richiede non un amore qualunque, ma un amore totale, profondo come l'abisso, illimitato come il cielo, slanciato come le più alte vette. Un amore assoluto di tutta l'anima e di tutta la vita. Senza divisione, senza dispersione, senza compromesso. Non amare un poco il denaro, un poco il piacere, un poco la vita comoda, un poco l'onore e la fama, un poco di più il nostro Dio. Ma assolutamente lui solo, sopra ogni cosa; tutto il resto in lui, per lui, dopo di lui: in maniera che ogni altro amore sia regolato e subordinato all'amore di Dio.

Fratelli, fermatevi qui. Cingi di un profondo silenzio la tua anima e ascolta la sua voce: «Ti amo. Vuoi amarmi in ricambio?». E, senza muovere le labbra, con le parole interiori rispondigli: «Con tutta l'anima, con tutto il cuore, con tutte le forze».

74 In un'altra omelia dello stesso argomento, don Quadrio aggiunge a questo punto: «Quando una ragazza abbandona il mondo per farsi suora, la gente che non capisce niente dice: "Ma, ha patito qualche delusione (amorosa)?". Sì, certo! Ha capito che il mondo è troppo poco per lei e si è innamorata del Re del mondo, l'unico che possa bastare al suo cuore e farla felice» (Arch. 017).

Fa' questa donaz[ione] totale con disinteresse completo, senza attendere compenso, fuorché la gioia di formare la sua gioia. Egli, da parte sua, ti accorderà il dono più meraviglioso che si dia per un cuore umano. Ti farà suo amico. Che cosa voglia dire ciò, io non so spiegartelo. Te lo farà capire lui, con parole che illumineranno le tue vette con chiarore di altissima montagna.

Tre conclusive gocce di fuoco.

  1. Gesù [disse]: «Se uno mi ama, osserva í miei comandamenti»? [Ci vuole un] amore di fatti, e non di parole.
  2. San Giovanni [ha scritto]: «Chi dice di amare Dio, e non ama suo fratello, è un bugiardo».76 L'amore operoso del prossimo è il modo più sicuro e concreto di amare Dio.

Dio, per essere più facilmente amato da noi,77 sí è fatto vicino e umano, sotto le sembianze di chi ora siede a gomito con te, di chi abita sotto il tuo tetto, dello sconosciuto che ti urta per strada o [che ti] spinge nel tram.

  1. San Paolo [confessa]: «Se non ho l'amore, sono niente»? Senza un profondo e appassionato amor di Dio, tu sarai l'uomo più inutile e più triste dell'universo?

75 Gv 14,23.

76 1 Gv 4,20.

77 Nell'originale: dei.

78 1 Cor 13,2.

79 In un'omelia d'argomento simile non pubblicata, don Quadrio esemplifica per la gente che frequentava la cappella esterna della Crocetta. «Amare Dio. Ma come manifestargli il mio amore? Come testimoniarglielo?
Dio è invisibile, intoccabile, irraggiungibile, non ha bisogno di nulla. Ecco, allora, che per potersi fare amare da noi, si è reso visibile, tangibile, vicino, indigente sotto le sembianze di coloro che vivono sotto il n[o]s[tro] tetto, siedono a gomito a gomito accanto a noi. Egli ritiene fatto a sé, ciò che facciamo al nostro prossimo. L'amore fattivo e sincero del prossimo è il modo più sicuro e concreto di amar Dio.

Il secondo comandamento è simile al primo: Amerai il tuo prossimo come te stesso [Lc 10,27; Mt 19,19].

  1. Amare senza chiedere e attendere ricambio.
  2. Aiutare, consolare il nostro prossimo.
  3. Fare la volontà degli altri piuttosto che la nostra.
  4. Mettere la nostra vita a servizio degli altri (servi).
  5. Sapersi mettere nei panni altrui con bontà e comprensione.
  6. Metter la gioia e gli interessi degli altri prima dei nostri.

— Evitare con diligenza tutto ciò che può causare disturbo e dispiacere al prossi‑
mo.

012. Amerai! O tutto, o niente (Giovani)
Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze. Hai notato la ripetizione del breve vocabolo «tutto»? Esso chiede a te, non un amore qualunque, ma un amore totale, profondo come l'abisso, illimitato come l'azzurro, slanciato come le più alte vette. Un amore assoluto.

San Paolo ama paragonarsi al corridore olimpionico: «Un'idea sola mi possegga: dimenticando q[uan]to è dietro di me e protendendomi verso quello che mi sta davanti, conseguire la meta agognata»:8° la dedizione totale di sé a Cristo.

Sulla pista dell'amore di Cristo slanciati con tutta la foga dell'età e con tutta la passione del tuo giovane cuore.

  1. Con tutto il tuo cuore. Cor Pauli cor Christi. Christo vive in me.81
  2. Con tutta l'anima. Senza divisioni. Non amare un poco il denaro, un poco il piacere e la vita comoda, un poco gli onori e la gloria, un poco di più G[esù] C[risto]. Ma unicamente e assolutamente lui solo, tutto il resto in lui e per lui. La tua anima sia tutta d'una sola colata, simile ad una spada lucente, che con l'unica punta combatte un unico nemico per il servizio di un unico Signore.

Con tutte le tue forze. Oltre i confini delle cose comandate sotto pena di peccato (mortale e veniale) si estendono i piani soleggiati dell'oblazione generosa e gratuita. Piani conosciuti solo dal cuore magnanimo di coloro che, non contenti di rispondere agli ordini espressi di G[esù] C[risto], spiano con segreto ardore i suoi desideri, la sua aspettativa discreta... «Si vis... vende quod habes... et veni, sequere me».82
Amico, fermati qui. Cingi di un profondo silenzio la tua anima e ascolta la sua voce: «Ti amo. Vuoi amarmi in ricambio?». E, senza muovere le labbra, con le parole interiori rispondigli: «Con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze».83 Fa' questa donazione totale con disinteresse completo, senza attendere compenso, fuorché la gioia di formare la sua gioia. Egli, da parte sua, ti accorderà il dono più meraviglioso che si dia per un cuore umano: ti farà suo amico...

Ecco un bel programma di carità che, praticato, riempirà di gioia la n[o]s [tra] vi‑
ta» (Arch. 017).

80 N 3,13.

81 Gal 2,20.

82 Mt 19,21.

83 Lc 10,27; cf. Dt 6,5.

Che cosa voglia dire ciò, non so spiegartelo; te lo farà comprendere lui con parole che illumineranno le vette della tua anima d'un chiarore di altissima montagna.

013. [Siamo fatti per la gioia] (Giovani)84
Una delle tentazioni più forti dei giovani [è] pensare che il cristianesimo sia fatto di tristezza e quindi nemico della gioia e del godimento.
Io voglio godere la vita! Devi, se no saresti un pazzo. Goditi la vita nel senso pieno e profondo, senza pensare che la legge di Dio ti tolga ciò che la natura ti ha dato.85
Il peccato è sciupare la vita, sciupare l'amore, sciupare la gioia. Se vuoi goderti la vita, segui la legge di Dio, se no sarai miserabilmente condannato alla tristezza e al dolore. Nessuno è più felice dei santi, inesorabilmente!
Solo Dio può riempire il tuo cuore! La gioia è un monopolio nostro. Gli altri possono divertirsi, non essere contenti.

  1. Il laghetto alpino e le sue sorgenti segrete. L'occhio limpido - torbido.
  2. Il giovane assetato e la sorgente infetta: il viso. I germi della tristezza. Il vizio è triste.
  3. Il supplizio dei fiori. Il demonio promette gioia e non dà che amarezza.

84 Meditazione pervenutaci soltanto in forma di frammento.
85I1 pensiero può essere completato da un altro foglio giunto senza seguito, che riporta l'inizio di un'omelia: «Nell'ultima conversazione abbiamo tentato di dimostrare come il cristianesimo sia essenzialmente la religione della speranza, della fiducia, della pace dell'anima [cf. per es. O 090]. Ora contro questo rimane aperta una gravissima difficoltà. La morale cattolica, si dice, misconosce le più profonde esigenze del cuore umano, giacché condanna come peccato ogni soddisfazione e ogni gioia. Il cristianesimo è la religione della rinuncia, dell'abnegazione, che dissemina la vita umana di proibizioni e di rinunce.
Ora, vedete, per rispondere adeguatamente a questa difficoltà e dimostrarne la inconsistenza, ci vorrebbe un lungo discorso, ed io non dispongo che di dieci minuti. Esporrò dunque un solo caposaldo della dottrina cattolica a questo riguardo.

  1. La chiesa insegna che l'esigenza più profonda del cuore umano è la felicità. La chiesa lo riconosce e lo attesta.
  2. Ma dove consiste la vera gioia? In quale oggetto?

a) Nessun bene finito, nessuna gioia terrena può rendere completamente felice il cuore umano.

  1. Interpelliamo quelli che ebbero più dalla vita (O' Neil; D'Annunzio, Lavallière, Salomone). — Interpelliamo la nostra età ([la] letteratura, [il] teatro, la filosofia).
  2. Interpelliamo l'uomo della strada» [cf. E 007].

Sconfitta: parola amara. Come brucia le labbra!
I prigionieri. La libertà, l'indipendenza. Ha ceduto per viltà. Arrossisce. Il vizio è una schiavitù.
L'anno ha perduto la sua primavera (Pericle).

 

LA TENTAZIONE
014. Tentazione
(Scheda per preparare una risposta)1
Matteo 6,13: [E non ci indurre in] tentazione, [ma liberaci dal male].

Dio, Bontà somma, non può volere il peccato, non può tentarci al male. «Quando uno è tentato, non dica: È Dio che mi tenta. Perché Dio non può essere tentato di male ed egli stesso non tenta nessuno» (Gc 1,13), ma, nella [sua] infinita sapienza, permette la tentazione, dandoci la grazia per superarla [Tentatio vos non apprehendat nisi humana: Fidelis autem Deus est, qui non patietur vos tentari supra id quod potestis, sed faciet etiam cum tentatione proventum, ut possitis sustinere] (1 Cor 10,13)2
Mt 6,13. La riflessione cristiana trova materia di scrupolo in questa domanda: Può Dio indurci in tentazione? E, conseguentemente, conviene domandargli che non lo faccia?...

1 Cf. la risposta alla domanda «Cosa vuol dire: Non c'indurre in tentazione?» (R 051). In un'altra scheda di argomento parallelo leggiamo: «Mt 6,13 è probabilmente una petizione posta negativamente e positivamente (la seconda è omessa in Lc [11,34]). Essa chiede che il nostro Padre non ci induca in tentazione. Siccome Dio non tenta nessuno (Gc 1,13), la frase "non ci indurre" può essere intesa [come] "non permettere che noi siamo indotti", secondo lo stile semitico. Né la parola "tentazione" implica necessariamente un diretto invito a peccare; essa può significare delle circostanze che, per noi, tendono a essere occasione di peccato (cf. Catholic Commentary on Holy Scripture, London 1957, 686b; ZERWICK, Analysis           , in hoc loco: eis-phéro = in-duco etiam permissive: sine intrare: "fac ne intremus")» (Arch. 020). «Giacché Dio non c'induce per sé in tentazione, ma permette che vi sia indotto quegli che ha privato del suo aiuto per una ragione misteriosa e perché egli se l'è meritato. Spesso anche per ragioni manifeste Dio giudica uno meritevole di essere abbandonato e di essere lasciato indurre in tentazione. SAN TOMMASO, Summa theologica II, II, q. 83, a. 9: "Et ne nos inducas in tentationem: per quod non petimus ut non tentemur, sed ut a tentatione non vincamur, quod est in tentationem induci"» (Arch. 020).

2 Segue l'abbreviazione E. C., probabilmente Enciclopedia cattolica.
A prendere la tentazione nel senso che noi le diamo oggi, di sollecitazione diretta al male e al peccato, è ben vero che Dio non ci può tentare. San Giacomo lo dice espressamente: «Dio non tenta alcuno»
(1,13).

Ma la tentazione aveva un tempo questo senso peggiorativo? Sembra di no. La tentazione nell'A[ntico] Testamento] era piuttosto un'occasione esteriore di praticare la virtù, in cui la vittoria sarebbe [stata] tanto più gloriosa quanto era più difficile.

È in questo senso che Dio «tentò» Abramo...3 Tutto porta a credere che Gesù si sia tenuto al concetto com[un]e al linguaggio popolare. Egli ci fa chiedere a Dio di risparmiarci queste occasioni troppo difficili, nelle quali4 la n[o]s[tra] virtù correrebbe il rischio di essere inferiore alle circostanze e dove essa diventerebbe preda del Maligno, sempre pronto a profittare contro di noi delle nostre difficoltà (Pirot).

Ci si comanda di pregare che Dio allontani da noi ciò che ci spinge al peccato, che nella sua prov[v]idenza rimuova da noi quelle condizioni, occasioni, uffici, modalità che prevede costituiscano un pericolo di peccato.

Dio sembra che faccia ciò che permette di fare, giacché senza il suo permesso nulla avviene (san Bern[ardo]). Egli dunque ci induce in tentazione nel senso che il nostro nemico non avrebbe il potere di tentarci, se non gli fosse stato dato dall'alto.

San Cipr [iano] , Tertull[iano] , [sant]'Agost [ino, De sermone Domini in monte 9,30, intendono]: «E non permettere che noi siamo indotti intentaz [ione] .3
Alcuni [autori traducono]:
— «Non permettere che soccombiamo nella tentazione» ([ma tale senso indebolisce il verbo «indurre»).

— [Tradurre]: «Non indurci in una tentazione troppo forte» (aggiunge [invece qualcosa in più] a «tentazione»).

[Padre Lagrange spiega]: «Si possono evitare questi due inconvenienti, intendendo "tentazione" non come una prova, ma come un'occasione di peccato. Bisogna sempre desidera[re] e chiedere a Dio [di] non essere posti in una tale occasione».

3 2 Gen 22,1: la prova del sacrificio del figlio Isacco.

4 Nell'originale: in cui. Cf. A. CHAN KAI-YNG, Il Padre nostro nei principali commenti patristici e il suo uso nella Liturgia latina, Pontificium Institutum Liturgicum, Romae 1993 (pubblicazione del lavoro di tesi).

La quarta domanda del Pater [noster]..., non può essere intesa come una domanda di non essere sollecitati da Dio al peccato, ma semplicemente:
— o come una domanda di non lasciarci soccombere in questa sollecitazione;
— o di non permettere che siamo troppo pesantemente tentati.

015. Per la tattica d'un combattimento
(25-26/03/1948, Roma, oratorio del Sacro Cuore)
Istruzioni.

I. Il nemico e la sua tattica.

Víctor Hugo (1840), per rendere più brillante l'esito di un suo famoso dramma [Les Burgraves], mandò a chiedere dei giovani all'amico Nanteuil, perché applaudissero a pagamento. Nanteuil rispose all'invito: «Mio caro, va' a dire al tuo padrone che non vi sono più giovani».6
6 Cf. l'inizio di E 008. Della muta predicata agli oratoriani (E 015-016, 024 e si vedano anche 046-047) si accenna nella L 053 (p. 99) a don Eugenio Magni. Sono «istruzioni».
Che terribile risposta: Non vi sono più giovani! Questo poteva esser vero in Francia nel 1840, ma oggi, grazie a Dio, non è più vero per noi: oggi dei giovani ve ne sono. Accorsi dalle vostre case, dalle vostre vie, oggi siete qui voi a dimostrare che dei giovani ce ne sono ancora, e che giovani: i giovani più in gamba e migliori di Roma!
Vi si legge in faccia la vostra giovinezza: i vostri occhietti brillano che sembrano bruciare. I vostri cuori battono velocemente e [così] forte che sembrano scoppiare. Voi siete tanto generosi. Voi siete tanto deboli. Ecco [allora] gli esercizi spirituali: [essi sono un] allenamento alla lotta. [Servono ad] affilare la armi per la battaglia [in vista delle] grandi manovre. Come e cosa faremo? Sentite. «Che i giovani si alzino e che combattano» (2 Sam 2,14).

Dal campo dei Filistei era uscito un guerriero formidabile, la cui statura raggiungeva quella di un uomo a cavallo: aveva sul capo un elmo di rame, sul petto una corazza di rame e alle gambe schinieri di rame. La sola punta della sua spada pesava nove chilogrammi. Quando il re Saul e il popolo d'Israele lo videro, presi da una gran paura cominciarono a tremare e impallidire. Chi mai avrebbe potuto tener fronte a quel gigante? Ed ecco presentarsi un pastore giovinetto che diceva: «Questo filisteo incirconciso io lo ucciderò!». E s'avanzò inerme, senza scudo, senza corazza, senza lancia: solo stringeva nella piccola mano una fionda e nella bisaccia [aveva] cinque pietruzze levigate. Quando Golia alzò gli occhi e si trovò di fronte quel fanciullo roseo e bello e senza difesa, scoppiò in parole maledette, credendosi burlato. Ma la voce argentea di Davide ancor da lontano gli rispondeva: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia, con lo scudo; io vengo a te nel nome del Signore». Così disse, e trasse fuori una delle cinque pietruzze, l'aggiustò sulla fionda, tese i piccoli muscoli nello spasimo dello sforzo, e la pietruzza partì veloce fendendo l'aria. In quel momento s'udì come lo scroscio d'un albero schiantato dal vento: il gigante era disteso, bocconi, la gran mole sulla terra e confitta sulla fronte aveva una pietra. Così Davide vinse con [la] fionda. «Praevaluitque David in funda».7
7 1 Sam 17,50. Per l'intero episodio cf. cap. 17.

Dal campo dei Filistei era uscito un guerriero formidabile.

Questo nemico si presenta a voi: è contro di lui che noi facciamo l'allenamento alla lotta; è contro di lui che affiliamo le nostre armi.

La vostra presenza qui è veramente una mobilitazione generale, una chiamata alle armi, un arruolamento di piccole reclute del grande esercito contro il nemico. [Voi] non [siete] oratoriani, ma soldati; [la nostra] non [è una] cappella, ma [una] trincea; [questi] non [sono] esercizi spirituali, ma [una] mobilitazione e grandi manovre.

  1. Individuare il nemico, studiarlo. Ricognizione. Conoscere bene il nemico contro cui bisogna combattere. È un nemico, che non si vede, ma si sente. Un nemico per il quale non vi sono porte chiuse; ci segue invisibile in ricreaz[ione], in iscuola, a passeggio, al cinema, perfino in chiesa. È furbissimo, è audace, ama le tenebre; ma è vigliacco: quando viene smascherato, se la dà a gambe. Come si fa a smascherare?
  2. Quando un generale deve attaccar battaglia contro un nemico agguerrito, sapete che cosa fa? [Cerca di] impadronirsi del piano di azione del nemico. [Manda] spie, [agisce attraverso la] quinta colonna, interroga i prigionieri, intercetta le trasmissioni radiofoniche. Se riesce ad avere in mano il piano è sicuro.

A Sebastopoli: prigionieri in mare; ufficiali gettati in mare; uno doveva avere il piano di azione. Ripescarono tutti.8 Cucito dentro la divisa [uno di essi] aveva il piano.

8 Tra i fogli sparsi della rubrica di argomenti raccolti per la predicazione si rintracciano appunti che aiutano l'integrazione (Q).

Se riuscissimo a scoprire anche noi il piano del nostro nemico! Egli lo tiene stretto, gelosamente custodito: è un piano di arte e furbizia diabolica, elaborato dopo una esperienza di secoli e secoli. Il demonio l'ha pensato a lungo, l'ha perfezionato con l'andar del tempo, lo ha corretto, rimodernato. Potremmo chiamarlo il piano d[iabolico]. Ma che direste voi, se qui su questo tavolino ci fosse proprio una copia fedelissima ed autentica del piano d[el diavolo]? Come l'ho avuta io? Chi me l'ha data? Il confessionale. Chi vuole può consultarla.

Io in questi giorni vi leggerò alcune righe di questo piano d[iabolico].

Questa mattina vi leggerò solo la prima riga. Poi continueremo stasera e domani.

Ah, prima il titolo: Piano d[iabolico] per sconfiggere un giovane e condurlo all'inferno.

Attaccarlo dal lato della purezza, a poco a poco!
Avete capito? Il demonio vuole impegnarvi in un combattimento, il combattimento della virtù.

  1. È un combattimento aspro. Ho visto giovani eroi in guerra, vigliacchi in questa [della virtù]. Ci vuole più eroismo a combattere se stesso, che non [a] slanciarsi contro i carri armati.

È un combattimento lungo. Sei anni durò l'ultima guerra; la guerra della purezza dura tutta la vita. [Bisogna restare] sempre sul «chi va la?», sempre con l'arma al piede. L'armistizio sarà firmato solo in cielo. Certi disertori, stanchi di combattere, gettano via le armi. Tu non li devi imitare. Resta sotto il peso della corazza fino al giorno del santo congedo. Sì, fino al termine.

Resisti, tieni duro, punta i piedi, scrivi sulla breccia della purezza: «Non passeranno», come i nostri soldati sul Piave. La vittoria è di quel soldato che dura un quarto d'ora più dell'avversario. A Genova. Guerre napoleoniche. Generale Massena. Gli austriaci. Assedio: mancano i viveri. «Capitolate, se no morirete tutti di fame». «V'ingannate, noi non manchiamo di nulla. Chi c'è qui che ha fame?». E rivolgendosi a un vecchio soldato: «Parla francamente — gli dice —. Hai fame?». «No, generale», rispose il veterano. E cade svenuto per sfinimento.

Quando tu avrai tenuto duro fino a questo punto, ti arriverà certo il soccorso.

Dunque: il nemico cercherà di sfondare dalla parte della purezza. In questa zona c'è stato di guerra. Resistere. In guardia!

  1. Ma come ci attaccherà? con quale tattica? con quali armi? Il mollusco teredine è quasi invi[si]bile, eppure ha messo in pericolo l'Olanda più di venti volte. Esso infatti fora quelle dighe, che sono le più massicce del mondo, di modo che per quelle fessure, dapprima minuscole, l'acqua filtra e poi invade le terre.

Così [fa] il demonio: a poco, a poco. [Parte] dalle cose piccole: un pensiero impuro, uno sguardo, un discorso, un giornaletto, [un] cinema, compagni cattivi, e poi [invade] l'anima. Ragazzi, in guardia!
Vi lascio fare le vostre difficoltà.

  1. Ma che importanza ha9 poi una piccola cosa? Io mi fermo a metà, so troncare... Anche quel mio compagno sul monte Rosa voleva fermarsi a metà, sdrucciolando su un immenso nevaio. Eravamo nel 1937. Si lasciò andare a corpo morto. Prima la neve, poi il ghiaccio: slittava via come una saetta. A un certo punto lancia un grido, punta i piedi sul ghiaccio: aveva davanti a sé un orribile crepaccio. Ma era troppo tardi. Chiamammo delle guide, vennero coi ramponi e le corde: lo tirarono fuori sfracellato.

Ricordatevi: il vizio impuro è uno sdrucciolo. Ditemi: è più facile fermarsi a metà strada o non slanciarsi affatto? È cosa più facile non fare affatto, che fare a metà.

  1. Ma io sono forte. Che cosa mi può causare° [il semplice] sentire? vedere? fare? Anche la grossa quercia è forte. Ma, quando ha il verme dentro, imputridisce.
  2. Ma non esagerate. Una lettura, un giornaletto è come un piccolo seme che il vento porta lontano.

R[ispondo]. Il piccolo seme di pino, gettato dal vento in una fessura di roccia, la spacca.

[Quando il demonio è allontanato da un'anima, vi ritorna portando con sé] septem spiritus nequiores se. Sette demoni peggiori di lui:"

  1. vanità;
  2. oziosità;
  3. tedio della pietà;
  4. fantasia sbrigliata;
  5. letture frivole, leggere; spettacoli immorali;
  6. conversazioni sciocche, spiritose, triviali;
  7. amicizie equivoche, sdolcinate, sentimentali, morbose.

9 Nell'originale: che cosa è. 10
Nell'originale: fare. 11 Mt 12,45.

016. Per la tattica d'un combattimento
(25-26/03/1948, Roma, oratorio del Sacro Cuore)
L'imboscata di Annibale al Trasimeno!
III sec[olo] a.C., Caio Flamínio. Dalle Alpi al Trasimeno. L'imboscata: fanti, cavalieri all'imbocco della vallata. Sulla scarpata della campagna. Gaio Flaminio. All'alba: nebbia. I Romani entrano nella vallata. La retroguardia li chiude all'imbocco, attaccandoli alle spalle. Dalla montagna [piombano] gli altri. Strage nel lago, soffocati.

Le imboscate del piano d[iabolico].

I. [Prima] imboscata.' la fantasia.

Leggenda del servo di Faust. Il laboratorio dei pensieri. D[on] Coiazzi, p. 138. Come i pensieri, così le azioni. Uno che ha perduto la battaglia nella fantasia, l'ha già perduta anche nelle azioni. Vedete: tra la nostra fantasia, il nostro cuore, le nostre mani, c'è come una rete di comunicazioni. Le leve di comando stanno nella fantasia. [Essa è come una] macina da mulino che gira sempre e non si ferma mai. Il serbatoio all'ultimo piano distribuisce l'acqua. Se mettete del veleno nel serbatoio, tutti i rubinetti daranno acqua avvelenata. Se il veleno impuro ha inquinato i pensieri, poi discende nel cuore (affetti, desideri, gusti), negli occhi, poi nella bocca (discorsi cattivi) e infine nelle mani (opere cattive).

Due cose [si rendono necessarie].

  1. Non andare in cerca di pensieri cattivi. Non fare come il servo di Faust. Non stare a fantasticare, lasciando andar la mente come vuole. Scuola, chiesa, letto, studio. Vagar della mente.
  2. E quando il cattivo pensiero è già entrato in mente. Sul Carso, mio padre. Difendevano un monte. Due barili di polvere. La miccia. Si corre. Prima che il fuoco sia passato. Il fuoco è il pensiero impuro, la polvere è la nostra volontà.

Tagliare prima che arrivi alla volontà.

No. Pensare ad altro.

II. [Seconda] imboscata: [letture].

Maria Geider. Vienna. [Ha] quattordici anni. [Riceve] un libro in regalo alla vigilia di Natale. [Trascorre] tutto il giorno a leggere. Capelli biondi. Pettine di celluloide. Appoggiata la testa al tubo della stufa. [Si trasforma improvvisamente in una] fiaccola ardente. Vampate di impurità inestinguibili. Può intervenire il predicatore, il confessore, la mamma, il babbo: troppo tardi: certi fuochi non si possono spegnere. Si possono [però] non accendere.

Romanzi, giornaletti, riviste, romanzi a puntate sulle riviste. «Preferirei che voi non foste capaci di leggere, anziché vedervi fare una lettura che nuoccia alla purezza dell'anima vostra». Chi ha detto questo? Un prete? Il Papa? D[on] Bosco? (D[on] Gillone). Un pagano: Quintiliano!
Scegliete dunque bene i vostri libri, i vostri giornaletti, [le vostre] riviste, ecc. Non leggerò nessun libro o rivista di dubbia bontà. Chiederò consiglio a persone prudenti. Tutti i miei libri saranno tali, che la mamma li possa vedere dentro e fuori. Nessun sotterfugio. Nessuna mascheratura di copertine innocenti. [È un'illusione dire a se stessi]: Ne leggerò appena una pagina, poi lo chiudo. Avete mai provato a camminare in una palude? Si va sempre più giù.

  1. [Terza imboscata: spettacoli].

Cinema cattivo: immagini, musica, aria, oscurità, compagnia. Un'ora di quella scuola [è sufficiente per rovinare anni di formazione]. Uscite carbonizzati. Corso di immoralità.

Minerva film! via Palestro. Quaranta operai. Fiammifero. 6 maggio 1947.12
12 Ultima cifra incerta.

  1. [Quarta] imboscata: le conversazioni (ricordare l'imboscata al Trasimeno: nella nebbia).

Le conversazioni sono lo scoglio classico delle riunioni dei giovani. Meglio: sono un'imboscata. Sii testardo: non tenerne, non ascoltarne.

  1. Non tenerne. Le fiaccole al circo. L'immoralità si propaga come la bruciatura dei corpi e delle anime.

Pensa che varie anime sono in gioco: la tua e quella o quelle di colui o di coloro a cui parli. Tenendo conversazioni impure si pecca e si fa peccare. Chi sa? È forse per lui il primo anello di una catena che lo trascinerà all'inferno.

C'è chi è rimasto inconsolabile per aver ucciso involontariamente un amico durante la caccia. Omicidio premeditato, cosciente, voluto. Non di imprudenza, ma di malizia. «Dalle vostre labbra siano sbandite le parole disoneste!» (san Paolo).13

  1. Non ascoltarne. Ma qui la cosa non è così liscia, e permetto che voi diate la stura a tutte e le vostre difficoltà.

13 Ef 5,3-4.12; 4,29.

Io non sono più un ragazzino. Io non ne soffro, io; ci ho la coscienza formata. Hai la coscienza formata o deformata?! D[on] Bosco diceva che anche da vecchio non riusciva a dimenticare una parola cattiva sentita da ragazzo. [Le parole scandalose lasciano] solchi [indelebili].

Sono forte io, e non mi fanno niente. Anche la quercia è forte, eppure il verme che la rode dentro la fa marcire.

Non posso mica mettermi la bambagia nelle orecchie per non sentire! E chi ti ha detto mai di fare così? Almeno però non provocare, non alimentare, non approvare.

Mi chiameranno bigotto, beghino, prete. Dio ti chiamerà coraggioso. Il suo giudizio vale molto di più.

Ma come mi giudicheranno? Ti ammireranno. E mi appello a voi, al vostro giudizio. Fra di voi vi conoscete bene, intimamente. Quali sono quelli a cui andrete in un'ora grigia della vita, se avrete" bisogno di un consiglio serio? Quali sono coloro che tutti rispettano? I vigliacchi forse?

  1. Siate ragazzi coraggiosi. Fronte alta. Sfrontatamente. Bandiera in tasca: fazzoletto da naso.
  2. Allegri, amiconi, caporioni di allegria e buon umore. Formare il crocchio pulito contro il crocchio sporco.

I cattivi sono forti, solo perché i buoni sono deboli.

Nessuna fanfaronata del vizio.

Allontanarsi: disapprovare.

Ascoltare impassibile.

Mai l'elemosina di un sorriso, di un'approvazione a quelle porcherie!
V. [Quinta imboscata]: compagni cattivi. Si può parlarne senza piangere?
Bisognerebbe isolarli. Come si fa coi malati «contagiosi».

Sono infetti, e per forza sono anche «infettivi».

Negli ospedali gli ammalati di malattie infettive hanno un reparto speciale, isolato.

Nel medio evo c'erano i lebbrosari. Quando i lebbrosi ne uscivano, dovevano scuotere un campanellino, perché ci fosse il tempo per15 fuggire.

14 Nell'originale: andrai... avrai.

15 Nell'originale: da.

Bisognerebbe fuggire più rapidamente ancora davanti ai cattivi compagni. [La loro presenza in mezzo agli altri] è la vera lebbra, lebbra dell'anima! Incanto del volto — marciume del cuore, attrattiva del corpo schifezza dell'anima.

[Usano la] tattica di Caino: usciamo fuori!16 Fuggiamoli, svergogniamoli!
D[on] Bosco sí lascia sfuggire a proposito di chi è cagione di scandalo le terribili parole]: «Io li strozzerei con le mie mani!».17
[Nel] 1862. [Egli diceva agli] scandalosi: «Vi aspetto al tribunale di Dio !».18
Le armi della conquista:

  1. piccozza: la buona volontà, il carattere, la personalità;
  2. la corda: la docilità;
  3. lo zaino: verso la vita. L'alpino.19

16 Gen 4,8.

17 «Provava un tale orrore quando sentiva parlare di scandalosi, che fu udito ripetere: "Se non fosse peccato, li strangolerei colle mie mani!"» (MB 10,37).

18 «A un tratto [la moribonda confessata da don Bosco] si alza a sedere sul letto, gira intorno gli occhi già quasi spenti, solleva in alto il crocifisso che teneva nella destra e grida: «Scandalosi! vi aspetto al tribunale di Dio!». Ricade sui guanciali. Era morta» (MB 7,231). Per altri interventi di don Bosco sullo scandalo, cf. MB 4,568; 7,351; 8,40, 841, 949.

19 [L'ultima pagina riporta lo schema seguente]:
La punta dell'Himalaia.

Le vittime della montagna. La guida esperta.

I rischi. Le imboscate:

  1. Fantasia. Sentire, acconsentire. Tre tattiche.
  2. Conversazioni. Le fiaccole (non tenerne, non ascoltarne). Compagni.
  3. Letture, spettacoli. Le armi.

IL PECCATO
017. Peccato in genere (Giovani religiosi)
1. Lettura del Vangelo secondo L[u]c[a] (15,11 ss.): il figliuol prodigo.

Scrisse una volta il Pascoli che questo racconto ha cambiato il mondo. Gesù ha tratteggiato nella prima parte di questa notissima parabola la tristissima tragedia del peccato e delle sue conseguenze: ingratitudine verso il Padre, abbandono della casa paterna, [dilapidazione dei beni spirituali, carestia, miseria, fame], degradazione da figlio di Dio a guardiano di porci: rimorso, tristezza, nausea infinita!
Il peccato è un mistero insondabile. Chi lo può penetrare? Delicta quis intelligit?1 Mistero di malizia e di ingratitudine, mistero di insipienza e di stoltezza. La gomena della n[o]s[tra] mente sarà sempre troppo corta per toccare il fondo di questo abisso. S[ant]'Agostino lo chiama «l'infinito male»; san Tommaso spiega che il peccato ha una malizia pressoché infinita, essendo infinita la maestà dell'offeso. Mistero!
La Vergine delle lacrime, piangente sul peccato del mondo, ci impresti i suoi occhi lacrimosi, il suo cuore trafitto dal purissimo dolore, per vedere e piangere il n[o]s[tro] peccato come lei lo vede e lo piange.

Fermiamo la nostra meditazione su due punti:
— il peccato è il male dell'uomo;
— il peccato è il male di Dio.

I. [Il peccato] è il male dell'uomo. Il peccato mortale ha una tale potenza distruggitrice, che a suo confronto la bomba a[tomica]. o all'idrogeno2 non è se non un giocattolo da bambini! La città di Hiroshima dopo il bombardamento atomico è una [sbiadita] immagine dell'anima dopo il
1 Sal 18,13.

2 Nell'originale: H.

peccato. Il peccato è già pena di se stesso. «Il peccato, chi lo fa, lo paga
prima [di] qua e poi di là».

(1) Rovina della gioia e della serenità. La colpa è triste, volgare, nau‑
seabonda, ributtante fino allo schifo. Sconfitta: parola umiliante che brucia le labbra. Si spengono le luci della gioia, come sul transatlantico in cui viene scoperto un cadavere. Le tenebre fredde della disperazione agghiacciano lo spirito deluso. La gioia fallace della colpa è una trappola: tu stendi la mano per afferrarla, la trappola scatta e tu rimani con la noia, il disgusto e... l'odio.3 La colpa entra nell'animo per la porta della felicità e ne esce per quella della tristezza.

S[ant]'Agostino, che ne fece l'esperimento non per un giorno ma per diciassette anni, ecco come ne fa un'analisi psicologica molto profonda.

  1. Voi, o Signore, sape[va]te che cosa io soffrivo allora. «Sciebas quid patiebar».
  2. Ero corroso dal tarlo dell'insoddisfazione: «rodebar».
  3. Il rimorso e la vergogna mi dilaniava: «me excruciabat».
  4. Una simile vita, era ancora una vita? «Talis vita numquid vita erat?».
  5. Che tormenti, che gemiti erano i miei! «Quae tormenta, qui gemitus!».
  6. Un'immensa tristezza riempiva il mio cuore: «maestitudo ingens».4

Musset [esclama]: «In fondo ai vani piaceri ch'io chiamo in mio aiuto, provo un tale disgusto che mi sento morire».

Daniele Rovère, dopo la caduta, si sarebbe «vomitato da se stesso per il disgusto». Una testimonianza fra mille: «Sovente, dopo essere ricaduto nel peccato, la disperazione si impadroniva di me». Sapete che talvolta in confessionale capita di dover consolare anime tentate di suicidio, solo perché cadute e ricadute, invischiate di peccato?
D'Annunzio [scriveva]: «La tristezza si trova al fondo del piacere (del peccato), come alla foce di tutti i fiumi si trova l'acqua amara» .5
3 Pensiero ripreso da Thomas Merton (cf. E 018, nota 15).

4 Cf. le meditazioni sul fine dell'uomo (E 006 ss.).

5 Per altre testimonianze cf. E 006 ss.

 (2) Rovina della tua psicologia. Non parlo di certi gravi e ripetuti abusi, che possono giungere al punto di perturbare gravemente il sistema nervoso e le facoltà mentali, ottenebrare ed ottundere l'intelligenza, snervare la volontà e il carattere, recidendo i nervi della persona. Senza arrivare a questi eccessi, ogni peccato è una ferita, una distorsione, uno squilibrio, uno stravolgimento anche dal punto [di vista] psicologico. Ogni  caduta grave lascia nell'anima una traccia dolorosa, una eco crudele. Quanti esseri umani portano nel segreto dell'anima, per tutta la vita, le stigmate6 della prima colpa! Il peccato chiama il peccato. L'anima riceve e conserva tutto come un grande deposito in cui ogni impressione o fenomeno si trattiene, si assomma per essere esumato a suo tempo. Niente si crea, niente si distrugge. Questi postumi o detriti del peccato, essendo traumi psicologici, di per sé non vengono curati dal s[acramen]to, e possono permanere anche dopo che la colpa morale è stata rimessa. Tale dottrina è comunemente insegnata dai teologi. Il peccato dunque è una devastazione della tua psicologia, sensibilità e afféttività, una devastaz[ione] difficilmente rimediabile.

  1. Rovina dell'onore e della reputazione non solo di chi lo commette, ma spesso dell'intera congregazione a cui egli appartiene. Quanti rossori, quante lacrime la povera congregaz[ione] deve versare per certi figliuoli che la disonorano e la vilipendono! E q[uan]do la congregazione] vede tanti che7 vogliono arruolarsi sotto la sua bandiera] gioisce, ma anche trepida maternamente, pel timore di accogliersi in seno q[ualche] vipera velenosa, oggi assopita, ma presto velenosa. Da certe uova oggi covate imprudentemente, possono domani nascere vipere velenose.8
  2. Rovina dell'opera educativa, dell'apostolato, delle vocazioni, delle anime. È una brinata che brucia i germogli; quando non è la tempesta che devasta i frutti delle nostre case.
  3. Rovina della vita soprannaturale dell'anima, cioè della grazia, delle virtù, dei meriti.
  4. È quindi un folle suicidio che annienta il principio della vitalità soprannaturale, cioè la grazia santificante, suicidio incomprensibilmente più grave di quello che si commette, sopprimendo la vita del corpo. Privo della vita, l'organismo soprannaturale diventa un cadavere inerte, che imputridisce, ammorba, appesta [l'ambiente].
  5. Di più è un'insana mutilazione con cui l'uomo si priva degli organi di azione soprannaturali, che sono le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo. Il peccatore è come un pazzo che ha la mania dell'autolesionismo, che si taglia le mani e i piedi, si strappa gli occhi e si sfonda i timpani degli orecchi.

6 Nell'originale: stimmate.

7 Di difficile lettura.

8 Nella meditazione parallela, che qui non viene riprodotta, don Quadrio continua: «Grazie a Dio la nostra congregazione è, come diceva don [Pietro] Berruti a Roma nel 1944, una congregazione di santi, di martiri, di vergini, dí confessori [E 060]. Guai a chi umilia e disonora sua madre! Guai a chi disonora suo padre, don Bosco, il suo spirito, la congregazione con il suo atteggiamento, suscitando orrore, odio implacabile! Guai a chi presenta un sistema preventivo scremato, [a chi afferma che esso ha] fatto il suo tempo! Dio lo disperderà. Che responsabilità [per chi si macchia di] matricidio!» (Arch. 024).

c) E un'insana dilapidazione di tutti i meriti acquistati, di tutte le opere buone e i sacrifici fatti, con la conseguente incapacità ad acquistarne altri.

[Ecco l'anima] scoronata della filiazione divina e della sua dignità soprannaturale, privata del diritto alla celeste beatitudine e condannata all'eterno, infinito dolore, spogliata delle virtù, [dei] doni e meriti e soprattutto dell'inabitaz[ione] della santissima Trinità, divenuta figlia d'ira e oggetto di abominazione per Dio.

Ecco l'anima in peccato mortale. Se potessimo per un attimo vederne la deformità, moriremmo di spavento.

Il peccato dunque è l'unico, il vero, il sommo male, al cui confronto niente altro può essere chiamato vero male.

Eppure, dice s[ant]'Agostino: «Perde l'uomo un bue e gli corre dietro; perde una pecora e la cerca con affanno; perde un asino e non si dà pace; perde Dio e mangia e beve e si dà pace».

II. [Il] peccato si può dire, paradossalmente, il male di Dio, la grande tragedia di Dio.

— È un'insolente ribellione contro la sua autorità sovrana.

— E un grave oltraggio alla sua maestà santissima.

— È una sfrontata ingratitudine alla sua generosa bontà, giacché rivolge contro il benefattore i doni da lui ricevuti. Pensate a quel capolavoro che è l'occhio, l'orecchio, la mano, l'intelligenza, la volontà dell'uomo. [E vengono] usati per insultare colui che ce li ha dati!
— E un mostruoso attentato contro la vita stessa di Dio e i suoi attributi, in q[uan]to l'anima che pecca vorrebbe implicitamente che Dio non esistesse, che non conoscesse, odiasse e punisse il male, cioè non fosse sapiente, santo e giusto. Se potesse, [il peccato] distruggerebbe Dio. E non è forse ciò che è accaduto? Quando Dio ha rivestito una forma umana, il peccato non l'ha raggiunto fino a farlo morire?9
9 Riflessione ricavata dal Marmion (cf. E 019).

Gesù crocifisso. Contempliamo a lungo, silenziosamente Gesù crocifisso, per vedere come l'hanno ridotto i nostri peccati! Rivestitosi delle nostre colpe, egli, il Figlio diletto, è stato percosso da suo Padre: «L'ho percosso per i delitti del mio popolo».10 Il Padre non risparmiò il suo Figlio, ma lo diede per noi. E il Signore lo volle spezzare e maciullare nel dolore. Ha preso su di sé le n[o]s[tre] miserie e ha portato i n[o]s[tri] dolori; Dio gli pose sulle spalle le iniquità di noi tutti. Spezzato per i n[o]s[tri] delitti." Abbandonato dal Padre nello strazio supremo del patibolo.12 C'è in questo abbandono un mistero, di cui nessuno mai scruterà la profondità. Come il più amoroso dei Padri ha trattato il più caro dei figli, quando lo ha visto ricoperto dei n[o]s[tri] peccati!
I tuoi peccati sarebbero bastati da soli a ridurlo in quello stato.

In una tribù selvaggia, quando un uomo veniva assassinato, per scoprire l'assassino, portavano il cadavere nella capanna più grande, lo deponevano su una stuoia, gli denudavano la ferita. Tutti dovevano passare e, posata la mano sulla ferita, dovevano dire a voce alta e ferma: «Giuro di essere innocente del sangue di questo uomo». Al colpevole non poteva non tremare la mano o la voce.

No, o Gesù, no. Chi potrebbe far[e] la prova sul tuo corpo e sangue, sulle tue ferite sanguinanti?
— La sua fronte è coronata di spine... E la tua fronte quali pensieri nasconde? Forse soltanto ieri, soltanto ora...

— I suoi occhi sono gonfi, pesti, annebbiati dallo strazio e dal sangue... E i tuoi? I tuoi che vanno alla caccia di mille compiacenze sensuali, non sono un insulto ai suoi doloranti?
— Le sue labbra sono esangui e bruciate dalla sete... E le tue non furono contaminate da libertà indegne di un religioso, da parole offensive della carità e della giustizia?
— La sua gola riarsa cosa dice alla tua avida di tutte le soddisfazioni?
— Le sue mani sono squarciate dal ferro e inchiodate sul legno. E le tue, forse non ignare di cupide movenze, non sono state le tue mani impudiche a dilaniare le carni di Gesù?
— Il suo corpo arato dai flagelli e ridotto tutto una plaga sanguinolenta, che cosa dice al tuo corpo accarezzato e accontentato fino nelle sue voglie più basse?
— Il suo cuore è squarciato e aperto... Il tuo non è stato forse contaminato da affetti sregolati, da desideri sensuali, da sentimenti e risentimenti indegni di un essere umano?
10 Is 53,8; 5 cf. Rm 4,25.

11 Rm 8,32; Is 53,10; Is 53,4-5. Per le corrispondenti citazioni in latino cf. E 019.

12 Mt 27,46; Mc 15,34.

Guardalo Gesù, e capirai che cosa è il peccato. È la tua vittima. Ascolta il suo lamento: «Amico, che ti ho fatto [d]i male per trattarmi
così? Che cosa ti ho fatto?».

Ricordi la liturgia del venerdì santo?

  1. «Popolo mio, che cosa ti ho fatto ed in che cosa ti ho contristato?

Rispondimi!
— Io ti ho liberato dalla schiavitù (del mondo), e tu hai preparato una croce al tuo liberatore.

— Io per amor tuo ho flagellato i nemici (i peccati) che ti tenevano prigioniero, e tu dopo avermi flagellato mi hai consegnato a Pilato.

  1. Io ho aperto davanti a te le porte (della vita religiosa), e tu con una lancia hai aperto il mio cuore.

— Io ti ho nutrito con la manna nel deserto (la mia carne eucaristica), e tu mi hai percosso con schiaffi e flagelli.

  1. Io ti ho dissetato nel deserto con a[c]qua salutare, scaturita dalla pietra (la grazia a profusione), e tu mi hai dato da bere fiele e aceto.
  2. Io ti ho incoronato con una corona regale (la professione religiosa), e tu mi hai incoronato di spine.
  3. Io ti ho esaltato con la mia potenza su tutti i popoli della terra, e tu mi hai esaltato sul patibolo della croce.

— Popolo mio, che cosa [ti] ho fatto e in che cosa ti ho contristato? Rispondimi!».

Ciascuno continui per conto suo, traendone le conclusioni che le piaghe di Gesù gli ispirano.

Durante questa santa] messa, in cui misticamente si rinnova tutto questo indicibile strazio e martirio di Gesù per í nostri peccati, noi vogliamo per noi e per la n[o]s[tra] congrega[ione] domandare la grazia inestimabile di vedere sempre il peccato in noi e negli altri, il peccato passato, presente e l'eventualità del peccato futuro, anche quello che ci verrà presentato sotto l'incantesimo più allettante, di vederlo sempre e solo con gli occhi pesti e lacrimosi con cui lo vide Gesù agonizzante tra gli spasimi più atroci.

O piaghe di Gesù, guarite le piaghe dell'anima mia!
018. Peccato (Religiosi) 13
Peccato: Delicta quis intelligit? Ab occultis meis libera me Domine, et ab alienis parce servo tuo."
1) Credo che è infinitamente maggiore la rovina e la morte del peccato che tutte le rovine e morti di questa carneficina umana. Ammorba, devasta, corrompe, imputridisce.15 2) Credo che in sé il peccato è un mistero d'iniquità di cui noi non siam capaci di vedere il fondo. Delicta quis intelligit?
— Mistero di malizia ed ingratitudine. — Mistero di insipienza e stoltezza.

3) Dichiaro «guerra totale» al peccato:
a) al peccato commesso: penitenza. Sant’Ambrogio;
13 La meditazione non pubblicata che tratta il medesimo argomento (Arch. 026) entra nella serie degli esercizi predicati al Colle Don Bosco per giovani confratelli (cf. E 003-004, E 006, E 009). Porta sull'angolo destro in alto la segnatura IV.

14 Sal 18,13.

15 Scheda contenuta tra i fogli utilizzati per le meditazioni. Alcuni di questi spunti si ritrovano nelle meditazioni. «Non vi è nulla di interessante nel peccato, o nel male come male. E il male non è un'entità positiva, ma l'assenza di una perfezione che dovrebbe esservi. Il peccato come tale è così essenzialmente noioso perché è la mancanza di qualcosa che potrebbe interessare la nostra volontà.

Ciò che attira gli uomini agli atti malvagi non è il male che sta in essi, ma il bene che vi si trova, visto sotto un falso aspetto e con una prospettiva errata. E il bene visto da tale angolo non è che l'esca in una trappola. Quando tu stendi la mano per prenderla, la trappola scatta, e tu rimani con la noia, il disgusto e l'odio.

I peccatori sono persone che odiano tutto, perché il loro mondo è necessariamente pieno di tradimento, pieno di illusione, pieno di delusione. E i più grandi peccatori sono la gente più noiosa del mondo perché sono anche i più annoiati, quelli che trovano la vita più tediosa.

Quando cercano di nascondere il tedio della vita con il chiasso, l'eccitamento, l'agitazione e la violenza — frutti inevitabili di una vita dedicata all'amore dei valori che non esistono — essi diventano qualche cosa [di] più che noiosi: diventano il flagello del mondo e della società. Ed essere flagellati non è semplicemente qualche cosa di triste e noioso.

E quando tutto è finito ed essi sono morti, la documentazione dei loro peccati nella storia perde completamente di interesse e viene inflitta a scuola ai ragazzi come una penitenza tanto più amara in quanto anche un diciottenne può facilmente comprendere l'inutilità di imparare qualcosa su gente come Hitler e Napoleone» (Thomas MERTON, Semi di contemplazione, pp. 66-67).

  1. alle radici del peccato: [la] dissipaz[ione], l'orgoglio, la sensibilità;
  2. ai principi del peccato: sollecitazione, diletto (volont[arío], involontario] ) , consenso;
  3. alle occasioni del peccato.

La morte, ma non peccati.16 Qualsiasi male piuttosto di qualsiasi peccato.

Peccato e morte di Gesù.

In una cittadina della Germania, quando si trovava un cadavere di ucciso e si ignorava l'omicida, deposto il cadavere su un tavolato, gli imputati erano invitati uno per uno a stendere la destra sul freddo cadavere e a dire: «Sono innocente di questo sangue». Al colpevole tremava o la mano o la voce. Come ci sentiamo noi davanti alle piaghe di Cristo morto in croce? Beato chi più si umilia.

Chi ha esperienza d'anime sa quanto pesino talvolta e quanto umilino fatti di piccolo conto, ombre appena accennate, per un'anima che, amando Dio, ha attivatissimo il senso della spiritualità (Gilla Gremigni).'7
Peccati veniali ed accontentare Gesù.

