Świętość Salezjańska

Don Giuseppe Quadrio: Myśli (pamiętnik)

GIUSEPPE QUADRIO DIARIO I MYŚLI

 

Niebieskie folie
edytowane przez REMO BRACCHI

 

SPIS TREŚCI

 

  • Przedmowa ks. Àngel Ferrdndez Artime, Przełożony Generalny .................................................................................................................................... 5-7
  • Prezentacja .................................................................................................................................................................................................................................................................................. 9-12
  • Wprowadzenie: don Sabino Palumbieri .................................................................................................................................................................................................... 13-16
  • Profil czcigodnego don Giuseppe Quadrio ........................................................................................................................................................................................... 17-21
  • Schemat chronologiczny głównych wydarzeń .............................................................................................................................................................................. 22-23
  • DIARIO
    1. Notebooki folio (1936) .................................................................................................................................................................................................................................... 27-34
    2. Dziennik duchowy nowicjatu (12 września 1936 r. - 30 lipca 1937 r.) ........................................................................................................ 35-58
    3. Dziennik na książeczce z notatnikiem w kratkę (15 sierpnia 1940 r. - 3 sierpnia 1942 r.) .................................................. 59-77
    4. Dziennik w notesie z czarną obwódką (28 października 1943 r. - 16 lipca 1958 r.) .................................................................. 78-205
    5. Dziennik na drukowanej agendzie (1 stycznia - 15 lipca 1962 r.) ................................................................................................................ 206-227
  • PENSIERI
    1. Miscellany na rozrzuconych arkuszach ............................................................................................................................................................................... 231-258
      Prezentacja dramatów ........................................................................................................................................................................................................................... 232-239
      Myśli o wprowadzeniu lub zakończeniu kursów akademickich lub konferencji .................................................................. 239-256
      Myśli w przeddzień święceń teologów IV ........................................................................................................................................................................... 256-259
      Myśli w przeddzień świąt lub innych uroczystości .................................................................................................................................................. 259-269
      Refleksje na tematy religijne ............................................................................................................................................................................................................ 270-358
  • TESTIMONIANZE
    VII. Twarz niewidzialnego (oczy i uśmiech Don Krio) ............................................................................................................................................................ 361-406
    Osobiste świadectwa z pamiętnika ....................................................................................................................................................................................................... 361-365
    Świadectwa innych ................................................................................................................................................................................................................................................... 365-406
  • Bibliografia .......................................................................................................................................................................................................................................................................... 407-411

VI. Miscellanea su fogli sparsi
87. [foglio da lettera intestato: Ospizio salesiano Sacro Cuore, Roma]
Fedeltà allo Spirito santo

  • Quali sono i più gravi ostacoli all'azione dello Spirito Santo in te? Li hai individuati? Sei sempre stato disposto a tutto perdere pur di toglierli? Li hai fatti oggetto delle tue preghiere? delle meditazioni? dell'esame particolare? delle frequenti detestazioni? delle penitenze? dei colloqui col confessore e direttore? Li hai però nello stesso tempo sopportati con umiltà come frutto necessario della tua perversità?
  • Attaccamento alla gloria umana. In quali desideri si manifesta? Quanto al presente: desideri primeggiare? nello studio? nella pietà? nella stima dei superiori? Ti pare di essere troppo attaccato allo studio? Che sentimenti hai di fronte agli esami? ad un titolo? Che sentimenti hai riguardo al tuo avvenire di studio? Diventare uno studioso? uno specialista? un professore celebre? Scrivere? Essere celebre predicatore? attrarre? convertire?

Praticamente: Hai studiato entro i limiti dell'orario? Hai esagerato? Perché?
Davanti al successo del tale o tal altro che cosa provi? Come combatti i sentimenti poco nobili?

  • Egoismo. Provi sentimenti di invidia? Verso chi? Per che cosa? Come li combatti?

Senti difficoltà ad avvicinati a qualcuno? Ti vinci? Parli con tutti? Saluti tutti per primo? Ti sforzi di mantenere una conversazione cordiale, affabile, seria? Riesci a vincere la tua timidità?
Hai sempre dato o prestato, quando potevi? Hai aiutato? Hai pensato solo e prima di tutto al tuo comodo od interesse?
Nelle discussioni?

  • Attaccamento alle cose proprie.

Verso quali cose sei più affezionato? I libri? Come hai frenato il tuo desiderio di averne? Ti sei persuaso che le anime non si salvano coi libri, ma con la santità? Ti sei fatto povero del tutto? Come hai seguito lo stimolo di spogliarti di tutto?
Come hai rispettato la roba degli altri? la tua?
5. Attaccamento alle soddisfazioni sensibili.

  • Purezza. Hai mortificato gli occhi? sulle cose pericolose? sulle lecite? Letture?
  • Mortificaz[ione]. L'hai esercitata tutti i giorni? senza vacanze e parentesi? Le hai nascoste? Il permesso! Sei stato vigilante a cogliere le piccole occasioni? Ti sei sottratto all'impulso dello [pirito] s[anto] ? Curiosità?

6. Negligenza: esame di co [scienza], meditaz[ione], messa, com[unione], rosario, visite, giaculatorie.

Presentazione di drammi
88. [foglio da lettera: primo intervento alla Generala]1
Generala, 23.3. [19] 59.

Carissimi amici, siamo stati veramente scortesi con voi: siamo venuti in casa vostra senza neppure dirvi chi siamo e perché siamo venuti. Voi ci avete già perdonato, ma io voglio brevemente riparare a questa scortesia, mentre si prepara il numero seguente.

Chi siamo? Siamo preti di tutti i paesi del mondo: inglesi, belgi, olandesi, spagnoli, portoghesi, italiani, indiani, giapponesi, canadesi, [degli] Stati Uniti, messicani, brasiliani, argentini, ecc. Siamo di tutte le lingue, di tutte le terre, di tutti i colori. Quando andrete all'estero, forse vi capiterà di incontrarvi con qualcuno di noi in qualsiasi angolo della terra e dirgli: «Eh, ma noi ci conosciamo!».

i Testo pubblicato in Mod. 150-152.

Che cosa siamo venuti a fare questa sera tra voi?A stare con voi un'oretta insieme, da buoni amici, allegramente. Ma perché? Per una ragione semplicissima. Scommetto che voi non la indovinate! Siamo qui, perché... vi vogliamo bene. Ma se non ci siamo mai visti? Non importa! Vi vogliamo bene per due motivi:

  • Prima perché siete giovani, e per noi un giovane è sempre un caro amico. Voi avete il dono incantevole della giovinezza: siete tutti dei ragazzi meravigliosi e simpatici. Come sarebbe possibile non volervi bene? Quando Gesù incontrava un giovane come voi, come te, o te, o te, lo guardava negli occhi col suo sguardo profondo, e subito gli voleva bene, e diventavano amici, amici per la pelle.
  • Ma vi è un'altra ragione perché vi vogliamo bene, una ragione ancora più bella e toccante; ve lo diciamo sottovoce, col cuore: "perché non siete stati sempre fortunati". La vita è stata dura con voi. Oh, noi vi comprendiamo: non è stata tutta colpa vostra. Noi al vostro posto avremmo fatto molto peggio. Anche voi sarete stati un po' colpevoli (chi è senza peccato scagli la prima pietra: tutti qualche volta abbiamo sbagliato); ma più colpevoli sono coloro che, potendo e dovendo, non vi hanno aiutato e amato abbastanza. Noi siamo qui stasera a fare un atto di doverosa riparazione: siamo a chiedervi scusa a nome di tutti coloro che vi hanno fatto del male, che non vi hanno amato come voi meritavate. Per questo noi sentiamo di amarvi come i nostri migliori amici. Se riuscissimo in quest'ora, per un'ora almeno, a farvi dimenticare la cattiveria degli uomini e tutte le vostre amarezze, noi saremmo i preti più felici della terra.

E prima di offrirvi un po' di carnevale, come segno del nostro affetto, vogliamo anche farvi una promessa, solennemente, qui davanti a voi: noi preti ci impegniamo con tutte le nostre forze ad aiutare e amare tutti [i] ragazzi come voi che potremo avvicinare; li aiuteremo e proteggeremo contro le imboscate, le insidie e i mali passi, affinché non debbano poi scontare la pena di colpe di cui non sono essi i maggiori responsabili.2
2 Abbiamo una versione precedente, su due piccole schede. La prima comprende il testo riportato fin qui, sostanzialmente identico. Da questo punto si distacca notevolmente.

Ed ora possiamo anche domandarvi un piccolo favore? Per voi sarà piccolo, ma per noi ha un grande significato. Il dono è questo: siate allegri! Anche se il vostro passato fu molto triste, abbiate fiducia nel vostro avvenire. Si può sempre ricominciare. Qualunque cosa sia capitata, non c'è nulla di irreparabile finché si vive. Non è mai troppo tardi per avviare una vita completamente nuova, onesta, serena, tranquilla, in pace con Dio, che vi ama e vi stima; nella vita, che può diventare bella e meravigliosa, se voi lo volete, sapete essere i ragazzi più in gamba dell'universo.

«3. Ma che siamo venuti a fare questa sera?
Lo vedete. A farvi dimenticare, almeno per un'ora le vostre amarezze e la cattiveria degli uomini.

  • Siamo venuti a dirvi, con i canti, le danze, la musica, che — nonostante tutto — voi potete e dovete essere allegri. Se il vostro passato fu molto triste, abbiate fiducia, il vostro avvenire può essere molto sereno e lieto. Si può sempre ricominciare. Qualunque cosa sia capitata, non vi è nulla di irreparabile. Il generale Desain a Marengo, avendo perduto la battaglia: uno sfacelo! nel tardo pomeriggio radunò il suo stato maggiore. Rincuorò gli ufficiali: sono le sei. Prima di notte, c'è ancora tempo di vincere. Gettò i suoi uomini al contrattacco e prima di notte aveva vinto una delle grandi battaglie della storia. Per un giovane che vuol ricominciare a rifarsi una vita onesta e serena, non è mai troppo tardi: sono sempre le sei del pomeriggio!
  • Con la nostra allegria siamo venuti a dirvi che dovete aver fiducia: fiducia in Dio (che vi ama e ha una grande fiducia in voi); fiducia nella vita, che — quando lo volete — sapete essere i ragazzi più in gamba dell'universo; fiducia nei vostri educatori, che non h[anno] altra ambizione che fare di voi degli uomini onesti e felici. Senza questa fiducia non si fa nulla. Un giovane senza coraggio è un'auto senza motore.

Sul frontone di una scuola americana c'è scritto: / hai perduto del denaro, non hai perduto nulla, / hai perduto la salute, hai perduto qualcosa, / hai perduto l'onore, hai perduto molto, / hai perduto il coraggio, hai perduto tutto. Coraggio, amici, e la vita sarà vostra.

  • Ma voglio essere sincero fino in fondo. C'è ancora una cosa che siamo venuti a dirvi coi nostri canti, suoni e danze. A dirvi qual è la ricetta di una vera allegria e del successo nella vita: è la pace della coscienza, è l'amicizia con Gesù. Di lui ha fame il vostro cuore. Lui è la luce dei vostri occhi. Senza di lui, siete i ragazzi più infelici della terra. Solo l'amicizia con lui può rendervi contenti. Lui vi aspetta, per fare pasqua con voi, per ridarvi la sua amicizia nella confessione pasquale. Fatene la prova. Questo siamo venuti a dirvi: Buona pasqua, carissimi amici, Buona pasqua con Gesù: siate allegri e felici con lui, che è il migliore e il più sincero dei vostri amici».

Vedete. Dopo l'inverno viene sempre la primavera. Dopo la passione di Gesù viene la sua risurrezione. Non temete: se lo volete, sarà così anche per voi. Coraggio, carissimi! Un giovane senza fiducia è una macchina senza benzina!
Ecco allora il regalo che vi domandiamo: che passiate una pasqua felicissima, piena di gioia e di sorriso: quella che proviene unicamente dall'aver fatto la pace con Dio e con la propria coscienza. Buona pasqua, carissimi, e siate felici!
89. [foglio da lettera intestato «Meridiano 12»: secondo intervento alla Generala] 3
Generala, 24.3 [19] 60.

Cari amici, ora viene il numero più importante della serata. Ma anche il più difficile. Chissà se anche i piccoli potranno capire? Si tratta di una fiaba, una fiaba vera, raccontata da cinque cantastorie. Per capire, dovete tener presente una cosa, questa: [la] fiaba vi dirà... che cosa siamo venuti a fare qui stasera? Il numero è dedicato a quelli tra voi che ci sono più cari: gli amici là in fondo, delle ultime file.

Ecco la fiaba. Ho visto una strada in grigio. Una strada senza nome: tetra come una prigione, fredda: non un canto, non un fiore, non un raggio di sole. Qua uno piange, là un altro impreca; dietro le sbarre tanti occhi tristi. Ho sentito uno che diceva: Per me è finita; un altro più in là ha tentato di impiccarsi. Dietro le inferriate tutti guardavano tristi e disperati.

Un giorno, per caso, cinque cantastorie vagabondi sono capitati in quella strada e si son messi a cantare le loro canzoni. Che cosa dicevano? Sentite: Dopo l'inverno verrà la primavera; non siate tristi e disperati, voi che state dietro le sbarre! Per tutti c'è una speranza. Tutti possiamo sbagliare, ma chi ha sbagliato, può riparare. E chi ha riparato può guardare in faccia la gente senza vergognarsi. Per un giovane, che vuol cominciare, non è mai troppo tardi. Ricordatevi: non
Testo pubblicato in Mod. 152-153.

sei un rottame, ma un materiale da ricupero. Amici, abbiate fiducia in voi e in Dio: egli vuole ricuperarvi, e fare di voi degli uomini onesti e contenti. Voi siete giovani; per voi c'è ancora un domani, un domani sereno e meraviglioso. L'ultima cosa che dovete perdere è la speranza, e la buona volontà. Un giovane senza fiducia è un'auto senza motore. Così diceva la canzone dei cantastorie. Ed ecco il miracolo. La strada buia e fangosa è diventata un giardino fiorito, piena di sole e di canti. Ora, dietro le sbarre, i ragazzi ridevano allegri. Quel che voleva impiccarsi, cantava anche lui cogli occhi pieni di gioia. Cantavano, cantavano tutti, insieme ai cantastorie.

E la strada tetra, fredda e fangosa, da quel giorno ebbe un nome, un nome stupendo: La via della speranza.
Amici, avete capito. La strada siete voi. I cantastorie siamo noi. Volete cantare con noi? Sì? Grazie, amici, voi siete i ragazzi più meravigliosi del mondo.
90. [pagina sciolta: intervento alla Crocetta per presentare il dramma L'utopia di Dio]4
L'utopia di Dio. Tragedia in cinque atti di Stefan Andres.

Mentre i nostri artisti danno gli ultimi tocchi ai preparativi, mi hanno invitato ad intrattenervi — in questi brevi istanti di attesa — sull'eccezionale portata teologica del lavoro che stanno per presentare: "L'utopia di Dio". Tragedia in cinque atti del tedesco Stefan Andres, che essi dedicano con ammirazione e affetto al sig. ispettore.

Non è un dramma storico, pur essendo ambientato nella guerra civile di Spagna; non è neppure un dramma psicologico, pur scavando profondamente nella psicologia del prete e del peccatore; è anzitutto un dramma teologico, tutto incentrato sul problema del peccato e della salvezza.

Data la singolare densità del contenuto, l'arditezza della soluzione, lo stile talvolta paradossale e sempre conciso, il lavoro non è [di] facile
4Testo pubblicato in Mod. 153-154.

comprensione. C'è il rischio che lo spettatore anche dotto e attento nella prima visione del dramma — si lasci sviare dai dettagli superficiali e non colga il nocciolo essenziale, il messaggio teologico profondo e vigoroso. Sarebbe un grave danno se questo dovesse capitare a noi stasera.

Siamo grati agli amici del terzo c[orso], i quali hanno fatto un grande atto di fiducia non solo in sé, ma soprattutto in tutti noi.

La chiave di interpretazione della tragedia è data — penso — da un triplice tema o motivo concentrico sviluppato dall'autore nella novella Noi siamo l'utopia. Egli stesso [la] ridusse p-er il teatro nella forma che verrà rappresentata.

Primo tema ancora marginale. Una aspra condanna della guerra, di ogni guerra, come fango e fratricidio. Andres scrisse la novella in Italia, durante l'infuriare dell'ultima guerra, 1942. Da entrambe le parti la guerra è un infame assurdo massacro, poiché sia al di qua che al di là del confine, ognuno è creatura di Dio, creatura immortale. È illecito a un cristiano "segnare un confine e dire: Io appartengo a questa parte di fango, io amo cioè il fango di qua e odio quello di là. E allora che si dovrebbe fare? Starsene al di sopra".

Questa radicale condanna di ogni guerra (pronunciata per bocca specialmente di padre Julio) è applicata dall'autore (e qui il dissenso è legittimo) anche alla guerra civile di Spagna, in cui la vicenda è ambientata. "In guerra anche Cristo ha una bandiera" (Paco)... "Meglio per il cristiano avere una sola bandiera. Vessillo di questo re: la croce" (padre Julio).

Secondo tema già più centrale: la esecrazione della tirannide, cioè di ogni autorità ingiusta e violenta, e la conseguente riabilitazione degli esecutori costretti e irresponsabili delle violenze e stragi, comandate dall'alto.

È certo uno dei momenti più densi del lavoro, quello in cui per bocca del protagonista, Andres pronuncia la sua condanna fortissima: "Sì il comando!... Tutti questi comandi... Guai a coloro che comandano! Guai a loro, perché trasformano gli uomini, i soldati in assassini. A loro non si deve perdonare finché ogni vittima ch'essi hanno fatto schiantare col loro comando, non sia imputridita sopra il loro corpo vivo — perché imparino quanto vale l'uomo, l'uomo ucciso" (Paco).

Accanto a questa violenta recriminatoria contro la tirannide, vi è la riabilitazione degli esecutori, costretti ad uccidere come automi, spesso contro volontà e coscienza personale, da ordini scellerati e assassini. Così la guardia rossa e lo stesso tenente don Pedro vengono perdonati e riabilitati nell'atto stesso con cui uccidono trecento prigionieri, perché costretti — contro volontà — da un ordine insano e brutale. Non sanno (non vogliono) quello che fanno. Se non si tiene presente questo, l'ultima scena rimane un enigma.

Terzo tema, centralissimo, che costituisce la nervatura della tragedia, è quello espresso nel titolo paradossale: L'utopia di Dio. Qui la chiave è molto più difficile a trovare e a funzionare. Che cosa intende Andres per utopia di Dio? Un concetto molto complesso e densissimo, a varie facce. Questo: il misterioso disegno divino di permettere e di servirsi del peccato come di un antefatto della redenzione, come di un terminus a quo della salvezza, come di un piedistallo della sua misericordia divina, come di uno stimolo e coefficiente per la riabilitazione del peccatore. Dio in fondo al peccato semina il germe della redenzione. Poteva disporre un ordine in cui ci fosse solo il bene, il bene senza il male, la luce senza l'ombra, in cui tutto fosse libertà, bellezza, ordine, ragionevolezza, gioia, felicità, tutto bene (questa è la nostra utopia, il sogno chimerico degli uomini). No, egli ha voluto che la grazia scaturisse dal peccato pianto ed espiato, la salvezza dalla perdizione, la gioia dal dolore, la libertà dalla rinuncia volontaria (uscire da te stesso e andare a Dio), la vita eterna dalla morte. Quaerere et salvum facere quod perierat.5 La salvezza del perduto, ecco l'utopia di Dio, alla cui realizzazione Paco, lo spretato, si arrende finalmente, folgorato dalla grazia, infrangendo la sua utopia umana di libertà, di riforma della chiesa, di salvezza terrestre di sé e dei suoi compagni, accarezzata fino agli ultimi istanti. Perdersi, morire per essere salvato e per salvare gli altri, sacrificare la propria utopia per realizzare il disegno, l'utopia di Dio. Lo spretato che diventa salvatore di sé e degli altri compagni e nemici. [Il] tenente è lo strumento datogli [per] la riabilitaz[ione] dello spretato.6 È il paradosso evangelico, o la "divina utopia" come la
Lc 19,10.

6 Frase inserita nell'interlinea con integrazioni incerte.

chiama Andres. Gioia senza dolore: utopia degli uomini. Gioia attraverso il dolore e la morte: utopia di Dio.

Ecco il messaggio di Andres: noi cerchiamo il paradiso in terra, la felicità, la giustizia, la pace per tutti quaggiù/ cerchiamo la soluzione dei nostri problemi prescindendo dalla vita eterna. È una falsa utopia, perché non c'è quaggiù alcuna soluzione dei nostri problemi. L'isola felice dei piaceri che cerchiamo quaggiù è la nostra utopia; quell'isola viene raggiunta solo con la morte' per gli altri, per qualcuno che ha bisogno di noi. Noi siamo la penitenza degli altri. Solo allora tutti i problemi avranno la perfetta soluzione e comprenderemo che vera utopia pienamente realizzata è quella di Dio: salvare l'uomo attraverso il dolore e la morte, attraverso la stoltezza della croce. Questa è la via della libertà: nessuno può trasformare il mondo in un'utopia.

Siete pronti? Sono pronti. Ecco: siamo in Ispagna, ad Altamira, durante l'insurrezione popolare contro il regime rosso. Siamo in un convento di carmelitani: tutti i frati trucidati dai rossi, nelle loro celle; tutte le suore seviziate e arse vive in cantina; il convento è occupato dai miliziani rossi che vi custodiscono duecentocinquanta prigionieri franchisti. Tra essi l'ultimo arrivato è... lo vedete chi è. Da lontano il rombo dell'artiglieria dei franchisti che stanno per occupare la città... Non posso augurarvi b[uon] d[ivertimento]. Qui non c'è da divertirsi. C'è da guardare, da pensare, capire... e poi pensare ancora!
Pensieri di introduzione o di conclusione di corsi accademici o di convegni
91. [pagina sciolta: apertura dell'anno accademico]
2 ottobre — Triennio.

1. Carissimi, non ho mai sentito più profondamente la verità di quello che dicevo altre volte: solo un incosciente o un santo potrebbe presentarsi quassù senza tremare. È stato detto che nella vita di un sacerdote una delle grazie più grandi è un buon professore di teologia.

7 Seguono due parole illeggibili.

Ma un buon professore di teologia non è una cosa tanto facile e semplice: non è un poeta e neppure un matematico; non è un romantico, ma neppure un cerebrale; non è un futurista e neppure un passatista; non è un mistico, ma neppure un positivista; dovrebbe anzitutto essere un santo: ed io vi chiedo scusa di non esserlo!
Credete che vi è un solo grande rammarico in chi vi parlerà: la coscienza acuta del proprio limite e [della propria] pochezza; come vi è una sola grande ambizione e desiderio: quella di potervi essere utile per il vostro sacerdozio e di non farvi perdere tempo; come vi è un solo grande conforto: la certezza, oltre che dell'aiuto di Dio, della vostra superiore e fraterna comprensione e compassione, [dell]'aiuto delle vostre osservazioni, rilievi, critiche, iniziative, proposte, che verranno sempre desiderate ed accolte come la più utile collaborazione di voi che vedete alcuni aspetti delle cose che noi purtroppo siamo portati a trascurare. Abbiate sempre tanta pazienza.

Con questi sentimenti, possiamo iniziare il nostro cammino con l'augurio scritturistico della festa di oggi: Dominus sit in itinere vestro et angelus Domini comitetur vobiscum.8

  • Avete tra mano dei fogli litografati: sono un tentativo od aborto di dispense. Vi chiedo scusa della pessima presentazione e più del contenuto. Leggendoli, vi capiterà spesso di pensare al proverbio popolare: La gatta frettolosa ha fatto i gattini ciechi. Il loro carattere e scopo eminentemente pratico è indicato dal titolo: Sussidi ed anche dalle parole di presentazione che (Dio mi perdoni la temerità!) ho mutuato dal prologo di san Tommaso alla Summa. Nell'intenzione dello scrivente, le dispense sono stese in modo da non sostituire la scuola, ma richiederla come necessario complemento; e soprattutto vogliono essere uno stimolo al lavoro di assimilazione, riflessione e di ricerca personale, il solo che veramente giova nella formazione e nella vita.
  • Il trattato che incominciamo è il De virtutibus theologicis, che nell'ordine logico dovrebbe venire terzo tra i trattati dell'anno: De

Verbo inc[arnato] et b[eataJ v firginel M De gratia Christi re‑
demptoris, De virtutibus. Necessità vuole che incominciamo col De
8 Gb 5,21.

virtutibus; quando arrivasse don [Nazareno] Camilleri, si vedrà il da farsi.

92. [fogli sparsi: apertura dell'anno accademico]
Alcuni avvisi:

  • Quanto più si lavora a scuola, tanto meno è necessario faticare nello studio. Il miglior modo di occupare il tempo a scuola, è sempre quello di seguire il professore, prendendo appunti diligenti.
  • Lo studio più proficuo che si fa giorno per giorno, preleggendo il testo prima della lezione e rifacendo la strada a scuola.
  • Gli schemi più utili sono quelli personali fatti alla fine di ogni tesi o gruppo di tesi. Ciò che rimane nella vita è ciò che uno ha fatto personalmente, con lo sforzo, la ricerca, la riflessione personale. Gli atti dell'apprendimento sono: lectio, reflexio, meditatio.9
  • La scuola è un perditempo se non continua nello studio e in chiesa. La teologia va fatta (che è molto più che studiata) non con le orecchie solo, ma con i gomiti e le ginocchia. Teologia come meditazione, come preghiera: teologia integrale, personale, realistica, che riempie l'anima e la vita. Di essa e di essa soltanto si può dire che non c'è grazia più grande nella vita di un prete. È una cosa terribilmente seria: sarebbe una disgrazia enorme non prenderla sul serio.

Dulcedine non priva — corda fidelium.'°
Miei ottimi confratelli, a credere ai vostri battimani, si direbbe che siete contenti, impazienti di cominciare.

Se vi interessa, vorrei dirvi sinceramente che anch'io sono contentissimo di avervi compagni di viaggio in questa nostra ricerca della verità divina. Sono certo che ci faremo ottima compagnia e ci aiuteremo vicendevolmente con quella mutua intesa e comprensione che è l'unico clima in cui la verità si lascia trovare e gustare.

9 I tre momenti successivi della lectio divina.
10 Versetti ripresi dall'inno Ecce panis angelorum: O esca viatorum / o panis angelorum / o manna coelitum! / Esurientes ciba / dulcedine non priva / corda quaerentium.
All'inizio di questo nostro comune viaggio alla ricerca della "verità che ci sublima",11 mi è caro salutarvi con l'augurio e l'auspicio dell'odierna liturgia dei santi angeli: Dominus sit in itinere vestro et Angelus eius comitetur vobiscum.12
93. [introduzione al trattato De Deo creante]
Fra i Nuovi poemetti del Pascoli ce n'è uno intitolato Il libro. È un vecchissimo libro, aperto sul leggio di quercia; era già antico, quando ancora la quercia viveva nella foresta. E il poeta sente un uomo che arriva e si mette a sfogliare: "invisibile, là, come il pensiero".

Gira le pagine: prima adagio, poi più in fretta, dalla prima all'ultima, poi dall'ultima alla prima; poi quasi con rabbia ricomincia, poi pare si arresti, le volge lentamente, poi le contorce; e cerca, cerca, cerca sempre invano. Quanto ha cercato quell'uomo? quanto ha cercato quell'uomo misterioso in quel libro antico? E mai ha cessato di cercare: "Sempre. Io lo sento, tra le voci erranti / invisibili, là, come il pensiero, / che sfoglia, avanti indietro, indietro avanti, / sotto le stelle il libro del mistero"."
Amici, c'è tanto mistero in noi e intorno a noi. E l'umanità fruga da secoli: Che cos'è la realtà? Perché la realtà? Perché esistiamo noi? Cosa siamo noi?...

Alcuni sono tanto superficiali, da non porsi le più grandi domande: vivono distratti, come fuori di sé. Ma le anime pensose avvertono tutto il problema: è possibile mai che si debba vivere come gli uccelli o i cani, senza sapere perché si vive, e si scompaia un giorno, senza sapere perché si muore?
Quel monte a cui Cassino è nella costa / fu frequentato già in su la cima I dalla gente ingannata e mal disposta; / e quel son io che su vi portai prima / lo nome di colui che 'n terra addusse / la verità che tanto ci sublima (Dante, Par. 22,37 ss.).

12 Gb 5,21.

13 Testo ripreso da don Eugenio Valentini, che così lo commenta: «Ecco ancora un'introduzione al trattato De Deo creante» (Mod. 265-266). Una parte di questa introduzione appare anche in E 73-74.

14 Cf. E 66 e 73.

Ecco poeticamente e realisticamente impostato il trattato.15
94. [pagina sciolta 1-2: introduzione al trattato De Deo creante]
La gloria di Dio.

Intoduz [ione] .

Riprendendo oggi — dopo lunga sosta — il nostro cammino, non possiamo certo ignorare che nella sosta è avvenuto qualche cosa di ineffabile, che ha cambiato radicalmente il volto e il tono di questi incontri scolastici. Quarantasei tra voi siedono ora su questi banchi come sacerdoti e ministri della grazia e verità di Cristo. Non sono dei discepoli, ma dei maestri e guide delle nostre anime. Come tali noi li veneriamo, esprimendo loro, insieme a tutta la nostra simpatia, anche la imbarazzante confusione di aver come alunni coloro che Dio ha costituito nostri maestri. Ma forse è vero, da oggi più che mai, che nella nostra scuola non ci sono alunni e maestri, ma uomini che cercano insieme la verità, aiutandosi fraternamente.

Dunque, con la benedizione dei nostri amici sacerdoti, riprendiamo insieme la strada. L'itinerario sarà questo: completare in primo luogo le questioni del peccato originale e degli angeli, giacché il problema della elevazione all'ordine soprannaturale vi è stato egregiamente illustrato da don [Demetrio] Licciardo, al quale esprimo qui pubblicamente la mia riconoscenza.

Del trattato De Deo Creatore, a suo tempo, abbiamo già studiato le seguenti questioni:

  • il fatto della creazione in genere (tesi 1: Deus omnia creavit);
  • la causa efficiente della creazione (t[esi] 2: Tota et sola Trinitas crkavid);
  • il modo della creazione (t[esi] 3, p[arte] 1: Deus libere creavit);
  • il fine della creazione (t[esi] 3, p[arte] 2: Deus ad suam gloriam creavit);
  • il tempo della creazione (t[esi] 3, parte] 3: Deus in tempore creavit).

15 Conclude don Valentini: «Quanto desidereremmo possedere in maniera così viva le sue lezioni di teologia, degne del Vaticano II» (Mod. 266).

Ora dobbiamo riprendere e completare l'esposizione del fine della creazione a p. 78.

E così abbiamo terminato il trattato de Deo creante. Siamo ora in grado, rivolgendo indietro lo sguardo in una visione d'insieme, di sintetizzare alcune conclusioni:
1. Una conclusione dottrinale. La affermazione] centrale del trattato è che

  • Dio è creatore unico e liberissimo di tutta la realtà spirituale e corporea e in modo particolare della realtà umana. Tutto è da Dio, tutto di Dio e quindi tutto per Dio; giacché ciò che è essenzialmente ab alio è essenzialmente ad aliud. Dio è colui che è: tutto il resto ha l'essere da Dio.
  • Dio però non ha creato allo stesso modo tutte le cose:
  • ha creato ex nihilo gli spiriti e la materia primigenia;
  • ha prodotto le altre cose materiali attraverso un meraviglioso e sapientissimo gioco delle cause seconde concatenate tra loro, predisposte e dirette da Dio stesso. In tal modo la storia della creaz[ione] della vita ci può apparire sotto la veste di un'evoluz[ione] finalistica e teistica dall'inferiore al superiore, nella quale ogni personaggio dall'inf[eriore] al superiore è dovuto ad uno speciale intervento di Dio. (La t[esi], come ogni altra cosa seria, vuole essere studiata prima che giudicata, vuole discepoli prima che giudici: ne ignorata damnetur.).16
  • Una conclusione metodologica. Il trattato De Deo creante è al confine tra sacro e profano, tra rivelazione ed esperienza. Fa parte di quella

1' Tertulliano, Apol. 1,2: Nihil de causa sua deprecatur, quia nec de condicione miratur. Scit se peregrinam in terris agere, inter extraneos facile inimicos invenire, ceterum genus, sedem, spem, gratiam, dignitatem in caelis habere. Unum gestit, ne ignorata damnetur. From Tertullian's Apologetica, it refers to this phrase earlier in the text: liceat veritati vel occulta via tacita rum litterarum ad aures vestras pervenire "Let the truth, even though hidden, through [our] secret letters, come to your ears". The presumed subject of the verb gestit in your quote is therefore veritas, truth. Unum gestit finterdumi ne ignorata damnetur can therefore be translated "She [the truth] only yearns [now and then] not to be condemned unknown" [i.e., to be condemned before being known]. I guess the clearest direct translation would be "The truth only desires not to be condemned unknown".

che oggi si chiama la "teologia delle realtà terrestri". Questo trattato se non vuole condannarsi a uno sterile astrattismo, deve mantenersi in stretto contatto con la realtà concreta dell'universo, della vita, dell'uomo, quale in realtà esiste; deve risolvere alla luce della rivelaz[ione] i problemi concreti che oggi questa realtà presenta; deve dare una risposta agli interrogativi concreti che oggi vengono proposti alla fede. Una teologia delle realtà terrestri che ignori le realtà terrestri è un gioco da bambini.

  • Una conclusione di ordine formativo. Si studia teologia anzitutto per formarsi una "mentalità" teologica capace di giudicare teologicamente i problemi. Ora tra le componenti della mentalità teologica (oltre il senso delle fonti, della tradiz[ione], del magistero), vi è anche quello dell'apertura verso i problemi odierni, della sensibilità verso i dati scientifici, della sicurezza nel trattare le questioni] miste = De Deo creante.

95. [pagine manoscritte: conclusione del trattato De Deo creante]17 Cristo sintesi di tutta la realtà e ragione di tutta la storia
17 Testo forhito da don Marco Panero, rintracciato tra i fogli sparsi dell'archivio, durante l'elaborazione della sua tesi. Lo accompagna con questa puntualizzazione: «Caro don Remo, mi permetto di abusare della sua pazienza per inviarle un'ultima trascrizione di un manoscritto di don Quadrio, troppo bello per non condividerlo! Emerge con forza la spiritualità cristocentrata, nonché una nota teologica molto interessante, che avrebbe percorso i tempi. La lascio alla sua lettura. Ne allego duplice copia, la prima trascritta fedelmente, la seconda impaginata in modo più scorrevole. Da un manoscritto autografo di don Giuseppe Quadrio, ritrovato tra i suoi appunti per le lezioni e non ancora pubblicato. Le due pagine, fitte ma ordinate, in parte completate e corrette da un evidente intervento successivo, non recano
alcuna data: da quanto si evince dal testo, fu pronunciata nel corso delle lezioni conclusive al trattato De Deo creante et elevante; si confronti in proposito l'esatta
corrispondenza tra il testo manoscritto ed il sommario del manuale seguito per le
lezioni (Charles Boyer, De Deo creante et elevante, PUG, Roma 1933, conservato in archivio). Alle precedenti viene aggiunto un passo di un terzo foglio, distinto dagli
altri due, ma affine per contenuto, assai significativo per penetrare il disegno teologico di don Quadrio, in particolare l'esigenza da lui avvertita di nuove direzioni di indagine, di taglio più marcatamente cristocentrico».

Percorriamo a volo d'uccello le grandi parti del trattato nella luce di Cristo.
E così arrancando siamo giunti alla vetta della nostra ascensione. Alla gioia legittima della meta faticosamente conquistata si associa la spontanea curiosità di contemplare dall'alto — in un solo colpo d'occhio la strada percorsa. Ciò che nel cammino ci apparve molteplice, frammentario, caotico, lo vediamo ora convergere in meravigliosa armonia verso un supremo unico vertice: Cristo. Egli è la chiave di volta, il punto di convergenza, il baricentro di tutta la storia divina e umana, che abbiamo studiato nel De Deo creante et elevante. Questo trattato costituisce una misteriosa e complicata serratura, di cui Cristo è la vera ed unica chiave.

(Alla fine di un anno sarebbe molto se avessimo appreso che non sappiamo niente, se avessimo concepito un immenso desiderio di studiare, e avessimo scoperto un metodo e uno spirito per affrontare i problemi, una chiave per risolverli: ora la chiave è una sola, Cristo). 1. Creazione dell'universo
Cristo, uomo-Dio, causa efficiente, esemplare e finale di tutta la creazione: Omnia per ipsum facta sunt et sine ipso factum est nihil (Gv 1,3); Qui est imago Dei invisibilis, primogenitus omnis creaturae: quoniam in ipso condita sunt universa in caelis et in terra, visibilia et invisibilia, sive throni sive dominationes, sive principatus sive potestates: omnia per ipsum et in ipso (eis autón = per lui) facta sunt:• et ipse est ante omnes, et omnia in ipso constant ut sit in omnibus ipse primatum tenens (Col 1,15-18).

Quem constituit heredem universorum per quem fecit et saecula, qui cum sit splendor gloriae et figura substantiae eius, portansque omnia verbo virtutis suae... (Eb 1,2-3).

Cristo non è solo il tipo ideale, il paradigma di tutte le cose; non solo il principio dal quale tutte le cose hanno realtà essere e consistenza ma anche il punto di convergenza e la ragion d'essere di tutta la realtà. È il centro supremo di unità, di coesione, di armonia che dà al mondo il suo significato, la sua intelligibilità e il suo senso, il "meeting-point" (Lightfoot) in cui si annodano tutti i fili dell'universo. Cristo è ciò per cui l'universo esiste ed è non un chaos, ma un cosmos.
Essendo lo "splendore della gloria" del Padre (Eb 1,3), è anche la voce
con cui tutta la creazione glorifica Dio, il "Verbum" con cui il Padre esprime se stesso e crea tutte le cose, è anche la bocca, il verbum con cui tutte le cose lodano Dio Padre.

  • Creazione dell'uomo

Cristo uomo è il tipo ed ideale perfetto, l'espressione più alta, il fiore più bello della stirpe umana, il punto verso cui converge lo slancio di ascesa e di perfezionamento di tutta la natura umana: Cristo è l'apice dell'umanità, l'unità di misura, la forma ideale su cui ognuno di noi è stato forgiato: la matrice e lo stampo della nostra esistenza.

Se poi è vero che il corpo umano non è altro che il punto d'arrivo di un provvidenziale e sapientissimo processo di ascesa dalla materia inorganica fino alla vita umana, si dovrà dire che in Cristo, quale vertice dell'umanità, tutto il creato si erge per incontrarsi con Dio nell'amplesso sostanziale dell'unione ipostatica. Cristo è così il punto di fusione di tutta la realtà materiale, umana e divina: Omnia vestra sunt, vos autem Christi, Christus autem Dei (1 Cor 3,22).

  • Elevazione del cosmo all'ordine soprannaturale

Cristo è fulcro di tutto l'ordine soprannaturale a cui l'uomo è stato ele‑
vato.
Nel piano di Dio, unitario ed armonico, la giustizia originale data ai progenitori non fu che una preparazione della grazia di Cristo, il primo Adamo non fu che l'ombra (rtínog) del secondo (Rm 5,14). Il binario della solidarietà fisica su cui corse il peccato di Adamo non fu che lo strumento provvidenzialmente predisposto per la propagazione della redenzione di Cristo. E lo stesso peccato non fu che un grande vuoto permesso da Dio perché fosse riempito dalla pienezza di Cristo. L'elevazione e la caduta dell'umanità rimangono inspiegabili senza Cristo, come l'ombra senza la sorgente luminosa. Nel piano della salvezza, Adamo non fu che un momento transitorio; invece fin da principio, da tutta l'eternità Cristo fu il "termine fisso d'eterno consiglio"," verso il quale gravitò tutto il disegno salvifico di Dio.

18 Dante, Par. 33,1 ss.: Vergine madre, figlia del tuo figlio, I umile ed alta più che creatura, / termine fisso d'eterno consiglio.
Nel prologo agli Efesini (1,3-14), san Paolo, delineando a tratti giganteschi il piano di salvezza ab aeterno ideato da Dio, ne sottolinea l'unità e il totalitarismo cristocentrico [Ef 1,4-6].

La grazia di Adamo innocente, anche se non dovuta al sangue di Cristo redentore, era pur tuttavia l'adozione a figli di Dio e quindi la fratellanza col Figlio naturale di Dio [Rm 8,29: Nam quos praescivit et praedestinavit conformes fieri imaginis Filii sui, ut sit ipse primogenitus in multis fratribus].
Se dunque la grazia, prima come dopo il peccato di Adamo, ci fa filii in Filio,19 allora dobbiamo concludere che Cristo fu fin dall'inizio e sarà sempre la chiave di volta del disegno salvifico di Dio: Christus heri et hodie, ipse et in saecula (Eb 18,8).

4. Creazione ed elevazione degli angeli
Infine Cristo è il rex angelorum,2° il capo del mondo angelico.

E così tutto il trattato De Deo creante et elevante trova in Cristo la sua ricapitolazione e la sua coesione essenziale, il "meeting-point" in cui tutti i fili convergono e si annodano: Cristo è davvero la magna quaestio mundi,21 la ragione che spiega tutta la realtà e tutta la storia.

19 Espressione ispirata a Paolo, anche se la formula così concentrata non appare direttamente nelle lettere: qui praedestinavit nos in adoptionem filiorum per Iesum Christum in ipsum secundum propositum voluntatis suae in laudem gloriae gratiae suae (Ef 1,5-6). Cf. Emile Mersch, Filii in filio, Tournai 1938, Casterman; M. Joan Schillow, Filii in Filio, Immaculate Heart College, 1965.

20 "This is an unusual medieval English carol, in that it has a long Latin burden and only one verse in English. The text seems designed for one of the three Wise Men (and the texture is for three voices), so it is probably for Epiphany. Performed as part of Carols for Quire 4, Dec. 21-23, 2012, Trinity Cathedral, Cleveland".

21 Vita pastorale n. 2 febbraio 2004 - Uomo del dialogo e profeta di pace. Dalla lettera di Giorgio La Pira a Nikita Krusciov: Ecco, egregio sig. Krusciov, il problema dei problemi: hic Filius fabri fit magna quaestio mundi: questo figliuolo del fabbro (Cristo) costituisce la questione fondamentale del mondo, dice un detto medioevale! E la cosa è realmente così: la storia di duemila anni è la documentazione irrefutabile di questa verità così drammaticamente vera. Gesù lo disse: "Trarrò tutto a me".
Sia anche l'unica ragione d'essere, la grande passione, il tutto e il solo della nostra vita: Omnia et in omnibus Christus (Col 3,11).

La seconda dimensione del nostro trattato, è quella cristologica o cristocentrica, giacché Cristo è sintesi e centro di tutta la realtà e ragione di tutta la storia. Permettete che io insista un po' su questo aspetto, del tutto ignorato — purtroppo! — nei trattati anche recentissimi (anche in quello veramente classico, agevolissimo, che avete fra mano, del Boyer: il migliore senza dubbio di quelli scritti in latino).

Tutto nel nostro trattato, ogni parte, ogni tesi converge in meravigliosa armonia verso un supremo unico vertice: Cristo.
96. [pagina sciolta: introduzione al trattato De paenitentia]
All'inizio della trattazione sul sacramento della penitenza è mio dovere dire una parola sullo spirito e l'atteggiamento con cui questo studio deve essere affrontato. Nell'introd[uzione] ad un trattato è lecito dire alcune cose, che nel corso del trattato forse stonerebbero.

Siamo nel cuore del messaggio evangelico, nell'essenza del cristianesimo. Giacché il vangelo e tutto il cristianesimo è la rivelazione e l'attuazione della misericordia del Padre celeste attraverso la filantropia, cioè la benignitas et humanitas salvatoris nostri Dei."
Questo trattato deve radicare e sviluppare in noi:
a) il senso della misericordia di Dio.
Ma anche un altro senso deve sviluppare in noi lo studio del De paenitentia, e cioè il senso della misericordia e compassione del sacerdote verso le anime cadute. Nella predicazione ed amministrazione] del perdono, il sacerdote deve far sentire a tutti che Dio è buono tam pater nemo.23
22 Tit 3,4.

23 Nessuno è tanto padre quanto Dio: ricorda Tertulliano (De Paenitentia, 8,7): Tam pater nemo, tam pius nemo "nessuno è tanto padre [come Dio], nessuno è tanto pietoso".

Per la formazione di un cuore sacerdotale magnanimo e indomabile nella lotta contro il peccato, ma tenerissimo nella compassione verso il peccatore, niente può maggiormente servire che lo studio profondo e amoroso di questo trattato.24
97. [pagine sciolte 1-2: introduzione al trattato De paenitentia]
Ed ora affrontiamo il trattato De paenitentia, cioè la sistemazione logica dei dati rivelati. Avendo tutto il materiale a disposizione, procederemo celermente. La nostra costruzione sarà come una cattedrale a tre navate (le 3 parti del trattato):

  • navata centrale: esistenza del sacramento della p [enitenz] a,
  • navata laterale destra: essenza o struttura del sacramento della p [enitenz] a,
  • navata laterale sinistra: effetti o frutti del s[acramen]to.

Davanti alla navata centrale si apre un atrio, o portico, o nartece: cioè la penitenza e remissione dei peccati fuori del cristianesimo.
Soffermiamoci un po' in questo atrio dei gentili e degli ebrei, prima di entrare nella cattedrale cristiana della penitenza; e domandiamoci se e come si pratica la remissione dei peccati fuori della religione cristiana.

Praenotanda (p. 14).

1. Perché questa ricerca iniziale? Per due scopi.

a) Per uno scopo dogmatico: Gesù Cristo, istituendo il s[acramen]to della penitenza, creò un rito assolutamente nuovo e sconosciuto; oppure assunse un istituto naturale preesistente, elevandolo alla dignità e efficacia di sacramento?
Generalmente Gesù, per costruire i segni efficaci onde perpetuare la sua redenzione, non creò riti nuovi; ma prese i gesti più comuni e famigliari della vita, li purificò, li trasformò, li assunse come stru‑
24 Il contenuto del foglio non è portato a termine. Ci manca certamente il seguito, dal momento che la lettera a) rimane isolata senza sviluppo. Questi stessi pensieri compaiono anche sull'immaginetta di prima messa e costituiscono il programma sacerdotale di don Quadrio.

menti della sua azione redentrice: così il bagno, l'unzione dell'olio, il banchetto, l'istituto sacerdotale e matrimoniale: riti generalmente praticati presso tutti i popoli.

Ci domandiamo: ha fatto così anche per il s[acramen]to della p[enitenz]a? In altre parole: esistono presso i popoli dei riti o pratiche penitenziali ed espiatorie?
b) Per uno scopo apologetico. Già sappiamo che due accuse principali vengono mosse contro il sacramento della penitenza, com'è praticato nella chiesa cattolica:

  • la confessione dei peccati è una tardiva invenzione della chiesa, per libidine di soggiogare le coscienze e tenerle schiave;
  • la confessione è un'imposizione crudele e disumana, una carneficina delle coscienze, che soffoca l'istinto più profondo dell'uomo, quello del segreto intorno alle sue colpe.

Ora, anche prescindendo dagli argomenti scritturistici e patristici, che saranno addotti nel corso del trattato, già sul liminare l'obiezione può essere polverizzata, dimostrando - come noi facciamo nella prima tesi che

  • la confessione dei peccati fatta all'autorità religiosa, lungi dall'essere una tardiva invenzione della chiesa cattolica, è piuttosto un rito esistente dalla più remota antichità presso quasi tutti i popoli, sia civili che selvaggi;
  • tale antichità ed universalità dimostrano come la confessione non solo non sia arbitraria e inumana imposizione della chiesa cattolica, ma piuttosto una profonda ed insopprimibile esigenza della parte più nobile e sana [della] natura umana, nonostante talune ripugnanze della sensibilità.

