Świętość Salezjańska

Don Giuseppe Quadrio: Odpowiedzi w czasopismach

DON GIUSEPPE QUADRIO ODPOWIEDZI
przez
REMO BRACCHI


PRESENTAZIONE

Vengono qui raccolte le risposte che don Quadrio ha dato su varie riviste salesiane a lettori desiderosi di approfondire le loro conoscenze teologiche o di chiarire i loro dubbi morali.

La collaborazione con «Meridiano 12» è stata certamente la più lunga e feconda. Iniziatasi in forma quasi anonima negli ultimi fascicoli del 1956, si conclude con la morte (R. 001-080). Le ultime risposte sono state pubblicate postume. Le repliche ai lettori vengono date sulle prime pagine della rivista, all'interno della rubrica «Si domanda ai nostri esperti». Alcune appaiono invece nella sezione destinata ai giovani, che porta il titolo «Tribuna degli anni verdi».

Soltano 5 sono le risposte su «Voci fraterne», il bollettino di collegamento della Federazione Italiana degli Ex-allievi (R. 081-085).

A questi due gruppi ne viene aggiunto un terzo di 5 risposte (R. 086-090), per le quali non si è riusciti ad identificare la rivista di pubblicazione, ma che presentano una struttura e uno sviluppo tematico della medesima ampiezza di quelle precedenti.

La R. 091 (Alcuni pensieri sul prurito di riforma) è nata per assecondare una richiesta del Rettor Maggiore dei Salesiani, don Renato Ziggiotti, ed è apparsa sugli «Atti del Capitolo Superiore» (giugno 1962).

Di estensione più contenuta sono gli interventi che incontriamo in «Catechesi». Vengono in genere raggruppati a mazzi e richiedono uno sviluppo telegrafico (R. 092-097). Il periodo di collaborazione si estende tra gli anni 19591962, quelli dunque della malattia, durante i quali don Quadrio intensificò questa preziosa forma di apostolato.

Per «Compagnie dirigenti» abbiamo incontrato, nel carteggio superstite, una richiesta per un contributo sulla vocazione, ma don Giuseppe non ebbe modo di aderire all'iniziativa. Ci è pervenuto invece un suo intervento, all'interno di un dibattito più ampio sulla Frequenza dei Sacramenti nei fanciulli e negli adolescenti (R. 098). Don Quadrio si intrattiene qui soltanto sui problemi connessi con la Confessione.

Abbiamo quindi aggiunto una serie di 8 risposte (R. 099-106), rintracciate tra le carte d'archivio, con grappoli di aggiornamenti brevi, che non abbiamo potuto meglio stabilire se e a quale rivista siano state inviate.

A questa serie di quesiti, di carattere più diretto e personale, abbiamo pensato di aggiungere i sei lemmi che don Quadrio ha preparato per i tre volumi del Dizionario Ecdesiastico della UTET (1953-1958), più sostenuti nelle argomentazioni e di destinazione generale (R. 107-112). I contenuti sono infatti paralleli ad alcuni altri trattati nelle risposte alle riviste. Ma il registro è necessariamente diverso. Verrà così meglio in luce la capacità dell'autore di intrattenersi in privato e in pubblico, la sua empatia spontanea con gli interlocutori che di volta in volta gli vengono assegnati; senza rinunciare mai ad una vigilanza severa sull'esattezza dell'informazione e sulla limpidità espositiva.

Per qualche caso più fortunato conserviamo la lettera di colui che domanda il consiglio, sopra la quale don Quadrio appunta generalmente un primo abbozzo di risposta. Qualche volta è possibile seguire il nascere della minuta, con le correzioni e i nfacimenti, sfruttando ogni angolo dei ritagli di carta. La copia dattiloscritta è sempre nitida, con lievi ritocchi sovrapposti in penna. Delle risposte più impegnative si trovano anche due versioni con aggiunte, omissioni o sostituzioni significative.

Per questa edizione si sono presi come punto di riferimento principale i dattiloscritti di don Quadrio, conservati nell'archivio, quando essi presentavano un carattere di stesura definitiva, nell'intento di riportare gli interventi alla forma che fosse il più vicino possibile all'originale. Il periodare di don Quadrio è così vivo e scorrevole e i passaggi così concatenati, che la redazione delle riviste non è quasi mai stata costretta ad intervenire. Qualche raro passaggio, giudicato allora marginale e perciò soppresso, è stato reintegrato. Quando, nella presente edizione, un brano figura racchiuso tra parentesi quadra, significa che la sua stesura si distacca in qualche modo da quella stampata nelle riviste, per accostarsi invece al testo del dattiloscritto dell'autore. Le parentesi tonde delimitano qualche aggiunta marginale della redazione delle riviste, che non si è riscontrata sugli originali di don Quadrio, ma che appare utile alla struttura del periodo o alla comprensione del contenuto. Alcune sono forse state stilate dallo stesso autore sulle copie inviate alla stampa e a noi non pervenute.

Altre modifiche in questa edizione sono minime. Le citazioni bibliche sono state adeguate al sistema corrente adottato dalla Conferenza Episcopale Italiana. Si è operato qualche lieve ritocco di punteggiatura. L'uso delle maiuscole e delle minuscole è stato reso più coerente con l'unità dell'opera. Si è talvolta lasciata l'iniziale maiuscola a qualche parola, per sottolinearne la funzione nel contesto. La sigla L. rimanda al volume: Don Giuseppe Quadrio, Lettere (Roma 1991). La sigla R. si riferisce invece a questa stessa pubblicazione delle Risposte.

SOMMARIO
  • Wiadomości o współpracy Don Quadrio z czasopismami ............................................................................... 9
  • Don Giuseppe Quadrio: „profesjonalista Bożej czułości” (Enzo Bianco)............................................... 25
  • Don Giuseppe Quadrio: „profesjonalista Bożej czułości” (Enzo Bianco)............................................... 29
  • Odpowiedzi na «Meridiano 12» ............................................................................................................................................................. 49
  • Odpowiedzi na «Braterskie głosy»..................................................................................................................................................... 245
  • Odpowiedzi w innych czasopismach........................................................................................................................................... 259
  • Odpowiedzi na „Katecheza”..................................................................................................................................................................... 279
  • Odpowiedzi na „Firmy wykonawcze”............................................................................................................................................. 303
  • Różne odpowiedzi................................................................................................................................................................................................ 307
  • Odpowiedzi w słowniku kościelnym............................................................................................................................................... 331
  • Referencje..................................................................................................................................................................................................................... 363
  • Schemat archiwizacji...................................................................................................................................................................................... 371
  • Indeks tematyczny............................................................................................................................................................................................. 379
  • wskaźnik.......................................................................................................................................................................................................................... 381

 


NOTIZIE SULLA COLLABORAZIONE DI DON QUADRIO CON LE RIVISTE

Don Quadrio iniziò la sua collaborazione con «Meridiano 12» a partire dal numero dell'ottobre 1956 con quattro brevi risposte su argomenti teologici. Nelle pagine della rivista non appare la firma di don Giuseppe, ma l'autenticità dei testi si ricava dai dattiloscritti, conservati tra gli incartamenti d'archivio (il terzo intervento è mutilo e il foglio che doveva recare íl quarto non ci è pervenuto). Il trafiletto introduttivo della redazione li attribuisce, del resto, tutti a don Giuseppe.

«Come abbiamo annunciato nel numero di agosto, d'ora innanzi verrà tenuta viva questa rubrica nella quale i nostri esperti risponderanno ai quesiti dei lettori su argomenti vari. Per questa prima puntata il prof. Giuseppe Quadrio della facoltà di Teologia del Pontificio Ateneo Salesiano di Torino risponde ad alcune domande giunteci anonime. Preferiamo che i lettori firmino i loro quesiti, perché gli esperti chiamati a rispondere possano adattare le loro spiegazioni alla maturità degli interroganti. La rubrica rimarrà aperta specialmente per argomenti d'indole teologica, giuridica e sociale; ma non escluderemo argomenti d'indole diversa, qualora abbiano un interesse comunque legato agli scopi della rivista e all'attesa degli affezionati lettori» («Meridiano 12», ottobre 1956, p. 3).

Don Carlo Cappello, allora direttore della rivista, scriveva in una lettera a don Giuseppe del 21 settembre: «Carissimo don Quadrio, le tue risposte hanno soddisfatto pienamente me e anche il signor don Ricceri, che le ha rivedute prima che passassero definitivamente alla stampa.

Ti ringrazio cordialmente; hai dato un buon inizio alla rubrica. Ora si tratta di conservare lo stile e di continuare la fatica; spero che gli altri Professori abbiano poi la bontà di prestarsi a questa forma di lavoro (apostolico a suo modo).

Intanto, ecco una domanda, che ti ripeto, con nome e cognome: Angelo Tonini - Mestre (Venezia).

Desidererei mi fosse chiarito perché nel Credo viene detto (e lo ho sentito dire così dal sacerdote): Io credo in Dio Padre... discese all'Inferno (?) ecc. [cf. R. 006].

Ricordo, caro don Quadrio, che è troppa bontà da parte tua rispondere a tutte le domande; si desidera anche, per non stancare uno solo, che a rispondere siate in parecchi, ciascuno secondo la sua specifica competenza.

Che il Signore ti benedica. Tuo don Carlo Cappello.

Al compenso penserà l'amministrazione a numero stampato».

Dal contesto sembra si possa dedurre che fu proprio don Quadrio ad accogliere per primo l'iniziativa (il numero di ottobre porta soltanto í suoi interventi) e che dobbiamo a lui il coinvolgimento degli altri professori dell'Ateneo Salesiano di Torino Crocetta. Egli era allora decano della Facoltà di Teologia.

Sul retro della lettera di don Cappello, don Quadrio abbozza la minuta della sua risposta. Non conserviamo il dattiloscritto, passando al quale l'autore interveniva spesso con ritocchi significativi nello stile, allo scopo di rendere ancora più limpidi i soggetti trattati. Specialmente nella parte introduttiva della risposta notiamo una sensibile divaricazione nei confronti della pagina a stampa. Sulla stessa facciata della domanda di don Cappello, don Quadrio aveva iniziata una risposta latina, non si sa per quale motivo:
«Mysterium est p[eccatum] olrigMald, cuius elucidatio non fit sine labore et constantia.

Sicut enim immensi cuiusdam montis cacumen caliginosa nebula saepe tegitur nec festinis viatoribus patefit, sed iis solummodo qui et propius accedant et ibidem diutius commorentur, ita ille p[eccat]i mysterium intimius penetrabit, qui non festinus a longe coram illo praetereat, sed propius accedens in eius contemplatione iterum atque iterum versetur».

Alla sorella Marianna, don Giuseppe comunicava il 7 dicembre 1956: «Forse ti farò mandare in omaggio gratuito alcuni numeri di una rivistina per famiglie intitolata "Meridiano 12". Penso anche di farti inviare il "Bollettino Salesiano"; sarà un'occasione per vedere un po' che cosa capita a Torino e nel mondo salesiano» (L. 095).

Con il primo numero del 1957, le risposte di don Quadrio cominciano in forma sistematica e con maggiore spazio a disposizione. Ci sono giunte quasi tutte nel dattiloscritto originario, con ritocchi autografi. In alcuni casi abbiamo la richiesta manoscritta dei lettori e quella di chi faceva da tramite tra questi e gli esperti. Su di esse, quando c'era spazio sufficiente, avveniva la prima stesura o la raccolta di dati utili.

Il medico condotto di Sant'Angelo del Pesco (Isernia, allora Campobasso) scriveva alla rivista il 28 gennaio del 1957, proponendo un dubbio
suscitato in lui dalla R. 008 (Peccato originale: di superbia o sessuale?), in particolare dall'asserzione che i progenitori si sarebbero uniti sponsalmente soltanto dopo la cacciata dal paradiso: «Ciò perché in passato non ho mai saputo risolvere la seguente questione: Se Adamo ed Eva si fossero uniti maritalmente prima di commettere il peccato originale, avrebbero potuto generare (concepire) almeno un figlio senza questa colpa».

Don Giuseppe traccia lo schema di una risposta sul foglietto del medico, strappato dal ricettario. Non ci risulta che l'abbia sviluppata in seguito.

Il 23 agosto 1957 don Carlo Cappello così si indirizzava a don Giuseppe: «Carissimo don Quadrio, ecco una lettera che avrebbe bisogno di comprensione e di affettuosa risposta, sia pure in termini molto precisi e sugosi. Hai voglia di cimentartici? L'altra l'ho pubblicata intera, tale quale. Grazie. E grazie anche della risposta alla presente. Che spero vorrai fare tenendo conto che va per le stampe e non solo a un privato (o a una privata; l'iniziale non dice tutto; ma lo stile è di donna). Grazie ancora e cari saluti».

La risposta precedente, pubblicata nella sua interezza, è forse quella relativa alla Confessione auricolare, del giugno appena trascorso (R. 010) o quella, sempre relativa alla Confessione dei peccati, che sarebbe uscita nel settembre successivo, ma che certamente era già stata consegnata in tipografia (R. 011), di lunghezza più consistente. Sul retro della lettera di don Cappello, don Quadrio stila il primo abbozzo del pensiero che svilupperà in seguito. La domanda posta è: «Se Dio è buono perché non impedisce il peccato?» (R. 012). Non conserviamo il manoscritto del lettore che ha fatto richiesta di aiuto agli esperti della rivista. Secondo l'usanza di don Quadrio di iniziare subito il dialogo con i propri interlocutori, partendo dal primo foglio che si ritrovava tra le mani, è da ritenere che la privata bisognosa di comprensione sia quella stessa per la quale interviene qui il teologo, per infonderle fiducia nella preghiera, sempre ascoltata da Dio, anche quando alla attesa angosciosa tutto lascerebbe supporre che essa risulti inefficace. Come sempre è notevole la capacità di partecipazione al problema proposto.

Delle risposte 014 e 015, a quesiti suscitati dal signor G. Turrino di Modena, sopravvivono le richieste riportate da don Carlo de Ambrogio, della redazione di «Meridiano 12», in uno scritto non datato, ma collocabile nel giugno 1958:
«Carissimo don Quadrio, mi rivolgo alla tua conosciutissima bontà perché risponda a questa obiezione. La dobbiamo immettere nella rubrica di "Meridiano 12": "Si domanda ai nostri esperti". Lo puoi fare in settimana? Grazie affettuosissimo».

Dall'immediatezza della risposta ricaviamo la disponibilità assoluta di don Quadrio a chiunque bussasse alla sua porta.

Un'annotazione in matita sul dattiloscritto che contiene la risposta a chi domandava se è lecito a un cristiano credere agli oroscopi cí apre uno spiraglio concreto sulla profonda unificazione compiuta da don Giuseppe tra la sua vita, il suo insegnamento, l'attività apostolica e le diverse iniziative alle quali dava la propria adesione. L'utilizzo di questa risposta in un'omelia ce ne svela l'insorgenza apostolica. Le carte usate per la scuola, o le schede rimaste tra i fogli indirizzati ai lettori di «Meridiano 12», parlano in favore di una meticolosa informazione. Tutto nasceva da un'anima appassionata di verità, di carità, di sapienza. Consta anche, dalle deposizioni, come don Quadrio, sia nella scuola sia nella predicazione, sollecitasse direttamente dagli uditori un coinvolgimento vivo nelle tematiche da trattare. In capo a questa risposta, divenuta predica al popolo, leggiamo: «È da tempo che un gruppetto di voi mi ha pregato di parlare di un argomento, che oggi interessa tanta gente, anche buona e di chiesa».

E senso di apertura alle nuove problematiche scientifiche ed ermeneutiche, manifestato da don Quadrio nella risposta dell'agosto 1959, riguardante la possibilità di un evoluzionismo mitigato (R. 030), cioè che ammetta l'intervento diretto di Dio nella formazione dello stesso corpo dell'uomo, gli ha provocato una inattesa diatriba con l'ingegner Vito M. (L. 123, 125 e 126). Nelle tre lettere personali dí don Giuseppe all'ingegnere emerge la sua fedeltà assoluta alla Chiesa e al Magistero, la conoscenza approfondita dei problemi trattati, la convinzione che la Rivelazione va crescendo in ogni tempo sotto la guida dello Spirito Santo, l'apertura alla vera scienza che non può mai contrapporsi alla fede, un senso di carità vivissima, di umiltà disarmata, di rispetto tangibile per l'interlocutore. Ferito dall'accusa di eresia e di abbandono della tradizione nell'interpretare la Scrittura, don Giuseppe non perde la sua serenità. Anche dopo l'incidente, le sue risposte sulla protologia dell'uomo manterranno la stessa linea di equilibrio tra apertura e fedeltà.

Per quanto concerne la risposta 032, abbiamo la letterina della richiedente (Maria Del Prete di Roma), datata 22 agosto 1959. Sullo stesso foglio don Quadrio tratteggia con lucidità fin dalla prima stesura il proprio intervento, usando come sempre la pagina in tutti gli spazi disponibili. Nel passaggio al dattiloscritto è dato di rilevare una rielaborazione abbastanza profonda. Significative risultano anche alcune cancellature. La pubblicazione su «Meridiano 12» è del novembre successivo, quindi contenuta entro un tempo discretamente breve, che testimonia la diligenza di don Giuseppe nel collaborare con la rivista. Di certo in parte la giacenza è imputabile alla stessa redazione e ai suoi ritmi.

Un foglio dattiloscritto, abbinato alla risposta 038, dedicata all'esegesi di Mt 19,19 (e 5,32), porta il titolo: Risposta all'obiezione dei protestanti sulla legittimità del divorzio. I testi, redatti per due distinte occasioni, procedono in modo molto affine nel loro svolgimento. Si tratta probabilmente di un sussidio predisposto per la scuola e fatto confluire in seguito nella rivista, per risolvere l'obiezione di un lettore.

La lettera indirizzata alla rivista, che ha provocato un nuovo intervento sull'evoluzionismo (R. 040), ci rivela la profonda onestà di don Quadrio nel riportare con esattezza il pensiero del lettore, salvo precisare un inciso trascritto a senso da una risposta precedente, e formulato in modo da prestarsi a incomprensioni. Invece di Boselli Giacobbe di Sermide (Mantova), che si dichiara ex-allievo salesiano, viene sostituito un nome fittizio (Bruno Giandi - Mantova), perché il mittente dichiara di volere una risposta personale. Le iniziali (B.G.), nell'ordine cognome e nome, conservate da don Quadrio nel suo dattiloscritto, sono risolte nella stampa in modo arbitrario. Con fine tocco psicologico, nel rispondere all'interlocutore, don Giuseppe si rivolge a più lettori.

L'intervento che porta il titolo Fabbricazione della vita (R. 041) è forse uno dei pochi che, secondo la testimonianza dei redattori, non proviene da istanze dirette di lettori. Se ne ha il sentore da alcuni indizi. Stilando la domanda, a cappello della risposta, don Quadrio cancella una prima formulazione, per riprenderla in forma più piana. L'argomento non è tuttavia definitivo, perché questo succede anche nel caso della R. 049, per la quale si conserva l'originale del richiedente. E nome dell'interlocutore appare nella minuta abbreviato in modo diverso da come si ricava dal dattiloscritto (rispettivamente F.M. e F.L. - Messina, nella stampa Fernando Lasorella). Si trattava di un problema di attualità, che poteva interessare molti lettori.

La R. 043 è iniziata sul retro della domanda del sig. Giacobbe Boselli (che riguarda però la R. 040) e continuata su altri due fogli. La formulazione del quesito è di don Quadrio, con interventi correttivi. Probabilmente viene qui riassunta un'istanza, sollecitata oralmente da più parti, forse da giovani dell'oratorio della Crocetta o da parrocchiani. Nel manoscritto la domanda è posta a nome di uno del Club studenti - Torino; nel dattiloscritto viene soppresso: studenti. Nella stampa appare: Norberto Cerolini, del Club.

Nel marzo 1961 giungeva alla redazione della rivista la lettera di una mamma di Ivrea, inconsolabile perché «il [suo] bimbo all'atto della nascita risultò già morto» e perciò destinato al Limbo. Conserviamo l'originale e un fogliettino su cui don Quadrio ha preparato la minuta. Stranamente, pur avendo pochissimo spazio nel biglietto a disposizione per la risposta, don Giuseppe ha mantenuto intatta la lettera della mamma. Questa è riportata integralmente nella sua brevità, con solo leggeri ritocchi di stile.

Una domanda proveniente da Castel delle Forme (Perugia) in data 3 settembre 1959 ha trovato risposta soltanto nell'agosto 1961 (R. 048). È dattiloscritta a firma di Mario T., e termina con un P.S. vergato a mano: «Spero che la vostra risposta sulla rivista mi giovi per tornare sulla via del bene. Grazie». Non ci si rende conto del motivo che ha spinto a dilazionare l'intervento di don Quadrio, sempre così attento alle richieste, tanto più in questo caso, nel quale l'urgenza spirituale è dichiarata esplicitamente dall'interlocutore. L'ultimo foglio, giunto a metà, è stato redatto da capo. Ne conserviamo due copie. La prima doveva essere destinata alla rivista, la seconda veniva trattenuta dall'autore. Anche in questo caso don Giuseppe non ha riutilizzata la lettera del mittente.

È forse un allievo dell'Istituto Salesiano «Don Bosco» di Palermo quello che scrive per avere dilucidazioni sull'atomo primitivo (R. 049). La risposta di don Quadrio viene iniziata, come spesso, sullo stesso foglio del mittente. La domanda è riassunta e puntualizzata. Benché nel corpo dell'intervento don Giuseppe si rivolga all'interlocutore, apostrofandolo «sig. La Milia», riferendosi con più probabilità ad un giovane studente, si avverte una particolare attenzione per riuscire chiaro, senza in nulla diluire i contenuti scientifici.

Il signor Arturo Valle di Torino scriveva il 13 maggio 1961 perché qualcuno gli fornisse un chiarimento sull'invocazione «E non c'indurre in tentazione». Come sovente si è riferito, don Giuseppe stila la propria minuta sulla stessa lettera del mittente (R. 051). Tra le sue carte abbiamo trovato un foglio con degli appunti molto circostanziati, che gli sono serviti per documentare questa risposta. Un tale scrupolo si coglie da molti particolari in tutti i suoi interventi.

Le due risposte consecutive (053 e 054) sono destinate ad un medesimo lettore di Roma, del quale don Quadrio riporta il nome nel dattiloscritto, ma con l'avvertenza che non venga pubblicato per disteso. Forse la lettera inviata alla redazione era unica, con due problemi distinti. Da essa don Giuseppe, sempre attentissimo alle esigenze dei destinatari, deve probabilmente aver ricavato le motivazioni per non chiamare direttamente in causa l'interpellante.

La stessa annotazione si ripresenta alla R. 060 (Perché Dio non concede un'amnistia?).

In una pagina del diario di don Giuseppe, in data 28 gennaio 1962, ci è rivelato il segreto della fecondità di questo apostolato dell'amicizia e della penna, alimentato dalla preghiera e dalla sofferenza: «Celebro ed assisto alla seconda Messa. In vista della degenza prolungata voglio riorganizzare il mio tempo. Domine, ad adiuvandum me, festiva! Preparerò alcune risposte per "Meridano 12 ": brevi, semplici, chiare. Devo lavorare! Coltiverò l'apostolato dell'amicizia coi medici, infermieri, malati: a servizio di tutti, con semplicità e cordialità. "Signore, degnati di servirti anche di me! "» (D. Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di D. E. Valentini, Torino 1964, pp. 217-218).

Una cura particolarissima si coglie nell'intervento di don Quadrio in difesa degli spretati (R. 062), pubblicato nel luglio 1962. Conserviamo la minuta, con ricca documentazione, non tutta confluita nella risposta. Dai molti autori, dei quali vengono raccolte le citazioni, don Giuseppe ricava una sintesi profondamente umana e rispettosa, senza tuttavia scendere a connivenze con chi, per propria colpa (e nessuno può giudicare), abbia abbandonato la vocazione.

La risposta 066, che tratta il tema così struggente della mamma belga che ha ucciso la propria figlia deforme, è stata stilata due volte. Conserviamo i due dattiloscritti. Al titolo scelto, don Quadrio ne aveva affiancato un secondo: La mostruosa pietà di una mamma disperata. La rielaborazione è stata profonda e sofferta, fino a giungere ad un testo di altissimo equilibrio tra la difesa della vita della piccola, la pietà per la madre colpevole e la condanna di una compassione irrazionale manifestata da una folla troppo facilmente influenzabile da una propaganda non certamente scrupolosa.

Solo nel febbraio 1963 ha potuto essere pubblicata una risposta, probabilmente vergata già due anni prima. Ne fa fede la domanda di don Enzo Bianco, collaboratore di «Meridiano 12», sulla quale (6 novembre 1961) don Quadrio ha steso la minuta: «Rev.mo sig. don Quadrio, Lei ci ha abituati male. Ci ha inviato tre risposte in una volta. Ora noi ne pubblichiamo due sul numero di dicembre (R. 054 e 055), e ce ne rimane solo una per gennaio (R. 056). Abbiamo quindi proprio bisogno di un'altra risposta. Ecco quanto ci scrive un lettore di Genova...».

La domanda proposta viene arricchita, per iniziativa di don Giuseppe, dell'ultimo interrogativo: «Perché la Chiesa in questi casi dolorosi [di ergastolani] si mostra così dura e inflessibile, impedendo al coniuge innocente di rifarsi un'esistenza?». La redazione non fornisce il nominativo, ma soltanto la città di provenienza del mittente (Genova). Al posto della firma compaiono dunque nel manoscritto dei puntini, che nella stampa della rubrica verranno sciolti (R. 070). Don Bianco terminava la propria lettera con una sollecitazione, che non sappiamo perché abbia dovuto rimanere elusa per un intero anno: «Possiamo attendere con fiducia? La risposta ci occorrerebbe per il 20 c. m., possibilmente. Grazie».

Nell'ultimo anno di vita si infittiscono le minute. Don Quadrio, che fu visto da più testimoni a distruggere le carte accumulate, non ha fatto in tempo ad eliminare quelle sulle quali lavorava negli intervalli concessigli dalla malattia, immediatamente prima che sorella morte lo accompagnasse alla casa del Padre.

Per preparare la risposta alla mamma imbarazzata perché non sa cosa dire al bambino che pone certe domande (R. 071), don Giuseppe ha predisposto tre pagine fitte di appunti, alle quali ha allegato una scheda con il Discorso alle donne di AlZionel Cattolica] sull'educazione della fanciullezza di Pio XII (26 ottobre 1941). Non ci è pervenuto invece il dattiloscritto.

Come tutte le risposte più toccanti, anche quella destinata ai due genitori che piangono il loro piccolo morto (R. 072) presenta due redazioni, con numerosi ritocchi.

L'angosciosa domanda del giovane di 20 anni che non riesce più a vivere puro è rimasta tra i carteggi (R. 074). Porta in alto l'annotazione di don Quadrio: «Risposta per "Meridiano 12", il 15.1.1963)». La pubblicazione è stata possibile soltanto in maggio. Nel dattiloscritto si precisa, al termine del quesito: «nome vero da omettersi».

Alla domanda «La Bibbia: storia o leggenda?» (R. 076) fatta da Guido Chiappani di Trento, ne fa seguito una seconda simile di Gian Piero Man-zone di Torino, che conserviamo, sotto la quale don Quadrio annotava: «Risposto il 1.9.1962» (in realtà, agosto 1963). Ci è rimasto l'abbozzo della risposta, con minuziosi appunti tratti da W. Keller e da altre fonti archeologiche, imbastito su una lettera della segreteria di redazione (4 luglio 1962), che si riferisce ad un intervento di grande equilibrio, sensibilità e schiettezza (la R. 067: Non riesco a dimenticarlo) per la rubrica «Tribuna degli anni verdi», destinata ai giovani.

Ecco la richiesta della redazione:
«Molto reverendo prof. don Quadrio, grazie per la risposta che ci ha fatto avere a spron battuto.

Quanto all'altra risposta, per la lettera N. 31 [la conserviamo], penso sia un rischio grosso scrivere direttamente a casa: in mano di chi finirà la lettera? La destinataria sarebbe contenta che la leggessero i suoi genitori? In questi casi delicati preferiamo la risposta anonima sulla rivista, anche se in tal modo non si sarà altrettanto efficaci. La risposta non urge: se giunge presto, sarà la benvenuta. Ma non Le facciamo premura.

Grazie dí tutto. La ricordo sempre al Signore».

L'intervento di don Giuseppe sui problemi di archeologia biblica (R. 067), con lievissime modifiche, è stato ripubblicato con il titolo La risposta del piccone, in La Bibbia sfida l'uomo, Torino 1968, pp. 10-12.

Alla signora che rivela di aver paura della morte (R. 077, dell'ottobre 1963), don Quadrio, già assai prossimo alla sua, risponde di getto. Conserviamo la minuta, redatta con poche correzioni. Si tratta di pensieri che dovevano affollare la sua mente, ma già placati nel balsamo di una fede profondissima.

Di questa risposta e delle tre seguenti, le ultime, non abbiamo la copia dattiloscritta. Forse don Quadrio non fece in tempo a prepararla. In appendice a quella che trattava se fosse conveniente rivelare ai malati incurabili la verità sul loro stato (R. 079), la rivista comunicava la morte dell'autore.

La collaborazione di don Quadrio con «Voci fraterne», l'organo della Federazione Italiana degli Ex-allievi di don Bosco, inizia con l'annata 1962. Don Giuseppe risponde a domande di ex-allievi nella rubrica «Parliamone insieme».

Abbiamo inizialmente una lettera dalla Presidenza regionale (don Ersilio Renoglio) del 26 febbraio 1962, che però presuppone un contatto precedente:
«Carissimo don Quadrio, ti devo ringraziare per la bella risposta che hai dato sulla frase di san Paolo riguardante il matrimonio. Me ne sono già servito per conferenze, anche se uscirà soltanto in aprile (cf. probabilmente R. 082, uscita in luglio) su "Voci fraterne ". Sei un teologo che sa parlare alla gente di oggi, con un linguaggio suadente, umano... garbato...

L'altra risposta, quella sulla purezza prematrimoniale, l'avevo inviata a don B. di Bollengo, il quale si è servito di uno studente teologo. A mio parere, e non soltanto mio, la risposta non è degna di essere pubblicata. L'argomento è troppo importante per accontentarsi di una risposta comune. Non so se la tua salute ti può permettere di stendere due/tre cartelle su questo argomento. Se non puoi, pazienza, e se dobbiamo aspettare, aspetteremo. Ad ogni modo, eccoti la domanda.

"Sono uno studente dell'Istituto Industriale..." (R. 081).

Caro don Quadrio, desidererei che il Signore ti desse tanta salute per il bene di molti... ma non so se dico bene, perché Lui ha seguito un'altra strada.

Ho letto su "Compagnie dirigenti" quello che hai scritto sulla Confessione (R. 098). Superlativo! Peccato che non abbia scritto anche sulla Comunione. Tanti cordiali auguri. Ricordati anche di me nelle tue preghiere e nelle tue sofferenze. Questo è più importante. Ti ricambierò».

La risposta di don Quadrio non si è fatta aspettare, tanto che questa seconda ha potuto essere anticipata sulla prima. Sul retro della lettera di don Renoglio, troviamo un appunto, destinato ad un'omelia tenuta durante la celebrazione di uno sposalizio.

Secondo la testimonianza di don E. Bianco (cf. appendice), alle volte «Voci fraterne» riprendeva le risposte da «Meridiano 12». La redazione le trovava particolarmente aderenti alle istanze spirituali dei lettori.

Dalla R. 090 (Meglio la messa nella penombra di una cappella) conserviamo soltanto la minuta. Non abbiamo notizia alcuna di un'eventuale pubblicazione.

Lo stesso Rettor Maggiore della Congregazione Salesiana, don Renato Ziggiotti, si rivolge a don Quadrio per avere da lui Alcuni pensieri sul prurito di riforma (R. 091) da stampare sugli «Atti del Capitolo Superiore». Lo sappiamo da una lettera di don Quadrio al Superiore (7 marzo 1962).

«Veneratissimo Signor Don Ziggiotti, conoscevo da tempo la Sua squisita bontà, ma la Sua ultima lettera mi ha lasciato sbalordito per la delicatezza e la premura che dimostra verso questo inutile rudere...

Quanto al "prurito di riforma", non mi resta che ammirare la Sua profonda umiltà nel chiedere aiuto ai Suoi Figliuoli. Sarei certo felicissimo di poter servire a qualche cosa. Le prometto dunque di pensarci molto seriamente, secondo le mie modeste capacità. È certamente oggi un tema esplosivo per importanza e attualità. Raccoglierò del materiale da sottoporre al Suo giudizio» (L. 210).

Le sue riflessioni, maturate nella preghiera e nella sofferenza, furono inviate al Superiore con una seconda lettera di accompagnamento (12 marzo).

«Reverendissimo e veneratissimo Signor Don Ziggiotti, è unicamente per scrupolo di obbedienza e per manifestarLe la mia volontà di esserLe utile in qualche modo, che oso inviarLe gli acclusi "peniseri sul prurito di riforma", che Lei mi ha richiesto.

Come Lei avrà agio di constatare, probabilmente io sono proprio affetto da questo riprovevole prurito.

L'unica mia consolazione in questo momento è quella di pensare che Lei ha certamente a portata di mano un cestino per la carta straccia. La prego, ne faccia uso liberissimamente.

Intanto mi tengo a Sua disposizione per qualunque cosa; e Le assicuro il mio affettuoso ricordo nella preghiera, affinché possa trovare più capaci e utili aiutanti» (L. 211).

In una terza lettera (12 luglio 1962), don Quadrio ringrazia di nuovo don Ziggiotti. «Le sono molto grato per il paterno incoraggiamento e per il grande onore che ha voluto fare a quei miei poveri pensieri. In realtà ciò che di buono ci poteva essere in essi, non era mio, ma delle fonti, da cui sono tratti.

Terrò volentieri conto degli altri Suoi suggerimenti, lieto e onorato se potrò rendermi utile in qualche cosa.

Mi unisco ogni giorno con le preghiere alle Sue sante intenzioni ed imprese per il bene e l'onore della nostra bella Famiglia» (L. 222).

Il 5 marzo 1963 don Ziggiotti si rivolge di nuovo a don Giuseppe.

«Caro mio D. Quadrio, sento che sei sempre conteso dai medici e dal tuo malessere, tra letto e lettuccio: ma so che lavori volentieri e non rifiuti la tua collaborazione agli amici e anche agli indiscreti, che abusano della tua paziente generosità.

Uno di questi voglio essere anellio per una seconda volta, giacché il tuo breve studio sul "prurito di riforma" è stato apprezzatissimo con mia grande gioia.

Ora vorrei invitarti a fare una breve, popolare ma gustosa trattazione del tema: "Credo unam, sanctam, catholicam et apostolicam Ecclesiam", che come avrai visto, negli "Atti del Capitolo (Superiore)" ho appena abbozzato e incominciato, ma che meriterebbe nel corso dell'anno un più ampio, edificante sviluppo, corredato da pensieri, parole o scritti del nostro incompararbile Padre [don Bosco].

Un opuscoletto che servisse come lettura spirituale per tutti i confratelli, quasi a ricordo del Concilio Vaticano II, ad imitazione di quello che D. Bosco preparò nel 1869 sul Concilio Vaticano I, con gli sviluppi che la situazione odierna può presentare, per inculcare la fede e l'amore alla Chiesa attuale, alla sua universalità e apostolicità (le Missioni d'oggi) e per valorizzare anche il piccolo ma caldo contributo della nostra duplice o triplice Famiglia, l'adesione al Papa e alla Gerarchia.

Che bel tema per te, nella quiete della tua cameretta e con la preparazione dottrinale che allarga il campo nell'ascetica e nella pastoralità del tema!
Non ti pare una proposta lusinghiera? Ne faremmo un opuscolo a parte, da inviare ai Salesiani e alle Figlie di Maria Ausiliatrice, da diffondere tra Cooperatori, benefattori, ex- allievi...» (E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 180-181).

Don Ziggiotti avvertiva che un tema tanto importante non avrebbe potuto trovare un cuore migliore di quello di don Quadrio per maturarvi, né una penna più calda per venire alla luce. Purtroppo era tardi. Don Giuseppe fu costretto a declinare l'invito con dispiacere, perché le sue forze non lo sorreggevano più (L. 246).

La collaborazione con la rivista «Catechesi» ha avuto inizio nel 1959. Si tratta sempre di risposte telegrafiche, nei primi numeri di argomento disparato, poi convogliate intorno a tematiche comuni. L'ultima risposta al giovane che si chiede «Perché devo essere puro?» (luglio-agosto 1962, pp. 21-25) è ripresa integralmente da «Voci fraterne», la rivista degli Ex-allievi, sulla quale era stata pubblicata nel maggio precedente.

Alcuni interventi ripetono altri trattati con maggiore ampiezza nelle risposte a «Meridiano 12». La loro pubblicazione ha lo scopo di mostrare come don Giuseppe riuscisse a sintetizzare il proprio pensiero, mantenendo intatta la sostanza e integro l'affiato comunicativo.

Della R. 094 (febbraio 1960) conserviamo le domande di richiesta con i nomi dei singoli richiedenti, omessi nella stampa.

Nel numero 270 (maggio 1965) «Catechesi» pubblicò postumo un intervento di don Giuseppe su Il rito dell'Ordinazione sacerdotale (pp. 9-14). Non verrà inserito in questa raccolta, dal momento che la trattazione non si configura come risposta ad un quesito.

Di un pressante invito di don Carlo Fiore, direttore della rivista «Compagnie», per una breve dissertazione di don Quadrio sul problema delle vocazioni, ci fa fede una lettera del 30 maggio 1955, sopravvissuta alla distruzione.

«Caro Don Quadrio, ti scrivo ín merito a quel favore che ti avevo chiesto a riguardo del numero [di "Compagnie "] sulle vocazioni.

Dunque, come ti dicevo, tale numero è destinato a tutti i nostri ragazzi, e deve dare loro l'idea esattta e accessibile di ciò che riguarda la vocazione in genere, sacerdotale e religiosa. Quindi quello che ti chiedevo consisterebbe in questo: alcuni brevi paragrafi, chiari come li sai pensare e scrivere tu, su "vocazione in generale" (cos'è, tutti gli uomini hanno una vocazione, ecc...), "vocazione in senso specifico: sacerdotale ", "come avviene la vocatio", "segni della vocazione", "obbligo di seguirla?", "attitudini necessarie ", ed eventualmente difficoltà interne ed esterne. Son quindi cinque o sei paragrafi brevi; basta una facciata dattiloscritta per paragrafo, se credi, in modo da dare idee esatte, e lasciando da parte ciò che è controverso (fin dove è possibile).

Non ho premura. Però non mi devi dire di no, perché mi metteresti in un brutto imbroglio. Caso mai riduci come credi, fatti tu lo schema che preferisci (quelli esposti sopra sono soltanto temi che desidererei veder trattati), togli e aggiungi a piacimento, ecc... Sarà una cosa veramente utile non solo per i giovani, ma anche per i direttori che spesso non sanno che pesci prendere nel trattare di vocazione ai ragazzi. E pensa che questa volta ti leggeranno non soltanto i dotti che pascolano su "Salesianum", ma almeno 20.000 lettori, dato che questa sarà la tiratura minima dell'edizione! Quindi... un bene immenso!
Ti dispenso dal ringraziarmi per avertene offerta l'occasione... Come stile, fa' liberamente: se ogni tanto ti viene qualche piacevolezza o battuta umoristica, tanto meglio. Se no, stendi pure in uno stile semplice e chiaro.

Ti ringrazio in anticipo, ripromettendomi ogni tanto di mandarti una cartolina per ricordarti l'onere...

E pensa se hai bisogno di qualche volume che desideri: te lo regalerà volentieri la cassa del Centro "Compagnie ", come tenue ricompensa del lavoro. Il che naturalmente non mi dispenserà da un cordiale ricordo al Signore» (E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 143-144).

Il contributo avrebbe dovuto essere pubblicato su un fascicolo speciale, intitolato Al timone, numero di orientamento vocazionale. Non conosciamo i motivi che non permisero a don Giuseppe di aderire alla proposta (cf. in appendice la testimonianza di don C. Fiore).

Per «Compagnie dirigenti» don Quadrio partecipa ad un dibattito su Confessione e Comunione, preparando per iscritto alcune riflessioni sulla frequenza dei Sacramenti nei fanciulli e negli adolescenti, giudicata "superlativa" da don Renoglio. Ci è rimasto il questionario, sul quale don Giuseppe ha iniziato ad appuntare qualche pensiero durante una lettura attenta. Conserviamo pure la minuta, abbozzata su una lettera di don Carlo Fiore dell'inizio del dicembre 1961. Eccone il testo:
«Uno dei problemi di maggior risonanza pratica nei Sacramenti è la frequenza della Confessione e Comunione sia nei fanciulli che negli adolescenti, le due categorie di ragazzi che noi educhiamo. È vero che il solo problema della frequenza come tale sembra di importanza piuttosto secondaria e che nella vita soprannaturale la matematica è fuori posto; tuttavia, nel caso nostro, vi sono implicati pure altri importanti aspetti. Se da una parte vi è la preoccupazione di favorire la massima frequenza, conforme alle nostre tradizioni e al desiderio della Chiesa, dall'altra insorgono difficoltà di ordine ambientale e psicologico che rendono cauti.

Il problema più grave si pone per gli internati, in cui giocano elementi sconosciuti ad altri ambienti: grande comodità di frequenza, facilità estrema di Comunioni anche quotidiane in soggetti privi delle disposizioni necessarie, pericolo di abitudine e di routine, tendenza conformista a seguire la massa, desiderio a volte di mettersi in buona luce davanti ai superiori, ecc.

Per chiarire questi problemi e orientare la nostra azione pratica, vorremmo pregarla di rispondere ad alcune domande.

La preghiamo di essere piuttosto breve nelle risposte, pur motivandole adeguatamente. Le risposte saranno pubblicate con la firma su "Compagnie dirigenti", in occasione della Campagna sui Sacramenti, strenna del presente anno.

La pregheremmo di gentilmente farci pervenire la Sua risposta non più tardi del 25 dicembre prossimo.

La ringraziamo cortesemente per la sentita collaborazione e per l'aiuto chiarificatore che darà a tutti i confratelli.

Buona Festa dell'Immacolata».

Segue l'elenco di coloro ai quali è stato inviato il questionario.

Le risposte furono stampate su "Compagnie dirigenti" nel fascicolo del febbraio 1962 (R. 098).

Per la R. 102 ci è pervenuta la serie dei quesiti, su un foglio di richiesta di don Luciano Borello: «Prego una brevissima risposta ad ogni obiezione. È bene far precedere un breve schema (mezza pagina dattiloscritta) della sua prolusione iniziale, per cogliere il significato delle obiezioni».

Don Quadrio segue le indicazioni con scrupolo. Non conosciamo la rivista sulla quale il contributo è stato eventualmente stampato.

Ugualmente per la R. 103 abbiamo un dattiloscritto con dieci domande, alle quali don Giseppe risponde con brevità e acribia.

In occasione della nascita di una nuova rivista, «Dimensioni», don Carlo Fiore, incaricato della sua fondazione, tentò di coinvolgere anche don Quadrio.

In una lettera del 30 novembre 1962, così gli scriveva:
«Caro don Quadrio, data la tua competenza in problemi sentimentali dei giovanissimi, ti pregherei, purtroppo con urgenza, di stendermi una rispostina alle due lettere che ti allego.

Una è un brano di diario di un giovanotto; la seconda mi è giunta stamattina. Pubblicherei i due pezzi e la tua risposta. Ci siamo? Non tirarmi accidenti. I Superiori ti considerano ortodosso... Su di me invece grava la legitima suspicio... Ciao.

Primo pezzo.

Ho letto molto attentamente l'inizio dei dibattiti sulle relazioni fra ragazzi e ragazze. Ne sono rimasto soddisfatto, però avrei preferito che i protagonisti fossero più giovani, 16 o 17 anni. Le dico questo perché a me, come quasi a tutti gli altri ragazzi, potrebbero interessare dibattiti fra adolescenti di ambedue i sessi, e siccome al giorno d'oggi anche noi "piccoli  uomini" abbiamo i nostri problemini sentimentali, desidererei fosse aperto un nuovo dibattito sul comportamento e sui modi di trattare fra ragazzi e ragazze nel caso che fra loro ci fosse qualche sentimento di affetto o di avanzata simpatia. Questo sempre fra giovani adolescenti. Le assicuro che ciò potrà interessare molti ragazzi, giacché il problema più sentito è quello di poter voler bene a una ragazza, la quale sia fuori dalla nostra parentela, e che ciò sia contraccambiato. Attilio M. - Varazze.

Secondo pezzo.

Questo è stato sempre il mio sogno: poter amare una ragazza. Molte volte vedevo come erano felici e contenti i miei amici di poter avere una ragazza per sé. Io li invidiavo; avevo forte il desiderio di avere anch'io una ragazza tutta mia con cui dire tutto, ma non ero capace di "attaccare ". Vorrei avere quella forza e sarei felice anch'io. Non voglio una ragazza per accontentare le mie passioni, ma la vorrei per compagna, per potermi aprire a lei, per sentirmi meno solo, perché credo che una ragazza mi completi col suo aiuto e forse anche per non sentirmi inferiore ai miei compagni, perché ciò mi fa soffrire molto.

I testi sono genuini, senza un ritocco e senza modifiche. Mi pare riflettano anche abbastanza chiaramente il problema dei giovani. La prima lettera si riferiva al dibattito aperto Big Bang (che titolo scandoloso e che disegno scandalosissimo!!! Guarda su "Dimensioni" che ti allego...).

Mi puoi stendere la risposta, collegandoti evidentemente alle due lettere di "Dimensioni"? Attendo entro qualche giorno. E scusa ancora!» (E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 177-178).

Don Quadrio risponde per lettera a breve giro di posta: «Caro Don Fiore, non so proprio che pesci prendere. È difficile esprimere brevemente e chiaramente una risposta centrata su problemi tanto delicati. Il restare nel generico è inutile. Per scendere al concreto occorrono precisazioni lunghe. E allora?
Per dimostrarti però la mia solidarietà e ammirazione per il vostro lavoro, ti mando un saggio di risposta, di cui però io stesso non sono soddisfatto. Forse sarà meglio pubblicare le lettere dei due giovani senza chiose».

Seguono le indicazioni suggerite alle due domande (L. 234).

Don Quadrio conclude: «Caro Don Fiore, sono molto incerto se tutto ciò abbia un significato. Credo che sia meglio pensarci. Cordialmente» (cf. in appendice la testimonianza di don C. Fiore).

DON GIUSEPPE QUADRIO:
«PROFESSIONISTA DELLA TENEREZZA DI DIO»1
Enzo BIANCO
Parlo di questo volume che raccoglie le risposte di don Quadrio perché, a suo tempo, ne sono stato il primo lettore, anzi l'ho visto nascere e crescere tra le mie mani, a poco a poco, risposta dopo risposta, negli anni ormai lontani 1960-63.

E parlo del suo autore, don Giuseppe Quadrio, che negli anni precedenti mi era stato insegnante di teologia al Pontificio Ateneo Salesiano di Torino Crocetta: insegnante, e amico. Come sapeva esserlo lui.

Gli studi prima, e poi il mio lavoro nella redazione del mensile «Meridiano 12», mi consentirono di conservare e rafforzare quella riconoscente amicizia con don Quadrio. Ero responsabile della rubrica «Si domanda ai nostri esperti», ed ebbi lui tra i collaboratori più assidui. Anzi — va detto subito — come l'esperto più apprezzato e stimato dai lettori.

«Meridiano 12» era un mensile stampato a Torino dai Salesiani: aveva formato tascabile, e qualche parentela con «Selezione». Uno dei miei compiti era di tenere i contatti sui due fronti: da una parte raccoglievo e catalogavo le lettere che i lettori mandavano alla rubrica per sottoporre problemi e inquietudini, e dall'altra inviavo queste lettere a una rosa di esperti a cui sollecitavo le risposte da pubblicare. Che dire della collaborazione dí don Quadrio? Semplicemente che era la più attesa, la più letta, la più condivisa dai lettori.

Non deve stupire: don Quadrio era nato per scrivere. Possedeva uno stile rotondo, limpido, comunicativo. Mentre altri docenti nella scuola si limitavano a suggerirci che cosa sottolineare in un testo sovente non loro, le sue lezioni, da noi attese e quindi seguitissime, si imponevano per lo stile cordiale e quasi di conferenza. La sua esposizione tradiva entusiasmo: non quello che sovente nasce da sovrabbondanza di vaporoso sentimento, ma quello che gli zampillava dentro dalla contemplazione intellettuale della verità cristiana. Questo entusiasmo dell'intelligenza l'ho poi ritrovato pari pari nelle sue «Risposte» su «Meridiano 12».

1 La definizione è di don Valentino Del Mazza, ex-allievo di don Quadrio.

Don Quadrio era la punta di diamante della rubrica. Io facevo in modo che apparisse sempre, in ciascun numero della rivista, un suo contributo. Cosa del resto molto facile, sia perché tanti lettori richiedevano espressamente i suoi interventi, e sia perché lui collaborava con il massimo impegno, con diligenza, precisione e buona volontà.

Scrivere per «Si domanda ai nostri esperti» gli stava a cuore. Sentiva la rubrica come genuina forma di magistero teologico e impegno pastorale. Del resto la rivista toccava in quegli anni i centomila abbonati, mezzo milione di lettori effettivi, e il gioco valeva la candela.

Fu una collaborazione purtroppo breve, durata poco più di tre anni, e stroncata da quel suo male crudele. Ma egli dette il suo contributo fino all'ultimo. Ricordo di aver visitato don Quadrio alcune volte all'ospedale: anche sul suo letto di morte continuava a pensare e a scrivere con affetto ai suoi lettori.

Un'analisi del contenuto teologico, ascetico, pastorale delle sue «Risposte» porterebbe lontano. Dirò solo — col senno di poi — che si trattava di testi pre-conciliari soltanto come dato anagrafico, non certo per contenuti e spirito.

Ricordo una sua confidenza rilasciataci ai tempi dei miei studi teologici, buttata lì passeggiando in cortile. Parlava dei suoi studi, compiuti (con esito brillantissimo) alla Gregoriana, e ci confidò che divenuto a sua volta insegnante aveva seguito solo per il primo anno «quel» certo modo accademico di fare lezione: presto aveva sentito il bisogno di cambiare radicalmente. Di fatto noi studenti di teologia sentivamo la sua scuola come qualcosa di diverso: di profondamente umano e appassionatamente agganciato a Cristo.

Ricordo l'assenza di «avversari» nelle sue tesi, la sua amorosa lettura della Bibbia e della tradizione patristica. Ricordo la dimensione ascetica da lui sviluppata «tra le righe», per cui al termine delle lezioni ci si sentiva rincuorati a vivere meglio la nostra vocazione cristiana e sacerdotale. Questo spirito trasuda nelle sue «Risposte» su «Meridiano 12», in modo anche più evidente. Ed era condiviso dai lettori. Non che don Quadrio fosse tutto miele e angoli smussati; quando occorreva sapeva dire le verità amare, ma in modo sempre delicato e accettabile.

In sovrappiù, don Quadrio dimostrava eccezionali capacità di aggancio con il lettore: scriveva davvero «per lui», con senso di solidarietà e simpatia cattivante. Ma questa empatia gli era abituale: frutto di doti innate e di conquista. Accostare don Quadrio, e sentirlo dalla propria parte, era tutt'uno.

Questa sensazione, che al primo incontro poteva sembrare a qualcuno casuale o frutto di calcolo, a lungo andare si rivelava in tutta la sua sconcertante sincerità: l'«essere dalla tua parte» lui lo viveva sempre, e con tutti. E senza tatticismi. Veniva da pensare a Papa Giovanni, allora felicemente regnante, che diceva della Chiesa: «Alcuni sono nemici della Chiesa, ma la Chiesa non ha nemici». Che don Quadrio fosse nemico di qualcuno, per noi era umoristico. E i lettori di «Meridiano 12» lo cercavano perché pur senza conoscerlo di persona lo sentivano un amico.

A me, giovane redattore alle prime armi e un po' incauto, certe espressioni delle sue risposte sembravano un po' troppo cerimoniose; e magari — preoccupato com'ero di dare la massima concisione ai testi — talvolta le amputavo. Un giorno me ne parlò, col sorriso sulla labbra come al solito, spiegandomi l'utilità di quel suo approccio fortemente personalizzato col lettore; e non ho mai dimenticato quella sua ultima preziosa lezione.

Oggi so che a questo tipo di approccio si può dare un preciso nome scientifico, che un certo Roman Jakobson lo chiamerebbe «funzione conativa del linguaggio», e che questo studioso ha anche sottolineato (forse per gli incauti come me) tutta l'importanza — nell'arte di comunicare — di creare un contatto forte con il recettore. Don Quadrio non possedeva studi linguistici, ma possedeva la sapienza equivalente in forma innata. O come frutto squisito della sua carità pastorale. E la infondeva a piene mani nella sua rubrica.

Pertanto, al di là del valore teologico dei suoi testi (che è facile constatare), credo utile indicare ai nuovi lettori di quelle antiche «Risposte» la loro importanza anche come modelli di comunicazione: umana, sacerdotale e pastorale. Un interessante punto di vista, mi sembra, da cui accostare il presente volume.

LE RISPOSTE DI DON QUADRIO SU «MERIDIANO 12»
Raimondo FRATTALLONE
Uno sguardo d'insieme

  • «Meridiano 12» e i suoi esperti

«Meridiano 12»1 era una rivista mensile che, in una veste rinnovata, aveva ereditato le finalità delle «Letture Cattoliche»2 e raggiungeva un vasto numero di lettori.

Come il mensile «Selezione dal Reader's Digest», anche «Meridiano12» intrecciava argomenti di attualità, scienze, letteratura e arte. Ma la sua caratteristica era le visione cristiana e cattolica della vita e degli avvenimenti: il «Meridiano 12» è, infatti, quello che passa per Roma! La rubrica «Si domanda ai nostri esperti», che occupava dalle 4 alle 8 pagine del mensile, oltre a sollecitare gli interessi dei lettori, costituiva uno strumento efficacissimo di riflessione culturale, religiosa e morale.

  • Don Quadrio collaboratore di «Meridiano 12»

Tra gli esperti, reclutati in mezzo ai docenti universitari e ad altri specialisti nelle varie discipline, don Quadrio fu uno dei più validi ed entusiasti collaboratori. La sua collaborazione è documentata da quasi tutti i fascicoli di «Meridiano 12» apparsi dall'ottobre del 1956 al marzo del 1964.3
1 «Meridiano 12» («Letture Cattoliche») fu pubblicato a Torino dal 1955 al 1971.

2 «Letture Cattoliche» (fondate da san Giovanni Bosco), Torino 1852-1954.

3 A nostro giudizio le risposte date allora ai lettori mantengono ancora la freschezza e spesso l'attualità del momento quando videro la luce.

Per facilitare la consultazione del testo originale di don Quadrio, d'ora in avanti citeremo nelle note le Risposte a «Meridiano 12» (alle quali aggiungiamo le cinque a «Voci fraterne» per l'affinità di struttura e di contenuto) premettendo la numerazione progressiva adottata nelle presente edizione (per. es.: R. 029, in «Meridiano 12», luglio 1959, pp. 9-10).

Non va dimenticato il fatto che, proprio in quegli anni, la sua salute cagionevole fu colpita da vari malanni. Invece di rallentare il suo ritmo di lavoro, egli intensificò l'impegno per il Regno di Dio, convinto che tempus breve est! Una preziosa pagina del suo diario riporta i propositi presi, quando conobbe con certezza la grave malattia diagnosticatagli:
«8 Aprile 1957 - Torino. Ritrovata un'ulcera: Deo gratias. Alleluia. Dovendo fare presto:

  • Pregare, pregare, pregare.
  • Lavorare, lavorare, lavorare.
  • Tacere, tacere, tacere».4

Il suo lavoro, durante questi anni, fu polarizzato quasi esclusivamente dalla teologia. Fu Decano della Facoltà di Teologia del Pontificio Ateneo Salesiano (PAS) dal 1954 al 1959, e insegnante di teologia dogmatica dal 1949 alla morte.

L'intreccio tra la sua vita di docente di teologia e le varie malattie culmina nel 1960, quando «si rivelò in lui un linfogranuloma maligno, che gli troncò la carriera dell'insegnamento, ma gli aperse la via dí un apostolato fecondo, fatto di esempio, di sacrificio e di attività apostolica secondo le circostanze e le forze di cui disponeva» .5
È evidente che la collaborazione a «Meridiano 12» rappresenta nella vita e nella personalità di don Quadrio un'attività secondaria. Ma riteniamo che, come avviene per i grandi artisti, anche in questa attività che potremmo paragonare ad un'opera minore si rivela, in una maniera evidente e originale, il sigillo della sua personalità sacerdotale e salesiana.

La personalità di don Quadrio nelle risposte di «Meridiano 12»
1. L'indice degli argomenti trattati
Le risposte elaborate da don Quadrio per «Meridiano 12», escludendo dal calcolo le prime 6 (ottobre e novembre del 1956), perché più schematiche, toccano innanzitutto i trattati di teologia dogmatica, oggetto della sua docenza al PAS, ma si estendono anche ad altre parti della teologia e della problematica attuale della Chiesa. Vediamone una rapida sintesi: 1. De Deo creante et elevante (creazione, peccato originale, uomini primitivi, ecc.): 15 risposte.

4 E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale (Roma 1980), p. 145.

5 E. Valentini (a cura), Don Giuseppe Quadrio. Documenti di vita spirituale (Torino 21968), p. 6.

  • Matrimonio (sacramento, divorzio, purezza, celibato): 10 risposte.
  • Male e dolore (peccato, tentazione): 10 risposte.
  • Novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso, limbo): 10 risposte.
  • Penitenza sacramentale: 4 risposte.
  • Concilio Vaticano II: 6 risposte.
  • Ecumenismo: 7 risposte.
  • Bibbia: 2 risposte.
  • Sacerdozio: 2 risposte.
  • Argomenti vari di teologia (modernismo, superstizione, indulgenze, lavoro, preghiera, storia della Chiesa): 7 risposte..
  • Argomenti di attualità (bizzarrie eretizzanti; i Frati di Mazzarino; cattolico e italiano): 3 risposte.

Il totale degli interventi di don Quadrio in «Meridiano 12» e in «Voci fraterne» ammonta ad una quota di 85.6
2. Analisi dei principali argomenti trattati a) Il Concilio Vaticano Il
Don Quadrio visse con intenso interesse la preparazione e gli inizi del Concilio Vaticano II. Ricordiamo che la solenne apertura del Concilio è avvenuta 1'11 ottobre 1962, circa un anno prima della morte di don Quadrio (23 ottobre 1963). Tra la prima e la seconda sessione del Concilio era avvenuta la morte di Giovanni XXIII (3 giugno 1963). Don Quadrio muore durante la seconda sessione del Concilio, coincidente con i primi mesi del pontificato di Paolo VI (2 settembre 1963 - 4 dicembre 1963); don Giuseppe, che seguiva attentamente l'evolversi dei lavori conciliari e l'elaborazione dei vari documenti, non potè vedere l'approvazione dei primi due frutti conciliari, la Costituzione sulla Liturgia Sacrosanctum Concilium e il Decreto sui mezzi della comunicazione sociale Inter mirifica, approvati il 4 dicembre 1963.

È impressionante l'intuizione, quasi profetica, con cui don Giuseppe descrive nel 1960 gli argomenti più importanti che avrebbe trattato l'assise ecumenica:
6 Aggiungendo le tre pagine del volume AA.VV., La Bibbia sfida l'uomo (Torino, SEI 1968), pp. 10-12, il numero delle risposte di più ampio respiro salirebbe a 86. Notiamo, tuttavia, che in questo libro in collaborazione troviamo esattamente riprodotta (a parte due piccole varianti) la R. 073, apparsa in «Meridiano 12» nell'agosto 1963, pp. 13-14.

«Molti ritengono che il Concilio Vaticano II completerà l'esposizione iniziata dal Concilio Vaticano I intorno alla natura e missione della Chiesa, considerata specialmente alla luce della dottrina sul Corpo mistico di Cristo. Connesso con la dottrina del Corpo mistico è il gravissimo problema dell'unione di tutti i cristiani nell'unica vera Chiesa e la posizione che i cattolici devono assumere di fronte ai vari movimenti unionistici.

Un'altra questione, legata alla natura della Chiesa, è quella di una sempre più intensa partecipazione del popolo alla liturgia, all'apostolato, alla vita della Chiesa. La missione della Chiesa nel mondo attuale sembra esigere anche una coraggiosa e saggia revisione dei metodi e strumenti di apostolato, di evangelizzazione, di conquista missionaria, di cura delle anime, di formazione del clero in vista di un efficace adattamento alle esigenze e necessità del nostro tempo».'
La sensibilità ecumenica del nostro si rivela interamente e si unisce alla chiarezza di impostazione teologica allorché ad un lettore, che domandava se al Concilio sarebbero stati presenti anche i rappresentanti delle Chiese separate di Oriente e dei protestanti, risponde nel 1960:
«Oltre i Vescovi e Prelati cattolici, saranno dunque invitati anche i rappresentanti dei protestanti e degli Orientali separati?... Non è escluso che i non cattolici possano intervenire al Concilio in qualità di osservatori.

Sappiamo che, in occasione del Concilio Vaticano [I], Pio D( aveva invitato i Patriarchi e Vescovi ortodossi ad intervenire al Concilio in perfetta parità con i Vescovi cattolici. Ma nessuno venne...

Ora è passato quasi un secolo; i tempi sono cambiati; le intese e gli scambi di vedute si sono moltiplicati; il dialogo intrecciato; il terreno sembra pronto per avviare a soluzione questo grande problema».8
Scrivendo nel 1962, don Quadrio, dopo aver affermato che «il Concilio potrà appianare la via alla futura riunione dei battezzati»,9 in quanto occasione di incontro e di confronto dottrinale tra le varie confessioni cristiane, non si nasconde le difficoltà che precedono la meta dell'unione tra i cristiani e che egli paragona ad una Via Crucis.10
A Concilio inoltrato, nel 1962, il linguaggio di don Quadrio sulla partecipazione anche dei laici all'assise conciliare si fa più penetrante e appassionato, e mette in evidenza l'immagine della Chiesa, famiglia di Dio:
7 R. 036, in «Meridiano 12», maggio 1960, p. 12.

8 R. 037, in «Meridiano 12», giugno 1960, pp. 10-11.

9 R. 063, in «Meridiano 12», agosto 1962, p. 8.

10 «Ma... la via si preannuncia lunga, e tutto fa prevedere che non sarà un'avanzata trionfale, ma una faticosa Via Crucis. L'unità non si farà senza un generale contributo di preghiera, di sofferenza e di azione» (R 063, in «Meridiano 12», agosto 1962, p. 9).

«Il Concilio è stato paragonato a un "consiglio di famiglia" riunito sotto la direzione del padre, e per prendere insieme qualche grave decisione per il bene di tutta la compagine familiare... Ebbene, la Chiesa è la nostra famiglia spirituale; e poiché noi tutti siamo "della famiglia", abbiamo il diritto e il dovere di interessarci e di collaborare al buon esito dell'avvenimento più decisivo per la vita della Chiesa in questo secolo... Dobbiamo sentirci tutti impegnati e responsabili... Il Concilio è come una sintesi vivente di tutta la Chiesa: ciascun membro esercita nel Concilio la stessa funzione che esercita nella Chiesa».11
Spiritualmente sensibile al dinamismo dello Spirito, vita ed anima della Chiesa, don Quadrio nel 1959 già intravedeva la possibilità di ripristino del diaconato permanente nella Chiesa,12 che si realizzerà alcuni anni dopo, il 21 novembre 1964, con l'approvazione della Costituzione dogmatica Lumen Gentium.13
b) Il matrimonio cristiano
Gli studenti di teologia che hanno avuto don Quadrio come docente del trattato dogmatico sul Sacramento del matrimonio ricordano quelle lezioni per la elevatezza del messaggio teologico che approdava alle soglie della contemplazione. E come avveniva durante le lezioni scolastiche, anche quando descriveva la bellezza del Matrimonio cristiano, egli si esprimeva in accenti lirici che diventavano un inno all'amore tra Cristo e la Chiesa, sua Sposa.

Ad un ex-allievo salesiano che chiedeva un chiarimento sulla frase: «L'unione dell'uomo con la donna è simbolo dell'unione di Cristo con la Chiesa», don Quadrio, dopo aver precisato che l'affermazione è di san Paolo e si trova nella lettera inviata ai cristiani di Efeso, ne approfondisce il significato cristologico-ecdesiale in questi termini:
«Parlando dei doveri degli sposi cristiani, [san Paolo] afferma che il loro matrimonio è un "segno sacro", un'immagine vivente della unione esistente tra Gesù Cristo e la Chiesa. Per comprendere queste parole, dobbiamo tener presente che Gesù è lo Sposo della Chiesa. Qui per Chiesa s'intende l'unione di tutti i fedeli, i quali costituiscono tutti insieme come una sola persona, cioè il Corpo mistico di Cristo...