Ma in Gabriele l'assillo non era quello di non commettere neppure una colpa veniale, bensì l'altro di far piacere al suo Signore: e una santa incontentabilità lo prendeva, di far di più, sempre di più. «Me lo dica, padre — supplicava, con la voce rotta dal pianto e gli occhi sfavillanti al suo padre Norberto — me lo dica».18
«Circumdederunt me dolores, mortis, et torrentes iniquitatis conturbaverunt me» (Sal 17,5).

Era il più bello degli uomini. «Non est ei species neque decor, et vidimus eum et non erat aspectus... Nos putavimus eum quasi leprosum, et percussum a Deo, et humiliutum... attritus est propter scelera nostra (Is 53,2.4.5)... et cum sceleratis reputatus est» (ib. 12).

— Ego sum vermis et non homo (Sal 21,7).

— Coepit pavere et taedere et maestus esse (Mc 14,33).

16 Uno dei propositi di san Domenico Savio.

17 Mons. V. Gilla Gremigni, probabilmente in riferimento a san Gabriele dell'Addolorata. Don Quadrio venne in contatto con la spiritualità di questo santo verso il suo secondo anno di studi teologici e fu un gemellaggio spirituale disposto dalla Provvidenza per prepararlo al futuro martirio nella malattia. Leggiamo nel suo diario (6 ottobre 1944): «Verso Quaresima, Pasqua, la festa di s[an] Gabriele dell'Addolorata, il Signore mi fece un'altra grazia: moltiplicò il desiderio della sofferenza e mortificazione. Ho fatto molto per rendermi penoso il camminare, lo star seduto, lo stare a letto» (Doc. 5 1 ).

18 Mons. V. Gilla Gremigni (cf. n. preced.).

— Tristis est anima mea usque ad mortem (Mt 26,38).

Si possibile est, transeat a me calix iste (Lc 22,50).

Cf. Ecce venio ut faciam, Deus, voluntatem tuam (Eb 10,9).

— Meus cibus est ut faciam voluntatem eius qui misit me (Gv 4,34).

Ut cognoscat mundus quia diligo Patrem (Gv 14,31).

— Quae placita sunt ei facio semper (Gv 8,29).

  1. Non quaero gloriam meam, sed honorifico Patrem meum (Gv 49-50). — Cum clamore valido et lacrimis (Eb 5,7).
  2. Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? [Mt 27,46; Mc 15,34].

Noi non potremo mai conoscere quale abisso di sofferenze rappresenti questo abbandono di Cristo da parte del Padre. C'è in esso un mistero del quale nessuna anima scruterà la profondità: Gesù abbandonato da suo Padre! Non ha egli fatto in tutta la sua vita la volontà del Padre? Non ha compiuto la missione, che ha ricevuto, di manifestare al mondo il suo nome? «Manifestavi nomen tuum hominibus» (Gv 17,6).

Pondus et statera iudicia Domini (Pr 14,11).

Cum tranquillitate iudicas (Sap 12,18).

019. Peccato (Religiosi)
Parola di Dio e parola dell'uomo. «Non enim cogitationes meae cogitationes vestrae: neque viae vestrae, viae meae, dicit Dominus. Quia sicut exaltantur cadi a terra, sic exaltantur viae meae a viis vestris et cogitationes meae a cogitationibus vestris. Et quomodo descendit imber et nix de caelo et illuc ultra non revertitur, sed inebriat terram et infundit eam, et germinare eam facit, et dat semen serenti et panem comedenti; sic erit verbum meum quod egredietur de ore meo; non revertetur ad me vacuum, sed faciet quaecumque volui et prosperabitur in his quae misi illud» (Is 55,8-12).

Ars. Le folle accorrevano ad Ars, attratte non certo da una eloquenza cattedratica, bensì dal divino che emanava dalla persona del santo curato. «Che siete andati a vedere ad Ars?». «Iddio trasparente da un uomo!». E dinanzi a quella sua eloquenza di puro amore, si curvava chiedendo benedizione il pur piissimo Lacordaire, ricco anche di tanta eloquenza umana.

Peccato. Si può dire paradossalmente che è la grande tragedia di Dio.

Il peccato è il male di Dio, poiché è la negazione, fatta dalla creatura, dell'esistenza di Dio, della sua verità, della sua sovranità, della sua santità, della sua bontà. Praticamente essa (l'anima che pecca) nega che Dio sia la sovrana sapienza, che abbia il diritto di stabilire delle leggi... Essa abbassa Dio al di sotto della creatura. «Non serviam...».19 Lo grida con la bocca? No, o almeno non sempre; forse essa non lo vorrebbe neppure; ma lo grida col suo atto... Praticamente, se la cosa non fosse resa impossibile dalla natura della divinità, quest'anima farebbe del male alla maestà ed alla bontà infinita; essa distruggerebbe Dio. E non è forse ciò che è accaduto? Quando Dio ha rivestito una forma umana, il peccato non l'ha raggiunto fino a farlo morire? (M[armion], Cristo vita dell'a[nima], [Milano 19376] pp. 243-244).2°
Il peccato e Gesù Cristo (Geremia).21
Purezza infinita di Cristo: Gv 8,46; 14,30; 12,28; Eb 1,3.

19 Ger 2,20. Cf. miche S. IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi spirituali 45.

20 Conserviamo il volume personale di don Quadrio, con qualche annotazione marginale.

21 Si vedano le cosiddette «confessioni» di Geremia, in modo particolare i testi che la liturgia propone nella messa dalla domenica di Passione alla Pasqua.

Eum qui non noverat peccatum, pro nobis peccatum fecit (2 Cor 5,21). Quis ex vobis arguet me de peccato?22 Guardiamolo agonizzante nell'orto, lacero e sanguinante sulla croce.

Factus est pro nobis maledictum (Gal 3,13).

Vere languores nostros ipse tulit et dolores nostros ipse portavit... et posuit Dominus in eo iniquitatem omnium nostrum (Is 53,4.6). Propter scelus populi mei percussi eum (Is 53,8). Proprio Filio suo non pepercit Deus, sed pro nobis omnibus tradidit illum (Rm 8,32). Et Dominus voluit contenere eum in infirmitate (Is 53,10). [Lo] macinò nel dolore.

020. Processo dei nostri peccati (Religiosi)
«Processus peccatorum, scilficen trahere in memoriam omnia peccata vitae meae inspiciendo vitam per annos singulos. Ad quod iuvant tria: I. inspicere locum et domum; II. conversationem quam habui cum aliis; III. officium in quo vixi» [sant'Ignazio].23

  1. Sono peccatore, grande peccatore: ecco la persuasione che mi deve guidare in questa revisione della mia vita e dei miei peccati. «Recogitabo tibi annos meos in amaritudine animae meae» (Is 38,5). Sono religioso e sacerdote, sacerdote peccatore. Ecco la seconda persuasione che mi deve consigliare non un semplice esame di coscienza, ma una severa istruttoria, una feroce requisitoria di tutta la mia vita, di tutti i miei pensieri, parole, opere ed omissioni, senza nulla dissimulare, nulla scusare, nulla sottacere... L'istruttoria ci deve ispirare umiltà e confusione, anche se già abbiamo ottenuto il perdono dei nostri peccati; anche se avessimo commesso un solo peccato mortale in vita nostra; anche se ci trovassimo rei solamente di peccati veniali. «Valet plurimum haec consideratio, etiamsi quis nonnisi venialium peccatorum sibi conscius esset per totam vitam» (Eserc[izi] spiridualip.24 Fu grazia speciale del Signore se non siamo caduti nell'abisso, mentre coi peccati veniali ci eravamo accostati all'orlo, in procinto di cadervi. Diciamo dunque il Confiteor, non colla superficialità di chi lo recita ufficialmente nelle sacre funzioni, ma con la consapevolezza di chi sa dí dire la verità, o forse meno della verità.
  2. S[ant]'Ignazio dice di rivedere e ripassare i luoghi nei quali si è vissuti, i rapporti e le relazioni sociali avute, gli impegni sostenuti. Per maggior brevità e chiarezza la nostra istruttoria si svolgerà sui tre periodi della25 nostra vita: adolescenza, periodo di formazione, sacerdozio.

Che lunga catena di peccati! Confiteor... quia peccavi nimis cogitatione, verbo et opere. Mea culpa... mea maxima culpa! Beato colui che più si umilia, beato colui che come il pubblicano non osa alzare gli occhi al cielo, si batte il petto e si professa peccatore: egli troverà misericordia il giorno del giudizio. Disgraziato chi, come il fariseo, si professa «non sicut  ceteri homines» (Lc 18,11). Egli è già condannato. Anticipiamo il nostro giudizio oggi, mentre possiamo assicurarci una sentenza di perdono. Possiamo dunque fissare nel cuore tre certissime conclusioni:
23 S. IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi spirituali 56.

24 S. IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi spirituali.
25 Nell'originale: di.

  1. che soprattutto per il prete vi è una sola infelicità vera: quella di non essere santo. Il prete mediocre è il più infelice degli uomini;
  2. che il prete mediocre vive in pericolo grave dí dannarsi (s[ant]'Alfonso);
  3. che la chiesa e la congregazione non hanno bisogno di riformatori, ma di santi. Facciamoci santi: questa è la vera riforma che ci vuole. Se ciascuno avrà scopato con cura davanti alla propria porta, tutta la via sarà luminosa.

021. Il peccato nell'a[nima] consacrata
(31/10/1957, Torino, Crocetta, ascritti al noviziato)
Vangelo secondo san Giovanni. [«Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà. I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: Di', chi è colui a cui si riferisce? Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: Signore, chi è? Rispose allora Gesù: È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò. E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: Quello che devi fare, fallo al più presto. Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: Compra quello che ci occorre per la festa, oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte»] (13,21-30).

Alla vigilia del v[o]s[tro] ingresso in nov[iziato], in un cenacolo santo e fervoroso come questo, sembrerà una stonatura che io mi attardi a prospettare la tragica possibilità del peccato in un'anima privilegiata e consacrata come quella di un ascritto o di un religioso. Eppure, per quanto penoso, è necessario farlo.

1. Perché Gesù stesso lo ha fatto, nel cenacolo, ai suoi primi ascritti (gli ap[ostoli]), dando loro quel grave ammonimento: «Ecco che Satana va in cerca di voi per vagliarvi come il grano».26 «Lo spirito è pronto, ma la carne è debole. Vegliate e pregate per non cadere in tentazione».27 «Ecco, chi mangia alla mia mensa, leverà contro di me il suo calcagno».28
2. Perché il nome esecrando di Giuda e di altri in ogni tempo (giacché anche lui, come gli apostoli, ha i suoi successori), rimane per tutti noi una testimonianza significativa di una tragica possibilità: la tremenda possibilità di tradire col p [eccato] mortale colui a cui abbiamo giurato fedeltà e amore perpetuo. Questo pericolo c'è anche per noi, per tutti e per ciascuno. Né l'essere novizio, né la professione che farete vi renderà immuni dalle tentazioni o dal pericolo di cadere, anzi per istigazione diabolica potrebbe rendervi anche più esposti alla bufera. Dobbiamo oggi guardarlo in faccia con spietata sincerità questo pericolo, per prevenire le sorprese e sventare le imboscate. Se la meditaz[ione] di stamane sul peccato comune riguardava il passato, quella di oggi sul peccato di un'anima religiosa riguarda la possibilità e il pericolo del peccato futuro.

26 Lc 22,31.

27 Mt 26,41, con inversione delle frasi.

28 Gv 13,18.

3. Vi è un terzo motivo che rende necessaria questa meditazione, ed è che voi state per entrare non in una qualunque congregazione religiosa, ma nella congregaz[ione] salesiana, che fu voluta da M[aria] A[usiliatrice], come l'avamposto più avanzato e quindi più esposto nella chiesa nella lotta contro il peccato (c'è bisogno che chi vi entra sia gente assolutamente sicura). Vi è tra la vita sales [iana] e [il] peccato una opposizione così radicale, assoluta, definitiva e totalitaria, che ogni ascritto prima di entrarvi deve misurare bene le sue forze e vedere se ha le carte in regola. Chi, a giudizio del padre dell'anima sua che sa tutto di lui, non offrisse piena garanzia di assoluto e definitivo distacco dal peccato, specialmente dal peccato impuro, per carità, non entri in congr[egazione], perché comprometterebbe la sua salvezza eterna, le anime e l'onore della congr[egazione]. D[on] Bosco [nell]'art[icolo] 35 dice: «Laetemur ad ascensum, timeamus ad lapsum».29
Il passaporto per entrare in congregaz[ione] è quest'orrore irriducibile, questo distacco assoluto e comprovato dai fatti da ogni forma di peccato] m[ortale], specialmente dai peccati contrari alla santa purità. Ecco perché noi, dopo aver meditato sul peccato in generale, vogliamo soffermarci stasera a considerare la radicale opposiz[ione] che c'è tra peccato e vita religiosa, e in particolare tra peccato e vita salesiana.

Un santo forse non riuscirebbe a proporre un così doloroso argomento senza lacrime: perdonate se io, che non sono santo, debba farlo con delle parole, con troppe e troppo povere parole.30
Se un'anima consacrata a Dio nella vita religiosa avesse la somma disgrazia di cadere in peccato mortale, peccherebbe con maggior malizia, con peggior ipocrisia, con più tristi conseguenze.

1. La maggior perfidia di un eventuale peccato, commesso da un'anima religiosa, dipende dalla maggior conoscenza della legge e dalla maggior coscienza dei benefici ricevuti.

29 Segue una parola poco leggibile: Vigila? La citazione latina è ripresa da san Gerolamo, Comm. in Ez. 13,44 = CCL 75,1875.

30 Nella rubrica di appunti per la predicazione incontriamo questa frase anonima: «La poesia delle lacrime è una caratteristica dei santi» (Q P-S 44).

— I semplici fedeli potranno forse invocare scusanti o attenuanti, alcuni potranno forse dire perfino che non sanno quello che si fanno. Ma tu no: tu sai perfettamente e sei obbligato a sapere. In te l'ignoranza è colpa. Da ora in poi, tu sarai il depositario, il testimone, il rappresentante della morale evangelica, l'esempio ufficiale e il maestro di virtù nella chiesa. Non ai soli apostoli, ma a tutto il gruppo dei suoi discepoli [Gesù ha detto]: «Voi siete la luce del mondo».3'
D'ora in poi, e specialmente dopo la tua professione rel[igiosa], tu non potrai scusarti: «Non lo sapevo, l'ho fatto senza saperlo». Aspírantato, studi, conferenze, prediche, esercizi, meditaz[ioni], confessioni, consigli, ispiraz[ioni]... [Come potrai dire]: Ignorans feci?32
— E con la conoscenza della legge, vi è nell'anima religiosa la coscienza di maggiori grazie: grazie straordinarie, di predile[zione], di privilegio.

«Quante cose ha fatto all'anima mia!».33 Una sola differenza; [quella di aver ricevuto] più grazia: [la] creaz[ione], [la] redenz[ione], l'educaz[ione] cristiana, la vocaz[ione], la profes[sione], l'intimità con Gesù sotto lo stesso tetto, messa q[uotidiana], sacram[enti], intimo e continuo contatto con la parola di Dio, con la grazia... Ecco un poema di grazie e di predilezioni, la cui portata ci sarà nota solo in cielo. Se a questo torrente di grazie e predilezioni tu rispondessi col peccato, dimostreresti un tale abisso di malizia, la cui profondità chi potrebbe scandagliare a fondo?
Gesù se ne lamenterebbe a ragione con gli accenti più accorati e tristi.

1) Nel salmo 54 [leggiamo]: «Se fosse stato un estraneo o un nemico ad offendermi... Ma sei stato tu, mio compagno, mio intimo ed unico, che sei di casa con me, ammesso alla mia intimità e compagnia».34 Si può dare ingratitudine più mostruosa?
2) Isaia [proclama]: «Udite o cieli e tu ascolta, o terra. Io ho nutrito ed allevato dei figli, ed essi mi hanno disprezzato».35
— «Come è mai possibile che il mio diletto, in casa mia, abbia commesso tanti delitti?».36
3) Nella liturgia del venerdì santo [risuonano le struggenti contrapposizioni]: «Popolo mio, che cosa ti ho fatto e in che cosa ti ho contristato? Rispondimi.

31 Mt 5,14.

32 1 Tm 1,13.       '
33 Sai 65,16.

34 Sai 54,13-14.

35 IS 1,2.

36 Ger 11,15.

  1. Io ti ho liberato dalla schiavitù (del mondo), e tu hai preparato una croce al tuo liberatore. — Io per amor tuo ho annientato i nemici che ti tenevano prigioniero (i peccati della vita passata), e tu dopo avermi flagellato mi hai consegnato a Pilato.

— Io ho aperto davanti a te le porte della terra promessa (la casa religiosa), e tu con la lancia hai aperto il mio cuore.

— Io ti ho nutrito con la manna nel deserto (la carne eucaristica), e tu mi hai percosso con schiaffi e flagelli.

  1. Io ti ho dissetato nel deserto con acqua salutare, scaturita dalla pietra (la grazia a profusione), e tu mi hai dato da bere fiele ed aceto.
  2. Io ti ho incoronato con una corona regale (il diadema della vocazione), e tu mi hai incoronato di spine.
  3. Io ti ho esaltato con la mia potenza su tutti i popoli della terra, e tu mi hai esaltato sul patibolo della croce.

Popolo mio, che cosa [ti] ho fatto e in che cosa ti ho contristato? Rispondimi!».

4) Il s[acro] Cuore realmente si lamentò, nell'ottava del Corpus] Domini 1675, con la sua confidente s[anta] Maria Margherita Alacoque]: «Questo più mí addolora, che mi trattino così cuori a me consacrati». Trenta volte Gesù ripeté questo lamento nelle appariz[ioni] alla santa.

Lasciamoci riempire e impregnare fin [nel]le più profonde fibre da questi accorati lamenti.

Avete mai amato sinceramente una persona, e ne foste ricambiati con la più nera ingratitudine?37 Sì? Allora forse potete farvi una pallida idea dei sentimenti del s[acro] Cuore di Gesù di fronte ai n[o]s[tri] peccati.

2. In secondo luogo, l'eventuale peccato di un'anima consacrata sconfinerebbe nella ipocrisia più sfacciata e atroce.

Il religioso fa professione di perfez[ione], di santità, di virtù. È colui che tutto ha abbandonato per Cristo. È un prolungamento vivente di Gesù povero, casto, ubbidiente. È il parafulmine dell'umanità, il cuore della chiesa. Se dunque si macchia di peccato, la sua vita diventa una miserabile e ributtante ipocrisia, un volgare artificio, una contraddizione urlante, una commedia di cattivo genere: è un istrione che recita la sua parte, un sepolcro imbiancato, al di fuori tutto bello, dentro pieno di marciume." Professa i consigli evangelici e non osserva il decalogo di Mosè!
37 Una delle pagine più amare del diario di don Quadrio sembra riflettere questa esperienza (cf. E. VALENTINI, Don Quadrio modello di spirito sacerdotale; Roma 1980, p. 134).

— In chiesa canta le lodi di Dio, [ma le formule sacre della preghiera sulle labbra di un tale ipotetico religioso risultano o una] commedia [o una profanazione o una stridente] contraddizione! [«Vi adoro, mio Dio, vi amo con tutto il cuore». Quando eleva al Signore i salmi, gli inni, le preci, i canti, a lui che risponderà Dio?]. Dispergam [super vultum vestrum stercus solemnitatum vestrarum (Mal 2,3). La preghiera, il sacrificio di lode è divenuto dunque così ributtante e nauseante per Dio? Quale mostruosa ipocrisia!]."
— Dalla cattedra tuona contro [i difetti dei suoi alunni, lui che è compromesso col peccato. Impone precetti ed elargisce consigli, lui che si sente in contraddizione intima con ciò che predica. Di lui vale l'invettiva di Gesù: Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei (Mt 32,1-4)]. Un tale religioso otterrebbe solo che i giovani bestemmino [e disprezzino] ciò che egli predica 40
Nell'assistenza il salesiano deve essere il geloso custode del s[anto] p [udore]41 ( [così da porre i giovani nella] morale impossibilità [di commettere il male]), la sentinella avanzata di Dio contro il demonio, l'angelo custode dei suoi giovani. E se fosse [proprio lui il peccatore tra gli innocenti], Satana tra [gl]i angeli? [E se abusasse dell'ingenuità dei ragazzi per trovar pascolo alla sua morbosità e sensualità?]. Se diventasse lupo tra gli agnelli? Lo dice san Gregorio M[agno]: «Pensate quello che capita in un gregge, quando il pastore si fa lupo»,42 quando il medico propina il veleno in luogo della medicina. Quante anime scandalizzate, dilaniate da una ferita così profonda, che dopo anni ed anni sanguina ancora! Che strage di innocenti! Che lutto per la chiesa, che come Rachele [piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più!] 43
38 Mt 23,27. I pensieri che precedono sono mutuati da padre Lombardi.

39 Questa frase e altre che seguono sono state integrate con una meditazione di argomento simile, intitolata «Il peccato del religioso» (Arch. 031). " Rm 2,24.

41 Integrazione incerta. Nell'originale (in entrambe le meditazioni): S. P.

42 Considerate quid de gregibus agatur, quando pastores lupi fiunt (S. GREGORIO MAGNO, In Evang. 17).
43 Plorans filios suos et noluit consolari, quia non sunt (Mt 2,18).

Un tale salesiano [potrebbe ancora essere detto] figlio di d[on] Bosco, che:
— si proclamava disposto ad affrontare un esercito;

  1. avrebbe trascinato [la lingua per terra da Valdocco a Superga, pur di evitare un peccato];

— [che ripeteva]: Mi riposerò q[uand]o riposerà anche il demonio;

  1. avrebbe strozzato con le sue mani gli scandalosi che rovinano le ani [me] ;
  2. avrebbe preferito veder bruciata [una sua casa, piuttosto che vi si commettesse un peccato?].44

Don Bosco [fu instancabile nella sua] lotta al peccato.

Il salesiano [deve possedere una] radicale opposiz[ione] al peccato.

Aggiungete che l'eventuale peccato di un'anima consacrata [anche del semplice religioso, tanto più del sacerdote] rischierebbe facilmente di degenerare in sacrilegio. [Come la vita e le opere del santo religioso sono quasi una continua, mistica messa di onore a Dio, così la vita e le opere di un religioso indegno rischiano di divenire un continuato sacrilegio. Il peccato del religioso è quasi sempre la profanazione di cose sacre: della sua persona che è sacra e consacrata, dei suoi voti che sono vincoli sacri, dei sacramenti che sono segni sacri, delle anime che valgono la redenzione di Cristo. Non dico che ogni peccato del religioso sia necessariamente un sacrilegio. Certamente però sacrilegio personale sono certi peccati che non occorre specificare; sacrilegio reale i sacramenti ricevuti indegnamente; sacrilegio abominevole personale e reale la profanazione delle anime]. Anche qui la sola ipotesi ci fa tremare: sacrilegio, cioè profanazione di cose e persone sacre. Siccome vive in una comunità dove ogni settimana tutti si accostano alla confessione e ogni giorno alla com[unione], ecco l'indegno [che] per una vile paura s'intruppa cogli altri, e genuflesso devotamente davanti all'altare si mangia e si beve la propria condanna 45 Usare di Cristo per crocifiggere Cristo: deicidio doppiamente sacrilego.

44 «Egli ci rispose che lo aiutassimo nella battaglia che ha da sostenere col nemico delle anime; e poi soggiunse: "Se mi lasciate solo, mi consumerò più presto, perché ho risoluto di non cedere a costo di cader morto sul campo. Aiutatemi adunque a far guerra al peccato. Io vi assicuro che rimango sì' fattamente oppresso quando veggo il demonio nascondersi in qualche angolo della casa a far commettere peccato, che non so se si possa dar martirio più grave di quello che io soffro allora. Io sono così fatto: quando vedo l'offesa di Dio, se avessi ben anco un'armata contro, io non cedo"» (MB 7,376-377). «Oh se io potessi un poco mettere in voi questo grande amore a Maria e a Gesù Sacramentato, quanto sarei fortunato. Vedete, dirò uno sproposito, ma importa niente. Sarei disposto per ottener questo a strisciar colla lingua per terra di qui fino a Superga. È uno sproposito, ma io sarei disposto a farlo. La mia lingua andrebbe a pezzi, ma importa niente: io avrei tanti giovani santi» (MB 7,680-681; la frase è citata come propositiva di santità, ma nella tradizione corre anche nella sua formulazione negativa contro il peccato). «Come volete, rispondeva loro, che io mi pigli riposo, mentre il demonio non si riposa mai?» (MB 7,413). «Quando io sappia che il demonio cesserà di insidiare le anime, io pure cesserò di cercare nuovi mezzi per salvarle da' suoi inganni e dalle sue insidie» (MB 6,603). «Provava un tale orrore quando sentiva parlare di scandalosi, che fu udito ripetere: "Se non fosse peccato, li strozzerei colle mie mani! "» (MB 10,37).

3. Finalmente, qualora un'anima consacrata per disgrazia si abbandonasse al peccato, lo farebbe con ben tristi conseguenze. Rileviamone una sola!
La rovina manifesta o segreta della congregazione. [La rovina del suo apostolato, reso sterile e infecondo come il tralcio staccato dalla vite. Ai suoi apostoli Gesù l'aveva preannunciato: «Come il tralcio non può portare frutto da sé, se non rimane unito alla vite, così neppure voi, se non rimanete in me» (Gv 15,4). E questo vale di ogni peccato, anche il più segreto ed occulto]. Il religioso indegno è colpevole di matricidio. Quali umiliaz[ioni], rossori, lacrime e disonore per la congregaz[ione] anche per colpa di uno solo! «Di che lagrime gronda e di che sangue»46 l'eventuale naufragio di un religioso! La nostra congregaz[ione], una tra le più gloriose e onorate nella chiesa, è una congregazione di santi, di martiri, di vergini, di angeli,47 che porta luminoso nel suo stemma il motto di Domenico] Savio: «La morte, ma non peccati». Guai a chi osasse disonorare questa santissima madre e infrangere il gloriosissimo nome salesiano! Sorgerebbero a maledirlo dalla tomba tutti i grandi salesiani che, per l'onore della congregaz[ione], hanno speso la vita e le forze.

Miei giovani amici, la congregaz[ione] è fiera di accogliervi sotto la sua bandiera, ma fate che non abbia ad accogliere in seno nessuna vipera velenosa! L'onore di vostra madre è d'ora in poi anche nelle vostre mani! A voi è affidata la bandiera di Domenico Savio!
Presto o tardi tutto viene a galla. Il sales [iano] abita in una casa di vetro, [sotto gli sguardi curiosi e spesso maligni dei giovani e non più giovani. «Le parole e gli sguardi anche indifferenti sono talvolta mal interpretati dai giovani che furono già vittime delle umane passioni».48 Sospetti, dicerie. Parla l'aria, parlano i muri, parlano gli stessi interessati a tacere. Parlano]. Di una cosa sola siamo certi che non si saprà mai, [quella che non abbiamo commessa!
45 1 Cor 11,29.

46 U. FOSCOLO, I sepolcri.
47 Sono altrettanti titoli di «Buone notti» date da don Pietro Berruti nel periodo in cui don Quadrio si trovava a Roma. Se ne conserva lo schema in fogli sparsi. Sono state pubblicate in E. VALENTINI, Don Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 52-55. Cf. E 060.

48 DON Bosco, Costituzioni, c. 36.

E quando la misura è colma, Dio interviene e «rimuove il candelabro dal suo posto»49. «E fu grande la rovina di quella casa».5° E alla clamorosa rovina talvolta, come tentata giustificazione, si accompagna non solo l'apostasia dalla congregazione, ma anche dalla chiesa, dalla fede e il passaggio all'altra sponda (comunismo, protestantesimo). Caso raro ed estremo, sì, ma logica e naturale conseguenza di premesse meno rare e meno estreme. La via che al termine si chiama apostasia, all'inizio si chiama tiepidezza, poi mondanità, poi malcontento, poi ribellione: l'inflessibile logica del male!].

Ogni atto buono eleva il livello spirituale di tutta la cong[regazione], ogni peccato anche segreto è una falla nella diga: compromette la sicurezza di tutti. Non siamo isolati. Siamo un solo corpo. Siamo tutti responsabili della congregaz[ione] che d[on] Bosco, per volere di Maria, ha fondata e affidata nelle n[o]s [tre] mani.

Basta. Vi ho fatto soffrire [anche troppo, voi specialmente che siete i più giovani e i più cari]. Ma ho sofferto anch'io nel dirvi queste cose." Era necessario non aver compassione di voi. Lo vuole Pio XII, il quale prescrive di istillare nel cuore dei giovani religiosi la consapevolezza del gravissimo passo che stanno per compiere: nessuno vi può obbligare a entrare in una congregaz[ione], ma se lo fate dovete conoscere e assumere con coraggio tutte le responsabilità."
Dopo aver soprattutto pregato per tutti i confratelli smarriti e per quelli tra noi che più presto e più fortemente saranno tentati di smarrirsi, noi vogliamo in timore et tremore53 applicare, ciascuno a sé, il monito di sant'Agostino: «Chi è l'uomo che abbia commesso un peccato, che io non sia capace di commetterne uno peggiore?». Nessuno osi alzare la fronte contro nessuno. Oggi a me, domani a te. Ogni giorno può essere fatale! Timore, diffidenza, vigilanza, ma nessun turbamento o scoraggiamento. Raccomandiamoci a lei con l'invocazione: Madre mia, fiducia mia. Aggrappiamoci alla croce di Gesù, che nel momento della tempesta e del naufragio sarà la nostra tavola di salvataggio].

49 Ap 2,5.

50 Mt 7,27.

51 Nell'originale: nel dirvela.

52 Non seguono gli altri punti, forse inizialmente programmati, quando (nell'originale) è stato apposto il numero 1 alle conseguenze del peccato nel religioso.

53 1 Cor 2,3; cf. Ef 6,5.

022. Il peccato del sacerdote
(Torino, Crocetta, 10/02/1955?, chierici e diaconi alla vigilia dell'ordinazione)
Dopo aver alzato gli occhi alle vette, guardiamo ora all'abisso che vi si apre sotto i piedi! «Grandis sacerdotum dignitas, grandis ruina si peccat! Laetemur ad ascensum, sed timeamus ad lapsum» (san Gerolamo).54 Un santo forse non riuscirebbe a proporre un così doloroso argomento, se non con le lacrime. Perdonate se io, che non sono santo, debba farlo con delle parole, con povere e con troppe parole.

Spirito di tale meditazione dev'essere l'umiltà; frutto il santo timor di Dio, secondo l'avvertimento di Gesù ai suoi sacerdoti e rinnovato ad ogni novello sacerdote: «Simon, Simon. Ecce satanas expetivit vos, ut cribraret sicut triticum» (Lc 22,31). «Vigilate et orate, ut non intretis in tentationem... Caro autem infirma»."
In questa meditazione noi vogliamo, come san Giov[anni], appoggiare il n[o]s[tro] capo sul petto adorabile del Salvatore, per sentire anche noi i palpiti di quel divin cuore angosciato, quando disse ai primi suoi sacerdoti: «Uno di voi mi tradirà».56 Che Gesù ci impresti il suo cuore per penetrare l'abisso insondabile del peccato sacerdotale. Mistero di malizia e di ingratitudine. Mistero di insipienza e di stoltezza. Delicta quis
La gomena della n[o]s[stra] mente sarà sempre troppo corta per toccare il fondo di questo abisso!
Il pericolo di divenire cattivi sacerdoti c'è per tutti e per ciascuno. Vogliamo oggi guardarlo in faccia con spietata sincerità, per prevenire le sorprese. La chiesa ha accettato in partenza, perché il sacerdote rimane uomo, questo oscuro scandalo delle infedeltà, dei colpi mancini, delle diserzioni sacerdotali. Il nome di Giuda (e di altri in ogni tempo) rimane per tutti una testimonianza esemplare e significativa di una terribile possibilità: la possibilità della tremenda scelta di un uomo contro Dio, a cui aveva già risposto, al quale si era già consegnato.

54 Grandis dignitas sacerdotum, sed grandis ruina si peccent! Laetamur ad ascensum, sed timeamus ad lapsum (S. GEROLAMO, Comm. in Ez. 13,44 = CCL 75,1875). Segue una parte, omessa in successivi utilizzi: «Alla vigilia della vostra ordinazione sacerdotale o di un passo decisivo verso di essa, al vostro fervore ed entusiasmo sembrerà una stonatura la meditazione sul peccato del sacerdote. Stetti molto tempo in forse, ma persone illuminate ed esperte mi convinsero a non ometterla. Mi incoraggiano anche le parole così chiare, gravi e solenni che ascoltiamo da [don Guido] Favini». La datazione è ricavata da un accenno a questa meditazione, inserito all'inizio di E 034.

55 Mt 26,41.

56 Gv 13,21 e 25; cf. Mc 16,18.

57 Sal 18,13.

Dico possibilità. Ciò che diremo infatti riguarda solo la possibilità, l'ipotesi, e rimarrebbe vero anche se nessun sacerdote non avesse mai peccato.

In paragone del peccato comune, su cui abbiamo meditato stamattina, il peccato del sacerdote ha delle caratteristiche sue proprie, che lo rendono molto più orribile e funesto di ogni altro peccato. «Tanto maius cognoscitur peccatum esse, quanto maius qui peccat habetur».58 Tre caratteristiche vorrei proporre alla nostra medítaz[ione]. Il sacerdote, se per disgrazia cadesse, pecca con maggior malizia, con peggior perfidia e con più tristi conseguenze.

1. La maggior malizia del peccato sacerdotale dipende dalla maggior scienza e coscienza. I semplici fedeli potranno invocare scusanti o attenuanti, alcuni perfino in un certo grado [l'ignoranza]: «non (enim) sciunt quid faciunt» (Lc 33,34). Ma il sacerdote sa perfettamente, ed è obbligato a sapere, ciò che fa. È il depositario della legge divina; è l'interprete e il banditore dei divini voleri; è il maestro delle anime; è «la luce del mondo» (Mt 5,14). E ignoranza in un prete è colpa: non potrà mai scusarsi col dire, come san Paolo: «Ignorare feci» (1 Tm 1,13).

Ecco perché il dottissimo vescovo di Cremona, Geremia Bonomelli, nella magnifica lettera pastorale «Dottrine consolanti» (1904), riportava le parole udite da un santo sacerdote: «Spero che i peccati mortali siano assai meno numerosi di quello che dicono e credono certi teologi. I peccati mortali li commetteremo noi, noi preti, che ne abbiamo pieno conoscimento e siamo circondati da tanti e tanti aiuti... Questo popolo non è quasi capace di peccati mortali, e troverà misericordia nella sua ignoranza e nella violenza delle passioni che lo travagliano. Non così noi preti» (p[p]. 64-65).

Frasi ardite, forse paradossali, ma fondamentalmente vere. Del resto non l'ha forse detto Gesù stesso? «Servus qui cognovit voluntatem domini et non fecit secundum voluntatem eius, vapulabit multis (sarà punito con molti colpi). Qui autem non cognovit, et fecit digna plagis, vapulabit paucis (sarà punito con pochi colpi). Omni autem, cui multum datum est, multum quaeretur ab eo» (Lc 12,47-48).

58 Si annota: (sant'Isidoro, riportato in (Summa theologica] I, II, q. 73).

E con la scienza della legge, nel sacerdote è pure la coscienza di maggiori grazie: grazie straordinarie, di predilezione e di privilegio..., «quanta fecit animae meae» (Sal 65,15). Creazione, redenzione, vocazione, s[acri] ordini, consacrazione sacerdotale, e poi s[anta] messa quotidiana, sacramenti ricevuti e amministrati, intimo e continuo contatto con la parola viva di Dio, la grazia di Dio, il corpo reale e mistico di Cristo. Ecco un poema di grazie e predilezioni, la cui portata ci sarà nota solo in cielo. Se a questo torrente di predilezioni divine risponde col peccato, [il sacerdote] dimostra un tale abisso di malizia, la cui profondità misteriosa chi potrà scandagliare a pieno?
E Gesù se ne può dolere e se ne duole con gli accenti del salmista: «Si inimicus meus exprobrasset mihi, sustinuissem utique... Sed eras tu, sodalis meus, amicus et familiaris meus, quocum dulce habui consortium (il dolce consorzio del sacerdozio). In domo Dei ambulavimus in coetu festivo (l'ammissione ai segreti della casa paterna!), [come nel] sal[mo] 54,12-14. [O uscirà nell'esclamazione]: «Audite caeli, et auribus percipe, terra...» con Isaia. Oppure protesterà: «Filios enutrivi, et exaltavi; ipsi autem spreverunt me» (Is 1,2). Si può dare un'ingratitudine più mostruosa? E ancora: «Quid est quod dilectus meus, in domo mea, fecit scelera multa?» (Ger 11,15). «Quid debui ultra facere vineae meae et non feci? An quod expectavi ut faceret uvas et fecit labruscas?» (Is 5,4).

E il s[acro] Cuore realmente si lamentò nell'ottava del Corpus Domini del 1675 con santa [Maria] Margherita Alacoque: «Questo più mi addolora, che mi trattano così cuori a me consacrati!».

P[adre] Giustino Borgonovo di Rho (una vera autorità ed una consumata esperienza della direzione di anime religiose e sacerdotali) fa una chiosa a queste parole del s[acro] Cuore. Suore, religiosi laici e sacerdoti sono le tre categorie di cuori consacrati a Gesù. Di quale categoria può di preferenza dolersi? Difficile il peccato mortale nelle suore: è quasi un'eccezione. Nei frati laici non è facile. E nei sacerdoti? È un caso forse impossibile? o difficile? La chiesa ci fa pregare [nel canone]: «Suscipe... hanc immaculatam hostiam pro innumerabilibus peccatis et offensionibus et neglegentiis meis».
2. Peggior perfidia. L'ingratitudine e l'abuso delle grazie nel peccato sacerdotale sconfinano nella perfidia più sfacciata e atroce. Perfido — nell'uso comune — è colui che ipocritamente tradisce il proprio mandato, e sacrilegamente abusa del proprio ufficio. Ipocrisia e sacrilegio: ecco ciò che ordinariamente costituisce la perfidia del peccato sacerdotale. Ipocrisia e sacrilegio.

A. Ipocrisia. Rivestito del carattere di Cristo, pontefice eterno, il sacerdote è mediatore di salute per gli uomini presso Dio, intercessore di grazia e di misericordia, sacerdote e vittima con Gesù nell'offerta del sacrificio, assertore di fede, maestro di virtù, esempio di santità. Tutto questo il sacerdote nel suo divin ministero. Ma, se egli si macchia di peccato, la sua vita diventa una miserabile ipocrisia, un volgare artificio, una contraddizione urlante, una commedia di cattivo genere: è un istrione che recita la sua parte, un sepolcro imbiancato... «Vae vobis, scribae et pharisaei hypocritae, quia similes estis sepulchris dealbatis, quae aforis parent hominibus speciosa, intus vero piena sunt ossibus mortuorum et omni spurcitia» (Mt 23,27).

Osserviamo questo povero prete indegno nell'esercizio delle sue deifiche funzioni sacerdotali.

  1. Nel confessionale dà le regole di ascetica, lui che non osserva il decalogo di Mosè; accende negli altri il fuoco dell'amor di Cristo, lui che fu bruciato da fiamma impura; restituisce la grazia e la pace, lui che nel cuore ha forse ancora il peccato e il tumulto; alza nel gesto del perdono la mano che fu strumento di peccato; giudica e rimprovera agli altri, ciò che ammette in se stesso: «Propter quod inexcusabilis es, o homo omnis, qui iudicas... Eadem enim agis quae iudicas» (Rm 2,1).

E se, Dio non voglia, abusasse dell'ingenuità dei penitenti, trovando lui pascolo di morte, dove essi trovano pascolo di vita? E se propinasse il veleno in luogo della medicina? E se distruggesse invece di edificare? E se diventasse lupo sotto le vesti del pastore? Carnefice nell'atto che si atteggia a medico? (Pensate alla bolla «Sacramentum poenitentiae» posta in appendice al codice. Qui legit intelligat).

  1. Sul pulpito tuona contro i disordini del popolo, lui che è compromesso col peccato; impone precetti ed elargisce consigli, lui che si sente in contraddizione intima con ciò che predica. Di lui vale l'invettiva di Gesù: «Super cathedram Moysi sederunt scribae et pharisaei... Secundum opera vero eorum nolite facere: dicunt enim et non faciunt» (Mt 23,2). A lui Dio ripete nel salmo 49,16[-17]: «Quare tu enarras praecepta mea, et habes in ore tuo foedus meum? Tu qui odisti disciplinam et proiecisti verba mea post te?».

Un tale predicatore spesso soltanto ottiene che il popolo bestemmi ciò che egli predica. «Qui alium doces, teipsum non doces; qui praedicas non furandum, furaris; qui dicis non moechandum, moecharis...; qui in lege gloriaris, per praevaricationem legis Deum inhonoras. Nomen enim Dei per vos blasphematur inter gentes» (Rni 2,21-24).

  1. Il breviario, sul labbro di un tale ipotetico sacerdote, risulta o una commedia o una profanazione o una stridente contraddizione. «Beati immaculati in via, qui ambulant in lege Domini... Quomodo dilexi legem tuam, Domine! Tota die meditati() mea est. Deus, Deus meus, ad te de luce vigilo. Adhaesit anima mea post te».59 A lui che risponderà Dio? «Dispergam super vultum vestrum stercus solemnitatum vestrarum» (Mal 2,3). Il sacrificium laudis60 è divenuto dunque così ributtante e nauseante per Dio?

4. All'altare. Troppo doloroso il caso di un sacerdote che celebrasse indegnamente, ma sia salutare l'ipotesi. Canta la liturgia: «Quis ascendet in montem Domini; aut quis stabit in loco sancto eius?». «Munda cor meum ac labia mea... Lavabo inter innocentes manus meas...».61 E Dio risponde: «Pharisaee caece, munda prius quod intus est calicis» (Mt 23,26).

Il sacerdote, offrendo a Dio l' oblatio munda, [prega]: «Suscipe... hanc immaculatam hostiam... hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam».62 E Dio, pur accettando l'offerta valida ex opere operato, risponde: «Ne offeratis ultra sacrificium frustra; incensum abominatio est mihi... Sollemnitates vestras odivit anima mea, facta sunt mihi molesta, laboravi sustinens... (mi fanno nausea). Cum extenderitis manus vestras, avertam oculos meos a vobis...; manus enim vestrae sanguine plenae sunt» (Is 1,11-15). [Un tale sacerdote ha le] mani macchiate di sangue. Non solo il sacrificio, ma anche il deicidio del Calvario [viene] rinnovato sull'altare! Non [è più] sacerdote, ma carnefice e crocifissone! Il sacrilegio è consumato! Ritto solennemente sull'altare, «si mangia e si beve la propria condanna! ».63
59 Sal 118,1; Sal 118,97; Sal 62,2.9.

60 Sal 49,14.23.

61 Sal 23,3; Sal 25,6. Testi ripresi dal rito della messa (ai piedi dell'altare, prima della lettura del vangelo, alla lavanda delle mani).

62 Canone romano.

63 1 Cor 11,29.

B. Infatti — e passiamo così al secondo aspetto — nel peccato sacerdotale l'ipocrisia si ammanta di sacrilegio. Anche qui la sola ipotesi ci fa tremare. Come la vita e le opere del santo prete sono una continua, mistica messa di onore a Dio, in comunione con la messa del Pontefice eterno, così la vita e le opere di un prete, che si macchia di peccato, rischia — per nemesi naturale — di divenire un continuato sacrilegio. Il peccato del sacerdote, in definitiva, è la profanazione di cose sacre, cioè del suo carattere che è divino, della sua persona che è sacra, dei sacramenti che sono segni sacri della vita divina che comunicano, di Gesù] Cristo] che opera attraverso il suo ministero e si incarna nelle sue mani, delle stesse anime, che valgono la redenzione di Cristo. Evidentemente con ciò non s'intende che ogni peccato sacerdotale sia — eo ipso — un sacrilegio in senso stretto: «scientibus legem loquor»." Certamente però, come tutti sappiamo dalla m[orale], sacrilegio personale sono certi peccati che non occorre specificare. Sacrilegio reale i sacramenti indegnamente amministrati. Sacrilegio abominevole, personale, reale e talora anche locale la profanazione delle anime. Di più, ripugna dirlo, pensate al multiforme sacrilegio di un sacerdote che celebra indegnamente: sacramentum indigne conficit, sacramentum indigne sumit, sacramentum indigne distribuit. Usare Dio e i divini poteri per offendere Dio; usare Gesù e il suo sacerdozio per crocifiggere Gesù, avvilendo, deturpando il suo Corpo reale e il suo Corpo mistico. Ecco l'essenza del peccato sacerdotale, pari ed anche superiore al sacrilegio di chi osò cantare le turpitudini dell'amore sensuale, usando le frasi della sacra Cantica, che celebrano le sublimi bellezze dell'amore di Cristo per la chiesa sua sposa.

3. Tristi conseguenze del peccato sacerdotale. Il peccato nel comune cristiano ha una tale potenza distruggitrice che, al confronto, la bomba a[tomica] o quella all'idrogeno° è un giocattolo da bambini: distrugge la grazia, le virtù rispettive, le opere meritorie, il diritto al cielo, la pace del cuore, spesso la fama e l'onore proprio e altrui.

a) È la rovina del suo apostolato, reso sterile ed infecondo, come il tralcio staccato dalla vite. E infatti agli apostoli che Gesù disse nel suo testamento sacerdotale, nell'ultima cena, in cui furono consacrati sacerdoti: «Sicut palmes non potest ferre fructum a semetipso, nisi manserit in vite, sic nec vos nisi in me manseritis» (Gv 15,4); e questo vale di ogni peccato, anche il più segreto ed occulto. Il povero prete peccatore è Sansone svigorito, a cui Dalla ha reciso i capelli; è Salomone imbietolito di sensualità e schiavo delle sue schiave, che brucia incenso agli idoli.

Sono note le parole di padre] Fabretti: «Anche se non sono conosciuti e segnati a dito, di loro si sente nella santa chiesa soltanto un fetore indefinibile come quello, in una casa, d'un topo morto e introvabile. Nessuno li conosce all'infuori, forse, di qualche povera anima tradita che piange nell'ombra o d'un confessore inchiodato al segreto.

64 Rta 7,1.

65 Nell'originale: A... H.

Forse parlano benissimo, scrivono apologetica brillante, occupano posti delicati, di responsabilità. Sono i figli dell'abbé Cènabre; le tenie, i consumatori sterili del sangue (p. 345)... Per colpa loro un'anima dopo l'altra s'allontana dalla chiesa e da Dio, il gelo assedia i loro confessionali, anche se il successo lievita intorno ai loro pulpiti (pp. 344-345)... Sono la vera zavorra umana della chiesa, le cause individuabili di una lunga e penosa lentezza nell'apostolato della chiesa».66 Già Cristo lo aveva ammonito: «Vos estis sal terrae: quod si sal evanuerit, in quo salietur?» (Mt 5,13). Se il peccato di ogni fedele imbratta la chiesa, ferisce il Corpo mistico, è un vulnus nella communio sanctorum, pensate q[uan]to più lo è il peccato del sacerdote, ganglio vitale nel Corpo mistico!
b) Il peccato sacerdotale è la rovina delle anime, perché troppo facilmente diviene scandalo. È nemesi terribile. «Tu fecisti abscondite, ego autem faciam verbum istud conspectu omnis Israel et in conspectu solis» (2 Re 12,12). «Lapis de pariete clamabit» (Ab 2,11). Il sacerdote vive in una casa di vetro, sotto gli sguardi curiosi e spesso maligni di tutti. Parla l'aria, parlano i muri, parlano gli stessi interessati a tacere. Solo di una cosa siamo certi che non si saprà mai, di quella che non abbiamo commessa! I sospetti diventano dicerie, le dicerie acquistano valore di verità, perché sono verità. I buoni soffrono, i cattivi ghignano; il povero colpevole tenta di nascondere, di soffocare, magari umiliandosi davanti a una miserabile creatura traditrice, implorando silenzio, la distruzione o [la] restituzione di prove.

E, quando la misura è colma, Dio interviene o abbandona il disgraziato a se stesso, «et fuit ruina domus illius magna» (Mt 7,27).

E alla clamorosa rovina, talvolta sí accompagna (come tentata giustificazione) l'apostasia del sacerdote dalla fede, dalla chiesa, ed il passaggio all'opposta sponda. Caso raro ed estremo, sì, ma logica e naturale conseguenza di premesse meno rare e meno estreme. La via che al termine si chiama apostasia, all'inizio si chiamava tiepidezza, poi mondanità, poi ribellione, sacrilegio. È l'inflessibile logica del male! E le anime? «Considerate quid de gregibus agatur, quando pastores lupi fiunt» (Greg[orio] M[agno], 17 in Evandelium1).67 Quante anime scandalizzate, dilaniate da una ferita così profonda, che dopo anni e anni sanguina ancora! Quale incalcolabile danno e lutto per la chiesa, come Rachele, «plorans filios suos, et noluit consolari quia non sunt» (Mt 2,18). Che strage di innocenti!
66 NAZARENO FABRETTI, Servi inutili, p. 344.

67 San Gregorio Magno. Cf. anche E 021.

Alla fine di questa meditazione, dopo aver soprattutto pregato per tutti i sacerdoti smarriti e per quelli tra noi che più presto e più fortemente saranno tentati di smarrirsi, noi anzitutto vogliamo — in timore eli] tremore68 — applicare, ciascuno a se stesso, il monito di Agostino nelle Confessioni: «Chi è l'uomo che abbia commesso un delitto, che io non sia capace di commetterne uno peggiore?».

Per timore sì, e diffidenza di sé e delle proprie forze, ma non [per] turbamento o scoraggiamento, aggrappandoci a lei, la madre, la regina, la salvezza del n[o]s[tro] sacerdozio. Tota ratio spei meae Maria. Aggrappiamoci alla croce del sommo Sacerdote, come nella tempesta il naufrago alla tavola di salvezza. Omnia possum in eo qui me confortat.89
Essa, la divina guerriera, vincitrice di tutte le battaglie di Dio, terribile come un esercito schierato a battaglia, è infallibile caparra della nostra vittoria: «Exi[v]it vincens ut vinceret».70
«Ecco, uno di voi mi tradirà».71 Se tra i sacerdoti traditori, quella sera hai visto anche me, o Gesù, concedimi la grazia di morire prima, qui, questa sera!
68 1 Cor 2,3; cf. Tb 13,6; Ef 6,5.