2. Fonti per la ricerca sono quelle indicate all'inizio del capo (prima ed., p. 13) e in primo luogo le opere di Raffaele Pettazzoni,25 la più
25 Nato nel 1883 a San Giovanni in Persiceto (Bologna), si laureò in lettere nel capoluogo emiliano e si specializzò, nel 1905, con un diploma in archeologia presso la scuola italiana di archeologia. Nel 1909 fu nominato ispettore al museo preistorico ed etnografico a Roma. Nel 1923 salì alla cattedra della Regia università di Roma; il 17 gennaio 1924 pronunciò la prolusione universitaria in occasione
grande autorità in materia, che ha raccolto una vastissima documentazione. Imbevuto di pregiudizi positivistici ed evoluzionistici, egli falsamente ritiene che:

  • la confessione dei peccati nelle varie religioni abbia non solo un'origine religioso-morale (cioè espiare la colpa, placare la divinità offesa), ma piuttosto un'origine magica (cioè eliminare materialmente il peccato, concepito come una causa di male fisico a prescindere dalla divinità, espiandolo, evacuandolo, vomitandolo);
  • la confessione cristiana non è altro che la continuazione e naturale evoluzione dell'uso primitivo, non diversa da quello se non per una maggior elevatezza morale.

Noi accettiamo i fatti riportati dal Pettazzoni, ma respingiamo l'interpretazione positivistica che egli ne dà. In particolare respingiamo come falsa
- la sua teoria sull'origine puramente magica della confessione;

  • e soprattutto l'asserita uguaglianza tra confessione cristiana e riti pagani: giacché la prima è sacramento di efficacia divina. Procederemo per tre tappe: considerando successivamente la confessione e [re]missione dei peccati
  • presso i primitivi, cioè le tribù selvagge o incolte (prima parte);
  • nelle religioni dei popoli antichi (del Mediterraneo, dell'Oriente, dell'America) (seconda parte);
  • nel giudaismo (sia anteriore, sia contemporaneo a Cristo) (terza parte).

dell'inaugurazione del suo primo corso di storia delle religioni. Fu Pettazzoni a introdurre questa disciplina nel mondo accademico italiano e ne è stato uno dei più importanti esponenti: tra i suoi allievi a Roma ci furono anche Angelo Brelich e Dario Sabbatucci, altri due importanti storici delle religioni che avrebbero fondato la cosiddetta "Scuola romana di storia delle religioni". Fu direttore della sezione "Storia delle religioni e folklore" della enciclopedia italiana dal 1925 al 1937; nel 1933 fu nominato accademico d'Italia. Per primo ha applicato agli studi di religioni il cosiddetto "metodo storico-comparativo". Dopo la guerra fu socio nazionale dell'Accademia dei lincei nel 1946 (aveva ottenuto il premio reale dei lincei), presidente dell'Associazione internazionale di storia delle religioni nel 1950 e direttore della rivista Numen. Si ritirò dall'insegnamento alla fine dell'anno accademico 1952-1953 per raggiunti limiti di età. Morì nel 1959.

La conclusione della nostra ricerca sarà quella espressa nella prima tesi (prima ed., [p.] 14).

Eravamo ancora in quell'atrio dei pagani e degli ebrei, che precede la grande cattedrale della penitenza cristiana. Ci siamo resi conto della grande utilità dogmatica e apologetica di questa esplorazione sugli usi penitenziali vigenti fuori del cristianesimo,

  • sia presso le tribù selvagge (prima parte),
  • sia presso le religioni di antica civiltà mediterranea, orientale e americana (seconda parte),
  • sia presso gli ebrei anteriori e contemporanei a Cristo (terza parte). Quanto alle tribù primitive o incolte, abbiamo anzitutto constatato un fatto recentemente scoperto dagli etnologi (l'uso della confessione presso quasi tutte le tribù primitive dell'Africa, Asia, Oceania, America); in secondo luogo ricercavamo le modalità di questa confessione dei peccati presso i primitivi: quando, a chi, che cosa, perché, come si confessavano. A proposito del come, da accurate ricerche risulta che...26

98. [pagina sciolta: riflessioni sul trattato De paenitentia]
Si è molto parlato in questi giorni di una conversazione che don Bosco ebbe con alcuni suoi sacerdoti nel 1875 e che è riferita nelle Memorie] b[iograficheJ,27 439, a proposito di studi ecclesiastici e trattati teologici. Parole sagge, che rivelano in don Bosco uno spirito né passatista né futurista, né timido né temerario, né astratto né praticone,
26 Non abbiamo il seguito. Ijargomento va completato con i due volumi delle dispense: G. Quadrio, Subsidia in tractatum «De paenitentia», pars I, positiva: Monumenta paenitentialia antiquiora, pp. 193; pars II: Summa lineamenti, editio altera, Torino, pp. 267 (fascicoli riprodotti più volte).

27 «Ingegno pratico per eccellenza, egli, fra i trattati di filosofia e di teologia che nelle scuole dei chierici andavano per la maggiore, non ne rinveniva alcuno rispondente insieme e all'età dei principianti e ai bisogni dei tempi. Ci volevano, secondo lui, testi che unissero brevità, facilità e precisione, quindi sviscerassero bene le questioni fondamentali e vive al dì d'oggi e sfiorassero appena od anche omettessero del tutto le altre, importantissime in se stesse, ma di cui rarissimamente o quasi mai accade di dover parlare».

né conformista né iconoclasta. Don Bosco era un saggio, e pertanto coraggioso insieme e cauto: equilibrato. L'accento che egli pone sulle questioni vive al dì d'oggi, se non ci autorizzano a fare l'apertura a sinistra della nostra teologia (non fosse altro ce lo sconsigliano i richiami di ieri sera), ma certo ci impegnano «a sviscerare bene — per dirla con don Bosco — le questioni fondamentali e vive al dì d'oggi». In umile ossequio a tale direttiva è posta la prima tesi del nostro trattato [De paenitentia] a p. 14, che suona così:
Mi spiego. Noi per dimostrare la divina istituzione del s[acramen]to della penitenza potremmo, come sempre si è fatto, incominciare dai vangeli. Ma in questi ultimi decenni una delle scoperte che ha più sorpreso lo spirito moderno è che già presso quasi tutti i popoli pagani di antica civiltà e presso tutte le tribù selvagge e incolte con cui si è venuti a combattere esisteva ed esiste fin dalla remota antichità un istituto penitenziale per la remissione dei peccati, nel quale la confessione.è il rito predominante. L'universalità di questo costume nel tempo e nello spazio è tale che ormai la teologia non può più continuare a ignorarlo. Per due ragioni (esposte a p. 14).

  • Per una ragione dogmatica. Se esiste fuori del cristianesimo un istituto naturale per rimettere i peccati, ne segue che Cristo, istituendo nella n[ova] oecon[omia] il s [acramento] della penitenza, non ha creato un rito ex novo, ma ha preso un rito preesistente, l'ha perfezionato, l'ha elevato alla dignità di s[acramen]to, conferendogli un'efficacia soprannaturale ex opere operato, che evidentemente prima non aveva.
  • Per una ragione apologetica, che apprezzerete. Supponete in un contraddittorio coi protestanti, oggi abbastanza frequenti, di dover controbattere l'obiezione corrente che la confessione dei peccati non è di istituzione]  divina, né è conosciuta nell'antichità cristiana, ma è un'invenzione tardiva della chiesa cattolica per aggiogare ed opprimere le coscienze: la carneficina delle anime. Voi, prima ancora di considerare argomenti scrittu[ristici]...29

28 Doveva seguire la citazione diretta, che non è trascritta.

29 Manca il seguito. Cf. la nota che precede.

99. [conclusione al termine delle lezioni]3°
Ho finito. Mi concedete ancora un minuto per il colloquio spirituale? Mi rivolgo in primo luogo ai venerati superiori, o con umiltà e fiducia, con "parresia" cristiana, come l'ultimo dei salesiani, non come chi consiglia, ma come chi prega, chiedo loro a nome vostro, che vogliano approfittare della prescritta revisione delle nostre Rationes studiorum, per ridimensionare i programmi e la ripartizione attuale delle materie teologiche, per fare più decoroso e largo posto alla formazione biblica dei nostri chierici.3' E siccome sappiamo che i nostri venerati superiori sono oberati dalle cure di tutta la congregazione, vedano se non sia il caso di far studiare questo difficile problema da una commissione in cui siano largamente rappresentate le varie forze interessate.

Mi rivolgo in secondo luogo, con più umiltà ai miei..."
" Ripresa da don Eugenio Valentini, che così la introduce: «Ed ecco la conclusione di una conferenza, simbolo e saggio di quelle che faceva al termine della lezione alla vigilia delle feste» (Mod. 264).

31 Tra la fine del 1959 e gli inizi del 1960 s'incontrò, per motivi di amicizia e accademici con don Luigi Beltramo, divenuto intanto docente di filosofia nello studentato del Messico. Testimonia don Beltramo: «Don Quadrio lo rividi alla Crocetta ed ebbi da fare con lui per una questione accademica, che mi offerse l'occasione di comprovare la sua grande pazienza e comprensione. Ecco come andarono le cose. Conforme all'ultima Ratio studiorum, si era introdotto un quarto anno di filosofia, da concludersi con una specie di esame De universa. Nel Messico ci eravamo subito uniformati in pieno. Detto esame era sufficiente per poter entrare nella facoltà di teologia. Infatti i chierici d'Italia non erano tenuti a un nuovo esame. Invece ai "miei" tre messicani fu richiesto. Naturalmente feci il diavolo a quattro e proprio con lui, che fino allora aveva ricoperto la carica di decano della facoltà, dalla quale però era stato esonerato per motivo di salute. In realtà quindi lui non c'entrava più! Eppure fu così buono, che mi ascoltò con tanta pazienza, mi calmò completamente e mi promise che si sarebbe interessato della faccenda. E lo fece, perché di fatto i miei tre ex-allievi furono accettati senza esame! Lo vidi poi ancora qualche volta, essendomi fermato tre mesi in più per motivi familiari. Accettava i miei sfoghi e mi incoraggiava sempre con il suo imperturbabile sorriso. All'inizio del mese di febbraio 1960 lo vidi per l'ultima volta, prima di ripartire per il Messico. Fu un addio commovente, con un fraterno abbraccio "alla messicana"!».

32 E qui malauguratamente viene a mancare il manoscritto che abbiamo tra mano (Mod. 265, n. 39).

100. [scheda: conclusione delle lezioni]
La tesi che stiamo per finire è certamente il miglior collaudo della maturità teologica di un individuo, di una prova.

Giunto al termine, visto il modo con cui avete seguito il problema, visto anche l'interesse suscitato, posso dirvi che avete felicemente superato la prova e che il nostro ambiente può reggere tranquillamente il confronto con altri anche più celebri. Non mi pento perciò d'aver affrontato questa spinosa questione che mi ha rivelato la vostra capacità e maturità teologica in questo ambiente. Noi vogliamo dar vita e calore ai nostri trattati: ma andava bene dimostrare a quello che non ci crede, che questo non facciamo per paura dei problemi spinosi e speculativi, ma per ben altre esigenze.

Tragico problema questo della salvezza del mondo. Lo Spirito santo non ha bisogno né di geni, né di dotti, né di oratori, né di professori; ha bisogno di santi: uomini che lo lascino fare, che siano a sua completa disposizione, che gli concedano tutto ciò che chiede; a cominciare dalle cose più piccole, più ordinarie, più modeste. Docilità allo Spirito. Essere piccoli punti d'appoggio su cui egli possa far leva per elevare il mondo.

Karl Barth: Lo Spirito può salvare il mondo sia con la scrittura ispirata, che con un cane morto.

Miei ottimi confratelli, sono persuaso che se anche uno solo di noi si mettesse per questa via da oggi, questa pent[ecoste] sarebbe memorabile nella storia del regno di Dio.

Pensieri alla vigilia delle ordinazioni dei teologi del quarto corso
101. [pagina sciolta: ordinazione sacerdotale dei teologi del quarto corso]
11 ottobre - 11 febbraio: tra queste due feste mariane corrono i quattro mesi di preparazione ufficiale che la nostra comunità vuole premettere all'ordinazione sacerdotale dei nostri cari amici del quarto corso. Nella ressa dei temi che si sono affacciati alla nostra mente, ho final‑
mente scelto di invitarvi a meditare sul rito venerando e suggestivo che fra qualche mese vi consacrerà sacerdoti. Penso che sia un tema degno di aprire la serie di questi vostri incontri sacerdotali e di illuminarli

  • perché da questi antichi e venerandi riti si possono dedurre i tratti fondamentali della personalità sacerdotale;
  • perché niente si improvvisa: neppure i sentimenti che dovranno accompagnarvi in quegli istanti sublimi; è necessario dunque creare in antecedenza quelle disposizioni di spirito, alle quali è proporzionato il grado di grazia sacramentale conferito nell'ordinazione: poiché tale grazia è distribuita anche secundum propriam cuiusque dispositionem et cooperationem;"
  • perché queste formule liturgiche saranno poi sempre, nella vostra vita sacerdotale un nostalgico ricordo delle ore più grandi della vostra vita. Vi sembrerà impossibile aprire quelle pagine se non in ginocchio, poiché vi risentirete l'eco della voce del vescovo che tra poco vi ordinerà. Le mie povere parole di questa sera non vogliono essere che un invito, un'introduzione alla meditazione p[ersonale] di questi riti così suggestivi ed espressivi nella loro incomparabile bellezza e sobrietà.

Permettete che io supplisca alla mia impreparazione con qualche appunto, ch'era destinato a tutt'altro scopo.

102. [pagina sciolta: ordinazione sacerdotale dei teologi del quarto corso]
11 ottobre - 11 febbraio. Tra queste due feste mariane si snodano i quattro mesi di preparazione prossima ed ufficiale che la nostra comunità come tale intende premettere all'ordinazione sacerdotale dei suoi figli più cari.

Celebriamo oggi quell'ineffabile mistero di maternità da cui ebbe inizio il sacerdozio di Cristo, quel m[istero] che fece di Maria la madre del sommo ed eterno sacerdote. Mi è parso perciò conveniente, in
" Secondo il c[oncilio] trident[ino], la grazia è distribuita anche secundum propriam cuiusque dispositionem et cooperationem (6,7).

questo primo nostro incontro sacerdotale, invitare me e voi a meditare su quell'ineffabile mistero o sacramento che genera il nostro sacerdozio, cioè sul rito sacramentale che fra quattro mesi consacrerà sacerdoti i nostri amici del quarto corso.

Penso che sia un tema degno di aprire la serie di queste assemblee sacerdotali, per tre ragioni:

  • perché da questo rito antico e venerando, che nel suo nucleo sostanziale risale agli apostoli e attraverso loro a Gesù Cristo, si devono ricavare gli atteggiamenti e le disposizioni che, secondo la chiesa, ci devono animare in questa vigilia sacerdotale;
  • perché niente si improvvisa, neppure i sentimenti che dovranno accompagnarvi nel momento dell'ordinazione: è necessario dunque creare e vivere in antecedenza quelle disposizioni di spirito, alle quali è proporzionato il grado di grazia sacramentale conferita nell'ordinazione; poiché tale grazia — secondo il c[oncilio] trident[ino] — è distribuita anche secundum propriam cuiusque dispositionem et cooperationem (6,7);
  • perché queste formule liturgiche del pfontifi cald r[omanum] saranno poi sempre, nella vostra vita sacerdotale un nostalgico ricordo delle ore più grandi della vostra esistenza. Vi sembrerà impossibile aprire quelle pagine se non in ginocchio, poiché vi risentirete l'eco della voce del vescovo che vi avrà consacrato sacerdoti.

Le mie povere parole di questa mattina (forzatamente generiche) non vogliono essere che un'introduzione alla meditazione personale e approfondita di questi riti così suggestivi nella loro incomparabile bellezza e sobrietà.

Apriamo dunque il p[ontificale] romano al de ordinatione presbyteri.
103. [biglietto: ordinazione sacerdotale dei teologi del quarto corso]
Quarto corso, 22.3.1958.

Per gli amici del quarto [corso] oggi è giorno di festa. Hanno ragione. L'uomo non è fatto per andare a scuola: se l'ignoranza — nell'ordine presente — è pena del peccato, nessuna meraviglia che anche la scuola sia sofferta come un castigo.

Però essi sanno che uscendo dalla scuola non vanno incontro alla felicità. Uscire dalla scuola ed entrare nella vita, per un prete, è finire il t[empo] di quaresima ed iniziare il tempo di passione. La sofferenza non cessa, ma cambia soltanto, anzi cresce.

La vita del sacerdote è il velo funereo dietro cui agonizza un crocifisso. Egli è colui che deve portare sulle spalle i pesi di tutti, che deve portare in cuore i dolori di tutti. Qui condolere possit iis qui i gnorant et errant.34 Incominciare a dir messa è incominciare a soffrire:" non per sé, per gli altri, di chi rimane in disparte, di chi è bisognoso.

Il tempo della passione culmina nella gioia della p [asqua].

Dimenticate la nostra voce e in nostro volto, ma non il testamento o viatico che vi lasciamo nel momento in cui vi congedate dalla scuola. Amate la chiesa, sposa di Cristo e madre nostra, sicut Christus.36
Pensieri alla vigilia delle feste o di altre commemorazioni 104. [paginetta dattiloscritta: festa di Cristo re]
Di questo sovrano, assoluto, universale dominio sull'universo e le singole creature, sulla natura e sulla volontà, sulla storia e sugli avvenimenti, sugli individui e sulle nazioni, noi celebriamo domani la solennità liturgica, con cui riconosciamo ed esaltiamo come individui
34 Eb 5,2.

" Parole che, secondo la tradizione, sarebbero state dette da mamma Margherita a don Bosco, nel giorno della sua ordinazione sacerdotale. L'espressione non si trova nel testo autografo delle Memorie dell'Oratorio, ma è riferita da Lemoyne in MB 1, 521-522: "Mia madre in quel giorno, avutomi da solo a solo, mi disse queste memorabili parole: — Sei prete: dici la messa: da qui avanti sei adunque più vicino a Gesù Cristo. Ricordati però che incominciare a dir messa vuol dire cominciare a patire. Non te ne accorgerai subito, ma a poco a poco vedrai che tua madre ti ha detto la verità. Sono sicura che tutti i giorni pregherai per me, sia ancora io viva o sia già morta; ciò mi basta. Tu da qui innanzi pensa solamente alla salute delle anime e non prenderti nessun pensiero di me". La citazione più remota dovrebbe trovarsi in G.B. Lemoyne, Scene morali di famiglia esposte nella vita di Margherita Bosco. Racconto edificante ed ameno, Torino 1886, Tipografia e Libreria Salesiana.

36 Christus dilexit ecclesiam et seipsum tradidit pro ea (Ef 5,25).

e come chiesa la sovrana regalità di Dio e di Cristo nell'ordine naturale e soprannaturale.

Tutte le formule liturgiche della solennità di domani illustrano e confermano la nostra tesi.

L'introito ci presenta in scena apocalittica tutto l'universo prostrato davanti al trono di Dio, che signoreggia su tutto l'universo.

La colletta. Cristo è presentato come re dell'universo nel quale tutte le cose devono essere ricapitolate, unificate e sottoposte al suo soavissimo impero.

L'epistola è il prologo ai Colossesi, che celebra il primato del Verbo incarnato su tutte le creature visibili ed invisibili, specialmente sulla chiesa. Egli è avanti a tutti, sopra tutti, tutto gli è sottoposto, perché tutto è da lui, di lui, in lui, per lui.

La salmodia del graduale, offertorio e comunione esalta in una sinfonia composita di salmi e profezie l'universalità, l'eternità, la sovraeminenza.

Le caratteristiche della regalità di Cristo Dio, caratteristiche sviluppate nel magnifico prefazio: aeternum et universale r[egnumJ, r[egnumJ veritatis et vitae, r[egnumJ sanctitatis et gratiae, [regnum]... Tutto questo per preparare a commentare la storica dichiarazione fatta da Cristo davanti al magistrato romano, davanti a Roma, all'impero e al mondo intero: Tu dicis quia rex sum ego.37
Cantando domani a Cristo saeculorum principem, regem gentium, unum mentium et cordis arbitrum, non facciamo altro che proclamare e vivere quella verità che viene enunciata nella nostra prima tesi: Dio è creatore e Signore supremo di tutto ciò che esiste e che negli spazi infiniti, nell'universo intero e nei singoli individui, nelle vicende della storia e nel segreto delle coscienze, nei fenomeni della natura e nelle pieghe più recondite del cuore umano..."
37 Gv 18,37.

38 Manca il seguito.

105. [pagina sciolta: festa del sacro Cuore]
La piaga!
Eccoci qui riuniti — noi la famiglia di Dio — attorno alla mensa del Signore, in fraterna unione per celebrare una festa tanto cara alla nostra devozione; la festa del sacro Cuore di Gesù.

Questa festa che non gli uomini, non la chiesa, ma Gesù stesso ha chiesto e voluto alla sua confidente, santa Maria M[argherita] Alacoque." Si è detto da qualcuno che il culto al sacro Cuore è una devozione dolciastra, un fenomeno di sentimentalismo e di svenevolezza. È esattamente vero il contrario: il culto al sacro Cuore è il compendio della vita cristiana, la sostanza del cristianesimo.

Per convincercene basta rifarci alla pagina del vangelo che oggi leggiamo nella messa; uno dei tratti più toccanti del vangelo di san Giovanni; pagina solenne che costituisce l'inizio della dev[ozione] al sacro Cuore e l'atto di nascita della stessa chiesa cattolica.

Siamo sul Calvario, nel tragico pomeriggio del venerdì s[anto].

Il corpo di Cristo morto pende esangue e freddo dal patibolo della [croce].

" Margherita Alacoque nacque a Lautecourt nei pressi di Verosvres nel dipartimento di Saòne e Loira, nella Borgogna, il 22 luglio 1647. Era figlia di genitori ferventi cristiani, suo padre era il notaio Claude Alacoque e sua madre, Philiberte Lamyn, era anch'essa figlia di un notaio. Ebbe quattro fratelli: due, di salute cagionevole, morirono intorno all'età di vent'anni, mentre Chrysostome, il maggiore, prese le veci del padre quando questi morì e l'altro fratello divenne curato di Bois Sainte-Marie. Nella sua autobiografia narra di aver fatto voto di castità all'età di cinque anni. Ad otto anni il padre morì e la madre la inviò in un collegio gestito da suore Clarisse. Nel 1661 racconta che le apparve la Madonna. Nel 1669, all'età di 22 anni, ricevette la cresima; con l'occasione fece aggiungere al suo nome anche quello di Maria.

Margherita Maria Alacoque decise di entrare in monastero e nonostante l'opposizione della famiglia che voleva per lei un matrimonio entrò nell'ordine della Visitazione. Dopo alcuni anni di vita nel monastero della Visitazione di Parayle-Monial, il 27 dicembre 1673 Margherita Maria Alacoque riferì di aver avuto un'apparizione di Gesù, che le avrebbe domandato una particolare devozione al suo sacro Cuore. Margherita Maria Alacoque affermò di aver avuto tali apparizioni per 17 anni, sino alla morte.

Ma ascoltate Giovanni che narra cose viste coi propri occhi. L'istante segnato da Giovanni è il momento centrale di tutta la storia, perché in quell'istante fu inaugurata l'ora della salvezza, in quel momento ebbe inizio la chiesa, la via dal cuore" di Cristo, squarciato dalla lanciata del soldato.

106. [pagina dattiloscritta: festa del sacro Cuore]
Cogitationes cordis eius.4'
La festa del Sacro Cuore di Gesù ci offre l'occasione di chiarire una difficoltà mossa talvolta alla nostra fede. Voi preti, ci si dice, non fate altro che predicarci un Dio terribile e adirato, pronto a scagliare i fulmini della sua ira contro le umane debolezze e fragilità; un Dio duro e spietato, più giudice che padre, più temibile che amabile, più giusto che misericordioso.

Oggi, per dimostrare quanto infondata sia questa obiezione alla fede cattolica, noi vorremmo poter sentire qualcuno dei palpiti del grande cuore di Dio, vorremmo farci un'idea chiara del grande mistero della misericordia di Dio. «I pensieri del suo cuore di generazione in generazione, per salvare dalla morte i suoi figli e soccorrerli nell'indigenza» [Sal 33 (32),11].

107. [frammento di pagina di quaderno: festa dell'Immacolata]
Ed ora riposiamo un po' i nostri occhi nauseati dallo spettacolo di tante brutture, stanchi di veder tanto male. Riposiamoli e purifichiamoli nella figura immacolata di quell'unica che scampò alla strage del peccato, di colei che è l'unica "benedetta" tra tutti noi maledetti e infangati. Noi preti siamo gli uomini del peccato; la nostra tentazione spesso è di lasciarci avvilire e accasciare sotto il peso di tanti peccati di cui gli uomini ci caricano. Il guardare alla Madonna immacolata
40 Incertezza di collocazione della punteggiatura.

41 Sal 33 (32),11, ripreso nell'introito della messa.

vincitrice del peccato sarà il nostro conforto e il nostro aiuto per continuare a sperare e a lottare. Se tra i figli di Adamo c'è l'Immacolata, vuol dire che non potrà prevalere il male, ma il bene.

108. [scheda: Maria ausiliatrice]
Maria ausiliatrice del confessore.

  • Se ausiliatrice significa potenza vittoriosa e prontezza di aiuto, mai il sacerdote ha più bisogno dell'Ausiliatrice, che quando nel confessionale si trova ingaggiato nella lotta contro il maligno, che non vuole rinunciare al dominio su un'anima. Ci sono degli istanti drammatici. Ci sono certi momenti in cui il sacerdote sente tutta la propria impotenza umana di fronte al potere delle tenebre. Allora ha bisogno dell'aiuto di colei che è terribile come esercito in battaglia," vincitrice di tutte le battaglie di Dio, o per schiacciare nuovamente il capo al serpente.
  • Se poi ausiliatrice significa mediatrice di grazia, allora nessuno è più simile a lei che il confessore. Tutte le grazie passano per le mani di Maria; ma la grazia del perdono deve passare per le mani del sacerdote, fatto anche egli mediatore e corredentore.
  • Ed infine, se ausiliatrice significa madre che aiuta, noi comprendiamo la parte ammirabile che Maria deve compiere presso ogni sacerdote, in questo mistero. Al confessionale, Maria, madre di misericordia, deve stare contemporaneamente vicino al sacerdote e vicino al penitente. Deve vegliare maternamente sul loro incontro, affinché sia molto intimo e profondo. Essa non è sacerdote, ma ha spirito e cuore sacerdotali, perché è vergine, perché è madre. Questo è davvero il sacramento della verginità e della maternità. Il confessore deve essere l'uno e l'altro! Vergine per toccare il fango senza sporcarsi e confortare i cuori senza..." Il confessore deve avere nel confessionale un po' del profumo verginale di Maria, un po' del suo cuore materno,

42 Quae est ista quae progreditur quasi aurora consurgens, pulchra ut luna electa ut sol terribilis ut castrorum acies ordinata? (Cant 6,9).

43 Frase inserita nell'interlinea, sospesa per mancanza di spazio.

tenero, comprensivo, misericordioso verso i figli malati e dolenti. Essa soltanto può formare in noi il cuore di Cristo. Eleggiamola a modello e ausiliatrice del nostro ministero del confessionale."
109. [fotocopia di due pagine: festa di san Giuseppe]
18 .3119] 58 .

San Giuseppe, che ci accingiamo a onorare con devoto strepito, non scrisse un trattato sulla fede: forse non ha mai parlato di questa virtù. Eppure quanta parte la fede ebbe nella sua vita e quale fede! Egli fu il iustus qui ex fide vivit.45

  • Fede generosa quando volle che tra lui e [la] sua sposa non ci fosse se non un castissimo amore verginale, il più tenero e affettuoso, fatto dello spirito e non della carne, il più forte e profondo amore che abbiano mai legato insieme due cuori sotto il cielo. (È meraviglioso constatare che il vertice dell'amore umano sia stato raggiunto da due vergini: la verginità non svigorisce, ma potenzia l'amore autentico, come una diga potenzia la forza delle acque).
  • Fede eroica quando credette nella parola] dell'angelo alla divina misteriosa maternità della sua sposa, e la accolse in casa contro le prescrizioni legali.
  • Fede pronta quando all'avvertimento dell'angelo fuggì in Egitto, poi tornò a Nazareth: senza discutere, senza fare versi.
  • Fede amorosa quando nel bimbo che egli nutriva col sudore della sua fronte, nel fanciullo che lo chiamava padre, nell'adolescente di cui guidava la mano sulla pialla del falegname, egli riconosceva e adorava il Figlio di Dio.
  • Fede semplice e maschia, sostanziata di fatti quanto schiva di parole, fede fiammeggiante di amore e di opere, appassionatamente innamorata del suo Gesù.

Tale è la fede di cui san Giuseppe ci è maestro ed esempio e che gli merita il titolo glorioso di patriarca della nostra fede.
44 Cf. Vicarius 184-185.

45 Ab 2,4; Rm 1,17; Eb 10,38.

È coincidenza provvidenziale che, mentre dovremmo affrontare lo studio teologico dell'oggetto della fede, noi ci mettiamo alla scuola celeste della liturgia per penetrare in quello che [è] il centro focale della fede, il cuore della fede cristiana: il mistero pasquale di Cristo morente e risorto: si Christus non resurrexit, inanis est fides n lastra 1.46
Rivivere in noi al vivo, amorosamente, dolorosamente quel patire, quel morire, quel risorgere è attuarci nell'oggetto principale della nostra fede, e fare la sua47 teologia della fede. Nostra scuola sarà il cenacolo, il Getzemani, il pretorio, il Calvario. Nostro libro sarà il crocifisso; le sue piaghe saranno le pagine eloquenti che andremo sfogliando, in attesa della risurrezione, che è il trionfo della nostra fede. San Paolo agli Ebrei 12,2: Aspiciamus (teniamo lo sguardo e il cuore fisso) in auctorem (idei et consummatorem lesum (autore della fede con la sua morte, consumatore della fede con la sua risurrezione), qui proposito sibi gaudio (consolandosi con la gioia della risurrezione), sustinuit crucem, confusione contempta.
Qui mortem nostram moriendo destruxit, et vitam resurgendo reparavit.48
110. [schedina: festa di san Giuseppe]
Cerchiamo di finire la tesi, per poter decorosamente salutare gli amici del quarto [corso] che oggi lasciano la scuola per entrare nella vita. È un grande giorno per tutti: per loro pieno di gioia, per noi velato di tristezza, perché è in queste occasioni che uno ha la coscienza più acuta e sofferta delle proprie inadeguatezze a cose di troppo più grandi delle proprie capacità e possibilità. Questo senso di crescente e incolmabile inadeguatezza è divenuto ormai la nostra ossessione. Speriamo che il Signore voglia presto provvedere." Intanto siamo certi che il
46 1 Cor 15,14.

47 Lettura incerta. La fede di san Giuseppe?
48 Liturgia dell'ottava di pasqua, sabato: Deus, qui credéntes in te pépulos grdtia tuie largitdte multzplicas, ad electiónem tuam... Qui mortem nostram moriéndo destrúxit, et vitam resurgéndo repardvit.
49 Probabile allusione alla propria morte o alla propria sostituzione.

quarto corso ce ne vorrà perdonare, giacché lo sa bene che non tutto dipende dalla cattiva volontà e non sempre si può fare quello che si vorrebbe. Intanto essi siano certi della fraterna solidarietà e simpatia con la quale noi tutti li seguiamo per rendere meno pesanti gli esami di ora e di luglio, e più fruttuosa la loro salita all'altare.

S[ancte] Ioseph, quem festivo ornatu et sollemni strepitu bisce diebus colimus, nobis effulget ut indefessi laboris exemplar. Nihil scripsit, pauca dixit, multa fecit. Hac late5° de causa meruit ut Verbum Dei silens piissimo suo adventu laborem humanum consecrare, sicuti de virgine naturam humanam redimendam deificandamque assumpsit, item de Ioseph operario humilissimo, voluit laborem humanum assumere, ut illud sanctificaret, redimeret, deificaret, et redemptionis sacramentum efficeret.
111. [foglio di modulo accademico riutilizzato: ripresa dei raduni della compagnia di san Giuseppe]
Sono lieto di trovarmi nella San Giuseppe." Sono qui per un equivoco o un malinteso. Non sono invitato da nessuno e quindi mi considero un semplice socio, che viene a sentire e a imparare.

Il tema di studio è degno di ogni lode

  • perché corrisponde esattamente alle esortazioni e prescrizioni pontificie;
  • perché riempie una lacuna nella formazione sacerdotale, specialmente di coloro che non faranno il quinto anno di pastorale. E consolante rilevare, e va detto a lode dei vostri dirigenti, come le vostre istanze corrispondono esattamente a quelle che hanno spinto la superiore autorità ecclesiastica a mettere un quinto anno e a incrementare la formaz[ione] apostolica-pastorale dei sacerdoti.
  • Conseguenza: se i temi saranno bene studiati, svolti, discussi ed elaborati, la compagnia non sarà un perditempo, ma un necessario complemento formativo.

50 Parola di incerta lettura.

51 Compagnia spontanea di tutti coloro che portavano il nome di Giuseppe. Familiarmente era detta la san Giù.
Nessuno però si attenda dalla compagnia quanto essa non può dare: più che una esauriente trattazione, si tratterà di una delibazione, per porre i problemi, creare una sana inquietudine, un desiderio di approfondire, un vortice di interesse, una sensibilità e responsabilità personale di fronte ai grandi problemi dell'apostolato.

Il mondo dell'apostolato oggi è un mondo in travaglio e in trasformazione. Ci vogliono idee chiare, grande umiltà, piena sincerità e ardimentoso coraggio, grande amore a Gesù e alla sua chiesa, per affrontare urgentissimi e indilazionabili problemi di metodologia apostolica.

Se noi almeno riusciremo a merito" a sensibilizzarci in modo retto a questi poderosissimi problemi e a scuoterci un po' dal letargo in cui dormiamo, avremo fatto cosa utile e saggia: chi sa non sia un piccolo germe che domani germoglierà in una grande pianta.

Spirito. Sono problemi delicati. Vanno affrontati in spiritu humilitatis: davanti alla propria madre, la vecchia nostra madre che ha parlato col Cristo" è sempre da spavaldi alzare la fronte.
E con fraterna concordia tra noi: Concordia res parvae crescunt, discordia maxumae dilabuntur (Sallustio, Iugurta).54
112. [foglietto: festa della cattedra di san Pietro]
11.3.1958.

Dalle sudate pagine del trattato De fide corre oggi il nostro devoto e affettuoso pensiero a colui che da diciannove anni della fede siede in Roma supremo maestro e custode infallibile.

Tra i pontefici romani egli passerà alla storia come il papa della parola, degno di stare accanto a san Leone e a san Gregorio i grandi, poiché come loro ha illustrato la cattedra di Pietro coi fulgori di una insuperata eloquenza a servizio della fede!
52 Lettura incerta.

53 La chiesa.

54 Concordia parvae res crescunt, discordia maximae dilabuntur "nell'armonia anche le piccole cose crescono, nel contrasto anche le più grandi svaniscono" (Sallustio, Bellum Iugurthinum 10,6).

Nell'infaticato quotidiano magistero orale di Pio XII troviamo luminosissimi quei tre elementi che il nostro trattato viene illustrando, le tre componenti della fede:

  • la chiarezza profonda e incisiva del pensiero;
  • il fascino smagliante della forma e la sorprendente comprensione e aderenza ai problemi, alle esigenze, alle istanze del suo tempo e delle categorie a cui parla, presentissimo sempre tempestivamente in ogni settore della vita e del pensiero moderno;
  • la potenza soprannaturale della parola proveniente dalla preghiera, dalla penitenza, dalla santità della vita, che gli ha confermato l'appellativo di pastor angelicus.55

A questo augustissimo esempio

  • di chiarezza e precisione,
  • di comprensione e aderenza al nostro tempo,
  • di intonaz[ione] soprann[aturale] a destimonianzal...56

vogliamo ispirarci, quanti ci accingiamo a diventare testimoni ed araldi della fede nel mondo d'oggi, mentre a lui devotamente preghiamo da Cristo, di cui fa le veci, luce e forza, conforto e vittoria in questi amarissimi giorni, e per molti e più felici giorni ancora, ut multum adhuc in aevum filiorum pietati et ecclesiae decori sospes servetur et vigens.

113. [foglietto: morte di Pio XII]
9-X-1958. In morte di Pio XII.
La salma giace in San Pietro. Tutto il mondo è una grande basilica. Noi con tutta la cristianità ci inchiniamo riverenti davanti al padre delle anime, al maestro universale, al benefattore dell'umanità.
1. Padre che ha recato sulle sue spalle l'immane peso dei dolori di tutti i suoi figli, finché ne è rimasto come oppresso e schiacciato. È il papa della preghiera.
55 Cf. anche C 360-32 (conv. 064): L'ottantesimo genetliaco di Pio XII.
56 Parola di difficile lettura.
Incominciamo il nostro studio sulla fede nel nome e nel ricordo del grande pontefice defunto, le cui labbra, ora sigillate dalla morte, furono per venti anni lo strumento divino per l'insegnamento della fede. Egli più ancora da papa della pace, passerà alla st[oria] come fedele padre.57 2. Maestro universale e incomparabile della fede cattolica a servizio della verità cristiana mise

  • un'intelligenza limpida e penetrante,
  • una emotività calda e contagiosa,
  • una eloquenza nobile e smagliante,
  • una voce incisiva e armoniosa,
  • una sorprendente padronanza delle lingue,
  • una perfetta conoscenza e comprensione della mentalità moderna e dei bisogni nei t[empi],58
  • una operosità e dedizione prodigiosa. Fu il grande ministro della parola.

114. [pagina sciolta: morte di Pio XII]
In quest'ora di lutto e di gloria per la chiesa cattolica, il cuore del mondo gravita verso R[oma], verso la basilica di San Pietro, dove sotto la cupola di M[ichelangelo], come sotto una gigantesca [volta?], giacciono le spoglie mortali dell'uomo più amato e più pianto del nostro tempo, del grande papa Pio XII. Anche il nostro cuore è là, con quello di tutta l'umanità e si china riverente verso il padre delle anime, il maestro universale, il grande benefattore dell'umanità.
A un figlio che piange, i ricordi del padre tornano alla memoria con tenerezza indicibile. Mentre capi di stato e di governo, sommi magistrati e parlamenti hanno celebrato il papa della pace e della saggezza politica,59 noi amiamo rievocare in lui il papa della preghiera, il papa della parola, il p[apa] della carità.
57 Lettura incerta.
58 Abbreviazione di incerta soluzione.
59 Parola incerta.
Riflessioni su tematiche religiose

115. [biglietto: Dio è amore]
Dio è amore: l'amore è misericordia, compassione, perdono. La misericordia tenerissima di Dio si era già manifestata con accenti commoventi nel testamento del rigore.

  • Erano solenni giuramenti: "Per la mia vita, dice il Signore: non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva" [Ez 18,23].
  • Erano le immagini più espressive per rassicurare i peccatori: "Di tutte le vostre iniquità non ricorderò più..."60 (l'onn[isciente] che dimentica).

"Le getterò nel fondo del mare" [Mi 7,19].
Le dissiperò come nebbia".
"Fatene la prova. Rossi come lo scarlatto, come la porpora, io li farò diventar(e) candidi come la lana, come la neve [Is 1,18; cf. anche Is 27,9; 44,22].

  • Erano proteste di tenerezza più che materne: "Può una madre dimenticare il suo figlioletto? Ebbene, anche se ciò avvenisse..." [Is 49,15].61

116. [pagina scritta a matita: amore di Dio]
Benché l'amore di Dio sia immutabile, gli effetti ne sono passeggeri. La ragione è [che] gli uomini vivono nel tempo e che Dio opera [in] loro nel tempo. Egli ha per operare e per soccorrerli i suoi giorni, i suoi momenti. Secondo l'esplicito insegnamento dell'apostolo ci sono "momenti propizi, giorni fecondi di salute",62 ore santamente complici e addirittura decisive. Questa buona ispirazione che oggi63 mi attraversa la mente è forse il primo anello di una catena indefinita di grazie rampollanti l'una dall'altra e determinanti col loro succedersi e col loro progredire lo stato di perfezione a cui vuole si giunga.
60 Pensieri ribaditi in Mi 7,18-19.
61 Per questo contesto cf. G. Quadrio, Subsidia in tractatum «De paenitentia», pars I, positiva: Monumenta paenitentialia antiquiora, pp. 21-25. Cf. anche C 76-83: La misericordia di Dio.
62 2 Cor 6,2: Ecce nunc tempus acceptabile, ecce nunc dies salutis.
63 Lettura incerta.

117. [foglio: misericordia di Dio]
3. Ed infine uno che non fu sacerdote, ma fu - come il sacerdote - testimone e partecipe del sacrificio sacerdotale di Gesù, il buon ladrone del Calvario. Doveva essere un assassino di strada; sul patibolo imprecava ancora col suo compagno, vomitando improperi e bestemmie. Gesù soffriva e pregava: "Padre, perdona loro...". E venne il pentimento, e subito una sovrabbondante misericordia: "Oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,41-42). "Ladro fortunato - esclama sant'Agostino -, che dopo aver tanto rubato agli uomini, rubò a Dio il paradiso".64
______________________________
64 «Può darsi che alcuni di voi, non avendo letto il racconto della passione quale ci è tramandato da tutti gli evangelisti, non comprendano le parole che ho dette riguardo a questo ladrone. Difatti l'episodio di cui sto parlando ci è narrato dal solo evangelista Luca. Che insieme con Cristo fossero stati crocifissi due malfattori, questo lo ricorda anche Matteo, ma che di questi due uno insultava Cristo mentre l'altro credeva in Cristo, questo Matteo non lo ricorda; lo ricorda solo Luca. Richiamiamo alla memoria la fede di questo malfattore, notando che la stessa fede Cristo, dopo la sua resurrezione, non la trovò nei suoi discepoli. Cristo era sospeso alla croce, e alla croce era sospeso il malfattore: Cristo nel mezzo, ai lati due briganti, dei quali uno bestemmia, l'altro ha fede, e Cristo nel mezzo fa da giudice. Il brigante che bestemmiava diceva: Se sei Figlio di Dio, libera te stesso. Il collega gli replica: Tu non hai timore di Dio. Se noi soffriamo questo supplizio perché ce lo siamo meritato, lui che male ha fatto? E rivolto a lui: Signore, ricordati di me quando sarai entrato nel tuo regno. Fede grande! A tal fede non saprei cosa si possa aggiungere. Vacillarono coloro che avevano veduto Cristo risuscitare i morti; credette colui che lo vedeva pendere dalla croce insieme con lui. Quando i discepoli vacillarono lui credette. Che bel frutto trasse Cristo da quel legno secco! Ma ascoltiamo le parole che il Signore gli rivolse: In verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso. Tu ti poni a distanza, ma io ti riconosco. Come avrebbe mai potuto ripromettersi quel ladrone un passaggio dal delitto al giudizio, dal giudizio alla croce, dalla croce al paradiso? In effetti, egli, ripensando a quel che meritava, non disse: Ricordati di me e liberami oggi stesso, ma: Quando sarai entrato nel tuo regno, allora ricordati di me. Se, cioè, son meritevole di supplizi, che questi cessino almeno quando tu sarai entrato nel tuo regno. Ma il Signore: Non accadrà così; tu hai forzato la porta del regno dei cieli, hai fatto violenza con la tua fede e te lo sei accaparrato. Oggi sarai con me in paradiso. Non rinvio a più tardi la ricompensa, concedo oggi stesso quanto debbo alla tua fede straordinaria. Diceva il ladrone: Ricordati di me quando sarai entrato nel tuo regno. Credeva che egli non solo sarebbe risorto ma avrebbe posseduto un regno. A un sospeso, a un crocifisso, a un sanguinante, a uno inchiodato diceva: Quando sarai entrato nel tuo regno. Quegli altri invece: Noi speravamo. Dove il ladrone aveva scoperto la speranza, là i discepoli l'avevano perduta» (sant'Agostino, Discorso 232, nei giorni di pasqua).
_________________
Debbo concludere: non mi è lecito procedere oltre.
Alimentiamo in noi l'incrollabile certezza, per saperla comunicare anche agli altri, che - qualunque cosa ci sia capitata o ci possa capitare nella vita (e può capitare tutto a tutti) -:

  • Gesù ci aspetta impaziente a braccia aperte, con le gran[di] braccia spalancate della sua misericordia, ripetendoci l'invito: Venite ad me omnes, qui laboratis et onerati estis... [Mt 11,28], non c'è mai, finché viviamo, nulla di irreparabile per Dio. Crede Deo, et recuperabit te (Sir 2,6);
  • Gesù ci perdona con infinita gioia. Egli è quel "che volentier perdona".65 "Gode più del peccatore che ritorna, che non dei novantanove giusti che non abbisognano di penitenza" [Le 15,7]. Se l'abbiamo fatto piangere, abbiamo la possibilità di farlo molto godere! "Se il vostro cuore vi condanna - ci dice santa Caterina da Siena -, Dio è più grande del vostro cuore".66 Dio è sempre infinitamente più grande del tuo peccato.
  • Un paradosso di santa Teresina: "Vorrei essere stata Giuda, per dare a G[esù] la gioia di perdonarmi".
  • Un altro paradosso (Dio poteva facilmente impedire i nostri peccati): Dio ha permesso i nostri peccati, per avere la gioia di perdonarci". È un paradosso: ma non fu detto che il paradosso è la scorciatoia della verità?

65 Poscia ch'io ebbi rotta la persona / di due punte mortali, io mi rendei, / piangendo, a quei che volontier perdona (Dante, Purg. 3,118-120).
66 Cf. 1 Gv 3,20: Quoniam, si reprehenderit nos cor nostrum, maior est Deus corde nostro et novit omina.

118. [scheda: la creazione continua]
Sentirmi fasciato e avvolto nell'amore divino, come un bimbo in grembo a sua madre.
Sentire che uno mi ha sognato, pensato, amato, atteso da sempre, e continua ogni istante a pensarmi ed amarmi.
Sentire che in Dio l'atto di crearmi è eterno, infinito, è Dio stesso. Dio ha passato la sua eternità a pensarmi, ad amarmi, a crearmi. In realtà non ha fatto altro, perché l'atto con cui mi ha creato è lui stesso, da sempre per sempre, eternamente.
La mia esistenza e tutta [la] mia realtà, il mio io è infinitamente più suo, che mio; vivo non per un essere che mi appartenga in proprio, ma che mi è donato, momento per momento da lui, prestato da lui, che appartiene a lui, che è suo. Vivo di lui. In lui ho l'essere, la vita, l'attività, dice san Paolo.67 In me, da me ho il nulla.
«Io sono colui che è, tu sei quella che non sei» (Gesù a santa Caterina da Siena).68
67 At 17,28: Quia in ipso vivimus et movemur et sumus.
68 «Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia»: queste alcune delle parole che hanno reso questa santa, patrona d'Italia, celebre. Nata nel 1347 Caterina non va a scuola, non ha maestri. I suoi avviano discorsi di maritaggio quando lei è sui 12 anni. E lei dice di no, sempre. E la spunta. Del resto chiede solo una stanzetta che sarà la sua "cella" di terziaria domenicana (o mantellata, per l'abito bianco e il mantello nero). La stanzetta si fa cenacolo di artisti e di dotti, di religiosi, di processionisti, tutti più istruiti di lei. Li chiameranno "caterinati". Lei impara a leggere e a scrivere, ma la maggior parte dei suoi messaggi è dettata. Con essi lei parla a papi e re, a donne di casa e a regine, e pure ai detenuti. Va ad Avignone, ambasciatrice dei fiorentini per una non riuscita missione di pace presso papa Gregorio XI. Ma dà al Pontefice la spinta per il ritorno a Roma, nel 1377. Deve poi recarsi a Roma, chiamata da papa Urbano VI dopo la ribellione di una parte dei cardinali che dà inizio allo scisma di Occidente. Ma qui si ammala e muore, a soli 33 anni. Sarà canonizzata nel 1461 dal papa senese Pio II. Nel 1939 Pio XII la dichiarerà patrona d'Italia con Francesco d'Assisi (Avvenire). Il capolavoro de Il Dialogo della Divina Provvidenza (ovvero Libro della Divina Dottrina), l'eccezionale Epistolario e la raccolta delle Preghiere sono stati decisivi per la proclamazione a dottore della chiesa di santa Caterina, avvenuta il 4 ottobre 1970 per volere di Paolo VI (1897-1978), sette giorni dopo quella di santa Teresa d'Avila (1515-1582).