11 R. 061, in «Meridiano 12», luglio 1962, pp. 9-11.

12 Scriveva profeticamente: «La suprema Autorità della Chiesa, ed essa sola, potrebbe decidere che il diaconato venga conferito anche a uomini sposati e non destinati a diventare Sacerdoti... Non resta che attendere, in fiduciosa docilità e fervida preghiera, la soluzione che la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo e dalla propria esperienza bimillenaria, darà» (R. 029, in «Meridiano 12», luglio 1959, p. 10).

13 Cf. LG, n. 29.

Ebbene, proprio questa unione di Cristo con la Chiesa sua Sposa, secondo san Paolo, è resa nuovamente presente e operante ogni volta che due battezzati si uniscono in matrimonio. Un esempio, forse, può servire a chiarirci questa verità: come ogni Messa rappresenta e rinnova sacramentalmente l'unico sacrificio della croce, di cui prolunga e applica i frutti, così in modo simile (non però perfettamente identico) ogni matrimonio cristiano rappresenta al vivo e rinnova sacramentalmente il matrimonio perpetuo di Gesù Cristo con la sua Chiesa, prolungandone e applicandone i frutti...

Nell'imitazione dell'amore di Gesù e sostenuto dalla sua grazia, l'amore coniugale diventa puro, forte, tenero, sacrificato, indefettibile ed eterno».14
L'occasione per descrivere gli elementi portanti della spiritualità matrimoniale fu offerta a don Quadrio da una domanda provocatoria di una lettrice di «Meridiano 12»: «Ho letto più volte l'esaltazione della verginità e del celibato, ma mai una parola sulla grandezza del matrimonio. Siete per caso anche voi di quelli che considerano gli sposati come dei poveri diavoli, condannati alla mediocrità spirituale e incapaci di ogni aspirazione alla santità cristiana?».15
Don Quadrio risponde accettando la provocazione e sviluppando in quattro punti una teoria della spiritualità matrimoniale:
«No, signora, non siamo di quelli. Se finora non abbiamo parlato della grandezza divina del matrimonio, è stato solo perché nessuno ce ne ha offerto l'occasione. Le siamo grati dell'opportunità che ora lei ci offre di presentare alcuni principi fondamentali sulla "spiritualità" matrimoniale e specialmente sulla santità alla quale possono e devono aspirare gli sposi cristiani».

  • Il matrimonio cristiano è una vocazione alla santità.
  • L'amore degli sposi è un'irradiazione di Dio-Amore.
  •  Il sacramento del matrimonio è un generatore perenne di santità.
  • Gli sposi sono, l'uno per l'altro, artefici di santità.

14 R. 082, in «Voci fraterne» 43/13 (luglio 1962), pp. 11-12.

15 R. 075, in «Meridiano 12», giugno 1963, p. 13.

«In forza del vincolo matrimoniale, ognuno dei due diventa spiritualmente responsabile dell'altro; si assume l'incarico di portarlo alla santità; accetta di essergli guida e scala per salire a Dio... I coniugi tendono alla santità non come due eremiti isolati, ma in perfetta comunione e collaborazione. Dev'essere una santità "a due "».16
Espressioni altrettanto liriche ed esaltanti vengono adoperate da don Quadrio per descrivere la bellezza del celibato ecclesiastico e della verginità consacrata.17
Nell'affrontare il tema del divorzio possiamo ammirare la serietà scientifica e la chiarezza dell'esposizione allorché, rispondendo al quesito di un signore, affronta l'esegesi della clausola matteana «salvo che per ragione di fornicazione» (Mt 19,9; 5,32):
«Le perplessità del signor P. Calabrese] sono perfettamente comprensibili. Prima di lei, Padri e Dottori della Chiesa, teologi e studiosi della Bibbia, si sono cimentati nel cercare una spiegazione soddisfacente dell'enigma. E di spiegazioni ne furono proposte più d'una. Le parole di Gesù da lei riferite vengono ancora oggi considerate come "la croce degli interpreti"».18
Una delle pagine più toccanti scritte da don Quadrio per «Meridiano 12» è quella in cui risponde al quesito perché la Chiesa non dovrebbe concedere lo scioglimento del matrimonio quando uno dei coniugi è stato condannato al carcere a vita. In quelle pagine l'amore alla verità si congiunge ad un'estrema empatia nei confronti del coniuge costretto alla solitudine:
«Perché la Chiesa si ostina a impedire a queste vittime innocenti la possibilità di ricostruire la propria felicità con un altro matrimonio?...

16 R. 075, in «Meridiano 12», giugno 1963, pp. 13-16. Don Quadrio ebbe modo di manifestare il suo pensiero a riguardo dell'educazione alla purezza in tre interventi che trattano, rispettivamente, il primo dell'educazione sessuale da dare ai bambini, e gli altri due del cammino spirituale che deve percorrere un giovane che mira alla gioia della purezza (cf. R. 071, in «Meridiano 12», marzo 1963, pp. 7-9; R. 074, in «Meridiano 12», maggio 1963, pp. 30-32; R. 081, in «Voci fraterne» 43/9, maggio 1962, pp. 8-10).

17 «Gesù Cristo... ha distinto nettamente tra verginità forzata o senza amore, e verginità volontaria o per amore... Questa verginità senza amore è davvero la condizione più triste e fallimentare in cui una creatura umana possa trovarsi...

Ma allora, in che consiste l'autentica verginità cristiana? Essa è... una specie di matrimonio spirituale, perpetuo ed esclusivo, dell'anima con la Persona divina di Cristo. Il vergine non è uno scapolo o un solitario che ha rinunciato all'amore. È, al contrario, un innamorato che ha scelto il matrimonio più felice e l'amore più inebriante... Non ha compresso o estinto le sue energie; ma le ha sublimate e potenziate, espandendole gioiosamente in un piano superiore» (R. 057, in «Meridiano 12», febbraio 1962, pp. 9-10).

18 R. 038, in «Meridiano 12», agosto 1960, p. 8.

Servendomi di un'espressione paradossale, direi che la Chiesa sarebbe ben felice di concedere a questi poveri coniugi innocenti la possibilità di rifarsi un'esistenza mediante un nuovo matrimonio. Se non lo fa, è unicamente perché non lo può fare.

E perché non lo può fare? Perché, in materia di divorzio, la Chiesa non è arbitra e padrona, ma solo custode e tutrice della legge divina e naturale. Come non potrà mai permettere l'omicidio o il furto o la bestemmia...

Ma quale scopo può avere ancora il matrimonio di un condannato all'ergatolo? Pensi, [egregio] signore, alla nobilissima missione di una moglie eroicamente fedele verso il suo infelice marito condannato, giustamente o ingiustamente, alla reclusione perpetua... Chi più efficacemente di lei potrà avviarlo alla redenzione e riabilitazione morale?... Si dirà che una tale fedeltà esige dell'eroismo. È vero. Ma quale condizione di vita non esige spesso dell'eroismo? Quel Dio che lo prescrive come un obbligo, lo rende possibile e perfino dolce con il suo aiuto»?
c) Il problema del male e del dolore
Rispondendo a diversi lettori che chiedevano una illuminazione sullo spinoso problema del male e del dolore, don Quadrio, a seconda dei quesiti, affronta la tematica da angolature diverse, ora in riferimento alla bontà di Dio, ora più direttamente in riferimento alla sofferenza umana o alla morte prematura di bambini innocenti.

A chi gli chiedeva «perché Dio non ci impedisce di cadere in certi errori... e lascia che taluni muoiano malamente, cioè in colpa»,20 don Quadrio rispondeva confortando l'interlocutore e indicando alcuni principi che illuminano il mistero del male:
19 R. 070, in «Meridiano 12», febbraio 1963, pp. 19-20.

20 R. 012, in «Meridiano 12», ottobre 1957, p. 3.

«La prima legge della Provvidenza divina verso gli uomini è il pieno rispetto della loro libertà... Pur di salvaguardare questa suprema dignità delle sue creature intelligenti, Dio corre il rischio di vedere il suo amore disprezzato, la sua legge infranta, il suo Figlio ucciso, i suoi prediletti eternamente dannati...

Una seconda legge della divina Provvidenza è di offrire a tutti con inesauribile larghezza e sovrabbondanza le grazie necessarie per evitare il peccato e la dannazione eterna...

Una terza legge dell'azione di Dio verso di noi è di volere sempre e solo il nostro vero bene, di volerlo anche a nostra insaputa e spesso contro le nostre corte viste umane... Siccome Dio sa ricavare da ogni male un bene maggiore, perfino i nostri peccati nei suoi misericordiosi disegni diventano esca di amore, coefficiente di santità, stimolo all'ascesa, glorificazione della sua bontà».21
Ad un lettore di «Meridiano 12» che scriveva: «La vista di tanto male che c'è nel mondo mi fa dubitare dell'esistenza di Dio...»,22 don Quadrio rispondeva con determinatezza che il male è come l'ombra che prova l'esistenza della luce.23
Nel rispondere all'interrogativo angoscioso se la fame nel mondo non è un argomento contro la bontà di Dio, don Quadrio, dopo aver riferito alcune statistiche impressionanti che dimostrano quanto il suo amore per i poveri fosse concreto e documentato, espone con lucidità la dottrina della Chiesa:
«Sono più di 800 milioni coloro che oggi lottano contro la fame in condizioni di tragica inferiorità. Il 10% degli uomini dispone dell'81% del reddito totale: il resto è distribuito in modo ineguale tra il 90% della popolazione terrestre...

Ci sono da dire tre cose.

Primo. Di questo tremendo disordine non è responsabile Dio, ma la cattiveria umana...

Secondo. In questo tremendo squilibrio, Dio non sta dalla parte degli sfruttatori, ma degli oppressi e dei poveri...

Terzo. Ma... in attesa della giustizia futura, gli uomini in questa vita muoiono di fame: che cosa fa Dio per costoro? La prima cosa che ha fatto Lui — Re del cielo e della terra — è stata quella di farsi uomo...; si è voluto fare simile in tutto ai più poveri, ai più oppressi e calpestati dall'ingiustizia umana...

21 R. 012, in «Meridiano 12», ottobre 1957, pp. 3-4. In una risposta ai lettori pubblicata postuma don Quadrio affronterà il tema del piccolo disordine che appare ai nostri occhi e del grande ordine che regna nel cosmo e che rivela l'esistenza di Dio (cf. R. 080, in «Meridiano 12», marzo 1964, pp. 9-10).

22 R. 016, in «Meridiano 12», agosto 1958, p. 6.

23 « "Esiste il male: dunque Dio non esiste". A questa difficoltà, antica quanto l'uomo e tormentosa come poche altre, si deve contrapporre questa affermazione assolutamente certa: Esiste il male: dunque esiste Dio! Il male non solo non è prova contraria, ma è piuttosto un argomento a favore dell'esistenza di Dio, come l'ombra è una prova che esiste la luce» (R. 016, in «Meridiano 12», agosto 1958, pp. 6-7). Molto sottile, anche dal punto di vista teologico, la risposta Che don Quadrio dà a chi gli domandava se un peccatore può offrire a Dio le sue sofferenze (cf. R. 018, in «Meridiano 12», settembre 1958, pp. 7-8).

Inoltre... ha voluto che la sua Chiesa insegnasse che ogni uomo ha il diritto fondamentale di vivere degnamente; che a questo diritto è subordinato lo stesso diritto di proprietà...».24
Don Quadrio rivela pienamente il suo cuore di padre dalle dimensioni universali quando espone le sue riflessioni sul mistero della sofferenza dei bambini innocenti:
«La sua lettera, egregio dottore, contiene molti quesiti interessanti e impegnativi... Mi limito al primo. Esso prospetta il tremendo spettacolo degli innumerevoli bimbi periti nei bombardamenti, straziati da ordigni di guerra, seviziati nei campi di concentramento, sterminati per odio di razza.

Penso, mentre scrivo, alle migliaia di piccoli che in questo momento giacciono immobili nelle corsie degli ospedali o sui tavoli delle sale operatorie, lottando con la malattia e con la morte...

A questa lunga schiera dolorante di piccoli si aggiunge quella meno nota, ma non meno lacrimevole, degli innocenti uccisi cinicamente prima ancora che vedano la luce. È una quotidiana strage di innocenti, ancora più barbara di quella di Erode...

Le dirò subito francamente che questo problema è un mistero anche per chi crede in Dio. Per chi non crede, poi, esso è un assurdo crudele. La fede non elimina del tutto l'oscurità, ma l'avvolge di una luce rasserenante e fiduciosa.

Sono due le certezze principali con cui la fede cristiana addolcisce la nostra pena di fronte al dolore e alla morte dei bambini.

La prima è che non tutto finisce quaggiù. Sembra che Dio abbia voluto porre i problemi di qua e... le soluzioni di là. La morte mette ogni cosa a posto, per sempre. Questa vita è come una dissonanza musicale, che si risolve in un accordo finale eterno...

Un'altra certezza cristiana, non meno consolante della prima... è che i bimbi non soffrono invano, non sono costretti da un destino crudele a pagare per i malvagi. Al contrario, la loro sofferenza fa parte di un sapiente e amoroso piano di salvezza universale, di cui gli stessi bimbi non sono solo artefici, ma anche i primi e principali beneficiati».25
Traboccante di delicatezza, di rispetto per il dolore e di intensa luce interiore è la risposta, quasi una lettera, di don Quadrio ad una signora che comunicava a «Meridiano 12» che da 6 mesi lei e suo marito, dopo la morte dell'unico bambino, non si recavano più in Chiesa:26
24 R. 024, in «Meridiano 12», aprile 1959, pp. 13-14.

25 R. 053, in «Meridiano 12», novembre 1961, pp. 7-8.

26 R. 072, in «Meridiano 12», aprile 1963, p. 7.

«In questi tristissimi mesi lei, signora, avrà certamente sentito molte parole di conforto umano. Ma non sono bastate a lenire il suo dolore. E in realtà, di fronte al suo [indicibile] strazio, ogni parola rischia di suonare stonata [e banale]. E poi, quale frase cortese potrebbe riempire il vuoto immenso lasciatole dal suo bambino?
[È per questo che ci inchiniamo con riverente silenzio] dinanzi alla sua sofferenza. Sarebbe presunzione voler insegnare qualche cosa a una mamma in lutto, o ritenersi degni e capaci di asciugare le sue lacrime.

[C'è] uno solo [che] può fare tutto questo... Gesù tiene in serbo per lei, signora, alcune delle sue parole estremamente semplici, ma divinamente vere e consolanti...

Gesù... le ripete: "Io sono la Risurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai".

Dunque... il suo bambino è vivo, più vivo di prima, nella gioia infinita di Dio. La morte non l'ha annientato, ma solo trasfigurato in uno stato più perfetto e più felice...

Comprendo [bene]: lei si strugge di non poter più vedere e abbracciare il suo angioletto... Un giorno lo rivedrà anche con gli occhi del corpo, e starete insieme per sempre.

Nessuno (però) pretende che, con questa certezza, lei riesca a riempire sensibilmente il vuoto incolmabile che la morte le ha scavato nel cuore. Se lei vuole, potrà rendere questo vuoto meno oscuro e doloroso...

Il suo piccino, che già vede tutto chiaramente nella luce divina, ringrazia e benedice il Signore proprio per quello che noi piangiamo come una sventura irreparabile. Egli è infinitamente felice di aver potuto dare una mano a Gesù per salvare gli uomini. La sua gioia senza confini consiste nel dire di sì alla volontà di Dio.

Provi anche lei, signora, a fare come il suo bambino. Ne proverà conforto. Perché la volontà di Dio è un peso enorme, finché ci ribelliamo; ma se la accettiamo, diventa la nostra più grande gioia».27
27 R. 072, in «Meridiano 12», aprile 1963, pp. 7-8. Il linguaggio di don Quadrio, così affettuoso in questa lettera, diventa freddo, distaccato, ma sempre attento alla persona, allorché prende posizione di fronte alla sentenza di assoluzione della ventiquattrenne Suzanne Vandeput, deferita al tribunale di Liegi per aver ucciso la sua bambina Corinne di sette giorni, nata con le mani attaccate alle spalle. Don Quadrio articola il suo intervento su «Meridiano 12» in quattro punti:

  • Davanti a questa mamma infelice...
  • Di fronte al suo gesto, considerato oggettivamente...
  • Di fronte alla sentenza di assoluzione piena...
  • Di fronte a una folla delirante di entusiasmo... (R. 068, in «Meridiano 12», dicembre 1962, pp. 8-9).

d) Il Sacramento della Penitenza
Coloro che ebbero don Quadrio come insegnante di teologia dogmatica ricordano con ammirazione, stima e una certa nostalgia le sue lezioni, chiare, profonde e aggiornate, sul Sacramento della Penitenza. In alcune risposte a «Meridiano 12» ha lasciato una traccia della sua sensibilità pastorale, unita alla sua competenza teologica.

A chi gli chiedeva se e come la Confessione dei peccati fosse fondata sulla Sacra Scrittura, e particolarmente su Gv 20,19-23, don Quadrio dà un saggio di esegesi dogmatica a livello popolare, aiutando a comprendere la distinzione tra l'istituzione del Sacramento e le diverse modalità che esso ha assunto nel corso dei secoli.28
La tematica della Penitenza ritorna in altre due risposte di don Quadrio, che presentano le figure di Pietro e di Giuda e il loro diverso rapporto con l'amore perdonante del Cristo:
«Perché a Pietro tutto e a Giuda niente? Non avevano entrambi peccato gravemente?...

Presunzione, ingratitudine, spergiuro, tradimento dell'amicizia, vigliaccheria: questo è il peccato di Pietro.

Ma ecco, subito dopo, Gesù, incatenato e seviziato dagli sbirri, gli passa vicino, e lo guarda a lungo con accorata tristezza. Pietro legge in quello sguardo il rammarico dell'Amico rinnegato, ma anche un invito al pentimento e l'assicurazione del perdono. E uscito fuori, pianse amaramente...

28 «Gesù Cristo nel passo riferito da san Giovanni ha espressamente conferito agli Apostoli la missione di continuare la sua opera redentrice, e in particolare ha comunicato loro il suo divino potere di rimettere e ritenere, a nome di Dio stesso, qualunque peccato senza limitazione...

E la Confessione? Sarà così gentile, signor AV., da darmi atto che né io né alcun teologo cattolico ha affermato che nel passo citato Gesù parli esplicitamente della Confessione dei peccati. Ho detto solo e ripeto che il potere di rimettere e ritenere i peccati, quale fu concesso da Cristo alla sua Chiesa, non si può esercitare secondo giustizia e carità, se chi deve pronunciare la sentenza non conosce i peccati e le disposizioni del penitente... Dico dunque che, per quanto Cristo non abbia in quel passo parlato esplicitamente della Confessione, ha però parlato di un potere che necessariamente la suppone e la include...

La sostanza è sempre la stessa e rimane invariata in ogni tempo e circostanza; ma le modalità accidentali sono determinate dalla Chiesa, a cui Cristo ha affidato l'amministrazione dei Sacramenti» (R. 011, in «Meridiano 12», settembre 1957, pp. 1-2). Nella stessa risposta ai lettori don Quadrio presenta una lunga lista di testi di teologia come strumenti di approfondimento delle questioni inerenti alla Penitenza sacramentale e alla confessione dei peccati presso le tribù primitive.

E Gesù, che non seppe mai resistere di fronte al pentimento e che riabilitò sempre ogni peccatore ravveduto, non solo perdonò Pietro, ma lo confermò nell'ufficio di supremo pastore del suo gregge. Una sola condizione gli pose: che, avendolo rinnegato perché si era presunto migliore degli altri, ora umilmente si impegnasse ad amarlo più di ogni altro...

Ed allora, perché a Giuda non fu riservato lo stesso trattamento? Il suo peccato fu certamente più grave di quello di Pietro, anche perché fu lungamente premeditato. Ma non fu questo il motivo per cui non è stato perdonato... Perfino nell'orto, proprio nell'istante in cui Giuda consuma il tradimento col dolce segno dell'amicizia, Gesù fa l'estremo tentativo per salvarlo. Ne riceve il bacio; lo chiama col nome di amico; lo chiama teneramente per nome... In questi gesti di compassione non si può non vedere un'intenzione di misericordia, una tacita promessa di perdono, se il traditore si fosse pentito.

Ma Giuda respinse la mano salvatrice che l'Amico tradito gli porse fino all'ultimo. Il torto più grave che egli fece a Gesù, non fu di averlo tradito; ma di non averlo creduto capace di perdonare il suo tradimento...».29
e) Argomenti di protologia
In quanto docente dei trattati dogmatici De Deo creante et elevante, don Quadrio veniva invitato da «Meridiano 12» a rispondere ai lettori che chiedevano spiegazioni sui primi uomini, sul peccato originale, sulla creazione dell'anima, ecc. Abbiamo ricordato sopra che su questi argomenti per ben 15 volte don Quadrio intervenne nelle pagine di «Meridiano 12».

Una questione che si colloca al confine tra la scienza e la rivelazione biblica è quella che vuol scoprire fino a che punto gli uomini primitivi siano collegati e rimandino all'Adamo della Genesi. Ad ogni scoperta della paleontologia o dell'etnologia ci si domanda se, finalmente, si è trovato l'anello tra i dati della scienza e le affermazioni della fede. Don Quadrio affermava con la sua abituale chiarezza:
29 R. 034, in «Meridiano 12», marzo 1960, pp. 5-6. Don Quadrio prosegue le riflessioni sul mistero del ruolo di Giuda nella storia della salvezza in occasione di una lettera che domandava: «Se non ci fosse stato Giuda a tradire Gesù Cristo, come o in che modo Gesù avrebbe redento l'umanità?» (R. 052, in «Meridiano 12», ottobre 1961, p. 15). La risposta si muove tra l'affermazione che anche senza il personaggio Giuda certamente Cristo avrebbe redento l'umanità, e il riconoscimento che Giuda, pur colpevole del suo peccato di tradimento, fu uno strumento per realizzare il piano di salvezza previsto da Dio (ivi, pp. 15-16).

«Come si possono conciliare queste affermazioni della dottrina cattolica con i dati delle scienze preistoriche ed etnografiche intorno allo stato primitivo dei più antichi esseri umani oggi conosciuti? La conciliazione appare possibile se si tiene presente che il livello culturale di Adamo non era frutto di sforzo e conquista personale, ma un dono gratuito e straordinario di Dio; non era quindi proporzionato al livello di civiltà materiale allora esistente nel mondo, ma alla singolare dignità e missione del capostipite dell'umanità elevato al grado di figlio e amico di Dio; non era da trasmettersi ai posteri per via di generazione, come gli altri doni, ma era una dote esclusiva del progenitore...

Rimane da spiegare come i progenitori, se non erano [moralmente e intellettualmente degli] esseri primitivi, abbiano potuto cedere alle lusinghe del demonio. Basti ricordare che né il più elevato grado di civiltà, di scienza, di santità, né la grazia e i doni connessi privano l'uomo del sublime e rischioso dono della libertà e quindi della tragica possibilità di ribellarsi a Dio».3°
Riguardo alla natura del peccato originale, se, cioè, esso sia stato un peccato di superbia o una colpa di natura sessuale, don Quadrio risponde riaffermando la dottrina tradizionale cattolica e lasciando trasparire la sua profonda cultura teologica.31
In «Meridiano 12» troviamo una pagina di eccezionale valore, dove don Quadrio traduce in termini accessibili al grande pubblico il pensiero difficile di san Tommaso, che tenta di penetrare il mistero di come il peccato originale si trasmetta da padre in figlio, dal momento che l'anima, creata direttamente da Dio, non può essere creata nello stato dí peccato.32
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30 R. 007, in «Meridiano 12», gennaio 1957, pp. 5-6. Cf. pure R. 015, in «Meridiano 12», febbraio 1959, pp. 7-8 (dove don Quadrio risponde ad una professoressa che lo interroga sulle scoperte dell'uomo terziario in Italia); R. 022, in «Meridiano 12», marzo 1959, pp. 8-10 (dove don Quadrio risponde ad un quesito sui preadamiti); e R. 030, in «Meridiano 12», agosto 1959, pp. 7-9 (sulla spinosa questione «se l'uomo derivi dalla scimmia»).

31 Cf. R. 008, in «Meridiano 12», gennaio 1957, p. 7.

32 «Ecco la soluzione proposta da san Tommaso... Il peccato originale ha una struttura specialissima, molto diversa da quella dei peccati personali. Questi riguardano direttamente le singole persone e risiedono primieramente nell'anima dei singoli; perciò non vengono trasmessi da padre in figlio, appunto perché... l'anima dei singoli viene creata direttamente da Dio e non trasmessa dai genitori.

Il peccato originale, al contrario, è una macchia o tara ereditaria, che riguarda direttamente la natura umana presa globalmente...

Dio, creando l'anima, non è autore del peccato originale; perché l'anima viene contaminata solo in forza della sua infusione nel corpo. Neppure i genitori, propriamente parlando, sono gli autori del peccato originale nei figli, perché essi non fanno che trasmettere la natura come l'hanno ricevuta. Autore vero del peccato originale in noi è Adamo, al quale la grazia santificante era stata data non come dono personale, ma come dote della natura umana, da trasmettere ai suoi discendenti» (R. 017, in «Meridiano 12», settembre 1958, pp. 7-8; cf. pure R. 047, in «Meridiano 12», luglio 1961, pp. 15-16, dove don Quadrio spiega come l'anima umana, creata direttamente da Dio, dice riferimento ad una persona che riceve dai genitori numerosi caratteri ereditari di natura psichica).

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Uno dei problemi collegati con la trattazione su «Dio creatore» è quello della possibilità di «fabbricare la vita in laboratorio». Di ,fronte alle entusiastiche e superficiali affermazioni dei giornali, don Quadrio espone con serenità e serietà scientifica i risultati, ben limitati, della scienza e la dottrina della Chiesa, che presenta delle verità che vanno al di là degli sforzi e delle conquiste scientifiche:
«Quotidiani e rotocalchi ogni tanto mettono il mondo a rumore con l'annuncio sensazionale che nel tale o tal altro laboratorio è stata finalmente fabbricata la vita. La notizia è spesso accompagnata da commenti, in cui si lascia credere che ormai la vecchia dottrina cattolica sulla creazione ha fatto il suo tempo. La scienza — si ripete — le ha dato l'ultimo colpo, dimostrando che la vita sulla terra non ha avuto origine per creazione divina, ma per semplice evoluzione della materia inorganica...

Due costatazioni fondamentali.

La prima è un dato di fatto, riconosciuto dagli scienziati del mondo intero. Ed è questo: nonostante i successi strabilianti ottenuti recentemente nei laboratori di biochimica, finora non si è riusciti a fabbricare artificialmente la vita...

Ed ecco allora la seconda osservazione, per noi più importante. Supponiamo che, perfezionando le loro ricerche, i chimici riescano un giorno a produrre artificialmente un vero essere vivente. Nel caso, crollerebbe la dottrina cattolica sull'origine della vita?
Ecco la risposta: non solo non crollerebbe, ma non ne sarebbe minimamente scalfita. Mi spiego brevemente, facendo due rilievi.

Il primo è questo: il giorno ín cui si riuscisse a produrre la vita per via di procedimenti chimici, non sarebbe ancora dimostrato che la prima vita sulla terra abbia avuto origine spontaneamente dalla pura materia lasciata a se stessa...

E veniamo ad un altro rilievo. Supponiamo pure che la scienza riesca un giorno a dimostrare il sorgere della prima vita sulla terra per via di evoluzione dalla materia inorganica. Anche in questo caso, rimarrebbe intatta la fede cattolica, che pone Dío all'origine della vita. Infatti: la scienza, constatando sperimentalmente il sorgere della vita dalla materia, non potrebbe mai escludere l'intervento di Dio che inizialmente ha creato la materia dotata della capacità germinale di evolversi in sostanza vivente, quando si fossero realizzate le circostanze favorevoli...».33
f) II mistero della morte
I due interventi di don Quadrio su «Meridiano 12» che trattano della morte sono dell'ottobre e del dicembre del 1963; coincidono, quindi, con
gli ultimi giorni della sua vita, allorché la morte per lui era la buona sorella che si preparava a dischiudergli le porte della Casa del Padre.

A chi gli chiedeva «se convenga o no far conoscere a un ammalato grave la verità sulla sua situazione»,34 don Quadrio, che aveva esperimentato in prima persona che cosa significasse apprendere senza delicatezza che si è colpiti da un male incurabile,35 scriveva con lucidità e con profonda intuizione psicologica:
«Per chiarezza, vorrei distinguere due quesiti nella sua domanda.

  • Bisogna avvertire l'ammalato che si trova in pericolo di morte?
  • Conviene comunicare all'interessato che egli è colpito da un male incurabile?...

Al primo interrogativo rispondo... affermativamente. Ogni ammalato ha il diritto sacrosanto di sapere che la sua vita è in pericolo, affinché possa provvedere in tempo alla propria salvezza eterna e sistemare eventuali importanti affari pendenti. Vi è dunque un obbligo grave di informarlo...

33 R. 041, in «Meridiano 12», gennaio 1961, pp. 8-9. Cf. pure R. 049, in «Meridiano 12», agosto 1961, pp. 15-17, dove don Quadrio presenta la non contraddizione tra scienza e fede di fronte all'ipotesi che l'origine dell'universo si debba attribuire, come ritiene il grande fisico belga Giorgio LemaItre, ad un «atomo primitivo».

34 Cf. R. 079, in «Meridiano 12», dicembre 1963, p. 4.

35 Quando nella comunità salesiana della Crocetta si diffuse la notizia che le analisi mediche avevano rivelato che don Quadrio era affetto da linfogranuloma, un chierico si precipitò all'ospedale, dove era stato ricoverato il caro professore. Don Quadrio, avendo letto nel volto del chierico un profondo turbamento, chiese se la causa fosse che il suo male era inguaribile. Il chierico scoppiò in pianto. Così don Quadrio seppe che la sua vita era ormai segnata dal tumore maligno. Scriverà poi, il 6 settembre 1960, a don Eugenio Magni: «Quando mi comunicarono — per la provvidenziale indiscrezione di un confratello — che avrei avuto pochi giorni di vita, mi è sembrato d'aver fatto le mie cose con fede, speranza e carità; ma non sono riuscito, in seguito, a mantenermi a quel livello» (Don Giuseppe Quadrio, Lettere, a cura di R. Bracchi, Roma 1991, L. 158; cf. anche Articoli di prova testimoniale proposti dal Vice-Postulatore della Causa Rev.mo don Eugenio Valentini per il Processo Cognizionale sulle virtù eroiche e miracoli in genere del Servo di Dio don Giuseppe Quadrio Sacerdote professo della Società Salesiana (1921-1963), Università Pontificia Salesiana, Roma 1985, p. 6).

Il secondo quesito non è meno delicato e difficile del primo. È risaputo che i medici sono soliti nascondere al paziente il fatto che egli sia colpito da una malattia inguaribile. E ciò per evitare che il poveretto cada in uno stato di angoscia e di prostrazione, che aggraverebbe la sua situazione e comprometterebbe l'efficacia di qualsiasi cura... Ritengo perciò che, nella generalità dei casi, questo atteggiamento di prudente riserbo debba essere seguito da tutti coloro che avvicinano l'ammalato... La verità va detta a tempo e luogo... In pratica, la rivelazione di un male grave incurabile può essere fatta solo nel caso in cui essa sia inevitabile o sicuramente utile al bene dell'interessato...

Ciò evidentemente non toglie che l'ammalato debba essere aiutato convenientemente ad accettare, con amore, tutta la volontà di Dio e ad offrire generosamente a Lui la propria vita in unione con Gesù crocifisso».36
Rispondendo ad una donna che scriveva a «Meridiano 12»: «Ho un terrore angoscioso della morte. Quando ero giovane e sana, risolvevo il problema non pensandoci. Ora invece è diventato un'ossessione. Potrebbero suggerirmi qualche cosa, per liberarmi da questo tormento?»,37 don Quadrio scrive una delle pagine più significative della sua produzione pastorale; in essa rivela il suo eccezionale intuito psicologico nell'affrontare il tema dell'angoscia mortale, illuminato ulteriormente dalla sua esperienza di malato di tumore prossimo alla morte; è quasi un testamento spirituale in cui la vita che si spegne diventa celebrazione eucaristica:
«Si consoli: anche gli uomini più coraggiosi hanno spesso paura della morte. Molti santi non ne furono esenti. Perfino Gesù, alla vigilia della sua fine terrena, sotto gli ulivi del Getsemani provò timore e angoscia fino a sudare sangue...

L'eroismo in faccia alla morte non consiste nel "non sentir paura", ma nell'affrontarla con coraggio e con fortezza d'animo, nonostante la paura...

Per riuscirvi, occorre individuare le cause di questa paura eccessiva e opporvi i rimedi convenienti.

L'angoscia tormentosa, che accompagna il pensiero della morte, potrebbe provenire innanzi tutto da una visione troppo umana e naturalistica del passo supremo, considerato unicamente nei suoi aspetti negativi e terrificanti...

36 R. 079, in «Meridiano 12», dicembre 1963, pp. 4-5.

37 R. 077, in «Meridiano 12», ottobre 1963, p. 18.

La fede infatti illumina la morte di luce soave, presentandone anche gli aspetti positivi e consolanti. Per un cristiano, morire non è un finire, ma un incominciare; è l'inizio della vera vita, la porta che introduce nell'eternità. È come quando, dietro il filo spinato del campo di concentramento, risuona l'annuncio sospirato: "Si torna a casa". Morire è socchiudere la porta di casa e dire: "Padre mio, eccomi qui, sono arrivato!". È, sì, un salto nel buio; ma con la sicurezza di cadere nelle braccia del Padre celeste...

La paura ossessionante della morte potrebbe anche essere causata dal turbamento per i peccati commessi e dal timore del giudizio divino.

In tal caso, bisogna opporre a questo terrore una fermissima speranza nella misericordia infinita del Padre celeste. Chi ci giudicherà e deciderà la nostra sorte eterna non è un nemico o un estraneo; ma il nostro fratello maggiore, che per salvarci ha affrontato gli strazi del Calvario e ci ama più di quanto noi non amiamo noi stessi. San Francesco di Sales diceva che nel giorno del giudizio preferiva essere giudicato da Dio che dalla propria madre...

Infine, la radice del turbamento di fronte alla morte potrebbe essere il pensiero dei dolori e delle angosce che spesso l'amareggiano.

Vi è un rimedio infallibile non per sopprimere, ma per dominare e addolcire questo pensiero: ed è quello di offrire ogni giorno la propria agonia e morte, con tutte le sofferenze fisiche e morali che l'accompagneranno, al Padre celeste in unione con la morte di Cristo, con lo stesso amore e per le stesse intenzioni che ebbe Gesù sulla croce.

Quanta luce e quale conforto scaturiscono da questa anticipata celebrazione amorosa della propria morte, offerta al Padre come una piccola ostia unita alla grande Ostia, che è Gesù immolato sul Calvario e in ogni Messa! Allora la nostra morte acquista il significato e il valore di una "corredenzione ", cioè di una cooperazione a Gesù nel glorificare il Padre, nell'espiare i peccati e nel salvare il mondo.

La morte, resa così oggetto di fede, di speranza e di amore, non cesserà forse di incutere paura; ma questa stessa paura sarà accettata e amata come materia preziosa del sacrificio supremo».38
Conclusione: don Quadrio teologo-pastore negli scritti divulgativi
Nelle pagine da noi prese in esame si riflette, pur nel linguaggio proprio di un dialogo a distanza con i lettori, la formazione umana e teologica di don Quadrio. Era un teologo dall'anima interamente sacerdotale. Aveva una coscienza vivissima della molteplice funzione che è affidata al teologo nella Chiesa; e le pagine che scrisse per «Meridiano 12» mettono in luce la proiezione pastorale della sua ricerca teologica.

38 R. 077, in «Meridiano 12», ottobre 1963, pp. 18-21.

Volendo evidenziare le doti più appariscenti della personalità di don Quadrio, teologo sensibile alle istanze pastorali in questi suoi scritti popolari, ci sembra che esse siano: la serietà scientifica, l'attenzione alla personalità dell'interlocutore e l'apertura verso il dinamismo della Chiesa, verso la cultura e gli avvenimenti della società.

  • Serietà scientifica

Il corso di studi filosofici e teologici gli fornì non solo i contenuti che egli portò nel suo insegnamento e nella sua vita, ma quella «sete di sapere» propria delle anime grandi. Abbiamo visto sopra come nella problematica complessa delle origini dell'uomo, che sovente pone dei conflitti di coscienza tra i dati della fede e quelli della scienza, don Quadrio si muovesse con lucidità e circospezione, riconoscendo lo sforzo della scienza e tenendo fermi i punti invalicabili dei dati teologici della Scrittura, della Tradizione e della ricerca teologica. Identica serietà scientifica dimostrano le risposte di «Meridiano 12» che richiedono l'esegesi di brani difficili della Bibbia o la valutazione di situazioni eccezionali della vita, della Chiesa o della storia.

Rimane, tuttavia, il fatto incontestabile che ogni pagina scritta da lui, anche quella di una proposta di bibliografia per il lettore, porta il sigillo del suo cuore sacerdotale.

  • Attenzione alla personalità del lettore

La seconda dote della spiritualità di don Quadrio, che è ampiamente documentata non solo dalle testimonianze di chi lo ebbe confratello ed insegnante, ma anche dalle pagine da noi prese in esame, è quella sua attitudine, quasi innata, all'accoglienza degli altri, che si traduceva infallibilmente in attenzione alla personalità di chi lo avvicinava. Era per tutti un «fratello maggiore» che aveva rivestito senza mai deporli gli abiti del Buon Pastore.

Le pagine da lui scritte per «Meridiano 12» e per «Voci Fraterne» traboccano di umanità, di delicatezza e di desiderio di incontrare, comprendere e far felice la persona interessata. La volontà di contatto umano, di sollevare chi era nel bisogno, stava alla base delle sue fatiche, che certamente dovevano pesargli molto, considerando la sua salute malferma e il suo corpo continuamente febbricitante. È così che egli viveva la proiezione pastorale del suo sacerdozio salesiano.

3. Apertura al dinamismo della Chiesa, alla cultura e agli awenimenti della società
Dalla varietà dei temi affrontati da don Quadrio nel suo ideale dialogo con i lettori di «Meridiano 12» si intravede la sua apertura alla vita e al dinamismo della Chiesa, attraversata dall'onda pentecostale del Concilio Vaticano II. L'animo profondamente ecclesiale e «romano» di don Quadrio intravide, pregustandole, le conclusioni e le ricchezze spirituali, pastorali ed ecumeniche del Vaticano II, ne gioì e ne comunicò ai fratelli la sua intima gioia.

Pari attenzione don Quadrio poneva agli avvenimenti della società e all'evolversi della cultura. Si documentava scrupolosamente, allorché gli si chiedeva di esporre il pensiero suo e della Chiesa al riguardo. Il suo giudizio equilibrato portava sempre impressa la nota dell'attenzione e del rispetto per le persone oggetto di una sua valutazione critica.

Ancora una volta era sempre il sacerdote-pastore a dare forma ad ogni suo intervento. Ed il Buon Pastore ama sempre le sue pecorelle, anche quando si sono allontanate dall'ovile, e confida che soltanto la carità pastorale potrà ricondurle a casa tra le braccia del Padre.

Una parola di conclusione la prendo in prestito da don Luigi Ricceri che, presentando il volumetto che raccoglieva gli scritti di don Quadrio," così ne tratteggiava la personalità:
«Era un'anima aperta: ammirava ovunque la saggezza umana, pur sorpassandola; era sensibile all'angoscia del nostro tempo, ma ne riemergeva sempre nella fede. La luce che gli scaturiva dal cuore (era essenzialmente un contemplativo, un "orante" come don Bosco), gli permetteva di illuminare tutte le situazioni; la sua fede, così radicata nell'Eucaristia e nella Parola di Dio, costituiva per lui una forza per conficcare la sua freccia nel più profondo della nostra attualità.

Il suo mondo interiore, nella sua meravigliosa varietà, era armoniosamente unificato. Don Quadrio era intelligentissimo, eppure di una profonda umiltà, come di fanciullo; sensibile ai problemi più scottanti, eppure di un raro equilibrio; viveva una sua atmosfera soprannaturale, solcata ovunque da lampi di una spiritualità incisiva...

Don Quadrio aveva una spiritualità — come dire? — di sabato santo. Lo si vide quando attese la morte, che vedeva venirgli incontro, con la serenità gioiosa dí chi è sicuro di tornare alla casa del Padre».4°
39 E. Valentini (a cura), Don Giuseppe Quadrio. Documenti di vita spirituale (Torino 21968).

40 E. Valentini (a cura), op. cit., pp. 4-5.

 

 

RISPOSTE SU «MERIDIANO 12»
001. [Morti richiamati in vita]
(«Meridiano 12», ottobre 1956, pp. 3-4)
Ho sentito più volte parlare di morti richiamati a vita mediante interventi delicatissimi di medici valenti; e mi sono chiesto: si può dunque ridare la vita a un morto con le sole forze naturali, senza un miracolo divino?

Perché la risposta al suo quesito sia chiara, bisogna che lei richiami alla sua mente la nota distinzione tra morte reale e morte apparente. La morte reale consiste nella effettiva separazione dell'anima dal corpo. La morte apparente invece, come la stessa parola insinua, si ha quando sotto l'apparenza dello stato di morte persistono funzioni vitali attenuate, cioè persiste in modo latente l'unione dell'anima col corpo.

Ora, nel caso di morte reale, nessuna vera rianimazione o reviviscenza è possibile senza un vero e proprio miracolo operato da Dio, poiché solo Dio può ricostruire l'unione dell'anima col corpo spezzata dalla morte.

Nel caso invece di morte apparente, la riattivazione temporanea o permanente delle funzioni vitali attenuate e latenti non costituisce un miracolo, ma un fatto spiegabile con le sole forze della natura.

Allorché dunque lei sentirà parlare di «reviviscenze» temporanee o definitive mediante speciali trattamenti curativi, quali sono, per esempio, massaggi del cuore o iniezioni intracardiache, ritenga pure che l'anima era ancora unita al corpo e che non si trattava se non di morte apparente: non c'è altra spiegazione naturalmente possibile.

002. [Bontà di Dio e Inferno]
(«Meridiano 12», ottobre 1956, p. 4)
Perché Dio bontà e onnipotenza ha creato esseri predestinati alla sofferenza eterna, quali gli angeli divenuti demoni e i dannati dell'Inferno?

Dio non ha creato gli angeli e gli uomini per la sofferenza eterna, ma per la felicità completa ed assoluta, da raggiungersi nella visione e nel possesso beatificante della stessa essenza divina. Questo è il destino fissato da Dio agli angeli e agli uomini. A tale scopo essi furono forniti di tutti i mezzi naturali e soprannaturali necessari, cioè di una natura intelligente e libera e della grazia santificante con i doni connessi.

Ma appunto perché l'angelo e l'uomo sono esseri intelligenti e liberi e perciò responsabili delle proprie azioni, Dio ha voluto che essi non raggiungessero la felicità eterna se non attraverso una scelta consapevole e libera. La libertà, che contraddistingue la creatura intelligente e la fa simile a Dio, dà all'angelo e all'uomo l'inestimabile grandezza di poter essere arbitri del proprio destino eterno, scegliendo liberamente per Dio o contro Dio. Chi infatti sceglie Dio, dopo il periodo di prova viene ammesso al suo eterno possesso; chi invece lo rigetta, viene definitivamente escluso da questo beatificante possesso. Parlando propriamente, non è Dio che condanni all'Inferno la creatura; ma è la creatura che si condanna con la propria scelta libera. Dio, che rispetta la libertà delle sue creature, non fa altro che sanzionare la scelta di ognuno, assegnandogli ciò che liberamente ognuno ha voluto.

Dio ha sì previsto, ma non imposto la scelta che ciascuno avrebbe fatto; a ciascuno offre tutti gli aiuti necessari per decidere bene; ma poi non forza nessuno e non vuole costringere alcuno ad amarlo in questa vita e possederlo nell'altra. Nessuno quindi si danna se non per propria colpa e libera scelta; tutti quelli che vogliono possono salvarsi; ma nessun adulto può salvarsi se non corrispondendo liberamente alla grazia di Dio. E in questo non si vede nessuna contraddizione con la bontà e onnipotenza divina.

003. [Dio responsabile del peccato di Adamo?] («Meridiano 12», ottobre 1956, p. 5)
L'uomo è reso debole dal peccato originale; ma Adamo che ne era esente, come ha potuto peccare? Se poi Dio lo ha creato così debole da peccare, ne segue che Dio stesso è responsabile del peccato.
Adamo ed Eva prima di commettere il peccato erano perfettamente immuni da quella debolezza o inclinazione al male che noi sentiamo e che ordinariamente va sotto il nome di concupiscenza. Però questa immunità non era tale da togliere loro la libertà e renderli impeccabili. Come esseri intelligenti e liberi, essi rimanevano capaci di scegliere liberamente e quindi di peccare. La prova quindi, a cui furono sottoposti da Dio, fu per loro molto più facile che per noi, tuttavia fu una vera prova che li lasciava arbitri del proprio destino. Durante la prova, infatti, il peccato, per quanto non esercitasse su di loro quel fascino allettante che ora noi sperimentiamo, rimaneva sempre possibile.

Ma perché Dio ha creato l'uomo capace di peccare? Perché lo ha creato intelligente e libero, e quindi responsabile della sua sorte eterna. La libertà è una dote essenziale dell'essere ragionevole e ne costituisce la dignità suprema, ma anche il rischio più tragico. Dall'uso infatti della libertà dipende la felicità o l'infelicità eterna dell'uomo. Dio non ha voluto imporci il suo Paradiso, ma ce l'ha offerto lasciandolo alla nostra libera scelta. Rispettoso della nostra dignità, egli ha preferito il metodo del «volontariato» a quello del «prelevamento» o della «retata». Dandoci poi la libertà e gli aiuti necessari per usarne bene, non è responsabile del cattivo uso che noi ne facciamo per nostra colpa.

004. [L'acqua nel calice]
(«Meridiano 12», ottobre 1956, p. 5)
Perché nelle abluzioni dopo la Comunione si aggiunge all'acqua il vino?

Non certo per qualche ragione di simbolismo mistico, ma per una antichissima consuetudine, che affonda le sue radici nelnalto] Medioevo, alla quale non sembra essere estranea la considerazione pratica che il vino può essere più adatto che non la semplice acqua a detergere le eventuali gocce di Sangue eucaristico rimaste aderenti alle pareti del calice o alla bocca del sacerdote. Tale appunto è lo scopo della purificazione del calice e della bocca, fatta dal sacerdote dopo la Comunione.

005. [Perché la Chiesa non ammette il divorzio?] («Meridiano 12», novembre 1956, pp. 7-8)
Perché la Chiesa non ammette il divorzio almeno nei casi speciali? Ad esempio quando uno dei coniugi deve rimanere lontanto da casa diversi anni; oppure quando i due caratteri non si possono incontrare assolutamente, perché obbligare ambedue ad una vita d'inferno, o spingerli sulla strada dell'adulterio? I preti prima di prender Messa provano la vita sacerdotale per molti anni, e perché il laico non può provare e poi mollare se le cose non vanno bene? Si può vedere se si è fatti l'un per l'altro solo vivendo 'un po' di tempo assieme.
G.L. - Reggio Emilia]
Due sono i motivi principali per cui la Chiesa non ammette in alcun caso il divorzio vero o proprio, né per privata iniziativa dei coniugi, né per intervento dell'autorità civile: perché il divorzio è contrario alla legge di natura, la quale tutela il bene generale degli individui, delle famiglie e dell'intera società; perché il divorzio è vietato espressamente dalla legge di Dio, la quale fu ripristinata e confermata da Gesù Cristo contro gli abusi invalsi anche presso gli Ebrei. Ora è chiaro che la Chiesa non può arrogarsi l'arbitrio di concedere dispense dalle leggi di natura e di Dio, ma ha l'obbligo di proclamarle e difenderle contro ogni abuso ed attacco.

L'interpellante ha perfettamente ragione, quando dice che in determinati casi l'indissolubilità del vincolo matrimoniale può essere occasione di infelicità e di peccato; ma non deve dimenticare che questa legge è richiesta dal bene comune, cioè dalla prosperità e felicità di innumerevoli coniugi e figli, dal giusto ordinamento e benessere di tante famiglie e delle stesse nazioni.

Infatti è dimostrato che dove si aprì un varco al divorzio anche solo per gravi e ben ponderati motivi, in breve il male dilagò come un contagio incontenibile, portando con sé lo sgretolamento di ogni vera morale familiare e pubblica, con danni irreparabili per la prole, la donna, la famiglia e lo stesso stato. Ogni eccezione in materia tanto esplosiva costituisce un gravissimo pericolo di abusi e danni deleteri. Quello poi che l'interpellante aggiunge a proposito della lunga preparazione che i sacerdoti premettono all'ordinazione sacerdotale, i cui obblighi non sono meno definitivi ed irrevocabili di quelli matrimoniali, dimostra solo l'urgentissima necessità di una seria e profonda preparazione morale da premettersi anche al matrimonio, affinché il giovane e la giovane siano convenientemente illuminati sui gravi doveri della vita matrimoniale, sulla dignità e santità del matrimonio cristiano, sui mezzi naturali e soprannaturali da usarsi per garantire la felicità e prosperità del focolare domestico.

006. [Gesù «discese all'inferno»?] («Meridiano 12», novembre 1956, p. 9)
Desidererei mi fosse chiarito perché nel «Credo» viene detto (e l'ho sentito dire così dal sacerdote): «Io credo... in Gesù Cristo... discese all'Inferno (?)», ecc.; mentre quando io ero ragazzo mi insegnarono a dire: «... discese al Limbo», come io continuo a dire. Mi sembra che questa attuale differenza di dizione sia un po' grossa e sbagliata. Perché non si rettifica questo modo sbagliato di recitare il «Credo»?

Angelo Tonini - Mestre (Venezia)
Lei, signor Tonini, pensa che questa formula sia inesatta, perché intende il termine «Inferno» nel significato ristretto in cui oggi viene comunemente inteso. Ma che cosa voleva dire «Inferno» per gli antichi cristiani? Questo termine di per sé non significa altro che «luogo inferiore, sotterraneo», ed era quindi usato promiscuamente per indicare sia l'Inferno propriamente detto cioè la «dimora dei dannati», sia il soggiorno dei bambini morti senza Battesimo (Limbo dei bambini), sia il luogo dove i giusti, morti prima della Redenzione, attendevano placidamente l'ora della liberazione per opera di Gesù Cristo (Limbo dei patriarchi). Questi tre soggiorni, per quanto venissero considerati come diversi tra loro, erano chiamati col nome comune di «Inferno». Il termine «Limbo» entrò nell'uso corrente solo nel sec. XII e anch'esso non significa se non «lembo o zona dell'Inferno».

Ora a quale delle tre «dimore inferiori» discese l'anima di Gesù nei tre giorni che precedettero la Risurrezione? Tutti i cristiani hanno sempre ritenuto e ritengono che Egli discese al Limbo dei patriarchi, per rendere partecipi della beatitudine celeste quelle anime giuste che vi si trovavano in attesa della Redenzione. Questi uomini giusti, morti senza peccato, non potevano ottenere il premio eterno prima che Gesù con la sua morte riconciliasse il genere umano con Dio: fu quindi opportuno che subito dopo la sua morte Egli si recasse da loro a portare la notizia e i frutti dell'avvenuta Redenzione. Evidentemente però queste anime non poterono entrare ín Paradiso se non dopo Gesù nel giorno della sua Ascensione al cielo.

Come vede, la formula antichissima «discese all'Inferno» e quella più recente «discese al Limbo» hanno lo stesso significato; ma la prima è da conservarsi (con le debite spiegazioni), perché consacrata dall'uso e dall'approvazione ufficiale della Chiesa, alla quale sola spetta il compito di stabilire le formule ufficiali della fede e della preghiera.

007. Adamo ed Eva erano... uomini primitivi? («Meridiano 12», gennaio 1957, pp. 5-6)
Vorrei sapere se i nostri progenitori Adamo ed Eva devono essere considerati, dal punto di vista dello sviluppo intellettuale, dei primitivi. Se così fosse... non ci sarebbe da meravigliarsi del fatto che si siano lasciati abbagliare dalle tentazioni del serpente. Nel caso invece che la loro intelligenza fosse stata pari alla nostra o superiore, vorrei sapere le ragioni del decadimento. Non penso che ciò possa essere conseguenza della colpa, perché questo non è detto nella condanna pronunziata dall'Eterno verso di loro e verso il genere umano.
Avv. Giovanni M[ichelon] - Perugia
[Perdoni, avvocato, se i limiti di spazio mi costringono a rispondere troppo succintamente ai suol importanti quesiti].

L'affermazione che i nostri progenitori fossero uomini primitivi per sviluppo mentale non è conciliabile con quanto insegnano la Rivelazione e la Chiesa sulla loro condizione privilegiata nel Paradiso terrestre prima del peccato.

Infatti la dottrina cattolica fondata sulla Bibbia attesta che Adamo ed Eva erano stati dotati [non solo del dono soprannaturale e assolutamente indebito della grazia santificante, ma anche di alcuni altri doni detti preternaturali, cioè non dovuti alla natura umana, ma non assolutamente superiori alla condizione di creatura. Tali erano l'esenzione dalla morte, dalla sfrenata concupiscenza verso i piaceri sensibili, e dall'ignoranza. In forza di quest'ultimo dono, Adamo aveva ricevuto da Dio, per via di illuminazione straordinaria],' quel complesso di conoscenze di ordine fisico, morale e religioso che erano proporzionate alla sua singolare condizione di padre e capo dell'umanità. Non che Adamo conoscesse distintamente tutto ciò che le ricerche scientifiche avrebbero scoperto lungo i secoli; ma la Bibbia ce lo presenta in tale rapporto familiare con Dio e in tale rapporto di dominio sulla natura, che ci impedisce assolutamente di ritenerlo un essere primitivo, mentalmente poco sviluppato, [con idee morali e religiose inferiori a quelle di un uomo evoluto e civile].

1 Testo recuperato dal dattiloscritto di don Quadrio, decurtato dalla redazione della rivista per esigenze di spazio. Anche nel seguito ci si è adeguati all'originale.

Come si possono conciliare queste affermazioni della dottrina cattolica con i dati delle scienze preistoriche ed etnologiche intorno allo stato primitivo dei più antichi esseri umani oggi conosciuti? La conciliazione appare possibile se si tiene presente che il livello culturale di Adamo non era frutto di sforzo e conquista personale, ma un dono gratuito e straordinario di Dio; non era quindi proporzionato al livello di civiltà materiale allora esistente nel mondo, ma alla singolare dignità e missione del capostipite dell'umanità elevato al grado di figlio e amico di Dio; non era da trasmettersi ai posteri per via di generazione, come gli altri doni, ma era una dote esclusiva del progenitore. Ciò spiega perché, dopo Adamo, l'umanità si sia trovata nella necessità di conquistarsi faticosamente la cultura e la civiltà attraverso un lento processo di sviluppo alternato con fasi di involuzione e di regresso, quale è attestato dalla paleontologia e dall'etnologia.

Ciò si potrebbe affermare anche prescindendo dalla caduta dei progenitori. Infatti — come lei, avvocato, dice con esattezza — il peccato originale non ha intrinsecamente svigorito o corrotto le capacità naturali; tuttavia esso, privando l'uomo di ogni dono indebito ed escludendolo sia dal rapporto familiare con Dio sia dal pacifico dominio sulle forze della natura, ha reso il cammino del progresso e della scienza molto più incerto e faticoso, che se Adamo non avesse peccato.

Rimane da spiegare come i progenitori, se non erano esseri primitivi, abbiano potuto cedere alle lusinghe del demonio. Basti ricordare che né il più elevato grado di civiltà, di scienza, di santità, né la grazia e i doni connessi privano l'uomo del sublime e rischioso dono della libertà e quindi della tragica possibilità di ribellarsi a Dio. La condizione privilegiata dei progenitori ha reso non impossibile, ma più grave il loro peccato.

008. Peccato originale: di superbia o sessuale? («Meridiano 12», gennaio 1957, p. 7)
Vi sarei grato se voleste darmi una risposta su questa domanda: Il peccato di Adamo ed Eva fu peccato di superbia o sessuale?

Rag. S.N. - Sicilia
Il peccato commesso da Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre fu un peccato gravissimo di disubbidienza causato da superbia. Infatti la narrazione biblica della caduta dei progenitori parla espressamente di un precetto fissato da Dio e violato prima da Eva per istigazione del demonio e poi anche da Adamo per istigazione di Eva. Anche san Paolo nella lettera ai Romani esalta l'ubbidienza con cui il secondo Adamo, Gesù, ha riparato la disubbidienza del primo Adamo. Questa disubbidienza provenne da superbia, cioè dallo smodato desiderio concepito da Eva e poi da Adamo di innalzarsi al piano divino, come il tentatore aveva fallacemente promesso: «Sarete come dèi». A ciò allude appunto la Bibbia, quando afferma che la superbia è stata l'inizio di ogni peccato e della rovina.

Del resto, come il ragioniere S.N. ricorda nella sua lettera alludendo ad una nostra precedente risposta,2 sappiamo con certezza che Adamo ed Eva prima di peccare erano esenti dalla concupiscenza, cioè dalla tendenza disordinata ai piaceri dei sensi; e quindi non poterono essere allettati al male, almeno inizialmente, se non dal desiderio smodato di un bene spirituale: in ciò sta appunto la superbia. La concupiscenza della carne è presentata nella Bibbia non come movente, ma piuttosto come conseguenza del primo peccato. Questa è la dottrina comune e costante nella Chiesa.

2 R. 007.

Che cosa si deve pensare allora dell'ipotesi che vede nel peccato dei progenitori una colpa di natura sessuale, come sarebbe l'uso del matrimonio prima del tempo fissato da Dio, o qualche cosa di simile? Questa opinione, che fece capolino qua e là nel passato e che oggi gode le simpatie di non pochi protestanti ed anche di qualche isolato scrittore cattolico, non ha alcun serio fondamento né nella Bibbia né nella Tradizione cattolica. Anzi la Bibbia sembra piuttosto contraria a questa ipotesi, giacché, subito dopo la creazione di Eva, esalta l'unione matrimoniale come il mezzo voluto da Dio stesso per la propagazione del genere umano, e riferisce come i progenitori obbedirono a questo precetto divino dopo essere stati scacciati dal Paradiso terrestre. A ragione dunque sant'Agostino già ai suoi tempi rigetta l'ipotesi del peccato sessuale come del tutto infondata.

[Benché non si tratti di un solenne dogma di fede cattolica, non vi è dunque alcuna seria ragione di allontanarsi dalla dottrina tradizionale solidamente fondata sulla Bibbia, che cioè il peccato dei progenitori nel Paradiso terrestre fu una disubbidienza a Dio provocata da superbia e non da concupiscenza carnale].

009. Matrimonio: la «Rota» concede il divorzio? («Meridiano 12», marzo 1957, pp. 2-3)
Sono operaia in una tessitura. Una mia compagna di reparto mi ripete sino alla noia che nel Vaticano c'è un ufficio detto della «Ruota» dove tutti i signori e capitalisti ottengono dal Papa il divorzio. Si tratta solo di far scivolare qualche milioncino. È vero? Può dirmi come sta questa faccenda?

F.R. - Matera
La «faccenda» sta esattamente in questi termini.

— La Sacra Romana Rota è il tribunale dí appello della Santa Sede per le cause giudiziarie, comprese le cause matrimoniali, già trattate in qualsiasi tribunale ecclesiastico inferiore o comunque affidatele dal Sommo Pontefice.

Riguardo alle cause matrimoniali, la Chiesa (e perciò anche la Sacra Rota) non può per nessuna ragione annullare un matrimonio validamente contratto tra battezzati. Essa può soltanto riconoscere e dichiarare «nullo» (cioè non esistente) un matrimonio che non era stato validamente contratto e quindi fin dall'inizio era nullo e solo apparente. Il cosiddetto «annullamento di matrimonio» sancito dalla Sacra Rota non è dunque se non la dichiarazione di nullità cioè di inesistenza di un matrimonio che non fu validamente contratto, o a causa di un impedimento dirimente, o per vizio di consenso, o per vizio di forma. La Rota non ha mai concesso né può concedere ad alcuno íl divorzio, cioè l'annullamento di un matrimonio validamente contratto.

— Nel dichiarare poi la nullità dei matrimoni invalidi, la Sacra Rota procede con assoluta giustizia ed imparzialità, senza ombra di favoritismo verso i «signori e capitalisti». Lo provano con evidenza incontestabile i seguenti dati statistici:
dal 1945 al 1952 la Sacra Rota ha dichiarato nulli 383 matrimoni sui 1021 presi in considerazione, ritenendo validi gli altri 638;
su queste 1021 cause matrimoniali, ben 365 erano di persone povere che non poterono sostenere le spese del processo e furono perciò ammesse al patrocinio gratuito; le altre 656 cause vennero esaminate a spese degli interessati;
tra le cause sostenute con patrocinio gratuito ebbero la dichiarazione di nullità il 39%, mentre tra le cause sostenute a spese degli interessati solo il 36,5% ottennero la dichiarazione di nullità.

È dunque provato che non solo i «signori e capitalisti», ma anche i poveri hanno potuto ricorrere alla Rota, ottenendo che le proprie cause fossero trattate gratuitamente; anzi le dichiarazioni di nullità concesse a chi non ha pagato ebbero una percentuale molto superiore a quelle concesse a chi ha potuto pagare regolarmente le spese del processo.

— Ma perché la Rota non esamina gratuitamente le cause? La risposta è facile, se si pensa al complicato meccanismo che è un qualunque processo giudiziario, e ancor più un processo lungo e delicato come quello che esigono le cause matrimoniali. Nel solo primo semestre del 1952 le spese processuali per le cause gratuite dei poveri sono costate alla Santa Sede la somma di 6.851.420 lire. E quindi giusto che chi può concorra a sostenere le spese del proprio processo.

010. Vangelo e Confessione auricolare («Meridiano 12», giugno 1957, pp. 1-2)
Ho cercato nel Vangelo qualche prova della istituzione della Confessione auricolare e non ne ho trovate. Non sarebbe dunque una imposizione della Chiesa? A che scopo? Non sembra che moltissime difficoltà potrebbero scomparire se ci si confessasse direttamente a Dio, senza intermediari? Questo sarebbe contro il Vangelo?

M.T. - Brindisi
Una risposta esauriente a tutti i quesiti, implicati nella sua precisa e intelligente domanda, esigerebbe non alcune righe, ma un'intera biblioteca. Io sono costretto a limitarmi a brevi accenni sul punto centrale.

Lei sa certamente che, tra le scoperte fatte recentemente da etnologi ed esploratori, una delle più sorprendenti riguarda l'uso di confessare i peccati riscontrato presso tutte le tribù primitive o selvagge dell'Africa, Asia, America ed Australia. Questa confessione, spesso molto dettagliata, è fatta generalmente all'autorità religiosa della tribù, oppure a tutta la comunità riunita, con la persuasione di placare la divinità offesa e stornare i meritati castighi. Il medesimo uso vigeva presso gli antichi popoli orientali (Ebrei, Persiani, Assiri, Babilonesi, Egiziani) molto prima della venuta di Gesù Cristo, come pure nelle antiche religioni buddiste brahamine, shintoiste, ecc.

Ora, se in tutti i tempi, tutti i popoli, sotto tutti i cieli, hanno sentito il bisogno di liberarsi dal peccato mediante la confessione fatta a un rappresentante della divinità, è chiaro che essa non costituisce una crudele imposizione o disumana tortura delle anime, ma un'insopprimibile esigenza della parte migliore della natura umana.
E allora Gesù Cristo che cosa ha fatto di speciale? Come ha voluto che l'acqua nel Battesimo diventasse strumento efficace di grazia (e così ha fatto per gli altri Sacramenti, servendosi di riti già esistenti nell'uso comune), così ha elevato la confessione dei peccati alla dignità di Sacramento, conferendole la capacità soprannaturale di cancellare veramente i peccati a nome e per volere di Dio stesso.

Ma dove si dice nel Vangelo che Gesù abbia fatto questo? Nel Vangelo di san Giovanni (cap. 20, versicoli 19-23) si narra come Gesù, apparendo agli Apostoli la sera della sua Resurrezione, affidò loro la stessa missione che Egli aveva ricevuta dal Padre (cioè di salvare gli uomini dai
peccati), e a questo scopo conferì loro lo Spirito Santo e il divino potere di perdonare e ritenere qualunque peccato a qualunque peccatore a nome di Dio stesso. In tal modo Gesù confermò agli Apostoli il potere assoluto di legare e sciogliere qualunque cosa a nome di Dio stesso, come aveva loro preannunciato prima di morire (vedi Vangelo di san Matteo, capitoli 16 e 18).