69 Fil 4,13.

70 Ap 6,2.

71 Mc 16,18; Gv 13,21.

023. Tiepidezza sacerdotale
(Torino, Crocetta, sacerdoti novelli dopo due mesi dall'ordinazione)
A due mesi dalla vostra ordinazione, siamo qui raccolti insieme per ringraziare, per risuscitare la grazia sacerdotale ricevuta con l'imposizione della mani,72 per fare un bilancio di questi due primi mesi. I primi mesi dopo l'ordin[azione] sono molto importanti per l'impostaz[ione] della propria vita sacerdotale.
Esaminare se non sia iniziato quel fatale processo di decadenza, [di] logorio, [di] disgregazione che porta il sacerdozio al fallimento.
Il pericolo numero uno che minaccia il sac[erdozio] fin dagli inizi è l'assuefazione, Pabitudinarismo, il fare il callo, la tiepidezza. Questa è la malattia professionale dei s[acerdo]ti, come la silicosi è la malattia professionale dei minatori. Ci si abitua a tutto: a vivere, ai miracoli, ai misteri, a Dio. Se io dovessi uccidere la mia mamma tutti i giorni, dopo un po' non mi farebbe più impressione. Ci si abitua anche a essere prete! E ci si abitua abbastanza presto e facilmente.
Per salvare il nostro sacerdozio da questa enorme disgrazia, riflettiamo insieme sulla natura, sui sintomi, sulle conseguenze della tiepidezza sacerdotale.73
Tra le vette e gli abissi corre il piano inclinato e sdrucciolevole che degrada verso l'orlo fatale.
Dopo la meditazione del peccato, vuole s[ant]'Ignazio che l'esercitante ritorni su di essa, studiando accuratamente la via che suole condurre al peccato. «Examen particulare fiat ad tollendos defectus et neglegentias circa exercitia».74 Logicamente quindi il tema di questa meditazione deve essere la «tiepidezza sacerdotale», che è il punto di partenza, la via e la causa remota di ogni caduta sacerdotale. Della tiepidezza nel sacerdote consideriamo l'essenza, i sintomi, le conseguenze.
1. Essenza della tiepidezza. Idee chiare e coscienza giusta, per elidere molti equivoci, togliere molte angustie e dissipare molte nebbie.
72 2 Tm 1,6.
73 Questa parte costituisce un adattamento per novelli sacerdoti di una meditazione originariamente pensata per esercizi spirituali.
74 SANT'IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi spirituali.
a) Non è tiepidezza la tentazione anche forte e insistente; non l'aridità di spirito e la mancanza di ogni conforto sensibile; non è tiepidezza il soggiacere ai moti primo-primi delle passioni; non è tiepidezza il cadere in qualche peccato veniale, quando subito lo si ripara con un atto di contrizione e di amore e lo si mette a profitto per crescere in umiltà e diffidenza di noi stessi, rendendolo così coefficiente prezioso di santificazione. Coscienza delicata, ma giusta. Non lasciamoci inviluppare in dubbi, paure, confusioni di spirito, che sono nocive più che i peccati veniali.
b) Tiepidezza sacerdotale propriamente è «[la] volontaria ed abituale negligenza del servizio di Dio». In termini più pratici: la trascuratezza dei propri doveri sacerdotali, fino a commettere peccati veniali con facilità e frequenza.
(Breve, semplice e teologicamente completa la definizione del p[adre] Bucceroni: «La tiepidezza è la pace con uno o più peccati veniali»). Elementi costitutivi della tiepidezza sono quindi i peccati avvertiti, ripetuti, scusati.

  1. Avvertiti, perché senza avvertenza non v'è colpa. In tanto si pecca, in quanto si capisce di peccare e si vuol peccare.
  2. Ripetuti, perché la tiepidezza è abitudine e questa si forma colla ripetizione degli atti.
  3. Scusati, perché, se la pronta contrizione e riparazione dei peccati veniali li utilizza per la santificazione, il volerli scusare e giustificare [li] fa assurgere a sistema di vita e determina il vero stato di tiepidezza.

Vero carattere della tiepidezza (specialmente sacerdotale) è il languore volontario nel servizio di Dio, il poco timore di offenderlo, la trascuratezza positiva dei mezzi di santificazione, l'abitudinarísmo sterile e sciatto nel compimento delle funzioni sacerdotali (messa, breviario, sacramenti, predicazione). È l'anemia, la tisi dello spirito. Come accade alle persone affette da questi mali, che più si aggravano e più s'illudono, così è dei tiepidi.
Giunti ad un certo grado di rilassamento, più non s'accorgono della propria condizione deplorevole, si assuefanno, si adagiano in uno stato di ibridismo spirituale, che fatalmente sbocca in una catastrofe dolorosa. «Passo che degrada verso l'abisso».
(Sant'Alfonso descrive la tiepidezza di volontà come un venire a patti con la dissipazione e la negligenza abitualmente acconsentite o non combattute. Patteggiare col peccato veniale deliberato è, allo stesso tempo, togliere all'anima la sicurezza dell'eterna salute, disponendola al peccato mortale).
c) A chi considera il sacerdozio nelle sue vertiginose altezze, coi suoi privilegi, doveri e sacrifici, può sembrare impossibile questo stato di torpore e tiepidezza. Annunziare la parola di Dio che è fuoco fiammeggiante ed avere l'animo spento; toccare ogni giorno Dio che «ignis consumens est» e non incendiarsi; trasmettere dal mattino alla sera il fuoco senza scottarsi. Come può guardarsi le mani, tutte un miracolo, senza urlare? Come può pronunciare le parole [di Dio] senza svenire? Domande che rimarranno sempre senza risposta. «Undique me circumdat amor, et nescio quid sit amor» (san Bonav[entural). «Immersus amore, amorem non sentii?» (sant'Agostino). «Tot congestis carbonibus, miraculo diabolico tepescimus» (ibid [em] )75
2. Se ora ricerchiamo (le cause) i sintomi, le manifestazioni tipiche della tiepidezza sacerdotale, ne troviamo principalmente tre: la negligenza, la pigrizia, la leggerezza."
I) La negligenza dei mezzi di perfezione, in primo luogo delle pratiche sacerdotali, la dissipazione abituale dello spirito a detrimento della pietà, dell'unione con Dio, della vita interiore. Analizziamo questo progressivo slittamento.

  1. Prima tappa. Il sacerdote tiepido incomincia col trascurare, strapazzare e giunge fino ad omettere meditazione e lettura spirituale. Ora si sa che abbandonare la meditazione, nella vita attiva, equivale ad abbassare le armi davanti al nemico. «Eccetto un miracolo — dice sant'Alfonso senza la meditazione si finisce col cadere nel peccato mortale». E san Vincenzo de Paoli [aggiunge]: «Un uomo senza meditazione non è capace di nulla, nemmeno di77 rinunciare a se stesso in qualsiasi cosa: è la vita animale pura e semplice».

Seconda tappa. Breviario precipitato, differito, manomesso, strapazzato, tollerato" come un dovere spiacevole, come un peso insopportabile, recitato materialmente, macchinalmente, senza spirito, come si paga una multa. A che cosa è ridotta la preghiera di Gesù, del Corpo mistico! «In conspectu angelorum psallam tibi».79 Non v'è più vera preghiera, ma precipitazione, interruzioni ingiustificate, negligenze, sonnolenze, ritardi, rinvio all'ultima ora, col pericolo di essere vinti dal sonno... Tutto questo cambia la medicina in veleno e il sacrificium laudis80in una litania di peccati che finiranno (Dio non voglia), col non essere più semplicemente veniali. Il breviario strapazzato a lungo spegne l'affiato della preghiera, rende il sacerdote incapace di pregare. Se ci si abitua male, non ci si salva più. Reagire!
75 Dallo spoglio elettronico la citazione non risulta essere di Sant'Agostino.
76 In matita è stato interlineato: «mondanità».
77 Nell'originale: a.
78 Nell'originale: sopportato.
79 Sal 137,1.
80 Sai 49,14.23.
Mezzi: 1) prepararsi; 2) intenzioni; 3) riflettere su qualche formula; 4) [pregare] adagio.

  1. Terza tappa. Dilazione, irregolarità, superficialità nella confessione personale," quando proprio vi sarebbe bisogno di una mano paternamente forte e soave. Più nessun controllo da parte di nessuno. Non c'è uno che ci conosca completamente, [soltanto] molti che ci conoscono un poco.
  2. Quarta tappa, inevitabile. Una progressiva negligenza nella celebrazione della s[anta] messa, omissione prima scusata e poi volontaria della preparazione e [del] ringraziamento: in un quarto d'ora si rotola dal letto all'altare. Nei riti e nelle parole sacre [il tiepido] non sente più palpitare la vita che contengono. La presenza reale di Gesù] Cristo] nell'ostia che consacra, che tocca, che spezza, che distribuisce, non è più capace di far vibrare fino al midollo dell'anima le corde della fede. Egli non sente più il calore del sangue divino. Le sue consacrazioni sono fredde e quasi formali e le sue comunioni tiepide, distratte, superficiali. L'insidiano già la familiarità irriverente e grossolana, l'abitudine, la fretta e forse... il disgusto. Gesù sull'altare diventerà per lui il grande assente, perché farà ogni cosa come se Gesù non ci fosse.82

La santa messa [viene] strapazzata. Si rilegga il celebre opuscolo di sant'Alfonso: «La messa e l'offizio strapazzati» e si rifletta su quanto, con arguzia e finezza, il santo dice a proposito della fretta con cui i sacerdoti, almeno quelli d'allora, cercavano di «finire la messa il più presto possibile». E il santo conclude la sua amara requisitoria: «Una messa detta con devozione favorisce la pietà (dei fedeli) più di cento messe dette con precipitazione e irriverenza».
81 Nell'originale: propria.
82 In un'altra meditazione intitolata «La tiepidezza», don Quadrio aggiunge, a questo punto: «Ci crede ancora? Il professor Salvioni, ex canonico, al teatro Gobetti di Torino, [nel]la sera[ta] de[dicata a]ll'eucaristia, presentò il mistero dal punto di vista della chiesa di Cristo, setta nordamericana. Un suo compagno al Seminario Lombardo [sí chiedeva]: Sarà stata mia colpa? Per verità no! Certo vibrava già per ben altro! Un vecchio valdese, (un] muratore [di] ottant'anni, sempre [vissuto] tra i cattolici, affermava: Non ci credono!» (Arch. 034).
«Celebra ogni giorno la tua messa come se fosse la prima, come se fosse l'ultima, come se fosse l'unica» (nella sagrestia del S[acro] Monte, Vai 'se).83

  1. Salviamo la messa dall'impreparaz[ione]. La messa meglio detta è quella meglio preparata!
  2. Salviamo la messa dalla frettolosità irriverente. Siamo avari del tempo solo col Padrone del tempo!
  3. Salviamo la messa dall'abitudinarismo superficiale. Ogni parola sia un annuncio, ogni gesto un signum sacrum.

II) Secondo sintomo di tiepidezza è la pigrizia nel bene. Questa è la vera ruggine d'ogni virtù, poiché, come la ruggine consuma e rode lentamente il metallo più duro, così l'accidia snerva l'animo, consuma le forze della volontà e prepara la via alla tentazione. Si compiono le opere divine dell'apostolato a malincuore, materialmente, senza spirito. I doveri dí ministero [sono] affatto trascurati. Nessuna preparazione alle prediche.
Preparare accuratamente le prediche stava bene per i Padri della chiesa. Il sacerdote tiepido, a meno che non ci vada di mezzo la vanità, preferisce improvvisare, e così fa sempre e, come crede, con rara fortuna! Semplici e piani sì, com'è n[o]s[tro] stile. Io mi rifiuto di credere che sia genuino stile sales[iano] l'imprepar[azione], la sciatteria, la vuotaggine, la faciloneria o il ridurre la predicaz[ione] ad una aneddotica raffazzonata e bolsa, senza vera sostanza e profondità. I sogni di d[on] Bosco] vanno bene, ma non devono soppiantare il dogma. Quando non [si] giunge al punto di rifiutarsi sistematicamente ad ogni predicazione! Del resto, che cosa cerca [il tiepido] nelle prediche, se non se stesso? Il celebre padre] Combalot morente, a chi lo consolava ricordandogli í meriti acquisiti in migliaia di prediche, diceva: «Le mie prediche! Se non è il Signore che me le ricorda, non sarò io il primo».
A questo si aggiunge la renitenza al confessionale o la trascuratezza palese e abituale con cui si vuole attendere. Una giovane esprime così il motivo per cui abbandonò ogni frequenza alla confessione: «Per quel che mi riguarda, dirò che ho superato senza alcuna fatica quello che è il «bisogno» del sacerdote. Mentre qualche anno fa esso costituiva per me il rifugio delle ore più dolorose e tormentate, ora mi pare che tutto ciò sia inutile. Sarebbe diverso, penso, se non mi fossi troppe volte accorta che l'ego te absolvo non è che una affrettata conclusione di un'annoiata convers azione».84
83 Cf. L 178; L 207.
84 N. FABRETTI, Servi inutili, p. 362.
Come espressione di tale pigrizia si metta pure l'oziosaggine, che fa sciupare un tempo preziosissimo in ciarle inutili e letture inconsistenti; le ore mattutine perdute nel sonno; la levata non ad ora fissa, ecc... La pigrizia è la negazione dello zelo e fa del sacerdote o un mestierante, o un qualsiasi impiegato che sbarca il lunario col minor consumo di energia e col massimo suo comodo e profitto.
III) Terza causa o sintomo della tiepidezza è la leggerezza nell'accostarsi alle fonti della mondanità. Atteggiamento mondano e libertà secolaresca nell'abbigliamento, nelle letture, nei divertimenti, nelle relazioni e visite; tutto ciò indica coscienza lassa, spirito superficiale e vuoto di ogni interiorità e consistenza religiosa. Mi hanno assicurato che, a proposito della lettura abituale di giornali laici, don [Eusebio] Vismara abbia una volta sentenziato: «Un sacerdote che per vari mesi legge ogni giorno curiosamente "La Stampa" e "La Gazzetta del Popolo", dirà ancora [la] messa, [reciterà il] breviario, ecc., ma non avrà più fede!» (Nota bene: don Valentini non lo riporta).
Letture. A voi superiori di domani mi permetto di dire che Dio vi domanderà conto del sangue dei v[o]s[tri] chierici! [C'è chi sostiene che la] castità è abituarsi a vedere e leggere qualunque cosa senza turbarsi! Ma allora il più corrotto libertino è più casto di san Luigi! Benedetto Iddio per l'ultima enciclica, la Sacra virginitas! (III parte).85
E certo che la tramontana della mondanità raggela ogni zelo, ogni fervore sacerdotale, ogni senso soprannaturale, precipitando il sacerdote nella tiepidezza, nella sterilità e, Dio non voglia, nell'abisso. Poiché l'ostinata illusione, il pervertimento della coscienza, l'accecamento della mente, l'indurimento del cuore van progredendo per moto spontaneo e quindi ci si può attendere tutto.
3. Ed ecco allora i pericoli, le conseguenze a[lle quali] si espone il sacerdote tiepido e sonnacchioso nei suoi doveri.
1) Il primo è il pericolo prossimo e grave di cadere in peccato mortale e di adagiarsi nell'abitudine del peccato mortale.
a) Anzitutto perché il sacerdote tiepido, pur continuando a celebrare, a dire il breviario, a compiere devozioni, lo farà così macchinalmente, che tutto questo non sarà più una vera e continua preghiera. La mostruosità inconcepibile [è] un prete che passa giorni, settimane e mesi senza una vera e propria preghiera! Mancando la preghiera sufficiente, mancano quegli aiuti soprannaturali, assolutamente necessari per superare tutte le tentazioni e conservarsi in grazia. Mancando questi aiuti, la caduta, le cadute diventano fatali. «Homo lapsus non potest sine gratia diu vitare».
85 Nell'altra meditazione di argomento affine don Quadrio aggiunge: «Aberrazioni riprovate dal s[anto] Padre nell'enciclica Sacra virginitas diretta ai religiosi. Sulla mortificaz[ione] dei sensi e [dei] sentimenti abbiamo il vangelo e duemila anni di tradiz[ione]: non saremo noi poveri untorelli a deviare il corso di questa immensa fiumana! Tutto ciò indica coscienza lassa, spirito superf[iciale] e vuoto di ogni interiorità e coscienza rel[igiosa]» (Arch. 034).
b) Inoltre la tiepidezza è la pace col peccato veniale, è l'abitudine ai peccati veniali avvertiti, ripetuti, scusati. Ora tale abitudine conduce fatalmente, prima o poi, al peccato mortale. Certamente non bisogna esagerare. Il peccato veniale non toglie la grazia, né la diminuisce in sé. Tuttavia, insegna san Tommaso ([Summa theologica] I, II, q. 88, a. 3): «Fervorem caritatis imminuit et ad peccatum mortale paulatim disponit, non quidem ex se, sed per quemdam consequentiam». Il discorso qui sarebbe lungo, ed io mi sono imposto in questi] esercizi] di farmi perdonare un pedantissimo insegnamento dí teologia.
Ecco i peccati veniali ripetuti condurre fatalmente il sacerdote tiepido alla rovina. Basta una tentazione, un'occasione grave (e quante ne offre lanostra vita!), e tutto crolla come un'impalcatura tarlata e fradicia. «Qui in modico iniquus est, et in maiori iniquus erit» (Lc 16,10). E ciò accade sia per illusione, sia per abitudine, sia per castigo di Dio.
Per illusione. Gli atti umani non sono sempre tali da poter tracciare un netto confine tra veniale e mortale. Specialmente negli atti interni (delectatio morosa, desiderium, gaudium) tra veniale e mortale decorre talvolta una zona grigia, un limite quasi imponderabile ed evanescente, che sfugge alla percezione sicura ed immediata della coscienza soggettiva. Itiepido, avvezzo a certe mancanze, facile a certi consensi, non s'accorge di sconfinare, s'illude nella sua coscienza colpevolmente larvata e addomesticata di aver peccato solo venialmente, mentre la realtà della colpa fu grave. Facilissime per una tale coscienza tiepida e larvata le illusioni specialmente in materia di compiacenze sensibili o sensuali, in materia di maldicenza, di infedeltà ai propri doveri spirituali, in tema di occulta compensazione, ecc.
Per l'abitudine di accontentare tutte le curiosità dei sensi, tutte le inclinazioni del cuore, tutte le passioncelle e affezioni anche morbose. In forza dell'abitudine di concedersi tutto, di accontentarsi sempre, anche la passioncella più blanda, prima non contrad[d]etta, poi assecondata, diventa prepotente, accontentata diventa ingorda, aizzata diventa padrona. Ad es[empio], una simpatia non contrad[d]etta presto diventa affetto platonico, poi si fa affezione sensibile, quindi passionalità morbosa. Seguono gelosie, dimostrazioni e la passione presto... si dilaterà in incendio.
E all'illusione, all'abitudine si aggiungerà il castigo di Dio, che abbandona il tiepido a se stesso e alle sue voglie, non accordandogli più le grazie assolutamente necessarie per tenersi in piedi. A[1] v[escovo] di Laodicea [san Giovanni è comandato di scrivere]: «Quia tepidus es... incipiam te evomere ex ore meo» (Ap 3,16). All'angelo di Efeso [riferisce]: «Scio opera tua... et non defecisti. Sed habeo adversum te quod caritatem tuam primam reliquisti. Memor esto itaque unde excideris, et age paenitentiam et prima opera fac, sin autem venio tibi, et movebo-candelabrum tuum de loco suo, visi paenitentiam egeris» (Ap 2,3-5). «Movebo candelabrum tuum de loco suo»: ecco una spiegazione delle cadute e diserzioni sacerdotali!
2) La seconda conseguenza della tiepidezza sacerdotale è la progressiva sterilità dell'apostolato e la rovina delle anime.
Il più atroce castigo per una parrocchia (per una casa) non è la prevaricazione di un sacerdote, ma la tiepidezza del pastore. Una caduta lacrimevole travolge alcuni, ma suscita quasi sempre negli altri una reazione di santità; ma un prete che vive dieci, venti, trent'anni di tiepidezza fa il deserto, spegne il focolare, segna un periodo di decadenza irreparabile. Dove passa il cavallo di Attila, lì non cresce l'erba! Disgraziate le anime governata dai tiepidi! Le buone non ne hanno alcuna risorsa spirituale, ma tanti mali esempi e scoraggiamenti; le rilassate hanno il vento in poppa e un'autorevole giustificazione; le perdute dormono tranquillamente il sonno della morte (lo stesso, congrua congruo referendo, dicasi di un collegio, di un oratorio festivo, di una casa di formazione). Ecco la spiegazione del fatto che in certi collegi ed oratori il livello della moralità è basso, le vocazioni rare o nulle, i sacramenti poco e male frequentati. Cercate il tarlo e lo troverete il più delle volte nella tiepidezza sacerdotale di chi vi lavora. [Un vero e proprio] contagio.
Costoro sono la fil[l]ossera che silenziosamente rovina e sterilisce la mistica vigna di una congregazione religiosa. Di essi dice bene san Giuda apostolo: «Hi sunt... semetipsos pascentes, nubes sine aqua, quae a ventis circumferuntur, arbores autumnales, infructuosae, bis mortuae, eradicatae, fluctus feri maris, dispumantes suas confusiones, sidera errantia» (Gd 12-13). Un commento dettagliato sarebbe troppo umiliante. Ciascuno lo faccia per sé, mentre tutti preghiamo che Dio, per intercessione di Maria Ausiliatrice e di don Bosco, voglia risparmiare una tale sciagura alla n[o]s[tra] congregazione. Salviamo la n[o]s[tra] famiglia! Salviamo il n[o]- s[tro] sacerdozio dal fallimento!
024. Confessione
(25-26/03/1948, Roma, oratorio del Sacro Cuore)86
Le imboscate del demonio. E se uno ci fosse caduto? avviluppato? Che deve fare? Disperarsi? Scoraggiarsi? Darsi per vinto?
Generale Desain a Marengo. Battaglia perduta. I suoi ripiegano in disordine. Sfacelo. Sono le tre (le quattro) del pomeriggio. Prima di sera c'è tempo a vincere un'altra battaglia. Radunò i suoi, li scagliò all'attacco. La situazione fu ristabilita. La vittoria era per lui. In qualunque imboscata siate caduti, coraggio, potete risorgere. Per un ragazzo caduto che vuole rialzarsi, non è mai troppo tardi; sono sempre le quattro del pomeriggio.
Da soli? Da soli no! [Non facciamo come] il giovane caduto nel pantano, che si tira i capelli all'insù [per liberarsi]. A ogni sforzo, invece di salva[rsi], sente di discendere, fino a che s'abbandona fatalmente al fango che lo soffoca.
Mezzi soprannaturali.
Fare una buona confessione!

  1. Il paracadute. Se uno [ne fa uso] si salva, se no va a rotoli. Si sfracella. Necessità quindi di fare una buona confessione.
  2. I difetti delle confessioni dei ragazzi.

I tre lacci. Sogno di d[on] Bosco.

  1. Vergogna di confessarsi di certi peccati. Il cuore del confessore gioisce. Un momento di coraggio.
  2. Mancanza di dolore interno, soprannaturale. La morte di Gesù.
  3. Mancanza di proponimento.87 Il proposito è come il tappo da mettere ad una bottiglia per conservare il buon vino!

Davanti a Gesù. [In un] villaggio della Germania., [quando un uomo veniva assassinato, per scoprire l'assassino portavano il cadavere nella capanna più grande, lo deponevano su una stuoia, gli denudavano la ferita. Tutti dovevano passare e, posata la mano sulla ferita, dovevano dire a voce alta e ferma]: «Giuro che sono innocente [del sangue di questo uomo!». Al colpevole non poteva non tremare la mano o la voce].88
86 «Istruzione» per il corso predicato agli oratoriani, del quale fanno parte anche E 015-016. Si vedano anche E 046-047. Un cenno alla muta è contenuto nella L 053
(p. 99).
87 MB 9,593-596.
88 Integrazione ricavata da E 018, dove l'episodio è collocato più genericamente «in una tribù selvaggia». Cf. anche E 018.
Non camuffare i peccati [accusandoli solo parzialmente, col dire]:

  1. sono stato scomposto...

— mi sono dimenticato di andare a messa;

  1. mi sono dimenticato di dire...

Il giglio rinato.
Nella confessione si rinnoverà anche per te il miracolo del lebbroso guarito. Anche tu ti accosti al sacramento con la fede, l'umiltà e la confidenza del lebbroso.

  1. Fede, per credere che nel confessore è Gesù che ascolta, è Gesù che parla. Ed allora aprigli l'animo tuo come a Gesù stesso, ed ascolta i suoi consigli, come se Gesù in persona ti parlasse.
  2. Umiltà, per riconoscere con sincerità i tuoi peccati come se si trattasse di peccati di un tuo nemico. Siamo [semplici] per accusarsi con schiettezza, senza scuse, sotterfugi e camuffamenti.
  3. Confidenza nell'infinita misericordia divina, che è come un mare senza sponde, in cui seppelliamo i nostri peccati. Il dolore senza fiducia in Dio non è pentimento, ma disperazione dei peccati.

LA MORTE
025. Le lezioni della morte (Schema per una meditazione)
«O mors bonum est consilium tuum».
Ciascuno nell'intimità della propria coscienza, con animo sincero, accetti da sorella morte le lezioni che fanno al caso suo.

  1. La vigilanza: «Quod vobis dico, omnibus dico: vigilate».1

«Se oggi non sei preparato a morire, temi di morir male» (s [anta] Teresa).
«Ut moriens viveret, vixit moriturus». Sia nostro programma l'epitaffio scritto su una tomba in s[anta] Sabina sull'Aventino.
Decidiamo ora come allora vorremo aver deciso!2

  1. La speranza.

San Gius[eppe] Cafasso [ripeteva]: «Non già morte, ma dolce sonno sarà per te, o anima mia, se morendo t'assiste Gesù, se spirando t'abbraccia Maria».
Nella luce di Maria, invocata ora tante volte come madre e soccorritrice nell'ora della nostra morte, la morte sarà per noi la porta che ci introduce nella casa del Padre. Morire sarà socchiudere la porte di casa e dire: «Padre, son qui, sono arrivato!».3
'Mc 13,37.
2 Pensiero ripreso da SANT'IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi spirituali 187. Su una scheda inserita tra il materiale degli esercizi leggiamo: «Un monarca dei tempi antichi, nel regno di Persia, fece chiamare davanti a sé tre dei filosofi più celebri allora conosciuti e domandò quale cosa essi riguardassero come la più nefasta sulla terra. Il primo rispose: "La cosa più nefasta è la malattia". Il secondo dichiarò: "La cosa più nefasta è quella di invecchiare". Il terzo [concluse]: "La cosa più nefasta è quella di scoprire, al punto di morte, di aver sciupata la vita"».
3 Cf. R 077. Una parte di questo testo è stato inserito nel proprium della famiglia salesiana nel giorno della commemorazione dei confratelli defunti (1 febbraio).
026. La morte (Religiosi)
Dopo il peccato originale, secondo l'attuale ordine della Provvidenza, noi nasciamo per morire; moriamo, però, per vivere la vera vita. La morte infatti non è termine definitivo, ma valico o traguardo per la conquista della vita eterna. La vita nostra terrena è ascesa, presagio quindi di vittoria: dalla valle del pianto, per il valico della morte saliremo ai «monti eterni».4 Che la morte non ci sorprenda sul ciglione tenebroso, mentre il vecchio uomo tenta [di] oltrepassarci.
La parola morte ci richiama una triplice separazione: separazione dal corpo, da tutto il sensibile, dal tempo e quindi il principio dell'eternità.
1. Separazione dell'anima dal corpo.
Il corpo umano è un composto, centro di contrasti e lotte: contrasto tra le tendenze della carne e i desideri dello spirito;' lotta tra la carne, che è materia corruttibile e l'anima che è spirito incorruttibile.
Il corpo appena formato comincia a corrompersi, [in una] dissoluzione, seguìta da rinnovazioni, che dura fino al termine dei giorni, quando il corpo totalmente disfatto non serve più di abitazione all'anima, ed allora questa si separa dal corpo e si ha la morte. Il corpo lo si chiamerà cadavere: si polverizzerà e si sfarinerà, verificandosi la terribile sentenza di Dio: «Pulvis es et in pulverem reverteris» (Gen 3,19).
Riflessione: «Quid superbit terra et cinis?».6 Perché amare tanto questo povero corpo, accarezzarlo tanto, assecondarlo in tutte le sue voglie più basse?
L'anima si presenterà al terribile giudizio di Dio per rendere conto di tutta l'intera vita.
Concludiamo col decidere di stabilire in noi l'ordine: il corpo al di sotto dell'anima e l'anima al di sopra del corpo: cioè lo spirito domini il corpo in modo tale che esso gli serva di mezzo per raggiungere la salvezza, non di strumento di condanna.
2. Separazione da tutto il sensibile.
Fin quando viviamo siamo circondati da tante persone e cose.
4 Donec veniret desiderium collium aeternorum (Gen 49,26).
5 Gal 5,16-26.
6 Sir 10,9.
Verrà il momento della separazione completa dalle persone. Allora rettifichiamo fin d'ora e purifichiamo i nostri affetti, affinché essi non eccedano i limiti della legge che dice: «Onora tuo padre e tua madre», o di quell'altra: «Diliges proximum tuum...».7
Separazione dalle cose create. Noi, che abbiamo ascoltato l'invito del Signore ed abbiamo abbandonato tutto per amor suo, cerchiamo proprio di essere pauperes spiritu per meritare il regno dei cieli.8
3. Separazione del tempo.
In terra viviamo nel tempo e quindi nel moto perché, secondo la nota definizione di Aristotele, il tempo è la misura del moto secondo la successione.
Con la morte finisce il tempo: tempus non erit amplius (Ap 10,16), e quindi non ci sarà più moto; comincerà l' [e]ternità e quindi l'immobilità. In quella9 medesima disposizione d'animo in cui ci troveremo al punto di morte, in quella ci perpetueremo: se in punto di morte avremo l'amore di Dio, eternamente ameremo Dio; se in punto di morte avremo l'odio a Dio, eternamente odieremo Dio, e non c'è da sperare di poter passare dall'odio all'amore o dall'amore all'odio, perché con la morte cessa la mutabilità della volontà umana.
Rinunziamo fin da questa vita al pericoloso privilegio della mutabilità della volontà umana; stabiliamoci da noi una volta per sempre nell'immobilità e sia questa l'immobilità dell'amore. Lo possiamo fare se orientiamo tutta la nostra vita al servizio di Dio.
Stabiliamoci quanto prima nella carità e nel santo amore di Dio, rinunziando alle penose alternative d'amicizia e di riconciliazione. Che la morte cí trovi in queste condizioni o disposizioni d'animo. Ci porterà allora in cielo, dove con lo stesso amore purificato continueremo ad amare Dio per l'eternità.
Nel camposanto di Genova si può ammirare un singolare monumento sepolcrale: rappresenta un padre di famiglia steso in una bara aperta, accanto alla quale è inginocchiata una giovinetta, figlia del defunto, con le mani giunte. Sopra le due figure si innalza il busto di Cristo benedicente e in alto, sul frontone di marmo, come un raggio di sole brillano scritte le parole di nostro Signore: «Ego sum resurrectio».10
7 Lv 20,12; Dt 5,16; Mt 19,19.23.39; Ef 6,2; Rm 13,9; Gai 5,14; Gc 2,8.
8 Mt 5,3.
9 Nell'originale: questa.
10 Gv 11,25.
Alla luce di [questa] divina affermazione, la certezza glaciale della morte e le sue inesorabili conseguenze non ci devono più deprimere. Noi sappiamo che l'umana esistenza, qualunque sia la sua durata, non si perderà nelle tenebre del nulla, ma nell'oceano dell'amore infinito di colui che chiamiamo Dio.
Viviamo come quelli che sanno di dover morire, ma confortiamoci al pensiero che, dopo la morte terrena, vivremo eternamente in cielo.
027. Morte
(1954, Colle Don Bosco, giovani confratelli)12
«Et per peccatum mors».13
a) Leonida Andreiev rappresentò «La vita umana» in un'azione drammatica di quattro quadri, commentati da un vecchio sapiente."

  1. Primo quadro: [si apre la scena: buio, un vagito di bimbo, si accende una fiammella su una torcia fra le tenebre. Cantata: È nato l'uomo.
  2. Secondo quadro: la fiammella rinvigorisce, cresce, si espande, fino a mandare il massimo chiarore. Attorno è tutta una ridda di danze e di canti. Un'orchestra invisibile, diretta dal vecchio, propaga una musica indiavolata. È il frastuono travolgente della giovinezza e della virilità.
  3. Terzo quadro: la fiamma crepita e guizza prossima a spegnersi, scendono le ombre sulla scena: la danza si fa sempre più lenta, grave, triste, funerea. È il torpore della vecchiaia.
  4. Quarto quadro: un guizzo. La fiamma si è spenta. Sulla scena sono tornate le tenebre fitte e un silenzio di tomba. E nel silenzio una voce: È morto l' uomo !] .15

b) Io so che questo è un argomento di cui l'uomo moderno non vuol sentire parlare. La mente moderna si sente a disagio di fronte alla morte. Eppure il fatto della morte è camuffato pietosamente: non vi è libro giallo (e sono i più letti anche oggi) o film che [non] abbia la sua brava dozzina di morti. Tutti sono ansiosi: «Chi l'ha ucciso?». Nessuno si chiede: «Salvo o dannato»?
È camuffato fino al punto che gli impresari di pompe funebri, se potessero, con la loro pubblicità, vorrebbero farci credere che vi è la felicità in ogni cassa.
12 Don Quadrio desidera dedicare la meditazione alla memoria di don Giovanni Zolìn, morto a Bollengo (TO) il 5 novembre 1953, a 81 anni di età. L'accenno potrebbe costituire un elemento di datazione. Dall'analisi delle bozze usate per la minuta, si deduce che la meditazione entra nella serie degli esercizi predicati al Colle Don Bosco per giovani confratelli (cf. E 003-004, E 006, E 009). Porta sull'angolo destro in alto la segnatura V.
13 Rio 5,12.
14 La numerazione dei paragrafi è ritoccata per renderla coerente. Lo schema del dramma di Andreiev è trascritto anche sui quaderno di appunti per la predicazione (Q L-0, p. 27).
15 Questa sezione e altre parti che seguono sono state integrate con una meditazione di argomento affine intitolata «La morte» (Arch. 039).
c) Meditiamo sulla morte nel commosso ricordo di confratelli e giovani recentemente scomparsi nel modo più tragico. Guardiamola oggi negli occhi «sora nostra morte corporale».16 E l'unico modo per non temerla!
Una morte felice, attesa, desiderata, santa, è un capolavoro, ed un capolavoro non si compie in un giorno, ma provando e riprovando ogni giorno. Dubois impiegò sette anni a fare il modello di cera della sua famosa statua in bronzo di Giovanna d'Arco. Alla fine ne uscì una meraviglia dell'arte scultorea. La nostra morte alla fine dell'esistenza terrena dovrà appar[ir]e come una stupenda perfezione di molti anni di lavoro, che abbiamo speso attorno alla sua preparazione:r7 «morendo ogni giorno»
(quotidie morior).3
Non si teme una persona di casa, che ci è familiare ed intima!
La ragione fondamentale per cui temiamo la morte sta nel fatto che non l'abbiamo preparata, non l'abbiamo mai guardata in faccia, un po' a lungo. Chi ha familiarità e consuetudine, la ama, la invoca, l'attende sereno. Esercitarci. Far la prova. Non si improvvisa. Colonia. Sepolcro di Duns Scoto: «Semel sepultus, bis mortuus».
Don Bosco è in questo un maestro insuperabile.

  1. Uno dei capisaldi del suo sistema educativo è certamente il binomio inscindibile: esercizio di buona morte — allegria. Lo ha detto e dimostrato anche un illustre pedagogista in una conferenza all'Augusteo di Roma:

Naz[areno] Padellaro.

  1. Un vecchietto [di novant'anni], che era stato alunno nei primi anni dell'oratorio, quando veniva interrogato se si ricordava di d[on] Bosco, rispondeva: «Ah, sì! Don Bosc, b6na mort, confessión, comunión, pan e salàm». Lì c'era tutto d[on] Bosco.

Se mi fosse consentito, vorrei che questa meditaz[ione] fosse dedicata alla memoria del rev. don [Giovanni] Zolìn.
d) Sia nostra giuda in questa meditazione il maestro di don Bosco, don [Giuseppe] Cafasso, al quale probabilmente si deve almeno in parte l'es[ercizio] di buona morte come don Bosco l'ha introdotto nella prassi salesiana.19
Prevedendo e meditando ciò che dovrà accadere di noi e intorno a noi nel tempo della n[o]s[tra] morte. La medit[azione] sulla morte non è una predica, ma una prova, un esercizio che ciascuno deve fare.
16 SAN FRANCESCO D'ASSISI, Cantico di frate sole.
17 Nell'originale: al suo lavoro.
18 Cf. 1 Cor 15,31.
19 Nell'originale si aggiunge il rimando: «Vedi foglio». Non ci è pervenuto.
Su questa traccia ciascuno faccia la prova di una buona morte, meditando i sentimenti di un moribondo. Probabilmente moriremo con i sentimenti che avremo questa sera. Ciascuno faccia a suo modo, ciascuno ha i suoi gusti e desideri. A me tocca ora far la prova in pubblico e a voce alta: «A chi la tocca, la tocca»!

  1. Morirò. Morte morieris. Morieris tu et non vives. Quia pulvis es et in pulverem reverteris.2° Tragica, funerea legge, a cui non sfuggirai. Lo attesta ogni pagina della Scrittura, dal[la] Genesi all'Apocalisse.

«Tutta la carne è come l'erba, e tutta la sua grazia come il flore dei campi. L'erba si secca, il fiore avvizzisce» (Isaia [40,6-8]). L'uomo è come il fieno che viene falciato, il fiore che avvizzisce. Ripassi dov'era ieri, lo cerchi. Dov'è?».21 «Transibit vita nostra tamquam vestigium nubis» (Sap 2,5). Sei come un'ombra, come il fumo, come un vapore, come un alito, come l'acqua che scorre: «Omnes morimur et quasi aquae dilabimur in terram, quae non revertuntur» (2 Sam 14,14). Sal 38: «Ut habitus tianlt[um] stat omnis homo, ut umbra tlanNuml pertransit homo».22 Ieri eravamo fanciulli, oggi siamo uomini, domani saremo morti. Siamo tutti «aeternitatis candidati», condannati a morte, in attesa solo che ci venga annunziata l'ora precisa.

  1. Dove morirò? Sul pulpito, all'altare come sant'Andrea Avellino? [In] confessionale [come mons.] Méderlet? Sul pulpito come don Albino Carmagnola? Per la strada, in campagna, come don Albertini a Penango? In un corridoio, come d[on] Condii a Roma? Presso un lavandino, come don Orselli nel gabinetto della sacrestia del S[acro] Cuore? Giù per le scale, come Benedetto Nocentini? A passeggio come il coadiutore] Ottone a Mirabello? Nelle acque di un fiume come tanti confratelli? Su un ghiaccialo, in fondo ad un crepaccio? In montagna sotto una valanga, come qualche tempo [fa] don Morra nel Cile, don De Nier in Germania? Bocconi sul pavimento della mia camera [come] Scarzanella? Scendendo imprudentemente dal treno in moto ([come un chierico] in Spagna)? O per strada, sotto una macchina come il suddiacono] Alfonso de Rogatis?23 Oh, sì, le macchine hanno cambiato il n[o]s[tro] modo di vivere, ma anche il n[o]s[tro] modo dí morire.24

20 Gen 2,17; 2 Re 20,1 (= Is 38,1); Gn 3,19.
21 Sal 102,15-16.
22 Nella versione piana leggiamo: ut halitus stat omnis homo. Ut umbra tantum pertransit homo (v v. 6-7).
23 Cf. E 059, nota.
24 Sua ecc. mons. Eugène Méderlet, per 6 anni arcivescovo di Madras, morto a Pallikonda (India) il 12 dicembre 1934 a 67 anni (era definito «il martello del demonio», cf. E 060); don Albino Carmagnola, Roma 8 marzo 1927 (a. 66); don Fiorello Vito Albertini, Penango 7 dicembre 1945 (a. 53); don Arturo Conelli, Roma 7 ottobre 1924 (a. 60); don Gustavo Orselli, Roma 25 febbraio 1932 (a. 50); coadiutore Benedetto Nocentini, Roma 28 dicembre 1943 (a. 76); coadiutore Aldo Ottone, Mirabello 27 agosto 1940 (a. 27); don Livio Morra, Santiago (Cile) 7 luglio 1953 (a. 33); don Wim De Nier, Benediktbeuern (Germania) 7 marzo 1953 (a. 34); coadiutore Enrico Scarzanella, Torino 6 aprile 1955 (a. 75); suddiacono Alfonso De Rogatis, Taranto [nella meditazione parallela don Quadrio riporta: Napoli] 5 gennaio 1944 (a. 26). Nell'altra meditazione si aggiunge: «In montagna come tanti, tanti giovani confratelli (otto cadaveri sul Cervino) o in un fiume, in un lago annegato come parecchi altri? Travolti dalla corrente? Sotto una valanga? I salesiani hanno la privativa di morire improvvisamente: hanno fatto l'abbonamento alla morte improvvisa».

  1. Quando morirai? Valgono anche per la mia morte le parole di Gesù.

«Non sapete il giorno e l'ora». «Nell'ora in cui meno ve l'aspettate». «Come un ladro di notte».25
Ogni an[n]o, [ogni] mese, ogni ora, ogni momento può essere il tuo. [Nel mondo muoiono] 90 [persone] al minuto, 5.500 all'ora, 132.000 al giorno.26
Sei sicuro di fare un'altra volta gli esercizi? di finire l'anno? il mese, il giorno? Sei sicuro di poter uscir di chiesa questa sera o di metterti in ginocchio alla fine della predica?

  1. Come morirai?

Invocando e sospirando la morte come don Casazza (morto nel dicembre 1953) [mentre andava ripetendo la giaculatoria]: «Gesù, Giuseppe e Maria, perché non mi portate via?».27
25 Mt 25,13; 24,44; 1 Ts 5,2.
26 Tra i fogli che don Quadrio teneva nel proprio breviario, se ne trovava uno che portava annotate queste statistiche (testimonianza orale di don Luigi Melesi). Egli pregava quotidianamente per i moribondi.
27 Don Giuseppe Casazza, Torino 22 dicembre 1953 (a. 79). Fu assistito nelle ultime ore da don Quadrio. Nella meditazione affine testimonia, aggiungendo altri esempi: «Assistendo un vecchio confratello morente, ho imparato una giaculatoria: "Gesù, Giuseppe, Maria, perché non mi portate via?" (d[on] Casazza). Don [Emanuele] Manassero a Roma, [riferendosi al fatto che poco prima a Frascati] era morto d[on Giovanni] Simonetti, [diceva]: "È arrivato pri[ma] lui, è già arrivato". E piangeva come un bimbo che vede un compagno passargli davanti nella fila. [A] don [Giacomo] Mezzacasa [fu chiesto sul letto di morte]: "Le piacerebbe morire i124?". [Rispose, scherzando, nel suo dialetto trentino]: "Ma, no so che calendario seguono dall'altra parte"». Don Mezzacasa è morto alla Crocetta 1'8 febbraio 1955 (a. 84).
O forse gridando: «Non voglio morire!», come un sacerdote a Piossasco qualche anno fa? Sarebbe un'atroce ironia se, dopo aver tante volte meditato e predicato sulla morte e preparato gli altri al gran passo, ci spuntassero sulle labbra frasi di rammarico, di protesta, di rivolta, «sicut et ceteri qui spero non habent».28
Facciamo l'ipotesi migliore: morirò in una stanza, dopo una malattia regolare.

  1. Verrà dunque presto un giorno in cui mi sentirò male; un capogiro, una febbre strana, un malessere impreveduto mi obbligherà a mettermi a letto. Non potrò più celebrare, l'ultima messa l'avrò già celebrata senza saperlo. Niente di grave si dirà, ma sarà bene chiamare il medico. La diagnosi sarà accurata, ed il medico, forse e senza forse, a me ne dissimulerà la gravezza. Se mi dirà: «Coraggio! Lei è giovane, ha risorse di energie, la natura fa meravigliose sorprese...», attraverso tali frasi saprò leggere e intendere la verità?
  2. Poi qualcuno penserà a darmi più o meno chiaramente l'annuncio? Sarò di quelli a cui tutti hanno paura di annunziare il pericolo? In casa tutti sanno, nessuno osa, e intanto il tempo passa. A Valsalice era allora infermiere il ch[ierico] Cimatti. Il buon don Cavadini gli impose di giurargli che, in pericolo di morte, l'avrebbe avvertito chiaramente. Don [Vincenzo] Cimatti non voleva giurare, ma solo promettere... Finalmente, pressato, giurò. Passano vent'anni. Don Cavadini si ammala, è grave (ci furono dei sacerdoti, anche sales[iani] che si fecero giurare dai propri confratelli che sarebbero stati avvertiti in tempo; ci furono altri che fu ben difficile convincere). Don Cimatti lo avvisa: «Sono qui a compiere il mio giuramento, si ricorda?». «Sì che mi ricordo, ma questo non è mica il momento». E ci volle tutto [lo sforzo possibile] per persuaderlo.29 Che non si verifichi di noi il caso doloroso di illuderci o lasciarci illudere, ricevendo i sacr[amen]ti in extremis o morendo senza.
  3. E si penserà al confessore.

— Ma chi è il suo confessore? Da chi si confessava? Che tutti sappiano in casa qual è il padre della n[o]s[tra] anima! Comunque qualcuno verrà, e farò l'ultima confessione della vita. Sarà il film di tutta la mia vita. La mano nella mano del mio confessore, forse avrò solo la forza di rispondere: «Sì... sì... sì». Dio voglia che sia almeno così.
— Ma se ci fossero imbrogli sulla mia coscienza, come sarà difficile in quei momenti trovare il bandolo e dipanare la matassa, quando le facoltà saranno intorpidite dal male e offuscate dalla agonia! Non rimandiamo mai nessun imbroglio da un giorno all'altro, da una confessione all'altra, dagli esercizi spirituali [che stiamo facendo] agli altri. Chi può ripromettersi di confessarsi un'altra volta?
28 1 Ts 4,12.
29 Don Cavadini non compare nel catalogo dei salesiani defunti.
— E il mio confessore per l'ultima volta mi dirà: «Ego te absolvo». E sarà il degno suggello del bilancio di tutta la mia vita. Dio lo voglia!

  1. Ed ecco il viatico recatomi dal direttore, accompagnato dai confratelli. Nella stanza sarà disposto il tavolino con tovaglia e ceri accesi, ed io sul letto, rivestito di stola, attendendo l'ultimo incontro con Gesù. Sentirò il suono ammonitore del campanello nei corridoi, e poi: «Pax huic domui», ed il rito comincia. E mi ricorderò della prima comunione, di tutte le comunioni, di tutte le messe. L'ultima comunione eucaristica sarà preludio e pegno della comunione beatifica. Forse dirò: desti, quem velatum nunc aspicio, / oro fiat illud quod tam sitio: / ut te revelata cernens facie, / visu sim beatus tuae gloriae».3°

Ed il sacerdote di rimando: «Accipe, frater carissime, viaticum Domini nostri Iesu Christi, qui te custodiat ab hoste maligno et perducat ad vitam aeternam. Amen».

  1. [Ci verrà domandato]: «Vuole anche l'estrema unzione, non è vero?». O forse, sentendoci venir meno, saremo noi a chiederla. «Per istam sanctam unctionem et suam piissimam misericordiam indulgeat tibi Dominus».31
  2. Quidquid per visum deliquisti (tutti i peccati commessi con gli occhi. Allora sì che certe libertà e curiosità assumeranno il loro giusto rilievo morale!).

— Per auditum, per locutionem (mormorazioni, denigrazioni, giudizi avventati, scandali mi appariranno nella loro vera luce. Altro che critica costruttiva!).

  1. Per tactum (le mie mani consacrate dal crisma, che ogni giorno toccarono Dio e distribuirono la grazia!).

— Per gressum deliquisti... Amen.
Purificato dalle ultime reliquie del peccato, diverrò così un'ostia pura, un'ostia santa, un'ostia immacolata sull'altare di Dio. La mia morte sarà la mia vera messa, l'olocausto di tutto il mio essere.
30 Dall'inno eucaristico Adoro te devote, vv. 25-28.
31 Alle ore 18 del giorno 23 dicembre 1960 don Quadrio ebbe una grave crisi del suo male. Chiese insistentemente l'Unzione degli infermi e il Viatico. Ricevette il sacramento con edificante pietà e lucidità. Commentò il giorno successivo con gli amici: «Me l'hanno amministrato col batuffoletto di cotone. Io invece preferivo che mi si calcasse con la mano il segno dell'olio» (dal diario di don Sabino Palumbieri).
Introibo ad altare Dei... Suscipe, s[ancte] Pater, omnipotens ae[terne] Deus, hanc immaculatam hostiam... In spiritu humilitatis et in animo contrito suscipiamur a te, Domine... Suscipiat Dominus sacrificium... Tube haec perferri per manus sancti angeli tui in sublime altare tuum.32

  1. La raccomandazione dell'anima: dovremmo spesso recitarla, meditarne le soavissime espressioni. Che non ci capiti di sentirle allora per la prima v[olta]. «Subvenite, sancti Dei, occurrite angeli Domini, suscipientes animam eius... Suscipiat Christus qui vocabit te...». Ed infine: «Proficiscere, anima christiana, de hoc mundo». Mi metteranno il crocifisso tra le mani, spes unica!33 Una povera donna morente era inconsolabile: «È terribile presentarsi a Dio a mani vuote». La suora le mise in mano il crocifisso. Se è terribile presentarsi al tribunale di Dio a mani vuote, niente può riempirle meglio del crocifisso.

E la corona del rosario. Se pensassi, quando ho in mano la mia corona, che sarà quella che mi stringerà le mani in questi istanti terribili! [E il libro delle Regole!].

  1. Intanto sarà sopraggiunta l'agonia e il delirio. Che il mio delirio sia non una sconcertante ripetizione di volgarità, ma pia espressione di pietà per molti anni vissuta e di santità sacerdotale abitualmente professata. I santi preti, delirando, celebrano la s[anta] messa, o ripetono al popolo prediche appassionate sul s[acro] Cuore o sull'Immacolata. Don Graziani, a Roma,34 nell'incoscienza ripeteva continuamente il gesto di benedire e assolvere! Ma, vedete, non a tutti e non sempre capita così. Chi assiste, non giudichi! Che ne sa lui?