119. [pagina: la creazione continua]
Egli mi ama; poiché quale scopo, all'infuori dell'amore, attribuirei io alla mia creazione?
La creazione è un atto di incomprensibile amore. Adorare, tacere, ringraziare!
Nel silenzio dell'adorazione, prostrato nel nulla che io sono da me, io debbo contemplare, sentire, sperimentare questo amoroso, misterioso, continuo fluire dell'essere da Dio a me, come un'incessante trasfusione di calda linfa, che mi fa essere, mi fa vivere, mi fa operare e senza della quale io piomberei nella fredda tenebra del nulla.
Da una parte: Sentire Dio come fonte del mio esistere attimo per attimo, sperimentare la sua incessante causalità, realizzare la mia essenziale derivazione e dipendenza da lui in questo istante: ecco ciò che debbo fare per approfondire il concetto di creazione. È uno di quei concetti alla cui piena percezione non basta la speculazione, ma occorrono tutte le potenze dell'anima.
Dall'altra parte: Sentire il proprio nulla da cui siamo fatti, sentire che siamo sempre nulla senza la mano che ci sostiene. Rodin69 ha scolpito una grande mano che racchiude e sostiene una piccola creatura umana, immagine della mano divina che ci dona l'essere e ci sostiene sull'abisso del nulla fasciati dal calore del suo amore. Egli ci tiene «nella pace delle mani» (Goethe).

69 Franois-Auguste-René Rodin (Parigi, 12 novembre 1840 - Meudon, 17 novembre 1917) è stato uno scultore e pittore francese. Si formò all' école speciale de dessin et mathématiques, seguendo prima i corsi di disegno di Horace Lecoq de Boisbaudran e poi le lezioni di scultura. Nella medesima scuola e nello stesso periodo studiarono i pittori Henri Fantin-Latour e Léon Lhermitte; con quest'ultimo Rodin strinse una lunga amicizia. Dal 1864 al 1870 lavorò nello studio di Louis Carrier-Belleuse con il quale eseguì le decorazioni per la Borsa di Bruxelles. Rifiutato al Salon, nel 1875 partì per l'Italia dove studiò l'opera di Michelangelo. Nel 1880 gli venne commissionata la porta bronzea per il musée des arts decoratifi, la cui costruzione era in programma: Rodin scelse un soggetto dantesco (donde il nome di porta dell'inferno) e lavorò fino alla morte nel tentativo, mai condotto a termine, di realizzare una grande allegoria della dannazione attraverso la rappresentazione del nudo: un romantico e caotico insieme di figure, memori del giudizio universale di Michelangelo, delle illustrazioni per la Divina commedia di Gustave Doré e dell'opera di William Blake. La porta impegnò Rodin per tutto il decennio, e nel 1889 era quasi pronta. Ma quando fu chiaro che il musée des arts decoratifi non si sarebbe costruito, l'artista abbandonò il lavoro.
Santa Caterina da Siena in un'estasi si sentì dire dal Signore: «Io sono colui che è, tu sei quella che non sei»: Ecco il mistero della creazione! (cf. Sertillanges,70 Iniziazione teologica I, pp. 181-182).71

120. [pagine dattiloscritte 1-2: la gloria di Dio]
Eph. 1,5.6.12.14. La glorificazione di Dio misericordioso è lo scopo supremo della nostra predestinazione, redenzione, giustificazione, e di tutto l'ordine soprannaturale.
Dal v. 3 al 14 san Paolo eleva un inno di lode alla infinita generosità del Padre, che ci ha misericordiosamente ricolmati di benefici soprannaturali in Cristo Gesù. Il tema dell'inno è compendiato nel v. 3: «Benedetto (cioè: lodato, ringraziato, degno di ogni lode: eulogetós, barùk) il Dio-Padre del nostro Signore G[esù] gristo] (cioè il Padre celeste), il quale ci ha benedetti con ogni specie di benedizioni spirituali (cioè non temporali, ed anche comunicateci per mezzo dello Spirito) e celesti in Cristo».

70 Fra i pionieri del movimento [detto Neotomismo o Neoscolastica] vi fu Martin Grabmann che fin dal 1909-1911 con la sua Storia del metodo scolastico (Die Geschichte der scolastischen Methode) iniziò a porsi una serie di interrogativi sul concetto dell'essere per il filosofo aquinate, che sviluppò successivamente (1912) in san Tommaso d'Aquino, una introduzione alla sua personalità e al suo pensiero (Thomas von Aquin, eine Einfiihrung in seine Persiinlichkeit und Gedankenwelt). In quegli stessi anni, in Francia e in Italia (dove insegnava), il domenicano francese Réginald Garrigou-Lagrange dava alle stampe Le sens commun, la philosophie de l' étre et les formules dogmatiques (1909) e Dieu, son existence et sa nature (1914). In tali saggi il teologo esprimeva una ferma condanna nei confronti dell'agnosticismo dei filosofi moderni e contemporanei, mettendo nel contempo in risalto la profonda originalità e la grande attualità della filosofia della conoscenza di san Tommaso, pur se strettamente legata a quella aristotelica. Contemporaneo, o quasi, di GarrigouLagrange fu il francese Antonin-Dalmace Sertillanges che, a differenza del primo, si interessò più alla metafisica che non alla gnoseologia tomistica. Sertillanges vide in san Tommaso il profeta della verità, massimo rinnovatore del pensiero aristotelico e non suo semplice emulo, come talvolta era stato ingiustamente giudicato.
71 Sul retro. Precedenti

  • Creatore: significa
  • Dio Amore: per amore
  • Tutto: materia (tutte le cose); uomo (tutti gli uomini)
  • Raggio.

Enunciato il tema, san Paolo passa all'enumerazione dettagliata dei principali benefici soprannaturali elargitici dal Padre per mezzo del Cristo:

  • l'elezione (v. 4): «ci ha scelti in Cristo da tutta l'eternità per essere santi e irreprensibili dinnanzi a lui nell'amore»;
  • l'adozione (v. 5): «ci ha predestinati ad essere adottati come suoi figli per mezzo di Cristo per la sua propria gloria» (in ipsum, eis autón, si riferisce al Padre, ed indica che la causa finale dell'elezione e dell'adozione è il Padre, cioè la sua glorificazione, cioè, come spiega nel v. 6: «a lode della magnificenza della sua benevolenza»;
  • la benevolenza (v. 6): «la quale egli ci ha elargito nel suo amato»;
  • la redenzione e il perdono (v. 7): «In lui (Cristo) noi abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati, secondo le ricchezze della sua grazia, della quale egli è stato largo v[erso] di noi»;
  • la rivelazione e la sapienza (vv. 8-9): «dandoci ogni sorta di sapienza e di intelligenza, col farci conoscere l'arcano disegno (il mistero) della sua volontà»;
  • la ricapitolazione di tutte le cose in Cristo mediante l' incorp [orazione] a Cristo capo (v. 10);
  • la eredità: «in lui, dico, nel quale siamo pure stati fatti eredi» (v. 11);
  • il suggello dello Spirito santo (vv. 13-14), il quale è pegno della nostra eredità.
  • la piena redenzione (o glorificazione in cielo) di coloro che Dio si è acquistati (v. 14).

Di questi inestimabili beni, san Paolo nel suo inno di lode, sottolinea in primo luogo il principio generatore (il piano salvifico della infinita e gratuita generosità divina); «secondo il disegno misericordioso, che egli aveva già prima formato» (v. 9).
Sottolinea in secondo luogo lo scopo e la finalità suprema dell'azione salvifica del Padre per mezzo di Cristo. Questo fine è espresso nell'inno ben quattro volte, come a chiusura di altrettante strofe dell'inno stesso:

  • «praedestinavit nos (Pater) in adoptionem filiorum per Iesum Christum in ipsum», eis autón, in riguardo a se stesso. Cristo è il mediatore dell'adozione; il Padre invece ne è il fine supremo: per mezzo del Cristo al Padre. La formula è frequente in Paolo (es. 1 Cor 8,6), ed anche in Giovanni (Gv 14,6: nemo venit ad Patrem nisi per me).

In che senso il Padre sia il termine supremo del piano salvifico, è spiegato nei versicoli seguenti.

  • «In laudem gloriae gratiae suae». Ci ha chiamati ad essere suoi figli perché fosse manifestata e lodata la magnificenza (dó,ca) della sua benevolenza (tés chdritos autori). Tutta la nostra vita soprannaturale ha come scopo di essere una lode vivente e perenne dell'immensa bontà del Padre verso di noi. Viviamo per lodare, come il sole è fatto per splendere, e l'uccello per volare. Per il fedele, vivere è glorificare il Padre in Cristo. Questa è la sua funzione ed occupazione essenziale sulla terra e poi in cielo. A questo è stato eletto, chiamato, predestinato, adottato come figlio.

v. 12: «praedestinati... ut simus in laudem gloriae eius», per essere la lode della sua gloria, cioè della magnificenza salvatrice. Tutto l'essere nostro soprannaturale si riduce ed esaurisce in questo, diventare una lode vivente e incessante del Padre che ci ha munificamente beneficati in Cristo.
NB. «Laus gloriae» è il nome nuovo e personale, l'emblema, l'ufficio, la vocazione, che si era scelto Elisabetta della Trinità, il filo conduttore e l'anima di tutta la sua vita, l'oggetto di alcune stupende elevazioni, che possono degnamente figurare tra le più belle pagine scritte sull'argomento: «Il mio sogno è di essere la lode della sua gloria», scriveva il 16 agosto 1906. «Bramo di essere una "lode di gloria". L'ho trovata in san Paolo questa espressione; e lo sposo mio ha fatto sentire che questa è la mia vocazione fin dall'esilio, nell'attesa di poter intonare il sanctus eterno nella città dei santi» (gennaio 1906; M.M. Philippon, La dottrina spirituale di suor Elisabetta della Trinità, seconda ed., Brescia 1943, p. 145).72 «Lasciarsi crocifiggere per essere lode di gloria» (ibid., p. 146). Con gli intimi si firmava non Elisabetta, ma Laus gloriae (ibid.). «Sarà il mio nome in cielo» (estate 1906; ibid., p. 149). «A voi, partendo, io lascio in eredità quella vocazione che fu la mia in seno alla chiesa militante e che, d'ora innanzi, adempirò incessantemente nella chiesa trionfante: "Lode di gloria della santa Trinità"» (Lettera alla madre superiora, trovata dopo la morte; ibid., pp. 319-20).
(cf. Vasté, Ceuppens, Huby, Knabenbauer, Médebille, Meinertz, ecc.).

72 Nacque nel campo militare di Avor, nel distretto francese di Farges-en-Septaine (dipartimento di Cher), primogenita del capitano Joseph Catez e da Marie Rolland. Il padre di Elisabeth morì improvvisamente quando lei aveva sette anni.
La piccola "Sabeth", come la chiamava chi la conosceva, aveva un temperamento fin troppo vivace. Dopo aver ricevuto la prima comunione nel 1891, Elizabeth si fece più moderata ed aperta al rapporto con Dio (soprattutto con la Trinità) e con il mondo. Cominciò a prestare servizio nel coro parrocchiale e a fare gesti di carità concreta, quale l'assistenza ai malati e insegnare il catechismo ai bambini che lavoravano in fabbrica. Presto Elisabeth, nonostante la forte opposizione materna e rifiutando numerose proposte di matrimonio, seguì la vocazione che la invitava ad entrare fra le carmelitane scalze, nel monastero che si trovava a duecento metri dalla sua abitazione a Digione. Elizabeth entrò nel carmelo di Digione il 2 agosto 1901, prendendo il nome di Elisabetta della Trinità. Disse: "Trovo il Signore ovunque, tanto facendo il bucato quanto stando raccolta in preghiera". Come in tutte le esperienze di spiritualità, momenti di grande fervore si alternavano a periodi di estrema aridità. Elisabetta nei suoi scritti tenne un resoconto della sua articolata situazione spirituale. Alla fine della sua vita incominciò a riferirsi a sé stessa come laudem gloriae ("lode di gloria"); la dolce "Sabeth" voleva essere una continua lode di gloria per il Signore. Questo nuovo nome che si era data era legato al rapporto che lei stessa aveva instaurato con san Paolo, sua guida illuminatrice sulle strade del Signore. Soleva dire: "Io penso che in paradiso la mia missione sarà di condurre le anime oltre se stesse, al fine di slanciarsi a Dio con un movimento semplice d'amore, e di mantenerle in quel fertile silenzio che permette a Dio di comunicare se stesso a loro e di trasformarle in lui". Elisabetta della Trinità morì a ventisei anni, colpita dal morbo di Addison, che all'inizio del XX secolo non era ancora curabile. Benché la sua morte fosse sicura, Elisabetta non si scoraggiò, anzi, accettò di buon grado quello che - diceva lei - era un "grande dono". Le sue ultime parole furono: "Vado verso la luce, l'amore, la vita!". Fu beatificata da Giovanni Paolo II il 25 novembre 1984 (memoria liturgica il 9 novembre). La sua preghiera più nota è "mio Dio Trinità che adoro", preghiera in cui profuse il suo amore alla Trinità. Elisabetta della Trinità è una dei patroni dei malati e degli orfani.

121. [pagina sciolta: la gloria di Dio]
Gloria di Dio.
Fa' che i miei occhi vedano nel mondo soltanto la tua gloria, che le mie mani non tocchino cosa che non sia per il tuo servizio. Fa' che la mia lingua non gusti pane che non mi fortifichi per lodare la tua gloria. Sentirò la tua voce e sentirò tutte le armonie che tu hai creato, cantando i tuoi inni. La lana della pecora o il cotone dei campi mi riscalderanno abbastanza perché io possa vivere al tuo servizio, e tutto ciò che sopravanza appartiene ai tuoi poveri. Fa' che usi tutte le cose per una sola ragione: per trovare la mia gioia nel darti grande gloria (Th[omas] Merton, Semi di contemplaz[ione], pp. 22-23).73
73 Nato a Prades (nei Pirenei francesi) il 31 gennaio 1915, da padre neozelandese e madre americana — entrambi pittori, scomparsi in giovane età —, Merton trascorse parte dell'infanzia negli Stati Uniti ma visse parecchi anni in Europa, studiando in Inghilterra e viaggiando. Era radicato nel protestantesimo, anche se si considerava ateo. Cominciò a maturare l'idea di convertirsi al cattolicesimo a Roma, poco più che diciottenne. In quel viaggio, «nella città che è stata trasformata dalla croce», come scrive nella sua splendida autobiografia, "La montagna dalle sette balze", rimase affascinato dalle chiese e dalle basiliche, coi loro mosaici bizantini. «Allora, per la prima volta in vita mia, incominciai a scoprire qualcosa sulla persona che gli uomini chiamano il Cristo. Era una conoscenza oscura, ma vera di lui, e in un certo senso più vera di quanto sapessi, più vera di quanto volessi ammettere. Fu là che vidi per la prima volta colui che ora servo come mio Dio e mio re, colui che presiede e governa la mia vita». Sull'Aventino, continua, «andai a santa Sabina, la chiesa dei domenicani. E fu un'esperienza chiarissima, qualcosa che equivaleva a una capitolazione, a una resa, a una conversione, e contrastata anche, persino quando entrai nella chiesa senza altro scopo che quello di inginocchiarmi e pregare Dio. Di solito non mi inginocchiavo mai in quelle chiese e non prestavo attenzione alcuna, né formale né ufficiale, a colui che possedeva quelle case. Ma quella volta presi l'acqua santa alla porta, andai dritto verso l'altare, m'inginocchiai e lentamente, con tutta la fede che avevo in me, recitai il Padre Nostro». Così rifletteva in quel periodo: «Per colmarmi m'ero vuotato. Per afferrare tante cose, le avevo perdute tutte. Nel divorare i piaceri e le gioie, avevo trovato il turbamento, l'angoscia e la paura». Conseguì la laurea in lettere alla Columbia university di New York e si specializzò in letteratura inglese del XVIII secolo, discutendo una tesi sulla poesia di William Blake. Ed è qui che conobbe Dan Walsh, che vi teneva lezioni su san Tommaso d'Aquino e Duns Scoto. Merton, nel novembre del 1938, completò il percorso di conversione ricevendo il battesimo e la prima comunione nella piccola chiesa newyorchese del Corpus Christi. Si dedicò, dopo la laurea, all'insegnamento universitario della letteratura inglese. Poi, durante un ritiro spirituale all'abbazia trappista di Nostra Signora di Gethsemani, nel Kentucky, decise di entrarvi abbracciando la vita monastica... In "Nessun uomo è un'isola" Thomas Merton afferma: «Nulla, proprio nulla ha senso se non ammettiamo, con John Donne, che: "Nessun uomo è un'isola, in sé completa: ognuno è un pezzo di un continente, una parte di un tutto"». Ogni uomo, spiega, «è una parte di me, perché io sono parte e membro del genere umano. Ogni cristiano fa parte del mio stesso corpo, perché noi tutti siamo membra di Cristo. Quello che faccio viene dunque fatto per gli altri, con loro e da loro: quello che essi fanno è fatto in me, da me e per me. Ma ad ognuno di noi rimane la responsabilità della parte che egli ha nella vita dell'intero corpo» ... Nella prefazione a Semi di contemplazione confida: «Il lettore, se vuole ricollegarsi alla lunga tradizione di simili scritti, può consultare le Pensées di Pascal, le Cautelas e gli Avisos di san Giovanni della Croce, le Meditationes di Guigo il Certosino o l'Imitazione di Cristo».

122. [scheda: la gloria di Dio]
La dottrina rivelata della gloria Dei come fine della creazione trova ogni giorno la più completa, perfetta, sublime espressione e realizzazione nella dossologia con cui si chiude il canone della messa.
Dal Padre attraverso il Cristo discende la comunicazione dei beni divini; al Padre attraverso il Cristo risale ogni onore e gloria.
Nel Cristo l'universo intero raggiunge perfettamente il suo scopo: la lode adeguata della santissima Trinità. Egli è ricapitolaz[ione] dell'universo. Il suo altare è il vertice del creato, il centro del mondo, il cuore della storia.
Egli compie nella messa ogni giorno quello che aveva promesso: ((Quando sarò sollevato da terra, trarrò tutte le cose a me",74 per restituirle come lode al Padre, da cui provengono come dono. Per quem haec omnia bona creas et praestas nobis, per ipsum est tibi Deo Patri omnis honor et gloria, per omnia saecula saeculorum. Amen.75
74 Gv 12,32.
75 Dossologia del canone della messa.

123. [foglio sciolto: santa umanità di Cristo]
Quel dono divino che nella Tr[inità] augusta si scambiano P[adre e] F[iglio]: circolazione di amore.
Quel dono divino dal seno della Trinità si riversa, come torrente di amore, nella santissima u[manità] di Cristo, concepita, santificata, ripiena di Sp[irito] s[an]to per un degno e lodevole servizio del P [adre] .
Quel dono divino che dal corpo di Cristo crocifisso è straripato nel corpo mistico, la chiesa, la cui anima è appunto lo Spirito, principio vitale di quella inesauribile santità e fecondità con cui la chiesa, sposa di Cristo, serve degnamente il suo sposo e corre senza inciampi al suo eterno amplesso.
Quel dono che dal corpo mistico di Cristo si comunica a ciascuno di noi, nel momento che per il b[attesimo] ci inserisce in Cristo, per diventare degni e lodevoli servitori del Padre.
Spirito di Dio Padre, di Cristo, della chiesa, Spirito e anima di ciascuno di noi, princ[ipio] vitale di ogni nostra attività sop[rannaturale]. È unicamente da questo Spirito che noi riceviamo di poter prestare un degno e lodevole servizio.
Quello che l'anima è per l'uomo naturale, lo Sp[irito] s[an]to è per la vita soprannaturale.
— Abito e informa, come l'anima il corpo;

  • vivifica con la grazia;
  • fa pensare e capire, volere e amare, operare.

Virtù, grazie attuali, doni, atti: tutto dallo Sp[itito] s[an]to.
Attività: maestro interiore, cattedra nell'anima: esortare, testimoniare, sospirare76 gemitibus inenarrabilibus [Rm 8,26], condurre a tutta la verità, suggerire ogni cosa. Veri figli di Dio.
Noi non sappiamo [cosa farebbe lo Spirito di noi, se ci] abbandonassimo con docilità, lasciassimo fare, [ci] mettessimo a sua completa disposizione. Corre velocemente e senza inciampi, chi si lascia condurre da una tale guida.77 Se anche uno solo di noi [decidesse oggi di abbandonarsi alla sua azione, questo giorno diventerebbe memorabile nella nostra vita].
76 Lettura incerta. I verbi sono stati tutti concordati all'infinito.
77 Satis suaviter equitat, quem gratia Dei portat (De imitatione Christi 2,9,1).

124. [pagina sciolta: Gesù maestro]
Gesù maestro.
Il P[adre] Matheo aveva predicato un giorno a Lourdes sull'euc[aristia]. Dopo la predica un umile contadino, andato a trovarlo, lo intrattenne a lungo e mirabilmente sullo stesso argomento. Dopo di che il Padre, meravigliato, gli disse: «Voi mi scriverete, spero!».
Il contadino si mise a ridere: «Io scriverle? Ma se non so leggere né scrivere?».
«Ma allora, dove avete appreso tutto quello che mi avete detto?». E la risposta sgorgò luminosa: «Come? Lei, sacerdote, mi domandate questo? E lui, Gesù, che mi istruisce. Mi comunico tutti i giorni. Egli mi insegna...».
Proprio così, oltre i maestri visibili, vi è il maestro invisibile. Tommaso da Kempis fa un parallelo fra i due e dice felicemente: «Essi non operano che esternamente, ma tu illumini e istruisci i cuori; le loro parole colpiscono le orecchie, ma tu apri l'intelligenza; essi propongono i misteri, ma tu rompi il sigillo che ne nasconde la comprensione»78
78 CL anche «Non mi parli Mosè o qualche altro dei profeti; parlami, invece, tu, o Signore Iddio, che ispiri ed illumini tutti i profeti; tu solo, senza di loro, puoi ammaestrarmi perfettamente, mentre essi, senza di te, non concluderanno nulla. Possono, sì, far risuonare parole, ma non comunicano lo Spirito. S'esprimono magnificamente; ma se tu taci, non infiammano il cuore. Il loro è un linguaggio letterale; ma sei tu che sveli lo spirito del contenuto. Promulgano i tuoi comandamenti; ma aiuti tu ad osservarli. Additano la via; ma dai tu la forza per camminare. Essi operano soltanto all'esterno; ma tu educhi i cuori e li illumini. Essi irrigano la superficie; ma tu doni la fecondità. Essi gridano con le parole; ma tu concedi la comprensione all'udito dell'anima. Non mi parli, dunque, Mosè; parlami tu, Signore Dio mio, verità eterna, perché io non abbia a morire e a rimanere senza frutto, se fossi ammaestrato solo esteriormente e non venissi infervorato interiormente. Che non mi sia di condanna la parola udita, ma non messa in pratica; conosciuta, ma non amata; creduta, ma non osservata. "Parla", dunque, "o Signore; il tuo servo ti ascolta" (1 Sam 3,10): "Tu hai parole di vita eterna" (Gv 6,68). Parlami, per dare qualche consolazione all'anima mia e per emendare tutta la mia vita. Ed a te siano lode, gloria e perpetuo onore» (Imitazione di Cristo 1,2).

125. [pagina sciolta: Cristo centro del messaggio cristiano]
Cristo centro del messaggio cristiano
«Fate che essi (i giovani) veggano in Gesù l'appagamento del vivo bisogno che è in loro di pienezza, di armonia, di luce nelle loro idee» (Pio XII, 8 settembre] 1953; XV,24).
Tre bisogni della nostra natura sensibile e carnale:

  • il bisogno di un modello concreto, di un capo affascinante da poter contemplare con gli occhi corporei, di un maestro sensibile da ascoltare con orecchie di carne, di un eroe storico di cui si possono baciare le tracce: sete di contatto, di sentimento, di ammirazione totale, di dedizione affettuosa;

il bisogno di giungere all'intelligibile mediante il sensibile, all'idea mediante il corporeo, al concetto mediante le immagini, alle definizioni mediante le sensazioni;

  • il bisogno di sintesi, di organicità, di logica, di coerenza e concatenazione: noi non siamo molto attirati da serie di formule sparse, di cataloghi di precetti giustapposti, di rubriche liturgiche senza coesione;
  • il bisogno di socievolezza, di collegamento, di accostamento ai nostri simili: Dio ci ha fatti socievoli come le api e le formiche, portati naturalmente a vivere in gruppi.

Questi tre bisogni fondamentali della nostra natura, bisogno di concreto sensibile, bisogno di sintesi logica, bisogno di società soccorrevole, Dio con una condiscendenza meravigliosa ha voluto soddisfarli d'un solo colpo, d'un sol gesto, con un solo dono sublime e affascinante: e ci ha donato il Cristo Gesù.
Egli ha tutto concentrato, sensibilizzato, incarnato, sintetizzato, collegato, instaurato, "ricapitolato" (come dice il greco di san Paolo) nel Cristo Gesù.79
... Sarebbe tragico che noi ignorassimo la religione disincarnandola, vuotandola del suo concreto, volatilizzando ciò che ha di umano, disseccandola e frazionandola...
79 Ef 1,10.
Noi possiamo, come il Padre eterno, centrare la nostra pedagogia religiosa in Ge[sù]. Natura e compito essenziale di Cristo (Dio incarnato e riconciliatore) sono dunque di sintesi, di legame, di religione. È Dio Padre che nel suo piano personale l'ha fatto così, e noi non abbiamo più da costruire una sintesi immaginativa per facilitare lo studio del catechismo; noi non abbiamo che da accettare docilmente e da amare perdutamente quella che la sapienza infinita ci propone amorosamente.
Inc[arnazione] e red[enzione] centro entusiasmante, attorno a cui gli altri dogmi fanno perno.

126. [pagine sciolte 1-2: l'amico Gesù]
L'amico Gesù.
Quando mi raccolgo e penso a te, o Gesù, una immensa ammirazione mi invade e non so come tacere. Tu sei per me

  • il piccolo Gesù della capanna di Betlemme,
  • l'adolescente di sedici anni del nascondimento di Nazareth,
  • l'apostolo ardente che passa le notti in preghiera e di giorno sedevi stanco al pozzo di Giacobbe e chiedevi da bere alla Samaritana,
  • l'oratore che incantavi, per il quale le folle si entusiasmavano al punto di dimenticare il cibo, che rapivi i soldati venuti a catturarti così che se ne tornavano a mani vuote, dicendo ai propri capi: «Nessun uomo ha mai parlato come costui» [Gv 7,46],
  • anima tenera e delicata che restituivi il figlio alla vedova di Naim e piangevi sul tuo amico Lazzaro, accarezzavi i fanciulli di Palestina e chiamavi i tuoi apostoli "figliolini miei" [Gv 13,33],
  • anima forte che resistevi in faccia ai farisei ipocriti, cacciavi i venditori dal tempio con un nervo di bue, hai subito l'agonia, la flagellazione, la crocifissione e la morte in silenzio,
  • l'eterno vincitore per il quale sono morte migliaia di martiri e si sono immolate migliaia di vergini, per il quale migliaia di missionari hanno valicati i continenti e i mari, disprezzando malattie, sofferenze e morte e, dopo 2000 anni, rapisci ancora i cuori veramente giovani e anche il mio.

Ecco tutto quello che sei per me. Come non amarti quale amico sopra tutti gli altri amici?
Dimentico che per me sei ancora

  • l'amico fedele che mi aspetta dopo ogni mia caduta, la cui amicizia non è spenta da nessuna infedeltà per grande che sia,
  • l'amico la cui intimità è sopra tutte le altre, perché io posso trovarti sempre, non ti scordo mai, posso e oso dirti tutto.

127. [pagina sciolta: l'amico Gesù] Qualcuno vivo e presente.
"Cristo" non è forse per te un Dio morto? Che cosa ti richiama questa parola "Cristo"?
Troppo facilmente un'ombra lontana, che cammina sulle vie dei laghi di Palestina, un eroe della "storia sacra", vissuto due mila anni fa e di cui l'inchiostro disseccato di vecchi manoscritti ci ha conservato le gesta meravigliose e... antiche.
E se per caso lo incontrassi vivente oggi, lo relegheresti in non so quale lontana stratosfera...?
È proprio così, mi dirai... Con tutto ciò "credo" che vive in me... E allora come puoi restare ventiquattro ore e più senza pensare a questo ospite interiore? Non è forse vero che praticamente lo consideri in te come un essere inerte, simile al cadavere che, nel venerdì santo, riposò nella tomba di Giuseppe d'Arimatea?
Cristo deve diventare per te "qualcuno" presente e vivo. Una realtà immediata, di ogni istante, sempre operante.
Egli vive nell'eucaristia...
Cristo vive ed opera in te...
Cristo deve diventare per te qualcuno che vive, che agisce, che parla, vuole, si commuove come te, davanti a te, in te, qualcuno che ha un cuore che palpita all'unisono col tuo.
Qualcuno che ti è vero compagno di via, benché invisibile, che vive nella tua intimità, e al quale, durante il cammino, confidi spontaneamente le trepidazioni, le lotte, le cadute, le vittorie.
Qualcuno che ogni mattino ti fissa l'appuntamento per l'incontro eucaristico, in compagnia del quale parti per una tappa di ventiquattro ore, procurando egli di piacerti e tu di piacere a lui.
Oh, la dolce amicizia! Bisogna che te lo renda ogni giorno più vivo e presente.
Così avvenne ai discepoli di Emmaus, per i quali fu dapprima il rumore sordo d'un ciottolo che rotola sulla strada, un passo lontano che a poco a poco s'avvicina, poi diventa uno straniero sconosciuto che sembra ignorare gli avvenimenti e il loro scoramento, indi infiamma gradualmente con la sola presenza i loro cuori, infine diventa compagno tanto gradito che alla sera, sulla porta dell'albergo, non riescono a separarsi da lui; e finalmente in un'ardente gioia si fa conoscere ai loro sensi abbacinati, Gesù in carne ed ossa, presente e vivo [Lc 24,1334]. Essere cristiano è unirsi a Cristo come a qualcuno che si conosce intimamente, che si ama appassionatamente, che si serve eroicamente.

128. [pagina sciolta: l'amico Gesù]
Vorrei un amico.
Signore, vorrei un amico.
Un amico che risponda al desiderio del mio cuore che si fa più profondo.
Un amico che vibri alle mie paure, alle mie speranze, che indovini i miei desideri e assecondi i miei progetti.
Un amico che conosca il mio cuore, al quale mi confidi, che sia caro a me ed io a lui.
Un amico che cammini accanto a me sulle strade austere che conducono a te.
(Questa è la preghiera segreta dei miei sedici anni, che non oso dire che a te, perché tu comprendi che cosa pesi nei silenzi e nei balbettamenti del mio cuore di adolescente).
Ecco la risposta dello Spirito che conosce il cuore dell'uomo per averlo creato e conosce l'amore perché egli è l'amore increato:
«Niente vale quanto un amico fedele; nessun valore potrebbe fissarne il prezzo. Se vuoi acquistare un amico, acquistalo provandolo e non affidarti a lui alla leggera. Perché c'è chi è amico finché sta assiso alla mensa e non lo sarà il giorno della sventura»."

129. [cartolina intestata: Istituto salesiano san Callisto - Roma: l'amico Gesù]
Questo è il mio amico.
- Voglio dirvi com'io ho fatto la sua conoscenza.
Avevo sentito parlare di lui, ma non ci facevo caso.
Mi mandava ogni giorno dei regali, ma io non lo ringraziavo mai.
Mi parve più di una volta che desiderasse la mia amicizia, ma io restavo freddo.
Io ero senza casa, disgraziato e affamato, e ogni momento in pericolo; ed egli mi offriva ricovero, comodi, cibi, sicurezza; ma io gli ero ingrato lo stesso.
Alla fine, egli incrociò la mia strada e, col pianto negli occhi cercò di dirmi: «Vieni a stare con me».
- Voglio dirvi come ora mi tratta.
Colma tutti i miei bisogni.
Mi dà più di quanto oso chiedere.
Anticipa ogni mia necessità.
Mi supplica di chiedere sempre più.
Mai si ricorda della mia ingratitudine passata.
Mai mi respinge per le mie passate follie.
- Voglio dirvi, anche, che cosa io penso di lui.
80 Sir 6,7-8. Cf. anche «Un amico fedele è un balsamo nella vita, è la più sicura protezione. Potrai raccogliere tesori d'ogni genere, ma nulla vale quanto un amico sincero. Al solo vederlo, l'amico suscita nel cuore una gioia che si diffonde in tutto l'essere. Con lui si vive una unione profonda che dona all'animo una gioia inesprimibile. Il suo ricordo ridesta la nostra mente e la libera da molte preoccupazioni. Queste parole hanno senso solo per chi ha un vero amico, per chi, pur incontrandolo tutti i giorni, non ne avrebbe mai abbastanza» (S. Giovanni Crisostomo, Commento alla Lettera ai Tessalonicesi, PG 11, 403-406).
Egli è tanto buono quanto è grande.
Il suo amore è tanto vivo quanto è vero.
È così prodigo nelle sue promesse, com'è fedele in mantenerle.
È geloso del mio amore, quanto lo merita.
Io sono in ogni cosa il suo debitore, ma egli mi comanda di chiamarlo amico.
(Da un antico manoscritto inglese, riprodotto da R.U. Benson, L'amicizia di Cristo, Brescia 1949, quarta ed., p. 7).

130. [schede 1-2: la vittima]
La vittima.
«Se i peccati son veri peccati, non si distruggono così facilmente». Se conducono all'inferno, se meritano l'inferno, come basta un momento a cancellarsi?
C'è di mezzo un altro che soddisfa per noi. Nel giardino degli ulivi, un uomo che era tanto bello [è divenuto] inconoscibile: partecipe, solidale, a nome di tutti, per tutti. Una guerra terribile contro Dio: Vai tu, sei il più buono. Associato a tutti i peccatori, ai più volgari e schifosi peccati. «L'anima mia è triste fino alla morte» [Mc 14,34]. Liberamente offertosi per espiare.
Arriva un'orda con l'apostolo traditore. In ogni tempo il più grande dolore: i Giuda. E lo hanno portato via, lo hanno schiaffeggiato: è reo di morte! Notte orribile, abbandonato alla sbirraglia del tempio. L'autorità debole, vile, paurosa del popolo: Pilato. E innocente. Gli minacciano la carriera. Concede: lo farò frustare. Scontò nella sua carne innocente la lussuria e le mollezze degli altri. Livido, sangue, tutto sangue. Tutto uno strazio. Cadde nel suo sangue. Poi lo schernirono. La porpora, la corona. Nessuno di noi poteva meritare la grazia del perdono.
Sale al Calvario. La croce. Stendono la mano, e piantarono un chiodo, un altro chiodo, e poi i piedi. Posso [contare tutte le mie ossa].81
81 Lettura e integrazione incerte. Cf. Sal 22 (21),15.
Alzarono la croce. Lo strazio.
Spoglio così a ludibrio del pubblico, deriso. Tutto una piaga. L'anima tanto amareggiata: associato a tutti i peccatori... il campo di batt[aglia], la stanza... la fabbrica. Padre, pago io.
C'era la mamma, ci diede anche quella: i tuoi figli, ora saranno quelli. Cambiò il cuore della mamma: associata anche lei ai peccatori, piena d'amore per i peccatori. Consummato [Gv 19,29].
Ecco perché basta un momento pel perdono; non basterebbero mille confessioni, neppure l'inferno. Ma c'è di mezzo la croce di Gesù. Impariamo a patire, a soffrire. Gli innocenti paghino per i peccatori. Possiamo trasformare il nostro dolore in salvezza per l'umanità. Io voglio associarmi alla croce di Gesù redentore dell'umanità. Il mondo che prepara la guerra per godere, se sapesse quale profonda gioia nel patire per la gioia degli altri!
Gli ammalati: possono fare tanto del bene. Voi, gente inutile? Abbiamo bisogno di redentori attraverso la sofferenza.
Là sulla croce lo vedo morire? La madre di Gesù! Applichi a ciascuno di noi i frutti della morte di Gesù. Mamma, son tutti tuoi figlioli. Tanti non sanno quel che si fanno. È la veglia della pace. Tu ce la darai la pace.

131. [foglietto, grafia giovanile: eucaristia]
Pietà eucaristica: Cristo vivo; non cosa, ma persona!

  • Credo con tutto me stesso di star di fronte a un uomo vivo, che vede, sente, capisce, segue, ama, opera. Credo che l'ostia non è una cosa, un oggetto come il calice, ma una persona palpitante di vita, di amore, di operazioni.
  • Credo che ho tra le mani una carne viva e calda; che ricevo un uomo concreto e reale dentro di me. Sono vergine e madre. Ho nelle mie viscere un uomo. Beata viscera M[ariae] vlirginisl quae portaverunt aeterni Patris filium.82 Anzi, lo generiamo con le parole consacratorie.

82 Introito della messa votiva di santa Maria in sabato.
Come Maria, quem genuit adorat.83 Alla elevazione = ascensione e ritorno di Cristo giudice. Genuflettere davanti all'ostia nuda per tutti
i poveri; davanti al calice d'oro per tutti i ricchi e potenti.

  • Al Pater: "la terribile preghiera" (Faber): et dimitte nobis.
  • Alla comunione: sentire il gusto eucaristico di Maria. La stessa carne.

132. [pagina sciolta: eucaristia]
Comunione.
Una trasfusione di sangue spirituale.
Il malato è steso sul letto. Bianco come le coltri, ha perduto quasi tutto il sangue. Il "donatore" è steso accanto a lui. Il sangue passa dall'uno all'altro. Ed ecco che il volto si colora di nuovo: ritorna la vita. Una vera risurrezione.
Noi siamo deboli, assai deboli di fronte alla tentazione: il male è intrinseco, il nostro sangue viziato.
Comunione: trasfusione di sangue; infusione in noi di vita divina, che è "come il sangue di Dio che circola nelle vene e nelle arterie immateriali dell'anima".
Parole candide: realtà formidabile. "La mia carne à veramente cibo"...84
Infine un'obiezione "cosciente", ma capitale: «Non dice nulla a me...». Pensa alla debolezza della tua anima e credi che con la comunione la forza stessa di Cristo irrompe in te. Tale mancanza di gusto non viene forse dalla tiepidezza con cui fai il ringraziamento?
Soprattutto non è affare di sentimento, ma di intelligenza e di fede.
Cristo non ha promesso una dolcezza sensibile, ma una forza reale: "La mia carne è veramente cibo".

83 Sant'Ildefonso ... dice così: Triplici diademate coronatur Maria in caelis: gaudii, doloris et gloriae. Gaudii, quia gaudia matris habet, cum virginitatis honore. Doloris, quia quem passum compatiebatur, impassibilem agnoscit. Et gloriae, quia glorificatorem omnium, quem genuit ipsum adoravit. O ter beata, o ter coronata! (Considerazioni sopra gli evangelii della quaresima ed altre feste... di F. Domenico Filogaso, Soriano 1665, Casa di san Domenico).
84 Caro enim mea vere est ci bus et sanguis meus vere est potus (Gv 6,56).

133. [cartolina intestata: Istituto salesiano San Callisto - Roma: santa messa]
Durante la s[anta] messa si rinnova misteriosamente l'indicibile strazio sofferto da Gesù sulla croce per i nostri peccati.
Ciascuno senta nel proprio cuore l'accorato lamento di Gesù agonizzante espresso con gli accenti del salmo 54: Si inimicus meus expoliasset mihi, sustinuissem utique... Sed eras tu, sodalis meus, amicus et familiaris meus, quocum dulce habui consortium, in domo Dei ambulavimus in coetu festivo... [vv. 13-14 rielaborati].
Geremia: Quid est quod dilectus meus, in domo mea, fecit scelera multa?" Popule meus, quid feci tibi, aut in quo contristavi te, responde mihi.86 Ottava corpus Domini 1675 e 30 volte: «Questo più mi addolora, che mi trattino così cuori a me consacrati».
Nessuno si senta innocente, quia non sum sicut ceteri homines.87 Beato chi più si umilia.
Tribù selvaggia.
Una grazia per noi e per la n[ostra] congregazione.
O piaghe di Gesù, guarite le piaghe dell' [anima mia].
134 [scheda: il sacerdote]
Il tuo sacerdote.
È un altro Cristo - rispettalo.
Rappresenta Dio - confida in lui.
E tuo benefattore - siigli riconoscente.
85 Ger 11,15.
86 Mi 6,3: Popule meus, quid feci tibi? aut quid molestus fui tibi ? Responde mihi.
87 Lc 18,11: Deus, gratias ago tibi, quia non sum sicut ceteri hominum.
Nel sacro tribunale.
È il medico della tua anima - mostragli le tue ferite.
Ti dirige verso Dio - segui i suoi consigli.
Giudica - comportati secondo le sue decisioni.
All'altare.
Offre la tua preghiera a Dio - non dimenticarlo.
Prega per te e per i tuoi nel purgatorio - domanda a Dio grazie per lui.
Nella sua vita quotidiana.
È umano - non condannarlo frettolosamente.
È umano - una parola di cortesia lo incoraggerà.
Se devi dire i suoi difetti - dilli a Dio, che gli dia luce e forza per
correggerli.
Egli ha una grande responsabilità - prega Dio di guidarlo in vita, e di
essergli misericordioso in morte.

135. [foglio di lettera intestato: Opere don Bosco, direzione generale, via Marsala 42, Roma: ordinazione sacerdotale]
Il primo luglio nella nostra basilica [di Maria ausiliatrice] sua em. il card. Maurilio Fossati, alla presenza di una folla devota e commossa, conferiva il presbiterato a trentuno diaconi ed il suddiaconato a quaranta chierici del pontificio Ateneo salesiano. La cerimonia solenne e suggestiva acquistava speciale rilievo per il fatto che tra i novelli sacerdoti vi erano i rappresentanti di dieci nazioni di ogni parte del mondo, ed in primo luogo della martoriata chiesa del silenzio; mentre anche tra i suddiaconi erano rappresentate sedici diverse nazionalità di ogni continente. In tal modo durante i sacri riti nella maestà della nostra basilica sembrava che aleggiasse lo spirito degli innumerevoli sacerdoti, martiri e confessori della fede nella chiesa del silenzio: solenne ammonimento ai novelli leviti affinché fossero degni di loro. E tutti sentirono che, per queste circostanze, le sacre ordinazioni costituivano una nuova manifestazione della perenne ed indefettibile vitalità della chiesa di Dio, sul cui tronco annoso, percosso ma non stroncato dalla bufera della persecuzione, fiorivano settanta vigorosi virgulti al posto di quelli iniquamente divelti dai nemici di Dio.
E quando gli ordinati, al canto solenne del Magnificat, lasciarono la basilica per sciamare in ogni parte del mondo, tutti compresero che questo era anche un nuovo avveramento della visione profetica di don Bosco, che vide nella basilica di Valdocco il centro di irradiazione della gloria di Maria ausiliatrice nel mondo: Hic domus mea; inde gloria mea."

136. [due schede collegate]
Trentasei novelli sacerdoti rappresentano quattro continenti e tredici
diverse nazioni, espressione vivente dell'universalità della chiesa cat‑
tolica:
12 italiani
5 brasiliani
4 messicani
2 argentini
2 australiani
2 colombiani
2 peruviani
2 spagnoli
1 equatoriano
1 inglese
1 slovacco
1 nord americano
1 ungherese.
Essi tornando domani ai loro paesi recheranno dovunque, insieme alla fiaccola accesa ai piedi di M[aria] a[usiliatrice], la madre del loro sac[erdozio], anche il nome venerato di sua em. il card. [Maurilio]
Fossati, che è il padre del loro sacerdozio, e quello della città di Torino, che è la culla della loro vita sacerdotale.
Ecco, il rito semplice ed augusto è terminato. Sulla vostra unione, come sigillo divino di felicità, sta per discendere la benedizione dell'Altissimo. La benedizione:
88 Una delle iscrizioni della basilica.

  • di Dio Padre, che oggi vi associa al mistero della sua onnipotenza creatrice;
  • di Dio Figlio, che vi affida il compito di accrescere il suo corpo mistico;

- di Dio [Spirito santo], di cui da ora siete ministri nell'amarvi santamente e nell'educare la prole che a Dio piacerà mandarvi.
Segno e conferma di questa benedizione divina è il messaggio augurale che sua s[antità] il papa Giovanni XXIII vi invia per mezzo del card[inale] segretario di stato.
A questi voti augusti, si aggiungono quelli cordiali e affettuosi di tutti i presenti. Dio vi accompagni e vi faccia felici!

137. [scheda: amore di Dio e amore del prossimo]
Amore di Dio e amore del prossimo. Ecco il nocciolo del messaggio evangelico, l'essenza del cristianesimo, l'anima della vita cristiana, lo scopo e l'occupazione della vita. Il cuore umano è fatto per amare; bisogna dare a questa esigenza di amore un oggetto degno ed adeguato: Dio e il prossimo.89 Il cristianesimo è la religione dell'amore. Presentiamo l'avventura cristiana come amicizia: tra Dio e l'uomo. È mai possibile l'uguaglianza? Sì. Dio ci ama e vuol essere amato da noi,
Dio vuole essere il nostro grande amico.
La virtù della carità: cuore di Dio,
la virtù della fede: gli occhi di Dio,
la virtù della speranza: la tranquillità di Dio.
Serbati all'amor, nati alla scuola
delle celesti cose.90
89 Basilio il grande affermava con chiarezza: «I beni che hai ricevuto per distribuirli a tutti, te li sei accaparrati. Chi spoglia un uomo dei suoi vestiti è chiamato predone, e chi non veste l'ignudo, potendolo fare, quale altro nome merita? All'affamato appartiene il pane che tu nascondi; dell'ignudo è il mantello che tu conservi nei tuoi armadi; dello scalzo i sandali che ammuffiscono presso di te; del povero il denaro che tu rinchiudi. Così tu commetti altrettanta ingiustizia quanti sono i poveri che avresti potuto aiutare» (Omelia VI, 7; da Povertà e ricchezza nel cristianesimo primitivo, a cura di Maria Grazia Mara, Roma 1980).
90 Manzoni, Inni sacri, Il nome di Maria 15-16.
Amore di benevolenza mutuo, stabile, manifesto, fondato su una qualche comunanza.

  • benevolenza: disinteressato, altruistico, che cerca non il proprio interesse e soddisfazione, ma quello della persona amata: anche il lupo ama l'agnello, ma questa non è amicizia;
  • mutuo: senza corrispondenza non c'è amore;
  • stabile: chi ama, ama per sempre. Le amicizie devono essere eterne. Un'amicizia che fu rotta, non fu vera amicizia;
  • manifesto ad entrambi.
  • comunanza di vita, di ideali, di virtù, di sent[imenti].