Ora in queste parole di Gesù la Chiesa fin dai suoi inizi ha sempre visto la necessità di confessare i peccati a un successore o delegato dagli Apostoli, per averne il perdono. Solo molti secoli dopo, ad opera specialmente dei protestanti, si mossero le prime difficoltà alla Confessione dei peccati. Ma, tra Lutero vissuto 1500 anni dopo Cristo e fortemente parziale nelle sue vedute, e la Chiesa primitiva infallibile governata dagli Apostoli che avevano sentite queste e molte altre parole di Gesù non riportate nei Vangeli, chi avrà meglio capito ed interpretato le intenzioni del Maestro?
Ancora: gli Apostoli hanno ricevuto il potere di legare e sciogliere, di perdonare e ritenere qualsiasi peccato a nome di Dio. Ma certo Gesù voleva che esercitassero questo potere secondo verità e giustizia, cioè tenendo conto della natura dei delitti e delle disposizioni di ciascuno. Ma come potrebbero conoscere delitti e disposizioni del peccatore, se questo non li manifesta con la Confessione? Dunque è impossibile concedere o negare il perdono nel modo voluto da Gesù, senza che il peccatore manifesti al Ministro di Dio i suoi peccati e le sue disposizioni interne. Gesù, istituendo la remissione dei peccati come un tribunale in cui il sacerdote assolve o ritiene secondo verità e giustizia, ha con ciò stesso istituito anche la Confessione dei peccati fatta al sacerdote, come condizione necessaria per avere il perdono. Così hanno inteso gli Apostoli, così ha sempre insegnato e praticato la Chiesa sotto l'assistenza infallibile dello Spirito Santo.

011. Confessione dei peccati
(«Meridiano 12», settembre 1957, pp. 1-3)
Il signor A. V. (Torino) in una lunga lettera interessante e cortese, che meriterebbe di essere riprodotta integralmente, se lo spazio lo consentisse, chiede ulteriori schiarimenti intorno alla Confessione dei peccati, che fu oggetto di una nostra risposta sul numero di giugno 1957 [cf. R. 010]. In particolare egli si sofferma sul senso genuino di Giovanni 20,19-23, sulle disposizioni necessarie nel penitente, sull'uso della confessione presso i primitivi.
A.V. - Torino
Permetta innanzitutto, signor A.V., che le ricordi le parole con cui si apriva la risposta a M.T. (Brindisi) che lei ha voluto esaminare: «Una risposta esauriente a tutti i quesiti, implicati nella sua precisa e intelligente domanda, esigerebbe non alcune righe, ma un'intera biblioteca. Io sono costretto a limitarmi a brevi accenni sul punto centrale». Non pensi, signor A.V., di poter trovare in una noterella di «Meridiano 12» un'esposizione completa degli ampi trattati che la teologia cattolica consacra al Sacramento della Penitenza, alla sua istituzione, necessità, essenza, requisiti, evoluzione. Penso che lei possa, per tutto questo, consultare con frutto direttamente qualcuna delle numerose opere storiche e teologiche che la più recente indagine ci ha offerto: per esempio, quelle numerose del Galtier, Poschmann, Boyer, D'Oronzo, Piolanti, Amann, Fabbi, e molte altre che troverà a sua disposizione in qualunque buona biblioteca ecclesiastica. Sono sicuro che, dopo aver consultato qualcuna di queste trattazioni, non troverà più tanto «strana» quella mia noterella e svanirà la sua perplessità. Ciò premesso, veniamo alle singole domande.

In primo luogo lei, riferendo il pensiero di altri, obietta che il passo di Giovanni 20,19-23 non «possa significare il diritto per la Chiesa di istituire la Confessione auricolare obbligatoria individuale per tutte le persone». Eppure sta di fatto, come lei sa, che la Chiesa, interprete autorevole ed infallibile della Scrittura e della volontà di Gesù Cristo, lo ha fatto. Per chiarezza e precisione la prego, signor A.V., di distinguere accuratamente i seguenti enunciati (per la cui dimostrazione dettagliata non mi rimane che rimandarla a qualcuno degli autori citati).

Gesù Cristo nel passo riferito da san Giovanni ha espressamente conferito agli Apostoli la missione di continuare la sua opera redentrice, e in particolare ha comunicato loro il suo divino potere di rimettere e ritenere, a nome di Dio stesso, qualunque peccato senza limitazione. Se un esame spassionato del testo basta a giungere a questa conclusione, una conferma persuasiva si ha nel fatto che fin dagli inizi la Chiesa ha inteso in questo senso le parole di Cristo, attribuendosi ed esercitando il potere di rimettere i peccati. L'interpretazione opposta non sorse che nel sec. XVI ad opera dei protestanti, e fu quindi a ragione condannata come eretica dal Concilio di Trento.

  1. E la Confessione? Sarà così gentile, signor A.V., da darmi atto che né io né alcun teologo cattolico ha affermato che nel passo citato Gesù parli esplicitamente della Confessione dei peccati. Ho detto solo e ripeto che il potere di rimettere e ritenere i peccati, quale fu concesso da Cristo alla sua Chiesa, non si può esercitare secondo giustizia e verità, se chi deve pronunciare la sentenza non conosce i peccati e le disposizioni del penitente, e non può conoscerli con certezza se il penitente non li manifesta o [non] li riconosce. Dico dunque che, per quanto Cristo non abbia in quel passo parlato esplicitamente della Confessione, ha però parlato di un potere che necessariamente la suppone e la include. E infatti la Chiesa, autorevole interprete del pensiero di Cristo, ha sempre pensato che il sacerdote prima di rimettere i peccati deve esserne informato nel modo che le circostanze consentono.
  2. Quanto alla Confessione auricolare, non bisogna dimenticare che le circostanze di tempo, di luogo, di frequenza, di cerimonie nell'amministrazione dei Sacramenti (compreso il Sacramento della Confessione), furono dalla Chiesa saggiamente adattate alle mutevoli esigenze delle situazioni, dei tempi e degli individui. Pensi, ad esempio, alla Confessione di un muto, di un moribondo, di una folla di persone esposte a incursioni aeree, ecc. La sostanza è sempre la stessa e rimane invariata in ogni tempo e circostanza; ma le modalità accidentali sono determinate dalla Chiesa, a cui Cristo ha affidato l'amministrazione dei Sacramenti. Non si preoccupi quindi troppo di trovare nei Vangeli o nei primi documenti cristiani le attuali modalità della Confessione auricolare; le basti sapere con certezza che sia Cristo sia la Chiesa antica hanno parlato del potere di rimettere e ritenere i peccati in modo che questo non appare separabile da una qualche confessione dei peccati, e che tale confessione fu in uso fin dai primi secoli.
  3. A questo punto lei ribatte che la Confessione non appare come l'unico mezzo per ottenere il perdono. Pensi un istante, signor A.V., a che cosa si ridurrebbe il potere di ritenere i peccati, se esistesse un'altra via per cancellarli! E chi mai ricorrerebbe alla via pesante della Confessione, qualora vi fosse una via più facile e comoda? Se dunque non vuole svuotare di ogni significato le solenni e perentorie parole di Cristo, dovrà ammettere che non vi è alcun altro mezzo indipendente dalla Confessione, per rimettere i peccati mortali commessi dopo il Battesimo. Del resto, se ci fosse, Dio ce l'avrebbe rivelato. E noti che anche la contrizione da sola non cancella i peccati, se non è perfetta; e non può essere perfetta se non include almeno confusamente la disposizione di ricorrere, qualora sia possibile, al Sacramento istituito da Cristo. Così pensa ed ha sempre pensato la Chiesa, alla quale solamente è affidata l'interpretazione autentica della Rivelazione.

Lei si è poi preoccupato del fatto che nella storia alcuni celebri personaggi sembrano essere stati assolti senza le dovute disposizioni. È il caso di dire che l'abuso non nega la legge. Senza le disposizioni necessarie non vi può essere assoluzione fruttuosa, qualunque possa essere la celebrità del penitente o del confessore. Questo è assolutamente certo, anche se il giudizio delle responsabilità neí singoli casi spetta a Dio solo.

Infine lei, signor A.V., desidera conoscere in quali opere si trovi documentata la mia affermazione sull'uso generale della confessione dei peccati riscontrato presso le tribù primitive, presso i popoli orientali, come pure nelle antiche religioni buddiste, brahamine, shintoiste, ecc. Eccole alcune indicazioni sommarie: R. PETTAZZONI, La confessione dei peccati, 3 volumi, Bologna 1929-36 (opera ricchissima di documentazione, ma imbevuta di pregiudizi positivistici). Dello stesso illustre studioso è la voce Confessione nell'Enciclopedia Italiana, e l'elenco completo dei popoli primitivi praticanti la confessione in «Atti del primo Congresso Internazionale delle scienze antropologiche ed etnologiche» (Londra, 1934). Può consultare con frutto anche l'opera monumentale di W. SCHMIDT, Der Ursprung der Gottesidee, 7 volumi, Miinster in W., 1926-40. Le saranno utili anche le relazioni di M. SCHULIEN, Peccato e riparazione del peccato presso gli Accivabo, e di P. SCHEBESTA, La coscienza della colpabilità presso i primitivi della Malesia. E molti altri.

Infine, signor A.V., non pensi che l'accostamento della Confessione cristiana alla confessione delle altre religioni supponga che entrambe abbiano la stessa efficacia e perfezione: la differenza è analoga a quella che intercorre tra il Sacrificio della Messa e i sacrifici delle altre religioni, tra il Battesimo cristiano e le abluzioni rituali dei pagani. L'accostamento tendeva unicamente a rilevare che la Confessione dei peccati non è, come spesso si è affermato, «una crudele imposizione della Chiesa Romana, né una disumana tortura delle anime, ma un'insopprimibile esigenza della parte migliore della natura umana». Tutto questo era già detto in quella mia troppo concisa noterella; ma sono grato a lei, signor A.V., che mi ha dato occasione di ribadirlo per tranquillità sua e dei suoi amici.

012. Se Dio è buono perché non impedisce il peccato? («Meridiano 12», ottobre 1957, pp. 3-4)
Sono tentata di sfiducia nella preghiera perché certe esperienze mi fanno temere che Dio non si curi abbastanza di noi. Perché Dio non ci impedisce di cadere in certi errori? Perché, nonostante le preghiere dei buoni, Egli lascia che taluni muoiano malamente, cioè in colpa? Sarei felice se potessi ritrovare la fiducia nella preghiera.
Ch. - Pinerolo
Le sia innanzi tutto di conforto il pensiero che le sue difficoltà e oscurità sull'infinita bontà di Dio non costituiscono un vero dubbio colpevole contro la fede (diecimila difficoltà non formano un dubbio, diceva New-man), ma piuttosto una prova meritoria e utile, dalla quale, attraverso la preghiera umile e perseverante, la sua fede uscirà più pura e luminosa, come l'azzurro del cielo dopo la bufera.

Nell'attesa paziente e fiduciosa della luce piena, nutra il suo spirito di quelle luminose e consolanti certezze su cui è fondata la nostra fede nella bontà paterna e provvidente di Dio. Io mi permetto di indicarle tre di queste incrollabili certezze nelle tre caratteristiche che distinguono lo stile dell'azione divina verso gli uomini e che costituiscono la soluzione delle difficoltà prospettate nella sua lettera.

La prima legge della Provvidenza divina verso gli uomini è il pieno rispetto della loro libertà. Dio è sovranamente discreto: non impone a nessuno con la violenza né la sua legge, né la sua grazia, né il suo Paradiso. Offre a tutti con munifica liberalità i suoi doni, ma lascia a ciascuno la libertà fisica di accettarli o di respingerli. Pur di salvaguardare questa suprema dignità delle sue creature intelligenti, Dio corre il rischio di vedere il suo amore disprezzato, la sua legge infranta, il suo Figlio ucciso, i suoi prediletti eternamente dannati. E ciò perché a Lui sta sommamente a cuore la dignità e l'amore delle sue creature; e non c'è amore vero dove non c'è libertà. E noti che anche nell'esaudire le preghiere che facciamo per la conversione e la salvezza dei nostri cari, Dio intende rispettare la loro libera scelta, giacché vuole donare la felicità eterna non come un'umiliante elemosina o imposizione, ma come un premio liberamente scelto e conquistato.

Una seconda legge della divina Provvidenza è di offrire a tutti con inesauribile larghezza e sovrabbondanza le grazie necessarie per evitare il peccato e la dannazione eterna. Nessuno pecca e si danna se non respinge colpevolmente l'aiuto di Dio. Basti pensare che per assicurare a tutti la possibilità di salvarsi, Egli è morto sulla croce. Le nostre colpe volontarie non sono mai imputabili all'insufficienza dell'aiuto divino, poiché Egli fa sempre con tutti generosamente la parte sua, ma alla nostra incorrispondenza verso la sua grazia.

Come spiegare allora i casi di morte impenitente che lei riferisce? Non vi può essere dubbio che anche in questi casi non è mancato da parte di Dio il soccorso e la grazia per il ravvedimento e la salvezza; e nulla ci vieta di sperare che quegli infelici nell'istante supremo e decisivo abbiano finalmente accettata la mano che il Salvatore loro stendeva e si siano salvati.

Una terza legge dell'azione di Dio verso di noi è di volere sempre e solo il nostro vero bene, di volerlo anche a nostra insaputa e spesso contro le nostre corte viste umane. Assolutamente tutto ciò che avviene in noi e attorno a noi è stato minutamente previsto e predisposto secondo un misterioso e sapientissimo piano da Colui che ci ama infinitamente. Guardando la sua vita, ora lei la vede come il rovescio di un tessuto; verrà un giorno in cui tutto le apparirà nella vera luce e benedirà Dio soprattutto di quello che ora non comprende. Nel piano della divina Provvidenza tutto è grazia, tutto è dono di amore, tutto torna a nostro vantaggio. Non sarà così anche degli errori ed inesperienze che ora turbano il ricordo della sua vita passata? Siccome Dio sa ricavare da ogni male un bene maggiore, perfino i nostri peccati nei suoi misericordiosi disegni diventano esca di amore, coefficiente di santità, stimolo all'ascesa, glorificazione della sua bontà.

L'ultima cosa a cui cesserà di credere, deve essere che Dio è infinitamente buono. Si fidi di Lui.

013. Il modernismo è tutto da condannare? («Meridiano 12», maggio 1958, pp. 8-9)
Mi pare che il modernismo sia condannato «in blocco». Perché? Su alcuni punti mi pare abbia alcuni suggerimenti buoni (senza, naturalmente, voler fare alcuna apologia...). Quei suggerimenti che non intaccano né la fede, né la teologia, se buoni, perché non sono ascoltati?

Rag. Vittorio Peracchi - Parma
Permetta, ragioniere, che nella mia risposta, forzatamente scheletrica, io tenga presente non solo il suo quesito, ma anche le legittime esigenze degli altri lettori di «Meridiano 12».

Lei desidera innanzi tutto sapere perché il modernismo sia stato condannato in blocco. Rispondo: per l'indole stessa del modernismo. Spero lei possa ricordare3 che lo scopo dei modernisti era quello di adattare i dogmi cattolici al pensiero filosofico moderno, in particolare all'immanentismo. Il loro presupposto fondamentale era il principio filosofico dell'immanenza, che considera la verità, la religione, la Rivelazione, i dogmi e la fede come fenomeni soggettivi, cioè originati dall'esperienza interna di ciascuno, e quindi variabili con il variare del tempo e degli uomini.

Accettando questo principio, ne seguiva che tutti i termini cristiani rimanevano in piedi, ma svuotati del loro vero significato. Il cristianesimo veniva ridotto a un complesso di persuasioni soggettive e mutevoli, non rivelate da Dio, ma emerse dalla subcoscienza dei cristiani e lentamente elaborate attraverso i secoli. Sotto le stesse formule il credo cristiano avrebbe subito mutamenti sostanziali, sicché nessuna delle verità oggi insegnate dalla Chiesa sarebbe stata predicata da Cristo o creduta dai primi cristiani. Anche la divinità di Cristo, la costituzione della Chiesa, l'esistenza dei Sacramenti, ecc., sarebbero frutto di questa lenta e sostanziale evoluzione del pensiero cristiano.

Ora lei vede che qui tutte le verità cristiane sono negate o contraffatte in blocco, e comprende perciò con quanta verità san Pio X abbia chiamato il modernismo «raccolta di tutte le eresie». Nessuna meraviglia quindi che lo stesso Pontefice lo abbia severamente condannato in gravi documenti del 1907 e 1910.

In secondo luogo lei, ragioniere, vorrebbe sapere se il Modernismo contenga degli elementi positivi e se la Chiesa li abbia condannati. Anche
3 Nel dattiloscritto: «In fatti lei sa, ragioniere...».

il movimento modernista, come tutti gli errori, contiene evidentemente qualche aspetto di verità, qualche istanza fondamentalmente buona, la quale fu tuttavia ben presto stravolta e posta al servizio dell'errore. Tale era, per esempio (per fermarci al campo teologico), il desiderio di studiare accuratamente la storia dei dogmi e il progresso che la Chiesa ha fatto lungo i secoli nella penetrazione e spiegazione delle verità rivelate; così pure l'idea che le verità cristiane — immutabili nella loro sostanza — devono essere presentate in modo confacente alla mentalità dei tempi.

La Chiesa non ha inteso condannare queste legittime istanze; ché, anzi, le ha fatte sue da venti secoli; ma ha riprovato solo le esagerate e false applicazioni che i modernisti ne facevano. Soprattutto la Chiesa non ha inteso, condannando il modernismo, condannare il vero progresso e la saggia apertura ai problemi moderni.

014. Giudizio («Meridiano 12», luglio 1958, p. 5)
Mi permetto di rivolgervi due domande.
1) Un mio amico ateo dice che, se anche fosse vero, noi non dovremmo credere che una persona viene giudicata da Dio al momento in cui muore. È probabile?

[Giancarlo Turrino - Modena]
Il suo amico non potrà mai accettare la verità di un qualunque Giudizio divino dopo la morte, finché non ammetterà la verità dell'esistenza di Dio e della sopravvivenza dell'anima umana dopo la morte. Il primo passo è dunque quello di condurlo con solide ragioni a queste due certezze fondamentali. Per un uomo retto e desideroso di conoscere la verità, la dimostrazione non sarà troppo difficile, essendovi lo spirito umano naturalmente portato; ma occorre buona volontà e — se è possibile — una guida esperta.

Una volta ammessa l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, la certezza di una sanzione nell'altra vita si impone ad ogni intelligenza spassionata. Ripugna infatti radicalmente al senso di giustizia scolpito nella natura umana, che nell'altra vita siano posti su un piano di parità e accomunati nella stessa sorte la virtù e il vizio, il persecutore e il martire, la madre eroica e il libertino, l'uomo integerrimo e il professionista della disonestà. Una distinzione ci dovrà essere, altrimenti Dio non sarebbe giusto, cioè non sarebbe Dio. La sanzione ultraterrena è tanto più necessaria e più certa, in quanto è troppo frequente in questa vita vedere il vizio trionfare e la virtù soccombere, l'ingiustizia esaltata e la virtù disprezzata o misconosciuta, i cattivi godere e i buoni patire. Ora le esigenze più profonde e insopprimibili della nostra natura reclamano che almeno dopo morte ci sia il ristabilimento della giustizia e dell'equità, e che ciascuno abbia finalmente ciò che gli spetta. L'ultima e definitiva parola non può essere la sopraffazione e l'iniquità.

Ora appunto quello che noi chiamiamo Giudizio di Dio non è altro che l'assegnazione della sorte eterna ad ogni anima, secondo giustizia ed equità. I buoni avranno il premio, i cattivi il castigo che hanno meritato. Non ci sarà alcun dibattito giudiziario, perché tutto sarà chiaro e incontestabile: ciascuno avrà semplicemente la sorte che gli spetta. Tutto questo, oltre che certissimo perché Dio ce lo ha rivelato, è reclamato dall'insopprimibile senso di giustizia della nostra natura, la quale nelle esigenze più profonde e universali non può trarci in inganno.

015. Inferno («Meridiano 12», luglio 1958, pp. 6-7)
2) Voglio chiedervi onestamente un'altra cosa: Pensate davvero che un solo peccato mortale meriti l'Inferno? Notate bene: un'eternità di pene per un istantaneo brivido di piacere. Sproporzionato! Ma vi pare degno dell'infinita bontà di Dio? Dio, che è tutto misericordia, non desidera certo torturare un'anima per tutta l'eternità.
Giancarlo Turrino - Modena
La sensibilità umana e specialmente la mentalità moderna sente grande ripugnanza ad accettare la spaventosa ed agghiacciante verità dell'Inferno eterno, quale ci è rivelato da Dio stesso nel Vangelo con parole categoriche, che nessun cavillo mai riuscirà a scalfire. Ma la ragione umana, quando affronta il problema con spassionata oggettività, non solo non si trova in contraddizione con la Rivelazione, ma ravvisa nella sanzione eterna una pena giusta e proporzionata alla malizia del peccato mortale.

Lei trova ingiusto punire per tutta l'eternità il peccato di un attimo, perché la pena deve essere proporzionata alla colpa. Non vorrà certo dire che la pena debba essere proporzionata alla durata dell'atto peccaminoso; altrimenti ne seguirebbe che l'omicidio commesso in un baleno (il tempo di sparare un colpo di rivoltella) dovrebbe essere punito con pochi attimi di carcere. È la gravità e malizia dell'azione, non la sua durata che deve essère presa in considerazione. La gravità di un delitto non si misura dal tempo impiegato a compierlo, ma dalla entità del diritto leso. Ora il peccato mortale lede il diritto infinito di Dio, e riveste perciò una malizia in certo modo infinita. La sua pena proporzionata, quindi, non può essere che una pena in certo modo infinita. Non certo infinita nell'intensità, giacché un essere finito, qual è l'uomo, non ne sarebbe capace. Dunque infinita nella durata, cioè eterna. L'unica pena proporzionata alla gravità del peccato mortale è proprio la pena eterna.

È chiaro che, per non trovare assurda l'eternità dell'Inferno, bisogna avere un concetto chiaro di peccato e di ciò che esso è costato a Gesù Cristo. La via che conduce all'Inferno passa per il Calvario; non si danna se non chi calpesta e disprezza il sangue del Redentore.

Ciò mi dà occasione di chiarire brevemente la sua seconda difficoltà: l'eternità dell'Inferno sarebbe contraria alla misericordia di Dio. Le dirò innanzitutto che non solo la bontà è infinita in Dio, ma anche la giustizia.

Se Dio non fosse anche infinitamente giusto, non sarebbe più Dio. Egli offre ad ogni uomo con sovrabbondante generosità tutti i mezzi necessari per salvarsi; muore sulla croce tra gli strazi più indicibili per liberarlo dall'Inferno; se uno pecca, Dio non lo fulmina con la morte, come potrebbe fare, ma lo chiama al pentimento e gli offre il suo perdono; specialmente negli istanti estremi, Dio usa tutti i mezzi della sua misericordia per salvare il peccatore. Se, nonostante tutto questo, l'uomo si ostina nel suo peccato e respinge la mano del suo Salvatore, a Dio non resta che rispettare la libertà della sua creatura e ratificare la scelta che essa ha fatto. Dio non costringe nessuno ad amarlo!
Di più: la morte fissa eternamente l'uomo nella disposizione in cuí lo sorprende, come la fotografia imprime il gesto sulla lastra. Finito con la morte il tempo di prova, cessa ogni possibilità di pentimento e di mutazione. Il dannato è inchiodato irrevocabilmente nel suo atteggiamento ti-belle; la misericordia di Dio sarebbe pronta a perdonalo ed accoglierlo, se egli volesse pentirsi; ma il tempo del pentimento è finito con la morte.

In conclusione, si può dire che Dio non manda nessuno di sua iniziativa all'Inferno; non fa che ratificare la scelta che il peccatore ha fatto liberamente, respingendo tutti i mezzi di salvezza che la misericordia divina gli offriva. Ancora una volta: l'Inferno cessa di essere un assurdo, quando si guarda il Dio crocifisso per la salvezza degli uomini.

016. Perché il male e il dolore? («Meridiano 12», agosto 1958, pp. 6-7)
«La vista di tanto male che c'è nel mondo mi fa dubitare dell'esistenza di Dio...».
C. Riccardi - Milano
«Esiste il male: dunque Dio non esiste». A questa difficoltà, antica quanto l'uomo e tormentosa come poche altre, si deve contrapporre questa affermazione assolutamente certa: Esiste il male: dunque esiste Dio! Il male non solo non è una prova contraria, ma è piuttosto un argomento a favore dell'esistenza di Dio, come l'ombra è una prova che esiste la luce.

L'affermazione, a prima vista paradossale, può essere dimostrata con un ragionamento tanto rigoroso quanto semplice. Eccolo. Il male sia fisico (cioè la sofferenza), sia morale (cioè il peccato) è disordine, ossia perturbamento dell'armonia che dovrebbe regnare. Il male, dunque, suppone l'esistenza di un ordine infranto, e perciò [di] un Ordinatore supremo, che non può essere se non Dio.

Fermiamoci un istante a considerare il male morale, cioè il peccato in tutta la sua spaventosa e multiforme realtà. Esso non esisterebbe, se non ci fosse una legge morale che regola le azioni umane, legge di cui il peccato è appunto l'infrazione. Ora, se c'è una legge che tutti gli uomini portano scolpita nella loro coscienza, deve esistere un Legislatore che ha impresso tale legge universale nella natura umana. E questo Legislatore non può evidentemente essere che Dio.

Ma qui sorge il problema più difficile che abbia tormentato la mente umana: Perché Dio, bontà e sapienza infinita, vuole il male? Nella soluzione va tenuto distinto il male fisico e il male morale. Quanto al male morale, Dio non può farlo né volerlo, ma soltanto permetterlo. E lo permette, per rispettare la libertà che Egli ci ha dato. La libertà è la nostra suprema dignità; senza di essa, non c'è possibilità di amore, di scelta, di responsabilità. Ora Dio vuole da noi non un servizio da automi, ma un amore da esseri liberi; non ci costringe con il sistema della «retata», ma ci chiama ad un volontariato di amore. Vuole che ciascuno sia arbitro del proprio destino e conquistatore della propria eterna felicità. Di qui il tragico rischio e la possibilità del peccato.

Ma con tutto ciò, bisogna riconoscere che il peccato rimarrebbe sempre un enigma indecifrabile, se non venisse considerato nella luce di Gesù
Cristo Redentore del peccato. Dio ha permesso la prima caduta e gli sbandamenti successivi, perché nel suo piano misericordioso essi sarebbero stati riparati dal suo Figlio divino fattosi uomo e vittima del peccato. E così dal supremo male Dio ha tratto il supremo bene, cioè l'opera meravigliosa della Redenzione. «O colpa felice, che ha meritato di avere un tale e tanto Redentore!». Il peccato, per opera di Cristo, è diventato segno e prova della misericordia infinita di Dio, coefficiente e stimolo a un più grande amore dell'uomo per il suo Salvatore. Il peccato è una complicata serratura, di cui Cristo solo è la chiave.

E i mali fisici, cioè il dolore, l'ingiustizia, la malattia e la morte, quale giustificazione possono avere nel piano divino? L'uomo fu da Dio creato immune da ogni dolore; questo entrò nel mondo a seguito del peccato. Quando l'uomo si ribellò a Dio, la natura si ribellò all'uomo: ecco l'origine dell'immenso cumulo di mali che ha pesato e continua a pesare sul genere umano.

Ma dal momento in cui il Figlio di Dio ha scelto il dolore e la morte per espiare il peccato e salvare l'uomo caduto, la sofferenza ha cessato di essere una maledizione e una semplice pena, ed ha acquistato un inestimabile valore di redenzione e di salvezza. Ogni uomo che soffre, coopera con Cristo alla redenzione e salvezza propria e di tutto il mondo, secondo il meraviglioso programma di san Paolo: «Io completo in me ciò che manca alla passione di Cristo per il suo Corpo (mistico) che è la Chiesa».

Il dolore, dunque, nella luce di Gesù, non è una disgrazia, ma un bene di incalcolabile prezzo, un segno della predilezione divina, perché ci purifica e nobilita, ci associa a Cristo Redentore, ci prepara una incommensurabile felicità in cielo, dove la giustizia sarà ristabilita e la presente tristezza momentanea si tramuterà in gioia senza limite e senza fine.

È però evidente che una concezione così consolante del dolore non è accessibile se non a chi crede in Cristo e nella vita futura. Fuori della prospettiva della croce e dell'eternità il problema della sofferenza non ha alcuna soluzione.

Ancora una volta: per chi non crede, nessuna spiegazione è possibile; ma per chi crede, tutto — anche il dolore — è grazia e prova di un infinito Amore.'
4 Don Quadrio fu sempre coerente con questa sua visione, anche quando il dolore lo visitò nel suo corpo. Nella testimonianza dell'infermiere che gli fu accanto in tutto l'arco della sua malattia, il signor Giuseppe Piras, leggiamo: «Circa í suoi dolori, un giorno mi disse: "Mi sono ormai abituato a soffrire con amore quello che il Signore mi ha regalato, tanto che ormai non saprei più vivere senza la mia malattia e i miei dolori... Il modo migliore per vivere in pace con se stessi è di amare sempre più i mali che non sono mali — che il Signore ci manda". "Ma il Signore non manda dei mali alle sue creature", gli dicevo io. "Il Signore solo le permette certe cose, e perciò forse è contento che lei preghi per guarire". E lui mi rispondeva: "No no. È il Signore che, sapendo bene quello che fa, ci manda, volendolo, anche le malattie; e perciò le malattie e anche la morte non sono un male, ma un bene da amare con tutte le forze"» (E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 187).

017. Deformità spirituale della razza umana? («Meridiano 12», settembre 1958, pp. 6-7)
Come mai il peccato originale si trasmette da padre in figlio, dato che l'anima è creata da Dio e solo da Lui?

Angela Boscarino - Catanzaro
Si consoli la gentile richiedente! Sant'Agostino è stato tormentato per tutta la vita proprio da questa stessa difficoltà ed è morto senza riuscire a trovare una soluzione soddisfacente. Dopo di lui, molti altri geni del pensiero cristiano si sono cimentati nella ricerca, con un successo non molto più lusinghiero. È stato san Tommaso d'Aquino a darci una soluzione che, se non elimina ogni oscurità, getta però una qualche luce sul mistero, dimostrando che questo non è né assurdo né irragionevole. Trattandosi appunto di un mistero, la ragione umana non può pretendere di penetrarlo perfettamente, ma deve necessariamente accontentarsi quaggiù di una conoscenza alquanto oscura, unita però alla certezza che non vi è in esso nessuna evidente contraddizione. Dunque, in un terreno così misterioso e difficile, procediamo con ordine e circospezione, incominciando da ciò che è sicuro. In questo campo possediamo due verità cattoliche assolutamente certe, perché garantite da Dio stesso e dalla sua Chiesa: cioè che ogni anima umana è creata direttamente da Dio, e che il peccato originale si trasmette dai genitori ai figli. È pure assolutamente certo che tra queste due verità rivelate, appunto perché tali, non ci può essere alcuna contraddizione, ma perfetta conciliabilità, anche se, per caso, noi non riuscissimo a scoprire il modo di conciliarle. Ma il problema del come conciliarle è secondario, quando siamo certi che sicuramente c'è una conciliazione.

Ecco la soluzione proposta da san Tommaso: ci perdoneranno i nostri amabili lettori, se la troveranno un po' astrusa e sottile; ma non ci si devono aspettare soluzioni facili nei problemi difficili!
Il peccato originale ha una struttura specialissima, molto diversa da
quella dei peccati personali. Questi riguardano direttamente le singole persone e risiedono primieramente nell'anima dei singoli; perciò non vengono trasmessi di padre in figlio, appunto perché — come dice bene la signora Angela Boscarino — l'anima dei singoli viene creata direttamente da Dio e non trasmessa dai genitori.

Il peccato originale, al contrario, è una macchia o tara ereditaria, che riguarda direttamente la natura umana presa globalmente; è — per dirla volgarmente — una deformità spirituale della razza umana, prodotta dal peccato dei progenitori. Questa macchia, perciò, si trasmette insieme alla natura umana e infetta i singoli individui nel momento stesso in cui ricevono dai genitori la natura umana moralmente tarata.

L'equivoco sta nel pensare che il peccato originale risieda innanzi tutto nell'anima dei singoli, come avviene dei peccati personali. No: appunto perché è un peccato della natura, il peccato originale risiede primieramente nella natura e solo conseguentemente nelle singole anime. Ne segue che chi trasmette veramente la natura umana, anche se non crea l'anima, trasmette il peccato originale. Ora i genitori, dando ai figli un corpo veramente umano, trasmettono loro la natura umana, anche se incompleta; e perciò insieme alla natura trasmettono anche quella tara ereditaria della natura decaduta che è il peccato originale.

Dio, creando l'anima, non è autore del peccato originale; perché l'anima viene contaminata solo in forza della sua infusione nel corpo. Neppure i genitori, propriamente parlando, sono gli autori del peccato originale nei figli, perché essi non fanno che trasmettere la natura come l'hanno ricevuta. Autore vero del peccato originale in noi è Adamo, al quale la grazia santificante era stata data non come dono personale, ma come dote della natura umana, da trasmettere ai suoi discendenti. Peccando, Adamo spogliò non solo la sua persona, ma la stessa natura umana della grazia; e così, invece di trasmetterci quella dote soprannaturale, ci ha trasmesso la privazione di essa, cioè il peccato originale. Mistero che rimarrebbe senza spiegazione alcuna, se non sapessimo che, nel piano unitario e sapientissimo di Dio, il peccato originale non è se non l'antefatto di quella meravigliosa opera di amore che è la Redenzione. Anche il peccato originale, come tutti i dogmi rivelati e tutti i disegni di Dio, ha la sua ultima e piena spiegazione soltanto in Cristo Redentore, che è il centro di tutte le cose e la chiave di tutta la storia.

018. Quando si soffre in peccato («Meridiano 12», settembre 1958, pp. 7-8)
Quando l'anima è in peccato e soffre un qualche male, una volta che ritorna in grazia di Dio, può offrire a Lui quel dolore? È stato meritorio?

Angela Boscarino - Catanzaro
Due sono le condizioni assolutamente necessarie perché un'azione sia veramente meritoria: che cioè essa sia moralmente buona, e che sia compiuta in stato di grazia. Ne segue che ogni opera; per quanto buona e fervorosa, compiuta in stato di peccato mortale, non è — strettamente parlando — meritevole; ossia non è valida propriamente a meritarci né la grazia in questa vita, né la gloria eterna nell'altra. Una tale opera è quindi chiamata morta.
È poi falso pensare che, riacquistata la grazia, queste opere morte possano diventare vive, cioè propriamente meritorie. Soltanto le opere meritorie compiute prima di peccare e poi ammortizzate dal susseguente peccato mortale riacquistano la loro vitalità e il loro valore soprannaturale mediante la confessione o la contrizione perfetta.

Dunque le opere buone compiute in stato di peccato mortale sono assolutamente inutili? Affatto! Tali opere, anche se non sono strettamente meritorie, sono però tenute in massimo conto dalla misericordia di Dio, al fine di concederci il pentimento delle colpe e la conseguente risurrezione spirituale. Davanti alla giustizia di Dio, le buone opere del peccatore non hanno alcun valore soprannaturale o meritorio; ma, davanti alla sua misericordia, sono una preparazione utile, anzi in certo grado necessaria, per impetrare da Dio il perdono e la riammissione nella sua amicizia. In questo senso, i teologi chiamano le opere buone del peccatore «meritorie per titolo di convenienza», mentre quelle compiute in stato di grazia «meritorie per titolo di dignità o di giustizia».
Non è quindi inutile, ma convenientissimo che offriamo a Dio i nostri dolori, preghiere e altre opere buone, anche quando avessimo la somma sventura di trovarci in peccato mortale.

019. C'è salvezza fuori della Chiesa cattolica? («Meridiano 12», novembre 1958, pp. 6-7)
Troppo spesso mi dicono che fuori della Chiesa cattolica non ci si può salvare.
Mario Lizin - Bologna
Il problema della salvezza eterna di chi è fuori della vera Chiesa è tra i più tormentosi e delicati. Si tratta della salvezza o dannazione della grande maggioranza del genere umano. Infatti i quattro quinti degli uomini non appartengono alla Chiesa cattolica, l'unica vera fondata da Gesù Cristo. Il problema si fa anche più angoscioso, se si pensa che moltissimi di questi non conoscono la vera Chiesa, e quindi si trovano fuori di essa senza propria colpa. Che pensare poi degli uomini che vissero nelle centinaia di millenni che, secondo gli scienziati, precedettero la nascita di Cristo? Si deve ritenere che tutti costoro si dannarono e si dannano?
La soluzione del problema, per essere vera, deve tenere conto di due dogmi di fede, ugualmente certi e incontrovertibili. Trascurarne uno significa automaticamente sbagliare la soluzione del difficile problema.

Il primo dogma è quello della volontà salvifica universale di Dio. Dio vuole sinceramente la salvezza di tutti; Cristo è morto per tutti; la possibilità di salvarsi è offerta a tutti coloro che non se ne rendono indegni col peccato; nessuno si danna eternamente, se non per propria colpa personale, cioè respingendo i mezzi della salvezza, che Dio mette a disposizione di tutti.

Ne segue che, chiunque, in qualunque stato o condizione di vita si trovi, se fa tutto ciò che può per osservare la legge morale secondo la sua coscienza e onorare Dio così come lo conosce, certissimamente non andrà dannato, ma sarà posto da Dio in condizione di salvarsi. «Dio — afferma san Paolo — vuole che tutti gli uomini siano salvi».

Ma in che modo? Ecco allora il secondo dogma, che la dottrina cattolica già fin dalla più remota antichità ha formulato così: Fuori della Chiesa non c'è salvezza.
Gesù Cristo ha costituito la sua Chiesa come unica dispensatrice della Redenzione e quindi come via unica per giungere alla salvezza. La Chiesa è Cristo prolungato nei secoli; e chi non appartiene alla Chiesa, non appartiene a Cristo; e chi non appartiene a Cristo, non può salvarsi, perché non c'è salvezza se non in Lui. Fuori della Chiesa non c'è salvezza.

E allora?
Questo secondo dogma, a prima vista così agghiacciante e inconciliabile con il primo, deve essere inteso nel senso in cui lo intende e l'ha sempre inteso la Chiesa cattolica, unica infallibile maestra e interprete della verità rivelata. Allora svaniscono le difficoltà.

Ora, secondo l'insegnamento cattolico, vi sono vari modi o gradi di appartenere all'unica vera Chiesa di Cristo. Vi appartengono in modo perfetto e visibile i cattolici, cioè i battezzati che professano la vera fede sotto la guida dei veri Pastori. Vi appartengono in modo invisibile e imperfetto tutti quegli altri che ignorano bensì senza propria colpa la vera Chiesa, e perciò non vi appartengono visibilmente; ma sono in stato di grazia santificante, perché hanno emesso un atto di amore o dolore perfetto mediante la grazia attuale, che Dio benevolmente non rifiuta a chi in buona fede fa tutto ciò che può; e perciò appartengono invisibilmente a Cristo in forza della grazia santificante che è invisibile.

Questa invisibile e imperfetta appartenenza alla Chiesa è necessaria e sufficiente per tutti coloro che in buona fede e senza propria colpa ignorano la vera Chiesa (per esempio i protestanti in buona fede), ed anche per coloro che ignorano perfino Gesù Cristo (come certi selvaggi che vivono onestamente, secondo coscienza).

Chi invece ha una sufficiente conoscenza di Cristo e della vera Chiesa, non può assolutamente salvarsi senza entrare in essa in modo visibile e perfetto, cioè mediante il Battesimo, la professione integrale della vera fede e la sottomissione ai legittimi Pastori, e senza perseverare in essa fino alla morte. Evidentemente la condizione di costui è molto migliore e la salvezza gli è resa molto più facile. Ma anche le responsabilità sono maggiori.

Questo è il vero significato dell'asserto Fuori della Chiesa non c'è salvezza. Inteso così, non fa difficoltà e si concilia perfettamente con la consolantissima verità che la Redenzione e la salvezza sono offerte a tutti gli uomini.
020. Cristianesimo in espansione («Meridiano 12», novembre 1958, pp. 7-9)
Che pensare della relativamente poca diffusione del cristianesimo, dopo venti secoli di Redenzione?

Arnaldo Gobbi - Siena
gentile richiedente desidera delle cifre].

Ecco [dunque, in primo luogo], alcuni dati che illustrano il ritmo di espansione della Chiesa dalle origini ai giorni nostri.

Dopo i tre anni di predicazione e miracoli di Gesù, la Chiesa raccolta nel cenacolo subito dopo la Risurrezione di Lui, si trovò composta di circa 120 discepoli. Nel giorno prodigioso di Pentecoste, la predicazione di Pietro e degli altri Apostoli conquistò alla fede circa 3000 anime, che salirono a 5000 dopo la guarigione dello storpio alla porta del tempio. Ma queste crescite improvvise sono presentate dagli stessi Atti degli Apostoli come straordinarie ed eccezionali.

Le comunità cristiane fondate dagli Apostoli fuori Gerusalemme non contavano generalmente che poche famiglie; e anche nelle grandi città quelle costituite da san Paolo nei suoi viaggi non contavano più di qualche centinaio di fedeli. Al termine delle persecuzioni (inizio del IV secolo) dei 50 milioni che abitavano nei territori dell'impero romano, non più di 6 milioni erano cristiani.

Nonostante lo spopolamento che sopravvenne nelle regioni mediterranee e i 4 milioni di monofisiti che nel secolo V abbandonarono la Chiesa, questa verso l'anno 1000 contava circa 15 milioni di membri; i quali, nonostante la nuova emorragia dello scisma bizantino, salirono a 25-30 milioni nel secolo XIII. Al momento della ribellione di Lutero, che strappò alla Chiesa 15 milioni di fedeli, i cristiani avevano raggiunto i 50 milioni. Ci volle più di un secolo per riempire i vuoti immensi fatti dalla grande apostasia protestante; ma già nel 1650, con le conversioni fatte nelle terre d'oltremare, i cattolici superavano i 60 milioni. Al tempo di Napoleone si era sui 100 milioni. Oggi i cattolici, nonostante l'apostasia delle masse popolari, sono circa 500 milioni. Dunque, in 150 anni si sono quintuplicati. Negli Stati Uniti d'America, per esempio, nel 1800 i cattolici erano 100 mila; oggi si avvicinano ai 40 milioni.

[Da questi dati possiamo ora ricavare] alcune leggi che regola[ro]no lo sviluppo numerico del cristianesimo.

Legge della crescita. Dai primi tempi ad oggi, la Chiesa è andata sempre espandendosi, secondo una costante parabola ascendente, nonostante difficoltà enormi, persecuzioni, apostasie, e un'evidente sproporzione di mezzi umani.

Legge della lentezza. Nella parabola del chicco di senape, Gesù stesso ha tracciato la legge secondo cui il suo Regno sarebbe cresciuto sulla terra: non come una fiumana travolgente, per frenetico entusiasmo di folle deliranti; ma lentamente, silenziosamente, tra contrasti e difficoltà di ogni genere, attraverso la persuasione delle coscienze. Guardiamo che cosa ottenne il Figlio di Dio con tre anni di predicazione é di prodigi. La via della Chiesa, come quella di Gesù, non è una marcia trionfale, ma una via dolorosa! Egli stesso ha predetto che la diffusione del Vangelo su tutta la terra non sarebbe avvenuta che prima della fine del mondo, come segno del suo imminente ritorno. Nonostante gli immensi progressi, l'opera della Chiesa si può dire ancora agli inizi. Solo un quinto dell'umanità è cattolico.5
Quali sono le cause di questa lentezza nell'espansione della vera fede? La prima ragione va certo ricercata nello stesso misterioso e inscrutabile piano della divina Provvidenza, che nell'altra vita potremo comprendere e ammirare, ma che quaggiù dobbiamo umilmente adorare e accettare come sapientissimo. Anche tra la caduta di Adamo e la venuta del Redentore passarono forse, secondo i calcoli approssimativi della scienza, circa 500 mila anni. Una cosa però è certa: che in ogni condizione, chiunque sia in buona fede e faccia quanto gli è possibile, anche se ignora la vera Chiesa, può giungere alla salvezza.

Una seconda ragione è costituita dalla natura stessa del messaggio evangelico, che contiene principi e impone doveri molto duri per la natura umana decaduta; esige perciò una lenta e difficile opera di penetrazione, persuasione e conversione delle singole coscienze.

Infine, non è da sottovalutare il fattore della libertà e responsabilità individuali, sia dei cristiani a cui Dio ha voluto affidare la missione di propagare il suo Regno tra gli uomini (e si noti che la responsabilità pesa su tutti i fedeli, giacché tutti sono chiamati a cooperare con i troppo scarsi sacerdoti); sia specialmente di tutti coloro che sono chiamati alla vera fede, ma che resistono alla grazia di Dio e chiudono gli occhi alla luce. Dio si è nobilmente obbligato a rispettare la libertà dell'uomo, e offre i suoi doni a tutti senza costringere alcuno ad accettarli.

5 Nel dattiloscritto superstite: Solo i 4/5 dell'umanità sono cattolici. Don Quadrio deve aver apportato la correzione nella copia consegnata per la stampa.

A un tale che diceva: «La Chiesa esiste da 2000 anni, eppure guardate che scarsi risultati!», fu risposto: «Anche l'acqua esiste da milioni di anni, eppure guarda il tuo collo!».

021. Uomo terziario («Meridiano 12», febbraio 1959, pp. 7-8)
Che dire della scoperta in Italia dell'uomo terziario? Poteva avere un'anima come noi, o era solo un animale più nobile, ma non ancora un essere ragionevole?

Prof.ssa Ida Corrado - Firenze
Il mattino del 2 agosto 1958, in una miniera di lignite di Baccinello (Grosseto), alla profondità di 210 metri sotto il suolo, fu scoperto Io scheletro intero di un fossile. Il paleontologo svizzero professor J. Huerzeler, che dal 1956 presiede a questi scavi, identificò nell'importante reperto un esemplare di Oreopiteco, risalente a circa 12 milioni di anni fa.

Della notizia si impossessò subito la stampa di informazione, e — purtroppo! — non mancò chi, cedendo alla tentazione del sensazionale, si affrettò ad affermare che era stato scoperto l'uomo terziario, l'uomo vissuto 12 milioni di anni fa.

La verità è che gli specialisti stanno studiando l'eccezionale reperto e non hanno ancora pronunciato alcun verdetto definitivo; e quindi ogni anticipazione sarebbe prematura. Per ora sappiamo solo che si tratta di un esemplare di Oreopiteco, in tutto simile ai pochi resti fossili che erano stati trovati verso il 1870 nella stessa zona, e che erano appunto noti agli studiosi col nome di Oreopiteco di Monte Bamboli.
Ora è risaputo che l'Oreopiteco (scimmia delle colline) è un primate con taluni caratteri simili a quelli umani. Si è molto discusso tra i paleontologi se l'Oreopiteco sia soltanto un tipo particolare di scimmia sfornita di coda, oppure un vero e proprio ominide. Di questa seconda opinione è l'Huerzeler, il quale sottolineò l'importanza dei caratteri umanoidi di questo primate fossile.

Ma che cosa significa ominide nel linguaggio degli antropologi? Non significa affatto uomo, ma soltanto una scimmia estinta avente caratteristiche simili a quelle umane, come il raddrizzamento del corpo, la stazione eretta, l'andatura di un essere bipede, la struttura dentaria simile alla nostra.

Se dunque l'Oreopiteco di Baccinello risulterà essere un vero ominide, come pensa il suo scopritore, sarà dimostrato che già 12 milioni di anni fa è esistito un animale che incedeva diritto sui due arti inferiori e che aveva anche altre caratteristiche somatiche simili a quelle umane.

Ma era un vero uomo, cioè dotato di funzioni razionali, di preoccupazioni morali e religiose? Solo certa frettolosa fantascienza ha potuto insinuarlo con incredibile leggerezza. Gli scienziati che si sono finora pronunciati in merito, hanno dato una risposta chiaramente negativa. Essi ritengono che l'Oreopiteco, nonostante taluni caratteri umanoidi, non poteva ancora avere quella capacità cranica che è assolutamente necessaria allo sviluppo di un cervello veramente umano. Infatti è risaputo che lo sviluppo cerebrale indispensabile per le funzioni razionali è un fenomeno relativamente recente nella storia evolutiva della nostra specie; e indubbiamente non risale all'èra in cui visse l'Oreopiteco.

Gli specialisti aggiungono che manca qualunque traccia di utensili fabbricati dall'Oreopiteco, come invece risulta per altri esseri fossili molto posteriori. Concludono perciò che, in mancanza di qualunque prova oggettiva, è impossibile ritenere che l'Oreopiteco sia un uomo avente la capacità di conoscere l'essere come tale, oppure dotato di preoccupazioni morali e religiose. In altre parole non è un essere ragionevole, ma solo un animale che nella struttura somatica ha notevoli somiglianze con l'uomo.6
Questo va detto dal punto di vista scientifico. Per ciò che riguarda la fede cattolica invece, dobbiamo aggiungere che assolutamente nulla vi è da temere dal verdetto scientifico che gli specialisti daranno intorno alla scoperta di Baccinello o ad altre simili. Infatti la fede ci attesta il fatto certissimo dello speciale intervento di Dio nel dare origine all'uomo; e questo intervento è di tale natura da sfuggire ad ogni controllo scientifico, e perciò non potrà mai essere negato né affermato dalla pura scienza. La fede invece nulla di certo ci dice del tempo in cui Dio diede origine all'uomo; tocca alla ricerca scientifica stabilire quando i primi esseri umani siano comparsi sulla terra.

Qualunque siano le conclusioni a cui gli scienziati possano arrivare a proposito dell'Oreopiteco di Baccinello e a proposito dell'antichità del genere umano, purché stiano entro i confini della competenza scientifica e siano rigorosamente provate, non troveranno difficoltà da parte della fede e della Chiesa cattolica.

6 Sul retro del dattiloscritto abbiamo, da questo punto, la minuta di quanto segue, ricopiata poi a macchina in un foglio a parte. Si aggiunge una bibliografia, essenziale, che non appare più nella copia definitiva: E. Boné, Un Hominidé vieux de douze millions d'années? L'oréopithèque de Toscane, in «Nouv. Rev. Théol.» 8 (1958) 854858; A. Gemelli, Gli «ominidi». A proposito dell'Oreopiteco di Grosseto, in «Vita e Pensiero» 41 (novembre 1958) 755-763.

022. Pre-adamiti7 («Meridiano 12», marzo 1959, pp. 7-8)
Ho sentito parlare di pre-adamiti.
Maria Maritan - Milano
[I pre-adamiti sarebbero veri esseri umani esistiti prima di Adamo. L'ipotesi] dell'esistenza di autentici uomini prima della creazione di Adamo fu avanzata dal calvinista francese Isacco de La Peyrère nel 1655. Egli, fondandosi su un'interpretazione completamente arbitraria del racconto biblico dell'origine dell'uomo, pensò che il primo uomo creato da Dio non fosse stato Adamo, ma un gruppo di uomini sparsi qua e là sulla faccia della terra, dai quali discenderebbero i popoli pagani. Solo in un secondo tempo Dio avrebbe creato Adamo ed Eva, da cui non discenderebbe tutto il genere umano, ma soltanto il popolo ebraico.

Questa ipotesi, per la sua avventatezza, fu subito combattuta sia dai cattolici che dai protestanti, e condannata dal papa Alessandro VII. Lo stesso autore, divenuto cattolico, sconfessò apertamente il suo errore.

Che cosa pensare dell'esistenza di autentici uomini anteriori ad Adamo? Parliamo di veri uomini, dotati di intelligenza e libertà come noi, e non di animali aventi soltanto un corpo simile a quello umano. Possiamo fare due ipotesi: o questi pre-adamiti vivevano anche al momento della creazione di Adamo e dopo di lui; oppure si estinsero completamente prima che Adamo comparisse sulla terra.

La prima ipotesi non è conciliabile con la Rivelazione divina e con la dottrina cattolica, e quindi non può essere accettata. Infatti la Bibbia e la Chiesa insegnano che tutti gli uomini esistenti sulla terra dopo Adamo discendono da lui per generazione naturale. Rimane dunque escluso che siano esistiti dei pre-adamiti i quali sopravvissero ancora dopo la creazione di Adamo e la sua caduta. Del resto, di tali esseri non esiste traccia alcuna; né la scienza è in grado di precisare quali uomini siano vissuti prima e quali dopo Adamo.

La seconda ipotesi, che cioè siano esistiti pre-adamiti completamente estinti prima della comparsa e caduta di Adamo, non è in rigore contraria alla fede cattolica, ma piuttosto estranea alle sue prospettive. Non ha però alcun fondamento né nella Bibbia né nei dati della scienza, e quindi — per quanto non assolutamente impossibile — non merita di essere presa in seria considerazione.

7 Cf. R. 110.

023. L'anima non muore («Meridiano 12», marzo 1959, pp. 8-9)
Che indicazioni mi potete dare per dire che l'anima è immortale?

Giuseppina Salvietti - Verona
In una questione così vasta, dobbiamo forzatamente limitarci a qualche scarna «indicazione». [Rimandiamo la gentile richiedente a qualcuna delle numerose opere dedicate a questo problema: per esempio a quella facilmente accessibile di A. Coiazzi, L'anima umana non muore, SEI, Torino.

Per approfondire la delicata questione], suggeriamo alla volenterosa lettrice veronese [queste] quattro vie. Evidentemente noi le indichiamo appena; a lei il percorrerle una alla volta, notando che sono convergenti e che non vanno separate una dall'altra.

Prima via. Esamini le proprie attività. Ne troverà alcune necessariamente legate alla materia, come il camminare, il vedere, il fantasticare. Ne troverà altre più nobili e non spiegabili con le sole forze materiali, come il pensare a realtà immateriali, quali sono Dio, la virtù, la verità. L'uomo pensa, ragiona, scopre nuove leggi, soggioga le forze materiali della natura, crea con il suo ingegno sempre nuovi progressi, nuovi capolavori della scienza, dell'arte, della bontà. Così egli ama delle realtà slegate dalla materia, dal tempo e dallo spazio; anzi può volere perfino cose contrarie alle esigenze della sua natura materiale, come il sacrificio, la rinuncia, il disinteresse; mentre può provare un profondo disgusto e rimorso nel momento stesso in cui la sua natura materiale viene appagata.

Come si potrebbe spiegare questo comportamento dell'uomo, se tutto in lui fosse materia? Come potrebbe la pura materia produrre dei fenomeni tanto superiori ad essa? Ogni attività essenzialmente superiore alla materia esige un principio essenzialmente superiore, cioè un principio spirituale. Nell'uomo questo principio spirituale è l'anima, la quale dunque è spirituale.

Ora ciò che è spirituale, è di sua natura incorruttibile, cioè capace di esistere anche senza la materia; solo ciò che è materiale o essenzialmente dipendente dalla materia può corrompersi e morire. L'anima umana, essendo essenzialmente superiore alla materia, continua a sopravvivere anche separata dalla materia; non muore col corpo, è immortale.

Seconda via. Esamini le aspirazioni più profonde e insopprimibili del suo spirito e di tutti gli uomini indistintamente. Ne troverà tre principali, non acquisite col tempo, ma radicate e innate in ogni essere umano e assolutamente indistruttibili: un profondo senso ed esigenza di giustizia, un bisogno cocente di felicità, un insopprimibile desiderio di continuare ad esistere per sempre. Queste tre aspirazioni sono così profonde, spontanee ed universali, da costituire la voce stessa della natura umana. Se non venissero mai soddisfatte, bisognerebbe dire che proprio l'uomo e lui soltanto, tra tutte le nature armoniche ed ordinate, sarebbe un'assurda mostruosità, una contraddizione urlante, un essere senza scopo. Dunque queste tre aspirazioni della natura umana, come tutte le esigenze innate e universali, devono essere appagate. Ma non lo sono in questa vita, in cui vediamo trionfare l'ingiustizia, regnare l'infelicità e la morte. Deve perciò necessariamente esistere dopo la morte un'altra vita, in cui sarà ristabilita per ciascuno la perfetta giustizia, in cui chi l'avrà meritata, avrà una piena felicità, e la vita sarà senza termine.

Provi la gentile lettrice a supporre per un momento che con la morte tutto sia finito, e che dunque sia identica la sorte del martire e del carnefice, della madre virtuosa e del vizioso, del giusto e dell'oppressore. Non sente forse ribellarsi, di fronte a questa eventualità, quell'insopprimibile senso e bisogno di giustizia che è radicato nel suo spirito come nel cuore di ogni uomo, nel bimbo di quattro anni come nel più feroce delinquente?
Terza via. Esamini la storia di tutti i popoli in tutti i tempi e luoghi. Troverà che l'umanità ha sempre creduto ad una certa sopravvivenza della parte superiore dell'uomo dopo lo sfacelo della morte. Non è mai esistito un popolo sulla terra che non credesse in qualche modo ad una vita oltre la tomba. Le tombe degli uomini preistorici parlano già di questa persuasione. I grandi geni di ogni secolo hanno difeso ed esaltato l'immortalità dell'anima. Anche le tribù selvagge mostrano di avere a loro modo la convinzione che non tutto finisce con la morte.

Ora le persuasioni in cui tutta l'umanità è concorde, che scaturiscono dal fondo stesso della natura umana, che costituiscono il patrimonio fondamentale del pensiero e la base stessa dell'agire di tutti gli uomini in ogni tempo e sotto ogni cielo, non possono essere false. Tra queste persuasioni, una delle prime e principali è appunto la sopravvivenza dopo la morte.

Quarta via. Esamini ciò che è stato rivelato da Dio, il quale è la stessa verità e perciò è infallibile e sommamente veritiero. Troverà che tra le verità più chiaramente e frequentemente attestate da Dio nell'Antico e nel Nuovo Testamento, vi è l'esistenza di una vita futura, nella quale le anime dei trapassati continuano a vivere senza fine, nella gioia eterna o nell'eterno dolore. Negare l'immortalità dell'anima sarebbe dare del bugiardo a Dio verità infinita.

La Chiesa cattolica, costituita da Dio come custode e maestra infallibile delle verità rivelate, ha sempre fatto dell'immortalità dell'anima umana uno dei principali pilastri del suo insegnamento infallibile, e nel Concilio Lateranense V (anno 1513) l'ha solennemente definita come dogma di fede. Del resto la Chiesa non ci fa ripetere ogni giorno nel Simbolo degli Apostoli: «Credo nella vita eterna»?
Se la gentile richiedente vorrà percorrere queste quattro vie con attenzione e assoluta sincerità, e lascerà sedimentare lentamente la verità nel suo spirito mediante la riflessione, troverà la luce e la certezza di cui sente così nobilmente il desiderio.

024. Fame e miseria («Meridiano 12», aprile 1959, pp. 13-14)
Cosa c'è da dire di Dio, quando si pensa alla fame e alla miseria che sono nel mondo?

Antonio Roasio - Torino
[Il signor Antonio Roasio ha messo coraggiosamente il dito su una delle piaghe più penose della società contemporanea, e noi — nel formulare questa breve risposta — non vogliamo sfuggire lo scottante problema. È vero che, di fronte a chi muore di fame, ogni parola può sembrare offensiva; ma noi ci auguriamo che egli e tutti i lettori possano sentire nelle nostre parole l'ansia e la solidarietà sincera di un cristiano verso i suoi fratelli sofferenti].

Il fenomeno della miseria e della fame nel mondo attuale è così grave e agghiacciante, da non lasciar dormire in pace nessun uomo onesto e consapevole. Mentre una piccola minoranza di ricchi detiene il monopolio di immense ricchezze, una grande massa di uomini muore annualmente di fame. Sono più di 800 milioni coloro che oggi lottano contro la fame in condizioni di tragica inferiorità. Il 10% degli uomini dispone dell'81% del reddito totale: il resto è distribuito in modo ineguale tra il 90% della popolazione terrestre. In tal modo, mentre in qualche regione il reddito annuale per abitante è di 1.134.000 lire, in molte altre è di appena 63.000 lire. La conseguenza è che molti uomini oggi devono vivere con 170 lire al giorno, e non hanno alcuna speranza di superare — in media — i 30 anni. Si aggiunga la gran massa dí coloro che, per circostanze particolarmente sfortunate, non hanno neppure il corrispondente di 170 lire giornaliere e davvero soccombono alla fame, accanto ad altri che nuotano nell'abbondanza.

[Il signor Roasio vuole sapere da noi non se e come sia possibile risolvere questo gravissimo problema, ma unicamente «che cosa bisogna dire di Dio», che tollera una simile situazione].

Ci sono da dire tre cose.

Primo. Di questo tremendo disordine non è responsabile Dio, ma la cattiveria umana. Dio ha profuso nel mondo immense ricchezze, e le ha destinate al dignitoso sostentamento di tutti gli uomini indistintamente. I beni che Egli ha creato sono ampiamente sufficienti per tutto il genere umano in ogni tempo. Secondo il suo piano giusto e sapiente, ogni uomo deve avere tutto ciò che gli è necessario per condurre una vita degna di un uomo. È stata l'ingordigia umana a turbare questo piano meraviglioso, a creare ingiuste sperequazioni, ad ammassare le ricchezze nelle mani di pochi privilegiati, sottraendole all'uso comune, a cui Dio le ha destinate. Non è certo colpa di Dio, ma della stoltezza ed egoismo umano, se, per esempio, milioni di uomini sono senza terra, quando altrove enormi distese di terreno fertile restano incolte per mancanza di uomini;8 se in alcune regioni le immense risorse agricole e industriali rimangono inutilizzate,9 mentre in altre (come in India, [Cina, Giappone, Italia]) la popolazione non ha il necessario per vivere.

Secondo. In questo tremendo squilibrio, Dio non sta dalla parte degli sfruttatori, ma degli oppressi e dei poveri. Egli condanna severamente lo sfruttamento e l'ingiusto accaparramento delle ricchezze come un grave delitto che grida vendetta davanti alla sua infinita giustizia. Egli ora tollera l'ingiustizia, essendosi impegnato a rispettare con sovrana discrezione la libertà degli uomini, anche dei delinquenti; ma verrà giorno in cui risolleverà gli oppressi e punirà severamente gli oppressori, darà a ciascuno ciò che gli spetta e ristabilirà la perfetta giustizia: e non per qualche anno, ma per tutta l'eternità. Allora avrà perfetto adempimento l'infallibile promessa di Cristo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli». Il cristiano ha il diritto e il dovere di procurarsi, con ogni mezzo lecito, il necessario sostentamento per sé e per i suoi cari; ma sa anche che le strettezze passeggere della vita presente, quando siano sopportate con fortezza ed amore, diventano un'infallibile caparra delle infinite ricchezze che non avranno mai fine.

Terzo. Ma — [dirà il signor Roasio] — in attesa della giustizia futura, gli uomini in questa vita muoiono dí fame: che cosa fa Dio per costoro? La prima cosa che ha fatto Lui — Re del cielo e della terra — è stata quella di farsi uomo, povero operaio, per condividere e confortare la nostra povertà; si è voluto fare simile in tutto ai più poveri, ai più oppressi e calpestati dall'ingiustizia umana. È nato in una grotta, ha passato trent'anni in una povera officina, non aveva dove posare il capo, è morto spoglio di tutto su una croce.

8 ll Brasile può nutrire convenientemente 500 milioni di uomini e ne ha appena
52.

9 Così in Argentina, Canada, Stati Uniti, Russia, Australia (Note autografe di don Quadrio sul dattiloscritto).

Inoltre ha predicato e fatto predicare una dottrina in cui si bolla lo sfruttamento e l'ingiustizia come un'infamia. Uno dei cardini del suo Vangelo è la giusta distribuzione dei beni tra tutti gli uomini. Ha voluto che la sua Chiesa insegnasse che ogni uomo ha il diritto fondamentale di vivere degnamente; che a questo diritto è subordinato lo stesso diritto di proprietà; che la proprietà è bensì legittima in se stessa, ma diventa ingiusta e illegittima quando è fondata sull'accaparramento egoistico della ricchezza e sull'iniquo sfruttamento dell'indigenza; che i beni della terra sono creati per tutti e quindi devono giungere a tutti secondo i principi della giustizia e della carità.

Non possiamo però pretendere che Dio e la sua Chiesa si facciano distributori di terre o agenti della previdenza sociale. Tocca a noi cristiani attuare i principi della giustizia e della carità cristiana [sul piano familiare, nazionale e internazionale, in modo che il mondo da selvaggio diventi umano e da umano cristiano. Solo nel Vangelo coraggiosamente attuato e integralmente vissuto dagli individui e dalla compagine sociale sta la soluzione del problema e la salvezza dell'umanità.

Ma, per carità: mentre aspettiamo che le strutture della società diventino cristiane, incominciamo subito individualmente a fare qualche cosa]. Perché chi muore di fame non ha bisogno di parole, ma di pane!
025. Interesse per gli oroscopi («Meridiano 12», maggio 1959, pp. 7-9)
M'interesso spesso degli oroscopi. Faccio male?

Clarice Gennuso - Napoli
Il problema che lei ci propone è di un'attualità sconcertante. Se il tentativo di prevedere le vicende umane dal corso degli astri è antico quanto l'uomo, ai nostri giorni ha assunto delle proporzioni incredibili e delle forme pubblicitarie contagiose. Pensi che nella sola Parigi nel 1935 si contavano 3500 gabinetti di astrologia. In quegli anni un celebre indovino riceveva non meno di 5000 lettere al giorno, e impiegava per le risposte fino a 50 dattilografe. Negli Stati Uniti si contano circa 30.000 astrologi. Una ventina di riviste si occupano esclusivamente di astrologia, e alcune raggiungono una tiratura di mezzo milione di copie. Più di 2000 quotidiani o settimanali hanno la rubrica astrologica. Si dice che una indovina, dopo una serie di conversazioni alla radio, abbia ricevuto oltre 150.000 domande di oroscopi nei tre mesi successivi. Un'inchiesta fatta nel 1943 valutava a circa 5 milioni il numero di Americani che nelle loro deliberazioni tenevano conto delle predizioni di indovini.

