Świętość Salezjańska

Don Giuseppe Quadrio: Święte homilie i niedziele

DON GIUSEPPE QUADRIO OMELIE
przez
REMO BRACCHI

SOMMARIO
Homilie na święta i wspomnienia świętych ..................... 187
Homilie w niedziele zwykłego czasu .......... 253

OMELIE PER LE FESTE E LE MEMORIE DEI SANTI
054. Sant'Anna
(Memoria di sant'Anna, 26/07/1959, Ulzio)
La chiesa celebra oggi la festa di s[ant]'Anna, la madre della santissima vergine Maria, e quindi la nonna materna di Gesù.

Di lei non si parla nei vangeli, ma gli antichissimi documenti cristiani ce ne tramandarono il nome e qualche notizia. Sposa di Gioacchino, ebbe l'ineffabile fortuna di diventare la madre di colei che sarebbe stata la Madre di Dio salvatore. Apparteneva perciò alla famiglia di Gesù, e forse, se la morte non la rapì prima, ebbe la dolcissima consolazione di sentirsi chiamare «nonna» dal Figlio di Dio.

Nella santa figura di Anna, la chiesa onora ed esalta oggi la dignità di ogni donna, di ogni sposa, di ogni madre. Il culto della donna è uno dei capisaldi della morale cristiana.

Il cristianesimo ha collocato la donna su un piedistallo di onore e di gloria, che era ignoto alle antiche civiltà pagane dell'oriente e dell'occidente. Il paganesimo aveva spesso degradato la donna al rango umiliante di serva, di schiava dell'uomo, [di] strumento delle sue voglie e dei suoi capricci. Insigni filosofi di Grecia e di Roma considera[va]no la donna un essere inferiore all'uomo per natura, per capacità intellettuali, per funzioni morali. E purtroppo questo pregiudizio, contro cui il cristianesimo ha tanto lottato, è sopravvissuto qua e là in taluni ambienti antifemministi.

Non così pensò e si comportò G[esù] C[risto]. Per riabilitare il sesso femminile umiliato e degradato dall'insipienza umana, egli scelse una donna, Maria, un'umile e povera popolana di Nazaret, la elevò alla dignità di Madre di Dio, cooperatrice del Redentore, regina del cielo e della terra, sovrana degli angeli e dei santi. La rivestì di tali privilegi e doni, da renderla superiore agli stessi angeli, inferiore solo a Dio. Perché sopra Maria
c'è solo Dio. Nessuno è sul piano di lei. Al di sotto di lei stanno tutte le creature angeliche ed umane. Così Cristo volle onorare la donna.'
E con quale rispetto, con quale finezza, con quanta delicata riverenza Gesù trattò ogni donna che incontrò sul suo cammino, fosse anche caduta e sommersa nel male!
Pensate alla Samaritana, con cui si intrattiene sull'orlo del pozzo. Si insinua con tale finezza in quell'anima sconvolta, la piega al pentimento senza umiliarla, la risana senza avvilirla, le tocca il cuore senza sciuparlo.

Pensate all'adultera, sorpresa in peccato e gettata come uno straccio in mezzo alla piazza, sotto gli sguardi duri e lussuriosi dei suoi accusatori che volevano lapidarla. Sorpresa, avvilita, annientata, muta, trova in Gesù l'unico che la difende, la rincuora, la rimanda dolcemente a casa: «Non ti condanno neppur[e] io. Va', e non peccare più!».

Pensate alla Maddalena, la pubblica peccatrice, nota in tutta la città di ben triste fama. Udendo2 la voce di Gesù che predica sotto le sue finestre, si sente toccare il cuore. Stanca e nauseata di essere il giocattolo della passione umana, corre da Gesù, sfida gli sguardi sarcastici dei convitati, si butta ai piedi di Gesù, e dà sfogo alle sue lacrime [da] troppo tempo trattenute, così da bagnare e inzuppare i piedi del maestro. Sorpresa, non sapendo come rimediare, scioglie la sua ammirata capigliatura e glieli asciuga. Gesù la lascia fare, le legge in cuore il pentimento, impedisce al padrone di casa di cacciarla, anzi la loda, la riabilita: «Molto le è perdonato, perché molto ha amato. Donna, i tuoi peccati ti sono perdonati. Va' in pace».

Pensate all'emorroissa, che invano aveva speso tutto il suo in medici e medicine, e viene risanata al semplice tocco della veste di Gesù.

Pensate alla donna cananea che, con fede disperata, strappa a Gesù la guarigione della figlia indemoniata: «O donna — le dice Gesù —, grande è la tua fede. Sia fatto come desideri!».

Pensate al gruppo di donne che seguì Gesù in tutti i suoi viaggi apostolici, somministrando il necessario a lui e agli apostoli. Lo accompagnarono fin sul Calvario, fedelissime, mentre gli apostoli erano fuggiti.

1 Concetti analoghi sono espressi nell'omelia per la festa di Maria, Madre di Dio (0 051).

2 Nell'originale: Sentendo.
Così Gesù onorò la donna, ricollocandola oltre l'antico onor[e]. E quando riportò il matrimonio al primitivo splendore e alla indissolubilità («l'uomo non separi ciò che Dio ha congiunto»), che altro ha fatto, se non premunire la donna contro il grande male del divorzio, di cui essa è la vera vittima? E s[an] Paolo, che meglio di ogni altro capì il cuore e il pensiero di Gesù, poté dire che nel cristianesimo «non c'è né uomo, né donna, perché essi sono una sola persona in Cristo».

La chiesa attraverso i secoli difese e onorò la dignità e la missione della donna. Ha elevato ai supremi onori degli altari una schiera di donne di ogni condizione, che sono il vanto e la gloria del cristianesimo. Il termometro del cristianesimo di un popolo, o di un uomo, è il modo con cui considera e tratta la donna.

Devo assolutamente troncare. Mentre in questa s[anta] messa vogliamo pregare per le nostre mamme, spose, figlie e per tutte le donne d'Italia, affinché siano sempre all'altezza della loro missione, vogliamo tutti decidere:

  1. di vedere sempre la donna con gli occhi di Gesù, cioè come l'angelo della casa;
  2. di trattare sempre la donna con la delicatezza, il rispetto e la finezza con cui la trattò Gesù;
  3. di onorare sempre nella donna la dignità altissima a cui Dio l'ha elevata nella famiglia e nella chiesa.

La donna saggia, casta e fedele è paragonata nel vangelo di oggi ad un tesoro nascosto in un campo:3 chi l'ha scoperto, vende segretamente ogni cosa per comprare quel campo ed entrare in possesso di quel terreno preziosissimo, che lo conforterà per tutta la vita.

È paragonata ad una perla preziosissima, per acquistare la quale un uomo saggio vende il suo patrimonio.

Nell'epistola è tracciato l'elogio della donna forte: è saggia, laboriosa, prudente, provvidente, paziente, generosa, tutta consacrata alla casa, ai figli, al marito, del quale gode tutta la stima e la fiducia.

Oh, la grandezza di queste mamme cristiane, che hanno donato alla chiesa schiere di santi: sant'Anna, [la] santissima Vergine, la madre di [san] Gregorio Magno, di san Basilio, santa Monica madre di sant'Agostino, Margherita Occhiena madre di don Bosco, le madri dei missionari, dei sacerdoti, dei santi!'
3 Il tesoro nascosto vuole indicare «la preziosità del Regno». L'applicazione alla donna rappresenta un ardito adattamento, suggerito dalla liturgia.

4 Segue una frase incompiuta, con un verbo di difficile interpretazione: Ad una mamma [g]iunge la notizia...

055. Sant'Antonio da Padova
(Festa patronale di sant'Antonio da Padova, 13/06/1953, Vervio, chiesa di sant'Antonio)
Vi è nella sacra] Scrittura una frase che può riassumere mirabilmente la vita di s[ant]'Antonio da Padova, di cui oggi celebriamo solennemente la festa:5 «Brevi vivens tempore, explevit tempora multa». Visse per breve tempo, ma riempì delle sue opere un lungo tratto di tempo. Solo trentasei anni durò la sua vita, ma la sua fama ha riempito il mondo. È morto settecento anni fa, ma íl suo nome è sulla bocca di tutti, come di persona viva. Nessun santo forse è tanto onorato ed invocato come s[ant]'Antonio. Non v'è regione che non abbia un qualche paese che ne porti il nome; non v'è città o villaggio che non gli abbia eretto una chiesa, una cappella o una statua o un altare; non v'è casa cristiana ove non se ne incontri l'immagine. A lui è consacrato il Portogallo e Lisbona, che l'hanno visto nascere; a lui Padova, dov'è morto, ha eretto una delle più sontuose e ricche basiliche del mondo, alla cui costruzione lavorarono per due secoli generazioni e generazioni d'artisti. A lui i nostri avi vollero dedicata anche questa cara e simpatica chiesetta che ora sorride dai suoi rinnovati archi e [dalle sue] deco[razioni].6
Molti dei [nostri] padri non sapevano leggere e scrivere, ma per loro la chiesa era un libro aperto. Perciò vollero che sulle pareti, sui quadri d'altare fosse rappresentata la vita del santo] come in un libro, scritto con gli eloquenti e smaglianti colori dell'arte pittorica.

Vi farei un torto se io vi narrassi ora in disteso la vita di s[ant]'Antonio da Padova, che cento volte avete sentito raccontare. Mi limiterò ad illustrarvi il significato delle immagini sacre che lo rappresentano in questa chiesa. Ed incominciamo dalla statuetta posta sulla porta principale, all'ingresso della chiesa. Rappresenta s[ant]'Antonio con un libro e il Bambinello, e un giglio.

5 La chiesa attigua al cimitero di Vervio è dedicata a sant'Antonio da Padova e alla Madonna del Carmelo (cf. 0 043).

6 Nell'originale: «dalle sue rinnovate...». La frase prosegue con alcune lettere di incerta lettura. Del rinnovamento della chiesa si parla anche nell'omelia per la Madonna del Carmine (19 luglio) dello stesso anno (0 043).

I. Pochi santi ebbero una vita così movimentata ed un apostolato così multiforme come s[ant]'Antonio da Padova. Nato a Lisbona in Portogallo, entra giovanissimo nell'ordine dei Canonici regolari, poi, ardendo dal desiderio di diventar missionario e morire martire per la fede, si fa francescano. Parte per il Marocco per predicare il vangelo ai musulmani; sorpreso da una malattia e costretto a ritornare in patria, la sua nave è sbattuta dalla tempesta e dal vento sulle coste della Sicilia. Da quel momento diventa il pellegrino apostolico di tutte le strade e contrade d'Italia. Prima ad Assisi, culla' del suo Ordine, poi in Emilia, infine nella Lombardia: passa di città in città, di borgo in borgo, per le campagne e le valli, commovendo le folle con l'eloquenza ed il calore della sua parola ispirata.

Al suo passaggio accorrevano le moltitudini e pendevano attonite dal suo labbro; alle sue esortazioni i peccatori più induriti tornavano a Dio; per le sue limpide e stringenti dimostrazioni gli eretici abiuravano i loro errori e tornavano alla vera fede e all'ovile della chiesa; ai suoi ammonimenti si sedavano gli odi più inveterati fra gli individui, le famiglie e i paesi, spesso dilaniati da lotte fratricide. Gli uomini nel mite sembiante dell'umile fraticello scorgevano il volto stesso di Dio, come si vede la fiamma dietro il cristallo. E nella sua voce sentivano il timbro inconfondibile e irresistibile della voce stessa di Dio. Per questo accorrevano a sentirlo, per questo tutti alle sue parole divenivano migliori.

La sua fama di grande predicatore corse per l'Italia settentrionale] ed ovunque egli fu invitato ed accolto trionfalmente. Varcò le Alpi ed anche in Francia egli corse a predicare la buona novella. Giunse fino all'orecchio del Papa, che un giorno lo volle sentir predicare insieme ai suoi cardinali. Fu tanta l'ammirazione del Papa per la dottrina e l'eloquenza di sant'Antonio, che lo chiamò «arca del Testamento e martello degli eretici».

E nel frattempo egli, per incarico dei fr[ancescani], insegnò le scienze sacre ai frati che si preparavano a diventar sacerdoti, come professore di sacra teologia a Bologna (il primo dell'ordine francescano) e scrisse parecchie opere e discorsi, che ancora oggi si leggono con frutto e ammirazione per la profondità della dottrina e la celestiale semplicità dell'esposizione.

Per questa attività di predicatore, di professore e di scrittore, s[ant]'Antonio da Padova è spesso rappresentato in atteggiamento di predic[atore] con un libro in mano, e nel 1946 il regnante Pontefice] Pio XII lo annoverò ufficialmente fra i Dottori della chiesa, mentre il popolo lo aveva già da tempo chiamato il Dottore evangelico.

7 Lettura incerta.

8 Nell'originale: questo.

Ed in ciò s[ant]'Antonio ha qualche cosa d'importantissimo d[a] insegnare anche a noi, ed è questo: nella vita cristiana ha un posto princípalissimo l'istruzione religiosa. Se il mondo oggi va tanto male, se la vita cristiana è quasi morta in intere regioni ed in altre è fiacca e rachitica, se i costumi sono tanto depravati, se un nuovo paganesimo tutto materia minaccia di nuovo la religione, la causa principale è perché la fede e [la] dottrina cristiana con le sue verità e i suoi precetti è da troppi ignorata, trascurata e mal conosciuta; ed una spaventosa ignoranza religiosa dilaga per le campagne, i villaggi e le città.

Vi è obbligo grave di coscienza di istruirsi nella religione, non soltanto durante le elementari o in preparaz[ione] alla cresima e alla prima comunione, ma anche in seguito, ascoltando le spiegazioni che ne fa il parroco specialmente nella funzione serale, e leggendo della buona stampa e dei libri appropriati. I nostri giovanotti e le nostre ragazze vanno per il mondo e, per motivo del lavoro, devono frequentare ogni ambiente indifferente od ostile in fatto di cattolicesimo. È quindi necessario che, finché sono a casa, si formino solidamente nella conoscenza della religione, perché la loro fede domani sarà esposta a tutte le burrasche e le tempeste della vita.

Sant'Antonio, che fu predicatore, maestro e dottore della fede, conceda a tutti, ma speci[alment]e ai giovani, l'amore e l'attaccamento alla propria fede ed il desiderio di ascoltare e leggere la parola di Dio e la dottrina cristiana. Senza una solida conoscenza religiosa, le famiglie cristiane vanno irreparabilmente allo sfacelo e alla rovina, e i n[o]s[tri] paesi diventeranno paesi di missione.

S[ant]'Antonio è rappresentato anche con il Bambino in braccio. Il grande predicatore vegliava le notti nella preghiera, nella contemplazione, nella meditazione. Nella solitudine della notte, mentre tutto all'intorno taceva nella quiete, egli s'immergeva nella contemplazione e parlava con Dio. E da questi colloqui con Dio egli attingeva quell'efficacia ed eloquenza irresistibile della parola, che poi nella predicazione soggiogava ed affascinava le moltitudini. La preghiera era la sua forza, l'arma dei suoi apostolici combattimenti.

Fu in una di queste lunghe e fervorose preghiere notturne che, ad un tratto, davanti allo sguardo estasiato di Antonio, si illuminarono di luce sorprendente le tenebre della notte e gli apparve in una luce celestiale la vergine Maria col Bambino in braccio. Ed ecco la Madonna offrirgli amabilmente Gesù bambino, perché Antonio lo potesse abbracciare, accarezzare e baciare.'
9 Sul lato sinistro: Monte Paolo in Emilia, inizio [della] predicaz[ione]. Per il miracolo di Limoges, citato sotto, nell'originale appare come data il 1234.

È per questo che ordinariamente s[ant]'Antonio è rappresentato col bambino Gesù fra le braccia, e sull'altare maggiore si può appunto contemplare questa scena commovente e suggestiva della Madonna che maternamente affida Gesù a s[ant]'Antonio.

E fu nella preghiera che egli spesso impetrava da Dio i miracoli più strepitosi, così da passare alla storia col nome di santo taumaturgo, cioè santo dei miracoli.

Fra i più strepitosi vi sono appunto quelli rappresentati dai due quadri posti ai la[t]i dell'altare maggiore. Sulla parete sinistra vi è raffigurato s[ant]'Antonio che risuscita un morto. Il fatto avvenne in Francia, a Limoges nel 1226, durante un corso di predicazione colà tenuto dal santo. Sulla parete destra invece è raffigurato s[ant]'Antonio che predica ai pesci. Il miracolo avvenne a Rimini nell'estate seguente. Mentre sulla spiaggia del mare Antonio predicava ad una moltitudine di uomini, ecco (narrano le antiche cronache) a frotte i pesci raccogliersi vicino alla riva a fior d'acqua, per rendere omaggio anch'essi al grande predicatore, nel loro muto linguaggio. Con questi strepitosi prodigi ed altri innumerevoli, Dio confermava davanti agli uomini le verità predicate dal santo.

Voi non siete chiamati da Dio ad essere predicatori, ma bensì ad essere educatori dei vostri figlioli. Ebbene, Dio non benedirà, né feconderà l'opera educatrice di quei genitori che non sanno pregare, pregare molto e pregare bene per i loro figliuoli. Se il primo mezzo per ben educare i figli è procurare loro una solida istruzione religiosa, il secondo, non meno importante, è pregare per loro ed infondere in loro l'amore, l'abitudine alla preghiera.

Ad un[a] mamma disperata per un suo figliuolo disobbediente, scapestrato o forse anche fuorviato, e che dice: «Ma io ho fatto tutto il possibile, ho parlato, ho gridato, ho pianto. Non so più che cosa fare!», io vorrei dire: «Ma quanto ha pregato lei, buona mamma? quante comunioni ha fatto? quante messe ha ascoltato? quanti rosari ha recitato, perché suo figlio si conservasse o ritornasse a essere buono? Con la preghiera si ottengono anche i miracoli, se è necessario, con la preghiera possono risorgere anche i figli più traviati e diventare docili anche i più ribelli». Senza molta preghiera, cari genitori e cari figli, l'educaz[ione] dei figli presto o tardi sarà un disastro, un fallimento e causa delle lacrime più amare e cocenti.

BI. S[ant]'Antonio è rappresentato anche con un giglio in mano, simbolo del candore immacolato, di cui era rivestita la sua persona. S[antl'Antonio predicava prima con l'esempio di una vita santa e poi con la parola e i discorsi, perché le parole, anche le più s[ante], senza l'esempio non edificano ma distruggono. Sant'Antonio era tanto esemplare, santo e riservato, che la sola sua presenza era la predica più efficace e salutare.

Era veramente santo! Nel suo volto, raggiante di purezza ed angelico candore, gli uomini vedevano il volto stesso di Dio, come si vede la fiamma dentro la lanterna. Nella sua voce gli uomini sentivano il timbro inconfondibile e irresistibile di Dio. Era veramente un santo: per questo tutti lo ascoltavano e gli credevano. Era veramente puro e casto: per questo tutti accorrevano, come attratti da una forza irresistibile. Perché anche nel mondo degli spiriti, come in quello degli astri, vi sono le leggi di gravitazione verso alcuni centri di attrazione. Era veramente un santo. Per questo le folle, alla sua morte (13 giugno 1231, a Padova), lo esaltarono come un santo, ed il Papa lo canonizzò appena nove mesi dalla sua morte (30 maggio 1232). Era veramente santo: per questo il suo culto si è diffuso e esteso in ogni parte del mondo, fino agli ultimi confini della terra.

Santità e purezza di vita: ecco il segreto del successo e dell'efficacia nell'educazione dei figli. C'è ordinariamente anche in questo la legge dello scarto: genitori ottimi educano figli buoni; genitori buoni [educano] figli mediocri; genitori mediocri [educano] figli cattivi; genitori cattivi [educano] figli pessimi. Qualche volta si avvera il contrario, ma allora non è per merito dei genitori. I figli sentono quello che si dice, ma fanno quello che vedono fare, inconsciamente.

Se bestemmia il padre, aspettate: bestemmierà anche il figlio, nonostante tutte le ammonizioni. Se il figlio vede suo padre maltrattare il nonno o la nonna o la propria moglie, non ci sarà esortazione che tenga. Prima o poi farà anch'egli lo stesso!
[Formate nella vostra casa] un ambiente di delicato riserbo, di fragrante purezza, di dignitoso riguardo nelle parole e nel tratto: «Si deve al fanciullo la massima riverenza»? Un'impressione poco buona, un cattivo esempio, una parola grossolana o volgare, un esempio cattivo lascia[no] delle profonde ed indelebili cicatrici. [Possono essere devastanti] come una goccia di acciaio bollente sulle mani.

10 Maxima debetur puero reverentia (Giovenale, Satira 14, v. 47).
D[on] Bosco [raccomandava a don Costamagna, che si allontanava per predicare gli Esercizi: «Insisti molto sulla fuga dei discorsi cattivi e sul danno che provocano. Racconta pure che don Bosco ha letto d[e]i grandi libri, ha sentito tante e tante prediche, e dí tutto questo ben poco si ricorda; ma di una parola cattiva che un compagno cattivo gli disse all'età di sette anni, non si scordò mai; che il demonio si prende il brutto incarico di fargliela risonare sovente all'orecchio. Eppure ha già sessant'anni» (Memorie biografiche XI, p. 308; e cf. X, p. 37)].

Impariamo da s[ant]'Antonio a far precedere l'esempio alla parola ed allora anche le n[o]s[tre] esortazioni saranno efficaci e bene accolte.

056. Santa Cecilia
(Memoria di santa Cecilia, 22/11/1953, Torino, Crocetta, cappella interna)
Incapace di fare l'annunciato panegirico,11 dirò tre semplici pensieri su santa Cecilia, tolti il primo dalla liturgia, il secondo dalla storia, il terzo dalla teologia. Ed anzitutto la soave figura della martire Cecilia, che tanta commozione ha suscitato in tutti i secoli e suscita ancor oggi tra i credenti, è mirabilmente delineata nei suggestivi responsori notturni dell'Ufficio divino, tolti dagli Atti del suo martirio.

I. Ecco la sua eroica vicenda, secondo la successione degli avvenimenti narrati negli Atti.

Cecilia, cresciuta in una delle più nobili famiglie pagane di Roma, tra gli agi e le ricchezze, segretamente cristiana, viveva di preghiera e di meditazione. «La vergine gloriosa — dice il terzo resp[onsorio] di mattutino e l'ant[ifona] del Magn[ificat] ai secondi vespri — portava sempre il vangelo di Cristo nel suo cuore, e non cessava né [di] notte né [di] giorno dai colloqui divini e dall'orazione. Con le mani distese (expansis manibus), pregava il Signore e il suo cuore ardeva di un fuoco celeste».

Aveva fatto voto di verginità e ne conservava l'illibata fragranza con la mortificazione e la preghiera. «Con il cilicio — dice il quarto respons[orio] — Cecilia domava le sue membra, e con i gemiti supplicava Dio (cilicio Caecilia membra domabat, Deum gemitibus exorabat)». Ed al cilicio aggiungeva il digiuno protratto per due ed anche tre giorni. Ce lo attesta il primo respons[orio] nel versetto: «Digiunava per due e tre giorni, affidando a Dio nella preghiera le trepidazioni per la sua verginità (biduanis et triduanis ieiuniis orans, commendabat Domino quod timebat)».
Per volere dei suoi genitori ella è fidanzata con Valeriano. Ed ecco giungere il temuto giorno delle nozze, preparate ed imposte dai suoi. Nei tripudi prolungati del sontuoso convito e del solenne corteo, tra i canti festosi degli epitalamii, Cecilia è tutta raccolta in Dio solo e trepidante per il suo voto. «Mentre suonavano gli strumenti — è ancora il primo responsorio — la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto al Signore, dicendo: "Conserva, o Signore, immacolato il mio cuore e il mio corpo, affinché non resti confusa" (cantantibus organis, Caecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: "Fiat cor meum et corpus meum immaculatum, ut non confundar "»).
11 Dalla cronaca della Crocetta: «22 novembre, domenica. Festa di santa] Cecilia... La messa fu solennemente cantata dal sig. d[on] Gaetano Bruno... Il panegirico fu fatto dal sig. d[on] Giuseppe Quadrio, che brillò, come sempre, per eccezionale equilibrio nel toccare la "vexata quaestio" di santa] Cecilia».
Giunta la sera e rimasta sola con lo sposo, fra i «cubiculi secreta silentia», gli confida il suo tormento con quelle soavi parole che cantiamo nell'antifona del Magnificat ai primi vespri: «Est secretum, Valen'ane, quod tibi volo dicere». «Valeriano, ho un segreto da confidarti. Un angelo di Dio mi ama e con somma cura custodisce il mio corpo».

Valeriano desidera vedere questo angelo. Cecilia gli risponde che lo vedrà anch'egli, se si farà battezzare, e lo invia al papa Urbano che, con un segno di riconoscimento, troverà al terzo miglio sulla via Appia. Valeriano, giunto al luogo fissato, incontra i poveri assistiti dal Papa e (sono le parole dell'ottavo resp[onsorio]) dice loro: «Cecilia mi manda a voi, perché mi indichiate il santo vescovo: ho da portargli un messaggio segreto». «Allora Valeriano andò e, con l'aiuto del segno cha aveva ricevuto, trovò il santo (papa) Urbano».

Il Papa, udito il messaggio, ringraziò Dio in ginocchio. Le sue commosse parole sono riportate nel sesto respons[orio]: «Signore Gesù C [risto], buon pastore, seminatore di casti propositi (seminator casti consilii), ricevi i frutti della semente che hai seminato in Cecilia. Cecilia tua serva ti ha servito come un'ape industriosa (Caecilia famula tua quasi apis tibi argumentosa deservit), perché lo sposo che ella aveva ricevuto come fiero leone, te lo ha rinviato come mansueto agnellino».

Ricevuta una sommaria istruzione sui misteri cristiani, Valeriano venne battezzato e, allorché ritornò a casa, come è narrato nel quinto resp[onsorio], «trovò Cecilia che pregava nella sua stanza e, accanto a lei, un angelo del Signore (Caeciliam intra cubiculum orantem invenit, et iuxta eam stantem angelum Domini. Quem videns Valerianus, nimio terrore correptus est)».
L'angelo dà ai due sposi una corona di candidi gigli ed una dí rose purpuree, [fiori] che potevano essere visti solo da chi amava la castità. A questo punto gli Atti fanno entrare in scena Tiburzio, fratello di Valeriano che, sentito l'inesplicabile profumo dei fiori, e conquistato dalle esortazioni di Cecilia, accetta di venir battezzato da Urbano. Dopo il battesimo (settimo resp[onsorio]), «la beata Cecilia disse a Tiburzio: "Oggi ti riconosco per mio cognato, perché l'amore di Dio ti ha fatto disprezzare gli idoli. E come l'amor[e] di Dio ha fatto di tuo fratello il mio sposo, così ha reso te mio cognato "».

Il prefetto di Roma, Turcio Almachio, saputa la conversione dei due fratelli, ordina al suo ufficiale Massimo di arrestarli e metterli a morte, se non avessero sacrificato a Giove. Ma anche Massimo, piegato dal fascino soprannaturale della vergine Cecilia, si converte e riceve il battesimo con tutta la sua famiglia. I tre campioni attesero la morte pregando con Cecilia, la quale, giunta l'alba del giorno fatale, li esortò a combattere coraggiosamente per Cristo. L'antifona del Benedictus, che cantiamo appunto allo spuntar del giorno, dice: «Dum aurora finem daret, Caecilia exclamavit dicens: "Eia, milites Christi, abiicite opera tenebrarum et induimifnil arma lucis"».
Allora il prefetto manda i suoi soldati ad arrestare Cecilia nella sua casa. Ma, soggiogati anch'essi dalle sue parole e dal suo fascino, si convertono e[d] esclamano (ant[ifona] settima di mattutino): «Credimus Christum Filium Dei verum Deum esse, qui sibi talem elegit famulam».
Condotta finalmente davanti al tribunale di Almachio, in un lungo dialogo, «Caecilia virgo Almachium superabat» (ant[ifona] prima di mattutino) ed, invitata [a] rinnegare Cristo, rispondeva: «Nos, scientes sanctum nomee eius, omnia negare non possumus» (ant[ifona] ottava di mattutino). E nell'introito della messa, a ragione sono poste sulle labbra della martire le parole del salmo: «Loquebar de testimoniis tuis in conspectu regum, et non confundebar».
Condannata a morte, per evitare pubblicità, il prefetto ordina di asfissiare Cecilia nel bagno di casa sua, ma ella non ne provò che una dolce frescura, onde oggi [ella] canta nella quarta antifona] dei vespri: «Benedico te, Pater Domini mei Iesu Christi, quia per Filium tuum ignis exstinctus est a latere meo». Lo stesso ripete nell'epistola della messa: «Et liberasti me... a pres[slura flammae, quae circumdedit me, et in medio ignis non sum aestuata».
Allora Almachio ordinò che fosse decapitata. Il carnefice vibrò tre colpi (la legge non ne consentiva di più) e la lasciò nel suo sangue. Ella sopra-visse tre giorni al supplizio e così potè far dono al papa Urbano dei suoi beni e della sua casa, affinché fosse consacrata come chiesa. [Leggiamo infatti nella] quinta antifona] dei vespri: «Triduanas a Domino poposci inducias (domandai al Signore una proroga di tre giorni), ut domum meam ecclesiam consecrarem».
«Allora — concludono gli Atti — sant'Urbano, di notte, con i diaconi prelevò il suo corpo e lo seppellì inter collegas suos episcopos, ubi sunt omnes confessores et martyres collocati», cioè accanto alla cripta dei Papi nel cimitero di Callisto.

Tale è la soavissima figura della vergine martire che la liturgia ci delinea con delicati e poetici tratti sulla scorta degli Atti del martirio.

Ed ora, se domandiamo alla critica storica più recente ed avveduta quale valore abbiano gli Atti del martirio di santa Cecilia, la risposta è chiara. La Passio di santa Cecilia, letta con tanta commossa ammiraz[ione], è destituita di qualunque valore, dal punto di vista storico. Non è che una finzione tardiva, in netto contrasto con molti inequivocabili dati storici. Le prove di tale affermazione? Sí potrebbero forse riassumere brevemente così.

  1. Ed anzitutto è ammesso ormai pacificamente che il redattore della Passio sLanctael Caeciliae si è ispirato in larga misura alla storia della persecuzione vandalica di Vittore Vitense, che scriveva nel 486. Di qui è preso il tema, il canovaccio della Passio. Tutti i dettagli aggiunti a questo tema sono dei luoghi comuni della letteratura agiografica: discorso sulla verginità, conversioni numerose e battesimo di infedeli, uccisione della martire in casa sua, casa trasformata in chiesa, ecc.12 Questi dati, comunemente ricorrenti nelle «passiones» apocrife, potevano con facilità essere combinati da un fabbricatore di romanzi agiografici, in modo da formare un racconto commovente e variato.
  2. Nella Passio di Cecilia sono fatte intervenire persone e figure che non hanno alcuna relazione con Cecilia. Tali sono Valeriano, Tiburzio, Massimo, martiri autentici del cimitero di Pretestato, commemorati nel Martirologio geronimiano il 14 aprile. Il nome poi del vescovo Urbano, che ricorre negli Atti, pone una serie di problemi ancora insoluti, sui quali non è il caso di insistere qui.

Il prefetto di Roma Turcius Almachius, che figura negli Atti, è perfettamente sconosciuto alla storia.

  1. Il pio romanziere non ha avuto alcuna preoccupazione per la storia o la cronologia, non [an]nota neppure il dies natalis, il giorno del martirio, non si attarda ad indicare un console o un imperatore, com'era costume degli Attí autentici. In tal modo, allorché gli storici hanno tentato di fissare una data qualunque per il martirio di Cecilia, si sono trovati davanti ad un problema insolubile: ogni epoca suscita un ginepraio di difficoltà. Ed ancora attualmente si può dire col Delehaye che non vi è forse questione più imbrogliata in tutta l'agiografia romana.
  2. Le altre vergini romane ci sono note per indubbie testimonianze; di Cecilia invece non v'è menzione alcuna né nella Depositio martyrum, né nel Kalendarium Carthaginiense; di più, né Damaso, né Ambrogio, né Gerolamo, né Prudenzio, così ardenti nel celebrare le lodi delle vergini della capitale, la segnalano.

12 I due ultimi esempi sono stati variati nella loro successione.

  1. Non meno oscure sono le vicende delle reliquie di s[anta] Cecilia. Basti accennare che, deposte (secondo gli Atti) accanto alla cripta papale nel cimitero di Callisto, sarebbero state trovate nel secolo 13( dal papa Pasquale I (secondo il Liber pontificalis) non nel cimitero di Callisto, ma in quello di Pretestato (ecco un primo mistero) e trasportate nella rinnovata chiesa di s[anta] Cecilia in Transtevere. Il Liber pontificalis aggiunge che, in quell'occasione, Pasquale I staccò dal busto la testa della s[anta] martire e la collocò in un reliquiario d'argento, che nel secolo IX appare tra le reliquie conservate nella chiesa dei santi Quattro Coronati. Orbene si sa che seicento anni dopo, nel 1599, il cardinale] Sfondrati fece fare una ricognizione delle reliquie conservate a s[anta] Cecilia in Transtevere. I processi verbali della ricognizione, redatti da due autorevoli testimoni oculari, il Baronio ed il Bosio, ci assicurano che fu ritrovato un corpo intero, con la testa reclinata, «cervice autem valde reflexa», nella posizione, cioè, tramanda[ta]ci nella notissima statua del coevo Maderno.
  2. In vista di tutto ciò, gli studiosi più seri ed attendibili tendono a negare o almeno ad attenuare di molto il valore probativo dei tre fattori tardivi che rimangono a documentare l'esistenza della s[anta] martire Cecilia, cioè il sepolcro venerato dai pellegrini, a partire dal secolo V, nel cimitero di Callisto; il titulus Caeciliae in Transtevere, che appare già in un documento del 499, e la celebrazione liturgica del natale della santa il 22 novembre nel medesimo titolo, come consta già per l'anno 545. Ignorata adunque nei primi quattro secoli, l'affacciarsi di Cecilia nei documenti storici data dai secoli V e VI. Come vedete, troppe cose rimangono oscure e la storia non ha ancor detto l'ultima parola sulla vexata quaestio.

Per amore di verità, devo aggiungere che il più autorevole studioso di queste cose avanza quest'ipotesi esplicativa del culto alla m[artire] C[ecilia]. Una Cecilia, appartenente probabilmente all'illustre famiglia dei Caecilii, rappresentata da più d'uno dei suoi membri nella catacomba di Callisto, avrebbe acquistato con le sue liberalità dei titoli speciali alla riconoscenza della chiesa, fondando forse anche in Transt[evere] il titolo che, dal suo nome, era chiamato «titulus Caeciliae». Per questi motivi, la nobile e munifica patrizia sarebbe stata seppellita nell'area dei Cecili proprio accanto ai gloriosi sepolcri papali. Tale privilegiata vicinanza avrebbe attirato sulla tomba l'attenzione dei fedeli e le avrebbe valso speciali onoranze. Di qui a considerarla la tomba di una martire il passo fu breve, e all'agiografo non toccò se non di utilizzare e infiorare la credenza già diffusa tra il popolo.

Non faccia meraviglia una tale trasformazione o promozione, avvenuta anche in altri casi per opera della pietà popolare e degli agiografi.

Dal momento poi che Cecilia fu ritenuta vergine e martire, è spiegabile che il «titulus Caeciliae» in Transtevere sia assai presto divenuto «titulus s[anctae] Caeciliae», come, in casi consimili, il titolo di Eusebio divenne «titulus sbandi] Eusebii» sull'Esquilino e il titolo di Anastasia, presso il Foro romano, «titulus sfanctae] Anastasiae». Dopo tutto ciò, non sarebbe del tutto improbabile l'ipotesi che la festa della dedicazione del «titulus Caeciliae» in Transtevere, il 22 nov[embre], sia successivamente diventata la festa del «natalis slanctae] Caeciliae vfirginis] et nilartyris_1». Ecco spiegato il culto.

Tutte queste però non sono ancora che ipotesi. Di più, per ora, la storia non sa dire.

Prima tuttavia13 di lasciare il campo storico, val la pena oggi, giorno doppiamente caro ai cultori di musica sacra, spendere una parola sui rapporti di s[anta] Cecilia con la musica e i musici, rapporti non anteriori al secolo] XVI, da quando i pittori (si pensi a Raffaello) incominciarono a rappresentare la santa, assisa davanti ad uno strumento musicale, nell'atto di suonare e cantare.

Il fatto sembra doversi spiegare così. La prima antifona di lodi e vespri dell'ufficio riproduce il primo responsorio notturno: «Cantantibus organis etc. », ma omettendo gli incisi «in corde suo» e «voli Domino», così che l'antifona suona:" «Cantantibus organis, Caecilia Domino decantabat». II testo così ridotto poteva veramente, specialmente per chi ignorava il testo completo, far sorgere l'idea che Cecilia cantasse con vera emissione vocale," mentre suonavano gli strumenti, anzi che gli strumenti accompagnassero il suo canto, e perfino che ella si accompagnasse da sé, suonando l'organo. A questo punto sembrò naturale che l'antico, austero patrono delle corporazioni medioevali dei musici, s[an] Giovanni Battista, dovesse cedere il posto alla soave vergine cantante e organista.

Ed infine ancora un pensiero, prima del «claudite iam rivos»,16 e questo tolto dalla teologia, a cui domandiamo la soluzione dell'enigma, [di] come mai la chiesa, nel suo culto liturgico universale, celebri una martire, sulla cui esistenza s'addensa tanta ombra di dubbio e di leggenda. Non è forse il culto liturgico universale un atto del magistero ordinario autentico ed infallibile, secondo il celebre assioma «Legem credendi lex statuat supplicandi»,u cioè l'oggetto del culto è oggetto della fede?
13 Nell'originale: però.

14 Nell'originale: suona così.

15 Nell'originale: cantasse veramente.

16 Clauclite iam rivos, pueri: sat prata biberunt (Virgilio, Egloga 3, v. 111).
L'assioma vale, se si tratta dell'oggetto proprio, diretto ed immediato, del culto liturgico, cioè di una verità appartenente in qualche modo al deposito della fede e fatta direttamente oggetto del culto, per es[empio], la Trinità, l'Incarnazione, l'Immacolata Concezione, l'As[sunzione]. In questo caso, l'oggetto del culto universale] impegna l'infallibilità del magistero e l'assenso dei fedeli.

L'assioma invece non si applica, se si tratta solo di un fatto o personaggio storico, in nessun modo appartenente al deposito della fede, e assunto non come oggetto diretto, ma solo come occasione o veicolo del culto. In questo caso la chiesa non canonizza, non garantisce infallibilmente il fatto o personaggio storico, ma lo assume così come è offerto dall'opinione e [dalla] stima comune. È il caso dell'apparizione di s[an] Michele sul monte Gargano, delle ossa di s[anta] Caterina trasportate dagli angeli sul Sinai, ecc. Non vi è impegnato né il magistero né l'assenso dei fedeli. Tale appunto, se non erro, è la storia romanzata di s[anta] Cecilia vergine e martire, che non è quindi se non occasione e veicolo del culto liturgico, e quindi non oggetto del magistero e della fede.

E qui nasce un'altra questione. Che cosa adunque intende direttamente e propriamente celebrare la chiesa nell'ufficiatura liturgica di oggi?
Forse la chiesa fa come fa la patria dopo una guerra: tributa onori[ficenze] al milite ignoto, personificazione ideale e simbolica di tutti i soldati caduti sul campo dell'onore. «Cecilia della liturgia ci appare come una figura ideale, al di sopra delle contingenze del tempo», ideale personificazione dell'innumerevole schiera di vergini cristiane che attestarono col sangue la fedeltà allo Sposo celeste, del quale oggi cantiamo: «Qui pergis inter lilia, s[aleptus choreis virginum, sponsus decorus gloria, sponsisque reddens praemia». Da Agnese... alla piccola Maria Goretti, [si snoda] un'innumerevole schiera di anime, che hanno fatto tremare il cuore di Dio.

Oggi adunque la chiesa celebra ed esalta in Cecilia il perenne miracolo della castità verginale, presentata nelle tre sue caratteristiche essenziali.

17 Prospero di Aquitania.
1. La castità verginale è volontariamente crocifissa, come vedemmo, nel cilicio, nel digiuno, nelle veglie, nel distacco dal mondo e dai suoi allettamenti. [La] verginità cristiana o è integrale o non è: verginità dei sensi, degli affetti, dello spirito, senza di cui quella della carne non è se non ipocrisia. I puri di cuore vedono Dio, e tutto vedono con gli occhi di Dio. Ma bisogna rinunciare a vedere molte cose, per vedere Dio. Di Cecilia è scritto che non dava ascolto ai lascivi canti conviviali, per amore della verginità: «sub praetextu integritatis, surdis auribus audiebat». Qui c'è tutta la millenaria tradizione della chiesa sulla verginità: non saremo noi «poveri untorelli» oggi a deviare il corso uniforme di questo fiume maestoso.

  1. La castità verginale cí appare in Cecilia come una solitudine piena di Dio, appassionatamente amato come celeste Sposo dell'anima e cercato nella preghiera. La verginità cristiana non è pura separazione e solitudine, non [è] negazione dell'amore, ma un mistico ed indissolubile sposalizio che conglutina l'anima con Cristo, in amorosa e personale fedeltà reciproca. La castità perf[etta] o verginità è un miracolo dell'amore e della preghiera, è la coerenza piena dell'amore verso Dio.
  2. Ed infine la verginità ci appare in Cecilia come irradiazione di fascino soprannaturale, come irresistibile efficacia sulle anime, come fecondità spirituale e conquista apostolica. Nell'anima pura gli uomini vedono Dio, come si vede la fiamma dietro un cristallo. C'è nel mondo delle anime, come in quello dei corpi, la legge della gravitazione verso alcuni centri di attrazione. All'anima pura nessuno resiste, poiché nella sua voce ognuno sente il timbro inconfondibile di Dio.

È la grazia che, durante la messa, dobbiamo chiedere al celeste Sposo immolantesi sull'altare, per intercessione di tutte le sante vergini, idealmente personificate in Cecilia: una castità verginale, volontariamente crocifissa nella mortificazione, appassionatamente innamorata di Dio, apostolicamente feconda e conquistatrice.

057. Il segreto della santità di san Francesco di Sales: docilità allo Spirito Santo
(Commemorazione di san Francesco di Sales, 05/02/1950, Piossasco, salesiani degenti)
Miei] buoni] c[onfratelli], queste brevi parole, dette qui nell'intimità della v[o]s[tra] famiglia, non vogliono essere un panegirico di s[an] Fr[ancesco] di Sales,18 ma solo un tentativo di alzare con mano trepida un poco il velo che copre l'intimo, meraviglioso mistero di quel grande cuore, per scoprirvi il segreto, la radice nascosta della sua santità e del fecondo suo apostolato. C'è in questo intimo segreto tanta luce e grandiosità da far vacillare la mente, e c'è tanta semplicità da estasiare il cuore: ci si riconosce lo stile di Dio.

1. Nessuno meglio dello stesso santo ci può far da guida nel ricercare il segreto della sua santità. Egli infatti non pensò forse di fare il più grande elogio che sia possibile per un uomo, quando scrisse di se stesso queste significative parole: «Io sono, sarò e voglio essere sempre a disposizione della Provvidenza di Dio, né la mia volontà deve avere altro posto che quello di serva» (Lettera 112, Supplem[ento]).

E suo fratello, [il] conte Luigi di Sales, dice di lui: «Il mio santo fratello viveva tranquillamente in seno alla Provvidenza di Dio e nell'aspettativa delle sue promesse».

Ma nessuno più di [santa] Giovanna Franc[esca] di Chantal potè penetrare nel cuore del santo e spiarne i movimenti e le intenzioni. Guidata da lui per 19 anni alle più alte cime della perfezione cristiana, essa con un finissimo intuito femminile e con cuore di santa ha raccolto fedelmente tutti i ricordi personali di questo lungo periodo, i piccoli atti oscuri ed eroici, gli insegnamenti sgorganti dal cuore e rivelanti il cuore, le sante confidenze del suo maestro, e tutto questo ha sintetizzato, nella sua deposizione giurata, in queste parole: «Teneva il suo cuore continuamente sottomesso alla volontà di Dio, alla quale si adattava con semplicità, senza distinzione od eccezione di sorta».

Era sua massima: «Il nostro centro è la santissima volontà di Dio. Da questa in fuori tutto è turbamento ed affanno».

18 La festa fu spostata, quell'anno, fuori dalla data liturgica (29 gennaio). L'omelia è stata pubblicata nel volume di E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 125-127.
Essere sempre a disposizione completa della Provvidenza, perdutamente abbandonati alla volontà di Dio, tenere il proprio cuore continuamente sottomesso alla sua volontà, rendere la propria natura come un giunco pieghevole nelle mani di Dio: ecco l'atteggiamento fondamentale della vita di s[an] Fr[ancesco] di Sales, il segreto della sua santità.

  1. Egli potè scrivere di sé alla Chantal:19 «Quelli che mi conoscono sanno bene che io non voglio nulla o quasi nulla con violenza o passione (Lett[era] 803). Voglio ben poche cose, e quelle voglio pochissimo. Non ho quasi alcun desiderio e, se avessi a rinascere, non vorrei averne nessuno (Lett[era] 707). Lascerei che n[o]s[tro] Signore volesse per me, deponendo ogni cura superflua nelle divine sue mani» (Lett[era] 121).

In questo modo il cuore di s[an] Francesco di Sales non fu un guazzabuglio, un mare agitato dall'urto di opposte passioni, ma fu un soggiorno di pace inalterabile, imperturbabile, tutto luce, tutto equilibrio e soavità.

Diceva alla Chantal: «Quando l'universo andasse a soqquadro, non mi turberei punto, poiché tutto l'universo non è nulla, paragonato con la pace del cuore».

E monsignor] De Bérulle esclamava stupefatto: «Questo prelato ha una pace imperturbabile!».

