Świętość Salezjańska

Don Giuseppe Quadrio: Omelie sul Credo (it)

DON GIUSEPPE QUADRIO OMELIE
a cura di
REMO BRACCHI

 

SOMMARIO
  • Omelie di commento al Credo ..................... 352

OMELIE DI COMMENTO AL CREDO


103. Il Credo
(XXII domenica dopo Pentecoste, 22/10/1956, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Nelle brevi conversazioni domenicali di quest'anno, noi vogliamo riesaminare insieme la magna charta della nostra fede, quella meravigliosa sintesi del dogma cristiano che è il Credo.1
Quando, neonati, ci portarono in chiesa per essere battezzati, i nostri padrini, a nome nostro, recitarono il Credo: questa formula veneranda costituì il primo passo della nostra vita cristiana, l'attestato della nostra ammissione alla chiesa cattolica, la promessa giurata da mantenere fino alla morte.

Miei fratelli, [in] quell'istante noi non eravamo in grado di comprendere il significato di quella formula, la portata di quella promessa. Per questo oggi, raggiunta la piena maturità dell'intelligenza, noi abbiamo il diritto e il dovere di riesaminare quel Credo che allora professammo per bocca dei padrini e accettammo come base fondamentale della vita, come codice e regola della nostra esistenza.

E in quest'esame del nostro Credo vogliamo tener conto di tutte le esigenze, i dubbi e le difficoltà che può sentire oggi un uomo intelligente di fronte alle verità di fede, enunciate in esso.2 Non faremo della poesia, né della letteratura, ma procederemo con estrema chiarezza ed oggettività, non affermando se non ciò che è provato, e dando le prove di ogni affermazione.

1 Le omelie che commentano il Credo sono raccolte in due quaderni a quadretti (Q 1 e Q 2). Sono state tenute per il pubblico nella cappella esterna della Crocetta, adiacente all'Ateneo salesiano di Torino, negli anni 1956-1957. Si cercherà di datare con più esattezza le domeniche, basandosi sulle festività intercalate. La prima omelia è da collocarsi in una domenica che precede la festa di Tutti i santi, probabilmente la 30(1[ dopo Pentecoste, dato che la XXIII era occupata dalla festa di Cristo Re.

2 Nell'originale: enunciate nel Credo.

1. La prima domanda che si affaccia alla vostra mente riguarda l'origine del Credo. Quando e da chi fu composto?
Il Credo che oggi recitiamo e che i nostri nipoti reciteranno fino alla fine dei secoli è quello stesso che recitarono un secolo fa i nostri nonni, dieci secoli fa i nostri antenati del medio evo, quindici secoli fa i primi nuclei cristiani che si stabilirono sulle rive del Po, in quella che allora era chiamata l'Augusta Taurinorum (la regal Torino).

  • Il primo vescovo di Torino, s[an] Massimo, vissuto quattro secoli dopo gli apostoli, ha spiegato agli antichi torinesi il Credo degli apostoli.
  • Il papa s[an] Leone Magno, vissuto tre secoli dopo gli apostoli, parla del Credo come della regola di fede stabilita dagli apostoli.
  • S[an] Celestino, vissuto prima di s[an] Leone M[agno], ne parla allo stesso modo.
  • S[ant]'Agostino nacque prima di s[an] Leone e ne parla allo stesso modo.
  • S[ant]'Ambrogio e s[an] Girolamo vissero prima di s[ant]'Agostino e presentano íl Credo come eredità degli apostoli.
  • Tertulliano, molto più antico di essi, vissuto nel secondo secolo, in quel secolo cioè in cui morì l'apostolo s[an] Giovanni, confondeva gli eretici col Credo alla mano, fondandosi sull'autorità degli apostoli.

E così risaliamo alla prima origine: ai dodici apostoli, i quali condensarono tutta la dottrina di Cristo in una breve formula lapidaria, il Credo, e la affidarono alle varie comunità cristiane da essi fondate, come vincolo di unità nella stessa fede, come tessera distintiva del cristiano, come segno di ortodossia e di fedeltà a Cristo.

Un solo Dio, una sola fede, un solo Credo per tutti i cristiani di tutti i secoli. Il nostro Credo è il filo d'oro che, di generazione in generazione, ci riporta alle origini della fede, ci ricollega con i martiri del Colosseo e delle catacombe, ci congiunge con gli apostoli e, attraverso gli apostoli, con Cristo, l'autore e fondatore della nostra fede. Per questo il Credo si chiama simbolo cioè professione di fede degli apostoli, perché alla sua origine sta la predicaz[ione] degli apostoli.

2. La seconda domanda che si presenta alla nostra mente riguarda la storia o [la] trasmissione del Credo.

È una storia di sangue e di gloria.

— Il nostro Credo di oggi è quello stesso che il cristiano recitava, davanti all'assemblea, prima di essere battezzato, come un patto infrangibile di fedeltà, stipulato con Cristo e con la chiesa.

  • Il nostro Credo di oggi è quello stesso che una schiera innumerevole di martiri, vecchi e fanciulli, recitarono impavidi davanti ai giudici pagani come testimonianza di fedeltà a Cristo.

— Col nostro Credo sulle labbra i martiri piegarono il capo alla scure, offersero il corpo ai flagelli piombati, adagiarono le membra sulle graticole ardenti, apersero le mani ai chiodi per la crocifissione, affrontarono sereni le belve del circo.

  • Col n[o]s[tro] Credo sulle labbra morirono Agnese, Cecilia, Lucia, Anastasia, Perpetua, Felicita e una folla di vergini, che fecero tremare il cuore di Dio.
  • Nel 1252 un grande predicatore domenicano, s[an] Pietro Martire, veniva trucidato dagli eretici sulla via tra Como e Milano.3 Colpito alla testa e al cuore, cadde nel proprio sangue. Ma, prima di morire, trovò la forza di dire ai carnefici una parola che fu l'ultima: «Io credo», e di scrivere col proprio sangue sulla sabbia «Credo».

Di quanto sangue è imporporato il nostro Credo e di quanto eroismo è testimone! «Bella, immortal, benefica fede, ai trionfi avvezza!».4
Il nostro Credo è quello stesso che fu spiegato e commentato dai grandi geni del cristianesimo: s[ant']Agostino, [san Giovanni] Crisostomo, Gregorio Magno, Tommaso d'Aquino, fino ai nostri Volta e Manzoni, che si sentivano orgogliosi di insegnar[l]o e spiegarlo ai bambini nel catechismo.

Oggi, all'inizio delle nostre conversaz[ioni] sul Credo, noi,

  • risuscitando le care memorie della n[o]s[tra] prima comunione,
  • riandando al ricordo di colei che ci insegnò a recitarlo,
  • ricollegandoci ai nostri padri, ai martiri della fede, agli apostoli stessi, noi vogliamo rinnovare la n[o]s[tra] professione di fede con la solenne recita del Credo: «Io credo...!».

3 Spostamento di parole rispetto all'originale.

4 Alessandro Manzoni, Il cinque maggio, vv. 97-98.

104. [Il Credo]
(XXIV domenica dopo Pentecoste, 04/11/1956, Torino, Crocetta, cappella esterna)
L'argomento di queste conversazioni domenicali è il Credo, presentato all'uomo moderno. Questa meravigliosa sintesi della predicazione apostolica, giunta a noi imporporata dal sangue di tanti martiri, illustrata dal genio di tanti dottori, è diventata, nel giorno del nostro battesimo, il codice supremo della nostra esistenza, la tessera della nostra appartenenza [a] Cristo e alla sua chiesa.

Oggi vogliamo incominciare ad analizzare il nostro Credo, alla luce delle esigenze e della mentalità dell'uomo contemporaneo.5 Questa veneranda e antichissima formula si apre con una ferma e solenne dichiarazione, che è un grido di certezza e di fiducia: «Io credo».

Il mondo oggi è profondamente ammalato di scetticismo e di pessimismo. Crollati i miti in cui tanti avevano creduto e confidato, è sottentrato il disorientamento delle idee, la confusione dei principi morali, lo sconvolgimento delle coscienze. C'è chi jpr7r717apace e fa la guerra; c'è chi predica la giustizia, ed è spietatamente crudele; c'è chi predica il disinteresse, ed è spudoratamente egoista. Tutti si agitano, tutti gridano, tutti predicano: e nessuno ci crede più, nessuno vuole più ascoltare. Nel generale scetticismo e disorientamento del mondo, oggi solo il cristiano, dal fondo della sua coscienza, può elevare il suo grido di certezza e di fiducia: «Io credo».

Voi avete creduto a uomini menzogneri che vi hanno ingannato, perciò ora siete sfiduciati e delusi. Io credo in colui che è la verità assoluta, che non s'inganna né mi può ingannare: perciò la mia certezzaè piena ed incrollabile. Le vostre certezze erano fondate sulla sabbia delle opinioni umane, e sono paurosamente rovinate. La mia certezza è fondata sulla roccia viva della verità divina, e[d] è rimasta intatta nell'universale sconvolgimento.

Io credo. È un grido di certezza. È il sì della mia intelligenza a Dio, verità infallibile. È l'adesione di tutta la mia anima a Dio che parla. Dio ha parlato e io gli credo; Dio l'ha detto: questo mi basta, questo è tutto per me, perché so che egli non s'inganna, né mi uò ingannare.

5 Nell'originale: di oggi.
La fede è la più grande e più sicura certezza c e uomo può avere sulla terra. L'uomo può talora ingannarsi quando osserva con i suoi sensi un fenomeno; può errare quando ragiona e calcola con la sua intelligenza; ma è assolutamente impossibile che si sbagli quando con la fede crede a una verità rivelata da Dio. La ragione è evidente. Dio è assolutamente infallibile ed esente dalla possibilità di errare o di ingannare. Egli è l'infinita sapienza, quindi non può ingannarsi; egli è la verità assoluta, quindi non ci può ingannare. Se Dio potesse sbagliare o mentire, non sarebbe più Dio.

Colui che crede a Dio, diventa infallibile come Dio, perché vede le cose con gli occhi stessi di Dio.

Io credo. È il grido della nostra nobiltà e dignità spirituale. Noi non siamo mai tanto nobili e grandi, come quando curviamo la n[o]s[tra] fronte nell'atto di fede.

C'è qualcuno il quale pensa [che] la fede sia il suicidio della nostra intelligenza, l'abdicazione ai diritti inviolabili dello spirito umano, un rinnegare la libertà di pensiero, la prima, la somma, la più nobile delle umane libertà. La fede non è forse una schiavitù umiliante, l'atteggiamento servile di uno schiavo, che pone la sua testa sotto il piede del suo padrone? Gli altri tiranni possono, con la violenza o la sopraffazione, invadere la mia patria, bruciare la mia casa, rubarmi i miei averi, costringermi a fare ciò che non voglio, a dire ciò che non penso. Dio sembra giungere più in là: [egli pare giunga] a farmi pensare ciò che non vedo. Non è una più sottile tirannia, un suicidio del[la] mia intelligenza? Vediamo.

Tu che temi di sacrificare i diritti e la dignità della tua intelligenza credendo a Dio, guarda: la tua vita non è che un tessuto di continui, infiniti atti di fede. Se fai l'inventario delle tue cognizioni, quante ne trovi che non provengono dalla fede prestata a qualcuno? Tu non hai contato gli abitanti delle città, non ha[i] misurato la lunghezza dei fiumi, l'altezza dei monti, la distanza tra le città, eppure non credi che sia un suicidio dell'intelligenza ammettere [l'esattezza della loro determinazione] sull'autorità di chi conosce tutto questo. Tu hai trenta, cinquanta, settant'anni, e parli di storia antica, medievale, moderna, senza aver visto nulla di quegli avvenimenti. Parli di Pitagora, Cesare, L[eone] Magno, Napoleone e non li hai mai incontrati. Forse non hai mai visto Budapest o il Canale di Suez, eppure non ti sogni di mettere in dubbio gli avvenimenti di questi giorni.

Quando senti la radio, leggi il giornale, consulti l'elenco telefonico o l'orario ferroviario, ti fai visitare da un medico, compri una medicina, fai le tue spese (e tutti questi sono atti di fede in qualcuno), tu non pensi che tutto questo sia abdicare agli inviolabili diritti della libertà di pensiero.

Dunque: se tutta la tua vita è basata sul credere a questo e a quello, perché ti scandalizzi se, nel campo della religione, avviene lo stesso, con la differenza che nella religione non si crede a un giornalista, alla donna di servizio, al panettiere, ma a quell'unico che è massimamente degno di essere creduto, perché è la stessa sapienza e verità infallibile?
Se accettiamo la testimonianza umana, dobbiamo accogliere anche quella divina, che è infinitamente più sicura e più certa.

[È forse da considerare] una rinuncia la fede, quando ci spalanca  le porte di un mondo infinito e superiore, che alle sole forze della ragione rimarrebbe sconosciuto?
[Sarebbe forse un]' abdicazione umiliante la fede, quando è l'unica finestra aperta sull'infinito, sul mondo di Dio, dell'anima, dell'al di là?
[Sarebbe una] schiavitù la fede, quando [attraverso di essa] ci è partecipata la luce stessa di Dio, [ci sono donati] gli occhi di Dio, per vedere, almeno oscuramente, ciò che egli vede con assoluta chiarezza?

  • La fede non è una catena che ci inceppa, ma un'ala che ci innalza oltre gli orizzonti umani;
  • non è un muro che ci preclude la vista, ma uno spiraglio aperto sulla

verità;

  • non è oscurantismo, ma una fiaccola accesa nelle tenebre; — non è schiavitù, ma liberazione, perché è la verità che ci fa liberi, «la verità che tanto ci sublima».6

6 Dante Alighieri, Paradiso 22,42.

105. Io credo in Dio
(XXV domenica dopo Pentecoste, 11/11/1956, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Introd[uzione].' Il Credo, questa formula veneranda della nostra fede, giunta a noi dagli apostoli, imporporata dal sangue dei martiri, arricchita dal genio dei dottori, impreziosita dall'oscuro eroismo di mille generazioni cristiane, si apre con una solenne affermazione, che è il nostro grido di certezza e nobiltà cristiana: «Io credo!».
Proseguendo nelfanali7zare il nostro Credo alla luce della mentalità moderna, noi cí troviamo oggi di fronte all'oggetto primo e fondamentale della n[o]s[tra] fede, alla base e al fulcro di ogni certezza umana: Dio! «Io credo in Dio!».

Dio: questa realtà suprema e invisibile, senza la quale la realtà è un assurdo indecifrabile, e la vita un non senso. Credere in Dio che significa per noi?

  • Credere in Dio significa che noi lo riconosciamo come il principio primo della nostra esistenza e di tutta la realtà.
  • Credere in Dio significa che noi lo proclamiamo fine ultimo e scopo supremo della nostra vita e di tutte le cose.
  • Credere in Dio significa che noi lo costituiamo norma assoluta del nostro pensare e del nostro operare.
  • Credere in Dio significa che noi mettiamo la sua legge alla base del vivere individuale, del vivere familiare, del vivere civile:dei rapporti tra le classi e le nazioni.

Io credo in Dio! Domenica prossima io spero di potervi dimostrare con la ferrea logica dal ragionamento che Dio esiste.

Oggi vogliamo affrontare una questione preliminare: che cosa avviene quando non si crede in Dio e si rinnega la sua esistenza?
Dostoevskij, il principe dei narratori russi del secolo scorso, risponde alla nostra domanda per bocca di uno dei suoi noti personaggi: «Se Dio non esiste, tutto è permesso». Se Dio non esiste, tutto è permesso.

7 Nell'originale abbiamo una prima stesura dell'introduzione cancellata, con il rifacimento nella facciata a fronte.

In questi ultimi cento anni è sorta una filosofia che rimarrà tristemente famosa nella storia, la filosofia materialista, basata su questi principi:
«L'unica vera realtà è la materia; tutto ciò che esiste è materia o prodotto della materia; al di fuori della materia non esiste assolutamente nulla; lo spirito è un prodotto fantastico del cervello umano; Dio non c'è, è una vuota idea fabbricata dagli oppressori per sfruttare gli oppressi. La religione è l'oppio dei popoli, per addormentare e spegnere le giuste rivendicazioni dei proletari».8
Questa filosofia atea e materialista, nata in Germania ad opera di Carlo Marx e Federico Engels, fu trapiantata in Russia e divenne la base ideologica del movimento comunista, íl cui scopo supremo, come asseriscono i rivelatori del marxismo, consiste nell'organizzare una società mondiale senza famiglia, senza patria, senza Dio: né Dio né culto.

Da quel momento, negato Dio, tutto è divenuto possibile e lecito. Questa è [la] spiegazione ultima dei crimini esecrandi che in questi giorni ha[nno] riempito di orrore e di sdegno il mondo civile.

Tolto Dio di mezzo, l'immane tragedia ungherese è stata possibile. Dio è verità, Dio è libertà, Dio è giustizia, Dio è amore. Crollato questo baluardo, sottentra il sistema della menzogna, dell'asservimento, del tradimento, del massacro: le quattro zampe sotto cui il pachiderma russo ha stritolato la nobilissima nazione ungherese.

  • Se Dio non esiste, è permesso fare la propaganda della pace per narcotizzare, disarmare coloro che si pensa domani [di] soggiogare, e intanto preparare l'esercito più grande del mondo.
  • E permesso distribuire premi della pace, e asservire interi popoli liberi.
  • È permesso parlare di democrazia, di libertà, di repubblica dei lavoratori, e intanto organizzare lo stato più assolutista che la storia conosca, più poliziesco, più intollerante di ogni libera manifestazione di pensiero, di fede, di azione.

— Perché Dio non esiste è permesso asservire popoli nobili e liberi, privandoli delle più sacre libertà religiose, politiche, sociali e, quando tentano di liberarsi dalla schiavitù, allora è possibile ricorrere a spietate repressioni contro conclamate reazioni; allora è permesso patteggiare per tradire, mitragliare per mettere ordine, invadere con un pesante esercito corazzato un paese quasi inerme, [imputabile] di non altro desiderio che di libertà e dignità.

8 Dei presupposti filosofici dell'ateismo don Quadrio tratta nel volumetto litografato, senza nome, Problemi d'oggi. In margine al trattato «De Deo Creante», tradotto anche in portoghese (cf. L 108).

  • È permesso negare i gratuiti soccorsi della mondiale liberalità ad un paese stremato di forza e ridotto alla fame.9

— È permesso fare di un popolo nobile e fiero una massa di schiavi.

Se Dio non esiste, tutto è permesso!
Spento nel cielo il sole di Dio, si fa buio in tutta la terra, il buio della barbarie più selvaggia; ed all[or]a spunta nel cielo la stella sinistramente rossa, grondante del sangue dei più brutali eccidi che la storia ricordi.

Fra mille anni scorrerà ancora il Danubio sotto i ponti di Budapest, e non avrà ancor lavato l'onta vergognosa di questa carneficina feroce. Il sangue di Abele innocente grida vendetta al cospetto di Dio!
Davanti a questa barbara, immane tragedia, scaturita dall'odio contro Dio, noi credenti della stessa fede degli Ungheresi oppressi e trucidati, noi, dal fondo della n[o]s[tra] coscienza umiliata e ferita, eleviamo il grido della nostra fede: «Noi crediamo in Dio», riconosciamo il suo supremo dominio sulla nostra vita privata e pubblica, accettiamo la sua legge come la legge del nostro vivere e del nostro agire. Noi crediamo in Dio.

E preghiamo. È l'ora della preghiera e della solidarietà cristiana.

— Preghiamo per chi è morto, perché riposi nella pace;
— preghiamo per chi muore, perché muoia nella pace;
— preghiamo per chi lotta, perché possa presto ritrovare la pace nella giustizia [e] nella libertà;
— preghiamo per i carnefici, perché Dio tocchi loro il cuore e si ravvedano e riparino i loro crimini;

  • preghiamo per i complici e corresponsabili dei carnefici, perché si decidano a spezzare i vincoli della loro ignominiosa correità.

9 È stato ritoccato l'ordine delle parole per facilitare il senso.

106. [Io credo in Dio]
(I domenica di Avvento, 02/12/1956, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Introduz[ione]. Nell'analisi del nostro Credo siamo ancora al primo passo: «Io credo in Dío». Ma è tanto importante e basilare questa prima pietra dell'edificio della fede, che abbiamo voluto assicurarci della sua solidità e consistenza.

Esiste veramente Dio, questa suprema, invisibile realtà che sta all'origine di tutte le cose? Sì, ci ha ripetuto l'immensa, perfettissima macchina dell'universo, degli astri. Se Dio non esiste, l'universo è un assurdo. Sì, ci ha ripetuto l'infinitamente piccolo mondo degli atomi, non meno complesso e perfetto che il mondo delle stelle e delle galassie. Se Dio non esiste, la perfettissima costituzione dell'atomo è un enigma inspiegabile.10
Ma il principale e più convincente argomento dell'esistenza di Dio non è stato ancora accennato: è il mondo meraviglioso degli esseri viventi. La vita che palpita misteriosamente in ogni angolo dell'universo non è assolutamente spiegabile, se non esiste un'Intelligenza superiore, che noi chiamiamo Dio.

Fin qui noi non abbiamo parlato che di materia inerte. Un'esplorazione nel regno degli esseri viventi ci riserva nuove sorprese. Basta aprire gli occhi attorno a noi. Guardate un fiore, una farfalla. Contemplate la fatica del ragno che tesse la tela, d'una formica che scava le gallerie della sua città sotterranea, di un'ape che costruisce le cellette della sua dimora. Quali problemi tutto questo pone alla nostra intelligenza!
— Un'ala di farfalla dai colori variopinti e sgargianti è formata da centinaia di migliaia di piccole scaglie. Le belle farfalle bleu del Brasile contano fino a un milione e mezzo di scaglie su ciascun[a] ala. «L'occhio e l'ala di una farfalla bastano a sc[hi]acciare un ateo. Ed io potrei schiacciarvi col peso dell'universo» (Diderot, scienziato del secolo] XIX).

— Sapete voi che certe specie di mosche battono le loro ali 440 volte al secondo? Come si è potuto calcolarlo? Il brusio delle ali produce la nota «la», per produrre la quale ci vogliono 440 vibrazioni al secondo.

Questi accenni sembrano presupporre due omelie, che non ci sono pervenute. Due infatti sono le domeniche che rimangono senza commento nel periodo tra le festività di Tutti i santi e l'Immacolata, per la quale ultima è stata preparata l'omelia che segue nel quaderno (cf. 0 053).

Il materiale di cui don Quadrio si poteva servire per le prove dell'esistenza di Dio abbonda nella sua produzione.

— Sapete che la lingua di una lumaca è una specie di lama coperta da 20.000 denti che neanno una vera grattugia?
— In una goccia d'acqua stagnante osservata al microscopio voi potete contemplare una grande foresta di alghe impercettibili a occhio nudo che rendono verdastra l'acqua; e [stando a scrutare] tra i tronchi di questa fitta foresta voi vedreste circolare una miriade di animali curiosissimi e strani, che si accavallano, si inseguono, si divorano, si riproducono: un vero universo vivente, che noi schiacciamo ogni istante sotto i piedi senza accorgercene.

— Ognuno di questi organismi piccolissimi (questo è il più meraviglioso) è perfettamente fornito di tutto ciò che gli è necessario e utile per vivere, nutrirsi e riprodursi secondo la sua natura. Pensate all'infinità di piccoli strumenti di cui è fornito un essere vivente: le lime delle lumache, le pinze di certi insetti, le ventose di alcune raganelle, gli apparati" luminosi delle lucciole e molto più di certi pesci abissali forniti di un complesso apparecchio di illuminazione, [le] siringhe delle api e delle vespe. [Pensate] alle frecce, alle ancore, alle pile elettriche, alle spazzole e a molti altri organi strumentali di animali diversi.

Se una differenza esiste fra questi e gli strumenti prodotti dall'ingegno umano, essa consiste in questo: che, q[uan]to più si osservano gli strumenti dell'uomo, tanto più si vedono difettosi; mentre quanto più si osservano organi strumentali della natura, tanto più si trovano adatti allo scopo.

Ora, se non è possibile concepire che gli strumenti umani si formino senza il concorso d'un'intelligenza, come si potrà ammetterlo per gli organi strumentali?
Si pensi, per es[empio], a quel complesso e complicatissimo laboratorio chimico che è una foglia. Una piccola, tenera foglia si agita alla carezza del vento. Noi l'abbiamo osservata nella sua grazia e bellezza, nell'iridescenza dei suoi colori: ma non sta qui la prova dell'Intelligenza che l'ha creata. Bisogna osservarla con l'occhio dello scienziato. Migliaia di cellule lavorano per la sintesi clorofilliana. [Ogni fogliolina possiede innumerevoli] finestrelle per la luce; bocche per l'aria, che si aprono o si chiudono a seconda del bisogno.

Nell'originale: apparecchi.

Le foglie poi non sono disposte casualmente sul ramo, ma in modo ordinatissimo e sempre fisso, in modo di beneficiare in giusta misura della luce e del calore, secondo un rapporto matematico facilmente controllabile.

Darwin scriveva a un amico botanico: «Se voi mi volete salvare da una morte miserabile, ditemi perché l'angolo fogliare è sempre di 1/2, 1/3, 2/5, 3/8 ecc. e mai diverso. Basterebbe questo per  far impazzire l’uomo più tranquillo».

E i mirabili dispositivi che le foglie hanno per dirigersi verso la luce?
Se voi visitate una grande fabbrica con migliaia di macchine perfettissime e complicatissime, voi non vi sognate di dire: «Si è fatta da sé. Ebbene, la  più piccola foglia di verdura che oggi troverete sulla vostra mensa è una fabbrica mille volte più perfetta e complicata della Fiat. E vorreste pensare che si è fatta da sé, senza un'Intelligenza superiore? Ma perché non si potrebbe essere fatta a caso, per una fortuita combinazione di elementi?
Gli scienziati hanno calcolato la possibilità di una formazione fortuita della più piccola delle migliaia e migliaia di cellule che formano una foglia. È il calcolo delle probabilità, di cui non posso portarvi che le conclusioni ultime.

Supponete che un milione di scimmie siano state ammaestrate a battere a caso i tasti di un milione di macchine da scrivere. Altre scimmie raccolgano i f[ogli]...

La possibilità12 che si sia formata da sola una cellula, secondo il calcolo delle probabilità, è simile a quella che avrebbe un reggimento di scimmie dattilografe di riprodurre a caso, senza mai sbagliare, tutti i libri, fogli, giornali scritti dal principio del mondo finora.13
12 Nell'originale: la probabilità.

13 È stato invertito l'ordine dei due ultimi capoversi.

107. Dio nell'uomo
II domenica di Avvento, 09/12/1956, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Le nostre precedenti conversazioni sul primo articolo del Credo: «Io credo in Dio», si possono riassumere nella celebre affermazione che Angelo Gatti pone sulla bocca di un personaggio del suo romanzo «ILia ed Alberto»: «Il mondo con Dio- è un mistero; senza Dio è un assurdo; preferisco il mistero».

L'infinitamente grande (l'universo), l'infinitamente piccolo (l'atomo), il mondo meraviglioso dei viventi non hanno alcuna spiegazione possibile, se non l'esistenza di una infinita mente ordinatrice, che chiamiamo Dio.

Il ragionamento è assolutamente certo. Come ogni impronta sulla sabbia del deserto o sulla neve delle montagne suppone l'esistenza di un animale che, passando, ve l'abbia lasciata; così il mondo porta l'impronta di un'Intelligenza suprema, Dio. Dunque Dio esiste! Io credo in Dio!
Ma vi è un essere in cui Dio ha stampato più vasta, più profonda, più visibile l'orma di se stesso: l'uomo. Dopo aver interrogato l'universo, l'atomo, la vita; oggi vogliamo interrogare noi stessi, scandagliare i più segreti recessi della nostra personalità, per scoprire l'impronta, la marca di fabbrica che Dio vi ha lasciato.

I. Interroghiamo anzitutto il nostro corpo nella meravigliosa e perfettissima struttura dei suoi organi.

  • Il tuo occhio è immensamente più perfetto di una macchina fotografica: si adatta alle distanze, riproduce i colori, funziona con una spontaneità che le macchine più perfezionate e i fotografi più provetti non possono se non imitare da lontano.
  • Il tuo orecchio sa riprodurre alla perfezione le armonie di una intera orchestra, discernendo i suoni principali dagli armonici dei singoli strumenti.
  • E tuo cervello è così complesso e specializzato da trovare per ogni sensazione un segno e per ogni movimento una via di comunicazione. Il tuo cervello è una centrale telefonica infinitamente più complessa e perfetta di quella della Il numero dei neuroni corticali del cervello è, secondo il Dubois, di 14 miliardi.

E se vuoi, accanto all'occhio, all'orecchio, al cervello, continua col cuore, col sistema circolatorio, con gli organi della loquela, e poi poniti coraggiosamente la domanda: «Chi ha costruito questa perfettissima macchina?». Tu? No. Tu non sai neppure ciò che sta sotto la tua pelle! Neppure tuo padre e tua madre lo sapevano, neppure i tuoi antenati, neppure i più grandi medici lo sanno! E chi allora? Forse un uomo sapientissimo? Ma guarda che gli uomini vivevano ancora nelle caverne e non sapevano ancora nulla del telefono, [del] telegrafo, della fotografia e già esisteva questo perfettissimo meccanismo telefonico e te[le]grafico e fotografico che [è] il corpo umano. L'uomo non si è fatto da sé. La mamma dà alla sua creaturina la carne, senza saper nulla di tutte le sapientissime cose che sono nel corpo umano. Perché non ne è la causa ultima, perché non basta a dar ragione della carne del suo bambino.

Ma lasciamo il nostro corpo e consideriamo ciò che ci distingue dagli animali, la nostra intelligenza. La nostra intelligenza ha una sete inalterabile di verità, che ci sospinge instancabilmente a cercare, a indagare, a conoscere sempre di più. Non esiste uomo che non sia sospinto e quasi divorato dal desiderio della verità, dal bambino che tormenta la madre con i suoi infiniti perché; allo scienziato che punta per intere notti il suo telescopio verso il cielo stellato, o scruta al microscopio l'intima composizione della materia; al vecchio cadente che, all'appressarsi della morte, si domanda inquieto: E cloRo? Che cosa sarà di me, dopo?
L'uomo è fatto per la verità, per tutta la verità completa e perfetta. Vi tende come l'ago della bussola verso il suo nord magnetico. L'uomo ha sete di certezza, ma di una certezza piena, assoluta, perfetta, senza incrinature di dubbi, senza quel martirio lacerante e dilaniante dello spirito che è il brancolare nell'incertezza.

Ma quaggiù, nelle creature, l'uomo non trova che briciole di verità che barlumi di certezza. ITunque deve esistere quell'essere che è assoluta e infinita verità, che [è] piena e perfetta certezza: Dio!
Ma come potrebbe essere vero per me come per voi, per gli Esquimesi come per i Fueghini, che due più due fa quattro, che il tutto è maggiore delle sue parti, se non vi fosse una verità assoluta, che è fonte e norma di ogni altra verità? L'intelligenza umana non crea la verità, la trova, la scopre. Dunque deve esistere una prima intelligenza che sta all’origine di ogni verità e certezza.

III. L'uomo, oltre che intelligenza, è volontà. Ognuno di noi ha una volontà assetata di bontà e di giustizia.

Il bambino ha un senso innato della giustizia. La minima preferenza, il segno più insignificante [di] parzialità lo offende e lo chiude. Se gli narrate la storia di Biancaneve, prende decisamente partito contro l'ingiustizia della regina. Anche l'uomo più corrotto non è riuscito a soffocare un senso insopprimibile di rivolta di fronte all'ingiustizia.

Ora questo senso viene appagato in questo mondo? No!
Noi vediamo ad ogni passo trionfare il vizio, umiliata l'onestà; vediamo sopraffazione, angherie, disuguaglianze; ma tutti gli affamati, i senza tetto, gli oppressi, gli schiavi della macchina, i prigionieri, i deportati, i torturati, gli eroi sconosciuti... Potete dire che in questo mondo vi sia uguaglianza e giustizia?
Questo istinto di giustizia non ci può ingannare perché è la voce della natura, come l'istinto non inganna le rondini, sospingendole all'appressarsi dell'inverno verso il sud, al miraggio di paesi più caldi. Ci dev'essere Uno infinitamente giusto, che metterà tutte le cose a posto, dando a dascun61 suo, affinché per tutta l’eternità no sia identica la sorte dell'onesto e del ladro, del perseguitato e del persecutore, della vergine e dello stupratore.

Questa infinita giustizia è Dio!
Debbo finire.

Dramma di De Curel.14
Finché sulla terra vi è un uomo che desidera verità e certezza e bontà e giustizia, io non posso dubitare che Dio esista, come davanti a un'impronta umana, lasciata sulla neve, io non posso dubitare che di h è passato un uomo!
[Finché nei mari c'è l'alta marea, vi è un astro che, passando, la provoca. Finché nel cuore umano vi è un palpito verso la felicità, io credo in Dio].15
14 Non ci è stato possibile sviluppare l'accenno.

15 Capoverso riportato dalla conclusione dell'omelia che segue, non riprodotta qui (Arch. 176), che tratta della prova psicologica dell'esistenza di Dio, movendo dall'inappagabilità del cuore di fronte a tutti i beni finiti. Per lo sviluppo di questa tematica, si veda la conversazione pubblicata in E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 204-206.

108. lo credo in Dio Padre
(IV domenica di Avvento, 23/12/1956, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Il nostro Credo, pervenuto a noi dagli apostoli, impreziosito dal sangue dei martiri, adornato dalla sapienza di dottori, si apre con la parola più grande e più certa che possa fiorire sul labbro umano: «Io credo in Dio».

Dio! Ma chi è questo essere invisibile e presentissimo, la cui esistenza è cantata dall'universo degli astri e degli atomi, è provata- dalle meraviglie della vita e dell'uomo? Dio!
Se egli mi desse la grazia di farvi sentire un poco la sua realtà, di mostrarvi per un attimo il suo santissimo volto!
I ragionamenti a cui ho accennato nelle precedenti conversazioni ci dicono che è un essere ricco di tutte le perfezioni, perché [esse] tutte sono derivate da lui, eppure, al tempo stesso, ci avverte che deve essere semplicissimo, perché non sia soggetto a corruzione e a morte.

E la mente si sperde a inseguire questi concetti; e balbetta bontà infinita scienza infinita, bellezza infinita...; e si sforza di unificare ciò in un essere semplice, spirituale, eterno, immutabile»...! La n[o]s[tra] mente si smarrisce.

Ma ecco venire in nostro soccorso la fede, con una parola che ci svela il vero volto di Dio: Dio è nostro Padre. «Io credo in Dio Padre»!
Padre! Senza dubbio, per noi è cosa del tutto naturale, un affare abituale, al punto che noi a mala pena riusciamo a pensare che possa essere diversamente. Ma è alla fede cristiana che noi dobbiamo questa sublime rivelazione.

La Grecia e Roma, Budda e Maometto, lo stesso popolo eletto non ha[nno] conosciuto Dio come Padre. Per gli Ebrei Dio era un padrone severo che imponeva i suoi comandamenti tra i fulmini e i tuoni, e che ne puniva la trasgressione fino alla terza e alla quarta generazione.

Gli Ebrei non osavano neppure pronunciare il nome di Dio e noi possiamo chiamarlo con la formula della più familiare ed intima confidenza: «Padre, Padre nostro».

Qui è tutta l'essenza del cristianesimo: Dio è il nostro Padre e noi siamo i suoi figliuoli. Noi apparteniamo alla sua famiglia; siamo nella sua casa non servi, non ospiti, ma fidi. I suoi beni ci appartengono non per elemosina, ma per diritto di figliolanza. Tutto ciò che è di n[o]s[tro] P[adre], è nostro.

«Noi non abbiamo ricevuto uno spirito di paura proprio degli schiavi, ma uno Spirito di amore, proprio dei figli, così che in ogni momento possiamo gridare a Dio: Padre mio!».

Per radicare in noi il senso della divina paternità, che è il senso fondamentale del cristiano, io affido alla vostra riflessione tre semi di contemplazione.