In Italia la situazione non è molto diversa, specialmente in questo dopoguerra. A Roma si pubblica una rivista astrologica mensile tutta dedicata agli oroscopi. I giornali della sera hanno tutti la rubrica astrologica, in cui ogni giorno riportano «l'oroscopo di domani». Così fanno anche molti giornali del mattino, specialmente nel centromeridione. Non parliamo poi dei settimanali popolari, in cui le previsioni astrologiche sono avidamente seguite dal pubblico specialmente femminile. Si aggiungano infine i numerosi «tecnici» o «esperti» che, dietro congruo compenso, rispondono alle consultazioni dei molti che chiedono «l'oroscopo personale».

Una recente inchiesta ha rivelato che in Italia il 10% crede realmente agli oroscopi pubblicati sui giornali; il 15% crede solo agli oroscopi personali; il 30% legge gli oroscopi senza prestarvi fede assoluta, ma solo qualche fiducia; il 20% li legge senza crederci; il 25% non li legge affatto.

La risposta al suo quesito va chiesta alla scienza e alla morale. La scienza moderna ha fatto giustizia completa degli oroscopi, come in genere di tutte le credenze astrologiche. Le recenti scoperte della «meccanica celeste» hanno tolto ogni serio fondamento all'oroscopia. Si può dire che la totalità degli scienziati contemporanei, astronomi, fisici, chimici, psicologi, medici è concorde nel negare qualsiasi valore scientifico agli oroscopi. L'astronomo Rémy ha potuto affermare e provare che se l'antichità avesse posseduto le odierne nozioni astronomiche, l'astrologia non sarebbe mai nata.

L'osservazione scientifica conferma l'infondatezza degli oroscopi. Accurate ricerche statistiche hanno riscontrato che uomini nati sotto le stesse costellazioni hanno sortito inclinazioni opposte e avuto nella vita vicende diversissime. Al contrario, è risultato che individui notevolmente affini per indole e successo erano nati sotto costellazioni diverse. Così, per esempio, da una statistica precisa si riscontra che i più celebri artisti che hanno illustrato tutto un secolo non sono nati tutti o quasi sotto il segno della Bilancia, che è considerato particolarmente favorevole alle qualità e successi artistici, ma promiscuamente sotto tutti i segni dello Zodiaco; anzi proprio il segno della Bilancia appare il meno favorito.

Del resto è risaputo che la grande maggioranza degli oroscopi non si avvera affatto o in modo molto generico ed equivoco. È quindi da ritenere che, nei pochi casi in cui le predizioni astrologiche si avverano realmente, si debba trattare di coincidenza fortuita, secondo le leggi basate sul calcolo delle probabilità.

[Infine, non le dice nulla, il fatto che la fede negli oroscopi è molto diffusa tra le persone meno colte, ed è invece sconosciuta negli ambienti veramente scientifici?]
Ma non vorrei che lei mi fraintendesse: la scienza non esclude in modo assoluto la possibilità di un qualche influsso degli astri sull'equilibrio dell'universo e quindi anche sulla situazione degli uomini; nega solo che tale influsso possa determinare la volontà umana libera, in modo che sia possibile prevedere dalla posizione degli astri ciò che un uomo liberamente farà nel futuro.

La morale non è meno severa della scienza verso gli oroscopi. È vero che l'ignoranza, la buona fede, la leggerezza possono scusare da peccato molti di coloro che ricorrono agli oroscopi, specialmente se non vi prestano una fede seria e certa, ma solo una qualche fiducia superficiale e scherzosa, fondata più sulla curiosità che sulla intima convinzione. Ciò non toglie però che il credere agli oroscopi sia, in se stesso, una pratica superstiziosa, con la quale si attribuiscono ad esseri creati forze superiori alla loro natura. Chi ricorre con serietà e persuasione agli oroscopi o ad altre pratiche divinatorie, per conoscere avvenimenti futuri dipendenti dalla libera volontà umana, oltrepassa i limiti segnati da Dio alla conoscenza naturale, e quindi lede l'ordine stabilito da Lui. La previsione certa degli eventi futuri liberi è possibile solo a Dio; attribuirne il potere a forze create è perciò un'offesa fatta a Lui.

Queste credenze superstiziose prosperano dove scarseggia la fede genuina in Dio. Un cristiano istruito e coerente non solo non crede adi oroscopi, ma evita perfino ogni accondiscendenza verso la sfrenata curiosità di scrutare il futuro con mezzi non adatti. Aveva pienamente ragione Padre Mc Nabb quando diceva che l'oroscopo di un buon cristiano si chiama divina Provvidenza.10
10 È probabile che don Quadrio abbia sfruttato questa risposta in un'omelia. Troviamo infatti vergato in matita all'inizio del dattiloscritto: «Ed eccoci, carissimi, qui nuovamente insieme nella Casa di nostro Padre, attorno alla sua mensa, a parlare con Lui e tra noi, a mangiare lo stesso Pane divino, il Corpo di Cristo immolato sull'altare. Riuniti dalla stessa fede, dal medesimo amore, per lo stesso scopo, tutti affratellati dalla carità di Cristo Gesù morto per noi, e sempre vivo come vincolo di unione tra le membra di uno stesso corpo. In questo incontro fraterno, vogliamo stabilire un dialogo di famiglia, su problemi religiosi che ci toccano da vicino. È da tempo che un gruppetto di voi mi ha pregato di parlare di un argomento, che oggi interessa tanta gente, anche buona e di chiesa».

E, al termine della risposta, sempre in matita troviamo scritto: «Quando siamo angustiati per il nostro presente e per il nostro avvenire, tormentati dalle preoccupazioni e dai timori, rivolgiamo il nostro sguardo non alle stelle, ma a Dio, e diciamogli con fiducia: Padre nostro che sei nei cieli, tu che sai tutto, vedi [tutto] e tutto puoi e che ci ami come figli, io mi affido alla tua Provvidenza amorosa e mi fido di te. Sia fatta la tua volontà, dacci oggi il nostro pane quotidiano e liberaci dal male. Così sia».

026. Cattolico e italiano («Meridano 12», maggio 1959, pp. 12-13)
Nel dubbio di sentirmi prima cattolico o italiano, evito di entrare in un argomento così spinoso...
Bruno Rigolon - Vicenza
Se il dubbioll volesse insinuare una qualche opposizione di principio tra i due termini cattolico e italiano, bisognerebbe rispondere: Si è insieme cattolici e italiani. Non vi può essere alcun contrasto tra la professione della fede cattolica e la fedeltà autentica alla propria patria. Anzi, non si può essere buoni cattolici, senza essere leali cittadini.

Dio stesso nel quarto comandamento ha prescritto, insieme all'amore verso i genitori, anche l'amore verso la patria e l'obbedienza alla legittima autorità. Gesù Cristo volle che tutti dessero a Cesare quello che è di Cesare, e ne diede Egli stesso l'esempio, osservando lealmente le leggi, non escluse quelle tributarie.

Gli Apostoli ordinarono ai cristiani di rispettare i governanti, anche quando si trattava di feroci persecutori. Così insegnarono e agirono in ogni tempo i Santi, i Papi e i Vescovi della Chiesa cattolica.

Ai cattolici cinesi, ingiustamente perseguitati e accusati di antipatriottismo, Pio XII scrisse nella sua Enciclica: «E nostro dovere qui ricordare a tutti, ancora una volta, che è proprio la dottrina della Chiesa che esorta e spinge i cattolici a nutrire un sincero e profondo amore verso la loro patria terrena, a prestare l'ossequio dovuto, salvo il diritto divino naturale e positivo, alle pubbliche autorità, a dare il loro contributo generoso e fattivo ad ogni intrapresa che conduca ad un vero, pacifico e ordinato progresso, ad un genuino bene della patria comunità».

Se invece la domanda vuole chiedere quale dei due termini, cattolico o italiano, sia superiore per dignità, la risposta non può essere che questa: come il divino è superiore all'umano, il soprannaturale al naturale e il celeste al terreno, così l'appartenenza alla Chiesa supera qualsiasi cittadinanza terrena. La dignità di figli di Dio e di membra del Corpo mistico, cioè della Chiesa cattolica, è incomparabilmente superiore alla dignità di figli di qualunque famiglia terrena e di cittadini di qualunque comunità nazionale, per quanto nobile e grande possa essere. In questo senso non c'è dubbio che si è prima cattolici e poi italiani.
11 Nel dattiloscritto: la domanda.

La cosa non è senza conseguenze pratiche molto gravi. Nel caso deprecato di conflitto tra la legge divina o ecclesiastica e la legge della propria nazione, bisogna ricordare che l'autorità di Dio è superiore a quella degli uomini, e che ogni legge umana è priva di qualsiasi diritto e valore, quando è in contrasto con l'autorità e la legge di Dio o con i divini diritti della Chiesa cattolica. «Allora il cristiano non può che rispondere, serenamente ma fermamente, come già san Pietro e gli Apostoli ai primi persecutori della Chiesa: Bisogna obbedire a Dio, più che agli uomini» (Pio XII nella Enciclica citata ai cattolici cinesi). Solo facendo così il cristiano procura non il male, ma il vero bene della sua patria, poiché non vi può essere vero benessere contro la legge e i diritti di Dio.

027. Stramberie ereticali («Meridiano 12», giugno 1959, pp. 7-8)
In questi ultimi tempi è sorta a Roma una setta, i cui membri credono e insegnano che Gesù Cristo è già ridisceso in terra come aveva predetto, e si è nuovamente incarnato in una donna che vive a Roma e che essi adorano come la «divina Maestà». Siccome la suprema autorità della Chiesa non ha condannato pubblicamente questa dottrina, essi pretendono di essere cattolici più degli altri, e si accostano regolarmente ai Sacramenti.
Vorrei sapere se questi tali siano o no da considerarsi come veri eretici; con tutte le conseguenze. Quali documenti della Chiesa si possono portare contro di loro?
Enrico Levorato12 - Roma
Prima ancora che eretici, costoro sono degli esaltati. Ogni tempo ha avuto di queste aberrazioni, finite presto nel ridicolo [generale].

L'Autorità ecclesiastica non suole intervenire se non nelle cose serie; e questo movimento è tutt'altro che [una cosa seria! Non c'è bisogno di alcuna condanna ufficiale, quando basta il buon senso a fare giustizia. Il tempo fa il resto].

Il fatto che questi tali continuino a dirsi cattolici e a frequentare i Sacramenti dimostra una volta di più che la logica e la coerenza non è il loro forte. È evidente che chi professa delle enormità così colossali contro la sostanza stessa della fede cattolica si è messo egli stesso fuori della Chiesa cattolica. Non può essere ammesso ai Sacramenti, se prima non abbandona queste fantastiche aberrazioni.

Se infine occorresse discutere con costoro e refutare i loro cavilli, non sarà difficile dimostrare che la seconda venuta di Gesù, di cui parla la Sacra Scrittura, non è mai presentata come una nuova incarnazione, ma come il ritorno di Gesù in quel medesimo corpo che Egli assunse una volta da Maria Vergine e con cui ora vive alla destra del Padre. Così appare chiaramente dal Vangelo. Così ha espressamente e solennemente insegnato e definito la Chiesa, unica interprete autorizzata del Vangelo. I principali documenti del Magistero ecclesiastico in cui è definito che il ritorno di Gesù avverrà non mediante una nuova incarnazione, ma con lo stesso medesimo corpo che assunse da Maria Santissima e che ora possiede in cielo, sono i seguenti: Il Simbolo di Epifanio, il Concilio Romano dell'anno 382, il
12 Nel dattiloscritto: D.A.B.

Concilio Lateranense del 649, Papa Innocenzo III nella Professione di Fede per i valdesi, il Concilio Fiorentino del 1442 (Denzinger 709).

[E poi evidente che] l'adorazione di questa sedicente «divina Maestà» è una aberrazione [tanto] madornale e blasfema, [che si condanna da sola come contraria al buon gusto a al buon senso, prima ancora che alle fondamentali verità del cristianesimo].

028. Donne al sacerdozio? («Meridiano 12», luglio 1959, pp. 5-7)
Ma perché le donne non possono accedere al sacerdozio?
Giuseppe Federici - Perugia
Non certo perché nel cristianesimo la donna sia sottovalutata o considerata un essere inferiore all'uomo.

[Già] nella prima pagina della Bibbia è sancita l'essenziale uguaglianza di natura e di perfezione tra l'uomo e la donna. Vi si legge [infatti] che Dio creò entrambi «a sua immagine», e che diede Eva ad Adamo come «un aiuto simile a lui».

Il paganesimo dimenticò questa verità, e umiliò la donna fino al rango dí schiava e strumento dell'uomo. Gesù la riabilitò e la riportò «oltre l'antico onor». Incominciò con lo scegliersi una donna per madre; le conferì una dignità, una missione e dei privilegi così singolari, che la collocano al di sopra di ogni altra pura creatura, e l'avvicinano in qualche modo ai confini stessi della Divinità.

Durante la sua vita pubblica, Gesù usò tale finezza di tratto e tale soave rispetto verso ogni donna, anche se degradata dal peccato, da dimostrare in quale altissima considerazione Egli tenesse il sesso gentile. Si pensi, per esempio, alle sorelle Marta e Maria di Betania, alla Samaritana, alle peccatrici, alla Cananea, alla vedova di Naim, alla donna ammalata da dodici anni, alla figlia di Giairo, alle donne che servivano il Maestro e i discepoli durante i viaggi apostolici, e lo seguirono fedelmente fino al Calvario, mentre gli Apostoli lo avevano abbandonato, e perfino rinnegato e tradito.

San Paolo, che comprese il cuore e la dottrina di Gesù come nessun altro, potè scrivere con forza che nella religione cristiana «non c'è né uomo né donna, poiché voi tutti siete uno solo in Cristo Gesù».

Sull'esempio del suo divin Fondatore, la Chiesa ha sempre difesa e onorata come sacra la dignità della donna; ne ha proclamata apertamente l'uguaglianza sostanziale con l'uomo sul piano della natura e della grazia, dei diritti e dei doveri; ha elevato ai supremi onori degli altari una foltissima schiera di donne di ogni condizione, le quali sono considerate come una delle più fulgide glorie del cristianesimo.

E allora, «perché le donne non possono accedere al sacerdozio?». La ragione più immediata è questa: perché fino dagli inizi così ha voluto e stabilito la Chiesa, divina depositaria dei Sacramenti e fedelissima interprete del pensiero del suo Sposo Gesù. Essa ha decretato che nessuna donna possa validamente ricevere le sacre Ordinazioni.

Ma su quali motivi si fonda questa decisione della Chiesa? Non certo sul capriccio o su un tacito disprezzo della donna, ma sulla volontà stessa di Gesù Cristo e sulla prassi degli Apostoli.

Gesù, che tanta delicata finezza e tanta stima manifestò verso la donna, soltanto tra gli uomini scelse i suoi Apostoli, i continuatori della sua missione, i capi della sua Chiesa, i distributori della sua Redenzione, i predicatori autorizzati del suo Vangelo.

A loro volta, gli Apostoli, ammaestrati da Cristo, pur servendosi largamente dell'aiuto femminile nelle opere caritative ed assistenziali, trasmisero i loro poteri sempre e solamente a degli uomini, soltanto nel sesso maschile scelsero i Vescovi, i presbiteri e gli altri sacri ministri. E così si è sempre fatto nella Chiesa.

Del resto anche nell'Antico Testamento e presso í popoli di qualunque civilità e razza, anche dove alla donna è riservato un posto preminente nella famiglia e nella tribù, vigeva e vige la consuetudine che il ministro del culto sia un uomo. Le eccezioni sono assai rare.

Quale sarà dunque il motivo, per cui in tutte le religioni la donna è ordinariamente esclusa dal sacerdozio? Penso che la ragione ultima sia da ricercarsi non nel fatto che la donna sia inferiore all'uomo, ma piuttosto nel fatto che essa è diversa dall'uomo per indole, per qualità fisiche e spirituali, e perciò anche per missione e funzione sociale.

In armonia con il carattere proprio della donna nei confronti dell'uomo, essa è destinata dalla natura ad essere «l'aiuto», il complemento, il sostegno dell'uomo. Per la sua stessa struttura somatica e psichica, essa ordinariamente è portata alla dedizione generosa, all'amore sacrificato, alla donazione ed immolazione di sé, alla cooperazione amorosa e sottomessa, alla gentilezza e delicatezza del sentimento, piuttosto che all'asprezza delle grandi iniziative, all'autonomia e forza del comando e della superiorità.

Sarebbe però un grave errore ed un danno incalcolabile se la donna, vedendosi esclusa dal sacerdozio gerarchico, rifiutasse di portare alla edificazione del Corpo mistico il contributo insostituibile della sua multiforme generosità e delle meravigliose ricchezze di cui natura e grazia l'hanno ricolmata. Ognuno ha da Dio la propria missione nella Chiesa.

Maria Santissima non fu «sacerdote»; eppure nessuno dopo Gesù contribuì quanto lei alla fondazione ed espansione del Regno di Dio tra gli uomini.

029. Padri di famiglia diventeranno diaconi? («Meridiano 12», luglio 1959, pp. 9-10)
«I laici potranno fare da diaconi. E ci saranno dei buoni padri di famiglia che potranno predicare in chiesa, tenere conferenze, amministrare i beni ecclesiastici... Usciranno da speciali seminari di formazione...». Questa è bella! Che ne dicono gli esperti di «Meridiano 12» di questo diaconato moderno?
Guido Rossi - Milano
Il problema del rinnovamento del diaconato è diventato di attualità, da quando il papa Giovanni XXIII ha manifestato il proposito di convocare un Concilio Ecumenico e di promuovere l'aggiornamento del Codice di Diritto Canonico.

Il problema però era stato posto già da alcuni anni. Teologi eminenti della Germania, del Belgio e della Francia hanno discusso la questione in libri e riviste. Nel settembre del 1956 un Vescovo missionario dell'Indonesia, S.E. mons. Guglielmo Van Bekkum, presentava al Congresso Internazionale di Pastorale Liturgica di Assisi la proposta di aprire le porte del diaconato anche a uomini sposati, capaci di compiere alcuni uffici ecclesiastici, che finora sono ordinariamente svolti da sacerdoti.

Di queste proposte si interessò lo stesso Pio XII nell'ottobre del 1957. Egli non respinse l'idea come inattuabile, ma la giudicò non ancora matura. Aggiunse però che se un giorno fosse diventata matura, questi diaconi non sarebbero più dei laici, ma dei «chierici», cioè membri della sacra Gerarchia.

Molti quesiti si possono porre a proposito di questo rinnovamento del diaconato. Eccone alcuni con la relativa riposta, per soddisfare la legittima curiosità del gentile richiedente e degli altri lettori.

  1. Qual è la prassi attuale della Chiesa riguardo al diaconato?

Secondo l'attuale disciplina ecclesiastica, il diaconato è un Ordine «di passaggio» in preparazione all'Ordinazione sacerdotale. Tutti i gradi della Gerarchia inferiori al sacerdozio attualmente non sono che tappe intermedie verso la meta del sacerdozio. Di conseguenza, nessuno oggi viene ammesso al diaconato, se non ha l'intenzione di giungere al sacerdozio e se non possiede i requisiti necessari per diventare sacerdote. Tra questi requisiti, la Chiesa latina, fin dalla antichità, esige il celibato.

  1. Quale fu nei primi secoli la prassi della Chiesa?

Secondo la primitiva disciplina ecclesiastica, i diaconi non solevano diventare sacerdoti. Il diaconato non era una tappa verso l'Ordinazione sacerdotale, ma un Ordine sacro a sé stante, distinto dal sacerdozio. Per molti secoli i diaconi furono i principali e diretti cooperatori del Vescovo, sia nelle funzioni liturgiche, sia nel governo della comunità cristiana, specialmente nelle opere di carità e, conseguentemente, nell'amministrazione dei beni ecclesiastici.

  1. Quali sarebbero i vantaggi di un ritorno alla prassi antica?

Il conferimento del diaconato a uomini anche sposati, non destinati al sacerdozio, porterebbe, secondo i fautori della progettata riforma, i seguenti vantaggi alla Chiesa.

Offrirebbe a molti padri di famiglia, convinti e stimati sotto ogni rapporto, la possibilità di mettere le loro capacità ed esperienze a diretto servizio della Chiesa e delle anime. Oggi che il clero scarseggia sempre più, quante meravigliose energie potrebbero, in questo modo, essere impegnate nell'apostolato gerarchico!
Offrirebbe a giovani volenterosi e già maturi, a cui il sacerdozio appare ormai una meta troppo ardua, l'opportunità di esercitare un ministero di più facile accesso, al quale la loro vita apostolica anteriore e le loro attività professionali li hanno meravigliosamente preparati.

Nei paesi di missione e ovunque manchi il sacerdote, questi diaconi potrebbero insegnare autorevolmente le verità religiose, predicare la parola di Dio, distribuire la santa Comunione, portare il Viatico agli infermi dopo averli eccitati alla contrizione, amministrare il Battesimo, aiutare col consiglio e l'assistenza i fedeli e i catecumeni, promuovere il bene della comunità cristiana e provvedere al suo governo spirituale, nei limiti stabiliti dalla competente autorità ecclesiastica.

Non è da temere, infine, che questo rinnovamento del diaconato debba assottigliare il numero dei sacerdoti, dei religiosi laici, e dei militanti di Azione Cattolica. «Ognuno — dice san Paolo — ha da Dio il suo dono», cioè il suo posto e la sua funzione nella Chiesa!

  1. È possibile attuare questo rinnovamento del diaconato?

Sì, è possibile, ma solamente se la Chiesa lo vuole e lo decide. Infatti la suprema autorità ecclesiastica ha il potere, qualora lo creda opportuno, di modificare l'attuale disciplina del diaconato. Nessun altro ha questo potere. I fedeli, i sacerdoti, i singoli Vescovi possono presentare proposte; ma la decisione spetta unicamente alla Santa Sede o al Concilio Ecumenico.

(Dunque), la suprema autorità della Chiesa, ed essa sola, potrebbe decidere che il diaconato venga conferito anche a uomini sposati e non destinati a diventare sacerdoti. Essa sola può fissare le condizioni richieste
nei candidati a tale Ordine, il modo di conferirlo, i doveri e diritti di questi diaconi, le loro mansioni liturgiche e apostoliche, ecc.

[A noi intanto] non resta che attendere, in fiduciosa docilità e in fervida preghiera, la soluzione che la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo e dalla propria esperienza bimillenaria, darà — se e quando crederà opportuno — a questo e agli altri delicati problemi riguardanti le forme dell'apostolato cattolico nel mondo attuale.

030. Spieghiamoci chiaro («Meridiano 12», agosto 1959, pp. 7-9)
Mi sono scontrata in discussione con un conoscente, il quale sostiene che il genere umano non è decaduto da uno stato primitivo, come afferma la Bibbia; ma che da uno stato di rozzezza quasi belluina è gradatamente assunto allo stato attuale in un'incessante azione di adattamento ed assuefazione. Insomma il mio contraddittore dà quasi ragione all'asserto «l'uomo deriva dalla scimmia», e soprattutto non considera vera la dottrina della caduta iniziale dei primi uomini...
Elisa Della Vecchia13 - Vicenza
Il terreno su cui lei si è coraggiosamente «scontrata», è [davvero minato e] insidioso. [Bisogna procedere con cautela]; perciò è lodevole il suo desiderio di assumere più ampie informazioni.

Alla base della sua discussione, come risulta anche dal seguito della lettera, sta il delicato problema se fede e scienza siano veramente inconciliabili sul fatto delle origini dell'uomo.
Chi vuole giungere ad una conclusione sicura, deve innanzi tutto conoscere con esattezza l'insegnamento della fede e quello della scienza in materia; solo allora potrà stabilire un confronto e prendere una posizione con conoscenza di causa.

È quello che cercheremo di fare nel modo più breve e chiaro possibile, nell'esiguo spazio concesso a questa risposta.

Gli scienziati oggi, in merito al quesito proposto, sono sostanzialmente d'accordo nell'ammettere che il genere umano deriva da una specie inferiore, attraverso un lento processo di evoluzione, cioè di progressivo miglioramento. Non hanno però ancora raggiunto alcuna certezza né alcun accordo per ciò che riguarda il modo, il tempo, le circostanze di questa evoluzione. In particolare non sono ancora riusciti ad identificare la specie inferiore da cui deriverebbe l'uomo. Dobbiamo convenire che l'origine dell'uomo per via di evoluzione è oggi un'ipotesi scientifica non trascurabile, ma non un fatto rigorosamente dimostrato.
13 Nel dattiloscritto: E.M.M. L'argomento è affrontato in forma più completa in R. 112.

Forse domani la scienza potrà chiarire molti punti oscuri intorno all'origine del genere umano. Però essa, se starà entro i confini della sua competenza, non potrà mai pronunciarsi intorno ai seguenti problemi: come abbia origine l'anima umana; se e come Dio sia intervenuto nella formazione del corpo della prima coppia umana; se i primi uomini siano stati elevati ad un ordine superiore alla loro natura; se e come siano decaduti da quella condizione soprannaturale, perdendo i doni gratuiti di cui era stata arricchita la loro anima.

Su questi e simili problemi, la scienza direttamente non dice nulla né mai potrà dire nulla, perché essi sfuggono di loro natura ad ogni diretto controllo scientifico.

La fede cattolica, basata sulla Rivelazione certa e infallibile di Dio contenuta nella Bibbia e trasmessa dalla Chiesa, insegna quanto segue intorno alle origini dell'uomo.

1) Dio è intervenuto con particolare iniziativa nella formazione del primo uomo: ne ha creato dal nulla l'anima spirituale e ne ha formato il colpo da una qualche materia preesistente.

Il fatto dell'intervento speciale di Dio nella formazione del primo corpo umano è una delle fondamentali verità della fede cattolica, poiché è chiaramente attestato nelle prime pagine della Bibbia e autorevolmente insegnato dalla Chiesa. Al contrario, le modalità di questo intervento (pittorescamente descritte nella Bibbia, secondo la mentalità del tempo in cui questa fu scritta), non sono insegnate come verità di fede né dalla stessa Bibbia, né dalla Chiesa cattolica; infatti potrebbero appartenere — almeno in parte — all'involucro letterario, attraverso il quale Dio volle trasmettere agli uomini le verità morali e religiose della Rivelazione.

In particolare — allo stato presente delle cose — non è da ritenersi come verità certa della fede cattolica la precisazione della materia (vivente o non vivente) da cui sarebbe derivato il primo corpo umano sotto l'azione speciale di Dio. In altre parole: un cattolico oggi non è necessariamente tenuto a credere che Dio abbia tratto il primo corpo umano direttamente dalla terra, e che perciò non esista nessuna connessione di origine tra il corpo umano e il regno animale. Ciò che per fede si deve credere è che il corpo del primo uomo non ha avuto origine senza uno speciale intervento divino, il quale non è controllabile dalla scienza, ma è attestato con assoluta certezza dalla Rivelazione e dalla filosofia.

Ciò posto, non appare [un assoluto e insanabile] contrasto fra questa verità di fede e le conclusioni della scienza intorno all'origine dell'uomo. Infatti la discendenza dell'uomo dal bruto, asserita dalla scienza, non esclude affatto lo speciale intervento dí Dio, consistente nel predisporre e dirigere il processo di evoluzione, e nel creare direttamente l'anima spirimale, per la quale l'uomo si distingue dal bruto. Scienza e fede si possono dare amichevolmente la mano, giacché le affermazioni dell'una non contraddicono le certezze [superiori] dell'altra.

2) Quanto alla condizione morale della prima coppia umana, la fede cattolica — sempre basandosi sulla parola infallibile di Dio — insegna che la loro anima fu dotata da Dio di doni superiori alla natura umana, cioè della grazia santificante e di altre qualità gratuite; e che questi doni furono perduti in seguito ad una grave ribellione dei primi uomini contro Dio.

Ora, quale conflitto vi può essere tra queste affermazioni della fede sullo stato primitivo dell'uomo e le conclusioni della scienza intorno alla progressiva evoluzione della specie umana?
Ogni conflitto è radicalmente escluso in partenza, perché la scienza né oggi né mai potrà controllare sperimentalmente l'elevazione dell'uomo all'ordine soprannaturale, la presenza di doni gratuiti nell'anima di lui, la sua caduta morale e la conseguente perdita di quei doni.

Ma a questo punto il suo contraddittore si sentirà autorizzato ad insistere: «Il contrasto tra fede e scienza sta nel fatto che la fede afferma la caduta dei primi uomini da uno stato superiore di perfezione; mentre la scienza afferma un progresso ascensionale incessante».

È vero; ma in questo non c'è conflitto alcuno. La caduta attestata dalla fede è di ordine soprannaturale e morale, mentre il progresso constatato dalla scienza è di ordine naturale. Del resto quella perfezione soprannaturale fu posseduta unicamente dai primi due individui umani, e per un tempo verosimilmente abbastanza breve. Su quali scoperte si potrà mai fondare la scienza, per affermare o per negare un fenomeno così isolato e breve nel lunghissimo corso della storia umana? Infatti quella perfezione soprannaturale iniziale, in forza appunto della caduta, non lasciò nei discendenti alcuna traccia scientificamente controllabile.

Ancora una volta, dunque, nessun vero conflitto tra le certezze naturali della scienza e quelle soprannaturali della fede. Dio infatti, che è la fonte prima dell'una e dell'altra, non può contraddire se stesso."
14 Questa risposta ha provocato una risentita reazione da parte dell'Ing. Vito M., che scrisse tre lettere a don Quadrío, accusandolo di eresia. Conserviamo le tre lettere dell'Ingegnere e le tre risposte di don Quadrio (L. 123, 125, 126), mirabili per la pacatezza, la parresia, la carità e l'attaccamento alla Chiesa. La prima inizia così: «Egregio Signor Ingegnere, Le sono sinceramente riconoscente per la cristiana franchezza con cui mi ha scritto in merito ad una mia modesta risposta su "Meridiano 12" dell'agosto 1959. Sono molto dolente di averLa addolorato e "scandalizzato", e Le chiedo scusa» (Lettere, p. 105). Altre volte in precedenza don Quadrio era intervenuto sulle pagine di «Meridiano 12», rispondendo a quesiti analoghi (cf. R. 007, 008, 017, 021, 022).

031. Che cosa avverrà nel 1960? («Meridiano 12», ottobre 1959, pp. 7-9)
... Ma che cosa pensare di tutte queste profezie sul '60? Sapesse quante ne girano! La Chiesa come si pronuncia?
Sig.ra Luisa Corcoran - Milano
L'allarme per le supposte profezie sull'anno venturo va dilagando come un'epidemia. In certe fantasie fervide od esaltate, l'attesa, col passare dei mesi, minaccia di trasformarsi in panico. Alcuni poi, con uno zelo degno di miglior causa, si fanno propagatori del terrore tra il popolo. C'è chi crede di sapere che nel 1960 periranno tragicamente i 3/4 dell'umanità; altri parlano di sconvolgimenti senza precedenti; non manca perfino chi preannuncia come imminente la fine del mondo; molti parlano del '60 come dell'anno del terrore.

Quale fondamento hanno queste voci di allarme? Per lo più esse si appellano al cosiddetto «segreto di Fatima» e a certe « profezie» che preannuncerebbero per il prossimo anno giorni di tenebre e di terremoto, distruzioni e sconvolgimenti di portata mondiale.

Che c'è di vero in queste «profezie»?
Per ciò che riguarda il segreto di Fatima, le cose stanno in questi termini. Durante la terza apparizione, il 13 luglio 1917, la Madonna affidò ai pastorelli un segreto, con la proibizione di rivelarlo ad alcuno. Solo nell'agosto 1941, suor Lucia (la sola sopravvissuta dei tre veggenti), autorizzata dal Cielo e invitata dall'autorità ecclesiastica, si decise a mettere per iscritto le prime due parti del segreto, continuando a tenere nascosta la terza parte. Nella prima si descrive la visione dell'Inferno quale apparve agli occhi esterrefatti di Lucia, Francesco e Giacinta; la seconda riguarda la devozione al Cuore Immacolato di Maria e la predizione del secondo conflitto mondiale, che — come ammoniva la Madonna — si sarebbe scatenato se gli uomini non avessero accolto il messaggio di Fatima. Queste due parti del segreto sono ormai di pubblico dominio, essendo state pubblicate fin dal 1942.

La terza parte invece è ancora ignota a tutti, eccettuata suor Lucia. Essa infatti la scrisse e la consegnò al Vescovo di Leiría, mons. José Correia da Silva, il quale sigillò lo scritto in una busta, riponendola nella cassaforte dell'episcopio. «Ho chiusa la busta consegnatami da Lucia — dichiarò poi il Vescovo — senza leggerne il contenuto; l'ho sigillata e l'ho racchiusa in quell'armadio là...».

Contrariamente a ciò che qualcuno ha scritto, la preziosa lettera non venne mai aperta. È assolutamente falso che ne sia stata inviata copia a Pio XII e che questi sia caduto a terra tramortito, dopo averne letto il contenuto. Perciò tutte le voci che circolano intorno ad avvenimenti terrificanti, predetti nella terza parte del segreto, sono da ritenersi completamente infondate. Nessuno infatti ne conosce il contenuto e Lucia si è sempre rifiutata di svelarlo.

Quando verrà aperta la famosa lettera? Questa domanda fu posta fin dal 1946 a suor Lucia e al Vescovo di Leiría. Essi risposero: «Nel 1960». Perché solo allora? «Perché la Santissima Vergine vuole così», fu la risposta.

L'attuale Vescovo di Leiria, S. E. mons. Giovanni Pereira Van'àncio, ha confermato che la lettera contenente il cosiddetto segreto non sarà aperta prima del '60. Ai giornalisti, che lo interrogavano, ha recentemente dichiarato: «La gente si aspetta chissà che cosa e non pensa che le vie del Signore sono semplici». In un'altra occasione ebbe ad asserire autorevolmente: «Questa preoccupazione di conoscere il contenuto della lettera sembra piuttosto eccessiva e, per parte di alcuni, addirittura malsana... Ma ciò è segno caratterisitico dei nostri tempi tribolati. Sono già state rese pubbliche due parti del segreto. Non sarebbe molto meglio cercare di studiarle e penetrarle nel loro significato, per comprenderne l'immensa portata? E soprattutto viverle e farle vivere da tanti che si sono dimenticati del loro eterno destino?».

Parole sapienti, che pongono il messaggio della Madonna nella sua vera luce, che è quella religiosa, facendo giustizia di ogni morbosa curiosità e falso allarme.

Per confermare le voci fantastiche riguardanti il segreto di Fatima, non è mancato qualche «zelante» che si è fatto premura di rispolverare e cucire insieme vecchie e nuove «profezie», incaricandosi di interpretarle e di applicarle tutte al 1960.

Il pullulare di supposte apparizioni, messaggi soprannaturali e profezie, è un triste fenomeno che ha sempre caratterizzato le epoche di grandi turbamenti politici e religiosi. Già il Vico aveva osservato che «la fantasia è tanto robusta, quanto è più debole il raziocinio».

Chi ci assicura che queste catastrofiche predizioni, che oggi vengono propalate con tanta leggerezza, siano autentiche, cioè veramente pronunciate dai santi o dalle pie persone, a cui vengono attribuite? Si tratta generalmente di voci, dicerie, leggende, supposizioni e tradizioni, di cui nessuno storico serio sarebbe disposto a fidarsi.

Ed anche supponendo che almeno alcune siano autentiche, chi può garantirci che siano state fedelmente trasmesse e rettamente interpretate? Inoltre: chi può essere certo che riguardino proprio il 1960, quando esse si esprimono per lo più in termini vaghi e oscuri?
[Noi pensiamo che] ogni fedele debba, in questa materia, seguire l'esempio di estrema cautela della Chiesa. Essa, a cui solo spetta di pronunciare un giudizio autorevole e decisivo su tali-profezie, continua a ignorarle e rifugge dal prenderle in considerazione. La Chiesa sa di essere l'unica depositaria della verità rivelata, e non corre dietro ad ogni voce. Sa che il futuro è nelle mani di Dio e che Egli non suole svelarlo per soddisfare la curiosità umana, ma solo per gravissime ragioni e sempre nel modo più conveniente alla divina Maestà. Sa che le sorti dei singoli e del mondo sono regolate con sapiente e onnipotente provvidenza dal più amoroso dei padri, e che perciò nulla può avvenire se non per un misericordioso disegno di amore. Essa quindi attende serena!
Nel giudicare poi di rivelazioni private, la Chiesa segue e impone ai fedeli una severa e oculata prudenza, non obbliga mai nessuno a credervi con un assenso di fede cattolica; non le ammette nel tesoro della Rivelazione cristiana; anzi non permette ai fedeli di credervi pubblicamente, se non dopo severissime indagini che garantiscano con piena certezza la verità dei fatti; condanna recisamente ogni leggerezza e facile credulità.

[Questo ci sembra l'atteggiamento che deve assumere ogni cattolico, che voglia essere figlio fedele della Chiesa, per non meritare il severo ammonimento di Dante, richiamato anche recentemente dal card. Ottaviani: «Siate, cristiani, a muovervi più gravi! i Non siate come penna ad ogni vento... I Avete il Vecchio e il Nuovo Testamento, I e il Pastor della Chiesa che vi guida: I questo vi basti a vostro salvamento»].

032. Esiste il Limbo? («Meridiano 12», novembre 1959, pp. 7-8)
Vorrei sapere dagli esperti di «Meridiano 12» se esiste il Limbo.
Maria Del Prete - Roma
La sua domanda, molto semplice in apparenza, nasconde il delicato e difficile problema della sorte eterna dei bambini che muoiono senza Battesimo. Questo problema ha angustiato i grandi Dottori di ogni secolo, e ai nostri giorni è oggetto di intense ricerche da parte dei teologi.

Non parliamo qui del cosiddetto Limbo dei Patriarchi, in cui soggiornarono le anime dei giusti, morti prima di Gesù Cristo, in attesa che fosse compiuta la Redenzione. L'esistenza di un tale Limbo non può essere messa in dubbio, perché è insegnata dalla Scrittura, ed è connessa con l'articolo di fede professato nel Credo sulla discesa di Gesù Cristo al Limbo dei Patriarchi dopo la sua morte, per liberare le anime dei giusti che aspettavano la Redenzione. Così ebbe termine il Limbo dei Patriarchi.

Il suo quesito riguarda invece, con tutta verosimiglianza, il cosiddetto Limbo dei bambini, cioè il soggiorno di coloro che muoiono col solo peccato originale. Esiste veramente? È eterno? Come è?
Le dirò subito che in questa materia ci sono cose assolutamente certe, altre meno certe, ed altre ancora dubbie.

  1. È una verità di fede che tutti coloro che muoiono col peccato originale sull'anima sono esclusi in eterno dalla gloria celeste del Paradiso. La Chiesa ha più volte insegnata solennemente questa verità nei suoi Concili. Del resto, tutti sanno che il peccato originale priva l'anima della grazia santificante, la quale è assolutamente necessaria per entrare in Cielo.
  2. È una verità comunemente insegnata dai Dottori e teologi cattolici che le anime di coloro che muoiono col solo peccato originale vanno in uno speciale soggiorno, distinto dal Paradiso e dall'Inferno. Questo soggiorno da parecchi secoli viene tradizionalmente chiamato Limbo, dal latino limbus, che significa «margine», poiché gli antichi teologi lo collocavano quasi al margine dell'Inferno propriamente detto. L'esistenza del Limbo non è dunque un dogma di fede, poiché non è espressamente attestata dalla Scrittura, né solennemente definita dalla Chiesa. È però oggetto dell'insegnamento ordinario dell'autorità ecclesiastica e della comune persuasione dei fedeli.
  3. È anche comunemente ammesso dai teologi cattolici che nel Limbo le anime sono prive per sempre della visione soprannaturale di Dio e quindi della gioia propria dei beati; però non soffrono alcuna pena o afflizione positiva; anzi godono di una certa felicità naturale. Sembrerebbe infatti ingiusto che Dio infliggesse delle pene positive a coloro che non hanno commesso alcuna colpa personale.

Questa è la posizione tradizionalmente sostenuta dalla teologia cattolica, insegnata nella predicazione e nei catechismi con l'approvazione dell'autorità ecclesiastica.

La mia risposta però non sarebbe completa, se non aggiungessi che da tempo vanno moltiplicandosi i tentativi di studiosi, anche cattolici, per trovare una via di salvezza per i bambini che muoiono senza Battesimo. In mancanza del Battesimo di acqua, alcuni insinuano che ai bambini potrebbe bastare quello di desiderio; e siccome i bambini sono incapaci di un tale desiderio, aggiungono che potrebbe loro bastare il desiderio formulato dai loro genitori, o almeno dalla Chiesa. Altri preferiscono pensare che ogni bambino, nell'attimo stesso della morte, sia capace di desiderare il Battesimo. Altri propongono altre ipotesi.

Che cosa pensare di questi tentativi? Per quanto non sembrino del tutto e assolutamente impossibili, vanno giudicati con estrema cautela; né sembra lecito abbandonare la dottrina tradizionale, per correre dietro a ipotesi non ancora sufficientemente provate.

Per quanto riguarda la pratica, la Santa Sede ha recentemente deplorato l'uso di differire il Battesimo ai neonati, col pretesto che essi, secondo alcune opinioni, possono salvarsi anche se muoiono senza Battesimo. «Queste opinioni — ha dichiarato il Santo Uffizio il 18 febbraio 1958 — sono prive di solido fondamento». Anche Pio XII nel Discorso del 29 ottobre 1951 ha categoricamente asserito che, nella presente economia, non vi è altro mezzo per comunicare la vita soprannaturale al bambino, all'infuori del Battesimo di acqua, che deve perciò essere amministrato ai neonati al più presto. Queste autorevoli dichiarazioni sono una nuova conferma della dottrina tradizionale sul Limbo dei bambini morti senza Battesimo.

033. Un tesoro di grazie («Meridiano 12», gennaio 1960, pp. 8-9)
Ho un'amica carissima che non riesco a convincere sull'efficacia delle indulgenze, perché le ritiene troppo facili da ottenere. Gradirei che fosse illuminata sull'argomento a mezzo di «Meridiano 12», [così profondo in materia].15
Anna Zanelli - Torino
Forse la difficoltà della sua amica deriva dal fatto che non distingue abbastanza chiaramente tra indulgenza e merito propriamente detto, e quindi si meraviglia che con le indulgenze noi possiamo ottenere molto più di quello che meriteremmo a titolo di stretta giustizia.

Il merito di un'opera buona è come una mercede che ci spetta per giustizia; è dunque naturale che il merito acquistato sia proporzionato al valore soprannaturale dell'opera meritoria compiuta.

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15 Dalla deposizione della sorella Marianna ricaviamo una testimonianza simpatica della presenza di don Giuseppe tra la gente semplice. Si accenna anche al problema delle indulgenze.

«Quando doveva arrivare [a Vervio], c'era tutta una preparazione e, forse, lui veniva anche poco, perché metteva a disagio un po' la casa, anche se il suo atteggiamento era naturale. Lui certamente capiva che metteva un po' a disagio la mamma [per la difficoltà di offrirgli in casa una sistemazione conveniente].

Però anche lui non si trovava tanto bene, perché lo assalivano tutti chiedendo le indulgenze. Lui invece era già proiettato verso le riforme. Lì, invece, avevano una fede sentita, ma fatta di tradizioni, di "pali" che li tenevano in piedi. La mamma gli raccomandava di non scandalizzare la gente. Per esempio, quando vedeva le "Figlie di Maria", i Confratelli, le Consorelle in processione con quelle divise, diceva: "Quando spariranno queste cose che non servono a niente?". E la mamma gli diceva: "Per l'amor di Dio, non dirlo a nessuno, che si scandalizzano!". Lui, magari, ne parlava con me. Però era saggio e prudente da non dirlo agli altri. Avevamo delle zie, lì vicino, anziane, tutte di chiesa, tutte devote. Venivano da noi con le immaginette per l'indulgenza e dicevano: "Deve venire don Giuseppe, perché deve spiegarci...". E lui diceva: "Povere donne. Sono di una semplicità proprio cara. Quasi le invidio per la loro fede! Ma come si fa a spiegare?". E la mamma: "Ti raccomando, lasciale nel loro brodo. Non dire niente, tanto non ti capirebbero!". Anche la mamma era saggia e prudente.

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L'indulgenza, invece, come il nome stesso insinua, non è una questione di stretta giustizia, ma piuttosto di generosità divina. Le buone opere prescritte per acquistare un'indulgenza (come ricevere i Sacramenti, fare delle visite in chiesa, recitare determinate preghiere, ecc.) non sono il prezzo con cui propriamente paghiamo l'indulgenza; sono soltanto delle condizioni richieste per beneficiare dei beni soprannaturali della famiglia di Dio, alla quale apparteniamo.

Se mi fosse lecito ricorrere ad un esempio assai povero e semplice, direi che il merito di un'opera buona è come il biglietto pagato per partecipare ad un concerto, mentre l'indulgenza è come il biglietto d'invito rilasciato ad un individuo che è in possesso di determinati requisiti.

Non è che le indulgenze siano concesse a titolo completamente gratuito. Perché infatti uno le possa acquistare, si richiedono le seguenti condizioni: che sia battezzato; che sia in stato di grazia; che abbia l'intenzione almeno generale di acquistarle; che compia le opere prescritte. Tuttavia, siccome queste opere non sono il prezzo, ma solo la condizione richiesta per acquistare le indulgenze, non c'è proporzione tra il valore delle opere stesse e l'indulgenza acquistata.

La sua amica, inoltre, deve tenere presente che l'indulgenza non è la remissione della colpa, e neppure il condono della pena eterna; ma unicamente la remissione totale o parziale della pena temporanea, che ordinariamente rimane da scontare dopo che è stata rimessa la colpa e la pena eterna. Sarebbe davvero troppo facile ottenere con una semplice indulgenza il perdono dei peccati gravi e della pena eterna che è dovuta ad essi. Per questo sopra abbiamo affermato che non può acquistare nessuna indulgenza chi si trovasse in stato di peccato mortale.

Infine, per eliminare completamente l'impressione di eccessiva facilità nell'acquistare le indulgenze, la sua amica dovrà tenere presente che la Chiesa è stata costituita depositaria e distributrice di un tesoro inesauribile, costituito dai meriti infiniti di Gesù Cristo, ai quali si devono aggiungere i meriti incalcolabili della Santissima Vergine, dei Santi e di tutte le anime buone dimoranti in Paradiso, in Purgatorio o sulla terra.

L'autorità ecclesiastica, che ha ricevuto da Gesù il divino potere di legare e sciogliere e di amministrare il tesoro infinito della Redenzione, può attingere a piene mani a queste celesti ricchezze, senza paura che abbiano ad esaurirsi; può distribuirle con regale generosità ai battezzati, che siano debitamente disposti a riceverle.

Questo tesoro infinito di grazia e di meriti costituisce il patrimonio della Famiglia di Dio, cioè della Chiesa; e quindi vi sono ammessi a goderlo tutti i figli di Dio, che non l'abbiano rotta col Padre celeste. Ogni membro vivo del Corpo mistico, cioè della Chiesa, essendo unito mediante la grazia con Cristo Capo e con le altre membra, riceve la linfa di vita soprannaturale che promana dal Capo e circola in tutta la compagine del Corpo mistico. Questa misteriosa ma realissima circolazione di beni soprannaturali tra le membra vive di Gesù Cristo dimoranti in Cielo, in terra o nel Purgatorio, costituisce la «Comunione dei santi», ed è il fondamento che rende possibile la concessione delle indulgenze ai battezzati, sia vivi che defunti.

I beni della famiglia appartengono a tutti i membri di essa, ed è giusto che vadano a beneficio dei singoli. Non deve sembrare troppo facile che un figlio partecipi ai beni della sua famiglia, senza che li debba pagare come un estraneo.

034. Pietro e Giuda («Meridiano 12», marzo 1960, pp. 5-6)
Pietro, dopo aver rinnegato Gesù tre volte durante la sua passione, fu scelto nonostante tutto a capo degli Apostoli, e gli furono date le chiavi del Regno dei cieli...
Capisco che ci volle una buona dose di fiducia da parte di Gesù in Pietro... non le pare? E perché non accadde questo a Giuda?
Elisa Bernardi - Trieste
Perché a Pietro tutto e a Giuda niente? Non avevano entrambi peccato gravemente? Questo è il problema della gentile lettrice triestina.

E vero: anche il rinnegamento di Pietro fu molto grave. Era già stato designato come capo supremo della Chiesa. Aveva ricevuto dal Maestro tante predilezioni. Nel cenacolo e nell'orto era stato personalmente ammonito a non presumere delle sue forze. Poche ore innanzi aveva ricevuto la sua prima Comunione e l'Ordinazione sacerdotale. Proprio mentre
Gesù viene processato dal Sinedrio e malmenato dalla sbirraglia, egli rinnega l'Amico; non una, ma tre volte, imprecando e spergiurando di non conoscerlo neppure.

Presunzione, ingratitudine, spergiuro, tradimento dell'amicizia, vigliaccheria: questo è il peccato di Pietro.

Ma ecco, subito dopo, Gesù, incatenato e seviziato dagli sbirri, gli passa vicino, e lo guarda a lungo con accorata tristezza. Pietro legge in quello sguardo il rammarico dell'Amico rinnegato, ma anche un invito al pentimento e l'assicurazione del perdono. E uscito fuori, pianse amaramente. [La tradizione ci assicura che quell'amarissimo pianto non cessò più fino alla morte].

E Gesù, che non seppe mai resistere di fronte al pentimento e che riabilitò sempre ogni peccatore ravveduto, non solo perdonò Pietro, ma lo confermò nell'ufficio di supremo Pastore del suo gregge. Una sola condizione gli pose: che, avendolo rinnegato perché si era presunto migliore degli altri, ora umilmente si impegnasse ad amarlo più di ogni altro. Nelle intenzioni misericordiose del Redentore, ogni peccato pianto e perdonato diventa stimolo di amore e coefficiente di santità.

Solo un cuore magnanimo e generoso come quello di Cristo poteva riporre una tale fiducia nell'Apostolo caduto e pentito. A nostro conforto, Egli volle affidare il supremo governo della sua Chiesa non all'angelico Giovanni, ma al peccatore Pietro; volle che il primo detentore delle chiavi del perdono fosse uno che avesse sperimentato in sé l'umiliazione bruciante della caduta. Così nessuno avrebbe potuto dubitare che la sua Chiesa è stata da Lui costituita come la santissima Madre dei peccatori, il rifugio e la salvezza delle anime smarrite; così come Egli stesso era stato e rimane sempre «l'amico dei pubblicani e dei peccatori».

Ed allora, perché a Giuda non fu riservato lo stesso trattamento? Il suo peccato fu certamente più grave di quello di Pietro, anche perché fu lungamente premeditato.

Ma non fu questo il motivo per cui non è stato perdonato. Anzi, proprio per questo, fu trattato da Gesù con la più toccante tenerezza e longanimità. Durante l'ultima cena il Maestro, che conosceva perfettamente gli intrighi del traditore, gli lava i piedi; gli rivolge un discreto richiamo, senza tuttavia smascherarlo di fronte agli altri commensali; mangia con lui nello stesso piatto; divide con lui un boccone di pane, in segno di familiare intimità. Perfino nell'orto, proprio nell'istante in cui Giuda consuma il tradimento col dolce segno dell'amicizia, Gesù fa l'estremo tentativo per salvarlo. Ne riceve il bacio; lo chiama col nome di amico; lo chiama teneramente per nome; lo ammonisce soavemente dell'enormità del delitto che sta per compiere. In questi gesti di compassione non si può non vedere un'intenzione di misericordia, una tacita promessa di perdono, se il traditore si fosse pentito.

Ma Giuda respinse la mano salvatrice che l'Amico tradito gli porse fino all'ultimo. Il torto più grave che egli fece a Gesù, non fu di averlo tradito; ma di non averlo creduto capace di perdonare il suo tradimento. Non comprese, l'infelice, che anche per lui, come per Pietro, ci poteva essere il perdono e la riabilitazione completa. Se, invece di abbandonarsi alla disperazione ed impiccarsi, egli si fosse pentito, oggi tra gli Apostoli ed i santi più insigni avremmo non solo Pietro che ha rinnegato Gesù, ma anche Giuda che lo ha tradito.

035. Problemi della predestinazione («Meridiano 12», maggio 1960, pp. 9-10)
Se Dio nella sua infinita sapienza sa già se noi siamo destinati all'Inferno o al Paradiso, che cosa possiamo fare ,noi per salvarci, se siamo destinati all'Inferno?
Achille Tari - Roma
Pochi problemi sono tanto misteriosi come quello della predestinazione. Ci sono delle anime delicate e rette, che non riescono a pensare alla predestinazione, senza sentirsi agghiacciate dall'angoscia e attanagliate dalla disperazione. E motivo del turbamento generalmente è questo: una visione parziale e incompleta del problema.

Al contrario, quanta serenità e sicurezza spirituale emana dal mistero della predestinazione, quando viene considerato nella sua luce totale! In realtà il dogma cattolico della predestinazione abbraccia vari aspetti che, considerati nel loro insieme, riempiono l'anima di indicibile pace e consolazione.

Ecco alcune di queste luminose certezze che sono incluse nel mistero della predestinazione.

Dio ha creato ognuno di noi per un disegno di amore. Nessun uomo è creato per la dannazione, ma per la salvezza. Dio offre a tutti i mezzi necessari per salvarsi; vuole sinceramente che tutti si salvino; pone tutti nella possibilità di salvarsi. Per assicurare a tutti questa possibilità, è morto sulla croce, ha messo i frutti della Redenzione a disposizione di tutti gli uomini.

Ogni uomo adulto, in qualunque condizione si trovi, fino all'ultimo momento della vita, se fa quanto sta in lui, è in grado di potersi salvare. Nessuno si danna, se non per propria colpa, perché si ostina a respingere i mezzi di salvezza, che sono offerti a tutti. Soltanto con la morte finisce il periodo della prova; fino a quel punto, ciascuno ha la possibilità di mettersi sulla via della salvezza mediante la conversione. Nessun uomo, finché è in vita, può dire: per me non c'è più niente da fare. Questo atteggiamento di disperazione è uno dei peccati più gravi: fu il peccato di Giuda, il quale si dannò non per aver tradito il Maestro, ma per aver disperato del suo perdono.

Dio nella sua infinita sapienza prevede infallibilmente tutto il corso della nostra vita e perciò anche la nostra sorte eterna. Il signor Achille Tari ha perfettamente ragione quando afferma che Dio sa già se noi ci salveremo o se ci danneremo. Ma altro è prevedere, altro è prestabilire. La previsione divina non sopprime la libertà umana. Dio prevede con assoluta certezza quello che io farò liberamente nel corso della mia vita e nel momento della mia morte. Io sono perfettamente libero di scegliere il bene o il male, anche se da tutta l'eternità Dio ha previsto quale sarebbe stata la mia libera scelta. La mia salvezza o dannazione è nelle mie mani, dipende dal mio comportamento, dalla mia libertà. La mia sorte non è stata arbitrariamente e fatalisticamente prefissata e prestabilita da Dio, ma solo prevista e preconosciuta secondo la mia libera scelta. Allo sguardo di Dio anche gli avvenimenti futuri sono perfettamente presenti, poiché per Lui tutto è eternamente presente. Anche gli astronomi prevedono le eclissi, ma non le predispongono a capriccio.

036. Quali argomenti tratterà il Concilio? («Meridiano 12», maggio 1960, pp. 11-12)
Sarei curioso di conoscere di quali argomenti tratterà il prossimo Concilio Ecumenico. Non è possibile avere qualche anticipazione?
Carlo Borgogno16 - Torino
Può darsi che quando íl signor Carlo Borgogno leggerà queste nostre righe, i temi da trattarsi nel prossimo Concilio Vaticano II siano già stati resi di pubblica ragione mediante un documento ufficiale della Santa Sede.

Per ora sappiamo solo che sono stati invitati circa 2700 tra prelati e personalità cattoliche ad esprimere i loro suggerimenti e progetti ad una speciale Commissione Antipreparatoria del Concilio Ecumenico. Sappiamo anche che sono già pervenute a Roma circa l'80% delle risposte da parte dell'Episcopato cattolico. Mentre scriviamo, vengono presentate all'apposita Commissione anche le proposte formulate dai vari dicasteri ecclesiastici della Santa Sede. Entro la fine dí aprile sono attesi i progetti e gli studi preparati dalle Università e Facoltà ecclesiastiche di tutto il mondo.

Dall'esame di questo abbondante materiale risulteranno í temi da sottoporre alle discussioni e deliberazioni del Concilio Vaticano II. È però evidente che il giudizio ultimo sulla scelta degli argomenti spetta al Sommo Pontefice e ai membri del Concilio.

Allo stato presente è estremamente difficile fare delle previsioni che abbiano un qualche fondamento. Nel primo comunicato ufficiale, emanato il 26 gennaio 1959, le finalità del Concilio vennero così precisate: «Per quanto riguarda la celebrazione del Concilio Ecumenico, esso, nel pensiero del Santo Padre, mira non solamente alla edificazione del popolo cristiano, ma vuol essere altresì un invito alle comunità separate per la ricerca dell'unità, a cui tante anime oggi anelano da tutti i punti della terra».

Il card. Tardini, Presidente della Commissione Antipreparatoria del Concilio, in una conferenza-stampa, ha precisato: «È evidente che lo scopo precipuo (del Concilio) è di promuovere l'incremento della fede cattolica, un salutare rinnovamento del popolo cristiano e l'aggiornamento della disciplina ecclesiastica secondo le necessità dei tempi».

16 Nel dattiloscritto: C.B.

Molti ritengono che il Concilio Vaticano II completerà l'esposizione iniziata dal Concilio Vaticano I intorno alla natura e missione della Chiesa, considerata specialmente alla luce della dottrina sul Corpo mistico di Cristo. Connesso con la dottrina del Corpo mistico è il gravissimo problema dell'unione di tutti i cristiani nell'unica vera Chiesa e la posizione che i cattolici devono assumere di fronte ai vari movimenti unionistici.

Un'altra questione, legata alla natura e missione della Chiesa, è quella di una sempre più intensa partecipazione del popolo alla liturgia, all'apostolato, alla vita della Chiesa. La missione della Chiesa nel mondo attuale sembra esigere anche una coraggiosa e saggia revisione dei metodi e strumenti di apostolato, di evangelizzazione, di conquista missionaria, di cura delle anime, di formazione del clero in vista di un efficace adattamento alle esigenze e necessità del nostro tempo.

Il Concilio dovrà affrontare l'urgente problema della progressiva scristianizzazione del mondo operaio, della dilagante laicizzazione della scuola e della cultura; dovrà indicare le direttive da seguirsi perché lo spirito cristiano penetri in tutte le forme della vita privata, familiare e sociale: nella scuola, nel lavoro, nella cultura, nel costume, nell'ordinamento sociale, nella comunità nazionale e internazionale.

La gravità di questi problemi è tale che il Concilio Vaticano II si profila già da ora come uno dei più importanti e decisivi nella vita della Chiesa cattolica.

037. Ci saranno al Concilio anche i protestanti? («Meridiano 12», giugno 1960, pp. 10-11)
Abbiamo molto discusso tra noi sui partecipanti al prossimo Concilio Ecumenico. È vero che saranno presenti anche i rappresentanti delle Chiese separate di Oriente e dei protestanti? Il Papa non ha parlato di un invito rivolto a tutti i cristiani?
Antonio Vanzo" - Bologna
Molti hanno pensato che Concilio «Ecumenico» volesse dire assemblea dei rappresentanti di tutte le Confessioni cristiane. Altri hanno creduto che, siccome il Concilio tratterà della riunione di tutti i cristiani nell'unica vera Chiesa, anche i non cattolici saranno invitati a discutere il problema. Alcuni si sono perfino appellati al comunicato con cui fu annunciato il Concilio; in esso infatti si parla di «un invito alle Comunità separate per la ricerca dell'unità». Di qui hanno concluso che i cristiani separati sarebbero invitati a prendere parte attiva nel prossimo Concilio Ecumenico.

Ma questa conclusione è arbitraria. Il comunicato dice solo che il Concilio costituirà un invito a tutti i dissidenti perché ricerchino l'unità. Non parla affatto di un invito ai dissidenti perché intervengano al Concilio.

Del resto, tutti sanno che il Concilio Ecumenico è un avvenimento interno della Chiesa cattolica. Perciò non possono intervenirvi attivamente se non coloro che sono membri di essa. La legge ecclesiastica stabilisce quali persone debbano prendere parte attiva nel Concilio (Codice di Diritto Canonico, can. 223). Esse sono: tutti i Cardinali; tutti i Vescovi residenziali (che cioè sono preposti al governo di una diocesi); i Prelati e gli Abbatí nullius (che cioè governano una porzione del territorio ecclesiastico con giurisdizione ordinaria); gli Abbati superiori delle Congregazioni monastiche; i Superiori Generali delle Congregazioni religiose clericali esenti (cioè non dipendenti dal Vescovo, ma dalla Santa Sede). Sogliono essere convocati al Concilio anche i Vescovi titolari (che cioè non hanno il governo ordinario di una diocesi propria). Tutti questi nel Concilio hanno voto deliberativo. Al contrario gli esperti (teologi o canonisti), che eventualmente fossero invitati, non hanno voto deliberativo, ma soltanto consultivo.

17 Nel dattiloscritto: A.V.

Oltre i Vescovi e Prelati cattolici, saranno dunque invitati anche i rappresentanti dei protestanti e degli Orientali separati? Noi non conosciamo ancora il pensiero del Papa su questo punto. Ci consta però che il problema è attentamente studiato. Non è escluso che i non cattolici possano intervenire al Concilio in qualità di osservatori.

Sappiamo che, in occasione del Concilio Vaticano [I], Pio IX aveva invitato i Patriarchi e Vescovi ortodossi ad intervenire al Concilio in perfetta parità con i Vescovi cattolici. Ma nessuno venne. Il Papa rivolse un simile invito ai protestanti e a tutti gli altri dissidenti. Ma non se ne fece nulla. Il terreno non era pronto; il clima era piuttosto di opposizione che di intesa; forse mancò un'adeguata preparazione morale e psicologica. Di qui l'insuccesso.

Ora è passato quasi un secolo; i tempi sono cambiati; le intese e gli scambi di vedute si sono moltiplicati; il dialogo è intrecciato; il terreno sembra pronto per avviare a soluzione questo grande problema.

038. Gesù avrebbe ammesso il divorzio?18 («Meridiano 12», agosto 1960, pp. 8-10)
Nel vangelo di san Matteo (19,9) parlando Gesù del divorzio, è detto quanto segue: «Or io vi dico che chiunque manda via la sua moglie, salvo che per ragione di fornicazione, e ne sposa un'altra, commette adulterio; ed altresì chi sposa colei che è mandata via, commette adulterio». Ed ancora in Matteo (5,32), si legge: «Ora io vi dico che chiunque avrà mandato via la sua moglie, salvo che per ragione di fornicazione, la fa essere adultera; e chiunque avrà sposata colei che è mandata via, commette adulterio».

Ora io dico: le parole del divin Redentore sono chiare come il sole: Gesù dice: «Salvo che per ragione di fornicazione»; quindi, stando alle precise parole di Gesù, sarebbe lecito divorziare [dalla moglie, nel caso che essa compia atti fornicatori
E proprio qui il nocciolo della mia domanda: Come mai la Chiesa propugna così categoricamente l'indissolubilità del matrimonio, dichiarando che non esistono eccezioni, quando pur questa esiste [ed è chiara e lampante?].
Piero Calabrese - Catania
Le perplessità del signor P. Calabrese] sono perfettamente comprensibili. Prima di lei, Padri e Dottori della Chiesa, teologi e studiosi della Bibbia, si sono cimentati nel cercare una spiegazione soddisfacente dell'enigma. E di spiegazioni ne furono proposte più d'una. Le parole di Gesù da lei riferite vengono ancora oggi considerate come «la croce degli interpreti».

La spiegazione da lei proposta in perfetta buona fede coincide con quella generalmente sostenuta dai protestanti e dagli Orientali separati. Se fosse vera, bisognerebbe concludere che il divorzio è lecito in caso di adulterio dell'altro coniuge, e ciò per espressa dichiarazione di Gesù Cristo. In questa ipotesi, la posizione antidivorzista della Chiesa cattolica sarebbe insostenibile, perché contraria al Vangelo.

Ma le cose stanno diversamente. Se invece di isolare le parole di Gesù, noi le inseriamo nel contesto vivo in cui furono pronunciate, appare evidente che l'interpretazione dei protestanti non regge. E ciò per le seguenti ragioni.

18 Nel dattiloscritto: È vero che Gesù ha insegnato il divorzio?
Innanzi tutto questa interpretazione è in netto contrasto con altre chiarissime e perentorie affermazioni di Gesù Cristo stesso, nelle quali il divorzio è condannato senza alcuna eccezione e il matrimonio è dichiarato indissolubile in ogni caso. Per esempio, Gesù altrove asserisce categoricamente: Chi ripudia la moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio riguardo alla prima; e se una donna ripudia suo marito e ne sposa un altro, commette adulterio (Mc 10,11-12 e lo stesso in Lc 16,18).