In quei momenti dalla subcoscienza, rilassate le maglie della censura morale, pulluleranno liberamente nella mente e sulle labbra pensieri, immagini, affetti, ricordi, che vi si erano sedimentati volontariamente o involontariamente durante la vita, poiché niente si distrugge!
32I1 parallelismo tra vita e messa era intensamente vissuto da don Quadrio (C 054). Nella meditazione affine viene aggiunto: «E poi 1'e[strema] u[nzione]: il sacramento della partenza, della perfetta purificazione. Una dottrina ignorata, ma certa: l'eu[caristia] ricevuta a tempo con disposizione perfetta cancella completamente — tutti i peccati m[ortali] che non si possano altrimenti rimettere;
— tutti peccati veniali commessi;
— tutta la pena eterna e temporale meritata peccando, cosi[c]ché l'anima, perfettamente purificata, possa volare direttamente a Dio, senza passare per il purgatorio» (Arch. 039).
33 O crux, ave, spes unica, dall'inno Vexilla regis prodeunt (vespri della domenica di Passione), v. 21.
34 Don Antonio Odorico Graziani, morto a Roma il 24 ottobre 1948, a 68 anni.
Che cosa penserò e dirò in quei momenti? Nella confusione della mente, per il gioco delle libere associazioni, mi sembrerà di acconsentire, di fare, di essere dannato!
È assolutamente necessaria l'abitudine dell'atto di contrizione perfetta e di speranza, l'abitudine delle giaculatorie, giacché in quegli istanti le giaculatorie suggeriteci non potranno avere se non il senso abituale che suscitavano in vita nel nostro spirito." Altrimenti prevarrà la disperazione. Preghiamo Dio che possiamo essere assistiti da un sacerdote, non solo zelante, ma possibilmente anche pratico e illuminato.36
35 Dopo un'esperienza di stato comatoso che lo portò sull'orlo della morte (24 dicembre 1960), don Quadrio confida con tono di bonarietà, ma con sincera umiltà: «Se avessi degli amici, darei il grande consiglio di prepararsi bene subito in vita, senza contar troppo sui momenti di agonia o preagonia, o anche di stato grave. Allora si cerca istintivamente solo di aggrapparsi alla vita, si è concentrati solo sulla vita puramente vegetativa, preoccupati di respirare, di respirare quanto più è possibile. L'organismo è oppresso. I pochi pensieri e affetti nei confronti della misericordia dí Dio risultano dispersi, frammentari. È difficile viverli beníno» (dal diario di don Sabino Palumbieri).
36I1 cappellano dell'ospedale. Nella meditazione dí argomento affine don Quadrio aggiunge: «Il demonio sferrerà i supremi assalti, sfruttando i miei lati deboli, mettendo a profitto l'esperienza accumulata in tanti anni, nei quali si è fatto i capelli bianchi... Solleverà dubbi sui primi peccati dell'infanzia, sulla sincerità e dolore nelle confess[ioni] passate; su circostanze, consensi, avvenimenti; su mille altre cose che egli sa scegliere con malizia raffinata. Sarò tentato contro la fede, contro la speranza: quali combattimenti snervanti!» (Arch. 039). La coerenza di don Giuseppe traspare dalle ultime testimonianze raccolte intorno alla sua morte. Narra il cappellano, don Giuseppe Colombero: «Durante la sua degenza alla Nuova Astanteria Martini nel 1963, una sera [19 ottobre], entrato nella sua camera per salutarlo, lo vidi privo di riflessi e di coscienza. Conoscendo la gravità del suo male, pensai che fosse in coma e che fosse prossimo alla fine. Ricordo ancora oggi che cosa pensai in quel momento. Mi dissi: Voglio suggerirgli le preghiere, le parole che desidererei che dicessero a me, se fossi nella sua condizione e stessi per morire. E un mio confratello ed amico. Mi sedetti vicino a lui, alla sua destra; dall'altro lato del letto era seduto un suo confratello. Chino vicino al suo orecchio, piano, sillabando le parole, frammiste a pause di silenzio, dissi giaculatorie, brevi frasi del Vangelo, brevi espressioni di fede, di pentimento, di fiducia e di abbandono in Dio, di offerta delle proprie sofferenze e della propria vita, per santificare il meglio possibile quel momento. Il tutto per 20-25 minuti. Non ebbi la minima reazione di risposta. La mattina successiva ritornai nella sua camera. Pensavo di vederlo agonizzante. Invece era pienamente lucido; aveva ripreso piena coscienza e la parola. Ricordo ancora l'atteggiamento e le parole con cui mi accolse. Con un grande sorriso, tendendomi le braccia, con voce sentita e forte mi disse:
Ci possono aiutare a completare il quadro della meditaz[ione] le preghiere della b[uona] m[orte]: «Quando le mie mani, i miei piedi..., i miei occhi, la mia mente...».37
Ed ecco giunto il «momentum a quo pendet aeternitas», quel «teterrimum instans» (Aristotele), quando sorella morte soffierà sulla fiammella della mia esistenza! Gli ultimi rantoli, la fine: «Iesus sis mihi Iesus!»,38 e mi troverò faccia a faccia col divin Giudice.

  1. Dopo le prime preci funebri, i confratelli penseranno a comporre il mio povero cadavere. Lo rivestiranno della veste talare, forse questa stessa che oggi indosso; forse mi metteranno anche la cotta e la stola. E accanto al mio cadavere porranno una candela accesa. Perché alla luce fioca di questa candela non vorrò fare oggi una rivista della mia coscienza, della mia vita, delle mie cose, di ciò che tengo presso di me? Subito dopo la mia morte un sopral[l]uogo dovranno pur farlo nei miei bauli, nei miei armadi, nei miei cassetti, fra i miei libri, le mie carte, nelle mie tasche. Non ci potrebbe essere qualche amara sorpresa?
  2. Poi la bara, la tomba, la pace (e l'oblio!). Sì, l'oblio, perché, l'esperienza ce lo attesta, anche i confratelli più cari e venerati, come sono presto dimenticati! «Periit memoria eorum» (Sal 9,7). Con l'ultima candela del funerale si spegnerà la n[o]s[tra] memoria. E se, dopo qualche tempo io potessi rivedere la mia casa, la mia stanza, le mie vesti, i miei libri, [la mia] tomba con il mio nome e cognome, la mia bara, la mia faccia, le mie mani: «Vermis, pulvis, cinis!». Ciascuno si soffermi e approfondisca per sé: le parole guastano! I santi amavano fare spiritualmente questo interiore" pellegrinaggio alla propria tomba e trattenersi lungamente, in spirito, accanto alla propria bara scoperchiata! Troviamo il tempo di farlo anche noi stasera."

Oh, don Giuseppe! Grazie, grazie per ieri sera! Ho sentito tutto. Tutto quello che diceva. La seguivo parola per parola. Lei ha detto al Signore per me proprio quello che voglio dirgli io, le parole, i sentimenti miei. Che grande regalo mi ha fatto! E soggiunse: Io mi auguro, quando sarò veramente per morire, di avere ancora lei vicino, perché mi suggerisca ancora le stesse cose». L'infermiere della Crocetta, signor Giuseppe Piras, che lo assistette quotidianamente in tutto il tempo della malattia, conferma: «Sentiva moltissimo il bisogno dell'assistenza religiosa nei momenti di pericolo. Un giorno nell'ospedale mi disse: Voi non potete avere un'idea del bisogno che si sente dell'assistenza spirituale in quei momenti, in cui le risorse umane sono svanite!... Io so bene che cosa deve pensare e fare uno che è nelle mie condizioni... Ma quanto è più confortante il sentirsi dire le stesse cose che si sanno da un Ministro di Dio nell'esercizio delle sue funzioni!... Dovrebbero provarlo alcuni, e allora sentirebbero il bisogno anche di prepararsi bene a questo genere di apostolato! E lui era sollecito fino al sacrificio davanti a chi sapeva nell'ansia e nell'attesa di una parola di "vita eterna"» (Mod. 187-188).
37 Segue: «I confratelli». Il discorso è ripreso nel paragrafo che viene sotto.
38 Cioè «salvezza», secondo il significato del nome (Mt 1,21).
 [Vocazione alla luce della morte!
Speranza che toglie il timore: La gioia di morire senza pena val ben la pena di vivere senza qualche) gioia].
39 Nell'originale: spirituale.
40 Seguono altre annotazioni che hanno il carattere di appunto. Sembrano appartenere a un raggruppamento diverso. Lo schema riporta una numerazione differente, insieme con una seconda, posteriore, adattata al nucleo che precede. Ripete concetti già espressi.
«Momentum a quo pendet aeternitas»; quel «teterrimum instans» (Aristotele). Quando sorella morte soffierà sulla fiammella della mia esistenza! e ti troverai a faccia a faccia col divino Giudice.
— Morirai. La messa della n[o]s[tra] vita. Consummatum est.
Alla luce di quella candela facciamo un po' una rivista delle nostre cose, un sopral [1]uogo.
Un sopralluogo si dovrà pur fare tra le tue carte, libri, nelle tue tasche, dopo la morte. Ci sarà qualche amara sorpresa?

  1. Poi la bara, la tomba, la pace.
  2. 0 mors, bonum est consilium tuum: «Quod vobis dico, omnibus dico: Vigilate. Et

vos similes hominibus expectantibus Dominum suum» [Mc 13,37; Lc 12,36].
Santa Teresa [diceva] a sé: «Se oggi non sei preparata a morire, temi di morir
male».
«Quae seminaverit homo haec et metet» [Gal 6,8].
«Ut moriens viveret, vixit moriturus».
«La gioia di morire senza pena val la pena di vivere senza qualche gioia»

  1. [Questo pensiero dobbiamo] addolcirlo, soavizzarlo, nel pensiero di Maria. — Essa ha assistito Gesù agonizzante. Assicuriamoci la sua presenza.
  2. Ha voluto morire, per comprendere meglio e consolare il cuore dei figli morenti.
  3. Tu nos ab boste protege, et mortis bora suscipe [dall'invocazione a Maria Ausiliatrice composta da don Bosco e mandata a mons. Cagliero nel 1885 perché la musicasse; cf. MB 17,309-310].
  4. Le tre Ave quotidiane ai piedi del letto.

O madre, o madre, deh possa allora, possa chiamarti (vederti), e poi morir.
[Per il cristiano morire non è un finire, ma un incominciare. E come] tornare a
casa (Bel.).
Messa. Dono.
«Laetantes imus» (santi).
«Cupio dissolvi» (san Pa[olo, Fil 1,23]).
La «sorella morte» (san Fr[ancesco d'Assisi, Cantico di frate sole])».
028. La morte (1955, religiosi)
La morte è la porta che ci introduce nell'eternità. Nell'ultima conversazione abbiamo soffermato il n[o]s[tro] pensiero sui tratti esteriori di questo avvenimento, il più decisivo della n[o]s[tra] vita. Facciamoci ora più vicini, fissiamo lo sguardo più addentro, scrutiamo i lineamenti più caratteristici di questo volto così umano e terrificante, il volto di nostra sorella morte.
I. Lineamento: la morte è una realtà certa, a cui nessuno sfugge.
Dio, all'alba dell'umanità, al capostipite del genere u[mano] ha intimato, dopo la caduta: «Sei polvere e in polvere ritornerai».41 Tragica, funerea legge, che nessuno risparmierà. «Tutti moriamo», dice la s[acra]
Scrittura, e siamo come onde che fluiscono,42 trascinate nel fiume del tempo, verso la foce della morte, che si getta nel mare dell'eternità. Per colpa di uno (Adamo) il peccato è entrato nel mondo come un re conquistatore, e col peccato la morte, che è dilagata in tutta Pumanità.43 Tutti moriamo, poiché tutti discendiamo da Adamo peccatore.
Nella Galleria nazionale di Berlino si trova un quadro del pittore Spangenberg: «Il corteo della morte». Passa tra gli uomini la morte scheletrica e macabra, agitando nella mano scarna e adunca una campanella e seguita da una folla immensa.
— Vi sono dei bambini, recanti in mano corone intrecciate nel gioco, con i giocattoli dei loro innocenti trastulli; in mezzo ai loro giochi la campanella è risuonata e ha chiamato a sé i bambini che giocavano.
— Vi si vede un soldato pieno di forza, che reca ancora in mano l'arma con cui egli ha portato vittoria nella battaglia; ma anch'egli ha udito quel lugubre tintinnio: ha dovuto partire.

  1. Una giovane sposa segue la morte, recando in capo il velo bianco del suo sposalizio: il giorno del matrimonio ha inteso la chiamata ed è partita.
  2. Si vedono infine sulla tela giovani e vecchi, poveri e ricchi, avanzare in folla e seguire senza resistenza alcuna la morte che agita la sua campanella.

41 Gen 3,19.
42 Omnes morimur et quasi aquae dilabimur in terram, quae non revertuntur (2 Sam 14,14).
43 Rm 5,12.
— Una vecchia donna dal viso affaticato e consunto tende le sue mani supplicando verso la morte, perché la prenda con sé, ma essa non ne ha ancora bisogno: la abbandona sul ciglio della strada.
Un quadro che invita a riflettere.
La realtà della morte. Ne volete un'immagine plastica? Immaginate che invece che nel 1955, noi ci troviamo nel 2055, cento anni dopo. Giungerà quel tempo? Probabilmente. Vi saranno ancora degli uomini frivoli, che se la spassano senza preoccupazioni della propria anima? Certamente. Ma anche qual[c]uno non ci sarà. Né io, né voi, né alcuno di quanti si trovano ora qui, ci saranno. Noi riposeremo nel" [cimitero].
029. Morte dolce (Scheda)
Ma — dirai — non ho proprio voglia di vivere in un ambiente di «becchino». Neppure io. La morte è amara per chi guarda dietro a sé, verso quello che bisogna abbandonare: gioiosa per chi tiene gli occhi fissi su quello che sta per conquistare. Per questo il volto del cristiano morente si illumina... Egli vede colui che viene!
La letteratura e la filosofia pagana hanno falsato le n[o]s[tre] concezioni della morte. È molto bello, senza dubbio, e forse commovente, chiamare la morte: «l'ultima pagina del libro», ma è andare contro la verità.
Oh, come più vero è più grandioso è il linguaggio della chiesa, per la quale il giorno della morte dei santi è la «prima pagina del libro»!
Guarda la morte. Chi vedi oltre la porta misteriosa? Colui per il quale è fatta la tua anima e che essa cerca dolorosamente: colui che vorresti vedere, udire, toccare... Egli è là, dietro il velo della morte... Lasciare tutto per vedere lui è forse lasciare troppo?
030. Luci della morte (Scheda)
Da questo sguardo leale dato alla morte attingerai luce e forza.
Luce. La morte divide il corso della nostra vita in due grandi tappe di ineguale grandezza. La prima dura in media sessantacinque anni, la seconda miliardi di anni... Sarà saggezza, a quanto pare, tener presente soprattutto e preoccuparsi della seconda tappa...
— Oggi hai pensato all'eternità?...
— Pensa alla morte come al confine luminoso, posto all'incrocio delle strade che vanno all'eternità.
Forza. Quando la passione soffia turbinosa in un'anima giovane, di solito né il bel ricordo degli esercizi spirituali, né l'amore di n[ostro] Signore hanno forza sufficiente per trattenerla sulla china fatale... Ebbene, in quell'ora tragica, lo sguardo alla morte e il richiamo a quel minuto gravido di conseguenze eterne susciteranno i[n] te il dinamismo salvatore. La morte diviene così generatrice di vittoria generatrice inoltre di grandi entusiasmi. Per averla guardata in faccia sotto l'incessante richiamo di quel maestro di spirito che fu s[ant]'Ignazio di Loyola, san Franc[esco] Saverio ha saputo liberarsi dalle sciocchezze di questo mondo e col cuore libero slanciarsi nella sua meravigliosa avventura.
IL GIUDIZIO
031. Giudizio particolare (Religiosi)
La terribilità della morte dipende dal giudizio che subito dopo vi deve seguire. La fede ci insegna che i giudizi sono due: uno particolare al momento della morte, l'altro generale alla fine del mondo. Ma poiché quest'ultimo non aggiungerà all'altro che la solennità esterna, fermiamo l'attenzione in modo speciale' sul giudizio particolare.

  1. Necessità del giudizio.

«Statutum est hominibus semel mori; post hoc autem iudicium» (Ebrei 9,27). «Omnes nos manifestari oportet ante tribunal...».2 Qui in terra vi sono quattro tribunali: quello del mondo, che guarda e osserva le nostre opere, giudica e pronuncia [una] sentenza o di lode o di biasimo; il tribunale delle autorità costituite, che deve vegliare sul bene comune della collettività, condannando i malfattori; il tribunale sacro; il tribunale intimo della coscienza la quale, dopo essere stata l'araldo di Dio, che richiama la sua legge, è poi testimone di tutte le nostre azioni; e per ultimo fa da giudice.
Però questi tribunali della terra hanno due gravissimi difetti: uno che vi [ci] si può sottrarre;3 l'altro che possono sbagliare nel pronunciare la sentenza. Ci vuole dunque un ultimo tribunale, che sfugga a questi due inconvenienti.

  1. Il tribunale di Cristo.

«Omnes nos manifestari oportet ante tribunal Christi».4 Il giudice veramente è Dio, perché supremo legislatore e scrutatore nel santuario sacro della coscienza.
' Nell'originale: particolarmente. Sul giudizio cf. anche R 014.
2 Rtn 14,10.
3 Nell'originale: sfuggire.
4 Rm 14,10.
Ma Dio uno e trino ha rimesso ogni giudizio a Gesù Cristo, Verbo incarnato: «Potestatem dedit ei iudicium facere, quia Filius hominis est».5 Il pensiero di essere giudicati da Gesù Cristo ci può essere di conforto e il sapere che egli è giusto estimatore delle opere e delle intenzioni è per noi attissimo a compensarci di tutte le malignità umane a nostro danno. Già l'apostolo diceva: «Alibi pro minimo est ut ab homini-bus iudicer. Qui iudicat me, Dominus est» (1 Cor 4,[3]-4).
Dall'altro lato, il giudizio fatto dal Redentore ci può riempire di spavento e di terrore. San Paolo esclamava atterrito: «Horrendum est incidere in manus] Dei viventis» (Eb 10,31). Che sarà nel cadere nelle mani del Dio Redentore? Di un Dio cioè che è morto per salvarci, che ha accumulato tesori ingenti di grazie per noi, che le ha messe così largamente a nostra disposizione?
«Quid sum miser tunc dicturus..., / cum vix iustus sit securus?».6
III. Oggetto del giudizio.
«Omnes nos manifestari oportet ante tribunal Christi ut referat unusquisque propria corporis, prout gessit sive bonum, sive malum» (2 Cor 5,10).
Il giudizio si svolgerà a tenore di legge, non sommariamente e all'ingrosso, ma particolarmente, anche su ogni parola oziosa che gli uomini avranno detto.?
Preveniamo il giudizio di Dio, pensando che egli non giudica mai due volte la stessa causa, se alla prima è stata ben giudicata. Giudichiamoci da noi, poiché Iddio sí è compiaciuto di delegarcene l'autorità: «Quod si nosmetipsos dLi]iudicaremus, non utique iudicaremur» (1 Cor 11,31). In seguito ci faremo giudicare dai sacerdoti, ai quali ha conferito questo potere. La loro sentenza di assoluzione sarà il preannunzio della sentenza di benedizione in cielo: «Venite, benedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum a constitutione mundi» (Mt 25,34).
5 Gv 5,27.
6 Dalla sequenza della messa dei defunti, il Dies irae.
7 Mt 12,36.
032. Giudizio [particolare]
(1954, Colle Don Bosco, giovani confratelli)8
S [ant] 'Ignazio.
Seconda settimana. Quarta regola: «Considererò con attenzione quali saranno i miei pensieri nel giorno del giudizio... La regola che allora vorrei aver seguita, è quella che seguirò adesso».9
[Come per] D[ante] Alighieri [nei regni d'oltretomba fu guida Virgilio e poi Beatrice, così noi nel nostro viaggio di esplorazione ci lasceremo guidare dalla rivelazione divina, da quella luce che unica può rischiarare quei tenebrosi misteri]. Maria, la madre del n[o]s[tro] giudice, sono certo guiderà le mie povere parole a trovare la porta del vostro cuore, per aumentarvi il santo timore dei divini giudizi. Meditazione è soprattutto analisi, cioè scomposizione di un tutto nei suoi componenti, senza tuttavia perdere di vista l'unità essenziale e vitale del tutto. Ebbene faremo così anche di quel tutto inscindibile, brevissimo, istantaneo, che è il giudizio particolare, il mio giudizio particolare, rivivendo anticipatamente nello spirito tutto ciò che avverrà nella realtà in quel momento. Consideriamo dunque successivamente i vari elementi del processo che ciascuno dovrà subire.
Anche la meditaz[ione] del giudizio non è una predica, ma un esercizio, un esperimento, una prova che ciascuno fa, rappresentandosi al vivo il giudizio della propria anima, come se già si trovasse effettivamente davanti al tribunale di Dio.'°
1. Luogo del giudizio particolare. «Ibi erigitur tribunal ubi mors intercessit». Nel luogo stesso dove la morte mi sorprenderà; dove forse ci sono ancora le testimonianze del mio peccato. Beria nel Cremlino, dove aveva dominato e congiurato. Sarò quindi giudicato per direttissima, come per
8 Accenno, poi cancellato, al processo di Beria (23 dicembre 1953). Nella titolazione si citano altri processi di poco anteriori: Dominici, Faletto-Codecà, ripresi anche sotto. Un altro accenno al 1953 riguarda Bruce Marshal. Dall'analisi delle bozze usate per la minuta, si deduce che la meditazione entra nella serie degli esercizi predicati al Colle Don Bosco per giovani confratelli (cf. E 003-004, E 006, E 009, E 027). Porta sull'angolo destro in alto la segnatura VI.
9 SANT'IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi spirituali 187. La meditazione parallela (Arch. 045) si introduce con la lettura del vangelo di Matteo (25,31-46), che descrive la scena del giudizio, con la separazione dei buoni alla destra e dei cattivi alla sinistra.
1° Periodo aggiunto in matita in data successiva.
certi delitti durante la guerra, sul luogo stesso della morte, e Dio non voglia del misfatto.
2. Tempo. San Girolamo dice: «Die exitus uniuscuifu]sque de corpore», in quel giorno cioè che possiamo chiamare con [la] s[acra] Scrittura: «dies Domini» (Is 19,9) [e] colla liturgia «dies irae dies illa, dies magna et amara valde»."
Quando, precisamente? Nel momento stesso della morte reale, appena l'anima esce dal corpo.

  1. Non prima, perché l'anima è ancora in stato di via e quindi in grado [di scegliere, perciò di mutare la sua sorte].
  2. Non dopo, perché è verità rivelata che la sorte viene assegnata immediatamente dopo la morte.

3. Testimoni. [Ci saranno] avvocati accusatori e difensori al processo della mia vita? Per Beria i suoi ex-colleghi di governo. Evidentemente non ce n'è bisogno: a voi, esperti, farei ingiuria se dicessi che tutto quanto si dice e si legge dell'angelo custode, del demonio, che accusano o difendono, va inteso figuratamente, per drammatizzare la scena a scopo parenetico.
Ma il fondamento c'è, e molto solido nella Scrittura e nella tradiz[ione]. Per gli angeli, è chiaro che compiono un qualche ufficio in relazione al giudizio particolare. [Lo si deduce da] Lc 16,22: «Factum est autem ut moreretur mendicus et portaretur ab angelis in sinu Abrahae».
[Dal] Rituale Romanum: Ordo commendationis anime (sentitelo ora, perché, forse, la seconda volta che lo sentirete, non sarete più [in] grado di capire): «Subvenite, sbanctil Dei, occurrite angeli Domini, suscipientes animam eius, offerentes eam in conspectu Altissimi. Suscipiat te Christus qui vocavit te et in sinu Abrahae angeli deducant te. Cedat fa] te teterrimus Satanas cum satellitibus; in adventu tuo, te comitantibus angelis, contremiscat, atque in aeternae noctis chaos diffugiat».
Di Satana poi dice pittorescamente s[ant]'Agostino: «Praesto erit diabolus, et recitabit verba professionis tuae» (le promesse battesimali, [la] professione rel[igiosa], gli impegni sacerd[otali]).
E la liturgia ambros[iana] canta: «Libera me, Domine Deus, in die illa tremenda iudicii, quando angeli offerent tibi chirographa peccatorum hominum».
11 Liturgia dei defunti. Cf. Sof 1,15.
Una cosa è certa secondo i teologi (che cosa non sanno i teologi!): sic come gli angeli ed i demoni in quel momento della morte non conoscono12 con certezza (ma solo con congettura) quale sia lo stato di coscienza del morente e quindi la sorte che gli spetta, è chiaro che stanno in ansia in attesa della sentenza, a cui tanto è interessato sia l'angelo custode che il demonio. In un certo senso sono testimoni del giudizio anche quei beati del cielo, che sono interessati alla sorte di quell'anima.
Veri testimoni e accusatori saranno le stesse opere: «Opera enim illorum sequuntur illos».13 La coscienza di ognuno: «testimonium reddente illis conscientia ipsorum, et inter se invicem cogitationibus accusantibus aut etiam defendentibus, in die cum iudicabit Deus .occulta hominum» (Rm 2,15-16). Degli articoli del codice, delle Regole e Regolamenti nessuno è teste di accusa contro di me? Delle anime a noi affidate nessuna sorge a condannarci?

  1. Reo. Sarò io. La mia anima: non ci sarà bisogno della gabbia per l'imputato.

Io come uomo, cristiano, religioso, sacerdote (o avviato al sac[erdozio]) con tutti i doveri e i peccati relativi al mio stato. Cui plus datum est, plus requiretur ab eo.14 Tanto più se ho avuto responsabilità di anime: Peccata aliena, «quasi rationem reddituri pro animabus». Sanguinem eius requiram de manu tua!15 Sarò un reo carico, non di catene, ma di peccati. Quid sum miser tunc dicturus, / quem patronum rogaturus, / cum vix iustus sit securus216
«Iudicium durissimum iis qui praesunt. Exiguo enim conceditur misericordia: potentes autem potenter tormenta patientur» (Sap. 6,6 ss.). E non valga[no] soprattutto per i sacerdoti peccatori quelle terribili parole di Gesù riferite in Matteo 8,22-23: «Multi dicent mihi in illa die: Domine, nonne in nomine tuo prophetavimus, et in nomine tuo daemonia eiecimus,
et in nomine tuo virtutes multas fecimus? Et tunc confitebor Quia numquam novi vos, discedite a me, qui operamini iniquitatem».
Vedrò per la prima volta quel volto divino «ove intender non osan gli sguardi gli incolpabili figli del ciel».

  1. Giudice. Mi troverò per la prima volta faccia a faccia con Gesù] C[risto]. Sì. perché il giudice sarà l'Uomo-Dio.

12 Nell'originale: sanno.
13 Ap 14,13.
14 Cui multum datum est, multum quaeretur ab eo (Lc 12,48).
15 Eh 13,17; Ez 3,18.
16 Strofa della sequenza della messa dei defunti, il Dies irae.

  1. Quia ipse est constitutus a Deo iudex vivorum et morturum (At 10,42).

— Neque enim Pater iudicat quemquam, sed omne iudicium dedit Filio (Gv 5,22).

  1. San Paolo: «Qui iudicat me Dominus est (ho Kfrios = Cristo)» (1 Cor 14,4).
  2. «Omnes nos manifestari oportet ante tribunal Christi» (ibid. 1,10).

[La] ragione è che Cristo, in forza dell'unione ipostatica, è costituito Re con ogni potere (Data est mihi omnis potestas):17 ora nella potestà regia è inclusa quella giudiziaria.
Dunque il mio giudice sarà colui che è morto per me, il mio miglior amico. Avrà ancora sul corpo i segni della passione: è il dolce Bimbo che ora adoriamo nel presepio.
Ma allora si presenterà come il

  1. Rex tremendae maiestatis, — cuncta stricte discussurus,
  2. iustus iudex ultionis.18

«Qui placidus ascendit terribilis redibit» (Gr[egorio] Magno).
Nell'orto [Gesù disse ai soldati soltanto]: «Ego sum».19 [Ed essi caddero] a terra.
Sarà un giudice

  1. onnisciente: «Scrutans corda et renes. Omnia nuda et aperta sunt
  2. giustissimo, [che] non si lascia corrompere;
  3. infallibile, che non può errare;
  4. inappellabile, [che] giudica in ultima istanza.

A faccia a faccia con un tal giudice: «Horrendum est incidere in manus Dei viventis» (Eb 10,31).
Chiamato al redde rationem21 da qualunque giudice umano, tremo. Che farò davanti al giudice divino?
6. La discussione della causa o dibattimento.
Talvolta le istruttorie e i processi umani durano mesi ed anni.
a) In realtà non vi sarà nessun dibattimento. Il recentissimo processo di «navi e poltrone» tra Trizzino e gli ammiragli italiani durò oltre un mese. Bisognò leggere in aula tutto il libro incriminato.
17 Mt 28,18.
18 Versetti della sequenza della messa dei defunti, il Dies irae.
19 Gv 18,5-6.
20 Sal 7,10; Ap 2,23; Eb 4,13.
21 Lc 16,2.
Io invece sarò giudicato «mira celeritate», «mentis intuitu» (s [ant]'Agost[ino]). Tutta la mia vita sarà aperta e presente agli occhi del Giudice e della mia anima, subitamente folgorata dalla luce divina.
Non sarà perciò un iudicium discussionis, sed agnitionis, di mutuo riconoscimento.
b) Però tale riconoscimento eminentemente equivale ad una dettagliata e minuziosa disamina di tutta la vita: dal primo uso di ragione all'ultimo atto cosciente.
Iudex ergo, cum sedebit, / quidquid latet apparebit. / Nihil inultum remanebit.22 Gesù l'ha detto (Mt 10,26): «Tutto ciò che è nascosto sarà svelato, tutto ciò che è segreto sarà conosciuto».
Che sorpresa! Oh, come si troveranno male gli ipocriti in quel terribile momento! Dio ordinò ad Ezechia di sfondare la parete del tempio: «Fode parietem».23 E dietro vi si trovò ogni specie di sozzure. «Revelabitur ignominia tua, et videbitur opprobrium tuum» (Is 47,3).
«Omnia opera tua velut sol in conspectu Dei, et oculi eius sine intermissione inspicientes in viis eorum» (Sir 17,16). Liber scriptus proferetur, / in quo totum continetur, / unde mundus iudicetur.24
Totum:

  1. tutti i peccati in numero, specie, gravità;
  2. in pensieri, parole, opere, omissioni (oh, il talento sotterrato!);

— peccati commessi da noi e dagli altri per colpa nostra;
— peccati commessi come uomini contro la legge naturale;
— peccati commessi come cristiani contro le leggi rivelate;
— peccati commessi come religiosi contro le regole.
A questo riguardo, s[ant]'Ignazio suggerisce che ciascuno faccia un
processo di tutta la sua vita dall'infanzia al momento presente, secondo le
parole di Isaia: «Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae
meae» (Is 38,15).
Dice s[ant]'Ignazio: «Processus peccatorum, scilicet trahere in memo‑
riae omnia peccata vitae (meae), inspiciendo (vitam) per annos singulos.
Ad quod iuvant tria:
I. Inspicere locum et domum;
22 Strofa della sequenza della messa dei defunti, il Dies irae.
23 Ez 8,8.
24 Strofa della sequenza della messa dei defunti, il Dies irae.
conversationem quam habui cum aliis;
III. officium in quo vixi».25
Insomma fare ora l'es[ame] di cosc[ienza], come ce lo farà fare il divino giudice davanti al suo tribunale.
Redde rationem!26 Dio ci chiederà conto rigoroso della nostra giovinezza, dell'età matura, della vecchiaia, dei sacramenti ricevuti, della vocazione, dei voti, del nostro sacerdozio, di tanti anni di apostolato sonnacchioso, di tante messe tiepide, di tanto breviario manomesso, di tanti sacramenti male amministrati, di tante anime di cui sono responsabile.
Le anime trascurate o tradite dai falsi pastori saranno la più grave condanna dei lupi, dei mercenari, dei cani muti, che non sepper latrare. Redde rationem!
«Dico vobis, quoniam omne verbum otiosum, quod locuti fuerint homines, reddent rationem de eo in die iudicii» (Mt 12,36). E se tanta è la severità per ogni «verbum otiosum», che sarà dei giudizi maligni, delle parole malediche o scandalose, delle menzogne, dei pensieri cattivi, dei desideri malvagi?
In quale diversa luce mi appariranno allora questi peccati, svestiti dal fascino e dalle facili scuse di una coscienza larvata? (L'Innominato nella notte della convers[ione], cap. 21): «Ognuna [delle scelleratezze] ricompariva all'animo consapevole e nuovo, separata dai sentimenti che l'aveva[no] fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che quei sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa» (Pr[omessi] Sposi, cap. 21).27
Che scuse troverò allora?

  1. Mancato il tempo?
  2. Mancata la grazia?
  3. Mancata la luce?

Potrò dire: Ignorans feci?28
Bruce Marshal nel teatro Garignano, a Torino [nel] giugno [del] 1953. Confessione di fede. Le fiamme rosse ed inestinguibili dell'inferno.
Saranno disvelati i segreti dei cuori, scoperchiati i sepolcri imbiancati, smascherate tutte le imposture, confuse tutte le ipocrisie.
25 Is 56,10. Cf. S. IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi spirituali 56.
26 Lc 16,2.
27 A. MANZONI, I promessi sposi, cap. 21. Il brano (tentazione di suicidio dell'Innominato) compare per intero sotto la rubrica Morte nel quaderno di appunti per la predicazione (Q L-0, p. 24).
28 1 Tm 1,13.
Beata allora la mano destra che avrà ignorato ciò che fa la sinistra. Beati quelli che avranno pregato e digiunato senza ostentazione e vana pubblicità! Vero obbrobrio sarà — nel giudizio particolare e più nell'univ[ersale] — la rivelaz[ione] di certe coscienze sacrileghe. Se sarebbe gran confusione per un prete íl dover confessare un delitto davanti alla corte di una giustizia terrena, che sarà della rivelazione di certi delitti...? Culpa rubet vultus meus.29
Che scusa potrò trovare davanti all'evidenza folgorante?
Un signore guarda una vetrina. Un borsaiuolo lo alleggerisce abilmente del portafoglio e se ne va: l'ha fatta franca. [Più tardi è preso e] portato in commissariato. Accusato, nega. Allora il commissario gli proietta un cortometraggio, dove è riprodotta esattamente la scena della vetrina e del furto. Che cosa poteva dire a sua discolpa il manigoldo? Confessò!
Il Paletto, imputato dell'omicidio dell'ingegnere Codecà. Il filo del magnetofono (cortometraggio).
Così l'anima: non discute, non implora, non perora la sua causa! È tutto troppo terribilmente chiaro!
7. Ed infine ci sarà la sentenza. L'amore tradito diventa furore! Non ci sarà bisogno di molte ore in camera di consiglio, né [di] un dispositivo di parecchie pagine.
Il verdetto sarà immediato, istantaneo, fulmineo, im[m]ediatamente eseguito, irrevocabile.
Non ci saranno parole sensibili, perché l'anima separata non ha orecchie.
Gesù non cí ha rivelato il testo, la formula della sentenza del giudizio particolare, come ha fatto per il giudizio universale.
Ma è chiaro che tre sentenze o tre sorti sono possibili:

  1. o l'inferno: dolore senza amore;
  2. o il purgatorio: dolore con amore;
  3. o il paradiso: amore senza dolore.30

29 Versetto della sequenza della messa dei defunti, il Dies irae.
30 Aggiunto in matita: La sentenza istruttoria del dott. Jepe: 400 pagine. In una meditazione di argomento affine, intitolata «Il giudizio», don Quadrio inserisce a questo punto un pensiero ricavato da Pascal: «Un uomo rinchiuso in prigione non sa se è stata emanata la sent[enza] di cond[anna]. Ha una sola ora per saperlo; se è stato condannato a morte, ha un'ora sola per chiedere grazia e farsi revocare la sent[enza]. È contro natura [pensare] che quest'uomo [in] quell'unica ora non [corra] ad informarsi sulla sentenza e preoccuparsi per ottenere il condono, ma [si trastulli] a giuocare a carte [B. PASCAL, Pensieri, c. 7; nell'ediz. it. curata da M.F. Sciacca, Torino 1956, n. 220, p. 114; il gioco citato è il picchetto]. Così sarebbe inconcepibile che noi passassimo quest'ora di grazia senza curarci del giudizio che è prossimo, della sentenza, del modo di rendercela favorevole, mentre siamo in tempo, [con] mezzi sicuri [e] raccomandaz[ioni] di ferro» (Arch. 045).

Conclusione. Abbiamo dei mezzi sicuri per garantirci un buon esito al giudizio: una raccomandazione di ferro da presentare al terribile esaminatore? Sì, una triplice garanzia infallibilmente garantita da Dio stesso.

  1. Giudicarci ora, da soli, spassionatamente, di fronte alla nostra coscienza e al tribunale della misericordia. «Si nosmetipsos Ldi]iudicaremus, non utique iudicaremur» (1 Cor 9,31). È uno degli scopi degli esercizi. Davanti alle scelte più compromettenti e decisive, ricordiamolo: «Post hoc autem iudicium».31 Come vorrò aver fatto allora? Regola di s[ant]'Ignazio: «Fare ora quell'esame che mi sarà fatto fare allora».
  2. Non giudicare con cattiveria nessuno.

«Nolite iudicare, et non iudicabimini. Eadem mensura qua mensi fueritis, remetietur vobis».32 Giudizio senza misericordia a quelli che non hanno usato misericordia. Siamo buoni e misericordiosi. Non giudichiamo, se non costretti per dovere di ufficio, ed anche allora con l'umiltà e la misericordia di chi sa di non poter alzar la fronte, né scagliare la prima pietra. Beati misericordes, quoniam ipsi misericordiam consequentur.33

  1. Amare, servire, aiutare Cristo giudice nel prossimo, specialmente [nel] bisognoso, [nel] sofferente, [nel] disprezzato, [nell]' umiliato.
  2. Il criterio di giudizio è fissato da Cristo stesso per il giudizio univ[ersale]: «Avevo fame. Avevo sete. Ero in carcere. Ero ignudo».34
  3. Nella sera della vita saremo giudicati sull'amore ([santa] Teresina). — Dio perdona tante cose per un'opera di carità. — Caritas operit multitudinem peccatorum (1 Pt 4,8)."
  4. Elisabetta, duchessa di Turingia, raccoglie un lebbroso e lo porta sul suo letto, ne cura e ne bacia le piaghe, [e spiega] ai servi meravigliati: «Bacio le piaghe del mio giudice, perché nel giorno del giudizio non mi facciano paura».

31 Eb 9,27.
32 Nolite iudicare, ut non iudicemini; in quo enim iudicio iudicaveritis iudicabimini et in qua mensura mensi fueritis remetietur vobis (Mt 7,1-2).
33 Mt 5,7.
34 Mt 25,31-46.
35 Nell'originale: san Giac[omo].
Coraggio, miei buoni fratelli. «Pensiamo al Crocifisso. Saremo giudicati dal nostro migliore amico»: «Recordare, lesti pie, / quod sum causa tuae vice, / ne me perdas illa die».36
Nella messa preghiamolo «ut quem Redemptorem laeti suscipimus, venientem quoque iudicem securi videamus».
Ricordiamogli q[uan]to gli siamo costati: Betlem[m]e, [il] Calvario, [il] tabern[acolo]. «Quaerens me sedisti lassus, / redemisti crucem passus. / Tantus labor non sit cassus».37

033. Giudizio
(Torino, Crocetta, cappella esterna, omelia)
Ci siamo proposti in queste brevi conversazioni domenicali di fare insieme un viaggio esplorativo nel mondo-di-là, in quella vita che incomincia dopo la morte. Come per Dante nei regni d'oltre tomba fu guida Virgilio e poi Beatrice, così noi nel nostro viaggio di esplorazione ci lasceremo guidare dalla rivelazione divina, da quella luce cioè che unica può rischiarare quei tenebrosi misteri.
Abbiamo visto domenica scorsa come la porta che ci introduce nell'eternità sia la morte, che costituisce il termine del pellegrinaggio terreno e l'inizio dell'altra vita. L'anima, lasciato sul letto di morte il cadavere inerte, spicca il volo verso dove? verso chi? Dio per bocca di san Paolo risponde: «È stabilito che ogni uomo muoia una volta, e che alla morte segua il giudizio».38 Il giudizio di Dio: ecco la prima tappa del viaggio ultraterreno. Il giudizio in cui la vita di ognuno sarà pesata sulle infallibili bilance della giustizia divina, per ricevere ciò che spetta a ciascuno. Si tratta del giudizio particolare, riservato ad ogni anima dopo morte, e non del giudizio universale di tutto il genere umano alla fine del mondo, il quale non sarà se non la pubblica ratifica della sentenza pronunciata nel giudizio particolare.
Soffermiamoci un istante a considerare dove, quando e come si svolgerà il processo della nostra vita. Ciascuno si rappresenti al vivo il giudizio della propria anima, come avverrà di fatto forse tra non molto tempo, come si trovasse effettivamente davanti al tribunale di Dio.

  1. Dove sarò giudicato? Nel luogo stesso in cui la morte mi sorprenderà. Il tribunale sarà eretto dove è avvenuta la morte. Dove forse si trovano ancora le testimonianze del mio peccato. Sarò quindi giudicato per direttissima, sul luogo della morte, Dio non voglia sul luogo del mio ultimo misfatto.
  2. Quando sarò giudicato? Nell'attimo stesso in cui l'anima esce dal corpo. Mentre i miei parenti ed amici si raccolgono attorno al mio cadavere per i primi suffragi, il verdetto fatale sarà già stato spiccato: o salvo o dannato per sempre.

38 Eb 9,27.
Nel caso di morte apparente, evidentemente il giudizio non coincide con essa, ma con l'attimo della morte reale, cioè dell'effettiva separaz[ione] dell'anima dal corpo.
Il tempo del giudizio è l'attimo della morte. Non prima, giacché prima della morte l'anima può ancora scegliere e quindi mutare la sua sorte eterna; non dopo, perché dopo la morte la sorte è già segnata.

  1. Giudice nel processo della mia vita sarà Gesù in q[uan]to Dio e in q[uan]to uomo. Egli stesso l'ha detto: «Il Padre non giudica alcuno, ma ogni giudizio ha affidato al Figlio. A me sono stati dati i pieni poteri in cielo e sulla terra».39 Ora i pieni poteri comprendono anche il potere giudiziario. Mi giudicherà colui che è morto sulla croce per me. Sulle sue mani vedrò ancora la cicatrici dei chiodi. Egli mi amava, ma l'amore disprezzato e tradito diventa furore.

Il grazioso Bimbo del presepio sarà allora il Re di tremenda maestà. Vedrò per la prima volta quel volto divino «ove intender non osan gli sguardi gli incolpabili figli del ciel».
Sarà un giudice onnisciente, a cui nulla è nascosto.
Sarà un giudice giustissimo, che non si lascia corrompere.
Sarà un giudice infallibile, che non può prendere abbagli.
Sarà un giudice inappellabile, che giudica sempre in ultima istanza.
Chiamati a render ragione del n[o]s[tro] operato davanti ad un superiore, ad un controllore, a un giudice umano: io tremo anche se innocente. Che farò io peccatore davanti al giudice divino? «È orrendo cadere nelle mani del Dio vivente»,4° dice san Paolo. «Che cosa potrò dire allora io misero, chi chiamare a mia difesa, se appena il giusto si sentirà sicuro?».41

  1. Testimoni. Vi sarà al processo della mia vita un pubblico accusatore? degli avvocati difensori? dei testimoni a mio carico o a mia difesa? Non vi sarà bisogno né di accusatori, né di difensori. Il giudice infatti è onnisciente ed infallibile ed illuminerà la mia anima in maniera tale, che vedrò chiaramente nella luce divina tutta la mia vita.

Si suole dire che vi sarà da una parte il demonio ad accusarmi, l'angelo custode a scusarmi [dall'altra]; ma anche di questo non vi sarà bisogno. Io stesso sarò teste, accusatore, e giudice di me stesso.
39 Gv 5,22, Mt 28,18.
40 Eb 10,31.
41 Dalla sequenza della messa dei defunti, il Dies irae.
Il grande accusatore sarà la mia coscienza con le sue opere: «Le nostre opere ci accompagnano al giudizio», dice la s[acra] Scrittura.42

  1. Reo. Sarò io, la mia anima. Non ci sarà bisogno di gabbia per l'imputato. Sarò io come uomo, come cristiano, come professionista, con tutta la vita, i doveri e peccati relativi al mio stato. Sarò un reo carico non di catene, ma di peccati. A chi più fu dato, più sarà richiesto.43

Sarò io, senza gli orpelli e le finzioni con cui ora cerco di nascondere me stesso agli altri e a me stesso. In ciascuno di noi vi sono più persone: vi è la persona che gli altri credono che noi siamo, la persona che tu pensi di essere, e la persona che tu realmente sei. Questa" sarà giudicata. Ora è facile per noi credere alla nostra réclame, alla nostra pubblicità, prenderci molto sul serio, giudicarci in base all'opinione comune, piuttosto che secondo la verità eterna. Riusciamo ad ingannare noi stessi. Se siamo deboli coi figli, diciamo che questo è amore; se impazienti e scontrosi, che questo è carattere; se tagliamo i panni addosso al prossimo, lo chiamiamo spirito, l'insolenza sincerità, la mormorazione spirito di f[amiglia]; se rubiamo, diciamo che è legittima compensazione. Allora vedremo tutto senza gli occhiali affumicati.

  1. Discussione della causa: il dibattimento. In realtà non vi sarà dibattimento alcuno, nessuna escussione di testi, nessuna contestazione, nessuna perizia o sopral[l]uogo. Sarà una semplice istantanea folgorazione, che illuminerà lo stato della mia anima. Sarà come uno sguardo rapido al contatore della mia vita. In questa folgorazione tutto verrà a galla, tutto:

i peccati in numero, specie, gravità;
i peccati commessi contro Dio, il prossimo, noi stessi;
i peccati commessi da noi e dagli altri per colpa nostra;
i peccati commessi nell'infanzia, nella giovinezza, nella virilità, nella
vecchiaia, dal primo uso di ragione fino all'ultimo sospiro.
Che sorprese allora! Come si troveranno male gli ipocriti, le coscienze
a doppio fondo, coloro che hanno saputo ingannare perfino se stessi! Che pene!45
42 Ap 14,13.
43 Lc 12,48.
44 Nell'originale: Quella.
45 L'omelia si interrompe qui.
L'INFERNO
034. Inferno
(Torino, Crocetta, 11/02/1955?, vigilia delle ordinazioni)1
«Descendamus in infernum viventes, ne descendamus morientes» (san Bernardo)2
I. Ma non è un «fuori-luogo» la meditazione dell'inferno in questo cenacolo di anime sacerdotali (alla vigilia delle ordinazioni), alla conclus[ione] di un corso di esercizi così fervoroso?
1) Risponde san Giovanni Crisostomo con una parola terribile sulla bocca di un uomo realista, che non era solito indulgere all'iperbole: «Non puto multos sacerdotes salvos fieri» (In Act. apost., hom. 3, n. 4 = PG 60, col. 39). Speriamo che abbia esagerato. Comunque c'è da pensare ed essere preoccupati. Come ci siamo prospettati la dolorosa possibilità del peccato sacerdotale [cf. E 022], così è assolutamente necessario che ognuno per sé consideri attentamente la tragica possibilità della propria dannazione eterna.
1 Da un accenno interno al volume Il diavolo di G. Papini (Firenze 1954), uscito pochi mesi prima, la meditazione può essere colloca nell'anno 1955.
2 Un'omelia di argomento parallelo, intitolata «L'inferno», dopo la prima frase in italiano, aggiunge: «(Discendiamo nell'inferno da vivi, per non discendervi da morti). [È noto l'episodio occorso a] Eva Lavallière, diva del teatro di varietà, idolatrata per la sua malia semplice e perversa (Claudel). Siamo nel 1914. Scoppia la guerra. [Ci troviamo in un] piccolo villaggio della Turenna. [L'attrice esce per la] passeggiata quotidiana, attorniata dai suoi cani barboni. [Ha in mano lo] scudiscio. Incontra il curato del paese: "Buon giorno, signor curato". "B[uon] giorno, signorina. Bella giornata, eh? Che bei cani!". Una conversaz[ione] banale... Che è successo? Come una detonazione assordante [esplode] nella mente della danzatrice. "Pensa qualche volta all'inferno, signorina?". La verità ci vince talvolta progressivamente come un lento veleno dí cui è impossibile liberarsi. Ma avviene anche ch'essa esploda. Eva è rientrata in casa, telegrafa al suo uomo d'affari: "Venga subito". Si tratta di vendere tutto ciò che possiede. "Pensa qualche volta all'inferno, signorina?"» (Arch. 048).
2) Risponde s[aneIgnazio, il grande maestro degli esercizi spirituali: «Quintum exercitium est meditatio de inferno», «affinché, se mai per le mie colpe io abbia dimenticato l'amore dell'eterno Signore, mi ritragga dal peccare almeno il timore della pena eterna».
E s[ant]'Ignazio suggerisce all'esercitante il metodo di tale meditazione: «Spectare per imaginationem vasta inferorum incendia, et animas igneis quibusdam corporibus, veluti ergastulis inclusas... Tangere quodammodo ignes illos, quorum tactu animae ipsae comburuntur».3
È proprio il fuoco dell'inferno che riscalda e rende efficaci tutte le altre pie considerazioni.
3) Risponde s[anta] Teresa d'Avita, la dottoressa della vita mistica: «La visione dell'inferno che Dio mi concesse fu più efficace di tutte le prediche». «Talora le anime religiose sono assalite da forti tentazioni e, per evitare l'offesa di Dio, hanno bisogno di pensare che tutto passa e che solo rimangono il paradiso e l'inferno». «Manda più anime in cielo la predica sull'inferno che non quella sul paradiso».4
Don [Gaetano] Sacchi, morto a Roma nel 1952,5 come consiglio a certi penitenti diceva: «Inferno, inferno, inferno!».
Frutto della meditazione sull'inferno sia:

  1. una profonda riconoscenza a Dio di avercene tante volte scampati: o con la grazia del perdono; o col prevenirci con la grazia dalle colpe gravi, che ad ogni uomo adulto sono inevitabili senza uno speciale aiuto di‑

vino;

  1. un grande timor di. Dio: impariamo a temerlo, se ancora non ab‑

biamo imparato ad amarlo. «Confige timore tuo carnes meas».6
4) Risponde Pio IX: «Una delle principali cause dei nostri mali è che non si predica più sull'inferno». E a un predicatore di missioni lo stesso Pontefice suggeriva: «Predicate molto le grandi verità della fede. Predicate soprattutto l'inferno... Dite chiaramente quello che i libri santi contengono sull'inferno: nulla è più acconcio a far riflettere e a ricondurre i peccatori a Dio».
5) Risponde d[on] Bosco, il quale con la narrazione dei suol mirabili sogni invitava efficacemente i giovani a scendere all'inferno da vivi, per
3 S. IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi spirituali 66 e 70.
4 Nella meditazione parallela la frase è attribuita a don Gaetano Sacchi, come quella che segue.
5 Morto il giorno 24 dicembre. Nell'originale l'anno riportato è il 1953.
6 Sal 118,120.
non aver la disgrazia di precipitarvi dopo morte!
Affacciamoci anche noi alla bolgia infernale,
per comprovarne una volta di più l'esistenza,
per considerarne le pene,
per misurarne la durata. «Territus terreo» (August[inus]).8
Esistenza.
È necessario, almeno una volta all'anno, quando si fanno gli esercizi, ravvivare la fede in questo dogma, che è il più terribile di nostra santa religione e che ha un'irresistibile efficacia di conversione e santificazione.