138. [foglio: amore di Dio e amore del prossimo]
Amare Gesù. Il problema non sembra ancora risolto. Amare e fare del bene. Che cosa possiamo fare per lui? Ecco la meravigliosa soluzione che egli ha trovato. Si è nascosto nel prossimo e, specialmente, nel povero, nel sofferente, nell'umile, per essere a disposizione del nostro amore. Amare Dio è amare i figli di Dio.
Il cristianesimo autentico è l'amore del prossimo.
Il cristianesimo è la rivoluzione della carità.
Chi dice di amare Dio, e non ama il suo prossimo, è un bugiardo [1 Gv 4,19].
In fin di vita, per entrare in paradiso non basterà avere le mani pure; bisognerà anche non averle vuote.
Finché pensiamo solo a noi stessi, non diciamo di essere cristiani. La definizione del cristiano non è "un uomo che va a messa la domenica e mangia pesce il venerdì", ma "un uomo che vive per gli altri tutti i sette giorni della settimana, che si preoccupa degli altri". Non di quando in quando vagamente, fra una tazza e l'altra di tè. Ma sempre. A cominciare dalle persone disagiate che conosce, che incontra per strada, che vivono sotto il suo tetto.
Nel mondo quattrocento milioni di bimbi hanno fame. Un americano lascia tre milioni di dollari per la manutenzione della tomba del suo cavallo da corsa.
Ecco il volto ignobile della barbarie.

139. [fogli sciolti: solidarietà]
Solidarietà.
Dice san Gregorio Naz[ianzeno]: «Il cristiano dovrà rispondere a Dio di tutto il mondo».
Lacordaire91 oltre mille anni dopo: «Il cristiano è un uomo a cui Gesù Cristo] ha affidato gli uomini».
Ogni cristiano in forza del battesimo è costituito lievito, sale, luce del mondo [Mt 13,33; Mt 5,13-16].
Il cristiano che, pur conservando la propria fede, non lavora a propagarla, è paragonato dal Cristo al servo sciocco e prudente che nasconde il proprio talento sotto terra [Mt 25,14-28].
Il cristiano è essenzialmente missionario. Quando il popolo cristiano avrà perso l'impulso interiore alla conquista, all'evangelizzazione, sarà finita. La chiesa è cattolica, cioè fatta per tutti, interessata di tutti, protesa a tutti abbracciare, altrimenti non è la chiesa di colui che ha detto: «Andate e predicate il vangelo a tutte le creature» [Mt 28,1819].
Il cristianesimo è una religione essenzialmente missionaria. Ogni cristiano è chiamato ad essere missionario, cioè impegnato nella diffusione del vangelo. In prima linea ci saranno quelli che abbandonano la patria e vanno in paesi inospitali e forse incivili; ma guai a fermarsi ad essi, o delegare ad essi le nostre responsabilità. È necessario, doveroso, urgente, che si formi in ciascuno di noi una vera coscienza missionaria:

  • come cultura,
  • come sensibilità,
  • come impegno di interiorità (preghiere) e di azione.

91 Jean-Baptiste Henri (in religione Henri-Dominique) Lacordaire (Recey-surOurce, 12 maggio 1802 - Sorèze, 21 novembre 1861) è stato un religioso, giornalista e politico francese. Fu uno fra i maggiori esponenti del cattolicesimo liberale ottocentesco, restaurò l'ordine domenicano in Francia dopo la soppressione avvenuta nel 1790. Figlio di un dottore della marina francese, Henri Lacordaire crebbe a Digione con la madre, Anne Dugied, figlia di un avvocato del parlamento della Borgogna, rimasta precocemente vedova. Ebbe tre fratelli, dei quali uno fu l'entomologo Théodore Lacordaire. Educato nella fede cattolica, se ne allontanò durante gli studi liceali a Digione. In seguito studiò giurisprudenza, preparandosi alla carriera di avvocato, e si distinse come oratore brillante in seno alla Société d'études di Digione, un circolo politico e letterario che riuniva la gioventù monarchica della città, dove scoprì le teorie ultramontane di Bonald, de Maistre e Félicité de Lamennais. Sotto la loro influenza, Lacordaire abbandonò le idee degli enciclopedisti e di Jean-Jacques Rousseau, conservando comunque un amore profondo e sincero per la libertà e gli ideali rivoluzionari del 1789.
Il nostro cristianesimo è rimasto bambino, infantile, chiuso, inoperoso. Se tutti avessero fatto come noi: la chiesa sarebbe ancora rinserrata nel cenacolo di Gerusalemme; non sarebbe stata piantata in Roma e nel vecchio impero dei Cesari; oggi sarebbe limitata all'Europa e non sarebbe in tutto il mondo.
Il regno di Dio avanza su quattro grandi ruote: progresso materiale, morale, intellettuale, religioso. A tutto questo bisogna contribuire. Milleottocento anni fa, che cosa erano le nostre regioni? Paesi pagani. Noi siamo discendenti di autentici pagani convertiti. I nostri padri si prostravano davanti...
Non dobbiamo comportarsi come i figli di papà, che vivono di rendita. Il cristiano che dimentica l'obbligo morale di aiutare la chiesa missionaria tradisce la sua stessa vita cattolica.

140. [foglio: cristianesimo come gioia]
Una delle tentazioni più forti dei giovani: pensare che il cristianesimo sia fatto di tristezza e quindi nemico della gioia e del godimento.
Io voglio godere la vita. Devi, se no saresti un pazzo.
Goditi la vita nel senso pieno e profondo, senza pensare che la legge di Dio ti tolga ciò che la natura ti ha dato.
Il peccato è sciupare la vita, sciupare l'amore, sciupare la gioia.
Se vuoi goderti la vita, segui la legge di Dio, se no sarai inesorabilmente condannato alla tristezza e al dolore.
Nessuno è più felice dei santi, inesorabilmente!
Solo Dio può riempire il tuo cuore!
La gioia è un monopolio nostro. Gli altri possono divertirsi, non essere contenti.
a) Il laghetto alpino e le sue sorgenti segrete. L'occhio limpido - torbido.

  • Il giovane assetato e la sorgente infetta: il tifo, i germi della tristezza: il vizio è triste.
  • Il supplizio dei fiori. Il demonio promette gioia e non dà che amarezza.

Sconfitta: parola amara. Come brucia le labbra! I prigionieri. La libertà, l'indipendenza. Ha ceduto per viltà. Arrossisce. Il vizio è una schiavitù.
L'anno ha perduto la sua primavera (Pericle)92

141. [foglio: cristianesimo come gioia]
Nell'ultima conversazione abbiamo tentato di dimostrare come il cristianesimo sia essenzialmente la religione della speranza, della fiducia, della pace dell'anima.
Ora, contro questo, rimane aperta una gravissima difficoltà: la morale cattolica - si dice - misconosce le più profonde esigenze del cuore umano, giacché condanna come peccato ogni soddisfazione e ogni gioia. Il cristianesimo è la religione della rinuncia, dell'abnegazione, che dissemina la vita umana di proibizioni e di rinunce.
Ora, vedete, per rispondere adeguatamente a questa difficoltà e dimostrarne l'inconsistenza, ci vorrebbe un lungo discorso, ed io non dispongo che di dieci minuti. Esporrò dunque un solo caposaldo della dottrina cattolica a questo riguardo.
1. La chiesa insegna che l'esigenza più profonda del cuore umano è la felicità.93 La chiesa lo riconosce e lo attesta.
92 Di Pericle si dice, ancora oggi, possedesse un eloquio splendido, al punto che la sua oratoria riusciva a dominare il popolo di Atene, grazie alle metafore di cui era ricca la sua parola, che spesso rendevano il suo discorso fluente come una recitazione poetica, specialmente quando pronunciava le orazioni funebri per i giovani morti in guerra, arrivando a paragonarli agli dei della patria, che, ancorché invisibili, sovrintendono alla tutela della città; e la commozione stringeva le gole ed i cuori quando piangeva la desolazione della città per i figli caduti in battaglia; così, Pericle infiammava gli animi : "La città ha perduto la sua giovinezza; l'anno ha perduto la sua primavera...".
93 Cf. E 83-84: Siamo fatti per la gioia.
2. Ma dove consiste la vera gioia? In quale oggetto?

  • Nessun bene finito, nessuna gioia terrena può rendere completamente felice il cuore umano.

- Interpelliamo quelli che ebbero più dalla vita (O'Neil, D'Annunzio, Lavallière,94 Salomone).
- Interpelliamo la nostra età (letteratura, teatro, la filos[ofia]). Interpelliamo l'uomo della strada.

  • […]

142. [pagina di quaderno, ripresa da uno schedario ordinato alfabeticamente: parola di Dio e parola dell'uomo]
Parola di Dio e parola dell'uomo.
Non enim cogitationes meae cogitationes vestrae: neque viae vestrae meae, dicit Dominus. Quia sicut exaltantur caeli a terra, sic exaltantur viae meae a viis vestris et cogitationes meae a cogitationibus vestris. Et quo-modo descendit imber de caelo et illuc ultra non revertitur, sed inebriat terram et infundit eam, et germinare eam facit, et dat semen serenti et panem comedenti; sic erit verbum meum quod egredietur de ore meo; non revertetur ad me vacuum, sed faciet quaecumque volui et prosperabitur in bis ad quae misi illud (Is 55,8-12).
Ars. Le folle accorrevano ad Ars attratte non certo da una eloquenza cattedratica, bensì dal divino che emanava dalla persona del santo curato." «Che siete andati a vedere ad Ars?». «Iddio trasparente da un uomo!». E dinnanzi a quella sua eloquenza di puro amore, si curvava chiedendo benedizione il pur piissimo Lacordaire, ricco anche di santa eloquenza umana.

94 Duca di La Vallière (duché de La Vallière) fu un titolo nobiliare francese creato il 13 maggio 1667 da Luigi XIV per la sua amante di un tempo Louise Franwise de La Baume Le Blanc. Si estinse de facto nel 1780 alla morte del pronipote di Louise Louis César de La Baume Le Blanc, il famoso bibliofilo e militare francese. Louise de La Vallière, nota come Mademoiselle de La Vallière fu l'amante di Luigi XIV dal 1661 al 1667. Louise fu la madre di sei figli del re anche se solo due di loro sopravvissero all'infanzia. Al ducato fu dato il titolo sussidiario di Duca di Vaujours (duc de Vaujours).
95 Giovanni Maria Battista (Jean-Marie Baptiste) Vianney (Dardilly, 8 maggio 1786 - Ars-sur-Formans, 4 agosto 1859) è stato un sacerdote francese, reso famoso col titolo di "Curato d'Ars" per la sua intensa attività di parroco in questo piccolo villaggio dell'Ain. Figlio di poveri contadini, raggiunse la meta del sacerdozio superando molte difficoltà, tra le quali ci furono problemi nello studio, soprattutto nell'apprendimento del latino. Ordinato sacerdote, divenne vicario, a Ecully, dell'abate Charles Balley, che l'aveva molto sostenuto durante i difficili anni di studio; alla morte di Balley fu mandato ad Ars dove spese la propria vita nell'evangelizzazione, nella pratica del sacramento della penitenza, nell'assidua preghiera e nella celebrazione della messa. Morì nel 1859 quando Ars era ormai divenuta luogo di pellegrinaggio, essendosi sparsa per tutta la Francia la sua fama di confessore e direttore spirituale. Beatificato nel 1905 da papa Pio X, è stato proclamato santo da papa Pio XI nel 1925 e dichiarato patrono dei parroci. Additato come modello per i sacerdoti da Giovanni XXIII nell'enciclica Sacerdotii nostri primordia, è stato ricordato con uno speciale anno sacerdotale, per il centocinquantenario della sua morte, nel 2009 da papa Benedetto XVI.

Parola [dell'uomo].
Il miracolo della parola (v. più avanti "parola"): ponte di comunicazione tra i mondi degli spiriti.
Nel Giulio Cesare di Shakespeare, Cesare dai rostri conduce il popolo da un sentimento all'opposto.
O'Connel conduce la camera inglese ai diritti dell'Irlanda.96
Napoleone, fuggito dall'Elba, ai battaglioni di Luigi XVIII risponde con un discorso, forse una frase come questa: «Soldati, ognuno di voi ha nella giberna il bastone da maresciallo. Quaranta secoli da queste piramidi vi stanno a contemplare».
96 Daniel O'Connell (in gaelico irlandese Dónal O Conaill) - conosciuto anche come The Liberator ("il Liberatore") o The Emancipator ("l'Emancipatore") (Cahersiveen, 6 agosto 1775 - Genova, 15 maggio 1847) è stato un politico e avvocato irlandese, figura predominante dell'Irlanda della prima metà del XIX secolo. Difensore della popolazione cattolica irlandese, discriminata dalle leggi britanniche, lottò per l'emancipazione (catholic emancipation), cioè l'abrogazione delle leggi penali irlandesi, emesse nel corso del XVII secolo e nei primi anni del XVIII e che discriminavano fortemente i cattolici irlandesi rispetto agli anglicani, e per l'abrogazione dell'atto d'unione del 1800 (Repeal) tra l'Irlanda e la Gran Bretagna. In Irlanda è ricordato come il fondatore di una forma non-violenta di nazionalismo irlandese e della mobilitazione della comunità cattolica, in numero predominante nel territorio, come forza politica atta a raggiungere l'emancipazione.
Lacordaire sull'abbraccio di Strane97 e Domenico: «Si abbracciavano in quel momento le due più grandi forze della terra: la povertà e la parola: povertà leva del mondo materiale, la parola lievito del mondo morale.
L'inabile parlatore può arrivare al frutto desolante di persuadere il contrario di quanto si era proposto.
97 Lettura incerta.

143. [pagina sciolta: credere]
Il grande romanziere russo Dostoevski nello schizzo del suo libro I Demoni fa pronunziare al protagonista questa dichiarazione: «Il punto cruciale della questione sta in questo: un uomo imbevuto della civiltà moderna, un europeo del nostro secolo, può ancora credere? Credere alla dottrina insegnata da Gesù, credere a questo galileo morto duemila anni fa? È possibile? È ragionevole? È intelligente?».98 Questo è il problema delle nostre conversazioni. È un uomo degno di fede, meritevole di essere creduto sulla parola?
Domenica scorsa, studiando la sua figura fisica, egli è apparso dai vangeli come un uomo perfettamente sano, anzi di un'eccezionale vigoria fisica. Oggi vogliamo ricostruire la sua costituzione psichica, il suo carattere, la linea dominante della sua psiche: se non suonasse irriverente, noi vorremo, sempre in base ai vangeli, farne una specie di perizia psichiatrica. Esporrò oggettivamente dati e fatti, lasciando a voi le conclusioni.99
98 «Un celebre scrittore russo fa chiedere ad un suo personaggio: «Un uomo colto, un europeo del nostro tempo, può credere ancora, può credere alla divinità di Gesù Cristo, Figlio di Dio? Poiché, alla fine, tutta la fede è là» (Dostoevski); e un famoso teologo cattolico tedesco commenta: «Il mistero di Cristo infatti non consiste, propriamente parlando, nel fatto ch'egli sia Dio, ma in ciò che egli sia insieme Dio e uomo. Il prodigio inaudito, incredibile, non è soltanto che sul volto di Cristo risplenda la maestà di Dio, ma che un Dio sia al tempo stesso un uomo, che un Dio si sia mostrato sotto la forma di un uomo» ([C.] Adam, Iesus Christus, 1934)» (Paolo VI, udienza generale, mercoledì, 18 dicembre 1968).
99 Cf. O 383-385: Gesù Cristo vero uomo (om. 114).
. . .
Ebbene, a un tale uomo noi siamo invitati a credere; ma prima di tirare le maglie del nostro ragionamento, dobbiamo scrutare — e lo faremo la prossima volta —, dobbiamo scrutare la sua figura morale.100

144. [pagina sciolta: esistenza di Dio]
Il principe dei narratori russi (Dostoevski) del secolo scorso faceva dire ad uno dei suoi personaggi: Se Dio non esiste, tutto è permesso.i°1 Se Dio non esiste, tutto è permesso.
- Perché questa conclusione è diventata principio per un'oligarchia prepotente, messasi a capo di un grande popolo, in gran parte ancora primitivo e sentimentale, oggi accecato da assiomi materialistici e da orgoglio materialista e imperialista, la tragedia ungherese che ha scosso il mondo civile di pietà e di orrore, è stata possibile. Anzi è ancora spavaldamente sostenuta come episodio normale e trascurabile d'ordine interno, e trova nella supina frenesia di servitù politica e mentale di non pochi indigeni e stranieri la più cinica complicità.

100 Cf. 0 386-389: Gesù Cristo vero uomo (om. 115); e 390-393: Gesù: il cuor ch'egli ebbe (om. 116).
101 «— Come, rimpiangi Dio? — Immaginati che qui, nei nervi... nella testa, cioè nel cervello, ci sono dei nervi... e in questi nervi (che il diavolo li porti!) ci sono certe fibrille; ebbene, non appena esse si mettono a vibrare... cioè, vedi, io guardo qualcosa con gli occhi cosí, esse vibrano, quelle fibrille, e, quando vibrano, si forma un'immagine, e non subito, ma in capo a un istante, a un secondo, viene un certo momento, cioè non un momento (che il diavolo li porti!) ma si forma un'immagine, di un oggetto cioè o di un'azione, insomma, al diavolo!, ecco perché io percepisco, e poi penso... grazie a quelle fibrille, e non perché io abbia un'anima e sia fatto a immagine e somiglianza, tutte queste sono sciocchezze. Michaíl mi spiegava ciò ancora ieri, fratello, e io rimasi come scottato. Magnifica, Aljòsa, questa scienza! Ne verrà fuori un uomo nuovo, questo lo capisco... Ma tuttavia rimpiango Dio! È bene anche questo, — disse Aljòsa.
— Che io rimpianga Dio? La chimica, fratello, la chimica! Non c'è niente da fare, Vostra reverenza, fatevi in là, passa la chimica! E Rakítin non ama Dio, oh, no! È il punto debole di tutti costoro! Ma lo nascondono. Mentiscono. Fingono. "Ebbene, esporrai queste cose nelle tue critiche?" gli domandò. — "Parlar chiaro non mi lasceranno", dice ridendo. — "Ma allora, domando, che sarà dell'uomo? Senza Dio e senza vita futura? Tutto è permesso dunque, tutto è lecito?"». Cf. anche 0 380.

  • Perché Dio non esiste, tutto è permesso.
  • È permesso fare la propaganda della pace per narcotizzare, disarmare coloro che si pensa domani soggiogare, e intanto preparare l'esercito più grande del mondo.
  • E permesso distribuire premi della pace, e asservire interi popoli deboli.

- È permesso parlare di democrazia, di libertà di popolo di lavoratori, e intanto organizzare lo stato più assolutista che la storia conosca, più poliziesco, più intollerante d'ogni libera manifestazione di pensiero, di fede, di azione.

  • Perché Dio non esiste è permesso creare sistemi artificiali di governo in paesi asserviti e disarmati; e quando questi cercano di sommoversi e di spogliarsi della camicia di forza che li soffoca, allora è permesso patteggiare per tradire, mitragliare per mettere ordine, invadere con un pesante esercito un paese quasi stremato di forze e ridotto alla farne, negare i gratuiti soccorsi della libertà mondiale.
  • È permesso fare di un popolo nobile e fiero una massa di schiavi. Noi sappiamo tutto questo ed altro ancora; ma ora che l'enormità della perfidia e della prepotenza ha raggiunto una così flagrante espressione, sentiamo i nostri animi commuoversi di sdegno e di pietà; e scuotendo l'inerzia abituale alla nostra moderna indifferenza di pensiero, risaliamo alla causa di questa immane rovina, e ne afferriamo la logica feroce. Perché si è rinnegato Dio al principio dell'essere e del dovere, è possibile, cioè adattabile ai più egoistici e crudeli interessi. Si è voluto spegne frel la luce centrale del pensiero e della morale, e si è fatto buio su tutta la vita. Quando Cristo fu inchiodato sulla croce, lui luce del mondo, «dall'ora sesta all'ora nona calarono le tenebre su tutta la terra» [Mt 27,45].

Eccidio brutale.
[...] Dobbiamo scongiurare tutti gli uomini di retto sentire a distinguere la loro professione civile dalla corresponsabilità, dalla complicità con le idee e le organizzazioni che parteggiano per l'iniqua oppressione spirituale, morale ed economica dei popoli di null'altro desiderosi che di dignità, di libertà e di pace. Dobbiamo [es]tendere
l'invito specialmente ai lavoratori intelligenti ed onesti a riflettere a quali formule sociali devono legare la sorte dei loro interessi e l'avvenire dei loro figli.
[...] Sciogliamo la nostra umile e potente confessione al Dio offeso, al Dio dimenticato, al Dio posposto ai tanti idoli terreni; e gli gridiamo la n[ostra] fede, la n[ostra] lode, la n[ostra] obbedienza. Lui proclamiamo principio; lui riconosciamo fine. Lui, con sant'Agostino, diciamo

  • causa di ciò che esiste,
  • ragione del nostro pensiero,
  • norma del nostro operare.

145. [foglio: peccato originale]
E perché la moderna apologetica per una più efficace e mordente presentazione della dottrina rivelata sul p [eccato] o [riginale], non potrebbe prendere le mosse dalla testimonianza che la letteratura contemporanea può offrire, allorché scruta la tragedia dell'uomo attuale? Come punto di partenza potrebbe servire, ad es[empio], ciò che

  • Luigi Pirandello dice dell'uomo chiuso in se stesso;102
  • Franz Kafka dice dell'uomo in sospeso;103

102 Luigi Pirandello (Agrigento, 28 giugno 1867 - Roma, 10 dicembre 1936) fu un drammaturgo, scrittore e poeta italiano, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1934. Significativa una sua autodefinizione: «Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos».
103 Franz Kafka (Praga, 3 luglio 1883 - Kierling, 3 giugno 1924) è stato uno scrittore austro-ungarico, cecoslovacco a partire dal 1918, di lingua tedesca. Una delle maggiori figure della letteratura del XX secolo. Le tematiche di Kafka, il senso di smarrimento e di angoscia di fronte all'esistenza, caricano la sua opera di contenuti filosofici che hanno stimolato l'esegesi della sua opera specialmente a partire dalla metà del novecento. I critici interpretano il suo lavoro nel contesto di differenti scuole letterarie quali modernismo e realismo magico. Non sono pochi i critici che hanno intravisto nei suoi testi elementi tali da farlo ritenere un interprete letterario dell'esistenzialismo. Altri infine hanno «coniato per Kafka la formula di "allegorismo vuoto". Come ogni autore allegorico, Kafka rappresenta una vicenda per "dire altro"; ma questo "altro" resta indecifrabile e dunque indicibile..» (Romano Luperini, Pietro Cataldi, La scrittura e l'interpretazione: storia della letteratura italiana nel quadro della civiltà e della letteratura dell'Occidente, Volume 3, Palumbo, 1999, p. 363).

  • André Malraux della disperata condizione umana;104
  • Alberto Camus dell'uomo assurdo;105

104 Scrittore e uomo politico francese (Parigi 1901 - Créteil, Parigi, 1976). Comunista, fu in Cina durante la guerra civile del 1927-28, partecipò alla guerra civile spagnola e alla resistenza antinazista. Abbandonato il partito comunista, entrò in politica nel partito del generale C. De Gaulle e fu più volte ministro. Tali esperienze confluirono nei suoi romanzi, costruiti sul motivo dell'avventura e dell'azione eroica in cui l'uomo ritrova la coscienza della solidarietà; il più noto è La condition humaine (1933), in cui Malraux raccontò la lotta tra i comunisti e i nazionalisti cinesi. I suoi romanzi poggiano sul motivo assoluto dell'avventura, dell'azione sollecitata da una volontà imperiosa, in cui l'eroe moderno ritrova la coscienza della solidarietà umana. Dopo Lunes en papier (1921), La tentation de l'Occident (1926) e il ciclo consacrato all'estremo oriente (Les conquérants, 1928; La voie royale, 1930; La condition humaine, 1933, che gli valse il premio Goncourt), denunciò il nazismo in Le temps du mepris (1935) e il fascismo spagnolo in L'espoir (1937), da cui egli stesso trasse un film; quindi espresse in Le noyers de lAltenburg (1943) il passaggio dal mito rivoluzionario all'idea di nazione. Nel dopoguerra approfondì la sua riflessione sull'arte in vari saggi: La psychologie de l'art (3 voll., 1947-49), nuova versione di un'opera del 1937 destinata a confluire in Les voix du silence (1951); Saturne, essai sur Goya (1950); Le musée imaginaire de la sculpture mondiale (3 voll., 1953-55); La métamorphose des dieux (1957), seguito da L'irréel (1974) e L'intemporel (1976); La téte d'obsidienne (1974). L'angoscia della morte traspare negli Antimémoires (1967) e in Lazare (1974). Scrisse anche Oraisons funèbres (1971), Les chénes qu'on abat... (1971), dialogo con De Gaulle, Hotes de passage (1975), L' homme précaire de la littérature (post., 1977).
105 Albert Camus (Mondovì, 7 novembre 1913 - Villeblevin, 4 gennaio 1960) è stato un filosofo, saggista, scrittore e drammaturgo francese. Per quanto alcuni critici ritengano Camus difficilmente catalogabile in una corrente letteraria definita, è indubitabile che egli tragga gli spunti per la sua narrativa filosofica dai turbamenti esistenziali della società europea tra le due guerre. Ed è in base a ciò che egli merita di essere considerato uno dei padri dell'esistenzialismo ateo novecentesco accanto a Jean-Paul Sartre, malgrado i forti elementi di contrasto tra i due, che vanno però visti sotto il profilo etico-politico più che filosofico. Aderenti entrambi alla resistenza, dove militarono nella formazione combat, e al partito comunista francese, ben presto Camus mostra l'inconciliabilità della sua visione del mondo col marxismo ortodosso; lascia il partito e si accosta al movimento anarchico. Ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 1957 (i suoi discorsi pronunciati in occasione del ritiro del premio sono raccolti in Discours de Suède, Gallimard). Il suo lavoro è sempre teso allo studio dei turbamenti dell'animo umano di fronte all'esistenza. La ricerca di un profondo e autentico legame fra gli esseri umani è reso impossibile dall'assurdo che incombe sull'esistenza umana. La ricerca del legame inter-umano che continuamente sfugge è simile allo sforzo immane che Sisifo compie per tornare sempre allo stesso punto. Il legame umano pare infine essere non altro che il rendersi consapevoli dell'assurdo e del cercare di superarlo nella solidarietà. Ma l'assurdo di certe manifestazioni volte a recidere il legame stesso, come ad esempio la guerra e le divisioni di pensiero in generale, incombe sugli uomini come una divinità malefica, che ne fa allo stesso tempo degli schiavi e dei ribelli, delle vittime e dei carnefici. L'unico scopo del vivere e dell'agire, per Camus, pare esprimersi dialetticamente fuori dell'intimità esperienziale, nel combattere nel sociale le ingiustizie, oltre che le espressioni di poca umanità, come la pena di morte. «Se la Natura condanna a morte l'uomo, che almeno l'uomo non lo faccia», usava dire.
- Cesare Pavese del mestiere di vivere;106
106 Tra realismo e simbolismo lirico si colloca l'opera di Cesare Pavese, per il quale la realtà delle natìe Langhe e della Torino della vita adulta diventa teatro delle proiezioni interiori, del profondo disagio esistenziale, dei miti immaginativi, della ricerca di autenticità, delle ossessioni psichiche. Così le colline e la città vedono come protagonista più la coscienza dell'autore che non la realtà esterna, ambientale e storica. Per questo va dissipato l'equivoco di un Pavese padre del neorealismo post-bellico. Le componenti esistenziali hanno un cospicuo rilievo ed entrano direttamente come materia di scrittura nell'opera di Pavese. L'aspetto forse più vistoso del suo appartenere al decadentismo è offerto dalla crisi del rapporto tra arte e vita. È l'epoca della noluntas; l'artista si lascia vivere, è pieno di contraddizioni e di conflitti. Sua unica ricchezza è una sensibilità che non serve a nulla e agisce soltanto in senso negativo, corrodendo ogni certezza sul destino del mondo, della storia, dell'individuo. C'è uno scompenso fondamentale tra il sentire, il capire e l'agire, per cui il primo elemento determina una specie di paralisi degli altri due. L'artista decadente, smarrita assieme ai valori tradizionali ogni volontà di agire, si trova nell'incapacità di affrontare l'esistenza, gravemente handicappato nei rapporti umani, sempre a disagio in ogni situazione esistenziale, con grosse tare nevrotiche originate proprio da questa situazione di inadeguatezza nei confronti della vita. Ecco allora che vivere diventa "mestiere" da apprendere con grande pena e spesso senza risultati. In tale situazione di sradicamento l'arte appare come sostituto integrale dell'esistenza. «Ho imparato a scrivere, non a vivere», ma anche come unico rimedio, la sola possibilità di sentirsi vivi e, per un attimo, persino felici. «Quando scrivo sono normale, equilibrato, sereno», dice Pavese. Per la letteratura del novecento, il grado di autenticità poetica è determinato dalla misura di aderenza alla sconsolata visione dell'uomo, colto nel suo destino di angoscia. Autenticità e morte diventano sinonimi, vivere è "essere per la morte".

- Eugenio O'Neil della vacuità della vita umana.107
107 Eugene Gladstone O'Neill (New York, 16 ottobre 1888 - Boston, 27 novembre 1953) è stato un drammaturgo statunitense, premio Nobel per la letteratura nel 1936 e figura fondamentale del teatro negli USA. Prima di lui, infatti, negli Stati Uniti il teatro, forse anche per l'ostracismo puritano contro gli spettacoli, praticamente non esisteva. Così, in mancanza di una tradizione nazionale, O'Neill attinse strumenti, tecniche, idee da tutto il teatro europeo. Usò e ricreò il coro e le maschere del teatro greco, le tecniche del melodramma e, soprattutto, quelle del realismo ibseniano, fuse con quelle dell'espressionismo di Johan August Strindberg. Il suo fu il primo tentativo di trattare criticamente gli elementi di corruzione, disgregazione, e alienazione della civiltà statunitense. Figlio di un attore irlandese, cattolico, da piccolo frequentò per sei anni scuole cattoliche prima di iscriversi all'accademia di Stamdford. Iscrittosi all'università di Princeton, ne fu espulso dopo un anno e subì la stessa sorte all'università di Harvard a causa di stati di ubriachezza. Da allora fu un susseguirsi di avventure, di contatti con gli uomini più diversi: sposo solamente per tre giorni con una moglie preoccupata e fuggitiva a causa dalla sua dissolutezza, cercatore d'oro in Honduras dopo un naufragio, marinaio sui mari del sud, disoccupato sul fronte del porto di Buenos Aires, direttore di scena nella compagnia del padre. Questa girandola di esperienze finì quando, malato di tubercolosi, negli Stati Uniti dovette entrare in sanatorio. Qui, dopo ampie letture di Ibsen e Strindberg, scoprì la sua vocazione di scrittore e, dimesso, iniziò la produzione teatrale, al Teatro di Provincetown dove le prime opere di O'Neill vennero rappresentate. Nei Drammi marini fece rivivere gli uomini e le scene incontrati negli anni precedenti: marinai, prostitute, fuorilegge, vecchi vapori, bettole, tutti al centro di un fatalismo che spesso non lasciava speranze. In viaggio per Cardiff (1916) fu un successo, Oltre l'orizzonte, che conquistò il premio Pulitzer nel 1920, un dramma ambientato nei campi agricoli e nella campagna, nel quale l'autore mise in evidenze le passioni primitive ed i sentimenti. In questa opera O'Neill cercò un filo conduttore con gli eroi del teatro greco ed orientale, e lo intravide nella difficoltà che i protagonisti incontrano nella lotta per la sopravvivenza.

Del resto non è forse la traiettoria seguita dai grandi romanzieri cattolici contemporanei, come Francois Mauriac,108

108 Francois Mauriac (Bordeaux 11 octobre 1885 - Paris 1 septembre 1970) è uno degli scrittori francesi ai quali è stato assegnato nel 1926 il Grand prix du roman de l'académie francaise ed è stato eletto nel 1933 membre de l'académie francaise au fauteuil n° 22. Ricevette il premio Nobel per la letteratura nel 1952. Francois Mauriac nacque 1'11 ottobre 1885 a Bordeaux, da Jean-Paul Mauriac (1850-1887), mercante di legname per botti e proprietario terriero in Guascogna, e da Claire Coiffard, ereditiera di una famiglia di negozianti di Bordeaux. Dal 1892, frequentò le scuole primarie e secondarie presso i Marianisti dell'istituto Sainte Marie Grand-Lebrun a Caudéran, dove stabilì un'amicizia destinata a durare tutta la vita con André Lacaze. Perso il secondo anno di filosofia, Mauriac preferì ripeterlo presso il liceo statale di Bordeaux. Qui, l'insigne professore Marcel Drouin, cognato di André Gide, gli fece scoprire gli scritti di Paul Claudel, Francis Jammes, Henri de Régnier, Arthur Rimbaud, Charles Baudelaire, Colette e Gide (soprattutto L'immoraliste e Les nourritures terrestres, che lasceranno un segno su di lui), tutti proibiti presso i frati e la sua famiglia di origine, e che finiranno per costituire il suo corpus letterario. A quell'epoca risale anche la scoperta dei testi e del pensiero di Maurice Barrés, che segneranno la sua giovinezza. Conseguito il diploma di maturità nel luglio del 1904, studiò letteratura all'università di Bordeaux, sotto la direzione di Fortunat Strowski. Ebbe allora come compagno di classe Jean de la Ville de Mirmont e strinse amicizia con André Lafon. A partire dal 1905 frequentò i circoli bordolesi di Sillon de Marc Sangnier, del movimento cattolico «Ouvriériste», a cui si sentiva vicino ma che lo lasciò insoddisfatto, e da cui si dissociò definitivamente nel giugno 1907. Questi ambienti cattolici erano vicini al modernismo, con esegeti e filosofi di tendenza che mettevano in dubbio l'identità storica di Cristo, se non la stessa fede cristiana. Nella prefazione alla sua Vie de Jésus, Mauriac confessa di essere stato profondamente turbato dal moderrnismo, prima di rendersi conto della contrarietà a priori contro il soprannaturale di questa corrente di pensiero. Così, nel caso del Sillon, la rottura non impedirà che Mauriac assuma delle attitudini politiche che, per lui, ne prolungavano lo spirito. Col modernismo, in compenso, la rottura fu completa e senza compromessi, al punto che la prefazione alla seconda edizione della Vie de Jésus prende violentemente posizione contro la principale figura del modernismo Alfred Loisy.

Graham Greene,109
109 Henry Graham Greene (Berkhampsted, 2 ottobre 1904 - Corsier-sur-Vevey, 3 aprile 1991) è stato uno scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, autore di libri di viaggi, agente segreto e critico letterario inglese. Dopo la laurea in storia, Greene intraprese con successo la carriera di giornalista, prima al Nottingham Journal, e poi come redattore del The Times. Quando era a Nottingham cominciò una corrispondenza con Vivien Dayrell-Browning, una convertita al cattolicesimo che gli aveva scritto per correggerlo circa un aspetto della dottrina cattolica. Nel 1926 (episodio descritto in A sort of life), una crisi religiosa lo induce ad abbandonare il protestantesimo per convertirsi al cattolicesimo, e da quel momento la sua opera letteraria ne fu profondamente influenzata. Fu battezzato nel febbraio dello stesso anno. Sposò Vivien nel 1927 ed ebbero due figli, Lucy (1933) e Francis (1936). Nel 1948 Greene lasciò Vivien per Dorothy Glover. Ebbe relazioni con numerose donne, ma non divorziò mai. Dal 1930 al 1935 si dedicò unicamente alla narrativa, pubblicando un libro all'anno. Nel 1935 tornò al giornalismo diventando critico cinematografico per lo Spectator fino al 1939. Le sue opere esplorano la morale ambivalente e le questioni politiche del mondo moderno. Greene è stato uno scrittore impegnato ma ha conosciuto anche grande popolarità. Anche se Greene rifiutava di essere definito un romanziere cattolico piuttosto che un romanziere che era anche cattolico, i temi religiosi cattolici sono alla radice di molti suoi scritti, specialmente i quattro romanzi cattolici maggiori: La roccia di Brighton, Il nocciolo della questione, Fine di una storia e Il potere e la gloria. Opere come Un americano tranquillo, Il nostro agente allAvana e fattore umano mostrano anche un grande interesse per le operazioni di politica internazionale e spionaggio.

George Bernanos? 110
110 Nato a Parigi nel 1888, ha vissuto l'infanzia per lo più nella regione Passo di Calais. È morto a Neuilly-sur-Seine nel 1948. Nel 1936 viene pubblicato Diario di un curato di campagna (Journal d'un curé de campagne): insignito del grand prix dell'académie francaise. Nel libro sono presenti e convergono due diverse sensibilità spirituali: quella del curato d'Ars e quella di santa Teresa del bambin Gesù, entrambi santificati da Pio XI nel 1925. Similmente a Giovanni Maria Vianney, il giovane prete protagonista del romanzo è divorato da un forte zelo apostolico, totalmente dedito alla santificazione del gregge a lui affidato. Di Teresa invece segue la via dell'"infanzia spirituale". Anche il "tutto è grazia" con cui il romanzo si chiude non è una frase di Bernanos, bensì della famosa santa. È importante inoltre segnalare che per gran parte delle riflessioni che arricchiscono il romanzo Berna-nos attinge al romanzo di Ernest Hello, L'uomo (L'homme). Bernanos ambienta spesso i propri romanzi nei villaggi della sua regione natale, l'Artois, portandone alla luce gli aspetti più nascosti e più oscuri. La figura del prete, attorno alla quale gravitano notabili del luogo (nobili castellani e borghesi), piccoli commercianti e contadini, è molto presente nell'opera di Bernanos, anche come personaggio principale (è il caso di Diario di un curato di campagna). Il divino e il soprannaturale sono chiamati più volte in causa nei suoi romanzi, così come troviamo una profonda caratterizzazione psicologica dei personaggi, impegnati in una perenne lotta interiore tra il bene e il male. Tale lotta descritta da Bernanos non si trasforma però in una "diabolizzazione" dei personaggi ma piuttosto esprime, come in Mauriac, l'ansia di capire fino in fondo e al di là di ogni apparenza esteriore le profondità dell'animo umano. Solitario e isolato nella sua denuncia — quantomeno in Francia, Bernanos si era scagliato contro i tradimenti tanto dello Stato francese che di quei cattolici e di quel clero che avevano appoggiato il franchismo con complicità criminale (I grandi cimiteri sotto la luna).
Tutta la grande narrativa e letteratura moderna è una eloquente dimostrazione ab absurdo della verità su cui stiamo meditando! In questa materia io purtroppo sono assolutamente profano e non ho che una culturina di quarta mano.

146. [pagina sciolta: fine del mondo]
Cinque sono i segni che preannunceranno la fine del mondo.

  • Il primo è la predicazione del vangelo in tutto il mondo, la diffusione della vera religione tra tutti i popoli della terra.
  • Il secondo segno è la venuta dell'Anticristo, cioè di un potentissimo avversario di Gesù, che con falsi miracoli e con astuzia diabolica ingannerà molti fedeli e li allontanerà dalla vera religione. La grande apostasia di popoli.
  • Il terzo segno è la conversione degli ebrei alla chiesa cattolica.
  • Lo sconvolgimento della terra e del cielo, lo spaventevole rovinio di tutte le cose, l'universale incendio di tutti gli elementi, che chiuderà il tempo ed aprirà l'eternità.111

147. [pagina sciolta: la morte]
Un teschio in mano.
Nella tragedia di Shakespeare, Amleto davanti alla terra smossa di un cimitero, una mano al mento e nell'altra un teschio, medita sulla morte...

111 Manca il quinto segno enunciato. Sulla stessa pagina uno schema di predica: - Il vangelo della fine.

  • I segni.
  • La morte.
  • La candela. Alla sua luce.
  • La salvezza dell'anima.
  • Forse per te.

Vorrei parlarti della morte.
... Veramente, è questo un soggetto di riflessione per giovani di sedici - vent'anni, che sentono in sé svilupparsi e bollire impetuosa la vita ricca di splendide speranze?
Sì... perché la tua madre, la chiesa, che conosce i giovani — ne ha educati milioni attraverso i secoli — richiama spesso l'idea della morte nella liturgia. E in questo la chiesa è moderna: i giovani di oggi amano guardare in faccia la verità nuda, specie se tragica e pericolosa... Orbene è un fatto: io morirò, tu morirai...
Pascal con la sua abituale perspicacia ha scritto: «Gli uomini non avendo potuto guarire la morte, si sono accontentati, per essere felici, di non pensarci...» e con la sua pungente ironia: «Questo è quanto hanno potuto inventare per consolarsi».112
Poiché la morte è una realtà, guardiamola in faccia, come s'usa nella tua età: «Fare fronte», diceva Guyuemer. 113

148. [pagina sciolta: l'eternità delle pene]
Di qui errori e sviamenti non solo antichi, ma anche moderni. Tre sono le difficoltà oggi più comunemente mosse contro l'eternità delle pene:
1. Dio giusto. Come potrebbe punire per tutta l'eternità il peccato di un attimo, o anche di una vita, che è poi sempre un attimo di fronte all'eternità? Punisca pure il peccato di un giorno con un secolo di pene; il peccato di un anno con un millennio di pene, ma che ci sia una fine.

112 «Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l'ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici» (Pascal, Pensieri 168).
113 Georges Marie Ludovic Jules Guynemer (Parigi, 24 dicembre 1894 - Poelkapelle, 11 settembre 1917) è stato un aviatore francese. Fu un asso dell'aviazione francese della prima guerra mondiale. Capitano d'aviazione, ha riportato cinquantatré vittorie omologate e almeno trenta non ufficiali. Ha pilotato vari tipi di Morane-Saulnier e soprattutto lo SPAD VII, ha conosciuto successi e sconfitte (fu abbattuto sette volte), si legò fino alla fine alla squadriglia 3, ribattezzata le cicogne per l'immagine di tale uccello dipinta sulle fiancate degli aerei. Fra il 1914 e il 1918, le Cicogne furono l'unità che riportò il maggior numero di successi per l'aviazione francese.

  • Dio è sapiente e non fa delle cose inutili. Ora la pena eterna è inutile. A chi serve? Non serve al dannato, perché non può ravvedersi. Non serve agli altri, perché dopo il giudizio universale tutti avranno ricevuto la sorte definitiva.
  • Dio è buono, è tutto amore. Ora non sarebbe tutto amore se a un certo punto non dicesse: Basta, e chiudesse l'inferno, chiamando tutti in paradiso.

Di queste difficoltà si è fatto portavoce recentemente un grande scrittore cattolico, Giovanni Papini, in un suo libro sul diavolo) 114
114 Nacque in una famiglia artigiana da Luigi Papini, ex garibaldino e repubblicano ateo e anticlericale, ed Erminia Cardini, che lo fece battezzare all'insaputa del padre. Ebbe un'infanzia e un'adolescenza molto povere e solitarie, passate a leggere i libri della biblioteca del nonno prima e di quella pubblica poi. Si diplomò maestro nel 1899, insegnando per qualche anno, poi diventò bibliotecario. Attirato dalla letteratura, collaborò con le riviste fiorentine La Rivista, Sapientia e Il Giglio. Nel 1903, fondò assieme a Giuseppe Prezzolini, Giovanni Vailati e Mario Calderoni la rivista Leonardo, poi collaborò come redattore capo ne Il Regno del nazionalista Enrico Corradini. Iniziò a pubblicare alcuni racconti e saggi, fra cui Il crepuscolo dei filosofi (1905), nel quale criticò i sistemi filosofici di Immanuel Kant, Friedrich Hegel, Arthur Schopenhauer, Auguste Comte, Herbert Spencer e Friedrich Nietzsche, dichiarando infine la morte della filosofia stessa. Nello stesso anno, pubblicò Il tragico quotidiano che sancì, assieme a Il pilota cieco (1907), la nascita delle cosiddette "novelle metafisiche", un genere letterario che innovò profondamente l'ambito novellistico. Nel 1943 si fece terziario francescano nel convento della Verna. Dopo la seconda guerra mondiale, pur emarginato di fatto dal mondo della cultura ed appoggiato dai soli cattolici tradizionalisti, pubblicò libri che fecero ancora scalpore come le Lettere agli uomini di Celestino VI (1946), la Vita di Michelangelo (1949), Il libro nero (1951) e soprattutto Il diavolo (1953). Da ricordare anche La loggia dei busti e La spia del mondo (entrambi del 1955). Scrittore controverso fu apprezzato peraltro da Jorge Luis Borges che ritenne lo scrittore "immeritatamente dimenticato". In filosofia fu seguace del pragmatismo e apprezzato da William James. Fu ammirato da Bruno de Finetti, il fondatore dell'interpretazione soggettivistica della teoria della probabilità. Il diavolo di Giovanni Papini è opera controversa che l'autore pubblicò negli anni Cinquanta per illustrare le proprie tesi su Satana. Tesi peraltro non pienamente conformi all'ortodossia cattolica, tanto che alla sua uscita l'opera fu inclusa nell'Indice dei libri proibiti", quell'elenco in cui la chiesa includeva le opere vivamente sconsigliate ai cattolici. Detto elenco è poi stato abolito anche in seguito alle innovazioni del concilio Vaticano II. Secondo Papini il diavolo è incarnazione del Male, è l'angelo che si è ribellato a Dio ed è stato conseguentemente precipitato nell'abisso. Secondo Papini tuttavia la divina misericordia è infinita e, alla fine, anche Satana verrà salvato e perdonato.

La caduta di Satana e il dolore di Dio
«Se Dio è amore, dev'essere, necessariamente, anche dolore. Se l'amore è comunione perfetta tra l'amato e l'amante ne segue che ogni pena e sventura dell'amato intenebra e intossica l'anima dell'amante. Se Dio ama le sue creature come un padre ama i suoi figli, indicibilmente più di quel che un padre terrestre ami i figlioli del suo sangue, Dio deve soffrire e sicuramente soffre dell'infelicità degli esseri che la sua potenza suscitò dal nulla. E se Dio per natura, tutto è infinito, possiamo pensare che il suo dolore sia infinito così com'è infinito il suo amore. Noi non pensiamo abbastanza a questo infinito dolore di Dio. Noi non abbiamo alcuna pietà di questo dolore di Dio. I più tra quelli stessi che si riconoscono suoi, non si curano di comprendere e di consolare la smisurata afflizione di Dio. Noi chiediamo al Padre doni, interventi, perdonanze: ma nessuno partecipa con la tenerezza di un consapevole affetto filiale alla perenne angoscia di Dio. Vi furono santi, e forse ancor ve ne sono, che vollero risentire e accettare e ripetere in loro stessi le torture atroci della visibile passione di Gerusalemme. 115 Ma il dolore di Cristo] non fu che un momento, sia pure essenziale e supremo, del dolore di Dio.
115 La frase è stata inserita nell'originale nell'interlinea di una riga successiva, cancellata, che iniziava: Tutti trovarono sommamente giusta... Si ritroverà sul quinto foglio. Deve trattarsi di una citazione che in un primo momento don Quadrio pensava di restringere.
Fu, se è lecito usare una profanissima parola in tema tutto sublime e sacro, la "fase spettacolare" del divino dolore. Si manifestò in un punto della terra, in forme terribilmente umane, e ha percosso e commosso e scosso le troppo umane fantasie degli amanti. Ma la passione di Cristo non fu che la fisica epifania, circoscritta nel tempo e nello spazio, di una passione ch'è anteriore e posteriore alla croce. La croce non è che il simbolo finito e tangibile di una crocifissione che la precede e la segue. "Cristo sarà in agonia fino alla fine del mondo" ha scritto un uomo che ha penetrato il senso tragico del cristianesimo assai più degli estensori dei digesti dogmatici.116 Ma egli avrebbe potuto aggiungere che Dio fu in afonia fin dai primi tempi del mondo. La vita del creatore è stata, fin dal principio, passione, cioè un patire, un soffrire, un eterno spasimare e dolorare. Chi non ama Dio nel suo dolore non merita il suo amore.
116 «Come giustamente scrive Blaise Pascal, "Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo" (Pensieri 553). Se il venerdì santo è giorno pieno di tristezza, è dunque al tempo stesso, giorno quanto mai propizio per ridestare la nostra fede, per rinsaldare la nostra speranza e il coraggio di portare ciascuno la nostra croce con umiltà, fiducia ed abbandono in Dio, certi del suo sostegno e della sua vittoria. Canta la liturgia di questo giorno: O Crux, ave, spes unica — Ave, o croce, unica speranza!» (Benedetto XVI, Udienza generale, Piazza San Pietro, mercoledì, 8 aprile 2009). Nell'originale corretto in: dornmatici, variante che don Quadrio non usa mai. Variante ripresa probabilmente dalla citazione.