  • Dio è mio Padre. Egli dunque mi conosce e  conosce tutte le mie necessità. È parola di Gesù: «Il vostro Padre sa ciò di cui avete bisogno». Quale luminosa e rasserenatrice certezza: Dio, il mio P[adre], mi conosce personalmente, conosce tutto di me, conosce tutto della mia vita passata, presente, futura. Tutto ciò che avviene, tutto assolutamente senza eccezione, [tutto ciò che è] in me, attorno a me, contro di me, è stato previsto, calcolato, predisposto da mio Padre. Tutto è nelle sue mani, nulla può sottrarsi alla sua forte e paterna provvidenZ7.-1 giorni della mia vita scorrono fra le dita della sua mano; egli dirige in ogni istante il timone della mia esistenza.

Quale gioia e quale pace poter dire in ogni istante, qualunque cosa capiti: «Mio Padre lo sa. Egli sa quello che fa».

Una tempesta furiosa imperversa sull'oceano e una grande nave è sballottata sulle onde, paurosamente. I passeggeri hanno perso la testa e il controllo dei nervi. Solo un bambino continua a giocare in mezzo alle grida e al tumulto. È il figlio del pilota. Placata la tempesta, qualcuno gli chiese: «Ma tu non avevi paura?». «Paura? Perché? Ma c'era mio padre al timone!», rispose il bambino con una ingenuità sconcertante.

  • Dio è mio Padre. Dunque mi ama. Tutto ciò che egli vuole o permette, tutto ciò che dispone a mio riguardo, tutto è voluto, permesso e disposto in vista del mio vero bene.

— Dio mi ama. Che cosa può capitarmi di male?

  • Dio mi ama. Mi crollasse addosso l'universo, non ho nulla da temere.
  • Dio mi ama. Ci può essere una ragione per essere triste?

Domandare a un cristiano «Come stai?» è un complimento, come dirgli «Buon giorno». Può un figlio di Dio stare male?
Ma, e le disgrazie, e i dolori, e il male? Dio ci ama da Padre anche attraverso la sventura. Il dolore è la mano sinistra di Dio: e Dio dona con entrambe le mani.

Fin quando vedremo nel dolore una disgrazia che ci colpisce, noi non abbiamo capito nulla di Dio e della sua paternità.

E bimbo strepita e piange contro la mamma che gli dà una medicina amara per farlo guarire, ma un giorno capirà e la ringrazierà di non averlo lasciato morire.

Un giorno capiremo anche noi e loderemo Dio di quello per cui forse oggi siamo tentati di maledirlo. Egli sa quello che fa; e tutto quello che fa lo fa per il nostro bene, anche se è contro i nostri gusti, i nostri piani, i nostri desideri. Egli ricama mirabilmente, da grande artista, la nostra vita, alternando gioie e tormenti: noi per ora non ne vediamo che [il] rovescio e tutto ci sembra un guazzabuglio; un giorno ne vedremo il verso giusto e allora diremo: «Ah, ora capisco!». Miei fratelli: sappiamo aspettare!
3. Dio è mio Padre. Dunque provvede!
Egli è sempre al mio fianco, pronto a intervenire, ad aiutare, a soccorrere. Più pronto lui ad aiutare, che io a chie[d]er aiuto. Non c'è preghiera senza risposta. Dio esaudisce sempre ogni richiesta fatta con cuore filiale: o concedendoci ciò che chied[i]amo, o qualche cosa di meglio e di più necessario per noi.

Che cosa può negarci, colui che ci ha dato suo Figlio unigenito?
Dio è mio Padre: che cosa ci può mancare?
Ecco il mio augurio di Natale per ciascuno di voi: [un] senso di sicurezza, [di] tranquillità, di fiduciosa attesa. Non solo [nella prosperità riconosciamo] la mano di Dio, [ma anche] quando la croce pesa; quando il dolore e lo sconforto [ci opprimono, affinché anche in essi possiamo] sperimentare la gicia.

109. Io credo in Dio... creatore
(DI domenica dopo l'Epifania, 27/01/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Le nostre precedenti conversazioni16 sul primo articolo del Credo «Io credo in Dio» ci hanno condotto a questa conclusione: il mondo con Dio è un mistero. Il mondo senza Dio è un assurdo. Noi preferiamo il mistero.17
L'infinitamente grande (l'universo), l'infinitamente piccolo (l'atomo), il mondo meraviglioso della vita, specialmente lo spirito umano con le sue aspirazioni insopprimi[bi]li a un'infinita verità, a un'infinita giustizia, a un'infinita felicità, non hanno alcuna spiegazione possibile, se non l'esistenza di una mente infinita ordinatrice, che noi chiamiamo Dio.

Il ragionamento è assolutamente certo. Come ogni impronta sulla neve suppone l'esistenza di qualcuno che, passando, ve l'abbia lasciata; così il mondo porta in sé l'impronta di un'Intelligenza suprema: Dio. «Io credo in Dio!».

«Creatore del cielo e della terra». È una delle verità fondamentali della fede cattolica, il secondo articolo del Credo, che noi oggi vogliamo brevemente chiarire e dimostrare.

Oggi [intendiamo] approfondire il mistero luminoso racchiuso in questo] concetto [di] «creatore».

1. Creatore. [Affermare che Dio è] creatore significa [dire] che Dio [h]a fatto dal nulla tutta la realtà esistente, cioè che egli ha posto un atto col quale:
— senza formare il mondo dalla sua propria sostanza (come la madre fa col corpo del figlio);

  • senza utilizzare alcun elemento preesistente (come fa lo scultore con la statua);
  • Dio fa apparire il mondo e lo conserva fuori di sé, là dove prima non c'era che il nulla.

Creare è far sbocciare l'essere sul tronco del nulla. «In princ[ipio] Dio creò il cielo] e la terra».

16 Con questa omelia entriamo nell'anno 1957.11 commento al Credo è ripreso dopo l'interruzione delle feste natalizie. È inserita un'omelia per sensibilizzare sul problema delle nuove chiese, secondo le direttive del cardinale Fossati. La presente si colloca nella domenica che precede la festa di don Bosco (31 gennaio).

17 Angelo Gatti nel romanzo Ilia ed Alberto (cf. 0 107, inizio).

  • Dio, l'essere infinito, esisteva da sempre nella sua infinita solitudine, felicità e perfezione. Dio è amore e l'amore tende ad espandersi, a donarsi. Dio ha voluto comunicare ad altri i tesori dell'esistenza, della vita, della perfezione. Ed allora, in un impeto d'infinito amore, con la grande voce della sua onnipotenza ha chiamato dall'abisso del nulla il mondo, ha convitato le creature alla mensa della sua esistenza. Tutto ciò che esiste fuori di Dio, riceve l'esistenza da lui: tutto è come un irraggiamento, una partecipazione dell'essere divino.
  • Tutto: l'infinito universo degli astri con i suoi innumerevoli miliardi di stelle, di soli, dí galassie, di mondi; la nostra terra che è una briciola infinitesimale dell'universo; le piante in tutta la loro molteplice realtà; gli animali coi loro sapientissimi istinti; gli uomini, tutti gli uomini ed anche gli spiriti separati dalla materia.

E una sterminata moltitudine di esseri: tutti creati da Dio. Noi ci muoviamo sempre fra le opere di Dio.

— Sollèvati al cielo;
— scendi nelle profondità della terra;
— addentrati nei meandri della coscienza. Sempre sarai dí fronte all'opera di Dio.

  • E queste opere, venendo da Dio, ci manifestano, ciascuna, qualche aspetto di Dio: sono come raggi di Dio, e ogni raggio rivela un po' della magnificenza del sole.

Quando nel mondo ci colpisce la bellezza di un tramonto, quando ci sfiora la bontà di un sorriso, quando scrutiamo la profondità luminosa dell'occhio di nostro figlio, quando ammiriamo la sapienza di cui è pieno un alveare, quando ci incute timore la forza del mare adirato, noi siamo sempre innanzi a raggi di Dio: a un raggio della bellezza di Dio, a un raggio della bontà di Dio, a un raggio della sua sapienza, a un raggio della sua potenza.

«Dovunque il guardo giro», diceva la piccola poesia della n[o]s[tra] infanzia, «immenso Dio, ti vedo: nell'opre tue t'ammiro, ti riconosco in me. La terra, il mar, le sfere, parlan del tuo potere: tu sei per tutto, e noi tutti viviamo in te».18
Rapiti da questo pensiero, gli spiriti contemplativi cadevano in ginocchio innanzi alle creature, ammirando la maestà del Creatore: e nel fiore adoravano la divina bellezza, nella danza delle stelle la divina sapienza.

18 Pietro Metastasio, Ariette (da La Passione di Gesù Cristo).
Quali fremiti per l'anima che comprende! Noi ci muoviamo fra le braccia di Dio, è Dio che continuamente ci protende i suoi doni: in Dio respiriamo, respira l'anima, respira il corpo. Siamo immersi in una luce, che è tutta luce di Dio: «Mio Dio e mio tutto!».

  • Tutto il mio essere, anima e corpo, intelligenza e materia, tutto fino all'ultima fibra della realtà, fino all'ultimo frammento di essere, tutto, assolutamente tutto ciò che sono, ciò che ho, ciò che faccio, ciò che posso, è opera di Dio, è una partecipaz[ione] all'essere divino, è un'eco e un raggio della sua infinita perfezione.

Nel profondo silenzio dell'anima, collocandomi nel centro del mio essere, io voglio sentire questo fluire della calda linfa dell'esistenza che da Dio scorre19 ininterrottamente a me; questo continuo essere creato da Dio; perché, se questo fluire si troncasse per un solo istante, io piomberei nel freddo del nulla. Dio ha in mano l'interruttore della mia esistenza.2°
19 Nell'originale: fluisce.

20 li testo cita: Rollin.

110. [La] creazione
(IV domenica dopo l'Epifania, 03/02/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
«Io credo in Dio Padre] o[nnipotente], creatore del cielo e della terra».

A conclusione di una precedente conversazione, avevo promesso di portare le prove della creazione di tutte le cose da parte di Dio, cioè la dimostrazione che, all'origine di tutta la realtà, c'è l'atto creatore dell'Essere onnipotente. Oggi, per risalire di secolo in secolo fino a quell'attimo solenne in cui l'universo ebbe inizio, noi abbiamo tre vie:

  • il sentiero lungo e faticoso della scienza;
  • la strada carrozzabile della filosofia; – la grande e sicura autostrada della fede. Percorriamole successivamente e brevemente. Incominciamo da[lla] scienza. Che cosa ci può dire sull'origine della realtà?

Prima prova. La scienza positiva ha fatto in questi ultimi anni enormi progressi nell'investigazione delle origini dell'universo. Ad es[empio], ha scoperto una legge fisica fondamentale, detta legge dell'entropia (Rodolfo Causius), in base alla quale tutti i fenomeni naturali sono semprecongiunti con una diminuzione di energia, con un logoramento di forza, un progressivo invecchiare ed esaurirsi di tutte le fonti di energia. Per es[empio], la massa solare sprigiona ogni secondo una gigantesca quantità di energia raggiante nello spazio circostante, così che le riserve del sole, nel corso di miliardi di secoli, vanno lentissimamente, ma irreparabilmente diminuendo ed esaurendosi, come si esaurisce una qualunque batteria elettrica.

Da questa legge detta dell'entropia o dell'invecchiamento, gli scienziati deducono:

  • che l'universo nel corso di miliardi di anni diventerà progressivamente un vulcano spento, sul quale si stenderà l'ala della morte: è una batteria che va scaricandosi, una candela che va consumandosi e spegnendosi;
  • che, se l'universo esistesse da sempre (cioè non avesse avuto inizio), a quest'ora tutte le sue energie sarebbero già state consumate ed esaurite, e quindi sarebbe ridotto a un ammasso di materia inerte. Gli scienziati dunque sono arrivati a dimostrare che l'universo non è eterno, ma [che] ha incominciato ad esistere nel tempo.

Seconda prova. Ma la scienza può andare anche più in là. Quando è incominciato ad esistere l'universo? Quando hanno avuto origine i processi cosmici che noi conosciamo? La fisica nucleare, in collaborazione con l'astrofisica, è riuscita recentemente a stabilire con notevole approssimazione l'età dell'universo, cioè a fissare la data di nascita del mondo materiale.

In che modo hanno potuto farlo? Con vari metodi scientifici, per e s [empio] :

  • misurando la distanza tra le varie galassie (o ammassi di stelle) e la velocità con cui esse si allontanano una dall'altra;

– calcolando l'età della crosta terrestre e dei vari minerali che la compongono, mediante la misurazione della loro radioattività;

  • calcolando l'età dei meteoriti e degli stessi astri mediante l'analisi della loro radioattività.

Ora tutte queste vie danno un risultato convergente, e cioè che l'universo ha avuto inizio circa cinque miliardi di anni fa. Il margine di errore in questa cifra oggi è relativamente piccolo: circa 150 milioni in più o in meno.

Terza [prova]: l'atomo primitivo.21 Tutti gli scienziati poi sono concordi nell'asserire che il nostro universo con i suoi processi cosmici non può assolutamente risalire oltre i dieci miliardi di anni. La scienza non può assolutamente risalire più in là; più in là per la scienza c'è un'immensa frattura, un incognito insolubile, un enigma che la scienza non potrà mai decifrare. Perché? Perché la scienza studia solo i fenomeni e le loro cause immediate: ma Dio [e] la sua azione appartengono al regno delle cause supreme, cl e sfuggono a ogni esperimento scientifico. Nessun telescopio, per quanto potente, nessun microscopio per quanto perfetto, nessun'analisi chimica, nessun calcolo infinitesimale potrà direttamente controllare Dio e la sua azione.

Risalendo il fiume del tempo e dei fenomeni cosmici, la scienza vede che essi hanno certamente avuto principio, che non sono assolutamente eterni, che l'universo è nato circa cinque miliardi di anni fa; ma qui la scienza deve arrestarsi impotente.

Questa frattura col passato, che altro potrebbe essere se non la creazione? Oggi i più grandi scienziati stimano l'idea della creazione dell'universo del tutto conciliabile con la loro concezione scientifica e che, anzi, vi sono condotti spontaneamente dalle loro indagini.

21 L'argomento è inserito in una riga rimasta parzialmente vuota, non esattamente al posto in cui è stato qui collocato per rimanere coerenti al discorso.

L'accenno non è sviluppato. Si potrà integrare con una risposta a «Meridiano 12» (R 049).

111. La creazione
(V domenica dopo l'Epifania, 10/02/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
«Io credo in Dio, creatore del cielo e della terra». Per giungere a scoprire la verità della creazione di tutta la realtà, noi disponiamo di tre vie di valore diverso: la scienza, la filosofia, la fede.

I. Nell'ultima conversazione abbiamo percorso la via della scienza, risalendo, di millennio in millennio, la storia dell'universo e concludendo, con i più eminenti fisici viventi, che il mondo ha avuto origine circa cinque miliardi di anni fa. Se qualche cosa prima esisteva, esisteva in uno stato completamente diverso da qualunque cosa oggi conosciuta. La scienza si arresta davanti a un limite invalicabile, a un enigma oscuro, a una frattura con il passato, che la scienza non può spiegare, perché (dicevamo) l'atto creatore di Dio non appartiene al mondo dei fenomeni e quindi sfugge a ogni controllo scientifico. La scienza può dire solo: l'universo non è eterno, l'universo dieci miliardi di anni fa non esisteva, l'universo ha avuto un'origine nel tempo!
Come? Per opera di chi? A queste domande non può rispondere la scienza, perché essa si limita ai fenomeni.

11. Ed allora eccoci venire in soccorso la filosofia, che si innalza sopra i fenomeni e studia le cause ultime della realtà, le ragioni supreme delle cose.

Io vorrei poter condensare in poche e chiare parole i poderosi ragionamenti con cui in filosofia si dimostra che tutto è creato da Dio. Sarò semplicissimo, perché la verità ama la luce. Io sfido chiunque a sfuggire, se riesce, alle maglie di questo semplicissimo ragionamento. Del resto il compito mi è facilitato, perché abbiamo già consacrato parecchie conversaz[ioni] a dimostrare come il mondo degli astri, degli atomi, dei viventi, dell'uomo rimanga un assurdo, se non si am[m]ette l'esistenza di Dio.

Attorno a noi, tutto ciò che esiste riceve l'esistenza da qualcun altro: l'uomo da altri uomini, l'albero da un altro albero, la rosa da un'altra rosa, l'astro attuale da una precedente formazione di materia. Niente si fa da sé, neppure le cose più semplici: non una macchina, non una casa, non un mattone, non uno spillo. Nulla si fa da sé dal nulla. Ogni cosa ne suppone un'altra da cui riceve l'esistenza: lo spillo una macchina, la macchina un uomo,  un uomo suppone un altro uomo.

Ora è possibile che tutte le cose abbiano ricevuto l'esistenza da un'altra cosa? È impossibile ed assurdo che la realtà sia composta completamente di cose fabbricate: ci vuole per lo meno un fabbricante che non sia fabbricato.

Infatti è assurdo che tutte le cose, tutte e sempre, siano venute ciascuna da un'altra: ce ne deve essere per lo meno una che non sia venuta da nessuna. Se non ci fosse per lo meno una realtà, un essere che sia sempre esistito e non abbia avuto bisogno di essere fatto da un altro, non si sarebbe mai incominciata le serie degli esseri che vediamo.

È assurdo che tutti ricevano, senza che ci sia uno che dia. È assurdo che nell'orologio le ruote si muovano l'un[a] l'altra senza una molla che imprima il movimento: moltiplicate le rotelle quanto volete, ma ci vorrà sempre una molla. È assurdo che un pennello possa dipingere senza una mano che lo guidi. Allungate il pennello quanto volete: ci vorrà sempre una mano.

Dunque esiste questo Essere che non riceve l'esistenza da un altro, ma ha l'esistenza in se stesso e per se stesso; che non ha mai incominciato, perché è sempre esistito; che dà a tutti senza ricevere da nessuno; che è la sorgente prima ed universale di tutta la realtà (perché egli è la realtà); di tutta la bellezza ([perché egli stesso è la] bellezza infinita); di tutta [la] bontà ([perché egli è la] bontà infinita).

  • Dio è infinito. Se è infinito è uno solo (due infiniti non possono essere).
  • Se Dio è uno solo, dunque è uno solo l'Essere che ha in se stesso l'esistenza senza riceverla da un altro.
  • Se è uno solo l'Essere che non riceve l'esistenza, tutti gli altri esseri ricevono l'esistenza. Da chi? Da lui. Dare  l'esistenza è creare. Dunque Dio crea tutte le cose che sono fuori di Lui.

112. [La] creazione
(Settuagesima, 17/02/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Per risalire lungo il fiume dei secoli alla sorgente di tutte le cose, noi abbiamo anzitutto percorso il faticoso sentiero della scienza, la quale ci ha condotto a questa conclusione: l'universo ha avuto origine nel tempo; l'universo non è sempre esistito. Ma qui abbiamo dovuto arrestarci, perché la scienza dei fenomeni non può controllare la causa e il modo dell'origine prima della cose.

È venuta allora in nostro soccorso la filosofia, che [rappresenta la] suprema saggezza che scruta le cause ultime degli esseri, e la filosofia ci ha condotto per mano a quest'altra conclusione: tutto ciò che esiste fuori di Dio, tutto è stato creato da Dio o direttamente o indirettamente. È assurdo un essere finito che non derivi dall'unico essere infinito che è Dio. Ma basta questo a placare tutta la sete di verità che brucia dentro ogni uomo? Basta la ragione umana e la filosofia a risolvere tutti gli interrogativi che noi ci poniamo intorno all’origine delle cose?-No! In questo campo la filosofia non basta, ed allora nell'ultima conversazione concludevamo invocando Dio stesso22 che ci inviasse un raggio della sua luce a dissipare le tenebre fiera nostra mente dubbiosa e brancolante. E Dio ci risponde attraverso la rivelazione, contenuta nei libri ispirati e custodita per divino mandato dalla chiesa.

È la terza tappa del nostro itinerario verso quel punto iniziale che segnò l'inizio della realtà: la via luminosa della rivelazione.

Apriamo la Bibbia alla prima pagina e leggiamo, con la fede devota di chi riconosce nella Bibbia la parola di Dio, il racconto della creazione.

«In principio», cioè] quando non c'era che Dio nella sua infinita e assoluta solitudine, e all'infuori di Dio non c'era che il nulla e il vuoto assoluto. Dio e il nulla. Dio, l'Essere infinito, e il nulla, l'infinito non-essere: ecco lo stato primitivo, il punto di partenza della realtà, l'antefatto della creazione.

«Dio creò»: con un semplicissimo atto della sua onnipotenza fece che il nulla si tramutasse in realtà, il non-essere in essere. Come fece? Volle, e sul tronco del nulla fiorirono le cose. Chiamò con la gran voce della sua onnipotenza e, dall'abisso sconfinato del nulla, ubbidienti risposero le cose. Disse e fu fatto. Comandò e fu creato. Che cosa?
22 Nell'originale che possediamo non appare tale invocazione. Si tratta forse di una parte liberamente aggiunta a voce.
«Il cielo e la terra»: espressione ebraica che significa l'universo. Ma in quale stato l’universo uscì dalle mani di Dio? Com'è ora? No! La Bibbia, con immagine pittoresca, dice che, appena creato, l'universo era una massa di materia informe e caotica, avvolta nelle tenebre. Ecco le parole del testo sacro: «E la terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia dell'abisso». Tutto fa pensare che questa massa informe e caotica, descritta dalla Bibbia, sia quel grande atomo primitivo di cui parlano gli scienziati, in cui tutta la materia dell'universo era inizialmente condensata. Scienza e fede si danno amichevolmente la mano. La materia primordiale di cui son fatte tutte le cose, dice la Bibbia, fu creata da Dio.

Ma come, da quella massa caotica, furono ricavate e plasmate tutte le cose? La Bibbia afferma: per opera di Dio. Come dal nulla fece la materia, così Dio dalla materia fece l'universo ordinato. In che modo? Qui la Bibbia, adattandosi alla mentalità primitiva di un popolo poco progredito, che comprendeva le immagini sensibili più che i concetti astratti, come farebbe una buona maestra con ragazzi di prima elementare, distribuisce l'opera di Dio in sette quadri, o tempi, detti giorni.

— Nel primo giorno Dio creò la luce.

  • Nel secondo il firmamento (concepito come una volta solida poggiata sulla terra).
  • Nel terzo divise la terra ferma dal mare, e fece germogliare la vegetazione dal seno della terra.
  • Nel quarto giorno creò il sole, la luna [e] le stelle.
  • Nel quinto riempì le acque di pesci e l'aria di uccelli.
  • Nel sesto trasse dalla terra gli animali e il loro re, l'uomo. — Nel settimo fece festa e si riposò.

Voi sorridete: qui casca l'asino! La Bibbia non regge al più elementare esame scientifico. Scienza e fede sono in conflitto insanabile. È vero?
Rispondo. Sarebbe vero se la Bibbia pretendesse di descriverci scientificamente il modo con cui le singole cose furono fatte. Sarebbe vero se tutti gli elementi di questo racconto fossero da prendersi alla lettera.

Ma invece la Bibbia non è un trattato di scienze naturali riguardanti la struttura del mondo; non pretende di descrivere scientificamente le varie fasi dell'evoluzione delle cose; ma è una rivelazione delle verità religiose fondamentali alla vita umana, fatta in modo facile, popolare, adatto al livello culturale di quei popoli incolti e poco progrediti.

Nel racconto dei sette giorni della creazione bisogna distinguere due aspetti: la verità religiosa insegnata e il modo umano con cui è insegnata, [la] sostanza e la forma, il nucleo e la corteccia.

Qual è la verità religiosa fondamentale che Dio ha inteso rivelare in questo racconto? Che tutto l'universo, e in particolare l'uomo, è opera di Dio e dipende da lui; che egli è il Creatore e Signore supremo di tutti gli esseri, e specialmente dell'essere umano. Questo è il nucleo, la sostanza, il contenuto del racconto della creazione. Questo è ciò che Dio ha inteso rivelarci e che noi dobbiamo accettare e ritenere come parola di Dio assolutamente ed eternamente vera: «La verità di Dio rimane in eterno».

Ma per essere trasmesso a un popolo rude e primitivo, che aveva più fantasia che intelligenza, Dio sapientemente dispose che questo nucleo divino fosse rivestito da una corteccia umana, contingente, adattata cioè alla mentalità di quel tempo e di quel popolo. La verità religiosa si incarnò così in un racconto popolare, fantasioso, fatto di immagini e figure fortemente impressionistiche, legate al modo ancora infantile con cui pensavano e si esprimevano gli scrittori di quel tempo. Mosè, che scrisse quel racconto sotto l'ispirazione di Dio, si comportò come uno scrittore ebreo che scriveva per gli Ebrei viventi quindici secoli prima di Cristo.

Né di questo dobbiamo scandalizzarci. Quando il Verbo di Dio s'incarnò, assunse la natura umana con tutti i suoi limiti, difetti e fragilità, eccettuato il peccato: volle in tutto essere come noi, quasi uno di noi, per mettersi al nostro livello. E così abbiamo avuto la natura divina rivestita di forme umane. Il Verbo divino si è fatto carne umana in seno al popolo ebraico.

Allo stesso modo, quando la parola di Dio si incarnò nella Bibbia, pur rimanendo parola divina, si rivestì di tutte le forme, [i] limiti, [i] difetti della parola umana, eccettuato l'errore. La parola di Dio si è fatta parola umana, legata alla lingua e alla struttura mentale di un determinato popolo e di un determinato tempo.

E così nel racconto della creazione, accanto al nucleo sostanziale divino abbiamo una corteccia umana costituita dal modo di pensare e di esprimersi degli Ebrei antichi, dall'arte narrativa di quel periodo, dalle concezioni scientifiche di quel periodo.

In concreto, quali sono questi elementi umani, questa incrostazione labile e caduca? Per es[empio], che la terra sia una grande pianura circondata dal mare, sovrastata dal firmamento concepito come una volta solida, da cui pendono tante lampade di diversa grandezza: il sole, la luna e le stelle (più piccole della luna); che sopra il firmamento ci sia un grande deposito di a[c]qua che, attraverso le fessure, cade in forma di pioggia. Che la terra sia immobile e che il sole vi giri attorno.

Che Dio abbia creato le cose in sette giorni precisi, in quell'ordine precisa descritto in quel racconto (per es[empio] la luce nel quinto giorno; gli astri nel quarto).

Che abbia pronunciato un ordine («Sia fatta la luce, il firmamento, le piante, gli animali»), che abbia plasmato il corpo umano come un vasaio col fango della terra, e gli abbia soffiato in faccia l'alito vitale (l'anima).

Tutto ciò non appartiene alle verità da credersi, ma all'involucro umano, col quale queste verità ci sono trasmesse. Non siamo obbligati a crederle come verità di fede, come non siamo obbligati a mangiare la carta d'imballaggio di un panettone, o a bere il vetro di una bottiglia di spumante. Così insegna la chiesa, a cui Dio ha affidato l'autorità infallibile di interpretare le s[acre] Scritture.

Ma allora la Bibbia contiene degli errori! Non errori, ma modi di esprimersi usuali a quel tempo. Quando, sul v[o]s[tro] giornale, questa mattina avete letto che il sole oggi si leva all'ora tale23 e tramonta all'ora tale, voi non avete pensato che il vostro giornale racconti fandonie. La Bibbia è come Cristo: gli spiriti retti vi trovano la salvezza, i superbi l'inciampo. Vi è tanta luce, che la fede è certissima.24 È una religione, non un teorema; la religione non è una tavola pit[agorica], ma una scelta.

Non temete: nessuna vera certezza scientifica potrà25 mai essere in contrasto con una vera certezza di fede. Il medesimo Iddio è autore del mondo, della scienza e della fede. E Dio non può contraddirsi. Appoggiati sulla sua infallibile parola, noi possiamo con assoluta certezza ripetere la professione della n[o]s[tra] fede: «Io credo in Dio... creatore del cielo e della terra».

23 Nell'originale un segno di difficile interpretazione. Forse y.

24 Segue: «oscurità, libera», parole di difficile integrazione. Forse: «La fede non è oscurità, ma eccesso di luce; non è una catena che ci rende schiavi, ma un'ala che ci libera». Tali concetti sono espressi al termine dell'omelia 104.

25 Nell'originale: non potrà.

113. [Credo in] Gesù Cristo
(Sessagesima, 24/02/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
«Io credo in Dio Padre... E in Gesù Cristo suo unico Figlio».26
Iniziamo oggi l'analisi della seconda parte del nostro Credo tramandatoci dagli apostoli, imporporato dal sangue dei martiri, decorato dalla sapienza dei dottori, impreziosito dalla fede umile, eroica di tante generazioni cristiane: «Io credo in Gesù Cristo».

Il grande romanziere russo Dostoevskij, nello schizzo dei suoi «Demoni», fa pronunziare al protagonista la seguente27 dichiarazione: «Il punto cruciale della questione sta in questo: se un uomo imbevuto dalla civiltà moderna, un europeo del secolo XX, può ancora credere in Cristo: credere proprio che Gesù è il Figlio di Dio. In questo sta precisamente tutta la fede».

Per Dostoevskij, quindi, la questione della fede consiste essenzialmente nella questione della fede in Gesù] C[risto]. L'angoscioso problema dei nostri giorni sta proprio in questo: se l'uomo moderno può ancora ragionevolmente professare tale fede.
Da duemila anni innumerevoli artisti si sono sforzati di ritrarre nella tela, nel marmo e nel bronzo, le divine sembianze di Gesù. Oh, se a me fosse dato, in queste fuggevoli conversazioni, di far rivivere davanti ai vostri sguardi il volto affascinante del grande amico e benefattore degli uomini, la figura sovrumana di colui che è la grande passione e il supremo amore della nostra vita!
E oggi io vorrei presentarvi il volto di Gesù, delineato nelle profezie del Vecchio Testamento.28
Introduzione: Il popolo ebraico.

[La fisionomia umana di Cristo fu preparata alla lontana, all'interno dí un gruppo etnico] piccolo, secondario, povero, gelosissimo, [indissolubilmente] unito alla figura di un eroe futuro [che avrebbe] salvato l'umanità.

26 Don Quadrio usa ancora «Figliuolo», secondo l'antica formulazione. In questa edizione useremo sempre «Figlio», adeguandoci alla dizione corrente.

Con questa omelia inizia il secondo quadernetto (Q 2) dedicato al commento al Credo.

27 Nell'originale: questa.

28 Da questo punto l'omelia diventa schematica e ha avuto bisogno di fitte integrazioni, ricavate da una conversazione di don Quadrio, intitolata: «Le credenziali dell'inviato di Dio».

[Questo fortunato popolo, prescelto da Dio, possiede una] letteratura [che si estende per] quindici secoli [e che risulta tutta pregna] di Cristo. [La sua] figura [viene] delineata [tratto dopo tratto]. Il Messia atteso [sarà] re, salvatore, maestro. [Questa tradizione letteraria rappresenta veramente un caso strano e unico. [Non è possibile riscontrare] nulla di simile altrove.

[Già] nel primo [libro, quello della Genesi, incontriamo uri] annuncio vago [di un futuro] vincitore del demonio [e] liberatore dell'umanità. [E una promessa destinata] a tutta l'umanità.

[Poi, appena si separa dagli altri] nella selva della storia, il popolo ebreo [riceverà la rivelazione che quel Salvatore nascerà proprio nel suo seno. E se ne traccia con audacia incredibile la genealogia: sarà discendente di] Abramo, [discendente di] Isacco... [Passano gli anni. Isacco ha due figli, Esaù e Giacobbe, ed ecco allora la profezia precisare: sarà discendente di] Giacobbe, [nonostante che sia il secondogenito. Giacobbe ha] dódici figli. [La profezia, con l'occhio al futuro, proclama: Sarà discendente di] Giuda. [La tribù di Giuda si accresce e moltiplica: tra essa Dio designa la famiglia da cui nascerà il Redentore]: la famiglia di Davide. [Per gli Ebrei] «Figlio di Davide» [e Messia divennero sinonimi].

[Via via che nuove generazioni compaiono sulla scena, qualcuno, a nome di Dio, si assume la responsabilità di indicare la persona, attraverso la quale dovrà realizzarsi la suprema speranza; fissa I]'antenato vivente dell'eroe futuro. Non [si tratta della] genealogia postuma, [ricostruita movendo dagli avvenimenti  già avverati], ma segnata in anticipo, dagli antenati vivi al pronipote che non c'è [ancora].

[E le] determinazioni [si fanno] sempre più precise, [con una temerità che sbalordisce. Ora è] il luogo di nascita: Betlemme. [Nascerà nella città di Davide, ma, secondo un'altra profezia, dovrà essere un giorno richiamato] dall'Egitto. [Ora è la designazione della] madre: [dicono che dovrà essere una vergine, la quale resti vergine nonostante il parto. Così] Isaia, otto secoli avanti [la nascita di] Cristo.

[E, a togliere ogni possibilità di dubbio, stabiliscono perfino la data, il] tempo [della comparsa dell'aspettato, per ben quattro volte, con precisazioni sempre più concrete e, dettagliate: dapprima in modo generico, dichiarando che egli nascerà quando lo] scettro sarà caduto dalle mani di Giuda, ma sarà ancora in piedi il secondo tempio; [poi con esattezza, determinando con precisione] settanta settimane di anni [di attesa, a partire dal segno indicato da Daniele]:«E degli anni ancor non nati, [Daniel si ricordò»].29
29 Alessandro Manzoni, La Risurrezione (Inni sacri 3), w. 55-56.

[Dell'atteso le Scritture delineano con tratti sempre più circostanziati la] fica. [Sarà] mite, umile, mansueto [(Isaia), povero, giusto, salvatore (Gerernia, Zaccaria)]; insegnerà ai poveri, [farà del bene a tutti e in ogni modo, e la sua] bontà [avrà] a servizio [una sovrumana potenza. Sarà forte di forza divina: donerà ai ciechi la vista, l'udito ai sordi, risanerà gli storpi... (Isaia)].

[Quanto bene! Eppure un freddo] odio [coverà intorno a lui. Andrà incontro al]la passione [e al]la morte. [Abbiamo con l'anticipo di secoli pagine così ricche e trasparenti, da venir poi chiamate «passione secondo Isaia» (c. 53), «passione secondo Davide» (Sal 21).

[Ora l'unico uomo nel quale tutte queste profezie hanno trovato il loro] compiriTgUesù. Non è possibile che noi non crediamo in lui].

114. Gesù Cristo [vero uomo]
(Quinquagesima, 03/03/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
«E in Gesù Cristo, suo unico Figlio».

Abbiamo incominciato, nell'ultima conversazione, l'esame della seconda parte del nostro Credo, cioè lo studio della figura di Gesù Cristo. È tanto bello potersi fermare un po' su di lui: non 'c'è nulla di paragonabile al mondo. Domenica scorsa abbiamo delineato la preistoria di Gesù: cioè i lineamenti della sua figura, quali ci appaiono dalle profezie del Vecchio Testamento, in cui la persona e l'opera del futuro Messia erano stati dettagliatamente prefigurati molti secoli prima che Cristo comparisse sulla terra. In tale modo, quando Gesù apparve sulla scena della storia, si presentò munito di credenziali incontestabili: l'avveramento perfetto di tutte le più dettagliate profezie riguardanti il futuro inviato celeste.

Ora, presa visione delle credenziali, fissiamo lo sguardo sulla figura storica Gesù, e limitiamoci oggi a mettere in luce l'aspetto fisico, esteriore, umano del Cristo, quale ci appare dai vangeli. Abbiamo tanto bisogno di vedere e sentire Gesù non come una figura evanescente e sfumata nell'irreale, ma come una persona viva, concreta, storica, con lineamenti ben definiti e precisi.

I. Gesù è un uomo, un vero uomo come noi, con un vero corpo come il nostro, una vera anima come  la nostra, un’intelligenza, una volontà, un cuore, un'affettività e sensibilità in tutto uguale alla nostra. Egli è uno di noi, iscritto come noi nell'anagrafe della famiglia umana. Molte persone pie si immagina[no] Gesù come un Dio rivestito di apparenze o forme umane. No! E un vero, autentico, completo uomo, al quale non manca assolutamente nulla dei caratteri umani individuali. Sfogliamo i vangeli.

Concepito di donna, nacque dopo nove mesi, e, una volta nato, vagì, patì il freddo nella più squallida culla, si trovò nella fisica impotenza di tutti i bambini. Crebbe, e il ciclo della sua crescita fu in tutto uguale a quello ordinario. S[an] Luca, evangelista medico, nota espressamente che fu prima infante, poi fanciullo, poi adolescente e infine uomo fatto.