Quante immagini egli prese dal suo carissimo lago di Ginevra per esprimere l'orientamento costante della sua anima: serenità e docilità allo Spirito Santo. Egli paragonava la sua anima a una barca a vele spiegate, che docilmente sul lago calmo riceve l'impulso del vento e si lascia da esso sospingere dove vuole, senza resistenze, senza sbandamenti: lo Spirito soffia dove vuole.

  1. Ripeto, qui è tutto il segreto della sua santità: nessuna resistenza all'opera dello Spirito Santo, nessun dissidio od alterco con i suoi desideri, nessuna lentezza o svogliatezza nel seguirne l'istinto e lo stimolo, ma sempre piena docilità e prontezza, pieno consenso e adesione. Nella sua anima nessuna inclinazione o mira o interesse umano contendeva il passo allo Sp[irito] S[ant]o, ne intralciava il lavorio, ne ritardava l'espandersi, ne rovinava l'opera.

E in tal modo20 si ebbe in un cuore umano il miracolo del pieno, incontrastato, liberissimo dominio dello Sp[irito] S[ant]o, che così potè con divina, infinita delicatezza d'arte cesellare e abbellire quel cuore e farne quel capolavoro della grazia, che innamorò e fece tremare il cuore stesso di Dio. Tutto ciò è così straordinario, eppure così ovvio; così profondo e imperscrutabile, eppure così estremamente semplice e luminoso.21
19 S. Francesco di Sales, Lettere a santa Giovanna Francesca di Chantal, trad. it. di D. Provenzal, Firenze 1928.

20 Nell'originale: così.
21 Il giorno 28 maggio 1944, sedicesimo anniversario della sua prima comunione, don Quadrio si abbandona totalmente alla guida dello Spirito Santo, assumendo un nome nuovo, quello di Docibilis a Spiritu Sancto (pp. 48-49 del volume citato sopra). Molte espressioni qui ricorrenti appaiono già nel Diario.

  1. Ma qui è anche la radice della mirabile fecondità dell'apostolato di s[an] Francesco. M[iei] b[uoni] c[onfratelli], per le sue opere, Dio ha bisogno di anime che lo lascino fare, che si abbandonino a lui, che gli diano tutto ciò che egli domanda, che sia[no] insomma a piena e completa disposizione del suo amore.

Il protestante Karl Barth diceva l'anno scorso in una conversazione: «Dio può salvare ugualmente il mondo con la Scrittura ispirata o con un cane morto!».

Queste anime umili e docili sono come piccoli punti di appoggio, su cui Dio può far leva per sollevare il mondo. Attorno ad esse accorrono le anime, irresistibilmente attratte nella loro orbita, perché anche nel campo del soprannaturale ci sono le leggi della gravitazione universale attorno ad alcuni centri scelti da Dio. Uno di questi22 fu s[ari] Francesco di Sales. Nella sua parola le anime sentivano il timbro inconfondibile e irresistibile dello Spirito] S[ant]o. In lui gli uomini vedevano Dio, come si vede una lampada dietro un cristallo. Egli, da solo, senza tante controversie, convertì più eretici che tutti i controversisti del suo tempo.

  1. M[iei] b[uoni] c[onfratelli], anche nel nostro cuore, come in quello di s[an] Fr[ancesco] di Sales, lo Spirito Santo vuol operare cose grandi e incomprensibili, anche per nostro mezzo egli vuol salvare le anime. Nessuno di noi sa che cosa diventerebbe in breve tempo, se da questo istante si abbandonasse docilmente alla sua azione divina.

Quali tesori di grazia, di santità, di apostolato profonderebbe in noi, se lo lasciassimo fare, se non lo intralciassimo, se non ci fermassimo ad altercare, a discutere con lui, se i nostri interessi e le nostre mire umane non gli contendessero il passo, non ne guastassero l'opera! «Suaviter equitat, quem gratia Dei portat!».23 Dolcemente e velocemente corre, chi si lascia portare dalla grazia divina.

22 Nell'originale: così.

23 De imitatione Christi 2,9,1: «Satis suaviter equitat, quem gratia Dei portat».
Lo Spirito Santo ha eretto nell'anima nostra la cattedra del suo interno magistero: da questa cattedra ci governa e ci dirige con quelle arcane illustrazioni e mozioni interiori, che noi chiamiamo ispirazioni. Egli dal fondo del n[o]s[tro] cuore ci ammonisce, ci invita, ci scongiura con gemiti inenarrabili. Arrendiamoci finalmente a lui, tendiamo l'orecchio al suo divino sussurrio, sgombriamogli il terreno da ogni ostacolo e lasciamogli il posto, diamogli tutto ciò che ci chiede, a cominciare dalle cose più piccole e ordinarie, sottomettiamo al suo dolcissimo impero tutte le tendenze, i programmi, i propositi, gli affetti. Siamo come s[an] Franc[esco] di Sales, a piena e completa disposizione della sua volontà.

Se uno di noi oggi si mette con coraggio per questa strada e vi persevera con costanza, questo giorno, sono certo, rimarrà fra i più memorabili nella storia del regno di Dio. Che il n[o]s[tro] santo] patrono ci aiuti tutti.

058. San Giovanni Bosco
(Festa di san Giovanni Bosco, 31/01/1958?, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Nel giorno in cui celebriamo solennemente la festa di d[on] Bosco, il padre e maestro della gioventù, il più grande educatore di giovani che la chiesa ebbe nella sua storia, io vorrei che a parlarvi fosse qui lui, con il suo tratto semplice e bonario, ma ardito e affascinante. Morto 70 anni fa,24 quest'umile prete torinese è più vivo, moderno e attuale che mai: vivo nella sua opera, che da Torino e dall'Italia si è sparsa nel mondo, dilagando con impeto incontenibile di paese in paese, col ritmo di una casa aperta ogni quattro giorni; moderno e attuale nel suo messaggio, la cui arditezza spaventò i contemporanei e meraviglia i posteri.

Sì, perché se tutti i santi precedono i propri contemporanei, divinando idee nuove e annunziando le formule del domani, don Bosco fu veramente all'avanguardia del suo tempo, e fu un precursore in ogni campo dell'azione e del pensiero cattolico.

[Ebbene, «la cara immagine paterna» di lui ci ripete oggi il suo triplice messaggio] .25
I. Vediamo, ad es[empio], il suo messaggio sociale. Egli precorse i tempi, incentrando tutta la sua opera sul lavoro.

«Lavoro, lavoro, lavoro» è il testamento lasciato ai suoi figli.

«Lavoro e temperanza» [è] lo stemma della sua opera.

«Lavoro, lavoro»: questo è il principale strumento nella formazione ed educazione dei suoi giovani.

«Miei cari giovani, non vi raccomando penitenze e disciplina, ma lavoro, lavoro, lavoro».

«L'uomo, miei cari giovani, è fatto per lavorare, come l'uccello per volare».

Il primo canone della sua spiritualità [si riassume nel motto]: «Lavoro santificato». [Egli era solito ripetere]: «Chi non sa lavorare, non è salesiano. I miei preti andranno in manica di camicia» (paradosso, ma q[uan]to eloquente!).

24 Se è letterale il richiamo ai 70 anni dalla morte di don Bosco, l'omelia va collocata nel 1958. Compare tuttavia anche in quella dell'anno precedente (Arch. 096). L'uso di bozze di un volume di algebra abbasserebbe la data all'anno 1956.

25 Frase ripresa da un'altra omelia dedicata al santo (Arch. 098). L'espressione tra virgolette è dantesca: «ché in la mente m'è fitta, e or m'accora, / la cara e buona imagine paterna / di voi...» (Inferno 15,82-84).

«Quando avverrà che un salesiano soccomba per il troppo lavoro, la mia opera avrà riportato un trionfo».

Ed egli precedette tutti con l'esempio. Fu un formidabile lavoratore. [Da] bimbo si guadagnò il pane facendo da garzone dei Moglia nel duro lavoro dei campi. Giovane studente lavorava per guadagnare il necessario per il vitto, [per pagare] i libri, le tasse scolastiche. [Quando diventò] prete, non dormì mai più di cinque ore per notte ed una volta alla settimana vegliava l'intera notte al lavoro. Non riposò mai. dopo pranzo, e lo lasciò per regola ai suoi. S'addormentava ovunque si sedesse, anche nello studio di Bettino Ricasoli, presidente del Consiglio dei Ministri del giovane Regno d'It[alia].26
[Quando gli dicevano]: «Si riposi!», [rispondeva]: «Ci riposeremo in Paradiso!». Costruì case e chiese; fondò due congregaz[ioni] religiose; organizzò i cooperatori sales[iani]; fondò missioni per i pagani; scrisse 100 libri; scrisse il primo teatro cattolico per giovani; fondò e diresse la prima collana di letture cattoliche, il primo almanacco cattolico, la prima collana di romanzi cattolici tascabili. Confessò come nessun altro prete, ricevette ogni giorno centinaia di persone in udienza; girò per molte nazioni] d'Europa, predicando e questuando per l'opera sua.

[E, nonostante tutto questo, si manteneva sempre] sereno,
tranquillo, bonario, cordiale.

Fu un apostolo della gioventù operaia. La missione precisa di d[on] Bosco fu di strappare la gioventù popolare all'ignoranza, alla povertà, al vizio, all'isolamento, all'incapacità professionale. Nel 1848, quando Carlo Marx scriveva Il Capitale, d[on] Bosco a Torino stipulava i primi contratti di lavoro tra imprenditori27 e giovani operai. Fondò le scuole di arti e mestieri per la preparaz[ione] tecnica e professionale dei figli del popolo e fu il primo maestro di arte nelle sue scuole, il primo prete operaio, ma autentico prete ed autentico operaio.

Per i giovani operai d[on] Bosco fondò circoli ricreativi cattolici, fondò la prima stampa ricreativa cattolica, organizzò i primi spettacoli popolari, le prime colonie estive, aprì nuove strade alla ped[ag]ogia. È il santo della vita cristiana operosa e lieta.

26 In un'altra omelia dedicata alla memoria di don Bosco (Arch. 098) il personaggio davanti al quale il santo si addormenta è detto essere Giovanni Lanza. Attestano le Memorie biografiche: «E il ministro tacque e lo lasciò riposare tranquillamente. Appena fu desto, dopo un po' di risa per l'accaduto, si ripresero i ragionamenti» (X, p. 436).

27 Nell'originale: datori di lavoro.

* [Lavorare, ma per che cosa? Ecco il secondo messaggio.28
II. «Anime, anime, anime». «Da mihi animas cetera tolle». «Cercate anime e non danari» ([raccomandazione] ai missionari).

Nella sua cameretta [teneva un cartello con la scritta]: «Anime e non danari». [Era solito ripetere singolarmente ai giovani]: «Aiutami a salvare l'anima tua».

Ad una madama del gran mondo, che gli chiedeva un pensiero, [don Bosco raccomandò]: «Pensi a salvare l'anima sua». A generali, prelati, ministri, al suo re non si peritò di dire in circostanze tragiche: «E l'anima? Pensi che ha un'anima da salvare». [Con fermezza rispose]: «Don Bosco è prete: e sempre solo prete, prete all'altare, fra i suoi giovani, nei laboratori, nello studio dei ministri» (a Bettino Ricasoli, Primo M[inistro], che gli proponeva una nuova politica).

[È sua l'affermazione perentoria]: «Per salvare un'anima, per evitare un peccato mortale, sarei disposto a strisciare con la lingua per terra da qui a Superga!».

«Quando si tratta dí salvare un'anima non temo nessuna conseguenza».

[E] metodo: messaggio pedagogico educativo.

Con l'amore, con la ragionevolezza, con la comprensione: prevenire, per non reprimere.

Sistema dell'amore, che gli schiuse anche i segreti dell'animo giovanile e gli fece trovare le vie del cuore. [Fu] il patriarca dell'educazione cristiana. [Ripeteva]: «Farsi amare, per farsi obbedire». [Seppe] entrare per la porta dell'uomo, per uscire da quella di Dio. [Procurò sempre di] educare con l'amore, la comprensione, la gioia [i suoi giovani]. «Amandoli!»]*.

Se un giorno la chiesa dovrà cercare un protettore del sindacalismo cristiano, del mondo operaio, dello sport, dello spettacolo, della letteratura ricreativa per il popolo, dovrà pensare a don Bosco.

Durante questa messa noi vogliamo pregarlo per noi e per nostri figli:

  1. per noi, perché lo sappiamo imitare nello zelo operoso e intelligente nel lavorare per l'idea cristiana e il regno di Dio;
  2. per i nostri figli, affinché egli sia il padre e il maestro di tutta la gioventù italiana.

28 Questo brano è preso da un'altra omelia su don Bosco (Arch. 098).

059. San Giuseppe
(Festa di san Giuseppe, 19/03/1956, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Nella «dolce e cara immagine paterna»29 di s[an] Giuseppe, che oggi la chiesa celebra e onora, è bello mettere in luce un tratto che la rende più dolce e cara, perché più vicina alle n[o]s[tre] ansie quotidiane, ai nostri più urgenti problemi privati e sociali.

In s[ari] Giuseppe noi celebriamo ed onoriamo l'umile e modesto lavoratore, il protettore e modello del mondo del lavoro. Così ce lo presenta il vangelo, così lo ha proclamato l'anno scorso íl regnante Pontefice Pio XII, istituendo la festa di «s[an] Giuseppe lavoratore» da celebrarsi ogni anno il primo maggio, «festa del lavoro».30 In tal modo quella che finora era una celebrazione profana, laica e perfino (in talune manifestazioni) anticristiana, viene santificata e coronata da una festività religiosa, la festa cristiana del lavoro, la solennità di s[an] Giuseppe operaio e patrono del lavoro.

La celebrazione è nuova, ma la realtà è antica q[uan]to il cristianesimo. Il lavoro oggi è l'anima dí tutto: la civiltà, il progresso, la vita degli individui, delle famiglie, degli stati è, come si dice, fondata sul lavoro. Parlare della nobiltà del lavoro, della dignità del lavoratore è uno slogan, ma già da molti secoli, q[uan]do ancora il lavoro era considerato come un'occupazione riservata agli schiavi, ed ogni operaio era difatti uno schiavo, equiparato alle bestie da soma (concetto pagano del lavoro), già allora il cristianesimo prese il più umile e modesto operalo, Giuseppe di Nazaret, e ne fece il più grande santo della chiesa, onorando e[d] esaltando così in lui il lavoro umano.

29 Dante Alighieri: «La cara e buona imagine paterna» (Inferno 15,83).

30 Omelia non necessariamente pronunciata il primo maggio. Nella cronaca della Crocetta si annota: «19 marzo, lunedì, ore 7.15, santa messa della comunità celebrata dal signor don G. Quadrio». Al primo maggio di quell'anno si celebrò la festa della riconoscenza. Questa omelia sembra tuttavia tenuta al pubblico parrocchiale.

L'esempio veniva da Dio stesso che, facendosi uomo, volle nascere in una modesta famiglia di operai, da una povera donna casalinga, volle passare davanti a tutti come il «figlio del falegname», volle essere per quasi tutta la vita terrena operaio egli stesso. La nostra generazione scristianizzata crede oggi di scoprire delle verità che da venti secoli il cristianesimo vive e insegna, come sostanza della sua storia e della sua dottrina. In questa cristiana epopea del lavoro, s[an] Giuseppe occupa una posizione chiave. Guardate.

S[an] Giuseppe era un autentico operaio, e più precisamente un falegname o carpentiere. Il vangelo [lo] dice faber, ma a quei tempi in Palestina erano chiamati «fabbri» sia i falegnami, sia i fabbri ferrai, sia i muratori. Si ritiene comunemente che s[an] Giuseppe fosse più propriamente un falegname, opinione che ha solido appoggio nella tradizione antichissima, ma un falegname di un piccolo centro agricolo, abile a fare e riparare quei rudimentali attrezzi agricoli allora in uso.

Ebbene questo umile e modesto falegname di Nazaret, dalle mani callose e ruvide, che non aveva altra ricchezza che il proprio lavoro e altra reggia che un'umile e primitiva botteguccia, fu da Dio trascelto ad essere lo sposo della vergine Madre di Dio e ad essere il padre putativo (cioè davanti alla legge) del Figlio di Dio.

La demagogia non è lo stile dí Dio. Quando egli ha voluto esaltare e divinizzare il lavoro umano, ha preso il più umile lavoratore e lo ha fatto suo padre, sposo di sua madre. Padre del Figlio di Dio, padre evidentemente non naturale, ma legale e putativo, ma tuttavia padre per l'autorità, la responsabilità, la protezione é l'affetto. Sposo della Madre di Dio, congiunto con lei in valido e legittimo matrimonio, con tutti i diritti e i doveri coniugali (valido e legittimo matrimonio, anche se perfettamente verginale nel corpo e nello spirito, per mutua promessa di perfetta e perpetua castità e rinuncia all'uso dei diritti coniugali).

Per questo duplice titolo di padre di Gesù e sposo di Maria, l'umile operaio di Nazaret assurge ad una dignità che non ha l'eguale dopo quella di Dio e della Madre di Dio. «Di qui deriva la sua dignità, la sua grandezza, la sua santità, la sua gloria» (Leone XIII). La sua missione e dignità sorpassa ogni missione e dignità, sia angelica che puramente umana, anche del precursore, degli apostoli, dei sommi Pontefici, dei sacerdoti, eccetto quella della Madre di Dio. Non ha sopra di sé che Gesù e Maria, verso i quali tuttavia esercitò l'autorità e le funzioni del padre di famiglia.

Così Dio ha voluto nobilitare e divinizzare il lavoro umano. Di più. Come il Verbo prese da Maria vergine la natura umana per redimerla e divinizzarla, così da Giuseppe operaio volle assumere e apprendere il lavoro umano per redimerlo e divinizzarlo. Per tramite di Maria, fu divinizzata dal Verbo l'umana natura; per tramite di Giuseppe fu assunto e divinizzato dal Verbo] il lavoro umano, e fatto coefficiente di santità, sacramento di grazia, strumento di redenzione, scuola di virtù.

Da allora il lavoro umano non fu più una umiliante occupazione da schiavi, ma la nobile prerogativa dei figli di Dio, giacché nell'ordine nuovo, iniziato da Gius[eppe] e instaurato da Gesù Cristo, íl lavoro:
— è un dovere per tutti: «Chi non vuol lavorare, non mangi», ha detto l'apostolo s[an] Paolo venti secoli prima di Carlo Marx;
— è un diritto per tutti, come la vita, come il pane, come la giusta libertà, e come tale dev'essere tutelato e retribuito secondo la dignità della persona umana: «L'operaio ha diritto alla mercede», è una frase del vangelo;
— è un onore per tutti. Il lavoro non è [in se stesso] il castigo del peccato originale, ma [lo è soltanto] la pena e la fatica.

È un onore, perché ci rende simili a Dio, che ha creato il mondo e la materia, destinata ad essere plasmata dalle mani dell'uomo. L'operaio non è se non il continuatore dell'opera iniziata da Dio nella creazione del mondo, giacché il primo operaio fu il Creatore.

E un onore, perché ci rende simili a Cristo redentore che, figlio di operai, passò la maggior parte della sua vita guadagnandosi il pane in una piccola officina; reclutò i primi seguaci tra i lavoratori; fondò la sua chiesa sugli apostoli che erano autentici operai. La religione cristiana è veramente fondata sul lavoro: operaio fu il fondatore Cristo, operai gli apostoli, primi araldi e fondamenta del cristianesimo. Pietro, il primo Papa, fu un pescatore; Paolo, il più formidabile predica[to]re e scrittore cristiano, fu un fabbricatore di tende. Gli eremiti della Tebaide fabbricavano stuoie. Il fondatore del monachesimo, s[an] Benedetto, assegnò due occupaz[ioni] ai suoi monaci: preghiera e lavoro (ora et labora).
Per questo la chiesa volle a suo patrono e protettore un vero ed autentico operaio, s[an] Gius[eppe]. Durante questa s[anta] messa, celebrata in suo onore, noi vogliamo tutti insieme pregarlo per noi stessi, affinché siamo degni di lui; per le nostre famiglie, perché siano sempre simili alla sua; per la patria, affinché egli ispiri a tutti i responsabili le soluzioni più cristianamente efficaci degli urgenti problemi del lavoro; per la chiesa, affinché sia sempre madre e tutrice del lavoro e dei lavoratori; e soprattutto preghiamo per le masse operaie affinché, deposti i falsi pregiudizi di una propaganda interessata, ritornino all'unico redentore del lavoro, al divino operaio: Gesù.

060. San Giuseppe, [modello di amore coniugale]
(Festa di san Giuseppe, 19/03/1957, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Nella «dolce e cara immagine paterna» di s[an] Giuseppe,31 sposo di Maria vergine e padre putativo di Gesù, la chiesa presenta oggi l'ideale più sublime dello sposo cristiano, l'incarnazione più pura dell'amore coniugale che un uomo abbia mai saputo realizzare sulla terra.

Vi sarà più volte capitato di sentire (e forse anche di pensare) che il cristianesimo, religione della croce, rinneghi e condanni l'amore coniugale e consideri il matrimonio come un minor male, una specie di fornicazione tollerata per chi non avesse l'eroismo di rinunciarvi.

Nulla di più falso e di più anticristiano, poiché Cristo ha fatto del m[atrimonio] un s[acramen]to di grazia, una scuola di santità, uno dei gangli vitali del Corpo] m[istico].32 Quanto grande sia il culto e la stima di cui il cristianesimo circonda l'istituto matrimoniale, e lo stesso amore coniugale, lo dimostra anche la festività odierna, la quale in s[an] Giuseppe celebra ed esalta la divina santità del matrimonio e dell'amore coniugale.

S[an] Giuseppe è l'espressione più perfetta e sublime della vita matrimoniale. Pochi rilievi basteranno a dimostrarlo.

1. Egli fu congiunto in vero e legittimo matrimonio con la Madre di Dio. Al matrimonio del falegname di Nazaret con la sua compaesana Maria nulla mancò perché fosse valido: non la volontà o il consenso deí contraenti, non la celebrazione rituale, non gli altri requisiti prescritti dalla legge. Il vangelo molto frequentemente, anche nel brano che leggiamo oggi nella messa, chiama Giuseppe «sposo di Maria», e Maria «moglie» di Giuseppe, ed accenna alla circostanza che erano sposati in piena regola.

2. Il matrimonio di Giuseppe con Maria fu perfettamente verginale. È questa una verità di fede legata ad dogma cattolico della verginità perpetua della Madre di Dio. Gesù infatti fu da Maria concepito per opera dello Spirito Santo, senza alcun intervento umano, e quindi senza alcuna lesione della verginale illibatezza di lei. S[arl] Giuseppe, che fu vero sposo di Maria, non fu vero padre naturale di Gesù, ma soltanto padre legale o putativo, cioè padre in faccia alla legge ed agli uomini, e quindi del padre ebbe solo l'autorità, la responsabilità e l'affetto. Sua missione fu di proteggere e sostentare col suo lavoro la Madre e il Figlio di Dio, e di difendere col suo nome la reputazione e l'onore di entrambi. Infatti, davanti alla legge e davanti alla gente, accanto a una madre e a un figlio ci vuole anche un padre legittimo. E per la legge e per la gente questo padre legittimo era Giuseppe.

31 Omelia scritta sul secondo dei due quadernetti (Q 2) dedicati al commento al Credo. Precede la domenica delle Palme del 1957 (1 aprile).

32 Cf. R 075.
3. Nonostante l'illibatezza verginale, anzi proprio in forza di essa, Giuseppe incarnò l'ideale perfetto dell'amore coniugale verso la sua sposa immacolata. E qui varie domande sí affacciano alla nostra mente, che esigono una breve e chiara risposta.

  1. La prima domanda riguarda l'età di s[an] Giuseppe. Era vecchio o giovane? La maggior parte dei dipinti e delle statue, che oggi vediamo, ci rappresentano un s[an] Giuseppe vecchio e rugoso, dalla barba grigia, che vezzeggia il bambino Gesù. A cominciare da Guido Reni, gli artisti hanno raffigurato s[an] Giuseppe come avanzato negli anni, allo scopo di meglio salvaguardare la verginità di Maria, come se un vecchio non potesse, al pari di un giovane, avere desideri illeciti.

Nulla di più falso e infondato. Non solo perché le prescrizioni ebraiche del tempo, codificate nel Talmud, permettevano il matrimonio tra persone di età molto diversa soltanto per vedovi e vedove: un vecchio dunque non avrebbe potuto sposare una ragazza di sedici o diciassette anni com'era Maria al tempo delle nozze; ma soprattutto perché è ragionevole credere che n[ostro] Signore] preferisse per padre putativo qualcuno che potesse essere casto per scelta volontaria e non per il torpore della vecchiaia.

Tutto ci fa pensare che Giuseppe, al momento delle nozze, fosse un giovane forte, virile, casto, padrone di sé. Invece che un uomo incapace di amare, dev'essere stato ardente di amore, un fiore pieno di promesse e di forza. Non era alla sera della vita, ma al mattino, ribollente dí energia, di forza, di passione controllata.

  1. Sposando una vergine, che aveva consacrato a Dio con voto la sua verginità, Giuseppe non solo accettò con piena consapevolezza, ma aderì con grande animo al patto mutuo di assoluta illibatezza verginale. Maria non si poteva sposare se non a questa condizione, e non poteva condividere la vita se non con un uomo che condividesse con lei l'impegno della verginità nel matrimonio. Il loro matrimonio non fu che la cornice per il quadro della verginità.
  2. L'amore della donna determina sempre il modo di amare dell'uomo. Ella è l'educatrice silenziosa delle forze virili. E siccome Maria è colei che potremmo chiamare una «virginizzatrice» tanto dei giovani quanto delle fanciulle, e la massima ispiratrice della purità cristiana, non è forse logico che abbia cominciato con l'ispirare e «verginizzare» il primo giovane in cui probabilmente si sia mai imbattuta, Giuseppe il giusto? Non già diminuendo il suo potere dí amore, ma elevandolo e castificandolo, ella deve aver fatto la sua prima conquista nel suo stesso sposo, un uomo che era un uomo, e non un semplice custode attempato!
  3. E così Maria e Giuseppe portarono alle loro nozze non soltanto i loro voti di verginità, ma anche due cuori ricolmi dei massimi torrenti di amore che abbiano mai attraversato petti umani.

Mai amore più profondo palpitò sotto il tetto del mondo fin dall'inizio del creato, né mai palpiterà fino alla consumazione dei secoli. Essi non andarono a Dio attraverso l'amore reciproco, bensì, poiché andarono direttamente a Dio, provarono un amore profondo l'uno per l'altro: un amore che segna, tra gli amori più umani, la vetta più eccelsa e più pura.

Il loro amore coniugale fu un fatto del cuore e non della carne, fu come la luce delle stelle che si unisce nello spazio senza che le stelle stesse si uniscano; fu come il profumo dei fiori di un giardino a primavera, che si inebriano vicendevolmente" senza toccarsi; fu come l'armonia di un concerto, che sí fonde e s'intreccia senza che un solo strumento sia a contatto con l'altro.

  1. Direte. Quale fu il vincolo che consumò l'amore coniugale di Maria e Giuseppe? Tale vincolo non fu né poteva essere la carne, perché la consumazione del loro amore era in Gesù. Perché infastidirsi con le tremolanti candele della carne, quando la luce del mondo era il loro amore? Come si può essere avidi delle povere gocce della voluttà umana, quando si è travolti dal torrente straripante della [dolcezza] di colui che è la voluptas cordium?

Come marito e moglie, chini sulla culla del loro neonato, dimenticano per un momento se stessi, così Maria e Giuseppe, nel possesso che avevano di Dio nella loro famiglia, stentavano ad accorgersi che avevano dei corpi.

Gesù era tutta la ragione [e tutta] la passione del loro amore.

33 Nell'originale: vicendevolmente di profumo.

Da questo uomo che seppe amare come nessun altro uomo al mondo, tutti noi, sia che viviamo nella casta solitudine della verginità o nella sacra intimità del matrimonio, abbiamo oggi qualche cosa da imparare:
(i) a rispettare ed onorare il matrimonio e l'amore coniugale come il divino e sacro mistero in cui Dio Padre] effonde la propria fecondità creatrice e Cristo compie l'edificazione del suo mistico Corpo; nei piani divini il matrimonio è il prolungamento della creazione e il cuore della redenzione: è il canale di grazia, strumento di santificazione, scuola di santità; è come una vivente e perenne eucaristia nel tempio della famiglia;
(il) che l'amore coniugale, se vuol essere grande e perenne e gioioso, deve essere sostanziato di castità, di mutuo rispetto, di perfetto dominio di sé e di sacrificio; l'amore, per essere vero, dev'essere non rapina, ma donazione; non ricerca egoistica di sé, ma della gioia altrui; dev'essere un'intima e totale fusione di due anime, dimentiche ciascuna di sé, per vivere l'una nell'altra, secondo l'espressione della sacra] Scrittura: «Ho fatto olocausto di ogni cosa con perfetta lealtà di spirito»;
(iii) che un tale amore non è possibile, se ad amarsi non si è in tre: l'uno, l'altra e Gesù. Gesù dev'essere l'anello infrangibile che vi unisce, o non sarete uniti se non per amareggiarvi la vita. Se l'amore coniugale non è scala che porta a Dio, è un pendio che degrada verso l'abisso. O l'amore coniugale è espressione e testimonianza affettiva dell'amore verso Dio, amato nella persona amata, oppure è un tradimento e un'apostasia dal vostro impegno battesimale, in cui avete promesso di amare Dio solo, sopra ogni cosa ed in ogni creatura.

S[an] Giuseppe, il più santo e il più felice degli sposi terreni, ispiri, santifichi e renda felice il vostro amore ora e per sempre. Così sia!
061. San Giuseppe, [modello dei lavoratori]
(Festa di san Giuseppe, 19/03/1960, Torino, Crocetta, cappella interna)
Intr[oduzione]. Il principale messaggio che l'amabile e austera figura di s[ari] Giuseppe reca agli uomini d'oggi è indubbiamente quello del lavoro umano, riabilitato fino ad essere nobile cooperazione dell'uomo con Dio creatore e con Cristo redentore.34
In s[an.] Giuseppe il mondo cattolico celebra ed onora l'umile e modesto lavoratore, il protettore e modello del mondo operaio, la personificazione della sacra nobiltà del lavoro. Così ce lo presenta il vangelo, il Papa e la liturgia con la recente istituzione della festa di s[an] Giuseppe artigiano," divenuta la festa cristiana del lavoro.

Díre che la civiltà moderna è la civiltà del lavoro, è uno slogan tanto vero quanto abusato. La vita degli individui, della famiglia, dei popoli, la cultura e il progresso, le dottrine politiche, economiche, sociali, le costituzioni stesse degli stati, sono, come si dice, fondate sul lavoro. Il lavoro è l'anima di tutto.

Se il lavoro esiste, da che mondo è mondo, è un fatto però che, solo in questi ultimi cento anni, esso è diventato l'asse del mondo. Oggi abbiamo non solo l'organizzazione tecnica e sociale del lavoro potentemente sviluppata, ma abbiamo anche una sociologia, una filosofia, un diritto, una morale del lavoro robustamente elaborate.

Possiamo dire di avere anche una vera e propria teologia del lavoro che, alla luce della rivelazione e del magistero, esponga in visione organica e totale il piano e l'opera di Dio a favore del lavoro umano?
Per essere sinceri, dobbiamo confessare che, se il pensiero cristiano è sempre stato presente in questo settore, la teologia ufficiale come tale è rimasta finora la grande assente. Non abbiamo ancora una teologia del lavoro. Sarà compito (difficile ma indilazionabile) della seconda metà di questo secolo, quello di elaborare sistematicamente una completa teologia (biblica, patristica, magisteriale e speculativa) del lavoro.

34 Schema e contenuto ricalcano da vicino quelli dell'omelia d'Arch. 101. Cf. la testimonianza di don W. Civilio (T 7). Per questo argomento è anche da vedere l'articolo San Tommaso e le origini del lavoro nella Bibbia, pubblicato in Thomistica morum principia, Communicatio V Congressus thomistici internationalis, Romae 1960, pp. 491-496.

35 La festa fu istituita nel 1955.
Poiché, per cristianizzare questa grande realtà umana e restaurarla in Cristo, bisogna innanzitutto studiare, approfondire e presentare, in tutta la sua vitalità e forza rivoluzionaria, l'idea cristiana del lavoro: ciò che Dio ha detto e fatto per il lavoro umano. Se è vero che sono le idee che cambiano il mondo e dirigono il corso della storia, noi, che siamo in possesso delle idee di Dio, non possiamo più a lungo ignorarle e lasciarle ignorare.

Se i teologi si sottraessero ulteriormente a questo gravissimo compito, si renderebbero responsabili di un assenteismo che potrebbe riuscire fatale per le sorti terrene del regno di Dio forse per secoli.

Non temete, non è mia intenzione tentare oggi di elabo[ra]re una teologia del lavoro: ci vorrebbe ben altra competenza e ben più lungo tempo. Vorrei soltanto, ad onore del santo artigiano e patrono del lavoro, indicare quale posto di primissimo piano egli occupi nella divina e cristiana economia del lavoro, e quale posto perciò dovrebbe occupare anche nella elaboranda teologia del lavoro.

Lo farò con quella semplicità austera che si addice al santo e all'argomento: tra pialle e martelli i fiori disdicono.

Ora, per comprendere la funzione di s[an] Giuseppe nella concezione cristiana del lavoro, dobbiamo rifarci due passi o tempi indietro.

Primo tempo: l'origine divina del lavoro umano.

Il lavoro è un'invenzione di Dio per associarsi l'uomo come collaboratore e continuatore del suo atto creativo. In ciò sta la primitiva, altissima nobiltà del lavoro umano.

Quando il divino artefice ebbe fabbricato l'universo come opera delle sue mani (così infatti ce lo presenta la Bibbia), ví installò l'uomo perché lavorasse e sottomettesse la terra col suo lavoro: ut operaretur.
Per due ragioni quindi Dio stesso sta all'origine del lavoro: e perché, creando, fu il primo lavoratore; e perché, sbozzata appena l'opera, la affidò per il suo compimento all'uomo, che egli benevolmente volle associarsi come apprendista e collaboratore, investendolo della nobilissima missione di completare l'opera della creazione.

La terra infatti, di cui l'uomo fu costituito padrone, è un mondo immenso da scoprire, da esplorare, ma è soprattutto un giardino da coltivare, affinché tutti i tesori sparsi sulla superficie o nelle viscere della terra vengano scoperti, utilizzati a servizio dell'uomo: «Riempite la terra e soggiogatela». Il mondo è un capolavoro che l'artista divino ha lasciato provvidamente incompiuto, perché l'uomo avesse l'onore e la gioia di essere l'apprendista e il socio del suo Creatore, anche per questo fatto ad immagine di lui.

Non si dica dunque che il lavoro in se stesso è maledizione e pena del peccato; esso fa parte del piano iniziale di Dio, che aveva creato il lavoro u[mano] come gioiosa affermazione di una natura libera e dominatrice, incaricata di plasmare la materia, impregnandola di spirito e di pensiero.

Ma venne il peccato, che costituisce il secondo tempo: il capovolgimento del piano divino.

Tutto ciò che nel lavoro vi è di sofferenza, di fatica, di necessità, è conseguenza del peccato originale.

Infranta l'armonia, sconvolto il disegno di Dio, il lavoro si rivestì di fatica, come la procreazione si vestì di dolore, come la vita di miserie e di morte. Fatica, dolore, morte, sono le tre maledizioni che Dio fulminò all'uomo peccatore, come marchio ereditario e perpetuo della sua ribellione.

«In sudore vultus tui vesceris pane!». Un certo sudore può essere piacevole ed anche nobilitante, ma un sudore eccessivo, penoso, costretto, necessario per vivere, è una maledizione e un castigo. Così quello che nell'uomo era espressione di libertà dominatrice, divenne il marchio del suo asservimento. La terra da docile serva divenne esosa padrona. Il paradiso fertile e delizioso si tramutò in una selvaggia sterpa[gl]ia, a cui il padrone d'un tempo doveva mendicare lo stentato nutrimento.

Era la legge del contrappasso: ribellatosi al Maestro l'apprendista, a lui si ribellò la sua opera, riducendolo in umiliante schiavitù.

La degradazione progressiva del lavoro toccò il fondo nel mondo pagano. In Grecia e a Roma il lavoro manuale era considerato un'occupazione spregevole, indegna di un essere libero, e perciò riservata generalmente agli schiavi.

Aristotele sentenziava che «ogni lavoro meccanico è degradante e contrario alla virtù. L'operaio è indegno di godere i diritti dei cittadini».

Anche Platone nella sua Repubblica escludeva l'operaio da ogni diritto civile, perché è un essere politicamente inferiore.

Cicerone poi non si peritava di asserire che «tutti i mestieri degli artigiani sono da ritenersi spregevoli. L'officina non può contenere qualche cosa di nobile. Gli operai e i bottegai sono il fango della città».

Tanto in basso era caduta la regale prerogativa per cui l'uomo era l'apprendista dí Dío, il socio del suo Creatore!
Terzo tempo: la restaurazione cristiana.

Dio, fattosi operaio, riportò il lavoro umano «oltre l'antico onor»,36 consacrandolo col suo sudore e costituendolo strumento di redenzione, di santificazione, di salvezza.

36 Alessandro Manzoni, Il Natale (Inni sacri 1), v. 35.

Le tre maledizioni del peccato (la fatica, il dolore e la morte) non furono da Cristo eliminate, ma assunte nella sua divina persona, e trasformate nei tre mezzi principali della sua redenzione. Egli faticò, sofferse, morì, per redimere, elevare e consacrare la fatica, la sofferenza, la morte di tutti coloro che gli appartengono. E questo Cristo fece non solo nel suo corpo fisico, ma continua a farlo nel suo Corpo mistico, fino alla fine dei tempi.

  1. così il lavoro fu elevato alla dignità di uno strumento di grazia, con cui l'uomo si assimila e associa a Cristo redentore nell'opera di espiazione del peccato, di edificazione del Corpo mistico, di glorificazione di Dio, di servizio del prossimo.
  2. qui entra in scena il nostro s[an] Giuseppe, il personaggio principale, dopo Cristo, di questa riabilitazione del lavoro.

Egli infatti non fu soltanto un operaio autentico (faber, téktòn, come dicono gli evangelisti, cioè probabilmente, come ritengono gli esperti, un modesto carpentiere di campagna, abile a fare e riparare i rudimentali attrezzi agricoli, i comuni utensili domestici e il necessario arredamento delle modeste abitazioni di un paesino rurale), ma il maestro del divino apprendista, Gesù!
Meraviglioso contrasto: per riparare lo sconvolgimento del piano iniziale, l'onnipotente Artefice del mondo volle farsi discepolo del proprio apprendista.

Davvero la demagogia non è lo stile di Dio! Quando egli volle elevare e nobilitare il dissacrato lavoro umano, non fece un proclama, un manifesto. No, ma prese il più umile lavoratore e lo fece suo padre di fronte alla legge, sposo di sua madre e, fattosi egli stesso apprendista e operaio, si mise alla scuola di lui.

Come il Verbo prese da Maria la natura umana per redimerla e deificarla, così da Giuseppe volle assumere e apprendere il lavoro umano per redimerlo e divinizzarlo. Si associò la madre quale corredentrice del mondo, si associò il padre putativo quale corredentore del lavoro.

E così questo modesto e oscuro artigiano di Nazaret, dalle mani ruvide e callose, che non aveva altra ricchezza che il proprio lavoro e altra reggia che una piccola e rudimentale officina, diventò padre legale, maestro e socio del divino operaio e redentore del lavoro, [e] meritò di diventare, nella nuova era, il patrono e modello dei lavoratori, la personificazione della sacra e inviolabile dignità del lavoro, il santo, la cui celebrazione liturgica
si abbina ormai alla festa mondiale del lavoro, il protettore, la cui venerata effigie vediamo qui collocata sull'incudine, come su naturale e glorioso piedistallo.

[IV. Corollari].

Se ora vogliamo raccogliere, dalle considerazioni fatte, alcune conseguenze pratiche, possiamo riassumerle in tre corollari, che toccano intimamente la nostra preparazione e azione apostolica, e in altrettante intenzioni di preghiere, che vogliamo presentare a s[an] Giuseppe durante questa messa, celebrata in suo onore.

1. Il sacerdote, oggi più che mai, deve essere un lavoratore formidabile. In un mondo in cui tutti lavorano, in un'epoca in cui è stato rivolto contro di noi, snaturandolo, il sacrosanto principio paolino «Chi non vuol lavorare, non mangi», urge sfatare il pregiudizio e perfin[o] l'impressione che il prete sia un fannullone, uno sfruttatore.

Se Dio è il primo artefice, se Cristo fu un autentico lavoratore, tale deve essere e apparire a tutti il sacerdote di Dio e di Cristo, secondo le norme della disciplina ecclesiastica e religiosa, e le esigenze della sua vocazione.

Si parla spesso oggi di eresia dell'azione, ed è giusto. Ma non si sarebbe infiltrata per caso tra le nostre file, qua e là, anche l'eresia, forse più esiziale, dell'inazione, del quietismo soddisfatto, dell'immobilismo pigro e prudente, del pessimismo inerte e sufficiente?
Che se il lavoro è un grave imperativo per ogni sacerdote, pensate quanto più lo sia per i sacerdoti di quella congregazione, la cui parola d'ordine è il binomio «lavoro e temperanza», il cui maggior trionfo è la morte di un membro per il troppo lavoro, la cui divisa simbolica nella mente del fondatore voleva essere l'andare in maniche di camicia, una congregazione che nella s[anta] chiesa è e deve rimanere, nello stile e nelle opere, essenzialmente operaia e proletaria! «Chi non sa lavorare — diceva don Bosco non è salesiano!».37
Domandiamo oggi a s[an] Giuseppe (ed è la prima intenzione) per noi e per tutti i sacerdoti (specialmente salesiani) un grande amore, una passione indomabile, una santa ossessione per il lavoro, nel solco dell'ubbidienza e nella luce della nostra missione, un lavoro evidentemente che, come quello di s[an] Giuseppe, sia testimonianza di amore, nobile servizio di Dio e degli uomini!
37 Cf. 0 058.

  1. Noi però non siamo solo sacerdoti, ma sacerdoti educatori, educatori ai quali Gesù Cristo] ha affidato, nella sua chiesa, come campo primario e specifico di apostolato la gioventù operaia. Vogliamo perciò oggi, nella sconfortante visione del lavoro dissacrato e scristianizzato, vogliamo, davanti al maestro del divino Apprendista, impegnarci a consacrare sempre il meglio delle nostre energie ai giovani lavoratori. Per loro siamo salesiani, per loro Gesù ha suscitato la nostra congregazione.

Ed ecco allora la seconda intenzione: che per intercessione di san Giuseppe, patrono dei lavoratori, e di don Bosco, patrono degli apprendisti, la congregazione salesiana e tutti i suoi membri conservino, anzi prendano una sempre più acuta coscienza della loro missione è responsabilità, e affrontino con sempre più coraggioso ardimento i gravi e urgenti problemi della gioventù lavoratrice, in una viva, operante, creatrice fedeltà allo spirito del fondatore.

  1. E finalmente, oltre che sacerdoti-educatori, noi qui siamo anche degli studiosi. Al nostro studio non può essere estraneo il lavoro: non solo perché lo studio oggi è il nostro lavoro; non solo perché il lavoro apostolico e manuale, nei sapienti limiti della legge, si accompagna ed alterna con lo studio, ma anche perché i multiformi e complessi problemi del lavoro devono essere presenti al nostro studio teologico, nel senso e nel modo indicato all'inizio.

È urgente che noi, in attesa che ordinamenti e programmi facciano sempre di più e di meglio anche in questo importantissimo settore della nostra formazione sacerdotale e salesiana, ci imbeviamo dello spirito e della dottrina di Cristo per ciò che riguarda il mondo del lavoro, sforzandoci anche di raccogliere, dalle discipline studiate e da opportuni complementi, le linee maestre di una solida teologia dogmatica e morale del lavoro, direttamente e ampiamente basata sui dati biblici, fedelmente ancorata al magistero ecdesiastico, sapientemente aperta ai problemi e [alle] situazioni del nostro tempo, atta a ispirare e fomentare potentemente le più valide ed efficaci soluzioni e realizzazioni per l'elevaz[ione] cristiana della classe operaia.

L'ultima intenzione di questa nostra preghiera comunitaria ed ecclesiale è appunto che s[an] Giuseppe impeti a noi tutti l'onore di portare un qualche contributo a rendere sempre più presente e operante nel mondo del lavoro il divino fermento di Cristo, affinché le masse operaie, deposti i falsi pregiudizi di una propaganda ingannatrice, ritornino al redentore del lavoro, al divino operaio, Gesù. Così sia!
062. San Giuseppe oggi
(Festa di san Giuseppe, 19/03/1962, Torino, Crocetta, cappella interna)38
Questa nostra assemblea eucaristica in onore di s[an] Giuseppe ci colloca nel cuore della chiesa, sul vertice del mondo. La chiesa ci presenta in s[an] Giuseppe la risposta cristiana ai più assillanti problemi che travagliano il mondo e la chiesa.

Tre sono le preoccupazioni che in questa vigilia conciliare pesano sul cuore di nostra madre, la s[anta] chiesa, e corrispondono ai tre titoli liturgici con cui essa onora s[an] Giuseppe: sposo, operaio, patrono del Corpo mistico.

[Il primo titolo liturgico: «sposo di Maria»].

  1. Situaz[ione]. Il primo titolo liturgico «sposo di Maria», ci apre davanti allo sguardo il conturbante spettacolo della famiglia. L'istituto matrimoniale è un ammalato molto grave, corroso dal cancro dell'immoralità. Pensate soltanto al libertinaggio prematrimoniale, all'epidemia quasi universale dell'onanismo coniugale (questa universale] congiura contro la vita), alla fiumana dilagante del divorzio (questa sfida delle nazioni] civili contro la legge di Dio). Vogliamo controllare il livello della moralità familiare? Consultiamo quei termometri eloquenti che sono la cronaca, gli spettacoli, la narrativa, la stampa periodica: è un torrente fangoso che sommerge da ogni lato la famiglia. Mettiamoci in un confessionale, e saremo lacerati dal dubbio se assolvere o respingere l'enorme maggioranza dei coniugi.
  2. Diagnosi. Alla radice del male c'è una concezione egoistica ed edonistica del matrimonio e dell'amore, concepiti come pura soddisfazione dell'istinto.
  3. Terapia. L'unica salvezza dunque sta nella concezione cristiana del matrimonio e dell'amore: il matrimonio concepito come sacro servizio di Dio e della chiesa, l'amore come donazione altruistica di sé all'altro per l'amore di Cristo.