Mirabilmente scrisse il grande Origene: "Il salvatore è disceso sulla terra per pietà del genere umano. Ha subito le nostre passioni prima di soffrire la croce, prima ancora d'essersi degnato di prendere la nostra carne: se infatti non le avesse subite prima, non sarebbe venuto  a partecipare alla nostra vita umana. Ma qual è questa passione ch'egli ha subito per noi? E la passione dell'amore. Ma il Padre stesso, Dio dell'universo, lui che è pieno di longanimità, di misericordia e di pietà, non è vero che in qualche modo anch'egli soffre? Oppure ignori che quando si occupa delle cose umane, Egli soffre una passione umana? "Perché il Signore tuo Dio ha preso su di se la tua Vita, come colui che prende su di sé il suo bambino" (Deut 1,31). Dio dunque prende su di sé la nostra vita, come il Figlio di Dio prende le nostre passioni. Neppure il Padre è impassibile. Se lo si prega, egli ha pietà e compassione" (Omelia su Ezechiele 6,6).
La vita di Dio, come quella dell'uomo, è dunque tragedia. La creazione, sorta dalla sua amorosa volontà di far partecipare altri esseri alla gioia della sua perfezione, fu causa e mezzo di perdizione. Egli desiderava in[n]alzare, sollevare, far assurgere le creature fino a quel culmine dove il non essere può attingere l'essere é-dovette assistere agli abbandoni, alle ribellioni, alle diserzioni, alle cadute. Aveva creato un angelo più degli altri perfetto, più di tutti prossimo e simile a lui e quell'angelo cadde. Aveva creato, nel giardino della terra, un essere miracoloso, modellato dalle sue mani, animato dal suo soffio, munito di coscienza e di scienza e anche l'uomo cadde. La più divina creatura celeste insorse contro Dio. All'una e all'altra non aveva potuto rifiutare il privilegio della libertà, suggello della voluta rassomiglianza tra l'artefice e i suoi capolavori, ma l'una e l'altra creatura usarono della libertà per deturpare e rinnegare quella somiglianza. La perfezione dà origine al peccato, la gioia ha per conseguenza la condanna, la luce ha per risposta rofre-sa delle tenebre. Vi fu mai nell'universo e nell'infinito, a pensarci, tragedia più spaventosamente tragica di questa dialettica della libertà?
Tutti trovarono sommamente giusta la condanna di Satana. Ma vi fu mai nessuno fino ad oggi che abbia pensato e sentito come questa condanna sia stata al tempo stesso condanna di Dio al dolore? Il castigo di Lucifero divenne subito, in altra rorma, il castigo di Dio.
Nemmeno Dio può fuggire una legge da lui stesso resa immanente in ogni giustizia: nessun giudice può infliggere una pena senza prendere sopra di sé una pena equivalente a quella comminata dalla sua sentenza. Al giusto è tutto giusto solo in quanto accetta di pagare anche lui per il colpevole» 117 (Giov[anni] Papini, Il diavolo).
117 La parentesi non viene chiusa.

149. [pagina sciolta: chiese separate]
Chiese separate - ottavario
Una delle più grandi tragedie del cristianesimo, forse inferiore solo all'apostasia laico-comunistica del giorno d'oggi.
1. Come e perché avvenne?
a) Senza una rivolta e vissuta dalla comunità cristiana:

  • indifferente la massa che se ne andò per contese di capi e di dottori;
  • indifferente la massa che rimase spesso solo per forza di inerzia;

b) perché il cristianesimo vivo e operante comunitariamente si era
sfaldato. Data  quest'anemia intima, bastarono fenomeni politici, razziali, dottrinali di ben poco rilievo, a sfaldare la comunità cristiana anche giuridicamente. La separaz[ione] giuridica sanzionò lo sfaldamento reale di fatto.
2. Situazione presente.

  • Oggettivamente i separati sono fuori della vera chiesa, fuori dell'unità di fede, regime e culto, in cui invece oggettivamente si trovano i cattolici;
  • soggettivamente i separati possono essere più vicini a Cristo, più uniti al corpo mistico, più santi che non lo siamo noi soggettivamente;
  • molti separati, benché oggettivamente fuori della via della salvezza, si salveranno (rispetto, comprensione, amore);
  • molti cattolici, benché oggettivamente nella via della salvezza, si danneranno.

3. Metodo di riconquista.
Deve intonarsi alle cause della separazione:

  • causa profonda della separazione, non le schermaglie giuridiche, politiche, dottrinali, ma piuttosto la profonda defezione dei cristiani da Cristo  capo e vincolo unitario della chiesa;
  • metodo di riconquista essenziale: ricostituire una comunità cristiana viva e operante, capace di essere un centro di attrazione e polarizzazione. Preghiera, azione, sacrificio = contributo personale.

150. [foglio: missioni]
Missioni: pensieri.
Qual è la situazione odierna degli uomini di fronte al credo nel mondo?
Lo ignorano del tutto: maomettani, ebrei.
Lo conoscono: cristiani.
Tra i cristiani:

  • lo accettano integralmente in tutte le sue conseguenze: cattolici;
  • lo accettano, respingendo varie conseguenze e applicazioni: protestanti, orientali dissidenti. Tra i cattolici: lo professano e lo praticano circa il venti per cento.

Responsabilità dei cattolici di fronte al problema missionario.
Un cattolico che non fa nulla per propagare la sua fede, non è degno di essa.
Chi non lavora per le missioni è un parassita nella chiesa, un membro minorato, un figlio inetto, in perpetua minorità.
Chi è indifferente alle missioni è un figlio ingrato verso sua madre la chiesa, da cui tutto ha ricevuto.
Doveri del cristiano: solo due posizioni sono possibili:

  • o andare come sacerdote, come catechista, come medico (dott. Schweitzer),118 come infermiera, come aiutante;
  • o mandare: 1. preghiere; 2. offerte; 3. vocazioni.

151. [pagina sciolta: Maria nel protestantesimo]
Max Thurian, vicepriore della comunità protestante di Taizé, Marie mère du Seigneur, figure de l'église.119
118 Albert Schweitzer nacque a Kaysersberg, in quella zona dell'Alsazia meridionale appartenente al dipartimento dell'Alto Reno (territorio francese prima del 1871 e dopo il 1919), il 14 gennaio 1875. Suo padre, Ludwig Schweitzer, era un pastore luterano a Gunsbach, un piccolo villaggio alsaziano in cui crebbe il giovane Albert. Particolarità della chiesa ove predicava il padre, era che si trattava del luogo di culto comune a due paesi — Gunsbach e Griesbach-au-Val — e a due confessioni religiose, cattolica e protestante. Ancora oggi le celebrazioni si suddividono fra riti in francese, riti in tedesco e riti bilingui. A questo proposito Schweitzer scrive nel suo Aus meiner Kindheit und Jugendzeit (Dalla mia infanzia e adolescenza): «Da questa chiesa aperta ai due culti ho ricavato un alto insegnamento per la vita: la conciliazione [...] Le differenze tra le chiese sono destinate a scomparire. Già da bambino mi sembrava bello che nel nostro paese cattolici e protestanti celebrassero le loro feste nello stesso tempio». Era un bambino malaticcio, tardo nel leggere e nello scrivere, faceva fatica a imparare. Da fanciullo riusciva egregiamente solo nella musica, a sette anni compose un inno, a otto cominciò a suonare l'organo, a nove sostituì un organista nelle funzioni in chiesa (grazie a questo conobbe la moglie che era una pianista). Aveva pochi amici, ma dentro di sé coltivava già una spiccata e generosa emotività, estesa anche agli animali, dimostrata dalla preghiera che, sin da bambino, rivolgeva a Dio invocandone la protezione verso tutte le creature viventi.
119 Max Thurian (Ginevra, 16 agosto 1921 - Ginevra, 15 agosto 1996) è stato un monaco svizzero, cofondatore e vice priore della comunità di Taizé. Di religione protestante, fu, assieme a frère Roger, relatore, in quanto teologo dell'ecumenismo, al concilio Vaticano secondo. Auspicava che la comunità di Taizé, di natura prevalentemente protestante, aderisse alla chiesa cattolica. Aderì alla chiesa cattolica e il 3 maggio 1987 fu ordinato presbitero dal cardinale Corrado Ursi, arcivescovo di Napoli. Il 30 settembre 1992 fu nominato da Giovanni Paolo II membro della commissione teologica internazionale. La sua vita fu dedicata ai temi ecumenici, condivisa con i fratelli della comunità di Taizé che al momento del suo abbandono chiesero ed ottennero che tornasse ogni tanto alla comunità e che alla sua morte si facesse seppellire nel piccolo cimitero della chiesa romanica di Taizé. Oggi riposa a pochi passi dalla tomba del confratello Roger.

Dimostra [come la posiz[ione] dei primi riformatori riguardo alla Madonna - Lutero, Calvino e i loro primi seguaci - non era tanto lontana da quella cattolica, quanto lo è stato e spesso [lo è] ancora adesso. Autorità [a cui ricorre]: si appoggia di continuo sulla scrittura: influsso sui protestanti di qualunque denominazione.

  • Antico] t[estamento]: filia Sion, arca templi.
  • N[uovo] t[estamento]: piena gratiae" = nomen novum:

vera sanctitas - perficta oppositio ad peccatum;
ratio = divina maternitas virginalis.
La verginità di Maria è un dato oggettivo e indubbio del testo del N[uovo] destamento] (p. 40).
Segno della prossimità eccezionale di Maria a Dio.
Segno della vita futura: neque nubent.12°
Anche Lutero nell'anno di sua morte confessò la perfetta e perpetua verginità di Maria: «Vergine prima della concezione e del parto, tale rimase nel parto e dopo il parto» (p. 56).
Madre di Dio in senso proprio, perché madre di una persona divina che ha preso una natura umana. Mater Domini mei.121
Madre associata ai dolori del Figlio, secondo] la profezia di Simeone:
madre del redentore.
Figura della chiesa.

  • A Cana è figura della chiesa confessante la gloria del Figlio di Dio.
  • Sul Calvario simbolo della chiesa compaziente, credente, amante.

120 Mt 22,30.
121 Lc 1,43.
L'apparizione dell'Apocalisse: La donna vestita di sole rappresenta insieme Maria, la chiesa [Ap 12,1-6]. La vittoria di Maria e della chiesa come frutto della risurrezione di Cristo. I"a[utore] pensa solo alla glo-
Rimane un libro protestante, per quanto tutto pieno di fervore mariano.

  • Glorificazione della sola anima.
  • p. 272: «Non è questione di rendere un culto a Maria, ma di rendere grazie e gloria a Dio solo di tutto ciò che ha fatto per lei». Forse l'equivoco sta nel termine culto:
  • culto di adorazione = siamo d'accordo.
  • culto di venerazione, ammirazione, lode = ne sono piene le pagine di Thurian.
  • culto = preghiera di intercessione rivolta a Maria = qualche accenno:
  • a Cana Maria intercedette
  • sul Calvario è detta madre di tutti nella persona di Giov[anni], protettrice.

Più i cattolici sono vicini alla chiesa, tanta maggior simpatia sentono per Maria e vice versa. Termometro di cattolicità.
De laudando in Maria Deo: è il titolo di un'opera del protestante Oecolampadio (1521).

152. [scheda: la tentazione]
Giac 1,13.
Sfortunatamente non tutti [i] cristiani rimangono stabili e molti sono sopraffatti dalla tentazione. Essi vengono ammoniti di non gettare in Dio il rimprovero per la loro caduta.
(Le) tentazioni possono essere considerate come esterne difficoltà (trials) o interne sollecitazioni al peccato...
In sé le tentazioni non sono peccato, e quando vi si resiste, esse sono occasioni per esercitare la virtù. Quando non vi si resiste, il volontario consenso alla tentazione è ciò che costituisce il peccato.
[V.] 13. Gli uomini deboli sono così portati a cercare di attribuire il biasimo per la loro incostanza a Dio, che li pone in tali circostanze, dà loro una disposizione così incline, e permette che loro incontrino tali cattivi compagni. Ma Dio stesso non è tentato dal male e ogni cosa peccaminosa è assolutamente estranea alla sua natura. Egli non può desiderare il male, né sollecitare l'uomo a commettere il male.
Mt 26,41: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione: lo spirito è ardente, ma la carne è debole».
1 Cor 10,12: «Nessuna tentazione vi è sopravvenuta, che passasse la misura umana. Dio è fedele; egli non permetterà [che] voi siate tentati al di là delle vostre] forze». Con la tentazione, vi darà il mezzo di uscirne e la forza di superarla.

153. [pagina di quaderno: uno schedario ordinato alfabeticamente: il peccato]
Peccato.
Si può dire paradossalmente che è la grande tragedia di Dio.
Il peccato è il male di Dio, poiché è la negazione, fatta dalla creatura, dell'esistenza di Dio, della sua verità, della sua sovranità, della sua santità, della sua bontà. Praticamente essa (l'anima che pecca) nega che Dio sia la sovrana sapienza, che abbia il diritto di stabilire delle leggi... Essa abbassa Dio al di sotto della creatura. Non serviam. ..122 Lo grida con la bocca? No, almeno non sempre; forse essa non lo vorrebbe neppure; ma lo grida col suo atto... Praticamente, se la cosa non fosse resa impossibile dalla natura della divinità, quest'anima farebbe del male alla maestà ed alla bontà infinita; essa distruggerebbe Dio. E non è forse ciò che è accaduto? Quando Dio ha vestito una forma umana, il peccato non l'ha raggiunto fino a farlo morire? (M[armion], Cristo vita dell'alnima I, pp. 243-4).
Il peccato e Gesù Cristo [Geremia].
122 Tuttavia, nella Vulgata Latina, Geremia lamenta che il popolo di Israele dice Won serviam" per esprimere il loro rifiuto di Dio. Le parole divennero un'espressione generale del modo comune di rifiutare Dio, le stesse che avrebbero causato la caduta di Lucifero. Le parole sono così state attribuite a Lucifero stesso.
Guardiamolo agonizzante nell'orto e lacero e sang[uinante]123 sulla croce.
123 Lettura e integrazione incerte.
Purezza infinita di Cristo: Gv 14,30; Gv 12,28: Quis arguet me de peccato?;
Eb 1,3;
Eum qui non noverat peccatum, pro nobis peccatum fecit (2 Cor 5,21).
Factus est pro nobis maledictum (Gal 3,13).
Vere languores nostros ipse tulit et dolores nostros ipse portavit. et posuit Dominus in eo iniquitatem omnium nostrum (Is 53,4.6).
Propter scelus populi mei percussi eum (Is 53,8).
Proprio Filio suo non pepercit Deus, sed pro nobis omnibus tradidit illum (Rm 8,32).
Et Dominus voluit conterere eum in infirmitate (Is 53,10), [lo] macinò nel dolore.
[Sul retro: Parola di Dio e parola dell’uomo].

154 [pagina di quaderno a quadretti: il peccato]
Noi vogliamo poi domandare a Gesù sommo sacerdote la grazia di vedere il peccato in noi e negli altri, il peccato passato, presente, possibile, anche quello che ci viene presentato sotto l'incantesimo più allettante, di vederlo sempre e solo con gli occhi pesti e lacrimosi con cui lo vide Gesù agonizzante tra gli spasmi più atroci sulla croce.
O piaghe di Gesù, guarite le piaghe dell'anima mia!

155 [scheda: confessione]
Confessione. Sacramento:

  • non della "penitenza" (invenzione dei preti): ma della gioia, della consolazione;
  • della penitenza per il confessore.

Contentezza dopo la confessione. Bisogna mettersi i sassi in tasca per non volare.
Esame di cosc[ienza]:

  • sacrilegi;
  • immodestia;
  • furto;
  • scandalo.

156. [mezza pagina sciolta: direzione spirituale]
V., ho molto pensato e pregato, e ho deciso di dirti una cosa un po' importante. Spero che riuscirò a farmi capire.
Sei qui alla Crocetta da tre anni. Per te non furono anni felici, specialmente il secondo: hai sofferto molto .124 In tutto questo tempo era nostro dovere aiutarti: sei un "confratello". Ci si è sforzati di farlo nei limiti del possibile e delle nostre capacità. Un tempo tu hai mostrato desiderio di essere aiutato, ed io mi sono ritenuto felicissimo di farlo. Non abbiamo avuto altro desiderio più grande.
Però a un certo punto qualche cosa è cambiata: e il tuo atteggiamento rivelò che non gradivi più alcun aiuto o interessamento. A parole dicevi di no, ma i fatti dicevano di sì.
Ora sono passati tre anni e una soluzione ci vuole. Io non posso continuare a martirizzare te e me senza scopo.
Io rimango a tua disposizione per qualunque cosa, felicissimo di servire e di essere utile.
Però non prenderò alcuna iniziativa, mai. Non voglio crearti un ambiente di oppressione.
124 Frase cancellata con un tratto di matita.

157. [fogli da lettera 1-2, intestati: Istituto salesiano Pio XI, Roma: direzione spirituale]
Direzione spirituale I.

  • Necessità. Come nell'ordine intellettuale, artistico, ecc., così nell'ordine ascetico e soprannaturale. Es. Se non ci fosse stato don Cafasso,125 non avremmo avuto don Bosco.
  • Nella chiesa ci fu sempre:

san Paolo ed Anania [At 9,10-19],
gli eremiti della Tebaide,
san Benedetto e i monaci, ecc.,
san Francesco di Sales ([santa Giovanna Francesca de] Chantal), san Vincenzo de' Paoli ([santa Luisa de] Mari[ll]ac), b[eato] Claudio de la Colombière (santa Margh[erita] M[aria] Alacoque), don [Giuseppe] Cafasso (don Bosco).

  • In congregazione.

a) L'origine, i primi passi, gli sviluppi spirituali della congregazione derivano dalla paternità spirituale con cui don Bosco si allevò i primi giovani cooperatori e continuatori.126 Egli nella confessione continuava ad essere il centro della vita spirituale dei giovani, e di quelli che divenivano chierici e sacerdoti.
125 Nasce a Castelnuovo d'Asti nel 1811, frequenta le scuole pubbliche al suo paese e poi entra nel seminario di Chieri (Torino). È di salute malferma, ma sacerdote già a ventidue anni, e con un solido ascendente sui compagni. Viene accolto dal teologo Luigi Guala nel convitto ecclesiastico da lui aperto a Torino. Questi lo spinge a compiere opera di catechesi verso i giovani muratori e i carcerati, poi lo vuole a fianco nella cattedra di teologia morale. In ventiquattro anni di insegnamento Giuseppe forma generazioni di sacerdoti, dedicandosi anche ad un'intensa opera pastorale verso tutti i bisognosi: condivide le ore estreme con i condannati a morte ed opera tra i carcerati, cui non fa mancare buone parole e sigari, includendo nel suo servizio anche l'aiuto alle famiglie e il soccorso ai dimessi. Succeduto al Guala, ne perfeziona l'opera, rifiutando sempre ogni titolo onorifico. Grande amico di don Giovanni Bosco (che lo definirà "modello di vita sacerdotale"), lo aiuta materialmente e moralmente nella sua missione. È patrono dei carcerati e dei condannati a morte. (Avvenire).
126 «Il sistema preventivo è l'amore che attira i giovani a fare il bene per mezzo di una continua sorveglianza e direzione» (MB 13,292).

  • I direttori delle varie case facevano a casa propria ciò che don Bosco faceva all'oratorio. Don Rua nelle visite alle case e negli esercizi spir[ituali] soleva confessare la maggior parte dei confratelli.
  • Nel 1901 un decreto del santo Ufficio proibì ai direttori salesiani di confessare i propri sudditi. Da allora nacque il problema in congregazione della "direzione spirituale". Prima né don Bosco, né don [Michele] Rua ne sentirono il bisogno, avendo in mano le coscienze dei confratelli.

Conclusione.

  • In nessuna congregazione, come nella nostra, la direzione spirituale ebbe tanta parte nelle origini e negli sviluppi. Cf. i missionari inviati da don Bosco in America.
  • Nello spirito salesiano ha importanza essenziale questa direzione spirituale. Don Rua nel 1901 temette che la compagine della congregazione si dovesse sfasciare, venendo meno questo legame fra sudditi e superiori.

NB. Direzione spirituale è un'assistenza ininterrottamente prestata ad un'anima per distaccarla dal male e farla progredire nel bene.
Direzione spirituale II.
1. Direzione spirituale

  • in senso lato: qualsiasi aiuto spirituale prestato non occasionalmente ad un'anima, p[er] es. confessione, consultazioni, ecc. ("incipienti');
  • in senso stretto: guida spirituale nell'acquisto della perfezione, prestata cioè ai "proficienti" e "perfetti". Direzione spirituale è quella che si presta ai religiosi (?!). (solo?).

2. Il superiore religioso è, come tale, responsabile del raggiungimento del fine dello stato religioso da parte dei suoi sudditi. Egli è incaricato di reggere e dirigere i soci nel conseguimento del fine per il quale si sono fatti religiosi, cioè la perfezione cristiana (fine principale comune), e i fini particolari dell'istituto. A lui perciò tocca comandare, suggerire, correggere, aiutare, provvedere i mezzi necessari ed utili al raggiungimento di questo fine. Egli è maestro e direttore spirituale per eccellenza, a cui è affidata in genere la cura spirituale dei soci. Sciat se animarum curam suscipere (san Benedetto).
3. Il codice [di diritto canonico] e la regola hanno canonizzato un modo
concreto e obbligatorio con cui ogni superiore religioso deve esercitare questo suo governo spirituale dei sudditi, ed è il rendiconto della vita esteriore. Su questo "mezzo" non ci può essere discussione: è un diritto e dovere sia da parte del superiore sia da parte del suddito. È il minimo richiesto: al di sotto di questo il superiore religioso cesserebbe di essere tale, cioè "spirituale governatore" dei sudditi.
Il codice e la regola non dicono che oltre a questo non si possa andare; anzi consigliano al socio di manifestare spontaneamente "i dubbi e le ansietà di coscienza". C'è però un doppio estremo vietato:

  • esigere dal suddito l'aperitio conscientiae,
  • il ricevere ordinariamente le confessioni dei sudditi. Quindi abbiamo:
  • un "minimum" comandato,
  • un "medium" suggerito (consigliato),
  • un "maximum" vietato.

4. Si noti che il codice oltre a questo impone al religioso la confessione settimanale, ordinariamente fatta da un confessore stabilito dal superiore.
Quindi il codice ignora una "direzione spirituale" distinta o all'infuori di queste tre forme:

  • confessione settimanale, dal confessore ordinario: comandata;
  • rendiconto esteriore, dal superiore: comandato;
  • aperitio conscientiae, al superiore: consigliata.

158. [foglio stampato: esercizi spirituali[127
127 Trovato tra il materiale di don Quadrio. Non si conosce l'autore.
Esercizi spirituali (di otto giorni).
Parole di don Bosco: «Pensare in questi giorni a ciò che si deve fuggire, acquistare e praticare nell'avvenire» (MB 8,909).
Scopo prossimo (preparatorio):
allontanare e neutralizzare ogni disordine (peccati, inclinazioni cattive...).
Scopo intermedio (secondo):
conoscere la volontà di Dio per regolarci sia in generale (vocazione, stato di perfezione), sia in particolare (in ogni cosa...).
Scopo ultimo: gloria di Dio - salvezza dell'anima.
«Meditare e riflettere alla presenza di Dio è parte così essenziale degli esercizi che se si toglie la meditazione personale non è più il caso di parlare di esercizi» (P. W. Levochowjki, SI.).
Suggerimenti:

  • fedelissimi e pronti all'orario in spirito di docilità e penitenza;
  • tener conto delle piccole cose: avvisi, ispirazioni, buoni esempi, incomodi, occasioni di virtù...
  • impiegare bene il tempo libero dalle riflessioni: leggere poco, riflettere molto, pregare assai.

159. [foglio: esercizi spirituali]
Schema per gli esercizi spirituali secondo sant'Ignazio.128
128 Gli esercizi spirituali non sono «un libro scritto per essere letto» - scrive Federico Rossi di Marignano nella sua biografia di Carlo Borromeo, ma appartengono a quel genere di cose che si possono capire solo sperimentandole. Per questo non si possono prendere gli esercizi a casa propria. Non è infatti possibile ritrovare se stessi senza allontanarsi da tutto e da tutti per un adeguato periodo di tempo. Nei primi giorni di distacco gli esercizi invitano l'esercitante a cercare di capire per quale fine abbia ricevuto esistenza e vita dal Creatore, in altri termini che cosa Dio si aspetta ch'egli faccia di buono nella vita. Una volta presa coscienza del perché della sua nascita, all'esercitante verrà spontaneo mettersi «avanti agli occhi stesa e spiegata la sua vita [.._1 scorrendola tutta pensatamente». Scoprirà allora tutte le deviazioni che, aderendo consapevolmente o inconsapevolmente ai moti ingannevoli dell'anima, egli stesso avrà fatto subire anno dopo anno al proprio destino. A quel punto dovrà superare l'ostacolo più difficile tra quelli che una persona è chiamata a superare durante la vita: cambiare, mutare, rinnovarsi. Nessun uomo tuttavia può riuscire a conquistare la pace interiore e affrontare il difficile cammino della vita inventandosi ogni cosa da solo. Ogni uomo solitamente progredisce o regredisce imitando l'esempio positivo o negativo di altri uomini. In un solo uomo, tuttavia secondo Ignazio di Loyola - la natura umana ha trovato la sua espressione più alta: nell'uomo-Dio, Gesù di Nazareth. È quindi Gesù che, conclusivamente, Ignazio propone come esempio da imitare fino a poter dire con san Paolo «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me».
Introduzione!
Prima parte: (via purgativa).
Primo giorno]. Primo tempo: dies lucis (fine) (un giorno); Secondo-terzo giorno]. Secondo tempo: dies doloris (peccato); dies doloris (castigo) (due giorni);
Quarto g[iorno]. Terzo tempo: dies conversionis (misericordia) (un giorno).
Confessione!
Seconda parte: (via illuminativa).
Quinto-sesto giorno]. Quarto tempo: dies conformationis (Gesù modello) (due giorni).
Settimo g[iorno]. Quinto tempo: dies confirmationis (passione) (un giorno).
Ottavo g[iorno]. Sesto tempo: (via unitiva): dies transformationis (un giorno).
Chiusura!
Deformata reformare: serenità - silenzio.
Reformata conformare: coraggio - meditazione.
Conformata confermare: fiducia - preghiera.

160. [pagina sciolta: l'amicizia]
La base della vera amicizia deve essere l'ammirazione per l'amico e da questo sentimento purissimo nascerà il desiderio di amarlo e quello di essere amato.
Anzitutto l'ammirazione. Non per un timbro di voce, per una quadratura atletica, per un volto dolcemente finito, per qualche debolezza o tenerezza che commuove, ma per qualità più sode, come il carattere, l'energia, la socievolezza, il senso del dovere...
L'amicizia vera, quindi, è disinteressata; ci si preoccupa di piacere all'altro; quanto al "contraccambio" si ha confidenza nell'altro, si ha fede nell'amico.
A proposito di questo disinteresse, nota assai giustamente Tommaso da Kempis: «Quando si comincia a cercare se stessi, allora si cessa di amare».129 Queste parole non sono che l'eco della parola: «Non c'è amore più grande che dar la vita per i propri cari»."°
Senza amico non saprai vivere felice; ma se Gesù non è per te l'amico più caro, proverai troppa tristezza e desolazione.
«Ama e conserva come amico colui che, quando tutti vi allontaneranno, non ti abbandonerà» (Tomm[aso] da Kempis).131
Gesù ti offre veramente la sua amicizia, come ai dodici, a Marta, a Maria, a Lazzaro.

161. [fogli sparsi: la vera amicizia] Contrassegni della vera amicizia.

  • Desiderio nobile e disinteressato della persona amata, della sua compagnia, vista e convers[azione].
  • Beneficenza: far del bene, voler bene a fatti. L'amore che s'arresta davanti al sacrificio è egoismo.
  • Concordia: idem velle, idem nolle.132
  • Gioia reciproca: la vera amicizia è fonte di gioia e di pace, non di gelosie, ansie, turbamenti, risentimenti.
  • Amore maturo da parte di Dio (creazione, Cristo: Betlemme, Calvario, tabernacolo); da parte dell'uomo;
  • di benevolenza, disinteressato, altruistico;
  • stabile (Isaia = non deserens; definitivo);
  • noto (l'amore di Dio a noi; l'amore nostro a Dio);
  • comunione (grazia; gloria). Casa dell'amore mossi, immersi, sospinti nell'amore.'33

129 De imitatione Christi 3,6,7.
130 Gv 15,13.
131 De imitatione Christi 2,7,1.
132 Idem velle atque idem volle, ea demum firma amicitia est "volere le stesse cose, le stesse cose non volere, in fondo è questa la vera amicizia" (Sallustio, De coniuratione Catilinae 20,4).
133 Incertezze di lettura.
Luce intellettual piena d'amore,
amor di vero ben pien di letizia,
letizia che trascende ogni dolzore. 134

162. [foglietto intestato: Segreteria di stato, ufficio informazione: ubbidienza]
Ubbidienza.
Ex voluntate Patris mundum vivificasti.135
- La volontà di Dio ci si impone e manifesta:

  • nelle vicissitudini materiali delle cose e degli avvenimenti. Anche Gesù vi si sottomise. Non voler riformare il mondo a testa n[ostra], raddrizzare ogni cosa in congregazione e fuori. Però non sacrificare alle vicissitudini la nostra dignità sacerdotale. «Il prete è sempre prete».136
  • Nella voce della coscienza. Ma prima bisogna formarsi una coscienza retta e sicura, chiara ed illuminata; acuta e forte coscienza sacerdotale, della dignità, esigenze e diritti sacerdotali. Coscienza del dovere ad ogni costo, fino al versamento del sangue. «Will you be soldiers of Jesus Christ? Yes, father» (Coro unico di giovani irlandesi).
  • Nelle regole. Libretto caro, come noi stessi. È l'essenza della provvidenzialità della congregazione. O sono convinto che sono mezzo provvidenziale ed efficacissimo, ed allora devo essere coerente e osservarle come sono. O non ne sono convinto; ed allora devo essere coerente ed andare ad un ordine religioso veramente di Dio. Ci saranno messe in mano quando saremo morti.

134 Dante, Par. 30,40-42.
135 Dall'orazione prima della comunione: Domine Iesu Christe, fili Dei vivi, qui ex voluntate Patris, cooperante Spiritu sancta, per mortem tuam mundum vivificasti: libera me per hoc sacrosanctum corpus et sanguinem tuum ab omnibus iniquitatibus meis, et universis malis, ef fac me tuis semper inhaerere mandatis, et a te numquam separari permisttas.
136 «Eccellenza! Sappia che don Bosco è prete all'altare, prete in confessionale, prete in mezzo ai suoi giovani, e come è prete in Torino, cosi è prete a Firenze, prete nella casa del povero, prete nel palazzo del Re e dei ministri!». Con queste parole schiette e coraggiose, don Bosco intraprese la sua conversazione con Bettino Ricasoli, presidente del consiglio dei ministri del regno d'Italia, nel dicembre 1866. In queste parole si riassume l'attitudine assunta da don Bosco, cittadino piemontese fedele alla monarchia sabauda, prete cattolico fedelissimo al papa, durante lo svolgimento del risorgimento italiano.
4. Nel governo dei superiori.

  • Motivo di fede: Qui vos audit... [Le 10,16]; Oboedite praepositis vestris [Eb 13,17].
  • Motivo di fecondità e vita: non c'è vita, se non in un corpo organizzato, in cui ogni cellula converge ad un unico fine, per un'unica legge che unisce, dirige, governa le singole membra e tutto il corpo. Un corpo disorganizzato, muore. Membra disorganizzate.

È l'obbedienza l'armonia che avvalora e feconda l'attività delle singole membra nel complesso. Se non ci fossero divergenze, non ci sarebbe ragione per il voto di ubbidienza. Il voto è fatto per i casi di divergenza. Sottomettere il proprio giudizio, non sopprimerlo.

163. [foglio: la volontà] 137
Ho visto una grande montagna.
Ho visto un gruppo di giovani.
Ho visto che nessuno arrivava alla cima.
Ho visto che mancavano di due armi.
La vita dipende da quest'anno scolastico.
Quest'anno scolastico dipende da questa sera.
Gesù ha qualcosa di importante da dirti.
La piccozza.
- In montagna serve a tutto.
Nella vita è cosa più preziosa, più grande, più necessaria.
La misura della grandezza, il segreto degli uomini grandi: uno vale quanto vuole.
137 Scritto sul retro di una locandina del film «L'ultima speranza», con data: Roma, 29 dicembre 1945. Redazione in forma schematica. Per avere un testo più completo cf. E 213-218 (istr. 044): La maturità della volontà: fortius.

  • Gli svogliati, partigiani del minimo sforzo: viaggiatori, lottatori, sorvolano, mezze tinte, mezze misure, tutto a metà, muricciolo basso. Fallimento dell'opera educativa.

- Massime dei mediocri: chi troppo vuole, che va piano, non ci riesco, è impossibile.

  • Il successo è di quelli che si alzano di buon mattino (Roosvelt).

Il mondo appartiene all'energia.
La fermezza la vince in tutte le cose.
Non vi saranno più alpi.
Voler essere qualcuno per servire a qualche cosa.
Non è durante l'inverno che si riempie il granaio:

  • la carestia,
  • la guerra.

Diventare tutto ciò che noi possiamo diventare.
Appello all'energia. Crociata dell'energia.
Scuola di energia.

164. [foglio: la volontà] 138
I. Giorgio di Miceli.

  • La piccozza d'acciar ceruleo.139 Serve a tutto nella vita.
  • I giovani senza volontà:

giovani partigiani del minimo sforzo;
viaggiatori stanchi al mattino;
lottatori spossati prima di aver combattuto;
sorvolano, sfiorano tutto, senza approfondire nulla;
sono per le mezze tinte e le mezze misure.
Oggi allegri come pesci, domani tristi come la pioggia.
Oggi ti consumano quattro paia di pantaloni a studiare, domani sono dominati da un'insigne pigrizia.
138 Trattazione parallela in E 223-226 (istr. 046): La volontà.
139G. Pascoli, La piccozza (da Odi): Ascesi il monte senza lo strepito / delle compagne grida. Silenzio. / Ne' cupi sconforti / non voce, che voci di morti. / Da me, da solo, solo con l'anima, / con la piccozza d'acciar ceruleo, / su lento, su anelo, / su sempre; spezzandoti, o gelo!
Giovani che subiscono tutte le influenze; non sono se non delle repliche o riflessi dei vicini, eco dell'ultimo che parla, cera molle, buona pasta, muricciolo basso sul quale può andare a sedersi chi vuole. Disposti a strozzare la propria coscienza. Fanno pensare se davvero l'uomo non discende dalla scimmia.
Superficiali: di tutto un po'. Professore, che bella giornata è oggi! E dica: Le piace più Platone o Kierkegaard? E le fettuccine all'uovo? Che diceva Dante a proposito del voto? 140
I risultati si indovinano. Che fallimento dell'opera educativa! Fin quando sono inquadrati, questi nemici dello sforzo restano buoni, ma essi non hanno alcuna linea di resistenza da cui potrebbero rimbalzare. 141
Partigiani del minimo sforzo.
Filosofia: chi va piano, va sano e va lontano (e non arriva mai); chi troppo vuole nulla stringe (chi vuole poco, stringe meno ancora). È impossibile.
Massime dei mediocri... Filosofia degli impotenti. Miei amici, noi abbiamo l'eternità per riposarci.
Domani, che saranno domani costoro? Oggi pecorini: [domani] pecoroni.
Le piccole vigliaccherie di oggi preparano i grandi tradimenti di domani.
I cannibali da grandi mangiano carne umana: da piccoli si mangiavano le unghie.
Bossuet142 al delfino di Francia: «Voi ora scrivete contro le leggi della grammatica, domani disprezzerete quelle della vita. Voi ora collocate male le parole, domani collocherete male le cose».

140 Par. 5,13-84. In particolare: Lo maggior don che Dio per sua larghezza / fece creando ed a la sua bontate / più conformato e quel ch'e' più apprezza, / fu de la volontà la libertate (vv. 19-22).
141 Parola incerta.
142 Jacques Bénigne Bossuet (Digione, 27 settembre 1627 - Parigi, 12 aprile 1704) è stato uno scrittore, vescovo cattolico, teologo e predicatore francese. Divenne precettore del delfino Luigi di Francia (1661-1711), figlio del re Luigi XIV e di Maria Teresa di Spagna. Nel 1681, scrisse il suo Discours sur l'histoire universale ("Discorso sulla storia universale") nel quale, dopo aver brevemente riassunto i fatti, ne ricerca i motivi nel disegno che Dio ha per la sua chiesa. Si viene sopraffatti, disse Voltaire, dalla forza maestosa con la quale descrive i costumi, il governo, l'ascesa e il declino dei grandi imperi, e da quei tratti rapidi di una verità energica, con i quali dipinge e giudica le nazioni. Per il delfino, egli scrisse anche Traité de la connaissance de Dieu et de soi-rnéme ("Trattato sulla conoscenza di Dio e di se stessi"), nel quale segue da vicino la dottrina di Cartesio, mostrandosi tanto filosofo quanto scrittore.

Quae seminaverit homo.
Non è durante l'inverno che si riempie il granaio. Non è durante la carestia che si fanno le provviste. Non è durante la guerra che si esercitano le truppe.

  • Importanza della buona volontà.

Homines sunt voluntates.143 Uno tanto vale quanto vuole.
Vi sono molte misure per valutare la grandezza di un uomo. La più esatta e la più sicura è quella espressa in questa domanda: «Di quale sforzo sei capace?».
La buona volontà può supplire tutto nella vita, ma non può essere supplita da nulla. I parenti... la grazia di Dio. Perfino un'intelligenza acutissima in un giovane svogliato non serve: è come un bel libro in mano a un cieco. Sul frontone di un'università americana sta scritto: «Hai perduto danaro, salute, onore: [non hai perduto nulla; hai perduto] la b[uona] volontà: [hai] perduto tutto]».144

  • Che cosa è il carattere o buona volontà?

Giovane allo specchio: bellezza, lampo del genio: lo spirito lavora la fisionomia dal di dentro: la sagoma dell'uomo di polso, volitivo. Vede chiaro ciò che deve fare.
Vuole ad ogni costo ciò che ha visto.
Fa' sempre ciò che ha voluto. 145
Fare ciò che si vuole sempre [è] il programma dei ribelli, ed è lo stemma degli uomini grandi.
143 Homines sunt voluntates "il valore dell'uomo sta nella sua volontà" (Sant'Agostino, De civitate Dei 14,6).
144 Cf. E 208 (istr. 043): «Hai perduto del denaro? Hai perduto nulla. / Hai perduto la salute? Hai perduto qualcosa. / Hai perduto l'onore? Hai perduto molto. / Hai perduto la buona volontà? Hai perduto tutto!»; cf. anche E 220 (istr. 045).
145 Cf. E 209 (istr. 043).
Vedere - volere - agire (nessun divorzio).
5. a) Legge dell'ideale o della convinzione. Nessuna cosa è tanto generatrice di sforzi, quanto una nobile e radicata ambizione: voler essere qualcuno. Non «qualunquismo», ma «qualcunismo».
[b)] Diventare tutto ciò che possiamo diventare. La più grande disgrazia del giovane. Una [sola] idea, luminosa, gigantesca; oscurare tutte le altre, assorbire tutte le energie dello spirito, l'unica padrona nel campo conoscitivo e affettivo: ne segue immediatamente l'azione, al primo posto.
II. Legge dello sforzo, del massimo sforzo. Gusto dello sforzo, l'abitudine dello sforzo. Non fare nulla fiaccamente, ma tutto con tensione, con energia. La crociata dello sforzo. Non si concluderà niente nella vita.

  • Il mondo appartiene all'energia (Tocqueville).'46
  • Roosvelt: «Il successo è di quelli che [si] alzano presto al mattino».
  • Volere quando non costa: «prepara alle più deplorevoli cadute».
  • Volere sebbene costi.
  • Volere appunto perché costa (e questo è proprio degli eroi).147

165. [foglio: volontà]
Miei amici, noi abbiamo l'eternità per riposarci.
Bossuet al Delfino: «Voi ora scrivete contro le leggi della grammatica; domani disprezzerete quelle della vita. Voi ora collocate male le parole, domani collocherete male le cose».
«Del mio meglio», sulla casa di sant'Orsola a Bruges, capolavoro del [pittore fiammingo Hans] Memling, dopo la sua firma.'"
146 Il visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville (Parigi, 29 luglio 1805 - Cannes, 16 aprile 1859) è stato un filosofo, politico e storico francese. L'intellettuale francese Raymond Aron ha messo in evidenza il suo contributo alla sociologia, tanto da poterlo annoverare tra i fondatori della disciplina. È considerato uno degli storici e studiosi più importanti del pensiero liberale.
147 Cf. E 215-217 (istr. 044).
148 Il capolavoro maturo di Memling è il reliquiario di sant'Orsola conservato nell'ospedale di Bruges, probabilmente realizzato nel 1480: pregevoli di quest'opera sono l'attenzione ai particolari, la delicatezza della figura, la varietà del paesaggio retrostante, la delicatezza nella resa del panneggio e della stoffa.

Ci vuol tenacia. Cominciare non è niente, è perseverare che importa. Il maresciallo Foch amava le formule lapidarie. L'ideale per l'uomo era condensato in queste tre parole: «Sapere, potere, volere».
La prima convinzione generatrice di sforzi, è che [è] necessario avere una nobile ambizione e desiderare di essere qualcuno nella vita. Stringere amicizia con le vette, con le stelle.
René Bazin149 dava ai giovani questa parola d'ordine: «Siate dovunque in prima fila, al primo posto, e se la fortuna o l'ingiustizia ve lo impedisce, fate in ogni caso che si possa dire di voi: Merita di esserlo». Hindenburg, così poco portato a fare delle confidenze, ha raccontato ch'egli possedeva un orologio ricevuto dalla regina di Prussia, quando aveva diciassette anni e serviva alla corte. Ed egli confessa: «Io ho guardato l'ora su quest'orologio durante la battaglia di Sadowa, durante la battaglia di Sedan, durante le cerimonie a Versiglia, quando il mio re fu coronato imperatore di Germania. Ed esso non mi ha lasciato fino al 1914 e dopo».150
Il maresciallo Foch151 si è così definito: «Il tratto dominante del mio carattere? Credo che la mia fede sia la mia volontà... Io so volere... E poi... ma no, è inutile aggiunger altro: volere, volere energicamente, questo contiene tutto; la scelta dello scopo, la determinazione dei mezzi, l'azione immediata, tenace, continua... fino al successo finale. Volere suppone sapere e implica potere».

149 Nato ad Angers, ha studiato giurisprudenza a Parigi e al suo ritorno ad Angers divenne professore della locale università cattolica. Ha collaborato con il giornale Parisian su una serie di articoli sulla vita di provincia e sulla descrizione di viaggi. Scrisse Stephanette (1884), ma divenne famoso grazie a Una traccia d'inchiostro (Une tache d'encre) del 1888, con il quale ricevette alcuni premi.
150 Cf. E 225-226 (istr. 046).
151 Ferdinand Foch (Tarbes, 2 ottobre 1851 - Parigi, 20 marzo 1929) è stato un generale francese. Ufficiale d'artiglieria tecnicamente preparato, tra i teorici principali dell'esercito francese nel periodo precedente la prima guerra mondiale e assertore delle nuove aggressive concezioni belliche dell'offensiva ad oltranza, dell' é/an, della mistique della volontà (l'importanza determinante della volontà e della determinazione per vincere in battaglia), svolse ruoli di comando di grande importanza durante la grande guerra a partire dalla prima battaglia della Marna. Dopo alcuni insuccessi e una temporanea perdita di influenza all'interno dell'esercito, nell'aprile 1918 divenne, su decisione dei governi dell'intesa, il comandante in capo di tutti gli eserciti alleati sul fronte occidentale e condusse la vittoriosa fase finale delle operazioni fino alla resa della Germania imperiale. Foch, generale dotato di grande spirito offensivo e capace di progettare ambiziose operazioni strategiche spesso rivelatesi impraticabili nella realtà concreta della guerra di trincea, venne considerato l'artefice della vittoria e raggiunse grande prestigio in tutto il mondo dopo la fine della guerra.

Il generale Weygend, inaugurando a Tarbes il monumento di Foch, metteva il dito su un difetto francese: «No[i] soffriamo insieme... del mal di debolezza e di irrisolutezza».
Alcuni amici volevano distornare un giovane aviatore dal partire. Gli dicevano: «Sarà duro!». «Pensate voi — rispose — che io sia fatto per lavorare sul soffice? Lavorare sul soffice: va bene per i gattini!».
Il fine sublime dell'educazione è [condurre a] decidere i ragazzi e i giovani a essere di quelli che (nella vita) contano e su cui si conta. Il mezzo principale è l'energia morale, lo sforzo personale.
Il collegio, la vita cristiana: scuola di energia.