Fu sottoposto alla legge del lavoro, come tutti i giovani della sua età e del suo paese: si guadagnò da vivere sudando, col mestiere del falegname. Appartenne a una modestissima famiglia di artigiani: sua madre [era] una modesta casalinga di Nazaret, il suo padre putativo un umile falegname di un paesino agricolo della Galilea.

Come ogni altro uomo sentì il peso della fatica, la fame, la sete, [ebbe bisogno di] mangiare, dormire, pianse sulla tomba di un amico e sullo scempio della propria patria.

E sofferse Gesù. Quanto sofferse! Non solo gli stenti del corpo, che sono i più sopportabili; ma le pene dello spirito, tanto più cocenti. Ebbe intorno a sé la freddezza, l’ingratitudine, la maldicenza, anche l'aperta calunnia. Poi sperimentò l'abbandono dei suoi, il tradimento, la persecuzione violenta. Finalmente patì lo strazio di tutto il povero essere: agonie di tristezza e timore; la lacerazione del fisico, mentre il morale agonizzava; e morì.

La sua debole umanità, debole com'è l'umana natura, non poteva manifestarsi con più evidenza.

Il. La fisionomia esteriore di Gesù. Sfogliando i vangeli, non solo abbiamo la sensazione che Gesù era una persona viva, umana, concreta, come noi, ma possiamo anche ricostruire qualche tratto della sua fisionomia umana esteriore.

  • Il suo aspetto doveva esercitare un fascino irresistibile. Alcuni monaci posteriori, equivocando sulla profezia di Isaia sul Figlio dell'uomo, sputacchiato e deformato dalla passione, attribuirono a Gesù un aspetto deforme, ma le testimonianze evangeliche ci conducono in direzione opposta.

Al suo primo apparire Gesù esercitava un'impressione di forza, di superiorità, di dominio, che si sprigionava dal suo aspetto nobile, dignitoso, affascinante. Le folle rimanevano soggiogate, trascinate, trattenute. Gli ammalati sentivano un senso di fiducia e di speranza. I traviati non sapeva[no] resistere alla forza di attrazione che si sprigionava misteriosamente dal suo volto.

  • L'occhio di Gesù doveva, in modo speciale, suscitare vivissime impressioni: il suo sguardo era balsamo, ammonimento, fiamma, stimolo, castigo.

E sintomatico che M[ar]c[o] non di rado, nel riferire un detto importante di Gesù, usa la formula: «Ed egli li fissò e disse... E fissatolo, lo amò».

  • La voce. [Gesù passa e invita]: «Pietro!», «Filippo!». [Non possono resistere al fascino di quella chiamata. Dopo la sua risurrezione, senza essere riconosciuto, dice]: «Maria!». Nessun altro la chiamava con quella dolce e forte inflessione di voce. [Maria fu certa all'istante che si trattava di lui].

III. La vigoria fisica. A questo dignitoso aspetto esteriore, doveva aggiungersi l'impressione prodotta dal portamento sano, prestante, vigoroso. A testimonianza concorde dei vangeli, egli doveva esse[re] un uomo avvezzo alla fatica, resistente, sano, robusto. E già per questo si distingue dagli altri celebri fondatori di religioni. Maometto era un malato, affetto da tare ereditarie, scosso nel sistema nervoso, quando inalberò la bandiera del profeta. Budd[h]a era interiormente disfatto, quando si ritirò dal mondo. In Gesù invece non v'è alcun indizio che sia stato tocco da qualsiasi malattia.30

  • [Noi sappiamo pure che la sua vita fu un continuo peregrinare attraverso i monti e le valli della sua terra, una serie ininterrotta di] viaggi [dalla Galilea alla Samaria, alla Giudea, anzi fin nei dintorni di Tiro e Sidone (Mt 15,21). Egli compiva queste peregrinazioni col puro stretto necessario, tanto che spesso soffriva fame e sete].
  • [I vangeli sono concordi nell'affermare che egli poteva] dormire [tranquillo, adagiato sul suo guanciale, anche in mezzo alla  tempesta che sconvolgeva il lago di Genezaret: quando i discepoli lo svegliarono, appena desto dal sonno profondo, subito fu padrone di se stesso e dominò la situazione. Tutto questo dimostra quanto lontano fosse dall'avere un temperamento eccitabile, scosso, nervoso, neuropatico].
  • [La maggior parte della vita pubblica è passata da Gesù] senza [una] casa [dove potersi riparare, ma all'aperto, al contatto della natura, esposto a tutte le intemperie. Egli non aveva dove posare il capo (Mt 8,20)]."

30 Da questo punto le integrazioni sono tolte da una conversazione di don Quadrio, intitolata «L'uomo Gesù».

31 L'omelia si conclude con un accenno: «Domenico Savio: l'amicizia con Gesù». Don Quadrio esortò probabilmente tutti a lasciarsi conquistare dal fascino di Gesù, come fece il piccolo santo, il quale dichiarava: «I miei amici saranno Gesù e Maria».

115. [Gesù Cristo vero uomo]
(II domenica di Quaresima, 17/03/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)32
«E in Gesù Cr[isto], suo unico F[iglio], n[ostro] S[ignore]».

Nell'ultima conversazione Gesù ci è apparso nella pienezza della sua umanità, nel fascino del suo aspetto esteriore, nella maschia prestanza della sua vigoria fisica: egli è un uomo autentico, perfetto e completo, il tipo ideale ed armonioso della perfezione umana. Tale ce lo presentano i vangeli; tale ci si rivela anche dalle misurazioni che i medici hanno fatto recentemente sulla figura impressa nella sacra] sindone di Torino.

Oggi vogliamo, tremebondi e adoranti, penetrare un po' più addentro nello studio della figura umana di Gesù: vorremmo tentare di delineare i tratti dominanti del suo carattere. Nella personalità di Gesù rileviamo tre componenti caratteristiche.

Ogni personalità si manifesta in dimensioni o componenti: il modo di vedere, di volere, di fare. Uomo di carattere adamantino è colui che

  1. vede chiaro ciò che deve fare;
  2. vuole ad ogni costo ciò che ha visto;
  3. fa sempre ciò che ha voluto.

Vedere, volere, fare: quando tra queste componenti si ha perfetta coerenza e unità interiore, si ha un uomo di carattere. Ora Gesù è il modello inarrivabile di questa coerenza ed unità interiore.

I. Gesù è un uomo che vede chiaro.

1. A questo riguardo gli evangelisti ci danno informazioni decisive. Essi furono colpiti dalla nota dominante della sua intelligenza umana e la sottolineano frequentemente: ed è la straordinaria chiarezza e positività nel fissare uno scopo, la precisione e concretezza nel cogliere una situazione.

Nel suo modo abituale di esprimersi, nelle formule che sempre ritornano: «Io sono venuto..., non sono venuto», si rivela questo lucido, deciso, tagliente «sì, sì; no, no» della sua vita.

«Non sono venuto a portare la pace, ma la spada».

«Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

32 Per quanto riguarda la datazione, questa omelia precede quella della festa di san Giuseppe. È probabile che don Quadrio, nella prima domenica di Quaresima, abbia sottolineato il tempo liturgico. Nel quaderno non compare tuttavia un'omelia dedicata a tale argomento.

«Il Figlio dell'uomo è venuto non per farsi servire, ma per servire, per dare la sua vita in redenzione per molti».

«Non son[o] venuto ad abolire la legge e i profeti, ma a dar loro compimento».

«Il Figlio dell'uomo è venuto per cercare e salvare gli smarriti».

Gesù è uno che vede chiaro, che sa con precisione ciò che vuole, che si muove secondo un piano concreto, preciso, circoscritto; che ha il senso
dell'essenziale e del reale, del concreto. Sempre mantiene i piedi sulla terra; non perde mai il contatto con la situazione.

Niente è tanto lontano dal suo temperamento mentale quanto l'immagine cara a Renan del «dolce sognatore di Galilea»: essa confina con l'assurdo.

Insomma, Gesù non è un astratto, un esaltato, un visionario, uno di quegli scombinati che hanno i piedi solidamente piantati nelle nuvole; ma è l'uomo del perfetto equilibrio mentale, del più sano e vigoroso realismo.

  1. Osserviamolo nelle discussioni coi suoi nemici: tutti i tranelli, i sofismi, i cavilli, le trappole preparategli di sorpresa per coglierlo in fallo furono sempre vittoriosamente sventati e spazzati via dall'acume della sua pronta intuizione e dalla logica serrata e irresistibile dei suoi contrattacchi.

E sempre riuscito, in pochi colpi da maestro, a ridurre al silenzio gli avversari e [a] costringerli a ritirarsi svergognati.

  1. Percorrete le sue parabole, e vedrete con quale finezza di osservazione sa cogliere la realtà della vita quotidiana: pochi tratti bastano a presentarci, nella loro plastica evidenza, la vita dei contadini, [dei] pescatori, [dei] vignaiuoli, [dei] mercanti di perle. Tutto è evidenza, concretezza, oggettività, precisione, aderenza alla realtà.

II Gesù rivela una fermezza irremovibile nel volere ciò che si è prefisso.

  1. È questa una delle note dominanti della sua psicologia: la virile fortezza nell'eseguire la volontà del Padre, ch'egli aveva conosciuta e accettata come suo imprescindibile dovere. Egli la eseguì con assoluta fedeltà fino all'estremo, fino all'effusione del suo sangue.
  2. Egli, per percorrere la via segnata dal Padre, respinge33 senza alcun tentennamento qualunque tentativo di stornarlo, venisse dalle tre tentazioni del Maligno nel deserto, o dai nemici, o dagli stessi discepoli ed amici. A Pietro, che voleva distoglierlo dall'affrontare la passione, non esitò a dire severamente: «Indietro, Satana!» (Mt 16,22). E quando, davanti all'annuncio dell'eucaristia («mangerete la mia carne, berrete il mio sangue»), vi fu una defezione in massa dei numerosi discepoli («allora molti dei suoi discepoli si ritirarono e non tornarono più da lui»: Gv 6,66), Gesù continua imperterrito la sua via, deciso, se occorre, a percorrerla da solo, abbandonato da tutti. Ai dodici intimi, rimasti accanto a lui, non rivolge inviti, preghiere, ma solo la domanda tagliente: «Voi pure volete andarvene?» (Gv 6,67).

33 Nell'originale: respingere.

3. Così è Gesù. L'uomo dalla volontà diritta e tagliente come una spada, dall'azione decisa e coerente. In tutta quanta la sua vita non si trova un istante in cui si mostri indeciso, pensieroso sul da farsi. Non ritira mai una parola, né retrocede mai di un passo davanti al dovere, alla responsabilità, ad una decisione presa. La stessa volontà netta, decisa, irremovibile, esige dai suoi discepoli: «Chi pon mano all'aratro e volge indietro lo sguardo, non è adatto per il regno di Dio» (Lc 9,62).

Infine Gesù rivela nel suo carattere una dedizione e un culto assoluto alla verità.

  1. «Io sono venuto nel mondo — asserisce categoricamente — per rendere testimonianza alla verità». La verità fu la suprema passione della sua vita, pronto a difenderla e a proclamarla anche a prezzo della propria vita. La verità sopra tutto!

Tutto il suo essere, la sua vita, la sua predicazione, la sua morte fu una testimonianza alla verità. Nessun'ombra di compromesso tra verità ed errore, tra giustizia e ingiustizia, tra bene e male. In lui, dice s[ari] Paolo, «non ci fu sì e no, ma soltanto e sempre il sì fu in lui».

Lui, lui solo poteva pronunciare quell'ardito comando, che è uno degli assiomi fondamentali della sua dottrina morale: «Il vostro parlare sia sì sì, no no. Il resto è dal maligno» (Mt 5,37).

  1. Lasciava tale impressione di veracità, di lealtà, di rettitudine, che perfino i suoi nemici non potevano sottrarsene: «Maestro, sappiamo che tu dici la verità e non guardi in faccia nessuno» (Mc 12,14).

E davvero non guardava in faccia nessuno, ma seppe dire la verità a tutti! Non temette di rispondere agli emissari del re Antipa: «Andate a dire a quella volpe...!» (Lc 13,32).

Non esitò ad ingaggiare una lotta aperta e tenace (che gli aprì la via alla croce) contro la classe dirigente del suo popolo, rimproverandole aspramente la doppiezza viscida, il formalismo legale, l'esteriorità farisaica e fanatica nella pratica della religione. Le sue sanguinose invettive contro i
farisei rimangono tra le pagine più potenti e fiammeggianti dell'oratoria di tutti i tempi: «Guai a voi, farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell'anice e del cimino, che filtrate il moscerino e vi lavate scrupolosamente le mani prima dei pasti, ma trascurate i punti sostanziali della legge, la giustizia, la lealtà, la misericordia!» (Mt 23,23).

3. E dai suoi seguaci Gesù vuole non una osservanza puramente esteriore di prescrizioni, una semplice vernice di legalità, ma esige che l'uomo agisca sempre secondo verità e lealtà, vuole la rettitudine assoluta, vuole la personalità morale coerente.34
Domenica ventura parleremo dell'aspetto più caratteristico della figura morale di Gesù: «il cuor ch'egli ebbe».

Eccolo delineato il carattere di Gesù nelle sue tre componenti o dimensioni essenziali:

  1. senso di chiarezza e sano realismo;
  2. fermezza assoluta di volontà; — fedeltà eroica alla verità. Affascinante modello di rettitudine, di coerenza e di ogni carattere virilmente cristiano. Ricordiamo: il cristiano o è un altro Cristo o è uno sgorbio!

34 Cf. anche 0 074 e 0 078. Le tre componenti del carattere sono già accennate nell'omelia che descrive il Battista (0 001).

116. Gesù: il cuor ch’egli ebbe35
(III domenica di Quaresima, 24/03/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
I. È mio dovere portare a v[o]s[tra] conoscenza un venerato documento con cui il santo] Padre Pio XII, in data 19 marzo 1957, festa di s[ati] Giuseppe, prescrive nuove norme sul digiuno eucaristico necessario per fare la s[anta] comunione.

Allo scopo di facilitare ai fedeli, specialmente bisognosi e infermi, la frequenza della s[anta] comunione, il Papa ha stabilito quanto segue.

1. A partire da domani, 25 marzo 1957, il digiuno eucaristico, necessario per fare la comunione, è ridotto per tutti e sempre

  1. a sole 3 ore per i cibi solidi e le bevande alcooliche; — a una sola ora per le bevande non alcooliche (caffè, latte, tè, aranciate, limonate, ...);
  2. gli ammalati o indisposti possono prendere qualunque medicina anche immediatamente prima della comunione;
  3. tutti possono bere acqua (anche minerale) in qualunque tempo anche prima della comunione.
  4. Queste norme valgono sia per la comunione di mezzanotte (quando ci fosse), sia per la comunione antimeridiana, sia per la comunione pomeridiana nelle messe vespertine.
  5. Ognuno può usufruire di queste agevolazioni a suo arbitrio, senza il permesso di alcun confessore e senza che si richieda uno speciale incomodo. Però si consiglia, per chi lo possa, di osservare le antiche prescrizioni.

Ed ora, continuando lo studio della persona di Gesù, cerchiamo di penetrare l'aspetto più sublime e caratteristico della sua figura umana. Se vogliamo sintetizzare i risultati delle nostre precedenti indagini, possiamo dire che Gesù ci è apparso come un uomo affascinante nel[la] sua maschia vigoria fisica, perfettamente equilibrato nella sua fisionomia morale, le cui componenti sono un chiaro senso della realtà, un'eccezionale fermezza di volontà, un'eroica dedizione a servizio della verità.

Ma ci rimane da tratteggiare brevemente la linea dominante della sua grandiosa e affascinante figura morale, «il cuor ch'egli ebbe», la sua bontà incomparabile. Qui è la spiegazione del fascino irresistibile, esercitato sui singoli e sulle moltitudini, che correvano a lui.

35 Dante Alighieri, Paradiso 6,140.

Così Gesù ci appare dai vangeli: dolce e mite, tenero e compassionevole, buono! Niente è più lontano dalla sua figura che l'asprezza arcigna di quei duri teorici che, chiusi nella fortezza dei loro principi, ignorano o misconoscono le esigenze del cuore umano. Vediamo le caratteristiche salienti dell'amore di Gesù.

1. Il suo amore è sensibilissimo al culto dell'amicizia più forte e più tenera.

  1. Ha tra i suoi un amico prediletto (Giovanni, il discepolo che Gesù amava, e gli permette di posare il capo sul suo petto).

— Tra le famiglie che volevano ospitarlo nelle sue peregrinazioni apostoliche, egli nutre una tenera affezione per quella di Betania. «Gesù amava Marta e sua sorella Maria e Laz[z]aro» (Gv 11,5).

  1. Sulla tomba dell'amico Laz[z]aro, sepolto da quattro giorni, egli, prima di compiere il più sorprendente e certo l'ultimo dei suoi miracoli, si commuove e piange a dirotto: «Et lacrimatus est Iesus», tanto che l'evangelista riporta il commento dei presenti alla scena: «Guarda come l'amava!» (Gv 11,26).
  2. Anche sulla sua patria, destinata alla rovina, Gesù non seppe trattenere il pianto: «Vedendo la città, pianse su di essa».36

Gesù dunque era accessibile ai sentimenti più squisiti dell'amicizia e della commozione. Sa accettare e ricambiare l'amicizia.

2. Il suo amore sa condividere le gioie degli uomini con intima e spontanea partecipazione.

Egli non è, come il Battista, un uomo del deserto, vestito di pelli di cammello, che si nutre di locuste e di miele selvatico. Vive tra gli uomini, frequenta le loro case, prende parte alle loro feste, ai loro allegri trattenimenti, si siede a mensa con gli sposi novelli; non esita a compiere il suo primo miracolo proprio per rendere lieti i convitati. Guida i suoi apostoli nelle escursioni, le escursioni sui monti, le passeggiate mattutine attraverso la campagna ancora coperta di rugiada; ama, dopo una giornata laboriosa, farsi condurre dai suoi in barca di notte sulle acque luccicanti del lago.

Con un semplice gesto egli sa dar vita, canto e suono alla bellezza della natura, che egli ritrae nelle sue parabole con la potenza evocatrice di un altissimo poeta. Tutto questo lascia intravedere un'anima grande, aperta a tutte le bellezze, una sensibilità fine e delicata, quale non si troverebbe nei temperamenti duri e severi degli asceti.

36 Nell'originale: lei.

Il più sublime tra i santi non ebbe dunque le asprezze arcigne che qualche volta noi" volentieri immaginiamo negli asceti di professione.

  1. L'amore di Gesù non sa resistere al richiamo della sofferenza e del dolore altrui. È il suo un amore venato di commiserazione, di compassione, di misericordia, cioè di intima solidarietà e partecipaz[ione] ai dolori altrui. Il suo amore ha delle ferite segrete, è un amore che diventa dolore.38

Non può dir di no quando la sofferenza [fa giungere a lui il suo grido, si tratti di una] pagana [che piange la figlia invasa dal demonio, o di una] mamma [che accompagna la bara del figlio unico morto, o di un] cieco [che vuole da lui la vista, di un] lebbroso [che agita davanti a lui i moncherini, perfino del ladrone che gli sta a fianco in mezzo alle torture opprimenti della morte].

Non poteva veder soffrire senza intervenire, e con tale delicatezza da non far pesare il suo dono. A cento a cento [sono narrati nei vangeli i suoi gesti di tenerezza e di misericordia per ogni categoria di persone].

Luca, lo «scriba mansuetudinis Christi»," [testimonia]: «Passò facendo del bene e sollevando tutti gli oppressi».

  1. L'amore di Gesù è lin amore che sa discendere al livello delle anime cadute, un amore che tocca i vertici della bontà verso i peccatori.

a. Conosce le miserie, le debolezze, le contraddizioni del cuore umano.

b. Non giudica: «Io non giudico nessuno». [Chiede ai suoi seguaci]:
«Non giudicate e non sarete giudicati».

c. Non condanna. All'adultera [domanda: «Donna, dove sono quelli che ti giudicavano? Nessuno ti ha condannata?». E le assicura: «Neppure io ti condannerò. Va', e non peccare più!». Egli vuole sempre e solo perdonare. A Pietro risponde]: «Non sette volte, ma settanta volte sette».

d. Ai soldati [che lo schiaffeggiano, lo coprono di sputi e di percosse e gli pongono sul capo una corona di spine, egli non rimprovera nulla]. Tace, vede, capisce. [Nulla è più eloquente di questo silenzio. Non erano essi i veri colpevoli. Essi non sapevano]. Per i [suoi] crocifissori [egli invoca la misericordia del Padre]: «Perdona loro, [perché] non sanno». Scusò, capì, compatì [anche i suoi carnefici].

37 Nell'originale: che qualche voi noi.

38 Le integrazioni, a partire da questo punto, sono desunte da una serie di conversazioni di don Quadrio sul «Mistero di Gesù».

39 Dante Alighieri, Monarchia 1,16,2.

e. [Ripetutamente si schiera] per i peccatori. [Per essi dichiara di essere] venuto. [Li cerca, li] chiama [a sé, ama intrattenersi con loro come] ospite. [Riserva a loro i tratti più delicati e affettuosi, narra per loro le parabole più toccanti e suggestive. Chiama suoi] fratelli [i più meschini fra gli uomini, i diseredati, i reietti, le esistenze straziate. Per lui non esistono] rottami, ma [anime e] cuori [da recuperare].

[Per comprendere come Gesù accoglie e perdona i peccatori, il modo migliore sarebbe quello di leggere almeno qualcuna delle pagine del vangelo che descrivono i suoi incontri con persone cadute.

  1. La donna] samaritana (Gv 4,6-42) [è un esempio di finezza e di delicatezza di Gesù nel preparare la donna peccatrice alla conversione].
  2. La Maddalena (Lc 7,36-50) [diventa il tipo del pentimento amoroso e della carità perfetta nell'incontro con la misericordia di Cristo].
  3. L'adultera (Gv 8,1-11) [ci presenta la misericordia di Gesù verso chi non è ancora completamente disposto].
  4. Pietro (Lc 22,56-62; Gv 21,15-17) [ci viene scolpito davanti come il prototipo del peccato riparato con il dolore e con l'amore, nella sua triplice negazione e nella triplice affermazione].
  5. Giuda [è un sacerdote caduto, e quanto in basso! Gesù gli usò la più tenera e compassionevole misericordia].
  6. Il buon ladrone (Lc 23,40-43), [dopo aver rubato tutta la vita, rubò da ultimo anche il cuore di Gesù, crocifisso con lui].

[Qualsiasi cosa ci possa capitare, e può capitare tutto a tutti, non disperiamo mai della bontà di Gesù. Ci promette san Giovanni]: «Se il vostro cuore vi condanna, Gesù [è] più grande del v[o]s[tro] cuore».

[Con un paradosso usato da santa Teresa, potremmo dire anche noi]: «Vorrei essere stato Giuda per dare a Gesù la gioia di perdonarmi». L'ultima cosa a cui cesserò di credere è questa: Gesù è buono!

117. Gesù Dio
(IV domenica di Quaresima, 31/03/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
«E in Gesù] Cristo] suo unico Figlio n[o]s[tro] Signore».

Ci siamo beati, nella contemplazione della figura umana di Gesù, della" poderosa vigoria del suo fisico, della nobilissima rettitudine e lealtà del suo carattere, della calda e incomparabile bontà del suo animo. Ma il più e il meglio della persona di Gesù cí rimane ancora da scoprire, il mistero che si nasconde sotto quella incomparabile umanità. Chi è veramente Gesù Cristo? Era la domanda che, davanti a Gesù, si ponevano i discepoli, le turbe, i nemici.

  1. Chi è mai quest'uomo che verifica in sé puntualmente, esattamente tutte le profezie fatte molti secoli prima della sua venuta?

— Chi è quest'uomo che nasce da una vergine senza concorso di uomo? nel luogo, nel tempo, nel modo predetto?

  1. Chi è quest'uomo [che], dopo aver passato trent'anni in un'officina di Nazaret, senza aver frequentato scuole o biblioteche, insegna una sapienza così nuova e vera da stupire e conquistare le folle?
  2. Chi è quest'uomo che osa cambiare e abrogare le prescrizioni della legge di Mosè, per sostituirne, di sua autorità, altre più perfette e più giuste? «Avete udito che Mosè ha detto... Ma io vi dico!».
  3. Chi è costui che si dichiara superiore a Davide, a Elia, a Mosè e più antico dell'antichissimo Abramo?

— Chi è quest'uomo che si dice superiore alla stessa legge divina del riposo festivo del sabato?

  1. Chi è costui che osa pronunciare parole inaudite come queste: «Se uno non mi ama più che suo padre e sua madre, non può essere mio discepolo!»; o queste altre: «Io sono la risurrezione] e la vita. Chi crede in me, anche dopo morte vivrà... e io lo risusciterò nell'ultimo giorno»?

— Chi è costui che si attribuisce il divino potere di rimettere i peccati, di giudicare tutti gli uomini dopo la morte, di inviare lo Spirito Santo, di dare la vita eterna?

  1. [Chi è] costui che pretende che si creda in lui come in Dio, che lo si ami più di se stesso come Dio, che si rinunci a ogni cosa per suo amore?
  2. Chi è costui che si dichiara uguale al Padre, capace di far le opere del Padre, che osa dire: «Io e il Padre siamo una cosa sola»? [Costui che può rispondere perentoriamente]: «Filippo, chi vede me vede il Padre. Il Padre è in me e io nel Padre»?

40 Nell'originale: della sua.

  1. Chi è costui che mostra di aver[e] un perfetto dominio sulle forze della natura, sui demoni e sulla stessa morte?

— Che cambia l'acqua in vino con [il] solo potere di una parola;
— che moltiplica pani e pesci a dismisura con un solo desiderio della sua volontà;
— che cammina sulle acque senza affondare;
— che calma improvvisamente la tempesta con un gesto della mano;

  1. che guarisce ogni malattia, ogni volta che vuole, senza pratiche magiche, ma con una parola, un gesto, un comando, anche a distanza;
  2. che risuscita i morti ogni volta che crede, in nome proprio, di sua spontanea inziativa;

— che crocifisso, dissanguato, morto e sepolto, dopo tre giorni risuscita e compare ai suoi apostoli increduli e dubbiosi, recando le ferite dei chiodi, mangiando con loro, offrendo il suo corpo perché toccassero e verificassero che non si trattava di un fantasma?

  1. Chi è costui che dopo venti secoli è più vivo che mai, amato od odiato, invocato o bestemmiato, come nessun altro uomo al mondo?

Un giorno lo chiesero a Gesù: «Ma chi sei? Che cosa dici di te stesso?».41
[A più riprese e con la massima chiarezza Gesù ha dichiarato di essere non soltanto un inviato di Dio, ma il Figlio di Dio, Dio stesso. Accontentiamoci qui di] due quadri [tra i più espressivi].

a. [Sulla via di] Cesarea di Filippo, [sulle sponde del lago di Tiberiade, camminano Gesù e gli apostoli. Sono soli ed è l'ora dell'intimità. Gesù li interroga: «E voi, che cosa pensate che io sia, voi?». Allora, Pietro, a nome di tutti, esclamò: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente!». Cioè: «Tu non sei un semplice profeta, sei il Figlio di Dio».

Gesù allora gli disse: «Beato te, o Simone figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questa verità, ma il Padre mio che è nei cieli». E, quasi in premio della sua fede, lo costituisce fondamento e capo della chiesa. Dunque Gesù accoglie e premia questa solenne professione di fede, sulla quale poggia tutta la fede della chiesa attraverso i secoli (Mt 16,16).42
41 Integrazioni ricavate da una conversazione di don Quadrio, intitolata «Il mistero di Gesù».

42 Per questo punto cf. 0 066.

Qualche giorno dopo, sul monte Tabor, la stessa conferma giunge anche da parte del Padre: «Questi è il mio diletto Figlio, in cui ho posto la mia compiacenza. Ascoltatelo» (Mt 17,1-5)].

b. [Davanti al] sinedrio.

[Un'altra enunciazione di pari forza, ma questa volta in pubblico, di fronte alle più alte autorità d'Israele, la troviamo nell'ultimo giorno della vita mortale di Gesù, all'alba del venerdì santo. E sarà il titolo stesso della sua condanna. Nel sinedrio, davanti a tutte le supreme autorità, il sommo sacerdote solennemente lo interroga: «Io ti scongiuro per il Dio vivente. Dicci se tu sei il Messia, il Figlio di Dio» (Lc 22,67-69). Gesù veniva interrogato in giudizio, dalla suprema autorità, in nome di Dio. Gesù sapeva che dalla risposta sarebbe dipesa la condanna. Sapeva che ad attendere la sua risposta non erano solo Anna, Caifa, il sinedrio, ma tutto Israele, anzi i secoli e tutto il mondo.

Rispose: «Io lo sono. Mi vedrete un giorno assiso alla destra della potenza di Dio». Quasi dicesse: «Voi mi vedete qui incatenato davanti al vostro tribunale, ma mi vedrete un giorno giudice supremo, assiso sul trono di Dio».43
Allora gli fu chiesto ancora più perentoriamente: «Tu sei dunque il Figlio di Dio?». S'intuisce, a questo rincalzo, che i sínedriti hanno compreso la portata eccezionale della dichiarazione di Gesù. Gliela vogliono far ripetere in termini formali, dacché il concetto che Gesù ha espresso del Messia importa una vera parità con Dio. Vogliono gli estremi per condannare il pretendente sfrontato e blasfemo, che si arroga l'assurda qualifica di Figlio unigenito di Dio. Essi quindi intendevano il termine Figlio di Dio in senso proprio. Gesù nella sua risposta ripete la propria asserzione: «Voi lo dite: io lo sono». Il sommo sacerdote si stracciò le vesti e gridò: «Ha bestemmiato!». Così Gesù muore per aver proclamato la sua divinità].

43 Cf. 0 037.

118. Fu concepito di Spirito Santo
(IV domenica di Pasqua, 19/05/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Nell'esame del nostro Credo, tramandatoci dagli apostoli, imporporato dal sangue dei martiri, impreziosito dalla fede eroica di tante generazioni cristiane, noi abbiamo tralasciato due espressioni riguardanti la Madre di Gesù Cristo: «Fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine».44 Le vogliamo considerare insieme in queste due ultime domeniche del mese di maggio, consacrato dalla pietà cristiana alla vergine Madre di Dio.

«Fu concepito di Spirito Santo». Apriamo il vangelo di s[an] Luca al capitolo] primo, e leggiamo la pagina in cui è narrata l'incarnazione del Figlio di Dio nel purissimo seno di Maria.

Era quello per la Palestina, raccolta a pascolare e a zappare, un giorno primaverile, pari a tutti i giorni. [Regnava la più grande] indifferenza generale [intorno al] fatto più divino della storia.

[L]' arcangelo [Gabriele fu mandato sul nostro] minuscolo pianeta, [in una] brulla contrada, annegata di sole, [in un] borgo miserabile (un agglomerato di casette [e di] grotte, [sul] pendio della collina).45
[Tra esse un] tugurio scavato nella collina. [Forse la più] povera casa, [ma la più] profumata [di] virtù e preghiera.

[Nella povera casa, una] fanciulla tutta sola, lavorando pregava, perduta in Dio. Aveva sempre desiderato e difeso con trepida sollecitudine il] silenzio, [la] preghiera, [il] raccoglimento, [per conservarsi nell'infinita presenza e nella contemplazione dell'Altissimo].

Gli occhi del messaggero celeste [si posarono su di lei. Egli sí] prostrò [ai suoi piedi e la] salutò: «Ave, [piena di grazia. Il Signore è con te. Benedetta tu fra le donne»].

Poche parole: limpide come stille di luce, sterminate nella loro semplicità. La loro eco saliva [dalle pergamene sacre, dove erano scritte le predizioni dei profeti e, all'orecchio di Maria, quelle parole suonavano dense di mistero, eppure non del tutto nuove per la sua] mente imbevuta dagli oracoli biblici.

44 Nel quaderno precedono le omelie che riguardano íl ciclo pasquale, per aderenza al tempo liturgico. Queste, incentrate sulla Madonna, furono collocate nel mese di maggio, nelle domeniche quarta e quinta di Pasqua.

45 Da questo punto le integrazioni sono ricavate da una conversazione di don Quadrio, intitolata «La prima parola di Maria», pubblicata postuma su «Maria Ausiliatrice» 7, ottobre 1981, pp. 22-24. È stata ripubblicata di recente sulla medesima rivista.

  1. «Piena di grazia» [voleva dire, nel linguaggio degli antichi libri sacri], vestita di tutti i doni del cielo.
  2. «ll Signore è con te» [voleva indicare una] speciale unione tra l'Altissimo e la fanciulla [nazarena, un] singolare patto di amore [tra il Creatore e la creatura].
  3. «Benedetta tra le donne» [denotava] la dignità attribuita dalle Scritture alla Madre del M[essia].

Giovanissima e ignara, [Maria a quelle parole si turbò. Ella era la più povera creatura e la più umile. Ora come il Signore poteva abbassarsi fino a lei, come poteva l'arcangelo trovarla più grande di tutte le donne? Nella sua umiltà, la fanciulla] si turbò [e] trepidò. Se si fosse inorgoglita, Dio avrebbe cercato altrove la sua Madre.

Gabriele [la vide trepidare come un giunco alla brezza mattutina, e] la rincuorò: «Non temere, Maria. Hai trovato grazia presso Dio. Ecco, tu concepirai e darai alla luce un figlio, a cui porrai nome Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo».

[Quelle parole irradiavano il mondo come] frecce di luce. Immersa in quella folgorazione del mistero, [Maria, sola tra Dio da una parte e l'umanità dall'altra, fu improvvisamente] compresa [che] ella sarebbe stata la Madre del Messia promesso e atteso.

Ma come poteva esser questo, se lei, proprio lei, non sarebbe mai stata madre, avendo consacrato a Dio con voto la sua verginità?
«Come avverrà ciò — chiese in un fiato e con un castissimo rossore —, se io non conosco uomo?».

Nell'affermazione «non conosco uomo», la conoscenza è un notissimo eufemismo biblico, per adombrare castamente ciò che la castissima fanciulla non avrebbe potuto, senza rossore, più chiaramente esprimere.

«Non conosco» denota una condizione, uno stato permanente che si vuole continuare in futuro.

Non può aver altro significato ragionevole, se non questo: «Se io sono vergine e decisa a conservarmi tale anche nel matrimonio con Giuseppe, in pieno accordo con lui».

E Gabriele diede piena soddisfaz[ione] alla domanda di Maria, annunciandole il prodigio da tanti secoli predetto: la maternità divina nella verginità umana.

Nessun amore di uomo, ma solo l'amore divino, la calda infusione dello Spirito Santo, l'avrebbe resa Madre dí Dio.46
[Questo era] immensamente chiaro, [com'era] immensamente misterioso. [Maria, fanciulla povera, veniva dall'Altissimo presa come sposa: Sposa dello Spirito di Dio. Quali pensieri, quali emozioni occuparono l'animo della Vergine a questa scelta divina? Il cielo si curvava su di lei, Dio diventava suo Sposo, il Creatore diventava suo Figlio. Se la grazia non l'avesse sorretta, sarebbe] crollata [sotto il peso immenso di tale rivelazione, di tanta dignità e responsabilità. Sulla sua confusione attonita e implorante] l'angelo continuava a versare [le parole persuasive e supplicanti, precisandole circostanze miracolose, come segno e conferma del cielo: «Vedi? La tua parente Elisabetta, benché avanti negli anni, avrà finalmente anch'essa un figlio...»].

E la voce del cielo tacque. [E il cielo e la terra attesero la parola di Maria. E Dio attese il consenso della donna scelta come sua Sposa, come sua Madre].

[Da questo atto dí totale sottomissione, nella seconda Eva germogliò la redenzione e la salvezza dell'umanità, come dalla ribellione della prima Eva era sgorgata la perdizione e la rovina]. «Vergine benedetta, che '1 pianto d'Eva in allegrezza torni» (Petrarca, Canzone alla Vergine).
La nostra chiesa è quest'oggi la casetta di Nazaret. Il Verbo di Dio sta per scendere tra noi nel mistero della messa. Crediamo in lui con la fede della Vergine santa: crediamo che egli è il vero Dio, concepito di Spirito S[anto] nel seno della vergine Madre di Dio.

46 Da questo punto le integrazioni sono ricavate da «La seconda parola di Maria», conversazione di don Quadrio pubblicata sul fascicolo seguente (9, dicembre 1981) di
«Maria Ausiliatrice».

