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Omelia del RM nella Messa di Venerazione Della Sindone: Passio Christi. Passio Hominis

OMELIA - RETTOR MAGGIORE

Incontro dei vescovi salesiani - Passio Christi. Passio Hominis

Omelia nella Messa di Venerazione Della Sindone

22 maggio 2010,
Duomo, Torino

 

Eminenza Reverendissima, Card. Severino Poletto, Eminenze, eccellenze, carissimi fratelli e sorelle in Cristo Gesù,

sono assai felice di iniziare l’incontro dei vescovi salesiani qui nel Duomo di Torino, sede della chiesa locale dove siamo nati come salesiani, e davanti alla Santa Sindone, “icona del Sabato Santo…, il giorno del nascondimento di Dio”, icona quindi del nostro tempo, “che è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo”.

“Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più”. Gli studi e i rilievi fotografici hanno svelato nelle impronte sindoniche la figura della “salma di un uomo crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di Gesù”. “La sacra Sindone ci si presenta “come un documento ‘fotografico’, dotato di un ‘positivo’ e di un ‘negativo’. E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini. Il Sabato Santo è ‘terra di nessuno’, tra la morte e la risurrezione ma in questa ‘terra di nessuno’ è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua Passione per l’uomo: Passio Christi. Passio hominis. E la Sindone ci parla esattamente di quel momento”, di quel mistero d’amore insondabile.

La venerazione che oggi facciamo di questa reliquia eccezionale va accompagnata dalla celebrazione del Mistero Pasquale evocato perfettamente nella Sindone e dalla Parola di Dio che ci invita a riconoscerlo nella fede, a testimoniarlo nella vita, a proclamarlo Crocifisso e Risorto e ad amarlo e a servirlo in ogni uomo sulla terra, perché Egli si è voluto identificare con tutti i fratelli, specialmente i piccoli e i poveri, quelli che soffrono.

Nella prima lettura, il prologo del libro dell’Apocalisse, Gesù viene presentato alla sua Chiesa con tre titoli che evidenziano il suo ruolo salvifico decisivo: “testimone degno di fede”, cioè rivelatore credibile del mistero divino; “primogenito dei morti” in quanto ha condiviso la sorte mortale degli uomini e ha dato origine alla nuova umanità; “principe dei re della terra”, vale a dire, sovrano dominatore di tutte le potenze che continuano ad operare nel mondo e nella storia. E noi, con tutta la Chiesa, lo lodiamo e gli rendiamo gloria perche “ci ama” e attraverso il battesimo “ci ha liberati dai nostri peccati” e “ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre”. Ma mentre la comunità cristiana, liberata dal Cristo, sente di appartenere a Dio e di condividere con Lui la funzione sacerdotale e di collaborare con Lui nel fare della storia il Regno di Dio, tutti coloro che hanno disprezzato ed eliminato Cristo lo riconosceranno con l’amara costatazione di essersi gravemente sbagliati.

E’ quanto canta con maestria poetica e teologica l’inno della lettera ai Filippesi descrivendo il cammino dell’ incarnazione totale di Gesù fino alla morte in croce e la conseguente glorificazione del suo nome “che è al di sopra di ogni altro nome”, per cui davanti a Lui “ogni ginocchio si piega nei cieli, sulla terra e sotto terra”. Se facciamo nostro il cammino di Cristo – se abbiamo gli stessi sentimenti, dice Paolo, ‘sentimenti’ di servi – Dio farà con ciascuno di noi quello che ha fatto con Lui, ‘signore del creato’.

La cosa più meravigliosa è che questo non è un bel mito, ma la vicenda storica di Gesù, così come ce la racconta il vangelo di Marco. Del profeta di Nazaret, Messia e Figlio di Dio, apparentemente non rimane che un povero corpo martoriato senza vita. Anche la sua opera sembra fallita: un suo discepolo lo ha tradito, il capo dei suoi seguaci lo ha rinnegato, il popolo lo ha rifiutato, il sinedrio lo ha condannato, i soldati e gli altri con-crocifissi lo hanno deriso, e il Padre suo lo ha abbandonato. Ma un pagano ha creduto e un giudeo, “che aspettava anche lui il regno di Dio”, si occupa della sepoltura. La scena si chiude con un ultimo “sguardo”, carico di dolore di fronte al sepolcro chiuso; fra poche ore quel gruppetto di donne “guarderà” la tomba aperta e riceverà l’incarico di proclamare il lieto annuncio della risurrezione. Il vangelo, la bella notizia che le donne devono subito cominciare a diffondere a partire del gruppo dei discepoli, è proprio questa: il crocifisso è risorto! Difatti, il sudario che lo avvolgeva è piegato. Ma è una notizia troppo grande: prima di essere diffusa, è necessario che il discepolo abbia superato la paura, lo sconcerto, l’incredulità, il silenzio per affidarsi alla fiducia che Dio ripone in lui, consegnandogli il messaggio della salvezza.