  1. A teologi, che hanno per quotidiano alimento Scrittura, magistero, tradizione e ragioni teologiche, sarebbe ingiuria ricordare che, tra tutti i dogmi, nessuno forse è così frequentemente e chiaramente contenuto nella rivelazione come quello dell'inferno. Esso infatti è uno dei cardini fondamentali della predicazione di G[esù] Cristo] e della catechesi apostolica. Più di trenta volte ricorre nei discorsi di G[esù] Cristo] il richiamo all'inferno e alla sanzione eterna: passi chiari, perentori ed evidenti, che nessun cavillo ha mai potuto oscurare.

Chi, per accontentarci di un esempio, non rammenta le parole soggiunte da Gesù, dopo aver parlato dello scandalo? Disse: «Se la tua mano ti è di scandalo, troncala; meglio per te giungere monco alla vita, anziché andare con le due mani al fuoco inestinguibile della Geenna, dove il verme non muore e il fuoco non si spegne» (Mt 9,42).

  1. Non solo le fonti della rivelazione cristiana, ma le letterature di tutti i tempi e di tutti i popoli contengono9 indubbi presentimenti dell'esistenza di una tetra ed eterna città dei dannati. Tutta l'umanità è stata sempre ed è tuttora ossessionata dallo spettro nero e ardente di una sanzione penale definitiva. È come un pungiglione ficcato nella carne viva dell'essere umano, e, per quanto faccia, l'uomo non se ne riesce a liberare. Anzi tale pungiglione è così forte, che l'uomo non può desistere dal tentativo di scrutarne il segreto. Sarebbe utile, a questo proposito, se non disdicesse al tempo e al luogo, una rapi[da] galoppata attraverso la letteratura universale, da Gilgamesh presso i Babilonesi fino a Huis clos di Paul Sartre, passando attraverso Egiziani (Il libro di ciò che c'è nell'Ade; Il libro dei morti), Indiani, Tibetani, Greci (Omero, Odissea, l[ibro] XI; Esiodo, Teogonia; Platone, Repubblica, l[ibro] X), Romani (Virgilio, Eneide, l[ibro] VI)..., giù, giù fino al m[edio] e[vo] e all'età moderna, fino alla nostra generazione atea e negatrice dell'aldilà. Impressionante e ininterrotta è la continuità di forme attribuite al mondo infernale (vi è però, d'altra parte, una profonda divergenza tra coloro per i quali l'inferno è opera di un Dio punitore, e coloro per i quali la dannazione è opera degli stessi dannati). Ad es[empio], è molto significativo che la nostra epoca, la quale non crede all'aldilà, ha saputo rappresentare la pena del danno per mezzo di categorie e di immagini nuove, che i teologi non avevano, raffigurandola come lo stato psicologico disperatamente chiuso dell'anima dilaniata dal suo stesso peccato. Concezione che, se non è cristiana, è tuttavia vicina al concetto dell'inferno presentato dal cristianesimo.

7 Pensiero di santa Teresa.
8 Frase originariamente riferita ai propri. impegni episcopali.
9 Nell'originale: contiene.
Perché gli uomini moderni negano l'inferno?

  1. Perché negano il peccato e ignorano la croce. Infatti, chi potrebbe comprendere il mistero dell'inferno, se non ha prima compreso il mistero del peccato ed il mistero dell'infinito Amore crocifisso per il peccato?
  2. Perché credono che sia una raffigurazione medievale. La colpa di ciò è anche un po' delle descrizioni grottesche che noi talvolta facciamo a base di pece, zolfo, forche... Ma non rigettate la verità di un libro perché le illustrazioni sono brutte!

L'inferno esiste: è una realtà. Pensiamoci, ricordiamolo spesso, specialmente nei momenti di tentazione o di passionalità morbose e terribilmente suggestive. Il pensiero del fuoco dell'inferno ci farà superare il fuoco delle passioni e i latrati della concupiscenza.
Pene.
L'unica fonte a cui possiamo attingere qualche certezza intorno alla natura delle pene dell'inferno è la rivelazione.
Gesù, nella parabola del ricco epulone (che è come una plastica sintesi di tutta l'escatologia biblica), chiama l'inferno «luogo dei tormenti» (Lc 16,28).
Nei salmi è detto: «fornace di fuoco divoratore» (Sal 20,10); Giobbe lo chiama «terram tenebrosam et opertam mortis caligine; terram miseriae et tenebrarum, ubi umbra mortis e[t] nullus ordo, sed sempiternus horror inhabitat» (Gb 10,21-22).
L'Apocalisse di rincalzo lo descrive come uno «stagnum ignis», «stagnum ardens igne et sulphure», «lacum irae Dei magnum»; «et fumus tormentorum eorum ascendet in saecula saeculorum, nec habent requiem die ac nocte» (Ap 14,9-11; 20,13-15).
Da questi ed altri innumerevoli passi scaturisce la distinzione tra due pene infernali:

  1. una negativa o privativa, detta pena del danno, consistente nella definitiva esclusione dalla beatitudine eterna e dai beni connessi. È espressa nelle parole di Cristo giudice: «Discedite a me, maledicti»;
  2. l'altra è positiva, detta pena del senso, poiché inflitta da agenti sensibili esterni, specialmente dal fuoco reale e misterioso; ed è espressa dalla seconda parte della sentenza condannatoria: «Discedite... in ignem aeternum».1°

La realtà misteriosa del fuoco infernale è così certa dalle fonti rivelate, che — secondo la s[acra] Penitenzieria — chi la negasse pertinacemente non potrebbe essere assolto: «Pertinaces non absolvendo» (30 aprile 1890).
[Il ricco epulone domanda ad Abramo che gli mandi Lazzaro, dopo aver intinto il dito nell'acqua, motivando la richiesta]: «perché spasimo in questa fiamma».1' [È un] fuoco sapientissimo [che dosa i dolori al grado di colpevolezza], misterioso, [che] brucia anche [le] ani[me], [inestinguibile, che mai si affievolisce o si spegne].12
Ma soffermia[mo]ci sulla pena del danno, detta dai Padri «infernus omnium infernorum».
San Tommaso dice che è infinita: «Est enim amissio infiniti Boni, scilicet Dei» ([Summa theologica] I, II, q. 87, a. 4).
San Giov[anni] Crisostomo [afferma]: «Hic est cruciatus omnium acerbissimus». «Melius est mille fulminibus obrui». Chi si è trovato una volta in una giostra di fulmini può valutare l'afferm[azione].13
5[ant]'Agostino [scrive]: «Tam grandis est poena, ut ei nulla possint tormenta, quae novimus, comparare»."
Diciamo pure che tanta è l'acerbità della pena del danno, che la nostra mente non può farsene un concetto adeguato, finché non si sia fatto un concetto adeguato di Dio. «È tanto grande quanto Dio»: «est tanta poena quantus ipse est Deus» (s [aneAgostino). «Haec tanta paena, quantus ille» (san Bern[ardo]).15
10 Mt 25,41.
11 Lc 16,24.
12 Aggiunta in matita al margine. L'ultima riga è di lettura difficile. L'integrazione viene da un passo parallelo. Sembra di leggere: «intimo: io starò con dentro [il] fuoco».
13 A don Quadrio capitò sul Rocciamelone il 31 agosto 1950.
14 Dallo spoglio elettronico la citazione non risulta di S. Agostino.
15 Le citazioni non risultano di S. Agostino e S. Bernardo.
Lo spirito, anche lo spirito umano, è essenzialmente tendenza, anelito, gravitazione verso Dio; tale tendenza non è nella natura dello spirito, ma è la natura stessa o essenza dello spirito. L'anima, liberata dai lacci e delle remore corporee e sensibili, ha tutte le sue tendenze unificate e convergenti verso il fine, che è lo spasimo di tutto il suo essere. Con tutto il peso del suo essere si slancia verso Dio, come una freccia verso il bersaglio: vederlo a faccia [a] faccia, ecco lo scopo e la ragione per cui esiste, ecco la felicità essenziale a cui tende. Tutto questo l'anima dopo morte lo sa con un'evidenza che ora non possiamo immaginare.
Ma l'anima dannata sa di essere respinta dal suo oggetto amato, esclusa per sempre, esclusa per propria colpa, respinta dall'Amato, da colui che è scopo di tutta la sua vita. Ed allora avviene quella intima ed essenziale lacerazione di tutto l'essere umano, che nessuna mente umana potrà mai comprendere. È un flusso e riflusso straziante, senza posa. Una insanabile e torturante piaga. Un'agonia di tutto l'essere, senza limiti, senza sponde, senza confini. «Abyssus universae spiritualis creaturae in profundo tenebroso». [Il dannato] si consuma in se stesso: mors secunda.16
L'amore essenziale dello spirito verso Dio si tramuta [in] odio, odio essenziale, implacabile odio verso di sé, come causa della propria sciagura; e l'odio in disperazione essenziale, senza fondo. E tutto ciò accompagnato da una coscienza vivissima del male totale, da cui deriva il dolore totale, la disperazione totale, il rimorso totale. È la «mors aeterna» dello spirito immortale. Il rovescio della glorificazione soprannaturale, in cui l'anima si india. L'anima si satanizza, Dio l'abbassa ai margini del nulla, la schiaccia ed abbatte in modo che dovrebbe naturalmente perire, ma non perisce per sperimentare tutta l'infelicità del suo stato. Lo stato cosciente della perenne annichilazione.
— Ho perduto Dio: lacrime desolate!
— Per mia colpa: lacrime amare!
— Per sempre: lacrime disperate!
Il supplizio di Tantalo, disperatamente assetato accanto all'acqua, di Prometeo incatenato, perennemente dilaniato e perennemente reintegrato; il supplizio dell'aculeo, della dilacerazione e dello stiramento; la disperazione di un creduto morto che si risvegli nel sepolcro; il dolore di un osso cariato, di un membro incancrenito: che cosa è tutto questo di fronte al dolore, [al] rimorso e [alla] disperazione totale, essenziale, suprema e completa di tutto l'essere umano?
16 Ap 2,11.
La gomena della n[o]s[tra] mente sarà sempre troppo corta per toccare íl fondo di questa sconfinata tragedia. Dio vi ha impegnata tutta la sua potenza infinita, la sua sapienza infinita, il suo infinito amore tradito e respinto. All'ingresso dell'inferno, Dante vede scritto: «Fecemi la divina potestate, I la somma sapienza e il primo amore» (Infferno l, 3, vv. 5-6).
Ed ora ciascuno pensi a sé, sacerdote di Cristo,17 all'inferno, l' alter Christus, il «vicarius amoris Christi», il «terrenus Deus»,18 il consacrato, il segnato col carattere indelebile di Cristo, reprobo e maledetto:

  1. da Dio Padre, che doppiamente l'aveva fatto a sua immagine e somiglianza;
  2. da Dio Figlio, che l'aveva fatto suo vicario e «alter ego»;
  3. dallo Spirito S[anto], che l'aveva unto e consacrato nella sacra] ordinaz [ione] ;

— dai demoni, suoi avversari per professione (il sacerdote è esorcista);19 — dagli altri dannati, forse vittime sue;

  1. dalla sua insoffocabile coscienza!

Una pallida immagine della disperazione del sacerdote dannato l'abbiamo avuta nella suggestiva e tragica vicenda dello spretato nel film omonimo.20
Eternità.
Al fosco quadro delle pene infernali che abbiamo tracciato, manca ancora una pennellata: [l'eternità!].
Ma l'aspetto più terrificante della tragedia (infernale) è che essa non avrà mai fine: eterna!
L'uomo dalla morte è fissato per tutta l'eternità nell'atteggiamento in cui è stato sorpreso; come il gesto è definitivamente fissato su una fotografia! Definitivamente, irrevocabilmente. Non v'è riconciliazione senza lacrime, e non ci sono lacrime nell'inferno. Un'ora di scuola, una predica, una malattia, un anno scolastico è lungo: ma finisce. Del resto il dolore è dosato con il contagocce, attimo per attimo. Nell'inferno no: tutto il passato e il futuro gravitano successivamente su ciascun attimo, come il peso della sfera rotolante gravita tutto su ciascuno dei successivi punti. Si soffre tutto in ogni singolo attimo dell'eternità: poiché l'eternità è un istante immobile che condensa perpetuamente tutto il dolore del passato e dell'interminabile futuro
17 Nell'originale: pensiamo un sacerdote dí Cristo. Interlineata l'applicazione che abbiamo riprodotta.
18 Per queste citazioni cf. C 054, C 058.
19 Nell'originale: miei avversari... (io sono esorcista).
20 Il film Lo spretato (tit. orig. Le défroqué) del regista Léo Joannon è uscito nel 1953.
Il dogma dell'eternità delle pene è, con quello della Trinità, dell'incarnazione e dell'eucaristia, tra [i] più difficili e ripugnanti alla sensibilità umana, ma è anche uno dei più documentati nella s[acra] Scrittura, nelle definizioni conciliaci, nella tradizione patristica.
Di qui errori e sviamenti, non solo antichi, ma anche moderni. È di qualche mese fa l'infelice tentativo del nostro Papini di risuscitare l'opinione origenista, già condannata come eretica da papa Vigilio, della riconciliazione finale tra Dio e i dannati, in forza della stessa concez[ione] cristiana di Dio come A [more].
Non per fargli un onore, che non si merita, ma come stimolo alla n[o]s[tra] meditazione, sentiamo come egli si esprime nel suo libro!
«Fino a qualche secolo fa, l'idea della fiamma divoratrice di uomini sia quella dei roghi, sia quella dell'inferno — non turbava la sensibilità e la mente dei buoni cattolici. Da qualche tempo, invece, c'è nei migliori tra essi un sentimento assai diverso; non si sentono di approvare né la morte degli eretici, né le pene eterne dei peccatori. Questi cristiani che diventano sempre più cristiani non negano l'esistenza dell'inferno, ma credono e desiderano che esso sia spopolato, quasi deserto. Il crudele calvinismo del 1500 è, oggi, per queste anime più amorose, capovolto: vuoto l'inferno e affollato il paradiso.
Essi pensano che un Dio veramente Padre non possa torturare eternamente i suoi figlioli, essi ritengono che un Dio tutto Amore, quale fu presentato da Cristo medesimo, non possa negare eternamente il suo perdono neppure ai più famosi ribelli. La misericordia alla fine dei tempi, cioè del mondo presente, dovrà sormontare anche la giustizia. Se ciò non fosse, dovremmo pensare che il Padre stesso di Cristo non è un perfetto cristiano.
Noi non pretendiamo che questi sentimenti e questi pensieri vengano accettati oggi dalla dottrina ufficiale della chiesa docente e tanto meno pretendiamo far le sue veci e le sue parti. Ma ciò che non è lecito insegnare come verità certa e sicura può e deve essere ammesso come cristiana e umana speranza. I trattati di teologia seguiteranno a dire di no alla dottrina della riconciliazione totale e finale, ma il cuore — "qui a ses raisons que la raison ne connait pas"2 — seguiterà a bramare e ad aspettare il sì.
21 «Le coeur a ses raisons que la raison ne connait point. On le sent en mille choses. C'est le coeur qui sent Dieu, et non la raison. Voilà ce que c'est que la foi parfaite, Dieu sensible au coeur» (B. PASCAL, Pensées, «Les meilleurs auteur classíques», Paris, édition du 1670, cap. 28: Pensées chrétiennes, p. 259).
Alla scuola di Cristo abbiamo imparato che s[o]prattutto l'impossibile è credibile. L'eterno Amore — quando tutto sarà compiuto ed espiato — non potrà rinnegare se stesso neppure dinanzi al nero viso del primo Insorto e del più antico dannato» (G. Papini, Il diavolo, [Firenze 1954], p[p]. 350-351).
Conclusione.
Rimaniamo affacciati (il più lungamente possibile) alla bolgia infernale, contemplando, come s[anta] Teresa, il nostro posto preparato laggiù, per le n[o]s[tre] infedeltà. E al calore di questa] fiamma ciascuno [faccia in modo che] non le sia cond[annato].

  1. [Meditiamo su] quella [frase] di s[ant]'Agostino: «Hic ure, hic seca, hic non parcas, ut in aeternum parcas».22 Qualunque sacrificio, ma io all'inferno non ci voglio andare!
  2. [Su] quella di san Paolo: «Cum timore et tremore vestram salutem operamini» (Fil 2,12). «Timor Domini expellit peccatum» (Sir 1,27). «Solo chi ama, teme».
  3. [Su] quella del Concilio di Trento: domandare in fiducia e perseveranza: «illud magnum usque in f[i]nem perseverantiae donum»,23 che nessuno di diritto può meritare, ma infallibilmente impetrare con la preghiera umile, fiduciosa, perseverante. «Chi prega, infallibilmente si salva. Chi non prega, infallibilmente sí danna» [sant'Alfonso].24

Libera me, Domine, de morte aeterna..., de poenis inferni et de profundo lacu.25 E tra le preghiere, quale più breve, efficace, espressiva, di quella sgorgata dal cuore di don Bosco e tanto familiare a tutti noi: «Cara madre, V[ergine] M[aria], fate che io salvi l'anima mia!»? «Sancta Maria, libera nos a poenis inferni!».
Davanti al Verbo di Dio incarnato e crocifisso, ripetiamo con fiducia:
«Recordare, Iesu pie, / quod sum causa t[uae] / [ne me perdas illa
die]. / Quaerens me sedisti lassus, / redemisti crucem passus.
Tantus labor non sit cassus!».26
22 Dallo spoglio elettronico la citazione non risulta di S. Agostino.
23 Can. 16 (Denzinger-Sch6nmetzer 1566).
24 Su questo stesso argomento cf. 0 025.
25 Dall'offertorio della messa dei defunti.
26 Dalla sequenza della messa dei defunti, il Dies irae. La meditazione di argomento affine termina con una certezza cara a don Quadrio: «[La] Madonna [è] la salvezza. Se Giuda è all'inferno, è perché ha voltato le spalle a Maria». Cf. R 034, 0 044.
035. L'inferno (Omelia)
Al fosco quadro delle pene infernali che abbiamo tracciato domenica scorsa, manca ancora una pennellata: l'eternità. L'aspetto più terrificante della tragedia dell'inferno è che esso non avrà mai fine: eterna.
È il punto più spinoso della nostra fede, la più grande pietra d'inciampo per coloro che hanno sì la fede, ma una fede vacillante e superficiale. Vi sono dei cristiani che credono a tutti i dogmi di fede, ma davanti [a] questo si arrestano dubbiosi. Ammettono l'eucaristia, credono al purgatorio, alla verginità di Maria santissima, all'infallibilità del papa, ma protestano con tutta l'energia contro l'affermazione che l'inferno è eterno.
E di fatti, tra i dogmi rivelati, questo è il più sconcertante, spaventoso e ripugnante alla nostra sensibilità. «Eternamente». Essere dannato eternamente. Senza speranza di cambiamento, di interruzione, di miglioramento. Definitivamente, irrevocabilmente. Passeranno gli anni, i secoli, i millenni, i milioni, i miliardi di anni, e l'inferno non passerà mai, sarà sempre all'inizio.
Una predica, un'ora dí ufficio o di scuola, una messa, una conversazione] noiosa, una malattia è lunga! Ma finisce. L'inferno non finisce mai. Del resto il dolore qui ci viene dosato col contagocce, attimo per attimo. Nell'inferno no: tutto il passato e tutto il futuro dell'inferno gravitano su ciascun attimo presente, come il peso della sfera rotolante gravita tutto su ciascuno dei punti. Si soffre tutto in ogni singolo attimo dell'eternità: poiché l'eternità è un istante immobile, che condensa perpetuamente tutto il dolore del passato e dell'interminabile futuro.
Davanti a questa terrificante visione, la nostra mente vacilla e cerca tutte le scappatoie.27
27 L'omelia cí è giunta mutila.
IL PARADISO
036. La misericordia
(Solennità dei santi Pietro e Paolo, 29 giugno, omelia, sacerdoti)
«Celebrate Dominum, quoniam bonus, quoniam in aeternum misericordia eius» (Sal 106,1).
Una delle manifestazioni più sconcertanti del pensiero e dello spirito moderno è senza dubbio il senso dell'angoscia, dell'insicurezza, dell'ansia. La corrente filosofica che oggi è di moda (l'esistenzialismo) definisce la vita umana come un salto nel buio, un rischio continuo, un ponte poggiato sul vuoto, sul nulla, un puro gioco d'azzardo senza uno scopo e un destino ragionevole. Di qui, secondo i moderni esistenzialisti, il sentimento fondamentale dello spirito umano è appunto l'angoscia, l'incertezza, la paura, l'inquietudine, il senso della più desolata e disperata solitudine. Senza una ragione di fiducia e di speranza, la vita è disperazione.
Per sfuggire a tale paura e disperazione, l'uomo moderno, imbevuto di questa concezione pessimistica, compie generalmente una di queste tre scelte. i sizione indegna d'un essere umano che deve pensare al proprio avvenire e a quello di altri.

  1. Talora egli sfugge all'esistenza, togliendosi la vita. Il grande aumento numerico di suicidi ([al punto tale che il fenomeno potrebbe essere definito un vero e proprio] suicidismo!) è il risultato del senso di paura e di disperazione di cui è imbevuta la mentalità moderna.
  2. Talora l'uomo moderno sfugge all'esistenza non con il suicidio fisico, togliendosi la vita fisica, ma col suicidio psicologico, soggiacendo miseramente alla noia della vita, alla nausea dell'esistenza: anime vuote, bruciate e prosciugate dal pessimismo e dalla disperazione. Ed allora abbiamo gli stufi della vita, gli stanchi di vivere, i nauseati dell'esistenza: po‑

1 Nell'originale: cose. La scheda di una meditazione (giuntaci incompleta) di argomento affine, dal titolo «La speranza» porta la segnatura 10,1 (Arch.). Lo stesso tema è trattato nell'omelia della IV domenica di Quaresima (Laetare). Cf. 0 013.
3. Ed infine l'uomo moderno cerca di sfuggire a questo disagio intimo evadendo, disperandosi, dimenticandosi, intontendosi nella corsa sfrenata ai divertimenti, alle soddisfazioni, agli appagamenti anche più indegni e costosi. Chi a casa sta male e soffoca, fugge e vive al di fuori. E da questo incoercibile bisogno di evadere, ingolfandosi nei piaceri illeciti, nascono quelle che san Paolo chiama le opere e i frutti della carne, che vanno dall'immodestia fino all'omicidio per passione?
Questa tragica situazione dell'uomo moderno doveva essere ricordata oggi, perché rivela quanto tormentoso e urgente sia il bisogno ch'egli ha del messaggio evangelico diffuso nel mondo dagli apostoli Pietro e Paolo, che è messaggio di speranza e di fiducia nella paterna, provvida, misericordiosa bontà di Dio. La misericordia infinita di Dio!
Se l'atteggiamento tipico dello spirito moderno è la disperazione, l'insicurezza, l'angoscia, uno dei sentimenti fondamentali del cristianesimo è la fiducia, la sicurezza, la speranza in Dio Padre infinitamente buono e misericordioso, che è Deus omnis gaudii, Deus pacis, Pater misericordiarum et Deus totius consolationis.3 «Poiché non avete ricevuto uno spirito da schiavi, nel terrore, ma lo spirito di figli, per cui in ogni istante possiamo gridare a Dio: Padre mio, Abbà Pater».4 Qui c'è l'essenza del cristianesimo. Il vangelo è la rivelazione della paternità divina attraverso la filantropia (benignitas et humanitas)5 del Verbo. Il cristiano vero è colui che, anche nella coscienza della propria indegnità, fragilità e debolezza, ha un profondissimo senso di confidenza nell'infinita bontà del suo Dio, quel senso di riposo del figlio in seno al Padre suo, di imperturbabile, fiduciosa attesa e sicurezza del perdono, ancorata sull'infinita tenerezza paterna del cuore di Dio. Questo non sentirsi mai perdutamente solo, anche nel baratro della colpa; questo sapersi aspettato, cercato, amato dal proprio Padre offeso, la certezza di sentire in ogni istante la sua mano sulla propria spalla, e la sua voce paterna: «Torna a casa. Io sono sempre il tuo padre».
Mi crollasse addosso l'universo, non c'è motivo di disperarsi, perché Dio è mio Padre. «Crede Deo et recuperabit te» (Sir 2,6).
2 Gai 5,19-21.
3 Rm 15,33; 16,20; 2 Cor 1,3; 13,11.
4 Rm 8,15.
5 Tt 3,4.
Ma come edificare e consolidare in noi [e] negli altri questo senso di fiducia, di confidenza, di sicurezza e di pace del quale abbiamo tanto bisogno per noi, e di cui — come sacerdoti — dobbiamo essere araldi di speranza, mercanti di sole? Risponde s[ant]'Ignazio nei suoi «Esercizi»: «Nihil efficacius ad fructum qui quaeritur obtinendum, quam divine in nos misericordiae consideratio».
Studiamo profondamente il sacramento della divina misericordia. La meditazione della misericordia di Dio è dunque necessaria, utile, fruttuosa più di ogni altra.
Noi vogliamo porla sotto la protezione e nella luce dei due prìncipi degli apostoli e prìncipi dell'ord[ine] sacerdotale, che sono anche i due capolavori della misericordia di Gesù verso i suoi sacerdoti.

  1. Il primo peccò dopo l'ordinazione e fu da Cristo perdonato, anzi costituito suo depositario delle chiavi della misericordia.
  2. Il secondo, da persecutore fu trasformato in testimone e araldo delle divine misericordie.

Noi vogliamo porta[re la nostra preghiera] sotto gli auspici e la protezione dei nostri cari confratelli defunti, qui nos praecesserunt in signo fidei et dormiunt in somno pacis.6 Essi, che costituiscono l'ispettoria salesiana del purgatorio,7 sono a noi di sprone a sperare e confidare, giacché la loro vita laggiù è tutta fiducia e speranza del premio.
6 Canone romano.
7 Su come don Quadrio concepisse il purgatorio abbiamo un'interessante testimonianza spigolata nel diario che don Sabino Palumbieri redigeva dopo le visite quasi giornaliere all'infermo (ottobre 1960): «Un giorno vado con un amico a trovarlo in camera: e gli consegna la sua esercitazione su santa Teresina. Si scherza. Ci dice di venirlo a trovare, perché si sente onorato. Al suo invito uno dice il numero e si apre il testo dell'esercitazione al numero di quella pagina. In quella pagina il capitolo nuovo tratta della morte della santa. Egli commenta: Allora devo proprio prepararmi. Il discorso cade sul purgatorio perché in chiesa stiamo leggendo nella lettura spirituale un libro su questo tema e l'autore rimarca la pena del senso. Amabilmente don Quadrio dice che a suo giudizio il purgatorio deve essere un "luogo" delle più grandi consolazioni, se si eccettuano quelle del paradiso. È il periodo dell'attesa amorosa, è l'amore in un'attesa certissima. E qui don Quadrio si infiamma. Non è solo la certezza morale su questa terra. E la certezza fisica, della fisica di Dio. E incalza: È il periodo del fidanzamento d'amore con nostro Signore, un periodo più o meno lungo, per dirla in termini umani, in cui ci si affligge enormemente dal vedersi lontani dal proprio centro di gravità verso cui tende tutto l'essere, dall'amore infinito, ma è un periodo di consolazione senza fine. Lo si sente certo il possesso futuro di Dio, lo si comincia in un certo modo a gustare. Nel purgatorio si ama di amore il più puro possibile a creatura di qua dal paradiso. Ecco tutto. Il purgatorio è "il luogo" dell'amore».
037. [La misericordia infinita di Dio] (Confratelli)8
Questo è il giorno della gratitudine, destinato a ringraz[iare] Dio degli immensi benefici ricevuti. Col cuore riconoscente della Maddalena perdonata vogliamo innalzare q[uest]'oggi9 l'inno della nostra gratitudine alla infinita misericordia di Dio, che ci ha scampati dall'inferno e restituiti alla sua amicizia e alla speranza della beatitudine celeste. Vogliamo un[ire] il nostro inno di lode e di gratitudine a quello che in q[uesto] mom[ento] e in ogni momento sale al cielo da una casa sal[esiana], la casa più bella e più cara al nostro cuore, la casa sales[iana] del purgatorio, dove molti confr[atelli] lodano e benedicono Iddio misericordioso, perché certi ormai della loro salvezza eterna. Canterò in eterno] le mis[ericordie] di Dio.
Dio è amore.
— Nell'A[ntico] T[estamento], [troviamo i] tratti più toccanti del suo cuore m [isericordioso]:
Padrone, forte, eserciti, sim[ilitudini],w spediz[ioni], teneri accenti. Solenni giuramenti: «Vivo io, non voglio la morte [del peccatore, ma che si converta e viva]».11
Toccanti invi[ti]: «Convertitevi».
Immagini più espressive.
Dimenticherò [le vostre colpe]. [Eppure Dio è] onnisciente.
[Il mio amore non è] come [la] nube [del mattino (Os 6,4)].
[Getterò] in fondo al mare [i vostri peccati]: totale distEruzione].
[Se i vostri peccati fossero] come lo scarlatto, [simili alla porpora, [diventeranno candidi come la neve].
Proteste di tenerezza più che materna: «Potrà mai una m[adre] dimenticare il suo bimbo e non sentire m[isericordia] di lui? Io non ti dimenticherò» [Is 49,15].
Salmi: florilegio: 106-135: «Cantate al Signore, perché è buono, eterna è la sua m[isericordia]».
8 La meditazione porta la segnatura cerchiata 10,1-2.
9 Lettura incerta.
1° Di difficile lettura. Tutto il brano risulta troppo schematico e non facilmente integrabile. Tra le Conversazioni e le Omelie se ne trovano tuttavia alcune di argomento parallelo (C 010; 0 116).
11Ez33,11.
— Nel N[uovo] T[estamento]. La piena e folgorante rivelaz[ione] della tenerissima misericordia divina nella persona, dottrina, azione di Gesù] C [risto]. Dio è amore, [ín Gesù è apparsa la] benignità ed umanità [Tt 3,4].
A. Persona: Betlemme, Calvario, tabernacolo.

  1. Vicino, simile, comprensivo, compassion[evole], misericordioso. Sim[ile] in tutto, fuorché nel peccato.

«Ha voluto in tutto farsi simile ai fratelli, per essere misericordioso», sentire nel proprio cuore la miseria altrui.
Nucleo della pr[edicazione] e[vangelica]: trionfo sul peccato. Dall'annuncio dell'angelo alla missione affidata agli apostoli (Mt, Gv).

  1. Nei vangeli: dolce, mite, tenero, compassionevole, buono. Linea dominante della sua affascinante [personalità è stata la bontà misericordiosa]. Spiegaz[ione] umana.
  2. Amore realista, [che] vede, sa, comprende, intuisce: conosce fino in fondo, ama. Questa è vera amicizia. Venature di compassione, [che] diventa dolore.
  3. Non giudica; rifugge [dal] giudizio, alterità. Aiutare. «Io non giudico nessuno. Non giudicate». Adultera. «Non sette volte», o Pietro...
  4. Non ha saputo giudicare neppure i crocifissoci e i carnefici.

Coi soldati: perdona, capisce, li scusa, tace. Silenzio eloquente!
Sulla croce: perdona. Non maledisse, ma scusò e compatì.
Amore che permane nonostante tutto, rimase scolpito per sempre nei
ricordi dell'umanità.
B. Opera: predicaz[ione], azione.
— Amore in atto verso i poveri, piccoli, sofferenti, specialmente verso i peccatori e le anime cadute.

  1. Venuto, cerca, chiama, si fa ospitare. Tratti più toccanti, affettuosi.
  2. Parabole più toccanti e suggestive (pecora smarrita, dracma ritrovata, figlio] p [rodigo]).

Fratelli, meschini, traviati, diseredati, reietti, esist[enze] straziate. [Considera] fatto a sé [quello che facciamo al più piccolo]. Non [siamo mai per lui] rottami, ma anime, cuori.
— Non può dir di no davanti alla sofferenza. Non sa resistere.

  1. Pagana: la figlia invasa[ta]: «Sia fatto quello che desideri». — Vedova, unico figlio: «Non piangere, donna».
  2. Lebbroso, moncherini: «Lo voglio, sii guarito».
  3. Cieco, vista: «Vedici!».
  4. Non poteva veder soffrire senza intenerirsi, senza intervenire. A cento a cento: «Ti sono rimessi [i tuoi peccati], confida figlio».

Vista, udito, favella, energia, salute: peccati.
«Va' in pace, non temere, abbi solo fiducia».
Luca, scriba [della mansuetudine, testimonia]: «Passò beneficando e risanando tutti gli oppressi dal diavolo».

  1. Lacrime sulla tomba dell'amico, sullo sfacelo della patria.
  2. Partecipaz[ione] alle gioie degli uomini. Non [fu un solitario come il] Battista, ma vive tra gli uomini: case, feste, trattenimenti.

Primo miracolo per rallegrare la mensa di due sposi, ed evitare [che] un'ombra scendesse a velare la gioia di quel giorno.

  1. Ha i suoi tre intimi, un amico prediletto «che Gesù] amava», [al quale lasciava] posare la testa sul petto. Cosa che lui si poteva permettere, essendo Dio, essendo alla vigilia d[ella] morte.
  2. Il più sublime tra í santi non ebbe dunque le asprezze arcigne [che incontriamo] negli asceti di professione.

C. Mirabili incontri. [Si] chinò sulle anime cadute, effondendo tenerezza, stese loro la mano per rialzarle.
1. Le tre peccatrici.

  1. Samaritana: convertirla senza umiliarla e avvilirla.
  2. Donna famosa in città di ben triste fama. ([Viene chiamata da sant'Agostino la] prima dello stuolo di vergini).

— Dalla peccatrice che doveva essere lapidata per i suoi enormi misfatti. Pagine divine, riabilita il peccatore [e trasforma lo stesso peccato in] esca di amore, coeffic[i]ente di santità.

  1. Pietro: dopo [la] promessa del primato, predilezioni, l'ultima cena, rinnega il maestro, giurando e spergiurando. Gesù [lo] guardò. Pietro uscì fuori e pianse amaramente. Non gli tolse le chiavi. Non [scelse al suo posto] Giovanni, ma Pietro [rimase il capo] supremo.
  2. Giuda: l'uomo di fiducia, l'amministratore, il provveditore della comunità apostolica, anch'egli caduto, e q[uan]to in basso! Nel cenacolo [gli lavò i] piedi, [gli allungò il] pane. [Nell]' orto [gli rivolse l'appellativo più caro]: «Amico, [con un] bacio...».
  3. Ladrone: assassino di strada, imprecava, bestemm[iava]. Pentimento, sovrabbondante misericordia.

Incancellabile certezza (qualunque sia o possa diventare lo stato della n[o]s[tra] coscienza, [qualunque cosa] ci sia capitata o ci possa capitare. E può capitare tutto a tutti).

  1. Gesù impaziente ci aspetta a braccia aperte. Non facciamolo attendere. Nulla di irreparabile. Affidati a Dio e ti ricupererà.12 Fossero i n[o]s[tri] delitti grandi come montagne, sono sempre granellini di sabbia che si perdono nello sconfinato oceano della divina misericordia.
  2. Gesù ci perdona con infinita gioia.
  3. Egli è «quei che volentier perdona».13
  4. Gode più del peccatore che si converte che non di novantanove giusti che non abbisognano di p [enitenza].14 — La sua gioia più grande è di perdonare.
  5. L'ultima cosa a cui dobbiamo cessare di.credere è che Dio è buono e ci ama. Se l'abbiam[o] fatto piangere, abbiamo la possibilità di farlo molto godere. Se il n[o]s[tro] cuore ci condanna, Dio è infinitamente [più] buono del n[o]s[tro] cuore.°

12 Sir 2,6.
13 «Poscia ch'io ebbi rotta la persona I di due punte mortali, io mi rendei, I piangendo, a quei che volentier perdona» (DANTE ALIGHIERI, Divina commedia, Purgatorio 3,118-120).
14 Lc 15,7.
15 Cf. 1 Gv 3,20.
038. Comunione dei santi (Confratelli)16
[«Poi fatta una colletta, con un tanto a testa, per circa duemila dracme d'argento, (Giuda) le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio, agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio per i morti, perché fossero assolti dal peccato»] (2 Macc 12,43-45).
L'esercito che celebra la gloriosa memoria dei propri eroi caduti nel campo dell'onore, oggi è la congregazione salesiana. Essa ci raccoglie quest'oggi, nell'ultimo giorno degli esercizi, attorno alla mensa del Signore, per una devota commemorazione dei suoi figli defunti.
Tutta la grande famiglia salesiana si dà convegno attorno all'altare:

  1. noi vivi che lottiamo ancora sulla terra;
  2. quelli che si purificano nelle pene del purgatorio;
  3. quelli che godono il premio nella beatitudine celeste.

È il giorno della solidarietà salesiana, la festa di tutta la famiglia (militante, purgante, trionfante), stretta nell'indissolubile vincolo della comunione dei santi.
Il dogma della comunione dei santi, il dogma della socialità e solidarietà cristiana tra tutti coloro che sono in Cristo Gesù, costituisce il glutine più profondo che unisce in una sola f[amiglia] le tre grandi porzioni in cui è divisa la congregazione salesiana: quella militante sulla terra, quella sofferente in purgatorio, quella trionfante in cielo.
In forza di questa comunione di grazia e di beni, noi tutti vivi e morti formiamo la grande «caritas salesiana», in cui nessuno è isolato e sperduto, ma tutti siamo solidali e spiritualmente consanguinei. In ciascun istante, migliaia e migliaia di mani in preghiera dal cielo, dal purgatorio, da ogni angolo della terra ci stringono, ci offrono il loro amore e la loro sollecitudine.
16 Concetti analoghi sono sviluppati anche in 0 069 («La comunione dei Santi»). L'anno 1956 (morte di mons. José Selva, dai dati del Necrologio salesiano) resta il termine post quem di assegnazione dell'intervento (altro dovrebbe essere allora il «santo zio» di don Luigi Melesi, del quale sí parla nella L 226).
Una madre ha tre figli. Il primo [ha] superato gli esami, [ricopre un]'eccellente posizione, [ha raggiunto la] mèta, [è] arrivato. Il secondo ha superato bene gli esami, ha ottenuto il suo diploma, ma non ha ancora una posizione: è in attesa di un posto.
Quanto al terzo, va ancora a scuola, ha ancora tanto da studiare e da sudare per superare gli esami ed avere un diploma, non sa ancora che cosa diventerà, né come riuscirà. Ma i tre fratelli si amano, si incoraggiano, si aiutano a vicenda, vivendo ciascuno della gioia e della trepidazione degli altri. Ecco l'immagine della comunione dei santi in seno alla triplice nostra famiglia.

  1. Coloro che hanno superato l'esame finale sono beati in cielo: la congregazione] trionfante.
  2. Coloro [che hanno] superato l'es[ame] [e hanno ottenuto la] promoz[ione] al cielo, [ma che devono ancora] espiare macchie e scorie, [costituiscono la] seconda porzione.
  3. Noi [sulla terra siamo ancora] scolari.

Comunione dei santi significa che uno stesso amore soprannaturale, valicando le frontiere del tempo, dello spazio e della morte, circola tra tutte le membra di questa famiglia unica e triplice, conglutinandole in uno stesso corpo.
Il salesiani militanti sulla terra, quelli sofferenti nel purgatorio, quelli beati in cielo sono come tante faville di uno stesso fuoco, ritmi della medesima sinfonia, pietre dello stesso grande edificio. Si dice che i salesiani sono circa diciottomila e le ispettorie cinquantasette. Dimentichiamo quelli che appartengono alle ispettorie del cielo e del purgatorio.
Oggi almeno vogliamo riparare a questa dimenticanza. Noi, peregrinanti ancora sulla terra, oggi alziamo in primo luogo lo sguardo a quelli dei nostri che, nell'eroica osservanza delle regole, hanno raggiunta la mèta e godono il premio delle fatiche, dei sudori e del sangue versato per la gloria della nostra famiglia. Essi hanno piantato la congregazione nelle varie parti del mondo, «plantaverunt sanguine suo», hanno glorificato il nome salesiano, ci hanno trasmesso una bandiera gloriosa e onorata. Noi godiamo i frutti del loro eroismo.
Il loro spirito aleggia qui su di noi, per benedire le nuove reclute e i n[o] s[tri] propositi. Noi li vediamo invisibili sfilare in gloriosa schiera, qui davanti a noi sotto gli archi trionfali dell'eternità: don Bosco, don [Michele] Rua, d[on Filippo] Rinaldi e gli altri grandi sup[eriori], che sono le radici sante [quelli che vennero dopo]: don [Eusebio] Vismara, don [Giovanni] Zolìn, d[on Andrea] Beltrami, d[on Augusto] Czartoriski, don [Camilo] Ortúzar; gli eroici missionari di tutti i continenti: [il card. Giovanni] Cagliero, [mons. Giacomo} Costam[agna], [monsignor Luigi] Olivares, [monsignor Luigi] Versiglia, D'Aquina, [monsignor José] Selva;'7 quelli che sono morti consumati dagli stenti e dalle fatiche, quelli che hanno generosamente lasciato la vita nei lebbrosari, i nostri gloriossimi martiri della Cina, del Brasile, della Spagna, e la foltissima schiera della chiesa del silenzio, il cui sangue imporpora di gloria imperitura la nostra famiglia e, accanto ad essi, gli oscuri, nobilissimi martiri del confessionale, degli oratori festivi, dell'assistenza, della scuola, dell'abnegaz[ione], del lavoro, del dovere, uomini che con eroica semplicità hanno dato se stessi, sacrificando la salute e abbreviandosi l'esistenza nell'umile compimento del proprio dovere: sacerdoti, chierici, coadiutori; angeli di purezza, il cui candore verginale ha fatto tremare il cuore di Dio. Oh! veramente beata la nostra famiglia, tra i cui fiori olezzanti non mancano né [i gigli della purezza, né le rose del martirio].18 Noi, che ora prendiamo il loro posto e raccogliamo la loro gloriosa eredità, ci impegniamo oggi a essere degni di loro, e a non rovinare i frutti del loro lavoro. Sarà un grande onore se il n[o]s[tro] nome potrà essere scritto nel necrologio della n [o] s [tra] famiglia.
Ma ora dobbiamo abbassare il nostro sguardo del cielo al purgatorio, associandoci nella solidarietà del dolore e dal suffragio a quei nostri fratelli che ci hanno preceduto nel segno della fede e dormono nel sonno della pace.19 Ad essi particolarmente è consacrata questa giornata.
17 Beato don Michele Rua, primo successore di don Bosco; beato don Filippo Rinaldi, terzo successore di don Bosco; don Eusebio Vismara, morto a Bagnolo Piemonte il 3 gennaio 1945 (a. 64); don Giovanni Zolin, morto a Bollengo il 5 novembre 1953 (a. 81); venerabile don Andrea Beltrami; venerabile don Augusto Czartoriski; don Camilo Ortúzar Montneontt, morto a Nice (Francia) 1'8 gennaio 1895 (a. 46); card. Giovanni Cagliero, morto a Roma il 28 febbraio 1926 (a. 88); mons. Giacomo Costamagna, morto a Bernal (Argentina) il 9 settembre 1921 (a. 75), per 26 a. vicario apostolico di Méndez e Gualaquiza; venerabile mons. Luigi Olivares, morto a Pordenone il 19 maggio 1943 (a. 70), per 26 a. vescovo di Sutri e Nepi; beato Luigi Versi-glia; D'Aquin; mons. José Selva, morto a Guiratinga (Brasile) il 13 agosto 1956 (a. 69), per 18 a. vescovo prelato di Registro do Araguaia, zio di don Luigi Melesi, ricordato da don Quadrio in una cartolina (L 225; cf. anche L 071).
18 SANT'AGOSTINO, Serm. 304 = PL 38,1396.
19 Canone romano.
039. Sempre con lui
(14/08/?, confratelli, vigilia della professione religiosa)2°
I. Lettura del santo] vangelo secondo Matteo: [«Allora Pietro prendendo la parola disse: Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo? E Gesù disse loro: In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, sederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi»] (Mt 19,27-30).
(Parole solenni che per volere di don Bosco ci furono ripetute come divino suggello alla nostra professione religiosa).
Presso i Kamba, tribù negra dell'A[frica] o[rientale], circola un'interessante leggenda, che data da un'epoca molto antica. Molto tempo fa narra la leggenda — gli abitanti di questo paese furono molto esasperati a causa della stragi spietate compiute dalla morte ed inviarono degli uomini di fiducia in tutte le regioni del mondo, per cercare un luogo dove la morte non regnasse e dove potesse emigrare tutta la tribù. Gli inviati percorsero il mondo per anni ed anni, andando dí paese ín paese. Finalmente ritornarono con questa agghiacciante novella: «Restiamo qui e moriamo come sono morti i nostri padri, perché un paese dove la morte non regni non esiste nel mondo intero».
Ed invece ce n'è uno. Vi è un paese dove gli abitanti vivono eternamente e godono di una felicità perfetta. V'è un luogo — come dice l'Apocalisse (21,4) — «dove [la] morte non esiste più, dove non c'è più né dolore, né pianto, né lamento». V'è una patria ove non ci sarà più «né fame, né sete, né freddo, né caldo opprimente... E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7,16-17).
«Credo nella vita eterna!». È il grido di trionfo e di speranza che corona il nostro Credo e che costituisce la base di tutta la vita cristiana. E così Maria, con la sua gloriosa assunzione, ci introduce maternamente nella contemplazione del nostro paradiso.
20 Dagli accenni contenuti nell'omelia si ricava che fu pronunciata alla vigilia dell'Assunta, al termine degli esercizi spirituali in preparazione alla professione religiosa.
La vita eterna! Promessa inaudita! Speranza inimmaginabile! Felicità incomprensibile! Quali incoraggiamenti, quali consolazioni, quali forze vitali e slanci di bene irraggiano da questa nostra fede! Quali fasci di luce si proiettano da questa fede sulla vita terrena e sulla morte. La morte divide il corso della nostra vita in due grandi tappe di ineguale grandezza. La prima dura in media sessantacinque anni, la seconda miliardi di anni. Morire dunque non è un finire, ma un incominciare; non è l'ultima, ma la prima pagina del libro; morire è un nascere alla vera vita,21 un arrivare dall'esilio alla patria, alla casa paterna, socchiudere la porta e dire: «Padre, sono qui, sono arrivato!».
Sulla terra, tu sei come un'uccellino sul ramo: di sotto l'inondazione va crescendo, l'acqua va aumentando22 paurosamente e l'uccello sale di ramo in ramo sempre più in alto, per sfuggire al gorgo. Ma quando s'accorge che la cima più elevata dell'albero sta per essere sommersa, non v'è più altro scampo che aprire le sue ali e spiccare il volo.
Verrà anche per te il momento in cui la morte avrà sommerso un anno dopo l'altro fin l'ultimo istante della tua vita.
La tua anima allora aprirà le sue ali, spiccherà il volo che non ha ritorno. Verso dove? Verso che cosa? Verso l'amplesso eterno del tuo dolcissimo Padre. Egli è là dietro íl velo della morte, con le braccia aperte, ad attenderti.
II. Ma che cosa faremo lassù?
Fratello che ascolti, forse angustiato da mille tentazioni, miserie, incomprensioni, incertezze, oh, se riuscissi coi miei balbettamenti (che di più non so fare) a farti intravedere non perfettamente, che è impossibile, un raggio pallidissimo di ciò che Dio ci tiene preparato lassù! Dio non permette che sulla terra lo intendiamo a pieno, perché la gioia troncherebbe la vita. Dice san Paolo: «Occhio non vide, orecchio non udì, mente di uomo non immaginò quel che Dio tiene preparato per coloro che lo amano !».23
Il paradiso è il possesso beatificante di Dio. Che cosa significa in concreto possedere Dio? Significa vederlo, amarlo, goderlo così come Dio vede, ama, gode se stesso.
Parole semplici, come tutte le parole di Dio, ma quale insondabile profondità nascondono!
21 Aggiunta successiva in matita. Altre aggiunte (non segnalate) si susseguono nel resto della meditazione.
22 Parola di difficile interpretazione.
23 1 Cor 2,9.

  1. Vedere Dio come egli vede se stesso, cioè attraverso gli occhi medesimi di Dio, occhi divini comunicatici mediante quella arcana luce visiva che è il lume della gloria. Contemplarlo com'è in se stesso, svelatamente, a faccia a faccia," fin nei più profondi, inscrutabili abissi del suo essere e delle sue perfezioni infinite!

Rimirarlo nella intimità più riservata, dove ogni bellezza si scopre, dove ogni bontà si manifesta, dove ogni arcano si svela. E in Dio, che è la verità assoluta e infinita, noi conosceremo tutta la verità, placando così la naturale sete di verità che quaggiù è insaziabile.
In Dio, che è la bellezza infinita da cui irraggiano tutte le create bellezze, noi contempleremo tutte le bellezze sconosciute ed inimmaginabili che Dio ha profuso nell'univ[erso], anche quelle che ora ci sono velate perché ora sono pericolose, anche là dove l'occhio umano non giungerà mai, nell'immensità degli spazi astrali, nelle profondità degli oceani, nella solitudine delle foreste inesplorate, sulle vette isolate delle montagne; Dio non ha sprecate queste bellezze: le contempleremo tutte per tutta l'eternità, gustandole nella loro scaturigine divina.
In Dio creatore e provvidente noi conosceremo tutte le sue opere, il piano della sua provvidenza nel governo del mondo e della nostra vita; l'ordinatissimo tessuto della storia umana; la ragione arcana dei grandi e piccoli avvenimenti che ora ci sfugge; le leggi e forze arcane della natura che mente umana non ha mai scoperto. «Nel suo profondo vid'io che s'interna, I legato con amore in un volume, I ciò che per l'universo si squaderna» (Dante, Pagadiso] 33,85-87).
E mentre lo contempleremo, beandoci in lui, egli ci contemplerà con uno sguardo infinito, infinitamente dolce e amoroso. «Conoscerò come sarò conosciuto»,25 dice san Paolo. Chi potrà dire il fascino di questo reciproco, eterno, soavissimo effondersi di sguardi tra noi e il n[o]s[tro] Amato?