(1) S[an] Giuseppe. S[an] Giuseppe, sposo verginale di Maria, se ben lo studiamo, incarna in sé perfettamente la concezione cristiana del matrimonio e dell'amore coniugale. Nessun matrimonio cristiano al mondo fu più santo e felice del suo, nessun amore umano fu più sacrificato e più tenero del suo.

38 Testo dattiloscritto, con aggiunte a mano.

Per questo la chiesa, affrontando senza sterili pessimismi l'immane problema della restaurazione cristiana della famiglia, si rifà a s[an] Giuseppe, «familiae columen».

  1. M[atrimonio]. Egli coi fatti dimostra che il matrimonio non è il comodo paravento della sfrenatezza sessuale, ma il divino e sacro mistero in cui Dio Padre effonde la propria fecondità creatrice e Cristo compie l'edificazione del suo Corpo mistico. È il prolungamento della creazione e il cuore della redenzione. E canale di grazia, scuola di santità, vivente e perenne eucaristia nel tempio della famiglia.
  2. Amore. S[an] Giu[seppe] dimostra con l'esempio che l'amore coniugale, se vuol essere gioioso e perenne, dev'essere sostanziato di castità, cioè di sacrificio, di mutuo rispetto, di perfetto dominio dei propri istinti. O è scala che porta a Dio, o è pendio che degrada verso l'abisso. O Gesù con la sua legge e la sua grazia è il vincolo infrangibile che unisce i coniugi (come fu per M[aría] e Giuseppe), oppure essi si uniscono soltanto per la loro infelicità terrena e per la loro perdizione eterna.

(2) Noi. Questo grida alto oggi la chiesa ai coniugi, presenta[n]do loro s[an] Giuseppe come modello. E a noi, sacerdoti educatori, rivolge un interrogativo preoccupato: Ci prepariamo convenientemente al grande compito di risanare la famiglia? Possediamo veramente quella luminosa visione cristiana del matrimonio che, trasmessa opportunamente, sarà la salvezza della castità giovanile e matrimoniale dei nostri fedeli?
[Il secondo titolo liturgico: «lavoratore e patrono dei lavoratori»].

  1. Situaz[ione]. Il secondo titolo liturgico con cui la chiesa onora s[an] Giuseppe, «lavoratore e patrono dei lavoratori», è una finestra spalancata sul mondo del lavoro. Qui le lacrime di nostra Madre [la chiesa] sono ancora più cocenti e più amare. I suoi figli più cari, i poveri, gli operai, se ne sono andati, sbattendo l'uscio di casa e accusando la vecchia madre di averli traditi, alleandosi coi ricchi e i potenti. Già un terzo dell'umanità è sotto il regime comunista, il quale sta avanzando paurosamente anche negli altri due terzi del mondo.
  2. Terapia. Il problema numero uno della chiesa nel secolo XX è certamente l'evangelizzazione del mondo del lavoro, il recupero delle masse operaie scristianizzate, l'instaurazione della giustizia sociale cristiana in tutti i settori, cioè l'attuazione coraggiosa e integrale del vangelo nella vita sociale. Non c'è altro mezzo per salvare il mondo dal materialismo dilagante. E questo, o si fa subito, oppure la battaglia è perduta, forse per secoli.
  3. S[an] Giuseppe. La chiesa lo sa, non dorme, ma prega, parla e opera. E addita l'umile operaio s[an] Giuseppe come l'incarnazione vivente del lavoro umano cristianamente riabilitato, come il modello di quella completa giustizia che dev'essere la base della convivenza sociale.

S[an] Giuseppe, lavorando e insegnando a lavorare al Figlio di Dio, è la vivente dimostraz[ione] che il lavoro umano non è una degradante schiavitù, ma una nobilissima collaborazione con Dio creatore e con Cristo redentore. Dopo che fu deificato dal sudore di Dio, il la[voro] è strumento sacro di redenzione, di santificazione e di salvezza. S[an] Giuseppe ci dice oggi che q[uan]to vi è di buono nel comunismo non viene da Carlo Marx, ma da Gesù] C[risto].

  1. Noi. E per noi, ecco un secondo interrogativo preoccupato della chiesa: Ci prepariamo convenientemente alla missione di evangelizzatori del mondo del lavoro, noi che per vocazione siamo chiamati ad essere i preti della gioventù operaia, gli apostoli del lavoro cristiano? Noi che siamo membri di una congregazione che per scopi, per stile e per opere, deve essere e rimanere nella chiesa autenticamente operaia e proletaria? Abbiamo questa indomabile passione ed ossessione per i problemi cristiani del lavoro? Conosciamo la dottrina sociale della chiesa, che dovremo domani annunciare e attuare?

[Il terzo titolo liturgico: «san Giuseppe patrono della chiesa»].

1. Situazione. Il terzo titolo liturgico, «s[an] Giuseppe patrono della chiesa», ci presenta un altro grave problema, che pesa oggi sul cuore di nostra Madre: il concilio, del quale il santo patriarca è stato proclamato ufficialmente patrono. Fra sette mesi i 2500 vescovi [e] prelati, venuti da tutti i continenti, entreranno solennemente nella basilica di s[an] Pietro per inaugurare questa grandiosa assemblea, che dovrà operare nella chiesa come una nuova Pentecoste. Per la prima volta nella storia della chiesa si riunisce un concilio che ha veramente le dimensioni del mondo, per la prima volta vi parteciperanno vescovi neri (una cinquantina) e vescovi gialli (un centinaio). Per la prima volta un concilio si propone di revisionare tutti i settori e [le] strutture della vita ecclesiastica. Veramente ecumenico, per i partecipanti e per gli scopi.

Due scopi principali il Papa ha affidato al concilio: un rinnovamento di tutta la chiesa all'interno, per riportarla al vangelo e più vicina ai bisogni del mondo d'oggi; un'apertura all'esterno, per avviare un dialogo coi fratelli separati, ín vista della sospirata unione di tutti i cristiani. Non quindi un concilio di unione, ma di preparazione interna ed esterna all'unione stessa. Preparazione interna mediante il rinnovamento della disciplina, dell'apostolato, della liturgia, della scienza ecclesiastica. Preparazione esterna, avviando un dialogo ufficiale e preparando in tutti i modi la via all'unione.

2. Terapia. Sono due compiti immani, che sgomenterebbero chiunque non avesse il coraggio divino di nostra Madre, (la chiesa). Ma essa non trema, perché ha con sé il suo Sposo, e il suo Spirito, e i suoi santi, tra i quali il suo fortissimo protettore s[an] Giuseppe. Patrono della chiesa in stato di concilio, che già una volta ha salvato e nutrito la chiesa nella persona del suo Capo, Gesù, e di sua madre, Maria.

Non solo patrono del concilio, ma anche ispiratore e modello. Infatti, osserviamo: il concilio, nelle intenzioni del Papa e nelle intenzioni dei fedeli, dovrà togliere al volto della chiesa ogni ruga di vecchiaia e ogni macchia di impurità, dovrà riportarla alle sue «linee pure, semplici, originali» (Giov[anni] XXIII). Lo Spirito Santo diffonde oggi in tutto íl Corpo mistico un bisogno generale di purificazione e semplificazione, cioè di ritorno alla purezza e semplicità evangelica: nella vita interiore ed esteriore della chiesa, nella predicazione, nella teologia, nella liturgia, e perfino nelle espressioni esteriori dell'autorità e dell'amministrazione ecclesiastica.

Ora non è proprio s[an] Giuseppe l'incarnazione genuina della purezza e semplicità evangelica? In lui non c'è l'ombra di sfarzo, di lusso, di pompa, di potenza mondana. Tutto in lui è evangelicamente puro, modesto, semplice. Egli si troverebbe a disagio, ricoperto del manto regale di Erode, o anche solo armato dei sottili cavilli dei rabbini del suo tempo e di ogni tempo.

«Tornate al vangelo!», ci ripete s[an] Giuseppe. Soltanto nel vangelo la chiesa ritroverà se stessa, ed insieme ritroverà anche i suoi figli separati, e perfino i suoi figli traviati dal comunismo. Poiché, se un giorno ci sarà il grande incontro tra39 l'occidente e l'oriente separato, c'incontreremo soltanto nel vangelo, amato, studiato, attuato. Non c'è altra via per l'incontro. Il vangelo: ecco tutto.

39 Nell'originale: con.

E qui sorge per noi l'ultimo interrogativo: Che cosa facciamo per il concilio (come individui e come comunità sacerdotale)? Vogliamo proprio che tutto si faccia senza di noi, senza la nostra cooperazione di preghiera, di azione, di sacrificio? Per millenni si parlerà del Vaticano II, e proprio noi, i fortunati contemporanei, i preti del concilio, vogliamo restare assenti e indifferenti? È certo che il concilio sarà fruttuoso, ma non è detto che lo sarà nel grado che Cristo e la chiesa aspettano. Questo dipende anche da noi.4°
Concludiamo. Questa nostra assemblea eucaristica in onore di s[an] Giuseppe ci colloca nel cuore della chiesa, sul vertice del mondo. Alleggeriamo il cuore di nostra Madre dei tre grandi pesi che oggi lo opprimono: la famiglia, il lavoro, il concilio; e mettiamoli nelle mani di s[an] Giuseppe, sposo di Maria, modello dei lavoratori e patrono del concilio, «ut quod possibilitas nostra non obtinet, eius nobis intercessione donetur». Amen.
40 È convinzione comune che don Quadrio abbia offerta la propria vita per il buon esito del concilio. «Poche ore prima di entrare in corna e di iniziare l'agonia, parlò del concilio» (E. Valentini, Don Giuseppe Quadri() modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 185).
063. San Lorenzo
(Festa di san Lorenzo, 10/08/1958)
Il sacerdote indossa i paramenti rossi, non verdi. Il rosso nella liturgia è simbolo del sangue versato per Cristo.

Oggi 10 agosto, la chiesa celebra la festa di s[an] Lorenzo, uno dei martiri più insigni della chiesa romana.

La singolarità e l'atrocità del suo martino ne ha[nno] fatto uno dei santi più popolari, come dimostrano le moltissime chiese dedicate in suo onore.

Il suo martirio avvenne esattamente 1700 anni fa, il 10 agosto 258,41 nella persecuzione di Valeriano.

Valeriano nei primi anni di governo non solo non perseguitò i cristiani, ma ne ammise molti nel suo palazzo per i vari servizi. Però, trovandosi l'erario dello stato in estrema miseria, pensò di rimpinguarlo, mettendo le mani sui beni dei cristiani. Ci voleva tuttavia un pretesto per agire. Ordinò che vescovi, preti e diaconi offrissero [in] sacrificio agli dei dello stato, pena l'esilio con relativa confisca dei beni, o addirittura la morte, se si trattasse di cristiani influenti. [Furono] proibite le adunanze cultuali sotto pena di morte. La comunità romana trepidava.

La mattina del 6 agosto 258 una coorte di soldati piombò sulle catacombe della via Appia, bloccò le entrate, fece un'irruzione a mano armata, sorprese i cristiani a celebrare i divini misteri, e per direttissima [si] passarono a fil di spada i capi dell'assemblea, cioè il vecchio papa Sisto II e i quattro diaconi che lo assistevano.42 Così la chiesa era rimasta senza pastori: si prevedeva lo sfacelo.

Però, al momento dell'irruzione, non era presente o comunque sfuggì all'eccidio il primo dei diaconi, un giovane assai apprezzato nella comunità romana per la sua inesauribile vena di umorismo e per la sua abilità amministrativa.

Era, come dire, l'amministratore delegato dei beni ecclesiastici, destinati al sostentamento dei poveri e al servizio del culto.43
41 Nell'originale: 268. Subito sotto 258.

42 Cf. 0 067.

43 Inizia qui una frase non conclusa: 11 futuro papa (Callisto, Sisto)...

Egli comprese subito che anche per lui era finita, perché ormai, morto il Papa, era rimasto a capo dei cristiani di Roma e perché era custode dei beni della chiesa. Pensò subito a mettere in salvo questi. Chiamò tutti i cristiani poveri dei rioni romani e distribuì loro tutto ciò che rimaneva nella cassa della comunità e attese che venissero ad arrestarlo. La polizia romana non si fece aspettare."
Ai perquisitori che, dopo aver frugato dappertutto, gli intimarono di consegnare i tesori della chiesa: «Eccoli — disse additando i poveri —, eccoli i nostri tesori: prendeteli!».

Il prefetto della città, q[uan]do conobbe la beffa, sentenziò: «Sia arso vivo! Se però rinnega Cristo, sia libero». Era la pena capitale insieme e la tortura per estorcere l'abiura.

Ma Lorenzo, che non aveva tradito i beni della chiesa, non tradì il sommo bene, che è Cristo. Steso su una graticola, venne arso a fuoco lento. Bastava che dicesse una parola, e il tormento sarebbe cessato. Ma egli resistette fino all'ultimo, fedele a Cristo e alla fede. Né perdette il suo umorismo: «Senti — disse al carnefice —, voltami, che da questa parte credo di essere cotto abbastanza!» («Assum est, versa et manduca!»).
Le sue ceneri furono dai cristiani sepolte nell'agro Verano, fuori le mura. Neí primi decenni del IV secolo, finite le persecuzioni, Costantino vi costruì la celebre basilica, che oggi ancora ammiriamo.

  1. La chiesa non muore. Perseguitata rinasce. Fino alla fine del mondo. [Gesù ci ha preavvisati]: «Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi». [Nella persecuzione e nella vittoria, la chiesa è il] prolungamento di Cristo.
  2. Il cristianesimo è una religione di eroismo, di coerenza, di forza, d'amore, non di accomodamenti, di compromessi, di mediocrità, di paura.
  3. [Preghiamo per ottenere la] forza nella fede per tutti i perseguitati, gli incarcerati, i giudicati.

«[O Signore, donaci il coraggio di] superare l'incendio delle passioni, tu che hai dato a Lorenzo la forza di superare la fiamma dei tormenti».

44 Nell'originale: attendere.
064. [La chiamata di Matteo]
(Festa di san Matteo apostolo, 21/09/1958?, aspiranti?)
Anche in questa occasione,45 come [nel]la domenica scorsa, la liturgia della messa ci presenta non il vangelo domenicale, ma quello della festa di s[an] Matteo, che ricorre appunto oggi.46
È una delle pagine più suggestive nella sua semplicità e discrezione: l'incontro di Gesù con Matteo. Se è vero che ogni pagina del vangelo è eterna, vale per i secoli, e gli uomini di ogni tempo vi possono leggere la loro storia, oh, non ci vedremo noi raffigurati in Tiesta pagina del vangelo, noi con la storia segreta della n[o]s[tra] vocazione?
Avete mai trovato una pagina del vangelo, in cui non si parli di amore, di misericordia, di compassione? Inginocchiate davanti a lui vediamo tutte le miserie umane, tutte le malattie, tutte le sventure. E Gesù con infinita compassione sana tutti, sana le anime e [i] corpi.

Oggi è la volta di un'anima estremamente ammalata e che tutti sapevano essere piena di miserie. La gravità della malattia fa risaltare la bravura del medico. Benché in quei giorni fossero tante in Israele le anime inferme e gli spiriti guasti, esisteva una classe di anime, la cui infermità era a tutti in modo speciale nota, argomento per tutti di schifo e di disprezzo. Tali erano, agli occhi di tutti, i pubblicani o gabellieri. Dagli scrittori contemporanei sono descritti come uomini di mala vita «quorum vita mala». «Telones — dice uno storico di allora — omnes fures et latrones»: i gabellieri sono un'accozzaglia di ladri e di briganti.

Essi dovevano riscuotere i tributi e le tasse e fare il servizio di dogana, invigilando sulle compre e vendite, sulle importaz[ioni] ed esportazioni, sulla pesca, sulle merci. C'erano probabilmente le tariffe fisse per tutto ciò, ma i doganieri erano tristemente famosi per le ingiustizie, le vessazioni, le angherie, lo strozzinaggio con cui succhiavano il sangue dei poveri. In omnibus telonibus47 fremet mala bestia.
La loro vita faceva vergogna e orrore a tutti; erano per strada segnati a dito come grandi peccatori. Dire «pubblicano» era lo stesso che dire anima perduta. Una di queste anime perdute si trova oggi a tu per tu col Signore.

45 Nell'originale: oggi.

46 Testo stilato in matita. Nel 1958 il giorno di san Matteo cade in domenica, insieme con la memoria dei Dolori della vergine Maria. Nella domenica precedente si era celebrata la festa della santa Croce (cf. 0 035). La stessa coincidenza si era ripetuta nel 1952. La grafia fa ritenere più probabile la prima ipotesi.

47 Il sostantivo telò, -onis, di importazione greca, non si riscontra nella latinità, se non in epoca tarda.

Si chiamava Levi ed era doganiere a Cafarnao, cioè in una delle dogane fra le più fruttuose e pingui della Palestina." Questo privilegio le veniva dal luogo in cui si trovava: alla frontiera fra due stati. Riscuoteva quindi le imposte di importazione ed esportazione; la tassa di pedaggio sulla via di Damasco, il dazio su ogni genere di pesca sulle acque del lago di Genezaret.

Ci par di vederlo questo Levi, figlio di Alfeo, seduto al suo banco di dogana a ricevere pagamenti, a rilasciar ricevute, attirandosi da quei che pagavano le imposte maledizioni ed esecrazioni certo più numerose dei danari lasciati sul banco.'" Forse egli conosceva già Gesù di fama, o anche di persona, e nutriva venerazione per lui. A Cafarnao e nelle vicinanze Gesù aveva già operato miracoli, per cui, a ragione, possiamo dire con s[an] Gerolamo: «Nullum dubium quod miracula vidisset»," nessun dubbio che abbia visti i miracoli. Forse nutriva pure una certa invidia per i discepoli di lui, poveri ma benedetti e amati dal popolo, mentre egli, con i suoi mucchietti di argento allineati sul banco, era squadrato dalla gente come un cane rognoso.

Forse più di una volta avrà paragonato se stesso a Gesù e avrà detto: «Io spoglio il popolo e non faccio altro che derubarlo, mentre lui non fa altro che del bene».

Forse in quella mattina, in quel momento, Levi, seduto al suo banco, col viso fra le mani, era sprofondato in questi pensieri, quando Gesù per caso passò davanti al suo sgabuzzino. Per caso? Oh, no, miei cari. Nella storia della grazia e delle anime niente avviene a caso, ma tutto è divinamente predisposto e calcolato. Un giorno anche i casi della nostra piccola storia ci appariranno come fili d'oro di quel magnifico tessuto che Dio sapientemente ha ordito da tutta l'eternità.

Quando Levi alzò [la] testa dai suoi registri e dai suoi cupi pensieri, si trovò faccia a faccia col Maestro. Gli occhi s'incontrarono, si guardarono a lungo in silenzio. Quanta dolcezza, quanta profondità, quanta forza ed efficacia in quello sguardo divino! Levi sentì tutta la sua anima frugata irresistibilmente fino in fondo da quegli occhi, sentì il suo cuore scrutato, conosciuto, compreso, e in quelle pupille amorosamente scorse il lampo abbacinante della divinità, e credette: credette che l'uomo di Nazaret non era un uomo come gli altri.

48 Nell'originale, mutando foglio, la frase è ripresa in forma anacolutica.

49 Espressione ripresa da G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Torino 1950, p. 362. Altre notizie dell'omelia risentono della stessa fonte (passim).

50 «... cum tantae virtutes tantaque signa praecesserint quae apostolos ante quam crederent vidisse non dubium est» (Comm. in Math. 1,9 = SC 242,170).

«Levi», disse Gesù. Oh, non sarà trasalito di gioia incontenibile al sentire il suo povero, piccolo nome risuonare sulle labbra di Dio? Al sentirlo pronunciare con tanto amore, con tanta comprensione, con tanta compassione, quel suo nome odiato e malfamato? [Non avete mai fatto caso], come fra anime fortemente e profondamente affezionate ci sia un modo inaf[f]er[rabile],5' [un] tono, un'arte speciale di chiamarsi? Gesù doveva possedere squisitamente quest'arte, se gli evangelisti costantemente ne conservano le tracce.

«Levi, vieni con me!». Quell'invito fu [come una] scintilla caduta su materia infiammabile.

«Vengo!», rispose. E, chiusi i registri, alzatosi dal banco, lo seguì. S[an] Luca aggiunge un particolare: «lasciata ogni cosa». Non mise neppure in tasca, nell'alzarsi, una manciata di quelle monete che erano allineate a mucchietti sul banco. Lo sguardo di Gesù l'aveva affascinato.

I discepoli gli fecero largo, lo collocarono alla destra del Maestro, facendogli festa e felicitandolo per la pronta corrispondenza alla [sua] chiamata.52
Questa è la storia della vocazione di Levi. Ognuno di noi (non è vero?) avrebbe la sua storia da raccontare: invece di Cafarnao il nostro paese, invece del banco di gabelliere i nostri banchi di scuola. Ma" sempre per tutti lo stesso sguardo affascinante, lo stesso invito irresistibile: «Sequere me, vieni con me». E siamo venuti, come Matteo.

La maggior parte di noi, come Matteo, non apparteniamo54 a famiglie nobili, discendenti da «magnanimi lombi», ma a modeste famiglie di operai, d'impiegati, di agricoltori: e di questo non dobbiamo arrossire, ma gloriarcene, perché a chi ci calunnia oggi come nemici del popolo noi possiamo dire con legittimo orgoglio: «No, non siamo degli intrusi, degli estranei, ma siamo dei vostri, usciti dalle vostre case, dai vostri campi, dalle v[o]s[tre] officine. Abbiamo mangiato il v[o]s[tro] pane duro, povero, ma onesto».55
51 Frase ricostruita, tenendo presenti le cancellature.

52 Nell'originale: chiamata del Maestro.

53 Nell'originale: ma però. Il sintagma che segue, «magnanimi lombi», è una reminiscenza di Giuseppe Parini, Il giorno, Proemio, v. 2.
54 Nell'originale: apparteneva non.

55 Lo stesso pensiero ricorre nell'omelia pomeridiana del giorno di prima messa a Vervio, il 20 luglio 1947 (E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 93).

Dai campi all'altare noi poveretti ci sentiamo in cuore gli stessi sentimenti di s[an] Matteo e come lui diciamo al Signore: «Signore, che cosa fai? Se nel tuo regno hai bisogno di anime eroiche e fiamm[eggi]anti di amore, capaci delle tue grandi imprese, eccoti Paolo, Domenico, Francesco, Filippo, d[on] Bosco. Ma quando nel tuo regno tu voglia un poveretto, un buono a nulla, se qualche volta avrai bisogno di uno svogliato, di un pigro, di un vile, di un imbecille, o Signore, ci sono sempre io, e puoi contare su di me».

Abbiamo imitato s[an] Matteo nella chiamata. Imitiamolo nella corrispondenza alla chiamata. L'importante non è essere aspiranti, essere sacerdoti, essere missionari, ma essere santi.

Strana somiglianza.

Il Papa da s[an.] Pietro ha proclamato: «O con Cristo, o contro Cristo». Non ci possono essere neutrali.56
56 Segue: «Siamo». L'omelia è dunque sospesa.

065. Regola vivente
(Memoria del beato Michele Rua)
[I. Regola vivente].57
La pietra di paragone per giudicare delle case e delle opere salesiane, nonché dei vari confratelli, era per d[on] Rua l'osservanza delle regole. Compreso della necessità e del valore della regolarità religiosa, sia nell'andamento generale, sia nella condotta individuale, aveva quasi occhio di lince nel ravvisare le infrazioni anche più minute e, con delicatezza ispirata a bontà, ma con la risolutezza di chi compie un sacro dovere, interveniva pronto dovunque occorresse, né perdeva di vista l'oggetto dei suoi richiami, fintantoché non fosse sicuro che l'avvertimento aveva raggiunto l'atteso risultato.

Il concetto che aveva della regola non poteva consentirgli compromessi di fronte all'obbligo dell'osservanza; poiché egli considerava la regola, secondoché la descrive in una circolare, come «il libro della vita, il midollo del vangelo, la speranza della nostra salvezza, la misura della nostra perfezione, la chiave del paradiso (il patto di alleanza fra noi e Dio)» (s[an] Francesco d'Assisi).

La presentava così agli altri, perché così l'aveva sempre vissuta. Quella che, con termine oggi molto in voga, chiameremmo la spiritualità di d[on] Rua, sembra essere stata definita da d[on] Bosco, quando affermò del suo vicario che era la «regola vivente».

L'as[s]erzione del santo mirava certamente allora a una regola in concreto, alla regola salesiana, che d[on] Rua non solo conosceva a menadito nella lettera e nello spirito, ma che praticava pure con tanta fedeltà, da farne quasi la vita della sua vita... A sì esemplare regolarità l'aveva preparato e condotto un'idea, balenatagli allo spirito, non appena questo gli si aperse all'aspirazione verso la santità. Egli infatti sentì, dap[p]rima per intuito soprannaturale, e poi comprese, per via di riflessione, che nell'Oratorio, dove entrò fanciullo, gli articoli del regolamento non andavano riguardati come coercizioni o costrizioni della libertà, ma come indicazioni della volontà di Dio, la quale si deve cercare, amare e seguire da chi brama veramente di piacere a lui e santificarsi...

57 Testo su pagina dattiloscritta. Non fu certamente un'omelia, ma forse una conferenza, perché don Rua fu beatificato il 29 ottobre 1972. L'indicazione di «memoria» è per il lettore di oggi.

[11.] Regola e volontà di Dio.

Scrisse monsignor] Costamagna: «Io lo conobbi fin da quando era chierico, e vi so dire che l'ho sempre visto quale egli è adesso».

E, in generale, sullo spirito informatore della sua vita spirituale, attesta d[on] G. Barberis nei processi: «Bisogna essergli stato familiare cinquant'anni per comprendere di poter dire che non muoveva un dito senza essere persuaso che quel movimento piacesse al Signore e che era il più conforme alla volontà di Dio».

Né, per raggiungere tale persuasione, aspettava rivelazioni o ispirazioni particolari: gliela forniva di per sé la regola, che osservò quindi fino all'estremo respiro, financo in circostanze nelle quali nessuno si crederebbe obbligato di fare altrettanto. A d[on] Rinaldi nell'ultima malattia [disse]: «Lasciami osservare i precetti della chiesa: [il santo] digiuno quaresimale». [Si attenne scrupolosamente all'impegno della meditazione riassunta [fino] alla vigilia della morte.

D[on] Rua senza dubbio potrebbe essere candidato a quella sommaria canonizzazione, che Benedetto XIV riservava a quel religioso di cui si potesse provare l'osservanza esatta delle sue regole con le debite disposizioni interne; poiché il maggior miracolo che possa fare un religioso è di osservare perfettamente le sue regole. Qui regulae vivit, Deo vivit...
Questa vita (interiore) risiede soprattutto nell'unione con Dio. Senza adoperare né insegnare metodi complicati, d[on] Bosco e d[on] Rua praticarono tale unione così come ci è insinuata nel Pater noster, dove chiediamo al Signore la grazia di fare in tutto e sempre, cioè in ogni atto della nostra vita, la sua santa volontà. Dunque abituale unione di volontà con Dio «perché la nostra vita spirituale consiste nell'eseguire questa volontà, per la quale esecuzione Dio vive e regna in noi e ci fa vivere e sussistere in sé» ([san Francesco di] Sales).58
Paradiso mio, volontà di Dio.

58 Cf. Annali della Società] S[alesiana], vol. H, pp. 743-746.

066. San Pietro
(Festa di san Pietro, 29/06/1954?, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Miei fratelli, la santa chiesa di Dio celebra oggi il martirio del suo primo papa, s[an] Pietro, la pietra fondamentale su cui Cristo ha edificato la sua chiesa. È bello che, proseguendo il nostro studio sull'art[icolo] del Credo che riguarda la chiesa] cattolica,59 noi rileviamo oggi uno dei tratti caratteristici della vera chiesa di Cristo, e cioè che essa è fondata su P [ietro] .

La rude e maschia figura di questo pescatore di Galilea, elevato da Cristo al rango di supremo timoniere della barca della chiesa, è, dopo Cristo, la figura più poderosa e affascinante di tutta la narrazione evangelica, ed occupa, dopo Cristo, il posto più importante nella chiesa. Carattere generoso, pronto e ardente fino all'impetuosità, appassionato di Cristo fino ad abbandonare, per seguire lui, le reti e la barca della sua professione di pescatore, la sua casa di Betsaida, dov'era nato, in riva al suo caro lago di Tiberiade, il vecchio padre Giovanni detto Giona, e la giovane sposa, a cui da poco tempo si era unito in matrimonio. Si era messo con Cristo, divenuto il suo fascino, la sua passione, il suo unico amore ideale, il suo unico e il suo tutto per sempre!
Miei fratelli, le mie parole sono inferiori a descrivere la generosità di quest'uomo. Perché non lasciamo parlare il vangelo, gli evangelisti che lo conobbero personalmente, che gli furono compagni ed amici, che furono testimoni degli avvenimenti, o che almeno li sentirono narrare dalla sua stessa bocca? Lasciamo a loro la parola, nella loro scarna, sobria, lucida semplicità, segno inconfondibile di veridicità. Scegliamo cinque60 quadri.

Primo quadro. Il primo incontro del giovane pescatore di Betsaida col Messia Gesù] C[risto] ci è narrato da un testimone oculare, da s[an] Giov[anní] evangelista, che era pure nativo di Betsaida e che gli era amico d'infanzia.

59 Don Quadri() accenna alla spiegazione del Credo, tenuta durante l'anno liturgico 1956/1957 e scritta su due quadernetti. Il secondo termina con il Corpus Domini del 1957 (7 giugno). L'accenno, che compare sull'angolo destro della pagina, è certamente un'aggiunta successiva ad una stesura più antica. Il richiamo alla recente scoperta della tomba dell'apostolo potrebbe spostare indietro la data. Il radiomessaggio di conferma di Pio XII è del Natale 1950. I fogli impiegati, che riutilizzano le bozze di un volume di algebra suggeriscono di collocare l'omelia tra il 1954 e il 1956.

60 Nell'originale: quattro.

Nel primo incontro Gesù capì, ammirò, amò quel giovane non ancora trentenne dallo sguardo ardente e generoso. E gli mise un soprannome: «Ti chiamerai Cefa». Nella lingua aramaica, parlata da Gesù, Cefa significa «roccia, macigno, pietra». Noi per ragioni linguistiche diciamo, al maschile, Pietro. L'occhio antíveggente di Gesù aveva previsto che Pietro sarebbe stato la pietra fondamentale del suo regno spirituale, la chiesa.

Secondo quadro. La vocazione definitiva di Pietro all'apostolato avvenne qualche tempo dopo, sul lago di Tiberiade, tanto caro a Pietro e a Gesù. Ecco la scena, come è narrata dall'ev[angelista] Luca nel cap[itolo] quinto del suo vangelo. Da quel giorno Pietro fu pescatore di uomini. Dalla rete all'evangelo, dallo stagno di Tiberiade all'oceano del mondo: sempre pescatore, prima di pesci e poi di uomini.

Terzo quadro. La solenne investitura di Pietro come capo supremo della chiesa cattolica avvenne a Cesarea di Filippo. Fu una giornata memorabile. Gesù aveva deciso di dare alla sua chiesa un capo supremo che la governasse con pieni poteri, come suo luogotenente o vicario sulla terra. Ecco come uno dei testimoni oculari ci riporta l'avvenimento, s[an] Matteo, [nel] cap[itolo] sedicesimo del suo vangelo, che è il brano evangelico della messa di oggi.

L'occhio di Gesù si posava sulla massiccia costruzione che Erode aveva fatto edificare6' sulla roccia che sovrasta Cesarea di Filippo.

  1. Dunque s[an] Pietro è costituito da Cristo roccia e fondamento della sua chiesa. Come il fondamento regge tutto l'edificio e lo rende solido e stabile, così Pietro regge tutta la chiesa di Cr[isto], e con la sua autorità la rende solida e stabile in perpetuo.
  2. Pietro ha le chiavi del regno. Presso gli ebrei avere le chiavi di una città è [sinonimo di] esserne sovrano e capo. I vinti consegnavano al vincitore le chiavi della porta principale della città e con questo atto cedevano loro i[1] governo della città.
  3. Pietro può legare e sciogliere, cioè sovranamente decidere ogni questione, a nome e con l'autorità di Dio stesso, che [il] cielo ratificherà sempre ciò che Pietro ha deciso sulla terra.
  4. 61 Nell'originale: costruire.

Quarto quadro. Il rinnegamento. [Siamo alla] sera dell'istituz[ione della santissima] euc[aristia], del sacerdozio, [della dignità di] vescovo. [Gesù dà a Pietro l]' avvertimento [che lo avrebbe] tradito e [che egli sarebbe stato] condannato. Lui, che non aveva tremato davanti ai soldati del sinedrio, fu vile davanti ad una servetta... [Confesserà più tardi con umiltà]: «Io l'ho negato: ho giurato e spergiurato di non averlo mai visto!».

  1. [Gesù ha voluto consegnare le] chiavi del perdono ad uno che ha provato la lacerante vergogna della caduta,
  2. [perché egli provasse più facilmente] commiserazione] verso le anime cadute: tutti possono cadere.
  3. Qualunque cosa ci sia capitata, Cristo ci attende. Un suo sguardo e le nostre lacrime [si incontreranno nel perdono].

Quinto quadro.62 Dopo la risurrezione, Cristo conferma e specifica i poteri supremi conferiti a Pietro, costituendolo nuovamente supremo pastore di tutto il gregge cristiano, cioè di tutta la chiesa. In questa occasione Gesù precisa di qual genere sia l'autorità conferita a P[ietro]. Non [è stabilito capo] per dominare, ma per servire; non per opprimere, ma per salvare: [l'autorità secondo Gesù è] un'autorità che si esplica in un solo modo, «amando»!
La scena è descritta con vivezza di particolari da s[an] Giov[anni] nell'ultimo capo del suo vangelo. Siamo sempre sul lago di Tiberiade. Pietro aveva pescato con gli altri. Gesù appare loro sul far del mattino. Mangia in silenzio con loro del pesce abbrustolito, pescato di recente. Poi, tra lo stupore attonito degli altri, dice a Pietro: [«Mi ami?»].

Prima domanda.

Pietro non esita un istante. Ricorda il primo incontro con Gesù, ricorda la pesca miracolosa, la notte della trasfigurazione, i tre anni di dolce intimità, le dolcissime confidenze, le inebrianti preferenze. «Sì, Signore, tu lo sai che ti amo».

Seconda domanda.

Pietro si turba. Forse il Maestro non gli crede? Come non richiamare alla mente63 la notte del tradimento, il cui ricordo incombe come una buia cappa di piombo sul suo povero cuore? Tre volte l'ha negato. Come oserà dirgli che l'ama? Eppure sente che lo ama. «Sì, Signore, tu sai che ti amo».

Terza domanda, implacabile.

Stavolta Pietro non ne potè più...

Nel segno dell'amore [egli dunque] fu costituito capo della chiesa.

62 Nell'originale: IV quadro. Il quarto quadro precedente è stato aggiunto in un tempo successivo alla primitiva stesura.

63 Nell'originale: ricordare.

Non il puro o santo vergine Giovanni, ma Pietro il peccatore fu costituito padre di quella grande famiglia che [è formata dalla] santa famiglia dei peccatori e dei caduti. Per nostra con[solazione].

Poi la predizione del martirio che, trent'anni dopo, egli avrebbe subito a Roma sotto Nerone, sul colle Vaticano, ove sarebbe stato crocifisso come il Maestro, e dove il suo glorioso sepolcro è stato recentemente ritrovato sotto l'altare centrale della basilica vaticana, esattamente al centro dell'area, oggi coperta dalla cupola michelangiolesca.

Quel luogo sacratissimo, il più sacro dopo il Calvario, è stato fissato da Dio come il centro della chiesa cattolica, il cuore del cristianesimo, la casa paterna di tutti i fedeli, la patria dei credenti. Là sono rivolti gli occhi, là oggi gravitano gli animi.

Sul colle Vaticano, ove giace la tomba di Pietro, Pietro vive nei secoli, nella persona dei suoi successori. Cristo infatti ha voluto che la sua chiesa fosse perenne e indistruttibile come è lui stesso. Perenne dunque e indistruttibile è anche la roccia su [cui] Cristo l'ha fondata. Ora la persona fisica] di Pietro è morta, ma la sua autorità resta, perenne e indistruttibile q[uan]to la chiesa, perché viene trasmessa per volontà di Cristo a coloro che succedono a Pietro nel governo della chiesa di Roma, cioè i romani Pontefici.

Cristo ieri, oggi e nei secoli, nella persona del suo vicario! Chi è ancorato alla roccia di Pietro è sicuro di essere unito a Cristo. Chi abita nella casa fondata su Pietro è sicuro di essere nella chiesa di Cristo. Chi cade nella rete di Pietro è sicuro di essere nelle mani di Cristo. Chi si trova nell'ovile di Pietro] è certo di essere un agnello di Cristo.

All'interrogativo «Quale tra le chiese che si dicono di Cristo sia la vera», la risposta è perentoria: «Quella, e quella sola, che ancora oggi è governata da un capo supremo, vicario di Cristo, successore di Pietro. Dov'è Pietro, ivi è la vera chiesa». Ma solo la chiesa cattolica, tra tutte, è oggi governata da un capo supremo, vicario di Cristo, successore di Pietro. Solo in essa una ininterrotta successione di Pontefici (l'attuale è il duecentosessantunesimo), ci ricollega direttamente a Pietro e, in Pietro, a Cristo. Dunque solo la chiesa cattolica è la vera chiesa di Cristo, perennemente fondata su Pietro.

Su quella tomba rechiamoci ora in spirito, insieme a tutti i credenti e, prostrati davanti alla cattedra indefettibile di Pietro, rinnoviamo la professione della nostra fede, di cuí egli è stato e rimarrà nei secoli testimone, fondamento e maestro infallibile.

È con infinita gioia ed orgoglio che, celebrando oggi il martirio di s[an]
Pietro, primo papa, noi possiamo con tutta la chiesa ripetere le immortali parole del grande Ambrogio, vescovo di Milano: «Dov'è Pietro, ivi è la chiesa; dov'è la chiesa, ivi è Cristo; dov'è Cristo, ivi è la verità e la vita eterna!».64
64 Expositio in Ps. XL, par. 30 = PL 14,1134b.

067. San Sisto [papa e martire]
(Festa patronale di san Sisto, 06/08/1956, Savoulx, chiesa di san Sisto)
La cara solennità, che oggi devotamente celebriamo, ci richiama ad una delle pagine più gloriose e più tragiche della st[oria]. Era il 6 agosto dell'anno 258. L'imperatore romano Valeriano aveva scatenato in tutte le provincie dell'impero una crudele e sanguinosa persecuzione contro i cristiani, col proposito di distruggere completamente quella che egli riteneva una setta superstiziosa e pericolosa per la sicurezza dello stato. Vescovi, sacerdoti e cristiani venivano denunziati e trascinati davanti ai tribunali, costituiti appositamente in ogni centro. Ognuno era invitato [a] rinnegare Cristo e [a] sacrificare incenso agli dei pagani: se accettava, riceveva un certificato e veniva lasciato in libertà; se rifiutava di sacrificare l'incenso agli idoli, veniva condannato a morte e giustiziato il giorno stesso.

A Roma lo sgomento invase i fedeli. Il vecchio Pontefice, scoppiata la persecuzione, radunò clero e fedeli nella catacomba di s[an] Callisto sulla via Appia, fuori le mura della città. Là, accanto alle tombe dei martiri, morti nelle persec[uzioni] precedenti, il pio vegliardo esortò tutti alla fortezza e alla fedeltà a Cristo, e poi celebrò i divini misteri alla luce fioca delle fiaccole, che diradavano l'oscurità delle catacombe.65
Quel papa era colui a cui è dedicatata questa chiesetta alpina e "del quale oggi celebriamo la festa: era Sisto
Egli era nato in Grecia, ad Atene, da nobili genitori pagani. Cresciuto nel paganesimo, divenne ben presto un filosofo rinomato. Conosciuta la verità cristiana, la studiò con interesse, l'abbracciò con passione e la difese con vivacità. Venuto a Roma, si iscrisse nella milizia sacerdotale e, alla morte del papa Stefano, fu eletto come suo successore sulla cattedra di Pietro. Era papa da quasi un anno, quando avvennero le cose che stiamo narrando.

Mentre celebrava i divini misteri e distribuiva ai fedeli il Corpo eucaristico] di Cristo come viatico per affrontare la persecuz[ione] e il martirio, ecco irrompere nelle catacombe, con le spade sguainate, un manipolo dí soldati romani, guidati da un cristiano rinnegato che aveva fatto la spia e tradito i suoi fratelli di fede. Alla luce delle torce, gli sgherri si spargono nei cubicoli, bloccano tutte le uscite, assalgono i fedeli.

65 Cf. anche 0 063, per san Lorenzo.

Il vecchio pontefice Sisto si fa avanti calmo e fiero nella maestà della sua canizie, come a scudo e protez[ione] dei suoi fidi, e dice ai soldati: «Ecco, io sono il loro capo. Colpite me, ma risparmiate questi innocenti».

I soldati lo arrestano insieme ai due diaconi Agapito e Felicissimo e a tre suddiaconi, e lo trascinano davanti al tribunale, perché rinneghi Cristo e sacrifichi incenso al dio Marte. Calmo e tranquillo Sisto si rifiuta, proclamando che rimane fedele a Cristo, unico vero Dio creatore del cielo e della terra. Similmente fecero i suo[i] cinque compagni. Allora, condottili fuori delle mura della città, li decapitarono, gettando il loro corpo nella grande fossa comune dei giustiziati.

Così i persecutori credevano d'aver per sempre cancellato dalla storia il nome di Sisto e di aver definitiv[amente] distrutto la religione cristiana, privandola del capo.

Ma né l'una né l'altra cosa avvenne.

I cristiani di Roma, di nottetempo, al fioco chiarore delle fiaccole, sottrassero il santo corpo di Sisto e dei suoi cinque compagni e, in solenne corteo, tra preci solenni, nel cuor della notte, lungo la via Appia, li trasportarono nelle catacombe e seppellirono il corpo del Papa martire nel luogo più venerando dell'antichità cristiana, nella cripta dei Papi nella catacomba di Callisto.

Quel sepolcro fu poi ornato da papa Damaso da una lapide, ancor oggi conservata sul luogo, nella quale sono narrate le gloriose vicende del martirio di Sisto.

Finite le persecuzioni e restituita la pace alla chiesa, parecchie chiese furono innalzate in suo onore, prima in Roma e poi in ogni parte del mondo. Il nome di Sisto è ancora vivo ed onorato ed invocato, e la chiesa ogni anno, al 6 di agosto, celebra solennemente l'anniversario del suo glorioso martirio.

Morto Sisto, la chiesa non fu distrutta, come speravano i persecutori. I cristiani di Roma elessero un altro papa, s[an] Dionigi, che raccolse l'eredità del predecessore.

Il tronco annoso della chiesa può essere percosso, ma giammai schiantato dalla bufera della persecuzione. L'ha detto Gesù con parole che non passeranno, perché divine ed infallibili: «Le potenze dell'inferno non prevarranno contro la chiesa. Io sarò con voi fino alla consumazione] dei secoli». «Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi.66 Non temete, io ho vinto il mondo».

66 Nell'originale: il mondo.

I nostri giorni non sono meno tristi di quelli del papa Sisto II. Anche oggi una crudele e diabolica persecuz[ione] si è abbattuta sulla chiesa in molte e vaste regioni del mondo: [essa viene sottoposta ad] una persecuzione molto più raffinata, scaltrita, subdola che quelle degli imperatori romani. Vescovi incarcerati e deportati a centinaia, sacerdoti trucidati e condannati ai lavori forzati a migliaia; fedeli oppressi e perseguitati a migliaia, solo perché fedeli a Cristo e alla sua chiesa. La chiesa soffre e noi non possiamo stare indifferenti. Noi abbiamo un triplice obbligo.

  1. Di pregare per i fratelli oppressi e perseguitati, perché Dio li fortifichi, li conforti e [li] liberi dall'oppressione. In questa messa, celebrata in memoria di Sisto martire, noi vogliamo fare come un ponte di preghiera che, trasvolando, giunga fino alle steppe sconfinate, ai campi recinti di reticolati, alle oscure e tetre prigioni, ai nascondigli in cui gemono tanti martiri della chiesa del silenzio, della chiesa in catene.
  2. Di ravvivare la nostra fedeltà: adesione" piena a Cristo e al suo vicario in terra, alla chiesa e alla sua dottrina, respingendo decisamente ogni idea o movimento che sia contro Cristo e la chiesa, che sia condannato dal papa, dai vescovi.
  3. Di sperare e credere nel trionfo immancabile della chiesa di Dio. Assistita da Cristo, la chiesa potrà perdere una battaglia, ma vincerà la guerra, e risorgerà sempre in tempo per seppellire i suoi persecutori. Muoiono i martiri, ma la chiesa resta, muoiono i persecutori, ma la chiesa] non muore. Dov'è la chiesa, ivi è Cristo. Cristo è la ris[urrezione] e la vita.

67 Lettura incerta.

068. Vidi turbam magnam
(Festa di Tutti i santi, 01/11/1947, Roma, Istituto san Leone Magno, Istituto Sacro Cuore: sciuscià)
Non avete mai visto68 la sfilata di un esercito vittorioso nel giorno della vittoria? A Parigi, dopo la prima guerra mondiale, erano convenute le divisioni delle nazioni vittoriose per la più imponente parata militare che la storia ricordi. Attraverso le vie affollate di gente, tra gli applausi e [i] fiori gettati da ogni balcone e da ogni finestra, sfilarono i soldati vittoriosi su file di dodici, ininterrottamente dalle nove del mattino fino alle quattro di sera. Sotto il grande Arco della vittoria passarono soldati inglesi, francesi, americani, italiani, iugoslavi, greci, con le loro armi e le loro bandiere, trofei della loro vittoria.