119. Nacque da Maria vergine
(V domenica di Pasqua, 26/05/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Nel lento declinare di questo mese di maggio, consacrato al culto della vergine Madre di Dio, ci piace soffermarci in amorosa e pensosa contemplazione davanti al luminoso mistero della maternità verginale di Maria, che costituisce uno degli articoli del nostro Credo: «Nacque da Maria vergine». Maria riassume in sé le due gemme più preziose della terra: la maternità feconda e la perfetta integrità verginale. Basta una di queste due gemme per fare grande e meravigliosa una donna. Maria, per singolare privilegio miracolo[so] di Dio, le ebbe entrambe: fu insieme vergine e madre.

1. Che cosa intesero gli apostoli, quando affermarono che Gesù nacque da Maria vergine? Gli apostoli, che avevano ricevuto le confidenze di Maria, insegnarono e tramandarono a tutta la chiesa una triplice verità sulla verginità di Maria, cioè:

  1. che essa conservò intatta l'integrità verginale nel momento in cui concepì il suo Figlio Gesù, poiché questo concepimento avvenne non per opera di uomo, ma solo per la calda infusione dello Spirito Santo nel seno purissimo della Vergine;
  2. che essa conservò intatta la sua verginità anche nel momento benedetto in cui, nella stalla di Betlemme, diede alla luce il suo divin Figliuolo; giacché come il fiore emana il profumo senza corrompersi; come il sole diffonde la luce, senza alterarsi; come il vetro è attraversato da un raggio luminoso, senza infrangersi; così, per miracolo dell'onnipotente Iddio, Maria diede alla luce il Figlio benedetto, senza alcuna lesione della sua integrità verginale;
  3. che essa, anche dopo la nascita dí Gesù, conservò illibato il suo fiore verginale, rifuggendo da ogni contatto umano.

È dogma cattolico, insegnato nel Credo e creduto dalla chiesa fin dai primi secoli, che Maria fu sempre vergine: prima della nascita di Gesù; nella nascita di Gesù; dopo la nascita di Gesù.

2. Quali sono i fondamenti su cui la chiesa si basa per sostenere questo dogma?
Su due principalmente.

(1) Sulla testimonianza degli apostoli, i quali udirono questi fatti dalla bocca stessa di Maria e di Gesù, e li tramandarono alle prime generazioni cristiane, anzi li codificarono nella formula ufficiale della chiesa che è il Credo, in cui si dice che Gesù «fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria vergine».

Notate. Le verità espresse nel Credo erano indispensabili a chi voleva entrare nella chiesa e ricevere il battesimo. Gli apostoli erano così sicuri della verginità di Maria, che la elencarono tra queste verità fondamentali.

E così di generazione in generazione credettero tutti i cristiani, insegnarono i vescovi e [i] Pastori, lasciarono scritto i più antichi scrittori cristiani.

La verità che oggi la chiesa proclama deriva dagli apostoli stessi, che l'hanno appresa da Maria, e tramandata fino a noi. La chiesa ha una memoria di 1900 anni, che si chiama la tradizione, la quale, di secolo in secolo, ci ricollega agli inizi.

Dunque questo è il primo fondamento della nostra fede nella verginità dí Maria: l'insegnamento apostolico codificato nel Credo e tramandatoci per mezzo della trad[izione].

(2) Ma vi è un secondo fondamento, non meno sicuro, ed è la testimonianza della sacra] Scrittura, ispirata da Dio stesso.

  1. Otto secoli prima di Cristo, il profeta Isaia, illuminato da Dio, predisse come grande prodigio che il futuro Messia sarebbe nato da una donna rimasta vergine: «Ecco una vergine che concepisce e dà alla luce un figlio, e lo chiama col nome di Emanuele», cioè «Dio con noi» (Is 7,14).
  2. Vent'anni circa dopo la morte di Cristo, quando probabilmente era ancora viva la Vergine, e certamente vivevano ancora coloro che l'avevano conosciuta bambina, ed avevano parlato con lei, si incominciò a mettere per iscritto l'insegnamento comune degli apostoli, e nacquero i vangeli, che non sono altro che la tradizione orale della chiesa messa per iscritto. Ebbene, apriamo il vangelo scritto dall'apostolo Matteo al capo primo. Dunque:
  3. Matteo attesta che Maria fu resa madre non da un uomo, ma per opera di Dio. Da chi lo seppe? Da Maria, con cui aveva parlato e che ancora viveva, quand'egli scriveva. E si appella alla profezia di Isaia.
  4. Giuseppe, il più vicino a Maria e il più interessato, riconosce col suo stesso turbamento che 1) non era egli il padre del futuro [Figlio]; 2) noti poteva dubitare dell'onestà [di Maria e] non si sentiva di ripudiarla.
  5. L'angelo di Dio rivela il mistero: «È opera dello Spirito Santo». Come già l'aveva rivelato a Maria, dicendo: [«L'Altissimo ti coprirà con la sua ombra»].

Apriamo il terzo vangelo. Il più portato a dubitare della verginità di Maria dopo la nascita di Gesù doveva essere Luca, perché era medico. E invece è quello che ne parla più diffusamente. E descrive la nascita di Gesù come un fenomeno straordinario, senza doglie, senza spargimento di sangue, senza bisogno di intervento di estranei. Miracolosamente Maria lo diede alla luce, lo fasciò, lo andò a riporre nella mangiatoia: «E l'adorò beata! innanzi al Dio prostrata, che il puro sen le aprì».47
I vangeli non dicono mai che Maria ebbe altri figliuoli, non chiamano mai alcuno col nome di «figlio di Maria», all'infuori di Gesù. E se, qualche volta, secondo il linguaggio ebraico, i vangeli parlano di fratelli di Gesù, intendono evidentemente fratelli in senso largo, come si usava allora, cioè cugini. Infatti di s[an] Giacomo il vangelo dice che era fratello di Gesù, ma soggiunge che non era figlio di Maria santissima, ma di sua sorella Maria Salomè, che stava con lei ai piedi della croce, e che era sposa di Cleofa. È dunque chiaro, secondo] il v[angelo], che s[an] Giacomo era cugino di Gesù, cioè figlio di una sorella di Maria, e quindi fratello in senso improprio. Gli Ebrei chiamano fratelli anche i cugini.

Ma Gesù è detto primogenito di Maria nel v[angelo], dunque [ella] ha avuto altri figli. A quel tempo «primogenito» era il primo nato, anche se non ne seguivano altri. [Era un termine giuridico, che riservava] speciali diritti. [I primogeniti dovevano essere] presentati al tempio. [Su una] lapide sepolcrale [di] Egitto, [nel] 5 a.C., a pochi mesi di distanza dalla nascita di Gesù, [viene riferito come] una giovane sposa, giudea come Maria, [diede alla luce un figlio], lasciandovi la vita. [Sulla] lapide [leggiamo]: «Il destino mi condusse al termine della vita tra le doglie del mio primogenito figlio». Quel primogenito fu certo anche unigenito, proprio come nel caso di Gesù."
[Maria fu] la prima di una lunga schiera [di vergini che, attratte dal fascino soprannaturale della sua illibata bellezza, seguirono il suo esempio.

Né il mondo ebraico, né il mondo pagano avevano conosciuto la verginità perpetua. Roma voleva avere sei vestali, cioè sei fanciulle che consentissero a rimanere vergini, per custodire il fuoco sacro della dea Vesta. Per incoraggiare] le vestali [a fare questa rinuncia al matrimonio, Roma concedeva loro privilegi inauditi: i littori dovevano piegare i fasci davanti a loro; i consoli dovevano cedere il passo, i giudici non potevano discutere le loro testimonianze, i carnefici risparmiavano quei colpevoli dei quali esse domandavano la grazia. Eppure, fra duecento milioni di sudditi, Roma non trovò mai sei vestali volontarie, ma dovette sempre recuperarle con la forza e mantenerle sotto ferrea custodia.

47 Alessandro Manzoni, Il Natale (Inni sacri 1), v v . 68-70.

48 Le integrazioni sono ricavate, a partire da questo punto, dalla conversazione di don Quadrio, intitolata «La prima parola di Maria» (cf. l'omelia precedente). La testimonianza citata è ripresa da G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Torino 1950, p. 278, n.

Ma venne Maria, la purissima, l'immacolata, la tutta santa], la Vergine [delle vergini, e dietro a lei uno stuolo innumerevole di consacrate volontariamente].

Un imperatore [romano, nell'eccesso della sua superbia, aveva gridato: «Basta che io batta il suolo col piede per farne uscire legioni di soldati». Vana parola].

La Vergine [immacolata suscitò legioni e legioni di anime verginali e pure, in ogni condizione di vita: nel chiostro come nel mondo, nel celibato come anche nel matrimonio e nella vedovanza.

Virtù bella, virtù forte, virtù cara al cuore di Dio, virtù di Maria per eccellenza], la verginità cristiana [è indispensabile per ogni seguace di Cristo ed è il più prezioso ornamento dell'anima. E la forma dei]' amore [più coerente], che vola [al suo centro come una freccia scoccata dall'arco].

120. La croce del Redentore
(Domenica di Passione, 07/04/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
L'Università Cattolica del S[acro] Cuore di Milano, il più grande centro cattolico di cultura in Italia, che nei suo[i] 30 anni di esistenza, attraverso le sue sei facoltà, ha dato circa ottomila laureati, i quali oggi con la loro competenza rappresentano il pensiero cattolico nella vita politica e sociale, nella magistratura e nel giornalismo, nelle scuole e nelle varie professioni, l'Università Cattolica, che vive unicamente dei contributi propri dei cattolici italiani, perché non riceve alcun sussidio dallo stato, stende a voi la mano oggi perché, come cattolici e come italiani, vogliate generosamente contribuire all'incremento e all'espansione di questa provvidenziale istituzione, che ha per scopo di permeare il mondo della cultura superiore col divino lievito del vangelo. E un atto di solidarietà, che costituisce il termometro della nostra sensibilità cristiana e nazionale.

La spiegazione del Credo, che siamo venuti svolgendo in queste conversazioni, ci ha presentato la figura di Gesù come perfetto uomo e come vero Figlio di Dio. Per intonarci al periodo liturgico, che oggi la chiesa inizia, vorremmo ora guardare Gesù come nostro redentore: essendosi fatto uomo per noi e per la nostra salvezza, «patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, mori e fu sepolto».

La liturgia inaugura quest'oggi il tempo di passione,49 per commemorare e rivivere il grande dramma del Calvario, in cui Cristo ha compiuto la nostra redenzione. Il venerdì santo già si delinea all'orizzonte, ma già nel vangelo di oggi abbiamo i primi inizi di quel grandioso duello che doveva culminare sulla croce. In questo santissimo periodo, destinato a rivivere le tragiche giornate della passione e morte del Redentore, la croce si erge maestosa davanti ai nostri sguardi. La chiesa la vela con un drappo funereo, in segno di lutto e cordoglio per la morte del suo Sposo divino, Gesù. La croce velata: che cosa dice al nostro cuore la croce velata su cui Cristo è morto, straziato per la distruzione dei nostri peccati?
I. La croce, dice Cicerone, era il «crudelissimum teterrimumque supplicium»,50 il supplizio più crudele e ignominioso; era riservata agli schiavi e ai traditori, ai ladri volgari. La croce era un supplizio romano, ma non inflitto ai cittadini romani. Per comune riconoscimento, era una tortura lancinante, [che provocava] una morte spaventevole. Fissato al legno con grossi chiodi da carpentiere, il corpo si rattrappiva in una contrazione tetanica generale: le piaghe si infiammavano; i polmoni, la testa, il cuore si congestionavano e l'angoscia si faceva atroce. Una sete divorante ardeva le mucose. Il corpo intero non era che dolore. Il peggio era che un tale supplizio poteva durare molto tempo, se il condannato era di costituzione robusta.

49 Cf. O 035.

50 Cicerone, Verr. 5,66.
Tutti riconoscevano nella croce una punizione nettamente infamante. L'intenzione era, oltre che di torturare, anche di esporre lo schiavo colpevole all'infamia e alla pubblica irrisione.

Tale era dunque la croce, il supplizio su cui il più buono degli uomini, il Figlio di Dio, compì la nostra redenzione. Un orrore sacro si impadronisce del nostro spirito! Rimaniamo muti e come esterrefatti di fronte a questo mistero, che è il mistero centrale della nostra fede! Fu crocifisso per l'espiazione dei nostri peccati.

Alziamo per un momento quel velo funereo e guardiamo come lo hanno ridotto i nostri peccati. «Crucifixus est etiam pro nobis»: per noi. «Maledetto ha voluto essere per noi» (s[an] Paolo). Si è caricato dei miei peccati e delle mie iniquità e si è presentato a suo Padre e ha detto: «Eccomi, colpisci me!». E il Padre [lo ha preso sul serio]: «Io l'ho percosso per i delitti del mio popolo». «Non risparmiò suo Figlio unico, ma lo diede per noi». Che anzi, il Padre «lo volle torchiare nel dolore». «Maciullato per i nostri delitti». Il più bello dei figli degli uomini, «guardatelo! Non ha più aspetto o forma umana: [è] fatto un verme della terra e lo zimbello della plebe».

[La maledizione per il nostro peccato lo ha condotto] fino all'abbandono misterioso del Padre. Tradito e negato dai suoi, abbandonato dal Padre nell'istante supremo, [egli esclama ad alta voce]: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». C'è in questo abbandono un mistero di cui nessuno mai scruterà le profondità.

«Mi ha amato e [h]a dato se stesso per me»: ciò che poteva bastare alla divina giustizia, non potè bastare al suo amore. E [h]a dato tutto se stesso in un mare di dolori. E lo avrebbe fatto anche per me soltanto, anche se io solo esistessi e avessi peccato. Gesù non mi ha amato per scherzo!
Che, almeno in questi giorni sacri di passione, lo sguardo del nostro spirito non si distolga dalla contemplazione amorosa della n[o]s[tra] vittima.

II La croce velata: che cosa dice al nostro cuore la croce velata, su cui Cristo è morto per la nostra salvezza?
Di questo strumento di infamia il cristianesimo ha fatto l'emblema della sua fierezza: il più servile dei supplizi diviene pegno delle promesse eterne. Il segno abbietto diventa uno dei più grandi avvenimenti della civiltà.

La croce di Cristo è per noi il legno della vita, l'albero della salvezza, il vessillo della redenzione. Legno sacro e prezioso, imporporato e impregnato del sangue di Cristo, fatto degno di sorreggere le membra dilaniate del Dio morente per la sua creatura; trono regale sul quale Cristo inaugurò il suo regno di amore, infranse il regno di Satana, stipulò tra Dio e l'uomo l'imperituro patto di alleanza, iniziò l'era della salvezza, inchiodando alla croce la sentenza della nostra condanna.

Dall'albero della vita, piantato nel paradiso terrestre, venne la morte per tutta l'umanità; dall'albero della morte, piantato sul Calvario, venne la vita per tutti gli uomini. Il demonio, che aveva vinto per mezzo di quel primo albero, fu, per mezzo di questo secondo albero, sconfitto e prostrato.

Per questo, oggi, prostrata davanti al santissimo legno della croce, la chiesa canta: «Salve o croce, unica speranza in questo tempo di passione. O Cristo, noi ti adoriamo e benediciamo, perché con la tua croce ha[i] redento il mondo». «Ecco il legno della croce, a cui fu appesa la salvezza del mondo. Venite adoriamo!».

121. Il terzo giorno risuscitò da morte
(I domenica di Pasqua, 28/04/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Per meglio sintonizzarci al grande mistero pasquale che la chiesa rivive in queste domeniche, noi, riprendendo oggi il filo delle nostre conversazioni sul Credo, vogliamo immergere il nostro spirito nella contemplazione di quello che è l'articolo centrale della nostra confessione cattolica,51 la base del cristianesimo, il fondamento principale della nostra fede: «Il terzo giorno risuscitò da morte», la gloriosa risurrezione di n[ostro] Signore] Gesù] C [risto]
«Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede», perché il cristianesimo sarebbe la più grande impostura.

Ma, dopo [un arco di] quasi venti secoli, in cui il fluire inesorabile del tempo ha sommerso ogni traccia e ogni memoria, quale certezza possiamo avere noi della risurrezione di Cristo? «Nulla dura all'infuori della verità ha scritto Renan Al contrario, ciò che è falso crolla. Il falso non mette fondamenta, mentre il piccolo edificio della verità è d'acciaio e cresce sempre». Ora i venti secoli di storia che sono passati sono una luminosa conferma che Cristo è risorto e vive nella sua chiesa. Quel morto è oggi il più vivo di tutti i viventi.

Ma la nostra certezza nella risurrezione di Cristo è fondata soprattutto nella testimonianza semplice, concorde e veritiera di coloro che, nonostante la loro iniziale incredulità, lo videro risorto con i loro occhi, lo sentirono parlare, lo osservarono mangiare, lo toccarono con le loro mani, e dovettero convincersi che era veramente lui risuscitato in carne ed ossa, e testimoniarono col sangue quanto avevano visto. Dalla testimonianza degli apostoli è nata la chiesa, che è, nei secoli, vivente testimonianza della risurrezione di Cristo. La testimonianza autentica degli apostoli è contenuta nei quattro vangeli, nelle epistole di s[an] Paolo, nella prima epistola di s[an] Pietro [e] negli Atti degli apostoli. Io vorrei leggerne con voi qualche brano, quasi per tentarvi a una lettura personale e completa.

Seguendo la narrazione evangelica, nella cui trasparente semplicità risuona inconfondibile il timbro della veridicità, domenica scorsa52 abbiamo lasciato le quattro donne all'imboccatura del sepolcro, trovato vuoto nell'alba di Pasqua, sbalordite dall'annunzio di uno strano giovanetto, seduto sulla pietra ribaltata: «È risorto. Non è qui. Andate a dirlo ai suoi fratelli».

51 Nell'originale: del nostro credo cattolico.

52 L'omelia tenuta per la domenica di Pasqua è stata portata con le altre dello stesso tempo liturgico (cf. 0 016).

Tutte e quattro, tremando di spavento e di allegrezza, uscirono dalla grotta sepolcrale, per correre subito dov'eran[o] mandate. Ma, fatti pochi passi, ed eran quasi fuori del giardino di Giuseppe d'Arimatea, una di loro, Maria di Magdala, si soffermò, e le altre seguitarono la strada senza aspettarla. Non sapeva neppure lei perché rimaneva. Forse le parole dello sconosciuto non l'avevan persuasa e non s'era potuta nem[m]anco accertare, nell'emozione, se il loculo era veramente vuoto. Ritornò sui suoi passi, ed ecco, rivolgendosi, vide presso di sé, contro il verde e il sole, un uomo. Emozionata, attraverso il velo delle lacrime non lo riconobbe, neanche quando parlò: «Donna, perché piangi? chi cerchi?».

Maria pensò che fosse l'ortolano di Giuseppe, venuto li per tempo a lavorare.

«Piango perché hanno portato via il mio Signore e non so dove l'abbiano posto. Se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai messo, e l'andrò a prendere».

L'ignoto, intenerito da quell'appassionato candore, da quella ingenua puerilità, non rispose che una parola, un nome solo, il nome di lei, ma con accento di nostalgia e di rammarico, con la voce toccante e l'inflessione indimenticabile con cui tante volte l'aveva chiamata, con cui nessun altro sapeva chiamarla: «Maria!».

Allora, come desta di soprassalto, la disperata trovò il suo Perduto: «Rabbonì! Maestro!».

E gli cadde ai piedi, nell'erba bagnata, e li strinse nelle sue mani, quei piedi nudi che mostravano ancora la doppia ferita dei chiodi, come aveva fatto la prima volta che l'aveva conosciuto nella casa di Simone il fariseo, ove da pubblica peccatrice era diventata fedele seguace del Maestro.

Ma Gesù le disse: «Non mi toccare, perché non sono ancora salito dal Padre mio; ma va' dai miei fratelli e di' loro che sto per salire al Dio53 mio e Dio vostro. E di' loro che li precederò in Galilea».

E subito si staccò dall'inginocchiata, e si allontanò tra le piante, incoronato di sole.

Maria lo guardò, finché non fu sparito; poi si rialzò dall'erba, stravolta in viso, sperduta, cieca di felicità, e corse dov'erano andate le compagne.

Quando giunge alla casa, dove i discepoli erano ri[n]tanati, le tre donne stavano raccontando, con parole precipitose e affannate, l'incredibile caso: il sepolcro aperto, il giovane vestito di bianco, il suo messaggio di risurrezione. Ma gli uomini, ancora inebetiti dalla catastrofe, non volevan credere quelle stravaganti novità. «Allucinazione, vaneggiamenti di donne!», dicevano. «Sogni mattutini di esaltate, inganni di spettri».

53 Nell'originale: all'Iddio.
In quel mentre sopravvenne, ansimando per la corsa e la concitazione, la Maddalena: «Ho visto il Signore, e mi ha detto così e così!». E racconta, come l'ansia glielo permetteva. Era proprio vero? Bisognava credere?
Pietro e Giovanni, finalmente scossi, si precipitarono fuori di casa e cominciarono a correre verso il giardino di Giuseppe. Giovanni, ch'era più giovane, passò avanti all'altro e arrivò primo al sepolcro. E, messo il capo nell'entrata, vide in terra le bende, ma non entrò. Pietro lo raggiunse anelante ed irruppe nella grotta. Le fasce erano sparse in terra; ma il sudario, che aveva coperto la testa del cadavere, era piegato e rinvoltolato da una parte. Anche Giovanni entrò, e vide e credette.

E, senza far parola, tornarono in furia verso casa, sempre correndo, come se aspettassero di ritrovare il Risorto in mezzo agli altri che avevan lasciato. Ma Gesù si era allontanato da Gerusalemme. Lo ritroveremo la domenica prossima sulla via di Emmaus, mentre si accompagna con due discepoli increduli e avviliti.

Il vecchio evangelista Giovanni, vergando le pagine del quarto vangelo, ha segnato il momento preciso in cui la sua incertezza fu folgorata dalla certezza della risurrezione: «Entrò, vide e credette!».

Dio voglia che a ciascuno di noi, oggi, capiti come a Giovanni: giacché per noi l'altare della nostra messa è il sepolcro vuoto di Cristo risorto. Dio voglia che, durante il divin[o] sacrificio, in cui misteriosamente Cristo di nuovo s'immola e risorge, noi siamo come folgorati dalla fede nella sua risurrezione: una fede certissima, che dissipi ogni dubbio; una fede concreta, che ci faccia toccare Gesù come la Maddalena; una fede coerente, che trasformi e permei tutta la nostra vita; una fede trionfatrice, che spezzi i colpevoli legami che ci trattengono lontani da Gesù; una fede operosa, che si attui nella condotta privata e sociale di ogni giorno; una fede che faccia di ciascuno di noi un test[imon]e convinto e convincente della risurrezione di Cristo, e della nostra vita una prova vivente che Cristo è veramente risorto.

Per me la vostra presenza qui è una prova della risurrezione di Cristo, e una prova anche maggiore è la vostra confessione e comunione pasquale. Ma non basta essere cristiani a P[asqua] o alla domenica] mattina. Essere cristiano vuol dire dimostrare ogni giorno, coi fatti, la verità di
quello che professiamo nel Credo: «Il terzo giorno risuscitò da morte». Quando onori e rispetti il nome di Dio, tu dimostri che Cristo è risorto.

Quando difendi i diritti del prossimo e soccorri la sua indigenza, tu dixn[ostri che Cristo è risorto].

Quando dividi il tuo pane col povero e il tuo cuore con l'afflitto, [tu dimostri che Cristo è risorto].

Quando rendi testimonianza alla verità e rifuggi dalla menzogna, [tu dimostri che Cristo è risorto].

Quando rispetti íl tuo e l'altrui corpo come cosa sacra, [tu dimostri che Cristo è risorto].

Quando onori [la] famiglia e il matrimonio come tempio del Dio vivente, [tu dimostri che Cristo è risorto].

Quando segui la tua coscienza con assoluta coerenza e nobiltà di intenti e sentimenti, [tu dimostri che Cristo è risorto].

Quando, nell'intimità della tua casa, o davanti ai colleghi di ufficio, o nell'esercizio della tua professione, tu non arrossisci della tua fede, ma la professi con lealtà e coraggio, tu dimostri che Cristo è risorto.

122. Il terzo giorno risuscitò da morte
(II domenica di Pasqua, 05/05/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
La risurrezione di Cristo è la ricapitolazione del cristianesimo, la base della fede, la forma della vita cristiana. Cristiano è colui che crede alla risurrezione di Cristo come alla suprema certezza della storia; che dimostra la risurrezione di Cristo con la testimonianza delle opere; che vive in sé il mistero della risurrezione di Cristo, vivendo la vita stessa di Cristo risorto, che è vita di grazia, di amore, di purezza, di coerenza, di sincerità. Se siete risorti con Cristo, dice s[an] Paolo, cercate le cose del cielo, non quelle della terra; morti con Cristo al peccato, egli sia la vostra vita.

Riaccendiamo in noi la fede, accostandoci al vangelo, che ci ha tramandato la testimonianza di coloro che videro coi loro occhi Cristo risorto, che parlarono personalmente con lui, che mangiarono con lui alla stessa mensa.

È il mattino di Pasqua, già molto inoltrato. Due amici e discepoli di Gesù camminano sulla strada assolata che porta ad Emmaus, un paesetto distante da Gerusalemme un paio d'ore di strada. Uno si chiama Cleofa. Il nome dell'altro non ci è stato tramandato. Vanno ad Emmaus per certe loro faccende, o forse perché quello è il loro paese. Strada facendo, discorrono di ciò che hanno in cuore: le donne che erano state al sepolcro e l'avevano trovato vuoto; Maria di Magdala che diceva di averlo perfino visto e [di aver] parlato con lui; il sopral[l]uogo fatto al sepolcro da Pietro e Giovanni!
Tutte queste notizie trasecolanti li hanno un po' storditi, ma non persuasi. Erano uomini, erano giudei, erano contadini: gente che tirava al sodo, diffidente, abituata a toccare le cose con le loro mani, non facile a lasciarsi gabbare. Non potevano capacitarsi che fosse tutto vero quello che avevano sentito raccontare. Se il corpo del Maestro non c'era più, non potevano averlo portato via mani d'uomini?
Cleofa e il suo compagno erano due buoni giudei, di quelli che lasciavano all'ideale un posto molto piccolo nel loro spirito, ingombrato da preoccupazioni reali. Erano di quelli che avevano sperato che Gesù si mettesse a capo di una rivolta per l'indipendenza del popolo giudaico contro l'oppressione dei Romani. Se l'erano immaginato come un liberatore, un guerriero a cavallo, piuttosto che [come] un martire. La sua fine improvvisa e infamante, senza gloria e senza resistenza, era troppo in contrasto
con quello che avevano sperato e atteso. Ma come mai era potuto finire così, con tutti quei miracoli, quei prodigi che faceva...? «Ti ricordi quella volta del paralitico? L'ho visto io il cieco di Gerico! E Laz[z]aro risuscitato da morte! Ma...».

Chi l'avrebbe mai detto? E camminavano, alternando lunghi silenzi a dolorosi commenti, in quel meriggio tutto acceso di sole.

A un tratto videro, con la coda dell'occhio, avanzare un'ombra accanto a loro sui ciottoli della strada. Era l'ombra di un viandante che camminava dietro a loro, ascoltando i loro discorsi. Quando fu alla loro altezza, lo salutarono, pensando ch'egli volesse sopravanzarli. Ma lo sconosciuto, rispondendo al saluto, continuò a camminare al loro fianco. Non sembrava un viso nuovo, ma non ci fecero caso: non lo riconobbero.

Aveva raccolto gli ultimi brandelli del loro discorso. Ascoltò ancora un bel po' silenzioso. E poi si interzò amabilmente nella conversazione.

«Di chi parlate, se è lecito, con un'aria così triste e afflitta?».

Cleofa,54 che doveva essere il più posato, rispose con un tono di meraviglia: «Oh! Lei solo è così forestiero a Gerusalemme, da non capire che parliamo dei fatti di questi giorni, capitati in città?».

«Quali fatti?», domandò lo sconosciuto.

«Ma i fatti di Gesù...».

Allora il forestiero prese a dire con tono vibrato...

E lo conobbero allo spezzare del pane!
Se Dio facesse a noi la grazia di riconoscere Cristo in questo mistico spezzarsi del pane consacrato che è la messa, a cui tutti assistete!
Se sulla nostra via, su cui forse già scendono le ombre della sera, noi potessimo oggi incontrare Gesù e credere in lui! E diventare testimoni] viventi, convinti e convincenti della sua risurrezione!
54 Nell'originale: Cleopa.

123. [La risurrezione di Cristo]
(BI domenica di Pasqua, 12/05/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
La chiave di volta del nostro Credo è la risurrezione di Cristo: poiché, se [egli] è veramente risorto, dunque egli è Dio, dunque la sua dottrina è divina, dunque la sua religione è l'unica vera, dunque la sua chiesa è la famiglia di Dio. La risurrezione è il sigillo del Padre celeste sull'opera di Cristo; è la credenziale autentica con cui Dio accredita e garantisce presso di noi Gesù come maestro e redentore.

Se egli è veramente risorto come capo del Corpo mistico, dunque anche [per] noi, che siamo le membra, c'è speranza sicura di risurrezione e salvezza.

Ma forse la nostra fede nella risurrezione di Cristo è una fiammella incerta e vicina a spegnersi, come quella degli apostoli la sera di quella prima memorabile Pasqua. Ricordate?
I due discepoli di Emmaus, dopo aver riconosciuto il Signore risorto a mensa, nell'atto di spezzare il pane, tornando a Gerusalemme, avevano trovato gli altri rintanati in una casa amica. Cenavano tristi e silenziosi, incerti e dubbiosi, come rintronati da quell'annuncio inatteso ed oscuro! Era ormai notte: l'uscio [era] sprangato. Avevano appena mandato giù gli ultimi bocconi, quando apparve sulla soglia dell'uscio, alto e pallido, Gesù. Li guardò, appena entrato, ad uno ad uno, e la sua voce melodiosa: «Pace a voi!», salutò.

Nessuno rispose. Lo smarrimento sopraffaceva l'allegrezza, anche in coloro che non lo vedevano la prima volta. Su quei visi il Risuscitato lesse il dubbio che correva in quasi tutti, la domanda che non osavano esprimere in parole: «È davvero lui, vivente, o un'ombra che viene a tentarci dalle caverne dei morti?».

«Perché siete turbati? — disse il tradito —. E quali pensieri vi sorgon nel cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi. Sono proprio io! Guar[da]te e toccatemi; poiché gli spiriti non hanno carne e ossa come vedete che ho io».

E stese verso di loro le mani, mostrò da una parte e dall'altra: [si potevano vedere i] segni ancora sanguigni dei chiodi. E si aprì la veste sul petto, perché vedessero lo sbrano della lancia sul costato. E dal costato gli occhi dei discepoli scesero a osservare i suoi piedi ignudi, e scorsero le due ferite profonde in mezzo a due anelli paonazzi. Ma non s'arrischiavano a toccarlo, quasi temessero di, vederlo dileguare improvviso, come improvviso era apparso.

Era lui, col suo viso, colla sua voce, con le tracce evidenti della crocifissione: eppure nella mente dei discepoli gli ultimi dubbi tardavano a dissiparsi, e restavano silenziosi, quasi temendo da un momento all'altro di svegliarsi da un sogno strano e illusorio.

Anche Pietro taceva. Cosa avrebbe potuto dire, senza tradirsi col pianto, a colui che l'aveva guardato con quegli stessi occhi, nel cortile di Caifa, mentre giurava di non averlo mai conosciuto?
Per dissipare le ultime esitante, Gesù domandò: «Avete qui nulla da mangiare?».

Per quegli uomini carnali era necessaria anche una riprova carnale, una dimostrazione materiale. L'ultima sera avevano mangiato insieme. Anche ora, che si ritrovano, mangerà con loro.

Era rimasto, in un piatto, un pezzo di pesce arrostito, avanzo della modesta cena. Pietro lo spinse dinanzi al Maestro, che si accostò alla tavola e mangiò il pesce con un pezzo di pane, mentre tutti lo guardavano fisso, come se lo vedessero per la prima volta mangiare.

E quando ebbe finito, alzò gli occhi verso di loro e [disse]: «Siete persuasi, ora? O ancora non comprendete? Non ve l'avevo tante volte predetto, che il Figlio dell'uomo doveva essere ucciso e che sarebbe risorto il terzo giorno? Non sta scritto nei libri sacri che il Cristo deve patire e il terzo giorno risorgere dai morti?».

Via via che parlava, i visi dei discepoli si illuminavano di gioia e negli spiriti rifluiva la fede e la sicurezza. La sua presenza indubitabile dimostrava che l'incredibile era certo, che Dio non li aveva abbandonati, non li abbandonerebbe più. I suoi nemici, che erano parsi vittoriosi, erano vinti. La sua divinità sfolg[or]ava nella luce dell'evidenza come il sole al meriggio.

Ma ciò che bastò a loro non basta ancora alla nostra ansia di certezza. Provvidenzialmente per noi, a quella cena mancava uno dei dodici, Tommaso detto il Gemello. Quando arrivò, Gesù si era dileguato. Gli altri ebbero un bel ripetergli: «Abbiamo veduto il Signore; era proprio lui e ci ha parlato, ha mangiato con noi, come un vivo».

Ma Tommaso non era uomo da lasciarsi facilmente convincere; era tutt'altro che disposto a credere per sentito dire.

[Protestò solennemente]: «Se non vedo nelle sue mani le piaghe dei chiodi, e non metto il mio dito nella piaga dei chiodi e la mia mano nel suo costato, non ci crederò».

Queste parole lo hanno reso uno degli uomini più famosi del mondo: la sua incredulità è divenuta una prova della r[isurrezione].

Voleva vedere, voleva toccare! Felice ostinazione, che è divenuta una conferma della nostra fede! Egli pretende un esperimento carnale, una prova bruta e atroce: mettere la mano, tutta la mano, dove entrò la lancia. Non crederà neppure agli occhi! Non mette la sua fiducia che nelle mani: carne che preme carne.

E l'esperimento venne otto giorni dopo...

Ed ecco proclamata l'ultima delle beatitudini, la più grande: «Beati coloro che credono senza aver visto».

Noi oggi siamo questi beati. Radunati qui nel cenacolo del Signore, durante questa s[anta] messa a ognuno di noi Cristo ripete come a Tommaso. Il Cristo che apparve risorto a Tommaso è lo stesso che, nella messa, si presenta alla n[o]s[tra] fede. L'atto più meritorio, più gradito a Cristo, più nobile che possiamo fare, è di curvare davanti a lui" il nostro ginocchio e ripetere: «Mio Signore e mio Dio!».

In questo atto di fede in Cristo, risorto e vivo tra noi, si riassume e condensa tutta la nostra fede.

Se crediamo che Cristo [è] risorto, crediamo che egli è il Figlio di Dio; crediamo che la sua dottrina è divina, la sua religione la vera, [che] la sua chiesa è la famiglia di Dio, [che] la sua morte è la nostra salvezza, la sua risurrezione è l'anticipazione della nostra futura risurrezione alla vita eterna; crediamo che Cristo per noi è la via, la verità e la vita. Se crediamo che Cristo è risorto, noi siamo certi che Dio è con noi e non ci abbandonerà mai.

55 Nell'originale: a Cristo.

124. Salì al cielo
(Solennità dell'Ascensione, 30/05/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Non è senza una fortunata coincidenza che, percorrendo uno dopo l'altro gli articoli del nostro Credo, siamo giunti quest'oggi a considerare quello che dice: «Salì al cielo». Che cosa dice al nostro cuore questa concisa espressione, allorquando recitiamo il Credo? Qual è il significato e la portata di questa verità nella nostra vita quotidiana? Per molti fedeli il fatto dell'Ascensione di Cristo al cielo non esprime se non un fenomeno alquanto strano e singolare: Gesù che, quaranta giorni dopo la risurrezione, a un certo punto si stacca da terra, comincia a salire, tra l'ammirazione stupefatta dei discepoli, finché una nube luminosa lo sottrae ai loro sguardi. Nient'altro.

Ma per la fede illuminata e profonda, l'Ascensione di Cristo ha un significato e un'importanza infinitamente maggiore, [co]sì da essere nella storia della n[o]s[tra] salvezza e della n[o]s[tra] stessa esistenza un evento di primissimo piano. Per due motivi.