  1. Amare Dio. Noi vedremo Dio. È qui tutto? No, noi lo ameremo. Come la nostra intelligenza sarà divinamente saziata dall'eterna verità, così il nostro cuore sarà riempito dall'infinito amore: noi ameremo Dio. «L'amore — dice san Paolo — non finirà mai. La fede lascerà il posto alla visione, la speranza al possesso, ma la carità rimarrà per sempre».26 Amare sarà la nostra occupazione per tutta Pe[ternità].

24 1 Cor 13,12.
25 1 Cor 13,12.
26 1 Cor 13,8.
Ameremo Dio di un amore pieno, di un amore puro, di un amore perfetto ed eterno, di un amore perfettamente appagato e appagante. Amore che penetra e circonda, investe e carezza, dona e fruisce, s'inebria e si dà. Amore del Bene infinito. Amore reciproco: perché ameremo e saremo amati divinamente, come presi e travolti in quell'infinito, eterno vortice d'amore che è la vita trinitaria, nella quale dal Padre trabocca nel Figlio e dal Figlio rifluisce nel Padre quell'infinito, sussistente Amore che è lo Spirito Santo. Amare ed essere amato: ci mancano le parole, la mente vacilla. Una cosa sappiamo. Nessuna leggenda di amore umano ci può aiutare. Sappiamo che, anche sulla terra, le anime che hanno avvicinato Dio più svelatamente delle altre, hanno sempre affermato che non c'è nulla di paragonabile al mondo. Dopo quel contatto, forse di un fuggevole istante, vivono come ferite, nel solo sogno di riavvicinare l'amato: il resto impallidisce, tutto diventa nulla, pur di ottenere ancora di riaccostarlo così. Qualcosa, ignota agli altri, ha vinto per loro ogni seduzione creata. Ebbene, questo contatto mistico è sempre un nulla rispetto a quello che ci attende in cielo! Tutto il nostro essere diventerà un incandescente, ininterrotto, eterno atto d'amore, un interminabile amplesso amoroso sempre corrisposto tra il nostro e l'Essere divino.
3. Infine noi godremo Dio: egli sarà la nostra gioia. «Entra nel gaudio del tuo Signore»,27 dice Gesù. Non sarà dunque la gioia di Dio a entrare in noi: come potremmo contenerla? Saremo noi a immergerci, a tuffarci a perderci nel mare infinito della gioia divina. Saremo travolti dal torrente della sua voluttà infinita28 [e] ogni fibra del n[o]s[tro] essere diventerà gioia.
Vedere tutta la verità che esiste, la V[erità] infinita,
amare tutto l'amore che esiste, l'A[more] infinito,
godere tutta la gioia che es[iste], la Gioia] infinita.
E questo non per un giorno, non per un secolo, non per un millennio di secoli, ma per sempre, per sempre: eternamente.
Chi mi darà di presentarvene almeno una pallida idea? È stato suggerito questo tentativo.
— Supponete di poter concentrare tutto l'universo e le sue bellezze in un sol punto: p[er] esempio] tutte le bellezze che l'astronomo cerca ed indaga attraverso il suo telescopio; tutte le meraviglie che il biologo scruta col suo microscopio; tutti gli incanti dei monti, dei fiumi, dei laghi, dei mari; tutti i segreti che la natura gelosamente custodisce nel suo seno; tutte le bellezze di tutte le opere d'arte disseminate nel tempo e nello spazio
27 Mt 25,21.23.
28 sal 35,9.
— supponete ancora di poter condensare nello stesso punto tutto l'amore che freme nell'universo dall'inizio alla fine: l'amore dei fiori q[uan]do ridono sotto il sole; l'amore della terra che germoglia e nutre tutte le cose viventi; l'amore degli animali per le loro creature; l'amore dello scienziato per la sua scoperta; l'amore dell'artista per il suo capolavoro; l'amore delle madri per i figli, dello sposo per la sposa; l'amore dell'angelo per l'angelo e per Iddio: tutto l'amore condensato in un sol punto;
— e nello stesso punto supponete di poter condensare tutte le gioie godute e godibili da tutte le creature in tutto l'universo passato, presente e futuro.
Ed ora questo attimo in cui avete condensato tutto ciò che si può vedere, amare e godere, rendetelo immobile, eterno, senza fine: voi avrete la felicità eterna del paradiso? Sì?
No! L'eternità non sarà nulla di simile a tutto questo. Ascoltate la voce di Dio per bocca di san Paolo: «L'occhio non vide, l'orecchio non udì, né mai mente umana ha potuto immaginare ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano!».29
Paradiso, paradiso! Ci credi tu alla vita eterna con una fede non astratta e vuota, ma viva, convinta, dominatrice? Una fede che ti renda veramente convinto che la vita eterna vale infinitamente di più che questa; una fede che ti renda realmente disposto a tutto fare e a tutto sacrificare pur dí assicurarti il paradiso? Una fede che ti faccia pensare e desiderare, affrettare il paradiso come l'unica cosa veramente desiderabile? Una fede che ti faccia sempre camminare verso il cielo come d[on] B[osco], che ti faccia ripetere con lui nelle sofferenze e nelle stanchezze: «In p[aradiso] niente di tutto questo»? Una fede che ti faccia risonare nell'animo l'eco delle parole poste da d[on] B[osco] al termine del rito della professione: «Un pezzo di paradiso aggiusta tutto. Ci riposeremo lassù»?
«Nel nome di Maria finii».3° Di fronte alle speranze eterne, ti turba il ricordo dei tuoi peccati, il timore della tua fragilità, il pensiero dei severi giudizi divini? Pensa che — se tu lo vuoi — a decidere della tua salvezza eterna sarà tua Madre. Ella è la porta del cielo, la causa della nostra eterna letizia, la regina del cielo, che ci ha preceduto lassù a tenerci il posto in stesa che noi andiamo ad occuparlo. Ricordiamoci che come nessuno mai si salva senza Maria, così nessuno mai si danna se non rifiutando l'aiuto di Maria. La devozione sincera verso di lei è segno certissimo di predestinazione: chi le è figlio sinceramente devoto, è certo della propria salvezza, come se già avesse un piede in paradiso
29 1 Cor 2,9.
30 «Quivi perdei la vista e la parola; I nel nome di Maria finì, e quivi I caddi e rimase la mia carne sola» (DANTE ALIGHIERI, Divina commedia, Purgatorio 5,100-102).
Ogni anima delusa, abbattuta, inquieta, timor[o]sa deve riprendere animo al pensiero che la madre non può scordarsi del f[ig,lio] suo, che dov'è Maria, ivi è la salvezza. (Non c'è scritto nel vangelo, ma mi sembra certo che Giuda, dopo aver tradito Gesù, quando prese il capestro e corse ad impiccarsi, evitò di incontrarsi con la Madonna. Nessuno avrebbe avuto da lei un perdono più cordiale. Se Giuda oggi è all'inferno, lo deve al fatto di aver volutamente volto le spalle a Maria. Se invece non fosse laggiù, è perché, nell'attimo in cui si pose il nodo al collo, scorse da lontano la Madre ai piedi della croce di Gesù, e morì con questa preghiera sul labbro: «Rifugio dei peccatori, prega per me»).
Non disperate mai: ella è la nostra speranza. Supplichiamola tutti gli uni per gli altri che «rivolga a noi gli occhi suoi misericordiosi e ci mostri, dopo questo esilio, Gesù»,31 in modo che possiamo ritrovarci ancora tutti insieme lassù accanto a lei nella casa paterna, sul colle eterno, nell'estasi beatificante di quegli esercizi ineffabili che dureranno per tutta l'eternità.
31 Dall'antifona mariana maggiore Salve, Regina.
040. Il paradiso
(Torino, Crocetta, cappella esterna, omelia)32
Presso i Kamba, tribù negra dell'A[frica] o[rientale] circola un'interessante leggenda che data da un epoca molto remota.
Molto, molto tempo fa — narra la leggenda — gli abitanti di questo paese furono molto esasperati a causa delle stragi spietate compiute dalla morte ed inviarono degli uomini di fiducia in tutte le regioni del mondo, per cercare un luogo dove la morte non regnasse e dove potesse emigrare tutta la tribù. Gli inviati percorsero il mondo per anni ed anni, andarono di paese, in paese, finalmente ritornarono con questa agghiacciante novella: «Restiamo qui e moriamo, come sono morti i nostri padri, perché un paese dove la morte non regni, non esiste nel mondo intero.
E invece ce n'è uno! Vi è un paese dove gli abitanti vivono eternamente e godono di una felicità perfetta. Vi è un luogo «dove la morte non esiste più, dove non vi è né dolore, né pianto, né tristezza» (Ap 21,4). Vi è un paese [dove gli abitanti] non hanno più «né fame né sete; né il tormento del freddo né il calore snervante del sole... E Dio asciuga ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7,16-17).
Vi è un regno in cui sono realizzate tutte le promesse fatte da Dio ai suoi fedeli e dove diventano una santa realtà le parole che con grande fiducia noi recitiamo alla fine del Credo: «Io credo alla resurrezione della carne e alla vita eterna».
Nella nostra esplorazione attraverso i regni dell'oltretomba, dopo l'inferno e il purgatorio, eccoci arrivati alle soglie del beato regno, che è la nostra vera patria, la casa del Padre verso cui camminiamo con nostalgia e speranza in questa terra d'esilio, la soave certezza che ci sostiene tra le prove e le afflizioni di questa vita passeggera.
Due questioni si affacciano alla nostra mente. I. Esiste veramente il paradiso? II. Che cosa faremo lassù?
Ma esiste veramente questa patria beata? È una realtà sicura o solo una bella illusione?
Vedete. Nel corso della storia, tutti i dogmi della fede furono attaccati e negati da qualche eresia: la Trinità dagli ariani nel IV sec[olo]; la divinità di Cristo dai nestoriani nel V secolo; la vera umanità di Cristo dagli gnostici nel II-III s[ecolo]; la grazia soprannaturale dai pelagiani nel V secolo; l'inferno dagli origenisti; il purgatorio dai protestanti; il Papa, la chiesa, l'eucaristia ancora dai protestanti, ma il paradiso finora era stato immune da ogni assalto. Tutti hanno sempre creduto che esiste, che dura senza fine. È una credenza che si trova anche presso gli Ebrei, presso gli antichi popoli orientali dell'India, della Cína, della Persia, dell'Egitto, del Giappone. Un certo paradiso è ammesso perfino dalle tribù primitive dell'Africa, dell'Asia, dell'America. Nessuno, né dentro, né fuori íl cristianesimo aveva mai dubitato che esistesse un premio per i buoni nell'altra vita.
32 Omelia. Del ciclo della seguente. Cf. anche E 033, E 035.
Ma oggi esiste qualcuno che lo nega. Il materialismo, che nega l'esistenza di Dío, l'immortalità dell'anima, il futuro destino dell'uomo, afferma che il paradiso è una illusione religiosa, con cui l'animo umano cerca di compensarsi dei dolori di quaggiù. Quando un povero miserabile manca di tutto quaggiù e non vede via di scampo alla sua situazione, per consolarsi, si crea l'illusione di un'altra vita dove godrà per sempre: così è nata l'idea del paradiso, falso e illusorio miraggio di cui la religione, alleata col capitalismo, si serve per soggiogare le masse e impedire l'elevazione economica e morale del proletariato.
Al di fuori di ogni intento e tono polemico, che disdirebbe al luogo e al momento in cui ci troviamo, affrontiamo brevemente il grandissimo problema: esiste veramente il paradiso? Su quali argomenti si fonda la fede cristiana nell'asserire q[uesto] dogma?
Si fonda anzitutto sulla parola infallibile di Cristo, il quale, parlando a nome di Dio ed essendo Dio egli stesso, non si sbaglia né può ingannare. Ora, se non esistesse il paradiso, tutta intera la vita di Gesù non avrebbe senso alcuno ed egli sarebbe il più ignobile dei truffatori e mentitori.
Leggiamo il vangelo e vi troveremo q[uan]te volte e in q[uan]te maniere Gesù ha asserito l'esistenza di una felicità eterna.

  1. Un giorno egli disse" ai suoi discepoli che, chi rinunzia a q[ua]lche cosa per suo amore, «riceverà il centuplo e possederà la vita eterna».34
  2. Le beatitudini [hanno come promessa l'entrata nel regno].

— L'ultimo giudizio: «Venite benedetti del mio Padre, prendete possesso del regno preparato per voi fin dall'origine del mondo»."
33 Nell'originale: dice.
34 Mt 19,29.
35 Mt 25,34.
In verità, l'insegnamento del Maestro divino è talmente penetrato di questa fede nelle vita eterna, che bisognerebbe negare tutto il v[angelo], se si volesse negare la realtà del cielo.
Della vita eterna parlava Gesù un giorno alle turbe: «Io sono il pane di vita. Chi mangia di questo pane vivrà in eterno. Chi crede in me avrà la vita eterna. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, avrà la vita eterna ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno».36
Allora molti, scandalizzati, se ne andarono. Vivere eternamente? Non morire mai? Che vuol dire il pane di vita eterna? Rimase coi dodici [e chiese loro]: «Volete andarvene anche voi?». Pietro a nome di tutti [gli rispose]: «Da chi andremo noi, o Signore? Tu hai parole di vita eterna».37
Sia questa la nostra risposta di fronte ai facili negatori di oggi, tanto coraggiosi e baldanzosi delle proprie idee in vita, q[uan]to timorosi e incerti in punto di morte: «Da chi andremo noi, o Signore? Tu hai parole di vita et[erna]».
Nella prossima conversaz[ione] risponderemo alla seconda domanda: «Che cosa si fa in par[adiso]»?
36 Gv 6,48-55 (passim).
37 Gv 6,67-69.
041. [Che cosa si fa in paradiso?]
(Torino, Crocetta, cappella esterna, omelia)38
Esiste davvero il paradiso? Sulla parola infallibile di Dio abbiamo provato, nell'ultima conversazione, che oltre la morte esiste la vera vita, oltre la tomba la gioia eterna, riservata ai figli ed amici di Dio.
Ma che cosa si fa in paradiso? In che consiste la felicità eterna? Che cosa faremo lassù per tutta l'eternità? Ecco la seconda domanda, a cui ci accingiamo a dare una risposta, la più concreta e precisa possibile. Che cosa faremo in cielo? Possiamo rispondere con tre brevi parole: vedremo, ameremo, godremo Dio.
Parole semplici come tutte le parole di Dio, ma quale insondabile profondità nascondono! Giacché Dio stesso aggiunge per bocca di san Paolo: «Occhio non vide, orecchio non udì, mente di uomo non immaginò ciò che Dio tiene preparato per coloro che lo amano».39
I. Vedremo Dio. Non píù nella penombra della fede, ma nella luce eterna che è Dio stesso. Lo vedremo com'è in se stesso, a faccia [a] faccia," svelatamente, nella ricchezza infinita del suo essere e delle sue perfezioni. Vedere Dio, prima e somma verità: è lo scopo supremo della vita umana. L'uomo è fatto per la verità, non per le briciole o scintille di verità disperse nelle realtà e conoscenze create, ma per la verità infinita, in-creata, eterna, che è Dio, da cui proviene ogni creata verità.
E in Dio vedremo tutte le sue opere, il piano della sua provvidenza per il governo del mondo e della nostra vita. In Dio vedremo ordinatissimo tutto il tessuto della storia umana, il perché e la ragione delle vicende e degli avvenimenti, le intime leggi e forze della natura che [la] mente umana [non] ha mai scoperto. Noi contempleremo tutte le bellezze sconosciute e inim[m]aginabili che Dio ha profuso nell'universo, nell'immensità degli spazi astrali, nelle profondità degli oceani, nella solitudine delle foreste inesplorate. Tutto vedremo in Dio. «Nel suo profondo vidi che s'interna, I legato con amore in un volume, I ciò che per l'universo si squaderna».41
38 Omelia. Riprende con la domanda posta al termine di quella che precede.
39 1 Cor 2,9.
40 1 Cor 13,12.
41 DANTE ALIGHIERI, Divina commedia, Paradiso 33,85-87.
In Dio si appagherà pienamente quell'inesauribile desiderio di conoscere, da cui la mente umana, di verità in verità, come di gradino in gradino, è sospinta verso la prima e somma Verità, che è la luce divina.

  1. Ameremo Dio. L'uomo è fatto per amare, è creato per l'amore. Ora Dio è Amore, è l'Amore infinito, l'unico che possa appagare l'infinita sete di amore che arde nel cuore umano. Noi ci attacchiamo agli amori creati, ma essi non ci bastano e ci sospingono verso l'Amore increato, per il quale siamo fatti.
  2. Godremo Dio. Egli sarà la nostra gioia. Dio è luce, è amore, è letizia infinita. Il nostro cuore è fatto per lui e sarà sempre inquieto finché non riposa in lui.42 Noi ci tufferemo e naufragheremo in quello sconfinato oceano di letizia.

Vedere, amare, godere Dio stesso.
Vedere tutta la verità che esiste, la Verità infinita.
Amare tutto l'amore che esiste, l'Amore infinito. Godere tutta la gioia che esiste, la Gioia infinita, non per un giorno, non per un secolo, non per un millennio di secoli, [ma] per sempre, eternamente!
Chi mi concederà43 di darvene almeno una pallida idea?
— Supponete di poter concentrare tutto l'universo e le sue bellezze in un solo punto: per esempio, tutte le bellezze che l'astronomo cerca ed indaga attraverso il suo telescopio; tutte le meraviglie che il biologo scopre col suo microscopio; tutti gli incanti dei monti, dei fiumi, dei laghi, dei mari; tutti i segreti che la natura gelosamente custodisce nel suo seno; tutte le bellezze di tutte le opere d'arte disseminate nel tempo e nello spazio;
— supponete ancora di poter condensare nello stesso punto tutto l'amore dei fiori, q[uan]do ridono sotto il sole; l'amore della terra che germoglia e nutre tutte le cose viventi; l'amore degli animali per le loro creature; l'amore [del] patriota per il paese; l'amore del soldato per la sua causa; l'amore dello scienziato per la sua scoperta; l'amore dell'artista per il suo capolavoro; l'amore delle madri per i figli, dello sposo per la sposa, l'amore dell'angelo per l'angelo e per Iddio, tutto l'amore condensato in un punto;
— e nello stesso punto supponete di poter condensare tutte le gioie godute e godibili da tutte le creature in tutto l'universo passato, presente e futuro.
42 SANT'AGOSTINO, Confessioni 1,1.
43 Nell'originale: darà.
Ed ora questo attimo in cui avete condensato tutto ciò che si può vedere e amare e godere, rendetelo immobile, senza fine, eterno. Voi avrete la felicità eterna del paradiso?
No! L'eternità non sarà nulla di simile a tutto questo. Ascoltate la voce di Dio: «L'occhio non vide, l'orecchio non udì, né mai mente umana ha potuto immaginare ciò che Dio tiene preparato per coloro che lo amano ! ».44
44 1 Cor 2,9.
IL PARADISO SULLA TERRA
042. [L'eucaristia]
(Religiosi)1
Vangelo secondo [san] Giovanni: [«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno. Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao»] (Gv 6,54-59).
In questo giorno, consacrato alla riconoscenza per i doni ricevuti dalla misericordia] di Dio, non possiamo dimenticare il dono per eccellenza dell'infinito amore di Dio, quel dono del quale s[ant]'Agostino dice che:

  1. Dio essendo potentissimo, non potè dare di più, — essendo sapientissimo, non seppe dare di più,
  2. essendo ricchissimo, non ebbe da dare di più.
  3. Il dono ineffabile della santa] eucaristia, in cui egli ha voluto rimanere nostro compagno, nostra vittima, nostro cibo,

— il dono che è il centro del culto cattolico, il cuore della chiesa, il parafulmine alzato al cielo su questo mondo2 divenuto un'immensa polveriera.
I. Messa. Quanti religiosi praticamente ignorano la messa, le sue arcane meraviglie, la sua potenza santificatrice! Quanti non sanno che nella messa possiamo profondissimamente toccare il cuore del n[o]s[tro] Padre celeste in favore n[o]s[tro], in favore di tutto il mondo, e anche offrirgli la gioia suprema, inondare il mondo di grazia, di luce, di gioia!
Il titolo delle schede manoscritte è: S[anta] messa. Porta la numerazione cerchiata 11,1-2. Per altri sviluppi dell'argomento cf. C 023 ss. 2 Nell'originale: fulmine.
Se la messa è un grande mistero, uno strepitoso miracolo, ancora più incomprensibile è il mistero che noi riusciamo ad assistervi senza morire di gioia. [Per] l'abitudine, il tempo limitato, la stanchezza, [le] distrazioni, noi non la comprendiamo più, non la gustiamo più, non la viviamo più. Ed allora diventa una mezz'ora stracca, lunga, noiosa. Ci passa vicino il più grande distributore di santità e grazia e noi rimaniamo a mani vuote. Salviamo la n[o]s[tra] m[essa] dalla vorace usura dell'abitudinarismo sciatto e superficiale, che riesce ad avvilire anche le cose più grandi [e procuriamo di] comprenderne le arcane meraviglie, [di] viverla nella sua efficacia santificatrice.
1. Comprendere le arcane meraviglie della messa vuol dire anzitutto avere una grande, affascinante idea della sua indole drammatica e sociale. Non [è solo] preghiera, q[uan]to [piuttosto] azione e dramma. Non [tanto] culto di persona privata, ma il banchetto sacrificale di tutta la grande famiglia di Dio attorno alla mensa del Padre.

  1. [E stato Cristo stesso che ha] istituito e celebrato [la] prima messa, [nell'ultima] cena [con i suoi apostoli nel cenacolo]. Anche oggi, al di là dei riti e [delle] formule [che ne costituiscono il] nucleo centrale, la messa rimane una cena, un banchetto.
  2. Tavola, tovaglie, coppa, un piatto dorato, del pane, vino, acqua [sono tutti simboli che si ispirano alla cena].
  3. Tutto [il] rito è intonato alla celebraz[ione] di un convito. [Sforziamoci di] scoprire la fisionomia del convito sotto le cerimonie della messa.
  4. [I] sacramenti, non [sono] riti nuovi, ma gesti comuni e umani, [e Gesù ce li ha dati] conferendo [loro] l'efficacia soprannaturale di produrre la grazia. [Il] più nobile e grande rito sacramentale (messa) è costituito dal gesto più comune ed umano: [una] refezione familiare. Tutti i giorni la famiglia si raduna attorno alla tavola. [L]'atto del mangiare, che potrebbe essere volgare, [viene] nobilitato, compenetrato di intel[l]igenza ed amore: vi è un'arte, quasi una liturgia della tavola.

a. Si parla e si asco[l]ta. [Siedono in comune] genitori, figli, intel[l]ettuali, amici, politici, affaristi. Scambio di pensieri e di affetti.
Gesù stesso [scambia con noi] intime confidenze. Nell'intimità dell'ultima cena [ha detto]: «Io vi ho chiamati amici, perché vi ho svela-t0...».3
3 Gv 15,15.

  1. Si offre. Gli invitati [si scambiano] amicizia, doni. Gli ospiti: tavola accogliente, [il] meglio [che si ha in casa]; scambi naturali e spirituali: [rendono] dolce e intima l'ora passata attorno alla tavola.
  2. Ci si comunica vicendevolmente: l'ora dell'effusione, [dell]'intesa, [dell]'unione. [Com'è] triste [mangiare tra sconosciuti in una] trattoria! — La famiglia dopo la dispersione della giornata [ritorna] unita.
  3. [Quale gioia poter] festeggiare un incontro, un avvenimento, [una] promoz[ione], un matrim[onio]... attorno a un desco familiare! Applicazione trasparente: nella messa, [che è un]'azione sociale e comunitaria, si parla, si offre, si comunica. Tutta la f[amiglia] dí Dio vi prende parte attiva, pur in modo e grado diverso.

(a) Nella prima parte, dall'inizio all'off[ertorio], il Padre di f[amiglia] parla ai suoi figli e convitati attraverso la voce dei suoi profeti ed apostoli (ep[istola]), e del suo Figlio (vangelo), [e del] sacerdote.
I figli ascoltano, ed anch'essi parlano al Padre. Non sono come i commensali di d[on] Rodrigo che dicevano sempre] di sì, fino a ridursi alla frutta ad essere incapaci di dir di no!4

  1. [Chiedendo] perdono nel Confiteor,
  2. lodandolo nel Gloria,
  3. implorando negli oremus, — protestandogli la propria fede nel Credo. Ecco il colloquio della famiglia di Dio attorno alla mensa del Padre.
  4. Nella seconda parte della messa (offertorio e consacraz[ione].

Si offre: I figli tutti insieme, per le mani del sacerdote loro ambasciat[ore], offrono al Padre il pane e il vino, ciò che hanno di meglio e di più prezioso: frutto, elementi essenziali] di v[ita]; egli li restituisce loro trasformati nel corpo e sangue di Cristo: ciò che il Padre ha di più grande, il suo Figlio unigenito.
Nella consacraz[ione] poi, il Figlio primogenito offre se stesso al Padre, immolandosi misteriosamente e rinnovando incruentemente lo strazio della croce, si offre a nome degli altri fratelli, insieme a loro, per la gloria del Padre ed il vantaggio di tutta la famiglia. La consacrazione] è l'offerta non solo del Capo, ma di tutto il Corpo mistico attraverso il Capo. [La] messa è il sacrificio del Cristo totale, Capo e corpo.
4 «In faccia ai due cugini, due convitati oscuri, de' quali la nostra storia dice soltanto che non facevano altro che mangiare, chinare il capo, sorridere e approvare ogni cosa che dicesse un commensale, e a cui un altro non contraddicesse» (A. MANZONI, I promessi sposi, c. 5).

  1. Nella terza parte] della messa (comunione) tutta la famiglia si comunica. Mangiano tutti la stessa carne sacrificata e diventano tutti una sola cosa con Cristo e tra loro. Concorporeí e consanguinei con Cristo e in Cristo col Padre e tra loro. «Noi tutti che siamo molti, diventiamo uno, perché mangiamo lo stesso pane».5 Eucaristia è vincolo di carità, glutine di unione, principio di concordia, centro di unità, salvaguardia di pace. «S[ignum] unitatis, vinculum caritatis».6

Nel più antico docum[ento] cristiano che parli dell'eucaristia, [la Didaché, leggiamo]: «Come il pane euc[aristico] è formato da molti grani che erano prima dispersi nei campi, e poi furono macinati e impastati e fusi insieme; come il vino euc[aristico] è formato da molti acini che prima erano sparsi nelle vigne sui colli, e poi furono fusi insieme a formare la stessa bevanda; così la famiglia di Dio diventa una sola cosa, nutrendosi della stessa euc[aristia]».7 Se in due andiamo alla com[unione] col cuore diviso e separato, noi laceriamo la carne [di Cristo]. Se accanto al n[o]s[tro] altare noi sentissimo palpitare tutta la n[o]s[tra] famiglia unificata e concorde nel vincolo di Cristo, il problema della carità fraterna sarebbe più facilmente risolto. Come crescerebbe in noi il senso sociale e comunitario della chiesa! Come crescerebbe il n[o]s[tro] amore alla chiesa, quale prolungamento di Cristo vivente nei secoli! [L'eucaristia si colloca] al centro del mondo.
II. Vivere la messa in tutta la sua efficacia santificatrice. Vivere la messa non vuol dire altro che fare della propria vita una messa, cioè un offertorio, una consacraz[ione], una com[unione].
1. Un offertorio continuo.
La vita non è degna di essere vissuta... Restituire a Dio [ogni] fibra, azione, attimo [che abbiamo ricevuto] da Dio.
Deporre sulla patena [la] mente, [il] cuore, [la] libertà, [i] timori, [le] pene, [le] delus[ioni], le noie, [i] voti. Piccole gocce nel vino del calice. «Accetta, o Padre santo».8
2. Una consacrazione.
5 1 Cor 10,17.
6 SANT'AGOSTINO, In Ioannis evangelium 26,13 = PL 35,1610; cf. anche C 031, punto VI.
7 Didaché 9,2-4.
8 Dal Canone romano.
Tutto l'essere deve venire consacrato e dev'essere trasfigurato in Cristo: [i] pensieri, [le] parole, [i] desideri, [gli] affetti, [l]'azione, battesimo, professione, consacraz[ione]. Essere per lui come le speci[e] euc[aristiche]. Non [sono più] io.9 Di un consacrato [Gesù dovrebbe poter affermare]: Questo è un altro me stesso. Il problema della purezza è un corollario di quel senso di rispetto, dignità, elevatezza, nobiltà con cui trattiamo il n[o]s[tro] corpo come una realtà consacrata.
3. Una comunione: intimità, amicizia, solidarietà, accordo, calda simpatia...,10 sentimenti, gusti, emozioni, parole, gesti, sintonia. Personificarlo, come l'attore drammatico.
Vivere la messa vuol dire che [ogni] giornata dev'essere per te una messa continuata e prolungata.
L'offerta di Gesù ha avuto due tempi [distinti]: [l'offerta rituale; [la] realizz[azione] dell'offerta.

  1. Primo t[empo]: nel cenacolo: «Questo è il mio corpo, [questo è il mio] sangue». [È un] gesto rituale che il sacerdote] ripete nella messa. «Andiamo».
  2. Secondo t[empo]: fuori: nella passione. La cena senza la passione non avrebbe senso, né valore.

Realizzaz[ione] pratica e particolareggiata nelle lunghe ore della pass [ione]: Getsemani, Caifa (capo), Pilato (sangue), Calvario (corpo), croce (corpo [e] sangue). Ite!
La tua messa deve abbracciare due tempi [o] atti.

  1. Primo t[empo]: la mezz'ora del mattino, in cui tí offri generosamente in blocco per le ore che seguiranno.
  2. Secondo t[empo]: la realizzazione dell'offerta effettiva e particolareggiata attraverso i vari momenti: studio» difficoltà. Al mattino, q[uan]do chiudi la porta dietro di te, la messa contin[ua].

Norvegia. Credessimo!12
9 Gal 2,20.
10 Precedono tre parole illeggibili. Forse: senza nessun...
11 Seguono due parole illeggibili.
12 Sull'angolo sinistro. Di difficile integrazione.

LE OLIMPIADI DELLO SPIRITO
043. Le olimpiadi dello Spirito
(Torino, Crocetta, inizio sett. 1960, esercizio di buona morte)'
Non vi dispiaccia che, per questa breve introduzione all'esercizio di buona] m[orte], prendiamo lo spunto dall'avvenimento che in questi giorni polarizza l'attenzione del mondo intero: la XVII olimpiade dell'era moderna. Milioni di persone in tutte le regioni della terra possono seguire, per la prima volta attraverso la televisione, i gi[u]ochi olimpici. E vedo che anche noi, filosofi e teologi austeri, non siamo rimasti completamente indifferenti. Ebbene, per uomini seri e pensosi, quali noi tutti vogliamo essere, le olimpiadi, lungi dall'essere un pericoloso diversivo dalla riflessione austera del nostro ritiro mensile, possono diventare occasione e stimolo a salutari riflessioni.
Del resto non abbiamo un luminoso precedente ed esempio nello stesso san Paolo? Tutti ricordiamo il passo suggestivo della prima lettera ai cristiani di Corinto, nel quale l'apostolo con felicissima parabola paragona la vita cristiana ad una competizione atletica per conquistare un premio eterno. E in particolare, alludendo verosimilmente ai giuochi che ogni due anni si svolgevano presso Corinto, ricorda due famose competizioni atletiche: la corsa nello stadio («Omnes quidem currunt, sed unus accipit bravium»),2 e la lotta al pugilato («Non combatto all'impazzata, come chi dà pugni all'aria, ma con precisione colpisco il mio corpo e lo metto "knok ow"»).3 E termina con un'altra chiara allusione alle gare sportive del suo tempo: «Ne cum aliis praedicaverim, ipse reprobus efficiar», cioè, secondo il testo originale: faccio il possibile affinché io, che ho fatto da araldo per gli altri, non venga poi squalificato nella competizione. L'araldo era incaricato di annunciare i risultati, i nomi dei vincitori e degli squalificati.
1 Meditazione datata in base all'accenno alla XVII Olimpiade. L'oremus al quale si accenna al termine è quello della XIII domenica dopo Pentecoste, che nel 1960 cadeva il 4 settembre.
2 1 Cor 9,24.
3 1 Cor 9,26-27.
Ebbene, seguendo l'esempio autorevole di san Paolo, cerchiamo anche noi di ricavare dai giuochi olimpici qualche utile suggerimento per il nostro ritiro spirituale e per il mese che abbiamo iniziato.
Penso che ci possa essere dí aiuto, nella riflessione, il motto latino delle olimpiadi: «Altius, fortius, citius», che esprime efficacemente l'ideale e lo sforzo di ogni atleta nelle gare olimpioniche: più in alto, più fortemente, più velocemente. Noi li vediamo protesi nello sforzo immane di spingersi sempre più in alto nel salto; di mostrarsi sempre più forti nel lancio o sollevamento di pesi, di raggiungere il traguardo il più presto possibile nel[le] corse a piedi, ín bicicletta, in barca. Attraverso un allenamento severo, metodico e continuo di mesi e di anni, un atleta riesce a migliorare progressivamente le sue prestazioni, a superare ogni giorno se stesso, e finalmente a conquistare quei record o primati olimpionici che fanno strabiliare tutti.
Dal motto olimpico potremmo raccogliere tre utili lezioni o insegnamenti, quasi tre semi di contemplazione da far germogliare e maturare nel solco della nostra riflessione personale.
I. Suggerimento generale. Nella vita spirituale, come in quella sportiva, il segreto del successo è lo sforzo metodico e costante. Senza una volontà forte e tenace non si conclude nulla di serio.
— Gesù esigeva dai suoi discepoli unità e stabilità di volere. Chi si stanca e volge indietro lo sguardo non è fatto per lui,4 chi non sa essere forte e deciso fino alla violenza, non raggiungerà il traguardo del regno.'
— Il valore di un uomo, diceva s[ant]'Agostino, dipende dalla sua capacità di volere: «Homines sunt voluntates». Anche una grande intelligenza è inutile senza una forte volontà. È come un bel libro in mano a un cieco.
4 Lc 9,62.
5 Mt 11,12.

— Sull'ingresso di una scuola americana sta scritto:
«Hai perduto del denaro? Hai perduto nulla.
Hai perduto la salute? Hai perduto qualcosa.
Hai perduto l'onore? Hai perduto molto.
Hai perduto la b [uona] v[olontà]? Hai perduto tutto!».
— Ci sono tre modi di volere (diceva íl p [adre] de Ravignan):
volere solo quando non costa: è dei deboli;
volere quando costa: è dei forti;
volere appunto perché costa: è degli eroi, dei santi, che sono i campioni olimpionici della santità.

  1. L'uomo forte, di carattere, è colui che
  2. vede chiaramente ciò che deve fare;
  3. vuole fermamente ciò che ha visto;
  4. fa costantemente ciò che ha voluto.6

La coerenza tra vedere, volere e fare costruisce il carattere forte e indomabile.

  1. Per conquistare questa forza e potenza di volontà, ci sono tre mezzi complementari: tre leggi della formaz[ione] del carattere.

«Sic curro, non quasi in incertum».-7 so esattamente dove devo arrivare. L'atleta, prima di saltare, si concentra, fissa il traguardo da superare, raccoglie tutte le sue energie, e scatta in alto come una palla.

  1. La legge dell'ideale: sapere con precisione che cosa si vuole ottenere. Un'idea viva, chiara, concreta, precisa, attraverso la concentrazione prolungata dell'attenzione giunge ad occupare così intensamente il campo della coscienza, da passare all'azione. Ma ci vuole la concentrazione di tutte le proprie energie su un p[un]to, fino a convincersene, a imbeversene, ad esserne totalmente dominati.

Il segreto del successo è dunque proporsi un ideale vivo e concreto (Gesù, la chiesa, le anime), che diventi la passione dominante di tutta la propria vita. Pensate quale potenza fu per don Bosco l'idea della salvezza dei giovani. Per san Paolo la passione per Cristo. Per san Francesco l'ideale della povertà. Pianificare la propria vita, stabilirsi programmi nitidi e concreti: potenzia le energie, sostiene nella stanchezza, moltiplica il tempo.
La legge del progresso è la legge dell'allenamento o dell'esercizio, cioè della ripetizione costante dei medesimi atti. Come l'abilità sportiva, tecnica, artistica si accresce e perfeziona con l'esercizio quotidiano, così anche la volontà e la forza di carattere: «Perseverando arrivi». Come scrivendo si impara a scrivere sempre meglio, saltando si impara a saltare sempre più in alto, così volendo si impara a volere sempre più fortemente. Cessare dall'esercizio vuol dire perdere automaticamente di quota. La costanza nell'esercizio è il segreto del successo. «Exerce te ipsum ad pietatem».8
6 Per lo sviluppo della sezione che segue cf. anche E 044.
7 1 Cor 9,26.
3. La legge dell'intensità. Sec[ondo] san Tommaso un atto molto intenso serve [di] più a rafforzare la virtù, che molti atti fiacchi. Ogni giorno meglio del giorno precedente, ogni settimana meglio della settimana precedente.
Fare le più piccole cose con l'animo che metterei a morire martire. Corde magno et animo volenti.9 Sempre più e sempre meglio, senza stancarsi mai: altius, fortius, citius. «Protendendomi sempre in avanti», diceva san Paolo, alludendo ancora alle gare sportive del suo tempo: «Ad ea quae priora sunt extendens me ipsum». «Crescamus in illum per omnia, in virum perfectum, in mensuram aetatis plenitudinis Christi».'°
Ecco dunque il primo suggerimento generico, offertoci dal motto delle olimpiadi: la legge dello sforzo metodico e costante: lavorare con metodo e continuità.
II. Ma vi è un secondo insegnamento, particolare, suggeritoci dalla formula olimpica: altius, fortius, citius, e questo riguarda i singoli campi in cui principalmente dobbiamo esercitare il nostro sforzo progressista. E sono i tre settori principali dell'attività soprannaturale, le tre dimensioni basilari della vita cristiana: la fede, la speranza, la carità, tre facoltà operative dell'organ[ismo] sopr[annaturale], tre principi del dinamismo soprannaturale.
Non vi sembri una stiracchiatura irriverente, se io mi permetto di accostare il motto olimpico (altius, fortius, citius) alla preghiera che la chiesa ci fa recitare nell'oremus della prossima domenica: «Da nobis, qfuaesumusi Domine, fidei, spei et caritatis augmentum».
1) Altius in fide: aumentare la nostra fede. La fede è l'occhio divino che Dio ci ha trapiantato nel n[o]s[tro] organismo soprannaturale, affinché noi potessimo vedere le realtà divine e quelle create con gli occhi stessi di Dio.
Quanto più grande è la nostra fede, tanto più in alto (altius) veniamo sollevati; tanto più si allarga l'orizzonte delle nostre conoscenze soprannaturali, tanto più profondamente (altius) penetriamo i misteri della n[o]s[tra] salvezza nascosti nel seno di Dio. La fede non è un muro o [un] velo che nasconde, ma una finestra aperta sull'infinito; non è una catena, ma un'ala che ci solleva all'altezza stessa di Dio; non è una schiavitù, ma un potenziamento dell'intelligenza, resa capace di conoscere quella verità che tanto ci sublima.11
8 1 Tm 4,7.
9 2 Mac 1,3.
10 Fi13,13;
11 Ef 4,13.

  1. Citius in spe: aumentare la nostra speranza. La speranza è la sicura aspettativa della vita eterna. Sicura, perché basata su Dio stesso; aspettativa, perché quasi affretta (citius) col desiderio il compimento delle divine promesse. La speranza è un anticipato possesso dell'infinita gioia in cui Dio è in se ex se beatissimus. È la nostalgia dell'amante che sospira e anela impaziente verso l'amato. I primi cristiani erano impazienti nell'attesa del dies Domini. Ricordiamo l'accorata invocazione che chiude il N[uovo] T[estamento]: «E lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni. Vieni, Signore Gesù!».12

Il cristiano è come il prigioniero che, dietro i fili spinati del campo di concentramento, si strugge di nostalgia per la patria lontana e attende che risuoni l'annuncio della liberazione: «Si torna a casa!».'3 In forza della speranza, il cristiano, pur temendola, ama e desidera la morte. Desiderium habens dissolvi et esse cum Christo.14 Non vede l'ora di poter arrivare alla casa del Padre, socchiudere la porta e dirgli: «Padre mio, eccomi finalmente, sono qui». «Citius, citius».

  1. E finalmente «fortius in caritate»: aumentare la forza, la veemenza della carità. La carità è il cuore divino che Dio ha trapiantato in noi, perché potessimo amare lui, i suoi figli e ogni altra cosa come lui stesso ama.

La carità è una montagna che ha le sue radici sulla terra, ma la sua vetta in cielo, oltre le nubi del tempo; perché è l'unica virtù teologale che non cessa con la morte, ma si perpetua nell'eternità.
Come si ottiene questo progresso nella fede, nella sp[eranza], nella carità?
1. Con la preghiera:
— da nobis fidei, spei, caritatis augmentum;

  1. credo, Domine, sed credam firmius; — spero, sed sperem securius,
  2. amo, sed amem ardentius.

11 «... e quel son io che su vi portai prima I lo nome di colui che 'n terra addusse I
la verità che tanto ci sublima» (DANTE ALIGHIERI, Divina commedia, Paradiso 22,4042).
12 Ap 22,20.
13 Cf. R 077.
14 Fil 1,23.
— Domine, adauge nobis fidem.15
— Credo, Domine, adiuva incredulitatem meam.16

  1. Emettendo frequenti, e intensi, espliciti atti di fede, di sp[eranza], di carità.

Questa è la vera occupaz[ione del cristiano come tale: credere, sperare, amare; come la funzione del sole è splendere, dell'uccello è volare.

  1. Trasformando tutta la vita in fede, speranza, carità, di modo che ogni mia azione cosciente sia illuminata dalla fede, sostenuta dalla speranza, animata dalla carità. E così la n[o]s[tra] vita sia una vita dí fede, di speranza, dí carità, come dice san Paolo: «lustus ex fide vivit».17 Evidentemente di una fede viva e operosa, che agisce per mezzo della carità: «fides quae per caritatem operatur».18

Noi non sappiamo a quali vertici di santità giungeremmo in poco tempo, se ci mettessimo alacremente per questa strada. Conquisteremmo dei records e dei primati davvero meravigliosi nelle olimpiadi della santità, in questo grandiosissimo stadio in cui non centomila uomini, ma tutti [i] membri della chiesa m[ilitante], purgante e trionfante ci stanno a contemplare.
Concludiamo con l'oremus  della prossima domenica, che può essere davvero definito la preghiera olimpionica per eccellenza: «Fa', o Signore, che cresciamo continuamente nella fede, nella sp[eranza], nella carità, e affinché possiamo raggiungere il traguardo che ci prometti, fa' che amiamo ciò che ci comandi. Per Cristo n[ostro] S[ignore]. Amen».
15 Lc 17,5.
16 Mc 9,23.
17 Rm 1,17.
18 Gai 5,6.
044. Il. [La maturità della volontà]: fortius
(21 ottobre 1955, Valsalice, liceali del terzo anno)
Ho visto una grande montagna, la vetta immacolata coperta dal sole, le pendici erte e scoscese. Ho visto gruppi di giovani tentarne la scalata; molti scivolar nei burroni; moltissimi buttarsi sfiancati sul sentiero; pochi giungere vittoriosi alla vetta. Davanti ai vostri sguardi si apre la vita, come una vetta difficile e rischiosa da conquistare.19 Ma ogni aspra conquista esige forza di volontà, carattere virile e temprato alle lotte e alle difficoltà. Fortius.
Accanto alla maturità del cuore, di cui parlavamo ieri sera, sarà vostro compito consolidare quest'anno la maturità virile della vostra volontà, del vostro carattere.
I. Nella formazione di un giovane questo è uno dei gangli vitali. Non dico che tutta l'opera di e[d]ucazione si riduca a ciò; ma è certissimo che, senza una volontà salda e temprata, tutta l'opera dell'educazione è fatalmente destinata al fallimento. La causa di quasi tutti gli insuccessi, fallimenti, sviamenti di un giovane è la debolezza della sua volontà; è il suo orrore per lo sforzo, specialmente per lo sforzo durevole. La passività, la leggerezza, la dissipazione, l'incostanza, sono altrettanti nomi per designare questo fondo di torpore, di debolezza, che [rappresenta] per la natura umana ciò che è il peso per la materia.
Sul frontone di una scuola americana sta scritto: «Hai perduto del denaro? Non hai perduto nulla. Haí perduto la salute? Hai perduto qualche cosa. Hai perduto l'onore? Hai perduto molto. Hai perduto la buona volontà? Hai perduto tutto!».
[ant]'Agostino, con frase incisiva, diceva: «Homines sunt voluntates». L'uomo tanto vale, quanto vuole. Il suo valore risiede soprattutto nella sua forza di volontà. La buona volontà può supplire tutto nella vita; ma non può essere supplita da nulla, né dai parenti ricchi, né da professori dotti, né da educatori abili, né da amicizie influenti, e neppure dalla grazia di Dio. Perfino l'intelligenza più acuta in un giovane svogliato è un'arma spuntata, un libro bello in mano a un cieco.
19 La stessa metafora si riscontra in E 047. Per la prima conversazione tenuta a Valsalice, [La maturità del cuore]: altius, cf. E 008.
Descartes aggiungeva: «La volontà è ciò che in noi vi è di più personale; la nostra intelligenza e la nostra sensibilità non sono che nostre, la nostra volontà siamo noi stessi». La nostra intelligenza è quella che è, ma la nostra volontà è quella che vogliamo noi.
Senza una volontà ben temprata, senza unità e stabilità di volere nella vita non si conclude nulla, in nessun campo. Gli uomini che hanno lasciato una qualche traccia di sé, che fecero qualche cosa di utile, di duraturo, di stabile, furono tutti dei volitivi, uomini dalla volontà tagliente, risoluta, indomabile, irremovibile, una volontà che frantuma ogni difficoltà, che spacca le pietre.
Non penso sia necessario aggiungere altre parole per convincervi della improrogabile necessità di lavorare alacremente a formarvi una tale volontà.
II. Ecco ora il quadro del giovane abulico e senza volontà. Sono i giovani partigiani del minimo sforzo, viaggiatori stanchi al mattino, lottatori spossati prima di aver combattuto. Sorvolano, sfiorano tutto, senza approfondire nulla.
Sono per le mezze tinte e le mezze misure, fanno tutto a metà, a un di presso. Giovani che subiscono tutte le influenze, non sono se non delle repliche o riflessi dei vicini; fanno pensare se non sia vero che l'uomo discenda213 dalla scimmia.
Vittime del rispetto umano, ossessionati dall'idea di ciò che penseranno gli altri; eco dell'ultimo che parla; cera molle; muricciolo basso su cui chiunque può andare a sedersi.
Incostanti e variabili come il tempo, ora sereni come pasque, poco dopo cupi come un temporale; oggi entusiasti, domani scoraggiati. Impressionabilissimi. L'esattezza, la precisione, la perfezione, la puntualità, la costanza non sono davvero il loro forte.
Vedeteli nello studio, ad es[empio]: prima di incominciare un lavoro, quanto tempo perdono; in un quarto d'ora cambiano cinque libri. Fanno ogni cosa freddamente, tristemente, svogliatamente. Nessun vigore e precisione di movimento. Quanto tempo perso in letture vuote, inutili, inconcludenti, frammentarie, senza un piano e uno scopo prefisso e metodico! Perdono21 le giornate, i mesi, gli anni, salvo quelle violentissime indigestioni che accompagnano regolarmente il parossismo degli esami. Che cosa serva poi e quanto resti di un tale imbottigliamento di nozioni non digerite, non sedimentate, non assimilate progressivamente e ordinatamente, lo dimostra l'esperienza.
20 Nell'originale: non discenda.
21 Nell'originale: perde.
I risultati si indovinano. Che fallimento dell'opera educativa! Fin quando sono ben inquadrati tra le mura di un collegio, questi nemici dello sforzo restano in piedi, ma aspettateli all'aperto e vedrete che tutto crolla come un'impalcatura posticcia e fradicia.
Sulla tomba di un tale giovane qualcuno propose di scrivere: «È morto, non era vivo; faceva finta di vivere. I vivi sono quelli che lottano».
Esistere basta per il minerale; vegetare basta per la pianta e l'animale; vivere, vivere intensamente, ad alta tensione, s'impone all'uomo.
Questi giovani hanno pure la loro filosofia: chi va piano, va sano e va lontano (e non arriva mai!). Chi troppo vuole nulla stringe. Il coraggio uno non se lo dà.22 Non fare oggi quello che puoi tramandare a domani. Ciò che non fai tu lo farà un altro. C'è più tempo che vita. E soprattutto... non troppo zelo! Massime dei mediocri, filosofia della miseria. Domani, che saranno costoro, domani? Oggi pecorini, domani pecoroni. Le piccole vigliaccherie di oggi preparano i grandi tradimenti di domani. Bossuet diceva al Delfino di Francia: «Altezza, voi oggi trascurate le leggi della grammatica, domani disprezzerete quelle della vita. Oggi malmenate le parole, domani malmenerete la cose e le persone».23
III. Fissiamo ora il nostro sguardo sul rovescio della medaglia, sull'uomo di carattere, energico e volitivo.24
Lo potremmo stagliare così: uomo di carattere adamantino è colui che:

  1. vede chiaro ciò che deve fare; — vuole ad ogni costo ciò che ha visto;
  2. fa sempre ciò che ha voluto.

Vedere, volere, fare; chiarezza e precisione. Nel vedere, piani ben definiti; vigore ed energia nel volere; precisione e costanza nell'agire. Nessun divorzio, nessuna incrinatura, nessuna incoerenza tra questi tre fattori. Qui è il segreto e l'essenza di un carattere vigoroso e forte; nella piena coerenza tra la convinzione, la volontà e l'azione.
22 «Anche questi santi son curiosi, — pensava intanto don Abbondio: — in sostanza, a spremerne il sugo, gli stanno più a cuore gli amori di due giovani, che la vita d'un povero sacerdote. — E, in quanto a lui, si sarebbe volentieri contentato che il discorso finisse lì; ma vedeva il cardinale, a ogni pausa, restare in atto di chi aspetti una risposta: una confessione, o un'apologia, qualcosa in somma. "Torno a dire, monsignore", rispose dunque, "che avrò torto io... Il coraggio, uno non se lo può dare"» (A. MANZONI, I promessi sposi, c. 25).
23 Concetti analoghi sono espressi anche in E 045.
24 Per lo sviluppo di questa sezione cf. anche E 044. La personalità umana di Gesù è tracciata seguendo il medesimo schema (0 115; C 004).
Tre dunque sono le leggi fondamentali che reggono la formazione di un tale carattere.