Anche la s[anta] chiesa di Dio ha le sue battaglie e le sue vittorie, anche la s[anta] chiesa di Dio ha un suo esercito vittorioso e la sua grande sfilata. Oh, non attraverso le vie di una città umana, sotto poveri archi di pietra, ma attraverso le luminose strade del paradiso, davanti al trono del Re dei re, sotto le arcate dell'eternità.

Era forse una chiara mattinata di autunno, quando il bianco vegliardo s[an] Giovanni, esiliato nella brulla ed inospitale isola di Patmos, si vide scomparire attorno gli scogli e la sabbia, e contemplò estatico, attraverso una squarcio di cielo, l'imponente sfilata dei campioni vittoriosi di Cristo davanti al trono del loro Re.

Sentite come egli narra la sua visione: «Ecco, io vidi sfilare davanti al trono di Dio una folla sterminata: dodicimila della [tribù di] Giuda; dodicimila della tribù di Ruben; dodicimila della tribù di Zabulon... Dopo di questi, vidi una innumerevole moltitudine, che nessuno poteva contare, uomini e donne, vecchi, fanciulli e bambini, di tutte le genti e tribù, di tutti i popoli e nazioni, vestiti di abiti bianchi, con le palme in mano. E poi si disposero in cerchio attorno al trono dell'Agnello immolato (come fra i petali di quella "candida rosa" cantata da Dante) e, inchinandosi verso
68 Predica tenuta da sacerdote novello presso i fratelli Maristi (Istituto san Leone Magno) e agli sciuscià, raccolti dai salesiani nell'Istituto del Sacro Cuore di via Marsala e in altri centri. Agli sciuscià don Quadrio si era dedicato già durante le vacanze estive del 1945.

L'omelia è stata pubblicata anche in E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdote, Roma 1980, pp. 104-105.

l'Agnello, gridavano a gran voce: "Salute al nostro Dio, [e] all'Agnello che siede sul trono! "».

Questo vide Giovanni apostolo nell'isola di Patmos. Ma qui nella nostra cappella, a pochi passi da noi (lo vedete?), è eretto il trono dell'Agnello. Tra pochi istanti, tra le mani di un povero prete, egli sarà qui sull'altare, non in immagine o in figura, ma nella sua viva e palpitante realtà, più vivo e più vero di quello che non lo sia io avanti a voi; vivo con la sua carne lacera, ancora sanguinante dalle ferite aperte; vivo col suo grande cuore che batte per noi; vivo ed invisibile, per non farci paura, ma che ci vede e ci conosce tutti uno per uno, dal primo fino all'ultimo banco: sì, ci conosce di faccia e di nome.

E volete che sia qui solo? Volete che non lo segua la sua corte d'onore? Oh, no! In questo momento, qui davanti al trono dell'Agnello, si danno convegno gli angeli e i santi del cielo, che seguono sempre l'Agnello dovunque va: «Sequuntur Agnum quocumque ierit».
Se i nostri occhi di carne potessero vedere gli esseri spirituali, anche noi, come s[an] Giov[anni], vedremmo una folla innumerevole e straboccante invadere ed assiepare la nostra cappella. È una schiera innumerevole, invisibile, silenziosa, che passa in mezzo a noi come un fruscio di ali leggère. «Oh, li lasci entrare, signor direttore. Non disturbano i santi!».

Vedete, in testa alla schi[era], i vecchi profeti del Vecchio Testamento, che hanno [letto e] svelato i segreti dei secoli futuri; e poi [ecco il glorioso] drappello degli apostoli, che hanno fondato la chiesa col loro sangue; l'immensa schiera dei martiri vestiti di porpora, purpurati martyres. Ci sono tutti, quelli sbranati dalle fiere nei circhi; quelli soffocati sotto la terra delle catacombe; quelli bruciati vivi sulle graticole (Lorenzo, Tarcisio, Stefano, Pancrazio, Agnese, Cecilia, Agata, Lucia) fino ai martiri recenti del Messico e della Spagna, fino alla piccola Maria Goretti. Ed ecco i papi, i vescovi, gli anacoreti del deserto e la candida schiera delle vergini. Oh, veramente beata la madre chiesa, fra i cui fiori non mancano né le rose, né i
69 Sant'Agostino, Serm. 304,3 = PL 38,1396.

Ma la turba innumerevole non è ancora finita. Dopo di loro, accanto a loro, ci siamo noi, loro fratelli, noi a cui scorre nelle vene lo stesso loro sangue divino. Davanti all'altare dell'Agnello è il convegno della chiesa tutta intera, trionfante e militante, da noi rappresentata, fuse insieme, e con Cristo, in un unico grande organismo vivente, che è il Corpo mistico di G[esù] C[risto]. Le nostre anime e quelle dei santi sono come tante gocce di un unico grande fiume; faville dello stesso divino incendio; ritmi della stessa divina armonia, la sinfonia incandescente delle anime; membra vive dello stesso corpo, il Corpo mistico di G[esù] C[risto].

Quando Napoleone sbarcò coi soldati in Egitto e, davanti al loro sguardo smarrito, si presentarono le colossali piramidi ultramillenarie, egli li elettrizzò, li suggestionò con una frase rimasta storica: «Soldati, dall'alto di queste piramidi quaranta secoli [di storia] vi guardano. Fatevi onore!». Cari giovani, seduti qui sui vostri banchi, in questo momento, voi vi sentite guardati da occhi invisibili. Non quaranta secoli di storia, ma tutta la corte celeste, migliaia e migliaia di santi vi guardano. Siate degni di questi vostri fratelli! E come? Facendovi santi come loro.

Farsi santi. Nella carestia di viveri, di abiti, di libri, il mondo soffre specialmente di una grande carestia di santi. Questo povero mondo è caduto tanto in basso. Sì, ci vogliono buoni legislatori, buoni educatori, buoni magistrati, buoni impiegati, ma soprattutto ci vogliono santi. Essi solo potranno salvare il mondo. «Datemi un punto d'appoggio, ed io vi alzerò il mondo», diceva Archimede. «Datemi un santo che serva come punto d'appoggio, ed io risolleverò il mondo», dice Gesù.

Ogni mattina, andando a scuola, passava per via Nazionale un ragazzino, tutto lindo e ben vestito, con la cartella dei libri sotto il braccio. Ad un angolo stava seduto un povero storpio col cappello in mano, supplicando: «Fate la carità...». E il bimbo deponeva sempre qualche lira. Gliele dava la mamma, prima di uscir[e] di casa, come premio della sua diligenza. Una mattina il bimbo, al solito invito, si fermò, ma non diede niente. Il vecchio lo guardava con i grandi occhi pieni di tristezza: «La mamma non mi ha dato niente oggi. Sono stato cattivo». E il vecchio: «Sia buono, signorino, sia buono. Ne ho tanto bisogno!».

Seduta sui margini della n[o]s[tra] strada, è l'umanità, la grande mendicante storpia che, stendendoci la mano, ci dice: «Siate buoni, siate santi. Ne ho tanto bisogno!».

Farsi santi! Ma allora bisogna chiudersi in convento, o andar nel deserto! E poi bisogna saper fare i miracoli... E poi flagellarsi a sangue, mangiare poco, bere solo acqua, pregare sempre, non ridere mai: niente pallone, niente sport, niente divertimenti! Ma è una cosa difficile, impossibile... Così pensava un ragazzo della vostra età, il quale, presentandosi a d[on] Bosco, piangendo gli diceva: «D[on] Bosco, io voglio assolutamente farmi santo. Ma non riesco». Si chiamava Domenico Savio. D[on] Bosco, ridendo, gli rispose: «Ma è una cosa molto facile. Basta fare bene tutti i propri doveri e poi stare molto allegri. Noi facciamo consistere la santità nello stare molto allegri».

Domenico Savio con questo solo mezzo a quindici anni si fece veramente santo, e presto lo vedremo sugli altari. «Piccolo, anzi grande gigante dello spirito», come lo chiamò il Papa.

«Stare molto allegri» per d[on] Bosco voleva dire avere e conservare in cuore la grazia di Dio, che è la gioia dell'anima; «stare molto allegri» vuol dire compiere volentieri, gioiosamente, per amore, tutti i piccoli doveri, dai compiti alle lezioni di scuola, dal silenzio alla puntualità, ovunque, fare tutti i giorni tutti i propri doveri con grande amore,7° con tutto il cuore, gioiosamente.

Scriveva il giovane Ernesto Psichari: «Sento che darò a Dio tutto ciò chi mi domanderà». Nota: «tutto». È così facile agire soltanto a metà: mezza generosità, mezza virtù, mezza volontà. Quanti fanno come i bambini che devono fare il bagno! Mettono dentro prima il dito, poi un piede, poi lo tirano fuori e si baloccano coll'acqua, invece di buttarvicisi dentro.

Se finora ci siamo baloccati sulla sponda della santità, oggi, oggi buttiamoci tutti interi, con tutta la buona volontà: «nunc coepi». Tutto si risolve in un po' di coraggio e un po' d'amore: coraggio per incominciare, amore per continuare.

Ricordate: la vita di un uomo dipende da alcuni «sì» detti nella propria giovinezza. Oggi è il giorno di dire «sì». Dal mancato «sì» di oggi potrebbe dipendere la mancata nostra santificazione. Ma non un mezzo sì, un sì incerto, tentennante, vago, un sì... bemolle; ma un sì gagliardo, forte come un[o] squillo, un sì che rimanga fermo nella vita come quei paracarri che seguono la strada, un sì che vi accompagni fuori di chiesa, in cortile, in iscuola, a casa, ovunque. Dire sempre di sì al Signore: ecco la santità.

«Nessuno sa che cosa Dio farebbe di un'anima, se questa lasciasse fare a Dio!».

70 Nell'originale: «amorosamente, con grande amore». Sul retro del foglio: «Viale del Policlinico».

069. [La Comunione dei santi]
(Festa di Tutti i santi, 01/11/1956, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Non sono ancora passati quattro giorni," e ci ritroviamo qui nuovamente, raccolti insieme alla mensa del Signore, nella casa del nostro Padre celeste, per celebrare e vivere socialmente una delle feste cristiane più significative e più care: la «festa di Tutti i santi», preludio alla commemoraz[ione] dei nostri cari morti.

Quella che celebriamo oggi è la festa della grande famiglia di Dio, magnifica famiglia, in cui Padre è Dio stesso, madre è Maria santissima, figlio primogenito è Gesù Cristo nostro fratello maggiore; gli altri figli e fratelli minori siamo noi e tutti i credenti, tutti i figli di Dio:

  1. quelli che lottano sulla terra per la conquista del regno celeste;
  2. quelli che attendono nel purgatorio, «[d]ove l'umano spirito si purga / e di salire al ciel diventa degno»;72
  3. quelli che godono già nella celeste dimora del Padre. Questa grande famiglia si chiama la chiesa, che è essenzialmente una ed indivisibile nelle sue tre ramificazioni:
  4. la chiesa della terra, della lotta;
  5. la chiesa del purgatorio, della sofferenza;
  6. la chiesa del cielo, della gioia.

Tre ramificazioni, [ma] una sola famiglia, che ha lo stesso Padre, la stessa madre, lo stesso vincolo di sangue (il sangue di Cristo, da cui la chiesa è nutrita), lo stesso vincolo di amore (lo Spirito Santo, da cui tutta la chiesa è vivificata). Per questo la famiglia di Dio si chiama «la Comunione dei santi».

Molte persone anche pie, che sanno tutto sulle indulgenze, su s[an-d'Antonio, sul rosario, sul primo venerdì e il primo sabato, rimangono imbarazzate davanti a questa domanda: «Che cos'è, secondo lei, "la Comunione dei santi"? I santi fanno la comunione?». Eppure sí tratta dell'essenza del cristianesimo.

  • «Comunione» vuol dire unione comunitaria, solidarietà, consanguineità soprannaturale tra i santi in una sola famiglia.

71 Omelia scritta sul primo dei due quaderni (Q 1) destinati al commento al Credo. La predica che precede la presente è la prima del ciclo (0 103), datata 28/10/1956.

72 Dante Alighieri, Purgatorio 1,5-6.

  • Con questa parola «santi», non si intendono solo i santi canonizzati (s[ant]'Antonio, s[anta] Rita, s[anta] Teresina) e neppure solo quelli che sono già in paradiso, ma tutti i figli di Dio, tutti i membri vivi della chiesa, che sono tali perché vivono in grazia santificante.

Pensate a un padre che ha tre figli: uno laureato con una splendida posizione; un secondo laureato, ma ín attesa di una sistemazione; il terzo [che] va a scuola e non si sa ancora come riuscirà. Sono fratelli, si amano, hanno tutto in comune. Ecco l'immagine della «Comunione dei santi»."

  • Nel[la] famiglia di Dio ci sono dei figliuoli che hanno superato l'esame e hanno raggiunto la mèta: costituiscono la chiesa trionfante, la chiesa della gioia.
  • Ci sono altri figli che hanno, sì, superato l'esame della maturità cristiana], furono promossi al paradiso, ma sono in attesa della sistemazione finale: devono purificarsi dalle scorie dei peccati non perfettamente espiati in vita. Costituiscono la chiesa purgante, la chiesa della purificazione.
  • Vi siamo infine noi, gli scolari di Dio, «nati alla scuola delle celesti cose»,74 noi che ci prepariamo a subire il grande esame del divino giudizio, l'esame della maturità cristiana, che ci darà il diploma d'ingresso in cielo: noi costituiamo la chiesa terrestre, detta militante perché è un esercito che lotta per la conquista del regno dei cieli: «soffre, combatte e spera," / e le sue tende spiega / dall'uno all'altro mar».

Ora «Comunione dei santi» vuol dire appunto che tra tutte le membra di questa unica famiglia trionfante-espiante-militante, valicando le frontiere del tempo, dello spazio, della morte, circola la medesima linfa vitale (la grazia santificante), circola la stessa corrente di amore (la carità di Cristo), esiste uno strettissimo vincolo di parentela, il sangue di Cristo, che tutti ci ha comprati, redenti e affratellati.

Le anime militanti sulla terra, quelle sofferenti nel purgatorio, quelle beate in cielo, non sono atomi isolati e sperduti, ma faville di uno stesso fuoco, ritmi di una medesima sinfonia, articolazioni [di] uno stesso corpo, pietre vive dello stesso edificio, tenute unite da quel potentissimo cemento che è il sangue e l'amore di Cristo.
73 Lo stesso paragone appare in 0 045.

74 Alessandro Manzoni, Il nome di Maria (Inni sacri 5), w. 15-16.

75 Il verbo usato dal Manzoni è «preghi» (La Pentecoste, Inni sacri 4, vv. 6-8). Don Quadrio cita i versi passando dalla seconda persona alla terza.

Ed ora, mentre la messa continua, l'altare su cui Cristo muore diventa il punto di convegno delle tre chiese:

  1. noi, la chiesa militante, che dal sangue di Cristo impetriamo la remissione dei peccati e il diritto alla vita eterna;
  2. la chiesa del purgatorio, che dal sangue di Cristo attende la perfetta purificaz[ione] delle colpe, l'accorciamento delle pene e l'immediato ingresso in cielo;
  3. la chiesa trionfante, che nel sangue adorabile di Cristo vede e adora il prezzo della felicità eterna, di cui è partecipe.76

Tutti insieme [formiamo] la grande famiglia di Dio, accolta accanto alla mensa del Signore nella casa paterna. Tutti insieme:

  1. i profeti dell'A[ntico] T[estamento], avi della n[o]s[tra] famiglia, [che hanno] letto e svelato i futuri misteri della ch[iesa];
  2. gli apostoli, padri della n[o]s[tra] famiglia, [che hanno] fondato la chiesa;
  3. i martiri, eroi della n[o]s[tra] famiglia, vestiti di porpora e di sangue; — i confessori, [i] penitenti, [gli] anacoreti, forza della n[o]s[tra] famiglia, consolidata con la preghiera e la scuola [da essi impartita];
  4. [la] bianca schiera dei vergini, bellezza della n[o]s[tra] famiglia, [che hanno fatto] tremare con la loro innocenza appassionata il cuore di Dio.

Fortunata famiglia, tra i cui [fiori] non mancano né le rose porpuree del martirio, né i candidi gigli della verginità!77
76 Nell'originale: di cui sono partecipi.

77 Sant'Agostino, Serm. 304,3 = PL 38,1396.

Ed ora che ci siamo tutti, e la grande famiglia è al completo, Cristo prende la parola per ricordare ai santi quale fu la strada che li portò alla gioia, per additare a noi l'unica via che ci condurrà al cielo. È la carta costituzionale del suo regno, il codice della santità, l'itinerario al paradiso:78

  1. La famiglia di Dio: Padre, madre, figlio prim[ogenito], fratelli minori.
  2. La chiesa: della terra; del purgatorio; del cielo. Vincolo di sangue, vita, amore.
  3. La «Comunione dei santi»: - com[unione], - santi.
  4. I tre figli.
  5. Circolazione:
    - di sangue,
    - di vita,
    - di amore.
  6. Il convegno delle tre chiese.

78 A conclusione è dato lo schema seguente:
Lo schema finale, come è avvenuto in altre occasioni, ci rivela che esso non serviva all'autore come traccia per la stesura, quanto piuttosto come formulario mnemonico per la predicazione, la quale non si riduceva mai alla semplice lettura del manoscritto.

[Beati i poveri in spirito... Beati gli afflitti... Beati i miti... Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia... Beati i misericordiosi... Beati i puri di cuore... Beati gli operatori di pace... Beati i perseguitati per causa della giustizia... Beati voi...].

OMELIE PER LE DOMENICHE DEL TEMPO ORDINARIO
070. Nonne bonum semen seminasti?
(V domenica dopo l'Epifania = XXIV domenica dopo Pentecoste, 09/11/ 1947, Roma, Istituto san Leone Magno)
Ieri sera sull'imbrunire tornavo dalla biblioteca dell'Università.1 A piazza] Esedra. Mi sento chiamare per nome. Alzo gli occhi. È lui: un giovanotto torinese, che io avevo conosciuto in un collegio religioso molti anni fa, mentre egli faceva il liceo. Eravamo stati amici: egli aveva fatto in collegio il ginnasio e il liceo. Dopo i primi convenevoli, azzardai una domanda: «Domani è domenica, ci andrai a messa, no?». Abbozzò un sorriso: «A messa? e chi ci va mai?». Allora lo presi a braccetto e incominciai a sondare in quella povera anima: non si confessava da tre o quattro anni, ha lasciato ogni pratica religiosa: la vita lo ha travolto. Concluse: «Che cosa stupida la vita! Una lotta senza scopo, prima per il piacere, poi per il pane!».2 Eravano arrivati alla porta di casa, al S[acro] Cuore. Ci lasciammo in silenzio. Quella amara, sconfortante confessione mi ha agghiacciato il cuore.

1 Omelia pubblicata nel volume di E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 105-106. Fu tenuta presso la chiesa dell'Istituto san Leone Magno dei fratelli Maristi.

2 All'episodio, collocato però a Torino, si fa cenno anche nel Diario, in data 23 settembre 1946 (Don Giuseppe Quadrio, Documenti di vita spirituale, a cura di don E. Valentini, Torino 1964, p. 95). Certo egli ne fu molto colpito e cercò una soluzione.

«Verso la fine dell'anno accademico 1947-1948, don Quadrio ebbe un'idea geniale. Volle stuzzicare la forza creativa dei suoi confratelli "Gregoriani", indicendo un referendum sulla definizione della vita». Le risposte ottenute e la definizione di don Quadrio si possono ricavare dal volume di don E. Valentini, citato sopra (pp. 116117). Forse proprio dall'incontro citato nell'omelia è partito lo stimolo per la ricerca.

Ma dunque otto anni di collegio erano stati inutili: tanta abbondanza di istruzione religiosa, di educazione cristiana? È un problema che stringe il cuore ad ogni educatore e che ci fa piangere le lacrime più amare, quando vediamo così devastato il campo dove abbiamo seminato. Ma dunque non era grano buono quello che abbiamo seminato? Il problema toccò anche il cuore [di] Gesù, che ne diede la soluzione nella parabola che leggeremo nell'ultimo vangelo della messa, il vangelo della domenica XXIV dopo] Pent[ecoste] .3
Un uomo seminò del buon seme nel suo campo. Lo aveva arato, concimato, mondato dalle erbe e dai sassi, e vi aveva gettato con fiducia la miglior qualità di grano che era riuscito a trovare. Finita la giornata, i lavoratori stanchi andarono a dormire. Ma, mentre la gente era nel primo sonno, ven[n]e il nemico del padrone e, approfittando delle tenebre...

Nessuno oggi immaginerebbe l'astuzia diabolica di quel nemico. Invece qualunque palestinese conosce certi modi malvagi che impiegano ancor oggi i contadini di quel paese per sfogare il loro odio contro qualcuno. Quando non possono o non credono prudente assalire la persona del nemico, assalgono i suoi campi. Tagliano le viti, gli ulivi, o in modo più facile, ma non meno diabolico, spargono nei campi seminati delle semenze malefiche. La prescelta è generalmente la zizzania, che si trova anche nelle n[o]s[tre] campagne e che è conosciuta sotto il nome di loglio, ed [è] una malerba velenosa.

Mentre dunque la gente era nel primo sonno, venne il nemico di quell'uomo, entrò cautamente nel campo, e da un sacchettíno cominciò a tirar fuori manciate di zizzania e a spargerla dappertutto in mezzo al grano, e poi se ne andò. Tutto germogliò. Spuntaro[no] i primi fili d'erba; crebbero le tenere pianticene, che poi fecero la spiga; fu allora che i lavoratori s'accorsero della zizzania, che è più bassa del frumento. Corsero dal padrone e gli dissero: «Padrone, ma non avete seminato buon grano nel vostro campo? Come mai c'è la zizzania?». E padrone rispose: «Eh, un mio nemico ha fatto ciò!». «Volete che andiamo a sradicarla?», [gli domandarono i servi]. «No, — rispose — che, strappando la zizzania, non sradichiate con essa anche il grano buono. Lasciateli crescere insieme fino alla mietitura. Fatta che avremo la mietitura, io dirò ai mietitori: Raccogliete la zizzania, fatene dei covoni per bruciarla. Il grano, invece, riponetelo nei miei granai».

3 Il 9 novembre era la Dedicazione della Basilica Lateranense e aveva la messa propria. Il vangelo della XXIV domenica dopo la Pentecoste, che quell'anno aveva l'ufficiatura della V domenica dopo l'Epifania, veniva letto allora al posto dell'ultimo vangelo, il prologo di san Giovanni.

Un uomo aveva seminato del buon seme nel suo campo.

Quell'uomo è ciascuno dei vostri superiori ed insegnanti. Li vedete qui in mezzo a voi, queste magnifiche figure di educatori! Hanno lasciato la casa, gli amici, il mondo, hanno rinunciato a formarsi una famiglia, e sono qui con voi, perché voi, voi soli siete per loro amici e familiari: voi siete la loro famiglia. Non hanno altro pensiero che voi, altro desiderio che [il] vostro bene, altra preoccupazione che farvi felici. Essi non ve lo dicono a parole, ma sono disposti a tutto per il vostro bene, essi che per voi hanno lasciato la mamma.

Oh, in questa famiglia, nessuno di voi si senta solo, si senta orfano: sotto questo tetto non ci sono degli orfani! Essi lavorano di giorno e pregano di notte per voi. Ma ricordatevi, ragazzi, voi avete nelle vostre mani la loro gioia o la loro infelicità; voi potete essere la loro consolazione o il loro tormento; voi soli possedete il segreto di renderli felici.

Ricordo un mio compagno di studi, un educatore meraviglioso, colpito alla vigilia della sua ordinaz[ione] sacerdotale da un mitragliamento tedesco.' Sul suo diario aveva scritto: «La mia passione sono i miei giovani; essi sono la mia seconda vita».

Voi soli possedete il segreto di renderli felici: «Oh, che fra di voi essi non debbano compiere il loro lavoro con lacrime e sospiri, ma con gioia e con soddisfazione! Essi, che vanno ogni giorno seminando il buon seme fra lacrime e sudore, possano almeno raccogliere poi i covoni dei vostri frutti, della vostra corrispondenza.

Essi, vedete, arano il vostro campo con l'aratro tagliente, spesso pesante della disciplina. È necessario: disciplina rilassata, morale fallita, studi compromessi.

Essi inoltre fecondano il vostro campo di preghiere, di sudori, di amore. E poi seminano il buon grano, che sono i principi cristiani dell'educazione: quanta sovrabbondanza di buone parole, di consigli, di richiami, di esortazioni, di ammonizioni, nella scuola, in cortile, in chiesa!
Essi seminano nella speranza di raccogliere, perché «debet in spe, qui arat arare»,5 ma poi... Ma allora, dopo tante cure, perché tanti giovani falliti, perché tanti sbandamenti, tanti naufragi, perché nel campo ben coltivato del v[o]s[tro] cuore cresce la ziz[z]ania? Oh, la più gran pena di un educatore è vedere il fallimento totale, [o anche solo] parziale dell'opera!
4 Si tratta del chierico teologo Renato Pozza. Cf. D. Bertetto, Maggio di un'anima. Il chierico salesiano Renato Pozza, Colle Don Bosco 1946.

5 1 Cor 9,10.

Se i vostri banchi, [le] colonne, [le] mura, potessero parlare, [forse vi porrebbero delle domande]: «I vostri predecessori dove sono, cosa fanno, come si comportano...? Sono come gli altri? sono peggiori degli altri?».

Ad Atene [c'erano] due giovani; [frequentavano la] stessa scuola; [avevano ricevuto gli] stessi insegnamenti; [stavano seduti sugli] stessi banchi; la vita li separò. [Uno è diventato un] grande vescovo e campione della fede: s[an] Gregorio di] Naz[ianzo]; l'altro, Giuliano l'apostata, [fu lo] scempio della s[anta] chiesa dí Dio.

Nel vostro campo domani crescerà buon grano o zizzania? Dipende da voi, dipende dalle sementi che ricevete. Usciti di qui, ogni giorno l'inimicus homo compie la sua seminagione. Come?
Nemico n[umero] uno: letture cattive. Dico giornali, giornaletti, riviste, romanzi, illustrazioni oscene: seminate nel vostro cuore questa malerba, e domani raccoglierete la v[o]s[tra] rovina. Maria Geider, vispa ragazza austriaca di quattordici anni, [alla quale, in occasione delle festività del] Natale, [era stato regalato un] libro interessante, [se ne era rimasta] tutto il giorno [accanto alla] stufa [a leggere. Appoggiava la testa al tubo della] stufa. [Tra i capelli biondi portava un] pettine di celluloide: [si trasformò in] una fiaccola ardente. La passione per il libro6 l'aveva perduta. Questo avviene nel campo morale: [da esche di pagine immorali possono svilupparsi] incendi di lussuria inestinguibili. Non legge[te] alcun libro, se prima non si sappia positivamente [che] esso [è] buono e adatto per voi.

Nemico n[umero] due: [il] cinema cattivo, dove le immagini oscene, la trama immorale, la musica lasciva, l'ambiente oscuro e saturo di nervosismo, le compagnie equivoche, esercitano una tale diabolica influenza sull'animo, che anche uno solo di tali spettacoli compromette e mina una giovinezza. Quegli spettacoli inverecondi sono la seminagione dell'inimicus homo. Lì bisogna cercare la spiegazione del fallimento di tanti giovani: un'ora di quella scuola può devastare anni interi di buona] educazione. Vi porto la testimonianza di due giovani della stessa età.

[Il] principio [al quale è necessario attenersi è questo]: non entrare ad occhi chiusi ín qualsiasi sala, per qualsiasi spettacolo; bisogna informarsi prima sui giornali cattolici o con persone prudenti e competenti.

6 Parola di incerta lettura. L'episodio è riportato anche in una predica per Esercizi spirituali, intitolata «Per la tattica di un combattimento».

Nem[ico] n[umero] tre: [i] compagni cattivi. Questi emissari di Satana, vera quinta colonna che egli costituisce anche nei collegi religiosi; questi falsi amici, sciacalli delle anime, che con la parola oscena, col frizzo immorale, con i discorsi cattivi, con gli esempi inverecondi si fanno maestri di peccato fra i compagni specialmente più giovani, approfittano della solitudine, della lontananza dai superiori, dai parenti, per seminare la zizzania. Don Bosco [giunse a esclamare]: «Io li strozzerei con le mie mani!». [Sono] contagiosi più della peste, vomitando la putredine che hanno in cuore.

[Un] esempio di d[on] Bosco [del] 1862 [è molto eloquente. Il santo pronunciò parole durissime]: «Scandalosi, vi aspetto al tribunale di Dio!».

Oh, Signore, per il sangue che ti offr[ire]mo fra un istante, guarda queste anime di giovani, campi vergini pronti alla semina: sono tuoi. Custodiscili dall'inimicus homo e dai suoi emissari!

071. Ut quid statis tota die otiosi?
(Settuagesima, 09/02/1952?, Torino, Patronato della Provvidenza)
È un invito al lavoro.

Gesù ci raccomanda la laboriosità, la lotta contro l'ozio, la svogliatezza, la pigrizia.

Gesù passa e ci invita al lavoro: «Perché ve ne state tutto il giorno oziosi, con le mani in mano, a perder tempo? Su, andate anche voi a lavorare!».

Se qualcheduna di voi' avesse aspettato fino a questo punto a decidersi, Gesù le dice: «Ma è già tardi. Bisogna far presto, bisogna ricuperare il tempo perduto».

Perché?

  1. Parla una ragazza.

«Ma, padre, come faccio a studiare? Torno a casa da scuola, e la mamma mi manda a far la spesa, [a] badare ai fratellini, [a] lavare, stirare, pulire, scopare. Alla sera? Non un tavolino, un angolo tranquillo. Così devo studiare di notte!».

«E io vorrei studiare, ma... ho fatto solo la quarta elementare, e poi... il papà è morto, la mamma lavora, siamo poveri, i libri costano. Io volevo diventare maestra, ma pazienza! Andrò a lavorare in fabbrica. Eppure, quando ci penso, sarebbe stato tanto bello!».

Permettete. Ma e perché qui avete tutte le comodità, gli agi, le occasioni, gli aiuti?
La nostra svogliatezza è un insulto alla Provvidenza, alla povertà di tante ragazze che, per studiare, affrontano sacrifici inimmaginabili, alla miseria di tante altre, che non possono seguire una carriera di studi.

  1. Parla una mamma.

«Ma pensa' quanti sacrifici, quanto sudore, quante ore di lavoro i tuoi studi costano ai tuoi genitori!
Mamme che non si concedono un divertimento, una lettura, un passatempo. Ma non hai la coscienza di insultare i sacrifici e il sudore di tuo9 padre, di succhiare come un parassita il sangue di tua madre?».

7 Omelia diretta ad un pubblico femminile, tenuta forse, come altre, presso il Patronato della Provvidenza. In tal caso si potrebbe datare verso l'anno 1952 (9 febbraio).

8 Nell'originale: pensate.

9 Nell'originale: sua.
Tu puoi fare felici i tuoi genitori, tu p[u]oi avvelenar loro la vita per sempre. La loro felicità è nelle tue mani. Non essere una spina nel cuore di tua madre. Tutto si può perdonare. Solo una cosa mi sembra imperdonabile: che una figlia faccia piangere sua madre.

3. Parla il tuo avvenire.

La vita di un uomo (e anche di una donna) dipende da alcuni sì detti nella sua giovinezza. La ragazza di oggi è la donna di domani; la scolara di oggi è la mamma di domani.

La ragazza di oggi è diligente, impegnata, volitiva? Domani sarà il modello delle mamme. Beati i suoi figlioli, felice la sua casa, fortunata la sua famiglia; la sua casa sarà uno specchio di ordine, di grazia, di proprietà; sarà un nido di gioia e di affetto. Tutti si troveranno bene in casa, e nessuno sarà tentato di cercare altrove gioia ed affetto.

Ma la ragazza che oggi è negligente, svogliata, perdigiorno, continuerà ad esserlo per tutta la vita. Povera casa, poveri figli. Che famiglia rovinata! Occupata in chiacchiere e in perditempo, trascurerà i suoi doveri principali, ed allora? Oggi trascura i suoi compiti, domani trascurerà i suoi bambini. La casa sarà una babele e chi vorrà trovare un po' di agio, sarà tentato di cercare altrove. Bisogna, durante la gioventù, contrarre l'abitudine della laboriosità.

O[h], pensate finché siete in tempo! Voi vi state giocando la vostra vita, la vostra felicità, il vostro avvenire. Da questi anni dipende tutto. Domani potreste versare lacrime amare di rimpianto per il tempo che oggi perdete. Fate provviste abbondanti per il viaggio della vita. Non sfate come la stolta cicala, ma come la saggia formica.

  1. Non è durante l'inverno che si riempie il granaio;
  2. non è durante la carestia che si fanno le provviste;
  3. non è durante il tempo di guerra che si allenano le truppe.

Bisogna nella gioventù contrarre la buona abitudine della laboriosità. Il collegio è la palestra della vita.

Se no, meriterete che sulla vostra tomba venga posta questa iscrizione, fatta scolpire sulla lapide di una giovane pigra:
«È morta, non era viva; faceva finta di vivere.

E[h], sì, i vivi son quelli che lavorano».

4. Parla la tua anima.

L'ozio è come il verme, il tarlo che scava nella tua anima. Il verme rode la quercia alle radici e l'abbatte. L'acqua che scorre è limpida e cristallira; l'acqua ferma diventa putrida. Vuoi essere un ruscello limpido o una pozzanghera? L'ozio è il padre dei vizi.

S[an] Cassiano [scriveva]: «Operans uno daemone, otiosi multis pulsantur»: il laborioso è bersagliato da un sol demonio; l'ozioso da mille.

L'ozioso è una strada aperta a tutti i pensieri, a tutte le fantasie, a tutte le insidie del maligno. E demonio può passeggiarci sopra a suo agio.

Ricordati, specialmente in certi periodi più tormentati. Soltanto un intenso e continuo lavoro ti può salvare: se stai in ozio, non basteranno mille confessioni, comunioni, rosari e assistenti. Sei già vinta: sei come chi si butta nel fuoco, e dice: «Ma io non voglio bruciare!».

Fa' che il demonio ti trovi sempre occupata.

5. Parla Gesù e rivolge a noi il dolce rimprovero: «Ut quid statis tota die otiosi?». Perché ve ne state li a perder tempo, a consumare nell'inerzia gli anni migliori della vostra vita? Su, «ite et vos in vineam meam». Andate a lavorare.

Lavoro, lavoro, lavoro!
Lavoro con tutta l'anima, con tutte le forze, con tutto l'impegno.

Le ragazze antenne sentono la primavera nell'aria, [un] senso di spossatezza, di indefinita stanchezza, di accoramento, di melanconia che invita a pensare, a fantasticare, a sognare, a naufragare in un mare di sogni: «e [il] naufragar m'è dolce in questo mare!».'°
«Melanconia, / ninfa gentile, / la vita mia / consacro a te».11
Reagite con ferrea e virile decisione, sottraetevi a questo filtro e a questo incantesimo e buttatevi anima e corpo allo studio, puntate i piedi e non cedete, impegnate nello studio tutte le vostre energie giovanili. Già l'anno scolastico incomincia a volgere lentamente al tramonto: affrettatevi, riparate il tempo perduto.

10 Giacomo Leopardi, L'infinito (I Canti 7), v. 15.

11 Ippolito Pindemonte, La malinconia (Poesie campestri), vv. 25-28.

072. Semen est verbum Dei
(Sessagesima, 16/02/1952?, Torino, Patronato della Provvidenza)12
Il cuore umano!
Aveva proprio ragione il nostro buon Manzoni, quando diceva che il cuore umano è un guazzabuglio," in cui è difficile vederci chiaro: un mistero insondabile e sacro, un abisso senza fondo, al quale ci si affaccia con trepidazione e con sgomento.

Gesù ha spiegato questa parabola per i suoi apostoli, ma se egli, che sta a sentire qui nel tabernacolo, dovesse prendere la parola e spiegare la sua parabola per le ragazze [del Patronato] della Provvidenza, che cosa direbbe loro? O Gesù, che conosci fino in fondo il cuore di ciascuna di queste ragazze, che cosa vuoi dire loro? Io credo che Gesù direbbe così: «Figliuole, il campo da seminare è il vostro cuore. Il tempo della semina sono gli anni di collegio. Il grano che viene seminato nei solchi del vostro cuore è la formazione, l'educazione intellettuale e morale che ricevete in collegio. Che frutti porterà questo grano domani nella vita? Che cosa sarete voi fra quindici, venti anni?».

Gesù lo sa, conosce il futuro di ognuna di voi: egli sa che molte tra voi si faranno onore nella vita, saranno utili alla loro famiglia e alla società, saranno la gioia e il sorriso di tanti. Ma Gesù sa anche che per altre la vita sarà un fallimento, [che saranno] inutili e sterili, disonore e peso della loro famiglia.

Perché lo stesso grano che oggi vien[e] seminato nel vostro cuore produrrà frutti tanto diversi? Perché due ragazze che escono dallo stesso collegio, che sono state sedute sugli stessi banchi, hanno ricevuto la stessa istruzione, gli stessi consigli, la stessa formazione morale, nella" vita prendono strade tanto diverse. Perché?
Gesù ne dà la spiegazione, con la finezza d'introspezione che gli è propria. Perché in collegio, forse anche in questo collegio, vi sono quattro categorie di ragazze, il cui cuore corrisponde alle quattro categorie di terreni di cui parla la parabola.

12 La datazione si basa su quella di altre omelie, tenute presso il medesimo Istituto.

13 «Così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano» (I Promessi sposi, a cura di A. Chiari e F. Ghisalberti, Milano 1954, 10,182).

14 Nell'originale: perché nella.

  1. C'è anzitutto un tipo di ragazza che potremmo chiamare ragazza-strada. «E parte del grano cadde lungo la strada e gli uccelli lo beccarono».

Volete il ritratto di questa ragazza? Dissipata, leggerina, svogliata, incostante. La vedete nello studio: in cinque minuti cambia quattro libri, incomincia tre cose diverse, non ne conclude nessuna. Leggerezza ed incostanza. Non concluderà mai nulla di serio nel campo degli studi. È una strada aperta a tutti i pensieri e a tutti i capricci. Ecco gli uccelli: il romanzo, la novella, il giornaletto, la fantasia la occuperanno e preoccuperanno tanto, che lo studio serio non sarà più pane per i suoi denti. E [h] sì, perché uno studio serio e fruttuoso lo può fare solo una ragazza che dice: «In quest'ora ho da fare questo e, cascasse il mondo, non mi muovo, non faccio altro; scoppiassero anche tutte le bombe dell'universo, ho stabilito di fare questo e lo faccio a qualunque costo». Questa è una volontà che spacca le pietre.

E così anche nella vita spirituale: se ho preso un proposito, è preso per sempre: è un impegno d'onore davanti a Dio, a cui non verrò meno, a costo di sudar sangue!

  1. C'è un secondo tipo, ed è la ragazza-pietra. «E parte del grano cadde sulla pietra e vi seccò subito».

Avete voglia [a] seminare su una pietra: fatica sprecata; grano e tempo perduti! È la ragazza indocile, insofferente di ogni disciplina, refrattaria ad ogni comando, col cuore chiuso, sordo e duro come una pietra. Niente da fare. Vedetela questa ragazza: non accetta ordini, consigli, ammonizioni, correzioni. Fra lei e l'autorità ormai ha alzato il muro, un muro spesso di indifferenza, quando non di velata ostilità ed opposizione; qualche volta esplode in atti di aperta ribellione. Ed essendo prevenuta, va covando nell'anima pensieri amari, interpretazioni ostili, vede nero, pensa male, sparla. A che servono uno, due, tre, dieci anni di collegio?15
15 L'omelia si arresta a questo punto, benché nel foglio rimanga altro spazio a disposizione. Non sono stati sviluppati gli altri due tipi di ragazze enunciati.

073. Vigilate mecum
(Quinquagesima, 23/02/1952, Torino, Crocetta, oratorio: ora di adorazione)
La notte più cupa ed orrenda che la storia ricordi era la notte della solitudine e dell'abbandono. Nel giardino degli ulivi, sotto i grandi alberi secolari, un uomo curvo con la faccia fino a terra piangeva, solo nella solitudine della notte. Dal suo petto rotto dai singhiozzi usciva un lamento: «La mia anima è triste fino a morire».

E tale era il suo accasciamento, che un sudore sanguigno gli colava dalla fronte e dalla faccia. Chi avrebbe riconosciuto, in quel volto devastato dal dolore, il volto di Gesù, il più bello di tutti gli uomini? Perché piangeva? Perché si sentì oppresso e quasi soffocato sotto il peso di tutti i peccati del mondo.

In quel momento pensò alla passione imminente: fra pochi istanti16 un amico l'avrebbe tradito, la sbirraglia l'avrebbe arrestato. Un tribunale iniquo l'avrebbe condannato come il più volgare malfattore e delinquente, l'avrebbero flagellato fino a[d] aprirgli dei solchi sanguinanti nella17 carne, fino a farlo stramazzare esausto in un lago di sangue. Si vide il capo trapassato dalla corona di spine, si vide curvo sotto la croce su per l'erta del Calvario, si vide steso per terra sul legno. Gli stendono una mano e gli piantano un chiodo, poi l'altra mano [e gli conficcano] un altro chiodo, poi [i] piedi, poi sente [che] lo alzano: lo strazio, la sete dell'agonia... Gesù, curvo sotto gli ulivi, vide tutto questo, si vide tutto una piaga dai piedi al capo, e una tristezza infinita lo prese. Perché tutto questo? a che sarebbe servito? gli uomini avrebbero capito?
E Gesù si sentì tanto solo, e cercò conforto nella compagnia dei suoi migliori amici, che si erano fermati un po' lontano. Erano tre: Pietro, Giacomo, Giovanni. Ma gli amici dormivano. Gesù, in quell'ora di angoscia, si lasciò sfuggire un lamento: «Perché dormite? Non avete potuto vegliare un'ora con me?». Tre volte chiese, tre volte invano. Gli amici non capiscono. E Gesù rimane da solo a portare l'angoscia dí quell'ora di strazio incommensurabile.

Era la notte della solitudine. La notte più cupa ed orrenda che la storia ricordi.

16 Nell'originale: momenti.

17 Nell'originale: nella sua.

Una simile notte è scesa un'altra volta sul mondo. In questi giorni di carnevale, Gesù viene di nuovo da tanti tradito, percosso, sputacchiato, flagellato, crocifisso. È una marea di peccati e di fango che cresce attorno a Gesù. E Gesù, per consolarsi, si rivolge a noi: «Non potete vegliare un'ora con me?». Non siamo degli amici che dormono accanto a Gesù che soffre! Con la presenza devota, con le nostre preghiere, con tutta l'anima gridiamogli: «Non piangere, Gesù. Questa volta vicino a te ci siamo noi a farti compagnia!».18
E quella fu anche la notte del tradimento.

Uno dei dodici, Giuda, abbandonò Gesù e andò ad unirsi ai suoi nemici, lo tradì con un bacio e lo consegnò ai carnefici. Un amico che tradisce: che cosa ributtante! Tradire il proprio benefattore!
L'ultima guerra. Una spia tedesca [era appena stata] impiccata. Un soldato belga [sopraggiunse] con la jeep? La [strappò dalla forca e la] adagiò [per terra]. [Ma il tedesco] gli estrasse [furtivamente] la pistola [dal cinturone] e gli sparò alle spalle.

Gesù è il nostro amico e il nostro benefattore. Ci sarà qualcuno fra di noi in questi giorni che oserà tradirlo col peccato, abbandonarlo, disertare dalle sue file, per andare a divertimenti e spettacoli, dove la legge di Gesù è calpestata? Promettiamo in questo istante a Gesù di non diventare dei Giuda, ma di rimanergli fedelissimi amici per la vita e per la morte. La sua amicizia è infinitamente più dolce della gioia avvelenata del peccato. E se qualcuno di voi venisse a trovarsi nella tentazione, si ricordi che c'è un solo modo per non essere vile: quello di essere eroe. Scegliete, fra i divertimenti, quelli onesti e non pericolosi.

Ma quella fu anche la notte della negazione.

Il primo degli apostoli, Pietro, per tre volte rinnegò il suo amico, giurò di non conoscerlo: «Mai visto!».

Per rispetto umano, per paura, per paura di un sorriso di un compagno... Che cosà dirà? Che cosa penserà? Ti stimeranno: diranno che sei un ragazzo di carattere e di convinzione. Un uomo, una parola! Non siate camaleonti! [Siate] ragazzi di un solo volto e di una sola vita, che non fanno il doppio gioco.

Ritornate] a Gesù. Per il ritorno a Gesù di tanti ragazzi che lo hanno abbandonato.

18 Nella tradizione salesiana, la mattina del martedì di carnevale era trascorsa in adorazione, a turni! I divertimenti si rimandavano al pomeriggio.

19 Nell'originale: gip.

074. [Il fariseismo]
(V domenica dopo Pentecoste, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Il vangelo di questa quinta domenica dopo] Pentecoste] si apre con una grave e solenne affermazione di Gesù: «Se la vostra onestà non è più grande di quella dei farisei, voi non potete entrare in paradiso».

I farisei di cui parla Gesù erano ipocriti, sleali, bugiardi e doppi. Parlavano in un modo e facevano in un altro. Predicavano bene, vivevano male. Davanti agli altri facevano i virtuosi, ma di nascosto facevano di ogni erba un fascio. Pregavano, ma solo per farsi vedere. Osservavano la legge, ma solo per apparire giusti. Praticavano la religione, ma solo esteriormente e per ostentazione. Se pregavano, facevano un'opera buona, lo facevano con la massima pubblicità, per acquistarsi rinomanza. Tutta la loro religione era esteriorità, formalismo, interesse e ipocrisia.