1. L'Ascensione costituisce il grande trionfo di Cristo, che ritorna vittorioso dall'immane, sanguinosa battaglia, combattuta contro il principe delle tenebre e del male.

Quando un generale romano ritornava vittorioso dalle battaglie contro i nemici dell'impero, Roma lo conduceva in trionfo sul Campidoglio, tributandogli onori divini. G[esù] Cristo, nel giorno della sua gloriosa Ascensione, sale trionfante al Campidoglio eterno del cielo a celebrare la vittoria riportata sul regno di Satana.

All'alba dell'umanità, per istigazione del diavolo, il peccato entrò nel mondo e dilagò come una fiumana limacciosa, coprendo la faccia della terra. E la terra, desolata e sommersa sotto l'acqua putrida del peccato, divenne lo squallido impero di Satana. Egli era il principe di questo mondo, il dio di questa terra, l'imperatore delle tenebre, e teneva il genere umano schiavo nei ceppi del peccato e della morte, che del peccato è pena e conseguenza. Ogni uomo nasceva segnato del marchio satanico: era proprietà di Satana sin dalla nascita. [Esiste una] trinità satanica: p[eccato], c[oncupiscenza], m[orte]. In forza del p[eccato] o[riginale], tutta l'umanità sarebbe stata una massa dannata, votata agli eterni supplizi: nessun adulto poteva sfuggire al fuoco dell'inferno.

Ma il Padre non abbandonò i figli ribelli e inviò loro il liberatore Gesù, che, secondo l'antica promessa di Dio, doveva schiacciare il capo al serpente infernale. Egli venne per distruggere l'impero di Satana e liberare gli schiavi dal giogo obbr[obr]ioso del peccato e della morte. Ingaggiò la furibonda battaglia col potente nemico; parve soccombere all'assalto tremendo e vi lasciò la vita nel sanguinoso duello. Ma, nel momento stesso della morte in croce, il nemico fu debellato, spodestato, e ridotto all'impotenza. Pagando il prezzo del sangue suo, Cristo ricomprò il genere umano, affrancandolo dalla schiavitù, e lo restituì alla libertà, a Dio, al cielo. «Ci strappò al potere del[le] tenebre e ci trasferì nel regno della luce». Chi si inserisce in Cristo con la fede, è salvo.

Vinta l'immane battaglia, il Vincitore ritornò alla Città eterna, recando nel suo corpo le gloriose ferite riportate in combattimento, e come trofeo della sua vittoria condusse [con sé] le anime dei giusti dell'A[ntico] T[estamento], che nel limbo aveva[no] atteso il promesso liberatore. «Cristo, salendo al cielo — dice s[an] Paolo — condusse con sé il corteo dei prigionieri», liberati dai ceppi di Satana. [Nell]'inno [della solennità si legge]: «Tu infrangi il potere infernale, le catene tu spezzi agli schiavi, vincitore con nobil trionfo, ti assidi alla destra del Padre».

Il cielo tutto si commosse al ritorno del Cristo piagato e vincitore. Il Padre lo fece sedere accanto a sé nella gloria celeste, incoronandolo Re immortale dei secoli, mentre le miriadi innumerevoli degli spiriti beati lo acclamarono con quella trionfale ovazione che ancor non si è spenta sotto gli archi del cielo e durerà senza fine nell'eternità.

2. L'Ascensione di Cristo al cielo costituisce il preludio e l'inizio del nostro trionfale ingresso nel regno celeste. Cristo infatti, essendo il nuovo capo dell'umanità redenta, come Adamo lo era stato dell'umanità peccatrice, racchiude e riassume in sé tutta l'umana natura. «Salendo trionfante ai suoi cieli, egli porta in sé la nostra natura, ed esaltandola sopra tutti i cori degli angeli, la colloca nella gloria divina alla destra del Padre».56
Per solidarietà di natura e di grazia, noi siamo in Cristo e di Cristo; inseriti vitalmente in lui, siamo le membra del suo corpo. Dunque l'Ascensione di Cristo è già, inizialmente, la nostra glorificazione, poiché lassù, dove è giunto il Capo, è destinato ad arrivare l'intero corpo. Per vocazione e per diritto noi siamo già cittadini del cielo.

Lassù è la nostra patria, quaggiù siamo in esilio; lassù è la nostra casa, qui siamo in cammino; lassù è la nostra vita, qui siamo in attesa. Il cristiano è un uomo che, se ha ancora i piedi sulla terra, con la mente e col cuore vive già in paradiso. Il cristiano è un uomo che ha la sua patria, la sua casa, i suoi beni, suo Padre, il suo amore in cielo, e vive sulla terra nell'accorato desiderio, nella dolce nostalgia del cielo, come il prigioniero dietro il filo spinato, in attesa dell'annunzio: «Si torna a casa».

56 Dal prefazio della solennità.

Qui siamo tutti avventizi e provvisori. Anche tu che hai vinto molti concorsi, che sei avanti nella carriera, che ti pensi definitivamente sistemato, anche tu sei provvisorio. Da un momento all'altro puoi essere licenziato. Il tuo posto quaggiù non è definitivo. Anche la casa che abiti non è tua per sempre, l'hai solo in uso, in prestito, come una camera d'albergo in cui dormi due notti. Il tuo posto è lassù, la tua casa è il cielo. Quella sì è veramente tua, per sempre tua proprietà, perché uno l'ha comprata per te a prezzo di sangue, e ti, ha preceduto per prenderne possesso a tuo nome, e la tiene preparata per te. Ti spetta dunque, non per elemosina come a un pitocco, ma per diritto di giustizia, perché ne sei proprietario.

Chi paga è padrone.

E così, nella luce di Cristo asceso al cielo, trovano soluzione i tre più gravi e fondamentali problemi dell'uomo: perché la vita? perché la morte?
perché il dolore?
— La vita, che fuori di Cristo è un enigma, nella luce di Cristo è la marcia degli esiliati verso la patria.

— Il dolore, che fuori di Cristo è cupa disperazione, nella luce di Cristo è il prezzo d'ingresso nel cielo, è la chiave che apre la porta di casa. Era necessario che Cristo soffrisse per entrar nella gloria: non v'è altra via che conduce lassù, se non quella che passa pel Calvario, segnata dalle orme sanguigne di Cristo. Sul baratro aperto dell'inferno, Cristo ha gettato come ponte la croce, passaggio obbligato per giungere alla sponda dell'eternità.

— La morte, che fuori di Cristo è fatale annientamento e distruzione, nella luce di Cristo è la porta luminosa che ci immette nella casa del Padre. Non è la fine, ma il principio. Sulla soglia di casa, nel momento della morte, troveremo ad aspettarci il nostro Padre celeste, con le braccia spalancate per quell'amplesso divino da cui non ci scioglieremo mai più.57
Stringiamoci in spirituale cordata. Camminiamo insieme, la mano nella mano: siamo la chiesa in cammino, siamo pellegrini di Dio in marcia verso la casa del Padre. Cristo ci ha aperto la via: egli è la via, il capo e la guida della nostra marcia. Sia egli la mèta del nostro cammino.

57 Pensieri espressi da don Quadrio anche alla vigilia della propria fine terrena, rispondendo ad una signora che rivelava il proprio terrore di fronte alla morte (R 077; cf. anche 0 028).

125. Di là ha da venire
(VI domenica di Pasqua, 02/06/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Quest'espressione del nostro Credo, che dobbiamo meditare quest'oggi, produce in molte anime un sentimento di angoscia e di terrore. Quando in ufficio ci si annuncia improvvisamente: «Il direttore desidera parlarle», rimaniamo presi da inquietudine: «Cosa vuole? Cosa c'è? Che cosa gli avranno detto? Non sarà mica per licenziarmi!». Tanto più rimaniamo turbati di fronte all'annuncio che ci sarà un rendiconto finale, pubblico, di tutta la nostra vita, da cui dipenderà la nostra sorte per tutta l'eternità. Non sarebbe meglio tacere su un argomento tanto conturbante? E i preti non farebbero meglio a non sovraeccitare, con lo spauracchio del giudizio universale, i nervi già scossi degli uomini d'oggi?
Ma, per q[uan]to sia austero e terrificante il pensiero del giudizio finale, noi non lo possiamo evitare. Non solo perché è un articolo del Credo e non tocca a noi eliminare od omettere le verità della fede a nostro piacimento, ma anche perché è sempre più saggio guardare coraggiosamente in faccia la realtà e trarne le conclusioni necessarie, piuttosto che nascondere come lo struzzo la testa spaventata tra la sabbia, per non vedere il pericolo incombente.

Permettetemi dunque di esporvi, senza reticenze e accomodamenti, anche questa verità della nostra fede nel modo più breve e più chiaro che mi sarà possibile, rispondendo agli interrogativi che spontaneamente si affacciano alla nostra mente.

1. Ci sarà davvero un giudizio universale, oppure si tratta di una favola per spaventare i bambini?
È un dogma di fede che la chiesa cattolica insegna, per averlo appreso da Cristo stesso. La s[anta] chiesa, che oggi ci ammaestra, è quella stessa che parlò con Cristo e [che], attraverso la sua bimillenaria memoria, che si chiama tradizione, ci ha trasmesso fedelmente le parole divine pronunciate da Cristo.

Ora Gesù ha consacrato al giudizio universale, oltre [i] numerosi accenni, un lunghissimo discorso che da s[an] Matteo è riportato nel capitolo 24 del suo vangelo. Rileggiamo insieme qualche battuta di quel discorso impressionante.58
58 Si tratta del discorso sulla fine del mondo. Don Quadrio lo accenna soltanto nel manoscritto.

2. Che bisogno c'è di un giudizio universale, se ciascuno sarà stato già giudicato al termine d[ella] sua vita? Per tre ragioni.

  1. Da parte di Dio, è necessario che un giorno egli dimostri chiaramente a tutti i critici, malcontenti, mormoratori e denigratori della sua provvidenza, che egli ha governato il mondo e le vicende umane con assoluta giustizia e sapienza; convinca tutti i dubbiosi che le sue carte sono in regola; e che tutto nella storia ha avuto un perché. In quel momento apriremo gli occhi, e vedremo le cose nella loro vera luce e secondo il loro verso, e diremo: «Ah, ora tutto è chiaro!».

Ora vediamo solo il rovescio del ricamo della storia e tutto ci sembra un guazzabuglio. Allora, quando Dio giustificherà la sua opera, vedremo il verso giusto e diremo: «Ah, ora capisco!». E benediremo Dio, anche e soprattutto per quello per cui oggi saremmo tentati di bestemmiarlo.

  1. Da parte di Cristo ci deve essere una piena riabilitazione davanti all'assise dell'intera umanità. Umiliato, accusato, bestemmiato, condannato a morte, giustiziato, bandito come un intruso dalla vita individuale, sociale (dalla famiglia, dall'officina, dalla scuola, dai parlamenti, dai tribunali), questo grande imputato della storia dovrà ricevere la riparazione che gli spetta per giustizia. E con lui dovrà essere prosciolta come innocente la sua Sposa, la chiesa, accusata oggi e condannata iniquamente per favoreggiamento verso il Cristo, per aver favorito l'estendersi del regno di Dio sulla terra. Per anni si disse che qualcuno aveva da venire a regolare i conti col cristianesimo. Quel qualcuno non venne; e i cristiani continuano a ripetere imperterriti e sicuri: «Cristo [h]a da venire a rendere giustizia alla s[anta] chiesa».
  2. Da parte degli uomini. Oggi troppi carnefici girano per il mondo camuffati da vittime; oggi troppi innocenti sono oppressi, senza che la giustizia umana li possa proteggere; oggi troppo spesso il vizio prospera e trionfa, mentre la virtù languisce e piange. C'è qualcuno tra noi che si sente soddisfatto di come il mondo è andato finora, di come le cose vanno oggi? Un vecchio insigne giurista ha potuto recentemente proclamare a Venezia] che «la giustizia umana non lo aveva disingannato». Ma non tutto il mondo è Venezia; e vi sono crimini anche peggiori, che la giustizia umana è impotente a punire.

Ma verrà il giorno della piena, assoluta, universale giustizia, in cui sulle incorruttibili bilance di Dio sarà assegnato a ciascuno il suo. E l'ultima parola sarà della bontà, della virtù, dell'onestà.

3. Quando avverà il giudizio universale? Quando s'arresterà l'orologio del mondo, e sulla scena del tempo scenderà il grande sipario dell'eternità?
Nessuno lo sa, all'infuori di Dio. Gli apostoli un giorno si fecero arditi e chiesero a Gesù quando avver[re]bbe il cataclisma finale e l'ultimo giudizio. Ma Gesù rispose asciutto: «Quanto al giorno e all'ora, nessuno lo sa, neppure gli angeli del cielo, ma solo il Padre celeste. Non sta a voi conoscere il tempo e il momento stabilito da Dio».

In ogni tempo sono sorti degli esaltati ad annunciare prossima la fine del mondo. Anni fa intere popolazioni in America si lasciarono suggestionare da questi visionari, abbandonarono case e villaggi, e si ritirarono sulle alture in attesa della venuta di Cristo giudice. Ma ben presto s'avvidero che ancora una volta conveniva stare alla parola di Gesù: «Nessuno lo sa, all'infuori del Padre celeste».

Perché Cristo non ci ha voluto svelare la data del giudizio finale? Risponde s[ant]'Agostino: «Perché ci tenessimo sempre pronti. Comportatevi come se il giudizio fosse domani, e allora non dovrete temere Cristo giudice!».59 Cristo ci ha detto solo che il giudizio ci sarà, che egli ritornerà nel tempo in cui me[no] ce lo aspettiamo: come un ladro di notte. Vigiliamo in attesa.

4. Come avverrà il giudizio universale? Secondo quale procedura? Gesù Cristo, parlando agli apostoli con linguaggio immaginoso, drammatico, impressionistico, desc[r]ive tre momenti della scena.

  1. La venuta di Cristo giudice tra un balenio di angeli corruscanti, preceduto dall'emblema santissimo della redenzione (la croce).
  2. La manifestazione della vita di ciascuno nei suoi più intimi e riposti segreti, affinché tutti sappiano tutto di tutti. Una cosa non si saprà: quello che non fu commesso. Tutto avverrà in un batter d'occhio, senza bisogno di indagini, discussioni, perorazioni. Sotto la luce di Dio tutto sarà assolutamente chiaro ed evidente!
  3. [Seguirà] la sentenza finale del giudice: di approvazione per i buoni, di eterna condanna per i malvagi.

«Sarà aperto il libro scritto, in cui tutto è segnato ciò di cui il mondo deve essere giudicato. Quando il giudice si sarà seduto, allora sarà svelato tutto ciò che è segnato: nulla rimarrà impunito».6°
Sant'Agostino. La citazione esatta non è stata individuata. Un pensiero analogo è presente in De imitatione Christi: «Sic te in omni facto et cogitatu deberes tenere, quasi hodie esses moriturus» (1,13,1).

60 Versione di due strofe della sequenza «Dies irae».
Un giorno Napoleone passava in rivista la sua truppa: si fermò davanti a un soldato carico di cicatrici, e gli rivolse alcune brevi domande: «A Ulm?». «C'ero!». «Austerlitz?». «C'ero!». «A Jena?». «C'ero!». «A Wagram?». «C'ero!». «A Smolensk?». «C'ero!». «A Dresda?». «C'ero!». «Bravo!», e gli appuntò sul petto la legione d'onore.

Quando Cristo giudice passerà in rivista le schiere dell'umanità, nel grande giorno, possa io rispondere con prontezza alle sue domande: «A messa la d[omenica]?». «C'ero!». «Alla comunione?». «C'ero!». «Al confession[al]e?». «C'ero!». «Al mio posto di dovere?». «C'ero!». «Quando qualcuno soffriva?». «C'ero!».

126. Credo nello Spirito Santo
(Solennità di Pentecoste, 09/06/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
È tanto bello fissare lo sguardo della nostra fede, seguendo il ciclo delle n[o]s[tre] conversazioni, su questo articolo del nostro Credo, proprio quest'oggi, festa di Pentecoste, nella quale si rinnova nella chiesa e in ciascuno di noi l'effusione dello Spirito Santo, avvenuta per la prima volta quasi duemila anni fa nel cenacolo di Gerusalemme, sul nucleo primitivo della chiesa, costituito dalla Vergine, dagli apostoli e dai primi discepoli.

«Credo nello Spirito Santo». Quando s[an] Paolo venne ad Atene per predicare ai Greci il Cristo crocifisso e risuscitato, fu colpito dalla curiosa iscrizione, incisa su un'ara per il culto: «Al dio ignoto, agnost6 the6». E s[an] Paolo cominciò abilmente il suo discorso sul Cristo: «Quel Dio che voi adorate senza conoscerlo, io vengo ad annunziarvelo» (At 17,23).

Parlando a[i] pagani, Paolo chiamava Gesù «Dio ignoto». Se dovesse oggi parlare ai cristiani, potrebbe forse chiamare così lo Spirito Santo. I cristiani d'oggi sanno molte cose su Gesù] C[risto], ma, interrogati sullo Spirito S[anto], sulla sua storia divina, sulle funzioni che egli esercita, su ciò che egli dona agli uomini, molti dimostrerebbero che per essi lo Spirito S[anto] è un Dio sconosciuto. A un gruppo di fedeli di Efeso, s[an] Paolo, di passaggio in quella città, chiese se avessero ricevuto lo Spirito S[anto]. Risposero: «Non abbiamo mai sentito dire che ci sia uno Spirito Santo».

Perché ciò non si avveri per nessuno di noi, soffermiamoci qualche istante sulla storia e sull'azione dello Spirito Santo.61
Avete osservato qualche volta le acque cristalline di [un] torrente alpestre, che scaturiscono dalle pendici di un alto monte e, dopo essersi raccolte nello specchio di un tersissimo lago, si diramano a portare ovunque vita e fecondità?
1. [Primo capitolo]. Lo Spirito Santo è un torrente di linfa vitale, che ha la sua scaturigine eterna nel seno misterioso della Trinità divina, dalla quale si riversa sull'umanità di Cristo, da cui si propaga a fecondare la chiesa su tutta la terra. È un torrente incandescente di vita che, nella santissima Trinità, dal Padre si riversa nel Figlio e dal Figlio rifluisce nel Padre, creando tra il Padre e il Figlio un vortice incessante, una circolazione perenne, uno scambio eterno di vita e di amore, che è la vita trinitaria.

61 Cf. anche 0 029.

Dio come il Padre, Dio come il Figlio, lo Spirito Santo è l'amore sussistente tra il Padre ed il Figlio: glutine di amore che tiene il P[adre] e il F[igjio] uniti nell'unità indivisibile dell'unica n[atura] divina.

Questo è il primo capitolo della storia dello Spirito Santo, capitolo che ha per confine l'eternità, perché non è mai incominciato e non avrà mai fine: da sempre, per sempre.

2. Il secondo capitolo si svolge nel tempo, nella pienezza dei tempi. Quando il Figlio di Dio, duemila anni or sono, si fece uomo per la nostra salvezza, allora quel torrente di vita divina dal seno della Trinità rimbalzò sull'umanità santissima di Cristo nel seno verginale di Maria. Cristo uomo fu concepito per l'opera fecondatrice dello Sp[irito] Santo, fu santificato dalla pienezza e dall'unzione dello Spirito Santo. Cristo nella sua umanità fu, fin dalla concezione, ripieno di Spirito Santo: visse, predicò, operò miracoli, morì sotto l'impulso dello Spirito [Santo]. Cristo [è il] lago alpino.

3. Il terzo capitolo della storia divina dello Spirito Santo ebbe inizio nel momento della morte di Cristo in croce, quando il torrente della vita divina, dal corpo fisico di Cristo squarciato e crocifisso, rifluì nel suo Corpo mistico che è la chiesa, nata dal costato aperto di Cristo morente. In quel momento, dalle piaghe sanguinanti di Cristo scaturì e si riversò sulla chiesa l'onda vivificatrice dello Spirito: ma in modo silenzioso e invisibile. L'effusione prodigiosa e visibile dello Spirito sulla chiesa avvenne nel giorno di Pentecoste, cinquanta giorni dopo la risurrezione di Cristo, sotto forma di un vento impetuoso che scosse con un immenso boato le mura del cenacolo, in cui era raccolto il primo nucleo della chiesa e poi, sotto forma di lingue di fuoco, che scesero a posarsi sul capo degli apostoli, trasformandoli da paurosi e inetti in araldi coraggiosi del regno di Dio sulla terra.

La Pentecoste segna la nascita ufficiale della chiesa davanti al mondo, l'inizio dell'evangelizzazione cristiana, l'avvio di quella pacifica conquista che doveva, sotto l'azione dello Spirito Santo, espandersi fino agli ultimi confini del mondo. Lo Spirito di Dio è straripato come un fiume su tutta la terra. Fecondata dall'onda divina, la terra, che giaceva sterile e bruciata sotto la cenere del peccato originale, ha prodotto ovunque un'intensa e rigogliosa vegetazione di santità. Gigli fragranti di verginale purezza, rose vermiglie di eroico martirio:" ecco i frutti fecondati e maturati dalla linfa d[ivi]na63 dello Spirito Santo. «Tu effondi il tuo Spirito, ed ecco rinnovarsi la faccia della terra».

62 Sant'Agostino, Serm. 304,4 = PL 38,139b.

63 Parola incerta.

Tutto ciò che di vero, di nobile, di santo, di grande si è operato nella chiesa in questi duemila anni, tutto è opera dello Spirito S[anto]. La chiesa è infatti il Corpo mistico di Cristo. In questo corpo, Cristo è il capo, noi siamo le membra, lo Spirito Santo] è l'anima che vivifica e conglutina tutte le membra tra loro e col capo.

Lo Spirito S[anto] è, nella chiesa, ciò che l'anima è nel corpo, cioè principio di vita, di coesione, di attività, di vigore, di espansione. Che cosa fa lo Spirito Santo nella chiesa?

  1. Come Spirito di verità, la ammaestra, la guida, la preserva dall'errore, rendendola infallibile nella fede.
  2. Come Spirito di amore, la pervade e la impasta di amore, rendendola la società dell'amore, [del]la caritas, [del]la agàpe, come dicevano i primi cristiani.

— Come Spirito di santità, santifica la chiesa con i sacramenti e con la grazia, coi suoi sette doni, rendendola Sposa casta e immacolata del Cristo, degna figlia del Padre celeste.

4. Ma vi è un quarto capitolo nella storia dello Spirito Santo, che tocca anche più intimamente e personalmente ciascuno di noi. Quando col battesimo e, dopo la caduta, col sacramento della confessione, noi veniamo innestati in Cristo, incorporati come membra vive nel suo Corpo mistico che è la chiesa, allora l'onda vitale dello Spirito, dal Corpo mistico si riversa e straripa in ciascuno di noi.

C'è una Trinità in cielo: P[adre], F[iglio], Sp[irito] S[ant]o.

C'è una trinità nella chiesa: [il] Capo [Cristo], le membra, l'anima cioè lo Sp[irito] Santo.

C'è una trinità nel cristiano che vive [nella] grazia, giacché egli è composto di corpo, anima e Spirito Santo. «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?». Quando, neonati, fummo portati al fonte battesimale, prima [di] versare sul nostro capo l'onda rigeneratrice tutta impregnata di Spirito Santo (è infatti da applicarsi all'acqua battesimale ciò che la Bibbia dice della creazione: «lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque», allora per creare il mondo, ora per creare i figli di Dio), il sacerdote ha solennemente pronunciato su noi quell'irresistibile comando: «Esci da lui, spirito immondo, e lascia il posto allo Spirito S[anto]!». Da quel momento albergammo in noi lo Spirito di Dio, che cacciammo tante volte quante volte abbiamo peccato mortalmente, e riconquistammo ogni volta che, col perdono dei peccati, riacquistammo la grazia di Dio.

Lo Spirito in noi non rimane ozioso, ma incessantemente agisce.

  1. Come Spirito di verità, ci ammaestra con la fede e le divine ispirazioni, questo interno sussurrio che non percepiscono se non le anime silenziose e raccolte.
  2. Come Spirito di amore, diffonde in noi la carità alacre e operosa, intrepida e coraggiosa.
  3. Come Spirito di santità, ci santifica incessantemente con l'effusione dei suoi sette doni.

Se solo lo lasciassimo fare, mettendoci senza resistenza a sua completa disposizione, e abbandonandoci docilmente alla sua guida, egli ci condurrebbe in breve tempo al vertice della santità.

Oggi il cenacolo è la n[o]s[tra] cappella, i discepoli in attesa siamo noi, il grande avvenimento della Pentecoste] sta per rinnovarsi invisibilmente.

Non sentiremo il vento impetuoso scuotere la casa, come essi sentirono. Non vedremo apparire le lingue di fuoco, segno dello Spirito, e posarsi su ciascuno di noi, come essi videro. Ma l'intima e profonda realtà della Pentecoste si rinnova qui, durante la messa, mediante l'invisibile, silenziosa effusione dello Spirito su ciascuno di noi.

Crediamo e preghiamo.

Crediamo. «Chi crede — ha detto Gesù — diviene come una fonte in cui zampilla a fiumi l'acqua dello Spirito». Rinnoviamo la professione della n[o]s[tra] fede: «Credo nello Spirito Santo».

E preghiamo col Cristo immolato sull'altare e con tutta la chiesa: «Vieni, o Spirito Santo, riempi il cuore dei tuoi fedeli, ed accendi in noi la fiamma divampante del tuo amore». Così sia.64
64 Con le omelie delle solennità della Santissima Trinità (cf. 0 030 e 031) e del Corpus Domini (cf. 0 032), si conclude il secondo quaderno (Q 2). Sparse su fogli si sono ritrovate altre prediche, appartenenti al medesimo ciclo, che riproduciamo qui di seguito.

127. Credo nella chiesa cattolica
(11 domenica dopo Pentecoste, 23/06/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Uno degli articoli del Credo che suscitano maggiori difficoltà e ripugnanze nell'uomo moderno è senza dubbio quello che oggi incominciamo ad analizzare: la chiesa cattolica. Ecco alcune di queste difficoltà, scelte a caso.

  1. Lo spirito moderno sente un'istintiva avversione verso ogni autorità e gerarchia, perché vi teme l'odiata dittatura totalitaria di cui ha fatto così amara esperienza. Il gatto che si è scottato con l'acqua calda, teme anche l'acqua fredda. Ecco allora nascere in molti un senso di diffidenza e di avversione verso la chiesa, che essi concepiscono unicamente come una grande burocrazia centralizzata e totalitaria: a cominciare dal parroco, [fino ad arrivare] all'arciprete, al vescovo, all'arcivescovo, al papa di Roma. E poi l'indice dei libri proibiti, le scomuniche, il S[anaUffizio, i 2414 canoni del codice di Diritto Canonico, i concordati, il Vaticano, ecc. ecc. Per loro la chiesa è solo o principalmente questo. Di una madre ne hanno fatto una «caporalesca» acida, arcigna e invadente. Che meraviglia che torni loro antipatica?
  2. Lo spirito moderno sente avversione e diffidenza verso l'organizzazione, l'intruppamento, il collettivismo, nel quale la persona diventa numero, l'uomo è un gregario, la verità è quello che pensano i capi, la giustizia è ciò che fa comodo a chi comanda. E spontaneo che l'uomo moderno riversi una tale avversione e diffidenza anche sulla chiesa, qualora se ne svisi il vero volto e se ne faccia una caricatura goffa e ridicola.

Noi troppo sovente ci facciamo un'idea errata e incompleta della chiesa, ne deformiamo le fattezze e i lineamenti, e poi diciamo disgustati: «Che roba da medioevo! Cristo sì, la chiesa no!». Non è la chiesa che, disgustati, respingiamo, ma la caricatura goffa che abbiamo in mente. Se riuscissimo a contemplare nella sua bellezza verginale il vero volto della chiesa, ne rimarremmo affascinati e innamorati perdutamente. A questo scopo tendono le brevi conversazioni che consacreremo a commentare l'articolo del n[o]s[tro] Credo: «Io credo nella chiesa cattolica».

Permettetemi subito di dichiarare con assoluta franchezza che la chiesa cattolica in cui noi crediamo non è né il S[ant]'Uffizio, né il Vaticano, né l'indice, né le scomuniche, né la porpora dei cardinali, né il cinema parrocchiale, né i comitati civici, né la democrazia cristiana, ma
— è Cristo stesso vivente e operante attraverso i secoli col suo vangelo
e la sua redenzione;

  1. è la vergine Sposa di Cristo, nostra Madre;
  2. è il Corpo mistico di Cristo, un corpo cioè vivo e compatto, in cui Cristo è capo, lo Spirito Santo] è anima, noi, i battezzati, siamo le membra, la grazia è il sangue circolante tra il Capo e le membra, gli organi principali sono coloro che Cristo ha costituito come suoi delegati e continuatori.

Per me la chiesa è Cristo prolungato e vivente nel mondo; solo così io posso dire: «Credo nella65 chiesa cattolica», come dico «credo in Gesù]
Cristo] Redentore».

Tutto questo evidentemente non va solo asserito, ma provato. È quello che faremo in queste conversazioni. Oggi, giacché il tempo sta passando, vogliamo rispondere al primo interrogativo: perché la chiesa?
I. La legge fondamentale della vita umana è la socievolezza, cioè l'esigenza insopprimibile di associarsi, convivere, collaborare con i propri simili. Dopo aver creato il primo uomo sulla faccia sconfinata della terra, Dio disse: «Non è bene per l'uomo essere solo», e gli creò una compagna, costituì il primo nucleo familiare, da cui dovrebbe discendere tutto il genere umano. L'uomo è un essere sociale, ed in ogni settore della propria attività, in ogni manifestazione della propria vita, cerca i suoi simili per vivere e agire in società. L'individuo non basta a se stesso, ha bisogno di essere completato da altri.

Ogni fatto umano autentico è un fatto sociale: l'amore, la famiglia, la trasmissione della vita, la crescita ed educazione, la scuola, la cultura, la scienza, l'economia, il commercio, il progresso, l'arte, la patria, lo sport: tutto questo è impossibile senza l'unione, la convivenza, la collaborazione di altri.

E solo la religione sarebbe un fatto puramente individuale, estraneo alle esigenze sociali della natura umana? Proprio la religione, che, insieme all'istinto della conservazione] e della riproduzione, è l'esigenza più profonda della natura umana, rinnegherebbe l'essenziale costituzione comunitaria della n[atur]a dell'uomo?66
65 Nell'originale: alla.

66 Nell'originale: umana.
No, anche la vita religiosa, non meno della vita familiare, culturale, politica, sportiva, è essenzialmente vita di associazione e di comunità. Se la goccia resta isolata, facilmente evapora; ma l'oceano, che è la grande famiglia delle gocce, può resistere con la sua massa all'aria, al sole, alla terra. La religione è un fenomeno comunitario e sociale, e appunto la chiesa è la grande famiglia o società di tutti coloro che seguono la vera religione, voluta e rivelata da Dio.

II. Del resto, se la religione è rapporto dell'uomo con Dio, è evidente che tocca a Dio stabilire le modalità, la forma, le caratteristiche della religione con cui egli vuole essere cercato e raggiunto.

Ora il Figlio di Dio, ambasciatore celeste, venne appunto sulla terra per manifestare agli uomini la forma e le modalità caratteristiche della vera religione, come Dio la voleva. E lo fece fondando la sua chiesa, cioè quella comunità religiosa, quell'organizzazione divina ed umana a cui affidò la sua stessa missione, i suoi poteri, la sua redenzione, i tesori della sua dottrina e della sua misericordia; e ciò non per un popolo o una regione, ma per tutto il mondo, non provvisoriamente, ma per tutti i secoli.

La chiesa è Cristo prolungato nel tempo.

— Cristo ha predicato il vangelo come maestro di verità. La chiesa continuerà a predicare sempre e ovunque lo stesso vangelo, in adempimento del precetto di Cristo: «Andate e predicate a tutte le genti. Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi, disprezza me. Ecco, io rimango con voi fino alla fine del mondo».

  1. Cristo a cento a cento ha rimesso i peccati, giacché era venuto non per i giusti, ma per i peccatori. La chiesa contínua ad esercitare lo stesso potere di misericordia che Gesù le lasciò con le parole: «Come il Padre ha mandato me, così io mando [voi]. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, a chi li riterrete saranno ritenuti». «Tutto ciò che avrete sciolto sulla terra, sarà sciolto anche in cielo».
  2. Cristo nell'ultima cena ha celebrato la prima messa, consacrando il pane ed il vino. La chiesa continua a fare lo stesso ogni giorno, sotto ogni cielo, in adempimento del precetto di Cristo: «Fate questo in memoria di me».

— Cristo è morto sulla croce, spargendo il suo sangue per la redenzione degli uomini. Quello stesso sangue, quegli stessi tesori di redenzione la chiesa applica alle singole anime attraverso i sacramenti, che sono i canali attraverso i quali il sangue del Redentore viene applicato all'anima nostra; e specialmente attraverso il primo sacramento, il battesimo, del quale Cristo affidò l'amministrazione alla chiesa, quando disse: «Andate e battezzate tutte le genti».

— Cristo fu il grande orante e intercessore presso il Padre a favore del mondo, nelle notti passate in preghiera come sulla croce della sua agonia. La chiesa attraverso la liturgia, il culto, la preghiera dei sacerdoti, dei monaci, delle suore, dei fedeli, continua la preghiera di Cristo per il mondo, come un grande parafulmine alzato sulla terra verso il cielo.

Dunque la chiesa è Cristo. La chiesa battezza, [ma] è Cristo che battezza; la chiesa amministra i sacramenti, ma] è Cristo che santifica le anime; la Chiesa celebra la messa, [ma] è Cristo che si immola; la chiesa prega, [ma] è Cristo che intercede; la chiesa parla, [ma] è Cristo che insegna. Cristo che vive, insegna, prega e salva: ecco la chiesa.

O figli di questa divina, santissima madre; o membri della famiglia di Dio, ve ne scongiuro, non fermatevi alla scorza, all'apparenza della realtà, ma nella chiesa credete. Amate, ascoltate Cristo, vivente in essa. «Credo nella chiesa cattolica».

128. La santa chiesa di Dio
(III domenica dopo Pentecoste, 30/06/1957?, Torino, Crocetta, cappella esterna)
«Credere a Dio e a Gesù Cristo sì; credere alla chiesa, ai preti no!».

Questa obiezione, presentatami da alcuni fra voi dopo una delle precedenti conversazioni domenicali sulle basi della n[o]s[tra] fede,67 esige un'attenta considerazione, perché, se fosse valida, crollerebbe tutto l'edificio della nostra fede. «Dio sì, chiesa no!».

E chi mi presentava la difficoltà, aggiungeva come prova: la solitudine è la prima legge dello spirito; la vita spirituale rifugge dalla folla e dall'esteriorità; la religione è un affare privato, è un intimo e personale rapporto tra il singolo e Dio. Perché tra me e Dio ci dev'essere una società umana? un'organizzazione terrena? degli intermediari simili a me? Perché la chiesa?
Rispondo con la massima brevità possibile. Perché così esige la natura essenzialmente socievole dell'uomo; [e] perché così ha voluto e stabilito Dio stesso, fondando la sua chiesa. E lo provo.

1. La legge fondamentale della vita umana è la socievolezza, cioè l'esigenza insopprimibile di associarsi, convivere, collaborare con i suoi simili. Dopo aver creato il primo uomo, Dio disse: «Non è bene per l'uomo essere solo» e creò il primo nucleo familiare, che si sviluppò progressivamente in società. Dio ci ha fatti socievoli, come le api e le formiche, [ci ha] fatti per vivere in gruppo. L'uomo è un essere sociale, ed in ogni settore della propria attività, in ogni manifestazione della propria vita, cerca i suoi simili per stare, agire, vivere in società. Non è completo se non per mezzo di altri, non basta a se stesso.

Ogni fatto umano autentico è sociale: l'amore, la famiglia, la nascita, la crescita, l'educazione, l'economia, il commercio, la scienza, il progresso, l'arte, la patria, lo sport. Tutto questo è impossibile senza l'unione, la convivenza, la collaborazione con altri. E solo la religione sarebbe un fatto puramente individuale, contrario all'esigenza sociale della natura umana? Proprio la religione che, con l'istinto della conservazione e della riproduzione, è l'esigenza più profonda della natura, rinnegherebbe l'essenziale costituzione comunitaria dell'uomo?
67 Questo accenno sembra collocare le omelie che seguono in continuità con il tema precedente, benché non sia possibile raggiungere la certezza. L'argomento ricavato dal bisogno di socialità appare infatti ripetuto qui dalla precedente.