  1. Legge dell'ideale o della convinzione. Nessuna cosa è tanto generatrice di forza e di energia, quanto una solida e ben radicata convinzione, quanto un ideale luminoso e affascinante. Voler diventare tutto ciò che si può diventare, voler essere qualcuno. La più grande disgrazia del giovane è di rinunciare a fare il suo nido fra le stelle, di25 rinunciare alle vette dell'eroismo e della vera grandezza, per adagiarsi negli acquitrini della mediocrità. Poter essere qualcuno e rimanere uno qualunque.

Una grande e luminosa idea riempie di sé tutto il campo dello spirito; oscura ogni altra idea divergente; assorbe e unifica tutte le energie dello spirito, diventa la dominante psicologica di tutta la vita: una tale idea, lungamente fecondata e macerata nella riflessione, diventa onnipotente e si traduce irresistibilmente in azione.
Niente è più importante nella vita che avere alcune (poche), ma profonde convinzioni, che siano le direttrici di marcia, le chiavi di volta della nostra formazione ed attività.
E alla luce di tali convinzioni bisogna pianificare la nostra attività intellettuale, morale, sociale. Senza un piano non si fa nulla. Un piano ben determinato, un regolamento di vita, in cui siano indicati gli scopi da raggiungere, la via da seguire, i mezzi da usare, il modo di impiegare il vostro tempo. Per una battaglia, per un edificio, per una strada, per un esercizio finanziario il piano è tutto. E volete che non sia così nella delicatissima opera della vostra formazione? Siate ingegneri prima che manovali; siate strateghi e non caporali, siate dei capi e non dei camerieri. Non andate avanti all'impazzata, a mira di naso, seguendo il capriccio e l'impulso del momento: ci vuole ordine, metodo e continuità. Pianificare la propria vita.
«Quando un uomo di capacità ordinaria concentra tutte le sue facoltà e tutti i suoi mezzi su di un unico scopo, lavorando con fermezza e senza divagare, deve raggiungerlo» (maresciallo Foch). Concentrarsi su un punto. Pianificarsi.

  1. Legge dello sforzo. Volere energicamente ciò che si è visto e stabilito. Lo sforzo è la molla di ogni progresso, è il segreto di ogni riuscita. L'uomo di carattere è colui che non solo si impegna nello sforzo, ma ha l'abitudine, il gusto dello sforzo. Io vorrei che tutti proclamassimo la crociata dello sforzo, e che ci allenassimo così a volere fortemente.

25 Nell'originale: le.
Vi sono tre modi di volere.

  1. Volere quando non costa nulla. È appena volere; è un seguire il declivio, un abbandonarsi. Volere così non è [un] valore. Non tempra íl carattere, ma prepara alle più deplorevoli sorprese.
  2. Volere, anche quando costa. È duro: tanto peggio. Questo è coraggio.
  3. Volere perché costa. Cí sono quelli che dalle difficoltà si sentono punti, stimolati, incoraggiati, ma ve ne sono pochi: sono gli eroi. Io devo essere dí quelli. Bisogna mettersi per questa via, decisamente. Non v'è se non il primo passo che costi. Appena uno ha fatto un passo fuori della mediocrità, è salvo, perché assapora la gioia inebriante dello sforzo e del dominio. La gioia per la vita è ciò che la vela è per la nave; una vita senza gioia è una nave senza vela, ma la gioia non consiste nel soddisfarsi e nell'accontentarsi, ma nel superarsi, nel vincersi. La gioia più grande nasce dal possedere se stessi.

Volere dunque fortissimamente le cose che ci siamo proposte, volerle anche se ci costano e ci fanno sanguinare. Il generale Serret nel testamento ai suoi soldati [lasciava scritto]: «Se state esitanti tra due strade, state sicuri che bisogna scegliere la più penosa».
E tutto questo con spirito di iniziativa, di audacia, di offensiva. In guerra è il più prezioso dei vantaggi quello dell'iniziativa: si evita di essere manovrati dal nemico. La vittoria è finalmente figlia dell'offensiva. «Io attacco» era il motto caro al maresciallo Foch. Osare, non essere facili ad ammettere una cosa come impossibile. È meraviglioso il numero delle cose impossibili, che le persone risolute riescono a fare. Un curioso proverbio americano dice: «Non addormentarti pensando che una cosa sia impossibile; rischieresti di essere svegliato da un altro che la sta compiendo».
3. La [terza] legge è quella dello spirito di nobile precisione nel fare ciò che abbiamo visto e voluto. Esercizio delle cose ordinarie fatte con grande animo. Esercitare, allenare la volontà nella fedeltà magnanima ai piccoli doveri di ogni giorno.
Poco, ma con continuità e perseveranza. Durare, durare, durare. Perseverando arrivi. Niente forma tanto il carattere come la perseveranza, la fedeltà, la continuità. Per impar[ar] e a volere nelle grandi occasioni, nessun mezzo migliore esiste che allenarsi nelle piccole... Io sarò forte nelle grandi circostanze, se avrò imparato ad essere forte nelle piccole. Giacché l'essere forte nelle piccole è già un segno di ardire e di eroismo. Di uno slancio passeggero tutti sono capaci. Ma26 uno slancio perpetuo, che vada da ogni mattina a ogni sera, dalla prontezza alla levata al silenzio prescritto dopo le preghiere... ecco ciò che dimostra un coraggio eroico e un dominio di sé.
Poco, ma con grande animo: corde magno et animo valenti. Bisogna mettere in ogni cosa l'amore che metteremmo nel morire martiri. Se accettata e vista così, la vita e la disciplina del collegio diventa una magnifica palestra di vita e una insuperabile scuola di energia e di carattere.
Vedete ad [e]sempio l'ubbidienza ai superiori, al regolamento, agli impegni scolastici. Vi sono dei cattivi modi di ubbidire:

  1. vi sono gli schiavi, che ubbidiscono per paura;

— gli ipocriti che fingono una sottomissione puramente esteriore; — i cortigiani che strisciano vilmente;

  1. gli svogliati che si trascinano.

Questo ubbidire, evidentemente, non solo non forma il carattere e la coscienza, ma li falsa e li avvilisce, forma i deboli e i ribelli, è lo spegnitoio di ogni personalità. Allora il collegio, invece che un trampolino per la vita, diventa una trappola.
Ma quando l'ubbidienza e la fedeltà ai propri doveri di studio è spontanea, intelligente, convinta, nobile e generosa, allora ci arricchisce nell'ordine intellettuale e morale; ci plasma e ci fortifica, come gli argini potenziano l'acqua incanalata. Allora l'ubbid[ienza] non è una perdita, ma un guadagno. Non una diminuz[ione], ma una forza per la vita.
A Roma, in via 20 Settembre, sorge la chiesa di s[anta] Maria delle Vittorie, celebre soprattutto per la statua del Bernini, rappresentante l'estasi di s[anta] Teresa. Ebbene, un giorno che la chiesa era deserta, un vecchio signore vi entrò con un lungo involucro sotto il braccio. Andò ai piedi dell'altare e vi depose l'involucro, poi uscì. Il sagrestano, che aveva osservato la scena, aprì l'involucro e apparve luccicante una sciabola con sull'elsa incisa la scritta: «T[h]aon di Revel Duca del Mare». Il vecchio soldato aveva deposto sull'altare la spada delle sue cento battaglie.27
In questo inizio dell'anno più decisivo per la vostra vita, deponete anche voi ai piedi di Gesù la spada fiammeggiante della vostra buona volontà, affinché col suo aiuto possiate temprarla per le lotte e le vittorie della vostra vita.28
26 Nell'originale: Ma di.
27 L'episodio è narrato anche in 0 039.
28 La conversazione dal titolo «Citius» non ci è pervenuta. Una trattazione di questo punto si ritrova in quella intitolata: «Le olimpiadi dello spirito» (E 051).
045. La buona volontà
(Meditazione per novizie delle Figlie di Maria Ausiliatrice)29
Avete osservato quale superbo spettacolo si offre allo sguardo oggi per chi si affaccia ad un balcone, a una finestra della v[o]s[tra] casa? Tutta la catena delle alpi, dal Col di Cadibona fino alla catena del Rosa: il Monviso solitario e svettante, il Rocciamelone che custodisce l'ingresso della val di Susa, il Gran Paradiso, il monte Bianco, il Cervino, il Rosa. Anche il vostro noviziato è un alta vetta nevosa, sulla cui cima brilla con immacolato candore la perfezione, il puro amor di Dio, che consideravamo stamattina. Ma il sentiero che porta alla vetta è spesso aspro e sassoso, ripido e scosceso, lungo e faticoso.
Domenica abbiamo parlato della guida: lo Spirito Santo il quale, e attraverso i superiori e per mezzo delle sue interne ispirazioni, ci previene, ci invita, ci ammonisce, ci sprona, ci spinge. Ma non basta la guida per scalare una vetta: bisogna avere delle buone gambe, dei buoni muscoli, dell'energia, della forza; bisogna volerlo. Oggi parleremo della buona volontà.
La sorella di san Tommaso d'Aquino chiese un giorno a suo fratello che cosa dovesse fare per diventare santa, il segreto della santità. Quell'uomo, che aveva riempito il mondo dei suoi volumi, rispose con due parole, due monosillabi: «Si vis: se vuoi». Basta volerlo. Basta volerlo, ma non a qualunque modo. Volerlo con volontà efficace, decisa, risoluta, irremovibile, infrangibile, indomabile, [con] una volontà che travolge e frantuma tutte le difficoltà, con una volontà che spacca le pietre.
Bisogna volerlo, con la volontà di Domenico Savio, il q[ua]le, dopo una predica di d[on] B[osco] sulla necessità e facilità di farsi santi, decideva (sono sue parole): «Voglio assolutamente (notare l'avverbio) ed ho assoluto bisogno di farmi santo. Se non mi fo santo non fo nulla». Un ragazzo che sapeva volere. Bisogna volerlo con la volontà intrepida della M[azzarello], di cui Pio XI disse: «Fu una donna di una fortissima spina dorsale». «Mulierem fortem, quis inveniet? La donna forte chi la troverà?».30 Eccola, la donna forte, di cui canta la chiesa: Fortem virili pectore laudemus omnes feminam33 «lodiamo tutti la donna forte dal petto virile».
29 Nel 1995 la Madre Marinella Castagno ha sollecitato la stampa di questa meditazione per le Figlie di Maria Ausiliatrice, facendola conoscere in tutto l'Istituto. 3°Pr31,10.
Questa buona volontà, questa forza di carattere, questa unità e stabilità di volere è assolutamente necessaria oggi nello studentato, nel noviziato, come domani nella vita religiosa salesiana, nell'acquisto della santità come nell'apostolato. (Dio, che ci ha creato senza di noi, non ci fa santi senza dí noi, anzi, neppure ci salva senza di noi).
Sul frontone di una scuola americana sta scritto:
«Hai perduto il denaro? Non hai perduto nulla.
Hai perduto la salute? Hai perduto q[ual]c[osa].
Hai perduto l'onore? Hai perduto molto.
Hai perduto la buona vol[ontà]? Hai perduto tutto!».
Lo studio, ma soprattutto la santità e l'apostolato salesiano esigono caratteri energici, forti, volitivi; volontà temprate nel bene come l'acciaio, infrangibili nelle difficoltà come il diamante. Se no sarà un piccolo fallimento.
Che cosa potrà concludere nella santità e nell'apostolato una volontà fiacca, indecisa, debole, fluttuante? Cera molle che subisce tutte le impressioni! [Ci accontentiamo di restare] volontà sempre rimorchiate dagli altri, preda di ogni capriccio e sentimento, vinti prima di combattere, stanchi prima di aver camminato? Che cosa concluderemo nella vita?
Quadro della giovane32 fiacca: incostante e varia più del tempo, ora serena come una pasqua, subito dopo cupa come un temporale; ora entusiasta, [ma subito] scoraggiata; impressionabilissima; disordinata. Cambia propositi tutti í giorni; prima di incominciare un lavoro perde tempo: cambia cinque libri in un quarto d'ora. Arriva spesso in ritardo, senza sentirne alcun disagio. La ragazza dei se..., dei ma..., dei però..., dei vedremo..., dei condizionali..., dei press'a poco: l'esattezza, la precisione, la puntualità non è il suo forte. Domani... cras... cras...33 [Suo] motto [è]: chi va piano, va sano e va lontano (e non arriva mai!). «Filosofia della miseria».
L'uomo di carattere:
1) sa quello che vuole: vedere chiaramente, nettamente ciò che uno vuol fare;
31 Inizio dell'inno ai secondi vespri delle sante.
32 Correzione marginale, in luogo di: ragazza. Il contenuto di questa sezione è ripreso da un'omelia di avvento, tenuta per un uditorio dí ragazze.
33Il corvo era ritratto come simbolo dell'indolenza, dell'accidia, perché il suo verso sembrava ripetere cras... cras «domani, domani».

  1. vuole quello che deve fare: volere energicamente ciò che uno ha visto di fare;
  2. fa quello che ha voluto: eseguire ad ogni costo. Nessun divorzio. Costi quello che costi!34

I mezzi. Uno li riassume tutti.
L'esercizio, l'allenamento, la ginnastica della volontà nel volere le piccole cose difficili.
Suonando s'impara a suonare. Come dipingendo, s'impara a dipingere, così volendo s'impara a volere. Esercitare, allenare la volontà nella ginnastica delle piccole mortificazioni, a cominciare dalle cose più piccole: evitando le stranezze e le singolarità. Che gli altri possibilmente non se n'avvedano.
La gola a posto, gli occhi, la lingua, il portamento, il non appoggiarsi senza bisogno, la prontezza assoluta alla campana, la precisione in tutto ciò che facciamo; lo spirito di nobile precis[ione]; l[e] umiliazioni, le brutte figure, in cui il nostro orgoglio si macera e si liquefa; [il] dominio dei sentimenti di simpatia e antipatia, con metodo, con perseveranza, [con] continuità. [Mantenere L'esercizio nello scegliere, nell'affrontare, nell'eseguire le piccole cose che costano.
Davanti alle cose che costano ci possono essere tre categorie diverse [di persone].

  1. Quelle che vogliono, a patto che non costi. Nel noviziato va ancora bene, ma dopo? Fino quando ci sono i due muri del noviz[iato], si cammina bene... Ci vorranno sempre una maestra e non so q[uan]te assistenti, e non basteranno mai. E questa è viltà. S [anta] Teresina [suggerisce]: «Senza concedere mai nulla alla natura».
  2. Quelle che vogliono, anche q[uan]do costa. E questo è coraggio. Queste saranno buone religiose, utili e preziose nella congregaz[ione]. San Luigi [si era proposto un] «implacabile odium sui».
  3. Quelle che vogliono, appunto perché costa. E questo è eroismo. Queste saranno sante: saranno la forza e la gloria della congregaz[ione].

[Coltivare] la diligenza, la precisione, l'esattezza nelle piccole cose, evitando però le esager[azioni], le stravaganze, le singolarità. Le piccole cose [siano] fatte con grande animo, con grande esattezza, con grande precisione. Bisogna mettere in ogni cosa più piccola l'amore che metteremmo nel morire martiri. La santità, che non è una piccola cosa, è però fatta di piccole cose, come il mare di piccole gocce, come i grandi massi di piccole particelle. Ogni piccola vittoria su di noi, ogni piccola mortificaz[ione], ogni piccola rinuncia aumenta il potenziale della n[o]s[tra] volontà e la rende a poco a poco gagliarda e invincibile nel bene, la rende un pontentissimo strumento nelle mani di Dio e dei superiori.
34 Concetti analoghi appaiono in E 044.
Come la piccola pietruzza che silenziosamente si stacca dalla cima della montagna, rotolando nella neve diventa più grossa, diventa un [am]- masso, una valanga, e cresce procedendo ed aumenta ad ogni passo, diventando una forza travolgente ed irresistibile: così a poco a poco la n[o]s [tra] volontà. Con tale arma in mano potete guardare serene" al v[o]- s[tro] avvenire.
Non confondete la forza di volontà:

  1. con lo spirito di indipendenza, col non sapersi piegare. Non chiamate carattere forte uno che risponde, che fa scintille appena lo si tocca. Il forte è umile, il forte è docile, il forte è padrone di sé. Sa inchinarsi, sa piegarsi, sa mettere gli altri prima di sé (guardate M[aria] Mazzarello);
  2. non confondete la forza di volontà con la violenza e la scontrosità. Il cristiano non è un panzer, un carro armato: il forte è umile, è padrone di sé, e perciò è dolce, calmo, virilmente tenero, soavemente forte. Non scatta, non si irrita, non perde la calma, non alza le voce. Il forte è buono. La dolcezza di san Fr[ancesco] di Sales, di d[on] B[osco] è frutto non di debolezza, ma di fortezza, di dominio di sé, di carattere. Il forte fa la volontà d[egli] altri. Il forte è amabile;
  3. non [confondete la forza di volontà] con la cupezza, chiusa e melanconica. Il forte è amabile, sereno ed allegro. Pio X. All'opera. Perseverando arrivi.36

35 Nell'originale: sereni. La meditazione presenta oscillazioni tra genere maschile e femminile. Fu forse utilizzata per due gruppi distinti.
36 Capovolgendo il foglio, possiamo leggere nella sua prima stesura l'inizio della meditazione, successivamente cambiato: «Abbiamo studiato domenica scorsa la figura del nostro maestro di noviziato, che attraverso le ispirazioni dello Spirito] S [anto], ci ammonisce interiormente, ci sprona, ci guida alla santità. Dobbiamo oggi fissare il nostro sguardo sulla figura della novizia ideale. Qual è la disposizione fondamen[tale]...
046. [La volontà]
(1948?, Roma, giovani)37
Noi non pensiamo di trattare qui tutto il problema della formazione della volontà," ma soltanto a lanciare un appello pressante all'energia e a indicare con quale ginnastica intellettuale e morale si attui il gusto e l'abitudine dello sforzo. [Intendiamo far] decidere i giovani a coltivare questo gusto dello sforzo, a forgiare e riforgiare incessa(nte)mente la loro anima.
Lo sforzo può supplire tutto, ma non può essere supplito da nulla. I parenti, gli insegnanti, le situazioni, i talenti, le circostanze, lo spirito religioso possono facilitare o esercitare l'energia, ma niente può sostituire lo sforzo personale. Perfino un'intelligenza acutissima in un ragazzo svogliato non serve: è come un bel libro in mano a un cieco.
Vi sono molte misure per valutare la grandezza di un uomo. La più esatta e la più sicura è quella espressa in questa domanda: «Di quale sforzo è capace?».
[Esistono] giovani partigiani del minimo sforzo.
Viaggiatori stanchi al mattino, lottatori spossati prima di aver combattuto: sorvolano, sfiorano tutto, senza approfondire nulla. Sono per le mezze tinte e [le] mezze misure, fanno tutto a metà, tutto a un di presso. Giovani che subiscono tutte le influenze, non sono se n[on] delle repliche o riflessi dei vicini. Fanno pensare se non sia vero che l'uomo" discenda dalla scimmia.
Disposti a strozzare la propria coscienza, pur di non scomparire davanti alla bella faccia di un cattivo amico; eco dell'ultimo che parla, cera molle, buona pasta, muricciolo basso, sul quale può andare a... sede[r]si chi. vuole.
I risultati si indovinano. Che fallimento dell'opera educativa! Fin tanto [che] sono ben inquadrati, questi nemici dello sforzo, restano buoni...
37 L'intervento è scritto su ritagli di un cartellone simile a quello dove don Quadrio ha preparato il discorso di prima messa per il proprio paese (C 042). Proprio per la natura frammentaria dei fogli, non si è certi né della loro completezza né della loro successione. Questa «istruzione» e la seguente appartengono forse al gruppo di E 015-016, 024 (cf. L 053, p. 99).
38 Alcuni principi sull'educazione della volontà sono già raccolti da don Quadrio nel suo diario (6 agosto 1940, ore 18), come riflessioni personali sulle istruzioni sentite durante il corso di esercizi a Ivrea (Doc. 8-10). Per la fortezza di volontà in Cristo uomo cf. 0 115.
39 Nell'originale: l'uomo non.
René Bazin dava ai giovani questa parola d'ordine: «Siate dunque in prima fila, al primo posto, e se la sfortuna o l'ingiustizia ve lo impedisse, fate in ogni caso che si possa dire di voi: Merita di esserlo».
Hindenburg, così poco portato a fare delle confidenze, ha raccontato ch'egli possedeva un orologio ricevuto dalla regina di Prussia, quando aveva diciassette anni e serviva alla corte. Ed egli confessa: «Io ho guardato l'ora su questo orologio durante la battaglia di Sadowa, durante la battaglia di Gedau, durante le cerimonie a Versaglia, quando il mio re fu incoronato imperatore di Germania. Ed essa non mi ha lasciato fino al 1914 e dopo».
Alcuni amici volevano distornare un giovane aviatore dal partire. Gli dicevano: «Sarà duro!». «Pensate voi, rispose, che io sia fatto per lavorare sul soffice? Lavorare sul soffice va bene per i gattini!».
Il fine sublime dell'educazione è [aiutare a far] decidere i ragazzi e i giovani a essere quelli che (nella vita) contano e su cui si conta. Il mezzo principale è l'energia morale, lo sforzo personale.
Il collegio, la vita cristiana [sono] scuola di energia.
047. [L'ubbidienza]
(1948?, Roma, giovani)42
Vi è un cattivo modo di obbedire, o piuttosto vi sono dei cattivi modi. Vi sono gli schiavi che obbediscono per paura; gli ipocriti che fingono una sottomissione puramente esteriore; i cortigiani che si avviliscono; gli svogliati che si trascinano. Quest'obbedienza falsa la coscienza, avvilisce il carattere: è l'abdicare alla propria personalità. Forma i deboli e i ribelli. Il collegio, invece di una palestra, diventa una trappola. Non strisciare, ma nobilmente obbedire.
La vera obbedienza è volitiva (intelligente, nobile, degna, vigorosa) [e] amorosa.

  1. La scuola dell'obbedienza ci arricchisce nell'ordine intellettuale, morale. Difficilmente si vede riuscire un ragazzo che vuol fare di sua testa. I marinai dicono: «Chi non obbedisce al timone, obbedisce allo scoglio».
  2. Ci fortifica: come l'acqua di un fiume incanalata dentro gli argini.

Se i soldati del Grappa o del Piave non si fossero rimessi ciecamente ad una autorità superiore, considerata come indiscussa, se essi avessero insieme trattato la terribile questione: «Perché ci battiamo noi?» e se" ciascuno avesse risposto secondo la propria coscienza insufficientemente informata, in luogo di essere oggi degli eroi immortalati nelle lapidi e sulle statue delle pubbliche piazze ed esaltati in tutti gli anniversari, essi avrebbero avuto la sorte di essere messi davanti al plotone di esecuzione; in ogni caso essi non avrebbero salvato l'Italia.
L'obbedienza non è dunque una perdita, ma un guadagno, non una diminuzione, ma una forza per la vita.
La vita riserva a ciascuno di noi il contatto con delle forze che ci schiacceranno, se non abbiamo praticato il precoce apprendimento di una sottomissione intelligente e degna:

  1. non è durante l'inverno che si riempie il granaio;
  2. durante la carestia che si fanno le provviste;
  3. non è in tempo di guerra che si esercitano le truppe;
  4. bisogna nella gioventù contrarre la buona abitudine di obbedire.

42 L'intervento è scritto su ritagli di un cartellone come quello precedente (E 046), con le stesse problematiche testuali. L'inizio di questo si collega ín qualche modo con il termine dell'altro.
43 Nell'originale: vedere.
44 Nell'originale: che.
048. La grande conquista
(1947?, Roma, Sacro Cuore, ragazzi)
Le armi.
Introduz[ione]. In questa prima sera del vostro triduo, Gesù vuole dire a ciascuno di voi qualche cosa di molto bello e molto importante, che esige tutta la vostra attenzione e comprensione.
E d[on] Bosco che nei suoi istituti ha voluto, all'inizio dell'anno, un triduo di preparazione. Per questo ci siamo radunati qui davanti a quell'altare dove egli, vecchio, ha celebrato una s[anta] messa 45 È passato qui, dove ora voi sedete; e durante quella messa ha pianto, tanto pianto. E, interrogato perché, rispose: «Ho visto la mia vita tutta, dai nove anni finora, e ho compreso tutto. Ho visto tante cose che non posso dire». Don Bosco attraverso quelle lacrime ha visto tutti noi, uno per uno, radunati qui stasera per il triduo.
Pensavo al vostro triduo ed ho visto una grande montagna con la cima baciata dal sole, bianca di neve: una montagna ripida e scoscesa sulle pendici, ma tanto bella in cima. E poi ho visto un gruppo di ragazzi, poi un altro gruppo avviarsi verso la montagna e tentarne la scalata. Tutti facevano correndo la prima salita, ma poi cominciava la roccia e poi il ghiaccio, poi sulla vetta] la tormenta. Ho visto ragazzi tornare indietro scoraggiati, ne ho visti cadere sfiniti sul ciglio della via, ne ho visti sprofondare nei burroni, ne ho visti smarrirsi nella tormenta.46
45 Siamo dunque a Roma, via Marsala, nella basilica del Sacro Cuore, davanti all'altare di Maria Ausiliatrice.
46 Non ci è pervenuto il seguito. La metafora della montagna ritorna anche all'inizio di E 044.
APPENDICE
049. L'esercizio della buona morte. (28/09/1936, Chieri, Villa Moglia)1
È una delle pratiche più raccomandate da don Bosco, da d[on] Rua, il quale soleva a questo proposito ripetere: «Memorare novissima tua, et in aeternum non peccabis».2
Si trae straordinario vantaggio da questo esercizio di buona morte, quando è ben fatto. Da una parte il nostro spirito presto s'infiacchisce nell'esercizio delle virtù e tende ad una specie di torpore e di sonnolenza, assai vicina a quella tiepidezza che è fonte di ogni male e tanto perniciosa all'anima; dall'altra parte la consuetudine dei nostri lavori quotidiani impedisce che la pietà eserciti su di noi un'azione viva e forte, ci tenga desti, vigilanti, pronti e coraggiosi al lavoro necessario per la nostra perfezione. L'esercizio ci scuote: si videro dei cambiamenti completi in seguito a uno di questi esercizi ben fatti. Qualche volta vi si ricupera il primitivo fervore e quasi sempre si esce da esso più fermi nel bene.
Fermati bene a vedere se mai non avessi deviato un poco lungo il mese da quella strada regia che ti conduce alla santità. Ben saprai anche tu che le nostre risoluzioni anche le più ferme ben presto svaniscono, se non abbiamo cura di rinnovarle e di confermarle sodamente.
1. In che cosa consiste.
L'articolo 156 delle Costituzioni lo fa consistere ín questo. a) Liberarsi per quanto è possibile dalle cose temporali.
I Riassunto di una conferenza del maestro di noviziato. Riporta nell'intestazione: «NB. Trovandoci alla vigilia del primo esercizio della buona morte dell'anno di noviziato, il signor maestro pensò bene di parlarci di questo argomento, interrompendo l'ordine regolare delle conferenze», che trattava dell'ascetica in generale.
2 In omnibus operibus tuis memorare novissima tua et in aeternum non peccabis (Sir 7,40).

  1. Raccogliersi in se stessi. Ossia, tu entra meglio nei secreti dell'anima tua; chiama a più diligente esame la maniera con cui hai soddisfatti i tuoi doveri lungo il mese. Rinnova le buone risoluzioni del mese precedente, aggiungine, se occorre, qualche altra, per sovvenir[e] a qualche nuovo bisogno sopraggiunto.
  2. Disporre le cose spirituali e temporali, come se si fosse per lasciare il mondo e partire per l'eternità.

Queste sono le tre cose nelle quali3 consiste tale eserci[ta]zione. Eccone alla lettera Pardicolo] 156 delle Cost[ituzioni]: «Nell'ultimo giorno di ciascun mese, o in altro designato dal direttore, ognuno, liberandosi per quanto gli sarà possibile delle cure temporali, si raccoglierà in se stesso e farà l'esercizio della buona morte, disponendo le cose spirituali e temporali come se fosse per lasciare il mondo e partire per l'eternità».
2. Ciò che si deve fare.
(Vedi Proemio delle Costituzioni [pag. 56] ed articolo 157).

  1. Si faccia mezz'ora di meditazione od una conferenza verso sera e questa versi su qualcuno dei novissimi, o su qualche punto della Regola.
  2. «Si faccia come una rivista mensile della coscienza, e la confessione, che da tutti si ha da fare in detto giorno, sia più accurata del solito, pensando che potrebbe essere l'ultima della vita».
  3. Alla mattina meditazione del tutto regolare. Falla come se fosse l'ultima di tua vita.
  4. «Si riceva la s[anta] comunione come per viatico». Figurati che sia l'ultima volta della tua vita che Gesù viene a trovarti con infinito amore per accompagnarti all'eternità.
  5. «Si recitino le preghiere della buona morte».
  6. «Si pensi, almeno per una mezz'ora, al progresso o al regresso che si è fatto nella virtù nel mese decorso, specialmente in ciò che riguarda i proponimenti fatti negli esercizi spirituali, l'osservanza delle sante Regole».
  7. «E si prendano ferme risoluzioni di vita migliore».
  8. «Sarà anche bene in tal giorno scegliere un santo per protettore del mese che si incomincia».
  9. «Si rileggano in quel giorno tutte od almeno in parte le Regole della congregazione. Siccome alcuni per le loro occupazioni non possono far questa lettura in privato, si può supplire col leggere le Regole a tavola».

3 Nell'originale: in cui.
1) Articolo] 44 Reg[olamenti]. Si faccia pure un rendiconto completo, scendendo ai particolari, in modo che il superiore possa veder chiaro il progresso o regresso fatto.
NB. Tutto questo è di regola per ogni salesiano. Nei noviziati però si è soliti aggiungere a tutto ciò alcune altre particolarità.
Pratiche tradizionali nel noviziato.

  1. Cambio dei posti in tutti gli ambienti.
  2. Circoli di pietà; regolarli ogni mese.
  3. Regolare pure i Nove uffizi del sacro Cuore.
  4. Cambiare o riconfermare l'Ora di guardia.
  5. stabilire un patrono e delle massime. (Questo si può estrarre anche a sorte).

O Un poco d'ora d'adorazione.
NB. Il giorno dell'esercizio della buona morte è stabilito dal direttore della casa. Si ricordi anche che esso deve abbracciare due mezze giornate.
3. Importanza di tale esercizio. Eccone i motivi.

  1. È una gran regola l prudenza. Oh, benedetto esercizio della buona morte che, ben fatto, ci preserva da tanti pericoli!
  2. Stima che ne aveva don Bosco. «Se i giovani sono buoni e allegri egli diceva un giorno a d[on] Giacomelli —, se la casa va bene, tutto si deve all'esercizio della b[uona] m[orte]».

Fin dai primi tempi dell'oratorio, d[on] Bosco stabilì sodamente questo esercizio tra i suoi giovani, dando a questa pratica assai importanza. Fondata poi la Società salesiana, la pose per regola ai confratelli, e fu sempre una fra quelle su cui il buon padre insisteva maggiormente. Ne fa fede ciò che egli stesso dice all'articolo 158 delle Costituzioni: «Chi per le sue occupazioni non potesse fare l'esercizio della buona morte in comune, né compiere tutte le sovraccennate pratiche di pietà, col permesso del direttore faccia quelle che sono compatibili col suo ufficio, rimandando le altre ad un giorno più comodo».
Ecco come egli ancora ce ne parla nel proemio alle Costituzioni (pagina 57): «Credo che si possa dire assicurata la salvezza di un religioso, se ogni mese si accosta ai santi sacramenti ed aggiusta le partite di sua coscienza, come se dovesse di fatto da questa vita partire per l'eternità».
E nei suoi ricordi ai primi missionari egli dice: «Osservate le vostre Regole, né mai dimenticate l'eserc[izio] mensile della b[uona] m[orte]».

  1. Altro motivo dell'importanza dell'esercizio della buona morte è la stima che d[on] Rua ne aveva. Sí vedano in proposito le sue lettere circolari.
  2. Si noti che [il] papa Pio XI nel 1929 emanava un'enciclica sugli esercizi spirituali, nella quale però faceva risaltare l'importanza anche del ritiro mensile.
  3. Inoltre è da ricordarsi che tutti gli Ordini religiosi hanno questo esercizio e tutti i santi le raccomandano.

4. Fine che deve avere.

  1. Tener in regola le partite della coscienza.
  2. Tener lontana la tiepidezza, rinnovando il fervore: dev'essere come un luogo di rifornimento.
  3. Scuotere la nostra volontà, ridonandole il primitivo slancio ed ardore.
  4. Metterci con maggior lena sulla via della perfezione.

Nella vita di d[on] Rua si legge come don Bosco presiedesse ad una delle prime mute di esercizi spirituali a cui d[on] Rua stesso partecipava. D[on] Bosco diede i ricordi. Eccoli.
«Primo ricordo: Miei buoni figliuoli, fate ogni mese l'esercizio della buona morte».
«Secondo ricordo: Miei cari, fate bene ogni mese l'esercizio della buona morte».
Tutti si stupirono e pensarono che d[on] Bosco si fosse sbagliato. Ma il buon padre proseguì dicendo: «Il terzo ricordo è questo: Fate infallantemente e bene ogni mese l'esercizio della buona morte».
050. [Il noviziato è tempo di prova]
(08/10/1936, Chieri, Villa Moglia, conferenza ai novizi)4
Rallegratevi, miei cari, di essere stati dal Signore chiamati al noviziato, preferiti dalla provvidenza per la vita salesiana, preparati accuratamente nelle case di formazione.5 Le preferenze sono nei disegni di Dio: stella differt a stella.6 Ed anche con voi il Signore ha usato grandi, stragrandi preferenze: vi ha preferiti ai vostri compagni del mondo, forse più buoni, più degni, forse più pronti di voi nel seguire la sua chiamata; vi ha preferiti a molti vostri compagni d'aspirantato, che si sono perduti per via; vi ha preferiti a tanti altri ascritti, i quali non hanno, come voi, la fortuna di trovarsi nel noviziato centrale, sotto lo sguardo diretto dei nostri superiori.
E, se è un dovere sacrosanto corrispondere ad ogni grazia di Dio, anche alle più piccole, se questo dovere obbliga ogni cristiano, che cosa dobbiamo fare noi che siamo stati così abbondantemente favoriti di grazie stragrandi? Che cosa dobbiamo fare noi preferiti, noi scelti, noi privilegiati e così amorosamente accuditi dalla mano di Dio? Eppure noi ogni giorno trascuriamo tante di queste grazie, le quali passano, passano e non ritornano più. Oh, ripetiamo anche noi con s[ant]'Agostino: Timeo Iesum transeuntem! E corrispondiamo fedelmente al cumulo delle grazie ordinarie dateci come cristiani, e corrispondiamo soprattutto al cumulo delle grazie straordinarie, dateci per preferenza, come chiamati ad uno stato privilegiato.
Il Signore è mirabile nel suo lavoro; è così chiaro nel tracciarci la via da percorrere, che sarebbe un inganno, un'ingratitudine il dire che non siamo sicuri della vocazione. Il tocco di Dio è certo, è sensibile, è sicurissimo. Occhio, dunque. Occhi aperti nel leggere, nel leggere chiaro il cammino che ci ha designato. E qual è la prova, la sicurezza della volontà di Dio?
4 L'intestazione riporta: «giovedì, 8 ottobre 1936. Non potendo avere la conferenza del nostro sig[nor] maestro, perché si trovava ammalato, venne a parlarci il signor don Giacomo Vacca, direttore di Gaeta, il quale si trovava casualmente in casa nostra. Ecco le sue parole».
5 Nel proprio quaderno don Quadrio annota un acrostico che riassume le caratteristiche del salesiano: «Santo, Allegro, Lavoratore, Esatto, Sistema preventivo, Iniziativa, Assistenza, Niente ti turbi, Obbedienza». Si può dire che le realizzò tutte al massimo grado.
6 «Stella enim a stella differt in claritate» (1 Cor 15,41).
Oh, non siete ignari voi di buone impressioni, anzi, ne avete giù un cumulo, che andrà poi quasi eccessivamente crescendo nell'anno di noviziato. E potete dire di non essere ancora ben orientati? Potete dire di aprire adesso gli occhi sopra la vita salesiana, se per tre o quattro anni l'avete praticata, vissuta? E come allora si prova che molti alle porte del noviziato, molti perdono l'animazione, i buoni sentimenti, il desiderio che prima avevano7 riguardo alla vita che si intraprende?
Senza dubbio tutto questo cambiamento non è per l'aprirsi improvviso degli occhi, perché già da tempo erano aperti; non è per la conoscenza dello stato in cui uno s'avvia, perché già prima era ben noto. È il demonio che vi manda questi pensieri, che cerca di ingannarvi, di chiudervi gli occhi, mentre questa oscurità, questo raffreddamento non è altro che un beneficio di Dio, e non — come il demonio suggerisce — un segno che dovete tornare indietro. Eccone la spiegazione. All'entrare nel noviziato, il Signore toglie all'anima quella specie di soprabito di aiuti sensibili, di lumi particolari, di virtù gratuite, necessarie per arrivare fino al noviziato. Ma giunta che vi è, Dio spoglia l'anima di questi zuccherini spirituali, di questa superficie di virtù, e lo fa per due fini.
In primo luogo perché intende che le grazie necessarie per progredire non le abbia più l'anima da lui direttamente, ma dall'ambiente attrezzato, sovrabbondante, dal noviziato. Come il pellegrino nel suo viaggio invernale si ricopre ben bene per ripararsi dal freddo, ma, ritornato che sia a casa sua, si spoglia di questi indumenti pesanti non più necessari, perché suppliti dal calore dell'ambiente riscaldato dal fuoco, così l'anima nell'entrare al noviziato viene denudata dalle grazie, mezzi, sostegni, favori prima necessari, ma ora abbondantemente sostituiti dall'ambiente adatto.
In secondo luogo Iddio spoglia l'anima perché possa vedere se stessa nuda, tale qual è, affinché possa vedere la sua miseria ed abiezione, le sue abitudini perverse, i suoi difetti, le sue basse passioni.
Niente meraviglia dunque, se la superbia vi opprime, se il fervore vi manca, se le passioni insorgono, se vi sentite molto più miserabili e miseri e poveri e ciechi e nudi.9 Il Signore tutto permette perché vi conosciate bene a fondo, perché vediate ciò che siete senza di lui e perché i vostri superiori vi possano pesare e giudicare. Guai a voi, se non vi conoscete bene! Guai a voi, se non vi fate conoscere! Via dunque ogni soprabito di virtù fittizia, gratuita; via le apparenze ingannatrici e fuori, fuori voi stessi, ciò che siete, ciò che valete.
7 Nell'originale: si avevano.
8 Nell'originale: mentre invece.
9 Cf. Ap 3,17.
Alle volte si entra nel noviziato con sante aspirazioni, dolcezze, attrazioni ed altre cose di simil genere. Oh, no, vi ingannate! Il noviziato è una cosa aspra, difficile, terribile! Ci vuol forza e costanza per uccidere noi stessi, per strozzare in noi l'uomo vecchio, per reprimerlo giorno per giorno, per soffocarlo, abbatterlo, dominarlo e vincerlo.
Non sentimentalismo, non virtù posticce, ma lume e conoscenza profonda e vera di noi stessi anzitutto, e poi forza, unità e stabilità di volere. Siate affamati prima di sapere, conoscere ciò che si deve fare e poi siate forti e costanti nel combattere e nel vincere. Con umiltà, dunque, chiedete lume a Gesù. Ripetetegli sovente col cieco di Gerico: Domine, ut videam, ut videam!10
10 Lc 18,41.
051. [Personalità armoniche]
(10/10/1936, Chieri, Villa Moglia, conferenza ai novizi)"
Proprio non molto tempo fa, pensavo ad una similitudine del Rodriguez. Un artista va per un bosco e vede un grosso tronco nodoso e informe; si ferma a contemplarlo e ravvisa di poter con esso fare una magnifica statua. Lo fa tagliare e trasportare nel suo laboratorio, ove lavora finché non riesce ad ottenere ciò che si era prefisso.
La medesima cosa ha fatto con voi il Signore. Vi ha visti nel mondo imbrattati, informi, nodosi; ha ravvisato in voi un futuro suo ministro, un buon religioso, e vi ha trasportati nella sua casa, negli istituti salesiani, ove per mezzo dei superiori vi ha dirozzati, vi ha lavorati abbastanza. Ma, desiderando fare di voi delle statue perfette, vi ha portati nel noviziato. Lavorare, dunque, lavorare indefessamente per formarvi, per completare la vostra perfezione, per aiutare il signor maestro in questa continua ascesa. Ed il vostro lavoro deve essere prima esteríore e poi interiore.
Dio, quando creò l'uomo, compose anzitutto la parte esterna e dopo insufflavit spiraculum vitae.12 Così anche voi curate, curate in primo luogo la vostra formazione esteriore. Il novizio deve dimostrare con la compostezza e [con il] raccoglimento dei sensi la santità e la mortificazione dell'anima, mostrandosi degno della sua vocazione. Nettezza ed ordine esteriore sono chiaro indice che la grazia regna in un individuo e che la sua coscienza è pure ordinata ed a posto. La perfezione nel portamento dimostra la perfezione dello spirito.
Don Bosco, nella sua povertà quasi estrema, era sempre lindo e pulito; così compito nella sua umile semplicità, da potersi senza timore presentare a qualunque persona. D[on] Rua portava la veste logora e rappezzata, ma amava quel decoro, quella proprietà che s'addice ad un sacerdote; così un s [an] Francesco di Sales, così una s [anta] Giovanna de Chantal, così molti altri santi; ed il Manzoni fa notare, descrivendo la figura del cardinal Federigo, che «risplendeva ancor più in quella magnifica semplicità della porpora».13
11 Nell'intestazione si legge: «Sabato, 10 ottobre 1936. Venne a trovarci l'amatissimo signor ispettore [don Giovanni Zolin], il quale ci rivolse queste paterne parole».
12 Et inspiravit in faciem eius spiraculum vitae (Gen 2,7).
13 Riportiamo tutto il brano, perché in molti dettagli assomiglia al ritratto che le testimonianze ci restituiscono di don Quadrio. «La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente composto, e quasi involontariamente maestoso, non incurvato né impigrito punto dagli anni; l'occhio grave e vivace, la fronte serena e pensierosa; con la canizie, nel pallore, tra i segni dell'astinenza, della meditazione, della fatica, una specie dí floridezza verginale: tutte le forme del volto indicavano che, in altre età, c'era stata quella che più propriamente si chiama bellezza; l'abitudine de' pensieri solenni e benevoli, la pace interna d'una lunga vita, l'amore degli uomini, la gioia continua d'una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in quella magnifica semplicità della porpora» (A. MANZONI, I promessi sposi, cap. 23).
Attenti inoltre alla scuola di galateo, agli avvisi ed alle osservazioni, per apprendere la buona educazione, la delicatezza, la garbatezza, che è lo specchio della delicatezza di coscienza ed il fiore della carità.
Ma dovete anche essere educatori; tutti avrete dei giovani da educare. E che cosa insegnerete allora? Come li ammaestrerete? Come riuscirete a far loro praticare la buona educazione, l'ordine, la pulizia, la proprietà esterna?
Oltre a ciò il religioso deve ricopiare in sé la figura di Gesù Cristo, deve con la sua vita riprodurlo al vivo. Ma del nostro divino modello sta scritto: Apparuit benignitas et humanitas S[alvatoris] nostri] 11-esul ahristiL14 praeclarus prae filiis hominum. 15
Ma questo non basta: una statua per quanto bella è sempre una statua. Voi dovete darle vita e calore, dovete formare l'interno di essa: Deus autem intuetur cor.16 Lavorate dunque, lavorate molto, perché non siete dei semplici cristiani, ma siete religiosi, vale a dire prediletti, scelti fra mille. Satagite, fratres, ut per bona opera vocationem et electionem vestram certiorem faciatis.17 Ed il vostro lavorio sia accompagnato dalla massima diligenza, dal massimo impegno, specialmente nelle piccole cose, perché la perfezione è formata dalle piccole cose, e la perfezione non è una piccola cosa, e perché qui spernit modica, paulatim decidet;18 qui timet Deum, nihil negligit.19
14 È la prima volta che la frase paolina (Tt 3,4, con i ritocchi che ricorrono nei testi liturgici natalizi) si presenta negli scritti di don Quadrio. Diverrà fondamentale nella sua vita, una specie di Leitmotiv della sua grande sinfonia sacerdotale (Comm. 144-145).
15 Speciosus forma prae filiis hominum, diffusa est gratia in labiis tuz's; propterea benedixit te Deus in aeternum (Sal 44,3).
16 Cf. Sal 7,10; Ger 17,10; Ap. 2,23.
17 Quapropter, fratres, magis satagite, ut per bona opera certam vestram vocationem et electionem faciatis (2 Pt 1,10).
18 Sir 19,1.
19 Sir 7,19. Il tema della conferenza risulta fondamentale per la formazione di don Quadrio, che raggiunse in sé la pienezza dell'armonia e la raccomandò poi anche agli altri. Basti ricordare qui qualche stralcio di lettera ai sacerdoti da lui formati: «Siate realmente e praticamente il "Christus hodie" del vostro ambiente; un Cristo autentico, in cui il divino e l'umano sono integri e armoniosamente uniti. Il divino e l'eterno, che è nel vostro sacerdozio, si incarni (senza diluirsi) in una umanità ricca e completa come quella di Gesù, la quale abbia lo stile, íl volto e la sensibilità del vostro ambiente e del vostro tempo. Il Verbo si è fatto vero e perfetto uomo, per essere Salvatore. Anche il vostro Sacerdozio non salverà alcuno, se non attraverso questa genuina incarnazione» (ai sacerdoti novelli nel 2° anniversario di Ordinazione, Torino 23/01/1962; cf. L 206). Agli stessi destinatari, un anno dopo, ribadiva: «Poiché Sacerdozio e Incarnazione sono due facce di un unico mistero, le deformazioni classiche che minacciano il nostro Sacerdozio corrispondono alle false concezioni dell'Incarnazione, che ci sono note dalla teologia. Ci può essere anzitutto un sacerdozio disincarnato, in cui il divino non è riuscito ad assumere una vera e completa umanità (docetismo). Abbiamo allora dei preti, che non sono uomini autentici, ma larve di umanità; dei "marziani" piovuti dal cielo, disumani ed estranei, incapaci di capire e di farsi capire dagli uomini del proprio tempo e del proprio ambiente...» (L 242; cf. anche la lettera al nipote don Valerio, L 182). E si veda, al contrario, una delle tante testimonianze su di lui: «Quella di d[on] Quadrio è stata una personalità eccezionalmente completa ed armonica, quali se ne incontrano raramente anche tra i grandi uomini, anche tra i santi. Armonica umanamente per il temperamento intellettuale, la vita affettiva, la robustezza di volontà, lo stesso aspetto fisico. Armonica soprattutto per l'incontro di natura e grazia: raramente la natura appare così disposta ad essere assunta dalla grazia: raramente si è potuto sperimentare in modo così luminoso che la grazia non distrugge la natura, ma la potenzia» (prof. Giulio Girardi, cf. Mod. 228). Le doti umane da coltivare ci vengono elencate in una lettera di don Giuseppe al nipote don Valerio Modenesi, all'inizio della sua preparazione al sacerdozio: «Non sai infatti quanto mi stia a cuore la maturazione definitiva del tuo carattere in quelle virtù umane e naturali che ti rendono un uomo autentico, completo, conquistatore. Queste virtù umane sono generalmente molto modeste e dimesse, ma basilari: la sincerità, la lealtà, l'amabilità, l'accondiscendenza, la generosità, la padronanza assoluta di sé, l'alacrità nell'azione, la calma imperturbabile nei contrattempi, la fiducia incrollabile, la costanza nei propositi, la forza di volontà che sa volere con chiarezza e pacata irremovibilità» (L 089).
052. (La bellezza del rosario]
(12-17/10/1936, Chieri, Villa Moglia, serie di conferenze ai novizi)20
[Il santo rosario] è un'arma potentissima (accipe gladium sanctum), miracolosa. È lo psalterium lauretano. È il piccolo breviario del popolo. È uno dei migliori esercizi di pietà, perché in esso ha vasto campo sia la preghiera vocale come la mentale, sia l'orazione discorsiva come l'affettiva e la contemplativa. La bellezza del rosario risulta principalmente dalla sua eccellenza e dalla sua ricchezza, dai mezzi che abbiamo per recitarlo bene e dalle intenzioni che si possono avere.
1. Eccellenza:

  1. per il dono (1. dono di una Madre; 2. dono di una Maestra; 3. dono di una Regina);
  2. per le preghiere (Pater, Ave, misteri 1-petendal: amore, dolore, sete).

2. Ricchezza:

  1. trionfi (1. eresie [san Domenico]; b. battaglie [Albi(gesi), Lepanto, Vienna, Savona);
  2. meriti (indulgenze: plenaria davanti al SS. Sacramento; toties quoties, Congr. di Bologna 1927).

3. Mezzi:

  1. raccoglimento (esteriore [compostezza], interiore [distrazioni]);
  2. fede (1. vivere colla meditazione i misteri; 2. immaginarci Maria [a Betlemme e a Nazaret; sul Calvario; nella gloria])
  3. pietà (il ripetere sempre l'Ave Maria sia l'espressione del nostro amore alla Madonna);

4. Intenzioni:

  1. generale (1. celebrare i trionfi del rosario; 2. ottenerne altri);
  2. missionarie (1. santificazione delle famiglie; 2. ottenere il trionfo della croce: adveniat Regnum tuum).

Gli angeli nel rosario21
1. [Presenza e missione].
20 L'intestazione riporta: «Lunedì - martedì - mercoledì 12-13-14 ottobre 1936. Avemmo con noi il sig[nor] d[on Ettore] Carnevale, che svolse l'argomento del rosario. Eccone in breve lo schema».
21 «Giovedì - venerdì - sabato 15-16-17 ottobre 1936. Il signor don Carnevale svolse il seguente argomento».