Gesù, che fu mite, accondiscendente, comprensivo verso ogni debolezza e miseria umana, fu inesorabile contro la doppiezza e il legalismo viscido dei farisei. Non li poteva soffrire. Tutta la vita di Gesù fu sincerità, lealtà, rettitudine, coerenza. Quando parlava, lasciava una tale impressione di lealtà, che perfino i suoi nemici dovettero riconoscerlo: «Maestro, noi sappiamo che tu dici sempre la verità e non guardi in faccia nessuno».

Dai suoi discepoli Gesù esigeva perfetta lealtà e sincerità nel parlare: «Il vostro linguaggio sia: sì, sì; no, no!». Nella pratica religiosa [non permetteva ambiguità. Sosteneva che] «bisogna adorare Dio in spirito e verità», cioè non esteriormente e a parole, ma col cuore e con le opere.

Gesù staffilò a sangue la doppiezza dei farisei: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che siete come i sepolcri imbiancati, belli al di fuori, ma dentro pieni di ogni marciume!».

E ai suoi discepoli diceva: «Se siete onesti solo come i farisei, per voi non c'è posto nel regno dei cieli».

Gesù non si accontenta delle belle parole, delle apparenze esterne. Vuole che i suoi seguaci siano dei veri e autentici galantuomini, onesti in pubblico e in privato, sinceri, leali, coerenti. Il cristianesimo è la religione dell'onestà, della sincerità, della coerenza, della rettitudine.

Se siamo cristiani solo alla domenica, e poi gli altri giorni facciamo i nostri comodi, il nostro cristianesimo è sbagliato. Dobbiamo essere cristiani veri e autentici tutti i giorni, coi fatti, nella vita pratica.

Durante q[uesta] messa facciamo un po' di esame di coscienza, per vedere se forse qualche volta non assomigliamo più ai farisei che a Gesù] C [risto]

075. [La moltiplicazione dei pani]
(VI domenica dopo Pentecoste, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Mentre il sacerdote, a nome nostro e [come] ambasciatore di noi tutti presso Dio, rinnova misteriosamente sull'altare il sacrificio della croce per la nostra gioia e salvezza, noi vogliamo piamente considerare la pagina del vangelo che si legge nella messa di oggi. Eccola nella sua scarna e sobria eloquenza e suggestività...

Questa pagina del vangelo si realizza ed avvera sotto i nostri occhi oggi stesso, in questo momento, in tre modi diversi, misteriosi, ma realissimi.

1. Nella s[anta] messa, che stiamo ascoltando, si compie per la divina virtù delle parole consacratone, il grande miracolo della moltiplicazione del pane eucaristico, che è il cibo dell'anima. Di questo cibo Gesù ha detto con parole perentorie, categoriche, assolute: «Io sono il pane disceso dal cielo. Il mio corpo è vero cibo; il mio sangue [è] vera bevanda: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita in se stesso; chi non mangia la mia carne e non beve il mio sangue non ha in sé la vita»; cioè, progressivamente va verso l'esaurimento (che è la tiepidezza), verso la malattia (il peccato mortale), verso la morte (la morte eterna)! Di questo pane divino, moltiplicato da Gesù nella messa, s[an] Paolo dice parole terribili: «Chi mangia questo pane indegnamente è reo di sacrilegio verso il corpo del Signore: si mangia e si beve la propria condanna!».

Nei primi secoli i cristiani non assistevano mai alla messa, senza fare anche la s[anta] comunione, partecipando così al sacrificio mediante la comunione con le carni immolate della Vittima divina. Ora, invece, vedete che spettacolo desolante! Alle messe più frequentate, la mensa eucaristica rimane deserta! Quando non rimane deserta la stessa chiesa, perché i cristiani, di domenica, hanno ben altro da fare!
Un vecchio protestante, il mese scorso a Torino, nel teatro Gobetti, [in una pubblica discussione sull'eucaristia, ebbe a dire: «Io conosco moltissimi cattolici, ma non ci credono all'eucaristia. Se ci credessero, lascerebbero Gesù da solo nell'abbandono in chiesa? Se ci credessero, non starebbero in chiesa in modo così annoiato e indifferente. Se ci credessero, non sí accontenterebbero di una comunione fugace ogni tanto; se ci credessero, non lascerebbero la messa festiva con tanta facilità. Se ci credessero, dopo aver ricevuto l'eucaristia, dovrebbero essere trasformati, divinizzati, santificati e, invece — diceva quel protestante — i cattolici che io conosco sono bestemmiatori, ladri, disonesti»].2°
Facciamo [in modo] che non sia vero [quello che diceva il protestante], almeno per noi, almeno durante questa messa.

  1. Nella predicazione della divina parola, che stiamo ascoltando, Gesù moltiplica il pane e il nutrimento per il nostro spirito assetato di verità e di luce. Senza la guida della divina parola, l'anima nostra brancola nelle tenebre e si smarrisce nei labirinti della vita. Al contrario, dice Gesù: «Chi segue me non cammina nelle tenebre... Beato chi ascolta la parola di Dio e la mette in pratica... chi accoglie la divina parola con cuore ben disposto, e la fa fruttare nella sua vita in cento per uno».

La parola di Dio è contenuta nella sacra] Scrittura, specialmente nei vangeli, ed è affidata alla chiesa, che ha ricevuto la divina missione di predicarla, spiegarla, interpretarla, difenderla.

Mentre il sacerdote recita il Credo, la magna c[h]arta della nostra fede, noi vogliamo ripetere il nostro atto di inconcussa adesione e fedeltà a Cristo, alla sua chiesa, alla divina parola, facendo nostra l'espressione stessa di s[an] Pietro dopo la moltiplicaz[ione] dei pani, narrata da san Giovanni: «Da chi andremo noi, o Signore? Tu solo ha[i] parole di vita eterna!».

  1. Nei segreti misteriosi della natura, attraverso le leggi sapientissime che Dio ha messo nelle cose, avviene ogni anno, sotto i nostri occhi attoniti e stupefatti, una grande, sterminata moltiplicazione di pane. Il pane della nostra vita corporale è un grande miracolo, è un grande dono di Dio. E contadino squarcia la terra, vi apre un solco, vi nasconde un chicco: ed ecco il chicco, ubbidiente a una legge che supera le forze del chicco e dello stesso contadino, marcisce, muore, germoglia, cestisce; ed ecco spuntare una timida fogliolina verde, poi uno stelo esile, poi sullo stelo una spiga, e nella spiga tanti, tanti chicchi, da cui viene il pane profumato della nostra mensa, per la nostra vita.

Anche quest'anno si è compiuto il grande miracolo. Guai se Dio si stancasse di compierlo! E noi, in questa celebraz[ione] eucaristica (eucaristia significa ringraziamento) voglia[mo] anzitutto ringraziare Dio, perché non si è dimenticato di noi. Ma non di solo pane vive l'uomo, bensì di ogni parola che sgorga dalla bocca di Dio. [11] vangelo [è la parola con la quale il Padre anche oggi ci ha nutriti alla sua mensa].

20 I1 brano inserito è stato preso da un'omelia del «Corpus Domini» (0 032), datata 17/06/1954.

076. Misereor super turbam
(VI domenica dopo Pentecoste, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Non è senza una profonda ragione che la chiesa vuole che nella messa di questa sesta domenica dopo [la] Pentecoste si legga il vangelo della moltiplicazione deianip .21
L'estate inoltrata, le messi mature o già raccolte nei capaci granai, i frutti della terra già maturi o avviati a maturazione. Questo è il grande miracolo della moltiplicazione del pane, che ogni anno Dio compie sotto i nostri occhi in questa stagione.

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21 Il foglio presenta sulla prima facciata lo schema, che riportiamo qui. Nello sviluppo dell'omelia, come spesso, non viene seguito. È una prima raccolta di idee.

1. L'umanità affamata. Poveri uomini. Siamo noi.

Nel deserto di questa vita,
tornare a casa nostra.

Fame. Cosa terribile. Sbattuti su una strada. Sete e fame. I soldati in Russia.

Fame di felicità, di benessere.

Fame di verità, di conoscenza.

Fame di amore, di affetto.

I beni della terra non ci possano sfamare. Non fanno che aumentare e acuire la fame e la sete dell'anima.

Hai fatto il nostro cuore per te.

L'ago della n[o]s[tra] bussola oscilla, finché non trova il suo nord magnetico. Il cuore umano è insaziabile.

L'esperienza: case ricche ed invidiate: dietro abita il dolore. Granai, dispense e cantine piene: sono felici? [Chi va] a piedi [desidera andare] in bicicletta, in moto, in auto.

Siccome il cuore umano è insaziabile, la felicità non consiste nell'aumentare i nostri averi, ma nel diminuire i n[o]s[tri] desideri ed accontentarci di quello che si ha. Il cibo moltiplicato nella s[anta] messa:

  1. la parola di Dio;
  2. la preghiera;
  3. la comunione. Facciamo tanto per il corpo che muore, per questa vita che finisce. E per l'altra?

E se perdiamo l'anima, cosa ci serviranno le ricchezze accumulate?
Che cosa serve all'uomo guadagnare anche tutto il mondo, e poi perdere la propria anima?
La vita eterna vale più di questa, l'anima vale più del corpo; un peccato mortale fa più danno, è un male maggiore e peggiore che una grandinata sull'uva matura!
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Avete seminato un chicco di grano, e avete raccolto una spiga rigonfia di tanti chicchi. Ecco la moltiplicazione dei pani. Quel piccolo chicco, che voi con fiducia avete affidato alla terra, è come morto e marcito nell'oscurità delle zolle;22 ma poi un filettino d'erba verde ha fatto capolino, e il filo d'erba è cresciuto, è diventato uno stelo, sullo stelo è sbocciata la spiga, che vi ha dato non uno, ma tanti granellini.

Non è forse questo un grande miracolo? Forse perché avviene tutti gli anni, vi pare meno strepitoso? Ma avete mai pensato che un uomo, con le sole forze umane, neppure il più grande scienziato, neppure il tecnico più esperto, riesce a costruire un solo chicco di grano capace di germogliare e di produrre a sua volta altri chicchi? Chi ha dato al chicco questa segreta e misteriosa capacità di svilupparsi, di produrre lo stelo, la spiga e gli altri chicchi? Non voi, non il vostro lavoro, ma l'Onnipotente.

L'uomo può costruire macchine che si muovono, che corrono, che volano, ma non può costruire la vita, neppure quella del più piccolo chicco di grano. La vita è opera di Dio.

Ma, direte, io ho dato la terra, il lavoro, ho arato, seminato, zappato, irrigato, mietuto. Dunque che cosa c'entra Dio?
Sì, la terra è tua, ma l'ha creata Iddio, Dio l'ha fecondata, Dio ha mandato la neve, la pioggia, il sole; è Dio che ha dato a te e ti conserva ad ogni momento la vita e la forza per lavorare la terra. Se Dio ritira da te la sua mano onnipotente, tu cadi nel nulla più assoluto, scompari come un soffio di aria: perché la tua vita, la tua esistenza dipende ad ogni istante da Dio.23
Ecco dunque che il vostro raccolto è tutto dono, grazia di Dio, è opera e miracolo delle sue mani.

Ci avete pensato, mentre contemplavate con legittimo orgoglio e con gli occhi felici le messi ondeggianti delle vostre campagne? Ci avete pensato quando, fin dal mattino presto, vi siete curvati con amore, fino a terra, a tagliare il grano, a legarlo in covoni, a riporlo nelle vostre case? Avete pensato a ringraziare il Padre del cielo per aver moltiplicato anche quest'anno il pane della vostra vita? O vi ricordate di lui solo quando tuona e minaccia la grandine?
Facciamolo tutti insieme oggi, durante la santa messa. Avete santificato il vostro lavoro, offrendolo a Dio mattina e sera, ricordandovi di lui sovente anche durante il giorno, cercando di meritarvi l'aiuto di Dio con una vita santa e lontana dal peccato?
22 Nell'originale segue: «e so». Probabilmente: «è solo».

23 Sul margine: «La mosca: sono stata ad arare». Richiamo alla favola della mosca che, sul dorso del bue, si vanta di essere stata lei a sostenere la fatica dell'aratura.

E quando sulla vostra tavola avete il bel pane fragrante e profumato, ne ringraziate e benedite il Signore come di un suo dono?
[Ma Dio ci ha dato] un [pane ancora] più grande, [perché fosse] il cibo dell'anima: [misticamente nascosto in] poco pane [e in] poco vino, [egli ci dona] il suo corpo, il suo sangue.

077. / falsi profeti
(VII domenica dopo Pentecoste, 08/07/1956?)
Nel vangelo di oggi24 Gesù lancia un grido di allarme: «Guardatevi dai falsi profeti», che si [è] ripercosso di secolo in secolo [e] non ha perso oggi nulla della sua tragica e bruciante attualità. «Guardatevi dai falsi profeti, cioè dai maestri dell'errore, della menzogna, del male!». La storia del mondo, il dramma dell'umanità, dagli albori alla fine del mondo, è costituita, quasi intessuta dalla lotta fra il bene ed il male, la verità e l'errore, Dio e Satana. Così nel paradiso terrestre, quando il primo falso profeta ingannò i primi uomini.

Oggi come si combatte questa lotta? Specialmente con la stampa e la propaganda. Il libro, il fascicolo, la rivista, il periodico, il giornale, il giornaletto, il foglio volante. Le idee marciano e si diffondono attraverso l'inchiostro e la carta. Voi comprate un libro, ed ecco che riempie i momenti morti della vostra vita, gli istanti di sosta. E le idee, le impressioni, i sentimenti, gli affetti scivolano silenziosamente dal libro nell'anima. Il libro rimane con voi nei momenti di solitudine, di isolamento: lo potete riprendere in mano, rileggere, rimeditare. Ed alla fine v'accorgete che pensate, che parlate come il vostro libro preferito.

E la rivista dí attualità, aggiornata, leggera, agile, amena, varia, splendidamente illustrata? Chi oggi ne fa a meno? Quanti uomini oggi pensano, giudicano i problemi e gli avvenimenti contemporanei attraverso il servizio e le corrispondenze di queste grandi riviste!
Che dire del giornale? Questo amico quotidiano che ogni mattina v'aspetta nella casella postale o all'angolo della vostra strada, e vi accompagna per strada, sul tram, in ufficio, a casa, riempendo i ritagli del vostro tempo. Una volta si distinguevano gli uomini [dagli amici, dalla professione...]: oggi dal giornale preferito.

Ed il cinematografo?
Attenti ai falsi profeti, al libro galeotto,25 alla rivista pornografica o anche sotto [sotto] troppo facilona, al giornale che si fa strumento di idee anticattoliche. È il veleno che insensibilmente intossica, corrode il tessuto vitale della nostra fede.

24 Datazione approssimativa, basata sull'uso di bozze di un volume di algebra. Di questa omelia don Quadrio iniziò una prima stesura, interrotta (Arch. 125) e ripresa poi su un secondo foglio, in successione di impaginatura col primo, apportando qualche variante.

25 Richiamo a Dante Alighieri, Inferno 5,137.
Abbiamo, grazie a Dio, [la possibilità di scegliere i nostri maestri. Di fronte ad un vistoso degrado della nostra società contemporanea, dobbiamo seriamente interrogare la nostra coscienza].

— Perché molti giovani a vent'anni non credono più?

  1. Perché troppo spesso le nostre ragazze [perdono quel senso di modestia, che costituisce la dote più preziosa della loro età?].
  2. Perché tanta delinquenza minorile?

[Non siamo forse responsabili anche noi, in qualche modo, avendo introdotto nelle nostre case questi profeti, seminatori di menzogna?].26
26 Non ci è pervenuto il seguito. La pagina termina enunciando il punto: a) La stampa cattolica.

078. l falsi profeti
(VII domenica dopo Pentecoste, 05/07/1959, ore 11, Ulzio)
Il grido di allarme contenuto nel vangelo di oggi è una recisa condanna di ogni falsità, di ogni doppiezza e simulazione, contro ogni slealtà. Cristo è la verità in persona, l'unico che poté dire di sé: «Io sono la verità». Davanti a Pilato, egli poté rendere a se stesso questo stupendo riconoscimento: «Io sono nato e venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità». Era tutto e solo luce, senza ombra: «Io sono la luce».

Fu l'uomo più sincero, più schietto, più veritiero che mai sia esistito. Perfino i suoi nemici, che lo attaccavano su tutti i fronti, dovettero riconoscere che in lui non c'era neppur l'ombra della menzogna: «Maestro, sappiamo che dici la verità, e non guardi in faccia nessuno».

Se dovessimo riassumere la vita di Cristo in una parola, dovremmo dire: «La verità soprattutto».

Già san Paolo poté scrivere di Gesù: «In lui non ci fu sì e no, in lui non ci fu altro che sì». E questa regola egli lasciò ai suoi seguaci: «Sia il v[o]s[tro] parlare sì sì, no no. Tutto il resto viene dal d[emonio], che è il padre della m[enzogna]».

Per questo Gesù ha combattuto aspramente la doppiezza, l'ipocrisia, la menzogna, il raggiro, il compromesso che era proprio dei farisei. Cristo e fariseismo stanno di fronte come due nemici irriconciliabili.

Cristo che perdonò la peccatrice, che difese l'adultera, che salvò il ladrone condannato a morte, Cristo che provò un'infinita, tenerissima compassione per ogni debolezza e per ogni peccato, fu inesorabile contro la viscida doppiezza dei farisei. Egli cercava la verità, essi la stima; egli badava alla sostanza, essi alle superfluità della vita morale; egli esigeva l'intima convinzione dello spirito, essi la compostezza esteriore degli atteggiamenti; egli voleva l'anima, essi il gesto; egli la rettitudine, essi l'osservanza; egli l'essenziale, essi l'accessoriò.

«Lupi in veste d'agnello» li chiamava, ed anche «sepolcri imbiancati (fuori splendidi, dentro marci); razza di vipere» (perché della vipera hanno l'apparenza innocua, e il veleno micidiale).

Fu tale il contrasto tra Cristo e il fariseismo ufficiale, che fruttò a Gesù la condanna a morte: «Noi abbiamo la legge, e secondo la legge costui deve morire». La legge fatta arma contro la verità, la bontà, la giustizia. Con la legge condannarono Dio, autore della legge. «Li conoscerete dai loro frutti».

Cristo oggi ci dice che il cristianesimo è la religione della verità, della lealtà, dell'onestà, della rettitudine. Cristianesimo e slealtà stanno tra loro come il giorno e la notte. Tutti conosciamo della gente che, a parole, fa professione di cristianesimo, ma in realtà è il disonore di Cristo e della sua r[eligione] .

Nella sua prima lettera enciclica a tutto il mondo, pubblicata in questi giorni, Giovanni XXIII fissa la prima direttiva di marcia del suo pontificato con le parole: «La verità soprattutto».

Sia questo anche il programma della nostra vita: 1) dire la verità; 2) amare la verità, rispettare i diritti della verità; 3) cercare la verità; 4) servire la verità: la verità sempre e sopra ogni cosa, cioè la profonda consonanza fra pensiero e parola, fra sentimento ed espressione, fra anima e gesto, fra essere ed apparire. In maniera che anche noi possiamo ripetere con Cristo: «Io sono nato e venuto in questo mondo, per rendere testimonianza alla verità».27
27 Cf. la terza parte di 0 115.

079. [Il fattore infedele]
(VIII domenica dopo Pentecoste, 12/07/1959?, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Nella s[anta] messa di questa domenica la liturgia28 ci fa meditare sulla parabola del fattore infedele. Gesù raccontò questa parabola ai contadini della Palestina, ma [essa] vale per tutti gli uomini di tutte le condizioni e di tutti i luoghi, perché i principi della religione sono universali, immutabili ed eterni.

Conoscete la parabola. Un fattore aveva amministrato male i poderi del suo ricco padrone. Questi se n'accorse e lo convocò: «Rendimi conto della tua amministrazione!». I conti non tornavano: mancavano cifre enormi. E il padrone gli diede gli otto giorni. Il fattore si vide perduto. «Che faccio? — disse —. Per mè è finita! A zappare non ce la faccio. A chiedere l'elemosina mi vergogno. Ah, un'idea!». Prese il registro dei conti e fece il giro di tutti i debitori del padrone. Per farseli amici, diminuì le cifre del debito di ciascuno, correggendo i registri.

Il padrone, che stava all'erta, lo venne a sapere e lo licenziò immediatamente, ma non potè non lodare la scaltrezza e [la] furbizia dí quel fattore disonesto.

Questa è [la] parabola. Gesù ne trasse la seguente29 morale: in questa vita noi siamo gli amministratori di Dio. Verrà un giorno in cui il supremo Padrone ci manderà improvvisamente a chiamare e ci dirà: «Rendimi conto della tua amministrazione, della tua vita, della tua anima!».

Teniamoci preparati per il rendiconto finale, nel quale la vita di ognuno sarà pesata sulle infallibili bilance della giustizia di Dio, per dare a ciascuno ciò che gli spetta.

Sarà giudicato ciascuno senza le finzioni con cui cerca di illudere se stesso e gli altri. In ciascuno di noi vi sono più persone: vi è la persona che gli altri credono che siamo; la persona che ciascuno pensa di essere, e la persona che ciascuno è in realtà: questa sarà giudicata. Come si troveranno male gli ipocriti in quel momento, in cui tutto ciò che è occulto sarà svelato! Il giudizio sarà come un controllo al contatore della mia vita. Che sorprese in quel momento!
28 Nell'originale: «liturgia della s[anta] messa». Omelia scritta su un foglio completamente bianco come la precedente (Arch. 128). Si tratta forse di una duplice stesura per il medesimo anno 1959?
29 Nell'originale: questa.

Tutto risulterà segnato: peccati in numero, specie, gravità; peccati commessi contro Dio, [il] prossimo, noi stessi; peccati commessi da noi, dagli altri per colpa nostra; peccati commessi nell'infanzia, [nella] giovinezza, [nell]' età matura, [nella] vecchiaia, dal primo uso di ragione fino all'ultimo respiro."
Pensiamoci fin che sfamo in tempo. Regoliamo i nostri conti prima che scocchi l'ora in cui Dio ci chiamerà al rendiconto e procederà al controllo della vita. Quello che allora vorremmo aver fatto, facciamolo ora!
30 Pensieri ricorrenti nelle prediche degli Esercizi spirituali.

080. Flevit super illam
(IX domenica dopo Pentecoste, vigilia, 26/07/1947, Vervio, chiesa parrocchiale)
Due scene tragicamente suggestive ci ricorda quest'oggim il santo] vangelo. Gesù che piange sulla città ingrata di Gerusalemme; Gesù che, armata la mano di flagelli, scaccia i profanatori del tempio.

Oh! riviviamo insieme per qualche istante il pianto di Gesù, contempliamo quel volto divino rigato dalle lacrime, vediamo quel petto sacratissimo scosso dai singhiozzi.

Perché pianse Gesù? Avviciniamoci un istante al monte degli ulivi. Sulla strada che va verso Gerusalemme una folla di persone acclama Gesù: «Osanna al Figlio di Davide. Benedetto colui che viene nel nome del Signore!». E Gesù, cavalcando un asinello, avanza fra due ali di popolo fremente e festante; sale lentamente il monte degli ulivi che sovrasta Gerusalemme. Saliamo anche noi con la folla.

Quando giunse alla sommità di quella collina, ecco dispiegarsi, sotto lo sguardo di tutti, la città di Gerusalemme in tutta la pompa della sua meravigliosa bellezza. È già sera e, nell'imbrunire, quello spettacolo diventa ancora più suggestivo e grandioso. Ecco le forti mura che cingono la città; ecco la splendida Torre di Davide che luccica agli ultimi raggi del sole; ecco la mole maestosa del tempio tutta rivestita di oro e di pietre preziose, che ai riflessi del sole diventano come un incendio di luce. Forse mai al mondo si contemplò uno spettacolo più grandioso e affascinante.

A quella vista l'entusiasmo della folla si tramuta in delirio e, d'intorno al giovane Messia di Nazaret, scrosciano fragorosi applausi ed osanna frementi. Anche Gesù si è fermato e rimane colpito e affascinato: dall'alto della sua cavalcatura, taciturno, il volto velato di mestizia, guarda la sua città; quelle vie che egli ha percorso predicando, sanando gli ammalati, dando la vista ai ciechi, la parola ai muti, la vita ai morti. Quanta gente aveva confortato, quante lacrime aveva asciugate, in quante case aveva ti-portato la gioia, la luce, la vita!
31 Don Quadrio, sacerdote novello, si trovava al proprio paese, dove una settimana prima (20 luglio 1947) aveva celebrato la prima messa. L'omelia che segue (081) è del giorno successivo. Rientrato a Roma, annoterà sul proprio diario in data 12 ottobre: «Prima messa a casa, i primi passi nella predicazione al popolo e ai giovani, incontri con anime del mondo e del chiostro, e da tutto questo una più profonda persuasione che tutto sta nella comprensione e compassione delle anime: ecco la sintesi ideale delle mie vacanze» (E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 110-111).

E Gesù ripensava a tutto questo. Pensava che fra pochi giorni, per quelle medesime strade, quella stessa folla ch'egli aveva confortata, l'avrebbe condotto come un malfattore, coronato di spine, carico di una croce.

E lo sguardo di Gesù si fermò su una piccola altura fuori di città e pensò che, su di essa, la città amata ed ingrata fra una settimana l'avrebbe crocifisso come uno schiavo traditore.

Ma lo sguardo profetico di Gesù si spinse più oltre nel tempo: vide il castigo che Dio preparava alla città deicida, vide nel futuro l'esercito di Roma circondare Gerusalemme, assediarla per tre lunghi anni di fame, ed infine vide quelle magnifiche costruzioni distrutte dagli incendi e dalle rovine. A questi pensieri, il volto divino di Gesù, quel volto che risplendeva della luce di Dio, si rabbuiò; gli occhi gli si riempirono di lacrime; chinò la bella fronte sul petto e pianse, pianse silenziosamente. «Videns Iesus civitatem, flevit super illam».
Gli apostoli, la folla si strinsero] attorno a lui: nessuno osò aprir bocca. Era una cosa troppo grande vedere un Dio piangere come il più povero degli uomini. Quella folla vide le lacrime scendere dagli occhi dell'Eterno e ne rimase esterrefatta.

Perché piangeva? Tra i singhiozzi uscì dalle labbra di Gesù questo accorato lamento: «Gerusalemme, Gerusalemme, quante volte ho cercato di salvarti e tu non hai voluto! Oh, se tu conoscessi quello che è necessario alla tua pace! Ma tu non lo vuoi vedere! Per questo verrà il giorno in cui ti distruggeranno e non rimarrà [di te] pietra su pietra».

Le lacrime di Gesù: adoriamole, perché sono le lacrime di Dio! Oh, non le lacrime di duemila anni fa, versate su Gerusalemme, ma le lacrime che Gesù versa oggi, per noi. Oh, nel santo] tabernacolo non c'è una cosa morta, un'immagine, un simulacro, ma c'è Gesù vivo, in carne ed ossa, con un cuore palpitante come il nostro. È là e ci vede uno per uno; è là e ci conosce per nome; è là e sa i nostri dolori, le nostre pene, le nostre lacrime. È là e, guardandoci in questo momento, può egli non piangere? Può vedere il nostro pianto, e non piangere, lui che pianse sulla tomba dell'amico Lazzaro, lui che si commosse sulla bara del giovane di Naim e sul cadavere della figlia di Giairo? Può egli non piangere, vedendo questo povero popolo logorarsi negli stenti e nelle fatiche per un pane troppo scarso e insufficiente? Può non piangere, vedendo tante spose e tante mamme in lutto per l'odio e per l'ingiustizia degli uomini? Oh, state sicuri, egli piange del vostro pianto e soffre di ogni vostro dolore.

Possiate, nelle ore della vostra amarezza e del vostro sconforto, possiate sentirvi accanto Gesù che piange e soffre con voi; possano i vostri occhi pieni di lacrime incontrarsi nei suoi pieni delle stesse lacrime; possa la vostra testa stanca, e quanto stanca, riposarsi sul suo petto divino; possa la vostra angoscia placarsi nel suo amplesso! Mescolate le vostre lacrime alle sue e diverranno lacrime dolci. Sappiate piangere con lui, e il [vostro] sarà pianto non di maledizione, ma di32 [gioia]!
32 L'omelia rimane senza seguito. Probabilmente è andato perduto un foglio.

081. [Le lacrime di Gesù]
(IX domenica dopo Pentecoste, 27/07/1947, Vervio, chiesa parrocchiale)
E vangelo della messa di oggi è il vangelo delle lacrime. Gesù, avvicinandosi a Gerusalemme, contemplando dall'alto della collina quella città tanto amata e beneficata, ma tanto infedele ed ingrata, non potè trattenere il pianto. Le lacrime gli calarono dagli occhi divini e, con la voce rotta dai singhiozzi, esclamò: «Gerusalemme, Gerusalemme, quante volte ho cercato di salvarti e non volesti! Perciò non rimarrà di te pietra su pietra».

Quante volte Gesù aveva parlato e non l'avevano ascoltato! Quanti miracoli aveva fatto, e non l'avevano creduto! Era passato per quelle vie sanando e benedicendo; ogni angolo di quelle strade ricordava un prodigio, una guarigione. Eppure quella città ingrata ed infedele si preparava a metterlo a morte. Fra una settimana avrebbe gridato: «Crocifiggilo...!».

Fratelli, sembra una storia di ieri, ed è la realtà di oggi; è la nostra povera storia di tutti i giorni. Oggi, oggi, miei fratelli, è Gesù che piange e si lamenta di tanta ingratitudine. E inutile negarlo, anche se sanguina il cuore a doverlo riconoscere: si com[m]ettono molti peccati in questo terribile dopoguerra. La guerra fu un terribile castigo e un formidabile avviso del cielo; ma tuttavia siamo più cattivi di prima. Abbiamo sofferto, abbiamo pianto, abbiamo magari perduto casa, beni, persone care, eppure il mondo va peggio di prima. Questo immenso lavacro di sangue non è servito a purificare e a lavare le sozzure del mondo!
Guardiamoci attorno e vediamo: c'è chi si vende per denaro nelle pubbliche amministrazioni; c'è chi con frodi e con inganni si arricchisce a spese della povera gente; c'è chi corrompe e si lascia corrompere nei costumi; c'è chi trascura i doveri religiosi più fondamentali; c'è chi lascia i propri figli in balia dei capricci senza educazione cristiana; c'è chi semina la calunnia e la menzogna nel modo più spudorato, anche sulla stampa; c'è chi si accanisce nell'odio... Quanti, quanti peccati!
Ed è per questo che lo sguardo di Gesù anche oggi si vela di lacrime, e dal suo petto rotto dai singhiozzi esce il lamento: «Popolo mio, che cosa potevo fare di più per te e non ho fatto? Che cosa ti ho fatto di male, perché tu mi tratti così?».33 Miei cari amici, è forse perché ci ha salvati dalla catastrofe, che lo bestemmiamo? È forse perché ha conservato in piedi le nostre case, quando mille e mille altre sono cadute? È forse perché ha risparmiato ai nostri paesi gli orrori degli sfollamenti e dei bombardamenti? Per questo lo offendiamo? È per sua misericordia che non siamo andati tutti consunti...

33 Dalla liturgia del venerdì santo: adorazione della croce.
Ed allora ascoltiamo il lamento accorato di Gesù: «Oh, se almeno oggi ascoltassi la mia voce e comprendessi ciò che vuole Dio da te!». Se oggi sentite il suo invito dentro il vostro cuore, se lo sentite bussare alla porta dell'anima vostra, non chiude[te]gli la porta in faccia: dategli ascolto. Non è mai troppo tardi per uno che vuol incominciare. Potrebbe essere l'ultimo invito, l'ultimo richiamo. Non diciamo «domani, domani». Domani potrebbe essere troppo tardi!

082. Flevit super illam
(IX domenica dopo Pentecoste, 18/07/1948, Roma, oratorio salesiano)34
Presso altre religioni, presso gli stoici per es[empio], il dolore è proibito, il pianto è proibito come una debolezza, un peccato: essi vogliono che l'uomo si mantenga calmo ed indifferente in tutte le disgrazie, in tutte le avversità. Ma G[esù] C[risto], che conosceva profondamente il cuore umano, lui che volle soffrire e che fu l'uomo dei dolori, mise il dolore al centro della sua nuova religione. I due terzi del vangelo parlano di dolore e di gioia, e l'altro terzo di amore. L'essenza, il nocciolo della religione cristiana è questo: il cristianesimo è la religione in cui il dolore diventa amore e gioia, e in cui l'amore è sacrificio. Santificare il dolore è tramutarlo in gioia.

Sentite alcune parole di Gesù sul dolore e sul pianto: «In verità vi dico, voi piangerete e gemerete, il mondo invece godrà. Voi sarete nel dolore, ma alla fine il vostro dolore si tramuterà in gioia.. La mamma, quando mette alla luce un bimbo, soffre, piange, ma, quando il figliolo è nato, gode e non si ricorda più dei dolori precedenti. Così anche voi ora siete tristi, ma godrà il vostro cuore e nessuno potrà togliervi la v[o]s[tra] gioia».

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34 Sull'ultima facciata appare lo schema, che riproduciamo qui sotto.

  1. Descrizione della scena: il vangelo delle lacrime.
  2. Gesù vivo nel tabernacolo piange ancora. Perché?
  3. Sullo stato dell'anima tua? Può guardarti e non piangere?

Il fascino della giovinezza; vecchioni: di giovane che cosa hanno più? Buoni a dir
di sì.

Sconforti, amarezza, delusioni, malinconia, incertezza del domani.

  1. Sei vivo o morto?

Offendere Gesù? Che cosa ci ha fatto di male per farlo tanto piangere così? Perché lo trattiamo così male?
Un corpo che scoppia di vigore e di salute; in un sanatorio come tanti altri, a guadagnarsi duramente il pane, con un lavoro snervante...

In Germania: sono innocente.

S[ari] Vincenzo de' Paoli.

L'omelia non segue questo schema. In alto, sopra l'inizio, troviamo due righe: «... amore e di rassegnazione. Venite a me, voi tutti. L'elemosina del dolore. Passa. Dateglielo. Sull'altare». È forse la conclusione, ma ci manca il foglio centrale.

Abbiamo un altro frammento, su carta di quaderno identica, che si richiama all'ultimo punto accennato nello schema (s[an] Vincenzo de' Paoli), ma che non si fonde perfettamente con il resto.

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Perciò nel discorso della montagna, che è come la costituzione del regno di Cristo, uno degli articoli fondamentali è questo: «Beati voi che ora piangete, perché godrete. Guai a voi che ora ridete, perché piangerete».

In poche parole, questo voleva dire G[esù] C[risto]: «I dolori della vita sono i buoni per acquistare la vita eterna, sono il passaporto per entrare in cielo. Chi ha sofferto di più qui, godrà dí più in paradiso; chi ha goduto di più qui, godrà di meno in paradiso». È per questo che il primo posto in cielo ce l'ha Gesù C[risto], e il secondo Maria santissima: le due creature che hanno più patito e più tribolato sulla terra. Vedete allora come per i cristiani diventano vere le parole di Gesù: «Beati quelli che piangono. Guai a quelli che ora godono!».

Don Bosco in mezzo alle sofferenze e alle tribolazioni diceva: «Consoliamoci: un pezzo di paradiso aggiusta tutto». E s[an] Fr[ancesco] di Assisi [esclamava]: «Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto».

Davanti ad una vita stroncata nel fiore degli anni, davanti ad una sciagura che piomba sugli innocenti, davanti alla perdita di una persona cara, di fronte, per es[empio], alle quaranta salme dei bimbi annegati la settimana scorsa ad Albenga, a noi viene spontanea una domanda: «Perché? Se Dio è buono e ci vuol bene, perché?». Il perché del dolore ha assillato le menti [degli uomini] di tutti i tempi, di tutti i filosofi, ma invano: [essi] non trovarono alcuna risposta."
La risposta la dà Cristo dall'alto della croce. Guardatelo: innocente, senza l'ombra del peccato, amato da Dio perché suo Figlio; eppure [è diventato] l'uomo dei dolori, abbandonato anche dal suo Padre celeste. Questo vuol dire che Dio non ci percuote e ci colpisce perché ci vuol male, no! Non ci fa soffrire, per gode[re] del nostro dolore, no! Non ci fa soffrire per gusto, per capriccio, per crudeltà, per divertimento, no! Dio ci fa soffrire, perché ci ama. Oh, vi dia il Signore di farvi capire questa grande verità, che è la base del cristianesimo e della vita: Dío ci fa soffrire, perché ci ama; perché vuole il nostro bene;36 perché ci vuole felici nell'altra vita che è eterna. E questa è la misura: quanto più ci ama, tanto più ci fa soffrire. Gesù Cristo soffrì più di tutti, perché Dio Padre lo amava più di tutti. E, dopo Gesù, la sua santissima Madre.

33 Cf. R 016, R 024, R 053, R 072, R 080.

36 Si veda la risposta di don Quadrio all'infermiere, durante la propria malattia (E. Valentini, Don Giuseppe Quadri() modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 187).

Nel 1944, sulla fine di luglio, andammo a fare una passeggiata sui monti Albani, vicini a Roma, con una ventina di ragazzi e giovanotti di A[zione] C[attolica]. Verso sera, i ragazzi si ferma[ro]no a mangiare more su uno spiazzo: avevamo raccomandato di non sporgersi troppo in fuori, perché era pericoloso, ma sì... Uno di questi volle fare il coraggioso; gli mancò il terreno sotto i piedi. Un grido e cadde in un burrone. Lo raccogliemmo tutto sfracellato, quasi irriconoscibile. Aveva 16 anni, sí chiamava Giampiero. Quando, a sera tardi, entrai nella sala mortuaria, trovai la mamma inginocchiata: temevo che, nello spasimo del dolore, mi investisse in imprecazioni. Notate che era figlio unico. Invece, si alzò, mi strinse la mano e disse: «Avevo quello solo, Dio me lo ha tolto... Sia fatta la sua volontà. Lui sa quello che fa... Lui sa quello che è meglio!».

Nei nostri dolori, quando non sappiamo capire il perché, e vediamo tutto buio, chiniamo la fronte davanti a Dio che è Padre, Padre qu[an]do accarezza e qu[an]do percuote, e diciamogli: «Signore, io ora non lo so, ma tu lo sai quello che fai; credo che lo fai per il mio bene; tu sai quello che è meglio!». Un giorno, in cielo, lo vedremo chiaramente anche noi e allora benediremo le lacrime che oggi ci sono tanto amare.37
Amici che qui ascoltate, non è una fiaba questa, ma una semplice realtà. In questo orrendo dopoguerra la folla si agita. Dappertutto si avverte pericolo. Dappertutto si sentono lamenti e progetti: sull'economia, sulla scuola, sui salari, sulla politica, sulla stampa, sui prezzi, sulla famiglia. E in questo agitarsi incomposto di tutti, il male non si vince.

Che cosa ci vuole, amici? Che cosa è urgente fra noi? Non c'è dubbio: una voce forte, chiara, coraggiosa, che domini un momento il tumulto e ci guidi verso la via d'uscita.38 E questa voce non può essere che la voce di Gesù. Vogliamo salvare noi la n[o]s[tra] fam[iglia], la n[o]s[tra] patria, i nostri fratelli? Il mezzo è chiaro: diamo ascolto a Gesù. È Gesù la voce che grida: vuole parlarci, Gesù vuole salvarci. È solo nella sua parola che ci possiamo fondare per risorgere: parola leale, semplice, che non offende nessuno, perché vuole il bene di tutti. Non l'ascolteremo noi? Questa parola risuona dalla chiesa, dal Papa, dai comandamenti di Dio, dalla nostra coscienza: seguiamo questa voce, se non vogliamo domani ancora una volta ripetere: «Oh, se l'avessi ascoltata!».

37 Termina qui il foglio integro. Aggiungiamo un secondo foglio, che però presuppone una parte perduta.

38 Sembra si presupponga qui l'episodio dell'incendio nel teatro, riportato altrove da don Quadrio. Una voce autoritaria e rassicurante, alzatasi sul grido confuso della folla che si accalcava verso le uscite di sicurezza, riuscì a regolare il deflusso disperato, evitando una strage.

Del resto, che cosa domanda da noi Gesù in questo momento? Una ben piccola cosa. Egli stende la mano a mendicare un piccolo atto di amore, che ci ridoni la sua amicizia.

S[an] Vincenzo de Paoli amava con tutta l'anima un giovane che era cresciuto bene, ma che poi si era abbandonato al vizio. Il s[anto], ogni volta che lo vedeva, non riusciva a trattenere il pianto: «Ebbene — gli disse un giorno s[an.] Vincenzo — le mie parole e le mie lacrime non contano. Ti chiedo però una cosa ancora». «Quale?», domandò il giovane. «Prendi questa immagine e guardala ogni sera, prima di addormentarti». Il giovane accontentò la stranezza del santo e promise. La sera vide quell'immagine per la prima volta. «Padre, le lacrime di Gesù mi hanno vinto».

Possano le lacrime di Gesù vincere anche la durezza e la resistenza del vostro cuore!

083. Le lacrime di Gesù
(IX domenica dopo Pentecoste, 19/07/1959, Ulzio)
E Gesù, vedendo la città, pianse su di essa. Se oggi Gesù si affacciasse sulla nostra patria, su questa vecchia Europa cristiana, che altro potrebbe fare, se non piangere... come pianse sulla città deicida di Gerusalemme, votata alla distruz[ione], la più tragica che la storia ricordi?
Fu chiesto a un negro che frequentava una nostra università: «Che cosa pensa dell'Europa?». Si fece serio e rispose: «L'Europa è sull'orlo dell'abisso. Ha ucciso Dio!».

Terribile! Doveva dircelo un negro, un pagano. Credete che avesse torto? Illuminiamo un poco questa vecchia Europa col riflettore. Contempliamo[la] con l'occhio di Gesù.

  1. Europa è l'Italia, il centro del cattolicesimo, dove più di dodici milioni di battezzati votano regolarmente per partiti atei e anticristiani, infischiandose[ne] di ogni legge della chiesa. Il comunismo è un errore anticristiano, ma i comunisti sono fratelli da salvare. Che cosa abbiamo fatto per convertirli?
  2. Europa è la Francia, la figlia primogenita della chiesa, dove le chiese rimangono deserte, il clero è in paurosa diminuzione, e a Parigi più di due milioni ormai non sono neppure battezzati.
  3. Europa è la Germania, da secoli religiosamente divisa e sanguinante.
  4. Europa è l'Austria, dove vi sono in media tre aborti su ogni nascita, e ciò richiama i castighi di Dio.
  5. Europa è la Svezia, dove il benessere sociale è più alto che in ogni altro paese europeo, e dove il numero dei bambini è inferiore a quello di tutta l'Europa. Il benessere ha soffocato Dio.
  6. Europa sono i paesi balcanici, dove Cristo viene ogni giorno calpestato e martoriato in centinaia di vescovi, di sacerdoti, di suore, di fedeli, [sottoposti alla persecuzione].

Non è necessario essere pessimisti per stabilire che l'Europa è sull'orlo dell'abisso, perché ha ucciso Dio.

Noi non abbiamo nessun diritto di condannare gli Ebrei e Gerusalemme, la città deicida, perché facciamo ogni giorno lo stesso, e ci diciamo cristiani, e siamo battezzati, [ci riteniamo] nazioni cattoliche.

Non abbiamo alcun diritto di condannare la Russia per il suo ateismo di stato. Da noi esiste l'ateismo pratico, privato, in milioni di cervelli e di cuori. E credete che questo ateismo pratico (della vita) sia meno disgregatore e delittuoso di quello teorico, di stato?
Noi siamo troppo «tolleranti» per negare Dio a parole, ma lo neghiamo coi fatti, lo tagliamo fuori dalla vita, come se egli fosse morto. Gli permettiamo che esista in chiesa come un pezzo da museo, ma guai se Dio si fa sentire fuori: nella scuola, nei cinema, alla radio e alla televisione, nei giornali, nelle spiagge, nei centri sciistici, nelle relazioni sociali, nell'esercizio dei diritti civili, nel parlamento. Guai! Ci stracciamo le vesti, [gridiamo] contro [1] 'invadenza clericale. Negare a Dio il diritto di intervenire nella n[o]s[tra] vita privata e pubblica è uccidere Dio.

Noi abbiamo ucciso Dio. Gli Ebrei inscenarono un processo, noi ci dispensiamo anche di quello. Siamo più semplici e sbrigativi.

  1. Lo abbiamo ucciso nelle nostre famiglie, dove la croce sul letto matrimoniale è divenuta una menzogna!
  2. [Lo abbiamo ucciso] in ogni bimbo non nato, a cui l'egoismo dei genitori impedisce l'accesso all'esistenza, che madri snaturate uccidono per non voler fare sacrifici.
  3. Lo abbiamo ucciso nella nostra gioventù, o abbandonata sulla strada, o insidiata fin tra le pareti domestiche da stampe e spettacoli corrompitori, perché non adatti.
  4. Lo abbiamo ucciso nei poveri, negli ammalati, nei sofferenti, nei vecchi, verso i quali abbiamo chiuso gli occhi, il cuore, la mano.
  5. Lo abbiamo ucciso nelle nostre scuole, dove l'insegnamento religioso è spesso la cenerentola delle materie scolastiche, dove si pretende di nutrire i nostri giovani con acqua zuccherata neutra.
  6. Lo abbiamo ucciso nelle nostre università, dove la cultura è laica, materialista, quando non addirittura atea e anticristiana.
  7. [Lo abbiamo ucciso] nei giornali neutrali (indipendenti!), che mettono la religione sullo stesso piano" [di qualsiasi altra curiosità profana].

39 L'omelia viene sospesa qui, all'esaurirsi del foglio.

084. Il pianto di Gesù
(IX domenica dopo Pentecoste)
In questa pagina così suggestiva e toccante del santo] vangelo,40 ci è presentato uno dei caratteri principali della figura, della fisi[o]nomia spirituale di Gesù: la bontà, la tenerezza, la dolcezza, quella che s[an] Paolo chiamò filantropia, amore degli uomini, umanità.