166. [foglio: volontà]
Noi non pensiamo di trattare qui tutto il problema della formazione della volontà, ma [miriamo] soltanto a lanciare un appello pressante all'energia e a indicare con quale ginnastica intellettuale e morale si otterrà il gusto e l'abitudine dello sforzo, a forgiare e riforgiare incessantemente152 la loro anima.
Lo sforzo può supplire tutto, ma non può essere supplito da nulla. I parenti, gli insegnanti, le situazioni, i talenti, le circostanze, lo spirito religioso possono facilitare o esercitare l'energia, ma niente può sostituire lo sforzo personale. Perfino un'intelligenza acutissima in un ragazzo svogliato non serve: è come un bel libro in mano a un cieco. Vi sono molte misure per valutare la grandezza di un uomo. La più esatta e la più sicura è quella espressa in questa domanda: «Di quale sforzo è capace?».
152 Nell'originale: incessabilmente.
[Alexis de] Tacqueville:153 «Il mondo appartiene all'energia». Roosvelt:'54 «Il successo a quelli che si alzano di buon mattino».
153 Il visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville (Parigi, 29 luglio 1805 - Cannes, 16 aprile 1859) è stato un filosofo, politico e storico francese. L'intellettuale francese Raymond Aron ha messo in evidenza il suo contributo alla sociologia, tanto da poterlo annoverare tra i fondatori della disciplina. È considerato uno degli storici e studiosi più importanti del pensiero liberale. Tocqueville apparteneva a una famiglia aristocratica legittimista, sostenitrice cioè del diritto dei Borboni a regnare in Francia. La caduta di Robespierre nell'anno II (1794) evitò, in extremis, la ghigliottina ai suoi genitori. Trascorse l'infanzia a Parigi, soggiornando durante l'estate al castello di Verneuil-sur-Seine. Tra il 1820 e il 1823 studiò a Metz, dove il padre era Prefetto della Mosella, e nel 1826 ottenne la laurea in legge a Parigi. Compì in seguito un viaggio in Italia, giungendo fino in Sicilia. Nel 1827 ottenne la nomina a giudice uditore a Versailles, dove il padre era prefetto. La rivoluzione del 1830 che porta sul trono Luigi Filippo d'Orléans scatena in lui una forte crisi spirituale e politica, in quanto è combattuto tra la fedeltà al re precedente, in linea con gli ideali familiari, e il desiderio di appoggiare il nuovo sovrano, che appare in linea con le sue idee liberali. Alla fine presta comunque giuramento al nuovo regime.
154 Franklin Delano Roosevelt (Hyde Park, 30 gennaio 1882 - Warm Springs, 12 aprile 1945) è stato il 32° presidente degli Stati Uniti d'America. È stato l'unico presidente degli Stati Uniti d'America a essere eletto per più di due mandati consecutivi, vincendo le elezioni presidenziali per ben quattro volte (1932, 1936, 1940 e 1944), rimanendo in carica dal 1933 fino alla sua morte, nell'aprile del 1945. Larga parte della sua fama è dovuta al vasto e radicale programma di riforme economiche e sociali attuato fra il 1933 e il 1937 e conosciuto con il nome di New Deal, grazie al quale gli Stati Uniti riuscirono a superare la grande depressione dei primi anni trenta. Fra le sue più importanti innovazioni vanno ricordati il Social Security Act - con il quale vennero introdotte per la prima volta negli Stati Uniti d'America l'assistenza sociale e le indennità di disoccupazione, malattia e vecchiaia - e la creazione dell'agenzia per il controllo del mercato azionario (SEC). Coinvolse gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale a seguito dell'attacco di Pearl Harbor e con il suo ottimismo, la sua calma e la sua capacità di giudizio, ebbe un ruolo di grande rilievo nel grandioso sviluppo della potenza militare statunitense, nella conduzione politico-strategica della guerra, nel consolidamento della "grande alleanza" con il Regno Unito di Winston Churchill e l'Unione Sovietica di Stalin e nelle decisioni geopolitiche della fase finale del conflitto. Sostenne anche, a partire dal 1942, lo sviluppo e la costruzione delle prime bombe atomiche della storia dell'umanità che verranno impiegate dal suo successore Harry Truman sulle città di Hiroshima e Nagasaki. Contribuì alla formazione delle Nazioni Unite.
Un giovane che lotta è un re futuro.
Con lo sforzo regnerà sulle difficoltà, sulle tentazioni, sulle avversità;
regnerà fra i compagni, primeggiando per studio, per bontà, per
ascendente su di loro;
regnerà sugli altri, diventando un vero capo;
regnerà sulla sua vita a cui farà rendere molto.
E più tardi sarà degno di regnare con Dio in cielo.
La maggior parte di quelli che dicono: «È impossibile», lo dicono per‑
ché non hanno il coraggio di vincersi e vogliono scusare la propria
rilassatezza.
Come una rondine non fa primavera, così uno sforzo non fa la virtù.
Più che la speranza, bisogna avere la volontà del successo.
Saggezza dei popoli:

  • chi troppo vuole nulla stringe (chi vuole poco, stringe di meno);
  • chi va piano, va sano e va lontano (e non arriva mai). Massime dei mediocri... Filosofia degli impotenti.

167. [foglio: volontà]
Formazione del carattere.
Cari amici, guardando i vostri volti di adolescenti, questa sera, io penso che cosa sarà di te fra vent'anni, [nel] 1978? Sarai sui trentaquattr'anni. Un uomo maturo, adulto. Avrai la tua famiglia, la tua missione, la tua responsabilità.
Responsabilità.

  • Verso la tua persona: professione, organizzare la tua esistenza, dirigere la tua vita. Formarti la tua personalità: [la tua] salvezza e la tua felicità dipende da te.
  • [Verso i tuoi] familiari: fonderai un focolare con la donna che il tuo cuore sceglierà. Figli. Nutrirli, allevarli, educarli, prepararli alla vita: cittadini della patria e della chiesa. La loro sorte dipende da te.
  • [Responsabilità] professionali: impiegato, commerciante, industriale, professore, ingegnere, farmacista, avvocato, medico, sacerdote. Tutta una parte della civiltà e della felicità degli uomini dipende da te, dal tuo valore, dalla tua preparaz[ione] e coscienza professionale.
  • [Responsabilità] civiche: prenderai parte alla vita del tuo paese. Ne accrescerai la potenza economica, la cultura, il prestigio. Ne determinerai il destino. Leve di comando: potente per il bene e per il male.
  • [Responsabilità] religiose: se non sei un cristiano da burla, dovrai vivere per la tua fede, per la verità, per il regno di Dio, per le anime: irradiando attorno a te luce di b[uon] esempio, calore di carità. Quante responsabilità! Ognuno ha la sua missione. Chi vi si sottrae è un vile, un disertore; chi l'affronta senza preparazione è un fallito. Oggi è la zona neutra, la terra di nessuno. Oggi non sei più un fanciullo e non sei ancora un uomo. Da questi anni dipende la tua vita. La vita di un uomo dipende da alcuni sì detti nella g[io]vinezza. Mattone su mattone. La fisionomia definitiva. Sarai quello che oggi decidi di essere. Il momento meraviglioso. Segreto: la formazione del carattere. Importanza.
  • Gangli vitali. Educazione al fallimento, causa degli insuccessi.
  • Hontario università americana.
  • Sant'Agostino.
  • Descartes.
  • Gli uomini che hanno lasciato qualche segno.

168. [biglietto: norme di vita]
- Non fate tutto quello che volete, perché chi fa tutto quello che vuole, sovente farà quello che non deve.

  • Non giudicate quello che vedete, perché chi giudica quello che vede, sovente giudicherà quello che non deve.
  • Non dite tutto quello che sapete, perché chi dice tutto quello che sa, sovente dice quello che non deve.
  • Non spendete tutto quello che avete, perché chi spende tutto quello che ha, sovente spende anche quello che non ha.
  • Non angustiatevi per tutto quello che avverrà, perché chi si angustia del domani, sovente soffre più di quel che soffrirebbe. Il domani è di Dio ed egli provvederà.

169. [scheda: studiare con frutto]
Manzoni per studiare con frutto: «Assoluta innocenza di pensieri»:
castità = umiltà del corpo;
umiltà = castità dello spirito.

170. [foglio di presentazione del film «L'ultima speranza», datato il 29 dicembre 1945: vacanze estive]
I rischi della montagna.
La più alta montagna del mondo è un picco dell'Himalaya, l'Everest, 8.882 metri. Se ne tentò la scalata fin dal 1893, ma invano. Si riprese nel 1919: invano. Di nuovo nel 1921: anche questa volta la cima rimase inviolata. Nel 1922 si raggiungono i 7.620 metri; gli 8.295; [gli] 8.301. Il 6 giugno, tre europei e quindici portatori stanno per riuscire. Ma d'un tratto un fragore immenso: la valanga. Sette portatori periscono e si deve rinunciare all'impresa.
I rischi, le insidie, le imboscate della montagna!
Sono state preparate, una ad una con arte diabolica, con una malizia esperimentata da secoli. È un piano corretto e ricorretto, rimodernato
e adattato per ragazzi di collegio, interni ed esterni. Chi l'ha fatto? Un diavolo vecchio, che s'è fatto i capelli grigi negli angoli dei collegi. Al principio dell'anno venne un diavolo giovane ed inesperto a presiedere alle operazioni.
Piano primo: statuto'55 imboscate.

  • Ozio: la pigrizia. L'affondamento nella sabbia.

È solo il primo passo che costa, dopo quello tutti son facili (Victor Hugo).

  • La fantasia: se dottor Faust... Il caso.
  • Discorsi: le fiaccole: non farne, non ascoltarne.
  • Abitudini cattive.

155 Parola incerta.

171. [foglio: conclusione dell'anno scolastico e vacanze estive]
Vacanze 1955.
S[acra] famiglia.
Se è vero che la vita di un uomo dipende da alcuni sì pronunciati nella sua giovinezza, bisogna concludere che molte cose della vostra vita dipendono dalla cerimonia che oggi state compiendo davanti all'altare. Chiusura dell'anno scolastico - prossimo inizio delle vacanze. Eccoci, dunque, un'altra volta all'appuntamento delle vacanze. Che parola magica!!! E come una ventata che fa sparire tutte le nubi... Davanti a Dio, davanti alla vostra coscienza, davanti ai vostri genitori ed educatori, voi volete, voi dovete impostare con responsabilità e saggezza il problema delle vostre vacanze. Troppe cose e troppo importanti della vostra vita di uomini dipendono dalle vostre vacanze di quest'anno. Se l'anno scolastico è importante per la formazione della vostra personalità, non meno importanti sono le vacanze. Domani nella vita sarete quello che siete stati in queste vacanze:

  • calcolatrici automatiche della vostra coscienza,
  • misuratrici della vostra forza di volontà,
  • costruttrici del vostro carattere,
  • gioiosa conquista o tomba della vostra giovinezza cristiana.

Le vostre vacanze io le vedo così: ho visto una grande montagna, con la cima baciata dal sole, bianca di neve immacolata, una montagna ripida e scoscesa sulle pendi[ci]. Giovani... Grande conquista.
1. Imboscate. Segnaliamole. L'ignorarle potrebbe essere fatale.

  • L'ozio è la grande insidia della tua giovinezza, perché svigorisce il carattere; recide i nervi della volontà. Fare, fare, fare. Non cadere in quella trappola del demonio, altrimenti vi lascerai le ali. Che il demonio non ti trovi mai disoccupato.
  • Compagni cattivi: i lebbrosi!
  • Le conversazioni cattive: l'incendio.
  • Le letture e i divertimenti pericolosi: il veleno dell'anima se siete cristiani e cavalieri di Cristo, dovete oggi impegnarvi davanti a lui per non fare alleanza coi suoi nemici.

2. Le armi per la montagna:

  • la piccozza: la buona volontà: homines sunt voluntates;156
  • corda: una guida,
  • zaino: per i rifornimenti:
  • ogni mattino: preghiera e messa (comun[ione]),
  • ogni sera: tre ave marie,
  • ogni domenica: confessione, comunione, santa messa,
  • ogni mese: la pratica del primo venerdì del mese.

156 Sant'Agostino, De civitate Dei 14,6.

172. [preghiera a don Bosco] A don Bosco (preghiera)
O padre e maestro della gioventù, san Giovanni Bosco, con il tuo luminoso esempio e la tua valida intercessione ottienici dal buon Dio di essere sacerdoti santi, comprensivi, amabili, accoglienti, a disposizione di tutti e facilmente accostabili;
di essere uomini di preghiera;
di essere generosi, di non misurare né il nostro tempo, né le nostre forze; di dare senza calcoli, con semplicità e di disinvoltura, sorridendo; di essere nobilmente superiori a tutto ciò che riguarda il nostro prestigio personale;
di non avere altra ambizione se non quella di servire, né altra pretesa se non di essere utili.
Ottienici inoltre che la nostra messa sia il sole della nostra giornata: sole che fa luce, calore, forza, sostegno e conforto nella nostra vita di apostoli;
che il breviario pregato sia il migliore termometro del nostro fervore sacerdotale;
che la confessione regolare ed accurata salvi il nostro sacerdozio dalla superficialità, dalle illusioni, dalla tiepidezza e dalla catastrofe; che le anime siano l'unica nostra passione;
che la carità sia l'anima del nostro ministero;
che il nostro sacerdozio sia una genuina e manifesta incarnazione di
Cristo salvatore nell'ambiente concreto in cui lavoriamo.
Ottienici infine di essere uomini di Dio, ma anche del nostro tempo
e del nostro ambiente.
Te lo chiediamo, fiduciosi, con Maria ausiliatrice
mater ecclesiae et mater sacerdotum. / Amen! 157
Don G[iuseppe] Quadrio.

173. [schedina: inno latino a san Domenico Savio]
Sancte Dominice, - protege iuvenes: fac illos crescere - castos et nobiles. Sancte Dominice, - refove ecclesiam: serva eam liberam, - castam, catholicam. Sancte Dominice, - papam illumina: protege episcopos, - devios revoca.

174. [scheda: aneddoto]
Eucaristia = presenza reale.
Un ministro protestante entrò un giorno nella chiesa cattolica di Westminster con una sua bimbetta di cinque anni. La piccina osservando coi suoi occhioni grandi il tempio, fu attratta dalla lampada del santissimo Sacramento.
«Perché, babbo, quella lampada?».
«Perché là c'è Gesù».
«C'è Gesù? C'é Gesù? Ma allora io voglio vederlo Gesù, gli voglio parlare», soggiunse con ardore la piccola.
Il babbo imbarazzato cercò di schernirsi: «È impossibile, la porticina che racchiude Gesù è chiusa. Non ho la chiave...». E per liberarsi dalla piccola ma insistente importuna, egli si portò alla chiesa di san Paolo, divenuta la cattedrale protestante.
157 CE la serie di conversazioni: Il sacerdote e Maria (C 335-343, conv. 059); e le tre che portano il titolo: L'Immacolata e il sacerdote (C 344-357, conv. 060, 061, 062).
«Babbo», osservò subito entrando la figlia, «perché non c'è la lampada?». «Perché non c'è Gesù», fu costretto a confessare il ministro protestante. «E allora», concluse ben tosto la fanciulla con magnifica logica sgorgante dalla sua innocenza, «e allora, che siamo venuti a fare? Andiamocene, se Gesù non c'è!».
E tutti i giorni la piccina volle essere condotta là dove c'è Gesù. Fu in tal modo che avvenne la conversione di quel ministro.
Anche oggi siamo qui raccolti dove c'è Gesù: su quest'altare, in questa santa ostia.

175. [pagina sciolta: aneddoto]
Con te, mio capo.
Un esploratore del Sudan aveva strappato alle catene uno schiavetto di dodici anni. L'aveva curato ed istruito e il piccolo arabo si era affezionato al suo grande amico.
Venne l'ora di una spedizione lunga e pericolosa. L'esploratore non volle obbligare il fanciullo a seguirlo, ma gli espose con lealtà le condizioni dell'avventura. «Mio piccolo amico, parto verso la regione dei Grandi Laghi... Il viaggio sarà molto faticoso; marce spossanti, peso di bagagli, penuria di acqua e di viveri, frecce avvelenate sibilanti alle orecchie, numerose insidie della foresta...
Tu puoi rimanere qui o seguirmi... Se tu vieni, peneremo insieme: quando l'acqua o i viveri mancheranno, avrò fame e sete come te e la tua parte di fatica e di pene sarà sempre più piccola della mia. A te, decidi! ».
Allora il piccolo arabo immerse lo sguardo limpido negli occhi del suo grande amico dicendo: «Con te, mio capo».
E partirono per la grande avventura. Vennero le lunghe tappe snervanti e l'intollerabile sofferenza dei giorni senz'acqua. Il piccino aveva i piedi sanguinanti, ma non li sentiva, tanto il cuore gli si accendeva alla vista del suo capo febbricitante e ferito, che, nonostante tutto marciava in testa alla colonna. In seguito, le ore del.. 158
158 Non si è trovato il seguito.

176. [scheda: aneddoto]
Fine.
Un monarca dei tempi antichi, nel regno di Persia, fece chiamare davanti a sé tre dei filosofi più celebri allora conosciuti e domandò quale cosa essi riguardassero come la più nefasta sulla terra.
Il primo rispose: «La cosa più nefasta è la malattia».
Il secondo dichiarò: «La cosa più nefasta è quella di invecchiare».
Il terzo: «La cosa più nefasta è quella di scoprire al punto di morte di aver sciupata la vita».

177.[scheda: aneddoto]
Lo Pa On, il grande apostolo cinese dell'a[zione] c[attolica].
Un suo amico, fratello di uno dei primi vescovi cinesi, in un folto congresso di azione] c[attolica] cinese, mentre egli leggeva una relazione, lo prende a schiaffi. Gli era tanto amico, che era chiamato l'ombra di Lo Pa On. Lo Pa On non reagisce, non si scompone: «Hai ragione, fratello, sono un povero peccatore». Poi vide i suoi occhiali per terra; si chinò, li raccolse: erano rotti. «Poveretti, era venti a[nni] che mi servivano: era giusto che li cambiassi». E continuò la relazione, come se nulla fosse capitato. Non ci scapitò certo nella stima dell'assemblea. È un errore il credere di salvare la propria autorità reagendo violentemente a un'offesa, una disubbidienza, una insubordinazione.

178. [fogli dattiloscritti 1-2: possibilità di una metafisica]
Risposta confidenziale alla esposizione riservata di don [Vincenzo] Mia-no
Premesse.

  • Confesso che gli elementi posti a mia disposizione non mi bastano per un giudizio certo e definitivo.
  • La presente risposta tiene conto unicamente dell'aspetto "teologico" della questione, con particolare riferimento al magistero ecclesiastico.

3. Credo utile distinguere il giudizio teorico e la soluzione pratica, che mi permetto di suggerire, in base ai pochi elementi posti a mia disposizione.
Giudizio teorico. L'esposizione fatta da don [Vincenzo] Miano mi sembra dimostrare con sufficiente certezza che la posizione attribuita ai due esimi professori non è direttamente quella condannata da Pio XII nell'enc[iclica] Humani Generis."9
La medesima esposizione però fa sorgere il sospetto che tale posizione in certe sfumature si avvicini (o almeno corra il rischio di essere interpretata come simile) a quella condannata nella enciclica predetta. Ora, a mio modesto avviso, basta questo rischio e questa anche solo apparente somiglianza, ad imporre a tutti (superiori ed interessati) la massima cautela, chiarezza, linearità.
Intendo alludere specialmente ai passi della Humani Generis, in cui si condanna il relativismo di chi ritiene possibile e necessario che «la teologia, in conformità ai vari sistemi filosofici, di cui essa nel corso dei tempi si serve come strumenti, sostituisca nuovi concetti agli antichi; cosicché in modi diversi, e sotto certi aspetti anche opposti, ma - come essi dicono - equivalenti, esponga al modo umano le medesime verità divine». Si condanna anche chi nega l'esistenza di una metafisica «vera in modo assoluto».

159 Pio pp. XII, / servo dei servi di Dio, / lettera enciclica / Humani generis / ai venerabili fratelli patriarchi / primati arcivescovi vescovi / e agli altri ordinari / aventi con l'apostolica sede / pace e comunione / "circa alcune false opinioni che minacciano / di sovvertire i fondamenti della dottrina cattolica". Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 22 del mese di agosto dell'anno 1950, XII del Nostro Pontificato. «Nel raggiungere tali verità, l'intelletto umano incontra ostacoli della fantasia, sia per le cattive passioni provenienti dal peccato originale. Avviene che gli uomini in queste cose volentieri si persuadono che sia falso, o almeno dubbio, ciò che essi "non vogliono che sia vero". Per questi motivi si deve dire che la rivelazione divina è moralmente necessaria affinché quelle verità che in materia religiosa e morale non sono per sé irraggiungibili, si possano da tutti conoscere con facilità, con ferma certezza e senza alcun errore. (Cone. Vat. D. B. 1876, Cost. "De fide Cath.", cap. II, De revelatione). Anzi la mente umana qualche volta può trovare difficoltà anche nel formarsi un giudizio certo di credibilità circa la fede cattolica, benché da Dio siano stati disposti tanti e mirabili segni esterni, per cui anche con la sola luce naturale della ragione si può provare con certezza l'origine divina della religione cristiana. Ijuomo infatti, sia perché guidato da pregiudizi, sia perché istigato da passioni e da cattiva volontà, non solo può negare la chiara evidenza dei segni esterni, ma anche resistere alle ispirazioni che Dio infonde nelle nostre anime».
Così non mi sembra del tutto coerente con la dottrina della Humani Generis l'asserire che:

  • «il compito di mostrare invincibilmente per mezzo di segni divini i fondamenti della stessa fede cristiana» spetti unicamente al senso comune "infrascientifico e infrafilosofico". L'enciclica afferma che «questo compito potrà essere assolto convenientemente e con sicurezza, se la ragione sarà debitamente coltivata; se cioè essa sarà nutrita di quella sana filosofia, che è come un patrimonio ereditato dalle precedenti età cristiane».
  • La filosofia cristiana abbia come unica funzione quella di interpretare i dati della fede, prendendo come unico o principale criterio di verità la conformità con i dati rivelati, e non piuttosto l'evidenza naturale della scienza teologica, non della filosofia in quanto tale. Molte del[le] cose che sono asserite della filosofia, a mio avviso vanno riservate alla teologia in quanto scienza del rivelato.

Ripeto: non mi sembra - stando all'interpretazione data nell'esposizione di don Miano - che le posizioni dei due docenti coincidano con quelle condannate da Pio XII; ma da alunni incauti o da interpreti poco benevoli possono essere confuse con esse; comunque contengono elementi e sfumature che portati alle ultime conseguenze potrebbero, contro l'intenzione degli stessi patrocinatori, suonare pericolosi nel senso lamentato dalla Humani Generis: «Vanno dicendo che questa nostra filosofia (scolastica) difende erroneamente l'opinione che si possa dare una metafisica vera in modo assoluto; mentre al contrario, essi sostengono che le verità, specialmente quelle trascendentali, non possono venire espresse più convenientemente che per mezzo di dottrine disparate, che si completano tra loro, benché siano tra loro l'una all'altra opposte». Soluzione pratica.

  • Urge una chiarificazione, per evitare equivoci, pericoli di false interpretazioni o deviazioni negli alunni.
  • Da parte dell'autorità competente si proceda con piena e fraterna fiducia, invitando gli interessati a non prestare alcun pretesto ad accuse ed interpretazioni erronee.
  • Da parte degli interessati si convenga con lealtà che la scuola ha certe esigenze formative, che non possono essere trascurate. Se è vero che il professore non è un disco o un ripetitore, è anche vero che è un missus, che deve eseguire lealmente l'incarico secondo le intenzioni del mittente. La formazione dei nostri sacerdoti non tollera personalismi, accuse, sospetti, contrasti.
  • Io proporrei, se appena possibile, una composizione amichevole e leale. Ma se le parti non l'accettassero o non la mantenessero, sarebbe necessario provvedere con decisione e prudenza al bene comune, cioè alla piena armonia e alla sicurezza dottrinale.

Questo mio giudizio però è condizionato dal fatto se io ho capito esattamente - attraverso la relazione fattami - tutti i dati e la vera portata del problema.
Una soluzione pratica potrebbe essere questa: gli interessati esprimano per iscritto lealmente e chiaramente il loro pensiero al giudizio di un competente neutrale od estraneo; si convenga di stare da tutte le parti (patocinatori ed avversari) lealmente al verdetto, almeno per ciò che riguarda la scuola e gli allievi. Evidentemente resta a ciascuno la libertà di discutere tra specialisti o competenti qualsiasi opinione legittimamente discutibile. Giuseppe] Q[uadrio].

179. [intervista a Cecile B. De Mille]
Linguaggio di un regista - Cecil B. DeMille.160
160 Si tratta di un'intervista riportata da «Ecclesia» al regista de I Dieci comandamenti. La sua presenza tra le schede di don Quadrio è significativa, in quanto ci svela la sua visione aperta nei confronti del mondo dell'arte, della letteratura, delle nuove forme di comunicazione di massa, delle nuove prospettive aperte dalla scienza (cf. n. 28, punto 4). Cecil Blount De Mille, più conosciuto come Cecil B. DeMille (Ashfield, 12 agosto 1881 - Los Angeles, 21 gennaio 1959), è stato un regista e produttore cinematografico statunitense. È stato uno dei 36 membri fondatori dell'Academy of motion picture arts and sciences (AMPAS) che nasce nel 1927, un'organizzazione per il miglioramento e la promozione mondiale del cinema. L'accademia, nel 1929, creò il Premio Oscar. Era il fratello minore del regista e sceneggiatore William C. DeMille. Tra i padri fondatori della settima arte, Cecil B. DeMille frequenta l'ambiente dello spettacolo fin da giovane grazie all'attività del padre Henry, di origine olandese, che - insegnante alla Columbia University e predicatore di sermoni - si diletta con la moglie Mathilda a scrivere testi per il teatro. Il suo primo film, di cui cura la regia, la sceneggiatura, la produzione e in cui appare anche (non accreditato) come attore, è la prima versione di 7he squaw man, una storia tratta dal lavoro teatrale di Edwin Milton Royle. Nel 1918 girerà il remake e poi, per la terza volta, rifarà il film con il titolo italiano Naturich la moglie indiana, interpretato da Lupe Velez. A partire dagli anni venti si fa un nome come regista di film biblici, uno su tutti I dieci comandamenti (7he ten commandments) (1923), di cui realizzerà un altrettanto riuscito remake nel 1956. DeMille lancia diverse star cinematografiche, tra cui la grande Gloria Swanson (al fianco della quale reciterà la parte di sé stesso in Viale del tramonto). Fu un sostenitore del maccartismo e pretese il giuramento anticomunista da parte dei registi di Hollywood, scontrandosi con John Ford.

È molto importante che i cattolici capiscano che noi cineasti dobbiamo parlare della nostra fede servendoci della nuova tecnica cinematografica.
Eppure credo di aver deluso molte persone affermando una volta di non poter fare un film su determinati eroi religiosi poiché la loro vita, per quanto mirabile, non presentava elementi drammatici sufficienti per l'adattamento cinematografico. Inoltre al pari di altri registi, sono stato criticato perché alcuni films di soggetto religioso presentavano personaggi e situazioni che non erano puri e santi al cento per cento. Per anni e anni ho cercato di portare sullo schermo un tema biblico, ma dopo averci speso molto tempo e denaro, ho dovuto rinunciarvi davanti a questa obiezione: «Non ci dev'essere nulla di peccaminoso in un film che tratta un soggetto d'una purezza così immacolata». È vero che non tutti i credenti sono di questa opinione, ma troppo alto ancora il numero di quelli che la condividono per incoraggiare la produzione di films religiosi per "adulti". Poiché abbia successo, un film ha bisogno di dramma e dell'azione. E dramma significa conflitto. Voi non potete mostrare la luce del bene se non ponendola a contrasto con l'ombra del male, non potete trasmettere il vostro messaggio ponendo una predica sulle labbra dei personaggi: dovete farlo sgorgare dalle situazioni drammatiche, e tradurlo nella vicenda stessa del film. In fin dei conti è il modo con cui, nella vita, esprimiamo la nostra religione: non con quello che diciamo, bensì con ciò che facciamo. Tutti siamo continuamente impegnati in quella lotta, vecchia come l'umanità e consistente nella scelta che dobbiamo fare sempre tra il bene che conosciamo e il male che spesse volte ci si presenta sotto le apparenze più suadenti e fallaci. Questa è la materia della nostra vita, e quindi del dramma. Per veramente imporsi, il film religioso dev'essere innanzitutto dramma, non una predica fotografata; dev'essere riempito di materia viva — nera, bianca e grigia — come la vita. Non si tratta di una mera enunciazione teorica: è una realtà confermata da tutti i films di grande successo. «Nulla di più deleterio che una religione pietrificatasi in cerimoniale o svigoritasi in arida morale»: la frase è di Foster, non mia. Io mi limiterò ad aggiungere che questa specie di religione pietrificata e svigorita è deleteria non solamente per l'arte, la letteratura e ogni autentica espressione umana, ma peggio ancora, per la vera religione. La quale non è un'abitudine o una macchina calcolatrice di peccati, ma incarnazione del vero e dell'amore ovunque essi si trovino, poiché dovunque si trovano, lì è anche Dio («Ecclesia», novembre 1954).

Preghiere care a don Quadrio

180. [pagina sciolta]
La Vergine a mezzogiorno.
È mezzogiorno. Vedo la chiesa aperta. Bisogna entrare.
Madre di Gesù Cristo, io vengo a pregare.
Non ho niente da offrire e niente da chiedere.
Vengo solamente, o mamma, per guardarvi.
Guardarvi, piangere di felicità, sapere
che sono vostro figlio e che voi siete là.
Solo per un momento mentre tutto si arresta.
Mezzogiorno! Essere con voi, Maria, in questo luogo ove siete.
Non dir niente, guardare il vostro viso,
lasciar cantare il cuore col suo linguaggio,
non dir niente, ma solamente cantare perché si ha il cuore troppo pieno,
come il merlo che segue la sua idea
in quella specie di strofe improvvise.
Perché voi siete bella, perché voi siete immacolata,
la donna della grazia alfin restituita,
la creatura nel suo primo onore e nella sua effusione finale,
come è uscita da Dio il mattino del suo splendore originale.
Ineffabilmente intatta perché voi siete la Madre di Gesù Cristo,
che è la verità nelle vostre braccia, e la sola speranza e il solo frutto,
perché voi siete la donna, l'Eden dell'antica obliata tenerezza,
il cui sguardo d'un tratto trova il cuore
e fa scaturire le lacrime represse,
perché mi avete salvato...
perché a mezzogiorno, perché siamo a questo giorno d'oggi,
perché siete là per sempre, soltanto perché voi siete Maria,
soltanto perché voi esistete.
Mamma di Gesù Cristo, siate ringraziata.
(Dai Poèmes de guerre di Paul Claudel. Traduzione di Gaetano Andrisani).161

161 Ultimo di quattro figli, tra cui la scultrice Camille, a causa dell'attività di alto funzionario dell'amministrazione statale svolta dal padre, è costretto a spostarsi continuamente, fino al trasferimento del 1882 della famiglia Claudel a Parigi. Resta comunque legato a Villeneuve, suo paese natale, specialmente per il rapporto con il nonno materno, morto nel 1881. Durante la sua giovinezza a Parigi perde la fede ed entra in contatto con il positivismo imperante nella società dell'epoca, che però rifiuta decisamente preferendo il movimento anarchico. Contemporaneamente si interessa alla letteratura privilegiando, fra gli altri, Shakespeare, Dante, Dostoevskij, e tra i contemporanei Zola, Hugo e Ernest Renan. Conosce Mallarmé e partecipa ai suoi martedì, incontrando anche Verlaine e rimanendo affascinato dalla lettura di Rimbaud, cui rimarrà sempre legato. Durante questo periodo vive un travaglio interiore che lo porta alla conversione al cattolicesimo nel 1886. Tale avvenimento, secondo il racconto dello stesso Claudel, avviene a NotreDame de Paris, ascoltando il Magnificat durante la Messa di Natale. La sua vena artistica, pur se molto discontinua, si sviluppa da questo momento in poi con temi profondamente cristiani. Quanto alla vita professionale, dopo aver svolto studi nel campo del diritto, lavora per il Ministero degli Esteri e intraprende la carriera diplomatica. Nel 1893 è vice-console negli Stati Uniti, suo primo incarico all'estero. Da allora soggiorna in moltissimi paesi: Cina e Giappone (paesi dai quali rimane profondamente colpito), Germania, Italia, Brasile. Ritorna ancora una volta negli Stati Uniti nel 1927, come ambasciatore. L'ultimo suo incarico è a Bruxelles. Nel 1935 si congeda dal lavoro. La sua movimentata carriera non gli impedisce di avere una famiglia: nel 1906 si sposa con Regina Perrin, dalla quale ha molti figli. Una sua nipote, Dominique, fu fidanzata di Vittorio Emanuele di Savoia. Nell'arco della sua vita si occupa di molti campi del sapere, pubblicando scritti anche di politica, scienza, letteratura ed arte. Nel 1946 viene eletto accademico di Francia. Muore nel 1955, all'apice del successo, a causa di una crisi cardiaca. Il suo epitaffio, scritto da lui stesso, recita semplicemente "Qui riposano i resti e la semenza di Paul Claudel".

181. [scheda dattiloscritta: preghiera di Leoncio di Grandmaison] 162
Santa Maria, madre di Dio,
conservatemi un cuore di fanciullo
trasparente e puro come una sorgente;
ottenetemi un cuore semplice,
che non assapori le tristezze,
un cuore magnifico a donarsi,
tenero alla compassione,
un cuore fedele e generoso,
che non scordi alcun bene
e non serbi rancore d'alcun male;
fatemi un cuore docile e umile,
amante senza chiedere ricambio,
gioioso di sparire in un altro cuore
davanti al vostro divin Figlio;
un cuore grande e indomabile,

che nessuna ingratitudine chiuda,
che nessuna indifferenza stanchi;
un cuore tormentato dalla gloria
di Gesù Cristo, ferito dal suo amore,
e la cui piaga non guarisca che in cielo (Leoncio di Grandmaison).
 (L. de Grandmaison, Jesucristo, Barcellona 1941, Ed. liturgica espafiola, pp. 371-372).

Q[uadrio] G[iuseppe] £13.[1948]; 26/x/[19]48.163
162Il grande apologista Leoncio di Grandmaison, SI, ha scritto parlando dei razionalisti tedeschi del XIX secolo: «Tutti ammettono che il maestro nazareno ha superato la comune altezza dell'umanità, che ha aperto veramente la pura vita religiosa, e che per tali titoli si può considerare un "profeta", e un eroe di ordine spirituale. Ma nessuno sostiene la divinità del Signore nel senso tradizionale di questa parola. Quasi tutti si rifugiano nell'ammirazione della "personalità" di Gesù, sottolineando il suo carattere sublime, nel suo senso della realtà. Proprio per questo motivo tutti sono bloccati in un circolo soffocante: accettano un Cristo insolitamente grande, che non è Dio»
163 La lettura della data presenta incertezze. Preghiera che don Quadrio teneva nel proprio breviario. L'originale è conservato da don Luigi Melesi, che se lo fece dare, in cambio di un foglio stampato.
Sul retro [con ordine risistemato]:
Muoiono in tutto il mondo

  • ogni anno 51.000.000

- ogni giorno circa 40.000 uomini

  • ogni ora 349.200
  • ogni minuto primo 5.820
  • ogni minuto secondo 97.

182. [biglietto postale con raffigurazione di Maria che fila accanto alla culla di Gesù: preghiera attribuita a san Francesco d'Assisi]
O Gesù Bambino,

  • dove sono le tenebre, porta la luce,
  • dov'è il peccato, porta il perdono,
  • dov'è odio, porta l'amore,
  • dov'è errore, porta la verità,
  • dov'è discordia, porta l'unione,
  • dov'è disperazione, porta la speranza,
  • dov'è l'incredulità, porta la fede,
  • dov'è il dolore, porta la gioia. 164

164 La preghiera semplice è una preghiera cristiana, conosciuta a partire dall'inizio del novecento. È stata pubblicata la prima volta in Francia, nella rivista ecclesiastica La Clochette, da Padre Esther Bouquerel nel dicembre 1912. Il testo era in francese, anonimo, e si intitolava Belle prière à faire pendant la messe. In Italia la preghiera è apparsa per la prima volta sull'Osservatore Romano il 20 gennaio 1916. E tradizionalmente, ma erroneamente, attribuita a San Francesco. Secondo lo storico Christian Renoux l'attribuzione al santo, nata nell'ambito del protestantesimo francese, trarrebbe origine da una versione della preghiera stampata sul rovescio di un santino raffigurante san Francesco.
La versione originale di questa preghiera è la seguente: Belle prière à faire pendant la Messe: «Seigneur, faites de moi un instrument de votre paix. / Là où il y a de la haine, que je mette l'amour. / Là où il y a l'offense, que je mette le pardon. / Là où il y a la discorde, que je mette l'union. / Là où il y a l'erreur, que je mette la vérité. / Là où il y a le doute, que je mette la foi. / Là où il y a le désespoir, que je mette l'espérance. / Là où il y a les ténèbres, que je mette votre lumière. / Là où il y a la tristesse, que je mette la joie. / O Maître, que je ne cherche pas tant à étre consolé qu'à consoler, à étre compris qu'à comprendre, à étre aimé qu'à aimer, car c'est en donnant qu'on re9Dit, c'est en s'oubliant qu'on trouve, c'est en pardonnant qu'on est pardonné, c'est en mourant qu'on ressuscite à l'éternelle vie» (La Clochette, n° 12, dic. 1912, p. 285). Una versione italiana è: «O Signore, fa' di me uno strumento della tua pace: / Dove è odio, fa' ch'io porti l'amore. / Dove è offesa, ch'io porti il perdono. / Dove è discordia, ch'io porti l'unione. / Dove è dubbio, ch'io porti la fede. / Dove è errore, ch'io porti la verità. / Dove è disperazione, ch'io porti la speranza. / Dove è tristezza, ch'io porti la gioia. / Dove sono le tenebre, ch'io porti la luce. / O maestro, fa' ch'io non cerchi tanto: Essere consolato, quanto consolare. / Essere compreso, quanto comprendere. / Essere amato, quanto amare. / Poiché è / dando, che si riceve; / perdonando, che si è perdonati; / morendo, che si resuscita a vita eterna».

183. [tra le carte di don Quadrio: sopravvivenza dell'anima: pagina di confronto col filosofo Earl Russell] 165
165 Earl Russell, of Kingston Russell in the County of Dorset, is a title in the Peerage of the United Kingdom. It was created on 30 July 1861 for the prominent Liberai politician Lord John Russell. He was Home Secretary from 1835 to 1839, Foreign Secretary from 1852 to 1853 and 1859 to 1865 and Prime Minister of the United Kingdom from 1846 to 1852 and 1865 to 1866. At the same time he was given the earldom Russell was made Viscount Amberley, of Amberley in the County of Gloucester and of Ardsalla in the County of Meath. A member of the prominent Russell family, he was the third son of John Russell, 6th Duke of Bedford. The first Earl was succeeded by his grandson the second Earl, the eldest son of John Russell, Viscount Amberley. He was one of the first peers to join the Labour Party and he held office under Prime Minister Ramsay Macdonald as Under-Secretary of State for India from 1929 to 1931. He was childless and was succeeded in 1931 by his younger brother, the third Earl, the famous philosopher and Nobel Prize winner universally known as Bertrand Russell. When he died in 1970 his eldest son, the fourth Earl held the title until his half-brother, the fifth Earl inherited it in 1987. He was a noted historian of 17th century England. Russell also sat on the Liberai Democrat benches in the House of Lords and was one of the ninety elected hereditary peers that were allowed to remain in the House of Lords after the passing of the House of Lords Act 1999. As of 2014[0Pd'te] the titles are held by his son, the sixth Earl, who succeeded in 2004. As descendants of the sixth Duke of Bedford, Earls Russell are also in remainder to this peerage and its subsidiary titles.

(Articolo apparso sul «The Sundey Times», gennaio 1957, come risposta ad una grande inchiesta, a cui risposero personalità di ogni fede, intorno alla sopravvivenza dell'anima umana dopo la morte. Earl Russell scrive come filosofo della scienza e razionalista).
La persuasione che la morte non è la fine, ma l'inizio di un'altra vita, è molto antica: esisteva in Egitto, fu adottata in Grecia dagli orfici, dai quali166 passò nella filosofia di Platone; al tempo di Cristo era accettata dalla maggior parte dei Giudei ed è sempre stata un punto cardinale della fede cristiana. Mi propongo di esaminare questa persuasione, non alla luce della tradizione o dell'ortodossia, ma da un punto di vista puramente scientifico.
Il primo punto, su cui è necessario essere chiari, è il significato di personalità. I filosofi erano soliti credere, come molta gente che non è filosofo crede ancora, che c'è in ciascuno di noi una entità persistente che è diversamente chiamata "anima", "mente", "io", o "soggetto", secondo i sentimenti che lo scrittore vuole evocare nel lettore. Per coloro che sostengono quella dottrina, il senso della questione, se noi sopravviviamo dopo la morte, è chiaro. Ma, sfortunatamente, un'indagine critica non rivela l'esistenza di alcuna entità di questo genere come cuore della personalità.
È stato Hume che per primo condusse i filosofi a rigettare la fede in una tale persistente entità.
«Per parte mia, quando entro il più intimamente in ciò che io chiamo "me stesso", inciampo sempre in qualche percezione particolare o altro, di caldo o freddo, luce od oscurità, amore o odio, pena o piacere. Io non riesco mai ad afferrare "me stesso" in nessun momento senza una percezione, e mai riesco ad osservare altro che la percezione» (A Treatise of human nature, Part IV, Sect. VI).
166 Nell'originale: da cui.
Ciò che Hume dice delle menti, i fisici dicono delle particelle di materia. Quando io ero giovane, la materia era ancora concepita composta di atomi che erano semplici, indivisibili ed immortali, ma adesso la materia è molto meno solida che soleva essere. Gli atomi sono formati da unità più piccole, le unità minori non hanno esse stesse alcuna persistenza. Il mondo fisico, come i fisici lo concepiscono, non consiste più di "cose", ma di "eventi".
Ci sono tutte le ragioni per accettare la stessa visione del mondo mentale; e ciò esige una nuova definizione di ciò che intendiamo per continuità della persona. È ovvio che ci sia una connessione tra Mr. Jones e altra gente o altre cose. Questa è costituita in parte da una certa continuità delle caratteristiche personali: Mr. Jones, passando dall'infanzia alla vecchiaia, cambia gradualmente, non improvvisamente. Ma questo è appena sufficiente per una definizione di personalità giacché può avere un sosia identico che gli rassomiglia perfettamente.
La cosa più essenziale nella continuità di una persona è la memoria. Tutto ciò che io ricordo, è capitato a me; e ciò che tu ricordi è capitato a te. Si potrebbe obiettare che ci sono molti avvenimenti pubblici che molta gente ricorda, ma, in realtà, ci sono sempre differenze tra l'esperienza di un pubblico avvenimento avuta da un uomo e quella avuta da un altro uomo. Noi perciò possiamo prendere la memoria come ciò che definisce la continuità di una persona.
La questione se noi sopravviviamo alla morte diventa così la questione: vi sono, dopo che uno è morto, memorie di ciò che capitò a lui mentre viveva sulla terra? Se vi sono tali memorie, possiamo dire [che] egli è sopravvissuto alla morte; ma, diversamente, 167 no.
Quando la questione è co[n]siderata scientificamente e non attraverso la nebbia dell'emozione, è molto difficile vedere una qualche ragione per aspettare la sopravvivenza. È ben certo che le memorie sono connesse con il cervello, ed assolutamente certo che il cervello sottostà alla corruzione dopo la morte. È forse non impossibile risorgere con la risurrezione del corpo; ma, eccetto un miracolo rivelato dalla fede, ciò sembra un'ipotesi straordinariamente improbabile.
167 Nell'originale: se no, no.
Uno potrebbe altrettanto bene aspettarsi, allorché un edificio è stato rovinato da un terremoto, che una nuova eruzione lo rifabbricherà nuovamente.
Quando io menziono il cervello in questo contesto, io dovrò attendermi di essere accusato di materialismo. Questa accusa tuttavia sarebbe ingiusta. Io penso che un cervello vivo è composto di pensieri e sentimenti, esattamente quei pensieri e sentimenti che noi osserviamo in noi stessi. Ma pensieri e sentimenti sono evanescenti e, se sono essi che costituiscono un cervello vivo, è naturale che essi cessano o cambiano grandemente quando il cervello cessa di vivere.
La credenza della sopravvivenza dopo la morte a me, su tali fondamenti, non sembra avere base scientifica. Io non penso che sarebbe mai sorta, se non come reazione emozionale alla paura della morte. Molta gente parla di morte come di un mistero, e pensa che vi è qualche cosa di misterioso nelle relazioni della mente col corpo. Per parte mia, io credo che ciò sia un errore.
La parola "mistero" è usata soltanto quando c'è qualche cosa che non si desidera ammettere. In altro caso, si è contenti di dire che qualche cosa è sconosciuta. Una gran quantità di cose sono sconosciute. Alcune possono, col tempo, essere scoperte: altre noi possiamo difficilmente sperare di conoscerle presto o tardi. Ma quando si usa la parola "mistero", si usa per porre un termine alla ricerca e per santificare l'ignoranza ostinata. Inoltre — il che è ben peggio — quelli che usano la parola, continuano sempre a parlare come se essi sapessero tutto sopra ciò che essi hanno dichiarato essere inconoscibile.
Si può dire che la visione che io sto esponendo è triste e sconfortante. Indubbiamente, quando coloro che noi amiamo muoiono, è un conforto immenso pensare che poi li incontreremo di nuovo in cielo. Ma io non vedo alcuna ragione qualsiasi per supporre che l'universo prenda alcun interesse alle nostre speranze e ai nostri desideri. Qualunque cosa di bene sia per esistere nella vita del genere umano, deve esservi posta dal genere umano.
A parte la vita sopra questo pianeta, non sappiamo di alcuna cosa buona o cattiva. Possono esserci più felici mondi in altri pianeti, e ci possono essere mondi ben peggiori del nostro, ma in questo, la nostra ignoranza è completa. Non abbiamo nessun diritto di aspettare che l'universo si adatti alle nostre emozioni, e io non posso ritenere giusto o saggio accarezzare credenze per le quali non vi è alcuna buona evidenza, solo per la ragione che le favole delle fate sono piacevoli.

Testimonianze

VII. Volto dell'invisibile (Gli occhi e il sorriso di don Quadrio)
1. Testimonianze personali dal diario 184. [dalle pagine del diario]
Esercizi spirituali.
Programma per il 1942-43.
Sarò per ognuno dei miei chierici un vero fratello. Cordiale, affabile, sorridente, accogliente. Cercherò quelli che non mi avvicinano; incoraggerò i timidi; consolerò gli abbattuti; saluterò sempre per primo chi m'incontra; non lascerò passare tempo notevole senza intrattenermi con tutti; offrirò sempre un favore a tutti; vincerò la timidezza e la ritrosia.
22 ottobre 1942, Foglizzo.
Ricomincio. Vivere sorridendo. G. Quadrio.
28 novembre 1945, Roma.
Ritorno al mio studio dopo più di una settimana di sosta nell'infermeria. Mio Gesù, grazie del forzato riposo, del tempo perduto per i miei studi; grazie delle notti insonni, tormentate da quell'acutissimo mal di testa: ho capito qualche cosa della tua coronazione di spine.
1 Il sorriso è per don Quadrio un ponte gettato verso gli altri. Attraverso di esso egli entra in comunione con Cristo suo fratello, con Maria e con gli uomini. Insieme con Cristo procura di far sorridere il volto del Padre. Dai suoi propositi si coglie lo sforzo compiuto su se stesso perché divenisse uno dei tratti più caratteristici della sua personalità e della sua santità.
Grazie!
Oggi compio ventiquattro anni! Vorrei riassumerli in un sol attimo e poi deporli come un piccolo filo di arida paglia sul tuo cuore, o Gesù, affinché con te, in te, per te si consumino in laudem gloriae gratiae eius, e così facciano sorridere di compiacenza il volto del Padre celeste.
23 settembre 1946, Torino - Crocetta
Sono qui a ringraziarti, Dio mio, della dolorosa, profondissima esperienza di questi giorni. Quanto più mi convinco che in te solo e nel tuo amore è la soluzione dei nostri problemi. Perdermi in te, vivere appassionatamente aggrappato nel tuo divino amplesso, sentirmi fra le tue braccia, riposare l'anima mia in te, vivere in perfetta docilità ai tuoi inviti e alle tue richieste: ecco, o mio Dio, mio fratello e mio tutto, ecco ciò che solo può appagare, soddisfare, tranquillizzare le mia vita.
Che cosa sarebbe la mia vita fuori ti te? Quale scopo, quale ideale, quale gioia potrebbe avere? Ho sentito questa amara, sconfortante confessione: Che cosa stupida la vita! Prima una lotta senza scopo, per sciocchezze, poi per il pane.
Sì, o mio Dio, anche per me sarebbe così, anche in casa tua, nel tuo sacerdozio, se non mi aggrappassi totalmente a te, al tuo seno e non mi lasciassi portare da te, dove tu vuoi. Di te solo ho bisogno, del tuo amore, del tuo sorriso: sentirmi d'accordo con te, sentirti accanto a me, lavorare con te e amare te.
26 ottobre 1946, Roma S[acro] Cuore.
Assisto don Rubino Michelangelo degente alla clinica di via Milazzo, dalle 16 alle 18,15. Lo saluto, lasciandolo in perfetta calma e in ottime condizioni. Alle 18,30 era già morto. Una delle ultime frasi che disse, riguardava proprio me, ed era un complimento bonario: Questo è un galantuomo. Accomiatandomi gli dissi: Riposi bene, monsignore. Ritornerò a vederla domani. Mi sorrise fra la barba bianca, dicendo: «Ciao, ciao».
3 novembre 1946, Roma.
Domani inizio del quarto anno di teologia. In nomine Christi. Amen.
Programma di novembre: silenzio perfetto, breviario meditato e cantato, sorriso continuo ai fratelli, tenerezza a lui, fiducia in lui.
2 febbraio 1947, Roma.
Nella chiesa della missione al collegio leoniano (via Pompeo Magno) ordinante sua em. mons. Luigi Traglia, arcivescovo titolare di Cesarea, vice gerente del vicariato di Roma, ricevo per grazia di Gesù redentore il sacro ordine del diaconato.
Ho invocato lo Spirito santo per l'intercessione di Maria santissima che mi sorrideva dall'alto della pala dell'altar maggiore, circondata dagli apostoli nel giorno della pentecoste.
6 febbraio 1948, Roma, Ore 17,15.
Solo pregando ritroverò la pace. O Gesù, ho bisogno che tu mi indichi chiaramente la via da scegliere. Qual è? Che cosa devo fare? Che cosa vuoi che io faccia? Fammelo sapere in modo chiaro e certo: e lo farò. In attesa:

  1. pregherò molto. Ti parlerò sovente come un bimbo. Ti offrirò il mio cuore;
  2. studierò molto. Eviterò ogni distrazione, ogni divagazione;
  3. starò molto allegro. Chiuderò gli occhi per non vedere. Come il tuo volto nella sindone: ad occhi chiusi, sorridendo.