No! Anche la vita religiosa, non meno della vita familiare, economica, sportiva, scientifica, artistica, culturale, politica, è essenzialmente vita di associazione e di società. Essa non è come la goccia d'acqua individuale, che è bevuta o che evapora, ma è come l'oceano, la grande famiglia delle gocce, che con la sua massa resiste all'aria, al sole, alla terra. La religione è un fenomeno comunitario, sociale, e la chiesa è appunto la grande famiglia o società degli uomini che seguono la vera religione voluta e rivelata da Dio. Togliere la chiesa alla religione è togliere la vita all'uomo, la sua natura.

2. Un secondo passo. Del resto, se la religione è rapporto dell'uomo con Dio, è evidente che tocca a Dio stabilire le modalità, le caratteristiche, la forma di religione con cui egli vuole essere cercato e raggiunto.

Ora il Figlio [di] Dio, ambasciatore celeste, venne sulla terra per manifestare agli uomini le modalità, le caratteristiche, la forma della vera religione. E lo fece fondando la sua chiesa, una comunità religiosa, cioè quell'organizzazione divina ed umana a cui egli affidò la sua stessa missione, il suo messaggio, la sua redenzione, i suoi poteri, e ciò non per un popolo o [per] una regione, ma per tutto il mondo; non provvisoriamente, ma per tutti i secoli.

La chiesa dunque è l'organizzazione fondata da Cristo per prolungare e perpetuare la sua opera di rivelatore e maestro, di redentore e salvatore. La chiesa è per gli uomini il Cristo che perennemente insegna, redime, salva. La chiesa è Cristo vivente e operante fino alla fine dei secoli.

Così egli ha voluto. Ma bisogna provarlo. Ecco le prove forniteci da Gesù stesso nel vangelo.

Gesù, messaggero celeste, era venuto su questa terra a rivelare agli uomini i segreti di Dio. Dovendosi dunque ritirare dal mondo, dopo la breve giornata terrena, era ovvio che stabilisse qualcuno a custode e maestro della rivelazione compiuta. Sarebbe stato molto strano, se il messaggio celeste inviato da Dio all'umanità fosse stato abbandonato alla corruzione e allo strazio, alla dimenticanza, cui gli uomini sogliono sottoporre le idee del passato.

a) E Gesù provvide, scegliendo accuratamente tra i suoi discepoli, un gruppo [d]i dodici, a cui egli stesso impose il nome di apostoli, cioè [di] inviati, mandati. Quello fu un giorno molto solenne nella vita di Gesù, come narrano gli evangelisti. Leggiamo nel vangelo di san Marco al capitolo terzo: [«Poi egli salì sul monte, chiamò presso di sé quelli che volle, ed essi si avvicinarono a lui. Egli ne stabilì dodici affinché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di cacciare i demoni» (w. 13-15)]. Ecco il primo nucleo della chiesa.

  1. A questo gruppo Gesù riservò le sue predilezioni, i suoi segreti, le sue confidenze; ma soprattutto costituì [i suoi membri]68 capi del suo regno, con pieno potere di ammettere, di espellere, di decidere e di governare. Udite le parole riferite da san Matteo al capitolo] diciottesimo. «Legare, sciogliere» vuol dire decidere con pieni ed assoluti poteri. Le decisioni degli apostoli sarebbero [state] immediatamente ratificate in cielo.
  2. In seguito Gesù specificò meglio quali fossero i pieni poteri che egli affidava agli apostoli, quali capi del regno, cioè della chiesa. Erano i poteri che egli stesso aveva ricevuto dal Padre, la [sua] stessa missione.

Giovanni [nel capitolo] ventesimo [narra che], nella sera di Pasqua, agli apostoli ancora attoniti e avviliti per la morte di Gesù, egli, apparendo redivivo dal sepolcro, disse: «Pace a voi. Come il Padre ha inviato me, così io mando voi. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi. A chi li ritenete, saranno ritenuti». Gesù era venuto a redimere gli uomini dal peccato: ora tale potere e missione egli affidava ai capi della chiesa.

Matteo, [nel capitolo] ventottesimo [del suo vangelo, riconferma lo stesso mandato], nel momento del commiato, prima di salire al cielo. Ascoltate le solenni parole di Gesù agli apostoli.

Vogliamo, da questi fatti, trarre alcune conclusioni?

  1. Gli apostoli furono da Cristo costituiti capi della sua nuova società, di quel suo nuovo regno che egli stesso chiamò «la mia chiesa», la grande famiglia dei credenti in lui. Questa chiesa è dunque fondata sugli apostoli e da essi retta e governata.
  2. Agli apostoli Gesù affidò la sua stessa missione, i suoi poteri, e soprattutto il suo compito di predicare il vangelo a tutti gli uomini, in tutte le regioni, in tutti í tempi, fino alla fine del mondo.
  3. Gesù predisse che la sua chiesa non sarebbe mai venuta meno, poiché le forze del male non l'avrebbero mai sopraffatta; poiché egli sarebbe stato con la sua chiesa fino alla fine del mondo. Essa sarebbe stata la custode e la maestra della verità rivelata tra tutte le genti, «colonna e fondamento» della verità, come la chiama san Paolo. Gli apostoli sarebbero morti, come Gesù] predisse, ma la chiesa, sopra essi fondata, avrebbe continuato la missione di Gesù fino alla fine del m[ondo].

68 Nell'originale: li costituì.

O figli di questa divina e fecondissima Madre, o figli e membri di questa santa e grande famiglia di Dio, o santi, dunque è Gesù stesso che vuole che crediamo alla sua chiesa, come crederemmo a lui stesso, se egli visibilmente vivesse tra noi: «Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me». Chi ascolta la chiesa, ascolta Gesù; chi sta con la chiesa, chi crede alla chiesa, crede a Gesù, sta con Gesù; chi ama la chiesa, ama Gesù, Gesù vivente, operante, docente nella sua chiesa fino alla fine del mondo. Cristo vive e parla nella sua chiesa fino alla fine del mondo.69
Ma qual è la vera chiesa di Cristo? La possiamo riconoscere con certezza?
Ecco la seconda difficoltà, la cui soluzione rimandiamo alla prossima conversazione.

69 Frasi di difficile collocamento, perché aggiunte al margine in momenti successivi.

129. La vera chiesa
(IV domenica dopo Pentecoste, 07/07/1957?, Torino, Crocetta, cappella esterna)
1. Il problema
Nelle precedenti conversazioni abbiamo affrontato lo spinoso problema: che cosa pensare e come comportarci di fronte alle varie religioni esistenti sulla terra? E concludevamo che solo la chiesa fondata da Cristo ha tutti i caratteri della vera religione voluta da Dio, e che perciò soltanto in essa ci può essere salvezza. Ma a questo punto sorge spontaneamente una domanda, che qualcuno di voi mi ha presentato.7°
Una delle domande più assillanti ed impegnative, che si possono affacciare alla mente di un cattolico pensoso dei problemi della propria fede, è senza dubbio questa: «La chiesa a cui appartengo è veramente quella fondata da Gesù Cristo, la vera, la santa chiesa di Dio? La vera chiesa di Cristo è la chiesa cattolica, o quella luterana, o quella calvinista, o quella anglicana, o quella metodista, o quella episcopaliana, o quella avventista, o quella valdese, o la cosid[d]etta "chiesa di Cristo", importata tra noi dall'America dopo la guerra, [o qualcun'altra del] polverio delle sette protestanti, [o una delle] chiese separate d'oriente: greca, bizantina, slava, copta, siriaca, ecc.? Dove sta la verità? Quale, fra le varie chiese oggi esistenti, è la vera, l'autentica chiesa voluta e fondata da Cristo?».

Problema fondamentale, assillante e, per certe anime, problema angoscioso e tormentoso, a cui intendiamo dare oggi la più chiara e breve soluzione che ci sia possibile. Dio ci aiuti.

Nella nostra ricerca stabiliamo anzitutto questi capisaldi.

1. Tra le varie chiese cristiane, una sola può essere quella vera, anzitutto perché Cristo e gli apostoli ne hanno fondato una sola; e poi perché le varie chiese sono tra loro opposte per costituzione, per dottrina, per riti, per governo. I protestanti non credono alla presenza reale di Cristo nell'eucaristia, al santo] sacrificio della messa, al sacramento] della confessione, all'indissolubilità del matrimonio, alla gerarchia ecclesiastica, ecc. Gli orientali scismatici non credono al Papa come capo supremo di tutta la chiesa. Dunque tra cattolici, protestanti e orientali separati, c'è una sostanziale diversità di fede. [Ma] una [deve essere] la fede, [come esiste] un solo Dio, [e] una sola chiesa.

70 Questo primo capoverso costituisce un'aggiunta, scritta nella facciata posteriore del foglio, in un tempo successivo alla stesura.

  1. Tra le varie chiese, ci dev'essere ancora oggi quella vera, autentica, quella fondata da Cristo, perché egli promise che essa sarebbe durata stabilmente e perpetuamente fino alla fine del mondo. Tutto invecchia e si corrompe sotto il logorio del tempo. La vera chiesa di Cristo rimane perpetua e indefettibile, come uno scoglio immobile tra il fluire delle onde dèl tempo. Ma qual è?
  2. Deve essere possibile e relativamente facile distinguere la vera chiesa di Cristo dalle altre, spuntate tardivamente come rampolli selvatici sul suo ceppo divino. La vera chiesa dev'essere riconoscibile dagli uomini di ogni generazione, per mezzo di caratteri e contrassegni che la distinguono da ogni altra. Altrimenti gli uomini, dubbiosi tra i vari pretendenti, sarebbero sempre rimasti brancolanti nel buio. Gesù ha detto che il suo regno, la sua chiesa è come una città posta sul monte (Mt 5,14), ben visibile a tutti.

E difatti Gesù, fondando la sua chiesa, la fornì di un complesso di caratteristiche e di note precise, perché tutti la potessero discernere e distinguere con certezza da ogni altra associazione religiosa. Non staremo qui a riferirle tutte, perché andremmo troppo per le lunghe. Ma ce n'è una tanto luminosa, che basta da sola! Su questa vogliamo fissare la nostra attenzione.

  1. Cristo, nell'atto di fondare la sua chiesa, la affidò alla direzione di un uomo, suo luogotenente e vicario nel governo di tutta la comunità dei credenti,71 capo supremo del collegio apostolico e dei pastori, che sarebbero succeduti agli apostoli nelle singole province ecclesiastiche. La vera chiesa di Gesù Cristo, per espressa volontà del suo fondatore, è dunque retta e governata da un capo supremo, a cui Cristo delegò i sommi poteri, costituendolo suo vicario. Questo capo supremo è il primo degli apostoli, chiamato Simone, a cui Cristo nel loro primo incontro cambiò nome e lo chiamò Kephas, cioè Roccia, Pietra. Noi oggi, per ragioni linguistiche, diciamo Pietro.

In una giornata memorabile, Gesù manifestò il suo volere di dare alla chiesa un capo supremo che la governasse con pieni poteri come suo vicario in terra. Ecco come uno dei testimoni oculari cí descrive la scena: san Matteo, nel capo sedicesimo del suo vangelo.72
71 Nell'originale: la chiesa.

72 Cf. 0 066 e 117.

  1. Dunque Pietro è costituito da Cristo roccia e. fondamento della sua chiesa. Come il fondamento regge tutto l'edificio e lo rende solido e stabile, così Pietro regge tutta la chiesa di Cristo, e con la sua suprema autorità la rende solida e stabile in perpetuo.
  2. Pietro avrà le chiavi del regno. Presso gli Ebrei avere [le] chiavi di una città è [sinonimo di] essere sovrano e capo. I vinti consegnavano al vincitore le chiavi della porta di città, e con questo atto cedevano ad esso il governo di quella?
  3. Pietro potrà legare e sciogliere, cioè sovranamente decidere ogni questione, a nome e con l'autorità di Dio stesso, che in cielo ratificherà ciò che Pietro ha deciso in terra.

Dopo la risurrezione Cristo confermò a Pietro questo primato di giurisdizione, cioè il supremo potere di governo su tutta la chiesa (san Giovanni, cap. 21). [Egli avrebbe dovuto essere il] supremo ed universale] pastore degli agnelli e delle pecore, cioè dei fedeli e dei pastori sottoposti a lui.

E ciò non per un tempo determinato, ma fino alla fine del mondo. Tanto dovrà durare il fondamento q[uan]to durerà la chiesa.

Ora stringiamo le maglie del n[o]s[tro] ragionamento. Gesù assicura che la sua chiesa durerà fino alle fine dei secoli quale egli l'ha costituita, cioè retta e governata da un capo.

La vera e genuina chiesa di Cristo è quella che ancor oggi è governata da un capo supremo, vicario di Cristo, successore di san Pietro. Dov'è Pietro, ivi è la chiesa. Ma solo la chiesa cattolica romana tra tutte è oggi governata da un capo supremo, vicario di Cristo, successore di san Pietro.

Dunque solo la chiesa cattolica romana è, tra tutte, la vera chiesa voluta e fondata da Cristo. Nelle altre chiese non solo non vi è il successore di Pietro, ma non vi è neppure chi pretende di esserlo, chi ardisca chiedere l'esame, se maí a lui competa il diritto di essere il successore di Pietro.

L'argomento è cristallino.

Dov'è Pietro, ivi è la vera chiesa di Cristo. Ma Pietro nei secoli è solo nella chiesa cattolica. Dunque solo la chiesa cattolica è la vera chiesa di Cristo.

73 Nell'originale: essa.

Pietro nei secoli. Pietro morto come vescovo di Roma (e il suo sepolcro, ritrovato in questi ultimi anni, è una nuova inconcussa conferma), Pietro ha il suo successore nel vescovo di Roma, nel papa, che è dunque il padre e pastore di tutti i fedeli, il vicario e luogotenente di Cristo, il dolce Cristo in terra, l'altoparlante di Dio nel mondo. In lui si perpetuano le promesse di Cristo, nella sua voce infallibile di maestro supremo risuona il timbro inconfondibile della voce di Cristo, nella sua figura veneranda (qualunque essa sia, e si chiami Pio IX, Pio X, Pio XI [o] Pio XII) si ravvisa la stessa figura di Cristo, come si vede la luce74 dietro un cristallo.

Davanti a Cristo, nascosto sotto i candidi veli eucaristici, noi oggi rinnoviamo la n[o]s[tra] fede, la nostra sottomissione, il nostro amore a Cristo, nascosto nella bianca figura del Papa, al dolce Cristo in terra!75
E vogliamo riconfermare a lui

  1. la nostra fede come al maestro infallibile che ci parla a nome di Cristo m[aestro];
  2. la nostra ubbidienza come al capo e pastore supremo che ci comanda a nome di Cristo legislatore;
  3. il nostro amore come al padre amantissimo delle nostre anime, che veglia su noi col cuore e l'amore di Dio. A lui pace, vita e salvezza perpetua.

74 Nell'originale: Dio. Correzione portata sulla base di altre citazioni della medesima frase. Per l'identificazione del Papa con Cristo, chiunque egli sia, si veda il Diario, in data 11 maggio 1944, festa del Papa (Don Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di don E. Valentini, Torino 1964, pp. 31-32).

75 L'espressione risale a santa Caterina da Siena. Nella Lettera 50 a Maestro Raimondo da Capua afferma: «il lunedì a sera io era costretta di scrivere a Cristo in terra», cioè a papa Urbano VI. Quanto segue fa parte di un'aggiunta successiva, individuabile per l'uso di un diverso inchiostro.

130. La chiesa è santa?
(V domenica dopo Pentecoste, 14/07/1957?, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Mi è stata fatta questa obiezione. «Se la chiesa cattolica è davvero la chiesa di Cristo,76 essa deve essere santa. Ma la chiesa cattolica è tull'altro che santa. Quanti scandali, quanta corruzione nel mondo cattolico, tra i fedeli, e talvolta tra gli stessi pastori!
Mariti e mogli sono reciprocamente infedeli; alcuni uomini politici cattolici sono talvolta più disonesti di altri senza religione; alcuni industriali cattolici sono egoisti, duri, completamente insensibili ai problemi sociali e ai diritti dei lavoratori. E, nel papato (è tutto dire) c'è un Alessandro VI. Dopo duemila anni di cattolicesimo il mondo non va molto meglio di prima. Dunque...».77
Ci siamo proposti, in queste conversazioni domenicali, di rispondere alle più correnti obiezioni contro la fede e la chiesa cattolica. L'obiezione d'oggi è veramente una delle più correnti e più gravi.

1. La chiesa è opera di Cristo, fatta a somiglianza dí Cristo stesso. Ora in Gesù vi sono due nature: la natura divina, eterna, immortale, infinita e la natura umana, mortale e finita, soggetta ai dolori, alle miserie, alla morte. Così anche nella chiesa dí G[esù] Cristo] vi è un duplice elemento: uno divino ed uno umano. L'elemento divino, per cui la chiesa è santa, divina, immutabile, eterna come il suo capo e fondatore Gesù. L'elemento umano, per cui la chiesa, costituita da poveri uomini, è soggetta alle fragilità, debolezze e manchevolezze degli uomini che la compongono e la governano. La chiesa, come Cristo, è un misterioso intreccio di divino ed umano, di immortale e caduco, di infinito e di finito, di santità e di colpa. Santa nel suo capo e fondatore, santa nello Spirito che la anima e vivifica, santa nella dottrina e negli insegnamenti, santa nei mezzi e nelle imprese, santa nei suoi figli migliori che, in ogni tempo, la abbellirono ed onorarono; la chiesa non è né può essere santa in tutti i membri che la compongono.

76 Benché i fogli di bozze usati per la stesura dell'omelia siano diversi da quelli sui quali furono scritte le due precedenti, l'argomento sembra in continuità logica.

77 Si veda anche R 043: «Le magagne della chiesa».

Così volle e previde Cristo. Egli, che era venuto non per i giusti, ma per i peccatori, volle che nella sua chiesa trovassero rifugio e salvezza anche i peccatori; egli, che si chinò con tenera e compassionevole simpatia su tutte le miserie umane, istituì la sua chiesa come il porto sicuro per tutti i naufraghi, gli sperduti, i deboli, i caduti, i reietti. Egli predisse che nel suo campo, nella chiesa, accanto al buon grano sarebbe cresciuta" insieme anche la zizzania. La separazione si farà solo alla fine, nel giudizio finale.

E come Cristo, straziato dai flagelli, inchiodato sul legno come malfattore, disfatto dall'agonia e dalla morte, non cessò di essere il Dio vittorioso della morte; così la sua chiesa non cessa di essere divina e sostanzialmente santa, vittoriosa sul peccato, benché" disonorata, piagata, straziata dalle colpe e dalle indegnità dei suoi figli.

Con l'insistere solo su uno degli aspetti del mistero della chiesa (la sua santità), ne abbiamo pervertito la fisionomia, e abbiamo fatto della chiesa una tronfia madama, dal petto gonfio di legittimo orgoglio, e tutta coperta di gemme e rubini. C'è anche l'altro aspetto, quello del peccato nella chiesa, che è anche una madre addolorata ed umiliata, una madre, che ha un caro figlio traviato, che le fa piangere le lacrime più pudiche ed amare. Concepire una chiesa santa, senza peccatori, è negare la chiesa di Cristo per farsene una propria.

  1. Tra i fedeli, molti non sono santi. Anzi, dopo duemila anni le cose non vanno meglio di prima. Un arguto apologista inglese rispondeva a un uomo che gli faceva questa difficoltà: «Anche l'acqua esiste da centomila anni. Eppure, guarda il tuo collo!». Se vi sono dei ladri, degli adulteri, degli empi, dei disonesti, dei violenti, dei cattivi mariti, la causa non è la chiesa, ma il non volere accogliere la dottrina, l'insegnamento, la morale della chiesa. Quelli che accettarono e seguirono fedelmente la chiesa sono i milioni e milioni di santi, di vergini, di martiri, di eroi. Non date la colpa alla chiesa, se chi non l'ascolta, è perverso. Non attribuite alla chiesa le miserie di chi non la segue. Non dite che il danaro è senza valore, se vi capita tra mano una moneta falsa. Alcuni cattolici possono essere traviati, ma la chiesa non [è] contaminata! È Madre di santi: ogni giorno il martirologio ne commemora decine e decine.
  2. Tra i pastori [le cose non sembrano andar meglio]. Si dice: «Tra il clero, perfino tra i sommi pontefici vi furono degli indegni».

È vero. Ancora vivo Gesù, tra i dodici, che egli scelse come fondamento della chiesa, uno lo tradì per trenta danari; un altro (il capo supremo) lo rinnegò per viltà; tutti, al momento della cattura, lo abbandonarono per paura; anche se poi si ripresero e diedero tutti il sangue e la vita per amore del Maestro.

78 Nell'originale: crescesse.

79 Nell'originale: perché.
Come capo supremo del suo gregge, Gesù non scelse un uomo santo come Giovanni, ma un uomo proclive al male e che ha fatto la bruciante esperienza della caduta come Pietro. Lo fece infallibile nella dottrina, ma non impeccabile nella condotta: la virtù per tutti è una conquista, anche per il Papa.

De[1] resto, quelli che pretendono di saper tutto su pochi indegni successori di Pietro, non sanno poi niente di tanti buoni. L'infamia di un uomo, non giustificabile ma spiegabile con il vezzo dei tempi, oscura per essi milioni di santi. Coloro che sciorinano, talvolta esagerando, le indegnità di un Aless[andro] VI, sanno che, dei primi 33 successori di Pietro, 30 morirono martiri volontari della fede e altri due cacciati in esilio? Sanno che dei 261 Papi, 83 furono canonizzati; [che] più di 50 [furono] eletti nonostante le proteste di indegnità? Pensano, ad es[empio], che negli ultimi cento anni la chiesa è stata governata da un Pio 13( avviato agli onori degli altari, da un Leone XIII, da un san Pio X, da un eroe della carità come Benedetto XV, dall'immortale ed integerrimo Pio XI, e dall'angelico Pio XII? Quanti uomini possono essere paragonati per cultura, saggezza e integrità a questi grandi Pontefici?
Quanto poi ai sacerdoti indegni, se ce ne furono e ce ne sono tanti come cí si vuol far credere, questo è un vero miracolo: che la chiesa sia ancora in piedi, nonostante la loro opera! Se non avessimo altre prove della divinità della chiesa, questa mi basterebbe: essa sopravvive e trionfa nonostante le debolezze e le cattiverie dei suoi e compie la sua divina missione servendosi di poveri uomini.

Del resto non si esageri. Quanti buoni e santi tra i sacerdoti di Gesù! Si pensi che la sola nostra Torino, negli ultimi cento anni, ha avuto tra i suoi sacerdoti un Brunone Lanteri, un Guala, un Cottolengo, un Cafasso, un d[on] Bosco, [un] don Rua, un don Rínaldi, un don Beltrami, per non citare se non quelli che sono saliti o stanno salendo gli onori degli altari.

E anche tra gli sconosciuti e ignorati preti delle nostre chiese, quanti buoni! Bisogna vederli q[uan]do lasciano la casa e la famiglia e scelgono come loro parte la solitudine del cuore; q[uan]do alla loro porta bussano tutte le miserie... No, non accusiamo tutti senza conoscere! E se un poveretto è caduto, non giudicate! Chi è senza peccato, scagli la prima pietra.

Sul grande porticato del Berníni in piazza san Pietro ci sono cento statue di granito; nessuno se ne cura, nessuno le guarda. Un giorno ne cadde una sul selciato della piazza e si infranse. Tutti corsero, osservarono, parlarono: era alta tanto, pesava tanto, aveva tanti secoli, ecc.: delle altre novantanove che erano rimaste lassù, ritte nel sole, nessuno si curò, nessuno ci badò. Il male fa più rumore del bene. Non si è preteso di lanciare una manciata di fango anche sulla candida veste del Pastore angelico?8°
Ma, in fin dei conti, il mondo ha ragione: noi preti non siamo davvero quello che dovremmo essere. Il mondo è quello che è, perché noi siamo quello che siamo! Non abbiamo deluso il mondo, ma Cristo. Un prete dovrebbe essere un autentico santo, altrimenti è un mancato, un fallito. Noi però vi preghiamo di non giudicare la chiesa dalle nostre mancanze, come non giudichereste l'arte della pittura dagli scarabocchi di un bambino. Molti di voi sono scandalizzati e soffrono nel vedere la nostra mediocrità: sarebbero certo migliori, se noi fossimo più santi, più capaci. Molti di voi certo farebbero molto meglio al nostro posto. Dobbiamo essere migliori. Questa è la sola n[o]s[tra] infelicità: quella di non essere santi. Volete pregare per noi? Grazie.

80 Pio XII.

131. La vita eterna
(?/10/1957?, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Introduzione.

Miei fratelli, nelle conversazioni domenicali dello scorso anno81 abbiamo esaminato insieme le basi razionali della nostra fede e risposto alle principali obiezioni che oggi vengono mosse contro di essa. Vorrei quest'anno affrontare insieme con voi lo studio del punto più oscuro e conturbante della fede cattolica, il problema dell'al di là, della vita futura, che si inizia con la morte e prosegue oltre la tomba.

«Credo nella vita eterna!». È un grido di trionfo e di speranza che corona il nostro Credo e che è base e fondamento di tutta la fede e la vita cristiana.

La vita et[e]rna! Promessa inaudita! Speranza inimmaginabile! Felicità inc[o]mprensibile! Quali incoraggiamenti, quali consolazioni, quali forze vitali e slanci di bene irraggiano da questa nostra fede!
In questa prima conversazione, a guisa di introduzione, noi vorremmo soffermarci qualche istante a mettere in luce l'i[m]portanza essenziale e l'improrogabile necessità di approfondire un problema così vitale e centrale della nostra vita.

a) L'umanità. In questo mistero, che è il destino dell'uomo oltre la tomba, l'umanità fruga da secoli: esiste un'altra vita? Che cosa sopravvive dell'uomo dopo il disfacimento della morte? Perché l'uomo, che è fatto per vivere, è soggetto alla morte, alla corruzione? Qual è il destino nostro nell'altro mondo? Le anime dei nostri defunti dove sono? Che cosa fanno? Ci conoscono ancora? Ci seguono? Che cosa possono fare per noi? Che cosa possiamo fare noi per loro? Problemi inquietanti, che s'impongono alla nostra intelligenza e ci assillano,82 che esigono una risposta certa, sicura, rassicurante.

81 Omelia dattiloscritta, come quella che segue. Potrebbero essere collocate nell'ottobre del 1957, all'inizio dell'anno che si riapriva dopo le vacanze. Don Quadrio intende delineare un ciclo nuovo di riflessioni sulle ultime realtà. Tale argomento verrà svolto ampiamente nei corsi di Esercizi spirituali. Gli appunti di predicazione destinata al popolo nelle omelie domenicali non ci sono pervenuti che frammentari. Aggiungiamo perciò al ciclo precedente le prime superstiti tra esse, come logica conclusione dell'intero commento al Credo.

82 Nell'originale: inquietano.

Vi sono, sì, uomini tanto superficiali, da non porsi le più grandi domande, [che] vivono distratti, come fuori di sé. Ma le anime pensose dei propri destini avvertono tutte il problema: è possibile mai che si debba vivere come gli uccelli e i cani, senza sapere perché si vive, e si scompaia, un giorno, senza sapere perché si muoia e che cosa ci attenda dopo la morte?
b) La vita. Il problema dell'al di là è importante, perché da esso dipende tutta la nostra vita, la concezione, l'intonazione, la direzione della nostra esistenza.

Se la vita et[e]rna è una realtà e non un sogno chimerico, allora la vita non è più un tragico e disperato annientamento, anche se la mia vita terrestre è una sofferenza e un dolore continuo. Se esiste la vita et[e]rna, allora la sofferenza non è così terribile, anche se io debbo passare tutta la mia vita terrestre, senza essere compreso e amato. Se vi è una vita et[e]rna, allora non è così spaventosa la morte, che tronca la mia esistenza.

Pascal, filosofo e pensatore massimo, ha detto con ragione: «L'immortalità dell'anima è una cosa che ci importa così fortemente, che ci tocca così profondamente, che bisogna aver perduto ogni sentimento per rimanere indifferenti davanti ad essa. Ogni nostro pensiero, ogni nostra azione devono prendere strade ben differenti, a seconda che vi sono o non vi sono beni eterni da sperare; è impossibile fare un passo con coscienza e giudizio, senza regolarlo in vista di questo punto, che deve essere il nostro ultimo fine».

Se vi è una vita et[e]rna, allora non vi è se non una cosa veramente importante nella vita [presente]: assicurarmi con la vita terrestre una vita et[e]rna felice. Ma se non vi fosse? Se fosse un'illusione? un desiderio senza fondamento? Ecco l'importanza della questione.

È chiaro che, qualunque sia la vostra scelta, questo sarà decisivo per la vostra vita. Optando per un modo di pensare, voi sapete di optare per un modo di vivere.

Infatti, se non vi è un altro mondo, ma tutto finisce con la morte, allora sarebbe una follia negarsi qualche cosa sulla terra. Se non vi è un'altra vita, allora bisogna abbandonarsi al godimento sfrenato di questa vita. Coroniamoci di rose, prima che appassiscano. Ma, se esiste un'altra vita, et[e]rna, allora devo tutto fare, tutto soffrire, pur di arrivarci; allora acquistano una tragica realtà le parole ammonitrici di Cristo: «Che serve all'uomo conquistare tutto l'universo, se poi perde la sua anima?» (Mt 16,26).

La vita dipende tutta dal modo con cui si risolve íl grave problema dell'al di là. Se io credo alla vita et[e]rna, questa vita terrestre non è più un mistero insolubile, un'avventura senza senso e senza scopo, allora anche il problema della sofferenza e della morte trova una soluzione soddisfacente. Ma che avviene, se io non credo all'altro mondo? Come mille e mille sfingi, si affollano attorno a me la sofferenza, l'ingiustizia, la malattia e la morte.

Senza la fede nell'al di là, la vita è un enigma indecifrabile, un mistero insondabile, una tortura insopportabile. Essa è come una locomotiva senza macchinista,83 lanciata a corsa pazza sulle rotaie, senza meta e senza guida, finché non deragli da qualche parte e vada a sfasciarsi contro il suolo. Considerate l'uomo come una creatura immortale e tutto diventa grande in lui, tutto diventa comprensibile, ha un senso, uno scopo; ma consideratelo come un essere mortale, e delle fosche e nere nubi avvolgono come tetra caligine il suo viaggio senza meta.

Ma anche la morte, come è tutt'altra cosa, a seconda che io creda o non creda alla vita et[e]rna! Muore l'incredulo, muore il credente. Ma quale differenza tra queste due morti! L'incredulo si aggrappa lamentosamente, febbrilmente, convulsamente con le mani alla vita che fugge a poco a poco, ingoiato dal vortice della disperazione! E il credente? Man mano che la sua vita si appressa alla morte, diventa sempre più calmo, più tranquillo e sereno, in pace con Dío, in attesa del momento solenne che lo introdurrà nella bramata felicità. Per lui la morte è la porta della vita. Come cambia la morte, quando uno la considera sotto la luce dell'eternità e della fede! Come diventa dolce e anche desiderabile! Essa allora appare non come un finire, ma un incominciare, po[i]ché l'ultima non è la morte, ma la vita. Morire è come un socchiudere la porta di casa, della nostra casa celeste, e dire: «Padre, sono arrivato, eccomi qui».84
Ma esiste davvero questa vita d'oltretomba? A questo inquietante interrogativo ci proponiamo di rispondere domenica prossima.

83 Nell'originale: guidatore.

84 Aggiunta a mano l'annotazione di un episodio non sviluppato, dal titolo: «Il soldato di Montecassino». Per i concetti espressi qui cf. anche 0 028; 0 124; R 077.

132. La vita eterna
(?/10/1957?, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Esiste veramente una vita oltre la tomba? Ne siamo assolutamente certi? Non si tratta forse di un'immaginazione, di una fantasia, di un sogno chimerico, per illuderci e consolarci tra i dolori della vita] e le amarezze della morte?
Ci siamo proposti di dare una risposta chiara e sicura a questo, che è l'interrogativo più inquietante, il problema fondamentale dell'umanità e di ogni uomo. Esiste l'altra vita?
Facciamo oggi il primo passo in questa ricerca, rilevando un fatto molto significativo e interessante, cioè che mai è esistito sulla terra un popolo che non abbia creduto, sotto una qualche forma, all'altra vita.

1. Appelliamoci alla preistoria dell'umanità, alle primissime tracce di esistenza umana sulla terra. Per quanto rimontiamo indietro nei secoli, nei millenni, fino agli albori stessi dell'umanità, dovunque si incontrino vestigia e tracce dell'uomo, noi incontriamo anche la fede in una vita dopo la morte. Chi ha fatto sorgere nello spirito umano questa persuasione primordiale, che c'è qualche cosa oltre la tomba? Senza alcun dubbio la voce stessa di Dio, incarnata e scolpita nelle profondità stesse] dello spirito umano.

È la natura che esige, postula e reclama una vita oltre la tomba. È l'innato e primordiale senso di giustizia, il bisogno di equità, di ordine, di eguaglianza, l'aspirazione alla pace e serenità dello spirito che suppone l'esistenza [di] una vita che compensi, corregga, aggiusti tutte le ingiustizie e le disuguaglianze di quaggiù. Ecco da dove scaturisce l'universale credenza degli uomini nell'al di là: il constatare la folla dí imperfezioni, d'ingiustizie, di miserie, che solo la vita eterna può compensare.

Le tombe degli uomini preistorici, sepolte negli strati geologici, rimontanti a millenni e millenni di antichità, ci parlano già di questa credenza. Anche per l'uomo preistorico il cadavere non significa[va] qualche cosa di ributtante, da gettarsi quanto prima sulla strada e da abbandonare all'ingiuria degli elementi e allo strazio degli animali, ma, al contrario, era l'oggetto di cura pietosa.

Pur non avendo dell'anima un concetto così evoluto e preciso come oggi noi abbiamo, i popoli più primitivi credevano alla realtà di una vita dopo la morte e perciò deponevano sulla tomba dei loro defunti dei cibi, delle bevande, delle armi, dei vestiti, dei cosmetici, e uccidevano perfino le loro donne e i loro schiavi affinché vi fosse gente che li servisse nell'altro mondo. Così l'umanità ancora bambina esprimeva la propria fede ingenua e primitiva nell'al di là.

  1. Ma, se discendiamo giù giù lungo il fiume dei secoli, e consideriamo i popoli storici, noi incontriamo una fede sempre più adulta ed evoluta nella vita futura, sotto forme, è vero, le più svariate e talvolta le più fantastiche.

È questo appunto che ci dicono le piramidi, i sarcofagi, le iscrizioni sepolcrali, elevate con tanta potenza e magnificenza d'arte nell'antichissima civiltà egiziana. È questo che ci dicono l'Olimpo e il Tartaro, cantati in tutti i più antichi poemi della Grecia.

«Con la morte tutto è finito!». «Che maniera pagana di parlare!», si è soliti dire. E invece non è un'espressione pagana, ma peggiore del paganesimo. I pagani non parlavano così. Pensate ad Omero, ad Esiodo, a Virgilio, ad Aristotele, a Platone, che dedica all'immortalità dell'anima uno dei suoi immortali dialoghi;" pensate al suo maestro Socrate, il quale ai suoi amici pr[e]occupati della sua sepoltura (egli stava attendendo da un momento all'altro l'esecuzione della sentenza capitale), raccomanda di non preoccuparsi: «Voi potete seppellire il mio corpo soltanto, non me». Parole che hanno ispirato l'iscrizione funebre incisa sulla tomba di Gardonyi a Eger: «Solo il suo corpo».

Cicerone ha scritto un libro sull'immortalità dell'anima: «Vi è in noi dice in una profonda analisi psicologica — un presentimento di secoli futuri ed esso si manifesta nei grandi spiriti. Se si rigetta questo presentimento, chi sarebbe così insensato da vivere nelle fatiche continue e in mezzo ai pericoli?».86 I grandi geni dell'antichità non hanno mai dubitato dell'esistenza di una vita oltre la morte.

  1. Ma noi incontriamo la stessa concezione anche presso tutti i popoli contemporanei, a cominciare dai popoli selvaggi, primitivi, mai venuti in contatto con la nostra civiltà.