Ma una umanità vestita di compassione, quella compassione che è l'espressione tipica del vero amore. Compatire vuol dir patire insieme, vuol dire sentire nel proprio cuore le miserie altrui, vuol dire piangere con chi piange, come ha fatto Gesù sulle miserie dei suoi concittadini.

Saper compatire il nostro prossimo, saper piangere per i suoi dolori: ecco ciò che dobbiamo imparare dalle lacrime di Gesù, ecco ciò che per questo suo divino pianto dobbiamo chiedergli oggi nella s[anta] messa.

Compatire, patire insieme: finché accanto a noi v'è chi soffre e noi non ce ne accorgiamo, noi non siamo cristiani. Finché vicino a noi c'è chi piange, e noi non41 ce ne curiamo, noi non siamo cristiani. Finché accanto a noi c'è chi ha fame, e noi non facciamo nulla, noi non siamo cristiani. Finché la porta del n[o]s[tro] cuore rimane chiusa davanti a chi geme, a chi soffre, a chi piange, noi non siamo cristiani. Finché un signore, una signora paga capitali in sciocchezze, dando uno stipendio da fame alla propria donnetta, [noi] non siamo cristiani. Finché in una nazione c'è chi vive in semivuoti appartamenti ed altri ín una baracca sotto gli archi del ponte, questa nazione non ha il diritto di chiamarsi cristiana.

Cristiano è chi ama fino alla compassione. Cristiano è chi spezza il proprio pane con chi non ne ha. Cristiano è chi, dimentico di sé, è pronto a donare agli altri. Cristiano è chi ama senza chiedere ricambio, chi fa del bene senza aspettare riconoscimenti, chi dà senza far pesare, «con quel tacer pudico che accetto il don ti fa».42 Ognuno che ci accosta, abbia il dono del nostro interessamento.

Quando ci convinceremo che lo scopo della n[o]s[tra] vita è non stare bene, ma far del bene, che la felicità n[o]s[tra], l'unica felicità, è far felici quelli che vivono accanto a noi, a cominciare dai più vicini, dai più prossimi; che la pace, la concordia, la felicità di due sposi, di una famiglia, proprio dipende da questo, dallo spirito di mutuo compatimento e sopportazione, [dal] sapersi intendere e capire? Essere nell'atteggiamento di chi dà, di chi ha l'iniziativa dell'amore, di chi fa per primo i cinquanta passi necessari!
40 Omelia pubblicata in E. Valentini, Don Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 287-288.

41 Nell'originale: non noi non.

42 Alessandro Manzoni, La Pentecoste (Inni sacri 4), vv. 111-112.

Quel giorno fummo infelici perché eravamo in atteggiamento di chi attende, di chi aspetta, di chi pretende: di qui le delusioni. Diamo sempre a tutti, senza mai pretendere nulla da nessuno. È molto più felice chi dà che chi riceve. Noi abbiamo veramente ciò che abbiamo donato. Anche il saper ricevere è donare.

Affiniamoci per essere la gioia e il sorriso della n[o]s[tra] casa. Chied[i]amo a Gesù un cuore tenero fino alla compassione; un cuore che sa capire, sa scusare, sa compatire, sa piangere; un cuore che sa amare disinteressatamente, senza pretendere, senza chiedere, senza attendere ricambio; un cuore che nessuna ingratitudine chiuda, che nessuna indifferenza stanchi; un cuore che non abbia altra ambizione che vivere, soffrire e amare per la felicità degli altri; un cuore che non sa piangere se non per le altrui miserie.'"
Non vi son lacrime più preziose e più dolci di quelle che mescoliamo con le lacrime dei n[o]s[tri] fratelli sofferenti.

43 Espressioni ispirate alla preghiera di Léonce di Grandmaison (cf. O 004).

085. [L'umile preghiera]
(X domenica dopo Pentecoste)
Attraverso il velo trasparente della parabola, l'anima pensosa in questa suggestiva pagina del vangelo" scopre la base, il nocciolo, l'essenza stessa del cristianesimo e di tutta la vita cristiana: la preghiera umile. Non è cristiano chi, davanti alla maestà divina, non piega e non curva tutto il suo essere, gridando umilmente al Signore: «Abbi pietà di me, peccatore». Non v'è altra posizione legittima, ragionevole e logica dell'[u]omo davanti al suo Creatore, se non l'atteggiamento del povero pubblicano del vangelo.

Durante questa s[anta] messa noi vogliamo fare come lui, prendere il suo atteggiamento, assumere í suoi sentimenti, ripetere la sua invocazione.

La più grande disgrazia che ci ha colpiti, il male più pericoloso che ci minaccia e ci nuoce è questo: noi non sappiamo pregare, noi usciamo di chiesa, dopo aver ascoltato la messa, e non abbiamo pregato; noi recitiamo il rosario senza pregare. Pregare a lungo tutti i giorni e non saper pregare!
Preghiera significa curvare davanti a Dio tutto il proprio essere in piena umiltà, soggezione e dipendenza. Il superbo non prega, ma discute con Dio. Dio resiste ai superbi e dà la sua grazia agli umili. Dio riempie dei suoi doni i poveri, gli indigenti, gli umili e rimanda vuoti i superbi.

Umiltà è:

  1. curvare davanti a Dio la propria mente con un profondo, incrollabile, generoso atto di fede. Credere significa genuflettere con la mente davanti alla suprema maestà divina, e riconoscere che egli è il nostro Dio, creatore, signore, padrone assoluto del nostro essere e della nostra vita.

«Credo che tu sei realmente presente; credo che tu rinnovi il sacrificio della croce; credo che...».

  1. Curvare davanti a Dio la nostra volontà con un profondo, assoluto, generoso atto di adorazione e sottomissione al supremo dominio di Dio. «Signore, sia fatta la tua volontà». Olocausto del cuore e della volontà con tutti i gusti e dignità, desideri e rammarichi, gioie e dolori, affetti e rancori, propositi e piani. Fino all'ultima briciola del n[o]s[tro] essere, in omaggio, in olocausto, in sacrificio. Finché noi resistiamo a Dio, non preghiamo, [e Dio] resiste a noi.

44 Omelia scritta su fogli di bozze de I promessi sposi, da collocare tra gli anni 1953-1955.

  1. Curvare davanti a Dio il nostro corpo, la fronte, il ginocchio in segno di totale dipendenza, di assoluta sottomissione.45 Questo, questo soltanto è pregare: «Signore, abbi pietà di me poveretto, povero peccatore». La preghiera dell'umile trapassa il cielo e va diritta al cuore di Dio. Umiltà-preghiera-grazia-vita eterna.

45 Segue un «di» sospeso, al termine della prima pagina.

086. [Fariseo e pubblicano]
(X domenica dopo Pentecoste, 29/07/1956?)
Sotto il velo trasparente di questa meravigliosa parabola,46 che rivela in Gesù un'acuta e realistica penetrazione dei sentimenti segreti del cuore umano, egli ha scolpito rigorosamente, nella figura del pubblicano, uno dei tratti fondamentali del suo messaggio: la verità, la sincerità, la lealtà dell'uomo di fronte a Dio, e ha bollato definitivamente la falsità, la doppiezza, l'impostura, personificata nell'atteggiamento tronfio e viscido del fariseo.

Due uomini, due atteggiamenti, due risultati opposti.

Da una parte il tipo dell'uomo rispettabile, incensurato, riverito per la sua fama di onestà. Dall'altra il tipo del miserabile, del reietto, disprezzato per la sua professione bassa e losca, quella di riscuotere le tasse per conto dello straniero occupante.

Pregano entrambi, ma quanto diversamente!

  1. Il primo, ritto davanti a Dio, da pari a pari, tronfio della sua onestà, recita la lunga litania dei suoi meriti: «Io faccio questo, io faccio quello, io non sono come questo, io non sono come quello, io qui, io là».
  2. E secondo, curvo davanti a Dio, a occhi bassi, confuso della sua miseria, non fa altro che proclamarsi indegno, miserabile, peccatore.

Finita la preghiera, entrambi escono dal tempio, ma in quale diversa situazione di spirito! Il primo, il giusto uscì peccatore, perché ha stomacato il buon Dio con la sua boria; il secondo, il peccatore uscì giustificato: ha fatto tremare il cuore dell'Altissimo con la sua umiltà. Il grido dell'umile penetra i cieli.

Miei fratelli, durante questa messa dobbiamo, nel segreto dell'anima nostra, assumere l'atteggiamento e i sentimenti del pubblicano, cioè dobbiamo metterci, di fronte a Dio, al nostro vero posto.

La verità, la sincerità, la lealtà verso Dio esige che noi, di fronte a lui, riconosciamo di essere creature e di essere peccatori.

46 L'omelia rappresenta la ripresa di quella che precede nell'archivio (Arch. 141). Entrambe sono scritte su fogli di bozze de I promessi sposi, in diretta successione numerica. Si possono forse collocare verso il 1956.
Siamo creature. Egli è la fonte e la causa di tutto il nostro essere. Tutto ciò che sei, hai, puoi, tutto fino all'ultima briciola della tua realtà è da Dio, è di Dio, dipende da Dio. Tu sei continuamente legato a Dio con una specie di cordone ombelicale, attraverso il quale egli ti comunica esistenza, vita, energia, vitalità. È assolutamente inconcepi[bi]le una briciola del tuo essere, un attimo della tua vita, se non come irraggiamento dell'Essere divino. Togli la fonte luminosa, scompare la luce. Dio ha in mano l'interruttore della tua esistenza. Se egli cessasse un attimo di infonderti la calda energia dell'essere, tu ripiomberesti nelle fredde tenebre del nulla. La tua esistenza è una partecipazione limitata e finita del suo infinito e perfettissimo esistere, allo stesso modo che il raggio di luce è una derivazione del sole.

Non sei di nessuno, [che sarebbe] anarchia. Abiti una casa.

Non sei di altri, [che sarebbe] schiavitù. [La tua casa è stata comprata da un altro].

Non sei tuo, [che sarebbe] egoismo. [La tua casa è stata] fabbricata [da chi ti ha preceduto].

Sei di Dio, cosa sua. [E questo costituisce la tua vera] dignità.

Bisogna acquistare, di fronte a Dio, il senso dell'assoluta, continua, totale dipendenza: quella dipendenza che il fariseo ignorava, ritto in piedi, da pari a pari; quella dipendenza che il pubblicano riconosceva, curvato nella polvere del suo nulla. E senso della dipendenza si acquista nell'adorazione, cioè nel riconoscimento del proprio nulla di fronte al tutto che è Dio.

Ma di fronte a Dio non siamo solo creature, siamo [in più] peccatori. Nel riconoscimento sincero della nostra miseria sta il principio della nostra salvezza. Il fariseo, giusto, tronfio della p[ropr]ia onestà, fu respinto da Dio come peccatore. E pubblicano, miserabile, conscio dei propri peccati, fu da Dio perdonato e rifatto giusto!
Vi sembrerà un paradosso, ma è certo che q[uan]ti siamo qui adulti, io e voi, tutti, se Dio avesse applicato solo la sua giustizia, dovremmo già essere dannati nell'inferno. Perché? O abbiamo commesso un peccato] m[ortale], ed allora è evidente. O non abbiamo commesso nessun peccato mortale, e questo è stato per una grande grazia di Dio, giacché nessun adulto con le sole sue forze può a lungo vincere tutte le tentazioni] ed evitare tutti í peccati mortali. Qualunque peccato abbiamo recato con noi, venendo in chiesa, noi possiamo scaricarcene," [riconoscendolo umilmente di fronte a Dio].

47 Lettura incerta.

Beato chi più si umilia come il pubblicano. È già perdonato, perché il grido dell'umile penetra i cieli. Disgraziato chi, come il fariseo," non si riconosce come gli altri uomini. Egli è già condannato.

Quando il più grande peccatore dell'universo si rivolge pentito a Dio e gli dice: «Ti amo, abbi pietà di me!», i suoi delitti, fossero grandi come montagne, gli sono perdonati, e diventa caro a Dio. Quando il più grande dei santi osasse alzar la faccia e insuperbirsi di fronte all'Altissimo, la sua santità diventa stomachevole agli occhi di Dio.

Qualunque cosa ci sia capitata, [non dimentichiamoci mai che]

  1. Dio ama perdonare;
  2. Dio manifesta la sua onnipotenza soprattutto nel perdonare e compatire le nostre debolezze.

48 Nell'originale: pubblicano.

087. Oremus
(X domenica dopo Pentecoste, Ulzio)
[Ci è stato chiesto di presentare] l'esortazione del vescovo di Susa: «Preghiamo per la pace del mondo». Come s'intona bene con questa accorata esortazione anche il vangelo di questa decima domenica] dopo Pentecoste! È il vangelo della preghiera umile e confidente. Gesù non fece un'elaborata disquisizione sulla preghiera, no: poche pennellate, un quadro di vita vissuta, una parabola, come diciamo noi. Ma un vero gioiello nella sua scarna semplicità. Eccola.

Due uomini entrarono in chiesa a pregare: un fariseo ed un pubblicano.

Il fariseo... Il fariseo, miei buoni] f[ratelli], è il tipo della persona di riguardo: nobile, ricco, dotto, superbo, uno di quegli uomini che, quando passano per strada, tutti si tolgono il capello, ma inghiottono amaro. Ebbene, questo fariseo entrò in chiesa, andò di filato davanti all'altare, con cipiglio altero, tronfio e pettoruto, a testa alta: Eccomi qua.49 Sentite come prega, se si può chiamar preghiera la sua, perché si direbbe piuttosto la litania delle sue lodi e dei suoi meriti: «Signore, io ti ringrazio, perché io non sono come gli altri! Io non torco un capello a nessuno, io pago puntualmente le tasse, io faccio elemosina, io faccio digiuno ed astinenza. Vedi, o Signore, come sono bravo io? Gli altri invece, lo sai che gli altri sono tutti ladri, disonesti, imbroglioni, strozzini e bestemmiatori. O Signore, solo io e tu siamo dei galantuomini, o Signore».

Sentì sbattere l'uscio, si voltò in fondo. Era entrato un povero pubblicano, che s'era messo in ginocchio in fondo alla chiesa: «O Signore, ti ringrazio anche di non essere come quel pezzente laggiù, che ha più peccati che capelli in testa. O Signore, non so come tu possa sopportarlo qui alla tua presenza. Io me ne vado». E, senza dir altro, se ne andò.

Che cosa aveva chiesto al Signore? Niente! Non aveva bisogno di niente lui, bastava a se stesso, anzi, era persuaso che fosse il Signore ad aver bisogno di lui, delle sue opere buone e dei suoi digiuni. Lui era creditore davanti a Dio. Passando davanti al pubblicano, lo sfiorò con uno sguardo altezzoso: «Poveretto — pensò —. Dio ha altro da fare che perdere il tempo con gente come te!».

49 Cancellato: Come un creditore davanti al debitore.

Ma il pubblicano, da quando era entrato, s'era messo giù nell'ultimo banco. Non osava neppure alzare lo sguardo all'altare. Si sentiva peccatore, si sentiva cattivo davanti a Dio e, battendosi il petto, diceva: «Signore, abbi pietà di me, che sono peccatore. Se non mi aiuti, sono rovinato!»
«Che pensate?», disse Gesù. «Quale preghiera piacque a Dio e fu esaudita? Quella del fariseo o [quella] del pubblicano?».

Vi dico la verità: al Signore [è] piaciuta] molto di più l'umiltà del povero peccatore, che la superbia di quel fa[riseo]. Perché chi si esalta, sarà umiliato, chi si umilia, sarà] esaltato.5°
5° È probabile che l'omelia non terminasse a questo punto. Non ci è giunto il seguito. Fin qui, infatti, non si accenna più all'esortazione del vescovo a pregare per la pace.

088. I sordi
(XI domenica dopo Pentecoste, 02/08/1959, Ulzio)
Avete sentito con quanto amore Gesù ha accolto, curato e guarito il povero sordo della Decapoli.

Questo miracolo Gesù, durante la messa di oggi, lo vuole compiere per ciascuno di noi: perché anche noi, tutti, siamo un po' sordi: sordi alla voce di Dio, alla voce della chiesa, alla voce della coscienza, alla voce dei nostri fratelli sofferenti. Sì, sordi a tante voci di dolore che ci giungono imploranti da vicino e da lontano. È su questo argomento che io vi invito a pensare, per questi dieci minuti, continuando le riflessioni che facevamo nelle scorse domeniche.

Guardate un momento l'orologio. Ora, in questi dieci minuti di predica, muoiono circa diecimila persone. Migliaia di altre giacciono chissà dove, su un tavolo operatorio, annientate dalla narcosi. Centinaia di migliaia di uomini e donne come noi lottano con le malattie e con la morte in lunghe corsie di ospedali o in camere solitarie.

In questi dieci minuti sulle rive del Po, o del Tevere, o della Senna, o del Tamigi, o altrove, donne in preda alla disperazione sono sul punto di suicidarsi. In sordide celle carcerarie i prigionieri si consumano nella nostalgia dei loro cari, o nel risentimento per una condanna ingiusta, oppure vengono picchiati e martoriati per strappare loro una confessione.

Tutto questo accade in questi dieci minuti, durante i quali noi stiamo qui comodamente seduti, disponendoci a gustare la gioia riposante della domenica.

Ma altre voci ci giungono da lontano in questi dieci minuti.

  1. Dai 10 ai 15 milioni di lebbrosi si disfanno lentamente in fetidi angoli di lebbrosari o in capanne abbandonate;
  2. 38 milioni di profughi pensano alla casa abbandonata per la cattiveria umana, senza riuscire a trovare una degna e sicura sistemazione;
  3. 12 milioni di ragazzi in Europa sono senza fissa dimora, mentre il nostro cane dorme su una coperta di lana;
  4. 400 milioni di bambini nel mondo sono sottonutriti e soffrono la fame. La fame!

Sì, noi stiamo tranquillamente seduti davanti all'altare coi fiori e le candele accese, e fra un'ora saremo comodamente seduti ad una mensa riccamente imbandita; e ci dimentichiamo che milioni di persone oggi non hanno neppure un tozzo di pane. Noi siamo supernutriti, ma migliaia di bambini in Asia guardano disperatamente la mamma, che non ha nulla da mettere sulla tavola. Perché loro, e non i nostri bambini? Perché loro e non noi?
La fame non è una fantasia. È stato provato con metodo rigorosamente scientifico che i due terzi dell'umanità vivono sotto l'incubo della fame; il 65% della popolazione mondiale vive in stato di fame permanente. Si muore di fame: la fame causa più grandi stragi che non le guerre e le epidemie tutte insieme.

Nel secolo scorso più di 100 milioni di Cinesi sono morti di fame. Durante gli ultimi trent'anni, 20 milioni di Indiani sono morti di fame. Dei 17 milioni che morirono durante la rivoluzione russa del 1917, 12 milioni sono morti di fame. E ancora oggi, in questi 10 minuti, quanti in oriente muoiono di fame, q[uan]do un tozzo del pane che noi sprechiamo potrebbe salvare una vita!
E dopo aver mangiato, noi stasera ci stenderemo su un letto soffice e pulito, mentre centinaia di migliaia di poveri innocenti devono vivere nella sporcizia e nel lezzo. Perché loro e non noi? Non dobbiamo metterci a letto come le bestie: dobbiamo sentire in noi il pungolo della coscienza. Dobbiamo sapere che siamo tutti fratelli, fratelli redenti dallo stesso sangue di Cristo. Il cristianesimo ha duemila anni, ma q[uan]do incominceremo ad essere cristiani?
Miei fratelli, i dieci minuti sono passati, ed io riprendo la celebrazione della s[anta] messa. Io pregherò Gesù che rinnovi per tutti noi il miracolo del sordo guarito. Apriamo le orecchie alla voce implorante della sofferenza; apriamo il cuore alla fraterna comprensione e solidarietà verso ogni miseria; se possiamo, apriamo anche la nostra mano generosamente, perché non c'è felicità, se non quella condivisa con altri.

Ma, badate bene, io non intendo aprire il vostro portafoglio; vorrei soltanto aprirvi il cuore.

«Apriti» alla sofferenza altrui, perché se tu [te la] spassi allegramente, infischiandotene di chi soffre, dovresti vergognarti di chiamarti cristiano, anzi di essere uomo!
Ne151 mondo 400 milioni di bimbi hanno fame. Un americano lascia tre milioni [di dollari] per la manutenzione del suo cavallo da corsa. Ecco il volto ignobile e orrendo della barbarie!
51 Da qui aggiunta successiva. Cambia inchiostro e grafia.

089. Il sordomuto
(XI domenica dopo Pentecoste, 21/08/1960, Torino, Crocetta, cappella esterna)52
Ogni gesto compiuto da Gesù si ripete nella chiesa attraverso i secoli. Tutta la vita e l'opera di Cristo è continuata nella chiesa, che è il prolungamento di Cristo, fino alla fine del mondo. Il Salvatore continua a vivere, agire, salvare nella sua chiesa.

Anche il miracolo con cui Gesù ha guarito il sordomuto si rinnova, nella chiesa, ogni volta che viene amministrato il battesimo. Ognuno di noi è il sordomuto miracolato da Cristo.

Il sacerdote, nell'atto di amministrare il battesimo, ripete il gesto di Gesù, tocca con la propria mano le orecchie e le labbra del battezzando; ripete le parole che Gesù ha detto al sordomuto: «Effeta», cioè «apriti»: apri le orecchie ad ascoltare, apri la bocca per parlare. Diventando cristiano, col battesimo, ogni uomo acquista l'udito e la parola, diventa capace di ascoltare e di parlare.

Il cristiano può essere definito colui che sa ascoltare ed annunziare. Che cosa? Il vangelo di Cristo. Ogni battezzato è, per vocazione, un evangelizzatore, cioè un testimone di Cristo nel mondo in cui vive: un araldo del vangelo.

Chi non predica il vangelo, non è cristiano vero. Chi non si fa testimone di Cristo, rinnega il suo battesimo. Chi non è apostolo, è un cristiano mancato.

Il battesimo dà a tutti il diritto e il dovere non solo di ascoltare, ma di annunziare il vangelo. Vedo la vostra meraviglia: allora permettete che io risponda a tre interrogativi.

— Che cosa deve annunziare il cristiano?
— A chi lo deve annunziare?
— Come lo deve annunziare?
1. Che cosa deve annunziare il battezzato?
Deve annunziare il vangelo di Cristo. «Vangelo» significa buona novella, cioè annunzio gioioso. Il vangelo di Cristo è la buona novella che il Padre celeste ha annunziato a noi suoi figli, mediante il Cristo.

52 La data si ricava con certezza dal fatto che don Quadrio riutilizza per l'omelia un foglio di una lettera, scritta il 19 agosto 1960 a mons. Bertoli, per ringraziarlo di avergli ottenuto di celebrare nella grotta di Lourdes (cf. L 155).

Mí rivolgo a voi, papà e mamme. Quando tornate a casa, voi radunate talvolta i vostri figlioletti e, con grande mistero, dite loro: «Devo dirvi una cosa molto importante» e, quando gli sguardi dei vostri figli sono rivolti con curiosità ed impazienza a voi, ecco che voi fate la grande rivelaz[ione]: «Vi ho comprato un bel regalo». Oppure: «Domani si parte per la villeggiatura». Che bella notizia, che annuncio gioioso!
Il Padre celeste ci ha inviato il suo Figlio per annunziarci la bella notizia, cioè il vangelo. E la bella notizia è questa: la salvezza offertaci da Dio mediante il Cristo nella chiesa. Dio Padre ci ama infinitamente, ci vuole salvare tutti, mediante Gesù Cristo, nella chiesa. Dio è buono e ci ama e ci vuol salvare tutti. Tutti: anche coloro che voi ben conoscete come ladri, disonesti, bestemmiatori, rinnegati. Quelli, anche quelli Dio vuole salvi per la morte del suo Figlio Gesù. Non sono i nostri avversari, ma i nostri fratelli da amare e salvare. Questo è il vangelo che ogni cristiano riceve nel battesimo e si impegna ad annunziare.

  1. A chi annunziare il vangelo?

Gesù l'ha detto: ad ogni creatura, nessuna esclusa! Dio è Padre di tutti, Cristo è morto per tutti, la chiesa è istituita per la salvezza di tutti, dunque la buona novella deve essere annunziata a tutti.

Non solo a quelli che vengono in chiesa. A Torino il 70% non ascolta la messa domenicale, non ascolta una predica. Eppure anche questi hanno il diritto di essere evangelizzati. Da chi? Da voi, cristiani, che li potete avvicinare a casa vostra, nell'ufficio, per la strada, in tram, nei luoghi di svago. Il sacerdote non può arrivare ovunque: il Cristo ha bisogno di tutti i cristiani; la chiesa ha bisogno di voi, mette tutta la sua confidenza in voi, affida a voi il vangelo di Cristo, e vi ripete: «Andate, predicate il vangelo a tutti». Siate testimoni di Cristo ovunque, dentro e fuori delle pareti domestiche. Dove giunge uno di voi, là deve giungere la chiesa, il Cristo, il vangelo di Cristo.

  1. Come annunziare il vangelo?

[Qualcuno potrebbe obiettare]: «Ma io non sono capace di predicare. Non mi sento di fare discorsi». Non è necessario fare delle prediche e delle conferenze. Per questo ci sono i vescovi e i sacerdoti. La predicazione rimarrà sempre necessaria, ma non è sufficiente, perché non può giungere a tutti. Vi sono invece tre mezzi che ogni cristiano può usare per predicare il vangelo, e che sono assolutamente necessari e[d] efficaci, oggi più che mai.

(1) La predicazione dell'esempio. I n[o]s[tri] fratelli lontani, che hanno rinnegato la fede, non credono più alle parole, vogliono i fatti, vogliono le opere! Se tutti noi vivessimo integralmente e coerentemente il vangelo, in poco tempo non ci sarebbero più protestanti, né ebrei, né pagani, né comunisti: o almeno ce ne sarebbero molto meno. La vita dei cristiani è spesso la più grande obiezione contro il cristianesimo.

«Per credere, avete bisogno di inciampare in un cristiano autentico». La nostra vita deve diventare una testimonianza a Cristo, un argomento di credibilità, una ditnostraz[ione] efficace del cristianesimo. La predicaz[ione], oggi più che mai necessaria, è quella concreta della vita e delle opere. «Gridare il vangelo con tutta la propria vita» (De Foucault).

  1. La predicazione della bontà. I n[o]s[tri] fratelli lontani, più che di ragionamenti e dimostrazioni, hanno bisogno di amore, di bontà, di comprensione, di fraterno aiuto cristiano. Per convincerli, bisogna prima conoscerli, amarli, servirli. Dio ha fatto l'uomo in tal modo, che non si riesce a fargli nulla di bene, se non amandolo. Si può resistere a tutto, ma non all'amore. Siamo buoni, generosi, aperti, servizievoli: ecco il modo più efficace di predicare il vangelo.
  2. La predicazione della conversazione, della buona parola, del consiglio amichevole: un cristiano deve sempre parlare da cristiano, deve nelle sue conversazioni difendere e proclamare la verità, la giustizia, la moralità, la chiesa, Cristo, il vangelo, con semplicità e coraggio, senza esibizionismo e senza rispetto umano. In casa, in ufficio, per strada, in tram, in villeggiatura, il cristiano rappresenta Cristo: è sempre di servizio, mai è una persona privata o borghese. Il mondo oggi è scristianizzato e tornato pagano. Bisogna annunziare il vangelo. Un cristiano che teme di apparire tale, che non assume una netta e chiara posizione cristiana, oggi è un disertore.

Il mondo operaio non potrà essere evangelizzato e cristianizzato se non dagli operai cristiani, il mondo familiare da coniugi integralmente cristiani, il mondo intellettuale da intellettuali cristiani, il mondo della politica da uomini politici veramente cristiani.

Oggi ogni battezzato deve farsi un evangelizzatore dí Cristo tra i suoi simili.

La chiesa oggi ci affida la missione di rappresentarla nel nostro am'l biente. Cristo, toccando la nostra lingua paralizzata col suo dito onnipotente, dice a ciascuno di noi: «Apriti, parla! Incomincia a predicare il mio vangelo ai tuoi fratelli. La loro salvezza dipende da te. Io ti affido le loro anime!».

090. [Miseria e fiducia]
(XI domenica dopo Pentecoste, 25/08/1957, pomeriggio, Ulzio, teologi)
Se anche in questa domenica undicesima dopo Pent[ecoste]," come nelle precedenti, per osservare la legge della cont[inuità], rivolgiamo il nostro sguardo all'oremus della messa, possiamo ricavarne nutrimento e conforto per la nostra speranza cristiana. Veramente tale è la densità concisa e lapidaria di questi gioielli d'arte liturgica, che ogni commento è destinato più a velare che a illuminare.

«Onnipotente sempiterno Iddio, che nella grandezza della tua bontà sorpassi i meriti e i desideri di chi ti prega, spandi su di noi la tua misericordia, in modo da perdonare ciò che la coscienza teme e da concedere ciò che la preghiera non osa domandare».

I due poli attorno ai quali si svolge questa formula così densa e concisa sono, da una parte, l'infinita bontà paterna e misericordiosa di Dio e, dall'altra, la filiale e incrollabile fiducia dell'uomo peccatore. Bontà paterna e fiducia filiale è il tema che ricorre anche nelle parti salmodiche di questa messa, specialmente nel grido che apre il graduale: «In Deo speravit cor meum et adiutus sum».
Vogliamo raccogliere insieme e riporre nel nostro cuore questo messaggio dí fiducia e di speranza, di serenità imperturbabile,54 come viatico per l'ora della tristezza e dello sconforto. Incominciamo da una constatazione amara e conturbante.

Il mondo moderno ha perso il senso della fiducia, è ammalato di disperazione e di pessimismo. È certo questa una delle manifestazioni più inquietanti dell'uomo [d]'oggi.

Una corrente filosofica di moda concepisce la vita umana come insicurezza, angoscia, disperazione: un salto nel buio, un ponte poggiato sul nulla, un gioco crudele senza significato.

53 La data la ricaviamo dalla Cronaca della Crocetta: «Nel pomeriggio dopo i vespri, in sostituzione di don Fogliasso, tessè l'istruzione don Quadrio; con la sua parola forbita e concettosa illustrò l'oremus di questa domenica [undicesima dopo Pentecoste]». Per tematica è affine l'O 013.

54 Lettura incerta.

La narrativa e il teatro, espressioni tipiche della mentalità corrente, sono anche più disperatamente inquinate di pessimismo gelido e sfiduciato. Un uomo, che ha scavato come pochi nel sottosuolo dell'anima umana quasi con sadica voluttà, il drammaturgo nord-americano Eugenio O'Neill (morto a Boston [il] 28 novembre] 1953) ha lasciato un plico chiuso a sua moglie, da non aprirsi se non dopo 20 [anni dalla sua morte]. Conteneva una celeberrima commedia, che riassumeva la sua vita e la sua esperienza: «Un lungo viaggio verso la notte buia».

Se non fosse disdicevole al tempo e al luogo, quanti esempi potremmo addurre dalla narrativa e [dal] teatro moderno, per confermare che la disperazione, la nausea, l'angoscia è un baratro nero in cui si dibatte il mondo moderno! E che cosa fa l'uomo moderno per sfuggire al gorgo della disperazione che vorrebbe sommergerlo? [Sceglie] una di queste tre cose:

  1. o si toglie la vita col suicidio fisico, gesto folle, indegno di un essere intelligente, che è andato diffondendosi, specialmente in certi strati, come un'epidemia: il suicidiamo;
  2. o si sopprime con quello che potremmo chiamare il suicidio morale: la rinuncia alla vita, il lasciarsi vivere passivamente; e allora abbiamo gli stanchi della vita, anime prosciugate dal pessimismo, da[i] nervi volontariamente recisi, senza iniziativa: atteggiamento indegno di un essere libero e responsabile;
  3. oppure l'uomo moderno cerca di evadere, di dimenticare, di stordirsi con i divertimenti più avvilenti e più costosi: ecco l'edonismo sfrenato e parossistico.

Questa tragica situazione, analoga a quella potentemente descritta da s[an] Paolo, nel primo capitolo [della lettera] ai Romani, andava qui ricordata per dimostrare quanto necessario ed urgente per l'uomo moderno] sia il messaggio di speranza recato da Gesù] Cristo] nel suo vangelo ed espresso nel nostro oremus."
L'uomo può e deve ancora sperare, perché la bontà di Dio è infinitamente più grande della nostra miseria.

Il senso della fiducia è una delle componenti essenziali del vangelo, uno dei sentimenti e atteggiamenti fondamentali del cristiano. Sperare. «Perché non ci è stato dato uno spirito di timore come a schiavi, ma uno Spirito di amore e di figliolanza, nel quale possiamo sempre rivolgerci a Dio e dire: "Padre mio"». Qui è l'essenza del cristianesimo.

Questo non sentirci mai perdutamente soli, smarriti, abbandonati.56 Questo senso di attesa proprio di un figlio che riposa in seno al Padre. Questo sentirci Dio al fianco in ogni situazione, certi che non ci abbandonerà mai. Questo sentirci la mano paterna di Dio sulla spalla che ci guida,
55 Per sviluppi analoghi cf. 0 013.

56 Nell'originale al singolare.

ci sostiene, ci rialza, ci conforta. Questo sentirci fasciati dall'amore del Padre, avvolti nel caldo della sua mano paterna» E, anche se caduti, questo sentirci compatiti, attesi, cercati, desiderati da colui, la cui più grande gioia è quella di perdonarci. Tutto questo ed altro [ancora] è il senso cristiano della speranza.

Per radicare in noi e contagiare gli altri di questi sentimenti, alimentiamo la nostra speranza di tre certezze espresse nell'oremus che stiamo analizzando, tre certezze che devono cadere nel nostro cuore come tre gocce di fuoco e penetrare fino alle ultime fibre, perché viene per tutti l'ora in cui se ne ha estremo bisogno.

Prima certezza. La bontà di Dio è abbondante, eccedente meriti e desideri, infinita. Dio è buono e mi ama infinitamente più di quello che io meriti, di quello che io desideri, infinitamente più di quello che io ami me stesso. L'ultima cosa a cui cesserò di credere è che Dio è buono e mi vuol bene. Chi mi potrà sottrarre da questo amore paterno? Né la morte, né la vita, né il presente, né il futuro. Dio mi ama. Che cosa mi può avvenire di male? Che cosa mi può mancare? Dio mi ama. Che cosa posso temere? Quale ragione [potrei avere] di rattristarmi? Può essere triste uno che Dio ama? Domandare a un cristiano: «Come stai?», è un complimento. È come dirgli: «Buon giorno!». Dio mi ama. Mi crollasse addosso l'universo non ho ragione di temere. Dirò con Giobbe: «Etiam si occiderit me, in ipso sperabo» [Gb 13,15].

Seconda certezza. La bontà di Dio è più grande dei miei stessi peccati. È un amore venato di compassione; è un amore che comprende, compatisce, scusa e perdona. È un amore che diventa misericordia, che gode di poter perdonare più che di ogni altra cosa; un amore che perdona fino alla fine, nonostante ripulse e tradimenti. Qualunque cosa mi sia capitata o mi possa capitare nella vita (e può capitare tutto a tutti), noi possiamo sempre rivolgerci con fiducia incrollabile al nostro Padre e dirgli con l'oremus di oggi: «Spandi su dí noi la tua misericordia e perdona ciò che tormenta la nostra coscienza». «Crede Deo et recuperabit te». [Per Dio noi] non [siamo mai] rottami, ma materiale di ricupero. [Non c'è] nulla di irrimediabile per Dio. Se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore [1 Gv 3,20]. Se l'abbiamo fatto molto piangere, possiamo farlo molto godere.

57 Per una testimonianza intorno alla «spiritualità del caldo delle mani... fonte di pace», si veda S. Palumbieri, in R. Bracchi (a cura), Don Giuseppe Quadrio a 25 anni dalla morte, Roma 1989, pp. 49-50.

Terza certezza. La bontà di Dio è previdente e provvidente. Precorre la nostra preghiera. È più pronto [Dio] a soccorrerci, che noi a pregarlo. [Egli] più ci concede ancora [di] ciò [che noi] non osiamo chiedergli. Tutto quello che capita in me, attorno a me, contro di me, assolutamente tutto è stato pensato, predisposto, misurato da colui che mi ama. Fino ai minimi particolari. La mia vita scorre tutta tra le dita della sua mano: in manibus tuis sortes meae; in manibus tuzis tempora mea. E tutto egli dispone e decide con amore, per amore, per il mio vero bene. Può volere il male Dio? Dio vuole il mio bene anche contro di me, anche a mia insaputa. Ora domando: «Perché questo e perché quello?». Ora piango come il bimbo a cui la mamma fa ingoiare una medicina amara, perché guarisca. Ora la mia vita è come un tessuto visto a rovescio, che sembra un guazzabuglio. Un giorno, quando vedrò il verso giusto, dirò: «Ah, ora capisco!». E benedirò Dio soprattutto di quello che oggi mi fa soffrire. Non avrò capito nulla di Dio e della sua provvidenza, finché non avrò compreso che il dolore non è una disgrazia, ma un dono prezioso dell'amore paterno di Dio. Il dolore è la mano sinistra di Dio: e Dio ci ama con entrambe le mani. Tam pater nemo, anche quando ci attira a sé con la sofferenza. Egli non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più grande e duratura.

Nei momenti di sconforto e di tristezza, quando o il peso della responsabilità, o i timori del futuro, o l'incertezza del presente, o le avversità e le prove attanagliano lo spirito fino ad opprimerlo, ricorriamo con disperata fiducia a colui che a cento a cento ha saputo infondere il balsamo della fiducia: Confide, fili. Confide, filza. Noli timere, tantummodo crede. Finché Dio è la nostra speranza, non c'è ragione di disperarsi.

Deponiamo il peso che ci schiaccia nelle sue mani: Iacta cogitatum tuum in Dominum, et ipse te enutriet. Respiriamo in lui, rinnovando spesso e per le singole preoccupazioni la nostra fiducia: «Se tu sei con me, che cosa temerò?». Vinciamo la pusillanimità, la timidezza, la paura che ci paralizza nelle nostre iniziative, ripetendo con l'apostolo: «Tutto posso in colui che è la mia forza». Giacché la speranza cristiana è fonte non solo di serenità, ma specialmente di coraggio, di magnanimità e di fortezza virile nelle intraprese apostoliche. Confidite: ego vici mundum.58
58 Alcune schede, sopravvissute tra i manoscritti (Arch. 147), sembrano lo schema stesso dell'omelia, sviluppata qui in modo completo.

091. Il buon Samaritano
(XII domenica dopo Pentecoste, 17/08/1958?, ore 9, Ulzio)
La parabola del buon Samaritano59 è la risposta di Cristo al problema fondamentale dell'uomo: quale è lo scopo, la ragione, il destino, la principale occupazione della nostra vita?
Gesù risponde.

  1. Amerai! L'amore è la struttura stessa di ogni essere, ma specialmente dell'uomo. Esistere, vivere è amare. L'amore è il respiro dell'essere. Tutto l'universo è un'immenso, palpitante braciere di amore, l'uomo, soprattutto l'uomo è fatto per amare: molto più che il sole per splendere, il fuoco per ardere, l'uccello per volare. Gesù, che conosceva le intime fibre del cuore umano, ha voluto che tutta la sua religione si riducesse a questo: amare. Il cristianesimo è la religione dell'amore. Amare è la vocazione, lo scopo, l'occupaz[ione] del cristiano.
  2. Amare. Ma chi? che cosa?

Gesù prosegue con la formula tolta dall'antica legge.

Amerai...! Ma sapete che quasi si rimane soffocati dalla gioia e dalla meraviglia, quando si deve pronunciare questa formula?
Amerai Dio! Dio! Non la più bella e buona delle creature, ma la bellezza infinita, la bontà infinita, l'amore infinito, del quale ogni bellezza, bontà, amore creato non è che un pallido riflesso.

Amare la stessa bellezza, la stessa bontà personificata, amare l'amore: ecco ciò a cui ci invita Gesù.

E amarlo non con un freddo ragionamento dell'intelligenza, ma con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutte le forze.

Hai notato la ripetizione della breve parola tutto? L'amor[e] di Dio o è totale o non è. Non amare un po' te stesso, i tuoi comodi, la tua carriera, i tuoi gusti, e un po' di più il tuo Dio. Ma amare lui sopra ogni cosa, e tutto il resto in lui e per lui, con una donazione completa di tutto il tuo essere.60
59 Omelia scritta su fogli intestati al Decano di teologia, usati da don Quadrio per minute verso l'anno 1958. La parabola del buon Samaritano era letta nella dodicesima domenica dopo Pentecoste.

60 Concetti analoghi in 0 097: «Ama».

3. Amare Dio! Ma egli è un essere spirituale, invisibile, inaccessibile, mentre noi abbiamo un cuore di carne, degli occhi di carne, delle labbra di carne, delle mani di carne. Come ci potrebbe bastare un tale amore? Per mettersi al livello del nostro amore, Dio si è fatto carne, si è fatto come noi; con un cuore di carne, con dei sentimenti, degli affetti come i nostri. Uno di noi, per essere amato con tutto il nostro essere! Guardalo. Egli è il buon Samaritano, che dal cielo è sceso accanto a noi per amarci e farsi amare.

— Ti affascina la bellezza? Egli è il più bello tra i figli degli uomini.

  1. Ti senti conquistato dalla forza dell'intelligenza, dal vigore della parola? Egli sapeva parlare come nessun altro, soggiogando le folle e facendo ammutolire gli avversari!
  2. Ti senti portato verso la sincerità, la rettitudine? Egli fu il più sincero e retto tra gli uomini.
  3. Non sai resistere a chi ti vuole bene? Guarda la mangiatoia, la croce, il tabernacolo. Ti ha amato fino alle estreme possibilità dell'amore! E ti dice: «Ti amo, vuoi amarmi in ricambio?».

4. Amare Gesù. Ma come, in che modo, se egli è felice in cielo e non ha bisogno di me?
Ed ecco il grande miracolo. Come egli si [è] nascosto sotto il pane consacrato per amarmi e donarsi a me, così si è nascosto nel fratello, perché io lo possa amare e donarmi a lui. Il prossimo è il Cristo, [è colui] in cui è nascosto Gesù. «L'avete fatto a me!».

Avete sentito la risposta di Gesù: «Amera[i] Dio... Amerai il prossimo». Vi è un solo modo concreto, reale, sincero, effettivo di amare Dio: amare il prossimo come noi stessi. Donarsi, mettersi a servizio, dare sempre e tutto. Qui c'è tutto il cristianesimo, tutta la religione, tutta la legge, tutta la santif[icazione].

— «Ecco, io vi do il mio comandamento: che vi amiate tra di voi, come io vi ho amati».

— «In questo vi riconosceranno per miei discepoli, se vi amerete, come io vi ho amati».

Vi è una sola vera gioia nella vita: aiutare e far felice un altro.

Vi è una sola vera tristezza: cercare se stessi negli altri. L'amore interessato, egoistico, di bramosia, di concupiscenza, che subordina il prossimo a sé, è una insanabile e torturante piaga. Lo sappiano i n[o]s[tri] cari giovani. L'amore vero non è ricerca del piacere, non frenesia dei sensi, non [possedere] una relazione fatua e superficiale, in cui l'altro è il giocattolo o uno strumento: è anzitutto un fenomeno dell'anima, un impegno per la vita.

Il n[o]s[tro] amore dev'essere come quello del buon Samaritano: un amore

  1. che prende l'iniziativa, e non attende di essere pregato, invocato, cercato;
  2. che cerca e preferisce il povero, l'abbandonato, il sofferente, il bisognoso, lo straniero;
  3. che discende dalla cavalcatura della superbia, si mette sullo stesso piano, si avvicina facendo lui i primi passi; non sta sulle sue in attesa;
  4. che sa vedere, capire, compatire i mali altrui e sentirli come se fossero propri, non sa essere indifferente davanti al dolore, ma è tenero fino alla compassione, piange con chi piange;
  5. che agisce, pagando di persona, senza calcoli (non amiamo con la parola e [con] la lingua, ma con l'opera e la verità);
  6. che non chiede, né pretende, né attende ricambio, ma dà gratuitamente, che non mercanteggia, ma dona e dimentica il dono fatto, che non si chiude davanti all'ingratitudine e all'incorrispondenza, ma, facendosi violenza, continua a donare agli ingrati, agli immemori, agli ottusi, ai maligni, ricambiando il male con il bene; e quando anche non potesse far altro, continua invitto a pregare, tacere, soffrire. Perché l'amore non si lascia vincere, mai! Chi ama veramente, ama per sempre!

A Gesù, buon Samaritano, il più buono degli uomini, la cui bontà rimane scolpita indelebilmente nei ricordi dell'umanità; a Gesù che sull'altare si dona nuovamente a noi nell'atto supremo dell'amore, che è dar la vita per l'amato, chiediamo — giacché l'amore è un suo dono — chiediamo di saper amare, di saper vivere per gli altri, di fare della n[o]s[tra] vita un servizio, un dono perenne, della n[o]s[tra] persona uno sgabello per la gioia degli altri, di capire che non c'è gioia più grande e più vera che sacrificarsi per amore degli altri.

092. [Servizio e corsa]
(XII domenica dopo Pentecoste, 01/09/1957, Ulzio, teologi)
Potremmo paragonare l'oremus  che la chiesa ripete quest'oggi61 nella sua liturgia] ad uno di quegli antichi, minuscoli forzieri o cofanetti dall'esterno ben levigato e finemente cesellato, ma ermeticamente chiusi: contengono tutti una insospettata varietà di gemme e perle preziose, che rimangono inac[c]essibili a chi non possegga la chiave per aprirlo. E la chiave non si trova tanto facilmente.

«Onnipotente, misericordioso Iddio, dal cui dono proviene che i tuoi fedeli ti prestino degno e lodevole servizio, concedi propizio che noi corriamo senza inciampo ai beni da te promessi».

L'elegante tornitura della forma, il magnifico e melodico ritmo del periodo, la scultorea concisione delle espressioni velano una ricchezza e profondità di pensiero, che un osservatore profano e superficiale non riesce nemmeno a sospettare.