Il pensiero e la volontà di Gesù sono certissimi. Ciò risulta anche dalle categoriche affermazioni dei primi discepoli. San Paolo, per esempio, permette in casi gravissimi la separazione temporanea dei coniugi, ma vieta nel modo più assoluto e in ogni caso lo scioglimento del vincolo matrimoniale. Ecco una delle sue affermazioni: «La donna maritata è per legge legata al marito mentre egli vive... Perciò se, mentre vive il marito, ella passa ad un altro uomo, sarà chiamata adultera» (Rm 7,2-3).

[Si deve anche aggiungere che] tutti gli scrittori cristiani dei primi secoli, i quali erano vicinissimi agli Apostoli per consuetudine di vita e per uguaglianza di lingua, sono d'accordo nell'insegnare l'indissolubilità del matrimonio anche in caso di adulterio. Le oscurità e i cavilli incominciarono solo più tardi, e non riuscirono mai a turbare la certezza unanime della Chiesa cattolica, ancorata sul genuino insegnamento di Gesù e degli Apostoli.

Ora, siccome i passi oscuri vanno interpretati alla luce di quelli chiari e non viceversa, è impossibile che i due passi citati abbiano un significato contrario alla dottrina chiara e costante di tutto il Nuovo Testamento. [Dunque l'interpretazione dei protestanti è errata].

Ma vi è di più. Tale interpretazione è in contrasto anche con le circostanze e le intenzioni stesse con cui Gesù fece quelle affermazioni. Chi legge nel loro contesto i due brani riportati, nota subito che l'intenzione evidente di Gesù era quella di abolire come illegittimo l'uso ebraico di divorziare in caso di adulterio e in taluni altri casi difficili. Gesù intese chiaramente riportare il vincolo matrimoniale alla primitiva indissolubilità voluta dal Creatore, e stabilì il principio universale: «L'uomo pertanto non divida ciò che Dio ha congiunto». I Farisei compresero subito l'intenzione di Gesù e gli opposero il fatto che Mosè aveva tollerato il divorzio in caso di adulterio. Ma Gesù sciolse l'obiezione affermando: «Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli per la durezza del vostro cuore; ma da principio non fu così. Io invece vi dico...» (Mt 19,8; vedi anche 5,31-32).

Ora, come sarebbe possibile che, mentre Gesù abolisce l'uso ebraico dí divorziare in caso di adulterio, approvi questo medesimo comportamento? Sarebbe un'aperta contraddizione.

Quale significato hanno dunque le parole di Gesù: Salvo che per ragione di fornicazione? Da ciò che abbiamo detto risulta che, qualunque sia la spiegazione vera, certamente quella dei protestanti non è accettabile.

La spiegazione che in passato ebbe maggior fortuna è questa: nei passi citati Gesù non permette il divorzio vero e proprio, cioè lo scioglimento del vincolo matrimoniale, con la possibilità di contrarre nuove nozze; permette soltanto la separazione del coniuge innocente e quindi l'impossibilità di risposarsi finché vive l'altro coniuge. Secondo questa interpretazione, «mandar via la moglie» non significa divorziare, ma interrompere la convivenza coniugale.
Recentemente gli studiosi hanno fatto maggior luce nella delicata questione. Accuratissime indagini nella letteratura rabbinica e nei costumi ebraici di quel tempo hanno condotto ad un'altra spiegazione, ritenuta da molti oggi come la più fondata e sicura. Eccola: nel testo greco del Vangelo di Matteo non si parla di adulterio, ma di concubinato, cioè di convivenza illegittima tra uomo e donna. In questo caso la separazione non è solo lecita, ma doverosa. Le parole di Gesù vanno quindi intese così: Chi rimanda la sua donna, a meno che si tratti di concubinato, commette adulterio. Gesù proclama qui come altrove l'assoluta indissolubilità del matrimonio, eccetto che si tratti non di matrimonio valido, ma di unione illegittima.

Questa interpretazione quadra perfettamente non solo con il contesto e con le intenzioni di Gesù, ma anche con la mentalità e il linguaggio dei suoi interlocutori.

Comunque, rimane assodato, anche per chi non accettasse questa interpretazione, che quella sostenuta dai protestanti è inconciliabile col testo sacro, e che perciò la posizione antidivorzista della Chiesa cattolica è perfettamente coerente con l'insegnamento di Gesù e degli Apostoli?
19 Accanto al dattiloscritto preparato per «Meridiano 12» troviamo un foglio con il titolo: Risposta all'obiezione dei protestanti sulla legittimità del divorzio. Il contenuto è molto simile. Non si può decidere quale delle due stesure sia da ritenersi anteriore all'altra. Si direbbe che don Quadrio abbia qui sfruttato un'obiezione, preparata per le lezioni di teologia.

039. Evoluzione o creazione? («Meridiano 12», novembre 1960, pp. 11-13)
Confrontando le teorie evoluzionistiche con quanto afferma la Bibbia circa la creazione dell'uomo, si constatano due versioni diametralmente opposte: l'una sostiene che l'uomo è il risultato di una serie infinita di metamorfosi; l'altra che l'uomo è stato creato da Dio. Ora una delle due tesi è errata, e non si dà possibilità di equivoco...
In altri termini, il quesito si può ridurre a queste due semplici domande:

  1. Circa l'origine dell'uomo, chi ha ragione: la religione o la scienza?
  2. Adamo ed Eva sono realmente esistiti?

Prof. Martino De Ambrogio - Torino
In realtà, professore, i suoi due quesiti sono tutt'altro che «semplici»; sono, anzi, tra i più delicati e impegnativi che oggi si possano presentare. Nessuno meglio di lei può comprendere l'imbarazzo di chi deve risolvere, in poche righe, problemi così complicati ed esplosivi. Se si volesse essere chiari e completi, non basterebbe un volume. E, di fatto, molti ne furono scritti su questo argomento da studiosi cattolici, sia in campo scientifico che teologico. Ad essi (per esempio, a quelli pregevoli del Rufini, Marcozzi, Leonardi) mi permetto di rimandare lei, professore, e gli altri, lettori che condividono il suo lodevole interesse per questi problemi.

Ciò premesso, eccole scheletricamente gli elementi principali per una risposta ai suoi quesiti.

Primo quesito: creazione o evoluzione? Tra i due termini lei, professore, vede un contrasto insanabile. O l'uomo è stato creato da Dio, ed allora ha ragione la Bibbia. Oppure ha avuto origine per evoluzione da una specie inferiore, ed allora ha ragione la scienza. In altri termini, lei identifica creazione con fissismo e quindi contrappone creazione ad evoluzione.

A prima vista, il suo ragionamento semberebbe esatto. Ma, se esaminiamo accuratamente ciò che la Bibbia narra intorno alla creazione dell'uomo, constatiamo che creazione non coincide necessariamente con fissismo.

Infatti, quando nella Bibbia si racconta che Dio ha formato il primo uomo, sí dice che Egli ne ha prodotto dal nulla l'anima spirituale e ne ha plasmato il corpo da una materia preesistente. Questa materia nel linguaggio biblico è chiamata «fango della terra». Però la Bibbia non specifica se Dio si sia servito direttamente di questo fango come di materia prossima; oppure se abbia fatto passare il fango iniziale attraverso vari stadi intermedi sempre più perfetti, fino a trasformarlo in un organismo vivente capace di essere vivificato da un'anima umana.

In altre parole: la Bibbia insegna chiaramente che l'anima umana è creata direttamente da Dio e anche il corpo del primo uomo ha avuto origine per speciale intervento di Dio; ma non sembra attestare con uguale chiarezza le modalità e i dettagli di questo intervento.

Questi dettagli potrebbero appartenere alla cornice culturale e letteraria, che lo scrittore sacro desunse dal proprio ambiente popolare, e di cui rivestì il contenuto dottrinale rivelato, che doveva- annunciare agli uomini del suo tempo. Niente di strano che la concezione fissista, come quella geocentrica, non appartengano al contenuto dottrinale insegnato dalla Bibbia, ma piuttosto alla cornice culturale propria dell'ambiente e del tempo in cui visse lo scrittore biblico.

In tale modo, come nessuno oggi si sente obbligato ad accettare il sistema cosmologico tolemaico, presupposto ma non insegnato dalla Bibbia, così potrebbe anche darsi che la concezione fissista non sia insegnata dalla Bibbia come una verità rivelata, ma solo presupposta come un'idea popolare, a cui lo scrittore sacro doveva adattare il suo linguaggio, per farsi capire dagli uomini del suo tempo. Non bisogna infatti dimenticare che la Bibbia è un libro insieme divino ed umano; e, come libro umano, è necessariamente legato ai mezzi espressivi del tempo e del luogo in cui fu scritto.

Su queste basi la Chiesa, unica interprete infallibile della Bibbia, ha sempre insegnato che Dio è il creatore dell'anima umana e l'autore del corpo del primo uomo; ma non ha mai affermato che il fissismo sia una verità rivelata. Ha anzi autorevolmente dichiarato che teologi e scienziati possono, con prudente libertà, fare ricerche e discussioni intorno all'origine del corpo umano per via di evoluzione, purché non neghino l'intervento speciale di Dio nel predisporre e dirigere la medesima evoluzione (e purché ammettano che l'anima umana è creata direttamente da Dio stesso).

Si potrebbe dunque concludere che, tenuto fermo questo intervento speciale di Dio, non esiste un'assoluta inconciliabilità tra creazione e una ben intesa evoluzione.

Secondo quesito: Adamo ed Eva, realtà o favola? Dopo quanto abbiamo detto, la risposta può essere breve. Nessuno le impone, professore, di credere che tutti i minimi dettagli del racconto biblico costituiscano altrettanti fatti storici. Come in ogni narrazione storica, così anche nella Bibbia, vi sono immagini, metafore, allegorie. Ma la sostanza del racconto è indubbiamente storica. Ad esempio, la creazione del mondo, dell'uomo, il peccato originale sono altrettanti fatti storici che non si potrebbero negare senza scardinare le fondamenta stesse della religione cristiana. Tra queste verità fondamentali, della cui storicità non si può dubitare ragionevolmente, vi è l'esistenza di Adamo ed Eva. La Bibbia ce li presenta come persone reali, non come personaggi fittizi di una leggenda. Alcuni dettagli delle loro vicende potranno forse appartenere alla veste letteraria e culturale del racconto; ma la loro esistenza appartiene indubbiamente alla storia, come anche il fatto della loro elevazione all'ordine soprannaturale e della loro caduta. Negare la storicità di questi fatti equivarrebbe a relegare buona parte della Bibbia tra le favole e scalzare le basi stesse del cristianesimo.

(Del resto), contro queste verità la scienza non è in grado di opporre argomenti consistenti. Ogni conflitto fra scienza e Bibbia intorno all'esistenza di Adamo ed Eva è escluso in partenza, per il fatto che la scienza non può spingere le sue ricerche paleontologiche fino ad identificare con precisione i primi individui della specie umana e ricostruirne le vicende, come sono narrate nella Bibbia. La scienza non potrà mai affermare né negare le qualità soprannaturali di cui furono inizialmente dotati e in seguito spogliati Adamo ed Eva, giacché si tratta di realtà non controllabili scientificamente.

Anche in questo campo, la vera scienza non ha nulla da temere dalla fede cattolica esattamente conosciuta; come la vera fede non ha nulla da temere da una scienza autentica e consapevole dei suoi limiti.

040. Dal fango della terra («Meridiano 12», dicembre 1960, pp. 4-5)
Ho sempre avuto ferma convinzione che la nostra origine fosse da Adamo ed Eva, come insegnano nella dottrina. Nella risposta degli esperti di «Meridiano 12» si legge che «il colpo umano potrebbe anche derivare da esseri inferiori». Un'affermazione del genere mi lascia turbato: ma allora, che c'entra il peccato originale?
E viene da pensare che tutto quello che insegnano in chiesa non sia sempre vero. Vorrei una risposta che potesse rasserenarmi.
B [runo] Gianoli2° - Mantova
Mi dispiace, caro amico, che la sua fede sia rimasta turbata. Sono certo però che, se rifletterà serenamente sui punti seguenti, non tarderà a tranquillizzarsi. Intanto la ringrazio, perché mi offre l'occasione di fare qualche precisazione, che potrà dissipare eventuali dubbi e malintesi anche in altri lettori.

Noti, dunque, in primo luogo, che la risposta di «Meridiano 12» non ha negato o messo in dubbio la nostra discendenza comune da Adamo ed Eva. Questa è una verità insegnata con chiarezza dalla Bibbia e dalla Chiesa. Il problema discusso non è se noi discendiamo da Adamo ed Eva, ma se il corpo del primo uomo possa essere derivato da qualche specie inferiore, mediante uno speciale intervento di Dio.

Osservi poi che nessun credente intende dubitare che Dio abbia creato l'anima e formato il corpo del primo uomo. Anche questa verità è indubbiamente attestata dalla Bibbia e dalla Chiesa. Il punto controverso è questo: se nel produrre il primo corpo umano Dio abbia usato una materia vivente, cioè una specie animale inferiore.

20 Nel dattiloscritto: B.G. Il mittente è, in realtà, l'ex allievo salesiano Giacobbe Boselli di Sermide (Mantova), come si ricava dalla lettera originale riutilizzata per la minuta della R. 043. Don Quadrio mantiene l'anonimato, perché il lettore dichiara di desiderare una risposta personale.

Tenga presente, in terzo luogo, che se anche Dio avesse usato una materia già vivente, rimarrebbe sempre vero ciò che afferma la Bibbia e che lei, sig. [B.] G[ianoli], ha sentito ripetere nella «dottrina»: che cioè Dio ha tratto il corpo di Adamo dal fango della terra. Dio infatti potrebbe aver usato questo fango direttamente come materia prossima per plasmare il primo corpo umano. Ma che cosa gli poteva impedire di usare il medesimo fango come materia iniziale e remota, facendolo passare attraverso un

lento processo di evoluzione o perfezionamento, fino a trasformarlo in un organismo vivente, capace di venire finalmente vivificato da un'anima umana creata da Dio stesso? Anche in questo caso resterebbe vero che Dio ha tratto il corpo umano dal fango della terra. E soprattutto rimarrebbero salve le due verità della fede cattolica, che cioè fu Dio stesso a creare l'anima e a plasmare il corpo del primo uomo. Una volta posti al sicuro questi due fatti fondamentali, le circostanze e modalità che li accompagnarono hanno minore importanza per il credente.

Non dimentichi però, caro amico, che l'eventuale dipendenza del corpo umano da una specie inferiore, anche spiegata come noi abbiamo fatto, non è presentata come una teoria certa o come un fatto dimostrato, ma solamente come un'ipotesi possibile e oggi non trascurabile. Su questa ipotesi la Chiesa permette ai competenti di fare ricerche e discussioni, con la dovuta prudenza e dentro i giusti limiti.

A questo punto viene il suo dubbio: Ma... e il peccato originale? In realtà, se poi si pensa bene, la dottrina cattolica sul peccato originale non resta minimamente scalfita dall'ipotesi che abbiamo descritta. Infatti, anche supposto che Dio abbia formato il corpo di Adamo da una materia già vivente, non rimane affatto toccata l'elevazione dei progenitori all'ordine soprannaturale, la loro caduta e le conseguenze che ne derivarono per l'umanità intera. Se dovesse avvenire che l'ipotesi evoluzionistica fosse un giorno dimostrata con argomenti certi, il dogma cattolico del peccato originale non correrebbe alcun pericolo.

E infine, si rassicuri anche sull'ultimo punto, signor [B.] G[ianoli]. Ciò che la Chiesa ha insegnato come verità di fede fu, è e sarà sempre vero. La Chiesa non sta facendo una ritirata strategica di fronte all'incalzare del progresso scientifico; non ha alcun bisogno di cambiare il suo insegnamento ufficiale col succedersi delle opinioni ed ipotesi degli scienziati. Ciò che era vero ieri, lo è anche oggi, e lo sarà sempre. La Chiesa ha sempre affermato che l'anima umana è creata da Dio e che il corpo del primo uomo ha avuto origine per un intervento divino speciale. Queste sono le verità fondamentali contenute nella Bibbia intorno all'origine dell'uomo. La Chiesa non ha mai cessato né cesserà di predicarle e di difenderle, con perfetta lealtà e coerenza.

041. Fabbricazione della vita («Meridiano 12», gennaio 1961, pp. 8-9)
Ora che gli scienziati in Russia e in America sono riusciti a produrre artificialmente la vita in laboratorio, che bisogno c'è ancora di ammettere l'intervento di un Creatore per spiegare l'inizio della vita sulla terra? Se nel secolo XX è possibile ricavare la vita dalla pura materia senza alcuna creazione, questo vuol dire che Dio non fu necessario neppure per l'origine dei primi viventi. La scienza smentisce la fede, non vi pare?

Fernando Lasorella21 - Messina
Quotidiani e rotocalchi ogni tanto mettono il mondo a rumore con l'annuncio sensazionale che nel tale o tal altro laboratorio è stata finalmente fabbricata la vita. La notizia è spesso accompagnata da commenti, in cui si lascia credere che ormai la vecchia dottrina cattolica sulla creazione ha fatto il suo tempo. La scienza — si ripete — le ha dato l'ultimo colpo, dimostrando che la vita sulla terra non ha avuto origine per creazione divina, ma per semplice evoluzione della materia inorganica.

Di fronte a simili affermazioni, molti fra gli stessi credenti rimangono smarriti e perplessi. Il suo quesito, sig. [F.] L [asorella], è dunque di attualità. Meriterebbe una lunga esposizione. Ma qui devo forzatamente limitarmi a due constatazioni fondamentali.

La prima è un dato di fatto, riconosciuto dagli scienziati del mondo intero. Ed è questo: nonostante i successi strabilianti ottenuti recentemente nei laboratori di biochimica, finora non si è riusciti a fabbricare artificialmente la vita. Così, per citare qualche caso tra i più conclamati, nel laboratorio di Berkeley in California, nel 1955, non è stata prodotta artificialmente una sostanza vivente, come molti erroneamente credettero; fu soltanto ricostruito il virus del mosaico del tabacco, utilizzando gli elementi ottenuti dalla scissione del medesimo virus. Fu senza dubbio un grande successo; ma non si può affatto parlare di fabbricazione artificiale di un vivente. Lo stesso si deve dire della produzione chimica di aminoacidi, annunciata da quattro scienziati americani nel dicembre 1956.

21 Nella minuta appaiono le iniziali F.M., nel dattiloscritto F.L.

La fabbricazione per via sintetica di oli, grassi, aminoacidi, enzimi ecc., è ormai un fatto compiuto e rappresenta una delle conquiste più utili della scienza moderna. Ma questi non sono esseri viventi, bensì semplici prodotti della vita. Su testimonianza degli stessi specialisti, siamo ancora lontani dal riuscire a produrre chimicamente anche soltanto un virus filtrabile.

Ma lei, sig. [F.] L[asorella], ha il diritto di chiedersi a questo punto: Non è possibile che, se finora gli scienziati non sono riusciti, domani riescano a fabbricare la vita in laboratorio? E allora non ritornerebbe la questione?
Le dirò subito che non pochi, anche fra gli studiosi cattolici, oggi non escludono del tutto questa possibilità.

Ed ecco allora la seconda osservazione, per noi più importante. Supponiamo che, perfezionando le loro ricerche, i chimici riescano un giorno a produrre artificialmente un vero essere vivente. Nel caso, crollerebbe la dottrina cattolica sull'origine della vita?
Ecco la risposta: non solo non crollerebbe, ma non ne sarebbe minimamente scalfita. Mi spiego brevemente, facendo due rilievi.

Il primo è questo: il giorno in cui si riuscisse a produrre la vita per via di procedimenti chimici, non sarebbe ancora dimostrato che la prima vita sulla terra abbia avuto origine spontaneamente dalla pura materia lasciata a se stessa. Infatti: altro è che un valentissimo scienziato, sfruttando un ricco tesoro di conoscenze e una tecnica raffinata, riesca dopo tanti tentativi a produrre una cellula vivente; ed altro è che la pura materia inorganica iniziale, senza l'intervento di intelligenza alcuna, abbia potuto spontaneamente produrre un essere vivente, che fosse capace di svilupparsi successivamente nel complesso e vario mondo vegetale e animale che oggi osserviamo.

Nessuno è disposto a credere che la macchina anche più rudimentale possa essersi formata spontaneamente dalla pura materia, senza una qualche mente dirigente. Ora la più semplice cellula vivente è incomparabilmente più complessa della macchina più perfetta. Come si potrebbe dunque pensare che la materia inorganica iniziale abbia potuto produrre da sola il primo essere vivente, dal quale dovevano poi svilupparsi spontaneamente tutti i meravigliosi e svariati organismi vivi che la natura presenta?
E veniamo all'altro rilievo. Supponiamo pure che la scienza riesca un giorno a dimostrare il sorgere della prima vita sulla terra per via di evoluzione dalla materia inorganica. Anche in questo caso, rimarrebbe intatta la fede cattolica, che pone Dio all'origine della vita. Infatti: la scienza, constatando sperimentalmente il sorgere della vita dalla materia, non potrebbe mai escludere l'intervento di Dio che inizialmente ha creato la materia dotata della capacità germinale di evolversi in sostanza vivente, quando si fossero realizzate le circostanze favorevoli. L'intervento di Dio creatore è di tale natura, che nessun esperimento scientifico lo può controllare o escludere.

Questo intervento però è assolutamente necessario per spiegare la comparsa della vita sulla terra. Se, infatti, Dio non avesse deposto nella materia inerte il misterioso potere di divenire un giorno vivente e di svilupparsi in organismi sempre più perfetti, mai avrebbe potuto sprigionarsi dalla materia la scintilla della vita.

La fede cattolica, basandosi sull'insegnamento della Bibbia, ritiene che gli esseri viventi devono la loro origine ad un intervento di Dio. Questa affermazione rimane al di sopra di tutte le teorie scientifiche sull'origine della vita. Nessuna scoperta degli scienziati potrà mai Scalfirla, perché l'azione creatrice di Dio non è in se stessa controllabile in nessun laboratorio del mondo. Ogni possibilità di conflitto tra scienza e fede è quindi esclusa in partenza.

042. Il lavoro è una maledizione o una gioia? («Meridiano 12», febbraio 1961, pp. 13-14)
La Chiesa insegna che il lavoro umano è una maledizione e un'umiliazione che Dio ha inflitto all'uomo in pena del peccato originale. Non vi sembra più bella e più giusta la concezione marxista che vede nel lavoro una gioia e una conquista?

Dott. Bernardo] R[uggeri] - Milano
È purtroppo molto diffusa l'idea che la dottrina cattolica deprima il lavoro al livello di una pena umiliante, fulminata da Dio all'umanità decaduta. Ma sia certo, dottore: si tratta di un grosso equivoco.

La Chiesa, basandosi sulla Bibbia, insegna che il lavoro in se stesso non è una maledizione dovuta al peccato, ma fa parte del piano iniziale di Dio. Quando il divino Artefice ebbe fabbricato l'universo, vi installò l'uomo perché lavorasse e sottomettesse la terra con la sua opera. Il lavoro è dunque un'invenzione di Dio stesso: sia perché creando fu Lui il primo lavoratore; sia perché, sbozzata appena l'opera, l'affidò per il suo compimento all'uomo, associandoselo come apprendista e collaboratore. La terra, di cui l'uomo innocente fu costituito padrone, era un mondo immenso da esplorare, coltivare, sottomettere e sfruttare a servizio dell'umanità. Era come un capolavoro che l'Artista aveva lasciato incompiuto, perché l'uomo avesse la gioia di rifinirlo.

Da un'attenta lettura della Bibbia, risulta che in quello stato felice di innocenza il lavoro umano era gioioso e dilettevole, libero da ogni necessità e costrizione, senza fatiche e preoccupazioni; era la gioiosa affermazione di una natura libera e dominatrice. Questa era la felice e nobile condizione del lavoro umano nel piano di Dio. Nessuna concezione umana ha mai collocato il lavoro tanto in alto!
Ma venne il peccato, che sconvolse il meraviglioso disegno di Dio e al lavoro congiunse la fatica. Solo ciò che nel lavoro attuale troviamo di penoso e di faticoso proviene dal peccato, non il lavoro in se stesso.

La terra, da docile serva dell'uomo, divenne esosa padrona. L'uomo si ribellò a Dio, e, come conseguenza, gli elementi della natura si ribellarono all'uomo. Per riacquistarne almeno parzialmente il dominio, ci vuole molto sudore. Così, da gioioso e dilettevole, il lavoro umano divenne aspro e gravoso. Cessò di essere un'occupazione libera, per diventare una dura e continua necessità per vivere.

A questo punto, nella storia del lavoro umano si inserisce Gesù Cristo, il Dio fattosi autentico lavoratore, per consacrare il lavoro col proprio sudore e riportarlo «oltre l'antico onore». Gesù non abolì la fatica né la sofferenza, ma la santificò nella sua persona e la fece strumento di redenzione e di salvezza. Ogni cristiano, faticando e soffrendo, continua e completa l'opera redentrice di Cristo per la salvezza della propria anima e di tutto il mondo. Il lavoratore cristiano non è soltanto il collaboratore di Dio Creatore, ma anche di Cristo Redentore. Si potrebbe dare al lavoro maggior nobiltà ed efficacia di conquista?
Certo, né la concezione, né tanto meno la pratica marxista può reggere il confronto. E poi noti, dottore, che quanto c'è dí giusto e di bello nella teoria marxista, non viene da Marx, ma da Cristo.

043. Le magagne della Chiesa («Meridiano 12», marzo 1961, pp. 8-10)
Siamo un gruppo di studenti. Abbiamo fondato un club giovanile per discutere insieme i nostri problemi. Nell'ultima riunione il discorso è caduto sulla religione. La maggior parte di noi è convinta che la Chiesa cattolica è piena di magagne. Basta guardare la condotta di tanti cristiani, non esclusi i ministri di Dio. E poi nella scuola di religione vengono a dirci che la Chiesa è santa! Ma allora, qual è la vera Chiesa? [eccetera...].
Norberto Cerolini, del Club22 - Torino
[P, stata proprio] un'idea simpatica quella di fondare un club. [Chi sa che discussioni interessanti! È sempre bello] vedere dei giovani appassionarsi di problemi seri. Per la felice riuscita dei vostri incontri, se permettete, vorrei anch'io darvi un piccolo suggerimento (voi ne farete il conto che crederete). Quando discutete su temi particolarmente impegnativi, perché non invitate una persona competente, di vostra fiducia, a prendere parte alla discussione? Ma vogliate scusare la mia indiscrezione, e veniamo alle... «magagne» della Chiesa.

Voi, dunque, dite che tra i cristiani molti sono tutt'altro che santi. Chi potrebbe darvi torto? Basta guardarsi in giro. Ma sbagliereste, se voleste attribuire la responsabilità di questo fatto alla Chiesa cattolica.

Non è colpa del sole, se il mio corpo fa ombra. Non è colpa della Chiesa, se tra i cristiani ci sono dei ladri, dei disonesti, dei bestemmiatori. Essi sono cattivi, non perché appartengono alla Chiesa, ma proprio perché non seguono i suoi insegnamenti. Non attribuite alla Chiesa le colpe di chi non la vuole ascoltare. Quelli che l'ascoltano, guardateli: sono i milioni di santi, di vergini, di martiri! Ci sono dei cattolici traviati, ma non per questo la Chiesa è contaminata.

Pazienza per i semplici fedeli!, voi aggiungete; ma anche nel clero e perfino nella serie dei Papi si trovano degli indegni. Anche questo, purtroppo, è vero. Tra gli Apostoli stessi, scelti e formati da Gesù, uno lo tradì, e un altro (che era proprio il primo Papa) lo rinnegò. Pietro e i suoi successori furono fatti da Cristo infallibili nell'insegnare, non impeccabili nell'agire. La santità è una cosa impegnativa per tutti, anche per i Papi.

22 Nella minuta: Uno del Club studenti; nel dattiloscritto: Uno del Club.

Però dobbiamo essere giusti ed oggettivi. Se Pietro rinnegò Cristo, poi seppe morire per Lui. Se nella lunga serie dei Pontefici c'è stato un Alessandro VI o qualche altro indegno (attenti però alle esagerazioni, e non dimentichiamo che si trattava di tempi assai corrotti!), tra i primi 33 successori di san Pietro, 30 morirono martiri e 2 in esilio per la fede; su 262 Papi, 84 furono canonizzati per le loro virtù eroiche ed altri sono avviati all'onore degli altari. Pensate anche solo alla serie gloriosa di santi Pontefici che governarono la Chiesa negli ultimi 100 anni!
C'è, infine, l'argomento assai doloroso dei sacerdoti indegni. Ammetto che sul grande numero ce ne possano essere. Il sacerdote rimane uomo, nonostante la sacra Ordinazione; anzi può essere più esposto che non altri alle insidie del male, data appunto la delicatezza della sua missione e la gravità dei suoi doveri. Un vero cristiano non può pensare a questa eventualità, senza rammaricarsene e provarne dolore; e anziché parlarne, preferisce pregare.

Però intendiamoci bene, cari amici. Se questi infelici fossero tanti come qualcuno vorrebbe farvi credere, ciò sarebbe una prova evidente che la Chiesa cattolica è un'istituzione divina. Se non è crollata, nonostante le conclamate debolezze dei suoi ministri; se, anzi, da secoli continua a svolgere la sua missione salvatrice, appoggiandosi su uomini tanto fragili e miserabili, è segno che Dio è con lei.

Non siate troppo facili a credere a dicerie spesso interessate. E non lasciatevi andare a generalizzazioni arbitrarie. Il male è rumoroso e appariscente, la virtù invece è silenziosa e nascosta. Se uno cade, tutti gli sono addosso, magari gonfiando ed esagerando romanzescamente. Ma degli innumerevoli altri, rimasti eroicamente in piedi, nessuno generalmente si accorge.

[E di fatti] tra gli oscuri sacerdoti delle nostre chiese, quanti santi autentici, anche se sconosciuti! Per limitarci alla vostra nobile città, amici torinesi, pensate che, nel giro di pochi decenni, voi avete avuto tra i vostri sacerdoti un Lanteri, un Guala, un Cafasso, un Cottolengo, un don Bosco, un Rua, un Beltrami, un Alamanno, un Faà di Bruno, un Bertagna, un Rinaldi, un Albert, per non citare se non quelli che sono saliti o stanno per salire all'onore degli altari.

(Ecco del resto un pensiero di san Tommaso:
«Che la Chiesa sia gloriosa, senza macchia né ruga, è la meta finale a cui si giungerà attraverso la passione di Cristo. E cioè, tale sarà la Chiesa una volta giunta in patria, non già durante il pellegrinaggio terreno. Se dicessimo ora di essere senza peccato, saremmo seduttori di noi stessi»).

Al termine del vostro quesito, voi mi domandate come mai si possa chiamare «santa» una Chiesa che ha dei difetti. La verità è che la Chiesa è santa, nonostante che non tutti i suoi membri siano santi. I peccati e i difetti non sono della Chiesa, ma di alcuni suoi figli sventurati, che la disonorano. La Chiesa è composta da due elementi inseparabili: uno divino e santissimo, l'altro umano e talvolta difettoso. Guai a fermarsi al secondo, ignorando il primo, che è il principale! Al di là della scorza esteriore, sappiate, cari amici, trovare la realtà intima della Chiesa, cioè il prolungamento vivo di Cristo attraverso i secoli per la salvezza di tutti gli uomini. Là risiede la fondamentale e indefettibile santità della Chiesa.

E se sul suo volto umano scorgete talora qualche difetto, non scandalizzatevi; ricordate che è sempre vostra Madre; amatela e difendetela coraggiosamente: vedete come tutti le danno addosso? E non pretendete di spegnere il sole, soltanto perché in esso scorgete delle macchie!

044. Scienziati e razze umane («Meridiano 12», aprile 1961, pp. 10-12)
Gli scienziati hanno ormai provato che le varie razze umane non discendono da un solo progenitore, come vorrebbe la Bibbia, ma da diversi ceppi iniziali. La prova è che i gruppi umani sono molto diversi tra loro e sono comparsi contemporaneamente su punti della terra assai distanti, come l'Asia, l'Europa, l'Africa. Ciò posto, vorrei sapere: Come si può ancora sostenere l'affermazione della Bibbia e della Chiesa che tutti gli uomini discendono da Adamo ed Eva?

Dott. Raimondo Bonizzi23 - Roma
La sua domanda, dottore, tocca un problema molto complesso dal punto di vista scientifico e assai delicato per i rapporti con la dottrina cattolica. Non potendo, per ovvie ragioni, esporre in questa sede i molteplici aspetti della questione, sottopongo alla sua considerazione alcuni dati conclusivi, che le serviranno, spero, a trovare una soluzione soddisfacente del suo quesito.

Innanzitutto converrà con me, dottore, che la prima cosa da tenere ben presente, in questa materia, è la posizione attuale degli scienziati. Lei afferma che oggi è scientificamente dimostrata la discendenza degli uomini da distinti ceppi iniziali e che perciò rimane esclusa l'unità di origine del genere umano. In altre parole, lei sostiene che al presente gli scienziati hanno abbandonato il monogenismo e hanno accettato il poligenismo.

Ma, in realtà, dopo gli accertamenti scientifici degli ultimi decenni, lo schieramento degli scienziati diventa sempre più favorevole all'unità genealogica del genere umano.24 Per ciò che riguarda le razze viventi, quasi tutti gli studiosi oggi tendono ad ammettere la discendenza da un solo ceppo primitivo, pur prescindendo dall'ulteriore questione delle coppie iniziali. Quanto alle razze umane estinte, il consenso dei ricercatori è meno unanime. Però, a misura che crescono le scoperte di fossili umani, va crescendo il numero di coloro che propendono per l'unità di origine anche delle razze scomparse.

Un secondo passo da fare in questo campo è quello di valutare oggettivamente gli argomenti portati a favore del poligenismo. Lei stesso, dottore, nel suo quesito ne accenna a due. Esaminiamoli brevemente insieme.

23 Nel dattiloscritto: Dott. B.R.

24 Cf. R. 108.

Il primo è questo: tra le varie razze umane viventi esistono tali differenze somatiche e psichiche, da rendere impossibile la loro comune discendenza da un unico ceppo iniziale. L'argomento, a prima vista decisivo, ha perso credito presso gli scienziati. È infatti accertato che le differenze esistenti tra le razze attuali sono di ordine quantitativo e non qualitativo; non costituiscono dei salti bruschi, ma una gradazione indefinita di variazioni intermedie tra i diversi gruppi e perfino tra gli individui di uno stesso gruppo razziale. E così queste differenze sembrano piuttosto suggerire che escludere l'unità del ceppo originario.

Ma c'è di più. Gli etnologi oggi ammettono che in tutte le razze viventi, non escluse quelle «primitive», si riscontra una sostanziale uguaglianza delle facoltà conoscitive e affettive, mentre tutti i gruppi razziali umani differiscono sostanzialmente da ogni altro gruppo puramente animale, anche assai sviluppato. Aggiunga il fatto comprovato dell'interfecondabilità esistente tra tutte le razze umane e tra esse sole. Infatti l'unione tra individui umani, e tra essi soli, anche appartenenti a razze disparatissime, dà ibridi fecondi, come è dimostrato dall'esistenza di numerosi e svariati meticci. Per questi ed altri motivi, la grande maggioranza degli scienziati, come ho detto, ammette che le razze attuali derivino da un solo ceppo primitivo.

Il secondo argomento che lei, dottore, porta a favore del poligenismo, riguarda piuttosto le razze estinte. Si può formulare così: già all'alba dell'umanità, in quel periodo che viene chiamato «pleistocene inferiore», sono esistiti tipi umani differenziati in Africa, in Asia, in Europa. Ora questo fatto — si aggiunge — non è spiegabile, se non ammettendo diversi ceppi originari dell'umanità.

Ma anche contro questo argomento sono gli scienziati stessi a sollevare forti obiezioni. La simultaneità della comparsa di razze diverse nel pleistocene inferiore diventa ogni giorno più problematica e incerta. Infatti questo periodo abbraccia più centinaia di migliaia di anni, e quindi è molto difficile poter parlare di contemporaneità tra gli uomini apparsi in quel lunghissimo periodo. Inoltre non è affatto comprovato che i periodi geologici in Asia, in Africa, in Europa, siano tra loro perfettamente contemporanei. In base a queste considerazioni, i paleontologi non escludono la possibilità che le varie razze umane comparse nel pleistocene inferiore abbiano avuto un'origine comune da un unico ceppo, e siano poi emigrate lentamente in diverse parti della terra, differenziandosi sempre maggiormente tra loro.

In conclusione, dobbiamo dire che la scienza finora non ha portato alcun argomento dimostrativo e valido contro la discendenza di tutte le razze umane da un solo ceppo. Anzi, i dati finora accertati nel campo biologico, etnologico e paleontologico convergono decisamente a favore dell'unità di origine del genere umano.

Ci rimane da fare l'ultimo passo, cioè vedere se la posizione della Bibbia e della Chiesa intorno all'origine unitaria dell'umanità sia o possa essere veramente superata dalle scoperte scientifiche. La Chiesa, fondandosi sulla Rivelazione divina, insegna che tutti gli uomini veri, esistenti su questa terra dopo Adamo, discendono da lui. Come si vede, la dottrina cattolica non riguarda né eventuali esseri che abbiano apparenze umane senza essere veri uomini, né esseri umani che eventualmente siano vissuti ed estinti prima di Adamo, né gli uomini che potessero esistere in altri mondi fuori della terra. Su tali ipotesi la Rivelazione tace e quindi la Chiesa non si pronuncia. L'unità di origine insegnata dalla dottrina cattolica riguarda esclusivamente i veri uomini vissuti sulla nostra terra dopo Adamo.

Ora questa verità non solo non è contraddetta, ma neppure scalfita dalle scoperte scientifiche, alle quali abbiamo accennato sopra. E non lo potrà essere mai, perché si trova su un piano in cui ogni contrasto con la scienza è escluso in partenza. E ciò per le seguenti ragioni.

Le indagini scientifiche sulle origini dell'umanità non si potranno ovviamente spingere fino a individuare la coppia o le coppie dei nostri progenitori.

Eventuali scoperte di resti veramente umani, assolutamente indipendenti da Adamo, potrebbero sempre essere riferite a uomini esistiti ed estinti prima dello stesso Adamo: ciò non sarebbe contrario all'insegnamento della Chiesa, [come abbiamo visto].

Infine, non bisogna mai dimenticare che in tutta questa materia vi è un dato fondamentale, che sfugge necessariamente ad ogni puro controllo scientifico: ed è l'intervento speciale di Dio nel formare la prima coppia umana, cioè nel dare origine all'umanità. Come altra volta abbiamo spiegato su queste stesse pagine,25 tale intervento divino è effettivamente dimostrato dalla filosofia e attestato dalla Rivelazione, mentre non può essere né affermato né negato dalla scienza come tale.

Possiamo quindi essere certi che nessun vero scontro è possibile tra la verità che sale dal basso e quella che scende dall'alto.

25 Cf. R. 030 (Spieghiamoci chiaro).

045. La Chiesa è contro la libertà di coscienza? («Meridiano 12», maggio 1961, pp. 9-10)
Ho osservato con un certo stupore queste parole dell'Enciclica Mirari vos del Pontefice Gregorio XVI, in cui si condannano le idee liberali del Lamennais: «... questa opinione assurda ed erronea, o piuttosto questa pazzia, che si debba procurare e garantire a ciascuno libertà di coscienza».
Non penso che la libertà di coscienza sia proprio una pazzia. Se ciò è vero, le affermazioni di papa Gregorio urtano o no con l'infallibilità del Pontefice? Sergio Cardano - [Palermo]26
Il suo stupore, signor Cardano, è comprensibile. Il passo che lei cita, se viene staccato dal suo naturale contesto, può sembrare equivoco ed essere interpretato sinistramente. Ma se lo leggiamo nel suo insieme, cioè unito alle frasi che lo precedono e lo accompagnano, tutto diventa chiaro e scompare ogni perplessità.

Eccole dunque il brano integrale dell'Enciclica Mirati vos emanata dal papa Gregorio XVI il 15 agosto 1832. Traduciamo fedelmente dall'originale latino:
«Veniamo ora ad un'altra sorgente abbondante di mali, da cui vediamo con dolore afflitta al presente la Chiesa. Intendiamo parlare dell'indifferentismo, cioè di quella perversa opinione, che i cattivi hanno con frode sparso dovunque. Esso ritiene che in qualunque professione di fede si possa raggiungere la salvezza eterna dell'anima, purché i costumi siano conformi alla norma della rettitudine e dell'onestà (...). Da questa corrotta sorgente dell'indifferentismo scaturisce quell'opinione assurda ed erronea, o piuttosto quella pazzia, che si debba ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui spiana il sentiero quella assoluta e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello stato, non mancando chi osa vantare con sfrontata impudenza che da siffatta licenza provengano dei vantaggi alla religione. Ma quale morte dell'anima può darsi peggiore della libertà dell'errore?».

Come vede, l'errore condannato qui da Gregorio XVI è l'indifferentismo religioso, cioè quel sistema dottrinale secondo cui tutte le religioni sono ugualmente vere e buone, perché tutte possono con uguale facilità e sicurezza condurre l'uomo alla salvezza eterna. «La Chiesa cattolica — afferma l'indifferentismo — non è l'unica vera Chiesa, né l'unica via di salvezza stabilita da Dio».

26 Nel dattiloscritto non appare la città.

Da questi principi teorici l'indifferentismo religioso trae poi una conclusione di ordine pratico: e cioè che nessuno è obbligato in coscienza a professare la religione vera, né ad aderire all'unica vera Chiesa; al contrario, ciascuno è perfettamente libero in coscienza di scegliere la religione che più gli piace o anche di non professarne alcuna. Questa assoluta libertà propugnata dall'indifferentismo andava sotto il nome di «libertà di coscienza» o di religione.
Gregorio XVI, come gli altri Papi dopo di lui, ha condannato nell'Enciclica citata sia il principio teorico dell'indifferentismo religioso (tutte le religioni sono ugualmente vere e buone), sia la sua conclusione pratica (ciascuno è libero in coscienza di professare qualunque religione, anche se falsa).

Questa condanna non solo non è contrarla all'infallibilità pontificia, ma è perfettamente conforme alla verità cattolica e alla retta ragione. Se infatti
Dio stesso ha stabilito una determinata forma di religione come obbligatoria per tutti gli uomini e necessaria per giungere alla salvezza, ne segue che tutti gli uomini hanno l'obbligo in coscienza di abbracciare questa religione. Chiunque consapevolmente non l'accetta, si pone fuori della via che conduce alla salvezza.

La libertà di coscienza condannata da Gregorio XVI è la presunta libertà o indipendenza morale della coscienza umana di fronte a Dio rivelatore, di fronte alla religione stabilita da Lui, di fronte ai sacri diritti della verità. Tra la volontà di Dio e il proprio capriccio, tra la verità e l'errore, tra il bene ed il male, l'uomo ha, sì, la libertà fisica (cioè la capacità) di scegliere ciò che vuole; ma ha pure l'obbligo morale (cioè il dovere in coscienza) di scegliere la verità e il bene.

Infine è evidente che Gregorio XVI, condannando la libertà di coscienza quale era propugnata dall'indifferentismo religioso, non ha inteso affermare che l'autorità religiosa o civile possa costringere con la forza qualcuno ad abbracciare una determinata religione. La Chiesa fin dai primi secoli e durante tutta la sua storia ha sempre insegnato e difeso il principio che «nessuno può essere costretto contro la sua volontà ad abbracciare la fede cattolica».
Anche Gregorio XVI, come gli altri Papi, ha affermato e garantito la libertà di coscienza da ogni esterna costrizione ed indebita ingerenza; ha soltanto condannato, come gli altri Papi, l'arbitraria libertà morale delle coscienze di fronte ai diritti del Vero e del Bene. Come gli altri Papi, anch'egli si è fatto eco della luminosa parola di Gesù: «E la verità che vi farà liberi».

046. Il mio bimbo nato morto («Meridiano 12», giugno 1961, pp. 11-13)
Un dubbio doloroso sovente mi cruccia: la mia creatura all'atto della nascita risultò già morta. Il mio bambino (è questo che desidererei sapere) si trova ora in Paradiso oppure nel Limbo?

Gradirei, se possibile, una risposta cortese, ma sincera.
Una mamma - Ivrea
Sarei ben felice, signora, di poterle rispondere con assoluta certezza: «Stia di buon animo; il suo bimbo è in Paradiso, gode della visione di Dio; un giorno lei lo ritroverà lassù».

Comprendo che questa certezza le sarebbe di grande conforto. Che cosa può desiderare di meglio una mamma per l'anima del suo bambino morto, se non la felicità piena del Paradiso? E rivederlo, un giorno, vivo e felice per sempre, mentre non le fu dato di vederlo vivo sulla terra?
Ma lei, signora, chiede una «risposta sincera» e non vuole essere ingannata con pietose bugie. Eccole dunque la verità, come risulta dalla parola di Gesù e dall'insegnamento della Chiesa. In questa verità, se viene ben compresa, sono incluse tre consolanti certezze, che serviranno a confortare il suo dolore materno.

La prima e più grande certezza è questa: il suo bambino, non avendo commesso alcuna colpa personale, non si trova in stato di dannazione. Solo chi muore col peccato personale sull'anima viene condannato all'Inferno.

Lei forse dirà, signora, che questo è molto poco. Eppure, nel suo strazio, deve esserle di grande conforto. Se suo figlio fosse morto da grande, lei non avrebbe neppure questa certezza. Nessuno sarebbe in grado di dire se si è salvato o dannato.

Dei nostri cari, morti in età adulta, noi possiamo soltanto sperare che non siano dannati nell'Inferno. Della sua creatura invece lei, signora, ha la piena certezza che non si trova tra quei tormenti senza fine e senza limiti.

La seconda certezza che può consolarla è questa: sebbene nessuno possa garantire con sicurezza che l'anima di suo figlio sia in Paradiso, tuttavia nessuno può affermare con certezza che questo sia assolutamente impossibile. Mi spiego.

Lei sa che, per entrare in Paradiso, è assolutamente necessario avere la grazia santificante: essa soltanto conferisce all'anima il diritto di essere
ammessa a vedere e godere Dio nella sua intima essenza. Se uno al momento della morte ne è sprovvisto, anche senza propria colpa, non può entrare in Cielo.

Lei sa pure che tutti gli uomini nascono con il peccato originale, cioè privi della grazia santificante in conseguenza del peccato di Adamo. mezzo ordinario stabilito da Dio per cancellare il peccato originale e conferire la prima grazia santificante è il Battesimo. Parlando appunto del Battesimo, Gesù disse a Nicodemo: «Se uno non rinascerà per mezzo dell'acqua e dello Spirito Santo, non potrà entrare nel Regno di Dio».

La Chiesa, interpretando le parole e le intenzioni di Gesù, insegna che, in caso di necessità, il Battesimo di acqua può essere supplito dal martirio sofferto per amore di Cristo (Battesimo di sangue), ed anche da un atto di amore perfetto verso Dio, accompagnato dal desiderio almeno implicito di ricevere il Battesimo (Battesimo di desiderio).
Al di fuori di questa triplice via (che in realtà si riduce ad una sola), Dio non ci ha rivelato alcun altro mezzo universalmente valido per giungere alla felicità celeste. Se esistono altre vie di salvezza, bisogna dire che Dio non ce le ha fatte conoscere e che tali vie non sono comuni e ordinarie. Però, sebbene il Battesimo di acqua rimanga per i bambini l'unica via ordinaria e certa per entrare in Paradiso, non è impossibile che, in casi particolari, Dio possa servirsi di qualche mezzo straordinario per salvare un bambino morto senza Battesimo. Fissando la legge generale, Dio non si è tolta la possibilità di fare delle eccezioni.

Ora, venendo al suo caso, signora, chi potrebbe affermare con certezza che Dio abbia applicato per il suo bimbo la legge generale, e non sia piuttosto ricorso a un mezzo straordinario per condurlo in Paradiso? Pur nell'incertezza angosciosa, nessuno ha il diritto di strapparle la possibilità di sperare che suo figlio sia giunto in Cielo attraverso una via a noi sconosciuta e straordinaria, e che un giorno lo possa ritrovare lassù, nella gioia infinita di Dio. Non si tratta, è vero, di una certezza, ma solo di una possibilità. Inoltre questa sarebbe un'eccezione al piano ordinario della salvezza. Dio lo potrebbe fare; questo basta a lasciare aperto uno spiraglio alla speranza.

Vi è una terza certezza non meno consolante. Supponiamo che il suo bambino, secondo la legge ordinaria, non abbia raggiunto la gloria celeste, poiché è morto senza Battesimo. In questo caso, quale sarebbe la sua condizione?
Egli si troverebbe nel Limbo, cioè in uno stato intermedio, distinto sia dalla felicità soprannaturale dei beati, sia dalla sofferenza eterna dei dannati. In questo stato, l'anima di suo figlio non potrebbe vedere Dio faccia a faccia, né godere del possesso dei beni celesti riservati ai beati. Però bisogna subito aggiungere che egli non proverebbe alcuna tristezza per questa privazione, anzi non sarebbe sottoposto ad alcuna sofferenza o pena. Non è infatti concepibile che Dio infligga delle pene positive a chi non ha commesso alcuna colpa personale.

Di più: nel Limbo il suo bambino godrebbe della conoscenza di Dio e degli altri beni naturali compatibili con la sua condizione. In una parola, si troverebbe in uno stato di una certa felicità naturale, che sicuramente supera qualunque felicità naturale raggiungibile dall'uomo su questa terra.
Non pretendo, signora, di aver dissipato ogni oscurità, né tanto meno di avere eliminato il suo più che legittimo dolore materno. Mi riterrei pienamente soddisfatto, se avessi potuto portare, mediante la luce della dottrina cristiana, un poco di pace e di conforto alla sua sofferenza.

047. Anima ed ereditarietà («Meridiano 12», luglio 1961, pp. 15-16)
Se l'anima umana, come ci insegna la fede, viene creata direttamente da Dio, e se essa è spirituale, cioè indipendente dalla materia, come è possibile un'ereditarietà dei caratteri psichici? In altre parole, come si spiega che i genitori trasmettono ai figli delle tendenze psichiche e delle attitudini particolari in qualche scienza o arte?

Vito Mastrovito - Molfetta
Per risolvere il suo interessante problema, signor Mastrovito, è necessario innanzitutto precisare in che senso l'anima sia spirituale e quali rapporti abbia col corpo.

Se noi concepissimo l'anima come un puro spirito legato alla materia accidentalmente, rimarrebbe inspiegabile l'eventuale trasmissione ereditaria di tendenze e attitudini psichiche.

Al contrario, l'anima umana non è un angelo incatenato a un corpo. Essa è spirituale, nel senso che può esistere e operare anche senza la materia. Ma non è un puro spirito, come gli angeli. Il puro spirito è una sostanza spirituale completa in se stessa, fatta per esistere separata dalla materia, con la quale può entrare solo in rapporti accidentali. Quindi il puro spirito è, di per sé, assolutamente indipendente dalla materia.

L'anima umana, invece, è sì una sostanza spirituale (potendo esistere senza il corpo); ma è in sé una sostanza incompleta, in quanto è fatta per essere unita al corpo e per costituire con questo una sola sostanza completa: l'uomo.

Lei, sig. Mastrovito, ha ragione quando dice che l'anima è indipendente dalla materia. Bisogna però aggiungere che questa indipendenza non è assoluta come quella del puro spirito. Vi è tra anima e corpo un rapporto intimo e molteplice, dal quale risulta l'unità sostanziale dell'essere umano. L'anima conferisce al corpo ogni consistenza e vitalità; e a sua volta ha bisogno del corpo per esistere come sostanza completa e per svolgere integralmente tutte le sue attività. Infatti, per compiere le funzioni vegetative e sensitive, l'anima deve necessariamente servirsi degli organi corporei come di strumenti. Per le attività spirituali (come pensare e volere), l'anima non si serve propriamente degli organi corporei; ma, nello stato presente, risente del loro influsso e condizionamento.

L'esperienza conferma che la nostra attività intellettuale è sempre accompagnata dal lavorio della fantasia. Constatiamo ad ogni momento che il pensare stanca fisicamente e logora gli organi sensitivi. Ci accorgiamo
che ci è impossibile raffigurarci un concetto, senza rivestirlo di un'immagine sensibile. Quando poi il nostro organismo è stanco o ammalato o comunque turbato, ne avvertiamo subito il riflesso anche nella sfera dell'attività intellettiva e volitiva.

Tutto ciò significa che il corpo esercita un influsso sull'anima. Questo influsso varia per le varie attività. Il corpo è vero strumento dell'anima per le funzioni vegetative e sensitive. È solo condizione per le attività spirituali. Per queste ultime, dunque, l'anima nell'ordine presente dipende estrinsecamente dal corpo.

È appunto per questo molteplice influsso delle condizioni somatiche sulle attività spirituali dell'uomo, che è possibile la trasmissione ereditaria di taluni caratteri psichici. È un fatto accettato che i genitori talora trasmettono ai figli, per via di generazione, particolari tendenze psichiche, attitudini singolari in una determinata scienza o arte, malattie mentali propriamente dette, ecc.

Evidentemente tali caratteri psichici non vengono trasmessi direttamente, appunto perché l'anima umana non proviene dai genitori, ma è direttamente creata da Dio. Essi vengono trasmessi dai genitori solo indirettamente, cioè mediante la trasmissione di caratteri somatici, i quali a loro volta influiscono sul comportamento delle facoltà spirituali dell'anima. Direttamente dunque i genitori non trasmettono che le predisposizioni organiche dei suddetti caratteri psichici.

Già san Tommaso affermava: «È evidente che quanto meglio il corpo è disposto, tanto migliore è l'anima che esso accoglie... Accade così che alcuni uomini, i quali hanno un corpo meglio disposto, sortiscono un'anima dotata di maggior intelligenza».

048. Non è una mostruosità («Meridiano 12», agosto 1961, pp. 10-12)
[Dio è l'Essere perfettissimo, buono, giusto, sapiente. Così ci veniva insegnato nelle lezioni di catechismo. Per molto tempo, e fortunatamente, ho creduto a questa verità; ma ora non più come prima. Disgraziatamente sto attraversando un periodo di dubbio]. La prepotente razionalità mi dice: Che perfezione è quella di Dio, che ha creato un uomo e una donna destinati a rovinare tutta l'umanità? Come ha potuto un Dio giusto .e buono permettere che tanti innocenti portino le conseguenze di una colpa commessa molti secoli prima che essi nascessero? Non è una mostruosità?...
Mario] T[edoldi]27 - Perugia
La sua lunga lettera, caro amico, è un atto di grande buona volontà. Lei ama e cerca la luce. Penso che non tarderà a trovarla. Ma non le sembrerebbe meglio rivolgersi direttamente a un sacerdote di sua fiducia, per risolvere anche gli altri dubbi, a cui accenna nella lettera? Lei è un uomo coraggioso e retto; penso che lo farà, anche se le dovesse costare qualche sacrificio.

Ed ora veniamo al peccato originale. Le dirò francamente che è uno dei misteri più difficili della religione cristiana. Ma non per questo cessa di essere una dottrina certissima e verissima, perché è indubbiamente rivelata da Dio. Se poi l'approfondiamo con esattezza, scopriamo che non ha nulla contro la giustizia, sapienza e bontà di Dio; anzi, è una stupenda conferma di questi attributi.

Il peccato originale non è contro la giustizia di Dio, perché non spoglia l'umanità di beni a cui abbia diritto, ma solo dei doni soprannaturali che erano stati concessi gratuitamente alla prima coppia umana. Dio aveva conferito questi doni ai progenitori, perché li trasmettessero ai loro discendenti; era naturale che, se essi li perdevano, non potevano trasmetterli. Noi avremmo il diritto di protestare, soltanto se i doni di cui siamo stati privati, ci fossero dovuti per giustizia. Ma chi di noi ha diritto all'amicizia con Dio?
27 Nel dattiloscritto: M.T. L'originale, che conserviamo, porta la firma: Mario T., Castel delle Forme (Perugia).

Il peccato originale non è neppure contro la sapienza e provvidenza divina, perché il suo piano era fatto per la salvezza, non per la rovina del genere umano. La legge della solidarietà naturale, nel disegno di Dio, era stabilita per trasmettere a tutti gli uomini i doni di grazia concessi ai progenitori. Fu solo per un malaugurato accidente, che essa divenne veicolo di disgrazia e di morte. Nessuno vorrà dire che gli alpinisti siano stolti, perché nelle ascensioni pericolose si legano in cordata. Eppure può capitare che, proprio a motivo della corda che doveva portarli alla vetta, se il capocordata scivola, trascina tutti gli altri nel burrone. Quello che doveva essere mezzo di salvezza, è diventato strumento di rovina. Tutti gli uomini sono misteriosamente legati in cordata tra loro; nessuno nasce isolato e sperduto. Purtroppo questo legame, che Dio aveva destinato a salvare tutti, è diventato la rovina di tutti. (La colpa, però, non è di Dio: è tutta dell'uomo).

Ma non poteva Dio impedire la caduta dei progenitori? Perché non lo ha fatto? Non lo ha fatto, perché ha voluto rispettare la libertà dell'uomo. Lei dirà che dunque la colpa è di Dio, che ci ha creati liberi. La realtà è che Dio non poteva crearci uomini, senza crearci liberi. Rimproverare a Dio di aver fatto l'uomo libero, equivale a rimproverargli di non averci fatti bestie. La libertà costituisce la nostra più grande dignità e nobiltà naturale. Senza libertà saremmo incapaci di amare, di decidere la nostra sorte, di essere felici. Si accontenterebbe lei, sig. Tedoldi, di un congegno meccanico, che le ripetesse automaticamente: ti amo, ti amo, ti amo...? E vuole che se ne accontenti Dio, che è l'infinito Amore? Dio non vuole degli automi, ma dei cuori che lo amino liberamente. Non impone a nessuno con la forza il suo Paradiso; ma lo spalanca generosamente a chiunque voglia entravi. Lo stile di Dio è di essere sovranamente discreto e rispettoso della nostra libertà, anche a costo di vedersi respinto e disprezzato. Perciò la libertà è il nostro maggior tesoro naturale, ma anche il più pericoloso rischio.

Dio, dunque, ha ricolmato dei suoi doni i nostri progenitori, li ha premuniti con ogni specie di aiuti contro il male, e poi ha aspettato la loro risposta. Fare diversamente sarebbe stato indegno di Dio e lesivo della dignità umana. Se caddero, la colpa non è di Dio, ma unicamente loro.

E infine, il peccato originale non è neppure contro la bontà di Dio. Egli infatti ha permesso la caduta, solo perché ha previsto che ne avrebbe ricavato un bene molto maggiore per il genere umano. Dal peccato di Adamo, Dio ha saputo trarre la Redenzione di Cristo. Forse anche lei, caro amico, qualche volta ha pensato che dopo la caduta dei progenitori Dio si sia visto costretto a rappezzare il suo primitivo disegno sconvolto, e così gli sia venuta l'idea dell'Incarnazione e della Redenzione. La realtà è ben diversa. Il disegno divino fu già dall'inizio perfettamente unitario e coerente: in esso il peccato non è che l'antefatto della Redenzione, Adamo non ha altra funzione che prefigurare Gesù Cristo, la rovina prepara la riabilitazione. Il peccato originale va considerato nella luce della Redenzione, altrimenti diventa un assurdo crudele.

La nostra condizione di redenti è incomparabilmente superiore a quella di Adamo innocente. Gesù infatti ci ha restituito più di quanto avevamo perso peccando. Ora siamo membra di Cristo Capo, siamo parte della Chiesa, siamo figli della Madre di Dio, abbiamo il Vangelo, la Messa e gli altri Sacramenti. Tutti doni, che non avremmo avuto nello stato primitivo di innocenza.

Sono certo, caro signor Tedoldi, che se non si fermerà ai singoli particolari del disegno divino, ma ne guarderà serenamente tutto l'insieme meraviglioso, giungerà presto ad esclamare con gioia stupefatta quello che canta la Chiesa nella veglia pasquale: «Felice colpa, che meritò di avere un tale Redentore!».

049. L'atomo primitivo e la creazione («Meridiano 12», agosto 1961, pp. 15-17)
Ho sentito parlare della recente teoria dell'atomo primitivo, che spiegherebbe l'origine dell'universo secondo gli ultimi dati della scienza. Desidererei sapere esattamente di che cosa si tratta, e se dopo quest'ultima scoperta sia ancora possibile sostenere la dottrina della creazione del mondo.
Vincenzo La Milia - Palermo
Il problema dell'origine dell'universo è tra quelli che più hanno appassionato gli studiosi di ogni tempo. Gli scienziati moderni, basandosi su nuove osservazioni e scoperte, hanno fatto vari tentativi per spiegare come si sia formato il mondo in cui viviamo. L'ipotesi più recente e più coerente, tra quelle elaborate finora, è la cosiddetta ipotesi dell'atomo primitivo, presentata dal grande fisico belga Giorgio Lemattre dell'Università di Lovanio.

Nello stato attuale dell'astrofisica, (questa ipotesi) è generalmente ritenuta come il più coerente e avanzato tentativo della scienza per risolvere il problema dell'origine dell'universo. Scienziati di fama mondiale, come Eddington e Milne, l'hanno accolta con favore, completandola con qualche ritocco.

Sebbene í nuovi potentissimi strumenti per sondare gli spazi, e i progettati viaggi cosmici, abbiano suscitato una grande attesa di nuove scoperte sensazionali che potrebbero rivoluzionare le nostre prospettive scientifiche presenti, tuttavia l'ipotesi dell'atomo primitivo rimane sempre in grande onore tra gli scienziati.

Prima di esporre la concezione del Lemaitre, permetta, signor La Milia, che richiami fugacemente alcuni dati preliminari, che è necessario aver presenti.

[Come tutti sanno], il sistema solare, a cui appartiene il nostro pianeta Terra, fa parte di un ammasso discoidale di stelle, detto Galassia, formante la cosiddetta «Via Lattea». La luce, percorrendo 300.000 chilometri al secondo per attraversare da un capo all'altro questo agglomerato stellare, impiega circa 100.000 anni. Le stelle che insieme al Sole compongono la nostra Galassia sono circa 30 miliardi; secondo alcuni supererebbero i 100 miliardi. Di esse la più piccola conosciuta è, quanto a massa, un ventesimo del Sole; alcune superano più di 10 volte la massa del Sole, il quale a sua volta ha un volume circa 1.300.000 volte più grande del volume della
Terra. Probabilmente la massa complessiva delle stelle componenti la nostra Galassia non è inferiore a 200 miliardi di volte la massa del Sole.

Oltre la nostra Galassia, esistono nell'universo innumerevoli altri giganteschi ammassi di stelle. Per raggiungere la Galassia più vicina alla nostra, la luce deve impiegare circa 2 milioni di anni.

Quante sono le Galassie? I nuovi potentissimi telescopi elettronici ne hanno già contate molte centinaia di milioni. Fondate ipotesi astronomiche fanno salire il numero complessivo delle Galassie, esistenti attualmente nell'universo, a centinaia di miliardi.

Analizzando i raggi spettrali emessi dalle Galassie, gli scienziati si sono convinti che questi giganteschi agglomerati di stelle non sono immobili, ma vanno allontanandosi l'uno dall'altro ad una velocità altissima e sempre crescente. Le Galassie fuggono verso l'esterno dell'universo, come avverrebbe dei punti di una sfera in continua dilatazione. Ciò significa che la massa complessiva dell'universo è in continua espansione, dilatandosi con una velocità sempre crescente.

Su questi dati, generalmente ammessi dagli scienziati, Lemaitre costruì la sua geniale ipotesi dell'atomo primitivo, per spíegare la formazione del nostro mondo attuale. Egli suppose che le Galassie, oggi fuggenti nello spazio, fossero inizialmente concentrate in un'unica massa compatta. Questa massa costituiva una specie di gigantesco atomo primitivo, dotato di una forte densità e di una radioattività elevatissima. A quale tempo risale questo stato di cose? Forse a 10 miliardi di anni or sono, risponde Lemaitre.

Data l'enorme densità e radioattività dell'atomo primitivo, ad un certo punto esso esplose disintegrandosi e polverizzandosi in innumerevoli frammenti di materia. Questi furono lanciati nello spazio in un moto vorticoso di rotazione e di allontanamento, sotto la spinta dell'esplosione iniziale.

Così ebbero origine le Galassie con le innumerevoli moltitudini di stelle e pianeti, che si muovono nello spazio. Così si spiega anche il fenomeno della fuga delle Galassie e della continua espansione dell'universo. Tutte le cose e i fenomeni del mondo hanno la loro origine remota dall'atomo primitivo, che si è disintegrato agli inizi della storia dell'universo.

Ecco la spiegazione oggi più in voga tra gli scienziati intorno alla formazione del mondo. Che cosa bisogna pensarne dal punto di vista della fede cattolica? È in contrasto con la dottrina della creazione?
A questo proposito, non sarà inutile ricordare che il grande fisico belga Lemaitre, il quale ha elaborato l'ipotesi dell'atomo primitivo, è un sacerdote cattolico, professore ín una Università cattolica, il quale nel marzo 1960 è stato dal papa Giovanni XXIII nominato Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Non basterebbe questo ad escludere qualunque opposizione tra la fede cattolica e l'ipotesi dell'atomo primitivo?
Ma c'è di più. La scienza, per spiegare i fenomeni, può risalire fino all'atomo primitivo; ma si arresta impotente davanti al problema: chi ha prodotto quel primo atomo, capace di dare origine a tutti gli esseri che osserviamo nel nostro mondo? La scienza sperimentale deve necessariamente accontentarsi di studiare i fenomeni e le loro cause prossime; non è in grado di affermare o di negare la creazione, la quale appartiene alle cause ultime, e quindi non può essere controllata da nessun esperimento scientifico. Quando uno scienziato ammette o nega la creazione, non lo fa in quanto scienziato, ma in quanto uomo che riflette e ragiona, in quanto credente o ateo.