85 IlFedone.
86 Tusculanae disputationes: «Sed nescio quo modo inhaeret in mentibus quasi saeculorum quoddam augurium futurorum, idque in maximis ingeniis altissimisque animis et exsistit maxime et apparet facillime. Quo quidem dempto quis tam esset amen qui semper in laboribus et periculis viveret?» (1,33).

È una verità oggi scientificamente] dimostrata, che non esiste popolo, neppure uno solo, che non creda che la morte è solo una porta, dietro la quale la vita non continui sotto altra forma. Consideriamo i popoli contemporanei più lontani, i Lapponi, gli Esquimesi, gli Ottentotti, gli Zulù, i Pigmei, i Bororos, i Patagoni, le tribù dell'India come quelle dell'Africa Australe, del Mato Grosso e delle regioni polari... Tutti credono, in una maniera o nell'altra, a questa verità: noi non siamo che dei viaggiatori sulla terra, in via verso una patria in cui vivremo per sempre.

Oggi si è soliti dire generalmente che i Cinesi sono il popolo meno religioso del mondo. E, cosa rimarchevole, la fede in una vita dopo la morte non solamente esiste presso di essi, ma questa87 è così radicata, che ogni loro religione si riduce al culto degli spiriti dei loro antenati. Lo stesso si dica dei Giapponesi.

«Il musulmano sensuale e l'indù devoto; il greco dotto e il romano pratico; il germano primitivo e lo svita brutale; l'indiano severo e il ridanciano abitante delle isole del Pacifico; il negro frivolo e l'australiano cupo; l'ottentotto disprezzato e il selvaggio abitante della Terra del Fuoco, tutti credono in una vita dopo la morte e sperano con gioia di rivedersi nell'altro mondo» (Schneider).

Ma ciò che l'umanità ha sempre creduto e su cui è tutta d'accordo, ciò che sgorga dalle profondità dell'anima umana, ciò che è il risultato più genuino della ragione primitiva e della filosofia primordiale non può non essere vero.

E non si dica che l'umanità i[n]tera per secoli si è ingannata, ritenendo universalmente che il sole si muoveva attorno alla terra. L'uomo ci credeva, perché i sensi, illudendosi, così gli facevano apparire. Ma quando essi credono a un'altra vita, l'uomo crede contro i suoi sensi: crede contro di essi, perché i suoi sensi non gli dicono nulla di tutto questo, e anzi gli dicono il contrario.

«Io credo nella vita eterna». Abbiamo interpellato la preistoria, la storia e l'umanità intera. Ma che cosa ci dice su questo argomento la nostra coscienza individuale? la voce intima del nostro sentimento e della nostra convinzione? La interpelleremo nella prossima conversazione.

87 Nell'originale: essa.

133. La vita eterna
(?/10/1957?, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Introd[uzione].

E simbolo cristiano si chiude con queste parole trionfali: «Io credo nella vita eterna».

Abbiamo consacrato le precedenti conversazioni ad interpellare, su questo argomento, l'umanità intera e la coscienza di ogni uomo, ed abbiamo scoperto, nel fondo stesso della natura umana, due esigenze insopprimibili che reclamano un'altra vita oltre la morte: l'esigenza della giustizia piena, che non è soddisfatta in questo mondo dominato dall'ingiustizia, e l'esigenza della felicità perfetta, irraggiungibile su questa terra.88
Oggi esamineremo brevemente le affermazioni di coloro che negano la vita eterna, perché negano che l'uomo abbia un'anima spirituale e immortale.89 Non credono all'anima e perciò non credono alla vita eterna. «Non esiste lo spirito, esiste solo la materia. Ciò che si chiama anima non è che una materia più perfetta, più evoluta e raffinata, una particolare combinazione e vibrazione di energia molecolare». È la posizione materialistica, diametralmente opposta a quella cristiana.

Non sarà dunque superfluo consacrare la conversazione di oggi all'esame di questa posizione, per dimostrare com'essa si sgretoli e si frantumi davanti ad un'analisi obiettiva, spassionata, condotta a base di sola ragione.

Mi si dice: «L'anima nessuno l'ha mai vista o tenuta in mano. Dunque non esiste». Anche la corrente elettrica, ad es[empio], nessuno l'ha mai vista o tenuta in mano, eppure chi può negarne l'esistenza?
«È chiaro — si dice —, io non ho mai visto o tenuto in mano la corrente elettrica, ma io sento che esiste, perché ne vedo gli effetti: la luce, il calore, la forza, la scossa». Appunto così avviene dell'anima: non la si vede, ma si vedono i suoi effetti, le sue azioni. Il fatto che l'uomo possa «pensare» e «volere» è una confutazione perfetta degli argomenti materialisti. Vediamo brevemente come.

88 Se ne tratta nell'omelia successiva, benché la presente porti la numerazione romana I e la seguente II, in ordine inverso rispetto allo schema qui enunciato.

89 Cf. R 023.

I. L'uomo pensa, intende, ragiona, scopre nuove leggi, nuove energie, domina e soggioga con la sua mente le forze materiali, crea col suo ingegno nuovi progressi, nuove civiltà, nuovi capolavori dell'arte, della poesia, della musica, della scultura, della tecnica, della scienza.

Chi potrebbe ridurre tutto il mondo del pensiero umano a pura materia? Chi potrebbe negare in tutto questo la scintilla dello spirituale? Che vi è di materiale nelle idee di Dio, di giustizia, di bontà? Che vi è di materiale nelle dimostrazioni matematiche e filosofiche? Il pensiero dell'uomo è un'attività spirituale. Ora, come può la materia produrre qualche cosa di spirituale? Come può un'operazione spirituale provenire da un essere che sia tutto e solo materia?
Io confesso, ad esempio, che non potrò mai credere (ora i negatori dell'anima sono obbligati a crederlo) che quando Michelangelo scolpiva il suo meraviglioso Mosè o tracciava il piano della cupola di s[an] Pietro, fosse solo la sua mano, il suo scalpello, la sua matita ad agire, senza interna ispirazione ideale e spirituale. Così non riesco a concepire come la Div[ina] commedia di Dante e la Summa di s[an] Tommaso proceda[no] da una sola combinazione di forze materiali, o non piuttosto da un'anima spirituale.

L'uomo ha dei pensieri spirituali, dei ragionamenti spirituali, dunque ha un'anima spirituale che li produce.

Se l'uomo fosse tutto e solo materia, come potrebbe pronunciare questa parola semplice, sublime, misteriosa che è «io»? Questa [particella pronominale rivela la] coscienza di sé, che fa dell'uomo un essere cosciente e personale, lo eleva al di sopra di tutti gli esseri creati.

Questo «io» rimane identico attraverso tutte le mutazioni del tempo e dello spazio. È sempre lo stesso, oggi, ieri, [lo era] dieci, vent'anni fa, mentre tutta la materia in me è cambiata. Dunque c'è in me qualche cosa che non è pura materia.

Alla stessa conclusione arriviamo, analizzando l'attività della nostra volontà.

  1. L'uomo vuole, ama delle realtà che sono puramente spirituali, slegate da ogni materia: Dio, la virtù, la giustizia, la bontà, il disinteresse, il sacrificio, la rinuncia.

Ora, come può la materia desiderare, volere, amare realtà puramente spirituali?
90 Nell'originale: contro cui.

  1. L'uomo può volere anche contro i desideri e le inclinazioni] della sua natura materiale. Può rinunciare a cose che i suoi sensi desiderano ardentemente e può far delle cose contro le quali 90 insorge tutto il suo essere. È qui il magnifico privilegio dell'uomo. E noi apprezziamo e stimiamo quelli che agiscono così, poiché qui risalta una delle più belle virtù umane: il disinteresse, il dominio di sé, la virtù.91 Se tutto nell'uomo si riducesse alla natura materiale, come potrebbe l'uomo contrastarla, soffocarla, vincerla, dominarla?
  2. Dopo che l'uomo ha ceduto agli istinti più bassi della sua natura materiale, sente l'insoddisfaz[ione], il rimorso, l'umiliaz[ione], la tristezza. Come sarebbe possibile questo, se non ammettendo un principio spirituale diverso dalla materia? E donde viene la tristezza, proprio q[uan]do il corpo ha avuto tutto ciò che reclama, e niente gli manca? Non viene forse dall' anima ?92

91 Parola incerta.

92 In matita è aggiunto nella scheda: causa fmale, meritoria, formale, efficiente.

134. La vita eterna
(?/11/1957?, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Introduz[ione]. «Credo nella vita eterna».

[Nelle] precedenti conversazioni [abbiamo interpellato su questo argomento] l'umanità [intera, spingendoci fino alla sua] preistoria [e percorrendone poi velocemente la] storia. Tutti i popoli, anche i selvaggi, hanno sempre creduto che la vita dell'uomo continua oltre la morte.

[La] conclusione [più logica non può essere che la seguente]: ciò che l'umanità intera in tutti i tempi, presso tutti [i] popoli, sotto tutti i cieli ha creduto con così perfetto accordo, non può non essere vero.

[Per questa nuova conversazione proponiamo un] tema [più vicino alla nostra esperienza].

Dopo l'umanità, interpelliamo la nostra stessa coscienza nelle sue tendenze ed aspirazioni più fondamentali, più essenziali, e insopprimibili. Ascoltiamo queste voci profonde che scaturiscono dalle viscere stesse della nostra natura, e vediamo se costituiscono una prova dell'esistenza del mondo ultraterreno.

Due sono i sentimenti più fondamentali e insopprimibili della coscienza umana: l'aspirazione alla giustizia perfetta e l'esigenza della felicità piena.

I. Con tutte le sue forze l'uomo aspira alla giustizia; nulla ci ferisce tanto intimamente quanto il constatare il trionfo del male, l'oppressione dell'innocente, la soperchieria, la parzialità. Questo senso nasce con l'uomo; è congenito, non acquisito, come l'istinto della conservazione, della nutrizione. Il bambino di quattro anni, che non sa nulla di giustizia od ingiustizia, si rattrista, senza sapere perché, quando sente parlare delle persecuzioni e cattiverie che Biancaneve riceve dalla sua matrigna. Anche nell'uomo più ingiusto e perverso il sentimento della giustizia può essere soffocato e traviato, ma non mai completamente spento.

Ma esiste la giustizia sulla terra? Non vediamo continuamente l'onestà calpestata e la disonestà trionfare? [Non vediamo spesso] l'innocenza oppressa, la virtù disprezzata, l'equità bandita, la corruzione applaudita? Non assistiamo forse a favoritismi, parzialità, subornazioni, disonestà, corruzioni?
Ora noi non possiamo sopportare il pensiero che il male trionfi sul bene. La vita terrestre è riempita di dissonanza, ma sentiamo che da qualche parte ci dev'essere una compensazione, un accordo finale in cui ogni dissonanza si plachi.

La natura e la coscienza umana, dal profondo del loro" essere postula[no] e redatna[no] che giustizia sia fatta, che ciascuno abbia ciò che gli spetta, che il bene sia premiato, il male punito. Ora dò" non avviene in questa vita; dunque deve esserci un'altra vita in cui ogni ingiustizia sia compensata, ogni virtù premiata.

Se non c'è un'altra vita, allora è identica la sorte di chi ha sofferto nell'onestà e di chi ha goduto nell'ingiustizia. Se non c'è un'altra vita, allora è messo sullo stesso piano il carnefice ed il martire, il persecutore ed il perseguitato, una donna di malaffare e una Maria Goretti che muore per difendere la sua virtù o una mamma che ha sacrificato tutta la vita nella cura e nel servizio, nella fedeltà alla sua famiglia.

Una suora di carità è in agonia. Tutta la sua vita fu un sacrificio a servizio del prossimo. Ha rinunciato agli affetti più sacri e più cari per curare gli ammalati degli altri. Ed ora ella muore di una malattia infettiva, contratta nel prodigarsi per gli ammalati. Ed ecco anche l'agonia di un furfante corrotto e disonesto, che ha passato la vita nel vizio, nell'eccesso, nell'ingiustizia più abominevole, ed ora muore bestemmiando. Ed entrambi avrebbero la stessa sorte? Ma chi potrebbe ragionevolmente sopportare un tal pensiero? Il senso di giustizia radicato nell'uomo reclama un'altra vita.

Ma vi è un'altra esigenza, ancora più profonda e più insopprimibile nel cuore umano. L'uomo aspira con tutte le sue forze alla felicità. L'uomo è fatto per essere felice. C'è qualcuno tra di noi che sinceramente può dire di non sentire questa brama, questo impulso, questo bisogno? Il nostro essere è assetato di gioia, affamato di felicità, ha come una spina conficcata nel fianco, che lo fa anelare verso la felicità.

«Voglio godere, voglio star bene, voglio essere felice»: questo è il grido profondo di ogni vita umana. Ogni desiderio, per q[uan]to piccolo e circoscritto, [ne] è una testimonianza: l'uomo desidera salute, ricchezza, comodità, successo, fama, comprensione, affetto, tenerezza... Sì, ma in fondo a tutto questo e attraverso tutto questo vuole essere felice, pienamente e completamente felice. Togliete questo istintivo bisogno dalla vita umana, e tutto diventa inspiegabile.

Ora esiste in questa vita una felicità vera, piena, accessibile a tutti, capace di colmare ogni desiderio umano e di soddisfare perfettamente tutte le esigenze di tutti i cuori umani?"
93 Nell'originale: suo.

94 Nell'originale: questo.

95 Non abbiamo il seguito. L'omelia si può completare con le meditazioni sul «Fine dell'uomo». Si veda la conversazione pubblicata in E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 204-207.

135. Credo nella vita eterna
(?/11/1957?, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Miei fratelli, da q[uan]do l'uomo vive sulla terra, ha sempre avuto l'ambizione di prolungare anche per un solo istante la sua esistenza. Con quale avida passione l'uomo ha cercato di sottrarsi alla morte, di assicurarsi la vita più lunga possibile! Ha soggiogato le forze della natura, ha raccorciato le distanze, ma non ha vinto la morte. Vedete con q[uan]ta cura noi regoliamo il cibo, il vestito, il riposo, il lavoro, la vita, unicamente per poter vivere più a lungo. E tuttavia, nonostante tanti sforzi, noi non riusciamo a sottrarre la nostra vita alla tomba, ed ancor oggi rimane vera questa parola del libro di Giobbe: «L'uomo vive poco tempo, la sua vita è come il fiore che nasce e presto avvizzisce» (Gb 14,2).

Ora vi è un prolungamento meraviglioso e sicuro della n[o]s[tra] vita, un prolungamento che non si limita a un paio di anni, né a centinaia o milioni di armi. Un prolungamento senza fine, ci attesta la fede cristiana. «Non omnis moriar» (io non morirò tutto intero),96 scriveva Orazio, il grande poeta latino, pieno di fiducia nella sua rinomanza letteraria. Ma ciò che egli, pagano, intendeva solamente della sua fama, noi abbiamo il diritto di intenderlo del desiderio istintivo di tutta l'umanità, che aspira all'immortalità. [Noi abbiamo il diritto di credere] e di dire, dopo questa vita: «Io non morirò tutto intero. Io vivrò ancora dopo la mia morte. Io credo nella vita eterna».

Abbiamo visto che questa fede è d'accordo con il sentimento di tutta l'umanità, con le esigenze fondamentali dell'animo umano, con le supreme verità della filosofia. Oggi vogliamo interpellare Dio stesso.

Dio ci ha parlato per mezzo di Cristo suo Figlio e suo ambasciatore. Cristo si è presentato alla ribalta della storia munito delle credenziali dei miracoli e delle profezie. La sua parola è parola di Dio e [il] Verbo di Dio non si cancella. Ora sfogliamo i vangeli e raccogliamo alcune parole di Gesù, per nasconderle nel n[o]s[tro] cuore.

Segue un'altra scheda, contrassegnata dal numero III (dopo le precedenti I e II), con riproduzione schematica del medesimo argomento, arrestandosi però al primo punto (Arch. 204).

96 Odi 3,30,6.

  1. La carta costituzionale del suo regno, l'annuncio della vita eterna al di là della vita che finisce: Mt 5,1-12.
  2. Le vere ricchezze sono in cielo: Mt 6,19-23.97

97 I due enunciati rimangono senza sviluppo, benché la scheda offra altro spazio.

COME PREDICARE
136. La predicazione oggi
(1959,1 Torino, Crocetta, cappella interna)
Semi di verità.2
Uno degli atti più temerari della mia vita [è quello di aver accettato di] parlare di un tema così impegnativo, davanti a un uditorio così qualificato, senza competenza e preparazione.
Primo problema. È facile o difficile predicare oggi? Per stimolare la vostra responsabilità nel periodo di preparazione, e per premunirvi da fatali illusioni, prospetterò alcune delle principali difficoltà che fanno della predicazione d'oggi una prova di forza e di abilità, una specie di corsa agli ostacoli.
a) La prima difficoltà viene dall'uditorio o pubblico a cui si deve predicare.
Se è sempre difficile parlare in pubblico, difficilissimo è parlare a un pubblico

  1. silenzioso, passivo, impassibile, che non possiamo interpellare, che non può interrogare, obiettare, protestare, applaudire, le cui reazioni occorre indovinare a lume di naso;
  2. scaltrito e reso esigente, critico dagli impeccabili dicitori della radio, dai brillanti corrispondenti dei giornali, dai novellisti delle riviste, da quei meravigliosi resoconti, limpidi, completi e trasparenti che fanno l'orgoglio dei settimanali; un tempo, chi voleva sentir parlare bene, andava a sentire una predica; oggi i nostri concorrenti sono cresciuti e ci hanno sorpassato;

Datazione approssimativa, basata sul tipo di fogli (completamente bianchi) usati per la stesura. Evidentemente si tratta di una conferenza, ma è stata inserita qui, come appendice, quale riflessione di don Quadrio sul modo di predicare. La conversazione è stata fortemente rimaneggiata in un intervento successivo alla stesura, riconoscibile dal diverso colore dell'inchiostro.
2 Annotazione in matita in capo alla pagina.

  1. variopinto ed eterogeneo, [che comprende] tutte le età, tutti [i] gradi di istruzione, tutti gli stati d'animo: predicare è governare una mandria di spiriti collocati in punti diversi;
  2. svagato, sprovvisto di tutti i sussidi audio-visivi, a cui è abituato dalla maliosa attrattiva dello schermo e del video. Il palato, assuefatto ai gusti forti, giudica insipida la predicazione. E linguaggio della stampa, [del] cinema, [della] radio, [della] televisione è un linguaggio fortemente emotivo, con prevalenza del concreto sull'astratto, dell'immagine sull'idea, del fatto sul pensiero, del sensitivo sul razionale.

b) La seconda difficoltà è [propria] dell'ambiente materiale in cui ci tocca predicare.

  1. [Ci troviamo spesso in una] chiesa di un'acustica impossibile, [con] cupola, pilastri, transetti, absidi [che] sembrano fatti ap[p]osta per disperdere la voce. [Siamo costretti a] gridare, e una predica gridata è una predica rovinata. [Siamo condannati alla raucedine], senza il ristoro del bicchier d'acqua. [Spesso ci si obbliga a tenere i nostri] catechismi in bugigattoli, [in] antri, [o in] chiese visitatissime, [in] teatri semibui.
  2. [Abbiamo di frequente a disposizione] altoparlanti inservibili, che ruggiscono, fischiano, [latrano, gracchiano], raschiano in modo terrificante.3
  3. [Ci raggiunge non di raro il] disturbo dal di fuori: [le voci del] cortile, [lo schiamazzo dei] giuochi, [il tifo delle] partite, [lo sferragliare del] tram, [i richiami delle] bestie.
  4. [Siamo sopraffatti dal] disturbo [causato] dal di dentro: ritardatari [che salutano, spingono, cercano un posto, una sedia scricchiolante; presenti che] tossiscono a tamburo [battente o che si] soffiano [il naso] a trombone.
  5. [Ci troviamo davanti] un pubblico che volta le spalle, o [che ci dimostra insofferenza per essere rimasto] in piedi, che guarda l'orologio, che commenta col vicino.

c) La terza difficoltà viene dall'ora impossibile in cui si predica.
1) [L'omelia si riduce ad essere l'unico discorso al mondo che si fa alle] sei del mattino: digiuno a digiuni. [t l'ora più propizia per] soffocare ogni ispirazione.
3 Alcune integrazioni sono ricavate da due schede verdi, che hanno contenuto affine. Per l'importanza dell'argomento, ai fini di una comprensione più approfondita dell'intera raccolta, saranno riprese da quelle e qui inserite tutte le espressioni che non compaiono nel testo di base.
2) [Lo stesso vale quando ci capiti di celebrare la messa] a m[ezzogiorno, di predicare e ascoltare] a stomaco vuoto.
d) [La quarta difficoltà4 può derivare dall'argomento da trattare. Siamo costretti a parlare sempre delle stesse realtà a scadenza ciclica.
Nelle sue omelie Bossuet ripete brani e squarci interi, senza preoccuparsi ogni volta di riuscire nuovo. Dobbiamo avere dei punti fermi ben assimilati e vissuti che riteniamo a memoria, in modo che essi agiscano dentro di noi da suggeritore. Veritas Domini manet in aeternum].
Secondo problema. Che cosa dispiace di più ai laici nella nostra predicazione oggi?'
a) E non farsi sentire. Se la parola di Dio non giunge prima all'orecchio, non giungerà neppure al cuore. Fides ex auditu. [Bisogna evitare la] trascuratezza noiosa ed irritante, diluvio di rumori inintelligibili. [E così l]' olimpica indifferenza di chi smorza le finali, i passi commoventi, [lasciando solo l'impressione di un] brontolio confuso. Tutte le parole meritano di essere sentite da tutti, dal momento che meritano dí essere dette. [Il] lasciarle cadere qua e là a caso, come pezzetti di carta straccia, equivale a invitare gli uditori a trascurarle.
b) Il non farsi capire. [Qualcuno potrebbe sentirsi rivolgere la seguente domanda]: «E com'è, signor curato, che quando leggo da me il vangelo lo capisco, e quando lo spiega lei non lo capisco più?». [Evitare le] interpretazioni strampalate.
[Mettere da parte] l'uso di parole tecniche, comuni [nel nostro ambiente di studiosi], ma incomprensibili alla gente. Queste vanno tradotte in linguaggio corrente. [Per fare soltanto qualche esempio, si possono ricordare le seguenti]: ex opere operato; oggetto materiale, formale; grazia sufficiente, valore propiziatorio, visione intuitiva, l'essere contingente, il timore servile, l'Angelico, Padri della chiesa...; sacramenti dei morti, sacramenti dei vivi; chiesa docente, discente. [La gente è tentata di giudicarle] rutti di teologia male masticata e peggio digerita.
Per volgarizzare efficacemente [ciò che si presenta agli altri], bisogna conoscere [la realtà da trasmettere] rigorosamente e profondamente. [Essere] concreti.
c) [Evitare] il tono urtante dell'inquisitore e del censore a vita, l'inveire
4 Questo punto è ricavato dalle due schede verdi che trattano dello stesso problema. Il testo è adattato alle esigenza di inserzione.
5 Sul manoscritto si legge: Da un'inchiesta in Francia su che cosa più... (la frase è stata poi cancellata).
con una specie di sadismo spirituale. [Ci sono alcuni che] scoperchiano l'inferno ad ogni passo, [che] amano il genere truculento.

  1. [Non vengano apostrofate direttamente le categorie dei fedeli con espressioni come]: «A voi che fate tutti i giorni la comunione...»; «[Voi], onesti vecchietti, grinzose nonnine, piissime figlie di Maria».
  2. [Non porre domande retoriche come: «Chi ha creato il mondo?», sul tono: «Chi ha buttato giù il campanile?».

[È controproducente sfoderare] la litania dei peccati mortali. Sotto un rigorismo farisaico si può nascondere la più vergognosa e lurida corruzione. Argue, obsecra, increpa, in omni patientia et dottrina.

  1. Non [sparlare] sempre della moda femminile; non [dire] sempre male delle donne. [Non presentare delle esemplificazioni in modo tale che appaia che su quattro corrotti ci sia soltanto] un uomo [e] tre donne. [Evitare il più possibile l'impressione di scagliarsi contro di loro per un] segreto, larvato misoginismo, [per] ira e rancore mal celato, [forse per una qualche invidia non assopita. Vivere e lasciar trasparire in ogni circostanza un] celibato luminoso!
  2. [Annunciare che] Dio è buono. [Insistere] che c'è sempre una speranza per ciascuno, che [per Dio] non ci sono dei rottami, [ma dei figli da salvare], che morire è arrivare a casa del Padre.

d) [Bandire] la retorica arcaica che incede come una solenne matrona pitturata e gualdrappata, tutta carica di vetri, con coturni e galloni. [Usare il] tono semplice, cordiale, confidente, ilare, amichevole, del conversatore convinto.
Niente irrita e allontana tanto la gente quanto il tono del predicatore, [il] declamare, il fare dell'eloq[uenza gratuita]. Niente avvicina tanto come il tono del conversatore semplice e brioso, concreto (d[on] Castano alla Radio vat[icana]).6
[Non iniziare con solennità sorpassate e stereotipate come]: «L'odierno evangelo di Dio...». [Incominciare ex abrupto, con incisività e naturalezza, con quello che volete, meno che con un esordio manierato, sul tipo dí: «Correva l'anno 1957, spettabili signori, correva l'anno 1957»].
Conversare [con familiarità].
[Non preoccuparsi di] dire, dire, dire.
Aver qualche cosa da dire, dirlo, tacere appena si è detto.
[C'è chi prima dice quello che dirà (esordio); poi spiega in che modo lo dirà (proposizione), poi, bontà sua, lo dice (corpo), e infine dice di averlo detto (perorazione). E un po' troppo, siamo giusti!
6 Segue: Gli avvisi del parroco. Il pensiero è ripreso sotto.
Chiudere a tempo e bene, senza la "tirata" d'effetto, che dia l'impressione del]l'aeroplano [che non trova il campo di atterraggio].
e) [Eliminare accuratamente] sciatterie, sguaiataggini, urli, indelicatezze, grossolanità, barzellette di cattivo gusto.
[Sempre] rispetto, fine umorismo, misura.
Terzo problema. Quali sono le doti di una bella predica?

  1. [Avere una] convinzione genuina, non posticcia e artefatta. «Non cercare il tono di convinzione, ma la convinzione stessa».

Il santo curato d'Ars non aveva certo il genio naturale di un Segneri o di un Bossuet, ma la convinzione viva, chiara, profonda, da cui era animato, vibrava nella sua parola, brillava nei suoi occhi, suggeriva alla sua fantasia e alla sua sensibilità idee, immagini, paragoni.
«Tali predicatori conquistano veramente il loro uditorio. Chi è pieno di Cristo, non troverà difficile di guadagnare altri a Cristo» (Pio XII).
[Procurare di dire soltanto] parole cariche di meditazione. Silentium pater praedicatorum. [Infondere in esse un]' altissima carica. [Siano parole] macerate. Ex plenitudine contemplationis. Contemplata aliis tradere.
«[Tutto quello che diciamo], che venga dal cuore e che vada al cuore» (Pio XII).7
Vale più la meditaz[ione] che tutto un sistema di riforme (Carlyle).
Le anime non si toccano se non con parole cariche di convinzione, di passione, di riflessione, lungamente macerate nel silenzio.
La predica si prepara in ginocchio. [È dalla preghiera che ci si deve attendere] «l'ultima infusione» (Monsabré [recitava] il rosario prima [di iniziare a parlare]).
«Spremete le sue parole, e ne uscirà del sangue» (Emerson).
«Mirati sunt, conversi non sunt».

  1. Preparazione seria e adeguata.8

Un vescovo francese (Dubois) [vi dedicava almeno] un'ora.
[Mantenere vivo] il rispetto alla maestà della parola (Keffler). «La miglior predica è quella più preparata» (d[on] Bosco).
Lacordaire [era solito dire]: «Io ho troppo stima del pubblico, per parlare senza preparazione».
7 Seguono parole di difficile integrazione: L'artista: voi... noi. Grandi artisti.
8 Tra i cinque consigli scritti da don Quadrio a un novello sacerdote troviamo il seguente: «Incomincia al lunedì a "pensare" alla tua predica della successiva domenica. Le tue prediche siano ricavate dalla meditazione personale, non dai "repertori predicabili'. Predica il Vangelo, continuamente, con la vita, a tu per tu, con tutti» (L 207).
«Qui ascendit sine labore, descendit sine bonore».
[Non ripariamoci dietro la comoda scusa]: Non c'è tempo. «Nos vero orationi et ministerio verbi instantes erimus».9
[Si leggano i consigli suggeriti in] Come preparare una predica (padre Lombardi).

  1. Semplicità e chiarezza vigorosa. Niente declamazioni.

«La vostra parola sia solida, chiara, interessante, viva, calda» (ai parroci di Roma).
«Insegnate con precisione, semplicità, vigore, bellezza; con un accento di bontà che scolpisce l'insegnamento nelle anime; esponete la dottrina in termini espressivi, ma senza ricorrere agli artifici di una retorica vana e anacronistica».
«Familiare e fiduciosa conversazione del parroco col gregge a lui affidato». [La predica abbia la semplicità e la quotidianità de]gli avvisi del parroco. Es[empio]: san Bernardino.

  1. [Chi parla procuri di restare] aderente alla psicologia dell'uditorio concreto, con un sano senso di modernità.

È il punto su cui Pio XII ha più insistito: «La vostra parola sia... proporzionata alle intelligenze e necessità spirituali dei v[o]s[tri] uditori. Essa potrà essere tale soltanto se voi conoscete10 a fondo le condizioni della loro vita personale, familiare e professionale, le loro difficoltà, le loro impressioni, le loro aspirazioni». Incarnarsi. Immedesimarsi. Conoscere.

  1. Entrare per la porta dell'uomo, se si vuol uscire per la porta di Dio. — Campo di sangue... [Per sentirsi in sintonia con loro, bisogna] aver fame nello stomaco dei n[o]s[tri] figli.
  2. «L'oratore sacro deve avere in mano il vangelo e il giornale».
  3. Psicologia del venditore: la pubblicità, la réclame.

[11] primo quarto [d'ora è] per l'uditorio; [il] secondo quarto [d'ora per sé; [il] terzo quarto per il demonio. «Non superare i dieci minuti» (sinodo diocesano] ).11
5. [La predica deve essere] breve. San Franceso di Sales, [il cardinale] Schuster. Cappella esterna. Pio XII, Mark Twain.
Quarto problema. Qual è la più urgente ed essenziale preparazione remota che un teologo deve premettere alla predicazione?

  1. Preparare [fin d'ora] le prediche? Può essere utile, ma non è il [punto] più necessario. Si possono avere cinquecento prediche pronte, come cinquecento cannoni da museo.

9 Segue: Aveva ragione quel consigliere.
10 Nell'originale: conoscere.
11 Cf. T 28.
— Preparare lo schedario della predicazione? Buona cosa, ma non la più urgente.12 Si possono fare pessime prediche con un gran[de] schedario!
— Procurarsi dei buoni libri? Anche, se si leggono; ma non è il più.
Studiare a fondo le materie ecclesiastiche? Eccellente preparazione, indispensabile. Fulton Sheen [e] padre

  1. ] Lombardi ebbero un'ottima preparazione filosofica, teologica. Ottima cosa lo studio severo, metodico, vitale della rivelazione. Ma non è tutto. Ci sono degli eruditi teologi che non predicano, o non sanno predicare.
  2. Il primum e maximum per importanza, l'insostituibile, è il formare in sé una bella, armonica, potente personalità sacerdotale. Tre dimensioni.°
  3. Tutta incentrata e fusa in Cristo. Il sensus Christi. [Lo possiede il sacerdote] che ha in sé e vive la passione per Cristo. Che sente potentemente íl fascino di Cristo, [i] suoi [stessi] interessi e atteggiamenti. Solamente costui potrà predicare Cristo et hunc crucifiXum, rendergli testimonianza, incentrare tutto in lui. Ma per fare questo bisogna averlo visto come Pietro sul Tabor, come Paolo sulla via di Damasco. Bisogna essere stati a lungo nella sua intimità: bisogna amarlo.

Chi non lo ama, lo rinnegherà mentre lo predica.
Finché Cristo non sarà diventato la nostra grande passione, la nostra catechesi o predicazione sarà sempre una cosa meschina, stonata, sterile. Tutti invece nel predicatore devono vedere Cristo, sentire Cristo. Vangelo, vangelo, vangelo.

  1. Tutta incentrata e fusa nella chiesa. Il «sensus ecclesiae». Sentirsi la chiesa, nella chiesa, per la chiesa. È la chiesa che predica il vangelo. Io le impresto la lingua e la voce. Predicare la chiesa. Conoscenza amorosa, fede, amore, dedizione alla chiesa. Come Cristo, «qui dilexit ecclesiam et se-ipsum tradidit pro ea». Non sono un conferenziere privato. Sono un missus, un araldo, la voce della chiesa. Liturgia compresa, amata, vissuta. Il senso comunitario.

12 1:1 30 luglio 1945, ancora esorcista e accolito, don Quadrio annota sul proprio Diario: «Nel tempo libero dal lavoro coi ragazzi della strada [gli sciuscià]: 1) pregherò (voglio far compagnia a Gesù, più che agli uomini); 2) raccoglierò materiale per la predicazione» (Don Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di don E. Valentini, Torino 1964, p. 80). Parte di uno schedario si conserva in archivio.
13 Per uno sviluppo più approfondito di questi punti, si veda la meditazione tenuta ai diaconi 1'11 gennaio 1960, pubblicata in E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 217-221.
C) Tutta aperta verso gli altri. Il senso degli altri. La passione fervida e indomabile per le anime. La capacità di vedere, capire, entrare in sintonia, comunicare con gli altri. «Non ahimè, ah[i]mè, ma anime, anime!». [Predicare un] Cristo: «incarnato», simile in tutto [agli uomini], fatto uno] come loro, operaio, tra loro, [che parla] la loro lingua, [che condivide] i loro problemi. Il metodo dell'incarnazione, [dell]' adattamento."
14 La conversazione termina accennando ad un aneddoto: Conoscere Giovannino! «Va' alla fontana» (D[on] Bosco a Vespignani).
Aggiungiamo qui altri punti spigolati nelle schede, importanti per comprendere lo stile di don Quadrio e l'impostazione delle sue prediche.
«[Evitare] la frammentarietà. [Disporre] un piano annuale o triennale ben elaborato, in cui tutte le verità siano toccate in modo proporzionale e organico». (Questo consiglio, derivante probabilmente dalle norme diocesane del tempo, è stato cancellato sull'originale).
Perché l'omelia sia incarnata, don Quadrio suggerisce di estendere il proprio interesse alla scuola di materie profane: filosofia, storia, letteratura, di possedere una visione cristiana del mondo della scienza, della cultura, dell'arte, della storia, della tecnica, dell'educazione (Pio XII).
«[Curare la] catechesi familiare, speciale, dell'un per uno, [come] Gesù ha fatto con i dodici, con Nicodemo, con la Samaritana, con i due [discepoli] di Emmaus; [come] Filippo ha fatto con l'eunuco, sul cocchio per la strada; [come] san Paolo faceva circa domos, o prigioniero per due anni a Roma con quelli che andavano a trovarlo alla spicciolata. Pio XII raccomandò ai laici corsi familiari».
TESTIMONIANZE
Questa serie di testimonianze è destinata a tradursi in un apporto necessariamente negativo. Ci rivela soltanto che è impossibile restituire ai lettori il clima e l'affiato che le omelie di don Quadrio riuscivano a creare. Ma già tale sottolineatura è importante, perché invita ad accostare i testi con attenzione maggiore, con partecipazione più piena.
Le fonti della spigolatura sono di diversa provenienza. La sezione maggiore è tratta dalle deposizioni dei testi, siano esse giurate e di carattere ufficiale, siano esse informali. Una parte era già confluita nel volume di don E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980 ( = DQM), e prima ancora nel Bollettino di collegamento dei sacerdoti ordinati nel 1960, ciclostilato (Boll. colleg.). Alcune provengono da adesioni spontanee all'iniziativa di pubblicazione delle omelie (Testimonianze). La sigla DQ 25 si riferisce al volume di R. Bracchi (a cura), Don Giuseppe Quadrio a 25 anni dalla morte. Atti della solenne Commemorazione in Valtellina, Roma 1989.