La vicenda di ogni vita umana vi è rappresentata con due immagini potenti e suggestive come una giornata [a] servizio e come una corsa. Servizio degno e lodevole di Dio (tibi a flidelibus] t[uis] digne et laudabiliter (serviatur]), corsa senza inciampi verso il celeste traguardo (ad promissiones tuas sine offensione curramus).
Di questo servizio, di questa gara, l'oremus con una frase densissima di contenuto delinea le tre leggi fondamentali, allorché afferma che è dal dono di Dio che deriva all'uomo la capacità di prestargli un degno e lodevole servizio.

61 Omelia scritta sul retro di bozze di un volume di algebra. È probabilmente da collocarsi nell'anno 1957 (1 settembre). Con tale data concorda l'accenno interno ad una risposta su «Meridiano 12» e il richiamo al primo giorno di settembre. L'allusione esplicita alla «nostra vocazione» e al ministero ci indica che il pubblico è quello dei chierici.

I. Legge negativa o dell'impotenza. L'uomo con le sole sue forze naturali si trova nella più assoluta e radicale impotenza di servire degnamente Dio e di correre senza inciampo al traguardo dell'eternità. Abbandonato a sé, l'uomo non solo non può servire Dio degnamente e lodevolmente, ma cade inevitabilmente in peccato, di peccato in peccato; è incapace di efficace ravvedimento; è destinato ineluttabilmente non a raggiungere la dimora promessa,62 ma la dannazione eterna. Per ognuno di noi, senza la grazia, il peccato è inevitabile, l'osservanza della legge di Dio impossibile, l'inferno ineluttabile. Siamo, da soli, una massa dannata, votata alla dannazione. Se non fosse per la m[isericordia] di Dio, tutti noi dovremmo63 già essere nelle fiamme inestinguibili dell'inferno!
La nostra impotenza a compiere opere meritorie e salutari è uguale, se non maggiore, dell'impotenza di una pietra a parlare, di un animale a ragionare. Com'è assurdo che un cane possa comporre la Divina Commedia, così è impossibile che io possa compiere con le mie sole forze un'azione soprannaturale, anche minima, che conduca alla vita eterna.

L'ha detto Gesù con parole categoriche e perentorie: «Senza di me non potete far nulla» nell'ordine della salvezza. Non dice non potete far tutto, ma non potete far nulla. «Come il tralcio, staccato dalla vite, non porta frutto, così neppure voi, se non rimanete in me».

E s[an] Paolo, di rincalzo, nell'ep[istola] di oggi soggiunge che «neppure un buon pensiero o desiderio soprannaturale noi possiamo concepire senza la grazia». E altrove [afferma]: «Nessuno può dire con merito "Signore Gesù", se non nello Spirito Santo» (1 Cor 12,3). Nulla, assolutamente nulla: né pensare, né volere, né desiderare, né proporre, né incominciare, né continuare.

E soprattutto nessuno da solo può salvarsi, perché «gratia Dei vita aeterna in Christo Iesu Domino nostro». La salvezza eterna è frutto della grazia, meritataci da Cristo.

Sul baratro dell'inferno, Cristo ha gettato come ponte unico la sua croce, attraverso la quale giungiamo al cielo.

Quanto dunque son vere le parole con cui si apre l'oremus di oggi! «O Dio, dalla cui grazia unicamente deriva che noi possiamo servirti in modo lodevole e degno del premio eterno».

II. Ma, se osserviamo bene, vediamo che queste parole racchiudono anche una seconda legge, che potremmo chiamare legge della sovrabbondanza, e che potremmo annunciare così.

62 Parole di incerta lettura.

63 Nell'originale: dovrebbe.

Dio ci dà con munifica, inesauribile larghezza tutti gli aiuti necessari perché possiamo in ogni momento e situazione servirlo degnamente e lodevolmente. La nostra indigenza è sempre colmata dalla sua sovrabbondanza. È un altro dogma di fede non meno certo del primo. Se uno dicesse che vi sono situazioni in cui l'osservanza di un qualche obbligo o comandamento è impossibile, perché la grazia di Dio è insufficiente, sarebbe eretico. Dio fa sempre, con tutti, generosamente la sua parte, offrendo a ciascuno la sua grazia. Chi pecca, pecca perché ha rifiutato l'aiuto di Dio; chi si danna, si danna unicamente per aver respinto la mano paterna di Dío.

Una signora sconsolata scriveva in questi giorni ad una rivista cattolica, lamentandosi che Dio non fosse stato giusto con lei,

  1. perché le cadute della sua vita erano dovute a insufficienza di aiuto divino più [che] a propria colpa;
  2. perché aveva tanto pregato per la conversione di due persone carissime, le quali invece erano perite improvvisamente e tragicamente lontane da Dio.

Ma, in entrambi i casi, è fuori di dubbio che, se qualche cosa è mancata, non è stato certo il soccorso di Dio, ma piuttosto la buona libertà degli uomini. Giacché egli offre bensì a tutti i suoi doni, ma con sovrana delicatezza e discrezione, lasciando a ciascuno la libertà di accettarli o di respingerli, in maniera che ciascuno sia arbitro del proprio destino. Dio non vuole degli automi, ma de[gl]i amanti, rispetta la nostra libertà e la nostra scelta: e anche la felicità eterna ce l'offre non come un'umiliante elemosina od imposizione, ma come un premio liberamente scelto, un traguardo onorevolmente conquistato.64
Nei dubbi, nelle difficoltà, nelle tentazioni, nei momenti di passionalità suggestiva, nella lotta quotidiana contro i nostri difetti, nella sanguinosa conquista della santità, ma soprattutto quando ci atterriscono la sublimità della n[o]s[tra] vocazione, la responsabilità dell'apostolato, gli impegni gravissimi della vita religiosa e sacerdotale, allora ricordiamoci che

  1. Dio non comanda cose impossibili, ma con la sua grazia rende dolce e soave anche il giogo più pesante.
  2. Ad ogni dovere corrisponde sempre una grazia proporzionata.
  3. Dio è fedele: non permette che siamo provati sopra le nostre forze.
  4. Da Dio viene ogni capacità: lui che ci rende ministri idonei del N [uovo] T [estamento]
  5. Colui che ha incominciato in voi l'opera buona (chiamandovi), non mancherà di completarla per la gloria di Cristo Gesù. — Omnia possibilia sunt credenti: tutto è possibile per chi ha fede.
  6. Tutto possiamo in colui che è la nostra forza.

64 Sviluppi di concetti analoghi si possono trovare in R 012, pubblicata nell'ottobre 1957, con i due quesiti della signora.

Potremmo infine chiederci quale sia quel munus, quel dono divino da cui proviene la nostra forza e capacità propria della n[o]s[tra] onnipotenza.65
È certo un[a] parola ricca, densa e pregnante di significato. Nello stile concreto e personale dell'antica liturgia, il dono, prima ancora che grazia santificante] o attuale, è lo stesso Spirito S[anto].

Quel dono è anzitutto il dono di Dio per eccellenza, lo Spirito S[anto], altissimi Bonum Dei, fonte di ogni altro dono: quel dono amoroso che nella Trinità il Padre e il Figlio si scambiano vicendevolmente con una ineffabile circolazione di amore; quel dono che dal seno della Trinità si è riversato sull'umanità di Cristo, la quale fu concepita, santificata e riempita di Spirito Santo; quel dono divino che dal corpo fisico di Cristo crocifisso sul Calvario si è riversato (attraverso le bocche aperte delle sue ferite) sul suo Corpo mistico (la chiesa), diventando l'anima della chiesa, cioè il principio vitale di tutta la santità e inesauribile fecondità della chiesa; quel dono infine che dalla chiesa passa in ogni membro nel momento ín cui viene inserito in Cristo per mezzo del battesimo o di quel secondo battesimo che è la penitenza.

Lo Spirito vivificante e santificatore da Spirito del Padre è diventato Spirito del Cristo, Spirito e anima della chiesa, Spirito e anima di ciascuno di noi, compiendo nel nostro organismo soprannaturale ciò che l'anima compie nel nostro organismo naturale. Da lui proviene che noi possiamo prestare a Dio un degno e lodevole servizio.

Come tutto ciò che nel n[o]s[tro] organismo naturale c'è di vita, di forza, di attività, dí moto proviene dal principio vitale naturale che è lo spirito o anima umana, così tutto ciò che nel n[o]s[tro] organismo soprannaturale c'è di vitalità, di attività, di dinamismo proviene dallo Spirito Santo, che è dentro di noi, è come l'anima, il principio, la forma della vita soprannaturale.

Ciò che l'anima è per noi nell'ordine naturale, lo Spirito S[anto] lo è nell'ordine soprannaturale.

Egli abita in noi, come l'anima nel corpo.

Egli ci fa vivere con la grazia, come l'anima fa vivere il corpo. Come il corpo senz'anima è cadavere, così l'anima senza lo Spirito] S[ant]o.

65 Lettura incerta. La parola «onnipotenza» è ricavata con sicurezza dallo schema d'archivio che tratta lo stesso argomento, sviluppando maggiormente questo punto: «La nostra indigenza è colmata dalla sua sovrabbondanza. Radicalmente impotenti, il dono di Dio ci rende divinamente capaci, potenti, in certo senso onnipotenti contro il peccato e l'inferno».

Egli ci fa pensare, capire, amare, volere, agire soprannaturalmente; come l'anima ci fa pensare, volere, agire naturalmente. Come le facoltà naturali promanano dall'anima, così le facoltà soprannaturali (virtù) sono emanazioni dello Spirito S[anto], attraverso le quali egli stesso opera in noi.

Egli ci guida, ci dirige, ci sospinge coi suoi doni, ci ammaestra, ci scongiura, ci riprende attraverso «gemitibus inenarrabilibus», attraverso le sue mozioni e ispirazioni.

Egli è il maestro interiore dell'anima, che ha eretto la sua cattedra all'interno del cuore, e di là non cessa di esortare e testimoniare (testimonium veritatis)66 guidandoci a tutta la verità, suggerendoci ogni cosa (suggeret vobis omnia) necessaria alla nostra santificazione.

Veri figli di Dio sono quelli che si lasciano condurre per mano docilmente dallo Sp[iri]to di Dio: «Quicumque filii Dei aguntur, ii sunt filii Dei».
Noi non sappiamo a quale grado di santità arriveremmo ben presto, se noi ci abbandonassimo a lui con docilità, come del fango nelle mani dell'artefice, se noi lo67 lasciassimo fare, senza intralciare la sua opera, se noi ci mettessimo a sua totale disposizione senza riserve. «Suaviter equitat quem gratia Dei portat: corre velocemente e senza inciampi, colui che si lascia condurre dallo Spirito Santo».68 Ut ad promissiones tuas sine offensione curramus.
Se anche uno solo di noi oggi si mettesse alla scuola dello Spirito Santo e vi perseverasse con assoluta dedizione, la s[anta] chiesa potrebbe rallegrarsi di non aver recitato invano questo splendido oremus, perché questo primo settembre rimarrebbe memorabile nella storia della santità cristiana.69
66 Lettura incerta.

67 Nell'originale: non lo. Altri leggeri ritocchi nella frase.

68 De imitatione Christi 2,9,1.

69 Ci resta una scheda, con lo schema di quest'ultima parte (Arch. 157a).

093. il dieci lebbrosi]
(XIII domenica dopo Pentecoste, 19/08/1956?)"
Questa suggestiva pagina del vangelo di s[an] Luca è così vibrante di emozione e di pat[h]os, che ha molto da dire non solo alla nostra mente, ma anche al nostro cuore e alla stessa nostra sensibilità. E perché possa parlare più efficacemente, ricostruiamo la scena e i retroscena che la narrazione] evangelica] lascia intravedere] o sugg[erisce].

  1. Gesù [è] alle porte di un paese (forse Efrem): quella gente povera ed umile, quel popolo di contadini gli si fa incontro a riceverlo: íl ricevimento si svolge all'ingresso, dove finiscono i campi e incominciano le povere casupole, appoggiate timidam[ente] le une alle altre, o dove la stradicciola si allarga71 a formare come una piazzetta erbosa e polverosa. Tutto è piccolo, tutto povero, tutto è umile.

La voce è corsa per i viottoli, di porta in porta: arriva Gesù di Nazaret, quello che fa i miracoli. E, come ad un convegno stabilito, il piccolo paese si vuota e [si] accalca attorno a Gesù: i piccoli, le donne, e dietro gli uomini. Gesù si trova a suo agio tra gli umili e i poveri, e questi si trovano a loro agio di fronte a Gesù.

  1. Ed ecco, ad un tratto, uno scompiglio, un tramestio, un fuggire da ogni parte: Gesù rimane solo in mezzo alla piazzetta deserta. Da una siepe, che segna il confine tra campagna ed abitato, era uscito un grido lugubre e mesto, che tutti ben conoscevano, e col grido una testa livida di color bronzo, una faccia devastata e corrosa; un corpo seminudo che si trascinava penosamente, reggendosi a un bastone. E dopo quello un altro ed un altro ancora: erano dieci lebbrosi che da lontano, alzando i moncherini straziati, gridavano: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi».

70 Scritta su foglio da lettera e forse da assegnare all'anno 1956 (19 agosto).

71 Nell'originale: allargare.
Povera gente! Un giorno anche loro erano sani e felici come gli altri, come gli altri avevano una casa, una moglie, dei figli adorati. Ma poi, ecco la tragica scoperta: una chiazza biancastra, poi un tumore livido, un bubbone fetido: e avevan dovuto fuggire, senza poter abbracciare e baciare i loro cari, fuggire di casa come cani rognosi, lontano, nella deserta campagna. Qui quattro frasche in croce erano [il] loro ricovero, una bracciata di erba secca il loro giaciglio; qualche pane lasciato sull'orlo del sentiero da qualche pietoso il loro nutrimento. E sul giaciglio le loro membra erano cominciate a disfarsi; la cancrena penetrava, rodeva carni e giunture, tendini e nervi, organi e membra: la putrefazione di un corpo vivo. L'anima viva e consapevole [si sentiva come] chiusa in un cadavere ambulante. E insieme allo sfacelo del corpo, lo strazio ancor più doloroso del cuore: la solitudine, la nostalgia, il rimpianto, il desiderio cocente di una casa e di una carezza, la disperazione.

Ma, nella disperazione, quel giorno era brillato un raggio di speranza. Qualcuno da lontano aveva loro gridato che sarebbe arrivato Gesù, il consolatore degli infelici, il celebre guaritore dei malati: «Viene Gesù!».

[Si dicevano tra di loro]: «E se andassimo da lui, se provassimo?». «Ma no, che è inutile: scapperà anche lui come gli altri». «Io ci vado». «Vengo anch'io». I dieci ebbero fede, e si trascinarono vicino alla strada, verso il paese, e si appostarono dietro la siepe, in attesa di Gesù.

Ed ora erano li davanti a lui, muti, ansiosi, trepidi, imploranti. Non pregavano più. Ma quale preghiera erano quei volti sfatti, quelle occhiaie corrose, quei moncherini straziati! Gesù, attraverso lo sfacelo della carne, vide le anime, le vide credere, sperare, pregare. E ne fu profondamente conturbato. Davanti alla sofferenza egli non sapeva resistere. Non seppe dir nulla, perché la commozione gli faceva nodo alla gola. Disse soltanto: «Andate, mostratevi ai sacerdoti».

E qui, per capire il significato della parola, bisogna sapere che presso gli Ebrei il sacerdote era anche l'ufficiale sanitario della regione. Al sacerdote doveva presentarsi un lebbroso che (caso abbastanza raro) riteneva72 di essere guarito, per ottenere un certificato di libera circolazione, con cui ritornare tra i suoi.

Dunque le parole di Gesù equivalevano a queste altre: «Andate dal sacerdote a farvi rilasciare il certificato di guarigione».

Il certificato di guarigione in quello stato? Ma, contro ogni umana apparenza, i lebbrosi credettero; sperarono contro ogni speranza. E, per strada, mentre si trascinavano verso il vicino centro in cui abitavano i sacerdoti, ecco, a premio della loro fede compiersi il miracolo. Le carni cancrenose e morte all'improvviso trasalirono, scosse da un fremito misterioso: come un albero secco, improvvisamente percorso da una ondata di linfa vitale; e al posto delle piaghe fetide ecco spuntare una carne fresca e rosea come la carne di un bimbo. Avevano creduto e sperato, e la speranza non era stata vana.

72 Nell'originale: credesse.

La speranza, la fiducia in Gesù. O fratello, che gemi sotto il peso segreto della sventura, della preoccupazione, del rimorso, apri il tuo cuore alla fiducia: sulla tua via oggi passa Gesù. O fratello, che languisci" sul giaciglio del tuo peccato, logorando nella tristezza della colpa «dell'anno e della vita il più bel fiore»,74 alzati e trascinati da Gesù [e di' a lui]: «Gesù, maestro, abbi pietà di me». Se hai fede e amore, il miracolo è sicuro: Gesù ti manderà dal suo sacerdote nel sacramento della confessione o guarigione spirituale.

  1. Egli è «quei che volertier perdona».75
  2. Se l'abbiamo fatto piangere, possiamo farlo molto gioire.
  3. Se il tuo cuore ti condanna, egli è molto più grande del tuo cuore!

73 Nell'originale: giaci.

74 «Dell'anno e di tua vita il più bel fiore» (Giacomo Leopardi, Il passero solitario, I canti 6, v. 16).

75 Dante Alighieri, Purgatorio 3,120.

094. Addio a Ulzio. [I dieci lebbrosi]
(XIII domenica dopo Pentecoste, 08/09/1957, pomeriggio, Ulzio, teologi)
In questa, che per la maggior parte di noi è l'ultima sera festiva76 che passiamo nella pace serena di questa incantevole Abbadia, quanti richiami, quante voci, quanti messaggi approdano al nostro spirito sulle ali dell'odierna ricchissima liturgia della chiesa! La liturgia è un libro dove sono raccolte le ansie e i sentimenti di tutte le generazioni dell'A[ntico] e del N[uovo] T[estamento]; dove ciascuno, in ogni occasione, può trovare l'espressione più viva ed efficace di ogni sentimento e stato d'animo. Per scoprire il filo d'oro che congiunge i multiformi elementi di cui consta la ricchissima liturgia della duplice odierna ricorrenza (festa della Natività di Maria e tredicesima domenica post Pentlecosten1), dobbiamo innanzitutto metterci al posto dei 10 lebbrosi dell'odierno vangelo domenicale.

Gesù è alle porte di un villaggio campestre, sullo spiazzo davanti alle case. Tutto il paese gli si è affollato intorno. Ad un tratto, tutti fuggono. Gesù è rimasto solo sulla piazzetta. Dalla siepe che dà verso i campi, è risonato un grido lugubre e cavernoso, come se venisse d'oltre tomba: «Gesù, Maestro: abbi pietà di noi!». E dietro quel grido si è affacciata una testa livida, un viso corroso dalla cancrena, un corpo cadente, straziato dalla lebbra, che si trascina come un cadavere ambulante verso Gesù; e dopo di lui un altro, un altro ancora: sono dieci, dieci lebbrosi che ora si trovano di fronte a Gesù. Non parlano, non pregano: aspettano, ma la loro carne in sfacelo è una muta, straziante implorazione.

Povera gente! Un giorno erano felici nelle loro case; e poi l'orribile scoperta: la lebbra. Ed erano dovuti fuggire da casa, senza poter baciare per l'ultima volta i loro bimbi e i loro cari. Fuggire nella solitudine, dove quattro frasche erano la loro capanna e una bracciata di paglia il loro putrido giaciglio. Quanti anni erano passati? Anni di strazio cocente della carne che cadeva a brandelli, macerata dal male che avanzava inesorabile, e più strazio dello spirito nella nostalgia, nella solitudine, nella disperazione.

76 L'omelia è da collocarsi all'8 settembre 1957, data nella quale coincidono le tre ricorrenze citate al suo interno: la tredicesima domenica dopo Pentecoste, la Natività di Maria e la memoria di sant'Adriano.

Abbiamo della medesima tre redazioni: uno schema su due schede di appunti e due stesure giunteci incomplete, una prevista probabilmente per la mattina alla gente, una per il pomeriggio ai teologi. Lo schema è da riferirsi alla seconda, come si deduce da un accenno interno.

Ma, nella notte della loro disperazione, quel giorno era penetrato un raggio di speranza. Insieme col misero pane recato sul sentiero da mani pietose, quel giorno era giunta a loro una voce: «Arriva Gesù». «E se andassimo?». «No, che è come gli altri. Scapperà al vederci». «Io vado», «vengo anch'io», «anch'io». In dieci. La carovana della morte ora si trova di fronte a Gesù, e l'implora col grido muto di una fede e di una speranza disperata.

Ecco: di fronte a Gesù, quest'oggi noi siamo i dieci lebbrosi, ciascuno col suo male, col suo segreto di dolore, col suo peso di ansia, con la sua lebbra di peccato, e preghiamo! Preghiamo con le parole che nostra Madre, la chiesa, ci mette sul labbro in questa domenica, e che tanto rispecchia dei sentimenti che spinsero í lebbrosi a[i] piedi di Gesù, una preghiera ricchissima di pathos e di contenuto dottrinale, che giunge a noi dai secoli remoti, non logorata, no, ma piuttosto impreziosita dalle lacrime e dalla fede di tante generazioni cristiane.

«Onnipotente sempiterno Iddio, fa' crescere in noi la fede, la speranza e la carità, e perché possiamo meritare di raggiungere la mèta che ci prometti, fa' che amiamo ciò che comandi».

Che cosa domandiamo in questo [primo] oremus, se non il miracolo che i dieci lebbrosi ottennero da Gesù, mentre camminavano per via verso Gerusalemme, pieni di fede e di speranza nella parola di Gesù: «Andate dai sacerdoti, per farvi rilasciare il certificato di completa guarigione»? Ecco, ad un tratto, un fremito di vita percorrere e scuotere quelle carni riarse dal morbo, come sul finire dell'inverno l'albero spoglio è percorso da un fremito di primavera e comincia a fiorire. E in quella carne morta fiorì una carne giovane e rosea come la carne di un bimbo.

È il miracolo implorato in tutti gli oremus, nei quali si parla di una vita che rifiorisce, che si rinnova, che si espande, che cresce.

Nell'oremus della tredicesima domenica dopo Pente[coste], si parla di fede, speranza e carità che si espandono e crescono come il germe che diventa pianta; nell'oremus della festa della Natività di Maria, si parla della grazia celeste, che da un tenue exordium si amplifica in un «pacis incrementum» (giacché la nascita della Vergine è quell'aurora consurgens che prelude al pieno meriggio della grazia e della pace: sol in meridie). E nel terzo oremus, quello del martire Adriano, si parla dell'amore che in noi corrobora e rafforza: «in tui nominis amore roboremur».
Alla base di queste formule sta una duplice verità, che brevemente vogliamo illustrare, nella luce della festività mariana.

1. La nascita di Maria, per la chiesa, è simbolo della nostra nascita alla grazia. Oltre l'organismo naturale, che nasce, cresce e agisce in modo umano, vi è in noi un organismo soprannaturale, che, nato nel batt[esimo], ci fa vivere e operare in modo divino come figli di Dio.

Tra i due organismi vi è grande somiglianza.

L'organ[ismo] naturalé è composto da un principio vitale, detto natura hominis, per cui esistiamo come u[omini]; da diverse facoltà (int[elligenza], volontà), per cui operiamo da uomini.

L'org[anismo] soprannaturale] è composto da un princ[ipio] vitale, detto grazia sant[ificante], che divinizza il n[o]s[tro] essere, ci fa esistere come figli di Dio, [e] da diverse facoltà promananti da quel principio, che ci fanno operare in modo divino, da figli di Dio.

Tre [sono queste] facoltà [soprannaturali infuse con il battesimo].

  1. Un'intelligenza divina soprannaturale, che tutto ci fa vedere e comprendere in modo divino: gli occhi di Dio trapiantati in noi. Luce infinita di Dio [che] diventa la luce della nostra intelligenza. È la fede, quasi una nuova intelligenza trapiantata in noi dalla grazia, mediante la quale la mia intelligenza viene elevata al piano dell'intelligenza divina e, pur nell'oscurità e penombra della vita presente, vede la verità che vede Dio, gode della stessa certezza di Dio, partecipa all'assoluta infallibilità di Dio.
  2. La seconda facoltà inserita dalla grazia nel n[o]s[tro] organismo soprannaturale è una affettività o sensibilità soprannaturale, una arcana simpatia verso i beni e l'eredità paterna che Dio ci tiene preparati in cielo. È la virtù della speranza, che è come l'affettività di Dio trapiantata in noi, mediante la quale abbiamo gli stessi desideri, le stesse affezioni, le stesse inclinazioni, gli stessi gesti, che ha Dio. Ora Dio è in se et ex se beatissimus, tutto immerso in quell'infinito oceano di gioia e di pace che è il possesso della sua creazione. Ora la speranza è come l'ancora che tiene il n[o]s[tro] cuore fissato in Dio, ancorato in cielo tra i flutti della vita, proteso imperturbabilmente verso il possesso beatificante di Dio come alla meta suprema dell'esistenza. Ut inter mundanas varietates ibi nostra< fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia.
  3. La terza facoltà del nostro organismo soprannaturale è il cuore di Dio trapiantato in noi, mediante il quale noi amiamo tutto e tutti come li ama Dio. La virtù della carità.

Ecco le tre potenze soprannaturali di cui parla l'oremus di oggi e che la Vergine santissima ebbe in modo pieno e perfetto fin dal giorno della sua nascita. Essendo infatti quella santissima anima ripiena di grazia fino dal primo istante della sua esistenza, ebbe in corrispondenza la pienezza della fede, della speranza e della carità, essa che fu beata, per aver creduto; essa che tese a Dio come una freccia scoccata al bersaglio; essa che resta Madre del bell'amore e della santa speranza.

2. Ma i tre oremus della liturgia odierna sottolineano una seconda verità, che potremmo chiamare del dinamismo soprannaturale. La vita, ogni vita, anche quella divina e soprannaturale, non è stasi, quiete, inerzia, ma è divenire, sviluppo, crescita, espansione, ascesa, conquista. Le tre parole latine usate dai tre oremus (augmentum, incrementum, corroboremur) nascondono, sotto la fred[d]a e incolore staticità dell'espressione, tutto l'irrompente dinamismo e la vitalità esuberante del nostro organismo soprannaturale. Crescere, salire, espandersi, fruttificare è la legge della vita. L'ha detto Gesù.

E regno di Dio (anche quello terrestre, nell'anima) è come il granello di senape, che da piccolo germe cresce e si espande in albero gigantesco.

«Avviene del regno di Dio come del seme che un uomo getta in terra e poi va a dormire». E seme germoglia nel silenzio e cresce, e spunta un sottile filo verde, e cresce; ed il filo verde diventa uno stelo, e cresce; e lo stelo si rigonfia in spiga; e la spiga granisce, e cresce, turgida di chicchi biondi e maturi e abbondanti.

E s[an] Pietro, di rincalzo, [ammonisce]: «Crescete nella grazia e nella conoscenza del Signore] n[ostro] Gesù] C[risto]». E gli apostoli [implorano]: «Signore, accresci la nostra fede».

Ma il dottore della crescita spirituale è san Paolo, il quale paragona la vita soprannaturale, individuale e sociale, la vita della f[ede], d[ella] sp[eranza] e della carità]

  1. a un edificio, fondato su Cristo, pietra angolare, che deve essere costruito pietra su pietra, fino al culmine;
  2. a una pianta innestata su Cristo, che deve espandersi e ramificare;
  3. a un atleta, che deve correre e slanciarsi sempre in avanti, verso il traguardo;
  4. a un corpo che, attraverso le giunture e articolazioni in ogni suo membro, deve crescere fino all'età matura, alla statura perfetta, alla pienezza di Cristo.

Raggiungere la statura di Cristo, la perfetta assimilazione al divino esemplare, diventare alter Christus, ecco il termine assegnato da san Paolo al dinamismo del n[o]s[tro] organismo soprannaturale, «donec formetur in vobis». E [aggiunge]: «Siate ripieni della pienezza di Cristo».

Quali sono gli strumenti e [i] mezzi di crescita? Li possiamo ridurre a due, come per la vita naturale: nutrimento [e] moto.

a) Il nutrimento dei sacramenti, specialmente dell'eucaristia, nella quale il sangue di Cristo viene trasfuso in noi, per corroborarci e nutrirci ogni volta;
b) il moto e l'azione nell'esercizio delle facoltà soprannaturali; la ginnastica della fede, della speranza, della carità.

Ogni atto di fede è una rinnovata Pentecoste nell'anima.

Ogni atto di speranza è un torrente di grazia che dal seno del Padre si riversa nell'anima.

Ogni atto di carità è un fiotto di ossigeno, di sangue e di vita che dal cuore di Cristo entra e circola in noi.

L'esercizio di queste tre virtù è, nel campo soprann[aturale], ciò che è la respirazione, il nutrirsi, il movimento nell'ordine naturale.

La vita del giusto segue sempre queste tre tappe. Sono le tappe seguite dalla Vergine s[antissima], che dalla nascita all'Assunzione andò ogni [giorno] allargando la sua capacità e quindi aumentando la sua pienezza di grazia, di fede, di sp[eranza], di carità,77

  1. prima quasi aurora consurgens;
  2. poi quasi sol in meridie;
  3. e infine de claritate in claritatem.

Qualcuno pensa che la vetta della vita cristiana consista nel fuggire ogni peccato mortale e veniale. Oh, no! Oltre la prima ripida rampa del p[eccato] m[ortale]; oltre il canalone petroso del peccato veniale, più su si aprono i piani solatii, sconfinati della vita78 della fede, i pascoli verdi e sterminati della speranza, la parete viva e scoscesa della carità; e più su i bianchi, amplissimi nevai della contemplazione acquisita e infusa con le frequenti tormente della notte oscura; e finalmente, sopra le nubi, la vetta immacolata della visione eterna di Dio, a faccia a faccia, nella luce della gloria, dopo [la] morte. Quando la fede lascerà il posto alla visione, la speranza al possesso, mentre la carità non verrà mai meno, perché amare ed essere amati da Dio sarà l'occupazione della nostra eternità.

Quello è il termine ultimo della nostra crescita soprannaturale, il traguardo della corsa, la vetta della scalata, che nell'oremus di oggi preghiamo di poter raggiungere: e «affinché possiamo raggiungere la mèta che ci prometti, fa' che amiamo ciò che comandi».

77 Segue: «finché» con altre parole di difficile lettura, riferite alle tre virtù teologali.

78 Lettura incerta.

Per finire, torniamo ai nostri lebbrosi. «Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce e, gettatosi bocconi ai piedi di lui, lo ringraziò».

Giunti al termine del n[o]s[tro] soggiorno alpino, ritornando indietro col ricordo riconoscente ai doni di cui Dio [ci] ha colmati in questi giorni, noi lo glorifichiamo a gran voce e lo ringraziamo.

Per le giornate inondate di sole e le notti palpitanti di luna; per il dono delle tersissime acque delle fonti e dei ruscelli; per il frusciare del vento messaggero celeste; per l'azzurro profondo del cielo; per il verde dei prati e l'ombrosa opulenza dei boschi; per la grazia incombente dei colli e l'ardua maestà delle cime, piedistallo di Maria e gioia delle nostre ascensioni; per la pace e la gioia e la forza che egli [ci] ha ridonato in questi memorabili giorni, noi lo benediciamo e lo ringraziamo, pregandolo che q[uan]ti siamo qui presenti questa sera possiamo trovarci tutti nella pace di quelle vacanze celesti, che non avranno mai fine.

095. Il giovane morto
(XV domenica dopo Pentecoste)
Davanti a una bara, davanti alla sacra maestà della morte, tutti rimaniamo turbati e impressionati. Quanto più, se si tratta di una giovane vita tragicamente stroncata, prima che fosse matura! E il turbamento e l'impressione cresce se, dietro la giovane bara, vediamo la mamma, che piange inconsolabilmente il suo morto figliuolo.

Anche Gesù assistette un giorno ad una scena così triste. Entrando nella cittadina di Naim, la sua comitiva si imbattè in un corteo funebre. Si tirarono in disparte, rispettosi, silenziosi, sul ciglio della strada, per lasciarlo passare. In quel corteo c'era tutto il paese: i bimbi, gli uomini, i vecchi, le donne. Finalmente giunse la bara, scoperta come allora si usava, portata a spalla e scortata dai giovani del paese. Era il funerale di un giovane, di un adolescente, certo noto a tutti, caro a tutti, perché pianto da tutti. La morte lo aveva tragicamente spezzato mentre si affacciava alla vita: forse una lunga malattia, forse un malore improvviso, forse una disgrazia mortale.

Gesù si informò. «Sa, — gli rispose una voce pietosa — era figlio unico. Sua madre è vedova ed è rimasta sola». Non c'era bisogno di domandare chi fosse la mamma: eccola dietro la bara, impietrita dal dolore. Nella sua vita aveva un solo conforto, una sola gioia, una sola speranza, un solo sostegno: ed ora rimaneva sola, terribilmente sola. Perché la vita era stata così crudele per lei?
Gesù, vedendola, ne ebbe un'infinita compassione. Non i lamenti delle lamentatrici prezzolate, com'era nell'uso orientale; non la cerea sembianza del giovane morto, ma le lacrime della madre gli toccarono il cuore. Chi può chiudere il cuore davanti a una mamma che soffre? Le lacrime di una mamma sono irresistibili sul cuore di Dio. Le si avvicinò e con divina dolcezza le disse: «Non pianga!». E toccò la bara, come noi toccheremmo il letto di uno che dorme, per svegliarlo. La sua voce risuonò solenne tra la folla, echeggiò potente di là dal mondo, nel regno della morte; e il miracolo si compì. E Gesù lo riconsegnò a sua madre.

Tre sono i protagonisti di questo toccante episodio: Gesù, la madre, il giovane morto. Se uno dei tre fosse mancato, il miracolo non sarebbe avvenuto. Gesù, la madre, il giovane [morto]: una trinità terrestre inscindibile!
Mie buone mamme, che in netta prevalenza affollate la chiesa, senza Gesù la vostra opera educatrice rischia di tramutarsi in un luttuoso funerale. Ma nelle vostre ansie materne, nelle angosce e difficoltà della vostra sublime e delicata missione avete bisogno soprattutto di Gesù, che asciughi le vostre lacrime, consoli le vostre pene, e vi restituisca vivi i vostri figli. E giacché proprio la madre è la principale protagonista, diciamo che l'amore materno, nel concetto cristiano, è fatto soprattutto di preghiera, di azione, di sacrificio.

  1. La preghiera. Se [è] senza Gesù, la vostra opera educatrice rischia di tramutarsi in funerale. Avete assolutamente bisogno di Gesù, che asciughi le v[o]s[tre] lacrime, sostenga le vostre forze, vi restituisca vivi i v[o]s[tri]

Ad una mamma che si lamenta, che piange, che si dispera, [io chiederei]: «Ha pregato, e come, e quanto?».

La preghiera di una mamma è infallibile sul cuore di Dio. Lo prova la vedova di Naim, la Cananea che supplica Gesù per la sua figlia indemoniata, lo prova s[anta] Monica, madre di s[ant]'Agostino, che, quando aveva versato tutte le sue lacrime sui traviamenti del figlio, si sentì dire dal vescovo: «Donna, consolati: non può avvenire che si perda il figlio di tante lacrime». E Agostino si convertì e divenne santo.

Mamme, quando avrete pregato tanto come s[anta] Monica, forse tra i vostri figli avrete un s[ant]'Agostino!
E [quando] non potete pregare a lungo, dovete e potete trasformare in preghiera tutto il vostro lavoro. Martiri silenziose del vostro pesante dovere, che nessuno ringrazia, voi madri di famiglia, quando compite per Dio i vostri doveri materni, non siete meno care a Dio e [meno] nobili del sacerdote all'altare.

  1. L'educazione cristiana è azione, cioè esempio e vigilanza.

L'esempio di una madre santa è più efficace di tutte le prediche. Le virtù passano con facilità dal cuore della madre in quello del figlio. Se manca l'esempio materno, nulla, assolutamente nulla lo può supplire: [si] svuota ogni educaz[ione]. Dewey, celebre pedagogista americano, racconta di una bambina che ritorna da scuola e, senza entusiasmo, dice alla mamma: «Ecco la mia pagella!». La madre guarda i voti e alza la testa indignata. Sta per incominciare una filippica senza misericordia, quando la figliuola, traendo la mano che teneva dietro la schiena, aggiunge: «E questa è la tua, che ho trovato in soffitta!». Naturalmente le aveva tappato la bocca. Niente è tanto controproducente sulla bocca materna, quanto i consigli che essa non sa praticare.

Mamme, i vostri figli vi giudicano e vi condannano!
Quando un ragazzo [in confessione] vi dice: «Sono andato al tal cinema escluso, ma mi ha portato mia mamma», che cosa potete rispondergli? [Il mio parere] non ho osato dirglielo.

  1. «Non sono stato a messa, perché ho dovuto aiutare la mamma a pulire la casa!». «Non sono stato a messa, perché a casa mia nessuno ci va, e poi mi canzonano!».

— E di certi giornali [qualche ragazzo, scusandosi], dice: «Ma li compra mamma». E non crediate che convinca molto i v[o]s[tri] figliuoli dir loro: «Questo tu non lo puoi leggere», se poi vede la mamma leggerlo.

  1. E q[uan]do i figli sentono continuamente papà e mamma litigare, e sanno perché?
  2. Ed è grottesco [ogni richiamo incoerente] q[uan]to [quello che] un bimbo, che si era sperduto alla fiera di Milano, diceva al questore [che gli chiedeva]: «Ma perché non ti attacchi alle gonne di tua mamma?», «Ma come faccio? Va in pantaloncini!».

3. Il sacrificio per i figli.

I figli, prima che alla mamma, appartengono a Dio!

  1. [Gesù, ritrovato nel tempio, rispose ai suoi che lo cercavano]: «Non sapevate [che io devo attendere alle cose del Padre mio?]».
  2. La f[i]danzata del figlio.
  3. Don Bosco.
  4. Nella Spagna.79

79 Appunti non sviluppati.

096. Il giovane morto
(XV domenica dopo Pentecoste, 30/08/1959?, Vervio?)
Davanti a una bara tutti rimaniamo turbati e sgomenti. Quanto più, quando si tratta di una giovane vita tragicamente stroncata prima che fosse matura! Il turbamento e l'impressione cresce, se dietro la giovane bara vediamo la mamma, che piange inconsolabile il suo unico figlio.

Anche Gesù assistette un giorno a una scena così triste.80 Quante volte avete sentito il fatto! Ma il vangelo è sempre nuovo, perché et[erno]. Si avvicinava a Naim, un gruppo di case affogato nel verde e nel silenzio dei campi. Entrando nel villaggio, la comitiva si imbattè in un corteo funebre. Si tirarono in disparte, rispettosi, silenziosi, sul ciglio della strada, per lasciarlo passare. Ma in qu[e]l corteo c'era tutto il paese: i bimbi, le donne, i vecchi, gli uomini. Finalmente giunse la bara, scoperta come allora si usava, portata a spalla e scortata dai giovani del paese.

Era il funerale di un giovane, di un adolescente, certo noto a tutti, caro a tutti, perché pianto da tutti. La morte lo aveva tragicamente spezzato, mentre si affacciava alla vita: forse una lunga malattia, forse un malore improvviso, forse una disgrazia: non sappiamo. Gesù si informò.

«Sa, — gli rispose una voce pietosa — era figlio unico. Sua madre non aveva che lui; era vedova, ed ora è rimasta sola».

Non c'e[ra] bisogno di domandare chi fosse la madre. Eccola, dietro la bara, smagrita, impietrita dal dolore, senza più lacrime, ombra di se stessa. Nella vita non aveva più che un conforto, una speranza, un sostegno: ed ora rimaneva sola, terribilmente sola. Non era vissuta che per lui, ed ora le sembrava che l'esistenza avesse perduto ogni scopo e significato. Perché la vita era stata così amara e crudele per lei?
80 Omelia scritta su fogli a quadretti di un notes. In base ad altre pagine simili datate, si potrebbe collocare a Vervio nell'estate 1959.
Gesù, vedutala, ne provò un infinito struggimento. Chi può chiudere il suo cuore davanti ad una mamma che soffre? Le si accostò e le disse dolcemente: «Non piangere più!». E toccò la bara con la mano. I portatori si erano fermati. Il corteo ondeggiò un istante e si raggruppò attorno al feretro. Cento occhi erano fissi su Gesù. I lamenti erano cessati, come q[uan]do, in una foresta, cessa improvvisamente il vento e subentra la calma. Tutti sentivano che q[ua]lche cosa di prodigioso stava avvenendo. La vita aveva sbarrato il passo alla morte ed ora stava per toglierle81 la preda.

Gesù parlò al cadavere: «Giovanetto, io te lo dico: "Alzati"!». Il morticino obbedì alla voce e si levò a sedere; si svegliò come se si riavesse da un lungo sonno. Si era addormentato in casa, tra le braccia di s[ria] mamma, ed ora si svegliava nella bara, sotto gli occhi di tanta gente.

Che cosa capitava? Lo sguardo smarrito fissò il volto sorridente di Gesù. Anche il fanciullo sorrise. Poi si guardò attorno e parlò. Disse certamente: «Mamma!».

La donna non ebbe altro pensiero che stringersi al cuore il figlio, furiosamente.

E Gesù, conclude l'evangelista, rese il fanciullo a sua madre.

Miei fratelli, il vangelo è sempre nuovo, perché è eterno: ci troviamo vivi i problemi della nostra vita, del nostro tempo. La madre in lacrime, che segue la bara del figlio, oggi, per noi, son tante madri, tanti genitori che piangono le lacrime più cocenti sulla rovina dei loro figliuoli.

In questi giorni le colonne dei rotocalchi e dei giornali di ogni colore sono zeppe delle orripilanti vicende di questi nostri figli sviati.

L'altro giorno a Torino un ragazzo quattordicenne tenta con inaudita violenza di gettare la mamma nelle acque del Po: viene salvata in extremis da passanti, che avevano assistito esterrefatti alla scena. In questi giorni, a Capri, un gruppo di giovinastri gioca a pallacanestro, gettando in aria non palloni, ma ragazze.

A Londra, durante un ballo notturno, il giovane capo-banda pianta il coltello nel petto di un rivale immobilizzato dagli altri: il ballo continua subito, sfrenato, sul cadavere sanguinante del ragazzo colpito.

In molte città, bande di adolescenti sfrenati percorrono le vie,82 rompendo vetri e lampioni, randellando i passanti fino al sangue, ribaltando macchine, incendiando depositi di benzina e case private, denudando le signore che incontrano, ferendo poliziotti e soldati.

I delitti sono senza numero e crescono spaventosamente. In Russia, Polonia ed altri paesi progressisti furono eseguite negli ultimi mesi parecchie sentenze capitali di delinquenti minorenni. In paesi civilissimi come l'Inghilterra, gli Stati Uniti e la Francia, ín queste settimane, la polizia (e in Svezia, non bastando la polizia, dovette intervenire l'esercito) ha dovuto fare rastrellamenti e retate di «teddy-boys», e cioè di minorenni datisi al banditismo e alla delinquenza organizzata: banditismo e delinquenza, non per rapina o per odio, ma per capriccio, per passatempo, per divertimento, per desiderio di novità, per il gusto di far male, il gusto della criminalità.

81 Nell'originale: togliergli.

82 Nell'originale: le vie della città.

Si chiamino gioventù bruciata, giovani teppisti, «peccatori in blue jeans», «teddy-boys» o con qualunque altro nome, sono i nostri ragazzi, i nostri figli. È un problema che ci tocca tutti da vicino: voi genitori, noi sacerdoti. Prima che il fenomeno penetri più largamente tra le file dei nostri ragazzi, è bene studiarlo nelle sue cause, nei suoi sintomi, nei suoi rimedi.

Cause? È stato detto che «una società ha i delinquenti che si merita». La nostra società si è meritata questo flagello. Poste certe premesse, era inevitabile che si giungesse a queste conclusioni.

Le premesse sono tre principalmente.

  1. Crisi della religiosità. La società moderna ignora Dio, q[uan]do non lo nega. È organizzata, come se Dio non esistesse. [Tempo fa] un negro [ha detto]: «L'Europa è sull'abisso. Ha ucciso Dio!». Terribile! Neghiamo Dio non a parole, ma coi fatti: ateismo pratico.83 I nostri giovani hanno assorbito la nostra irreligiosità.

Un giornalista serio e coscienzioso ha fatto un'inchiesta tra i giovani in tutte le regioni d'Italia. Alla domanda: «Credete in Dio?», spesso si è sentito rispondere: «No, non credo in Dio». E l'autore pubblicò i risultati della sua inchiesta sotto un titolo amaro e crudele come una staffilata: «La gioventù italiana non crede in nulla».

E q[uan]do avete tolto di mezzo Dio, tutto è lecito, tutto è possibile, tutto è comprensibile: non c'è più né legge, né coscienza, ma sfrenatezza e capriccio.

  1. Crisi della moralità privata e pubblica!

Abbiamo seminato per anni la zizzania a piene mani sulle colonne dei giornali, delle riviste illustrate, dei rotocalchi, dove i cronisti di Satana si gettano come avvoltoi sugli scandali, sulle storie matrimoniali e uccidono Dio nelle mani della gioventù.

Abbiamo seminato la zizzania per mezzo di spettacoli cinematografici e televisivi non adatti alla gioventù, e quindi a lungo andare deleteri e corrompitori.

Abbiamo seminato la zizzania, pascendo i nostri giovani di letteratura gialla o fumettistica, che esalta il banditismo e la violenza.

Abbiamo seminato la zizzania nelle nostre scuole, dove l'insegnamento religioso e morale è spesso la cenerentola delle materie scolastiche; dove la cultura è laica, materialista, q[uan]do non addirittura atea e antic[ristia]na.

83 Cf. 0 083.
Ora raccogliamo ciò che abbiamo seminato.

  1. Crisi dell'autorità, specialmente dell'autorità familiare.

Il vescovo americano Fulton Sheen dice che la delinquenza minorile è frutto soprattutto delle deficienze dei genitori, che sono troppo deboli, troppo trascurati nell'educazione dei figli. [Genitori] divisi, poco esemplari per onestà e religiosità.