Scienza e fede si muovono su piani diversi; le loro affermazioni non potranno mai trovarsi in vero contrasto, poiché le spiegazioni della fede incominciano là dove finiscono quelle della scienza.

Una conferma della conciliabilità tra scoperte scientifiche e fede nella creazione si ha nel fatto che, tra tutti gli scienziati, sono specialmente gli astronomi e í matematici quelli che accettano più facilmente la dottrina cattolica. Negli ultimi decenni è andato crescendo il numero degli specialisti in queste materie, che stimano l'idea di creazione dell'universo perfettamente conciliabile con la loro concezione scientifica sull'origine del mondo. Sono significative, a questo proposito, le parole scritte dal grande scopritore Edíson sul libro d'oro della torre Eiffel a Parigi: «Edison, che nutre la più grande stima e il più profondo rispetto per tutti gli ingegneri, compreso il buon Dio».

050. Le anime son tutte eguali? («Meridiano 12», settembre 1961, pp. 11-12)
Desidererei che mi si chiarisse questo dubbio: «Dio ha creato tutte le anime uguali o no?».
Parlando con dei competenti ottenni pareri diversi che non mi soddisfacevano molto...
Sergio Ambrosi - Gorizia
Nessuna meraviglia, caro amico, che non abbia ricevuto neppure dai competenti una soluzione uniforme e completamente soddisfacente del suo dubbio. Ci sono dei problemi così sottili e intricati, in cui è saggezza non pretendere la luce piena, ma accontentarsi del «chiaroscuro», senza tuttavia cessare di tendere fiduciosamente a una luce sempre maggiore.

Vediamo dunque insieme se riusciamo a fare un po' più di luce sullo spinoso problema. Eviterò ogni astruseria e lascerò da parte anche il linguaggio tecnico dei filosofi. Ma questo non basterà a eliminare ogni difficoltà. Non ci sono soluzioni facili di problemi difficili.

Un fatto evidente: gli uomini non sono uguali tra loro. Pur avendo la stessa natura, hanno delle qualità assai diverse. E questo non solo nel corpo, ma anche nell'anima. Nell'intelligenza e nella volontà degli uomini, troviamo differenze così numerose e marcate, che siamo soliti ripetere: «Non ci sono due anime perfettamente uguali».

Un'altra constatazione evidente: vi sono disuguaglianze tra anima e anima, che non derivano dal comportamento individuale, dall'ambiente o dall'educazione; ma esistono nell'anima fin dalla sua origine.

Ora il problema è questo: da che cosa derivano tali disuguaglianze originarie tra anima ed anima? Da Dio che crea le anime, oppure dal corpo in cui esse vengono infuse?
Per trovare la soluzione sicura del problema, la prego di seguirmi in questi due semplici rilievi.

Primo. Lei sa bene che tra l'anima e il suo corpo non c'è una coabitazione forzata o un legame accidentale. C'è, invece, un'unione intima e profonda che tocca le radici stesse dell'essere umano; c'è un influsso reciproco intenso e continuo; c'è soprattutto una piena corrispondenza o consonanza di qualità. È noto il detto della sapienza antica: «Mente sana in corpo sano». Così, per esempio, a un cervello ben sviluppato suole corrispondere un'intelligenza eccellente, e viceversa.

Non le dispiaccia che citi un'affermazione categorica di san Tommaso: «È evidente che la disuguaglianza delle anime deriva dalla disuguaglianza dei rispettivi corpi... Quanto meglio il corpo è strutturato, tanto più nobile è l'anima che esso sortisce, poiché ciò che viene ricevuto in un corpo, è condizionato dal corpo in cui viene ricevuto».

Dovremmo dunque pensare che le anime vengono create perfettamente uguali, e poi diventano disuguali nel momento in cui vengono unite al corpo?
Ed ecco allora il secondo rilievo, che ci aiuterà ad infilare la via giusta. Dio non crea le anime umane separate dai loro rispettivi corpi, per poi infonderle in essi in un secondo momento. La creazione dell'anima e la sua infusione nel corpo avvengono nello stesso momento. «L'anima — dice san Tommaso — viene creata nel corpo, come principio vitale del medesimo».

Ciò significa che fin dal primo momento Dio crea ogni anima proporzionata al corpo in cui la crea. Dato questo determinato corpo, crea questa determinata anima, con le sue qualità spirituali corrispondenti alle capacità del corpo stesso.

La conclusione è necessaria: Dio non crea le anime tutte uguali, ma le crea diverse secondo la diversità degli organismi umani in cui le crea. «Le anime ricevono delle disuguaglianze dalla loro creazione» (san Tommaso).

In altre parole: le disuguaglianze originarie tra anima e anima derivano da Dio e dal corpo. Da Dio come creatore delle anime e delle loro qualità; dal corpo come condizionatore delle qualità dell'anima.

051. Cosa vuoi dire «Non c'indurre in tentazione»? («Meridiano 12», ottobre 1961, pp. 9-10)
«... E non c'indurre in tentazione». Perché dobbiamo pregare Dio in questo modo? È possibile che Dio ci induca in tentazione? Desidererei un'ampia ed esauriente spiegazione su questa espressione del Pater noster, che mi lascia perplesso tutte le volte che la pronuncio.
Arturo Valle - Torino
La prima impressione di chi legge la sua domanda, signor Valle, è quella di una felice sorpresa. Ecco un uomo che, dopo aver recitato migliaia di volte la stessa preghiera, ha conservato intatta la capacità di riflettere sul significato di essa e il desiderio di comprenderla sempre più esattamente. Non è facile, lo sperimentiamo tutti, resistere all'implacabile usura dell'abitudinarismo e all'automatismo della ripetizione, che minaccia di ridurre anche la preghiera più bella a una formula logora e vuota.

Lei dunque, recitando con attenzione il Padre nostro, trova strano che noi domandiamo a Dio di «non indurci in tentazione», quasi che Dio possa tentarci a fare il male.

Effettivamente Dio, essendo infinitamente santo, non può volere il peccato e conseguentemente non può neppure tentare qualcuno a commettere azioni peccaminose. Già l'apostolo san Giacomo, nella sua lettera alle prime comunità cristiane, affermava categoricamente: «Quando uno è tentato, non dica: È Dio che mi tenta, perché Dio non può essere tentato di male ed egli stesso non può tentare nessuno».

E allora, qual è il significato della frase «Non c'indurre in tentazione»? Anche le parole hanno la loro storia: perciò le espressioni di un documento, per essere intese nel loro vero senso, devono essere riportate alla mentalità e all'uso del tempo e del luogo in cui ebbe origine il documento. Potrebbe essere fonte di gravi equivoci interpretare un documento antico in base al significato attribuito attualmente alle parole.

Ora, il Padre nostro fu composto da Gesù stesso, il quale, per farsi capire dai suoi ascoltatori, si esprimeva secondo l'uso e lo stile dei popoli semiti di quel tempo. Dunque, anche l'espressione «Non c'indurre in tentazione» va interpretata secondo l'uso e lo stile semitico. Consideriamo brevemente, con questi criteri, le due parole che compongono la frase in questione.

L'espressione «Non c'indurre», nell'uso semitico, può equivalere a «Non permettere che noi siamo indotti». È un fatto certo che, se Dio non può stimolarci al male, può benissimo permettere che noi siamo tentati dal demonio, dalle nostre passioni, da altre persone e cose pericolose.

E perché lo permette? Non certo con l'intenzione che noi cadiamo in peccato; ma, al contrario, perché nella lotta possiamo esercitare e consolidare le nostre virtù, vincere il male con il suo divino aiuto, e quindi meritarci il premio promesso ai vincitori.

[È] appunto per questo [che] Dio, mentre permette che siamo assaliti dalle tentazioni, ci offre con abbondanza la forza soprannaturale della sua grazia, affinché riusciamo a superarle vittoriosamente. Ai cristiani di Corinto, che erano costretti a vivere tra i pericoli e le seduzioni di quella corrottissima città, san Paolo scriveva: «Nessuna tentazione vi ha assaliti, che oltrepassasse la misura umana. Dio è fedele: Egli non permetterà che siate tentati al di là delle vostre forze. Con la tentazione vi darà il mezzo di uscirne e la forza di superarla».

Nel Padre nostro, dunque, non domandiamo a Dio di non provocarci al male (questo sembrerebbe piuttosto una bestemmia che una preghiera!); gli domandiamo invece di non permettere che siamo tentati troppo fortemente e che soccombiamo nella tentazione.

Il termine «tentazione», poi, nel linguaggio semitico della Bibbia e dei contemporanei di Gesù, non aveva il significato ristretto che noi gli diamo oggi, di sollecitazione diretta al peccato. Aveva invece il senso più ampio di situazione difficile e pericolosa, nella quale l'uomo può dar prova di fortezza oppure di debolezza morale. In questo secondo senso, la Bibbia dice che «Dio tentò Abramo», cioè lo mise nell'occasione di esercitare e dimostrare a tutti la sua eroica fedeltà verso Dio, quando gli diede il difficile comando di sacrificargli il proprio unico figlio.

Tutto ciò fa pensare che Gesù nel Padre nostro abbia usato il termine «tentazione» nel significato comune del suo popolo e del suo tempo. Gesù dunque ci invita a pregare il Padre celeste di volerci risparmiare le occasioni troppo difficili per la nostra debole virtù; di voler allontanare da noi quelle situazioni, circostanze e avvenimenti, che potrebbero per noi costituire un pericolo di peccare.
Una tale domanda è perfettamente legittima e conveniente, perché nasce dalla persuasione della nostra debolezza morale e dalla fiducia filiale nella Provvidenza del nostro Padre celeste.

052. Che pensare di Giuda? («Meridiano 12», ottobre 1961, pp. 15-16)
Se non ci fosse stato Giuda a tradire Gesù Cristo, come o in che modo Gesù avrebbe redento l'umanità? Il mio docente mi ha spiegato che Giuda potrebbe essere stato un semplice strumento per la salvezza del mondo. Ed allora, è da condannare Giuda quale traditore ed uccisore di Cristo? Lei che ne pensa?

Giovanni Stellacci - Palagianello (Taranto)
I suoi tre quesiti sul tradimento di Giuda gettano un po' di luce sul mistero più tenebroso della coscienza umana di tutti i tempi. Consideriamoli distintamente, senza tuttavia pretendere di chiarire ogni enigma.

— Se Giuda non avesse tradito Gesù, avremmo avuto ugualmente la Redenzione del mondo?

Certamente! Dio, nella sua sapienza e potenza infinita, aveva a disposizione tante altre vie per raggiungere lo stesso scopo. Poteva salvarci anche senza che Gesù soffrisse e morisse; poteva inoltre predisporre che la passione e la morte di Cristo avvenissero in altre circostanze di tempo, di luogo... È vero però che la morte dolorosa del Salvatore appare in concreto come il modo più conveniente per redimere l'umanità. Essa infatti rivela la grandezza infinita dell'amore di Dio, l'incommensurabile malizia del peccato, la dignità dell'uomo redento.

Si può dire che Giuda sia stato uno strumento nelle mani di Dio per la Redenzione del mondo?

[Evidentemente] sì! Consegnando Gesù ai suoi nemici, Giuda inconsapevolmente cooperò a realizzare il piano divino, che prevedeva la morte del Salvatore per la Redenzione dell'umanità. Quante volte, prima e durante la sua passione, Gesù accennò a questo piano del Padre celeste, che Egli intendeva attuare fino all'ultimo con amore e fedeltà assoluta!
Nel disegno divino la parte più infamante era appunto lasciata al traditore. Ma occorre aggiungere che in quel piano non solo Giuda, ma ogni uomo ha il suo posto e la sua parte. Ognuno di noi, buono o cattivo, sapendolo o no, mediante le sue azioni libere, concorre a realizzare il piano di Dio nella storia umana.

LE] dunque, Giuda è da ritenersi responsabile e colpevole per aver tradito Gesù?

Senza dubbio! Egli fu, sì, uno strumento per realizzare il piano divino, ma uno strumento libero e responsabile del suo operato. Il peccato di Giuda era stato esattamente previsto da Dio, ma non per questo cessò di essere un peccato liberamente compiuto. La previsione da parte di Dio non toglie la libertà e responsabilità dell'agire umano. Dio prevede dall'eternità ciò che ogni uomo liberamente sceglierà nel corso della sua vita. Nel suo piano di salvezza Dio ha previsto e permesso il tradimento di Giuda (come gli altri peccati), perché sapeva di poterne ricavare un bene maggiore.

Del resto, leggendo i Vangeli, lei constaterà facilmente che Giuda ha agito con piena consapevolezza e libertà. Premeditò il tradimento, lo preparò in tutti i dettagli, lo consumò con lucida malvagità. Durante l'ultima cena e perfino nel momento dell'arresto, Gesù lo avverti della gravità del delitto che stava per compiere; cercò fino all'ultimo con ogni mezzo, anche con i segni della più tenera amicizia, di dissuaderlo dall'empio proposito. Tutto fu vano. Non mi meraviglio quindi che Gesù (il quale perdonò e perfino scusò i suoi crocifissori) abbia pronunciato per il traditore le parole più severe che siano mai uscite dalle sue labbra: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, mi tradirà. Il Figlio dell'uomo se ne va come sta scritto di lui, ma guai a quell'uomo da cui è tradito il Figlio dell'uomo. Sarebbe meglio per lui che non fosse mai nato».

Dopo questa condanna, è possibile dubitare della colpevolezza di Giuda?

053. Perché i bimbi soffrono? («Meridiano 12», novembre 1961, pp. 6-8)
... Perché Dio — il solo buono — ha permesso e permetterà che i piccoli, del tutto innocenti, soffrano? Messi al mondo — naturalmente senza essere interpellati e perciò con un atto d'imperio — essi debbono spesso soffrire dolori atroci, senza neppure aver coscienza dell'esistenza di Dio. Perché si deve dire che questo modo di agire è giusto? Ma se ciascuno di noi risponde solo dei suoi atti, perché — nell'economia divina — gli innocenti (ripeto: senza essere interpellati) debbono patire e morire per i malvagi?...
Dottor Giacinto Beltrami28 - Roma
La sua lettera, egregio dottore, contiene molti quesiti interessanti e impegnativi. In questo numero mi limito al primo. Esso prospetta il tremendo spettacolo degli innumerevoli bimbi periti nei bombardamenti, straziati da ordigni di guerra, seviziati nei campi di concentramento, sterminati per odio di razza.

Penso, mentre scrivo, alle migliaia di piccoli che in questo momento giacciono immobili nelle corsie degli ospedali o sui tavoli delle sale operatorie, lottando con la malattia e con la morte. Penso ai 12 milioni di ragazzi che in Europa sono senza fissa dimora; ai 400 milioni di bambini che nel mondo soffrono la fame o sono sottonutriti; alle migliaia di bimbi che in Asia guardano disperatamente la mamma che non ha nulla da mettere sulla tavola.

[Penso a] tutti i piccoli minorati, [alle] vittime innocenti delle tare ereditarie, delle sregolatezze paterne o materne, delle condizioni inumane in cui sono costrette a vivere le loro famiglie. Penso soprattutto alle povere vittime del contagio immorale e della corruzione organizzata.

A questa lunga schiera dolorante di piccoli si aggiunge quella meno nota, ma non meno lacrimevole, degli innocenti uccisi cinicamente prima ancora che vedano la luce. È una quotidiana strage di innocenti, ancora più barbara di quella di Erode. Quante di queste vittime stroncate sul nascere potrebbero diventare la benedizione della loro famiglia e dell'intera umanità!
28 Nel dattiloscritto appare il nome reale del richiedente, con la nota, tra parentesi, di non pubblicarlo.

Di fronte all'innocenza così duramente colpita dalla sventura, lei, dottore, si domanda giustamente: Perché? Noi adulti, almeno, siamo più o meno tutti colpevoli, e soprattutto siamo in grado, se vogliamo, dí dare un valore meritorio alla sofferenza. Ma queste piccole vittime, innocenti e inconsapevoli?
Le dirò subito francamente che questo problema è un mistero anche per chi crede in Dio. Per chi non crede, poi, esso è un assurdo crudele. La fede non elimina del tutto l'oscurità, ma l'avvolge di una luce rasserenante e fiduciosa.

Sono due le certezze principali con cui la fede cristiana addolcisce la nostra pena di fronte al dolore e alla morte dei bambini.

La prima è che non tutto finisce quaggiù. Sembra che Dio abbia voluto porre i problemi di qua e... le soluzioni di là. La morte mette ogni cosa a posto, per sempre. Questa vita è come una dissonanza musicale, che si risolve in un accordo finale eterno. Dio si è impegnato a costruire un mondo perfetto non nel tempo che passa, ma nell'eternità che resta. Là Egli ristabilirà l'ordine e la giustizia. Là i bimbi non conosceranno più alcuna sofferenza, ma saranno felici pienamente e per sempre. Essi allora benediranno Dio non solo per il dono dell'esistenza, ma anche per i dolori patiti quaggiù. E questo avverrà sia in Cielo per coloro che muoiono battezzati, sia nel Limbo per quelli che fossero morti senza Battesimo.

Quando vedo un bimbo dibattersi nella morsa del dolore, non riesco a trovare pace se non pensando alle parole scritte da san Paolo ai Romani: Le sofferenze del tempo presente non hanno proporzione con la gloria futura da cui saremo investiti.
Lei dirà, dottore, che gli innocenti sarebbero salvi anche se non soffrissero, e che perciò il loro dolore è inutile e ingiusto. Ed allora permetta che ío le ricordi un'altra certezza cristiana, non meno consolante della prima. Ed è che i bimbi non soffrono invano, non sono costretti da un destino crudele a pagare per i malvagi. Al contrario, la loro sofferenza fa parte di un sapiente e amoroso piano di salvezza universale, di cui gli stessi bimbi non sono solo artefici, ma anche i primi e principali beneficiati.

Dio non fa soffrire i nostri piccoli, ma solo permette il loro dolore, nel senso che lascia pieno corso alla libertà umana e alle leggi naturali, che provocano la sofferenza. Dio non crede opportuno intervenire con continui miracoli per impedire le disgrazie e le malvagità umane. E si comporta così non per indifferenza verso i suoi figli, né tanto meno per capriccio o per crudeltà, ma perché nei suoi piani Egli sa trarre da ogni male un bene maggiore. Anziché un mondo in cui non ci fosse alcun male, Dio ha preferito, per ragioni imperscrutabili, un mondo in cui dal male transitorio derivassero beni permanenti e più grandi.
E quale bene può venire dal dolore degli innocenti? Guardi il Crocifisso, dottore, e il mistero della sofferenza dei bimbi si illuminerà di una grande luce. Gesù, che è l'Innocenza personificata, ha pagato per la salvezza di tutto il genere umano che era perduto. In Lui tutto il dolore umano diventa strumento di Redenzione. Soprattutto gli innocenti vengono misteriosamente associati a Gesù Cristo, per cooperare con Lui alla salvezza propria e del mondo intero. Nella unità del Corpo mistico, i bimbi sono membra nobilissime e sono uniti a Gesù e a noi col legame di una stretta solidarietà. La loro sofferenza, aggiunta a quella del Redentore, è il prezzo della loro e della nostra salvezza.

E vero, essi ora non sanno e non sono interpellati. Ma, entrando — attraverso le porte della morte — nella luce di Dio, comprenderanno, godranno e benediranno il Signore per il grande privilegio di essere stati prescelti come cooperatori di Gesù per la salvezza della propria anima e di tutta l'umanità.

054. Non c'è preghiera senza risposta («Meridiano 12», dicembre 1961, pp. 7-8)
Ho letto su «Meridiano 12» di ottobre la presentazione del libro Diario di morte che mi ha impressionato molto. Tante preghiere insistenti, disperate... e
Dio non ha risposto. Ma non ha detto Gesù: «Chiedete e otterrete»?

Piera Foconetti - Torino
Perché, pur pregato con fede e da molti, Dio così raramente allevia le sofferenze fisiche e morali dei buoni? Quando l'Ungheria insorse, tutta la Chiesa pregava per i fratelli perseguitati e ciò nonostante le catene furono ribadite ancora di più. Eppure la causa era santa... La potenza della preghiera quanto vale?

Dott. Giuseppe Roveda29 - Roma
Si accenna3° (qui) al caso dell'Ungheria (e al Diario di morte); ma si può dire che ognuno ha il suo caso, quando non ne ha parecchi. Avviene ogni giorno di sentire qualcuno affermare: «Basta che domandi a Dio una cosa, e subito mi capita il contrario... Ho pregato per essere promosso, e mi sono buscato una solenne bocciatura... Ho chiesto di trovare lavoro per vivere, e sono sempre disoccupato... Ho fatto una novena per la conversione di mio marito, e siamo sempre allo stesso punto... Invece c'è della gente che non prega mai, e sembra che per loro tutto vada a gonfie vele...».

Talora sono schiere di innocenti che domandano a Dio una grazia e, per di più, una grazia che sembrerebbe la più ragionevole e opportuna. Eppure sembra che Dio faccia il sordo a tutte le invocazioni. Perché?
Non lo nego: per lo più la spiegazione è da ricercarsi nel fatto che noi siamo indegni di essere esauditi, oppure preghiamo indegnamente, o domandiamo cose cattive o inopportune. Questa infatti è la spiegazione data comunemente. Però nel caso dell'Ungheria (e in molti altri), hanno pregato tante anime buone e innocenti; hanno pregato con fede e perseveranza; chiedevano una grazia evidentemente buona... Eppure non sono state esaudite.
29 Nel dattiloscritto non compare la prima domanda. Il mittente della seconda è il medesimo a cui era destinata la risposta 053, anche qui con preghiera di non pubblicare il nome per disteso.

30 Nel dattiloscritto: «Lei, dottore, accenna». Ritocchi della redazione per far confluire le due richieste. Lievi modifiche sono apportate anche nel corpo della risposta per lo stesso motivo.

Il problema sembra complicarsi ancora di più, se pensiamo alla solenne promessa di Gesù: «In verità, in verità vi dico: qualunque cosa domanderete al Padre in mio nome, ve la concederà... Chiedete e otterrete». Se le parole di Gesù sono vere, non dovrebbero esserci preghiere senza risposta. E allora?...

[Allora] io penso che l'idea che noi spesso ci facciamo della preghiera non sia esatta e non coincida con l'idea che ne aveva Gesù. In fondo, anche se non osiamo confessarlo, noi concepiamo sovente la preghiera come un'assicurazione contro gli infortuni; o come un «portafortuna» contro le disgrazie; oppure come un tentativo di imporre a Dio la nostra volontà; o anche come la pretesa che Dio moltiplichi i miracoli per proteggerci dalle forze naturali o dalla malvagità umana. Questa non è una concezione cristiana, ma pagana della preghiera: non le sembra?
Non è a un tale genere di preghiera che Gesù ha assicurato una efficacia infallibile. Quando Egli ci ha insegnato il Padre nostro, che è il modello di ogni preghiera cristiana, ci ha ordinato di chiedere in primo luogo la glorificazione del Padre celeste, la diffusione del suo Regno nel mondo, il compimento della sua volontà, il perdono delle nostre colpe e la salvezza eterna. Il seguito (della preghiera del Signore) ci fa chiedere anche beni di ordine temporale, ma a condizione che corrispondano al volere divino e giovino alla nostra salvezza.
Il cristiano, quando prega, non può ignorare le verità in cui crede. Deve porre gli interessi di Dio al di sopra di quelli temporanei. Deve rivolgersi a Dio non come a un essere estraneo, ma come a un Padre che ci conosce personalmente, ci ama infinitamente, vuole unicamente il nostro vero bene e ha concepito per ognuno di noi un piano sapientissimo di salvezza. Il cristiano dunque, quando prega, non pretende di abbassare Dio a fare la nostra volontà, ma piuttosto si innalza a Lui per uniformarsi al suo divino volere, che è sempre un volere di amore. Se chiede una grazia materiale, il cristiano lo fa affidandosi finalmente alla bontà del Padre celeste e supplicandolo che sia compiuta in ogni cosa la sua volontà di Padre.

Il più delle volte noi non sappiamo che cosa sia meglio per noi,. Dio invece lo sa perfettamente. Perché dunque non fidarci di Lui e non abbandonarci al suo volere sempre benefico?

È appunto alla preghiera fatta con queste disposizioni che Gesù ha assicurato un'infallibile efficacia. A chi prega in questo modo, Dio mette a disposizione la sua onnipotenza. Una tale preghiera non rimane mai senza risposta. Dio infallibilmente ci concederà o quello che gli chiediamo, oppure qualche altra grazia più importante e più necessaria per la nostra salvezza.

Quando sento qualcuno lamentarsi che le sue preghiere non sono state esaudite, penso alla preghiera fatta da Gesù nel giardino degli Ulivi nella notte tremenda della sua passione: «Padre, se è possibile, allontana da me questo calice... Però non sia fatta la mia volontà, ma la tua». Ecco la preghiera ideale! Eppure, a prima vista, si direbbe che non è stata esaudita, perché Gesù dovette bere il calice del dolore fino in fondo. Poteva andargli peggio? Ma, a pensarci bene, quella preghiera ottenne — attraverso la passione e la morte di Gesù — la glorificazione di Gesù e la salvezza dell'umanità.

Non potrebbe essere questo íl caso dell'Ungheria, del Diario di morte e di molte altre preghiere apparentemente non esaudite? La salvezza, (cioè), attraverso la sofferenza.

055. Adamo ed Eva erano bianchi o neri? («Meridiano 12», dicembre 1961, pp. 15-16)
Ho spesso rivolto il seguente quesito a molte persone; ma, chi più, chi meno, mi hanno dato risposte vaghe.
Adamo ed Eva, di che razza erano? Ammettiamo, bianca. Ma allora, come possono esserci tante razze? Non sono tutti discendenti da Adamo ed Eva? Può da una madre bianca nascere un figlio di razza differente? Forse sarà a seconda della loro stabilizzazione sulla terra. Ma allora anche i missionari, specie quelli che trascorrono molti anni in missione, dovrebbero cambiare razza a seconda dove vanno. Come si spiega ciò?
Paolo Catalano - Palermo
Temo molto, signor Catalano, che anche la mia risposta le sembrerà «vaga», come quelle che ha ricevuto dai molti altri che ha interrogato. La ragione è semplice: il suo quesito è di quelli su cui non si è ancora fatta luce piena. Ci sono troppe cose che non conosciamo ancora; ce ne sono perfino di quelle che probabilmente non conosceremo mai. Ci vuol pazienza! Solo Dio è onnisciente.

Dunque, lei vorrebbe sapere «dí che razza erano Adamo ed Eva». E chi glielo potrebbe dire? Né la scienza né la Bibbia offrono elementi sufficienti per dare una risposta positiva. Del resto, dobbiamo ammetterlo, si tratta di una pura «curiosità». Ora, la Rivelazione non ci è stata data da Dio per soddisfare le nostre curiosità, ma per insegnarci la via della salvezza.

Il vero problema in questa materia, come lei stesso accenna, è un altro: le razze umane discendono tutte da un unico ceppo? Per la soluzione di questo problema, mi permetto di rimandarla, signor Catalano, ad una risposta apparsa su questa rivista nell'aprile scorso (pp. 1042)." [Se avrà la pazienza di rileggerla, vedrà come tra scienza e fede non ci sia né ci possa essere nessuna vera opposizione, neppure riguardo alla discendenza di tutti gli uomini da Adamo ed Eva. Del resto su questo punto non sembra che lei abbia delle difficoltà].

Posto dunque il fatto che tutti gli uomini viventi sulla terra discendono da Adamo ed Eva, come insegna la dottrina cattolica, lei si domanda come mai da un unico ceppo possano essere derivate razze tanto diverse.

31 Cf. R. 044 (Scienziati e razze umane).
Evidentemente, se tutto si fosse svolto dalla sera al mattino, il problema sarebbe insolubile. Sappiamo però che il genere umano, per arrivare allo stato presente, ha avuto a disposizione migliaia di anni. In un periodo cosi lungo, ne sono capitate di cose che hanno potuto influire sulla formazione delle razze umane! Per accennarne qualcuna: pensi agli spostamenti di gruppi umani da una regione all'altra; al lento adattamento dell'organismo umano alle diverse condizioni di ambiente, temperatura, clima, nutrizione, lavoro; pensi all'isolamento prolungato e agli incroci vari tra i diversi gruppi umani; al fenomeno della selezione naturale, per cui sopravvivono solo gli individui meglio dotati; pensi al diverso funzionamento delle ghiandole endocrine, da cui possono derivare differenze notevoli di colore, di statura, di conformazione dei singoli organi; pensi al complesso di mutazioni che in tal modo poterono accentuarsi di generazione in generazione attraverso una lunghissima serie di secoli...

[Gli scienziati stanno ancora studiando i molteplici fattori che hanno determinato le differenze razziali in seno all'umanità. Il meccanismo con cui si sono formate le varie razze rimane a tutt'oggi in gran parte oscuro].

Una cosa, comunque, è certa per tutti, già fin d'ora (per stare al tono della sua domanda): la razza nera non ha avuto origine per il fatto che un bel giorno una donna bianca è diventata madre, per sbaglio, di un bimbo nero; o semplicemente perché un gruppo di turisti bianchi ha trascorso una o più stagioni sotto il sole rovente dell'Africa centrale. Tutto avvenne in modo molto più lento e complicato, tanto che gli stessi specialisti non riescono ancora a vederci chiaro.

056. Non so come discutere («Meridiano 12», gennaio 1962, pp. 9-10)
Il mio compagno32 di lavoro in fabbrica è un attivista comunista e ogni giorno discute di religione con me e con altri. Devo riconoscere che lui è molto più abile e ferrato di me nella discussione. Spesso mi trovo imbrogliato a ribattere i suoi argomenti, anche se capisco che sono falsi. Mi piacerebbe tanto se fossi capace di tenergli testa. Ma come devo fare? Non potreste darmi qualche suggerimento sul modo di discutere con lui e di convincerlo?
Giorgio Sandri - Torino
Eccoti, Giorgio, un «decalogo» di norme pratiche, che ti potranno servire nelle conversazioni del tuo socio e con chiunque non sia delle tue idee. Non si tratta evidentemente di formule magiche, ma di suggerimenti che tu stesso dovrai applicare e adattare alle circostanze.

  1. Fatti amico il tuo interlocutore. Trattalo non come un avversario da vincere, ma come un fratello da aiutare. «Mettiti in onda» con lui. La stima e la simpatia reciproca sono ottimi conduttori della verità. Ricordati che l'uomo non si lascia convincere se non da chi gli è simpatico. La via più sicura per giungere all'intelligenza del tuo interlocutore è quella che passa per il cuore.
  2. Sforzati di comprenderlo. Prova a metterti nei suoi panni. Cerca di capire la sua mentalità, il suo punto di vista, le sue difficoltà. Metti lui e non te stesso al centro della conversazione. Fallo parlare di ciò che gli sta a cuore. I malintesi e le opposizioni nascono spesso dal fatto che non ci si comprende. Il primo passo per convincere e aiutare un uomo è quello di capirlo.

Dagli ragione, quando puoi. Incomincia con l'approvare quello che c'è di vero nelle sue affermazioni. È uno sbaglio incominciare col contraddirlo. Se non puoi far altro, riconosci e loda le buone intenzioni. Se anche questo è impossbile, puoi sempre almeno incominciare col dirgli: «Devi aver passato dei momenti ben duri, per parlare in questo modo».

32 Nel dattiloscritto: socio.

  1. Non ferire la sua suscettibilità. Ricordati sempre che non devi far trionfare te stesso, ma la verità. Non pretendere di schiacciare il tuo interlocutore o di ridurlo al silenzio. Non stai combattendo contro di lui, ma contro l'errore. Non permettere che il dialogo degeneri in un litigio. La polemica è controproducente; inasprisce l'anima dell'interlocutore, chiudendolo alla verità. [San Francesco di Sales, che convertì tanti eretici, diceva: «Si prendono più mosche con una goccia di miele, che con un barile di aceto»].
  2. Non aver fretta. La strada della verità è lunga. Non pretendere di convincere il tuo interlocutore dalla sera al mattino. Sappi attendere con pazienza e con fiducia. Rispetta la sua libertà. Vedi quanto Dio stesso è discreto e rispettoso verso le sue creature! È già una bella conquista, se il tuo interlocutore mostra interesse per la verità. Ciò che oggi egli non accetta discutendo con te, potrà germogliare domani nel suo animo attraverso la riflessione personale. Dunque semina con fiducia, senza pretendere di raccogliere tu la messe.
  3. Prendi in mano il timone della conversazione. Non accontentarti di subire, di ribattere, di rispondere ai suoi argomenti. Appena puoi, passa all'attacco. Un grande mezzo è quello di fare delle domande al tuo interlocutore. Se, per esempio, ti dice che l'Inferno è una favola o che Dio non esiste, domandagli: «Ne sei proprio certo? Potresti dimostrarlo? Ne hai le prove?». Oppure: «Hai pensato qualche volta sul serio alle ragioni che hanno quelli che credono in Dio o all'esistenza dell'Inferno? Che cosa hai letto in questa materia?».

Se afferma che il comunismo è la verità, puoi cominciare col chiedergli: «Come sei arrivato a questa persuasione? Hai studiato profondamente il problema, prima di diventare comunista? Non ti viene mai nessun dubbio su quello che dicono e scrivono i tuoi capi? Hai provato a considerare onestamente anche le ragioni dei non comunisti?».

Se parla male della Chiesa, potresti domandargli: «Che cosa ti aspetteresti tu dalla Chiesa? Come la vorresti? Hai mai parlato seriamente con un sacerdote, per capire che cosa sono i "preti"? Puoi dire di conoscere bene la Chiesa che combatti? Hai mai letto il Vangelo? Dovresti farlo, prima di dire che sono tutte storie».

  1. Sii pronto a rispondere alle sue difficoltà. Se sui due piedi non hai la risposta pronta, non temere di prendere tempo. Digli con tutta tranquillità: «Una soluzione al tuo problema c'è di certo. Adesso io non l'ho ben presente... Mi informerò e te la farò sapere». Questo esige da te che tu sia ben ferrato, che ti tenga aggiornato e che ti serva della collaborazione di un competente, il quale chiarisca i punti su cui ti senti meno sicuro.
  2. Mostragli i valori positivi del cristianesimo. Fagli vedere che tu senti quanto lui í problemi dei poveri, l'ansia della giustizia sociale, il bisogno di cambiare il mondo attuale. Dimostragli che tutto quello che c'è di buono nel comunismo non viene da Carlo Marx, ma da Gesù Cristo. Fagli capire come la più grande rivoluzione nel mondo sociale è il Vangelo attuato coraggiosamente e integralmente. Presentagli il cristianesimo come l'unica risposta vera e completa ai più scottanti problemi dell'uomo d'oggi.
  3. Sii profondamente convinto. La convinzione genera la convinzione. Le idee, quando sono state macerate nella riflessione, acquistano una forza travolgente. Quando arriverai a parlare di Gesù e della Chiesa con la convinzione e la passione con cui parli di tua madre, allora sarai irresistibile. Non dimenticare che sei un apostolo, non un propagandista. Devi vivere quello che annunci. Devi parlare con la tua vita, prima che con la bocca. Forse il tuo amico, per convertirsi, ha bisogno di «inciampare in un vero cristiano». Sii per lui una prova vivente che Cristo ha veramente ragione. Lo sai che la principale obiezione contro il cristianesimo siamo noi cristiani?
  4. Non dimenticare la cosa essenziale. Ed è di pregare ogni giorno per il tuo interlocutore. Perché non sarai tu a convertirlo, ma la grazia di Dio.

057. I sacerdoti sono dei minorati? («Meridiano 12», febbraio 1962, pp. 9-10)
Sebbene io guardi con simpatia i sacerdoti e i religiosi; mi pare che essi siano degli esseri incompleti e minorati, perché mancano di quella completezza e maturità umana che viene solo dal matrimonio. Una delle due: o non sono veramente casti, oppure — se lo sono — finiranno per diventare dei nevrastenici.
Rag. Cesco Bernardinis33 - Milano
[Non si può negare che il] problema [sia] scottante e delicato. Se il suo ragionamento valesse, i sacerdoti, i religiosi, le suore, sarebbero tutti o degli ipocriti o degli anormali; in ogni caso, delle «mezze creature».

[A suo conforto, ragioniere], le dirò che già il divino Fondatore e Modello della verginità cristiana, Gesù Cristo, ha affrontato e risolto la questione che lei mí propone. Egli ha distinto nettamente tra verginità forzata o senza amore, e verginità volontaria o per amore.

La prima è una verginità sopportata per costrizione o per pusillanimità, senza un ideale superiore, senza amore e senza le attitudini necessarie. È una verginità concepita e vissuta come vuota solitudine, come cieca repressione degli istinti naturali, come pura rinuncia negativa all'amore umano, senza sostituirvi nulla di positivo.

Questa verginità senza amore è davvero la condizione più triste e fallimentare in cui una creatura umana possa trovarsi. Lei perciò ha tutte le ragioni, quando afferma che essa è una imposizione inumana, dannosa alla salute fisica e mentale, sterile per sé e per la società.

[Però stia certo, ragioniere]: una tale verginità non ha nulla a che fare con la verginità consigliata da Gesù Cristo e dalla Chiesa. Se mai, per disgrazia, tra le anime consacrate ci fosse qualcuno che concepisse e vivesse così la propria verginità, egli sarebbe un sacerdote o un religioso sbagliato, la contraffazione più ripugnante della verginità autentica; sarebbe uno spostato, perpetuamente immaturo e insoddisfatto, e quindi facilmente esposto ai rischi della nevrastenia o dei surrogati più umilianti. In questo siamo perfettamente d'accordo.

33 Nel dattiloscritto: B.C.

Una cosa rimane certa tuttavia: qualora dovesse verificarsi un caso così triste, questo non sarebbe effetto della verginità cristiana, ma della caricatura di essa, cioè di una verginità forzata e senza amore. Come tutti sanno, anche nel matrimonio ci sono degli insoddisfatti e dei falliti; non certo per colpa del matrimonio in se stesso, ma di un matrimonio sbagliato e senza amore.

L'esperienza di ogni giorno lo conferma: non è la verginità o il matrimonio che automaticamente arricchiscono e riempiono la vita dell'uomo, ma l'amore con cui si vive la verginità o il matrimonio. «I frutti maturano al sole: gli uomini all'amore».

Ma allora, in che consiste l'autentica verginità cristiana? Essa è essenzialmente una consacrazione di tutto il proprio essere all'amore di Gesù Cristo e, in Lui, di tutti i suoi fratelli. In altre parole, essa è una specie di matrimonio spirituale, perpetuo ed esclusivo, dell'anima con la Persona divina di Cristo. Il vergine non è uno scapolo o un solitario che ha rinunciato all'amore. È, al contrario, un innamorato che ha scelto il matrimonio più felice e l'amore più inebriante. Ha spento il lucignolo fumigante dell'amore carnale, perché ha trovato la luce sfolgorante del Sole divino. Non ha compresso o estinto le sue energie; ma le ha sublimate e potenziate, espandendole gioiosamente in un piano superiore.

Creda, ragioniere: tutte le avventure d'amore sognate dai poeti e dai narratori, impallidiscono di fronte all'avventura ineffabile vissuta dall'anima consacrata a Dio. Ed è naturale: nessuna creatura, per quanto affascinante, può riempire il cuore umano e saziarne l'infinita fame di amore. Lo può fare solo Colui che è 1' Amore .
È vero: nell'amore verginale Dio non si vede né si tocca sensibilmente; ma la fede viva ha un modo tutto suo di toccare e quasi di sperimentare l'Amato, in attesa di vederlo a faccia a faccia in Cielo.

A prima vista potrebbe sembrare che la verginità cristiana, imponendo la rinuncia a una famiglia, isterilisca la persona umana e soffochi il desiderio istintivo di perpetuarsi nei figli. Niente di più falso. L'anima consacrata, rinunciando volontariamente alla paternità (o maternità) fisica, si apre ad una paternità (o maternità) spirituale incomparabilmente più feconda e appagante. I poveri, i piccoli, i sofferenti, i caduti e tutti i bisognosi diventano l'oggetto preferito della sua tenerezza e dedizione. Nessuno al mondo ha tanta possibilità di amare, quanto un cuore consacrato: le sue dimensioni coincidono con quelle del cuore stesso di Dio. Altro che sclerosi dell'affettività!
Talvolta si dice che i sacerdoti e i religiosi, sottraendosi agli impegni e alle preoccupazioni della vita familiare, non hanno la possibilità di sviluppare il senso della responsabilità sociale. Ma ci si dimentica che essi si addossano responsabilità ben più gravi: quelle della grande famiglia di Dio, delle anime e dell'apostolato."
Vorrei infine tentare di chiarire un equivoco assai diffuso. Molti pensano che la verginità sia impossibile e dannosa, supponendo che chiunque e comunque possa senz'altro vivere in questo stato senza le necessarie garanzie. Immaginano se stessi, con tutte le proprie abitudini mondane, costretti di punto in bianco a praticare la verginità perfetta con le sole proprie forze, e concludono: impossibile!
La realtà è ben diversa. Gesù stesso, facendo l'elogio della verginità, ha precisato: «Non tutti comprendono questo linguaggio, ma solo coloro ai quali è stato concesso». In conseguenza di ciò, la Chiesa esige delle garanzie rigorose da chi vuole essere sacerdote o religioso. I candidati devono presentare segni certi di essere chiamati da Dio; devono essere immuni da tare ereditarle e da squilibri specialmente nella sfera affettiva; devono dare prova felice di idoneità durante un lungo periodo di preparazione e selezione accurata; devono abbracciare la verginità con piena libertà e consapevolezza, per motivi soprannaturali; devono osservare per tutta la vita le norme di una saggia igiene morale; devono essere guidati e sostenuti da una guida spirituale esperta e prudente; devono dedicarsi ad una vita di ritiratezza e di preghiera, nutrendosi frequentemente della Carne castificante di Gesù nell'Eucaristia; soprattutto devono essere innamorati di Dio e appassionati delle anime.

Dove manchi anche una sola di queste garanzie, l'equilibrio della verginità può essere compromesso. Invece, dove tutte queste condizioni si verificano armoniosamente, là c'è il perfetto sviluppo e la libera espansione della personalità umana, la pienezza della gioia, e una pace ineffabile che supera ogni sentimento umano.

34 Gli stessi concetti, spesso con le stesse parole, sono sviluppati in una conferenza che don Quadrio tenne ai chierici che si preparavano al suddiaconato nel marzo (?) del 1960: E. Valentini (a cura), Don Giuseppe Quadrio. Documenti di vita spirituale, Torino 1964, pp. 176 ss., specialmente 185-188.

058. Cosa pensa la Chiesa dell'antisemitismo? («Meridiano 12», aprile 1962, pp. 14-15)
In occasione del processo Eichmann, in casa mia si è molto discusso del problema ebraico. A me pare che noi non dovremmo essere troppo teneri verso gli Ebrei. In fin dei conti, non sono loro che hanno ucciso Cristo e ferocemente perseguitato i cristiani? A capo della massoneria e del bolscevismo ci sono degli Ebrei. E non sono sempre stati loro i peggiori usurai, speculatori e guerrafondai? Vorrei sapere che cosa ne pensa la Chiesa.
Adriana Rossi - Roma
La Chiesa, gentile signora, pensa che l'antisemitismo è un fenomeno essenzialmente antiumano e anticristiano; che è un delitto di lesa umanità e di leso Vangelo. È assurdo volersi appellare alla coscienza cristiana per giustificare un atteggiamento che è contrario alle basi del cristianesimo.

[Il cristianesimo non odia e non disprezza nessuno, ma ama tutti come fratelli e amici. Condanna ogni discriminazione razziale e ogni persecuzione religiosa: nutre, anzi, una predilezione speciale per tutti i sofferenti e i perseguitati, a qualunque razza o fede appartengano. Ora, chi ha più duramente e lungamente sofferto del popolo ebraico?]
Lei dice: Gli Ebrei hanno ucciso Gesù e perseguitato i cristiani. È vero; ma l'unica reazione degna di un cristiano è quella del perdono e dell'amore, proprio come ha insegnato e fatto Gesù stesso.

E poi, che cosa c'entrano gli Ebrei di adesso con quelli che duemila anni fa uccisero il Salvatore? La responsabilità morale è strettamente personale, ed è ingiusto che i discendenti paghino per le colpe dei loro antenati. Altrimenti, i cristiani dovrebbero odiare anche lei, gentile lettrice romana, e i suoi concittadini, perché Pilato era romano, e romani furono pure i più feroci persecutori dei cristiani.

[Del resto, se è vero che gli Ebrei hanno perseguitato i cristiani, dobbiamo purtroppo riconoscere che in passato i cristiani degeneri hanno trattato gli Ebrei con disprezzo e crudeltà, disonorando il nome cristiano e disubbidendo alla Chiesa. Quante volte i Papi hanno dovuto difendere gli Ebrei dal furore dei loro nemici!
Non è dunque il caso dí rivangare íl passato e di fare recriminazioni. Dobbiamo piuttosto perdonare e dimenticare generosamente, perché anche noi abbiamo tanto bisogno del loro perdono. Apriamo braccia e cuore a questi nostri fratelli odiati e disprezzati dal mondo intero! Solo il nostro amore riuscirà a convincerli che la loro lunga e dolorosa strada ha come sbocco naturale Gesù Cristo, loro e nostro Salvatore].

Lei aggiunge, signora, che gli Ebrei sarebbero alla testa della massoneria e del bolscevismo. A parte il fatto che una tale affermazione dovrebbe essere provata, non abbiamo il diritto di accusare tutti gli Ebrei e tanto meno di odiarli per questo. Un cristiano condanna la massoneria e il comunismo, ma non disprezza né odia le persone che vi aderiscono. E poi, non ci sono anche tanti cattivi cristiani in queste organizzazioni, che pure sono condannate dalla Chiesa? Eppure non ne segue che il cristianesimo in blocco sia da vilipendere.

Ci sono, infine, i banchieri, gli speculatori, i guerrafondai... La voce comune vuole che gli Ebrei siano tutti usurai e strozzini. Si tratta evidentemente di una generalizzazione calunniosa!
Senza dubbio anche il popolo ebraico, come ogni altro, ha la sua feccia. Ma ha anche i suoi purissimi eroi, innumerevoli campioni di onestà e generosità, umili fedeli che ispirano tutta la propria vita alla Legge che Dio stesso dettò ai loro padri.

È sempre una grave ingiustizia e stoltezza accusare tutto un popolo o una religione, a causa del traviamento di alcuni suoi membri!
Che cosa pensa la Chiesa dell'antisemitismo? Essa pensa, con un grande scrittore cattolico (Léon Bloy), che l'antisemitismo è lo schiaffo più orribile che Gesù abbia ricevuto e riceva ancor oggi; l'oltraggio più sanguinoso, perché lo riceve sul volto di sua Madre e per mano di cristiani. Non dobbiamo infatti dimenticare che il nostro Dio fatto uomo è un autentico ebreo; che sua Madre è il fiore della razza ebraica; che tutti i suoi antenati e i suoi Apostoli furono degli ebrei; che il popolo ebraico fu l'Eletto da Dio, il depositario della rivelazione e delle promesse messianiche, la stirpe primogenita, la razza che ha generato il Redentore.

Per questo la Chiesa nella sua liturgia continua a pregare con formule desunte dagli antichi libri sacri ebraici, continua a ripetere dopo venti secoli l'affermazione di Gesù: «La salvezza viene dagli Ebrei»; continua ad attendere e a pregare che si avveri la sconvolgente profezia di san Paolo: «Il popolo ebraico si convertirà alla fine al suo vero Messia e Salvatore, Gesù Cristo».

Vuole conoscere, signora, il pensiero della Chiesa sulle persecuzioni antiebraiche? Legga quanto disse il Papa Pio XI nel 1938, quando il nazismo organizzava la più feroce repressione degli Ebrei che la storia ricordi:
«Attraverso il Cristo e nel Cristo noi siamo la discendenza spirituale di Abramo. No, non è possibile ai cristiani aver alcuna parte nella lotta antisemita... Noi siamo spiritualmente dei Semiti».

059. I frati di Mazzarino(«Meridiano 12», maggio 1962, pp. 7-9)
Ho seguito i resoconti del processo contro i frati di Mazzarino. Devo confessare che le deposizioni rese dai quattro religiosi mi hanno profondamente turbata, in quanto essi stessi ammettono di essere stati complici dei banditi. Ma come è possibile che dei sacerdoti giungano a questo punto? Perché non si sono ribellati, denunciando tutto alla polizia? O ingenui, o delinquenti: non c'è via di mezzo! In ogni caso, è un grande disonore per l'abito che portano...
Fanny Mazziero - Torino
Non è solo lei, signorina, ma è tutta Italia (e non essa soltanto) che ha puntato lo sguardo sui frati di Mazzarino. L'interessamento è comprensibile, data la singolare qualità dei quattro imputati e la sconcertante vicenda in cui sono implicati. Quello che non è giustificabile, è stato il tentativo di certa stampa di trasformare il processo di Messina in un processo «razzista» contro un'intera regione o, peggio ancora, in un processo denigratorio contro un benemerito Ordine religioso. Mi sembra illecita anche la presunzione di alcuni di volersi sostituire al tribunale nel lanciare un verdetto di condanna o di assoluzione.

L'unico atteggiamento ragionevole è quello di accettare con serenità la sentenza della magistratura. Di questo atteggiamento ha dato esempio eloquente la stessa autorità ecclesiastica. Essa si è astenuta scrupolosamente da ogni presa di posizione, per rispetto al procedimento giudiziario. La Chiesa non desidera se non che si faccia piena luce sulle eventuali responsabilità degli imputati, e che la giustizia faccia il suo corso, senza guardare in faccia a nessuno.

Vediamo intanto se è possibile chiarire insieme qualche dato.

Lei è rimasta sconcertata dal fatto che i frati si siano lasciati avviluppare nella rete dei banditi, senza ribellarsi e ricorrere all'autorità competente. Questo comportamento le sembra inspiegabile, soprattutto per dei sacerdoti. Ecco appunto l'interrogativo principale anche per la corte di giustizia.

Una cosa è chiara: i fatti non si possono spiegare e valutare se non collocandoli nell'ambiente in cui sono avvenuti. Ciò che a Torino lei non riesce a spiegarsi, diventa forse più comprensibile a Mazzarino. I quattro frati sono nati, cresciuti e vissuti in una zona, in cui il silenzio e la diffidenza verso le forze dell'ordine costituiscono un costume radicato e generale. Le radici di una tale situazione sono varie e profonde; ma il fatto è innegabile. Lo ha affermato perfino il Procuratore Generale della Corte di Appello di Caltanissetta (la provincia dei frati). Nell'inaugurare il corrente anno giudiziario, disse: «Preoccupante la delinquenza sociale e organizzata. Se ne constata un aggravamento: nel 1961 sono state scoperte ben 10 associazioni a delinquere... Permangono poi, sia pure sporadici, focolai della cosiddetta mafia. Questa piaga non si è potuta ancora estirpare, tanto tenacemente sono abbarbicate le sue radici in talune determinate località».

Alcuni fatti documentati possono dare un'idea concreta di questo pesante clima di omertà e di terrore instaurato nella zona. I giornali hanno parlato di un magistrato (quindi non ignaro di legge) residente a Mazzarino, il quale, essendo stato derubato, preferì mettere ogni cosa a tacere, anziché denunciare il furto alla polizia. Hanno parlato pure di intere mandrie di bovini affamati, spinti appositamente a rovinare le tenere pianticene in migliaia di ettari rimboschiti di recente; eppure nessuno ha fiatato, neppure la polizia e i carabinieri.

Non si finirebbe tanto presto di citare fatti. Veniamo ai protagonisti delle tristi vicende di Mazzarino. La vedova del possidente Canada, ucciso dai banditi per essersi rifiutato di sborsare le «taglie» richiestele, soltanto 3 mesi dopo il delitto si arrischiò di mostrare ai carbinieri la lettera minatoria con cui i banditi avevano chiesto a suo marito 10 milioni, pena la morte. Il farmacista Colajanni, che era stato ricattato dai malviventi mediante lettere anonime e aveva sborsato 2 milioni, si rifiutò di firmare la sua deposizione durante l'istruttoria e di consegnare ai carabinieri le lettere minatorie che aveva ricevuto: tanto che questi, per averle, dovettero ricorrere a un trucco.

Dai resoconti del processo si sa pure che uno degli imputati laici, Filippo Nicoletti, pretese che il pubblico sgombrasse l'aula del tribunale durante la sua deposizione, perché temeva — disse — di fare la fine di Lo Bartolo. Anche gli altri due imputati laici si mostrarono terrorizzati dalla paura di «gente di fuori», di «pezzi grossi» che avrebbero potuto vendicarsi per le loro rivelazioni. Lo stesso terrore rende ancora oggi muti o reticenti vari testi citati in giudizio a Messina. «Chi tace campa e chi parla muore», ripeteva l'ortolano ai frati per intimorirli.

E in questa fosca prospettiva che va collocata la sconcertante condotta dei quattro cappuccini di Mazzarino e valutata la loro responsabilità. Si potrà dire che non sono stati degli eroi; ma non si deve dimenticare che sono anch'essi figli della loro terra; che hanno sempre respirato l'aria di quell'ambiente; che hanno assorbito insensibilmente fin dall'infanzia i pregiudizi, i costumi, le regole tradizionalmente accettate e seguite da tutti. Hanno ritenuto che ribellarsi alla mafia era praticamente impossibile, perché nessuna forza sarebbe stata in grado di proteggere la vita degli innocenti ricattati contro le rappresaglie sanguinose dei banditi. In pratica essi credettero bene di scegliere il male minore, costretti dalla situazione, per evitare spargimento di sangue.
Questa giustificazione, che i frati presentano a loro discolpa, potrà forse essere giudicata insufficiente; ma va certo ponderata secondo la mentalità dell'ambiente e le circostanze concrete che l'hanno determinata.

«O ingenui, o delinquenti». Questa è la sua sentenza, signorina. Sarebbe però ingiusto non tener conto anche di una terza possibilità: o semplicioni, o delinquenti, o vittime di una grave situazione locale, come molti altri.

Il grande imputato di questo processo non è il, quartetto dei frati, ma la mafià: questo tenebroso fenomeno di delinquenza che sopravvive ancora in talune ristrette zone della Sicilia. Denunciare e bollare la mafia di fronte alla coscienza di tutta la nazione sarà la più grande benemerenza dei giudici di Messina. Combatterla efficacemente, fino a sradicarla del tutto, è il compito urgente delle autorità centrali e locali, con la leale collaborazione di tutti gli onesti, a cominciare dalle stesse vittime di ieri e di oggi.

C'è finalmente «il grande disonore per l'abito che portano». È evidente che quattro frati non sono né l'Ordine dei cappuccini, né tanto meno l'intera categoria dei sacerdoti e religiosi cattolici. Le colpe dei frati di Mazzarino, anche accertate, non potranno mai essere attribuite all'abito che portano o all'Ordine a cui appartengono. Nulla di più ingiusto e irragionevole che concludere: Vedete i frati, sono tutti così, son peggio degli altri! Quando le capita tra mano una moneta falsa, lei non dice che tutto il denaro è senza valore.

Mentre si fa tanto rumore attorno ai quattro frati di Mazzarino, io penso con stima e ammirazione ai 16.000 loro confratelli cappuccini, che con coraggio e distinteresse spesso eroico compiono il loro oscuro apostolato tra i poveri, gli umili e i sofferenti. A loro va la solidarietà affettuosa di tutti gli onesti, in quest'ora di amarezza e di passione per la loro gloriosa Famiglia.

060. Perché Dio non concede un'amnistia? («Meridiano 12», giugno 1962, pp. 12-14)
Noi diciamo che Dio è buono, ed è così. Però io temo che sia molto severo. Infatti, pur essendo trascorsi (pare) centinaia di milioni di anni dalla colpa di Adamo e nonostante la colluvie di sventure abbattutesi sull'umanità, l'uomo continua a soffrire come se la colpa fosse di ieri.
Dott. Giovanni Pasqualato35 - Roma
Dunque lei, dottore, crederebbe più giusto che Dio a un certo punto (poniamo qualche migliaio di anni dopo il peccato di Adamo) avesse detto: «Basta così. Hanno sofferto abbastanza questi poveracci!»; e da quel momento avesse spazzato via dalla terra ogni dolore. A lei pare che, se Dio si fosse comportato così, sarebbe più buono e meno severo di quello che si dimostra in realtà.

A prima vista, sembrerebbe proprio così... Ma, se uno ci pensa bene, si accorge che questa concezione del peccato originale e delle relative conseguenze è molto più dura della concezione cattolica tradizionale, e rischia di far passare Dio per uno spietato giustiziere dei suoi figli.

Mi spiego. Se ho capito bene, lei, dottore, concepirebbe il castigo del peccato originale press'a poco così: Adamo ha offeso Dio col peccato. Dio, per punirlo, lo ha condannato all'ergastolo e insieme alla morte, cioè a una vita di sofferenze indicibili e poi alla morte. E non si è accontentato di questo. Ha condannato alla stessa pena tutti i discendenti di Adamo sino alla fine del mondo.

Certo, se uno concepisce le cose in questa maniera (che oggi sembra assai diffusa), gli viene spontaneo domandarsi: «Ma non è un po' troppo? Perché punire anche i discendenti che non ne possono niente? E perché proprio per migliaia e migliaia di secoli? Quale padre farebbe così coi suoi figli? Almeno, perché non concedere un'amnistia, a un certo punto?».

35 Nel dattiloscritto compare il nome vero del richiedente, del quale sono mantenute qui solo le iniziali, completate da un nome fittizio. Tra parentesi l'annotazione di non pubblicarlo per disteso.

 [Ma], in realtà, stando alla Rivelazione di Dio stesso e all'insegnamento della Chiesa, le cose sono andate un po' diversamente. Non bisogna dimenticare, infatti, che la condizione felice in cui Dio aveva creato l'umanità, era uno stato soprannaturale, cioè completamente gratuito e superiore ai diritti e alle esigenze della natura umana, [arricchito di doni] che non gli erano minimamente dovuti: la grazia santificante; l'immunità da ogni dolore e dalla morte; l'esenzione da ogni sregolata inclinazione al peccato. E questi doni, nell'intenzione divina, dovevano essere trasmessi a tutta l'umanità, di generazione in generazione.
Tali privilegi, però, non privavano l'uomo della sua libertà naturale, la quale — in questa vita — comporta la capacità di scegliere tanto il bene quanto il male. In altre parole, lo stato soprannaturale non rendeva l'uomo impeccabile, ma solo più premunito contro il male. (Questo per chiarire dubbi proposti da altri lettori).

E di fatto, per istigazione del demonio, il primo uomo peccò. Perdette così la grazia santificante e i doni connessi. Avendoli perduti, naturalmente non li poteva trasmettere ai suoi discendenti. Fu così che, dopo Adamo, tutti gli uomini nacquero e continuano a nascere senza la grazia santificante e senza l'esenzione dal dolore. Di qui tutte le sventure che si sono abbattute sull'umanità.

Va però notato che, dopo la colpa, l'uomo non fu privato di qualche cosa a cui avesse diritto, ma solo dei doni gratuiti che Dio gli aveva regalato in soprappiù. Non fu condannato a torture speciali, escogitate da Dio in vista della sua ribellione. Fu semplicemente sottoposto alla condizione normale e comune della natura umana. Infatti, il dolore e la morte non sono qualche cosa di estraneo, sopravvenuto accidentalmente all'uomo; sono invece una conseguenza inevitabile della sua natura. L'uomo è per natura composto di spirito e di materia. Ora, è proprio di ogni organismo materiale logorarsi, invecchiare e disgregarsi.
In questa prospettiva, non ha senso che Dio, a un certo punto della storia umana intervenga per sospendere la punizione e concedere una amnistia. Che significato avrebbe un tale gesto? Significherebbe che a partire dall'ora X vengono sospese le leggi della natura umana e gli uomini vengono collocati in uno stato di privilegio.

Le sembra proprio, dottore, che Dio sia tenuto a fare questo? E poi non sarebbe un'ingiustizia verso coloro che hanno sofferto e sono morti prima dell'ora X [in ritardo]? Inoltre: le sventure abbattutesi sull'umanità non sono, in parte, anche una giusta pena per tanti peccati personali commessi dagli uomini? E infine, non le pare che Dio abbia fatto di più e di meglio, per mezzo del suo Figlio Redentore, che concedere un'amnistia?
Il Padre celeste non ha aspettato l'ora X, ma immediatamente dopo la caduta, per salvare i suoi figli quasi loro malgrado, ha promesso loro il Redentore, che non li avrebbe solo liberati dalla dannazione eterna, ma riportati «oltre l'antico onor». È vero, solo nell'altra vita Gesù ci sottrarrà completamente alla sofferenza e alla morte; ma già fin d'ora ha trasformato queste due pungenti spine in strumenti divini di redenzione e di salvezza.
Queste e altre considerazioni evidentemente non tolgono al peccato originale il suo carattere di profondo mistero, ma lo addolciscono con la luce consolante di Cristo Salvatore. Tutto sommato, il piano divino della salvezza è infinitamente più sapiente e meraviglioso di qualunque altro piano (che) possa essere escogitato dalla nostra fantasia.

061. Noi laici e il Concilio («Meridiano 12», luglio 1962, pp. 9-11)
Permettetemi di manifestare una mia delusione: si è tanto parlato del Concilio come della grande assemblea di tutta la Chiesa; invece vi partecipano solo i Vescovi. E noi laici non apparteniamo alla Chiesa? Non dovremmo anche noi portare il nostro contributo, anziché restare semplici spettatori? Dove sono i rappresentanti dei laici al Concilio?
Fulvio Rossato - Mestre (Venezia)36
Sì, è vero, (signor Rossato): il Concilio Ecumenico è la grande assemblea della Chiesa cattolica. Il Papa ha ripetutamente dichiarato che il Concilio è «affare di tutti». Evidentemente non nel senso che tutti i fedeli vi siano convocati; ma nel senso che tutti vi sono interessati e rappresentati, e tutti devono portare il proprio contributo.

Il Concilio è stato paragonato a un «consiglio di famiglia» riunito sotto la direzione del padre, per prendere insieme qualche grave decisione per il bene di tutta la compagine familiare. Naturalmente nessun membro della famiglia rimane estraneo o indifferente di fronte a un tale avvenimento che lo riguarda così da vicino. Ebbene, la Chiesa è la nostra famiglia spirituale; e poiché noi tutti siamo «della famiglia», abbiamo il diritto e il dovere di interessarci e di collaborare al buon esito dell'avvenimento più decisivo per la vita della Chiesa in questo secolo. Il Concilio ci tocca tutti intimamente e ci riguarda personalmente. Dobbiamo sentirci tutti impegnati e responsabili.

Però non fraintendiamo. Tutti, è vero, abbiamo il diritto e il dovere di partecipare in qualche modo e contribuire alla celebrazione del Concilio; ma non tutti allo stesso modo: ciascuno secondo la propria condizione.

36 Manca ogni indicazione nel dattiloscritto.

Veda: il Concilio è come una sintesi vivente di tutta la Chiesa. Ciascun membro esercita nel Concilio la stessa funzione che esercita nella Chiesa. Gesù Cristo è il Capo invisibile del Corpo mistico che è la Chiesa; Egli dunque presiede invisibilmente l'assemblea conciliare e ne è il vero protagonista. Lo Spirito Santo è l'anima vivificatrice del Corpo mistico, e perciò aleggia sul Concilio come Spirito di verità, di unità e di amore. Questi sono i due membri principali e più attivi del Concilio, anche se la loro presenza e attività non è controllabile dai sensi. Poi vengono i membri visibili. Il Papa, essendo capo visibile e maestro supremo della Chiesa, presiede visibilmente il Concilio, ne dirige i lavori, ne conferma le decisioni. Infine, i Vescovi, essendo successori degli Apostoli e pastori delle chiese particolari, intervengono attivamente nelle discussioni e deliberazioni conciliati, sotto l'autorità suprema del Papa.

E gli altri membri del Corpo mistico, cioè i religiosi e i semplici fedeli? Essi non sono successori degli Apostoli, e perciò non sono capi della Chiesa e maestri infallibili della fede. Non hanno quindi il diritto di prendere parte attiva alle decisioni del supremo organo direttivo della Chiesa. Il Concilio è un atto del Magistero ecclesiastico supremo, e come tale compete solo al Papa e ai Vescovi uniti con lui.

Evidentemente, nulla impedisce che laici competenti possano essere chiamati al Concilio come consulenti, cioè senza voto deliberativo.