    1. DON GIUSEPPE ABBA

Ricordo che ci predicò il triduo di preparazione alla proclamazione del dogma dell'Assunta: dottrina eccellente, senza dubbio, ma incisività spirituale, esortazione ascetica, tono dolce e forte, anche se era praticamente un quasi coetaneo della maggior parte dei suoi uditori...
Non ricordo di aver visto una qualche volta don Quadrio, non dico arrabbiato, ma anche solo «vibrato» nel correggere... Vibrazione spirituale, invece, aveva nella predicazione o nell'esortazione, provando così il suo umile coraggio e il suo contenuto e limpido fervore spirituale (DQM 193194).

    1. DON ARTURO ALOSSA

Anche la sua predicazione conquideva: la parola scaturiva limpida e suadente dal suo labbro. Tutti lo ascoltavano sempre con molto piacere (DQM 212).
La sua predicazione era sciolta, chiara, lineare e insieme profonda: lo si ascoltava con piacere, come si apprezzava e si desiderava la sua scuola. Era un professore veramente preparato e aggiornato: le sue lezioni sapevano di freschezza e di coscienziosa preparazione (Deposizione).

    1. SR. PIA ARIETTI FMA

Di particolare ha ancora chiara in mente un'espressione che [don Quadrio] usava, parlando della morte: «Ricordiamoci che, morendo, andiamo alla casa del Padre» (Deposizione raccolta da don Giuseppe Abbà).

    1. DON EMILIO BARASICH

En la proximidad de las ordenaciones, para el ejercicio de los ministerios sacerdotales los interesados se preparaban con encuentros de reflexión, oración, etc. Uno de los mas requeridos para entonar el ambiente era don Quadrio. El ano 1960 las ordenaciones, en la Crocetta, comenzaron a anticiparle al 11 de febrero. Un mes 'antes (11.1.60) don Quadrio predicò la meditación. Enfocó el tema sobre el sacerdocio en una triple perspectiva: cristocéntrica, edesiológica y altruista. Sus palabras simples, claras, precisas, tanto en esa corno en otras circunstancías, producían un efecto de elevación espiritual. Era la voz de un hombre de Dios que influía cual suave balsamo en el alma de los preedmos sacerdotes.
El 11 de octubre de11960 volvió a gufar la meditación. Se dirigía sobre todo a los que deberían ordenarse el 11.2.1961. Comentó la frase del ritual de la ordenacíón: imitamini quod tractatis. «Este ha de ser el emperio del candidato al sacerdocio para poder trocarse en vicario del amor de Cristo. La fiesta hodiema nos recuerda a María, Madre del eterno Sacerdote. Como ella ha generado a Cristo, así el sacerdote (nosotros) haremos que Cristo nazca todos los dias sobre el ara del altar»...
Don Quadrio fue un maestro que enserió con su luminosa ciencia, pero el influjo mayor lo ejerció con la santidad de su vida (Deposizione).

    1. DON NAZZARENO CAMILLERI

Intelligenza di eccezione per chiarezza, armonia ed equilibrio di idee, di giucli7io e di apprezzamento, e specialmente una profondità che quasi non appare tale per la sua limpidezza e facilità di espressione. Soprattutto, però, mi limito a ricordare la sua umiltà e carità...
E della sua mansueta carità, che cosa dirò? Si può dire che essa è già ottimamente fotografata nelle sue ammirate e apprezzatissime risposte su «Meridiano 12» (Testimonianza informale).

    1. DON LUIGI CASTANO

In lui l'amore alle anime giovanili era degno di quello di don Bosco. E lo si potè vedere nel suo primo apostolato sacerdotale all'istituto san Leone Magno dei fratelli Maristi, nell'ambito allora della parrocchia del Sacro Cuore, [tenuta dai salesiani]. I superiori dell'istituto, specialmente fratel Guido, con i quali ero in rapporto di grande amicizia, elogiavano il ministero di don Quadrio, che aveva assorbito, fatto proprio e approfondito lo spirito sacerdotale, tema centrale che modestamente si cercava di infondere nella comunità chiericale del Sacro Cuore (Deposizione).

    1. DON WILLY CIVILIO

Un grand souvenir de don Quadrio: son sermon sur le travail. Extra (DQM 276).

    1. SR. CARMELINA DALMASSO FMA

I consigli che, fraternamente, porgeva in confessione erano semplici, ma di un'efficacia particolare, onde non era possibile trascurarli, lasciarli passare. Una forza dentro s'imponeva: occorreva praticarli ad ogni costo.
Le sue predichine, mai troppo lunghe, erano desiderate. Nella cappella pubblica, nella santa messa stabilita, di ogni domenica, celebrava in maniera che si faceva seguire, in grande raccoglimento (non solo quando celebrava dalle suore). Quando predicava, pareva Gesù tra la folla, tanta era l'unzione, la bontà nella sua esposizione della Parola. Pareva una mamma che sbocconcella il pane, adatto alla piccolezza di chi dev'essere nutrito, alla capacità delle menti ingenue e povere degli ascoltatori. Allargando le braccia, pareva, come Gesù, voler stringere tutti in [un] unico amplesso e offrirli, quasi una sola anima, al Padre. Il solo suo moto verso l'alto elevava (Deposizione).

    1. DON CLEMENTE FRANZINI

[Ottenne di avere don Quadrio come predicatore alla sua prima messa a Grosio, paese molto vicino a Vervio, il 13 luglio 1958].
Don Quadrio mi cercò e volle sapere qualche dettaglio sull'ambiente del paese. Gli dissi che vi sarebbe stata una buona partecipazione di fedeli, gente semplice, nella maggior parte contadini senza molte pretese...
Arrivai al paese nel pomeriggio del sabato 12. Seppi che don Quadrio da qualche giorno si trovava a Vervio. La domenica, con don Renato Rossi, mia vecchia conoscenza e suo parroco, verso le dieci arrivò in paese. Si unì al piccolo corteo che mi accompagnò in chiesa per dar inizio alla funzione. La cornice era quella delle grandi solennità. Dopo il vangelo, don Quadrio salì sul pulpito e, per circa una mezz'ora, con una parola semplice, facile, ma molto profonda, come solo lui sapeva fare, tenne l'uditorio pendente dalle sue labbra. Presentò la figura del sacerdote come uomo e come intermediario tra Dio e gli uomini. I commenti furono molti e tutti assai lusinghieri. Chi non lo conosceva volle sapere chi fosse e da dove veniva (Testimonianza).

    1. DON GIUSEPPE GIOVANNI GAMBA

La sua fede convinta emergeva, oltreché dalla sua vita personale e comunitaria di preghiera, anche nell'insegnamento e nella predicazione...
Un cenno particolare merita la predicazione del Servo di Dio. Si prestava sempre volentieri e si preparava con vero senso di responsabilità. Predicava in comunità (soprattutto in occasione delle grandi festività religiose, invitato dal superiore a motivo del suo ascendente sugli studenti di teologia e della sua preparazione dottrinale, oltreché del dono della parola suadente e piacevole che aveva), al pubblico (nella cosiddetta cappella esterna dell'istituto di via Caboto e nelle parrocchie dove veniva invitato), ai giovani in particolare (con cui si trovava bene e di cui sapeva attirare mirabilmete l'attenzione). La sua predicazione era facile e soprattutto formativa e persuasiva: dava dottrina, ma si preoccupava soprattutto di giungere al cuore, di portare a chiari propositi di vita migliore.
Come conseguenza della sua predicazione, fu anche un convinto amministratore del sacramento della penitenza (Deposizione).

    1. DON ALBERTO GARCIA-VERDUGO

Su porte, gestos, trato, palabras trasparentaban una limpieza interior per lo que se podía decir que olia a Cristo. Y por elio brotaba de su presencia un estímulo especial para ser mejor.
Me llamó la atención la humilidad de su vida. Se le consideraba de gran altura en sus dotes hurnanas, como sacerdote y maestro. Y, sin embargo, se comportaba sin llamar en nada la atención, en actitud como de inferior o siervo de los demús (Deposizione).

    1. DON ROBERTO GIANNATELLI

In questa omelia [di commemorazione del venticinquesimo dalla morte] ho voluto lasciare parlare don Quadrio... Le parole erano proprio le sue, attinte alle note chiare e ordinate dei suoi appunti. Ci sarebbe voluta anche la sua voce, il suo parlare pacato, lieto e persuasivo, il suo volto aperto, sorridente, accogliente e cattivante. Don Quadrio era anche il suo volto, il suo stile, il suo modo di atteggiarsi e dí porgere la parola, la sua personalità così riuscita e ricca di umanità. Oggi don Quadrio sarebbe andato ai segni dei tempi tra il dogma dell'Assunzione, da lui così profondamente sondato, e la ricerca dell'uomo di oggi: avrebbe attinto a piene mani dai documenti mariani del Concilio e dei Papi del post-Concilio (DQ 25, 23-24).
Ricordo le sue lezioni di teologia che già annunziavano la «primavera» del Concilio per il sostanziale riferimento alle fonti (soprattutto bibliche) e per la capacità di capire, dialogare, «farsi prossimo» dell'uomo moderno; per le affascinanti omelie in cui risplendeva la fede di un sacerdote che incarnava in modo evidente la sollicitudo animarum, unita a una rara capacità di chiarezza di pensiero teologico e di trasparenza comunicativa; per lo stile di vita così ricco di doni di natura e di grazia, sereno e sostanzialmente sempre eguale, così moderno e vicino al modo di sentire di noi studenti (Deposizione).
Era veramente splendido quando insegnava o predicava: il pensiero lucidissimo, lo stile bello e avvincente, una psicologia finissima che sapeva toccare i tasti sensibili del suo uditorio, la modernità dell'impostazione teologica e una grande passione per Gesù Cristo e la sua chiesa che traspariva in tante occasioni... È veramente difficile tradurre in parole ciò che è stato per noi un momento di bellezza, di gioia, di condivisione profonda che alimentava la fede, dava speranza e senso alla vita! Si dovrebbe poter ascoltare la sua voce, il suo parlare pacato, lieto e convincente: si dovrebbe rivedere il suo volto aperto, sorridente, accogliente e accattivante... Ma, forse, neppure la televisione potrebbe restituire quella che è stata un'esperienza unica e irrepetibile! (Deposizione).

    1. SIG. EUGENIO Gin, litografo

Don Quadrio! Chi ebbe il piacere di conoscerlo, conserva di lui un affettuoso ricordo. Predicava bene: la sua parola era convincente. Ricordo un giorno, forse di domenica. Ha fatto una predica (non ricordo bene su che argomento), so che invitava con bel modo a tirar fuori di tasca il portafogli. Ci faceva provare il piacere di avere carità. Siamo usciti fuori dalla cappella in gruppo, tutti insieme. Si diceva: «Ma che bella predica!». Impressionato, torno indietro, avvicino don Quadrio e gli dico: «Reverendo, mi dia lo scritto. Io le stampo mille copie gratis». Mi fece un sorriso, ma non lo diede [d]a stampare.
Mi era amico. Mi ha preparato dei discorsi che dovevo fare in conferenza [alla] San Vincenzo (Deposizione).

    1. DON BENEDETTO HEIDERSDORF

Ho assistito, casualmente, anche a qualche messa celebrata all'oratorio festivo, la domenica, alle otto, credo, e ricordo che rispondeva alle domande che, lungo la settimana, ragazzi e adulti gli facevano per iscritto. Le risposte erano brevi, semplici, chiare, date con un tono molto familiare. Partecipare alla sua messa era piacevole. Mi è sembrato di vedere molto interesse, allora, anche da parte dei giovani presenti in buona parte. Era molto raccolto (DQM 210).

    1. DON NICOLA Loss

Nel 1957-1958 (ultimo anno del direttore don Brocardo) fui incaricato delle confessioni domenicali nella cappella pubblica (della Crocetta), per la seconda metà della mattinata. Così, quando i penitenti non erano numerosi, potei seguire la predicazione di don Quadrio. Allora la diocesi di Torino seguiva nella predicazione domenicale un programma fisso, non legato alle letture liturgiche del giorno. Lo stile di don Quadrio anche nelle prediche era assai vicino a quello delle risposte a «Meridiano 12»: molto pacato, lineare, chiaro, e soprattutto positivo: atto a rianimare chi aveva, come si dice, il fiato corto (DQM 198).
Il Servo di Dio, con tutti i suoi colleghi, non sottraeva affatto tempo prezioso allo studio per il suo apostolato, ma aggiungeva quest'apostolato alla fatica dello studio. Non faceva un giorno settimanale di vacanza, perché dedicava la domenica alla gente, soprattutto nelle confessioni e nella messa, con relativa predicazione. Era un apostolo, e disse anche a me che un insegnante di cose ecclesiastiche non può avere un'incidenza reale sugli allievi, se non aggiunge allo studio la pratica concreta del contatto con le anime alle quali gli studenti di teologia dovranno rivolgersi.
Era un lettore accorto, che teneva gli occhi aperti sulla saggistica e la letteratura, non escludendo la conoscenza di buoni romanzi, che lo aprissero al modo di sentire della gente alla quale doveva rivolgersi.
Chiarissima l'unzione della sua predicazione. Nell'anno 1957-1958, essendo io stato incaricato delle confessioni domenicali nella seconda mattinata nella cappella esterna di via Piazzi, ebbi agio di sentire le sue prediche al popolo tutte le volte che i penitenti si diradavano; e anche di istituire, quasi necessariamente, un paragone con il modo di predicare di altri confratelli. Era sempre un ascensus mentis (et cordis) in Deum, proposto con tutta naturalezza e in senso prevalentemente positivo, anche se non mancavano momenti di vibrata denuncia dei mali e dei pericoli: in chiave di «vita eterna», a differenza di qualche altro, che accentuava spesso il pericolo della perdizione (Deposizione).

    1. DON VALENTINO DEL MAZZA

Sapeva unire alla profondità della dottrina la semplicità dello stile. Sapeva fare emergere, senza spinte oratorie, dalle parole semplici, accessibili,
comuni lo spessore, quasi la «turgidezza» delle sublimi verità del dogma e della morale cristiana (Deposizione).

    1. DON LUIGI MELESI

Non ricordo compagni studenti annoiati alla scuola o alle prediche di don Quadrio. Rivedo solo i nostri volti vivi, attenti, sui quali si riflettevano la gioia, la fede, l'amore, l'apprensione del professore di dogma. Veramente non fu professore, ma maestro, non superiore, ma pastore (DQM 232).
«Non vi chiamo più servitori, vi chiamo amici, perché tutto ciò che ho appreso dal Padre ve l'ho fatto conoscere». Ci chiamava proprio così: «Amici». Nella scuola, nelle prediche, in cortile, a tu per tu, quando salutava: «Amico!». Chiamava amici i giovani dell'oratorio, gli ammalati dell'ospedale, gli infermieri... (DQM 233).
Predicava, e faceva scuola, sforzandosi. Si credeva molto incapace. Prima di iniziare un corso di Esercizi, mi scriveva: «Spero che, nonostante la squallida inettitudine dello strumento umano, Dio faccia da quel Signore che è. Mi aiuti un po' anche lei» (DQM 234).

    1. PROF. GIANCARLO MILANESI

Quando predicava mi sembrava di capire che cosa fosse la «teologia kerygmatica», meglio che da tante altre spiegazioni... (DQM 238).

    1. MONS. GONZALES MORALES, vescovo di Punta Arenas

Su personalidad sacerdotal completa: unía una profonda unión con Jesús sacerdote, manifestada, sobre todo, en su predicación siempre tan sacerdotal y en la manera de vivir lo que predicaba. Era el hombre que asumía sobre sí todas las angustias y las esperanzas que teníamos con madurez, dulzura y animandonos a mantenernos en «vigilante espera» (Deposizione).

    1. MONS. HILARIO MOSER, Vescovo Ausiliare di Olinda e Recife

[Destinato all'insegnamento nello studentato teologico Pio XE di S'o Paulo, prima di lasciare la Crocetta andò da don Quadrio, già ammalato, per chiedergli qualche consiglio, che annotò subito dopo. Tra questi troviamo i seguenti].
Non rifiutare l'apostolato delle prediche, confessioni, Compagnie, affinché anche i chierici vedano e sí edifichino. L'apostolato esterno tonifica la vita e la scuola. Non lasciarsi però assorbire dall'apostolato, perché le lezioni ne risentirebbero.
Essere sensibili ai problemi attuali, suscitare l'interesse per essi e saper sempre dire qualcosa a loro riguardo. Saper parlare un po' di tutto, non solo di teologia.
Sarà inutile la predicazione, se [i destinatari] vedono che non mettiamo in pratica quello che predichiamo. La messa, il breviario, il buon esempio, la pietà, devono dare forza alla nostra parola e, più che [ogni] altra cosa, [sono essi gli argomenti che] convincono (Deposizione).

    1. DON SABINO PALUMBIERI

«Fatti amico il tuo interlocutore. Mostragli i valori positivi del cristianesimo» (R 056).
Questi consigli di vita di don Giuseppe Quadrio erano i principi-guida del suo metodo di predicazione. Qui, il modulo diventa messaggio, il metodo diventa contenuto. Cosa è, infatti, l'evangelizzazione, di cui la predicazione è la forma più esplicita, se non un annuncio di amicizia: che è, cioè, possibile questo valore, all'interno del quale è altresì possibile veicolare la buona notizia del Dio-Emmanuele del quotidiano dell'uomo?
Mi accorgevo, standogli accanto, che il momento della predicazione era il frutto di una lunga gestazione.
Aveva un rispetto sacro per il ministero della parola, che il sacerdote deve esercitare. E lo inculcava con convinzione. Ricordo con viva ammirazione, a questo proposito, con quanta fede in tale ministero ascoltasse la mia prima povera omelia, incoraggiandomi a pregare tanto e, poi, a comunicare la gioia del cristianesimo pasquale.
La sua raccomandazione che faceva a noi, sacerdoti novelli, di cominciare a preparare dal lunedì l'omelia della domenica, era una sua prassi abituale.
Non improvvisava mai i suoi interventi, pur potendosi prendere questo lusso data la sua vasta cultura. Scriveva tutto, anche quando doveva parlare ai preadolescenti. Qualche suo ritaglio, che mi conservo, ne è testimonianza.
La ruminatio della tradizione della Lectio divina era da lui realizzata con la semplicità degli uomini solidi.
I contenuti che offriva erano risultante e sintesi di cultura, di esperienza di approccio e dí lunga meditazione. Tutti questi coefficienti venivano fusi nell'incandescenza della sua vita mistica, del suo impegno ascetico, del suo atteggiamento orante. Erano parole di fuoco, mai dirette a distruggere, ma a purificare ed a incoraggiare. Tutti ci sentivamo coinvolti mentre egli parlava.
Il carattere igneo, benché pacato, della sua predicazione si rileva dal fatto che i suoi interventi, registrati o stampati, continuano dopo decenni a incidere efficacemente. Sono dei segni quasi sacramentali, che interagiscono ex opere operantis.
E l'operante è lui, un autentico verbum Verbi, secondo l'indicazione agostiniana. Lungo tutta l'esistenza egli si è impegnato a farsi parola della Parola, grazie alla sua amicizia intima con il «fratello Gesù, carne sorella della mia carne, ossa simili alle mie ossa, sangue come il mio sangue» (DQM 69).
Dopo aver respirato insieme con l'invisibile Interlocutore, se ne faceva visibile annunciatore.
Appariva, in questo quadro, come una «vera umanità aggiunta» a quella del Verbo incarnato, nella quale lui parlava tramite il suo strumento congiunto e incideva nel cuore dei presenti parole di vita eterna.
La Parola fatta carne si prolungava nel suo discepolo, che si esprimeva con parole incarnate nella cultura del tempo, che si inserivano nella carne dell'uomo che l'ascoltava.
La predicazione di don Quadri() ci risultava come una incarnazione prolungata.
Dopo che sentivamo un suo intervento, eravamo spinti a riconsiderare le nostre percezioni durante l'ascolto, quasi come i discepoli di Emmaus, che si dicevano l'uno l'altro: «Non ci ardeva il cuore nel petto lungo la via, mentre egli parlava con noi?» (Lc 24,32).
Le sue parole partivano dall'esperienza mistica, venivano filtrate dall'esperienza del suo cuore, andavano misurate sull'esperienza della storia, di cui egli si sentiva partecipe, sia grazie alla cultura che al contatto vivo. Così non erano mai teoria, bensì irradiazione di essere: vere parole di vita.
Utilizzando l'analogia di Giovanni Crisostomo circa la categoria della synkatdbasis, tipica della parola divina che si fa carne incarnandosi nella cultura e nella sensibilità dei destinatari, possiamo dire che questa fu legge dell'evangelizzazione del nostro grande amico.
Si adattava a tutti i ceti, di cui la realtà umana e pastorale è strutturata: i giovani, le mamme, i sacerdoti, i lontani.
Goethe soleva dire che niente arriva veramente ad un cuore, se non parte proprio da un cuore. E J.H. Newman aveva scelto come suo motto «cor ad cor loquitur». Don Quadrio, sempre intento come Maria a «serbare tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19), quando predicava, trasmetteva le parole del cuore di Dio, riversate nel momento della preghiera nel suo cuore e partite di qua per essere felicemente mirate al cuore dei suoi ascoltatori.
Una predicazione, la sua, radicata nella fede, sostanziata di amore, comunicata nella chiarezza concettuale e nel calore dell'amicizia, proiettata nella speranza come fiducia nel Dio degli uomini e negli uomini, stimati tutti figli di Dio (Testimonianza).

    1. DON ARNALDO PEDRINI

Stavo viaggiando un giorno in corriera nel tratto Tirano-Bormio. Accanto a me un vecchietto. Era di Vervio, paese di don Quadrio. Volli saggiare la sua memoria, tanto per intavolare il discorso. Spettacolare! Gli era rimasta in mente quella figura esile di sacerdote, in particolare come predicatore. Andava così ricordando quei suoi sermoncini domenicali o anche occasionali, piccole omelie durante la santa messa. «A noi poveri contadini — diceva — piacciono le prediche di chi si fa intendere. Nel parlare era semplice, si metteva alla nostra portata; sembrava che parlasse ancora nel nostro dialetto. In paese si diceva che fosse uno studioso eccezionale» (Deposizione).

    1. DON EUGENIO PEFIENUZZO

Salutandolo [mentre giungevo alla Crocetta, come incaricato dell'oratorio]... mi disse: «Se ha bisogno della mia opera all'oratorio, sono disponibile». Accettò volentieri di venire, una volta la settimana, a parlare a una decina di oratoriani, studenti delle scuole superiori, non iscritti a gruppi organizzati. Seppe tosto guadagnarsi i loro animi, [così] da renderli sempre puntuali agli incontri, con tanta chiarezza e profondità di dottrina da lasciare i suoi uditori soddisfatti, sebbene non sempre fossero disposti ad accettare (Deposizione).

    1. SIG.A ANNA QUADRI°

Don Giuseppe era sempre atteso da tutti in parrocchia [di Vervio] e accorrevano per ascoltare le sue umili parole, ma così tanto cariche di significato e amore per il prossimo. Con quale passione spiegava il vangelo! Con una bontà infinita esprimeva una dolcezza tale da essere amato ed ammirato da tutti (Deposizione).

    1. SIG. AUGUSTO QUADRI°, fratello di don Giuseppe

Celebrò il mio matrimonio nel gennaio del 1958. Forse era già malato. Però non lo fece notare.
Due frasi [della sua omelia] mi hanno da allora sempre accompagnato: «In famiglia, come nella vita, amare vuol dire donare. Bisogna dare, non pretendere»; [e] «La casa deve essere fondata sulla roccia, non sulla sabbia» (Deposizione).

    1. SIG.A GEMMA QUADRI°, cugina di don Giuseppe

S'intratteneva con la gente con grande umiltà e si divertiva nell'osservare i gesti dei piccoli. Fui presente alla sua prima santa messa con grande gioia. Penso che le parole della sua predica abbiano toccato il cuore di tutti i presenti, perché l'entusiasmo fu unanime (Deposizione).

    1. SIG.A MARIA QUADRIO, cugina e cognata di don Giuseppe

È nel marzo 1947, che ti sei fatto prete per l'eternità. Vervio ti ha festeggiato in luglio, il giorno della Madonna del Carmelo. Nella tua predica, hai vivamente invocato la sua protezione per ciascuno di noi, e l'ultima tua frase la voglio trascrivere come ce l'hai comunicata: «Carissimi parrocchiani, so che la vostra vita dei campi è dura e che, alla fine di ogni giornata di lavoro, non vi rimane troppo coraggio per pregare, ma promettetemi, in questo giorno particolare, di non addormentarvi mai senza recitare con tutto il cuore tre Ave Maria, e così, ogni sera, fino alla fine della vostra vita. E allora, siatene certi, l'ultima sera, sarà lei, la Madre di Dio, che verrà, sulla punta dei piedi, e con mano leggera, [sarà lei a] chiudervi gli occhi, adagio adagio per non farvi male, e nel suo manto immacolato avvolgerà la vostra anima che lascia la terra, per deporla fra le mani del suo Figlio» (Deposizione).

    1. SIG.A MARIA QUADRIO Pimpa)

E questo pretino, quando tornava al paese [Vervio], e qui c'è la testimonianza della totalità della popolazione, era il primo a cercare e a chiamare familiarmente le persone conosciute, e godeva quando lo chiamavano per nome senza tanti «don». «Arriva il Beppín»... E lui: «Io sono sempre il vostro Beppén».
Quando parlava in chiesa, diventava poi un avvenimento importante. La gente pendeva dalle sue labbra e questo [capitava] anche [a]gli uomini, che, [tornando alle funzioni magari] a distanza di anni, bastava accennare [che] in chiesa [avrebbe parlato] don Giuseppe, perché dimostrassero un'attenzione ed emozione particolare.
Un giorno gli chiesi: «Come mai i suoi discorsi così seguiti e commoventi non durano più di dieci minuti?». Al che rispondeva che lo faceva di proposito. «Dopo i dieci minuti la gente si stanca e finisce per dimenticare anche il buon pensiero avuto all'inizio» (Deposizione trascritta da don Giuseppe Abbà).

    1. SIG.A MARIANNA QUADRIO, sorella di don Giuseppe

Quando arrivava [a Vervio], andavano a messa anche quelli che ci andavano solo in certe ricorrenze. Andavano per sentire la sua predica, perché faceva sempre piacere sentirlo. Dava sempre una spiegazione di tante cose. Quando doveva arrivare, c'era tutta una preparazione (Deposizione).

    1. DON LUIGI RICCERI, già Rettor Maggiore dei Salesiani

Se debbo sintetizzare in una parola «l'impressione» che ad ogni nuovo contatto si faceva in me convinzione sulla personalità di don Quadrio, non trovo altro termine che questo: «limpidissimo»! Per me tutto l'essere, l'agire, il parlare di don Quadrio suscitava quella serenità spirituale che fisicamente e psicologicamente suscita un cielo tersissimo d'autunno e un lago alpino con le sue acque azzurre e cristalline: la sua limpidezza era certamente interiore, ma traluceva dagli occhi, dal sorriso, dal modo di conversare, dal tratto. Come lo trovavo limpido nella sua intelligenza, così lo intravedevo nella sua vita con Dio. Solo così mi spiegavo la forza di attrazione che egli esercitava in quanti in qualche modo venivano a contatto con lui (DQM 286).

    1. DOTT. GIUSEPPE Ricco, medico curante di don Giuseppe

Quando don Quadrio parlava, parlava in rispetto a qualsiasi persona. Anche se diceva qualche cosa che poteva essere un insegnamento, lo faceva senza foga. Era perfetto. Non dava mai l'impressione di salire sulla cattedra, pur dicendo delle verità assolute, su cui non c'era minimamente da dubitare e da discutere. Lui le diceva con molta semplicità. Cercava di farle capire il più possibile, e poi stava a sentire quello che dicevano gli altri. Non era dogmatico... Don Quadrio era di un altro livello, ma di un livello elevatissimo, come tutti dovrebbero essere. Ma come si fa?... Conosceva i problemi nei termini giusti, e a quell'età [così giovane]. Deve aver cominciato a studiare a due anni, senza perdere mai tempo, senza aver fatto altro!
Difficile non restare impressionati! E poi, con il passaporto che lui presentava, cioè questo po' po' di malattia che non perdonava..., lui aveva il carisma della veridicità, ce l'aveva senza doverla sbandierare. Era lui stesso la veridicità, unica. Però tutti lo capivano facilmente, quindi andavano a sentire. Uno sente se le cose sono false. Lì non c'era niente di falso. E questo lo sentivano tutti (Deposizione registrata da don Giuseppe Abbà).

    1. DON PIERINO ROBUSTELLI, parroco di Grosotto, cugino di don Giuseppe

[Ricordo] la breve presenza estiva nel suo paese natio [Vervio], di solito in coincidenza con la festa della Madonna del Carmine. Indimenticabile lo stile delle sue omelie, nelle quali non si sapeva se ammirare di più la luce, o la gioia, o l'umiltà, o il calore, tutto perfettamente fuso in unità (Deposizione).

    1. DON RENATO ROSSI, già parroco di Vervio, ora di Teglio

Qualche tempo dopo don Giuseppe ricevette l'ordinazione sacerdotale. In paese si celebrò l'avvenimento inconsueto con partecipazione viva da parte di tutti i parrocchiani. Fu costruita da[i] giovani la «porta trionfale» e al suono delle campane don Beppino fu accolto nella sua chiesa, dopo un discorsetto recitato con trepidazione da una bimba sulla porta d'ingresso. Per la prima volta il parroco e la gente di Vervio udirono parlare il novello sacerdote. Non ricordo le parole, ma fui colpito profondamente dalle cose tanto belle e alte che egli disse, traducendole in un linguaggio semplice e chiarissimo, alla portata di tutti.
In seguito approfittai, durante le sue vacanze sempre più brevi, per affidargli l'incarico dell'omelia festiva e di qualche fervorino di circostanza, ed ogni volta avevo la stessa sensazione di attesa e di profonda ammirazione per le parole sublimi e di sapore evangelico che egli sapeva dire. Ricordo in particolare il discorso da lui tenuto in occasione delle nozze del fratello Augusto (Deposizione).

    1. DON GIUSEPPE RUFFINO

Don Quadrio visse in un'epoca di profondi rivolgimenti di pensiero e di costume religioso. Egli fu dalla parte dell'«aggiornamento», ma l'espressione del suo pensiero e il suo comportamento lo collocarono al di sopra delle parti progressista e conservatrice guidate da leaders mossi sovente da spinte più emotive che razionali. E suo atteggiamento fu ispirato da coraggio, prudenza e carità. E coraggio si manifestava nella sua libertà e limpidezza di espressione. Ma questa era rivestita d'umiltà e pacatezza, doti naturali in lui, sempre accompagnate da prudenza...
Desiderava che nella formazione dei chierici avesse posto la cultura delle realtà terrestri. In questo spirito si situa il fatto che egli persuase don Eugenio Valentini, direttore del Pontificio Ateneo Salesiano, ad affidarmi un corso di predicazione domenicale sulla chiesa di fronte alla cultura contemporanea. Le mie prediche sollevarono perplessità nell'ala conservatrice, ma don Quadrio, senza mai inserirsi in polemiche, mi diede consenso e incoraggiamento. È per la nostra comunanza di idee sul rinnovamento culturale che egli ebbe a chiamarmi suo «alleato» in una lettera da lui indirizzata a don Magni (Deposizione).

    1. DON GIUSEPPE SOBRERO

Di don Quadri() ho apprezzato molto la comprensione del mistero liturgico e il modo tutto suo di farlo vivere (certe prediche, a scuola stessa, nella conversazione...), perché diventasse, esistenzialmente, il centro della vita spirituale del sacerdote (Boll. colleg. 36).

    1. SR. ANNA TAMAGNONE FMA

Alcune volte venne a celebrare la santa messa: celebrava divinamente. Una volta fece un panegirico dell'Assunta e ci infervorò in modo straordinario, tanto che si esclamava: «È dei più giovani professori, ma dei più fervorosi!» (Deposizione).

    1. SR. ANGELA VALENTE FMA

Ricorda [ha la mente fresca, nonostante i suoi 91 anni] che, mentre don Quadrio era curato. all'Astanteria Martini, lei fu ricoverata al Cottolengo per una operazione. Don Quadrio andava e veniva e, un giorno, predicò alle sue consorelle un ritiro che le commosse e impressionò moltissimo. Suor Angela parla di un ritiro «magistrale». Allora, piene di carità per don Quadrio, le sue buone consorelle andarono a trovarla, le parlarono del ritiro e del gran bene che don Quadrio poteva ancora fare e chiesero a lei — visto che era già abbastanza anziana e non stava bene — di offrire al Signore la sua vita, perché don Quadrio potesse guarire. Ed ella rispose prontamente: «Offrite la vostra vita che, essendo più giovane, è un
olocausto più prezioso agli occhi di Dio» (Deposizione raccolta da don Giuseppe Abbà).

    1. DON EUGENIO VALENTINI

Nessun'altra parola potrebbe avere l'efficacia della sua. Quella sua parola suadente, calma, pensata, permeata di sacrificio e di sofferenza, ispirata e vivificata dal soffio dello Spirito Santo (Don Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, Torino 21968, p. 59).

    1. DON JOSÉ EDMONDO VECCHI

Ricordo anche un suggerimento sulla maniera di preparare l'omelia domenicale. Egli predicava in quegli anni nella cappella esterna della Crocetta. Interrogato sul modo in cui si preparava e che cosa predicava, ci indicò questa maniera: leggere già dall'inizio della settimana il vangelo della domenica, meditarlo ogni giorno e viverlo in tal modo che l'omelia sia il frutto di tutta la settimana (DQM 203).

  1. LUIGI VISINI, compagno d'infanzia di don Giuseppe

L'ee giiist che '1 merita elevai a grand vus la sò persuna, [per] la strada che l'à facc a faa sentii ala gent la sò vus, [a] prufesee quel[a] mural, quel cuntegn e quel ben, [a] amàs tiicc come fradei (cum'un rosc [ = gregge] de agnei radiinàa insem). E pensà a quel Bepin, che '1 predicava cunt quili paroli: amàs un cunt l'altri, volés ben e percur la strada dricia che la porta ala fin a ragiiing quela meta, el Signur, e copià quela figira.
Regòrdi quand el vegnéa an vacanza a la so cà, in mèz ai sò, la sò gent, quand el faséa la mesa, quela predica, che tùcc i la scultàva incantàa per quei parol inscí dulsi, che nesiin i se stancava mai de scultal de quel che '1 disea quel amabil Bepin. Quei predichi del vangeli purtat cunt fervur ii duvevan respund sentidi dai fedel per percur quela strada del ben che la porta al para& (Deposizione).


SCHEMA D'ARCHIVIO
Il quadro delineato qui sotto rappresenta schematicamente quanto sopravvive della predicazione di don Quadrio.
Nella prima colonna è segnato il numero progressivo attribuito alle omelie stampate nel presente volume. L'ultima colonna riporta invece il numero che le contrassegna nell'ordinamento d'archivio (posizione VI).
Nella seconda colonna appare il titolo. Quando non è racchiuso tra parentesi quadre, significa che esso è originale. Seguono le indicazioni dell'occasione e della data in cui l'omelia fu tenuta. Il punto di domanda indica che la collocazione cronologica è arguita dai dati interni o esterni, ma senza raggiungere la certezza. Nella quinta colonna compaiono i destinatari più probabili dei singoli interventi di don Quadrio.
Restano escluse da questo volume alcune poche altre omelie, più slegate dal tempo liturgico, che verranno fatte confluire in un prossimo libro, insieme con le Conversazioni del Servo di Dio. Entreranno in quella raccolta i discorsi occasionali (per collette: nuove chiese) o quelle omelie che, a motivo della tematica trattata, si trovano in consonanza maggiore con gli argomenti svolti nelle Conversazioni (problemi di fede, virtù teologali, formazione sacerdotale, verginità, matrimonio cristiano, lavoro).










INDICE

  • Sommario ........................................................................................................................ 5
  • Abbreviazioni ............................................................................................................... 6
  • Notizie sul materiale d'archivio .............................................................. 7

Omelie

  • Omelie per il tempo di Avvento e di Natale .............................. 15
  • Omelie per il tempo di Quaresima e di Pasqua .................. 41
  • Omelie per le feste del Signore nel tempo ordinario..... 103
  • Omelie per le feste e le memorie della Madonna............. 133
  • Omelie per le feste e memorie dei santi....................................... 187
  • Omelie per le domeniche del tempo ordinario................... 243
  • Omelie di commento al Credo................................................................ 351
  • Come predicare....................................................................................................... 457
  • Testimonianze............................................................................................................. 465
  • Schema d'archivio................................................................................................. 483