Su cinque minorenni traviati, quattro dicono che la madre non si curava di sapere quello che facevano e dove andavano; e quattro su cinque attribuiscono questa incuria al padre.

La scristianizzazione della famiglia, per confessione unanime, è la causa prin[ci]pale della delinquenza minorile.

Papà e mamme, prima degli affari ci sono i figli; prima dei divertimenti ci sono i figli. Generalmente vale il principio: «Avete i figli che vi meritate!».

E vangelo" è sempre nuovo, perché è eterno. In ogni pagina troviamo dentro noi stessi, la nostra vita, i nostri problemi. Sulla nostra strada oggi noi incontriamo Gesù. Lui, vivo, vero, concreto. Ci guarda, si ferma, ci dice quelle due parole miracolose che sono contenute nel vangelo di oggi. Sono parole divine, che escono dal suo cuore e giungono fino al nostro.

La prima parola è quella rivolta alla madre: «Non piangere!». Capita a tutti di piangere nella vita. Una disgrazia, un insuccesso, un'umiliazione, un distacco, un'incomprensione, un timore, un'ansia, un rimprovero, un'incorrispondenza, un'ingratitudine, un dolore. Ed ecco, noi piangiamo. Quante lacrime nel mondo!
Ebbene, Gesù ci ripete: «Non piangere. Ci sono io. Siamo in due». La croce portata in due è più leggera. La croce sopportata, pesa. Amata, abbracciata, baciata, diventa dolce e leggera. Non ne puoi più? Guarda il n[o]s[tro Signore] crocifisso] (d[on] Bosco e mamma Margherita).

«Non piangere: io ti amo. Non ti abbandono. Io penso a te. Tutto quello che capita, l'[h]o previsto e disposto io, che ti voglio bene. Tutto è dono, tutto è grazia, tutto è provvidenza nella vita.

Ora la tua vita ti sembra un guazzabuglio, un tessuto visto alla rovescia. Verrà un giorno in cui vedrai il verso giusto e dirai: Ah, ora capisco! E mi benedirai, specialmente di quello che ora ti fa più soffrire. Fidati di me, abbandonati a me, accatta. Vedrai, tornerà il sereno. Non temere, abbi solo fede!».

84 Questa parte è aggiunta successivamente, perché cambia grafia e inchiostro.

Gesù ha un'altra parola da dirci, quella rivolta al ragazzo morto: «Te lo dico io, alzati!».

Avviene a tutti di trovarci qual[c]he volta intorpiditi, stanchi, scoraggiati, inerti, pigri: la svogliatezza, la tiepidezza, il peccato. Accanto a noi passa Gesù [e] ci ripete: «Su, coraggio. Alzati! Ti do la mano io. Qualunque cosa sia capitata, si può sempre incominciare da capo. Per un'anima che vuol riprendersi non è mai troppo tardi! A tutto c'è rimedio. Abbi fiducia, io sono con te!».

097. [Ama]
(XVII domenica dopo Pentecoste, 13/09/1959?, Ulzio)
Oggi in tutta la chiesa di Susa si celebra la Giornata pro-seminario. Il vescovo di Susa stende la mano per i suoi seminaristi poveri, affinché non manchino loro i mezzi necessari per continuare i loro studi e diventare buoni sacerdoti.

La pagina del vangelo di s[an] Luca, che avete sentito leggere, è una sintesi meravigliosa di tutto il cristianesimo, la risposta di Gesù al più grande problema che preoccupi l'uomo.

  1. Nel dottore della legge siamo rappresentati noi tutti. La domanda che egli ha posto a Gesù costituisce l'assillo e il tormento di ognuno: «Che debbo fare per la mia salvezza, per la mia gioia, per la mia pace? Che cosa ci sto a fare nella vita? Qual è lo scopo della mia esistenza?».

O presto, o tardi, questi grandi problemi non si possono eludere. Non si può vivere come gli uccelli, senza sapere perché si vive; e morire come i cani, senza sapere perché si muore. «Che cosa debbo fare?».

  1. Gesù risponde: «Ama». Non c'è altro da fare: amare. Ecco lo scopo della vita. L'uomo è fatto per amare, molto più che il sole per splendere, l'uccello per volare, il fuoco per ardere. Per l'uomo esistere è amare, perché questo è essere uomo.

Amare. Ma amare chi? che cosa?
La risposta di Gesù è tanto grande, che quasi non la si può ripetere senza morire di meraviglia. «Ama Dio». Dio, non le cose belle di questo mondo, troppo scialbe pur nel loro fascino; ma l'infinita bellezza;

  1. non l'oro della terra, sempre finito nel suo inestimabile valore; ma la ricchezza infinita dell'essere e della perfezione;
  2. non un volto o un cuore umano, sempre limitato pur nella sua inesauribile capacità di amare; ma la bontà e l'amore infinito.

Abbiamo dunque scoperto il grande scopo della vita: amare Dio, la bellezza infinita, la perfezione infinita, l'infinito amore.

E notate quello che Gesù aggiunge: con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutte le forze. Avete notato la ripetizione di quella breve parola: tutto? Non amare se stessi, i propri amici, la propria carriera, e un poco di più il tuo Dio. Ma lui sopra ogni cosa e in tutte le cose. Lui solo e per sempre!
3. È una parola! Amare uno che non si vede, non si sente, non si tocca. Egli abita in una luce inaccessibile, mentre noi abbiamo un cuore di carne, mani di carne.

Dio ci ha pensato: l'invisibile si è fatto carne come noi; l'inaccessibile si è posto accanto a noi; Dio si è fatto uomo come noi, assumendo un corpo, un'anima, un cuore, dei sentimenti in tutto simili ai nostri.

Egli è l'uomo più affascinante che mai sia esistito sulla terra.

  1. Tu sei affascinato dalla bellezza umana? Lui è il più bello tra i figli degli uomini.
  2. Non sai resistere, q[uan]do uno ti vuol bene? Lui ti ha amato fino alla mangiatoia, fino al Calvario, fino  alla solitudine del] tabernacolo.
  3. Ti lasci soggiogare dall'intelligenza vivace, dalla parola dominatrice? Nessuno ha parlato mai come lui. La sua voce affascinava le folle, dimentiche del tetto e del pane.

Finché egli non diventerà la grande passione, lo scopo, l'ansia, il grande amore della tua vita, il tuo cristianesimo rimarrà sempre una povera cosa, meschina e superficiale."
4. Amare Gesù. Il problema non sembra ancora risolto. Amare e fare del bene. Che cosa possiamo fare per lui?
Ecco la meravigliosa soluzione che egli ha trovato. Si è nascosto nel prossimo, e specialmente nel povero, nel sofferente, nell'umile, per essere a disposizione del nostro amore.

Amare Dio è amare i figli di Dio. Il cristianesimo autentico è l'amore del prossimo. Il cristianesimo è la rivoluzione della carità. Chi dice di amare Dio, e non ama il suo prossimo, è un bugiardo, dice s[an] Gio[vanni].

La definizione del cristiano non è «un uomo che va a messa la domenica e mangia pesce il venerdì»; ma «un uomo che vive per gli altri tutti i giorni della settimana, che si preoccupa degli altri». Non di q[uan]do in q[uan]do vagamente, fra una tazza e l'altra di tè. Ma sempre. A cominciare dalle persone disagiate che conosce, che incontra per strada, che vivono sotto il suo tetto.

Nel mondo 400 milioni di bimbi hanno fame. Un americano lascia tre milioni di dollari per la manutenzione della tomba del suo cavallo da corsa.

Ecco il volto ignobile e orrendo della barbarie!
In fin di vita, per entrare in paradiso, non basterà avere le mani pure. Bisognerà anche non averle vuote.

85 CL 0 091: «Il buon Samaritano».

Finché pensiamo solo a noi stessi, non diciamo di essere cristiani, e neppure semplicemente civili.86
86 Segue un brano cancellato: «Ha avuto ragione chi scrisse: Il mondo oggi deve scegliere tra la carità e la bomba atomica. O riusciamo a creare un vortice di amore che affratella, o periremo tutti inesorabilmente. Oggi bisogna scegliere, subito e per sempre. O gli uomini imparano ad amarsi, a comprendersi, o l'uomo finalmente...».

098. [Il paralitico]
(XVIII domenica dopo Pentecoste, 23/09/1956?, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Avete sentito, miei fratelli, la meravigliosa vicenda del paralitico guarito da Gesù." Affinché essa parli con maggior efficacia al nostro spirito, cerchiamo di ricostruirla, di riviverla, di gustarla nella meditazione, utilizzando anche i dati offerti dagli altri ev[angelisti].

Siamo sul lago di Galilea, quel lago che Gesù amava con un amore intimo e familiare; l'aveva scelto come il centro delle sue peregrinazioni. Di giorno ne percorreva le rive, di paese in paese, evangeliz[z]ando i pescatori; di notte, nelle notti tranquille, dopo una giornata di lavoro faticoso, volentieri si faceva condurre in barca sulle luccicanti acque del lago, sfiorate dalla brezza notturna. Marco narra che Gesù si era addormentato una volta sulla barca, adagiato il biondo capo su un rustico guanciale, mentre il lago e[ra] improvvisamente sconvolto dalla tempesta, cosic[c]hé i discepoli dovettero88 svegliarlo impauriti.

Gesù amava intensamente la natura: in modo speciale amava i monti e il suo lago. Con un semplice gesto egli sa dar vita, canto e suono alle bellezze della natura. Sa dipingere con leggeri tratti il fico e í gigli, il granello di senape e la vite, il passero e la volpe, lo splendore del sole e [il] tumulto selvaggio della tempesta, le reti e la pesca, la seminagione e la mietitura.

Tutto questo lascia intravedere un animo grande, aperto a tutte le bellezze, una sensibilità fine e delicata, che ci rende la figura di Gesù tanto vicina, tanto amabile e cara.

Dopo un lungo giro nei paesi del lago, Gesù era rientrato nella sua città, cioè in Cafarnao, la graziosa cittadina ch'egli aveva scelta come patria di adozione. Gesù vi era rientrato di nascosto, in forma privatissima, per non suscitare l'entusiasmo delle folle. Ma, nonostante tutte le preoccupazioni, si seppe che era tornato; e la voce, di bocca in bocca, corse veloce. Da tutti i punti della città fu un chiedere, un affluire, un accalcarsi.

87 In base alle bozze di un libro di algebra, utilizzate per la minuta, l'omelia potrebbe essere collocata verso l'anno 1956.

88 Nell'originale: debbono.
La casa di Pietro, dove Gesù si era accomodato, fu presa d'assalto. La gente si pigiò dentro da schiacciarsi; e quei che non riuscirono ad entrare fecero siepe e ressa davanti alla porta, cosic[c]hé (nota s[an] Luca) nessuno poteva nemmeno avvicinarsi alla soglia.89 Affascinati dallo sguardo e dal sorriso di quell'uomo di Nazaret, tutti correvano per udirlo, per vederlo, per essere visti da lui: gli ammalati per farsi guarire.

Tra questi un paralitico, ridotto in sì misero stato, da non potersi muovere affatto in nessuna maniera, il quale veniva portato, sul suo giaciglio, da quattro parenti o amici che fossero, verso la casa dov'era Gesù.

La casa di Pietro oggi è la chiesa. I paralitici siamo noi. La paralisi che irrigidisce non le n[o]s[tre] membra, ma l'anima nostra, è il peccato: tra le sciagure, la più grande che ci possa capitare, perché ci inchioda sul giaciglio fetido dell'inerzia spirituale e ci espone al grave pericolo della eterna dannazione. Siamo un po' tutti paralitici, o per paralisi parziale che è la tiepidezza, l'indifferenza religiosa, l'abitudine ai peccati veniali ripetuti e scusati; o per paralisi totale, che è la colpa grave, che ci rende nemici di Dio e meritevoli dell'inferno.

Ma, accanto al giaciglio della n[o]s[tra] paralisi, ora ci troviamo di fronte a Gesù, che si rende presente sull'altare nella s[anta] messa. Se abbiamo la fede del paralitico, se siamo capaci di distaccare il n[o]s[tro] c[uore]9° dal male e di eccitarci ad un perfetto dolore e a un grande amore, Gesù ripete: «Confida, figliuolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». Se poi vogliamo l'assoluta garanzia del perdono, abbiamo a disposizione il sacramento della misericordia].

89 Nell'originale: porta.

90 Parole incerte.

099. [Il convito nuziale]
(XIX domenica dopo Pentecoste, 30/09/1956?, Torino, Crocetta, cappella esterna)
Sotto il velo trasparente della parabola, Gesù parla della tragedia del popolo ebraico, ostinato nella sua incredulità al vangelo.

Il grande convito del cristianesimo fu preparato da Dio Padre per celebrare le nozze perenni, contratte da Gesù con l'umanità mediante l'incarnazione e la redenzione. A questo convito furono chiamati per primi gli Ebrei, quali membri del popolo eletto. Ma essi non raccolsero l'invito, rifiutarono di credere al vangelo e di accettare la redenzione: anzi uccisero il Redentore e perseguitarono i suoi apostoli. Dio allora li punì severamente, abbandonando Gerusalemme alla distruzione dei soldati romani e disperdendo il popolo eletto, che geme tuttora sotto il marchio della maledizione divina. E al convito del suo Figlio, alla chiesa cattolica chiamò i pagani di tutto il mondo.

Gli invitati al banchetto di Dio oggi siamo noi. Un nuovo anno sociale stiamo iniziando, un nuovo ciclo di istruzione religiosa, a cui Dio invita ciascuno di noi. Ogni domenica di q[uest]'a[nno], egli prepara per voi, qui nella sua casa, un convito di verità e di grazia per rivedere e approfondire le v[o]s[tre] convinzioni religiose. Ci sarà tra voi qualcuno così scortese da respingere l'invito del grande Re? Siete dunque attesi ogni domenica alla breve conversazione religiosa che si terrà durante la messa. Voi non avete bisogno che spenda molte parole per dimostrarvi la necessità di aggiornare il patrimonio della v[o]s[tra] cultura religiosa.

In una delle più belle leggende cristiane, raccolte recentemente da Guido Battelli, leggiamo ciò che è avvenuto ai sette dormienti di Efeso. Durante la persecuzione di Decio, sette fedeli, [per sfuggire alla morte, si ritirarono su un monte. Fu loro indicata una grotta, nella quale caddero in un sonno estatico, che si protrasse per] 388 anni. [E parve loro di aver dormito una sola notte]."
91 Cf. G. Battelli, Le più belle leggende cristiane, Milano 31928. Don Quadrio si riferisce certamente ad un'edizione posteriore. Riportiamo qui un brano del racconto: «Ritornato lo imperatore [Decio] in Efeso, e mandando per li sopradetti sette santi, Malco, il secondo dei sette, il quale era ito alla città per procurare del pane, udì e intese dalla gente il furore e l'ira de lo imperatore contra di loro sette; e ritornando con poco pane a' compagni, narrò loro l'ira e la rabbia imperiale contra di loro. Ed ellino, confortati da convenevole e onesto pane, venderono laude e grazie a Dio, il quale li scrivea nel numero dei martiri. E dappoi apparve loro una cerva la quale con atti e con segni li condusse alla bocca d'una grandissima spilonca, e quine entrarono, e la bocca de la spilonca serrarono con pietre, nelle quali scrisse Dionisio, il quarto di loro, come gli fu possibile, i loro nomi e la progenie e il dì e l'anno ch'elli entravano nella spilonca. E intrati dentro, si puoseno ginocchioni ne la spilonca in orazione, e contemplavano i gaudi di vita eterna; e la divina bontà immise in loro uno sopore di dolce sonno, nel quale, siccome fece Adamo nostro padre, s'addormentarono in Cristo e dormirono anni trecento ottantotto, sì come fu da poi provato e trovato. E perciò la santa chiesa cristiana li chiamò li Sette Santi Dormienti» (pp. 202-203).

Quei sette dormienti sono simili alle verità religiose di molti cristiani: mentre la loro vita si sviluppa e la loro cultura profana cresce e si fa adulta, la loro cultura religiosa dorme e rimane bambina. Ed allora abbiamo frequentemente lo spettacolo di persone adulte nella vita, bambine nella fede: sono rimasti ai primi rudimenti del catechismo, abbandonati là in fondo alla spelonca della dimenticanza. Ed allora come è possibile risolvere cristianamente il problema della vita?
1. La prima categoria è composta da coloro che non sanno nulla di catechismo e non frequentano neppure la chiesa e i sacramenti. Sono talvolta persone colte in ogni ramo della scienza; magari scrittori brillanti e redattori di settimanali e quotidiani. Perfetti analfabeti in fatto di cristianesimo. [Uno di essi scriveva recentemente]: «Veniva poi portata in processione la statua del Santissimo Sacramento».

[Si potrebbero citare] filosofi e pedagogisti insigni, che hanno il coraggio di dirvi che il cristianesimo ammette l'eternità del diavolo, eguale all'eternità di Dio.

Sono certe volte funzionari, simili] al questore d'una città dell'alta Italia che, prima di dare il permesso d'una processione eucaristica, chiedeva: «Quali inni cantate durante il percorso?». «Il Pange lingua, signor questore». «Non è mica un canto fascista il P[angel lfingual?». «No, no, stia tranquillo!».

Donne del popolo che conoscono "a perfezione " la religione, che pensano che l'olio santo] sia una specie di olio di ricino da trangugiarsi dall'ammalato, o che, sentendo parlare di [ultimi sacramenti per] un moribondo, [escono in risposte del genere]: «Impossibile, gli ultimi sacramenti li ha portati stamattina al mio vicino di casa!». Ignoranza profonda e compassionevole.

  1.  [La] seconda categoria è formata da un gruppo di gente92 che si reputa veramente cristiana. Cristiani praticanti, ma ignoranti e superficiali.

Da piccini la mamma ha insegnato loro qualche preghierina. [Hanno frequentato il] catechismo [per la] prima comunione e [la] cresima. [Alla] domenica qualche volta [vanno] a messa. Debbono sposarsi in chiesa. [Quando nasce] un bambino, [lo portano] in chiesa [per battezzarlo]. [Quando] muore un loro caro, [chiedono i] funerali religiosi.

Hanno la verniciatura del cristianesimo, ma l'essenza stessa del cristianesimo, la sua ricchezza intima [rimane per loro] impenetrabile. La verità cristiana non esercita alcun influsso nella loro vita. [Continuano a considerare] due mondi distinti la vita e la fede.

  1. [La] terza categoria [è costituita da]i più valorosi e ferventi tra i cattolici: fedeli alla messa domenicale, ai sacramenti, iscritti a qualche associazione cattolica; ma non conoscono che assai superficialmente la fede da essi professata e difesa.

Sanno che cosa è la grazia? In che consiste l'ordine soprannaturale e in che differisce dal naturale?
Come si concilia la Bibbia e la scienza sull'origine del mondo, della vita, dell'uomo?
Che cosa bisogna [ri]tenere esattamente sulla teoria che noi discendiamo dalla scimmia?
[E per quanto concerne la] morale, [saprebbero rispondere con sicurezza a queste domande?].

  1. Quando è che il bacio è lecito, quando è proibito, quando è peccato veniale, quando mortale? E il ballo, quand'è che è lecito e quando proibito? — Frequentare cinema esclusi o sconsigliabili è o non è peccato mortale?
  2. È lecito o no secondo la morale cattolica frodare lo stato in materia di tasse e di tributi?

Dite la verità.

È vero o non è vero che alla vostra vita, a voi, importerebbe proprio un bel niente, se le Persone della santissima Trinità invece che tre, fossero due o fossero cinque?
Che cosa cambierebbe nella n[o]s[tra] vita, se Dio non avesse rivelato questo mistero, che pure è il fondamentale nella religione?93
92 Nell'originale: una categoria.

93 Della stessa omelia ci è rimasto l'inizio di una stesura, abbandonata dopo le prime battute (Arch. 166).

100. In piedi
(XXI domenica dopo Pentecoste, 19/10/1947, Roma, Istituto san Leone Magno e Istituto Sacro Cuore)
Quando Victor Hugo,94 per rendere più brillante l'esito di un suo famoso dramma, mandò a chiedere dei giovani all'amico Nanteuil, perché applaudissero a pagamento, Nanteuil rispose all'inviato: «Mio caro, va' a dire al tuo padrone che non ví sono più giovani».

Che terribile risposta: Non vi sono più giovani! Questo poteva esser vero in Francia nel 1840, ma oggi, grazie a Dio, non è più vero per noi. Oggi, dei giovani ve ne sono.

Accorsi dalle vostre case, dalle vostre vie, paesi o borgate, oggi ci siete voi qui a dimostrare che giovani ce ne sono ancora, e che giovani!
E il primo saluto, il benvenuto, oggi, nella prima domenica dell'anno scolastico, ve lo dà, oh, non la voce di un povero prete, ma s[an] Paolo nell'epistola della messa del giorno.95 Oh, io vorrei che in questo momento, davanti ai vostri occhi, voi vedeste la mia povera persona scomparire, ed ergersi solenne, maschia, dominatrice la figura dell'apostolo s[an] Paolo, con quegli occhi infuocati dalle veglie e dall'amore, col gran libro delle sue lettere in mano. Egli lo apre all'epistola di oggi, [la] lettera] ai cristiani di Efeso, capo sesto. E legge. Legge con quella sua voce rauca dalle fatiche... Oh! dimenticate la mia faccia e la mia voce e sentite quella di s[an] Paolo.

Legge: «Fratelli, fortificatevi nel Signore. Rivestitevi dell'armatura di Dio per resistere alle insidie del diavolo. In piedi, saldi, rivestiti di corazza, di elmo, di scudo, brandendo la spada dello spirito!». Non vi pare di sentire un vecchio generale che parla ai suoi soldati alla vigilia della battaglia? E questi soldati siete voi. E la vostra presenza qui oggi, la vostra venuta in collegio è veramente una mobilitazione generale, una chiamata alle armi, un arruolamento di forze giovani nel grande esercito di Cristo.

Oggi, amici, il regno di Dio è in pericolo non solo nelle singole anime, ma nella società, nella nostra patria. 11 13 maggio di quest'anno il Papa, sentite come qualificò l'ora presente: «In quest'ora decisiva per la storia, il regno del male impiega ogni mezzo ed impegna tutte le forze per distruggere la fede, la morale, il regno di Dio». «Dal diluvio in poi — parole solenni di un altro grande papa, Pio XI — difficilmente ci incontriamo in un disagio spirituale e universale come quello che attraversiamo».

94 Omelia pubblicata in E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, pp. 99-101.

95 Nell'originale: di oggi.

Nell'urto inevitabile fra i due fronti, l'esercito di Cristo ha bisogno di energie giovanili. Per questo siete voi qui. Essere in quest'ora decisiva in un collegio cattolico è un grande privilegio e una grande responsabilità. Non [siete] semplici studenti, ma soldati, non collegiali, ma piccole reclute del grande esercito di Cristo.

Proprio trent'anni fa, nell'autunno, l'Italia viveva una delle sue ore più tragiche e pericolose. Gli eserciti tedeschi e austriaci, sfondato il nostro schieramento alpino, si riversavano come una valanga, attraverso quella grande falla, nella pianura padana. Le nostre divisioni, stremate e sorprese, fuggivano in disordine: in 24 ore il nostro esercito subì lo sfacelo morale e ma[teri]ale più grande che fino allora aveva visto. La patria era in pericolo. Chi poteva allora difenderla? Nelle case non rimanevano che i vecchi, le donne, e i giovinetti. Nel supremo pericolo, a questi fece appello la patria, e vennero quei baldi giovinetti sedicenni, imbracciarono le armi, si attestarono nelle trincee del Piave, e la patria fu salva. Autunno del [19]17, autunno del [19]47.

Cari giovani, questa casa, questo collegio è la trincea a cui voi siete accorsi, piccole reclute del grande esercito di Cristo, per combattere la vostra battaglia contro un terribile nemico. Bisogna individuarlo bene, come fa il capitano di artiglieria prima di puntare le sue batterie. E i[1] capitano per noi oggi è ancora s[an] Paolo, che ce lo indica, perché dice: «Il nostro nemico non è di carne e di sangue, ma è il principe delle tenebre, lo spirito maligno che domina questo mondo tenebroso».

È un nemico per il quale non vi sono porte chiuse; ci segue invisibile in ricreazione, in iscuola, in istudio, in camera, a passeggio, perfino in chiesa. È furbissimo: ci si avvicina con un fare ingenuo e sornione; la sua tattica è cominciare dal poco, per ottenere molto. Chiede un pensiero, una parola, uno sguardo, un gesto, per avere l'anima. È spavaldo, è audace con i deboli, con i disarmati; ma è vigliacco: ha una paura matta dei giovani forti e decisi.

Per questo s[an] Paolo ci dice: «Fortificatevi!». Come? In due modi. I. «State in piedi!». Lo ripete tre volte l'ep[isto]la di oggi.

Bisogna innanzitutto scattare in piedi, con un deciso, violento atto di volontà, strapparci dal comodo giaciglio su cui siamo adagiati. Appena si fa il salto fuori (della mediocrità e) dell'indolenza, si è salvi. Ma bisogna dire con coraggio e risolutezza: «Ora incomincio: nunc coepi».
In piedi adunque, perché questa è la posizione di chi combatte. Un soldato seduto è un soldato vinto e fallito.

Nulla s'impone e fa più paura al nemico che un coraggio risoluto. «Non si passa!», dissero i nostri soldati sul Piave. E il nemico non passò. Tutti uniti, stretti in una catena infrangibile, ergiamoci di fronte al demonio che vuol entrare in casa, e ripetiamogli: «Non sí passa!» (il mondo [deve rimanere fuori dalla porta]). E volesse il cielo che mai per tutto quest'anno egli mettesse il piede in casa nostra. Meglio che vi entri un incendio, anziché il peccato. Meglio vedere la casa incenerita dalle fiamme, che devastata dal demonio. Ma, pensate. Il demonio in casa, nella casa di d[on] Bosco, sotto lo stesso tetto con Gesù! Oh, i vostri superiori, come d[on] B[osco], sono disposti a strisciare con la lingua per terra da qui a s[an] Pietro e più in là, pur di impedire un solo peccato in casa.

Miei amici, mi trema la voce nel farvi questa domanda. Ma se proprio qualcuno di voi l'avesse portato in casa il demonio? Se, insieme ai libri, alla vostra roba, voi dalle vostre case l'aveste fatto entrare qui dentro, portandolo nel vostro cuore? Se qualcuno tra voi, mettendo una mano sulla coscienza, se lo sentisse dentro... «O caro fratellino — gli direi io — coraggio, in piedi, in piedi al più presto! Non dormire nel peccato, non lasciare che l'anima tua imputridisca nel male! Alzati, scatta in piedi con una pronta, una buona confessione! Due minuti di coraggio, e non se ne parla più. Se hai paura, se hai vergogna, se non sai da che parte incominciare, se non sai come fare, presentati al confessore e digli almeno questo: "Padre, ho la coscienza imbrogliata". E vedrai che lui ti aiuterà. Ma, per carità, non aspettare di più in questo stato!».

In piedi, come i soldati della trincea di Verdun. Erano in piedi, pronti a balzare innanzi, quando la raffica li ha sorpresi e la terra sconvolta li ha sepolti in quella posizione. Sulla trincea fu eretto un monumento con questa iscrizione: «Alla memoria dei soldati che dormono in piedi, col fucile in mano, in questa trincea».

Col fucile in mano. È il secondo avvertimento di s[an] Paolo alle nuove reclute: «Armatevi, accipite armaturam Dei. Confortamini»: corazzatevi. Guai al soldato che, davanti al nemico, si lascia cader l'arma di mano, o che, nell'attesa, la lascia arrugginire. La vostra arma è il coraggio, la buona volontà. Oh! non una volontà spuntata, smussata, arrugginita nell'ozio, nella pigrizia, nell'indolenza (ferro vecchio da buttar via); ma una volontà affilata dal continuo esercizio, tagliente, decisa, poderosa, una volontà terribile, che lascia il segno dove si posa, che, quando si impegna, travolge tutti gli ostacoli, sfonda tutte le barriere, che, ove occorra, spacca le pietre.

Dove si acquista una tale arma? Con l'esercizio dei piccoli atti di volontà, con la ginnastica della volontà, con le piccole rinunce. Come suonando s'impara a suonare, e scrivendo s'impara a scrivere, così volendo s'impara a volere.

Volere energicamente, puntare i piedi, tener duro. Non volere solo quando non costa nulla; ma volere a qualunque costo, anzi volere appunto perché costa.

Dal campo dei Filistei era uscito un guerriero formidabile... Ogni giorno del nuovo anno, ciascuno di voi è il piccolo Davide, debole ed inerme di fronte al Golia infernale. Volete abbatterlo? Sappiate usare bene la fionda della buona volontà!

101. Ultimo giorno dell'anno
(Ultimo giorno dell'armo, 31/12/1952, Torino, Crocetta, cappella interna)
Filioli, novissima bora est. Miei fratelli, è ormai vicina la chiusura degli Esercizi ed insieme, l'ultima ora di questo 1952.96 Per ogni anima pensosa di Dio e degli eterni destini umani, quale grande significato ha questa lenta agonia di un anno che muore!
Un'anno che dal tempo s'immerge nell'eternità: un'onda di più che entra nel gran mare del passato, che va ad accrescere il numero degli anni che furono e che mai più ritorneranno. Un nuovo anno che incomincia a snodarsi tra le mani divine.

Fissiamo un momento la mente sul grande mistero del tempo: questa realtà inafferrabile, che inesorabilmente scorre, fluisce come la corrente di un fiume impetuoso. E le onde di questo fiume sono gli anni, i mesi, i giorni, le ore, gli istanti che inesorabilmente si susseguono, si rincorrono, si accavallano, e vanno a sfociare nell'eternità. E il fiume del tempo tutto travolge, trascina e coinvolge nella sua corsa: cose e uomini, vecchi e giovani, ricchi e miserabili, tutti e tutto. Tutto invecchia, tutto passa, tutto si corrode e si consuma sotto il logorio del tempo.

Chi lo potrebbe fermare o anche solo rallentare? L'uomo che ha dominato e soggiogato tutte le forze della natura, l'uomo che ha vinto lo spazio, colmando le distanze, è impotente davanti al fluire del tempo. Può fermare il suo orologio e tutti gli orologi del mondo, ma il tempo inesorabile trascorre e fugge: ogni passo, ogni respiro, ogni battito del cuore è un passo fatale verso la morte, verso l'eternità.

96 Omelia pubblicata in E. Valentini, Don Giuseppe Quadrio modello di spirito sacerdotale, Roma 1980, p. 137. L'inciso «la chiusura degli Esercizi» è stato aggiunto in un'occasione diversa da quella originaria.

Nel grande fiume del tempo anche l'uomo è un'onda, una povera onda trasportata dalla corrente: onde siamo, onde, nient'altro che onde fluenti e travolte dal tempo verso la grande foce, il grande mare dell'eternità, ove finalmente si placherà questo fatale andare. Quanta ragione aveva dunque s[ari] Paolo di asserire che ogni giorno della nostra vita è un morire continuo e progressivo: cotidie morior. Così noi viviamo quaggiù la nostra vita a frammenti, a sussulti, a singhiozzi, attimo dopo attimo; non riceviamo l'essere che con lo spasimo del contagocce. Il mio esistere corre sull'abisso del nulla; non vi emerge che istante per istante e viene subito ingoiato nel nulla. Questo non è essere ma fluire,97 non è vita, ma agonia.

Ma, in mezzo a questo universale scorrere e morire di tutte le cose, uno, uno solo si innalza immobile: Dio, l'eterno, l'unico che [il] tempo non corrode, l'unico per cui gli anni passano invano, l'unico che mai non invecchia, l'eternamente giovane; immobile come uno scoglio in mezzo al fluire del tempo: egli, il Creatore del tempo, il Sovrano dei secoli, il Dominatore. Scorrono í giorni fra le dita delle sue mani, e i secoli non lasciano rughe sulla sua fronte. Tutto scorre, egli sta. Tutto invecchia e muore, egli è immobile ed immortale, sempre lo stesso, e i suoi anni non avranno mai fine, come non ebbero inizio. Egli è al di sopra [del] tempo: è l'eterno.

Ad Eliopoli, capitale d'Egitto, tra una selva di piramidi e di obelischi, si alzava la reggia del faraone, re d'Egitto. Un giorno, davanti al trono del faraone, comparve un vecchio dalla lunga barba bianca e disse al faraone: «Vattene! Hai regnato abbastanza». E rovesciò il trono nella polvere. E il vecchio passò a Babilonia, ad Atene, a Sparta, a Roma, ed ovunque infranse gli scettri e rovesciò i troni, frantumò le corone. Ed un giorno il vecchio giunse fin al trono di Dio e volle rovesciare anche il suo trono: «Vattene anche tu!». Ma Dio non si mosse. «Vattene! Io sono il tempo!», intimò il vecchio. «Ed io l'eternità», rispose Dio.98
Allo spirare di un anno, simbolo di quella perpetua agonia che è il n[o]s[tro] viver[e], prostrati nella polvere del nostro nulla fuggente, noi ti adoriamo, o Re immortale dei secoli: noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo.

97 Lettura incerta.

98 Cf. 0 036.

102. [Ultimo giorno dell'anno]
(Ultimo giorno dell'anno, 31/12/1952, Foglizzo, studenti di filosofia?)
Filioli mei, novissima bora est!
[I]. Le ultime onde del 1952 si perdono nel vortice dell'eternità.99
Il tempo: questo inesorabile fluire di giorni, di ore, di istanti. Inesorabile, irresistibile, indomabile.

L'uomo ha vinto lo spazio, ha colmato le distanze, ha soggiogato animali e forze. Questa forza misteriosa gli sfugge: il tempo. Può misurarlo, non può dominarlo. Nelle lunghe ore d'insonnia, l'ammalato vorrebbe accelerarlo, ma invano. Negli attimi di gioia e di benessere vorrebbe rallentarlo e quasi fermarlo, [ma] invano! Il tempo, nel suo fatale andare, tutto trascina: tutto invecchia, tutto passa. Ogni attimo che fugge, ci avviciniamo all'eternità. [11 suo trascorrere è come] un grande fiume, le cui onde vorticose sfociano nel placido mare dell'eternità. Uno solo è fuori del tempo: Dio, l'eterno.

A Eliopoli, Atene, Sparta, Babilonia, Roma, a Dio, il vecchio bianco [disse]: «Io sono il tempo». [Ma Dio rispose]: «Ed io l'eternità». [Tutte le civiltà sono cadute. Dio è rimasto]."
Noi, povere onde trascinate e travolte dalla corrente del tempo, innalziamo il n[o]s[tro] pensiero a colui che sta. [Gli uomini sono] onde che passano: [lui] lo scoglio immobile. Cotidie morior.101 Egli non invecchia. Il tempo non deturpa la sua giovinezza. [Noi siamo] onde, nient'altro che onde: onda che viene, onda che va.

Tutto [è quasi] vapor ad modicum parens.
«Tutto invecchia come un vestito logorato e corroso dal tempo; tu invece sei sempre lo stesso e i tuoi anni come non ebbero principio così non avranno mai fine».

Adoriamo in silenzio.102
99 La stesura dell'omelia sembrerebbe risalire allo stesso anno di quella precedente (1952), perché i fogli usati per la minuta sono in successione numerica.

100 Cf. l'omelia precedente, dove l'esempio è descritto più diffusamente.

101 1 Cor 15,31.

102 Troviamo inserito qui il seguente schema.

Ringraziamo. Bilancio: dare-avere, entrate-uscite.

Film di quest'anno: ogni giorno dal primo gennaio] al trentuno d[icembre]. Un gan[g]ster americano in pieno mezzogiorno forza l'entrata di un negozio, ruba, esce. Arrestato. [Viene proiettato] davanti ai suoi occhi lo svolgersi della scena.

Ma non basta adorarlo, bisogna anche ringraziarlo per l'anno che muore. Se noi potessimo in questo istante contemplare come in un film tutto lo snodarsi di questo 1952,103 dal primo albore fino al suo mesto tramonto, come lo vedremmo tutto ricolmo dei doni, dei benefici divini! Vediamo que[1] che Dio ha fatto per noi quest'anno. Tutto, tutto ciò che siamo, ciò che possediamo, ciò che abbiamo, fino all'ultima briciola del n[o]s[tro] essere, tutto proviene da quella inesauribile fonte dell'essere che è Dio.

I. Nell'ordine naturale.

  1. Il primo, il più grande dono è la vita, l'esistenza che egli ci ha dato e misericordiosamente conservato in ogni istante di quest'anno. Bastava che, per un solo istante, Dio sospendesse la sua azione su di noí e ritirasse la sua mano, e noi saremmo automaticamente piombati nel nulla da cui ci ha tratti. Dio ha in mano l'interruttore della vita n[o]s[tra]: un piccolo suo gesto e noi scompariamo. Pensiamo ai morti di quest'anno trascorso: 40.300.000. Ma Dio non l'ha fatto: in ogni istante ci ha influito questo misterioso vigore, questa calda linfa che chiamiamo la vita. È per la misericordia di Dio se non siamo periti.
  2. E, con la vita, il tempo, che è un altro dono divino d'inestimabile prezzo. Il tempo Dio ce l'ha concesso goccia a goccia, minuto per minuto, affinché potessimo meglio apprezzalo, sfruttarlo, tesoreggiarlo.

Ciò che Dio ha fatto per noi.

1. Nell'ordine materiale:

  1. la vita, l'essere, il tempo;
  2. la salute del corpo: settimane, mesi, anni inchiodati a letto; dei sensi: ciechi, sordi, paralitici;
  3. bene del corpo: l'alimento; lo strazio della fame, ogni giorno; il vestito: nudi, [s]porchi; l'alloggio: caverne, archi di ponte, una stanza;

[d]. dello spirito: la gioia, l'amicizia, la conoscenza.

2. Nell'ordine soprannaturale.

  1. La grazia santificante;
  2. le grazie attuali;
  3. i sacramenti;
  4. parola di Dio.

103 Nell'originale: sopra il 2 è scritto un 3. Nella data in testa al primo foglio il 3 è corretto in 2. Alla fine si parla del 1954, ma l'aggiunta è con penna diversa. L'omelia fu dunque sfruttata più volte.

  1. E dopo il tempo la salute, íl vigore del corpo. Pensiamo a coloro che hanno passato tutto quest'anno inchiodati su un letto, in una stanza, magari tra i dolori più atroci. Noi invece forse [abbiamo avuto] qualche raffreddore, un po' di febbre, e comunque ora siamo qui guariti per sua bontà. [Esistono individui che sono] logorati dalla solitudine e limati dall'abbandono in notti di disperata insonnia e in giorni d'inutile aspettativa.

La salute del corpo e dei sensi quale beneficio! Pensiamo ai ciechi che vivono perennemente immersi nelle tenebre (che cosa terribile!). Pensiamo ai sordi, ai muti che non possono comunicare con gli altri. Noi lo potevamo diventare, come tanti altri. E Dio non lo ha permesso.

E non dico nulla della salute della mente, di cui sono privi i poveri pazzi. Non è forse un inestimabile dono di Dio la luce dell'intelligenza, che è come una piccola scintilla di quel grande incendio che è l'intelligenza divina? Ed invece [esiste chi vive nenie tenebre della mente, [nel]la notte dello spirito, che è la pazzia.

  1. E la comodità di fare i miei studi liceali-filosofici, qu[an]do tanti alla vostra" età si guadagnano faticosamente il pane in un'officina, in un campo, su una strada?
  2. Ma questi sono beni interni, intrinseci al nostro essere (la vita, la salute).

Ma pensiamo ai beni esterni che non ci sono mancati.

  1. Il cibo e l'alimento. Direte: «Ma io ho lavorato, me lo sono guadagnato col mio sudore». Sì, ma e la vita e la forza e l'intelligenza e le mani e il tempo per guadagnarlo, chi te li ha dati, se non Dio? Anche l'alimento è dono suo. Dono tanto più prezioso, perché anche quest'anno a tanti è mancato. [Ci sono stati] fam[i]glie e bimbi che hanno sofferto i latrati più neri della fame.
  2. Il vestito e l'alloggio. E pensiamo a tanto freddo patito da tanti bimbi; a persone costrette a vivere in cinque, sei, dieci in una stanza ristretta; a famiglie rintanate in antri e caverne, indegne di esseri umani, indegne perfino delle bestie: esposti a tutte le intemperie della stagione.
  3. La gioia e l'affetto dei nostri cari. E finalmente, non ultimo, il grande dono della libertà, il sommo bene della persona umana: libertà di cui tanti ancor oggi sono privati ingiustamente: deportati, esiliati, confinati, chiusi in campo di concentramento, condannati ai lavori forzati, sepolti in prigioni orrende, solo perché non hanno voluto piegarsi davanti al tiranno e all'oppressore della patria, della coscienza, della fede.

Anche della libertà che Dio ha voluto conservarci, dobbiamo essergli'°5 infinitamente grati.

104 Nell'originale: mia.

105 Nell'originale: dobbiamogli essere.

Ma questi sono solo beni naturali. Innalziamoci per un istante alla contemplazione dei beni soprannaturali concessici da Dio quest'anno.

E prima di tutto la grazia santificante, che ci fa suoi figli, figli di Dio, suoi eredi, eredi del patrimonio celeste, eredi del Re del cielo e della terra. E questa grazia Dio ce l'ha conservata, ce l'ha restituita ogni qualvolta noi, dopo la vera ingratitudine del peccato, ci siamo confessati; ce l'ha accresciuta ogni volta che abbiamo ricevuto un sacramento o che abbiamo compiuto un'opera buona meritoria. Facciamo un po' di bilancio dell'anno. Quante confessioni, quante comunioni, quante messe ascoltate o che potevamo ascoltare, q[uan]te benedizioni ricevute, q[uan]te prediche, esortazioni ascoltate!
Aggiungete le divine ispirazioni, i buoni pensieri, i rimorsi di coscienza, le spinte interne al bene, gli aiuti soprannaturali nei pericoli dell'anima e del corpo. Che torrente, che valanga di grazia! L'eucaristia, la protezione di Maria, la perseveranza nella vocazione, [1]' assenza di crisi e prove che scorticano l'anima.

Veramente dal primo istante dell'anno fino a questo istante siamo stati immersi, tuffati, impregnati in un oceano di grazia e di misericordia senza fine, come una spugna nel mare. Di ogni attimo, di ogni avvenimento e circostanza dí quest'anno [possiamo affermare]: «Tutto è grazia». Un mare di grazie, la più piccola delle quali, se la comprendessimo, basterebbe a gettarci in ginocchio e a vivere in ginocchio per tutta la vita. Ci ha scampato tutti dall'inferno: saremmo tutti laggiù!

  1. Se, per disgr[azia], abbiamo peccato, ogni volta che abbiamo peccato, abbiamo meritato l'inferno: Dio ci poteva fulminare e condannarci per tutta l'eternità alle pene più atroci. Non l'ha fatto, perché è misericordioso e ci vuol bene. In questo stesso istante, se siamo in peccato mortale, Dio potrebbe tagliare il filo della n[o]s[tra] esistenza e noi piomberemmo per sempre nell'inferno. Dio lo potrebbe fare; non lo fa, perché è buono e misericordioso.
  2. E se non abbiamo commesso [peccato], ripetiamolo ancora una volta: è per sola misericordia divina se non siamo periti. Tanto amore esige una perpetua riconoscenza, non di sentimento solo, ma di opere: «Ut in gratiarum semper actione maneamus!».

Ill. Ma, nel bilancio dell'anno trascorso, c'è anche la colonna delle uscite, delle perdite, delle sconfitte, dei peccati.

Facciamo davanti a Dio un breve inventario dello stato della n[o]s[tra] coscienza durante quest'anno. Mio Dio, q[uan]ti peccati! Peccati di pensiero, di desiderio, di parole, di azioni, di omissioni. Peccati segreti ed occulti, rimasti tra Dio e la n[o]s[tra] coscienza; peccati noti agli altri, pubblici di scandalo.

Male fatto, male fatto fare, male lasciato fare. Bene non fatto, bene fatto male.

Tempo perduto. Conta le ore perdute e poi fa' il calcolo: q[uan]te migliaia di lire ha speso per te la congregaz[ione] quest'anno in vitto, libri, vestiario?
Talenti sciupati. Bene omesso o fatto male, propositi trascurati o dimenticati. Grazie ed ispirazioni non percepite per dissipazione e trascuratezza, non seguite per pigrizia, non accettate per comodismo, non sfruttate fino in fondo per incostanza.

Forse hai peccato contro il tuo prossimo: facendolo soffrire, giudicandolo senza comprensione, sparlandone senza compassione, danneggiandolo con cattivi esempi.

Paragonandomi con me stesso esattamente un anno fa, posso dire di aver migliorato, progredito, [di essere] avanzato nella bontà e santità? [Se non siamo incorsi in] alcun peccato mortale, questo è stato soltanto perché Dio, con la sua grazia, ce ne ha preservato. È una certissima verità di fede che l'uomo normale (come noi) non può a lungo, con le sole sue forze, senza la grazia, vincere tutte le tentazioni gravi e non cadere in peccato. Gesù per noi è stato squisitamente sollecito e preveniente, come fa il padre col suo bimbo vacillante. Ha percorso prima lui la strada, rimovendo accuratamente ostacoli ed inciampi, prendendoci per mano ed in braccio nei punti pericolosi. Dunque, in ogni caso dobbiamo [rendergli grazie].106
Con questi sentimenti chiudiamo íl 1952 ed incominciamo il 1953:107 invocando la benedizione dell'Altissimo sul nuovo anno, offrendolo tutto a Dio, deponendolo insieme all'ostia sull'altare, come un olocausto di amore, affinché sia per ciascuno di voi un anno di grazia, di luce, di pace, di serenità e di prosperità.

106 Nelle prediche per gli Esercizi spirituali si incontrano simili concetti.

107 Nell'originale: «chiudiamo il 1954 ed incominciamo il 1955». Si tratta di un riutilizzo posteriore dell'omelia.