[Tuttavia, non è meno vero] che ogni fedele è membro della Chiesa e quindi responsabile di essa di fronte a Dio e al mondo. Ne segue che nessun battezzato può restare estraneo, indifferente o passivo di fronte al Concilio ecumenico, che tratta degli interessi più vitali della sua Chiesa. Ognuno è responsabile del buon esito del Concilio ed è quindi tenuto a parteciparvi spiritualmente e contribuirvi efficacemente. In che modo?
[In primo luogo] ciascuno di noi partecipa al Concilio nella persona del proprio Vescovo. Intendiamoci: il Vescovo non va al Concilio come nostro delegato, ma come nostro pastore. La sua autorità non proviene da noi, ma da Gesù Cristo. Il Concilio non è un parlamento, in cui i deputati sono eletti dal popolo. Però, non è meno vero che il nostro Vescovo rappresenta e quasi personifica tutti noi nella grande assemblea. Egli è il testimone della nostra fede, il portavoce dei nostri desideri, il patrocinatore delle nostre necessità. In lui tutti noi — sacerdoti, religiosi e laici — siamo come presenti al Concilio e partecipanti alle storiche decisioni che esso prenderà. Non tema: il Vescovo è il pastore di tutti i suoi fedeli, dei laici non meno che del clero; e quindi reca al Concilio gli interessi e i problemi di entrambe le categorie.

E di fatti, per conoscere meglio i desideri e bisogni spirituali di tutti, i Vescovi in questi mesi di preparazione hanno invitato clero e laici a esprimere con libertà e responsabilità il proprio parere sui problemi attuali della Chiesa. Per iniziativa del Papa, una vasta consultazione è stata organizzata in tutti i settori della vita cattolica. Un'apposita Commissione studia in tutti gli aspetti le questioni dell'apostolato dei laici, per sottoporre al Concilio proposte concrete. Anche altre Commissioni si interessano dei vari problemi riguardanti la posizione e la funzione dei laici nella Chiesa.

Del resto ognuno può esprimere rispettosamente al proprio Vescovo pareri e proposte. «La Chiesa — ha detto il cardinale Léger — è una comunità gerarchica di uomini liberi, nella quale il dialogo è un dovere altrettanto che l'ubbidienza». La Chiesa non vuole figli ribelli o arroganti, ma neppure figli muti o inerti.

[In secondo luogo, noi] possiamo e dobbiamo partecipare al Concilio, realizzando in noi stessi e attorno a noi i grandi scopi che esso si propone. Ora, per volere del Papa, il fine principale del Concilio è un profondo e generale rinnovamento di tutta la Chiesa, nella sua vita e disciplina, mediante un coraggioso ritorno al Vangelo. È evidente che un tale rinnovamento può, sì, essere progettato dai Vescovi, ma non potrà essere realizzato senza il volonteroso concorso di tutti noi. Le cose non potranno cambiare come per un tocco di bacchetta magica; le migliori riforme resteranno lettera morta, se noi non ci muoviamo. Il risultato vero del Concilio dipende dunque da noi. In questo senso possiamo chiamarci anche noi «artefici» del Concilio Vaticano II.

Urge mettersi già fin d'ora «in stato di Concilio», meditando sui grandi temi che esso sta per affrontare, seguendone con interesse la celebrazione, disponendoci ad accoglierne ed attuarne le decisioni. «Tutti devono prepararsi al Concilio», ha detto il Papa.

Ma il più efficace contributo, che ognuno deve portare al buon esito del Concilio, è quello della preghiera. Il Concilio è soprattutto opera dello Spirito Santo: è dunque principalmente una questione di grazia e di preghiera. Forse, davanti a Dio, sarà più benemerito del Concilio non chi avrà discusso di più, ma chi avrà pregato meglio e offerto con maggior generosità sacrifici e dolori. Le decisioni, che dovranno essere prese, sono di estrema delicatezza e importanza: esigono quindi nei responsabili una grande luce e molto coraggio soprannaturale, che noi possiamo ottenere a loro mediante la preghiera.

[Il Concilio — dice spesso il Papa — dovrà essere nel nostro tempo come «una novella Pentecoste». In preparazione alla prima Pentecoste, tutti i fedeli si sono raccolti in preghiera unanime e perseverante attorno a Maria].

E Concilio sarà certamente fruttuoso, [ma] dipende da noi che lo sia in grado maggiore o minore. Sino alla fine del mondo, si parlerà di questo storico avvenimento: e proprio i fortunati contemporanei del Concilio vorranno restare indifferenti e passivi?

062. Perché così duri verso gli spretati? («Meridiano 12», luglio 1962, pp. 14-16)
La Corte costituzionale sta occupandosi del problema degli spretati. Ho sentito dire che gli spretati (questi infelici!) sono molti anche in Italia. Ne sono rimasta profondamente turbata e non riesco a capacitarmi. Mi hanno pure detto che la Chiesa si mostra molto dura verso gli spretati, impedendo loro di formarsi una famiglia regolare e perfino di accedere a cariche pubbliche. A me sembra una crudeltà inutile.
Maria Grazia:Giovando - Asti37
Lei, (signorina Giovando), mi obbliga a parlare di un argomento assai doloroso, che forse converrebbe piuttosto coprire col velo compassionevole del silenzio e della preghiera. A parlarne o a scriverne, si corre il rischio di farsi giudici di coloro che invece dovrebbero trovare in noi solo dei fratelli e dei figli. Non tocca a noi giudicarli, ma a Colui che è morto per loro. Sono convinto che bisognerebbe scriverne «intingendo la penna nell'oceano sconfinato della misericordia di Dio».
[Eppure] lo scottante problema torna oggi alla ribalta della stampa e dell'interesse pubblico, [in attesa che la Corte si pronunci sulla] legittimità costituzionale dell'articolo quinto del Concordato, il quale dispone che i sacerdoti apostati o irretiti da censura non possano assumere determinati uffici pubblici. La questione è stata proposta alla Corte Costituzionale dal consiglio comunale di Ucria (Messina), in seguito all'elezione di un sacerdote «spretato» alla carica di sindaco di quel comune.

[Il suo quesito è dunque attuale e degno di attenta considerazione].

Nella [sua] domanda, lei chiama infelici questi tali. E davvero sono i più poveri e i più soli tra tutti gli uomini. Le voglio riportare la testimonianza di un venerando sacerdote, che ha lavorato molto per ricuperare questi smarriti. Verso il termine della sua vita, egli lasciò scritto:
37 Nel dattiloscritto non compare nome alcuno. Nella minuta si legge una formulazione diversa della domanda: «In una conversazione tra amici ho sentito dire che i sacerdoti "spretati" in Italia sono un gran numero. Confesso che ne sono rimasta profondamente turbata! Ma come è possibile un fenomeno così doloroso?». La seconda parte è sostanzialmente uguale. Al termine si leggono le iniziali A.G. - Torino.

«Ho sempre riscontrato un fatto: quei sacerdoti, tutti senza esclusione, che hanno abbandonato la via del Signore, soffrono immensamente per la solitudine nella quale si trovano. Ne ho conosciuti alcuni ai quali la vita aveva dato molti onori umani, ricchezza, pubblica estimazione; ne ho incontrati altri collocati in ottima posizione sociale ed economica; eppure mi hanno, tra i singhiozzi, recata la testimonianza dell'immensa tristezza nella quale si sentivano immersi».
[Si] osservi: non è l'affetto della donna sposata civilmente, non l'affetto dei figli, non le relazioni sociali, non il lavoro stesso che possono riempire il vuoto e l'angoscia. Più d'uno di essi mi raccontava che, quando rimaneva da solo a solo, la più nera disperazione entrava nella sua anima. Mi ha narrato un tale (che per benemerenze umane fu insignito di grandi onori), che nell'istante in cui dovette ascoltare i discorsi inneggianti ai suoi meriti, pur trovandosi al centro di una cerimonia affollatissima, sentì nella coscienza la disperazione straziargli il cuore.

Non per nulla il primo «spretato», Giuda, s'impiccò per disperazione.

Lei è rimasta sconcertata nel sentire che questi spretati sarebbero molti anche in Italia. Ce ne fosse anche uno solo, sarebbe già troppo. Pensi però che tra i dodici Apostoli, che Gesù stesso scelse e formò, ci fu uno che lo tradì e uno che lo rinnegò.

[Non dobbiamo dunque meravigliarci troppo], se su oltre 60.000 sacerdoti esistenti oggi in Italia, alcuni hanno defezionato. Non c'è esercito, per quanto valoroso e disciplinato, che non abbia i suoi disertori. Il sacerdote, nonostante il mistero divino che porta in sé, rimane uomo come gli altri: anzi più esposto degli altri alla stanchezza, alle delusioni, alle insidie del male, appunto perché i suoi doveri sono più gravi e la sua missione più difficile e delicata.

A proposito degli spretati, avviene generalmente quello che capitò un giorno in piazza San Pietro a Roma. Una delle cento statue di granito, che ornano il cornicione del colonnato del Bernini, precipitò sul selciato e andò in frantumi. Tutti corsero, curiosarono, parlarono: se ne fece un gran rumore. Delle novantanove statue che erano rimaste ritte sul cornicione, nessuno fiatò. Succede sempre così: il male fa più strepito del bene.

[Infine] lei rimprovera alla Chiesa un'eccessiva durezza verso gli spretati, perché non permette loro di farsi una posizione sociale e di formarsi una famiglia.

L'articolo quinto del Concordato tra la Santa Sede e l'Italia [come abbiamo già accennato], proibisce che i sacerdoti apostati o irretiti da censura (cioè colpiti da una pena ecclesiastica, come per esempio la scomunica), vengano assunti o conservati in un insegnamento o ufficio statale o parastatale, in cui siano a contatto immediato col pubblico. Non vengono esclusi da ogni professione o impiego (noti bene), ma solo da quegli impieghi dipendenti dallo Stato e che richiedono un contatto immediato col pubblico.
Il provvedimento non è fondato su una discriminazione di ordine religioso, ma unicamente sull'evidente inopportunità di affidare le maggiori responsabilità civili a individui che hanno infranto apertamente un impegno sacro e giurato. Non è dunque un'ingiusta persecuzione da parte della Chiesa contro gli spretati, ma solo una legittima tutela del bene comune, del prestigio stesso dello Stato e dell'onore sacerdotale.

Vi è poi la delicata questione del matrimonio degli spretati. La Chiesa lo proibisce non per capriccio o per crudeltà, ma per gravi ragioni che tornano a loro stesso bene. Essi infatti, anche se fuggitivi, rimangono veri sacerdoti per sempre; né mai alcuno potrà raschiare l'unzione sacra dalle loro mani e il carattere indelebile dalla loro anima. Dio li ha segnati con un sigillo incancellabile. Non solo il loro spirito, ma perfino la loro fisionomia e il loro linguaggio serbano l'impronta inconfondibile del sacerdozio. Sono come una chiesa diroccata e sconsacrata, senza vetrate e senz'altare: sotto le macerie, rimane la struttura di un tempio; le sue navate e i suoi archi convergono verso un tabernacolo che non c'è più.

Sono fuggiti, ma il loro posto è sempre accanto all'altare, di cui non riusciranno mai a soffocare la nostalgia; né mai potranno trovar pace se non ritornando là. La Chiesa non cessa di aspettarli, di cercarli, di invitarli a tornare. Se proibisce loro di contrarre un vincolo insolubile, è anche per lasciar loro la speranza e la possibilità di riabilitarsi. Il permettere loro di formarsi una famiglia sarebbe un chiudere per sempre la porta di casa e farne dei profughi perpetui.

Per ogni sacerdote smarrito la Chiesa, come il padre del figliol prodigo, moltiplica le preghiere, nella speranza di poterlo riabbracciare e dire: «Rallegriamoci, perché questo mio figlio carissimo era morto ed è risuscitato, si era perduto ed è stato ritrovato». [Di fronte a questo atteggiamento materno della Chiesa, chi oserebbe imitare l'egoismo gretto e brontolone del fratello maggiore della parabola? Dovremmo piuttosto chiederci: Che cosa faccio io per recuperare questi miei fratelli smarriti]?

063. Che farà il Concilio per l'unione dei cristiani? («Meridiano 12», agosto 1962, pp. 7-9)
Desidererei sapere che cosa potrà fare concretamente il prossimo Concilio Ecumenico per la riunione di tutti i cristiani. Personalmente sono abbastanza scettico in materia, tanto più da quando è stato dichiarato che il Concilio è un affare interno della Chiesa cattolica.
Prof. Giovanni Maccari - Milano38
La divisione dei cristiani è senza dubbio il problema più formidabile e scottante del cristianesimo. La sua soluzione costituirà il più grande avvenimento nella storia della Chiesa, dopo la Pentecoste.

Di fronte ai due miliardi di non cristiani da evangelizzare, stanno neppure un miliardo di battezzati, lacerati da divisioni interne: cioè 500 milioni di cattolici, 200 milioni di ortodossi, oltre 250 milioni di protestanti frazionati a loro volta in numerosi raggruppamenti.

Alla vigilia della sua passione, Gesù aveva chiesto al Padre che tutti i suoi discepoli fossero «una cosa sola», affinché il mondo potesse credere in Lui. Dunque, la massa immensa e continuamente crescente dei non cristiani e degli scristianizzati non crederà in Cristo, finché i cristiani saranno disuniti tra loro. Da qui dipende l'evangelizzazione, la salvezza, la pace del mondo attuale.

Perché allora — chiede lei — il prossimo Concilio non affronta il problema?
Le dirò che, in questa materia, la secolare esperienza della Chiesa insegna a vincere due tentazioni opposte e ugualmente pericolose: l'impazienza degli utopisti e lo scoraggiamento dei pessimisti. I primi vorrebbero una riunione immediata e incondizionata: pensano che il prossimo Concilio debba bruciare le tappe e conchiudere subito l'unione. Ma la Chiesa sa che le riunioni affrettate e premature non hanno un successo felice e durevole. Basti pensare ai tentativi fatti nel Concilio di Lione (1274) e di Firenze (1439). Oggi, nonostante il molto cammino percorso sulla strada dell'unità, i tempi e gli animi non sembrano ancora maturi per una soluzione definitiva. Molti ostacoli dottrinali, pratici e psicologici devono essere ancora rimossi. Perciò il prossimo Concilio non potrà essere ancora il Concilio dell'unione. Bisogna dirlo chiaramente, per evitare delusioni.

38 Nel dattiloscritto: Prof. G.M.

Ma occorre anche vincere la tentazione opposta, quella del pessimismo rassegnato e inerte. L'unione dei cristiani è voluta da Cristo; è richiesta dalla salvezza del mondo; è cercata oggi dai cristiani di ogni sponda. Se è una questione umanamente insolubile, è però anche un'esigenza «divinamente irresistibile».

Che cosa potrà fare concretamente il Concilio Ecumenico? Ecco: non risolverà il problema, ma potrà gettare le basi per una futura soluzione.
Nelle intenzioni del Papa, esso vuole essere, sì, un Concilio di rinnovamento interno della Chiesa cattolica, però in vista della riunione dei cristiani: rinnovare la vecchia casa comune, come ha ripetuto il Sommo Pontefice, per accogliere tutti i figli nella ritrovata unità della famiglia. Revisione per l'unione; revisione di oggi, per l'unione di domani: ecco il programma del Concilio. Nel compiere questo grandioso ringiovanimento interno delle sue strutture, la Chiesa «si specchia nel Vangelo», ma insieme tiene l'occhio rivolto anche ai suoi figli lontani, per prepararsi a riabbracciarli.

Il Papa non si è accontentato di assegnare al Concilio questa prospettiva generale. Nella Bolla di convocazione e in altre dichiarazioni sue o di autorevoli personalità ecclesiastiche, si accenna anche ad alcuni modi concreti, con cui il Concilio potrà appianare la via alla futura riunione dei battezzati.
Il primo è l'incontro tra la Chiesa cattolica e i rappresentanti delle altre comunità cristiane in occasione del Concilio. È vero: solo i Pastori della Chiesa cattolica parteciperanno come veri membri alla grande assemblea. Ma è certo ormai che molte comunità non cattoliche invieranno al Concilio i loro rappresentanti ufficiali, in qualità di «osservatori delegati». Ad essi sarà assicurata ampia possibilità di studiare e seguire i lavori del Concilio, come ha autorevolmente dichiarato il cardinale Bea.

Già da solo, questo primo grande incontro fraterno costituisce un avvenimento di portata storica incalcolabile. Per intendersi, occorre anzitutto avvicinarsi, conoscersi, amarsi. Si pensi che, per tanti secoli, cattolici e non cattolici si sono voltati le spalle, ignorandosi o combattendosi. Si pensi anche solo che, in occasione del Concilio Vaticano I, l'invito fatto da Pio D( ai fratelli separati fu da questi respinto sdegnosamente. Ora invece qualche cosa sta muovendosi. Il prossimo incontro è solo un inizio, è vero: ma quanto promettente! La mietitura sarà ancora lontana; ma intanto il disgelo è incominciato.

Il secondo modo con cui il Concilio contribuirà a preparare l'unione, sarà quello di aiutare i fratelli separati a comprendere la dottrina cattolica nella sua portata vera e completa. Qui occorre stare attenti a non fraintendere. Non si tratta, evidentemente, di cambiare le verità rivelate o i dogmi della fede. La Chiesa non è padrona, ma solo custode della Rivelazione. L'unione fuori della verità non potrebbe essere che tragica confusione. Si tratta unicamente di presentare la dottrina nella sua luce genuina e piena, in modo che siano più facilmente superati i malintesi e le incomprensioni che impediscono agli altri cristiani di comprenderla e accettarla.

Per esempio: riportandoci sempre più ampiamente alla Sacra Scrittura, sarà più facile farci comprendere dai protestanti; sfruttando di più i tesori dei Padri e della liturgia, appianeremo la via agli Orientali. Così ancora: il valorizzare sempre meglio la tradizionale missione del Vescovo servirà ad avvicinarci gli Orientali; il precisare la missione dei laici nella vita della Chiesa faciliterà l'avvicinamento dei protestanti.

Finalmente, il Concilio potrà favorire l'unione dei cristiani anche sul terreno disciplinare e pratico, gettando le basi per quell'aggiornamento generale della legislazione ecclesiastica, che è nei progetti del Papa. Lo sappiamo: in campo pratico, unità della Chiesa non significa uniformità. Tutto ciò che di buono e di valido hanno le altre comunità cristiane, la Chiesa cattolica è contenta di rispettarlo e di valorizzarlo convenientemente. Lo ha dichiarato pubblicamente un'alta personalità ecclesiastica, il cardinal Ottaviani: «Una volta riconosciuta la verità, quella verità sulla quale la Chiesa non può transigere, tutti i figli che tornano ad essa troveranno disposta questa Madre a tutte le larghezze che essa potrà accordare in campo liturgico, tradizionale, disciplinare, umano».

Con queste39 prospettive, possiamo dunque guardare all'imminente Concilio come ad una grande speranza; potrà essere l'alba di una nuova era nella storia della Chiesa: l'era dell'unione dopo quella della discordia. Pur non volendo ancora essere un Concilio di unione delle intelligenze nella medesima dottrina, potrà essere una grande riconciliazione delle volontà nel medesimo amore.

39 Nel dattiloscritto: In queste.

Ma — dopo questo primo passo decisivo — la via si preannuncia lunga, e tutto fa prevedere che non sarà un'avanzata trionfale, ma una faticosa Via Crucis. L'unità non si farà senza un generale contributo di preghiera, di sofferenza e di azione. Sarà un grande miracolo di Dio, ma tocca a noi meritarlo. In questa immane impresa, c'è una parte che solo noi possiamo fare: togliere dalla propria vita e dal proprio ambiente tutto ciò che potrebbe ostacolare colpevolmente l'unione dei nostri fratelli separati. Che nessuno di loro sia tentato di restare fuori della vera Chiesa perché dentro c'è della gente come noi.

064. Proibito... ma perché? («Meridiano 12», agosto 1962, pp. 29-31)
Vorrei esprimervi il mio imbarazzo circa il soddisfacimento dei propri sensi. Se è immorale avere esperienze prematrimoniali, non altrettanto forse sarà l'esaudirsi con se stesso... Desiderei conoscere il pensiero degli esperti e, se è possibile, in modo ragionato.
Giovanni - Sesto4°
La tua domanda, Giovanni, tocca un argomento molto delicato, ma è pienamente legittima e giustificata. Hai non solo il diritto, ma anche il bisogno di conoscere chiaramente perché certe azioni sono illecite. Un giovane cosciente e pensoso dei propri problemi ha bisogno di sapere non solo come deve comportarsi, ma anche le ragioni per cui deve comportarsi in un determinato modo. Sono i motivi che danno forza e sicurezza all'azione. Specialmente nel campo difficile della purezza.

Eccoti dunque le ragioni fondamentali per cui le azioni, di cui parli nella tua domanda, sono immorali. Le possiamo riassumere nelle tre grandi leggi che reggono l'uso di qualsiasi congegno o energia. È necessario però considerarle tutte e tre insieme, perché si integrano a vicenda.

Prima legge: ogni congegno va usato secondo le norme fissate dal costruttore.
Se ti venisse affidato un congegno atomico molto delicato e pericoloso, tu per prima cosa prenderesti visione delle indicazioni stabilite dal costruttore per il suo uso. Se non ne tenessi conto e procedessi a tuo capriccio, potresti provocare un disastro. Tutti avrebbero il diritto di dire che sei un incosciente o un criminale.

Ebbene, non c'è al mondo strumento più prezioso del tuo corpo. È un meccanismo di altissima precisione. Nessun ingegnere potrà mai costruirne uno simile. Dio solo ha potuto idearlo e realizzarlo, servendosi dell'opera dei tuoi genitori. Il vero padrone del tuo organismo è dunque Lui. Tu non ne sei che l'amministratore delegato. La conseguenza è chiara: non hai il diritto di usare il tuo corpo a tuo capriccio, ma soltanto secondo la volontà del vero Padrone.

40 Il dattiloscritto annota: per la firma vedere la lettera acclusa. Il nome riportato è fittizio. Il testo appare pressoché identico a quello della R. 081 («Voci fraterne», maggio 1962), pure riprodotto su «Catechesi» 31, luglio-agosto 1962, N. 150, pp. 21-25.

Questo divino ingegnere, costruendo la macchina meravigliosa del corpo umano, ha fissato delle norme per il suo retto uso. Non sono imposizioni capricciose di un tiranno che voglia soffocare la tua volontà. Sono invece indicazioni preziose e sapienti di un esperto, che vuole aiutarti ad usare con frutto lo strumento che egli stesso ha ideato.

Tali norme divine si possono ridurre a una sola: sacro rispetto del corpo umano, dei suoi organi e delle sue energie. Rispettare il proprio corpo significa anzitutto salvaguardarlo da ogni profanazione o impurità.

Vedi dunque la logica conclusione: gli atti solitari, a cui tu accenni nella tua lettera, sono illeciti appunto perché contrari alla legge divina della purezza. Questa è la prima ragione della loro immoralità.

A questo punto però tu hai diritto di chiedere: ma perché Dio ha proibito queste azioni? Non certo per capriccio. Quando un ingegnere stabilisce le norme per l'impiego di una macchina, lo fa in base alla struttura e allo scopo della macchina stessa. Ecco allora la nostra
seconda legge: ogni congegno va usato secondo la sua struttura e finalità.
Perché l'apparecchio atomico che ti è affidato possa funzionare a dovere, devi usarlo in modo conforme alla sua struttura interna e alla sua destinazione. Diversamente, tutto salta per aria.

Ora, anche quel complesso meccanismo di tendenze, di organi e di energie di cui Dio ti ha dotato, ha una sua struttura e destinazione ben determinata. Osserva attentamente il tuo mondo interiore. Quelle segrete energie che senti pulsare in te, quegli impulsi che sperimenti nel tuo organismo, quell'attrazione che senti sempre più forte verso la grazia e [la] bellezza femminile, quel prepotente bisogno di affetto e di amicizia che ora ti esalta e ora ti accora e spesso ti fa sognare a occhi aperti: tutto questo fa parte di un sapientissimo disegno di Dio creatore. Egli ti chiama e ti prepara in questo modo ad una nobile missione: quella di essere suo collaboratore nel produrre la vita umana.

La struttura del tuo organismo, della tua sensibilità, della tua affettività e di tutta la tua personalità, se osservi bene, è marcata da questa destinazione essenziale: essere un giorno padre di altri esseri intelligenti, liberi e immortali. Anche la soddisfazione che suole accompagnare l'appagamento di questo istinto, nel piano di Dio non ha altro scopo che attirare l'uomo ad adempiere una missione così necessaria e impegnativa.

È un grande onore che Dio ti ha fatto, rendendoti partecipe della sua potenza creatrice. È come una scintilla divina posta nel tuo essere, la quale ti rende simile a Lui. Tu hai il dovere di riconoscere, ammirare e rispettare questo dono meraviglioso. Devi circondarlo di sacra venerazione. Soprattutto devi difenderlo da ogni profanazione volgare e da ogni deviazione egoistica. Non dimenticarlo: è un potere divino!
Ora, è evidente: chi usa le energie destinate alla procreazione contro questa loro naturale destinazione, agisce contro l'ordine delle cose, cioè contro la legge stessa della natura. È un deviare arbitrariamente e artificiosamente il corso naturale dei fenomeni; è quindi una distorsione o slogatura violenta della natura. E la natura, offesa e violata, si vendica per mezzo dell'avvilimento, della vergogna, della nausea e del rimorso, che ordinariamente tengono dietro al disordine morale. Il peccato entra nell'anima attraverso la breve soglia della soddisfazione, ma esce attraverso il lungo corridoio della tristezza.

La vera gioia non può consistere se non nell'ordine, cioè nel sereno e virile dominio dei propri istinti, nel conservare ed educare le proprie energie vitali per lo scopo sublime a cui sono destinate.

Eccoti dunque il secondo motivo, per cui le azioni di cui stiamo trattando, sono immorali: violano la legge della tua natura; cioè sconvolgono la destinazione essenziale delle tue energie vitali. Rispettare questa destinazione si chiama appunto purezza; infrangerla per la propria soddisfazione egoistica è il peccato di impurità.

Che cosa diresti di uno che ha ricevuto un'enorme somma per costruire un orfanotrofio, e invece la sperpera per soddisfare i propri capricci?
Terza legge: ogni parte di un congegno deve essere azionata in armonia con le altre parti e con tutto il complesso.
Se, nel congegno atomico che ti è stato affidato, tu azionassi un determinato ingranaggio senza tener conto di tutto il resto, sarebbe la catastrofe.

Ora rifletti: le forze vitali, che senti in te stesso, non sono una realtà isolata; esse fanno parte di un ingranaggio molto complesso, che è la tua personalità umana. Questa personalità, nella sua attuale concretezza e completezza, è come composta da tre piani armonicamente collegati e interferenti: la sensibilità, che hai in comune con gli animali; la razionalità, per cui sei uomo; la vita della grazia, che ti rende figlio di Dio, membro del Corpo mistico di Cristo e tempio vivo dello Spirito Santo.

Se uno scatena le forze della sua sensibilità senza tener conto degli altri due piani, praticamente si comporta come un animale, non come un uomo o come un cristiano. Perché nell'uomo ci sia ordine e armonia, la sensibilità deve essere sottomessa alla razionalità, e questa alla grazia. Diversamente, non ci può essere che caos e tristezza.

È vero: tutto in te reclama a gran voce felicità e amore. Ma non c'è felicità e amore genuino, cioè veramente umano, se vi partecipano solo le forze inferiori, in contrasto con le esigenze superiori della natura umana completa. Non si tratta allora di amore, ma di sfrenatezza. Non è gioia, ma dolorosa lacerazione della persona. E come quando in un'orchestra ogni strumento suona in disaccordo con gli altri.

Vedi dunque, carissimo, che la purezza non è altro che il rispetto della tua natura e della tua grandezza di uomo e di cristiano. È una questione di coerenza, di lealtà e di nobiltà. Non si tratta di soffocare la tua personalità, ma di potenziarla ed espanderla secondo le sue esigenze più vere e le sue altissime finalità.

Sii te stesso: ecco tutto.

065. Il Concilio: immobilismo o trasformazione? («Meridiano 12», settembre 1962, pp. 10-12)
Ho letto che scopo del prossimo Concilio sarebbe quello di aggiornare la Chiesa cattolica, per adattarla alle nuove esigenze del mondo d'oggi. Francamente avevo sempre creduto che la religione non si potesse cambiare col mutare del vento... Forse io sono troppo vecchia per capire certe cose.
Rosa Graziani - Viterbo41
Insieme alla sua lettera, signora, ce ne giungono altre che rimproverano alla Chiesa proprio il difetto opposto, cioè un immobilismo e conservatorismo ad oltranza. Secondo costoro, la Chiesa sarebbe ormai sorpassata e incapace di mettersi al passo con i tempi nuovi. «O si aggiorna radicalmente, o muore per decrepitezza».

Chi ha ragione? Lei, signora, che teme qualunque innovazione, o quelli che vorrebbero cambiare ogni cosa? La questione è delicata, perché tocca l'essenza stessa della Chiesa; ed è attualissima oggi, perché investe tutta l'opera dell'imminente Concilio Ecumenico. Cerchiamo dunque insieme di vederci chiaro.

La Chiesa non è un fossile o una mummia, ma un organismo vivente. Gesù la paragona a un seme che germoglia, si sviluppa, cresce e diventa una pianta sempre più grande. San Paolo la chiama il Corpo di Cristo: un corpo vivo in continua crescita, fino a raggiungere — in Cielo — la sua statura perfetta.

Ora la caratteristica del vivente è quella di restare sempre il medesimo, e, insieme, di cambiare continuamente. Rimane eguale a se stesso nella sostanza; si sviluppa adattandosi senza posa all'ambiente negli elementi accidentali o marginali. Il vivente che venisse sottoposto ad alterazioni violente e sostanziali, o quello che non sapesse adattarsi alle nuove situazioni di tempo e di luogo, morirebbe.42
41 Nessuna indicazione nel dattiloscritto.

42 Nel dattiloscritto il periodo è all'indicativo, con qualche variazione di poco rilievo.

Così è della Chiesa. Essa è Cristo stesso prolungato nei secoli, per la salvezza di tutti. Per un verso, la Chiesa deve riprodurre in se stessa i lineamenti fondamentali del Salvatore divino, senza alterarli. Per un altro verso, essa deve come «incarnare» Cristo nelle mutevoli situazioni dei vari tempi e luoghi, in modo che il medesimo e immutabile Cristo sia «contemporaneo» in ogni età, e «di casa» presso ogni popolo.

La Chiesa tradirebbe egualmente la sua missione, se offrisse al mondo d'oggi sia un Cristo mutato o incompleto, sia un Cristo anacronistico o fossilizzato.

Dunque, non sterile immobilità, né trasformazione radicale; ma sapiente revisione e adattamento alle nuove esigenze. Immutabile nella sua sostanza divina, la Chiesa rinnova e aggiorna in ogni tempo le forme umane della sua attività apostolica, per offrire ad ogni nuova generazione il Cristo autentico, il quale è «di ieri, di oggi e di sempre».

Ma, concretamente, quali sono gli elementi essenziali, divini e quindi immutabili della Chiesa? Quali, invece, le modalità accidentali, umane e perciò variabili?
Potremmo dire che alla sostanza divina della Chiesa appartengono la missione che Gesù le ha affidato e i mezzi fondamentali di cui Egli l'ha dotata per svolgere la missione stessa. È evidente che alterare questi elementi essenziali significherebbe la fine della Chiesa.

Elementi accidentali, invece, sono le varie forme e i metodi particolari con cui la Chiesa esplica la sua attività attraverso i secoli. È naturale che tali forme e metodi vengano continuamente adeguati al fine da raggiungere nelle diverse situazioni. Non è il fine che dev'essere sacrificato ai metodi; sono questi che devono essere saggiamente adattati al raggiungimento del fine. La Chiesa compie con coraggio e saggezza questo continuo aggiornamento dei suoi metodi apostolici, con un occhio rivolto a Cristo Salvatore, e l'altro ai bisogni attuali del mondo da salvare.

Ma veniamo al prossimo Concilio e a qualche applicazione particolare. La Chiesa ha la triplice missione di continuare nei secoli l'opera di Gesù: Maestro, Sacerdote e Re.

Ora, come Maestro, Gesù ha annunciato il Lieto Messaggio della nostra salvezza, cioè il Vangelo. La Chiesa fa altrettanto in ogni tempo e luogo, per incarico di Gesù stesso. È chiaro che essa non può modificare il Vangelo, né predicarne uno diverso. La verità divina è eterna e immutabile, ma la Chiesa può e deve adattare continuamente ai diversi tempi e luoghi il modo concreto di annunciare l'unico e sempre identico messaggio di Cristo. La verità annunciata rimane la stessa, ma la maniera di annunciarla muta secondo le varie esigenze e mentalità. Chi predica il Vangelo deve essere un uomo dell'eternità e del proprio tempo; deve pensare come Gesù e parlare come i propri contemporanei; deve annunciare l'assoluto e tradurlo nel linguaggio del giorno, senza tradirlo.

Per questo, il prossimo Concilio si accinge a rinnovare e aggiornare le forme e i metodi dell'evangelizzazione, a promuovere una sempre più adeguata preparazione dei sacerdoti secondo i bisogni dei tempi, e ad utilizzare nell'evangelizzazione stessa anche le moderne tecniche di diffusione (stampa, radio, televisione): e ciò allo scopo di far penetrare il Vangelo in tutte le forme della vita moderna, privata e pubblica.

Come Sacerdote, Gesù ha redento gli uomini con la sua morte e li ha santificati con la sua grazia. La Chiesa continua questa stessa opera, rinnovando sugli altari il sacrificio della croce e compiendo nei Sacramenti gli stessi gesti salvifici del Redentore. Anche qui è evidente che la Chiesa non può cambiare il numero e la sostanza dei Sacramenti istituiti da Cristo. Sarebbe venir meno alla sua missione santificatrice. Tuttavia, proprio per compiere efficacemente questa missione, la Chiesa ha il potere e il dovere di escogitare nuove iniziative atte a rendere sempre più fruttuoso l'uso dei Sacramenti per gli uomini del nostro tempo. La Chiesa è santa, ma sente il bisogno di crescere senza posa nella santità, per diventare sempre più conforme al suo santissimo Sposo, Gesù.

E infatti, anche il Concilio Vaticano II si propone di operare una riforma generale dei costumi in tutta la compagine ecclesiastica, mediante un coraggioso ritorno al Vangelo e una più attiva partecipazione di tutti i fedeli alla liturgia del Corpo mistico, specialmente alla santa Messa.

Infine, come Re universale, Gesù governa spiritualmente i fedeli, per condurli alla salvezza. Salendo al cielo, Egli ha comunicato questo potere alla sua Chiesa. Essa non potrà mai mutare la propria struttura gerarchica che Cristo stesso le ha dato. Ha però il diritto e l'obbligo di adattare le modalità esterne con cui esercita i suoi poteri divini, allo scopo di procurare meglio la salvezza delle anime.

È in questa prospettiva che l'imminente Concilio si propone di rivalorizzare di più l'opera tradizionale del Vescovo come pastore della sua diocesi e responsabile di tutta la Chiesa, in unione con gli altri Vescovi e sotto la suprema autorità del Papa; intende pure precisare la posizione e la funzione dei laici nella compagine e attività del Corpo mistico; si accinge ad aggiornare la disciplina ecclesiastica, per renderla uno strumento sempre più efficiente di apostolato tra gli uomini d'oggi.

Sono compiti immani, che sgomentano. La Chiesa li affronta serenamente, guidata da Cristo e dallo Spirito Santo, forte della sua esperienza secolare, fiduciosa nella preghiera e nella solidarietà di tutti i suoi figli.

066. Come comportarsi coi non cattolici («Meridiano 12», ottobre 1962, pp. 14-15)
Tra i miei colleghi e amici ho dei protestanti e dei valdesi. Preciso che non si tratta di ex cattolici. Come devo comportarmi nei loro riguardi? Posso anche discutere di religione e pregare con loro?
Carlo Ludovici - Torino
In un campo così delicato, è evidente che nessuno di noi può procedere a suo capriccio. Le presento perciò, signor Ludovici, alcune indicazioni semplici e pratiche, non mie personali, ma spigolate dai documenti più recenti del Papa e dei Vescovi. Non le sembrino troppo blande: sono intonate al clima di intesa voluto e diffuso dal Sommo Pontefice. Se le applicherà con saggezza al suo ambiente, le potranno essere utili per favorire l'unione di tutti i cristiani.

  1. Vediamo in loro dei fratelli, non dei nemici. Apprezziamo i valori soprannaturali che posseggono. Sono dei battezzati. Portano impresso nell'anima il carattere indelebile di cristiani. Hanno ricevuto la grazia santificante e le virtù soprannaturali. Sono inseriti in Cristo. Appartengono fondamentalmente alla Chiesa, anche se non ne sono membri visibili e perfetti. Sono perciò sulla via della salvezza. E in realtà si possono salvare, se accettano e vivono sinceramente la fede in cui sono nati e cresciuti. Se è grande quello che ci separa da loro, molto più grande è quello che ci unisce.
  2. Non giudichiamo la loro coscienza individuale. Possono essere migliori di noi. Non abbiamo alcun diritto per accusarli di essere in mala fede. Anzi la carità ci spinge a supporre il contrario. Personalmente non hanno alcuna responsabilità per essere nati e cresciuti in un ambiente non cattolico.
  3. Rispettiamo le loro convinzioni, anche se non possiamo condividerle. Mostriamo riverenza per le loro istituzioni e consuetudini. Non offendiamo mai i loro sentimenti religiosi. Guardiamoci anche solo dal ferire la loro suscettibilità. Non sarebbe né umano né cristiano.
  4. Usiamo l'apologetica dei fatti più che delle parole. Non saranno le nostre discussioni a convincerli, ma piuttosto la nostra condotta e il nostro amore. Avviciniamoli con simpatia. Interessiamoci di loro. Aiutiamoli in ogni necessità con nobile disinteresse. E nostro cristianesimo vissuto con perfetta coerenza sarà sempre l'argomento più convincente per loro. Sarebbe tragico se la nostra condotta costituisse per loro un ostacolo a trovare la verità.
  5. Rispondiamo con chiarezza alle loro difficoltà religiose. Ma evitiamo ogni polemica astiosa e collerica. Niente nuoce tanto alla verità quanto il litigio. Non imbarchiamoci in discussioni superiori alle nostre capacità. Rimandiamoli piuttosto ai competenti. Non dimentichiamo che i pubblici dibattiti in questa materia devono essere debitamente autorizzati.
  6. Siamo sinceri e leali verso la verità. Non dobbiamo dire che le differenze dottrinali tra noi e loro sono trascurabili. Non permettiamoci di affermare che è lo stesso essere cattolici o protestanti. Sarebbe ingannarli e tradire la verità. Ogni intesa esige chiarezza e lealtà assoluta.
  7. Non facciamo recriminazioni sul passato. Non servono se non a rinfocolare lotte e rancori sopiti. Gli uomini e gli avvenimenti che causarono la rottura tra i cristiani sono sepolti da secoli. Lasciamoli dormire in pace. Invece di rivangare un passato tanto confuso e complesso, che difficilmente oggi noi potremmo valutare adeguatamente, preoccupiamoci piuttosto di ricostituire l'unità perduta.
  8. Collaboriamo con loro nelle opere benefiche, in cui non ci sia pericolo di confusione dottrinale. Ogni iniziativa buona, che non tocchi direttamente la fede, ci trovi uniti. È un invito del nostro Papa: «Percorrere con ciascuno tutta la strada che può essere percorsa senza pregiudizio per le esigenze della giustizia o per i diritti della verità».
  9. Preghiamo per loro e con loro. Non possiamo certo prender parte al loro culto religioso ufficiale, ma possiamo unirci ad essi nella preghiera privata. Tra le preghiere che possiamo recitare insieme, sono particolarmente raccomandabili il Padre nostro e il Credo, che sono ugualmente care a tutti i cristiani.
  10. Facciamoci apostoli dell'unione. Un problema così angoscioso non dovrebbe lasciarci dormire in pace. Dobbiamo sentirci personalmente impegnati e responsabili nella sua soluzione. L'unione dei cristiani non si farà senza la nostra parte di preghiera, di sofferenza e di azione. Occorre partecipare con tutte le energie a questa impresa meravigliosa: è la più urgente e decisiva per la salvezza del mondo.

067. Non riesco a dimenticarlo  («Meridiano 12», novembre 1962, pp. 28-32)
Sono una ragazza di 18 anni, studente. Da un anno e più voglio bene a un ragazzo, studente liceale di 20 anni, che purtroppo io conosco poco o niente, se non di nome. È passato più di un anno da quando l'ho visto e io non sono più vissuta che sperando di incontrarlo... Niente più mi interessa, ho dei periodi veramente oscuri, non vedo che «lui», sembro inebetita qualche volta. Sono alle soglie dell'esaurimento; a scuola non combino più niente, studio tanto senza imparare nulla. La notte non dormo che... poche, poche ore, continuamente ho il suo viso dinanzi, e allora piango!... Eppure nessuno, all'infuori di una mia amica, conosce il mio dolore... L'unico modo per sfogarmi è scrivere tutto su un quaderno, che conservo gelosamente... Mi dica lei: cosa devo fare per diventare la ragazza di prima? Qualche volta credo di non essere una persona normale... Ho giurato a me stessa di dimenticarlo, ma non ci sono riuscita... Mi risponda ampiamente e francamente, per favore, con questo nome:
«Fra le spine» - Conegliano
Lei, signorina, desidera una risposta ampia e franca. Proviamo dunque a dipanare la sua matassa. Per riuscirci più facilmente, consideriamo insieme i tre fattori che hanno giocato la parte principale nella sua vicenda, e sui quali è necessario far leva per la soluzione. Questi fattori sono il suo cuore, la sua testa e la sua volontà.
Al suo cuore ferito io mi permetto di rivolgere un appello alla fiducia e all'ottimismo. Mi creda, signorina: quello che le è capitato, per quanto doloroso, non è così tragico ed eccezionale come lei pensa. E un frutto spiegabile del suo carattere e della sua età, ancora un poco inesperta. Ma può diventare, se lei vuole, il punto di partenza per una maturità affettiva più profonda e completa. Anche gli incidenti più amari possono servirci per aumentare la nostra esperienza della vita.

Del resto, la sua stessa lettera rivela delle eccellenti qualità e delle notevoli capacità di ripresa e di successo. Non si lasci prendere dall'ossessione di essere una ragazza fallita o «anormale». Non ne ha alcuna ragione! Pensi che, alla sua età, la vita le sta ancora davanti con tutte le sue promesse intatte. Nulla è compromesso o infranto. Non sia pessimista; non ne ha il diritto! Il sole che tramonta oggi, spunterà più bello domani.

Non si ripieghi sul passato: guardi avanti con ottimismo. Non si sciupi l'epoca più bella e decisiva della sua vita nel rimpiangere il passato, quando ha un magnifico avvenire da costruire. Vinca la tentazione di rinchiudersi nel suo guscio doloroso e di assaporare la sua sofferenza. Provi piuttosto a guardare all'accaduto con un pizzico di intelligente umorismo. E proprio delle persone superiori saper sorridere talvolta di se stesse e non prendersi troppo sul serio.

Alla sua testa io vorrei rivolgere un invito a riflettere serenamente su quanto le è accaduto, sulle sue cause e conseguenze. Facendo così, lei trasformerà un apparente insuccesso in una grande conquista. Vogliamo provare insieme a fare un'analisi spassionata dell'incidente?
Forse le sembrerò duro: ma non le pare che alla base di tutto ci sia il fatto che il suo cuore ha corso più velocemente della sua testa? Che un ragazzo sconosciuto possa profondamente colpirla, è naturale. Il cuore umano è fatto così. Alla sua età poi si è tanto infiammabili, che si brucia quasi per... autocombustione. Ma quando capita, bisogna che la testa si metta subito al passo col cuore. Siamo soliti ripetere: l'amore è cieco. Ma appunto per questo dev'essere guidato dalla ragione. Altrimenti non si tratta più di amore umano, ma di tendenza puramente istintiva, simile a quella degli animali. Nell'amore autentico si deve sapere perché si ama una persona.

Quando il cuore ha preso la fuga e ha lasciato indietro la testa, bisogna assolutamente fermarsi ad aspettarla. Se lei, signorina, avesse fatto così, tutto si sarebbe aggiustato prima e senza conseguenze.

Ascoltando la sua testa, lei si sarebbe certamente convinta che non è ragionevole impegnare così a fondo il proprio cuore per uno sconosciuto, di cui si ignorano i precedenti, i legami, le intenzioni, la famiglia, i gusti; il carattere, le qualità morali e intellettuali. Tocca alla testa vedere se una determinata persona — anche se esternamente molto attraente — possiede davvero tutti i requisiti necessari per entrare nella nostra vita. Guai se il cuore impedisce alla testa di fare la sua parte! Sarebbe esporsi a delusioni e rischi molto seri.

Riflettendo con calma, lei si sarebbe anche convinta che nell'esplosione della crisi sentimentale aveva bisogno di una mano soave e forte che la sostenesse e guidasse. Mi creda: quando c'entra il cuore, tutti siamo esposti alle illusioni. Due occhi neutrali ed esperti possono vedere meglio dei nostri che sono interessati. Ma, a chi rivolgersi? Ecco: sono sicuro che, se avesse trovato il coraggio di confidarsi con sua mamma o col suo confessore, avrebbe trovato comprensione e appoggio, risparmiandosi tante sofferenze. Per sdrammatizzare certe situazioni, la prima cosa da fare è aprirsi con una persona saggia. Come ha visto lei stessa, un'amica non basta generalmente; e tanto meno un diario personale.

Vi è un'altra lezione che, riflettendoci bene, lei certamente saprà ricavare dall'esperienza che ha fatto. Ed è che la troppa fretta è pericolosa anche in questo campo. Tutte le grandi cose maturano lentamente. La sua età, signorina, è la primavera della vita. E in primavera si semina, si irriga, si coltiva. Se uno volesse mietere in aprile, rovinerebbe ll raccolto. L'esperienza insegna che la sua età è il tempo ideale degli incontri camerateschi improntati a misurata spontaneità; è la stagione delle serene e fraterne amicizie, senza impegni e senza avventure. L'ideale è che il vero amore (per intenderci, quello dei fidanzati o quasi fidanzai) non sopraggiunga che più tardi, quando una ragazza ha già fatto questa specie di «rodaggio» preliminare. Quante volte, invece, l'impazienza sentimentale dei giovani li conduce a sofferenze, delusioni e fallimenti scolastici, che avrebbero potuto evitare facilmente, rispettando la successione delle stagioni!
Ancora una parola, signorina. È indirizzata alla sua volontà, perché anch'essa ha una parte decisiva nella soluzione del suo problema. Ed è un invito a decidere risolutamente e subito. Lei deve uscire quanto prima da questa situazione di incertezza e di paralisi. Lo esige la sua carriera scolastica, la sua salute, la sua serenità e il suo avvenire. E ancora in tempo; ma deve fare presto.

Lei dice: «Ho giurato a me stessa di dimenticarlo, ma non ci sono riuscita». Eppure è certo che, se lei lo volesse davvero, ce la farebbe. Tutto sta nell'usare con decisione i mezzi adatti. Io mi permetto di indicargliene alcuni, che in casi simili hanno dato buon risultato. A prima vista le sembreranno crudeli; ma per queste operazioni gli anestetici non servono.

È necessario innanzitutto convincerci che anche il sentimento può essere controllato e dominato dalla volontà. Incominci a persuadersi di questa verità. E poi, se vuole sul serio dimenticare quel ragazzo, tagli recisamente ogni legame esterno e interno con lui. Non basta non vederlo e non parlargli, se poi passa i suoi giorni a pensarlo e le sue notti a rimpiangerlo e a compiangersi; se mentalmente non fa che parlargli e ascoltarlo; se riempie di lui le pagine segrete del suo diario; se tutto quello che vede e fa, lo riferisce a lui. Bisogna coraggiosamente strappare anche la radice, cioè il pensiero e il ricordo di lui.

Ma, in che modo? Rompa l'incantesimo, buttandosi a corpo morto nello studio o in altre occupazioni interessanti e assorbenti. Riempia il vuoto, interessandosi intensamente alla propria famiglia, al prossimo, a qualche nobile ideale. Non rifugga da uno svago sano e distensivo. Consulti un buon medico per una cura ricostituente. Non lasci alla sua fantasia il tempo di inseguire le chimere. E vedrà: ritroverà presto la pace e sarà non solo «la ragazza di prima», ma più temprata, più matura, più serena. Come il cielo dopo la tempesta: più limpida.

068. No, mamma, non mi dovevi uccidere! («Meridiano 12», dicembre 1962, pp. 7-10)
Non vorrei essere nei panni dei giurati che, sotto la spinta della pubblica opinione, hanno assolto la ventiquattrenne Suzanne Vandeput e i suoi complici, marito, sorella, madre e medico di famiglia. Suzanne ha ucciso sua figlia, Corinne, una bambina di sette giorni. Questa bambina era nata con le mani attaccate alle spalle.
Ma come si spiega che la lettura del verdetto di assoluzione abbia fatto impazzire di entusiasmo la folla e che nelle piazze di Liegi si sia ballato? Non è un'aberrazione? «Corinne non sarebbe stata felice», ha detto la madre, Suzanne, ai giudici. È un atto di pietà, anzi di amore, sopprimere con un veleno addolcito, una bimba di sette giorni, per risparmiarle nella vita sofferenze, umiliazioni; lunghi anni di sconforto e di disperazione?...
Rosalba Marocco - Torino43
Tentiamo di fare un po' di ordine nella ressa di sentimenti che turbano il nostro animo di fronte alla tragica vicenda di Liegi.

  1. Davanti a questa mamma infelice, alla sua coscienza sconvolta dall'angoscia, dall'orrore e dalla disperazione per la deformità fisica della sua creaturina, ci sentiamo presi da un'infinita pietà e commiserazione. È difficile misurare fino in fondo lo strazio orrendo di una povera donna, che si accorge di essere madre di una creaturina deforme.

Chi oserà dunque erigersi a giudice dell'intima responsabilità personale della sventurata signora Vandeput? Solo Dio, che scruta le segrete intenzioni e gli intimi moventi del cuore umano, solo Lui ha il diritto di giudicare la coscienza di questa mamma disperata.

  1. [Però], di fronte al suo gesto, considerato oggettivamente, non riusciamo a soffocare il grido di riprovazione e di condanna che prorompe irresistibilmente da ogni coscienza illuminata e retta. Oggettivamente si tratta di un delitto, del delitto più mostruoso che una madre possa commettere: l'assassinio della propria creatura.

43 Nessuna indicazione nei due dattiloscritti pervenutici. Per la domanda don Quadrio rinvia ad un foglio accluso, che si è perduto.

Ed è un delitto tanto più grave, in quanto lede insieme tre diritti che sono tra i più sacri e inviolabili: il diritto fondamentale a vivere, che la piccola Corinne aveva come ogni altro essere umano; il diritto supremo di Dio creatore, il quale è l'unico padrone della vita umana; il diritto e insieme il dovere radicato nella sostanza stessa della maternità: quello di proteggere la vita del proprio figlio, a prezzo della propria stessa vita.

 

È stata la stessa signora Vandeput ad ammettere, davanti al tribunale, che la voce dell'amore materno stava per sopraffare quella della tentazione omicida: «Se non l'avessi fatto subito, non avrei avuto più il coraggio di farlo l'indomani: mi sarei affezionata alla bambina».

Che cosa pensare delle ragioni a cui si è disperatamente aggrappata l'infelice signora, per soffocare la voce della coscienza e dell'istinto materno? I diritti, che abbiamo ricordato, sono così sacri e preminenti che davanti a loro deve cedere il passo ogni altro diritto: fosse pure il diritto alla felicità propria e della propria creatura. La vita di un innocente è un valore così assoluto che nessuno al mondo, mai, per nessun motivo, può sopprimerla. È una legge naturale, divina e umana, che non ammette eccezioni di sorta: si trattasse pure di sottrarre un bimbo mostruoso a una vita infelice o un ammalato inguaribile a spasimi atroci.

Chi uccide volontariamente un innocente, per qualunque motivo lo faccia, anche se lo uccide per una supposta pietà, è un omicida. Solo Dio, che gli ha dato la vita, ha il diritto di decidere se un ammalato inguaribile o un bambino deforme debba cessare di vivere.

«Sarebbe stata un'infelice», ha continuato a ripetere la signora Vandeput davanti ai giudici, accennando a sua figlia. Gli ha risposto lo stesso procuratore generale nella sua requisitoria: «Ci sono creature deformi che non solo vivono, ma riescono a vincere le loro sofferenze. È il caso di Denise Legrix, la donna senza braccia e senza gambe, che ha descritto in un libro Née comme ga (Nata così) le esperienze positive della sua esistenza. È il caso di un avvocato belga, un uomo che è riuscito a laurearsi e ad intraprendere una carriera, pur non avendo braccia. Occorre dire che hanno avuto genitori ammirevoli. Suzanne Vandeput non ha saputo essere una di loro, e uccidere è stata per lei la soluzione più facile».
3. Di fronte alla sentenza di assoluzione piena, pronunciata dal tribunale di Liegi, ci permetteremo soltanto di esprimere l'angoscioso timore di molti uomini pensosi. Non mette essa in grave pericolo tutti i bimbi che sono nati o nasceranno malformati? Non apre la porta agli abusi più arbitrari e criminosi contro la vita di tanti esseri umani indifesi? Se è lecito sopprimere per «pietà» un figlio senza braccia, chi non si sentirà autorizzato a uccidere per motivi analoghi un bambino minorato fisicamente o psichicamente, o illegittimo, o affetto da malattia inguaribile? Chi stabilirà fino a che punto sia lecito avanzare su questa china paurosa? Chi dirà, per esempio, quale grado di deformità rende lecita la soppressione?
So [bene] che i giurati di Liegi sarebbero i primi a condannare queste orribili conseguenze del loro verdetto. Ma ciò non toglie che il principio da essi posto, se applicato fino in fondo, potrebbe riportarci alle efferate barbarie che il razzismo ha commesso contro i tarati e gli inutili. Lo ha ricordato loro, in termini drammatici, lo stesso procuratore generale: «In quanto all'eutanasia (cioè alla morte inflitta per pietà), ne conosco un solo caso legale nel mondo, ed è quello stabilito con il decreto del 1° settembre 1939, che non vi leggo perché è in tedesco: è firmato ,da Hitler. Chiedo che l'indulgenza di una Corte belga non riapra la via alle camere a gas».
4. [E infine], di fronte a una folla delirante di entusiasmo per il verdetto di assoluzione, faremo un duplice rilievo. Anzitutto, chi conosce la psicologia della massa, sa quanto facilmente questa si lasci trascinare dall'ondata di emotività collettiva, e suggestionare dal sentimento. La massa come tale, specialmente se ubriacata da una propaganda martellante e interessata, si rifiuta di pensare e di ragionare. E come un torrente impetuoso che straripa seguendo la via più facile: in questo caso, la via del sentimento, dell'emotività, della passionalità.

[Ora è ovvio che] il sentimento, da solo, non vedrà nel gesto di Suzanne Vandeput se non un atto di pietà materna. È la ragione spassionata che, venendo a integrare il sentimento, farà comprendere che in realtà quella pietà non fu vera, ma crudele e mostruosa. Ed è la fede ai; stiana che, illuminando dall'alto la ragione, svelerà il divino incommensurabile valore che avrebbe avuto la sofferenza di Corinne e di coloro che l'avessero amorevolmente assistita. Solo il cristianesimo può far capire che la piccola innocente è stata, sì, sottratta a un grande dolore umano, ma è stata anche privata del divino privilegio di essere un'immagine vivente del Redentore crocifisso e una collaboratrice con Lui nel salvare l'umanità.
Ma come potrà comprendere questo mistero una massa scristianizzata, che ha orrore della Croce come di un «male inutile»; che maledice il dolore come una disgrazia o un'ingiustizia; che ha perso la fede nella vita futura e nel valore della sofferenza come via per raggiungerla; che ha della vita presente una concezione materialistica ed edonistica? Come potrà, una tale massa, accettare le misteriose e stupende affermazioni di Gesù Cristo: «Beati i tribolati, gli infelici, i sofferenti..., perché di essi è il Regno dei cieli»?; o quelle altre: «Tutto ciò che avrete fatto all'ultimo di questi miei fratelli, lo avete fatto a me»?
Un [secondo] rilievo è però doveroso. Non tutti la pensano come coloro che a Liegi hanno festeggiato l'assoluzione dei coniugi Vandeput ballando per le strade. Non la pensavano certo così le persone che, in quel famoso sabato, si strinsero muti attorno alla tomba ancora fresca della piccola Corinne, mentre i suoi genitori in un locale della città brindavano con gli amici alla propria liberazione dal carcere.

Non la pensano così neppure le migliaia di mamme che in ogni paese dedicano eroicamente tutta la propria vita ad assistere i loro figli minorati. Come ha rilevato una rivista milanese, «in tutto il mondo, i bambini nati deformi per colpa del talidomide sono stati diecimila, ma cinquemila sono sopravvissuti. Nessuna delle loro mamme li ha condannati a morte».

Signora Vandeput, noi siamo certi che, se anche lei oggi si trovasse nel numero di queste madri ammirevoli, sarebbe più contenta. «La mia bambina, quando sarà cresciuta, mi maledirà», pensava lei disponendosi a sopprimerla. E invece la sua piccola Corinne, ora che tutto vede nella luce di Dio, non cessa di ripeterle, in tono di severo rimprovero, nell'intimo della sua coscienza, e le ripeterà per sempre: «No, mamma! Non dovevi uccidermi! ».

069. Concilio: utopisti, pessimisti e realisti44 («Meridiano 12», gennaio 1963, pp. 13-16)
Col passare del tempo mi pare che le grandi speranze suscitate dal Concilio vadano un po' affievolendosi. Su certa stampa e nell'ambiente che frequento, vedo crescere un senso di delusione. Molti sono addirittura scettici sui possibili risultati del Concilio. Secondo loro, anche dopo che questo sarà finito, le cose continueranno ad andare come prima. Hanno ragione o torto [questi pessimisti]?
Roberto Nasi - Como
Di fronte al Concilio sono possibili tre atteggiamenti: l'ottimismo ingenuo degli utopisti, che aspettano risultati prestigiosi e immediati; lo scetticismo amaro dei pessimisti, che preannunciano il fallimento e l'inutilità dell'impresa; e finalmente la fiducia realistica degli uomini equilibrati, che attendono frutti positivi e duraturi, anche se non miracolistici.

Quale di questi atteggiamenti è giustificato e ragionevole?
Quanto agli utopisti, è facile prevedere che i loro sogni saranno smentiti dai fatti. Tra gli utopisti occorre mettere al primo posto coloro che chiedono al Concilio delle decisioni impossibili, come l'introduzione del divorzio, l'approvazione di metodi immorali per la limitazione delle nascite, la soppressione o modifica di questo o di quel dogma, o di qualche punto essenziale della morale cattolica. Questi tali dimenticano che la Chiesa non può disporre arbitrariamente delle verità rivelate, ma deve custodirle e annunziarle con assoluta fedeltà.

Alla categoria degli utopisti appartengono pure quelli che pretendono dal Concilio dei cambiamenti drastici e totali, come sarebbe la soppressione del celibato sacerdotale, un rivoluzionamento radicale dei riti liturgici e degli ordinamenti ecclesiastici, ecc.

Sarebbe da sognatori ingenui anche il credere che gli effetti del Concilio siano visibili immediatamente, all'indomani della sua chiusura. Come se bastasse fare delle leggi, anche ottime, per cambiare gli uomini e rinnovare il mondo! Evidentemente le decisioni dei Vescovi non saranno il «toccasana» automatico della fragilità umana, degli abusi e difetti della situazione presente. Finito il Concilio, sarà necessario che tutti si mettano coraggiosamente all'opera, ciascuno al suo posto, per attuarne le deliberazioni. I frutti non si raccoglieranno che col passare del tempo, forse dopo parecchi decenni. Il Concilio è la primavera della Chiesa: la mietitura si farà più tardi.
44 Il titolo proposto nel dattiloscritto era: Il Concilio: delusione o successo?
Finalmente, bisogna mettere tra gli utopisti anche coloro che reclamano dal Concilio la soluzione di problemi locali del loro ambiente. Sarebbe pretendere troppo da un'assemblea di così alto livello e di carattere universale. Essa deve necessariamente limitarsi alle questioni generali e capitali, che interessano tutta la Chiesa. E poi, non è detto che un problema, il quale sembra importante in un determinato luogo, lo sia ugualmente in tutto il mondo; o che una soluzione, ritenuta opportuna per una regione, sia senz'altro utile per tutta la Chiesa.

[Come dicevo, tutte queste ingenue illusioni sono destinate a diventare amare delusioni. Però la colpa di ciò non è del Concilio, ma di questi beati sognatori, che si attendono l'impossibile].

Non meno irragionevole è l'atteggiamento diametralmente opposto: quello dei pessimisti, i quali pensano che il Concilio lascerà le cose come le ha trovate.

È vero che, teoricamente parlando, un Concilio potrebbe anche risolversi in un fallimento. Infatti, sebbene lo Spirito Santo sia il protagonista invisibile dell'assemblea dei Vescovi, la sua azione divina può essere ostacolata dalle resistenze, debolezze e incapacità degli uomini. E poi, l'assistenza dello Spirito Santo garantisce sì l'infallibilità dottrinale delle decisioni conciliari, ma non necessariamente la loro efficacia e opportunità pastorale.

È anche vero che la storia della Chiesa ricorda taluni Concili che non si possono dire pienamente riusciti o che hanno fallito lo scopo che si erano prefisso. Così il Concilio Lateranense V (1512-1517) non riuscì ad attuare quella profonda riforma della vita cattolica, la quale avrebbe forse prevenuto l'esplosione del protestantesimo, che era già nell'aria.

Oggi, tuttavia, abbiamo molte e fondate ragioni per ritenere che il Concilio Vaticano H non deluderà le speranze della Chiesa e dell'umanità.

Un primo motivo di fiducia viene dalla preparazione straordinariamente vasta e accurata, che è stata premessa al Concilio. La storia non conosce un altro Concilio che sia stato preparato così intensamente e sistematicamente, con il contributo di tutti i settori della Chiesa.

Un altro motivo che conforta a bene sperare è la meravigliosa e imprevista fiVritura di idee, di energie e di iniziative, suscitate nel mondo cattolico dal solo annuncio del Concilio. Si pensi al coraggioso e generale esame di coscienza a cui tutta la Chiesa si è sottoposta, per scoprire i propri bisogni più urgenti e per trovare i mezzi più efficaci a soddisfarli. Si pensi anche al nuovo clima di intesa e di dialogo tra cattolici e fratelli separati, che — partito dal Papa e stimolato dal Segretariato per l'unione dei Cristiani — si è diffuso rapidamente in tutta la Chiesa. Basterebbero questi due risultati, perché il Concilio Vaticano II passasse alla storia come un avvenimento grandioso e provvidenziale.

Ma c'è di più. Ogni senso di timore e di sfiducia svanisce di fronte alla franchezza, all'impegno e all'apertura con cui i Vescovi, già fin dalle prime adunanze conciliari, hanno affrontato i più delicati problemi della vita cattolica odierna. Coloro che prevedevano un dibattito puramente formale, frettoloso, inceppato dal conformismo o da imposizioni, ebbero una smentita clamorosa! La Chiesa ha rivelato ancora una volta di essere una comunità di uomini responsabili, liberi, aperti a tutti i problemi e valori umani.45
Di fronte al Concilio, non c'è dunque posto né per le utopie né per i disfattismi, ma solo per le speranze realistiche ed equilibrate. È appunto di questo sano e sereno ottimismo che dà un esempio luminoso il Papa.

La fiducia non deve però far dormire nell'inerzia né soffocare la coscienza della responsabilità di ognuno di fronte al Concilio. La sua riuscita dipende anche da ciascuno di noi, dal nostro contributo di preghiere e di sofferenza.46
45 Ritocchi stilistici nei confronti del dattiloscritto.

46 Questa è la parola che appare nel dattiloscritto, parola vissuta da don Quadrio nella sua carne. Alcune testimonianze ci assicurano che egli morì, offrendo la sua vita per il buon esito del Concilio (E. Valentini, Don Giuseppe Quadri() modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 185).

Nella stampa è stata sostituita «sofferenza» con «opere», per rendere la risposta più generale.

070. Ergastolo e divorzio(«Meridiano 12», febbraio 1963, pp. 19-20)
Non comprendo perché la Chiesa cattolica, che considera sciolto il vincolo matrimoniale quando un coniuge rimane vedovo, non lo consideri sciolto quando un coniuge è stato condannato all'ergastolo. In pratica non è lo stesso? Perché la Chiesa in questi casi dolorosi si mostra così dura e inflessibile, impedendo al coniuge innocente di rifarsi un'esistenza?
Arturo Gambirasio47 - Genova
È vero, [signor Gambírasio]: quando una persona sposata viene condannata all'ergastolo, l'altro coniuge viene a trovarsi in una situazione molto triste. Oltre la vergogna e il disonore che, senza propria colpa, deve generalmente subire di fronte alla pubblica opinione, c'è il fatto che il coniuge innocente viene privato per sempre della convivenza e del sostegno della sua comparte: viene condannato alla perpetua solitudine coniugale e spesso anche alla miseria più nera. Perché la Chiesa si ostina a impedire a queste vittime innocenti la possibilità di ricostruire la propria felicità con un altro matrimonio? Non è ingiusta la legge dell'indissolubilità matrimoniale, quando condanna tanti innocenti alla perpetua infelicità?
Una premessa: il vincolo matrimoniale viene sciolto automaticamente con la morte di uno dei coniugi. Al di fuori di questo caso, lo scioglimento del matrimonio sí chiama divorzio. Ora, la condanna all'ergastolo sí può considerare una «morte civile»; ma evidentemente non costituisce una morte reale. L'ergastolano in realtà continua a vivere. Lo scioglimento del suo vincolo matrimoniale sarebbe dunque un vero e proprio divorzio. Il caso perciò, per quanto doloroso, rientra nel principio generale. Ciò premesso, veniamo alla posizione della Chiesa.