  1. Il rosario mi dice che esistono gli angeli (1° m[istero] gaudioso; 2° gaudioso; 3° gaudioso; 1° doloroso; 2° glorioso; 4° glorioso; 5° glorioso);
  2. che hanno una missione dí gioia;
  3. l'angelo custode... ha la missione di essermi: 1. modello (vive in Domfinol et caelo...); 2. protettore (defende nos in proelio); 3. consolatore (ut custodiat te...).

2. Quindi:

  1. ringrazia il Signore (Deo gratias);
  2. agnosce... dignitatem tuam (disce sanctam superb[iamD;
  3. cura habenda: 1. di lui (reverentiam pro praesentia; devotionem pro benevolentia; fiduciam pro custodia); 2. della nostr[a] anima (tanti vales quantí...);22 3. dei fanciulli (i loro angeli [in cielo vedono sempre la faccia del Padre mio]) 23

3. Augurio: Bene ambuletis, et Dominus sit in itinere vestro, et angelus eius comitetur vobiscum.24
22 Cf. E 034, dove la grandezza della nostra anima è equiparata al prezzo pagato per riscattarla, la morte del Figlio di Dio.
23 Mt 18,10.
24 Respondens autem Tobias ait: Bene ambuletis, et sit Deus in itinere vestro, et angelus eius comitetur vobiscum (Tb 5,21).
053. Le due ali
(19/10/1936, Chieri, Villa Moglia, conferenza ai novizi)25
Carissimi, benché alquanto lungi da voi corporalmente, vi sono però continuamente vicino con lo spirito. Volete voi una parrucca coi fiocchi? «Sì, sì, monsignore, non una, ma due!». Ebbene, vengano due. Eccole qua. Voi dovete, o miei cari ascritti,

  1. primo: studiare molto,
  2. secondo: pregare moltissimo.

Sono queste le due ali di cui dovete armarvi per volare fino al cielo nel cammino della perfezione. Una sola di esse non basterebbe. Potrebbe un'aquila volare con un'ala sola? Impossibile! Ora, che diremo di voi, amici miei, che non solamente non siete aquile nella perfezione, ma neppure passerini? Spuntino adunque presto queste due ali benedette!
Ala prima: studiar molto. Dica ognuno con s [an] Girolamo: Voglio vivere come se dovessi sempre morire, e voglio studiare come se dovessi morire giammai. Voglio che lo studio sia la migliore delle mie ricreazioni. Se certe materie di studio non mi piacciono, le voglio studiare lo stesso in penitenza dei miei peccati. Se non riesco a capire bene, ricorrerò subito al Deus scientiarum Dominus e alla Sedes Sapientiae, Maria, mia dolce madre, come solevano fare i Savii, i Magoni, i Besucchi e tanti altri.
Senza la scienza, o ascritti miei, voi sarete come una campana senza battaglio, o come una statua, che ha occhi e non vede, lingua e non parla; sarete cioè affatto inutili. E notate bene che quelli che oggi sono chierici ignoranti, domani saranno ignoranti sacerdoti, i quali, invece di essere luce, saranno tenebre per le anime, invece di consolare Dio, faranno ridere il demonio. Guai! Guai! Un ecclesiastico ignorante e che continuasse a trascurare interamente lo studio, vivrebbe senza dubbio in uno stato abituale di colpa! Ma tale ecclesiastico, di regola ordinaria, è appunto quegli che, durante i suoi anni di preparazione, si distinse sempre fra i suoi compagni per uno stato abituale di poltroneria! Guerra adunque alla poltroneria! Studiate! Studiate! Se non istudierete, per certo non persevererete! Dio stesso vi caccerà da sé. Lo ha detto egli stesso assai chiaramente:
25 Nell'intestazione: «Lunedì, 19 ottobre. Essendo ancora ammalato il signor maestro, il signor catechista [don Ambrogio Zappa] ci lesse la prima conferenza di monsignor [Giacomo] Costamagna agli ascritti. Eccola».
Quia [tu] scientiam repfplulisti, repellam te, ne sacerdotio fungaris mihi (Os 4,6).
Coraggio adunque, amici; sia lo studio il vostro pane quotidiano. Lo studio serio e grave del latino e della filosofia riesce impossibile a chi non vi si dedica con animo virile.26 Non date ascolto alla stanchezza ed alle difficoltà, ma intonate sempre il Toujours en avant!...
Affrettatevi a poco a poco. È la massima di s[an] Francesco di Sales.27 Oggi un poco, domani un altro poco, senza giammai desistere; a questo modo, che bel cumulo di poco si farà prima del termine dell'anno!28
26 La testimonianza dell'assistente di noviziato, don Enrico Bonifacio, lascia intendere che questo dovette essere l'impegno di don Giuseppe fin da allora: «Per don Quadrio purtroppo non ho gran che da dire proprio perché già da novizio era così calmo, sereno, osservante che non costituiva affatto problema per il povero assistente... In lui mi ha colpito il senso di serietà dolce e serena che non dimostrava particolari sforzi, sia per la vita d'osservanza come pure per lo studio. A questo riguardo, la mia impressione è che in lui non ci fossero gli alti e i bassi che si notavano normalmente in altri, essi pure intelligenti. Nei compiti di latino don Quadri() era sempre sul livello dell'8 o del 9. Equilibrio anche in questo, quanto mai significativo» (Mod. 21). Don Eugenio Valentini nella sua biografia aggiunge, commentando i risultati del primo anno di liceo: «Nelle materie filosofiche aveva ottenuto tutti 10. Si poteva quindi pensare a un buon successo, inviandolo alla Gregoriana a Roma per la filosofia. Del resto egli dava ottimo affidamento anche per la pietà e la maturità di giudizio» (Mod. 23).
27 Già i Latini suggerivano: Festina lente (incisione su medaglie di Vespasiano).
28 La conferenza che segue è di due settimane più tardi. Non ci è riassunta quella che tratta della seconda ala «la preghiera».
054. [La veste nuziale]
(02/11/1936, Chieri, Villa Moglia, conferenza ai novizi)29
Ricordate la parabola del re che imbandisce un sontuoso banchetto e che, avendo fatto chiamare gli invitati, trovatone uno senza la veste nuziale, lo espulse dal convito." Anche voi siete chiamati al divino banchetto dello stato sacerdotale e religioso. Che cosa occorre per potervi partecipare? La veste nuziale, ossia la grazia di Dio. E come si conserva la grazia di Dio?
Il primo mezzo necessario è l'odio al peccato, a questo mostro infernale che rompe l'amicizia di Dio con l'anima, che la spoglia di tutti i meriti e le toglie la possibilità di farsene degli altri, che le fa meritare l'inferno, chiudendole così le porte del cielo. L'anima nostra, così bella, così pura, così da Dio teneramente amata, destinata a destini sì eccelsi, quest'anima, tabernacolo del Dio altissimo, ostensorio vivente della Divinità, quest'anima, la cui bellezza farebbe morire d'amore chi la potesse vedere, diventa col peccato schiava di Satana, che la stringe con le sue catene, che la inonda della sua bava, diventa oggetto di ripugnanza, di obbrobrio a Dio, diventa l'essere più basso e più schifoso che si possa immaginare.
Né solo al peccato mortale, bensì anche al veniale noi dobbiamo aver odio, perché siamo religiosi. Infatti si tollera la polvere sulle scarpe, nei vestiti, ma non negli occhi; si ammettono delle grossolanità nell'insieme della muratura di un edificio, ma non già nella parte ornamentale. Odio, ribrezzo, orrore massimo al peccato mortale ed al peccato veniale.
Il secondo mezzo per conservare ed acquistare la grazia di Dio è la confessione, il sacramento, il capolavoro, il miracolo della misericordia [di] Dio, nel qual sacramento ogni peccato, [o]gni delitto, ogni misfatto può avere pieno perdono.
Spesso si ricava poco frutto dalla confessione per una non sufficiente preparazione: l'esame dev'essere fatto accuratamente sui doveri verso Dio, il prossimo, noi stessi. Attenti poi al dolore dei peccati, indispensabile per averne il perdono! Davide prese cinque pietre nel fiume per combattere contro Golia, ma con una sola riuscì ad ucciderlo.
29 «Trovandoci al primo giorno del triduo in preparazione alla vestizione, il sig[nor] ispettore [don Giovanni Zolin] ci tenne in chiesa la seguente conferenza».
30 Mt 22,1-14.
Un altro inganno del demonio è la vergogna che ci fa sentire nel manifestare le nostre miserie al confessore. Ricordiamoci: Dio sa tutto. Perché dunque ingannarlo? Quanto più gravi sono i nostri peccati, tanto più cresce la confidenza, l'amore, la stima del confessore verso di noi.
Ecco dunque i due mezzi per conservare la veste nuziale, che ci deve far degni della vocazione: odio al peccato, la confessione, considerata anche come mezzo d'avanzamento.
055. Santificare le azioni ordinarie
(03/11/1936, Chieri, Villa Moglia, conferenza ai novizi)31
1. La refezione sarà santificata se
a) l'accompagniamo con la riconoscenza a Dio, che è tanto buono con noi, non lasciandoci mancar nulla, mentre tanti hanno neppure il necessario;
b) con la mortificazione

  1. in quanto al tempo (niente fuori pasto),
  2. in quanto al modo (il galateo è il fiore della carità),
  3. in quanto alla qualità (se..., se... manducate quae apponuntur vobis),32
  4. alla quantità ([solo tanto da] poter subito dopo scrivere una lettera, [come voleva] don Bosco);

c) non parlando mai male di nessuno (de absentibus nisi bene), né mormorando de(i) cibi.
2. La ricreazione dev'essere santificata

  1. dall'allegria: correte, saltate, divertitevi (l'acqua ferma marcisce); raro unus, numquam duo, semper tres; quelli che sono del diavolo tengono la testa bassa, gli altri no;
  2. dalla carità: trattatevi bene, mai titoli, mai contese, mai vendette;
  3. zelo: parlate spesso delle cose di pietà, specialmente nei circoli spiritu[ali].

3. Il riposo santificatelo comportandovi:

  1. prompte nell'andare a letto e nell'alzarvi;
  2. modeste: ciascuno fa per conto suo;
  3. pie: recitate bene le tre Ave Maria;" se vi svegliate, pensate a Gesù; rivolgetegli il primo pensiero, il primo saluto al mattino.

Sive [ergo] manducatis sive bibitis, sive aliud quid facitis, omnia in gloriam Dei facite.34
31 Conferenza dell'ispettore don Giovanni Zolin (martedì, 3 novembre 1936).
32 Lc 10,8.
33 A questa pratica don Quadrio rimase legato per tutta la vita e consigliò la stessa devozione anche agli altri (cf. per es. 0 038; 0 040; 0 043; C 042).
34 1 Cor 10,31. Nel quaderno: quid aliud.
056. [Ipnotismo]
(21/11/1936, Chieri, Villa Moglia, conferenza ai novizi)35
Vorrei parlarvi dell'ipnotismo: è un'arte segreta, con cui si inietta in un altro il fluido magnetico, provocando questi tre effetti:

  1. non sentono nulla;
  2. altri sentono troppo;
  3. dipendono inconsciamente e seguono ciecamente l'ipnotizzatore. Gli stessi perniciosissimi effetti si possono trovare anche in tre diverse categorie di novizi.

1. Non sentono nulla. Sono coloro che sembrano paralizzati: la meditazione li lascia freddi; sentono conferenze, prediche, avvisi in pubblico ed in privato, ma restano tali e quali. E vanno in chiesa, e pregano, ma quanto distrattamente! Si confessano, ma fanno da padre Ippolito [che si confessa come il solito]; ricevono Gesù nel loro cuore e non una parola intima, familiare con lui. Le visite sono una cerimonia ridotta ai minimi termini.
Questo è il grande male che si chiama tiepidezza, tanto riprovata dal Signore specialmente in coloro che intendono dedicarsi al suo servizio: Et quia neque frigidus neque calidus es, incipiam te evomere ex ore meo.36 Un novizio tiepido è come una pianta secca, che tanto più sí irriga, tanto più presto marcisce. Siete qui in loco pascuae.37 State attenti, scuotetevi! Bando alla tiepidezza!
2. Sentono troppo. Sono i suscettibili, gli irascibili, i sensibili, che ad ogni avviso si contristano, si scoraggiano, si chiudono in se stessi come i gufi: questo è superbia, questo è orgoglio, questo è un grande nocumento alla perfezione. Peggio ancora se, invece di andare da Gesù per ricevere fortezza, vanno a sfogarsi con un compagno, con un amico eiusdem furfuris.
Don Bosco soleva dire: «Quel giovane che non riceve volentieri le riprensioni, anche ingiuste, mostra di aver poca virtù». Teniamo avanti agli occhi l'innocenza di Gesù tanto tormentata, senza ch'egli proferisse parola di difesa; ricordiamoci di d[on] Bosco, il quale tanti affronti, tante vessazioni ricevette, sopportò in silenzio, anche da parte [di] chi aveva beneficato!
35 «Sabato, 21 novembre 1936. Il signor ispettore [don Giovanni Zolin] ci tenne la seguente conferenza».
36 Sed, quia tepidus es et nec frigidus nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo (Ap 3,16).
37 In loco pascuae, ibi me collocavit (Sal 22,2; cf. anche Is 40,11; Ez 34,13; 1 Pt 2,25).
3. Seguono inconsciamente e ciecamente chi li ipnotizza. Sono quei tali che, invece di stare alle parole dei superiori, fanno ciò che compagni di malo spirito, criticoni vanno suggerendo. Bisogna evitare assolutamente coloro che hanno gesti o parole contrarie alla moralità; coloro che trovano a ridire sugli avvisi dei superiori, che dicono cose, a condizione però che non si riferiscano al superiore; coloro che- parlano contro qualche punto della regola e lo dicono cosa da nulla. Qui spernit modica, paulatim decidet..38 decidet a perfectione, decidet a probitate, decidet a pietate, decidet a statu gratiae in statum peccati...
Fuggite questi tre difetti, se volete formarvi un carattere. Siate sempre uguali a voi stessi: né freddi, né troppo caldi. Non in commotione Dominus.39
38 Sir 19,1.
39 1 Re 19,11.
057. [Tre consigli di san Giovanni Berchmans] (02/12/1936, Chieri, Villa Moglia, conferenza ai novizi)"
S[an] Giovanni Berchmans [1599-1621], trovandosi al Collegio Romano, fece un giorno ad un compagno questa confidenza: A me premono molto tre cose, praticando le quali son sicuro di farmi santo. La prima è questa:
1. Spendere bene il tempo." Ora siete giovani, avete la possibilità di procurarvi delle cognizioni utili per il domani. Siate avari del tempo.
40 «Mercoledì, 2 dicembre 1936. Il signbr ispettore, venuto a trovarci per il primo scrutinio, ci tenne la seguente conferenza».
41 Tra i propositi di don Quadrio si trova ripetutamente quello di non sprecare un solo minuto di tempo. Per es. 28 ott. 1943: «Attività: non perderò letteralmente un momento di tempo (ebraico, tedesco). Programma di studio fino all'apertura delle scuole» (Doc. 21-22); 3 ott. 1946: «... riprendere il mio lavoro con serietà e intensità senza perdere un minuto di tempo» (Doc. 96-97); 17 dic. 1946: «Non perdere un minuto di tempo» (Doc. 100); 10 genn. 1947: «Bando a ogni divagazione, diversivo, curiosità, perditempo» (Doc. 102); 4 nov. 1947: «Occupare intensamente ogni attimo di tempo. Vivere con l'orologio in mano. Cordialità espansiva con tutti, ma nessuna chiacchiera oziosa con alcuno. Il tempo libero: alla preghiera e non alle curiosità! Sfrutterò anche l'andata-ritorno dalla scuola. Silenzio intransigente nello studio e dopo le preghiere. Concentrare ogni sforzo sulla tesi» (Doc. 111-112); 1 genn. 1948: «Impegno assoluto di ogni istante nel mio lavoro» (Doc. 113); 6 febbr. 1948: «Studierò molto. Eviterò ogni distrazione, ogni divagazione. Starò molto allegro. Chiuderò gli occhi per non vedere. Come il tuo volto nella Sindone: ad occhi chiusi, sorridendo» (Doc. 114); 10 mar. 1948: «Riprendo in pieno [dopo l'indisposizione] il lavoro per la tesi. Utilizzerò seriamente ogni momento» (Doc. 117); 31 lu. 1948: «Sfrutterò ogni minuto: niente chiacchiere, curiosità, indolenza. Ruberò qualche po' di tempo al sonno, dí sera» (Doc. 120); 6 febbr. 1951, inizio della quaresima: «Niente giornali, né divertimenti, né passeggiate... Privarmi di un po' di sonno e insieme puntualità scrupolosa alla levata» (Doc. 123); 3 genn. 1952: «Non perderò un sol minuto di tempo. Lavoro, lavoro!» (Doc. 124-125); 27 febbr. 1952, inizio della quaresima: «Niente spettacoli, giornali, svaghi, conversazioni inutili... Nel lavoro: in laboribus plurimis. Non perderò un istante di tempo. Die ac nocte» (Doc. 127); dal 15 al 31 ag. 1952: «Non perderò tempo in discorsi, chiacchiere, vagabondaggi ecc. Di notte farò di tutto per riposare e dormire. Lavoro, lavoro, lavoro!» (Doc. 128); 7 genn. 1953: «Occupazione alacre e scrupolosa del tempo, superando di forza la stanchezza e il rilassamento. Ad experimentum fino al 31 gennaio: mi comporterò come se avessi fatto voto di non perdere un istante dí tempo. Non mi perderò ín chiacchiere inutili, in letture extra» (Doc. 129); 9 apr. 1953: «Fino a Pentecoste ad experimentum: come se avessi fatto il voto di non perdere neppure un istante di tempo» (Doc. 129).
«Lavoriam, lavoriam, dolci fratelli, / finché la terra è molle e i dì son belli». Ricordate anche quegli altri versi: «Se nella verde etade alcun trascura / di lodato saper ornar la mente, / quando è giunta per lui l'età matura, / d'aver perduto un sì gran ben si pente. / Cercalo allor, ma trovasi a man vuote. / Potea, non volle, or che vorria, non puote».42
Fili, conserva tempus. Particula boni doni non te praetereat.43 Rendete perciò utile la vostra vita sia per voi stessi come per gli altri.
Spenderete bene il tempo se con calma penserete a fare solamente ciò che state facendo. Age quod agis.44 Nolite solliciti esse in crastinum; sufficit enim diei malitia sua. Crastina dies sollicita erit sibimetzPsi.45
2. Tenere buona custodia del cuore. Omni diligentia custodi cor tuum, poiché dal cuore dipendono i buoni o cattivi pensieri, le buone o cattive parole, le buone o cattive opere.
Bisogna avere:

  1. un cuore di bronzo contro ogni affetto sensibile, contro le amicizie particolari;
  2. un cuore di carne nell'esercizio della carità: fiere cum flentibus,

gaudere cum gaudentibus;46

  1. un cuore di fuoco nell'amare il Signore e la Vergine santissima. Mo‑

dus diligendi Deum, sine modo diligere.
Alla sensibilità opponete esame di coscienza] e confess[ione] ben fatta.
3. Avere in tutte le cose retta intenzione, altrimenti tutto ciò che faccio, lo metto in sacculum pertusum47 e da Gesù Cristo mi sentirò dire: Iam recepisti mercedem tuam.48 Al tribunale di Dio saremo soli con Dio solo e non avremo gli uomini che ci loderanno, avendo operato per loro. Ciò che non è per Dio, non vale a nulla.
Abbiate questa fede; formatevi questa coscienza, in modo da poter continuamente cantare col poeta: «Dovunque íl guardo giro, / immenso
42 L. Fiacchi (detto il Clasio), morale della favola intitolata I due susini.
43 Sir 4,23 e 14,14.
44 Massima latina (PLAtil'o, Persa 659; Miles gL 215; Stichus 715; Trinumm. 981).
45 Nolite ergo solliciti esse in crastinum;• crastinus enim dies sollicitus erit sibi ipsi: sufficit diei malitia sua (Mt 6,34).
46 Rm 12,15 con le due formule invertite; cf. anche Sir 7,38.
47 Seminastis multum et intulistis parum, comedistis et non estis satiati, bibistis et non estis inebriati, operuistis vos et non estis calefacti, et qui mercedes congregavit misit eas in sacculum pertusum (Ag 1,6).
48 Amen dico vobis quia receperunt mercedem suam (Mt 6,16).
Dio, ti vedo: / nell'opre tue t'ammiro, / ti riconosco in me».49 Ed allora ci sentiremo anche noi rivolgere dal Signore le belle parole: Euge, serve bone et fidelis, intra in gaudium Domini tui.50
L'aquila, dice Plinio, per riconoscere i suoi aquilotti, li rivolge verso il sole: se lo fissano senza muovere le pupille, bene, altrimenti li lascia morire di fame." Facciamo così anche noi per le nostre azioni.
49 P. METASTASIO, Ariette (da La passione di Gesù Cristo). Nel quaderno: «il guardo io giro».
50 Euge, serve bone et fidelis, gaia super pauca fuisti fidelis, super multa te constituam: intra in gaudium domini tui (Mt 25,21.23; cf. Lc 19,17).
51 Haliaetus tantum inplumes etiamnum pullos suol percutiens subinde cogit aduersos intueri solis radios et, si coniuentem umectantemque animaduerterit, praecipitat e nido uelut adulterinum atque degenerem; illum cuius acies firma contra stetit, educat (PLINIO, Nat. hist. 10,3 ,10).
058. [Tre propositi di don Andrea Beltrami]
(03/03/1937, Chieri, Villa Moglia, conferenza ai novizi)52
Don [Andrea] Beltrami, durante il suo anno di noviziato, fece tre propositi che lo condussero alla santità. Eccoli.

  1. Non lasciar cadere invano avviso od osservazione. Nel noviziato quante occasioni avete di ascoltare la parola di Dio, sia per mezzo dei superiori (avvisi pubblici [e] privati, rendiconto), sia durante tutta la giornata, nelle letture, conferenze, meditazioni ecc. ecc. Non lasciate cadere nulla invano, ma ripetete con s[ant]'Agostino: Timeo Iesum transeuntem, oppure: Age quod agis, ed imitate la Vergine santissima che conservabat omnia verba haec conferens in corde suo."

S[an] Francesco di Sales diceva essere segno di predestinazione per un cristiano l'ascoltare la parola di Dio col desiderio di metterla in pratica. Senza dubbio persevererà e si farà santo quel novizio che approfitta di tutto ciò che sente e legge.

  1. Manifestarsi semplicemente, interamente al proprio maestro.54

52 «Mercoledì, 3 marzo 1937. Il sig[nor] ispettore, venuto a trovarci per il secondo scrutinio, ci tenne la seguente conferenza».
53 (Lc 2,19.51). Citazione che ha molto colpito don Quadrio e che ritorna nei suoi scritti: «C'è nel vangelo di san Luca una frase ripetuta, che scolpisce tutto il mondo interiore di Maria. L'atteggiamento continuo del suo spirito di fronte ai grandi avvenimenti che si venivano compiendo in lei. Sia dopo la nascita di Gesù che dopo il suo smarrimento nel tempio, san Luca dice di Maria che conservabat omnia verba haec conferens in corde suo. In tal modo il suo cuore immacolato diveniva lo scrigno d'oro della rivelazione, il vangelo vivente della chiesa, il primo vangelo, ed insieme il modello più sublime di tutte le anime pensose di Dio e dei suoi problemi, la madre della nostra teologia» (C 032).
54 La trascrizione si interrompe a questo punto. Don Quadrio tuttavia dimostra di aver preso molto sul serio il suggerimento. Nelle pagine scritte al proprio maestro di noviziato, don Eugenio Magni, per descrivergli la sua vocazione, protesta al termine: «Voglio che lei mi conosca bene, interamente, che mi conosca quanto io stesso mi conosco. Per questo mi è caro tenere come proposito questa frase: Anima mea in mani-bus meis semper [Sal 118,109; cf. Gb 13,14], cosicché lei possa leggervi come su un libro aperto. Sì, anch'io ripeto con quel santo giovinetto: Ero superiori meo tamquam aqua limpidissima. Mi aiuti lei a farmi buono, a farmi santo. Anzi, lei mi faccia buono, lei mi faccia santo; mi aiuti a realizzare il mio programma di noviziato: Vilior fiam plus quam factus sum [2 Sam 6,22]; devo essere l'ultimo di tutti, il peggiore di tutti, opprobrium hominum et abiectio plebis [Sal 21,7]» (Mod. 13). Tra i propositi degli esercizi a Cumiana dopo il primo anno di tirocinio a Foglizzo (3 agosto 1942) leggiamo: «Mi metterò con fiducia e abbandono filiale nelle mani del mio direttore, riferendogli con confidenza e lasciandomi dirigere con docilità» (Doc. 18). Lo stesso farà durante tutto il soggiorno romano. Alla morte di don Roberto Fanara potrà confidare: «Quanti rendiconti e quanto lunghi! Quanti segreti egli porta nella tomba! Fu l'uomo che diresse più a lungo l'anima mia: cinque anni. Mi ha ammesso ai voti perpetui e a tutti gli Ordini; mi ha assistito all'altare durante la prima messa. Quanti ricordi della mia teologia, gli anni più fecondi e più belli della mia vita» (Doc. 123).
059. [Tre fiori]
(20/03/1937, Chieri, Villa Maglia, conferenza ai novizi)"
Un pensiero. La natura è un libro che noi dobbiamo sfogliare: noi dobbiamo saperlo leggere. S[an] Francesco percoteva il fiorellino dicendo: «Tacete, tacete...». Le piante sentono la loro stagione e, quando è il tempo, fioriscono e danno frutto. Così voi. Ora dovete dare fiori, non troppi però: la fioritura troppo abbondante nuoce all'albero. Tre bei fiori dovete già mostrare a quest'epoca del noviziato.

  1. Il fiore dell'umiltà (il mese di s[an] Giuseppe).

L'umiltà non è tener la testa bassa, diventar rossi, abbassare gli occhi. Non crediate di aver acquistato l'umiltà perché non sentite più di voler far da voi, desiderio di comparire ecc. Dovete coltivare l'umiltà della ragione e l'umiltà della volontà. Non solo nel noviziato dovete essere umili, ma sempre: la nostra vita lo richiede. Ed abbiamo degli esempi luminosi in certi confratelli santi anziani (tipo d[on] Cottrino, d[on] Grosso),56 che conservano la serenità infantile che hanno imparato da don Bosco.
Volete perseverare? Battete ogni giorno íl chiodo dell'umiltà. Non voglio ragionare con la mia testa: non la mia volontà... [Mt 26,39]. Umiltà, umiltà.

  1. Il fiore della purezza (il mese di maggio).

Siete giovani, siete salesiani. Non si può concepire un salesiano che non porti questo fiore sicut lilium inter spinas.57 La castità è l'umiltà del nostro corpo. Quando non si ha questo fiore, sí è turbati, tristi, si sta male in comunità.
55 «20 aprile 1937. D[oni Renato Ziggiotti [ci confida]: Indirizzato all'Istituto teologico di Chieri, ho pensato di fare una capatina a Villa Moglia per i motivi che ad essa mi legano: per ringraziarvi delle preghiere che avete fatto per me e per pregarvi di volerle continuare. La Sicilia? Tutto bello. Sono stato poco tempo fa al S[ari] Gregorio e provo ora tutte le impressioni che mi si suscitarono allora nell'animo. Mandate un saluto, una cartolina a quei cari novizi e tornerà loro tanto gradita».
56 Don Francesco Cottrino, morto a Chieri il 17 nov. 1939 a 75 anni; don Giovanni Battista Grosso, morto a Bagnolo Piemonte il 21 nov. 1944 a 86 anni.
57 Ct 2,2.
Il voto di castità va allenato, va preparato. Custodire la fantasia, i sensi: il cilicio (monsEignor Luigi] Versiglia). Volontà, volontà decisa. È uno dei voti che costa di più. Il voto che, non osservato, fa perdere la vocazione. Pregate la Madonna: piuttosto la morte. Il termometro più importante è questo.58
3. Il fiore della pietà (il mese del s[acro] Cuore, il noviziato, l'ispettoria).
Per poter mantenere l'umiltà dello spirito e del corpo, è necessaria la Comunione fatta bene, [un] amore grande a Gesù.
Che cosa si deve imparare in noviziato? Ad amare il Signore. Come col sole, con la cura del sole, si guariscono tante malattie, così con l'amore di Dio si correggono tanti difetti. La sostanza della pietà non sta nel movimento del cuore, nell'affetto sensibile, ma sta nella volontà che dice: «Voglio amare il Signore». Convincetevi dei motivi per cui si deve amare il Signore.
Motivo principale la grazia della vocazione. Abbiamo poca fede. Se avessimo fede, non cederemmo alle difficoltà. Digne ambuletis vocatione qua vocati estis."
Un centenario in Ungheria. Una fiaccola accesa sulla tomba di s[an] Pietro [è] portata fino in Ungheria. Tenete accesa la vostra fiaccola. Alere flammam. Niente può spegnare questa fiamma. Il faro della vittoria illumina (tenebre), guida (cammino), incoraggia (forza).6°
58 Secondo le testimonianze colte nel diario e quelle provenienti da coloro che l'hanno conosciuto, questa virtù rifulse in don Quadrio in modo eminente. Spigoliamo tra i propositi: 11 mar. 1944: «Porterò con Gesù la pena del mio peccato... sanando le piaghe dell'anima mia: candore immacolato. Tutto con molto amore» (Doc. 2526); e il giorno seguente: «Agirò quindi come se fossi legato con voto su questo punto: generosità nella penitenza, alacrità nel buon esempio, eroismo nella purezza» (p. 26); nella novena dell'Immacolata del 1944, fa propri i fioretti proposti da don Filippo Rinaldi alle suore, tra i quali: «Purezza di cuore: la morte, piuttosto che la minima sottrazione all'amore di Gesù» (Doc. 61); 15 dic. 1944: «La mortificazione degli occhi: la più rigida che mi è possibile» (Doc. 66); 4 nov. 1945: «Assoluta purità di coscienza: Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt. Nessuna infedeltà» (Doc. 85); alla vigilia del suddiaconato (13 lu. 1946): «La purezza più rigorosa, più intransigente, più selvaggia. Mi lego a te, mio Dio, col vincolo più stretto, nel legame maritale indissolubile. I miei occhi sono tutti e solo per te: godrò di mortificarmi in tutto il resto, anche lecito. Vivrò come se non avessi corpo, fedelmente perduto nel tuo amplesso» (Doc. 93); 1 ag. 1946: «Purezza selvaggia e intransigente» (p. 93). All'età di dieci anni aveva fatto «alla Madonna il voto di verginità completa» (Mod. 12).
59 Ef 4,1.
60 L'ultima frase è aggiunta in matita.
060. [Grandezza e bellezza della congregazione salesiana]
(17-21 luglio 1944, Roma, Sacro Cuore, Buone notti di don Pietro Berruti)61
17 luglio 1944. Congregatio sanctorum
Una delle principali e delle meno richiamate responsabilità dei salesiani [è quella di] conservare la congregazione come la volle d[on] Bosco e ce la tramandarono i suoi figli. Fra cinquant'anni sarà come è ora? Dipende da noi: noi facciamo la congregazione.
[Dipende da noi se essa può venire definita]-«congregatio sanctorum» non solo nenia sua testimonianza del] passato, ai tempi di d[on] Bosco, ma anche al presente.

  1. [Si hanno avuti] miracoli verificati e cerziorati: guarigione dalla lebbra, ridonazione della vista, guarigioni [strepitose], sistema pillole.
  2. [Si ha notizia di] vessazioni diaboliche [delle quali furono vittime confratelli]: uno [ne ebbe per] molti anni di notte, quasi come d[on] Bosco. Di giorno [era] zelantissimo ed efficacissimo, [quantunque ridotto ormai a] uno scheletro. [Si conoscono] missionari che sentono il contatto col demonio.
  3. [Ci sono confratelli che praticano] virtù eroiche: assistenti umili e vigilantissimi; coadiutori fedeli per lunghi anni nel loro ufficio. [È ancora viva 1]' osservanza delle regole, del silenzio, della povertà, della carità ecc.

18 luglio 1944. Congregatio apostolorum
La congregazione, come fu e come è, costituisce una grande gloria e un grande conforto. La congr[egazione], come sarà, costituisce una grande responsabilità per noi. Non solo per il passato, ma anche al presente, è un'accolta di apostoli da far invidia a qualsiasi grande ordine o congregazione.
61 Sono già state stampate da don E. Valentini (Mod. 52-55). Per questa edizione si parte dalle cinque schede autografe. Così il teologo don Quadrio annotava, tra i propositi e le riflessioni, sul proprio diario (14 luglio 1944), nella settimana che segnava il termine degli esami alla Gregoriana e lo preparava agli esercizi spirituali: «Una delle cose che più mi ha impressionato fu la grande stima e venerazione che tutti i confratelli della Casa e dell'Ispettoria nutrivano per la persona di don [Pietro] Berruti. Non ho ancora incontrato negli ambienti salesiani una persona circondata da così profonda ed unanime stima, anche da parte di coloro che passavano per esigenti e facili a giudicare. La parola di don Berruti esercitava nell'ambiente dei teologi del S[acro] Cuore un tale fascino soprannaturale e suscitava tali consensi e adesioni, che nessun altro sapeva ottenere.
Tra le numerose parlate del signor don Berruti ho preso alcuni appunti di cinque "Buone notti", date durante questi esercizi (dal 17 al 21 luglio 1944), sulla grandezza e bellezza della nostra congregazione, considerata successivamente come congregazione di santi, di apostoli, di martiri, di angeli, di miracoli» (Mod. 51-52).
Alcuni esempi. [A] Punta Arenas, [nel] 1883 dopo un mese di predicazione e missioni, [sí ottennero] cinque Comunioni. [Nel] 1944 [si hanno] quattro Comunioni all'anno per abitante. [A] Bahía Bianca. [Era] una piccola Babele, prima che ví andassero i salesiani. Il primo parroco [fu] cacciato a sassate, il secondo [fu] costretto ad andarsene per disperazione. I salesiani fecero 'mirabilia'. Mons[ignor] Cagliero fu ricevuto dai ragazzi al porto, prima che vi giungessero i salesiani. In chiesa era un tripudio di giovinezza ad attenderlo. [A] Montevideo. Dopo lungo scampanio monsignor] Cagliero entrò in chiesa solennemente: due (dico 2) persone erano ad accoglierlo. [L]'Argentina, da poco meno che pagana, [è diventata] fiorentissima. 1150% [sono] exallievi salesiani.
Eroi dell'apostolato. [Si dà il fatto di] uno che, perduta la corriera, fa di notte 45 chilometri a piedi per recarsi a dir messa. Giunge, confessa, predica, celebra, va altrove a binare, torna, raduna le associazioni, [organizza i] catechismi e pranza alle otto [di sera]. [Si conosce di] un altro che, interrotta l'operazione e risvegliatosi, non volendo attendere altri quindici giorni, si alza, parte, confessa ecc., e muore. Un altro cade da cavallo e si frattura due costole. [È successo in] Bolivia. A letto gli dicono che una giovane moribonda per un tentato suicidio chiede di confessarsi da lui. Si alza, monta a cavallo e via: cinquanta chilometri di andata e cinquanta dí ritorno. Poi torna a [farsi] curare.
Eroi nascosti: assistenti, coadiutori, preti. In genere questi grandi apostoli [dimostrano] poca cura della propria persona [e, al contrario], grande spirito di pietà.
19 luglio 1944. Congregatio martyrum
[La] professione [e la] vita religiosa [possono essere un vero] martirio. [Noi possediamo ormai una] domestica tradizione di martiri.

  1. Mons [ignori Versiglia e d[on] Caravario [sono] martiri non solo dell'idea cristiana, ma [più specificamente della spiritualità] «salesiana», cioè [si sono sacrificati] per la difesa della purezza nelle anime a noi affidate.
  2. [La congregazione annovera tra le sue fila] d[on] Fuchs e d[on] Sacilotti [con i] 108 martiri spagnoli.
  3. Il necrologio, per due terzi è martirologio salesiano. [Si può aggiungere al loro numero quello di alcuni] confratelli morti giovani per il troppo lavoro.
  4. [Abbiamo inoltre degli autentici] martiri viventi: i «confessori» spagnoli, [che si portano addosso] cicatrici, malattie, ricordi incancellabili del carcere. [Alcuni tra loro] per cinque e sei volte [sono stati] messi al muro [per la fucilazione. È rimasto loro] lo sguardo serio («bieco»).
  5. [Vengono poi i] martiri nascosti, quelli per cui la vita religiosa è un vero martirio: gli apostoli, assistenti martiri, direttori martiri, coadiutori, ammalati, anziani acciaccati dai troppi strapazzi e non curanti delle proprie malattie (ciechi, esauriti, insonni...).
  6. Siamo degni della tradizione domestica di martiri; siamo degni di

essere confratelli dei martiri spagnoli e degli altri'morti e viventi.
Non è martire:
chi dopo pranzo dorme a letto,
chi prende la birra e il gelato,
chi non assiste alle ritirate,
chi addobba la sua camera,
chi s'incanta davanti a un giovane,
chi parla a lungo con una mamma,
chi brontola e mostra malumore.
20 luglio 1944. Congregatio angelorum

  1. D[on] Bosco fu suscitato [come] apostolo della purezza. La missione della società] salesiana è preservare e fomentare la purezza nei giovani. [La] caratteristica del salesiano [è soprattutto la] purezza. D[on] Bosco incendierebbe quella sua casa che corresse pericolo di divenire semenzaio di immoralità.
  2. Di fatto la nostra è una congregatio angelorum. Quanti angeli ai tempi di d[on] Bosco! [Dei suoi giovani egli poteva affermare]: «Molti ne abbiamo come Dom[enico] Savio. Moltissimi superano la purezza di s[an] Luigi... Vedremo come faranno!». Molti fra quelli divennero salesiani, superiori, missionari.
  3. Anche al presente, quanti confratelli [vivono quasi] dimentichi del proprio corpo, come se fossero solo spirito! I missionari che a tutto pensano fuorché al cibo per il viaggio. In India, succhiati dalle sanguisughe, se ne accorgono dalle chiazze sulla veste bianca. Basterebbe un po' di sale per staccarle. Ma chi pensa al sale?
  4. E oggi? [Purtroppo abbiamo introdotto il] cinema. Abbiamo piazzato in molte case il nemico della purezza; il semenzaio dell'impurità. Alcune case non solo non danno più vocazioni, ma sono la tomba di parecchie vocazioni. In alcune ispettorie escono quindici, venti, venticinque confratelli all'anno. I giovani confratelli perdono il senso più elementare del riguardo, del pudore, della riservatezza, dell'amore alla purità, della vigilanza. E poi i direttori si lamentano degli assistenti [che] non obbediscono più, fanno da loro, non vigilano, attendono alle cose proprie, vogliono uscire, maltrattano le pratiche di pietà, perdono la confidenza. La curia diocesana ha richiamato alcuni istituti. Mons[ignor] Elia della Costa a Schio [quando era] arciprete [confidò] a d[on] Resicco: «Il più bel giorno sarà quello in cui riusciremo a distruggere il c[inema]».62 I laici di una parrocchia, [vedendo un film proiettato nelle nostre sale, non hanno potuto astenersi dal commentare]: «Ma queste non sono cose da preti!».

I giovani [stessi hanno esclamato]: «Vergogna!». Il lunedì in qualche casa [la] balaustra [rimane] vuota di giovani e di confratelli. Che sogni?! [Un] vescovo, [venuto per assistere a una proiezione] con i seminaristi, dopo la prima parte [di un film], si alza e se ne va [con loro]. Vergogna!
Sono i confratelli che vogliono il cinema! [Come scusa essi accampano]: «Perché altrimenti i giovani non vengono...! Non è peccato vedere!». (E la teologia?). [In realtà agiscono] per soddisfare i propri gusti (mercenario!).
[Il cinema è divenuto oggi, come ammoniva] il personaggio [augusto visto in sogno da don Bosco, la] «concupiscentia oculorum»; [la] negazione perfetta della missione salesiana, [che consiste nella] salvaguardia della purezza; [la] negazione perfetta dell'ideale salesiano, [fondato sul sistema pedagogico del] «vigilare e prevenire».
[Questa è da considerarsi una] pagina nera nella storia della congregazione (d[on] Berruti). [Ci si coglie forse già l]'avvio al compimento del sogno di d[on] Bosco. Il personaggio [in cui era raffigurato l'avvenire della congregazione], al posto di castità, [recava la scritta]: «concupiscentia oculorum».
62 Periodo inserito in matita.
Si dice: «Se d[on] Bosco vivesse ora... [sarebbe anche in questo all'avanguardia del progresso]». In bocca a un cristiano questa è una bestemmia vera e propria contro un santo canonizzato. In bocca a un salesiano è una volgarissima ingiuria verso il proprio Padre. Povero d[on] Bosco, [così modesto negli sguardi, che raccomandava: «Non guardate le persone dell'altro sesso. Chiudete gli occhi»! Povero s[an] Franc[esco] di Sales, che consigliava: «Vedere e non guardare»! [Non dimentichiamo le forti parole di don Bosco]: «Anche [se] avessi contro un esercito intero [non cederei], anche se dovessi strisciar la lingua per terra di qui a Superga, [lo farei, pur di impedire un peccato. Preferisco che sia] bruciata quella casa, prima che vi si commetta l'offesa di Dio!».63
21 luglio 1944. Congregatio miraculorum
La nostra è una congregazione nata, cresciuta e sviluppata in clima di miracoli." E questo clima non accenna a diminuire neppure ai nostri giorni. Pochi esempi.
Non molti anni fa un direttore va a predicare gli esercizi in una casa di formazione. Arriva afono completamente. In camera un chierico fa [con lui] lo scambio della voce. AL termine degli esercizi le cose ritornano a posto. Il chierico si chiama[va Federico] Amores, [ed è morto a Ronda] (in Spagna) [il giorno 18 giugno 1934, a 25 anni].
Un altro ha risuscitato morti. [Di certo perché] ha una fede [capace di spostare le montagne!].
Altri (molti) hanno guarito dalla lebbra.
Altri molti hanno predetto il futuro. Un ch[ierico] della Romana, degente alla clinica, ha predetto, con la sua, la morte del portinaio e del medico curante.
Di un direttore tutti i giovani ([e] anche gli anziani) avevano la persuasione che leggesse nelle coscienze.
[Alcune testimonianze] sulla lotta dei nostri confratelli contro il] demonio. Mons [ignori Méderlet, [arcivescovo di Madras, era chiamato il] «martello del demonio».65 Don Giulio, a Buenos Aires, non dotto, confessore della Casa, dell'arcivescovo e di tutti i parroci della città, [era] incaricato degli esorcismi. Non c'era diavolo che potesse resistergli. Ma quante ne ha viste!
E i miracoli morali sulle anime? [Si può accennare alla conversione della parrocchia del] Testaccio [a Roma attraverso] Pap[ostolato] della preghiera. [Veri miracoli del nostro tempo sono la chiesa e l'oratorio di] S[an] Paolo a Torino. [A] Forlì, dopo sei mesi [dalla presenza dei salesiani si è constatato un incremento] da cinquecento a seimila comunioni. [Lo stesso si può dire di] Punta Arenas, Montevideo, [La] Boca, [1]'Argentina.
Continuiamo l'era dei mirac[oli].
63 Cf. E 021. Annota a questo punto don E. Valentini: «Sono parole e giudizi oltremodo forti. Ma non sono direttamente contro il cinema in sé, lo sono contro il cinema immorale» (Mod. 54, n. 28). Nel suo atteggiamento verso il cinematografo don Quadrio dimostrò grande equilibrio: «Un film non è una predica» (Mod. 203) e promosse il cineforum tra i teologi (R 106).
64 Cf. La congregazione salesiana è opera di Dio (C 086).
65 Cf. E027.

 

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Destinatari
Arch
Incontrare Gesù
 
 
 
 
001 [Incontrare Gesù]
?/07/1954?
Colle D. Bosco
coadiutori
001
002 [Incontrare Gesù]
6-7/12/1958
 
giovani AC
002
003 [La Vergine del silenzio]
1954
Colle D. Bosco
giovani confratelli
003
004 [L'azione dello Spirito Santo nell'anima ns.]
1954
Colle D. Bosco
giovani confratelli
004
[Incontrare Gesù]
 
Colle D. Bosco
giovani confratelli
005
[Per ritrovare Dio]
1954
Colle D. Bosco
giovani confratelli
006
Sei fatto per l'infinito
 
 
 
 
005 [Il fine dell'uomo]
1956
Torino
 
007
006 [L'uomo è fatto per l'infinito]
1954
Colle D. Bosco
giovani confratelli
008
[L'uomo è fatto per l'infinito]
 
 
giovani confratelli
009
[Sete di felicità]
 
 
 
010
007 [Sete di fel. nell'amore]
 
 
giovani in prep. matrim
011
008 [La matur. del cuore]: altius
20/10/1955
Valsalice
liceali 3° anno
012
009 L'orient. della ns. vita
1954
 
giovani confratelli
013
010 Sei fatto per Dio solo!
 
 
giovani
014
[Tutto da Dio, di Dio, per Dio]
 
 
 
015
011 Diliges ex toto
17 dopo Pent.
Torino, Crocetta
cappella est., omel.
016
Diliges ex toto
17 dopo Pent.
 
 
017
012 Amerai! O tutto o niente
 
 
 
018
013 [Siamo fatti per la felici
 
 
giovani
019
La tentazione
 
 
 
 
014 [Tentazione]
 
 
scheda
020
[Tentazione]
 
 
 
021
015 Per la tattica d'un combattimento
25-6/03/1948
Roma, oratorio
ragazzi
022
016 Per la tattica d'un combattimento
25-6/03/1948
Roma, oratorio
ragazzi
023
Il peccato
 
 
 
 
[Il peccato]
 
 
confratelli
024
017 Peccato in genere
 
 
giovani religiosi
025
Il peccato
1954
Colle D. Bosco
giovani confratelli
026
018 II peccato
 
 
religiosi
027
019 Peccato
 
 
religiosi
028
020 Processo ai ns. pecc.
 
 
religiosi
029
021 il peccato nell'a. cons.
31/10/1957
Torino, Crocetta
ascritti al noviz
030
Il peccato del religioso
 
 
ascritti al noviz
031
022 II peccato del sacerdote
10/02/1955?
Torino, Crocetta
chier. e diac. per l'ord.
032
023 Tiepidezza sacerdot.
 
Torino, Crocetta
sac. nov. due mesi ord.
033
La tiepidezza
 
 
religiosi
034
024 Confessione
25-6/03/1948
Roma, oratorio
ragazzi
035
La morte
 
 
 
 
025 Le lez. della morte
 
 
schema per meditaz.
036
026 La morte
 
 
religiosi
037
027 Morte
1954
Colle D. Bosco
giovani confratelli
038
La morte
 
 
religiosi
039
028 La morte
1955
 
religiosi
040
029 Morte dolce
 
 
scheda
041
030 Luci della morte
 
 
scheda
042
Il giudizio
 
 
 
 
031 Giudizio particolare
 
 
religiosi
043
032 Giudizio [particol.]
1954
Colle D. Bosco
giovani confratelli
044
Il giudizio
 
 
religiosi
045
033 Giudizio
 
Torino, Crocetta
capp. est., omelia
046
L'inferno
 
 
 
 
034 Inferno
11/02/1955?
Torino, Crocetta
ordinandi
047
[L'inferno]
 
 
 
048
035 [L'inferno]
 
 
omelia
049
Il paradiso
 
 
 
 
036 La misericordia
29/06/?
 
sacerdoti, omelia
050
[La speranza]
 
 
 
 
037 [La misericordia infinita di Dio]
 
 
 
051
038 Comun. dei santi
 
 
confratelli
052
039 Sempre con lui
14/08/?
 
confrat., vigilia prof.
054
[Il paradiso]
 
 
 
055
040 II paradiso
 
Torino, Crocetta
capp. est., omelia
056
040 II paradiso
 
Torino, Crocetta
capp. est., omelia
056
041 [Che cosa si fa in paradiso?]
 
Torino, Crocetta
capp. est., omelia
057
Il paradiso in terra
 
 
 
 
042 [L'eucaristia]
 
 
religiosi
058
Le olimpiadi dello spirito
 
 
 
 
043 Le olimpiadi dello spir.
1960
Torino, Crocetta
eserc. buona morte
059
044 [La matur. della vol.]: fortius
21/10/1955
Valsalice
liceali 3° anno
060
045 La buona volontà
 
 
novizie FMA
061
046 [La volontà]
1948?
Roma?
giovani
062
047 [L'ubbidienza]
1948?
Roma?
giovani
063
048 La grande conquista
1947?
Roma?
ragazzi
064
Formaz. del carattere
1958
 
giovani
065
Vacanze 1955
1955
 
 
066
[Giovani di carattere]
 
 
giovani
067
Appendice
 
 
 
 
049 L'es. di buona morte
28/09/1936
Chieri, Villa Moglia
novizi
 
050 [Il noviz. è tempo di prova]
08/10/1936
Chieri, Villa Moglia
novizi
 
051 [Personal. armoniche]
10/10/1936
Chieri, Villa Moglia
novizi
 
052 [La bellezza del rosar.] 12-
7/10/1936
Chieri, Villa Moglia
novizi
 
053 Le due ali
19/10/1936
Chieri, Villa Moglia
novizi
 
054 [La veste nuziale]
02/11/1936
Chieri, Villa Moglia
novizi
 
055 Santif. le azioni ordin.
03/11/1936
Chieri, Villa Moglia
novizi
 
056 [Ipnotismo]
21/11/1936
Chieri, Villa Moglia
novizi
 
057 [Tre consigli si san Giov. Berchmans]
02/12/1936
Chieri, Villa Moglia
novizi
 
058 [Tre propos. di don Andrea Beltrami]
03/03/1937
Chieri, Villa Moglia
novizi
 
059 [Tre fiori]
20/03/1937
Chieri, Villa Moglia
novizi
 
060 [Grandezza e bellezza della congr. salesiana]
17-21/07/1944
Roma, S. Cuore
teologi
 

 

 

INDICE

Prezentacja don Juana Edmundo Vecchiego
5
streszczenie
9
Skróty
10
wprowadzenie
11
Gli esercizi vissuti durante il periodo di formazione
11
Ćwiczenia duchowe głoszone przez ks. Quadrio
19
Ciało przetrwało
24
Poznaj Jezusa
29
Jesteś stworzony dla nieskończoności
45
Pokusa
85
Grzech
97
Śmierć
137
Wyrok
155
piekło
169
Niebo
179
Niebo na ziemi
201
Olimpiada ducha
207
wyrostek robaczkowy
229
Schemat archiwizacji
261