14 ottobre 1957, Torino.
Dal 9 sera al 14 mattino: influenza asiatica.
Ho maturato un modus vivendi del seguente tenore:

  1. sereno, sorridente, silenzioso;
  2. cercare non me stesso, ma unicamente il bene oggettivo e reale, disinteressatamente;
  3. saper attendere, senza impazienze, malumore.

Riprendere il programma del primo ottobre: specialmente preghiera, preghiera, preghiera.
Dal 22 al 27 marzo [1958] sono stato a letto con l'influenza. Ho ripensato la mia povera e inutile vita: quanto poco e quanto male! Urge: 1) essere e non sembrare,

  1. donare, non mercanteggiare,
  2. lavorare, non agitarsi,
  3. pregare, non recitare. In questa Settimana santa:
  4. sacrificium operis: attenderò alacremente all'articolo per «Salesianum»;
  5. sacrificium laudis: preghiera, preghiera, preghiera;
  6. sacrificium cordis: sereno, sorridente, silenzioso.

2 gennaio 1962.
Alle ore 10 entro in ospedale (nuova astanteria Martini) per un periodo di cura.
Nel nome santissimo di Gesù e con la sua grazia, mi riprometto durante la degenza:

  1. di convivere con lui in comunione di pensieri, di sentimenti, di offerta continua;
  2. di sorridere e diffondere serenità a tutti: medici, infermieri, ammalati, suore. Ognuno deve vedere in me la benignitas et humanitas Salvatoris nostri Dei.

24 febbraio 1962, sabato.
Ultima messa in ospedale alle 7. Esco alle 14 per ritornare alla Crocetta. Ringrazio tutti; specialmente te, mio Dio!
È una buona occasione per ricominciare da capo: Sorridere, pregare, lavorare! Devo considerami un sopravvissuto, o meglio, un risuscitato. Resurrexi et adhuc tecum sum.
Penso con grande riconoscenza ed affetto a tutte le brave persone con cui ho trascorso queste settimane di ospedale: medici, suore, infermiere, malati. Che brava gente sono i tuoi figli, o Signore!
7 giugno 1962.
In nomine Christi: Amen.
Alle 18 sono di nuovo ricoverato al Martini, piano II, cam[era] 22, letto settantuno. Il tutto fu preceduto da un ciclo di irradiazioni (28 aprile - 15 maggio) e ultimamente da febbre, tosse, catarro.
Deo gratias! Sono contento.
Trovo nuove suore, le figlie della carità, al posto delle albertine partite ieri.
Programma: Pregare. Sorridere. E leggere.

2. Testimonianze di altri2
185. don Arturo Alossa
«Il mio primo incontro con lui avvenne nei primi giorni di noviziato a villa Moglia e subito mi colpì la sua bontà fraterna, il suo sorriso e il suo spirito di servizievolezza. L'anno seguente lo rincontrai a Foglizzo ma non l'ebbi insegnante; comunque rimase in me il ricordo della sua figura di chierico salesiano amabile, umile, chierico coi chierici, amante dello scherzo (ma sempre tanto rispettoso di tutti) e irradiante serenità nell'ambiente. Però in quel tempo non mi pare di aver avuto particolari relazioni con lui; queste vennero in modo speciale (e lasciarono in me un'impronta indelebile!) durante il periodo degli studi teologici alla Crocetta (1950-1954). Ero nel numero dei suoi più cari amici; ma penso che tutti si credessero tali, tanta era con tutti la sua bontà gentile e premurosa» (S 52).
«Il suo atteggiamento umile, sereno, sorridente, premuroso era di un'anima perennemente in preghiera e in unione con Dio; ma senza posa alcuna, senza irrigidimenti di sorta... con tutta naturalezza» (S 55). «La sua celebrazione della santa messa non aveva nulla di spettacolare o di artificioso: era invece un placido e naturale contatto con Gesù eucaristico che sembrava irradiare dal suo volto. Se ne restava edificati. Anche la sua predicazione conquideva: la parola scaturiva limpida e suadente dal suo labbro. Tutti lo ascoltavano sempre con molto piacere» (S 55).
2 Sono ricavate dalla spigolatura di varie fonti, in primo luogo da Summarium [S], ma anche da lettere, da interviste, da scritti vari.
«Già in quegli anni (1950-54) la sua salute era assai cagionevole; sovente era sofferente e lo si notava dall'aspetto esterno, dal volto pallido ed estenuato, dal camminare incerto e cascante; alle volte doveva tenere il letto a causa della febbre; ma non udii mai parole di lamento o di scoraggiamento. Aveva sempre il suo bel sorriso sulle labbra! Anche in quei casi era ancora lui il primo a interessarsi piuttosto della nostra salute» (S 58).
«Bastava incontrarsi una volta a tu per tu con lui per essere conquistati: sorridente in volto, amabile nella conversazione (in cui sapeva dare ampio spazio all'ascolto) umilissimo e di un'estrema condiscendenza nel bene. Non faceva mai prevalere le sue idee o le sue opinioni, ma le presentava con semplicità e chiarezza» (S 60).
«Questa virtù si irradiava dal suo volto, mai triste e turbato, neppure nei momenti di più intensa sofferenza fisica. Si vedeva semmai un sorriso più malinconico e rassegnato, ma quel raggio di speranza non mancava mai! E la speranza la sapeva infondere in chiunque lo avvicinava: il suo sorriso era contagioso! Bastava la sua parola amica e, talvolta, soffusa di amabile ironia... per sentirsi caricati di serenità e di speranza» (S 63).
«Nonostante la debole costituzione fisica, fu un uomo forte nella volontà e nel carattere. La sua fortezza si rivelò in sommo grado durante i lunghi anni di malattia. Quando lo incontravamo, in certi giorni in cui si notava chiaramente la sua prostrazione fisica, non si udiva un lamento, ne si atteggiò mai a vittima; solo dal sorriso più velato capivamo che stava veramente male: si trascinava, più pallido del solito, per quei corridoi o nel cortile, ma voleva ugualmente stare tra i suoi chierici, ascoltarli, incoraggiarli...» (S 67).

186. don Luigi Beltramo
Conforme all'ultima ratio studiorum, si era introdotto un quarto anno di filosofia, da concludersi con una specie di esame de universa. Nel Messico ci eravamo subito uniformati in pieno. Detto esame era sufficiente per poter entrare nella facoltà di teologia. Infatti i chierici d'Italia non erano tenuti a un nuovo esame. Invece ai "miei" tre messicani fu richiesto. Naturalmente feci il diavolo a quattro e proprio con lui, che fino allora aveva ricoperto la carica di decano della facoltà, dalla quale però era stato esonerato per motivo di salute. In realtà quindi lui non c'entrava più! Eppure fu così buono, che mi ascoltò con tanta pazienza, mi calmò completamente e mi promise che si sarebbe interessato della faccenda. E lo fece, perché di fatto i miei tre ex-allievi furono accettati senza esame! Lo vidi poi ancora qualche volta, essendomi fermato tre mesi in più per motivi familiari. Accettava i miei sfoghi e mi incoraggiava sempre con il suo imperturbabile sorriso. All'inizio del mese di febbraio 1960 lo vidi per l'ultima volta, prima di ripartire per il Messico. Fu un addio commovente, con un fraterno abbraccio "alla messicana"!».

187. don Ferdinando Bergamelli
«Mi sono prestato talvolta con gioia anche a qualche trasfusione di sangue. Per questo non finiva mai di ringraziarmi e mi diceva con un sorriso riconoscente e un po' scherzoso: 'Adesso ho sangue bergamasco nelle mie vene!". Quando gli prestavo, soprattutto verso la fine della malattia, i servizi tipici di un ammalato molto grave e di una certa delicatezza, se ne scusava e chiedeva perdono» (S 605).
«Mi ha sempre molto stupito il fatto che quando arrivavo al suo letto chiedeva sempre notizie di me, dei miei genitori, della scuola... Mai parlava di sé e della sua salute! Quando poi io gli chiedevo come stesse, egli mi rispondeva sempre con un immancabile sorriso: "Bene! Non stare a preoccuparti di me!"» (S 606).
Don Ferdinando Bergamelli (presente all'estumulazione):
«Mai avrei pensato che 50 anni dopo, nello stesso posto, avrei guardato la salma del venerabile uscire dal sepolcro! Poi nei sotterranei della basilica è avvenuto lo scoperchiamento della cassa di zinco, perché la cassa di legno era quasi del tutto disfatta dall'acqua... Noi tutti eravamo convinti che avremmo visto uno spettacolo decisamente non bello, di fronte ad un cadavere completamente rovinato dalla corruzione, accelerata dall'acqua e dall'umidità, e che quindi il riconoscimento della salma sarebbe stato molto difficile! E invece, appena sollevato il coperchio, ci è apparso uno spettacolo inaspettato. Il volto di don Quadrio era molto ben conservato: più sottile e affinato, ma ancora con un lieve sorriso!!! «È lui!», ho sussurato con commozione. Quel volto sorridente, caratteristico di don Quadrio si era conservato intatto e persino l'acqua, che era presente in abbondanza ai piedi della salma, lo aveva risparmiato teneramente. Eravamo tutti commossi e pieni di meraviglia. Un'esperienza unica, commovente».

188. don Pietro Brocardo
«Anche durante le vacanze stava con i chierici e ne condivideva la vita. Per dire che cosa abbia internamente provato nell'avventura del Rocciamelone bisognerebbe esser stati con lui e in lui. Paura, e tanta, l'ebbero tutti. Non perse però la testa, né ebbe conseguenze psicofisiche. Lo arguisco dal dominio di sé che dimostrò al suo ritorno a notte fonda, quando io ero in preda a vera angoscia per il ritardo assolutamente inspiegabile. Per non aumentare la mia trepidazione mi diedero risposte vaghe e preferirono andare subito a letto. Don Quadrio, però, — me lo rivedo davanti, poiché andai a trovarlo per saperne di più — mi disse con il suo solito sorriso, pressappoco così: 'Non si preoccupi, è stato niente, le dirò poi tutto". Le sue parole mi quietarono. La mattina dopo venne fuori la verità. Nell'accaduto tutti ravvisammo un particolare intervento di Maria perché la tempesta fu tale che poteva scapparci più di un morto» (S 982).
«La sua castità brillava nello sguardo limpido e profondo, nel volto che aveva il fascino di un adolescente innocente. Sono convinto che l'attrattiva che esercitava sui chierici, aveva, tra le sue componenti, e non in secondo ordine, la carica di candore che si portava dentro» (S 1005).
«Lo rivedo come un confratello dall'indole mite e dolce; il volto disteso, immancabilmente, in un luminoso sorriso; disponibile, dal cuore sensibile e partecipe delle sofferenze e della gioia di tutti. Raccolto, piuttosto schivo, all'apparenza quasi timido, eppure coraggioso e determinato, volitivo e tenace, come la gente delle sue belle montagne. Era dotato di una intelligenza di molto superiore alla norma, ma armonica, equilibrata, capace di dare chiarezza ai problemi anche più difficili, nemica degli estremismi di ogni genere. Queste connotazioni — e molte altre ancora — emergono, in misura sproporzionata all'età, in tutte le fasi della sua vita. Per me fu un "adulto" precoce: santo giovane, santo chierico, santo sacerdote. Si sa che la grazia non è condizionata dalle qualità umane; ma quando le trova, se corrisposta, può innalzarle ad altezze sublimi. E quanto è accaduto a lui» (S 1008).
«Infine vorrei sottolineare l'umiltà praticata dal servo di Dio, in grado che a mio parere, è stato veramente straordinario ed eroico. Don Quadrio è stato un salesiano umile, di un'umiltà che si toccava con mano. La sua brillante riuscita negli studi che gli aveva meritato l'ammirazione dei professori dell'università Gregoriana, certi suoi successi clamorosi, lo avevano avvolto in un alone di gloria. Sarebbe stato così facile menarne un qualche vanto. Invece, per quanto mi è dato ricordare, mai e poi mai lo sentii alludere a questo suo passato; mai e poi mai gli applausi degli alunni, la stima da cui era circondato, manifestarono sul suo volto un qualche sussulto di orgoglio, una compiacenza troppo umana. Questo suo atteggiamento, fatto abitudine, supera la comune umiltà cristiana. Certamente il diritto alla stima del proprio valore e a quello degli altri, è un bene che va tutelato. Ma l'umiltà, che è verità a pieno titolo, e giustizia in senso largo, lo riferisce a Dio, lo riconosce come suo dono e gli rende lode. Essa può, tuttavia, sull'esempio di Cristo, spingersi oltre. Non ho prove per dire fino a che punto egli lo abbia fatto, ma opino fondatamente che, nel suo intimo, almeno durante la malattia, abbia voluto assimilarsi a Gesù accettando anche l'umiltà di abiezione, "rexinanivit semetispsum"! E non è che il servo di Dio così armonico ed equilibrato, indulgesse a forme patologiche autodistruttive. Era, senza dubbio, consapevole e grato dei grandi doni di cui il Signore lo aveva arricchito. Ma al posto dell'io aveva messo Dio, centro di gravitazione della sua esistenza» (S 1011).

189. maestra Maria Maddalena Brunero Garena
«In un pomeriggio della mia degenza al Martini è venuto a trovarmi proprio don Quadrio. Mi ha subito colpito il suo meraviglioso sorriso. Egli si è seduto accanto al mio letto e, poiché io gli ho parlato delle mie preoccupazioni per l'avvenire essendo stata operata per la seconda volta di un tumore al seno, lui con una rassicurante dolcezza mi ha detto: "Non si preoccupi, andrà a casa serena e vivrà: infatti molti avranno bisogno di lei (poi si è corretto: Avremo bisogno di lei). Io non vivrò a lungo" (Non ricordo però più bene l'espressione precisa usata in proposito, comunque il concetto era che presagiva una morte vicina). Abbiamo recitato un'ave Maria e poi lui mi ha benedetta.
Sono trascorsi moltissimi anni da quel giorno in cui ho conosciuto don Quadrio ed io non ho più pensato a tale incontro in ospedale. Purtroppo non ho neppure appreso la notizia del ritorno alla casa del Padre di questo santo sacerdote nel 1963. Nel 2010, sfogliando il Bollettino salesiano, mi ha colpito ritrovare la fotografia di un salesiano dichiarato venerabile, nel quale, dal sorriso indimenticabile, ho subito riconosciuto don Giuseppe Quadrio. In quell'istante mi sono venute in mente le parole che mi aveva detto nel famoso incontro in ospedale. Mettendole in relazione con la mia intensa e lunga vita ho capito che sono state profetiche. Io ho compiuto 86 anni e sono tuttora, grazie a Dio, molto efficiente. Soprattutto il tumore non si è più manifestato, anche se il chirurgo, il prof. Pepino, che mi ha operato, mi aveva lasciato capire che non era benigno, per cui facilmente si sarebbe potuto riprodurre» (Lettera a don Andrea Bozzolo, Torino, 17 novembre 2012).

190. don Nazareno Camilleri
«Stamane lo contemplavo esanime, candido, sorridente. Proprio così, con le labbra atteggiate al suo normale caratteristico sorriso: diffusa est gratia in labiis tuis. Perfino in morte! Ebbene, quanti lo conobbero e lo avvicinarono, come maestro e come sacerdote, e sempre con tutti amico, concorderanno nel dire che la dolcezza della carità era in don Quadrio come incarnata, spontanea e perenne, come fosse la sua natura, ma era
il fiore della divina grazia e della sua innocenza. Veramente il sorriso di don Giuseppe Quadrio, sopravvissuto perfino alla gelida violenza della morte, era ed è l'espressione più felice, in simbolo e in sintesi, della sua anima angelica e del suo cuore sacerdotale, di amico, di fratello».

191. don Carlo Caprioli
«L'inverno era duro e senza riscaldamento. Il primo anno ebbi un inizio di congelamento alle dita dei piedi e dovetti restare in infermeria per una settimana. Davanti ad altri superiori mi era sembrato di apparire un approfittatore per stare tranquillo e al caldo del letto; qualche frase (non so se per ridere o sul serio) mi fece male interiormente. Don Quadrio mi capiva, mi faceva visita sempre infondendomi coraggio col suo sorriso acquietante. A causa del freddo per un certo tempo dovetti patire un inconveniente non grave ma imbarazzante. Dopo la santa messa e meditazione si saliva in studio: in quel tempo appena mi sedevo sentivo un impellente bisogno di andare ai servizi, mentre prima niente affatto. Era imbarazzante per me fare presente a don Quadrio che, appena entrato, avevo bisogno di uscire. Lui capì, e senza che io dicessi qualcosa, ogni mattino con un cenno del capo mi diceva di aver capito. Mi parlò e mi disse di fare pure e sempre con la massima disinvoltura e tranquillità» (S 76).
«Religioso perfetto: non l'ho mai sentito commentare ordini o disposizioni di superiori anche se qualche volta c'era più di un'occasione favorevole per parlarne e commentare. Certi atteggiamenti autoritari, irragionevoli, non potevano non dare adito a commenti. Da don Quadrio mai nessun commento o precisazione. Il suo sorriso e la furbizia di fare cadere il discorso su certi argomenti era eccezionale» (S 79).
192. sig. Cristoforo Catalanotto, coadiutore salesiano
«Il Servo di Dio esercitò anche la virtù della carità verso il prossimo. Era caritatevole e disponibile con tutti, tanto che posso dire che una sua caratteristica era l'amabilità. Aveva sempre il sorriso sulle labbra e quando lo si incontrava non si poteva fare a meno di fermarlo e conversare con lui» (S 761).
«Una volta che avessi incontrato gli occhi di don Quadrio, te li sentivi penetrati dentro. Non avresti più potuto dimenticarli» (testimonianza personale).

193.card. Rosalio José Castillo Lara
«Non mentiva mai ai chierici e dinanzi a situazioni oggettivamente criticabili si rifugiava in un benevolo sorriso o in un richiamo a principi superiori di fede. Per i chierici era sempre un amico senza lasciare mai di essere un maestro e un educatore» (S 1177).
«Gli era abituale un sorriso che lo si percepiva subito molto sincero e affettuoso, pieno di comprensione e che metteva subito a suo agio r interlocutore» (S 1184).

194. don Pietro Ceresa
«La caratteristica della personalità umana del servo di Dio era gentilezza, bontà e sorriso. Da un punto di vista religioso si notava la sua serena compostezza nella pietà. Quando i superiori, al giovedì durante l'anno, e in tutti i giorni feriali durante la quaresima ci consentivano di raggiungere la chiesa stazionale romana per una visita, io notavo che egli sapeva immediatamente raccogliersi e fermarsi in attenta preghiera, mentre il più delle volte io ero più attratto dalle "curiosità" che in quei giorni venivano esposte nelle chiese» (S 106).
«Allegria serena - Non rifiutava mai le passeggiate ed i divertimenti della comunità, ma non sempre prendeva parte ai giochi. Preferiva passeggiare. E rideva volentieri e con grande schiettezza. Un particolare: non ricordo di avere mai raccolto una barzelletta dalle sue labbra. Un altro particolare: a me piaceva guardarlo negli occhi: rivelavano una semplicità e limpidità da incantare» (S 1115).

195. don Vittorio Chiari
«Appena arrivato, i miei confratelli dell'ispettoria lombarda mi hanno indicato don Quadrio, come il loro punto di riferimento nella vita spirituale e come modello di vita sacerdotale: "È un santo! cerca di conoscerlo e di stargli vicino!". L'ho osservato quei pochi giorni in cui non era in camera: come passava nei corridoi dell'istituto, era circondato da chierici, presso i quali aveva un forte ascendente. Sempre sorridente, partecipava a tutti i momenti della vita comunitaria anche se aveva sempre qualche linea di febbre» (S 480).
«Ebbene, è sempre la Maria Pimpa, che parla, la madre era una persona matura e lo dimostrava sia nel suo atteggiamento umile ma sempre sereno: rispondeva alle paure del marito con un bel sorriso rassicurante sia nelle prove di fedeltà e nelle occasioni che non mancavano nel suo ambiente» (S 486).
«Carissimo don Giuseppe, chi ti ha conosciuto,
ti ha dipinto ad occhi chiusi: sorridente, accogliente, attraente,
con il volto "aperto, gioviale, assorto, con la testa leggermente alzata,
col sorriso frequente, che spesso sfociava in una risata spontanea e lieve".
Ti ha ritratto dal portamento umile signorile:
"tratto squisito come la limpidezza dei tuoi monti. Volto sempre uguale
irradiante pace, mai agitato, mai infastidito, mai incupito".
Nessuno si accostava a te "senza sentirsi riconciliato con la vita
e quasi accarezzato dal balsamo della speranza".
Quanto ha scritto di te, don Sabino Palumbieri,
mi ricorda un episodio della mia adolescenza,
quando ho incontrato a Nave
don Alessandro Veneroni,
un anziano salesiano che aveva conosciuto don Bosco.
Era uno dei ragazzi dell'oratorio di Valdocco, presente la sera
in cui don Bosco aveva moltiplicato le noccioline.
Lui non si era messo in fila: era troppo piccolo il sacchetto
e troppi i ragazzi in fila: "È inutile. A me toccherebbe niente!" .
Poi, vedendole moltiplicarsi nelle mai di don Bosco,
si allineò con gli altri
e ne ricevette sei, che portò a tavola nel giorno
del sessantesimo del suo sacerdozio.
"Don Alessandro, lei che ha visto don Bosco com'era?".
Mi guardò commosso, gli occhi si inumidirono:

"Don Bosco? Ricordo il suo sorriso!". Altre parole non gli uscirono.
"Don Quadrio? Il suo sorriso,
fissato nella fotografia che lo ritrae in oratorio,
davanti alla piccola giostra!". Così don Luigi, che di don Quadrio
ha dipinto un vero "Ritratto dAutore",
vivo, penetrante, non caravaggesco,
ma con i colori di Giotto o del Beato Angelico,
che danno serenità all'anima.
Così personalmente è vivo in me in quella fotografia "oratoriana",
un'immagine dolcissima, che sapeva del sorriso di don Bosco.
Sapeva di paradiso di cui i santi sono il riflesso più bello,
i quali possedevano quella grande capacità di immersione in Dio
da racchiuderlo quasi in un palmo della mano per offrirlo alle persone,
che avevano la fortuna di passare del tempo con loro.
Il poeta direbbe che erano in grado di racchiudere l'eternità in un'ora,
quella del dialogo o del colloquio o nel sacramento della riconciliazione,
nell'Eucaristia da loro celebrata
come fossero il Cristo dell'ultima cena».

196. don Marino Codi, autore di Un volto dal sorriso di fanciullo
«La lunga serie di testimonianze che riempiono molte pagine, si può dire la più parte, di questa storia, mette in luce un interminabile elenco di doti, una più bella e preziosa dell'altra, riscontrate in don Beppino. Un elenco che non finisce più, e che arricchisce la sua nobile figura di uno splendore inconfondibile» (Codi 324).

197. don Giuseppe Colombero
«So che sopportava la malattia con grande rassegnazione e grande mitezza. Era sempre sorridente. Non ricordo di averlo visto triste o stufo. Accoglieva tutti con grande affabilità, nonostante i suoi dolori intensi. Aveva una pazienza, frutto di una bontà interiore, che non si può improvvisare. Mi colpiva la sua grande chiarezza di pensiero. Un'intelligenza lucida; aveva un'autenticità di pensiero che ritenevo ghiotta» (S 220).
«Ricordo ancora l'atteggiamento e le parole con cui mi accolse; con un grande sorriso, tendendomi le braccia, con voce sentita e forte, mi disse: "Oh, Don Giuseppe! Grazie, grazie per ieri sera! Ho sentito tutto. Tutto quello che diceva. La seguivo parola per parola. Lei ha detto al Signore per me proprio quello che voglio dirgli io; le parole, i sentimenti miei. Che grande regalo mi ha fatto!" E aggiunse: "Io mi auguro, quando sarò veramente per morire, di avere ancora lei vicino perché mi suggerisca ancora le stesse cose!"» (S 228).

198. don Rafael Colomer
«Ricordo che in tutta la comunità godeva fama di persona buona, "santa" come si diceva allora, una persona prudente, piena di bontà, servizievole, e un grande professore. Tra gli studenti passava per uno dei migliori professori della Crocetta. Quanto a me, attirava la mia attenzione il suo perenne sorriso e il suo volto sereno che infondeva confidenza e simpatia» (Lettera di testimonianza).

199. don Luigi Crespi
«Da quel primo incontro gli ho dato un po' la caccia: era stato il primo ad interessarsi di me. Deve essere molto buono, mi sono detto.
Quel suo primo incontro così sereno buono, tranquillo, naturale. E così ho passato quattro anni magnifici, entusiasmanti, esaltanti attaccato alle sue gonne. Temevo, è vero, di dargli un po' di fastidio perché gli ero sempre alle calcagna e c'erano altri professori che ti volevano a passeggiare in cortile... Ricordo che alla fine dell'anno, all'ultimo saluto, gli ho chiesto scusa se aveva avuto delle "note" a causa mia, per il fatto che ero sempre con lui. Mi ha risposto con un sorriso dei suoi e l'invito a non aver paura» (S 24).
«Ricordo bene la prima mattina del secondo anno di scuola. Iniziava con un'ora di dogmatica. Scendevo, con altri, lo scalone attualmente occupato dalla colonna dei servizi. Vedo don Quadrio appoggiato alla porta del museo di don Schialub. Tra il contento e il pauroso gli dico che finalmente anch'io potevo ascoltarlo come professore. Mi ricordo ancora cosa mi disse: "Mi scusi se la deluderò" (è l'unica frase di don Quadrio che posso dire di ricordare testualmente) e poi mi sorrise» (S 33).
«Qualche devozione particolare? Da quello che ho potuto vedere e godere, posso parlare della sua messa. Durante il quarto anno gli ho servito parecchie volte messa, anche perché mi offrivo di sostituire qualche compagno che, sapevo, preferiva recitarsi il breviario. I miei primi anni alla Crocetta don Quadrio celebrava la messa fuori casa, in un istituto di suore. Ricordo difatti che nell'ottobre 1952, quando andai al paese per il funerale del nonno, mi diede la sua borsa spiegandomi appunto che gliela avevano regalata le suore. Durante la celebrazione era naturale, sereno, tranquillo. Ricordo che cronometravo i tempi tra i vari momenti. Sorrise quando glielo dissi dicendomi che non era l'essenziale. Da lui ho imparato a celebrare, a pregare, a dare importanza alla mia messa» `(S 34).
«Era prete, sempre, in pienezza, in semplicità e santità. Preti così ce ne fossero! Non ho mai avuto la pur minima impressione che sfruttasse la mia, la nostra amicizia come di uno sgabello per chissà che cosa... Proprio lui! Anzi il tempo che passava con noi a passeggiare, a parlare: avessi avuto un registratore! Attorno c'era un gruppetto, più o meno sempre i soliti. Era così discreto, così attento all'uno e all'altro che non ti sentivi mai escluso, uno in più, anche quando parlavano di "cose" che non conoscevi. A quel tempo, per es., risale la mia conoscenza di Cechov e del suo "sorriso amaro"» (S 36).
«Con lui mi sentivo il ragazzo che racconta tutto alla mamma per farsi coccolare. Quando da lui sapevo di poter dire tutto, anche — come dicevo io — di "porconare" un po'. Don Quadrio non si spaventava di niente e non ti spaventava quando nella foga e nello sfogo esageravi anche. Non mi ricordo che una sola volta mi abbia interrotto, o mi abbia detto: "Ti sbagli"! Aveva una santa capacità di lasciarti parlare. Con lui avevi chiara la sensazione che le cose che dicevi erano importantissime anche per lui. Ti guardava con il "suo" sorriso, con quegli occhioni limpidi, profondi e buoni e tu sentivi di poter dire tutto, come in confessione. (A proposito, per un certo pudore, da lui non mi sono mai confessato). Poi parlava lui: non ricordo che mi desse una medicina specifica per i miei casi; parlava della vita, la sua e la mia, della vita religiosa con le sue esigenze e le sue bellezze, dei ragazzi e di don Bosco... e alla fine quando ritornavi a casa ti ritrovavi pieno, contento e vivo» (S 28). «Come lo ricordo? Mai visto agitato, nervoso, arrabbiato né alterato. Padrone di sé, dei suoi sentimenti e dei suoi muscoli facciali. Aveva due sorrisi: l'uno aperto, luminoso come i suoi occhi (e potrei citare da Saint-Exupéry: "Le plus beau poéme, je l'ai lu dans tes yeux, petit prince") così come appare nel ricordino che ho ricevuto ultimamente da Roma, l'altro paragonabile, per me, a quello della sindone che lui definiva: "quel sorriso accennato ad occhi chiusi"» (S 37).
«Il mandar giù, il tacere, l'aver pazienza, il pregare tanto prima di intervenire: queste cose che mi diceva e scriveva le accettavo e mi sforzavo di farle mie, perché erano "sue": quello che mi diceva era la sua vita... Tutto quello che diceva aveva avuto la prova del nove della sua vita... Don Quadrio era il pane buono, fresco, profumato che tutti cerchiamo e mangiamo volentieri. Per me resta "il" modello della santità di don Bosco, oserei dire "il mio don Bosco visibile"».

200. sig.ra Gina Crotti (compagna delle elementari)
«La conferma di virtù già maturate fin dalla prima fanciullezza ci proviene da una lettera dalla California (San Francisco, 28 luglio 1993), indirizzata a sr. Annamaria Caverzan, dalla signora Gina Crotti, compagna delle elementari di don Quadrio. "Il piccolo Giuseppe ce l'ho sempre davanti a(i) miei occhi, mingherlino, pallido, fin paonazzo d'inverno, sempre puntuale vestito con una giacchetta e i ca(l)zoni a mezza gamba, calze nere con una grande cartella di stoffa pesante con i libri attraverso le spalle, sempre attento alla maestra, diligente, riservato. Dalla sua faccia si poteva notare la sua bontà, aveva qualche cosa di sopran(n)aturale di angelico fin d'allora"».

201. sig.ra Albina della Bosca (moglie del fratello Augusto)
«I miei ricordi di don Giuseppe sono legati soprattutto alla sua malattia. Con Augusto, mio marito, andavo a trovarlo a Torino. Talvolta ci si fermava la notte. Al mattino ripartivamo con senso di fiducia e tranquillità... Aveva il potere di tranquillizzarti. Dopo averlo incontrato, mi trovavo contenta. Infondeva serenità»?

202. don Raffaele Farina (in seguito cardinale, prefetto della biblioteca vaticana)
«Questo breve e diretto discorso che egli mi fece lo vidi poi, ripensandoci, realizzato in alcune virtù, che a me sono sembrate tipiche di don Quadrio. Ho scoperto già allora e ho ammirato, anche senza pensare lontanamente ad una manifestazione di santità, la sua prudenza soprannaturale nella scelta dello stato di vita, nel compimento del volere di Dio, nell'opera della propria santificazione e in tutto ciò che faceva e diceva, nei contatti con noi studenti e con qualsiasi altra persona, nell'adempimento dei doveri del proprio stato. Non distinguevo prudenza soprannaturale e prudenza naturale, perché vedevo l'una e l'altra realizzata in lui in una sola virtù. Era semplice, ma non ingenuo e faceva capire tante cose con il suo sorriso disarmante» (S 1126).
3 La fotografia di don Giuseppe sorridente sulla giostra del cortile della Crocetta è stata scattata da Augusto e Albina.

204. don Gian Pietro Ferranti
«L'ho visto sempre sereno, sempre uguale a se stesso, sempre col sorriso sulle labbra, sempre pronto ad ascoltare, a "sentire" i problemi degli altri, ad aiutare tutti» (S 341).

205. don Carlo Fiore
«Di tanto in tanto era logico che sfuggisse qualche espressione di critica. Ricordo che non riuscimmo mai a strappare dalla bocca di don Quadrio il minimo accenno. Alle nostre esplosioni critiche rispondeva con un sorriso e un silenzio» (S 121).
«Difficilmente lasciava trapelare qualcosa della sua vita interiore, salvo la precisione in tutto e sempre, la cordialità mai rumorosa ma sempre contenuta con i confratelli. Si intravedeva però, sotto quel sorriso assorto e quei silenzi che doveva essere un dialogo misterioso e profondo con Dio. E quando, anni dopo la sua morte, lessi brani del suo diario che si riferivano a quel periodo romano, capii il perché di quel suo essere presente insieme e quasi trasognato» (S 122).

206. don Raimondo Frattallone
«In quei momenti egli ci ascoltava con attenzione, parlava poco e spesso abbozzava un sorriso rasserenante più efficace di una lunga argomentazione, oppure ci ricordava qualche principio di ascetica o di buon senso» (S 1225).
«A riguardo delle attività sacerdotali che il servo di Dio svolse al di fuori degli impegni ordinari in comunità posso dire poco. Ricordo soltanto un dettaglio: quando don Quadri o si metteva a disposizione per le confessioni di quanti frequentavano le nostre organizzazioni oratoriane, il suo confessionale era assiepato di giovani che, alla fine della confessione, portavano nel volto il segno della gioia pasquale ritrovata» (S 1226).
«Io sono rimasto a Torino-Crocetta fino alla fine di giugno 1960; quindi ho potuto avere contatti con don Quadrio solo all'inizio della sua ultima malattia che lo porterà alla morte. I rapporti che ebbi con lui allora mi confermarono genericamente nella convinzione che don Quadrio era un sacerdote che viveva con coerenza la sua esistenza sacerdotale sia nei momenti della docenza che in quelli della sofferenza. Infatti parlava a noi della sua malattia con un misto di ritrosia, di distacco e una leggera punta di sorriso amaro» (S 1230).
«L'ubbidienza di don Quadrio ci appariva quasi come un tratto naturale della sua personalità. Ma essa appariva in tutta la sua profondità di motivazioni e di atteggiamenti profondi di fronte alle nostre provocazioni. Per esempio, noi gli chiedevamo di pronunciarsi se dovevamo obbedire ai superiori che ancora ci imponevano di recitare il rosario durante la celebrazione della messa o dovevamo, per rispetto al movimento liturgico, fare pressione perché quella norma adatta probabilmente per i ragazzi dei nostri istituti, fosse abrogata per noi studenti di teologia. La sua risposta, ricca di prudenza e di attenzione, riconosceva quanto di vero c'era nelle nostre intemperanze contestatarie, esortandoci a saper attendere che i tempi maturassero. Interveniva sempre con garbo e sovente la sua battuta finale era una celia che lasciava tutti con il sorriso sulle labbra» (S 1250).
«Ritengo che i suoi occhi grandi e penetranti erano davvero qualcosa di eccezionale; infatti per la loro bontà ispiravano fiducia e per la loro purezza diventavano un invito a ricercare quella zona di intima serenità che don Quadrio alimentava con il continuo contatto con l'alto» (S 1251).
«Innanzitutto per me don Quadrio era e rimane ancora una epifania del sacerdozio di Cristo. La pienezza dei doni sacerdotali incarnata con semplicità nel sorriso, nei gesti, nell'accoglienza fraterna di tutti; in una parola nella sua persona che appariva a chiunque lo avvicinasse come una mano protesa che guida a superare quella soglia che permette di entrare in rapporto di amicizia con Cristo, l'amico fedele» (S 1256).
«Ricordo con esattezza di particolari la prima impressione che provai incontrando don Quadrio. Ebbi la sensazione di trovarmi di fronte ad un uomo che sapeva sorridere col cuore, oltre che con le labbra, e che sapeva ascoltare senza stancarsi anche quando le nostre chiacchiere diventavano banalità» (S 1262).
«Tanta ricchezza di mente, di cuore e di santità rimaneva ordinariamente nascosta ai nostri occhi e solo eccezionalmente traspariva in tutto il suo fulgore. Son convinto che la santità di don Quadrio porterà sempre scolpita la nota della discrezione e del sorriso; direi, sarà una santità con i passi felpati» (S 1263).
«Un tratto, invece, che non poteva essere nascosto, era la componente della sofferenza fisica legata al suo stato gracile di salute e alla sua malattia. Dietro il volto sorridente si intravedeva un intimo e profondo dolore. Era vittima con Cristo vittima; e ciò univa intimamente la celebrazione dell'eucaristia e il suo stato di sofferente, che andò crescendo fino ai suoi ultimi giorni» (S 1264).

206. don Luis Gallo
«Il nostro don Quadrio si manifestava sensibile a questo spirito rinnovatore, anche nelle conversazioni che sosteneva con noi durante le ricreazioni. Ricordo però che una volta, in cui si discorreva con una certa veemenza sul bisogno di cambiare certe cose nel modo di vivere la vita salesiana, egli, con il suo abituale sorriso sulle labbra, disse: "Occorre guadagnarsi il diritto con l'esatta osservanza delle costituzioni prima di permettersi di proporre dei cambiamenti". Era un criterio che lui viveva in primissima persona» (S 716).
«Finiti i miei studi e dovendo partire per l'Argentina, volli recarmi da lui, ormai vicinissimo alla morte (luglio 1963), per chiedergli consiglio circa la mia futura responsabilità di formatore di giovani salesiani. Mi ricevette nella sua camera, seduto al tavolino, con il suo immancabile sorriso sulle labbra. Abbiamo parlato poco, perché si stancava molto (era estate e faceva molto caldo). Congedandomi, mi disse: "Per il suo incarico, una sola cosa; gli voglia molto bene!". Mi sembrava di sentire il suo "segreto", ciò che egli aveva vissuto in grado eroico con noi» (S 727).
«Sulla castità del servo di Dio non ci sono dubbi: la luminosità del suo volto la testimoniava. E ne parlava con trasporto nelle prediche. Non ebbi mai un benché minimo indizio di una mancanza di delicatezza nelle sue parole, nei suoi gesti, nei suoi sguardi» (S 737).

207.don Giovanni Giuseppe Gamba
«Dai suoi allievi era ammirato per la chiarezza dell'esposizione (in particolare i nitidi schemi delle lezioni), da noi tutti per la serenità dei contatti (non aveva complessi o paure di trattare con i chierici, anche se magari qualcuno era più anziano di lui!), per la capacità pratica e la "furbizia" con cui sapeva assolvere il compito dell'assistenza affidategli. Ricordo ancora, fra l'altro, come seppe brillantemente risolvere alcuni casi di disordini tipici dell'età goliardica e difficile di quegli anni. Non perdeva mai la calma, la serenità e la sua proverbiale mitezza, accompagnata da un leggero sorriso, per cui era realmente benvoluto nel contesto dei chierici studenti» (S 517).

208.don Alberto Garcia-Verdugo
«Il suo portamento, i suoi gesti, il suo tratto, le parole manifestavano in trasparenza una limpidità interiore, per la quale si poteva dire che profumava di Cristo. Dalla sua presenza scaturiva uno stimolo speciale a farsi migliori» (versione dallo spagnolo).

209. don Roberto Giannatelli
«Proprio in quella occasione (spero di non confondere questo congresso con un'altra iniziativa) mi è capitato di... far inquietare il mite don Quadrio. Si trattava di organizzare la mostra catechistica (ne diede poi notizia la rivista "Catechesi a cui già collaboravo: giugno 1959, fase A, p. 5) e a me premeva trovarle una sede adeguata che pensavo potesse essere la cosiddetta aula del "triennio". In questo caso le lezioni del triennio avrebbero dovuto svolgersi nello studio dei chierici. Il consigliere scolastico (don Giuseppe Gamba) non era d'accordo ed io avevo pensato di aggirare l'ostacolo facendo ricorso al decano, cioè a don Quadrio. E così una mattina, subito dopo la prima colazione (il momento era poco opportuno, perché don Quadrio stava preparando le sue lezioni) bussai alla sua porta. Le mie parole (e forse insinuazioni) dovettero suonare come offensive nei confronti di don Gamba. Improvvisamente vidi il suo volto arrossire mentre con voce ferma mi ingiungeva: "Se ne vada! Non posso accettare che lei parli male di un mio confratello"» (S 921).
«Si dovrebbe poter ascoltare la sua voce, il suo parlare pacato, lieto e convincente; si dovrebbe rivedere il suo volto aperto, sorridente, accogliente e accattivante... Ma, forse, neppure la televisione potrebbe restituire quella che è stata un'esperienza unica e irrepetibile!» (S 926).

210. sig. Francesco Goyenechea
«L'impressione fondamentale che io ho ricevuto di don Quadrio è stata quella della sua serenità, uguaglianza d'animo, dolcezza virile, equilibrio costante, volto accogliente. Ma tutto questo non come un riflesso di tratti psicologici, ma come il segno di una profonda vita interiore di fede, di esperienza di Dio. Don Quadrio era un sacramento di Gesù. Potrei sintetizzare la mia impressione dicendo che aveva fatto carne in se stesso la parola evangelica: Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore e troverete pace alle vostre anime. Irradiava pace attorno a sé, perché era eroicamente mansueto e umile. Penso che vivesse già la vita della risurrezione, la vittoria sulla morte, perché era umile, profondamente umile, il segno più indispensabile della santità. Aveva inoltre - ed oggi lo capisco molto meglio - lo Spirito del servo di Dio, del servo di Jahvé, che non grida, né alza la voce, che non spezza la canna fessa né spegne il lucignolo fumigante... Si riusciva a intuire un elemento mistico, un alito di Spirito che trascendeva la parola detta o scritta» (lettera a don Mario Simoncelli).

211. don Mario Grussu
«Conobbi allora don Quadrio; ma non ebbi con lui un rapporto particolare. Ricordo però un episodio (di cui fui spettatore per caso) presso una fontanella del cortile. Mi richiamò la sua presenza attenta tra i ragazzi in cortile, il suo aspetto sereno, amabile. In quegli anni il cortile dell'Istituto era sempre brulicante di giovani: allievi interni ed esterni della scuola media e del ginnasio; a una certa ora della mattinata cominciavano ad arrivare gli "sciuscià"; dal pomeriggio in poi anche gli oratoriani; e in quel cortile avevano i loro orari di ricreazione anche i chierici studenti di filosofia e di teologia alla Gregoriana ed i chierici pretoriani". Alcuni ragazzi un po' sbarazzini fecero spazientire un anziano confratello coadiutore, piuttosto malandato, che girava appoggiandosi al suo bastone. L'intervento di don Quadrio, che pur non aveva (se ben ricordo) particolari compiti di assistenza in cortile, calmò subito e rasserenò tutti. Ricordo bene il senso di rispetto, di accettazione sorridente e direi di venerazione verso don Quadrio di quell'anziano confratello» (S 933).

212. card. Antonio Maria Javierre Ortas
«Penso di poter attribuire il fatto, da una parte, al suo impegno ripetutamente manifesto di adempiere il suo dovere di formare ottimi candidati al sacerdozio con stile salesiano; e, dall'altra, ad un innato rispetto verso gli altri formatori, che si traduceva in un atteggiamento timido, riservato e perfino distaccato, benché sempre sorridente, cortese e gentile» (S 1200).
«Il suo comportamento divenne un esempio meraviglioso a tutti i livelli. Tutti poterono osservarlo costantemente sereno, sorridente, riconoscente ai visitatori, gentile con tutti, particolarmente con i medici e le infermiere. Ogni giorno della sua malattia diventò una lezione preziosa per la intensità ed efficacia della sua testimonianza di vita» (S 1207).

213. don Sylvanus Lingdoh
Il cronista della casa, in quel periodo (Ulzio, vacanze estive 1955) il chierico indiano Sylvanus Lingdoh, si rammarica della partenza di don Quadrio nel suo latino di letteraria reminiscenza: «Eodern die se Augustam Taurinorum contulit dominus Quadrio, qui "dulce ridens" ita fratres laetitia affecerat ut, cum esset profectus, nobis esse ablatus sol quasi vitalis videretur».

214. don Nicolò Loss
«Del mio primo incontro con lui, nell'autunno 1946, ricordo la profonda impressione che mi fece il suo aspetto sereno e semplice: due grandi occhi limpidi, un sorriso un po' timido e molto accattivante, e un conversare piano e amabile» (S 620).
«Era un lettore accorto, che teneva gli occhi aperti sulla saggistica e la lettura, non escludendo la conoscenza di buoni romanzi, che lo aprissero al modo di sentire della gente alla quale doveva rivolgersi» (S 636).
«Appena un pochino più tollerante, se così posso dire, divenne dopo le sue ripetute degenze in clinica, quando, come ho detto, non si mostrava più così dispiaciuto di fronte a qualche battuta "birichina". Si trattava sempre di cose del tutto innocenti, che egli tollerava sulla bocca altrui con un sorriso, senza però mai raccogliere e rilanciare, come si dice» (S 685).
«Era infatti il tempo in cui si stava preparando la definizione del dogma dell'assunzione, che venne poi proclamato il primo novembre 1950 da Pio XII di f(elice) m(emoria). Vidi dunque don Quadri o nel corridoio del secondo piano. Mi colpì la sua giovane età (venticinque anni, un anno esatto meno di me), la sua faccia serena (un faccione largo e tranquillo), ma soprattutto il suo sorriso e la limpidezza del suo sguardo. Di lui si parlò, naturalmente, quando si ebbe notizia dello svolgimento della disputa» (S 694).

215. don Antonio Martinelli
Ci si stupiva come potesse continuare nella serenità e come si relazionava con i dottori e il personale addetto all'astanteria in via Cigna. Iniziò, in pratica, una maniera nuova di essere apostolo ed evangelizzatore all'interno dell'ospedale: sempre con la sua bontà e con il sorriso che accattivava tutti coloro che lo accostavano» (S 1024).
«Era naturale per don Quadrio, di fronte ad una richiesta che coinvolgeva la vita e poteva avere conseguenze per lungo tempo, raccogliersi, chiudere un istante gli occhi come per stabilire un rapporto diretto e personale con un mondo diverso, e poi serenamente rispondere» (S 1026).
«Si potrebbe dire che viveva "come se vedesse l'invisibile" in tutto quello che lo circondava. Si spiegano così la delicatezza di tratto e il sorriso limpido. Era esemplare» (S 1029).
«Ho la convinzione della sua eroicità nel vivere la vita cristiana, salesiana e presbiteriale. Una eroicità vestita di semplicità, di quotidianità, di mansuetudine. La bontà e l'umiltà hanno coperto le molte doti che il Signore gli ha dato. Traspariva tutto dal suo sorriso. Fu insegnante, ma soprattutto maestro di vita. Fu salesiano convinto, ma soprattutto imitatore di don Bosco nella vita inferiore e nel silenzio esteriore. Fu sacerdote completo, ma soprattutto innamorato dell'eucarestia e di Maria» (S 1034).