Il vangelo di Marco si chiude con una finale aperta, vale a dire, con l’affermazione che, malgrado la rivelazione della risurrezione del Crocifisso, le donne “non dissero niente a nessuno, perché avevano paura”. Mi auguro che la venerazione della Santa Sindone che oggi facciamo trovi in noi piuttosto dei discepoli preoccupati non tanto di imbalsamare un cadavere quanto degli instancabili apostoli, portatori della bella notizia: il Signore Gesù è vivo, è risorto e di ciò siamo testimoni noi e lo Spirito che ci abita.

Questa eucaristia, in questo momento doloroso e critico che stiamo vivendo come Chiesa e come Congregazione, è un invito alla purificazione ricordando che il rinnovamento dell’universo è frutto della passione redentrice del Figlio di Dio, che la vera gloria di Dio consiste nel fatto che l’uomo viva e raggiunga la pienezza della vita, traguardo questo inseparabile dalla croce. La contemplazione della Sindone ci aiuti ad affrontare le odierne difficoltà con speranza, anzi con gioia: se viviamo un lungo sabato santo, la Sindone ci conforta:  “nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. E’ successo l’impensabile: che cioè l’Amore è penetrato “negli inferi”… Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli: “Passio Christi. Passio hominis”. Questo è il mistero del Sabato Santo! Proprio di là, dal buio della morte del Figlio di Dio, è spuntata la luce di una speranza nuova: la luce della Risurrezione. Ed ecco, mi sembra che guardando questo sacro Telo con gli occhi della fede si percepisca qualcosa di questa luce. In effetti, la Sindone pur essendo stata immersa in quel buio profondo, è al tempo stesso luminosa… Questo è il potere della Sindone: dal volto di questo “Uomo dei dolori”, che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati - “Passio Christi. Passio hominis” -, da questo volto promana una solenne maestà, una signoria paradossale. Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo ci parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio. L’immagine impressa sulla Sindone è quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita. Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita… E’ come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo”, [1] la nostra epoca.

La venerazione della Sindone ci porta, dunque, al nucleo stesso del Mistero Pasquale: nella morte di Gesù troviamo la rivelazione definitiva di un Dio che è Amore (1 Gv 4:8.16) e riscopriamo il senso autentico della passione di Gesù: non è anzitutto quello della sofferenza e della morte, ma piuttosto quello della passione dell’amore, o meglio dell’amore appassionato. La “passione” di Gesù non comincia la vigilia della sua morte, ma comprende tutta la sua vita; anzi, è il motivo della sua Incarnazione, perché ha voluto condividere a pieno la sua vita con noi, e al tempo stesso la ragione ultima della sua obbedienza filiale: quello che più vuole Gesù, in quanto Figlio, è fare in tutto la Volontà del Padre. Nella morte di Gesù, di cui la sindone è testimone silente, incontriamo la passione di un Dio appassionato per noi.

Nella mia lettera di Convocazione del Capitolo Generale 26 scrivevo: “Occorre formare persone appassionate. Dio nutre una grande passione per il suo popolo; a questo Dio appassionato la vita consacrata guarda con attenzione.”[2] Il nostro padre Don Bosco ha capito perfettamente il senso autentico della passione di Gesù: egli fu un uomo appassionato di Dio e dei giovani. Mai troviamo in lui tratti di un ascetismo “masochista” che apprezza la sofferenza in se stessa. Don Bosco visse in pienezza la passione dell’amore di Dio per i suoi ragazzi, soprattutto i più poveri, cercando di realizzare la Volontà di Dio in tutta la sua radicalità, e accettando i dolori e le sofferenze (non solo fisiche), come conseguenza della sua missione. Don Bosco ha fatto diventare realtà, nel senso più autentico, quanto afferma San Paolo: “completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo Corpo che è la Chiesa” (Col 1:24), ed in essa “la porzione più preziosa e delicata”, la gioventù, e ci invita a condividere questa Passione di Gesù nella realizzazione della missione salesiana.

Questo, altro non è se non la passione del “Da mihi animas”, è veramente il fuoco della carità. Essa si manifesta non solo nella instancabile laboriosità educativo-pastorale, ma anche nella pazienza e nella sofferenza, che nella croce di Cristo assumono un valore salvifico.

 
Torino, 22 maggio 2010.

[1] Benedetto XVI, Meditazione nell’atto di venerazione della Santa Sindone, 2 maggio 2010.

[2] ACG 394, 16.

Don Pascual Chávez V., SDB
Rettor Maggiore