Di fronte al caso proposto da lei, signor Gambirasio, e di fronte agli altri casi non meno penosi, in cui viene spesso a trovarsi il coniuge innocente, la Chiesa è tutt'altro che sorda e indifferente. Essa non finirà mai di piangere, come madre, sull'infelicità di questi suoi figli. Non li abbandona alla loro sorte. Per essi domanda e comanda la comprensione, l'aiuto morale e materiale dei privati e della società. E ne dà essa stessa per prima l'esempio. La Chiesa offre a questi suoi sventurati figlioli la forza sovrumana della grazia e le consolazioni soprannaturali della fede: le sole che possano rendere sopportabile e perfino dolce la croce più pesante. E non si accontenta di offrire aiuti spirituali.

47 Il nome non è stato comunicato, insieme con la richiesta, a don Quadrio. Nel dattiloscritto appaiono perciò dei puntini.

Servendomi di un'espressione paradossale, direi che la Chiesa sarebbe ben felice di concedere a questi poveri coniugi innocenti la possibilità di rifarsi un'esistenza mediante un nuovo matrimonio. Se non lo fa, è unicamente perché non lo può fare.
E perché non lo può fare? Perché, in materia di divorzio, la Chiesa non è arbitra e padrona, ma solo custode e tutrice della legge divina e naturale. Come non potrà mai permettere l'omicidio o il furto o la bestemmia, appunto perché si tratta di azioni contrarie alla legge di Dio e della natura, così la Chiesa non potrà mai permettere il divorzio, perché anch'esso è contrario alla legge divina e naturale.

Il divorzio è anzitutto contrario alla legge divina. Fu Dio stesso che, all'alba dell'umanità, istituendo il matrimonio, lo costituì indissolubile. Egli infatti proclamò che i due coniugi formano «una sola carne», cioè un'unità inscindibile. Fu poi Gesù stesso che abolì gli abusi che si erano introdotti lungo i secoli in questo campo, e riportò il matrimonio all'indissolubilità stabilita dal Creatore all'inizio. Contro ogni velleità di divorzio, Gesù Cristo affermò categoricamente: «L'uomo non separi ciò che Dio ha congiunto».

[Ora, davanti a una legge divina così certa e perentoria, potrà mai la Chiesa stabilire il contrario? Potrà rinnegare Cristo e il Vangelo, per seguire la moda corrente? La Chiesa sa da molto tempo che questa sua posizione le causa odiosità e oppisizioni; ma a una facile popolarità preferisce la fedeltà al suo Sposo crocifisso].

Questo (è) il motivo principale per cui la Chiesa non potrà [mai scendere a compromessi e] attenuare la sua opposizione al divorzio.

Vi è un secondo motivo, che spiega il precedente. Il divorzio è contrario anche alla legge naturale. Esso infatti si oppone alla stessa struttura e finalità naturale del matrimonio, in quanto disgrega irreparabilmente la mutua comunione di amore e di aiuto tra i coniugi, ostacola e compromette la conveniente educazione dei figli, la quale di per sé esige l'opera assidua e concorde del padre e della madre. L'esperienza dimostra che le prime vittime del divorzio sono i figli. La prole48 porta in se stessa inscindibilmente qualche cosa del proprio padre e della propria madre. Nel figlio non è più separabile ciò che proviene da entrambi i genitori. Il divorzio non è solo la rovina della famiglia e la tomba dell'amore coniugale, ma anche una specie di lacerazione della prole.

48 Nel dattiloscritto: Il figlio. Seguono altre variazioni minori.

Alla luce di questi principi,49 ritorniamo al caso proposto dal gentile lettore di Genova. Non voglio negare che il divorzio forse potrebbe talvolta risolvere delle situazioni incresciose particolari; ma è certo che esso comprometterebbe il bene dello stesso istituto familiare, cioè di milioni di famiglie, genitori e figli. Per il vantaggio di alcuni, non si può minare la felicità di tutti. Né vale dire: si conceda il divorzio solo in casi di gravità eccezionale, tassativamente controllati dalla legge. Infatti, se il divorzio è intrinsecamente illecito, è sempre illecito senza alcuna eccezione, in un caso come in mille.
Ma non è ingiusto condannare il coniuge innocente all'infelicità perpetua? Le dirò, signor Gambirasio, che anche le leggi che puniscono il ladro e l'omicida possono fare delle vittime innocenti tra i familiari rimasti senza sostegno; eppure nessuno considera queste leggi come ingiuste.

Ma quale scopo può avere ancora il matrimonio di un condannato all'ergastolo? Pensi, [egregio] signore," alla nobilissima missione di una moglie eroicamente fedele verso il suo infelice marito condannato, giustamente o ingiustamente, alla reclusione perpetua. Chi potrà impedire la disperazione dello sventurato, se anche sua moglie lo abbandona? Chi più efficacemente di lei potrà avviarlo alla redenzione e riabilitazione morale? Chi potrà calcolare il bene che fa al suo sposo e a tutta la società l'esempio di questa eroica martire della fedeltà coniugale? A lei, come a tutte le vittime innocenti del proprio dovere e del bene comune, dovrebbe andare l'ammirazione e la riconoscenza di tutti.

L'amore umano (e molto più l'amore coniugale), se è autentico, è di sua natura perpetuo e definitivo. Chi ama veramente, ama per sempre. Un amore che viene meno col sorgere delle difficoltà o nel momento della sventura, non è amore autentico, ma piuttosto egoismo mascherato. Si dirà che una tale fedeltà esige dell'eroismo. È vero. Ma quale condizione di vita non esige spesso dell'eroismo? Quel Dio che lo prescrive come un obbligo, lo rende possibile e perfino dolce con il suo aiuto.

49 A questo punto nel dattiloscritto appare un segno di rimando ad un foglio non pervenutoci, che contiene i due capoversi successivi. Si riprende da: Pensi...

50 Da questo punto sono da segnalare 3 diverse variazioni rispetto al dattiloscritto. Non siamo intervenuti, perché ci manca una pagina di confronto. Dell'ultima abbiamo due copie. Può essere segno che anche quella destinata in un primo tempo alla redazione sia stata trattenuta, per essere sostituita con un'altra modificata. L'ultima frase che compare nel dattiloscritto è stata infatti portata, nella stampa, qualche capoverso sopra.

071. Il mio bambino mi fa certe domande («Meridiano 12», marzo 1963, pp. 7-9)
Ho un figlio di quasi 9 anni. L'altro giorno mi ha rivolto improvvisamente una domanda imbarazzante sul mistero della vita. Io ho sviato la conversazione. Mia madre mi dice di lasciar perdere e che penserà la vita a insegnarglielo. Io non sono tranquilla. Che cosa devo fare, se il mio bambino ritorna sull'argomento?
Annamaria Lamborghini - Bologna
Le fa onore, signora, l'essersi posta il problema e l'aver sentito il bisogno di consigliarsi. Una recente inchiesta ha purtroppo rivelato che circa il 90% dei genitori si disinteressa completamente di una questione così importante e non dà ai propri figli alcune spiegazioni sul mistero della vita.

Molti, anzi, credono che il silenzio dei genitori in questa materia sia imposto dalla morale cattolica. Per sfatare questo pregiudizio, le riporterò quanto ha affermato il papa Pio XII in un discorso alle madri cattoliche. È la soluzione più autorevole e completa che si possa dare al suo quesito.

«Voi con la vostra perspicacia di madri e di educatrici, grazie alla fiduciosa apertura di cuore che avrete saputo infondere nei vostri figli, non mancherete di scrutare e discernere l'occasione e il momento, in cui certe ascose questioni presentatesi al loro spirito avranno originato nei loro sensi speciali turbamenti.
Toccherà allora a voi per le vostre figlie, al padre per i vostri figli, — in quanto apparisca necessario — sollevare cautamente, delicatamente, il velo della verità, e dare loro risposta prudente, giusta e cristiana a quelle questioni e a quelle inquietudini.
Ricevute dalle vostre labbra di genitori cristiani, all'ora opportuna, nell'opportuna misura, con tutte le debite cautele, le rivelazioni sulle misteriose e mirabili leggi della vita saranno ascoltate con riverenza mista a gratitudine, illumineranno le loro anime con assai minor pericolo, che se le apprendessero alla ventura, da torbidi incontri, da conversazioni clandestine, alla scuola di compagni malfidi  e già troppo saputi, per via di occulte letture, tanto più pericolose e perniciose, quanto più il segreto infiamma l'immaginazione ed eccita i sensi.
Le vostre parole, se assennate e discrete, potranno divenire una salvaguardia e un avviso in mezzo alle tentazioni della corruzione che li circonda». Sulla base di queste autorevoli affermazioni e a loro commento, cercherò di dare una risposta semplice e chiara agli interrogativi che assillano non solo lei, signora, ma tutti i genitori coscienti e responsabili.

Perché parlare? Per la semplice ragione che è inevitabile che il ragazzo, prima o poi, si ponga il problema. È ugualmente inevitabile che, prima o poi, egli venga a conoscere la soluzione dei suoi interrogativi. Ora, o il ragazzo apprende i misteri della vita in modo onesto e conveniente dai propri genitori; oppure corre il rischio di apprenderli in modo volgare e immorale attraverso fonti inquinate. Questo rischio è oggi molto aumentato, a causa della molteplicità e precocità di stimoli e informazioni offerti ai ragazzi dalla vita moderna.

Dunque il grande problema è questo: in che modo conviene che il ragazzo venga a conoscere questi segreti? È una questione della massima importanza. Una rivelazione fatta con le dovute cautele, nel tempo e nel modo più opportuno, non costituirà di per sé un pericolo, ma piuttosto un aiuto e una difesa della purezza giovanile. Nel caso contrario, le informazioni ricevute per vie traverse rischiano di turbare, talvolta irreparabilmente, la serenità morale del ragazzo; e da ciò insorgono, spesso, abitudini immorali, deviazioni e traumi psichici non facilmente superabili. È dunque assolutamente necessario preservare i figli da questi gravi pericoli.

Quando parlare? Dipende dalle circostanze concrete e soprattutto dallo sviluppo mentale del ragazzo. Se il fanciullo stesso pone la domanda, bisogna rispondere quanto prima.
Quando invece egli non chiede, ma si può fondatamente ritenere che chiederebbe se osasse, tocca alla mamma prendere prudentemente l'iniziativa. Con l'intuito e la perspicacia propria dell'animo materno, essa scoprirà i primi indizi della curiosità che si sta svegliando, le prime nubi che attraversano la sua fantasia, i primi turbamenti della sua anima. La mamma cercherà allora l'occasione più opportuna per affrontare cautamente il problema.

Non pretenderà però, con domande insistenti o minacciose, di strappare delle confessioni al ragazzo. Sarebbe un errore che chiuderebbe fatalmente il suo cuore. Cercherà invece di guadagnarsene la piena confidenza, creando un clima di intimità e di spontaneità.

Chi deve parlare? Sembra che la natura stessa riservi questo compito ai genitori, come corollario della loro missione paterna e materna. Essi sono i primi e principali educatori dei propri figli. Solo in caso di vera impossibilità o incapacità, dovrebbero affidare questa responsabilità a un'altra persona, adatta e sicura. Non è soltanto dovere, ma interesse dei genitori riservare personalmente a se stessi questo impegno delicato, ogni volta che ne abbiano la capacità. Questo favorirà in seno alla famiglia quel clima di apertura e di fiducia, che influirà beneficamente su tutta l'opera educativa.

Al contrario, la trascuratezza e l'indifferenza dei genitori in questa materia potrebbe in seguito suscitare nei figli diffidenza e chiusura.

È meglio che parli il padre o la madre? In linea di principio conviene che parli chi dei due è meglio adatto a farlo. In pratica, nella maggior parte dei casi, la mamma sembra più indicata per la sua naturale delicatezza, intimità e frequenza di rapporti coi figli. E però desiderabile che sia il padre a spiegare al proprio ragazzo, a suo tempo, il mistero della funzione paterna e ad inculcargli il sacro rispetto per la donna.

Occorre dire che tutto questo non si improvvisa, ma richiede un'accurata preparazione.

Come parlare? È l'aspetto più scottante del problema. Ecco alcune indicazioni generali, che potranno servire di orientamento.

  • Ogni risposta dev'essere innanzitutto vera e leale. All'inizio il linguaggio sarà necessariamente generico, ma non dovrà mai essere contrario alla verità. L'informazione data deve essere tale, che in seguito sia solo precisata e completata, non mai contraddetta o ritrattata.
  • Occorre parlare con schiettezza e semplicità, in un clima naturale e spontaneo. Per questo giova scegliere un momento favorevole, e prendere occasione da circostanze usuali e da avvenimenti ordinari. Il tono non dev'essere di una lezione o di un discorso, ma di un dialogo intimo e familiare. Nulla di solenne, di arcano, di eccezionale. Questo suppone evidentemente che tra genitori e figli ci sia abitualmente una serena atmosfera di intimità e che siano frequenti gli scambi confidenziali di idee tra loro. È doloroso che molti genitori trovino tempo a tutto, fuorché a intrattenersi familiarmente coi propri figli.
  • L'informazione da dare al ragazzo dev'essere progressiva e proporzionata al suo grado di sviluppo e alla sua attuale curiosità. Non troppo, né troppo poco. Non quindi tutto di un colpo, ma per tappe successive.
  • Bisogna parlare individualmente, a tu per tu. La Chiesa non si è mai mostrata favorevole all'informazione sessuale collettiva, fatta in gruppi. La sensibilità, lo sviluppo, le reazioni possono essere diverse anche in ragazzi della stessa età. Occorre perciò adattarsi alle condizioni di ciascuno. E ciò è praticamente impossibile in una lezione o conferenza pubblica.
  • Infine, l'informazione dev'essere tutta impregnata di delicatezza, spiritualità e religiosità. Bisogna sorvolare sui particolari anatomici e fisiologici, per sottolineare piuttosto gli aspetti psicologici, morali e religiosi. Tutto poi dev'essere presentato come realizzazione del piano meraviglioso ideato da Dio stesso per associare l'uomo alla sua onnipotenza creatrice. Attenzione, però: non bisogna illudersi che l'istruzione, da sola, sia un magico toccasana contro le seduzioni dell'immoralità. Occorre inquadrarla in una più ampia cornice di formazione umana e cristiana.

072. Da quel giorno, non più in chiesa («Meridiano 12», aprile 1963, pp. 7-8)
Siamo stati sempre buoni cristiani, mio marito ed io. Poi, 6 mesi fa, la morte del nostro unico bambino ci ha sconvolti. Da quel giorno, né io né mio marito abbiamo più messo piede in chiesa. Lei ci dirà che facciamo male; ma perché Dio permette che un bimbo, un innocente che non ha fatto del male a nessuno, abbia a soffrire tanto e poi morire? E perché noi, che cercavamo di compiere bene i nostri doveri di buoni cristiani, dobbiamo essere tanto provati proprio in ciò che ci è più caro? [Mi scusi, signor Direttore, ma non so bene quello che mi dico] .
Lettera firmata - Bari51
In questi tristissimi mesi lei, signora, avrà certamente sentito molte parole di conforto umano. Ma non sono bastate a lenire il suo dolore. [E] in realtà, di fronte al suo [indicibile] strazio, ogni parola rischia di suonare stonata [e banale]. E poi, quale frase cortese potrebbe riempire il vuoto immenso lasciatole dal suo bambino?
[È per questo che ci inchiniamo con riverente silenzio] dinanzi alla sua sofferenza. Sarebbe presunzione voler insegnare qualche cosa a una mamma in lutto, o ritenersi degni e capaci di voler asciugare le sue lacrime.

[C'è] uno solo [che] può fare tutto questo: Colui che, pur essendo infinitamente santo e innocente, ha voluto per nostro amore soffrire tutti i nostri dolori fisici e morali. Lui solo può dare una risposta valida ai suoi interrogativi e confortare la sua angoscia.

[E] Gesù tiene in serbo per lei, signora, alcune delle sue parole estremamente semplici, ma divinamente vere e consolanti. Non le respinga, anche se a prima vista le sembreranno [dure e] incomprensibili. Provi a riporle nel suo cuore e le lasci lavorare (e maturare con pazienza). A suo tempo si accorgerà che vi hanno prodotto una pace umanamente inspiegabile.

Egli le ripete: «Io sono la Risurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai».

Dunque, egli le assicura che il suo bimbo è vivo, più vivo di prima, nella gioia infinita di Dio. La morte non l'ha annientato, ma solo trasfigurato in uno stato più perfetto e più felice. Non è stata una fine, ma un grande inizio: l'inizio di una vita meravigliosa, più vera e più reale della presente.

51 II nome della città è stato aggiunto dalla redazione.

Comprendo [bene]: lei si strugge di non poter più vedere e abbracciare il suo angioletto. Ma, in realtà, egli le è ora più vicino di prima, con una presenza più intima e vera, per quanto invisibile. Un giorno lo rivedrà anche con gli occhi del corpo, e starete insieme per sempre.

Nessuno (però) pretende che, con questa certezza, lei riesca a riempire sensibilmente il vuoto incolmabile che la morte le ha scavato nel cuore. Se lei vuole, potrà rendere questo vuoto meno oscuro e doloroso.

Le sembrerà forse un misero compenso. Pensi però, signora: se il suo bimbo fosse cresciuto, lei non avrebbe potuto avere la confortante certezza di saperlo eternamente felice.

Resta il suo angoscioso interrogativo: Perché la sofferenza e la morte di un innocente? Perché il dolore dei buoni? La nostra mente, da sola, si smarrisce di fronte a un mistero così oscuro. Nessuna risposta umana riesce ad appagarci completamente. Solo la luce divina della fede, pur non eliminando ogni oscurità, può farci intravedere che i patimenti degli innocenti non sono un'assurdità o una crudeltà inutile, ma un arcano disegno di amore, che un giorno ci sarà svelato.

Ascoltiamo ancora Gesù: «Beati coloro che piangono, perché saranno consolati». [Dunque per Lui] la sofferenza e la morte sono solo apparentemente una disgrazia; in realtà sono la porta misteriosa per entrare nella gioia interminabile. Perciò, gli innocenti che piangono, non sono degli sfortunati se non in apparenza; in realtà, essi sono dei privilegiati, che condividono col Redentore la divina missione di salvare il mondo con la propria immolazione.

È vero: noi ora non riusciamo a comprendere tutto ciò; dobbiamo accontentarci di crederlo nell'oscurità della fede, facendo credito alla parola di Dio. Un giorno tutto diventerà chiaro, e diremo: «Adesso capisco!». Il suo piccino, che già vede tutto chiaramente nella luce divina, ringrazia e benedice il Signore proprio per quello che noi piangiamo come una sventura irreparabile. Egli è infinitamente felice di aver potuto dare una mano a Gesù per salvare gli uomini. La sua gioia senza confini consiste nel dire di sì alla volontà di Dio.

Provi anche lei, signora, a fare come il suo bambino. Ne proverà conforto. Perché la volontà di Dio è un peso enorme, finché ci ribelliamo; ma, se la accettiamo, diventa la nostra più grande gioia.

073. Come prepararsi al matrimonio52 («Meridiano 12», aprile 1963, pp. 31-32)
Siamo fidanzati da poco tempo. Abbiamo entrambi tanta buona volontà di prepararci bene al matrimonio; ma, in pratica, non sappiamo che cosa fare. Forse siamo un po' troppo giovani e inesperti. Potrebbe la vostra bella «Tribuna degli anni verdi» suggerirci qualche idea in proposito?
Marisa G. - Valdo P. - Torino
L'idea più importante è certamente quella che voi stessi esprimete con tanta semplicità nella vostra lettera: il matrimonio è una scelta grave e decisiva, da cui dipende non solo la vostra felicità, ma anche quella dei vostri figli. Non basta dunque attenderlo passivamente in un clima di sogno e di sentimentalismo, ma bisogna prepararvisi attivamente con impegno e responsabilità.

Siete fortunati di aver compreso a tempo che l'impreparazione al matrimonio è la più sicura preparazione all'infelicità familiare. Vi siamo grati di questa bella testimonianza.

Ma il vostro problema è un altro: come impostare questa preparazione? Mettendo a profitto le esperienze di molti coniugi e fidanzati, si potrebbe dire che il fidanzamento deve essere un periodo intensamente consacrato alla maturazione mentale, morale e religiosa dei futuri sposi. Solo così potrà costituire la base sicura di un matrimonio riuscito.

1. Tempo di maturazione mentale. Quante cose dovete scoprire durante il fidanzamento, per non trovarvi impreparati di fronte ai problemi della vita coniugale! È necessario, anzitutto, che facciate la inebriante esplorazione di quel «grande mistero» che è il matrimonio cristiano, nella sua grandezza divina, nelle sue risorse sacramentali, nelle sue inderogabili esigenze e nei suoi sacri impegni.

Voi lo sapete: la causa principale del decadimento attuale della famiglia sta nel fatto che il matrimonio è considerato come un affare profano e privato, e non come una missione divina consacrata da un apposito Sacramento.

52 Cf. anche R. 086.

Nell'esplorare questa realtà sacra e misteriosa, è bene che non procediate da soli, ma sotto la guida di un libro adatto (quanti ce ne sono oggi di bellissimi nelle librerie cattoliche!), o di un sacerdote amico, oppure frequentando uno di quei corsi per fidanzati che si organizzano in molte parrocchie e circoli cattolici.

Ma non basta scoprire il matrimonio. Ciascuno di voi deve affacciarsi con rispetto anche sul mondo complesso di colui che sta per diventare il suo «compagno di eternità». La conoscenza reciproca è il primo requisito per un'intesa e una convivenza felice.

Si tratta di una scoperta dell'altro, la quale esige da una parte la massima delicatezza e discrezione, e dall'altra la più fiduciosa apertura e sincerità.

Scoprire l'altro significa, in primo luogo, studiare la psicologia dell'altro sesso con le sue tipiche esigenze e reazioni, che spesso sono molto diverse da quelle del proprio sesso.

Scoprire l'altro significa ancora comprendere l'ambiente sociale, familiare e religioso in cui è stato formato il proprio compagno.

Significa soprattutto acquistare una conoscenza sempre più profonda e oggettiva della sua personalità reale, cioè del suo carattere, dei suoi gusti e ideali, delle sue virtù e difetti, per verificare se esistano realmente le condizioni per vivere insieme felicemente. Perché non si tratta di passare insieme una bella vacanza, ma l'intera esistenza con tutte le sue difficoltà e sorprese.

Guai se il sentimento o l'ammirazione reciproca vi impedissero di studiarvi e di conoscervi l'un l'altro «al naturale», così come siete realmente, in un dialogo franco e leale! È un grave rischio, quando il cuore impedisce alla testa di fare la sua parte.

E non basta conoscervi. Dovete anche trovare un accordo sul modo di impostare e risolvere i principali problemi della vita matrimoniale: religione, figli, lavoro, parenti, ecc. Abbiate il coraggio di porre per tempo sul tappeto la questione.

2. Tempo di maturazione morale. La conoscenza reciproca deve portarvi a collaborare insieme per costruire in voi il coniuge ideale. È un lavoro questo che deve essere compiuto «a due», in perfetta armonia, mediante il consiglio e l'esempio reciproco.

Una ragazza che aveva scoperto dei difetti nel proprio fidanzato, invece di abbandonarsi a una crisi di delusione, concludeva più saggiamente: «Se ho scoperto ciò che gli manca, è per darglielo. Ha bisogno di me».

E in una lettera di Maurice Retour alla fidanzata, si legge questa sorprendente dichiarazione: «Invece di farti dei complimenti, non ho paura di intrattenerti sui difetti che il mio amore per te non ha saputo nascondermi. Mi approverai, lo so, e me ne darai la prova facendo anche tu altrettanto, al più presto, con me».

Ognuno di voi due, mentre forma se stesso, deve sentirsi responsabile anche dell'altro, cioè investito della missione di portarlo alla piena maturità psicologica e morale. Dio vi ha affidato l'uno all'altro, e un giorno ve ne chiederà conto.

Approfittate dell'entusiasmo e della recettività caratteristica di questo periodo privilegiato, per fare insieme una profonda revisione del vostro comportamento e per mettere solide basi alla vostra vita matrimonale. Sviluppate in voi stessi le qualità positive del vero amore, cioè il dominio di sé, il rispetto dell'altro, la comprensione, la delicatezza, la lealtà, la pazienza, lo spirito di adattamento e di servizio. Sforzatevi di eliminare dal vostro carattere tutte le ombre che minacciano di offuscare la limpidezza del vostro amore e la felicità della vostra convivenza futura, ossia l'egoismo, la gelosia, la suscettibilità, la grossolanità, ecc.

3. Tempo di maturazione religiosa. Il fidanzamento è il momento della grazia. E l'occasione ideale per dare alla propria fede tutti i lineamenti della piena maturità. È il periodo in cui dovete imparare a pregare insieme, a vivere la vita cristiana «a due», a costruire in collaborazione la vostra santità coniugale. Nel giorno delle vostre nozze, e poi per tutta la vita, voi sarete — l'uno per l'altro — ministri di grazia e artefici di santità. Ma questa è un'arte difficile, che presuppone un serio apprendistato.

Durante il fidanzamento dovete imparare a trasfigurare il vostro amore reciproco in autentico amore di Dio. Dovete allenarvi a profumare di purezza ogni manifestazione di affetto reciproco. Dovete esercitarvi a camminare insieme, al passo, verso la perfezione cristiana, a cui Dio vi chiama, chiamandovi al matrimonio.

Non crediate però di poter fare tutto questo da soli. Mai come ora, avete bisogno di una guida spirituale esperta, a cui possiate ricorrere con piena fiducia.

Infine, non troverete nulla di più bello e fruttuoso che partecipare insieme ad uno di quei ritiri per fidanzati, che si organizzano un poco dovunque. Coloro che ne hanno fatto l'esperienza, sono entusiasti. Sotto lo sguardo di Dio, nella pace e nel raccoglimento, potrete di comune accordo imprimere un orientamento cristiano alla grande avventura che state per affrontare.

074. Vorrei... ma non ci riesco («Meridiano 12», maggio 1963, pp. 30-32)
Sono un giovane di 20 anni e vengo a chiedervi di aiutarmi, tramite «Tribuna degli anni verdi»." [La mia situazione è un po' critica e tanto brutta]. Da 2 anni mi trovo in [una specie di] crisi: non sono più capace di mantenermi puro. Prima ci riuscivo; ora invece, nonostante tutti gli sforzi, cado inesorabilmente. Si tratta di ereditarietà, di stato patologico, di che [diavolo] si tratta?... Eppure in me sento il desiderio di uscire da questa situazione, ma non ci riesco...
Lettera firmata - Viterbo
Spero che tu,54 caro amico, non ti aspetti una formula magica, capace di risolvere automaticamente il tuo problema. Non esistono ricette miracolistiche in questa materia, ma soltanto rimedi efficaci, se applicati con perseveranza e fiducia sotto il controllo di un esperto medico spirituale. Tenendo dunque conto della tua situazione concreta, quale risulta da tutta la tua lettera, eccoti alcune indicazioni, che in casi simili hanno avuto buoni risultati.

  • Nessuna ansietà e ossessione. Tu non immagini quanto il tuo problema sia acuito e complicato da questa eccessiva tensione e preoccupazione. Sdrammatizza la situazione, guardandola con maggior calma e serenità. La tua crisi, per quanto grave possa sembrarti, è un fenomeno comune e normale, facilmente spiegabile con l'età, il temperamento e le altre circostanze della tua vita. Milioni di giovani si sono trovati prima di te, si trovano e sí troveranno dopo di te in difficoltà uguali e anche maggiori. Soprattutto non lasciarti prendere dal panico di essere un anormale o un fallito: non ne hai alcun motivo.

Tu hai bisogno di respirare a pieni polmoni fiducia e serenità. E non pensare che questa crisi di assestamento sia inutile per la tua formazione umana. Hai tutte le possibilità per uscirne più maturo, più forte, più realista: in una parola, più uomo.

53 Rubrica destinata ai giovani.

54 Don Quadrio dà del Lei al proprio interlocutore, come era solito fare nelle lettere private. Il passaggio al tu è della redazione.

  • Convinciti che, se vuoi, ce la farai. Questo è il primo passo, il più necessario. In questo campo, niente è facile, ma niente è impossibile. Moltissimi giovani, anche meno fortunati di te, ne fanno ogni giorno l'esperienza. Le risorse della tua volontà sono notevoli: si tratta di impiegarle con intelligenza e con decisione.

Tu sai che il peggio non è cadere, ma rinunciare a combattere per pusillanimità o scoraggiamento. Spezza di un solo colpo questo complesso di inferiorità di fronte al male. Non lasciarti paralizzare dal terrore. Se vuoi, tu sei più forte del tuo nemico.

Non illuderti però di cavartela in un solo giorno o una volta per sempre. Non esiste in questo campo la guerra-lampo, e tanto meno la pace definitiva. La purezza è la virtù dei tenaci: vince chi sa-resistere un minuto più dell'avversario.

  • Attenzione alle premesse! La purezza è la risultante di vari fattori. È dunque controproducente accanirsi sul corollario: bisogna piuttosto garantire le premesse.

La tattica indiretta sembra la più sicura. L'impurità è un nemico che non va assalito frontalmente, ma preso per aggiramento, tagliandogli i rifornimenti. In questa materia vale sempre l'antico principio: la patria si difende non nella capitale, ma sui confini. Occorre individuare le cause e le occasioni delle sconfitte e rimuoverle con coraggio.

Questo non significa limitarsi a una strategia puramente negativa. La purezza non è un talismano da difendere, ma una forza viva da sviluppare ed educare con un esercizio positivo. Non è una repressione cieca e soffocatrice della natura; ma piuttosto una liberazione ed espansione gioiosa della personalità secondo le sue vere esigenze e finalità. In questa luce considera i suggerimenti che seguono.

  • Purifica l'occhio del tuo spirito. È necessario che tu ti formi una visione nobile e cristiana di tutto ciò che concerne il gran mistero della vita ideato e attuato da Dio in questo campo: il corpo umano con le sue energie meravigliose, la bellezza creata come irradiazione delle perfezioni divine, la famiglia come imitazione e collaborazione dell'amore creatore di Dio. Sono valori sacri e divini, che dobbiamo imparare a guardare con l'occhio stesso di Dio, rifuggendo dal profanarli perfino con un pensiero o un sentimento volgare. La purezza è anzitutto nobiltà di pensiero, senso della dignità propria e altrui; venerazione e rispetto del piano divino scolpito nella nostra natura.
  • Tempra il tuo carattere al sacrificio. L'arma della vittoria è una volontà decisa, forte e costante. Per formarti una tale volontà, proponiti un grande ideale, capace di suscitare e unificare tutte le tue energie; e poi allenati in frequenti atti di sforzo, di disciplina, di rinuncia. Quando avrai acquistato un pieno dominio di te stesso, il problema della purezza sarà risolto. Non dimenticare che l'uomo di carattere è colui che sa con precisione ciò che deve fare, lo vuole con assoluta decisione, lo esegue con prontezza e costanza, a qualunque costo.

Buttati dunque con tutta l'anima in occupazioni assorbenti e appaganti: studio, lavoro, apostolato, sport, senza trascurare gli svaghi sani e distensivi. Riempiti l'animo di qualche ideale nobile e affascinante: il sollievo dei sofferenti, la diffusione del Regno di Dio, la cultura, l'arte ecc.

  • Senti e vivi profondamente la tua grandezza soprannaturale. Non basta averne una conoscenza astratta: bisogna possederne una coscienza viva e calda. Non si tratta di una bella formula, ma di un fatto reale: tu sei veramente figlio di Dio, membro del corpo di Cristo, dimora vivente dello Spirito Santo. La purezza è una questione di fede e di amore a Gesù, cioè di un'intima e personale amicizia con Lui considerato come una persona viva, come una persona amata.

La tua religiosità divenga dunque adulta e personale. Impara a parlare con Dio «a tu per tu» nella preghiera. Ama e vivi la tua Messa offrendo e consacrando tutto te stesso al Padre in comunione con Gesù. Non nel formalismo religioso, ma solo nella religione vissuta così, troverai la forza indispensabile per vincere. Perché una cosa è assolutamente certa: da solo non ce la farai. Ma con Lui, sì!

  • Hai bisogno soprattutto di una guida spirituale. Volersi curare da solo sarebbe fare un buco nell'acqua. La soluzione dei tuoi problemi è nel ricorso frequente a un sacerdote di fiducia, che sappia tutto di te e possa guidarti metodicamente con mano forte e soave. Sarà lui che ti aiuterà ad affrontare e a risolvere quegli altri problemi, a cui accenni nel resto della lettera, e dai quali dipende anche quello della purezza. Toccherà a lui giudicare l'opportunità di integrare eventualmente la cura spirituale con qualche cura medica appropriata.

Caro amico, abbi coraggio e fiducia. Il momento della grazia e della decisione definitiva è nelle tue mani. Dipende da te farlo scoccare oggi stesso.

075. Elogio e bellezza del matrimonio («Meridiano 12», giugno 1963, pp. 13-16)
In «Meridiano vi risponde» ho letto più volte l'esaltazione della verginità e del celibato, ma mai una parola sulla grandezza del matrimonio. Siete per caso anche voi di quelli che considerano gli sposati come dei poveri diavoli, condannati alla mediocrità spirituale e incapaci di ogni aspirazione alla santità cristiana?
Maria Negro - Novara
No, signora, non siamo di quelli. Se finora non abbiamo parlato della grandezza divina del matrimonio, è stato solo perché nessuno ce ne ha offerto l'occasione. Le siamo grati dell'opportunità che ora lei ci offre di presentare alcuni principi fondamentali sulla «spiritualità» matrimoniale e specialmente sulla santità alla quale possono e devono aspirare gli sposi cristiani.

1. Il matrimonio cristiano è una vocazione alla santità.
Sono molti purtroppo a vedere nel matrimonio qualche cosa di incompatibile con la santità autentica.

No: le persone sposate non sono dei rinunciatari, che hanno scelto un comodo ripiego, per sottrarsi agli obblighi della perfezione cristiana.

Per la Chiesa, ogni battezzato chiamato al matrimonio è, per ciò stesso, un chiamato alla santità. La santità non è un monopolio dei sacerdoti e dei religiosi; ma un appello proposto a tutti, una possibilità e un obbligo per tutti. Ora, non sono forse gli sposati la grande maggioranza degli uomini?
Oggi lo Spirito Santo diffonde sempre più largamente tra i fedeli la persuasione che il matrimonio cristiano è una via alla santità. Molti coniugi si pongono seriamente il problema della propria santificazione. Si direbbe che questa sia proprio l'ora della santità matrimoniale. E noi speriamo di poter vedere presto sugli altari degli autentici santi sposati (come, per esempio, i coniugi Martiri, padre e madre di santa Teresa del Bambino Gesù!).

La grande certezza che va facendosi strada è questa: la santità è possibile non solo fuori del matrimonio, [ma anche dentro di esso], anzi proprio mediante il matrimonio, cioè attraverso le risorse, gli impegni e le difficoltà della vita coniugale.

  • L'amore degli sposi è un'irradiazione di Dio-Amore.

Non sono pochi coloro che guardano all'amore dei coniugi come a una realtà torbida e contraria all'amore di Dio. Questo modo di pensare è ingiurioso verso il Signore, che non solo ha tollerato o permesso l'amore coniugale, ma lo ha comandato e benedetto.

Secondo il disegno divino, questo amore non è un insidioso rivale o un concorrente pericoloso dell'amore verso Dio; al contrario, è una derivazione e una testimonianza di esso. Non sono due amori opposti o semplicemente collegati. Sono un unico e medesimo amore, con cui si ama Dio nel proprio coniuge e il proprio coniuge in Dio. Gli sposi attuano così quella sintesi meravigliosa, di cui parlava Gesù quando affermò: «11 secondo comandamento è simile al primo» e quando disse: «Amatevi gli uni gli altri». L'amore di un coniuge cristiano per il proprio compagno è un modo concreto di amare Dio stesso.

Ma per comprendere la divina grandezza dell'amore nel matrimonio cristiano, bisogna risalire alla sua duplice sorgente.
Anzitutto questo amore è un'irradiazione di quell'Amore infinito che è Dio. La famiglia umana è una piccola trinità terrestre, un'immagine viva della famiglia divina, cioè della Trinità celeste. L'amore che lega i membri della famiglia umana è un'imitazione e riproduzione di quel vortice di amore infinito, che circola fra le Persone divine in seno alla Trinità. È come se Dio stesso prestasse agli sposi il suo cuore, perché si amino santamente. Pensi all'amore della Madonna e di san Giuseppe.

C'è ancora di più. L'amore reciproco tra i coniugi cristiani è un prolungamento e una ramificazione dell'immenso amore con cui Gesù ama la Chiesa, sua Sposa. Quando due sposi cristiani si amano santamente, è Gesù stesso che in essi ama ed è amato. È Lui che consacra e divinizza il loro amore umano.

  • Il Sacramento del matrimonio è un generatore perenne di santità.

Perché molti sposi si considerano degli esclusi dalla santità? La ragione principale è che essi ignorano le potenti risorse nascoste nel Sacramento del matrimonio. Pensano che il loro stato sia un affare assolutamente profano, anche se inaugurato con una cerimonia religiosa: «una spruzzatina di acqua benedetta», e tutto finisce lì (come avviene quando si benedice un'automobile o un campo sportivo).

No, per il matrimonio cristiano non è così. Non è semplicemente benedetto da un Sacramento, ma diventa esso stesso un Sacramento e rimane tale fino alla morte. Tra i due coniugi c'è sempre «questo grande mistero», come lo chiama san Paolo: cioè una realtà divina misteriosa, che li santifica e consacra al servizio di Dio nel tempio della famiglia.

È vero che la verginità consacrata è superiore per dignità al matrimonio e costituisce lo stato di perfezione per eccellenza. Ma è anche vero che il matrimonio dei battezzati è un Sacramento, non meno dell'Eucaristia e del Sacerdozio, mentre la verginità non lo è. Esso è dunque una strada sicura di santità, un capitale immenso di grazie destinate a santificare gli sposi e ogni loro attività.

Ecco ciò che dice autorevolmente il papa Pio XII: «Il Sacramento fa del matrimonio stesso un mezzo di mutua santificazione per i coniugi e una sorgente inesauribile di aiuti soprannaturali».

  • Gli sposi sono, l'uno per l'altro, artefici di santità.

C'è chi pensa che l'interessamento doveroso per il proprio coniuge costituisca necessariamente un ostacolo per un'intensa vita spirituale. Nulla di più falso, per chi giudica e agisce secondo il disegno di Dio.

In forza del vincolo matrimoniale, ognuno dei due diventa spiritualmente responsabile dell'altro; si assume l'incarico di portarlo alla santità; accetta di essergli guida e scala per salire a Dio. Nel giorno del giudizio, il Signore chiederà a entrambi: «Ti avevo affidato questa mia creatura, perché ne facessi un santo: che cosa ne hai fatto?».

Essi si donano a vicenda, per donarsi insieme a Gesù Cristo. Non basta che ciascuno dei due vada a Dio per conto proprio; deve sforzarsi di andare a Dio con l'altro e per mezzo dell'altro. I coniugi tendono alla santità non come due eremiti isolati, ma in perfetta comunione e collaborazione. Dev'essere una santità «a due».
Ideale difficile? Ma diventa possibile, quando entrambi accettano di vivere «a due» la loro vita spirituale di preghiera, di meditazione, di frequenza alla Chiesa, di apostolato dentro e fuori casa. Devono imparare la difficile arte di esaminarsi insieme, di correggersi fraternamente, di consigliarsi e guidarsi a vicenda.

Molti coniugi hanno scoperto quanto sia fruttuoso fermarsi e sostare in raccoglimento, periodicamente, per fare insieme uno scambio totale di idee. È l'ora della verità, che permette di intendersi e di aiutarsi nel viaggio comune verso la santità e verso il Cielo.

076. La Bibbia: storia o leggenda? («Meridiano 12», agosto 1963, pp. 13-14)
Il mio professore di storia e filosofia, durante una lezione, ha affermato che i popoli, i personaggi e gli avvenimenti della Bibbia non sono storici, ma puramente leggendari, perché non sono ricordati dai documenti storici del tempo. Tra di noi molti hanno reagito vivacemente, ma mi pare che nessuno abbia saputo dimostrare con argomenti seri che il professore avesse torto. Guido Chiappani - Trento
Eppure di argomenti seri ce ne sono tanti, gentile Guido. L'imbarazzo sta solo nella scelta. Mi limiterò a quelli offerti dalle scoperte archeologiche.

Da più di un secolo studiosi americani, inglesi, francesi e tedeschi stanno scavando nel Medio Oriente, in Mesopotamia, Palestina ed Egitto, cioè nei luoghi che furono teatro delle vicende narrate dalla Bibbia. È tutto un mondo sepolto che viene riportato alla luce.

Ebbene, l'immensa quantità di materiale archeologico, rinvenuto in questi scavi, dimostra chiaramente la verità storica delle narrazioni bibliche. Le antiche iscrizioni, i resti di costruzioni e di monumenti, gli oggetti ritrovati, presentano una sorprendente concordanza con il mondo descritto nella Bibbia.

[Prendiamo], per esempio, le località bibliche. I rinvenimenti archeologici hanno confermato l'esattezza delle indicazioni contenute nei libri sacri riguardo all'ubicazione e alla topografia di molte antiche città. Negli ultimi 100 anni hanno rivisto la luce i resti di Ninive, di Nimrud, di Assur, di Tebe, di Ur e di Babele. Nel delta del Nilo sono state ritrovate le città di Fitom e di Ramesse, ove gli Ebrei avevano lavorato e sofferto sotto il dominio dei Faraoni. Sono pure stati rinvenuti i resti delle località distrutte e incendiate dagli Israeliti, quando conquistarono la terra di Canaan.

A Gibea è stata identificata la rocca del re Saul; a Mageddo la grandiosa scuderia del re Salomone. Sono tornate alla luce le imponenti costruzioni del re Erode. È stato scoperto il pozzo di Giacobbe, accanto al quale Gesù si intrattenne con la donna samaritana. A Gerusalemme è stata identificata la scala che egli percorse per recarsi sul luogo dell'agonia dopo l'ultima cena. Lo stesso per il «litostroto», cioè per il pavimento di pietra, sul quale Gesù stette davanti a Pilato; e per la porta aperta nelle mura di Erode, attraverso la quale il Salvatore passò per andare al Calvario.

[Se dalle località passiamo] ai popoli menzionati nella Bibbia, le conferme archeologiche sono numerose. Recenti scoperte rivelano l'esattezza di quello che gli scrittori sacri hanno tramandato intorno agli Haiti, ai Filistei, ai Cananei, agli Assiri, eccetera.

Anche molti personaggi dell'Antico e del Nuovo Testamento compaiono nelle antiche iscrizioni e raffigurazioni. È stata rinvenuta la stele di Mesha, il re di Moab famoso nella Bibbia per le sue lotte contro gli Israeliti, le quali sono narrate anche nella stele medesima. L'antichità ha pure tramandato le raffigurazioni di molti re assiri, che nel racconto biblico compaiono come nemici del popolo ebraico: Tiglath-Pileser M, noto nell'Antico Testamento col nome di Ful; Sanherib, che distrusse Lachis e assediò Gerusalemme; Asarhaddon, che fece incatenare il re Manasse; Assurbanipal, che nel libro di Esdra viene detto «il grande e famoso Asnafar»; Sargon H, che deportò la popolazione del regno di Israele.

Perfino vari avvenimenti narrati nelle pagine della Bibbia hanno lasciato tracce profonde nei monumenti e nelle iscrizioni del tempo. Le tavolette provenienti dalle rovine del palazzo di Nabucodonosor a Babilonia parlano del trattamento riservato a Joachin re di Giuda, deportato in quella città nel 595 a.C., come è narrato nel II libro dei Re.

Dallo stesso libro si sa che, poco dopo, le armate babilonesi devastarono ferocemente la Giudea. E di fatto, gli archeologi non hanno trovato in tutto quel territorio nessuna città importante che non avesse subito gravi distruzioni in quel periodo.

Sempre nel II libro dei Re si parla di un traforo fatto eseguire dal re Ezechia attraverso la collina dell'Ofel. Ci fu una sorprendente conferma nell'iscrizione di Siloe, rinvenuta nel 1880 all'imboccatura del canale sotterraneo.

Non sarebbe difficile moltiplicare simili dati. Lo scrittore tedesco Werner Keller li ha raccolti in un libro molto interessante, che è stato bestseller sul mercato internazionale, e che porta un titolo assai espressivo: La Bibbia aveva ragione (Milano, Garzanti). È una lettura appassionante e convincente. Fa toccare con mano che i luoghi, i popoli, i personaggi e gli avvenimenti della Bibbia non appartengono alla leggenda, ma alla storia."
55 Con il titolo La risposta del piccone e leggerissime varianti, lo stesso intervento di , don Quadri() è stato ripubblicato nel volume La Bibbia sfida l'uomo (Torino 1968), pp.10-12.

077. Ho paura della morte («Meridiano 12», ottobre 1963, pp. 18-21)
Ho un terrore angoscioso della morte. Quando ero giovane e sana, risolvevo il problema non pensandoci. Ora invece è diventato un'ossessione. Potrebbero suggerirmi qualche cosa, per liberami da questo tormento?
Lettera firmata - Palermo
Si consoli: anche gli uomini più coraggiosi hanno spesso paura della morte. Molti santi non ne furono esenti. Perfino Gesù, alla vigilia della sua fine terrena, sotto gli ulivi del Getsemani provò timore e angoscia fino a sudare sangue. Di fronte al passo supremo egli non manifestò né stoico disprezzo né orgogliosa ostentazione, ma serena umiltà, perfetto dominio di sé e sottomissione amorosa al volere del Padre.

Il timore della morte è un fenomeno naturale e istintivo. Non si tratta di sopprimerlo del tutto, ma di dominarlo e di addolcirlo. L'eroismo in faccia alla morte non consiste nel «non sentir paura», ma nell'affrontarla con coraggio e con fortezza d'animo, nonostante la paura.

Il suo problema, signora, non è dunque quello di eliminare completamente il timore di morire, ma di trasformarlo da ossessione angosciosa in olocausto consapevole e amoroso.

Per riuscirvi, occorre individuare le cause di questa paura eccessiva e opporvi i rimedi convenienti.

1. L'angoscia tormentosa, che accompagna il pensiero della morte, potrebbe provenire innanzi tutto da una visione troppo umana e naturalistica del passo supremo, considerato unicamente nei suoi aspetti negativi e terrificanti: dissoluzione violenta del composto umano, fine dolorosa della vita terrena, separazione dalle persone care e dai beni di questo mondo, salto nel buio di una sorte incerta.

In questo caso il rimedio consiste nell'approfondire e nel vivere la luminosa e confortante visione cristiana della morte. La fede infatti illumina la morte di luce soave, presentandone anche gli aspetti positivi e consolanti. Per un cristiano, morire non è un finire, ma un incominciare; è l'inizio della vera vita, la porta che introduce nell'eternità. È come quando, dietro il filo spinato del campo di concentramento, risuona l'annuncio sospirato: «Si torna a casa». Morire è socchiudere la porta di casa e dire: «Padre mio, eccomi qui, sono arrivato!». È, sì, un salto nel buio; ma con la sicurezza di cadere nelle braccia del Padre celeste.

Chi crede realmente nella vita eterna, non può non ripetere con san Paolo: «Per me la morte è un guadagno... Desidero andarmene ed essere con Cristo, perché ciò è molto meglio». «Finché abitiamo in questo corpo, noi soggiorniamo lontano dal Signore... Il nostro desiderio è di cambiare il soggiorno di questo corpo col soggiorno nel Signore». Oltre la tomba, gli occhi che noi chiudiamo vedono ancora. I morti non sono creature annientate, ma creature superviventi.

  • La paura ossessionante della morte potrebbe anche essere causata dal turbamento per i peccati commessi e dal timore del giudizio divino.

In tal caso, bisogna opporre a questo terrore una fermissima speranza nella misericordia infinita del Padre celeste. Chi ci giudicherà e deciderà la nostra sorte eterna non è un nemico o un estraneo; ma è il nostro fratello maggiore, che per salvarci ha affrontato gli strazi del Calvario e ci ama più di quanto noi non amiamo noi stessi. San Francesco di Sales diceva che nel giorno del giudizio preferiva essere giudicato da Dio che dalla propria madre.

Basta riconoscersi peccatori e abbandonarsi con fiducia all'incommensurabile bontà di Dio, per assicurarsi il perdono e la salvezza. È così bello non sentirsi «ín pari» con Lui, ma bisognosi della sua misericordia: sentirsi perduti e insieme salvati da Lui che «è venuto a salvare i perduti».

  • Infine, la radice del turbamento di fronte alla morte potrebbe essere il pensiero dei dolori e delle angosce che spesso l'amareggiano.

Vi è un rimedio infallibile non per sopprimere, ma per dominare e addolcire questo pensiero: ed è quello di offrire ogni giorno la propria agonia e morte, con tutte le sofferenze fisiche e morali che l'accompagneranno, al Padre celeste in unione con la morte di Cristo, con lo stesso amore e per le stesse intenzioni che ebbe Gesù sulla croce.
Quanta luce e quale conforto scaturiscono da questa anticipata celebrazione amorosa della propria morte, offerta al Padre come una piccola ostia unita alla grande Ostia," che è Gesù immolato sul Calvario e in ogni Messa! Allora la nostra morte acquista il significato e il valore di una «corredenzione», cioè di una cooperazione con Gesù nel glorificare il Padre, nell'espiare i peccati e nel salvare il mondo.

56 Riportiamo la testimonianza di don Mario Grussu, a quel tempo catechista della Casa religiosa della Crocetta, e proprio per questo suo incarico vicinissimo a don Quadrio negli ultimi giorni di vita: «Durante quel mese [ottobre 1963] si univa, di quando in quando, al divino Sacrificio, ripetendo con tanta devozione ed intima commozione le parole della Messa, specialmente dal Suscipe, sancte Pater, hanc immaculatam hostiam, quam ego offero tibi Deo meo vivo et vero pro innumerabilibus peccatis et offensionibus et negligentiis meis (a queste parole dava una particolare accentuazione), fino al termine. Era la sua messa, sull'altare del suo sacrificio».

La morte, resa così oggetto di fede, di speranza e di amore, non cesserà forse di incutere paura; ma questa stessa paura sarà accettata e amata come materia preziosa del sacrificio supremo.

078. Soldi durante la Messa («Meridiano 12», novembre 1963, pp. 11-12)
Ogni volta che durante la Messa vedo comparire il sagrestano con la borsa per raccogliere soldi, non posso frenare un sentimento di sdegno e di irritazione. Come si osa profanare il carattere sacro della Messa con un'azione così irriverente, che oltre tutto sa di volgare accattonaggio?
Dott. Fausto Rimoldi - Milano
Sono molti oggi coloro che detestano il cosiddetto tintinnio di soldi attorno all'altare. E, in realtà, può darsi che qua e là si siano introdotte abusivamente delle forme di questua, che disdicono alla santità della casa di Dio e che perciò vanno rigorosamente eliminate. Quanto alla sostanza però, la prassi della questua affonda le radici nel più genuino spirito della liturgia e dello stesso cristianesimo.

Lei, dottore, vede nella questua un insulto al carattere sacro della Messa. Eppure, l'offerta dei fedeli ha avuto fin dagli inizi un posto rilevante nella celebrazione del santo Sacrificio. Anticamente i cristiani, al momento dell'Offertorio, solevano portare processionalmente all'altare il pane e il vino che il sacerdote avrebbe offerto e consacrato nella Messa. Vi univano anche doni e offerte per i poveri della comunità e per il sostentamento del clero.

Era un modo concreto e tangibile con cui ciascuno partecipava attivamente al sacrificio eucaristico offerto al Padre celeste dall'intera famiglia dei credenti. Offrendo il pane e il vino, che sono il frutto del lavoro e il sostentamento della vita, ciascuno intendeva offrire tutto se stesso insieme con Cristo al Padre.

Col passare del tempo, questo contributo dei fedeli subì una trasformazione e semplificazione. Per ragioni di comodità pratica, i doni in natura furono sostituiti con l'offerta equivalente in denaro. Di qui la questua, che ancor oggi è in uso all'Offertorio della Messa. Ma col mutare delle forme esteriori, non è mutato il significato e lo spirito del gesto. La questua durante la Messa rimane, nella sua essenza, un atto religioso e liturgico, un segno visibile dell'intima partecipazione dei fedeli al Sacrificio. Il denaro donato a Dio durante la Messa esprime l'offerta che ciascuno fa del proprio essere a Lui in unione con l'immolazione di Gesù sull'altare.
Ma c'è di più. Il libero e spontaneo contributo dei fedeli alle necessità della Chiesa corrisponde alla più pura sostanza del cristianesimo, che è essenzialmente amore.
Lei, dottore, parla di accattonaggio. Ma occorre tenere presente che la Chiesa, con le offerte spontanee dei suoi figli, provvede non solo alle necessità del culto divino e al decoro della casa di Dio, ma anche a molteplici attività di apostolato e di assistenza sociale: opere parrocchiali, poveri, scuole, seminari, missioni, eccetera. Già san Paolo nelle sue lettere raccomandava ai primi cristiani le collette a favore della comunità di Gerusalemme, che versava in particolari strettezze.

Ed è molto significativo che nell'antico linguaggio cristiano il medesimo termine «Amore» (Agkpe) indicasse sia la virtù della carità, sia la comunità
dei fedeli, sia anche la Celebrazione eucaristica, che appunto è l'occasione in cui maggiormente si esprime la fraternità e solidarietà dei cristiani.57
57 Questa risposta, le due che precedono e quella che segue, ci sono conservate soltanto manoscritte. Sulla questua don Quadrio era già intervenuto in antecedenza almeno in due omelie.

Nella sua testimonianza, il litografo (cooperatore salesiano) Eugenio Gili, che stampava le dispense per i professori del Pontificio Ateneo Salesiano della Crocetta, così riferisce: «Don Quadrio! Chi ebbe -il piacere di conoscerlo conserva di lui un affettuoso ricordo. Predicava molto bene, la sua parola era convincente. Ricordo un giorno, forse di domenica, ha fatto una predica, non ricordo bene su che argomento. So che invitava con bel modo a tirar fuori di tasca il portafogli. Ci faceva provare il piacere di avere carità. Siamo usciti fuori della cappella in gruppo, tutti insieme. Si diceva: "Ma che bella predica!". Impressionato, torno indietro. Avvicino don Quadrio e gli dico: "Reverendo, mi dia lo scritto. Io le stampo mille copie gratis ". Lui fece un sorriso. Non me lo diede a stampare. Mi era amico. Mi ha preparato dei discorsi che dovevo fare in conferenza (alla) San Vincenzo» (Testimonianza per il Processo).

079. Ai malati gravi conviene dire tutta la verità? («Meridiano 12», dicembre 1963, pp. 4-5)
Sono rimasta molto colpita nel leggere che Papa Giovanni XXIII è morto senza conoscere la natura del proprio male, perché i medici non avevano creduto opportuno rivelargliela. Vorrei sapere se convenga o no far conoscere a un ammalato grave la verità sulla sua situazione.
Emiliana Ottolenghi - Pesaro
Per chiarezza, vorrei distinguere due quesiti nella sua domanda.

  • Bisogna avvertire l'ammalato che si trova in pericolo di morte?
  • Conviene comunicare all'interessato che egli è colpito da un male incurabile?

Una buona indicazione, per risolvere i due problemi, la si trova proprio nel fatto che lei riferisce. Il Papa Giovanni XXIII, quando si perdette ogni speranza di salvarlo, fu avvertito del grave pericolo in cui si trovava; d'altra parte però, né i medici né le altre persone che lo circondavano, gli svelarono la natura del morbo che lo affliggeva. Così almeno dichiarò il suo stesso nipote mons. Roncalli.

Al primo interrogativo rispondo dunque affermativamente. Ogni ammalato ha il diritto sacrosanto di sapere che la sua vita è in pericolo, affinché possa provvedere in tempo alla propria salvezza eterna e sistemare eventuali importanti affari pendenti. Vi è dunque un obbligo grave di informarlo: obbligo da cui nessuna considerazione umana può dispensare. La pietà, che distogliesse dal compiere questo dovere, sarebbe piuttosto una crudeltà, che potrebbe esporre l'infermo al pericolo della dannazione eterna.

Questo dovere spetta innanzitutto al medico curante, ai familiari, al sacerdote che ha la cura spirituale dell'ammalato. In pratica conviene che parli colui che, tutto considerato, lo può fare con maggior tatto e successo.

Il modo da seguire, nel fare questa comunicazione, dev'essere il più delicato possibile, in maniera che l'infermo comprenda la gravità del suo stato, ma non perda la fiducia e la serenità. Non bisogna spegnere in lui ogni speranza di ripresa. Basta comunicargli quel tanto che occorre, perché egli possa disporsi convenientemente al passo supremo. Non si dimentichi che altra è l'impressione che la morte fa a un uomo sano, il quale la considera a mente fredda, come un'eventualità più o meno lontana; e altra è l'impressione provocata dalla morte in un povero rudere umano stremato di forze, che la vede ormai come una fatalità ineluttabile e imminente.

Quindi non sarà mai troppa la delicatezza e la circospezione con cui si dà a un moribondo il grande annuncio: circospezione che però non deve tornare a scapito della necessaria chiarezza. Occorre assolutamente sapersi adattare alla mentalità, alle disposizioni spirituali, alla situazione concreta dei singoli individui.

Il secondo quesito non è meno delicato e difficile del primo.

È risaputo che i medici sono soliti nascondere al paziente il fatto che egli sia colpito da una malattia inguaribile. E ciò per evitare che il poveretto cada in uno stato di angoscia e di prostrazione, che aggraverebbe la sua situazione e comprometterebbe l'efficacia di qualsiasi cura. C'è chi avanza obiezioni contro una tale prassi; ma l'esperienza e la consuetudine con gli ammalati consigliano di approvarla come generalmente opportuna e saggia. Ritengo perciò che, nella generalità dei casi, questo atteggiamento di prudente riserbo debba essere seguito da tutti coloro che avvicinano l'ammalato. E vero che ogni menzogna dev'essere rigorosamente evitata; ma è anche vero che ragioni di giustizia o di carità possono talora imporre o consigliare il silenzio. La verità va detta a tempo e luogo.

Noti bene: nella generalità dei casi. Si possono infatti verificare certe situazioni, in cui è possibile e perfino conveniente svelare al paziente la sua condizione reale. Questi casi però non vanno mai presunti alla leggera, ma devono essere accuratamente vagliati e risolti in pieno accordo col medico curante e tenendo conto della psicologia e delle disposizioni dell'infermo. In pratica, la rivelazione di un male grave incurabile può essere fatta solo nel caso in cui essa sia inevitabile o sicuramente utile al bene dell'interessato.

A questo proposito, l'esperienza insegna che non bisogna accondiscendere facilmente alle interrogazioni anche molto insistenti dell'ammalato, né fidarsi troppo di una certa sua ostentata baldanza. Si sono visti uomini, che si proclamavano stoicamente pronti ad ogni evenienza, cadere nella più tetra disperazione di fronte alla rivelazione di una malattia inguaribile, come un tumore maligno o una leucemia.

Ciò evidentemente non toglie che l'ammalato debba essere aiutato convenientemente ad accettare, con amore, tutta la volontà di Dio e ad offrire generosamente a Lui la propria vita in unione con Gesù Crocifisso. 58
58 In calce a questa risposta è riportato l'annuncio della morte di don Quadrio: «Don Giuseppe Quadrio, uno dei migliori docenti di teologia del Pontificio Ateneo Salesiano, si è spento serenamente la sera del 23 ottobre ultimo scorso. Da quasi quattro anni soffriva di un male inguaribile: un cancro, il linfogranuloma. Lui lo seppe fin dall'inizio e si preparò alla morte. Ciò nonostante, nelle pause che il male gli lasciava, inviava dall'ospedale le sue chiare risposte agli interrogativi e alle domande tanto urgenti dei nostri lettori. La risposta di cui sopra venne da lui redatta poco tempo prima di entrare in coma; aveva la febbre che oscillava sui 40 gradi. Lui sapeva tutta la verità da più di tre anni. E visse immolandosi e irradiando bontà e conforto nelle persone che lo avvicinavano.

080. Troppo disordine nel mondo («Meridiano 12», marzo 1964, pp. 9-10)
Si dice sempre che nell'universo regna un ordine meraviglioso e che questo è una prova dell'esistenza di Dio. Ma io non riesco a convincermene. Come si spiegano allora tanti fenomeni caotici? Qui siccità che brucia tutto, là piogge torrenziali che travolgono ogni cosa. Da una parte deserti sconfinati senza una goccia d'acqua, dall'altra oceani immensi. Senza parlare di cataclismi, terremoti, carestie, epidemie, eccetera, che ogni tanto devastano questo nostro «ordinatissimo» mondo.
Anna Macchi - Monza
Incomincio col notare che ordine non significa perfezione assoluta. Dio non si è prefisso di creare un mondo perfetto. Del resto, tutto ciò che è creato è necessariamente limitato e quindi imperfetto; altrimenti sarebbe
Dio stesso, cioè l'increato. E poi, dove c'è materia, là c'è inevitabilmente imperfezione.

Tuttavia, in questo mondo limitato e imperfetto, troviamo senza dubbio un ordine meraviglioso. Ordine nell'infinitamente grande, come è il mondo degli astri, dove tutto procede con tanta esattezza, che gli astronomi possono calcolare molto tempo prima il momento preciso di una eclissi o il passaggio di una cometa, eccetera. Ordine nell'infinitamente piccolo, com'è il mondo dell'atomo, dove il moto delle particelle componenti è regolato con non minore esattezza di quello degli astri: tanto che gli scienziati hanno saputo scoprire e impossessarsi delle energie e delle leggi mirabili che regolano questi corpuscoli microscopici.

Che dire poi delle meraviglie racchiuse nel più semplice essere vivente? Una minuscola foglia è una fabbrica mille volte più complessa e perfetta che non un moderno complesso industriale. «L'occhio e l'ala di una farfalla — diceva lo scienziato Diderot — bastano a schiacciare un ateo».

Tutte le lettere di condoglianze che abbiamo ricevuto (un commovente coro di partecipazione e dolore) esprimono lo stesso rammarico: "Le sue risposte su 'Meridiano 12' ci mancheranno davvero". Don Quadrio in settembre ci consegnò ancora alcune risposte: le pubblicheremo nei prossimi mesi».

Pensi infine a quell'insuperabile laboratorio che è il corpo umano, con tutti i suoi organi e le sue funzioni meravigliose e ordinate.

Ora, dove c'è ordine, è assolutamente necessaria una mente ordinatrice. Nel caso dell'universo, occorre un ordinatore sapientissimo e potentissimo, cioè Dio.

Riguardo ai fenomeni caotici che lei, signora, riferisce, bisogna dire che essi sono, sì, contro l'ordine parziale di questo o di quel settore dell'universo; ma non sono contro l'ordine globale, di tutto l'insieme. Non costituiscono un'eversione casuale delle leggi sapienti che governano il mondo; ma un'applicazione particolare di quelle stesse leggi universali. Una sciagura alpinistica o l'affondamento di una nave con gravi perdite di vite umane, in ultima analisi non sono che un'applicazione dolorosa della legge di gravità, la quale è in se stessa sapiente e benefica. Pensi che cosa accadrebbe di noi e attorno a noi, se i corpi non fossero soggetti alla legge di gravità!
Il disordine particolare che noi scopriamo nel mondo non è che la contropartita dell'ordine universale e delle leggi sapientissime che regolano il creato.
Il nostro smarrimento di fronte ai fenomeni caotici, che si abbattono contro di noi, dipende dal fatto che abbiamo una visione assai ristretta della realtà. Non riusciamo a cogliere il disegno divino che governa l'universo in tutta la sua ampiezza e completezza, e perciò non riusciamo sempre a scorgere il posto che certi avvenimenti hanno in questo disegno globale. Di fronte al piano divino che abbraccia tutto, sia nell'insieme, sia nei minimi dettagli, noi ci troviamo nella posizione di piccoli microbi sperduti sulla tela di un grande quadro. Ci fermiamo ai dettagli; l'insieme ci sfugge. Chi vede solo i particolari in una pittura, può avere l'impressione di un caos. Invece, chi la contempla nell'insieme, ne scopre facilmente l'armonia e la bellezza.

Anche l'imperfezione e il male entrano in un sapiente disegno di amore, in cui tutto è orientato al nostro vero bene. Per ora non conosciamo che l'esistenza di questo piano, e anche questo solo oscuramente, e perciò non riusciamo a spiegarci con chiarezza il perché del disordine e del dolore. Ma un giorno, nell'infinita luce di Dio, ci sarà svelata l'armoniosa saggezza di questo disegno e il perché di tutte le cose. Allora diremo: Ora capisco!