216. don Luigi Melesi
«Don Quadrio è stato una "epifania del Signore": epifania della bontà, della sapienza, dell'umiltà e del sacrificio di Cristo Gesù. Così io l'ho visto, conosciuto e amato. Leggendo l'epistola della messa dell'epifania, penso alla chiesa e penso a lui, a don Quadrio: Surge, illuminare... Et gloria eius in te videbitur... Et ambulatiuntgentes in lumine tuo. Filii tui de longe venient... [Is 60,1-3]. Per la chiesa è sempre vero... e mi pare si sia avverato anche per don Giuseppe. Il Signore gli ha dato, come figli, noi, che veniamo proprio da lontano, e tutti quanti, per un motivo o per un altro, gli abbiamo pesato sul cuore: inundatio camelorum operiet te. Chi voleva vedere il Signore, ha potuto contemplarlo in don Quadrio, sentirlo... Il nostro cuore non era tutto ardente dentro di noi, mentre egli parlava e ci spiegava la Scrittura?...
Amava il vangelo come Cristo, e lo viveva tutto. Non era l'indice del vangelo, ma era tutto il vangelo. Diceva che la teologia avrebbe dovuto essere studio, comprensione, compenetrazione, assimilazione del vangelo del Signore. Per don Quadrio, vangelo era Cristo, vangelo erano gli uomini, vangelo erano le cose. Tutto testimoniava di lui».

217. sig.na Anna Mezzana
«Comunque l'età, l'entusiasmo per il proprio ideale, una buona indole naturale e un felice carattere, potrebbero essere elementi che ci ingannano sul merito di un costante impegno ascetico, volto alla santità, di una determinata persona» (S 243).

218. don Renato Mion
«Ricordo infine che quando era a casa, e la malattia glielo permetteva, alle quattro del pomeriggio durante l'ora della merenda egli si metteva vicino alla "ruota" di distribuzione del caffè e latte e rimaneva a conversare amabilmente e a lungo con i chierici. Era il momento in cui tutti i chierici alla spicciolata scendevano e si poteva così scambiare qualche parola con tutti. Erano i tempi dell'incontro, delle battute amene, della cordialità, dell'amabilità, dell'attento ascolto dei malumori, delle incertezze, delle critiche sulla vita e l'andamento della comunità, sulle lezioni degli insegnanti. Su questi momenti di sfogo il servo di Dio con quel suo caratteristico sorriso e con la sua sapiente pacatezza, versava sempre olio, comprensione, orientamento, una parola buona illuminante, capace di dissipare rigidità, asprezze, equivoci, malintesi, pregiudizi, maturati durante le lezioni o capitati nella giornata» (S 830).

219. sig.ra Marina Modenesi, nipote di don Quadrio
«Era di edificazione all'ospedale, sia ai medici che agli infermieri ed ai ricoverati. Era sempre sorridente, anche quando era sotto terapia: quando ciò gli costava qualche sforzo» (S 386).

220. don Antonio Pacione
«Sono legato al servo di Dio per l'appartenenza alla stessa congregazione. Sono stato suo compagno di studi alla Gregoriana di Roma nel triennio 1944/1947 e, negli stessi anni, al Sacro Cuore, ho lavorato con lui per gli "sciuscià"; ho ammirato la sua umiltà ed eroica ubbidienza nel tempo che fu segretario di don Tirone, il suo scrupoloso impegno nello studio e ho goduto di quel suo limpido sguardo e del suo radioso sorriso che diffondeva serenità» (S 1157).
«Posso testimoniare che don Quadrio, dopo aver fatto il catechismo, passava a curare questi più bisognosi; la sua calma, il suo sorriso, l'amore con cui... lavorava infondeva coraggio e serenità a tutti noi. Noi ci accorgevamo che vedeva in quei poveri fratellini doloranti le membra di Cristo Gesù» (S 1159).
«Era certamente di tutti noi, il più debole fisicamente, ma il più forte. Con la sua calma e il suo sorriso attraeva a sé frotte di monelli che con avidità ascoltavano quello che diceva. Il servo di Dio, anche se stanchissimo, ci disse di non essersi mai sentito tanto salesiano come in quel mese di profondissime esperienze e sante consolazioni (S 1165).
«Aveva l'abitudine di fare dei sunti, poi una sintesi, poi piccolissimi specchietti che teneva in mano come un libro di preghiera. Poi con gli occhi limpidi leggermente socchiusi, il volto luminoso e sereno, approfondiva la verità con la sua eccezionale intelligenza e la imprimeva nella sua memoria. Il suo studio si trasformava così in preghiera, meditazione, contemplazione» (S 1168).

221. don Sabino Palumbieri
«La virtù della carità, poi, trapelava dal suo volto mite, dalle sue esortazioni rispettose e calde, soprattutto dalle sue opere coerenti. Si radicava nel sacro rispetto che aveva per ognuno, specialmente se piccolo e povero. Era questa la ragione dell'uso quasi generale del "lei", che dava conversando» (S 790).
«Era preciso nei dettagli: ringraziava con un sorriso per le minime attenzioni. Quell'abbozzo di omelia, intitolata "Il pianto di Gesù", contiene pensieri che sono la radiografia della sua anima: "Chiediamo a Gesù un cuore tenero fino alla compassione: un cuore che sa capire, che sa scusare, che sa compatire, che sa piangere; un cuore che sa amare disinteressatamente, senza pretendere, senza chiedere, senza attendere ricambio" (Valentini, Mod. 288)» (S 795).
«Qualche giorno prima dell'ordinazione stetti a trovarlo in camera e gli esposi i miei timori nell'assumere la mia responsabilità davanti a Dio e alla chiesa e alle anime così formidabile. Egli mi ascoltò pazientemente. Si raccolse in preghiera. Poi mi sorrise e mi disse: "Se lei mi dicesse di non avere paura, avrei paura io per lei. Si fidi di colui che l'ha chiamata con segni chiari. Si ricordi sempre che Dio non fa mai le cose a metà. Chiama e dà la forza. E la sua è una forza d'amore. Vada avanti con serenità e gioia. E annunzi a tutti che Dio è buono".
L'ultimo nostro saluto è stato affettuosissimo, carico di umanità e di sorriso mentre usciva dal suo lavoro. Un appuntamento per la vita eterna» (S 814).
Don Sabino Palumbieri (dal suo diario):
«Quando lo vedevo in questa condizione, ero portato a ricordare il monito di Gesù: "Quando digiunate non assumete aria melanconica, come gli ipocriti che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico, hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu, invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto" (Mt 6,16)» (S 804).
«25 dicembre. Alle dieci gli tolgono la bombola di ossigeno. È assistito da un fratello e dalla sorella che sono giunti la notte verso le tre. Un nostro confratello che lo ha accudito di notte, con quello stile semplice e sintetico che colpisce subito nel segno, esprime la sua ammirazione per la pazienza meravigliosa di quell'uomo, per la serenità e intelligenza, per i suoi occhi discretamente intenti a fugare le emozioni degli altri. Conclude dicendo che è una persona santa, perché è composto, paziente e umile» (S 813?).
«Si informa minimamente di tutto lo svolgimento del sacro rito. Si interessa premurosamente dei miei parenti e della loro sistemazione di quei giorni, della loro salute, della loro attività. Mi chiede delle mie previsioni circa le attività sacerdotali immediate. D'ora in avanti quella giornata di grazia mi porta il colore del suo volto e il calore del suo affetto e della sua fede» (S 814).
«Una lettera è sempre la registrazione di un frammento di vita interiore. Tante lettere, tante tessere di mosaico per ricostruire un volto, a partire da espressioni di momenti di interiorità, veri frammenti di intimità» (S 814).
«Ad un altro confratello, dopo aver saputo con certezza del suo terribile male, sorridente, calmo, anche se emozionato, e una lacrima sul ciglio lo denunzia, scandendo adagio dice: "Ringraziamo il Signore! Confido solo nella misericordia di Dio". Ma don Quadrio, risponde l'interlocutore, non ha fatto altro che la sua volontà in tutta la sua vita di distacco, di sacrificio, di servizio. E don Quadrio: "Confido solo nella misericordia di Dio. Pregate perché mi salvi l'anima. Pregate perché il Signore mi apra la porta" (3 giugno).
Il giorno successivo, ad un altro confratello rivolge la preghiera della lettura della sequenza dell'Addolorata: "Mi legga lo Stabat Mater. Non riesco a pensare più a nulla". Dice queste parole mentre la febbre è a quarantuno [gradi] e l'infermo è madido di sudore e segnato dall'affanno. Pur avendo molta sete non chiede nulla. La suora si accorge della sua forte arsura e gli dà un bicchiere d'acqua. Egli beve e sorride e "Quant'è bella l'acqua. E quant'è buono il Signore che ci dà l'acqua". La febbre è a quaranta, il petto occluso e ansimante. L'infermo stesso si meraviglia che l'acqua è da lui deglutita nonostante l'occlusione che avverte. In quei giorni così dichiara: "Lasciamo fare le cose al Signore. Le fa sempre bene: lasciamo farle quando vuole, come vuole, quello che vuole, fino al punto che lui vuole!".
E poi: "Molte volte penso a questo: se le suore dell'astanteria o i chierici della Crocetta sono così buoni, quanto più buono dovrà essere il Signore!".
Siamo in camera dell'ospedale in due ad accudirlo. Egli ci dice: "Vi ringrazio. Ora pregate molto per me. Che il Signore mi usi compassione. Ma quando sarò dall'altra parte se, come si dice, si diventa principi della corte celeste, e per quanto piccoli, molto potenti, allora mi vendicherò. Non vi dimenticherò mai. Mi ricorderò sempre di voi". "Allora il nostro sacerdozio ha le sue polizze di assicurazione ben fondate", faccio io. Don Quadrio sorride e si immerge nella preghiera. La febbre è molto alta. Gli chiedo: "Come sta?".
— Molto bene, mi risponde, in compagnia del Signore.
— Stiamo pregando per lei.
— Per quale intenzione pregate?
— Perché si faccia la volontà di Dio.
— Pregate perché si faccia il meglio possibile.
Arso dalla sete non chiede mai acqua. Se lo si invita a bere non oppone resistenza. Beve sereno. Quello che mi stupisce fino a impressionarmi è il suo senso di semplicità nell'eroismo. È tutto semplice, tutto normale. Il suo volto è sempre atteggiato al sorriso e anche quando i dolori sono lancinanti, si ricompone subito, sempre attento a chi gli sta vicino e commenta: "Ringraziamo il Signore".
Chi potrà dimenticare il sorriso che illumina il suo volto. È quello di un angelo. Il mio angelo custode in terra. Si butta in ginocchio davanti a me. Mi sento piccolo e povero. Insiste tanto perché io lo benedica e bacia con trasporto le mie mani ripetutamente. Questo gesto improvviso e inatteso, data la mia conoscenza della sua discrezione e riservatezza, mi sconvolge. È la sua grande fede in Cristo presente nel sacerdote, incarnata in un grande affetto verso un suo fratello minore che lo detta».
«Il volto è la finestra dell'anima, si dice. Il volto di don Quadrio era il riflesso del suo spirito ricco di talenti di umanità e colmo di carismi di grazia. Così si manifestava la tessitura dello Spirito. Il suo volto era aperto, sorridente, sempre accogliente. Era gioviale e allo stesso tempo saggio. Era umile e signorile, mai appariva agitato anche quando viveva un suo dramma intimo. Comunicava pace e stimolava a irradiarla. Rispettoso e sempre pronto ad ascoltare chiunque lo fermasse per fargli qualunque richiesta.
Tutto ciò era frutto di natura, di grazia e di proposito. Quando era a Foglizzo assistente e insegnante di centosettanta chierici di poco inferiori a lui in età, scrisse nel suo diario: "Sarò per ognuno dei miei chierici un vero fratello, cordiale, affabile, sorridente, accogliente. Cercherò quelli che non mi avvicinano. Incoraggerò i timidi. Consolerò gli abbattuti. Saluterò per primo chi mi incontra. Non lascerò passare tempo notevole senza intrattenermi con tutti. Offrirò sempre un favore a tutti. Vincerò la timidezza e la ritrosia".
Un uomo che sin dalle prime battute del suo lavoro apostolico-professionale si presenta così, manifesta una capacità di sintesi interiore eccezionale.
L'uomo, dice Martin] Buber, è costitutivamente relazione.4
4 Martin Mordechai Buber (Vienna, 8 febbraio 1878 - Gerusalemme, 13 giugno 1965) è stato un filosofo, teologo e pedagogista austriaco naturalizzato israeliano. Si deve a lui l'emersione alla cultura europea del movimento hassidim, ma soprattutto a lui si deve l'idea che la vita è fondamentalmente non-soggettività, bensì intersoggettività, anzi per Buber soggetto e intersoggettività sono sincronicamente complementari e ne era talmente convinto che non esitò ad affermare: "In principio è la relazione".

Del resto, essendo icona somigliantissima di Dio, che è trinità di persone come relazioni sussistenti, è anch'egli essenzialmente relazione. Ora il massimo della relazione è l'amore che culmina a sua volta nell'amicizia. Don Quadrio, è uomo di profonda interiorità, e perciò uomo di stabile relazionalità e dunque di amicizia. Gesù stesso dichiara ai suoi: "Non vi chiamo più servi ma amici perché tutto ciò che ho avuto dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi" (Gv 15,14-16). Del resto l'incarnazione, in quanto condivisione di natura che cosa è se non amicizia sul piano radicale ontologico? E cos'è l'alleanza sponsale siglata col sangue se non il culmine dell'amicizia? E la Trinità santissima cos'è, dice Aelredo se non tessuto di eterna, profondissima amicizia? "Deus amicitia est". L'autentica amicizia sulla terra è la proiezione terrena della vita trinitaria, il cui vincolo è lo stesso Spirito santo.
I padri della chiesa hanno dato un grande risalto a questa attitudine divino-umana. Il caso paradigmatico è quello dell'amicizia tra Basilio e Gregorio di Nazianzo. Questi, parlando della sua comunione col primo ha scritto: "Sembrava che avessimo un'unica anima in due corpi. La brama unica per entrambi era la virtù e vivere insieme, tesi alle future speranze" (Gregorio Nazianzeno, Discorsi 43,20).
L'amicizia è l'esperienza più viva della personalizzazione dei rapporti. È come farsi casa per l'altro ove ci si sente accolti per quello che si è, con i propri limiti e i propri pregi, gli errori e i rilanci. Così ciascuno degli amici è in grado di e-ducere dall'altro il suo non ancora rivelato a se stesso. È il prodigio che si sperimentava nell'avvicinare don Bosco l'amico.5
5 «Che i giovani sappiano di essere amati» (MB 6,302; 17,110). «AI suo amatissimo figliuolo don Rua Michele il sac. Bosco Gio[vanni] salute nel Signore. Poiché la divina provvidenza ha disposto che noi possiamo aprire una casa destinata a promuovere il bene della gioventù in Mirabello ho pensato che possa tornare a gloria di Dio e a vantaggio delle anime affidandone a te la direzione. Ma siccome non posso sempre trovarmi al tuo fianco per suggerirti quelle cose che forse tu hai più volte udito o veduto praticarsi tra noi e che io vorrei spesso ripeterti; così spero farti cosa grata scrivendoti qui alcuni avvisi che ti potranno servire di norma nell'operare. Ti parlo colla voce di un tenero padre che apre il suo cuore ad uno de' suoi più cari figliuoli. Voglio scriverli di mia mano perché tu abbia sempre teco un pegno del grande affetto che ti porto, e ti siano di memoria permanente del vivo desiderio che nutro che tu guadagni molte anime al Signore. Con te stesso: 1. Niente ti turbi. 2. Evita le austerità nel cibo. Le tue mortificazioni siano nella diligenza a' tuoi doveri e nel sopportare le molestie altrui. In ciascuna notte farai sette ore di riposo. È stabilita un'ora di latitudine ['di spazio'] in più o in meno per te e per gli altri, quando v'interverrà qualche ragionevole causa. Questo è utile per la sanità tua e per quella de' tuoi dipendenti. 3. Celebra la santa messa e recita il breviario pie, attente ac devote. Ciò sia per te e pe' tuoi dipendenti. 4. Non mai omettere ogni mattina la meditazione e lungo il giorno una visita al santissimo Sacramento. Il rimanente come è disposto dalle regole della società. 5. Studia di farti amare piuttosto che farti temere. La carità e la pazienza ti accompagnino costantemente nel comandare, nel correggere, e fa' in modo che ognuno dai tuoi fatti e dalle tue parole conosca che tu cerchi il bene delle anime. Tollera qualunque cosa quando trattasi d'impedire il peccato. Le tue sollecitudini siano dirette al bene spirituale, sanitario e scientifico dei giovanetti dalla divina provvidenza a te affidati». Documento prezioso, dettato da urgenze immediate (sostenere il giovane don Michele Rua nel compito di direttore della prima comunità di confratelli, di giovani, di collaboratori fuori Torino) ma che sotto l'involucro di consigli pratici, di esempi concreti, di rapide annotazioni ed intuizioni, porta il segno delle profonde certezze e delle vive preoccupazioni di don Bosco. Quella che nel 1863 costituisce una semplice lettera, di carattere strettamente privato, dal 1871, con ritocchi ed integrazioni dettati da successive esperienze e riflessioni, si presenterà come "Ricordi confidenziali ai direttori delle case particolari della società salesiana" o anche "Testamento che indirizzo ai direttori delle case particolari". Si pubblica il testo definitivo del 1886 (testo critico con introduzione, apparati delle varianti e delle note storico-illustrative in Pietro Braido (ed.), Don Bosco educatore scritti e testimonianze. Terza edizione con la collaborazione di Antonio da Silva Ferreira, Francesco Motto e José Manuel Prellezo. Istituto Storico Salesiano, Fonti, Serie prima, n. 9. Roma, LAS 1997, pp. 179-186). Don Bosco morente, le ultime parole a don Rua : «Fatti amare» (MB 18,537). Cf. anche: Ordinatus autem abbas cogitet semper quale onus suscepit et cui redditurus est rationem vilicationis suae, sciatque sibi oportere erodesse magis quam praeesse. Oportet ergo eum esse doctum lege divina, ut sciat et sit unde proferat nova et vetera, castum, sobrium, misericordem, et semper superexaltet misericordiam iudicio, ut idem ipse consequatur. Oderit vitia, dili gat fratres. In ipsa autem correptione prudenter agat et ne quid nimis, ne dum nimis eradere cupit aeruginem frangatur vas; suamque fragilitatem semper suspectus sit, meminieritque calamum quassatum non conterendum. In quibus non dicimus ut permittat nutriri vitia, sed prudenter et cum caritate ea amputet, ut viderit cuique expedire sicut iam diximus, et studeat plus amari quam timeri (san Benedetto, Regola 64,7-19).

Orbene l'incontro con don Quadrio ti riempiva di quel tipo di gaudio che senti nel profondo quando sei sicuro di aver trovato qualcuno cui affidare un segreto, il te segreto, cui consegnare il cuore carico di trepidazioni e speranze, di dolori e di gioie da condividere.
Quando andavi a visitarlo, ti veniva incontro qualunque cosa stesse facendo. E ti sentivi subito a tuo agio. Si interessava della tua vita, della tua salute, delle tue difficoltà. Apprezzava il bene anche minimo checoglieva in te. Tutto lodava. Tutto incoraggiava. Ti riempiva di speranza. Godeva dei tuoi piccoli successi. E questo lo faceva anche neimomenti più dolorosi quando il suo fisico era flagellato dal male incurabile. Avevi la percezione che vivesse di riflesso, delle gioie e delle speranze dell'altro. Con viscere materne, si potrebbe dire nel senso biblico. E tutto con somma discrezione, a passi felpati. Ma tu ti sentivi subito di spalancargli il cuore, la cui la cui maniglia — si sa — si trova solo all'interno.
Potevi piangere sulla sua spalla quando il dolore e il dubbio si abbattevano sul tuo cuore. Specialmente nell'occasione della morte di persone care, appena lo sapeva ti invitava nella sua camera ed era balsamo di consolazione.
Si era fatto un decalogo di personale comportamento anche per i non ben disposti: "1) Fatti amico del tuo interlocutore. 2) Sforzati di comprenderlo. 3) Dagli ragione quando puoi. 4) Non ferire mai la sua suscettibilità. 5) Non avere fretta. 6) Prendi in mano il timone della conversazione. 7) Sii pronto a rispondere alle sue difficoltà. 8) Mostragli i valori positivi del cristianesimo. 9) Sii profondamente convinto. 10) Prega perché non sarai tu a convertirlo, ma la grazia di Dio".
Era abile [nel] sussurrare "le paroline all'orecchio" di Don Bosco. Ad uno che giocava bene, diceva: "Lei insegue la palla come uno spiritello". Ad un altro: "A proposito, è soddisfatto dei suoi esami?". Ad un altro: "Coraggio, il Signore ci farà vedere giorni più belli".
Era un gentiluomo discreto e tenero. È interessate un abbozzo di omelia ritrovato tra le sue carte e intitolato Il pianto di Gesù. Questa è la conclusione: "Chiediamo a Gesù un cuore tenero fino alla compassione: un cuore che sa capire, che sa scusare, che sa compatire, che sa piangere. Un cuore che sa amare disinteressatamente, senza attendere ricambio. Un amore che nessuna ingratitudine chiuda, che nessuna indifferenza stanchi. Un cuore che non abbia altre ambizioni che vivere, soffrire e amare per la felicità degli altri. Un cuore che non sa piangere se non per le altrui miserie".
Don Quadrio era veramente un uomo di cuore. La sua intelligenza era solo funzionale al cuore. Il cuore è l'uomo intero. Ne struttura e statura la personalità. Si fa amorevolezza salesiana proprio nella misura in cui parte dalle reali esigenze dell'altro, dalle attese dell'altro. E così suppone empatia: vivere dentro le stesse vibrazioni dell'altro, simpatia: partecipare ai dolori dell'altro, sintonia: mettersi sempre sulla stessa onda dell'altro, in quel suo momento unico di bisogno e di desiderio. E allora ti senti amato in forma unica come se fossi tu solo al mondo. È questo quello con cui Cristo ama ognuno di noi.
Si sa che il venerabile ogni giorno chiedeva un cuore simile a quello di Cristo, invocando ogni giorno la Vergine benedetta con la preghiera di Leonce de Grandmaison "Santa Maria, Madre di Dio conservatemi un cuore di fanciullo, trasparente e puro come una sorgente. Ottenetemi un cuore semplice che non assapori la tristezza, un cuore munifico nel donarsi, tenero alla compassione, un cuore fedele e generoso, che non scordi alcun bene e non serbi rancore di alcun male. Fatemi un cuore dolce e umile, amante senza chiedere ricambio, gioioso di sparire in un altro cuore davanti al vostro divin Figlio. Un cuore grande e indomabile che nessuna ingratitudine chiuda, che nessuna indifferenza stanchi. Un cuore tormentato dalla gloria di Gesù Cristo, ferito dal suo amore e la cui piaga non guarisca che in cielo".
Questo spiega perché si è fatto amare dagli sciuscià di Roma, dai ragazzi corrigendi della Generala a Torino, dagli allievi, dagli ammalati, medici e infermieri dell'ospedale, da chiunque aveva la grazia di incontrarlo.
È l'uomo di cuore che rende buoni, che irradia bontà, questo fattore così ricercato anche da chi non crede. G[iuseppe] Prezzolini rispose a Paolo VI che gli chiedeva consigli per entrare in dialogo con i lontani o per rendere credibile la chiesa ai contemporanei in questi termini:
"Non c'è che un mezzo, santità. Gli uomini di chiesa debbono essere soprattutto buoni e mirare a uno scopo soltanto che è creare uomini buoni. Non c'è nulla che attiri come la bontà. Perché di nulla noi increduli siamo tanto privi. Di gente intelligente il mondo è pieno. Quello che ci manca è la gente buona. Formarla è riattrarre gli uomini al vangelo. Tutto il resto è secondario". A sacerdoti dell'ultimo anno di teologia scriveva: "Siate i sacerdoti di chi è infelice, povero e solo. Siate buoni, comprensivi, amabili, accoglienti, a disposizione di tutti, facilmente accostabili. Non misurate né il vostro tempo né le vostre forze. Date senza calcolo, con semplicità e disinvoltura. Sorridendo. Ascoltate sempre tutti, con bontà e senza connivenza. Sforzatevi di mettervi nei panni di tutti quelli con cui trattate: bisogna comprendere per saper aiutare. Non ponete la vostra persona al di sopra di nessuno né al centro delle questioni. Siate nobilmente superiori a tutto ciò che riguarda il vostro prestigio personale".
Ma la bontà, che raggiunge spesso vette eroiche in don Quadrio, non è di temperamento flaccido, che anzi esige una volontà tenace. Egli l'ha ereditata e l'ha coltivata sin dai primi anni con lo spirito di sacrificio. Che è un sacrum facere, come in una liturgia esistenziale. Va qui ricordato quanto detto dianzi che all'età di otto anni stilava un programma di vita che fa ricordare i propositi di Domenico Savio. E a ventitré anni riconferma la sua opzione di fondo. È il giorno della tonsura: "Oggi, o Gesù, ho scelto te come scelta definitiva ed esclusiva. Sì, o Gesù, tu sei l'unico anelito, l'unico interesse di tutta la mia vita". E ancora più tardi scrive: "Sacrificio della volontà: piuttosto la morte, o Gesù, piuttosto ogni male che fare una sola volta la mia volontà. Per un istante solo della giornata o della vita. Rompo la mia volontà: detrimentum stercora". Questa citazione appena accennata della lettera ai Filippesi è oltremodo significativa. Aveva ormai, sulla linea di san Paolo, considerato ogni cosa spazzatura pur di "guadagnare Cristo e di essere trovato in lui... perché possa sperimentare lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze" (Fil 3,8-10).
Tutt'altro che alienazione, questa è consegna della libertà sapendo a chi si dona. Ed è l'atto supremo della libertà. Sulla linea appunto dell'uomo, totalmente libero, quando nell'orto sotto gli ulivi si consegna al Padre: "Non la mia ma la tua volontà sia fatta" (Lc 22,42).
Il Getsemani gli era familiare: "Il Signore da allora non si lascia trovare che sotto gli ulivi".
La forza della sua volontà lo rendeva esigente con se stesso, comprensivo con gli altri, anche con i più indiscreti. Proprio come un frutto maturo, dolce all'esterno ma col nocciolo duro all'interno. Va sottolineato che la sua tenacia era funzionale al Dio del mistero, e del mistero dell'amore. La sua era come una genuflessione della sua volontà davanti alla volontà di Dio che si manifestava in tanti modi, con tanti segni.
Dunque il segreto di tutto questo era una profonda vita di fede. Egli viveva "come se vedesse l'invisibile"(Eb 11,23). Così la scrittura tratteggia la figura di Mosè. Lo sguardo di don Quadrio era trasfènomenico.
Lo alimentava con la preghiera che era in lui permanente. Si può dire di lui come di don Bosco: era l'unione con Dio incarnata. Possiamo dire che la sua era una vita mistica - come discepolo del maestro divino - tutto immerso nella contemplazione del Padre e tutto intento ad annunciare la bella notizia, a curvarsi sulle piaghe, a fare da buon samaritano. A vederlo si notava che era tutto sinceramente interessato all'interlocutore esterno, ma anche tutto assorto nel suo Interlocutore inabitante. È questa la radice della sua forza e della sua speranza anche nei momenti di più cruda sofferenza fisica e morale.
Accettava dalle mani dell'amore sorgivo quelle che possiamo denominare le grazie dolci e le grazie dure, le gioie e i dolori, le speranze e le angosce. Sono rispettivamente assaggi del cielo e prezzi per il cielo. Il primo giorno della sua consapevolezza della gravità del male rivelava a chi lo assisteva in ospedale, citando la scrittura alla lettera di Giacomo (Gc 1,17): "Orane donum desursum, perfectum. Tutto ciò che ci viene dall'alto è proprio ben fatto. Anche questo linfogranuloma può essere un dono magnifico della Provvidenza per me, in quanto è permesso per il mio vero bene".
E tutto questo in grande serenità perché si sentiva sempre nelle mani di Dio, come Teresa di Lisieux, con la cui spiritualità dell'infanzia spirituale era in sintonia. Con Hammarskjedd - suo contemporaneo - poteva pregare per la comune consegna nelle mani della potenza d'amore di Dio: "Dinanzi a te in umiltà. Assieme a te in fedeltà. Immerso in te, in serenità".
Il suo era un costante atteggiamento di immersione nella Trinità santa a cui si rivolge con accenti mistici come Elisabetta della Trinità: "O mio Gesù - scrive sul diario nel '44 - quale divino compito il contemplare, il lodare, il rivivere il grande mistero dell'amore donante del Padre, dell'amore incarnantesi del Verbo, dell'amore uniente dello Spirito santo". E tendeva come sempre a tradurre nel concreto questa mistica. L'imitazione di Dio padre comporta la creatività e la brama del meglio che si ha. Quella di Dio figlio salvatore lo spinge allo "zelo per le anime", a condividere il sitio del maestro. Quello dello Spirito si esprimeva in lui nella passione per l'unità, nell'impegno per la riconciliazione e la pace.
Don Quadrio insegnava che è il Figlio che ci rivela il Padre e lo Spirito. E al Figlio si rivolge in una pagina di sublimità mistica unica:
"O santa umanità del mio fratello Gesù! O carne sorella della mia carne, o ossa simili alle mie ossa, o sangue come il mio sangue, o somiglianza ineffabile! Quanto gioisco e confido e amo e desidero in te vivere ed amare! [...]. Oggi ho capito, o mio fratello Gesù, la necessità vitale di comunicare, partecipare, convenire, concordare con te, con la tua vita, con il tuo santo Spirito, con le tue operazioni, giudizi, desideri, apprezzamenti. Mai come oggi ho sentito che ciò che è tuo mi appartiene intimamente: il tuo Padre, l'amore e l'amplesso di lui, la tua carne reale e mistica, la tua missione e l'opera tua, la tua chiesa e la tua madre, il tuo sangue e il tuo Spirito, la tua vita, passione e morte, risurrezione, esaltazione; la tua redenzione la tua immolazione eucaristica. Tutto questo è mio; debbo parteciparvi in comunione intima, debbo concordare ed acconsentire; debbo evitare ogni contraddizione fra me e te".
L'amore appassionato per Gesù lo portava a vivere intensamente il sacerdozio ricevuto come dono e a farlo vivere con gratitudine esistenziale.
È già significativa la preparazione alla sua ordinazione tutta sintetizzata nella sua immaginetta-programma: "Pregate fratelli: O sommo ed eterno sacerdote che l'umile tuo servo hai costituito vicario del tuo amore concedigli un cuore sacerdotale simile al tuo: dimentico di sé, abbandonato allo Spirito santo, largo nel donarsi e nel compatire, appassionato delle anime per tuo amore".
Notiamo che l'espressione vicarius amoris Christi è di sant'Ambrogio» (Commemorazione del 50° della morte del venerabile don Giuseppe Quadrio, UPS, 23 ottobre 2013).

222. don Ottorino Pasquato
«La sua carità verso il prossimo io la vidi mettere in pratica anzitutto coi chierici della Crocetta. Verso il prossimo aveva grande rispetto e stima, con alla base un grande amore verso ognuno personalmente. Verso i giovani, ricordo solo questo: di averlo visto confessare nella cappella della comunità a tu per tu un giovane (fuori dal confessionale), tenendolo vicino al suo volto, accostando il capo del giovane, col suo braccio sinistro. L'atteggiamento esterno di tenerezza mi fa pensare alla sua espressione sul sacerdote, che, specie nel sacramento della confessione, è il "vicarius amoris Christi"» (S 1082).
«Il servo di Dio era particolarmente delicato in tutto ciò che riguardava la castità, come traspariva dai suoi limpidissimi occhi» (S 1086).

223. prof. dott. Luigi Pepino
«Troppo intelligente e colto per non comprendere le notizie ammorbidite ch'io gli presentavo, come consuetudine medica, nelle mie visite quotidiane, era sempre grato e sorridente. Posso affermare che ho conosciuto e curato qualche migliaio di sofferenti, ma il ricordo e lo sguardo di don Quadrio non si dimenticano. Ho avuto la fortuna di osservare durante la permanenza di don Quadrio nella mia divisione un fatto ch'io modestamente giudico miracoloso» (S 412).

224. padre Filippo Mario Pio
«Qualche volta parlavamo delle nostre rispettive famiglie religiose. Egli si dimostrava entusiasta della sua. Lo ricordo per il suo largo sorriso e la sua serenità. In quel periodo don Quadrio era decano della facoltà, ma lo seppi da altri. Lui era semplice e non si dava arie da superiore» (S 279).

225. don Giuseppe Pollone
«Mi colpirono subito il suo sorriso e la familiarità con la quale prese a trattarci. Lo ritrovai l'anno seguente a Foglizzo, come assistente» (S 1266).
«Anche quando rimproverava lo faceva con dolcezza e con il sorriso sulle labbra. Addolciva così la disciplina che regnava nell'ambiente: un po' aspra e a volte non conforme al buon senso» (S 1267).
«Sereno il suo sguardo; mai una parola rozza o di doppio senso; mai l'ho visto sorridere maliziosamente» (S 1269).
«Durante questo periodo non ebbi diretto contatto con lui. Lo incontrai durante la sua malattia. Gli chiesi della sua salute; mi rispose con un sorriso molto sofferente» (S 1270).
«Aveva sempre il sorriso sulle labbra e quando lo si incontrava non si poteva fare a meno di fermarlo e conversare con lui».

226. sig. Augusto Quadrio, fratello
«Fratello del servo di Dio, di sette anni più giovane. Ricorda la rivelazione in famiglia della sua vocazione attraverso un biglietto nascosto dietro uno specchio (1932) e due temi sulla Madonna e sulla "viola" come simbolo della passione in quinta elementare. Testimonia la fortezza e il sorriso nella malattia. Nel 1958 il servo di Dio benedì il suo matrimonio, lasciandogli nell'omelia alcuni consigli indelebili» (S 352).

227. sig.ra Rita Quadrio, cugina
«È cugina del servo di Dio e ha vissuto nella stessa casa, ora divenuta di sua proprietà. Lo ha conosciuto in occasione della prima messa in paese (20 luglio 1947). Don Quadrio ha battezzato il primogenito il 15 luglio 1960. Ricorda le sue espressioni sublimi per maternità, quando era in attesa del figlio e non osava farsi vedere dal cugino. Ne testimonia la semplicità e lo spirito di adattamento, il sorriso e la preghiera. Ritiene di aver ricevuto una grazia dalla sua intercessione in un incidente automobilistico gravissimo al figlio (operazione il 23 ottobre 1985, anniversario della morte del Servo di Dio)» (S 360).
«Ricordo che era facilmente contentabile. Non si lamentava mai di nulla. Trattava tutti con il sorriso, molto sereno e spontaneo. Non era impacciato» (S 363).

228. don Luigi Ricceri, rettor maggiore dei salesiani
«Se debbo sintetizzare in una parola "l'impressione" che ad ogni nuovo contatto si faceva in me convinzione sulla personalità di don Quadrio, non trovo altro termine che questo: limpidissimo! Per me tutto l'essere, l'agire, il parlare di don Quadrio suscitava quella serenità spirituale che fisicamente e psicologicamente suscita un cielo tersissimo d'autunno e un lago alpino con le sue acque azzurre e cristalline: la sua limpidezza era certamente interiore, ma traluceva dagli occhi, dal sorriso, dal modo di conversare, dal tratto. Come lo trovavo limpido nella sua intelligenza, così lo intravedevo nella sua vita con Dio. Solo così mi spiegavo quella forza di attrazione che egli esercitava in quanti in qualche modo venivano a contatto con lui» (Lettera di don Luigi Ricceri a don Eugenio Valentini).
Nel 1979, ripensando al tempo della degenza di don Quadrio, testimonia: «Per me era fortemente impressionante e mi confortava nella mia "impressione", tratta già anche dalle tante reazioni positive dei suoi alunni di teologia, il fatto che, ricoverato all'ospedale, era man mano diventato il centro polarizzatore non solo di infermieri e medici, ma di degenti che, venuti una volta a contatto con lui, sentivano il bisogno e la gioia serenante di tornare a trattenersi con lui. Pensavo in quel tempo: quanto è misteriosa la provvidenza nelle vie della sua bontà verso gli uomini! Mentre questo fratello si consuma giorno dopo giorno su quel lettino d'ospedale, eccolo maestro di vita per tante anime assetate di luce e di conforto. La cattedra si è trasferita dalla Crocetta in quella stanzetta, ma per distribuire non un'arida scienza teologica, di cui era pur un maestro, ma la vera e vitale scienza, quella di Cristo, e non più ad una cerchia ristretta di giovani studenti, ma a tante anime dalle condizioni spirituali e morali più diverse. E in tutto questo lo trovavo perfettamente in clima col nostro Padre [don Bosco], di cui don Quadrio era l'autentico figlio, che ne riproduceva tratti caratteristici ed essenziali, specialmente quel senso del "nulla di turbi" e del "da mihi animas", che lo accompagnò sino agli ultimi giorni della sua vita».

229. don Giuseppe Rufino
«Il loro sconvolgimento non dovrebbe perturbare chi è spettatore degli avvenimenti con l'occhio dello storico che ha chiara la distinzione tra il caduco e il perenne. Don Quadri o era uno di questi. Nel suo stile sospeso tra l'arguto e l'innocente, chiamava dogmi salesiani le antiche consuetudini canonizzate. Un giorno lo sentii usare questo termine in una conversazione a tavola, nella casa di vacanze di Oulx, davanti a don E(ugenio) Valentini, allora superiore del pontificio Ateneo salesiano, un uomo che era sempre stato in bilico tra progresso e conservazione, aperto al primo ma propendendo per quest'ultima per un onesto senso di obbedienza (era un convinto assertore dell'obbedienza di giudizio). Egli fu colpito dal termine e chiese a don Quadrio una spiegazione del suo significato. Questi rispose con esempi: che il modo migliore di assistere alla messa fosse la recita del rosario, che la direzione spirituale dei confratelli fosse compito esclusivo del superiore della comunità. L'interlocutore apparve visibilmente turbato e don Quadrio con calma e tatto lasciò cadere il discorso. Il fatto in sé e il commento che feci con lui poco dopo mi convinsero che egli agiva nello spirito della carità paolina: se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai carne in eterno, per non recare scandalo al mio fratello (1 Cor 8,13)» (S 888).

230. don Carlo Sitia
«Erano gli anni della seconda guerra (1941-1943), e purtroppo noi chierici, giovani e in pieno sviluppo, stavamo soffrendo molto. Egli ci aiutava con il suo sorriso, [la sua] affabilità e, quando poteva, anche con mezzi materiali. Era il nostro intermediario con i superiori locali e maggiori» (Lettera di testimonianza).

231. padre Lorenzo Stocco
«Sono tornato sereno. Sono un salesiano molto devoto di don Giuseppe Quadrio. Di lui — da ragazzo — leggevo gli articoli su "Meridiano 12". Mi è sempre piaciuta la serenità che sprigionavano i suoi occhi. A lui mi sono rivolto quando recentemente sono stato assalito dal timore di ricadere negli scrupoli come mi era capitato venticinque anni fa, soffrendone tanto. Come allora così adesso ho confidato nell'intercessione di don Quadrio ed ho potuto col suo aiuto superare tutti gli ostacoli. Ora sono tornato sereno e ho potuto riprendere il mio lavoro. Ringrazio tanto il mio caro protettore» P. Lorenzo Stocco, San Felix, Venezuela (Bollettino salesiano, luglio-agosto 1998).

232. sr. Anna Tamagnone
«Circa tre mesi prima della sua morte, quando andai a trovarlo all'ospedale, egli parlava della mobilitazione generale di preghiere che era in corso per ottenere la sua guarigione, era a letto; fece un sorriso aperto e cordiale e disse: 'Ma sappiate che io farò molto di più di là che di qua"»
(S 123).
«Quando giunsi alla Crocetta la fama di santità di questo giovane prete (don Quadrio aveva trentuno/trentadue anni) nella comunità delle suore era universale e indiscussa. Non veniva che raramente a trovarci, con don [Pietro] Brocardo e don [Eugenio] Valentini, per salutare, con un saluto semplice e cordialissimo. Parlava con la sola sua presenza: nella massima semplicità si distingueva per la riservatezza e allo stesso tempo con un sorriso aperto. "Il Signore vi benedica e vi ricompensi", ci diceva» (S 124).

233. mons. Mario Toso
«Nello studentato teologico della Crocetta di Torino, ove divenne sacerdote l'11 febbraio 1960, alla scuola del venerabile don Giuseppe Quadrio, di cui conservò continua ed affezionata memoria, apprese l'arte dell'apostolo ardente, l'entusiasmo del maestro e del pedagogo ricco di amore, sempre sorridente» (Omelia al funerale di don Roberto Giannatelli, Roma, 15 ottobre 2012).

234. don Juan Edmundo Vecchi, rettor maggiore dei salesiani
«Era notevole anche la serenità e l'obiettività con cui esponeva le dottrine «contrarie", cercando di farne capire i punti positivi e i limiti. I suoi allievi hanno conservato gli appunti sul "materialismo storico e dialettico". In questi anni, anche se ancora non si era dichiarata la malattia che lo portò alla morte, pativa frequenti influenze, sentiva mal di testa e di stomaco, forse a cagione di un'ulcera. Ma era ammirevole la sua assiduità alle lezioni che non tralasciava se non quando realmente non poteva tenersi in piedi. Si sentiva nella voce e si vedeva nel volto che non stava totalmente bene» (S 1101).
«Di questo tempo ricordo molto l'impressione che ci faceva la sua celebrazione dell'eucarestia soprattutto quando la compiva da solo. Non c'erano allora concelebrazioni. Don Quadrio celebrava sempre alla stessa ora, prima della meditazione. I chierici facevano il turno per "servire" le messe. Nei nostri commenti accennavamo alla messa di don Quadrio come il "modello" per la nostra. Traspariva uno straordinario raccoglimento e fervore dal volto e dai gesti, dalla pronuncia delle parole. Eppure tutto era secondo le "rubriche', equilibrato e degno. Non c'erano manifestazioni straordinarie e vistose. Il tempo che impiegava era sufficiente per uno svolgimento calmo anche con piccole pause, ma non straordinario; lo si vedeva preso dal mistero che celebrava ma allo stesso tempo contenuto nell'espressione. Dopo l'eucarestia si inginocchiava negli ultimi banchi della cappella dietro i chierici e continuava la preghiera» (S 1110).

235. sig.ra Agnese Zanin
«La sua virtù più evidente era la pazienza, il sorriso, la serenità. Direi che la sua santità consisteva soprattutto in questo. Una volta gli ho chiesto come mi dovevo comportare davanti ai malati che hanno un tumore. In quel periodo, spesso chi aveva un tumore si lasciava prendere dalla disperazione (S 172); qualcuno si sparava o si gettava dalla finestra. Lui mi ha detto che è difficile rispondere, perché se si dice a uno: "Tu hai un tumore, e quindi morrai fra non molto", di per sé l'accetta subito, con facilità. Però quando questo pensiero si protrae nel tempo, può subentrare la disperazione. Allora non si sa fino a che punto si può dire ad una persona che ha un tumore, che le resta poco tempo da vivere: la si deve preparare. Lui ha accettato, ma quanto ha tirato avanti con il pensiero che non c'era rimedio per il suo male! Quando veniva don Carlo De Ambrogio, che io considero ugualmente un santo, sul principio mi dava fastidio, perché entrando in camera gli diceva: "Allora, Peppino, preparati, perché presto tornerai nella casa del Padre". Discutevano insieme anche per ore. Don Carlo aveva un altro sorriso, ma don Quadrio aveva una serenità che non si può descrivere: sembrava che il paradiso fosse lì, la vita fosse tutta lì» (S 173).

BIBLIOGRAFIA
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App. = R. Bracchi, Appunti documentari cronologicamente ordinati per una biografia del servo di Dio don Giuseppe Quadrio (faldone I: documenti ufficiali), disponibile anche in dischetto, nel quale confluiscono tutte le testimonianze presenti nell'archivio, anteriori alla Positio (documenti ufficiali, diari, quadernetti di rubriche raccolte per la predicazione, appunti per le lezioni, lettere, quaderni di appunti presi nel periodo degli studi alla Gregoriana, fogli di preparazione a interventi vari, manoscritti di diversa natura, corrispondenza con la postulazione, trascrizione della cronaca delle case nelle quali don Giuseppe ha soggiornato, trascrizioni di pagine di diari degli exallievi).
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Bergamelli = Presenza di santa Teresina di Gesù bambino nella vita e negli scritti di don Giuseppe Quadrio, in «Salesianum» 61 (1999) 483-514 e 769-793.
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Q = cinque quaderni di materiale preparato in vista della predicazione, manoscritto, in forma di rubrica ordinata alfabeticamente per argomenti, con inserzione di ritagli di giornale e di altre schede: 1 A-D; 2 E-I; 3 L-0; 4 P-S; 5 T-Z (il quarto (in realtà il terzo) è già citato nel diario in data 15 dicembre 1944).
R = Don Giuseppe Quadrio, Risposte, a cura di R. Bracchi (= Spirito e vita 20), LAS, Roma 1992, pp. 382.
Rel. = Taurineniensis beatificationis et canonizationis servi Dei Iosephi Quadrio sacerdotis professi societatis sancti Francisci Salesii" (1921-1963) relatio et vota Congressus peculiaris super virtutibus die 5 iunii an. 2009 habiti (congregatio de causis sanctorum P. N. 1757), Roma 2009, Tipografia Nova Res, pp. 125.
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Super virt. = Tauriniensis beatificationis et canonizationis servi Dei Ioseph Quadrio sacerdotis professi societatis sancti Francisci Salesii (1921-1963) relatio et vota congressus peculiaris super virtutibus, die 5 iunii an. 2009 habiti (= Congregatio de causis sanctorum P. N. 1757).
T = Testimonianze pubblicate in appendice a L 345-369.
Uomo e prete = Famiglia salesiana di Sondrio, Don Quadrio uomo e prete del nostro tempo, a cura di don Vittorio Chiari (= Spirito e vita 44), LAS, Roma 2010, pp. 144:
Vadakken = L. Vadakken, Don Giuseppe Quadrio. la storia di un'anima sacerdotale. Uno studio sulla figura di don Quadrio come maestro di vita sacerdotale, Università pontificia salesiana, facoltà di teologia, ricerca di seminario diretta dal prof. M[orand] Wirth, anno accademico 2010/2011 (ricerca ined.).
Veglio = D. Veglio, La mistica sponsale nel diario spirituale di don Giuseppe Quadrio, tesi per la licenza in teologia morale, relat. prof. G[iuseppe] Buccellato, facoltà teologica di Sicilia - studio teologico san Paolo, Catania 2009/2010, pp. 117 (tesi inedita).
Vicarius = G. Quadrio, Vicarius amoris. Alcune fra le pagine sacerdotali più significative del venerabile Giuseppe Quadrio, a cura di R. Bracchi (= Spirito e vita 45), LAS, Roma 1010, pp. 270.
Virt. = G. Quadrio, Subsidia in tractatum de virtutibus theologicis. Summa lineamenta, Torino 19582, editio altera emendata et aucta, pp. 305.